Clima: l’esistenza umana dell’Africa è a grave rischio

Baher Kamal
23 aprile 2016

“L’esistenza umana e lo sviluppo dell’Africa sono minacciate da impatti avversi di cambiamento del clima – la sua popolazione, i suoi ecosistemi e la sua biodiversità
unica saranno tutte vittime rilevanti del cambiamento globale del clima.”
Così chiaramente si esprime l’ufficio africano dell’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) di base a Nairobi, quando si tratta di valutare l’impatto negativo del cambiamento del clima su questo continente di 54 nazioni con una popolazione totale di 1 miliardo e 200 milioni di abitanti. “Nessun continente sarà colpito così gravemente dagli impatti del cambiamento del clima, quanto l’Africa.”
Altre organizzazioni nazionali sono ugualmente esplicite. Per esempio, la Banca Mondiale, basandosi sui rapporti del Comitato sul Cambiamento del Clima (IPCC), conferma che l’Africa sta diventando la regione più esposta del mondo agli impatti del cambiamento del clima.

Nell’ Africa sub-sahariana il tempo estremo farà sì che le zone aride diventino più aride e quelle piovose più piovose;  la resa in agricoltura  soffrirà di perdita di raccolti, e le malattie si diffonderanno a nuovi alti livelli, dicono gli esperti della Banca Mondiale, avvertendo, contemporaneamente, che nel 2030 si ipotizza che altri 90 milioni di persone in Africa saranno esposte alla malaria, che è “già la più grossa causa di morte nell’ Africa sub-sahariana.”
Queste e altre drammatiche conclusioni non sono una novità per gli specialisti della Banca Mondiale. Infatti 5 anni fa hanno avvertito che il continente africano si era riscaldato di circa mezzo grado nel secolo scorso e che la temperatura media annuale è probabile che aumenti in media di 1.5-4° C nel 2099, in base alle stime più recenti avute dall’IPCC.
Nel frattempo, gli esperti dell’UNEP spiegano che, data la sua posizione geografica, il continente sarà particolarmente vulnerabile a causa della sua “capacità di adattamento notevolmente limitata ed esacerbata dalla diffusa povertà e dagli esistenti bassi livelli di sviluppo.”
Che cosa c’è in gioco?
I fatti sono impressionanti, come si dice  nel sommario dell’UNEP sui previsti impatti
del cambiamento del clima in Africa. Guardate la scheda informativa “Il cambiamento climatico in Africa –Che cosa c’è in gioco?”, che si basa su brani presi dai rapporti dell’IPCC:
Si prevede che nel 2020, in Africa,  un numero di persone compreso tra i 75 e i 250 milioni di persone, saranno esposte a un accresciuto water stress* dovuto al cambiamento di clima.
Nel 2020, in alcune nazioni, i raccolti dell’agricoltura  si potrebbero ridurre fino al 50%.
La produzione agricola, compreso l’accesso al cibo, si prevede che sarà gravemente compromessa in molte nazioni africane e questo influenzerà ancora più sfavorevolmente la sicurezza del cibo e aggraverà la malnutrizione.
Verso la fine del 21° secolo, il previsto innalzamento del livello del mare colpirà le zone costiere basse con grande popolazione.
Nel 2080, si prevede che un aumento del 5-8% di terra arida e semi-arida in Africa sarà parte di una varietà di scenari climatici.
Il costo dell’adattamento potrebbe ammontare come minimo del 5-10% del PIL.
Inoltre, il capitolo sull’Africa del rapporto dell’IPCC sulle Proiezioni regionali del clima, fornisce alcuni fattori chiave:
Temperature:
Nel 2050, le temperature medie in Africa si ipotizza che aumenteranno di 1,5- 3°, e continueranno ad alzarsi ulteriormente oltre questo periodo. E’ molto probabile che il riscaldamento sarà maggiore del riscaldamento annuale medio globale in tutto il continente e in tutte le stagioni; le regioni subtropicali più aride si scalderanno  più dei  tropici che sono più umidi.
Ecosistemi: Si stima che, nel 2080 la proporzione delle terre aride e semi-aride in
Africa, è probabile aumenti del 5-8%. Gli ecosistemi sono fondamentali in Africa, dato che contribuiscono in maniera significativa alla biodiversità e al benessere umano.
Tra il 25 e il 40%  delle specie di mammiferi nei parchi nazionali nell’Africa sub-sahariana, saranno in via di estinzione. Ci sono le prove che il clima sta modificando gli ecosistemi di montagna tramite interazioni e feedback complesse.
Precipitazioni: Ci saranno anche importanti cambiamenti nelle precipitazioni in termini di tendenze annuali e stagionali, ed eventi estremi di allagamenti e siccità.
E’ probabile che le precipitazioni annuali diminuiranno in gran parte dell’ Africa
Mediterranea e del Sahara settentrionale, con una maggiore  probabilità di precipitazioni che diminuiscono quando ci si avvicina alla costa mediterranea.
Siccità: Nel 2080 un aumento compreso tra il 5% e l’8% di terra arida e semi-arida in Africa è prevista in una varietà di scenari climatici. Le siccità sono diventate più comuni, specialmente nei tropici e nei sub-tropici, fin dagli anni ’70.
La salute umana, già compromessa da una varietà di fattori, potrebbe essere ulteriormente influenzata negativamente dal cambiamento di clima e dalla sua variabilità, per esempio la malaria nell’ Africa meridionale e sugli altopiani dell’Africa nord orientale.
Acqua: Nel 2020, una popolazione tra i 75 e i 250 milioni e tra i 350 e i 600 milioni nel 2050, si prevede che verrà esposta al water stress causato dal cambiamento di clima. E’ probabile che il cambiamento di clima e la sua variabilità imporranno ulteriori pressioni alla disponibilità dell’acqua, all’accessibilità all’acqua e alla richiesta di acqua in Africa.
Agricoltura: Nel 2020, in alcuni paesi, i raccolti dell’agricoltura alimentati dalla pioggia, potrebbero ridursi del 50%.
La produzione agricola, compreso l’accesso al cibo,  in molti paesi africani, si prevede che sarà gravemente compromessa. Previste riduzioni di raccolto in alcuni paesi potrebbero arrivare al 50% nel 2020 e le entrate nette del raccolto potrebbero diminuire del 90% nel 2100, e gli agricoltori su piccola scala sarebbero i più colpiti.
Innalzamento del livello del mare:
L’Africa ha circa 320 città costiere con più di 10.000 abitanti e una popolazione stimata in 56 milioni di persone (stima del 2005) che vivono in zone costiere di bassa elevazione (10 m). Verso la fine del 21° secolo il previsto innalzamento del livello del mare colpirà le basse zone costiere con popolazioni numerose.
Energia: L’accesso all’energia è gravemente limitato nell’Africa sub-sahariana, con uno stimato 51% delle popolazioni urbane e soltanto l’8% di quelle rurali che hanno accesso all’elettricità.
L’estrema povertà e la mancanza di accesso ad altri combustili, significa che l’80% della popolazione africana totale si poggia primariamente sulle biomasse per soddisfare le sue necessità domestiche, con questa fonte di combustibile che fornisce più dell’80% dell’energia consumata nell’Africa sub-sahariana.
Ulteriori sfide che arrivano dall’urbanizzazione, le crescenti richieste di energia e i prezzi instabili del petrolio,  peggiorano  ulteriormente i problemi dell’energia in Africa.
L’agricoltura paga il prezzo
Un altro organismo   delle Nazioni Unite con sede a Roma – L’Organizzazione per il cibo e l’agricoltura (FAO) si focalizza sulla minaccia che i cambiamenti di clima pone all’agricoltura. “Il cambiamento di clima sta emergendo come un’importante sfida allo sviluppo dell’agricoltura in Africa,” riferisce la FAO.
Spiega inoltre che la natura sempre più imprevedibile e incostante  dei sistemi metereologici sul continente hanno posto un peso extra sulla sicurezza del cibo e sulla vita rurale.
“Si ipotizza che l’agricoltura pagherà un costo notevole per i danni causati dal cambiamento del clima.”
E’ probabile che il  settore dell’agricoltura sperimenterà dei periodi di siccità prolungate e/o di allagamenti durante gli eventi di El Nino. Inoltre, l’industria ittica sarà particolarmente colpita a causa dei cambiamenti delle temperature del mare che potrebbero far decrescere le tendenze alla produttività del 50-60%.
*Il water stress è la situazione che si verifica quando la richiesta di acqua è superiore alla quantità disponibile in un certo periodo o quando la scarsa qualità ne restringe l’uso (da:
*http://www.eea.europa.eu/themes/water/wise-help-centre/glossary-definitions/water-stress
Nella foto: In Etiopia degli uomini scavano nel letto asciutto di un fiume per cercare un po’d’acqua,
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/climate-africas-human-existence-is-at-severe-risk/
Originale: IPS
Traduzione di Maria Chiara Starace
Preso da: http://znetitaly.altervista.org/art/19848
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Lcenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

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11 Settembre: l’uomo di Washington accusa Israele

Maurizio Blondet, 29 aprile 2016

Accusa   i neocon con nomi e  cognomi:  Paul Wolfowitz allora  viceministro al Pentagono, l’israelo-americano Michael Chertoff, il rabbino Dov Zakheim (numero 3 al Pentagono) di essersi infiltrati nel governo Bsh jr. e di aver organizzato, su istigazione di Israele,  il mega attentato dell’11 Settembre 2001.
E non è un complottista marginale: è stato  un alto funzionario del Dipartimento di Stato da Nixon a Carter a Bush-padre, esperto in guerra psicologica,  attore in operazioni coperte (come l’uccisione di Moro) per conto degli Stati Uniti. Membro fino al 2012 del Council on Foreign Relations, quindi dell’élite dell’Establisment.  Né lo si può accusare di avere come motivazione l’antisemitismo: i suoi genitori erano ebrei russo-polacchi fuggiti alla Shoah, lui ha scritto persino una biografia di sua “mamma yiddish”, Teodora.  E’ Steve Pieczenik.
Una vecchia conoscenza  anche per l’Italia, come vedremo.
Steve Pieczenik ha detto tutto il 21 aprile 2016, intervistato da Alex Jones, creatore del sito InfoWars: il video-intervista, di 47 minuti, è stato diffuso, probabilmente non a caso,  nel pieno  della campagna  americana  per incolpare la monarchia saudita del mega-attentato dell’11 Settembre, con la minaccia di pubblicare le 28 pagine del  rapporto della Commissione Senatoriale  sul 9/11, segretate da Bush jr. proprio perché mostrerebbero il coinvolgimento dei sauditi ai più alti livelli.
Steve Pieczenik corregge: sì, c’è stato la cooperazione di “agenti sauditi”, ma il mandante principale è Israele,  insiste nell’intervista.  Egli si dichiara disposto a testimoniare sotto giuramento davanti a un tribunale federale e rivelare lì le sue fonti, fra cui (dice) “un generale”.

Preferisce vecchie foto...
Preferisce  sue vecchie foto…

L’importanza del testimone non può essere sottovalutata. Il dottor Pieczenik  (è psichiatra)  fu in Italia nel marzo del 1978  e per tutti i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro da parte delle BR; speditovi dall’allora segretario di Stato Cyrus Vance,   si inserì nel Comitato di Crisi allestito da Cossiga allora  ministro dell’Interno (a fianco del criminologo Franco Ferracuti, l’esperto in difesa e sicurezza Stefano Silvestri, una grafologa e il magistrato Renato Squillante); ufficialmente per dare la sua esperta assistenza al salvataggio del politico italiano e negoziare con le Brigate Rosse. In realtà, come a rivelato in un libro nel 2008,  per assicurarsi che Moro non ne uscisse vivo: gli Usa avevano deciso che Moro doveva essere “sacrificato” per garantire “la stabilità dell’Italia” (nella Nato).

“Sacrificammo Aldo Moro”

Intervistato da France 5, e  poi da Gianni Minoli a Mixer 24 nel novembre 2013, Steve  Pieczenik ,  ha confermato tutto: per esempio raccontando che silurò l’iniziativa di Paolo VI di raccogliere una grossa somma ( pare di dieci miliardi di lire), per pagare un riscatto. “Stavamo chiudendo tutti i possibili canali attraverso cui Moro avrebbe potuto essere rilasciato. Non era per Aldo Moro in quanto uomo: la posta in gioco erano le Brigate rosse e il processo di destabilizzazione dell’Italia”. Chiese Minoli: ‘Sostanzialmente, lei fin dal primo giorno ha pensato e ha detto a Cossiga: Moro deve morire’. “Evidente – rispose il consulente – Cossiga se ne rese conto solo nelle ultime settimane. Aldo Moro era il fulcro da sacrificare attorno al quale ruotava la salvezza dell’Italia”. Sic.
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-11-07/caso-moro-ladu-steve-pieczenik-mix24-radio24-fino-fine-ho-temuto-che-liberassero-moro-125143.shtml?uuid=ABh3D6b
Per questo la Procura di Roma, nel 2014, ha accusato l’americano di concorso in omicidio. E Gero Grassi, vicepresidente dei deputati PD che voleva una nuova commissione d’indagine sul caso, disse:  “Steve Pieczenik stava al ministero dell’Interno per manipolare le Brigate rosse e arrivare all’omicidio di Aldo Moro“.
http://www.ilgiornale.it/news/cronache/consulente-usa-accusato-concorso-omicidio-nel-sequestro-aldo-1067254.html
Non è stata la sua unica impresa.  Nel Dipartimento di Stato ai tempi di Reagan,   il dottore è stato incaricato di architettare il “cambio di regime” a Panama, ossia il rovesciamento di Noriega (che lo accusò apertamenTe di essere “un assassino” che aveva ucciso vari suoi collaboratori). Ufficialmente capo-negoziatore in una quantità di prese di ostaggi e dirottamenti (ad opera di FARC colombiane, Abu Nidal, Idi Amin, OLP) ha contribuito a creare la Delta Force  il gruppo di teste di cuoio di intervento rapido in situazioni di crisi. Ha dato le dimissioni quando fallì il tentativo di liberare gli ostaggi americani nell’ambasciata di Teheran; decisione del presidente Carter , ma probabilmente scacco suo, del dottor Pieczenik.  S’è rifatto però  una carriera di successo ideando trame di thriller per Tom Clancy.

“Il vero Bin Laden è morto dal 2001”

Nel 2011 è tornato sotto i riflettori per denunciare che la “cattura di Bin Laden”  messa a segno ad Abbottabad in Pakistan e  passata come un grande successo del presidente Obama, era stata tutta una messinscena (ne abbiamo avuto tutti il sospetto):  il vero Bin Laden, secondo lui, è morto fin dal 2001, di sindrome di Marfan.
Non può esser casuale il fatto che adesso, a 72 anni e a 15 dal mega-attentato, il vecchio agente del Dipartimento di Stato con le mani in pasta in tante storie oscure di destabilizzazione e sovversione, esca ad accusare Israele mentre tutta la grancassa politico-mediatica sta additando gli spregevoli sauditi. Una campagna a cui partecipa stranamente anche Seymour Hersh, il grande giornalista investigativo con “gole profonde” nel settore militare,   che ha condotto inchieste scomode per lo “stato profondo” americano.. Pochi giorni fa, intervistato da Alternet,  Hersh ha raccontato: nel 2011  “i sauditi hanno pagato i pakistani perché non ci dicessero [che Bin Laden si trovava ad Abbottabad, sotto la loro protezione] perché non volevano che noi (americani) interrogassimo Bin Laden perché  ci avrebbe parlato – è la mia ipotesi – del loro coinvolgimento [nell’11 Settembre]”. Ma  quale Bin Laden nascondevano i pakistani  nel 2011, se Pieczenik dice (confermando versioni solide  del tempo)  che è morto nel 2001, pochi mesi dopo l’attentato alle Towers e al Pentagono?
Può esserci una lotta di informazione e contro-informazione all’interno stesso dello “Stato profondo” americano? Certo è che i media  americani sono scatenati in esibizioni di spregio  verso i monarchi wahabiti: “Royal Scum”,  feccia regale, titolava il New York Daily News qualche giorno fa.  Tanto insolito “coraggio” deve essere autorizzato.
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Naturalmente la “rivelazione” delle 28 pagine colpisce anche il presidente Bush jr.,  e la sua amministrazione, perché è evidente che se hanno coperto la parte avuta dai sauditi, sono  colpevoli.  Lo scandalo anti-saudita  va accuratamente controllato, perché è facile che debordi e i suoi liquami schizzino a colpire proprio gli israeliani o con doppio passaporto che erano al Pentagono ai tempi di Bush jr., e additati dall’agente Pieczenik: Paul Wolfowitz,  rabbi Dov Zakhiem (e il terzo , ebreo anche lui, era Douglas Feith) più Michael Chertoff,  capo dell’Homeland Security  e grande insabbiatore-depistatore delle  indagini.

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L’11 Settembre sorprese in USA anche la famiglia Bin Laden. Bush jr. la fece volar via.

Questo scontro interno è senza dubbio in relazione con l’ascesa del candidato imprevedibile, Donald Trump, nella lizza presidenziale.  Dopo il suo discorso sul suo programma in politica estera – liquidato con rabbia dal New York Times,  perché propone fra l’altro un accordo con Putin e la fine dell’interventismo   –  “gli americano sentono di avere, per la prima volta dopo molto tempo,  una alternativa sobria e basata sull’interesse nazionale alle disastrose politiche dei neocon”, ha detto Jim Jatras, l’ex consigliere repubblicano del Senato.
Con grande dispetto dell’Establishment, Trump non raccoglie  voti solo tra i rozzi arretrati operai  bianchi  di basso reddito che odiano  gli immigrati messicani  e lo sentono volgare come loro.  Negli exit polls delle primarie in  Pennsylvania, Maryland, Delaware, Connecticut   e  Rhode Island – dove ha trionfato  –  s’è visto che hanno scelto lui la metà degli elettori repubblicani con alto titolo di studio e con reddito di 100 mila dollari annui:  il suo discorso di politica estera ha convinto proprio la classe media benestante.  Questo per l’elettorato repubblicano. Quanto a quello democratico: “Continuo a incontrare gente che non sa decidere se votare Bernie Sander oppure Donald Trump”, ha confessato al Baltimore Sun Robert Reich, ex ministro del lavoro sotto Bill Clinton e uomo molto di sinistra (nella misura statunitense).  L’elettorato di “sinistra”, quello che ha favorito Sanders il “socialista”, sta pensando di votare Trump, non Hillary.  Forse è proprio  la grande liberazione  da Israel….

Nota
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Paul Wolfowitz, vice-segretario alla Difesa dal gennaio 2001al giugno 2005, è  stato l‘allievo di Leo Strauss, il filosofo dei neocon,  un  interessante mix di Nietzsche e di Talmud; ha elaborato la “dottrina Wolfowitz”, che promoveva il riarmo totale della unica superpotenza rimasta ee  preconizzava le guerre sferrate dopo l’11 Settembre fino ad oggi.  Dov Zakheim,  oltre che rabbino, è stato amministratore delegato della ditta di armamenti System Planning Corporation, che fornisce radar militari, e droni da usare come bersaglio durante le esercitazioni dei caccia.  Se gli aerei che si avventarono sulle Twin Tower erano teleguidati, come si è ipotizzato,  erano usciti dalla sua fabbrica.  Michael Chertoff, drigeva la divisione penale del Dipartimento della Giustizia Usa al momento dell’attentato dell’11 Settembre. Fu quindi lui a condurre, pilotare e “controllare” le indagini.

Originale con video: http://www.maurizioblondet.it/11-settembre-luomo-washington-accusa-israele/

Il sostegno occidentale ai ribelli in Libia è stato un appoggio diretto e deliberato ad al Qaeda

10 marzo 2016

Si parla molto della Libia in questi giorni ma ancora oggi non vengono chiarite le motivazioni che nel 2011 hanno condotto all’intervento Nato in Libia. Cosa è accaduto, perché ci troviamo oggi in questa situazione di caos nel paese nord-africano?… Balbettando i leader occidentali dicono che bisogna completare la democrazia in Libia , che l’intervento armato dell’occidente fu ‘un errore’, ma non un errore in sè: fu un errore ‘non aver accompagnato i libici nel ‘periodo di transizione’, di averli lasciati soli’.
Vedremo di seguito che questo non sarebbe stato comunque possibile, giacchè il consiglio Nazionale di Transizione libico era formato da membri di al Qaeda ed affiliati e l’occidente ne era perfettamente a conoscenza perchè li aveva scelti.
Già da all’ora lo dicevamo a seguito di numerose eclatanti evidenze che venivano colpevolmente sottaciute dai media mainstream di intattenimento.
Già da allora lo diceva uno studio condotto di J.FELTER e B. Fishman,  due analisti dell’Accademia Militare di West Point. Lo studio si chiama Al Aa’ida Foreign Fighter in Iraq. A first Look at the Sinjar Record (Harmony Project, Combating Terrorism Center, Department of Social Science, US Academy, West Point, NY, December 2007)
Ve ne proponiamo alcuni contenuti da una sintesi scritta sempre nel 2011 dal giornalista investigativo G.Tarpley che riprendende lo studio di West Point.
Vietato Parlare – Patrizio Ricci

 

The CIA’s Libya Rebels: The Same Terrorists who Killed US, NATO Troops in Iraq

Webster G. Tarpley, Ph.D. TARPLEY.net 24 Marzo 2011
Washington DC, 24 marzo 2011 –
L’attacco militare in corso in Libia è stato motivato dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1973 con l’esigenza di proteggere i civili. Le dichiarazioni del presidente Obama, del primo ministro britannico Cameron, del presidente francese Sarkozy, e di altri leader hanno sottolineato la natura umanitaria dell’intervento, che si dice mirare a prevenire un massacro delle forze pro-democrazia e difensori dei diritti umani da parte del regime di Gheddafi.
Ma allo stesso tempo, molti commentatori hanno espresso l’ansia a causa del mistero che circonda il governo di transizione anti-Gheddafi che è emerso a inizio marzo, nella città di Bengasi, che si trova nel quartiere Cirenaica del nord-est della Libia.
Questo governo è già stato riconosciuto dalla Francia e Portogallo come unico rappresentante legittimo del popolo libico. Il consiglio dei ribelli sembra essere composto da poco più di 30 delegati, molti dei quali sono avvolti nell’oscurità. Inoltre, i nomi di più di una dozzina di membri del consiglio dei ribelli sono stati tenuti segreti, presumibilmente per proteggerli dalla vendetta di Gheddafi. Ma ci possono essere altre ragioni per l’anonimato di queste figure.
Nonostante molta incertezza, le Nazioni Unite e suoi numerosi paesi – chiave nella NATO, tra cui gli Stati Uniti, si sono precipitati in avanti per assistere le forze armate di questo regime ribelle con attacchi aerei, che ha portato alla perdita di uno o due aerei della coalizione e la prospettiva di pesanti perdite a venire, soprattutto se ci sarà una invasione. E ‘giunto il momento che il pubblico americano ed europeo impari qualcosa in più su questi ribelli che dovrebbero rappresentare un’alternativa democratica e umanitaria a Gheddafi.

I ribelli sono chiaramente non i civili, ma una forza armata. Che tipo di forza armata?

Dal momento che molti dei capi dei ribelli sono così difficili da identificare da lontano, e da un profilo sociologico dei ribelli non può essere fatto nel bel mezzo di una guerra, forse i metodi tipici della storia sociale ci possono essere d’ aiuto. C’è un modo per noi di ottenere utili informazioni più in precise nel clima di opinione prevalente in queste città libiche nord-orientali come Bengasi, Tobruk e Derna, i principali centri abitati dala ribellione?
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Scarica West Point Studio (pdf)
Si scopre che queste informazioni ci sono, sono presentate nella forma di uno studio di West Point del dicembre 2007 che esamina a fondo i combattenti guerriglieri stranieri jihadisti – o mujahedin, tra cui gli attentatori suicidi – che attraversavano il confine siriano in Iraq durante il lasso di tempo tra 2006 ed il 2007, con l’appoggio dell’organizzazione terroristica internazionale al Qaeda.
Questo studio si basa su sull’esame di circa 600 fascicoli di personale appartenente ad  Al Qaeda, catturato dalle forze statunitensi nell’autunno del 2007, e analizzati a West Point utilizzando una metodologia di cui parleremo dopo aver presentato i principali risultati.
Lo studio risultante (1) ci permette di fare importanti scoperte circa la mentalità , le credenze e la struttura sociale della popolazione libica nord-orientale che è la base per l’organizzazione della ribellione, permettendo importanti conclusioni circa la natura politica della rivolta anti-Gheddafi in queste aree.

Derna, est Libia: Capitale Mondiale dei jihadisti

Il risultato più sorprendente che emerge dallo studio West Point è che il corridoio che va da Bengasi a Tobruk, passando per la città di Derna (traslitterato anche come Derna) rappresenta una delle più grandi concentrazioni di terroristi jihadisti che si possano trovare al mondo, e in gran misura può essere considerata come la principale fonte di kamikaze per qualsiasi punto del pianeta. Un combattente terrorista ogni 1.000 a 1.500 persone della popolazione di Derna, è stato mandato in Iraq per uccidere gli americani con attacchi suicidi, questa misura supera di molto il concorrente più vicino, che è Riyad, Arabia Saudita.
libyaSecondo gli analisti Joseph Felter e Brian Fishman di West Point, l’Arabia Saudita è al primo per  quanto riguarda il numero assoluto di jihadisti inviati per combattere gli Stati Uniti e gli altri membri della coalizione in Iraq (durante il periodo di tempo in questione).
La Libia, un paese meno di un quarto come popoloso, è al secondo posto. L’Arabia Saudita ha inviato 41% dei combattenti. Secondo Felter e Fishman, “la Libia è stato il successivo paese di origine più comune tra i terroristi, con il 18,8% (112) dei combattenti catturati per quando riguarda la propria nazionalità ha affermato di essere libici.” Altri paesi molto più grandi erano molto meno rappresentati ed indietro nella classifica: “Siria, Yemen, e Algeria sono stati i paesi di origine più comuni dei jadisti con 8,2% (49), 8,1% (48), e del 7,2% (43), rispettivamente. Marocchini hanno rappresentato il 6,1% (36) del totale seguiti dai giordani 1,9% (11). ” (2)
Ciò significa che quasi un quinto dei combattenti stranieri che sono entrati in Iraq attraverso il confine siriano è venuto dalla Libia, un paese di poco più di 6 milioni di persone.
La maggiore percentuale era costituita da libici interessati a combattere in Iraq rispetto a qualsiasi altro paese che che fornisce mujahedin. Felter e Fishman sottolineano: “Quasi il 19 per cento dei combattenti nei registri Sinjar è venuto dalla sola Libia.
Inoltre, la Libia ha contribuito molto più di combattenti pro capite di qualsiasi altra nazionalità (fascicoli Sjniar), tra cui l’Arabia Saudita. “(Vedi il grafico dal rapporto di West Point, pagina 9) (3)
Ma dal momento che i fascicoli del personale di Al Qaeda contengono la residenza o il paese natale dei combattenti stranieri in questione, possiamo determinare WestPointStudy-p9che il desiderio di recarsi in Iraq per uccidere gli americani non è distribuita uniformemente in tutta la Libia, ma è stato molto concentrato proprio in quelle zone intorno Bengasi, che sono oggi gli epicentri della rivolta contro il colonnello Gheddafi, che gli Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, e altri stanno così avidamente sostenendo.
Così Daya Gamage dell’ Asia Tribune ha commentato in un recente articolo sullo studio di West Point, “… in modo allarmante per i politici occidentali, la maggior parte dei combattenti è venuto dalla Libia orientale, il centro della rivolta in corso contro Muammar el-Gheddafi.
La città libica orientale di Derna ha inviato più combattenti in Iraq rispetto a qualsiasi altra città o paese unico, secondo il rapporto di West Point. Ha rilevato che 52 militanti sono venuti in Iraq da Derna, una città di appena 80.000 persone (la seconda più grande fonte di combattenti era Riyadh, in Arabia Saudita, che ha una popolazione di oltre 4 milioni).
Bengasi, la capitale del governo provvisorio della Libia dichiarata dai ribelli anti-Gheddafi, ha inviato in 21 combattenti, di nuovo un numero del tutto sproporzionato. ” (4) La sconosciuta Darnah ha battuto la metropolitana  Riyadh di 52 combattenti a 51. La roccaforte di Gheddafi di Tripoli, al contrario, si mostra a malapena nelle statistiche. (Vedi la tabella dalla relazione di West Point, pagina 12)
Come si spiega questa straordinaria concentrazione di combattenti anti-americani a Bengasi e Derna? La risposta sembra legato alle scuole di estremismo politico-religioso fiorite in queste aree. Come la relazione di West Point fa notare: “Sia Derna e Bengasi sono state a lungo associate con la militanza islamica in Libia.”
Queste aree sono in conflitto teologico e tribale con il governo centrale del colonnello Gheddafi, oltre ad essere politicamente opposte a lui. Che un conflitto teologico del genere merita la morte di soldati americani ed europei è una questione che ha urgente bisogno di essere risolta.
Felter e Fishman osservazione che “La stragrande maggioranza dei combattenti libici che comprendeva la loro città natale nel fascicolo Sinjar risiedeva nel nord-est del paese, in particolare le città costiere di Derna 60,2% (52) e Bengasi 23,9% (21). Sia Derna e Bengasi sono stati a lungo associati con la militanza islamica in Libia, in particolare per una rivolta da parte di organizzazioni islamiste a metà degli anni 1990. Il governo libico ha accusato che la rivolta è stata causata da ‘infiltrati provenienti dal Sudan e l’Egitto’ e da un gruppo di combattenti  libici del Gruppo (Jama-ah al-libiyah al-muqatilah) –che ha veterani afghani nei suoi ranghi. Le rivolte libiche sono diventate straordinariamente violenta. ” (5)

Northeastern Libia: Massima densità dei kamikaze

Un’altra caratteristica notevole del contributo libico per la guerra contro le forze Usa in Iraq è la spiccata propensione dei libici nord-est di scegliere il ruolo di attentatore suicida come metodo preferito di lotta.
Come afferma lo studio West Point, “dei 112 libici nelle registrazioni, il 54,4% (61) lo ha elencato come il proprio ‘lavoro’. Completamente 85,2% (51) di questi combattenti libici erano elencati come “kamikaze”: era il loro compito in Iraq “. (6)
Ciò significa che i libici nordorientali erano molto più inclini a scegliere il ruolo del kamikaze di quelli provenienti da qualsiasi altro paese:”i  combattenti libici erano molto più probabili come attentatori suicidi che quelli altre nazionalità per essere incluso (85% per i libici, 56% per tutti gli altri). “ 7
Il gruppo anti-Gheddafi  ‘ Libyan Islamic Fighting’ (LIFG) si fonde con al Qaeda nel 2007
La base istituzionale specifica per il reclutamento di guerriglieri nel nord-est della Libia è associata ad una organizzazione che in precedenza si chiamava il Gruppo combattente islamico libico (LIFG). Nel corso del 2007, il LIFG si è dichiarato un’affiliato ufficiale di al Qaeda, in seguito ha ssunto  il nome di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM).
Come risultato di questa fusione del 2007, un aumento del numero di guerriglieri è arrivato in Iraq dalla Libia. Secondo Felter e Fishman, “L’aumento vistoso di reclute libiche in viaggio verso l’Iraq può essere collegato al  rapporto sempre più cooperativo dell’ LIFG con al-Qaeda, che culminò nell’ufficiale adesione del Gruppo combattente islamico libico (LIFG) con al-Qaeda il 3 novembre 2007.. ” (8)Questa fusione è confermata da altre fonti: un comunicato del 2008 attribuito a Ayman al-Zawahiri ha affermato che il Gruppo combattente islamico libico è unito al Qaeda ( al Jazeera ).

 Il ruolo chiave di Bengasi, Derna a al Qaeda nell’Emirato terrorista.

Lo studio West Point rende chiaro che i principali baluardi del LIFG e del tardo AQIM sono state le città gemelle di Bengasi e Derna. Questo è documentato in una dichiarazione da Abu Layth al-Libi, il sedicente “emiro” del LIFG, che in seguito divenne un alto funzionario di al Qaeda. Al momento della fusione del 2007, “Abu Layth al-Libi, Emiro del LIFG, ha rinforzato l’importanza di Bengasi e Derna agli occhi dei  jihadisti libici con il suo annuncio che LIFG si è unito con al-Qaeda, dicendo:

‘E’ con la grazia di Dio che abbiamo sollevato la bandiera della jihad contro questo regime apostata sotto la guida del Gruppo combattente islamico libico, che ha sacrificato l’elite dei suoi figli e dei comandanti nella lotta contro questo regime il cui sangue è stato versato sulle montagne di Derna, per le strade di Bengasi, la periferia di Tripoli, il deserto di Sabha, e la sabbia del mare ‘ ” (9).

Questa fusione avvenuta nel 2007 ha fatto sì che le reclute libiche di Al Qaeda sono diventate una parte sempre più importante dell’attività di questa organizzazione nel suo complesso, spostando in una certa misura  il centro di gravità lontano dai sauditi e gli egiziani che è stato in precedenza più cospicuo. Come Felter e Fishman hanno commentato, le “fazioni libiche (in primo luogo il Gruppo combattente islamico libico) sono sempre più importanti  dentro al-Qaeda. I ‘Sinjar Records’ offrono qualche evidenza che la presenza libica è cominciata ad aumentare in Iraq più sensibilmente  a partire da maggio 2007. La maggior parte delle reclute libiche provenivano da città a nord-est della Libia, una zona nota da tempo per la militanza ‘jihadista-linked’. ” 11
Lo studio West Point dicembre del 2007 conclude formulando alcune opzioni politiche per il governo degli Stati Uniti. Un approccio, gli autori suggeriscono, sarebbe per gli Stati membri di cooperare con i governi arabi esistenti contro i terroristi.
Come scrivono Felter e Fishman,

“I governi di Siria e Libia condividono le preoccupazioni degli Stati Uniti ‘circa la violenta ideologia salafita-jihadista e la violenza perpetrata dai suoi aderenti. Questi governi, come altri in Medio Oriente, hanno paura della violenza all’interno dei propri confini e preferiscono che gli elementi più radicali vadano in Iraq, piuttosto che causino disordini in Libia. Gli sforzi degli Stati Uniti e della Coalizione per arginare il flusso di combattenti in Iraq  sarà rafforzata se si rivolgono contro l’intera catena logistica in grado di supportare il movimento di questi individui-inizio nei loro paesi d’origine – e non solo contro i punti di ingresso siriani. Per arginare il flusso dei combattenti in Iraq, gli Stati Uniti dovrebbero aumentare la cooperazione con i governi dei paesi di partenza affrontando le loro preoccupazioni per la violenza jihadista domestica. ” 12

Dato il corso degli eventi successivi, possiamo concludere con certezza che questa opzione non era quella selezionata, né negli anni di chiusura  dell’amministrazione Bush né durante la prima metà dell’ amministrazione Obama.
Lo studio West Point offre anche un altra, prospettiva più sinistra. Felter e Fishman suggeriscono che potrebbe essere possibile utilizzare gli ex componenti LIFG di Al Qaeda contro il governo del colonnello Gheddafi in Libia, in sostanza la creazione di un’alleanza de facto tra gli Stati Uniti e un segmento dell’organizzazione terroristica.
Il rapporto fa notare: “l’unificazione Islamica del Gruppo combattente libico con al-Qaeda e la sua apparente decisione di dare priorità nel fornire supporto logistico per lo Stato Islamico dell’Iraq è probabile anche se  controverso all’interno dell’organizzazione.
E ‘probabile che alcune fazioni LIFG ancora vogliano dare priorità alla lotta contro il regime libico, piuttosto che alla lotta in Iraq. Potrebbe essere possibile aggravare scismi all’interno LIFG, e tra i leader del LIFG e la tradizionale alimentazione dalla base egiziana e saudita di al-Qaeda “. 13 Ciò suggerisce la politica degli Stati Uniti che vediamo oggi, quella di allearsi con le forze fanatiche oscurantiste e reazionarie di al Qaeda in Libia contro il nasseriano modernizzatore Gheddafi.

Armare i ribelli: l’esperienza dell’Afghanistan

Guardando indietro alla tragica esperienza degli sforzi degli Stati Uniti per incitare la popolazione dell’Afghanistan contro l’occupazione sovietica negli anni dopo il 1979, dovrebbe essere chiaro che la politica della Casa Bianca di Reagan di armare i mujaheddin afghani con missili Stinger e altre armi moderne, torni per essere altamente distruttiva per gli Stati Uniti. Come il segretario alla Difesa Robert Gates corrente si è avvicinato ad ammettere nelle sue memorie, Al Qaeda è stato creato in quegli anni dagli Stati Uniti come una forma di Legione Araba contro la presenza sovietica, con risultati a lungo termine che sono stati fortemente lamentati.
Oggi, è chiaro che gli Stati Uniti stanno fornendo armi moderne per i ribelli libici attraverso l’Arabia Saudita e attraverso il confine egiziano con l’assistenza attiva dell’esercito egizianano e della Giunta militare pro-USA egiziana appena installata. 14Questa è una diretta violazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 1973, che prevede un embargo completo sulle armi alla Libia. Il presupposto è che queste armi saranno usate contro Gheddafi nelle prossime settimane. Ma, data la natura violentemente anti-americana della popolazione del nord-est della Libia, che ora viene armata, non vi è alcuna certezza che queste armi non saranno presto attivate ​​nei confronti di coloro che le hanno fornite.
Un problema più ampio è rappresentato dal comportamento del futuro governo libico dominato dal consiglio dei ribelli corrente con la sua attuale grande maggioranza di islamisti del nord-est, o di un governo simile di un futuro stato Cirenaico. Nella misura in cui tali regimi avranno accesso ai proventi del petrolio, porranno  evidenti problemi di sicurezza internazionale. Gamage si chiede: “Se la ribellione riesce a rovesciare il regime di Gheddafi si avrà accesso diretto alle decine di miliardi di dollari che Gheddafi si crede abbia depositato in conti all’estero durante il suo governo di 4 decenni”. 15 Data la mentalità libica dell’est , possiamo immaginare come tali soldi potrebbero essere utilizzati.

Chi è al Qaeda e perché la CIA l’ha usata

Al Qaeda non è un’organizzazione centralizzata, ma piuttosto un insieme di fanatici, psicopatici, disadattati, doppi agenti, provocatori, mercenari, e altri elementi. Come notato, Al Qaeda è stata fondata dagli Stati Uniti e dagli inglesi durante la lotta contro i sovietici in Afghanistan. Molti dei suoi leader, come il secondo in comando di fama mondiale Ayman Zawahiri e l’astro nascente corrente Anwar Awlaki, sono evidentemente doppi agenti del MI-6 e / o della CIA.
La struttura di Al Qaeda si basa sulla convinzione che tutti i governi arabi e musulmani esistenti sono illegittimi e devono essere distrutti, perché non rappresentano il califfato, che Al Qaeda afferma, è descritto dal Corano. Ciò significa che l’ideologia di Al Qaeda offre un modo pronto e facile per le agenzie di intelligence segrete anglo-americane per attaccare e destabilizzare i governi arabo e musulmani esistenti come parte della necessità incessante di imperialismo e di colonialismo teso a saccheggiare e attaccare le nazioni in via di sviluppo. Questo è esattamente ciò che sta facendo in Libia oggi.
Al Qaeda è emerso dal contesto culturale e politico della Fratellanza musulmana o Ikhwan , essa stessa una creazione dei servizi segreti britannici in Egitto alla fine del 1920. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna ha usato Fratelli Musulmani egiziani per opporsi alle politiche anti-imperialiste del presidente egiziano Nasser, che ha conseguito immensi vantaggi per il suo paese con la nazionalizzazione del Canale di Suez e la costruzione della diga di Assuan, senza le quali il moderno Egitto sarebbe semplicemente impensabile . La Fratellanza Musulmana ha fornito una quinta colonna attiva e capace di mobilitare agenti stranieri contro Nasser, nello stesso modo che il sito ufficiale di Al Qaeda nel Maghreb islamico è strombazza il suo sostegno alla ribellione contro il colonnello Gheddafi.
Ho discusso la natura di Al Qaeda ad una certa lunghezza nel mio recente libro dal titolo ‘9/11 sintetic terrorism: Made in USA’ , ma  l’analisi non può essere ripetuta qui. E ‘sufficiente dire che non abbiamo bisogno di credere in tutto il fantastico della mitologia, che il governo degli Stati Uniti ha tessuto intorno al nome di Al Qaeda al fine di riconoscere il fatto fondamentale che i militanti o capri espiatori che spontaneamente si uniscono al Qaeda sono spesso sinceramente motivati da un profondo odio per gli Stati Uniti e un ardente desiderio di uccidere gli americani, così come gli europei.
La politica dell’amministrazione Bush ha usato la presunta presenza di Al Qaeda come pretesto per attacchi militari diretti in Afghanistan e in Iraq. L’amministrazione Obama ora sta facendo qualcosa di diverso, intervenendo sul lato di una ribellione in cui Al Qaeda e dei suoi co-pensatori sono molto rappresentati mentre attacca il governo autoritario secolare del colonnello Gheddafi. Entrambe queste politiche sono in bancarotta e devono essere abbandonate.

I leader ribelli Jalil e Younis, più la maggior parte dei ribelli sono membri di al Qaeda o legati alla tribù Harabi.

Il risultato della presente indagine è che la filiale libica di Al Qaeda rappresenta un continuum con il Gruppo combattente islamico libico centrato in Derna e Bengasi. La base etnica del gruppo combattente islamico libico è apparentemente da trovare nel campo anti-Gheddafi della tribù Harabi, la tribù che costituisce la stragrande maggioranza del Consiglio dei ribelli tra cui i due leader ribelli dominanti, Abdul Fatah Younis e Mustafa Abdul Jalil.
L’evidenza suggerisce in tal modo che il Gruppo combattente islamico libico, l’elite della tribù Harabi, e il consiglio dei ribelli supportato da Obama tutto si sovrappongono a tutti gli effetti. Come alla fine del Ministro degli Esteri della Guyana Fred Wills, un vero combattente contro l’imperialismo e il neocolonialismo, mi ha insegnato molti anni fa, le formazioni politiche nei paesi in via di sviluppo (e non solo lì) sono spesso una maschera per le rivalità etniche e religiose; così è in Libia. La ribellione contro Gheddafi è una miscela tossica composta da odio fanatico contro Gheddafi, l’islamismo, il tribalismo, e il localismo. Da questo punto di vista, Obama ha stupidamente scelto di schierarsi in una guerra tribale.
Quando Hillary Clinton è andata a Parigi per essere introdotta ai ribelli libici dal presidente francese Sarkozy, ha incontrato il leader dell’opposizione libica appoggiato dagli USA, Mahmoud Jibril, già noto ai lettori di Wikileaks. 16
Mentre Jibril potrebbe essere considerato presentabile a Parigi, i veri capi dell’insurrezione libica sembrano essere Jalil e Younis, entrambi ex ministri sotto Gheddafi. Jalil sembra essere il primus inter pares , almeno per il momento: “Mustafa Abdul Jalil o Abdul-Jalil (arabo: مصطفى عبد الجليل, anche trascritto Abdul-Jelil, Abd-al-Jalil, Abdel-Jalil o Abdeljalil, e spesso ma erroneamente come Abud al Jeleil) (nato nel 1952) è un politico libico. E ‘stato il ministro della Giustizia (non ufficialmente, il Segretario del Comitato generale del popolo) sotto il colonnello Muammar al-Gheddafi …. Abdul Jalil è stato identificato come il presidente del Consiglio nazionale di transizione con sede a Bengasi … anche se questa posizione è contestata da altri in rivolta a causa delle sue connessioni passate con il regime di Gheddafi. ” 17
Per quanto riguarda Younis, è stato strettamente associato con Gheddafi da quando la 1968-9 ha preso del potere: “Abdul Fatah Younis (in arabo: عبد الفتاح يونس) è un alto ufficiale militare in Libia. Ha tenuto il grado di generale e la carica di ministro degli Interni, ma si dimise data 22 febbraio 2011 …. ” 18
Quello che dovrebbe interessare di più a noi è che sia Jalil e Younis provengono dalla tribù Haribi, quella dominante nel nord-est della Libia, e quella tribù che si sovrappone con al Qaeda. Secondo Stratfor, la “… Harabi tribù è una potente tribù storicamente ‘ombrello’ (di al Qaeda ndr) situata nella parte orientale della Libia che ha visto il suo declino sotto l’influenza del colonnello Gheddafi.
Il leader libico ha confiscato distese di terreni dei soci tribali e ridistribuito a tribù più deboli e più fedeli …. Molti dei leader che stanno emergendo nella parte orientale della Libia dalla tribù Harabi, tra cui il capo del governo provvisorio istituito a Bengasi, Abdel Mustafa Jalil, e Abdel Fatah Younis, che hanno assunto un ruolo fondamentale di leadership sui militari , hanno disertato i ranghi nelle prime fasi del rivolta. ” 19 Questo è come un biglietto presidenziale in cui entrambi i candidati sono dello stesso stato, tranne che le feroci rivalità tribali della Libia rendono il problema infinitamente peggiore di come si rappresenta.

Il Consiglio dei Ribelli: La metà dei nomi sono tenuti segreti; Perché?

Questa immagine di una base tribale , settaria e strettamente regionale, non migliora quando si guarda al consiglio dei ribelli nel suo complesso. Secondo una versione recente, il consiglio dei ribelli è “presieduto dall’ex ministro della giustizia libico, Mustafa Abdul Jalil, [e] si compone di 31 membri, apparentemente rappresentanti provenienti da tutta la Libia, molti dei quali non possono essere nominati per” motivi di sicurezza”…. “Gli attori chiave del Consiglio, almeno quelli che conosciamo apartengono tutti alla confederazione nord-orientale delle tribù Harabi. Queste tribù hanno forti affiliazioni con Bengasi che risalgono a prima della rivoluzione del 1969 che hanno portato Gheddafi al potere “. 20
Altre considerazioni sul resto dei rappresentanti:” Il Consiglio ha 31 membri; l’ identità dei diversi membri, non è stata resa pubblica per proteggere la propria sicurezza. ” 21 Dato ciò che sappiamo circa la straordinaria densità di LIFG e tutti i fanatici di Qaeda nel nord-est della Libia, siamo autorizzati ad interrogarci  se così tanti membri del consiglio vengono tenuti segreti al fine di proteggerli da Gheddafi, o se l’obiettivo è quello di impedire loro di essere riconosciuto in Occidente come terroristi di al Qaeda o simpatizzanti. Quest’ultima ipotesi sembra essere la sintesi più precisa del reale stato delle cose.
I nomi rilasciati finora includono: Mustafa Abduljaleel; Ashour Hamed Bourashed della città di Darna; Othman Suleiman El-Megyrahi dell’area Batnan; Al Butnan del confine Egitto e Tobruk; Ahmed Al-Abduraba Abaar della città di Bengasi; Fathi Mohamed Baja della città di Bengasi; Abdelhafed Abdelkader Ghoga della città di Bengasi; Mr. Omar al-Hariri per gli affari militari; e il dottor Mahmoud Jibril, Ibrahim El-Werfali e il dottor Ali Aziz Al-Eisawi per gli affari esteri.22
Il Dipartimento di Stato ha bisogno di domandarsi su questi dati, a partire magari da Ashour Hamed Bourashed, il delegato terrorista della roccaforte di Derna.

Riferimenti:
1 Joseph Felter e Brian Fishman, “Fighter Esteri di Al Qaeda in Iraq: un primo sguardo i record Sinjar,” (West Point, NY: Progetto Armonia, Combating Terrorism Center, Dipartimento di Scienze Sociali, US Military Academy, Dicembre 2007 ). Citato come West Point Studio.
2 Joseph Felter e Brian Fishman, “Fighter Esteri di Al Qaeda in Iraq: un primo sguardo i record Sinjar,” (West Point, NY: Progetto Armonia, Combating Terrorism Center, Dipartimento di Scienze Sociali, US Military Academy, Dicembre 2007 ). Citato come West Point Studio.
3 West Point Studio, pp. 8-9.
4 Daya Gamage, “ribellione libica ha radicale fervore islamista: Bengasi link alla militanza islamica, Documento militare ci rivela,” Asian Tribune , il 17 marzo 2011, at http://www.asiantribune.com/news/2011/03/17/libyan-rebellion-has-radical-islamist-fervor-benghazi-link-islamic-militancyus-milit
5 West Point Studio, p. 12.
6 West Point Studio, p. 19.
7 West Point Studio, p. 27.
8 West Point Studio, p. 9.
9 http://english.aljazeera.net/news/africa/2008/04/200861502740131239.html ; http://www.adnkronos.com/AKI/English/Security/?id=1.0.2055009989 ;
10 West Point Studio, p. 12.
11 West Point Studio, p. 27.
12 West Point Studio, p. 29.
13 West Point Studio, p. 28.
14 Vedere “Egitto disse braccio Ribelli Libia, Wall Street Journal , il 17 marzo 2011, a http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704360404576206992835270906.html ; si veda anche Robert Fisk, “piano segreto americano per armare i ribelli libici,” Independent , Mach 7, 2011,
15 Cramer.
16 http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-12741414
17 http://en.wikipedia.org/wiki/Mustafa_Abdul_Jalil
18 http://en.wikipedia.org/wiki/Mustafa_Abdul_Jalil
19 Stratfor, “della Libia Tribal Dyanmics, 25 febbraio 2011, disponibile all’indirizzo http://redstomp.org/forums/showthread.php?1109-Libya-s-Tribal-Dyanmics
20 Venetia Rainey: “Chi sono i ribelli che si battono per la protezione,” The First Post , http://www.thefirstpost.co.uk/76660,news-comment,news-politics,who-are-the-rebels-we-are-fighting-to-protect#ixzz1HMRIrUP9
21 http://en.wikipedia.org/wiki/National_Transitional_Council
22 Dichiarazione del “Transizione Consiglio Nazionale,” Bengasi, il 5 marzo 2011 alle http://www.libyanmission-un.org/tnc.pdf ; http://en.wikipedia.org/wiki/National_Transitional_Council

Preso da: http://www.vietatoparlare.it/il-sostegno-occidentale-ai-ribelli-in-libia-e-stato-un-appoggio-diretto-e-deliberato-ad-al-qaeda/

Libia: Vera storia della jihadista Hillary Clinton, mezzana del caos.

9 marzo 2016

Da qualche settimana il Washington Post e il New York Times stanno conducendo con grandi mezzi una sottile operazione: scagionare Hillary Clinton, allora segretaria di Stato, di quel che ha fatto in Libia. Hillary è la candidata preferita dell’Establishment, specie ora che si deve assolutamente evitare che alla Casa Bianca vada Trump.   Se le cose sono andate così male e la Libia è oggi uno stato fallito, è colpa di una serie di fortuite e sfortunate circostanze; lei, la Cltinon, ha deciso l’intervento per proteggere i civili libici dalla strage che stava compiendo il loro dittatore.
Per fortuna s’è formata in Usa un gruppo civico di base, la Citizen Commission on Benghazi (CCB). Lo scopo di questi cittadini: stabilire la verità su quanto accadde a Bengasi l’11 settembre 2012, quando fu attaccata la sede distaccata dell’ambasciata americana e i terroristi massacrarono l’ambasciatore Chris Stevens e tre difensori, Marines. La loro indagine (cito) “ha dimostrato che Gheddafi era un nostro alleato di fatto nella guerra al terrorismo islamico…e come l’amministrazione Obama e Hillary Clinton decisero di sostenere  ribelli legati ad Al Qaeda, invece che tenere negoziati di tregua con Gheddafi,  ciò che avrebbe portato alla sua abdicazione e alla transizione pacifica del potere”.

Sotto, i morti di Bengasi
Sotto, i morti di Bengasi

Fu il figlio del Leader, Saif, a cercare contatti con gli occidentali dopo che questi avevano ottenuto dall’Onu il mandato per l’intervento militare (17 marzo 2011) col pretesto che Gheddafi “stava massacrando il suo stesso popolo” (la guerriglia scatenata dagli islamisti era in corso). I “cittadini per Bengasi” hanno raccolto nel 2014 la testimonianza giurata del vice ammiraglio Chuck Kubik, che in quei giorni mise in contatto i rappresentanti di Gheddafi con il generale Carter Ham, il capo dell’AFRICOM (il comando supremo Usa in Africa). Kubik ha testimoniato: noi americani chiedemmo agli emissari una prova per dimostrare che chi li mandava era il loro capo: per esempio, ritirare le truppe alla periferia di Bengasi. Poche ore dopo, vedemmo che le truppe si ritiravano da Bengasi e da Misurata; fu concordata una tregua di 72 ore. Era l’inizio di una trattativa, e la controparte dimostrava la sua serietà. Gheddafi offriva d dimettersi. Gli alti ufficiali Usa si approntavano a trattare. “E allora ci è arrivata quella telefonata; l’idea fu silurata sopra la testa dell’AFRICOM”. Obama e la sua segretaria di stato Hillary volevano non solo rovesciare Gheddafi, ma erano ben consci che stavano dando il potere a terroristi di Al Qaeda. Il Katar e gli Emirati Arabi stavano spedendo armamento pesante ai ‘ribelli’ islamisti “sotto la protezione e supervisione Usa e NATO”: questo si deduce da un’altra testimonianza giurata raccolta dall’organizzazione civica CCB , la ex dirigente della CIA Clare Lopez. Gheddafi, racconta la Lopez, “collaborava da anni a tener sotto Al Qaeda nel Maghreb Islamico. Nelle sue prigioni c’erano i jihadisti di AL Qaeda”. Il governo del dittatore era riuscito anche a intercettare parte delle forniture di armamenti che Katar e Emirati mandavano ai wahabiti libici. Enormi forniture, come ha raccontato la Lopez, evocando “una visita a Tripoli dei delegati (degli Emirati)”, dove questi “scoprirono che metà del carico di armamenti del valore di un miliardo di dollari (!) che avevano pagato per i ribelli,   era stato deviato da Mustafa Abdul Jalil, i capo dei Fratelli Musulmani nel Comitato di Transizione Nazionale Libico, che l’aveva venduto a Gheddafi”: uno squarcio illuminante sul livello patriottico del personaggio, ma anche dei doppi e tripli giochi che avvenivano in quel vero nido di vipere e scorpioni che risulta essere il Comitato di Transizione, da cui – secondo la narrativa – era la opposizione moderata anti-Gheddafi,   che preparava l’instaurazione della demokràtia. Tant’è vero che Jalil, il suddetto rappresentante del Brothers, organizzò l’assassinio del general maggiore Abdel Fatah Younis, ex ministro dell’interno di Gheddafi passato all’opposizione, perché aveva scoperto che metà delle armi passavano nelle mani di Gheddafi; e incaricò dell’assassinio Mohamed Abu Khattala: il personaggio che, secondo gli americani, ha guidato l’assalto alla sede diplomatica quell’altro fatale 11 Settembre (2012) in cui i suoi uomini hanno ucciso (e sodomizzato da morto) l’ambasciatore.
Per questo motivo gli americani hanno catturato Abu Khattala e lo tengono prigioniero, senza precisa accusa, fuori dalla circolazione. Personaggi istruttivo, Abu Khattala era stato liberato dalle galere di Gheddafi nei primi giorni della “primavera libica”pagata dal Katar su supervisione NATO; aveva formato una sua milizia islamista chiamandola dal nome di uno dei compagni del Profeta “ Obeida Ibn Al Jarra” (una ventina di individui), ovviamente intruppandosi con Ansar Al Sharia (alias AL Qaeda) e il Comitato Supremo di Sicurezza,   che – sotto lo stentoreo nome – era l’apparato di sicurezza rivoluzionario creato dallo Stesso Comitato di Transizione Nazionale per propria autodifesa, nel vuoto i potere determinato dalla caduta di Gheddafi. Criminalità comune, qaedismo, buoi affari sporchi, islamismo e affarismo uniti nella lotta, Fratelli Musulmani che stanno con Al Qaeda ma la tradiscono per denaro, eccetera. Il New York Times ha dipinto una Clinton costretta a armare jihadisti perché “sempre più preoccupata che il KAtar stava fornendo armi soltanto e certe fazioni di ribelle, milizie di Misurata e brigate islamiste selezionate”. Insomma: ha davuto armare l’ISIS perché il Katar, disubbidiente come sempre ai voleri americani, armava Al Qaeda.

Abu Khattala
Abu Khattala

In realtà il giudice Andrew Napolitano, dopo inchiesta, ritiene che quelle armi che il Katar spediva ai suoi ribelli preferiti in Libia, erano armi che gli Usa avevano venduto al Katar, su specifico mandato di Hillary Clinton, la quale al proposito ha mentito sotto giuramento durante l’audizione al Senato sulla tragedia dell’ambasciatore inLibia.   Le armi erano lanciarazzi kalashnikov, missili a spalla dell’Est Europa, e delle spedizioni si occupavano ditte Usa, autorizzate legalmente al traffico di armamenti, che non hanno mai fatto mistero di   lavorare coi sevizi e il Dipartimento di Stato. Le autorizzazioni rilasciate a queste ditte dal Dipartimento di Stato sono aumentate vistosamente mentre sulla poltrona sedeva la Clinton: “Oltre 86 mila licenze per il valore di 44,3 miliardi di dollari sono state concesse nel 2011 – un aumento di oltre 10 miliardi di dollari rispetto all’anno prima”.
Uno di questi commercianti, Marc Turi, ha aggiunto: “Quando il materiale atterrava in Libia, metà andava da una parte, metà dall’altra:   questa metà è quella che è ricomparsa in Siria”: In Mano al Califfato. Risultato, Marc Turi è stato arrestato per traffico d’armi.
http://www.foxnews.com/opinion/2015/10/29/cannot-allow-hillary-clinton-midwife-to-chaos-and-public-liar-to-be-our-next-president.print.html
Turi ha detto: “Obama ha incriminato me per proteggere Hillary”. Chissà perché se l’è messo in testa.
Come tocco finale, c’è da ricordare che quell’11 Settembre, quando i comandi americani potevano intervenire rapidamente da Sigonella per salvare l’ambasciatore e i Marines che lo stavano difendendo – per radio udivano le loro richieste disperate di aiuto – qualcuno ordinò ai militari di non far nulla, to stand down: i servitori dello Stato erano diventati testimoni di un mercato losco diventato un disastro criminale, su cui era meglio tacessero per sempre.
Questa è la Libia dove adesso Obama vuole che mandiamo cinquemila italiani. Così ha ridotta lui e la sua segretaria di Stato, che adesso po’ andare alla Casa Bianca.  Il giudice Napolitano: “Non possiamo permettere che Hillary Clinton, questa mezzana del caos e pubblica mentitrice, sia il prossimo presidente”.
http://www.foxnews.com/opinion/2015/10/29/cannot-allow-hillary-clinton-midwife-to-chaos-and-public-liar-to-be-our-next-president.print.html
Per fortuna noi qui abbiamo il Corriere della Sera, a scriverci sopra abbiamo il columnist principe, Angelo Panebianco, che titola: “All’Europa conviene Hillary” alla Casa Bianca. Perché – spiega l’alto analista – la vittoria di Trump “sarebbe positiva per Vladimir Putin e i suoi amici” europei, mentre “Hillary Clinton promette una continuità con il passato che sarebbe seppellito, se vincesse Trump”.
La continuità con questo passato è quel che vuole Panebianco e chi gli suggerisce.
E anche da noi è cominciata la campagna di mostrificazione di Donald. Con una strana aggiunta: improvvisamente, grandi media, Confindustria ed ebrei vari attaccano Renzi con gli stessi toni con cui attaccano Trump. Perché non vuole è cascato nella trappola.

Fonte: http://ww.maurizioblondet.it

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2016/03/09/libia-vera-storia-della-jihadista-hillary-clinton-mezzana-del-caos/

GLIFOSATO, AGROTOSSICI, SEMENTI OGM. LE VERE ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA.

11 aprile 2016

Nel consueto silenzio dell’informazione scritta e televisiva, a Bruxelles si sta consumando un nuovo crimine contro i popoli europei. La Commissione UE, nella persona del commissario greco alla Salute ed alla Sicurezza Alimentare, sta cercando, ed ovviamente troverà il modo di rendere permanente l’autorizzazione all’uso del glifosato, il diserbante più usato al mondo. In queste settimane, c’è stato un fermo nelle iniziative legislative dei dittatori comunitari, che, giova ripeterlo sempre, sono immediatamente esecutive in tutti i 28 Stati una volta sovrani dell’Unione.
In materia, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul cancro (IARC) ha da tempo affermato che il glifosato è “probabilmente cancerogeno per gli esseri umani”, e la serietà, soprattutto l’indipendenza di quella organizzazione è riconosciuta da oltre quarant’anni di attività scientifica. Un prodotto, quindi, il glifosato, che diserba e, contemporaneamente, mina la salute di animali ed umani. Fin dal 2000, fortunatamente, in sede europea, è norma il cosiddetto “principio di precauzione”, che proibisce l’uso e la vendita di qualsiasi prodotto o ritrovato di cui non si conoscano ancora gli effetti, o su cui gravi , come nel caso del glifosato, il fondatissimo sospetto di nocività.

Eppure… Giova sapere che il diserbante è stato il più fortunato brevetto della Monsanto, e che, scaduti i diritti nel 2011, è oggi prodotto liberamente da più aziende, almeno un dozzina nella sola Italia. La variante resistente agli OGM, il cui nome commerciale è Roundup, è il prodotto più redditizio della gamma Monsanto.
L’Unione Europea, tra le sue numerose, costose emanazioni pagate con il denaro dei contribuenti , dispone di una Autorità per la Sicurezza Alimentare (EFSA) . Sull’argomento, l’organo europoide, una volta di più, non ha fatto altro che accogliere le conclusioni delle parti interessate, per le quali, ovviamente, il glifosato non è affatto pericoloso. A Bruxelles, nei palazzi del potere europeo, si alternano circa ventimila lobbisti, riuniti in numerose associazioni. Una di esse è l’ECPA, Associazione per la Protezione delle Piantagioni.
Nella consueta inversione neolinguistica promossa degli oligarchi, la protezione delle piantagioni è in realtà la difesa degli interessi delle multinazionali associate del settore: BASF Agro, Syngenta, Bayer, Dupont, oltre alla solita Monsanto. I lobbisti, naturalmente, stanno studiando con la Commissione il modo di rendere definitive le autorizzazioni alla produzione ed alla commercializzazione intraeuropea di un prodotto la cui pericolosità è conclamata. L’agribusiness prima di tutto, perbacco!
Basterebbe verificare la drammaticità della situazione argentina: il grande Paese sudamericano ha dovuto riconvertire gran parte della produzione agricola, ed è oggi il massimo fornitore al mondo di soia geneticamente modificata, con oltre 22 milioni di ettari coltivati, oltre la metà dei campi coltivati a cereali. Il glifosato è il famoso Roundup Monsanto, resistente al pesticida. Una coppia fissa, da anni, quella delle sementi OGM, casualmente di proprietà delle multinazionali già nominate, e del glifosato, il cui metabolita che molti chiamano killer, l’acido aminometilfosfonico, è presente nel mais, nella soia, nella colza e nel cotone OGM.
Un fotografo argentino, Pablo Ernesto Piovano, ha documentato in immagini agghiaccianti che hanno fatto il giro del mondo e che chiunque può visionare in rete, l’effetto sugli esseri umani, in particolare sui bambini, dell’esposizione al diserbante. Nelle zone agricole argentine i casi di tumori infantili sono triplicati in pochi anni e le malformazioni neonatali di ben quattro volte. Un caso? La benemerita EFSA lo affermerà certamente, con il supporto di eminenti scienziati “amici”, ma i fatti, che hanno la brutta abitudine di essere tenaci e di tornare a galla, dicono che in Argentina sono stati irrorati 370 milioni di litri di pesticidi tossici solo nell’anno 2012. Secondo una rivista di fotografi professionali, Burn, quasi un terzo della popolazione argentina subirebbe effetti negativi dall’uso del glifosato.

​La prestigiosa rivista medica The Lancet Oncology parla di rischi per leucemie infantili, malattie della pelle, malformazioni neurovegetative, linfomi. Nessun turbamento, per azionisti, scienziati, fiancheggiatori vari del sistema: loro non mangiamo cibi transgenici, e le loro ville sono lontane dalle zone di coltivazione. Quanto agli altri, sono semplici danni collaterali di un affare da molti miliardi di euro l’anno.
Il principio di precauzione appare quindi assolutamente opportuno, a livello europeo, in attesa della conferma, o della smentita da parte di organi indipendenti, dei dati dell’ente di ricerca sul cancro e di tanti altri studiosi e militanti. Al contrario, i lobbisti dell’ECPA, attaccano proprio tale norma, e cercheranno di aggirarla con l’aiuto di ben pagati avvocati e compiacenti funzionari. Tuttavia, proprio questa è la prova della malafede delle multinazionali: se possedessero dati tranquillizzanti per le popolazioni, li esibirebbero con ogni facoltà di prova, e non attaccherebbero la normativa “in punto di diritto”.
A proposito, a detta di tutti gli osservatori, tanto in sede europea che nell’ambito delle organizzazioni affiliate all’ONU, si assiste da anni allo strano fenomeno delle porte girevoli, ovvero al passaggio di funzionari, esperti e professionisti vari dalle grandi aziende multinazionali alle strutture cosiddette di controllo. Oggi qui, domani là, prima controllati, poi controllori.
Questo è il volto vero ed oscuro della globalizzazione, che, nel caso di cui parliamo, svela la propria anima assassina, rivoltante ed antiumana.
Accenniamo allora ad un ulteriore, drammatico risvolto del sistema dei pesticidi e delle sementi OGM, quello delle tecnologie, che, brevettate, controllano ormai le fonti della vita.
Un’azienda biotech, la Delta and Pine Land, ha scoperto e naturalmente coperto da brevetto, una tecnica, definita “sistema di protezione della tecnologia” che rende sterili le piante cui viene applicata.
Possedere bombe atomiche è meno pericoloso… Sterilizzano una pianta e ci costringono quindi ad usare le loro sementi, rivendendole dopo ogni raccolto. Il brevetto si chiama, onestamente, Terminator, ed è oggi nelle mani della solita Monsanto, che vende i semi “suicidi” in Asia, Africa, Sudamerica.
Da anni, comprano pubblicità su giornali e TV e mobilitano i giornalisti di riferimento per propalare la favola della lotta alla fame nel mondo: le sementi OGM sarebbero l’arma totale dei buoni, intenzionati a sfamare il Terzo e Quarto Mondo. Peccato che l’Africa non conoscesse la morte per fame sino al 1960, ma dopo, costretta alle monocolture imposte da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, ha visto la morte e l’inedia di milioni dei suoi figli.
Chi dà la morte si chiama assassino. Banca Mondiale, FMI e multinazionali biotecnologiche sono quindi, ad ogni effetto, assassini seriali, genocidi, come il sistema bancario internazionale, e come tali i popoli hanno il dovere, non il diritto di fermarli e di trascinarli davanti ad un tribunale di Norimberga dell’economia e della finanza criminale!
Alcuni esempi: il famigerato defoliante Agente Arancio, ampiamente irrorato dagli Usa in Vietnam durante la guerra, e l’ormone sintetico Posilac, utilizzato per la crescita dei bovini e dei profitti degli azionisti di Monsanto, prodotto che moltissimi descrivono come tossico, vietato in Europa, ma che vi entrerà dalla finestra con il Trattato di Partenariato Transatlantico.
Intanto, mentre scriviamo o leggiamo queste note, il mais OGM minaccia il povero Nepal e l’intera zona dell’Himalaya. Possiamo ipotizzare che le nuove sementi siano, o possano diventare, armi per la riduzione programmata e massiccia della popolazione. Altro che Saddam e la narrazione (oggi dicono storytelling…) delle introvabili armi di distruzione di massa, che ha consentito l’approvazione della guerra da parte di strati importanti delle opinioni pubbliche occidentali. Il seme Terminator ne è la prova: che cosa faranno le nazioni, specie le più povere, quando o se non potranno pagare le royalties ai proprietari dei brevetti, e le loro povere coltivazioni saranno diventate sterili? Se c’è un’evidenza negata solo dalla parte interessata è che i raccolti OGM distruggono l’equilibrio della sostanza nutritive naturali dei terreni, e ne impediscono il transito nelle radici.
L’ingegnerizzazione imposta all’agricoltura, a partire dall’origine, ovvero dal sistema delle sementi e della trasformazione genetica, ha uno scopo preciso, che non è tanto il profitto, quanto il controllo del mercato dei semi (mercato dei semi è un’espressione ripugnante!), quindi la disponibilità di cibo per gli esseri umani.
Il cibo diventa un’arma, più insidiosa e terrorizzante delle stesse bombe. La potenza infinita dei padroni delle sementi, la loro capacità di distorcere l’opinione pubblica a loro favore può essere dimostrata già a partire da un’evidenza finanziaria, la presenza della Fondazione Bill Gates (Microsoft) tra gli azionisti dei giganti del settore, in particolare di Monsanto.
Tra le tante informazioni che stanno trapelando per merito di osservatori coraggiosi e della rete Internet c’è quella dei legami tra una delle numerose agenzie governative statunitensi, la USAID, e le multinazionali della chimica applicata all’agricoltura ed alla tecnologia transgenica. L’USAID si occupa ufficialmente di aiuti ai Paesi bisognosi, ma è una emanazione del Dipartimento della Difesa americano, largamente utilizzata in operazioni coperte ed in particolare nel reclutamento di leader politici, ricercatori, alti funzionari, da “sensibilizzare”, nelle maniere e con le modalità che ciascuno può intuire, ai temi della ricerca transgenica e delle biotecnologie applicate alle sementi.
La sola Monsanto controlla circa il 95% della fornitura mondiale di semi per cibo, ed ha ormai non soppiantato, ma espulso dal mercato (c’è un mercato con il 95 per cento???) i produttori di sementi naturali. Fondamentalmente, un seme OGM, ed anche il relativo diserbante, è un valore strategico militare.
In India le multinazionali brevettano semi ed innesti elaborati durante secoli, forse millenni, dalle popolazioni agricole locali, poi ne vietano l’uso senza il pagamento di diritti. E’ rapina con le armi di un sistema giuridico complice, ed è genocidio in guanti bianchi nei confronti di chi, derubato, non può pagare una vera e propria estorsione.
Il controllo genetico delle sementi alimentari e dei diserbanti chimici, nonché la loro ricostituzione sono elementi di una strategia precisa di dominazione a medio termine, di cui il soggetto privato, si chiami Monsanto, Syngenta, Dupont od altro, non è che il terminale di un progetto che ha nell’alta finanza, proprietaria , attraverso complessi incroci azionari, dei pacchetti di controllo delle maggiori multinazionali, l’attore principale, dominus e beneficiario finale, a fini di potere globale. L’apparato statale americano, in particolare le poderose strutture, non solo di combattimento, dell’esercito e le Agenzie specializzate nell’intelligence ne sono il braccio secolare.
Vogliamo ripeterlo: in questo settore, come in altri, i pur immensi profitti non sono l’obiettivo principale. Il controllo del cibo vale ben più dei miliardi di dollari pretesi da questi usurai della vita.
Il progetto è sempre uno: un governo mondiale diretto da un’oligarchia di banchieri ed azionisti globali, all’ombra delle armi americane. Non ce ne dimentichiamo mai.
Un cinese sapiente avvertiva che lo sciocco guarda il dito che indica la luna, solo il saggio osserva la luna. Smettiamo di detestare i responsabili politici nazionali, malandrini e corrotti certamente, ma semplici camerieri di un potere ben più grande di loro, che spesso neppure conoscono, e, stante il livello di molti tra loro, neppure capiscono.
La lotta, purtroppo, è ad un livello diverso. Informarsi è il primo passo, poi occorre capire: se la verità rende liberi, come insegnava Giovanni, l’eremita di Patmos, solo la verità ci permette di indignarci e mettere nel mirino il vero nemico.
Noi dobbiamo essere avanguardie che animano, possibilmente orientano, articolati fronti di opposizione. Loro sono infinitamente potenti, noi, se cominceremo a far capire, potremo diventare infinitamente numerosi.

El costo humano de los agrotóxicos – por Pablo Ernesto Piovano (Subtitulado: inglés) from Pablo Ernesto Piovano on Vimeo.


Articolo tratto dal sito Blondet & Friends
Autore:  Roberto Pecchioli  

Originale con video: http://www.nexusedizioni.it/it/CT/glifosato-agrotossici-sementi-ogm-le-vere-armi-di-distruzione-di-massa-5074

DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE IL GIAPPONE, SU IMPOSIZIONE DEI ROCKEFELLER,E’ STATO GOVERNATO DAI MASSONI

17 aprile 2016

I massoni giapponesi sostengono che i loro legami con la massoneria occidentale risale ai tempi degli antichi mesopotanici ed egiziani.
I primi collegamenti verificabili risalgono a quando l’impero khazaro fu distrutto dai mongoli e russi circa 1000 anni fa.
Al momento la loro classe d’elite e’ fuggita con il tesoro in Europa e Cina. Il gruppo che e’ fuggito in Cina e’ poi fuggito in Giappone come l’esercito di Kublai Khan ha conquistato la Cina.
E’ per questo che la stella di Davide e’ visibile in santuari giapponesi vecchi di 1000 anni.

I khazari originali sono stati completamente assimilati dall’elite giapponese nel corso dei secoli successivi, ma l’influenza khazara/massonica e’ diventata parte integrante della cultura giapponese.
Dopo che l’ammiraglio Perry e’ arrivato ed ha costretto i giapponesi ad aprire la loro economia, l’uomo Rothschild in Asia, Jardine Matheson, ha inviato un agente in Giappone. Il suo uomo era Thomas Blake Glover e la sua missione era quella di creare un nuovo mercato delle armi iniziando una guerra civile in Giappone.
L’obiettivo finale di questa guerra era di preparare il Giappone per la colonizzazione.
Riusci’ a vendere alcune navi da guerra ed armi, ma alla fine, la trama di Glover viene scoperta per poi quindi fallire.
Successivamente un altro agente Rothschild, il massone Guido H. F. Verbeck ha iniziato un franchising giapponese di successo.
Insieme ai padri fondatori del Giappone moderno e dei membri anziani della moderna originale loggia massonica hanno creato l’imperatore Meiji come loro simbolo e modernizzato il Giappone.
I muratori giapponesi hanno ricevuto piena assistenza da parte dei loro omologhi inglesi ed  europei e sono stati in grado di sconfiggere la vecchia nemesi khazara, la Russia imperiale, nella guerra russo-giapponese.
Dopo la seconda guerra mondiale i Rockefeller sono arrivati in Giappone per esaminare il nuovo possesso. I negoziati sul nuovo ordine post-guerra ha avuto luogo principalmente all’interno della Gran Loggia Giapponese (una struttura sotterranea nascosta accanto alla torre di Tokyo).
Ogni primo ministro giapponese dalla fine della guerra e’ stato un massone.
Per i giapponesi e’ risaputo che i loro governanti segreti sono David Rockefeller e suo nipote Jay Rockefeller

Fonte :

http://benjaminfulford.com/Freemeison2.html

Preso da: http://nomassoneriamacerata.blogspot.it/2016/04/dopo-la-seconda-guerra-mondiale-il.html

Quello sporco oro nero

Carburante di una macchina che genera ricchezza, fondata sullo sfruttamento indiscriminato di risorse ambientali, e di un sistema diffuso di illegalità su scala globale: sua maestà, il petrolio. Insieme a gas e risorse minerarie costituisce il settore a maggior rischio di malaffare nel mondo.
Con un tasso del 25 per cento di corruzione percepita, la propensione al malaffare è dovuta, essenzialmente, all’enorme sproporzione tra la forza contrattuale ed economica agita dai singoli titolari o gestori degli impianti e la debolezza politica e finanziaria dei territori in cui sono ubicate le piattaforme estrattive.

Con l’intraprendenza economica di cui sono capaci, i primi riescono ad aggirare leggi e processi democratici per spostare enormi somme di denaro in capo a pochi soggetti in grado di organizzare il malaffare e per ‘estorcere’, a costi irrisori, risorse pubbliche alle comunità locali.
Così, singoli colossi finanziari si calano facilmente in contesti sociali permeabili alle pratiche corruttive, sia per ragioni attribuibili alla presenza di strutture criminali sia per la scarsa tenuta degli apparati politico-istituzionali.

Complici una normativa di tutela ambientale incoerente e astratta ed un sistema di controlli del tutto inadeguato al settore, gli interessi privati (di alti dirigenti d’azienda, manager, funzionari pubblici, faccendieri e, perché no, amici di famiglia) sviliscono il ruolo della pubblica amministrazione. Aggiungi le ragioni di mercato, tipo la volatilità dei prezzi e l’aumento della domanda, oltreché i sistemi produttivi caratterizzati da scarsa trasparenza e da logiche individuali, e l’affare è presto fatto.

Un affair che, in Italia, solo negli ultimi due anni e mezzo, ha condotto sotto indagine novantadue persone. Capi d’imputazione? Corruzione, truffa, associazione a delinquere. Grazie all’inadeguatezza della normativa (almeno fino all’entrata in vigore della recente legge 68/2015 sugli ecoreati, che ha introdotto nel codice penale sei delitti ambientali più una serie di aggravanti), la sproporzione delle forze all’interno delle aule dei tribunali, le prescrizioni a fagiolo e gli emendamenti chirurgici, la filiera dell’illegalità del petrolio si estende. E anche all’ambito fiscale, con l’ evasione delle accise sui carburanti per decine e decine di milioni di euro, stando a quanto si legge nel rapporto “Sporco petrolio”, redatto da Legambiente.

Secondo un copione che comparve, per la prima volta (in questo settore), fra il 1973 e il 1980, documentato da La Repubblica del 1995, “il petroliere che forniva i moduli falsi, si metteva in tasca cinquanta o sessanta lire per ogni chilo di prodotto venduto illegalmente.
Per timbrarlo, la Guardia di Finanza pretendeva venti lire al chilo e altrettante l’ufficio tecnico delle imposte di fabbricazione, che si impegnavano a proteggere il trasporto della benzina in cambio di una tangente di ottanta lire al chilo da spartire a metà. All’erario furono sottratti duemila miliardi”. E la storia di inquinare l’economia, oltreché l’ambiente, continua.

Preso da: http://altrenotizie.org/societa/6956-quello-sporco-oro-nero.html

L’ATTACCO USA ALLA LIBIA NEL 1986 FU CREATO ATTRAVERSO UNA FALSE FLAG

15 agosto 2015

Premessa: l’articolo e’ stato pubblicato nel 1998 ma il suo reale scopo e’ quello di far capire come vengono create false flag per giustificare aggressioni nei confronti dei paesi sovrani.

Nel 1998 un documentario tedesco trasmesso in televisione ha mostrato prove convincenti che alcuni dei principali sospettati nel bombardamento della discoteca a Berlino nel 1986, evento che forni’ il pretesto per un attacco aereo statunitense in Libia, hanno fatto parte della CIA e del Mossad.
Il 15 aprile 1986 aerei da guerra USA hanno bombardato le citta’ libiche di Tripoli e Bengasi distruggendo la casa di Gheddafi ed ucciso almeno 30 civili tra cui molti bambini.
Due ore piu’ tardi il presidente Ronald Reagan ha giustificato l’attacco senza precedenti contro un paese sovrano, in un discorso televisivo nazionale. Sostenendo di avere la prova diretta, precisa ed inconfutabile che la Libia era responsabile di aver fatto esplodere una bomba in una discoteca di Berlino Ovest. L’esplosione avvenuta 10 giorni prima nella discoteca La Belle, un locale preferito dai soldati americani, aveva ucciso tre persone e ferito 200.
Da novembre del 1997 cinque imputati sono stati processati in un tribunale di Berlino per il presunto coinvolgimento nell’attacco alla discoteca. Ma nel corso di oltre un anno e mezzo il caso e’ proceduto molto lentamente. La televisione ZDF che ha effettuato una propria indagine sul caso ha spiegato il motivo, attraverso il magazine politico Frontal, arrivando alle seguenti conclusioni :

1)l’imputato principale attualmente sotto processo, Yasser Chraidi, e’ molto probabilmente innocente, e viene utilizzato come capro espiatorio dai servizi segreti tedeschi ed americani.
2)almeno un degli imputati, Musbah Eter, ha lavorato per la CIA nel corso di molti anni
3)alcuni dei principali indagati non sono apparsi in tribunale, perche’ sono protetti dai servizi segreti occidentali
4)almeno uno di questi, Mohammed Amaidi, e’ un agente del Mossad, il servizio segreto israeliano
L’uomo accusato di essere la mente degli attacchi alla discoteca La Belle, Yasser Chraidi, 38 anni, era un autista presso l’ambasciata libica a Berlino Est nel 1986. Successivamente si trasferi’
in Libano, da dove e’ stato estradato in Germania nel maggio 1996.
Il magazine Frontal ha intervistato i due libanesi responsabili per l’estradimento di Chraidi : l’ex-procuratore Mounif Oueidat ed il suo vicee Mrad Azoury.
Entrambi confermano che le autorita’ tedesche hanno usato l’inganno per estradare Chraidi.
Secondo Azoury non ha ricevuto prove che Chraidi era effettivamente coinvolto nell’attacco; ci sono stati solo ‘suggerimenti’. Oueidat afferma che i tedeschi hanno mostrato grande interesse ad avere Chraidi. ”Gli americani erano dietro questa richiesta” dice.”Questo e’ stato evidente. Hanno spronato i tedeschi per accellerare l’estradizione”
Alla fine Chraidi, etichettato come ‘terrorista top’, viene trasferito in Germania in un’operazione spettacolare di sicurezza.
Ma un giudice di Berlino ha trovato le prove, presentate dal pubblico ministero, cosi’ deboli. Minacciando di rilasciare Chraidi entro tre settimane se non vengono presentate maggiori prove.
A questo punto un altro uomo entra in scena che, secondo Frontal, doveva essere risparmiato dal pubblico ministero fino ad allora.
Il 9 settembre 1996 lo stesso giorno in cui il giudice di Berlino ha minacciato di rilasciare Chraidi, il procuratore di Berlino Detlev Mehlis, l’ispettore di polizia di Berliono Uwe Wihelms e Winterstein dei servizi segreti tedeschi (BND) incontrano Musbah Eter nell’isola di Malta.

Coinvolgimento della CIA
L’incontro e’ stato preparato dai servizi segreti tedeschi (BND) che mantengono stretti rapporti con la CIA.
Musbah Eter era impegnato in un business internazionale a Malta e serviva come copertura per vaste operazioni di intelligence per conto della CIA.
Le autorita’ tedesche lo volevano con l’accusa di omicidio. Ma nella riunione di Malta venne raggiunto un accordo. ”Immunita’ per Eter se incrimina Chraidi per il bombardamento della discoteca. Il giorno dopo Eter andava in Germania all’ambasciata tedesca per testimoniare. Di conseguenza il mandato contro di lui era demolito e gli fu permesso di recarsi in Germania.
Secondo Frontal, Eter e’ la figura chiave nel processo La Belle. Al momento del bombardamento della discoteca lavorava per l’ambasciata libica a Berlino Est ed inoltre visitava regolarmente l’ambasciata americana, Secondo Christian Strobele, l’avvocato per Chraidi, questo fatto estremamente insolito e’ dimostrato da ampie note della polizia segreta della Germania dell’Est, che hanno tenuto d’occhio Eter molto attentamente in quel momento.
Ci sono molte indicazioni che Eter era attivamente coinvolto nel bombardamento della discoteca La Belle. Secondo la trascrizione degli interrogatori studidati da Frontal, aveva le conoscenze dettagliate di uno dei partecipanti. Ha anche ammesso di aver portato le istruzioni operative per la bomba al piano di un coimputato.
Frontal asserisce che oltre gli imputati al presente processo, un altro gruppo era coinvolto nel bombardamento della discoteca, un gruppo di terroristi professionisti che lavoravano per qualcuno che li pagava, un certo ‘Mahmoud’ Abu Jaber.
Membri di questo gruppo, secondo Frontal, ”sono stati appena disturbati dal pubblico ministero e vivono in modo sicuro in altri paesi”
Nei mesi precedenti all’attacco alla discoteca La Belle essi vivevano a Berlino Est e si incontravano, quasi quotidianamente, con gli attuali imputati. Ore prima dell’attacco si trasferirono a Berlino Ovest, dove e’ esposta una bomba. I loro movimenti sono stati monitorati dalla Germania dell’Est ed i servizi segreti russi che hanno concluso che stavano lavorando per i servizi segreti occidentali
Secondo il KGB russo, in un documento citato da Frontal, il controspionaggio americano pianificava di usare ‘Mahmoud’ per inventare un caso di coinvolgimento di terroristi libici nell’attacco alla discoteca. Secondo lo stesso documento del KGB, Mahmoud aveva messo in guardia l’intelligence di Berlino Ovest due giorni prima dell’esplosione.
Frontal ha seguito le tracce di Mohammed Amairi, il braccio destro di ‘Mahmoud’ Abu Jaber che, secondo documenti che ha studiato, e’ stato particolarmente impegnato nella preparazione dell’attacco alla discoteca.

Un agente del Mossad
Amairi lascio’ la Germania per la Norvegia nel 1990, quando un mandato e’ stato emesso per il suo arresto. Ora vive nella citta’ norvegese di Bergen dove Frontal lo ha trovato ed intervistato.
Egli ha bloccato l’intervista quando gli fu chiesto per quale servizio segreto aveva lavorato. Il suo avvocato Odd Drevland poi racconta la storia.
Quando Amairi si e’ trasferito in Norvegia e’ stato arrestato e marchiato come ‘un pericolo per il suo paese’ sulla prima pagina dei giornali.
Ma poi il Mossad ha preso cura di lui e tutto e’ cambiato.”Amairi era un agente Mossad?’ chiese Frontal. ”Era un uomo Mossad’ rispose Drevland.
Nel frattempo la Norvegia concesse asilo ad Amairi e presto ricevera’ la cittadinanza norvegese.
Il pubblico ministero di Berlino ha tolto il mandato contro di lui.
”Questi intrighi dei servizi segreti presentano un compito per il Tribunale di Berlino che e’ quasi insolubile” concluse il rapporto Frontal-
”Ma una cosa e’ certa, la leggende americana del terrorismo di stato libico non puo’ reggere, non puo’ piu’ essere mantenuta’

Fonte :

http://100777.com/node/101

Prima dell’attentato alla discoteca, il Mossad aveva messo un trasmettitore sul suolo libico che ha fatto sembrare che la Libia stesse mandando ordini terroristici alle sue varie ambasciate che gli americani creduloni hanno pensato fossero vero

Fonte :

https://www.radioislam.org/islam/english/terror/ostrov3.htm

Preso da: http://nomassoneriamacerata.blogspot.it/2015/08/lattacco-usa-alla-libia-nel-1986-fu.html

La Guerra in Libia è una Operazione CIA Studiata già 30 Anni Fa

sabato 3 settembre 2011

La Guerra in Libia è una Operazione CIA Studiata già 30 Anni Fa? Chi Sono i Ribelli?

La campagna di disinformazione è iniziata in febbraio, come risaputo sono state dette molte falsità al pubblico, sia per quanto riguarda la natura della rivolta sia per quanto riguarda la reazione del governo libico ad essa. Mentre i carri solcavano le strade libiche, e i jet volavano nei cieli la battaglia si faceva più dura e i mercenari di Al Qaeda mossero guerra contro l’esercito libico, i media corporativi in tandem con gli stati membri della NATO si preparavano ad intervenire, ritraendo una rivolta costituita da attivisti pacifici che venivano crivellati dai colpi delle mitragliatrici e bombardati dagli aerei. Ci sono ora le prove che confermano che tali atrocità non sono mai avvenute, ma l’Onu citando questa disinformazione ha autorizzato l’intervento della NATO.


La natura stessa dei ribelli Bengasi è stata presentata in maniera ingannevole al pubblico. In realtà, erano una miscellanea di estremisti e mercenari, molti dei quali avevano combattuto di recente in Iraq e in Afghanistan contro le forze Usa. Questi mercenari, pagati dalla CIA e dall’MI6 negli ultimi 30 anni (vedi linea del tempo), vengono raffigurati come “una forza politica indigena” di opposizione al governo libico. Recentemente è stato rivelato che il comandante dei ribelli che hanno tentato la conquista di Tripoli altro non è che Abdelhakim Belhadj, una pedina di Al Qaeda che venne precedentemente catturato in Malesia, torturato dalla Cia a Bangkok, in Thailandia nel 2003, prima di saltar fuori di nuovo in Libia dove sta ora combattendo per conto della NATO.

Un’altra via in cui è stata propagata disinformazione è stato il tentativo di rappresentare Gheddafi come un pazzo vagabondo che, nonostante la denigrazione, si rivelò essere uno dei pochi capi di stato “sinceri” sul conflitto che assediava la sua nazione. Dalle sue prime dichiarazioni sul fatto che la rivolta fosse fomentata dall’esterno e che fosse coinvolta Al Qaeda, alle affermazioni ormai certe del fatto che la ribellione servisse per inaugurare una nuova occupazione straniera assieme alla depredazione delle risorse della Libia, aveva colto nel segno.

Quello a cui stiamo assistendo in Libia è una di aggressione orchestrata da finanziatori/capi corporativi per i loro interessi. Hanno cospirato apertamente sul fatto di effettuare una campagna di conquista militare ed economica in tutto il Medio Oriente (e oltre), includendo il Nord Africa e specificamente anche la Libia. Dal discorso di Wesley Clark nel 2007, all’articolo del Newsweek del 1981, ci sono state consegnate delle confessioni firmate sul fatto che sono i “nostri” governi i veri nemici da cui l’umanità si deve liberare, mascherano la loro agenda con la sottile patina della giustificazione morale. Ancora una volta, dobbiamo impegnarci ad individuare i veri interessi che hanno messo in moto questo conflitto, guardando dietro i leader militari e politici meri esecutori della “politica internazionale”. (Fonte)



Chi sono i ribelli libici?


Intervista (di Ami Goodman per Democracy Now) a Gilbert Achcar, professore alla Scuola di Studi orientali e africani a Londra, autore di molti libri, il più recente si intitola:  “Gli Arabi e l’Olocausto”. 



Amy Goodman –   Benvenuto a Democracy Now, Professor Achcar.Può dirci che cosa succede oggi in Libia?

Gilbert Achcar – Salve, Amy . E’ un piacere parlare con lei. Quello che avviene in Libia è  quello che lei ha descritto. Non ne so molto di più. Fondamentalmente la battaglia continuerà fino a quando non cattureranno  Gheddafi e sottometteranno le rimanenti città che sono a favore di Gheddafi o dominate dalle forze pro-Gheddafi. Per quanto sappiamo dai notiziari, si stanno svolgendo intensi negoziati con la gente di queste città perché si faccia tutto pacificamente; un portavoce ha anche parlato dei ribelli che stanno prendendo il controllo di Sirte, questo si vedrà in seguito.

Amy Goodman – Il pezzo che lei ha scritto si intitola: La cospirazione della NATO contro la rivoluzione libica. Ci spieghi.

Gilbert Achcar – Naturalmente cospirazione è tra virgolette perché cito delle persone che la chiamano cospirazione, ma il punto è che non è una cospirazione. E’ uno schema molto chiaro che si è sviluppato fin dall’intervento della NATO e da quando si è capito che sarebbe stato un intervento  con una prospettiva più lunga, che gli schemi erano in effetti costruiti perché la guerra continuasse, in un certo senso, per non far precipitare la conclusione, e allo stesso tempo tentando di arrivare a una specie di accordo tra il regime di Gheddafi e i ribelli. La situazione fino all’ultimo periodo è stata questa.

 Fino a poche settimane fa la squadra della NATO guidata dal Regno Unito che aveva  preparato un progetto per la Libia, stava  insistendo – sapete che hanno una specie di ossessione per l’esempio dell’Iraq quando l’amministrazione Bush ha smantellato lo stato Baathista di  Saddam Hussein quando gli Stati Uniti  invase il paese. Di solito le fonti occidentali attribuiscono il disastro in cui l’invasione dell’Iraq si è trasformata a questo atto iniziale e quindi l’ossessione della NATO è stata proprio di evitare che si ripetesse questo stesso tipo di situazione in Libia e di fare un patto tra i baroni tra del regime di Gheddafi e la ribellione.

Fino a pochi giorni fa il Financial Times in un suo editoriale diceva che i ribelli non dovevano attaccare Tripoli e il pretesto era che ci sarebbe stato un bagno di sangue. Fortunatamente non è accaduto e l’idea di non attaccare Tripoli e di cercare di fare un patto con Tripoli  c’è sempre stata e lo scoglio  che lo  ha impedito  è stata proprio  la testardaggine stessa di Gheddafi, perché non c’era modo che i ribelli accettassero un patto per mantenere Gheddafi in una posizione ufficiale di potere, e non c’era modo che egli accettasse di dimettersi..

Amy Goodman – Chi sono i ribelli, Gilbert Achcar?

Gilbert Achcar – Chi sono i ribelli? Questa è una domanda da un miliardo di dollari. Perfino nei circoli della NATO  si fanno la stessa domanda. Il fatto è che sappiamo che esiste il Consiglio Nazionale transitorio, ma anche riguardo a questo abbiamo informazioni limitate. Non ci sono notti tutti i suoi membri e si annunciano nuovi membri  in rappresentanza delle  restanti le aree, compresa Tripoli. Ci sono un misto di liberali, dei membri del regime precedente e figure tradizionali che rappresentano le componenti tribali e regionali del paese.

Quello che possiamo giudicare è il programma emesso dal CNT in termini di programma politico;  e quello che sappiamo sembra un piano democratico per una transizione democratica. Promettono di organizzare due turni di elezioni, uno per l’assemblea  costituente, che elaborerà  una bozza di costituzione, e un secondo uno basato sulla costituzione che eleggerà il governo. Promettono (sono molto scettico al riguardo), che tutti i membri del CNT non entreranno in questa arena elettorale per i due turni elettorali.  Si vedrà.

 Per quanto riguarda il programma economico che è rappresentato nel gabinetto attuale del CNT, si trovano persone che avevano già questo ruolo sotto Gheddafi per la supervisione di  riforme neo-liberali nel paese, quindi nulla di molto originale ci si deve aspettare al riguardo. Non è una rivoluzione socialista, nessuno  ha mai avuto alcuna illusione riguardo a questo.

Detto ciò, però, quando pensiamo ai ribelli come persone che  combattono, quando pensiamo come le masse che abbiamo visto domenica sera a Tripoli arrivare in gran numero a Piazza dei Martiri che  una volta si chiamava Piazza Verde, ebbene, allora si trova un panorama del tutto eterogeneo, direi che la grandissima maggioranza di queste persone  non hanno avuto un background politico in passato, comprese le persone armate, la maggior parte di loro, di chi sta dalla parte dei ribelli, prima erano dei civili. Non erano militari.  La maggior parte di queste persone dopo 42 anni di dittatura, senza una vera vita politica genuina nel paese, sono difficili da descrivere politicamente. Bisogna aspettare e vedere che cosa verrà fuori quando nel paese ci sarà una vera lotta politica, come quelle di cui siamo testimoni e che si svolgono in Egitto e in Tunisia, due paesi dove i dittatori sono stati spodestati.

Amy Goodman –  Come mai la NATO ha scelto di lavorare con questi gruppi di  ribelli, invece che con altri?

Gilbert Achcar – Non c’era molta scelta, quando molte nazioni del mondo riconoscono un CNT e sentite la gente che dice che: “Il Consiglio non è stato eletto”. Come poteva essere eletto? E’ una situazione di insurrezione e ci si arrangia con quello che si ha. Non pretendevano di restare per sempre nel paese. Dall’inizio si sono chiamati a interim o di transizione;  hanno detto che avrebbero organizzato le elezioni e avrebbero poi abbandonato la scena; hanno perfino detto che non tutti i membri del CNT si candideranno nei due turni elettorali, quindi non c’è nessuna alternativa in Libia alla al governo di Gheddafi tranne questo CNT.

Rimane da vedere che cosa accadrà dal punto di vista politico. In Egitto  Mubarak è stato destituito, ma chi ha preso il potere? I militari,e in effetti in quel senso ciò che accade ora in Libia è una trasformazione più radicale del regime in confronto a ciò che c’è in Egitto. In quel paese, infatti, a parte la punta dell’iceberg che è stata messa da parte, cioè Mubarak e i suoi compagni, l’esercito,  fondamentalmente, ha ancora il controllo ed è stato la spina dorsale  del regime fin dall’inizio, dagli anni ’50. Ora invece in Libia, sebbene ci siano membri del regime tra i ribelli, le strutture del regime,  cominciando dall’esercito, che con Gheddafi era piuttosto un gruppo  di milizie private e di guardia pretoriana, e che comprendeva anche i mercenari, tutto questo si sta sbriciolando, sta crollando; abbiamo visto come è crollato a Tripoli sebbene non sia ancora tutto finito.

Amy Goodman – Ieri Democracy Now ha parlato con Phiyllis Bennis, dell’Istituto per gli studi politici,   che ci ha detto che il controllo del petrolio libico  da parte delle potenze occidentali è stata una parte cruciale di questo conflitto.

Phyllis Bennis – “Non si tratta dell’accesso al petrolio; questo sarà sul mercato mondiale e ne sarà parte.  Si tratta del controllo, il controllo dei termini di quei  contratti. Riguarda il controllo di quantità che sono stati “gonfiate” in tempi diversi.      Riguarda il controllo dei prezzi. Riguarda il controllo di quella risorsa fondamentale”

Amy Goodman –  Parliamo di molte compagnie petrolifere diverse:  la francese Total, le compagnie statunitensi  Marathon Hess, ConocoPhillips., e molte altre. E’interessante che il governo dei ribelli libici abbia detto alla Reuters  in un’intervista che avrebbero onorato tutti i contratti concessi durante il periodo di Gheddafi, compresa quello con  compagnie cinesi. Gilbert Achcar, la sua risposta?

Gilbert Achcar – E’ assolutamente ovvio che il petrolio è stato un fattore chiave nell’intervento della NATO; se  la Libia non fosse stato un paese produttore di petrolio, non sarebbero intervenuti, è assolutamente ovvio. Il problema, ora, come lei ha appena detto, non è quello di avere accesso a un territorio che era al di là dell’accesso occidentale. Fondamentalmente tutti gli interessi occidentali sono stati rappresentati in Libia, tutte le più importanti compagnie petrolifere occidentali hanno fatto contratti con il regime libico e il CNT ora dice che onorerà questi contratti con tutte le nazioni. Questo fondamentalmente significa che  i guadagni, a questo livello,non possono essere enormi. Naturalmente, se ci saranno nuove concessioni e nuovi contratti, saranno privilegiati a fare affari, le nazioni che hanno appoggiato i ribelli dall’inizio,  come ha detto il CNT.

 Penso però che ci sia una cosa ancora più importante: il futuro mercato. C’è stata infatti grande distruzione, molte infrastrutture devono essere ricostruite, e naturalmente le compagnie occidentali, cominciando da quelle statunitensi,  britanniche e francesi, avranno grande interesse ad accedere a questo mercato. Naturalmente la NATO ha un incentivo, c’è una questione di interesse dietro questo intervento e niente altro.

Però tra questo e credere che la NATO ha ora il controllo della Libia c’è una grande differenza. Anche se consideriamo paesi come l’Iraq e l’Afghanistan dove ci sono truppe di terra della NATO – in Iraq la loro presenza è stata massiccia ed è durata molto tempo – non erano comunque in grado di controllare il paese. Come volete che faccia la NATO a controllare la Libia da lontano, senza truppe sul terreno? Ecco perché persone come Richard Haass, del Consiglio per le relazioni estere, chiedono a Washington di mandare truppe di terra; questa è una cosa che è stata risolutamente rifiutata dai ribelli di loro volontà;  essi chiedono copertura aerea, protezione aerea; sono stati categorici nel rifiutare qualsiasi forma di intervento operato da truppe di terra e sono ancora largamente su queste posizioni; proprio di recente hanno perfino  dichiarato ufficialmente che non permetteranno alla NATO di stabilire nessuna base nel paese e possiamo vedere molti segnali, come per esempio dire che non consegnerebbero  Gheddafi o i suoi figli alla Corte Penale Internazionale, ma che vorrebbero che fossero  processati in Libia; questo quindi  mostra le limitazione – qualsiasi cosa sostengano a Washington, a Londra o a Parigi della loro reale influenza sulla situazione libica; hanno avuto un’influenza e ne avranno ancora, anche se limitata,  finché le forze di Gheddafi saranno là e fino a quando continuerà la guerra, ma appena tutto questo svanirà, allora l’influenza che hanno diminuirà tantissimo.

Amy Goodman –  Molte grazie per essere stato con noi.

controstoria di Muammar Gheddafi.

LA LIBIA DI GHEDDAFI: LA LIBIA CHE NON SI LEGGE SUI GIORNALI 

gheddafi

Testimonianza di un tecnico ENI (anno 2011) 

Sono stato in Libia, da lavoratore, fino al 21 febbraio scorso quando, costretto dagli eventi, ho dovuto abbandonarla con l’ultimo volo di linea Alitalia.

Ho avuto modo di conoscere gran parte del Paese, da Tripoli a Bengasi, a Ras Lanuf a Marsa El Brega a Gadames, non frequentando gli ambienti dorati, ovattati e distaccati dei grandi alberghi, ma vivendo da lavoratore tra lavoratori e a quotidiano contatto con ambienti popolari, sempre riscontrando cordialità e sentimenti di amicizia per certi versi inaspettati e sorprendenti. Non era raro per strada sentirsi chiedere di poter fare assieme una fotografia da chi si accorgeva di stare incrociando degli italiani, peraltro numerosissimi anche per le tantissime imprese che vi operavano, dalle più grandi (ENI, Finmeccanica, Impregilo ecc.) alle più piccole (infissi, sanitari, rubinetterie, arredamenti ecc.), in un ambiente favorevolissimo, direi familiare…

Da quello che ho potuto constatare il tenore di vita libico era abbastanza soddisfacente: il pane veniva praticamente regalato, 10 uova costavano l’equivalente di 1 euro, 1 kg di pesce spada circa 5 euro, un litro di benzina circa 10 centesimi di euro; la corrente elettrica era di fatto gratuita; decine e decine di migliaia di alloggi già costruiti e ancora in costruzione per garantire una casa a tutti (150-200 m2 ad alloggio….); l’acqua potabile portata dal deserto già in quasi tutte le città con un’opera ciclopica, in via di completamento, chiamata “grande fiume”; era stata avviata la costruzione della ferrovia ad alta velocità e appaltato il primo lotto tra Bengasi e il confine egiziano della modernissima autostrada inserita nell’accordo con l’Italia; tutti erano dotati di cellulari, il costo delle chiamate era irrisorio, la televisione satellitare era presente sostanzialmente in ogni famiglia e nessun programma era soggetto a oscuramento, così come internet alla portata di tutti, con ogni sito accessibile, compreso i social network (Facebook e Twitter), Skype e la comunicazione a mezzo e-mail.

Dalla fine dell’embargo la situazione, anche “democratica”, era migliorata tantissimo e il trend era decisamente positivo: i libici erano liberi di andare all’estero e rientrare a proprio piacimento e un reddito era sostanzialmente garantito a tutti.

Quando sono scoppiati i primi disordini, la sensazione che tutti lì abbiamo avuto è stata quella che qualcuno stava fomentando rivalità mai sopite tra la regione di Bengasi e la Tripolitania, così come le notizie che rilanciavano le varie emittenti satellitari apparivano palesemente gonfiate quando non addirittura destituite da ogni fondamento: fosse comuni, bombardamenti di aerei sui dimostranti ecc.

Certamente dal punto di vista democratico i margini di miglioramento non saranno stati trascurabili, del resto come in tanti altri paesi come l’Arabia Saudita, la Cina, il Pakistan, la Siria, gli Emirati Arabi, il Sudan, lo Yemen, la Nigeria ecc. ecc… e forse anche un po’ da noi! Pertanto prima o poi qualcuno dovrà spiegare perché in questi Paesi non si interviene…
Sono triste e amareggiato al pensiero di come sarò considerato dagli amici libici che ho lasciato laggiù dopo questa scellerata decisione di stupidissimo interventismo!

Guido Nardo -Ingegnere Gruppo ENI
www.thefrontpage.it/2011/03/24/la-l…e-sui-giornali/

LA DISTRUZIONE DEL TENORE DI VITA DI UN PAESE: QUELLO CHE LA LIBIA AVEVA RAGGIUNTO, QUELLO CHE È STATO DISTRUTTO

22 settembre 2011

By coriintempesta
di: Prof. Michel Chossudovsky

“Non c’è domani” sotto una rivolta di Al Qaeda promossa dalla NATO .

Mentre veniva insediato un governo di ribelli “pro-democrazia”, il paese è stato distrutto.
Sullo sfondo della propaganda di guerra, le conquiste economiche e sociali della Libia nel corso degli ultimi venti anni sono state brutalmente rovesciate:
La Giamahiria Araba Libica ha avuto un alto tenore di vita e un robusto apporto calorico pro capite giornaliero di 3144 calorie. Il paese ha fatto passi da gigante nel campo della sanità pubblica e, dal 1980, il tasso di mortalità infantile è sceso dal 70 ogni mille nati vivi al 19 nel 2009. L’aspettativa di vita è salita dai 61 ai 74 anni durante lo stesso arco di anni. (FAO, Roma,Libya, Country Profile)

Secondo settori della ”sinistra progressista” che hanno avallato il mandato R2P (responsabilità di proteggere) della NATO, per non parlare dei terroristi che vengono accolti, senza riserve, come “liberatori“:
“ La gente è entusiasta di ricominciare da capo. C’è un vero senso di rinascita, una sensazione che le loro vite stanno ricominciando nuovamente“.(DemocracyNow.org, 14 settembre 2011- enfasi aggiunta)
“Ripartire“ sulla scia della distruzione? Paura e disperazione sociale, innumerevoli morti e atrocità, ampiamente documentate dai media indipendenti. Nessuna euforia ….Si è verificata una storica inversione nello sviluppo economico e sociale del paese. I risultati ottenuti sono stati cancellati.

L’invasione e l’occupazione della NATO contrassegnano la rovinosa “rinascita“ del livello di vita della Libia. Questa è la verità proibita e taciuta: un intera nazione è stata destabilizzata e distrutta, la sua gente spinta verso un abissale povertà.

L’obiettivo dei bombardamenti della NATO è stato sin dall’inizio quello di distruggere lo standard di vita del paese, le sue infrastrutture sanitarie, le sue scuole e gli ospedali, il suo sistema di distribuzione dell’acqua. E poi “ricostruire” con l’aiuto di finanziatori e creditori sotto la guida del FMI e della Banca mondiale.
I diktat del ”libero mercato” sono una condizione indispensabile per l’ installazione di una “dittatura democratica” in stile occidentale.

Circa 9.000 sortite d’attacco, decine di migliaia di obiettivi civili: aree residenziali, edifici governativi, impianti di approvvigionamento idrico e di energia elettrica. (Vedi comunicato della Nato, 5 settembre 2011. – 8.140 sortite d’attacco dal 31 marzo al 5 settembre 2011)
Una nazione intera è stata bombardata con gli ordigni più avanzati, tra cui munizioni all’uranio impoverito.

Già nel mese di agosto, l’UNICEF ha avvertito che i bombardamenti della NATO sulle infrastrutture idriche della Libia “potrebbero trasformarsi in un’epidemia sanitaria senza precedenti“. (Christian Balslev-Olesen , responsabile dell’ Ufficio Unicef in Libia, agosto 2011).

Nel frattempo gli investitori e i finanziatori si sono posizionati. ”La guerra fa bene agli affari“. La NATO, il Pentagono e le istituzioni finanziarie internazionali basate a Washington (IFIs) operano in stretto coordinamento. Quello che è stato distrutto dalla NATO verrà ricostruito, finanziato da creditori esteri della Libia sotto la guida del ” Washington Consensus ”:

“In particolare, la Banca Mondiale è stata incaricata di esaminare la necessità di riparazione e ripristino dei servizi nei settori dell’acqua, dell’energia e dei trasporti [bombardati dalla Nato] e, in collaborazione con il Fondo Monetario Internazionale, sostenere la preparazione del bilancio [le misure di austerità] e aiutare il settore bancario a rimettersi in piedi [la banca centrale libica è stato uno dei primi edifici governativi adessere bombardato]. ” (World Bank to Help Libya Rebuild and Deliver Essential Services to Citizens enfasi aggiunta).

I risultati dello sviluppo della Libia

Qualunque siano le proprie opinioni riguardo Gheddafi, il governo libico post-coloniale ha giocato un ruolo chiave nell’eliminazione della povertà e nello sviluppo delle infrastrutture sanitarie ed educative del paese. Secondo la giornalista italiana Yvonne de Vito: “A differenza di altri paesi che hanno attraversato una rivoluzione – la Libia è considerata la Svizzera del continente africano ed è molto ricca, le sue scuole ed i suoi ospedali sono gratuiti per il popolo. Le condizioni per le donne sono molto migliori rispetto ad altri paesi arabi ”. (Russia Today, 25 agosto 2011)

Questi sviluppi sono in netto contrasto con quello che molti paesi del Terzo Mondo sono stati in grado di “conquistare” sotto la ”democrazia” e la “governance” in stile occidentale nell’ambito del programma di aggiustamento strutturale (SAP) del FMI-Banca Mondiale .

Assistenza Sanitaria pubblica

L’ assistenza sanitaria pubblica in Libia prima dell’ ”intervento umanitario” della NATO era la migliore in Africa. ”L’assistenza sanitaria è [era] a disposizione di tutti i cittadini gratuitamente dal settore pubblico. Il paese vanta il più alto tasso di alfabetizzazione e di iscrizioni alle strutture educative in Nord Africa. Il governo sta [stava] in modo sostanziale aumentando il budget di sviluppo per i servizi sanitari … . (OMS- Libya Country Brief )
Confermato dalla Food and Agriculture Organization (FAO), la denutrizione era inferiore al 5%, con un apporto calorico giornaliero pro capite di 3144 calorie. (I dati FAO dell’apporto calorico indicano la disponibilita anzichè il consumo).

La Gran Giamahiria Araba Libica forniva ai suoi cittadini quello che è negato a molti americani:assistenza sanitaria e istruzione gratuita, come confermato dai dati OMS e dall’UNESCO.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): l’ aspettativa di vita alla nascita era di 72,3 anni (2009), tra le più alte nel mondo sviluppato.
Il tasso di mortalità sotto i 5 anni ogni 1000 nati vivi è diminuito da 71 nel 1991 a 14 nel 2009
(www.who.int/countryfocus/cooperatio…rief_lby_en.pdf)

LIBIA INFORMAZIONI GENERALI – 2009 – FONTE: UNESCO – LIBYA COUNTRY PROFILE –

Crescita demografica annua (%) ^ 2,0

Popolazione 0-14 anni (%)^   28

Popolazione rurale (%) ^ 22

Tasso di fertilità (nati per donna) ^   2,6

Tasso di mortalità infantile (0 / 00) ^ 17

Speranza di vita alla nascita (anni) ^   75

PIL pro capite (PPP) US $ ^   16 502

Tasso di crescita del PIL (%) ^   2,1

Servizio del debito totale come% del RNL ^

I bambini in età scolare primaria che non frequentano la scuola (%)   (1978)   2

LIBIA (2009) – Fonte OMS

www.emro.who.int/emrinfo/index.aspx?Ctry=liy

Aspettativa di vita totale alla nascita (anni) 72,3

Aspettativa di vita uomini alla nascita (anni) 70,2

Aspettativa di vita donne alla nascita (anni): 74,9

Neonati sottopeso (%): 4.0

Bambini sottopeso (%): 4,8

Tasso di mortalità perinatale per 1000 nati vivi: 19

Tasso di mortalità neonatale: 11,0

Tasso di mortalità infantile (per 1000 nati vivi): 14.0

Tasso di mortalità sotto i cinque anni (per 1000 nati vivi): 20.1

Rapporto di mortalità materna (per 10.000 nati vivi): 23

Educazione

Il tasso di alfabetizzazione degli adulti era dell’ordine del 89%,(2006), (94% per i maschi e 83% per le femmine). Il 99,9% dei giovani sa leggere e scrivere (dati UNESCO del 2006, vedi Libya Country Report)
La percentuale lorda delle iscrizioni alle scuole primarie era del 97% per i maschi e 97% per le ragazze.
(vedi tabelle UNESCO presso http://stats.uis.unesco.org/unesco/TableVi…BR_Region=40525 )

Il rapporto insegnante-allievo nella scuola primaria della Libia era dell’ordine di 17 ( dati UNESCO- 1983), il 74% dei bambini che hanno terminato la scuola elementare sono stati iscritti alla scuola secondaria (dati UNESCO- 1983).

Sulla base di dati più recenti, che confermano un marcato aumento delle iscrizioni scolastiche, il Gross Enrolment Ratio (GER) nelle scuole secondarie era dell’ordine del 108% nel 2002. Il GER è il numero di alunni iscritti a un determinato livello di istruzione indipendentemente dall’età, espressa in percentuale della popolazione nella fascia di età teorica per quel livello di istruzione.

Per le iscrizioni all’educazione terziaria (post-secondaria, college e università), il Gross Enrolment Ratio (GER) era dell’ordine del 54% nel 2002 (52 per i maschi, 57 per le femmine).

(Per ulteriori dettagli vedere http://stats.uis.unesco.org/unesco/TableVi…BR_Region=40525 )

I diritti della donna

Per quanto riguarda i diritti della donna, i dati della Banca Mondiale indicano il raggiungimento di risultati significativi .

“In un periodo di tempo relativamente breve, la Libia ha raggiunto l’accesso universale all’istruzione primaria, con il 98% lordo di iscrizioni per la secondaria, e il 46% per l’istruzione terziaria. Negli ultimi dieci anni, le iscrizioni delle ragazze sono aumentate del 12% a tutti i livelli dell’istruzione. Nell’istruzione secondaria e terziaria, le ragazze hanno superato in numero i ragazzi del 10%. ”(Banca mondiale- Libya Country Brief, enfasi aggiunta)

Il controllo dei prezzi sui generi alimentari di prima necessità

Nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo, i prezzi dei prodotti alimentari di prima necessità sono saliti alle stelle, a causa della deregolamentazione del mercato, la soppressione dei controlli dei prezzi e la eliminazione dei sussidi, sotto i consigli di “libero mercato” della Banca Mondiale e del FMI.

Negli ultimi anni, gli alimenti essenziali e i prezzi del carburante sono aumentati a spirale a causa del commercio speculativo sulle principali borse delle materie prime.
La Libia è stato uno dei pochi paesi in via di sviluppo che ha mantenuto un sistema di controllo dei prezzi degli alimenti essenziali.
Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale, ha riconosciuto in una dichiarazione dell’ aprile 2011 che il prezzo degli alimenti di prima necessità era aumentato del 36 per cento nel corso dell’ultimo anno. (Vedi Robert Zoellick, World Bank )
La Grande Giamahiria Araba Libica aveva stabilito un sistema di controllo dei prezzi sugli alimenti di prima necessità mantenuto fino all’inizio della guerra guidata dalla NATO .
Mentre l’aumento dei prezzi alimentari nella vicina Tunisia ed in Egitto era alla base del disagio sociale e del dissenso politico, il sistema di aiuti alimentari in Libia era mantenuto.
Questi sono i fatti confermati da numerose agenzie specializzate delle Nazioni Unite.

“La diplomazia dei missili” e “Il Libero Mercato”

La guerra e la globalizzazione sono strettamente correlate. Il FMI e la NATO lavorano in tandem, in collegamento con i think tanks di Washington.

I paesi che si mostrano riluttanti ad accettare i proiettili rivestiti di zucchero della “medicina economica” del FMI saranno eventualmente oggetto di una operazione umanitaria della NATO.

Déjà Vu? Sotto l’Impero britannico, la “ gun boat diplomacy“ era un mezzo per imporre il “libero commercio“. Il 5 ottobre 1850, il rappresentante in Inghilterra del Regno di Siam, Sir James Brooke consigliò al governo di Sua Maestà che:
Se queste giuste richieste [di imporre il libero scambio] dovessero essere rifiutate, dovrà essere inviata una forza, per appoggiarle immediatamente con la rapida distruzione delle difese del fiume [Chaopaya]. Il Siam deve imparare la lezione che già da lungo tempo doveva essergli impartita- il suo Governo può essere rinnovato, un Re disposto con più favore può essere posto sul trono, e così verrà acquisita grande influenza nella regione che per l’Inghilterra assumerà un’importanza commerciale immensa. ”(The Mission di Sir James Brooke, citato in M.L. Manich Jumsai, King Mongkut and Sir John Bowring, Chalermit, Bangkok, 1970, p. 23)

Oggi lo chiamiamo “cambio di regime” e ”diplomazia dei missili“, che prende inevitabilmente la forma di una “No Fly Zone“ sponsorizzata dalle Nazioni Unite . Il suo obiettivo è quello di imporre la mortale “medicina economica” del FMI di misure di austerità e privatizzazioni.

I programmi di “ricostruzione“ dei paesi dilaniati dalla guerra finanziati dalla Banca Mondiale sono coordinati con i piani militari di USA-NATO. Essi sono sempre formulati prima dell’offensiva della campagna militare …

La confisca delle attività finanziarie libiche

Le attività finanziarie libiche all’estero congelate sono stimate nell’ordine di 150 miliardi dollari, con i paesi della NATO che sono in possesso di più di 100 miliardi.

Prima della guerra, la Libia non aveva debiti. In realtà tutto il contrario. Era una nazione creditrice che investiva nei vicini paesi africani.

L’intervento militare R2P ha lo scopo di guidare la Gran Giamahiria Araba Libica nella morsa di un paese indebitato in via di sviluppo, sotto la sorveglianza delle istituzioni di Bretton Woods basate a Washington.

Con amara ironia, dopo aver rubato la ricchezza petrolifera della Libia e aver confiscato le sue attività finanziarie all’estero, la “comunità dei donatori“ ha promesso di prestare il denaro (rubato) per finanziare la ” ricostruzione” della Libia.

Il FMI ha promesso ulteriori $ 35 miliardi in finanziamenti [prestiti] ai paesi colpiti dalle rivolte della Primavera araba e ha formalmente riconosciuto il Consiglio Nazionale di Transizione come potere legittimo, aprendo l’accesso a una miriade di istituti di credito internazionali mentre il paese [Libia] cerca di ricostruirsi dopo sei mesi di guerra….

L’aver ottenuto il riconoscimento da parte del FMI è importante per i leader provvisori della Libia in quanto significa che le banche internazionali per lo sviluppo e i donatori, come la Banca Mondiale, possono ora offrire i loro finanziamenti.

I colloqui di Marsiglia sono venuti pochi giorni dopo che i leader mondiali, a Parigi, hanno concordato per liberare miliardi di dollari in beni congelati [denaro rubato] per aiutare [attraverso prestiti] i provvisori governanti della Libia a ripristinare i servizi essenziali e la ricostruzione dopo un conflitto che ha posto fine a 42 anni di dittatura.

L’accordo di finanziamento da parte del Gruppo delle Sette principali economie più la Russia è mirato al sostegno delle iniziative di riforma [ aggiustamento strutturale promosso dal FMI] sulla scia delle rivolte in Nord Africa e del Medio Oriente.

Il finanziamento è per lo più sotto forma di prestiti, piuttosto che contributi a fondo perduto, ed è fornito per metà da paesi del G8 e da paesi arabi e per metà dagli istituti di credito e da varie banche per lo sviluppo.

(Financial Post 10 settembre 2011)

http://coriintempesta.altervista.org/blog/…tato-distrutto/

LA LYBIA DI GHEDDAFY:

– Elettricità domestica gratuita per tutti

– Acqua domestica gratuita per tutti

– Il prezzo della benzina è di 0,08 euro al litro

– Il costo della vita in Libia è molto meno caro di quello dei paesi occidentali. Per esempio il costo di una mezza baguette di pane in Francia costa più o meno 0,40 euro, quando in Libia costa solo 0,11 euro. Se volessimo comprare 40 mezze baguette si avrebbe un risparmio di 11,60 euro.

– Le banche libiche accordano prestiti senza interessi

– I cittadini non hanno tasse da pagare e l’IVA non esiste.

– Lo stato ha investito molto per creare nuovi posti di lavoro

– La Libia non ha debito pubblico, quando la Francia aveva 223 miliardi di debito nel Gennaio 2011, che sarebbe il 6,7% del PIL. Questo debito per i paesi occidentali continua a crescere

– Il prezzo delle vetture (Chevrolet, Toyota, Nissan, Mitsubishi, Peugeot, Renault…) è al prezzo di costo

– Per ogni studente che vuole andare a studiare all’estero, il governo attribuisce una borsa di 1 627,11 Euro al mese.

– Tutti gli studenti diplomati ricevono lo stipendio medio della professione scelta se non riescono a trovare lavoro

– Quando una coppia si sposa, lo Stato paga il primo appartamento o casa (150 metri quadrati)

– Ogni famiglia libica, previa presentazione del libretto di famiglia, riceve un aiuto di 300 euro al mese

– Esistono dei posti chiamati « Jamaiya », dove si vendono a metà prezzo i prodotti alimentari per tutte le famiglie numerose, previa presentazione del libretto di famiglia

– Tutti i pensionati ricevono un aiuto di 200 euro al mese, oltre la pensione.

– Per tutti gli impiegati pubblici in caso di mobilità necessaria attraverso la Libia, lo Stato fornisce una vettura e una casa a titolo gratuito. Dopo qualche tempo questi beni diventano di proprietà dell’impiegato.

– Nel servizio pubblico, anche se la persona si assenta uno o due giorni, non vi è alcuna riduzione di stipendio e non è richiesto alcun certificato medico

– Tutti i cittadini della libia che non hanno una casa, possono iscriversi a una particolare organizzazione statale che gli attribirà una casa senza alcuna spesa e senza credito. Il diritto alla casa è fondamentale in Libia. E una casa deve essere di chi la occupa.

– Tutti i cittadini libici che vogliono fare dei lavori nella propria casa possono iscriversi a una particolare organizzazione, e questi lavori saranno effettutati gratuitamente da aziende scelte dallo Stato.

– L’eguaglianza tra uomo e donna è un punto cardine per la Libia, le donne hanno accesso a importanti funzioni e posizioni di responsabilità.

– Ogni cittadino o cittadina della Libia si puo’ investire nella vita politica e nella gestione degli affari pubblici, a livello locale, regionale e nazionale, in un sistema di DEMOCRAZIA DIRETTA (iniziando dal Congresso popolare di base, permanente, fino ad arrivare al Congresso generale del popolo, il grande Congresso nazionale che si riunisce una volta all’anno) .

Se questo era lo stato di un dittatore non democratico allora preferisco la dittatura alla democrazia dei colonizzatori e alle GUERRE di pace! Onore al Colonello Gheddaffi.

COSA SAI DELLA LIBIA?

Dallo scoppio della guerra in Libia, opinionisti, giornalisti, perbenisti e filistei vari hanno iniziato un attacco feroce contro quello che viene chiamato “regime dittatoriale”, asserendo che per il rispetto dei diritti umani il sanguinoso governo di Muammar Gheddafi, in vigore dal 1969 dovesse essere abbattuto in favore dei rivoltosi dissidenti.

Di contro progressisti, terzomondisti, euroasiatici e anti-imperialisti si sono schierati a favore e in difesa della “dittatura rivoluzionaria” libica, sostenendo l’autodeterminazione dei popoli e battendosi contro questa impresa neo-colonialista, sostenendo che l’unico governo possibile non può che essere quello di Gheddafi e che i ribelli libici non sono altro che un esigua parte della popolazione.

Nel mezzo delle due posizioni, c’è chi non sa se sostenere Gheddafi come eroe dell’emancipazione degli stati in via di sviluppo o controbatterlo come beduino arroccato al posto di comando che ormai ha fatto il suo tempo.

Analizziamo così luci ed ombre del governo libico, facciamo le nostre considerazioni e traiamone le dovute conclusioni.

1.Cosa c’era prima di Gheddafi

Alla fine del 2° conflitto mondiale, la Libia, ex-colonia italiana, era caratterizzata da un assenza di uno stato nazional-territoriale ben delineato politicamente e dalla parcellizzazione delle autorità secondo linee tribali, nonch’è dalla totale mancanza di coscienza nazionale da parte del suo popolo. Il paese era, ed è, costituito da 3 regioni assai differenti tra loro, sia riguardo l’aspetto demografico, che politico, che economico: La Tripolitania, regione più ricca e pervasa da uno spirito anti-italiano e anti-colonialista, con un tessuto demografico-economico solido, ma minato dai clan e dalle separazioni e dai privilegi gentilizi; la Cirenaica, dominata politicamente dalle autorità tribali senussite e il Fezzan, regione povera, a ridosso del deserto e caratterizzato da una popolazione principalmente nomadica e quindi privo di un carattere nazionale e politico competente.

Riguardo al paese per intero e alla sua condizione, Giorgio Assan scrisse “Il paese appariva privo di quadri, il 94% del popolo era analfabeta, la condizione igienica era allarmante, la mortalità si elevava al 40%, non vi era alcuna base economica e la struttura sociale era arretrata di almeno trecento anni”.La proposta iniziale era quella di dividere lo stato e di “spartirlo” tra l’Italia, a cui sarebbe andata la Tripolitania, l’Inghilterra che avrebbe preso la Cirenaica e la Francia a cui sarebbe toccato il Fezzan, tutto ciò secondo principi autogovernativi della varie regioni sotto l’influenza dei paesi a cui sarebbero state “assegnate”. Questo non avvenne, infatti nel 21 Novembre del 1949 l’ONU bocciò la richiesta e nel 1° Gennaio del 1952 venne proclamata l’indipendenza della Libia come stato unitario monarchico.

Secondo la nuova costituzione federale, veniva riconosciuto il regno di Libia, composto da tre regioni, sottoposta ciascuna ad un governatore di nomina regia, con il governo federale sempre di nomina regia e responsabile di fronte al parlamento. Il sistema era bicamerale e prevedeva una camera dei deputati elettiva. I membri del Senato erano 24, otto per regione, dei quali una metà era elettiva, l’altra di nomina regia. Il voto alle donne era negato, sulla questione costituzionale l’ultima parola spettava alla corte suprema. La lingua ufficiale era l’arabo e la religione l’Islam.

La Libia era un stato, in realtà, già diviso tra le due capitali, Tripoli e Bengasi, e questo dualismo storico-antropologico adesso veniva rafforzato dalla costituzione federale. Il re Idris, appartenente alla tribù dei senussi, era stato messo al comando dalle nazioni straniere e ne era politicamente dipendente, così come il paese intero che veniva mantenuto dagli ingenti finanziamenti esteri e dall’affitto di basi militari alle potenze straniere inglesi e americane (1). Le tribù senussite, storicamente sono sempre state accondiscendenti alle pretese straniere e vi entravano in accordo, così fecero anche con il regime fascista e così fecero con i britannici, appoggiandoli.

La situazione Libica cominciò a farsi incandescente quando nel vicino Egitto vi fu la rivoluzione panaraba dei “Liberi Ufficiali” nel 1952, questo aveva stimolato l’opposizione anti-monarchica e anti-senussa, che rivendicavano la sovranità e l’indipendenza della nazione libica contro il colonialismo straniero.

Fin qui lo stato Libico appare come un fantoccio nelle mani straniere, privo di una personalità nazionale, di un sentimento comune del popolo, diviso anche storicamente, visto che le due grandi regioni, Tripolitania e Cirenaica, erano sempre state orientate una verso il Maghreb e l’altra verso l’Egitto. Inoltre la divisione e la lotta tra tribù rendevano difficili la costruzione di un sentimento che giovasse all’intera nazione, piuttosto che alle singole tribù e permaneva un contrasto forte tra sedentari e nomadi, tra gente costiera e dell’entroterra e tra modernizzazione e tradizione. Inoltre l’infeudamento della monarchia al capitale permetteva la formazione di settori borghesi commerciali e finanziari che si legavano all’apparato burocratico corrotto e al nobilitato di corte(2). La mancata coesione nazionale era anche da imputare alla monarchia centralista Senussa, particolarmente arrendevole verso le politiche e le influenze straniere.

Come già detto prima i Senussi sono sempre entrati in contatto e a patti con gli invasori stranieri, così fecero con i colonizzatori italiani nel 1911, con cui repressero una rivolta anti-coloniale, e contribuirono alla trasformazione della Libia in uno stato di “servitù militare” ai tempi del fascismo(3).Questa condotta si fece particolarmente sentire quando negli anni 50 fu scoperto il petrolio e le nazioni straniere, con le multinazionali, cominciarono a depredare il paese, ciò fomentò l’ostilità neocoloniale diffusa nella popolazione, tale scontento era capeggiato dai gruppi sindacali e popolari.

Perciò nel 1961 Idris represse svariati gruppi nesseriani e filo-baathisti, bandisce i partiti e comincia ad eseguire condanne, tant’è che le rivolte studentesche del 1964 vengono represse col sangue dalla polizia, Tripoli divenne l’epicentro di tali manifestazioni. Tra il m1952 e il 1964 si contarono ben sette crisi ministeriali e vi erano impossibilità di praticare riforme. Così nel 1963 si redasse e si istituzionalizzò una nuova carta costituzionale, che sanciva la nascita di uno stato libico unico e non più federale.

Lo scontento aumentava sempre di più, tra la borghesia, gli studenti e gli operai e anche diverse file dell’esercito, nel 1967 il regime ha un piede nella fossa e, nella speranza di salvare la monarchia e la dinastia, Idris abdica a favore di Hassan Rida.

“La tribù, il clan, la grande famiglia hanno cominciato a disgregarsi a causa delle migrazioni esterne. Sono all’ordine del giorno le parole: lavoro; coscienza nazionale; impegno; responsabilità, individualismo; mescolanza.”(4)

2.0 La rivoluzione

La monarchia è in caduta libera, il paese al tracollo e soffia il vento della rivoluzione. In questo contesto il militare ventisettenne Muammar Gheddafi, nato in un piccolo villaggio berbero della Sirte, tra nomadi, letture del corano (5) e vita spartana. Nel 1956 si trasferisce nel Fezzan, a Sebha, dove parteciperà a svariate manifestazioni anti-coloniali (1956-1961). Il nazionalismo di Gheddafi va a formarsi, assumendo connotazioni panarabe idealizzate, costituisce una cellula studentesca di protesta e si muove in modo politicamente attivo, ciò non sfugge alla polizxia, che costringe lui e i familiari a trasferirsi dal Fezzan a Misurata. Un suo amico e commilitone in quegli anni (1961-1963) così lo affermò

“Gheddafi mi disse di aver riflettuto e che voleva incontrare gli esponenti del partito Baas e di Georges Habbache (ancora non avevano connotazioni marxiste tali partiti), in seguito vi rinunciò perché si perdevano in discussioni sterili e si perdeva solo tempo. Organizzammo la prima seduta del movimento nel 63’ e si decise che tre dei nostri (tra i quali Gheddafi) dovessero entrare nell’accademia militare per creare una cellula di ufficiali liberi, incaricati di portare al movimento il sostegno di parte dell’esercito, indispensabile.(6)

Il punto di riferimento ideologico è il panarabismo di Nasser, all’età di 22 anni Gheddafi entra nell’accademia di Bengasi. Perciò Gheddafi punta sulla costruzione di cellule, soprattutto militari, e piuttosto che organizzare una rivoluzione civile e di preparazione popolare, si concentra su quella sovversiva militare, ispirato dalla rivoluzione egiziana. Ciò perché la borghesia era molto debole e il proletariato troppo giovane e senza una coscienza di classe formata. Il tutto venne chiamato “Operazione Gerusalemme” e si tenne il 24 marzo del 1969. Alla radio viene annunciata la rivoluzione in nome di Allah dallo stesso Gheddafi, ciò sarebbe servito per rafforzare l’aspetto anti-coloniale e arabo della rivoluzione e per cementare un arabizzazione islamizzata che avrebbe dovuto portare la Libia al panarabismo.(7)

La rivoluzione si compì senza spargimento di sangue e con il re fuori dal paese. A nome del CCR(consiglio della rivoluzione) viene ufficializzata la nascita della Repubblica araba libica. Il programma prevede la piena sovranità nazionale della Libia e il rispetto dei diritti della comunità internazionale. Il principe in carica si dimette a favore dei rivoluzionari, mentre il re Idris chiede l’intervento di Londra, impossibile dato il trattato del 1953 che prevedeva un attacco solo se la Libia fosse stata soggetta ad attacchi esterni.

Le reazioni estere sono diverse; i sovrani degli stati circostanti temevano l’influenza della rivoluzione, che avrebbe potuto portare destabilizzazione anche nei loro stati; Mosca applaudiva a tale evento che avrebbe ridimensionato l’assetto britannico-statunitense nella zona; gli USA ritenevano la spinta islamica e religiosa dei nuovi rivoluzionari ottima per rafforzare l’anti-comunismo e impedire l’avanzata dei sovietici nelle zone circostanti il mediterraneo.

Viene posta l’economia al primo posto e vengono emanate una serie di riforme volte a diminuire l’inflazione tagliando le spese sui ministeri, imponendo il controllo statale sui prezzi, si aumentano i salari minimi e si dimezzano gli affitti. Le rendite subiscono un taglio del 30% e nel 1972 viene introdotta una legge di imposta progressiva sul reddito.

2.5 Gheddafi ed il socialismo islamico

Gheddafi dichiara “Tutti sanno che io sono sempre stato impegnato contro il sionismo, l’America e l’alleanza atlantica” ciò certamente lo rende un terzo mondista e progressista, ma certo non un socialista. Difatti Gheddafi non è socialista, o almeno il suo concetto di socialismo non ha nulla a che fare con quello occidentale e può sembrare più una sorta di terzo posizioniamo e fusione di elementi socialisti e capitalisti, prova di questo è la crisi mondiale che investì anche la Libia negli anni Ottanta e che causò una larga privatizzazione delle imprese e degli enti libici, cosa che in uno stato socialista non sarebbe mai accaduto. Ma Gheddafi dichiara anche

“La nostra concezione del socialismo implica che tutti possano prendere parte alla produzione, al lavoro e alla distribuzione dei prodotti. Il nostro è un socialismo islamico, patrocinato dall’Islam. Mentre la parola socialismo è stata designata in Occidente per rappresentare il possesso della produzione e dei suoi mezzi da parte della società, in arabo vuol significare associazione e lavoro svolto in comune. Vuol significare l’associazione dei prodotti e dei beni di un gruppo di un popolo tanto nella ricchezza quanto nei doveri e nella responsabilità”(8)

Discorso assai ambiguo e confuso, che lascia trasparire una società inter-classista e al di fuori delle teorie marxiste e sovietiche. Infatti verrà dichiarato ancora dallo stesso Gheddafi:

“Si assiste oggi ai tentativi dei paesi comunisti di esercitare una dominazione economica. Sono amico dei paesi comunisti ma mi limito a questo. Si pretende che il mio paese sia dominato nel campo di una grande potenza. Una sorta di manomissione del Terzo mondo, con l’intenzione di seminare il dubbio. Il comunismo è completamente diverso dal comunismo”(9)

Questo discorso si tenne alla conferenza dei paesi non allineati di Algeri del 1973, in opposizione a Fidel Castro che sosteneva l’impegno dell’URSS nell’emancipazione e nello sviluppo dei paesi africani. Ciò lascia trasparire la totale ignoranza di Gheddafi sul campo teorico marxista-leninista e la totale confusione su questa filosofia anche in campo teorico e dimostra come egli guardava all’URSS non come vero alleato ma come utile peso della bilancia per farsi largo nella comunità internazionale e aumentare la competitività tra le due nazioni per accaparrarsi il suo sostegno, fondamentale per l’assetto geopolitico africano.

Ma Gheddafi affermò anche che:

“L’islam è certamente il messaggio eterno, la rivoluzione continua, la madre del progresso. La nazione araba è la madre del socialismo perché esso è presente e trova la sua origine nel corano. Né Marx, né Lenin, né i teorici e filosofi, nessuno è riuscito a stabilire un regime migliore di quello dell’Islam sul piano economico e morale”(10)

Si è passati alla totale denigrazione dei grandi socialisti e del suo stesso fondatore, e Gheddafi si è eretto come unico vero sostenitore del socialismo.

E ancora

“Se è vero che il capitalismo, dando briglia sciolta all’individuo, ha trasformato la società in una vera e propria baraonda; il comunismo pretendendo di trovare la soluzione ai problemi economici con la soppressione della proprietà privata ha finito per trasformare la popolazione in un branco di pecore”

“La vera legge della società è costituita dalla tradizione e dalla religione. Ogni tentativo di elaborarla al di fuori di queste due fonti è inutile e illogico. Le leggi non religiose e non tradizionali sono creazioni dell’uomo, pertanto sono ingiuste […] la legge della società non può quindi essere oggetto di redazione o codificazione. L’importanza della legge sta nel criterio di distinzione del vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, come pure i diritti e i doveri degli individui.”

Queste citazioni sono tratte direttamente dal libro verde, e costituiscono la conferma incontestabile del fatto che Gheddafi non solo non è socialista (o come lui afferma comunista, ma si sa che essere l’uno comporta l’essere anche l’altro) ma neanche materialista, e annulla l’importanza delle leggi scritte. Più che socialismo islamico quello di Gheddafi è terzo-posizionismo arabo, ma nonostante egli nei suoi discorsi teorici sia estremamente contraddittorio e con oscillazioni che vanno dal capitalismo al socialismo, dalla privatizzazione alla pubblica proprietà, certamente è innegabile il fatto che abbia rappresentato una vera svolta per il popolo libico, sicuramente positiva e che ha portato ad una evoluzione, con luci ed ombre che ogni evoluzione comporta.

3.0 La svolta della Libia con Gheddafi

Il nuovo stato libico era stato messo in piedi con principi ispiratori ben precisi, quali la decolonizzazione, l’emancipazione dagli stati esteri e la lotta al razzismo e al sottosviluppo, tutto questo affermando che lo stato è di ispirazione socialista e fondato sui principi del corano{1*}
Ciò comporto la liquidazione della presenza straniera del territorio (smantellamento delle basi straniere e delle organizzazioni) e l’inserimento dello stato del movimento terzomondista neutrale.

Riguardo all’aspetto economico Gheddafi ribadiva la sua posizione anti imperialista e socialista, prevedendo la possibilità del contatto tra proprietà privata e politica di piano. L’organo supremo della repubblica era il consiglio rivoluzionario CCR, che deteneva il potere legislativo, vengono istituiti tribunali speciali sempre con a capo il CCR.Il consiglio dei ministri aveva compito consultivo, per poi far passare il decreto nelle mani del CCR che aveva sempre l’ultima parola e decideva di ufficializzarli e metterli in pratica.

Nel 1970 Gheddafi riesce ad accumulare una serie di cariche che gli consentono di diventare la guida del paese, capo di stato; capo di governo; capo del CCR; ministro della difesa e del comitato supremo di piano.

In seguito prende piede la costruzione di un nuovo sistema statale, detto Jamahiriya istituito nel 1976, e lo stato libico prende un nuovo nome “Repubblica popolare araba di Libia”. Essa prevede una articolazione incentrata sui congressi popolari, associazioni professionali e federazioni della società civile. I ministri assumono il nome di segretari e si riuniscono in un comitato generale del popolo. Nel 1979 Gheddafi rinuncerà alla carica di direttore del congresso generale del popolo.

Nel 1991 vengono introdotti provvedimenti giuridici per la libertà degli individui. L’art.8 prevedeva libera espressione a patto che questa fosse esercitata nelle pubbliche assemblee e sotto gli organi di stampa governativi; l’art. 16 riconosceva il rispetto della vita provata e gli articoli 11 e 12 la proprietà privata.

La prima cosa che il governo fece fu la nazionalizzazione delle banche (Banco di Napoli, Banco di Roma, Barclays Bank) poi vi fu la presa di controllo della produzione delle basi petrolifere, a scopo della reciproca intesa e ricchezza (Così disse Gheddafi in un intervista con la giornalista Mirella Bianco), per favorire la Libia nelle azioni commerciali e far si che traesse vantaggio dalla competizione tra imprese, potendo anche scegliere il prezzo dei barili.

Ciò andava in netto contrasto con la volontà americana di favorire le imprese a scapito dei paesi possessori di petrolio, contro il quale Gheddafi tuonerà “Gli americani sono convinti di dominare il mondo con le loro flotte e basi militari. L’imperialismo americano appare come un sostegno illimitato alle compagnie monopolistiche a scapito dei paesi possessori di petrolio che così non possono amministrare il loro bene”(11)

La Libia così potè amministrare il suo bene più prezioso e finanziare le sue opere pubbliche, ma tutto cambiò negli anni Ottanta, con la periodica crisi di produzione e al crollo dei prezzi del petrolio (1982). {2} La situazione libica peggiora con i bombardamenti del governo Regan e il successivo isolamento economico.

3.0 L’impegno per l’emancipazione degli stati Africani e nord Africani

Checchè se ne dica Gheddafy si è sempre mosso concretamente per l’emancipazione e la costruzione degli stati arabi e Africani. Tale condizione è dovuta all’identità religiosa e culturale dei paesi arabi, che secondo il rais avrebbero potuto abbattere le barriere etniche tra berberi e arabi e sarebbe riuscita a fare da collante per la creazione di una unità araba. Ovviamente ciò non poteva che andare a vantaggio degli stati nord Africani che, uniti dall’Atlantico al Golfo persico avrebbero formato un blocco abbastanza forte da poter respingere il neo-colonialismo occidentale che fino ad allora contribuiva alla divisione di questi stati. Oltre a queste spiegazioni, Gheddafy, ricorse anche al corano, investendo in questo compito di ricomposizione degli stati arabi in una comunità, per poi passare all’unione intera del mondo musulmano un dovere divino(12)

In merito è importante citare il vertice di Rabat del 1969, dove Gheddafi criticò aspramente le posizioni conservatrici, filo-imperialiste e egofamiliari dei sultani sauditi e ribadì le sue posizioni antisioniste e filo-palestinesi. Con la carta di Tripoli del 1971 si generò una federazione anti imperialista e antisionista rivoluzionaria che però non si concretizzerà operativamente dei quali facevano parte Egitto, Libia e Sudan. Gheddafi intraprese anche rapporti con il Siriano Hafez Al-Assad, cercando di formare un progetto unitario, ma perse l’appoggio di Nimeiry il sudanese (da notare che in Gheddafy consegnò a Nimeiry alcuni comunisti che vennero poi impiccati tra i quali vi era Abdel Chalet Majhoub) a causa di un incidente riguardo un gruppo destabilizzatore che ha trovato la sua base di addestramento in Libia. Nonostante questo nel 1971 viene annunciata la federazione delle repubbliche arabe componenti Libia, Egitto e Siria, per scopi difensivi. In seguito (1972). Gheddafy propose a Sadat di passare dalle federazione alla fusione tra Libia ed Egitto. Ciò però non avvenne a causa dell’allontanamento di Sadat dall’URSS e all’avvicinamento di questo agli USA che sfociò in incidenti diplomatici con la Libia e resero la possibilità di fusione impossibile.

Gheddafy così lancia un offerta alla Tunisia cui prospetta una fusione in forma di Repubblica araba islamica (1974) ma anche questo tentativo fallì, insieme all’aggancio con la Siria di Al-assad più propenso verso l’URSS. Falliti i tentativi di aggancio ad est e in generale la creazione di un grande Magrebh Gheddafy si orientò a sud. Da qui Gheddafy cominciò una politica di sostegno agli stati africani sottosviluppati e riversò su questi una vasta quantità di petrodollari. L’emancipazione degli stati africani implicava la formazione di classi dirigenti e sovrastrutture politiche capaci di spezzare le antiche dipendenze coloniali, cosa che non andava molto giù alla Francia che vide minacciati i suoi interessi ufficialmente spenti ma ufficiosamente presenti in Africa. Questa tentava perciò di destabilizzare da tempo la Libia, per la difesa dei propri interessi e contro l’esportazione della rivoluzione libica. Dall’altra parte cominciavano anche le interferenze di Washington che cercava di sorvegliare controllare le situazioni in Africa temendo sbilanciamenti verso i sovietici del continente.

La propaganda di Gheddafy per l’esportazione della rivoluzione aveva caratteri anche religiosi, con i quali Gheddafy rilanciava la cultura africana e musulmana in opposizione al colonialismo e alla religione cristiana che diceva rappresentasse proprio un vecchio ostacolo per l’emancipazione dei popoli africani. In occasione del vertice dei capi di stato saheliani Gheddafi lancia la prospettiva in un unione degli stati africani, detti Stati uniti del Sahara nel 1997 dichiarando “I porti libici saranno aperti ai nostri fratelli africani, voglio creare una nuova potenza economica (13) dei quali avrebbero fatto parte Libia, Niger, Burkina Faso, Mali, Nigeria e Ciad. Questa proposta era dettata anche dallo scioglimento dell’URSS e dal monopolio che adesso aveva Washington.

Nel vertice di Lomè, Tripoli si farà carico delle maggiori spese per la realizzazione di un progetto che avrebbe riparato al degrado materiale ed economico causato dalle politiche neoliberiste del fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale. Gheddafy proporrà anche la creazione di una banca africana per lo sviluppo ed il commercio. Nel 2003 viene eletto dagli altri stati africani come Alto commissario alla presidenza delle nazioni unite per i diritti dell’uomo.

4.0 Alleato di convenienza, nemico per eccellenza

Contrariamente a quanto si possa pensare Gheddafi non è sempre stato nemico degli USA, e lo stesso vale al contrario. Inizialmente gli USA appoggiarono e consentirono l’ascesa del governo del rais libico e certo se non si vuole ammettere che si è provato ad instaurare un rapporto tra i due paesi, certo gli USA gli hanno lasciato gioco facile e hanno chiuso gli occhi su alcuni suoi atteggiamenti. Infatti una cosa che non si potrà mai negare riguardo Gheddafi è che ha sempre sostenuto il popolo palestinese ed è sempre stato impegnato contro il sionismo, ma ciò non scoraggiava gli USA che non premevano per una sua caduta. Infatti ai tempi in cui l’URSS era ancora integra gli USA vedevano Gheddafi come un ottimo alleato in funzione anti-sovietica, date le persecuzioni ai partiti e ai movimenti della fratellanza mussulmana, degli afro-marxisti, del movimento baathista e dei sostenitori sovietici in generale. Il tutto accadeva sotto la presidenza Nixon, che guardava positivamente tali azioni e considerava Gheddafi un ottimo muro contro il movimento sovietico, prova di questo fu il sostegno che Gheddafi diede al dittatore “socialista” sudanese Nimeiry nello sventare un colpo di stato comunista (1971).

Cosa accadde? Per ripicca e avversione verso le trattative di pace tra Israele ed Egitto (dopo Nasser, sotto Sadat), Gheddafi firma con Mosca un accordo strategico, 18 Gennaio 1974, ciò per denunciare l’Egitto come complice delle ingerenze dei paesi occidentali in Africa. In seguito Gheddafi rivendicherà l’estensione del territorio libico sul golfo della Sirte (1973). Il rapporto andò sempre a peggiorare, prima a causa degli accordi di Camp David e in fine con l’incendio a Tripoli dell’ambasciata statunitense(1979). La situazione peggiorò con l’insediamento alla casa bianca di Regan (1981), che Gheddafi accusava di ingerenze nelle questione degli stati africani, di contro cercherà di raffreddare i rapporti opponendosi all’insediamento di basi militari sovietiche, ma ciò senza successo poiché Washington già preparava movimenti per il rovesciamento del regime libico e aveva espulso vari esponenti libici dall’America accusandoli di terrorismo. Tutto ciò però non interruppe gli scambi commerciali tra Libia e America, e lo scambiò di greggio fluì senza troppe ripercussioni.

Cominciò così il movimento contro Gheddafi e la Libia, forte anche dell’intenzioni della CIA che premeva per una capitolazione del rais (14), cominciò a praticare addestramenti nelle acquee vicino Tripoli, si mosse per l’armamento di diverse cellule sovversive, praticò una informazione sul regime volta a spingere le masse a vedere di buon occhio la possibile caduta di Gheddafi, diffondendo anche diverse voci sul suo conto. Da qui a poco tempo l’accerchiamento della Libia e le sanzioni economiche fatte contro questa portò alla rappresaglia e al bombardamento americano sui civili nel 1986, ciò però non trovò molti consensi e anche il ministro della difesa italiana del tempo, Spadolini, si dissociò da tali atti. L’attenzione poi si concentrò altrove, senza però tenere in disparte la Libia, ormai etichettato come stato canaglia.

Gli USA non allentarono la loro morsa, nonostante le proposte economiche di Gheddafi riguardo al petrolio, la sua marcia indietro sui finanziamenti alle rivoluzioni di liberazione in Africa e al sostegno che le imprese petrolifere davano alla Libia per poter commerciare liberamente. L’embargo continuava imperterrito, ciò danneggiava la Libia e Gheddafi e fomentava le opposizioni e i tumulti nel paese. Gheddafi certo non lasciò nulla al caso, perciò coglieva sempre la palla al balzo quando vi erano suoi sostenitori in campo internazionale, e a quel tempo le manovre USA furono molto criticate dalle cancellerie europee e dal Vaticano, che condannavano le sanzioni imposte al paese, senza contare che molti accusavano Clinton di favorire, così, di rafforzare il clima anti-occidentale e di favorire movimenti terroristici, Gheddafi disse “Se crollo io il mediterraneo diverrà un mare insicuro e l’Europa conterà i morti, il nord Africa diverrà un covo di terroristi islamici” alimentando le paure delle popolazioni e dei governi europei.
Il disgelo con la Libia cominciò solo dopo l’11 settembre, poiché rappresentava un ottimo alleato contro il radicalismo islamico ed il terrorismo internazionale jihaddista.

5.0 Analisi e riflessioni finali

Avendo analizzato buona parte della politica estera e interna della Libia, del suo passato e delle azioni che il suo rais ha compiuto che l’hanno portata a questo punto, non rimane che tirare le somme e concludere analizzando il presente stato in cui riversa il paese libico. Abbiamo ribadito come in Libia non esista una forte coscienza ed unità nazionale, a causa di ciò non esiste neanche un forte movimento che raggruppi grandi fasce di popolazione, ne è stato presente una forte coscienza di classe e movimenti legati a queste. In Libia tutt’ora esistono tribù alleate e nemiche, che hanno come solo scopo il controllo e l’affermazione propria e di quelle alleate, così non può considerarsi altrimenti per Gheddafi e per il movimento ribelle, capeggiato dalla storica tribù dei senussi, ostili da sempre a quelle tripolitane.

E perciò cosa mai potrà offrire un possibile governo alternativo dopo quello di Gheddafi? Certo non cambierebbe molto tra un passaggio di tribù ad un altra per la popolazione, se non per la politica estera libica che sarebbe innegabilmente più aperta alle ingerenze straniere e alle infiltrazioni di basi militari e lobby, cosa che potrebbe danneggiare le condizioni della Libia molto di più rispetto al governo di Gheddafi, che si è sempre impegnato per la sua indipendenza, portandola ad essere uno stato africano emergente rispetto a tutti gli altri e superando o raggiungendo stati del continente africano quali Sud africa ed Egitto.

Senza contare che l’intervento dei bombardamenti stranieri ha decisamente fatto più vittime del regime, dei ribelli e delle guerre intestine che si sono svolte nel corso degli anni il Libia. Come bisognerebbe considerare quindi Gheddafi? Un salvatore del suo popolo o un dittatore spietato che nuoce ad ogni causa meno che alla sua?
Dopo aver analizzato la storia e le politiche libiche degli anni addietro e recenti non possiamo che affermare che Gheddafi, nonostante abbia avuto posizioni oscillanti tra Washington e Mosca, nonostante sia stato sempre soggetto al populismo e all’irretimento delle masse con la sua ottima conoscenza del corano e anche se ha ridotto a silenzio gran parte degli oppositori e con colpi di mano eccellenti ha sventato minacce per la sua politica anche in modo decisamente violento ed aggressivo, si è sempre dimostrato un convinto sostenitore dell’indipendenza e dell’affermazione degli stati arabi ed africani, calpestati dagli occidentali e ridotti o al colonialismo o a barbari con cui non si può intraprendere un dialogo.

Ha sempre cercato di assicurare al suo paese una condizione di spicco rispetto agli altri, e conseguentemente anche a lui, visto che la storia della Libia dagli anni 70 a oggi è legata a se, cercando di farlo emergere da condizioni di sudditanza e arretratezza, modernizzandolo e portandolo avanti, nel bene e nel male, cercando di legare il popolo diviso in tribù attraverso il corano e la sua politica nazionalista e così anche il mondo arabo e africano in generale diviso, per farsi che fosse forte contro l’egemonia straniera. Non ha quindi deragliato da questo obbiettivo di riscatto e le sue politiche non sono state che correlate a questa sua ambizione, portare la Libia e l’Africa ai livelli dei vecchi colonizzatori, rilanciando le tradizioni e cercando di contrastare le contraddizioni che si vengono a creare tra usanze e metodi passate e azioni future.

Troppo facilmente è stata presa una posizione da tutti i critici della domenica, che si sono schierati superficialmente con o contro Gheddafi a priori senza mai considerare o le sue luci o le sue ombre nel complesso, ma solo una parte di questo. Per riuscire a capire davvero questa guerra e la situazione libica non si può formulare giudizi dell’ultimo momento, con qualche azione recente, ma solo con uno studio complessivo della vita libica e della politica di Gheddafi, e dopo, tirando le somme delle sue luci e delle sue ombre, esprimere un giudizio consapevole. Tale giudizio non potrà non tenere conto dell’oggettività delle azioni fatte nel corso del tempo dal rais.

E perciò doveroso dire che il futuro che si prospetta per la Libia con i ribelli, pronti a svenderla alle nazioni straniere, è più oscuro di quello che potrebbe avvenire sotto Gheddafi. E bisogna sempre considerare come l’ingerenza nei paesi stranieri, senza una reale presa di coscienza della popolazione, e quindi l’importazione della democrazia è un fallimento che già è stato sperimentato e che rischia di ripetersi anche il Libia. Contando anche sul fatto che una dittatura ufficiale è più facile da combattere di una silenziosa, e che per questo molti che erano schierati contro Gheddafi ora sono passati dalla sua parte, poiché temono l’avanzata di un controllo più feroce da parte degli stati stranieri, depredatori di terre, ed una più difficile condizione per la lotta contro l’oppressione dell’uomo sull’uomo in generale. Il danno fatto dalla guerra di “liberazione” è molto più alto di quello che Gheddafi ha compiuto nel corso dei suoi anni di governo e si rischia di distruggere anche le conquiste che questo è riuscito a portare al suo paese.

Ragionando, quindi, per il favore della popolazione libica e per il suo futuro, non si può che rifiutare ferocemente la guerra, senza timore di difendere anche Gheddafi, poiché in questo momento egli rappresenta la lotta di Tripoli e della popolazione libica contro il neo-colonialismo straniero. Ciò senza sprofondare in un sostegno cieco e ideologico, poiché gli errori di Gheddafi ci sono stati, sono stati molti e vanno criticati, ma essi non possono pregiudicare la sua funzione attuale di difensore della libertà di decisione libica. Non si può pretendere di schierarsi contro la guerra e con l’indipendenza della Libia senza schierarsi anche dalla parte di Gheddafi, poiché sarebbe come sperare nella sconfitta di una squadra senza voler ammettere che si fa il tifo per la seconda, il sostegno all’altra è implicito ma momentaneo date le circostanze.

Bibliografia
(1)[Del Boca: op.cit;p 427.]
(2)[Alessandro Aruffo, in Gheddafi, storia di una dittatura rivoluzionaria;p.16]
(3)[ Mehdi Mustafa, in Libia: storia di una servitù militare, n.12 del Dicembre 1970]
(4)[Ch.Sourian, in “Annuaire del’Afrique du Nord]
(5)[Il padre lo affida ad un maestro che gli insegna a memoria i passi del corano; Alessandro Aruffo, in Gheddafi, storia di una dittatura rivoluzionaria;p.23]
(6)[Ivi.pp.47-8]
(7)[testo della dichiarazione preso dal Midle est journal vol.24]
(8)[Cit. in Bianco p.147]
(9)[Cit. in Quaderni internazionali; p147]
(10)[Cit. in A.Savioli in Sono un rivoluzionario non un politico]
(11)[Le Monde; 13 Giugno 1973]
(12)[Sura III, 104]
(13)[Jaune Afrique n1992 ediz. 1997]
(14)[B.Woodward; “le guerre segrete della CIA”, pp180; Milano 1978]
*{1}[v.d paragrafo 2.5]
*{2}[il misto tra capitalismo e socialismo di Gheddafi fa rientrare la Libia nella routine delle crisi di sovrapproduzione, ulteriore prova del fatto che lo stato non avesse basi socialiste]

Altro materiale sul tenore di vita:

http://latorredibabele.blog.rai.it/2008/06…vere-da-libici/

www.intopic.it/forum/tecnologia/crittografia/78250/

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Scritti di Moammar El Gheddafi:

Il Libro verde

Ricordi della mia vita

Fonte: terzorisorgimento.forumfree,it

Fonte_ visto su NOCENSURA del 12 agosto 2014
Link: http://www.nocensura.com/2014/08/controstoria-di-saddam-hussein-e.html

Preso da: http://www.veja.it/2014/08/17/controstoria-saddam-hussein-muammar-gheddafi/