Siria, Libia, Afghanistan: 20 capolavori che non esistono più

DAMASCO – Una volta questi monumenti esistevano ed erano fra i monumenti più belli del mondo. I conflitti in Siria, Afghanistan e Libia li hanno rasi al suolo. I nostri figli  non potranno poterli vedere a causa delle guerre e della furia distruttiva degli integralisti dell’isis e dei talebani. La Cnn ha voluto elencare tutti i siti spazzati via; La Stampa ha pubblicato l’elenco che vi riproponiamo con una breve descrizione e delle foto:

Palmira, Siria. L’Unesco l’ha definita un’oasi nel deserto siriano. Ora l’Isis controlla la città vecchia e, come hanno mostrato immagini recenti che hanno fatto il giro del mondo, ha già distrutto due santuari Iraq.

Grande moschea di Samarra. Costruita nel nono secolo sul fiume Tigri, la moschea fu bombardata nel 2005 in un attacco alle posizioni Nato. Furono distrutte la punta del minareto e le mura circostanti Yemen.

I Buddha di Bamiyan.  Afghanistan. I Buddha più alti del mondo sono sopravvissuti per oltre 1500 anni prima di essere distrutti dai talebani con la dinamite

Sanaa.  La capitale yemenita ha subito numerosi attacchi suicidi, rivendicati dall’Isis, e bombardamenti aerei che hanno distrutto la cittadella fortificata (patrimonio Unesco) Siria.

Bosra. Questa splendida città, capitale della Provincia arabica sotto i romani, continua ad essere messa a ferro e fuoco dal conflitto siriano

Aleppo, Siria. Nel 2013, durante la guerra civile, la moschea fu ridotta in macerie. Un danno tanto ingente da essere definito il peggiore di tutto il patrimonio siriano Siria.

Norias of Hama. Nel quinto secolo questi mulini ad acqua rappresentavano un ingegnoso sistema di irrigazione. Purtroppo molti di essi furono bruciati nel 2014 da combattenti siriani Siria.

Cittadella di Aleppo. Siria. La fortezza risale all’epoca di Alessandro Magno. Recententemente è stata usata come base per l’esercito siriano e molti dei suoi edifici storici sono stati distrutti

Siria. Le stradine che compongono il souk di Aleppo sono state teatro di scontri armati, con danni irreparabili. L’Unesco l’ha descritta come una vera e propria tragedia Siria.

Ponte Deir El-Zor. Questo ponte sul fiume Eufrate è diventato una della postazioni chiave durante la battaglia per la presa della città e cadde del tutto sotto i bombardamenti Siria.

Nimrud. Iraq. Dopo l’invasione del 2003 questo tesoro millenario è stato saccheggiato. Molti dei suoi pezzi hanno trovato una nuova casa nei musei esteri.

Krak dei Cavalieri. Siria. E’ stato il castello medievale per eccellenza all’epoca delle Crociate. Nel 2013, in seguito ad attacchi aerei, fu seriamente danneggiato. Ora, alcuni ribelli vivono dentro le sue mura

Tomba di Jonah, Iraq. Il sepolcro del profeta Jonah fu raso al suolo dall’Isis nel 2014

Moschea Khaled Ben Walid. Homs, Siria. Nel 2013 le forze regolari fedeli al presidente Assad hanno bombardato questa storica moschea. Situato nel martoriato quariere di Khalidiya, il santuario risalente all’epoca Ottomana è stato distrutto dall’esercito nel tentativo di riconquistare parte della città in mano ai ribelli

Museo del genocidio degli armeni. Siria. Questo luogo venne distrutto dall’Isis nel 2014

Cirene. Libia. All’inizio della Rivoluzione libica su questo sito passarono i bulldozer e cancellarono anche l’antica necropoli

Museo dell’arte islamica. Il Cairo, Egitto. Il complesso venne gravemente danneggiato dall’esplosione di un’autobomba indirizzata alla vicina sede centrale delle forze di polizia il 24 gennaio 2014, alla vigilia del terzo anniversario dalla rivoluzione egiziana che spodestò il presidente Mubarak.

Quaid e Azam Residency. Pakistan. La residenza del primo governatore generale Muhammed Ali Jinnah fu attaccata coi razzi da un gruppo di separatisti nel 2013 e completamente demolita

Moschea al-Omari. Gaza. Le mura, la cupola e il tetto vennero distrutti nel corso di un attacco aereo israeliano.

Beirut vecchia. Libano. Dopo 15 anni di guerra civile e i successivi conflitti con Israele, dei 1200 palazzi storici protetti di Beirut, ne rimangono solo 400″.

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L’unico vero obiettivo è il caos

20 Agosto 2015

I dirigenti dell’Unione Europea si trovano improvvisamente a confrontarsi con situazioni impreviste. Da una parte, attentati o tentativi di attentati commessi o preparati da individui che non appartengono a gruppi politici identificati; dall’altra, attraverso il Mediterraneo, un afflusso di migranti, molte migliaia dei quali muoiono alle loro porte.

In assenza di analisi strategica, questi due ordini di avvenimenti sono considerati a priori senza relazione tra loro e sono trattati da amministrazioni differenti. I primi afferiscono ai servizi segreti e alla polizia, i secondi alle dogane e al Ministero della difesa. Essi hanno tuttavia un’origine comune: l’instabilità politica nel Levante e in Africa.

Contrariamente a quel che ha detto il presidente François Hollande, la migrazione dei libici non è la conseguenza di una “mancanza di seguito” dell’operazione “Protettore unificato”, bensì il risultato ricercato attraverso questa operazione nella quale il suo Paese giocava un ruolo guida. Il caos non si è creato perché i “rivoluzionari libici” non hanno saputo accordarsi tra loro dopo la “caduta” di Muammar Gheddafi: esso era l’obiettivo strategico degli Stati Uniti. Ed è stato raggiunto. Non c’è mai stata una “rivoluzione democratica” in Libia, ma una secessione della Cirenaica. Non c’è mai stata applicazione del mandato dell’ONU che mirava a ’proteggere la popolazione’, ma c’è stato il massacro di 160.000 Libici, tre quarti dei quali civili, sotto i bombardamenti dell’Alleanza (cifre della Croce Rossa internazionale).

Le guerre in Afghanistan e in Iraq sono già costate la vita a 4 milioni di persone. Sono state presentate al Consiglio di sicurezza come risposte necessarie “per legittima difesa”, ma oggi si ammette che erano state pianificate ben prima dell’11 settembre in un contesto molto più ampio di “rimodellamento del Medio Oriente allargato”, e che le ragioni invocate per scatenarle non erano che invenzioni di propaganda.

Si usa riconoscere i genocidi commessi dal colonialismo europeo, ma sono rari coloro che oggi ammettono questi 4 milioni di morti malgrado gli studi scientifici che li attestano. Il fatto è che i nostri genitori erano “cattivi”, ma noi siamo “buoni” e non possiamo essere complici di questi orrori.

È cosa comune prendersi gioco di questo povero popolo tedesco che conservò fino alla fine la fiducia nei suoi dirigenti nazisti e soltanto dopo la sconfitta prese coscienza dei crimini commessi a suo nome. Ma noi agiamo esattamente allo stesso modo. Conserviamo la nostra fiducia nel nostro “grande fratello” e non vogliamo vedere i crimini nei quali ci coinvolge. Sicuramente, i nostri figli si faranno beffe di noi…

Nessun dirigente europeo occidentale, assolutamente nessuno, ha osato considerare pubblicamente che i rifugiati provenienti da Iraq, Siria, Libia, corno d’Africa, Nigeria, Mali, non fuggono da dittature, ma dal caos in cui noi abbiamo volontariamente, ma incoscientemente, affondato i loro paesi.

Nessun dirigente europeo occidentale, assolutamente nessuno, ha osato considerare pubblicamente che gli attentati ’islamisti’ che toccano l’Europa non sono l’estensione delle guerre del Medio Oriente allargato, ma sono commissionati dagli stessi che hanno commissionato il caos in quella regione. Noi preferiamo continuare a pensare che gli ’islamisti’ ce l’abbiano con gli ebrei e con i cristiani, mentre l’immensa maggioranza delle loro vittime non sono né ebree né cristiane, ma musulmane. Imperturbabili, noi li accusiamo di promuovere la “guerra di civiltà”, quando questo concetto è stato forgiato in seno al Consiglio di sicurezza nazionale degli USA e resta estraneo alla loro cultura.

Nessun dirigente europeo occidentale, assolutamente nessuno, ha osato considerare pubblicamente che la prossima tappa sarà l’«islamizzazione» delle reti di diffusione delle droghe sul modello dei Contras del Nicaragua che vendevano droga nella comunità nera della California con l’aiuto e sotto gli ordini della CIA. Noi abbiamo deciso di ignorare che la famiglia Karzai ha ritirato la distribuzione dell’eroina afghana alla mafia kosovara e l’ha trasmessa a Daesh.

Gli Stati Uniti non hanno mai voluto che l’Ucraina si unisse alla UE.

Le accademie militari dell’Unione Europea non hanno studiato la “teoria del caos” perché è stato loro vietato. Quei pochi insegnanti e ricercatori che si sono avventurati su quel terreno sono stati pesantemente sanzionati, mentre la stampa ha etichettato come ’cospirazionisti’ gli autori civili che se ne interessavano.

I politici dell’Unione Europea pensavano che gli avvenimenti di piazza Maidan fossero spontanei e che i manifestanti si augurassero di abbandonare l’orbita autoritaria russa e di entrare nel paradiso della UE. Sono rimasti stupiti dalla pubblicazione della conversazione della sottosegretaria di stato, Victoria Nuland, che alludeva al proprio segreto controllo degli avvenimenti e affermava che il suo obiettivo era di “fottere la UE”. Da quel momento, non hanno più capito niente di quel che stava succedendo.

Se avessero lasciato libera la ricerca nei loro paesi, avrebbero capito che intervenendo in Ucraina e organizzandovi il “cambio di regime”, gli Stati Uniti si assicuravano che l’Unione Europea restasse al loro servizio. La grande angoscia di Washington, dal discorso di Vladimir Putin alla conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2007, è che la Germania si renda conto di dove stia il proprio interesse: non con Washington, ma con Mosca. Distruggendo progressivamente lo Stato ucraino, gli USA tagliano la principale via di comunicazione tra l’Unione Europea e la Russia. Potreste girare e rigirare in tutti i modi la successione degli avvenimenti, ma non potreste trovare un altro senso. Washington non si augura che l’Ucraina si unisca alla UE, come attestano i propositi della signora Nuland. Il suo unico scopo è di trasformare questo territorio in una zona pericolosa da attraversare.

Eccoci dunque di fronte a due problemi che si sviluppano molto rapidamente: gli attentati ’islamisti’ non sono che all’inizio. Le migrazioni sono triplicate nel Mediterraneo nell’arco di un solo anno.

Se la mia analisi è esatta, nel corso del prossimo decennio vedremo raddoppiare gli attentati ’islamisti’ legati al Medio Oriente allargato e all’Africa e gli attentati ’nazisti’ legati all’Ucraina. Si scoprirà allora che al-Qa’ida e i nazisti ucraini sono collegati fin dal loro congresso comune a Termopol (Ucraina) nel 2007. In realtà, i nonni degli uni e degli altri si conoscono dalla Seconda Guerra mondiale. I nazisti avevano allora reclutato dei musulmani sovietici per lottare contro Mosca (era il programma di Gerhard von Mende all’Ostministerium). Alla fine della guerra, gli uni e gli altri erano stati recuperati dalla CIA (il programma di Frank Wisner con l’AmComLib) per condurre delle operazioni di sabotaggio in URSS.

La cecità dell’UnioneEuropea di fronte alla strategia militare degli Stati Uniti

Le migrazioni nel Mediterraneo, che per il momento sono soltanto un problema umanitario (200.000 persone nel 2014), continueranno a crescere fino a divenire un “grave problema economico”. Le recenti ipotesi della UE di andare ad affondare i barconi dei trafficanti in Libia non serviranno a bloccare le migrazioni, ma a giustificare nuove operazioni militari per mantenere il caos in Libia (e non per risolverlo).

Tutto ciò provocherà disordini importanti nell’Unione Europea che pare oggi un’oasi di pace. Per la classe dirigente di Washington non si tratta di distruggere questo mercato che continua a restarle indispensabile, ma di assicurarsi che non si ponga mai in competizione con essa, e di limitare il suo sviluppo.

Nel 1991, il presidente Bush padre incaricò un discepolo di Leo Strauss, Paul Wolfowitz (allora sconosciuto al grande pubblico), di elaborare una strategia per l’era post-sovietica. La “Dottrina Wolfowitz” spiegava che la supremazia degli U.S.A. sul resto del mondo esige, per essere garantita, di imbrigliare l’Unione Europea. Nel 2008, all’epoca della crisi finanziaria negli Stati Uniti, la presidente del Consiglio economico della Casa Bianca, la storica Christina Rohmer, spiegò che l’unico mezzo per riportare a galla le banche era di fermare i paradisi fiscali dei paesi terzi, e poi provocare dei disordini in Europa in modo che i capitali rifluissero verso gli Stati Uniti. In definitiva, Washington si propone oggi di far alleare il NAFTA e l’Unione Europea, il dollaro e l’euro, e di abbassare gli Stati membri dell’Unione al livello del Messico.

Sfortunatamente per loro, né i popoli dell’Unione Europea, né i loro dirigenti hanno coscienza di quel che il presidente Barack Obama prepara loro.

Preso da: http://voxinsana.blogspot.ru/2015/08/lunico-vero-obiettivo-e-il-caos.html

LO STATO ISLAMICO È IL CANCRO DEL CAPITALISMO MODERNO

Postato il Domenica, 12 aprile @ 23:10:00 BST di davide

DI NAFEEZ AHMED

middleeasteye.net

Il brutale ‘Stato islamico’ è un sintomo di una crisi profonda della civiltà fondata sulla dipendenza dai combustibili fossili, che sta minando l’egemonia occidentale ed espandendo il potere dello Stato islamico in tutto il mondo musulmano.

Il dibattito sulle origini dello Stato Islamico (IS) ha fortemente oscillato tra due prospettive estreme. Da una parte si accusa l’Occidente. L’ IS non è altro che una prevedibile reazione all’occupazione dell’Iraq, l’ennesimo colpo sferrato dalla politica estera occidentale. Dall’altra si attribuisce la sua nascita esclusivamente alle barberie storiche e culturali del mondo musulmano, i cui valori e credenze – ferme all’epoca medievale – sono un naturale incubatore di un estremismo violento.

Il più grosso elefante nella stanza, citato nell’attuale dibattito semplicistico, è solo una sovrastruttura materiale. Chiunque può avere idee orribili e disgustose, ma restano solo fantasie se non si trova il modo di manifestarle concretamente nel mondo che ci circonda.

Quindi, per capire in che modo l’ideologia che anima l’IS sia riuscita a trovare le risorse materiali per arrivare a conquistare un territorio più grande della Gran Bretagna, abbiamo bisogno di esaminare più da vicino il contesto materiale.

Seguire il denaro

Le radici dell’ideologia di al-Qaeda risalgono al 1970. Abdullah Azzam, mentore palestinese di Osama bin Laden, formulò una nuova teoria che giustificava la guerriglia continuata e a livello locale delle varie cellule mujaheddin sparse, per la creazione di uno stato pan-islamico. La violenta dottrina islamica di Azzam si diffuse nel contesto dell’invasione sovietica dell’Afganistan.

Come è noto, le reti di mujaheddin afgani furono addestrate e finanziate sotto la supervisione della CIA, del MI6 e del Pentagono. Gli Stati del Golfo fornirono ingenti somme di denaro, mentre il Pakistan Inter-Services Intelligence (ISI) creò un collegamento a terra con le reti militanti coordinate da Azzam, bin Laden ed altri.

L’amministrazione Reagan, ad esempio, fornì 2 miliardi di dollari ai mujaheddin afghani, seguiti da altri 2 miliardi di dollari da parte dell’Arabia Saudita.

Secondo il Washington Post, in Afghanistan, l’ USAID investì milioni di dollari per la fornitura ai bambini in età scolare di “libri di testo pieni di immagini violente e insegnamenti islamici militanti”. Una teologia che predicava la violenza, intervallata da “disegni di pistole, proiettili, soldati e mine”. Gli stessi libri di testo esaltavano anche una ricompensa celeste per qui bambini che fossero riusciti a “strappare gli occhi e tagliare le gambe al nemico sovietico”.

E’ opinione diffusa che questa disastrosa collaborazione tra mondo occidentale e mondo musulmano nel finanziare gli estremisti islamici terminò con il crollo dell’Unione Sovietica. Come ho detto in una testimonianza al Congresso un anno dopo il rilascio della relazione della Commissione 9/11, questa opinione è del tutto falsa.

Racket di protezione

Un rapporto riservato dell’ intelligence americana rivelato dal giornalista Gerald Posner ha confermato che gli Stati Uniti erano pienamente consapevoli di un accordo segreto concluso nel mese di aprile del 1991 tra l’Arabia Saudita e Bin Laden, poi agli arresti domiciliari. Secondo l’accordo, Bin Laden avrebbe potuto lasciare il Regno Saudita con il loro appoggio e finanziamento, e avrebbe continuato a usufruire di questo sostegno da parte della famiglia reale saudita ad una condizione: che si fosse astenuto da attacchi o azioni di destabilizzazione dell’Arabia Saudita.

Lungi dal restare osservatori distaccati di questo accordo segreto, Stati Uniti e Gran Bretagna ne furono parti attive

Le enormi riserve di petrolio saudita erano la base della ricchezza e della crescita dell’economia globale. Non potevamo permetterci di essere destabilizzati. E ‘ stato un do-ut-des: per proteggere il Regno, bisognava consentire di finanziare bin Laden fuori dal Regno.

Come documenta meticolosamente lo storico inglese Mark Curtis nel suo sensazionale libro “Affari segreti: la collusione del Regno Unito con il radicalismo islamico”, i governi statunitense e inglese continuarono a sostenere di nascosto le reti affiliate ad al-Qaeda dell’Asia Centrale e dei Balcani dopo la Guerra Fredda, per le stesse ragioni di prima – contrastare i Russi – e oggi i Cinesi – per arrestare la loro influenza sull’economia capitalistica mondiale. L’Arabia Saudita, dove risiedono le più grandi riserve petrolifere del pianeta, è rimasta il fulcro di questa miope strategia anglo-americana.

Bosnia

Un anno dopo i bombardamenti del World Trade Center del 1993, Osama bin Laden aprì un ufficio a Wembley (Londra) col nome di Comitato Consultivo di Riforma (Advice and Reformation Committee), dal quale coordinava le attività estremiste in tutto il mondo.

Più o meno allo stesso tempo, secondo documenti dell’ intelligence olandese, il Pentagono aerotrasportava migliaia di mujaheddin dall’Asia Centrale in Bosnia, in violazione dell’embargo militare stabilito dalle Nazioni Unite. Erano accompagnati da forze speciali statunitensi. Lo “Sceicco Cieco”, accusato del bombardamento del WTC, era stato molto attivo nel reclutamento e nell’invio dei combattenti al-Qaeda in Bosnia.

Afghanistan

Da circa il 1994 fino al 11 settembre del 2001, l’intelligence militare statunitense, insieme a Gran Bretagna, Arabia Saudita e Pakistan, rifornì in segreto armi e fondi ai talebani collegati ad al-Qaeda.

Nel 1997, Amnesty International denunciò gli “stretti legami politici” tra le milizie Talebane, che avevano da poco conquistato Kabul, e gli Stati Uniti. L’organizzazione per i diritti umani parlò di “collegamenti con le madrasas (scuole religiose) che i talebani frequentavano in Pakistan”, legami “stabiliti fin dai primi momenti di vita del movimento Talebano”.

A sostenerlo – riportò Amnesty – fu anche la defunta Benazir Bhutto, allora Primo Ministro pakistano, che affermò che le madrasas erano state create da Gran Bretagna, Stati Uniti, Arabia Saudita e Pakistan durante la Jihad, la resistenza Islamica contro l’occupazione sovietica dell’Afganistan. Sotto la tutela statunitense, l’Arabia Saudita finanziava queste madrasas.

Libri di testo predisposti dal governo degli Stati Uniti, con l’intento di indottrinare I bambini afgani e avviarli alla guerra santa durante la Guerra Fredda, oggi adottati dai Talebani, divennero parte integrante del sistema educativo scolastico afgano, ed erano diffusamente utilizzati nelle scuole religiose militanti in Pakistan finanziate dai Sauditi e dall’ISI Pakistano sostenuto dagli Stati Uniti.

Le Amministrazioni Clinton e Bush speravano di utilizzare i Talebani per istituire nel paese un regime simile al loro benefattore Saudita. La vana speranza – concepita in piena malafede – era che un governo Talebano avrebbe garantito la stabilità necessaria per poter installare il gasdotto TAPI (TransAfghanPipeline) per rifornire l’Asia meridionale del gas dell’Asia Centrale, evitando Russia, Cina e Iran.

Tutte queste speranze caddero tre mesi prima dell’11 settembre, quando i Talebani rifiutarono le proposte americane. Il progetto TAPI giunse ad un ulteriore stallo a causa dei controlli intransigenti talebani a Kandahar e Quetta, ma ha continuato ad essere sostenuto dall’Amministrazione Obama e ora è prossimo al completamento.

Kosovo

La NATO ha continuato a sponsorizzare le reti affiliate ad al-Qaeda fin dalla fine degli anni ’90, riporta Mark Curtis, quando le forze speciali americane e inglesi fornivano armi e addestramento militare ai ribelli dell’ Esercito di Liberazione del Kosovo (KLA) che comprendevano le reclute dei mujaheddin. Tra questi c’era una cellula capeggiata da Muhammad al-Zawahiri, fratello del vice di bin Laden, Ayman, oggi a capo di al-Qaeda.

Nello stesso periodo, Osama e Ayman coordinarono dall’ufficio di bin Laden a Londra il bombardamento all’Ambasciata statunitense in Kenya e Tanzania nel 1998.

Tuttavia, giungevano anche buone notizie: gli interventi della NATO nei Balcani, accompagnati dalla disintegrazione della Yugoslavia socialista, preparavano la strada per l’integrazione della regione nell’Europa Occidentale, per la privatizzazione dei mercati locali e per l’istituzione di nuovi regimi che favorissero il trasporto del petrolio e del gas dall’Asia Centrale all’Occidente attraverso il TAPI.

‘Nuovo corso’ in Medio Oriente

Anche dopo il 9/11 e il 7/7, la dipendenza statunitense e britannica dai combustibili fossili a buon prezzo per sostenere l’espansione del capitalismo globale, ci portò a rafforzare le nostre alleanze con gli estremisti.

Verso la metà dell’ultimo decennio, l’intelligence anglo-americana ha iniziato a controllare i finanziamenti che dagli Stati del Golfo – guidati ancora una volta dall’Arabia Saudita – raggiungevano le reti estremiste islamiche in tutto il Medio Oriente e in Asia Centrale, per contrastare l’influenza shiita iraniana nell’area. Tra i beneficiari di questo sostegno c’erano i gruppi estremisti militanti affiliati ad al-Qaeda in Siria e Libano – un vero e proprio arco del terrore islamico.
Ancora una volta, i ribelli islamici sarebbero stati utilizzati – a loro insaputa – come agenti dell’egemonia statunitense contro i nuovi rivali geopolitici.

Come rivelò nel 2007 Seymour Hersh nel New Yorker, questo ‘nuovo corso’ della politica stava indebolendo non solo l’Iran, ma anche la Siria – dove gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita si affrettarono a sostenere la Fratellanza Musulmana Siriana, oltre ad altri gruppi di opposizione. Sia Iran sia Siria, ovviamente, erano fortemente allineati con Russia e Cina.

Libia

Nel 2011, l’intervento militare della NATO per capovolgere il regime di Gheddafi seguì a un massiccio sostegno ai mercenari libici che erano, di fatto, membri dell’affiliato ad al-Qaeda in Libia. Alla Francia pare sia stato offerto il 35% del controllo del petrolio Libico in cambio del sostegno francese ai ribelli.

Dopo l’intervento, i giganti petroliferi Europei, Britannici e Statunitensi erano “perfettamente in grado di poter usufruire” delle “opportunità commerciali”, secondo il Prof. David Anderson della Oxford University. I proficui affari con i membri della NATO potevano “finalmente liberare l’Europa Occidentale dalla stretta degli alti prezzi praticati dai produttori Russi che controllavano le forniture di gas”.

Rapporti di intelligence mostrarono che i ribelli sostenuti dalla NATO avevano stretti legami con al-Qaeda. Anche la CIA utilizzò i militanti islamici libici per convogliare grossi quantitativi di armi ai ribelli in Siria.

Un rapporto dell’intelligence Canadese del 2009 descriveva la roccaforte dei ribelli in Libia Orientale come “l’epicentro dell’estremismo islamico”, dal quale le “cellule estremiste” operavano nella regione – la stessa regione, secondo David Pugliese dell’ Ottawa Citizen, che era “difesa da una coalizione NATO capeggiata dal Canada”. Secondo Pugliese, il rapporto d’intelligence confermava che “diversi gruppi di ribelli islamici si erano insediati in Libia orientale”, molti dei quali “incitavano i seguaci ad andare a combattere in Iraq”. Piloti canadesi si scambiavano battute dicendo che anche loro in privato erano dei piloti di al-Qaeda “poichè i loro bombardamenti avevano contribuito a far allineare i ribelli al gruppo terroristico”.

Secondo Pugliese, specialisti d’intelligence inviarono ad alti funzionari NATO un briefing preventivo datato 15 Marzo 2011 proprio pochi giorni prima che avvenisse l’intervento. “C’è una crescente possibilità che la situazione in Libia si possa trasformare in una guerra civile/tribale a lungo termine” scrissero. “Questo diventerà ancora più probabile se le forze all’opposizione riceveranno aiuti militari dall’esterno”.

Come ben sappiamo, l’intervento poi avvenne lo stesso.

Siria

Nel corso dell’ultimo decennio, l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi, la Giordania e la Turchia hanno tutti fornito un importante sostegno finanziario e militare principalmente a reti islamiche combattenti collegate ad al-Qaeda, reti che poi hanno dato vita allo “stato islamico”. Questo sostegno è stato dato nel contesto di una rinnovata strategia anti-Assad guidata dagli Stati Uniti.

La competizione per stabilire il dominio sulle rotte dei gasdotti e oleodotti che riguardavano la Siria, come anche le risorse fossili ancora inesplorate in Siria e nel Mediterraneo orientale – a spese di Russia e Cina – hanno avuto un ruolo centrale nel motivare tale strategia.

L’ex ministro degli esteri francese Roland Dumas rivelò che nel 2009 funzionari del Ministero degli Esteri inglese gli dissero che le forze inglesi erano già attive in Siria nel tentativo di fomentare la ribellione.

L’operazione è avvenuta secondo un programma di coordinamento congiunto tra le intelligence americana, inglese, francese e israeliana. Ci sono prove documentali che confermano che il solo sostegno statunitense all’operazione anti-Assad fu di circa $2 miliardi di dollari dalla fine del 2014.

Mentre è opinione diffusa che questo sostegno agli estremisti islamici è stato male interpretato, i fatti parlano da soli. Rapporti di valutazione CIA riservati hanno mostrato che l’intelligence USA sapeva bene che tutti gli aiuti ai ribelli anti-Assad in tutto il Medio Oriente finivano essenzialmente nelle mani degli estremisti più violenti. Tuttavia continuarono.

I funzionari del Pentagono, l’anno prima che lo SI (stato islamico) desse il via alla sua campagna di conquista in Iraq, sapevano bene che la grande maggioranza dei ribelli dell’Esercito di Liberazione Siriana “moderato” erano in realtà dei militanti islamici. Divenne sempre più impossibile, secondo gli stessi funzionari, stabilire dei confini certi tra i ribelli ‘moderati’ e gli estremisti collegati con al-Qaeda o allo stato islamico, a causa delle impercettibili interazioni tra i due.
Inoltre, aumentò progressivamente il numero dei combattenti FSA frustrati che si univano ai gruppi di militanti islamici in Siria, e non per motivi ideologici ma semplicemente per le loro maggiori capacità militari. Finora, quasi tutti i gruppi di ribelli ‘moderati’ addestrati e armati di recente dagli Stati Uniti oggi si stanno unendo con al-Qaeda e stato islamico nella lotta contro Assad.

Turchia

Ora gli Stati Uniti stanno coordinando nuovi aiuti militari ai ribelli ‘moderati’ per contrastare lo Stato Islamico attraverso un nuovo accordo con la Turchia. Tuttavia, è noto a tutti che la Turchia, in tutto questo periodo, ha sponsorizzato apertamente al-Qaeda e lo stato islamico nel quadro di un disegno geopolitico preciso volto a schiacciare i gruppi di opposizione curdi e destituire Assad.

Non sono serviti a molto i blandi sforzi della Turchia per contenere i combattenti stranieri che passano i confini turchi per andare a unirsi all’IS in Siria. La Turchia recentemente ha risposto annunciando che ne ha fermato a migliaia.
Entrambe queste affermazioni sono false: la Turchia ha deliberatamente dato rifugio e convogliato aiuti verso IS e al-Qaeda in Siria.

La scorsa estate, il giornalista turco Denis Kahraman ha intervistato un combattente che si stava curando in Turchia che gli ha detto : “La Turchia ci ha aperto la strada. Se la Turchia non lo avesse fatto, lo stato islamico non sarebbe quello che oggi è. Sì, la Turchia ci ha mostrato affetto e comprensione. Moltissimi nostri mujaheddin jihadisti hanno ricevuto cure mediche in Turchia”.

All’inizio di quest’anno, erano trapelati in rete dei documenti ufficiali autenticati dell’esercito turco (il Comando della Gendarmeria Generale), che mostravano che i servizi segreti turchi (MIT) erano stati sorpresi da funzionari militari ad Adana mentre trasportavano con dei camion missili, mortai e munizioni contraeree, destinati “all’organizzazione terroristica di al-Qaeda” in Siria.

I ribelli ‘moderati’ FSA sono coinvolti nella rete di sostegno turco-islamica sponsorizzata da MIT. Uno di essi ha detto al Telegraph che sta ora gestendo “delle abitazioni sicure per i combattenti stranieri che vogliono unirsi a Jabhat al-Nusra e ISIL (Stato islamico).”

Alcuni funzionari hanno parlato di questa cosa, ma senza alcun risultato. L’anno scorso, Claudia Roth, vice presidente del parlamento tedesco, si è mostrata scioccata del fatto che la NATO stia permettendo alla Turchia di ospitare un accampamento dell’ Stato Islamico a Istanbul, di facilitare i trasferimenti di armi ai militanti islamici attraverso i suoi confini e tacitamente consente le vendite di petrolio dello stato islamico. Ma non è seguito nulla.

La coalizione anti-Stato Islamico capeggiata dagli Stati Uniti sta finanziando lo Stato Islamico

Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna non solo non si sono espressi sulla complicità del loro partner della coalizione nello sponsorizzare il nemico, ma hanno anche stretto ancora di più la partnership con la Turchia e stanno lavorando alacremente con lo stesso stato che sponsorizza lo Stato Islamico nell’addestrare i ribelli ‘moderati’ che lottano contro l’IS.

Ma non è solo la Turchia. L’anno scorso, il vicepresidente americano Joe Biden ha detto in una conferenza stampa alla Casa Bianca che l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, Qatar e Turchia, tra gli altri, hanno inviato “centinaia di milioni di dollari e migliaia di tonnellate di armi ad al–Nusra, al-Qaeda e agli estremisti jihadisti” in un contesto di “guerra per procura tra sunniti e sciiti”. Ha aggiunto che, a tutti gli effetti, è impossibile identificare dei ribelli “moderati” in Siria.
E non ci sono segnali che indichino che questi aiuti stiano rallentando. Nel Settembre del 2014, quando gli Stati Uniti hanno iniziato a coordinare gli attacchi aerei contro lo S.I., funzionari del Pentagono hanno rivelato di essere a conoscenza del fatto che loro alleati della coalizione stavano ancora finanziando lo S.I.

Quel mese, il Generale Martin Dempsey, Presidente dei Capi di Sato Maggiore congiunti, rispondendo al Senatore Lindsay Graham nel corso di una seduta della Commissione del Senato per le attività militari se fosse stato a conoscenza di “qualsiasi importante alleato arabo che sostenesse lo S.I.”, ha risposto: “Sì, sono a conoscenza di importanti stati arabi alleati che finanziano lo S.I.”

Nonostante molti ne fossero a conoscenza, il governo degli Stati Uniti non solo non ha applicato delle sanzioni punitive a questi alleati, ma li ha ricompensati includendoli nella coalizione che doveva combattere gli elementi più estremisti che stavano loro stessi finanziando. Peggio ancora, agli stessi alleati si concede un ampio margine di manovra nella selezione dei combattenti destinati all’addestramento.

I membri chiave della nostra coalizione anti-S.I. stanno bombardando lo stesso S.I. mentre da dietro le quinte continuano a sponsorizzarlo, e il Pentagono ne è a conoscenza.

Il fallimento dello stato Musulmano

In Iraq and Syria, dove è nato lo S.I., non è possibile sottovalutare la devastazione della società causata da un conflitto prolungato. L’invasione militare occidentale e l’occupazione dell’Iraq, corredate da torture e violenze indiscriminate di ogni genere, hanno avuto un ruolo innegabile i nel preparare il terreno per la nascita di politiche reazionarie estreme. Prima dell’ intervento occidentale, al-Qaeda non era in nessun posto nel paese. In Siria, la brutale guerra di Assad contro il suo popolo continua ad alimentare le rivendicazioni dello S.I. e ad attrarre combattenti stranieri.

La continua immissione nelle reti degli estremisti islamici di grandi quantità di denaro, centinaia di miliardi di dollari di risorse materiali che nessuno è ancora riuscito a quantificare con precisione, coordinata insieme da stati occidentali e musulmani, ha avuto nel corso dell’ultimo mezzo secolo un effetto profondamente destabilizzante. Lo Stato Islamico è il culmine surreale post-moderno di questa sordida storia.

La coalizione occidentale anti-S.I. nel mondo musulmano è costituita da regimi repressivi le cui politiche nazionali hanno accentuato le disuguaglianze, schiacciato il dissenso legittimo, torturato pacifici attivisti politici e alimentato profondi risentimenti. Sono gli stessi alleati che hanno finanziato – e continuano a finanziare – lo S.I., e le agenzie d’intelligence occidentali ne sono state – e ne sono – a conoscenza.

E tuttavia lo stanno facendo in circostanze geografiche che negli ultimi dieci anni hanno indubbiamente vissuto un’escalation di crisi convergenti. Come ha detto il Prof. Bernard Haykel di Princeton: “Vedo l’ ISIS come il sintomo di un profondo insieme di problemi strutturali che straziano il mondo arabo sunnita. Ha a che fare molto con la politica, con l’istruzione (con la sua mancanza), con l’autoritarismo, con l’intervento straniero, con la maledizione del petrolio …

Penso che anche se l’ ISIS scomparisse, le cause che lo hanno prodotto rimarrebbero. E queste cause avrebbero dovuto essere affrontate molto tempo fa con decenni di politiche, di riforme e di cambiamenti strutturali favorevoli, e non solo da parte dell’Occidente, ma anche da parte degli stati arabi.”.

Al contrario, come abbiamo visto con la primavera araba, questi problemi strutturali sono stati esacerbati da una tempesta perfetta di interconnessioni tra politica, economia, richieste di energia, crisi ambientali: tutti prodotti di una profonda crisi del capitalismo globale.

Con la regione che da sempre soffre di prolungate siccità, mancanza di agricoltura, calo dei proventi del petrolio causato dal picco nazionale del petrolio, corruzione e cattiva gestione dell’economia aggravata dall’austerità neo-liberista e così via, gli stati locali hanno iniziato a crollare. Dall’ Iraq alla Siria, dall’Egiitto allo Yemen, the, lo stesso mix critico di condizioni climatiche, energetiche e economiche stanno mettendo a dura prova i governi locali in carica.

Occidente alienato

Anche se l’Occidente è molto più resistente alle crisi globali interconnesse, le radicate disuguaglianze negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Europa occidentale – che hanno un effetto sproporzionato sulle minoranze etniche, donne e bambini – stanno peggiorando.

In Gran Bretagna, quasi il 70 per cento dei musulmani di origine dell’Asia Centrale – e due terzi dei loro figli – vivono in stato di povertà. Poco meno del 30 per cento dei giovani britannici musulmani di età compresa tra i 16 e i 24 anni sono disoccupati. Secondo il Minority Rights Group International, le condizioni dei musulmani britannici, in termini di “accesso all’istruzione, all’occupazione e alle abitazioni”, invece di migliorare, negli ultimi anni sono peggiorate. Tutto questo è stato accompagnato da un “aumento preoccupante di aperta ostilità” da parte delle comunità non musulmane, e da una crescente propensione della polizia e dei servizi di sicurezza a prendere di mira gli individui musulmani nell’ambito delle misure di sicurezza anti-terrorismo. L’evidente pregiudizio dei mezzi d’informazione nei confronti degli individui musulmani, e le rimostranze sulle giustificate percezioni di una politica estera aggressiva e ingannevole nel mondo musulmano, hanno creato quel senso dominante di emarginazione sociale legato all’appartenenza all’identità musulmana nel Regno Unito.

È la miscela tossica di tutti i fattori che costituiscono la formazione dell’identità generale che è il vero problema – non ciascuno dei fattori presi individualmente. La povertà, la discriminazione o il pregiudizio verso il mondo musulmano presi da soli non sono fattori che rendono una persona vulnerabile alla radicalizzazione. E’ l’ insieme di questi elementi che crea un’identità alienata, frustrata e prigioniera di un circolo vizioso senza scampo.

Il prolungamento e l’interazione di questi problemi possono contribuire al modo in cui i musulmani in Gran Bretagna, nei vari ambiti della vita, iniziano a vedere se stessi con un tutt’uno. In alcuni casi, si genera un senso radicato di emarginazione e disillusione nei confronti della società in generale. Questa identità di esclusione, quando riguarda una persona, dipenderà poi dalle caratteristiche ambientali, dalle esperienze e dalle scelte di quella persona.
Le crisi sociali prolungate possono creare ovunque le premesse per la nascita di tossiche ideologie xenofobe. Tali crisi minano le tradizioni di certezza e di stabilità radicate in concetti consolidati di identità e di appartenenza.

Mentre i musulmani vulnerabili potrebbero ricorrere alla cultura della bande, o peggio, all’estremismo islamico, i musulmani non vulnerabili potrebbero assumere un’identità emarginata legata a gruppi estremisti come la Defence League inglese, o altre reti di estremisti di destra. Per i gruppi di élite più potenti, il loro senso di crisi potrebbe infiammare ideologie neoconservatrici militaristiche, che andrebbero ad intaccare le istituzioni al potere, giustificare lo status quo, dare un’imbiancata al sistema corrotto che sostiene il loro potere e demonizzare i movimenti progressisti e di minoranza.

In questo vortice, l’iniezione di innumerevoli miliardi di dollari nelle reti islamiche estremiste in Medio Oriente con un debole per la violenza, consegna il potere nelle mani di quei gruppi che in precedenza erano assenti dalle istituzioni locali.

Poiché le molteplici crisi tendono a convergere e a intensificarsi, minando la stabilità dello stato e accendendo la protesta, questa massiccia immissione di risorse destinate agli ideologi islamisti, finisce con l’attrarre persone arrabbiate, alienate e vulnerabili nel loro vortice di estremismo xenofobo. Il punto finale di questo processo è la creazione di mostri.

Disumanizzazione

Mentre questi fattori hanno condotto la vulnerabilità regionale a livelli di crisi, il ruolo primario assunto da Stati Uniti e Gran Bretagna dopo il 9/11 nel coordinamento dei finanziamenti segreti dei paesi del Golfo agli estremisti islamici militanti in tutta la regione, non ha fatto altro che versare benzina sul fuoco.

I collegamenti che queste reti islamiche hanno con l’occidente significano che le agenzie d’ intelligence nazionali hanno periodicamente e volutamente fatto finta di non vedere i loro seguaci ed infiltrati nei loro paesi, consentendogli di coltivare, reclutare e inviare all’estero dei neo-combattenti.

E’ questo il motivo per cui la componente occidentale dello S.I., anche se molto più piccola rispetto al numero di combattenti che aderiscono dai paesi vicini, resta in gran parte impermeabile a un dibattito teologico significativo. Questi non sono guidati dalla teologia, ma dall’ insicurezza di un’identità e di una psicologia fratturata.

È qui, nelle modalità di reclutamento meticolosamente calibrate adottate dallo S.I. e dalle sue reti di supporto in Occidente, che possiamo identificare il ruolo dei processi di indottrinamento psicologico messi a punto in anni di formazione dalle agenzie d’intelligence occidentali. Queste agenzie sono sempre state coinvolte nell’elaborazione di strumenti violenti d’indottrinamento islamista.

Nella maggior parte dei casi, il reclutamento nello S.I. avviene dopo lunghe esposizioni a video di propaganda attentamente studiati e realizzati con moderni mezzi di produzione: tra i più efficaci ci sono quelli in cui vengono mostrate incessantemente immagini reali di uccisioni e ferimenti di civili iracheni, afgani e palestinesi causate dalla potenza di fuoco occidentale, o dei civili siriani di Assad.

La costante esposizione a tali scene raccapriccianti di atrocità causate dagli occidentali e dal regime di Assad, può spesso avere l’effetto – su chi le osserva – di avvertirle come fossero accadute a lui stesso, una forma, cioè, di trauma psicologico che può provocare anche uno stress post-traumatico.

Tali tecniche di propaganda-culto provocano travolgenti emozioni scioccanti e rabbiose, che a loro volta spengono la ragione e disumanizzano l’ “altro”. Il processo di disumanizzazione è portato a compimento attraverso una contorta teologia islamica. Ciò che conta in questa teologia non è la sua autenticità, ma la sua semplicità. Questo può fare miracoli su una psiche traumatizzata da visioni di morte di massa, la cui capacità di ragione è immobilizzata dalla paura e dalla rabbia.

Ecco perchè l’estremismo e la totale decontestualizzazione sono caratteristiche tipiche degli insegnamenti islamisti estremi: poichè a prima vista sembra tutto giusto e vero.

Dopo decenni di malinterpretazione dei testi islamici da parte degli ideologi militanti, le fonti sono state corrotte appositamente per giustificare l’agenda politica del movimento: leggi tiranniche, uccisioni di massa, asservimento delle donne e così via, tutte cose che sono diventate le basi necessarie per la sopravvivenza e l’espansione dello ‘stato’.
Poichè la principale funzione dell’introduzione del pensiero islamista estremo è la legittimazione della violenza e delle guerre punitive, vengono prodotti dei video di propaganda che promettono alle vulnerabili reclute quello che gli manca: la gloria, la fratellanza, l’onore, e la promessa della salvezza eterna – a prescindere dai crimini e dalle nefandezze che avranno commesso in passato.

Aggiungeteci la promessa del potere – il potere sui nemici, il potere sulle istituzioni occidentali che hanno represso e soppresso i fratelli e le sorelle musulmane, il potere sulle donne – e il fascino che lo S.I. emana, la sua irreprensibilità politica e le sue rivendicazioni di divinità, ecco che il quadro diventa più che convincente, quasi irresistibile.

Questo significa che l’ideologia dello S.I., che è importante conoscere per poterla respingere – non trae la sua forza dalle proprie origini, esistenza ed espansione. E’ solo un oppio del popolo di cui si nutre e che propina ai futuri seguaci.
E in ultimo, lo S.I. è un cancro del moderno capitalismo in crisi, un fatale sottoprodotto della nostra illimitata dipendenza dall’oro nero, un sintomo parassitario dell’evoluzione delle profonde crisi del mondo occidentale e musulmano. Finchè non si risolvono i problemi alla base di questi crisi, lo S.I. continuerà a prosperare.

Nafeez Ahmed PhD è un giornalista, ricercatore di sicurezza internazionale e autore di molti bestseller che hanno analizzato quella che lui definisce la “crisi della civiltà. Gli e’ stato conferito il premio Project Censored Award for Outstanding Investigative Journalism per il suo rapporto pubblicato dal Guardian sulle intersezioni tra le crisi ecologiche, energetiche ed economiche e i conflitti geopolitici regionali. Ha anche scritto per The Independent, il Sydney Morning Herald, The Age, The Scotsman, Foreign Policy, The Atlantic, Quartz, Prospect, New Statesman, Le Monde diplomatique e New Internationalist. I suoi studi sulle motivazioni di base del terrorismo internazionale e sulle operazioni di intelligence ad esso collegate hanno contribuito in modo significativo al lavoro di ricerca della Commissione 9/11 e alla 7/7 Coroner Inquest.

Fonte: http://www.middleeasteye.net

Link: http://www.middleeasteye.net/columns/cancer-modern-capitalism-1323585268

27.04.2015

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=14915

LE GUERRE DELL’OCCIDENTE HANNO UCCISO QUATTRO MILIONI DI MUSULMANI DAL 1990

Postato il Giovedì, 16 aprile @ 12:55:00 BST di davide

DI NAFEEZ MASSADEQ AHMED

middleeasteye.net/columns

Il mese scorso la PRS (Physicians for Social Responsibility) di Washington ha pubblicato uno studio secondo il quale dieci anni di “guerra al terrore” dal 9/11 ad oggi, è costato la vita a circa 1,3 milioni di persone, forse anche 2 milioni.
Il rapporto di 97 pagine del gruppo di medici premi Nobel per la Pace è il primo che cerca di calcolare il numero delle vittime civili degli interventi statunitensi in Iraq, Afganistan e Pakistan nel quadro delle operazioni contro il terrorismo.

Il rapporto PSR è stato realizzato da un team interdisciplinare di esperti in salute pubblica, tra cui il Dr. Robert Gould, direttore del Centro Medico di educazione e ricerca medica dell’ Università della California, e il Prof. Tim Takaro della Facoltà di Scienze Mediche della Simon Fraser University.

Eppure, è stato praticamente oscurato dai canali anglofoni d’informazione, nonostante sia stato il primo sforzo di un’organizzazione internazionale di medici sanità pubblica nel produrre un calcolo scientificamente provato del numero delle persone uccise nella “guerra al Terrore” condotta da USA e UK.

ATTENTI AI DIVARI

Il Dr. Hans von Sponeck, ex vice segretario generale delle Nazioni Unite, descrive il rapporto PSR come “un contributo importante nel coprire il divario che esiste tra il numero reale delle vittime civili della guerra in Iraq, Afganistan e Pakistan e le cifre fittizie, manipolate e talvolta anche fraudolente che vengono fatte circolare”.

Il rapporto esegue una revisione critica delle stime precedenti delle vittime civili della guerra al terrore. Esprime una forte critica della cifra più citata dai maggiori canali d’informazione, come il IBC (Iraq-Body-Count/Conta dei morti in Iraq) di 110.000 persone decedute. Si tratta di una cifra desunta mettendo insieme le varie notizie di stampa sulle uccisioni di civili; tuttavia il rapporto PSR individua gravi lacune e problemi di metodo in tale approccio.

Ad esempio, a Najaf sono stati seppelliti 40,000 corpi fin dall’inizio della ‘Guerra’: l’IBC registra solo 1,354 morti nello stesso periodo. E’ un esempio che mostra chiaramente quale sia il divario tra le cifre dell’IBC e quelle reali – in questo caso specifico di un fattore 1:30.

Divari di questo genere pullulano nel database di IBC. In un altro caso, IBC registrava solo tre attacchi aerei nel 2005, quando invece il numero reale degli attacchi aerei era salito a 120 in quell’anno. Ancora una volta un divario, e questa volta di un fattore 1:40.

Secondo lo studio PSR, il tanto contestato rapporto Lancet che ha stimato 655.000 morti iracheni fino al 2006 (e oltre un milione fino ad oggi per estrapolazione) era probabilmente molto più accurato dei dati forniti da IBC. Infatti, il rapporto PSR confermava un consenso virtuale tra epidemiologi sull’ affidabilità dello studio Lancet.

Nonostante le critiche legittime, la metodologia statistica applicata segue lo standard – universalmente accettato per determinare le morti nelle zone di conflitto – utilizzato dalle agenzie internazionali e dai governi.

NEGAZIONE POLITICIZZATA

Il PSR ha anche rivisto la metodologia di altri studi che indicavano cifre più basse, come il documento pubblicato dal New England Journal of Medicine, che mostrava diversi gravi limiti.

Il documento ignorava le aree colpite da maggiore violenza, come Baghdad, Anbar e Ninive, basandosi su dati inesatti di IBC ed estrapolando quelli di queste aree. Inoltre, indicava “restrizioni politicamente motivate” nella raccolta e nell’analisi dei dati – le interviste erano state condotte dal Ministero della Salute Iracheno, che era “completamente dipendente dal nuovo potere occupante” e si era rifiutato di fornire i dati esatti dei morti iracheni su sollecitazione degli Stati Uniti.

In particolare, il PSR ha analizzato le rivendicazioni fatte da Michael Spaget, John Sloboda ed altri a fronte dell’accusa di potenziale fraudolenza dei metodi di raccolta dei dati utilizzati dallo studio. Tali rivendicazioni sono risultate del tutto inconsistenti.

Le poche “critiche giustificate”, conclude il rapporto PSR, “non discutono i risultati dello studio Lancet nel loro insieme. Queste cifre rappresentano ancora “i dati più veritieri attualmente disponibili”. I risultati del Lancet sono anche confermati dai dati di un nuovo studio di PLOS Medicine, che indica 500,000 morti civili nella ‘guerra’. In generale, PSR conclude che il numero più vicino alla realtà dei civili morti in Iraq dal 2003 a oggi è di circa 1 milione.

A questi, lo studio PSR aggiunge circa 220,000 in Afganistan e 80,000 in Pakistan, uccisi direttamente o indirettamente nella ‘Guerra al Terrore’ condotta dagli USA: una cifra conservativa sarebbe 1,3 milioni di persone, ma la reale potrebbe anche raggiungere i 2 milioni.

Tuttavia, anche lo studio PSR presenta dei limiti. In primo luogo, la guerra al terrore lanciata dopo il 9/11 non era una cosa nuova, ma l’estensione di politiche interventiste precedenti sia in Iraq sia in Afganistan.

In secondo luogo, il numero piuttosto contenuto delle vittime civili afgane mostrato dal PSR, indica che questo ha probabilmente sottovalutato il prezzo umano degli scontri in Afganistan.

IRAQ

La guerra in Iraq non e’ iniziata nel 2003, ma nel 1991 con la prima Guerra del Golfo, seguita poi dal regime sanzionatorio delle Nazioni Unite.

Un precedente rapporto di Beth Daponte, allora demografa dell’ufficio censimenti del governo Americano, mostrava che le morti irachene causate direttamente e indirettamente dall’impatto della prima Guerra del Golfo, fossero intorno alle 200,000, di cui la maggior parte civili (1). Nel frattempo, quel suo studio fu fatto sparire dalla circolazione.

Dopo che le forze guidate dagli Stati Uniti si ritirarono, la guerra in Iraq proseguì in ogni caso sul fronte economico, con il regime di sanzioni imposte dalle N.U. su sollecitazione di USA e U.K., con il pretesto di dover negare a Saddam Hussein i beni e le materie prime necessarie per poter costruire armi di distruzione di massa. Molti prodotti inclusi nella lista delle materie negate comprendevano anche beni di prima necessità di uso quotidiano.

Cifre fornite dalle Nazioni Unite hanno mostrato che 1,7 milioni di civili iracheni sono morti come conseguenza del regime sanzionatorio importo dall’Occidente, e metà di questi erano bambini (2).

Queste eliminazioni di massa appaiono come intenzionali. Tra i prodotti inclusi nella lista delle sanzioni delle N.U. c’erano prodotti chimici ed attrezzature essenziali per la depurazione delle risorse idriche nazionali. Un documento segreto dell’agenzia d’intelligence del Ministero della Difesa statunitense, scoperto dal Prof. Thomas Nagy della School of Business della George Washington University, indicava chiaramente le “intenzioni di genocidio del popolo iracheno.”

In un suo documento per l’Associazione degli Studiosi di Genocidi della University of Manitoba, il Prof. Nagi spiegava che il documento DIA conteneva dettagli minuziosi di un metodo praticamente infallibile per far “degradare il sistema idrico di un’intera nazione” nel giro di una decina di anni. La politica sanzionatoria avrebbe creato le “condizioni per la diffusione delle malattie, comprese vere e proprie epidemie su vasta scala,” causando ”di conseguenza l’eliminazione di una vasta porzione della popolazione Irachena” (3).

Questo significa che solo in Iraq, la guerra condotta dagli USA dal 1991 al 2003 ha ucciso 1,9 milioni di iracheni; poi, dal 2003 ad oggi un altro milione circa: in totale, circa 3 milioni di iracheni morti nel giro di due decenni.

AFGANISTAN

In Afganistan, la stima del rapporto PSR delle morti totali potrebbe anche essere molto conservativa. Sei mesi dopo la campagna di bombardamenti successiva al 2001, il giornalista del Guardian Jonathan Steele rivelò che rimasero uccisi un numero tra i 1,300 e gli 8,000 afgani, ed altri 50,000 morirono come conseguenza indiretta della guerra. (4).

Nel suo libro “La conta dei morti: la mortalità che si sarebbe potuta evitare nel mondo dal 1950 ad oggi” (Body count: global avoidable mortality since 1950) del 2007, il Prof. Gideon Polya applicò la stessa metodologia utilizzata dal Guardian per i dati della Divisione Demografica delle Nazioni Unite sulla mortalità annuale per calcolare cifre plausibili delle morti in eccesso/evitabili (5). Biochimico in pensione della La Trobe University di Melbourne, Polya concluse che il totale delle uccisioni evitabili in Afganistan dal 2001 causate dalle privazioni imposte, ammontavano a circa 3 milioni di persone, di cui 900,000 bambini sotto i cinque anni.

Benchè i risultati del Prof. Polya non siano stati pubblicati in giornali accademici, il suo studio del 2007 ‘Body Count’ è stato raccomandato dalla sociologa Prof. Jacqueline Carrigan della California State University e definito “un profilo ad alto contenuto di dati sulla situazione della mortalità infantile nel mondo”, in una rivista pubblicata dal Routledge journal – Socialism and Democracy (6).

Come per l’Iraq, in Afganistan gli interventi statunitensi sono iniziati molto prima del 9/11, sotto forma di sostegno militare, logistico e finanziario segreto ai Talebani dal 1992 in poi. Questo supporto da parte degli Stati Uniti ha dato un forte impulso alla belligeranza talebana consentendogli di conquistare il 90% del territorio afgano.(7).

In un rapporto del 2001 della National Academy of Sciences su migrazioni forzate e mortalità, l’illustre epidemiologo Steven Hansch [8], direttore di Relief International, osservò che la mortalità evitabile totale in Afganistan causata dagli impatti indiretti delle guerra nel corso degli anni ’90 potrebbe attestarsi ovunque tra i 200.000 e i 2 milioni di morti.

Anche l’ Unione Sovietica, naturalmente, ne fu responsabile, per il suo ruolo nella distruzione intenzionale delle infrastrutture civili afgane, causando indirettamente moltissime morti.

Tutto questo suggerisce che, nel complesso, il numero totale di morti afgane conseguenza diretta e indiretta dell’intervento statunitense nel paese a partire dai primi anni ’90 fino ad oggi, potrebbe raggiungere i 3,5 milioni.

NEGAZIONE

Secondo i dati qui considerati, il numero totale di gente morta a causa degli interventi militari degli Stati Uniti in Iraq e in Afganistan dal 1990 – sia per uccisione diretta o per le conseguenze a lungo termine delle privazioni imposte – si aggira intorno ai 4 milioni (2 milioni in Iraq dal 1991 al 2003, più 2 milioni nella ‘guerra al terrore’) e potrebbe anche raggiungere i 6/8 milioni contabilizzando anche le stime superiori delle morti evitabili in Afganistan.

Sono cifre che probabilmente superano la realtà, ma questo non lo sapremo mai con certezza. Le forze armate degli Stati Uniti e del Regno Unito, per una questione di politica, si rifiutano di tenere traccia del numero di vittime civili nelle operazioni militari – considerate solo degli inconvenienti irrilevanti.

A causa della grave mancanza di dati certi in Iraq, della quasi totale assenza di informazioni per Afganistan e dell’indifferenza dei governi occidentali riguardo alle morti civili, è letteralmente impossibile determinare la reale portata delle perdite di vite umane.

In assenza anche della possibilità di conferme certe, queste cifre forniscono stime plausibili sulla base di metodologie statistiche standard, in mancanza di prove certe disponibili. Pur non fornendo un dato preciso, danno una chiara indicazione della portata della distruzione in queste aree.

Gran parte di queste morti viene giustificata nel contesto della lotta contro la tirannia e il terrorismo. Tuttavia, a causa del silenzio dei maggiori mezzi d’informazione, la maggior parte delle persone non ha idea della reale portata distruttiva della guerra al terrore protratta negli anni da USA e UK in Iraq e Afganistan.

Nafeez Mosaddeq Ahmed

Fonte: http://www.middleeasteye.net

Link: http://www.middleeasteye.net/columns/unworthy-victims-western-wars-have-killed-four-million-muslims-1990-39149394

13.04.2015

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

NOTE

[1] « La mortalità prima e dopo l’invasione dell’Iraq del 2003: indagine su campioni aggregati », di Les Roberts, Riyadh Lafta, Richard Garfield, Jamal Khudhairi, Gilbert Burnham, The Lancet, 11 Ottobre 2006.
[2] “Contando le vittime della Guerra” – Bloomberg Business, 5 Febbraio 2013.
[3]Dietro la Guerra al Terrore: la strategia segreta dell’Occidente e la lotta per l’Iraq – Nafeez M. Ahmed, New Society Publishers (1 Settembre 2003).
[4] “Il ruolo della vulnerabilità della depurazione delle acque in Iraq nell’impedire un genocidio e prevenirne altri” – Thomas J. Nagy, Association of Genocide Scholars,12 Giugno 2001.
[5] “Vittime dimenticate” – Jonathan Steele, The Guardian, 20 Maggio 2002.
[6] La conta dei morti – la mortalità evitabile dal 1950 – Gideon Polya, G.M. Polya, Melbourne (2007).
[7] La conta dei morti – la mortalità evitabile dal 1950 – Jacqueline Carrigan, Socialismo e Democrazia, 13 Aprile 2011.
[8] “Lo stato islamico è il cancro del moderno capitalismo”–Nafeez Ahmed, Middle East Eye, 27 Marzo 2015.
[9] Migrazioni forzate e mortalità – Holly E. Reed and Charles B. Keely, Editori; Tavola rotonda sulla demografia delle migrazioni forzate; Commissione sulla popolazione; Divisione sulle scienze sociali e comportamentali e istruzione; Consiglio Nazionale delle Ricerche – 2001.

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=14932

Bernard-Henri Levy e la distruzione della Libia

Le Grand Soir, 26 novembre 2013 (trad. ossin)

Ramzy Baroud

Levy, che sembrava un tempo come il più in vista tra i difensori della guerra contro la Libia, è completamente scomparso dalle luci della ribalta libica. Forse sta istigando disordini altrove, in nome della sua dubbia filosofia. La sua missione in Libia è compiuta e il paese si trova oramai nella situazione peggiore mai raggiunta

Se il primo ministro Benjamin Netanyahou è “l’ebreo più influente nel mondo intero”, B-H Levy è al numero 45, secondo un articolo pubblicato dal Jerusalem Post il 21 maggio 2010. Secondo il Post, Levy si colloca solo due posti dietro Irving Moskowitz, “un magnate della stampa residente in Florida e considerato come il più importante sostenitore dell’espansione edilizia ebraica a Gerusalemme est”.

Proclamare che, nella migliore delle ipotesi, Levy è un impostore intellettuale, rischia di far perdere di vista la logica evidente che sembra sottendere tutte le attività di quest’uomo, lavoro e scritti. Egli sembra ossessionato dall’idea di “liberare” i mussulmani, di Bosnia e Pakistan, di Libia e altrove. E tuttavia non può parlarsi di una ossessione sana che nasca da un amore aperto e dal fascino sentito per la loro religione, la loro cultura e i loro infiniti modi di vita.

“Un messia che non teme di promuovere la violenza per il maggior bene dell’umanità”
Nel corso di tutta la sua carriera difficile da inquadrare, Levy ha fatto molto male, talvolta servendo da lacchè agli uomini di potere, altre volte portando avanti crociate sue proprie. Egli è un grande partigiano dell’intervento militare, e il suo profilo è disseminato di riferimenti ad alcuni paesi mussulmani e ad interventi militari, dall’Afghanistan al Sudan e, da ultimo, alla Libia.

Nel New York Magazine del 26 dicembre 2011, Benjamin Wallace-Wells parlava del filosofo francese come di un “Messia che non teme di promuovere la violenza per il maggior bene dell’umanità”.

Nell’articolo “European Superhero Quashes Libyan Dictator”, Wallace-Wells scriveva del “filosofo (che) è riuscito a spingere il mondo a schiacciare uno spregevole cattivo”. IL cattivo in questione è ovviamente Muammar Gheddafi, il leader libico che venne rovesciato e massacrato dopo essere stato, sembrerebbe, sodomizzato da alcuni ribelli in occasione della sua cattura nell’ottobre 2011.( o almeno così ci hanno ORDINATO di credere).

Un’analisi dettagliata del Global Post sull’aggressione sessuale subita dal leader di uno dei più importanti paesi africani è stata pubblicata dal CBS Nwews e da altri media.

Levy, che sembrava un tempo come il più in vista tra i difensori della guerra contro la Libia, è completamente scomparso dalle luci della ribalta libica. Forse sta istigando disordini altrove, in nome della sua dubbia filosofia. La sua missione in Libia è compiuta e il paese si trova oramai nella situazione peggiore mai raggiunta sotto il regime di Gheddafi . Il “cattivo dittatore” è stato battuto, è cosa fatta.

Poco importa se il paese, al momento, è diviso tra tribù e milizie, e se il Primo Ministro “post democratico”, Ali Zeidan, è stato recentemente rapito da una milizia ingestibile, e poi liberato da un’altra.

Nel marzo 2011, Levy si assunse la responsabilità di volare a Bengasi per “reclutare” insorti libici. Quello fu un momento decisivo, perché fu questo tipo di mediazione che consentì ad alcuni gruppi armati di trasformare una sollevazione regionale in una guerra totale che ha coinvolto la NATO.

Armata di quella che non era altro che una interpretazione manipolatrice della risoluzione 1973 dell’ONU, il 17 marzo 2011 la NATO avviò una forte offensiva militare contro un paese dotato di una difesa aerea primitiva e di un esercito male equipaggiato. I paesi occidentali inviarono massicci carichi di armi ai gruppi libici, col pretesto di prevenire massacri che sarebbero stati sul punto di essere perpetrati da truppe leali a Gheddafi.

Massacri ve ne sono stati in effetti, ma non del tipo paventati dagli “interventisti umanitari” occidentali. L’ultimo in ordine di tempo vi è stato pochi giorni fa, venerdì scorso a Tripoli – 43 persone sarebbero state uccise e 235 ferite, quando alcuni miliziani hanno attaccato dei manifestanti pacifici che chiedevano solo che le milizie di Misurata se ne andassero.

Ecco ciò per cui Levy e compagnia bella hanno passato tanto tempo a fare lobbying
Uno dei maggiori successi di Levy in Libia fu di ottenere il riconoscimento internazionale del Consiglio Nazionale di Transizione (CNT). La Francia e altri paesi fecero delle campagne di propaganda per il CNT come una alternativa alle istituzioni dello Stato di Gheddafi, che la NATO aveva sistematicamente distrutte.

Nella sua intervista al New York Magazine, Levy dice “qualche volta uno ha delle intuizioni che non sono chiare nemmeno a sé stesso”. Citazione riferita alla folgorante rivelazione vissuta dal “filosofo” il 23 febbraio 2011, guardano delle immagini televisive in cui le forze di Gheddafi minacciavano di affogare Bengasi “in un mare di sangue”.

Altro che intuizioni confuse, il programma di Levy è quello di un politico calcolatore. Come una versione francese dei neo-conservatori statunitensi che giustificavano la loro guerra devastatrice contro l’Iraq con ogni sorta di ragionamenti morali o filosofici e altre imposture. Per loro si trattava, prima di tutto, di una guerra per la “sicurezza” di Israele, con qualche gratificazione pratica chiavi in mano, raramente realizzatesi. In effetti, l’eredità di Levy è carica di riferimenti inequivoci al programma dei neocons.

La destra israeliana è affascinata da B-H Levy. Nel Jerusalem Post, la celebrazione della sua influenza globale culmina con la seguente citazione: “Un filosofo francese e uno dei leader del movimento dei Nouveaux Philosphes che dicevano che gli ebrei hanno la vocazione di fornire una voce morale unica nel mondo”.

Ma di morale qui non c’è niente. Le prodezze filosofiche del nostro sembrano avere di mira esclusivamente i mussulmani e le loro culture. “Il velo è un invito allo stupro” ha dichiarato alla Jewish Chronicle nell’ottobre 2006.

A lui la filosofia sembra tagliata apposta per vestire un programma politico di propaganda in favore degli interventi militari. Le sue arringhe hanno contribuito a distruggere la Libia ma senza impedirgli di scrivere un libro sulla “primavera” libica. Ha parlato del velo come di un invito allo stupro, tacendo del tutto sui numerosi casi di stupro registrati in Libia dopo la guerra della NATO. Nel maggio 2011, fu tra i pochi a difendere il presidente dello FMI, quando Dominique Strauss-Kahn venne accusato di avere violentato una cameriera a New York. Era una “cospirazione”, diceva, e la cameriera ne era complice.

Si potrebbe tentare di avere comprensione per l’odio di Levy nei confronti dei dittatori e dei criminali di guerra; dopo tutto Gheddafi non era certo un campione dei diritti umani. Ma Levy però non è un filosofo. Una qualità fondamentale del vero filosofo è la coerenza morale. Levy non ne ha nemmeno un briciolo. Una settimana dopo che il Jerusalem Post aveva celebrato l’influenza morale di Levy nel mondo, il quotidiano Haaretz descriveva il suo sostegno all’esercito israeliano titolando il 30 maggio 2010:

“Bernard-Henri Levy: Non ho mai visto un esercito democratico come le FDI”

Era un articolo a proposito del colloquio “La democrazia e le sue sfide”, tenuto a Tel Aviv. “Io non ho mai visto un esercito democratico come le FDI (Forze di difesa israeliane), che si pone simili problemi morali. C’è qualcosa di raramente vitale nella democrazia israeliana”.

Quando si pensi alle guerre e ai massacri perpetrati dall’esercito israeliano contro Gaza nel 2008-9 e nel 2012, non si riescono a trovare le parole appropriate per descrivere l’accecamento morale di Levy e gli errori della sua dottrina. Meglio è affermare che né la morale né la filosofia hanno molto a che vedere con Bernard-Henri Levy e la sua incessante voglia di guerra.

Preso da:

http://www.ossin.org/inchieste/bernard-henri-levy-e-la-distruzione-della-libia.html

Con 10 anni di guerre segrete e operazioni speciali (SOF) sono nati l’ISIS e altre 36 sigle terroristiche

Con 10 anni di guerre segrete e operazioni speciali (SOF) sono nati l'ISIS e altre 36 sigle terroristiche

“Vogliamo essere ovunque”. Nel 2014 le forze delle operazioni speciali (SOF) statunitensi erano presenti in 133 Paesi e le forze d’élite in 150

Nel 2014, le forze delle operazioni speciali (SOF) statunitensi erano presenti in 133 paesi e le forze d’élite americane in 150. Praticamente una presenza nella quasi totalità del globo con i risultati che sono ormai evidenti. Dopo più di un decennio di guerre segrete, sorveglianza di massa, un numero imprecisato di incursioni notturne, detenzioni ed omicidi, per non parlare di miliardi su miliardi di dollari spesi, sono nati 36 nuovi gruppi terroristici, tra cui diverse succursali, propaggini e alleati di al-Qaida. Lo scrive Zero Hedge, citando Nick Turse sull’Huffington Post: The Golden Age of Black Ops.

Questi gruppi operano oggi in Afghanistan e Pakistan, dove ce ne sono 11 riconosciuti affiliati di al-Qaida, e altri in Mali, Tunisia, Libia, Marocco, Nigeria, Somalia, Libano e Yemen, tra gli altri Paesi. Uno dei rami nati con l’invasione dell’Iraq, alimentato da un campo di prigionia statunitense, ed ora è noto come Stato islamico che controlla una larga parte del Paese e della vicina Siria, un proto-califfato nel cuore del Medio Oriente che i jihadisti, nel 2001, potevano solo sognarsi. Solo quel gruppo, da solo, ha una forza stimata di circa 30.000 soldati che sono riusciti a conquistare grandi territori ed anche la seconda dell’Iraq, pur essendo incessantemente colpiti fin dall’inzio dal JSOC. E il tutto con il popolo americano che resta all’oscuro di tutto quello che gli operatori speciali statunitensi fanno e dove lo fanno, senza citare i fallimenti e le conseguenze che hanno prodotto. Ma se la storia è maestra, i blackout sulle Black Ops contribuiranno a garantire che continui ad esserci l’”età d’oro” dell’US Special Operations Command. 

Dall’articolo di Nick Turse sull’Huffington Post: The Golden Age of Black Ops:
Durante l’anno fiscale che si è concluso il 30 settembre 2014, le forze delle operazioni speciali (SOF) statunitensi erano presenti in 133 Paesi, circa il 70% delle nazioni del pianeta. Secondo il tenente-colonnello Robert Bockholt, ufficiale delle relazioni pubbliche del Comando Operazioni Speciali (SOCOM). Nell’arco di tre anni le forze d’élite del Paese erano attive in più di 150 Paesi nel mondo conducendo missioni che vanno dai raid notturni alle esercitazioni. E quest’anno potrebbe essere record. Solo un giorno prima del raid fallito che pose fine alla vita di Luke Somers, solo 66 giorni dall’inizio dell’anno fiscale 2015, le truppe d’élite statunitensi avevano già messo piede in 105 nazioni, circa l’80% del totale nel 2014.
Nonostante dimensioni e scopi, tale guerra segreta globale in gran parte del pianeta è ignota alla maggior parte degli statunitensi. A differenza della debacle di dicembre nello Yemen, la stragrande maggioranza delle Special Ops rimane completamente nell’ombra, nascosta al controllo esterno. In realtà, a parte modeste informazioni divulgate attraverso fonti altamente selezionate dai militari, fughe ufficiali della Casa Bianca, SEALs con qualcosa da vendere e qualche primizia raccolta da giornalisti fortunati, le operazioni speciali statunitensi sono mai sottoposte a un esame significativo, aumentando le probabilità di ripercussioni impreviste e conseguenze catastrofiche. “Il comando è allo zenit assoluto. Ed è davvero un periodo d’oro per le operazioni speciali“. 
Queste sono le parole del generale Joseph Votel III, laureato a West Point e Army Ranger, quando assunse il comando della SOCOM lo scorso agosto. E non credo che sia la fine, anzi. Come risultato della spinta di McRaven a creare “una rete globale interagenzie di alleati e partner delle SOF“, ufficiali di collegamento delle Operazioni Speciali, o SOLO, sono ora incorporati nelle 14 principali ambasciate degli USA per aiutare a consigliare le forze speciali di varie nazioni alleate. Già operano in Australia, Brasile, Canada, Colombia, El Salvador, Francia, Israele, Italia, Giordania, Kenya, Polonia, Perù, Turchia e Regno Unito, e il programma SOLO è pronto, secondo Votel, ad espandersi in 40 Paesi entro il 2019. Il comando, e soprattutto il JSOC, ha anche forgiato stretti legami con Central Intelligence Agency, Federal Bureau of Investigatione National Security Agency, tra gli altri. La portata globale del Comando Operazioni Speciali si estende anche oltre, con più piccoli ed più agili elementi che operano nell’ombra, dalle basi negli Stati Uniti alle regioni remote del sud est asiatico, dal Medio Oriente agli austeri avamposti nei campi africani. Dal 2002, SOCOM è stato anche autorizzato a creare proprie task force congiunte, una prerogativa normalmente limitata ai comandi combattenti più grandi come CENTCOM. Si prenda ad esempio la Joint Special Operations Task Force-Filippine (JSOTF-P) che, al suo apice, aveva circa 600 effettivi statunitensi a sostegno delle operazioni di controterrorismo dagli alleati filippini contro gruppi di insorti come Abu Sayyaf.
Dopo più di un decennio trascorso combattendo quel gruppo, i numeri sono diminuiti, ma continua ad essere attivo mentre la violenza nella regione rimane praticamente inalterata.
L’Africa è, infatti, diventato un luogo importante per le oscure missioni segrete degli operatori speciali statunitensi. “Questa particolare unità ha fatto cose impressionanti. Che si trattasse di Europa o Africa, assumendovi una serie di contingenze, avete tutti contribuito in modo assai significativo“, aveva detto il comandante del SOCOM, generale Votel, ai membri del 352.mo Gruppo Operazioni Speciali presso la loro base in Inghilterra, lo scorso autunno. Un’operazione di addestramento clandestina delle Special Ops in Libia implose quando milizie o “terroristi” fecero irruzione due volte nella base sorvegliata dai militari libici, e saccheggiarono grandi quantità di apparecchiature avanzate e centinaia di armi, tra cui pistole Glock e fucili M4 statunitensi, così come dispositivi di visione notturna e laser speciali che possono essere visti solo da tali apparecchiature. Di conseguenza, la missione fu abbandonata assieme alla base, che fu poi rilevata da una milizia.
Nel febbraio dello scorso anno, le truppe d’élite si recarono in Niger per tre settimane di esercitazioni militari nell’ambito di Flintlock 2014, una manovra antiterrorismo annuale che riuniva le forze di Niger, Canada, Ciad, Francia, Mauritania, Paesi Bassi, Nigeria, Senegal, Regno Unito e Burkina Faso. Diversi mesi dopo, un ufficiale del Burkina Faso, addestratosi all’antiterrorismo negli Stati Uniti nell’ambito del Joint Special Operations presso l’Università del SOCOM nel 2012, prese il potere con un colpo di Stato. Le operazioni delle forze speciali, invece, continuano. Alla fine dello scorso anno, per esempio, nell’ambito del SOC FWD dell’Africa occidentale, i membri del 5° battaglione del 19.mo Gruppo Forze Speciali collaboravano con le truppe d’élite marocchine per l’addestramento in una base presso Marrakesh. Lo schieramento in nazioni africane, però, avviene entro la rapida crescita delle operazione all’estero del Comando delle Operazioni Speciali. Negli ultimi giorni della presidenza Bush, sotto l’allora capo del SOCOM, ammiraglio Eric Olson, le forze speciali sarebbero state dispiegate in circa 60 Paesi. Nel 2010 in 75, secondo Karen DeYoung e Greg Jaffe del Washington Post. Nel 2011, il portavoce del SOCOM, colonnello Tim Nye, disse a TomDispatch che il totale sarebbe stato 120 Paesi entro la fine dell’anno. Con l’ammiraglio William McRaven, in carica nel 2013, l’allora maggiore Robert Bockholt disse a TomDispatch che il numero era salito a 134 Paesi. Sotto il comando di McRaven e Votel nel 2014, secondo Bockholt, il totale si ridusse leggermente a 133 Paesi. Il segretario alla Difesa Chuck Hagel aveva osservato, tuttavia, che sotto il comando di McRaven, dall’agosto 2011 all’agosto 2014, le forze speciali erano presenti in più di 150 Paesi. “In effetti, SOCOM e tutti i militari degli Stati Uniti sono più che mai impegnati a livello internazionale, in sempre più luoghi e in una sempre più ampia varietà di missioni“, ha detto in un discorso nell’agosto 2014.
Il SOCOM ha rifiutato di commentare la natura delle missioni o i vantaggi dell’operare in tante nazioni. Il comando non farà neanche il nome di un solo Paese in cui le forze delle operazioni speciali USA sono state dispiegate negli ultimi tre anni. Uno sguardo ad alcune operazioni, esercitazioni ed attività rese pubbliche, però, dipinge un quadro di un comando in costante ricerca di alleanze in ogni angolo del pianeta. A settembre, circa 1200 specialisti e personale di supporto statunitensi si unirono alle truppe d’élite di Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Finlandia, Gran Bretagna, Lituania, Norvegia, Polonia, Svezia, Slovenia nell’esercitazione Jackal Stone, dedicata a tutto, dai combattimenti ravvicinati alle tattiche da cecchino, dalle piccole operazioni su imbarcazione a missioni di salvataggio degli ostaggi.
Per i capi delle Black Ops degli USA, il mondo è tanto instabile quanto interconnesso. “Vi garantisco che ciò che succede in America Latina influisce su ciò che accade in Africa occidentale, ciò che interessa l’Europa meridionale riguarda ciò che accade nel sud-ovest asiatico“, ha detto l’anno scorso McRaven a Geolnt, un incontro annuale dei dirigenti dell’industria spionistica con i militari. La loro soluzione all’instabilità interconnessa? Più missioni in più nazioni, in più di tre quarti dei Paesi del mondo, sotto il mandato di McRaven. E la scena sembra destinata ad ulteriori operazioni simili in futuro. “Vogliamo essere ovunque“, ha detto Votel a Geolnt. Le sue forze sono già sulla buona strada nel 2015. “La nostra nazione ha aspettative molto alte dalle SOF“, ha detto agli operatori speciali in Inghilterra lo scorso autunno. “Si rivolgono a noi per missioni molto dure in condizioni molto difficili“. Natura e sorte della maggior parte di quelle “missioni dure” tuttavia, rimangono ignote agli statunitensi.

Noam Chomsky: “Usa, leader mondiali in crimini internazionali”

28 luglio 2014
Noam Chomsky ci offre una panoramica impietosa delle aggressioni che hanno permesso agli Usa di “guadagnarsi” il titolo di leader mondiali in crimini internazionali. Hanno bevuto nello stesso calice avvelenato “offerto” ai nazisti nel Processo di Norimberga.
di Noam Chomsky

“L’aggressione è il supremo crimine internazionale che differisce dagli altri crimini di guerra in quanto contiene in sé il male accumulato dall’intera guerra”. (Dagli atti del Processo di Norimberga)

La prima pagina del New York Times del 26 giugno mostrava una foto di una donna che piangeva per un iracheno assassinato. Una delle innumerevoli vittime della campagna dell’Isis (Stato islamico di Iraq e Siria) in cui l’esercito iracheno – per tanti anni addestrato e armato dagli Usa – si è rapidamente disciolto, abbandonando gran parte dell’Iraq a pochi militanti, esperienza affatto nuova nella storia imperiale. Appena sopra la foto c’era un titolo: “tutte le notizie che è giusto pubblicare”.

C’è però una omissione cruciale. La prima pagina dovrebbe visualizzare le parole della sentenza del processo di Norimberga ai nazisti di spicco – parole che dovrebbero essere ripetute fino a penetrare la coscienza: “l’aggressione è il supremo crimine internazionale che differisce dagli altri crimini di guerra in quanto contiene in se stesso il male accumulato dall’intera guerra”.

E accanto a queste parole dovrebbe esserci il monito dell’allora procuratore capo degli Stati Uniti, giudice Robert Jackson che, rivolgendosi alla Corte di Norimberga dopo la condanna alla pena di morte degli imputati, accusati in particolare di aver commesso il “crimine internazionale supremo”, cioè l’aggressione, disse: “Il fondamento in base al quale giudichiamo questi imputati è il fondamento con cui la storia giudicherà noi, domani. Porgiamo a queste persone un calice avvelenato e se ne sorseggeremo anche noi dovremo essere sottoposti allo stesso giudizio. Altrimenti questo processo sarà una farsa”

L’invasione dell’Iraq da parte di Stati uniti e Gran Bretagna fu un esempio da manuale di ciò che è un’aggressione. Gli apologeti della guerra invocarono nobili intenzioni, cosa irrilevante anche se i motivi erano sostenibili.
Ai tribunali della Seconda guerra mondiale non importava un accidenti che gli imperialisti giapponesi volevano portare un “paradiso in terra” ai cinesi che stavano massacrando, o che Hitler nel 1939 inviò truppe in Polonia per difendere la Germania dal “terrorismo selvaggio” dei polacchi. Quando si dice sorseggiare il calice avvelenato.

Quelli dalla parte sbagliata del club hanno poche illusioni. Abdel Bari Atwan, editore di un sito web panarabo, osserva che “il principale fattore, responsabile del caos attuale [in Iraq], è l’occupazione USA /occidentale e il sostegno arabo ad essa. Qualsiasi altra affermazione è fuorviante e mira a distogliere l’attenzione [fuori] da questa verità.”

In una recente intervista al programma televisivo di Moyers & Company, lo specialista in questioni irachene Raed Jarrar ha delineato ciò che noi, in Occidente, dovremmo sapere. Come molti iracheni, Jarrar è mezzo sciita e mezzo sunnita, ma prima dell’invasione a malapena conosceva l’identità religiosa dei suoi parenti perché “la differenza etnico-religiosa non faceva parte della coscienza nazionale”.
Jarrar ci ricorda che “questa lotta settaria che sta distruggendo il paese … è chiaramente iniziata con l’invasione degli Stati Uniti e con l’occupazione.” Gli aggressori hanno distrutto “l’identità nazionale irachena rimpiazzandola con identità etniche e confessionali”, operazione iniziata immediatamente dopo che gli Stati Uniti istituirono un governo basato su identità etniche, una novità per l’Iraq.
Ormai, sciiti e sunniti sono acerrimi nemici, grazie al bastone brandito da Donald Rumsfeld e Dick Cheney (rispettivamente l’ex segretario della Difesa e vice presidente durante l’amministrazione di George W. Bush) e da altri come loro, che non capiscono altro se non violenza e terrore, e che hanno contribuito a creare conflitti che affliggono la regione, ora a brandelli.

Altri titoli riportano la rinascita dei talebani in Afghanistan. La giornalista Anand Gopal spiega le ragioni del suo straordinario libro, No Good Men Among the Living: America, the Taliban, and the War through Afghan Eyes [Nessun buono tra i vivi: Stati uniti, il talebano e la guerra vista con occhi afghani].
Nel 2001-2002, quando il bastone degli Stati uniti colpì l’Afghanistan, gli outsider di al-Qaeda si dileguarono e i talebani si dissolsero. Molti scelsero, come da tradizione, accomodarsi dalla parte dei conquistatori. Ma Washington era alla disperata ricerca di terroristi da schiacciare. Gli uomini forti, che imposero come governanti, ben presto scoprirono che potevano sfruttare la cieca ignoranza di Washington e attaccare i loro nemici, compresi quelli che collaboravano con entusiasmo con gli invasori americani. Ben presto il paese si ritrovò governato da signori della guerra senza scrupoli mentre molti ex talebani, che avevano cercato di entrare nel nuovo ordine, ricrearono l’insurrezione.

Più tardi il bastone è stato raccolto dal presidente Obama per “condurre da dietro le quinte” la distruzione della Libia.
A marzo del 2011, durante la rivolta (o primavera araba) contro il leader libico Muammar Gheddafi, il Consiglio di sicurezza dell’Onu approvò la risoluzione 1973, chiedendo “un cessate il fuoco, la fine della violenza e di tutti gli attacchi e gli abusi sui civili”

Il triumvirato imperiale – Francia, Inghilterra, Stati Uniti – decise all’istante di violare la risoluzione, trasformandosi nella forza aerea d’appoggio ai ribelli e intensificando la violenza.
Il loro intervento è culminato nell’assalto al rifugio di Gheddafi a Sirte, città
che lasciarono “completamente devastata”, secondo testimoni oculari della stampa britannica: “reminiscenza delle scene più truci di Grozny, verso la fine della sanguinosa guerra della Russia in Cecenia”. A costo di tanto sangue il triumvirato raggiunse il suo obiettivo di cambiare il regime, in violazione dei suoi pietosi pronunciamenti.

L’Unione Africana si oppose fermamente all’assalto del triumvirato in Libia. Come informò Alex De Waal, della rivista britannica International Affairs, la UA aveva proposto un cessate il fuoco e una “road map” per l’assistenza umanitaria, per proteggere i migranti africani (molti dei quali sono stati uccisi, i più fortunati espulsi) ed altri cittadini stranieri, nonché la richiesta di riforme politiche per eliminare “le cause della crisi”, stabilire un “governo ad interim per arrivare ad elezioni democratiche”.
All’inizio la proposta della UA fu accettata da Gheddafi, ma disdegnata dal triunvirato, che “non era interessato ad un vero negoziato” scrisse De Waal. Il risultato è che la Libia è ormai lacerata dalla guerra tra milizie, mentre il terrore jihadista si è scatenato in gran parte dell’Africa insieme ad una marea di armi, arrivando anche in Siria.

Esistono evidentissime prove delle conseguenze di tale politica del bastone. Prendiamo la Repubblica democratica del Congo, ex Congo Belga, un grande paese ricco di risorse – e con una delle peggiori storie dell’orrore contemporaneo. Aveva avuto una possibilità di sviluppo dopo l’indipendenza nel 1960, sotto la guida del primo ministro Patrice Lumumba.
Ma l’Occidente non voleva nulla di tutto questo. Il direttore della Cia, Allen Dulles, a proposito di Lumumba disse “la sua rimozione deve essere un obiettivo urgente e primario” dei servizi segreti, soprattutto perché gli investimenti statunitensi nel paese erano considerati in pericoloso a causa di documenti interni che parlavano della presenza di “nazionalisti radicali”.
Sotto la supervisione di ufficiali belgi Lumumba fu assassinato, realizzando il desiderio del presidente Eisenhower che gli aveva augurato “di cadere in un fiume pieno di coccodrilli.” Il Congo fu consegnato al favorito degli Stati Uniti, il dittatore sanguinario e corrotto Mobutu Sese Seko, e da lì l’attuale naufragio di ogni speranza africana.

In luoghi più vicini è più difficile chiudere gli occhi sulle conseguenze del terrorismo di Stato di Washington. Oggi regna la preoccupazione dell’esodo dal Centro America di bambini che stanno inondando gli Stati uniti. Il “Washington post” informa che questi piccoli migranti arrivano “in gran parte da Guatemala, Salvador e Honduras”, ma non dal Nicaragua. Perché? Può essere perché quando il bastone di Washington colpiva la regione, negli anni ’80, il Nicaragua era l’unico paese che poteva contare su un esercito per difendere la popolazione dai terroristi inviati dagli Stati uniti, mentre negli altri paesi i terroristi che devastavano la popolazione erano gli eserciti addestrati ed equipaggiati da Washington?
Il presidente Obama ha proposto una soluzione “umanitaria” alla tragica migrazione: una deportazione più efficiente. Vi viene in mente qualche alternativa?

Sarebbe ingiusto però omettere quanti esercitano il “potere soft” nel ruolo del settore privato.
Un buon esempio è la decisione di Chevron di abbandonare il suo tanto pubblicizzato programma di energie rinnovabili, perché i combustibili fossili sono molto più redditizi.
ExxonMobil a sua volta ha annunciato, dalle pagine del Bloomberg Businessweek , che “il suo obiettivo di usare il laser sui combustibili fossili è una buona strategia, indipendentemente dal cambio climatico, perché il mondo ha gran bisogno di energia e significative riduzioni di carbonio sono molto improbabili”.

E’ quindi un errore ricordare ai lettori, giorno dopo giorno, la sentenza di Norimberga. L’aggressione non è più considerata il “crimine internazionale supremo”, non si può mettere a confronto con il suo costo – in termini di distruzione della vita di generazioni future -, se l’obiettivo è quello di ottenere guadagni sempre maggiori oggi.

Fonte: Alternet.org (traduzione di Marina Zenobio)

Preso da: http://popoffquotidiano.it/2014/07/28/noam-chomsky-usa-leader-mondiali-in-crimini-internazionali/

Noam Chomsky: pennivendolo imperiale. La Libia e la fabbrica del consenso

20 giugno 2013

Dan Glazebrook Ahram Novembre 2011

Ripulendo i ribelli libici e demonizzando il regime di Gheddafi, il leader intellettuale statunitense Noam Chomsky contribuisce all’invasione imperialista? In una lunga intervista con Chomsky, Dan Glazebrook se lo chiede.

noamÈ stato un colloquio difficile per me. Fu Noam Chomsky che per primo mi aprì gli occhi sulla struttura neo-coloniale del mondo e sul ruolo dei media aziendali nel mascherare e legittimare questa struttura. Chomsky ha costantemente dimostrato come, fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, i regimi militari furono imposti al Terzo Mondo dagli Stati Uniti e dai loro alleati europei, con lo scopo riconosciuto di tenere bassi i salari (e quindi alte le opportunità di investimento) con l’annientamento di comunisti, sindacalisti e chiunque altro fosse considerato una potenziale minaccia all’impero. Fu in prima linea nel svelare le menzogne e le motivazioni reali dietro l’aggressione contro l’Iraq, l’Afghanistan e la Serbia negli ultimi anni, e contro l’America Centrale e il Sud-Est asiatico prima. Ma sulla Libia, a mio parere, è stato terribile. Non fraintendetemi: ora la campagna è quasi finita, Chomsky può essere molto schietto nella sua denuncia, come spiega nell’intervista. “In questo momento, la NATO bombarda la più grande tribù della Libia“, mi dice. “Non viene sempre detto, ma se si leggono i rapporti della Croce Rossa descrivono una crisi umanitaria terribile nella città sotto attacco, con gli ospedali al collasso, senza farmaci e persone che muoiono, fuggono a piedi nel deserto per cercare di allontanarsi, e così via. Ciò accade sotto il mandato alla NATO di proteggere i civili“. Ciò che mi preoccupa è che questo era esattamente il mandato che Chomsky ha sostenuto.
Il generale statunitense Wesley Clark, comandante della NATO durante i bombardamenti della Serbia, aveva rivelato alla televisione statunitense sette anni fa che il Pentagono, nel 2001, elaborò una “lista” di sette Stati da eliminare entro cinque anni: Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. Grazie alla resistenza irachena e afgana, il piano è in ritardo, ma chiaramente non è stato abbandonato. Dovevamo, quindi, aspettarci pienamente l’invasione della Libia. Dato il fallimento dell’ex presidente degli Stati Uniti George Bush, nell’ottenere con la prepotenza il supporto globale nella guerra all’Iraq, con l’impegno dichiarato di Obama al multilateralismo e al “soft power”, avremmo dovuto aspettarci che questa invasione venisse meticolosamente pianificata per darle una patina di legittimità. Data la crescente predilezione della CIA nell’istigare “rivoluzioni colorate” per colpire i governi che non gli piacciono, avremmo dovuto aspettarci qualcosa di simile nell’ambito dell’invasione della Libia. E data la stretta collaborazione di Obama con i Clinton, ci si sarebbe dovuti aspettare che questa invasione seguisse il modello di grande successo istituito dall’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton in Kosovo: supportare i movimenti ribelli a terra per condurre provocazioni violente contro uno Stato, per poi urlare al genocidio per la risposta dello Stato, al fine di terrorizzare l’opinione pubblica mondiale per farle supportare l’intervento. In altre parole, avremmo dovuto vedere intellettuali di spicco e ampiamente rispettati, come Chomsky, adoperarsi per pubblicizzare le rivelazioni di Clark, avvertire dell’imminente aggressione e attirare l’attenzione sulla natura razzista e settaria dei “movimenti ribelli” che i governi di Stati Uniti e Gran Bretagna hanno tradizionalmente impiegato per rovesciare governi non conformi. Chomsky non ha certo bisogno di ricordare le atrocità sgangherate dell’Esercito di liberazione del Kosovo, dei Contras del Nicaragua, o dell’Alleanza del Nord afghana. Anzi, fu lui che allertò il mondo su molti di essi. Ma Chomsky non si è adoperato per chiarire questi punti.
Invece, in un’intervista con la BBC, a un mese dall’inizio della ribellione e, soprattutto, appena quattro giorni prima del voto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite della risoluzione 1973 e l’inizio della guerra lampo della NATO, ha preferito definire la ribellione “meravigliosa”. Altrove, l’occupazione della città orientale di Bengasi da parte di bande razziste, come “liberazione”, e la ribellione come “inizialmente non violenta”. In un’intervista con la BBC, aveva anche affermato che “la Libia è l’unico posto [in Nord Africa], dove c’è stata una reazione molto violenta dello Stato nel reprimere le rivolte popolari“, una rivendicazione così lontana dalla verità che è difficile sapere da dove iniziare. L’ex presidente egiziano Hosni Mubaraq, attualmente è sotto processo per l’uccisione di 850 manifestanti, mentre secondo Amnesty International, solo 110 morti possono essere confermati a Bengasi prima dell’avvio delle operazioni della NATO, compresi i filo-governativi uccisi dalle milizie ribelli. Ciò che rende davvero eccezionale la Libia nella Primavera araba del Nord Africa, è che sia l’unico Paese in cui la ribellione era armata, violenta e apertamente volta a facilitare l’invasione straniera. Ora che Amnesty ha confermato che i ribelli libici hanno compiuto violenze fin dall’inizio, torturando e giustiziando in massa libici neri e migranti africani fin da allora, ho iniziato l’intervista chiedendo a Chomsky se oggi si rammarica per il suo sostegno verso di loro. Lui alza le spalle. “No. Sono sicuro che Amnesty International ha ragione. Vi erano elementi armati tra di loro, ma noto che non ha detto che la ribellione fosse armata, infatti, la grande maggioranza è formata probabilmente da persone come noi [sic], oppositori borghesi di Gheddafi. Era quasi una rivolta senza armi. Si è trasformata in una rivolta violenta, e gli omicidi che vengono descritti in effetti avvengono, ma non è cominciata così. Appena è diventata una guerra civile, è successo.” Tuttavia, in realtà è iniziata proprio così.
Il vero volto dei ribelli è apparso il secondo giorno della ribellione, il 18 febbraio, quando furono arrestati e giustiziati 50 lavoratori migranti africani nella città di Bayda. Una settimana dopo, un testimone oculare terrorizzato disse alla BBC di altri 70 o 80 lavoratori migranti fatti a pezzi davanti ai suoi occhi, dalle forze ribelli. Questi incidenti, e molti altri simili, chiarirono il carattere razzista delle milizie ribelli ben prima dell’intervista della BBC a Chomsky, il 15 marzo. Ma Chomsky lo rifiuta. “Queste cose non erano assolutamente chiare, e non sono state segnalate. E anche dopo, quando sono state segnalate, non si parlava della rivolta. Si parlava di  elementi interni ad essa.” Questo può essere il modo con cui Chomsky la vede, ma entrambi gli incidenti sono stati seguiti dai principali media come BBC, National Public Radio e il quotidiano britannico The Guardian, finora. Certo, erano nascosti dopo pagine e pagine di bile anti-Gheddafi e giustificate con il solito pretesto che i migranti sono “mercenari sospetti”, ma la competenza di Chomsky nell’analisi dei media avrebbe dovuto scorgerne il senso. Inoltre, l’espulsione il mese scorso di tutta la popolazione della città libica a maggioranza nera di Tawarga, da parte delle milizie di Misurata dai nomi come “brigata per l’eliminazione dei neri“, ebbe recentemente la benedizione ufficiale del presidente Mahmoud Jibril del Consiglio Nazionale di Transizione libico (CNT). Presentando questi crimini razziali come una sorta di elemento insignificante, sembra farlo volutamente in malafede. Ma Chomsky continua ad attenersi alle sue sparate. “Parli di ciò che è accaduto dopo la guerra civile e l’intervento della NATO cui sono contrario. Due punti, lo ripeto. Prima di tutto, non si sapeva, e in secondo luogo fu un aspetto secondario della rivolta. La rivolta è opera della stragrande maggioranza della classe media, dell’opposizione non violenta. Ora sappiamo che c’erano elementi armati diventati rapidamente prominenti dopo l’inizio della guerra civile. Ma non sarebbe accaduto se questo secondo intervento non avesse avuto luogo, e forse le cose non sarebbero andate in questo modo.”
Chomsky divide l’intervento della NATO in due parti. L’intervento iniziale, autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per impedire un massacro a Bengasi, che sostiene che fosse legittimo. Ma il “secondo” intervento, in cui il triumvirato Stati Uniti, Gran Bretagna e  Francia ha agito come forza aerea delle milizie di Misurata e Bengasi nell’occupazione del resto del Paese, era sbagliato e illegale. “Dobbiamo ricordare che vi sono stati due interventi, non uno, della NATO. Uno è durato circa cinque minuti. Si basava sulla risoluzione 1973 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che prevedeva una no-fly zone su Bengasi quando v’era la minaccia di un grave massacro, insieme a un mandato a lungo termine per proteggere i civili. Durò pochissimo [come] quasi subito, non la NATO, ma le tre tradizionali potenze imperiali Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti eseguirono il secondo intervento che non aveva niente a che fare con la protezione dei civili e di certo non era una no-fly zone, ma piuttosto il sostegno alla rivolta dei ribelli cui assistiamo”. “Fu quasi isolata internazionalmente. I Paesi africani sono fortemente contrari. Hanno chiesto negoziati e diplomazia fin dall’inizio. I principali Paesi indipendenti, i BRICS, si sono anch’essi opposti al secondo intervento chiedendo negoziati e diplomazia. Anche nell’ambio della partecipazione limitata della NATO, al di fuori del triumvirato, nel mondo arabo, non c’era quasi niente: il Qatar ha inviato un paio di aerei e l’Egitto, vicino e pesantemente armato, non ha fatto nulla”. “La Turchia ha atteso per un bel po’ e, infine, ha partecipato debolmente nell’operazione del triumvirato. Quindi è un’operazione molto isolata. Si è sostenuto che è stata effettuata su richiesta della Lega Araba, ma è una menzogna. Prima di tutto, la richiesta della Lega araba era estremamente limitata e solo una minoranza vi ha partecipato, solo l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo hanno in realtà anche richiesto due no-fly zone. Una sulla Libia e l’altra a Gaza. Non possiamo parlare di quello che è successo al secondo.”
Nella sostanza siamo d’accordo. La mia tesi, però, è che fu dolorosamente chiaro da subito che la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza era una foglia di fico del triumvirato proprio per quel “secondo intervento” che Chomsky denigra. “Non era chiaro, neanche per cinque minuti, che le potenze imperiale avrebbero accettato la risoluzione. Divenne chiaro un paio di giorni dopo, quando iniziarono i bombardamenti a sostegno dei ribelli. E non doveva accadere. E avrebbe potuto essere che l’opinione mondiale, la maggior parte di esso, BRICS, Africa, Turchia e così via, avrebbe prevalso“. Sembra bizzarro e ingenuo per un uomo dalla visione di Chomsky fingere sorpresa riguardo alle potenze imperiali che utilizzano la risoluzione 1973 dell’ONU per i propri scopi, al fine di far cadere uno dei governi sulla loro lista nera. Che altro avrebbero utilizzato? E’ anche esasperante: se fosse stato qualcun altro a parlare, gli avrei detto loro di leggere Chomsky. Chomsky avrebbe detto che le potenze imperiali non agiscono umanitariamente, ma per impulsi totalitari e per difendere ed estendere il loro dominio sul mondo e le sue risorse. Gli avrebbe anche detto, avrei pensato, di non aspettarsi che quelle potenze attuassero misure volte a salvare i civili, perché ne avrebbero solo approfittato facendo il contrario. Tuttavia, in questa occasione Chomsky sembrava seguire una logica diversa. Chomsky non accetta che la sua ripulitura dei ribelli e la demonizzazione di Gheddafi, nei giorni e nelle settimane prima dell’invasione, possa aver contribuito a facilitarla? “Certo che non ho ripulito i ribelli. Non ho detto quasi nulla di loro.”
L’intervista originale ebbe luogo prima di tutto ciò, quando doveva essere presa la decisione di presentare alle Nazioni Unite la risoluzione per chiedere la no-fly zone, e tra l’altro dissi che dopo che fosse passata, pensavo che sarebbe stata usata per questo scopo, e ancora oggi lo dico.
Eppure, anche dopo che l’aggressione inglese, francese e statunitense alla Libia era evidente, Chomsky scrisse un altro articolo sulla Libia, il 5 aprile. In quel periodo migliaia, se non decine di migliaia di libici erano stati uccisi dalle bombe della NATO. Questa volta il pezzo di Chomsky  criticava apertamente i governi britannico e statunitense, ma non per la loro guerra, ma per il loro presunto sostegno a Gheddafi “e ai suoi crimini“. Questo non alimentava la demonizzazione che giustificava e perpetuava l’aggressione della NATO? “Prima di tutto, non accetto la tua descrizione non la chiamerei aggressione della NATO, è stata più complessa. Il passo iniziale, il primo intervento di cinque minuti, credo fosse giustificabile. C’era una possibilità, significativa, di un gravissimo massacro a Bengasi di cui Gheddafi ha un orribile record, e che dovrebbe essere noto, ma a quel punto credo che la reazione corretta avrebbe dovuto essere raccontare la verità su quello che accadeva.” Non posso che chiedermi perché la responsabilità di “dire la verità su quello che succede” valga solo per la Libia. Non dovremmo anche dire la verità su quello che accade in occidente? Della sua inestinguibile sete di decrescenti riserve di gas e petrolio, per esempio, o della sua paura di un’Africa indipendente, o della sua lunga esperienza nel sostenere e armare gangster brutali contro i governi che vuole abbattere? Chomsky ha abbastanza familiarità di tali esempi. Non dovremmo dire la verità sulla crisi che attualmente avvolge il sistema economico occidentale e che porta le sue élite sempre più a fare affidamento sui guerrafondai per mantenere il proprio fatiscente predominio? Non è tutto ciò, in realtà molto più pertinente sulla guerra alla Libia che raccontare i presunti crimini di Gheddafi di 20 anni fa?
Chomsky ha affrontato l’accademico e attivista statunitense James Petras, nel 2003, per la sua condanna dell’arresto a Cuba di diverse decine di agenti statunitensi e l’esecuzione di tre dirottatori. Petras avevano sostenuto poi che “gli intellettuali hanno la responsabilità di distinguere tra le misure difensive adottate da Paesi e popoli sotto attacco imperiale e le modalità offensive delle potenze imperialiste impiegate nella conquista. È il culmine dell’arroganza e dell’ipocrisia adottare un’equivalenza morale tra la la violenza e la repressione dei Paesi imperialisti nella conquista e quelle dei Paesi del Terzo Mondo sotto attacco militare e terroristico“. In questa occasione, Chomsky ha fatto di peggio. Lungi dall’adottare equivalenze morali, ha semplicemente cancellato i crimini degli alleati libici della NATO, mentre amplificava e distorceva le misure difensive adottate dal governo della Libia nell’affrontare una ribellione armata e appoggiata dagli USA. Ricordai a Chomsky il suo commento di qualche anno prima, secondo cui la Libia veniva pestata dai politici statunitensi per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni. “Sì, è vero, ma questo non vuol dire che non sia stato bello.” Ora lo è molto meno.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2013/06/20/noam-chomsky-pennivendolo-imperiale-la-libia-e-la-fabbrica-del-consenso/

La vera arma di distruzione di massa é la democrazia

domenica 16 settembre 2012

La vera arma di distruzione di massa é la democrazia

Marco Cedolin

Uno dei tratti salienti che hanno caratterizzato l’ultimo decennio é senza dubbio l’esportazione della democrazia occidentale, omologata secondo il modello americano e veicolata ovunque sia stato possibile, spesso in maniera coatta e con l’ausilio delle bombe.
Dopo la “democraticizzazione” dell’Europa dell’Est, intervenuta come corollario del crollo dell’Unione Sovietica e del mito del comunismo, per realizzare la quale é stata necessaria solamente qualche “spinta” data al momento giusto nel luogo più consono (da Ceausescu a Milosevic sarebbero molte le storie da raccontare e sulle quali riflettere) da parte dell’amministrazione USA, dei suoi padroni e dei suoi servi é maturato il convincimento che si dovesse proseguire sulla strada intrapresa raddoppiando gli sforzi e sostituendo le spintarelle con veri e propri schiaffoni.
Prima é toccato all’Afghanistan  di Bin Ladin, reo di essere stato scelto come caprio espiatorio degli auto attentati dell’11 settembre, assaporare il dolce gusto delle bombe e della democrazia….

Poi all’Iraq di Saddam Hussein, reo di possedere armi di distruzione di massa tanto ferali quanto inesistenti, venire investito da una tale dose di democrazia quale era sufficiente a riportare indietro il paese di almeo un secolo.
Poi alla Libia di Gheddafi, accusato di sterminare il proprio popolo, come accuratamente documentato nei filmati girati ad Hollyvood e nel Qatar, subire una democratica caccia all’uomo, portata con l’ausilio dei missili Tomahawk che hanno distribuito la democrazia in maniera equanime radendo al suolo buona parte del paese.
Infine alla Siria di Assad, dove fortunatamente la democrazia fatica ad affermarsi e per ora alligna solamente fra le orde di mercenari che massacrano donne e bambini, aiutati nel proprio lavoro dagli uomini dei corpi speciali dei paesi occidentali e dall’arsenale di armi di distruzione di massa che l’Occidente distribuisce loro in maniera più o meno ufficiale.
Mentre nel frattempo la democrazia sbocciava anche nella Tunisia di Ben Ali e nell’Egitto di Mubarak, fortuntamente in maniera meno impetuosa, grazie alla disponibilità dimostrata dai due “dittatori” a lasciarsi deporre senza combattere, nell’ambito di quelle che sono state veicolate nell’immaginario collettivo come rivolte popolari.
Oggi nell’Afghanistan democratico si vota come negli USA (e come negli USA occorre qualche mese per portare a termine lo spoglio delle schede), ma le donne, sia quelle che non hanno più il burka sia quelle che ancora lo portano, vengono regolarmente sterminate dai droni statunitensi mentre vanno a fare la legna o quando partecipano ad un matrimonio o quando devono recarsi all’ospedale a partorire. In Afghanistan la democrazia si specchia quotidianamente nella guerra permanente, nelle stragi di civili, in un paese ancora più devastato di quanto non lo fosse prima, dove l’unica novità sono i centri commerciali nuovi fiammanti dedicati agli operatori occidentali e all’elitè al servizio degli USA ed il rifiorire delle coltivazioni di oppio che gli anti democratici talebani avevano eliminato.
Oggi nell’Iraq democratico, che si é ormai lasciato alle spalle gli “anni bui” di Saddam Hussein, quando il paese era all’avanguardia nella regione, sia sotto il profilo tecnologico ed economico, sia sotto quello dei diritti umani e delle donne, come testimoniato dagli stessi rapporti dell’ONU, si vive in una sorta di polveriera senza senso nè costrutto. Composta da città stato dominate da bande tribali e da un governo fantoccio eletto dall’amministrazione a stelle e strisce. Senza che esistano più un tessuto industriale e una capacità produttiva degne di questo nome. Senza che il paese abbia più un qualche peso economico, con la popolazione costretta a vivere fra le macerie di un tempo che fu ed a morire alla disperata ricerca di cibo all’interno di qualche mercato dove quotidiamente deflagrano autobomba prive di pietà ma sempre molto ricche di democrazia.
Nella Libia democratica e libera non c’é più il petrolio “di Gheddafi” a sostenere una politica socialista attraverso la quale garantire una vita dignitosa alla gran parte dei cittadini. Ci sono solo macerie condite con l’uranio impoverito, intorno alle quali aggirarsi con la speranza di riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena, lotte intestine, morti ammazzati ed un futuro da declinare nel segno della miseria.
Come si può evincere da una semplice osservazione della realtà, depurata dalla mistificazione dei media mainstream che inseriscono ogni paese “liberato” all’interno di una bolla di oblio mediatico dalla quale nulla filtra più, la democrazia é allo stato attuale delle cose l’unica vera arma di distruzione di massa, della quale l’Occidente fa un uso smodato, ben conoscendone le devastanti potenzialità.

Ma Gesu’ avrebbe finanziato queste guerre?

Neanche se fossimo invasi dagli UFO, spenderemmo tanti soldi a difenderci” dice Alex Zanotelli.

Mentre la finanziaria taglia su tutto quello che è degli umani, della convivenza pacifica, del lavoro e della cultura, si continuano a buttare via i soldi per ammazzare gente da tutte le parti e riempire il mondo di odio e violenza….tradendo i principi della Costituzione Italiana e della Carta delle Nazioni Unite.

Pubblichiame integralmente un Appello (da firmare, se volete) del Padre Alex Zanotelli, che su questi temi, come si dice da queste parti …….“più chiaro non canta il gallo!”………

Il tutto illustrato con immagini dell’affresco nel catino absidale della CHIESA PARROCCHIALE DI BERGORO DI FAGNANO OLONA, in Provincia di Varese – Italia

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APPELLO
Manovra e armi: “Il male oscuro”
di Alex Zanotelli

In tutta la discussione nazionale in atto sulla manovra finanziaria, che ci costerà 20 miliardi di euro nel 2012 e 25 miliardi nel 2013, quello che più mi lascia esterrefatto è il totale silenzio di destra e sinistra, dei media e dei vescovi italiani sul nostro bilancio della Difesa. E’ mai possibile che in questo paese nel 2010 abbiamo speso per la difesa ben 27 miliardi di euro? Sono dati ufficiali questi, rilasciati lo scorso maggio dall’autorevole Istituto Internazionale con sede a Stoccolma(SIPRI). Se avessimo un orologio tarato su questi dati, vedremmo che in Italia spendiamo oltre 50.000 euro al minuto, 3 milioni all’ora e 76 milioni al giorno. Ma neanche se fossimo invasi dagli UFO, spenderemmo tanti soldi a difenderci!!

E’ mai possibile che a nessun politico sia venuto in mente di tagliare queste assurde spese militari per ottenere i fondi necessari per la manovra invece di farli pagare ai cittadini? Ma ai 27 miliardi del Bilancio Difesa 2010, dobbiamo aggiungere la decisione del governo, approvata dal Parlamento, di spendere nei prossimi anni, altri 17 miliardi di euro per acquistare i 131 cacciabombardieri F 35. Se sommiamo questi soldi, vediamo che corrispondono alla manovra del 2012 e 2013. Potremmo recuperare buona parte dei soldi per la manovra, semplicemente tagliando le spese militari. A questo dovrebbe spingerci la nostra Costituzione che afferma :”L’Italia ripudia la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali…”(art.11) Ed invece siamo coinvolti in ben due guerre di aggressione, in Afghanistan e in Libia. La guerra in Iraq (con la partecipazione anche dell’Italia), le guerre in Afghanistan e in Libia fanno parte delle cosiddette “ guerre al terrorismo”, costate solo agli USA oltre 4.000 miliardi di dollari (dati dell’Istituto di Studi Internazionali della Brown University di New York). Questi soldi sono stati presi in buona parte in prestito da banche o da organismi internazionali. Il governo USA ha dovuto sborsare 200 miliardi di dollari in dieci anni per pagare gli interessi di quel prestito. Non potrebbe essere, forse, anche questo alla base del crollo delle borse? La corsa alle armi è insostenibile, oltre che essere un investimento in morte: le armi uccidono soprattutto civili.

Sergio Michilini 1983, CROCIFISSIONE TRA SAN FRANCESCO E SAN GIOVANNI EVANGELISTA, affresco tradizionale sull’abside della Chiesa Parrocchiale di BERGORO di Fagnano Olona (Varese)

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Per questo mi meraviglia molto il silenzio dei nostri vescovi, delle nostre comunità cristiane, dei nostri cristiani impegnati in politica. Il Vangelo di Gesù è la buona novella della pace: è Gesù che ha inventato la via della nonviolenza attiva. Oggi nessuna guerra è giusta, né in Iraq, né in Afghanistan, né in Libia. E le folle somme spese in armi sono pane tolto ai poveri, amava dire Paolo VI. E da cristiani come possiamo accettare che il governo italiano spenda 27 miliardi di euro in armi, mentre taglia 8 miliardi alla scuola e ai servizi sociali?

Ma perché i nostri pastori non alzano la voce e non gridano che questa è la strada verso la morte?

E come cittadini in questo momento di crisi, perché non gridiamo che non possiamo accettare una guerra in Afghanistan che ci costa 2 milioni di euro al giorno? Perché non ci facciamo vivi con i nostri parlamentari perché votino contro queste missioni? La guerra in Libia ci è costata 700 milioni di euro!

Come cittadini vogliamo sapere che tipo di pressione fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’armi. Noi vogliamo sapere quanto lucrano su queste guerre aziende come la Fin-Meccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto-Melara, l’Alenia Aeronautica. Ma anche quanto lucrano la banche in tutto questo.

E come cittadini chiediamo di sapere quanto va in tangenti ai partiti, al governo sulla vendita di armi all’estero (Ricordiamo che nel 2009 abbiamo esportato armi per un valore di quasi 5 miliardi di euro).

E’ un autunno drammatico questo, carico di gravi domande. Il 25 settembre abbiamo la 50° Marcia Perugia-Assisi iniziata da Aldo Capitini per promuovere la nonviolenza attiva. Come la celebreremo? Deve essere una marcia che contesta un’Italia che spende 27 miliardi di euro per la Difesa.

E il 27 ottobre sempre ad Assisi , la città di S. Francesco, uomo di pace, si ritroveranno insieme al Papa, i leader delle grandi religioni del mondo. Ci aspettiamo un grido forte di condanna di tutte le guerre e un invito al disarmo.

Mettiamo da parte le nostre divisioni, ricompattiamoci, scendiamo per strada per urlare il nostro no alle spese militari, agli enormi investimenti in armi, in morte.

Che vinca la Vita!

Alex Zanotelli

Napoli, 24 agosto 2011
Per aderire all’appello clicca qui, alla pagina: http://www.ildialogo.org/appelli/indice_1314206334.htm

Sergio Michilini 1983, AFFRESCO SUL CATINO ABSIDALE DELLA CHIESA DI BERGORO, studio per le “giornate” e “mescole” dell’ affresco, cm.35×50

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La storia della parrocchia e i beni artistici della Chiesa San Giovanni Battista di Bergoro http://www.bergoro.it/storia.htm

Preso da: http://www3.varesenews.it/blog/labottegadelpittore/?p=8019