La Libia e le guerre occidentali

Il rapimento dei quattro italiani ha improvvisamente fatto scoprire a larga parte del Belpaese l’attuale situazione libica. Media, politici, esperti di non si sa bene cosa ma ospiti fissi dei talkshow, tutti a pontificare e giudicare. Dimenticandosi che la coscienza occidentale è tutt’altro che innocente. Le armi sono arrivate da Italia e altri paesi e la destabilizzazione, per esempio, son state portate da paesi europei …

24 luglio 2015
di Alessio Di Florio

Il principe Harry fu protagonista, poco più di otto anni fa, di un caso politico che fu al centro delle cronache britanniche per settimane. Il rampollo della casa reale inglese aveva deciso di voler andare a combattere in Iraq, ma la regale nonna e gli altissimi vertici militari si opposero decisamente. Dopo settimane e settimane di fiumi d’inchiostro dedicati (in Iraq erano quotidianità, così come ancora oggi ma ormai non “fa notizia”, attentati, bombardamenti, centinaia se non migliaia e migliaia di morti ma l’inchiostro non era attirato particolarmente…) fu trovato una sorta di reale compromesso: lo “scalpitante eroe” fu inviato in Afghanistan dove però non ebbe la possibilità di essere “parte attiva” nei combattimenti. Ricordate la retorica sulla civiltà minacciata, sulla Patria bella da difendere, sui nostri ragazzi che andavano a combattere “per tutti noi” e tutte quelle belle parole. Decine di migliaia di soldati vennero mandati al fronte, migliaia morirono per la Patria e le “missioni di Pace”. Erano vite che furono sacrificate, e mai lor signori dissero che sarebbe stato meglio fossero rimasti a casa piuttosto che andare a morire in Iraq o Afghanistan. Per il figlio della real casa invece si fece di tutto perché non partisse …

È un piccolo episodio (infinitamente minore rispetto a tantissimi altri) ma che svelò, se ce ne fosse ancora bisogno quanto alla vuota retorica sulla Patria, sul militarismo bello e glorioso, su democrazie, libertà e giustizie da esportare sulla punta delle baionette, in realtà non hanno mai creduto fino in fondo, sapendo benissimo di aver creato un mostro sporco e cruento, orrendo e disumano. Ma, come scrisse Ernest Hemingway, le guerre sono “provocate e iniziate da precise rivalità economiche” per il profitto di alcuni e quindi il mostro viene periodicamente alimentato.

La Libia non è da meno. In questi anni i pacifisti, gli antimilitaristi e gli antimperialisti hanno ben denunciato e documentato gli interessi economici e geopolitici che hanno portato a bombardarla Francia, Usa e altri Stati. Italia compresa, nonostante la “vicinanza” di Berlusconi a Gheddafi e i vari trattati degli anni precedenti. Trattati che hanno avuto conseguenze drammatiche, brutali e disumane anche su migliaia e migliaia di migranti. Ma se le Borse e le lobby sono ben ascoltate dal Palazzo, analogo trattamento sicuramente non viene riservato agli ultimi e agli impoveriti. Nel 2011 precisi interessi portarono a cambiare posizione su Gheddafi, riguardiamo oggi “Come un uomo sulla terra”. Tutto quello non esisteva per i Potenti e le loro corti…

Su PeaceLink abbiamo ampiamente criticato la gravità dell’appoggio di Berlusconi, Napolitano e Pd ai bombardamenti in Libia, nuovo gravissimo strappo all’articolo 11 della Costituzione italiana e al diritto internazionale, e denunciatone l’infinita scelleratezza e follia. Erano settimane con una dinamica non molto diversa da oggi: l’Italia scoprì che in Afghanistan si moriva ancora, che la guerra stava massacrando migliaia e migliaia di persone e che le roboanti promesse di democrazia e civiltà di Bush e della pomposa comunità internazionale erano state cancellate dai fatti. Lo scoprì solo con la morte di un soldato italiano. Oggi televisioni, giornali, politici, sapientoni e sapientini che ogni giorno pullulano su schermi, quotidiani, settimanali, mensili et similia hanno scoperto che la Libia è un paese totalmente destabilizzato (come accadde alla Somalia nel 1994…) dopo il rapimento dei quattro lavoratori italiani, che si muore e si viene uccisi, che le brutalità della guerra non sono mai cessate e la Pace è un miraggio sempre più lontano. Sono passati quattro anni e la Libia ha fatto capolino solo quando ci si è voluti “lamentare” del mancato stop alle partenze dei migranti verso l’Italia e l’Europa (nostalgici dei tempi andati denunciati da “Come un uomo sulla terra”?!). Ma ben poco in Occidente i “Potenti” della Terra possono lamentarsi. Quattro anni fa hanno voluto piegare ancora una volta il diritto e i trattati internazionali a ben altro che il “bene comune”, hanno sostenuto e armato (compresa l’Italia, che quasi certamente ha inviato armi sequestrate a trafficanti d’armi, detenute per anni nelle “riservette” della Maddalena e che una sentenza del Tribunale di Torino del 2006, mai applicata, imponeva venissero distrutte) i cosiddetti “insorti di Bengasi” senza porsi nessuna domanda su fondamentalismo islamico, tagliagole, bande armate, brutali criminali o altro.

Il meccanismo è sempre lo stesso, che sia l’Isis, la Libia, i migranti in fuga da schiavismo, guerre, sfruttamento, miseria, fame le cui responsabilità conducono dritti dritti ai centri del potere economico, finanziario, militare e politico mondiale con sede nel ricco, opulento e “civile” Occidente. E poi voler apparire come le “vittime” e i “buoni samaritani” che vogliono risolvere i problemi dell’umanità e portare il bene in ogni angolo della Terra. Ma, come già scritto sopra, è solo propaganda e retorica. La Libia di oggi (così come l’Afghanista, l’Iraq e prima ancora la Somalia) racconta l’arroganza, l’ipocrisia, la stupida e cieca violenza di un Occidente che si definisce civile e democratico e pretendere di insegnare agli altri popoli il progresso e la libertà. Nessun’altra specie animale ha ideato qualcosa anche solo lontanamente paragonabile alla guerra. È falso e ipocrita invocare il progresso, la civiltà, lo sviluppo, la democrazia, la libertà se realmente si pensa ancora che sia utile massacrare, uccidere, spargere sangue. L’unica verità della guerra è che uccide, la guerra è morte, dalla guerra nasce solo altra guerra. Oltre al fiorire di secondi, terzi e quarti fini economici, geo-politici, di dominio e di possesso.

Pubblicato anche su peacelink.it
preso da: http://comune-info.net/2015/07/libia-linfinita-scelleratezza-delle-guerre-occidentali/#

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11 segni che l’America ha già toccato il fondo

23 luglio 2015
di Michael Snyder

Proprio quando pensiamo che ormai la depravazione degli Stati Uniti non potrebbe essere peggio di così, succede qualcosa che ci sorprende. Molte delle cose che state per leggere sono estremamente inquietanti, ma è importante che guardiamo in faccia la realtà. […] La nostra società è assolutamente dipendente dall’intrattenimento (in gran parte spazzatura totale), decine di milioni di noi sono prigionieri delle droghe (sia legali che illegali), e abbiamo ucciso più di 56 milioni dei nostri stessi bambini. Il nostro sistema finanziario è consumato dall’avidità, trattiamo i nostri veterani militari come rifiuti umani, e gran parte dei nostri “leader” a Washington sono profondamente corrotti.

Oggi in America il 64% degli uomini guarda pornografia almeno una volta al mese, si stima che una ragazza su 4 venga abusata sessualmente prima di diventare adulta, e abbiamo il più alto tasso di gravidanze tra le adolescenti di tutto il mondo industrializzato.

Ci piace pensare di essere un “esempio” per il resto del mondo, ma forniamo solo un esempio cattivo. I seguenti sono 11 segni che l’America ha già toccato il fondo:

#1. In tutti gli Stati Uniti, gli organi dei bambini abortiti vengono venduti e comprati, e il governo USA finanzia l’organizzazione perno di questa “industria” malata con centinaia di milioni di dollari all’anno. Questa settimana è stato reso pubblico un altro video girato di nascosto, incredibilmente scioccante, che ci ha fornito ancora più prove su quale sia il vero scopo di Planned Parenthood (Maternità Pianificata): (Charismanews.com)

“L’ultimo video mostra una conversazione a pranzo con la d.ssa Mary Gatter, attuale presidente del consiglio dei direttori medici di Planned Parenthood alla clinica abortiva di Pasadena. Nel video si sente la Gatter alzare il prezzo da lei richiesto per organi fetali intatti, e si preoccupa che siano ‘sottocosto’. La dottoressa chiede almeno 75 dollari per campione, ma vuole controllare quanto guadagnano altri abortisti di Planned Parenthood per assicurarsi di ricevere un compenso in linea, così potrà comprarsi una costosa auto sportiva. […] ‘Voglio una Lamborghini’, ride la Gatter.”

Questa è immoralità a un livello indefinibile, e viene finanziata dal governo USA. […] Secondo WND, alcuni membri di questa “industria” ricevono perfino dei buoni in base agli organi fetali che raccolgono, suddivisi in organi di categoria A, B o C.

#2. Pochi giorni fa è emerso che degli hacker hanno sottratto informazioni personali sugli utenti di un sito di adulterio conosciuto come Ashley Madison. Sky News riporta che:
“Un gruppo di hacker che si fa chiamare Impact Team ha rubato e reso pubblici i dati di alcuni dei 37 milioni di utenti del sito Ashley Madison, e minaccia di pubblicarne altri. Per ora il gruppo ha rilasciato solo 40MB di dati, tra cui gli estremi di carte di credito. […]”
Ma il punto non è l’operazione degli hacker: è piuttosto il fatto che 37 milioni di noi si sono iscritti a un sito che facilita l’adulterio!

#3. Nel 2015 il tasso dei crimini violenti sta aumentando di cifre doppie in molte importanti città statunitensi, e alcuni crimini sono quasi troppo orrendi per parlarne. […] (http://endoftheamericandream.com/archives/violent-crime-is-surging-in-major-u-s-cities-and-the-economy-is-not-even-crashing-yet)

#4. Sotto l’amministrazione Obama, il nostro governo federale è diventato assolutamente ossessionato dal politically correct, e sta spendendo soldi nei modi più impensabili. Per esempio, i federali hanno recentemente speso 125.000 dollari “per studiare gli aggettivi che potrebbero venire percepiti come sessisti o razzisti”.

#5. Parlando di soldi buttati, il programma telefonico di Obama ne è un esempio perfetto. Salta fuori che, per ricevere un telefono gratuito dal governo federale, basta esibire la carta per i buoni spesa di qualcun altro:
“L’investigazione di CBS4 del 2014 ha mostrato ripetuti casi di attività fraudolente e sprechi nel programma Lifeline a Denver. Il programma è pensato per fornire un servizio mensile di telefono cellulare gratuito ai bisognosi, affinché possono cercare impiego o fare chiamate d’emergenza se necessario. Ai beneficiari viene richiesto di esibire documenti ufficiali come tessera sanitaria, carte di assistenza abitativa o buoni pasto, per verificare il loro reddito. Ma l’anno scorso, degli impiegati di un venditore di Denver che aderiva al programma federale si offrirono di usare le carte per i buoni pasto di altre persone, per fornire un telefono gratuito a un produttore della CBS privo dei requisiti. I venditori solitamente ricevono 3 dollari per ogni telefono fornito. In altri casi, i venditori affermavano che un produttore di CBS4 poteva semplicemente mostrare la carta per i buoni pasto di altri per assicurarsi un telefono e servizi gratuiti.”

#6. Nel frattempo, il governo non vuole nemmeno parlare ai cittadini normali che lavorano duro e hanno solo bisogno di qualche risposta alle loro domande. Secondo un rapporto appena pubblicato, l’Agenza della Entrate USA ha chiuso la telefonata a 8,8 milioni di contribuenti che avevano chiamato per ricevere aiuto durante l’ultima stagione fiscale.

#7. Il governo federale ha reso incredibilmente difficile alla gente onesta immigrare in questo paese, ma nel frattempo ha lasciato i nostri confini completamente spalancati e ha attivamente incoraggiato l’immigrazione illegale. Il risultato è che stanno entrando a frotte criminali, spacciatori di droga, membri delle gang e parassiti del welfare. Secondo un recente resoconto del Centro Studi sull’Immigrazione, durante l’amministrazione Obama sono entrati in questo paese 2 milioni e mezzo di immigrati illegali. […] Questi immigranti commettono alcuni dei peggiori crimini immaginabili, e se ne dubitate leggete questo articolo: Endoftheamericandream.com/

#8. La nostra società sta venendo trasformata in ciò che mi piace chiamare “una griglia di controllo da stato di polizia Grande Fratello”. Pochi giorni fa è emerso un altro esempio di questo fenomeno. Scrive il New York Post:
“Una parte cruciale dell’eredità di Obama sarà la raccolta senza precedenti di dati sensibili sugli americani divisi per razza. Il governo sta curiosando nelle nostre informazioni più personali ai livelli più locali, tutto per fini di ‘giustizia razziale ed economica’. Fatto sconosciuto ai più, gli statistici razziali di Obama stanno furiosamente ricavando dati sulla nostra salute, i nostri mutui, carte di credito, luoghi di lavoro, luoghi di residenza, perfino su come i nostri bambini vengono disciplinati a scuola, e tutto questo per documentare le ‘diseguaglianze’ tra le minoranze e i bianchi.”
La cosa triste è che così pochi americani siano turbati dal fatto che ogni cosa facciamo viene osservata, tracciata e monitorata. Per ulteriori dettagli, leggete questo articolo: Endoftheamericandream.com/

#9. Recentemente avevo scritto un articolo che imprecava sul fatto che il cittadino americano medio trascorre più di 10 ore al giorno connesso a qualche forma di media. Molti di noi si fanno prendere dall’ansia se non c’è qualcosa di acceso almeno di sottofondo. Trascorriamo ore senza fine guardando la televisione, ascoltando la radio, andando al cinema, giocando ai videogiochi, cincischiando con i nostri smartphone e navigando in internet. Purtroppo la maggioranza delle persone non si rende conto che oltre il 90% della “programmazione” costantemente introdotta nei nostri cervelli attraverso questi vari media è controllata da appena 6 enormi compagnie mediatiche (http://theeconomiccollapseblog.com/archives/who-owns-the-media-the-6-monolithic-corporations-that-control-almost-everything-we-watch-hear-and-read)

#10. Mentre l’elite sta introducendo all’infinito i suoi messaggi distorti nelle nostre menti, essa diventa sempre più ossessionata con il controllo di quello che diciamo. In un articolo recente avevo illustrato come in America il supporto alle “leggi sull’incitamento all’odio” sta rapidamente crescendo. Oggi il 51% dei democratici appoggia questo tipo di leggi, ed è solo questione di tempo prima che i politici liberal comincino a sostenere con forza le stesse leggi sull’incitamento all’odio già implementate in Europa e Canada.

#11. Oltre a tutto questo, da quando Obama è entrato alla Casa Bianca abbiamo rubato alle generazioni future di americani oltre 100 milioni di dollari all’ora. Pensiamoci. Se qualcuno scrivesse il copione di un film sul furto di 100 milioni di dollari da una grande istituzione finanziaria, nessuno guarderebbe quel film perché la cifra sembrerebbe semplicemente incredibile. Eppure questo è successo davvero ogni ora di ogni giorno da quando Obama è al potere. Abbiamo preso migliaia di miliardi di dollari che appartenevano ai nostri figli e nipoti e li abbiamo spesi noi. Se vivessimo in una società giusta, diversi “politici al vertice” finirebbero in prigione per questo.

Potrei continuare, ma per oggi mi fermo.

Fonte: Endoftheamericandream.com/
Traduzione: Anacronista

Preso da: http://www.controinformazione.info/11-segni-che-lamerica-ha-gia-toccato-il-fondo/

Le autoblindo donate da Mario Monti fanno strage in Libia: “Sono micidiali”

L’Espresso, con un articolo di Gianluca Di Feo, racconta di quel “dono del governo Monti che fa strage in Libia”. Alcune milizie fondamentaliste che stanno dalla parte dell’autorità di Tripoli hanno trasformato le autoblindo regalate dall’Italia due anni fa in lanciamissili micidiali

18 luglio 2015
Una notizia che mette i brividi e che rend esempre più urgente un dibattito serio e responsabile sull’export di armi verso paesi instabili. L’Espresso, con un articolo di Gianluca Di Feo, racconta di quel “dono del governo Monti che fa strage in Libia”. In pratica alcune delle milizie fondamentaliste che stanno dalla parte dell’autorità di Tripoli hanno trasformato le autoblindo regalate dall’Italia due anni fa in lanciamissili micidiali. I missili vengono sparati a caso contro la popolazione civile.

La “creatività” delle milizie ha conseguenze infauste per i civili. Le autoblindo Puma che il governo di Roma aveva donato alla Libia per il nuovo esercito non sono un “prodotto” particolarmente fortunato. Prodotte da Iveco, non sono state in grado di affrontare le asperità del territorio e del conflitto afghano, ed erano così finite in magazzino. L’Italia ha così pensato che potessero essere utili alla Libia post-Gheddafi.

L’omaggio voleva anche essere lo stimolo per una successiva vendita dei surplus all’armata di Tripoli e per questo abbiamo fornito un pacchetto completo: nel cadeux era compreso l’addestramento degli equipaggi e una scorta di ricambi. Dopo la cerimonia ufficiale di consegna, presenziata dall’allora ministro Giampaolo Di Paola, i militari locali hanno fatto una gran festa al nuovo regalo.

Ora però le autoblindo sono usate da brigate che stanno dalla parte dell’autorità di Tripoli nella sanguinosa guerra civile libica.

Le Puma sono state fotografate durante gli scontri per il controllo dell’aeroporto principale del paese. E ora alcuni siti specializzati hanno mostrato questa metamorfosi sorprendente. Tecnici locali infatti hanno installato sui veicoli un lanciatore trinato per missili antiaerei russi Kub.

Preso da: http://www.today.it/rassegna/autoblindo-mario-monti-vendute-libia.html

L’inganno del denaro, principale strumento di controllo globale e sociale

28 giugno 2015

Il denaro nacque per facilitare gli scambi commerciali, per rendere più facile retribuire una prestazione di manodopera, doveva essere uno strumento al servizio dell’umanità, e invece ha finito per essere il principale strumento di oppressione e controllo dei popoli.

L’elite ci induce a pensare che tutto ruoti intorno al denaro, che la qualità della nostra vita dipende dalla quantità di denaro di cui disponiamo, che il successo di un individuo nel mondo di misuri in euro, in dollari o in yen.

E siccome molti sposano questa “visione”, la loro vita diventa davvero in quel modo.

Il culto del denaro è diventato una sorta di religione, che fa sempre più proseliti. E per ottenere denaro, si è sempre più disposti a tutto. E così c’è l’imprenditore disposto a inquinare smaltendo in modo illecito i rifiuti, medici che prescrivono farmaci inutili (se non operazioni inutili, come il medico della Clinica degli orrori di Milano, la “Santa Rita”) il funzionario dello stato che si lascia corrompere, etc. etc.

Una cultura ovviamente impressa grazie ai mass media, e all’intero compartimento della propaganda, compreso cinema, musica e star del calcio, capaci di lanciare nuove mode semplicemente indossando un determinato vestito o tagliandosi i capelli in un certo modo. O magari sostenere che la moneta unica è bellissima e che lavorare gratis va bene “se è per imparare”….

La popolazione, in tutti i settori, è sempre più disposta a tutto per Dio Denaro, ed è questo alla base della decadenza della società, dove milioni di singoli individui antepongono il proprio interesse economico al bene della collettività.

E questo ovviamente accade in tutti gli strati della società, compresa la politica e la pubblica amministrazione.

Ma tutto questo ha conseguenze anche sui giovani, che crescono con il mito di diventare cantanti, calciatori e simili, non gli viene certo trasmessa la passione per le cose costruttive, per informarsi, per capire… no, anzi questo viene ostacolato.

Un’altra leva fondamentale, è il sesso: un’istinto primordiale, un’esigenza imprescindibile per qualsiasi essere vivente. La società odierna è iper-sessualizzata, ovvero gli “stimoli” sono costanti, con corpi seminudi, se non nudi, e ammiccanti continuamente proposti da tutti i media, dalla TV ai giornali e persino su internet. Per non parlare delle mode sempre più provocanti.

Viene fatto vedere al popolino il ricco panzone 60enne che fa il bagno avvinghiato ad una modella poco più che ventenne, la stessa modella che ti hanno fatto sognare con il calendario o il servizio osè.

Soldi = bella vita, belle donne, tante donne… etc. etc.

E ovviamente fanno in modo che tu veda il lusso di chi sta bene, devi sognarlo e desiderarlo fino a diventarne schiavo!

Vi invito ad ascoltare le riflessioni proposte dal personaggio “Adam Kadmon” di Mistero: ascoltatelo senza pregiudizi, lasciate perdere il personaggio più o meno credibile e concentratevi sulle sue parole, in questo caso molto significative.

Se poi sapete chi controlla praticamente tutti i soldi che circolano nel mondo, indebitando le nazioni e conquistando sempre più potere, allora sapete bene quanto sia importante e incisivo per le sorti del mondo tutto questo… e il quadro dovrebbe esservi piuttosto chiaro.

Informatevi sul sistema monetario, ormai la letteratura sul tema è ampia

Veritanwo

Preso da: http://veritanwo.altervista.org/linganno-del-denaro-principale-strumento-di-controllo-globale-e-sociale/#

I dannati del mare prima ti saccheggio, poi ti bombardo e se non basta ti annego

3 luglio 2015

Quello che l’Africa soffre da anni è quello che noi cominciamo a soffrire: non a caso il progetto politico più importante che si discute nel massimo segreto a Bruxelles – il TTIP – è la proposizione di quegli ‘accordi’ per lo sviluppo che hanno devastato altri Continenti

barconi

Nel novembre 1989, al suono delle fanfare di tutto l’Occidente ‘democratico’, cadeva il “Muro” per antonomasia, quello di Berlino. Sono passati 26 anni e, nel mondo, di muri ne sono stati eretti più di una ventina: muri di filo spinato, di cemento, di sabbia e pietra, contornati da fossati, elettrificati, guardati a vista da soldati che sparano…
I più conosciuti sono quelli tra Stati Uniti e Messico (dove le “schiene bagnate” centro-americane cercano di entrare nella terra promessa del dollaro), quello tra Israele e Cisgiordania, la barriera di Ceuta e Melilla in Marocco: Ma ve ne sono altri meno noti, come quello recente tra Bulgaria e Turchia eretto per fermare i profughi siriani, quello tra l’Oman e gli Emirati Arabi, quello tra lo Yemen e l’Arabia Saudita, quello tra la Tailandia e la Malaysia e via dicendo.
Ogni anno migliaia di persone perdono la vita per oltrepassare questi muri.

Ma, secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR), il muro più mortale – fatto d’acqua e non di terra – è il Mediterraneo, il mare nostrum.
Nel 2014, secondo l’Agenzia, nel mondo sono morti 4.272 migranti e ben 3.419 di questi in quel cimitero d’acqua che è diventato il Mediterraneo. Fino a questo mese di maggio 2015 sono morti nelle nostre acque 1.750 migranti, 30 volte di più dello stesso periodo del 2014.
Da anni di discute, almeno in Europa, del problema dei migranti, e via via che la crisi economica si fa sempre più pesante, sembra che questo sia il nostro problema principale. Frontex, Eulex e sigle varie, proposte di militarizzazione del mare, bombardamento degli scafisti… vuote parole che vogliono nascondere due realtà fondamentali, che riguardano da vicino non solo le decine di migliaia di uomini, donne e bambini che cercano di sfuggirvi ma anche noi, qui nella ‘fortezza Europa’: la rapina imperialista e la guerra.

Prima ti saccheggio…
Già, la rapina imperialista, cominciata ben prima delle guerre “umanitarie” che hanno sconvolto l’Africa. Dopo gli anni ’60 e la caduta dei regimi coloniali, l’Africa è stata terreno di una nuova ri-colonizzazione fatta a colpi di accordi commerciali che avevano il fine di riguadagnare il terreno perduto con meccanismi diversi da quelli dell’occupazione militare diretta (anche se poi sarebbero stati ripresi anche questi, vedi Iraq, Mali, Libia per citare gli ultimi esempi).
Tali accordi si basano su un principio ben chiaro: modulare le economie dei paesi africani secondo le necessità del capitale europeo e nordamericano. Questi accordi prevedono, in sostanza, la vendita delle materie prime ad un costo inferiore a quello di mercato e l’abolizione dei dazi di importazione. L’ultimo di questi accordi, firmato tra Unione Europea e 15 Stati dell’Africa Occidentale e chiamato APE (la sigla in francese dell’Accordo di Associazione Economica) proibisce – ad esempio – l’imposizione dei dazi sugli 11.900 milioni di euro di prodotti importati dalla UE nel 2013 (la Francia, grazie alla sua eredità coloniale, è la testa di ponte dell’imperialismo europeo in questa zona). Ciò significa che l’agricoltura di sussistenza locale di questi paesi si trova a competere – per così dire, meglio sarebbe ‘soccombere’ – con l’agricoltura industriale europea. Risultato: la rovina completa di decine di migliaia di piccoli agricoltori e delle loro famiglie.
Come diceva a proposito dell’America Latina il grande scrittore uruguayano Eduardo Galeano, anche l’Africa “ha la disgrazia di essere ricca” di materie prime e di grandi estensioni di terre.
Da anni le multinazionali, sostenute dalle élites politiche locali, espellono gli abitanti per impadronirsene: basta il più vago sospetto della presenza di petrolio o di minerali necessari all’industria occidentale, o la possibilità di impiantare piantagioni per la produzione di bioetanolo ed ecco che decine di migliaia di persone vengono private, con le buone o più spesso con le cattive, delle loro case, delle loro terre e dei loro mezzi di sostentamento. Zimbabwe, Uganda, Namibia, Mozambico, Mali, Nigeria, Tanzania… sono solo alcuni degli esempi.
L’anno scorso l’Inghilterra ha destinato 600 milioni di sterline – denaro dei contribuenti inglesi – ad ‘aiuti allo sviluppo’, concretati in un accordo chiamato “Nuova Alleanza per la Sicurezza Alimentare e la Nutrizione”. In cambio degli aiuti economici e degli investimenti occidentali, i paesi africani coinvolti – in base a tale accordo – devono cambiare le loro attuali leggi in modo da facilitare l’acquisizione delle terre, il controllo della fornitura di sementi e quello dei prodotti da esportazione. Le conseguenze sono chiare. Hanno sottoscritto questo accordo Etiopia, Ghana, Tanzania, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Mozambico, Nigeria, Benin, Malawi e Senegal.
L’imperialismo nord-americano non si tiene indietro. Lo scorso marzo a Londra la Fondazione Bill&Melinda Gates (proprietaria – guarda caso – di mezzo milioni di azioni di Monsanto) e l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo (la famigerata USAID) hanno organizzato una conferenza tra ‘donatori’ di aiuti e grandi società, in cui si è discussa la strategia per facilitare la vendita di sementi sotto patente in Africa.
Per generazioni gli agricoltori hanno interscambiato tra loro le sementi. Ciò ha permesso di innovare, di mantenere la biodiversità, di adattare le sementi a condizioni climatiche diverse e di difendersi dalle malattie delle piante. In questa riunione, invece, si è dibattuto come introdurre massicciamente le sementi ibride di Syngenta, Monsanto ecc. che renderanno i contadini africani assolutamente dipendenti dalle multinazionali proprietarie delle patenti e produttrici anche dei pesticidi e dei fertilizzanti necessari a queste colture, provocando quindi anche danni ambientali e problemi alla salute, oltre alla rovina dei piccoli coltivatori locali.

… poi ti bombardo…
Quando questi accordi non sono abbastanza celeri rispetto alle esigenze del capitale imperialista, resta sempre l’opzione militare. Il caso della Libia è esemplare.
Nel novembre 2010 si tenne nel paese il 3° Vertice Africa-UE. Muhammar Gheddafi accolse con gran pompa i dirigenti di 80 paesi africani ed europei, che pianificarono un ‘piano di azione’ per una collaborazione congiunta 2011-2013 in materia di creazione di posti di lavoro, investimenti, crescita economica, pace, stabilità, emigrazione e cambio climatico.
Ma la Libia – che era allora il paese con il più alto livello di vita di tutta l’Africa, è bene ricordarlo – era un boccone troppo ghiotto. Possedeva una riserva immensa del miglior petrolio leggero del mondo, con un potenziale produttivo stimato in più di 3 milioni di barili al giorno (che il governo pensava di nazionalizzare).Nel suo sottosuolo giace una immensa riserva idrica di acqua dolce stimata in 35.000 chilometri cubici che forma parte del Sistema Acquifero Nubiano di Arisca (NSAS), la maggiore riserva idrica fossile del mondo: negli anni ’80 si era dato il via ad un progetto su grande scala di approvvigionamento idrico, il Grande Fiume Artificiale di Libia che, una volta completato avrebbe coperto Libia, Egitto, Sudan e Ciad – regioni sempre minacciate dalla scarsità di acqua per le coltivazioni – e permesso di potenziare la sicurezza alimentare della zona. Il progetto avrebbe anche evitato a questi paesi di ricorrere ai finanziamenti del Fondo Monetario Internazionale: qualcosa che si opponeva all’aspirazione al monopolio globale delle risorse idriche e alimentari da parte del capitale internazionale.
La Libia possedeva inoltre 200 mila milioni di dollari di riserve internazionali. Com’è andata a finire lo sappiamo tutti.
Uno Stato in completo disfacimento, bande terroristiche (i famosi e celebrati ‘ribelli’) che si contendono militarmente il controllo delle sue riserve (qualcuno a Washington e a Bruxelles ha fatto male i conti…), migliaia e migliaia di lavoratori dei paesi vicini attratti dalle precedenti opportunità di lavoro e rimasti senza possibilità né di integrarsi né di ritornare ai loro – poverissimi – paesi di origine, un territorio aperto alla criminalità più brutale: ecco perché i barconi partono dalle coste libiche… grazie alla nostra guerra “umanitaria”.

… e se non basta ti annego
Alcuni anni fa, con il cinismo ‘di classe’ che lo contraddistingue, il Fondo Monetario Internazionale calcolava che – per la struttura del capitalismo mondiale e le sue esigenze di produzione e riproduzione – più di un terzo della popolazione mondiale era ‘inutile’.
Può sembrare una boutade, ma non lo è. È l’idea vera che sta sotto al fiume di discorsi sui “diritti umani” con cui ci hanno innaffiato in questi ultimi anni, è il substrato ideologico nazista che ci sta avvelenando.
L’esercito di riserva europeo è più che sufficiente per le necessità del capitale, quindi i migranti – gli ultimi degli sfruttati e degli oppressi – sono solo braccia e bocche inutili e dannosi per il profitto. Per loro, i nuovi untermenschen, i diritti umani tanto sbandierati non valgono e così noi assistiamo – troppo, troppo silenziosi – alla carneficina che si ingoia migliaia di esseri, umani tanto quanto noi. Certo non ci sporchiamo le mani di sangue, lasciamo che sia il mare a fare il lavoro sporco.

Ma… attenzione! Questo discorso riguarda anche noi. In forma più sottile ogni giorno ci dicono che anche la maggioranza di noi lavoratori europei – in buona sostanza – stiamo diventando braccia e bocche inutili.
Per ora soffriamo e moriamo di miseria, di disoccupazione, di mala sanità, di super sfruttamento ma lo facciamo uno qua e uno là. La nostra miseria, la nostra morte non appare sui giornali, è un processo che corre sotto traccia. Intanto si prepara l’Esercito europeo unico, nel caso dovessimo cominciare a prendere coscienza del nostro presente e del nostro futuro, ad organizzarci, a ribellarci.

Quello che l’Africa soffre da anni è quello che noi cominciamo a soffrire: non a caso il progetto politico più importante che si sta discutendo nel massimo segreto a Bruxelles – il TTIP – è la proposizione di quegli ‘accordi’ per lo sviluppo che hanno devastato altri continenti.

La faccia più bestiale del capitalismo è oggi rivolta agli immigrati – a quei nostri fratelli proletari la cui disperazione, sofferenza e morte dovremmo sentir bruciare sulla nostra pelle – ma si sta, abbastanza velocemente rivolgendo verso di noi. Quando questa faccia si girerà completamente, nessuno potrà dire di non averlo saputo.

Daniela Trollio per la rivista “nuova unità”

Il nuovo ascaro degli USA in Medio Oriente: l’ISIS

Scritto il febbraio 16, 2015 by Federico Dezzani

Questa settimana ci occuperemo ovviamente di Libia e lo faremo con due articoli in successione. Nel primo studieremo l’origine dell’ISIS, secondo mostruoso parto dell’intelligence americana dopo Al Qaida, mentre il secondo ripartirà dal nostro pezzo “Libia: sfida Russia-USA?” pubblicato nel novembre 2014, proseguendo sino ai velleitari piani bellici di oggi.

Italiani, all’armi!

L’ISIS infatti rafforza le sue posizioni sulle coste libiche e, stando al piano strategico “The Islamic State 2015” redatto in inglese ad uso e consumo del pubblico occidentale, intende trasformare la “quarta sponda” in una base di lancio missilistica per colpire l’Italia in vista di un’invasione da sud del continente. Roma esce dal letargo libico in cui era caduta e, per bocca dei ministri Roberta Pinotti e Paolo Gentiloni, azzarda l’invio di almeno 5.000 uomini e chiede per sé la guida di una coalizione internazionale.

L’ultima volta che un presunto missile libico colpì l’Italia fu nel 1986 quando secondo i media il Colonnello Gheddafi avrebbe lanciato due missili balistici a corto raggio Scud contro Lampedusa, in risposta ai raid aerei americani con cui il presidente americano Ronald Reagan aveva cercato di liquidarlo: che l’episodio, come afferma l’allora capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare Basilio Cottone1, fosse una montura di servizi segreti stranieri finalizzata a compromettere le relazioni italo-libiche, ci ricorda che il terrorismo è lo strumento di manipolazione dell’opinione pubblica per eccellenza.

Il modus operandi dell’ISIS è talmente efferato ed amorale che obbliga a chiedersi se il suo obbiettivo sia effettivamente l’instaurazione del Califfato Islamico oppure sia l’ennesima sigla dietro cui si nascondo determinati interessi: si può fare proselitismo sgozzando cooperanti inglesi, decapitando i copti egiziani, crocifiggendo i cristiani siriani, seppellendo vivi i bambini iracheni o facendo saltare in aria le mura di Ninive?

Se l’Università cairota di Al-Azhar, una delle massime autorità dell’islam sunnita cui pretende di appartenere anche l’ISIS, ha fermamente condannato l’organizzazione terroristica e ha invocato pene esemplari per i suoi membri2, ad Occidente c’è invece chi ha interesse nel proliferare dello Stato Islamico, perché alimenta quello stato di assedio nato dopo la strage di Charlie Hebdo (“Prendere atto della Terza Guerra Mondiale” scriveva il 9 gennaio Lucia Annunziata) e consente di mettere a ferro e fuoco quegli Stati (Siria, Libano, Iraq) dove è forte l’influenza iraniana e russa.

La sua apparizione sul palcoscenico internazionale l’ISIS ( Islamic State of Iraq and al-Sham noto anche come ISIL, Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) la fa proprio in Siria nella primavera del 2013 quando l’opposizione al regime di Bashar Assad (il Free Syrian Army e l’organizzazione terroristica Fronte al-Nusra, finanziati ed equipaggiati da Turchia, Qatar, Arabia Saudita, NATO ed Israele) subisce una sconfitta strategica nella battaglia di Al-Qusayr3, la “Stalingrado” dell’insurrezione siriana.

Se un tentativo di ribaltare la situazione del campo sarà abbozzato pochi mesi dopo dal trio Washington-Londra-Parigi che cercheranno invano di bombardare l’Esercito Arabo Siriano sull’onda del falso attacco chimico di Damasco, il capo di Al Qaida, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, anticipa tutti lanciando nell’aprile del 2013 un provvidenziale appello per l’unità delle milizie sunnite e l’instaurazione di uno Stato Islamico4. Risponde pochi giorni dopo lo sceicco Abu Bakr al-Husseini al-Baghdadi che in un messaggio video proclama che l’organizzazione terroristica di cui è capo, lo Stato Islamico operante in Iraq, estenderà il suo raggio d’azione alla Siria, prendendo il nome d’ora in vanti di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante5. Così facendo l’ISIS entra in diretta concorrenza con il Fronte al-Nusra, anch’esso riconducibile all’estremismo sunnita, ed inizia un processo di inglobamento del secondo, accompagnato da saltuarie ma sanguinose faide6: a facilitare l’integrazione però concorre la reciproca presunta conoscenza tra il capo dell’ISIS, Al-Baghdadi, e quello di al-Nusra, Abu Muhammad al-Golani, entrambi veterani di Al Qaida in Iraq ed ex-camerati7.

L’ISIS sembra eclissare in questi ultimi mesi la stessa Al Qaida (l’ultima azione significativa rivendicata da quest’ultima è la strage di Charlie Hebdo) seguendo quel tipico percorso di progressiva sostituzione delle organizzazione terroristiche man mano che si usurano. Anche l’Italia ha vissuto durante gli anni della strategia della tensione una simile esperienza con l’avvidendarsi del terrorismo nero, quindi rosso ed infine mafioso.

Chi è Abu Bakr al-Baghdadi, l’enigmatico capo dell’ISIS

La voce dello sceicco Al-Baghdadi è stata diffusa pochi giorni fa dalle stazioni radio di Sirte, Libia, quando l’ISIS ha preso possesso della città: il messaggio di Al-Baghdadi, dato significativo, non è stato registrato per l’occasione ma è stato estrapolato da un sermone di diversi mesi prima dove si profetizzava l’avvento del Califfato8. Chi è dunque Al-Baghdadi e come ha creato questo temibile strumento di terrore che semina morte da Tripoli al Kurdistan iracheno? Esistono sul suo contro tre versioni, dalla più estrema alla più conservativa: le riportiamo tutte dal momento che spesso le menzogne sono deformazioni della verità.

In base alla prima tesi Abu Bakr al-Baghdadi non sarebbe nato nel 1971 a Samarra, Iraq, né sarebbe uno sceicco/emiro/califfo a capo di una brigata internazionale di islamici fanatici, bensì un prodotto di marketing simile ai cantati plasmati da zero nei reality televisivi: sarebbe infatti un agente del Mossad o secondo un’altra variante avrebbe ricevuto una formazione dal Mossad in materia di teologia islamica ed oratoria9. Di certo possiamo dire che l’ISIS non ha mai costituito una seria minaccia per Israele ma al contrario un vantaggio tattico: l’organizzazione terroristica ha messo a ferro e fuoco la Siria di Assad e l’Iraq di Maliki mentre ha indotto Giordania ed Egitto a collaborare con Tel Aviv in materia di sicurezza10.

La seconda tesi prende spunto da un articolo apparso nel 2007 sull’autorevole New York Times: Al-Baghdadi sarebbe un personaggio fittizio, interpretato dall’attore Abu Adullah al-Naima e commissionato da “Al Qaida in Iraq” per leggere i suoi sermoni affinché la rete terroristica sembrasse guidata da un iracheno e non da stranieri come in realtà era. L’articolo riportava inoltre notizie di una possibile uccisione di Al-Baghdadi per mano delle truppe americane già nel 2007. Ricordiamo che Al Qaida non esisteva in Iraq prima dell’invasione anglo-americana e che la disfatta militare della coalizione non è stata opera dell’organizzazione di Bin Laden, ma dei sunniti epurati dall’esercito dopo l’abbattimento del regime di Saddam Hussein e degli sciiti della milizia Jaish al-Mahdi.

La terza tesi, quella più conservativa, ruota attorno ad un articolo del dicembre 2014 apparso su The Guardian11 secondo cui Al-Baghdadi, terrorista in carne ed ossa, sarebbe stato catturato dagli americani poco dopo l’invasione e rinchiuso nel carcere di Bucca: qui il “califfo” avrebbe fatto conoscenza con gli altri detenuti e forgiato le basi ideologiche del futuro ISIS fino alla sua provvidenziale scarcerazione del dicembre del 2004 (secondo altri sarebbe stato scarcerato nel 200912).

In definitiva, Al-Baghdadi esiste oppure no? È vivo oppure è morto nel 2007 o nel settembre 2014 sotto i bombardamenti americani su Mosul13? Sono quesiti che possono rimanere senza risposta: è importante focalizzarsi su ciò che l’ISIS fa e riflettere sul “cui prodest”.

ISIS: forza e composizione

L’ISIS è una brigata internazionale del terrorismo i cui effettivi variano, a seconda delle stime, dai 7.00014 ai 30.00015 miliziani, con una forte presenza di stranieri (circa 3.000 nel teatro iracheno e siriano16). Tranne l’uso sporadico di qualche aereo o carrarmato, dispongono delle tradizionali armi della guerriglia, alcune di fabbricazione americana paracadutate in loco direttamente dalla US Air Force17 ed alcune abbandonate dall’esercito iracheno in ritirata18.

Come nel caso di Al-Nusra in Siria, anche le milizie islamiste autoctone che controllano Tripoli, riunite sotto la sigla Fajr Lybia, hanno patito l’arrivo dell’ISIS che prende velocemente il sopravvento e marginalizza le organizzazioni islamiste locali fino alla cancellazione/inglobamento19.

A cosa serve l’ISIS

L’ISIS ha guadagno le prime pagine dei giornali quando, nella tarda primavera del 2014, esce dalle sue consolidate basi lungo la valle dell’Eufrate (Raqqa, Deir Ez-Zor, Abu Kamal) e penetra a fondo in Iraq, in direzione nord (Kurdistan iracheno) e sud (Baghdad): verso al fine di giugno la caduta della capitale sembra imminente20 ed il premier filo-iraniano Nuri Al-Maliki è costretto alle dimissioni a metà agosto, con grande gioia di Washinton.

Nel settembre gli USA ed i loro tradizionali alleati (UK, Francia, Giordania, Arabia Saudita, Kuwait, etc.) avviano una lunga serie di raid aerei contro l’ISIS dai dubbi risultati, mentre sul lato opposto l’Iran incrementa l’invio di addestratori ed ufficiali per ricostruire da zero l’esercito iracheno21 e la Russia mantiene fede ai contratti precedentemente firmati inviando a Baghdad gli elicotteri d’attacco Mi-35 ed i caccia Su-2522.

Sottolineiamo come chi avesse tutto da perdere dall’avanzata dell’ISIS fossero il governo centrale di Baghdad e l’Iran che, attraverso un Iraq unito, riusciva a proiettarsi sino alla Siria ed al Libano. Chi ha tutto da guadagnare salla politica destabilizzante dell’ISIS sono invece quei paesi (USA, UK, Francia, Israele in testa) interessati alla cancellazione delle vecchie frontiere coloniali ed alla sostituzione degli Stati attuali con una miriade di “cantoni svizzeri” diversi per etnia e religione.

L’agenda dell’ISIS (il Califfato sunnita, l’espulsione del Kurdistan dall’Iraq, lo sbarco a Tripoli,etc.) ricalca infatti punto per punto i piani per un “Nuovo Medio Oriente” che sono stati fatti trapelare dal 2006 od oggi e che, anno dopo anno, profetizzano una sembra maggiore balcanizzazione della regione e la sua divisione secondo linee etniche e religiose. Il processo, lo vediamo ogni giorno, è accompagnato da una sempre più efferata pulizia etnica di cui le prime vittime sono le minoranze religiose, specialmente quelle cristiane.

Alleghiamo una mappa che esemplifica la spartizione cui si sta sottoponendo il Medio Oriente: la carta è apparsa nel settembre del 2013 sul New York Times23 e l’autrice, Robin Wright, è un membro del pensatoio Carnegie Endowment for International Peace.

Conclusione: l’ISIS è uno strumento della politica estera americana

L’ISIS è un esercito itinerante di mercenari e tagliagole, spostato dagli USA in tutto il Medio Oriente con finalità di destabilizzazione: scopo dell’organizzazione terroristica è portare la guerra dentro ai confini degli stati ostili a Washington, dilaniandoli con guerre a sfondo pseudo-religioso fino allo smembramento.

Pensare di debellare l’ISIS è ingenuo come sarebbe stato credere di eliminare in Italia, durante gli anni di piombo, i vertici delle Brigate Rosse, di Ordine Nuovo o di Avanguardia Nazionale (vedi omicidio Calabresi): la simbiosi tra il terrorismo ed establishment è tale da rendere superfluo ogni tentativo.

L’Italia deve tremare per l’arrivo dell’ISIS in Libia non perché la esponga a improbabili lanci di missili, quanto piuttosto perché è il segnale che Washington ha avviato una nuova campagna di destabilizzazione in tutto il Nord Africa, a quattro anni dalla “Primavera araba” targata CIA.

Salvare la Libia dal caos è possibile ma la soluzione non passa per le velleitarie ipotesi di un intervento terrestre italiano in territorio libico, bensì nel supporto illimitato a tutte quelle forze interne ed esterne alla Libia interessate a fermare la politica destabilizzatrice di Washington.

Ce ne occuperemo nel prossimo articolo.

1http://www.paginedidifesa.it/2005/salpietro_050920.html

2http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/grande-imam-di-al-azhar-attacca-l-isis-i-terroristi-andrebbero-crocifissi-_2093784-201502a.shtml

3http://www.lastampa.it/2013/05/20/esteri/la-battaglia-di-qusayr-assad-scacco-ai-ribelli-con-l-aiuto-di-hezbollah-1cTkwynoTagFEZT3ZqGVDJ/pagina.html

4http://rt.com/news/zawahiri-qaeda-islamic-state-469/

5http://www.washingtoninstitute.org/policy-analysis/view/al-qaeda-announces-an-islamic-state-in-syria

6http://syriahr.com/en/2015/01/isis-clashes-with-jabhat-al-nusra-and-islamic-battalions-around-mare-town/

7http://www.repubblica.it/esteri/2015/01/01/news/al_nusra_scheda-104138230/

8http://www.adnkronos.com/aki-it/sicurezza/2015/02/13/alla-conquista-della-libia-controlla-radio-sirte-ordina-alla-popolazione-sottomettersi_w06Sn0G8Q5SsU9Ar6rkGMN.html

9http://www.agoravox.it/Il-Califfo-del-Mossad.html

10http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/.premium-1.641497

11http://www.theguardian.com/world/2014/dec/11/-sp-isis-the-inside-story

12http://www.politifact.com/punditfact/statements/2014/jun/19/jeanine-pirro/foxs-pirro-obama-set-isis-leader-free-2009/

13http://www.iraqinews.com/iraq-war/urgent-isis-leader-abu-bakr-al-baghdadi-allegedly-killed-us-airstrikes/

14http://www.theguardian.com/world/2014/jun/12/how-battle-ready-isis-iraqi-army-peshmerga

15http://www.vox.com/2014/9/12/6138977/isis-iraq-numbers

16http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21604230-extreme-islamist-group-seeks-create-caliphate-and-spread-jihad-across

17http://www.theguardian.com/world/2014/oct/22/isis-us-airdrop-weapons-pentagon

18http://www.alternet.org/world/how-isis-ended-stocked-american-weapons

19http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2015/02/15/lisis-avanza-in-libia.-gentiloni-pronti-a-combattere-con-onu_9fdcefab-3ef5-443b-b48c-3ba44c71d74d.html

20http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2014/06/28/ARjQLPx-arrivano_qaedisti_periferia.shtml

21http://www.bloombergview.com/articles/2015-02-03/exclusive-iran-s-militias-are-taking-over-iraq-s-army

22http://english.alarabiya.net/en/News/2014/07/24/Russia-delivering-weapons-to-Iraq.html

Preso da: http://federicodezzani.altervista.org/libia1-il-nuovo-ascaro-degli-usa-mo-lisis/

La copertura mediatica della crisi dei migranti in Europa ignora la causa del fenomeno: la NATO

La portata della crisi migratoria che Europa sta affrontando oggi non può essere sottovalutata. E’ veramente senza precedenti. Deve essere chiaro però che il numero di migranti che i paesi europei hanno accolto o si sono impegnati a ad accogliere è irrisorio rispetto ai numeri che sono ospitati in altri paesi del Medio Oriente. Il Libano, per esempio, ospita 1,1 milioni di rifugiati siriani. La Giordania ospita più di 600.000 rifugiati. L’Iraq ospita quasi 250mila. La Turchia ospita 1,6 milioni.

Ciò che è abitualmente sottovalutato, però – e di fatto quasi completamente ignorato dai media tradizionali – sono le vere radici della crisi, si legge su Russia Insider.

Il dibattito intorno alla migrazione nell’UE si sta sviluppando quasi interamente senza riferimento alle cause del recente afflusso di migranti dal Nord Africa e dal Medio Oriente. L’elefante nella stanza è la NATO e nessuno vuole davvero parlarne.

Il modus operandi della NATO è chiaro. Il modello, ripetuto più e più volte, comporta la completa destabilizzazione di una regione, che sarà rapidamente seguita con un’altra ‘soluzione’ NATO al problema.

Discutere della crisi dei migranti in Europa senza riconoscere il contesto in cui è nata è inutile. Sarebbe come chiedere agli americani di discutere la brutalità della polizia senza parlare di razza. Le due cose sono inevitabilmente interconnesse e qualsiasi “soluzione” proveniente da un dibattito incompleto alla fine fallirà.

Una soluzione più semplice, ovviamente, sarebbe che la NATO ponesse fine alla sua campagna di destabilizzazione in Medio Oriente e Nord Africa, ma questo richiederebbe l’accettazione e il riconoscimento di alcune verità molto dure.

In un articolo di Telesur – tradotto da Vocidallestero – che vi avevamo proposto lo scorso aprile si ricordava quello che spesso viene taciuto riguardo alle tragedie dei migranti nel Mediterraneo, ossia che i migranti che si imbarcano verso l’Europa “fuggendo da guerre e miseria” fuggono da guerre e da miseria che sono state causate in primo luogo dall’Occidente stesso, Europa inclusa.

“In Libia, Siria, Somalia ed Eritrea, l’Europa e in generale il mondo occidentale si è trovato davanti per decenni a una semplice scelta: sostenere la pace oppure incoraggiare il conflitto. In tutti e quattro i casi, il mondo occidentale è stato inequivocabilmente dalla parte della guerra, della sofferenza e della violazione dei più basilari diritti umani. Ora che questi paesi sono stati saccheggiati a sufficienza, l’UE lascia che i rifugiati prodotti dai tanti conflitti sostenuti dall’Occidente muoiano annegati in mare.

I politici possono dare la colpa agli scafisti, e possono parlare finché vogliono della “fortezza Europa”. Ma alla fine il solo modo che l’Occidente ha per fermare le navi dei migranti è di smetterla di sostenere la guerra e l’oppressione. Potrebbero iniziare col trattare con umanità i rifugiati che attraversano il Mediterraneo, invece che con quel disprezzo che l’Europa ha dimostrato verso l’Africa e il Medio Oriente per tutto il secolo passato”.

Per la traduzione completa dell’articolo di Telesur si ringrazia e si rimanda a Vocidallestero.it

Preso da: http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=11&pg=12082

Gheddafi lo aveva predetto:”Se vado via io Libia ai terroristi e Mediterraneo in caos”.

16 febbraio 2015

gheddafi libia profezie

Gheddafi lo aveva predetto:”Se vado via io Libia ai terroristi e Mediterraneo in caos”.Ecco di seguito la sua intervista UFFICIALE al Corriere Della Sera del 7/03/2011 ,la quale vi farà capire tante cose…

Cosa succede?

«Tutti hanno sentito parlare di Al Qaeda nel Maghreb islamico. In Libia c’erano cellule dormienti. Quando è esplosa la confusione in Tunisia e in Egitto, si è voluto approfittare della situazione e Al Qaeda ha dato istruzioni alle cellule dormienti affinché tornassero a galla. I membri di queste cellule hanno attaccato caserme e commissariati per prendere le armi. E’ successo a Bengasi e a Al-Baida, dove si è sparato. Vi sono stati morti da una parte e dall’altra. Hanno preso le armi, terrorizzando la gente di Bengasi che oggi non può uscir di casa e ha paura».
Da dove vengono queste cellule di Al Qaeda?

«I leader vengono dall’Iraq (ISIS), dall’Afghanistan o anche dall’Algeria. E dal carcere di Guantanamo sono stati rilasciati alcuni prigionieri».
Come possono convincere i giovani di Bengasi a seguirli?

«I giovani non conoscevano Al Qaeda. Ma i membri delle cellule forniscono loro pastiglie allucinogene, vengono ogni giorno a parlare con loro fornendo anche denaro. Oggi i giovani hanno preso gusto a quelle pastiglie e pensano che i mitra siano una sorta di fuoco d’artificio».
Pensa che tutto questo sia pianificato?

«Sì, molto. Purtroppo, gli eventi sono stati presentati all’estero in modo molto diverso. E’ stato detto che si sparava su manifestanti tranquilli… ma la gente di Al Qaeda non organizza manifestazioni! Non ci sono state manifestazioni in Libia! E nessuno ha sparato sui manifestanti! Ciò non ha niente a che vedere con quanto è successo in Tunisia o in Egitto! Qui, gli unici manifestanti sono quelli che sostengono la Jamahiriya».
Quando ha visto cadere, in poche settimane, i regimi di Tunisia e Egitto, non si è preoccupato?

«No, perché? La nostra situazione è molto diversa. Qui il potere è in mano al popolo. Io non ho potere, al contrario di Ben Ali o Mubarak. Sono solo un referente per il popolo. Oggi noi fronteggiamo Al Qaeda, siamo i soli a farlo, e nessuno vuole aiutarci».
Quali opzioni le si offrono?

«Le autorità militari mi dicono che è possibile accerchiare i gruppuscoli per lasciare che si dileguino e per portarli pian piano allo sfinimento. Questa è gente che sgozza le persone. Che ha tirato fuori i prigionieri dalle carceri, distribuendo loro le armi, perché andassero a saccheggiare le case, a violentare le donne, ad attaccare le famiglie. Gli abitanti di Bengasi hanno cominciato a telefonare per chiederci di bombardare quella gente».
Le inchieste delle organizzazioni umanitarie parlano di 6.000 morti. Contesta questa cifra?

(Risata). «Le porto un esempio. C’è un villaggio abitato da meno di mille persone, compreso il segretario del comitato popolare. E’ stato detto che lui era in fuga verso l’estero. Invece, era qui, con me, sotto la mia tenda! E’ stato detto che c’erano stati 3.000 morti in questo villaggio che ne conta 1.000, e resta un luogo tranquillo, dove la gente non guarda nemmeno la tv».
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha preso una risoluzione contro la Libia…

«Non è competente per gli affari interni di un Paese. Se vuole immischiarsi, che invii una commissione d’inchiesta. Io sono favorevole».
Dal 1969 lei ha conosciuto 8 presidenti americani. L’ultimo, Barack Obama, dice che lei deve «andarsene» e lasciare il Paese…

«Che io lasci cosa? Dove vuole che vada?».
Cosa si aspetta oggi?

«Che Paesi come la Francia si mettano al più presto a capo della commissione d’inchiesta, che blocchino la risoluzione dell’Onu al Consiglio di sicurezza e che facciano interrompere gli interventi esterni nella regione di Bengasi».
Quali interventi?

«So che esistono contatti semi-ufficiali, dei britannici o di altri europei, con personaggi di Bengasi. Abbiamo bloccato un elicottero olandese atterrato in Libia senza autorizzazione».
I piloti sono vostri prigionieri?

«Sì, ed è normale».
A sentir lei, tutto va bene».

«Il regime qui in Libia va bene. E’ stabile. Cerco di farmi capire: se si minaccia, se si cerca di destabilizzare, si arriverà alla confusione, a Bin Laden, a gruppuscoli armati. Migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia. Bin Laden verrà ad installarsi nel Nord Africa e lascerà il mullah Omar in Afghanistan e in Pakistan. Avrete Bin Laden alle porte». (nel 2001 la minaccia era Bin Laden,quindi Al Qaeda che oggi si è unita all’ ISIS)
Lei agita lo spettro della minaccia islamica…

«Ma è la realtà! In Tunisia e in Egitto c’è il vuoto politico. Gli estremisti islamici già possono passare di lì. Ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo. La Sesta Flotta americana sarà attaccata, si compiranno atti di pirateria qui, a 50 chilometri dalle vostre frontiere. Si tornerà ai tempi di Barbarossa, dei pirati, degli Ottomani che imponevano riscatti sulle navi.(*) Sarà una crisi mondiale, una catastrofe che dal Pakistan si estenderà fino al Nord Africa. Non lo consentirò!».

Come volevasi dimostrare: caduto Gheddafi la Libia è caduta nel caos, e oggi i terroristi dell’ISIS sono arrivati sino alle coste occidentali della regione.

E giusto per farvi capire quanto profetiche sono le parole di Gheddafi riportiamo una notizia di qualche giorno fa:
Degli uomini armati su un barchino hanno minacciato una motovedetta della Guardia Costiera italiana che stava soccorrendo un’imbarcazione con migranti a bordo, a circa 50 miglia da Tripoli. Gli uomini armati hanno intimato agli italiani di lasciare loro l’imbarcazione dopo il trasbordo dei migranti. E così è avvenuto. Il personale della Guardia Costiera a bordo delle motovedette che fanno operazioni di ricerca e soccorso migranti nel canale di Sicilia non è armato.

Gli ultimi italiani rimpatriati da Tripoli hanno dichiarato che a Tripoli l’ISIS c’è già da tempo. Ora fate uno più uno per capire chi fossero gli “uomini armati sul barchino”.

 L’ennesima politica disastrosa di un occidente imperialista ed assassino.

Da Mare Nostrum all’Unhcr Tutti i soldi buttati in Libia

L’Onu spende 19 milioni per i rifugiati ma non ferma i barconi

Molte parole, tanti fallimenti, troppi morti ma anche un sacco milioni di euro impiegati. L’emergenza immigrazione è dramma umano, tensione politica e sociale, inutili vertici europei, fantomatici piani B e invocazione continua della «comunità internazionale». Come se questa non fosse già presente, come se non avesse in mano i mezzi economici necessari per fare la sua parte sulle coste del Nord Africa utilizzando budget di tutto rispetto. E come se negli ultimi due anni non avesse già utilizzato centinaia di milioni di euro per operazioni che non hanno mai raggiunto il loro obiettivo. Sulla carta esistono almeno 12 missioni Onu che operano nel settore umanitario. Una di queste è coordinata sulle coste della Libia dall’Unhcr, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa della gestione dei rifugiati. Inutilmente. Eppure il budget dell’organizzazione per il 2015 rimane a livelli molto alti. I dati ufficiali riferiti al Nord Africa parlano di 180 milioni di dollari, 85 dei quali destinati al fronte “caldo” egiziano, dove si trova l’ufficio regionale dell’agenzia. Ci sono poi 33 milioni per l’Algeria, quasi 24 per la Mauritiana e “solo” 19.663.147 di dollari per la Libia. Di questi, poco più di 18 sono destinati al programma di aiuto ai rifugiati. Per far cosa rimane un mistero. Ma di soldi a disposizione ce ne sono stati e ce ne sono molti anche per l’operazione italiana Mare Nostrum e quella Triton targata Frontex (Agenzia europea per la protezione delle frontiere). Quelli finora utilizzati, infatti, sono 145 milioni di euro. A cui andrebbero aggiunti anche i soldi impiegati per tenere in piedi proprio Frontex: 5 milioni di euro all’anno solo per la sede, 114 milioni il budget per il 2015 e poco meno di 300 quello dei tre anni precedenti. Mare Nostrum, ad esempio, è partita nell’ottobre del 2013 subito dopo la strage di Lampedusa che costò la vita a 366 migranti. Obiettivo: soccorso in mare e arresto degli scafisti. La spesa complessiva è stata di circa 320mila euro al giorno, che significa 9,5 milioni al mese e dunque 115 milioni di euro in un anno. Mare Nostrum è stata abbandonata al suo destino nell’ottobre del 2014, sostituita da Triton, non più con il compito principale di salvare vite umane ma di pattugliare le frontiere. Inizialmente i costi sono stati inferiori: tre milioni di euro all’anno dal novembre 2014 all’aprile del 2015. Mese in cui, dopo l’ennesima strage con 900 morti, sono triplicati: non più 3 milioni al mese ma nove. Dunque circa 30 milioni di euro dal novembre scorso. A fine maggio Frontex ha però annunciato un ulteriore ampliamento della missione Triton e di conseguenza la Commissione europea, dunque i singoli Stati fra cui l’Italia, fornirà all’Agenzia europea 26,25 milioni di euro aggiuntivi per rafforzare Triton in Italia e Poseidon in Grecia. Ma quanto ci costa il “carrozzone” Frontex? I numeri parlano chiaro. Nel 2012 il budget è stato di 89.578.000, nel 2013 di 93.950.000, nel 2014 di 97.945.000 e infine 114 milioni nel 2015. Totale: circa 400 milioni di euro negli ultimi quattro anni. Ma da quando è nata, nel 2005, Frontex ha ricevuto dall’Unione più di 750 milioni di euro, molti dei quali utilizzati per tenere a galla un apparato elefantiaco formato da 317 persone. Mantenere la sede di Frontex, che si trova in Polonia, costa 5 milioni di euro all’anno, ma dieci anni fa, quando emise i primi vagiti, erano sufficienti 120mila euro.

Preso da: http://www.iltempo.it/cronache/2015/06/16/gallery/da-mare-nostrum-allunhcr-tutti-i-soldi-buttati-in-libia-979670/

LIBIA: LA LUCROSA CACCIA AL NEGRO PER MANDARCELO

Postato il Giovedì, 11 giugno @ 23:10:00 BST di davide

DI MAURIZIO BLONDET

effedieffe.com

«Siamo qui per essere venduti»: così i migranti – quasi tutti subsahariani – che sono parcheggiati nel centro di raccolta di Zaouia, in Libia, un 50 chilometri ad ovest di Tripoli. Due inviati di Le Monde sono riusciti a avvicinarli (non si conoscono i particolari): come risultati dai loro agghiaccianti racconti, diversi sono rimasti vittime di retate delle ‘autorità’ libiche della zona e del momento.

«Le autorità ci accusano di voler partire per l’acqua, ma è falso», dice uno (Le Monde lo mostra in video): «C’è chi viene preso in casa, negli appartamenti, altri sono presi per strada; come me, io sono stato preso per strada».

«I veri traghettatori sono loro», spiega un compagno. «Dicono agli europei che ci hanno catturato in mare ma è falso! Ci stanno vendendo. Sono loro che gestiscono la prigione e organizzano le partenze per andare in Italia. Sono padroni di appartamenti in riva all’acqua, raccolgono la gente nelle ‘connection houses’. La ‘connessione’ sono loro, la fanno tra di loro, è il loro business. Siamo qui per essere venduti, alcuni a quasi mille dinari (libici). Mangiamo pochissimo, Quando arrivate voi giornalisti, fanno finta, è organizzato».

«Mi chiamo Roland», interviene un terzo, «sono nigeriano. Siamo venuti qui per lavorare, io e i miei amici. Guarda, ho addosso ancora i miei abiti da lavoro. La polizia ci ha arrestato per la strada. Noi non siamo venuti per fare la traversata, siamo venuti per lavorare. Io lavo le auto, questo faccio. Non so più che fare. Tutti i miei soldi, il telefono… tutto! Mi hanno preso tutto, sono in piedi senza niente. Non abbiamo alcun contatto… il mio telefono, tutto! Tutto m’hanno preso. Guardami, sono davanti a te».

«Io mi chiamo Samir, sono somalo. Siamo rifugiati e adesso cerchiamo una vita migliore… ma siamo stati arrestati in Libia. Nove mesi in Libia, capisci, e tre mesi in questa prigione. Cerchiamo la libertà, chiediamo aiuto».

«Mi chiamo Fussa. Sono venuto in Libia tre mesi fa, vivo in Libia, io lavoro. Sono venuto con i miei amici. Ieri tornavamo dal lavoro quando ci hanno arrestati. Ci hanno preso tutti i nostri beni, non abbiamo più niente… e l’acqua qui, è acqua salata. Qui siamo perduti, non mangiamo bene, per favore, domandiamo al Governo di Questo paese di venire in nostro aiuto, e di lasciarci rientrare a casa, nel nostro Paese. Chiediamo la libertà. Prego il Governo di questo Paese di aiutarci. Per favore, chiediamo soccorso, per favore…».

«Se ho l’opportunità di lavorare ancora in Libia lo farò», dice un altro, «se ho questa possibilità lavoro: sono muratore, sono un buon lavoratore».

Un altro ancora: «La sola cosa che vogliamo è tornare al nostro Paese –– è tutto quello che si vuole perché ci hanno affaticato qui, non si mangia, non si beve, non si dorme. Ci sono molte persone malate qui. Abbiamo perduto tutto: il denaro, i nostri passaporti….».

«Ci sono persone che sono qui da più di sei mesi, sette mesi… altri quattro mesi… senza contatto coi parenti. Le nostre famiglie non sanno se siamo vivi o morti».

Il pezzo di Le Monde (qui) non dice molto di più, è costruito come un articolo «di colore», di impressioni e sentimenti (sarebbe come, ai tempi di Stalin, entrare in un Lager siberiano e fare del «colore»). Tuttavia, dal poco si ricava questa visione:

I prigionieri sono tutti negri dell’Africa nera, non vengono dal Medio Oriente, non fuggono le guerre e l’IS.

Molti di loro sostengono essere emigrati per lavoro nella Libia di Gheddafi; si dicono vittime di sistematiche retate da parte di poliziotti (o quel che sono) libici, comunque gente di un qualche «Governo» in combutta con i trafficanti, o trafficanti essi stessi, per essere mandati in Italia su barconi o gommoni.

In Libia c’è la caccia all’africano nero, perché il traffico rende. Siccome l’Italia li accoglie tutti (Manconi e Papa Francesco: «Accogliamoli tutti!») l’industria della tratta libica ce ne manda sempre di più. Se ne procura di sempre nuovi con arresti e retate, li caccia nei suoi campi, e li imbarca –– alcuni contro la loro volontà: quanti? Non sappiamo. Altri di sicuro si sono mossi per venire in Italia via mare. Sarebbe interessante sapere se il business li raccoglie nei loro Paesi, li attrae con la promessa: in Italia vi prendono tutti! Dateci tremila dollari.. .poi furto di denaro, dei passaporti, dei cellulari (tanto in Italia ve ne danno uno nuovo), in compenso un costoso satellitare sul barcone per chiamare i soccorritori italioti.

In un certo senso è una storia di razzismo libico che continua.

Cercando in archivio trovo un titolo del 2011: «È caccia all’africano nero in Libia, ma nessuno lo dice». È un comunicato dell’agenzia Habeshia per la comunicazione e lo sviluppo (un gruppo di eritrei), e parlava di un altro genere di caccia in voga allora: tutti i neri, per lo più immigrati lavoratori nella prospera Libia di Gheddafi (i libici si sa non lavorano; avevano – diciamo – il reddito di cittadinanza, potevano pagarsi i negri come servi e schiavi) quando Gheddafi è stato rovesciato sono stati presi di mira come «mercenari al soldo del colonnello, e per questo inseguiti, perseguitati e uccisi. (…)» . Vi si racconta di «una donna eritrea, picchiata e buttata fuori di casa dal proprietario, a Tripoli, zona Medina, perché nera. Voi neri africani, gli ha detto, siete mercenari del regime. E fatti di questo genere stanno accadendo ovunque, soprattutto di notte».

«A Bengasi due eritrei sono stati linciati e uccisi dalla folla mentre cercavano di portare assistenza a due connazionali gravemente feriti. I profughi rimasti in vita hanno chiesto aiuto ad una nave inglese, pregando che mettesse in salvo almeno i due feriti, ma hanno ricevuto un rifiuto secco».

A Tripoli, «le famiglie di origine sub-sahariana non possono uscire nemmeno a fare la spesa perché temono il linciaggio. Sono le vittime preferite degli sciacalli depredatori. Molti sono stati rapinati, altri sequestrati. È una persecuzione». «Centinaia di richiedenti asilo politico che erano tenuti nelle carceri libiche, con l’aggravarsi della crisi sono stati costretti dai loro carcerieri a imbracciare le armi per colpire la piazza. Chi si è rifiutato di farlo, è stato ucciso».

La pulsione del linciaggio razzista, la caccia al negro di allora, sembra adesso perfezionata in industria del rastrellamento e vendita del negro all’Italia, che li accoglie tutti.

«Dal gennaio 2015 la guardia costiera libica non salpa più in mare per pattugliamenti», scrive Deutsche Welle in un servizio di poche settimane fa. In aprile, Deutsche Welle non ha fatto un pezzo di colore, ha persino parlato col capo della guardia costiera libica, Mohamed Baithi: il marpione, pieno di compassione umana, gli ha detto che i migranti presi in mare «non vogliono tornare in Libia –– e non si fa fatica a crederlo. Sono loro che «vogliono andare in Europa. Certe volte quando li prendiamo e portiamo indietro, piangono o cercano di distruggere le nostre imbarcazioni».

Messe insieme, le asserzioni del brav’uomo con il servizio fotografico-impressionistico di Le Monde, si intuisce che è la guardia costiera libica a fare i business, o almeno a prenderci la sua parte. Infatti Baithi spiega a DW (qui) quel che già sappiamo: «I barconi mandano un messaggio di SOS, le navi mercantili o i pescherecci nelle vicinanze sono obbligati in base al diritto internazionale marittimo a soccorrerli. Devono prender tutta questa gente a bordo». E il gioco è fatto.

«Siamo qui per essere venduti», dicono i negri imprigionati, e gli impressionisti di Le Monde non chiedono dettagli: venduti da chi? E soprattutto: a chi? Chi vi vuole comprare? Per quanti soldi?

Allo stesso modo, i valorosi inchiestisti di DW non chiedono a Baithi: come mai la guardia costiera libica «non esce più in mare dal gennaio 2015»? Si capirebbe avesse detto: non usciamo più in mare dal 2011, perché l’apparato statale è collassato. Invece: dal gennaio 2015, ossia dall’inizio di quest’anno. Perché? E da allora che il numero dei migranti gettati sui barconi volenti o nolenti è aumentato in modo esponenziale. Ancor più dei 17 0 mila del 2014, che erano già quattro volte di più di quelli messi in mare nel 2013. Centinaia e centinaia arrivano ormai ogni giorno, immediatamente soccorsi dall’Italia e dalla UE, la cui operazione è stata potenziata.

Ad alimentare quella che anche Le Monde chiama «una cinica industria. Il numero degli annegati in mare è salito alle stelle: alla data del 7 maggio, 1829 affogati, nove volte di più del periodo corrispondente del 2014. Fanno economie, li gettano in galleggianti marci promessi a naufragio certo. Sulle coste libiche, i trafficanti li parcheggiano in stamberghe dopo averli spogliati, le autorità li arrestano per mostrare all’Europa che fanno qualcosa e mascherare le loro connivenze occulte».

La nostra carità senza limiti aumenta il numero degli annegati? È una modesta domanda. Tanto più urgente visto che anche da noi fiorisce il business sull’immigrato salvato-in-mare: con la differenza che a pagare il business criminale italiota siamo noi contribuenti italioti. Carità pelosa?

Da noi domina l’accoglienza totale, la carità senza limiti, e guai a chi storce il naso; che non sia quello il fomite dell’industria del negro con retate dall’altra sponda? Che più ne accogliamo e più loro ce ne trovano?

«Siamo qui per essere venduti»; dicono i poveri negri del campo di Zaouia: venduti a chi, precisamente? I trafficanti della loro carne hanno preso i 3-4 mila dollari a ciascuno di loro, li hanno depredati del cellulare e del soldino in tasca, li hanno già puliti e spolpati come ossi di seppia: da loro non possono certo prendere altro. E allora da chi aspettano altri soldi? A chi li hanno venduti o intendono venderli?

Chi li compra in Italia, in Europa, in Occidente?

Viene qualche dubbio: che ci siano organizzazioni occidentalissime che «comprano» i negri dai libici. I complottisti più fanatici (da cui mi dissocio) dicono che c’è un interesse globalista ad inondarci di immigrati, un progetto per affondarci nella destabilizzazione che l’Occidente ha portato in Libia, Siria, Iraq, Yemen. Perché «una fonte dell’intelligence di Londra» accredita la stima di “migliaia di migranti” in pericolo e rilancia l’allarme su possibili ulteriori partenzeimminenti, indicando in almeno “mezzo milione” le persone radunate sulle coste libiche in attesa di nuovi imbarchi? Come sanno quella cifra? E perché le navi inglesi che raccolgono gli immigrati dai barconi, prodigandosi in modo eccezionale, poi li sbarcano in Italia? Perché non se li prendono e se li portano? Dopotutto, le navi militari sono pezzi di territorio nazionale.

Maurizio Blondet

Fonte: www-effedieffe.com

8.06.2015

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15166