La vendetta del piano Yinon? Panorama di caos nel mondo arabo

30/6/2014

Global Research.

Il Medio Oriente e il Nordafrica sono stati trasformati in un arco d’instabilità, che parte dall’Iraq e dal Golfo Persico, e arriva fino alla Libia e la Tunisia. In quasi ogni angolo del mondo arabo e del Medio Oriente sembrano esserci caos e violenza, e il massacro non sembra aver fine.
C’è un Paese, nella regione, che però brilla di soddisfazione. Tel Aviv ha ottenuto carta bianca dall’instabilità di cui, insieme a Washington, è l’artefice. Il caos tutt’intorno ha permesso a Israele di procedere con ulteriori annessioni di territorio palestinese in Cisgiordania, mentre pretende di discutere di pace con l’Autorità palestinese dell’irrilevante Mahmoud Abbas. Ciò che gli serve, ora, è una guerra degli Stati Uniti contro l’Iran e i suoi alleati.

Gli sconvolgimenti attuali dimostrano una somiglianza clamorosa con gli obiettivi del piano Yinon del 1982, cui il Ministro israeliano per gli Affari Esteri diede il nome dal suo ideatore, Oded Yinon, e che invocava una frantumazione del Nord Africa e del Medio Oriente. «Frammentare l’Egitto in regioni geografiche separate è il fine politico di Israele», vi si legge. Rappresenta una continuazione del progetto coloniale degli inglesi nella regione, ed è stato trasmesso alla politica estera statunitense, il che spiega il punto di vista dei neocon e di Ralph Peters, e del «Nuovo Medio Oriente» che loro immaginano. Il rapporto noto come «Clean Break», preparato da Richard Perle per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si rifà anch’esso al piano Yinon, e forgia la posizione attuale dell’amministrazione Obama e del governo di Netanyahu sulla Siria.
Arabia antidemocratica
La penisola araba è una polveriera che sta per esplodere. Tutti i regimi sono fragili, e non possono sopravvivere senza l’appoggio degli Usa. La loro principale preoccupazione è la sopravvivenza, ma la mancanza di libertà e l’oppressione rappresentano la miccia che rischia di far bruciare l’intera Arabia. «La penisola araba intera è il candidato naturale alla dissoluzione, sia per pressioni interne che per pressioni esterne, e ciò è inevitabile, soprattutto in Arabia Saudita», secondo l’israeliano piano Yinon.
In genere gli Stati del litorale del Golfo Persico, a parte il sultanato dell’Oman, hanno attivamente istigato le divisioni interne e nella regione tra sciiti e sunniti, come piano per far guadagnare un po’ di legittimità alle dittature delle famiglie regnanti e alle gerarchie feudali. Ciò fa parte delle loro strategie di sopravvivenza, ma è una strategia nociva per loro stessi. L’esercito saudita è intervenuto sia in Bahrein che nello Yemen, e dichiara di voler combattere una cospirazione regionale iraniana e il tradimento dei musulmani sciiti. Oltre alla discriminazione che subiscono, i musulmani sciiti della penisola araba sono stati accusati di essere collegali all’Iran, e ciò è servito a giustificare la loro oppressione. L’ayatollah saudita Nimr Baqr An-Nimr, però, ha dichiarato che essi non hanno alcun collegamento con l’Iran, né con altri Stati, né hanno sviluppato forme di lealtà verso l’esterno.
Il mondo ha visto come il disarmato popolo del Bahrein ha affrontato la brutalità del regime della Casa Khalifa e del loro esercito, formato per lo più da reclute provenienti da posti come la Giordania, lo Yemen e il Pakistan. I bahreiniti, nello specifico gli indigeni Baharna, sono stati ulteriormente marginalizzati dal trasferimento di popolazione voluto dai Khalifa, e dai programmi di insediamento che naturalizzano gli stranieri, o li importano, al fine di disperdere i Baharna e altre comunità bahreinite. La maggior parte dei bahreiniti è stata sistematicamente discriminata e ghettizzata, tenuta lontana dalle migliori condizioni di impiego o da incarichi governativi affidati invece agli stranieri. Oltre a mantenere un regno del terrore e la polizia segreta, i Khalifa alimentano deliberatamente le tensioni tra sciiti e sunniti al fine di mantenere il Paese diviso, tenendosi il potere e tentando di legittimare sé stessi. Il Bahrein si trova, fondamentalmente, sotto occupazione straniera.
In Arabia Saudita, l’anacronistico regno della misoginia e dell’orrore, c’è stata agitazione, da parte della gente, nei confronti del regime dei Saud. Nonostante le repressioni brutali, dal 2011 si sono registrate consistenti proteste, nel Paese, per le libertà fondamentali, l’equità e l’habeas corpus. Ne sono seguite anche speculazioni e voci su colpi di palazzo in Arabia Saudita, l’ultimo dei quali avrebbe visto il re ‘Abdullah arrestare il principe Khalid bin Sultan subito dopo averlo destituito dalla carica di vice ministro saudita alla difesa.
In realtà gli sceiccati petroliferi arabi sono fragili costrutti dalle fondamenta malferme. I loro principi sono uniti dalle loro insicurezze, ma le animosità reciproche potrebbero esplodere nelle circostanze favorevoli. La sedizione e il terrorismo che i petro-sceiccati diffondono nella regione finiranno per esplodere loro addosso. Gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita già temono l’ascesa dei Fratelli musulmani nel Golfo Persico.
Nello Yemen, l’eccezione repubblicana alle monarchie arabe, c’è il rischio che il Paese ritorni alla separazione cui si era posta fine nel 1990, e cioè allo Yemen del Nord, o Repubblica araba dello Yemen, e allo Yemen del Sud, o Repubblica democratica popolare dello Yemen. Una insurrezione dei ribelli Houthi a nord, contro il governo yemenita assediato, accusato di discriminazione nei confronti dei musulmani sciiti Zaiti, e un forte movimento secessionista nelle zone meridionali hanno portato lo Stato vicino al crollo, e hanno permesso allo Yemen di diventare terreno di gioco per gli Stati Uniti e per il Consiglio di cooperazione del Golfo, cioè l’Arabia Saudita. Lo Yemen è diventato il poligono dei drone dell’amministrazione Obama.
Strage nel Mashreq: la Mesopotamia e il Levante
L’instabilità e il terrorismo si sono diffusi in Iraq. I gruppi ai quali ci si può riferire come Al-Qa’ida in Iraq stanno trasformando l’Iraq in un Paese rovinato, lavorando per aumentare la violenza e il terrore a Baghdad e nel resto dell’Iraq, per far crollare il governo iracheno. Questi attacchi terroristi fanno parte in realtà dell’agenda di cambio di regime di Stati Uniti, Regno Unito, Israele, Arabia Saudita, Qatar, e della Turchia in Siria. I gruppi terroristi hanno anche attraversato il confine dall’Iraq alla Siria, per raggiungere l’insurrezione e formare ciò che si definisce lo «Stato islamico dell’Iraq e del Levante» (Isis), gestendo una strategia comune in Iraq e in Siria.
L’Iraq è diviso in tre. Il governo regionale del Kurdistan in Iraq è virtualmente indipendente, mentre Paesi come l’Arabia Saudita e la Turchia approfittano del sentimento di perdita dei diritti civili tra gli arabi sunniti. Le potenze estere non fanno che alimentare le divisioni tra sciiti e sunniti e tra arabi e curdi in Iraq, proprio come alimentano le divisioni comunitarie in Siria.
Questo è quanto ha dichiarato Oden Yinon sull’Iraq:
«Ogni tipo di conflitto tra arabi ci gioverà a breve termine, e ci avvicinerà allo scopo più importante, la divisione confessionale come in Siria e in Libano. In Iraq una divisione in province su basi etnico-religiose, così come avvenne per la Siria nell’era ottomana, è possibile. Così esisteranno tre (o più) Stati attorno alle tre città principali: Bosra, Baghdad e Mosul. E le zone sciite a sud saranno separate dal nord sunnita e curdo».
La Siria è lacerata ancor più dell’Iraq. Analisti israeliani e americani, esperti e decisori politici insistono a dire che il Paese crollerà. Le forze anti governative sponsorizzate dall’estero uccidono i civili in base alla loro appartenenza comunitaria, in modo da diffondere l’odio e l’eversione.
Se torniamo al Piano Yinon di Israele, vi troviamo scritto:
«La dissoluzione della Siria e dell’Iraq in aree separate per etnia e religione, così come in Libano, è l’obiettivo principale, a lungo termine, di Israele, sul fronte orientale, e lo scioglimento del potere militare di quegli Stati rappresenta l’obiettivo principale a breve termine. La Siria si sgretolerà, conformemente alla sua struttura etnica e religiosa, in diversi Stati, come oggi è il Libano, e vi sarà uno Stato alawita sciita lungo la costa, uno Stato sunnita nella zona di Aleppo, un altro Stato sunnita a Damasco, ma ostile al suo vicino del nord, e i drusi fonderanno un loro Stato, forse anche nel nostro Golan, certamente nell’Hauran e nella Giordania settentrionale».
Nel piccolo Libano si sono alimentate le tensioni conseguentemente agli eventi in Siria, e con l’aiuto di potenze estere, nel tentativo di far deflagrare un’altra guerra civile libanese, nello specifico tra musulmani. Ci sono stati fermenti da parte di un rumoroso insieme di piccoli gruppi devianti che supportano le milizie anti governative in Siria e Al-Qa’ida, supportata a sua volta dall’Arabia Saudita e dal Consiglio di cooperazione del Golfo, fornito di copertura politica dal Partito del futuro di Sa’ad Hariri e dall’Alleanza 14 marzo. «La dissoluzione completa del Libano in cinque province fornisce un precedente per l’intero mondo arabo, compresi Egitto, Siriam Iraq e penisola araba», secondo il Piano Yinon.
Una nuova ondata di terrorismo in Libano è iniziata con l’attacco deliberato di due zone musulmane sciite a Beirut, e dei musulmani sunniti nel porto libanese di Tripoli. Lo scopo è far sembrare che sciiti e sunniti commettano atti di terrorismo gli uni contro gli altri, e che le esplosioni di Tripoli siano state la conseguenza degli attacchi di Beirut.
Nord Africa
La Tunisia sta affrontando una crisi crescente. Ci sono stati scontri tra le forze di sicurezza tunisine e gruppi militanti vicino al confine algerino. Due politici dell’opposizione, Chokri Belaid e Mohammed Brahmi del partito del Movimento del popolo, sono stati assassinati. Sono proliferate le proteste, e i partiti tunisini all’opposizione e gli unionisti hanno chiesto lo scioglimento del movimento governativo Ennahda, del Primo ministro ‘Ali Laarayedh.
La vicina Libia si trova in condizioni anche peggiori, e ha contrabbandato armi verso la Tunisia e altri Paesi dei dintorni. Si sono verificati scontri e scioperi ai terminali di petrolio, e il Paese è di fatto diviso. Il governo libico ha scarso controllo sul Paese: il controllo vero lo detengono le divisioni di milizie nelle strade. Aumenta la tensione e la paura che le milizie di Misurata possano tentare di controllare parti ancora più grandi di territorio sfidando Zintan.
Gli osservatori sostengono che il Sudan, diviso in due parti nel 2011, possa dover affrontare ulteriori violenze dovute a conflitti tribali e alla perdita di controllo da parte del governo di Khartoum. Sebbene il sud del Sudan sia diventato un paradiso neoliberale per gli investitori che ne sfruttano ricchezze e popolazione, esso soffre per la mancanza di leggi, per le tensioni etniche e le violenze. Il sud del Sudan era un posto migliore e più pacifico quando faceva parte del Sudan, bisognerebbe trarne una lezione.
Stanno ora emergendo notizie sulla fusione di due gruppi armati in nord Africa. Mokhtar Belmoktar, il leader di al-Qa’ida in Maghreb, ha annunciato una nuova coalizione con il Movimento per l’unicità e il Jihad in Africa occidentale. Questi gruppi sono stati attivi in luoghi come Algeria e Mali, ed hanno fornito degli ottimi pretesti per l’intervento di potenze straniere in Nord Africa. Ora essi dichiarano di programmare il proprio coinvolgimento in Egitto, in una nuova guerra che si estenda dalle coste atlantiche del Nord Africa al delta del Nilo.
Bagno di sangue in Egitto
La repubblica araba di Egitto, il più grande Paese arabo, sta seguendo il percorso dell’Algeria. L’esercito è determinato a mantenere il potere. L’Egitto è stato anche determinante nel mantenere gli arabi paralizzati davanti ai disegni di Israele. Yinon afferma questo, sull’Egitto.
«L’Egitto è diviso e lacerato in molti centri di autorità. Se l’Egitto crolla, Paesi come la Libia, il Sudan e anche Stati più lontani cesseranno di esistere nella loro forma attuale, e seguiranno il crollo e la dissoluzione dell’Egitto».
Il Piano Yinon dice due cose importanti sull’Egitto. La prima è questa:
«Milioni di persone stanno per morire di fame, metà della forza-lavoro è disoccupata e le abitazioni sono insufficienti in quest’area del mondo così densamente popolata. Tranne l’esercito, non c’è un altro settore efficiente, e lo Stato si trova in condizioni da bancarotta, dipendente completamente dall’aiuto americano dai tempi della pace».
Questa la seconda:
«Senza aiuti esteri la crisi arriverà domani».
Oded Yinon dev’essere gongolante, ovunque si trovi. Le cose sembrano andare nella direzione da lui indicata, almeno in certe parti del mondo arabo.
Traduzione di Stefano Di Felice

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“Primavera Araba, dopo le rivoluzioni la crisi economica”

Non solo i rischi dell’integralismo religioso

26 Aprile 2013 – 06:00

Sono passati più di due anni da quando, il 17 dicembre 2010, il venditore di strada tunisino Mohamed Bouazizi si uccise dandosi fuoco. Dal suo gesto prese il via la Rivoluzione dei Gelsomini e che si diffuse poi all’intero mondo arabo dando il via all’ondata di proteste, rivolte e rivoluzioni comunemente chiamata Primavera Araba.
Da allora, l’assetto politico ed economico del mondo arabo sta subendo profonde trasformazioni e dovrà passare qualche anno prima di capire i risultati profondi della Primavera Araba. Dal punto di vista politico, quattro regimi sono stati rovesciati (Tunisia, Egitto, Yemen, Libia), molti governi sono caduti (Bahrein, Kuwait, Libano, Oman, Giordania), sono scoppiate tre guerre civili (Libia, Bahrein, Siria), due stati hanno modificato la loro costituzione (Marocco, Giordania) e innumerevoli proteste e rivolte hanno scosso e tuttora continuano a interessare tutti i paesi dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente ad eccezione del Qatar e degli Emirati Arabi.

Dal punto di vista economico è possibile identificare le traiettorie percorse dalle economie dai paesi coinvolti e i fattori chiave su cui possono far leva per superare i tradizionali problemi che affliggono la regione. Le economie arabe vengono generalmente classificate in due categorie a seconda della presenza o meno del petrolio nel paese. I paesi che dispongono di giacimenti di idrocarburi, detti “esportatori di petrolio”, sono tipicamente più ricchi e l’andamento delle loro economie è strettamente collegato al prezzo del greggio. Quelli che non ne hanno, sono definiti paesi “importatori di petrolio”. La mappa mostra tale suddivisione della regione tra paesi importatori (oil importer) ed esportatori di petrolio (oil exporter), specifica il numero di abitanti e il livello di PIL pro-capite di ogni paese.

Fmi Primavera ArabaIn giallo chiaro i paesi importatori, in beige i paesi esportatori di petrolio

Le performance economiche dei due gruppi sono state molto diverse negli ultimi anni. I paesi esportatori di petrolio hanno tratto vantaggio dall’aumento dei prezzi del greggio e hanno continuato a crescere a tassi elevati, nonostante il contesto di instabilità politica che ha coinvolto la regione e l’ambiente economico mondiale sfavorevole. Secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), nel 2012 le economie di questi paesi sono cresciute mediamente del 6,5 per cento.

Al contrario, nei paesi importatori di petrolio la crescita stagnante esibita nel 2011 si è protratta nel 2012. I governi sono riusciti a mantenere una certa stabilità macroeconomica, ma al contempo sia i bilanci statali sia le bilance commerciali si sono deteriorate. L’instabilità politica, l’aumento del prezzo del petrolio e dei beni di prima necessità, il crollo del turismo, il deterioramento dei rapporti economici con i partner esteri, soprattutto quelli europei, il tutto unito alla debolezza dell’economia mondiale, ha determinato una crescita media del 2% nel 2012.

Nel Regional Economic Outlook del 2012, il Fondo Monetario Internazionale ha concentrato la sua attenzione su un nuovo sottogruppo di economie della regione: gli Arab Countries in Transition (ACTs). I paesi arabi in transizione sono quelli in cui gli effetti Primavera Araba sono stati più dirompenti e che stanno affrontando un periodo di transizione politica. In questo gruppo sono raggruppati Egitto, Libia, Tunisia e Yemen, i cui regimi sono stati ribaltati, e Giordania, Marocco, in cui sono state introdotte riforme costituzionali. Questi paesi sono quelli che più hanno risentito dell’ondata rivoluzionaria del 2011 e le cui economie stanno attraversando una fase di contrazione ed esibiscono debolezza macroeconomica. L’unica eccezione è rappresentata dalla Libia, come si evince dal grafico che mostra la variazione percentuale del PIL dei ACTs nel periodo 2010-2012 e le proiezioni per il 2013.

Grafico2Crescita del PIL nei ACTs (Percentuale)

Mentre le economie dei paesi importatori di petrolio esibiscono andamenti di crescita stagnanti a causa dalle trasformazioni politiche in atto, il PIL della Libia, dopo una caduta del 60% nel 2011, è cresciuto del 122% nel 2012. La forte ripresa libica è connessa al fatto che l’economia della Libia, in quanto paese esportatore di petrolio, è strettamente connessa alla produzione di idrocarburi che è salita a 1,52 milioni di barili al giorno nel 2012 dopo la caduta a 166.000 nel 2011.

Grafico2Produzione di greggio in Libia, gennaio 2000-giugno 2012 (migliaia di barili al giorno)

 

Per meglio spiegare la reazione di Egitto, Tunisia, Yemen, Giordania e Marocco alle transizioni politiche in atto, il FMI ha comparato gli andamenti delle loro economie a quelli di altri paesi che hanno affrontato trasformazioni politiche di simili intensità. In particolare sono stati identificati 11 precedenti episodi di transizioni dovuti a instabilità politica causati da fenomeni di proteste sociali e avvenuti in paesi a medio e basso reddito.

Grafico3Crescita media dei PIL di Egitto, Tunisia, Yemen, Giordania e Marocco; 5 anni prima e 5 anni dopo lo scoppio delle rivolte (Percentuale)

I risultati dello studio mostrano che, nei precedenti episodi di transizione politica, si è verificata una forte contrazione di produzione e investimenti. In particolare nell’anno di massima instabilità politica, il Pil si contrae mediamente del 4% e rimane stagnante per i due anni successivi, la disoccupazione aumenta tra 1 e 1,5% e gli investimenti crollano del 20 per cento. Un simile andamento si è manifestato anche nei Pil dei paesi arabi in transizione. Infatti nel 2011, il Pil di Egitto, Tunisia e Yemen ha subito una forte contrazione, mentre quello di Giordania e Marocco si è mantenuto più stabile sebbene stagnante. Il FMI prevede che il sentiero di crescita di lungo periodo verrà ripreso solo in 4 o 5 anni.

Grafico4Crescita del PIL in Egitto, Tunisia, Yemen, Giordania e Marocco, 2010-2013 (Percentuale)

Questi paesi mostrano anche segni d’instabilità macroeconomica. In particolare la bilancia fiscale, già in forte crisi prima dello scoppio delle proteste, è ulteriormente peggiorata e lo stesso è accaduto al deficit corrente. Un’altra evidenza emersa da questo studio è che gli episodi d’instabilità politica sono spesso ricorrenti, ossia è molto probabile che “scosse di assestamento” occorrano in seguito allo scoppio di un evento d’instabilità ma questa probabilità diminuisce se l’evento è seguito da riforme economiche e un buon sistema di governance.

Se da un lato le riforme potranno aiutare i paesi ad evitare nuove crisi, dall’altro la crisi che questi paesi stanno affrontando offre una grande occasione per attuare riforme strutturali per correggere quei problemi che da anni affliggono la regione. Due saranno gli obiettivi da perseguire: creare una crescita più inclusiva, necessaria a combattere il problema della disuguaglianza economica e ridurre la disoccupazione strutturale che da anni affligge la regione.

Nonostante i paesi arabi presentino caratteristiche molto diverse, per storie e assetti economici, è possibile identificare alcuni problemi strutturali comuni a tutta la regione. L’alto tasso di disoccupazione e la bassa partecipazione alla forza-lavoro indicano un basso dinamismo di queste economie. La crescita pro-capite è inferiore a tutti gli altri paesi in via di sviluppo. La reattività dell’occupazione alla crescita economica è tra le più basse del mondo. La pressione demografica sta diventando un problema sempre più stringente: secondo le stime del FMI, entro il 2015 dovranno essere creati 81,2 milioni di posti di lavoro per assorbire l’attuale disoccupazione e i nuovi entranti nella forza lavoro; ma date le attuali stime di crescita, si prevede meno della metà di quei posti saranno creati lasciando 42,3 milioni di persone senza lavoro. La percentuale degli occupati nel settore pubblico sul totale degli occupati rimane fra le più alte del mondo.

Le imprese operano in un sistema molto burocratizzato e per aprire un’impresa bisogna affrontare procedure lunghissime ed estremamente costose. La corruzione rimane uno dei problemi più drammaticamente diffusi della regione: secondo il World Bank Enterprise Surveys, più di metà delle imprese operanti nella regione hanno avuto esperienze di tangenti, un valore molto più alto che in ogni altra regione del mondo. L’accesso al credito è uno dei principali ostacoli allo sviluppo economico: nella regione, solo il 10% delle imprese usa le banche per finanziare i propri investimenti. In particolare le piccole e medie imprese sono quelle che più di tutte sono escluse dall’acceso al credito bancario e si devono affidare alle risorse interne all’azienda per i loro piani d’investimenti.

Per correggere questi problemi e stimolare una crescita inclusiva e trainata dal settore privato, le riforme economiche si dovranno focalizzare su tre macro-aree: la riforma del mercato del lavoro e del sistema educativo; riformare le legislazioni d’impresa vigenti in questi paesi rendendole più semplici e trasparenti; migliorare l’accesso al credito per catalizzare l’imprenditorialità locale e stimolare gli investimenti privati.

Preso da: http://www.linkiesta.it/it/article/2013/04/26/primavera-araba-dopo-le-rivoluzioni-la-crisi-economica/14437/#ixzz2VWxoS5A6