Nel governo invisibile: guerra, propaganda, Clinton e Trump

John Pilger, Mondialisation, 29 ottobre 2016
Il giornalista statunitense Edward Bernays viene spesso presentato come l’inventore della propaganda moderna. Nipote di Sigmund Freud, il pioniere della psicoanalisi, Bernays inventò il termine “relazioni pubbliche” quale eufemismo per manipolazione e inganno. Nel 1929 convinse le femministe a promuovere le sigarette con donne che fumavano durante una parata a New York, un comportamento visto allora come assurdo. Una femminista, Ruth Booth, disse “Le donne! Devono accendere la nuova torcia della libertà! Combattere contro un altro tabù sessista!” L’influenza di Bernays va ben oltre la pubblicità. Il suo più grande successo fu convincere il pubblico statunitense ad entrare nella grande strage della prima guerra mondiale. Il segreto, disse, era “produrre il consenso” del popolo per “controllarlo e dirigerlo secondo la nostra volontà a sua insaputa“. Lo descrisse come “il vero potere decisionale nella nostra società” e lo chiamò “governo invisibile“. Oggi, il governo invisibile non è mai stato così potente e così poco compreso.

Nella mia carriera di giornalista e regista non ho mai visto tale dilagante propaganda influenzare la nostra vita oggi, e così poco contestata. Immaginate due città. Entrambe sotto assedio da parte delle forze governative di questi Paesi. Le due città sono occupate da fanatici che commettono atrocità come le decapitazioni. Ma vi è una differenza essenziale. In una delle città, i giornalisti occidentali embedded coi soldati governativi li descrivono come liberatori e con entusiasmo annunciano battaglie e attacchi aerei. Ci sono immagini da prima pagina di questi eroici soldati che fanno la V di vittoria. C’è poca menzione di vittime civili. Nella seconda città, in un Paese vicino, accade quasi esattamente lo stesso. Le forze governative assediano una città controllata dagli stessi fanatici. La differenza è che questi fanatici sono supportati, attrezzati e armati da “noi”, Stati Uniti e Gran Bretagna. Hanno anche un centro mediatico finanziato da Gran Bretagna e Stati Uniti. Un’altra differenza è che le truppe governative che assediano questa città sono i cattivi, condannati per aver aggredito e bombardato la città, esattamente ciò che fanno i soldati buoni nella prima città. Confusione? Non proprio. È il doppio standard, essenza della propaganda. Parlo, naturalmente, dell’assedio di Mosul da parte delle forze governative irachene appoggiate da Stati Uniti e Gran Bretagna e dell’assedio di Aleppo da parte delle forze del governo della Siria, sostenute dalla Russia. Uno è buono; l’altro è cattivo. Ciò che viene raramente riportato è che entrambe le città non sarebbero state occupate da fanatici e devastate dalla guerra se Gran Bretagna e Stati Uniti non avessero invaso l’Iraq nel 2003. Tale crimine fu avviato da bugie sorprendentemente simili alla propaganda che ora distorce il quadro della guerra in Siria. Senza tale propaganda rullante travestita da informazioni, i mostruosi SIIL, al-Qaida, al-Nusra e il resto dei jihadisti non esisterebbero, e il popolo siriano non lotterebbe per la sopravvivenza.

Alcuni possono ricordare quei giornalisti della BBC che nel 2003 sfilavano davanti le telecamere per spiegare che l’iniziativa di Blair era “giustificata” da ciò che divenne il crimine del secolo. Le reti televisive degli Stati Uniti diffusero le stesse giustificazioni di George W. Bush. Fox News invitò Henry Kissinger a dissertare sulle menzogne di Colin Powell. Lo stesso anno, poco dopo l’invasione, ripresi un colloquio a Washington con Charles Lewis, il celebre giornalista investigativo. Gli chiesi: “Cosa sarebbe successo se i media più liberi del mondo avessero seriamente messo in discussione ciò che si è rivelata una rozza propaganda?” Disse che se i giornalisti avessero fatto il loro lavoro, “molto probabilmente non saremmo entrati in guerra con l’Iraq“. Fu una dichiarazione scioccante, confermata da altri giornalisti famosi a cui posi la stessa domanda, Dan Rather della CBS, David Rose dell’Observer e giornalisti e produttori della BBC, che vollero rimanere anonimi. In altre parole, se i giornalisti avessero fatto il loro lavoro, se avessero sfidato e studiato la propaganda invece di amplificarla, centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sarebbero vivi oggi, e non ci sarebbero SIIL e assedi ad Aleppo e Mosul. Non ci sarebbe stata alcun atrocità nella metropolitana di Londra il 7 luglio 2005, né milioni di rifugiati in fuga e né campi miserabili. Quando l’atrocità terroristica ebbe luogo a Parigi a novembre, il presidente François Hollande inviò immediatamente aerei a bombardare la Siria, creando altro terrorismo, prevedibilmente prodotto dalla magniloquenza di Hollande sulla Francia “in guerra” e “spietata”. La violenza dello Stato e la violenza jihadista si nutrono a vicenda, un dato di fatto che nessun leader nazionale ha il coraggio di affrontare. “Quando la verità viene sostituita dal silenzio“, disse il dissidente sovietico Evtushenko, “il silenzio è una bugia”. L’attacco a Iraq, Libia, Siria si verificò perché i capi di ciascuno di questi Paesi non erano fantocci dell’occidente. Il record dei diritti umani di un Sadam o Gheddafi era irrilevante. Disobbedivano agli ordini e non cedettero il controllo del loro Paese. Lo stesso destino attese Slobodan Milosevic dopo aver rifiutato di firmare un “accordo” che richiedeva l’occupazione della Serbia e la conversione ad un’economia di mercato. I suoi abitanti furono bombardati e perseguiti a L’Aia. Tale indipendenza è intollerabile. Come ha rivelato WikLeaks, quando il leader siriano Bashar al-Assad nel 2009 respinse il gasdotto dal Qatar all’Europa, fu attaccato. Da quel momento la CIA programmò la distruzione del governo della Siria con fanatici jihadisti, gli stessi che attualmente tengono in ostaggio il popolo di Mosul e dei quartieri di Aleppo. Perché i media non ne parlano? Un ex-funzionario degli Esteri inglese, Carne Ross, responsabile delle sanzioni operative all’Iraq, disse, “Abbiamo fornito ai giornalisti pezzi accuratamente ordinati e li tenevamo a bada. Ecco come funzionava“.
L’alleata medievale dell’occidente, l’Arabia Saudita, a cui Stati Uniti e Gran Bretagna vendono miliardi di dollari in armi, attualmente distrugge lo Yemen, un Paese povero che nel migliore dei casi ha la metà dei bambini malnutrita. Guardate su YouTube e vedrete il tipo di bombe enormi, le “nostre” bombe, che i sauditi usano contro i villaggi della terra martoriata e contro matrimoni e funerali. Le esplosioni sembrano piccole bombe atomiche. Coloro che sganciano queste bombe dall’Arabia Saudita collaborano con ufficiali inglesi. Non se ne sente parlare al telegiornale della sera. La propaganda è più efficace quando il nostro consenso è prodotto da élite istruite ad Oxford, Cambridge, Harvard, Columbia e che fanno carriera nella BBC, The Guardian, New York Times, Washington Post. Tali media si presentano progressisti, illuminati, tribune progressive della moralità. Sono antirazzisti, ambientalisti, femministi e pro-LGBT. E amano la guerra. Allo stesso tempo difendono il femminismo e sostengono le guerre rapaci che negano i diritti a innumerevoli donne, anche alla vita. Nel 2011 la Libia, uno Stato moderno, fu distrutta con la scusa che Gheddafi compisse un genocidio contro il proprio popolo. Le informazioni fluivano, ma non vi era alcuna prova. Erano menzogne. In realtà, Gran Bretagna, Europa e Stati Uniti volevano ciò che amano chiamare “cambio di regime” in Libia, il più grande produttore di petrolio in Africa. L’influenza di Gheddafi sul continente e, in particolare, la sua indipendenza erano intollerabili. Così fu ucciso pugnalato alla schiena da fanatici sostenuti da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Davanti le telecamere Hillary Clinton ne applaudì la morte orribile, dicendo: “Siamo venuti, abbiamo visto ed è morto!” La distruzione della Libia fu un trionfo mediatico. Mentre rullavano i tamburi di guerra, Jonathan Freedland scrisse sul Guardian: “Anche se i rischi sono reali, il caso d’intervento rimane forte“. Intervento. Una parola educata, benigna, molto “Guardian“, il cui vero significato per la Libia fu morte e distruzione. Secondo i propri dati, la NATO lanciò 9700 “attacchi aerei contro la Libia”, di cui oltre un terzo su obiettivi civili. Tra questi, missili con testate all’uranio. Vedasi le foto delle macerie a Misurata e Sirte, e le fosse comuni individuate dalla Croce Rossa. Il rapporto dell’UNICEF sui bambini uccisi dice “la maggior parte aveva meno di dieci anni“. Risultato diretto, Sirte è diventata la capitale dello Stato Islamico. L’Ucraina è un altro trionfo mediatico. I rispettabili giornali liberal come New York Times, Washington Post e The Guardian, ed emittenti tradizionali come BBC, NBC, CBS e CNN, hanno svolto un ruolo cruciale nel fare accettare al loro pubblico una nuova e pericolosa guerra fredda. Tutti hanno distorto gli eventi in Ucraina per mostrare una Russia malvagia, mentre in realtà il colpo di Stato in Ucraina nel 2014 fu opera degli Stati Uniti, aiutati da Germania e NATO. Tale sovversione della realtà è così pervasiva che le minacce militari di Washington alla Russia vengono ignorate; tutto è oscurato da una campagna di denigrazione e paura come quella che vissi durante la prima guerra fredda. Ancora una volta, i Russkoffs cercano d’infastidirci guidati da un nuovo Stalin, che The Economist raffigura come il diavolo. L’occultamento della verità sull’Ucraina è uno delle più totali censura che abbia mai visto. Fascisti che hanno progettato il colpo di Stato a Kiev, dello stesso stampo di coloro che sostennero l’invasione nazista dell’Unione Sovietica nel 1941. Mentre si hanno timori sull’avanzata dell’antisemitismo fascista in Europa, alcun capo menziona i fascisti in Ucraina, ad eccezione di Vladimir Putin, ma non conta. Molti media occidentali lavorano duramente per presentare la popolazione russofona dell’Ucraina come stranieri nel proprio Paese, come agenti di Mosca, quasi mai come gli ucraini che vogliono la federazione dell’Ucraina, come cittadini ucraini che resistono a un colpo di Stato orchestrato dall’estero contro il governo legittimo. Tra i guerrafondai regna quasi la stessa eccitazione dell’assemblea di classe. I banditori del Washington Post incitano alla guerra contro la Russia sono gli stessi che pubblicarono le menzogne sulle armi di distruzione di massa di Sadam Husayn.
Per la maggior parte di noi, la campagna presidenziale degli Stati Uniti è un fenomeno da baraccone in cui Donald Trump interpreta il ruolo del cattivo. Ma Trump è odiato da chi è al potere negli Stati Uniti per ragioni che hanno poco a che fare con il suo comportamento e le opinioni odiosi. Per il governo invisibile di Washington, l’imprevedibile Trump è un ostacolo al piano statunitense per il 21° secolo, mantenere il dominio degli Stati Uniti ed attaccare la Russia e forse la Cina. Per i militaristi di Washington, il vero problema con Trump è che nei suoi momenti di lucidità non vuole la guerra con la Russia; vuole parlare con il presidente russo, non combatterlo; dice che vuole parlare con il presidente della Cina. Nel primo dibattito con Hillary Clinton, Trump ha promesso di non essere il primo ad usare le armi nucleari in un conflitto. Ha detto: “Io certamente non effettuerei il primo colpo. Dopo aver scelto l’opzione nucleare, è finita“. I media non ne hanno parlato. In realtà che pensa? Chi lo sa? Si contraddice più volte. Ma ciò che è chiaro è che Trump è considerato una grave minaccia allo status quo dall’ampio apparato della sicurezza nazionale che guida gli Stati Uniti, a prescindere dall’inquilino della Casa Bianca. La CIA vuole vederlo sconfitto. Il Pentagono vuole vederlo sconfitto. I media vogliono vederlo sconfitto. Anche il suo partito vuole vederlo sconfitto. È una minaccia per i capi mondiali, a differenza di Clinton che non lascia alcun dubbio di esser pronta alla guerra contro la Russia e la Cina, due Paesi che possiedono armi nucleari. La Clinton ha l’esperienza, come si vanta spesso. In effetti, non ha più nulla da dimostrare. Come senatrice ha sostenuto lo spargimento di sangue in Iraq. Quando concorreva contro Obama nel 2008 minacciò di “distruggere completamente” l’Iran. Come segretaria di Stato, ha voluto distruggere i governi di Libia e Honduras e provocò la Cina. Ha promesso la no-fly zone in Siria, una provocazione diretta alla Russia. Clinton potrebbe diventare il presidente più pericoloso degli Stati Uniti della mia vita, un titolo dalla dura concorrenza. Senza alcuna prova, ha accusato la Russia di sostenere Trump e piratare le sue e-mail. Pubblicate da Wikileaks, le e-mail rivelano ciò che ha detto in privato, nel suo discorso ai ricchi e potenti, il contrario di ciò che dice in pubblico. Ecco perché è così importante mettere a tacere e minacciare Julian Assange. A capo di Wikileaks, Julian Assange sa la verità. E permettetemi di rassicurare tutti gli interessati, sta bene e Wikileaks funziona a pieno.
Oggi c’è la maggiore corsa agli armamenti degli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale, nel Caucaso e in Europa orientale, al confine con la Russia, in Asia e Pacifico, dove la Cina è il bersaglio. Ricordatelo quando il circo delle elezioni presidenziali si concluderà l’8 novembre, se Clinton vincesse, un coro di commentatori senza cervello ne celebrerà l’incoronazione come importante passo avanti per le donne. Nessuno ricorda le vittime di Clinton: donne siriane, donne irachene, donne libiche. Nessuno menziona le esercitazioni della protezione civile in Russia. Nessuno ricorda la “torcia della libertà” di Edward Bernays. Un giorno, il portavoce presso la stampa di George Bush definì i media “utili complici”. Venendo da un alto funzionario di un’amministrazione le cui bugie, aiutate dai media, causarono tanta sofferenza, tale descrizione è un avvertimento dalla storia. Nel 1946, il procuratore del Tribunale di Norimberga disse dei media tedeschi: “Prima di ogni grande aggressione avviarono campagne stampa volte ad indebolire le vittime e a preparare psicologicamente il popolo tedesco all’attacco. Nel sistema di propaganda, la stampa quotidiana e la radio furono le armi più importanti“.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
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Nuove merci per il capitalismo globale

“Cambiare tutto per non cambiare nulla”, fa dire Tomasi di Lampedusa al protagonista de “Il Gattopardo”. E rimane sempre la parola d’ordine del potere e del dominio.

di Sonia Savioli – 13 Ottobre 2016

Negli anni Cinquanta i meridionali emigravano al nord. Dalla Sicilia, dalla Calabria e dalla Puglia salivano in Piemonte e in Lombardia, le regioni industrializzate del nostro paese, dove li aspettavano le grandi fabbriche siderurgiche, chimiche, manifatturiere. Giù c’erano la mafia, il latifondo, il caporalato; non c’erano scuole, trasporti pubblici, diritti.

Negli anni Sessanta i paesi del meridione italico si erano ormai svuotati di quasi tutti i giovani maschi, di una buona parte delle giovani donne e di gran parte dei maschi di mezza età. Restavano i vecchi, i bambini, una parte delle donne. Tutti, meridionali e settentrionali, quelli in grado di pensare, sapevamo che l’emigrazione era una condanna senza appello per il meridione, il bengodi per i padroni del nord.

 

Al sud restavano comunità inermi, svuotate delle loro forze migliori, nutrite come parassiti dalle rimesse degli emigrati. Nessuno più in grado di lottare, organizzarsi, rivendicare diritti, ribellarsi ai soprusi, prendere iniziative.

 

Al nord i milioni di giovani immigrati erano carne da macello per i “carovanieri”, riserve inesauribili di mano d’opera ricattabile per gli industriali.

 

Tutti, al sud come al nord, sapevamo che l’emigrazione era la conseguenza dell’ingiustizia sociale, dello sfruttamento senza regole e limiti; sapevamo anche, senza ombra di dubbio, che si trattava di un disastro sociale, in primo luogo per i paesi abbandonati dagli emigranti.

 

Se non fu un disastro anche per il nord, in quegli anni, si deve dire grazie alla forza di un sindacato di classe (che oggi non c’è più) e di un partito di classe (che oggi non c’è più). La CGIL e il PCI, in tempi di espansione capitalistica, crescita dell’industria e dei consumi, riuscirono a far crescere anche la coscienza politica di quei giovani meridionali, e con essa le lotte operaie e le conquiste dei lavoratori. Che ormai da decenni stiamo perdendo una ad una.

 

L’emigrazione di oggi, dai paesi africani, asiatici, latinoamericani, verso i paesi dominatori, ha le stesse cause più qualche altra causa difficile da individuare ma che si può cercare di immaginare: gli interessi mafiosi che si aggiungono ai “tradizionali” interessi capitalistici.

 

Come nell’Ottocento e nel secondo dopoguerra, il capitalismo industriale in crescita aveva bisogno di svuotare le campagne e riempire le fabbriche, così oggi il capitalismo globale al collasso ha bisogno di svuotare nazioni e continenti “difficili” per riempire l’Occidente di manodopera a bassissimo costo. Perché un’altra cosa che sapevamo, prima che l’era della (dis)informazione ci rendesse de-menti, è che, quando l’offerta di una merce è superiore alla domanda, il suo prezzo crolla.

 

E anche la forza-lavoro, cioè la manodopera, cioè uomini e donne in età e in forze per lavorare, nell’economia capitalistica sono merce.

 

Una merce oggi in offerta speciale, non solo perché troppo abbondante e del tutto disorganizzata ma anche perché, mentre negli anni cinquanta la produzione e i consumi si espandevano, oggi si stanno contraendo. E non poteva essere diversamente, visto che la loro espansione è stata abnorme, mentre la competizione sfrenata insita nell’economia capitalista procede inevitabilmente verso la distruzione dei “consumatori”. Che, prima di essere consumatori, devono essere lavoratori ben retribuiti. Cosa possono “consumare” altrimenti?

 

Tuttavia, di fronte alla contrazione del mercato, la competizione capitalistica per aumentare i profitti non si ferma, tutt’altro. L’immigrazione di massa nei paesi ricchi è la sua nuova frontiera. Dopo aver spostato la produzione nei paesi dominati, per sfruttare all’inverosimile una manodopera schiavizzata e composta anche di bambini, oggi il capitalismo globale tenta di trasferire direttamente la manodopera (da schiavizzare) nei paesi ricchi, quelli cioè dove si consumano le merci prodotte.

 

Gli stessi interessi che hanno trasferito all’estero la produzione, ora stanno trasferendo nelle loro aree gli schiavi. Senza neanche pagare le spese di viaggio, anzi guadagnando dal viaggio degli schiavi.

 

Il capitalismo evoluto del terzo millennio pensa che, avendo manodopera schiavizzata “in loco”, risparmierà anche sulle spese di trasporto delle merci, pensa di creare nuovi “consumatori” o, se non altro, nuovi pagatori di tasse che poi finiranno nelle sue tasche come finanziamenti di ogni tipo; pensa che così anche le merci e i servizi prodotti in Occidente potranno avere lo stesso costo del lavoro di quelle prodotte in Bangladesh o in Cina.

 

Questo è lo scopo principale per cui l’Europa “importa” quelli che chiama furbescamente “profughi” o “rifugiati”, dato che le parole “emigranti” e “immigrati” sarebbero troppo rivelatrici. Questo è il motivo per cui i governi europei parlano di “accoglienza”, l’ineffabile Obama li invita ad “accogliere”, i tiranni si travestono da benefattori in attesa del prossimo pasto. Ed è questo il motivo per cui, nei paesi da cui provengono gli emigranti, c’è chi si occupa di far credere loro che qui li aspetterà un buon lavoro sicuro: ci sono gli “ingaggiatori”, come c’erano nelle campagne e nelle montagne italiane nei primi del novecento.

 

Inoltre oggi gli ingaggiatori sono aiutati da una rete pubblicitaria palese e occulta, che vuole far credere le stesse cose.

 

Sugli interessi più vasti e convergenti del capitalismo globale (le sue guerre e le sue rapine dislocano milioni di persone, cacciandole dalle loro case e dalle loro terre e contribuendo così alla “produzione eccedente” di manodopera), si innestano poi felicemente quelli delle mafie locali e internazionali. Ogni emigrante rende di viaggio alcune migliaia di euri, senza contare il serbatoio di traffico di organi e pedopornografia su cui nessuno avrà interesse a indagare.

 

Effetto ultimo e gradito (dal capitalismo globale) dell’emigrazione di massa: come per il meridione degli anni sessanta, i paesi degli emigranti si svuotano delle loro forze umane migliori, quelle più giovani ed energiche, le uniche da cui poteva venire la lotta, l’organizzazione, il riscatto.

 

Gli emigranti sono dunque merce per l’osceno finale di un’epoca di dominio. Sono il progresso che avanza come un bulldozer su un’umanità inerme o inebetita.

 

Eppure siamo in molti a vedere con una certa dose di lucidità quello che sta succedendo, le cause e le conseguenze. Siamo in molti a lottare localmente per i giusti obiettivi. Quello che da tempo non ci riesce più è fare rete, unirci per lottare globalmente, per fare anche noi campagne mondiali coinvolgendo popoli e associazioni diverse e di diversi paesi, unendo il nord e del sud del mondo.

 

Dobbiamo ricucire quella rete dei popoli e degli scopi che ha fatto tanta paura ai potentati economici mondiali quando si è presentata sulla scena, alla fine del millennio passato.

 

Addio a voi e alla giovinezza che ho trascorso con voi

 

…Avete cantato per me nella solitudine, e con i vostri desideri

 

ho costruito una torre in cielo…

 

Se ancora una volta ci incontreremo nel crepuscolo

 

della memoria

 

parleremo nuovamente insieme, e intonerete per me

 

un canto ancora più profondo.

 

E se le nostre mani s’incontreranno in un altro sogno,

 

costruiremo un’altra torre nel cielo

 

(Khalil Gibran)

Preso da: http://www.ilcambiamento.it/editoriale/merci_capitalismo.html

2016: L’Italia spende 160mila euro al giorno per occupare la Libia

Lo veniamo a sapere da un articolo preso dalla Repubblica
Ovviamente ti spiegano che è una missione umanitaria, non militare, certo, i militari che non fanno i militari, bene.

L’Italia spende 160mila euro al giorno per la missione in Libia

Stanziati 17,4 milioni dal 13 settembre a fine anno. I numeri emergono dal decreto fiscale collegato alla Manovra, i vertici di Esteri e Difesa: “E’ missione umanitaria e non militare”. Nel testo anche gli stipendi dei soldati: il generale di brigata prende per questa missione 7.180 euro al mese (escluso vitto e alloggio), al pari dei colonnelli


di VALENTINA CONTE  ROMA – L’operazione Ippocrate dei nostri militari in Libia costa 17 milioni e 388 mila euro per 109 giorni, dal 13 settembre (quando il ministro della Difesa Pinotti l’ha annunciata al Parlamento) al 31 dicembre prossimo. Cifra appena stanziata dal governo nel decreto fiscale che trasforma Equitalia in braccio dell’Agenzia delle entrate, rottama le cartelle esattoriali e riapre i termini della voluntary disclosure, la regolarizzazione dei capitali illegali, detenuti all’estero o in Italia.

Oltre 17 milioni di euro volano in Libia, dunque. Una cifra che equivale a circa 160 mila euro al giorno. Ovvero 528 euro in media al dì a persona. Parliamo di 302 uomini “on the ground”, sul terreno (in realtà due di questi sono impegnati nella missione delle Nazioni Unite Unsmil). Ma attenzione: non si tratta di “boots” (soldati), piuttosto di “meds on the ground”: 60 tra medici e infermieri, 135 per supporto logistico, 100 per la sicurezza. Insomma “stiamo mandando un ospedale, non una portaerei”, traduce il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

“Una missione umanitaria e non militare”, chiarisce anche la Pinotti. Che ruota tutta attorno all’ospedale da campo montato dagli italiani in stretta sinergia con l’ospedale civile di Misurata, come da richiesta del premier libico Serraj in una lettera al governo italiano dell’8 agosto scorso. Spigolando tra i numeri del decreto fiscale, si scopre che i 17 milioni e rotti si suddividono così: 4,8 milioni tra stipendi e indennità, 7,8 milioni per viveri, logistica, noleggi, interpreti, funzionamento dei mezzi (209 terrestri, una nave e due aerei), 4,8 milioni di “oneri una tantum”.

Militari operazione “Ippocrate” 300
Militari Unsmil 2
MEZZI E MATERIALI MILITARI IN TEATRO
terrestri 209
navali 1
aeromobili 2
SPESE DI PERSONALE mensili
Diaria, 185% indennità impiego operativo 1.329.219
SPESE DI FUNZIONAMENTO mensili
Viveri, supporto logistico, funzionamento mezzi militari 2.135.213
ONERI UNA TANTUM 4.800.565
spese di trasporto e rifornimenti anche con aerei militari 2.000.000
acquisto materiali speciali, dispositivi di auto protezione e tlc 800.000
spese pre e post impiego 1.500.000
canoni flussi satellitari 500.000
RIEPILOGO per 109 gg spesa per 109 gg
spese di personale 4.829.494
spese di funzionamento e una tantum 12.558.506
TOTALE ONERI MISSIONE 17.388.000

Cosa sono questi “oneri una tantum”? Due milioni se ne vanno per spese di trasporto e rifornimenti anche con aerei militari. Un altro milione e mezzo serve per le “spese pre e post impiego”: manutenzione e riparazione di mezzi, aerei e materiali, completamento delle dotazioni perdute o distrutte, contratti per mezzi speciali, esami del sangue per conseguire l’idoneità, addestramento. Infine mezzo milione di canoni per i flussi satellitari.

Quanto alle buste paga – fatte di diaria, maggiorazioni, compensi forfetari – la Ragioneria calcola che il generale di brigata prende per questa missione circa 7.180 euro al mese (escluso vitto e alloggio), al pari dei colonnelli. Un capitano viaggia attorno ai 6.500 euro. Un sergente se la cava con 4.600 euro. Capitani di fregata e di corvetta si assicurano un’indennità di quasi 3.200 euro al mese. 

Lo strano parco macchine dell’Isis

24 ottobre 2016

toyota788«Raid e bombe americane su Mosul». Così il titolo di un articolo di Alberto Stabile sulla Stampa del 24 ottobre fotografa l’avanzata della coalizione anti-Isis a Mosul. Nell’articolo, Stabile dettaglia che sono entrati in azione gli F 16 dell’U.s. Air force, i quali stanno bersagliando la zona d’attacco per aprire la strada alle truppe di terra.

Nello stesso articolo si ripete la nota quanto tragica situazione dei civili, che l’Isis tiene in ostaggio. Mentre in altro articolo, stavolta di Paolo Mieli sul Corriere della Sera dello stesso giorno, si riferisce dei festeggiamenti della popolazione civile perché finalmente, dopo due anni, qualcuno attacca i terroristi che li opprimono.

Le stesse cose avvengono in Aleppo: i siriani festeggiano quando dei quartieri sono strappati al Terrore, e salutano con sollievo l’offensiva del governo contro le zone ancora occupate. Non solo, anche in Aleppo Est i civili sono ostaggio delle milizie jihadiste guidate da al Nusra (al Qaeda), le quali controllano questa parte della città. Tanto che i corridoi umanitari lasciati aperti da Damasco per consentir loro di fuggire non hanno avuto alcun esito: nessuno li ha utilizzati. Gli jihadisti lo impediscono, come a Mosul.

Eppure i bombardamenti russi e siriani, a differenza di quelli americani, sono cattivi. Questa la narrazione ufficiale, alquanto bizzarra.
Non siamo fan delle bombe, né delle guerre. E sappiamo bene che questa guerra potrebbe finire senza altro spargimento di sangue: basterebbe lasciare gli jihadisti senza soldi, ché senza pecunia non si comprano armi e munizioni, né si pagano i tanti costosi mercenari assoldati dalle Agenzie del Terrore in tutto il mondo.

Tagliati i fondi, anche le varie Agenzie del Terrore sarebbero costrette a chiudere i battenti, a Mosul come ad Aleppo come nel resto del mondo.
Ma evidentemente è rimasto lettera morta il suggerimento di John Potesta all’allora Segretario di Stato (e sembra futuro presidente Usa) Hillary Clinton di far «pressioni sui governi di Qatar e Arabia Saudita, che stanno fornendo supporto finanziario e logistico clandestino all’ISIL [Isis ndr.] e ad altri gruppi sunniti radicali nella regione» (mail rivelata da wikileaks; sul punto vedi nota precedente).

Significativo anche l’accenno agli altri «gruppi radicali sunniti» della mail, che indica come gli stessi ambiti che sostengono l’Isis supportano, ovviamente allo stesso scopo, anche i miliziani di Aleppo Est, beneamini dell’Occidente.

Tale sostegno si realizza in tanti modi: a parte le armi e le munizioni, ci sono gli aiuti di natura umanitaria e sanitaria (i gruppi terroristi godono di servizi sanitari di altissimo livello, assicurati loro da diverse ong internazionali che operano sul loro territorio in cambio del placet all’assistenza dei civili). E altro.

Su un piccolo aspetto di tale ausilio ha fatto chiarezza la Toyota. Interpellata da russi e siriani sui veicoli forniti all’Isis, la casa automobilistica giapponese ha svolto una indagine interna i cui risultati sono poi stati comunicati agli interessati: in effetti «migliaia di veicoli Toyota» sono finiti nelle mani dell’Isis.

Giunti loro tramite queste vie: 22.500 veicoli sono stati acquistati da una società dell’Arabia Saudita; 32.000 sono stati acquistati dal Qatar; 4.500 sono pervenuti all’Isis tramite l’esercito della Giordania, al quale ha fatto da garante una banca dello stesso Paese.

Si tratta delle automobili immortalate nelle foto che pubblichiamo in questa pagina: veicoli nuovi fiammanti, scenografici con la loro bandiera nera che garrisce al vento quanto invisibili a droni e aerei della coalizione anti-Isis, nonostante il deserto iracheno offra invero poche opportunità mimetiche.

Val la pena accennare a questo proposito anche alle parole dell’ex ambasciatore americano alle Nazioni Unite Mark Wallace il quale ha definito la Toyota Hilux e la Toyota Land Cruiser un marchio di identificazione dell’Isis.

Non si tratta di criminalizzare la Toyota, che alla fine comunque ha risposto a una richiesta specifica sul tema, ma di notare come tale richiesta non sia mai stata avanzata prima dai volenterosi e coalizzati anti-Isis, nonostante fosse facile, come visto, porre domande e ottenere risposte.

Tale acquisto di automobili nuove peraltro è transitato tramite vie ufficiali. Si tratta di operazioni commerciali su larga scala: servono navi, banche, reti logistiche. Eppure l’intelligence occidentale non ha visto niente di niente…

Il parco macchine del Califfato è ovviamente solo una piccola parte dei tanti “aiutini” che giungono all’Agenzia del Terrore da ogni dove. Ma ha un suo significato e aiuta a intuire altro e ben più importante (qui i riferimenti, in arabo, sulla vicenda).

Preso da: http://piccolenote.ilgiornale.it/30043/lo-strano-parco-macchine-dellisis

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Il testamento di Gheddafi

Tripoli 5 Aprile 2011, testamento di Muhammar Gheddafi:
E quando avevano fame, gli ho dato cibo. Ho trasformato Bengasi da un deserto in terra fertile, ho resistito agli attacchi del cowboy Reagan quando, tentando di uccidermi, ha ucciso un’orfana, mia figlia adottiva, una povera bambina innocente.
Ho aiutato i miei fratelli e le mie sorelle africani con denaro per l’Unione Africana. Ho fatto di tutto per aiutare il popolo a comprendere il concetto di vera democrazia, nella quale i comitati popolari governano il nostro paese.
Per alcuni tutto questo non bastava mai, gente che aveva case di 10 stanze, abbigliamento e mobilio ricchi. Egoisti come sono, chiedevano sèmpre di più a spese degli altri, erano sempre insoddisfatti e dicevano agli Statunitensi e ad altri visitatori che volevano “democrazia” e “libertà”.
Non si volevano rendere conto che si tratta di un sistèma di tagliagole, dove il cane più grosso divora tutto. Si facevano incantare da queste parole, non rendendosi conto che negli Usa non c’erano medicine libere, ospedali liberi, case libere, istruzione libera, cibo garantito. Per costoro non bastava nulla che facessi, ma per gli altri ero il figlio di Gamal Abdel Nasser, l’unico vero leader arabo e musulmano che avessimo avuto dai tempi di Saladino, un uomo che restituì il Canale di Suez al suo popolo come io ho rivendicato la Libia per il mio popolo. Sono state le sue orme che ho cercato di seguire, per mantenere il mio popolo libero dal dominio coloniale, dai predoni che ci vorrebbero derubare.
Ora sono sotto attacco della più grande forza militare della storia. Il mio piccolo figlio africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, le nostre libere abitazioni, la nostra libera medicina, la nostra libera istruzione, il nostro cibo sicuro, e sostituirlo con il ladrocinio stile Usa chiamato “capitalismo”. Ma noi tutti, nel Terzo Mondo, sappiamo cosa ciò significhi. Significa che le imprese governano i paesi, il mondo, e che i popoli soffrono.
Così per me non c’è alternativa, devo resistere e, se Allah vorrà, morirò seguendone la via, la via che ha arricchito il nostro paese di campi fertili, viveri, salute e ci ha perfino consentito di aiutare i nostri fratelli africani e arabi a lavorare qui con noi, nella Giamahiria libica.
Non desidero morire, ma se dovessi arrivarci, per salvare questa terra, il mio popolo, le migliaia di miei figli, che allora sia.
Lasciate che questo testamento sia la mia voce al mondo. Dica che mi sono opposto agli attacchi dei crociati Nato, alla crudeltà, al tradimento, all’Occidente e alle sue ambizioni colonialiste. Che ho resistito insieme ai miei fratelli africani, ai miei veri fratelli arabi e musulmani.
Ho cercato di fare luce. Quando altrove si costruivano palazzi, ho vissuto in una casa modesta e in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non ho sprecato le nostre ricchezze nazionali e, come Saladino, il nostro grande condottiero musulmano che salvò Gerusalemme per l’Islàm, ho preso poco per me…
In Occidente qualcuno mi ha definito “pazzo” e “demente”. Conoscono la verità, ma continuano a mentire. Sanno che la nostra terra è indipendente e libera, non soggetta al colonialismo. Sanno che la mia visione e il mio cammino sono sempre stati onesti e nell’interesse del mio popolo. Sanno che lotterò fino all’ultimo respiro per mantenerci liberi. Che Dio ci aiuti>

Preso da: http://blog.ilgiornale.it/angelini/2016/10/20/il-testamento-di-gheddafi-che-io-non-avevo-mai-letto/

NEL 1947 UN OPERAIO GUADAGNAVA UN TERZO DELLO STIPENDIO DI UN POLITICO. OGGI NE GUADAGNA UN TREDICESIMO (QUANDO L’OPERAIO LAVORA)

Nel 1947 a Montecitorio si discuteva l’articolo 69 della Costituzione, quello relativo allo stipendio dei parlamentari. Allora i rappresentanti del popolo italiano guadagnavano il corrispettivo di un precario odierno: “25 mila lire al mese, circa 800 euro – racconta un articolo pubblicato sul sito dell’Espresso

Nel 1947 a Montecitorio si discuteva l’articolo 69 della Costituzione, quello relativo allo stipendio dei parlamentari. Allora i rappresentanti del popolo italiano guadagnavano il corrispettivo di un precario odierno: “25 mila lire al mese, circa 800 euro – racconta un articolo pubblicato sul sito dell’Espresso LINK. Più un gettone di presenza da 1.000 lire al giorno (30 euro), ma solo quando le commissioni si riunivano in giorni differenti rispetto all’Aula”. Il totale è presto fatto: i costituenti non riuscivano a portare a casa più di 1.300 euro al mese.

Certo, il Paese era nettamente più povero, ma sicuramente più equilibrato rispetto allo stato delle cose attuale. Un operaio di terzo livello guadagnava qualcosa come 13 mila lire al mese, un terzo di un deputato. Mentre 70 anni dopo, come dimostra la tabella elaborata dall’Espresso, chi siede in Parlamento guadagna quasi 10 volte di più di un impiegato e 13 più di una tuta blu.
Nel primo dopoguerra, il fatto che i parlamentari ricevessero un compenso per il loro operato era considerato una garanzia di indipendenza e democrazia. In questo modo anche i meno abbienti potevano partecipare alla vita politica. Ma vista la drammatica situazione in cui versava il Paese, nel 1946 la somma fu fissata alla modesta cifra di 25 mila lire al mese. L’aumento repentino dell’inflazione, però, fu tale che in pochi mesi lo stipendio toccò quota 50mila lire.
“La prima legge sul tema, varata nell’estate 1948 dal governo De Gasperi – racconta l’Espresso – è figlia di questa mentalità che allora ispirava la giovane e fragile democrazia italiana: ‘Ai membri del Parlamento è corrisposta una indennità mensile di L. 65.000, nonché un rimborso spese per i giorni delle sedute parlamentari alle quali essi partecipano’. Tradotto ai giorni nostri: 1.230 euro fissi più un gettone da 100 euro scarsi al giorno (5mila lire) legato alla presenza effettiva. Togliendo fine settimana più i lunedì e i venerdì, in cui le convocazioni sono rare, non più 2.500 euro al mese dunque”.

L’aria cambiò nettamente a partire dal 1955, quando il governo Segni emanò la legge sulle “Disposizioni per le concessioni di viaggio sulle ferrovie dello Stato”. “Un privilegio al quale, col passare del tempo si sarebbero aggiunti una innumerevole serie di altri benefit – molti ancora esistenti – dai biglietti aerei alla telefonia fissa (e poi mobile), dalle tessere autostradali agli sconti sui trasporti marittimi. E così nel 1963, in appena 15 anni, grazie ai bassi salari che furono alla base del miracolo economico, col suo mezzo milione al mese un parlamentare era già arrivato già a guadagnare il quintuplo di un impiegato (il cui salario si aggirava sulle 100 mila lire) e otto volte più di un operaio(poco sopra le 60 mila lire)”.
L’esplosione dei redditi dei nostri rappresentanti avvenne nel 1965, con presidente del Consiglio Aldo Moro e vicepresidente il socialista Pietro Nenni. Lo stipendio veniva infatti agganciato a quello dei presidenti di sezione della Cassazione (con imposta pari al solo 40%) e fu istituita per la prima volta la diaria (esentasse) per il rimborso delle spese di soggiorno nella capitale di 120 mila lire (1.250 euro di oggi) che, siccome la legge non lo specificava, fu accordata anche per chi risiedeva a Roma ed è così ancora oggi, sia pure con qualche modifica.
Un deciso “passo avanti” ci fu anche col governo Craxi e il taglio della scala mobile. È l’inizio della fine. Da allora sono passati circa 30 anni e il valore della busta paga dei politici è raddoppiato. Dai corrispettivi 7 mila euro degli anni ‘80, siamo giunti agli attuali 14 mila euro mensili, mentre lo stipendio medio di un impiegato ai giorni nostri è di 1.500 euro al mese e quello di un metalmeccanico non è mai cresciuto, restando intorno ai 1.110/1.200 euro al mese.
E non è tutto: ogni mese lo Stato spende quasi 8 milioni di euro per i vitalizi dei politici, tra cui quelli condannati. Per questo Riparte il futuro ha lanciato la campagna #stopvitalizio. Un condannato per mafia riceve ogni mese circa 4 mila euro. E se quel che guadagna un normale politico è incredibilmente eccessivo, questo è invece inaccettabile. Per questo bisogna essere sempre di più a pretendere che questa assurda pratica termini.
http://www.italiainmovimento.it/

Preso da: http://www.italianosveglia.com/nel_1947_un_operaio_guadagnava_un_terzo_dello_stipendio_di_un_politico_oggi_ne_guadagna_un_tredicesimo_quando_loperaio_lavora-b-96088.html

2 parole sull’ immigrazione, Salvini, Serraji e la situazione in Libia.

Visto che tutti parlano di immigrazione , Libia e problemi connessi come se avessero la soluzione pronta, come se fosse una questione su cui fare il tifo come allo stadio, ebbene 2 parole vorrei dirle anche io, tanto non le ascolterà nessuno, perchè io non rappresento nessuno, e non mi paga nessuno.
PREMETTO che Salvini ed il governo Lega/5s hanno fatto un lavoro straordinario in questi pochi giorni, cercando di rimediare agli “errori” dei sinistri sinistrati in anni di NON governo.
Perchè “errori” tra le virgolette?, Perchè la politica dei sinistri, ed anche degli altri partiti non presenta degli errori, ma segue una linea precisa, IMPOSTA dai loro padroni, Soros è quello che appare di più con la sua campagna “pro-immigrati” ma che in realtà li crea, gli immigrati, poi dietro ci sono i vari Rockefeller, Rotshild ecc.
Io credo che la scelta del governo italiano di appoggiare Serraji è sbagliata, certamente questo può aiutare a bloccare l’ immigrazione per un pò di tempo , ma fino a quando?
Serraji è teoricamente sostenuto dalla comunità internazionale, dico teoricamente perchè in realtà solo USA ed Italia lo sostengono apertamente, gli altri appoggiano sotto banco Haftar. Da qui la debolezza di serraji e degli accordi con lui.
Serraji è sostenuto solo da mercenari stranieri, ( per carità adesso li chiamano contractors), anche italiani, e da una accozzaglia di milizie tra le più diverse, ex membri di Al Qaeda, ISIS, LIFG, in una parola RATTI (jerdan), come li chiama il popolo Libico.
Noi italiani in pratica diamo soldi ad un”””governo””” di occupazione che a mala pena controlla Tripoli, infatti gli scontri tra milizie che sostengono Serraji sono quasi quotidiane, “il nostro eroe” gia alcune volte è stato costretto a rifugiarsi in Tunisia o su una nave al largo di Tripoli mentre i suoi mercenari combattevano tra loro, al prossimo scontro purtroppo l’ immigrazione riprenderà , chi vincerà pretenderà più soldi.
Haftar prima o poi caccerà Serraji, attualmente Haftar controlla buona parte della Libia, ha l’ appoggio di Francia, Russia ed Egitto, ed anche di parte del popolo Libico, (non perchè lui sia nel giusto, ma perchè allo stesso popolo viene fatto credere che non cè alternativa).
In queste condizioni per l’ Italia appoggiare Haftar non avrebbe senso , ( sarebbe un semplice accodarsi alla Francia, che poi ci ringrazierà mandandoci qualche migliaio di clandestini), appoggiare Serraji come ho detto prima è perdente.
La soluzione sarebbe , per una volta pensare al bene del popolo Libico, appoggiare chi è scelto dal popolo, noi NON dobbiamo sapere che un alternativa esiste, malgrado anni di occupazione la resistenza verde pro Gheddafi esiste, ogni tanto spuntano le bandiere verdi, le tribu Libiche oneste periodicamente si riuniscono, ribadiscono fedeltà all a  Jamahiriya ed al sul Leader, Muammar Gheddafi.
Se vogliamo fare un discorso “egoistico” per il bene dell’ Italia io dico che bisognerebbe appoggiare Saif Al Islam Gheddafi, che ha intenzione di presentarsi alle prossime elezioni, se i RATTI le fanno svolgere, e brogli permettendo.
Il popolo Libico eleggerà sicuramente Saif, la “comunità internazionale” per una volta , appoggiando Saif sarebbe dalla parte del giusto, ma ovviamente questo a loro non va bene.
Se i politici ascoltassero queste semplici idee non ci sarebbe tanto da studiare ed affannarsi, prima o poi i popoli avranno ragione, è importante stare dalla parte della Ragione, dalla parte del popolo, e ricordate il popolo Libico ha dato prova di poter vincere l’ aggressore straniero molte volte, nel 1911 all’ epoca del leone del deserto Omar al Moukhtar, e 100 anni dopo con Muammar Gheddafi nel 2011.
Da italiani per il bene del nostro paese dovremmo dire tutti convinti VIVA LA LIBIA LIBERA, VIVA LA JAMAHIRIYA.

USA, dopo il terzo mondo, il loro obiettivo e’ depredare l’Europa!

La situazione è molto peggiorata negli ultimi 12 anni, rispetto a quando pubblicai “Confessioni di un sicario dell’economia”.

Cagliari
07:20 del 15/10/2016
Scritto da Luca
La situazione è molto peggiorata negli ultimi 12 anni, rispetto a quando pubblicai “Confessioni di un sicario dell’economia”. Gli assassini economici e gli sciacalli si sono diffusi tremendamente, anche in Europa e negli Stati Uniti. In passato si concentravano essenzialmente sul cosiddetto Terzo Mondo, o sui paesi in via di sviluppo, ma ormai vanno dappertutto. E infatti, il cancro dell’impero delle multinazionali ha metastasi in tutta quella che chiamo la moribonda economia fallita globale. Questa economia è basata sulla distruzione di quelle stesse risorse da cui dipende, e sul potere militare. E’ ormai completamente globalizzata, ed è fallimentare. Siamo passati da essere beneficiari di questa economia assassina ad essere ora le sue vittime. In passato, questa economia di assassini economici era propagandata per poter rendere l’America più ricca e presumibilmente per arricchire tutti i cittadini, ma nel momento in cui questo processo si è esteso agli Stati Uniti e all’Europa, il risultato è stato una enorme beneficio per i molto ricchi a spese di tutti gli altri. Su scala globale sappiamo che 62 persone hanno ormai in mano gli stessi mezzi della metà più povera del mondo.
Naturalmente in America vediamo come il governo sia paralizzato, semplicemente non funziona. Viene controllato dalle grandi multinazionali.

Queste hanno capito che il nuovo obiettivo, la nuova risorsa, sono gli Usa e l’Europa, e gli orribili John Perkins, ex “sicario dell’economia”avvenimenti successi in Grecia, e Irlanda e Islanda, stanno ormai avvenendo anche da noi, negli Usa. Le statistiche ci mostrano una crescita economica, ma allo stesso tempo aumentano i pignoramenti di case e la disoccupazione. Si tratta della stessa dinamica debitoria che porta a amministratori di emergenza, i quali consegnano le redini dell’economia alle multinazionali private: lo stesso meccanismo che vediamo nei paesi del terzo mondo. Quando ero un “sicario dell’economia”, una delle cose che facevamo era concedere enormi prestiti a questi paesi, ma quei soldi non finivano mai davvero ai paesi, finivano alle nostre stesse multinazionali che vi costruivano le infrastrutture. E quando i paesi non riuscivano a ripagare i loro debiti, imponevamo la privatizzazione della gestione dell’acqua, delle fognature e della distribuzione elettrica. Ormai vediamo succedere la stessa cosa negli Stati Uniti. Flint nel Michigan ne è un ottimo esempio.
Non stiamo parlando di un impero degli Stati Uniti, si tratta di un impero delle multinazionali protette e appoggiate dall’esercito Usa e dalla Cia. Ma non è un impero degli americani, non aiuta gli americani. Ci sfrutta nella stessa maniera in cui noi abbiamo sfruttato gli altri paesi del mondo. Viaggiando attraverso gli Usa e nel mondo, vedo davvero che la gente si sta svegliando. Stiamo capendo. Capiamo che viviamo in una stazione spaziale molto fragile: non abbiamo alcuna navetta spaziale, e non possiamo andarcene. Dobbiamo risolvere la situazione, dobbiamo prendercene carico, perché stiamo distruggendo la stazione spaziale. Le grandi multinazionali la stanno distruggendo, ma queste vengono gestite da persone, e queste sono vulnerabili. Se ci pensiamo bene, i mercati sono una democrazia, se li usiamo nel modo giusto. Certo, gli accordi come il Ttip sono devastanti, danno alle multinazionali la sovranità sui governi. E’ ridicolo. Vediamo i popoli dell’America Centrale terribilmente disperati, cercano di uscire da un sistema marcio, in primo luogo a causa degli accordi commerciali e delle nostre politiche nei confronti dell’America Latina.
E naturalmente vediamo queste stesse politiche nel Medio Oriente e in Africa, queste onde migratorie che stanno investendo l’Europa dal Medio Oriente. Questi problemi terribili sono stati creati dall’ingordigia delle multinazionali.

Sono appena stato in America Centrale e quello che da noi viene definito un problema di immigrazione, in realtà è un problema di accordi commerciali. Non si possono imporre dazi a causa degli accordi commerciali – Nafta e Cafta – ma gli Usa possono dare aiuti di Stato ai loro agricoltori. Gli altri governi non si possono permettere di aiutare i propri agricoltori. Perciò i nostri agricoltori Manuel Zelayariescono ad avere la meglio sui loro, a questo distrugge le altre economie, e anche altre cose, ed ecco perché si creano problemi di immigrazione. Tre o quattro anni fa la Cia ha organizzato un colpo di Stato contro il presidente democraticamente eletto dell’Honduras, Zelaya, perché non si è piegato a multinazionali grandi, globali e con legami con gli Usa come Dole e Chiquita.
Il presidente voleva alzare il salario minimo a un livello ragionevole, e voleva una riforma agraria che garantisse che queste persone riuscissero a guadagnare dalla loro terra, anziché assistere alle multinazionali che lo facevano. Le multinazionali non l’hanno potuto tollerare. Non è stato assassinato, ma è stato disarcionato con un colpo di Stato, e spedito in un altro paese, rimpiazzandolo con un dittatore brutale. Oggi l’Honduras è uno dei paesi più violenti e sanguinari dell’emisfero. Quello che abbiamo fatto fa paura. E quando una cosa così accade a un presidente, manda un messaggio a tutti gli altri presidenti dell’emisfero, e anzi di tutto il mondo: non intralciate i nostri piani. Non intralciate le multinazionali. O cooperate e vi arricchite, e tutti i vostri amici e le vostre famiglie si arricchiscono, oppure verrette disarcionati o assassinati. Si tratta di un messaggio molto forte.
Da: Libreidee

Preso da: http://www.italianosveglia.com/usa_dopo_il_terzo_mondo_il_loro_obiettivo_e_depredare_leuropa-b-95951.html

Wall Street is War Street, il Governo Ombra degli USA

DI ROSANNA SPADINI
comedonchisciotte.org
Alla fine degli anni ’80 il disegno imperialista della triade USA, Vaticano e Israele, contribuì fortemente alla demolizione dell’URSS, non tanto per esportare la “libertà” come andavano blaterando, ma per catturare nuovi territori di conquista per gli oligarchi. Sotto l’ombrello del “neoliberismo armato” che abbiamo conosciuto bene, così come avevano fatto con Pinochet in Cile o Videla in Argentina e in tutta l’America Latina. Caduto quindi l’URSS, l’imperialismo americano si è scatenato prima contro la ex Jugoslavia, e poi contro l’Albania, il Medio Oriente (Iraq, Afganistan, Libia) per affermare così il proprio piano criminale.

Tuttavia, è senza dubbio vero che le spese per la corsa agli armamenti dell’URSS contribuirono al suo dissesto finanziario … ma il grande paradosso odierno è che questa volta la nuova corsa agli armamenti, per la rinascita della guerra fredda, potrebbe spezzare l’economia degli Stati Uniti, piuttosto che quella russa. Gli Stati Uniti infatti superano di gran lunga tutte le altre nazioni in spesa militare, tanto da rappresentare il 37% del totale della spesa mondiale. Il grafico seguente mostra come il Congresso abbia stanziato la cifra di 1.11 trilioni di dollari di spesa discrezionale per l’anno fiscale 2015, per un totale di $ 598.500.000.000 di spesa militare, pari al 54% del totale. La spesa militare comprende tutte le attività regolari del Dipartimento della Difesa: spese di guerra, armi nucleari, assistenza militare internazionale, e la spesa del Pentagono con altri correlati.

Se poi facciamo il confronto con la spesa militare del resto del mondo, ci rendiamo conto che il militarismo Usa supera di gran lunga quello degli altri paesi, tanto che gli Stati Uniti spendono circa tre volte più della Cina, e circa 10 volte di più della sola Russia. Il grafico però segnala anche la debolezza degli States, perché non vi è dubbio che, benché gli USA spendano nominalmente molto di più di Cina e Russia, sussiste anche una mera perdita di risorse che danneggia lo sviluppo della difesa. Per di più una parte enorme di spesa militare serve a mantenere le basi militari in tutto il mondo. Secondo alcune stime gli Stati Uniti hanno 800 basi nel mondo, e soprattutto militari e marines in 160 Paesi … nell’insieme mezzo milione di soldati con famiglia è all’estero. Russia e Cina non hanno alcun onere corrispondente per mantenere una forza imperiale così estesa e ramificata a livello globale.
Però il sistema della macchina da guerra permanente USA è talmente marcio che progetta spesso programmi di ricerca troppo costosi e farraginosi. Un esempio è dato dal fatto che le bombe di ferro “stupide” russe sembrano essere quasi altrettanto precise delle bombe “intelligenti” statunitensi se sganciate da 5000 metri. La Russia insomma sembra vincere anche per il suo sistema economico e politico più sano.
Che poi la Russia manchi di tecnologia per competere con l’Occidente nello sviluppo di armi è stato un tema costante dal 1930 ad oggi. In realtà la storia dimostra il contrario, e gli esempi sono innumerevoli:

– i tedeschi hanno sperimentato nel 1941 quanto i carri armati russi, come il KV1 e il T34, fossero più avanzati dei loro;
– gli Stati Uniti lo hanno sperimentato nel 1949, quando l’URSS ha fatto esplodere la prima bomba nucleare;
– l’aviazione degli Stati Uniti ha perso nel 1950, quando si è scontrata con il MiG-15 in Corea;
– nel 1957 l’URSS ha lanciato il primo satellite artificiale del mondo, dimostrando che aveva la capacità di colpire gli Stati Uniti con missili intercontinentali;
– nel 1960 l’aviazione statunitense scopre che l’aeronautica nordvietnamita dotata di combattenti addestrati dai russi era in grado di raggiungere una posizione aerea dominante sopra Hanoi;
– nel 1973 gli israeliani subirono molte perdite durante la guerra dello Yom Kippur contro i missili russi anticarro e antiaerei.
E poi la U.S. Air Force sembra essere talmente gelosa dei successi dell’Aviazione Russa che in Siria ha colorato dello stesso colore dei jet russi alcuni dei propri aerei … Qual è il senso? Semplice esercitazione di guerra o l’ennesima cospirazione dei russi?
Quindi fatte le dovute considerazioni, sembra che Russia e Cina, anche se non sono in testa alle spese militari, tuttavia trarrebbero vantaggio dall’efficienza della loro razionalizzazione dei progetti di difesa, e invece gli Stati Uniti sembra che stiano perdendo la nuova corsa agli armamenti per gli stessi motivi per cui l’URSS crollò a suo tempo, dato che possiedono oggi un sistema economico troppo monopolistico e poco competitivo, volto più a soddisfare le esigenze di una piccola élite corrotta, anziché le esigenze dell’intero corpo sociale.
Al contrario il sistema della Russia ad economia di mercato con significativa componente statale, soprattutto nel settore militare, sembra di gran lunga superiore al diabolico capitalismo monopolistico e oligarchico governato dal “Governo Ombra” degli USA. Lo dice Mike Lofgren, nel suo libro “Stato profondo: la caduta della Costituzione e l’ascesa del governo ombra”, cui si deve la lucida definizione di “Wall Street is War Street”. Mike Lofgren, un ex membro dello staff del Congresso, ha descritto alla perfezione come il governo ombra americano comporti un consenso trasversale su questioni politiche d’impatto nazionale.
Infatti un funesto contributo al bilancio della difesa USA deriva proprio dalla profonda simbiosi del complesso militare-industriale con la finanza, “Wall Street con War Street”. I principali appaltatori del complesso militare-industriale degli Stati Uniti sono tutti quotati in borsa e quindi i contratti della difesa risentono di enormi margini di profitto per soddisfare le esigenze del mercato azionario.
I contratti non sono aperti a qualsiasi tipo di gara, ma assegnati dalle macchinazioni dello Stato profondo, dunque è assai probabile che circa il 30% del bilancio militare degli Stati Uniti finisca in tali margini di profitto, poi riversati come dividendi, o peggio, pagamenti dei profitti di giochi azionari. Aspetto interessante e cruciale di questa condizione oligarchica sono i contributi elettorali che scendono dai fornitori della difesa ai membri del Congresso per mantenere in vita il giocattolo. Considerando tutto ciò, il denaro reale rimasto per lo sviluppo e la produzione militare è di gran lunga inferiore a quello che Cina e Russia destinano.
Uno studio condotto da ricercatori della Princeton University, ampiamente documentato “Testing Theories of American Politics: Elites, Interest Groups, and Average Citizens”, dimostra come gli Stati Uniti si stiano evolvendo da parecchio tempo in un’oligarchia, e rivela le “verità difficili ” del sistema politico: “Dietro un’apparente democrazia si nasconde il governo di pochi che se ne infischiano delle scelte della gente”. Il governo USA non rappresenta gli interessi dei cittadini, ma è governato dall’oligarchia dei potentati d’interesse.  I ricercatori Martin Gilens e Benjamin I. Page hanno condotto il loro studio analizzando i dati tratti da oltre 1.800 diverse iniziative politiche tra 1981 e il 2002, e deducendone che gli Stati Uniti sono nelle mani di lobby di potere che controllano anche il sistema economico ed orientano le direzioni del paese, indipendentemente o anche contro la volontà della maggioranza degli elettori.
In maniera anche molto significativa l’ex-presidente Jimmy Carter s’è espresso in tal senso contro un flagello di questo genere, durante un programma radiofonico a diffusione nazionale, dicendo chiaramente che gli Stati Uniti sono completamente sovvertiti dagli oligarchi, e sono diventati un Paese in cui una “corruzione politica illimitata” ha travolto la corretta conduzione del potere.
President Jimmy Carter: The United States is an Oligarchy…

Ecco perché la voracità del lobbismo americano incide negativamente sull’efficienza della produzione di armi, infatti se si confrontano i top-of-the-line caccia dei due Paesi, l’F-35 caccia-jet prodotto dalla società statunitense Lockheed Martin, contro il Su-35 fighter jet prodotto da parte del governo russo (Sukhoi Company è interamente controllata) … l’F-35 costa circa 100 milioni di dollari, il Su-35 costa circa 65 milioni di dollari.
Un episodio significativo che dimostra l’efficienza della produzione militare russa risale al 13 settembre 2014, ed è stato raccontato da Voltairenet, sulla base di un incidente in cui il cacciatorpediniere USS Donald Cook Aegis, entrato nel Mar Nero per minacciare la Russia, venne disattivato nei dispositivi elettrici da un Su-24 russo.

Sta di fatto che per l’industria bellica Usa la guerra è un affare molto redditizio, sancito chiaramente dalla legge, per la quale «la vendita di articoli da difesa e servizi a Stati stranieri viene finalizzata quando il presidente ritiene che serva a rafforzare la sicurezza dello Stato e a promuovere la pace globale», e garantito dal Secondo Emendamento della Costituzione « Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, non potrà essere infranto il diritto dei cittadini di detenere e portare armi. »
Ad esempio la lista dei contractor beneficiari per la guerra in Iraq è stata piuttosto lunga: la General Atomics per i droni Predator, la Northrop Grumman per i droni Global Hawk, la AeroVironment per i minuscoli droni di sorveglianza Nano Hummingbird, la DigitalGlobe per il satellite, la Lockhed Martin per i missili Hellfire, la Raytheon per i missili a lungo raggio Tomahawk. Dopo i primi raid contro postazioni islamiste in Iraq e le dichiarazioni del presidente di un conflitto a lungo termine, i prezzi delle armi delle compagnie private lievitarono, insieme alle quotazioni in borsa. (Chiara Cruciati, Il Manifesto)
A far lievitare i profitti c’è poi l’addestramento: sono le stesse compagnie private ad insegnare ai soldati americani e iracheni a utilizzare i nuovi sistemi. Un esempio: nel contratto per la vendita di carri armati, una clausola prevede che «5 rappresentati del governo Usa e 100 rappresentanti del contractor privato raggiungano l’Iraq per un periodo massimo di 5 mesi per consegnare il materiale, verificarne la funzionalità e addestrare».
L’assetto militare degli USA fu giustificato in chiave imperialistica perfino dallo stesso presidente Eisenhower nel suo discorso di congedo, rivolto alla Nazione, il 17 gennaio 1961, in cui veniva così sancita la nascita del più potente Stato del pianeta, che aveva la responsabilità di “difendere la civiltà” nel mondo. Ma il presidente Dwight Eisenhower avvertiva anche il popolo degli Stati Uniti riguardo al pericolo costituito dal “complesso militare-industriale”, che celava un manifesto intreccio di affarismo politico tra gruppi industriali, politici rappresentanti del Congresso, e direzione delle forze armate degli Stati Uniti d’America.
“Sono passati dieci anni dalla metà di quel secolo che è stato testimone di quattro principali guerre combattute tra Stati potenti. Tre di queste hanno coinvolto il nostro Paese. Nonostante questi olocausti l’America è oggi la nazione più forte, più influente e più produttiva del mondo. Comprensibilmente orgogliosi di tale supremazia, ci rendiamo conto che il nostro prestigio e la nostra leadership non dipendono solamente dal progresso materiale, dalle ricchezze e dall’impareggiabile forza militare, ma da come usiamo il potere nell’interesse della pace mondiale e del miglioramento dell’umanità … Fino all’ultimo conflitto mondiale gli Stati Uniti non disponevano di una industria degli armamenti. Per la difesa militare spendiamo ogni anno una cifra superiore alle entrate nette di tutte le corporazioni degli Stati Uniti messe insieme. Questo collegamento fra un’immensa struttura militare e una grande industria bellica è nuovo nel bagaglio di esperienze del nostro Paese, e ne avvertiamo l’influenza complessiva -economica, politica, perfino spirituale- in ogni città, in ogni sede dell’amministrazione, in ogni ufficio del governo federale.”
Insomma l’esistenza stessa dell’industria bellica USA esige una produzione continua di guerre, l’urgenza di portare avanti una politica aggressiva e di belligeranza persistente. L’industria bellica non rappresenta un corollario dell’economia statunitense, al contrario è diventata uno dei pilastri produttivi portanti del sistema economico USA. Per non parlare delle armi di distruzione di massa, a partire dal napalm usato in Vietnam, grandi quantità di defolianti per privare i guerriglieri vietcong della copertura naturale del terreno, per irrorare foreste di mangrovie e campi di riso, al fine di comprometterne le riserve di cibo. Si calcola che dal 1961 al 1971 siano stati utilizzati 72 milioni di litri di erbicidi e 400.000 bombe al napalm, le cui tossine hanno inquinato per decenni il suolo del Sud del paese … e poi le armi chimiche e batteriologiche fornite a Saddam per gasare i Kurdi, armi al fosforo bianco usate in Iraq.
Il governo degli USA ha assunto dunque il ruolo di gendarme del pianeta e contribuisce alla creazione di un’industria bellica dinamica e altamente produttiva, un’industria che trova la propria giustificazione nella difesa della pace nel mondo e nella diffusione della democrazia. E il frankenstein così prodotto vede la confluenza di più scambi: la permutazione di armi con il petrolio di contrabbando dell’Iraq, con i pani di oppio dell’Afghanistan e dell’America Latina, con l’oro della Liberia, con i brillanti grezzi della Costa d’Avorio. Secondo dati ufficiali del Pentagono fra il 1990 e il 1996 il commercio delle armi aveva dato un risultato attivo di bilancio di oltre 100 miliardi di dollari …” (dal 1997 i bilanci del Pentagono sono stati secretati per ragioni di sicurezza nazionale)
(V. Chalmers Johnson, Blowback: Costs and Consequences of American Empire, New York and London 2000) .

Rosanna Spadini
Fonte: http://www.comedonchisciotte.org
14.10.2016

Originale, con video: http://comedonchisciotte.org/wall-street-is-war-street-governo-ombra-degli-usa/

Hillary, la saudita

29 agosto 2016

ANDATE ALL’INFERNO!
State attenti a criticare Hillary Clinton: potreste finire all’inferno. Sul serio, lo ha detto James Carville, uno dei più influenti consiglieri politici della signora e già responsabile della sua campagna presidenziale nel 2008 (quando fu sconfitta alle primarie democratiche da Barack Obama).
Di fronte alle perplessità sul sistema di finanziamento della Fondazione di Hillary e Bill, è stato categorico: “qualcuno potrebbe finire all’inferno per questo”, perché l’attività che essa svolge è “un grande atto di carità”.

Se avessimo saputo del rischio che correvamo, non avremmo scritto, tre mesi fa un articolo in cui raccontavamo la quantità impressionante di denaro drenato nelle tasche personali dei coniugi Clinton per la loro attività di speechmaking: 30 milioni di dollari solamente tra il 20014 e il 2015; denaro che proviene da aziende private e sopratutto da Banche d’Affari (la famosa Goldman Sachs in testa) disposte a pagare prezzi esorbitanti per ascoltare a porte chiuse il Verbo di Hillary e Bill.

Ma siccome “perseverare è diabolico”, noi ritorniamo sul tema perché rappresenta una chiave di lettura importante della deriva della democrazia americana e del sistema di potere che ambisce ad occupare la Casa Bianca.
La notizia riguarda i copiosi finanziamenti alla Clinton Foundation (la Fondazione di famiglia), tutti leciti per carità, ma che mostrano come, sulla politica di Washington, forse aveva ragione il grande giornalista Michael Kinsley: “lo scandalo non è ciò che è illegale ma ciò che è legale”.
In America sospettano che Hillary Clinton abbia utilizzato il proprio ruolo politico (prima come Segretario di Stato, poi come candidato alla Presidenza) come merce di scambio per finanziamenti da parte di gruppi privati e governi.
Judicial Watch, un’organizzazione no-profit di area conservatrice, ha reso pubbliche centinaia di  pagine di mail tra l’entourage della Clinton e alcuni donatori della Fondazione che sembrano avallare lo scandalo. D’altro canto già in precedenza sospetti erano emersi come come nel caso della Boeing che, nel 2009, donò 1 milione di dollari alla Fondazione Clinton subito dopo aver chiuso un accordo commerciale di quasi 4 miliardi con la Russia il cui principale sponsor politico era stata il Segretario di Stato Hillary Clinton.
I MILIONI SAUDITI
La Clinton Foundation è un ente filantropico, che svolge attività caritatevoli in tutto il mondo. Si occupa di povertà, immigrazione, ricerca, ambiente e sopratutto di diritti civili; per questo sorprende vedere tra i principali finanziatori della Fondazione, le monarchie del Golfo Persico che sono espressione delle peggiori tirannie esistenti.
L’Arabia Saudita ha donato tra i 10 e i 25 milioni di dollari (così il range indicato dalla stessa Fondazione).
Il Kuwait tra i 5 e i 10 milioni (più o meno quanto la Fondazione di Elton John).
Qatar, Emirati Arabi ed Oman, tra 1 e 5 milioni di dollari (lo stesso range di Steven Spielberg, della Coca Cola Foundation e di Goldman Sachs).
A queste si aggiungono molte donazioni di privati come la Dubai Foundation, organizzazioni un po’ ambigue come Friends Of Saudi Arabia, membri della Casa reale come Turki bin Faisal Al Saud, miliardari sauditi come Al-Walid bin Talal, holding e multinazionali di Dubai come Al Dabbagh Group Holding.
Insomma il variegato mondo wahabita, che nega diritti umani e democrazia, finanzia una Fondazione che vuole diffondere diritti umani e democrazia. La contraddizione la vedo solo io? Ovviamente no. Glenn Greenwald, importante giornalista d’inchiesta di area liberal è stato molto chiaro in proposito: Tutti coloro che desiderano sostenere che i sauditi abbiano donato milioni di dollari alla Fondazione Clinton per il desiderio magnanimo di aiutare le sue cause benefiche, alzino la mano”.
Per carità molti governi stranieri finanziano la Fondazione Clinton; anche il nostro, attraverso il Ministero dell’Ambiente dal 2013. Ma noi siamo ancora un democrazia (forse) liberale (forse); di certo non siamo una teocrazia oscurantista che reprime i diritti umani, sponsorizza il terrorismo islamico e diffonde l’integralismo salafita per il mondo.
In effetti è difficile pensare che i monarchi sauditi siano interessati ai diritti gay visto che a casa loro li perseguitano e li mettono a morte. Difficile credere che le teocrazie più oscurantiste del pianeta Terra e sponsor dei movimenti islamisti più integralisti, abbiano a cuore i diritti delle donne. Difficile credere che dalle parti del Golfo Persico si preoccupino delle condizioni degli immigrati visto che in Qatar li sfruttano in condizioni simili ai lavori forzati come ha denunciato Amnesty International.
E non è paradossale che la Fondazione di un ex Segretario di Stato Usa si faccia finanziare da un paese che lo stesso Dipartimento di Stato Usa (che dal Segretario di Stato dipende) mette nella black list per “traffico di esseri umani”?
DUE PESI, DUE MISURE
Due anni fa in Europa fece scalpore la notizia che una banca privata russo-ceca (First Czech Russian Bank) avesse concesso un prestito al Front National di Marine Le Pen; 9 milioni di euro per la precisione, destinati a finanziare il partito in vista delle future campagne politiche. I media europei fecero a gara nel denunciare la prova lampante che Putin metteva le mani sui partiti politici europei anti-Ue.
In Italia capofila di questa scemenza fu il solito Corriere della Sera (e come poteva non essere) con un articolo delirante in cui definì che la banca privata, la “banca di Putin”.
Badate bene: in questo caso si trattava di un prestito (e non di una donazione a fondo perduto come per la Clinton) di una banca privata (e non di un governo come per la Clinton) ad un partito politico (e non direttamente alla Fondazione di famiglia, come per la Clinton). Eppure gli stessi media che gridarono allo scandalo per il caso Le Pen, sono rimasti sorprendentemente silenziosi per il caso della signora Hillary.
Per la cronaca, la First Czech Russian Bank era talmente “di Putin” che la Banca Centrale russa le ha recentemente revocato la licenza ad operare (in pratica quello che Bankitalia non fece con MPS).
CUORE E PORTAFOGLIO
Dei tanti scandali che attraversano la campagna presidenziale di Hillary Clinton, quello dei finanziamenti sauditi alla sua Fondazione e a lei stessa, sembra essere il più imbarazzante; ancora più dei disastri della politica estera o del MailGate.
Rimane una verità non consolante: per il Partito Democratico americano vale la stessa regola del Partito Democratico italiano: più il cuore è a sinistra e più il portafoglio sta rigorosamente a destra. In questo la sinistra di tutto il mondo è perfettamente coerente con se stessa.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

Preso da: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2016/08/29/hillary-la-saudita/