Morto esperto in virus Ebola sull’aereo Malaysian Airlines

Morto esperto in virus Ebola sull’aereo Malaysian Airlines – Riportiamo due notizie relative all’abbattimento del volo della Malaysian Airlines in Ucraina, fatto imputato alla Russia , e la morte di un passeggero particolarmente importante in quanto esperto in malattie infettive come AIDS e virus Ebola . Trattasi di coincidenze troppo evidenti per passare inosservate. Anche iltempo.it riporta questa notizia che non puo’ che lasciare interdetti e sospettosi .

Glenn Thomas, autorevole consulente dell’OMS a Ginevra, esperto in AIDS e, soprattutto, in Virus Ebola, era a bordo del Boeing 777 della Malaysia Airlines abbattuto ai confini tra l’Ucraina e la Russia.

Glenn Thomas era anche il coordinatore dei media ed era coinvolto nelle inchieste che stavano portando alla luce le controverse operazioni di sperimentazione di virus Ebola nel laboratorio di armi biologiche presso l’ospedale di Kenema. Ora che questo laboratorio è stato chiuso per volontà del Governo della Sierra Leone, emergono ulteriori particolari in merito agli interessi che nascosti dietro la sua gestione. idn poker

Bill e Melinda Gates hanno connessioni con i laboratori di armi biologiche situati a Kenema, epicentro dell’epidemia di Ebola sviluppatasi dall’ospedale dove erano in corso trial clinici sugli esseri umani per lo sviluppo del relativo vaccino, e ora, a seguito dell’avvio di un’indagine informale, emerge il nome di George Soros che, tramite la sua Fondazione, finanzia lo stesso laboratorio di armi biologiche.

Glenn Thomas era a conoscenza di prove concrete che dimostravano come il laboratorio aveva manipolato diagnosi positive per Ebola [per conto della Tulane University] al fine di giustificare un trattamento sanitario coercitivo alla popolazione e sottoporla al trattamento sperimentale del vaccino che, in realtà, trasmetteva loro Ebola. Glenn Thomas aveva rifiutano di andare avanti con il cover up, a differenza di taluni che lavorano al nostro Istituto Superiore di Sanità e sono adesso ben sono consapevoli che Glenn Thomas è stato assassinato.

Morto esperto in virus Ebola sull’aereo Malaysian Airlines

I canali ufficiali dei media non hanno mai riportato una sola notizia in merito alla presenza del laboratorio di armi biologiche a Kenema, men che meno la disposizione di chiusura, né l’ordine di interrompere la sperimentazione di Ebola da parte della Tulane University. Quindi, quali altri canali ci sono rimasti perché queste informazioni diventino di pubblico dominio, e siano diffuse attraverso le reti sociali, se anche l’OMS e le istituzioni sanitarie evitano di rilasciare informazioni e di agire?

Il miliardario George Soros, attraverso la Fondazione Soros Open Society, per molti anni ha attuato“investimenti significativi“ nel “triangolo della morte Ebola” della Sierra Leone, Liberia e Guinea. Pertanto,George Soros avevaun movente per uccidere il portavoce OMS Glenn Thomas per fermare la diffusione di notizie attraverso i canali ufficiali che l’epidemia di Ebola è stata orchestrata a tavolino in un laboratorio di armi biologiche

L’Olanda è un paese frastornato dalla rabbia e dall’impossibilità di spiegare le ragioni del disastro, a tal punto da avanzare una indagine per crimini di guerra. Ancor più disorientato è il suo Primo Ministro che, dopo aver chiesto di rimpatriare 40 corpi delle vittime MH17, afferma che “le rimanenti 200 vittime saranno rimpatriate in treno“. Ma se gli olandesi erano solo in 193, da dove saltano fuori tutti gli altri?

In merito al treno che trasporta i corpi delle rimanenti vittime, restano altrettante colossali incongruenze sui numeri riferiti dalle diverse fonti: gli esperti internazionali parlano di 282 corpi mentre Kiev riferisce che nei 5 vagoni refrigerati vi sono 252 corpi. Queste cifre fanno ulteriormente a cazzotti con la lista ufficiale dei 298 passeggeri.

In tutto questo marasma è particolarmente interessante il totale silenzio dei media ufficiali in merito alla notizia della chiusura del laboratorio di Kenema pubblicata sulla pagina Facebook del Ministero della Salute della Sierra Leone.

Notizia tratta dal Tempo.it

Esperimenti top secret. Un medico che sa troppo. Un aereo abbattuto per far tacere chi potrebbe avvertire i giornali. Un virus mutante sfuggito al controllo. C’è un «giallo» ricco di colpi di scena dietro l’epidemia di Ebola che ha infettato Sierra Leone, Liberia, Guinea e Nigeria e ora minaccia il mondo. Una lunga serie di strane coincidenze che partono da Kenema, il centro di ricerche dove lavorava Shiekh Humar Khan, il medico-eroe morto il 29 luglio scorso dopo essere stato contagiato dal virus. Khan dirigeva il laboratorio dove si effettuavano test sulla popolazione locale per scovare i nuovi casi. Laboratorio che ha una partnership con l’università Tulane di New Orleans, famosa per dipartimento di Malattie tropicali che effettua ricerche sull’Ebola.

L’ospedale di Kenema collabora anche con l’Us Army Medical Research Institute of Infectious Disease, il settore delle forze armate americane che si occupa delle malattie infettive. Test e sperimentazioni, stando ai comunicati ufficiali, per trovare vaccini su febbre gialla e febbre di Lassa per immunizzare i soldati. Sperimentazione di bio-armi, nuovi virus da utilizzare in guerra, secondo la popolazione locale che ha assaltato il centro di Kenema perché tutti coloro che vi si recavano per lo screening di Ebola ne uscivano ammalati. Tanto che il Ministero della Sanità della Sierra Leone il 23 luglio scorso ha chiuso laboratorio e ospedale, ha trasferito i pazienti nel centro di trattamento di Kailahun e ha ordinato all’università Tulane di «fermare i test su Ebola». Quali test? Non viene spiegato. Il dicastero ha ordinato inoltre al Cdc, Center for Disease Control statunitense, di «inviare ufficialmente le conclusioni e raccomandazioni della valutazione del laboratorio di Kenema». Riguardo cosa non è chiarito. Che cosa si stava sperimentado?

Su una ricerca pubblicata a luglio dal Cdc e firmata da Humar Khan, Randall Schoepp, Cynthia Rossi, Augustine Goba e Joseph Fair è riportato che «l’Ebola virus che ha infettato la Sierra Leone potrebbe essere il risultato di un Bundibugyo virus o una variante genetica di Ebola». Il 31 luglio il presidente del piccolo paese africano Ernest Bai Koroma ha dichiarato lo stato di emergenza parlando della ricerca del dottor Khan e chiedendosi se la virulenza di Ebola sia stata ottenuta con una mutazione genetica. Perché il virus che porta la febbre emorragica nell’Africa esiste (e uccide) da secoli mantenendosi entro certi confini. Il primo agosto anche il direttore generale dell’Oms Margaret Chan ha cominciato a chiedersi se ci sia una mutazione di Ebola oppure un adattamento naturale del virus. Parlando di «variante fatta dall’uomo».

Quattordici giorni prima di questa dichiarazione è morto Glenn Thomas, esperto di Ebola e Aids dell’Oms. Era a bordo del volo MH 17 di Malaysia Airlines abbattuto da un missile. Il 17 luglio s’era imbarcato ad Amsterdam per andare ad un convegno a Melbourne, in Australia, dove pare dovesse annunciato notizie importanti. E, visto che era pure il portavoce dell’organizzazione incaricato a parlare con giornali e televisioni, c’è chi vede nell’abbattimento del Boeing 777 la soluzione trovata per fermare eventuali sue rivelazioni riguardo le sperimentazioni ad insaputa degli africani per realizzare vaccini e guadagni milionari con il diffondersi dell’epidemia. Sacrificando comunque altre 297 vite. «Tesi accattivante ma lontana dalla scienza», secondo Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto per la malattie infettive «Lazzaro Spallanzani» di Roma.

«Le epidemie si verificano sistematicamente. Possono comparire quando meno ce lo aspettiamo». E per non essere colto di sorpresa il presidente degli Stati Uniti Barack Obama il 31 luglio ha cambiato con un ordine esecutivo l’elenco delle malattie per cui è necessaria la quarantena inserendo tutte quelle che si presentano con febbre e problemi respiratori e sono contagiose tanto da far rischiare la pandemia. Viene esclusa comunque l’influenza. Il virus mutante di Ebola sembra possa passare da uomo a uomo anche attraverso starnuti e non solo entrando in contatto con sangue, urine e fluidi corporei dei malati. Intanto la società californiana Mapp Biopharmaceuticals sta lavorando, insieme alla canadese Defyrur, allo ZMapp, cocktail di antibiotici per curare l’Ebola. Il 14 gennaio scorso Tekmira, che ha un contratto da 140 milioni di dollari con il Dipartimento Usa della Difesa, aveva annunciato la sperimentazione di vaccini sull’uomo.

Preso da: http://appuntiitaliani.com/morto-esperto-in-virus-ebola-sullaereo-malaysian-airlines/

ECCO ALCUNE DELLE PROVE CHE C’È L’USAID DIETRO ALLE MANIFESTAZIONI CONTRO LUKASHENKO IN BIELORUSSIA

Il 6 agosto, tre giorni prima delle elezioni presidenziali in Bielorussia e delle proteste che ne sono seguite, le agenzie di politica estera americane hanno concluso un accordo su “organizzazione di eventi e logistica per USAID-Bielorussia”.

L’appaltatore nell’ambito del contratto è il Centro di studi lituano sull’Europa orientale, secondo “fdps.gov” – il registro degli appalti pubblici degli Stati Uniti. In precedenza, nell’ambito dello stesso contratto statale, gli oppositori bielorussi sono stati formati in Lituania e il centro menzionato è quello che ha ospitato la candidata presidenziale dell’opposizione Svetlana Tikhanovskaya. In questo contesto, USAID in Bielorussia potrebbe presto essere chiuso.

USA, Ucraina e Lituania sono chiaramente gli organizzatori delle manifestazioni contro Lukashenko.

L’Agenzia americana per lo sviluppo internazionale (USAID) riferisce simultaneamente al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, al Presidente degli Stati Uniti e al Consiglio di sicurezza nazionale. Secondo la carta del contratto statale, il cliente diretto era la filiale ucraina di USAID. La filiale bielorussa di USAID è elencata come la parte finanziatrice. Il contraente è “Rytų Europos studijų centras”, ovvero il Centro di studi sull’Europa orientale (CESE).

La descrizione del lavoro è breve: “Organizzazione di eventi e logistica per USAID / Bielorussia”. L’importo del finanziamento per questo scopo non è specificato.

Nella prima fase dello stesso contratto statale, la descrizione del lavoro era più dettagliata: nel settembre 2018, USAID-Bielorussia ha ordinato la consegna e la formazione di attivisti dal Centro di studi sull’Europa orientale a Vilnius: “USAID / Bielorussia avrà bisogno di supporto logistico portare gli attivisti bielorussi a Vilnius durante diversi round di incontri nell’autunno del 2018-inizio primavera 2019. Il team avrà bisogno di supporto per organizzare gli incontri / viaggi / alloggio per i partecipanti bielorussi “. L’importo della commissione è $ 35.600.

La seconda e la terza fase del lavoro nell’ambito di questo contratto statale sono datate settembre e novembre 2019 – con una breve descrizione: “… Pianificazione e logistica degli eventi per USAID / Bielorussia”, e ancora una volta USAID-Ucraina è stata coinvolta come parte del contratto. Le date di “acquisizione” sono il 25 settembre e il 18 novembre 2019.

È interessante notare che nell’autunno del 2019 si sono svolte numerose manifestazioni in Bielorussia sullo sfondo della campagna elettorale parlamentare bielorussa – ad esempio, il 16 novembre (il giorno prima delle elezioni), si è tenuta una marcia con striscioni come “E il il re è nudo! “.

Pertanto, le azioni su larga scala dell’opposizione bielorussa sono chiaramente correlate per date con i le direttive statunitensi, e gli eventi di agosto hanno dato luogo ad altre manifestazioni- cioè, l’attuazione pratica delle conoscenze acquisite dagli attivisti in Lituania.

Il 6 agosto 2020, l’opposizione ha pianificato una manifestazione su larga scala nel Parco dell’amicizia dei popoli di Minsk, ma il fatto che fosse stato dato ordine di spostarla si è saputo solo il 5 agosto e il 6 agosto Tikhanovskaya ha annullato questo evento. Risulta che gli Stati Uniti nell’ultimo contratto di stato hanno registrato i preparativi non per una manifestazione alla periferia di Minsk, ma per le proteste post-elettorali.

Altri importi dell’USAID a favore del Centro Studi sull’Europa dell’Est sono stati elargiti non in base a contratti statali vincolanti, ma sotto forma di sovvenzioni. Il CESE di Vilnius conduce da tempo propaganda contro Aleksandr Lukashenko e funge da sostegno a Svetlana Tikhanovskaya, fuggita in questa città l’11 agosto. Il lituano Seimas l’ha riconosciuta come presidente della Bielorussia. È nei locali del CESE che è stata scattata la famosa foto di Tikhanovskaya con il famoso tecnologo delle rivoluzioni Bernard-Henri Levy. Lo stesso francese ha ammesso nel suo articolo per il Wall Street Journal che il leader dell’opposizione bielorussa non lo ha impressionato. L’ha definita insolita e ha detto che oltre al servizio di sicurezza lituano, la ragazza è assistita anche da un attivista di Freedom House, un’organizzazione senza scopo di lucro che lavora per il governo degli Stati Uniti da molti anni.

Sulla carta, USAID, fondata nel 1961 dal presidente John F. Kennedy, ha obiettivi nobili. Nei paesi in via di sviluppo, l’agenzia è impegnata nella riduzione della povertà o nell’affrontare le conseguenze della pandemia di coronavirus, come in Bielorussia. Negli ultimi decenni, l’organizzazione si è anche affermata come conduttore della politica estera degli Stati Uniti – questo strumento di “soft power” è stato più volte preso a letto con gli organizzatori delle rivoluzioni colorate. L’USAID è stato un attore chiave nel recente tentativo di colpo di stato in Venezuela. L’agenzia ha anche sostenuto parte dell’opposizione dietro la tentata rivoluzione colorata in Nicaragua nel 2018. USAID ha finanziato anche la diffusione di notizie false contro le autorità cubane sui social network. E alcuni anni fa, si è scoperto che ha pagato milioni di dollari ai politici afgani per cambiare alcune leggi.

Nel febbraio 2019, USAID ha annunciato l’inizio della cooperazione con l’esercito e l’intelligence per promuovere gli interessi della “sicurezza nazionale” degli Stati Uniti. Stiamo parlando delle forze speciali statunitensi, dell’FBI e di altre organizzazioni. Eritrea, Ecuador, Cuba e Bolivia hanno espulso USAID dai loro territori e gli uffici delle ONG in molti altri paesi sono in fase di chiusura. Le attività dell’agenzia nella Federazione Russa sono state bandite nel 2012 dopo le dolorose manifestazioni di migliaia di persone presso il Cremlino. Il motivo dell’espulsione è stata la fuga di 60 MB di corrispondenza elettronica tra l’Agenzia americana per lo sviluppo internazionale e rappresentanti dell’opposizione russa. Inoltre, è stata approvata una legge che impone alle ONG straniere di registrarsi come agenti stranieri.

Ma i membri delle ONG locali ad essa associate hanno preso parte attiva alle cosiddette proteste pacifiche.

In precedenza, “Oktagon” ha scritto di un consorzio di difensori dei diritti umani bielorussi e ucraini impegnati nel conteggio dei casi di tortura nella Repubblica – un certo numero di attivisti sono strettamente associati a USAID e Freedom House. Tra le ONG c’erano quelle che diffondevano falsi sui manifestanti uccisi dalla polizia e altri argomenti simili.

Secondo il servizio “GovTribe”, più di 7 milioni di dollari sono passati attraverso la filiale bielorussa di USAID nel 2016-2020. Se le autorità bielorusse riterranno provato il legame di USAID con le proteste, chiuderanno l’ufficio dell’agenzia di Minsk e sarà più difficile per Washington lavorare con gli attivisti della Repubblica.

Aleksandr Kolesnikov

https://www.stalkerzone.org/washington-documented-its-miss…/

Bizzi: «Governi pagati da OMS e FMI per imporre il lockdown»

Sono uno storico, uno scrittore e un giornalista freelance. È dallo scorso mese di gennaio, con l’introduzione in Italia dello stato d’emergenza da parte del governo di Giuseppe Conte, che mi sento in guerra, letteralmente catapultato notte e giorno in una trincea. Mi sento in guerra non certo contro un “virus” o un nemico invisibile, ma contro un governo totalmente eterodiretto da forze e poteri molto pericolosi che hanno messo in scena un vero e proprio colpo di Stato globale, finalizzato alla progressiva riduzione e cancellazione della democrazia, della libertà e dei diritti civili, alla repressione di qualsiasi dissenso e all’instaurazione di una dittatura mondiale tecnocratico-sanitaria che definire di stampo orwelliano sarebbe un complimento. Tale piano, che va avanti indisturbato già da molti anni e che si pone purtroppo anche altri obiettivi molto più pericolosi, ha coinvolto la maggior parte dei governi mondiali e alcuni europei in particolare. Non tutti i governi europei si sono approcciati all’Operazione Corona nello stesso modo, anche se, almeno nella fase iniziale, l’hanno generalmente sostenuta, anche perché sapevano che sarebbe stata funzionale a un reset finanziario globale dal quale non volevano rischiare di restare esclusi.

in alcuni paesi scandinavi, in Svizzera, in Croazia e – in parte – anche in Germania, questa operazione è venuta presto a scontrarsi con la solidità dei sistemi democratici e ci sono stati notevoli ripensamenti, se non addirittura dei chiariNicola Bizzitentativi di smarcamento. In altri paesi, come ad esempio in Italia, Spagna, Francia, Serbia e Bulgaria, l’operazione è stata invece portata avanti con maggiore forza e violenza. Questo è potuto avvenire sia per via di crescenti pressioni internazionali che grazie a sostanziosi incentivi economici provenuti da organizzazioni come il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Tutti i governi europei erano stati messi al corrente già dal mese di settembre del 2019 di cosa sarebbe successo, e hanno ricevuto enormi finanziamenti clandestini (nel senso di non ufficialmente dichiarati): una vera e propria pioggia di denaro, non certo destinata a finanziare e potenziare la sanità e gli ospedali, ma esclusivamente per dichiarare il lockdown e garantirne la tenuta attraverso un massiccio potenziamento delle forze dell’ordine.

Non sono in grado di sapere quale sia l’esatto ammontare di questi finanziamenti, anche perché sono stati sistematicamente coperti da segreto di Stato, e perché sono stati diversi da paese a paese. A rompere la diga è stato il presidente della Bielorussia Aljaksandr Lukashenko, che notoriamente si è sempre rifiutato di adottare nel suo paese alcuna misura di emergenza, di lockdown o di “distanziamento sociale”. In una riunione del governo bielorusso ha dichiarato di aver ricevuto una cospicua offerta in denaro (92 milioni di dollari) da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, affinché facesse «come in Italia». Offerta che, dopo il secco no di Lukashenko, sarebbe stata in poche settimane addirittura decuplicata: ben 940 milioni di dollari, questa volta offerti dal Fondo Monetario Internazionale, accompagnati dalla medesima richiesta: chiudere tutto e fare “come in Italia”. Non a caso, dopo questa coraggiosa presa di posizione, Lukashenko è stato demonizzato dalla “comunità Aljaksandr Lukashenkointernazionale”, è stato accusato di brogli elettorali e stanno tentando di rovesciarlo con una ridicola e meschina rivoluzione “colorata” finanziata da criminali come George Soros e alimentata da personaggi di squallore, servi del potere globalista, come Bernard-Henri Lévy.

Cosa si sarebbe impegnato a fare esattamente Aleksandar Vučić per quei soldi? Ho contatti nell’ambiente dell’intelligence, sia in Italia che in altri paesi, e mi hanno confermato che il governo italiano ed altri governi europei, incluso quello della Serbia, hanno ricevuto e accettato questi finanziamenti occulti. Non posso sapere con certezza come Aleksandar Vučić li abbia impiegati, ma so che in Italia sono stati destinati al potenziamento delle forze dell’ordine per la gestione e la tenuta del lockdown e per corrompere i media, affinché mantenessero alto il clima di paura per il “virus”. Molto probabilmente la stessa cosa è accaduta in Serbia, ma deve essere il popolo serbo a pretendere e a ottenere la verità. Se ci sono ancora in Serbia politici con le mani libere, devono trovare il coraggio di chiedere al loro governo quanto denaro ha realmente ricevuto e come lo ha speso. Sono stato uno dei primi giornalisti al mondo a denunciare tali questioni attraverso il sito www.databaseitalia.it. I popoli hanno il diritto di conoscere la verità.

Finanziamenti segreti per adottare il lockdown e per appoggiare la psy-op dell’Operazione Corona sono stati offerti alla maggior parte delle nazioni, a dimostrazione del fatto che si è trattato di un vero e proprio colpo di Stato globale. Questo è accaduto in Canada, Australia, America Latina, Medio Oriente, Asia e Africa. Molti leader africani, in particolare i presidenti Il serbo Aleksandar Vucicdella Tanzania, del Burundi e del Madagascar hanno pubblicamente denunciato questi tentativi di corruzione e hanno preso le distanze dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dimostrandosì così molto più liberi e coraggiosi dei leader europei. Sicuramente tutti i paesi dell’Europa Sud-orientale hanno raggiunto simili accordi, compresi Romania, Bulgaria, Albania, Montenegro e Macedonia, ma non conosco gli importi di tali finanziamenti. In Grecia e a Cipro ci sono state maggiori resistenze politiche, e la Chiesa Ortodossa ha avuto molto peso nella difesa della democrazia e della libertà dei cittadini. Questa è una guerra contro i nostri diritti, contro la democrazia e per la distruzione della nostra stessa civiltà. Tutti i popoli d’Europa devono ribellarsi e lottare per il proprio futuro.

(Nicola Bizzi, “Sapevano del coronavirus dallo scorso autunno, il presidente serbo Vučić ha preso i soldi”, da “Database Italia” del 7 settembre 2020. «Sono passate poche settimane da quando il suo articolo in esclusiva per “Databaseitalia.it” ha fatto il giro del mondo», scrive Davide Donateo ricordando la denuncia di Lukashenko sottolineata da Bizzi, «scoperchiando il sistema con cui il Fmi è riuscito a “convincere” i governi ad entrare in lockdown, seguendo il modello italiano». In un’intervista rilasciata per l’importante sito serbo “Srbin.info”, Bizzi ha alzato la posta rivendicando la veridicità di ogni parola di quell’articolo, aggiungendo ulteriori dettagli. «Amo molto la Serbia, parlo la vostra lingua e ho studiato la vostra storia», dice Bizzi, editore di Aurola Boreale, rivolgendosi ai serbi. «Ho vissuto a lungo nel vostro paese negli anni ’90 e ho avuto l’onore di conoscere e incontrare Slobodan Milošević», aggiunge. «Ero molto amico di Dragoš Kalajić, un grande intellettuale, artista e patriota, e ho lavorato con lui per difendere nel mondo l’immagine e l’onore della Serbia»).

https://www.libreidee.org/2020/09/bizzi-governi-pagati-da-oms-e-fmi-per-imporre-il-lockdown/

Contributo illuminante al pezzo:

Il momento in cui il presidente serbo A. Vucic apprende da Trump che  lui sta per spostare  l’ambasciata della Serbia in Israele,  a Gerusalemme:

https://twitter.com/carlbildt/status/1302339768538324994

Preso da: https://www.maurizioblondet.it/idee-libre-friends-libre-news-recensioni-segnalazioni-bizzi-governi-pagati-da-oms-e-fmi-per-imporre-il-lockdown/?fbclid=IwAR2nd66ZgOFtdea8pR7gcwUwB_OAoDaVrTel45XV9ZGGVLU4I2ZVtoJeySQ

Il messaggero dell’odio Bernard-Henry Lévy corre ad appoggiare l’opposizione bielorussa. Breve storia delle precedenti imprese di B-52

Merita indubbiamente un premio internazionale come «miglior messaggero dell’odio» e se invecwe ci fosse un tribunale per chi ha fomentato guerre distruttive, dovrebbe essere fra i primi a esservi sottoposto. Bernard-Henry Lévy, che tutti si ostinano a chiamare «filosofo francese»  (l’aggettivo è in effetti veritiero), ha offerto il proprio appoggio alle cause più nefaste: violenti gruppi islamisti in grado di uccidere interi paesi, guerre di aggressione Nato-petromonarchiche, battaglioni destrorsi, rivoluzioni violentemente «colorate»  .

Un esibizionista guerrafondaio senza esitazioni, vate della morte (altrui). Chiamiamo dunque questo parapolitico, anziché Bhl (l’acronimo con il quale è noto), B-52. E’ al tempo stesso il nome del bombardiere Usa tristemente famoso fin dal Vietnam (e il nostro uomo ama i cacciabombardieri), e di un cocktail (il nostro uomo è molto mondano). «Là dove arriva questo architetto delle ‘rivoluzioni colorate’, il sangue scorrerà» , si legge in questo articolo che denuncia la nuova campagna militare del politico francese: quella in appoggio all’opposizione in Bielorussia, impegnata in un tentativo alla Maidan (Ucraina).

Dimmi chi ti appoggia e ti dirò chi sei. E’ lo stesso B-52 a rivelare con un tweet l’affettuoso incontro, “a Vilnius, con Svetlana Tikhanovskaia, egeria della rivoluzione bielorussa e volto dell’opposizione al tiranno Lukashenko”. Già: la «rivoluzione bielorussa»  I cui intenti sono stati dichiarati da una dei portavoce: «Vogliamo bloccare l’economia bielorussa con gli scioperi. Più la popolazione vede peggiorare il suo livello di vita, più presto potremo prendere il potere» .

https://i2.wp.com/www.en24news.com/en24/wp-content/uploads/2020/08/1597972779_2.jpg?fit=720%2C405&ssl=1

Ma vediamo, in ordine cronologico, quali guerre rivoluzionarie sono state appoggiate negli ultimi decenni da B-52 con la sua camicia scollata da stagionato dandy.

Il sostegno di B-52 ai bombardamenti della Nato sulla Serbia nel 1999 gli è valso a distanza di quasi venti anni un piccolo incidente. Nel 2017, B-52 si trova a Belgrado per un festival di documentari. I membri della Lega dei giovani comunisti di Jugoslavia ne approfittano per centrarlo con una piccola torta alla panna e salire sul palco con un eloquente cartello: «Bernard Lévy sostiene gli assassini imperialisti».

(https://it.euronews.com/2017/05/12/il-filosofo-bernard-henri-levy-contestato-in-serbia)

Nel 2003 (guerra di BushBlair all’Iraq), B-52 si barcamena a seconda del pubblico che ha di fronte (come rivelerà il libro Le nouveau B.A.BA du BHL), trovando comunque l’operazione «piuttosto giusta dal punto di vista della morale». Quando parla negli Stati uniti precisa: «Adesso che l’intervento c’è, bisogna finire il lavoro».

L’annientamento della Libia nel 2011 è il successo principale di B-52, con la vittoria della Nato e dei suoi fanti di terra islamisti in Libia. Allo scoppio della  «rivoluzione», corre a incontrare i “ribelli” e al ritorno in patria, grazie alla sua vicinanza con il presidente Nicolas Sarkozy, lo convince a partire con le bombe, nel nome della «responsabilità di proteggere». Gli altri paesi si accodano, la Libia subisce sette mesi di bombe, Gheddafi viene ucciso, terroristi e armi vanno a infettare l’Africa subsahariana, dopo aver provveduto a deportare o uccidere gli abitanti della città libica di Tawergha (di pelle nera, discendenti del commercio degli schiavi). Non pago, nel 2012 B-52 sceneggia e dirige sulla vicenda libica un documentario autocelebrativo, Le serment de Tobruk, dove si mette in scena come personaggio principale e in una specie di monologo racconta il proprio ruolo decisivo nell’avere fatto togliere di mezzo Gheddafi. Naturalmente il mandante B-52 tace di fronte allo sfacelo che quella guerra ha prodotto in Libia e in Africa. Anzi, nel 2017 senza timore di contraddirsi (tanto nessuno glielo fa notare), lo smemorato di Parigi dice: «Sostenere che il terrorismo non ha nulla a che fare con l’islam è lo sbaglio peggiore che possiamo commettere»

. Proprio lui, che con la sua azione ha veri terroristi. Sedicenti islamici. E infatti…

L’impegno di B-52 per un intervento occidentale diretto in Siria è stato indefesso. Nel 2012, finita la missione libica, si dedica all’appoggio ai «ribelli»  – non certo solo siriani. Ancora nel 2018 lamenta il «triste bilancio di un non intervento di sette anni» e cerca non si sa se per protervia o stupidità o entrambe di sostenere che il mancato intervento a fianco dei “ribelli” in Siria ha sortito i mostri, Isis, al Qaeda e tutti gli altri. Qualcuno gli dica che è andata allo stesso modo in Libia, dove Occidente e petromonarchi sono intervenuti eccome.

Nel 2012 aveva molto insistito con il governo Hollande per un intervento diretto, l’invio di armi ai rivoltosi non basta. Qui in italiano tutto il suo piano, ospitato dal Corriere della sera. B-52 va negli Usa, per cercare appoggio, incontra l’altro guerrafondaio amico dei gruppi armati siriani, John McCain. In quest’intervista https://www.leparisien.fr/politique/syrie-bernard-henri-levy-decu-par-francois-hollande-03-08-2012-2112205.php, B-52 spiega con molta chiarezza: «Vorrei che tutta la comunità internazionale si prendesse le proprie responsabilità, come in Libia, la responsabilità di proteggere. Se non lo fa, sì, noi dovremmo dare più armi ai ribelli». In fondo non ci vuole molto, si può agire anche senza il voto del Consiglio di sicurezza, Sarkozy lo aveva detto al tempo della Libia (ma allora l’avallo ci fu per mancanza di veto russo cinese). Insomma B-52 spiega il da farsi: «Forgiare un’alleanza con la Lega araba e i turchi. I piani d’attacco sono pronti. Non ci vuole granché per dare il colpo di grazia al regime di Damasco. Manca solo il pilota nell’aereo. E anche se gli aerei possono essere turchi, il pilota deve essere francese». Non ce la fa. I turchi…Nel luglio 2020 B-52 atterra con jet privato a Misurata (nel 2011 roccaforte dei suoi amici);  ma succede che viene insultato da alcuni sostenitori filoturchi del governo di Tripoli. Insultato non certo per la guerra del 2911 ma perché è ebreo. Che ingiustizia, per uno che ha tanto aiutato gli islamisti.

Nel 2014 B-52 si precipita in Ucraina per appoggiare il colpo di Stato (un misto fra componenti neonaziste e aspirazioni all’ingresso nel presunto bengodi Europa) al quale ha fatto seguito la luttuosa guerra del Donbass, la regione che insieme a Lugansk e alla Crimea non ha più voluto far parte dello Stato ucraino. Negli anni, B-52 si dedica sia a incontri istituzionali sia a spedizioni da embedded, al seguito dell’esercito ucraino… dove senza volerlo confessa uno dei crimini di guerra dei suoi beniamini. Dice infatti di viaggiare con i soldati lunga la linea del fronte (con il Donbass) con una falsa ambulanza spacciata per vera, blindata…Vietatissimo dal diritto internazionale. Come le guerre di aggressione, del resto, che il tribunale di Norimberga definì, invano, «crimine internazionale supremo».

Ma poteva il nostro B-52 ignorare il Venezuela? No. Così, nel 2017 durante le guarimbas, il nostro fomentatore di golpe e finte rivoluzioni urla: non si può stare zitti di fronte a un «lungo golpe»… che sarebbe quello perpetrato dal presidente eletto Maduro. Dunque, il parapolitico francese dice che servono «dure sanzioni economiche e finanziarie contro Caracas e gli oppositori ancora liberi andrebbero accolti a Parigi, Madrid e Washington» ed esige, sempre in nome della responsabilità di proteggere, una condanna ferma da parte del Consiglio di sicurezza Onu.

La Bielorussia in effetti gli mancava.

Preso da: http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=3751

The Messenger of Hatred, Bernard-Henry Lévy, Rushes to Support the Belarusian Opposition. Brief History of “B-52’s” Previous Exploits.

Marinella Correggia
https://i2.wp.com/www.en24news.com/en24/wp-content/uploads/2020/08/1597972779_2.jpg?fit=720%2C405&ssl=1Odious Bernard-Henri Levy met with former presidential candidate Svetlana Tikhanovskaya in Vilnius.

He undoubtedly deserves an international award as “best messenger of hatred” and if there was a court for those who fomented destructive wars, he should be among the first to be subjected to it. Bernard-Henry Lévy, who everyone insists on calling a “French philosopher” (the adjective is in fact true), has offered his support to the most harmful causes: violent Islamist groups capable of slaughtering entire countries, NATO-petromonarchist wars of aggression, right-wing battalions, violent “color” revolutions.

A warmongering exhibitionist without hesitation, a vate of death (other people’s). Let us therefore refer to this parapolitic, instead of BHL (the acronym by which it is known), B-52. It is at the same time the name of the US bomber, sadly famous since Vietnam (and our man loves fighter bombers), and of a cocktail (our man is very worldly). “Where this architect of ‘color revolutions’ arrives, blood will flow.” This article denounces the French politician’s latest military campaign: the one in support of the opposition in Belarus, engaged in an attempt at Maidan (Ukraine).

Tell me who’s behind you and I’ll tell you who you are. It is the same B-52 who reveals with a tweet the affectionate meeting, “in Vilnius, with Svetlana Tikhanovskaia, hegeria of the Belarusian revolution and face of the opposition to the tyrant Lukashenko”. Yes: the “Belarusian revolution” whose intentions were declared by the spokeswoman: “We want to freeze the Belarusian economy with strikes. The more the population sees its standard of living deteriorating, the sooner we can take power.”

But let’s view, in chronological order, which revolutionary wars have been supported in recent decades by B-52 with his seasoned dandy low-cut shirt.

B-52’s support for NATO’s bombing of Serbia in 1999 earned him a small accident almost twenty years later. In 2017, B-52 is in Belgrade for a documentary festival. The members of the League of Young Communists of Yugoslavia took advantage of the festival to hit him with a small cream cake and take the stage with an eloquent sign: “Bernard Lévy supports the imperialist assassins“.

In 2003 (BushBlair’s war on Iraq), B-52 went out on a limb, depending on the audience in front of him (as the book Le nouveau B.A.BA du BHL will reveal), as he found the operation “quite right from the moral point of view“. When he spoke in the United States he said: “Now that the intervention is there, the work has to be finished”.

The annihilation of Libya in 2011 was a major success for B-52, with the victory of NATO and its Islamist land infantrymen in Libya. When the “revolution” erupted, he ran to meet the “rebels” and when he returned home, thanks to his proximity to President Nicolas Sarkozy, he convinced him to launch the bombs, in the name of the “responsibility to protect”. Then the other countries follow, Libya suffers seven months of bombing, Gaddafi was murdered, terrorists and weapons spread to infect sub-Saharan Africa, after deporting or killing the inhabitants of the Libyan city of Tawergha (black-skinned, descendants of the slave trade). In 2012 B-52 writes and directs a self-celebratory documentary about the Libyan story, Le serment de Tobruk, where he stages himself as the main character and in a kind of monologue recounts his decisive role in getting Gaddafi out of the way. Naturally, the instigator, B-52, is silent in the face of the debacle that that war has produced in Libya and Africa. Indeed, in 2017, without fear of contradicting himself (no one points it out to him anyway), the forgetful man from Paris said: “To claim that terrorism has nothing to do with Islam is the worst mistake we can make”.

The man himself, with his actions, aids those very terrorists; Islamic sedents. And in fact…

B-52’s commitment to a direct Western intervention in Syria has been relentless. In 2012, when the Libyan mission ended, he dedicated himself to supporting the “rebels” – certainly not only Syrians. Again in 2018 he lamented the “sad balance sheet of a seven-year non-intervention” and tried to argue that the non-intervention alongside the “rebels” in Syria resulted in the monsters, Isis, al Qaeda and all the others. Someone tell him that it happened in the same way in Libya, where the West and petromonarchs intervened.

In 2012, he was most insistent that the Hollande government should intervene directly, sending weapons to the insurgents was not enough. Here in Italian is his entire plan, presented by the Corriere della sera. B-52 went to the U.S. to seek support and met the other warmonger friend of the Syrian armed groups, John McCain. In this interview, B-52 explained very clearly: “I would like the whole international community to take up its responsibilities, as in Libya, the responsibility to protect. And if they don’t, yes, we should give more weapons to the rebels. After all, it doesn’t take much, one can act even without the vote of the Security Council, Sarkozy had said so at the time of Libya (but then there was support because of the) lack of Russian Chinese veto. In short, B-52 explains what to do: “Forge an alliance with the Arab League and the Turks. The plans of attack are in place. It doesn’t take much to put the finishing touches to the Damascus regime. The only thing missing is the pilot in the plane. And although the planes may be Turkish, the pilot must be French.” He couldn’t pull it off. In July 2020, B-52 landed with a private jet in Misrata (his friends’ stronghold in 2011), but he was insulted by pro-Turkish supporters of the Tripoli government. Insulted not because of the 2011 war, but because he is Jewish. Such an injustice, for one who has helped the Islamists so much.

In 2014 B-52 rushed to Ukraine to support the coup d’état (a mixture of neo-Nazi components and aspirations to enter the supposed European land of plenty) which was followed by the devastating war in the Donbass, the region that together with Lugansk and the Crimea no longer wanted to be part of the Ukrainian state. Over the years, B-52 has devoted himself to both institutional meetings and embedded expeditions, following the Ukrainian army… where he unwittingly reveals one of the war crimes of his favourites. Indeed, he said he travels with the soldiers along the front line (Donbass) in a fake ambulance passed off as real, armoured… forbidden by international law. Like the wars of aggression, after all, which the court of Nuremberg defined, in vain, as the “supreme international crime”.

But could our B-52 ignore Venezuela? No. So, in 2017, during the guarimbas, our instigator of coups and fake revolutions began shouting: one cannot remain silent in the face of a “long coup”… that would be the one perpetrated by President-elect Maduro. Therefore, the French parapolitician said that “tough economic and financial sanctions would be needed against Caracas and opposition members still free should be welcomed in Paris, Madrid and Washington” and demanded, again in the name of the responsibility to protect, a firm condemnation by the UN Security Council.

Belarus, in fact, was something he missed.

Source: https://libya360.wordpress.com/2020/08/23/the-messenger-of-hatred-bernard-henry-levy-rushes-to-support-the-belarusian-opposition-brief-history-of-previous-exploits-of-b-52/

IL VIRUS GIUSTO AL MOMENTO GIUSTO

Andrea Cecchi, 12 maggio 2020.

Può un virus arrivare proprio nel momento esatto per essere considerato come una vera e propria benedizione? Sarebbe quasi un’eresia rispondere di si. Invece, per gli operatori finanziari, è proprio ciò che è accaduto.

Ricapitoliamo.

A giugno 2019 il mercato dei REPO stava iniziando a collassare mostrando segnali di pericolo sistemico.  La maggior parte della gente non sa neanche che cosa siano i REPO.

 

In pratica sono operazioni di pronti contro termine con cui le banche e i maggiori operatori economici si scambiano asset (principalmente titoli di stato) con operazioni di durata brevissima allo scopo di ottenere liquidità istantanea per le ragioni legate soprattutto al rischio controparte che scaturisce da operazioni altamente speculative nel mercato dei derivati.  Il campanello d’allarme inizia a suonare a giugno. A settembre 2019 la situazione diventa preoccupante. Quanto preoccupante? Tipo da “mani nei capelli e bocca spalancata” preoccupante.

Un Report della Banca Regolamenti Internazionali (B.I.S.), la banca centrale che governa tutte le altre banche centrali del mondo, lancia l’allarme e “stranamente” omette di fare i nomi delle 4 principali banche di Wall Street che sono coinvolte. Avverte che il problema si sta espandendo contagiando anche il mercato delle valute.

Si tratta del mercato con cui le banche europee ed extra europee ottengono dollari per le loro necessità operative per le operazioni denominate in dollari americani. Anche questo settore funziona in modo analogo ai Repo e  di conseguenza il problema si diffonde e diventa globale.  La Federal Reserve risponde all’appello accorato delle banche che si trovano in pericolo mortale per mancanza di liquidità e provvede ad aprire una linea di approvvigionamento straordinaria di 350 miliardi di dollari al giorno che in alcuni casi toccano anche punte di oltre 800. Ma non basta. Il panico non si ferma. Ad aggravare la cosa, entrano nel giro delle scommesse dei REPO anche i maggiori Hedge Fund che usano i soldi raccolti dai maggiori fondi pensione (si, anche l’Inps) per fare guadagni in questo oceano molto pescoso ma ad alto rischio. Passano le settimane e le banche non si fidano più l’una dell’altra e si avvicina il collasso monetario. Forse non è ben chiaro quello che può accadere in un collasso monetario. È veramente la peggiore delle ipotesi. In un collasso monetario, tutta la liquidità sparisce perché non arriva più ai destinatari. Se ciò non avviene, l’economia si ferma totalmente. Come un aereo che precipita: muoiono tutti! I vertici delle banche, di concerto con i responsabili economici convergono sul fatto che, se l’aereo precipita, bisogna evitare che si schianti e iniziano a pianificare una soluzione che possa evitare il disastro assoluto, cercando perlomeno di far planare l’aereo il più dolcemente possibile. Questo non tanto per salvare noi di cui non gliene frega niente, ma per salvare più che altro se stessi e il paradigma che consente a pochi soggetti tra cui la banche, di vivere a scrocco su tutti gli altri.

A ottobre 2019, come una bizzarra coincidenza, avviene un vertice tra entità molto influenti, denominato EVENT 201. Giusto un mese dopo il campanello d’allarme della B.I.S.

 

In tale occasione viene simulato un evento di pandemia globale che vede diffondersi un virus a bassa letalità con le caratteristiche esattamente uguali a quello che poi viene annunciato essersi propagato da Wuhan con la storia che tutti conosciamo. Ai partecipanti provenienti da tutto il mondo viene dato un vademecum operativo. Un vero e proprio protocollo di azione, su come comportarsi e su quali misure adottare se (a ottobre eravamo ancora in fase ipotetica)…….. un virus del tipo coronavirus si fosse diffuso e se all’intera popolazione mondiale venissero comunicate misure contenitive da adottare in caso di pandemia. Il 21 gennaio 2020 segue il vertice di Davos dove si riuniscono nuovamente tutti i potenti del mondo. Il 23 gennaio la Cina annuncia il lockdown. Il 30 gennaio 2020, l’ W.H.O. annuncia l’emergenza sanitaria globale. Le notizie del virus che a ottobre era solo ipotetico e simulato, come per miracolo, si materializzano davvero, proprio nelle esatte modalità previste dall’esercitazione dell’EVENT 201. Sembra proprio che l’esercitazione fosse stata una prova generale prima di “andare in scena” come in una opera teatrale planetaria.

Ma facciamo un passo indietro e torniamo al mercato dei REPO che sta esplodendo, visto che del virus ne hanno parlato tutti fino alla nausea.

Ci sono due modi e solo due modi per prendersi cura di un mercato monetario a breve termine:

1)      Pomparci dentro più denaro possibile per mantenere fluida la domanda e impedire agli interessi  richiesti dai prestatori di salire.

2)      Fermare la domanda di prestiti da parte dell’economia globale.

Qui è necessario capire qual è il vero rischio. Il vero rischio è rappresentato dal tasso d’interesse che sale.  Durante tutto questo periodo di tassi d’interesse prossimi o pari a zero si è gonfiata a dismisura la bolla dei derivati. Tutto è sorretto da un filo molto sottile. Operazioni di rischio elevatissimo, basate su scambi virtuali di collaterale preso a debito, quasi sempre titoli di stato, che hanno un equilibrio molto precario. Se per qualche ragione i tassi iniziano a salire, il valore del sottostante a garanzia diminuisce e si innesta la reazione a catena, tipo deflagrazione nucleare, dove ogni operatore cerca liquidità, che non ha, per ricoprirsi dal fallimento istantaneo.

Lo spiego in modo becero: se mi presti 80 euro e ti do a garanzia un titolo che vale 100, ti senti sicuro. Ma se durante il prestito, quel titolo a garanzia non vale più 100 ma 70, allora mi chiedi di rientrare nella garanzia dei 30 che mancano. Da chi li prendo quei 30 che non ho? E qui inizia la crisi. Se si moltiplicano queste dinamiche per migliaia e migliaia di miliardi di scambi algoritmici ad alta velocità, con garbugli e intrecci di garanzie incrociate tutte sorrette da prestiti ad altissimo rischio, (spesso i titoli a garanzia sono presi a prestito a sua volta e re-ipotecati innumerevoli volte) si capisce come in un attimo tutto possa esplodere se non si interviene con secchiate di soldi come ha fatto la Federal Reserve, arrivando a fornire anche 1000 miliardi al giorno.
Come per miracolo, arriva quindi il Covid-19. E cosa succede?

Le Banche Centrali sono autorizzate quindi a intervenire in modo illimitato. Vengono creati dal niente migliaia di milioni o centinaia di miliardi di dollari e vengono distribuiti non solo alle banche ma iniettati anche direttamente alle maggiori aziende. Con questa misura di straordinaria portata, la falla del mercato dei REPO viene calmierato. Le controparti ottengono la liquidità mancante. La domanda generale di prestiti viene invece fermata dal lockdown. Era necessario imporre un blocco forzato all’economia e agli scambi proprio per fermare il contagio che si stava propagando dal mercato dei titoli di stato a breve termine che avrebbe contagiato l’intero debito globale. Questo passaggio è un po’ più difficile da capire, ma anche l’ammontare complessivo dei prestiti erogati ai privati e alle aziende contribuisce al calcolo del rischio complessivo che si ripercuote sul calcolo del tasso d’interesse. Maggiore è il rischio, più alto sarà il tasso. E se nel mercato dei REPO che è interbancario aumenta il rischio, aumenta la possibilità del default a catena. Diciamolo una volta per tutte: i tassi non devono aumentare! Se lo fanno: è la fine.

Tutta l’economia è debito. Quando si sente parlare di Dollari, Euro, Yen, Franchi, Corone, Yuan eccetera, bisogna sempre ricordare che le valute non sono altro che unità debitorie emesse sulla base di un’economia debitoria. Il denaro esiste solo dopo che una banca lo crea indebitando qualcuno: stati, privati o aziende. Le persone si concentrano soprattutto sul mercato azionario. Quello non c’entra niente, Ha dinamiche completamente diverse e anche nel caso di un’economia paralizzata come quella di adesso, potrebbe addirittura sfondare nuovi massimi, proprio grazie a tutta la nuova liquidità creata che non ha altri posti dove confluire. Il nocciolo della questione è il mercato del debito. La gente non si rende ancora conto che stava arrivando una crisi economica pazzesca. Nessuno lo dice perché sono cose difficili da spiegare e pochi ne hanno la voglia e la competenza e la gente non ha voglia di fare lo sforzo di capire queste cose, che quindi possono andare avanti, quasi segretamente senza che nessuno se ne preoccupi. Ma bisogna assolutamente capire che il virus ha fermato una crisi economicsa peggiore di quella che stiamo vivendo adesso. Il virus è arrivato veramente al momento giusto. Se non fosse arrivato, i tassi d’interesse sarebbero schizzati in alto e il mercato del debito e a ruota quello dei derivati (2.5 milioni di miliardi – stima B.I.S.) sarebbe deflagrato in una supernova dalle proporzioni molto, molto peggiori di quello che è avvenuto. Una crisi per la quale non esiste strumento per gestirla.

Fermare l’economia e quindi la domanda di prestiti e inondare le banche di liquidità fresca è sembrata essere la soluzione meno dannosa. Almeno per loro. Lo slogan “andrà tutto bene” che hanno messo in bocca agli zombie acefali, è servito a ribadire che andrà tutto bene a loro, non a noi, e che per adesso, il collasso monetario non ci sarà perché hanno fermato l’economia gettando tutti noi fermi, immobili in un angolo, come in una prigione planetaria. Salvando i REPO sono stati salvati anche gli Hedge Fund e quindi i fondi pensione. Per adesso i pensionati possono stare tranquilli. La loro pensione è assicurata.

Molti allora si chiedono: cosa succederà ora? Ci sarà la ripresa?

Assolutamente no! Mi spiace dirvelo, e mi spiace anche per me, ma ho il mio piano e dedicherò un’apposita newsletter appena sarà pronto.

L’economia non ripartirà. Sarà un grafico a forma di L dove dopo il crollo verticale di adesso seguirà un lungo periodo di lenta e prolungata stagnazione su livelli molto inferiori ai precedenti.  Il 2019 è stato l’ultimo anno di mondo come lo abbiamo conosciuto. Con il 2020 arriva una nuova realtà e che ci piaccia o no, sarà con noi almeno fino al 2032. Se si decidesse di riaprire tutto e tornare alla situazione precedente ci ritroveremmo in un attimo al punto di partenza, ovvero al settembre 2019, con l’esplosione del mercato dei REPO. Questa scelta è stata inevitabile. È il più colossale caso di “TRA L’INCUDINE E IL MARTELLO” della storia dell’umanità.

L’economia non ripartirà perché con il blocco totale dovuto al lockdown e alle restrizioni per il contenimento della pandemia ci saranno molti fallimenti. Moltissimi soggetti non saranno più in grado di pagare i propri debiti.  Moltissimi non saranno più in grado pagare i canoni di affitto. Se da una parte qualcuno non paga, dall’altra c’è qualcun altro che non riscuote. Il gioco è a somma zero. Complessivamente, non c’è guadagno economico perché la somma si sterilizza. Quali sono le possibili soluzioni? Come se ne esce? È molto difficile. Occorre un gioco di grande equilibrio e di lento e cauto procedere. Ci saranno periodi di “stringi e allenta” sempre con il rischio pandemia usato alla nausea per limitare la libertà delle persone concedendo brevi sprazzi di libertà come questa estate, per tornare a stringere il cappio con il prossimo autunno, e così via.

Per descrivere questo momento mi viene in mente un’avventura di pesca alle Bahamas, la mia seconda patria. Ero andato a pescare uscendo con il kayak durante la fase di alta marea. L’alta marea può essere intesa come una sufficiente copertura di liquidità che consente di navigare galleggiando sopra le insidie del fondale.  Al mio ritorno, la marea si era ritirata di molti metri e, per raggiungere la strada, per tornare a casa, dovevo attraversare un tratto di acqua molto bassa con rocce e coralli affioranti e taglienti, compresi ricci di mare. Tutto ciò con delle ciabatte approssimative che mi fornivano una protezione solo parziale. Il rischio era quello di ferirsi i piedi, di scivolare, di rompere il kayak e di perdere i pesci che avevo preso.  Dovevo trovare un sistema per riportare in sicurezza pesci, piedi e kayak. L’unico modo era quello di procedere lentamente. Sondando il terreno prima di compiere un passo. Poi, una volta avanzato, tirarmi dietro l’imbarcazione sul velo di acqua laddove possibile, o caricandola a forza di braccia, spostandola in un punto sicuro. E così via per diverse ore, sotto il sole tropicale, fino alla fine del percorso. È stata una prova di pazienza, forza e abilità, di calcolo del rischio da effettuare prima di ogni passo, approfittando di ogni pozza di acqua più fonda e di ogni appoggio più sicuro dove appoggiare il piede senza tagliarmi o scivolare. Queste sono le doti che dovrebbero avere coloro che in questo momento si trovano nella posizione di stabilire la strategia migliore per tirare fuori l’umanità intera da questa “bassa marea” insidiosa in cui ci troviamo, ben sapendo però che facendo i passi sbagliati, si rischia non solo di fare danni irreparabili, ma anche di affondare e perdere tutto.

Chiediamoci quindi: gli abbiamo nel mondo questo tipo di leader? Esistono uomini o donne capaci di prendere in mano le redini e di guidare saggiamente l’umanità verso un terreno sicuro sul quale ricostruire un modello economico più solido e sostenibile? E i leader che abbiamo: lo vorranno fare?

La soluzione adesso sarebbe quella di intraprendere colossali opere pubbliche infrastrutturali che darebbero lavoro alla gente, e adottando misure fiscali adeguate a garantire la stabilità dei flussi monetari. La fusione tra Banche Centrali e Governo che sta avvenendo renderebbe più agevole il meccanismo di finanziamento necessario per mettere in cantiere queste opere. Donald Trump è maestro di bancarotta avendone subite diverse come imprenditore soprattutto nel settore dei casinò, quindi nel gioco d’azzardo. Ironicamente sembra proprio la persona adatta a gestire una bancarotta globale causata dal casinò delle scommesse sul mercato dei REPO. Visti i suoi successi e le sue esperienze precedenti: è uno del mestiere!

Le prossime tappe vedranno l’annuncio di una cripto valuta mondiale che servirà all’inizio solo alle compensazioni tra banche centrali. Sarà una cripto valuta su base aurea. I paesi che hanno le maggiori riserve auree saranno quelli dominanti. Per questo hanno voluto azzerare l’Italia. L’obiettivo è quello di farci cedere il nostro oro che è comunque al 4° posto al mondo. Speriamo di resistere. Gli USA al pimo posto. La Cina e la Russia hanno iniziato dieci anni fa a comprare tutto l’oro che viene prodotto. Non lo hanno comprato per rivenderlo. Lo hanno comprato perché vogliono giocare da protagonisti.

L’oro quindi tornerà ad avere il suo ruolo da protagonista nel nuovo sistema economico. Questo anche perché essendo l’oro scarso per natura, impedirà all’economia di espandersi in modo esponenziale creando questo genere di squilibri e fornendo una solida base su cui ripartire in modo più sostenibile, il che concorda anche con i dettami “green” che vanno tanto di moda. Abituiamoci a tutto questo e calcoliamo bene i nostri passi per uscire incolumi dalla “bassa marea” che caratterizzerà i prossimi anni. Ci sarà un assestamento da qui al 2025. Poi un lento incedere fino al 2032. Quindi: questa è la nuova realtà: more with less! Bisogna fare di più con meno. Aguzzare l’ingegno e darsi da fare. Sennò ci sarà il reddito di sussistenza statale e la lenta morte in un angolo, fuori dai giochi.

Preso da: https://andreacecchi.substack.com/p/il-virus-giusto-al-momento-giusto?utm_campaign=post&utm_medium=web&utm_source=facebook&fbclid=IwAR0huaFCdIXTbi1D-35yb0TBxjo5oI0Zb0FsQQ6hb7WcorQWZvgeH5wHAVs

About AFRICOM’ withdrawal and foreign military presence

About AFRICOM’ withdrawal and foreign military presence

The recently appointed US AFRICOM commander, Army Gen. Stephen Townsend, revealed on July 29, 2020 that AFRICOM will leave its headquarters in Stuttgart Germany: “While it will likely take several months to develop options, consider locations, and come to a decision, the command has started the process.” He added, “We will ensure we continue to support our host nation and African partners and our families and forces throughout.”

We welcome this decision to pull out troops dedicated to Africa. GRILA was among the first on the continent to stand in the way of the expansionist aims of the post-apartheid era, notably with Warren Christopher’s African crisis response force [1], and to propose our pan-African option, the Africa Pax[2]. GRILA is also the first group that denounced AFRICOM at its inception in 2007, also when it settled in Stuttgart a year later. On May 25, 2013, on the occasion of the fiftieth anniversary of African “independence”, we launched a declaration co-signed by 50 prominent African and German personalities, entitled “AFRICOM go home, neither in Africa nor in Germany” [3]. We have campaigned for the withdrawal of the AFRICOM base as well as against military occupation and aggression on the African continent. In addition, we have almost succeeded in convincing some major parts of the German population that the base violates their own constitution, however the terrorist attack in Berlin jeopardized our peace effort. During this period, Germany became more proactive, and has now taken on a more aggressive stance on the African continent. We remain thankful to German pacifists like Gesellschaft Kultur des Friedens, and some of the progressive German deputies as well as members of civil society, including American activists like the Black Alliance for Peace, who have courageously opposed AFRICOM over the past while.
It is very likely that some of the alleged 1200 US AFRICOM soldiers will be redeployed elsewhere in Europe, in the U.S. European Command and in Special Operations Command Europe as well as in facilities on the African continent. The relocation plan which it might take some time to implement does not mention what may happen with forward bases such as the Ramstein Air Base, a strategic hub for operations in the Middle East and Africa that is headquarters to the U.S. Air Forces in Europe and Africa; the U.S. Special Operations Command Africa or the Theater Special Operations Command located in Stuttgart. We ask all progressive Americans to pressure their government to close these imperialist bases and to dismantle the so-called US strategic control of the African continent.

The U.S. defense budget exceeds the combined budget of the seven countries that follow it, like an alpha male in a wolf pack, but in addition this pack of US allies accounts for 75 percent of the world’s military spending. Bilateral relations between the US and Germany are difficult these days, and, in June 2020, the U.S. Ambassador to Germany, Richard Grenell, resigned. There were issues such as Germany’s gold which was repatriated from its American British and French allies, and Germany’s refusal to spend 2% of its GDP in Western collective defense all of which probably served to convince the Trump administration to redeploy its troops in other strategic areas of American expansionism.
However, the extension of the American system and the cooptation of our military regimes are ultimately of greater significance. We should not underestimate the presence of France, which has assets linked to secret defense agreements conditional to neo-colonial independence and the militaristic connivance of business networks. The introduction of other players like Russia, Germany, China or Turkey also demands more scrutiny. There is a continuous escalation of insecurity in Africa because of the presence of foreign forces.

About AFRICOM’ withdrawal and foreign military presence

As predicted in the film AFRICOM go home, foreign bases out of Africa [4], an independent study from the University of Maryland (National Consortium for the Study of Terrorism and Responses to Terrorism) illustrates the dramatic increase in transnational attacks since the establishment of AFRICOM. France and the United States bear the burden of military responsibility for this state of affairs. On March 19, 2011, AFRICOM launched Operation Odyssey Dawn, the first phase of a war, which was completed by France, in overthrowing the government in Tripoli. The sinister result is the dislocation of Libya amidst subversive activities by France, Russia, Turkey, Egypt, Saudi Arabia, Qatar, the Emirates, jihadist forces, Syrian mercenaries, Libyan tribes, Sudanese and Chadian ethnic militia groups, and all kinds of trafficking. This destabilization in the Sahelistan model extends to Mali, Burkina Faso and Nigeria, creating dislocation, as far as Mozambique, in the sub-region.
US administrations change but the system remains. Since the US is a great power that tries to temper its decline by employing cunning and force, the African continent is now riddled with drones and military installations that, for the moment, make the presence of a mega-base useless. NATO and AFRICOM actually need no more than their current senior military liaison officer acting as a point of contact with the African Union. The African Union’s attitude at the moment is still pathetic. It has overseen the placing of national armies under the control of AFRICOM and NATO forces. It lives under the constant threat of seeing the AFRICOM base move to Africa. It also accepts the resurgence of French and other military interventions and even condones recently-created military bases under Japan and China in Djibouti, Germany in Niger, Turkey, and Israel influences. All of these developments culminate in jeopardizing any real African integration. The prospect of an AFRICOM base in Africa, although still rejected by most countries on the continent, is attractive to a few. It has indeed become a fait accompli as the strategy of indoctrination, encirclement and diffusion progresses across the continent and as hotbeds of tension are maintained. Indeed, AFRICOM and NATO’s arrangements, as well as unilateral initiatives by some NATO countries such as France, are undertaken in the exclusive interest of the countries of the Core and their comprador allies in Africa. The sole purpose of these bases is to secure, in the long term and for their own purposes, our raw materials and our strategic space as a counter to the appetite of the powerful emerging BRIC countries (Brazil, Russia, India, China) and the prospect of our own unity.
None of the NATO countries needs such a large military base in Africa. Not only do they have several bases and facilities, but they go wherever they want on the continent, because of bilateral clauses and other related agreements. Most of the armies of African countries have been co-opted by the forces of imperialist states, their private militias and other security companies. These forces, moreover, are fueling, directly or indirectly, the terrorist peril that thrives in the breeding ground of underdevelopment.
The placing of our national armies, or what remains of them, under the command and supervision of foreign imperial forces, and AFRICOM spreading in Africa, as well as the resurgence of French and other military interventions, are undermining any real African integration. Africa is gradually being forcibly brought under the umbrella of NATO. AFRICOM is helping NATO and vice versa without any discernible nuances. Both AFRICOM and NATO are crisscrossing the continent, practicing a sophisticated policy that goes back a long way. The impediments to independence and the overthrow of progressive regimes; the failure to contain the fight against apartheid; the errors of US policy in Somalia and Sudan and its dealings with El Qaeda as well as the jihadist attacks before those of September 11 added to the so-called anti-terrorist policy that followed, are some of the significant historical events of this era.
Unfortunately, Africa is still subservient to imperialism. The integrated nebula of transnational firms, mainly American and Canadian, imposes its iniquitous economic conditions on African countries and “legalizes” the plundering of mineral resources to the detriment of Africa’s peoples.
However, the emergence of more dynamic African social formations, the bulimic appetite of China and India for resources, the arrival on the scene of no less important players such as Brazil, Qatar or Israel, are blurring the situation.
The failure of neo-liberalism, the consequences of three decades of monetary liberalization and the dismantling of areas of sovereignty are giving rise to a new logic of multipolar partnerships. It’s a South/South type of logic, which changes the geopolitical, economic and cultural terrain. Some countries’ debts are being wiped out; raw materials are being exchanged for infrastructure projects or business opportunities without imposing conditionalities, while OECD official development assistance is declining. In fact, it is now less than the remittances and various monetary transfers that African immigrants send home from abroad. This worries the economically weak but geopolitically dominant powers. They are therefore playing the military card to maintain their pre-eminence.

So, there is now a constellation of facilities in our countries rubbing shoulders with NATO, AFRICOM, logistics intelligence networks side-by side with the total co-option of our armies and political leaderships. With technological dependency and voluntary servitude of entire depoliticized or misinformed sections of our modern skirmishers, we are less prepared to resist these complex phenomena than when we were able to resist colonization in the twentieth century. Now Chinese market socialism is also being hit by bourgeois tendencies and the impulses of mandarin oligarchs concerned only with their own interests. But the oligarchs are nothing without the Chinese state. There is a delicate balance of power and a deafening internal struggle going on in China. If the pro-business trend triumphs, Africa will have to guard against what will then become an assertive social imperialism. For the time being, apart from economic hegemony and its voracity for raw materials, under pretext of defending its economic and commercial interests in the Gulf of Aden, China has just followed Japan’s military model. In Djibouti, on top of the bases of the French, Americans and Japanese, China has a logistical space in Obock, which is currently under American control. Whether it’s there or more likely somewhere else, it sets a dangerous precedent. The industrial free zone signed with Djibouti and the security of the new silk road on African soil raise up the geopolitical covetousness of imperialism on the continent another notch. At that time, China is more likely to join the centres of imperialism and in so doing violate the principles of its non-aligned and south-south discourse. China, until that occurs, could be seen as mainly defending what is inside its walls, while cognizant of its increased power and what fear that is causing around the world. China therefore seems anxious to reassure both imperialism and the countries of Africa, which for the time being can still benefit from this south-south exchange when intelligently practiced with the interests of the people coming first.
Given China’s insatiable appetite for mining and trade, the rapid changes brought about by the mutations of its bourgeoisie and the inflation of the hegemonic threat it might represent on the world stage, as trumpeted by the United States, Europe and Japan, it becomes difficult to read the future of its use of bilateral cooperation. The AFRICOM go home film shows precisely that having lost the economic battle to China, the countries of the triad are forced to impose the security and geopolitical agenda in order to gain access to their “safe haven”. China has meanwhile opened a military base in Africa, and the battle rages between those who still believe in internationalist cooperation in China and those who want to close this parenthesis and opt for greater liberalization of market socialism – or social-capitalism – and reinvigorate an exhausted capitalism.
In the Sahel, the French President is both concerned about French human and material losses, as well as the disaffection of popular support in the face of the duplicity of French policies and his desire to build a new international coalition in the Sahel. He has inherited a militaristic policy of rival administrations entangled in paternalistic visions of France overseas, combined with his own disparate Franco-African networks.
The opaque or unofficial networks feed each other macabrely which makes it possible to manage the quagmire that is the status quo. At the same time, those networks are also essential to the survival of the regimes of French-speaking Africa, and one can recall, for example, the exfiltration of Blaise Compaoré towards the Ivory Coast.
It makes sense for US and NATO forces to count on the allegiance of their African allies, to help silence social discontent and to redistribute so-called democratic roles. This has been the case since the end of the 19th century, but is now taking place in a more complex way with refinements of the geostrategy of the 21st century and the transnational networks of destabilization adding nuance to the situation. African countries are no longer mere pawns. They also have their own agenda and are not passive in the wider game of NATO, AFRICOM and other extra-African and transnational state actors.

The war on terror has done everything but get rid of terrorism. The alliances and tactics used by the USA and France serve their interests and nothing will change that. They are doing everything possible to counter their loss of influence or credibility and are determined to protect their interests differently by dividing up the risks of their past policies.
It is up to us pan-Africans to make a lucid analysis of our own interests. It is clear that today our allies, during this global war, are besieging us and ‘assisting’ us at the same time. We can also see that our countries, which have been bruised by market fundamentalism and the disengagement of the State from the economy within ridiculous margins of sovereignty, cannot be complacent about any aid offered, especially military and strategic aid. Libya stands as a stark illustration of the situation, in both its pre-colonial and colonial phase, in the assassination of Gaddafi and also in the ongoing war and partition of the country.

 

References :
[1] Warren Christopher: “[…] We would like to develop that force for use in various ways. Primarily, as a humanitarian concept at the present time, but also if the forces are there, trained, integrated and able to work together we have other options that we are completely deprived of, at the present time. George Moose, the assistant secretary for African affairs, has reported that his initial trip to Africa provided encouraging indications that African countries are prepared to supply the troops. We will consult with our European allies to see if they are prepared to help by providing the logistics and financial support […] at the same time, in each of the countries where I’ll be meeting with leaders, I’m going to be talking about the ACRF, urging them not only to contribute themselves, but also to urge other African leaders to participate”.

[2] Africa Pax, http://www.grila.org/index_grila.php?gri=org&org=231234&lang=fr Widerstand, Revolutionen, Renaissance: Stimmen zum sozialen Aufbruch in Afrika, Africavenir International, Berlin, p189

[3] The advocacy and awareness-raising work of the declaration Africom go home has been translated into 9 languages, which you can find on the website of the GRILA (Research and Initiative Group for the Liberation of Africa).

http://www.grila.org/index_grila.php?gri=org&org=231200&lang=en

[4] Africom Go Home, Foreign bases out of Africa https://youtu.be/-HLjrzVHWPM

Source: https://grila.org/index_grila.php?gri=org&org=231310&lang=en&fbclid=IwAR3vgWaCt5bGCIpa0FxJoSYnVTbfNOar8a3lyxIEl9okw96AF7Q7hJQ7l_A

The COVID-19 Plandemic Is An Experiment In Manipulating The World

16 June 2020

The COVID-19 Plandemic Is An Experiment In Manipulating The World

To be clear, the virus is real…but the hype surrounding the “plandemic” was the first successful global experiment in how to control huge masses or even the entire planet if needed.

To be clear, the virus is real. It is deadly for some categories of the population, but probably 80-90% of those who contracted it have no symptoms at all, though some do display very mild, cold-like symptoms. Still, for about 10% of the infected, there are complications, particularly for the elders and those with multiple life-threatening health issues.

Statistically, if you compare it to Spanish Flu, Swine Flu, or Bird Flu, it isn’t much worse, nor has it taken more lives.

But the hype surrounding the “plandemic” was the first successful global experiment in how to control huge masses or even the entire planet if needed. It was well engineered and mastered. It was scientifically evaluated and used all previously acquired knowledge of human psychology and nature. It targeted the vulnerable minds in a hypnotic way, disarming the entire population in their resistance attempt against totalitarianism and utter state/government power over any individual and the masses as well.

I am shocked at how the entire planet voluntarily and defenselessly accepted the crushing of all constitutions and laws, their imprisonment in their own homes, the destruction of their small businesses, social distancing, and how they are zombified to use useless face coverings and gloves in blind obedience to the authorities.

Nothing, absolutely nothing, in this so-called pandemic can justify the lockdown of the entire planet, destroying whole countries’ economies, destroying all their small businesses, destroying human lives, and destroying the future. The consequences will be deadly, far-reaching, long-running, and worse than any pandemic in recent human history.

The “plandemic” countermeasures are the greatest scam, hoax, and human rights infringement in recent human history, and the story behind it leaves open the door for governments to prolong this “state of emergency” indefinitely, varying and adopting measures as they find fit.

It wasn’t the virus, but the plandemic agenda, that changed the face of this planet forever, and I am really afraid that it is irrevocable, leading us to a dystopian world that I wouldn’t like to live in.

As I wrote 3 years ago:

“This civilization will decay into an autocratic, fascist, totalitarian system to control the entire Earth’s population, with such a firm grip on our necks that we could put up a sign from Dante’s Inferno “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate” (“Abandon all hope, ye who enter here”). Either that, or we will burn in the nuclear furnace. The clock is ticking, and our time is running out.”

This article is a republication of Slobodan Solajic’s Facebook post that was edited by OneWorld for clarity and shared with his permission

New Evidence Suggests Turkey Preparing for Libya-Style Military Intervention in Yemen

Ahmed Abdulkareem
Turkey Yemen Feature Photo

Turkey is sending advisors and weapons into Yemen and flexing its influence in the war-torn country as it seeks to expand its power across the Middle East.

ADEN, YEMEN — As focus begins to turn to developments in Libya and the foreign interference that plagues the Arab country, it seems that Turkey already has its eye elsewhere, preparing for military involvement in Yemen in a move that has sparked concern among Yemenis already struggling against an intervention led by Saudi Arabia, famine and most recently, COVID-19.

Informed sources in Aden and Taiz revealed to MintPress that a militia belonging to the Muslim Brotherhood-affiliated El-Eslah Party, the ideological and political ally of Turkish President Tayyip Erdogan, is already engaged in the latest round of fighting in Yemen’s southern provinces, particularly in Abyan and Shabwa.

The Turkish intervention, which extends to Marib – an oil-rich province located 173 kilometers to the northeast of Ansar Allah-controlled Sana’a, has so far been led by officers, experts, and training personnel, and has involved the delivery of weapons, including drones, for use by Turkish allies on the ground. The move paves the way for wider intervention in Yemen that would resemble Turkey’s role in Libya in favor of The Government of National Accord, which is currently battling General Khalifa Haftar’s forces for control over the country.

The Turkish officers and advisors in Yemen are lending comprehensive support to El-Eslah’s militants who have been fighting against the Southern Transitional Council (STC) in Abyan since April 26, when the STC imposed emergency rule in Aden and all southern governorates.

Beginning in 2018 and ‘19, dozens of Turkish officers and experts reportedly arrived in many Yemeni areas overlooking the Red Sea and Arabian Sea, particularly in Shabwa, Abyan, Socotra, al-Mahra and coastal Directorate of Mukha near the Bab al-Mandab Strait as well as to Marib. The officers reportedly entered Yemen as aid workers under pseudonyms using Yemeni passports issued illegally from the Yemeni passport headquarters in the governorates of Ma’rib, Taiz, and Al-Mahrah.

Recently, Ankara trained hundreds of Yemeni fighters in Turkey and in makeshift camps inside of Yemen. Moreover, Turkey recruited Libyan and Syrian mercenaries to fight in Yemen bty promising them high salaries to fight for the Muslim Brotherhood in the southern regions and along the western coast of Yemen, according to sources that spoke to MintPress.

One of those sources said that a group of mercenaries was supposed to enter the country last week in a Turkish plane carrying “aid and medicine related to coronavirus pandemic” but the Saudi-led coalition prevented the plane from landing at Aden’s airport. Now, sources say, Turkish intelligence and its allies in Yemen are working on a strategy to enter the country by pushing for eased travel restrictions under the guise of fighting coronavirus.

Yemeni politicians told MintPress that Turkey wants to reach the strategic port of Balhaf and secure for use as a hub to export gas and oil and to control the open coasts of the Arabian Sea and Bab al-Mandab Strait for later use as a gateway for Turkish intervention in the region. Turkish control in those areas would provide access to support and supply Turkish military bases in Somalia and Qatar.

This information provided to MintPress was confirmed by the London-based Syrian Observatory for Human Rights and Libyan Army spokesman Maj. Gen. Ahmed al-Masmari, who is recruiting Syrian and Lybian mercenaries with attractive salaries to fight with the Muslim Brotherhood in Yemen. At this point, both the Saudi-led Coalition and Turkey have exploited the Yemeni poor, recruiting them to fight in both Libya and Syria.

In Taiz, Turkey has opened training camps, the most important of which is located on the outskirts of the al-Hajariya Mountains near the Bab al-Mandab Strait and is run by Hamoud al-Mikhlafi who resides in Turkey and regularly visits Qatar. Al-Mikhlafi also established the “Hamad Camp” in the Jabal Habashi District. Shabwah, and Marib have also received Turkish support.

Ankara has successfully boosted its intelligence presence in Yemen through the use of Turkish humanitarian aid organizations. There are many Turkish “humanitarian relief organizations” operating in three coastal Yemeni regions: Shabwa, Socotra, and the al-Mukha region in Taiz governorate. Among those organizations is the Turkish Humanitarian Relief Agency (IHH) which operates in the governorate of Aden, the Turkish Red Crescent, the Turkish Cooperation and Coordination Agency (TIKA), the Turkiye Diyanet Foundation (Türkiye Diyanet Vakfı) among dozens of other Turkish organizations.

Turkey has been supporting Yemen’s El-Eslah Party, founded in 1990, since before the Saudi-led Coalition launched its offensive in Yemen in 2015. Similar to its support for the Government of Accord in Libya, El-Eslah has gained additional momentum in recent years given the power and money it has received from both Turkey and members of the Saudi-led coalition.

An ally in El-Eslah

In a related event, high-ranking government officials from Turkey have traveled to Yemen to develop strategic interests and conclude agreements which could allow Turkey to resort to military force to protect its interests in the country. ln January 2019, Turkey’s deputy interior minister, Ismail Catakln traveled to Aden and held a meeting with high-ranking officials from the El-Eslah party, including Maeen Abdulmalik Saeed, who has been appointed “Prime Minister of Yemen” by ousted President Abdul Mansour al-Hadi on October 18, 2018.

According to a joint official statement, a number of agreements were concluded at the meeting involving humanitarian aid, health and education, economic and service projects, as well as an agreement to activate the joint committee between Yemen and Turkey. The most important agreement was a security and intelligence agreement between the Deputy Prime Minister and Minister of Interior Ahmed Al-Misri, a member of El-Eslah party.

This came months after “former Yemeni Transport Minister” Saleh al-Jabwani, a Reform Party affiliate, visited Turkey to sign agreements to hand over Yemeni ports, an agreement that was rejected by “Yemeni government officials” belonging to the Saudi-led coalition.

Prior to that, El-Eslah party officials and ministers have taken trips to Turkey to lobby AKP officials and encourage them to invest in Yemen’s transport sector and ports.

Saudi Coalition reels as Turkey ruffles feathers

It is unlikely that Yemen is currently Turkey’s first priority in the region as it has already established a base in Djibouti and has a presence in both Somalia and Sudan, where Ankara has been granted temporary control of Sudan’s Suakin Island, providing it an important foothold into the Red Sea. But Turkey’s efforts in Yemen not only grant it expanded influence in the Bab al-Mandab Strait and the Red Sea but also with influence in the Arabian Sea.

From the perspective of Saudi Arabia and the United Arab Emirates, who are already at odds with Turkey, the presence of Turkish forces in Yemen could be a real threat to their interests. Moreover, a Turkish presence could serve as a very effective trump card for Turkey’s close ally Qatar, which has had a hostile relationship with these countries since the UAE, Saudi Arabia, Bahrain and Egypt broke ties with Doha in 2017. Furthermore, Turkey’s efforts, particularly in the Bab al-Mandeb Strait, are a threat to Egyptian national security. Egypt is also at odds with Turkey due to Ankara’s support for the Muslim Brotherhood and competition for resources in the Eastern Mediterranean.

The Turkish project in Yemen has given new zeal to the Saudi-led Coalition in its efforts to control Yemen’s islands. This week, Eritrean forces supported by the United Arab Emirates launched a military attack to take Yemen’s Hanish Islands in the Red Sea on Tuesday. The attack comes amid renewed tensions that have seen Yemenis that attempt to approach the Islands, even fishermen, arrested by Eritrean forces.

The proactive move by Eritrean President Isaias Afwerk is no surprise as Afwerk rejected previous Turkish efforts to establish a presence on the Sudanese island of Suakin. Eritrea briefly occupied the Hanish Islands in 1995 before retreating after the international arbitration court granted Yemen sovereignty over them.

A fiery clash in Yemen between the Saudi-led coalition and Turkey could be inevitable as the coalition seeks to dominate the Yemeni arena and eliminate Turkish interests there. It is also unlikely Turkey will abandon its allies and geostrategic ambitions in Yemen, as it refused to do in Libya or Syria. Unfortunately, the biggest losers in this scenario are the Yemeni people and their lands.

A quagmire for the would-be invader

Yemenis for their part are concerned about potential Turkish military intervention in their country. They say any additional foreign interference will complicate the situation and eliminate the hope of ending the conflict for dozens of years. Indeed, Yemen is already grappling with COVID-19, a collapsed healthcare system, and an ongoing Saudi-led coalition war and blockade.

However, Ansar Allah and its allies, as well as major parties in Yemen allied with the Saudi-led Coalition, have warned that Turkey’s military intervention in the country will be considered blatant aggression ad will be met by fierce military resistance. They urged the Turks to learn from the coalition’s failed experience and their own history which saw the Ottman Turks lose thousands of troops in Yemen during their ancient forays.

Yemeni Hussein al-Qwabari promised an armed struggle against any Turkish involvement in his country. He got upset when asked if he supports conditional Turkish intervention in Yemen. Al-Qwabari wons a home in Mathbah, which translates roughly into “The Alter.” Mathbah is so named for a famous incident in which thousands of Turkish soldiers were massacred by Yemeni resistance forces and al-Qwabari says he is enthusiastically prepared to repeat the experience of his grandparents in their armed struggle against the Turks.

In fact, the issue of Turkish interference in Yemen is a sensitive topics which provokes national fervor, especially among those old enough to remember the painful experiences of previous intrusions. The Ottoman Turkish Empire reduced Yemen, particularly the north, to a poor and backward vassal state.

There is good reason that Yemen has gained a reputation as a quagmire for would-be invaders. Yemen was not only conquered by the Ottomans Turks once but twice. The first time was in the sixteenth century under the pretext of thwarting Portuguese ambitions and saw Ottoman forces unable to capture the whole of Yemen. The Turks sent more than 80,000 soldiers to suppress local uprisings against foreign intervention but only 7,000 Turks returned home. The Turks returned in the nineteenth century and were again expelled in the 1910s.

However, many Yemeni activists belong to El-Eslah, including high-ranking officials in the party as well as journalists, have increased calls to make room for Turkey in Yemen, citing the gains made in Libya by groups supported by Turkey,

“We want Turkish intervention in Yemen,” Anis Mansour, the former Media attaché at the Yemeni embassy in Saudi Arabia said in a video posted from Turkey in which he spoke in front of the infamous Hagia Sophia. Mansour runs a network of social media activists and lives in Qatar. Supporters of Turkish intervention among Yemenis stems from the hope that Turkish military activities could stem Saudi and Emirati ambitions in the country and end the chaos and tragedy left by the coalition. They believe that the Turks can end the war and return the former government to Sana’a. Other Yemenis believe that Turkish intervention will be little more than an alternative to Saudi intervention and will do little to change the situation on the ground.

Yemenis collectively have not forgotten their experiences during both British and Turkish intervention. They are well-acquainted with outside forces that yearn for Yemen for its geographic location more than for its people. Today, they are experiencing another intervention, led by the richest countries in the world. They see neighbors that share a common language and faith do nothing while they are killed by hunger, disease, and incessant bombing.

This has ultimately caused an opening for Turkey as war-weary Yemenis may be amenable to a new foreign invader provided that their rights, sovereignty, and independence are respected.

Feature photo | Fighters of the ‘Shelba’ unit, a militia allied with the U.N.-supported Libyan government, aim at enemy positions at the Salah-addin neighborhood front line in Tripoli, Libya, Aug 31, 2019. Ricard Garcia Vilanova | AP

Ahmed AbdulKareem is a Yemeni journalist. He covers the war in Yemen for MintPress News as well as local Yemeni media.