La Francia manipolata

Proseguiamo la pubblicazione del libro di Thierry Meyssan, Sotto i nostri occhi. In questo episodio l’autore ci mostra come la Francia post-coloniale sia stata reclutata da Regno Unito e Stati Uniti per unirsi alle loro guerre contro Libia e Siria. Queste due potenze l’hanno però tenuta all’oscuro del progetto “primavera araba”. Troppo impegnati a sottrarre fondi, i dirigenti francesi non si sono accorti di nulla. Quando si sono resi conto di essere stati esclusi dalla progettazione, la loro reazione è stata puramente comunicazionale: hanno tentato di farsi passare per gli ammiragli dell’operazione, senza preoccuparsi delle conseguenze dei maneggi dei partner.

| Damasco (Siria)

Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi.
Si veda l’indice.

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Il Regno Unito ha manipolato la Francia trascinandola nelle proprie avventure in Medio Oriente Allargato, senza rivelarle che vi si stava preparando, insieme agli Stati Uniti, sin dal 2005.

LA PREPARAZIONE DELLE INVASIONI IN LIBIA E SIRIA

Ancor prima dell’ufficializzazione della nomina da parte del Senato, il futuro segretario di Stato Hillary Clinton contatta Londra e Parigi per condurre una doppia operazione militare nel “Grande Medio Oriente”. Dopo il fiasco in Iraq, Washington reputa impossibile utilizzare le proprie truppe per un’operazione del genere. Dal suo punto di vista, è giunto il momento di rimodellare la regione – ossia ridisegnare gli Stati i cui confini erano stati definiti nel 1916 dagli imperi inglese, francese e russo (la “Triplice Intesa”) – per imporre linee di demarcazione favorevoli agli interessi degli Stati Uniti. L’accordo è noto con il nome dei delegati inglese e francese Sykes e Picot (il nome dell’ambasciatore Sazonov è stato “dimenticato” a causa della rivoluzione russa). Ma come convincere Londra e Parigi a mettere in discussione il proprio patrimonio se non promettendo di concedere loro di ricolonizzare la regione? Da qui la teoria della “leadership da dietro le quinte” (leading from behind). Tale strategia viene confermata dall’ex ministro degli Esteri di Mitterrand, Roland Dumas, che dichiarerà in TV di essere stato contattato da inglesi e statunitensi, nel 2009, per sapere se l’opposizione in Francia fosse a favore di un nuovo piano coloniale.

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Su istigazione degli Stati Uniti, Francia e Regno Unito firmano gli accordi di Lancaster House. Una clausola segreta prevede la conquista di Libia e Siria. l’opinione pubblica tuttavia ignora l’accordo tra Londra e Washington sulle future “primavere arabe”.

Nel novembre 2010 – ossia prima della cosiddetta “Primavera araba” – David Cameron e Nicolas Sarkozy firmano a Londra gli accordi di Lancaster House [1]. Ufficialmente, è un modo per creare sinergie tra gli elementi della Difesa – anche nucleari – e poter realizzare economie di scala. Benché sia un’idea decisamente bizzarra, alla luce degli interessi divergenti dei due paesi, l’opinione pubblica non capisce cosa si stia tramando. Uno degli accordi riunisce le “forze di proiezione” – da intendersi come forze coloniali – delle due nazioni.

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Operazione “Southern Mistral”: lo strano logo del Comando delle operazioni aeree. Il reziario non protegge l’uccello della libertà, bensì lo imprigiona nella rete.

Un allegato agli accordi precisa che il corpo di spedizione franco-britannica avrebbe condotto la più grande esercitazione militare congiunta nella storia dei due paesi – tra il 15 e il 25 marzo 2011 – sotto il nome di “Southern Mistral”. Il sito web della Difesa specifica che lo scenario di guerra prevede un bombardamento a lungo raggio per aiutare le popolazioni minacciate da “due dittatori del Mediterraneo”.

È proprio il 21 marzo che AFRICOM e CENTCOM – comandi regionali delle forze armate statunitensi – scelgono come data per l’attacco congiunto di Francia e Regno Unito nei confronti di Libia e Siria [2]. È il momento giusto, gli eserciti anglo-francesi sono pronti. Visto che le cose non vanno mai come previsto, la guerra contro la Siria viene rimandata e Nicolas Sarkozy – nel tentativo di colpire per primo – ordina alle sue forze di attaccare solamente la Libia, il 19 marzo, con l’operazione “Harmattan” (traduzione in francese di “Southern Mistral”).

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L’ex compagno di Gheddafi, Nuri Massud El-Mesmari, ha disertato il 21 ottobre 2010. Si è messo sotto la protezione dei servizi segreti francesi.

La Francia crede di avere un asso nella manica: il capo del protocollo libico Nuri Masud al-Masmari, che ha disertato e chiesto asilo a Parigi. Sarkozy è convinto che l’uomo sia un confidente del colonnello Gheddafi e che possa aiutarlo a identificare chi è pronto a tradirlo. Purtroppo, il “chiacchierone” conosceva gli impegni del colonnello, ma non partecipava alle riunioni [3].

Pochi giorni dopo la firma degli accordi di Lancaster House, una delegazione commerciale francese si reca in visita alla Fiera di Bengasi con funzionari del Ministero dell’Agricoltura, i capi di France Export Céréales e France Agrimer, i dirigenti di Soufflet, Louis Dreyfus, Glencore, Cani Céréales, Cargill e Conagra. Lì gli agenti della DGSE che li accompagnano incontrano in segreto alcuni militari per preparare un colpo di Stato.

Avvertita dagli Stati Uniti, Tripoli arresta i traditori il 22 gennaio 2011. I libici credono di essere protetti dalla nuova alleanza con Washington, quando dall’America si stanno invece preparando a condannarli a morte. I francesi, dal canto loro, si ritrovano costretti a tornare all’ombra del Grande Fratello statunitense.

Mentre i francesi si adoperano per predisporre l’invasione della Libia, gli statunitensi avviano la loro operazione, di portata decisamente superiore rispetto a quanto comunicato al loro agente Sarkozy. Non si tratta soltanto di detronizzare Muammar Gheddafi e Bashar al-Assad – come in effetti gli avevano fatto credere –, ma tutti i governi laici in vista di una sostituzione con i Fratelli musulmani. Iniziano così dagli Stati amici (Tunisia ed Egitto), lasciando gli inglesi e i francesi a occuparsi dei nemici (Libia e Siria).

Il primo focolaio si accende in Tunisia. In risposta al tentato suicidio di un venditore ambulante – Mohamed Bouazizi, il 17 dicembre 2010 – esplodono proteste contro gli abusi della polizia e, successivamente, contro il governo. La Francia, che crede siano state spontanee, si offre di dotare la polizia tunisina di attrezzature antisommossa.

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Nicolas Sarkozy e Michèle Alliot-Marie, all’oscuro del progetto anglosassone delle “primavere arabe”, mentre in Tunisia sta iniziando la “rivoluzione dei gelsomini”, negoziano con la famiglia del presidente Ben Ali la vendita di un aereo ufficiale, di cui si sono appropriati.

Nicolas Sarkozy e il ministro degli Interni Michèle Alliot-Marie nutrono piena fiducia in Zine El-Abidine Ben Ali, con il quale intrattengono “affari” personali. Dopo essersi fatti costruire ed equipaggiare un Airbus A330 come aereo presidenziale, hanno rivenduto i due vecchi velivoli destinati ai viaggi ufficiali. Uno degli A319 CJ è stato oscuramente rimosso dagli inventari e ceduto alla società tunisina Karthago Airlines, di proprietà di Aziz Miled e Belhassen Trabelsi (fratello della moglie di Ben Ali) [4]. Nessuno sa chi sia stato il fortunato beneficiario della transazione. Dopo la fuga del presidente Ben Ali, il velivolo sarà recuperato e venduto a una società di Singapore e, successivamente, alla Turchia.

Mentre si occupano della sua protezione, Nicolas Sarkozy e la Alliot-Marie restano increduli quando ricevono la richiesta del presidente Ben Ali di atterrare e rifugiarsi a Parigi. L’Eliseo fa appena in tempo ad annullare l’invio di un aereo cargo per il trasporto delle attrezzature di polizia che sono state promesse – aereo che sta aspettando sulla pista a causa delle lungaggini burocratiche della dogana – e quindi ad allontanare l’aereo del presidente decaduto dal suo spazio aereo.

Nel frattempo, in Egitto, l’ingegnere informatico Ahmed Maher e la blogger islamista Esraa Abdel Fattah invitano a manifestare contro il presidente Hosni Mubarak il 25 gennaio 2011, “giorno della rabbia”. Subito sostenuti dalla televisione del Qatar, Al Jazeera, e dai Fratelli musulmani, danno il via a un movimento che, con l’aiuto delle ONG della CIA, destabilizza il regime. Le manifestazioni si svolgono ogni venerdì – all’uscita dalle moschee –, a partire dal 28 gennaio, sotto il comando dei serbi “addestrati” dal promotore delle “rivoluzioni colorate”, Gene Sharp. L’11 febbraio Nicolas Sarkozy scopre da una telefonata del proprio patrigno – l’ambasciatore statunitense Frank G. Wisner – che, su istruzione della Casa Bianca, ha convinto il generale Mubarak a ritirarsi.

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Arrivato per partecipare alla riunione di lancio delle “primavere arabe” di Libia e Siria, il

La CIA organizza allora un incontro segreto al Cairo dove il presidente Sarkozy invia una delegazione che comprende il lobbista Bernard-Henri Lévy, ex amante di Carla Bruni e Ségolène Royal. Il Fratello musulmano Mahmud Gibril, il secondo uomo del governo libico a entrare nel locale, ne esce come capo dell’“opposizione al tiranno”. Tra i siriani presenti si annoverano, in particolare, Malik al-Abdah (già della BBC, ha creato Barada TV con il denaro della CIA e del Dipartimento di Stato) e Ammar al-Qurabi (membro di una serie di associazioni di difesa dei diritti umani e fondatore di Orient TV) [5].

È appena iniziata la guerra contro Libia e Siria.

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Mostrandosi sulla piazza Verde di Tripoli il 25 febbraio 2011, Gheddafi denuncia un attacco alla Libia da parte dei terroristi di Al Qaeda e proclama fieramente che, insieme al popolo, si batterà fino alla fine, pronto a far scorrere “fiumi di sangue” e a sacrificare sé stesso. Annuncia che saranno distribuite armi ai cittadini per difendere la patria in pericolo. La propaganda atlantista lo accuserà di voler far scorrere il sangue del popolo libico.

L’INIZIO DELLA GUERRA CONTRO LA LIBIA

La stampa occidentale assicura che la polizia libica ha represso una manifestazione a Bengasi, il 16 febbraio 2011, sparando sulla folla. Così il paese insorge – riporta sempre la stampa – e le autorità sparano su qualsiasi cosa si muova. Dal paese cercano di fuggire circa 200 mila lavoratori immigrati, che le TV mostrano in attesa ai valichi di frontiera. Muammar Gheddafi – che appare tre volte sullo schermo – parla senza mezzi termini di un’operazione architettata da Al Qaida, dicendosi disposto a morire da martire. Poi denuncia la distribuzione di armi al popolo per versare “fiumi di sangue”, sterminare questi “ratti” e proteggere il paese. Le frasi, estrapolate dal contesto originale, vengono diffuse dalle reti occidentali, che le interpretano come un annuncio non della lotta al terrorismo, ma della repressione di una presunta rivoluzione.

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Presi dal panico, gli operai neri dell’Est della Libia cercano di fuggire prima che la Jamahiriya sia rovesciata. Sono convinti che, ove gli Occidentali ristabilissero il vecchio regime, sarebbero ridotti in schiavitù. Secondo l’ONU, si riversano alle frontiere in decine di migliaia.

A Ginevra, il 25 febbraio, il Consiglio delle Nazioni Unite ascolta con sgomento la testimonianza della Lega libica per i diritti umani. Il dittatore è impazzito e “massacra il suo popolo”. Anche l’ambasciatore del Pakistan ne denuncia la violenza. Di colpo, la delegazione ufficiale libica entra nella stanza, conferma le testimonianze e si dichiara solidale con i concittadini contro il dittatore. Viene approvata una risoluzione, poi trasmessa al Consiglio di sicurezza [6], che adotta nell’immediato la Risoluzione 1970 [7], sotto il capitolo VII della Carta che autorizza l’uso della forza, stranamente pronta da diversi giorni. La questione viene posta all’esame della Corte penale internazionale e la Libia finisce sotto embargo. Quest’ultima misura è immediatamente adottata ed estesa all’Unione Europea. In anticipo rispetto agli altri paesi occidentali, Sarkozy dichiara: “Gheddafi deve andarsene!”.

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L’ex ministro della Giustizia, Musfafa Abdel Gelil, (qui con BHL), che aveva fatto torturare le infermiere bulgare, diventa capo del governo provvisorio.

Il 27 febbraio gli insorti a Bengasi creano il Consiglio nazionale di transizione libico (CNLT), mentre, lasciando Tripoli, il ministro della Giustizia, Mustafa Abdel Gelil, crea un governo provvisorio. Entrambi gli organi, controllati dai Fratelli musulmani, si uniscono per dare un’apparenza di unità nazionale. Subito le bandiere dell’ex re Idris spuntano a Bengasi [8]. Da Londra, suo figlio S.A. Mohammed El Senussi si dice pronto a regnare.

Non riuscendo a convincere tutti i membri del CNLT ad appellarsi agli occidentali, Abdel Gelil nomina un Comitato di crisi che gode di pieni poteri ed è presieduto dall’ex numero due del governo di Gheddafi, Mahmud Gibril, di ritorno dal Cairo.

A Parigi si ammira il modo in cui Washington gestisce gli eventi. Eppure, contraddicendo le informazioni provenienti da Bengasi e dalle Nazioni Unite, diplomatici e giornalisti a Tripoli assicurano di non presagire nulla che possa far pensare a una rivoluzione. Ma poco importa la verità, se le apparenze sono propizie. E così il “filosofo” Bernard-Henri Lévy persuade i francesi che la causa è giusta, assicurandosi di aver convinto lo stesso presidente della Repubblica a impegnarsi per la libertà dopo l’incontro con i libici “rivoluzionari”.

L’esercito francese preleva Mahmud Gibril e lo conduce a Strasburgo, dove egli chiede al Parlamento europeo l’intervento “umanitario” occidentale. Il 10 marzo Nicolas Sarkozy e il premier inglese David Cameron scrivono al presidente dell’Unione Europea per chiedere di riconoscere il CNLT al posto del “regime” e per imporre una no-fly zone [9]. Con perfetta coordinazione, il deputato verde francese Daniel Cohn-Bendit – agente d’influenza degli Stati Uniti dal maggio ’68 – e il liberale belga Guy Verhofstadt, riescono – il giorno stesso – a far adottare dal Parlamento europeo una risoluzione che denuncia il “regime” di Gheddafi e invita a prendere il controllo dello spazio aereo libico per proteggere la popolazione civile dalla repressione del dittatore [10]. Sempre lo stesso giorno, il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, rende noto il lavoro in corso sugli strumenti tecnici necessari per l’attuazione della no-fly zone.

Il 12 marzo la Lega araba vota a favore della no-fly zone nonostante l’opposizione di Algeria e Siria.

Unica stonatura in questo concerto unanime è la Bulgaria che, memore del fatto che Abdel Gelil aveva coperto le torture alle infermiere bulgare e al medico palestinese, rifiuta di riconoscere il CNLT. Da parte sua, l’Unione africana è fortemente contraria a qualsiasi intervento militare straniero.

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Il Libro Verde di Muammar Gheddafi.

La Jamahiriya Araba Libica è organizzata secondo i principi del Libro Verde di Muammar Gheddafi, estimatore dei socialisti libertari francesi del XIX secolo, Charles Fourier e Pierre-Joseph Proudhon. Il colonnello ha così ipotizzato uno Stato minimo che si rivela però incapace di difendere il popolo dagli eserciti imperialisti. Inoltre, ha affidato allo Stato il compito di soddisfare le aspirazioni dei beduini: un mezzo di trasporto, casa e acqua gratis. Così ognuno possiede un’auto propria, mentre il trasporto pubblico è di fatto riservato agli immigrati. In occasione del matrimonio, a ciascuno viene donato un appartamento, ma talvolta è necessario aspettare tre anni prima che la casa sia costruita, per poi potersi sposare. Si eseguono enormi lavori per attingere acqua da falde millenarie nelle profondità del deserto. Nel paese regna la prosperità, il tenore di vita è il più alto rispetto a tutto il continente africano. Ma, in materia di istruzione, si fa molto poco: anche se le università sono gratuite, la maggior parte dei ragazzi lascia presto gli studi. Muammar Gheddafi ha sottovalutato l’influenza delle tradizioni tribali: tre milioni di libici conducono una vita agiata, mentre due milioni di immigrati africani e asiatici sono al loro servizio.

Il 19 marzo si incontrano a Parigi 18 nazioni (Germania, Belgio, Canada, Danimarca, Emirati Arabi Uniti, Spagna, Stati Uniti, Francia, Grecia, Italia, Iraq, Giordania, Marocco, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Qatar e Regno Unito) e 3 organizzazioni internazionali (Lega araba, Unione Europea e ONU) per annunciare l’intervento militare imminente [11]. Poche ore dopo, la Francia scavalca i partner e attacca per prima.

In Siria la situazione è diversa e procede più lentamente. Gli appelli a manifestare del 4, 11, 18 e 25 febbraio e del 4 e 11 marzo a Damasco non sortiscono alcun effetto. Anzi, è in Yemen e in Bahrein che il popolo scende in piazza senza alcun invito.

Nello Yemen i Fratelli musulmani – tra cui la giovane Tawakkul Karman, che in seguito vincerà il Nobel per la Pace – danno il via a una “rivoluzione”. Ma, come nel caso della Libia, il paese si fonda su un’organizzazione tribale, per cui non è possibile disporre di una lettura prettamente politica degli eventi.

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Nicolas Sarkozy dà istruzioni a Alain Bauer per contrastare la rivoluzione in Bahrein.

Su richiesta del re del Bahrein, l’esercito saudita arriva nel minuscolo regno che ospita la V Flotta statunitense per “ristabilire l’ordine”. Il Regno Unito invia il torturatore Ian Anderson, che aveva fatto meraviglie nella gestione della repressione in epoca coloniale – ossia, prima del 1971 – mentre, per riorganizzare la polizia, la Francia invia Alain Bauer, consigliere per la sicurezza del presidente Sarkozy ed ex responsabile per l’Europa della NSA statunitense in Europa ed ex gran maestro del Grand Orient de France [12].

Il caos si propaga per contagio, ma resta ancora da far credere che siano stati i popoli a ispirarlo e che l’obiettivo sia l’instaurazione della democrazia.

(Segue…)

Traduzione
Alice Zanzottera
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

La traduzione italiana del libro è disponibile in versione cartacea.

[1] « Déclaration franco-britannique sur la coopération de défense et de sécurité », Réseau Voltaire, 2 novembre 2010.

[2] “Washington cerca il sopravvento con “l’alba dell’odissea” Africana”, di Thierry Meyssan, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 20 marzo 2011.

[3] “Sarkozy manovra la rivolta libica”, di Franco Bechis, Libero, 23 marzo 2011.

[4] « Un avion présidentiel dans la 4e dimension », par Patrimoine du Peuple, Comité Valmy , Réseau Voltaire, 6 mars 2011.

[5] Rapporto dell’intelligence estera libica.

[6] « Résolution du Conseil des droits de l’homme sur la situation en Libye », Réseau Voltaire, 25 février 2011.

[7] « Résolution 1970 et débats sur la Libye », Réseau Voltaire, 26 février 2011.

[8] « Quand flottent sur les places libyennes les drapeaux du roi Idris », par Manlio Dinucci, Traduction Marie-Ange Patrizio, Réseau Voltaire, 1er mars 2011.

[9] « Lettre conjointe de Nicolas Sarkozy et David Cameron à Herman Van Rompuy sur la Libye », par David Cameron, Nicolas Sarkozy, Réseau Voltaire, 10 mars 2011.

[10] « Résolution du Parlement européen sur le voisinage sud, en particulier la Libye », Réseau Voltaire, 10 mars 2011.

[11] « Déclaration du Sommet de Paris pour le soutien au peuple libyen », Réseau Voltaire, 19 mars 2011.

[12] « La France impliquée dans la répression des insurrections arabes », Réseau Voltaire, 3 mars 2011.

2017: B. Levy, il filosofo degli interventi ‘umanitari’ accoglie i golpisti venezuelani

Lo scorso 15 agosto, Bernard-Henri Levy, ha pubblicato il suo articolo mensile su El País intitolato ‘Maduro, tra Castro e Pinochet’, che possiamo considerare l’inizio della sua crociata contro il Venezuela

B. Levy, il filosofo degli interventi 'umanitari' accoglie i golpisti venezuelani
da Mision Verdad
Bernard-Henri Levy (BHL) è un milionario ebreo, nato come francese nell’Algeria coloniale, e forse proprio per questo motivo, con una vocazione innata, promuove la guerra come meccanismo per preservare l’influenza neocoloniale francese. Influenza in realtà posta al servizio del sionismo.

Si vanta di aver convinto l’allora presidente francese, Nicolas Sarkozy, ad appoggiare i presunti ribelli libici e sostenere i bombardamenti aerei della NATO.

Ha raccontato la sua ‘prodezza’ in un libro, e nel novembre 2011 ha spiegato che «non lo avrebbe fatto se non fosse stato ebreo».


Libia, 2011

Qualche mese dopo i suoi articoli, che per il mondo ispanofono sono pubblicati dal quotidiano spagnolo El País, il propagandista (presentato come filosofo della nouvelle philosophie) prese a cuore la causa della Siria e il lavoro di agente pubblicitario dei combattenti ‘dell’esercito libero siriano’.

Le premesse sono le stesse in Libia, Siria e adesso Venezuela. Nell’agosto del 2012, nel suo articolo «Aerei per Aleppo», rilanciava i soliti tre argomenti ricorrenti per sostenere la tesi dell’intervento militare mascherato dall’edificante «responsabilità di proteggere».

A Cannes con presunti combattenti siriani

Uno, che la popolazione civile è attaccata dalle forze genocidi del tiranno; due, che la popolazione civile e i suoi rappresentanti stanno chiedendo aiuto; e tre, che i combattenti per la libertà con precarie armi difensive hanno bisogno di ‘aiuto’ (assistenza militare) per fermare la ‘mattanza’.

Lo scorso 15 agosto, Bernard-Henri Levy, ha pubblicato il suo articolo mensile su El País intitolato ‘Maduro, tra Castro e Pinochet’, che possiamo considerare l’inizio della sua crociata contro il Venezuela. Il percorso è lo stesso delle precedenti guerre e profeticamente la sceneggiatura è stata girata con precisione cinematografica.

Uno scenario da guerra civile, sullo sfondo oltre 100 civili morti per mano delle forze paramilitari del dittatore. La ripresa della sceneggiatura aveva già contemplato di ricevere a Parigi, Madrid e/o Washington, «gli ultimi rappresentanti dell’opposizione che hanno ancora libertà di movimento». E la promessa di «sanzioni economiche e finanziarie che vadano oltre le timide fanfaronate di Donald Trump».

Meno di 20 giorni dopo, con protagonisti Julio Borges e Freddy Guevara, le riprese sono state realizzate con l’inclusione di Berlino in luogo della capitale statunitense, e l’offerta di sanzioni concrete (in chiara allusione a Trump) presentata dalla signora Merkel.

Con Freddy Guevara, Parigi, 2017

Una ‘foto’ poco hollywoodiana: Levy si fotografa con Guevara e senza il classico abbigliamento da ‘liberatori’, ossia con maschera antigas e scudo di legno. Solo lui ha pubblicato l’immagine. Guevara non ha nemmeno ritwittato.

Le foto in Libia, con combattenti reali sul campo di battaglia a Misurata, i guerrieri incappucciati dell’opposizione siriana (anche se a Cannes) e la posa su di una barricata in Ucraina, senza dubbio sono più iconografiche.

Tuttavia la cosa più importante è che per i venezuelani è diventato molto chiaro quale sia il futuro che Borges e Guevara promuovono per il Venezuela.

(Traduzione dallo spagnolo per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde)

Preso da: http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-b_levy_il_filosofo_degli_interventi_umanitari_accoglie_i_golpisti_venezuelani/82_21447/

BHL è il suggeritore di Sarkozy nell’abbattimento di Gheddafi. E, strapagato, predica in Italia

Va in pagina Henry-Lèvi, il grande imbonitore francese, quello che ha creato il caso della Libia a danno soprattutto dell’Italia

 di Mario Sechi Il Foglio – List.it 

L’assemblea del Pd. Due settimane dopo il 4 dicembre, Renzi continua a fare Renzi. Irride gli avversari come se fosse arrivato primo; propone sistemi elettorali senza aver esplorato prima un minimo consenso parlamentare; dice un’ovvietà («ho perso») e svolge un trattatello di sociologia della sconfitta preso dalla libreria delle sedute di autocoscienza del Pd; parla di periferie prendendo in giro quelli che lo facevano prima di lui; naturalmente si discute di Sud con tono grave e pensoso; i ggiovani no, non ci hanno votato proprio; è tutta colpa del webbe ‘che l’abbiamo lasciato agli altri; dai che rifacciamo il Mattarellum, cribbio; ripete di fronte al pubblico le sciocchezze che i suoi collaboratori gli scrivono sull’America; si avvia al finale e dalla sala arriva un monito, un memento, un’intimazione, la cosa che se fai un’allegra riunione della sezione Rosa Luxemburg con l’iPhone 7 proletario non può essere taciuta: l’ambiente! urlano dalla sala e lui, nel pieno della fase 3×2, rassicura: parlo volentieri anche di quello. Una sana coscienza verde ci vuole.

L’assemblea del Pd. Un funerale retorico che ha avuto un solo gigantesco acuto: Giachetti che ritrova per un attimo il fu Giachetti pannelliano e con una manovra di puro dadaismo radicale spara a vocali larghe un profondo «avete la faccia come il culo!» rivolto alla minoranza dem. È stato il momento politico più alto e significativo dell’assemblea del Pd. Il lutto c’è, l’elaborazione no, la sconfitta resta. Il futuro? È sempre domani. Buona giornata.
Da non perdere. Cosa c’è di imperdibile sui quotidiani? In prima pagina quelli di via Solferino hanno rotativizzato il filosofo del conflitto, Bernard-Henry Lèvi, quello che si immagina infallibile spettrografo dei nostri tempi, quello che comincia il suo ennesimo definitivo articolo sul nostro tempo citando un poeta che egli sente vicino a se stesso (René Char, un combattente) e sulla mattanza di Aleppo lancia la sua vibrante protesta. Perché lui, il grande filosofo, questo separatore di ioni dello zeitgeist, si vergogna di tutto e tutti per noi, che altruismo. Non risparmia nessuno, l’indignato, neppure la scrittura che espone così brillantemente il suo pensiero. Bombardano Aleppo.
Ecco un passaggio che testimonia l’originalità della sua prosa: «Effetto della «de-realtà»? Alla fine ci siamo assuefatti alla sofferenza degli altri? O ci troviamo forse ai giochi circensi? L’inconfessabile compiacimento nel veder agonizzare degli omuncoli laggiù, mentre noi, dalle tribune, ci dimentichiamo di alzare il pollice?». Il compiacimento è tutto suo, in questo do di petto che sale dalla sofferenza dei caffé di Saint-Germain-des-Prés, Paris.
Felix Roma. Titolo su Repubblica: «Corruzione per appalti scuole e strade in due municipi: arresti e perquisizioni a Roma». Che fare? Niente, rileggere Flaiano: «Gli italiani sono irrimediabilmente fatti per la dittatura».
Auto di lusso. Sul Corriere l’articolo interessante lo scrive Federico Fubini. Mettete in fila i redditi oltre i 120000 euro e le auto di lusso, scoprirete il magico mondo dell’Italia in supercar: «Il ritratto di un paese nel quale i modelli di auto in circolazione dal costo di almeno 100 mila euro risultano di un terzo più numerosi dei redditi Irpef di fascia alta: sono 349.453 mila contro 269.093 dichiarazioni dei redditi elevate. In alcune regioni, specie nel Mezzogiorno e a Nord-Est, il surplus di modelli di lusso rispetto ai redditi di livello più alto è addirittura fuori da ogni scala spiegabile in un sistema dove prevale l’applicazione della legge».

Preso da: http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=2140648&codiciTestate=1&sez=notfoundG&testo=libia&titolo=Va%20in%20pagina%20Henry-Lèvi,%20il%20grande%20imbonitore%20francese,%20quello%20che%20ha%20creato%20il%20caso%20della%20Libia%20a%20danno%20soprattutto%20dell%27Italia

Libia: nuove verità su una guerra sporca

6 ottobre 2016
MENZOGNE E BUONI PROPOSITI
Non abbiamo molto tempo. È una questione di giorni, forse di ore. Ogni ora e giorno che passano significano un ulteriore giro di vite e di repressione contro la popolazione civile che vuole la libertà; ogni ora e giorno che passano aumenta il peso della responsabilità sulle nostre spalle”.

Era il 17 marzo del 2011 quando davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel pieno della crisi libica, il Ministro degli Esteri francese Alain Juppè pronunciava queste parole con la determinazione ed il pathos tipici dell’uomo di governo quando mente.
La Comunità internazionale doveva decidere se accettare la Risoluzione 1973 voluta dalla Francia per imporre la no-fly zone alla Libia: di fatto autorizzare l’intervento militare occidentale al fianco dei ribelli anti-Gheddafi.
In Occidente la menzogna si motiva sempre di buoni propositi; e così mentre la Francia giurava solennemente a se stessa e al mondo che mai avrebbe abbandonato “le popolazioni civili e le vittime della brutale repressione, al loro destino” e mai avrebbe permesso “che lo stato di diritto e la morale internazionale venissero calpestati”, i dirigenti dei più importanti gruppi industriali francesi (Total, Eads e Thalys) si incontravano a Bengasi con i componenti del Consiglio Nazionale Libico, per spartirsi la preda; Consiglio composto da capi ribelli opportunamente selezionati ed istruiti da Parigi grazie all’attività frenetica di Bernard-Henry Levi il “filosofo” sodale di Sarkozy, esperto di manipolazioni mediatiche; giusto per capire quanto spontanea fu la “rivolta del popolo contro Gheddafi”.
UNA RELAZIONE SHOCK
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Che la guerra alla Libia sia stato tutto tranne un sussulto umanitario dell’Occidente, ormai è dominio comune (e non solo dei soliti complottisti che lo spiegavano già nel 2011). Gli ultimi ad ammetterlo sono gli inglesi in una relazione shock del Parlamento britannico che ovviamente invano cercherete sui media.

Nelle 46 pagine presentate dalla Commissione Affari Esteri si afferma che:
1) L’intervento britannico in Libia al seguito della Francia è avvenuto al buio senza le necessarie conoscenze di ciò che stava realmente accadendo in quel paese
2) La violazione dei diritti umani di massa da parte di Gheddafi (alla base dell’intervento) non è mai stata confermata; mentre è confermato che crimini (esecuzioni sommarie anche di civili e torture) furono compiuti da entrambe le parti, quindi anche dai ribelli che in Occidente venivano dipinti come pacifici e democratici
3) I Servizi d’intelligence britannici furono inadeguati a comprendere la misura della presenza islamista legata ad Al Qaeda all’interno dei famosi ribelli “moderati”
4) La risoluzione Onu prevedeva l’embargo della armi alle parti in guerra, ma molti paesi la violarono (dopo averla imposta) rifornendo di armi i ribelli anti-Gheddafi
5) La sconfitta militare del regime avvenne solo grazia alla “combinazione tra forza aerea della coalizione, fornitura di armi, di intelligence e di personale militare (anche da Turchia, Arabia Saudita e Qatar) garantito ai ribelli”. In altre parole senza l’intervento straniero Gheddafi non sarebbe caduto.
6) Vi erano disponibili almeno due opzioni politiche “se il governo britannico avesse aderito allo spirito della risoluzione 1973; ma non furono mai percorse.
UMANITARISMO????
La relazione parlamentare inoltre dà credito alle rivelazioni di Sidney Blumenthal, consigliere personale di Hillary Clinton (allora Segretario di Stato), che, in una mail a Hillary, spiegò le vere ragioni dell’attivismo francese:
A) ottenere una maggiore quota di produzione di petrolio (soppiantando il ruolo dell’Eni aggiungiamo noi)
B) Aumentare l’influenza francese in Nord Africa
C) Migliorare la sua situazione politica interna in Francia (in vista della scadenza elettorale)
D) Fornire ai militari francesi l’opportunità di riaffermare la propria posizione nel mondo
E) Scongiurare il progetto di Gheddafi di soppiantare la Francia come potenza dominante nell’Africa francofona (attraverso la creazione una moneta panafricana che avrebbe sostituito il Franco Francese Africano)
Altro che umanitarismo e difesa del diritto internazionale!
La guerra alla Libia rimane una delle più disastrose (e vergognose) pagine dell’Occidente e una delle cause dell’attuale disastro mediorientale. La distruzione della Libia ha consentito l’espansione del terrorismo jihadista nel Mediterraneo (come previsto dallo stesso Gheddafi) e generato il dramma dei profughi in Europa.
Un grazie sentito a chi di dovere.

Fare dell’Algeria un’altra Libia. Lo comanda il philosophe

venerdì, maggio 20, 2016

Nel febbraio 1982,  la rivista del sionismo mondiale, Kivunim (Direttive, in ebraico) pubblicava un  approfondito  studio dal titolo “Una strategia per Israele negli anni ‘80”.  Firmato dall’agente israeliano Oded Yinon, l’articolo notava come tutti i paesi islamici potenziali nemici di Israele fossero, al loro interno, minati da divisioni religiose ed etiche; e proponeva di istigare le discordie e le fratture, onde destabilizzare i paesi e spezzarli in piccoli stati settari, in lotta perpetua tra loro. Anzitutto, il piano Yinon citava l’Irak di Saddam: “l’Iraq, ricco di petrolio e lacerato internamente, è sicuramente un candidato degli obiettivi  d’Israele. La sua dissoluzione è ancora più importante per noi di quella della Siria. L’Iraq è più forte della Siria. (…)  l’obiettivo più importante, spezzare l’Iraq in domini come Siria e Libano. In Iraq, la divisione in province lungo linee etno-religiose, come in Siria durante il periodo ottomano, è possibile. Così esisteranno almeno tre Stati attorno alle tre principali città: Bassora, Baghdad e Mosul, e le aree sciite del sud si separeranno dal nord sunnita e curdo”.  Ma anche Siria, Libano, Egitto, ed altri stati erano passati in rassegna come candidati alla destabilizzazione e frammentazione.

(Qui sotto il testo integrale del Piano:
Bisognò attendere l’occasione propizia, che si presentò con l’attentato  di Al Qaeda del 11 settembre 2001  il Piano Kivunim, con le armi americane, l’espansione della democrazia o l’intervento umanitario,  la formazione di gruppi jhadisti,  Al Qaeda, ISIS, primavere arabe complicità europee, nonché l’aiuto di volonterosi sayanim,   è in via di puntuale realizzazione.  Irak, Afghanistan, Siria, Egitto, Tunisia  sono stati sovvertiti, ridotti in macerie e guerra intestina, messi in mano a terroristi di un estremismo islamico folle.  Pochi paesi  sono rimasti (per ora) indenni dall’azione destabilizzatrice.  Fra questi, il più importante economicamente  l’Algeria, resiste  – perché il regime ha combattuto negli anni ’90 una guerra di eradicazione dell’islamismo, e  veglia con estrema attenzione alle infiltrazioni di jihadisti  da oltre confine.
Adesso è scoccata l’ora per lo smembramento anche dell’Algeria. Il segnale viene da Bernard Henry Lévy  (d’ora poi  BHL) , l’ex “Nouveau philosophe” ora incartapecorito neocon. Il 17 aprile scorso, sulla   sua rivista di lusso La Régle du Jeu,  ha espresso il suo sostegno al MAK (Movimento di  Autonomia della Kabila), un gruppo berbero indipendentista che da tempo conduce attentati  ed attacchi ai militari algerini.  “Kabili, un popolo senza riconoscimento in Algeria”, esordisce BHL; “come i curdi”, e  dà il suo appoggio al preteso “governo provvisorio della Kabila”  formato dal MAK (un movimento che è ben lungi dall’avere il sostegno della popolazione kabila), che secondo il philosophe lotta “per una società libera, aperta, democratica e laica”.  BHL ha appoggiato una manifestazione del MAK che si è tenuta a  Parigi il 17 aprile,  dove si sono celebrate le vittime  della  “repressione” contro i kabili, e si sono invitate  le organizzazioni per i diritti  umani a interessarsi alle rivendicazioni dei  kabili.
express
Ciò che rende pericoloso questo appello è il fatto che BHL,  come personaggio televisivo   di una certa “cultura” francese, e agente di una lobby,  ha avuto una parte fondamentale nell’incitare  Sarkozy a intervenire in Libia per rovesciare Gheddafi  nel 2011. Oggi,  ad anni di  distanza, in occasione del suo ultimo libro (ne sforna uno all’anno: questo si chiama L’esprit du judaïsme)  ha ribadito  la sua  ideologia di bellicista  per i diritti umani:  “Il ruolo degli intellettuali è dire che ci sono situazioni in cui la pace è peggio della guerra”.  E quanto al fatto che la Libia è piombata nel caos più sanguinoso, ha detto di non avere “alcun” ripensamento: “Una democrazia  non si costruisce in un giorno.  Ci vuole tempo e pazienza. Ciò comporta sangue, lacrime, a  volte dei ritorni indietro….”, ha detto filosoficamente il philosophe .
Benché sia un  personaggio macchiettistico, BHL  è anche un insuperabile promotore di sé stesso, e sa essere onnipresente sui media. Al festival di Cannes ha presentato perfino un su film, Peshmerga: girato  fra Mossul ed Erbil, perché  sì, BHL l’anno scorso è stato sul posto per dare appoggio con la sua luminosa presenza ai combattenti curdi che si battono per la democrazia e l’indipendenza.  Ed  ha inondato  i media francesi di foto sue: mentre  parla col comandante Barzani nascosto dietro una trincea di sacchetti di sabbia   sempre esibendo la costosa camicia bianca aperta sul petto avvizzito; lui alla testa delle ragazze combattenti….
Senza paura
Senza paura
Con Barzani in trincea
 
Perché sono  decenni che accorre dovunque nel mondo sia necessario il suo sostegno  per la democrazia e la civiltà contro la barbarie; naturalmente con un intero ufficio-stampa e propaganda al seguito, che diffonde le sue immagini ed esalta il suo mito, promuovendo i suoi libri.
E’ stato a Kiev, a sostenere i nazi contro  Mosca….Non senza qualche cedimento alla “narrativa”, una specialità ebraica: come nel 1982 quando raccontò di essere arrivato, con marce forzate in Afghanistan, fino al covo del generale Massoud per consegnargli delle radio-trasmittenti: una balla. O quando nel ’93  si fece intervistare e fotografare mentre stava accovacciato dietro un muro,  come fosse sotto il tiro dei cecchini; poi il Canard Enchainé mostrò la foto non tagliata, e fece vedere che dall’altra parte del muro passavano delle persone tranquille, perché nessuno stava sparando.
canard
Sarajevo, sotto il fuoco….
Apparentemente da quarant’anni BHL si  reca nei luoghi delle guerre civili più sanguinose (in parte provocate da lui, o dal Piano Kivunim) allo scopo di farsi del  selfie.  In Francia è diventato lo zimbello dei vignettisti.
...alle Termopili
BHL  alle Termopili
Ma sarebbe un errore sottovalutarne la pericolosità.  L’accerchiamento dell’Algeria si stringe: la Tunisia, che aveva negato agli Usa una base militare sul suo territorio,  dopo i sanguinosi attentati di “Al Qaeda” sulle spiagge che hanno rovinato per sempre il turismo, unica  risorsa, ha capito la lezione ed adesso gli americani hanno la loro base. Nel Sud,  guerriglieri berberi o “Al Qaeda” sono armati ed addestrati da chissà chi nell’amplissimo, incontrollabile spazio nord-sahariano.
E soprattutto, il fondatore del MAK, il movimento indipendentista kabilo appoggiato da  BHL – si chiama Ferhat Mehenni, è esiliato in Canada  –    nel 2015  ha chiesto ufficialmentel’aiuto di Israele per “i diritti del popolo kabilo, una  regione berbera occupata dagli Arabi”.  Il sito ultra-sionista  e neocon “EuropeIsrael” ha accolto e promosso con entusiasmo la richiesta.
Del resto sono anni che Israele coltiva le relazioni col MAK,  opportuno  strumento di sovversione. Nel maggio 2012 una delegazione di Movimento è  stata ricevuta in visita ufficiale, su invito del capo delle relazioni estere del Likud, Jacques Kopfer. Ovviamente ciò ha suscitato i più vivi sospetti ad Algeri.   Il portavoce del ministero degli esteri di Algeri disse allora: sappiamo che esiste “un tracciato di rotta”   di “ progetti scellerati per attentare all’unità nazionale”. Un’allusione al Piano Kivunim. Adesso, BHL ha dato il segnale: dopo la Siria, la Libia, l’Irak, tocca all’Algeria?
libia
Nella Libia da lui liberata

 

 

Sarkozy, BHL, NATO dietro gli attacchi terroristi in Tunisia e Mali

di Olivier Ndenkop

7dic2015.- Martedì 24 novembre 2015, un attacco terroristico, il terzo del genere rivendicato dal Daesh, ha preso di mira un autobus della guardia presidenziale, uccidendo 12 persone in Tunisia. 24 ore dopo l’attacco kamikaze, il governo tunisino ha deciso di chiudere il suo confine con la Libia. Per il presidente Beji Caid Essebsi, le cose sono chiare: i colpevoli di questa barbarie, qualunque sia la loro nazionalità, provengono dalla Libia, dove, dopo l’assassinio di Gheddafi, migliaia vengono addestrati ed equipaggiati, per andare a seminare la morte in tutto il Nord Africa e oltre. Quando Gheddafi era vivo, nessuno poteva azzardarsi a montare una base di addestramento per la jihad in questo eldorado particolarmente sicuro e sorvegliato giorno e notte da un esercito che era tra i più attrezzati del continente. Gli assassini di Gheddafi sono dunque responsabili dell’aumento della Jihad che colpisce il Nord dell’Africa.

Come ogni guerra, la guerra contro la Libia è stata venduta ai popoli come una guerra di liberazione. Una guerra “giusta”. Dovevamo aiutare i Libici a liberarsi dalla dittatura di Gheddafi, ci hanno detto. Il francese Bernard-Henri Levy, in posa con un ribelle a Bengasi, ha fatto credere che il futuro sarebbe stato radioso per i Libici. L’allora Presidente francese Nicolas Sarkozy è salito sul palco per indicare che la pace nel mondo arabo o nel mondo tout court passava per la neutralizzazione di Gheddafi, presentato come il diavolo incarnato sulla terra! I media del mondo intero hanno adottato questa propaganda di guerra. Peggio ancora, senza alcuna verifica, i media hanno riferito che Gheddafi ha bombardato il proprio popolo; che ha usato armi da guerra e altre bombe letali contro persone inermi.

L’occasione fa l’uomo ladro, un certo Ali Zeidan si è auto-proclamato portavoce della Lega libica per i Diritti Umani. Per mantenere l’attenzione del pubblico, il signor Zeidan ha dichiarato che Gheddafi ha bombardato il proprio popolo, facendo sei mila morti. Nessuna prova di queste affermazioni è stata fornita. Eppure, i media hanno iniziato a diffondere i risultati di queste morti, che esistevano solo nella testa di Ali Zeidan.

Sulla base di queste cifre prefabbricate, la Francia di Sarkozy ha proceduto a strumentalizzare l’Organizzazione delle Nazioni Unite, al fine di ottenere luce verde per uccidere Gheddafi. Così, il 26 febbraio 2011, su richiesta del ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha votato la risoluzione 1973, che istituisce una no-fly zone sulla Libia. Forniti di questo paravento legale, i paesi dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), guidati dalla Francia di Sarkozy, hanno preso a bombardare intensamente la Libia, uccidendo il suo leader!

Rifiutando tutte le mani tese di Gheddafi, rifiutando il negoziato proposto dal Gabonese Jean Ping (1), Presidente della Commissione dell’Unione Africana, la NATO, dominata dagli imperialisti occidentali, ha fatto fuori Gheddafi.

 

L’uccisione di Gheddafi ha portato il terrorismo e non lo sviluppo promesso 

Dopo la guerra della NATO contro la Libia, il paese più prospero dell’Africa è diventato un cimitero gigante! Una terra di nessuno, in cui gli esseri umani vengono macellati come le pecore del Tabaski (2)! Il paese è diventato una tana di jihadisti. Le scuole e gli ospedali sono stati in gran parte distrutti. Conseguentemente, le persone non possono più andare a scuola né curarsi gratuitamente e su scala di massa, come all’epoca di Gheddafi. I gruppi ribelli rivali si scontrano per controllare i pozzi di petrolio. Il governo di Tripoli contesta la legalità e la legittimità di quello di Tobruk e viceversa. L’economia del Paese è a un punto morto. In Libia, lo sviluppo ha ceduto alla miseria! Ecco come una guerra neo-coloniale, mascherata da “guerra umanitaria (3)” ha spento le speranze di un intero popolo. Le conseguenze di questa guerra neo-coloniale vanno oltre e nessuno è sicuro di esserne totalmente risparmiato, ovunque si trovi.

È ovvio constatare che tutti i vicini della Libia (Tunisia, Algeria, Niger, Ciad e Sudan) gradualmente sprofondano nell’insicurezza. Ciascuno di questi cinque paesi è già stato, almeno una volta, vittima di un attacco terroristico. Il paese di Gheddafi occupa un posto importante nell’internazionale terrorista per almeno tre ragioni: 1- La Libia è uno dei principali fornitori di fondi al terrorismo (soldi provenienti dalla vendita del petrolio e altri traffici, in zone controllate dai barbuti). 2- È una base per il reclutamento e la formazione. 3- È una base di ripiego.

Il cerchio di stati vittime dell’insicurezza in Libia è molto più grande. Per destabilizzare la Repubblica Centrafricana, nel dicembre 2013, la Seleka di Michel Djotodia metteva in atto un progetto franco-ciadiano con armi venute tra l’altro dalla … Libia. Gli specialisti della sicurezza spiegano che Boko Haram deve la sua forza in gran parte al caos libico, che permette al gruppo terroristico di ottenere finanziamenti e armi senza grandi controlli. Gli Islamisti che hanno provocato stragi in Mali sono stati riforniti a buon mercato dagli arsenali libici. Così, negli attacchi di Timbuktu, di Gao e Bamako, troverete che la Libia ha contribuito con l’indottrinamento, la formazione, il finanziamento e/o l’armamento.

Per giungere a decostruire la Libia, i cittadini degli Stati Uniti riconoscono di aver lanciato oltre 192 missili BGM-109 Tomahawk. La Francia si vanta di aver fatto 2.225 attacchi aerei, di cui 11 missili da crociera. Inoltre, al culmine della guerra contro Gheddafi, la Francia ha armato i terroristi, perché combattessero e uccidessero un governante in carica. Come confermato da Tony Cartalucci, l’organizzazione terroristica che ha combattuto il regime di Gheddafi nel 2011, ha beneficiato del sostegno diretto della NATO “che ha formato i suoi membri, ha fornito loro le armi, delle forze speciali e anche aerei per aiutare a rovesciare il governo libico.” (4) Ci sarà un tribunale di Norimberga per queste persone un giorno?

Curiosamente, quando gli specialisti, a volte di circostanza, spiegano l’ascesa del terrorismo in Africa dopo il Telegiornale delle 20h, si trattengono dal dirci perché tutto questo accade, accade così facilmente e con tale frequenza. Come se la legge di causalità, secondo cui non c’è mai un effetto senza una causa, improvvisamente fosse diventata inoperante. Avrete notato che nessuno di questo esercito di “esperti d’Africa”, che sono sfilati sul piccolo schermo a “spiegare” l’attacco al Radisson Blu di Bamako ha ritenuto utile dire che il famoso Mokhtar Belmokhtar, che ha rivendicato l’attacco di questo stabilimento, è un puro prodotto della CIA, che ha reclutato, addestrato, armato e utilizzato su diversi “fronti”.

 

La Libia di Gheddafi: i numeri della verità

Al di là della propaganda condotta dagli imperialisti e dai loro media sulla Libia, è importante dire quello che Gheddafi ha fatto per il suo paese e per l’Africa, con le limitazioni inerenti alla natura umana.

La Libia ottiene l’indipendenza il 24 dicembre 1951, dopo una guerra contro i coloni italiani. Supportato dai cittadini britannici e americani, il re Idriss, capo della confraternita religiosa dei Senoussi diventa presidente della giovane Repubblica. Nel 1951, il petrolio libico non è ancora scoperto, ancora meno sfruttato.

Ma l’Inghilterra e gli Stati Uniti hanno creato delle basi militari in questo paese, che permettono loro di controllare il Mar Rosso e il Mar Mediterraneo. Nel 1954, Nelson Bunker Hunt, un ricco texano, scopre il petrolio in questo Paese (5).

Il potenziale è enorme, di 44 miliardi di barili. E c’è anche la qualità. Per un decennio, il re Idriss petrolio libico cederà il petrolio al 30% del prezzo mondiale. Il poco denaro ottenuto viene utilizzato principalmente per l’arricchimento personale del re e della sua famiglia. Il 1° settembre 1969, un giovane ufficiale militare sotto i 30 anni sale al potere dopo un colpo di stato contro il re Idriss. Il suo nome? Muammar Gheddafi. Come prima decisione, Gheddafi decide di chiudere le basi militari straniere nel suo Paese. Aumenta il prezzo del petrolio libico, che si è affrettato a nazionalizzare. Le grandi somme di denaro generato dalla vendita del petrolio venduto sono ora meglio investite nello sviluppo della Libia.

Sotto Gheddafi, il tasso di alfabetizzazione è aumentato dal 10% nel 1969 all’88% nel 2011. La speranza di vita alla nascita è aumentato dai 57 anni del 1969 ai 74 anni del 2010. Prima del suo assassinio, Gheddafi aveva portato il PIL della Libia a 12.062 dollari pro capite. I Libici beneficiavano di credito per 20 anni senza interessi per costruire la loro casa. Gli sposi ricevevano 64.000 dollari per acquistare il loro appartamento coniugale. Lo Stato concedeva un aiuto finanziario di 20.000 dollari ai Libici che avviavano un’attività privata ​​che potesse avere un impatto positivo sull’economia del paese …

A livello africano, Gheddafi ha permesso al continente di avere il suo primo satellite, pagando la somma di $ 300 milioni nel 2006, per consentire all’Africa di avere un satellite, necessario per la telefonia a basso costo e per la TV su larga scala. E non si è fermato qui. Gheddafi ha costituito una riserva di $ 30 miliardi di dollari, per finanziare la Banca Centrale Africana (Nigeria), la Banca Africana di Investimenti (Sirte) e il Fondo Monetario Africano (Yaoundé).

 

Perché abbiamo abbiamo ucciso un uomo, nonostante il suo bilancio in gran parte positivo?

La guerra lanciata il 19 Marzo 2011 contro Gheddafi ha avuto un unico obiettivo: fermare lo sviluppo della Libia e la liberazione dell’Africa coraggiosamente avviate dal leader libico.

Una precisazione importante: prima del primo satellite africano finanziato per ¾ da Gheddafi, l’Africa pagava annualmente la somma di $ 500 milioni di dollari per affittare satelliti occidentali. Questo vuol dire che Gheddafi ha privato i capital-imperialisti di una rendita di $ 500 milioni all’anno.

Dotando l’Africa di istituzioni finanziarie, come la Banca Centrale Africana, il Fondo Monetario Africano e l’African Investment Bank, il capitalismo finanziario internazionale è stato minacciato di morte. Perché questi istituti puramente africani avrebbero comportato tre conseguenze fatali per gli imperialisti: 1) Fine del ruolo del debito, che genera interessi astronomici per l’FMI e la Banca Mondiale; 2) L’euro e il dollaro avrebbero perso il loro potere di monete egemoniche, indispensabili nel commercio Nord-Sud e talvolta Sud-Sud (la Banca Centrale Africana era incaricata di battere una moneta africana); 3) Rafforzare la cooperazione Sud-Sud, in vista dello sviluppo del continente.

Note:

  1. Jean Ping nel 2014 ha pubblicato un libro dal titolo: Eclissi sull’Africa: si doveva uccidere Gheddafi? Rammaricandosi del fatto che gli stati imperialisti hanno rifiutato qualsiasi soluzione negoziata alla crisi libica, considera questi ultimi responsabili del caos che regna nel paese.
    2. L’immagine dei 20 copti egiziani in Libia massacrati dai terroristi ha fatto il giro del mondo.
    3. Per comprendere meglio la guerra della NATO contro la Libia, leggere il libro di Michel Collon intitolato La Libia, la NATO e le bugie dei media. Manuale di contro-propaganda, Libri Investig’Action-Colore, 2011.
  2. “Il riordino geo-politico dell’Africa: il sostegno nascosto degli U.S. ad Al Qaeda nel nord del Mali, la Francia ‘viene in soccorso’”, Global Research, gennaio 2013.
  3. Michel Collon, Gregorio Lalieu, La strategia del caos. L’imperialismo e l’Islam. Intervista a Mohamed Hassan, Libri Investig’Action-Colore, Bruxelles, 2011, P.203.

Fonte: Investig’Action

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Preso da: https://albainformazione.com/2015/12/08/802151023/

BERNARD-HENRI LEVY: PURCHE’ GUERRA SIA

di Emmezeta

Il girotondo di Bernard-Henri Levy: nel 2011 con gli islamisti per fare la guerra a Gheddafi, nel 2014 con i fascisti ucraini per  attaccare la Russia, oggi contro gli islamisti ed in alleanza con Putin per arrivare fino a Mosul
 

In Italia abbiamo chi vorrebbe la riabilitazione postuma di Oriana Fallaci. E meno male che siamo in guerra contro il fascismo ed il razzismo, almeno così dicono i trombettieri della «Guerra di civiltà»! In Francia hanno ancora BHL, al secolo Bernard-Henri Levy, di professione guerrafondaio, anche se continua a spacciarsi per filosofo.

Le sue tesi campeggiano, come di sovente accade, sull’ospitale (per i falchi interventisti, specie se sionisti) Corriere della Sera. Il suo ragionamento è semplice quanto prevedibile:  «La pace a Parigi passa dalla guerra», questo il titolo del suo ennesimo proclama. Concetto originale e sofisticato, non c’è che dire, così specificato nel testo: «Come non vedere» – egli dice – «che la pace a Parigi passa per la guerra a Mosul?».

Quello di BHL è un vizietto, perché non c’è guerra imperialista che egli non abbia appoggiato. Soltanto appoggiato? Di più: sollecitato, stimolato, invocato, promosso per quanto nelle sue possibilità. Se non fosse un ricco miliardario, verrebbe da pensare ad un lavoro retribuito da chi di dovere. In ogni caso BHL ha una sua utilità. Così scrivevamo nel marzo 2014, a proposito del suo violentissimo attivismo antirusso in Ucraina:
«Se non ci fosse andrebbe inventato. Di fronte ad una qualunque crisi internazionale, qualora uno si fosse distratto per un attimo, basta guardare cosa dice e cosa fa BHL per schierarsi dalla parte giusta. Cioè quella opposta ai proclami del “nuovo filosofo” francese».

Eh già, l’Ucraina. Ecco uno spunto assai interessante, ma certamente non l’unico, per capire ruolo e funzione del signor BHL.

Egli è da decenni in servizio permanente effettivo sul fronte imperialista, ma è sufficiente limitarsi agli ultimi 4 anni per osservare il suo curioso ed istruttivo girotondo. Nel 2011 egli stava con gli integralisti islamici contro Gheddafi. Ma guarda un po’. L’importante era che si facesse guerra alla Libia. Nel 2014, come abbiamo già visto, gli sarebbe tanto piaciuto un bell’attacco alla Russia dell’«Orso Putin». Oggi quell’«Orso» se lo ritrova come alleato – buffo il mondo! – e per giunta contro i parenti stretti di quegli insorti della Cirenaica così utili 4 anni fa per invocare le bombe su Tripoli. Una coerenza che non fa una piega…

Ma in realtà, al di là degli aspetti palesemente patologici del soggetto, una coerenza c’è. Così la descrivevamo nell’articolo già citato:
«Chi è il nemico per costui? Il nemico di BHL è tutto ciò che sfugge, per una ragione o per l’altra, alla mera omologazione con i presunti valori dell’occidente. Il nemico è l’Islam, ma anche (vedi Gheddafi) il dittatore di turno finito nel mirino dell’imperialismo. Ma nemici sono gli Stati che perseguono una loro, magari parzialissima, autonomia dai meccanismi della globalizzazione capitalistica. E, in ultima istanza, nemiche sono tutte quelle forze che in qualche modo possono competere con il “regno del bene” di BHL: gli Stati Uniti, che egli vorrebbe sempre accompagnati, con servizievole accondiscendenza, dalla “sua” Francia».

Questa descrizione calza a pennello anche adesso, ma ha bisogno di un aggiornamento. Oggi, il signor BHL non può non biasimare una certa riluttanza di Obama nel mettersi a rimorchio della Francia. Insomma, l’America resta il suo modello di società, ma il presidente non è all’altezza delle sue aspettative. Intendiamoci, l’aviazione americana bombarda da tempo le postazioni dell’Isis in Siria come in Iraq, ma a BHL questo non basta ancora.

E questo è il motivo per cui ci occupiamo di lui. Perché la sua foga bellicista non è fine a se stessa, visto che va in parallelo all’iniziativa del pur goffo inquilino dell’Eliseo. Hollande incontra oggi Cameron, domani va da Obama, mercoledì gli farà visita la Merkel, mentre giovedì chiuderà in bellezza recandosi al Cremlino da Putin.  Scopo di tutto questo girovagare? La guerra. Da portare a fondo, nelle sue intenzioni con una «grande coalizione». Una guerra che non potrà essere soltanto aerea. Ecco cosa ha detto al Journal du Dimanche il ministro della difesa francese Jean-Yves Le Drian: «La vittoria passa obbligatoriamente per una presenza sul terreno».

Bella scoperta. Ma chi va sul terreno? Il ministro indica per ora i curdi (che già ci stanno) ed i sempre più evanescenti «ribelli siriani non jihadisti». Quelli che l’occidente ha foraggiato, ma i cui militanti sono in genere passati armi e bagagli con le formazioni jihadiste (non solo Isis, ma anche al-Nusra), mentre i loro capi se la spassavano in qualche albergo a cinque stelle in attesa di prendere il potere a Damasco…

Ovviamente Le Drian non cita né Hezbollah, né gli iraniani, né i resti dell’esercito siriano, né le milizie ad esso collegate. Eppure è questo insieme di forze quello che conta maggiormente sul terreno. Questa reticenza non è molto diversa da quella di Obama, che non può permettersi di mollare Arabia Saudita e Turchia, e deve dunque barcamenarsi tra esigenze difficilmente componibili.

Naturalmente BHL non ha di questi problemi. A lui basta dire «guerra». E difatti non scende nei dettagli, anche perché in quel caso ci dovrebbe parlare della compagnia di colui che meno di due anni fa definiva «Orso». E questo gli secca un po’. Non dice quindi chi dovrebbe comporre la coalizione. Dice solo che l’offensiva dovrà arrivare a Mosul.

Interessante è anche il suo schema di ragionamento, che è vecchio di almeno un quarto di secolo, ma appunto per questo ci svela quanto sia forte il solito trucco dell’imperialismo e della sua ala più aggressiva.

In primo luogo BHL definisce il nemico come «Stato nazista». Un nemico dunque che va semplicemente raso al suolo. Ma perché questo annientamento non è ancora avvenuto? Perché – egli dice – vi si oppongono «tre forze di diversa intensità».

E quali sarebbero queste 3 forze? E’ presto detto: un atteggiamento stile «Monaco 1938», l’esagerazione delle forze del Califfato, ed infine un presidente USA preda della «sindrome di Oslo».

Gli ingredienti della «grande narrazione» bellicista ci sono tutti. Di fronte abbiamo un nuovo Hitler, che per ora non è stato fermato a causa di un atteggiamento capitolardo (tipo Monaco 1938, per l’appunto) dell’occidente. Atteggiamento che BHL vuole superare, anche perché il nemico è semplicemente una «tigre di carta», che però potrebbe diventare pericolosissima se non sarà fermata per tempo. Dunque l’urgenza, alla quale si oppone (anche se solo parzialmente) la politica di Obama. Il quale si muoverebbe con cautela a causa di quel premio Nobel per la pace consegnatogli ad Oslo ormai molti anni fa.

Qui l’argomentazione di questo filosofo dei nostri stivali si fa davvero comica. Per BHL, Obama «sembra domandarsi ogni mattina, quando si fa la barba, come dovrebbe agire un vero premio Nobel per la pace». Insomma, il presidente americano sarebbe vittima e prigioniero di quel premio, come se fosse costretto ad una sorta di «pacifismo» sconveniente assai rispetto al ruolo che ricopre.

BHL finge di non sapere come stanno le cose. Obama pacifista? Non scherziamo per favore. Già le vittime quotidiane dei suoi droni parlano in abbondanza. E BHL sa benissimo che gli USA bombardano l’Isis, sa che le squadre speciali americane sono in azione da tempo, che c’è un accordo abbastanza ampio con lo stesso Putin. Ma sa anche che la relativa cautela della Casa Bianca non dipende da dubbi morali, bensì da un calcolo su quelli che sono gli interessi in gioco.

Ma questo BHL, colui che vorrebbe «moralizzare» non l’Isis, ma l’intero mondo islamico a suon di bombe, non lo può dire. Sarebbe come riconoscere la prevalenza degli interessi delle grandi potenze anche nel tremendo conflitto in corso in Medio Oriente. Egli vorrebbe invece ammantare di nobili ideali le bombe imperialiste che cadono, e che cadranno ancor di più su Siria ed Iraq.

Questo vecchio trucco riuscirà ancora una volta? Questo ce lo diranno i fatti. Intanto orientiamoci come si deve: a 180 gradi esatti dalla linea tracciata da BHL, contro i bombardamenti su Siria ed Iraq, contro l’ennesima guerra imperialista, contro ogni propaganda islamofoba.

E ricordiamoci che chi vorrà battersi sul serio contro la guerra dovrà dire no allo schemino alla BHL, in primo luogo al giochetto sporco della nazificazione preventiva di ogni vittima destinata ad essere rasa al suolo.

Come un intellettuale da salotto ha portato la Libia nel caos

9 agosto 2015, adattamento di un articolo di Carlo Brenner

Tra il 2011 e il 2015 la Libia è passata da essere il primo Paese africano nell’indice di sviluppo umano (Human Development Index – Hdi), con cui le Nazioni Unite valutano lo standard di vita di una nazione, a essere uno stato fallito.

Due governi, uno islamico a Tripoli e l’altro secolare a Tobruk, una guerra civile che conta migliaia di vittime, la corte suprema privata della sua autorità, un ambasciatore americano ucciso fuori dal suo consolato in fiamme, tutte le ambasciate chiuse, ultima quella italiana, lo Stato islamico che imperversa liberamente per il Paese e addestra i suoi uomini minacciando l’Europa, e in particolare l’Italia, da molto vicino.

Solamente sei mesi dopo la fine della guerra – nell’ottobre del 2011 – con il potere nelle mani dei ribelli, Human Rights Whatch dichiarava che gli abusi apparivano “essere così diffusi e sistematici che potrebbero essere considerati crimini contro l’umanità”.

A ottobre 2013 l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha riportato che “la stragrande maggioranza degli 8.000 detenuti, per ragioni riguardanti il conflitto, sono trattenuti senza un regolare processo” in carceri dove Amnesty International ha scoperto che “sono soggetti a pestaggi prolungati con tubi di plastica, sbarre di metallo o cavi. In alcuni casi sono soggetti a shock elettrici, sospesi in posizioni contorte per ore, tenuti continuamente bendati e con le mani legate dietro la schiena o privati di acqua e cibo”.

In un video recentemente diffuso da un sito d’informazione libico, sono filmate le torture subite da Saadi Gheddafi, terzo figlio del raìs ma più noto a noi italiani per essere un ex calciatore di Perugia e Udinese.

Nella nuova Libia sognata da pensatori e politici occidentali, si stima che novantatré giornalisti siano stati attaccati, arbitrariamente arrestati, assassinati o picchiati solo nei primi nove mesi del 2014. Come conseguenza di quest’anarchia e delle violenze diffuse, le Nazioni Unite hanno calcolato che circa 400mila libici hanno lasciato le loro case e 100mila hanno lasciato del tutto il Paese. La Libia è in ginocchio. Molti oppositori del regime oggi rimpiangono l’ordine che questo, almeno un tempo, riusciva a garantire.

Secondo un’analisi di Alan J. Kuperman, professore presso The University of Texas at Austin, pubblicata sulla rivista americana Foreign Affairs nel marzo del 2015, prima dell’intervento occidentale la guerra civile libica era sul punto di concludersi con un costo complessivo di circa mille vite umane. Sul numero finale delle vittime le stime sono discordi: variano da 8mila a 30mila morti. Il dato più accreditato è fornito dal ministero per i Martiri e i Dispersi del governo post-Gheddafi, che ne conta 11.500.

L’intervento Nato avrebbe quindi aumentato le morti di almeno dieci volte. A questo dato vanno aggiunte le morti causate dalla guerra civile scoppiata al termine del conflitto: il sito internet Lybia Body Count stima che il numero delle vittime solamente nel 2014 sia stato di 2.825. Nel corso del 2015, fino al 30 luglio, sarebbero almeno 1.063.

Inoltre è riportato che le milizie che combattono oggi in Libia fanno un uso indiscriminato della forza: ad agosto del 2014 il Tripoli Medical Center ha calcolato che su cento morti nei recenti scontri, cinquanta erano donne o bambini. Al contrario di quanto sostenuto dalla propaganda dei ribelli, i dati dimostrano che il regime di Gheddafi si era invece dimostrato tollerante nei confronti dei ribelli che avessero deposto le armi, e che aveva anche cercato di evitare morti tra donne e bambini.

Non c’è dubbio che la Libia di Gheddafi, era molto meglio di quello che abbiamo oggi: un Paese nell’anarchia dove nessun diritto è rispettato. La responsabilità di questo disastro, costato migliaia di vite umane, è stata principalmente della Francia dell’ex presidente Nicolas Sarkozy.

In secondo luogo degli Stati Uniti e del Regno Unito che, stimolati dalla Francia, hanno visto non solo la “necessità ma anche la possibilità di intervenire”, come ha sostenuto il primo ministro britannico David Cameron. Ma quello che sorprende di più è la responsabilità da imputare a un solo uomo. Non è un politico né un militare, ma un filosofo francese: Bernard Henry Levy (BHL).

I fatti

Il 17 marzo del 2011 il consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vince finalmente le resistenze di Russia e Cina, e fa passare la risoluzione 1973 che autorizza l’intervento militare in Libia. Con la tradizionale retorica americana, il presidente statunitense Barack Obama spiega che l’intervento sarebbe servito a salvare la vita dei buoni democratici contro il cattivo dittatore. Un modo di ragionare per contrasti che, fortunatamente, non ha mai convinto gli italiani, consapevoli, per natura e tradizione, della complessità della realtà e della superficialità di tali giudizi.

Pochi giorni dopo la risoluzione, la Francia insieme ad alcuni Paesi della Nato istituisce una no-fly zone. Questo perché Gheddafi aveva suscitato il grande sdegno della comunità occidentale per aver “”impiegato l’aviazione nella repressione della rivolta””. L’obiettivo della no-fly zone doveva essere quello di impedire che i caccia del regime si alzassero in volo. Tuttavia, a un occhio neanche troppo attento, sarebbe bastato leggere un articolo del Corriere della Sera, firmato dal giornalista italiano Guido Olimpio nei primi giorni del conflitto, per rendersi conto che i velivoli dispiegati dalle varie forze militari coinvolte erano sia per il combattimento aria-aria che per quello aria-terra.

Sette mesi dopo, nell’ottobre del 2011, dopo una campagna militare intensa, i ribelli, grazie a un ampio sostegno delle forze armate francesi, americane e britanniche prendono il controllo del Paese. La guerra si conclude con la cattura di Gheddafi, in fuga verso la sua città natale, Sirte, seguito da un convoglio di fedelissimi, che non sarebbe mai stato raggiunto dai ribelli senza l’aiuto degli aerei Mirage francesi che l’hanno bombardato. Gheddafi è stato catturato, picchiato e ucciso come un cane. ( almeno è questo che noi DOBBIAMO credere, per volere dei media).Questo è stato il primo gesto della nuova, buona Libia, democratica e giusta.

L’uccisione di un leader politico che ha guidato un Paese per quarantadue anni è stata accolta con entusiasmo da tutti i governi occidentali. L’unico commento fuori dal coro è stato quello dell’allora premier italiano Silvio Berlusconi che usò il latino per dire “sic transit gloria mundi”. Un commento né positivo né negativo ma realista, machiavelliano, da uomo che proviene da una cultura più complessa, come la nostra. Fu ovviamente anche il commento di un uomo che pochi mesi prima aveva concluso accordi molto vantaggiosi con il regime e che si trovava nella situazione contraddittoria di fornire le sue basi per attaccare un alleato.

Una situazione come questa richiama alla memoria il giurista e filosofo politico tedesco Carl Schmitt, il quale sosteneva che il progresso non deve essere perseguito a ogni costo perché non sempre porta verso il meglio. Talvolta la società raggiunge risultati che possono essere già sufficientemente evoluti da non richiedere ulteriore progresso, che può anche trasformarsi in regresso. In questa situazione sembra che il regresso della nostra morale sia evidente.

Se 2.217 anni fa Scipione l’Africano e Annibale Barca, in guerra fra loro, potevano incontrarsi in mezzo al campo di battaglia di Zama per discutere con rispetto reciproco le sorti della guerra – guardandosi da nemici, ma soprattutto da uomo a uomo che rappresentano interessi diversi – oggi sembrerebbe che non siamo in grado di una simile raffinatezza morale. Sembra che non siamo capaci di vedere l’uomo oltre la maschera. Grazie alla narrativa americana, oggi ragioniamo solo attraverso la dicotomia cattivi-buoni e chiediamo la testa di quello scelto, di volta in volta, come il cattivo. Dobbiamo vederlo morto per essere soddisfatti. Una pratica barbara e intollerabile.

Il ruolo di un uomo

Nella vicenda è interessante esaminare il ruolo che un solo uomo ha avuto nella decisione di intraprendere una campagna militare in Libia. Bernard Henry Levy (BHL), celebre filosofo francese, personaggio televisivo e stimata firma di svariati giornali, viene tradotto e pubblicato anche in Italia dal Corriere della Sera. Il filosofo, per sua stessa ammissione e vanto, si è impegnato in prima persona a organizzare gli incontri tra il leader dei ribelli, Mahmoud Jibril, e il presidente francese Sarkozy che hanno convinto quest’ultimo della necessità di intervenire.

Il tutto è raccolto nell’autocelebrativo documentario Le Serment de Tobrouk, scritto, diretto e interpretato dallo stesso BHL e uscito nelle sale francesi il 6 giugno del 2012. Quando gli è stato chiesto perché avesse adottato questa causa, BHL ha risposto: “Perché? Non lo so! Certo era per i diritti umani, per prevenire un massacro e bla, bla, bla – ma volevo anche fargli vedere un ebreo che difendeva la lotta contro una dittatura, per dimostrare fratellanza. Volevo che i musulmani vedessero che un francese – occidentale ed ebreo – poteva essere dalla loro parte”.

Il filosofo francese aveva già cercato di rendersi protagonista della politica estera del suo Paese cercando di portare la voce del leader afghano Ahmad Shah Massoud, in lotta contro i Taliban, al presidente Jacques Chirac nel 2001, senza successo. Ha invece fortuna con il suo ruolo di mediatore a Bengasi nel 2011 quando, incontrando il leader dei ribelli Jibril, promise di farsi portavoce della sua causa presso il presidente Sarkozy.

È evidente che i momenti politici erano diversi: la causa anti-talebana di Massoud era troppo lontana dagli interessi francesi e occidentali prima dell’attacco alle Torri Gemelle, e Chirac era un presidente più attento alle sfumature rispetto a Sarkozy (come apparve evidente quando il suo ministro degli Esteri Dominique De Villepin si schierò contro l’intervento militare in Iraq nel 2003).

Al momento dell’intervento in Libia si presentava un panorama molto più allettante per Sarkozy: l’opportunità di mettersi in mostra come un sostenitore della primavera araba e la reimpostazione degli interessi economici, più favorevoli per l’Italia che per la Francia nel 2011.

Insomma, BHL in Libia è stato l’uomo giusto al momento giusto. Pensava probabilmente di essere il protagonista del supporto occidentale ai ribelli libici, ma allo stesso tempo si è ritrovato a essere una mascotte pubblicitaria di interessi più grandi e complessi. Il suo ruolo non è tuttavia da sottovalutare ma da condannare con forza: le avventure esotiche di un intellettuale mondano sono state concause della distruzione di un Paese e di migliaia di vittime che sognavano un futuro migliore. Come suggerisce il diplomatico italiano Roberto Toscano in un recente articolo, bisognerebbe attribuirgli il premio Nobel per la pace al contrario.

La Libia di domani

Oggi il futuro della Libia rimane incerto. Le fazioni in lotta di Alba Libica a Tripoli, vicina alla fratellanza musulmana, e Operazione Dignità a Tobruk, comandata dal laico Generale Haftar, non sembrano poter scendere a compromessi.
Sicuramente la situazione non può rimanere tale a lungo. L’anarchia imperante nel Paese ha ridotto il benessere della popolazione e la possibilità per qualsiasi partner commerciale di partecipare alla sua economia. Oggi in Libia le interruzioni energetiche sono la normalità, anche fino a 18 ore al giorno, e la sicurezza non è garantita da nessuna autorità centrale ma da milizie non organizzate e soprattutto non sottoposte a nessuna regola.

Anche l’economia è in ginocchio: se la Libia prima della guerra poteva contare su una produzione di 1,65 milioni di barili di petrolio al giorno, il dato è sceso a zero durante l’intervento Nato e oggi è al 30 per cento del periodo pre-guerra. Inoltre, a causa degli scontri continui, le due principali città, Tripoli e Bengasi, hanno dovuto chiudere sia i porti che gli aeroporti.

Anche l’economia è in ginocchio: se la Libia prima della guerra poteva contare su una produzione di 1,65 milioni di barili di petrolio al giorno, il dato è sceso a zero durante l’intervento Nato e oggi è al 30 per cento del periodo pre-guerra. Inoltre, a causa degli scontri continui, le due principali città, Tripoli e Bengasi, hanno dovuto chiudere sia i porti che gli aeroporti.

Questo ha portato a situazioni drammatiche come quella dei quattro italiani rapiti a luglio del 2015, dei quali non abbiamo notizie anche perché manca qualsiasi meccanismo d’intelligence unificato, efficiente e in grado di collaborare le nostre autorità. La recente condanna a morte emanata da un tribunale di Tripoli a Saif al-Islam, secondogenito di Muammar Gheddafi, con l’accusa di genocidio è un altro segnale dell’instabilità del Paese, ma potrebbe portare ad alcuni risvolti interessanti.

La sentenza non sarà eseguita perché Saif è nelle mani di una milizia della città di Zintan, nel nordovest della Libia, che si oppone al governo di Tripoli. Inoltre, il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, a Tobruk, reputa illegittimo il verdetto della corte perché il tribunale si trova in una città non controllata dallo stato. Saif potrebbe ora diventare una pedina molto importante dello scacchiere libico, vista la sua influenza e la sua reputazione di riformista.

Tra il 2009 e il 2010 Saif aveva anche, lentamente, convinto il padre a rilasciare quasi tutti i prigionieri politici ricevendo anche il plauso occidentale. Dato interessante è anche che molti leader della rivolta avevano precedentemente ricevuto incarichi di governo da Saif, tra cui anche il loro leader Mohmoud Jibril.

Insomma, la Libia merita di uscire da questa terribile impasse e ritrovare il suo posto nel mondo. Le soluzioni sono complesse ma possibili. La comunità internazionale non può lavarsi le mani dal disastro che ha creato e deve riconoscere le sue responsabilità aiutando il Paese a ritrovare l’ordine di cui l’ha privata.

L’Italia, in particolare, può e deve svolgere un ruolo importante in questa faccenda perché la Libia è un Paese che non possiamo ignorare, non solo per la vicinanza geografica e per ragioni storiche, ma anche per i risvolti sociali diretti che l’instabilità provoca: la tragedia dei migranti che intraprendono il viaggio della speranza verso le nostre coste e che sono tratti in salvo in mare dalla nostra Marina Militare ci impone di giocare un ruolo di primo piano.

Fino a oggi, anche grazie a operazioni congiunte con altri Paesi, abbiamo salvato 188mila vita umane. L’Italia, incapace di parlar bene di se stessa, deve rivendicare con orgoglio il grande ruolo che sta svolgendo in questa situazione: 188mila persone hanno visto la bandiera italiana come un segno di salvezza, e i nostri militari non hanno deluso le aspettative.

Purtroppo tutto lo sforzo non ha permesso di evitare la morte di 2mila esseri umani nel solo 2015: questo il dato drammatico comunicato dall’Organizzazione internazionale dei migranti (Oim). L’incontrollato flusso dei migranti è una diretta conseguenza dell’anarchia vigente in Libia, dove il traffico degli esseri umani è diventato una pratica diffusa.

Nell’affrontare la problematica libica, la lezione che dobbiamo trarre dagli errori commessi è che non ci si può far guidare dalle emozioni del momento e farsi trascinare dalla propaganda. L’interventismo va evitato, ma nel caso le circostanze lo rendessero inevitabile è necessario studiare a fondo la situazione interna e i possibili risvolti che la nostra ingerenza potrebbe provocare.

Molti governi destinano troppo poco tempo e fondi allo studio delle dinamiche interne degli altri Paesi oppure non hanno sviluppato una sana interazione tra la politica e le strutture di ricerca, come le università, i think tank e la diplomazia.

La politica estera è fatta da statisti, diplomatici e ricercatori, non da filosofi mondani alla ricerca di brividi.

Libero adattamento da: http://www.thepostinternazionale.it/mondo/libia/libia-intervento-sbagliato-bernard-henry-levy

Bernard-Henri Levy e la distruzione della Libia

Le Grand Soir, 26 novembre 2013 (trad. ossin)

Ramzy Baroud

Levy, che sembrava un tempo come il più in vista tra i difensori della guerra contro la Libia, è completamente scomparso dalle luci della ribalta libica. Forse sta istigando disordini altrove, in nome della sua dubbia filosofia. La sua missione in Libia è compiuta e il paese si trova oramai nella situazione peggiore mai raggiunta

Se il primo ministro Benjamin Netanyahou è “l’ebreo più influente nel mondo intero”, B-H Levy è al numero 45, secondo un articolo pubblicato dal Jerusalem Post il 21 maggio 2010. Secondo il Post, Levy si colloca solo due posti dietro Irving Moskowitz, “un magnate della stampa residente in Florida e considerato come il più importante sostenitore dell’espansione edilizia ebraica a Gerusalemme est”.

Proclamare che, nella migliore delle ipotesi, Levy è un impostore intellettuale, rischia di far perdere di vista la logica evidente che sembra sottendere tutte le attività di quest’uomo, lavoro e scritti. Egli sembra ossessionato dall’idea di “liberare” i mussulmani, di Bosnia e Pakistan, di Libia e altrove. E tuttavia non può parlarsi di una ossessione sana che nasca da un amore aperto e dal fascino sentito per la loro religione, la loro cultura e i loro infiniti modi di vita.

“Un messia che non teme di promuovere la violenza per il maggior bene dell’umanità”
Nel corso di tutta la sua carriera difficile da inquadrare, Levy ha fatto molto male, talvolta servendo da lacchè agli uomini di potere, altre volte portando avanti crociate sue proprie. Egli è un grande partigiano dell’intervento militare, e il suo profilo è disseminato di riferimenti ad alcuni paesi mussulmani e ad interventi militari, dall’Afghanistan al Sudan e, da ultimo, alla Libia.

Nel New York Magazine del 26 dicembre 2011, Benjamin Wallace-Wells parlava del filosofo francese come di un “Messia che non teme di promuovere la violenza per il maggior bene dell’umanità”.

Nell’articolo “European Superhero Quashes Libyan Dictator”, Wallace-Wells scriveva del “filosofo (che) è riuscito a spingere il mondo a schiacciare uno spregevole cattivo”. IL cattivo in questione è ovviamente Muammar Gheddafi, il leader libico che venne rovesciato e massacrato dopo essere stato, sembrerebbe, sodomizzato da alcuni ribelli in occasione della sua cattura nell’ottobre 2011.( o almeno così ci hanno ORDINATO di credere).

Un’analisi dettagliata del Global Post sull’aggressione sessuale subita dal leader di uno dei più importanti paesi africani è stata pubblicata dal CBS Nwews e da altri media.

Levy, che sembrava un tempo come il più in vista tra i difensori della guerra contro la Libia, è completamente scomparso dalle luci della ribalta libica. Forse sta istigando disordini altrove, in nome della sua dubbia filosofia. La sua missione in Libia è compiuta e il paese si trova oramai nella situazione peggiore mai raggiunta sotto il regime di Gheddafi . Il “cattivo dittatore” è stato battuto, è cosa fatta.

Poco importa se il paese, al momento, è diviso tra tribù e milizie, e se il Primo Ministro “post democratico”, Ali Zeidan, è stato recentemente rapito da una milizia ingestibile, e poi liberato da un’altra.

Nel marzo 2011, Levy si assunse la responsabilità di volare a Bengasi per “reclutare” insorti libici. Quello fu un momento decisivo, perché fu questo tipo di mediazione che consentì ad alcuni gruppi armati di trasformare una sollevazione regionale in una guerra totale che ha coinvolto la NATO.

Armata di quella che non era altro che una interpretazione manipolatrice della risoluzione 1973 dell’ONU, il 17 marzo 2011 la NATO avviò una forte offensiva militare contro un paese dotato di una difesa aerea primitiva e di un esercito male equipaggiato. I paesi occidentali inviarono massicci carichi di armi ai gruppi libici, col pretesto di prevenire massacri che sarebbero stati sul punto di essere perpetrati da truppe leali a Gheddafi.

Massacri ve ne sono stati in effetti, ma non del tipo paventati dagli “interventisti umanitari” occidentali. L’ultimo in ordine di tempo vi è stato pochi giorni fa, venerdì scorso a Tripoli – 43 persone sarebbero state uccise e 235 ferite, quando alcuni miliziani hanno attaccato dei manifestanti pacifici che chiedevano solo che le milizie di Misurata se ne andassero.

Ecco ciò per cui Levy e compagnia bella hanno passato tanto tempo a fare lobbying
Uno dei maggiori successi di Levy in Libia fu di ottenere il riconoscimento internazionale del Consiglio Nazionale di Transizione (CNT). La Francia e altri paesi fecero delle campagne di propaganda per il CNT come una alternativa alle istituzioni dello Stato di Gheddafi, che la NATO aveva sistematicamente distrutte.

Nella sua intervista al New York Magazine, Levy dice “qualche volta uno ha delle intuizioni che non sono chiare nemmeno a sé stesso”. Citazione riferita alla folgorante rivelazione vissuta dal “filosofo” il 23 febbraio 2011, guardano delle immagini televisive in cui le forze di Gheddafi minacciavano di affogare Bengasi “in un mare di sangue”.

Altro che intuizioni confuse, il programma di Levy è quello di un politico calcolatore. Come una versione francese dei neo-conservatori statunitensi che giustificavano la loro guerra devastatrice contro l’Iraq con ogni sorta di ragionamenti morali o filosofici e altre imposture. Per loro si trattava, prima di tutto, di una guerra per la “sicurezza” di Israele, con qualche gratificazione pratica chiavi in mano, raramente realizzatesi. In effetti, l’eredità di Levy è carica di riferimenti inequivoci al programma dei neocons.

La destra israeliana è affascinata da B-H Levy. Nel Jerusalem Post, la celebrazione della sua influenza globale culmina con la seguente citazione: “Un filosofo francese e uno dei leader del movimento dei Nouveaux Philosphes che dicevano che gli ebrei hanno la vocazione di fornire una voce morale unica nel mondo”.

Ma di morale qui non c’è niente. Le prodezze filosofiche del nostro sembrano avere di mira esclusivamente i mussulmani e le loro culture. “Il velo è un invito allo stupro” ha dichiarato alla Jewish Chronicle nell’ottobre 2006.

A lui la filosofia sembra tagliata apposta per vestire un programma politico di propaganda in favore degli interventi militari. Le sue arringhe hanno contribuito a distruggere la Libia ma senza impedirgli di scrivere un libro sulla “primavera” libica. Ha parlato del velo come di un invito allo stupro, tacendo del tutto sui numerosi casi di stupro registrati in Libia dopo la guerra della NATO. Nel maggio 2011, fu tra i pochi a difendere il presidente dello FMI, quando Dominique Strauss-Kahn venne accusato di avere violentato una cameriera a New York. Era una “cospirazione”, diceva, e la cameriera ne era complice.

Si potrebbe tentare di avere comprensione per l’odio di Levy nei confronti dei dittatori e dei criminali di guerra; dopo tutto Gheddafi non era certo un campione dei diritti umani. Ma Levy però non è un filosofo. Una qualità fondamentale del vero filosofo è la coerenza morale. Levy non ne ha nemmeno un briciolo. Una settimana dopo che il Jerusalem Post aveva celebrato l’influenza morale di Levy nel mondo, il quotidiano Haaretz descriveva il suo sostegno all’esercito israeliano titolando il 30 maggio 2010:

“Bernard-Henri Levy: Non ho mai visto un esercito democratico come le FDI”

Era un articolo a proposito del colloquio “La democrazia e le sue sfide”, tenuto a Tel Aviv. “Io non ho mai visto un esercito democratico come le FDI (Forze di difesa israeliane), che si pone simili problemi morali. C’è qualcosa di raramente vitale nella democrazia israeliana”.

Quando si pensi alle guerre e ai massacri perpetrati dall’esercito israeliano contro Gaza nel 2008-9 e nel 2012, non si riescono a trovare le parole appropriate per descrivere l’accecamento morale di Levy e gli errori della sua dottrina. Meglio è affermare che né la morale né la filosofia hanno molto a che vedere con Bernard-Henri Levy e la sua incessante voglia di guerra.

Preso da:

http://www.ossin.org/inchieste/bernard-henri-levy-e-la-distruzione-della-libia.html

Disastro Libia: ecco chi dobbiamo ringraziare

16 dicembre 2014
UN FRANCESE, UN’AMERICANA E UN ITALIANO
Un francese, un’americana e un italiano: non è l’incipit di un barzelletta ma coloro che dobbiamo ringraziare per aver imposto con miopia la più assurda tra le assurde guerre che l’Occidente ha condotto in questi ultimi anni in nome dell’imperativo umanitario. Il disastro in Libia e lo spaventoso errore di generare un “regime change” non governato, trasformando quello che era uno dei paesi più stabili e floridi dell’Africa in un cumulo di macerie, hanno tre firme d’autore.

IL FRANCESE
La prima è quella Nicolas Sarkozy, l’ex presidente francese, gollista con velleità napoleoniche. Fu lui a volere con tutta la forza l’abbattimento del regime di Gheddafi nella convinzione che la Francia avrebbe recuperato la sua “grandeur” e lui i sondaggi che lo davano peggior Presidente francese degli ultimi 20 anni (record negativo oggi conquistato da Hollande).
Fu lui a guidare le potenze occidentali al riconoscimento di un governo libico d’insorti che aveva la legittimità di un pinguino nel Sahara e fu lui ad imporre, ad un recalcitrante Obama, i bombardamenti contro l’esercito di Gheddafi che portarono la Nato ad entrare a gamba tesa in una guerra civile schierandosi con uno dei contendenti e violando così il principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano. Fu lui a recarsi nei giorni della fuga di Gheddafi, a Tripoli con al fianco Bernard Henry Levy il filosofo francese di sinistra da sempre protettore delle bombe umanitarie; ufficialmente per rassicurare i libici sul ruolo della Francia nella costruzione della democrazia e per chiudere qualche accordo sullo sfruttamento delle risorse energetiche del ricco paese africano, ufficiosamente per far sparire le tracce sui rapporti non proprio eleganti tra lui e Gheddafi.

L’AMERICANA
Il secondo artefice del disastro è una donna, americana: la democratica Hillary Clinton. Fu lei a trascinare di malavoglia l’amministrazione Obama nella guerra “francese” in nome della difesa di diritti umani che in Libia erano violati più dai ribelli che dai lealisti di Gheddafi; e lo fece applicando un principio del tutto nuovo: quello della guerra umanitaria preventiva (ne parlammo qui). L’idea cioè, che gli Usa, in Libia, dovessero intervenire non per i punire i crimini commessi dal regime ma per quelli che avrebbe potuto commettere. In altre parole, io ti bombardo non per quello che hai fatto ma per quello che io penso tu farai: una follia nel diritto internazionale.

L’ITALIANO
Il terzo da ringraziare è italiano e si chiama Giorgio Napolitano. Fu lui a spingere l’Italia nella guerra facendoci aderire alla coalizione che doveva applicare la risoluzione Onu, ma di fatto abbattere il regime libico al grido: “non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo”. Berlusconi (allora presidente del Consiglio) si era opposto all’intervento militare per ragioni facili da comprendere: primo per un rapporto di fiducia costruito negli anni con il leader libico Gheddafi, fiducia che aveva portato importanti accordi economici tra i due paesi e un impegno della Libia a controllare l’immigrazione clandestina verso le nostre coste (impegno che aveva fatto diminuire gli sbarchi sulle coste italiane del 90%). Secondo, perché sapeva che il vuoto di potere creato sarebbe stato pericolosissimo per i nostri interessi nazionali.
Ma in quei mesi la figura del premier italiano era indebolita, assediata dalle inchieste giudiziarie, dalla perdita di credibilità internazionale dovuta allo scandalo Ruby e dalle manovre in atto di quelle tecnocrazie che avrebbero poi portato al complotto del novembre 2011. Napolitano ne approfittò e, in perfetta obbedienza a quei poteri internazionali per i quali subisce un naturale fascino, impose la nostra entrata nel conflitto non trattando nemmeno i posti a sedere nella gestione del dopoguerra e impedendo che il nostro Paese creasse un’asse neutrale con la Germania (che allo sciagurato attacco alla Libia non partecipò). Anche perché senza le basi italiane e la partecipazione dei nostri aerei nelle missioni di bombardamento e interdizione, l’operazione internazionale avrebbe avuto difficoltà a realizzarsi.

Ed è grazie alle loro resposnabilità che ora l’Occidente sta a guardare la disintegrazione della Libia e la trasformazione della guerra civile in un conflitto regionale con il coinvolgimento già attivo di Egitto ed Emirati Arabi, il rischio di allargamento alla Tunisia e l’espansione dell’islamismo.
Sarkozy, Clinton e Napolitano: ecco chi dobbiamo ringraziare se oggi l’integralismo sta dilagando in Libia e i jihadisti sono ormai a due ore dalle coste italiane.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

Preso da: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2014/12/16/disastro-libia-ecco-chi-dobbiamo-ringraziare/