Come gli USA attaccano i governi di sinistra latinoamericani

10 ottobre 2016

Alexander Main e Dan Beeton, Mondialisation, 7 ottobre 2016 – Jacobin 29 settembre 2015
Per chi sia interessato alle relazioni internazionali in America Latina, e più in particolare alla politica estera degli Stati Uniti nella regione, i cablo diplomatici statunitensi pubblicati da WikiLeaks sono un’inaspettata ricchezza di informazioni che va oltre parole e dichiarazioni, avvicinando le azioni. Alexander Main e Dan Beeton, che lavorano presso il Centro per la ricerca economica e politica (Washington DC), hanno partecipato al lavoro collettivo Files Wikileaks: Il mondo secondo l’impero USA (2015). In questo testo, pubblicato il 29 settembre 2015 sul sito web della rivista Jacobin, gli autori riassumono l’interferenza contemporanea degli USA in diversi Paesi dell’America Latina, riflessa dai dispacci diplomatici. Conclusero nel settembre 2015 che “nonostante gli attacchi incessanti degli Stati Uniti, la sinistra domina in America Latina. Con l’eccezione di Honduras e Paraguay, dove colpi di Stato di destra hanno rovesciato governi legittimi, i movimenti di sinistra sono andati al potere negli ultimi quindici anni”. Un anno dopo, con l’elezione di Mauricio Macri in Argentina (10 dicembre 2015), la rimozione di Dilma Rousseff in Brasile (31 agosto, 2016) e i problemi economici e politici del governo di Nicolás Maduro in Venezuela, il panorama è chiaramente offuscato.1001648

All’inizio dell’estate 2015, il mondo vide la Grecia tentare di resistere a un diktat neoliberista disastroso e di conseguenza ricevere una severa reprimenda. Quando il governo greco, di sinistra, decise di tenere un referendum nazionale sul programma di austerità imposto dalla troika, la Banca centrale europea rispose limitando la liquidità concessa alle banche greche. Di conseguenza, le banche del Paese dovettero chiudere a lungo e la Grecia affondò nella recessione. Nonostante lo schiacciante rifiuto del programma di austerità da parte dell’elettorato, la Germania e il cartello dei creditori europei ignorarono la democrazia e ottennero ciò che volevano: l’adesione completa della Grecia della loro agenda neoliberista. Per quindici anni, una battaglia simile si è svolta contro il neoliberismo nel continente, per lo più sconosciuta al pubblico. Anche se inizialmente Washington cercò di reprimere ogni opposizione, la resistenza dell’America Latina all’agenda neoliberista in sostanza vinse. Si tratta di un’avventura epica che abbiamo scoperto esplorando il grande tesoro dei dispacci diplomatici pubblicati da Wikileaks. Il neoliberismo si era ben consolidato in America Latina molto prima che Germania e autorità della zona euro cercassero d’imporre adeguamenti strutturali alla Grecia e ad altri Paesi periferici indebitati. Facendo uso di coercizione (condizionando i prestiti del FMI, per esempio) e indottrinamento (anche attraverso la formazione, sostenuta dagli Stati Uniti, dei “Chicago Boys” nella regione), gli Stati Uniti a metà anni ’80 imposero in America Latina il vangelo delle austerità fiscale, deregolamentazione, “libero commercio”, privatizzazione e drastica riduzione del pubblico. Il risultato appare sorprendentemente simile a quello osservato in Grecia: stagnazione della crescita (praticamente alcun aumento del reddito pro-capite dal 1980 al 2000), povertà crescente, declino del tenore di vita di milioni di persone e moltiplicazione per aziende ed investitori stranieri delle opportunità di guadagnare denaro facile. Entro la fine degli anni ’80, la regione entrò in tensione e rivolta contro le politiche neoliberiste. Inizialmente, la ribellione fu spontanea e disorganizzata, come nel caso della rivolta del Caracazo in Venezuela nelle prime settimane del 1989 [1]. Ma più tardi, gli avversari del neoliberismo cominciarono a vincere le elezioni e, con grande sorpresa delle dirigenza statunitense, mantennero le promesse elettorali avviando misure contro la povertà e le politiche eterodosse che ribadiscono il ruolo dello Stato nell’economia. Dal 1999 al 2008, le elezioni presidenziali furono vinte dai candidati di sinistra in Venezuela, Brasile, Argentina, Uruguay, Bolivia, Honduras, Ecuador, Nicaragua e Paraguay. Troviamo gran parte della storia degli sforzi del governo degli Stati Uniti per contenere e invertire l’ondata antineoliberale nelle decine di migliaia di cablo, diffusi da Wikileaks, delle missioni diplomatiche statunitensi nella regione, dai primi anni di George W. Bush all’inizio della amministrazione Obama.
I cablo che analizziamo nel libro The Files Wikileaks: Il mondo secondo l’impero degli Stati Uniti, illuminano i meccanismi d’intervento politico quotidiani di Washington in America Latina (e il ridicolo ritornello ripetuto dal dipartimento che afferma che “gli Stati Uniti non interferiscono nella politica interna di altri Paesi“). Sostegno economico e strategico è previsto ai gruppi di opposizione di destra, anche violenti e antidemocratici. I cablo riflettono anche in modo vivido l’ideologia dei rappresentanti degli Stati Uniti, che ragionano come fossero nella guerra fredda e cercano misure coercitive simili a quelle per soffocare la democrazia greca. Naturalmente, i media mainstream hanno largamente ignorato tale imbarazzante cronaca dell’aggressione imperialista, preferendo concentrarsi sulle bubbole diplomatiche degli USA invece che sulle azioni imbarazzanti ed illegali dei funzionari all’estero. I pochi esperti che hanno condotto un’analisi esaustiva dei cablo, in genere sostengono che non vi sia alcuna differenza significativa tra discorso ufficiale degli Stati Uniti e realtà rappresentata nei cablo. Dando retta agli analisti delle relazioni internazionali degli Stati Uniti, “non si trova l’immagine degli Stati Uniti quale burattinaio onnipotente che tira le fila dei governi nel mondo per gli interessi delle proprie aziende“. L’esame dettagliato dei cablo però smentisce tale asserzione.

“Questo non è un ricatto”
Alla fine del 2005, Evo Morales vinse in modo schiacciante le elezioni presidenziali della Bolivia su una piattaforma focalizzata su riforma della Costituzione, diritti degli indiani e impegno a combattere povertà e neoliberismo. Il 3 gennaio, due giorni dopo l’elezione, Morales ricevette la visita dell’ambasciatore degli Stati Uniti David L. Greenlee, che non perse tempo: gli aiuti concessi dagli Stati Uniti alla Bolivia saranno condizionati dal buon comportamento del governo Morales. La scena poteva essere stata tratta dal film Il Padrino: “L’ambasciatore ha sottolineato l’importanza del contributo degli Stati Uniti per le istituzioni leader internazionali, da cui dipende l’aiuto concesso alla Bolivia, come ad esempio Banca internazionale per lo sviluppo (BIS), Banca mondiale e Fondo monetario internazionale. “Quando si pensa al BIS, si pensa agli Stati Uniti”, disse l’ambasciatore. “Questo non è un ricatto, ma la pura realtà“.” Ma Morales attuò il suo programma. Nei giorni seguenti all’arrivo al comando, annunciò l’intenzione di regolare il mercato del lavoro, ri-nazionalizzare gli idrocarburi e approfondire la cooperazione con la nemesi di Washington, Hugo Chávez. In risposta, Greenlee avanzò una “gamma di opzioni” per forzare Morales a piegarsi alla volontà del governo degli Stati Uniti: imporre il veto sulla concessione dei prestiti multilaterali, da diversi milioni di dollari, rinviare l’alleggerimento programmato del debito multilaterale, scoraggiare la Millennium Challenge Corporation dal fornire assistenza finanziaria (che la Bolivia non ha ancora ricevuto, anche se è uno dei Paesi più poveri dell’emisfero) e fermare il “sostegno materiale” alle forze di sicurezza boliviane. Purtroppo per il dipartimento di Stato, fu subito chiaro che, come previsto, tali minacce sarebbero rimaste lettera morta. Morales aveva già deciso di ridurre fortemente la dipendenza della Bolivia dal credito multilaterale che richiedeva l’approvazione del Tesoro degli Stati Uniti. Nelle settimane seguenti l’insediamento, Morales annunciò che la Bolivia non si sentiva in debito con il FMI e avrebbe lasciato estinguere il contratto di finanziamento stipulato con questi. Anni dopo, Morales consigliò alla Grecia e ad altri Paesi europei indebitati a seguire l’esempio della Bolivia e di “liberarsi dal diktat economico del Fondo monetario internazionale“. Impossibilitato ad imporsi su Morales, il dipartimento di Stato si dedicò a rafforzare l’opposizione in Bolivia. Aiuti furono concessi dagli Stati Uniti alla regione della Media Luna [2] controllata dall’opposizione aumentarono. Un cablo dell’aprile 2007 si occupa del “maggiore impegno dell’USAID nel consolidare le amministrazioni regionali, in modo da controbilanciare il governo centrale”. Un rapporto dell’USAID del 2007 afferma che l’Ufficio delle Iniziative di Transizione (ITO) “aveva approvato 101 sovvenzioni per un totale di 4066131 di dollari per aiutare i governi dipartimentali a migliorare la loro strategia”. Crediti inoltre furono concessi ai gruppi indiani locali “contrari alla visione di Evo Morales delle comunità indiane”. Un anno dopo, i dipartimenti della Media Luna si ribellarono apertamente al governo Morales, prima tenendo un referendum sull’autonomia, dichiarato illegale dalla magistratura nazionale, e quindi sostenendo dimostrazioni violente in favore dell’autonomia in cui fu uccisa almeno una ventina di sostenitori del governo. Molti credevano che un colpo di Stato fosse imminente. La situazione si calmò su pressione di tutti gli altri presidenti del Sud America, che dichiararono congiuntamente sostegno al governo costituzionale del Paese. Ma mentre il blocco sudamericano supportava Morales, gli Stati Uniti comunicavano regolarmente con i capi dei movimenti di opposizione separatisti, anche se evocavano apertamente la possibilità di “distruggere i gasdotti” e “la violenza come opportunità per costringere il governo ad impegnarsi seriamente nel dialogo…” A differenza della posizione ufficiale negli eventi di agosto e settembre 2008, il dipartimento di Stato considerò sul serio la possibilità di un colpo di Stato contro il Presidente boliviano Evo Morales, o il suo assassinio. Un cablo rivela l’intenzione dell’ambasciata degli Stati Uniti a La Paz di prepararvisi: “Il comitato d’azione di emergenza svilupperà, con la squadra di valutazione situazionale del Comando Sud statunitense, un piano di risposta rapida in caso di emergenza improvvisa, vale a dire un tentativo di colpo di Stato o la morte del Presidente Morales“, si legge sul cablo. Gli eventi del 2008 furono presentati quale maggiore sfida alla presidenza di Morales, quando la possibilità di perdere il potere era vicina. I preparativi dell’ambasciata per la possibile caduta di Morales indicano che almeno gli Stati Uniti consideravano vera la minaccia su di lui. Il fatto è che non dissero al pubblico chi Washington appoggiasse nel conflitto, e quali risultati avrebbe probabilmente preferito.
Un lavoro meccanico
Alcuni metodi d’intervento applicati in Bolivia riapparvero in altri Paesi guidati da governi di sinistra. Così, dopo il ritorno dei sandinisti al potere in Nicaragua nel 2007, l’ambasciata degli Stati Uniti a Managua accelerò il rafforzamento del sostegno al partito di destra, l’Alleanza Liberale del Nicaragua (ALN). Nel febbraio 2007, il personale dell’ambasciata incontrò il capo della pianificazione della NLA e le spiegò che gli Stati Uniti “non forniscono assistenza diretta ai partiti politici“, suggerendo di aggirare tale limitazione rafforzando i legami con le ONG amiche, per ricevere fondi dagli Stati Uniti. La rappresentante della NLA disse che avrebbe mandato “l’elenco completo delle ONG che di fatto sostenevano l’azione della NLA” e l’ambasciata prese accordi affinché “incontrasse presto gli amministratori locali dell’IRI (International Republican Institute) e del NDI (National Democratic Institute for International Affairs)“. Fu anche scritto nel cablo che l’ambasciata “osserverà da vicino la raccolta dei fondi per sviluppare le capacità della NLA”. Bisognerebbe far leggere questi cablo a coloro che studiano la diplomazia statunitense e a coloro che cercano di sapere cos’è esattamente il sistema di “promozione della democrazia” degli Stati Uniti. Attraverso USAID, National Endowment for Democracy (NED), NDI, IRI e altri organismi parastatali, il governo degli Stati Uniti da notevole sostegno ai movimenti politici che appoggiano gli obiettivi economici e politici degli Stati Uniti. Nel marzo 2007, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Nicaragua chiese al dipartimento di Stato di pagare “nei prossimi quattro anni 65 milioni in più del solito, per le prossime elezioni presidenziali“, finanziando “il consolidamento di partiti politici e organizzazioni non governative” democratici e “piccoli sussidi occasionali dell’ultimo momento, per raddoppiare gli sforzi dei gruppi nel difendere la democrazia in Nicaragua, far avanzare i nostri interessi e combattere chi ci attacca“.
In Ecuador, l’ambasciata degli Stati Uniti si oppose all’economista di sinistra Rafael Correa ben prima delle elezioni del 2006 che lo portarono al potere. Due mesi prima delle elezioni, il consigliere politico dell’ambasciata allertò Washington sul rischio che Correa “aderisse al gruppo di leader sudamericani nazional-populisti Chávez, Morales e Kirchner“, aggiungendo che l’ambasciata “ha avvertito i nostri contatti politici, economici e mediatici sulla minaccia che Correa rappresenta per il futuro dell’Ecuador incoraggiando fortemente a costruire alleanze che controbilancino il radicalismo evidente di Correa“. Subito dopo l’elezione di Correa, l’ambasciata inviò il suo piano d’azione al dipartimento di Stato: “Non abbiamo alcuna illusione che le sole azioni del USG [3] bastino a cambiare la direzione del governo o del Congresso, ma speriamo di aumentare l’influenza lavorando con altri ecuadoriani e altri gruppi che condividono le nostre idee. Senza l’azione, le riforme proposte da Correa e il suo atteggiamento nei confronti del Congresso e dei tradizionali partiti politici potrebbero estendere l’attuale periodo di tensioni e instabilità politica”. I peggiori timori dell’ambasciata si verificarono. Correa annunciò che avrebbe chiuso la base aerea statunitense di Manta, aumentato la spesa sociale e spinto per la convocazione dell’assemblea costituente. Nell’aprile 2007, gli ecuadoriani votarono per l’80% l’assemblea costituente proposta, e il 62% degli elettori approvò la nuova costituzione nel 2008, che comprende vari principi progressisti come sovranità alimentare, diritto ad alloggio, assistenza sanitaria e lavoro, e controllo dell’esecutivo sulla banca centrale (enorme sasso nello stagno neoliberista). All’inizio del 2009, Correa annunciò che l’Ecuador non avrebbe rimborsato parte del debito estero, mettendo in allarme l’ambasciata, assieme alle altre misure come la decisione di Correa di rafforzare i legami tra l’Ecuador e gli Stati membri dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA) [4]. Ma l’ambasciatore era anche consapevole che gli Stati Uniti avevano poco potere su Correa: “Spieghiamo privatamente che le azioni di Correa avranno conseguenze nelle relazioni con la nuova amministrazione Obama, evitando di fare dichiarazioni pubbliche che sarebbero controproducenti. Non consigliamo di smettere i programmi dell’USG utili ai nostri interessi perché non incoraggiano Correa ad essere più pragmatico”. La sospensione parziale dei pagamenti dell’Ecuador diede i suoi frutti e permise al governo di risparmiare quasi due milioni. Nel 2011, Correa consigliò di applicare lo stesso rimedio ai Paesi indebitati europei, tra cui la Grecia, consigliandogli di non onorare i debiti ed ignorare il parere del FMI.
La piazza è in fermento
 Durante la guerra fredda, la presunta minaccia dell’espansione del comunismo sovietico-cubano fu utilizzata per giustificare gli innumerevoli interventi per far cadere i governi di sinistra e sostenere regimi militaristi. Allo stesso modo, i cablo di WikiLeaks mostrano che negli anni 2000 lo spettro del “bolivarismo” del Venezuela fu utilizzato per giustificare gli interventi contro i nuovi governi di sinistra ostili al neoliberismo, come la Bolivia, accusati di essere “apertamente caduta nel grembo del Venezuela“, o l’Ecuador, considerato “cavallo di Troia di Chávez“. Le relazioni degli Stati Uniti con il governo di Hugo Chávez degenerarono subito. Chavez, eletto presidente nel 1998, al contrario di tutte le politiche economiche neoliberiste, forgiò stretti legami con la Cuba di Fidel Castro e criticò fortemente l’attacco dell’amministrazione Bush all’Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre, e gli Stati Uniti richiamarono l’ambasciatore a Caracas dopo che Chavez disse: “non si può combattere il terrorismo con il terrorismo“. In seguito, rafforzò il controllo dello Stato sull’industria del petrolio, aumentando le royalties pagate dalle società estere e usando i proventi del petrolio per finanziare l’accesso ai programmi su salute, educazione e alimentari per i poveri. Nell’aprile 2002, l’amministrazione Bush sostenne pubblicamente il colpo di Stato militare che spodestò Chavez per quarantotto ore. I documenti del National Endowment for Democracy ottenuti in base al Freedom of Information Act, mostrano che gli Stati Uniti finanziarono e addestrarono i gruppi che “promuovono la democrazia” che sostennero il colpo di Stato e parteciparono ai tentativi di rovesciare Chavez come lo “sciopero” della compagnia petrolifera che paralizzò l’industria alla fine del 2002 e portò il Paese in recessione. I cablo di WikiLeaks rivelano che, dopo che tali tentativi per rovesciare il governo legittimo fallirono, gli Stati Uniti continuarono a supportare l’opposizione venezuelana attraverso NED e USAID. In un cablo del novembre 2006, l’allora ambasciatore William Brownfield spiegò la strategia seguita da USAID e ITO per minare l’amministrazione Chávez: “Nell’agosto del 2004, l’ambasciatore presentò la strategia in cinque punti elaborata per guidare le attività dell’ambasciata in Venezuela nel periodo 2004-2006… tale strategia è riassunta così: 1) rafforzamento delle istituzioni democratiche; 2) infiltrazione nella base politica di Chávez; 3) dividerne i sostenitori; 4) proteggere le aziende statunitensi; 5) isolare Chavez a livello internazionale”. Gli stretti legami tra l’ambasciata degli Stati Uniti e vari gruppi di opposizione sono evidenti in molti cablo, uno di Brownfield stabilisce la relazione tra Sumate, ONG dell’opposizione che ebbe un ruolo centrale nelle campagne dell’opposizione, e “i nostri interessi in Venezuela”. Altri cablo dimostrano che il dipartimento di Stato esercitò pressioni per il sostegno internazionale a Sumate, incoraggiando gli Stati Uniti a fornire sostegno finanziario, politico e legale all’organizzazione, soprattutto attraverso la NED. Nell’agosto 2009, il Venezuela fu scosso da violente proteste dell’opposizione (come spesso accade contro il governo di Chavez e del successore Nicolas Maduro). Un cablo segreto dal 27 agosto riprende i propositi della Development Alternatives Inc. (DAI), un’organizzazione assunta da USAID/OTI che affermava che “tutti” coloro che protestano contro Chávez “beneficiano del nostro aiuto“: “Il dipendente della DAI Eduardo Fernandez ha detto che “la piazza è in fermento”, riferendosi alle proteste contro gli sforzi di Chávez per consolidare il potere, e che “tutti costoro (gli organizzatori delle proteste) beneficiano del nostro aiuto”.” I cablo rivelano anche che il dipartimento di Stato istruì e aiutò un capo studentesco che sapeva aver incoraggiato la folla a “linciare” un governatore chavista: “Durante il colpo di Stato del 2002, (Nixon) Moreno partecipò alle manifestazioni organizzate nello Stato di Merida, a capo di una folla che marciò sulla capitale dello Stato con l’intento di linciare il Governatore dell’MVR Florencio Porras“. [5] Tuttavia, pochi anni dopo, secondo un altro cablo, “Moreno partecipò nel 2004 al programma Visitor International del dipartimento di Stato, nel 2004“. Più tardi, Moreno era ricercato per tentato omicidio e minacce a un’agente di polizia, tra le altre ragioni.
Sempre secondo la strategia in cinque punti descritta da Brownfield, il dipartimento di Stato operò per isolare il governo venezuelano sulla scena internazionale e contrastarne l’influenza nella regione. Leggiamo in diversi cablo che le missioni diplomatiche degli Stati Uniti nella regione si coordinarono per far fronte alla “minaccia” regionale del Venezuela. Come Wikileaks rivelò nel dicembre 2010, i capi delle missioni statunitensi in sei Paesi dell’America Latina s’incontrarono in Brasile nel maggio 2007 per adottare una risposta unica ai presunti “piani aggressivi” del Presidente Chávez… “creando un movimento bolivariano unificato in America Latina“. Tra le altre cose, i capi missione decisero di “continuare a rafforzare i legami con i capi militari nella regione che condividono le nostre preoccupazioni su Chavez“. Un incontro simile dei capi missione degli Stati Uniti in America centrale, che si concentrò sulla “minaccia delle attività politiche populiste nella regione“, si tenne nell’ambasciata degli USA in El Salvadorm nel marzo 2006. I diplomatici statunitensi si spesero molto per evitare che i governi di Caraibi e Centro America aderissero a Petrocaribe, iniziativa regionale del Venezuela che permette ai membri di ricevere petrolio a condizioni molto favorevoli. Dai cablo resi pubblici si apprende che gli statunitensi affermavano, pur riconoscendo i vantaggi economici dell’accordo per i Paesi membri, di essere preoccupati che Petrocaribe aumentasse l’influenza politica del Venezuela nella regione. Ad Haiti, l’ambasciata collaborò strettamente con le principali compagnie petrolifere per impedire al governo di entrare in Petrocaribe, ammettendo però che “risparmierebbe 100 milioni di dollari all’anno“, e Dan Coughlin e Kim Ives furono i primi a rivelarlo su The Nation. Nell’aprile 2006, l’ambasciata inviò a Port-au-Prince il seguente cablo: “La stazione continuerà a fare pressione sul presidente di Haiti René Préval affinché non aderisca a Petrocaribe. L’ambasciatore s’incontrerà oggi con il primo consulente di Preval Bob Manuel. Alle riunioni precedenti ha detto di aver capito le nostre preoccupazioni e sa che un accordo con Chavez gli causerebbe problemi“.
Il bilancio della sinistra
Si ricordi che i cablo di WikiLeaks non fanno luce sulle attività dei servizi segreti degli Stati Uniti, e probabilmente rappresentano la punta dell’iceberg delle interferenze politiche di Washington nella regione. Tuttavia, provano ampiamente gli sforzi persistenti e determinati dei diplomatici statunitensi per bloccare i governi indipendenti di sinistra in America Latina, utilizzando la leva finanziaria e altri strumenti della scatola della “promozione della democrazia”, ed anche mezzi violenti e illegali. Anche se l’amministrazione Obama ha ripristinato le relazioni diplomatiche con Cuba, nulla indica che la politica verso il Venezuela e altri governi di sinistra del continente sia cambiata. E’ chiaro che l’ostilità dell’amministrazione verso il governo legittimo del Venezuela non svanisce. Nel giugno 2014, il vicepresidente Joe Biden lanciò l’iniziativa per la sicurezza energetica dei Caraibi, considerata un “antidoto” a Petrocaribe. Nel marzo 2015, Obama disse che il Venezuela è “una grave minaccia alla sicurezza” annunciando sanzioni contro i leader del Venezuela, una decisione criticata all’unanimità dagli altri Paesi della regione. Tuttavia, nonostante gli attacchi incessanti degli Stati Uniti, la sinistra domina in America Latina. Con l’eccezione di Honduras e Paraguay, dove colpi di Stato di destra hanno rovesciato governi legittimi, i movimenti di sinistra sono andati al potere negli ultimi quindici anni. Grazie a questi governi, tra il 2002 e il 2013 il tasso di povertà nella regione è sceso dal 44 al 28% dopo essere cresciuto negli ultimi due decenni. Questi successi, combinati con la volontà dei leader di sinistra di rischiare per liberarsi dal diktat neoliberista, dovrebbe servire da ispirazione alla nuova sinistra europea anti-austerity. Non c’è dubbio che alcuni governi attualmente affrontino notevoli difficoltà per il rallentamento dell’economia regionale che colpisce i leader di destra e sinistra. Ma se si legge tra le righe dei cablo, ci sono buone ragioni per chiedersi se tali difficoltà siano di origine locale. In Ecuador, ad esempio, dove il Presidente Correa è oggetto delle ire della destra e di certa sinistra, le proteste contro la nuova tassa progressiva proposta dal governo è espressa dagli stessi responsabili dell’opposizione con cui, se si crede ai cablo, i diplomatici statunitensi sviluppano tali strategie.
In Venezuela, dove le lacune nel sistema di controllo dei cambi causano un’inflazione elevata, le manifestazioni violente degli studenti di destra hanno gravemente scosso il Paese. E’ sicuro che tali manifestanti ricevano denaro e addestramento da USAID e NED, il cui bilancio per il Venezuela è aumentato dell’80% tra il 2012 e il 2014. I cablo di WikiLeaks hanno ancora molte cose da dirci. Per scrivere i capitoli dei file WikiLeaks sull’America Latina e i Caraibi, abbiamo supervisionato centinaia di cablo e individuato diversi ambiti d’intervento degli Stati Uniti, descritti in dettaglio nel libro (alcuni già notati da altri osservatori). Altri hanno fatto lo stesso per le altre regioni. Ma il numero di cablo è superiore a 250000 (quasi 35000 solo sull’America Latina) e non vi è alcun dubbio che molti altri aspetti importanti della diplomazia degli Stati Uniti attendono di essere portati alla luce. Purtroppo, una volta passato l’entusiasmo creato dalla diffusione dei primi cablo, pochi giornalisti e ricercatori ne sono realmente interessati. Dato che ciò non cambierà, mancherà un resoconto completo della visione che gli Stati Uniti hanno di sé sulla scena mondiale, e la risposta diplomatica alle sfide alla loro egemonia.

Note
[1] Si veda DIAL 3303 “VENEZUELA dal 27 febbraio al 3 marzo 1989: il Caracazo. Semantica della violenza politica, I parte e II parte.
[2] Zona situata nell’Est del Paese.
[3] Governo degli Stati Uniti: United States Government (USG) in inglese.
[4] Alleanza della sinistra creato su iniziativa di Venezuela e Cuba nel 2004 per contrastare il Trattato di Libero Commercio delle Americhe promosso dall’amministrazione Bush.
[5] Movimento per la Quinta Repubblica è un partito di sinistra fondato da Hugo Chávez

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
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Venezuela sotto attacco, non possiamo restare a guardare.

15 febbraio 2018
venezuela abranlapuerta

di Geraldina Colotti* – Editoriale Radio Revolucion

da lantidiplomatico.it

In quasi vent’anni di esistenza, il processo bolivariano ha subito ogni genere di attacchi: una guerra di debole intensità che ha avuto un picco nel golpe contro Chavez del 2002 e un’escalation dagli esiti incerti nel corso degli ultimi 5 anni: gli anni seguiti alla morte di Chavez e all’elezione di Maduro, risultata insopportabile per quei poteri forti intenzionati ad approfittare della congiuntura a loro favorevole e dell’arrivo di Trump al governo.

Per far cadere Maduro, l’imperialismo ha messo in campo strategie di vario tipo, tese ad acuire le contraddizioni, gli errori e le debolezze di un laboratorio di ideali e speranze che ha controbilanciato fortemente le mire espansionistiche del complesso militare-industriale, motore del sistema capitalistico mondiale.

Una sfida insopportabile per il gendarme nordamericano in crisi di egemonia, bisognoso di rilanciare il proprio ruolo in un continente ricco di risorse su cui conta di nuovo di rimettere le mani. Il Venezuela sovrano e indipendente, il Venezuela che guarda a sud e commercia con Cina e Russia, è un ostacolo da abbattere.

Dopo averlo minato dall’interno, dopo averne demolito la credibilità politica con ogni mezzo, adesso è venuto il momento della resa dei conti. I cani latrano da ogni parte, la Quinta colonna agisce dall’interno cercando di riportare il capitalismo, il Condor plana aspettando il suo momento.

Tutt’intorno, spettatori complici, dall’Europa a quell’America latina che si vede come “cagnolino simpatico” nel cortile di Trump. In questi anni, i grandi media hanno fatto a gara per negare l’entità del pericolo, facendosi beffe delle denunce pronunciate dal governo bolivariano, e a suo tempo illustrate proprio da quelli che, come l’ex ministro degli Interni Miguel Rodriguez Torres o la ex Fiscal General in fuga, Luisa Ortega, poi hanno deciso di pugnalare alle spalle il socialismo bolivariano.

Nessuno di questi tronfi “analisti” dice che il socialismo bolivariano si misura con i problemi storici che qualunque cambiamento strutturale ha dovuto e deve affrontare. Che nei periodi di più acuta lotta di classe, il popolo deve assumersi il costo da pagare per difendere la propria indipendenza, la propria dignità. Negare la realtà seppellendola sotto le comode verità di regime è l’arma principale della guerra mediatica, che si rafforza cancellando la storia delle classi subalterne e il prezzo pagato da chi ha voluto innalzare la bandiera del riscatto e della dignità. Negare aggressione e guerre mascherandole dietro un qualche intento “umanitario”, è il principale specchietto per le allodole. Che ancora funziona. Funziona anche dopo la distruzione dell’Iraq, della Libia, dopo l’attacco alla Siria. In Italia, le forze del cambiamento hanno interiorizzato la sconfitta. Per questo, una certa sinistra cerca di demolire il Venezuela, dove il popolo vuole vincere fidando ancora nel socialismo. Eppure, eppure, si può vincere ancora. Si può mettere in fuga la peste nera. “Divisi siamo gocce, uniti siamo tempesta”, ha gridato in questi giorni la “nostra piazza” sfilando contro il fascismo e contro chi gli ha spianato la strada.

Ma la lotta dev’essere globale.

Il partito della guerra adesso rivolge le sue grinfie “umanitarie” contro il Venezuela: nel silenzio complice di tante anime belle, pronte sparare a zero sulle scelte del governo bolivariano, ma non a garantire le condizioni affinché il popolo possa decidere del proprio destino in piena autonomia. Un silenzio ancora più colpevole in quanto, questa volta, l’imperialismo nasconde a malapena i suoi veri obiettivi.

Per la prima volta, gli Usa, che di solito organizzano i colpi di stato ma poi nascondono la mano, hanno ammesso pubblicamente che appoggeranno un golpe contro Maduro. Trump ha ricevuto l’aperto sostegno dei paesi vassalli, in America latina e in Europa. Nessuno di questi dispensatori di etica e di umanitarismo pare interrogarsi sull’ ”umanitarismo” di un’opposizione che chiede piombo e bombe nordamericane per la propria popolazione. Chi vorrebbe farsi governare da pagliacci simili? Di sicuro piacciono ai Rajoy, alle Mogherini e ai Tajani, esponenti di quelle destre europee altrettanto impresentabili di quelle venezuelane, di sicuro piacciono a quella sinistra che ne ha ormai abbracciato i programmi, che è pronta a reprimere i movimenti, mentre spalanca la porta ai fascisti.

Quanto vale la testa di Maduro? I finanzieri di Washington promettono finanziamenti miliardari se qualcuno lo spazza via. Anche se vincerà le elezioni, anzi proprio se vincerà le elezioni, continueranno a fargli la guerra. Ma intanto, se possono, cercano di fargli la festa subito.

Per questo, è partita una poderosa campagna denigratoria da parte della Commissione Interamericana dei Diritti umani (Cidh). Gli abusi veri commessi in Honduras, in Messico o in Guatemala vengono silenziati.

I presunti abusi che avrebbe commesso il governo bolivariano mirano invece a inabilitare Maduro per chiudergli gli spazi di negoziato a livello internazionale. Deve entrare in ballo la Corte Penale Internazionale.

La diplomazia di pace del Venezuela dev’essere ridotta a zero. Nei vertici internazionali, Maduro non deve più convincere che esiste un’alternativa per i paesi del sud, quella della pace con giustizia sociale, quella dell’integrazione regionale.

Un’analoga campagna sui “crimini” del socialismo cubano è ripartita contro Raul Castro e contro Cuba.

Il viaggio di Tillerson è servito a preparare la morsa, avvitata insieme a paesi come la Colombia, il Perù, l’Argentina, il Brasile che di “umanitario” nei confronti dei propri popoli hanno ben poco. Un’altra pedina di questa morsa risulta la Guyana, nelle cui acque contese con il Venezuela la Exxon Mobil di Tillerson la sta già facendo da padrona.

Il premio Nobel per la pace (la pace delle cannoniere), Manuel Santos, ha ricevuto nuovi finanziamenti milionari: in piena continuità con il mortifero Plan Colombia mascherato da “guerra al narcotraffico”, mentre guerriglieri e leader sociali continuano a morire . Sono i trenta denari elargiti a ricompensa del tradimento, compiuto dal gruppetto di vassalli che ha effettuato esercitazioni congiunte aperte agli Usa in Amazzonia. Esercitazioni per prevenire “ i disastri”, secondo gli Stati Uniti: per arrivare per primi in caso di “catastrofi umanitarie”. Come quella che si vuole costruire alla frontiera, azionando a questo fine il flusso di venezuelani che lasciano il paese.

Il governo bolivariano ha denunciato un tentativo di invasione degli Stati uniti dal confine con la Colombia. I movimenti di truppe e la presenza del capo del Comando Sur da quelle parti servono a prepararlo. Intanto, sono i ripartiti i tentativi di riattizzare dall’interno il modello Gene Sharp e delle “rivoluzioni colorate”. Gruppi (sparuti) di “studenti” sono ricomparsi in varie città del Venezuela. Una delle strade perseguite dagli Usa, è quella della “balcanizzazione” del Venezuela nelle zone fertili della mezzaluna per arrivare a una sorta di “secessione” negli stati del Zulia, del Tachira, del Merida, di Barinas e di Apure.

Nel bilancio del 2019, depositato questo lunedi, gli Stati uniti intendono destinare 9 milioni di dollari per “promuovere la democrazia, i diritti umani e la libertà” in Venezuela, attraverso il loro Dipartimento di Stato e l’Agenzia per lo sviluppo internazionale (Usaid). Un’altra parte dei fondi, pari a 10 milioni di dollari, sarà destinato alla “promozione della democrazia, dei diritti umani e della libertà” a Cuba.

Vogliono chiudere la porta al socialismo. Non possiamo restare a guardare. Dobbiamo scendere in piazza contro i governi europei.

*Riproposto su gentile concessione dell’Autrice

Da Daktari a Óscar Pérez: l’impiego dei paramilitari contro il Venezuela

Mision Verdad 18 gennaio 2018Plan Colombia, un fenomeno importato e il confine
Durante il governo di Álvaro Uribe Vélez, la Colombia ha subito un processo di riconfigurazione del territorio a causa dello sfollamento forzato di oltre 2 milioni di persone (per lo più contadini) che portò all’offensiva del Plan Colombia e del paramilitarismo. Lungi dal risolvere qualcosa, anche se non era l’interesse iniziale, l’attività bellica si estese, come i suoi meccanismi e canali di finanziamento che l’alimentano: narcotraffico, commercio di armi, criminalità economica, ecc. Il confine venezuelano subì i primi effetti del fenomeno con caratteristiche transnazionali e transfrontaliere, causato da uno Stato fallito che ha consegnato la sicurezza interna agli Stati Uniti e deciso, principalmente, sull’importanza per quest’ultimo della cocaina prodotta ed esportata; un equilibrio che favorisce l’aumento della domanda di armi. Anche il traffico di droga ha la sua geopolitica. Tale processo di conquista sui generis il cui risultato è la progressiva depredazione, sempre sui generis, della vita economica e sociale del confine, porta al consolidamento dei gruppi armati che controllano le rotte del contrabbando, della vendita di armi e del narcotraffico. L’impresa bellica in Colombia, marchio USA, crebbe enormemente e cercò in Venezuela d’installare una sussidiaria, un’espansione che ridiede anche nuovo carattere al classico crimine organizzato in Venezuela dall’economia illegale basata su traffico di droga, contrabbando, assassini… e poi violenza politica. Nel caso di un’azienda, quindi, era naturale la necessità di un apparato di sicurezza privato, in questo caso il paramilitarismo, che acquisiva la forma di braccio esecutivo del neoliberismo, poiché contesta il controllo sociale allo Stato sul territorio. E questo vale per la Colombia che per la Siria. Tale penetrazione ha modellato la progressiva importazione dell’esercito privato, ma anche una cultura di violenze specifica in Venezuela, affermandosi come società oltre al mero crimine. Avendo tale qualità privata, i grandi interessi politici possono metterci le mani ed usarlo. Si tratta di assumere il rischio d’investimento. Il paramilitarismo non è un fenomeno venezuelano, le bande e i referenti del crimine organizzato non sono nati spontaneamente, i loro modi di punire e controllare determinati territori non l’hanno appreso su Internet; è una conseguenza della geopolitica bellica degli Stati Uniti in Colombia, di cui anche i colombiani sono vittime. Essere vicino al principale produttore di cocaina nel mondo e al mercato principale di armi nella regione sarebbe facile, proprio in tale dettaglio c’è la logica del paramilitarismo usato come strumento politico in Venezuela e fenomeno dalle implicazioni che ha. Non è un caso se il capo politico dei paramilitari colombiani, in un recente scambio con i giornalisti, simpatizzasse con le azioni di Perez e chiamasse l’esercito alla rivolta contro il governo.

Daktari, modus operandi e via armata
I fatti della fattoria Daktari al momento diedero la dimensione di dove si fossi disposti ad andare per togliere il chavismo dal potere, fino a che punto i confini erano gestiti. È stato un anno in cui il Paese fu mobilitato dal referendum di richiamo promosso dall’anti-chavismo, che cercò di consolidare una vittoria politica dopo il colpo di Stato/serrata/sabotaggio dei mesi precedenti. I fatti e le connessioni politiche e commerciali sono ben noti; più di 100 paramilitari assoldati e collegati ad agenti infiltrati nelle forze di sicurezza e affaristi diedero la misura di un modus operandi ripetutosi in modo inerziale negli ultimi anni: se le battaglie politiche si perdono, si ricorre al piombo; se le battaglie di strada (guarimbas) si perdono, si ricorre ancora al piombo, a sicari e assassini prezzolati. E qui manca solo chi mette il denaro e chi muove le fila (si pensi alla CIA), e chi nel tribunale politico e mediatico è complice nel distorcere, negare o legittimare ciò che ne risulta. In tale contesto generale, si acquisisce visibilità quando si usano cellule armate (germe di eserciti privati) per intensificare le violenze di strada o quando, in caso di riflusso, le si usano per scopi selettivi come omicidi politici. Dalla vicenda iconica della fattoria Daktari, si evidenziano molteplici forme di uso di tale strumento, notando i periodi delle guarimba come scuole o centri di formazione, sempre tentando di posizionare gruppi armati (mascherati da “manifestanti”, ovviamente) per intensificare lo scontro. Le guarimbas del 2017 descrivevano piuttosto bene come molotov e scudi di latta fossero strumenti di marketing che offuscavano, alla stampa mondiale, occupazione e sequestro urbano, uso di cecchini e armi da fuoco negli scontri e comprovata intenzione di compiere omicidi contro chi era o sembrava un chavista. C’era la chiara intenzione di testare la lotta armata, sia da parte di attori interni che esteri: riconoscimento internazionale dello scenario di scontro delle guarimbas, generante le cellule di Óscar Pérez e Juan Caguaripano, proveniente da Stati Uniti ed Unione Europea principalmente.

Cellule armate e caso libico
Dopo che il ciclo di violenza politica e armata in Venezuela fu chiuso, tre attacchi ebbero luogo. Uno contro il quartier generale della Corte Suprema di Giustizia (TSJ, mentre i bambini che studiavano nell’istituzione erano all’interno) e il Ministero degli Interni, Giustizia e Pace con un elicottero da cui lanciavano granate e sparavano; e gli altri due contro sedi delle Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB) nello Stato di Carabobo (Fort Paramacay) e di Miranda (Comando della Guardia Nazionale Bolivariana, GNB). L’obiettivo era prendere le armi per preparare un colpo ed acquisire capacità, ma anche imporre al pubblico una presunta superiorità tattica e militare, oltre al clima di terrore. Con questi attacchi le due nuove cellule armate (una di Óscar Pérez e l’altra del disertore Juan Caguaripano) ebbero una nuova scommessa. Una cellula non è fine a se stessa, serve da primo raggruppamento di una strategia superiore volta a formare un esercito parallelo: dopo un processo d’infiltrazione e cooptazione delle forze regolari per produrre diserzioni, si tenta di dargli forma ed obiettivo politico. Così avvenne durante la “Primavera araba” che travolse la Libia, dove i servizi d’intelligence della NATO riuscirono ad attrarre ufficiali dall’esercito verso i “ribelli”, con un quadro narrativo globale che poneva come unica via pratica l’agenda armata per abbattere Gheddafi. Vi ricorda qualcosa? Pérez e Caguaripano erano la prova di quell’intenzione (globale ma adattata a ciascun terreno) di “risolvere” i conflitti armati ed infiltrare le forze di sicurezza per formare il seme di un esercito privato. In Venezuela la visibilità di tale intenzione è ancora maggiore quando si nota l’assedio psicologico a cui furono sottoposte le FANB, i ricorrenti appelli dell’opposizione a “stare con la Costituzione” (eufemismo per insurrezione) e le infiltrazioni rilevate in tempo. In questo senso lo smantellamento di tali cellule assai pericolose non era solo volto a sventare qualsiasi sabotaggio o terrorismo futuro, secondo il dirigente Diosdado Cabello pronte a far esplodere un’autobomba nell’ambasciata cubana, ma anche a neutralizzare le operazioni all’interno delle forze di sicurezza. Quest’ultimo punto è fondamentale per prevenire i servizi d’intelligence stranieri che potrebbero essere operativi nel ricreare un Perez o un Caguaripano che, ancora una volta, cerchi di portare il Paese in guerra.

Media e politici statunitensi e legittimazione del paramilitarismo con un altro nome
Una componente fondamentale che consente la legittimazione e l’empatia coi gruppi armati sono i mezzi di propaganda privati. Sotto l’imposizione di un alias globalizzato (i “ribelli”), caos e mercenarizzazione dei conflitti sono stati giustificati dalle grandi compagnie mediatiche, come in Medio Oriente dopo la “Primavera araba”. E i “ribelli” sono, appunto, le cellule terroristiche o i gruppi armati che “emergono” in territori dai governi non allineati agli Stati Uniti. Il Venezuela non sfugge a tale trattamento, e durante le ultime guarimbas veniva avanzata la narrazione che rappresentava “scontri tra manifestanti pacifici con militari armati”, quando erano episodi di violenze, blocchi stradali, tiro di cecchini e saccheggi. Tuttavia, l’alias “ribelle”, nomenclatura che segna una risorsa militare, apparve chiaramente dopo che Óscar Pérez e il suo gruppo furono liquidati negli scontri; i media internazionali e locali assunsero un tono glorificandolo come “pilota ribellatosi a Maduro”, facendo appello ai vuoti di disinformazione lasciati dall’operazione e, soprattutto, alle voci più estreme dello spettro politico (María Corina Machado, Diego Arria, Antonio Ledezma, ecc.) che diedero a Pérez sostegno sfacciato. Sebbene tale alias denoti già l’intenzione di gestire la storia per legittimare le cellule armate, collocando Pérez nelle stesse coordinate simboliche delle organizzazioni terroristiche in Medio Oriente, un altro dato prefigura i supporti esteri che l’opzione armata ha: Marco Rubio, Otto Reich, Roger Noriega e Ileana Ros hanno difeso Óscar Pérez e supportato le sue azioni. Non si tratta di semplici parlamentari o portavoce degli Stati Uniti, ma di un settore che con l’ascesa dell’amministrazione Trump ha un’importante influenza nel configurare le relazioni degli Stati Uniti col Venezuela. Evidenziare i casi Otto Reich e Roger Noriega, entrambi agenti della guerra sporca in America centrale e strettamente legati ai servizi segreti statunitensi che Marco Rubio, da senatore, sostiene, in modo che la loro voce flebile sia ascoltata. Come nel caso di Luis Almagro, che approfittando dell’ondata sul suo account twitter, condivide il sostegno alle ONG finanziate dal dipartimento di Stato, come Human Rights Watch. A questo punto è necessario sottolineare l’ovvio: il prossimo attacco pianificato dalla cellula di Perez, o Caguaripano prima dello smantellamento, sarebbe stato legittimato da tali attori politici al Congresso degli Stati Uniti, che hanno mostrato influenza nel delimitare la politica estera nei confronti del Venezuela. Marco Rubio e Ileana Ros hanno persino accesso a budget neri con cui potrebbero concedere finanziamenti per non far calare l’entusiasmo, fatto già abbastanza pericoloso. Tale prova è più che sufficiente per inquadrare l’operazione contro la cellula di Perez nel contesto, ma soprattutto, poiché il paramilitarismo è sul tavolo di chi ha influenza relativa nella Casa Bianca, per decidere cosa fare con il Venezuela. In questi giorni c’è stato il tentativo di mostrare Óscar Pérez come caso isolato, quando in realtà rappresenta la continuità (non ancora raggiunta) dell’agenda paramilitare contro il Venezuela.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

 

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2018/01/19/da-daktari-a-oscar-perez-limpiego-dei-paramilitari-contro-il-venezuela/

Hugo Chávez: le crisi programmate in Libia e Siria

19 febbraio 2015

Era il 2012. Chávez parlava delle ‘crisi programmate e provocate’ in Libia e Siria. Il furto di 200 miliardi di dollari di riserve libiche dopo l’”assassinio” di Gheddafi.

Vi presentiamo l’estratto di una conferenza stampa di Chávez, pochi mesi prima di morire.

Era l’8 ottobre 2012, il giorno dopo la sua rielezione. Il presidente venezuelano Hugo Chávez interviene su quelle che definisce le «crisi programmate e provocate in Libia e Siria» e sulla “sottrazione” dei 200 miliardi di dollari di riserve libiche dopo l’assassinio di Gheddafi. Chávez risponde lungamente a una giornalista della CNN. L’analisi sulla guerra che ha distrutto la Libia e sconvolto la Siria descrive precise responsabilità, e si presenta come un testamento politico di grande valore anche per valutare la crisi così com’è oggi, mentre i media e le classi dirigenti europee e nordamericane non raccontano com’è nata e da quali mani è stata peggiorata.

Buona visione.

Originale con video: http://www.informarexresistere.fr/2015/02/19/hugo-chavez-le-crisi-programmate-in-libia-e-siria/

Libia 2011: troppi ignavi, silenziosi o consenzienti mentre la Nato apriva la strada ai nazi-califfi

16 febbraio 2015

(Marinella Correggia) – Con il terrore e la morte l’intero Medioriente e buona parte dell’Africa pagano per le guerre dei governanti occidentali e l’ignavia dei relativi popoli. In tanti dovrebbero mettersi in ginocchio.

Adesso che i nazi-califfi dilagano in Libia e sgozzano lavoratori migranti egiziani sulle spiagge mentre altre vittime delle guerre occidentali dirette o indirette continuano a morire in mare. Adesso che il risultato della guerra Nato del 2011 si dispiega pienamente, adesso che- veramente da tempo – gli altri effetti sono in Siria, Iraq, Africa, ammetterà qualche colpa chi nel 2011 per sette lunghi mesi non fece nulla, tacque o peggio avallò le menzogne mena-guerra dei cosiddetti “ribelli” poi rivelatisi bande islamiste e razziste che ora aderiscono ai nazisti dell’Isis, nazisti nelle infernali azioni e nel medioevale pensiero?

Anche la Nato è nazista, visto che uccide a tutto spiano a casa d’altri e fa da aviazione a mostri, a volte apposta, altre volte alla Frankenstein.Lo scrivevamo su uno dei nostri cartelli il 14 febbraio 2015, partecipando come spezzone antiNato e antiguerra filoNato nel Donbass alla manifestazione per la Grecia (visto che Syriza almeno al tempo era per l’uscita dalla Nato e contro l’appoggio europeo a Kiev). Eravamo visibili, anche sotto il palco. Ed era già arrivata la notizia di Sirte invasa dai mostri Naz-Isis dopo essere stata distrutta dal mostro Nato. Eppure gli oratori hanno ignorato la materia.

La sinistra non dovrebbe avere come prima cura l’opporsi alle guerre di aggressione, il più osceno degli atti? E’ ormai il contrario. Lo vediamo dal 2011, con la guerra Nato e italiana alla Libia. E poi sulla Siria, ora sul Donbass. Nel 2011 a bombe cadenti fummo davvero poche unità o decine a opporci con continuità, in Italia e anche in Europa e Usa. Pochi disperati – sì, ci si deve disperare quando fanno la guerra! – in giro per l’Italia, in particolare gruppi a Roma e a Napoli. Nel resto d’Occidente e perfino nei paesi arabi fu lo stesso. Eravamo nel deserto! Non parlo nemmeno del Pd che ovviamente con Napolitano spinse a tutti i costi verso la guerra. Parlo della sinistra “radicale”, e delle grosse associazioni con personale e mezzi, dei pacifisti del 2003, degli studenti, delle strutture pagate per occuparsi di pace, degli indignati (che il 15 ottobre non ci degnarono di uno sguardo), dei social forum, delle ong umanitarie, egli ambientalisti, dei giornalisti diventati fan, dei “movimenti” diventati immobili, dei sindacati… Non fecero niente. Al massimo fecero un raduno un giorno, un comunicato, una dichiarazione. Oppure, peggio, avallarono e diffusero sin dai primi giorni le menzogne che portarono alla guerra “umanitaria”. Responsabilità diretta!

Invece di appoggiare platealmente l’azione di pace di Chavez, come chiese Fidel, in molti abbracciarono i “ribelli”, li chiamarono “partigiani”. Si è visto subito quali partigiani fossero. Eravate disinformati? Eppure c’era modo di informarsi, di capire che le fosse comuni non esistevano (allora), che i 10.mila morti fatti da Gheddafi erano una propaganda dei “ribelli”, che l’unica aviazione che aveva bombardato era quella della Nato. Quanti morti e mutilati ha fatto? Non si saprà mai. I vincitori contano solo i morti propri. Incontrai dei superstiti, a Tripoli. E dei bambini feriti. E tanti sfollati interni, chissà che fine hanno fatto. Ad esempio la piccola Noor, 4 anni nell’agosto 2011, era a Zanzur, profuga da Tobruk. Se è viva è in difficoltà.

E i migranti? Ebbene, dalla caduta del governo libico nell’autunno 2011, quanti ne sono stati ammazzati dalle bande razziste? Quanti sono morti in mare grazie ai vostri ribelli fra i quali – ripeto – c’erano sfruttatori di migranti? Quanti ne sgozza adesso l’Isis, facendo sì fosse comuni in mare? Quante centinaia di migliaia di lavoratori hanno dovuto tornare dalla Libia in posti impoveriti e desertici come il Sahel (ne conosco alcuni in Niger), o allagati come il Bangladesh? Ognuna di queste domande ha dietro dati e ricerche.

“Come mai non manifesta nessuno da voi?” mi chiedeva una cittadina libica sotto le bombe nel ramadan d’agosto. Che vergogna. Eppure, si poteva fare tanto! Tante persone erano contro, ma non avendo alcuna organizzazione, finirono per fare la guerra e la pace al computer. Cosa fecero, i pochi che si mossero, senza strutture, senza aiuti? Fecero, in pochissimi, sit-in, petizioni, disperati appelli all’estero, lettere ai giornali per la proposta Chavez, visite alle ambasciate non occidentali, presenze in Libia, digiuni ma non di piazza, domande scomode alle conferenze stampa Nato a Napoli (ma troppo tardi). A Napoli, l’unica manifestazione nazionale, disertata dai sunnominati gruppi. Invece, la Perugia Assisi di settembre, in pieno assedio di Sirte, a stento richiamò la Libia…E le tante manifestazioni “di sinistra” che si susseguirono in quei mesi, su vari argomenti, non erano mai contro la guerra, nemmeno durante il finale assedio a Sirte. Ci andammo, con i nostri cartelli, cercando di sensibilizzare.

In pochi occorre fare azioni dirette. Forse, incatenarsi in sciopero della fame davanti alle ambasciate dei paesi che potevano fermare la Nato: Russia e Cina. Era l’unica cosa da fare, insieme ad altre azioni dirette. Occorrerà studiare meglio cosa si può fare quando si è quasi soli. Ormai sono 25 anni di insuccessi totali; onestamente tocca ammettere che non fermammo nemmeno una bomba. Però, almeno c’è chi ci ha provato. E poi non è una buona ragione per smettere. Semmai per cambiare.
La colpa della tragedia è certo dei governanti in primo luogo, di destra e “sinistra di governo”. I quali rimarranno impuniti, sicuri nei loro privilegi nei secoli dei secoli. Così va il diritto internazionale.

Ma chi non fece nulla per fermare i vari Sarkozy, Napolitano, Obama, Hollande, si faccia carico, almeno dal punto di vista morale, di un po’ di tutti questi morti, amputati, immiseriti, annientati.

Tanto è gratis. nemmeno una multa.

Preso da: http://spondasud.it/2015/02/libia-2011-troppi-ignavi-silenziosi-o-consenzienti-mentre-la-nato-apriva-la-strada-ai-nazi-califfi-2-7159

Venezuela: la guerra di classe appoggiata dalla fogna IMPERIALISTA grazie al nostro SILENZIO ASSORDANTE!!


 

E dire che gli italiani presenti sull’isla de Margarita, in primis il “sig.” Davide Morbidelli di Caribbean Tour Travel, e tutta la sua famiglia, ci volevano far credere, ma l’avevamo capito delle loro intenzioni nefaste, che le forze armate erano CONTRO il governo.

Invito questa gentaglia a ritornarsene nel proprio paese o andare negli Stati Uniti visto che amano il neoliberismo distruttivo che ci sta strangolando sempre più e che non gli ha permesso una vita dignitosa nel loro paese.

E’ semplicemente inaccettabile che l’europa e gli americani facciano da guardiani del mondo. Non dimentichiamo che il male del mondo siamo noi. E prima di trarre conclusioni informarsi e soprattutto guardare prima in casa propria e poi in casa degli altri. Mi sembra che siamo nella MERDA fino al collo grazie al nostro silenzio assenso. 

Ieri è stata attaccata la tv di stato pubblica VTV. Gli assalitori però non avevano fatto i conti con i lavoratori che sono scesi in strada a difendere il palazzo.
Tuttavia, prima di fuggire, tra i mercenari è comparso un fucile da guerra. Il soggetto, bianco, è identificato e ricercato.
Questa sarebbe l’opposizione democratica?

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Rete Solidarietà Rivoluzione Bolivariana

Questa è l’esultanza dei lavoratori della televisione pubblica di stato VTV che gioiscono dopo essere usciti dagli uffici per difendere il palazzo ed aver cacciato a mani nude le bande di oppositori (anche armati) che lo avevano attaccato.
Abbiamo video dei lavoratori che catturano i fuorilegge e li mettono in una stanza in attesa della polizia: il popolo reagisce alla violenza di questi mercenari.

https://www.facebook.com/1034770026536818/videos/1917367771610368/

Evo Morales unico presidente a non aver firmato il documento del Mercosur che invita il #Venezuela a “sospendere” le elezioni per l’Assemblea Costituente. 
Argentina e Brasile volevano un documento più estremo che prevedeva l’espulsione del Venezuela dal Mercosur in quanto “non democrazia”. L’opposizione dell’Uruguay lo ha impedito.

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Rete Solidarietà Rivoluzione Bolivariana

Il Presidente Ortega, nel giorno della chiusura del Foro Internazionale di San Paolo appoggia le elezioni della Assemblea Costituente che si svolgeranno in Venezuela.
Sostegno anche da Evo Morales “Fratello Maduro non sei solo. Picchia duro contro l’Impero nordamericano”

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Rete Solidarietà Rivoluzione Bolivariana

Foto della città di Valencia (leggasi pittura sul muro), dove gli oppositori di Maduro, dopo aver attaccato dei locali statali, hanno proseguito le loro violenze andando a colpire i chavisti. Altro che opposizione democratica.

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Rete Solidarietà Rivoluzione Bolivariana

Ennesimo tafferuglio tra gli oppositori di Maduro. Un SUV non accetta il blocco stradale illegale e sfonda tutto.
Viene inseguito ma riesce a fuggire.
Come al solito tutta gente di pelle bianca, ben vestita e ben nutrita.

https://www.facebook.com/1034770026536818/videos/1915884085092070/

“Maledetto, io devo passare, mi sono operata, guarda, maledetto” 
“Sei una chavista”
“Chavista sarà quella str. di tua madre, maledetto, maledetto”
#Venezuela Gli oppositori di Maduro (sempre di pelle bianca, ben vestiti e ben nutriti) ormai litigano tra di loro tra chi vuole bloccare le strade e chi non ne può più delle violenze.
Viva Maduro! Viva la elezione Costituente del 30 luglio!


 

Terroristi (fascisti) bruciano un chiosco di una famiglia solo perché chavista nella Parroquia Caricuao. Dov’è la comunità internazionale? Dov’è Amnesty international? Dove sono gli antifascisti?

https://www.facebook.com/albapressad/videos/1997861280434177/

“Stiamo morendo di fame. Questa dittatura ci sta uccidendo.” Peccato però che a dirlo siano i venezuelani in auto decappottabili da 100.000 dollari. In strada a manifestare con la bandiera capovolta ed i loro abiti e accessori di lusso.

https://www.facebook.com/1034770026536818/videos/1911309625549516/

L’ultimo oppositore di Maduro, 23 anni, morto in piazza poiché gli è scoppiato in mano il mortaio con cui sparava alla polizia, era il capo di una banda criminale giovanile. Questa sarebbe l’opposizione democratica a Maduro?

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Si continuano a bruciare vivi chavisti. Uccisi altri due compagni (immagini forti)
“Non è nessuna protesta pacifica o legittima, è un crimine di odio. E’ fascismo. Chi non lo condanna, ma anzi lo sostiene (Mogherini e la UE, governi fantoccio legati agli Usa, tra cui il governo Gentiloni….), chi non condanna apertamente (il Parlamento italiano che addirittura ieri applaudiva il padre del golpista fascista Leopoldo Lopez) è complice di tutto questo e dovrà presto fare i conti con la storia”

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Rete Solidarietà Rivoluzione Bolivariana

Venezuela: manifestanti pacifici? No, terroristi armati fino ai denti!

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di Fabrizio Verde

La narrazione distorta del circuito informativo mainstream in perfetto stile post-verità sul Venezuela, pretende di ribaltare la realtà dei fatti. I terroristi guarimberos che bruciano vive persone per il colore della pelle o le idee politiche, linciano chavisti e piazzano bombe per colpire le forze di polizia, diventano ragazzi che lottano a mani nude per la libertà. Il governo Maduro definito dittatoriale perché convoca elezioni per installare un’Assemblea Nazionale Costituente. El mundo al reves parafrasando Eduardo Galeano.

Un esempio da manuale di distorsione della realtà si è verificata nei giorni scorsi in occasione di una trasmissione radiofonica di Radio 3, dove la corrispondente in Italia del quotidiano venezuelano ‘El Universal’, Eliana Loza Schiano, ha affermato che in Venezuela i manifestanti oppositori sono armati solo di «pietre e qualche molotov». Una bugia.

Come abbiamo più volte documentato, le manifestazioni convocate dalla MUD vedono sempre la presenza di uomini armati. Tanto che la stessa ambasciata degli Stati Uniti a Caracas ha allertato i propri connazionali circa l’alta pericolosità di queste manifestazioni invitandoli a tenersi alla larga.

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Un ulteriore smentita di quanto affermato dalla giornalista arriva dall’ultimo sequestro effettuato dalle forze dell’ordine venezuelane ai danni di un terrorista guarimbero nella città di San Cristobal.

Javier Volcán Gandica è stato arrestato perché trovato in possesso di un vero e proprio arsenale da guerra pronto a essere utilizzato, per creare azioni destabilizzanti, in occasione del prossimo ‘trancazo’ convocato dalla MUD.

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Video (immagini forti). Il fascismo in diretta in Venezuela. Chi non denuncia è complice…

Non è nessuna protesta pacifica o legittima, è un crimine di odio. E’ fascismo
Immagini forti. Sconsigliate ad un pubblico sensibile.

Mostrano due gruppi di terroristi, fascisti in Venezuela (“manifestanti pacifici” come i “ribelli moderati” in Siria) che, nel primo, rincorrono un ragazzo dentro la metro ad Altamira (quartiere ricchissimo di Caracas e centro dell’azione sovversiva in corso), per poi bruciarlo vivo così come fatto con Orlando Figueroa e tanti altri; e che, nel secondo video, si accaniscono con il corpo bruciato di un cadavere ucciso poco primo.


Non è nessuna protesta pacifica o legittima, è un crimine di odio. E’ fascismo. Chi non lo condanna, ma anzi lo sostiene (Mogherini, UE, governi fantoccio Usa, quindi governo Gentiloni….) dovrà presto fare i conti con la storia. Chi non condanna apertamente (il Parlamento italiano che addirittura ieri appludiva il padre del golpista fascista Leopoldo Lopez) è complice di tutto questo e dovrà presto fare i conti con la storia. Chi non denuncia (i media di regime) è complice e i conti con la storia si sommano giorno dopo giorno.

Ma il nostro appello è agli amici elettori del PD, partito di riferimento di questo governo che non solo in Europa (Mogherini) e in Italia (Renzi prima e Geniloni poi) non condanna apertamente questi crimini di fascismo, ma li fomenta sostenendo quelle destre venezuelane che nell’ennesimo tentativo di sovversione violenta dell’ordine costituito (dopo i l2002 e il 2014) da tre mesi tiene sotto ostaggio un paese ed è responsabile di oltre 80 morti e più di mille feriti.

Ecco, caro elettore del PD, non pensi che il tuo partito di riferimento dovrebbe condannarli questi atti? L’antifascismo vale solo in Italia? In Ucraina e in Venezuela?

Ecco, caro elettore del PD, non pensi che i tuoi giornali di riferimento debbano denunciare quello che hai visto in quei video e non censurarli ogni giorno per mostrarti l’imagine distorta di “manifestanti pacifici”, così come erano “ribelli moderati” in Siria?

Il golpe in Venezuela si prepara anche in Italia. Mercoledì giornata importante al Senato

di Geraldina Colotti

«Basta carneficina in Venezuela». L’appello è di Pier Ferdinando Casini, presidente della commissione Affari esteri del Senato, molto presente nella crisi del paese bolivariano, dove i morti sono già oltre 100: vittime dovute «all’arroganza di un regime che rifiuta la democrazia», da cui l’invito di Casini alla «comunità internazionale» affinché si «stringa attorno al Parlamento venezuelano e ai suoi rappresentanti». Il Parlamento venezuelano è, dalle legislative del 2015, a maggioranza di opposizione. L’abbraccio di Casini a nome del governo italiano è quindi tutto per la Mesa de la Unidad Democratica (Mud), che ha deciso di sovvertire il governo eletto dal popolo venezuelano usando due grimaldelli: la violenza interna dei «guarimberos» e l’appoggio di Trump e dei suoi alleati (Europa e Italia in prima fila).

PER QUESTO, dopo l’invito con applausi scroscianti al padre di Leopoldo Lopez (militante del partito Voluntad Popular come il figlio, oggi agli arresti domiciliari), mercoledì il Parlamento italiano ospiterà anche un altro «pacifico» manifestante contro la «dittatura»: il sociologo venezuelano Tulio Hernandez, ex esponente della sinistra durante gli anni della IV Repubblica, oggi passato dall’altra parte. A fine aprile, si è fatto conoscere per i suoi twit incendiari, che invitavano «ogni venezuelano democratico» a neutralizzare un chavista, all’occorrenza buttando «vasi» dalla finestra. In questo modo è morta una donna di 47 anni, Almelina Carrillo.

SONO TANTE le vittime delle violenze oltranziste, tante le armi sequestrate, già 30 le persone linciate e bruciate vive, molte le persone saltate sui tralicci cercando di sabotare la rete elettrica. Perché non si getta acqua sul fuoco di quelle violenze efferate? L’altroieri, nello Stato Zulia, 100 persone hanno dato alle fiamme l’istituto di case popolari della Mision Vivienda, che le destre vorrebbero portare sotto il controllo delle grandi immobiliari. Un lavoratore è morto buttandosi dall’edificio in fiamme. Un ragazzo, Adrés Uzcategui, ha avuto il petto squarciato dall’esplosione di un mortaio artigianale che voleva utilizzare contro la polizia. Un poliziotto è stato quasi sgozzato da una guaina usata nelle barricate. Una persona ha perso la vita durante l’attacco alla tv di Stato, a Caracas. Anche il principale quotidiano di opposizione, El Nacional web (unica fonte usata dalle agenzie stampa italiane) ha mostrato un cecchino appostato. Solo la reazione dei lavoratori di Vtv, scesi in strada al grido di «El pueblo unido, jamas sera vencido» ha evitato un’altra tragedia.

LA TV DI STATO è uno dei principali obiettivi delle destre, anche perché si trova nel quartiere Los Ruices, uno degli epicentri delle «guarimbas».

Nei locali di Vtv, come nelle principali imprese statali, funzionano anche gli asili per i figli dei dipendenti (la legge sul lavoro è estremamente avanzata ed è uno degli obiettivi principali del programma conservatore delle destre, come già avviene in Brasile e in Argentina), ma questo non ha impedito la furia degli oltranzisti, come hanno documentato numerosi cronisti internazionali.

Per «fermare la carneficina» bisognerebbe optare per il dialogo, per il rispetto delle istituzioni democraticamente elette e per il calendario elettorale definito: l’Assemblea costituente, che verrà votata il 30 e le successive regionali di dicembre. E poi le presidenziali del 2018. Si vince, o si perde, come nel 2015, quando la vittoria è andata alla Mud. Allora, c’era lo stesso Consejo Nacional Electoral, lo stesso sistema altamente automatizzato, ritenuto a prova di frodi da tutti gli osservatori internazionali, che lo hanno verificato nel corso di 20 elezioni in 18 annni di chavismo. La Mud si è servita del Cne anche per le sue primarie. Perché invece ora lo esautora? Chi è fuori dalla democrazia, chi organizza un «plebiscito» illegale o un governo che glielo consente, tollerando anche la foto di gruppo con «guarimberos» incappucciati di ex presidenti stranieri?

FALLITO lo sciopero generale che avrebbe dovuto disarcionare Maduro, ignorato il parere degli operai, dei 500 imprenditori e dei commercianti che lo hanno bocciato, respinto il pronunciamento democratico delle Forze Armate, le destre puntano a costruire una situazione modello siriano, demolendo l’architettura istituzionale bolivariana. Un paese dalle immense risorse – ha scritto il New York Times -, non può essere governato dal socialismo, foss’anche «umanista e cristiano». Ieri, la Mud ha eletto 33 magistrati del Tribunal Supremo de Justicia (Tsj), l’istanza deputata all’equilibrio di 5 poteri di cui si compone la repubblica presidenziale.

IL TSJ ha bocciato la decisione, ritenendola un reato. Oggi ci sarà una nuova manifestazione. Dopo il «plebiscito», organizzato arbitrariamente, la Mud va verso l’elezione di un altro capo di Stato e di un governo di transizione: il governo di una parte, di Trump e dei suoi alleati. Che porterebbe a «una carneficina» nello scontro con più dell’altra metà del paese e con le Forze armate bolivariane, leali alla costituzione e all’indipendenza nazionale. Cina e Russia hanno mandato messaggi agli Stati uniti contro un’eventuale aggressione armata e appoggiato il dialogo voluto da Maduro. E vi sono manovre al largo delle coste venezuelane.

Il golpe in Venezuela si prepara anche in Italia. Mercoledì giornata importante al Senato

Giorgio Cremaschi: «L’Ue non parla a nome nostro. Solidarietà a Nicolas Maduro»

di Giorgio Cremaschi

Io sto con tutte e tutti coloro che in Venezuela lottano per difendere la rivoluzione bolivariana, le sue conquiste, il suo governo.

I governi della Unione Europea che, assieme agli USA e con i falsi di giornali e tv, sostengono i golpisti, non mi, non ci rappresentano. Non parlano a nome nostro, di noi che qui in Europa lottiamo contro la distruzione dei diritti sociali e del lavoro, contro il dilagare della disoccupazione e della povertà, contro la distruzione della democrazia a favore degli interessi del mercato e delle banche.

Noi ricordiamo il sacrificio di Salvador Allende e di tante compagne e compagni, lavoratori, gente del popolo, assassinati in Cile dalla stessa coalizione di forze reazionarie, nazionali ed internazionali che oggi vuol fare lo stesso in Venezuela. Bisogna impedire che sorgano nuovi Pinochet e per fare questo dobbiamo smascherare il vergognoso sostegno della Unione Europea a chi invece proprio a Pinochet vuol tornare.

La nostra lotta contro le politiche liberiste e di austerità della UE, delle multinazinali, della finanza è la stessa del popolo venezuelano, per questo sosteniamo l’assemblea costituente che il 30 luglio farà fare un passo avanti alla rivoluzione bolivariana.

Se il Venezuela di Hugo Chavez vince, tutti coloro che lottano per la giustizia sociale e la democrazia saranno più forti.

El pueblo unido jamas serà vencido. No pasaran.

Da questo testo ho tratto il messaggio video che l’ambasciata del Venezuela mi ha fatto l’onore di diffondere

Giorgio Cremaschi: «L’Ue non parla a nome nostro. Solidarietà a Nicolas Maduro»

E se ieri gruppi terroristi armati avessero assaltato la sede Rai di Viale Mazzini?

Proviamo a immaginare questa scena: un gruppo consistente di uomini incappucciati, alcuni portano armi da fuoco, dopo aver bloccato le strade circostanti in zona Prati assalta la sede della RAI in viale Mazzini a Roma.

“Terroristi” sarebbe il termine scelto chiaramente dai giornali. Se poi i violenti in questione hanno una connotazione politica di estrema destra si aggiungerebbe anche “fascisti”.

Bene, questo è esattamente quanto accaduto nella giornata di ieri in Venezuela, dove uomini incappucciati e armati hanno assaltato la sede dell’emittente statale VTV. Trattatasi di terroristi e, avendo inclinazioni politiche di estrema destra, di fascisti.

Avete letto o visto questi video da qualche parte? Repubblica, Corriere e Fatto Quotidiano (i principali fake media italiani in politica estera) continuano ad oscurarvi tutto. Non pensate sia un vostro diritto poter vedere queste immagini. Per non parlare della Rai, servizio pubblico in teoria.

Nell’edificio preso d’assalto dai terroristi e fascisti venezuelani è presente all’interno un asilo, dove i genitori lavoratori della TV nazionale possono lasciare i propri bambini. Una grande conquista della Rivoluzione Bolivariana ed un diritto sociale un tempo conquistato in Italia, oggi, come tanti altri, miseramente perso.

Le immagini successive sono di speranza per il mondo. Quegli stessi terroristi vengono poi respinti dai dipendenti dell’emittente statale decisi ad opporsi alla violenza fascista che l’opposizione porta avanti da ormai 4 mesi per destabilizzare il legittimo governo socialista guidato da Nicolas Maduro, che nonostante tutto continua lanciare accorati appelli al dialogo, lasciati puntualmente cadere nel vuoto dall’opposizione. Perché l’unico obiettivo è la violenza destabilizzante volta ad imporre al Venezuela un sanguinoso ritorno al passato.

Adesso, seconda parte dell’esperimento,vi chiediamo uno sforzo di memoria: ricordate le tragiche immagini del rogo della Casa dei Sindacati di Odessa in Ucraina? Bene, ieri i fascisti venezuelani hanno replicato le gesta dei loro omologhi ucraini assaltando e dando alle fiamme la sede del Ministero del Potere Popolare per la Casa dello Stato Zulia. L’attacco fascista di matrice terroristica avvenuto con ordigni incendiari e armi da fuoco ha provocato la morte di una persona.

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E’ un vostro diritto vedere queste immagini, perché in teoria l’Italia è un paese che garantisce il pluralismo d’infomazione. Un diritto che vi viene leso ogni giorno da chi ha l’obiettivo di trasformare il Venezuela in una nuova Siria, in una nuova Ucraina e prendere possesso delle riserve di petrolio e oro più grandi al mondo. Il nostro Governo, e in particolare il suo partito di riferimento, il Partito Democratico, dopo aver scelto la via del neonazismo in Ucraina, spinge con il fascismo reale in Venezuela per la trasformazione del paese in una nuova colonia del neo-liberismo

E se ieri gruppi terroristi armati avessero assaltato la sede Rai di Viale Mazzini?

Abbiamo dedicato numerosi post alla questione Venezuelana

VENEZUELA: opposizione dà alle fiamme centro smistamento di alimenti. E gli USA continuano la loro strategia golpista.

VENEZUELA: Lancio di granate da elicottero sul Tribunale Supremo e sul Ministero degli interni. Ecco la DEMOCRAZIA IMPERIALISTA!

VENEZUELA: in atto la stessa strategia golpista che ha deposto Allende nel 1973! Ecco cosa sta succedendo.

VENEZUELA: Altissimo RISCHIO di GOLPE. In tal caso MADURO chiama all’INSURREZIONE CIVICO-MILITARE!!

VENEZUELA: una parte della comunità italiana prende posizione CONTRO la VIOLENTA OPPOSIZIONE!

Hugo Chavez: “I VAMPIRI AMERICANI vogliono SUCCHIARE il petrolio del Venezuela!!!

Opposizione Venezuelana: “Perdio, se avessimo potuto li avremmo già appesi a testa in giù!”

Le attenzioni dell’IMPERIALISMO si spostano al PETROLIO VENEZUELANO!

Venezuela: la strategia golpista dell’opposizione CRIMINALE al soldo dell’imperialismo! RACCOLTA NOTIZIE!

Venezuela: ecco come causano malcontento nella popolazione!

Venezuela: il ruolo dei media internazionali nell’inganno della carestia

Hugo Chavez è stato ucciso da armi disumane americane!

VENEZUELA: si è DITTATURA! …orwellianamente parlando!

Preso da: https://disquisendo.wordpress.com/2017/07/23/venezuela-la-guerra-di-classe/