Libia: dal caos alla dissoluzione pianificata

[20.03.2012] di John Cherian   (trad. di Levred per GilGuySparks)

Un anno dopo l’intervento della NATO, la Libia si trova di fronte alla disintegrazione mentre la regione orientale ricca di petrolio va verso la semi-autonomia.
La Libia sembra essere sul punto di disintegrarsi un anno dopo l’intervento militare da parte dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO).
Nella prima settimana di marzo, i leader della regione orientale ricca di petrolio, che comprende Bengasi, punto focale della ribellione sostenuta dall’Occidente che spodestò Muammar Gheddafi, hanno annunciato l’intenzione di andare verso la “semi-autonomia” dal governo centrale.

L’incontro a Bengasi, dove è stata presa la decisione, è stato seguito dai principali leader politici, comandanti militari e leader tribali della regione. La nuova regione “semi-autonoma“, la Cirenaica, si estenderà dal centro della città costiera di Sirte, città natale di Gheddafi, al confine del paese con l’Egitto. Secondo gli esperti di energia, l’area detiene circa i due terzi delle riserve petrolifere del paese.

Gli osservatori della scena libica prevedono che la mossa sia mirata a dividere la nazione. Alla riunione di Bengasi, c’è stato un aperto invito alla ri-adozione della Costituzione del 1951, che ha riconosciuto come capitale amministrativa Tripoli e Bengasi come capitale finanziaria del paese. Sotto il re Idris, sovrano fantoccio filo-occidentale dell’epoca, la Libia era divisa in tre province, la Cirenaica a est, la Tripolitania a occidente e il Fezzan nel sud. Bengasi, dove il re risiedeva, era il centro del processo decisionale. Gli Stati Uniti avevano basi militari nelle vicinanze, mentre le grandi società petrolifere occidentali monopolizzavano le risorse petrolifere del paese. Dopo che Gheddafi salì al potere, nazionalizzò l’industria petrolifera e costrinse gli Stati Uniti a lasciare le sue basi.

Zubeir Sheikh Ahmad al-Sanussi, che è emerso come leader del gruppo di Bengasi, è un pronipote di re Idris. Il meeting di Bengasi ha respinto la decisione del Consiglio Nazionale di Transizione Libico (CNT) di assegnare 60 posti alla regione orientale nell’Assemblea [composta] da 200 membri. I leader chiedono circa 100 posti a sedere per la regione [orientale]. E’ previsto che le elezioni per un nuovo governo si terranno nel mese di giugno. Ma con un forte blocco di potere, emergente nel est,  sostenuto dall’Occidente e il prevalere di una generale illegalità in buona parte del paese, sarebbe un compito in salita per il governo ad interim a Tripoli sorvegliare il trasferimento pacifico del potere ad un’Assemblea eletta.

Più di 100 milizie, cariche di armi letali, sono barricate nelle principali città del paese. Esse non sono disposte a integrarsi nell’esercito nazionale o a consegnare le armi. Nella capitale, Tripoli, l’aeroporto principale e gli edifici governativi più importanti sono ancora sotto il controllo di opposte milizie. Frequenti scontri sono scoppiati nella capitale e in altre parti del paese poichè ogni milizia cerca di espandere il suo territorio. I sette mesi di guerra, inflitti dalle forze della NATO, non hanno solo mietuto migliaia di vite, ma anche distrutto le infrastrutture del paese.

Mustafa Abdul Jalil, il presidente del CNT, ha descritto la dichiarazione di Bengasi come “l’inizio di una congiura contro i libici“, che potrebbe portare alla disintegrazione finale del paese. Ha accusato “alcuni paesi arabi” di incoraggiare i movimenti secessionisti. Il Qatar, che è stato tra i primi sostenitori e sponsor della contro-rivoluzione contro Gheddafi, si dice che abbia un posto di rilievo nella lista dei paesi arabi dietro il complotto. Alti funzionari a Tripoli hanno criticato l’ingerenza del piccolo ma ricco emirato del Golfo negli affari interni del paese dopo la cacciata di Gheddafi. Abdel Rahman Shalgham, ambasciatore della Libia presso le Nazioni Unite, aveva ottimamente domandato, alla fine dell’anno scorso, “Chi è il Qatar?” Era arrabbiato per la continua interferenza del Qatar negli affari interni della Libia e il suo sostegno alle milizie islamiche e ai politici.

In dichiarazioni rilasciate nella prima parte dell’anno, Mustafa Jalil aveva detto che la Libia era caduta in uno stato di “guerra civile“.
Sirte, che è stata ridotta in macerie dai bombardamenti NATO, è occupata da combattenti di Misurata. Decine di migliaia di sostenitori di Gheddafi continuano a languire in prigione. Le agenzie internazionali hanno fornito crudi resoconti delle torture che essi hanno subito nelle mani dei loro carcerieri. Molti cittadini, tra cui un ex ambasciatore libico in Francia, Omar Brebesh, sono morti a seguito di brutali torture in carcere. La città di Tawergha nei pressi di Misurata è stata spopolata con la forza perché i suoi abitanti sostenevano Gheddafi. Amnesty International, in un rapporto sulla Libia, pubblicato nel mese di febbraio, ha documentato dettagli sul diffuso abuso dei diritti umani nel paese. Un portavoce dell’organizzazione ha detto che le milizie nel paese “sono in gran parte fuori dal controllo del governo“.


Navi Pillay, capo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), ha chiesto alle autorità libiche di prendere il controllo delle prigioni.
Ci sono torture, esecuzioni extragiudiziali, stupri di uomini e donne“, ha detto a fine gennaio.

Il governo di Tripoli, sostenuto dalla Nato, ha fatto sapere che garantirà il primato della legge della Sharia nel paese. Sotto Gheddafi, le donne godevano di una notevole libertà. La poligamia era vietata. Un uomo doveva avere il consenso legale della moglie per divorziare. Gheddafi aveva incoraggiato le donne a far parte della forza lavoro. Il governo ad interim ha annunciato che allenterà le severe norme contro la poligamia.

La maggior parte dei leader delle milizie anti-Gheddafi, pur essendo sostenuti dall’Occidente, sono islamisti dichiarati. I leader delle milizie libiche si coordinano ora con l’Esercito Libero Siriano che combatte contro il governo di Damasco. L’ambasciatore russo all’Onu, Vitaly Churkov, ha accusato il governo libico di addestrare ribelli siriani nei campi libici e poi di inviarli di nuovo in Siria.
Human Rights Watch (HRW) ha citato esempi di lavoratori migranti dall’Africa sub-sahariana fatti oggetto di detenzioni e di esecuzioni sommarie da parte delle milizie.

Baso Sanggu, Presidente del Consiglio di sicurezza dell’ONU e ambasciatore del Sudafrica presso le Nazioni Unite, ha detto che la NATO doveva essere indagata per violazioni dei diritti umani. I raid aerei della NATO hanno portato alla morte di migliaia di civili innocenti. La distruzione di Sirte è soprattutto opera delle forze della NATO. Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite ha concluso che la NATO non ha esaminato a sufficienza i raid aerei condotti sulla Libia. Le Nazioni Unite avevano dato mandato ad una “no-fly zone” sopra la Libia con il chiaro obiettivo di proteggere i civili. Droni della NATO e forze speciali hanno giocato un ruolo chiave nel facilitare la cattura di Gheddafi. Egli fu in seguito torturato e ucciso dai suoi rapitori. Il rapporto ha anche detto che le milizie stavano continuando con i loro “crimini di guerra“.

Un altro rapporto, divulgato nel mese di gennaio, da parte di gruppi per i diritti umani dell’Asia occidentale, che comprendono l’Organizzazione Araba dei Diritti Umani, il Centro Palestinese per i diritti umani e il Consorzio di Assistenza Legale Internazionale, ha concluso che vi erano pesanti prove che coinvolgevano la NATO in crimini di guerra in Libia.
La NATO ha partecipato a quelle che potrebbero essere classificate come azioni offensive intraprese dalle forze di opposizione, ivi compresi, ad esempio, gli attacchi contro le città mantenute dalle forze di Gheddafi. Allo stesso modo, la scelta di taluni obiettivi, come i magazzini alimentari regionali, solleva, a prima vista, domande riguardanti il ruolo di tali attacchi in relazione alla protezione dei civili “, afferma il rapporto.  La missione ha trovato la prova più schiacciante di crimini di guerra della NATO nella città di Sirte. Gli Stati Uniti avevano speso circa 2 miliardi di dollari per le loro “operazioni speciali” che alla fine hanno portato alla macabra uccisione di Gheddafi. Francia e Gran Bretagna erano gli altri paesi della NATO di rilievo che hanno giocato un ruolo chiave nel garantire un cambio di regime in Libia.
Qatar e Arabia Saudita hanno aperto i cordoni della borsa e hanno lanciato un blitz di propaganda sotto gli auspici di Al Jazeera e Al Arabiya, rispettivamente, demonizzando Gheddafi e mascherando le colpe delle milizie libiche e dei loro protettori.

Ci sono rapporti nei media arabi secondo cui i lealisti di Gheddafi hanno iniziato raggrupparsi sotto la bandiera del movimento “Green Resistance“.
Il giornale egiziano Al Ahram ha riferito che combattenti della Resistenza Verde avevano da poco preso d’assalto il carcere di Misurata ed ucciso 145 guardie. C’è chi sostiene che centinaia di combattenti siano stati uccisi dalla resistenza dall’inizio dell’anno per la loro fedeltà al nuovo governo.

Il gruppo etnico dei Tuareg, che è stato con Gheddafi fino alla fine, mentre parteggia con la resistenza, si è anche collegato con ai suoi confratelli nel vicino Mali e Niger. I Tuareg, conosciuti per il loro particolare stile nel vestire e il loro stile di vita nomade, hanno chiesto uno stato separato. Gruppi ben armati di tuareg hanno attaccato, negli ultimi mesi, città in Niger e in Mali. Armi sofisticate dei depositi di armi libici sono fluite non solo verso gruppi di islamisti militanti, ma anche verso gruppi che combattono per rovesciare i governi nella regione del Sahel al confine con la Libia. L’intervento militare della NATO in Libia ora minaccia di destabilizzare l’intera regione e oltre.

http://www.frontlineonnet.com/stories/20120406290605700.htm

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  • Slipping into chaos

[20.03.2012]  by JOHN CHERIAN

One year after the NATO intervention, Libya faces disintegration as the oil-rich eastern region seeks semi-autonomy.

LIBYA seems to be on the verge of disintegration one year after the military intervention by the North Atlantic Treaty Organisation (NATO). In the first week of March, leaders from its oil-rich eastern region, which includes Benghazi, the focal point of the Western-backed rebellion that ousted Muammar Qaddafi, announced their intention to seek “semi-autonomy” from the central government. The meeting in Benghazi, where the decision was taken, was attended by major political leaders, military commanders and tribal leaders from the region. The new “semi-autonomous” region, Cyrenaica, will extend from the central coastal city of Sirte, Qaddafi’s hometown, to the country’s border with Egypt. According to energy experts, the area holds around two-thirds of the country’s oil reserves.

Observers of the Libyan scene predict that the move is aimed at partitioning the country. At the Benghazi meeting, there was an open call for the re-adoption of the 1951 Constitution, which recognised Tripoli as the administrative capital and Benghazi as the financial capital of the country. Under King Idris, the pro-Western puppet ruler at the time, Libya was divided into three provinces, Cyrenaica in the east, Tripolitana in the west and Fezzan in the south. Benghazi, where the King resided, was the centre of decision making. The United States had military bases nearby while big Western oil companies monopolised the country’s oil resources. After Qaddafi came to power, he nationalised the oil industry and forced the U.S. to vacate its bases.

Sheikh Ahmad Zubeir al-Sanussi, who has emerged as the leader of the Benghazi group, is a grand-nephew of King Idris. The Benghazi meeting rejected the decision of the Libyan Transitional National Council (NTC) to allocate 60 seats to the eastern region in the 200-member Assembly. The leaders are demanding around 100 seats for the region. Elections for a new government are scheduled to be held in June. But with a powerful Western-backed power bloc emerging in the east and general lawlessness prevailing in most parts of the country, it would be an uphill task for the interim government in Tripoli to supervise a peaceful transfer of power to an elected Assembly.

Over 100 militias, flush with lethal arms, are bunkered down in the major towns of the country. They are unwilling to integrate into the national army or give up their arms. In the capital, Tripoli, the main airport and major government buildings are still under the control of opposing militias. Frequent clashes have erupted in the capital and other parts of the country as each militia has been trying to expand its turf. The seven-month-long war inflicted by the NATO forces not only claimed thousands of lives but also destroyed the country’s infrastructure.

Mustafa Abdul Jalil, the NTC Chairman, has described the Benghazi declaration as “the beginning of a conspiracy against Libyans” which could lead to the eventual disintegration of the country. He blamed “some Arab nations” for encouraging the secessionist moves. Qatar, which was among the early backers and sponsors of the counter-revolution against Qaddafi, is said to figure prominently on the list of the Arab countries behind the conspiracy. Senior officials in Tripoli have been critical of the interference of the tiny but rich Gulf emirate in the internal affairs of the country following the ouster of Qaddafi. Abdel Rahman Shalgham, Libya’s Ambassador to the United Nations, had famously asked, late last year, “Who is Qatar?” He was angered by Qatar’s continued interference in the internal affairs of Libya and its backing of Islamist militias and politicians.

In statements issued earlier in the year, Mustafa Jalil had said that Libya had descended into a state of “civil war”. Sirte, which was reduced to rubble by NATO bombing, is occupied by fighters from Misrata. Tens of thousands of Qaddafi supporters continue to languish in jail. International agencies have provided graphic accounts of the torture they endured at the hands of their captors. Many citizens, including a former Libyan Ambassador to France, Omar Brebesh, died following brutal torture in prison. The town of Tawergha near Misrata has been depopulated forcibly because its residents supported Qaddafi. Amnesty International, in a report on Libya released in February, has documented details about the widespread abuse of human rights in the country. A spokesman for the organisation said that militias in the country “are largely out of control of the government”.

Navi Pillay, the chief of the United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR), asked the Libyan authorities to take control of the prisons. “There is torture, extrajudicial killings, rape of both men and women,” she said in late January.

The NATO-backed government in Tripoli has said that it will guarantee the primacy of Sharia law in the country. Under Qaddafi, women enjoyed considerable freedom. Polygamy was banned. A man needed his wife’s legal consent to get a divorce. Qaddafi had encouraged women to join the workforce. The interim government has announced that it will relax the strict rules against polygamy.

The majority of the anti-Qaddafi militia leaders, despite being backed by the West, are avowed Islamists. Libyan militia leaders are now coordinating with the Free Syrian Army fighting against the government in Damascus. The Russian Ambassador to the U.N., Vitaly Churkov, has accused the Libyan government of training Syrian rebels in Libyan camps and then sending them back to Syria.

Human Rights Watch (HRW) has given instances of migrant workers from sub-Saharan Africa being targeted for detention and summary executions by the militias. Baso Sanggu, the President of the U.N. Security Council and South Africa’s Ambassador to the U.N., said that NATO had to be investigated for human rights abuses. NATO air raids resulted in the death of thousands of innocent civilians. The destruction of Sirte is mainly the handiwork of NATO forces. A new U.N. report has concluded that NATO has not sufficiently investigated the air raids it conducted over Libya. The U.N. had mandated a “no-fly zone” over Libya with the overt aim of protecting civilians. NATO drones and Special Forces had played a key role in facilitating the capture of Qaddafi. He was later tortured and shot by his captors. The report also said that the militias were continuing with their “war crimes”.

Another report, by the West Asian Human Rights Groups, which included the Arab Organisation of Human Rights, the Palestinian Centre for Human Rights and the International Legal Assistance Consortium, released in January, concluded that there was strong evidence to implicate NATO in war crimes in Libya. “NATO participated in what could be classified as offensive actions undertaken by the opposition forces, including, for example, attacks on towns and cities held by Qaddafi forces. Equally, the choice of certain targets, such as regional food warehouses, raises prima facie questions regarding the role of such attacks with respect to the protection of civilians,” the report stated. The mission found the strongest evidence of NATO war crimes in the city of Sirte. The U.S. had spent around $2 billion for its “special operations” which finally led to the grisly assassination of Qaddafi. France and Britain were the other notable NATO countries that played a key role in guaranteeing regime change in Libya. Qatar and Saudi Arabia opened up their purse strings and launched a propaganda blitz through the auspices of Al Jazeera and Al Arabiya respectively, demonising Qaddafi and whitewashing the sins of the Libyan militias and their patrons.

There are reports in the Arab media that Qaddafi loyalists have started regrouping under the banner of the “Green Resistance” movement. Al Ahram, the Egyptian newspaper, reported that Green Resistance fighters had recently stormed the prison in Misrata and killed 145 guards. There are claims that hundreds of fighters owing allegiance to the new government have been killed by the resistance since the beginning of the year.
The Tuareg ethnic group, which stood by Qaddafi until the very end, while siding with the resistance, has also linked up with its kinsmen in neighbouring Mali and Niger. The Tuaregs, known for their distinct style of dressing and nomadic lifestyle, have been demanding a separate state. Well-armed Tuareg groups have, in recent months, attacked towns in Niger and Mali. Sophisticated arms in the Libyan armoury have trickled down not only to militant Islamist groups but also to groups fighting to overthrow governments in the Sahel region bordering Libya. NATO’s military intervention in Libya now threatens to destabilise the whole region and beyond.

http://www.frontlineonnet.com/stories/20120406290605700.htm

Preso da:https://gilguysparks.wordpress.com/2012/03/21/libia-dal-caos-alla-dissoluzione-pianificata/

L’intervento in Libia e la negazione della legalità internazionale

[07.01.2012] (trad. di Levred per GilGuySparks)

L’Europa è ormai l’unica forza capace di realizzare un progetto di civiltà (…) Gli Stati Uniti e Cina hanno già iniziato la conquista dell’Africa. Quanto tempo aspetta l’Europa a costruire l’Africa di domani?
Nicolas Sarkozy, 2007.

Gli insorti libici meritano il sostegno di tutti i democratici.
Bernard-Henri Lévy, 2011.

Quando un popolo perde la propria indipendenza dall’esterno, non mantiene per molto la propria democrazia all’interno.
Régis Debray, 1987.

Le potenze occidentali invocano una vaga “morale” internazionale, simile a quella che prevalse nel XIX secolo, mentre ignorano il diritto internazionale che considerano, semmai, un semplice insieme di procedure.
Questa “morale”, prodotto surrogato occidentalista, è in perfetta armonia con la flagrante violazione dei principi fondamentali che costituiscono il nucleo della Carta delle Nazioni Unite, e con un chiaro disprezzo per le Nazioni Unite dal momento in cui il Consiglio di Sicurezza, organo oligarchico, viene neutralizzato dalle divisioni tra le grandi potenze e non può essere manipolato che da alcune di loro.
Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna si considerano sempre “le uniche forze in grado di realizzare un progetto di civiltà”, sebbene si affrontino l’un l’altro quando i loro interessi economici e finanziari non coincidono.


Le operazioni militari e le ingerenze indirette si succedono.
Anders Fogh Rasmussen stesso, Segretario generale della NATO, si incarica di annunciarle: “Come ha dimostrato la Libia, non possiamo sapere dove la prossima crisi esploderà, ma esploderà” (5 settembre 2011).

Non si tiene conto delle preoccupazioni espresse dagli stati del Sud realmente indipendenti. Le parole di Thebo Mbeki, ex presidente del Sud Africa, sono significative: “Quello che è successo in Libia potrebbe essere un precursore di ciò che può accadere in un altro paese. Penso che tutti dovrebbero esaminare la questione, perché è un grande disastro” (20 settembre 2011).

Al contrario, la Francia ha avuto una quasi totale unanimità al momento di applaudire le operazioni militari contro la Libia e l’esecuzione sommaria di Muammar Gheddafi. Da Bernard-Henri Lévy al presidente Sarkozy, passando per Ignacio Ramonet, dalla UMP (a destra) al Partito comunista (con qualche riserva), passando per il Partito socialista e tutti i principali media (da Al-Jazeera a Le Figaro): “in nome di una strage solo possibile, si è perpetrato un massacro ben reale, si è scatenata una guerra civile mortifera” (1) e si è ammessa la violazione di un principio fondamentale in vigore, la sovranità di uno Stato membro delle Nazioni Unite.

Lo stesso è accaduto nella maggior parte dei paesi occidentali, che non hanno prestato la minima attenzione alla proposta di mediazione dell’Unione Africana o del Venezuela, né hanno voluto affidare alle Nazioni Unite la responsabilità di una negoziazione o di una conciliazione.
Lo spirito guerresco è stato imposto improvvisamente senza che si producesse una reazione dell’opinione pubblica, non interessata, a causa della scomparsa della leva nell’esercito e a causa della professionalizzazione (o anche a causa della privatizzazione, almeno parzialmente, come in Iraq), dei conflitti armati. Se la sinistra francese non ha contestato, come aveva fatto in passato contro le diverse aggressioni occidentali, è accaduto perché, al di là del “democraticismo” di rigore, si trattava di africani e arabi e dei problemi del “Sud”, senza rendimento elettorale, dato lo stato ideologico medio dei francesi alla fine del mandato di Nicolas Sarkozy (2).
Se la destra, soprattutto i conservatori francesi, opta per ingerenze sempre più aperte nei paesi del Sud, è perché, al di là degli interessi economici (soprattutto energetici) di grandi aziende che operano nel Sud, le avventure all’aria aperta sono sempre benvenute in tempi di grave crisi interna.
Il risultato complessivo è stato, se non la morte del diritto internazionale, almeno il suo ingresso in un coma profondo (3).


1. L’esclusione della Libia di Gheddafi dal beneficio del diritto internazionale

In un continente dove le elezioni sono di solito un’autentica farsa, le elezioni presidenziali in Costa d’Avorio nel 2010, un vero esempio da manuale, adulterate da una ribellione armata per più di otto anni che aveva il sostegno della Francia e che occupava tutto il nord del paese, hanno lasciato il posto ad un intervento delle Nazioni Unite e all’esercito francese per rimuovere forzatamente il presidente Gbagbo. L’occupazione totale della Costa d’Avorio nel 2011 da parte dei ribelli, con il supporto di ONUCI e delle truppe francesi della Licorne, piena di massacri (come quella di Duekoué), ha provocato appena le reazioni dei giuristi francesi (4).

Sembra che i pretesti addotti dalle autorità francesi (repressione contro manifestanti civili, non rispetto del risultato delle “elezioni”) abbiano posto la dottrina prevalente nel pensiero politico, che impedisce di effettuare i controlli necessari delle accuse politiche ufficiali (5) .
In nome di un “legittimità democratica” indefinita, approvata dalla maggioranza congiunturale del Consiglio di Sicurezza, “stimolata” da uno Stato al contempo giudice e parte, siamo giunti fino ad ammettere che un governo sia rovesciato con la forza per installarne un altro, con il sostegno di una delle parti in conflitto.
Con molti mesi d’intervallo, l’intervento in Libia fa parte della strategia applicata in Costa d’Avorio, che ha poco a che fare con la politica di sostegno, più tarda, dei movimenti popolari in Tunisia ed Egitto (6).
Brutalmente, in nome di una minaccia per gli avversari del governo della Jamahiriya, il cui carattere improbabile è stato dimostrato da Rony Brauman, alla Libia è stato negato lo status di pieno soggetto del diritto internazionale, “membro regolare” della comunità internazionale. Ci sono voluti solo una manifestazione il 15 febbraio 2011 in una città del paese, seguita da una rivolta il 17 nella stessa città di Bengasi, perché uno stato che era da lungo tempo membro delle Nazioni Unite, che aveva tenuto la presidenza dell’Unione Africana e aveva trattati firmati con vari paesi, in particolare con Francia e Italia, fosse espulso dalla comunità internazionale. Il Consiglio di sicurezza si è basato su informazioni provenienti da fonti di informazione molto parziali sui fatti di Bengasi, quelli di una delle parti in conflitto (gli insorti) e un mezzo di comunicazione, Al Jazeera (7), senza che sia stata condotta un’inchiesta o sia stata cercata una “soluzione, soprattutto, mediante una negoziazione, un’investigazione, una mediazione, una conciliazione (…) o altri mezzi pacifici” (articolo 33 della Carta).

Il Consiglio di Sicurezza ha adottato con precipitazione estrema (8) la Risoluzione 1970 del 26 febbraio, cioè, solo qualche giorno dopo gli scontri scoppiati a Bengasi, a differenza di molti altri conflitti nel mondo, che provocarono reazioni molto tarde (9). Non sono furono presi in considerazione i commenti dell’India circa il fatto che “non c’era praticamente alcuna dichiarazione credibile sulla situazione nel paese.” Si è ritenuto colpevole immediatamente lo stato e si è deciso che il leader libico Muammar Gheddafi doveva comparire davanti al Tribunale Penale Internazionale senza un esame contraddittorio dei fatti.
Su iniziativa della Francia, degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, nonostante l’astensione di Cina, Russia, India, Brasile e Germania, si ripeteva la procedura applicata con l’Iraq, contro il quale “vi erano prove sufficienti“, come quelle che Colin Powell ha esposto nel 2003, Tripoli è stata distrutta come lo fu Baghdad.
La Risoluzione 1973 del 17 marzo completava la 1970 del 26 febbraio. Era basata sulla “necessità di proteggere la popolazione civile” senza  che il Consiglio di Sicurezza avesse remore nel proclamare il suo “rispetto per la sovranità e l’indipendenza” della Libia. Il suo scopo era “la cessazione delle ostilità” e di “ogni forma di violenza“. I metodi consigliati per realizzarla erano di “facilitare il dialogo” mentre si controllava lo spazio aereo al fine di evitare l’intervento dell’aviazione libica. La NATO e poi, sotto il suo comando, in particolare Francia e Gran Bretagna, si incaricarono di eseguire le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Si davano tutti gli elementi di un atto arbitrario al di fuori della legalità internazionale.
In primo luogo, l’estrema ambiguità delle risoluzioni. Il “dovere di proteggere i civili preventivamente” è un po ‘come il concetto di “autodifesa preventiva“, mera elusione del divieto di aggressione. Inoltre, la nozione di “civile” è vaga.
Che dire dei “civili” armati?
La violenza verbale di Muammar Gheddafi non può essere assimilata a una repressione illegale. La nozione di “legittimità democratica” usata in modo esplicito dal Consiglio di Sicurezza per condannare il governo di Gbagbo in Costa d’Avorio è il riferimento implicito che ha permesso di tacciare il governo libico come antidemocratico e come una minaccia alla pace internazionale. Il Consiglio di Sicurezza e le potenze occidentali si sono erette così giudici della “validità” dei regimi politici nel mondo.

Va notato, anzitutto, che queste risoluzioni, la 1970 e la 1973, hanno un carattere contraddittorio. Fanno riferimento alla sovranità e alla non ingerenza, ma “autorizzano” gli stati membri delle Nazioni Unite a prendere “tutte le misure necessarie” per proteggere i civili, “ma escludendo l’uso di una forza di occupazione straniera di qualsiasi tipo in qualunque parte del territorio libico” e chiarendo che gli unici voli consentiti sul territorio sono quelli “il cui scopo sia umanitario“.
In secondo luogo, queste risoluzioni che dicono una cosa e il suo contrario (le Nazioni Unite non hanno creato il Comitato di Stato Maggiore, nè la polizia internazionale ai sensi della Carta) hanno creato le condizioni per l’intervento della NATO, gli obiettivi e le dichiarazioni ufficiali si sono evolute rapidamente dalla dimensione “protettiva” alla dimensione distruttiva del governo di Tripoli.
Il Consiglio di Sicurezza, che dovrebbe essere uno strumento di riconciliazione e di mantenimento della pace, in realtà è diventato uno strumento di guerra. La dichiarazione congiunta di Sarkozy, Obama e Cameron del 15 aprile 2011 è significativa: “non si tratta di rovesciare Gheddafi con la forza“, ma “fino a che Gheddafi è al potere, la NATO… deve mantenere le sue operazioni.
Il ricorso alla forza armata aerea e ad intensi bombardamenti aerei (della durata di otto mesi) delle città e delle vie di comunicazione aveva un solo scopo, aiutare il CNT a Bengasi e liquidare il governo di Gheddafi, con la promessa di una contropartita di petrolio al termine del conflitto (10).
L’intervento di terra, formalmente proibito dal Consiglio di Sicurezza, si è verificato anche prima che gli attacchi aerei cominciassero. Il rapporto di CIRET-AVT [Centro Internazionele di investigazione sul terrorismo] e il già menzionato 2R Ct rivela la presenza di membri di alcuni servizi speciali occidentali (in particolare il DGSE [servizio segreto francese]), seguita da un intervento militare nell’ovest del paese di alcuni gruppi “binazionale”, provenienti da diversi paesi occidentali, in particolare attraverso il confine con la Tunisia, che era aperto. Le forniture di armi (soprattutto francesi, attraverso la Tunisia) sono diventate sempre più importanti.
E’ stato anche rivelato che intervennero truppe provenienti dal Qatar.
Significativamente, il governo francese ha omesso praticamente qualsiasi riferimento al diritto internazionale. Secondo lo stesso, la legalità si è ridotta a un atto di procedura, il consenso del Consiglio di Sicurezza, mentre sappiamo che le sue decisioni non sono soggette ad alcun controllo di legalità. Il paradosso è che per gli stati occidentali l’invocazione perenne ai diritti umani, alla democrazia e all’umanità in generale funziona in modo selettivo. Anche se questa pratica non è nuova, ora è diventata dilagante.
In particolare, se ci atteniamo al mondo arabo, le posizioni degli Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna sono caricature, così per la loro politica unilaterale, come per il loro comportamento nel Consiglio di Sicurezza e, in generale, alle Nazioni Unite.
La situazione dei curdi, della minoranza sciita nei paesi del Golfo, la repressione in Arabia Saudita, Bahrain (11) e negli Emirati Arabi Uniti, tra i quali si incontra il Qatar, alleato belligerante della NATO contro la Libia, non provocano alcuna reazione: in questi casi, i diritti umani e la democrazia non riguardano le potenze occidentali (12). Il caso più evidente è quello della Palestina. Nel Consiglio di Sicurezza due o tre paesi paralizzano il sostegno della maggioranza assoluta dei paesi membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per l’ammissione della Palestina come membro permanente delle Nazioni Unite. Con un “approccio umanitario” molto particolare, gli Stati Uniti e la Francia (a suo modo) (13) si oppongono al pieno riconoscimento di uno stato palestinese perché “potrebbe causare una recrudescenza della violenza, uno dei principali ostacoli per i negoziati con Israele“!
Dopo mezzo secolo di ostilità e di indifferenza, i paesi occidentali ritengono che il popolo palestinese debba continuare ad aspettare. Pertanto il suo spettacolare sostegno alle “rivoluzioni arabe” non ha nulla a che fare con una posizione di principio. “Non si può salutare l’avvento della democrazia nel mondo arabo e disinteressarsi di essa quando riguarda la questione nazionale palestinese“, scrive giustamente B. Stora (14).


Per le autorità occidentali ci sono due criteri di “sensibilità” per il mondo arabo e l’Islam. Tutto dipende dagli interessi in gioco. Il diritto umanitario e i diritti umani sono completamente estranei a questo. Le operazioni della NATO, la cui forza di shock era l’esercito francese, la sua aviazione e i servizi speciali, non sono riuscite a rispettare il diritto umanitario, anche se [il ministro francese degli affari esteri] Juppé ha reagito come donzella indignata, quando qualcuno “osava” menzionare vittime libiche civili dei bombardamenti NATO (15).
La guerra libica ha reso molto malconcio il diritto umanitario. La “protezione della popolazione civile” non è mai stata più di una nozione astratta, a scapito dei libici tramutati in vittime dei bombardamenti, del razzismo e della xenofobia, in militanti armati dall’estero o dallo stato, e in sfollati in fuga dai combattimenti. A questo si è venuto ad aggiungere un fenomeno di fuga dal territorio libico di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri nelle peggiori condizioni, con l’indifferenza quasi totale dell’Occidente e l’impotenza dei paesi vicini.
Il rapporto «Libye: un avenir incertain. Compte rendu de la misión d’évaluation auprès des belligérants libyens»  (Libia: Un futuro incerto. Rapporto della Missione di valutazione tra i belligeranti libici, Parigi, maggio 2011) preparato da un comitato di esperti (uno dei quali è Y. Bonnet, ex capo dell’antiterrorismo francese) sopra il quale i media hanno mantenuto un silenzio quasi totale (16), ha indicato che la rivoluzione libica non è stata una rivoluzione pacifica, che i “civili”, e il 17 febbraio, erano armati e hanno attaccato edifici civili e militari a Bengasi, in Libia non ci furono grandi manifestazioni pacifiche represse con la forza.
L’intervento esterno si è messo in atto come misura preventiva meno di 10 giorni dopo il primo incidente, e il 2 marzo, cioè due mesi dopo lo scoppio dei disordini nella parte orientale della Libia, la Corte penale internazionale ha aperto un procedimento contro Gheddafi e suo figlio Saif Al-Islam; i bombardamenti, che non si erano fermati per otto mesi e che causarono diverse migliaia di vittime civili (erano già un migliaio alla fine di maggio) hanno perso rapidamente il loro carattere militare per perseguire una finalità essenzialmente politica: rovesciare il governo della Jamahiriya e tentare di uccidere Gheddafi e il suo entourage con assassinii selettivi, un obiettivo che è stato raggiunto a Sirte il 20 ottobre, dopo un intervento dell’aviazione francese (17).
Per questo si bombardarono molti edifici pubblici che mancavano di interesse strategico (soprattutto a Tripoli e nelle città petrolifere di Ras Lanuf, Brega e Ajdabiya) (18), come anche si bombardarono le vie di comunicazione, molti elementi delle infrastrutture industriali, monumenti storici e così via. Presi insieme, questi fatti costituiscono crimini di guerra e crimini contro l’umanità che devono essere perseguiti dalla giustizia penale internazionale.
Per quanto riguarda gli omicidi selettivi (alla maniera dell’esercito israeliano contro i comandanti palestinesi) dei parenti di Gheddafi (tra cui diversi bambini) e dello stesso Gheddafi (per esempio, il bombardamento della casa privata di un figlio di Gheddafi, che ha ucciso due dei suoi nipoti), in alcun modo può essere considerata come parte di un’operazione di pace e di “protezione” sotto la bandiera dell’ONU. Se la Corte penale internazionale aveva giurisdizione per citare Gheddafi (19), anche i responsabili francesi dei bombardamenti e dei tentativi di assassinio dei dirigenti di uno stato membro delle Nazioni Unite, quali che fossero i reati da loro commessi, sono degni, quindi, di sanzioni ai sensi del diritto penale internazionale. Il caso più evidente è l’assassinio di Gheddafi stesso, con la collaborazione attiva della NATO e dell’aviazione francese.

La Risoluzione 1674 del Consiglio di sicurezza del 28 aprile 2006 nota che “gli attacchi deliberati contro i civili (…) in situazioni di conflitto armato sono una flagrante violazione del diritto umanitario internazionale“. Gli omicidi mirati hanno  in special modo un carattere criminale: il ruolo delle Nazioni Unite non è di comminare condanne a morte. Inoltre degne di nota, tra le illegalità palesi, sono le procedure per il congelamento dei beni libici pubblici e privati.
Infatti, le misure adottate durante la guerra libica non hanno tenuto conto delle risoluzioni 1452 (2002) e 1735 (2006) del Consiglio di sicurezza. I trasferimenti effettuati dalla Francia e dai suoi alleati europei al CNT non sono riusciti a soddisfare la normativa europea.
In realtà, il criterio giuridico occidentale sulla Libia occidentale si somiglia alle posizioni di G. Scelle nel suo manuale del 1943 sulla “Russia bolscevica”. Secondo questo autore classico, si doveva considerare quel governo come “illegale a livello internazionale” (20). Non si poteva ammettere la “Russia bolscevica” come soggetto di diritto. Infatti, fino al 1945 non fu parzialmente accettata.
Più di mezzo secolo dopo, le violazioni della legge commesse dall’Occidente in Libia non sono considerate tali, perché si stava distruggendo un regime odioso, “illegale” per natura. Quindi, non solo a certe persone, come i palestinesi sono negate la qualità di pieni soggetti del diritto internazionale, né alcuni Stati, i membri delle Nazioni Unite, hanno “diritto al diritto”.
L’approccio che emerge da questa pratica occidentale è che il diritto al diritto internazionale non lo detengono gli stati ma i regimi sostenuti dalle potenze occidentali.

2. Continuità e imperturbabilità dei giuristi

Per un giurista la prima osservazione che sorge è l’assordante silenzio degli esperti di diritto internazionale, simile a quello che, come minimo, ipotecò la natura scientifica dei loro giudizi circa l’Iraq, il Kosovo (21), l’Afghanistan e la Costa d’Avorio, per esempio.
La dottrina dominante tra gli esperti di diritto internazionale rimane “immobile”: gli ultimi manuali non esprimono la minima preoccupazione, mentre evitano di illustrare le loro argomentazioni accademiche con esempi tanto poco esemplari. Molti di questi dotti professori di diritto internazionale sono diventati ultra ciceroniani: Summum jus, summa injuria!
In effetti, per Cicerone un eccesso di legge porta alla peggiore ingiustizia. Allineati dietro la maggior parte del personale politico in Occidente, i giuristi considerano che il diritto internazionale quando limita troppo il “messianismo”, sebbene sia guerriero, di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, distrugge i valori civilizzatori dei quali sono portatori.
L’ideologia, formalmente respinta da loro, è onnipresente nella loro analisi: la “legittimità” prevale sulla “legalità”, qualcosa di sorprendente per i giuristi!
In realtà, implicitamente ammettono che gli stati occidentali si sono regolati da soli nell’interesse del Bene Comune. Non che quelli, strenui difensori dello “Stato di diritto”, ignorino la legge; per questi giuristi ciò che fanno le potenze occidentali si situa “al di sopra” del “legalismo inadeguato” nel nome di una “missione” superiore che deve compiersi senza ostacoli. Dato l’inconveniente a censurare la politica estera statunitense e il suo approccio anti multilateralista, la questione non è criticare le autorità francesi quando (durante l’apogeo del “bettatismo-kouchneriano” [22]) invocano i diritti umani per giustificare la loro ingerenza, in detrimento della sovranità dei paesi piccoli e medi.
Nel 2010-2011 il presidente Sarkozy era molto lontano dal “bettatismo” quando estese il campo dell’ingerenza al contenzioso elettorale (tutta una primizia!): la Francia si è eretta, insieme con gli Stati Uniti e le Nazioni Unite, a giudice costituzionale, in sostituzione di una corrispondente istanza della Costa d’Avorio e ha finito per ricorrere alla forza armata per cambiare il governo di Abidjan, con un tentativo di assassinio del presidente L. Gbagbo (23).

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La crisi libica è andata anche oltre, ha consolidato l’idea della “rivoluzione democratica” tra le cause che legittimano l’esclusione del diritto internazionale.
I giuristi ripristinano la vecchia concezione che fino alla metà del XX secolo (si vedano le dimostrazioni del professor Le Fur, per esempio, negli anni Trenta e Quaranta) distingueva tra soggetti di diritto internazionale e soggetti esclusi da questo diritto, creando le condizioni per un nuova egemonia imperiale occidentale. Tuttavia, come la distanza tra il pensiero dominante legale e le posizioni politico e mediatiche ufficiali tendono a scomparire, il diritto internazionale dei manuali e delle riviste accademiche continua ad essere un lungo fiume tranquillo, allo stesso modo delle pagine che gli dedica Wikipedia ( 24).
Alcuni di questi eminenti autori si concentrano sui problemi tecnici dell’Unione europea, un “pianeta” politico più serio, mentre altri, altrettanto illustri, evidenziano “la resistenza della sovranità rispetto ai progressi del diritto internazionale “(!) , progressi che si qualificano come “indiscutibili e importanti” negli ultimi decenni.
Il nuovo multipolarismo in gestazione non incontra il loro apprezzamento, sia alla Cina (spesso descritta come “arrogante”) e che alla Russia rimproverano di fare un uso del loro diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza, perché può provocare “disordine, incapacità, mancanza di organizzazione.
La breve configurazione unipolare che si ebbe alla fine dell’Unione Sovietica è piaciuta molto di più: grazie all’unipolarità occidentalista, che si pensava più duratura, si sarebbe stabilito il dominio effettivo del diritto internazionale, il potere di garantire “il buon governo”, attraverso la divisione funzionale, dato che gli Stati Uniti e i loro alleati sono attrezzati per inciso, senza alcun dubbio, di una “visione” universalista (25).
In ogni caso, il giurista che rappresenta l’occidente è uno che apprezza il principio di sovranità, anche se ha ispirato la Carta delle Nazioni Unite, in particolare in quanto il potere dal quale proviene è sovrano de facto.
Raramente parla di “violazione” della legge, e meno ancora di regressione. Ci sono solo “interpretazioni”, “aggiustamenti” che hanno lo scopo di difendere sempre meglio gli interessi di tutta l’umanità (26). Il giurista accademico preferisce parlare di “nuovi attori” della “comunità” internazionale, come le ONG e “l’individuo” (27), che hanno in gestazione la “società civile” internazionale …
L’intervento militare in Libia era basato (Risoluzione 1970 e il 1973 del Consiglio di sicurezza) sulla protezione dell’individuo civile minacciato da un potere orribile, come fecero nel XIX secolo i paesi europei, con i loro “interventi umanitari” contro l’Impero Ottomano. Le tesi della Santa Sede sono precorritrici di Bush, Sarkozy e Kouchner.
Il giurista inglese H. Wheaton giustificava con lo stesso criterio l’intervento britannico in Portogallo nel 1825, secondo lui “in conformità con i principi di fede politica e di onore nazionale“. Allo stesso modo, inoltre, è stato giustificato “l’intervento delle potenze cristiane d’Europa a favore dei Greci.”
Un secolo dopo, nel 1920, Dean Moye dell’Università di Montpellier ha dichiarato inequivocabilmente che “non si possono negare i benefici innegabili che spesso hanno portato le intrusioni (…) E’ molto bello annunciare il rispetto della sovranità, inclusa quella barbara, e dichiarare anche che un popolo ha il diritto di essere tanto selvaggio quanto vuole. Ma è altrettanto vero che il cristianesimo e l’ordine sono una fonte di progresso per l’umanità e che molte nazioni ci hanno guadagnato quando i loro capi, incompetenti o tirannici, sono stati costretti a cambiare i loro metodi, sotto la pressione delle potenze europee. La persuasione, di per sé, non sempre riesce nell’intento, e a volte è necessaria per sfruttare le persone a dispetto di se stesse“(28).

A chi, questo, non ricorda, con solo alcune varianti, l’analisi che hanno fatto un secolo dopo le autorità statunitensi, francesi, inglesi e dell’ONU contro Gheddafi e Gbagbo?
Solo coloro che, ancora oggi, condannano le spedizioni coloniali in nome di un senso di colpa “infondato”, quando, secondo la dottrina, si è trattato di combattere «la barbarie dei popoli selvaggi, che occupano un territorio senza titolo di esserne proprietari“, non sono in grado di percepire il significato civile e umano di intervento occidentale e l’eventuale necessità di neo protettorati, anche nei piccoli paesi occidentali “mal governati”.

Le Fur, eminente titolare della Cattedra di Diritto Internazionale presso la Facoltà di Giurisprudenza di Parigi, autore del Précis Dalloz 1931, di numerosi manuali tra il 1930 e il 1945, affiancato da altri insegnanti come Bonfils, Fauchille, ecc., ha sottolineato il tema della Civiltà contro la barbarie: “c’è in natura un’incompatibilità tra noi e gli arabi“, perché “il motto dell’arabo è: immobilità, e il nostro è andare avanti!” (sic) (29).

Le Fur, per quanto riguarda la colonizzazione, aggiunse che “la Francia l’ha messa in atto non solo per il loro bene ma per il bene comune dell’umanità“.
Per i giuristi contemporanei, gli Stati occidentali, sostenitori per natura del Bene e dell’interesse generale, aspirano, oggi come ieri, con tutti i mezzi a proteggere l’individuo e la popolazione civile dagli abusi del proprio stato.
Ebbene, il libico gheddafista è peggio che l’arabo del passato: la guerra contro di loro è “giusta”. Nulla è cambiato da quando un autore ottocentesco come H. Wheaton ha sostenuto, come avviene oggi, che “quando si va contro le basi su cui poggiano l’ordine e il diritto dell’umanità”, è giustificato l’uso della forza. Inoltre, l’Istituto di Diritto Internazionale non condivideva “l’utopia di chi vuole la pace a qualsiasi prezzo“.


G. Scelle, nel suo manuale pubblicato nel 1943 a Parigi, offre il suo contributo affermando che quando uno stato può mostrare “delle credenziali autentiche e reali, la proibizione del ricorso alle armi sembra difficile da accettare.”
Oggi poco importa che sia sorto un elemento nuovo, i principi della Carta delle Nazioni Unite. La Francia, per giustificare il suo ruolo nell’operazione contro Tripoli, addusse che aveva tutte le credenziali per intervenire, per esempio quelle che danno le Nazioni Unite, basate sui diritti umani, e quelle che dà la NATO, per salvare i libici da se stessi.
Inoltre, nella dottrina tradizionale legale (Gidel, La Pradelle, Le Fur, Sibert, Verdross, ecc.) vi è un accordo nel considerare il rispetto della proprietà come un principio fondamentale delle relazioni internazionali per il mondo civilizzato. Secondo M. Sibert, è anche “una verità indiscutibile“. Ebbene, era noto a tutti, nel 2011, che il governo  gheddafista aveva il controllo del petrolio libico, fino ad allora, per il resto del mondo, era stata una risorsa casuale, oggi come ieri, la libertà del commercio “vieta” la perdita del profitto che comportava l’accaparramento tripolitano.
Le voci di dissenso di alcuni professori come Carlo Santulli e P. M. Martin, per esempio, sono aumentate fortemente contro la violazione della legge nel caso libico; non si tratta di “difendere il governo” di fronte all’opinione pubblica “ma semplicemente di non trasformare l’analisi critica in una mostruosa propaganda“.
In Libia, come in Costa d’Avorio, il mondo occidentale e, soprattutto, lo stato francese hanno agito in coro per disumanizzare il “nemico” (anche M. L. Gbagbo Gheddafi), a prescindere dai contratti firmati sotto il loro patrocinio con i circoli degli affari: “né il sangue dei libici, né degli ivoriani ha alcun valore per noi“, conclude il professor C. Santulli.

Il giurista e il politico di destra, o di una certa “sinistra”, si allineano sulle stesse posizioni. La “morale” deve prevalere sullo “stretto legalismo”, come dichiarato alla stampa dall’ambasciatore americano a proposito del presidente ivoriano Gbagbo (30). Per il giurista, il positivismo deve cedere il passo al descrittivismo e al realismo. Il dibattito non è più appropriato. Come affermato da R. di Lacharrière, “dobbiamo abituarci all’idea che le controversie dottrinarie appartengano al passato.”
La descrizione acritica e compiacente fatta dai giuristi della politica estera suppone una legittimità senza riserve. La dottrina detta “scientifica” molto “occidentalocéntrica” ​​è in sintonia con i media mainstream. Adottando la dottrina dei diritti umani e della sicurezza che vantano le potenze occidentali le quali violano il diritto internazionale, costruito nel suo complesso dopo il 1945 (31), i giuristi accettano l’auto-proclamata divisione funzionale della NATO e dei suoi membri, portatori di valori euro-statunitensi e “civilizzatori”.

Non è molto chiaro se si tratti di un “diritto” o di un “dovere” di ingerenza, ma calpesta il principio di non ingerenza proclamato dalle Nazioni Unite. Ci sono ancora delle esitazioni sul principio della sovranità (menzionato, per precauzione, in tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, comprese quelle che la violano), ma la “legittimità democratica”, di confusa definizione, è ciò che deve prevalere. Non ha senso discutere della creazione di neoprotettorati, poiché ciò che si ha, è ufficialmente l’assistenza ad una “transizione democratica”.

Con i movimenti popolari nel mondo arabo del 2011, gli esperti di diritto internazionale arrivano al punto di ammettere la “rivoluzione” (diffamata e tacciata come arcaica in altre circostanze) (32) come generatrice della democrazia stessa.

Si deve supporre che i giuristi non devono limitarsi a descrivere ciò che è auspicabile, ma è anche vero che essi sono tenuti a mettere in discussione il processo di regressione e ad essere “critici vigilanti”.

3. la spedizione franco-britannica: l’imposizione di una politica imperiale perentoria

La spedizione di Francia, Gran Bretagna e altri paesi in Libia, si aggiunge alla tradizione imperiale delle grandi potenze occidentali. Il sarkozismo cerca di creare l’illusione di un ritorno alla grandeur della Francia e dell’Europa. Ma, come nel periodo coloniale, il petrolio libico di eccezionale qualità e facile da estrarre, e il gas sono il motivo principale per il cambiamento di governo di Tripoli. Gli accordi tra la Libia e Francia, Italia e Stati Uniti negli ultimi anni sono stati considerati inattendibili. Parigi e Londra, ha anche sostenuto una nuova divisione, non avendo ottenuto le migliori concessioni. Cosa c’è di più, sapevano che il governo libico prevedeva di aumentare il coinvolgimento dello Stato nel settore del petrolio dal 30% al 51%. Esisteva anche l’intenzione di sostituire le imprese occidentali con altre cinesi, russe e indiane. Dopo un periodo di compromesso, Tripoli si stava preparando ad attuare una nuova politica (33).
L’intervento francese non era estraneo a certi affari interni. L’elezione presidenziale si stava avvicinando e, in maniera simile a Bush negli Stati Uniti, un presidente uscente, sfavorito nei sondaggi, ha scoperto che una politica estera rapida e brillante in Libia (che sembra confermata dalle richieste di un calendario molto breve, espresse in varioe occasioni) avrebbe compensato i fallimenti di politica interna. Abbiamo anche dovuto insabbiare la crisi causata dagli stretti legami della Francia con i regimi di Ben Alì e Mubarak.

Un altro fattore che senza dubbio accelerato l’intervento militare della Francia è stata la rivelazione, fatta da Tripoli, che nel 2007 campagna elettorale di Nicolas Sarkozy è stata finanziata con “bustarelle” libiche. Inoltre, gli Stati Uniti volevano da tempo che i paesi europei si facessero carico delle spese militari occidentali, in particolare per proteggersi” in Africa  dalle alternative che fornivano la Cina e le potenze emergenti a ciascuno dei paesi africani. In tal modo il ruolo della Francia in un attacco contro la Libia si inserisce perfettamente nei piani degli Stati Uniti. D’altra parte, questa potenza intende installare in Libia nel Golfo della Sirte, il comando unificato (Africom, la cui attuale ubicazione è Stoccarda) finora rifiutato da tutti i paesi africani. Una Libia sorvegliata permetterà l’installazione di questo comando 42 anni dopo che la rivoluzione di Gheddafi aveva espulso le basi americane dalla Libia.

Uno degli obiettivi maggiormente messo in sordina dell’operazione per liquidare il governo di Tripoli è stata la necessità di rafforzare la sicurezza di Israele. Israele ha bisogno di paesi arabi non solidali con i palestinesi, come lo è stato efficacemente l’Egitto di Mubarak. I movimenti popolari in Tunisia ed Egitto ha creato una pericolosa instabilità. Questa incertezza deve essere compensata dalla scomparsa di un governo libico radicalmente anti-sionista.

Anche la Francia era molto preoccupata per i tentativi di Gheddafi di unire l’Africa. Le esitazioni dell’Unione Africana nel corso della crisi in Costa d’Avorio hanno dimostrato che l’organizzazione africana era impantanata in contraddizioni e che l’influenza francese è stata ridotta. L’influenza di Gheddafi e dei mezzi finanziari a sua disposizione gareggiava fortemente con quelli della Francia. L’eliminazione del leader libico (che la Francia aveva già tentato varie volte a partire dal 1975 (34) si considerava, quindi, come un modo per proteggere gli interessi francesi in Africa umiliando la Libia, che stava sul punto di diventare il finanziatore alternativo del continente (35).

Questa guerra in Libia, che è riuscita per l’intervento in Costa d’Avorio e per le molte operazioni in Medio Oriente, ha un significato generale. I paesi occidentali sono in difficoltà. Incapaci di risolvere le loro grandi contraddizioni di natura economica e finanziaria, tendono a sviluppare una politica estera aggressiva, nonostante il suo alto costo, per recuperare il più possibile le risorse che essi non dispongono  e al tempo stesso per distrarre le loro opinioni pubbliche.

L’urgenza è dovuta anche all’irruzione delle potenze emergenti che pregiudicano gli interessi occidentali, non imponendo clausole politiche nei contratti e negli accordi che stipulano. Sembra che l’Occidente sia convinto che “domani sarà troppo tardi”.
Questa politica d’urgenza obbedisce ad un “modello” noto, le cui tappe sono ogni volta più brevi.

L’intervento militare è solo l’ultimo passo dell’ingerenza, il primo è un’operazione sistematica per screditare il governo che deve essere eliminato.
Il secondo passo è quello di sensibilizzare e mobilitare alla diaspora, in particolare con l’aiuto dei “nuovi media” (36): i libici con doppia nazionalità che vivono in Europa e negli Stati Uniti, che sembra abbiano giocato un ruolo decisivo contro Tripoli, in quanto hanno contribuito a mobilitare segmenti della popolazione, soprattutto giovani senza memoria politica (37) di fronte a un potere politico che consideravano “esaurito” (38).
Il terzo passo è quello di cercare il sostegno internazionale. La Francia, che ha condotto l’attacco contro la Libia, ha cercato non solo di formare una coalizione con i suoi alleati tradizionali (come l’Italia [39], anche se questo paese aveva dovuto rafforzare i suoi legami con Tripoli, nel periodo immediatamente precedente l’intervento militare), ma anche con i paesi del Sud, per poter contare sul loro avvallo. La partecipazione del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti, e l’appoggio dell’Arabia Saudita (principale fornitore di petrolio alla Cina), sono stati fondamentali per legittimare l’intervento militare e dissimulare formalmente il suo aspetto neocoloniale.
Il quarto passo è quello di ottenere la copertura delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti possono comodamente fare a meno dell’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, gli europei e soprattutto la Francia, al contrario, cercano di rimanere nel quadro delle procedure delle Nazioni Unite, sebbene violino senza scrupoli lo spirito e spesso le principali disposizioni delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza e della Carta stessa.
Infine, la quinta tappa è l’operazione militare, condotta con il consenso di una opinione pubblica prefabbricata. Questo ultimo passo dimostra che il Consiglio di Sicurezza è ormai un mero strumento di ingererenza e di guerra, tranne quando Russia e Cina, le cui priorità non sono politiche bensì fondamentalmente economiche, esercitano in forma aleatoria il loro diritto di veto. Ciò evidenzia il declino globale delle Nazioni Unite come struttura di riconciliazione e di pace, che può presagire la sua morte, così come la Società delle Nazioni. Quando c’è un conflitto interno in un paese che le potenze vogliono sanzionare, il capitolo VII della Carta pemette di liquidarne il governo. I diritti umani e la “legittimità democratica” sono argomenti semplici per legittimare la violenza armata. La “popolazione civile”, senza che nessuno verifichi con un procedimento contraddittorio chi è realmente e soprattutto se è disarmata o armata (e da chi), diventa un vero soggetto di diritto, inducendo l’ingerenza (40).

Per ultimo, la falsa giustificazione morale data per questa politica si caratterizza di un primitivismo di base e di una enorme volgarità ideologica (distinzione tra bene e male, tra democrazia e dittatura, ecc) .. Logicamente, include la violenza “solo” contro “il nemico” e si spinge fino ad ammettere l’omicidio per eliminare un leader indesiderato (41).

Durante la guerra di Libia, il bombardamento francese, citando la formula “distruzione dei centri di comando”, è andato più volte contro le persone vicine a Gheddafi (uccidendo molti dei suoi figli e nipoti) e contro lo stesso Gheddafi. Questi omicidi politici hanno reso evidente che la Francia non ha voluto una trattativa o una conciliazione, ma l’Onu lo ha ignorato. Per molte di quelle che sono peculiarità del conflitto libico, non si tratta di un caso sui generis.
Il significato generale è: la crisi globale che colpisce l’economia mondiale sotto l’egemonia occidentale provoca una fuga in avanti e può causare altre operazioni della stessa natura contro vari “nemici” già designati, se falliscono i tentativi di destabilizzazione interna, ma “assistiti “dall’esterno.
Le contraddizioni del sistema, premendo, impongono un ordine mondiale che escluda la coesistenza di diversi regimi e rispetti la sovranità di ciascuno.
Per le persone colpite questo significa, ancora una volta, la scomparsa della sovranità nazionale e l’indipendenza in nome di una “modernità” di tipo imperiale e di una sovranità ‘popolare’ formale; all’accaparramento dei clan seguirà un freno allo sviluppo a causa della distruzione e dell’organizzazione, e della corruzione speculativa.

Contro l’inerzia ideologica della maggior parte dei giuristi e dei politologi, di molti teorici indisturbati nel loro compiacimento, si può dire, senza peccare di esagerazione, che il diritto internazionale è andato in coma, le Nazioni Unite hanno fallito e, al posto della regolamentazione legale è emersa una dubbia “morale” internazionale, come l’ottocentesco periodo d’oro delle cannoniere. Si tratta di una nuova Conferenza di Berlino, 128 anni dopo la prima, il modello implicito della diplomazia internazionale?

Sarà la guerra in Libia un sintomo di un declino della civiltà?

[* Robert Charvin è un giurista internazionale, decano onorario della Facoltà di Giurisprudenza di Nizza.]

Note

(1) Y. Quiniou, “Retour sur la guerre à laquelle neocoloniale nous avons Assist”, L’Humanité, 24 ottobre 2011.

(2) Cfr. R. Dumas – J. Vergès, Sarkozy sous BHL, Edizioni P.G. De Roux, 2011.

(3) Cfr. p.m. Martin, che nel 2002 ha pubblicato “Le Droit internazionale Défaire: une politique américaine”, UTI Scienze Sociali di Tolosa, No. 3, 2002, pp 83 e segg. Nel 2011 le autorità francesi hanno preso il comando in questo processo di “smantellamento” del diritto internazionale.

(4) Cfr. R. Charvin, Costa d’Avorio 2011. La bataille di indépendance seconde, L’Harmattan, 2011.

(5) Cfr. Relazione della Commissione dei giuristi che possiede i diritti d’autore, che gli è valso il nuovo governo del presidente A. Ouattara “congelare i loro beni” in Costa d’Avorio.

(6) Le autorità francesi e i media mainstream hanno equiparato gli eventi in Tunisia, Egitto e Libia, creando una “morale”  conveniente agli interessi francesi per giustificare un’operazione militare contro il governo di Gheddafi. Tutto quello che avevano in comune era che i tre regimi si erano guadagnati le lodi dello stato francese poco prima di essere condannati per lo stesso stato.

(7) Al Jazeera, che da oltre 15 anni si era fatta strada nel mondo arabo come fonte primaria di informazioni, ha subìto una brusca virata e ha scatenato una feroce campagna contro il regime libico e siriano. Anche questo pregiudizio filo-occidentale della linea editoriale nel 2011 in seguito alla richiesta di un intervento armato del Gulf Cooperation Council e del Qatar, che ha portato alle dimissioni di vari giornalisti, è torbido. Tuttavia, la giornalista Marie Benilde (Le Monde Diplomatique, n. 117, giugno-luglio 2011), senza farsi più domande, scopre che Al Jazeera e Internet “hanno seminato la voce democratica nel vento della storia” (Quando la libertà profuma di Gelsomino, op .. cit. 49 ss.).

(8) La precipitazione stessa della Francia, che ha riconosciuto il CNT molto tempo prima che qualcuno avesse una responsabilità e il controllo effettivo di una parte considerevole del territorio libico.

(9) Il caso estremo è il conflitto israelo-palestinese: da più di mezzo secolo il Consiglio di Sicurezza non è riuscito a trovare una via d’uscita, nonostante le numerose risoluzioni dell’Assemblea Generale.

(10) Nelle città di Tripoli, Sirte e Sebha non vi fu alcuna aperta opposizione che portasse ad una forte repressione contro i civili. Ma queste città sono state pesantemente bombardate.

(11) In Bahrain, l’esercito saudita è intervenuto per reprimere una rivoluzione popolare e salvare il regime, con la piena approvazione dell’Occidente.

(12) L’unica cosa che è stata pubblicata dai media francesi circa lo status delle donne in Arabia Saudita è stato l’informazione, quasi elogiativa, del perdono di una saudita che aveva violato il divieto di guidare l’automobile, e l’annuncio che nel 2015 le donne potranno votare alle elezioni comunali.

(13) Il doppio gioco della Francia è proverbiale: votò a favore dell’incorporazione della Palestina presso l’UNESCO, e poi al Consiglio di Sicurezza contro la sua ammissione alle Nazioni Unite.

(14) Cfr. Quand la liberté du parfum Le Jasmin, op. cit., p. 32.

(15) il professor Pradelle Géraud denuncia il comportamento di alcuni giuristi occidentali che si son dedicati a spiegare agli stati maggiori degli eserciti e, a volte, agli ufficiali nel campo delle operazioni, come evitare gli ‘ostacoli’ del diritto umanitario che ostacolavano l’efficacia delle operazioni militari. Vedere “Des du droit international humanitaire faiblesses tiennent qui à sa natura” su Droit humanitaire. Mouvements puissants Etats et de résistance, D. Lagoto. (A cura di), L’Harmattan, 2010, pp 33 e segg.

(16) I media francesi, in particolare la televisione, hanno mostrato una mancanza di professionalità e di una enorme cattiva fede, propagandando ogni sorta di bugia sugli eventi legati al conflitto, mentre sono stati in silenzio sulla personalità dei membri del CNT (Mohamed Jibril, per esempio, ex ministro di Gheddafi, che era stato associato a diversi affari di B.-H. Lévy, come il commercio del legname in Malesia e in Australia). La stampa occidentale (con l’eccezione de l’Humanité in Francia) e le ONG umanitarie (eccetto MRAP) si sono mosse in punta di piedi sulle uccisioni razziste e xenofobe dei neri, sia libici che immigrati africani. Centinaia di migliaia di libici (ritenuti secondo un calcolo approssimativo 400.000) sono fuggiti nei paesi vicini, soprattutto in Tunisia. I bombardamenti della NATO hanno distrutto diversi ospedali e, recentemente, l’Ospedale Avicenna di Sirte, senza che si sollevasse il consueto coro di condanna delle organizzazioni umanitarie.

(17) L’esecuzione di Muammar Gheddafi era un’esigenza politica, giacché le autorità francesi e statunitensi consideravano “pericoloso”  un giudizio di fronte alla Corte Penale Internazionale. Il Centro di Pianificazione e di conduzione delle operazioni (CPCO), che dirige il Militaire Renseignement e il Service Action della DGSE, si incaricò di consigliare le unità del CNT di Sirte per “trattare la guida libica e la sua famiglia”, cioè eliminarli.

(18) Per esempio, a Tripoli, la Corte dei conti, nel Centro Anticorruzione, la Corte Suprema, diversi ospedali, mercati, sedi di diverse associazioni (come l’associazione per aiutare i disabili, il movimento delle donne, ecc) …

(19) 29-30 giugno 2011, l’Unione Africana ha dichiarato che i mandati di arresto emessi dalla Corte penale internazionale contro Gheddafi e i suoi soci non dovevano avere applicazione sul suolo africano. Jean Ping, Segretario generale dell’Unione africana, ha criticato aspramente Luis Moreno Ocampo, procuratore della Corte penale internazionale, definendolo uno ‘zimbello’ (un pagliaccio) e invitandolo mettere in pratica la legge, invece di sottomettersi alla politica occidentale.

(20) Citato da R. Charvin, “Le droit international enseigne tel qu’il uno été” in Mélanges Chaumont, Pedone, 1984, p. 138.

(21) Il professor Guilhaudis, per esempio, nel manuale Contemporaines Relations internationales, Litec, 2002, osa titolare una sezione:
“Infinito violento esplodere della Jugoslavia, a dispetto dell’ONU e della NATO’! (p. 730).

(22) Mario Bettati e Bernard Kouchner sono i teorici e i sostenitori della dottrina del “dovere di intervento umanitario” (NT).

(23) In Francia è stata presentata una denuncia contro l’esercito per “tentato omicidio di L. Gbagbo.” L’arresto del presidente della Costa d’Avorio è stato realizzato con la collaborazione delle forze francesi e della Costa d’Avorio, dopo un intenso bombardamento della residenza di Gbagbo dal francese Licorne.

(24) Cf. R. Charvin, «De le prudence doctrinale face aux nouveaux rapports internationaux», en Mélanges Touscoz, France Europe Éditions, 2007.

(25) L’impero ottomano, la monarchia assoluta di Francesco I di Francia e l’impero spagnolo avevano la stessa ambizione.

(26) Nel 1950, quando gli Stati Uniti e il Consiglio di sicurezza, nonostante le disposizioni della Carta e in assenza di un membro permanente, hanno deciso di intervenire militarmente in Corea, il professor Sibert, seguendo la tradizione accademica, ha emesso un visione positiva dell’ ” interpretazione liberale” e non “rigida” nella Carta.

(27) Stranamente, i giuristi accademici, nei loro insegnamenti, associano queste due categorie di “attori” alle multinazionali, come se il loro peso nella società internazionale fosse equivalente. Di contro non dice niente delle società militari private che presumibilmente lavorano per la sicurezza collettiva, come in Iraq per esempio.

(28) Doyen Moye, Le droit des gens moderne, Sirey, 1920, pp 219-220.

(29) Cfr. “Le droit international enseigne tel qu’il uno été. Critiche Note de lecture et Manuali Series (1850-1950) ‘, in Mélanges Chaumont, Pedone, 1994.

(30) R. Charvin, Costa d’Avorio 2011. La bataille di indépendance seconde, L’Harmattan, 2011.

(31) P. M. Martin, “le droit international Défaire: une politique américaine” droit écrit, UTI Sciences Sociales de Toulouse, No. 3, 2002, pp 83 e segg.

(32) ha anche osservato che la “rivoluzione” è stata accettata come un concetto perfettamente valido in alcune repubbliche ex sovietiche (come l’Ucraina e la Georgia).

(33) Questo cambiamento è paragonabile con quello del Presidente Gbagbo, che alla vigilia in cui gli occidentali lo rovesciavano si preparava ad uscire dal CFA-franco e a firmare accordi economici importanti con la Cina.

(34) Tra i tentativi di eliminazione di Muammar Gheddafi può essere citata l’operazione organizzata dal presidente francese Giscard d’Estaing nel 1975 (SDEC oltre a numerosi dissidenti militari), i commandos franco-egiziani (sotto il governo di Sadat nel 1977), un attentato nel 1979, del Servizio d’azione francese che ferì Gheddafi, nel 1980 l’SDC francese e gli egiziani falliscono nuovamente (cosa che portò alla destituzione del capo dei servizi segreti francesi, De Marenches), e nel 1980 un altro tentativo (rivelato dal Presidente della Repubblica Italiana Cossiga) di abbattere, con l’aiuto della NATO, l’aereo ufficiale di Gheddafi che volava a Varsavia, nel 1984 un tentativo di colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti, che coinvolgeva esuli e militari, e il bombardamento della residenza di Gheddafi nel 1986.

(35) Dai primi passi della rivoluzione libica, il mondo occidentale non perdona a Tripoli di usare gli stessi metodi, dell’Occidente per rafforzare la sua politica estera.

(36) Molti politologi sottolineano il ruolo politico svolto dalle nuove modalità di comunicazione nelle “rivoluzioni” nel sud. Questa analisi non tiene conto della gran parte della popolazione, di solito molto povera, che li ignora. Presumibilmente, una volta di più nella storia, si attribuisce grande importanza agli “strumenti” per non dover guardare più in profondità la realtà sociale. Molti politologi, inoltre, implicitamente lodano il ruolo della “classe media”, un ruolo a tempo indeterminato sempre sopravvalutato in politica, per la sua avversione, spesso esplicita, verso le classi popolari.

(37) Il governo di Gheddafi è durato 42 anni. I giovani, la maggioranza della popolazione libica, non sanno nulla della monarchia del re Idris, che regnò in uno dei paesi più poveri del mondo, e desiderava una normalità più sopportabile che la Rivoluzione della Jamahiriya, anche dopo gli impegni assunti da questa dal 2002 e nonostante il fatto che la Libia ha avuto il più alto tenore di vita in Africa.

(38) Nei paesi occidentali si osserva lo stesso fenomeno, ma non ci sono stimoli esterni che lo portano all’estremo.

(39) Tripoli, con la collaborazione di diverse personalità internazionali, ha creato il Premio Gheddafi per i diritti dell’uomo e dei popoli. Questo premio, il primo fornito da un paese del sud per non lasciare il monopolio dei diritti umani alle potenze occidentali, si chiamava Gheddafi non per decisione dei libici, ma per un’iniziativa di un francese, che era a Tripoli ed era stato Segretario generale della Federazione delle città, a seguito di una conferenza internazionale. Il primo destinatario del premio è stato Nelson Mandela quando era in carcere. L’ultimo premio è stato ricevuto nel 2010 dal presidente turco Erdogan per la sua politica di solidarietà con i palestinesi, ma pure Berlusconi era sul punto di vincerlo per il riconoscimento delle colpe coloniali italiane.

(40) I giuristi dovrebbero prendere in considerazione il concetto di “civili armati” e la loro condizione in un conflitto con le autorità, e il problema del movimento illecito di armi attraverso le frontiere.

(41) Grozio e Vattel, che sono considerati fondatori del diritto internazionale, hanno condannato l’assassinio dei leaders nel conflitto tra Stati.

http://www.afrique-asie.fr/maghreb/19-actualite/1014.html

http://www.lahaine.org/index.php?p=58566

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2012/01/08/lintervento-in-libia-e-la-negazione-della-legalita-internazionale/

Gheddafi e L’Asse del Male

[21.10.2011] trad. di Vera Zasulich per GilGuySparks

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<p id="view-photo-caption" style="text-align:center;"><span style="color:#ff0000;"><strong>Targeting SAS agents Saraya Alhaq adopt the attack On a Tripoli hotel</strong></span></p> <p style="text-align:center;"><span style="color:#ff0000;"><strong>سرايا الحق تتبنى الهجوم الذي وقع قبل ساعة من الآن على أحد فنادق طرابلس</strong></span></p> <p>_______________________________________________________________________________________________</p> </div>

” data-medium-file=”” data-large-file=”” />Oggi i media in tutto il mondo sono inondati, o con conferme o confutazioni sulla morte presunta di Muammar Gheddafi. Intenzionalmente o no, i media stanno giocando direttamente nelle mani di quegli interessi che vorrebbero che la narrazione pubblica sull’Africa, la Libia, l’Alleanza del Mediterraneo, e l’avventura neo-coloniale dell’impero anglo-americano si concentri su una sola persona o famiglia, che è stata investita dai media pubblici di termini come canaglia, oppressore dittatoriale che si frappone al progresso dei diritti umani e di una società pluralistica, piuttosto che su questioni più pressanti a portata di mano. La guerra contro la Libia non è stata diretta contro un uomo, ma contro tutto il popolo della Libia, dell’Africa, della Russia e della Cina.
dal Dr. Christof Lehmann

L’ordine Esecutivo 12.333 ha a che fare con l’auto proclamato diritto degli Stati Uniti di usare l’assassinio di capi di stato di paesi stranieri come strumento di politica estera statunitense.
SarkozyE’ stato ampiamente discusso nell’ambito del diritto internazionale, ma per mancanza di copertura mediatica, rimane ampiamente indiscusso nei paesi occidentali ed è ampiamente percepito come qualcosa che è “la norma” per degli imperi globali. Con la mancanza di copertura mediatica, la normale risposta pubblica nei paesi occidentali è che la storia è piena di precedenti, quindi perché preoccuparsi di qualcosa che è “la norma”. Da un punto di vista etnocentrico è comprensibile, ma la percezione etnocentrica non è certo un argomento vitale, tanto meno una giustificazione per un omicidio premeditato. Quando è stata l’ultima volta che avete letto delle notizie sulla Cina o la Russia che avrebbero ucciso il capo di stato di un paese straniero?

Fidel Castro Ruz

Da una prospettiva meno etnocentrica è inquietante che le popolazioni degli Stati Uniti e dell’Unione Europea siano state così ben indottrinate che discutono i numerosi tentativi di assassinare l’ex capo dello Stato cubano Fidel Castro Ruz

con un sorriso, e nel migliore dei casi con pensieri come “sì, sappiamo che la CIA è principalmente gestita da criminali”. Cosa che è quanto di più rivoluzionario, come posizione, che un pubblico ben indottrinato possa tenere su questioni che hanno il potenziale per mandare il mondo in fiamme. Per ragioni di esercizio intellettuale, spendiamo un momento a considerare che una famiglia russa o cinese discuta l’assassinio di Sarkozy da parte dei propri servizi di intelligence come un evento così normale che non valga la pena menzionare. Il fatto che sia straordinariamente improbabile che ciò accada dovrebbe generare un fatto ulteriore, che gli Stati Uniti d’America e l’Unione europea sono loro stessi l’”Asse del male” che affermano di deplorare.

I media occidentali stanno giocando un ruolo cruciale nella preparazione di popolazioni occidentali perchè accettino tali omicidi premeditati, come un atto di umanità. Le organizzazioni dei diritti umani, cooptati dalle élite del impero anglo americano hanno la funzione fondamentale di nutrire i media con narrazioni che inquadrano governi mirati o capi di stato come malvagi. Per i pianificatori di questi omicidi è del tutto irrilevante se la Libia sia la forma più diretta e partecipativa della democrazia, e che Muammar Gheddafi abbia solo cariche onorifiche, a condizione che il pubblico sia condizionato a fare sua l’idea, nelle narrazioni dei media, di uno stato dittatoriale, con un governante dispotico come capo di stato. Per i pianificatori di questi omicidi e queste guerre illegali è irrilevante che il presidente Barak Hussein Obama dovesse essere a conoscenza, prima di mandare personale della CIA a Bengasi e Derna a “investigare” chi  fossero quei “ribelli”, del fatto che i cosiddetti “ribelli” di Bengasi e Derna erano composti dallo stesso Gruppo combattente islamico libico, guidato da un terrorista professionista, Abdelhakim Belhadj, che ha fornito il maggior contributo pro capite di combattenti stranieri in Iraq che hanno ucciso soldati degli Stati Uniti. Fino a quando il pubblico è ipnotizzato nella narrazione del sostegno nobile a “rivoluzionari” che liberano la Libia dal dittatore, i pianificatori di un omicidio premeditato non si curerebbero del fatto che un osservatore esperto riconosca che il rovesciamento della Libia si è sviluppato secondo un copione che è spiegato in dettaglio nei manuali di formazione delle Forze Speciali degli Stati Uniti.

Il fatto è che i media occidentali hanno ucciso Muammar Gheddafi molto tempo prima che iniziassero a sostenere la sua cattura e successiva morte il 20 ottobre 2011. Pacifico, lettori e spettatori ben indottrinati sono tenuti ad accettare i nuovi standard di precisione giornalistica di Al Jazeera, BBC, CNN, ABC, e colleghi.
Un video traballante da un telefono cellulare è la prova per la morte di Muammar Gheddafi. Se la NATO e quelli che dietro danno gli ordini per un omicidio premeditato possono vantare una vittoria sostanziale, rispetto alla guerra in Libia, è che non c’è una domanda pubblica di una prova che mai potrà posta sui titoli di testa dei media corporati e controllati dagli stati dei paesi occidentali.
Dove è un rapporto di autopsia verificabile in modo indipendente?

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<p id="view-photo-caption" style="text-align:center;"> <span style="color:#ff0000;"><strong>Targeting SAS agents Saraya Alhaq adopt the attack On a Tripoli hotel</strong></span></p> <p style="text-align:center;"><span style="color:#ff0000;"><strong>سرايا الحق تتبنى الهجوم الذي وقع قبل ساعة من الآن على أحد فنادق طرابلس</strong></span></p> <p>_______________________________________________________________________________________________</p></div>

” data-medium-file=”” data-large-file=”” />A  prescindere dal fatto che Muammar Gheddafi sia stato assassinato o no, coloro che hanno premeditato il suo omicidio hanno guadagnato una vittoria significativa. La vittoria è che il mondo sta discutendo la presunta morte di Muammar Gheddafi, mentre le questioni più significative sfuggono all’attenzione pubblica.
Muammar Gheddafi dovrebbe essere stato ucciso, il modo migliore per onorare la sua eredità potrebbe essere quella di concentrarsi su quelle materie che sono o sono state più importanti per lui.

Il fatto è che la Francia è la forza trainante dietro la creazione dell’Alleanza Mediterranea alla quale la Libia si è opposta, perché avrebbe diviso piuttosto che unire l’Africa. Il fatto è che l’Unione Africana è finanziariamente dipendente dall’Unione Europea ed è una nuova amministrazione coloniale. Il fatto è che la Francia sta controllando finanza ed economia di otto Nazioni Africane CFA. Il fatto che la Libia ha minacciato il CFA di lobbying per l’istituzione di una valuta Pan-Africana. Il fatto è che gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea stanno prendendo di mira i leaders di nazioni sovrane con l’assassinio, e lo fanno così, impunemente. Il fatto è che gli Stati Uniti Nazioni sono degenerati in una ONG internazionale che conferisce l’aspetto di legittimità alle guerre di aggressione che sono l’antitesi della sua costituzione. Il fatto è che bombardamenti assassini, con il pretesto di proteggere i civili, continuano su base giornaliera, e che decine di migliaia sono stati uccisi. Il fatto è che decine di migliaia di neri africani sono stati e vengono assassinati, sotto le direttive del primo presidente afroamericano degli Stati Uniti.

Lo stato preoccupante delle cose è che la fiducia nei governi occidentali è degradata ad un tale livello che è necessario esigere prove forensi prima di accettare la morte di Muammar Gheddafi, pubblicizzata al mondo intero. Un punto importante che non va dimenticato, è che vivo o morto, le idee politiche di Muammar Gheddafi, il suo idealismo, e la sua evoluzione di una diretta partecipazione del governo da parte del popolo e per il popolo è stata studiata, e serve come ispirazione a centinaia di migliaia di attivisti politici. Questo numero sta crescendo di giorno in giorno. La guerra illegale in Libia, i massacri di decine di migliaia, la presa di mira di Muammar Gheddafi per assassinio, e la sua morte annunciata non possono che rafforzare il progresso di un nuovo risveglio a livello mondiale contro il lavoro dell ‘”Asse del Male”.

Se per onorare Muammar Gheddafi, a prescindere che il suo omicidio possa essere confermato o meno, sarebbe opportuno ascoltare voci come quella dell’ex primo ministro malese, Mahatir Dr. Muhammad che sta prendendo l’iniziativa di bandire la guerra. In ogni società umana a memoria storica, l’omicidio premeditato è percepito come l’ultimo e il più grave dei crimini. Il fatto che l’ordine esecutivo 12.333 esista, non dà, sulla sua base, legittimità a commettere omicidi. Evoca semplicemente la criminalità del governo. La guerra di aggressione è stata messa fuori legge come l’omicidio su larga scala. Il fatto che una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dia una legittimazione apparente alla guerra non cambia il fatto che una guerra di aggressione sia illegale. Essa dimostra semplicemente il fatto che il sistema delle Nazioni Unite non è “la comunità internazionale”, ma uno strumento di aggressione per pochi. Ogni singola persona assassinata, è assassinata illegittimamente. Il fatto che l’omicidio sia commesso su larga scala o contro un capo di Stato legittimo al comando di istituzioni governative non legittima l’omicidio, ma evoca il carattere omicida del governo.

Christof Lehmann

http://nsnbc.wordpress.com/2011/10/21/ghadafi-and-the-axis-of-evil/

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/10/21/gheddafi-e-lasse-del-male/

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Cronache dalla Libia 10

25 agosto 2011

  • Hugo Chávez è tra i pochi veri amici del rais (come Nelson Mandela, Ben Bella, Jacob Zuma, Louis Farrakhan) e sottolinea la sua lealtà denunciando i crimini efferati che i mercenari e ribelli NATO stanno compiendo sulla popolazione libica e sull’intero paese. [24.08.2011]

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  • Ultime dal combattente lealista Libyan Liberal sul fronte a Tripoli:
    [25.08.2011]

“Ad Abu Salem combattenti eroici. Siamo pronti ad accettare la morte ora. Bombe della Nato con bombe a grappolo da F-16. Molti morti. Ieri sera siamo andati dietro le linee nemiche a Landanous alto per salvare un gruppo di ostaggi. molte case saccheggiate nelle aree controllate dai ribelli. panico ovunque. I ribelli uccidono chiunque si trovi sulla lista di persone pro-Gheddafi. Ne hanno ucciso plotoni. Abbiamo ucciso due stupratori e salvato una ragazza la notte scorsa dietrole  linee nemiche. Un sacco di non libici nelle file dei ribelli. Bianchi come Norvegesi. Ho visto un ribelle che stava stuprando una bambina di 10 anni. Un altro stava tenendo la ragazza. Entrambi i ribelli sono stati uccisi, essi non meritavano la vita. Alcuni mi chiedono i video ma non abbiamo macchine fotografiche che non siamo attori, siamo combattenti. Massacro fatto dai ribelli a Tripoli. Il 90 per cento delle persone sono chiuse dietro le porte soprattutto quelli di pelle nera. I ribelli chiamano tutti Kaffour [nero] e gli spararano a vista. Questo non è Islam questo è razzismo del KKK degli Stati Uniti, i ribelli non si sollevano per Allah ma solo per gli americani. Molti portano la bandiera dei ribelli e anche quella americana. Chiamo i giornalisti per fare degli stages a Landanous alto e a vedere i corpi prima che i ribelli li rimuovano. Perché non si dice nulla sui crimini dei ribelli? I nervi sono in ​​tensione. La resistenza alla NATO e ai collaboratori è difficile. Bombardano ogni posizione. Molte bombe, non razzi, bombe enormi. Dove sono quelle Nazioni Unite per fermare i bombardamenti NATO sui civili di Abu Saleem? Perché nessuno se ne cura? Dove sono gli arabi?
Non so come  terremo Abu Saleem con un orda di ribelli con armi pesanti e bombe e lo stesso fa la NATO. Che si fermino i bombardamenti della NATO e riusciremo a vincere altrimenti saremo massacrati dai piloti della NATO. Se è il volere di Allah sarà il martirio. Possa Allah permettermi di sopravvivere un giorno in più per salvare più vite, vi prego di diffondere il messsagio, la NATO sta bombardando Abu Saleem, uccidendo civili. I serbi catturati sono in aeroporto, cerchiamo di penetrare lì. Ma la Nato sta sopra il perimetro.
Triste, ma non credo che i serbi sopravviveranno, i ribelli sono pazzi da legare. Violentano uccidono e saccheggiano tutto con la copertura della NATO.
Ultimo Tweet per oggi, in attesa del martirio o della vittoria, diffondete il messaggio dei bombardamenti della NATO sui civili di Abu Saleem, perché stringono bandiere verdi.
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  • Conferme alle parole di Libyan Liberal
    [25.08.2011]

11:30 – I rivoltosi libici avrebbero arrestato cinque serbi – Erano attivi militarmente a sostegno delle forze di Muammar Gheddafi. Nel darne notizia, i media di Belgrado hanno citato Ahmed Mehdi, esponente degli insorti, secondo il quale l’arresto dei cinque sarebbe avvenuto lungo la strada che da Tripoli porta all’aeroporto. ‘Abbiamo arrestato cinque serbi che affermano di essere lavoratori edili, mentre noi riteniamo invece che siano cecchini sostenitori di Gheddafi’, ha detto Mehdi citato dalla Tanjug.

19:35 – Per i ribelli raìs fuggito da Abu Salim  – Secondo i ribelli che questo pomeriggio hanno preso d’assalto il quartiere di Abu Salim, roccaforte di Gheddafi, il raìs non si troverebbe più in questa parte della città e sarebbe fuggito verso sud, lungo la Airport Highway che conduce fuori della capitale e dove Gheddafi possiede alcune fattorie. E’ quanto emerge da testimonianze raccolte dall’inviato Ansa sul posto. Durante gli scontri i ribelli sono avanzati di almeno un chilometro e mezzo dentro il quartiere. Nelle strade si vedono diversi cadaveri di soldati lealisti, alcuni completamente bruciati.

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Zintan: le forze libiche fedeli alla guida Moammar Gheddafi assediano i ribelli nella città di Zuwarah a ovest di Tripoli, i comandanti dei ribelli hanno detto mercoledì, aggiungendo che i combattenti non riuscivano a togliere l’assedio.
Il colonnello Abdu Salem ha detto le forze ribelli a Zuwarah avevano lanciato un appello per aiutare Zintan in altri luoghi a sud nelle mani degli insorti.
[…] Ma il portavoce dei ribelli Zintan, il colonnello Juma Brahim, ha detto, “Zintan non può rinunciare a nessuno. Tutti i nostri combattenti sono a Tripoli”, che è stata invasa dai ribelli all’inizio di questa settimana.
Abdu Salem, il coordinatore dei movimenti militari per la regione Zintan, ha detto che i ribelli avevano preso il centro di Zuwarah, che è passata di mano più di una volta da quando la rivolta era iniziata a metà febbraio, tre giorni fa.
Da allora le forze pro-Gheddafi posizionati tutti intorno alla città lo hanno bombardato, ha detto. Zuwarah sorveglia la strada da Tripoli a Ras Jdir al confine con la Tunisia, che è ancora nelle mani dei lealisti.
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Ieri notte il colonnello ribelle golpista Abdulrahman (Abdo) Alzawawi Salem, è stato ferito a Tawaraga, con i fratelli Khaled & Bashir.

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Flash dal fronte libico [25.08.2011]

  • British forces units SAS 22 stanno ora combattendo a Tripoli
  • Due stupratori uccisi e una donna salvata dietro le linee
  • Scontri duri nei pressi del Corinthia Hotel
  • Ribelle combattente canadese. L’uomo è stato identificato come Edmonton-nato Nader Raween Ben, 24 anni, operaio della tecnologia dell’informazione.
  • Forze lealiste impegnano i mercenari con precise tattiche di guerriglia urbana
  • Gheddafi, dato per intrappolato, elude le ricerca e beffardo, invia nuovo messaggio audio: “La Libia sia dei libici, non della Francia, non dell’Italia, non dei colonialisti. Il nemico sarà sconfitto, la NATO sarà sconfitta. Le Tribù devono proteggere le loro aree. Giovani di Tripoli, combatteteli ovunque, via per via, Zanga Zanga (strada per strada). Deratizzate Tripoli. Distruggiamoli”.
  • Il figlio di Gheddafi Khamis risorto dai morti per la 4 ° volta – comanda ancora – guidando la resistenza delle truppe governative.

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Il Leader libico ha acquistato influenza politica in tutto il continente, finanziando per missioni di pace, infrastrutture e aiuti umanitari.

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Il governo sudafricano ha difeso il suo rifiuto di sbloccare 1,5 miliardi di dollari di assets libici e riconoscere l’autorità ribelle della Libia, nonostante le crescenti critiche in patria e in tutto il mondo.
Gli Stati Uniti hanno proposto una bozza di risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell’Onu mercoledì per rilasciare beni libici congelati dalle Nazioni Unite  (per affamare di risorse Muammar Gheddafi) a favore del Consiglio nazionale di transizione.
ll Sud Africa dice che approverà 500 milioni di dollari del pacchetto di assistenza umanitaria urgente, ma si oppone al rilascio dei restanti fondi perché il Consiglio nazionale di transizione non è stato riconosciuto dalla stessa ONU.
Un portavoce del governo, Jimmy Manyi, ha dichiarato: “Il governo del Sud Africa affronterà questa questione sempre di concerto con l’Unione africana e nello spirito del multilateralismo del governo del Sud Africa che condanna ogni forma di violenza e la dottrina del cambio di regime imposto”.

Il Sud Africa ha votato a favore del Consiglio di sicurezza dell’Onu la risoluzione 1973 per proteggere i civili in Libia, ma la mossa ha dimostrato le divisioni dentro il paese in maniera violenta. Ministri del governo dicono che si sono rammaricati del provvedimento quando hanno visto l’intervento militare della Nato andare oltre una no-fly zone. I commentatori hanno descritto questo fatto come ingenuità.

South African president Jacob Zuma

Il presidente sudafricano, Jacob Zuma, ha sostenuto che la crisi libica è l’ultimo esempio che viene mostrato della mancanza di rispetto per l’Africa da parte del resto del mondo.
Coloro che hanno il potere di bombardare altri paesi hanno minato sforzi e iniziative  dell’UA [dell’Unione africana] per gestire la situazione in Libia“, ha detto il presidente questa settimana.
La situazione in Libia è stata di preoccupazione, in quanto è stato accompagnato da un indebolimento del ruolo del continente africano a trovare una soluzione. Avremmo potuto evitare un sacco di perdite di vite umane in Libia“.
Zuma ha detto che nazioni potenti hanno abusato della risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu “per promuovere interessi diversi da quelli per proteggere i civili e assistere il popolo libico“.
Una riunione del Consiglio su  pace e la sicurezza dell’UnioneAfricana ad Addis Abeba giovedì e venerdì delibererà sul “dispiegarsi della situazione ” in Libia, Zuma ha aggiunto. “La posizione dell’Unione africana è stata la più logica. C’è ancora spazio nella situazione in questo momento.”
L’ostilità interna verso Zuma per sostenere la risoluzione delle Nazioni Unite è stata guidata nel governo dall’influente ala giovanile dell’ African National Congress (ANC). Il presidente della Lega della Gioventù, Julius Malema, ha affrontato una serie di accuse disciplinari, fatto ampiamente interpretato come parte di una lotta di potere che potrebbe decidere il futuro di Zuma.
Alcuni membri dell’ANC che sentono una fedeltà residua verso Gheddafi per il suo sostegno durante la lotta contro l’apartheid, citavano l’ex presidente Nelson Mandela una volta mentre diceva: “Coloro che si sentono irritati dalla nostra amicizia con il Presidente Gheddafi possono andare a fare un tuffo in piscina.
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha programmato una votazione sul proposta degli Stati Uniti giovedi a New York. Sia gli Stati Uniti e che Gran Bretagna hanno criticato la posizione del Sud Africa. Il segretario della difesa, Liam Fox, ha dichiarato che il Sud Africa dovrà affrontare una “enorme pressione morale” affinché cambi la sua posizione “deludente”.
“Il Sud Africa, a detta del suo governo, è preoccupato dal prendere posizione,” ha detto Fox  alla BBC Radio 4  oggi. “E ‘molto chiaro da che parte è  il popolo libico ed è quello che i sudafricani dovrebbero rispondere. Volevano che  il mondo ad un certo punto stesse con loro contro l’apartheid, ora hanno bisogno di stare con il popolo libico”.
Vi è anche un crescente dissenso interno. Stevens Mokgalapa, portavoce delle relazioni internazionali per l’Alleanza di opposizione democratica, ha dichiarato:
E’ una mossa politica, il governo sudafricano è stato ovviamente dalla parte di Gheddafi da una prospettiva ideologica e storica. Questo stava diventando un incubo per la politica estera del Sud Africa. Il governo non ha previsto un futuro senza Gheddafi. Essi lo hanno sottovalutato e gestito male. E ‘ora anche sulla gestione della crisi politica estera. Siamo delusi e sgomenti dalla posizione del governo sudafricano.

Allister Sparks, un analista politico veterano e giornalista, ha dichiarato:
Il Sudafrica ha stabilito una posizione, che credo sia stupida, per cercare di mostrare che non è il servo dell’occidente e che l’Africa dovrebbe ritagliarsi un proprio modo indipendente negli affari internazionali. Questo ci ha portato quasi ad un’ideologia che resiste a qualsiasi cosa si percepisce come interferenza esterna. Non penso che Zuma abbia molte idee proprie al riguardo. E’ iniziato con il presidente Thabo Mbeki e continua.”
Sparks ha aggiunto: “E ‘un approccio didascalico. Mi sembra assolutamente assurdo che, mentre le persone ballano per le strade celebrando la libertà, il Sud Africa stia resistendo. Il Sudafrica deve molto della sua libertà all’intervento straniero, incluso l’occidente. Noi finiamo… dalla parte sbagliata, dalla parte dei tiranni “.
Negli ultimi anni Gheddafi ha cercato di acquistare influenza nel Unione Africana e ha sostenuto il concetto di un’Africa unita – con se stesso come “re dei re”. Non per la prima volta, il Sud Africa si trova a camminare su una corda tesa tra i suoi vicini africani e alleati occidentali.

Fonte originale inglese:http://www.guardian.co.uk/world/2011/aug/25/south-africa-libyan-assets

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  • Questa mattina più di venti civili giustiziati dai ribelli a guida NATO
    Tony Cartalucci [tweeter nickname LandDestroyerW ]: Cnn ammette che la Libia e Tripoli si stanno trasformando in un bagno di sangue. [25.08.2011]

Per questo motivo altre forze fresche sono in arrivo (tutto era già previsto precedentemente dal Pentagono e dagli altri alleati GB e Francia*) SAS inglesi, Legione Straniera e Marines americani:
2000 marines  diretti verso la Libia

Si veda https://gilguysparks.wordpress.com/page/2/

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Secondo gli ultimi rapporti della scorsa notte, ieri un altro gruppo stimato attorno ai 1.365 invasori stranieri e ribelli terroristi sono stati uccisi dal popolo libico e dalla difesa.

La maggior parte delle aree di Tripoli, tra cui Abu Slim e il verde altipiano, e Aziziyah, erano al sicuro e sotto il controllo dell’esercito libico e la Guardia Rivoluzionaria. Violenti scontri occorsi a Tajoura e alcune aree del mercato venerdì (Souk El Jouma).

Il dottor Franklin Lamb, che risiede in un albergo di lusso che è rimasto il primo e unico  ad ottenere una connessione Internet, e per il quale ci sono molte domande, non può essere ritenuto affidabile, secondo le nostre fonti. [n.d.t. aveva dichiarato:  “i 65.000 soldati ben addestrati e ben armati ipotizzati la domenica dal governo di Gheddafi non esistono […] mi porta a fare queste conclusioni […] l’assenza delle truppe governative“]

Altri dicono che dopo essere stato colpito alla gamba, la sua canzone sarebbe cambiata. Dal punto di vista della sua stanza d’albergo vede tutto, ma non vede nulla.

Lamb ha però giustamente rilevato la superficiale  natura umana che è un marchio distintivo del mondo di oggi.  Anzi è un fatto ed è una cosa  nota  da decenni come i più deboli siano quelli che gridano più forte.

Questo è un riferimento ai rivoluzionari libici da poltrona. Tuttavia, una nuova generazione di giovani libici potenti che hanno compreso il leader, e che hanno raccolto la sua chiamata, sono stati battezzati con il fuoco.

Una battaglia nel centro di Al-jamhoria a Tripoli era finita senza perdite per i verdi.

Molti ribelli terroristi sono stati uccisi così come mercenari stranieri.

Brega è saldamente sotto il controllo della Jamahiriya libica. I ribelli non possono muovere un passo verso Brega.

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  • Alex Jones Tv– Forze speciali estere dietro il rovesciamento di Gheddafi
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La Lega araba ha riconosciuto la Libia dei ribelli guidata dal Consiglio nazionale di transizione (NTC) come legittimo organismo di governo del paese.

Abbiamo convenuto che è ora che la Libia si riprenda il suo seggio e posto legittimo presso la Lega araba. Il NTC sarà il legittimo rappresentante dello Stato libico,”  Segretario Generale della Lega Nabil Elaraby lo ha detto ai giornalisti al Cairo il Giovedi, come citato dalla BBC.

Bulgaria: Arab League Recognizes Libya's Rebel Council[Il Segretario della Lega araba, egiziana Nabil Elaraby (a destra) si incontra con l’ex ministro degli Esteri libico e l’alto diplomatico Ali Abdussalam Treki (al centro) e l’ambasciatore libico in Egitto Abdelmoneim el-Houni (a sinistra) presso la sede della Lega Araba al Cairo, in Egitto, 25 agosto]

La Lega araba ha anche insistito che era tempo di riammettere un seggio permanente per la Libia al Consiglio della Lega.

Abdelmoneim el-Houni, un rappresentante delle forze ribelli, ha detto che la Libia avrebbe rinnovato la sua appartenenza alla Lega Araba in una riunione dei ministri arabi in programma per Domenica.
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Un certo numero di altri stati africani, tra cui il Sudan, Egitto, Ciad ed Etiopia, hanno già riconosciuto il Consiglio dei ribelli della Libia come unico governo legittimo dello stato nord africano.

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Tutto quello che vedete da qui è una grande bugia. La gente deve tenerlo a mente. E’ tutto falso. C’è un falso, la città libica che è stata costruita in Qatar, e possono mettere in scena un massacro in stile hollywoodiano in un luogo, e dire: ‘Ora basta, Gheddafi è andato troppo lontano. “

Il Dr. Tarpley dice: “Questo è un esercizio di lavaggio del cervello di massa Si tratta di un tentativo di lavaggio del cervello all’opinione pubblica mondiale sulle basi di falsi dispacci della BBC, Al-Jazeerah, e la CNN … La prima cosa e più importante è non cadere nella trappola di credere alla loro storia. La loro storia è in gran parte fabbricati.

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  • Una rivoluzione artificiale senza appoggio popolare costruita dai servizi occidentali; nè abbracci di ragazze nè mazzi di fiori per i ribelli golpisti nel loro ingresso trionfante nella città di Tripoli che si aggirano per saccheggiare, uccidere e violentare in una città fantasma che non li ama anzi…

(Tripoli: popolazione 1.600.000 abitanti, circa 4205 ab./km²)
Dov’è la popolazione civile di Tripoli?

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Il Consiglio nazionale di transizione (NTC) ribelle di Libia è pronto a riconoscere l’entità sionista di Israele, secondo l’ebrao sionista francese Bernard-Henri Lévy, che vede se stesso come un filosofo.
“BHL”, come egli è conosciuto in Francia, dice di aver passato il messaggio il primo ministro sionista Benjamin Netanyahu.

L’NTC di Libia: “noi riconosciamo il diritto di Israele ad esistere”.

L’NTC “sarà interessato alla giustizia per i palestinesi e alla sicurezza per Israele”, se prende il potere, disse Lévy dopo l’incontro con Netanyahu il Giovedi 2 Giugno 2011.
“Il futuro regime manterrà normali relazioni con gli altri democratici [sic] paesi, compreso Israele.”

L’Ufficio di Netanyahu ha confermato l’incontro con Lévy, ma non ha commentato la questione. “Il primo ministro ama incontrare intellettuali”, ha detto un portavoce.
Lévy, che ha contribuito a convincere il regime di Sarkozy in Francia ad essere il primo paese a riconoscere le NTC, ha visitato il capo ribelle della città libica di Misurata ha poi continuato a Gerusalemme.

Muammar Gheddafi e la Jamahiriya libica hanno rifiutato di riconoscere Israele, definendolo semplicemente l’”entità sionista” o “stato terrorista” anche dopo il trattato del presidente Anwar Sadat dell’Egitto con l’entità nel 1979.
Ciò rappresenterebbe il passaggio più significativo e drammatico della politica estera libica, perché il paese ha rifiutato di riconoscere il diritto di Israele ad esistere come stato legale e legittimo, per quattro decenni.

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traduzione per gilguysparks: levred

La storia non è finita – non ancora certo – ma la saga della resistenza libica alla superpotenza degli Stati Uniti e dei suoi degenerati alleati neocolonialisti europei andrà sicuramente ad occupare un posto molto speciale nella storia. Per cinque mesi, a partire dal 19 marzo, le forze armate di un piccolo paese di sei milioni di persone hanno avuto il coraggio di sfidare i più avanzati sistemi di armi del pianeta, su un terreno praticamente senza copertura, contro un nemico in grado di uccidere qualunque cosa possa essere visto dal cielo o elettronicamente percepito. Notte e giorno, gli occhi della macchina da guerra del partenariato euro-americano hanno osservato dallo spazio sulle posizioni dei soldati libici, con l’obiettivo di incenerili. E tuttavia, le forze armate libiche hanno mantenuto la loro integrità e la loro unità di onore personale, con un eroismo che ricorda quello dei soldati lealisti della repubblica spagnola sotto assedio dai fascisti tedeschi, italiani e cresciuti in casa, alla fine del 1930.

I tedeschi e gli italiani e il Generalissimo Franco hanno vinto quella guerra, così come gli americani, britannici, francesi e italiani in ultima analisi, possono superare l’esercito libico. Ma non possono trasmettere onore o legittimità nazionale ai loro tirapiedi di Bengasi, che hanno vinto solo un distintivo di servitù di sorveglianti stranieri. I cosiddetti ribelli non hanno vinto una sola battaglia, se non come comparse di una produzione militare euro-americana. Sono poco più che comparse per il teatro imperiale, una folla che ha viaggiato per combattere sotto l’ombrello protettivo americano di dominio a tutto campo dell’aria. Sono avanzati lungo strade già disseminate del carbone annerito di cadaveri di uomini di gran lunga migliori, morti contrastando l’Impero.

Una cosa è certa: gli americani e gli europei non hanno mai rispettato i loro servi. Per i cosiddetti ribelli della Libia non sarà diverso. Washington, Parigi e Londra sanno benissimo che sono state le loro 18.000 sortite  aeree, i loro missili da crociera, i loro elicotteri d’attacco, i loro satelliti di sorveglianza e droni, i loro sistemi di comando e controllo, le loro armi, e il loro denaro, che sono riusciti a uccidere o ferire forse metà dell’esercito libico. Non la plebe da Bengasi.

I ribelli non devono prendere troppo sul serio di essere adulati dalle ridicole orde di turisti media aziendali che sono giunti a Tripoli per la registrazione finale dei cinque mesi di guerra. Sono ben pagate cheerleaders. E, anche se può sembrare che essi fanno il tifo per i ribelli, non lasciatevi ingannare – alla fine della giornata, i media occidentali aziendali fanno solo il tifo per loro stessa specie.
[I ribelli] Stanno festeggiando quello che credono sia una vittoria sul demonio libico che hanno contribuito a costruire nella mente dei loro connazionali. L’anno prossimo, ribelle, il demone potresti essere tu.

O l’anno prossimo, potrebbero esserlo libici, tra cui quelli che non erano amici del colonnello Muammar Gheddafi. Gli americani trattano i loro tirapiedi nativi come i bambini che hanno bisogno di supervisione – e c’è una certa logica in questo, dal momento che chi vuole affidare la sovranità della sua nazione e le risorse, per gli americani è sicuramente, o  estremamente stupido, o irrimediabilmente corrotto. Ma l’onore della Libia e il suo posto nella storia è già stata assicurato da un piccolo esercito africano che ha tenuto testa quasi un anno e mezzo contro i barbari della NATO.

Glen Ford può essere contattato al Glen.Ford@BlackAgendaReport.com.

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/08/25/libyan-chronicles-10-0/

Discorso del Leader Muammar Al-Gheddafi all’Incontro Ministeriale di Unione Africana e Unione Europea su Migrazioni e Sviluppo

Discorso del Leader Muammar Al-Gheddafi all’Incontro Ministeriale di Unione Africana e Unione Europea su Migrazioni e Sviluppo 22.11.2006 Nel Nome di Dio. Benvenuti in Libia. Porgo i miei saluti a questa riunine dell’Unione Europea (UE) e dell’Unione Africana (UA). Visto che l’argomento della nostra riunione è migrazione e sviluppo, questo ritrovarsi di continenti testimonia il senso di responsabilità dei governi e degli altri attori verso i cittadini delle nostre due unioni.

In aggiunta ad esprimere il senso di responsabilità delle due Unioni verso i cittadini, ciò riflette anche la consapevolezza di una crescita del fenomeno che si è imposta di recente in maniera da far riflettere tutti gli interessati sulla maniera migliore di affrontarlo.

Non voglio parlare a lungo e nemmeno ripetere ciò che avete detto oggi o quanto è stato detto in altra sede sul fenomeno in questione. Su di esso è stata fatta luce ed è stato esaminato fino in fondo. Voglio invece soffermarmi su alcuni principi costanti umani e naturali e affrontare la natura della vita della gente.

Agire contro natura è nuotare contro corrente. Nuotare contro corrente è la maniera migliore di fallire. Molti dei problemi importanti del mondo d’oggi sono un nuotare contro corrente Perciò c’è un vizio in molti dei problemi politici, economici, sociali e riguardanti la sicurezza nel mondo. Il fallimento deriva dall’ignorare le regole della natura.

È nella natura delle cose che la Terra appartenga agli esseri umani. Dio creò la Terra per tutti. Egli ci istruì su come muovercisi. Noi abbiamo un libro Rivelato dal Cielo chiamato Corano (che vi si creda o no è un’altra storia); in esso, Dio ci ordina di migrare in varie parti della Terra. Ci dice di andare dovunque vogliamo in essa. È un riconoscimento che la Terra appartiene a tutti i popoli e che hanno il diritto di muoversi in essa per guadagnarsi da vivere. Per tutte queste ragioni, ognuno ha il diritto di migrare in diverse parti della Terra: perché Dio la creò per tutti.

Qui è necessaria una pausa. Dobbiamo credere che la Terra appartenga a tutti noi. I popoli hanno il diritto di migrare e di vivere in qualsiasi parte della Terra. I confini politici, i trattati ufficiali e via di seguito sono invenzioni trovate da poco. La natura non li riconosce comunque.

Avete visto come alcune di queste nuove invenzioni hanno causato problemi, dispute di confine e guerre tra stati. A volte, centinaia o anche migliaia di persone vengono uccise una guerra per pochi centimetri di terra. Il problema che considerate ora e che sta dando tanta apprensione è come affrontare col movimento di popoli e con le migrazioni sulla Terra. Il problema è il risultato dei confini da noi creati, dell’identità costruita per ogni gruppo umano e dei documenti ufficiali che debbono portarsi appresso. Abbiamo creato tutte queste cose innaturali e artificiali.

È naturale per i popoli muoversi, vivere e trovare da vivere dappertutto sulla Terra. Chi sono gli abitanti attuali dell’Europa? Sono immigrati dall’Asia. L’Europa era disabitata. Se l’immigrazione fosse stata proibita, l’Europa sarebbe disabitata ancora oggi. Chi sono gli abitanti del Nord e del Sud America? Sono immigrati dagli altri continenti: in Nord America vengono dall’Europa; in Sud America vennero dalla Penisola Iberica, dall’Africa e da altre part del mondo. Ecco un altro fatto.

Anche noi in Nord Africa siamo immigrati. Venimmo dalla Penisola Araba 1000 anni fa. Alcuni di noi vennero 5000 anni fa. I cosiddetti berberi sono arabi enigrati dalla Penisola Araba 5000 anni fa. Gli arabi, che vennero con l’Islam, sono stati qui per più di 1000 anni. Questi flussi migratori crearono i popoli che attualmente abitano il Nord Africa.

Ora si parla parecchio a livello mondiale delle popolazioni indigene, dei loro diritti, della loro tragica storia e dei loro stermini.

Cosa significa ciò? Significa che gli immigrati giunsero in un luogo preciso e diventarono così dominanti in esso che oggi c’è un appello internazionale alla protezione dei loro diritti. Quando si parla di “popoli indigeni” si intende che gli emigranti vennero e si stabilirono in un certo luogo—sia esso l’Australia, le Americhe, l’Africa o parti dell’Asia. Gli abitanti attuali dell’Australia sono indigeni?

Niente affatto. Sono immigranti. Dove sono i popoli indigeni dell’Austraia? Ce ne sono rimasti pochi. Il resto venne oppresso e sterminato. Chi sono le popolazioni indigene dell’America? Sono i cosiddetti Indiani Pellirossa. Dove sono ora? Sono stati uccisi e sterminati.

Se vogliamo bandire la migrazione, bisogna che bandiamo anche la presenza umana in tutti i continenti. Si permetta a tutti di ritornare da dove sono venuti. Si lasci che gli abitanti dell’America ritornino in Europa.

Si lasci che gli europei ritornino in Asia. Gli arabi del Nord Africa dovrebbero ritornare alla Penisola Araba. Gli abitanti dell’Australia dovrebbero tornare in Gran Bretagna, in Olanda o da qualsiasi altre paese di provenienza. I boeri in Sudafrica, ormai parte integrante della popolazione, debbono ritornare in Olanda.

Sono i fatti; anche se nelle loro riunioni ministri ed esperti non li affrontano. Questi fatti irrefutabili e perturbanti vengono ignorati. Ci concentriamo sui rami e sulle foglie dell’albero senza prestare attenzione alle radici. È un tentativo destinato a fallire.

Milioni di neri vennero trasferiti dall’Africa all’Europa e all’America. Perché ora li si ferma? Ecco: due pesi e due misure. Quando c’era bisogno dei neri per usarli come bestie da soma, nessuno diceva che dovessero essere rispettati e lasciati vivere nel loro continente.

Al contrario, si pretendeva che la loro trasferta fosse legittima. Erano spediti come merci attraverso l’oceano. Chi non era fisicamente adatto veniva buttato in mare a nutrire i pesci. Nord America ed Europa debbono il loro sviluppo al lavoro dei neri.

Era una migrazione forzata. Quando il movimento di popolazione da un posto a un altro andava a beneficio di una certa parte, la migrazione era imposta. Si cacciava la gente come fossero animali nelle giungle dell’Africa. Ora proprio a questa gente, i neri d’Africa, si dice che il loro uscire ed emigrare dall’Africa mette in allarme e bisogna farlo cessare.

Quelle povere anime chiedono: “Quando ne avevate bisogno, avete spiantato i nostri avi e detto che la migrazione era necessaria. Perché è diverso adesso?” È proprio vero che quello che ho appena detto è in qualche modo presente nella mente di tanti, analfabeti inclusi.

Tali pensieri spingono all’emigrazione. Nel loro dialogo interno si domandano: “Se hanno spiantato i miei avi, perché si mettono a sbarrarmi la strada? “ La migrazione era il motore di sviluppo del mondo. Certe razze sono emigrate in altri posti.

Gli indigeni vennero assimilati. Gli emigranti lavorarono per lo sviluppo dell’Australia, delle isole del Pacifico e dell’Atlantico. Si stabilirono ed effettuarono lo sviluppo di tutti i continenti del mondo. Questo dice tra sé e sé il povero africano analfabeta. Perché mi fermano adesso? La risposta alla domanda è ciò che lo costringe a salire a bordo dei ‘barconi della morte’ di cui avete parlato.

“L’ultima epoca di schiavitù fu quella in cui i neri vennero fatti schiavi dai bianchi. La memoria di quell’epoca rimane viva in mente ai neri fino a quando si sentano riabilitati e restituiti alla loro dignità. Questo evento tragico, la consapevolezza dolorosa di esso e la ricerca psicologica di risarcimento che risulta dalla riabilitazione di una razza intera sono le ragioni del movimento di rivendicazione del potere della razza nera. Queste ragioni non possono venire ignorate”. Questo è parte di ciò che il “Libro Verde” dice a proposito della Razza Nera. Per farvi risparmiare tempo, rimando chi avesse ulteriore interesse al capitolo terzo del Libro Verde.

La terra appartiene a tutti gli esseri umani. Le migrazioni ebbero luogo in passato. Vi seguì la schiavitù. Non ci fu obiezione allo spiantare popoli dai loro paesi per impiegarli come schiavi. Dopo di ciò iniziò l’era del colonialismo. Tutti questi elementi si intrecciano nel cuore e nella mente del popolo africano migrante di oggi. E tutti si armano contro tale migrazione.

Il colonialismo diede agli africani e agli altri popoli colonizzati l’impressone che la terra appartenesse a tutti e che nessuna parte di essa fosse proprietà esclusiva di un gruppo e proibita ad altri. I popoli del cuore dell’Africa videro i belgi entrare e stabilirsi nelle loro terre e prendere possesso di parte di esse; videro il Congo intero diventare proprietà personale di Leopoldo.

Videro gli stranieri stabilirsi nello Zimbabwe e nel Malawi e chiamarli Rhodesia del Nord e del Sud. La Libia era considerata Quarta Costa di Roma e ciò diede ai libici l’impressione che Italia e Libia fossero uno stato solo. Se la Libia è la Quarta Costa di Roma, perché allora si proibisce a un libico di andare in Italia? Quando era necessario rendere la Libia la “quarta costa” vi si mosse guerra. Ora si dice: “No, tu sei un immigrato illegale, non sei ben accetto qui, sei libico e straniero”. Non avevate detto che la Libia era la vostra “quarta costa”? Era accettabile perché serviva ai vostri interessi e ora che serve ai miei non lo è più?

Solo di recente la Francia ha ammesso che l’Algeria era parte integrante del suolo francese. La Francia ha governato l’Algeria per 130 anni; l’ha annessa nel 1930 e l’ha dichiarata parte invisibile del suo territorio. Il fatto convinse gli algerini che loro e la Francia erano parti di uno stesso intero.

Quando vanno in Francia, vanno quindi nel loro paese. Come si può dire oggi agli algerini che sono immigranti? Come può essere? Ci avete detto che l’Algeria era parte della Francia. Quando abbiamo messo in discussione tale assunto, ci avete combattuto. Un milione e mezzo di algerini pagarono con la loro vita per mettere in discussione quell’assunto. Allo stesso tempo la Francia e l’Europa continuarono a insistere che l’Algeria era parte integrante della Francia. Convinsero gli algerini che erano francesi ed europei. E allora perché non potevano andare in Francia?

Il Marocco è uno stato indipendente. È membro della Lega Araba, dell’ONU e de’l’Organizzazione della Conferenza Islamica. Geograficamente, Ceuta e Melilla sono in Marocco; però sono parte della Spagna. Come si potrebbe mai convincere un marocchino che Spagna e Marocco sono la stessa cosa? Come si potrebbe dire ai marocchini che sono stranieri e immigranti in Spagna? Dovrebbero poter andare a Madrid come vanno a Rabat.

Durante l’era coloniale, ai popoli dell’Africa si faceva credere che Europa e Africa fossero un tutt’uno integrato. Il Re del Belgio era proprietario di tutto il Congo. In tale caso i congolesi, come proprietà del Re del Belgio, avrebbero potuto andare liberamente nella terra del loro Re e Proprietario. Potevano trasferirsi in Belgio e viverci e lavorarci come se fossero in Congo. Lo stesso valeva per gli algerini in Francia. Essendo il loro paese considerato la Quarta Costa di Roma, i libici avevano il diritto di andare a Roma. Ai cittadini di Zambia, Zimbabwe, Malawi e Rhodesia si disse che i loro paesi appartenevano all’Inghilterra; quindi potevano andare in Inghilterra come se si muovessero all’interno del loro paese.

A un certo punto, il Canale di Suez era britannico. Come si poteva impedire a un cittadino egiziano di andare in Inghilterra se questa era proprietaria di una parte di Egitto? Come non gli si può permettere di lavorare o anche di risiedere in Gran Bretagna? Se il Canale di Suez, parte integrante dell’Egitto, fosse proprietà della Gran Bretagna, come si potrebbe negare agli egiziani il diritto di vivere in Gran Bretagna? Cos’è più grave? Il riconoscimento della proprietà da parte di una potenza straniera dell’intero canale che si trova in territorio egiziano o la presenza di alcuni egiziani che cercano lavoro in Gran Bretagna?

Ancora oggi gli Alti Commissari della Corona Britannica sono in vari continenti. L’India era il Gioiello della Corona. All’epoca, i cittadini indiani potevano andare in Gran Bretagna a milioni, visto che erano soggetti alla Corona. Come si può dir loro che siano immigranti stranieri?

Alla Prima e alla Seconda Guerra Mondiale diedero inizio i paesi europei. Decine di milioni di uomini vennero uccisi in esser. L’Europa aveva bisogno di manodopera e quindi si caldeggiò l’immigrazione dall’Africa e dall’Asia per rimediare alla carenza. È un fatto molto importante perché diede agli africani e agli asiatici il senso che, in tempi di bisogno, potevano andare in Europa.

Quando l’Europa ebbe bisogno di loro, vennero trasferiti. Quando c’era bisogno di loro come schiavi, soldati o manodopera a basso prezzo, vennero trasferiti. Quando l’Europa ebbe bisogno di colonie, entrò nei loro paesi.

Sarebbe ignorante e superficiale da parte nostra ignorare questi accumuli storici e psicologici. Oltre a ciò, l’era coloniale si risolse nel saccheggio delle ricchezze africane. Le miniere d’oro vennero esaurite e lasciate come crateri aperti nella terra. Diamanti, rame, minerali ferrosi, cobalto, manganese e fosfati vennero trasferiti nelle vecchie potenze coloniali.

Dopo aver conseguito la cosiddetta indipendenza, i popoli delle ex-colonie vollero ricostruire i loro paesi. Scoprirono che delle ricchezze era stata fatta razzia e sentirono di dover inseguire le ricchezze perdute. Uno scrittore francese di cui ora non ricordo il nome disse: “O la ricchezza va al popolo o il popolo andrà dove la ricchezza si trova”.

L’assunto è vero. Le ricchezze vennero trasferite dall’Africa all’Europa. Gli africani inseguono le ricchezze della loro terra; non possono rinnovarle. Quindi emigrano come manodopera nelle fabbriche costruite con le ricchezze del loro continetne. Avvertono che la rete viaria, il sistema irriguo e le ferrovie che attraversano l’Europa e l’America sono il frutto del lavoro dei loro avi. Si sentono quindi in diritto a una parte di quella ricchezza.

Si possono restituire le materie prime all’Africa? Se ciò fosse il caso, bene. Questa è la prima decisione da prendere. Gli africani andarono in Europa a cercare una parte della loro ricchezza saccheggiata. Se fosse restituita loro, la migrazione si fermerebbe e loro tornerebbero al loro continente per trovare l’oro, i diamanti, il carbone e gli altri materiali loro restituiti. Ciò concorrerebbe alla fine delle migrazioni.

I prodotti agricoli dell’Africa come il mango, l’ananas, il cacao, il caffè e la papaya diventano shampoo e lozioni per il corpo in Europa quando ne hanno invece bisogno gli africani. Invece di lavarsi con l’ananas, che gli europei lo restituiscano agli africani, che ne hanno bisogno per mangiare. Oppure andiamo tutti in Europa a lavarci con l’ananas.

Chi ha trasformato un cibo nutriente in un cosmetico? Il settore privato, che non cerca altro che il profitto a spese della miseria di milioni di persone. Si sente parecchio in merito al bisogno di incentivare il settore privato. Però era proprio quel settore a rubare il cibo ai bambini affamati e a trasformarlo in prodotti cosmetici per profitto mentre i bimbi morivano di fame. Di uova, cacao, latte e tutte le varietà di frutta si fece shampoo!

E ora passiamo ad alcune misure in vigore che nei fatti favoriscono la migrazione. Lo scopo della nostra riunione è di affrontare la migrazione e di invertirne il corso. Però ci sono alcune misure politiche e amministrative in atto che vanno contro tale proposito e favoriscono la migrazione.

Prendiamo il processo di Barcellona, di cui fanno parte il Nord Africa, il Medio Oriente, l’Europa e il Mediterraneo. Quindi, come cittadino sotto l’ombrello di Barcellona, ho diritto a muovermi per l’Europa.

Il Processo di Barcellona non ha forse invocato la cooperazione, l’eliminazione della povertà, la libertà di movimento e di lavoro?

Non ha forse difeso l’aiuto reciproco e il vivere in pace gli uni con gli altri? Non punta alla creazione di un solo parlamento e all’armonizzazione legislativa e al raggiungimento di condizioni simili tra le sue parti componenti? Come possiamo essere simili quando tu sei ricco e io povero? Io debbo diventare ricco quanto te. Poi, tu cittadino europeo devi permettere a me cittadino africano di condividere la tua ricchezza.

Il Processo di Barcellona ha caldeggiato questa linea di pensiero. Come si può dare inizio al processo e poi decidere di mettersi contro i suoi logici risultati? Questo incontro è contrario allo spirito di Barcellona.

Lo spirito di Barcellona sostiene l’integrazione, per permetterci di trasferirci in Europa a milioni. Finite il Processo di Barcellona: quando ciò succederà si potrà dire che Europa e Africa sono due entità distinte separate dal mare. Sì, quando quel processo sarà annullato mi convincerò che siamo due identità separate e non una. Però, quando parlate di cooperazione Euro-Mediterranea, mi avete incluso nell’Europa; avete fatto di me in Libia una parte dell’Europa.

Sotto l’egida di Barcellona ho il diritto di andare fino in Scandinavia. Se ciò è inaccettabile, allora bisogna porre fine a questo processo contraddittorio.

C’è un’altra nozione: quella della Nuova Vicinanza presentata dalla UE, interessante quanto il Processo di Barcellona. Se vogliamo Barcellona, allora dobbiamo accettare i suoi risultati. Ma che non sia come la schiavitù o il colonialismo, un bene se è di vantaggio a te e un male se lo è a me.

Algeria, Marocco, Tunisia, Egitto e Giordania sono diventati i “vicini” dell’Europa per la nuova iniziativa. I vicini hanno diritti e doveri reciproci. Quando hanno bisogno, si rivolgono ai vicini. Qualcuno potrebbe dire: “Sono del Quartiere: vado dai miei vicini”. Chi sono quei vicini? Sono gli europei che mi hanno accettato come loro vicino. Avete detto che l’Algeria, il Marocco, la Tunisia, l’Egitto e persino la Giordania nel Medio Oriente sono vostri vicini? Allora quei popoli hanno il diritto di andare dai loro vicini in Europa.

Uno dei risultati di questi accordi (Barcellona, il Nuovo Vicinato e la Cooperazione Euro-Mediterranea) è che gli africani che non fanno parte del nuovo circolo ora entrano nei paesi confinanti per entrare in Europa attraverso i suoi ‘vicini’. Uno viene da un paese africano che non fa parte del Processo di Barcellona; entra in un paese che invece ne fa parte e quindi va in Europa in virtù di quegli accordi.

“Da dove viene?” “Dall’Algeria”, rispose. “Perché viene in Europa?” La risposta sarebbe: “Perché l’Algeria è parte del Processo di Barcellona. Non comprende forse l’Europa e il Mediterraneo? Io vengo dal Mediterraneo. Perché mi impedite di migrare Io sono qui a vivere e a godere dei benefici di Barcellona e del Nuovo Vicinato”.

C’è un’altra cosa chiamata Società Mediterranea o qualcosa di simile. Una società implica che come soci si divida tutto. Quando si parla di società e tu sei ricco e io povero, vuol dire che io debbo poter accedere alla tua ricchezza. Questa è la società. È questo il significato di società proposto ai paesi nordafricani? Se sì, bene: diventiamo soci e condividiamo tutto.

Questi sono slogan attraenti. Nessuno potrebbe avere obiezioni. Però, il fatto che siano pensati per secondi fini e basati su doppi standard potrebe distruggere la cooperazione internazionale. Le loro contraddizioni sono una minaccia grave alla politica internazionale. Prima parlate di società e poi dite che non potete dividere. Tornate da dove siete venuti. Non mi avete detto che ero il vostro socio? Se siete seri sulle risoluzioni che volete adottare, allora tutte quelle cose, la Società, il Vicinato e Barcellona, vanno annullate. Bisogna ritornare ai visti.

Tra le cose che facilitano la migrazione c’è il Visto Schengen. Ora la gente cerca di avvicinarsi al paese europeo più vicino; appena arrivati, tirano un respiro di sollievo perché si apre a loro l’intera Europa.

Sotto l’accordo di Schengen non vengono richiesti visti tra paesi europei. Li avete annullati e poi vi chiedete perché le migrazioni aumentano? Avete lasciato la porta spalancata. Reistituite i visti. In passato qualcuno che volesse andare in Germania si sarebbe chiesto: “Come ci arrivo?” Ora non deve fare altro che arrivare per nave in Francia e andare in Germania da lì.

Schengen gli permette di farlo; quando saprà che non è più un accordo valido, ci penserà due volte. Se ci sono confini e visti richiesti, come riuscirà a passare dalla Francia alla Germania? Tali ostacoli lo scoraggeranno dal lasciare il Ghana, il Mozambico o lo Zimbabwe. Ora credono che andare in Europa sia facile.

Basta solo arrivare al paese europeo più vicino, anche se solo a nuoto. Una volta lì, uno ha il resto dell’Europa aperto di fronte a sé. Per fermare l’immigrazione bisogna abolire il visto Schengen. Altrimeni non ha senso chiedere perché i flussi migratori aumentano. Anche la Libia deve reistituire il requisito del visto per i paesi arabi e non-arabi. Qualsiasi arabo può entrare in Libia senza un visto. La Libia è un paese arabo con una piccola popolazione e senza povertà. È logico che tanti Arabi vogliano andarci.

Però la Libia non è la loro destinazione. Dalla Libia vanno in Europa. Le statistiche dicono che l’80% degli emigranti dalla Libia sono arabi. Il restante 20% viene dall’Africa. Si avvantaggia del mancato requisito del visto per entrare in Libia. Lì trovano le squadre e i contrabbandieri, le barche e gli agenti per andare in Italia. Le indagini in sono in corso in Libia.

S’è scoperto che alcuni funzionari qui prendono bustarelle e sono coinvolti in operazioni di contrabbando. Hanno creato le loro mafie e le loro bande assieme ai cittadini di Egitto, Algeria, Marocco e altri paesi africani ed europei. Alcune turiste europee trovano un marito libico o egiziano. Ecco un modo per i loro mariti per entrare legalmente in Europa.

Ci sono tanti modi di aggirare la legge. Sono sicuro che ne siete al corrente. Alcuni distruggono il loro passaporto all’arrivo e riversano su di voi il problema e il peso di occuparsi di loro.

Ci sono anche altri appelli ai diritti umani, al diritto d’asilo, ai diritti dei popoli migranti, a combattere la discriminazione e il razzismo. Sono slogan meravigliosamente umani. Sono addirittura rivoluzionari. Sono tra gli elementi che incoraggiano la migrazione.

Se volete limitare la migrazione dovete fare i conti con quegli elementi. Se dal momento in cui chiunque metta piede in Europa gli si pùo garantire lo stato di rifugiato e uno stipendio mensile, verranno a migliaia.

Siete stati voi a inquinare il concetto di diritto d’asilo. Ci sono limiti precisi alla definizione di chi è o non è rifugiato politico. Ora, un criminale può scrivere che è stato il presidente di un partito democratico. Può andare in Svizzera o in qualsiasi altro paese e dire che è stato perseguitato nel suo.

E viene accettato come rifugiato politico e riceve sostegno finanziario. Quando la gente vede che un criminale vive felice e contento in Svizzera, pensa di dover seguirne l’esempio.

Ogni criminale, ogni ladro e ogni ‘cane sciolto’ è tentato di fare lo stesso: falsificare qualche documento e far finta di essere all’opposizione nel paese d’origine. Appena sentono parlare di diritti umani e di libertà, questi imbroglioni saltano sul carrozzone e si dicono difensiori dei diritti umani e della libertà di asilo. Tale atteggiamento ha incoraggiato tutti, cani e porci, a fare lo stesso.

Cos’è un rifugiato politico? È qualcuno coinvolto in politica – ministro, presidente, re, membro del parlamento, possessore di passaporto diplomatico o membro di un partito politico legittimo – che fa fronte a persecuzioni nel suo paese per ragioni puramente politiche.

Se tale persona chiede asilo in un altro paese, lo si può accettare. Alcuni sono colpevoli di omicidio nei loro paesi. Una volta scoperti, fuggono in Europa e sono trattati come rifugiati politici. Questa è una farsa. Alcuni non hanno posizioni politiche nei loro paesi, quindi scappano e diconodi essere all’opposizione e chiedono asilo politico. Ma non sono politici; sono solo cani sciolti. Come si possono ricevere in quanto rifugiati politici? Tale atteggiamento ha spinto tanti a comportarsi così per potersi poi trasferire in Europa.

L’Europa deve riconsiderare e ridefinire i rifugiati politici. Può forse essere rifugiato politico chiunque vi inganni? Guardate quelli a cui è stato concesso asilo politico e poi sono diventati terroristi. In Europa la scelta è semplice. Potete essere fedeli ai vostri slogan, che vuol dire che non potete ridiscutere la migrazione: dovete accettare tutti gli immigranti che vi vengono alla porta anche se fossero cento milioni.

Oppure dovete riconsiderare i vostri slogan e le vostre politiche per tappare tutte le scappatoie che incoraggiano l’immigrazione. L’approccio di sicurezza all’immigrazione è destinato a fallire. I confini della Libia si estendono per seimila chilometri. Non possiamo prevenire il contrabbando di cibarie sovvenzionate a basso prezzo a Ciad, Niger, Sudan o altri paesi confinanti. Qualsiasi cosa facciamo, anche se coinvolgiamo la NATO, non saremo mai capaci di controllare quei confini.

Potreste anche accettare la realtà. Potreste anche riconoscere che le migrazioni sono un fenomeno naturale con cause storiche, psicologiche ed economiche. Potreste accettare il fenomeno come si accetano le Tsunami e altri fenomeni naturali.

Così non ci sarebbe bisogno di sforzarsi in incontri come questo. Potreste farlo oppure affrontare le cause che incoraggiano la migrazione. Le cause di oggi sono ben note. Bisogna porvi fine: al problema del visto, a Barcellona, all’Euro-Mediterraneo, ai diritti umani, alla maniera di concedere asilo politico, ai diritti degli immigranti e degli altri rifugiati. Tutto questo va rivisto in maniera tale da non incoraggiare l’immigrazione. Tutto quanto fate ora o è già in atto la incoraggia. E poi chiedete perché c’è? Se un animale affamato vede il cibo vicino, sicuramente cerca di prenderlo. Come potrebbe altrimenti? È naturale che si avventi sul cibo quando questo è disponibile.

La gente va in Europa perché ogni cosa che attuate li incoraggia a farlo. Barcellona, l’Euro-Mediterraneo, il saccheggio, il visto unico, i diritti umani, i diritti dei rifugiati, i diritti di non so che, l’organizzazione della società civile e tutti gli altri elementi di questa confusione, tutto ciò spinge alla migrazione.

Tutti questo fattori osteggiano questo nostro incontro. Anche la lingua ha il suo ruolo in ciò. Se la Nigeria è un paese di lingua inglese, come potrebbe un nigeriano non andare in Inghilterra? Se è stato fatto parte di una lingua e di una cultura, come e perché gli si impedisce di andare nel paese d’origine?

Anche il Ghana è di lingua inglese. Perché non si consente a un suo cittadino – colonizzato, oppresso, ridotto schiavo, a cui si è imposta una lingua – di andare in Inghilterra? Nessuno ha mai pensato che un giorno egli potesse usare tale condizione e creare problemi rivendicando il diritto di entrare nel vostro paese perché parla la stessa lingua.

Lo stesso vale per i francofoni. Farebbero fatica a capire perché un incontro come questo, contro l’immigrazione, abbia addirittura luogo. Direbbero che sono francofoni e che quindi hanno il diritto di andare in Francia. “Parliamo la stessa lingua e facciamo parte della stessa cultura e quindi siamo lo stesso popolo. A cosa serve l’incontro? Annullatelo perché noi andiamo dritti in Francia”.

Conoscete bene questi fatti, ma preferite negarli. Sarebbe una catastrofe se non li conosceste. C’è un’altra dimensione pericolosa riguardo alle migrazioni. Guardate la carta del mondo e vedrete i paesi da cui gli immigranti partono e quelli a cui arrivano. Una grande esplosione demografica è cominciata in Asia.

Avrà conseguenze nel mondo intero. Onde di immigranti andranno ovunque ci sia un vuoto demografico. Ora affrontate l’immigrazione dall’Africa all’Europa. Presto tutti noi in Africa e in Europa dovremo far fronte alla nuova sfida di vaste onde migratorie dall’Asia. Verranno come sciami di locuste in seguito all’esplosione demografica in Cina, nell’Oceano Indiano e nell’Estremo Oriente. Uno sguardo alla carta del mondo rende molto chiara tale minaccia. Come vi proponete di far fronte alla sfida?

Siete qui riuniti per discutere le migrazioni dall’Africa all’Europa. Ora, sta per verificarsi un diluvio di proporzioni astronomiche. Verranno, ome Gog e Magog nella Bibbia. Sto suonando il campanello d’allarme per il mondo intero. L’esplosione demografica in Asia è un altro grave problema e inghiottirà l’Africa e l’Europa. Per favore prendete nota e siate miei testimoni.

Un altro sguardo alla carta rivelerebbe altre cause per l’aumento delle migrazioni. Gli attuali interventi militari in Iraq, nel Golfo, nel Medio Oriente, nelle regioni curde in Turchia e in Iran e le condizioni del Corno d’Africa, tutto ciò aumenta l’immigrazione; e così anche le numerose guerre civili nelle Filippine del Sud, nel sud della Thailandia, in Cecenia, nella Regione dei Grandi Laghi dell’Africa Centrale, nella Costa d’Avorio, nel Corno d’Africa, in Ciad e nel Sudan. Tutte queste guerre civili aumentano l’immigrazione. Chi c’è dietro? Le stesse mani che crearono il colonialismo e causarono disastri nel mondo: il settore privato, i fabbricanti e i commercianti d’armi che ne traggono profitto.

I servizi segreti europei scelgono qualcuno, lo addestrano, gli assegnano fondi adeguati e la responsabilità di far scoppiare una guerra tra tribù, una disputa di confine, un conflitto entico o religioso in qualche parte del mondo. Quando questa guerra inizia va tutto a vantaggio dei mercanti e dei fabbricanti d’armi.

Diventa anche un pretesto opportuno per l’intervento internazionale. Chi finanzia i Caschi Blu ne trae profitto, anche le Nazioni Unite. È un tale giro d’affari! Quando una guerra scoppia l’ONU manda settantamila agenti di page, che hanno bisogno di fondi. Il denaro si dà all’ONU. Se il costo stimato dell’operazione è di dieci milioni di dollari, l’ONU ne spende sei e se ne tiene quattro per sé. Anche l’ONU è diventata un mercante di guerra o un agente che lavora su commissione.

Concludendo, non voglio che ci siano confuzioni o malintesi su quanto ho detto. Non voglio scoraggiarvi né obiettare alle misure per combattere le migrazioni. Al contrario, sono del tutto con voi. Spero di vedere la fine delle migrazioni. La Libia è tra i paesi seriamente toccati dalle migrazioni.

Hanno esaurito le nostre risorse. La popolazione in Libia è il doppio o il triplo rispetto ai locali; e consumano la loro parte dei prodotti a basso costo sovvenzionati dallo Stato libico. Speriamo veramente che troviate una soluzione al problema.

Sono stato del tutto onesto con voi. Ho svelato la verità e l’ho lasciata nuta di fronte a voi perché troviate una soluzione; ciò è prova della mia sincerità. Se un paziente ha bisogno di un intervento chirurgico non gli si somministrano gli antidolorifici. Sarebbe un ingatnno, un atto che solo una persona ignorante potrebbe compiere. L’onesta detta che un medico di professione si esprima onestamente col paziente e gli dica la verità sul suo caso; e lo informi se ha bisogno di un intervento chirurgico importante e non solo di antidolorifici.

Ciò che ho tentato di fare è stato di mettervi la verità di fronte. La terra appartiene a tutti gli esseri umani. Gli abitanti di tutti i continenti sono in origine migranti. Ciò va tenuto in conto, assieme ai fatti riguardanti le epoche di schiavitù e colonialismo e il saccheggio delle risorse naturali. Non possiamo trascurare che il Primo e il Secondo Mondo hanno tolto la vita a milioni di persone e quindi ora incoraggiano la migrazione verso l’Europa e verso altre parti del mondo. Dobbiamo ricordare le ragioni e le cause di quelle guerre.

Erano le potenze coloniali a imporre il loro linguaggio ai popoli colonizzati. Erano loro a dare l’impressione che gli africani e gli europei fossero dello stesso continente e che fossero lo stesso popolo. Come mai si potrebbe parlare di due continenti distinti quando allo stesso tempo si parla di Congo Belga, Libia Italiana, Sudan Francese, Sudan Britannico e Algeria Francese? Ciò dà alla gente l’impressione di avere il diritto di recarsi nella loro “Madre Patria”.

Inoltre, devo dire che gli argomenti summenzionati, come il visto singolo, Barcellona, la cooperazione Euro-Mediterranea e gli appelli ai diritti umani e ai diritti dei rifugiati hanno, tutti assieme, facilitato le migrazioni. Lo dico schietto di fronte a voi per potervi aiutare nel vostro compito. Se volete risolvere il problema potete farlo solo facendo fronte a questi fatti.

Vi auguro ogni riuscita. La pace e la benedizione di Dio siano con voi.

Preso da: http://algaddafi.org/muammaralgheddafiparlaitaliano/muammar-al-gheddafi-parla-italiano—discorso-del-leader-muammar-al-gheddafi-allincontro-ministeriale-di-unione-africana-e-unione-europea-su-migrazioni-e-sviluppo–2-5-

La guerra contro la Libia è un disastro economico per l’Africa e l’Europa

Uno dei motivi della guerra contro la Libia è quello di fermare lo sviluppo del continente, consentire l’installazione della base militare dell’US Africom in Cirenaica e l’avvio dello sfruttamento coloniale dell’Africa a beneficio degli Stati Uniti. Per capire questi problemi nascosti, la Rete Voltaire ha intervistato Mohammed Siala, ministro della cooperazione e direttore del fondo sovrano libico.

| Tripoli (Libia) | 4 luglio 2011
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Mohammed Siala riceve gli investigatori di Rete Voltaire
© Mahdi Darius Nazemroaya/Rete Voltaire

Rete Voltaire: Il suo paese è ricco di petrolio e gas. Avete capitalizzato 70 miliardi dollari nella Autorità per gli Investimenti Libica. Come usate questa manna?

Mohammed Siala: Abbiamo risorse significative, ma non sono rinnovabili. Così abbiamo creato la Autorità per gli Investimenti Libica per proteggere il patrimonio delle generazioni future, come hanno fatto i norvegesi, per esempio. Tuttavia, dedichiamo una parte di questi fondi allo sviluppo dell’Africa. Questo vuol dire che abbiamo investito oltre 6 miliardi dollari in azioni di sviluppo del continente, in agricoltura, turismo, commercio, miniere, ecc.

Abbiamo messo i fondi rimanenti in settori diversi, paesi diversi, diverse valute. Ovunque, compresi gli Stati Uniti e Germania, che purtroppo hanno permesso di congelare alcuni dei nostri beni.

Rete Voltaire: Tecnicamente, come viene messo in atto questo congelamento?

Mohammed Siala: il blocco dei beni è regolato dalle leggi bancarie del paese in cui vengono collocati. La regola è che bloccano i nostri conti, ma a volte possiamo ottenere il rilascio se portiamo la controversia al Consiglio dei Reclami e se proviamo che sono destinati a determinati usi. Per esempio, io ho appena ottenuto il disgelo dei fondi destinati alle borse di studio di 1.200 studenti che abbiamo mandato in Malesia. Cerchiamo di fare lo stesso per tutto ciò che riguarda i benefici sociali o le spese per il ricovero dei nostri cittadini all’estero.

Occasionalmente, alcuni paesi ci permettono di utilizzare i fondi per comprare cibo o medicine. In linea di principio, è nostro diritto, ma molti si rifiutano di scongelare i fondi necessari o lo rimandano. Per esempio, in Italia, lo stato nega qualsiasi uso dei nostri beni. In Germania, lo stato lo consente per scopi umanitari, ma alcune banche si rifiutano di sbloccare i fondi. Le interpretazioni della risoluzione sono completamente differenti da stato a stato. Chiediamo una regola chiara: ciò che è permesso è consentito e ciò che non lo è, è proibito. Per ora, l’interpretazione è politica e la forza prevale sul diritto.

Rete Voltaire: è l’unico problema che incontrate nei i vostri rifornimenti?

Mohammed Siala: Dobbiamo anche affrontare il blocco marittimo che la NATO ha istituito senza base legale. Impediscono il nostro approvvigionamento , o lo ritardano, anche i carichi di derrate alimentari. Si applicano in particolare a evitare le nostre consegne di benzina, anche se ciò non è coperto da pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite. Abbiamo una petroliera che pazienta da un mese a Malta. Per ogni nave, discutono dell’uso duale di quello che trasporta. La benzina è destinata ai veicoli civili. Ma loro dicono che può anche essere usata per i veicoli dell’esercito. Noi rispondiamo che non possono vietarci di usarlo per le ambulanze, ecc. Tuttavia, dall’inizio del conflitto, impediscono qualsiasi consegna di gas. Tuttavia, siamo dipendenti da raffinerie estere per circa un terzo del nostro fabbisogno. Da qui la carenza attuale. In teoria, hanno solo il diritto di ispezionare le navi per assicurarsi che non trasportano armi. Ma in pratica hanno installato illegalmente un blocco navale. Hanno ordinato alle navi russe e cinesi di tornare indietro. I loro stati devono quindi presentare una denuncia presso il comitato per le sanzioni delle Nazioni Unite, per discutere dell’interpretazione delle risoluzioni. Si tratta di un processo senza fine e dissuasiva. Nessuna base giuridica gli consente di farlo, ma sono forti, sicuri della loro impunità.

Tuttavia noi siamo in grado di rifornirci via terra, ma questo è irrisorio: abbiamo bisogno di un mese per trasportare sui camion quello che possiamo scaricare, in un solo giorno, nei nostri porti.

Rete Voltaire: Il suo paese ha intensificato la costruzione delle infrastrutture, tra cui le gigantesche opere d’irrigazione del Man Made River. Quali sono i vostri progetti attuali?

Mohammed Siala: C’è una ferrovia che attraversa il Nord Africa, ad eccezione della Libia. Vogliamo portare a termine l’integrazione nell’economia regionale e sospingerla. I cinesi costruiscono il tratto Tunisia-Sirte. I russi hanno il compito della Sirte-Bengasi. Una trattativa era in corso con l’Italia per la sezione Bengasi-Egitto, così come per le locomotive. Abbiamo anche iniziato la costruzione di una linea transcontinentale nord-sud, con il tratto Libia-N’Djamena. Si tratta di investimenti di interesse internazionale e abbiamo pensato che il G8 ci aiuterebbe. L’aveva promesso, ma non abbiamo visto arrivare nulla.

Siamo impegnati negli accordi, e abbiamo usato le offerte per costringere i nostri fornitori ad abbassare i prezzi. Durante la sua visita, Putin ha accettato di allineare i prezzi delle compagnie russe con quelli dei loro concorrenti cinesi. Siamo stati in grado di diversificare i nostri partner.

Rete Voltaire: Con la guerra, cosa accadrà a questi progetti?

Mohammed Siala: Tutti questi siti sono interrotti per il congelamento dei beni. Ma noi continuiamo la gara d’appalto sui tronconi da realizzare, perché siamo convinti che la guerra è temporanea e che i lavori riprenderanno. Ci stiamo preparando a continuare i contratti temporaneamente sospesi per motivi di “forza maggiore”.

La guerra ha esasperato i nostri partner. I cinesi hanno qui 20 miliardi di dollari in contratti, i turchi 12 miliardi. Poi ci sono gli italiani, russi e francesi. Non era loro interesse avviare questa aggressione, e tanto meno parteciparvi. Probabilmente alcune persone hanno ricevuto delle compensazioni sottobanco, ma non abbiamo informazioni precise su ciò. Altri sperando di poter più conquistare questo paese, sostengono da sé i contratti di ricostruzione.

Rete Voltaire: Quali sono le conseguenze del congelamento del vostro patrimonio per l’Africa?

Mohammed Siala: Bloccando le nostre risorse, hanno anche bloccato i nostri sforzi per sviluppare l’Africa. Il continente non è in grado di esportare materie prime. Noi investiamo in modo che siano trasformati e commercializzati in Africa, dagli africani. Si tratta di creare posti di lavoro e mantenere il plusvalore in Africa. Da un lato gli europei ci incoraggiano, perché si prosciuga il flusso migratorio, dall’altro, si oppongono perché dvrebbero abbandonare lo sfruttamento coloniale.

Gli occidentali vogliono mantenere l’Africa in una situazione in cui esporta solo materie prime, dei beni primari.

Per esempio, quando il caffè prodotto in Uganda è esportato in Germania, dove viene venduto, il profitto resta in Germania. Abbiamo finanziato impianti per la torrefazione, macinatura, confezionamento e così via, ecc. La percentuale di remunerazione per gli ugandesi è passata dal 20% all’80%. Ovviamente, la nostra politica è in conflitto con gli europei. Si tratta di un eufemismo.

Finanziamo risaie in Mozambico e in Liberia, per la somma di 32 milioni di dollari a progetto e creare 100000 posti di lavoro ciascuno. Cerchiamo prima l’autosufficienza di ogni stato africano, e solo dopo i mercati di esportazione. Senza dubbio, entriamo in conflitto con coloro che producono ed esportano riso, soprattutto se vi speculano.

Costruiamo anche strade. Per esempio dalla Libia al Niger. Abbiamo già collegato Sudan e Eritrea, sconvolgendo l’economia regionale e aprendo prospettive di sviluppo. Ora è possibile spostare merci su strada e mare

Rete Voltaire: Si può dire che la Libia ha poche alleanze diplomatiche, ma ha sviluppato alleanze economiche che vi proteggeranno. Possiamo parlare di diplomazia degli investimenti?

Mohammed Siala: sì. Per esempio, abbiamo 50 milioni dollari di fondi per la costruzione, da parte delle imprese cinesi, di un canale di 32 km in Mali, per l’irrigazione delle aree agricole. Il congelamento dei nostri beni interrompe gli importanti progetti per l’agricoltura in questo paese. Se continua ciò, sorgerà presto un problema alimentare e i popoli riprenderanno ed accelereranno la migrazione verso l’Europa. In definitiva, gli europei non possono permettersi di fermare i nostri sforzi per lo sviluppo del continente. Non hanno alcuna alternativa alla nostra politica.

Rete Voltaire: Avete un dispositivo che permette di pagare i vostri ordinativi sul mercato internazionale, nonostante il congelamento dei vostri beni. Il vostro paese viene attaccato, penso, naturalmente, all’acquisto di armi e munizioni.

Mohammed Siala: Resistiamo da quattro mesi e mezzo. Abbiamo imparato dall’embargo ed eravamo pronti fin dal primo giorno. Molti stati stanno guardando e vogliono adottare misure simili per proteggere se stessi dall’imperialismo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

PARLA MUAMMAR GHEDDAFI

intervista tratta da: Panorama, 12 ottobre 2000

di STELLA PENDE fotografie di PIGI CIPELLI

Amsa’d (deserto del Sahara), 2/3 ottobre 2000

L’automobile corre nel buio da un’ora. Nessuno sa dove andiamo. Il silenzio nero del deserto è rotto solo da qualche lampeggio del mare che appare e scompare come una cartolina strappata. Lasciamo a cento chilometri Tobruk, piccolo porto libico che nell’ultima guerra è stato la sconfìtta del generale Erwin Rommel. Posto di blocco. Qualche minuto d’attesa e l’apparizione: d’improvviso davanti a noi: il Sahara è attraversato da un serpente luminoso di macchine che muove la coda dentro la strada ondulata. «È la fila delle auto per la frontiera con l’Egitto» mente uno degli accompagnatori, tenuto, come tutti, al pegno del silenzio. Una voce, un nome, cade come un sasso fra noi: «E’ Gheddafi». «E’ lui che si muove con i suoi Caravan e più di cento Toyota al seguito». «Gli ultimi in coda sono due pullman: il primo, immenso, è una casa viaggiante. L’altro porta i generatori». Per fare cosa? «Per illuminare la sua tenda. La pianta dovunque. A Tripoli in mezzo alle macerie della sua casa bombardata, in mezzo al deserto, davanti al mare. Sta andando in Egitto, al Cairo la farà montare dentro il parco dell’ambasciata. Lui non occupa mai piani interi di alberghi. Dorme solo sotto la tenda. Anche l’intervista la farete lì sotto». La voce aveva ragione. Oggi, davanti alla guerra del Medio Oriente e a quella del petrolio, davanti alla liberazione degli ostaggi francesi e al nuovo accordo firmato con l’Italia, un incontro con lui diventa sempre più importante e difficile. Forse impossibile. Invece, dopo un’attesa di un’ora nel comando di Amsa’ad, alla frontiera con l’Egitto, arriva il via. «È pronto». Tutti corrono. I libici hanno per il loro leader rispetto e paura. Entriamo da un cancello presidiato da guardie. Decine. Donne e uomini armati. Dopo il controllo, una tenda dai colori arlecchino. Muammar Gheddafi aspetta in piedi. Ha una camicia a onde verdi e marroni. Sulle spalle una casacca araba nera come gli occhi. Piccoli e brillanti.

Lei ha detto: «Mi hanno accusato di essere contro la pace perché finanziavo i movimenti rivoluzionali di liberazione nel mondo. Oggi è tutto cambiato. Oggi è chiaro che avevo ragione io». Mi perdoni, colonnello, ma la Palestina che lei ha aiutato è praticamente in guerra con Israele. Niente sembra cambiato in Medio Oriente, niente finito.

Andiamo con ordine. Per anni la comunità internazionale mi ha accusato di essere un terrorista. Oggi si rende conto che le cause che aiutavo erano legittime e che i capi dei movimenti che sostenevo sono diventati capi di stato, come in Sud Africa Nelson Mandela, in Zimbabwe Robert Mugabe, Idriss Deby nel Ciad e, perché no, Yasser Arafat. Se parliamo invece di quello che succede oggi tra palestinesi e israeliani, il discorso è tutto diverso: quel conflitto rischia di rimanere uguale a se stesso all’infinito.

È la fine del processo di pace?

Se aspettiamo la pace fra i due stati dovremmo aspettare la fine del mondo.

Non le pare di esagerare?

Neanche un po’. E poi mi rimproverano oggi di non aver accettato la partecipazione di Israele alla Conferenza mediterranea di Barcellona. Nè israeliani nè palestinesi, con quello che accade fra loro, possono stare seduti accanto a noi. Con quale diritto potrebbero farlo, con il comportamento che tengono? Non si tratta di capire o di giudicare chi fra i due ha torto o ragione. Questa gente lotta ancora oggi per cercare e stabilire terre e identità. Ma non sa ancora chi è. Israeliani e palestinesi non hanno ancora capito che non si possono costruire stati a base di principi etnici e religiosi. È assurdo, anacronistico e pericoloso. E’ come pretendere che una piccola palla di sabbia rimanga insieme se tu la affondi nell’acqua del mare. Israele in particolare è, e sarà sempre, uno stato surreale. Il suo cittadino non sarà mai cittadino del mondo, ma solo del luogo dove avverrano i suoi investimenti. Anche la lingua ebraica si perderà dentro la globalizzazione.

Questo è il suo odio atavico per Israele.

No, è la realtà. E le dirò di più: anche l’alleanza sionista-americana si sbriciolerà. Perché la fame colonialista di quei due paesi è reazionaria e li metterà uno contro l’altro. Gli ebrei strumentalizzano l’America, ma prima o poi, come Mosca ha dovuto rinunciare alla Germania dell’Est così Washington dovrà rinunciare a Gerusalemme. E, quando avverrà, il conflitto tra i due paesi sarà terribile.

Chi fa meglio all’America, George Bush o Al Gore?

Non vedo alcuna sensibile differenza tra l’uno e l’altro candidato. La battuta fa il miracolo: un sorrìso. Ma Gheddafi ci mette un attimo a tornare Gheddafi. Si toglie e si mette le scarpe. Lui, beduino figlio dell’Africa, sta sempre a piedi nudi. Si racconta che una volta un piccolo scorpione passeggiava per la sua tenda. Lui lo prese in una morsa tra le dita dei piedi e lo stritolò.

Colonnello, parliamo della liberazione degli ostaggi francesi. Alcuni dicono che è stato un gesto contro il fondamentalismo islamico, altri per dar lustro alla sua immagine. Qual è la verità?

La nostra immagine non ci pareva così cattiva da sobbarcarci queste iniziative. La nostra battaglia contro il fondamentalismo islamico è già molto nota. Non ha bisogno di palcoscenico. Inoltre ricordo che l’intervento è stato fatto dalla fondazione Gheddafi e non dallo stato della Libia.

Ma se è stato suo figlio ad accogliere gli ostaggi liberati e a raccontare di aver pagato 1 milione di dollari a ostaggio. Che ruolo ha oggi Seif Al Islam e quale avrà domani nella Libia moderna?

La domanda gli incendia gli occhi. Chi fa queste domande viene qui e non sa che la Jamahyria vuol dire stato delle masse. Nessuno in Libia ha ruoli singoli. Nè Gheddafi nè altri. Il potere e le decisioni spettano solo al popolo. I presidenti della repubblica europei decidono quasi tutto. Niente è approvato in Libia senza il consenso dei comitati popolari. Mio figlio è, come me, un semplice cittadino. Posso aggiungere che la fondazione di cui è presidente si occupa di lotta alla droga e di handicappati.

Bene, torneremo in Italia con uno scoop: spiegheremo agli italiani che abbiamo scoperto che Gheddafi non ha in Libia alcun potere.

Muto. Proviamo con l’Africa.

L’Africa muore: minata dalla crisi economica, martirizzata da guerre fratricide e da morbi tenibili come l’aids.

Comincia a parlare come se la domanda fosse trasparente. La verità è che il mondo corre alla velocità del suono. Cambiano i paesi e i loro destini. Lo stato nazionalistico è entrato nella seconda fase: quella degli spazi regionali, nuova forma della globalizzazione. Le grandi nazioni sono sparite. Ingoiate. Una volta il Portogallo era una potenza che aveva invaso il mondo. Oggi è solo un piccolo paese dell’Unione Europea. La Gran Bretagna, nazione immensa, oggi non riesce a tener testa a un piccolo gruppo di guerriglieri come quelli dell’Ira. Chi l’avrebbe mai detto, scusi, che una signora come la Thatcher sarebbe scappata dalla finestra di una cucina per la paura di un agguato? Anche l’Africa è cambiata. Ha lottato per l’indipendenza, ha vinto, ma paga cara la sua vittoria. La libertà non basta più, ha bisogno dell’unità.

Per questo sogna gli Stati Uniti d’Africa?

Sì, e riuscirò a vedere il risveglio africano. Intanto ho fondato la Comunità degli stati sahael-sahariani: Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad, Centrafrica, Sudan ed Eritrea. E abbiamo vinto la sfida. Il deserto del Sahara da sempre barriera di immensità per linguaggi e culture diverse, oggi è diventato un ponte naturale fra il Nord Africa e i paesi al di là. E adesso stiamo pensando e investendo in infrastrutture: strade e mezzi di comunicazione ed elettricità. La malattia dell’Africa è soprattutto la solitudine e l’isolamento. Nel 1991 il trattato di Abuja lanciò la comunità economica africana, ma da allora niente è accaduto. Io spero che l’Europa ci aiuterà in quest’impresa.

È vero che Gheddafi vuole la Banca centrale africana e che prepara la moneta dell’Africa unita?

È per questo che l’Europa non ci aiuterà… Certo oggi il Fondo monetario tratta con una cinquantina di paesi e di monete in Africa. La nostra moneta potrebbe essere come quella nuova europea e la banca come quella Mondiale. Prima però bisogna rimettere in piedi la Banca di sviluppo africana. Vogliamo un Fondo monetario per l’Africa. Ci sarebbe una giusta parità fra lo yen, l’euro e le monete africane.

Parliamo di Italia, colonnello. Per questo paese lei ha sempre dimostrato odio e amore. Oggi dov’è l’odio e dove l’amore?

L’Italia è stata per lungo tempo nemica della Libia. Prima dell’accordo di cooperazione firmato nel ’98 con il governo dell’Ulivo e di D’Alema avevamo deciso di farla restare nella lista dei nemici. Abbiamo aspettato inutilmente vent’anni. Oggi tutto può cambiare se l’accordo verrà rispettato. Attenzione, per ora poco è stato fatto.

Si dice che per Massimo D’Alema e per Romano Prodi, cioè per l’Italia e per l’Europa, il suo discorso sul colonialismo dell’Europa al vertice del Cairo sia arrivato come una bomba.

La verità è che Prodi si è fermato solo al mio dissenso sulla partecipazione alla Conferenza mediterranea di Barcellona. Barcellona potrebbe essere un fatto positivo per la Libia. La legherebbe a un continente progredito e aperto come l’Europa, ma ci sono cose in quel trattato che non accetteremo mai. Prima di tutto la divisione del territorio geografico dell’Africa che la Conferenza propone. L’Africa rimane unica e unita. Poi la partecipazione di Israele alla Conferenza, come ho già detto. Non potrò mai sedere accanto a quel paese. Dalla Turchia alla Palestina, bisogna tirare una linea rossa.

Come è andata davvero la storia dell’invito a Bruxelles che è poi saltato?

È stato un errore di Prodi. Prodi è un po’ amico e un po’ nemico. Lui mi ha telefonato per invitarmi. Ha fissato perfino la data. Poi ho saputo che il viaggio doveva essere considerato sospeso finché non avessi firmato un comunicato dove approvavo Barcellona. In questo caso bastava che lui mi avvisasse prima: o firmi o non vieni. Oppure vediamoci per discutere della cosa. Io credo che Prodi sia stato pressato e messo in imbarazzo da sionisti e americani. «Sei pazzo a invitare Gheddafi?». Si è trovato davanti a un muro e ha ceduto.

L’ex presidente Francesco Cossiga ha lavorato molto per la fine dell’embargo. Durante gli incontri con lui furono decisi progetti finanziari, cooperazione politica ed economica. Cosa resta di quegli accordi? È vero che si ricomincia a parlare di nuovi affari con la Fiat? Che ne è del grande gasdotto progettato dall’Agip petroli e dalla Oil corporation libica? La Libia ha una grande presenza anche nella seconda banca italiana, la Banca di Roma. Con quali obiettivi strategici?

Noi siamo aperti alla collaborazione finanziaria ed economica con l’Italia. Il gasdotto è un progetto immenso e sacro che va avanti. Dalla Libia all’Italia e dall’Italia al resto d’Europa. Inoltre, la nostra partecipazione alla Banca di Roma verrà aumentata di molto. In quest’operazione i libici stanno facendo grandissimi passi avanti. Per finire, finché la porta di Tripoli resterà aperta all’Italia, la Fiat o qualunque altra azienda italiana sarà la benvenuta.

Se sarà la benvenuta, perché ha fatto aspettare inutilmente Giovanni Agnelli a Tripoli prima dell’estate?

Agnelli ha detto? Perché il presidente della Fiat dovrebbe incontrare Gheddafi? Sarebbe solo un incontro simbolico. Agnelli deve incontrare gli enti competenti per discutere certe cose.

Colonnello Gheddafi, una domanda che interessa molto agli italiani: quanto dureranno i prezzi folli del petrolio? E quanto potrebbero crescere ancora?

Faccio appello agli europei e agli italiani: riducete le tasse sui prodotti petroliferi! I governi europei incassano quattro volte di più dei paesi produttori del petrolio. Se noi guadagniamo 20 dollari netti al barile, loro ne prendono 80.

Verrà prima o poi in Italia?

Sì, se il popolo libico darà il suo consenso al viaggio.

Nonostante la posizione di certi cattolici nei confronti dei musulmani? Il cardinale Giacomo Biffi ha ribadito la sua crociata contro l’Islam. A Giacarta due settimane fa la World islamic call society, che raggruppa 180 paesi islamici, ha invece predicato comprensione per le culture diverse. Lei come risponde?

Che chi parla mi rende perplesso. Chi critica e attacca un musulmano perché prega e rispetta la sua religione non ha un vero Dio. Pregare Dio sotto una tenda, dentro una moschea o una chiesa non fa e non deve fare differenza. La diversità è tra qualcuno che prega Dio e qualcun altro che adora il diavolo.

L’«Herald tribune» dice che nel processo in corso in Olanda sul caso Lockerbie non sono emerse prove certe sulla colpevolezza dei cittadini libici accusati. Se dovessero essere assolti, lei cosa farebbe?

Pretenderò risarcimenti esattamente uguali ai danni che abbiamo ricevuto.
Muammar Gheddafi è stanco. Si alza. E in un attimo la sua tenda è vuota.

Preso da: http://www.francocenerelli.com/antologia/parla_gheddafi.htm

Il mondo applaude mentre la CIA affonda la Libia nel caos

Un articolo veramente interessante di David Rothscum tradotto dal sito Aurora. Un pezzo eccellente che illustra in modo completo cosa realmente sta succedendo in Libia.

David Rothscum Global Research, 2 Marzo 2011:
Come era la Libia sotto il governo di Gheddafi? Quanto male ha fatto al popolo? Erano così oppressi così come noi, oggi, accettiamo comunemente come un dato di fatto? Guardiamo ai fatti per un momento.
Prima che il caos scoppiasse, la Libia aveva un tasso di carcerazione inferiore alla Repubblica ceca. Era classificata 61.ma. La Libia ha il più basso tasso di mortalità infantile di tutta l’Africa. La Libia aveva la speranza di vita più alta di tutta l’Africa. meno del 5% della popolazione era denutrita. In risposta ai prezzi dei prodotti alimentari in tutto il mondo, il governo della Libia ha abolito TUTTE le tasse sul cibo.
Il popolo in Libia era ricco. La Libia aveva il più alto prodotto interno lordo (PIL) a parità di potere d’acquisto (PPA) pro capite, di tutta l’Africa. Il governo ha avuto cura di garantire che tutti, nel paese, condividessero la ricchezza. La Libia aveva il più alto indice di sviluppo umano di qualsiasi paese del continente. La ricchezza è stata distribuita equamente. In Libia ha una percentuale di persone che vivevano al di sotto della soglia di povertà, inferiore ai Paesi Bassi.

Come fa la Libia ha essere così ricca? La risposta è il petrolio. Il paese ha parecchio petrolio, e non consente alle multinazionali straniere di rubarle le risorse, mentre la popolazione muore di fame, a differenza di paesi come la Nigeria, un paese che è sostanzialmente gestito dalla Shell. Come ogni altro paese, la Libia soffre di un governo con burocrati corrotti che cercano di ottenere una porzione più grande della torta, a danno di tutti gli altri. In risposta a ciò, Gheddafi ha chiesto che le entrate del petrolio fossero distribuite direttamente al popolo, perché a suo avviso, il governo non considerava il popolo. Tuttavia, a differenza delle dichiarazioni degli articoli, Gheddafi non è il presidente della Libia. In realtà, non occupa alcuna posizione ufficiale del governo. Questo è il grande errore che le persone fanno. Parlano del dominio di Gheddafi sulla Libia, quando in realtà non c’è, la sua posizione è più o meno cerimoniale. Deve essere paragonato ad uno dei padri fondatori.


Il vero leader della Libia è un indirettamente eletto primo ministro. L’attuale primo ministro è Baghdadi Mahmudi. Definire Gheddafi il leader della Libia, è come dire che Akihito (l’imperatore, NdT) è il leader del Giappone. Contrariamente a quanto i media indicano, le opinioni in Libia variano. Alcune persone supportano Gheddafi, ma non vogliono Mahmudi. Altri non vogliono entrambi. Molti vogliono solo vivere la loro vita in pace. Tuttavia, ci si sforza nel delineare una rivolta popolare contro il presunto leader della Libia, Gheddafi, quando in realtà egli è solo l’architetto del sistema politica corrente della Libia, una miscela di pan-arabismo, socialismo e governo islamico.
I video delle proteste pro-Gheddafi stanno scomparendo da Youtube, mentre si parla. “Pro Gaddafi Anti Baghdadi Mahmudi demonstrations“ è andato. “Pro Gaddafi protests in front of Libyan embassy London“ c’è ancora. YouTube normalmente cancella tutti i video contenenti sangue, tranne nel caso della Libia. Apparentemente più traumatizzante nel vedere corpi fatti, per i telespettatori, sono i libici che non saltano sul carro e vanno nelle strade per abbattere Gheddafi.
I manifestanti in Libia sono paragonabili ai manifestanti in Egitto e in Tunisia? Niente affatto. La reazione dei governi è più violenta, e ovviamente la violenza eccessiva viene utilizzata. Tuttavia guardiamo per un momento le azioni dei manifestanti. L’edificio del Congresso generale del popolo, il parlamento della Libia, è stato incendiato da manifestanti arrabbiati. Questo è paragonabile a dei manifestanti che incendiano Capitol Hill negli USA. Pensate anche solo per un momento che il governo degli Stati Uniti starebbe seduto a guardare i manifestanti incendiare il Campidoglio?
I disordini di oggi non sono opera di giovani secolari che desiderano il cambiamento, o qualcosa di simile a ciò che si è visto in Egitto e Tunisia. Un gruppo che si fa chiamare “Emirato islamico di Barka“, l’antico nome della parte nord-occidentale della Libia, detiene numerosi ostaggi, e ha ucciso due poliziotti. Questo non è uno sviluppo recente. Venerdì scorso, il 18 febbraio, il gruppo ha rubato 70 veicoli militari dopo aver attaccato un porto e ucciso quattro soldati. Purtroppo, un colonnello si è unito al gruppo e ha fornito loro altre armi. La rivolta è scoppiata nella città orientale di Bengasi. Il ministro degli esteri italiano ha sollevato le sue paure su un emirato islamico di Bengasi che si dichiari indipendente.
La risposta è che gli stessi gruppi che gli Stati Uniti hanno finanziato per decenni, ora cercano la loro occasione per ottenere il controllo della nazione. Un gruppo recentemente arrestato in Libia, composto da decine di cittadini stranieri coinvolti in numerosi atti di saccheggio e di sabotaggio. Il governo libico non ha potuto escludere collegamenti con Israele.
La Gran Bretagna ha finanziato una cellula di Al-Qaida in Libia, nel tentativo di assassinare Gheddafi. Il principale gruppo di opposizione in Libia è oggi il Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia. Questo gruppo di opposizione è finanziato dall’Arabia Saudita, dalla CIA, e dall’intelligence francese. Questo gruppo si è unito con altri gruppi di opposizione, per diventare la Conferenza Nazionale dell’opposizione libica.
E’ stata questa organizzazione che ha fatto appello alla “Giornata della rabbia” che ha fatto precipitare nel caos la Libia, il 17 febbraio di quest’anno. Lo ha fatto a Bengasi, una città conservatrice che si è sempre opposta al governo di Gheddafi. Va notato che il Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia è ben armato. Nel 1996 il gruppo ha cercato di scatenare una rivoluzione nella parte orientale della Libia. Ha usato il Libyan National Army, la divisione armata del NFSL, per iniziare questa rivolta fallimentare.
Perché gli Stati Uniti si oppongono a Gheddafi? E’ la principale minaccia all’egemonia statunitense in Africa, perché tenta di unire il continente contro gli Stati Uniti. Questo concetto si chiama Stati Uniti d’Africa. In effetti, Gheddafi detiene tutte le idee contrarie agli interessi degli Stati Uniti. L’uomo accusa il governo degli Stati Uniti della creazione dell’HIV. Sostiene che Israele è dietro l’assassinio di Martin Luther King e del presidente John. F. Kennedy. Dice che i dirottatori del 9/11 furono addestrati negli Stati Uniti. Ha anche invitato i libici a donare sangue per gli statunitensi dopo l’11/9. Gheddafi è anche l’ultimo di una generazione di rivoluzionari socialisti moderati pan-arabi ancora al potere, dopo che Nasser e Hussein sono stati eliminati, e la Siria si è allineata con l’Iran.
Gli Stati Uniti e Israele, però, non hanno alcun interesse in un mondo arabo forte. In realtà sembra elementare che il piano sia mettere in ginocchio la Libia attraverso il caos e l’anarchia. Alla fine del 2010, il Regno Unito ancora puntellava il governo libico attraverso una lucrosa vendita di armi. Nulla è una garanzia migliore per distruggere la Libia, di una sanguinosa guerra civile. Il sistema tribale che è ancora forte in Libia, è utile da sfruttare per poter generare una guerra, da quando la Libia è stata storicamente divisa in vari gruppi tribali.
Anche per questo motivo il governo libico risponde importando mercenari. Le appartenenze tribali vengono prima della fedeltà al governo, soprattutto a Bengasi, e quindi il governo centrale non ha più alcun controllo sulla parte orientale del paese. L’alternativa ai mercenari è un conflitto tra i vari gruppi etnici. Gheddafi ha cercato per 41 anni di rendere il Paese più omogeneo, ma i gruppi di opposizione finanziati dall’estero spingeranno il paese, in poco più di un paio di giorni, a ritornare al 19 ° secolo, prima che la regione fosse conquistata e unificata dagli europei. La violenza è davvero eccessiva, ma tutti sembrano dimenticare che la situazione non è la stessa in Tunisia ed Egitto. I legami tribali svolgono un ruolo molto importante, e quindi il conflitto sarà purtroppo più sanguinoso.
Si ricordi in ogni momento che la violenta guerra civile libica che si dispiega, non è paragonabile alle rivoluzioni viste in Tunisia e in Egitto. Entrambe queste rivoluzioni coinvolsero manifestanti pacifici che soffrivano per la povertà, in opposizione ai loro governi corrotti. Il caos in Libia è costituito da una miscela di conflitti tribali, conflitti per le entrate petrolifere (dal momento che la maggior parte del petrolio si torva a est del paese), degli islamisti radicali contro il sistema di governo di Gheddafi, e di destabilizzazione da parte di fuori da gruppi di esiliati finanziati dall’occidente.
Gheddafi ha preso il potere con un colpo di stato senza spargimento di sangue da un monarca malato e lontano per il trattamento medico, 41 anni fa. La sua ideologia si basa sulla unificazione e ha tentato di unire pacificamente il suo paese con l’Egitto e la Siria. Ci vorrebbe un miracolo affinché la violenza in atto porti a un unico governo democratico stabile in Libia, con il pieno controllo su tutto il paese. Il paese è grande più del doppio del Pakistan, ma ha 6 milioni di abitanti. Deserti senza fine separano molte delle città della nazione. Semmai dovremmo chiederci quante nazioni saranno frantumate nei prossimi mesi, mentre il mondo applaude.

Articolo preso da:http://www.blog.art17.it/2011/03/06/il-mondo-applaude-mentre-la-cia-affonda-la-libia-nel-caos/

 

Notare come certi articoli, dopo un po di tempo vengono fatti sparire, meno male che è stato ripubblicato qui: http://marionessuno.blogspot.it/2012/06/il-mondo-applaude-mentre-la-cia-affonda.html