Così l’Occidente divora i propri figli

Secondo Thierry Meyssan, scendendo in piazza i francesi sono stati il primo popolo occidentale disposto a correre rischi personali per opporsi alla globalizzazione finanziaria. Benché non ne siano consapevoli e ancora pensino che i loro problemi siano prettamente nazionali, il loro nemico è lo stesso che ha annientato la regione africana dei Grandi Laghi e parte del Medio Oriente Allargato. Solamente i popoli che capiranno la logica che li sta distruggendo e la respingeranno potranno sopravvivere alla crisi esistenziale dell’Occidente.

| Damasco (Siria)

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Rivolta a Parigi (1° dicembre 2018)

La causa della recessione occidentale

Le relazioni internazionali hanno subito un profondo mutamento con la paralisi dell’Unione Sovietica del 1986, quando lo Stato non riuscì a controllare l’incidente nucleare civile di Tchernobyl [1]; poi con la ritrattazione del Patto di Varsavia del 1989, quando il Partito Comunista della Germania dell’Est [2] distrusse il Muro di Berlino; infine con il crollo dell’URSS del 1991.


In quell’anno il presidente degli Stati Uniti, George Bush senior, decise di smobilitare un milione di soldati e investire gli sforzi del Paese nella prosperità. Bush ambiva trasformare l’egemonia, esercitata dagli USA nella loro zona d’influenza, in leadership a livello mondiale, nonché in un ruolo di garante della stabilità del pianeta. Bush Sr. gettò le basi del “Nuovo Ordine Mondiale”, dapprima nel discorso pronunciato il 2 agosto 1990 all’Aspen Institute, a fianco del primo ministro britannico Margaret Thatcher, poi nel discorso al Congresso dell’11 settembre 1990, in cui annunciò l’operazione “Tempesta del deserto” [3].
Il mondo post-Unione Sovietica è il mondo della libera circolazione delle merci, nonché dei capitali mondiali, sottoposto a un unico controllo: quello degli Stati Uniti. Vale a dire è il passaggio dal capitalismo all’egemonia della finanza: non compimento del libero scambio, bensì forma esacerbata di sfruttamento coloniale, esteso al mondo nella sua interezza, incluso l’Occidente. In un quarto di secolo le grandi fortune USA si sono moltiplicate numerose volte e la ricchezza globale mondiale si è incrementa ragguardevolmente.
Lasciando libero corso al capitalismo, Bush Sr. auspicava l’estensione al mondo intero della prosperità. Ma il capitalismo non è un progetto politico, è unicamente una logica per conseguire profitto. Ebbene, per accrescere l’utile le multinazionali USA hanno subito approfittato dell’apertura del mercato cinese e delocalizzato la produzione nel Paese dove i salari erano i più bassi al mondo.
Ben pochi hanno saputo stimare il prezzo per l’Occidente di questa progressione. Certamente le classi medie cominciano ad affacciarsi anche nel terzo mondo – benché meno ricche di quelle occidentali – permettendo a nuovi Stati, soprattutto asiatici, di ritagliarsi un ruolo nella scena internazionale. Le classi medie occidentali cominciano però contestualmente a scomparire [4], rendendo impossibile la sopravvivenza delle istituzioni democratiche che loro stesse avevano forgiato.
Ma la catastrofe maggiore investe soprattutto popolazioni di intere regioni, a cominciare da quella dei Grandi Laghi africani, che vengono completamente annientate. Nell’incomprensione e indifferenza generali, questa prima guerra regionale provoca 6 milioni di morti in Angola, Burundi, Namibia, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Zimbabwe. L’obiettivo era continuare a depredare le risorse naturali di questi Paesi, pagandole però sempre meno, dunque scendendo a patti con gang invece che trattare con Stati che hanno il dovere di nutrire il proprio popolo.
La trasformazione sociologica del mondo intero è molto rapida e non ha precedenti. Attualmente non disponiamo di strumenti statistici adeguati per valutarla correttamente. Tuttavia, sono sotto gli occhi di tutti l’ascesa di potenze dell’Eurasia (non nel senso gollista «da Brest a Vladivostok», bensì di Russia e Asia, senza Europa occidentale e centrale) alla ricerca di libertà e prosperità e, per contro, la progressiva decadenza delle potenze occidentali, Stati Uniti compresi, che limitano le libertà individuali e sospingono metà della popolazione nella povertà.
Oggi il tasso di detenzione dei cinesi [il numero di detenuti in rapporto alla popolazione, ndt] è quattro volte inferiore a quello degli Stati Uniti; il loro potere d’acquisto è invece leggermente superiore. Obiettivamente, nonostante i difetti, la Cina è diventato un Paese più libero e prospero degli Stati Uniti.
Questo processo avrebbe potuto essere previsto sin dall’inizio. La sua messa in atto fu oggetto di lunghe discussioni. Basti ricordare che il 1° settembre 1987 un quarantenne statunitense fece pubblicare una pagina di pubblicità controcorrente su New York Times, Washington Post e Boston Globe, per mettere in guardia i concittadini sul ruolo di responsabili del “Nuovo Ordine Mondiale” in costruzione, che il presidente Bush padre voleva far assumere a loro spese agli Stati Uniti. L’iniziativa fece molto ridere. L’autore altri non era che il promotore immobiliare Donald Trump.

L’applicazione del modello economico alle relazioni internazionali

Un mese dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, il segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, mise l’amico Arthur Cebrowski a dirigere il nuovo Ufficio per la Trasformazione della Forza (Office of Force Transformation), con l’incarico di trasformare la mentalità di tutti i militari statunitensi e prepararli a un cambiamento radicale della loro missione.
Le forze armate USA non sarebbero più state utilizzate per difendere principi o interessi, bensì strumentalizzate per riorganizzare il mondo dividendolo in due: gli Stati integrati nell’economia globalizzata da una parte, gli Stati rimanenti dall’altra [5]. Il Pentagono non avrebbe più scatenato guerre per impadronirsi delle risorse naturali, ma per controllare l’accesso delle regioni globalizzate a tali risorse. Una divisione che s’ispirava direttamente al processo di globalizzazione, che già aveva spinto ai margini metà della popolazione occidentale. Questa volta sarebbe stata la metà della popolazione mondiale a essere esclusa [6].
La riorganizzazione del mondo iniziò nella zona politica chiamata Medio Oriente Allargato, che va dall’Afganistan al Marocco, con esclusione di Israele, Libano e Giordania. Ebbe così inizio quella che si pretende essere stata un’epidemia di guerre civili in Afganistan, Iraq, Sudan, Libia, Siria e Yemen, che ha già causato diversi milioni di morti [7].
Come un mostro che divora i propri figli, il sistema finanziario globale basato negli Stati Uniti conobbe una prima crisi nel 2008, con lo scoppio della bolla dei subprimes. Contrariamente a quanto comunemente si pensa, non si è trattato affatto di una crisi globale, bensì esclusivamente occidentale. Per la prima volta gli Stati della NATO subivano le conseguenze della loro stessa politica. Ciononostante, le classi dirigenti occidentali non cambiarono atteggiamento e, compassionevoli, assistettero al naufragio delle classi medie. L’unica modifica significativa fu l’adozione della “regola Volcker” [8], che vieta alle banche di sfruttare le informazioni ottenute dai clienti per speculare contro gli interessi di questi ultimi. Però, sebbene i conflitti d’interesse abbiano permesso a dei poco di buono di arricchirsi rapidamente, essi non sono l’origine del problema, che è molto più vasto.

La rivolta degli Occidentali

La rivolta delle classi medie e popolari occidentali contro la classe dirigente globalizzata è iniziata due anni fa.
Consapevoli della recessione dell’Occidente rispetto all’Asia, i britannici furono i primi a compiere un tentativo di salvaguardare il proprio livello di vita, decidendo di lasciare l’Unione Europea per volgersi verso la Cina e il Commonwealth (referendum del 23 giugno 2016) [9]. Sfortunatamente, la classe dirigente del Regno Unito non è riuscita a concludere l’accordo sperato con la Cina e sta incontrando grosse difficoltà a ripristinare i rapporti con il Commonwealth.
Al Regno Unito seguirono gli Stati Uniti dove, constatando l’affossamento dell’industria civile, l’8 novembre 2016 parte degli elettori ha votato per l’unico candidato contrario al Nuovo Ordine Mondiale, Donald Trump. Si trattava di tornare al “sogno americano”. Sfortunatamente per loro, Trump, benché abbia cominciato a rimettere in discussione le regole del commercio globalizzato, non ha una squadra che lo supporti all’infuori della famiglia. Trump riesce solo a modificare, ma non a cambiare, la strategia militare USA, i cui ufficiali generali hanno adottato, pressoché all’unisono, il pensiero di Rumsfeld-Cebrowski e non sanno immaginarsi in un ruolo diverso da quello di difensori della globalizzazione finanziaria.
Consapevoli della fine dell’industria nazionale e certi di essere stati traditi dalla classe dirigente, il 4 marzo 2018 gli italiani hanno votato per i partiti anti-sistema: la Lega e il Movimento 5 Stelle. Questi due partiti si sono alleati per attuare una politica sociale. Sfortunatamente per loro l’Unione Europea vi si oppone [10].
In Francia, mentre negli ultimi dieci anni decine di migliaia di PME [piccole e medie imprese, ndt] subappaltatrici dell’industria sono fallite, nello stesso periodo i prelevamenti obbligatori, già tra i più elevati al mondo, sono aumentati del 30%. Diverse centinaia di migliaia di francesi sono inaspettatamente scesi in strada per protestare contro una fiscalità eccessiva. Sfortunatamente per loro, la classe dirigente francese è stata contaminata dal discorso che gli statunitensi rifiutano. Il governo si sforza perciò di adattare le proprie scelte politiche alla rivolta popolare invece di cambiarne i fondamenti.
Se analizziamo in maniera distinta quel che accade in ognuno di questi quattro Paesi, troveremo spiegazioni differenti. Se invece lo analizziamo come fenomeno unitario, pur espresso da culture diverse, troveremo gli stessi meccanismi: in questi Paesi, consecutivamente alla fine del capitalismo, le classi medie spariscono più o meno velocemente e con esse il regime politico da loro incarnato: la democrazia.
O la classe dirigente occidentale abbandona il sistema finanziario che ha costruito e torna al capitalismo produttivo del tempo della guerra fredda, oppure deve inventare un’organizzazione differente, che però nessuno ha ancora pensato; in caso contrario l’Occidente, che ha governato il mondo per cinque secoli, sprofonderà in conflitti interni a lungo termine.
I siriani sono stati il primo popolo non globalizzato capace di sopravvivere e resistere alla distruzione dell’inframondo di Rumsfeld-Cebrowski. I francesi sono il primo popolo globalizzato a ribellarsi alla distruzione dell’Occidente, sebbene non siano consapevoli di lottare contro il nemico comune all’intera umanità. Il presidente Emmanuel Macron non è uomo che possa affrontare la situazione, non perché porti la responsabilità di quanto fatto dal sistema precedente, ma perché è puro prodotto di questo stesso sistema. Alle sommosse in Francia, Macron ha saputo soltanto rispondere dichiarando che, secondo lui, il G20 di Buenos Aires era stato un successo (fatto non vero) e che avrebbe proseguito con più efficacia nella direzione (cattiva) dei predecessori.

Come salvare i privilegi

Sembra che la classe dirigente britannica abbia una propria soluzione: se Londra, in particolare, e gli Occidentali, in generale, non sono più in grado di governare il mondo, conviene salvare il salvabile e dividere il pianeta in due zone ben distinte. È la politica messa in atto da Obama negli ultimi mesi di presidenza [11], poi da Theresa May, ora da Donald Trump, che si sono rifiutati di cooperare, riversando granitiche accuse prima contro la Russia, poi contro la Cina.
Sembra anche che Russia e Cina, malgrado la rivalità storica, siano coscienti di non potersi alleare con gli Occidentali che, dal loro canto, insistono a volerle smembrare. Da questa consapevolezza nasce il progetto «Partenariato dell’Eurasia Allargata»: se il mondo deve scindersi in due parti, che ciascuno organizzi la propria. In concreto significa che Pechino rinuncia a metà della “via della seta” e, insieme a Mosca, la riorganizza facendola passare solo nell’Eurasia Allargata.

Determinare la linea di demarcazione

Sia all’Occidente sia all’Eurasia Allargata converrebbe determinare al più presto la linea di demarcazione. Per esempio, da quale lato si collocherà l’Ucraina? La costruzione da parte della Russia del ponte di Kertch mirava a dividere l’Ucraina, assorbire il Donbass e il bacino del Mare d’Azov, nonché Odessa e la Transnistria. L’incidente di Kertch, organizzato dagli Occidentali, mirava invece a far entrare l’Ucraina nella NATO prima della frantumazione.
Poiché il bastimento della globalizzazione finanziaria sta colando a picco, molti cominciano a mettere in salvo i propri interessi, senza curarsi di alcuno. Da qui nasce, per esempio, la tensione tra Unione Europea e Stati Uniti. In questa gara, il movimento sionista ha come sempre una lunghezza di vantaggio: ha mutato rapidamente la strategia israeliana, lasciando la Siria alla Russia e volgendosi verso il Golfo e l’Africa orientale.

Prospettive

Tenuto conto di quanto c’è in gioco, è evidente che la rivolta in Francia non è che l’inizio di un processo molto più vasto che si allargherà ad altri Paesi occidentali.
È assurdo credere che nell’epoca della globalizzazione finanziaria un governo, qualunque esso sia, possa risolvere i problemi del proprio Paese senza rimettere in discussione le relazioni internazionali e ritrovare simultaneamente la propria capacità d’agire. Ma dopo il crollo dell’Unione Sovietica è proprio la politica estera a essere esclusa dall’ambito democratico. Conviene perciò ritirarsi con urgenza da pressoché tutti i trattati e gli impegni internazionali degli ultimi trent’anni.

[1] Secondo Michail Gorbaciov questo è l’avvenimento che ha portato alla dissoluzione del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica, poiché ha delegittimato lo Stato.
[2] Contrariamente a un’idea preconcetta diffusa in Occidente, sono stati i nazionalisti del Partito Comunista della Germania dell’Est (e le chiese luterane), non gli anti-comunisti (e i pro-USA) a far crollare il simbolo della dominazione sovietica, il Muro.
[3] Lo scopo principale dell’invasione dell’Iraq non era liberare il Kuwait, bensì strumentalizzare la vicenda per costituire una coalizione il più possibile estesa, che comprendesse anche l’Unione Sovietica, al comando degli Stati Uniti.
[4] Global Inequality. A new Approach for the Age of Globalization, Branco Milanovic, Harvard University Press, 22 agosto 2017.
[5] «Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 24 agosto 2017, traduzione di Rachele Marmetti.
[6] È evidente che le guerre di Bush Jr. e di Obama non hanno mai avuto lo scopo di propagare la democrazia. In primo luogo perché, per definizione, la democrazia non può che emanare dal popolo e non può dunque essere imposta con le bombe. In secondo luogo perché gli Stati Uniti erano già una plutocrazia.
[7] Ho conteggiato non solo il milione di morti causati direttamente dalle guerre, bensì anche le vittime dei disordini da esse ingenerati.
[8] L’ex presidente della Riserva Federale USA, Paul Volcker, è al contrario uno degli architetti della finanziarizzazione globale. È stato lui che, in nome dell’ONU, ha perseguito le persone e le istituzioni che avevano aiutato l’Iraq ad aggirare l’embargo delle Nazioni Unite (affare “petrolio in cambio di cibo”). Volcker è una delle personalità più di spicco della Pilgrim’s Society, il club transatlantico presieduto dalla regina Elisabetta II. A tale titolo divenne
[9] “La nuova politica estera britannica”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 4 luglio 2016.
[10] Il Mercato Comune Europeo, un sistema di cooperazione tra Stati, è stato sostituito dall’Unione Europea che, definita dal Trattato di Maastricht, è uno Stato sovranazionale sotto protezione militare della NATO. Ha perciò facoltà di mettere in scacco le decisioni nazionali.
[11] “Due mondi distinti”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 9 novembre 2016.
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Perché la Libia non sta né con Serraj né con Haftar

dicembre 2018

di Barbara Ciolli

Libia guerra dopo Gheddafi Derna Haftar Bengasi
Libia guerra dopo Gheddafi Derna

 Il premier della Fayyez al Serraj e il generale Haftar si contendono il Paese alla vigilia del voto.
  Il premier della Fayyez al Serraj e il generale Haftar si contendono il Paese 
 
È diventata una consuetudine che quando il premier Fayyez al Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale come primo interlocutore politico della Libia, va all’estero si tentano assalti ai palazzi delle istituzioni di Tripoli. Ogni occasione è buona per rovesciare l’assetto di comando, vista la fragilità dell’esecutivo che di fatto governa – e detta legge attraverso le sue milizie di un cartello ormai criminale – solo la capitale: le brigate escluse dalla torta non aspettano altro ed è forte ormai, per le ristrettezze vissute ormai da anni da una parte crescente della popolazione, anche il malcontento popolare. L’ultima sommossa è stata più civile, perché a rompere il cordone di sicurezza e a entrare nel palazzo del Consiglio presidenziale di al Serraj non sono stati gruppi armati con mitragliatori e bombe, ma centinaia di manifestanti, cittadini arrabbiati che hanno vandalizzato il palazzo del governo.

IL CONFLITTO TRA ISLAMISTI

A calmare le famiglie dei veterani e dei feriti di guerra che protestano per il ritardo nel pagamento dei sussidi e per la mancanza di assistenza medica, mentre al Serraj era in visita di Stato in Giordania, è stato il vice premier Ahmed Maitig, noto per parlare bene l’italiano e dialogare molto con Roma e, in Libia, anche per essere stato bersagliato anni fa con dei lanciarazzi in casa. Nei mesi scorsi sono state attaccate anche le residenze di altri vice di al Serraj e dello stesso premier, mentre a Tripoli esplodevano a più riprese scontri tra milizie per divisioni ormai non solo tra il blocco sommariamente definito laico del generale Khalifa Haftar, che comanda di fatto il Sud e l’Est della Libia, e il blocco sommariamente definito islamista che formò il governo di al Serraj. Il conflitto ora è soprattutto interno agli islamisti: Misurata e altri Comuni che nel 2014 erano nel movimento Alba libica sono sempre più insofferenti verso le ruberie e lo strapotere dei tripolini.
Libia guerra dopo Gheddafi Derna Serraj © GETTY Libia guerra dopo Gheddafi Derna Serraj

I SOLDI DEL PETROLIO ALLE LOBBY

Tra i manifestanti che hanno assaltato la sede del governo c’erano anche diversi ex combattenti di Alba libica. La disaffezione verso la politica è forte, perché, spiega a Lettera43.it lo scrittore e giornalista libico Farid Adly, «una parte ingente dei grandi introiti del petrolio, attraverso la Banca centrale libica che non a caso dal 2011 non ha mai messo di funzionare, va a finire ogni mese in sussidi e lauti stipendi pubblici a cittadini libici legati al governo o alle milizie rispondenti ai ministeri». Un fiume di soldi, oltre ai gruppi armati, raggiunge «tanti libici che vivono all’estero senza lavorare». Mentre in Libia sempre più famiglie comuni sono costrette, ormai da anni perché dal 2016 il governo di al Serraj non ha risolto nulla, a fare la fila ai bancomat per prelevare il corrispondente di poche centinaia di euro a settimana. Non c’è liquidità, i prezzi del pane e di altri beni di prima necessità sono alle stelle e la corrente elettrica salta per ore.

LA PIAGA DEL CONTRABBANDO

Diverse attività legali si sono dovute fermare, a causa della penuria e della mancanza di sicurezza, anche a Tripoli. Mentre in Cirenaica «a Derna i problemi sono tutt’altro che risolti e anche Bengasi resta colpita dal terrorismo. In Libia», precisa Adly, «ci sono ancora dei rapiti dell’Isis». Nell’Est e nel Sud della Libia Haftar ha insediato giunte militari, ma lo Stato rimane assente. Nella regione del Sahara c’è da sempre la piaga dei traffici illeciti, la sola forma di economia reale della zona, intensificati dalla caduta del regime. Tra questi, con il proliferare di vari capimilizie foraggiati dalle potenze straniere, di pari passo con il traffico di esseri umani e altri business del mercati nero, è gonfiato anche sulla costa il contrabbando del petrolio. Attraverso Malta arriva “lavato” anche in Italia: una fuga di greggio che costa alla Compagnia nazionale del petrolio (Noc) libica – attaccata a settembre 2018 dall’Isis – milioni di dollari al giorno di mancati incassi.
© GETTY Libia guerra dopo Gheddafi Derna Haftar Bengasi

L’EMBARGO FITTIZIO SULLE ARMI

Non di meno l’ex colonia italiana non collassa, lo status quo fa comodo a chi drena liquidità dalle risorse, «la loro redistribuzione non è equa» commenta Adly. La situazione è grave – sempre più grave – ma non è seria. Un altro carburante delle divisioni e della criminalità sono le armi che continuano ad arrivare dall’estero alla Libia, in violazione dell’embargo dell’Onu (rinnovato con la Risoluzione 2420 del 2018 ma lettera morta) e i finanziamenti stranieri alle milizie che taglieggiano i politici e impongono il racket nei quartieri di Tripoli. Per bloccare i migranti in Libia e tutelare lo stabilimento dell’Eni a Mellitah, con Marco Minniti ministro dell’Interno e il generale Paolo Serra consigliere militare per la Libia, fino al dicembre 2017, l’Onu, l‘Italia e di riflesso le istituzioni Ue hanno stretto un patto soprattutto con il governo di Tripoli, che intanto si isolava nel cartello di milizie della capitale.

I PASSI AVANTI VERSO IL VOTO

Misurata, capofila delle rivolte del 2011 e unico centro, in Libia, dove è a garantita una certa sicurezza, è in rotta con al Serraj e si sta avvicinando ai francesi che, rovesciato Gheddafi, tentano, con qualsiasi alleato, di allargare la loro influenza. Dopo il flop del vertice di Palermo sulla Libia, qualche timido progresso per il voto nazionale, rimandato al 2019, potrebbe venire dai contatti in Giordania tra il premier di Tripoli in visita dal re Abdullah II e gli emissari di Haftar che fa spesso base ad Amman. La Camera dei rappresentati di Tobruk, nell’Est, che fa capo ad Haftar e non riconosce il governo di al Serraj, alla fine di novembre in accordo con la controparte del Consiglio di Stato di Tripoli ha approvato il referendum per la costituzione e la riforma della composizione del Consiglio presidenziale di al Serraj, in favore di Haftar. Resta il nodo dell’incarico a capo dell’esercito, bramato dal generale di Tobruk.
© GETTY Libia guerra dopo Gheddafi Derna

LA SOCIETÀ CIVILE ALL’ESTERO

Come se agli elettori importasse delle poltrone delle milizie e dei movimenti più finanziati dall’estero che, dalle rivolte del 2011, hanno approfittato del vuoto di potere. Gli interlocutori di Tripoli e Tobruk hanno tentato o compiuto golpe e non possono essere considerati affidabili. L’affluenza alle ultime Legislative del 2014 fu del 30% e la Fratellanza musulmana alla quale fa riferimento, attraverso gli sponsor della Turchia e del Qatar, il blocco islamista di al Serraj firmatario dei negoziati di pace in Marocco dell’Onu, le perse. Il suo consenso è all’11%, una decina di altri partiti e sigle democratiche non partecipa alla politica interna, i suoi leader e intellettuali sono riparati all’estero e non vengono invitati agli incontri internazionali. La società civile è uscita dalla Libia e i leader del mondo preferiscono trattare con le milizie che stanno depredando il Paese.

Preso da: https://www.msn.com/it-it/notizie/mondo/perch%c3%a9-la-libia-non-sta-n%c3%a9-con-serraj-n%c3%a9-con-haftar/ar-BBQsEvU?fullscreen=true#image=1

L’impero colonialista francese in Africa

Quante volte abbiamo sentito dire, da parte dei politici occidentali riguardo al problema dell’immigrazione, che si devono aiutare i paesi africani al fine di poter gestire in loco una proficua crescita sociale, culturale ed economica di quei popoli?

banconotafrica
Da anni sentiamo i politici esternare questa lodevole idea, e in questo periodo sembra sia l’unica alternativa per riuscire ad arginare il problema migratorio che sta raggiungendo numeri da esodo biblico. Non tutti sanno però che ancora oggi molti paesi africani sono soggetti a leggi e tassazioni imposte da parte dei colonialisti di un tempo, come Francia e Gran Bretagna, ma anche Germania, Portogallo, Italia, Belgio, Olanda e Spagna, seppur in misura minore. Molti di questi paesi occidentali, come è capitato all’Italia per crimini di guerra con l’Etiopia e la Libia, sono stati condannati da tribunali internazionali a pagare i danni causati alle popolazioni.
Di contro, altri paesi, come la Francia o la Gran Bretagna, godono tuttora dei proventi di quei colonialismi.

L’oppressione africana nella storia contemporanea

Il colonialismo è una macchia storica infame in capo a chi l’ha perpetrata per secoli, purtroppo l’oppressione economica in Africa, da parte dei paesi occidentali, continua a esistere ancora oggi. Ci sono molti paesi africani costretti a pagare una tassa coloniale alla Francia che per questo, continua a prosperare sulle spalle di paesi poveri africani contando su introiti pari a circa 500 miliardi di dollari ogni anno.
Questa forma di tassazione è oltraggiosa, priva di fondi economici quei popoli che per loro sono più che necessari. Non solo, ma aggrava altresì il debito pubblico del paese. Ma gli svantaggi sono anche peggiori, oltre a essere un peso economico, i mali del colonialismo costringe intere popolazioni a un’interminabile schiavitù del debito, il che risulta devastante per la dignità e l’identità del popolo africano.

Guinea: un’indipendenza mai realizzata appieno

Nel 1958, quando la Guinea chiese l’indipendenza dal dominio coloniale francese, i francesi scatenarono una furia inumana. Causarono più di tremila morti e costrinsero migliaia di guineani a lasciare il paese, perdendo così le loro proprietà che vennero tutte saccheggiate dai francesi prima di ritirarsi. Inoltre, quel che non poteva essere depredato è stato distrutto: scuole, asili, edifici della pubblica amministrazione, automobili, libri, medicine, istituti di ricerca, e molto altro. Persino le macchine agricole, come i trattori, vennero distrutti o sabotati mentre furono sterminati animali e il cibo, stivato nei magazzini, venne o bruciato o avvelenato.
Fu una catastrofe per quel popolo, al pari di un genocidio. Mai nessuno condannò la Francia per questo, anzi, il colonialismo francese perdura attualmente.
La Guinea, distrutta dai francesi solo perché aveva ‘osato’ chiedere l’indipendenza, si trovò di fronte una sola alternativa, cioè quella di pagare una tassa alla Francia.

Il Togo ai tempi di De Gaulle

Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, per porre fine alla colonizzazione francese, firmò un patto con il presidente De Gaulle accettando di pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti “benefici della colonizzazione francese”. Questo patto ha impedito che i francesi distruggessero il paese, come prima era avvenuto in Guinea. L’importo richiesto e ottenuto dalla Francia era enorme, tanto che il cosiddetto “debito coloniale” era pari al 40% del bilancio del paese nel 1963.
Il sogno di Olympio, che rimase tale, era quello di costruire uno Stato indipendente e autosufficiente, ma i francesi avevano ormai ipotecato l’intero loro futuro.

La Legione Straniera e i colpi di stato

La storia ha dimostrato che, nonostante anni di lotta africana per liberarsi dagli oppressori, la Francia ha ripetutamente usato molti legionari per organizzare ed effettuare colpi di stato contro i presidenti democraticamente eletti. Ciò ha incluso Jean-Bedel Bokassa che assassinò David Dacko, il primo Presidente della Repubblica Centrafricana.
Negli ultimi cinquanta anni si contano un totale di ben 67 colpi di stato verificatisi in 26 paesi africani, di questi 16 sono ex colonie francesi. Ciò indica che la Francia ha continuamente cercato il modo di accaparrarsi il controllo, e la loro ‘povera’ ricchezza, di molti paesi africani.

Tasse coloniali per miliardi

Ma non è solo la Guinea o il Togo ad avere questo fardello, bensì, si badi bene, in tutto sono 14 i paesi africani dove tuttora viene applicata una tassazione da parte dei francesi.
franciafricaA gennaio 2014, 14 paesi africani sono obbligati dalla Francia, attraverso un patto coloniale, di pagare tasse pari all’85% delle loro riserve valutarie. Queste tassazioni vengono eseguite sotto il diretto controllo da parte della banca centrale francese e del ministero delle Finanze. Gli importi di questa tassazione vengono stimati in 500 miliardi di dollari ogni anno. I leader africani che rifiutano di pagare o sono stati uccisi o si sono ritrovati vittime di colpi di stato. I capi di stato che obbediscono vengono sostenuti politicamente e ricompensati dalla Francia, garantendo loro uno stile di vita sontuoso, mentre il loro popolo sopporta condizioni di estrema povertà e disperazione.
I patti di colonizzazione francese prevedono, a partire dal 1950, che i paesi africani devono depositare le loro riserve monetarie nazionali alla banca centrale della Francia. Negli anni la Francia ha continuato a trattenere le riserve nazionali di questi quattordici paesi africani: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e il Gabon.
La Francia consente loro di accedere solo al 15% del denaro ogni anno. Se hanno bisogno di più risorse, nessun problema, la Francia li ‘agevola’ in questo: presta loro il denaro extra necessario, da parte del Tesoro francese, applicando i normali ‘tassi commerciali’.
La Francia ha quindi indebitato e schiavizzato gli africani, appropriandosi di ogni ricchezza dell’Africa. Il cosiddetto sventurato ‘Terzo Mondo’, in realtà tanto povero non era. Ora quella popolazione fugge dalla carestia per raggiungere un’Europa ricca, senza pensare che molti paesi europei dove sono diretti, hanno determinato la carestia africana arricchendosi ancora oggi appropriandosi delle loro ricchezze.

Quindi, la prossima volta che sentiamo dire in TV che i migranti africani fuggono dalla carestia, pensiamo anche alla Francia.

Preso da: http://altritempi.info/limpero-colonialista-francese-in-africa/

Ucraina: la costituzione di uno stato ultranazionalista nel cuore dell’Europa

Un ottimo documentario pubblicato da VOXKOMM https://www.youtube.com/watch?v=l8HXoZwfp6o&bpctr=1542738812&fbclid=IwAR2D6EYUwZm1xFfZ_wfJggPzRPA7KSmDcqr1ZvCQ2AJbGBKvJFkCYsg34dE  ha messo in risalto le responsabilità degli imperialismi USA ed UE nel sostegno alle forze neonaziste ucraine con l’obiettivo (cito testualmente): ‘’La costituzione di uno Stato ultranazionalista nel cuore d’Europa’’ 1. Il tutto rappresenta ‘’una base di supporto e di addestramento per l’estrema destra di tutto il mondo ’’, operazione di sciacallaggio a cui hanno partecipato, spalleggiati dalla intelligence corrotta, anche i neofascisti italiani, con la presenza di Francesco Fontana, manutengolo del guru Gabriele Adinolfi e dello stragista Stefano delle Chiaie. L’organizzazione CasaPound si è confermata parte di una internazionale della criminalità organizzata, tollerata purtroppo aldilà di ogni limite legale. Su questi argomenti si è scritto in abbondanza (giustamente), la pecca, dal punto di vista dell’analisi inerisce al, troppe volte sottovalutato, ruolo di Israele nella costruzione di un regime ultranazionalista, baluardo del neocolonialismo occidentale in funzione antirussa. La presenza israeliana nel golpe ucraino e nei pogrom anti-russi è un elemento, a dir poco, decisivo.
Il canale russo Sputnik riporta lo sforzo di quaranta attivisti israeliani i quali si sono rivolti alle autorità giudiziaria per chiedere la fine delle esportazioni di armi al regime di Kiev: “Un gruppo di oltre 40 attivisti per i diritti umani ha presentato un esposto alla Corte Suprema, chiedendo lo stop alle esportazioni di armi israeliane verso l’Ucraina. Sostengono che le armi vengono usate da forze che elogiano apertamente l’ideologia neonazista,” — scrive Haaretz; “Sebbene queste armi siano ora puntate contro i russi, occorre tener conto della significativa probabilità che in futuro vengano utilizzate verso altri obiettivi, compresi attacchi ai membri delle minoranze in questo Paese”, si legge nell’esposto degli attivisti 2. La parte finale del testo mi sembra eloquente, rileggiamo: ‘’occorre tener conto della significativa probabilità che in futuro vengano utilizzate verso altri obiettivi, compresi attacchi ai membri delle minoranze in questo Paese’’. Tutto ciò potebbe lasciar presupporre un giro – illegale – di armi dai neonazisti ucraini ai coloni sionisti, con tanto di gemellaggio fra le due destre radicali: quella ucraina (nazifascista) e quella ebraica (sionista).

Uno squadrista di Settore Destro insieme ad una sostenitrice di Israele

La propaganda del Battaglione Azov mostra fucili Tavor, dalla licenza israeliana, nelle mani dei nazisti antisemiti di Settore Destro, malgrado le proteste dei pacifisti israeliani. Il governo israeliano trama sulla pelle degli ebrei anti-militaristi, appoggiando ‘’una base di supporto e di addestramento per l’estrema destra di tutto il mondo ’’, una estrema destra più nazista che fascista del tutto subalterna e funzionale alla geopolitica americana. La questione è diventata di pubblico dominio grazie ai giornalisti di The Electonic Intifada, quindi Asa Winstanley ha documentato come: ‘’La propaganda online di Azov Battalion mostra fucili Tavor dalla licenza israeliana nelle mani del gruppo fascista, mentre attivisti israeliani per i diritti umani protestavano contro le vendite di armi all’Ucraina che finirebbero alle milizie antisemite. In una lettera “sulle licenze per l’Ucraina” ottenuta da The Electronic Intifada, l’agenzia per le esportazioni di armi del ministero della Difesa israeliano afferma di “prestare attenzione alle licenze” agli esportatori di armi “in pieno coordinamento col ministero degli Esteri ed altre entità governative” 3. Sionismo e neofascismo hanno un orizzonte strategico comune, non si tratta di mera tattica politica. L’analista Max Blumenthal ha documentato, in modo estremamente dettagliato, l’antisemitismo dei golpisti ucraini: ‘’Secondo The Telegraph, Biletskij nel 2014 scrisse che “la missione storica della nostra nazione in questo momento critico è guidare le razze bianche del mondo in un’ultima crociata per la sopravvivenza. Una crociata contro gli untermenschen guidati dai semiti”. In un campo di addestramento militare per bambini l’anno scorso The Guardian notò diversi istruttori Azov con tatuaggi nazisti e razzisti, tra cui svastiche, il teschio delle SS e la scritta “White Pride”. Un miliziano di Azov spiegava a The Guardian che combatte la Russia perché “Putin è ebreo”. Parlando con The Telegraph, un altro elogiava Adolf Hitler, dicendo che l’omosessualità è una “malattia mentale” e la dimensione dell’Olocausto “è una grave domanda”’’. Ciononostante, Biletskij (fondatore del Battaglione Azov) riconosce al sionismo il merito di essersi “impegnato a ripristinare l’onore della razza bianca”, promulgando leggi che vietano di ‘‘mescolare le razze’’. Non soltanto gli USA, la Gran Bretagna e la UE, anche Israele è ossessionata dalla russofobia al punto da finanziare una ondata antisemita mondiale. I fascisti antisemiti italiani, a partire proprio da CasaPound, hanno legami di qualche tipo con il MOSSAD israeliano?

Grande Israele o Grande Khazaria?
Il giornale israeliano The Times of Israel, giornale di centro-sinistra con diversi giornalisti fuoriusciti da Haaretz, pubblicò nel 2014 un importante documento che rivela il sogno dell’estrema destra ebraica: ricostituire il Regno della Khazaria contro la Russia ortodossa.
Che cos’è la Khazaria? Ce lo spiega lo storico della sinistra ebraica (critica verso il sionismo), Shlomo Sand: ‘’Questo impero medievale dimenticato occupava un’area enorme, dal Volga alla Crimea e dal Don all’attuale Uzbekistan. Scomparve dalla Storia nel secolo XIII quando i Mongoli invasero l’Europa distruggendo tutto al loro passaggio. Migliaia di Khazari, fuggendo dalle orde di Batu Khan, si dispersero nell’Europa Orientale. La loro eredità culturale fu insperata’’ 4. Per altri storici come Marc Bloch ed Arthur Koestler i khazari vanno identificati con gli aschenaziti le cui comunità, differenziandosi dai sefarditi, ebbero un ruolo determinante nella pulizia etnica della Palestina storica. In questo modo, il sionismo aschenazita ha deturpato la storia ebraica spingendo le comunità giudaiche dell’est Europa su posizioni politiche intolleranti e proto-coloniali. Diversi studiosi – come ad esempio James Petras – definiscono lo Stato d’Israele uno Stato neofascista, alludendo a questa (triste) parabola.
Per il giornalista Wayne Madsen, Israele vorrebbe costituire uno Stato neo-ebraico, o meglio neo-sionista, nel cuore dell’Europa 5 e ideologicamente russofobo. Un progetto che cammina parallelamente alla sovversione neofascista sostenuta da USA ed UE. Ancora una volta, imperialismo e fondamentalismo religioso (evangelico e sionista) mettono a repentaglio la pace nel mondo. Un piano eversivo destinato, vista la portata della Resistenza filo-russa, al fallimento. Un fallimento che potrebbe portare ad un declino del mondo unipolare a dominio USA. La russofobia è una “malattia” dalle radici antiche che ha sempre portato conseguenze nefaste, come la storia insegna.

https://www.youtube.com/watch?v=l8HXoZwfp6o&fbclid=IwAR1iMnKhLetaNsiKpipd9k-I8z-DlrAAmhgMp_TW4fqfYQagTSYrhIWPezU&bpctr=1542904084
https://it.sputniknews.com/mondo/201807096216024-neonazismo-Azov-paramilitari-diritti-umani-Donbass/?fbclid=IwAR0wUWitwf7MSvKN1Ajsgmfg42K4CYF0qXx5aeePmgKmRM8N05Jx_sNbLsA
http://aurorasito.altervista.org/?p=1361&fbclid=IwAR0mCJXtUdxmMhEu-wFQ_ikRg6uLIdkaYuxdnZBmKfaz8UWPGcZHANRGsw4
http://unmondoimpossibile.blogspot.com/2016/06/linvenzione-del-popolo-ebraico-di.html
https://www.strategic-culture.org/news/2014/12/03/israel-secret-plan-for-second-israel-in-ukraine.html?fbclid=IwAR1_4gm4EyyzwdAg8jHs1pVdh5oifiell7l9dk0vr-LjG6vo3GAYZqgKF44

La Germania ha guadagnato miliardi dalla crisi che distrutto la Grecia

22 giugno 2018. Lorenzo Vita.
** FILE ** A Euro sculpture is seen in the autumnal sun in front of the European Central Bank ECB building, rear, in Frankfurt, Germany, in this Sept. 24, 2007 file picture. The European Central Bank, along with the U.S. Federal Reserve and others, plans to offer billions in short-term credit to banks in Europe to meet their demand for dollars amid tense financial markets. (AP Photo/Bernd Kammerer)
La Germania ha guadagnato miliardi dalla crisi che ha colpito la Grecia e che ha portato il popolo greco nel baratro dell’indigenza. A rivelarlo non sono movimenti euroscettici, né leader populisti né governi antitedeschi, ma direttamente il governo di Berlino, in risposta a un’interrogazione parlamentare promossa dai Verdi.
Da quanto si è potuto comprendere, le casse della Germania hanno guadagnato circa 2.9 miliardi di euro come conseguenza indiretta della crisi greca. Guadagni scaturiti, in gran parte, come risultato del programma di acquisto di titoli di debito greci da parte della Banca centrale europea.
Il meccanismo funziona così. Dal 2010 la Germania ha acquistato obbligazioni di Atene come parte di un accordo dell’Unione europea per sostenere l’economia greca. Le obbligazioni furono acquistate dalla Bundesbank e poi trasferite al tesoro statale.

L’accordo originale tra Berlino e Atene prevedeva che qualsiasi interesse guadagnato sulle obbligazioni sarebbe stato restituito alla Grecia quando avrebbe adempiuto ai suoi obblighi sulle riforme. Solo che è successo qualcosa che ha cambiato sensibilmente le carte in tavola.
Fino al 2017, la Bundesbank aveva guadagnato utili su quegli interessi pari a 3.4 miliardi di euro. Ma ne ha trasferiti molti di meno alla Grecia. 527 milioni nel 2013 e 387 milioni nel 2014, lasciando un utile di 2 miliardi e mezzo. A questi, si devono poi aggiungere 400 milioni di interessi maturati grazie a un prestito della KfW Bankengruppe (KfW), la Banca per lo sviluppo.
Dati che hanno provocato la rabbia dei Verdi, i quali da sempre chiedono alla Germania di allentare la morsa sul debito greco come gesto per far ripartire l’economia di Atene. “La Germania ha tratto notevoli benefici dalla crisi greca, non è accettabile che il governo consolidi il bilancio tedesco con i benefici della crisi greca”, ha detto il portavoce del gruppo parlamentare verde Sven-Christian Kindler.
Secondo Kindler, i greci hanno mantenuto le loro promesse sulle riforme facendo tagli dolorosissimi, ma “ora è il momento del gruppo euro di mantenere le sue promesse”. Ed è un attacco rivolto soprattutto alla Germania che, insieme ad altri Paesi dell’Europa settentrionale, ha sempre voluto mantenere il pugno duro nei confronti della Grecia.
Ieri, i ministri dell’eurozona hanno finalmente dato il via libera all’atteso taglio del debito pubblico greco. Il governo ellenico è stato “promosso”. Atene ha fatto quello che doveva fare, con 88 riforme sanguinose che l’Europa ha ritenuto necessarie per completare il piano di aiuto ai creditori. L’Ue sborserà l’ultima tranche di prestiti di circa 15 miliardi ed è stato esteso di 10 anni il termine per la scadenza dei prestiti.
“Questo è un momento storico per la Grecia e per l’Eurozona”, ha detto il commissario agli affari economici Pierre Moscovici. Sì, ma a quale prezzo? Come ricordato su questa testata, dal 2010 ad oggi “il potere d’acquisto è crollato del 24%, il 21,2% della popolazione, certifica Eurostat, vive in estrema povertà, il doppio del 2008. Lo scorso anno 130 mila persone, il 333% in più del 2013 hanno rinunciato alle eredità lasciate dai parenti perché non avevano i soldi per pagare le tasse”.
Alexis Tsipras non può certo cantare vittoria. Può solo sommessamente dire grazie ai suoi creditori, così come il popolo greco può provare a pensare di nuovo a un futuro di speranza. Ma i guadagni, cinici, della Germania sul debito greco dimostrano, ancora una volta, di cosa sia fatta questa Unione europea.

Fare cassa su un popolo affamato, per giunta alleato e partner di un’Unione come quella europea, dimostra che  l’Europa germanocentrica non è una realtà del mondo populista, ma uno scoglio per chiunque possa pensare a una Ue diversa. La Grecia, al collasso, che ha bisogno di soldi più di chiunque altro, vede il Paese economicamente più forte lucrare sul suo debito: lo stesso per cui sono morte persone, attività e imprese.

Preso da: http://www.occhidellaguerra.it/germania-crisi-grecia/

I numeri del tracollo della Grecia: così è stata distrutta dall’austerità

31 agosto 2018

Il 20 agosto scorso Alexis Tsipras ha scelto un riferimento omerico per celebrare la fine del programma di aiuti internazionali alla Grecia, dichiarando da Itaca che per il Paese era finita “la sua Odissea moderna”. Novello Ulisse, Tsipras deve probabilmente aver mangiato, al contrario del suo predecessore letterario, il frutto dell’oblio dei Lotofagi per arrivare a rivendicare un risultato tanto importante. La verità è che per la grande maggioranza della popolazione greca la data del 20 agosto non ha significato nulla di particolare, dopo otto anni di austerità che hanno letteralmente sconvolto il tessuto economico e sociale del Paese sulla scia di politiche restrittive imposte a uno Stato che non aveva una costituzione tale da sopportarla senza effetti traumatici.
Infografica di Alberto Bellotto

Infografica di Alberto Bellotto

Né possono apparire consolanti le dichiarazioni del portavoce di Tsipras, riportate da Agenzia Nova, secondo il quale la Grecia “sta tornando ad avere la piena sovranità economica” e non dovrà operare nuovi tagli alle pensioni, che del resto non avrebbero potuto incidere in maniera notevole visto che i precedenti hanno eroso fino al 70% gli assegni e, dal 2021 in avanti, un neopensionato su due riceverà 550 euro al mese.
I dati sulle pensioni sono solo l’inizio: i numeri del mattatoio economico che ha sconvolto la Grecia, a cui si è unita la massiccia svendita di asset pubblici di cui ha scritto Lorenzo Vita su Gli Occhi della Guerraparlano di un disastro sociale senza precedenti per un Paese oramai letteralmente a pezzi.

La macelleria sociale non allevia il debito della Grecia

L’austerità ha colpito la Grecia principalmente attraverso i tagli massicci alla spesa pubblica, alla prevenzione sociale e all’assistenza alle fasce più deboli della popolazione imposti dai vari memorandum a cui anche Tsipras, eletto con promesse di riscossa e orgoglio nazionale, si è prontamente chinato.
La Grecia, negli ultimi anni, ha registrato gli avanzi primari nel saldo tra entrate e uscite dello Stato più alti d’Europa, pari al 3,9% del Pil nel 2016 e al 4% (7,08 miliardi di euro) nel 2017. In assenza di manovre espansive per favorire la crescita, il solo avanzo primario non contribuisce affatto alla stabilità del debito pubblico, che anzi nel suo rapporto col Pil è notevolmente peggiorato nell’ultimo decennio, dato che il rapporto per la Grecia è passato dal 109,4% del 2008 al 180,8% del 2016.
Meno settore pubblico ha significato, per la Grecia meno investimenti strategici: come segnala Formiche, il Paese non è ancora in grado di coprire i 100 miliardi di deficit di investimenti creati cumulativamente nel periodo tra il 2009 e il 2017. In particolare la Grecia ha perso 16 posizioni nel World Economic Forum – Competitiveness Index nel periodo 2008-2016: è al 28esimo posto rispetto ai 28 Paesi dell’Ue. Inoltre ha perso sei posizioni nell’indice Doing Business della Banca Mondiale nel 2016/2017, mentre è al 27esimo posto tra i 28 paesi dell’Ue. Rigorosa nei suoi conti e nella sua ortodossia neoliberista, la Grecia ha pagato tutte le conseguenze della macelleria sociale nella maniera più grave.

Più che un’Odissea, quella della Grecia è un’ordalia

La Grecia ha impegnato tutta sé stessa nel programma di risanamento: in cambio di un alleviamento della quota di interessi dovuti ai creditori (principalmente istituti finanziari franco-tedeschi) e di un ridimensionamento del suo spread, Atene si è impegnata a spalmare il rimborso dei suoi debiti su un lasso di tempo smodatamente lungo, destinato a protrarsi fino al 2060. Mettere preventivamente in conto quarant’anni di ulteriore austerità significa abdicare a ciò che resta della sovranità politica ed economica del Paese.
L’obiettivo dell’Unione europea è il raggiungimento, entro quell’anno, della quota del 100% del rapporto debito-Pil. Più che un’Odissea, la Grecia è attesa da una vera e propria ordalia del fuoco, come segnala Bloomberg.
“Le proiezioni dell’Ue implicano un pensiero estremamente ottimistico”, si legge su un articolo della testata d’informazione finanziaria ripreso da Voci dall’Estero. “Per esempio, assumono un livello di austerità impossibile: la Grecia deve realizzare un avanzo primario di bilancio (al netto degli interessi) del 3,4% del Pil per un decennio, e poi del 2,2% fino all’anno 2060 – qualcosa che nessun paese dell’area dell’euro con una così  precaria storia economica ha mai fatto. Ridimensionando queste proiezioni a un soltanto improbabile 2 per cento e poi 1 per cento, e usando le stime di crescita e di tasso d’interesse del Fondo monetario internazionale, si ha un quadro molto diverso”, che vede il rapporto sfiorare il 300%.

Infografica di Alberto Bellotto

Infografica di Alberto Bellotto

“Anche in uno scenario ottimistico, la Grecia dovrà prendere in prestito centinaia di miliardi di euro dagli investitori privati ​​per pagare i suoi creditori ufficiali. Se quegli investitori penseranno che i debiti del governo sono fuori controllo, saranno costretti a ritirarsi – e i leader europei dovranno affrontare un’altra crisi greca”, che potrebbe essere prevenuta solo con un ragionevole condono di quote importanti del debito di Atene. Anche perché, sul lungo periodo, la somma della crisi economica all’avanzante inverno demografico che attende il Paese potrebbe rendere ancora più complessa qualsiasi speranza di ripresa.

L’errore del moltiplicatore

Si vuole imporre alla Grecia di proseguire su una strada che si è dimostrata errata sin dalle prime battute, tanto che il Fondo monetario internazionale ha di recente segnalato le valutazioni sbagliate condotte nel 2010 in occasione della scrittura del primo programma di assistenza strutturale ad Atene.
In particolare, l’Fmi aveva imposto a 0,5 il cosiddetto moltiplicatore fiscale che, come si può leggere sul blog di Alberto Bagnai, “esprime l’impatto che una manovra di spesa pubblica avrà sul Pil. Moltiplicatore di 0.5 significa che un aumento di spesa pubblica di un euro incrementa il Pil di 0.5 euro, e naturalmente (moltiplicando per meno uno), che una diminuzione di spesa pubblica di un euro decrementa il Pil di 0.5 euro”. Nella realtà, il moltiplicatore per la Grecia si è dimostrato essere addirittura triplo, come confermato da un crollo del Pil superiore al 25%.
I motivi politici della palese sottostima del moltiplicatore greco da parte del Fmi sono, per Bagnai, evidenti: “Era essenziale insufflare l’idea che i tagli non avrebbero danneggiato ‘troppo’ l’economia greca”, contro ogni evidenza reale. Secondo un disegno che ora si vorrebbe applicare nei decenni a venire.

Redditi a picco, meno sicurezza, meno imposte

Di sicuro la Grecia non può affidare la propria ripartenza ai consumi, a causa dell’erosione subita dal potere d’acquisto (-28% dal 2008) e del deficit di spese private e gettito fiscale per l’ancora elevato livello della disoccupazione, scesa sì di sette punti percentuali rispetto al picco del 2013 (27%) ma ancora circa otto punti sopra rispetto al 2010, come segnala Il Giornale.
Di fatto, sono inoltre stati smantellati gli ammortizzatori sociali: chi è senza un posto da tempo incassa appena il 7% di quanto percepiva prima del licenziamento contro il 55% garantito nella Repubblica ceca e il 68% in Lussemburgo. E chi un lavoro ancora ce l’ha, deve far fronte alla mannaia delle tasse, il 40% su uno stipendio medio mensile di 900 euro, contro il 14% versato dai contribuenti in Irlanda.
Non c’è luce in fondo al tunnel greco: dalle privatizzazioni a raffica al crollo dei prezzi degli asset, il Paese ha recuperato attrattività per gli investimenti proprio grazie alla precarietà delle condizioni del suo sistema economico e della sua società, afflitta dalla piaga di lavori precari e sottopagati: la modesta crescita economica è imputabile soprattutto alla ripresa del turismo e alle esportazioni, ma porta poche briciole nelle tasche di cittadini impoveriti dal dissesto sistemico del Paese.

In Grecia, ha scritto Martina Castigliani sul Fatto Quotidiano, “c’è la guerra. […] ce l’ha portata la troika, Bruxelles, Alexis Tsipras. Ce l’hanno portata gli uomini. Le città sono fortini di resistenza: centri di normalità fanno ombra a strade di periferie abbandonate dove si lotta per l’aria e per il pane”. Un’Odissea senza fine, nonostante i proclami del primo ministro.

Preso da: http://www.occhidellaguerra.it/i-numeri-del-tracollo-della-grecia-distrutta-dallausterita/

I frutti della Troika sulla Grecia: Hiv, disturbi mentali e suicidi

10 novembre 2018.
TOPSHOT - Tourists take pictures of slogans on a wall in central Athens, on August 18, 2018. - On August 20, Greece's third and final bailout officially ends after years of hugely unpopular and stinging austerity measures. The economy is growing slowly, and unemployment fell to below 20 percent in May for the first time since 2011. (Photo by LOUISA GOULIAMAKI / AFP)
La crisi greca esplode nel 2009: all’epoca come primo ministro si è appena insediato George Papandreou del Pasok, figlio di Andreas che risulta capo dell’esecutivo tra gli anni  Ottanta e Novanta e protagonista della vita politica successiva alla caduta dei colonnelli. In quei drammatici mesi dell’autunno del 2009, scoppia la “bolla”. Il governo dichiara di aver trovato bilanci falsificati, di conseguenza il debito appare molto più grave di quanto fino a quel momento si pensa. E già, come dimostrano le due elezioni anticipate in tre anni vissute dal paese e le tensioni sociali scoppiate ad Atene nel dicembre 2008, la situazione in Grecia non sembra rosea di suo prima degli annunci sul deficit da parte di Papandreou. A quel punto scattano i piani della cosiddetta “troika”: Ue, Fmi e Bce impongono riforme radicali alla Grecia, in cambio di prestiti per un valore di miliardi di Euro. È l’inizio del caos.

Il rapporto del Consiglio d’Europa

Quello che avviene da allora è sotto gli occhi di tutti. Vengono imposti piani di austerità che prevedono tagli enormi nella spesa pubblica. Per un paese già in recessione è una mazzata micidiale. Crolla il potere d’acquisto, crolla il commercio, ad Atene molti negozi sono costretti alla chiusura, la Grecia va subito in ginocchio. Vengono licenziati diversi impiegati pubblici, viene tagliato lo stipendio a chi rimane, anche nel privato i salari crollano. Per non parlare poi delle privatizzazioni dei servizi e dei settori più importanti dell’economia ancora in mano allo Stato. A livello politico questo comporta il crollo dei due principali partiti, ossia Pasok di centro sinistra e Nuova Democrazia di centro destra, e la vittoria nel 2015 della sinistra radicale con Tsipras. Nel luglio di quell’anno un referendum boccia l’ennesimo piano di austerità, migliaia di greci festeggiano in piazza il risultato e sembra preludio dell’uscita di Atene dall’Euro. Ma in realtà un nuovo piano, molto simile a quello bocciato, viene poi approvato ed il paese continua con le sue sofferenze.
La domanda di tanti in Europa in questi anni è: qual è la situazione reale in Grecia? Il paese è per davvero così disastrato oppure ci sono alcuni segnali positivi? Per rispondere, nei primi mesi del 2018 viene attivata la commissione diritti umani del Consiglio d’Europa. L’Ente, nonostante il nome, nulla ha a che vedere con Bruxelles e le istituzioni comunitarie: si tratta di un organismo che valuta il rispetto dei valori e dei diritti umani nel vecchio continente. A capo di questa commissione vi è Dunja Mijatović, la quale fino allo scorso 4 giugno assieme ai suoi colleghi gira la Grecia in lungo ed in largo per vedere in che situazione vive la popolazione. Pochi giorni fa vi è la pubblicazione del rapporto. I dati che emergono sono allarmanti: sanità al collasso, istruzione non più garantita, tasso di suicidi aumentato del 40%, numero dei senzatetto quadruplicato dal 2008 al 2016. È lo specchio di un paese devastato, colpito, con una società che vive un momento paragonabile a quello del periodo bellico. In poche parole, la risposta alle domande sopra poste è drammaticamente semplice: la Grecia è in ginocchio. 

Sanità ed istruzione elementi non garantiti

Il popolo greco viene descritto come estremamente depresso, insicuro e sotto stress. Gente che prima del 2008 non ha mai manifestato segni di squilibrio mentale, si ritrova a convivere con patologie tali da costringere spesso le autorità al trattamento obbligatorio. Ci sono giovani che non hanno nemmeno i soldi per emigrare, padri di famiglia passati in pochi anni dalla classe media a non avere più nulla, nemmeno cibo per i propri figli. Ci sono anche donne costrette a prostituirsi per poter sopravvivere, quartieri nelle grandi città diventati estremamente degradati. Ma ci sono poi altri dati che rendono la situazione ancora più agghiacciante. Il consiglio d’Europa riscontra infatti casi di Hiv e tubercolosi in grande aumento. Sembra quasi essenziale a questo punto specificare che tale reportage della commissione non proviene da un paese del terzo mondo, bensì da uno appartenente all’Eurozona. La Grecia fino al 2004 ospita le Olimpiadi, costruisce centri commerciali, si illude di essere a pieno titolo tra i paesi più avanzati. Ma adesso si riscopre terribilmente surclassata dalle imposizioni della troika. Ed impossibilitata a guardare al futuro con ottimismo.
Questo perché la stessa istruzione appare non garantita. I fondi destinati a questo settore sono quelli che risultano tra i più colpiti dall’ascia e dalla scure dei piani di austerità. Molti insegnanti sono stati licenziati o messi in pre pensionamento, chi è riuscito a rimanere all’interno del mondo della scuola deve fare turni più lunghi con paghe molto più misere. La qualità dell’istruzione, si legge nel rapporto, appare incredibilmente compromessa. E la stessa cosa si può dire della sanità. I fondi destinati al servizio sanitario nazionale sono diminuiti almeno del 50% dal 2009. Molti ospedali sono chiusi, in tanti mancano le medicine. Diversi pazienti affetti da tipologie gravi rischiano di non potersi curare perchè non più coperti dal sistema sanitario oppure perché impossibilitati a raggiungere gli unici centri di eccellenza rimasti nelle grandi città. In Grecia il senso di umanità e solidarietà tanto propagandato dall’Europa, quella di Bruxelles e Francoforte, si è perso da tempo. I piani di austerità sono finiti, ma non c’è un elemento da cui poter ricominciare. Tabula rasa, deserto economico: ecco la Grecia post troika. E non è un caso che ad attivarsi sia proprio la commissione sui diritti umani del Consiglio d’Europa. Quel che è stato compiuto in questi anni non è solo una questione economica ma, per l’appunto, coinvolge i basilari principi dei diritti dell’uomo.

Preso da: http://www.occhidellaguerra.it/l-allarme-del-consiglio-d-europa-grecia-al-collasso/

I ricordi del giovane Chávez. Intervista a Hugo Rafael Chávez Terán

di Geraldina Colotti
I ricordi del giovane Chávez. Intervista a Hugo Rafael Chávez Terán
Per i venezuelani, Chávez non è morto, “si è moltiplicato”, perché ha lasciato la sua impronta nella storia, in quella storia che lo ha “assorbito” fino all’ultimo istante della vita: “la storia mi assorbirà”, disse infatti, con il suo tipico gusto per la battuta, nel libro-intervista Chávez, mi primera vida, di Ignacio Ramonet parafrasando la frase di Fidel Castro: “La storia mi assolverà”.

E così, ogni tanto qualcuno scopre un suo sosia in qualche angolo del Venezuela, com’è accaduto qualche giorno fa. Ma quello che ci viene incontro nella piazza Bolivar – un Chávez con trent’anni di meno -, non è un effetto del sole o del cocuy, ma un ragazzo che al “Comandante eterno” assomiglia davvero tanto. Si tratta del nipote, Hugo Rafael Chávez Terán, sociologo, giovane quadro del Partito Socialista Unito del Venezuela, eletto dalla base come delegato al IV Congresso, e membro di diritto per età al terzo congresso dei giovani, JPSUV.

Hugo Rafael è figlio di Narciso Antonio Chávez (detto “Nacho”), terzogenito di Doña Elena. Lo incontriamo insieme al giornalista Ezequiel Suarez, nell’ambito del suo progetto audio-visivo “Chávez de cerquita”, che raccoglie aneddoti e testimonianze dell’”arañero di Sabaneta”.

Quanto ha contato nel tuo percorso politico la figura del Comandante?

Moltissimo. Sono cresciuto ascoltando la sua voce. Mia madre racconta che, a quattro anni, dopo aver sentito un suo discorso alla radio salivo sul tavolo e catturavo l’attenzione dei parenti cercando di imitarne il tono e le parole: “Ascoltatemi, ascoltatemi. In quell’aeroplano di ritorno…”. Ho cominciato a far politica per realizzare il suo sogno, per l’impegno che tutti noi abbiamo preso di dare la vita per il suo sogno. Quando veniva a trovarci, era come vedere la stella più grande, abbracciarlo, chiedere la benedizione come è costume dalle nostre parti, riceverla, ricevere il bacio e i consigli erano momenti unici. Nella crisi della preadolescenza riusciva sempre a tirarti su il morale, era il combustibile che ti riempiva l’anima. Durante le feste, trovava sempre modo di passare un po’ di tempo con la famiglia, e per i bambini c’era sempre un sorriso e un gesto affettuoso. Ma spesso doveva ripartire subito, ricordo una volta che se ne andò dopo il brindisi di mezzanotte, stava partendo per il Brasile. Quel suo impegno totale mi ha coinvolto fin da piccolo. Mi sono reso conto che la vita non ci appartiene, che dev’essere messa al servizio di un ideale collettivo. Per questo facciamo le cose con passione, con umiltà, per questo la fatica non pesa, per questo le difficoltà non ci piegano. “Quando non sarò più qui – ci ha detto – cercatemi negli occhi dei bambini poveri”. Per questo, ora che non è più con noi fisicamente, con il partito andiamo nelle comunità, amiamo risolvere i problemi, prenderli di petto, perché negli occhi del popolo ci sono quelli di Chávez.

Qual è il compito dei giovani in questo momento così difficile per il proceso bolivariano, quanto incidono i giovani quadri nelle decisioni politiche?

Il nostro compito è dare battaglia per la rivoluzione: casa per casa, con le radio, nelle piazze, informando e organizzando il popolo sulle ragioni e sulle responsabilità di questa complessa situazione, sulla natura della guerra non convenzionale scatenata contro il proceso bolivariano. Il nostro peggior nemico è la disinformazione e la gioventù sta giocando un ruolo importantissimo nella comunicazione. Siamo un popolo di guerrieri che non si lascia sottomettere. Siamo gli eredi del lancieri di Paez, dei Libertadores che cacciarono l’impero, con la coscienza che la libertà è l’unica via. Siamo giovani, ma abbiamo già fatto esperienza negli attacchi che la rivoluzione ha respinto. Chávez non ha arato nel mare. Ha lasciato un popolo cosciente e saggio e questa generazione, che lui chiamava la generazione d’oro perché sapeva che avremmo difeso la rivoluzione, non lo tradirà.

Quelli di Chávez sono stati gli anni dell’azzardo e dell’inventiva, come valuta quelli di oggi? Come valuta le decisioni prese dal governo Maduro con il piano di recupero economico? Pensa che ci sia il rischio di un ritorno indietro?

Come giovani, appoggiamo pienamente le misure varate dal presidente Nicolas Maduro.
Nel III Congresso della JPSUV, oltre 400 delegati, quadri giovani, hanno appoggiato il Piano di Recupero Crescita e Prosperità: perché sappiamo che cerca di stabilizzare l’economia, incentivare la produzione, dare maggior potere acquisitivo al popolo dopo il duro attacco che ha subito a causa della guerra economica. Sappiamo che la borghesia, l’imperialismo, non rimarranno a guardare e non possiamo lasciare solo il presidente. Ognuno deve fare la propria parte, a cominciare dal partito, per controllare il territorio, evitare che i commercianti speculino sul prezzo, accompagnare il popolo.
Durante le guarimbas, le destre hanno usato i giovani e distorto i loro simboli di rivolta per disorientare e confondere. Come avete contrastato quella strategia?
In quei periodi difficili abbiamo potuto vedere fino a che punto ha potuto spingersi la canaglia imperialista. La nostra battaglia, allora, è stata prima di tutto quella di resistere nella nostra trincea concreta e simbolica. L’ordine era quello di non cadere nelle provocazioni. Una nostra difesa avrebbe scatenato una guerra civile e la reazione dell’iperialismo. Invece non ci sono stati incidenti. Abbiamo informato con le reti sociali, con le radio comunitarie e alla fine quella parte di popolo che era stata confusa, si è resa conto di come stavano le cose.
I giovani che sono cresciuti in rivoluzione e che non hanno conosciuto la repressione della IV Repubblica sarebbero disposti a difendere il proceso bolivariano da un’aggressione armata? C’è questa consapevolezza?
Fra i giovani rivoluzionari, sì. Abbiamo piena coscienza di come agisce l’imperialismo Usa, ci stiamo preparando, siamo tutti miliziani disposti a dare la vita. Se l’impero commette l’errore di mettere i piedi sulla nostra terra, verrà umiliato e sconfitto. Siamo i discendenti di Zamora e dei Caribe, la tribù indigena più guerriera. Non ci lasciamo sottomettere. L’imperialismo andrebbe incontro a un nuovo Vietnam. Altri giovani, invece, non hanno consapevolezza della situazione. Ma il compito della gioventù del partito è quello di convincere, di andare casa per casa a spiegare quel che succede nei paesi capitalisti, cosa fa l’imperialismo ai paesi che non si sottomettono.

Durante la malattia di Chávez, le destre hanno diffuso ogni genere di speculazione, colpendo molte volte la sensibilità della famiglia e del suo popolo. Come hai vissuto quei mesi drammatici?

Abbiamo saputo che aveva un tumore come tutti: ascoltando il suo discorso poetico da Cuba. Mio padre viene e dice: c’è conferenza a reti unificate. Sapevamo che stava male ma non fino a quel punto.

Ricordo la faccia preoccupata di mio padre… E poi due anni di battaglia e i momenti in cui pensavamo che ce l’avrebbe fatta. Mio zio ha mandato a chiamare mio padre perché lo assistesse. Voleva un fratello vicino come assistente personale. Io vivevo a Caracas e ho vissuto momenti straordinari con lui, di tristezza ma anche di gioia. Siamo convinti che ce lo abbiano assassinato, tutti i migliori medici non si spiegano come quel tipo di tumore abbia potuto essere tanto aggressivo. In quei mesi, la destra manipolava l’informazione, si burlava di noi e del nostro dolore, ma tutto questo ci univa di più e ci rafforzava. Abbiamo imparato a conoscere di più questo popolo che lo ha accompagnato con una manifestazione gigantesca quando se n’è andato. Ero vicino al feretro, vedevo le donne che piangevano come se fosse il loro figlio, ringraziavano mia nonna, doña Elena. Chávez era di tutti, tutti i giovani come me sono suoi nipoti, sono i nipoti di doña Elena. Quando ha sentito arrivare la fine, Chávez ha voluto tornare a morire nel suo paese. Diceva sempre che il suo grande rimpianto era quello di non aver lasciato niente di scritto. Per questo, durante la veglia, Maduro è andato a portargli il Plan de la Patria dicendo: “Ecco il tuo Plan de la Patria, Comandante, quello che ci hai lasciato”. E quando usciremo vittoriosi da questa crisi, il popolo dirà: “Ecco, Comandante, questo è per te e grazie a te. Missione compiuta”. E ci abbracceremo.

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-i_ricordi_del_giovane_chvez_intervista_a_hugo_rafael_chvez_tern/5694_26012/

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Il Boom dei contractors in Africa

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L’Africa ha sempre rappresentato un teatro d’operazioni e banco di prova per mercenari e Compagnie Militari e di Sicurezza Private (PMSC). Negli ultimi mesi ed anni, però le loro gesta sono trapelate da ogni angolo del continente, a ritmi sempre più incalzanti.
Si pensi alla Nigeria e alla guerra contro Boko Haram, alla Libia e confronto tra milizie locali, all’antiterrorismo nel Sahel, agli addestratori russi in Repubblica Centrafricana e Sudan, cinesi per la “One Belt One Road” (la via della Seta), ai  tedeschi in Ruanda ed ucraini un po’ dappertutto.
Per concludere: Erik Prince, presumibilmente al servizio di ENI ed Exxonmobil in Mozambico (che però hanno smentito categoricamente). Questi alcuni dei tasselli dell’attuale “Scramble for Africa” privato – o meglio, ibrido.

Il ritorno dei sudafricani: caccia a Boko Haram
 Qualche settimana fa il capo di stato maggiore dell’esercito nigeriano, tenente generale Tukur Burat ha dichiarato che “la guerra terrestre contro Boko Haram è stata vinta.
 Gli ha fatto eco il presidente Buhari ringraziando le forze armate per aver sconfitto i jihadisti. Nonostante il nord-est del Paese sia ancora teatro di scontri, tali affermazioni sono state possibili grazie a contractors stranieri che hanno ribaltato le sorti del conflitto.
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Un gruppo di 100-300 tra sudafricani, britannici, indiani e di Paesi dell’Est – Georgia ed Ucraina –  inquadrati tra le fila della STTEP International Ltd di Eeben Barlow.
Ex ufficiale delle Forze Armate sudafricane Barlow è il fondatore di Executives Outcomes, una delle più famose compagnie militari privata di tutti i tempi.
Grazie alla loro consulenza, supporto e perfino intervento diretto l’Aeronautica nigeriana ha potuto martellare senza tregua il nemico. A terra, invece hanno operato convogli di una trentina di veicoli, in maniera indipendente dalle truppe di Abuja. E così, dopo continue débâcles governative, sono finalmente arrivati inaspettati e decisivi successi sul campo.

I russi: addestratori e pretoriani
 Particolarmente attivi in terra africana si sono rivelati i russi. Dai primi mesi dell’anno hanno preso possesso del palazzo di Berengo, Repubblica Centrafricana per addestrarvi gli effettivi del ricostituito esercito nazionale.
Il contingente russo sarebbe composto da 175 uomini di cui solo 5 membri delle forze armate. Gli altri apparterrebbero al Gruppo Wagner, PMC coinvolta nelle operazioni militari in Donbass e Siria ormai da anni.
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Il proprietario ed il comandante della Wagner, rispettivamente Yevgeny Prigozhin – soprannominato lo “chef” di Putin per le società di catering e gli stretti rapporti con il Cremlino – e Dmitry Utkin, ex ufficiale del GRU – servizi segreti militari – si sarebbero aggiudicati il contratto. Alla Wagner sarebbe stata affidata anche la protezione del presidente della Repubblica Centrafricana, Faustin-Archange Touadéra. Egli è infatti apparso in pubblico con un seguito di “guardie bianche”, oltre alle solite ruandesi affidategli dall’ONU.
Un dispositivo di quaranta operatori delle forze speciali russe oppure private. Valery Zakharov, presumibilmente anch’egli dell’entourage di Prigozhin, è stato inoltre nominato consigliere per la sicurezza nazionale di Touadéra. Nello specifico soprassederà i negoziati coi vari gruppi armati, sia alla ricerca di una soluzione pacifica, sia a garanzia dello sfruttamento delle risorse naturali.
A riprova delle proprie attività nel Paese, Prigozhin vi avrebbe registrato due società nel 2017: Lobaye Invest, compagnia mineraria controllata dalla pietroburghese M Invest – anch’essa di sua proprietà – e la PSC Sewa Security Service. Grazie ai suoi uomini sono riprese le estrazioni di diamanti, oro ed uranio.
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Da gennaio la Wagner opererebbe anche in Sudan. Secondo Stratfor, infatti anche il presidente Omar al-Bashir le avrebbe  affidato la protezione di diverse miniere, nonché incarichi di consulenza ai vertici delle forze armate impegnate contro il Sudan del Sud.
Per quanto riguarda la Libia, il The Sun ha in questi giorni rivelato la presenza di due basi russe nei pressi di Tobruk e Bengazi, sotto stretta vigilanza della Wagner che, nel Paese, aveva da tempo stabilito delle teste di ponte a supporto delle forze del generale Khalifa Haftar.
Tra il 2016 ed il 2017, la Reuters aveva già parlato di operazioni della PSC russa RSB-group: un centinaio di uomini tra sminatori e relativa scorta al servizio di Khalifa Haftar a Bengazi. I contractors russi avrebbero addestrato anche gli uomini del generale nella base egiziana di Sidi Barrani, a ridosso della frontiera libica.

Gruppo Wagner: Parlarne nuoce gravemente alla salute
Reporters e giornalisti stanno imparando che occuparsi di PMC russe può risultare mortale! Il primo a farne le spese Maksim Borodin, impegnato ad indagare sugli uomini della Wagner in Siria. Egli sarebbe “caduto” dal balcone del proprio appartamento di Ekaterinburg, ad aprile.
La porta chiusa dall’interno ha spinto le autorità a propendere sbrigativamente per un incidente o suicidio. Tuttavia, un amico ha rivelato di aver ricevuto una sua telefonata, il giorno prima di morire, in cui raccontava di aver trovato un uomo armato sul balcone ed altri appostati sulle scale. Borodin aveva successivamente ritrattato dicendo di essersi sbagliato e che quegli uomini stavano partecipando ad un’esercitazione.
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E’ stata poi la volta di Kirill Radchenko, Alexander Rastorguyev e Orkhan Dzemhal uccisi il 30 luglio nei pressi di Sibut, Repubblica Centrafricana. Un commando di 10 uomini armati, inturbantati e parlanti esclusivamente arabo li avrebbe catturati e giustiziati, risparmiando solo l’autista. Dipendenti dell’Investigations Management Centre (ICM) dell’oligarca russo in esilio Mikhail Khodorkovsky, i tre giornalisti sarebbero stati impegnati nella ricerca di materiale per un documentario sulla presenza russa e della PMC di bandiera nel Paese: il Gruppo Wagner.
Il giorno precedente avrebbero cercato, infatti di entrare in una base militare dove i contractors russi starebbero addestrando le truppe di Bangui. Mosca ha immediatamente parlato di loro incoscienza per esser entrati nel Paese con un semplice visto turistico, senza seguire i warnings emanati dalle rappresentanze diplomatiche.
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Secondo l’esperto militare ucraino, Oleksandr Kovalenko la morte dei giornalisti russi potrebbe esser ricondotta ad una guerra tra oligarchi russi per il controllo delle PMC e relativi lucrosi contratti. Da una parte Prigozhin che avrebbe mostrato interesse per una miniera d’oro nei pressi di Ndassima, nel sud della Republica Centrafricana; dall’altra i vertici della Difesa ancora infuriati per l’iniziativa del patron della Wagner di attaccare l’oleodotto “curdo-americano” in Siria, senza consultarli e rischiando una pericolosa escalation.
E così i giornalisti, che sarebbero stati al servizio del Ministero della Difesa, sarebbero stati in viaggio verso la miniera per indagare e screditare le attività della Wagner e del suo proprietario. Comunque, “lo chef di Putin” non cederà facilmente ed i cadaveri dei tre giornalisti potrebbero esserne la dimostrazione.
Esiste tuttavia una differente e più recente versione sull’assassinio dei tre cronisti. Essi infatti avrebbero indagato sull’afflusso di armi russe in Repubblica Centrafricana. Armi che, attraverso le PMC russe nel Paese, sarebbero poi state trasferite sia alle truppe regolari che agli oppositori. Questo sia per mettere pressione a Bangui che garantirsi dai ribelli zone ricche di risorse.

PMSC nel Sahel
Gruppi jihadisti nel Sahel vi hanno favorito lo sviluppo e presenza di società di sicurezza private. Alle spalle di ogni soldato delle varie forze internazionali presenti nella regione –  americani, francesi, tedeschi, (italiani?) –  troviamo infatti un operatore di sicurezza o un addetto alla logistica privato.
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AFRICOM, il comando americano per l’Africa affida ai contractors operazioni d’intelligence e raccolta d’informazioni, trasporti tattici, MEDEVAC ed anche operazioni più da “dito sul grilletto.”
Durante l’imboscata di ottobre ai Berretti Verdi in Niger era presente anche un contractor che si occupava d’intelligence, così come le operazioni di soccorso ed evacuazione sono state compiute da velivoli della Erickson Inc. e Berry Aviation.
Basti pensare che, solo per AFRICOM, vi sono 21 società private americane fornitrici di servizi in Africa settentrionale e Sahel; ad esse si aggiungano dozzine di altre compagnie francesi, britanniche ed ucraine che partecipano alla “spartizione” di un budget annuale multimilionario.

Contractors “Made in China”
 Nell’ambito della “Nuova Via della Seta” e della sua protezione, l’Africa rappresenta un teatro fondamentale. Solo una ventina delle 5.000 società di sicurezza private presenti in Cina nel 2017 – con più di 4,3 milioni di operatori – è presente a livello internazionale, schierando 3.200 uomini.
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Oltre a quelle che scortano le imbarcazioni di bandiera al largo della Somalia, ve ne sono altre sul continente a protezione di assets e personale di grandi gruppi industriali.
Una delle più attive è la DeWe Security Services Co., Ltd di Pechino assunta per proteggere la linea ferroviaria Nairobi-Mombasa da 3,2 miliardi di dollari e l’impianto di liquefazione del gas naturale della Poly-GCL Petroleum Group Holdings in Etiopia. Tale investimento da 4 miliardi di dollari è ritenuto il più grande incarico affidato ad una PSC cinese.
Più di recente la DeWe ha annunciato il progetto di costruzione di due campi base in Repubblica Centrafricana e Sudan del Sud. Ed è proprio in Sudan del Sud che la società ha dovuto affrontare uno dei suoi momenti più delicati. A partire dall’8 luglio 2016, per ben 50 ore ha dovuto gestire l’evacuazione di 300 dipendenti della China National Petroleum Corp, bloccati a Juba dagli scontri tra forze governative e ribelli.

Piloti ucraini per attacco e MEDEVAC
 Anche gli ucraini si stanno facendo largo nell’affollato mercato africano della sicurezza privata. Dopo l’indipendenza negli anni 90, grazie ai suoi porti sul Mar Nero, l’Ucraina è diventata un punto di transito conveniente per equipaggiamenti e personale di sicurezza. Da lì numerose società di sicurezza private hanno “preso il largo” alla volta di numerosi teatri operativi; l’Africa ne rappresenta un’opzione preferenziale. Nel Sahel numerose società ucraine sono direttamente impegnate a fianco di organizzazioni internazionali.
Si pensi agli elicotteri per il MEDEVAC in Mali, nell’ambito della missione MINUSMA. Oppure ad altre società operanti in Sudan, Congo e Costa d’Avorio. La Omega Consulting Group reclutava ad esempio operatori francofoni dalla consolidata esperienza di combattimento, attraverso la sua pagina Facebook.
Il dirigente, Andrei Kekbalo ha parlato di salari di 1700-4300 euro al mese. In Burkina Faso, invece fino a 12.000 per chi ha nel proprio cv operazioni in Irak, Jugoslavia od Afghanistan.
Un incarico particolarmente caro ai contractors di Kiev è quello del pilota d’elicottero; soprattutto d’attacco. Tra coloro che hanno addestrato i piloti nigeriani e colpito direttamente Boko Haram vi erano almeno tre ucraini. Uno di questi, il capitano Chup Vasyl, dopo tre mesi di raid è precipitato e morto.


PSC tedesche in Ruanda
 A fine maggio una delegazione di 12 PSC tedesche si è recata in Ruanda, manifestando l’intenzione d’investire nel Paese e collaborare con partners locali. La Rwanda Private Security Industry Association (RPSIA) sta infatti progettando la realizzazione di un centro d’addestramento congiunto, nel distretto di Gasabo, per elevare i propri standard qualitativi.
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Quello della sicurezza privata ruandese è un settore promettente che è cresciuto del 1500% dal 1997: da una alle attuali sedici società registrate, con più di 14.000 operatori.
Nonostante ciò, come spesso accade nei Paesi in via di sviluppo, il boom della sicurezza privata è accompagnato dallo sfruttamento degli operatori e dalla concorrenza di organizzazioni senza licenza né principi etici o professionali.
Ogni dipendente frutta alla propria società 135 euro al mese, a fronte di uno stipendio mensile di 27 euro. Retribuzioni che, oltretutto, vengono corrisposte con ritardi fino a tre mesi e, in diversi casi, prevedono addirittura la decurtazione dei costi delle uniformi di servizio.
I turni sono di 12 ore, sette giorni alla settimana, senza il pagamento di straordinari. Il clima di terrore instaurato a suon di licenziamenti sommari ha fatto sì che solo due società consentano ai propri dipendenti di rivolgersi ai sindacati e che le donne siano vittime di soprusi/abusi da parte di colleghi e superiori maschi.


Prince a “pesca” in Mozambico?
Erik Prince, fondatore di Blackwater, ha recentemente fatto affari in Mozambico. La sua Frontier Services Group (FSG) ha rilevato a dicembre Ematum, impresa ittica in bancarotta, rinominandola Tunamar. Un’altra sua società – Lancaster Six Group (L6G) di Dubai – ha creato una joint venture con la Proindicus, anch’essa mozambicana ed in fallimento. L’obiettivo di Pro6 – così è stata chiamata – è quello di fornire servizi di sicurezza in una regione ricca di petrolio e gas.
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Secondo Africa Monitor Intelligence (AMI), Pro6 avrebbe stipulato contratti con diverse società nel corso dell’anno; tra di esse ENI ed il gigante americano Exxonmobil. Tuttavia, l’agenzia di stampa Zitamar ha riportato le smentite di entrambe le società.
ENI aveva già smentito dichiarazioni simili nel 2016, quando l’allora presidente di Proindicus, Antonio do Rosario riferì alla commissione parlamentare d’inchiesta sui debiti occulti di Ematum, Proindicus e MAM (Mozambique Asset Management) di aver già ottenuto l’incarico di fornire sicurezza al consorzio a guida del gruppo italiano.
AMI ha riportato anche che Pro6 avrebbe assicurato alle autorità di Maputo di poter metter fine agli attacchi islamici a Cabo Delgado in 90 giorni.

Qualche considerazione
 Il Sudafrica ha una consolidata tradizione d’esportazione di combattenti a pagamento. Molti di essi appartengono ad una generazione di militari messa da parte con la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’Apartheid; quando insomma il fabbisogno militare sudafricano si è drasticamente ridotto.
Il loro impiego contro terroristi o guerriglieri sanguinari come Boko Haram ha concretizzato quello che molti, Erik Prince in primis, auspicavano mentre gli assassini dello Stato Islamico imperversavano indisturbati in Siria ed Iraq.
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Sebbene il loro ruolo tra il passivo – addestramento e logistica – e l’attivo – partecipazione diretta alle ostilità – possa apparire controverso, davanti all’immobilismo delle organizzazioni internazionali i contractors sono stati gli unici ansiosi d’intervenire.
Il loro operato ha puntualmente ripresentato l’annosa questione della definizione e differenze tra mercenari, PMC e PSC nonché il diverso trattamento legale che debba esser loro riservato.
Secondo Eeben Barlow, proprietario di STTEP, l’intervento della sua società non è stato di tipo mercenario, bensì un regolare rapporto di lavoro col Governo nigeriano. Di parere opposto i Ministri di Esteri e Difesa sudafricani che hanno deplorato vivamente l’azione, definendo i soggetti coinvolti “mercenari” e passibili di arresto una volta in patria.
I progressi dei nigeriani contro Boko Haram porteranno sicuramente alla fine dei contratti a tempo determinato – perché di questo si tratta – di numerosi contractors.
Molti di loro potrebbero quindi passare al servizio delle PMC russe in Africa. Già dall’intervento in Sierra Leone nel 1995, infatti si sono trovati ad operare con armi, equipaggiamenti e personale dell’Est Europa.
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Per quanto riguarda la Russia, rispetto al passato dove comunque realtà come RSB Group, Moran Security ed Antiterror-Oryol sono riuscite ad ottenere contratti, le PMSC russe non sono più abbandonate dalle proprie istituzioni. Anzi, da esse ricevono supporto nell’ottica di un nuovo modello d’interazione: Mosca garantisce sicurezza e stabilità, mentre i Paesi fruitori concessioni estrattive, commerciali ed il rafforzamento della propria influenza sulla regione.
Il tradizionale approccio adottato dal presidente Putin nelle relazioni internazionali è quindi evoluto, comprendendo sempre più le PMSC di bandiera. Tra le leve commerciali che hanno permesso loro di erodere quote di mercato alle concorrenti occidentali vi è l’economicità dei servizi offerti e, soprattutto, la mancanza di uno scomodo passato coloniale – come Francia e Gran Bretagna –  o di un presente neoimperialista – come Cina e Stati Uniti.
Condizioni tali da far ottenere a Mosca anche una legittimazione in sede ONU – vedasi l’emendamento all’embargo internazionale di armi imposto alla Repubblica Centrafricana – e da parte di altri Paesi africani.
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Inoltre, molti Paesi occidentali sono sempre più riluttanti ad intervenire in Stati fallitti – come la Repubblica Centrafricana – od oggetto di condanne e sanzioni internazionali – come il Sudan –  mentre la Russia di Putin vi si lancia a capofitto, con operazioni manifeste o coperte.
Da una parte le truppe regolari danno dimostrazioni di forza e capacità di proiettarla, dall’altra il basso profilo dei contractors consente  affari con scomodi interlocutori, nella più completa aderenza ai propri interessi.
In merito alla Cina, le PSC assumono preferibilmente ex agenti di polizia o militari. Tuttavia, ciò non costituisce necessariamente una garanzia di qualità. Le forze armate cinesi, infatti non hanno avuto esperienza di combattimento sostanzialmente dalla guerra con il Vietnam del 1979, così come lo schieramento di alcune società in Iraq, a protezione di pozzi petroliferi e gasiferi, è avvenuto in zone relativamente tranquille.
Le PSC cinesi e loro operatori, salvo alcune eccezioni, risultano pertanto poco esperti e preparati. Uno dei loro principali limiti è il divieto d’utilizzo di armi da fuoco. Pechino, fedele alla sua politica estera di non ingerenza e per evitare un “effetto Blackwater” che possa danneggiare le relazioni con altri Paesi è riluttante ad armare i propri contractors. Perciò, quando all’estero, non portano armi e sono principalmente impegnati in attività di consulenza.
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Data l’elevata pericolosità dei contesti in cui sono chiamati ad operare, l’utilizzo delle armi da fuoco risulta imprescindibile. In caso d’emergenza, si deve quindi contare su forze di sicurezza od operatori locali risaputamente inaffidabili, oppure procurarsi armi sul mercato nero e far da sé.
Oltre ai rischi per chi si trova sul campo, il divieto alle armi si traduce sempre più in un freno alla crescita delle PSC cinesi, regalando clienti, nonostante le barriere linguisticoculturali e di prezzo, a concorrenti stranieri…armati.
Se pensiamo infatti che un team di 12 contractors cinesi costa mediamente quanto un singolo operatore britannico o statunitense e che la Cina non si pone particolari problemi a servire Paesi sulle blacklists occidentali, le prospettive di crescita delle PSC sono enormi.
Sebbene sulla terra ferma l’impiego di armi sia argomento tabù, in ambito di antipirateria i contractors cinesi sono ben armati ed autorizzati all’uso della forza letale.
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Infine, sugli interessi di Erik Prince in Mozambico, due riflessioni sorgono spontanee. La prima: a meno che Prince non abbia deciso di buttarsi nel business della pesca al tonno, i 24 pescherecci della flotta di Ematum possono risultare molto utili e redditizi nel canale di Mozambico, sempre teatro di attacchi di pirati nonostante l’Operazione Copper della Marina sudafricana ed i nuovi mezzi navali donati dal Portogallo a Maputo. Non dimentichiamoci della McArthur, nave oceanografica acquistata dalla Blackwater ed allestita per supportare operazioni militari, di law enforcement ed antipirateria.
La seconda: come può la Proindicus, le cui principali risorse sono motoscafi, contrastare ed eventualmente porre fine ad un’insorgenza prevalentemente terrestre come quella di Cabo Delgado? E’ atteso qualche genere di rinforzo di terra o si tratta davvero di una notizia infondata?
Foto:  NEstudio/Shutterstock.com,  AFP, AP, GidiPost, TASS, Twitter, Shutterstock, Cyril Ndegeya,  KT Press, SOFX,  e Zitamar

Preso da: https://www.analisidifesa.it/2018/10/il-boom-dei-contractors-in-africa/

1914-1918, SI APRE L’ERA DEI MASSKILLER

di Fulvio Grimaldi

Nei prossimi giorni ci assorderanno con le celebrazioni della vittoria, il Piave mormorò, i nostri fanti, il generale Diaz, Trento e Trieste, I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”. Tra cimbali e fanfare, corse di bersaglieri, penne dritte degli Alpini, Vittorio Veneto, commossi elogi e severi moniti all’unità nazionale e all’amore per l’Europa “che ci ha dato 70 anni di pace” (Jugoslavia, spedizioni Nato e guerra ai poveri escluse) pronunciati dal capo dello Stato, siamo tutti chiamati a festeggiare la “vittoria”. Dal 2 novembre, giorno dei morti, al 4, giorno del “compimento del Risorgimento” con la ripresa delle “terre irridente” (Trento e Trieste, va pure bene, ma Bolzano, il Brennero e una popolazione straniera soggiogata che c’entravano?), patria, nazione, sovranità gonfieranno i petti e orneranno le labbra dei cerimonieri sui colli e dei loro chierichetti nelle redazioni. Subito dopo torneranno ad avere il sapore tossico che gli si attribuisce quando risultano concetti formulati dalla nota peste sovranista, populista, nazionalista, razzista e, perché no, va bene per ogni disturbatore, anche un bel po’ fascista.

Dalle crepe nell’edificio fatiscente delle Grande Guerra farà capolino qualche sparuto fiore. Qualcuno rapidamente ricorderà quell “Anno sull’Altopiano” di Emilio Lussu, o “La Grande Guerra” di Monicelli, controcanti ormai storici, nascosti ai giovani da strati di polvere. Accanto all’eroismo, al martirio, perlopiù involontari, di quelli sbranati nelle trincee (magari fucilati nella schiena dai propri ufficiali) e di quelli scampati, scolpiscono nella Storia l’infamia senza limiti dei comandi e dei profittatori imboscati nelle banche e nei consigli d’amministrazione. Colpi di cannone, strazi di moribondi e tintinnio di lire suonavano la canzone della patria.

Industriali e generali

L’Europa si sbranò per decidere chi dovesse essere più imperialista e più colonialista e quale classe dirigente dovesse avere la fetta più grossa nel cannibalismo planetario. Fece staccare il biglietto per questo cammino alla gloria e ai dobloni della sua borghesia a 14 milioni di morti ammazzati. L’Italia fece la sua parte, Agnelli, produttori di armi e innovatori tecnologici in testa. Per porsi al passo con un futuro capitalista di sconfinato arbitrio e altrettanto sconfinata ricchezza predata dal basso, vaticinato dalla borghesia e, come in ogni trasferimento di ricchezza e di consolidamento di potere, accompagnato dalle Chiese, i parvenu del nostro capitalismo, gli arrembanti delle magnifiche sorti e progressive, offrirono in pasto ai loro appetiti 600mila giovani vite. I cappellani militari benedivano, gli ufficiali sparavano a chi non attaccava con sufficiente vigore.

Braccia perlopiù sottratte all’agricoltura.