Il generale Bernardis: le notizie sui raid italiani in Libia furono censurate dal Governo Berlusconi

di Gianandrea Gaiani29 novembre 2012
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I bombardamenti dei caccia italiani sulla Libia, iniziati dopo Pasqua e continuati fino all’ottobre dell’anno scorso, sono stati tenuti nascosti per motivi politici. La notizia certo non è nuova e del resto durante il conflitto Il Sole 24 Ore fornì periodicamente in esclusiva i dati ottenuti da fonti confidenziali sui raid aerei italiani effettuati da jet di marina e aeronautica contro le forze di Gheddafi.
Ad ammettere la censura voluta all’epoca dal Governo Berlusconi e tenacemente imposta dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha provveduto ieri uno dei protagonisti di quella guerra, il generale Giuseppe Bernardis , capo di stato maggiore dell’aeronautica militare. In occasione della presentazione del libro edito dalla Rivista Aeronautica ”Missione Libia 2011. Il contributo dell’Aeronautica Militare” che fa luce su molti aspetti di quella guerra , il generale ha attribuito il deficit di comunicazione alla «situazione critica di politica interna» in cui viveva allora il Paese. Negli oltre sette mesi di guerra in Libia, dal 19 marzo al 31 ottobre 2011, «è stata fatta un’attività intensissima» – ha detto Bernardis, friulano con 4 mila ore di volo su 19 tipi di velivoli – «che è stata tenuta per lo più nascosta al padrone vero dell’aeronautica militare, che sono gli italiani, per questioni politiche, per esigenze particolari. C’erano dei motivi di opportunità, ci veniva detto, e noi chiaramente non abbiamo voluto rompere questo tabù che ci era stato imposto. Questo è il motivo per cui questo volume esce solo adesso, un anno dopo».

Solo oggi, a oltre un anno di distanza dalla morte di Gheddafi vengono ufficializzati i dati sulla guerra italiana di Libia nella quale i nostri jet hanno condotto in sette mesi circa 1.900 sortite per un totale di più di 7.300 ore di volo. Le missioni di bombardamento vero e proprio, autorizzate dal governo Berlusconi (che pochi giorni prima aveva detto «non bombarderemo mai la Libia») il 26 aprile e iniziate due giorni dopo con un raid effettuato nel settore di Misurata, sono state 456, solo considerando quelle di «attacco al suolo contro obiettivi predeterminati» (310) e quelle di «neutralizzazione delle difese aeree nemiche» (146). A queste vanno poi aggiunti gli «attacchi a obiettivi di opportunità», cioè le incursioni condotte contro bersagli individuati sul momento, il cui numero è stato minore. Il capo di stato maggiore ha sottolineato «con orgoglio» il contributo «di primordine» fornito dall’aeronautica, che nelle missioni Odyssey Dawn e Unified Protector ha schierato nella base di Trapani caccia F16, Eurofighter, Tornado e Amx, oltre ad altri velivoli, impiegandone fino a 12 nella stessa giornata. Un apporto fondamentale per la buona riuscita delle operazioni a guida Nato e che è stato fornito «senza incorrere in alcun incidente e senza causare danni collaterali». «L’unico rammarico che ho avuto – scrive Bernardis nella prefazione del libro – è quello di non aver potuto, operazione durante, fornire all’opinione pubblica un resoconto puntuale del nostro operato, per evitare ogni possibile strumentalizzazione. Questo volume colma in parte quel vuoto».
Parlando a braccio il generale ha utilizzato termini meno diplomatici, attribuendo la censura imposta alle informazioni belliche a una precisa volontà politica di «non dire quello che si faceva». «A volte per questioni di politica interna si impedisce al Paese di svolgere al meglio il suo ruolo di politica estera e questo non è possibile: non si voleva che si parlasse di questa missione perché c’era una situazione critica di politica interna». Un chiaro riferimento alla pesante emarginazione dell’Italia dalla gestione politica della crisi libica attuata dagli alleati e in particolare da francesi e britannici evidentemente interessati a prendere il posto di Roma nei rapporti economici con la nuova dirigenza di Tripoli. Benché le forze aeree italiane avessero svolto un numero di missioni inferiori solo a britannici e francesi, in un conflitto che senza le basi aeree della Penisola (dalle quali partirono la gran parte dei raids aerei della Nato) gli alleati non avrebbero mai potuto combattere e vincere, la censura posta dal Governo contribuì a marginalizzare il peso dell’Italia.
Bernardis ha anche accennato al caso del maggiore Nicola Scolari, che aveva compiuto la prima missione in Libia decollando da Trapani e che ai giornalisti aveva descritto la missione del suo Tornado ECR durante la quale peraltro non erano stati impiegati i missili anti-radar Harm contro le postazioni della difesa aerea di Gheddafi. Ignazio La Russa aveva giudicato quelle dichiarazioni inopportune con conseguente immediato ritorno dell’ufficiale al suo stormo, il 50° di Piacenza. «Venne mandato via perché aveva fatto solo il suo lavoro», ha detto Bernardis. Scolari non ha comunque subito alcuna conseguenza disciplinare per quelle dichiarazioni.

Preso da: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-11-29/generale-bernardis-notizie-raid-111455.shtml?uuid=AbF1AU7G&refresh_ce=1

Guerra in Libia, cosa accadde in quella riunione a porte chiuse che trascinò l’Italia in guerra

 

L'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l'ex premier Silvio Berlusconi
L’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l’ex premier Silvio Berlusconi (ANSA/ETTORE FERRARI)

 

Le rivelazioni di Guido Crosetto, allora sottosegretario alla Difesa, al Fatto permettono di ricostruire la riunione convocata da Napoletano che diede inizio all’intervento italiano

Redazione (APG)
ROMA – Era il 17 marzo 2011, e, in una sala del Teatro dell’Opera a Roma, le principali cariche politiche italiane erano riunite per affrontare una delle pagine più drammatiche della storia del nostro Paese e, forse, dell’Occidente in generale: la guerra in Libia. Una pagina non solo drammatica, ma fino a qualche giorno fa ancora coperta da un velo di mistero, perlomeno per quanto concerne la rocambolesca entrata in guerra del nostro Paese. Inizialmente contrario all’intervento, ma poi costretto ad accodarsi a seguito delle pressioni internazionali e per la necessità strategica di non farsi isolare dall’attivismo francese e britannico.

Le rivelazioni del Fatto Quotidiano
È stato il Fatto Quotidiano del 10 febbraio scorso a sollevare quel velo e a ricostruire la riunione d’emergenza con la quale l’Italia ha deciso di partecipare alla guerra. Nella sala del Teatro dell’Opera, erano presenti, proprio mentre era in corso all’Onu la discussione in merito alla risoluzione sulla Libia, il Presidente della Repubblica dell’epoca, Giorgio Napolitano, il premier Berlusconi, il suo consigliere diplomatico Bruno Archi, Gianni Letta, il presidente del Senato Renato Schifani, il Ministro della Difesa Ignazio La Russa, mentre quello degli Esteri Franco Frattini era collegato da New York. Oltre a loro, Guido Crosetto, all’epoca sottosegretario alla Difesa, colui che ha permesso al Fatto di ricostruire quanto avvenuto.
La testimonianza di Crosetto
«Mi buttarono fuori dalla stanza quando dissi che la guerra in Libia era una pazzia totale, ne avremmo pagato le conseguenze. In quel momento chi ricopriva la più alta carica istituzionale in quella stanza mi fece accompagnare fuori, ma non dico il nome», ha raccontato Crosetto, salvo poi specificare che «Quel nome fu Giorgio Napolitano». Crosetto ha poi proseguito: «Io ero sottosegretario alla Difesa e ho detto vivacemente che ero contrario all’intervento e poi ho ricordato anche le perplessità dello Stato maggiore: gli unici contrari alla partecipazione italiana all’intervento eravamo io e Silvio Berlusconi. A quel punto Giorgio Napolitano mi ha detto di andarmene perché non avevo titolo a stare lì. Insomma, mi ha buttato fuori». Il tutto, dopo che quello stesso 9 marzo Napolitano aveva già convocato un Consiglio supremo di difesa che, ben prima della riunione di emergenza, aveva messo nero su bianco la disponibilità italiana alla guerra.
La resa di Berlusconi
Nonostante la resistenza iniziale di Berlusconi, che con Gheddafi vantava rapporti di partnership strategica per non dire di cordiale vicinato, l’ex premier, dopo un mese di pressing e una telefonata di Obama, decise di accodarsi nell’intervento. Così, guerra fu, in barba, naturalmente, all’articolo 11 della Costituzione, di cui il Presidente della Repubblica dovrebbe essere garante. Secondo il Fatto, inoltre, Prodi, avrebbe in seguito sostenuto che «nel 2011 a Berlusconi hanno poi fatto pagare la Libia e l’amicizia con Putin…».

Preso da: https://www.diariodelweb.it/italia/articolo/?nid=20180214-487275

Libia e Gheddafi: le colpe di Napolitano, Berlusconi, La Russa e Frattini

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Di Giancarlo Marcotti Sabato 12 Agosto alle 12:34

Premessa: rivendico, per esser stato uno dei pochissimi a schierarsi, immediatamente e con foga, contro i bombardamenti della Libia, di poter commentare, ed in maniera autorevole, i retroscena svelati di recente dall’ex Presidente della Repubblica sull’adesione del nostro Paese alla guerra contro un Paese sovrano come la Libia. Mi riferisco in particolare a quel “Consiglio di guerra” informale tenutosi il 17 marzo del 2011 al Teatro dell’Opera a margine delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia al quale parteciparono l’ex Presidente Giorgio Napolitano, l’ex Premier Silvio Berlusconi, l’ex Ministro della difesa Ignazio La Russa, l’ex Ministro degli Esteri Franco Frattini oltre al consigliere diplomatico Bruno Archi.

Fu quello un modo ignobile di festeggiare l’Unità d’Italia visto che l’art. 11 della nostra Costituzione recita: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

L’ex Presidente Napolitano ha sbottato, per anni lui è stato indicato come il maggior fautore del nostro intervento militare ai danni della Libia di Muammar Gheddafi. E per anni lui, “democristianamente”, non aveva risposto alle accuse, confidando sul fatto che i media nazionali, tutti dalla sua parte, avrebbero messo a tacere le critiche nei suoi confronti come sempre fanno quando gli “accusati” rientrano in una certa area politica.
E così è stato, ora però, nonostante le pratiche di insabbiamento messe in atto, il bubbone è scoppiato in tutta la sua virulenza. Adesso che il disastro non solo è sotto gli occhi di tutti, ma ha prodotto le nefaste conseguenze che ognuno di noi può giornalmente riscontrare. Adesso che non c’è più nessun personaggio politico che non consideri un colossale errore i bombardamenti e la distruzione della Libia, lui, Giorgio Napolitano, il peggior Capo di Stato che l’Italia abbia mai avuto (oddio, in questa speciale classifica al contrario, i confronti con Scalfaro e Ciampi li ha vinti di misura), ha deciso di parlare.
Ma non lo ha fatto per rivendicare la correttezza della propria scelta, oppure per scusarsi davanti a tutti gli italiani, comportamenti, questi, che sarebbero stati diametralmente opposti ma entrambi rispettabili da un punto di vista etico.
Lo ha fatto per scaricare la responsabilità di quella scelta su altri.
Insomma, potremmo definirlo un comportato da vile, da persona che dimostra mancanza di coraggio e fermezza, oltre che di coerenza.
Egli si è discolpato sostenendo che quella fu “una decisione che spettava al Governo, sia pure con il consenso della Presidenza della Repubblica” ed ancora “non poteva che decidere il Governo in armonia con il Parlamento, che approvò con schiacciante maggioranza due risoluzioni gemelle alla Camera e al Senato, con l’adesione anche dell’allora opposizione di centrosinistra.”
Formalmente, nulla da eccepire a quanto detto da Napolitano, ma da un Presidente della Repubblica ci si attende un’etica superiore, comportamenti moralmente virtuosi e non solo dichiarazioni autoassolutorie.
Detto questo, tuttavia, l’informazione deve essere corretta quindi mi corre l’obbligo di censurare i media, come ad esempio Repubblica.it, che sulle esternazioni dell’ex Presidente della Repubblica hanno titolato « Napolitano: “Le bombe contro Gheddafi? Basta distorsioni ridicole: decise Berlusconi, non io” »
Una frase, riportata fra virgolette, che Napolitano non ha mai pronunciato, ed infatti leggendo l’articolo non compare.
“Sistemato” Napolitano non posso certo esimermi dal censurare anche i comportamenti degli altri personaggi implicati in questa dolorosa vicenda.
Me la cavo con due parole riferendomi a Franco Frattini che al tempo ricopriva la carica di Ministro degli Esteri. Sembra di stare a riferirsi ad un’altra epoca, ad un tempo lontano, ed invece stiamo parlando di avvenimenti accaduti soltanto sei anni fa. Eppure parafrasando il Manzoni ed il suo Don Abbondio potremmo dire “Frattini … chi era costui”. Il personaggio è scomparso dai radar della politica. All’epoca pare che abbia tentato di “nascondersi” dietro all’ombrello dell’Onu, insomma un comportamento pilatesco.
Diversa la critica nei confronti di Berlusconi e La Russa, personaggi che invece sono rimasti sulla cresta dell’onda.
Cominciamo dal Cavaliere.
Caro Silvio, non puoi cavartela semplicemente dicendo che tu non te la sentivi di “dare l’avallo a quella missione di guerra contro la Libia” e che eri arrivato al punto di “minacciare di dare le dimissioni” e di non averlo fatto solo per non innescare una crisi istituzionale, tutto ciò non ti assolve affatto perché come tutti sanno:
le dimissioni NON si annunciano, e tantomeno si minacciano, bensì … si danno!
Anche le tue mani quindi sono sporche del sangue di Gheddafi.
Hai visto poi come ti hanno ringraziato per il tuo “assoluto asservimento” alle Istituzioni? Qualche mese dopo ti hanno dato un bel calcio nel sedere e ti hanno costretto a dimetterti!!! Svegliati una buona volta e cerca di capire di che pasta sono fatti quelli che passano per essere “servitori dello Stato”.
E concludiamo con La Russa, al tempo Ministro della Difesa.
Caro Ignazio anche tu non puoi cavartela dicendo che “Gheddafi era ormai spacciato”, dicendo quelle cose ti sei piegato, anzi genuflesso ad una nullità come Sarkozy, quando dovevi dimostrati forte hai fatto vedere tutta la tua inconsistenza, come uomo e come politico.
Craxi ed Andreotti (ricordi Sigonella?) al tuo confronto si sono dimostrati dei giganti!!!
Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro
P.S. Quei due loschi figuri che vedete in foto sono il francese Philippe Coindreau e l’americano Samuel Locklear comandanti, per i rispettivi Paesi, delle operazioni di guerra nei confronti del popolo libico. Se la ridono dopo aver massacrato bambini, donne e persone inermi

Preso da: http://www.vicenzapiu.com/leggi/libia-e-gheddafi-le-colpe-di-napolitano-berlusconi-la-russa-e-frattini#

Libia, tra martiri che rivivono e la guerra del petrolio che non finisce

Wikipedia

A volte i “martiri” ritornano. E vengono usati per sobillare gli animi e cavalcare lo spirito nazionale. La Libia è anche questo. Un passo indietro nel tempo. Pochi anni, giugno 2009, ma lo scenario sembra quello di un’epoca lontana. Narra la cronaca di quel 10 giugno 2009: una foto in bianco e nero che ritrae un eroe della resistenza anti-coloniale in Libia sul petto dell’impeccabile divisa: Muammar Gheddafi non rinuncia al gusto della provocazione e, nonostante i buoni rapporti con l’Italia, ha scelto di caratterizzare sin dal suo esordio la visita nel nostro Paese con chiari riferimenti all’epoca buia del colonialismo italiano in Libia.

Scendendo dalla scaletta dell’aereo che lo ha portato Roma, il colonnello, accolto a Ciampino dal premier italiano Silvio Berlusconi, si è presentato con addosso l’alta uniforme nera decorata da una serie di medaglie, il cappello calzato sui capelli crespi e nerissimi e grossi occhiali scuri. La cosa che ha più colpito della sua mise è stata però proprio la foto in bella vista sulla divisa del colonnello di Omar al-Mukhtar, un eroe della resistenza libica contro gli italiani.

Ad accompagnare Gheddafi è arrivato a Roma un anziano in abito tradizionale, Mohamed Omar al-Mukhtar, ultimo erede dell’eroe anti-coloniale. I giornali del tempo sottolineano la “grande deferenza” del leader libico nei confronti dell’ottantenne, sceso dall’aereo a fatica per problemi di deambulazione. Nell’agosto del 2008, in occasione della visita dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a Bengasi in cui fu firmato il trattato di amicizia italo-libico, l’anziano, figlio dell’eroe della resistenza, disse ad Al-Jazeera che non avrebbe mai incontrato il premier di un Paese che “odia il popolo libico e odia Omar al-Mukhtar”, neanche se glielo avessero chiesto le autorità libiche. I media libici scrissero di un baciamano di Berlusconi all’erede di Al-Mukhtar, parlando di un gesto altamente simbolico per la conclusione del contenzioso fra i due Paesi frutto del buio passato coloniale.

“La foto di Al Muktar è come la croce che alcuni di voi portano: il simbolo di una tragedia”. Così il Colonnello rispose ai giornalisti che lo interpellavano in merito alla foto. Gheddafi ricordando che comunque anche molti “italiani sono stati impiccati da quello stesso governo di allora che poi è finito con l’impiccagione, ma a piedi in giù, di Mussolini”. “È come l’uccisione di Gesù Cristo per i cristiani: per noi quell’immagine è come la croce che alcuni di voi portano”, apostrofò il leader libico sottolineando che è il “simbolo di una tragedia”.

Omar al-Mukhtar, soprannominato il “leone del deserto” fu il leader della resistenza libica contro gli italiani agli inizi tra gli anni Venti e gli anni Trenta. La fotografia sul petto del leader libico è quella dell’arresto del “leone del deserto” operato da parte di squadroni fascisti, l’11 settembre del 1931. Il leader della guerriglia fu condannato a morte il 15 settembre 1931 su ordine di Mussolini che, nel suo telegramma ai giudici, li incoraggiò a concludere il processo con una “immancabile condanna”. Il giorno dopo Omar al-Mukhtar fu impiccato.
Del colonialismo italiano in Nord Africa, Angelo Del Boca è riconosciuto come il più autorevole studioso. ” Per alcuni aspetti – rimarca Del Boca – il colonialismo italiano è stato più severo, più ingiusto di quello di paesi come la Francia, la Gran Bretagna e il Portogallo. In Libia, ad esempio, per contrastare l’opposizione di Omar el Mukhtar sono stati creati dei campi di concentramento nella zona più arida del paese, dove sono state raccolte intere popolazioni della Cirenaica, con un bilancio finale di 40 mila morti, a causa delle malattie, il cattivo nutrimento e le continue percosse o fucilazioni. Uno dei peggiori crimini del colonialismo italiano è stato quello di proibire ogni forma di istruzione. Il limite massimo era la quinta elementare, sufficiente per ricevere ordini ed eseguirli. A differenza di ciò che accadeva nelle colonie inglesi e francesi, dove si garantiva la formazione di una classe dirigente, a volte di alto livello”.
Il “leone” serve oggi all’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, per un duplice scopo: recuperare in quel passato un elemento unificante di una incerta identità nazionale, ed ergersi a novello paladino nella difesa degli interessi del popolo libico e di una sovranità messa a repentaglio dai “neocolonialisti italiani”.
Giugno 2011. La rivolta contro Gheddafi, esplosa a Bengasi, incendia l’intera Libia. Il cimitero di Hammangi a Tripoli, storico complesso dove sono custoditi resti di circa 8mila espatriati italiani in Libia, viene profanato da alcuni sconosciuti che ne hanno danneggiato alcune strutture e imbrattato le mura con ingiurie e minacce. L’Airl, l’Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, è stata protagonista di una lunga battaglia per la sua ristrutturazione. E Giovanna Ortu, la sua presidente, si dice “rattristata e costernata”: “Per anni Hammangi era stato alla mercé di ladruncoli che profanavano le tombe, questa volta invece si è trattato di un vero e proprio atto ostile contro l’Italia da parte dei fedelissimi di Gheddafi, su questo non ci sono dubbi”. Ora Gheddafi non c’è più, ma l’ostilità verso l’Italia, più o meno sobillata, ancora vive.
30 aprile 2016: Preoccupano molto le immagini delle bandiere italiane bruciate in Libia nel corso di alcune manifestazioni di protesta indirizzata contro i raid aerei dell’esercito libico guidato dal generale Khalifa Haftar, peraltro osannato a Tobruk. Secondo quanto riportato dal Libya Herald, centinaia di cittadini libici sono scesi in piazza a Derna per protestare contro gli attacchi aerei sulla città da parte delle forze del generale Haftar e hanno “bruciato una bandiera italiana, condannando quelle che considerano interferenze italiane e dell’Onu in Libia”. I manifestanti, aggiunge il giornale online, hanno comunque espresso apprezzamento per le “vittorie dell’esercito” contro l’Isis in Libia.
Anche il sito Alwasat ha riportato la notizia, specificando che nel corso di queste manifestazioni sarebbero state date alle fiamme alcune bandiere italiane, mentre i manifestanti protestavano al grido di “nessuna tutela”. Sui cartelli dei manifestanti, scritte contro l’intervento dell’Italia nella crisi libica, come “no all’intervento dell’Italia nei nostri affari interni” oppure “l’Italia non si sogni di occupare il nostro Paese”. Le persone che hanno preso parte alla manifestazione hanno bruciato una bandiera italiana.
Simbologia e politica si tengono assieme fomentando ancor più il “caos libico”. Un caos che non sarà certo risolto dal premier “voluto” dall’Italia e supportato, almeno a parole, dall’Onu. Serraj, ricorda Del Boca, “non controlla a pieno nemmeno la città di Tripoli; tanto meno la Tripolitania divisa tra milizie in parte schierate con Tripoli, come quelle di Misurata che ricattano costantemente Sarraj, in parte con il precedente governo islamista di Khalifa al-Ghweil; ci sono poi l’enclave armata di Zintane che ha detenuto e liberato Seif al-Islam, il figlio di Gheddafi; il Fezzan delle tribù e dei clan e la Cirenaica di Haftar, ancora alle prese con il tentativo di ricostituzione delle milizie jihadiste, a Derna e Bani Walid dopo la sconfitta di Sirte. Dappertutto centinaia di milizie armate…”.
“Qualche giorno fa – annota Alberto Negri sul Sole24Ore – Abdel Rahman Shalgam, l’ex ambasciatore libico all’Onu, diceva che, pur non avendo simpatie per Haftar, il generale è il padrone della Cirenaica mentre la Tripolitania è divisa in cento milizie e l’unica piazzaforte sicura è Misurata. Andare in Libia senza un’intesa con Haftar è sbagliato perché, come altri, è in grado comunque di sabotare la missione…”. E ancora: “Paradossale: l’Italia che aveva in Gheddafi il maggiore partner nel Mediterraneo, ora potrebbe passare alle cronache come il Paese con velleità neo-colonialiste, accusata da miliziani alleati dei nostri alleati che in Libia hanno condotto i raid e tentato di ridimensionare la presenza italiana. Operazione mal riuscita perché l’Eni continua a estrarre gas, petrolio e fornisce la corrente tutto il Paese. Certo che se l’Italia si fosse opposta ai bombardamenti oggi avrebbe ben altra legittimità”.
In Libia, è bene ricordarlo, l’Italia non ha alleati internazionali ma concorrenti, che fanno della spregiudicatezza il loro modus operandi: la Francia, la Russia, l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti hanno decisamente puntato su Haftar come “cavallo vincente”, se non per diventare il nuovo raìs libico quanto meno per edificare lo Stato-protettorato della Cirenaica, l’area dove sono concentrati i più importanti pozzi petroliferi del Paese nordafricano. La Storia dice che nella Sponda Sud del Mediterraneo e nel Medio Oriente, i conflitti esplodono per il controllo dell’oro nero e di quello bianco: petrolio e acqua. La Libia ne è la riprova. Alla Francia, i nostri fratelli-coltelli euromediterranei, di fronteggiare con spirito solidale e con un’azione condivisa, l’emergenza migranti, interessa poco o niente. Mentre interessa, e tanto, che il loro uomo a Bengasi (Haftar) e un domani a Tripoli, riservi la fetta più grossa della “torta petrolifera” alla transalpina Total, rimpicciolendo quella del cane a sei zampe (l’Eni) italiano.
Intanto, mentre l’Italia supporta la Guardia Costiera di Serraj, L’Esercito Nazionale Libico (LNA) di Haftar, si aggiudica un altro successo nella “battaglia del Fezzan” combattuta nella regione desertica meridionale libica contro le milizie di Misurata e i loro alleati legati indirettamente al governo riconosciuto dalla comunità internazionale di al-Serraj. Nei giorni scorsi, le truppe di dell’uomo forte del governo di Tobruk, hanno conquistato la base aerea di Al-Jufra, 500 chilometri a sud di Tripoli e i centri di capoluogo Hun e Sukna, cittadine fra i 30 mila e i 10 mila abitanti e situati a circa 250 km in linea d’aria a sud di Sirte, dove sono state trovati depositi di munizioni e veicoli. LNA controlla ora i centri nevralgici militari del Fezzan dopo che il 25 maggio le truppe di Haftar avevano preso il controllo della base aerea di Tamenhant vicino a Seba.
Di certo, a riequilibrare i rapporti di forza sul campo non basterà una fregata italiana. Nella stampa libica la parola più ricorrente, per definire la fase attuale, è: “Somalizzazione”. Avere una “nuova Somalia” alle porte di casa non è una bella prospettiva.

Preso da: http://www.huffingtonpost.it/2017/08/04/libia-tra-martiri-che-rivivono-e-la-guerra-del-petrolio-che-non_a_23065019/

Libia, quell’ “errore” della Francia da cui non siamo più usciti

Le parole del figlio di Gheddafi ricordano lo sbaglio del 2011. Appoggiando la linea Sarkozy, abbiamo stravolto un equilibrio frutto di anni di accordi

5 agosto 2017

Da quella tragedia non siamo ancora usciti. La Francia aveva deciso in modo unilaterale di far partire i suoi caccia-bombardieri per abbattere Gheddafi. La colpa del Colonnello era stata quella di allearsi all’Italia, di stringere con Berlusconi un patto d’amicizia che superava addirittura il contenzioso coloniale (cosa che alla Francia non è mai riuscita con la sua ex colonia più importante, l’Algeria).
Sarkozy non aveva neanche messo in allarme i suoi presunti alleati, li aveva fatti trovare di fronte al fatto compiuto. Un gesto da grandeur che sarebbe costato anni, forse decenni di instabilità nel Nord Africa e un esodo migratorio di grande portata, capace di destabilizzare l’area e foriero di conseguenze geo-strategiche tutte da vedere.

Il ruolo di Berlusconi

Berlusconi sapeva che quella guerra non andava fatta. Sapeva che sarebbero ripresi i flussi migratori, che l’Italia avrebbe perso molti affari e la possibilità di costruire in Libia autostrade, città, impianti energetici. Che forse avrebbe rialzato la testa un fondamentalismo islamico che Gheddafi SEMPRE  aveva deciso di combattere.
Ma guerra fu. Anche per una sorta di accomodamento, accondiscendenza e acquiescenza da parte degli stessi stretti collaboratori di Berlusconi, tra cui ministri e alti burocrati. Perché il “politicamente corretto” voleva che noi, l’Italia, paese fondatore dell’Unione europea inserito in un quadro di forti alleanze europee e transatlantiche, non potessimo assumere una posizione diversa da quella di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti.
Anche in quella occasione, Angela Merkel si rivelò una leader, e tenne fuori la Germania dalla guerra, astenendosi e non partecipando alle operazioni, Noi, invece, mettemmo a disposizione le nostre basi, fondamentali per le operazioni aeree. E Berlusconi si piegò a “tradire” il patto d’amicizia col Colonnello. Lo fece perché sotto pressione interna e internazionale. Lo fece quasi con la pistola alla tempia. Ma alla fine lo fece.
E così adesso non è scorretto dire che la decisione fu sua. Ma non fu sentita. Non fu condivisa neanche da se stesso. Fu una decisione che sceglieva quello che all’epoca sembrava essere il male minore.

La situazione oggi

Tutto questo va ricordato perché la Libia è ancora nel pieno di quella crisi aperta dall’intervento. Gheddafi è stato ucciso. Barbaramente, diremmo. E senza che noi alzassimo un sopracciglio. Il “feroce dittatore”  ora non era più là, vivo e combattivo, a difendere l’unità della Libia e sottolineare col pugno la propria leadership fra le tribù.
Oggi la Libia è un mosaico inverecondo di fazioni e tribù. Un arsenale a cielo aperto, spaccato almeno in due tra la Tripolitania e la Cirenaica. Ma disgregato anche all’interno dei due campi, in mano alle dinamiche tribali nel Sud, nel Fezzan, strategico per il transito di migranti dal resto dell’Africa.
La Francia voleva riconquistare una supremazia appannata nell’area. Nuovi sistemi d’arma furono messi alla prova. Ma oggi quel deserto è la tomba dell’Europa. Non se ne viene a capo. La Francia usa la leva di Haftar nella Cirenaica. La Gran Bretagna discretamente fa le sue mosse più o meno nella stessa cornice. Russia ed Emirati sono pure loro schierati con il generale e uomo forte di Bengasi.
Noi abbiamo puntato su Fayyez Al Serraj, un non militare, fragilissimo, riconosciuto però anche dalle Nazioni Unite. Ma sotto l’ombrello dell’intervento umanitario e della necessità di curare i feriti della guerra al Califfato in Libia in un nostro ospedale da campo, abbiamo circa 300 militari a Misurata.
Adesso c’è pure un pattugliatore d’altura che ormeggia a Tripoli, avanguardia di altre unità che potrebbero in un prossimo futuro muovere verso quelle coste. La strada verso una stabilità è ancora lunga. L’esodo potrebbe diminuire, forse, chissà.
Ma le parole di Saif Al Islam, il figlio superstite di Gheddafi ,ci ricordano quanto è avvenuto. Lui ci accusa di essere la solita Italia fascista e coloniale, e che l’errore è stato quello di autorizzare nel 2011 il decollo dei caccia “alleati” dalle nostre basi. È il rancore del figlio del Colonnello che ci rimprovera di aver tradito il padre. Da quella tragedia non siamo usciti.

Con le dovute correzioni da: http://www.panorama.it/news/marco-ventura-profeta-di-ventura/libia-errore-francia-non-siamo-piu-usciti/

20 OTTOBRE 2011 : IL GIORNO DELLA VERGOGNA

20 OTTOBRE 2011 : IL GIORNO DELLA VERGOGNA – 20 OTTOBRE 2015 : IL RICORDO E LA LOTTA (ALLAH, MUHAMMAR WA LIBYA WA BAS!)

“Se colui che vuol conoscere la verità verrà a trovarmi io lo guiderò senza fatica su questa strada, non forzandolo a sposare le mie idee, ma facendogliele vedere con chiarezza così che egli non possa evitare di riconoscerle”

                                                              ‛Abd al-Qādir al-Jazāʾirī

SONO TRASCORSI QUATTRO ANNI  DALL’ASSASSINIO DEL LEADER DELLA JAMAHIRIYA ARABA DI LIBIA ( o almeno così ci hanno ordinato di credere)

Nella nebbia dell’informazione dobbiamo ricordarlo, come dobbiamo ricordare il popolo libico , il suo orgoglio e la sua dignità nel resistere all’aggressione della NATO e dei suoi cani del Qatar, i pazzi sauditi e tutti i servi sciocchi che hanno pensato di nascondersi all’ombra di un colonialismo di ultima generazione.

Muammar wa bas  – solo Muammar  Tripoli, Piazza Verde 1 Luglio 2011

La ragazza libica che in Piazza Verde in quell’eroica – e maledetta  – estate esponeva il suo augurio al leader è l’immagine di apertura che dedico a Muammar Al Gheddafi, ed alla sua memoria.

Un anno fa un altro blogger dedicava al leader della Jamahiriya il filmato che segue. La colonna sonora è quella che ricorda un altro eroe leggendario della resistenza al colonialismo imperiale della metà del ‘900 : Ernesto Che Guevara. Ebbene difficilmente si sarebbe potuto trovare un testo più pertinente, più aderente alla vicenda umana e storica dell’ispiratore della rivoluzione “bianca” del 1° settembre 1969,
ebbene non avete idea di quanti veri e propri imbecilli siano insorti per rivendicare quasi la proprietà di quel testo ad una fantomatica sinistra, per fare distinguo da ignoranti e creduloni schierati con quanti hanno preferito leggere  – con evidente pruderie voyeuristica mischiata ad una ingenuità devastante – le mirabolanti gesta “erotiche” delle sedicenti prede del “feroce tiranno”. Decisamente il web è un ambiente in cui l’ignoranza trova il massimo rifugio. Ed i luoghi comuni pure.

Il Libro Verde, semplice quanto devastante riflessione in merito alla idiozia della democrazia rappresentativa, manifesto della democrazia diretta, manifesto – questo si, nei fatti – di un vero socialismo. Snobbato dagli storici e dai radical-chic che nemmeno si son degnati di leggere gli scritti di “un beduino della Sirte”, più comodo pontificare sul tiranno e sulle sue pretese devianze. L’enciclopedia Treccani nelle parole di una tale Dottoressa  Saura Rabuiti   lo definisce così  : “…un uomo arcigno, che dà udienza in una tenda regale, vestito con abiti stravaganti e sgargianti, spesso avvolto nell’ampio mantello ricamato dei Berberi..” la messa a giorno dell’articolo, guardacaso è del maggio 2011…

Nel 1996, Gheddafi aveva emesso un ordine di cattura internazionale per un mestatore internazionale di provenienza saudita, tale Osama Ben Ladin, le sue indicazioni furono ignorate, come ricordava un certo senatore Andreotti, che di misteri ne conosceva parecchi. In questo filmato le interviste.

Concedo solo un modesto beneficio del dubbio a V.V. Putin, in merito alla questione libica, in mancanza di uno scambio di opinioni diretto e personale sull’argomento (le opinioni dei media non hanno sostanza, oppure sono illazioni o propaganda). Perché se la questione si dovesse risolvere in una meschina mossa strategica, se cioè il leader russo fosse di fatto restato a guardare in attesa – alla meglio – di un indebolimento di Gheddafi e quindi per ciò avrebbe evitato di porre il veto alla vergognosa risoluzione ONU n° 1973 del maledetto 17 marzo 2011, se così fosse una gran parte di responsabilità della tragedia mediorientale e nordafricana (ma il perimetro del caos è assai più vasto) andrebbe a ricadere su di lui.

In compenso in questo articolo non appariranno immagini dei veri e dichiarati criminali, dei ruffiani piccoli e grandi, dei lacchè dell’impianto coloniale che hanno circondato la Libia, assediandola con la più poderosa coalizione militare della Storia, la vergogna della Storia. I loro volti qua non trovano spazio, per loro è degna forse solo la latrina della Storia.

Quella Storia dai più fraintesa per ciò che sui libri i vincitori hanno – da sempre – celebrato, quella Storia che per noi è un quotidiano come lo è stato – il nostro contemporaneo – il momento drammatico di quei mesi del 2011, allorché ci sentimmo impotenti dinanzi alla fabbrica delle menzogne e all’esibizione dell’ignoranza e della credulità più stupida e politicamente corretta.
Quella Storia sverginata da veri e propri CRIMINALI, della politica e dell’informazione, i servi, i veri e propri cani da guardia del mostro coloniale.

E quanti sono i giornalisti, gli storici che hanno perduto l’occasione della vita: essere partecipi della Storia contemporanea, non supini esecutori di un ordine dattiloscritto! Mi viene a mente lo Zucconi con la sua “Carovana dei tiranni” ne i Quaderni del Liceo Orazio, allorché perde un’ottima occasione per scendere – lui – dal carrozzone dei Quisling e dei lustrascarpe del potere.

Nella tarda primavera del maledetto 2011 una commissione internazionale si recò in Libia per verificare le informazioni che – da Londra, Tunisi e da Parigi – venivano veicolate da sedicenti organizzazioni democratiche di sana dissidenza contro il “regime del tiranno” Gheddafi. I risultati di di queste missioni di Fact Finding non sono mai stati portati a conoscenza di una opinione pubblica rintronata dalla propaganda sui fantasiosi bombardamenti sulla folla, sugli inesistenti campi di fosse comuni. I politicanti di tre quarti della sinistra libertaria (quelli che non hanno saputo riconoscere un Che Guevara contemporaneo, troppo storditi dai videogames e dagli I-Phone, dai piagnucolii dei Bersani ) credono ancora alle novelle su Lockerbie e di Abu Salim , per la cronaca le ossa fotografate nella “fossa comune” descritta ai media dai mercenari qaedisti erano ossa di animali, non di uomini, una delle bufale subito smentite dal semplice buonsenso. Paradossalmente infatti – se mi è concesso, pur col rispetto dovuto alle decine di migliaia di libici e di lavoranti neri ammazzati dai ribelli qaedisti e dai fiancheggiatori mercenari – una delle vittime è stata proprio l’intelligenza dei cosidetti “occidentali” che si sono bevuti le panzane più inverosimili messe in giro da questi veri e propri delinquenti.
Qua di seguito il filmato della Fact Finding Commission.
Nella sua ultima estate il Colonnello Gheddafi volle ancora sfidare la cieca violenza del terrorismo internazionale americano, lo vediamo girare per Tripoli affacciato al tetto del suo Land Cruiser, unico statista a permettersi l’auto non blindata.
Intanto, oggi l’Impero premia i suoi servi, l’ultimo Nobel per la Pace (e in fin dei conti come ho già scritto altrove un premio nato sulla dinamite non può che andare a chi è strutturale all’uso della medesima) è andato ai soci tunisini della disinformazione, i soggetti che garantirono l’esistenza proprio in tripoli di una morgue con circa 450 oppositori, dando il via alla canea della stampa mercenaria.

Ma a noi piace ricordare l’immagine di quella mano di donna in Piazza Verde, con le parole scritte con l’Hennè  :  Muammar wa bas

E non dimentichiamo nemmeno chi – ancora oggi – senza copertura mediatica porta avanti la propria Resistenza, che vergogna che i tanti “resistenti” italiani non abbian preso posizione con questa gente. Forse perché alla fin fine gli italiani come i francesi, i tedeschi, gli inglesi, sono fondamentalmente presuntuosi e così razzisti da non riconoscere a dei beduini, a dei musulmani, il diritto di esser fieri, orgogliosi di una identità, di una patria?

Originale, con altre immagini e video: http://www.trasversal-mente.blogspot.it/2015/10/20-ottobre-2011-il-giorno-della.html

Gheddafi: “L`Islam moderato sono io” – Giovanni Minoli intervista il leader libico

10 luglio 2009: il leader libico incontra il presidente americano Obama durante il G8 a L’Aquila.Come sono maturati i presupposti per l’apertura della Libia all’antico nemico occidentale?

Bengasi 30 agosto 2008  – Firmato il Trattato di amicizia e cooperazione tra Roma e Tripoli: l’Italia verserà alla Libia cinque miliardi di dollari nei prossimi 25 anni a titolo di risarcimento per il passato coloniale. Lo ha detto il premier Silvio Berlusconi arrivando a Bengasi, in Libia. “L’accordo si baserà su una somma di 200 milioni di dollari all’anno per i prossimi 25 anni sotto forma di investimenti in progetti infrastrutturali in Libia”, ha detto il presidente del Consiglio.

L’accordo “deve mettere fine a 40 anni di malintesi: c’é un riconoscimento completo e morale dei danni inflitti alla Libia da parte dell’Italia durante il periodo coloniale”, ha detto il premier.
Mentre procede all’ONU la moratoria delle esecuzioni capitali promossa dall’Italia, il leader libico sembra aver trovato una via per conciliare il consenso interno dell’opinione pubblica con l’approvazione della comunità internazionale, confermando l’intento di proporre il suo Paese come modello di “Islam moderato”.

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1 settembre 1969: il colonnello Muhammar Gheddafi sale al potere in Libia.
6 dicembre 2004: la prima intervista televisiva al colonnello Muhammar Gheddafi dopo la fine dell’embargo, realizzata da Giovanni Minoli, direttore di Rai Educational.

L’embargo fu decretato dall’Unione Europea nel 1986, periodo in cui la Libia veniva accusata di comportarsi da stato-canaglia.
Gheddafi in questi ultimi anni è riuscito a far uscire il suo paese dall’isolamento internazionale, rinunciando al terrorismo e facendo grossi passi in avanti sulla via della riconciliazione, anche con la decisione di voler indennizzare le vittime di Lockerbie e del volo UTA, in cui ha ammesso esplicitamente le responsabilità della Libia. Contro il terrorismo la Libia, nelle parole di Gheddafi, vuole essere un modello dell’islam moderato: “presentare il vero Islam, libero da forze reazionarie e oscurantiste […] finché esisteranno regimi teocratici, fondati su una concezione salafita, questi saranno sempre la base per il terrorismo?.

Importante, ai fini della revoca dell’embargo (ottobre 2004), è stata la decisione di rinunciare al suo programma di armamento nucleare e, per quanto riguarda l’italia, di cancellare dal calendario libico la ‘giornata della vendetta contro gli italiani”, ricorrenza del 24 ottobre 1911, quando le truppe di occupazione italiane furono sconfitte a Sciara Sciat nella prima fase dell’impresa coloniale italiana.

Il 7 ottobre del 2004 Berlusconi è stato il primo leader Europeo a visitare la Libia. In quest’occasione Gheddafi prese la decisione di trasformare la “giornata della vendetta” in una “giornata di amicizia” tra il popolo libico e italiano, e ha consentito la visita di una delegazione di italiani della Libia che per la prima volta sono riusciti a rivedere i luoghi dove erano cresciuti. Nel 1970 Gheddafi espulse in massa i ventimila italiani che vi risiedevano da generazioni, sequestrando tutte le loro proprietà.

Gheddafi nel corso dell’intervista ricorda anche il ruolo svolto da Prodi nell’ambito della Commissione Europea per riabilitare la Libia nel consesso internazionale.   Berlusconi e i governi italiani precedenti nelle sue parole: “Hanno compiuto degli sforzi enormi  in ambito internazionale a favore della causa libica, era dunque nostro dovere accogliere e dare il benvenuto al capo del governo italiano per ringraziarlo della posizione dell’Italia a fianco di  una causa giusta, quella libica”. Per quanto riguarda un suo eventuale viaggio in Italia ricorda che è subordinato alla soddisfazione del popolo libico e alla liquidazione del passato coloniale dell’ex madrepatria.

L’intervista, sempre in un clima disteso e cordiale, affronta molte e complesse questioni: la lotta contro l’immigrazione clandestina, il conflitto arabo-israeliano, il problema dell’acqua.

Rivisto e corretto dall’ originale, con intervista: http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/gheddafi-lislam-moderato-sono-io/456/default.aspx

CHI VOLEVA LA MORTE DI GHEDDAFI?

14/6/2013

Chi voleva Gheddafi morto? Noi, cioè la Nato, ovvero l’aggregazione dei Paesi democratici che esporta la libertà e la civiltà coi bombardamenti e le esecuzioni mirate. Portatori di droni di pace in ogni angolo del pianeta.
L’Italia, che fino al primo raid, in quel fatidico marzo del 2011, era stata amica e partner della Libia, in un interessante quadrangolare geopolitico nel mediterraneo, con Russia ed Algeria (e in un secondo momento anche la Turchia, interessata al progetto di gasdotto South Stream, di cui Roma era titolare con una partecipazione maggioritaria) si schierò con francesi, inglesi ed americani (in ordine inverso di aggressività) per eliminare il dittatore.
Perché lo fece avendo tutto da perdere e niente guadagnare?  Perché rimettere in discussione i profittevoli accordi e la strategia vincente, tanto commerciale che diplomatica, concordata col leader arabo-africano, peraltro, dopo aver ammesso le proprie responsabilità coloniali risarcendo i libici?

Il governo italiano, che inizialmente provò almeno a restare fuori dalla guerra, proprio per il rispetto dei patti stretti con Tripoli, all’improvvisò si schierò per l’intervento attivo. Berlusconi non era affatto contento ma i suoi ministri degli esteri e della difesa, dapprima dichiaratisi apertamente contro la soluzione militare perché loro stessi pienamente coinvolti nell’imbastitura di entente con Gheddafi, mutarono atteggiamento. A parere di Umberto Bossi, membro di quel gabinetto, fu il Presidente della Repubblica a fare pressione sugli uomini dell’esecutivo che parlarono, senza mettere B. al corrente, coi vertici della Nato. C’è da crederci se si pensa che oggi Franco Frattini è candidato alla segreteria dell’Organizzazione del trattato Nord Atlantico e che La Russa, dopo aver sostenuto il mero appoggio logistico alla coalizione, fece lanciare ordigni sul territorio libico (secondi solo alla Francia per quantità di missioni e di sganciamenti)  tentando di nasconderlo alla pubblica opinione.
Adesso, il Fatto quotidiano ritiene, avendone ricevuto da notizia da ambienti diplomatici e d’intelligence, che B. avesse chiesto ai servizi di uccidere Gheddafi per timore che questi rivelasse fatti compromettenti. In realtà, sempre a detta di Bossi, B. aveva paura che le barbe finte del colonnello si mettessero sulle sue tracce per l’infame voltafaccia. Ma con l’escalation del conflitto e le difficoltà del Rais, sempre più isolato internazionalmente, con Russia e Cina che non opposero il veto allo stabilimento della No Fly zone,  questa eventualità risultava piuttosto remota.
Più di chiunque altro, a voler Gheddafi fuori dai giochi, erano gli stessi che lo avevano sdoganato, molto prima dei governi italiani, e che si erano sentiti traditi per i business perduti, a favore di russi e connazionali. Fu George Bush ad abolire, nel 2003, alcune sanzioni decretate da Ronald Reagan, perché così vollero le multinazionali petrolifere americane. Qualche anno dopo, nel 2006, Tripoli sparì anche dalla black list dei rogue state. Nel 2009 la Gran Bretagna restituisce  Abdel Basset al-Megrahi, l’ “eroe” Lockerbie  a Gheddafi che reclamava un segno di amicizia per favorire gli appalti petroliferi della Bp, la quale si lamentava di essere stata danneggiata dalla concorrenza di altre società estere. Infine, il presidente francese Sarkozy, il vero “nanonapoleone” della campagna di Libia,  accreditatosi agli occhi del mondo come il nemico più acerrimo del satrapo della Jamaria. Costui era quello che più di tutti aveva qualcosa da far dimenticare, i finanziamenti del Colonnello alla sua corsa alla presidenza. Furono i rafale francesi ad intercettare il convoglio governativo che scappava attraverso il deserto e a colpirlo ripetutamente. Gheddafi fu preso dai mercenari ribelli che lo torturarono, poi una manina compassionevole, o, forse, fin troppo lesta ad eseguire gli ordini superiori (francesi) premette il grilletto in nome e per conto dell’inquilino dell’Eliseo.
Questi gli eventi. B. non ha mai controllato la Sicurezza nostrana per avanzare richieste così ardite, come l’annichilimento di un leader straniero, tanto che il suo sport più sgradito era farsi fotografare in tutte le pose, presso la sua villa in Sardegna, con gli 007 distratti dal mare e dal sole. Forse, ad un certo punto, anche lui si è augurato la morte di Gheddafi ma non ha mai voluto che il nostro paese s’infilasse in quel meschino conflitto nel quale danneggiavamo la quarta sponda del Belpaese. Questa resterà la macchia più grande sulla sua carriera politica, perché la Storia perdona le scappatelle ma non le fughe vigliacche di fronte alle responsabilità epocali.

Preso da: http://www.conflittiestrategie.it/chi-voleva-la-morte-di-gheddafi

Libia: spariti anche i soldi dei danni del colonialismo italiano

Sparito il tesoro italiano in Libia Tripoli e le aziende lo reclamano

 

I soldi del fondo Berlusconi-Gheddafi usati per altro in varie finanziarie tra 2013 e 2014. Beffati i creditori

“Caro Mu’ammar…tuo Tony”

25 gennaio 2015

UNA LETTERA
È il 26 aprile del 2007 quando l’allora premier britannico Tony Blair, prende carta e penna e, su carta intestata “Downing Street”, scrive una lettera: “Caro Mu’ammar, spero che tu e la tua famiglia stiate bene…” Mu’ammar è il colonnello Gheddafi.
Nella lettera, Blair si rammarica del fatto che un tribunale britannico si sia opposto ad un caso di estradizione a Tripoli e spera che questa decisione non comprometta “l’efficace cooperazione bilaterale che si è sviluppata tra Regno Unito e Libia negli anni recenti”, soprattutto “nel settore cruciale della lotta al terrorismo”. Blair si riferisce a due esponenti del LIFG, il Gruppo dei Combattenti Islamici Libici (organizzazione legata ad Al Qaeda) detenuti in Inghilterra, per i quali la Corte si opponeva al trasferimento forzato in Libia per il pericolo che “potessero essere torturati dalla polizia segreta di Gheddafi”.

DOCUMENTI CHE IMBARAZZANO
La lettera, pubblicata dal quotidiano inglese The Guardian, è stata ritrovata negli archivi governativi di Tripoli dopo la caduta del regime libico nel 2011; essa è parte di un centinaio di documenti che un pool di avvocati londinesi sta raccogliendo e mettendo agli atti in un processo di risarcimento danni contro il governo di Sua Maestà intentato da dodici dissidenti (tra cui sei cittadini britannici di origine libica), arrestati, deportati con le loro famiglie in Libia e lì torturati attraverso l’azione coordinata dell’intelligence dei due paesi.
Ciò che emerge è che i legami tra l’MI5 e l’MI6, i servizi segreti britannici, e quelli libici sono stati molto più ampi di quanto s’immaginava; addirittura, agenti segreti libici sono stati autorizzati ad operare sul suolo britannico per individuare, identificare e intimidire “avversari del regime di Gheddafi”  a cui la Gran Bretagna aveva concesso asilo politico. Questa almeno è l’accusa. In realtà molti di questi erano legati a gruppi jihadisti ai quali lo stesso Gheddafi dava la caccia.

DA STATO CANAGLIA AD ALLEATO CONTRO IL TERRORISMO
Quindi, nel 2007, la Libia del terribile Gheddafi era un partner antiterrorismo della Gran Bretagna.
Ma come fu possibile che il regime contro il quale Ronald Reagan coniò il termine di “Stato canaglia”, accusato negli anni di aver finanziato il terrorismo irlandese dell’IRA e quello palestinese di Settembre Nero, di aver compiuto alcuni degli attentati anti-occidentali più disastrosi  degli anni ‘80 (tra cui quello di Lockerbie dove morirono 270 persone), potesse improvvisamente diventare alleato degli occidentali nella lotta al terrorismo?
Secondo la ricostruzione del Guardian, la collaborazione iniziò dopo l’11 settembre, quando il regime libico si offrì di dare informazioni attraverso il “trattamento” dei prigionieri islamisti nelle carceri di Tripoli. Al contempo Gheddafi ottenne la collaborazione inglese per la cattura di membri del LIFG (organizzazione jihadista che aveva attentato alla vita di Gheddafi più volte negli anni ’90) rifugiati in Inghilterra ma anche in Arabia Saudita e Mali.
Nel tempo, la collaborazione libica si estese ad altre agenzie d’intelligence occidentali (sicuramente Usa e Germania).
QUALCHE DOMANDA
Tony Blair conclude la sua lettera a Gheddafi con un confidenziale: “Tuo Tony”, a sigillare un’amicizia che andava oltre la collaborazione tecnica tra i due governi.
Per anni l’opinione pubblica internazionale e i media hanno denigrato il rapporto che legava Silvio Berlusconi all’ex “dittatore”  libico Gheddafi; rapporto, quello, sempre alla luce del sole, che consentì all’Italia di chiudere con la Libia importantissimi trattati commerciali (soprattutto in campo energetico) e garantire il controllo pressoché totale dei flussi migratori verso il nostro paese.
In realtà, come oggi vediamo, il rapporto tra Italia e Libia era inserito in una più vasta condivisione di relazioni tra l’Occidente e il Colonnello libico; relazioni che arrivarono persino ai presunti finanziamenti di Gheddafi per le campagne elettorali in Francia.
Ma se questo era lo scenario nel 2007, perché quattro anni dopo Usa, Francia e Gran Bretagna decisero di entrare a gamba tesa nel conflitto civile libico scatenando la più assurda e inconcepibile guerra dell’Occidente contro un paese arabo? Perché si adoperarono per l’eliminazione di Gheddafi e l’abbattimento del suo regime, generando l’effetto domino dell’espansione dell’integralismo islamico in tutta l’area? Cosa bisognava eliminare, eliminando Gheddafi?
Cosa accadde perché Gheddafi tornasse improvvisamente ad essere il nemico cruciale dell’Occidente, a tal punto da preferire a lui i gruppi jihadisti (nemici dell’Occidente) che Gheddafi combatteva?
Sicuramente il risultato di questa strategia è sotto i nostri occhi: oggi l’Occidente è di nuovo in guerra contro un terrorismo islamico più forte e, per la prima volta, pronto ad attaccare l’Europa.
Su Twitter: @GiampaoloRossi