Libia: il drammatico ritorno degli sfollati a casa

Libia: il drammatico ritorno degli sfollati a casa
Un uomo libico fa gesti all’interno di un edificio bruciato nella città di Al-Goualiche, a 120 chilometri (75 miglia) a ovest della capitale Tripoli – Foto: Pulse

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“Abbiamo trovato la città saccheggiata, case in rovina, i nostri ulivi bruciati”. Seduto in quello che era il salotto della sua casa, Moftah racconta la sua delusione tornando a casa nella Libia occidentale dopo anni di esilio.
AL-GOUALICHE (LIBIA) – Al-Goualiche arroccata sulle alture dei monti Nafusa, 120 km a ovest di Tripoli, ha pagato il prezzo del suo sostegno per il Leader Muammar Gheddafi, catturato e ucciso dai ribelli nel mese di ottobre 2011. La rivolta fece piombare il paese nel caos.

Questa città di meno di 10.000 abitanti presenta un paesaggio di desolazione: case carbonizzate spazzate dal vento e dalla polvere, nessun accesso ai servizi di base, scuole distrutte o inutilizzabili. “Il 6 Luglio 2011”, ricorda Mohammad Moftah: il giorno preciso in cui ha dovuto rinunciare a tutto per fuggire con la sua famiglia, come gli altri residenti di Al-Goualiche, diventata città fantasma da allora. Questa città fu quindi l’obiettivo del “continuo bombardamento della NATO” – ribelli alleati – che bersagliava le forze fedeli di Gheddafi. “Restare significava morire”, dice il quarantenne.
Il timore di rappresaglie da parte delle città vicine, che avevano preso la causa dei ribelli, ha poi impedito ai residenti di tornare. Le Nazioni Unite, che hanno cercato per anni di raggiungere un accordo tra i diversi attori politici in Libia, incoraggiando e sostenendo il lavoro per la riconciliazione tra i popoli, dove i desideri di risentimento e vendetta sono ancora ardentemente vivi. In questo contesto, nel 2015 è stato firmato un accordo di riconciliazione tra le città di Jebel Nefoussa, consentendo questo ritorno, con promesse di assistenza finanziaria. Anche se Moftah Mohamad è sopraffatto nel vedere ciò che rimane della sua casa, senza porte o finestre, dice che preferisce ancora tornare a casa.
“È meglio che continuare a girare da una città all’altra”, dice. Ma ammette di essere molto deluso dal fatto che non si sia stato fatto nulla per aiutare il suo ritorno. “Cinque o sei commissioni governative si sono succedute senza cambiare nulla nel nostro destino”, dichiara rammaricandosi. Non molto lontano, Mohamad Boukraa ispeziona la sua casa carbonizzata, appoggiandosi ai suoi due nipoti. Questo settantenne ha deciso di tornare ad al-Goualiche pochi mesi fa dopo più di sette anni di esilio. “Quando ho visto la mia casa e quelli dei miei due figli bruciati, sono crollato”, dice.
 
Un ragazzo libico cammina in un edificio bruciato e distrutto nella città di Al-Goualiche, a 120 chilometri (75 miglia) a ovest della capitale Tripoli – Pulse
Il sindaco della città non nasconde nemmeno la sua impazienza. “Gli abitanti sono in attesa di un risarcimento per poter riparare le loro case e renderle sicure”, ha detto Said Amer. “Alcune famiglie sono costrette a vivere in case carbonizzate, senza rendersi conto del rischio che ciò rappresenti per la loro salute e quella dei loro figli”, si preoccupa. – Promesse non mantenute –
Oltre alle infrastrutture pubbliche, la città di al-Goualiche ha identificato, secondo lui, 1.600 casi di risarcimento alle famiglie ancora vacanti. Per il governo, le difficoltà finanziarie sono i principali ostacoli alla ricostruzione di città come al-Goualiche. Il ritorno degli sfollati “richiede un piano di sviluppo e di fondi significativi per la ricostruzione che non abbiamo”, ha dichiarato Youssef. Secondo lui, la colpa è principalmente della comunità internazionale. “Più volte, la comunità internazionale ha fatto promesse per aiutare a ricostruire le città colpite, ma nulla è stato raggiunto”, ha detto.
La Libia ha attualmente circa 187.000 sfollati interni, secondo le statistiche dell’International Organization for Migration (IOM) redatte lo scorso dicembre 2018. Human Rights Watch (HRW) ha lanciato l’allarme giovedì sul destino degli sfollati di Taouarga (nord-est), un’altra città che si era schierata con Gheddafi nel 2011.
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La vera ragione del golpe in Venezuela: l’opposizione ha offerto agli USA il 50% dell’industria petrolifera nazionale

Il primo golpe in Venezuela ordito in quel di Washington risale al 2002. Fallì miseramente con il Comandante Chavez che torna in sella a furor di popolo. Le ingerenze di Washington sono state e rimangono una costante nella politica di Caracas. La ricchezza di petrolio e risorse naturali fanno troppo gola all’ingombrante vicino di casa nordamericano che vorrebbe tornare ad avere in quel di Caracas delle figure fantoccio che rispondono agli ordini USA.

Possiamo così spiegare brevemente la grottesca autoproclamazione di Juan Guaidò a presidente ad interim e il tentativo di rovesciare il governo Maduro. Trump, insieme ai falchi stunitensi, ha deciso di impossessarsi del petrolio venezuelano. Costi quel che costi. Con il beneplacito dell’opposizione venezuelana.

Anzi, quest’ultima vista l’incapacità di raggiungere il potere per via democratica è giunta ad offrire il 50% dell’industria petrolifera di Caracas agli USA.

Il ministro del Potere Popolare per il Petrolio e presidente di PDVSA, Manuel Quevedo, ha accusato le forze di opposizione di aver offerto il 50% dell’industria petrolifera nazionale agli Stati Uniti. «L’opposizione vuole mettere in vendita tutte le risorse del popolo venezuelano. Hanno offerto il 50% del settore petrolifero agli Stati Uniti», ha denunciato ai microfoni dell’emittente Venezolana de Televisión (VTV).

Quevedo è intervenuto a una mobilitazione organizzata dai lavoratori del settore petrolifero presso la sede della compagnia statale PDVSA, dove ha sottolineato che l’opposizione di concerto con il presidente statunitense Donald Trump cerca di montare in Venezuela uno scenario simile a quello già visto in Libia.

«Vogliono che la gestione di tutte le risorse sia dell’amministrazione Trump. Vogliono applicare lo stesso copione della Libia, nominare un governo parallelo, intervenire e appropriarsi delle risorse».


Il ministro ha inoltre evidenziato che l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), riconosce il termine 2019-2025 presidenziale del presidente Nicolas Maduro: «L’OPEC ci riconosce, così come molti di quei paesi che hanno ricevuto sanzioni ingiuste dagli Stati Uniti, che perseguono come obiettivo la distruzione economica e l’appropriazione delle loro risorse».

La mossa del congelamento dei conti bancari all’estero di PDVSA e Citgo oltre ad attivi e beni per 7 miliardi di dollari rappresenta un «furto palese» nei confronti del popolo venezuelano. Lo stesso che Stati Uniti e opposizione dicono di voler difendere dal tiranno Maduro.

Notizia del:

Così i giornalisti provocano le guerre

Il bombardamento della Siria del 14 aprile 2018 resterà negli annali come esempio delle conseguenze del giornalismo scandalistico. Thierry Meyssan ritorna sull’uso del sensazionalismo nella propaganda di guerra.


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A dicembre 2016 i Caschi Bianchi apposero la propria firma sulla rivendicazione degli jihadisti che avevano assediato Damasco e tagliato i rifornimenti d’acqua. Impedire ai civili l’accesso all’acqua è un crimine di guerra.
Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno bombardato la Siria nella notte tra il 13 e il 14 aprile 2018. L’operazione, un’aggressione secondo il Diritto Internazionale, è stata presentata come risposta degli alleati al supposto utilizzo di armi chimiche da parte della Repubblica Araba Siriana.


Il segretario della Difesa statunitense, generale James Mattis, aveva dichiarato di non avere prova dell’accusa, ma di basarsi su «articoli di stampa credibili». Nel 2011, anche il procuratore della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno Ocampo, si fondò su articoli di stampa – oggi tutti smentiti – per emettere un mandato di arresto internazionale contro Muammar Gheddafi, e giustificare così l’intervento della NATO.
Nel 1898 il governo statunitense fece altrettanto: basandosi su «articoli di stampa credibili» dei giornali di William Randolph Hearst [1] scatenò la guerra ispano-americana. Gli articoli si rivelarono in seguito totalmente mendaci [2].
Gli «articoli di stampa credibili» cui, dal canto suo, Mattis si riferisce si basano sulle dichiarazioni dell’ONG britannica Caschi Bianchi (White Helmets). Quest’organizzazione, che si presenta come «associazione umanitaria», è in realtà coinvolta nel conflitto: ha ufficialmente partecipato a diverse operazioni di guerra, tra cui l’interruzione dei rifornimenti di acqua a 5,6 milioni di abitanti di Damasco per una quarantina di giorni [3].
Poche ore prima del bombardamento degli alleati, Russia e Siria avevano pubblicato le testimonianze di due persone che, al momento del presunto attacco, si trovavano all’ospedale di Duma e asseriscono essersi trattato di una messinscena e che non c’è stato attacco con armi chimiche [4].
Come già nel XIX secolo, anche nella nostra epoca accade che giornalisti riescano a manipolare Stati e un tribunale Internazionale, sospingendoli a rovesciare un regime o a bombardare Stati sovrani.
Per questo, in democrazia, parte della stampa può proclamarsi Quarto Potere. Un potere non eletto, quindi illegittimo.
I media che possiedono simili facoltà appartengono a grandi capitalisti, a loro volta strettamente legati a responsabili politici che non esitano a far credere di essere stati ammorbati da “articoli credibili”. William Randolph Hearst era, per esempio, molto vicino al presidente statunitense, William McKinley, che mirava a scatenare una guerra ispano-americana e che poi la dichiarò.
Alla fine della seconda guerra mondiale, Unione Sovietica e Francia fecero adottare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite numerose risoluzioni di condanna della propaganda di guerra [5]. Gli Stati membri le inglobarono nel loro diritto nazionale. In teoria, i giornalisti che praticano simile attività andrebbero perseguiti. Eppure non accade perché, di fatto, solo gli Stati hanno facoltà di avviare questo genere di azione giudiziaria. Dunque, la propaganda di guerra è vietata ma, al momento, possono essere ritenuti colpevoli, secondo il diritto internazionale, solo i giornalisti di opposizione, che certo non hanno il potere di scatenare guerre, ma non gli Stati che le fanno.

[1] Citizen Hearst: A Biography of William Randolph Hearst, W. A. Swanberg, Scribner’s, 1961.
[2] Public Opinion and the Spanish-American War: a Study in War Propaganda, Marcus Wilkerson, Russell and Russell, 1932. The Yellow Journalism USA, David R. Spencer, Northwestern University Press, 2007.
[3] “Una “ONG umanitaria” priva dell’acqua 5,6 milioni di civili”, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 7 gennaio 2017.
[4] “Le testimonianze che invalidano le accuse dei Caschi Bianchi”, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 15 aprile 2018.
[5] “I giornalisti che praticano la propaganda di guerra, dovranno risponderne”, di Thierry Meyssan, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 15 agosto 2011.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article200684.html

Lo strano intreccio tra l’ex della Boldrini, le ong scafiste e le trame contro l’Eritrea

16/2/2018
Fino al 2015, l’allora Presidente della Camera, terza carica istituzionale, Laura Boldrini era accompagnata dall’allora fidanzato Vittorio Longhi, giornalista di origine eritrea collaboratore di La Repubblica, di The Guardian e del New York Times.

Longhi alterna all’attività di giornalista mainstream media quella di attivista a favore dei diritti umani in Eritrea, che si può tradurre in una vera e propria operazione organizzata di regime change contro il Presidente Isaias Afewerki giustificata dal solito pretesto occidentale dell’esportazione di democrazia e dei diritti con annessa demonizzazione del dittatore ostile ai piani dei poteri forti mondialisti.
Come documentato da Daniel Wedi Korbaria, autore e sceneggiatore nonché libero rappresentante della voce inascoltata della numerosa comunità eritrea presente da anni in Italia, il Presidente Afewerki ha cacciato dal proprio Paese tutte le organizzazioni non governative colpevoli di chiare e provate ingerenze sul regolare processo di ricostruzione dell’Eritrea, preferendo un orgoglioso percorso di resilienza motivato dall’opinione che “gli aiuti umanitari paralizzano le persone”[1].

Certamente Isaias Afewerki non può essere paragonato ad un presidente occidentale, ma ricordiamo che, dopo una decennale lotta con la vicina Etiopia che ha portato la nazione allo stremo con una percentuale di povertà assoluta tra le maggiori al mondo e un numero incredibile di giovani eritrei morti sul campo, il Presidente ha riportato stabilità in Eritrea iniziando un’accurata ricostruzione che ha messo al primo posto il suo popolo. Wedi Korbaria afferma al riguardo: “Nonostante il perdurare nel Corno d’Africa della siccità causata da El Nino, a differenza della Somalia, dell’Etiopia e del Sudan, in Eritrea non ci sono più quei bambini denutriti e con la pancia gonfia che muoiono a decine anzi, senza temere di essere smentito, posso orgogliosamente dire che da noi nessun bambino muore più di fame o di malnutrizione”.
Premesso ciò, la rete degli eritrei in Europa che opera una chiara propaganda contro il Presidente Isaias Afewerki è estremamente attiva e trova spazio sia a livello istituzionale sia a livello mediatico, a differenza di quella, numericamente maggioritaria, che sostiene l’operato del governo eritreo. Come al solito, i media mainstream sostengono solo una certa parte politicamente più vicina, evitando con cura ogni genere di contraddittorio.
Le figure più conosciute e rilevanti che operano in Italia e Europa sono Padre Mussie Zerai, Meron Estefanos[2] e Alganesh Fessaha[3].
Padre Mussie Zerai, fondatore della onlus Habeshia per “aiutare i migranti eritrei a raggiungere l’Italia”, e ideatore della piattaforma Watch The Med che con Alarm Phone riceve segnalazioni su presunti naufragi nel Mediterraneo, spesso prima che avvengano, è stato acclamato dai media e dalle istituzioni italiane per il suo impegno a favore dei profughi. Nonostante l’ampio sostegno e la positiva visibilità dati alla sua attività, nell’agosto del 2017, Mussie Zerai, autoproclamatosi “Padre Mosè”, è stato raggiunto da un avviso di garanzia con l’accusa di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” in seguito alle indagini condotte dalla Procura di Trapani. La stessa inchiesta ha coinvolto anche Jugend Rettet, ONG della sinistra tedesca radicale, e ha portato al sequestro della nave Iuventa e all’invio di tre avvisi di garanzia indirizzati ai membri della stessa.
Quindi le indagini della Procura di Trapani parlano di Padre Zerai come facilitatore dell’immigrazione clandestina che da anni il Governo italiano subisce senza nessuna strategia adatta ad arginare quello che è diventato il business più remunerativo della malavita africana e del sistema di accoglienza delle cooperative nostrane[4].
Mussie Zerai, con la sua discepola Meron Estefanos, è stato ricevuto negli uffici della Presidenza della Camera di Montecitorio da Laura Boldrini nel novembre del 2013, con tutti gli onori del caso nonché significativi abbracci[5]. Nulla di male, certo, perché all’epoca Zerai era un semisconosciuto attivista eritreo. Sarà stato l’allora compagno di vita Vittorio Longhi della Boldrini a suggerirle l’incontro istituzionale?

Per anni, Longhi ha collaborato con Padre Mussie Zerai nella comune battaglia di detronizzazione del Presidente Isaias Afewerki, grazie alle organizzazioni di cui sono fondatori; la proficua lotta comune ha portato i due a sottoscrivere una petizione[6], pubblicata su Change.org, allo scopo di bloccare 312 milioni di euro di aiuti stanziati dall’Unione Europea destinati all’Eritrea “perché finirebbero nelle mani del dittatore Afewerki”.

Il terzo responsabile della petizione è Anton Giulio Lana, presidente dell’Unione Forense per la Tutela dei Diritti Umani[7] vicina alla Open Society Foundations (l’associazione di Lana fa parte della sorosiana FIDH[8] e ha contribuito a creare il sorosiano Consiglio Italiano per i Rifugiati[9]). Questa non è l’unica petizione congiunta lanciata da Vittorio Longhi e Padre Mussie Zerai; alcune sono state sostenute anche da Huffington Post, giusto per inquadrare la rilevanza data agli oppositori del Presidente eritreo dai mainstream media italiani.

Fa riflettere anche quanto scritto sul sito ufficiale di Progressi[10], l’organizzazione fondata da Vittorio Longhi: “Progressi non è solo un sito di petizioni online, ma coordina e sostiene gruppi locali di attivisti che vogliono fare pressione sulle istituzioni affinché la loro voce sia ascoltata e siano date risposte chiare”; per questo ci chiediamo: Longhi avrà fatto pressioni anche sulla fidanzata Boldrini (terza carica istituzionale italiana) per quanto concerne l’incontro a Montecitorio con Zerai?
Emblematica è anche l’audizione di Vittorio Longhi e Padre Mussie Zerai del 2015 in “Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza e di identificazione, nonché sulle condizioni di trattenimento dei migranti nei centri di accoglienza, nei centri di accoglienza per richiedenti asilo e nei centri di identificazione ed espulsione[11] presieduta dall’odierno Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia Gennaro Migliore[12] (di cui parleremo sul Primato Nazionale in edicola a marzo). Su quali basi di neutralità e esperienza sono stati scelti Longhi e Zerai, essendo già nota allora la loro ideologia puramente immigrazionista e anti-Afewerki con cui giustificano l’arrivo di migliaia eritrei in Italia?
Sui richiedenti asilo eritrei si è espresso anche Daniel Wedi Korbaria, commentando i fatti di piazza Indipendenza a Roma dello scorso anno: “A differenza dei mainstream media che ne danno la loro falsa lettura, ecco che cosa sono invece quei ‘rifugiati’ romani. Sono quelli scappati da quella genuina filosofia che è impegnata a ricostruire e difendere il proprio paese devastato da due guerre con gli etiopici. A costoro qualcuno ha promesso una vita facile ed un pascolo più verde. Sono stati fatti arrivare qui attratti, come specchio per le allodole, da tanti soldi subito grazie al welfare del Nord Europa. Non è nella cultura eritrea comportarsi come uno straccione: il vero eritreo ha un altissimo senso della dignità”.
Progressi[13], inoltre, fa parte della piattaforma internazionale Open (Online Progressive Engagement Network)[14] finanziata dalla Open Society Foundations, di cui è membro anche la più famosa Moveon.org (quella di Avaaz per intenderci), creatura voluta da George Soros per influenzare il democratico esito di campagne elettorali e dei referendum.
Chiariti i legami tra l’allora fidanzato di Laura Boldrini, Vittorio Longhi, Padre Mussie Zerai su cui aspettiamo la chiusura delle indagini presso la procura di Trapani, e Open Society Foundations, vorremmo porre una domanda all’ex Presidente della Camera: visto che l’organizzazione Progressi di Longhi ha come mission il fatto di “fare pressione sulle istituzioni” ed è inserita in un circuito chiaramente facente capo a George Soros, di cui conosciamo le ingerenze sui governi nazionali, può negare, senza paura di essere smentita, ogni suo conflitto di interessi nella vicenda, e di aver gestito l’affaire rispettando la sua posizione di terza alta carica dello Stato?
Francesca Totolo
NOTE
[1] L’Eritrea e le ONG: resilienza vs assistenzialismo e i rifugiati di piazza Indipendenza: https://www.lucadonadel.it/eritrea-vs-ong/
[2] Padre Mussie Zerai, le accuse di favoreggiamento all’immigrazione clandestina e Meron Estefanos: https://www.lucadonadel.it/padre-mussie-zerai-le-accuse-di-favoreggiamento-immigrazione-clandestina-e-meron-estefanos/
[3] Alganesh Fessaha: i premi, l’attivismo politico e l’importazione di profughi eritrei: https://www.lucadonadel.it/alganesh-fessaha/
[4] Bechis: nomi e numeri delle coop che si arricchiscono con gli immigrati: http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/13226417/bechis-nomi-numeri-coop-fanno-soldi-immigrati-business-accoglienza-.html
[5] Montecitorio. Boldrini incontra una delegazione di rifugiati eritrei: https://www.youtube.com/watch?v=FYGup5_fBYg
[6] Migranti: l’UE non dia soldi alla dittatura eritrea: https://www.change.org/p/migranti-l-ue-non-dia-soldi-alla-dittatura-eritrea-federicamog
[7] UFTDU, networking: https://www.unionedirittiumani.it/networking/
[8] FIDH , supporters: https://www.fidh.org/en/about-us/our-funding/
[9] CIR, Report 2017: http://www.cir-onlus.org/wp-content/uploads/2018/02/Rapporto-attivit%C3%A0-CIR_17.pdf
[10] Progressi, chi siamo: http://www.progressi.org/chisiamo
[11] Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza e di identificazione, nonché sulle condizioni di trattenimento dei migranti nei centri di accoglienza, nei centri di accoglienza per richiedenti asilo e nei centri di identificazione ed espulsione: http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/commissioni/stenografici/html/69/audiz2/audizione/2015/12/09/indice_stenografico.0033.html#stenograficoCommissione.tit00010.int00010
[12] Commissione migranti, audizione Don Mussie Zerai e Vittorio Longhi: http://www.camera.it/leg17/1132?shadow_primapagina=5150
[13] Progressi, Lavora con noi: http://www.progressi.org/lavoraconnoi
[14] Open Society Foundations, Expenditures: https://www.opensocietyfoundations.org/sites/default/files/Expenditures%202014.FINAL_.7.2.15_0.pdf

Preso da: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/lo-strano-intreccio-tra-lex-della-boldrini-le-ong-scafiste-e-le-trame-contro-leritrea-79926/

Quello che ci hanno detto sulla Libia era tutto falso.

Libia: e se fosse tutto falso?

14/06/2011  In questo Dossier un po’ di buoni argomenti per riflettere sulla guerra, sulla missione Nato e sugli obiettivi dell’intervento militare.

La guerra della Nato in Libia (operazione “Protettore unificato”), alla quale l’Italia sta partecipando, è presentata all’opinione pubblica internazionale come un intervento umanitario “a tutela del popolo libico massacrato da Gheddafi”. In realtà la Nato e il Qatar sono schierati, per ragioni geostrategiche, a sostegno di una delle due parti armate nel conflitto, i ribelli di Bengasi (dall’altra parte sta il Governo). E questa guerra, come ha ricordato Lucio Caracciolo sulla rivista di geopolitica Limes, sarà ricordata come un “collasso dell’informazione”,  intrisa com’è di bugie e omissioni.

Le sta studiando la Fact Finding Commission (Commissione per l’accertamento dei fatti) fondata a Tripoli da una imprenditrice italiana, Tiziana Gamannossi, e da un attivista camerunese, con la partecipazione di attivisti da vari Paesi.

La madre di tutte le bugie: “10 mila morti e 55 mila feriti”. Il pretesto per un intervento dalle vere ragioni geostrategiche (http://globalresearch.ca/index.ph p?context=va&aid=23983) è stato fabbricato a febbraio. Lo scorso 23 febbraio, pochi giorni dopo l’inizio della rivolta, la tivù satellitare Al Arabyia denuncia via Twitter un massacro: “10mila morti e 50mila feriti in Libia”, con bombardamenti aerei su Tripoli e Bengasi e fosse comuni. La fonte è Sayed Al Shanuka, che parla da Parigi come membro libico della Corte penale internazionale – Cpi (http://www.ansamed.info/en/libia/news/ME.XEF93179.html).

La “notizia” fa il giro del mondo e offre la principale giustificazione all’intervento del Consiglio di Sicurezza e poi della Nato: per “proteggere i civili”. Non fa il giro del mondo invece la smentita da parte della stessa Corte Penale internazionale: “Il signor Sayed Al Shanuka – o El Hadi Shallouf – non è in alcun modo membro o consulente della Corte”(http://www.icc-cpi.int/NR/exeres/8974AA77-8CFD-4148-8FFC-FF3742BB6ECB.htm).

Ci sono foto o video di questo massacro di migliaia di persone in febbraio, a Tripoli e nell’Est? No. I bombardamenti dell’aviazione libica su tre quartieri di Tripoli? Nessun testimone. Nessun segno di distruzione: i satelliti militari russi che hanno monitorato la situazione fin dall’inizio non hanno rilevato nulla (http://rt.com/news/airstrikes-libya-russian-military/). E la “fossa comune” in riva al mare? E’ il cimitero (con fosse individuali!) di Sidi Hamed, dove lo scorso agosto si è svolta una normale opera di spostamento dei resti (http://www.youtube.com/watch?v=hPej4Ur_tz0). E le stragi ordinate da Gheddafi nell’Est della Libia subito in febbraio? Niente: ma possibile che sul posto nessuno avesse un telefonino per fotografare e filmare?

L’esperto camerunese di geopolitica Jean-Paul Pougala (docente a Ginevra) fa anche notare che per ricoverare i 55 mila feriti non sarebbero bastati gli ospedali di tutta l’Africa, dove solo un decimo dei posti letto è riservato alle emergenze (http://mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=24960).

 
Ragazzi libici sfollati da Misurata.

Ragazzi libici sfollati da Misurata.

L’opera di demonizzazione del nemico, già suggerita con successo dall’agenzia Wirthlin Group agli Usa per la guerra contro l’Iraq, è riuscita ottimamente nel caso della Libia. “Gheddafi usa mercenari neri”. I soldati libici sono sempre definiti “mercenari”, “miliziani”, “cecchini”. In particolare i media sottolineano la presenza, fra i combattenti pro-governativi, di cittadini non libici del Continente Nero; i ribelli a riprova ne fotografano svariati cadaveri. Ma moltissimi libici delle tribù del Sud sono di pelle nera.

“I mercenari, i miliziani e i cecchini di Gheddafi violentano con il Viagra”.  Il governo libico imbottirebbe di viagra i soldati dando loro via libera a stupri di massa, è stata l’accusa della rappresentante Usa all’Onu Susan Rice. Ma Fred Abrahams, dell’organizzazione internazionale Human Rights Watch, afferma che ci sono alcuni casi credibili di aggressioni sessuali (del resto il Governo libico e alcuni migranti muovono le stesse accuse ai ribelli) ma non vi è la prova che si tratti di un ordine sistematico da parte del regime. Ugualmente fondata solo su contradditorie testimonianze (e riportata solo da un giornale scandalistico inglese (http://www.dailymail.co.uk/news/article-1380364/Libya-Gaddafis-troops-rape-children-young-eight.html) l’accusa di sterminio di intere famiglie e di violenze su bambini di otto anni.

“Gheddafi ha usato le bombe a grappolo a Misurata”.  Sottomunizioni dei micidiali ordigni Mat-129 sono stati trovati nella città da organizzazioni non governative e dal New York Times.  Tuttavia,secondo una ricerca di Human Rights Investigation (Hri) riportata da vari siti (http://www.uruknet.de/?l=e&p=-6&hd=0&size=1) potrebbero essere stati sparati dalle navi della Nato.

“Strage di civili a Misurata”. Negli scontri fra lealisti e ribelli armati sono certo morti decine o centinaia di civili, presi in mezzo. Ma ognuna delle due parti rivolge all’altra accuse di stragi e atrocità.

 
Un soldato dell'esercito regolare libico, ferito, con il figlio a Zliten.

Un soldato dell’esercito regolare libico, ferito, con il figlio a Zliten.

     Decine di migliaia di vittime civili…effetti collaterali dei “missilamenti” Nato. Oltre alle centinaia di morti civili nei bombardamenti aerei iniziati in marzo (oltre 700, secondo il Governo libico), e a centinaia di feriti tuttora ricoverati negli ospedali, la guerra ha provocato oltre 750 mila fra sfollati e rifugiati: dati forniti da Valerie Amos dell’Ufficio umanitario delle Nazioni Unite, ma risalente al 13 maggio. Si tratta di cittadini libici trasferitisi in altre parti del Paese e soprattutto di moltissimi migranti rimasti senza lavoro e timorosi di violenze (solo nel poverissimo Niger sono tornati oltre 66 mila cittadini: (http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=24959).Oltre 1.500 migranti sarebbero già morti nel mar Mediterraneo dall’inizio dell’anno.

Atrocità commesse ai danni di neri e migranti. Secondo le denunce di Governi africani, di migranti neri in Libia, e le testimonianze raccolte da organizzazioni umanitarie come la Fédération internationale des droits de l’homme – Fidh (www.lexpress.fr/actualite/monde/libye-des-exactions-anti-noirs-dans-les-zones-rebelles_994554.html), nell’Est libico – controllato dai ribelli – innocenti lavoratori migranti sono stati accusatidi essere “mercenari di Gheddafi”e linciati, torturati, uccisi o comunque fatti oggetto di atti di razzismo e furti. I ribelli, come proverebbero diversi video, hanno giustiziato e seviziato soldati libici in particolare neri (http://fortresseurope.blogspot.com/search/label/Rivoluzionari%20e%20razzisti%3F%20I%20video). La comunità internazionale ha finora ignorato queste denunce.

Fatte cadere tutte le proposte negoziali. Fin dall’inizio della guerra civile libica, sono state avanzate diverse proposte negoziali, prima da Governi latinoamericani e poi dall’Unione Africana (Ua), che prevedevano il cessate il fuoco ed elezioni a breve termine.  Sono state tutte ignorate dalla Nato e dai ribelli.

Preso da: http://www.famigliacristiana.it/articolo/libia_140611115251.aspx

Le origini naziste della NATO

Mision Verdad, 10 aprile 2018
Sui nazisti ci sono molti miti e persino fantasie, tuttavia alcune storie su ciò che accadde a certi ufficiali, scienziati, intellettuali del Terzo Reich sono state confermate da documenti, rapporti e dossier declassificati. Si trova sul web la storia delle ratlines (linee dei topi), di cui il Vaticano tesse la logistica. Consisteva in una serie di rotte e punti di transizione per alcuni personaggi del nazismo che il governo statunitense volle arruolare, aiutandosi nella clandestinità. Da qui anche il riferimento ai ratti. La riconversione dal nazismo all’occidente contro il comunismo fu solo proforma, poiché già il Terzo Reich cercò nella Seconda guerra mondiale di sconfiggere l’Unione Sovietica. Come si sa, fallì. Ma alti comandanti nazisti furono poi riciclati nella struttura della coalizione transatlantica guidata dagli Stati Uniti contro il blocco sovietico. Di seguito presentiamo brevi profili dei seguenti ufficiali che, da nazisti, divennero importanti ufficiali dell’Organizzazione del Nord Atlantico (NATO).

Adolf Heusinger, al centro, Hitler a destra, a sinistra di Heusinger, Paulus.

Adolf Heusinger ascese ai vertici delle gerarchie militari del Terzo Reich.
Divenne capo di Stato Maggiore nel 1944 per un breve periodo, e poi fu ridotto a capo della divisione cartografica per una possibile collaborazione all’attentato a Hitler.
Fu coinvolto nei piani d’invasione nazista di Polonia, Norvegia, Danimarca e Francia.
La sua storia è la più interessante, poiché dopo la guerra divenne spia della CIA, braccio destro militare del governo di Konrad Adenauer nel 1957-1961, nella Repubblica Federale di Germania, per poi avere la presidenza del Comitato militare della NATO, il massimo grado militare dell’organizzazione, fino al 1964.

Heusinger alle spalle di Adenauer.
– Hans Speidel fu tenente-generale nazista, Capo di Stato Maggiore e uno dei più importanti ufficiali da campo di Erwin Rommel. Aderì all’esercito tedesco di Adenauer come consigliere e supervisionò l’integrazione della Bundeswehr (forze armate tedesche) nella NATO. Fu poi nominato comandante supremo delle forze alleate della NATO in Europa centrale dal 1957 al 1963.
1944; Speidel, Lang e Rommel
1.12.1955, Heusinger, Blank e Speidel

Johannes Steinhoff fu uno dei più audaci piloti dell’aviazione militare nazista.
Il suo record di 176 aerei nemici abbattuti, e la sua esperienza in 993 missioni durante la carriera di pilota da combattimento, fu abbattuto 12 volte e sempre salvato, gli valse la decorazione più importante del Terzo Reich durante la guerra: la Croce di Ferro da Cavaliere.
Steinhoff fu capo di Stato Maggiore e comandante delle Forze aeree alleate dell’Europa centrale (1965-1966), capo di Stato Maggiore della Luftwaffe della Bundeswehr (1966-1970) e presidente del Comitato militare della NATO (1971-1974).
Steinhoff e il Generale statunitense JR Holzapple
Steinhoff a sinistra, con Willy Brandt al centro; Bonn
– Johann von Kielmansegg fu ufficiale di Stato Maggiore Generale dell’Alto Comando nazista, dove divenne colonnello e comandò diversi reggimenti sul campo. Dopo la guerra, aderì alla marina tedesca e promosso generale di brigata, scalò i vertici della NATO come comandante in capo delle forze speciali dell’Europa centrale nel 1967.
Kielmansegg, Hoepner, Schoen Angerer e Landgraf, durante l’invasione dell’URSS, presso Leningrado
Il capo di Stato Maggiore USA Lyman Lemnitzer e Johann Adolf Graf von Kielmansegg; 1968
– Jürgen Bennecke faceva parte dello Stato Maggiore del Gruppo d’Armate Centro dei nazisti. Fu promosso generale durante la formazione dell’esercito tedesco nel dopoguerra, e dal 1968 al 1973 fu comandante in capo del Comando delle forze alleate della NATO in Europa centrale.
Jurgen Bennecke col Maresciallo dell’Aria Sir August Walker, comandante della RAF; 1968
– Ernst Ferber fu promosso tenente-colonnello nello Stato Maggiore della Wehrmacht, venne decorato con la Croce di ferro di prima classe. Dopo il reclutamento post-bellico, fu comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale dal 1973 al 1975.
Ernest Feber al centro
– Karl Schnell fu primo ufficiale dello Stato Maggiore di importanti corpi e divisioni e ricevette la Croce di ferro di seconda classe. Successivamente studiò economia aziendale e divenne tenente-generale, sostituendo il generale Ferber a comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale, nel 1975 – 1977.
Karl Schnell, a sinistra
 Ferdinand von Senger und Etterlin combatté come tenente nell’invasione nazista dell’Unione Sovietica (operazione Barbarossa) e partecipò alla battaglia di Stalingrado, una delle più importanti della Seconda guerra mondiale che ribaltò l’equilibrio di forze per gli alleati. Tra le tre decorazioni più importanti c’era la Croce tedesca in oro, ed alla fine della guerra fu assistente del Comando supremo della marina del Terzo Reich. In seguito comandò diversi battaglioni di carri armati divenendo generale e comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale nel 1979 – 1983.

– Franz-Josef Schulze fu tenente nelle forze aeree naziste e comandante di reggimento, ricevette la Croce di ferro di cavaliere. Nella Germania del dopoguerra divenne generale e fu comandante in capo delle f forze alleate della NATO in Europa centrale nel 1977 – 1979.–

Tali ufficiali nazisti hanno parecchie cose in comune, tra cui aver scritto e pubblicato libri sulle loro esperienze da nazisti nella Seconda guerra mondiale, essendo stati catturati (in maggioranza) dalle forze armate statunitensi offrirono i loro servigi agli ordini della struttura più importante che affrontò, durante gli anni della cosiddetta Guerra Fredda, i sovietici e la loro influenza in Europa. L’obiettivo principale della Germania nazista era distruggere il progetto sovietico, così come la NATO aveva intenzione di fare fino alla caduta del muro di Berlino. Questo è il motivo per cui gli ufficiali nazisti con esperienza sul campo di battaglia e conoscenza delle tattiche che la NATO poi usò contro Jugoslavia e Libia, per nominare due casi, furono reclutati dalle élite statunitensi e tedesche per riprendere l’Operazione Barbarossa con modi più sottili e la stessa audacia ideologica. Proprio come l’Organizzazione Gehlen fu attivata da Stati Uniti e Germania Federale nel dopoguerra, partendo dalle reti spionistiche che i nazisti avevano nell’Europa dell’Est, gli stessi ufficiali che ebbero successo nelle campagne militari furono riattivati per adempiere al loro ruolo secondo nuovi tempi ed interessi. La ricapitolazione sulle origini naziste di tale organizzazione transatlantica spiega ciò che molti altri analisti militari a lungo pensano: che il nazismo in Europa si manifesta storicamente oggi nella NATO. Il sogno di Hitler si materializza oggi e punta direttamente contro Russia e progetto eurasiatico.
Hans Landgraf, Georg Reinhardt, ignoto, e von Kielmansegg, a destra, durante l’invasione dell’URSS, estate 1941
Traduzione di Alessandro Lattanzio

Dall’amministrazione Obama 9 milioni di dollari a Soros per destabilizzare l’Albania


Sono 32 pagine che inchiodano l’amministrazione Obama e l’Usaid (l’Agenzia governativa Usa che lavora per “sostenere la politica estera americana”nel mondo), mostrando i loro legami con George Soros nell’attività di destabilizzazione nei Balcani.

di Giampaolo Rossi  – – www.occhidellaguerra.it

In pratica si parla di 9 milioni di dollari con cui il Governo americano ha finanziato la campagna “Justice for all” in Albania, promossa da East West Management Institute legato a George Soros, con lo scopo di realizzare la riforma giudiziaria del governo socialista di Tirana.
Il documento è stato reso pubblico da Judicial Watch un’organizzazione conservatrice specializzata nel controllo delle attività governative.
Le 32 pagine sono state ottenute attraverso un FOIA (il Freedom Of Information Act che consente l’accesso ad atti del Governo) presentato nel 2017 contro il Dipartimento di Stato e l’Usaid, dopo che questi ultimi si erano rifiutati di consentire la visione dei documenti richiesti.

Tra il materiale è incluso un memo dell’Aprile del 2016 che rivela come l’Ambasciata Usa in Albania e la Open Society di George Soros abbiano finanziato un sondaggio realizzato dall’Ong albanese Idra Insitute, sul tema della giustizia nel paese.
Il sondaggio serviva a dimostrare che oltre il 90% degli albanesi appoggiavano la riforma giudiziaria voluta dal governo socialista in carica; riforma considerata illiberale dall’opposizione di centro-destra che arrivò a definirla “la Riforma Soros”.
In un secondo documento del 10 Febbraio 2017, il finanziamento a Soros parte direttamente dal Dipartimento di Stato che conferma come l’Open Society sia uno dei soggetti chiamati “a svolgere revisione tecnica per i progetti” che il Governo Usa finanzia in Albania e “valutarne la fattibilità e la non sovrapposizione con altre iniziative” di Istituzioni internazionali.
Tom Fitton, Presidente di Judicial Watch, si è chiesto se è lecito che un miliardario come George Soros “riceva i soldi dei contribuenti americani per portare avanti il ​​suo programma di sinistra radicale in patria e all’estero”.
In altre parole l’Amministrazione Obama ha finanziato Soros nelle iniziative che la sua Open Society ha svolto in Albania a supporto del governo socialista; governo il cui Premier Edi Rama è stato anche membro del Consiglio d’Amministrazione della Open Society albanese prima di diventare capo del Governo. Insomma un vero e proprio prodotto di laboratorio dell’élite mondialista .
Lo scandalo dell’ingerenza Obama/Soros in Albania è emerso con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, quando un gruppo di senatori repubblicani chiese al neo Segretario di Stato Tillerson di indagare sui fondi pubblici elargiti alla Open Society tramite l’Usaid, “per creare il controverso progetto strategico per la riforma giudiziaria in Albania”.

Soros anche in Macedonia

L’azione di infiltrazione nei processi democratici e nelle sovranità nazionali da parte di Soros non è limitato alla sola Albania ma è una strategia diffusa in tutti i Balcani.
Un anno fa abbiamo spiegato come tra il 2012 e il 2014 la Open Society di George Soros abbia stipulato un accordo con il Governo degli Stati Uniti di complessivi 5 milioni di dollari “per realizzare in Macedonia il Civil Society Project, il piano di democratizzazione della piccola nazione balcanica; progetto realizzato attraverso una serie di Ong e associazioni macedoni” tutte emanazioni del Partito della Sinistra macedone (SDSM) che nel 2015 scatenò la Rivoluzione colorata contro il governo conservatore eletto.
È curioso notare come la sinistra americana ed il sistema di potere legato a George Soros, che sono in prima linea nell’accusare la Russia di un’inverosimile ed ancora non dimostrata ingerenza nell’elezione di Donald Trump, siano in realtà coloro che hanno concretamente svolto attività di ingerenza nei processi democratici ed elettivi di molte nazioni europee. Accusare gli altri di ciò che si fa è una classica tecnica di depistaggio di cui Soros è un maestro.

Preso da: http://www.imolaoggi.it/2018/04/09/dallamministrazione-obama-9-milioni-di-dollari-a-soros-per-destabilizzare-lalbania/

Il generale Bernardis: le notizie sui raid italiani in Libia furono censurate dal Governo Berlusconi

di Gianandrea Gaiani29 novembre 2012
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I bombardamenti dei caccia italiani sulla Libia, iniziati dopo Pasqua e continuati fino all’ottobre dell’anno scorso, sono stati tenuti nascosti per motivi politici. La notizia certo non è nuova e del resto durante il conflitto Il Sole 24 Ore fornì periodicamente in esclusiva i dati ottenuti da fonti confidenziali sui raid aerei italiani effettuati da jet di marina e aeronautica contro le forze di Gheddafi.
Ad ammettere la censura voluta all’epoca dal Governo Berlusconi e tenacemente imposta dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha provveduto ieri uno dei protagonisti di quella guerra, il generale Giuseppe Bernardis , capo di stato maggiore dell’aeronautica militare. In occasione della presentazione del libro edito dalla Rivista Aeronautica ”Missione Libia 2011. Il contributo dell’Aeronautica Militare” che fa luce su molti aspetti di quella guerra , il generale ha attribuito il deficit di comunicazione alla «situazione critica di politica interna» in cui viveva allora il Paese. Negli oltre sette mesi di guerra in Libia, dal 19 marzo al 31 ottobre 2011, «è stata fatta un’attività intensissima» – ha detto Bernardis, friulano con 4 mila ore di volo su 19 tipi di velivoli – «che è stata tenuta per lo più nascosta al padrone vero dell’aeronautica militare, che sono gli italiani, per questioni politiche, per esigenze particolari. C’erano dei motivi di opportunità, ci veniva detto, e noi chiaramente non abbiamo voluto rompere questo tabù che ci era stato imposto. Questo è il motivo per cui questo volume esce solo adesso, un anno dopo».

Solo oggi, a oltre un anno di distanza dalla morte di Gheddafi vengono ufficializzati i dati sulla guerra italiana di Libia nella quale i nostri jet hanno condotto in sette mesi circa 1.900 sortite per un totale di più di 7.300 ore di volo. Le missioni di bombardamento vero e proprio, autorizzate dal governo Berlusconi (che pochi giorni prima aveva detto «non bombarderemo mai la Libia») il 26 aprile e iniziate due giorni dopo con un raid effettuato nel settore di Misurata, sono state 456, solo considerando quelle di «attacco al suolo contro obiettivi predeterminati» (310) e quelle di «neutralizzazione delle difese aeree nemiche» (146). A queste vanno poi aggiunti gli «attacchi a obiettivi di opportunità», cioè le incursioni condotte contro bersagli individuati sul momento, il cui numero è stato minore. Il capo di stato maggiore ha sottolineato «con orgoglio» il contributo «di primordine» fornito dall’aeronautica, che nelle missioni Odyssey Dawn e Unified Protector ha schierato nella base di Trapani caccia F16, Eurofighter, Tornado e Amx, oltre ad altri velivoli, impiegandone fino a 12 nella stessa giornata. Un apporto fondamentale per la buona riuscita delle operazioni a guida Nato e che è stato fornito «senza incorrere in alcun incidente e senza causare danni collaterali». «L’unico rammarico che ho avuto – scrive Bernardis nella prefazione del libro – è quello di non aver potuto, operazione durante, fornire all’opinione pubblica un resoconto puntuale del nostro operato, per evitare ogni possibile strumentalizzazione. Questo volume colma in parte quel vuoto».
Parlando a braccio il generale ha utilizzato termini meno diplomatici, attribuendo la censura imposta alle informazioni belliche a una precisa volontà politica di «non dire quello che si faceva». «A volte per questioni di politica interna si impedisce al Paese di svolgere al meglio il suo ruolo di politica estera e questo non è possibile: non si voleva che si parlasse di questa missione perché c’era una situazione critica di politica interna». Un chiaro riferimento alla pesante emarginazione dell’Italia dalla gestione politica della crisi libica attuata dagli alleati e in particolare da francesi e britannici evidentemente interessati a prendere il posto di Roma nei rapporti economici con la nuova dirigenza di Tripoli. Benché le forze aeree italiane avessero svolto un numero di missioni inferiori solo a britannici e francesi, in un conflitto che senza le basi aeree della Penisola (dalle quali partirono la gran parte dei raids aerei della Nato) gli alleati non avrebbero mai potuto combattere e vincere, la censura posta dal Governo contribuì a marginalizzare il peso dell’Italia.
Bernardis ha anche accennato al caso del maggiore Nicola Scolari, che aveva compiuto la prima missione in Libia decollando da Trapani e che ai giornalisti aveva descritto la missione del suo Tornado ECR durante la quale peraltro non erano stati impiegati i missili anti-radar Harm contro le postazioni della difesa aerea di Gheddafi. Ignazio La Russa aveva giudicato quelle dichiarazioni inopportune con conseguente immediato ritorno dell’ufficiale al suo stormo, il 50° di Piacenza. «Venne mandato via perché aveva fatto solo il suo lavoro», ha detto Bernardis. Scolari non ha comunque subito alcuna conseguenza disciplinare per quelle dichiarazioni.

Preso da: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-11-29/generale-bernardis-notizie-raid-111455.shtml?uuid=AbF1AU7G&refresh_ce=1

2018: Interferenze criminali in Libia da parte di Italia, Turchia e Qatar

9 marzo 2018, Libyan War The Truth 25/2/2018

Italia, Qatar e Turchia sostengono apertamente i terroristi in Libia. Queste attività sono atti criminali contro l’umanità e sono crimini di guerra internazionali. Il popolo libico ha sofferto sotto le milizie (terroristi) e altri mercenari infiltrati nel Paese con la guerra illegale iniziata sotto falsa bandiera nel 2011. Se tali terroristi venivano lasciati a se stessi, le grandi tribù della Libia (tutti i popoli libici) li avrebbero rimossi purificando il Paese e riportando stabilità e sovranità da anni. Ma non era il piano dei criminali sionisti del Nuovo Ordine Mondiale (Clinton, Obama, Cameron, Sarkozy, Qatar, Turchia, ecc.). Il loro piano è la distruzione della Libia, il furto di tutte le risorse libiche. La Libia era completamente solvibile, senza debiti, con 500 miliardi nelle riserva europea e federale, molte tonnellate di oro, argento, metalli preziosi e enormi quantità di petrolio. Questo era il suo crimine, non averli sotto il controllo dei banchieri sionisti (Rothschilds, ecc.) Con la loro moneta legale e senza debiti verso FMI, Banca Mondiale o altre banche controllate da Rothchild. Gheddafi stava creando una valuta basata sull’oro per tutta l’Africa perché capiva le attività criminali dei banchieri e il loro piano del debito per controllare il mondo col dollaro fasullo. La creazione del Dinaro d’oro per l’Africa fu ciò che lo fece uccidere.

Negli ultimi anni l’Italia ha lentamente inviato soldati in terra libica. Non è legale, né voluto dal popolo libico. È già abbastanza grave che invadano la Libia illegalmente ma, peggio ancora, si sono schierati coi terroristi contro il popolo libico. Ancora una volta, l’Italia dimostra la propria corruzione preoccupando la Libia. L’Italia collabora col governo fantoccio illegittimo delle Nazioni Unite di Saraj a Tripoli, un governo di terroristi. L’Italia invia anche truppe a Misurata, sede delle peggiori milizie criminali in Libia. La scorsa settimana, Derna, nell’est della Libia, veniva assediata dall’Esercito nazionale libico, la ragione è la patria dell’islam radicale in Libia ed è piena di terroristi, molti dei quali ricercati dalle autorità mondiali. L’esercito egiziano ha iniziato a bombardare i noti nascondigli di questi terroristi a Derna. Questo aiuta il popolo libico nella lotta per ripulire il Paese e anche aiuta a proteggere l’Egitto dai terroristi che l’attraversano. Con un atto di estrema arroganza, il governo italiano ha contattato quello egiziano chiedendogli di smettere di attaccare Derna. Ha detto all’Egitto che non era autorizzato a bombardare in Libia. Chi diavolo pensa di essere l’Italia? Non ha il controllo della Libia, e non è certamente responsabili dell’Egitto e del suo diritto di proteggere il proprio popolo. Questa è l’arroganza degli italiani che lavorano per i sionisti passandogli la Libia per una caramella, essendo al verde e disperatamente bisognosi di derubare ancora le ricchezze della Libia. Ovviamente gli italiani devono schierarsi coi mercenari terroristi perché i libici li butterebbero fuori se potessero scegliere
Per chi non sa cosa fece l’Italia in Libia in passato…

La storia dei crimini di guerra italiani contro il popolo libico è orrenda. C’è un eccellente film realizzato anni fa, intitolato il “Leone del Deserto”, con Anthony Quinn. (scaricabile qui). Questo film fu realizzato nel 1981 ed è la storia di Omar Muqtar, un grande eroe libico che combatté l’esercito fascista di Mussolini nel deserto. Il film è vicino a fatti storici. L’Italia non poteva combattere i beduini nel deserto; perdeva, e così Mussolini inviò uno spietato capo militare (Graziani. NdT) che pose il filo spinato nel deserto, uccidendo persone e animali. Imprigionò tutti i libici nei campi di concentramento e ne uccise molti per fame e sete. Quando l’Italia finì in Libia, rimasero vivi solo 250000 cittadini libici. Dopo di che l’Italia occupò la Libia, prendendosi terra, beni, città, ecc. Si costruirono ville e case estive. Il popolo libico non era autorizzato a possedere terra ed era schiavo dei ricchi italiani. Nel 1969, la Libia era il Paese più povero dell’Africa, cogli italiani che rubavano la ricchezza della Libia e Stati Uniti, Regno Unito e Francia che ne prendevano il petrolio. Il Regno Unito piazzò un vecchio re dispotico (i libici non ne ha mai avuti) e ne fu il burattino. Il salario medio di un libico era 60 dinari all’anno. Questo portò il colpo di Stato incruento (Rivoluzione di al- Fatah del 1969) delle grandi tribù della Libia allontanando il Paese da ladri ed occupanti illegali. Dal 1969 alla rivoluzione fasulla sotto falsa bandiera della NATO e alla guerra illegale, la Libia divenne il Paese più sviluppato e ricco d’Africa. Questo sotto la guida di Muamar al-Qadafi.
Ora Qatar e Turchia sostennero la destabilizzazione della Libia dall’inizio della falsa bandiera del 2011. Il Qatar è un Paese piccolo con risorse limitate ma grande appetito. È sede della più grande base militare degli Stati Uniti nel mondo e ospita i più grandi campi di addestramento per terroristi mercenari. Il Qatar cercò avidamente di rubare le risorse della Libia per anni ed approfittò dell’aiuto offerto da Hillary Clinton nel 2011 unendosi nell’attacco alla Libia. Finora il Qatar sostiene apertamente i terroristi e le milizie islamiste che occupano la Libia e opprimono il popolo libico. Il Qatar arma e finanzia apertamente le milizie criminali in Libia e impedisce intenzionalmente al legittimo popolo libico di controllare i propri governo e terra. Questi sono atti di guerra e crimini contro l’umanità in quanto tali milizie sono spietate, prendendo libertà e denaro del popolo libico. La Turchia arma, finanzia e invia mercenari in Libia ogni giorno. La Turchia è ora casa e rifugio di tutti i principali terroristi del mondo. Bilhaj, fondatore del Libya Islamic Fighting Group, nota organizzazione terroristica, vive felicemente in Turchia godendo dei miliardi che ha rubato alla Libia e usa l’LIFG per controllare Tripoli; e sempre pianifica il terrorismo nel mondo. Tripoli è ora sede di alcuni dei peggiori estremisti islamici, che lavorano con LIFG, governo fantoccio delle Nazioni Unite di Saraj e milizie di Misurata di Hillary Clinton. Tripoli è controllata da tali milizie terroristiche. Gli abitanti di Tripoli vivono in una prigione, sono controllati e maltrattati da tali milizie armate. Non c’è governo ma solo i dittatori terroristici che derubano dalla Libia e abusano del popolo libico ogni giorno. Ancora una volta, il sostegno della Turchia a terrorismo e corruzione in Libia è un crimine contro l’umanità e contro tutte le leggi internazionali.
A proposito di crimini contro l’umanità, va fatta una dichiarazione sulla tribù dei Tawargha. Una tribù libica di colore, rimasta senza case per mano dalle milizie di Misurata (terroristi) che distrussero le loro città negli ultimi 7 anni. Il 1° febbraio 2018 è il giorno in cui tutta la Libia (incluso il governo fantoccio) decise che i Tawargha tornino a case. Naturalmente, non vi è alcun rispetto per lo Stato di diritto quando bande e milizie controllano il Paese. Di conseguenza, la tribù dei Tawargha viaggiò per rientrare casa per centinaia di miglia nel deserto, ma prima che raggiungesse le proprie case, le milizie di Misurata bloccarono le strade e non li lasciò passare. Ora, dal 1° febbraio, circa 60000 uomini, donne e bambini vivono nel deserto senza acqua, cibo o rifugio. Il mondo chiude gli occhi su tali atrocità mentre i media favoriscono le milizie di Misurata che compiono tale terrorismo. Dimostrando ancora una volta che chi ha preso la Libia con la forza, ha distrutto il Paese e continua a mantenere uno Stato fallito è la stessa Cabala del Nuovo Ordine Mondiale Sionista che controlla i media in tutto il mondo. Non si basano all’umanità, si preoccupano solo della loro agenda, Paesi, famiglie e vite distrutti sono solo danni collaterali accettabili. Le Grandi Tribù della Libia lavorano ogni giorno per ripulire il Paese da tali intrusi e terroristi. Il popolo libico non è estremista, odia l’Islam radicale, quindi è un bersaglio dei radicali. Le tribù lavoreranno per una nuova elezione quest’anno, una in cui un nuovo governo e un nuovo leader saranno eletti dal popolo libico (non piazzato con la forza delle Nazioni Unite o dai sionisti). Dei circa 5 milioni di libici legittimi, oltre 3,5 milioni sono ora registrati per votare. Questa è la stragrande maggioranza della popolazione adulta. Tribù e popolo libici non hanno perso la volontà di ottenere sovranità e libertà. Sanno che è un compito difficile quando i terroristi che occupano il Paese sono sostenuti ogni giorno da altri Paesi. Sanno che hanno bisogno di aiuto anche dall’estero perché sono stati appositamente esclusi dai loro fondi e dalla capacità di acquistare armi (embargo dell’ONU dal 2011). Le grandi tribù della Libia hanno bisogno di più voci che gridino al mondo l’ingiustizia commessa ogni giorno nel loro Paese con le interferenze illegali di altri Paesi. Hanno bisogno di aiuto per liberare il proprio Paese (e il mondo) dai terroristi in Libia. Guardano ai vicini per l’aiuto perché anch’essi sono minacciati dagli stessi mercenari terroristi e rivolgono gli occhi alla madre Russia, che vedono come forse l’unico Paese giusto per chi ha perso Paese nei continui crimini della Cabala sionista del Nuovo ordine mondiale
.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2018/03/09/interferenze-criminali-in-libia-da-parte-di-italia-turchia-e-qatar/

I Governi finanziano George Soros e lui finanzia Migranti, Gender, Rom, Detenuti, Legalizzazione droga e Colpi di Stato nel mondo!

22 novembre 2017

Le Istituzioni pubbliche nazionali ed internazionali sono Partners (finanziatori) della Open Society Foundation di George Soros. Governi, UE, ONU, OMS, UNESCO, UNICEF, e moltissimi altri enti, sono nella lista dei finanziatori.


Già con questa scandalosa e spudorata ammissione ufficiale bisognerebbe prendere atto dell’origine di moltissimi problemi nazionali e non. Ma andiamo oltre, nel nostro piccolo, per cercare di capire cosa ci fa con i soldi pubblici, George Soros e la sua Open Society Foundation. Aiuta i terremotati, i poveri, i disoccupati, gli emarginati, le famiglie? NO! 
– La Open Society Foundation di George Soros finanzia i ROM europei.
– La Open Society Foundation di George Soros finanzia, secondo La Stampa, Il Giornale ed altri quotidiani, le principali ONG impegnate nel traffico di africani verso l’Italia, come Médecins sans frontières, Save the children, Moas, Jugend Rettet, Stichting Bootvluchting, Proactiva Open Arms, Sea-watch.org, Sea-Eye, Life boat.

 La Open Society Foundation di George Soros avrebbe finanziato persino il Comune di Lampedusa per accogliere i migranti.
– La Open Society Foundation di George Soros ha finanziato il blog Fortress Europe di Daniele Del Grande, il presunto giornalista italiano imprigionato in Turchia (e poi liberato con tanta enfasi patriottica da parte di Alfano) che si occupa di flussi migratori in Europa.
– La Open Society Foundation di George Soros finanzia la più potente organizzazione italiana di volontari delle carceri: Antigone.
– La Open Society Foundation di George Soros finanzia le associazioni LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transessuali)
– La Open Society Foundation di George Soros finanzia Arcigay e i progetti GENDER nelle scuole.
E, per finire, la Open Society Foundation di George Soros, coi soldi pubblici, finanzia… i terremotati, i poveri, i disoccupati, gli emarginati, le famiglie? Ancora e sempre: NO!
La Open Society Foundation di George Soros finanzia CILD, un’associazione italica che finanzia: lo IUS SOLI (allargamento della cittadinanza a tutti i migranti), i diritti dei detenuti, i diritti dei rifugiati, i diritti degli LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transessuali), i diritti dei Rom, Sinti e Camminanti, la legalizzazione delle droghe.
Presunti e strani collegamenti indiretti anche tra la Open Society Foundation di George Soros e il Ministero della Giustizia italiano. Ci chiediamo, infine, come mai e perché Gentiloni si sia premurato ad accogliere George Soros, proprio lo stesso giorno in cui il Procuratore di Catania dott. Zuccaro, famoso per aver denunciato personaggi discutibili che finanziano le ONG che si occupano di traffici clandestini di migranti, era in audizione alla Commissione Difesa del Senato.
Ora capiamo meglio perché George Soros e le associazioni satelliti della sua Open Society Foundation, sarebbero state sfrattate dall’Austria, dichiarate non gradite dall’Ungheria e dalla Russia e considerate artefici di tutti i colpi di stato degli ultimi 25 anni, come avrebbe candidamente ammesso lo stesso Soros in Ucraina.
Fonte: http://www.liberascelta.eu/2017/10/21/governi-finanziano-george-soros-e-lui-finanzia-migranti-gender-rom-detenuti-e-legalizzazione-della-droga/
via Conoscenze al Confine

Preso da: http://www.complottisti.info/i-governi-finanziano-george-soros-e-lui-finanzia-migranti-gender-rom-detenuti-legalizzazione-droga-e-colpi-di-stato-nel-mondo/