Dal tribunale dell’Onu ai crimini di guerra in Libia: ecco come Ocampo ha aiutato Haftar

Dopo aver diretto le indagini della Corte Penale Internazionale, il giurista argentino si è messo a lavorare per una delle fazioni del conflitto. Quella del generale che controlla la Cirenaica. Ben sapendo degli orrori commessi dai suoi uomini sul campo
di Stefano Vergine e EIC Network – Indagine di Hanneke Chin-A-Fo, NRC

29 settembre 2017

Dal tribunale dell'Onu ai crimini di guerra in Libia: ecco come Ocampo ha aiutato Haftar 

È stato uno dei magistrati più importanti al mondo: il primo procuratore capo dell’Icc, la Corte penale internazionale de L’Aia, il tribunale creato dall’Onu per giudicare i crimini di guerra. Ma Luis Moreno Ocampo, argentino classe 1952, non è solo questo. Migliaia di documenti ottenuti dalla testata online francese Mediapart e analizzati dal consorzio giornalistico Eic, di cui fa parte L’Espresso, permettono di svelare retroscena inediti sull’uomo che per nove anni ha diretto le più importanti indagini sui crimini di guerra.  A partire dalle sue società offshore , scatole basate in paradisi fiscali e usate per movimentare soldi, anche durante il suo mandato all’Icc.

Studiando le carte, il consorzio giornalistico Eic ha ricostruito una vicenda che interessa da vicino l’Italia. Una storia che riguarda la Libia, nazione che Ocampo conosce bene avendo condotto le indagini che portarono nel giugno del 2011 a spiccare mandati d’arresto contro Muhammar Gheddafi, suo figlio Saif al-Islam e il capo dei servizi segreti militari, Abdullah al Senussi. Una volta lasciato l’incarico al Tribunale de l’Aia, l’avvocato sudamericano si è messo in proprio. Ha ottenuto un contratto da 3 milioni di dollari per offrire consulenza legale all’uomo d’affari libico Hassan Tatanaki, con l’obiettivo ufficiale di portare “la pace nel Paese nordafricano”.

Peccato che Tatanaki non sia un uomo qualunque. È un alleato di Khalifa Haftar, il generale che controlla la parte orientale del Paese e sta oggi trattando con le potenze mondiali per disegnare il futuro assetto del Paese. Insomma, l’ex procuratore capo della Corte internazionale si è messo a lavorare per una delle fazioni in guerra. E ha continuato a farlo pur sapendo che lo stesso Tribunale stava indagando su possibili crimini contro l’umanità commessi da Haftar e dai suoi luogotenenti.

Il rapporto professionale tra Ocampo e Tatanaki inizia a marzo del 2015, tre anni dopo che il giurista argentino ha lasciato l’Aia. Il progetto si chiama Justice First, un’organizzazione fondata dallo stesso Tatanaki e definita super partes. Il compito affidato all’ex procuratore capo dell’Icc è infatti quello di raccogliere prove sulla violazione dei diritti umani da parte delle fazioni in guerra e portarle all’attenzione della Corte Internazionale, oltre che dei giudici libici. «È un modo per sbloccare i negoziati», spiegò nel maggio del 2015 Ocampo in un’intervista alla Cnn, «senza giustizia in Libia ci saranno più ritorsioni e più sangue». Come dire: se i cattivi vengono messi fuori gioco, si creeranno maggiori possibilità affinché i leader tribali si accordino per la pace.

Per tutto questo Ocampo verrà compensato, e con un paga di molto superiore rispetto a quella che percepiva a l’Aia. Il suo stipendio netto da procuratore capo del Tribunale internazionale era di 150mila dollari all’anno. L’offerta libica prevede invece un contratto di tre anni, con una paga da 1 milione di dollari lordi all’anno più un diaria da 5mila dollari. Il problema non è però lo stipendio, ma il profilo del nuovo datore di lavoro dell’avvocato argentino.

Tatanaki è un miliardario che ha fatto fortuna sotto Gheddafi, collaborando anche personalmente con la famiglia dell’ex leader libico. Proprietario della Challenger Limited, una società che lavora per le grandi compagnie petrolifere, ha presto allargato i suoi interessi all’agricoltura, all’immobiliare e al settore dei media. E subito dopo la caduta del regime, si è messo a lavorare per riportare stabilità nel Paese con il progetto Justice First. Ma Tatanaki non è un semplice peacemaker. È in stretto contatto con Haftar, da lui stesso definito un partner. Insomma sostiene una delle fazioni in guerra.

I documenti analizzati dal network Eic non aiutano a capire se Ocampo fosse consapevole fin dal principio di questo conflitto d’interessi. Ma di certo lo ha capito poco dopo aver iniziato il suo nuovo lavoro da consulente. Il 12 maggio 2015, sei giorni dopo la presentazione ufficiale del progetto Justice First, la Corte Penale Internazionale è al lavoro proprio sulla Libia. Fatou Bensouda, la giurista gambiana succeduta a Ocampo, informa il Consiglio di Sicurezza dell’Onu delle notizie a sua disposizione.

Dice di aver notato che le truppe di Haftar, così come la maggior parte delle fazioni sul campo, ignorano continuamente il rispetto dei diritti umani. La nuova responsabile della Procura de l’Aia si definisce «preoccupata» per l’Operazione Dignità, l’offensiva militare lanciata da Haftar nel 2014 intorno alla città di Bengasi con l’obiettivo ufficiale di combattere l’Isis, ma diretta in realtà anche contro altre milizie coinvolte nella guerra. La preoccupazione di Bensouda deriva dal fatto che, attraverso l’Operazione Dignità, Haftar e il suo “Esercito Nazionale Libico” stanno bombardando aree densamente popolate, causando così la morte di parecchi civili, e non mancano i sospetti di tortura sui prigionieri di guerra.

Sei giorni dopo, il 18 maggio, avviene un altro fatto che dovrebbe far capire chiaramente a Ocampo di aver scelto un cliente sbagliato. L’avvocato argentino riceve una email da una sua ex collaboratrice che lavora ancora presso il Tribunale de l’Aia. «I miei colleghi stanno trovando cose preoccupanti su Tatanaki. Volevo condividerle con te», si legge nel messaggio. Ocampo viene così a sapere che una delle televisioni possedute da Tatanaki poco tempo prima ha mandato in onda un’intervista con uno dei comandanti dell’aviazione di Haftar.

Il colonnello in questione ha dichiarato che ucciderà chiunque non si unirà all’Operazione Dignità. Questi uomini sono traditori e vanno massacrati, è il messaggio, e le loro mogli devono essere violentate. «Questo canale televisivo è di proprietà di Tatanaki», scrive l’ex collaboratrice di Ocampo nella email: «mandare in onda persone che dicono cose del genere è istigazione a commettere crimini vietati dallo Statuto di Roma (il trattato istitutivo della Corte Penale Internazionale, ndr). Sono cose di cui dovresti essere consapevole».

Nonostante l’avvertimento dell’ex collega e il discorso di Bensouda al Consiglio di Sicurezza, Ocampo sceglie di non allontanarsi da Tatanaki. Al contrario: inizia a lavorare per evitare che l’imprenditore libico finisca indagato dalla Corte Penale Internazionale. In una email inviata all’assistente di Tatanaki, l’avvocato argentino scrive che «il comandante non deve dire quelle cose….il canale non deve promuoverle». E aggiunge: «Ora dobbiamo trovare una strategia per isolare Hassan».

L’obiettivo sembra quindi chiaro: la protezione legale di Tatanaki è importante almeno quanto la fine delle ostilità in Libia. Ma pochi giorni dopo quel messaggio sulla necessità di trovare «una strategia per isolare Hassan», succede qualcosa che complica ulteriormente lo scenario. A Tobruk, una città della Cirenaica, il primo ministro del governo libico riconosciuto dalla comunità internazionale, Abdullah Al-Thinni, sfugge ad un attentato. Qualcuno nascosto in mezzo a una folla di dimostranti ha cercato di sparargli.

Secondo l’agenzia di stampa Associated Press, poco prima dell’attacco un leader tribale aveva minacciato il primo ministro. E ancora una volta il mezzo utilizzato era stato il canale televisivo di Tatanaki: «Questo primo ministro deve rassegnare le dimissioni, altrimenti gli spaccheremo la testa», sono state le parole pronunciate dal leader tribale sul canale di Tatanaki. L’agenzia di stampa scrive anche che, secondo fonti anonime, dietro l’attacco ad Al-Thinni c’è proprio Tatanaki. Un’accusa che non trova riscontri precisi, se non per il fatto che l’imprenditore libico è considerato da tutti un nemico del premier. La settimana dopo l’attentato Ocampo e Tatanaki si parlano. L’assistente dell’imprenditore riassume i risultati dell’incontro in un nuovo piano strategico. Al terzo punto si legge: «Proteggere HT da azioni legali». È in questo periodo che Hassan Tatanaki paga i primi 750mila dollari di stipendio a Ocampo sul suo conto corrente.

Con il passare del tempo l’ex procuratore capo del Tribunale Internazionale si rende conto che Tatanaki vuole raggiungere la pace in Libia solo se questo coincide con la vittoria di Haftar.  «Hassan è troppo fazioso e io non credo che sarà in grado di andare avanti avendo un approccio più inclusivo. Questo mi mette a disagio», scrive l’avvocato argentino in una email inviata a un conoscente americano. Ma le certezze sulle reali intenzioni del nuovo datore di lavoro non sono ancora sufficienti per abbandonare l’incarico.

Il lavoro finirà infatti per volontà dello stesso Tatanaki. Questo almeno è quello che ci ha detto Ocampo. Intervistato sulla vicenda da Der Spiegel, membro del consorzio Eic, l’ex procuratore capo dell’Icc ha ammesso l’esistenza di un contratto di tre anni fra lui e l’imprenditore libico, ma ha precisato che la collaborazione è terminata dopo soli tre mesi per volontà dello stesso Tatanaki: «Non so cosa gli sia successo: mi ha chiamato e mi ha detto: “La finiamo qui”». Ocampo ci ha anche assicurato di aver consigliato al suo cliente di non collaborare con Haftar. «Se dai soldi ad Haftar e sai cosa sta facendo, puoi finire sotto indagine: questo naturalmente gliel’ho detto», sono state le parole di Ocampo. Il quale resta comunque convinto di aver fatto la cosa giusta mettendosi al servizio dell’imprenditore vicino ad Haftar. «Mettere a posto la Libia da un punto di vista legale era una buona causa», è stata la sua risposta, «semplicemente non ha funzionato».

Su questo, in effetti, non ci sono dubbi. A sei anni dalla morte di Gheddafi, il Paese è ancora nel caos e non si vedono soluzioni credibili all’orizzonte. Di certo nel frattempo Haftar ha conquistato credibilità agli occhi della comunità internazionale, come dimostra – ultimo in ordine di tempo – l’incontro avvenuto il 26 settembre a Roma tra il generale libico e i vertici dello Stato italiano. I crimini di guerra commessi dai suoi uomini? Il mese scorso, su richiesta di Fatou Bensouda, la Corte Penale de l’Aia ha emesso un mandato d’arresto nei confronti di Mahmoud al-Werfalli, uno dei comandanti dell’esercito di Haftar, per alcuni omicidi commessi negli ultimi due anni. Segno che anche il secondo obiettivo di Ocampo – evitare le accuse nei confronti degli uomini del generale – non è stato raggiunto.

La “primavera araba” ha portato l’Isis in Libia

Paolo Sensini, storico e autore di un saggio sulla guerra contro Gheddafi del 2011, analizza la situazione odierna del Paese risalendo alle radici della crisi.

Roma, 17 Febbraio 2015 (Zenit.org) Federico Cenci

“Avrete Bin Laden alle porte, ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo”. Più che il colpo di coda dialettico di un dittatore ormai braccato, questo avviso che Mu’ammar Gheddafi lanciò nella sua ultima intervista – rilasciata nel 2011, – appare oggi come una profezia. Miliziani che sfilano sotto le insegne dello Stato islamico avanzano nel Paese, mentre giornali italiani titolano preoccupati: “L’Isis è a sud di Roma”. Di cosa accade in Libia e di quali scenari potrebbero aprirsi, ZENIT ne ha parlato con Paolo Sensini, storico e autore dei libri Libia 2011 (ed. Jaca Book) e Divide et Impera – Strategie del caos per il XXI secolo nel Vicino e Medio Oriente (ed. Mimesis).

Chi sono i miliziani che hanno alzato la bandiera nera dell’Isis in Libia?

Paolo Sensini: ~ Sono gli stessi che nel 2011 – spalleggiati in tutto e per tutto da Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e poi anche dall’Italia – hanno compiuto la cosiddetta “primavera araba”. Queste persone che oggi rappresentano uno “spauracchio” venivano descritti nel 2011 come coloro che stavano portando in Libia la democrazia. Costoro, più o meno nell’ordine di un milione di persone armate fino ai denti, si stanno ora contrapponendo gli uni agli altri per guadagnare quanto più potere possibile. Oggi si parla tanto di Isis, ma in Libia esiste da tempo una miriade di sigle riconducibili tutte all’islamismo fondamentalista. La bandiera nera di al Qaeda è stata issata nei giorni in cui veniva ucciso Gheddafi: durante la rivolta sventolava sul Palazzo di Giustizia di Bengasi e sulla città di Derna, dove era stato istituito un Califfato. Nel tempo queste forze non hanno fatto altro che radicalizzarsi.

Qual è la situazione odierna?

Paolo Sensini: ~ Quello che ora sembra di vedere è l’incapacità del governo di Tobruk, cioè quello riconosciuto dall’Occidente e presieduto da Abdullah al-Thani, di gestire la situazione di totale caos. Di qui il suo tentativo di creare quanto più allarmismo possibile per coinvolgere nell’intervento militare anche i Paesi occidentali oltre che l’Egitto.

Intervento che potrebbe coinvolgere anche l’Italia?

Paolo Sensini: ~ Sarebbe una follia, per l’incapacità di gestire una situazione che vede sul terreno circa un milione di persone armate, disposte anche a portare avanti una guerriglia che troverebbe l’esercito italiano impreparato. E poi dovrebbero essere le Forze armate che hanno causato il disastro libico a farsi carico della situazione: innanzitutto la Francia. L’Italia non può sempre arrivare a “togliere le castagne dal fuoco”. Piuttosto, l’Italia dovrebbe fermare il flusso migratorio che proviene da quell’area: rispedendo verso le coste libiche i barconi carichi di immigrati dopo aver curato le persone più gravi. Così neutralizzerebbe la tratta di esseri umani e non alimenterebbe le ricchezze che i miliziani traggono dai disperati.

Dalle dichiarazioni che giungono da Palazzo Chigi appare comunque che la soluzione militare sia considerata una “extrema ratio”. Preliminarmente si stanno contemplando ipotesi diplomatiche, tra cui la nomina di Romano Prodi a mediatore Onu…

Paolo Sensini: ~ Romano Prodi era tra coloro che nel 2011 esercitarono pressioni verso un Berlusconi tentennante per spingere l’Italia in guerra. La prima responsabilità è però del presidente Napolitano, il quale, nonostante avessimo un accordo di amicizia con Gheddafi siglato nel 2008 e che contemplava addirittura l’intervento militare al fianco della Libia nel caso in cui fosse attaccata, sospinse con forza l’entrata dell’Italia in guerra. Non è il caso di affidarsi a chi ha provocato quel guaio, oggi testimoniato dalle condizioni in cui versa la Libia.

Mons. Martinelli, vicario apostolico di Tripoli, in un’intervista al Corriere della Sera ha affermato che con Gheddafi c’erano anche “scambi di amicizia” ed era una personalità che “non faceva paura”…

Paolo Sensini: ~ Gheddafi, pur non avendo nel 2011 nessuna carica politica ma solo in virtù della sua grande capacità di leadership, gestiva le risorse del proprio Paese (petrolio, gas, acqua…) nella più totale autonomia e nell’ambito di una cooperazione con l’Italia. La cosa era per nulla gradita a potenze come Francia e Gran Bretagna, che ambivano ad avere maggiore influenza in Libia. C’è poi da dire che Gheddafi aveva la capacità di gestire la Libia laicamente e non su criteri confessionali, come invece fanno le potenze alleate dell’Occidente nei Paesi del Golfo provocando evidentemente l’approvazione occidentale. Questi i motivi reali che portarono all’intervento militare del 2011.

Concretamente quali danni ha subito l’Italia dalla guerra del 2011 e cosa rischia oggi, alla luce dell’aggravarsi della crisi libica?

Paolo Sensini: ~ I danni subìti sono enormi. Basti pensare che l’Eni ha avuto una diminuzione da un milione e mezzo di barili prodotti in Libia ogni giorno a 150mila. Poi vi è tutto un interscambio di infrastrutture, contemplato nell’accordo di cooperazione siglato nel 2008, che è venuto meno. Si tratta di una serie di immobili che avrebbero costruito compagnie italiane, ma su tutti spicca il progetto dell’edificazione di una strada litoranea che avrebbe dovuto duplicare la via Balbia, che era già stata costruita durante il ventennio fascista. Oggi il rischio è sotto i nostri occhi: l’afflusso di migliaia di clandestini che arrivano sulle nostre coste malgrado l’Italia non sia più nelle possibilità di assorbire immigrati. Cosa, quest’ultima, che la Libia faceva: era un Paese di 6milioni di abitanti che ospitava circa 2milioni di neri sub-sahariani. Oggi invece, a causa di quella sciagurata “primavera araba”, chi gestisce queste situazioni sono i miliziani che hanno dato vita a una vera e propria tratta di esseri umani.

~

FONTI :
Fatti Italiani.it
Zenit.org
Ripubblicati da TerraSantaLibera.org alla pagina
https://terrasantalibera.wordpress.com/2015/02/23/paolo-sensini-daesh/

Preso da: https://syrianfreepress.wordpress.com/2015/02/23/sensini-42668/