Morto esperto in virus Ebola sull’aereo Malaysian Airlines

Morto esperto in virus Ebola sull’aereo Malaysian Airlines – Riportiamo due notizie relative all’abbattimento del volo della Malaysian Airlines in Ucraina, fatto imputato alla Russia , e la morte di un passeggero particolarmente importante in quanto esperto in malattie infettive come AIDS e virus Ebola . Trattasi di coincidenze troppo evidenti per passare inosservate. Anche iltempo.it riporta questa notizia che non puo’ che lasciare interdetti e sospettosi .

Glenn Thomas, autorevole consulente dell’OMS a Ginevra, esperto in AIDS e, soprattutto, in Virus Ebola, era a bordo del Boeing 777 della Malaysia Airlines abbattuto ai confini tra l’Ucraina e la Russia.

Glenn Thomas era anche il coordinatore dei media ed era coinvolto nelle inchieste che stavano portando alla luce le controverse operazioni di sperimentazione di virus Ebola nel laboratorio di armi biologiche presso l’ospedale di Kenema. Ora che questo laboratorio è stato chiuso per volontà del Governo della Sierra Leone, emergono ulteriori particolari in merito agli interessi che nascosti dietro la sua gestione. idn poker

Bill e Melinda Gates hanno connessioni con i laboratori di armi biologiche situati a Kenema, epicentro dell’epidemia di Ebola sviluppatasi dall’ospedale dove erano in corso trial clinici sugli esseri umani per lo sviluppo del relativo vaccino, e ora, a seguito dell’avvio di un’indagine informale, emerge il nome di George Soros che, tramite la sua Fondazione, finanzia lo stesso laboratorio di armi biologiche.

Glenn Thomas era a conoscenza di prove concrete che dimostravano come il laboratorio aveva manipolato diagnosi positive per Ebola [per conto della Tulane University] al fine di giustificare un trattamento sanitario coercitivo alla popolazione e sottoporla al trattamento sperimentale del vaccino che, in realtà, trasmetteva loro Ebola. Glenn Thomas aveva rifiutano di andare avanti con il cover up, a differenza di taluni che lavorano al nostro Istituto Superiore di Sanità e sono adesso ben sono consapevoli che Glenn Thomas è stato assassinato.

Morto esperto in virus Ebola sull’aereo Malaysian Airlines

I canali ufficiali dei media non hanno mai riportato una sola notizia in merito alla presenza del laboratorio di armi biologiche a Kenema, men che meno la disposizione di chiusura, né l’ordine di interrompere la sperimentazione di Ebola da parte della Tulane University. Quindi, quali altri canali ci sono rimasti perché queste informazioni diventino di pubblico dominio, e siano diffuse attraverso le reti sociali, se anche l’OMS e le istituzioni sanitarie evitano di rilasciare informazioni e di agire?

Il miliardario George Soros, attraverso la Fondazione Soros Open Society, per molti anni ha attuato“investimenti significativi“ nel “triangolo della morte Ebola” della Sierra Leone, Liberia e Guinea. Pertanto,George Soros avevaun movente per uccidere il portavoce OMS Glenn Thomas per fermare la diffusione di notizie attraverso i canali ufficiali che l’epidemia di Ebola è stata orchestrata a tavolino in un laboratorio di armi biologiche

L’Olanda è un paese frastornato dalla rabbia e dall’impossibilità di spiegare le ragioni del disastro, a tal punto da avanzare una indagine per crimini di guerra. Ancor più disorientato è il suo Primo Ministro che, dopo aver chiesto di rimpatriare 40 corpi delle vittime MH17, afferma che “le rimanenti 200 vittime saranno rimpatriate in treno“. Ma se gli olandesi erano solo in 193, da dove saltano fuori tutti gli altri?

In merito al treno che trasporta i corpi delle rimanenti vittime, restano altrettante colossali incongruenze sui numeri riferiti dalle diverse fonti: gli esperti internazionali parlano di 282 corpi mentre Kiev riferisce che nei 5 vagoni refrigerati vi sono 252 corpi. Queste cifre fanno ulteriormente a cazzotti con la lista ufficiale dei 298 passeggeri.

In tutto questo marasma è particolarmente interessante il totale silenzio dei media ufficiali in merito alla notizia della chiusura del laboratorio di Kenema pubblicata sulla pagina Facebook del Ministero della Salute della Sierra Leone.

Notizia tratta dal Tempo.it

Esperimenti top secret. Un medico che sa troppo. Un aereo abbattuto per far tacere chi potrebbe avvertire i giornali. Un virus mutante sfuggito al controllo. C’è un «giallo» ricco di colpi di scena dietro l’epidemia di Ebola che ha infettato Sierra Leone, Liberia, Guinea e Nigeria e ora minaccia il mondo. Una lunga serie di strane coincidenze che partono da Kenema, il centro di ricerche dove lavorava Shiekh Humar Khan, il medico-eroe morto il 29 luglio scorso dopo essere stato contagiato dal virus. Khan dirigeva il laboratorio dove si effettuavano test sulla popolazione locale per scovare i nuovi casi. Laboratorio che ha una partnership con l’università Tulane di New Orleans, famosa per dipartimento di Malattie tropicali che effettua ricerche sull’Ebola.

L’ospedale di Kenema collabora anche con l’Us Army Medical Research Institute of Infectious Disease, il settore delle forze armate americane che si occupa delle malattie infettive. Test e sperimentazioni, stando ai comunicati ufficiali, per trovare vaccini su febbre gialla e febbre di Lassa per immunizzare i soldati. Sperimentazione di bio-armi, nuovi virus da utilizzare in guerra, secondo la popolazione locale che ha assaltato il centro di Kenema perché tutti coloro che vi si recavano per lo screening di Ebola ne uscivano ammalati. Tanto che il Ministero della Sanità della Sierra Leone il 23 luglio scorso ha chiuso laboratorio e ospedale, ha trasferito i pazienti nel centro di trattamento di Kailahun e ha ordinato all’università Tulane di «fermare i test su Ebola». Quali test? Non viene spiegato. Il dicastero ha ordinato inoltre al Cdc, Center for Disease Control statunitense, di «inviare ufficialmente le conclusioni e raccomandazioni della valutazione del laboratorio di Kenema». Riguardo cosa non è chiarito. Che cosa si stava sperimentado?

Su una ricerca pubblicata a luglio dal Cdc e firmata da Humar Khan, Randall Schoepp, Cynthia Rossi, Augustine Goba e Joseph Fair è riportato che «l’Ebola virus che ha infettato la Sierra Leone potrebbe essere il risultato di un Bundibugyo virus o una variante genetica di Ebola». Il 31 luglio il presidente del piccolo paese africano Ernest Bai Koroma ha dichiarato lo stato di emergenza parlando della ricerca del dottor Khan e chiedendosi se la virulenza di Ebola sia stata ottenuta con una mutazione genetica. Perché il virus che porta la febbre emorragica nell’Africa esiste (e uccide) da secoli mantenendosi entro certi confini. Il primo agosto anche il direttore generale dell’Oms Margaret Chan ha cominciato a chiedersi se ci sia una mutazione di Ebola oppure un adattamento naturale del virus. Parlando di «variante fatta dall’uomo».

Quattordici giorni prima di questa dichiarazione è morto Glenn Thomas, esperto di Ebola e Aids dell’Oms. Era a bordo del volo MH 17 di Malaysia Airlines abbattuto da un missile. Il 17 luglio s’era imbarcato ad Amsterdam per andare ad un convegno a Melbourne, in Australia, dove pare dovesse annunciato notizie importanti. E, visto che era pure il portavoce dell’organizzazione incaricato a parlare con giornali e televisioni, c’è chi vede nell’abbattimento del Boeing 777 la soluzione trovata per fermare eventuali sue rivelazioni riguardo le sperimentazioni ad insaputa degli africani per realizzare vaccini e guadagni milionari con il diffondersi dell’epidemia. Sacrificando comunque altre 297 vite. «Tesi accattivante ma lontana dalla scienza», secondo Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto per la malattie infettive «Lazzaro Spallanzani» di Roma.

«Le epidemie si verificano sistematicamente. Possono comparire quando meno ce lo aspettiamo». E per non essere colto di sorpresa il presidente degli Stati Uniti Barack Obama il 31 luglio ha cambiato con un ordine esecutivo l’elenco delle malattie per cui è necessaria la quarantena inserendo tutte quelle che si presentano con febbre e problemi respiratori e sono contagiose tanto da far rischiare la pandemia. Viene esclusa comunque l’influenza. Il virus mutante di Ebola sembra possa passare da uomo a uomo anche attraverso starnuti e non solo entrando in contatto con sangue, urine e fluidi corporei dei malati. Intanto la società californiana Mapp Biopharmaceuticals sta lavorando, insieme alla canadese Defyrur, allo ZMapp, cocktail di antibiotici per curare l’Ebola. Il 14 gennaio scorso Tekmira, che ha un contratto da 140 milioni di dollari con il Dipartimento Usa della Difesa, aveva annunciato la sperimentazione di vaccini sull’uomo.

Preso da: http://appuntiitaliani.com/morto-esperto-in-virus-ebola-sullaereo-malaysian-airlines/

Il messaggero dell’odio Bernard-Henry Lévy corre ad appoggiare l’opposizione bielorussa. Breve storia delle precedenti imprese di B-52

Merita indubbiamente un premio internazionale come «miglior messaggero dell’odio» e se invecwe ci fosse un tribunale per chi ha fomentato guerre distruttive, dovrebbe essere fra i primi a esservi sottoposto. Bernard-Henry Lévy, che tutti si ostinano a chiamare «filosofo francese»  (l’aggettivo è in effetti veritiero), ha offerto il proprio appoggio alle cause più nefaste: violenti gruppi islamisti in grado di uccidere interi paesi, guerre di aggressione Nato-petromonarchiche, battaglioni destrorsi, rivoluzioni violentemente «colorate»  .

Un esibizionista guerrafondaio senza esitazioni, vate della morte (altrui). Chiamiamo dunque questo parapolitico, anziché Bhl (l’acronimo con il quale è noto), B-52. E’ al tempo stesso il nome del bombardiere Usa tristemente famoso fin dal Vietnam (e il nostro uomo ama i cacciabombardieri), e di un cocktail (il nostro uomo è molto mondano). «Là dove arriva questo architetto delle ‘rivoluzioni colorate’, il sangue scorrerà» , si legge in questo articolo che denuncia la nuova campagna militare del politico francese: quella in appoggio all’opposizione in Bielorussia, impegnata in un tentativo alla Maidan (Ucraina).

Dimmi chi ti appoggia e ti dirò chi sei. E’ lo stesso B-52 a rivelare con un tweet l’affettuoso incontro, “a Vilnius, con Svetlana Tikhanovskaia, egeria della rivoluzione bielorussa e volto dell’opposizione al tiranno Lukashenko”. Già: la «rivoluzione bielorussa»  I cui intenti sono stati dichiarati da una dei portavoce: «Vogliamo bloccare l’economia bielorussa con gli scioperi. Più la popolazione vede peggiorare il suo livello di vita, più presto potremo prendere il potere» .

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Ma vediamo, in ordine cronologico, quali guerre rivoluzionarie sono state appoggiate negli ultimi decenni da B-52 con la sua camicia scollata da stagionato dandy.

Il sostegno di B-52 ai bombardamenti della Nato sulla Serbia nel 1999 gli è valso a distanza di quasi venti anni un piccolo incidente. Nel 2017, B-52 si trova a Belgrado per un festival di documentari. I membri della Lega dei giovani comunisti di Jugoslavia ne approfittano per centrarlo con una piccola torta alla panna e salire sul palco con un eloquente cartello: «Bernard Lévy sostiene gli assassini imperialisti».

(https://it.euronews.com/2017/05/12/il-filosofo-bernard-henri-levy-contestato-in-serbia)

Nel 2003 (guerra di BushBlair all’Iraq), B-52 si barcamena a seconda del pubblico che ha di fronte (come rivelerà il libro Le nouveau B.A.BA du BHL), trovando comunque l’operazione «piuttosto giusta dal punto di vista della morale». Quando parla negli Stati uniti precisa: «Adesso che l’intervento c’è, bisogna finire il lavoro».

L’annientamento della Libia nel 2011 è il successo principale di B-52, con la vittoria della Nato e dei suoi fanti di terra islamisti in Libia. Allo scoppio della  «rivoluzione», corre a incontrare i “ribelli” e al ritorno in patria, grazie alla sua vicinanza con il presidente Nicolas Sarkozy, lo convince a partire con le bombe, nel nome della «responsabilità di proteggere». Gli altri paesi si accodano, la Libia subisce sette mesi di bombe, Gheddafi viene ucciso, terroristi e armi vanno a infettare l’Africa subsahariana, dopo aver provveduto a deportare o uccidere gli abitanti della città libica di Tawergha (di pelle nera, discendenti del commercio degli schiavi). Non pago, nel 2012 B-52 sceneggia e dirige sulla vicenda libica un documentario autocelebrativo, Le serment de Tobruk, dove si mette in scena come personaggio principale e in una specie di monologo racconta il proprio ruolo decisivo nell’avere fatto togliere di mezzo Gheddafi. Naturalmente il mandante B-52 tace di fronte allo sfacelo che quella guerra ha prodotto in Libia e in Africa. Anzi, nel 2017 senza timore di contraddirsi (tanto nessuno glielo fa notare), lo smemorato di Parigi dice: «Sostenere che il terrorismo non ha nulla a che fare con l’islam è lo sbaglio peggiore che possiamo commettere»

. Proprio lui, che con la sua azione ha veri terroristi. Sedicenti islamici. E infatti…

L’impegno di B-52 per un intervento occidentale diretto in Siria è stato indefesso. Nel 2012, finita la missione libica, si dedica all’appoggio ai «ribelli»  – non certo solo siriani. Ancora nel 2018 lamenta il «triste bilancio di un non intervento di sette anni» e cerca non si sa se per protervia o stupidità o entrambe di sostenere che il mancato intervento a fianco dei “ribelli” in Siria ha sortito i mostri, Isis, al Qaeda e tutti gli altri. Qualcuno gli dica che è andata allo stesso modo in Libia, dove Occidente e petromonarchi sono intervenuti eccome.

Nel 2012 aveva molto insistito con il governo Hollande per un intervento diretto, l’invio di armi ai rivoltosi non basta. Qui in italiano tutto il suo piano, ospitato dal Corriere della sera. B-52 va negli Usa, per cercare appoggio, incontra l’altro guerrafondaio amico dei gruppi armati siriani, John McCain. In quest’intervista https://www.leparisien.fr/politique/syrie-bernard-henri-levy-decu-par-francois-hollande-03-08-2012-2112205.php, B-52 spiega con molta chiarezza: «Vorrei che tutta la comunità internazionale si prendesse le proprie responsabilità, come in Libia, la responsabilità di proteggere. Se non lo fa, sì, noi dovremmo dare più armi ai ribelli». In fondo non ci vuole molto, si può agire anche senza il voto del Consiglio di sicurezza, Sarkozy lo aveva detto al tempo della Libia (ma allora l’avallo ci fu per mancanza di veto russo cinese). Insomma B-52 spiega il da farsi: «Forgiare un’alleanza con la Lega araba e i turchi. I piani d’attacco sono pronti. Non ci vuole granché per dare il colpo di grazia al regime di Damasco. Manca solo il pilota nell’aereo. E anche se gli aerei possono essere turchi, il pilota deve essere francese». Non ce la fa. I turchi…Nel luglio 2020 B-52 atterra con jet privato a Misurata (nel 2011 roccaforte dei suoi amici);  ma succede che viene insultato da alcuni sostenitori filoturchi del governo di Tripoli. Insultato non certo per la guerra del 2911 ma perché è ebreo. Che ingiustizia, per uno che ha tanto aiutato gli islamisti.

Nel 2014 B-52 si precipita in Ucraina per appoggiare il colpo di Stato (un misto fra componenti neonaziste e aspirazioni all’ingresso nel presunto bengodi Europa) al quale ha fatto seguito la luttuosa guerra del Donbass, la regione che insieme a Lugansk e alla Crimea non ha più voluto far parte dello Stato ucraino. Negli anni, B-52 si dedica sia a incontri istituzionali sia a spedizioni da embedded, al seguito dell’esercito ucraino… dove senza volerlo confessa uno dei crimini di guerra dei suoi beniamini. Dice infatti di viaggiare con i soldati lunga la linea del fronte (con il Donbass) con una falsa ambulanza spacciata per vera, blindata…Vietatissimo dal diritto internazionale. Come le guerre di aggressione, del resto, che il tribunale di Norimberga definì, invano, «crimine internazionale supremo».

Ma poteva il nostro B-52 ignorare il Venezuela? No. Così, nel 2017 durante le guarimbas, il nostro fomentatore di golpe e finte rivoluzioni urla: non si può stare zitti di fronte a un «lungo golpe»… che sarebbe quello perpetrato dal presidente eletto Maduro. Dunque, il parapolitico francese dice che servono «dure sanzioni economiche e finanziarie contro Caracas e gli oppositori ancora liberi andrebbero accolti a Parigi, Madrid e Washington» ed esige, sempre in nome della responsabilità di proteggere, una condanna ferma da parte del Consiglio di sicurezza Onu.

La Bielorussia in effetti gli mancava.

Preso da: http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=3751

The Messenger of Hatred, Bernard-Henry Lévy, Rushes to Support the Belarusian Opposition. Brief History of “B-52’s” Previous Exploits.

Marinella Correggia
https://i2.wp.com/www.en24news.com/en24/wp-content/uploads/2020/08/1597972779_2.jpg?fit=720%2C405&ssl=1Odious Bernard-Henri Levy met with former presidential candidate Svetlana Tikhanovskaya in Vilnius.

He undoubtedly deserves an international award as “best messenger of hatred” and if there was a court for those who fomented destructive wars, he should be among the first to be subjected to it. Bernard-Henry Lévy, who everyone insists on calling a “French philosopher” (the adjective is in fact true), has offered his support to the most harmful causes: violent Islamist groups capable of slaughtering entire countries, NATO-petromonarchist wars of aggression, right-wing battalions, violent “color” revolutions.

A warmongering exhibitionist without hesitation, a vate of death (other people’s). Let us therefore refer to this parapolitic, instead of BHL (the acronym by which it is known), B-52. It is at the same time the name of the US bomber, sadly famous since Vietnam (and our man loves fighter bombers), and of a cocktail (our man is very worldly). “Where this architect of ‘color revolutions’ arrives, blood will flow.” This article denounces the French politician’s latest military campaign: the one in support of the opposition in Belarus, engaged in an attempt at Maidan (Ukraine).

Tell me who’s behind you and I’ll tell you who you are. It is the same B-52 who reveals with a tweet the affectionate meeting, “in Vilnius, with Svetlana Tikhanovskaia, hegeria of the Belarusian revolution and face of the opposition to the tyrant Lukashenko”. Yes: the “Belarusian revolution” whose intentions were declared by the spokeswoman: “We want to freeze the Belarusian economy with strikes. The more the population sees its standard of living deteriorating, the sooner we can take power.”

But let’s view, in chronological order, which revolutionary wars have been supported in recent decades by B-52 with his seasoned dandy low-cut shirt.

B-52’s support for NATO’s bombing of Serbia in 1999 earned him a small accident almost twenty years later. In 2017, B-52 is in Belgrade for a documentary festival. The members of the League of Young Communists of Yugoslavia took advantage of the festival to hit him with a small cream cake and take the stage with an eloquent sign: “Bernard Lévy supports the imperialist assassins“.

In 2003 (BushBlair’s war on Iraq), B-52 went out on a limb, depending on the audience in front of him (as the book Le nouveau B.A.BA du BHL will reveal), as he found the operation “quite right from the moral point of view“. When he spoke in the United States he said: “Now that the intervention is there, the work has to be finished”.

The annihilation of Libya in 2011 was a major success for B-52, with the victory of NATO and its Islamist land infantrymen in Libya. When the “revolution” erupted, he ran to meet the “rebels” and when he returned home, thanks to his proximity to President Nicolas Sarkozy, he convinced him to launch the bombs, in the name of the “responsibility to protect”. Then the other countries follow, Libya suffers seven months of bombing, Gaddafi was murdered, terrorists and weapons spread to infect sub-Saharan Africa, after deporting or killing the inhabitants of the Libyan city of Tawergha (black-skinned, descendants of the slave trade). In 2012 B-52 writes and directs a self-celebratory documentary about the Libyan story, Le serment de Tobruk, where he stages himself as the main character and in a kind of monologue recounts his decisive role in getting Gaddafi out of the way. Naturally, the instigator, B-52, is silent in the face of the debacle that that war has produced in Libya and Africa. Indeed, in 2017, without fear of contradicting himself (no one points it out to him anyway), the forgetful man from Paris said: “To claim that terrorism has nothing to do with Islam is the worst mistake we can make”.

The man himself, with his actions, aids those very terrorists; Islamic sedents. And in fact…

B-52’s commitment to a direct Western intervention in Syria has been relentless. In 2012, when the Libyan mission ended, he dedicated himself to supporting the “rebels” – certainly not only Syrians. Again in 2018 he lamented the “sad balance sheet of a seven-year non-intervention” and tried to argue that the non-intervention alongside the “rebels” in Syria resulted in the monsters, Isis, al Qaeda and all the others. Someone tell him that it happened in the same way in Libya, where the West and petromonarchs intervened.

In 2012, he was most insistent that the Hollande government should intervene directly, sending weapons to the insurgents was not enough. Here in Italian is his entire plan, presented by the Corriere della sera. B-52 went to the U.S. to seek support and met the other warmonger friend of the Syrian armed groups, John McCain. In this interview, B-52 explained very clearly: “I would like the whole international community to take up its responsibilities, as in Libya, the responsibility to protect. And if they don’t, yes, we should give more weapons to the rebels. After all, it doesn’t take much, one can act even without the vote of the Security Council, Sarkozy had said so at the time of Libya (but then there was support because of the) lack of Russian Chinese veto. In short, B-52 explains what to do: “Forge an alliance with the Arab League and the Turks. The plans of attack are in place. It doesn’t take much to put the finishing touches to the Damascus regime. The only thing missing is the pilot in the plane. And although the planes may be Turkish, the pilot must be French.” He couldn’t pull it off. In July 2020, B-52 landed with a private jet in Misrata (his friends’ stronghold in 2011), but he was insulted by pro-Turkish supporters of the Tripoli government. Insulted not because of the 2011 war, but because he is Jewish. Such an injustice, for one who has helped the Islamists so much.

In 2014 B-52 rushed to Ukraine to support the coup d’état (a mixture of neo-Nazi components and aspirations to enter the supposed European land of plenty) which was followed by the devastating war in the Donbass, the region that together with Lugansk and the Crimea no longer wanted to be part of the Ukrainian state. Over the years, B-52 has devoted himself to both institutional meetings and embedded expeditions, following the Ukrainian army… where he unwittingly reveals one of the war crimes of his favourites. Indeed, he said he travels with the soldiers along the front line (Donbass) in a fake ambulance passed off as real, armoured… forbidden by international law. Like the wars of aggression, after all, which the court of Nuremberg defined, in vain, as the “supreme international crime”.

But could our B-52 ignore Venezuela? No. So, in 2017, during the guarimbas, our instigator of coups and fake revolutions began shouting: one cannot remain silent in the face of a “long coup”… that would be the one perpetrated by President-elect Maduro. Therefore, the French parapolitician said that “tough economic and financial sanctions would be needed against Caracas and opposition members still free should be welcomed in Paris, Madrid and Washington” and demanded, again in the name of the responsibility to protect, a firm condemnation by the UN Security Council.

Belarus, in fact, was something he missed.

Source: https://libya360.wordpress.com/2020/08/23/the-messenger-of-hatred-bernard-henry-levy-rushes-to-support-the-belarusian-opposition-brief-history-of-previous-exploits-of-b-52/

Slouching Towards Sirte NATO’s War on Libya and Africa

“Forte’s  book is a must-read for anyone seriously interested in understanding the motives and consequences of the West’s onslaught against Libya and African development.”  Dan Glazebrook, Ceasefire Magazine

NATO’s war in Libya was proclaimed as a humanitarian intervention—bombing in the name of “saving lives.” Attempts at diplomacy were stifled. Peace talks were subverted. Libya was barred from representing itself at the UN, where shadowy NGOs and “human rights” groups held full sway in propagating exaggerations, outright falsehoods, and racial fear mongering that served to sanction atrocities and ethnic cleansing in the name of democracy. The rush to war was far speedier than Bush’s invasion of Iraq.

https://www.barakabooks.com/wp-content/uploads/2014/07/Slouching-towards-Sirte-Baraka-Max-Forte-low-res5-246x370.jpg

Max Forte has scrutinized the documentary history from before, during, and after the war. He argues that the war on Libya was not about human rights, nor entirely about oil, but about a larger process of militarizing U.S. relations with Africa. The development of the Pentagon’s Africa Command, or AFRICOM, was in fierce competition with Pan-Africanist initiatives such as those spearheaded by Muammar Gaddafi.

libya_nato_airstrikes_04-low-res-275x183Far from the success NATO boasts about or the “high watermark” proclaimed by proponents of the “Responsibility to Protect,” this war has left the once prosperous, independent and defiant Libya in ruin, dependency and prolonged civil strife.

About humanitarian imperialism, Max Forte writes:

“Desperate to finally be seen as the liberators of Arabs, rescuing poor victims with the finest of American exports (human rights), some would understandably feel compelled to exploit the suffering of others (residents fleeing Sirte) and turn that into something worthy of celebration. This is an example of the abduction process at the centre of Western, liberal humanitarianism: it can only function by first directly or indirectly creating the suffering of others, and by then seeing every hand as an outstretched hand, pleading or welcoming. We see (or imagine) helpless others, gobbling morsels of food that we hand them, brown mouths chugging down water from our plastic bottles, and we feel accomplished. Our moral might is reaffirmed by the physical plight of others. Clearly, the humanitarian relation is not a relation between equals. We are not our “brothers’ keepers” then, but rather we are more like animal keepers. Bombing for us is really just an animal management technology, and our relationship to the world remains a zoological one.” (Slouching Towards Sirte, p. 97.

Praise/Reviews

“(Max Forte’s) book is a powerful argument against the humanitarian myth promoted by western powers to mask the imposition of their dominance on other societies.” – Damir Mirkovic, Emeritus Professor of Sociology, Brandon University

“Thoroughly researched and impeccably referenced, (Slouching Towards Sirte) tells the story of the real aims and real consequences of the war on Libya in its historical perspective. Its author, Maximilian Forte, is well placed to do so. A professor of social anthropology in Montreal, much of his writing and research in recent years has been dedicated to the new imperialism, and especially its ‘humanitarian’ cover. He was amongst the first to really expose violent racism within the Libyan insurrection, and its role in facilitating NATO’s goals in Africa, and has provided consistently excellent analyses of the media coverage surrounding the conflict.”  Dan Glazebrook, Ceasefire Magazine

Slouching Towards Sirte is “a meticulously documented study in hypocrisy: that of the U.S. elite, of the Gulf ruling classes who have lately

Finalist for QWF Non-Fiction Prize

Finalist for QWF Non-Fiction Prize

welded their agenda directly onto that of the United States, and of the liberal bombardiers who emerged in the crucible of ‘humanitarian’ wars of the 1990s only to re-emerge as cheerleaders of the destruction of another Arab country in 2011.(…) Forte is able to bring to bear evidence that NATO carried out extensive war crimes during the ‘liberation’ of Sirte, and the evidence is impeccable…” Max Ajl, Monthly Review, April 2013 (55-59)

Slouching Towards Sirte is a penetrating critique, not only of the NATO intervention in Libya, but of the concept of humanitarian intervention and imperialism in our time. It is the definitive treatment of NATO’s war on Libya. It is difficult to imagine it will be surpassed.” Stephen Gowans, What’s Left, Read More

“Forte’s allegations that NATO’s war was manufactured by liberal interventionists and “iPad imperialists” whose agenda to disrupt African independence and execute regime change under the “fig leaf” of saving lives are chilling—and persuasive. So too is the timeline of events between the start of the protests and the propagandist hysteria promulgated online. Even though Forte couches descriptions of Gaddafi in amorphous, guarded language, he isn’t an apologist. In this provocative and unabashedly direct book, Forte speaks truth to power.” ForeWord Reviews, January 4, 2013, read full review…

The Public Archive identified Slouching Towards Sirte as one of 10 Books for 2012 on its Black Radical Reading List.

Maximilian C. Forte is an Associate Professor in the Department of Sociology and Anthropology at Concordia University in Montréal, Québec. He

Max Forte

Max Forte

teaches courses in the field of political anthropology dealing with “the new imperialism,” Indigenous resistance movements and philosophies, theories and histories of colonialism, and critiques of the mass media. Max is a founding member of Anthropologists for Justice and Peace. He writes regularly for the Zero Anthropology Project, CounterPunch, and was formerly a columnist for Al Jazeera Arabic.

ISBN 978-1-926824-52-9  PDF

E-book ISBN 978-1-926824-75-8

Source: https://www.barakabooks.com/catalogue/slouching-towards-sirte/?fbclid=IwAR18Jasgpyg4sUm-n_lS8DO4KOVwPtU1ZPrPp9HSNvjeL4F6n9pZBaZIYVw

About AFRICOM’ withdrawal and foreign military presence

About AFRICOM’ withdrawal and foreign military presence

The recently appointed US AFRICOM commander, Army Gen. Stephen Townsend, revealed on July 29, 2020 that AFRICOM will leave its headquarters in Stuttgart Germany: “While it will likely take several months to develop options, consider locations, and come to a decision, the command has started the process.” He added, “We will ensure we continue to support our host nation and African partners and our families and forces throughout.”

We welcome this decision to pull out troops dedicated to Africa. GRILA was among the first on the continent to stand in the way of the expansionist aims of the post-apartheid era, notably with Warren Christopher’s African crisis response force [1], and to propose our pan-African option, the Africa Pax[2]. GRILA is also the first group that denounced AFRICOM at its inception in 2007, also when it settled in Stuttgart a year later. On May 25, 2013, on the occasion of the fiftieth anniversary of African “independence”, we launched a declaration co-signed by 50 prominent African and German personalities, entitled “AFRICOM go home, neither in Africa nor in Germany” [3]. We have campaigned for the withdrawal of the AFRICOM base as well as against military occupation and aggression on the African continent. In addition, we have almost succeeded in convincing some major parts of the German population that the base violates their own constitution, however the terrorist attack in Berlin jeopardized our peace effort. During this period, Germany became more proactive, and has now taken on a more aggressive stance on the African continent. We remain thankful to German pacifists like Gesellschaft Kultur des Friedens, and some of the progressive German deputies as well as members of civil society, including American activists like the Black Alliance for Peace, who have courageously opposed AFRICOM over the past while.
It is very likely that some of the alleged 1200 US AFRICOM soldiers will be redeployed elsewhere in Europe, in the U.S. European Command and in Special Operations Command Europe as well as in facilities on the African continent. The relocation plan which it might take some time to implement does not mention what may happen with forward bases such as the Ramstein Air Base, a strategic hub for operations in the Middle East and Africa that is headquarters to the U.S. Air Forces in Europe and Africa; the U.S. Special Operations Command Africa or the Theater Special Operations Command located in Stuttgart. We ask all progressive Americans to pressure their government to close these imperialist bases and to dismantle the so-called US strategic control of the African continent.

The U.S. defense budget exceeds the combined budget of the seven countries that follow it, like an alpha male in a wolf pack, but in addition this pack of US allies accounts for 75 percent of the world’s military spending. Bilateral relations between the US and Germany are difficult these days, and, in June 2020, the U.S. Ambassador to Germany, Richard Grenell, resigned. There were issues such as Germany’s gold which was repatriated from its American British and French allies, and Germany’s refusal to spend 2% of its GDP in Western collective defense all of which probably served to convince the Trump administration to redeploy its troops in other strategic areas of American expansionism.
However, the extension of the American system and the cooptation of our military regimes are ultimately of greater significance. We should not underestimate the presence of France, which has assets linked to secret defense agreements conditional to neo-colonial independence and the militaristic connivance of business networks. The introduction of other players like Russia, Germany, China or Turkey also demands more scrutiny. There is a continuous escalation of insecurity in Africa because of the presence of foreign forces.

About AFRICOM’ withdrawal and foreign military presence

As predicted in the film AFRICOM go home, foreign bases out of Africa [4], an independent study from the University of Maryland (National Consortium for the Study of Terrorism and Responses to Terrorism) illustrates the dramatic increase in transnational attacks since the establishment of AFRICOM. France and the United States bear the burden of military responsibility for this state of affairs. On March 19, 2011, AFRICOM launched Operation Odyssey Dawn, the first phase of a war, which was completed by France, in overthrowing the government in Tripoli. The sinister result is the dislocation of Libya amidst subversive activities by France, Russia, Turkey, Egypt, Saudi Arabia, Qatar, the Emirates, jihadist forces, Syrian mercenaries, Libyan tribes, Sudanese and Chadian ethnic militia groups, and all kinds of trafficking. This destabilization in the Sahelistan model extends to Mali, Burkina Faso and Nigeria, creating dislocation, as far as Mozambique, in the sub-region.
US administrations change but the system remains. Since the US is a great power that tries to temper its decline by employing cunning and force, the African continent is now riddled with drones and military installations that, for the moment, make the presence of a mega-base useless. NATO and AFRICOM actually need no more than their current senior military liaison officer acting as a point of contact with the African Union. The African Union’s attitude at the moment is still pathetic. It has overseen the placing of national armies under the control of AFRICOM and NATO forces. It lives under the constant threat of seeing the AFRICOM base move to Africa. It also accepts the resurgence of French and other military interventions and even condones recently-created military bases under Japan and China in Djibouti, Germany in Niger, Turkey, and Israel influences. All of these developments culminate in jeopardizing any real African integration. The prospect of an AFRICOM base in Africa, although still rejected by most countries on the continent, is attractive to a few. It has indeed become a fait accompli as the strategy of indoctrination, encirclement and diffusion progresses across the continent and as hotbeds of tension are maintained. Indeed, AFRICOM and NATO’s arrangements, as well as unilateral initiatives by some NATO countries such as France, are undertaken in the exclusive interest of the countries of the Core and their comprador allies in Africa. The sole purpose of these bases is to secure, in the long term and for their own purposes, our raw materials and our strategic space as a counter to the appetite of the powerful emerging BRIC countries (Brazil, Russia, India, China) and the prospect of our own unity.
None of the NATO countries needs such a large military base in Africa. Not only do they have several bases and facilities, but they go wherever they want on the continent, because of bilateral clauses and other related agreements. Most of the armies of African countries have been co-opted by the forces of imperialist states, their private militias and other security companies. These forces, moreover, are fueling, directly or indirectly, the terrorist peril that thrives in the breeding ground of underdevelopment.
The placing of our national armies, or what remains of them, under the command and supervision of foreign imperial forces, and AFRICOM spreading in Africa, as well as the resurgence of French and other military interventions, are undermining any real African integration. Africa is gradually being forcibly brought under the umbrella of NATO. AFRICOM is helping NATO and vice versa without any discernible nuances. Both AFRICOM and NATO are crisscrossing the continent, practicing a sophisticated policy that goes back a long way. The impediments to independence and the overthrow of progressive regimes; the failure to contain the fight against apartheid; the errors of US policy in Somalia and Sudan and its dealings with El Qaeda as well as the jihadist attacks before those of September 11 added to the so-called anti-terrorist policy that followed, are some of the significant historical events of this era.
Unfortunately, Africa is still subservient to imperialism. The integrated nebula of transnational firms, mainly American and Canadian, imposes its iniquitous economic conditions on African countries and “legalizes” the plundering of mineral resources to the detriment of Africa’s peoples.
However, the emergence of more dynamic African social formations, the bulimic appetite of China and India for resources, the arrival on the scene of no less important players such as Brazil, Qatar or Israel, are blurring the situation.
The failure of neo-liberalism, the consequences of three decades of monetary liberalization and the dismantling of areas of sovereignty are giving rise to a new logic of multipolar partnerships. It’s a South/South type of logic, which changes the geopolitical, economic and cultural terrain. Some countries’ debts are being wiped out; raw materials are being exchanged for infrastructure projects or business opportunities without imposing conditionalities, while OECD official development assistance is declining. In fact, it is now less than the remittances and various monetary transfers that African immigrants send home from abroad. This worries the economically weak but geopolitically dominant powers. They are therefore playing the military card to maintain their pre-eminence.

So, there is now a constellation of facilities in our countries rubbing shoulders with NATO, AFRICOM, logistics intelligence networks side-by side with the total co-option of our armies and political leaderships. With technological dependency and voluntary servitude of entire depoliticized or misinformed sections of our modern skirmishers, we are less prepared to resist these complex phenomena than when we were able to resist colonization in the twentieth century. Now Chinese market socialism is also being hit by bourgeois tendencies and the impulses of mandarin oligarchs concerned only with their own interests. But the oligarchs are nothing without the Chinese state. There is a delicate balance of power and a deafening internal struggle going on in China. If the pro-business trend triumphs, Africa will have to guard against what will then become an assertive social imperialism. For the time being, apart from economic hegemony and its voracity for raw materials, under pretext of defending its economic and commercial interests in the Gulf of Aden, China has just followed Japan’s military model. In Djibouti, on top of the bases of the French, Americans and Japanese, China has a logistical space in Obock, which is currently under American control. Whether it’s there or more likely somewhere else, it sets a dangerous precedent. The industrial free zone signed with Djibouti and the security of the new silk road on African soil raise up the geopolitical covetousness of imperialism on the continent another notch. At that time, China is more likely to join the centres of imperialism and in so doing violate the principles of its non-aligned and south-south discourse. China, until that occurs, could be seen as mainly defending what is inside its walls, while cognizant of its increased power and what fear that is causing around the world. China therefore seems anxious to reassure both imperialism and the countries of Africa, which for the time being can still benefit from this south-south exchange when intelligently practiced with the interests of the people coming first.
Given China’s insatiable appetite for mining and trade, the rapid changes brought about by the mutations of its bourgeoisie and the inflation of the hegemonic threat it might represent on the world stage, as trumpeted by the United States, Europe and Japan, it becomes difficult to read the future of its use of bilateral cooperation. The AFRICOM go home film shows precisely that having lost the economic battle to China, the countries of the triad are forced to impose the security and geopolitical agenda in order to gain access to their “safe haven”. China has meanwhile opened a military base in Africa, and the battle rages between those who still believe in internationalist cooperation in China and those who want to close this parenthesis and opt for greater liberalization of market socialism – or social-capitalism – and reinvigorate an exhausted capitalism.
In the Sahel, the French President is both concerned about French human and material losses, as well as the disaffection of popular support in the face of the duplicity of French policies and his desire to build a new international coalition in the Sahel. He has inherited a militaristic policy of rival administrations entangled in paternalistic visions of France overseas, combined with his own disparate Franco-African networks.
The opaque or unofficial networks feed each other macabrely which makes it possible to manage the quagmire that is the status quo. At the same time, those networks are also essential to the survival of the regimes of French-speaking Africa, and one can recall, for example, the exfiltration of Blaise Compaoré towards the Ivory Coast.
It makes sense for US and NATO forces to count on the allegiance of their African allies, to help silence social discontent and to redistribute so-called democratic roles. This has been the case since the end of the 19th century, but is now taking place in a more complex way with refinements of the geostrategy of the 21st century and the transnational networks of destabilization adding nuance to the situation. African countries are no longer mere pawns. They also have their own agenda and are not passive in the wider game of NATO, AFRICOM and other extra-African and transnational state actors.

The war on terror has done everything but get rid of terrorism. The alliances and tactics used by the USA and France serve their interests and nothing will change that. They are doing everything possible to counter their loss of influence or credibility and are determined to protect their interests differently by dividing up the risks of their past policies.
It is up to us pan-Africans to make a lucid analysis of our own interests. It is clear that today our allies, during this global war, are besieging us and ‘assisting’ us at the same time. We can also see that our countries, which have been bruised by market fundamentalism and the disengagement of the State from the economy within ridiculous margins of sovereignty, cannot be complacent about any aid offered, especially military and strategic aid. Libya stands as a stark illustration of the situation, in both its pre-colonial and colonial phase, in the assassination of Gaddafi and also in the ongoing war and partition of the country.

 

References :
[1] Warren Christopher: “[…] We would like to develop that force for use in various ways. Primarily, as a humanitarian concept at the present time, but also if the forces are there, trained, integrated and able to work together we have other options that we are completely deprived of, at the present time. George Moose, the assistant secretary for African affairs, has reported that his initial trip to Africa provided encouraging indications that African countries are prepared to supply the troops. We will consult with our European allies to see if they are prepared to help by providing the logistics and financial support […] at the same time, in each of the countries where I’ll be meeting with leaders, I’m going to be talking about the ACRF, urging them not only to contribute themselves, but also to urge other African leaders to participate”.

[2] Africa Pax, http://www.grila.org/index_grila.php?gri=org&org=231234&lang=fr Widerstand, Revolutionen, Renaissance: Stimmen zum sozialen Aufbruch in Afrika, Africavenir International, Berlin, p189

[3] The advocacy and awareness-raising work of the declaration Africom go home has been translated into 9 languages, which you can find on the website of the GRILA (Research and Initiative Group for the Liberation of Africa).

http://www.grila.org/index_grila.php?gri=org&org=231200&lang=en

[4] Africom Go Home, Foreign bases out of Africa https://youtu.be/-HLjrzVHWPM

Source: https://grila.org/index_grila.php?gri=org&org=231310&lang=en&fbclid=IwAR3vgWaCt5bGCIpa0FxJoSYnVTbfNOar8a3lyxIEl9okw96AF7Q7hJQ7l_A

Migrazioni e crisi economica. Così l’Impero romano cadde sotto le invasioni

Roma, 12 ott – Accostare l’ondata immigratoria iniziata nel 2015 alle invasioni barbariche che smantellarono l’Impero Romano non costituisce un accostamento storicamente privo di fondamento. Nonostante che da un punto di vista storico i mezzi con i quali i barbari penetrarono l’Impero Romano fossero certamente diversi, è tuttavia innegabile il fatto che anch’essi furono indotti a giungere alle porte di Roma da carestie e da fratricide lotte interne.

Impero Romano e migrazioni odierne: le analogie

Quei popoli – così come quelli attuali – approfittando dei confini enormi dell’impero e della loro impossibilità ad essere difesi vi penetrarono prima gradualmente e poi, attraverso conflitti militari, entrarono all’interno del territorio di Roma che fu costretta a venire a patti e a dover ammettere obtorto collo che i barbari erano ormai diventati una forza militare potente e temibile.
Anche le migrazioni attuali fanno leva proprio sulla labilità dei confini e soprattutto sul fatto che l’Europa si affaccia sul mare. Inoltre l’Europa di oggi, come l’Impero Romano di ieri, consentirono ai nuovi immigrati di penetrare all’interno dei loro confini partendo dal presupposto di potersene servire.
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Ebbene i sedicenti “profughi” di oggi – che provengono dall’Africa e dall’Asia centrale – vengono aiutati a giungere in Europa attraverso programmi di salvataggio e attraverso rilevanti investimenti economici. E’ significativo il fatto che proprio uno storico romano, Ammiano Marcellino, narra che l’impero contribuì ad aiutare i nuovi barbari nell’attraversamento del Danubio. Inoltre Ammiano ricorda come l’imperatore Valente fosse convinto che i nuovi immigrati – costando poco per l’erario statale – potessero contribuire a rafforzare l’esercito che sarebbe diventato in questo modo invincibile. Ma come sappiamo la storia ebbe un esito diverso: l’esito conclusivo fu che le invasioni dei barbari portarono alla dissoluzione dell’Impero Romano.
Roberto Favazzo

Preso da: https://ilprimatonazionale.it/cultura/migrazioni-crisi-economica-impero-romano-invasioni-133445/

Debito pubblico e migrazioni


Facciamo un po’ di chiarezza su quanto sta accadendo in Africa e su cosa spinge le attuali migrazioni di massa. L’Onu tra le cause indica genericamente “le grandi e persistenti asimmetrie economiche e demografiche.”
Se sovrapponiamo la cartina politica con quella del debito del continente africano emerge come siano spesso proprio i Paesi di maggiore emigrazione quelli con un debito pubblico tra i più bassi. In generale il debito pubblico medio dell’Africa subshariana si attesta a livelli medi molto bassi in termini percentuali rispetto ai Paesi ad economia avanzata. Ciò a causa di misure di austerity che sono state introdotte in Africa e in tutto il Terzo Mondo a seguito della crisi del debito del 1982.

Da allora, attraverso i cosiddetti Piani di Aggiustamento Strutturale, sono state attuate politiche economiche orientate alla totale apertura al libero scambio, senza nessun riguardo per lo sviluppo dell’industria locale, e ai dogmi del neoliberismo: lotta all’inflazione, al debito pubblico, tagli alla spesa pubblica e ai già carenti servizi statali. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno fatto in Africa quello che la Troika ha fatto in Grecia, ma nel silenzio dell’opinione pubblica mondiale, cui è stata propinata una narrazione irreale basata sullo pseudo umanitarismo delle Ong e delle istituzioni internazionali.

Debito pubblico Nigeria, uno dei principali Paesi di emigrazione

In realtà, attraverso la concessione di prestiti per il risanamento del debito, l’Africa è entrata nel vicolo cieco del rimborso degli interessi, che superano l’ammontare del debito originario: si calcola che per ogni dollaro prestato ne siano stati restituiti tredici! Questa spirale perversa, la stessa che oggi opera nelle nostre economie, se da una parte ha arricchito l’élite locale e la nuova borghesia, dirette rappresentanti degli interessi esteri, dall’altra ha aumentato il tasso di disuguaglianza (in Nigeria è tra i più alti al mondo) e il livello di povertà della popolazione, cui non rimane che espatriare. La stessa situazione che, con alcuni anni di ritardo, sta vivendo l’Europa attraverso la strumentalizzazione del debito pubblico e la privazione della sovranità monetaria (ed economica) degli Stati. Finiremo dunque come l’Africa?
Probabile, visto che già i nostri giovani sono sempre più costretti a emigrare per cercare lavoro. Ma per loro non c’è nessun business dell’accoglienza nei Paesi di destinazione. Al di là dei luoghi comuni e delle posizioni aprioristiche, analizzare in termini oggettivi e in chiave economica l’attuale fenomeno migratorio ci aiuta a comprendere quali soluzioni attuare, o almeno quali evitare.

(Approfondisci su “I Coloni dell’austerity. Africa, neoliberismo e migrazioni di massa”).

Dove sono finiti i miliardi di dollari degli aiuti all’Africa?

18 maggio 2019, Ilaria Bifarini.
Ingenti prestiti da parte delle organizzazioni finanziari internazionali, consistenti sgravi del debito statale, fondi raccolti da iniziative private, che hanno mobilitato tutti, dai singoli cittadini occidentali attraverso forme organizzate di beneficenza alle star dello spettacolo, che si sono spese per i diritti dei più deboli attraverso concerti ed esibizioni.
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Fiumi di miliardi di dollari che non sembrano aver intaccato per nulla il problema del sottosviluppo e della povertà endemica del Terzo Mondo. Anzi. E’ stato riscontrato che, dalla metà degli anni Novanta, circa 60 paesi in via di sviluppo siano diventati più poveri in termini di reddito pro-capite rispetto a 15 anni prima. Entro il 2030 i due terzi dei poveri di tutto il mondo proveranno dall’Africa.

L’Africa dunque è sempre più povera, ma di una povertà nuova rispetto a quella del passato coloniale. Il continente africano annovera infatti i paesi con i più alti livelli di disuguaglianza al mondo, in cui il divario tra una ristretta élite dedita al lusso e il resto della popolazione che vive in uno stato di miseria è abissale.
Dunque, cosa non ha funzionato? Dove sono finiti i fiumi di miliardi di dollari?
La risposta in realtà è alquanto intuitiva: hanno seguito la stessa corrente che trascina la ricchezza collettiva su scala mondiale. Sono finiti in conti offshore, hanno arricchito a dismisura élite locali consenzienti e complici dei grandi speculatori internazionali e soprattutto hanno arricchito loro, i Signori del debito. Dopo essere finita nella spirale micidiale dei prestiti per il pagamento del debito e degli interessi maturati su di esso a seguito della crisi del debito del 1982 che ha coinvolto i paesi del Terzo Mondo, l’Africa post coloniale ha definitivamente perso ogni possibilità di sviluppo. Si stima che per ogni dollaro preso a prestito da banche e organizzazioni finanziarie internazionali ne abbia restituiti 13! Un Piano Marshall al contrario, che ha dirottato i soldi stanziati per il Terzo Mondo verso i finanziatori del debito del Primo Mondo. La stessa depredazione da parte della finanza attraverso l’arma del debito che sta oggi asfissiando il nostro paese (in 20 anni abbiamo pagato ben 1700 miliardi di euro di soli interessi!).
Il passaggio dal colonialismo imperialista al post-colonialismo del debito è stato brutale per il Continente Nero e ha soffocato quei timidi tentativi di sviluppo economico nazionale avviati attraverso la politica di sostituzione delle importazioni. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale sono intervenuti attraverso i cosiddetti “programmi di aggiustamento strutturale” (PAS): in cambio di prestiti e assistenza hanno imposto il controllo economico, monetario e politico dell’Africa. Contravvenendo a ogni logica e a ogni esempio di percorso di sviluppo economico nazionale, hanno imposto l’apertura incondizionata alle liberalizzazioni e al libero scambio a paesi che non avevano ancora avviato la creazione di un tessuto industriale e produttivo su base locale. Il modello coercitivamente introdotto ha previsto l’utilizzo dei prestiti per incentivare le esportazioni, senza nessun investimento nello sviluppo tecnologico e del capitale umano, al fine di ottemperare gli oneri del debito. Sono state soppresse tutte le forme di protezionismo necessarie a tutelare l’economia locale e sfruttare le potenzialità di sviluppo industriale nazionale. Così in Ghana nel 2002 sono state abolite le tariffe sull’importazione di prodotti alimentari, con una conseguente impennata di importazioni di prodotti alimentari dall’Unione Europea, come i famosi scarti di pollo congelati che costano un terzo di quelli prodotti localmente. Nello Zambia l’abolizione dei dazi sulle importazioni dei capi di abbigliamento ha soffocato una piccola rete di ditte locali a favore delle importazioni dei capi di abbigliamento usati dall’Occidente.
I programmi del Fondo Monetario hanno inoltre imposto tagli alla spesa sanitaria e all’istruzione, i cui livelli erano già molto carenti, e la privatizzazione di servizi pubblici essenziali – come la fornitura idrica- in gran parte dei paesi.
Sebbene le due istituzioni di Bretton Woods (FMI e BM) abbiano spesso imputato la causa dell’evidente fallimento dei propri “piani di aggiustamento strutturale” al fenomeno radicato della corruzione dei governanti africani, il loro coinvolgimento è ineludibile. Così, nonostante fosse risaputa l’indole cleptomane di Mobutu nello Zaire, che rubò oltre la metà degli aiuti economici ricevuti dal paese, essi continuarono a concedergli prestiti. Non a caso i programmi di privatizzazione del Fondo Monetario sono altresì conosciuti come “programmi di tangentizzazione”.

Il presidente dell’ex Zaire (oggi Repubblica democratica del Congo) Mobutu

Gran parte di questi fondi sono finiti nelle offshore, dove una buona fetta dei trilioni di denaro sporco, che ogni anno vengono versati, provengono proprio dal Terzo Mondo. In questo immenso flusso di denaro “è stato stimato che almeno metà dei fondi presi in prestito dai principali debitori siano tornati indietro dalla porta di servizio, di solito nello stesso anno -se non nello stesso mese- in cui arrivano prestiti” (James S. Henry, “Where the money went”).
Non dobbiamo dunque stupirci se la povertà e il sottosviluppo dell’Africa sono peggiorati e se al flusso di denaro fanno seguito gli attuali flussi migratori di esseri umani. Il colonialismo mondiale del debito prevede anche questo.

Preso da: https://ilariabifarini.com/dove-sono-finiti-i-miliardi-di-dollari-degli-aiuti-allafrica/

La pagliacciata dell’Unione Europea

Secondo Thierry Meyssan, gli europei sono ciechi perché non vogliono vedere. Nonostante gli innegabili fallimenti, insistono a ritenere che l’Unione Europea significhi pace e prosperità. Credono che sul piano interno ci sia contrapposizione tra patrioti e populisti, in realtà entrambe le parti si pongono sotto la protezione del Pentagono, che le difende dalla Russia. La strategia internazionale nata dopo la seconda guerra mondiale va avanti a loro spese, senza che ne abbiano consapevolezza.

| Damasco (Siria)

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Dopo la comune vittoria della seconda guerra mondiale, Sati Uniti e Regno Unito fecero propria l’immagine dell’alleato sovietico descritta dall’ambasciatore USA a Mosca, George Kennan: l’URSS, un impero totalitario che ambiva conquistare il mondo. Sicché invertirono la rotta e studiarono la strategia del contenimento (containment): il mondo si divideva in tre parti, la parte già sotto il dominio sovietico, la parte libera e, infine, la parte da decolonizzare e da proteggere dall’orco sovietico.


Inizialmente, quando Stalin continuava a deportare popolazioni nei gulag, l’analisi poteva sembrare corretta. Ma, almeno dopo la morte di Stalin, la sua falsità avrebbe dovuto essere evidente. Infatti, Che Guevara, ministro dell’Economia a Cuba, scrisse un libro contro il modello sovietico e proseguì la rivoluzione in Africa senza chiedere permesso ai sovietici, contando però sul loro appoggio.
Comunque sia, Stati Uniti e Regno Unito decisero di proteggere l’Europa Occidentale dal giogo sovietico e di creare gli “Stati Uniti d’Europa”, secondo un modello che si richiamava a quello che gli europei, stanchi di farsi la guerra, concepirono all’inizio del XX secolo. In realtà si trattava di un modello completamente diverso, paragonabile invece a quello della Lega Araba o a quello dell’Organizzazione degli Stati Americani, istituita nello stesso periodo.
Poche furono le personalità dell’Europa Occidentale che vi si opposero. Tuttavia, mettendo a frutto la lezione della divisione del mondo uscita dalla Conferenza di Yalta, gollisti e comunisti francesi non sciolsero l’alleanza che strinsero durante la guerra mondiale e ostacolarono la creazione di una struttura sovranazionale, nell’intento di preservare, più o meno, le sovranità nazionali, benché sotto le bandiere britannica e statunitense. Per questa ragione gollisti e comunisti francesi si opposero insieme al comando integrato della NATO e alla riformulazione della costruzione europea degli anglosassoni. Gollisti e comunisti francesi consideravano l’Europa coincidente con l’intero continente, «da Brest a Vladivostok». In effetti, dopo aver concepito il loro particolare sistema giuridico, gli inglesi si erano allontanati dalla cultura europea, mentre i russi l’avevano estesa conquistando la Siberia.
La dissoluzione dell’URSS nel 1991 avrebbe dovuto mettere fine a queste discussioni. Non fu così. Infatti, il segretario di Stato James Baker annunciò che Comunità Europea e NATO avrebbero integrato tutti gli Stati europei liberatisi dal giogo sovietico. Gli Stati accettarono. Baker fece contemporaneamente redigere il Trattato di Maastricht, che trasformava gli Stati del Vecchio Continente in «Stati Uniti d’Europa», sotto la tutela della NATO. La moneta unica di questa entità sovranazionale, l’euro, avrebbe dovuto essere emessa a equivalenza del dollaro. Tutto fu fatto troppo rapidamente perché così avvenisse. Come sempre diffidenti verso la Russia, Washington e Londra ne respinsero l’adesione all’Unione Europea, però l’associarono nella gestione delle leve del potere, aprendole la porta del G7, che divenne così G8 con prerogative decisionali.
Nel 1999 la caduta di Boris Eltsin e l’ascesa al potere di Vladimir Putin mise fine a questo periodo di titubanza. Le istituzioni controllate da Washington divennero più rigide. La strategia del containment – fallita durante la guerra fredda – fu rispolverata e nell’immaginario anglosassone l’orso russo sostituì l’orso sovietico. Oggi, con i pretesti più diversi, e persino senza alcun pretesto, Washington adotta ogni genere di sanzioni economiche, politiche e militari contro Mosca. La Russia è stata anche espulsa dal G8.

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Manfred Weber (a sinistra) sarà democraticamente eletto alla successione di Jean-Claude Juncker (a destra). Juncker fu costretto a dimettersi da primo ministro del Lussemburgo dopo che furono accertate le sue responsabilità nel rete clandestina «stay-behind» della NATO.

Per comprendere le elezioni del parlamento europeo del 23-26 maggio, nonché la successiva nomina del presidente della Commissione Europea, bisogna collocarle in questo contesto storico e strategico. Gli Stati Uniti hanno deciso che alla presidenza della Commissione siederà Manfred Weber, che hanno incaricato di sabotare l’approvvigionamento dell’Unione Europea di idrocarburi russi. La prima battaglia di Weber sarà fermare la costruzione del gasdotto Nord Stream 2, nonostante i miliardi di euro investiti e i miliardi di euro che si risparmierebbero.
Affinché il parlamento europeo elegga democraticamente Weber non è necessario il sostegno della maggioranza dei parlamentari. È sufficiente che il suo gruppo, il PPE [Partito Popolare Europeo] ottenga il maggior numero di voti: il Trattato prescrive solo che il Consiglio Europeo deve «tener conto del risultato delle elezioni». Washington ha perciò preparato un parlamento dominato dal PPE e, in seconda posizione, dall’Europa delle Nazioni e della Libertà (ENL).
Steve Bannon è stato spedito in Europa per consigliare Matteo Salvini e creare una spinta da parte dei partiti identitari – non indipendentisti –, facendo però particolare attenzione a che l’ENL non possa ottenere la maggioranza.
-  Per questa ragione, nonostante le fatiche di Salvini, il partito polacco Diritto e Giustizia è stato convinto a restare in seno ai Conservatori e Riformisti Europei (CRE), in cambio di un aumento “significativo” dei soldati USA in Polonia.
-  Il 13 maggio Donald Trump ha ricevuto alla Casa Bianca l’ungherese Viktor Orban, ingiungendogli di mantenere il proprio partito all’interno del PPE, in cambio di armi e di gas naturale.
-  Infine, è stato fatto trapelare alla stampa tedesca un video in cui Heinz-Christian Strache, capo del Partito della Libertà Austriaco (FPÖ), si fa corrompere. Il video è di vecchia data ed è stato messo in scena e filmato da una donna che si presenta come agente russo, ma che verosimilmente è un’agente della CIA.
Nonostante quel che la stampa ripete insistentemente, non c’è contrasto di fondo tra il Partito Popolare Europeo (PPE) e l’Europa delle Nazioni e della Libertà (ENL): entrambi non muovono obiezioni alla NATO, che impone le proprie decisioni politiche fondamentali. Esiste solo una ripartizione dei ruoli.
La propaganda ufficiale per lo svolgimento delle elezioni ripete in continuazione che «L’Europa è pace e prosperità». Uno slogan incompatibile con la funzione antirussa svolta dall’Unione Europea.
-  Cominciamo dalla pace: l’Unione è stata incapace di liberare Cipro ¬– membro della UE dal 2004 – occupata dal 1974. L’esercito turco occupa un terzo dell’isola e ha creato un’unità di collaborazione, chiamata Repubblica Turca di Cipro del Nord. I ciprioti che vi abitano non hanno potuto essere iscritti nelle liste elettorali per le elezioni del parlamento. Non solo Bruxelles se ne infischia della loro sorte, stende anche un tappeto rosso al presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, cui elargisce sovvenzioni per miliardi di euro. Vero è che la Turchia è membro della NATO.
-  Riguardo alla prosperità, questione del gasdotto Nord Stream 2 a parte, l’Unione ha già applicato così bene la strategia USA che, mentre il resto del mondo è in crescita, essa è in stagnazione. Nel decennio successivo alla crisi finanziaria del 2008 la Cina è cresciuta del 139%, l’India del 96%, gli Stati Uniti del 34%, l’Unione Europea è invece in decrescita del 2%.
Dal momento che non esiste un sentimento di appartenenza all’Unione, la campagna elettorale si compie a livello degli Stati membri: non ci sono partiti politici su scala europea, bensì unioni di partiti politici dei diversi Paesi. Non c’è nemmeno una giornata elettorale unica, ma elezioni organizzate su quattro giorni, secondo le tradizioni nazionali.
Dal momento che negli elettori prevale un diffuso sentimento di mancanza di chiarezza e di poca onestà, l’astensione dovrebbe essere massiccia. Nonostante in alcuni Paesi il voto sia obbligatorio e in altri si svolgano contemporaneamente elezioni nazionali, oltre metà degli elettori diserterà le urne. Di conseguenza, sebbene le procedure siano perfettamente democratiche, il risultato non sarà rappresentativo della volontà dell’insieme del corpo elettorale, quindi non sarà democratico. Manfred Weber sarà eletto dalla minoranza di un parlamento a sua volta eletto dalla minoranza degli elettori.

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo  

 

la nuova epidemia di Ebola in Africa

http://www.lescienze.it/news/2019/03/12/news/epidemia_ebola_congo-4331308/

dall’inizio di agosto una nuova epidemia di Ebola si sta sviluppando in Africa, questa volta nella Repubblica del Congo, dopo quella da poco debellata nella sua zona occidentale; è la decima da quando il virus è stato scoperto nel 1976, ed ha colpito sinora circa 900 persone, uccidendone quasi 600, con una mortalità superiore del 60% a quella dell’epidemia precedente del 2014-16, anche se ci sono stati miglioramenti nelle possibilità di cura e nell’efficacia dei farmaci.
nonostante questo nessun allarme è stato lanciato sui media occidentali: ma nel caso precedente fecero un’enorme notizia invece alcuni casi verificatisi in America e in Europa (4 casi con un morto negli USA, 3 casi in Europa, di cui uno in Italia, senza vittime).
nella epidemia precedente ci furono quasi 30.000 casi, con più di 11.000 morti; questa volta l’epidemia è circoscritta, per ora, e anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità non intende proclamare l’emergenza sanitaria globale: affermano che è improbabile che Ebola si diffonda a livello globale, che i gruppi di aiuto stanno fornendo un aiuto sufficiente a limitare l’epidemia e che un’emergenza potrebbe indurre i paesi confinanti a chiudere le frontiere e questo potrebbe deprimere l’economia della regione.
intanto però diverse persone si stanno spostando da queste regioni del Congo al Sudan meridionale in Uganda e nel Ruanda.
. . .
ne parlo senza più nessun sussulto di indignazione (anche per non tirarmi da solo la zappa sui piedi, visto quello che ho scritto di recente sul tema): l’indignazione si addice poco all’umanità della crisi climatica globale che può darsi come unico scopo quello di finire con dignità ed evitando le sofferenze inutili, ma come un caso da manuale della vera situazione del mondo attuale, aldilà della palude dell’informazione ufficiale.
ma non che io pretenda di fare contro-informazione, intendiamoci: sarebbe soltanto ridicolo.
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comunque, la zona dove si sta sviluppando l’epidemia è stravolta da diversi anni, dal 1997 ad oggi, circa un quarto di secolo, da una guerra civile tra bande armate, incendi dolosi e una lunga e dolorosa carestia che riduce alla fame una parte importante della popolazione.
così, incidentalmente, apprendiamo che questi conflitti interni hanno provocato finora sei milioni di morti.
sei milioni di morti: qualcuno ne sapeva qualcosa?

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ma ancora più interessante è esaminare le reazioni psicologiche all’epidemia:
Alla fine di dicembre – dopo che il governo della Repubblica del Congo aveva impedito a più di un milione di persone nelle zone colpite dall’Ebola di votare per le elezioni presidenziali del paese – gruppi di manifestanti hanno assaltato e bruciato un centro per la cura dell’Ebola a Beni. E il mese scorso, assalitori armati hanno incendiato i centri di cura a Butembo e Katwa. Le persone impegnate in prima linea per combattere l’Ebola in quelle città – che diffondono appelli sanitari, identificano i casi potenziali e seppelliscono i morti – affrontano minacce e aggressioni quasi quotidianamente.
si è diffusa infatti la diceria che le iniziative per contrastare l’epidemia sono organizzate dal governo per combattere i suoi nemici politici.
così gli operatori hanno abbandonato alcune città, considerandole oramai troppo pericolose per loro, e gli Stati Uniti hanno vietato al loro personale di entrare nella zona dell’epidemia.
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ho parlato di recente dei tre flagelli storici della storia umana che la crisi climatica globale sta riattivando: carestia e cioè fame, epidemie e guerre: ma occorre aggiungerne un altro che non è stato preso sufficientemente in considerazione: paranoia, cioè terrore incontrollato, negazione della realtà, superstizione.
è il quarto cavaliere dell’Apocalisse, quello non identificato…
sapere che da quasi 25 anni un pezzo importante del continente africano è già in balia di questi mostri potrebbe forse incrinare l’ottimismo col quale dovremmo andare incontro alla catastrofe planetaria secondo coloro che la guidano e la organizzano.
per fortuna anche il razzismo ci difende da questa presa di coscienza: dopotutto quella è Africa, noi che cosa c’entriamo?