La pagliacciata dell’Unione Europea

Secondo Thierry Meyssan, gli europei sono ciechi perché non vogliono vedere. Nonostante gli innegabili fallimenti, insistono a ritenere che l’Unione Europea significhi pace e prosperità. Credono che sul piano interno ci sia contrapposizione tra patrioti e populisti, in realtà entrambe le parti si pongono sotto la protezione del Pentagono, che le difende dalla Russia. La strategia internazionale nata dopo la seconda guerra mondiale va avanti a loro spese, senza che ne abbiano consapevolezza.

| Damasco (Siria)

JPEG - 28.6 Kb
Dopo la comune vittoria della seconda guerra mondiale, Sati Uniti e Regno Unito fecero propria l’immagine dell’alleato sovietico descritta dall’ambasciatore USA a Mosca, George Kennan: l’URSS, un impero totalitario che ambiva conquistare il mondo. Sicché invertirono la rotta e studiarono la strategia del contenimento (containment): il mondo si divideva in tre parti, la parte già sotto il dominio sovietico, la parte libera e, infine, la parte da decolonizzare e da proteggere dall’orco sovietico.


Inizialmente, quando Stalin continuava a deportare popolazioni nei gulag, l’analisi poteva sembrare corretta. Ma, almeno dopo la morte di Stalin, la sua falsità avrebbe dovuto essere evidente. Infatti, Che Guevara, ministro dell’Economia a Cuba, scrisse un libro contro il modello sovietico e proseguì la rivoluzione in Africa senza chiedere permesso ai sovietici, contando però sul loro appoggio.
Comunque sia, Stati Uniti e Regno Unito decisero di proteggere l’Europa Occidentale dal giogo sovietico e di creare gli “Stati Uniti d’Europa”, secondo un modello che si richiamava a quello che gli europei, stanchi di farsi la guerra, concepirono all’inizio del XX secolo. In realtà si trattava di un modello completamente diverso, paragonabile invece a quello della Lega Araba o a quello dell’Organizzazione degli Stati Americani, istituita nello stesso periodo.
Poche furono le personalità dell’Europa Occidentale che vi si opposero. Tuttavia, mettendo a frutto la lezione della divisione del mondo uscita dalla Conferenza di Yalta, gollisti e comunisti francesi non sciolsero l’alleanza che strinsero durante la guerra mondiale e ostacolarono la creazione di una struttura sovranazionale, nell’intento di preservare, più o meno, le sovranità nazionali, benché sotto le bandiere britannica e statunitense. Per questa ragione gollisti e comunisti francesi si opposero insieme al comando integrato della NATO e alla riformulazione della costruzione europea degli anglosassoni. Gollisti e comunisti francesi consideravano l’Europa coincidente con l’intero continente, «da Brest a Vladivostok». In effetti, dopo aver concepito il loro particolare sistema giuridico, gli inglesi si erano allontanati dalla cultura europea, mentre i russi l’avevano estesa conquistando la Siberia.
La dissoluzione dell’URSS nel 1991 avrebbe dovuto mettere fine a queste discussioni. Non fu così. Infatti, il segretario di Stato James Baker annunciò che Comunità Europea e NATO avrebbero integrato tutti gli Stati europei liberatisi dal giogo sovietico. Gli Stati accettarono. Baker fece contemporaneamente redigere il Trattato di Maastricht, che trasformava gli Stati del Vecchio Continente in «Stati Uniti d’Europa», sotto la tutela della NATO. La moneta unica di questa entità sovranazionale, l’euro, avrebbe dovuto essere emessa a equivalenza del dollaro. Tutto fu fatto troppo rapidamente perché così avvenisse. Come sempre diffidenti verso la Russia, Washington e Londra ne respinsero l’adesione all’Unione Europea, però l’associarono nella gestione delle leve del potere, aprendole la porta del G7, che divenne così G8 con prerogative decisionali.
Nel 1999 la caduta di Boris Eltsin e l’ascesa al potere di Vladimir Putin mise fine a questo periodo di titubanza. Le istituzioni controllate da Washington divennero più rigide. La strategia del containment – fallita durante la guerra fredda – fu rispolverata e nell’immaginario anglosassone l’orso russo sostituì l’orso sovietico. Oggi, con i pretesti più diversi, e persino senza alcun pretesto, Washington adotta ogni genere di sanzioni economiche, politiche e militari contro Mosca. La Russia è stata anche espulsa dal G8.

JPEG - 41.1 Kb
Manfred Weber (a sinistra) sarà democraticamente eletto alla successione di Jean-Claude Juncker (a destra). Juncker fu costretto a dimettersi da primo ministro del Lussemburgo dopo che furono accertate le sue responsabilità nel rete clandestina «stay-behind» della NATO.

Per comprendere le elezioni del parlamento europeo del 23-26 maggio, nonché la successiva nomina del presidente della Commissione Europea, bisogna collocarle in questo contesto storico e strategico. Gli Stati Uniti hanno deciso che alla presidenza della Commissione siederà Manfred Weber, che hanno incaricato di sabotare l’approvvigionamento dell’Unione Europea di idrocarburi russi. La prima battaglia di Weber sarà fermare la costruzione del gasdotto Nord Stream 2, nonostante i miliardi di euro investiti e i miliardi di euro che si risparmierebbero.
Affinché il parlamento europeo elegga democraticamente Weber non è necessario il sostegno della maggioranza dei parlamentari. È sufficiente che il suo gruppo, il PPE [Partito Popolare Europeo] ottenga il maggior numero di voti: il Trattato prescrive solo che il Consiglio Europeo deve «tener conto del risultato delle elezioni». Washington ha perciò preparato un parlamento dominato dal PPE e, in seconda posizione, dall’Europa delle Nazioni e della Libertà (ENL).
Steve Bannon è stato spedito in Europa per consigliare Matteo Salvini e creare una spinta da parte dei partiti identitari – non indipendentisti –, facendo però particolare attenzione a che l’ENL non possa ottenere la maggioranza.
-  Per questa ragione, nonostante le fatiche di Salvini, il partito polacco Diritto e Giustizia è stato convinto a restare in seno ai Conservatori e Riformisti Europei (CRE), in cambio di un aumento “significativo” dei soldati USA in Polonia.
-  Il 13 maggio Donald Trump ha ricevuto alla Casa Bianca l’ungherese Viktor Orban, ingiungendogli di mantenere il proprio partito all’interno del PPE, in cambio di armi e di gas naturale.
-  Infine, è stato fatto trapelare alla stampa tedesca un video in cui Heinz-Christian Strache, capo del Partito della Libertà Austriaco (FPÖ), si fa corrompere. Il video è di vecchia data ed è stato messo in scena e filmato da una donna che si presenta come agente russo, ma che verosimilmente è un’agente della CIA.
Nonostante quel che la stampa ripete insistentemente, non c’è contrasto di fondo tra il Partito Popolare Europeo (PPE) e l’Europa delle Nazioni e della Libertà (ENL): entrambi non muovono obiezioni alla NATO, che impone le proprie decisioni politiche fondamentali. Esiste solo una ripartizione dei ruoli.
La propaganda ufficiale per lo svolgimento delle elezioni ripete in continuazione che «L’Europa è pace e prosperità». Uno slogan incompatibile con la funzione antirussa svolta dall’Unione Europea.
-  Cominciamo dalla pace: l’Unione è stata incapace di liberare Cipro ¬– membro della UE dal 2004 – occupata dal 1974. L’esercito turco occupa un terzo dell’isola e ha creato un’unità di collaborazione, chiamata Repubblica Turca di Cipro del Nord. I ciprioti che vi abitano non hanno potuto essere iscritti nelle liste elettorali per le elezioni del parlamento. Non solo Bruxelles se ne infischia della loro sorte, stende anche un tappeto rosso al presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, cui elargisce sovvenzioni per miliardi di euro. Vero è che la Turchia è membro della NATO.
-  Riguardo alla prosperità, questione del gasdotto Nord Stream 2 a parte, l’Unione ha già applicato così bene la strategia USA che, mentre il resto del mondo è in crescita, essa è in stagnazione. Nel decennio successivo alla crisi finanziaria del 2008 la Cina è cresciuta del 139%, l’India del 96%, gli Stati Uniti del 34%, l’Unione Europea è invece in decrescita del 2%.
Dal momento che non esiste un sentimento di appartenenza all’Unione, la campagna elettorale si compie a livello degli Stati membri: non ci sono partiti politici su scala europea, bensì unioni di partiti politici dei diversi Paesi. Non c’è nemmeno una giornata elettorale unica, ma elezioni organizzate su quattro giorni, secondo le tradizioni nazionali.
Dal momento che negli elettori prevale un diffuso sentimento di mancanza di chiarezza e di poca onestà, l’astensione dovrebbe essere massiccia. Nonostante in alcuni Paesi il voto sia obbligatorio e in altri si svolgano contemporaneamente elezioni nazionali, oltre metà degli elettori diserterà le urne. Di conseguenza, sebbene le procedure siano perfettamente democratiche, il risultato non sarà rappresentativo della volontà dell’insieme del corpo elettorale, quindi non sarà democratico. Manfred Weber sarà eletto dalla minoranza di un parlamento a sua volta eletto dalla minoranza degli elettori.

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo  

 
Annunci

la nuova epidemia di Ebola in Africa

http://www.lescienze.it/news/2019/03/12/news/epidemia_ebola_congo-4331308/

dall’inizio di agosto una nuova epidemia di Ebola si sta sviluppando in Africa, questa volta nella Repubblica del Congo, dopo quella da poco debellata nella sua zona occidentale; è la decima da quando il virus è stato scoperto nel 1976, ed ha colpito sinora circa 900 persone, uccidendone quasi 600, con una mortalità superiore del 60% a quella dell’epidemia precedente del 2014-16, anche se ci sono stati miglioramenti nelle possibilità di cura e nell’efficacia dei farmaci.
nonostante questo nessun allarme è stato lanciato sui media occidentali: ma nel caso precedente fecero un’enorme notizia invece alcuni casi verificatisi in America e in Europa (4 casi con un morto negli USA, 3 casi in Europa, di cui uno in Italia, senza vittime).
nella epidemia precedente ci furono quasi 30.000 casi, con più di 11.000 morti; questa volta l’epidemia è circoscritta, per ora, e anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità non intende proclamare l’emergenza sanitaria globale: affermano che è improbabile che Ebola si diffonda a livello globale, che i gruppi di aiuto stanno fornendo un aiuto sufficiente a limitare l’epidemia e che un’emergenza potrebbe indurre i paesi confinanti a chiudere le frontiere e questo potrebbe deprimere l’economia della regione.
intanto però diverse persone si stanno spostando da queste regioni del Congo al Sudan meridionale in Uganda e nel Ruanda.
. . .
ne parlo senza più nessun sussulto di indignazione (anche per non tirarmi da solo la zappa sui piedi, visto quello che ho scritto di recente sul tema): l’indignazione si addice poco all’umanità della crisi climatica globale che può darsi come unico scopo quello di finire con dignità ed evitando le sofferenze inutili, ma come un caso da manuale della vera situazione del mondo attuale, aldilà della palude dell’informazione ufficiale.
ma non che io pretenda di fare contro-informazione, intendiamoci: sarebbe soltanto ridicolo.
. . .
comunque, la zona dove si sta sviluppando l’epidemia è stravolta da diversi anni, dal 1997 ad oggi, circa un quarto di secolo, da una guerra civile tra bande armate, incendi dolosi e una lunga e dolorosa carestia che riduce alla fame una parte importante della popolazione.
così, incidentalmente, apprendiamo che questi conflitti interni hanno provocato finora sei milioni di morti.
sei milioni di morti: qualcuno ne sapeva qualcosa?

172338585-e13227a2-adb1-46d0-982b-0a0abd685894

. . .
ma ancora più interessante è esaminare le reazioni psicologiche all’epidemia:
Alla fine di dicembre – dopo che il governo della Repubblica del Congo aveva impedito a più di un milione di persone nelle zone colpite dall’Ebola di votare per le elezioni presidenziali del paese – gruppi di manifestanti hanno assaltato e bruciato un centro per la cura dell’Ebola a Beni. E il mese scorso, assalitori armati hanno incendiato i centri di cura a Butembo e Katwa. Le persone impegnate in prima linea per combattere l’Ebola in quelle città – che diffondono appelli sanitari, identificano i casi potenziali e seppelliscono i morti – affrontano minacce e aggressioni quasi quotidianamente.
si è diffusa infatti la diceria che le iniziative per contrastare l’epidemia sono organizzate dal governo per combattere i suoi nemici politici.
così gli operatori hanno abbandonato alcune città, considerandole oramai troppo pericolose per loro, e gli Stati Uniti hanno vietato al loro personale di entrare nella zona dell’epidemia.
. . .
ho parlato di recente dei tre flagelli storici della storia umana che la crisi climatica globale sta riattivando: carestia e cioè fame, epidemie e guerre: ma occorre aggiungerne un altro che non è stato preso sufficientemente in considerazione: paranoia, cioè terrore incontrollato, negazione della realtà, superstizione.
è il quarto cavaliere dell’Apocalisse, quello non identificato…
sapere che da quasi 25 anni un pezzo importante del continente africano è già in balia di questi mostri potrebbe forse incrinare l’ottimismo col quale dovremmo andare incontro alla catastrofe planetaria secondo coloro che la guidano e la organizzano.
per fortuna anche il razzismo ci difende da questa presa di coscienza: dopotutto quella è Africa, noi che cosa c’entriamo?

Chi smaschera il debito ci rimette la vita: Sankara insegna

28/2/19.
Sono passati trent’anni anni da quando il presidente rivoluzionario del Burkina Faso, ribattezzato “il Che Guevara africano”, venne ucciso – secondo la ricostruzione ormai ufficiale – dal suo ex braccio destro nonché successore Blaise Campaorè, verosimilmente appoggiato dai francesi e da altre forze internazionali. Come ricorda Ilaria Bifarini nel suo blog, Sankara era divenuto un personaggio «troppo scomodo, per il piano egemonico mondiale messo in atto dai poteri finanziari internazionali attraverso lo strumento del debito». Studiosa di economia (“bocconiana redenta”), nonché autrice di saggi di successo – dalla crisi neoliberista dell’euro a quella dei migranti – Ilaria Bifarini rievoca il celebre “discorso sul debito” tenuto da Sankara nel 1987 ad Addis Abeba all’assemblea dell’Oua, l’Organizzazione per l’Unità Africana. Un’orazione memorabile, «di una forza e di una chiarezza straordinarie», che rappresenta «un appello a tutti i rappresentanti internazionali a considerare le cause e la reale natura del debito, che non è altro che una nuova e ancora più pervasiva forma di schiavitù, quella finanziaria». Lasciateci in pace, disse Sankara: non abbiamo bisogno degli aiuti della Banca Mondiale e del Fmi, di cui gli africani poi diventano prigionieri.
Thomas Sankara«Con una lucidità e una lungimiranza degne di un vero rivoluzionario – scrive Ilaria Bifarini – Sankara anticipa quanto solo ora alcuni economisti hanno trovato il coraggio di proporre». Ovvero: «Annullare il debito, per permettere alla popolazione di continuare a vivere». Disse Sankara: «Loro, i finanziatori, certo non moriranno se noi non ripagheremo il debito, mentre il nostro popolo sì». La soluzione? Incentivare l’economia nazionale fondata sulla produzione diretta di beni, limitando le importazioni. Lo stesso Sankara, ricorda Bifarini, si vantò dell’abito che indossava – una camicia di cotonella, prodotta dagli artigiani burkinabé. Riguardando il video di quello storico discorso, la Bifarini annota: «La platea è sconcertata ma applaude, la forza trascinatrice è quella di un rivoluzionario, la lungimiranza di un visionario». Solo due mesi e mezzo dopo, a soli 37 anni, Sankara verrà assassinato. Era perfettamente cosciente del rischio che correva: «È possibile – disse – che, a causa degli interessi che minaccio, a causa di quelli che certi ambienti chiamano “il mio cattivo esempio”, con l’aiuto di altri dirigenti pronti a vendersi la rivoluzione, potrei essere ammazzato da un momento all’altro. Ma i semi che abbiamo seminato in Burkina e nel mondo sono qui», aggiunse.
Ilaria BifariniQuei semi, sappiatelo, «nessuno potrà mai estirparli: germoglieranno e daranno frutti». Concluse: «Se mi ammazzano, arriveranno migliaia di nuovi Sankara». Purtroppo, osserva Ilaria Bifarini, la sua profezia «si è avverata solo a metà», e i nuovi Sankara «verranno uccisi sul nascere». Proprio a Sankara, il Movimento Roosevelt dedica un importante convegno, in programma il 3 maggio a Milano. Tema: il modello Sankara come antidoto alla crisi dei migranti. In altre parole: restituire piena sovranità all’Africa, in modo da fermare l’esodo dei profughi economici. Nel convegno, la figura di Sankara sarà equiparata a quelle di Carlo Rosselli, martire antifascista e fautore del socialismo liberale, e del premier svedese Olof Palme, assassinato a Stoccolma nel 1986 da un killer tuttora sconosciuto. Olof Palme aveva impegnato lo Stato nel supportare le aziende svedesi in difficoltà, imponendo l’azionariato diffuso tra gli stessi operai, e si era battuto per la libertà dell’Africa protestando – prima di chiunque altro – per la scandalosa detenzione di Nelson Mandela. Come Sankara, Palme sapeva bene a quali risultati avrebbe condotto il neoliberismo coloniale nel continente nero, che costò la vita al giovane presidente del Burkina Faso.
Temi di strettissima attualità, come sappiamo, che la stessa Ilaria Bifarini ha sviscerato nel saggio “I coloni dell’austerity”: è proprio l’imperialismo neoliberista a depredare l’Africa, spingendo verso l’Europa i “privilegiati” che possono pagarsi il viaggio della speranza sui barconi. Sono migranti attratti dal miraggio di un’Europa che in realtà non ha più intenzione di accoglierli, alle prese a sua volta con le contorsioni di una crisi più finanziaria che economica, innescata dall’ideologia neoliberista e privatizzatrice che ha inquinato la politica. In che modo? Mettendo fine al socialismo liberale ispirato da Rosselli, di cui proprio il carismatico Olof Palme era il leader più autorevole. Da allora, l’Europa ha cominciato a parlare una sola lingua: quella del Trattato di Maastricht, che ha impoverito gli europei e allineato il vecchio continente allo schema di dominio che – dopo la breve e illusoria parentesi della decolonizzazione – ha finito per schiavizzare l’Africa di Sankara.

Preso da: http://www.libreidee.org/2019/02/chi-smaschera-il-debito-ci-rimette-la-vita-sankara-insegna/

L’impero colonialista francese in Africa

Quante volte abbiamo sentito dire, da parte dei politici occidentali riguardo al problema dell’immigrazione, che si devono aiutare i paesi africani al fine di poter gestire in loco una proficua crescita sociale, culturale ed economica di quei popoli?

banconotafrica
Da anni sentiamo i politici esternare questa lodevole idea, e in questo periodo sembra sia l’unica alternativa per riuscire ad arginare il problema migratorio che sta raggiungendo numeri da esodo biblico. Non tutti sanno però che ancora oggi molti paesi africani sono soggetti a leggi e tassazioni imposte da parte dei colonialisti di un tempo, come Francia e Gran Bretagna, ma anche Germania, Portogallo, Italia, Belgio, Olanda e Spagna, seppur in misura minore. Molti di questi paesi occidentali, come è capitato all’Italia per crimini di guerra con l’Etiopia e la Libia, sono stati condannati da tribunali internazionali a pagare i danni causati alle popolazioni.
Di contro, altri paesi, come la Francia o la Gran Bretagna, godono tuttora dei proventi di quei colonialismi.

L’oppressione africana nella storia contemporanea

Il colonialismo è una macchia storica infame in capo a chi l’ha perpetrata per secoli, purtroppo l’oppressione economica in Africa, da parte dei paesi occidentali, continua a esistere ancora oggi. Ci sono molti paesi africani costretti a pagare una tassa coloniale alla Francia che per questo, continua a prosperare sulle spalle di paesi poveri africani contando su introiti pari a circa 500 miliardi di dollari ogni anno.
Questa forma di tassazione è oltraggiosa, priva di fondi economici quei popoli che per loro sono più che necessari. Non solo, ma aggrava altresì il debito pubblico del paese. Ma gli svantaggi sono anche peggiori, oltre a essere un peso economico, i mali del colonialismo costringe intere popolazioni a un’interminabile schiavitù del debito, il che risulta devastante per la dignità e l’identità del popolo africano.

Guinea: un’indipendenza mai realizzata appieno

Nel 1958, quando la Guinea chiese l’indipendenza dal dominio coloniale francese, i francesi scatenarono una furia inumana. Causarono più di tremila morti e costrinsero migliaia di guineani a lasciare il paese, perdendo così le loro proprietà che vennero tutte saccheggiate dai francesi prima di ritirarsi. Inoltre, quel che non poteva essere depredato è stato distrutto: scuole, asili, edifici della pubblica amministrazione, automobili, libri, medicine, istituti di ricerca, e molto altro. Persino le macchine agricole, come i trattori, vennero distrutti o sabotati mentre furono sterminati animali e il cibo, stivato nei magazzini, venne o bruciato o avvelenato.
Fu una catastrofe per quel popolo, al pari di un genocidio. Mai nessuno condannò la Francia per questo, anzi, il colonialismo francese perdura attualmente.
La Guinea, distrutta dai francesi solo perché aveva ‘osato’ chiedere l’indipendenza, si trovò di fronte una sola alternativa, cioè quella di pagare una tassa alla Francia.

Il Togo ai tempi di De Gaulle

Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, per porre fine alla colonizzazione francese, firmò un patto con il presidente De Gaulle accettando di pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti “benefici della colonizzazione francese”. Questo patto ha impedito che i francesi distruggessero il paese, come prima era avvenuto in Guinea. L’importo richiesto e ottenuto dalla Francia era enorme, tanto che il cosiddetto “debito coloniale” era pari al 40% del bilancio del paese nel 1963.
Il sogno di Olympio, che rimase tale, era quello di costruire uno Stato indipendente e autosufficiente, ma i francesi avevano ormai ipotecato l’intero loro futuro.

La Legione Straniera e i colpi di stato

La storia ha dimostrato che, nonostante anni di lotta africana per liberarsi dagli oppressori, la Francia ha ripetutamente usato molti legionari per organizzare ed effettuare colpi di stato contro i presidenti democraticamente eletti. Ciò ha incluso Jean-Bedel Bokassa che assassinò David Dacko, il primo Presidente della Repubblica Centrafricana.
Negli ultimi cinquanta anni si contano un totale di ben 67 colpi di stato verificatisi in 26 paesi africani, di questi 16 sono ex colonie francesi. Ciò indica che la Francia ha continuamente cercato il modo di accaparrarsi il controllo, e la loro ‘povera’ ricchezza, di molti paesi africani.

Tasse coloniali per miliardi

Ma non è solo la Guinea o il Togo ad avere questo fardello, bensì, si badi bene, in tutto sono 14 i paesi africani dove tuttora viene applicata una tassazione da parte dei francesi.
franciafricaA gennaio 2014, 14 paesi africani sono obbligati dalla Francia, attraverso un patto coloniale, di pagare tasse pari all’85% delle loro riserve valutarie. Queste tassazioni vengono eseguite sotto il diretto controllo da parte della banca centrale francese e del ministero delle Finanze. Gli importi di questa tassazione vengono stimati in 500 miliardi di dollari ogni anno. I leader africani che rifiutano di pagare o sono stati uccisi o si sono ritrovati vittime di colpi di stato. I capi di stato che obbediscono vengono sostenuti politicamente e ricompensati dalla Francia, garantendo loro uno stile di vita sontuoso, mentre il loro popolo sopporta condizioni di estrema povertà e disperazione.
I patti di colonizzazione francese prevedono, a partire dal 1950, che i paesi africani devono depositare le loro riserve monetarie nazionali alla banca centrale della Francia. Negli anni la Francia ha continuato a trattenere le riserve nazionali di questi quattordici paesi africani: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e il Gabon.
La Francia consente loro di accedere solo al 15% del denaro ogni anno. Se hanno bisogno di più risorse, nessun problema, la Francia li ‘agevola’ in questo: presta loro il denaro extra necessario, da parte del Tesoro francese, applicando i normali ‘tassi commerciali’.
La Francia ha quindi indebitato e schiavizzato gli africani, appropriandosi di ogni ricchezza dell’Africa. Il cosiddetto sventurato ‘Terzo Mondo’, in realtà tanto povero non era. Ora quella popolazione fugge dalla carestia per raggiungere un’Europa ricca, senza pensare che molti paesi europei dove sono diretti, hanno determinato la carestia africana arricchendosi ancora oggi appropriandosi delle loro ricchezze.

Quindi, la prossima volta che sentiamo dire in TV che i migranti africani fuggono dalla carestia, pensiamo anche alla Francia.

Preso da: http://altritempi.info/limpero-colonialista-francese-in-africa/

Dalla parte dei popoli africani contro l’imperialismo francese

Il Boom dei contractors in Africa

shutterstock_309952670

L’Africa ha sempre rappresentato un teatro d’operazioni e banco di prova per mercenari e Compagnie Militari e di Sicurezza Private (PMSC). Negli ultimi mesi ed anni, però le loro gesta sono trapelate da ogni angolo del continente, a ritmi sempre più incalzanti.
Si pensi alla Nigeria e alla guerra contro Boko Haram, alla Libia e confronto tra milizie locali, all’antiterrorismo nel Sahel, agli addestratori russi in Repubblica Centrafricana e Sudan, cinesi per la “One Belt One Road” (la via della Seta), ai  tedeschi in Ruanda ed ucraini un po’ dappertutto.
Per concludere: Erik Prince, presumibilmente al servizio di ENI ed Exxonmobil in Mozambico (che però hanno smentito categoricamente). Questi alcuni dei tasselli dell’attuale “Scramble for Africa” privato – o meglio, ibrido.

Il ritorno dei sudafricani: caccia a Boko Haram
 Qualche settimana fa il capo di stato maggiore dell’esercito nigeriano, tenente generale Tukur Burat ha dichiarato che “la guerra terrestre contro Boko Haram è stata vinta.
 Gli ha fatto eco il presidente Buhari ringraziando le forze armate per aver sconfitto i jihadisti. Nonostante il nord-est del Paese sia ancora teatro di scontri, tali affermazioni sono state possibili grazie a contractors stranieri che hanno ribaltato le sorti del conflitto.
B9CAO3tIYAMZcLP
Un gruppo di 100-300 tra sudafricani, britannici, indiani e di Paesi dell’Est – Georgia ed Ucraina –  inquadrati tra le fila della STTEP International Ltd di Eeben Barlow.
Ex ufficiale delle Forze Armate sudafricane Barlow è il fondatore di Executives Outcomes, una delle più famose compagnie militari privata di tutti i tempi.
Grazie alla loro consulenza, supporto e perfino intervento diretto l’Aeronautica nigeriana ha potuto martellare senza tregua il nemico. A terra, invece hanno operato convogli di una trentina di veicoli, in maniera indipendente dalle truppe di Abuja. E così, dopo continue débâcles governative, sono finalmente arrivati inaspettati e decisivi successi sul campo.

I russi: addestratori e pretoriani
 Particolarmente attivi in terra africana si sono rivelati i russi. Dai primi mesi dell’anno hanno preso possesso del palazzo di Berengo, Repubblica Centrafricana per addestrarvi gli effettivi del ricostituito esercito nazionale.
Il contingente russo sarebbe composto da 175 uomini di cui solo 5 membri delle forze armate. Gli altri apparterrebbero al Gruppo Wagner, PMC coinvolta nelle operazioni militari in Donbass e Siria ormai da anni.
B_ZeZbWWAAAIsza
Il proprietario ed il comandante della Wagner, rispettivamente Yevgeny Prigozhin – soprannominato lo “chef” di Putin per le società di catering e gli stretti rapporti con il Cremlino – e Dmitry Utkin, ex ufficiale del GRU – servizi segreti militari – si sarebbero aggiudicati il contratto. Alla Wagner sarebbe stata affidata anche la protezione del presidente della Repubblica Centrafricana, Faustin-Archange Touadéra. Egli è infatti apparso in pubblico con un seguito di “guardie bianche”, oltre alle solite ruandesi affidategli dall’ONU.
Un dispositivo di quaranta operatori delle forze speciali russe oppure private. Valery Zakharov, presumibilmente anch’egli dell’entourage di Prigozhin, è stato inoltre nominato consigliere per la sicurezza nazionale di Touadéra. Nello specifico soprassederà i negoziati coi vari gruppi armati, sia alla ricerca di una soluzione pacifica, sia a garanzia dello sfruttamento delle risorse naturali.
A riprova delle proprie attività nel Paese, Prigozhin vi avrebbe registrato due società nel 2017: Lobaye Invest, compagnia mineraria controllata dalla pietroburghese M Invest – anch’essa di sua proprietà – e la PSC Sewa Security Service. Grazie ai suoi uomini sono riprese le estrazioni di diamanti, oro ed uranio.
foto-02
Da gennaio la Wagner opererebbe anche in Sudan. Secondo Stratfor, infatti anche il presidente Omar al-Bashir le avrebbe  affidato la protezione di diverse miniere, nonché incarichi di consulenza ai vertici delle forze armate impegnate contro il Sudan del Sud.
Per quanto riguarda la Libia, il The Sun ha in questi giorni rivelato la presenza di due basi russe nei pressi di Tobruk e Bengazi, sotto stretta vigilanza della Wagner che, nel Paese, aveva da tempo stabilito delle teste di ponte a supporto delle forze del generale Khalifa Haftar.
Tra il 2016 ed il 2017, la Reuters aveva già parlato di operazioni della PSC russa RSB-group: un centinaio di uomini tra sminatori e relativa scorta al servizio di Khalifa Haftar a Bengazi. I contractors russi avrebbero addestrato anche gli uomini del generale nella base egiziana di Sidi Barrani, a ridosso della frontiera libica.

Gruppo Wagner: Parlarne nuoce gravemente alla salute
Reporters e giornalisti stanno imparando che occuparsi di PMC russe può risultare mortale! Il primo a farne le spese Maksim Borodin, impegnato ad indagare sugli uomini della Wagner in Siria. Egli sarebbe “caduto” dal balcone del proprio appartamento di Ekaterinburg, ad aprile.
La porta chiusa dall’interno ha spinto le autorità a propendere sbrigativamente per un incidente o suicidio. Tuttavia, un amico ha rivelato di aver ricevuto una sua telefonata, il giorno prima di morire, in cui raccontava di aver trovato un uomo armato sul balcone ed altri appostati sulle scale. Borodin aveva successivamente ritrattato dicendo di essersi sbagliato e che quegli uomini stavano partecipando ad un’esercitazione.
Slavonic_Corps_2-360x245
E’ stata poi la volta di Kirill Radchenko, Alexander Rastorguyev e Orkhan Dzemhal uccisi il 30 luglio nei pressi di Sibut, Repubblica Centrafricana. Un commando di 10 uomini armati, inturbantati e parlanti esclusivamente arabo li avrebbe catturati e giustiziati, risparmiando solo l’autista. Dipendenti dell’Investigations Management Centre (ICM) dell’oligarca russo in esilio Mikhail Khodorkovsky, i tre giornalisti sarebbero stati impegnati nella ricerca di materiale per un documentario sulla presenza russa e della PMC di bandiera nel Paese: il Gruppo Wagner.
Il giorno precedente avrebbero cercato, infatti di entrare in una base militare dove i contractors russi starebbero addestrando le truppe di Bangui. Mosca ha immediatamente parlato di loro incoscienza per esser entrati nel Paese con un semplice visto turistico, senza seguire i warnings emanati dalle rappresentanze diplomatiche.
3540
Secondo l’esperto militare ucraino, Oleksandr Kovalenko la morte dei giornalisti russi potrebbe esser ricondotta ad una guerra tra oligarchi russi per il controllo delle PMC e relativi lucrosi contratti. Da una parte Prigozhin che avrebbe mostrato interesse per una miniera d’oro nei pressi di Ndassima, nel sud della Republica Centrafricana; dall’altra i vertici della Difesa ancora infuriati per l’iniziativa del patron della Wagner di attaccare l’oleodotto “curdo-americano” in Siria, senza consultarli e rischiando una pericolosa escalation.
E così i giornalisti, che sarebbero stati al servizio del Ministero della Difesa, sarebbero stati in viaggio verso la miniera per indagare e screditare le attività della Wagner e del suo proprietario. Comunque, “lo chef di Putin” non cederà facilmente ed i cadaveri dei tre giornalisti potrebbero esserne la dimostrazione.
Esiste tuttavia una differente e più recente versione sull’assassinio dei tre cronisti. Essi infatti avrebbero indagato sull’afflusso di armi russe in Repubblica Centrafricana. Armi che, attraverso le PMC russe nel Paese, sarebbero poi state trasferite sia alle truppe regolari che agli oppositori. Questo sia per mettere pressione a Bangui che garantirsi dai ribelli zone ricche di risorse.

PMSC nel Sahel
Gruppi jihadisti nel Sahel vi hanno favorito lo sviluppo e presenza di società di sicurezza private. Alle spalle di ogni soldato delle varie forze internazionali presenti nella regione –  americani, francesi, tedeschi, (italiani?) –  troviamo infatti un operatore di sicurezza o un addetto alla logistica privato.
Berry_0
AFRICOM, il comando americano per l’Africa affida ai contractors operazioni d’intelligence e raccolta d’informazioni, trasporti tattici, MEDEVAC ed anche operazioni più da “dito sul grilletto.”
Durante l’imboscata di ottobre ai Berretti Verdi in Niger era presente anche un contractor che si occupava d’intelligence, così come le operazioni di soccorso ed evacuazione sono state compiute da velivoli della Erickson Inc. e Berry Aviation.
Basti pensare che, solo per AFRICOM, vi sono 21 società private americane fornitrici di servizi in Africa settentrionale e Sahel; ad esse si aggiungano dozzine di altre compagnie francesi, britanniche ed ucraine che partecipano alla “spartizione” di un budget annuale multimilionario.

Contractors “Made in China”
 Nell’ambito della “Nuova Via della Seta” e della sua protezione, l’Africa rappresenta un teatro fondamentale. Solo una ventina delle 5.000 società di sicurezza private presenti in Cina nel 2017 – con più di 4,3 milioni di operatori – è presente a livello internazionale, schierando 3.200 uomini.
China-Industry-Image-Credit-GrAl-Cover
Oltre a quelle che scortano le imbarcazioni di bandiera al largo della Somalia, ve ne sono altre sul continente a protezione di assets e personale di grandi gruppi industriali.
Una delle più attive è la DeWe Security Services Co., Ltd di Pechino assunta per proteggere la linea ferroviaria Nairobi-Mombasa da 3,2 miliardi di dollari e l’impianto di liquefazione del gas naturale della Poly-GCL Petroleum Group Holdings in Etiopia. Tale investimento da 4 miliardi di dollari è ritenuto il più grande incarico affidato ad una PSC cinese.
Più di recente la DeWe ha annunciato il progetto di costruzione di due campi base in Repubblica Centrafricana e Sudan del Sud. Ed è proprio in Sudan del Sud che la società ha dovuto affrontare uno dei suoi momenti più delicati. A partire dall’8 luglio 2016, per ben 50 ore ha dovuto gestire l’evacuazione di 300 dipendenti della China National Petroleum Corp, bloccati a Juba dagli scontri tra forze governative e ribelli.

Piloti ucraini per attacco e MEDEVAC
 Anche gli ucraini si stanno facendo largo nell’affollato mercato africano della sicurezza privata. Dopo l’indipendenza negli anni 90, grazie ai suoi porti sul Mar Nero, l’Ucraina è diventata un punto di transito conveniente per equipaggiamenti e personale di sicurezza. Da lì numerose società di sicurezza private hanno “preso il largo” alla volta di numerosi teatri operativi; l’Africa ne rappresenta un’opzione preferenziale. Nel Sahel numerose società ucraine sono direttamente impegnate a fianco di organizzazioni internazionali.
Si pensi agli elicotteri per il MEDEVAC in Mali, nell’ambito della missione MINUSMA. Oppure ad altre società operanti in Sudan, Congo e Costa d’Avorio. La Omega Consulting Group reclutava ad esempio operatori francofoni dalla consolidata esperienza di combattimento, attraverso la sua pagina Facebook.
Il dirigente, Andrei Kekbalo ha parlato di salari di 1700-4300 euro al mese. In Burkina Faso, invece fino a 12.000 per chi ha nel proprio cv operazioni in Irak, Jugoslavia od Afghanistan.
Un incarico particolarmente caro ai contractors di Kiev è quello del pilota d’elicottero; soprattutto d’attacco. Tra coloro che hanno addestrato i piloti nigeriani e colpito direttamente Boko Haram vi erano almeno tre ucraini. Uno di questi, il capitano Chup Vasyl, dopo tre mesi di raid è precipitato e morto.


PSC tedesche in Ruanda
 A fine maggio una delegazione di 12 PSC tedesche si è recata in Ruanda, manifestando l’intenzione d’investire nel Paese e collaborare con partners locali. La Rwanda Private Security Industry Association (RPSIA) sta infatti progettando la realizzazione di un centro d’addestramento congiunto, nel distretto di Gasabo, per elevare i propri standard qualitativi.
ISCO....
Quello della sicurezza privata ruandese è un settore promettente che è cresciuto del 1500% dal 1997: da una alle attuali sedici società registrate, con più di 14.000 operatori.
Nonostante ciò, come spesso accade nei Paesi in via di sviluppo, il boom della sicurezza privata è accompagnato dallo sfruttamento degli operatori e dalla concorrenza di organizzazioni senza licenza né principi etici o professionali.
Ogni dipendente frutta alla propria società 135 euro al mese, a fronte di uno stipendio mensile di 27 euro. Retribuzioni che, oltretutto, vengono corrisposte con ritardi fino a tre mesi e, in diversi casi, prevedono addirittura la decurtazione dei costi delle uniformi di servizio.
I turni sono di 12 ore, sette giorni alla settimana, senza il pagamento di straordinari. Il clima di terrore instaurato a suon di licenziamenti sommari ha fatto sì che solo due società consentano ai propri dipendenti di rivolgersi ai sindacati e che le donne siano vittime di soprusi/abusi da parte di colleghi e superiori maschi.


Prince a “pesca” in Mozambico?
Erik Prince, fondatore di Blackwater, ha recentemente fatto affari in Mozambico. La sua Frontier Services Group (FSG) ha rilevato a dicembre Ematum, impresa ittica in bancarotta, rinominandola Tunamar. Un’altra sua società – Lancaster Six Group (L6G) di Dubai – ha creato una joint venture con la Proindicus, anch’essa mozambicana ed in fallimento. L’obiettivo di Pro6 – così è stata chiamata – è quello di fornire servizi di sicurezza in una regione ricca di petrolio e gas.
20180811_mam991
Secondo Africa Monitor Intelligence (AMI), Pro6 avrebbe stipulato contratti con diverse società nel corso dell’anno; tra di esse ENI ed il gigante americano Exxonmobil. Tuttavia, l’agenzia di stampa Zitamar ha riportato le smentite di entrambe le società.
ENI aveva già smentito dichiarazioni simili nel 2016, quando l’allora presidente di Proindicus, Antonio do Rosario riferì alla commissione parlamentare d’inchiesta sui debiti occulti di Ematum, Proindicus e MAM (Mozambique Asset Management) di aver già ottenuto l’incarico di fornire sicurezza al consorzio a guida del gruppo italiano.
AMI ha riportato anche che Pro6 avrebbe assicurato alle autorità di Maputo di poter metter fine agli attacchi islamici a Cabo Delgado in 90 giorni.

Qualche considerazione
 Il Sudafrica ha una consolidata tradizione d’esportazione di combattenti a pagamento. Molti di essi appartengono ad una generazione di militari messa da parte con la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’Apartheid; quando insomma il fabbisogno militare sudafricano si è drasticamente ridotto.
Il loro impiego contro terroristi o guerriglieri sanguinari come Boko Haram ha concretizzato quello che molti, Erik Prince in primis, auspicavano mentre gli assassini dello Stato Islamico imperversavano indisturbati in Siria ed Iraq.
image5-500x300
Sebbene il loro ruolo tra il passivo – addestramento e logistica – e l’attivo – partecipazione diretta alle ostilità – possa apparire controverso, davanti all’immobilismo delle organizzazioni internazionali i contractors sono stati gli unici ansiosi d’intervenire.
Il loro operato ha puntualmente ripresentato l’annosa questione della definizione e differenze tra mercenari, PMC e PSC nonché il diverso trattamento legale che debba esser loro riservato.
Secondo Eeben Barlow, proprietario di STTEP, l’intervento della sua società non è stato di tipo mercenario, bensì un regolare rapporto di lavoro col Governo nigeriano. Di parere opposto i Ministri di Esteri e Difesa sudafricani che hanno deplorato vivamente l’azione, definendo i soggetti coinvolti “mercenari” e passibili di arresto una volta in patria.
I progressi dei nigeriani contro Boko Haram porteranno sicuramente alla fine dei contratti a tempo determinato – perché di questo si tratta – di numerosi contractors.
Molti di loro potrebbero quindi passare al servizio delle PMC russe in Africa. Già dall’intervento in Sierra Leone nel 1995, infatti si sono trovati ad operare con armi, equipaggiamenti e personale dell’Est Europa.
B9CAO7vIEAANQIk
Per quanto riguarda la Russia, rispetto al passato dove comunque realtà come RSB Group, Moran Security ed Antiterror-Oryol sono riuscite ad ottenere contratti, le PMSC russe non sono più abbandonate dalle proprie istituzioni. Anzi, da esse ricevono supporto nell’ottica di un nuovo modello d’interazione: Mosca garantisce sicurezza e stabilità, mentre i Paesi fruitori concessioni estrattive, commerciali ed il rafforzamento della propria influenza sulla regione.
Il tradizionale approccio adottato dal presidente Putin nelle relazioni internazionali è quindi evoluto, comprendendo sempre più le PMSC di bandiera. Tra le leve commerciali che hanno permesso loro di erodere quote di mercato alle concorrenti occidentali vi è l’economicità dei servizi offerti e, soprattutto, la mancanza di uno scomodo passato coloniale – come Francia e Gran Bretagna –  o di un presente neoimperialista – come Cina e Stati Uniti.
Condizioni tali da far ottenere a Mosca anche una legittimazione in sede ONU – vedasi l’emendamento all’embargo internazionale di armi imposto alla Repubblica Centrafricana – e da parte di altri Paesi africani.
1000w_q95-76
Inoltre, molti Paesi occidentali sono sempre più riluttanti ad intervenire in Stati fallitti – come la Repubblica Centrafricana – od oggetto di condanne e sanzioni internazionali – come il Sudan –  mentre la Russia di Putin vi si lancia a capofitto, con operazioni manifeste o coperte.
Da una parte le truppe regolari danno dimostrazioni di forza e capacità di proiettarla, dall’altra il basso profilo dei contractors consente  affari con scomodi interlocutori, nella più completa aderenza ai propri interessi.
In merito alla Cina, le PSC assumono preferibilmente ex agenti di polizia o militari. Tuttavia, ciò non costituisce necessariamente una garanzia di qualità. Le forze armate cinesi, infatti non hanno avuto esperienza di combattimento sostanzialmente dalla guerra con il Vietnam del 1979, così come lo schieramento di alcune società in Iraq, a protezione di pozzi petroliferi e gasiferi, è avvenuto in zone relativamente tranquille.
Le PSC cinesi e loro operatori, salvo alcune eccezioni, risultano pertanto poco esperti e preparati. Uno dei loro principali limiti è il divieto d’utilizzo di armi da fuoco. Pechino, fedele alla sua politica estera di non ingerenza e per evitare un “effetto Blackwater” che possa danneggiare le relazioni con altri Paesi è riluttante ad armare i propri contractors. Perciò, quando all’estero, non portano armi e sono principalmente impegnati in attività di consulenza.
guards
Data l’elevata pericolosità dei contesti in cui sono chiamati ad operare, l’utilizzo delle armi da fuoco risulta imprescindibile. In caso d’emergenza, si deve quindi contare su forze di sicurezza od operatori locali risaputamente inaffidabili, oppure procurarsi armi sul mercato nero e far da sé.
Oltre ai rischi per chi si trova sul campo, il divieto alle armi si traduce sempre più in un freno alla crescita delle PSC cinesi, regalando clienti, nonostante le barriere linguisticoculturali e di prezzo, a concorrenti stranieri…armati.
Se pensiamo infatti che un team di 12 contractors cinesi costa mediamente quanto un singolo operatore britannico o statunitense e che la Cina non si pone particolari problemi a servire Paesi sulle blacklists occidentali, le prospettive di crescita delle PSC sono enormi.
Sebbene sulla terra ferma l’impiego di armi sia argomento tabù, in ambito di antipirateria i contractors cinesi sono ben armati ed autorizzati all’uso della forza letale.
EMATUM-boats-in-port-702x336
Infine, sugli interessi di Erik Prince in Mozambico, due riflessioni sorgono spontanee. La prima: a meno che Prince non abbia deciso di buttarsi nel business della pesca al tonno, i 24 pescherecci della flotta di Ematum possono risultare molto utili e redditizi nel canale di Mozambico, sempre teatro di attacchi di pirati nonostante l’Operazione Copper della Marina sudafricana ed i nuovi mezzi navali donati dal Portogallo a Maputo. Non dimentichiamoci della McArthur, nave oceanografica acquistata dalla Blackwater ed allestita per supportare operazioni militari, di law enforcement ed antipirateria.
La seconda: come può la Proindicus, le cui principali risorse sono motoscafi, contrastare ed eventualmente porre fine ad un’insorgenza prevalentemente terrestre come quella di Cabo Delgado? E’ atteso qualche genere di rinforzo di terra o si tratta davvero di una notizia infondata?
Foto:  NEstudio/Shutterstock.com,  AFP, AP, GidiPost, TASS, Twitter, Shutterstock, Cyril Ndegeya,  KT Press, SOFX,  e Zitamar

Preso da: https://www.analisidifesa.it/2018/10/il-boom-dei-contractors-in-africa/

Non uno di meno! Ecco come le ONG aprono la strada alle case farmaceutiche nei mercati “emergenti”

di Sonia Savioli*
Non uno di meno! Ecco come le ONG aprono la strada alle case farmaceutiche nei mercati emergenti

La scienza medica in Occidente e nei cosiddetti “mercati emergenti” (li chiamano così le multinazionali e le loro varie agenzie di servizi) è totalmente nelle mani delle grandi industrie farmaceutiche, a loro volta ormai emanazioni dei consorzi finanziari globali e sotto il loro completo e costante controllo. Come potremmo dire? Tutti insieme costituiscono una delle filiali o ramificazioni dell’Impero Globale.

“Cosa facciamo stasera, prof?”

“Quello che facciamo tutte le sere, Mignolo, tentiamo di conquistare il mondo!”

Per conquistare il mondo con i farmaci, oltre ad avere in mano l’istruzione e la carriera dei medici presenti e futuri, bisogna che aumentino gli ammalati. Ogni persona sana è un consumatore mancato, un cliente perso. Ora, bisogna dire che lo sviluppo industrial-capitalistico ha già fatto tutto il possibile per ammalarci, dai pesticidi agli additivi e conservanti sintetici, dai rifiuti tossici al cloro nell’acqua potabile, dagli allevamenti intensivi ai telefoni cellulari, dal trasporto privato di persone e merci e conseguente intasamento di strade con milioni di auto e camion che intasano l’aria di melma tossica, tutto il suo progresso nuoce alla salute umana e non. Adesso però tocca alle multinazionali del capitalismo global-farmaceutico fare l’impossibile: ottenere che ogni umano o animale domestico sulla faccia deturpata del pianeta diventi loro cliente. Non uno di meno!

La malattia cronica e inguaribile (ma curabile, naturalmente) è quella che prediligono e, se non c’è, non si scoraggiano. Con l’aiuto della “scienza”, dei media e dell’OMS si può benissimo inventarla. Colesterolo, pressione sanguigna, diabete, per esempio, si prestano particolarmente a trattamenti a vita di pazienti (anche troppo) occidentali. Basta far sì che gli “scienziati” al vertice delle scientifiche istituzioni (corporazioni) e al vertice delle varie agenzie sanitarie sovranazionali decidano di abbassare il tasso dei suddetti colesterolo ecc. e tutti diventiamo ammalati cronici. Dimostrando così senza più ombra di dubbio alcuno che la scienza è un’opinione.  https://www.ilgiornaledelcibo.it/nuovi-parametri-colesterolo/   https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/cardiologia/giu-il-colesterolo-ancora-di-piu
Chi crea l’opinione, per esempio, nel caso del colesterolo che deve abbassarsi sempre di più (chissà se possiamo vivere anche senza di esso, se continua così lo sapremo presto) è la European Society of Cardiology (Società Europea di Cardiologia), che definisce sé stessa una no-profit. Ma guarda. Si vede che sono tutti volontari che, finito il lavoro, si dedicano alla cura dei cardiopatici indigenti. No. Forse la parola “Società” è più appropriata. Sapete, quelle aziende dove ci si associa per fare profitti tutti insieme. Infatti, se andate a vedere il programma del loro congresso, troverete una parte “fieristica” dedicata all’industria. L’industria del farmaco e suoi annessi e connessi. https://www.escardio.org/Congresses-&-Events/ESC-Congress/Exhibition-and-industry
https://www.escardio.org/static_file/Escardio/Congresses/ESC%20Congress/Documents/2018/ESC2018-IndustryProgramme-HD.pdf

Lì ci sono tutte, anche quelle che non avete mai sentito nominare. A questo punto, credere o non credere a ciò che dice la scienza è solo questione di fede, come credere alle fate, al malocchio o, se vogliamo fare un salto di qualità, come credere in un Dio o nell’altro. Non ho niente contro gli dei, né contro le fate. L’importante è che non facciano male a nessuno, né loro né i loro credenti. Per quel che riguarda la scienza medica, avrei molti dubbi sulla sua innocuità. Tutte quelle pilloline per abbassare colesterolo, pressione e glicemia, per esempio, non sono affatto prive di effetti collaterali anche gravi. Che a volte neanche il nostro medico conosce, anche perché non ha il tempo di informarsi su tutte le nuove medicine che quotidianamente i piazzisti del farmaco gli propongono. http://www.dottorperuginibilli.it/patologie/85-i-pericoli-delle-statine-quello-che-non-vi-e-stato-detto-sui-farmaci-che-abbassano-il-colesterolo
https://www.farmacovigilanza.eu/content/disturbi-neuropsichiatrici-da-statine
http://salute24.ilsole24ore.com/articles/18499
https://www.alzheimer-riese.it/contributi-dal-mondo/ricerche/2824-perdita-di-memoria-tra-gli-effetti-collaterali-delle-statine-farmaco-anti-colesterolo.html

Magari voi, se avete più tempo dei medici, andate a leggervi gli articoli di cui vi do i link, potrebbero essere salvifici.

Ma passiamo ora ai “mercati emergenti”. Anche lì si può contare sul no-profit, ovvero sulle ONG, per salvare milioni di persone dalla malattia.
“In cosa investiamo, stasera, prof?”
“Investiamo nella malaria, Mignolo”

Quella della malaria e dei suoi rimedi è una storia particolarmente interessante da molti punti di vista.

Esiste una pianta, l’Artemisia Annua, che cresce in Asia e che è usata da secoli nella fitoterapia cinese, in grado di curare la malaria. E’ una pianta medicinale priva di effetti collaterali e che funziona egregiamente. L’uso fitoterapico della pianta naturale, cioè delle sue foglie,
risulta anzi molto più efficace dei medicinali sintetici a base del suo principio attivo. https://quellidellartemisiaannua.org/proprieta-ed-usi-dellartemisia-annua-intervista-al-dr-andrea-passini/
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3527585/

Già negli anni ottanta-novanta i cinesi, quando cominciarono la loro personale conquista economica dell’Africa (in forma di collaborazione, a differenza dell’Occidente, benché sul modello sviluppista che l’Occidente ha imposto al mondo), si portarono dietro l’Artemisia Annua e i suoi semi come prevenzione e rimedio contro la malaria e, dato che il suo uso si diffondeva nel continente, la progredita scienza industrial-mercantile si diede da fare a cercare un rimedio per questa epidemia di medicina naturale, del tutto in contrasto con il suo progresso. Così, utilizzando l’Artemisia Annua (non sono riusciti a farne a meno, anche se ci hanno sicuramente provato), hanno creato dei medicinali sintetici a base di Artemisina, principio attivo della pianta. L’Artemisina è tossica, a differenza della pianta. http://hallmarknews.com/anti-malarial-drug-amodiaquine-raises-serious-health-concerns/  Succede. La vita non è semplificabile, come sembrano credere gli scienziati dello “sviluppo” e degli affari. L’Artemisia Annua è un organismo vivente, le sue componenti innumerevoli e le loro relazioni imperscrutabili. Però, mentre la pianta uno se la poteva coltivare dietro casa o in un barattolo sul balcone, i medicinali a base di Artemisina li deve comperare. Oppure il suo governo li deve comperare per lui. A basso prezzo però, perché con grande spirito filantropico la Sanofi  Aventis rinuncia al brevetto. Difficile brevettare il principio attivo di una pianta naturale, e comunque non si può brevettare la pianta che lo produce e che uno può coltivarsi sul balcone. Ma si può, con l’aiuto di Medici Senza Frontiere e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, far esultare i media per la bontà e la buona volontà delle multinazionali farmaceutiche. “Nasce l’antimalarico senza brevetto, così l’Africa potrà curarsi da sola” era il trionfante titolo de La Repubblica nel 2007. http://www.repubblica.it/2007/02/sezioni/scienza_e_tecnologia/farmaco-malaria-africa/farmaco-malaria-secondo/farmaco-malaria-secondo.html

Non è che magari l’Africa si è sempre curata da sola, prima che arrivassimo noi ad ammalarla? Comunque il basso prezzo era garantito anche dal fatto che il nuovo e strepitante medicinale veniva prodotto in Marocco, sempre per aiutare l’Africa.
Peccato che non funzioni e, nonostante la cura venga protratta per sempre più tempo e a dosi sempre più alte, il Plasmodium Falciparum, il parassita della malaria, se la ride dell’Artemisina, mentre probabilmente il fisico dei pazienti trattati non ci trova niente da ridere. http://www.healthdesk.it/ricerca/malaria-resistenza-farmaci-minaccia-anche-lafrica-1429801200   In più, c’è sempre il rischio che la gente torni alle tisana di foglie di Artemisia Annua e che guarisca. Alla fine però un rimedio lo hanno trovato, e che rimedio: il vaccino.

Così, malati o sani, tutti diventano clienti, pardon, pazienti.  E che il vaccino non funzioni è un vantaggio: invece di sostituirsi ai farmaci a base di Artemisina, vi si assomma. Vaccino più trattamento con farmaci, che bel mercato procura la malaria. Che il vaccino non funziona lo dicono tutti, compresa l’Organizzazione Mondiale della Sanità. http://www.who.int/malaria/media/rtss-phase-3-trial-qa/en/

Perché non funziona? Perché la malaria non è un virus né un batterio, è un parassita. Hanno provato ad iniettarlo morto nei “pazienti” e, naturalmente, non li ha immunizzati, ora provano con quello vivo e il risultato (il risultato della sperimentazione che loro riferiscono) è di un’immunizzazione che non arriva al 40% pur schiaffando in corpo ai bambini (africani) ben quattro dosi di vaccino. In compenso aumentano gli effetti collaterali: meningite e… malaria. E se lo dicono loro…
E allora? Niente paura, la moderna scienza fa volare gli asini. Dopo questi bei risultati, dati dalla sperimentazione sui bambini africani del vaccino RTS,S detto anche Mosquirix, della Glaxo, si passa a una più larga sperimentazione e “Ghana, Kenya e Malawi guidano la sperimentazione del vaccino contro la malaria”, esultano la Nazioni Unite, e “Il primo vaccino della malaria arriva in Ghana, Kenya e Malawi” esultano gli uomini d’affari. https://www.un.org/sustainabledevelopment/blog/2017/04/ghana-kenya-and-malawi-to-pilot-malaria-vaccine-trial-un/

Esultano per gli stessi motivi, non avranno anche gli stessi obiettivi?

Manca ancora qualcuno, ma se vuotiamo il sacco viene fuori. La filantropia mondiale. Prima di tutto, lo avrete indovinato, la Bill & Melinda Gates Foundation. Dicono di aver speso (investito) due miliardi di dollari per combattere la malaria, e dicono di star facendo pressione sui governi di qua e di là dal mare perché ne spendano anche loro.  https://www.gatesfoundation.org/What-We-Do/Global-Health/Malaria

Poi abbiamo PATH, una ONG internazionale che si occupa di “medicina” a tutto campo, dai farmaci e dai vaccini agli strumenti diagnostici a quelli digitali. PATH e la Bill & Melinda Gates Foundation sono sempre assieme, come lo squalo e la remora. Questa no-profit si occupa di profitti, investimenti, affari, rischi politici ed economici, naturalmente nel campo sanitario  https://www.path.org/leadership/jo-addy-mba-mpa/ e per la salute delle aziende sanitario-farmaceutiche globali. https://www.path.org/leadership/dean-allen/ Nelle biografie dei suoi capi si parla di milioni di dollari guadagnati, di sviluppo finanziario-industriale. Ci si rivolge ai clienti.  https://www.path.org/partner-invest/corporations/

Da questo punto di vista PATH è un compendio estremamente istruttivo dell’intreccio tra istituzioni sovranazionali, finanza internazionale e suoi “derivati” come Big Pharma, organizzazioni così dette no-profit e governi (l’ultima ruota del carro).
Comunque, per essere una no-profit, PATH di profitti ne fa parecchi anche di suo, dato che ha bilanci e risorse ammontanti a parecchi milioni di dollari.   https://path.azureedge.net/media/documents/PDS2016-IRS990.PDF
Poi, se proprio non vogliamo farci mancare nulla, diamo un’occhiata anche alle risorse della benemerita MSF o DWB, ONG internazionale che noi chiamiamo Medici Senza Frontiere. E che distribuisce e somministra artesunato-amodiachina soprattutto ai bambini sotto i cinque anni e alle donne incinta, che nel 2015 si vantava di aver “trattato” 735.000 bambini in Niger, Ciad e Mali, 17.000 nella Repubblica Centrafricana, e ben 1.800.000 persone in Sierra Leone https://www.medicisenzafrontiere.it/news-e-storie/news/malaria-msf-prima-linea-prevenire-che-i-bambini-si-ammalino/. Inoltre, distribuisce zanzariere trattate con gli insetticidi, sempre per proteggere gli africani dalla malaria. E chi li protegge dagli insetticidi? Siamo seri ed esaminiamo seriamente i vari “trattamenti” che MSF elargisce agli africani. Ci sono vari studi condotti da ricercatori cinesi, cambogiani, britannici, americani, che lavorano in prestigiosi e insospettabili centri di ricerca, i quali dimostrano che l’Artesunato-amodiachina, alle dosi consigliate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è neurotossico ed epatotossico.  https://malariaworld.org/blog/chronic-toxicity-artesunate-and-artemether Ciononostante, l’OMS continua a consigliarlo e MSF a somministrarlo. Quanto alle zanzariere impestate, immagino che gli africani vadano in giro indossandole dalla testa ai piedi, altrimenti a cosa servono?

Le zanzare non si aggirano solo all’interno delle abitazioni, non ti pungono solo quando sei a letto a dormire. Ma forse servono alle ditte che li producono. Pensate, l’UNICEF fa un congresso annuale con i fornitori di zanzariere impestate contro la malaria; un congresso di affari,
dove l’UNICEF è il compratore.  https://www.unicef.org/supply/index_39977.html Coi nostri soldi, che passano dalle tasse agli “aiuti allo sviluppo”, e coi soldi degli africani, che passano dai loro governi alle nostre multinazionali e/o alla Banca Mondiale in forma di debito. Naturalmente le aziende delle zanzariere impestate sono grosse compagnie occidentali https://www.vestergaard.com/, gli africani si devono accontentare di qualche briciola e delle zanzariere avvelenate https://www.ft.com/content/212189c2-f83c-11e5-96db-fc683b5e52db e, poiché non sanno cosa farsene e, fortunatamente, non pensano di indossarle, le usano per pescare, creando senza colpa alcuna altro danno a sé stessi e al mare di cui vivono e di cui viviamo tutti, anche se non ce ne ricordiamo.  https://www.theguardian.com/environment/2018/jan/31/global-use-of-mosquito-nets-for-fishing-endangering-humans-and-wildlife

Una piccola curiosità, per voi che siete curiosi. Le zanzariere avvelenate sono trattate con insetticidi detti piretroidi. Come per l’Artemisina, si tratta di sostanze chimico-sintetiche tossiche e persistenti, che imitano una sostanza naturale, il piretro. Il piretro è un fiore, tossico per gli animali a sangue freddo e solo per loro. Il piretro naturale si usa nell’agricoltura biologica, avendo la precauzione di non farlo finire in corsi d’acqua (i cui abitanti sono tutti a sangue freddo), e di non irrorare a destra e a manca e a qualsiasi ora, per non uccidere gli insetti indiscriminatamente. Dopo alcune ore, comunque, perde anche le sue proprietà tossiche per insetti, rettili e pesci, e non lascia traccia. Il maggior coltivatore mondiale di questa pianta è il Kenia ma l’Africa non se ne giova. Noi prendiamo i suoi fiori di piretro per farci il nostro insetticida biologico e a loro mandiamo le zanzariere impregnate di insetticidi chimico-sintetici tossici. Medici Senza Frontiere non distribuisce il piretro keniota, insegnando agli africani delle zone malariche come usarlo, ma distribuisce, istigata da UNICEF e OMS, le zanzariere delle multinazionali danesi e americane ecc. e gli insetticidi di altra bella gente, che tra l’altro fa anche farmaci. Non domandiamoci perché, non lo sapremo mai con certezza. Imperscrutabile è l’animo e il cervello umano.

Qualcos’altro possiamo però sapere. Che il bilancio di MSF Stati Uniti era nel 2017 di 349 milioni di dollari e rotti. https://www.doctorswithoutborders.org/sites/default/files/2018-06/2017%20Doctors%20Without%20Borders%20Financial%20Statements.pdf
Che le spese di Medici Senza Frontiere a livello globale, nel 2017, erano di un miliardo e seicentoquattordici milioni di euro. file:///C:/Users/Campus%2010/Downloads/MSF_Financial_Report_2017_FINAL_WEB.pdf  Quindi, una potenza economica. Non ci meraviglieremo dunque di venire a sapere che la paga base dei suoi direttori USA è di 102.000 dollari l’anno https://www.glassdoor.com/Salary/M%C3%A9decins-Sans-Fronti%C3%A8res-Director-Salaries-E574190_D_KO25,33.htm, mentre quella del suo direttore esecutivo britannico è di “solo” 79.716 sterline. Nell’aprile 2017, adesso magari sarà qualcosina di più. https://www.msf.org.uk/senior-executive-salaries
Poi si chiamano “volontari”! E’ chiaro che sono volontari, non c’è mica bisogno di costringerli.

*Giornalista, saggista. Il suo ultimo libro è “Ong. Il cavallo di troia del capitalismo globale” (Zambon, 2018)

«Africani, liberatevi!»

11 ottobre 2018 Ruggero Tantulli
Parla Mohamed Konare, attivista «per l’indipendenza reale» del continente nero. «Sogno gli Stati Uniti d’Africa»
l’intervista

«L’Africa deve tornare agli africani». Ha le idee chiare Mohamed Konare, leader panafricanista che sogna di liberare il continente nero dalle influenze straniere. Originario della Costa d’Avorio, 53 anni, Konare vive a Firenze da 20 anni («Amo l’Italia, ma la mia cittadinanza è solo africana, perché un giorno voglio tornare a casa»). Nella sua vita tanti lavori, dalla ditta di un amico al settore turistico nel capoluogo toscano, compresa una parentesi all’Eni (nella raffineria di Stagno, nel Livornese). Da un po’ di tempo il suo primo obiettivo è sensibilizzare gli africani (ma non solo) sul sistema che consente all’Occidente di «depredare l’Africa, occupata militarmente, culturalmente e soprattutto economicamente».
Non ha dubbi su quale Stato abbia maggiori responsabilità: la Francia, «che di fatto non ha mai interrotto la propria dominazione coloniale, riconoscendo l’indipendenza di facciata di molti Stati solo per placare le rivolte, e scrivendo di proprio pugno le Costituzioni attualmente in vigore in vari paesi». Il principale problema, per Konare, è il Franco Cfa, la moneta inventata nel 1945 da De Gaulle «sulle orme di quella adottata da Hitler in Francia durante l’occupazione nazista»: il Cfa, ex Franco delle colonie francesi, nome che oggi identifica la “zona franco” nell’Africa subsahariana, lega indissolubilmente 14 paesi, tra cui Camerun, Senegal e Costa d’Avorio, alla Francia, «che fino a poco tempo fa deteneva il 100% delle divise, ora il 50%». «Solo per la moneta, la Francia ricava 440 miliardi di euro all’anno. Con quella cifra in Africa si potrebbero fare tantissime cose, ma non possiamo beneficiare delle nostre risorse sul mercato internazionale».
Konare, come può avvenire questa liberazione?
«Gli africani devono prendere consapevolezza della situazione e sollevarsi contro gli Stati imperialisti. L’Africa deve tornare ciò che era prima della Conferenza di Berlino del 1884-1885, quando l’Occidente ha cominciato a spartirsela».
Sembra molto difficile come obiettivo.
«Lo è, ma se i popoli africani si uniscono possono riacquistare la propria autodeterminazione. Il dominio si realizza in primo luogo con la moneta, ma anche con la cultura: oggi gli africani non hanno più identità, i nomi stessi dei paesi sono occidentali. Anche con la lingua si controllano i popoli».
A chi si rivolge il movimento panafricanista?
«Innanzitutto all’Africa nera, poi se i paesi nordafricani vorranno unirsi saranno i benvenuti. Sogno gli Stati Uniti d’Africa. Oggi, grazie al Cfa, paesi confinanti non possono commerciare con l’estero e nemmeno tra di loro. Il valore stesso della valuta è zero, fuori dall’area in cui circola. Ecco perché, insieme a tanti fratelli, cerco di unire tutti i movimenti panafricanisti che realmente vogliono liberarsi. Ma la nostra lotta riguarda l’umanità intera».
Come agisce concretamente questo movimento?
«Abbiamo creato un gruppo di lavoro, siamo in contatto tutti i giorni con la gioventù africana. Tra poco terremo una conferenza via Skype con i giornalisti africani. Dobbiamo agire, non si può restare soggiogati e non posso accettare di vedere i miei fratelli morire per un’aspirina. In certe zone manca l’acqua potabile, una sigaretta è un lusso. C’è tanto lavoro da fare, ma la priorità è garantire cibo, acqua, istruzione e sanità per gli africani».
Lei accusa in particolare la Francia. Ma i problemi dell’Africa non dipendono solo dai francesi…
«La storia parla chiaro. Basta pensare che il capo dei servizi militari della Costa d’Avorio è francese o che nelle tre banche centrali africane la Francia ha diritto di voto, impedendo qualunque scelta autonoma degli africani, per capire come stanno le cose».
La Cina si sta espandendo sempre di più in Africa.
«I cinesi stanno cercando di penetrare con mezzi diversi, ne siamo consapevoli e ci stiamo preparando per affrontare anche questo. L’Italia, invece, è uno dei paesi che fanno meno male all’Africa, ha un ruolo marginale. Ma il problema è che al governo spesso ci sono fantocci piazzati dall’Occidente. Chiunque abbia cercato di liberare l’Africa è stato ammazzato dai francesi. Ventidue capi di Stati africani, da Thomas Sankara a Patrice Lumumba, senza contare gli attivisti morti in galera. Gheddafi è stata l’ultima vittima».
Perché?
«Stava per mettere 42 miliardi di dollari per creare un fondo monetario africano e uscire dal Fmi, è stato ucciso dalla Francia per questo. Stava creando una banca centrale e una banca di investimenti africane. In Libia c’è stata una manipolazione, non c’era nemmeno una rivolta. È tutto documentato, ma di queste cose non si parla».
Lei ha paura per la sua vita?
«No. Cerco di stare attento, ma quando ho scelto di attivarmi per la causa sapevo a cosa andavo incontro, infatti la mia vita è cambiata. Ricevo minacce, palesi e subliminali, e sono costretto a spostarmi in modo discreto, perché so che qualcuno non sopporta ciò che faccio. Se prendessi un aereo per l’Africa oggi, non oso immaginare che fine potrei fare».
Tanti giovani africani cercano di raggiungere l’Europa.
«È chiaro, ma non è questa la soluzione, se si vuole bene all’Africa. Anzi, l’emigrazione è proprio il progetto delle élite per evitare che gli africani si ribellino. Chi parte rischia la vita, il viaggio è un inferno. Per fare cosa poi? Lavori disumani».
Pensa che ci sia razzismo in Europa?
«Il razzismo c’è dappertutto, anche tra africani o tra italiani stessi. Ma è frutto di ignoranza, la realtà è che siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo lottare per la libertà dei popoli».

Preso da: https://incronaca.unibo.it/archivio/2018/10/11/africani-liberatevi

Sankara: basta rapinare l’Africa, col debito. E lo uccisero

10/9/2017.
Noi pensiamo che il debito si analizzi prima di tutto dalla sua origine. Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo. Quelli che ci hanno prestato denaro sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri Stati e le nostre economie. Sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa con i finanziatori internazionali, che erano i loro fratelli e cugini. Noi non c’entravamo niente con questo debito. Quindi non possiamo pagarlo. Il debito è ancora il neocolonialismo, con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici – anzi, dovremmo invece dire “assassini tecnici”. Sono loro che ci hanno proposto dei canali di finanziamento, dei “finanziatori”. Un termine che si usa ogni giorno, come se ci fossero degli uomini che solo “sbadigliando” possono creare lo sviluppo degli altri. Questi finanziatori ci sono stati consigliati, raccomandati. Ci hanno presentato dei dossier e dei movimenti finanziari allettanti. Noi ci siamo indebitati per cinquant’anni, sessant’anni e più. Cioè siamo stati portati a compromettere i nostri popoli per cinquant’anni e più.
Thomas SankaraIl debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee. In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo tout court, di quelli che hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso. Ci dicono di rimborsare il debito.
Non è un problema morale. Rimborsare o non rimborsare non è un problema di onore. Abbiamo prima ascoltato e applaudito il primo ministro della Norvegia, intervenuta qui. Ha detto, lei che è un’europea, che il debito non può essere rimborsato tutto. Il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché se noi non paghiamo, i nostri finanziatori non moriranno, siamone sicuri. Invece se paghiamo, saremo noi a morire, ne siamo ugualmente sicuri. Quelli che ci hanno condotti all’indebitamento hanno giocato come al casinò. Finché guadagnavano non c’era nessun problema; ora che perdono al gioco esigono il rimborso. E si parla di crisi. No, signor presidente. Hanno giocato, hanno perduto, è la regola del gioco. E la vita continua.
Migranti, bambini africani sbarcati in ItaliaNon possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito perché non siamo responsabili del debito. Non possiamo pagare il debito perché, al contrario, gli altri ci devono ciò che le più grandi ricchezze non potranno mai ripagare: il debito del sangue. E’ il nostro sangue che è stato versato. Si parla del Piano Marshall che ha rifatto l’Europa economica. Ma non si parla mai del Piano africano che ha permesso all’Europa di far fronte alle orde hitleriane quando la sua economia e la sua stabilità erano minacciate. Chi ha salvato l’Europa? E’ stata l’Africa. Se ne parla molto poco. Così poco che noi non possiamo essere complici di questo silenzio ingrato. Se gli altri non possono cantare le nostre lodi, noi abbiamo almeno il dovere di dire che i nostri padri furono coraggiosi e che i nostri combattenti hanno salvato l’Europa e alla fine hanno permesso al mondo di sbarazzarsi del nazismo.
Il debito è anche conseguenza degli scontri. Quando ci parlano di crisi economica, dimenticano di dirci che la crisi non è venuta all’improvviso. La crisi è sempre esistita e si aggraverà ogni volta che le masse popolari diventeranno più coscienti dei loro diritti di fronte allo sfruttatore. Oggi c’è crisi perché le masse rifiutano che le ricchezze siano concentrate nelle mani di pochi individi. C’è crisi perché pochi individui depositano nelle banche estere delle somme colossali che basterebbero a sviluppare l’Africa intera. C’è crisi perché di fronte a queste ricchezze individuali, che hanno nomi e cognomi, le masse popolari si rifiutano di vivere nei ghetti e nei bassifondi. C’è crisi perché i popoli rifiutano dappertutto di essere dentro una Soweto di fronte a Johannesburg. C’è quindi lotta, e l’esacerbazione di questa lotta preoccupa chi ha il potere finanziario.
Fidel CastroCi si chiede oggi di essere complici della ricerca di un equilibrio. Equilibrio a favore di chi ha il potere finanziario. Equilibrio a scapito delle nostre masse popolari. No! Non possiamo essere complici. Non possiamo accompagnare quelli che succhiano il sangue dei nostri popoli e vivono del sudore dei nostri popoli nelle loro azioni assassine. Signor presidente, sentiamo parlare di club – Club di Roma, Club di Parigi, Club di dappertutto. Sentiamo parlare del Gruppo dei Cinque, dei Sette, del Gruppo dei Dieci, forse del Gruppo dei Cento o che so io. E’ normale allora che anche noi creiamo il nostro club e il nostro gruppo. Facciamo in modo che a partire da oggi anche Addis Abeba diventi la sede, il centro da cui partirà il vento nuovo del Club di Addis Abeba. Abbiamo il dovere di creare oggi il fronte unito di Addis Abeba contro il debito. E’ solo così che potremo dire, oggi, che rifiutando di pagare non abbiamo intenzioni bellicose ma, al contrario, intenzioni fraterne.
Del resto, le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa. Abbiamo un nemico comune. Quindi il club di Addis Abeba dovrà dire agli uni e agli altri che il debito non sarà pagato. Quando diciamo che il debito non sarà pagato non vuol dire che siamo contro la morale, la dignità, il rispetto della parola. Noi pensiamo di non avere la stessa morale degli altri. Tra il ricco e il povero non c’è la stessa morale. La Bibbia, il Corano, non possono servire nello stesso modo chi sfrutta il popolo e chi è sfruttato. C’è bisogno che ci siano due edizioni della Bibbia e due edizioni del Corano. Non possiamo accettare che ci parlino di dignità. Non possiamo accettare che ci parlino di merito per quelli che pagano, e perdita di fiducia per quelli che non dovessero pagare. Noi dobbiamo dire, al contrario, che oggi è normale si preferisca riconoscere come i più grandi ladri siano i più ricchi.
L'ex premier norvegese Gro Harlem BrundtlandUn povero, quando ruba, non commette che un peccatucolo per sopravvivere e per necessità. I ricchi sono quelli che rubano al fisco, alle dogane. Sono quelli che sfruttano il popolo. Signor presidente, non è quindi provocazione o spettacolo. Dico solo ciò che ognuno di noi pensa e vorrebbe. Chi non vorrebbe, qui, che il debito fosse semplicemente cancellato? Quelli che non lo vogliono possono subito uscire, prendere il loro aereo e andare dritti alla Banca Mondiale a pagare! Non vorrei poi che si prendesse la proposta del Burkina Faso come fatta da “giovani”, senza maturità ed esperienza. Non vorrei neanche che si pensasse che solo i rivoluzionari parlano in questo modo. Vorrei semplicemente che si ammettesse che è una cosa oggettiva, un fatto dovuto. E posso citare, tra quelli che dicono di non pagare il debito, dei rivoluzionari e non, dei giovani e degli anziani. Per esempio Fidel Castro ha già detto di non pagare. Non ha la mia età, anche se è un rivoluzionario. Ma posso citare anche François Mitterrand, che ha detto che i paesi africani non possono pagare, i paesi poveri non possono pagare. Posso citare la signora primo ministro di Norvegia. Non conosco la sua età e mi dispiacerebbe chiederglielo, è solo un esempio.
Vorrei anche citare il presidente Félix Houphouët Boigny. Non ha la mia età, eppure ha dichiarato pubblicamente che, quanto al suo paese, la Costa d’Avorio, non può pagare. Ma la Costa d’Avorio è tra i paesi che stanno meglio in Africa, almeno nell’Africa francofona. E per questo, d’altronde, è normale che paghi un contributo maggiore, qui. Signor presidente, la mia non è quindi una provocazione. Vorrei che molto saggiamente lei ci offrisse delle soluzioni. Vorrei che la nostra conferenza adottasse la risoluzione di dire chiaramente che noi non possiamo pagare il debito. Non in uno spirito bellicoso, bellico. Questo per evitare di farci assassinare individualmente. Se il Burkina Faso da solo rifiuta di pagare il debito, io non sarò qui alla prossima conferenza! Invece, col sostegno di tutti, di cui ho molto bisogno, col sostegno di tutti potremo evitare di pagare. Ed evitando di pagare potremo consacrare le nostre magre risorse al nostro sviluppo.
SankaraE vorrei terminare dicendo che ogni volta che un paese africano compra un’arma, è contro un africano. Non contro un europeo, non contro un asiatico. E’ contro un africano. Perciò dobbiamo, anche sulla scia della risoluzione sul problema del debito, trovare una soluzione al problema delle armi. Sono militare e porto un’arma. Ma, signor presidente, vorrei che ci disarmassimo. Perché io porto l’unica arma che possiedo. Altri hanno nascosto le armi che pure portano. Allora, cari fratelli, col sostegno di tutti, potremo fare la pace a casa nostra. Potremo anche usare le sue immense potenzialità per sviluppare l’Africa, perché il nostro suolo e il nostro sottosuolo sono ricchi. Abbiamo abbastanza braccia e un mercato immenso, da Nord a Sud, da Est a Ovest. Abbiamo abbastanza capacità intellettuali per creare, o almeno prendere la tecnologia e la scienza in ogni luogo dove si trovano.
Signor presidente, facciamo in modo di realizzare questo fronte unito di Addis Abeba contro il debito. Facciamo in modo che, a partire da Addis Abeba, decidiamo di limitare la corsa agli armamenti tra paesi deboli e poveri. I manganelli e i machete che compriamo sono inutili. Facciamo in modo che il mercato africano sia il mercato degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa. Produciamo quello di cui abbiamo bisogno e consumiamo quello che produciamo, invece di importarlo. Il Burkina Faso è venuto a mostrare qui la cotonella, prodotta in Burkina Faso, tessuta in Burkina Faso, cucita in Burkina Faso per vestire i burkinabé. La mia delegazione e io stesso siamo vestiti dai nostri tessitori, dai nostri contadini. Non c’è un solo filo che venga d’Europa o d’America. Non faccio una sfilata di moda, ma vorrei semplicemente dire che dobbiamo accettare di vivere africano. E’ il solo modo di vivere liberi e degni.
(Thomas Sankara, estratto dal “discorso sul debito” pronunciato al vertice panafricano di Addis Abeba, Etiopia, il 29 luglio 1987. Un anno dopo, il 28 ottobre, Sankara verrà assassinato a Ouagadougu, capitale del Burkina Faso, che quattro anni prima aveva liberato, con la sua rivoluzione, dal colonialismo francese. Il presidente dell’Organizzazione per l’Unità Africana, cui Sankara si rivolge nel discorso, è il congolese Denis Sassou-Nguesso, mentre la citata premier norvegese è Gro Harlem Brundtland, progressista e ambientalista. Riletto oggi, il celebre discorso di Sankara – martire socialista della sovranità democratica dell’Africa – è particolarmente illuminante, di fronte alla tragedia quotidiana dell’esodo dei migranti africani).

Preso da: http://www.libreidee.org/2017/09/sankara-basta-rapinare-lafrica-col-debito-e-lo-uccisero/

La macchina americana della guerra sta accelerando

20 agosto 2018
Di Vijay Prashad
18 agosto 2018

La settimana scorsa, il 26 luglio, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato la Legge di Autorizzazione della Difesa Nazionale del 2019, che passerà poi al Senato e alla fine al Presidente degli Stati Uniti. Vale la pena notare che 139 Democratici, compresa l’intera dirigenza del Partito Democratico, ha votato a favore di questa legge che fornisce al governo degli Stati Uniti 717 miliardi di dollari per le spese militari di un anno. Questo vuol dire 100 miliari in più di rispetto a quanto è stato speso l’anno scorso (questo è di per sé più della metà del bilancio militare della Cina). Nessun paese spende tanto denaro per le sue forze armate come gli Stati Uniti. Ci manca poco ora prima che il bilancio statunitense per le spese militari supererà il limite di 1 miliardo di dollari.
Di fatto, molti suggeriscono che se vengono aggiunte le parti nascoste del bilancio – per la CIA, per l’intelligence militare, per l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale e per le guerre in corso, la soglia di 1 miliardo di dollari, è stata già superata.

Jack Ma, il miliardario cinese ha dichiarato di recente al canale televisivo CNBC, che gli Stati Uniti hanno sprecato 14 trilioni di dollari negli scorsi 30 anni per le loro moltissime guerre. Una stima modesta indica che la guerra degli Stati Uniti all’Afghanistan, che va avanti dal 2001, è costata oltre 1 trilione di dollari. Dopo tutto questo tempo e tutto questo denaro speso, e dopo tutte le sofferenze umane, è ora sicuro che gli Stati Uniti, il governo di Imran Khan in Pakistan e i Cinesi cercheranno un compromesso con i Talebani. L’affermazione di Ma sullo “spreco” dovrebbe essere presa molto sul serio. Un politica estera che semina disordine e caos , che aumenta la sofferenza umana, è uno spreco – indipendentemente dai benefici che può produrre per i commercianti di armi.
Il potere ottenuto con la canna di un fucile
Questa settimana, il 30 luglio, il Comando Africano degli Stati Uniti (Africom) ha ammesso di aver fatto decollare dei droni armati dalla base americana di Niamey, la capitale del Niger. La portavoce di Africom, Samatha Reho, ha detto che il governo del Niger nel novembre del 2017 ha dato il permesso agli Stati Uniti di fare questo, e che essi hanno iniziato a fare decollare questi droni armati all’inizio del 2018. Non c’è stata alcuna ammissione che gli Stati Uniti abbiano colpito alcuni di questi droni.
Molto presto, questi droni letali verranno spostati dalla Base 101 di Niamey alla Base Aerea  201 di recente costruita ad Agadez. Questa base è una delle più grandi basi del mondo per i droni che possono viaggiare da un’estremità dell’Africa Occidentale per coprire la maggior parte del Nord Africa. Un’altra base americana per i droni, a Gibuti, è in grado di inviare le sue macchine letali in tutta l’Africa Orientale e nel mezzo dell’Africa Centrale. Insomma, con queste due basi, gli Stati Uniti sono in grado di colpire obiettivi nelle maggior parte del continente africano. Tutto questo, senza alcun dibattito al Congresso degli Stati Uniti e con poca preoccupazione per la sensibilità degli Africani.
Non si dovrebbe storcere il naso davanti al problema della sensibilità. Alla fine di marzo, il governo del Ghana ha firmato un accordo militare con gli Stati Uniti. Le forze armate del Ghana riceverebbero la misera somma di 20 milioni di dollari per addestrare le truppe, mentre gli Stati Uniti otterrebbero l’accesso agli aeroporti del Ghana e alle radiofrequenze del Ghana, e gli Stati Uniti sarebbero in grado di far entrare materiale militare fuori dogana. Ansiosi di installare una base militare in Ghana, gli Stati Uniti hanno calcolato male il residuo del sentimento anti-coloniale nel paese.  Questo sentimento è il motivo per cui il Commando Africano degli Stati Uniti ha la sua base a Stoccarda, in Germania, invece che in qualche paese africano. Nessun leader si può permettere di essere considerato come una persona che permette agli Stati Uniti di violare senza vergogna la sovranità di un paese africano.
E’ importante sottolineare il fatto che il quartier generale di nessun Commando statunitense è situato fuori dall’Europa Occidentale e dagli Stati Uniti. Il Commando meridionale che sovraintende alle operazioni militari statunitensi in America Latina, è stato di base a Panama dal 1963 al 1997. Ora è di base a Doral, in Florida, dopo essere stato mandato via dai governi seguiti all’espulsione della vecchia  risorsa della CIA, Manuel Noriega. Il quartiere generale del Commando Centrale che controlla e dirige le operazioni degli Stati Uniti in Medio Oriente, è situato a 200 miglia a nord di Tampa, in Florida. Il quartiere generale del Commando Statunitense Indo-Pacifico, che sovraintende alle operazioni in Asia, è situato alle Hawaii. La gente dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, non vuole che l’orma degli Stati Uniti venga mesa così pesantemente sul loro suolo. Una cosa è dover sopportare le basi e le relative esercitazioni, Un’altra è permettere tutto il peso dell’imperialismo statunitense sul proprio terreno.
Minacce di vari tipi
C’è un vecchio proverbio che dice: se hai un martello ogni cosa sembra un chiodo. La pura e semplice portata dell’arsenale militare statunitense dà  un senso di piacere ai loro leader politici. Sentono che possono minacciare il resto del pianeta per soddisfare le loro necessità. La pace non definisce la politica estera degli Statti Uniti. Tutto viene orientato verso l’intimidazione e la guerra. Ecco    delle recenti manovre a opera dell’amministrazione Trump che sono contrarie a una politica che persegua la pace.
Corea. Un grande sforzo di umanità ha spinto le due Coree a rinnovare il loro dialogo verso un futuro normale. Gli Stati Uniti hanno coerentemente tentato di rovinare questo processo in cui Trump è stato volgare circa l’empatia tra Kin Jong-un della Corea del Nord e Moon Jae-in, della Corea del Sud. Il Segretario di Stato Mike Pompeo è in marcia attraverso l’Asia Sudorientale, spingendo i paesi dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico) a continuare a imporre sanzioni alla Corea del Nord, malgrado il consenso, all’interno dell’ASEAN, di alleggerire il peso sul Nord, come modo di aprire la strada verso la pace. Gli Stati Uniti hanno indicato che la Corea del Nord sta continuando con il suo programma di missili, proprio quando i capi militari della Corea del Nord si incontravano al confine il 31 luglio. Queste affermazioni maliziose da parte degli Stati Uniti non hanno scoraggiato i Coreani. Il Luogotenente Generale An Ik San della Corea del Nord, e Kim Do-gyun della Corea del Sud, hanno continuato con il loro dialogo. L’artiglieria verrà ritirata dalle spiagge del Mare Occidentale e le esercitazioni militari finiranno. “La gente del Nord e del Sud considerano importanti i nostri colloqui,” ha detto il Luogotenente Generale An. I leader militari si impegnano per la pace e non vogliono che la Corea sia il campo di battaglia per un’aggressione degli Stati Uniti.
Iran. Il 22 luglio Trump si è svegliato e ha scritto un tweet tutto in lettere maiuscole: NON MINACCIATE MAI, MAI GLI STATI UNITI DI NUOVO O SOFFRIRETE CONSEGUENZE DI UN GENERE CHE POCHI IN TUTTA LA STORIA HANNO MAI SOFFERTO PRIMA.” Minacce del genere sono di routine. La dirigenza iraniana le ha ignorate. Nella legge per le spese militari che è stata appena approvata dalla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, c’è una frase che richiede attenzione: “nulla in  questa legge può essere costruito?? Per autorizzare l’uso della forza contro l’Iran.” In un’altra parte della legge, però, c’è l’autorizzazione per l’amministrazione Trump di perseguire la guerra cibernetica contro l’Iran, la Corea del Nord, la Russia e la Cina. La legge dà carta bianca a Trump di intensificare le azioni contro questi quattro paesi.
Queste sono le drammatiche minacce. Nell’ombra indugiano  atrocità peggiori che sono diventate normali. La base statunitense di droni a Salak, nel nord del Camerun, ospita un battaglione di Intervento Rapido – un distaccamento camerunense – il quale è stato filmato mentre giustiziava dei civili. L’anno scorso, The Intercept * ha riferito che operatori statunitensi di vari tipi  avevano torturato dei prigionieri in questa base. Qui non esiste alcuna agenda per i diritti umani.
Minacce dell’immaginazione
Gli Stati Uniti dichiarano che serve loro un massicce dispiegamento di forze armate
e un dispiegamento in luoghi come il Niger, a causa delle minacce non soltanto agli Stati Uniti, ma al mondo. Nella cintura di paesi che costituiscono la regione  africana del Sahel, con il Niger al suo centro – c’è una rivendicazione fatta dall’Occidente circa le minacce di al-Qaida e di altri svariati gruppi. Molti di essi sono davvero una minaccia alla gente della regione, ma molti sono semplicemente formati da malviventi (al- Qaida fa, per lo più, traffico di sigarette e di armi in tutto il Deserto del Sahara). Le minacce reali che hanno coinvolto gli Stati Uniti e la Francia sono altrove. Vale la pena fare un elenco di queste (in base ai miei resoconti dell’anno scorso).
Cina. Gli Stati Uniti hanno chiarito che la presenza della Cina in Africa è inaccettabile. Incapaci di superare la Cina in un’offerta chiara per risorse e mercati, gli Stati Uniti sono ricorsi all’uso della forza e dell’intimidazione per minacciare i paesi per fornire vantaggi alle ditte occidentali meno flessibili. L’anello di basi che circonda il Sahel e giù verso il Sudafrica serve semplicemente a soffocare gli interessi della Cina sul continente.
Risorse. I paesi del Sahel hanno risorse importantissime :—oro nel Burkina Faso e in  Mali, Niger e ferro in Mauritania, così come  risorse verificate di carbone, cobalto, diamanti,  manganese, platino, minerali di terre rare, e moltissimi altri minerali. Le compagnie minerarie europee ed americane che hanno vecchie radici coloniali, sono ansiose di proteggere i loro investimenti qui e di proteggere i loro profitti futuri, dato che le leggi minerarie in questa regione si stanno lentamente annullando a favore  delle grandi aziende.
Droghe. E’ ora chiaro che i trafficanti sudamericani di droga, sfiniti dalle difficoltà create lungo il confine tra Stati Uniti e Messico e lungo la costa degli Stati Uniti, si rivolgono ora all’Africa come strada verso gli Stati Uniti. Grosse quantità di cocaina vengono spedite per via aerea nel Sahel, dove vengono trasportate, con notevole rischio, in Europa, attraverso il Sahara. Dall’Europa questa droga viene trasportata via mare attraverso l’Atlantico, negli Sati Uniti e in Canada. L’applicazione della legge contro la droga  è compito di una falange di soldati che sono ora nella regione.
Emigrazione. L’Europa è stata entusiasta di spostare il suo confine dal margine settentrionale del Mediterraneo al margine meridionale del deserto del Sahara. Le truppe francesi e i finanziamenti dell’Unione Europea, insieme alla presenza degli Stati Uniti sono un’operazione per bloccare il traffico di migranti che stanno fuggendo dalle economie distrutte dalle politiche guidate dal Fondo Monetario Internazionale.
C’è della bruttezza in questo. Logore motivazioni liberali si allontanano nell’ombra
mentre fioriscono motivazioni più forti: controllo e appropriazione. Questo è il nostro mondo, ma sotto questo mondo ci sono persone che hanno idee migliori, sogni migliori.
https://it.wikipedia.org/wiki/The_Intercept
Questo articolo è opera di Globetrotter, un progetto dell’Istituto dei Media  Independenti.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/american-war-machine-is-ramping-up
Originale: Alternet
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

Preso da: http://znetitaly.altervista.org/art/25636