A quando un risveglio fra popoli in Europa ?

11 dicembre 2019.
di Luciano Lago
Le manifestazioni di protesta in Francia e lo sciopero generale che sta paralizzando quasi del tutto il paese ci fanno accendere un barlume di speranza. La speranza che si vada avvicinando l’ora di un possibile risveglio dei popoli d’Europa che trasmettano un segnale forte alle elite finanziarie dominanti, un segnale di rivolta e di cambiamento.
Il risveglio di una Europa che possa rompere le sbarre invisibili della gabbia neoliberista, quella che ha avvolto ciascuno stato europeo affossando le possibilità di crescita, non può essere lontano ma, come avviene per molti cicli storici, bisogna arrivare al punto più basso della involuzione per poi afferrare la possibilità di un riscatto.
L’ispirazione per un riscatto e una rinascita di paesi europei non può che provenire da est dove già da tempo si è verificato il risveglio dei giganti asiatici, la Federazione Russa, la Cina, l’India, paesi che oggi dimostrano una vitalità ed una capacità di rompere l’ordine mondiale di marca anglo USA che avviluppava il mondo.
Nella fase attuale, dopo decenni di pratiche neoliberiste che hanno minato le capacità agroindustriali un tempo fiorenti di paesi come la Francia, l’Italia, la Spagna, sotto la gabbia dell’euro “postindustriale”, è diventato evidente che l’austerità e l’aumento delle tasse sono le uniche soluzioni che i tecnocrati dell’eurocrazia e i padroni della moneta, che si trovano nella Banca Centrale europea, potranno consentire . Questo perchè l’appartenenza all’euro proibisce a qualsiasi nazione di sforare il rapporto deficit /PIL al di sopra del 3%, mentre non esistono i mezzi finanziari per generare credito statale sufficiente per costruire progetti su larga scala necessari per una ripresa economica.
In altre parole, dal punto di vista delle regole del gioco imposte dalle elite finanziarie transatlantiche, la situazione è senza speranza.
Sul versante orientale dell’Eurasia si può constatare che la Russia e la Cina hanno trasformato con successo l’ordine internazionale utilizzando grandi risorse per investimenti in infrastrutture, fra queste la creazione della “Belt and Road” Initiative che può essere estesa a vari paesi europei. Diventa facile comprendere che, l’agganciarsi a questa iniziativa offre una opportunità unica per i paesi europei (almeno per quelli che desiderano mantenere la testa fuori di fronte all’imminente collasso economico).
Potrebbe essere questo l’unico mezzo praticabile per fornire lavoro, sicurezza e crescita economica a lungo termine alla loro gente poiché la Belt and Road, cocepita dagli strateghi cinesi, è radicata come un progetto di sistema aperto che non è collegato alla geopolitica del sistema chiuso atlantista di ispirazione hobbesiana.

Rivolta a Parigi dei gilet gialli

Per seguire questa strada è necessario contrastare i piani dei neoconservatori in Europa di ispirazione atlantista, fra i quali i partiti dei finti sovranisti, che vorrebbero ritornare ad un ordine atlantista chiuso che escluda la possibiltà per ogni stato di trattare e cooperare con i grandi paesi dell’est ed agganciarsi a questo sviluppo.
Non è un caso che il partito atlantista agiti lo spettro della minaccia russa e della minaccia cinese per impedire ai paesi europei di affrancarsi dalla dominazione americana sull’Europa che esiste dal 1945 e che oggi, superata da quasi 30 anni la politica dei blocchi contrapposti, non ha più alcun senso.
Piuttosto la elite di potere di Washington cerca con ogni mezzo, dalle sanzioni alle minacce ed ai ricatti, di imporre all’Europa una nuova politica dei blocchi anti Russia-Cina che impedirebbe all’Europa di affrancarsi dall’ipoteca della dominanzione americana sul continente.
La guerra commerciale lanciata dall’Amministrazione Trump contro la Cina e le continue provocazioni contro Pechino, con interferenze sui disordini a Hong Kong e divieto ai paesi alleati di utilizzare le reti 5 G, sono parte della strategia USA di impedire lo sviluppo di un progetto euroasiatico. Forma parte di questa strategia anche l’ostilità manifestata dagli USA al progetto energetico del nuovo gasdotto russo Nord Stream 2 che deve fornire gas alla Germania e all’Austria contro cui Washington, dopo aver inutilmente cercato di porre ostacoli, sta minacciando sanzioni.

Protesta contro il Dominio delle Banche in Europa

Non c’è però molto tempo a disposizione perchè il prossimo collasso economico dei paesi europei, stretti fra crisi economica, immigrazione incontrollata, disgregazione sociale, ipoteca finanziaria (vedi il MES) imposta dalle oligarchie di Bruxelles, non lascia molta scelta. I leader dei veri movimenti sovranisti hanno un margine di tempo ridotto per fare le scelte indispensabili: impugnare i trattati della gabbia eurocratica e neoliberista, essendo questi in contrasto con le costituzioni nazionali e con le necessità sociali delle popolazioni, e affrancarsi dai vincoli atlantisti prima di essere trascinati in nuovi conflitti bellici che il “Deep State” degli USA sta maturando in Medio Oriente e nelllo spazio indoasiatico.
La domanda è se esistano oggi questi leader consapevoli di quale sia la sfida oggi o se ci siano in giro solo delle controfigure che si agitano sulle piazze dei paesi eiropei lanciando slogans vuoti e contestando soltanto gli effetti delle politiche eurocratiche (austerità, immigrazione, precarietà e disoccupazione, ecc..) senza risalire alle cause primarie del disastro in corso d’opera.
La domanda attende ancora una risposta e il tempo stringe………

Preso da: https://www.controinformazione.info/a-quando-un-risveglio-fra-popoli-in-europa/

Gli USA hanno fallito la loro strategia per destabilizzare il Libano

Di Elijah J. Magnier 12 dicembre 2019.
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Per diverse settimane, gran parte della popolazione libanese ha attaccato i leader politici tradizionali e messo in discussione il sistema politico corrotto del paese. Coloro che hanno gestito il paese per decenni hanno fatto poche riforme, non hanno mantenuto le infrastrutture e hanno fatto poco o nulla per creare posti di lavoro al di fuori della loro cerchia di sostegno.
I manifestanti sono stati anche spinti in piazza dalle misure statunitensi, che hanno strangolato l’economia libanese, inclusi ostacoli per la maggioranza dei 7-8 milioni di espatriati libanesi nel trasferire denaro ai loro cari nel loro paese d’origine. L’amministrazione americana ha preso queste misure per cercare, invano, di mettere in ginocchio l’Iran e i suoi alleati.
Gli Stati Uniti sembrano credere che seminando il caos nei paesi in cui opera l’Asse della Resistenza, possa costringere l’Iran a cadere tra le braccia dell’amministrazione statunitense. Gli Stati Uniti vogliono piegare l’Iran e i suoi alleati e imporre le loro condizioni e la loro egemonia in Medio Oriente.


In Libano, dall’inizio delle manifestazioni, il prezzo delle merci è salito alle stelle. Nel mercato mancano medicinali e beni di consumo e la sterlina libanese ha perso oltre il 40% del suo valore rispetto al dollaro USA. Molti libanesi hanno perso il lavoro o sono finiti con un taglio di metà stipendio. Il Libano si è avvicinato alla guerra civile quando i partiti politici filoamericani hanno chiuso le strade principali e hanno cercato di bloccare le linee di comunicazione dal sud sciita del Libano alla capitale e da Beirut alla valle della Bekaa.
La guerra è stata evitata perché Hezbollah ha emanato una direttiva che ordinava a tutti i suoi membri e sostenitori di tornare alle loro case. Le istruzioni erano chiare: “Se qualcuno ti schiaffeggia sulla guancia destra, presenta l’altra guancia.”
Hezbollah aveva capito cosa nascondevano i blocchi di Beirut: un invito a iniziare una guerra. Le prove: per più di un mese, l’esercito libanese ha rifiutato di riaprire le strade principali, lasciando non solo i legittimi manifestanti, ma anche i criminali a fare ciò che volevano.
La situazione è cambiata oggi: l’esercito ha revocato i blocchi e il presidente libanese usa la Costituzione a suo vantaggio, così come il primo ministro dimesso, che non ha una scadenza per formare un governo. Il presidente Michel Aoun ha restituito ai cristiani ciò che avevano perso dopo l’accordo di Taif: prima di chiedere a un membro del gabinetto candidato alla carica di primo ministro di formare un nuovo governo, vuole assicurarsi che sia efficace ed equilibrato, sostenuto per tutti i partiti politici e hanno un’alta probabilità di successo.
Aoun non offrirà il mandato al nuovo candidato, Samir al Jatib, perché il Primo Ministro sunnita Saad Hariri, che inizialmente ha nominato Jatib, gli ha chiesto all’ultimo momento di ritirarsi e ha chiesto all’ex Primo Ministro, l’autorità religiosa sunnita e ai partiti politici che lo sosterranno per il nuovo primo ministro saranno nominati da lui di persona e da nessun altro. È probabile che la nomina del primo ministro venga posticipata a una data sconosciuta e potrebbe persino essere lo stesso Hariri a ricoprire la carica.
Comunque sia, i manifestanti non hanno ottenuto molto perché i partiti politici tradizionali manterranno la loro influenza. Il nuovo governo, una volta formato, non sarà in grado di revocare le sanzioni statunitensi per facilitare l’economia nazionale. Al contrario, l’amministrazione americana intende reimpostare le sue sanzioni contro il Libano e imporne di nuove su altre personalità, come ha affermato il segretario di Stato Mike Pompeo alcuni mesi fa.
Oggi, nessun cittadino libanese può disporre dei propri risparmi o dei suoi beni nelle banche a causa delle restrizioni sui prelievi di denaro, un vero “controllo del capitale”. Puoi ottenere solo piccole quantità di denaro, da $ 150 a $ 300 a settimana, in un paese in cui paghi principalmente in contanti. Nessuno è autorizzato a trasferire denaro all’estero, ad eccezione delle tasse universitarie o di ordini speciali per beni essenziali.

Sostenitori di Hezbollah

Tuttavia, Hezbollah, il principale obiettivo dell’accordo tra Stati Uniti e Israele, non è stato direttamente interessato dalle sanzioni statunitensi o da nuove restrizioni finanziarie. I combattenti venivano pagati, come ogni mese, in dollari USA con un aumento del 40% (a causa della svalutazione della valuta locale).
Hezbollah non solo ha evitato la guerra civile, ma è riuscito anche a rafforzare la posizione dei suoi alleati. Il presidente Aoun e il leader della Free Patriotic Current (CPL), il ministro degli Esteri Gebran Bassil, erano in uno stato di confusione durante le prime settimane di proteste. Hezbollah è stato fedele ai suoi alleati e li ha supportati. Oggi la situazione è di nuovo sotto controllo e il presidente e il leader della CPL sono un passo avanti rispetto ai loro avversari politici.
Hezbollah farà parte del nuovo governo. L’Asse della Resistenza ha affermato che se la presenza di Hezbollah nel nuovo governo disturba l’amministrazione americana, questo non è un motivo per cui il partito dovrebbe piegarsi e andarsene. … Al contrario. Devi rimanere nel gabinetto o nominare ministri per tuo conto. Hezbollah ha il diritto legittimo di essere rappresentato nel governo perché, insieme al Movimento Amal, rappresenta più di un terzo della popolazione libanese e il governo è il risultato di una grande coalizione in Parlamento.
Chi impedirà agli Stati Uniti di approvare l’intenzione di Israele per annettere le acque marittime in disputa sul Libano? Chi farà una campagna per il ritorno dei rifugiati siriani nel loro paese di origine? Chi può impedire, come vogliono gli Stati Uniti, che le forze delle Nazioni Unite siano schierate ai confini tra Libano e Siria?
Hezbollah ha un ampio sostegno popolare e una base sociale che soffre, come tutti gli altri nel paese, della corruzione del sistema libanese. Nonostante ciò, le basi sociali di Hezbollah sono vicine all’Asse della Resistenza e ai suoi sforzi per neutralizzare le sanzioni statunitensi.
L’amministrazione americana non ha raggiunto il suo obiettivo, anche navigando nell’onda delle legittime richieste dei manifestanti. Né poteva spingere Hezbollah in una rissa di strada. Non sarà in grado di portare Hezbollah e i suoi alleati all’ostracismo, che sono determinati a far parte del nuovo governo. Gli Stati Uniti non sono riusciti a isolare Hezbollah, come ha fatto con Hamas, perché il Libano è aperto alla Siria e da lì all’Iraq e all’Iran. Il Libano è aperto anche al mondo esterno grazie alla sua costa mediterranea e può importare le merci necessarie. Nonostante tutto, l’Asse della Resistenza ha chiesto ai suoi amici e seguaci di coltivare la terra per limitare l’aumento dei prezzi del cibo.
L’Asse della Resistenza è aperto anche a Russia e Cina. Hezbollah continua a cercare di convincere i partiti politici a diversificare le relazioni e smettere di fare affidamento esclusivamente sugli Stati Uniti e sull’Europa. La Russia ha una comprovata esperienza nell’arena politica internazionale, anche se non ha ancora molta influenza in Libano e può far fronte all’egemonia americana.
L’Europa è anche felice di vedere Hezbollah e i suoi alleati al potere perché teme l’afflusso di milioni di rifugiati siriani e libanesi. La Cina è pronta ad aprire una banca in Libano, raccogliere e riciclare rifiuti, fornire acqua pulita e costruire generatori elettrici e anche investire circa 12.500 milioni in Libano, molto più degli 11.000 milioni offerti dalla Conferenza degli amici del Libano del CEDRE da Parigi,
Le porte del Libano sono aperte a un’alternativa agli Stati Uniti. Pertanto, più Washington cerca di sottomettere il governo libanese e i suoi abitanti, più si avvicineranno alla Russia e alla Cina.
I libanesi hanno perso molto dall’inizio delle manifestazioni. Ma tutto quello che Washington ha ottenuto è che la società libanese nel suo insieme ora vuole sfuggire alla sua egemonia, per non parlare del fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati non sono riusciti a isolare Hezbollah. Tuttavia, i manifestanti sono riusciti a dare l’allarme e avvertire i politici che la loro corruzione non può durare per sempre e che potrebbero finire in tribunale. Ancora una volta, gli agenti del caos hanno fallito e l’Asse della Resistenza ha ampliato la sua influenza in Libano.
Fonte: Global Research.ca

Traduzione: Luciano Lago

Preso da: https://www.controinformazione.info/gli-usa-hanno-fallito-la-loro-strategia-per-destabilizzare-il-libano/

Il Summit lancia la Nato nello spazio, costi alle stelle

| Roma (Italia)

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Si svolge a Londra, il 4 dicembre, il Consiglio Nord Atlantico dei capi di stato e di governo che celebra il 70° anniversario della Nato, definita dal segretario generale Jens Stoltenberg «l’alleanza di maggiore successo nella storia».

Un «successo» innegabile. Da quando ha demolito con la guerra la Federazione Jugoslava nel 1999, la Nato si è allargata da 16 a 29 paesi (30 se ora ingloba la Macedonia), espandendosi ad Est a ridosso della Russia. «Per la prima volta nella nostra storia – sottolinea Stoltenberg – abbiamo truppe pronte al combattimento nell’Est della nostra Alleanza». Ma l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico è andata oltre, estendendo le sue operazioni belliche fin sulle montagne afghane e attraverso i deserti africani e mediorientali.
Ora la Grande Alleanza mira più in alto. Al Summit di Londra – preannuncia Stoltenberg – i leader dei 29 paesi membri «riconosceranno lo spazio quale nostro quinto campo operativo», che si aggiunge a quelli terrestre, marittimo, aereo e ciberspaziale.
«Lo spazio è essenziale per il successo delle nostre operazioni», sottolinea il segretario generale lasciando intendere che la Nato svilupperà un programma militare spaziale. Non fornisce ovviamente dettagli, informando però che la Nato ha firmato un primo contratto da 1 miliardo di dollari per modernizzare i suoi 14 aerei Awacs. Essi non sono semplici aerei-radar ma centri di comando volanti, prodotti dalla statunitense Boeing, per la gestione della battaglia attraverso i sistemi spaziali.
Certamente quasi nessuno dei leader europei (per l’Italia il premier Conte), che il 4 dicembre «riconosceranno lo spazio quale nostro quinto campo operativo», conosce il programma militare spaziale della Nato, preparato dal Pentagono e da ristretti vertici militari europei insieme alle maggiori industrie aerospaziali. Tantomeno lo conoscono i parlamenti che, come quello italiano, accettano a scatola chiusa qualsiasi decisione della Nato sotto comando Usa, senza preoccuparsi delle sue implicazioni politico-militari ed economiche.
La Nato viene lanciata nello spazio sulla scia del nuovo Comando spaziale creato dal Pentagono lo scorso agosto con lo scopo, dichiarato dal presidente Trump, di «assicurare che il dominio americano nello spazio non sia mai minacciato». Trump ha quindi annunciato la successiva costituzione della Forza Spaziale degli Stati uniti, con il compito di «difendere i vitali interessi americani nello spazio, il prossimo campo di combattimento della guerra». Russia e Cina accusano gli Usa di aprire così la via alla militarizzazione dello spazio, avvertendo di avere la capacità di rispondere. Tutto ciò accresce il pericolo di guerra nucleare.
Anche se non si conosce ancora il programma militare spaziale della Nato, una cosa è certa: esso sarà estremamente costoso. Al Summit Trump premerà sugli alleati europei perché portino la loro spesa militare al 2% o più del pil. Finora lo hanno fatto 8 paesi: Bulgaria (che l’ha portata al 3,25%, poco al di sotto del 3,42% degli Usa), Grecia, Gran Bretagna, Estonia, Romania, Lituania, Lettonia e Polonia. Gli altri, pur rimanendo al di sotto del 2%, sono impegnati ad aumentarla. Trainata dall’enorme spesa Usa – 730 miliardi di dollari nel 2019, oltre 10 volte quella russa – la spesa militare annua della Nato, secondo i dati ufficiali, supera i 1.000 miliardi di dollari. In realtà è più alta di quella indicata dalla Nato, poiché non comprende varie voci di carattere militare: ad esempio quella delle armi nucleari Usa, iscritta nel bilancio non del Pentagono ma del Dipartimento dell’Energia.
La spesa militare italiana, salita dal 13° all’11° posto mondiale, ammonta in termini reali a circa 25 miliardi di euro annui in aumento. Lo scorso giugno il governo Conte I vi ha aggiunto 7,2 miliardi di euro, forniti anche dal Ministero per lo sviluppo economico per l’acquisto di sistemi d’arma. In ottobre, nell’incontro col Segretario generale della Nato, il governo Conte II si è impegnato ad aumentarla stabilmente di circa 7 miliardi di euro annui a partire dal 2020 (LaStampa, 11 ottobre 2019).
Al Summit di Londra saranno richiesti all’Italia altri miliardi in denaro pubblico per finanziare le operazioni militari della Nato nello spazio, mentre non si trovano i soldi per mantenere in sicurezza e ricostruire i viadotti che crollano.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

La Francia manipolata

Proseguiamo la pubblicazione del libro di Thierry Meyssan, Sotto i nostri occhi. In questo episodio l’autore ci mostra come la Francia post-coloniale sia stata reclutata da Regno Unito e Stati Uniti per unirsi alle loro guerre contro Libia e Siria. Queste due potenze l’hanno però tenuta all’oscuro del progetto “primavera araba”. Troppo impegnati a sottrarre fondi, i dirigenti francesi non si sono accorti di nulla. Quando si sono resi conto di essere stati esclusi dalla progettazione, la loro reazione è stata puramente comunicazionale: hanno tentato di farsi passare per gli ammiragli dell’operazione, senza preoccuparsi delle conseguenze dei maneggi dei partner.

| Damasco (Siria)

Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi.
Si veda l’indice.

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Il Regno Unito ha manipolato la Francia trascinandola nelle proprie avventure in Medio Oriente Allargato, senza rivelarle che vi si stava preparando, insieme agli Stati Uniti, sin dal 2005.

LA PREPARAZIONE DELLE INVASIONI IN LIBIA E SIRIA

Ancor prima dell’ufficializzazione della nomina da parte del Senato, il futuro segretario di Stato Hillary Clinton contatta Londra e Parigi per condurre una doppia operazione militare nel “Grande Medio Oriente”. Dopo il fiasco in Iraq, Washington reputa impossibile utilizzare le proprie truppe per un’operazione del genere. Dal suo punto di vista, è giunto il momento di rimodellare la regione – ossia ridisegnare gli Stati i cui confini erano stati definiti nel 1916 dagli imperi inglese, francese e russo (la “Triplice Intesa”) – per imporre linee di demarcazione favorevoli agli interessi degli Stati Uniti. L’accordo è noto con il nome dei delegati inglese e francese Sykes e Picot (il nome dell’ambasciatore Sazonov è stato “dimenticato” a causa della rivoluzione russa). Ma come convincere Londra e Parigi a mettere in discussione il proprio patrimonio se non promettendo di concedere loro di ricolonizzare la regione? Da qui la teoria della “leadership da dietro le quinte” (leading from behind). Tale strategia viene confermata dall’ex ministro degli Esteri di Mitterrand, Roland Dumas, che dichiarerà in TV di essere stato contattato da inglesi e statunitensi, nel 2009, per sapere se l’opposizione in Francia fosse a favore di un nuovo piano coloniale.

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Su istigazione degli Stati Uniti, Francia e Regno Unito firmano gli accordi di Lancaster House. Una clausola segreta prevede la conquista di Libia e Siria. l’opinione pubblica tuttavia ignora l’accordo tra Londra e Washington sulle future “primavere arabe”.

Nel novembre 2010 – ossia prima della cosiddetta “Primavera araba” – David Cameron e Nicolas Sarkozy firmano a Londra gli accordi di Lancaster House [1]. Ufficialmente, è un modo per creare sinergie tra gli elementi della Difesa – anche nucleari – e poter realizzare economie di scala. Benché sia un’idea decisamente bizzarra, alla luce degli interessi divergenti dei due paesi, l’opinione pubblica non capisce cosa si stia tramando. Uno degli accordi riunisce le “forze di proiezione” – da intendersi come forze coloniali – delle due nazioni.

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Operazione “Southern Mistral”: lo strano logo del Comando delle operazioni aeree. Il reziario non protegge l’uccello della libertà, bensì lo imprigiona nella rete.

Un allegato agli accordi precisa che il corpo di spedizione franco-britannica avrebbe condotto la più grande esercitazione militare congiunta nella storia dei due paesi – tra il 15 e il 25 marzo 2011 – sotto il nome di “Southern Mistral”. Il sito web della Difesa specifica che lo scenario di guerra prevede un bombardamento a lungo raggio per aiutare le popolazioni minacciate da “due dittatori del Mediterraneo”.

È proprio il 21 marzo che AFRICOM e CENTCOM – comandi regionali delle forze armate statunitensi – scelgono come data per l’attacco congiunto di Francia e Regno Unito nei confronti di Libia e Siria [2]. È il momento giusto, gli eserciti anglo-francesi sono pronti. Visto che le cose non vanno mai come previsto, la guerra contro la Siria viene rimandata e Nicolas Sarkozy – nel tentativo di colpire per primo – ordina alle sue forze di attaccare solamente la Libia, il 19 marzo, con l’operazione “Harmattan” (traduzione in francese di “Southern Mistral”).

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L’ex compagno di Gheddafi, Nuri Massud El-Mesmari, ha disertato il 21 ottobre 2010. Si è messo sotto la protezione dei servizi segreti francesi.

La Francia crede di avere un asso nella manica: il capo del protocollo libico Nuri Masud al-Masmari, che ha disertato e chiesto asilo a Parigi. Sarkozy è convinto che l’uomo sia un confidente del colonnello Gheddafi e che possa aiutarlo a identificare chi è pronto a tradirlo. Purtroppo, il “chiacchierone” conosceva gli impegni del colonnello, ma non partecipava alle riunioni [3].

Pochi giorni dopo la firma degli accordi di Lancaster House, una delegazione commerciale francese si reca in visita alla Fiera di Bengasi con funzionari del Ministero dell’Agricoltura, i capi di France Export Céréales e France Agrimer, i dirigenti di Soufflet, Louis Dreyfus, Glencore, Cani Céréales, Cargill e Conagra. Lì gli agenti della DGSE che li accompagnano incontrano in segreto alcuni militari per preparare un colpo di Stato.

Avvertita dagli Stati Uniti, Tripoli arresta i traditori il 22 gennaio 2011. I libici credono di essere protetti dalla nuova alleanza con Washington, quando dall’America si stanno invece preparando a condannarli a morte. I francesi, dal canto loro, si ritrovano costretti a tornare all’ombra del Grande Fratello statunitense.

Mentre i francesi si adoperano per predisporre l’invasione della Libia, gli statunitensi avviano la loro operazione, di portata decisamente superiore rispetto a quanto comunicato al loro agente Sarkozy. Non si tratta soltanto di detronizzare Muammar Gheddafi e Bashar al-Assad – come in effetti gli avevano fatto credere –, ma tutti i governi laici in vista di una sostituzione con i Fratelli musulmani. Iniziano così dagli Stati amici (Tunisia ed Egitto), lasciando gli inglesi e i francesi a occuparsi dei nemici (Libia e Siria).

Il primo focolaio si accende in Tunisia. In risposta al tentato suicidio di un venditore ambulante – Mohamed Bouazizi, il 17 dicembre 2010 – esplodono proteste contro gli abusi della polizia e, successivamente, contro il governo. La Francia, che crede siano state spontanee, si offre di dotare la polizia tunisina di attrezzature antisommossa.

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Nicolas Sarkozy e Michèle Alliot-Marie, all’oscuro del progetto anglosassone delle “primavere arabe”, mentre in Tunisia sta iniziando la “rivoluzione dei gelsomini”, negoziano con la famiglia del presidente Ben Ali la vendita di un aereo ufficiale, di cui si sono appropriati.

Nicolas Sarkozy e il ministro degli Interni Michèle Alliot-Marie nutrono piena fiducia in Zine El-Abidine Ben Ali, con il quale intrattengono “affari” personali. Dopo essersi fatti costruire ed equipaggiare un Airbus A330 come aereo presidenziale, hanno rivenduto i due vecchi velivoli destinati ai viaggi ufficiali. Uno degli A319 CJ è stato oscuramente rimosso dagli inventari e ceduto alla società tunisina Karthago Airlines, di proprietà di Aziz Miled e Belhassen Trabelsi (fratello della moglie di Ben Ali) [4]. Nessuno sa chi sia stato il fortunato beneficiario della transazione. Dopo la fuga del presidente Ben Ali, il velivolo sarà recuperato e venduto a una società di Singapore e, successivamente, alla Turchia.

Mentre si occupano della sua protezione, Nicolas Sarkozy e la Alliot-Marie restano increduli quando ricevono la richiesta del presidente Ben Ali di atterrare e rifugiarsi a Parigi. L’Eliseo fa appena in tempo ad annullare l’invio di un aereo cargo per il trasporto delle attrezzature di polizia che sono state promesse – aereo che sta aspettando sulla pista a causa delle lungaggini burocratiche della dogana – e quindi ad allontanare l’aereo del presidente decaduto dal suo spazio aereo.

Nel frattempo, in Egitto, l’ingegnere informatico Ahmed Maher e la blogger islamista Esraa Abdel Fattah invitano a manifestare contro il presidente Hosni Mubarak il 25 gennaio 2011, “giorno della rabbia”. Subito sostenuti dalla televisione del Qatar, Al Jazeera, e dai Fratelli musulmani, danno il via a un movimento che, con l’aiuto delle ONG della CIA, destabilizza il regime. Le manifestazioni si svolgono ogni venerdì – all’uscita dalle moschee –, a partire dal 28 gennaio, sotto il comando dei serbi “addestrati” dal promotore delle “rivoluzioni colorate”, Gene Sharp. L’11 febbraio Nicolas Sarkozy scopre da una telefonata del proprio patrigno – l’ambasciatore statunitense Frank G. Wisner – che, su istruzione della Casa Bianca, ha convinto il generale Mubarak a ritirarsi.

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Arrivato per partecipare alla riunione di lancio delle “primavere arabe” di Libia e Siria, il

La CIA organizza allora un incontro segreto al Cairo dove il presidente Sarkozy invia una delegazione che comprende il lobbista Bernard-Henri Lévy, ex amante di Carla Bruni e Ségolène Royal. Il Fratello musulmano Mahmud Gibril, il secondo uomo del governo libico a entrare nel locale, ne esce come capo dell’“opposizione al tiranno”. Tra i siriani presenti si annoverano, in particolare, Malik al-Abdah (già della BBC, ha creato Barada TV con il denaro della CIA e del Dipartimento di Stato) e Ammar al-Qurabi (membro di una serie di associazioni di difesa dei diritti umani e fondatore di Orient TV) [5].

È appena iniziata la guerra contro Libia e Siria.

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Mostrandosi sulla piazza Verde di Tripoli il 25 febbraio 2011, Gheddafi denuncia un attacco alla Libia da parte dei terroristi di Al Qaeda e proclama fieramente che, insieme al popolo, si batterà fino alla fine, pronto a far scorrere “fiumi di sangue” e a sacrificare sé stesso. Annuncia che saranno distribuite armi ai cittadini per difendere la patria in pericolo. La propaganda atlantista lo accuserà di voler far scorrere il sangue del popolo libico.

L’INIZIO DELLA GUERRA CONTRO LA LIBIA

La stampa occidentale assicura che la polizia libica ha represso una manifestazione a Bengasi, il 16 febbraio 2011, sparando sulla folla. Così il paese insorge – riporta sempre la stampa – e le autorità sparano su qualsiasi cosa si muova. Dal paese cercano di fuggire circa 200 mila lavoratori immigrati, che le TV mostrano in attesa ai valichi di frontiera. Muammar Gheddafi – che appare tre volte sullo schermo – parla senza mezzi termini di un’operazione architettata da Al Qaida, dicendosi disposto a morire da martire. Poi denuncia la distribuzione di armi al popolo per versare “fiumi di sangue”, sterminare questi “ratti” e proteggere il paese. Le frasi, estrapolate dal contesto originale, vengono diffuse dalle reti occidentali, che le interpretano come un annuncio non della lotta al terrorismo, ma della repressione di una presunta rivoluzione.

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Presi dal panico, gli operai neri dell’Est della Libia cercano di fuggire prima che la Jamahiriya sia rovesciata. Sono convinti che, ove gli Occidentali ristabilissero il vecchio regime, sarebbero ridotti in schiavitù. Secondo l’ONU, si riversano alle frontiere in decine di migliaia.

A Ginevra, il 25 febbraio, il Consiglio delle Nazioni Unite ascolta con sgomento la testimonianza della Lega libica per i diritti umani. Il dittatore è impazzito e “massacra il suo popolo”. Anche l’ambasciatore del Pakistan ne denuncia la violenza. Di colpo, la delegazione ufficiale libica entra nella stanza, conferma le testimonianze e si dichiara solidale con i concittadini contro il dittatore. Viene approvata una risoluzione, poi trasmessa al Consiglio di sicurezza [6], che adotta nell’immediato la Risoluzione 1970 [7], sotto il capitolo VII della Carta che autorizza l’uso della forza, stranamente pronta da diversi giorni. La questione viene posta all’esame della Corte penale internazionale e la Libia finisce sotto embargo. Quest’ultima misura è immediatamente adottata ed estesa all’Unione Europea. In anticipo rispetto agli altri paesi occidentali, Sarkozy dichiara: “Gheddafi deve andarsene!”.

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L’ex ministro della Giustizia, Musfafa Abdel Gelil, (qui con BHL), che aveva fatto torturare le infermiere bulgare, diventa capo del governo provvisorio.

Il 27 febbraio gli insorti a Bengasi creano il Consiglio nazionale di transizione libico (CNLT), mentre, lasciando Tripoli, il ministro della Giustizia, Mustafa Abdel Gelil, crea un governo provvisorio. Entrambi gli organi, controllati dai Fratelli musulmani, si uniscono per dare un’apparenza di unità nazionale. Subito le bandiere dell’ex re Idris spuntano a Bengasi [8]. Da Londra, suo figlio S.A. Mohammed El Senussi si dice pronto a regnare.

Non riuscendo a convincere tutti i membri del CNLT ad appellarsi agli occidentali, Abdel Gelil nomina un Comitato di crisi che gode di pieni poteri ed è presieduto dall’ex numero due del governo di Gheddafi, Mahmud Gibril, di ritorno dal Cairo.

A Parigi si ammira il modo in cui Washington gestisce gli eventi. Eppure, contraddicendo le informazioni provenienti da Bengasi e dalle Nazioni Unite, diplomatici e giornalisti a Tripoli assicurano di non presagire nulla che possa far pensare a una rivoluzione. Ma poco importa la verità, se le apparenze sono propizie. E così il “filosofo” Bernard-Henri Lévy persuade i francesi che la causa è giusta, assicurandosi di aver convinto lo stesso presidente della Repubblica a impegnarsi per la libertà dopo l’incontro con i libici “rivoluzionari”.

L’esercito francese preleva Mahmud Gibril e lo conduce a Strasburgo, dove egli chiede al Parlamento europeo l’intervento “umanitario” occidentale. Il 10 marzo Nicolas Sarkozy e il premier inglese David Cameron scrivono al presidente dell’Unione Europea per chiedere di riconoscere il CNLT al posto del “regime” e per imporre una no-fly zone [9]. Con perfetta coordinazione, il deputato verde francese Daniel Cohn-Bendit – agente d’influenza degli Stati Uniti dal maggio ’68 – e il liberale belga Guy Verhofstadt, riescono – il giorno stesso – a far adottare dal Parlamento europeo una risoluzione che denuncia il “regime” di Gheddafi e invita a prendere il controllo dello spazio aereo libico per proteggere la popolazione civile dalla repressione del dittatore [10]. Sempre lo stesso giorno, il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, rende noto il lavoro in corso sugli strumenti tecnici necessari per l’attuazione della no-fly zone.

Il 12 marzo la Lega araba vota a favore della no-fly zone nonostante l’opposizione di Algeria e Siria.

Unica stonatura in questo concerto unanime è la Bulgaria che, memore del fatto che Abdel Gelil aveva coperto le torture alle infermiere bulgare e al medico palestinese, rifiuta di riconoscere il CNLT. Da parte sua, l’Unione africana è fortemente contraria a qualsiasi intervento militare straniero.

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Il Libro Verde di Muammar Gheddafi.

La Jamahiriya Araba Libica è organizzata secondo i principi del Libro Verde di Muammar Gheddafi, estimatore dei socialisti libertari francesi del XIX secolo, Charles Fourier e Pierre-Joseph Proudhon. Il colonnello ha così ipotizzato uno Stato minimo che si rivela però incapace di difendere il popolo dagli eserciti imperialisti. Inoltre, ha affidato allo Stato il compito di soddisfare le aspirazioni dei beduini: un mezzo di trasporto, casa e acqua gratis. Così ognuno possiede un’auto propria, mentre il trasporto pubblico è di fatto riservato agli immigrati. In occasione del matrimonio, a ciascuno viene donato un appartamento, ma talvolta è necessario aspettare tre anni prima che la casa sia costruita, per poi potersi sposare. Si eseguono enormi lavori per attingere acqua da falde millenarie nelle profondità del deserto. Nel paese regna la prosperità, il tenore di vita è il più alto rispetto a tutto il continente africano. Ma, in materia di istruzione, si fa molto poco: anche se le università sono gratuite, la maggior parte dei ragazzi lascia presto gli studi. Muammar Gheddafi ha sottovalutato l’influenza delle tradizioni tribali: tre milioni di libici conducono una vita agiata, mentre due milioni di immigrati africani e asiatici sono al loro servizio.

Il 19 marzo si incontrano a Parigi 18 nazioni (Germania, Belgio, Canada, Danimarca, Emirati Arabi Uniti, Spagna, Stati Uniti, Francia, Grecia, Italia, Iraq, Giordania, Marocco, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Qatar e Regno Unito) e 3 organizzazioni internazionali (Lega araba, Unione Europea e ONU) per annunciare l’intervento militare imminente [11]. Poche ore dopo, la Francia scavalca i partner e attacca per prima.

In Siria la situazione è diversa e procede più lentamente. Gli appelli a manifestare del 4, 11, 18 e 25 febbraio e del 4 e 11 marzo a Damasco non sortiscono alcun effetto. Anzi, è in Yemen e in Bahrein che il popolo scende in piazza senza alcun invito.

Nello Yemen i Fratelli musulmani – tra cui la giovane Tawakkul Karman, che in seguito vincerà il Nobel per la Pace – danno il via a una “rivoluzione”. Ma, come nel caso della Libia, il paese si fonda su un’organizzazione tribale, per cui non è possibile disporre di una lettura prettamente politica degli eventi.

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Nicolas Sarkozy dà istruzioni a Alain Bauer per contrastare la rivoluzione in Bahrein.

Su richiesta del re del Bahrein, l’esercito saudita arriva nel minuscolo regno che ospita la V Flotta statunitense per “ristabilire l’ordine”. Il Regno Unito invia il torturatore Ian Anderson, che aveva fatto meraviglie nella gestione della repressione in epoca coloniale – ossia, prima del 1971 – mentre, per riorganizzare la polizia, la Francia invia Alain Bauer, consigliere per la sicurezza del presidente Sarkozy ed ex responsabile per l’Europa della NSA statunitense in Europa ed ex gran maestro del Grand Orient de France [12].

Il caos si propaga per contagio, ma resta ancora da far credere che siano stati i popoli a ispirarlo e che l’obiettivo sia l’instaurazione della democrazia.

(Segue…)

Traduzione
Alice Zanzottera
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

La traduzione italiana del libro è disponibile in versione cartacea.

[1] « Déclaration franco-britannique sur la coopération de défense et de sécurité », Réseau Voltaire, 2 novembre 2010.

[2] “Washington cerca il sopravvento con “l’alba dell’odissea” Africana”, di Thierry Meyssan, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 20 marzo 2011.

[3] “Sarkozy manovra la rivolta libica”, di Franco Bechis, Libero, 23 marzo 2011.

[4] « Un avion présidentiel dans la 4e dimension », par Patrimoine du Peuple, Comité Valmy , Réseau Voltaire, 6 mars 2011.

[5] Rapporto dell’intelligence estera libica.

[6] « Résolution du Conseil des droits de l’homme sur la situation en Libye », Réseau Voltaire, 25 février 2011.

[7] « Résolution 1970 et débats sur la Libye », Réseau Voltaire, 26 février 2011.

[8] « Quand flottent sur les places libyennes les drapeaux du roi Idris », par Manlio Dinucci, Traduction Marie-Ange Patrizio, Réseau Voltaire, 1er mars 2011.

[9] « Lettre conjointe de Nicolas Sarkozy et David Cameron à Herman Van Rompuy sur la Libye », par David Cameron, Nicolas Sarkozy, Réseau Voltaire, 10 mars 2011.

[10] « Résolution du Parlement européen sur le voisinage sud, en particulier la Libye », Réseau Voltaire, 10 mars 2011.

[11] « Déclaration du Sommet de Paris pour le soutien au peuple libyen », Réseau Voltaire, 19 mars 2011.

[12] « La France impliquée dans la répression des insurrections arabes », Réseau Voltaire, 3 mars 2011.

L’appello degli accademici contro la riforma del Mes

 

L’accademia italiana apre un fronte contrario alla riforma del Mes di cui tanto si discute nelle ultime settimane. Dopo che grossi calibri come il presidente della Consob Paolo Savona avevano colpito duramente una riforma definita incompleta e rischiosa, trentadue economisti di tutta Italia hanno presentato un appello per invitare a ragionare seriamente su un’evoluzione delle regole europee definita, per l’Italia, “inutile: non ne abbiamo bisogno e comunque ricorrervi peggiorerebbe la nostra situazione”.
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L’appello dei trentadue economisti è stato pubblicato sotto forma di lettera aperta su Micromega. Tra i firmatari alcuni dei nomi più importanti degli studi economici italiani: dall’accademico postkeynesiano Sergio Cesaratto, docente all’Università di Siena e noto critico delle dottrine economiche dominanti in Europa, al direttore di Economia e Politica,Riccardo Realfonzo. Passando per un importante studioso delle disuguaglianze come Maurizio Franzini, per il consolidato gruppo degli economisti di Roma Tre e per Giovanni Dosi, docente alla Scuola Superiore Sant’Anna ed ex consigliere del Movimento Cinque Stelle.
Un elenco di firmatari di tutto rispetto, per una presa di posizione netta: con la riforma del Mes, che vincola l’intervento del “fondo salva-Stati” a precise regole sul debito e il deficit “si rafforzano i poteri di un organismo assolutamente coerente con l’impostazione che ha prevalso nell’Unione, secondo cui gli obiettivi essenziali della politica economica, quelli su cui si concentrano le regole del Fiscal compact non a caso richiamate in questa riforma, sono essenzialmente il consolidamento dei conti pubblici e la riduzione del debito”. L’ennesima celebrazione del pericoloso dogma dell’austerità, insomma. Ai fini della crescita “questa concezione non prevede altro che le “riforme strutturali”, che dovrebbero stimolare le forze spontanee del mercato. Il fatto che ciò non sia avvenuto e che non stia avvenendo viene del tutto ignorato”.
Il manifesto, inoltre, sottolinea come ci sia incongruenza tra la prospettiva di un Mes inteso come prestatore di ultima istanza dell’Eurozona e la limitatezza delle risorse ad esso conferito, oltre che con l’esplicito divieto per la Bce di svolgere tale compito. Rilievo già evidenziato di recente dal citato Savona, e che forse rappresenta il punto di maggior vulnerabilità di un organismo che, è bene ricordarlo, è esterno all’architettura tradizionale Ue.
La riforma del Mes ha inoltre evidenziato una serie di incoerenze nel governo italiano, con le dichiarazioni di Giuseppe Conte Roberto Gualtieri sulle prospettive di modificabilità del Mes che puntualmente si smentivano reciprocamente prima che a far chiarezza intervenissero, da Berlino e Bruxelles, Olof Scholz e Mario Centeno. Il Mes è immodificabile, prendere o lasciare.
E allora che dovrebbe fare l’Italia, in un contesto che vede la riforma proseguire da sola, senza contrappesi che aiutino a stabilizzare i rapporti tra rischi attesi e dividendi sperati per i diversi Paesi dell’Eurozona? Secondo gli economisti “l’Italia non dovrebbe sottoscrivere la riforma dell’Esm. L’obiezione che in questo modo il nostro paese si troverebbe politicamente isolato è singolare: l’Italia è già politicamente isolata, altrimenti non saremmo in questa situazione. E d’altronde in una situazione analoga ci troveremo quando si stringerà sulla seconda riforma, quella sulla garanzia dei depositi: non potremo mai accettare la condizione posta da Scholz, che equivarrebbe a tuffarci nel default”.

Al veto sull’Esm bisognerebbe “dare il significato di un rifiuto della logica che ha finora prevalso in Europa e che si è rivelata perdente dal punto di vista dell’efficacia”. L’invito rivolto al Parlamento è dunque a prendere una decisione coraggiosa, che da sola non basterà. Serve che l’Italia sappia farsi promotrice di un progetto capace di superare veramente il fronte dell’austerità, stabilendo alleanze con quei Paesi, specie mediterranei, che dal rigore sui conti hanno avuto più da perdere. Ne saremo capaci?

Scandalo AIFA…

Pubblicato


Danno erariale di quasi 200 milioni di euro. L’accusa arriva dalla Corte dei Conti del Lazio.
I destinatari sono i membri di una Commissione consultiva tecnico-scientifica, ma non di una a caso: l’Agenzia italiana del farmaco, AIFA!
L’agenzia nazionale che ha la responsabilità (morale e scientifica) di consentire e monitorare la commercializzazione sul territorio di farmaci e vaccini.
Avrebbero imposto limitazioni alla prescrivibilità dell’Avastin – farmaco usato per trattare alcune malattie oculari – costringendo di fatto il Servizio Sanitario Nazionale a sostenere costi maggiori per l’acquisto del concorrente (equivalente) Lucentis.

In pratica il primo non è stato incluso, fino al 2014, tra i prodotti rimborsabili dal SSN e il suo utilizzo è stato limitato ingiustificatamente fino al 2017 causando rilevanti spese aggiuntive per l’erario.
Hanno sostenuto – per non dire imposto – la vendita di un veleno la cui singola dose costa tra i 600 e i 730 euro in più dell’altro!
Già nel 2014 l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato aveva irrogato nei confronti delle case farmaceutiche produttrici, Roche e Novartis, una sanzione amministrativa di oltre 180 milioni di euro per avere concertato una differenziazione artificiosa dei prodotti, presentando il primo come più pericoloso del secondo e condizionando così le scelte di medici e servizi sanitari. In realtà le molecole sono le medesime.

Quindi i due gruppi si sono accordati illecitamente per ostacolare la diffusione del farmaco più economico (Avastin della Roche) a vantaggio dell’altro molto più costoso (Lucentis della Novartis).
Va detto che i due farmaci non vengono prescritti solo per curare malattie oculari, ma anche per il trattamento di varie forme tumorali, tra cui quelle del colon-retto, del polmone e del rene. Tumori molto diffusi tra la popolazione.
Per il SSN «l’intesa ha comportato un esborso aggiuntivo stimato in oltre 45 milioni di euro nel solo 2012, con possibili maggiori costi futuri fino a oltre 600 milioni di euro l’anno» scriveva l’Autority.
Ad occhi esterni e ignari non avrebbe molto senso il comportamento della Roche, che si sarebbe autoboicottata per lasciare spazio al Lucentis della “concorrente”.
Il giochetto ce lo spiega sempre l’Autority: «le condotte delle imprese trovano la loro spiegazione economica nei rapporti tra i gruppi Roche e Novartis. Roche, infatti, ha interesse ad aumentare le vendite di Lucentis perché attraverso la sua controllata Genentech – che ha sviluppato entrambi i farmaci – ottiene su di esse rilevanti royalties da Novartis».

Quest’ultima, oltre a guadagnare dall’incremento delle vendite di Lucentis, detiene una rilevante partecipazione in Roche, superiore al 30%. Intrallazzi economico-finanziari che dimostrano una cosa sola: la concorrenza tra le industrie farmaceutiche non esiste, è una mera illusione…
Come sempre paga pantalone, cioè i sudditi che finanziano il SSN con le tasse, e a guadagnare – come sempre – sono i soliti noti.
Ma la cosa vergognosa in scandali come questo, non è solo il discorso prettamente economico delle industrie, bensì lo svuotamento etico e morale di quegli enti la cui responsabilità prioritaria è – o dovrebbe essere – la salvaguardia della salute dei cittadini!
Delle industrie che speculano vendendo le droghe da loro prodotte puntando esclusivamente al profitto, ovviamente non possiamo stupirci, ma ciò che emerge è che oggi purtroppo non possiamo fidarci né della politica né di quegli Enti nazionali e di quelle Istituzioni pubbliche che dovrebbero sorvegliare e proteggere il bene comune.
Ricordo infine che i vaccini pediatrici sono autorizzati proprio da quella stessa Commissione scientifica dell’Aifa che oggi è accusata dalla Corte dei Conti e dalla Guardia di Finanza di aver speculato sui farmaci a beneficio delle case farmaceutiche.
E se lo fanno con i farmaci (Avastin e Lucentis) perché non potrebbero farlo anche con i vaccini?

Preso da: https://disinformazione.it/2019/11/15/scandalo-aifa/

Sentire bolivariano: Cuba e Fidel

Adam Chávez Frías, Alainet, 2 dicembre 2019
“Se la filosofia dell’espropriazione cessa, la filosofia della guerra cesserà”
Fidel Castro Ruz

Quasi un quarto di secolo fa, Fidel tenne un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che oggi, in un mondo sconvolto davanti al dominio egemonico del capitalismo, mantiene una validità colossale. Lì, il comandante, il grande soldato delle idee, chiarì che i popoli “vogliono un mondo senza egemonismi, armi nucleari, interventismo, razzismo, odio nazionale o religioso, oltraggi alla sovranità di qualsiasi Paese, con rispetto per l’indipendenza e l’autodeterminazione dei popoli, senza modelli universali che non considerano tradizioni e cultura di tutte le componenti dell’umanità, senza embarghi crudeli che uccidono uomini, donne e bambini, giovani e vecchi, come bombe atomiche silenziose.

Vogliamo un mondo di pace, giustizia e dignità in cui tutti, senza eccezione, abbiano il diritto a benessere e vita”. Sembra che Fidel, come Bolivar, ci guardi “seduto saldo sulla roccia per creare”, parafrasando Marti, vigile e sveglio, attento agli eventi e preoccupato dal destino del pianeta e della specie umana. E è che il leader della rivoluzione cubana, oltre ad essere un eccezionale rivoluzionario, sempre all’avanguardia nelle lotte rivoluzionarie del suo popolo e dei popoli latino-caraibici, è diventato una torcia ideologica, una scuola, guida ed esempio da seguire per diverse generazioni di uomini e donne che, in tutto il mondo, si sono dati e si danno al compito più nobile che esista, la costruzione della pace e del socialismo come unico modo per garantire benessere e progresso dell’umanità.
In questi giorni, il 2 dicembre, commemoriamo i 63 anni dello sbarco del Granma a Cuba. Quella mattina storica, l’equipaggio comandato da un giovane Fidel, dalla forte volontà e l’irriducibile convinzione di liberare la propria patria, erano disposti a vincere o morire, guidati dalla fermezza morale e combattiva di chi poi divenne il leader eterno della prima rivoluzione socialista in America Latina e nei Caraibi. Fu l’inizio dell’atto rivoluzionario per dare a Cuba una vita dignitosa. Una lotta le cui ragioni espose in modo esemplare in La storia mi assolverà, il discorso in cui coraggiosamente tracciato, davanti al tribunale di Batista, il programma politico e i profondi cambiamenti, sociali ed economici, che avrebbero avuto luogo una volta ottenuta la vittoria popolare. Era qualcosa che caratterizzò sempre Fidel: dire la verità.
In questa terra, nella Patria di Bolivar, un soldato del Popolo fu nutrito dal pensiero e dall’opera del leader cubano e finì per dedicare la vita alla causa della nostra liberazione nazionale. Per Hugo Chávez, Fidel fu un insegnamento permanente: “Fidel è un padre, un compagno, un perfetto insegnante di strategia”, disse il nostro Comandante Eterno. I terribili eventi dell’11 aprile 2002 ancora si agitano nella memoria collettiva e ricordiamo il presidente cubano quando, rompendo il blocco mediatico imposto dal governo golpista, con un’azione coraggiosa che rimarrà indelebile nei nostri cuori, stabilì un contatto telefonico con Chávez la mattina del 12, per guidarlo in quel momento critico. E la sua azione si rivelò, ancora una volta per il bene della Rivoluzione Bolivariana, riuscitissima. Il nostro popolo non lo dimenticherà mai. Perché Fidel era anche profondamente bolivariano, ammiratore del Padre della Patria e delle sue idee integrazioniste. Lo disse a Caracas nel gennaio del 1959: “Il Venezuela è la patria di El Libertador, dove fu concepita l’idea dell’unione dei Popoli d’America. Quindi, il Venezuela dev’essere il Paese leader nell’unione dei Popoli d’America; Noi cubani li sosteniamo, sosteniamo i nostri fratelli del Venezuela”. Quaranta anni dopo, il Comandante Chávez nobilitò quelle parole dalla Rivoluzione Bolivariana, dal processo di liberazione nazionale e la vera integrazione dei Caraibi latinoamericani.
Il 25 novembre 2016, lo stesso giorno in cui 60 anni prima, partendo dalle acque messicane verso il sogno della liberazione del suo Paese, Fidel s’imbarcò in un nuovo viaggio, l’ultimo viaggio che l’avrebbe elevato alle vette più alte del pensiero. Vi rimane, aprendo instancabilmente le vie della liberazione, come fece per più di sei decenni, diventando riferimento obbligatorio per tutti coloro che intraprendono la lotta antimperialista.
I popoli del mondo non dimenticheranno mai questa eredità, un retaggio storico forgiato in grandi battaglie, nelle condizioni più avverse, nella costante lotta all’aggressione permanente dell’impero nordamericano, che con tutta la sua potenza militare non poté piegare la volontà delle cubane dei cubani, la loro determinazione a continuare a costruire una società libera e socialista per la quale morirono così tanti combattenti.
Non è un compito facile, in così poche righe, parlare del comandante in capo della rivoluzione continentale. Volevo rendere un piccolo tributo, in questi giorni di massiccia mobilitazione popolare nelle terre latinoamericane, di nuove insurrezioni di fronte le aggressioni di oligarchi e fascisti, di marce e proteste per miglioramenti sociali, sovranità, pace, diritto all’autodeterminazione. In questi giorni, quando gli oppressi della nostra America alzano la voce con grande forza, dobbiamo dire all’unisono: “Fidel vive, la lotta continua!”

Adán Chávez Frías: professore universitario, fisico e politico venezuelano, Ministro del Potere popolare per la cultura. Fratello di Hugo Chávez Frías.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

Iraq allo sbando dopo 400 morti in piazza e le dimissioni del premier

L’inviata Onu: la repressione delle manifestazioni pacifiche non può costituire una strategia
[4 Dicembre 2019]

Secondo il canale televisivo libanese al-Mayadeen, che cita fonti irachene, ieri pomeriggio 5 razzi hanno colpito l’importante base aerea statunitense di Ain al Asad, nella  provincia occidentale irachena di al-Anbar, non ci sarebbero vittime. Ain al Asad è la seconda base aerea dell’Iraq dopo quella di Balad ed è il quartier generale della Settima divisione dell’Esercito iracheno.
E’ la dimostrazione del fallimento della confusa operazione di 2controllo” dell’Iraq dopo le q guerre petrolifere statunitensi alle quali ha partecipato (e partecipa) anche l’Italia e che in Iraq si è creata una situazione insurrezionale della quale sono protagonisti i giovani – sia sciiti che sunniti – che è già costata centinaia di vittime, che non ha nel mirino solo l’ingerenza iraniana in Iraq, ma anche quella occidentale e che apre la strada a ritorni sia di forze oscure, come i vecchi quadri del partito Baath di Saddam Hussein – che hanno sempre operato nel Paese dopo la caduta della dittatura, che delle cellule rimaste dello Stato Islamico/Daesh che era arrivato a Mosul e quasi fino alle porte di Bagdad.
Continuano comunque le proteste anti-iraniane e il primo dicembre è stata assaltato per la seconda volta il consolato iraniano di Najaf, nell’Iraq meridionale-.
Secondo il canale in lingua araba della TV iraniana Al-Alam in lingua araba «domenica sera gli assalitori che coprivano il volto con una maschera e secondo le testimoni locali non erano residenti di Najaf, hanno preso d’assalto e bruciato il consolato iraniano in questa città santa. Secondo le autorità irachene tali attacchi mirano a creare scissione tra i due Paesi vicini».
Il 2 dicembre la Camera dei rappresentanti, il parlamento monocamerale iracheno, ha accettato le dimissioni del primo ministro, Adel Abdul-Mahdi, che il 29 novembre aveva deciso di lasciare il suo incarico a causa delle durissime proteste in corso in Iraq e all’appello dell’ayatollah Ali al Sistani, massima autorità dell’Islam sciita iracheno, che chiedeva ai deputati di sfiduciarlo. Ora il presidente della Repubblica, il kurdo Bahram Salih, dovrà nominare entro 15 giorni il nuovo primo ministro che – entro 30 giorni – dovrà ottenere la fiducia con 164 voti, cosa difficilissima con un Parlamento diviso per Partiti settari ed etnici a loro volta divisi in fazioni nemiche (e spesso armate). SE il nuovo governo non ottenesse la fiducia, il presidente Salih avrà altri 15 giorni di tempo per incaricare un altro premier e se non ci sarà una nuova maggioranza, sarà lui ad assumere anche la carica di premier reggente, cosa impensabile per un kurdo in un Paese a maggioranza sciita e che fino alla caduta di Saddam Hussein era stato dominato dai sunniti.
Nonostante i giovani dicano che la loro rivolta non è settaria e che nasce dalla protesta per la corruzione dilagante, il furto delle risorse petrolifere nazionali, le occupazioni straniere, nella politica irakena le divisioni religiose contano molto e lo ha ammesso lo stesso Mahdi quando nel comunicato nel quale annunciava le sue dimissioni, citando un passaggio chiave dell’appello di Al Sistani al Parlamento, ha scritto: »Ho ascoltato molto attentamente il discorso della suprema autorità religiosa».
Ieri, intervenendo al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Jeanine Hennis-Plasschaert, l’inviata dell’Onu in Iraq, ha avvertito che «La repressione delle manifestazioni pacifiche da parte delle autorità non può costituire una strategia. Bisogna ascoltare la frustrazione e la collera espresse dai manifestanti.
Secondo la Hennis-Plasschaert il movimento di contestazione che scuote l’Iraq dal primo di ottobre «E’ dovuto a un accumulo di frustrazione riguardante una mancanza di progressi da numerosi annii».
I manifestanti, che sfidano apertamente la polizia e le milizie confessionali e dei Partiti (che spesso sono la stessa cosa) denunciano l’incompetenza e la corruzione dei leader politici e le decadenza dei servizi pubblici essenziali in un Paese che nuota letteralmente su un mare di petrolio e gas ormai nelle mani delle multinazionali straniere e di una classe politico7religiosa corrotta e rapace.
La Hennis-Plasschaert ha sottolineato che questi giovani disperati e pronti a farsi ammazzare «chiedono che il loro Paese possa realizzare tutto il suo potenziale a vantaggio di tutti gli irakeni. Questi giovani non hanno nessun ricordo del carattere orribile della vita per molti irakeni al tempo di Saddam Hussein. Però sono molto coscienti della vita promessa dopo Saddam Hussein».
L’inviata dell’Onu ha ricordato al Consiglio di sicurezza che «In questi ultimi due mesi sono state uccise più di 400 persone e più di altre 19.000 sono state ferite nel quadro del movimento di contestazione. I manifestanti sembrano determinati a perseverare per tutto il tempo in cui le loro richieste resteranno ignorate. La situazione non può essere risolta dalle autorità irakene guadagnando tempo con misure puntuali e utilizzando la repressione. Questo approccio non farà che alimentare maggiormente la collera e la sfiducia tra la popolazione. Perseguire interessi di parte o la repressione brutale di manifestazioni pacifiche non costituiscono delle strategie. Ma l’Iraq non è una causa persa e da questa crisi potrebbero emergere nuove possibilità. La sfida consiste nel cogliere queste opportunità e costruire uno Stato sovrano, stabile, inclusivo e prospero in Iraq. E’ arrivato il momento di agire. La speranze immense di molti irakeni chiamano a una riflessione audace e volta al futuro».
L’Iran, nel mirino dei manifestanti accusa altri Paesi di voler destabilizzare l’Iraq: «E’ chiaro che gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita e sullo sfondo Israele, che sono le menti di questi giorni di disordini e instabilità in Iraq, vogliono che la situazione attuale prosegua e che persino il Parlamento iracheno venga prosciolto – scve l’agenzia ufficiale iraniana Pars Today – Gli attuali membri del Parlamento, infatti, non opteranno per un nuovo premier filo-statunitense e per questo, è prevedibile che le proteste ed il caos proseguano per mettere pressione al Parlamento di Baghdad. In queste condizioni, sembra più che mai pesante la responsabilità dei politici iracheni che mettendo da parte le divergenze, devono cercare di impedire che la loro nazione cada in una situazione di totale vuoto di potere».
Teheran, che ha appena duramente represso manifestazioni contro il carovita e i costi umani ed economici della partecipazione dell’Iran alla guerra sirana (e irakena) teme un contagio ancora più forte. «Gli organizzatori degli attuali disordini in Iraq, non a caso hanno cercato di introdurre tra gli slogan delle proteste, anche l’Iran – si legge ancora su Pars Today – È chiaro che la popolazione irachena, per il 60% sciita e per lo più imparentata con la popolazione iraniana, non può nutrire odio per la nazione vicina; Teheran è stata l’unica capitale islamica ad aiutare militarmente gli iracheni negli anni di battaglia contro l’Isis, ed è il principale partner economico di Baghdad. Gli Stati Uniti, che ritengono una minaccia per la loro influenza la collaborazione dell’Iraq con l’Iran, stanno cercando di colpire anche questo aspetto, attraverso le rivolte».
In realtà i manifestanti sono sia sciiti che sunniti e chiedono anche la fine dell’occupazione statunitense e che tutte le truppe straniere abbandonino l’Iraq, restituendo agli irakeni le risorse delle quali si sono appropriati.
Comunque, anche secondo Par Today «La classe politica irachena, che ora deve dare la risposta. Gli sviluppi dei prossimi giorni serviranno a capire se il fronte guidato dagli Usa, dopo le dimissioni di Al Mahdi, otterrà pure il proscioglimento del Parlamento, o sarà quest’ultimo a designare il futuro della nazione, utilizzando i poteri democratici conferitigli dalla Costituzione».
Teheran si allinea ancora di più con Russia e Cina – il 27 dicembre i tre Paesi effettueranno un’esercitazione militare congiunta nell’Oceano Indiano – ed evoca anche i disordini a Hong Kong, nel Xinjiang e nei Paesi dell’ex Unione Sovietica quando sottolinea che quello in Iraq «Sarà uno scrutinio importante anche perché rivelerà se gli Stati Uniti, che sul piano militare e politico sono stati sconfitti nella regione, sono ancora in grado di cambiare a proprio favore gli equilibri nelle nazioni, grazie a rivolte, rivoluzioni colorate e sommosse la cui dinamica è ormai ben nota, in tutto il mondo».
Pars Today semplifica e riduce le rivolte popolari mediorientali a pure manovre di ingegneria geopolitica: «Anche in Libano, altra nazione considerata nella sfera d’influenza di Teheran, si sta sviluppando una situazione simile, e i criminali comuni che guidano le proteste violente, hanno inserito negli slogan dichiarazioni contro Hezbollah, che a detta di sostenitori e nemici di questa formazione, è e rimane il principale partito libanese e il più impegnato nel sociale, a favore dei ceti bisognosi. Anche lì, è chiara la presenza della regia statunitense».
Una tesi che permette a Teheran di spiegare con l’ennesimo complotto anche le proteste interne. «Persino in Iran, nelle settimane scorse, c’è stato un tentativo simile, fallito miseramente in 48 ore, e solo in questi giorni, l’arresto di individui coinvolti nelle azioni violente, che erano in collegamento con la Cia, sta confermando ulteriormente che si tratta di un grande piano destabilizzante».
Ma così non si affrontano le reali questioni messe violentemente sul piatto della storia dalle proteste di popolo in Iraq, Libano e Iran, che sono poi le stesse che, ignorate e represse in Siria e Yemen, hanno portato guerre infinite, all’infiltrazione jihadista, alla guerra etnica, alle invasioni turca e saudita, a milioni di profughi e a sofferenze infinite.
Chiudere gli occhi e tapparsi gli orecchi di fronte alle rivolte e alle sofferenze di popoli interi, come hanno fatto e continuano a fare Occidente e Oriente in Medio Oriente, mettere gli interessi petroliferi e geopolitici davanti a quelli dei popoli, porta solo al sanguinoso disastro al quale stiamo assistendo da anni.

Preso da: http://www.greenreport.it/news/geopolitica/iraq-allo-sbando-dopo-400-morti-in-piazza-e-le-dimissioni-del-premier/

clandestini di tutto il mondo unitevi e venite in Italia: tanto la politica estera la fanno i giudici.

Che bella cosa la “democrazia”: ti fanno credere che puoi votare chi preferisci, anche i cosiddetti sovranisti, tanto poi ci pensano loro a cambiare governo con le manovre di palazzo.
Puoi anche decidere che non vuoi immigrati e clandestini, poi ci pensano i giudici a cancellare le leggi: Uno dei tanti articoli trovati in rete su una sentenza scandalosa, guardate come la giustificano, e come ti spiegano che i giudici hanno ragione.

Storica sentenza: vietato respingere. Messi in discussione gli accordi con la Libia, le conseguenze per L’Italia

Con una sentenza del Tribunale civile di Roma è stato riconosciuto il diritto ad entrare in Italia a chi è stato respinto illegittimamente in Libia. Cosa può succedere

Il veliero Alex & Co di Mediterranea

Il veliero di soccorso Alex & Co di Mediterranea
La giustizia italiana è assai lenta, lo sappiamo tutti, ma a volte sa essere giusta. E una sentenza, per quanto relativa a fatti di dieci anni fa, può fare scuola e imporre un cambiamento clamoroso delle politiche del nostro Paese. È accaduto il 28 novembre scorso, e come spesso accade quando si tratta di buone notizie, la cosa rischia di passare in sordina.

Con una sentenza del Tribunale civile di Roma – infatti – è stato riconosciuto il diritto ad entrare in Italia a chi è stato respinto illegittimamente in Libia. Lo ha chiarito il 28 novembre 2019 il Tribunale di Roma che, applicando l’articolo 10 della Costituzione italiana, a seguito di un’azione legale promossa da Amnesty International Italia con il supporto di Asgi (l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) e curata da un collegio di difensori fra i quali gli avvocati Cristina Laura Cecchini e Salvatore Fachile.

Illegali e vietati i respingimenti collettivi

L’articolo 10 della Costituzione ci dice che: “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.
Sulla base di questo dettato costituzionale, il Tribunale civile di Roma ha accertato il diritto di entrare sul territorio dello Stato allo scopo di presentare domanda di riconoscimento della protezione internazionale. Vietati dunque, perché illegali, i respingimenti collettivi e in generale i respingimenti fatti senza prima aver accertato in modo approfondito se chi sta cercando di entrare nel nostro Paese ne abbia diritto perché in fuga da guerre o fame, perché perseguitato politico, perché perseguitato per la sua condizione di donna, di omosessuale, di credente una qualsiasi religione nel mirino di altro Stato o di gruppi terroristici.
La sentenza è stata emessa per 14 cittadini eritrei respinti in Libia il 1° luglio 2009 dalla Marina militare italiana, e ha stabilito anche che chi era stato respinto ha diritto al risarcimento dei danni subiti.

Nel mirino gli accordi con la Libia

La sentenza – dice Amnesty Italia – è estremamente rilevante e innovativa laddove riconosce la necessità di “espandere il campo di applicazione della protezione internazionale volta a tutelare la posizione di chi, in conseguenza di un fatto illecito commesso dall’autorità italiana si trovi nell’impossibilità di presentare la domanda di protezione internazionale in quanto non presente nel territorio dello Stato, avendo le autorità dello stesso Stato inibito l’ingresso, all’esito di un respingimento collettivo, in violazione dei principi costituzionali e della Carta dei diritti dell’Unione europea”. È evidente da tali poche righe la rilevanza e l’attualità della decisione e la sua potenziale ricaduta anche in termini numerici su tutti coloro a cui sia impedito nel proprio paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione.
Ancora una volta vengono messe in discussione le politiche di esternalizzazione delle frontiere, cioè gli accordi con la Libia per la gestione della rotta mediterranea che molte persone in fuga percorrono per venire in Europa e per la gestione dei centri di detenzione – sostenuti economicamente dall’Italia – da cui molti migranti e profughi (oltre ad essere torturati, stuprati, uccisi, venduti come schiavi) vengono rimpartiati nei paesi di origine senza la possibilità di chiedere asilo.

Possibili ricadute

Se dunque fosse accertata la responsabilità delle autorità italiane nell’attuazione dell’insieme di misure che ha trasformato i respingimenti in una progressiva delega alla Libia per il blocco dei migranti a cui viene impedito l’accesso alla protezione che la Costituzione Italiana e i trattati internazionali (entrambi sovraordinati alle leggi dello Stato) prevedono, migliaia di persone potrebbero essere interessate dai principi contenuti nella sentenza. E le stesse mosse dei ministri dell’Interno italiani (da Minniti in poi) che hanno affidato alla Libia la gestione dell’ingresso di potenziali richiedenti asilo nel nostro Paese sarebbero da ritenersi illegali.

La Libia e la Turchia si spartiscono il Mediterraneo, sfidando l’Unione europea e l’Egitto

Il governo fantasma di Tripoli e la Turchia firmano accordi di cooperazione sugli idrocarburi offshore, ai danni di Cipro, Grecia, Egitto e Israele

[2 Dicembre 2019]

Il 30 novembre, la delegazione della Grecia che stava assistendo all’inaugurazione del Trans-Anatolian Natural Gas Pipeline (TANAP), il gasdotto che porterà il gas del giacimento azero di Shah Deniz dal Mar Caspio in Italia e in Europa, ha abbandonato la cerimonia dopo che il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha dichiarato che entrerà in vigore l’accordo tra Turchia e Libia sul confine marittimo e che sarà applicato in tutte le sue disposizioni. La delegazione greca presente all’inaugurazione del TANAP era guidata dal vice-ministro dell’ambiente e dell’energia Dimitris Ikonomu che dopo aver definito provocatorie le dichiarazioni di Erdogan ha spiegato: «Ero lì come rappresentante del governo greco su questo tema molto concreto: il gasdotto TANAP sarà connesso al gasdotto transadriatico TAP. Era la ragione della nostra partecipazione all’inaugurazione. Quando Erdogan ha affrontato dei problemi scollegati con l’inaugurazione del gasdotto e ha evocato la Grecia in maniera provocatoria, ho giudicato giusto andarmene. I turchi mi hanno chiesto perché stavo andando via ed ho spiegato loro che non potevo restare dopo una tale dichiarazione».

Erdogan aveva dichiarato che la Turchia non fermerà le prospezioni e le trivellazioni al largo di Cipro e nella Zona economica esclusiva (Zee) di Cipro, che considera come area turca perché di fronte a Cipro Nord, lo Stato etnico turco auto-dichiaratosi indipendente nel 1983, dopo l’invasione militare turca del 1974, e che é riconosciuto solo da Ankara. Secondo Erdogan, sono i diritti dei turco-ciprioti allo sfruttamento di quei giacimenti hoffshore ad essere violati e, quindi, la Turchia «agisce nel quadro del diritto internazionali». E ha aggiunto: «Crisi e vociferazioni non costringeranno la Turchia a evacuare le sue navi».
In seguito, il ministero degli esteri della Grecia ha definito Erdogan «Il principale violatore del diritto
Dopo i colloqui tra Erdogan e il presidente del Consiglio presidenziale libico Fayez Sarraj a Istanbul,. la Libia e la Turchia hanno firmato due memorandum d’intesa sulla sicurezza e la cooperazione marittima. Secondo un comunicato della presidenza turca «Erdogan ha discusso con Sarraj della situazione in atto in Libia e in altre questioni regionali in una riunione che è durata per più di due ore» e ha ribadito il sostegno della Turchia al governo libico di Tripoli contro il generale Khalīfa Belqāsim Ḥaftar – il capo della Libyan National Army (LNA) che sta assediando e bombardando da mesi la capitale libica e che occupa gran parte del Paese – di Haftar, confermando che «Non esiste una soluzione militare al conflitto libico».
Il ministro degli interni del governo libico di Tripoli, Fathi Bashagha, «I memorandum d’intesa includono formazione, scambio di competenze e promozione dei sistemi di sicurezza, oltre alla lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata», mentre il ministro degli esteri Mohammed Sayala ha rivelato che «Il protocollo d’intesa marittimo mira a proteggere i diritti legittimi dei due Paesi nelle rispettive zone economiche. Questo protocollo d’intesa contribuirà alla protezione della sovranità libica sul Mediterraneo».
In realtà, con l’accordo Serraj e Erdogan (ri)definiscono come vogliono loro i confini delle acque territoriali. Come fa notare l’agenzia iraniana Pars Today, «La delimitazione non è nota, ma protestano Egitto e Grecia, già in contrasto con Ankara sulle trivellazioni a sud di Cipro», facendo notare che l’accordo «potrebbe complicare le controversie di Ankara sullo sfruttamento energetico con gli altri Paesi dell’area».
La Turchia non ha specificato come siano stati delineati i limiti delle acque turche e libiche. Negli anni scorsi la Libia aveva riconosciuto unilateralmente di propria pertinenza le acque attualmente corrispondenti alla zona search and rescue (SAR), cosa che quando ci provò Gheddafi gli costò i primi bombardamenti statunitensi.
Secondo il ministro degli Esteri turco. Mevlut Cavusoglu, «Questo significa proteggere i diritti della Turchia derivanti dal diritto internazionale».
L’accordo firmato tra il governo fantasma di Tripoli (sostenuto dall’Italia e dalla comunità internazionale) è stato duramente criticato da Grecia, Cipro, Israele ed Egitto, Per il regime del Cairo, stretto alleato di Ḥaftar, l’accordo è completamente illegale, mentre per la Grecia, è geograficamente assurdo perché ignora non solo la sovranità di Cipro, ma addirittura la presenza dell’isola greca di Creta tra le coste della Turchia e della Libia.
Pars Today fa notare che «A pochi giorni dal Med, la conferenza per il dialogo fra i paesi mediterranei, che avrà inizio il 5 dicembre e che vedrà, tra gli altri la presenza del ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, la situazione della Turchia si va sempre più complicando ed è probabile che il summit di Roma, dove sono attesi anche il ministro degli esteri del governo di accordo nazionale libico, Mohamed Taher Siala e l’omologo turco Cavusoglu, servirà a sciogliere i nodi di questa trama sempre più complessa. La disputa sulla Continental Shield ha lasciato Ankara alla ricerca di alleati nella regione. I nuovi accordi firmati mercoledì dal presidente turco Tayyip Erdogan e Fayez al-Serraj, il capo del governo di Tripoli assediato dall’esercito ribelle del generale Haftar, segnano un’importante alleanza destinata a far schierare i Paesi della Ue, che di recente hanno varato un pacchetto di sanzioni economiche nei confronti della Turchia per le trivellazioni a sud di Cipro».
Infatti, si tratta di un vero e proprio schiaffo in faccia sferrato all’Unione europea e di una provocazione verso il nostro governo che appoggia Sarraje che, attraverso il gasdotto TAP è coinvolto anche economicamente in tutta questa faccenda.
Il 15 luglio il Consiglio dei ministri dell’Ue aveva deciso che. «Alla luce delle attività illegali di trivellazione della Turchia, protratte nel tempo e anche nuove, di sospendere i negoziati sull’accordo globale sul trasporto aereo e aveva convenuto di non tenere, per il momento, il consiglio di associazione né ulteriori riunioni dei dialoghi ad alto livello tra l’Ue e la Turchia». Aveva inoltre approvato la proposta della Commissione Ue di «ridurre l’assistenza preadesione alla Turchia per il 2020 Il Consiglio aveva anche deciso che l’alto rappresentante e la Commissione dovessero proseguire i lavori su opzioni in vista di misure mirate». E aveva invitato la Banca europea per gli investimenti a riesaminare le sue attività di prestito in Turchia, in particolare per quanto riguarda le attività di prestito garantite da titoli di Stato.
Nelle sue conclusioni il Consiglio deplorava che, «Nonostante i ripetuti inviti dell’Unione europea a cessare le sue attività illegali nel Mediterraneo orientale, la Turchia prosegua le trivellazioni nelle acque territoriali cipriote. Il Consiglio ha ribadito il grave impatto negativo immediato che tali azioni illegali hanno nell’ambito delle relazioni Ue-Turchia. Ha chiesto ancora una volta alla Turchia di astenersi da tali azioni, di agire in uno spirito di buon vicinato e di rispettare la sovranità e i diritti sovrani di Cipro conformemente al diritto internazionale».
In precedenza i ministri degli esteri dell’Ue avevano approvato sanzioni contro la Turchia contro l’esplorazione di giacimenti di idrocarburi nella Zona economica esclusiva di Cipro dove operavano le navi trivellatrici turche Yavuz e Fatih.
Il 10 ottobre al Cairo si è tenuto il settimo incontro tripartito consecutivo del vertice Cipro-Grecia-Egitto, che hanno visto la partecipazione del presidente di Cipro Nicos Anastasiades, del presidente dell’Egitto Abdel Fattah el-Sisi e del primo ministro della Grecia Kyriakos Mitsotakis. Allora Sisi aveva spiegato: «abbiamo discusso dell’escalation e degli sviluppi in Medio Oriente derivanti da azioni unilaterali che mirano a disturbare e turbare la stabilità dei Paesi della regione. Abbiamo sottolineato che la sicurezza e la stabilità sono una priorità strategica per tutti noi, che è necessario un coordinamento comune e che senza di essa non possiamo godere dei frutti del processo della cooperazione tripartita». Riferendosi al problema di Cipro, il presidente egiziano ha sottolineato «Il sostegno del nostro Paese per le azioni intraprese dal governo di Cipro e per una soluzione pacifica del problema di Cipro».
Anastasiades aveva aggiunto. «Sulle questioni energetiche, che sono uno dei pilastri fondamentali del meccanismo tripartito, abbiamo ribadito la nostra forte volontà di rafforzare la nostra cooperazione attraverso una serie di nuovi accordi per lo sfruttamento e trasporto di gas naturale. Ho informato i due leader sugli ultimi sviluppi in merito al problema di Cipro (…) perché le ultime azioni inaccettabili della Turchia e l’intenzione di condurre esercitazioni esplorative all’interno dei lotti riconosciuti e autorizzati come della Repubblica di Cipro a livello internazionale, non solo inquinano il clima e aumentano le tensioni, ma costituiscono anche una palese violazione dei diritti sovrani della Repubblica di Cipro e del diritto internazionale (…) Ho informato i miei interlocutori che siamo determinati a esaurire tutti i mezzi diplomatici a nostra disposizione per far cessare le violazioni turche e affinché ci sia pieno rispetto per l’esercizio senza ostacoli dei diritti sovrani della Repubblica di Cipro. Le azioni unilaterali e inaccettabili della Turchia, sono molto lontane da questi principi, mentre allo stesso tempo costituiscono una minaccia per la più ampia stabilità, pace e sicurezza nel già tumultuoso Mediterraneo orientale. In questo contesto, siamo certi che, in momenti così critici, avremo il forte sostegno e la solidarietà, come già abbiamo, della comunità internazionale e dell’Unione europea».
Il premier greco Mitsotakis ha espresso tutto il sostegno della Grecia «per trovare una soluzione giusta e praticabile al problema di Cipro. Una soluzione sulla base di una federazione bi-zonale, bi-comunitaria, in conformità con le risoluzioni delle Nazioni Unite e senza truppe di occupazione e senza garanzie ed è per questo che noi, tutti e tre i Paesi, siamo a favore della ripresa dei colloqui sull’isola. Cipro, Egitto e Grecia, abbiamo tutti condannato categoricamente le azioni illegali della Turchia nelle zone marittime di Cipro, che mancano di rispetto al diritto internazionale e incitano a una sterile tensione, mentre abbiamo anche condannato il comportamento provocatorio della Turchia nell’Egeo che è anche contro il diritto internazionale e le relazioni di buon vicinato. Ho anche presentato queste problematiche al Segretario di Stato americano che era in visita ad Atene. E vale la pena registrare le sue due chiare posizioni ufficiali: sia a favore della protezione che della sicurezza nazionale della Grecia sia contro le esercitazioni illegali nella zona economica esclusiva cipriota e nel lotto 7. Abbiamo discusso in particolare dell’annuncio delle intenzioni di azioni a Varosha che violano le chiare decisioni del Consiglio di sicurezza e, naturalmente, il fatto che la Turchia stia procedendo con l’ennesimo atto illegale nel mare che non solo rientra nella zona economica esclusiva cipriota, ma è stato delimitato ed è stato concesso in licenza a società europee».
Ma dopo le ultime dichiarazioni di Erdogan gli Usa hanno fatto sapere che non hanno niente in contrario all’accordo turco-libico. Evidentemente, come è suo costume, Trump ha cambiato idea.
Invece, il 17 e 18 ottobre l’Ue ha ribadito «piena solidarietà a Cipro per quanto riguarda il rispetto della sua sovranità e dei suoi diritti sovrani, in conformità del diritto internazionale, e ha invitato la Commissione e il servizio europeo per l’azione esterna a presentare proposte relative a un quadro di misure restrittive». E ha ricordato e riaffermato «Le precedenti conclusioni del Consiglio e del Consiglio europeo, comprese le conclusioni del Consiglio europeo del 22 marzo 2018 e del 20 giugno 2019, contenenti una ferma condanna delle continue azioni illegali della Turchia nel Mediterraneo orientale». Il Consiglio ha espresso «seria preoccupazione per le attività illegali di trivellazione della Turchia nel Mediterraneo orientale» e ha deplorato che la Turchia non avesse ancora risposto ai ripetuti inviti dell’Unione europea a cessare tali attività.
L’11 novembre il Consiglio Ue ha adottato «un quadro di misure restrittive in risposta alle attività di trivellazione non autorizzate della Turchia nel Mediterraneo orientale. Il quadro consentirà di sanzionare le persone o entità responsabili o coinvolte nelle attività di trivellazione non autorizzate nel Mediterraneo orientale in cerca di idrocarburi. Le sanzioni prevedono: «Il divieto di viaggio nell’Ue e il congelamento dei beni per le persone e il congelamento dei beni per le entità. Sarà inoltre fatto divieto alle persone ed entità dell’UE di mettere fondi a disposizione di persone ed entità inserite nell’elenco. Il quadro di misure restrittive consente di sottoporre a sanzioni: 1. persone o entità responsabili delle attività di trivellazione connesse alla ricerca e alla produzione di idrocarburi non autorizzate da Cipro nel suo mare territoriale o nella sua zona economica esclusiva (ZEE), oppure sulla sua piattaforma continentale. Tali attività di trivellazione includono, nei casi in cui la ZEE o la piattaforma continentale non sia stata delimitata in conformità del diritto internazionale, le attività suscettibili di compromettere od ostacolare il raggiungimento di un accordo di delimitazione. 2. persone o entità che forniscono alle suddette attività di trivellazione sostegno finanziario, tecnico o materiale. 3. persone o entità ad esse associate».
Come risposta l’Unione europea ha avuto le provocatorie e tracotanti dichiarazioni di Erdogan e del governo fantocci libico che sta in piedi solo grazie ad aiuti di Paesi dell’Unione europea, a partire dall’Italia.

Preso da:  http://www.greenreport.it/news/energia/la-libia-e-la-turchia-si-spartiscono-il-mediterraneo-sfidando-lunione-europea-e-legitto/