Ex agente CIA rivela come gli ‘studenti’ venezuelani vengono addestrati al golpe

Sabina Becker
News of the Restless
mar, 25 mar 2014 07:32 UTC
Raúl Capote

© Revista Chávez Vive
Raúl Capote

Chi è quest’uomo e perché la CIA lo teme? Pensavano che fosse uno dei loro, e poi si scopre che è proprio il contrario. E ora sta rivelando tutto. Continuate a leggere:

Raúl Capote è un cubano. Ma non un cubano qualsiasi. In gioventù, è stato raggiunto dalla Central Intelligence Agency (CIA) degli Stati Uniti. Gli hanno offerto un’infinita quantità di denaro per cospirare contro Cuba. Ma poi è successo qualcosa di inaspettato per gli Stati Uniti. Capote, in realtà, lavorava per la sicurezza nazionale cubana. Da quel momento in poi, servì come doppio agente. Scoprite la sua storia, attraverso un’intervista esclusiva con Chávez Vive, che ha rilasciata all’Avana:

Domanda: In che modo sei stato coinvolto in queste attività?

È cominciato con un processo di molti anni, diversi anni di preparazione e di acquisizione. Ero a capo di un movimento studentesco cubano che, a quel tempo, diede origine ad un’organizzazione, l’Associazione Culturale dei Fratelli Saiz, un gruppo di giovani creatori, pittori, scrittori, artisti. Ho lavorato in una città della Cuba centro-meridionale, Cienfuegos, che aveva caratteristiche di grande interesse per il nemico, perché era una città in cui all’epoca si stava costruendo un importante polo industriale. Stavano costruendo un centro elettrico, l’unico a Cuba, e c’erano molti giovani che vi lavoravano. Per questo motivo, era anche una città che aveva molti giovani ingegneri laureatisi in Unione Sovietica. Stiamo parlando degli ultimi anni ’80, quando c’era quel processo chiamato Perestroika. E molti ingegneri cubani, che arrivarono a Cuba in quel periodo, si laurearono da lì, erano considerati persone che erano arrivate con quell’idea di Perestroika. Per questo motivo, era un territorio interessante, dove c’erano molti giovani. E il fatto che io fossi un leader giovanile di un’organizzazione culturale, che si occupava di un importante settore degli ingegneri interessati alle arti, divenne di interesse per i nordamericani, che cominciarono a frequentare gli incontri a cui partecipammo. Non si sono mai identificati come nemici, o come funzionari della CIA.

D: Si presentavano in molti, o era sempre la stessa persona?

Diversi. Non si sono mai presentati come funzionari della CIA, né come persone che erano venute a causare problemi o altro.

D: E chi credi che fossero?

Si presentavano come persone che venivano ad aiutare noi e il nostro progetto, e che avevano la capacità di finanziarlo. Che avevano la possibilità di realizzarlo. La proposta, in quanto tale, suonava interessante perché, ok, un progetto nel mondo letterario richiede che tu conosca un editore, che tu abbia relazioni editoriali. È un mercato molto complesso. E sono venuti a nome degli editori. Quello che è successo è che, durante il processo di contatto con noi, quello che volevano veramente è diventato abbastanza evidente. Perché una volta che hanno preso contatto, una volta che hanno iniziato a frequentare i nostri incontri, una volta che hanno iniziato a promettere finanziamenti, sono arrivate le condizioni per essere finanziati.

D: Quali condizioni hanno richiesto?

Ci hanno detto: Abbiamo la capacità di mettere i mercati a vostra disposizione, di mettervi sui mercati dell’editoria o arte o film o altro, ma abbiamo bisogno della verità, perché quello che vendiamo sul mercato è l’immagine di Cuba. L’immagine di Cuba deve essere realistica, di difficoltà, di quello che sta succedendo nel paese. Vogliono insultare la realtà di Cuba. Quello che chiedevano è di criticare la rivoluzione, basata su linee di propaganda anti cubana, che loro hanno fornito.

D: Quanto era grande il portafoglio di queste persone?

Sono venuti con una quantità infinita di denaro, perché la fonte del denaro, ovviamente, abbiamo scoperto nel tempo da dove proveniva. Per esempio, c’era USAID, che era il grande fornitore, l’appaltatore generale di questo bilancio, che convogliava il denaro attraverso le ONG, molte delle quali inventate proprio per Cuba. Erano ONG che non esistevano, create esclusivamente per questo tipo di lavoro a Cuba, e stiamo parlando di migliaia e migliaia di dollari. Non lavoravano con piccoli budget. Per fare un esempio, un tempo mi hanno offerto diecimila dollari, solo per includere elementi di propaganda anti cubana, nel romanzo che stavo scrivendo.

D: Di che anni stiamo parlando?

Attorno al 1988-89.

D: Quante persone avrebbero potuto essere contattate da queste persone, o catturate?

In realtà, il loro successo non durò a lungo, perché a Cuba c’era una cultura di confronto totale con questo tipo di cose, e la gente sapeva molto bene che c’era qualcosa dietro quella storia di loro che volevano “aiutarci”. Non era niente di nuovo nella storia del paese e, per questo motivo, è stato molto difficile per loro arrivare dove eravamo. In un determinato momento, intorno al 1992, abbiamo tenuto una riunione, tutti i membri dell’organizzazione, e abbiamo deciso di espellerli. Non potevano più partecipare alle nostre riunioni. Abbiamo allontanato quelle persone, che stavano già arrivando con proposte concrete, assieme ai loro aiuti economici condizionati che ci proponevano. Quello che è successo è che al momento abbiamo fatto questo, e li abbiamo respinti, li abbiamo espulsi dalla sede dell’associazione, ma poi hanno iniziato a focalizzarsi. Hanno cominciato a visitare me, in particolare, e anche altri compagni, i giovani. Con alcuni di loro ci sono riusciti, o dovrei dire, sono riusciti a far uscire anche alcuni di loro dal paese.

D: Che tipo di profilo cercavano, più o meno, se qualche tipo di profilo può essere specificato?

Volevano, soprattutto in quel momento, presentare Cuba come una terra nel caos. Che il socialismo a Cuba non era riuscito a soddisfare i bisogni della popolazione, e che Cuba era un paese che il socialismo era approdato in assoluta povertà, e che, come modello, non piaceva a nessuno. Questa era la chiave di ciò che stavano perseguendo, soprattutto in quel momento.

D: Per quanto tempo sei stato un agente della CIA?

Siamo stati coinvolti in questa storia fino al 1994. Perché nel 1994 sono andato all’Avana, sono tornato nella capitale e qui, nella capitale, ho iniziato a lavorare per l’Unione dei lavoratori culturali, un sindacato che rappresentava gli operatori culturali della capitale, e sono diventato ancora più interessante per loro, perché sono arrivato a dirigere – da capo di un’organizzazione giovanile con 4.000 iscritti, a dirigere un sindacato con 40.000 iscritti, proprio all’Avana. E poi, diventa molto più interessante. I contatti sono seguiti. In quel periodo apparve una professoressa di una nuova università che giunse con la missione di dare il via alla produzione della mia opera letteraria, di diventare la mia rappresentante, di organizzare eventi.

D: Puoi dirci il suo nome?

No, perché hanno usato uno pseudonimo. Non hanno mai usato nomi veri. E quel tipo di lavoro, che mi promuoveva come scrittore, era quello a cui erano molto interessati, perché volevano convertirmi in una personalità in quel mondo. Promuovermi ora, e compromettermi con loro in modo indiretto. E poi, nel 2004, è arrivata all’Avana una persona molto conosciuta in Venezuela, Kelly Keiderling. Kelly è venuta all’Avana per lavorare come capo dell’Ufficio Stampa e Cultura. Hanno organizzato un incontro. Hanno organizzato un cocktail party, e a quella festa ho incontrato 12 funzionari nordamericani, nordamericani ed europei. Non erano solo nordamericani. Tutte persone con esperienza, alcune anche all’interno dell’Unione Sovietica, altre che avevano partecipato alla formazione e alla preparazione del popolo jugoslavo, alle Rivoluzioni dei colori, ed erano molto interessate ad incontrarmi. Kelly mi è diventata molto vicina. Cominciò a prepararmi. Cominciò a istruirmi. Cominciai a ricevere da lei una formazione molto solida: La creazione di gruppi alternativi, gruppi indipendenti, l’organizzazione e la formazione di animatori giovanili, che non hanno partecipato ai lavori delle nostre istituzioni culturali. E questo è stato nel 2004-5. Kelly è praticamente scomparsa dalla scena nel 2005-2006. E quando ho iniziato a lavorare, mi ha messo in contatto diretto con i funzionari della CIA. Presumibilmente, ero già impegnata con loro, ero pronta per la prossima missione, e mi hanno messo in contatto con Renee Greenwald, un funzionario della CIA, che lavorava direttamente con me, e con un uomo di nome Mark Waterhein, che era, all’epoca, il capo del Progetto Cuba, della Fondazione Panamericana per lo Sviluppo.

Quest’uomo, Mark, oltre a dirigere il Progetto Cuba, aveva un legame diretto con Cuba, in termini di finanziamento del progetto antirivoluzionario, oltre ad essere coinvolto nel lavoro contro il Venezuela. Vale a dire, era un uomo che, insieme a gran parte del suo team di funzionari di quel famoso progetto, lavorava anche contro il Venezuela in quel momento. Erano strettamente connessi. A volte ci volle molto lavoro per capire chi stava lavorando con Cuba, e chi non lo era, perché molte volte si sono intrecciati. Per esempio, c’erano venezuelani che venivano a lavorare con me, che lavoravano a Washington, che erano subordinati della Fondazione Panamericana e della CIA, e sono venuti a Cuba per addestrare anche me e per portare provviste. Da lì nacque l’idea di creare una fondazione, un progetto chiamato Genesi.

La genesi è forse il modello, come idea, di molte delle cose che accadono oggi nel mondo, perché Genesi è un progetto rivolto ai giovani universitari di Cuba. Stavano facendo qualcosa di simile in Venezuela. Perché? L’idea era quella di convertire le università – che sono sempre state rivoluzionarie, che hanno prodotto rivoluzionari, da quelle da cui sono venuti molti dei rivoluzionari di entrambi i paesi – e convertirle in fabbriche per reazionari. Allora, come si fa? Facendo leader. Che cosa hanno cominciato a fare in Venezuela? Hanno inviato studenti in Jugoslavia, finanziati dall’Istituto Repubblicano Internazionale (IRI), finanziato dall’USAID e dall’Istituto Albert Einstein, e li hanno inviati, in gruppi di dieci, con i loro professori.

D: Ha i nomi dei venezuelani?

No, stiamo parlando di centinaia di persone inviate. Ho parlato con il professore, ho guardato un gruppo e ho seguito l’altro. Perché lavoravano a lungo termine. Lo stesso piano era in atto anche contro Cuba. Genesi ha promosso, con l’università, un piano di borse di studio per la formazione di studenti leader e professori cubani. Il piano era molto simile. Inoltre, nel 2003, hanno preparato qui, all’Avana, un corso nella Sezione di Interessi degli Stati Uniti, che si chiamava “Deporre un leader, deporre un dittatore”, che si basava sull’esperienza di OTPOR nel destituire Slobodan Milosevic dal potere. E questa era l’idea, all’interno dell’università cubana, di lavorare a lungo termine, perché questi progetti richiedono sempre molto tempo per ottenere un risultato. Per questo motivo, hanno iniziato presto anche in Venezuela. Credo anche io – non ho prove, ma credo che in Venezuela sia iniziato prima del governo Chávez, perché il piano di convertire le università latinoamericane, che sono sempre state fonti di processi rivoluzionari, in università reazionarie, è più vecchio del processo venezuelano [bolivariano], per invertire la situazione e creare una nuova destra.

D: La CIA lavorava solo a Caracas?

No, in tutto il Venezuela. In questo momento, Genesi ha un piano di borse di studio per creare leader a Cuba. Essi forniscono borse di studio agli studenti delle grandi università nordamericane, per formarli come leader, con tutte le spese pagate. Pagano i loro costi, forniscono borse di studio complete. Stiamo parlando del 2004-5 qui. Era molto ovvio. Poi, quei leader ad un certo punto ritornano all’università. Sono studenti. Vanno a finire la loro carriera. Quei leader, quando terminano la loro carriera studentesca, continuano a svolgere diversi lavori, con varie possibilità, come ingegneri, come laureati in diversi settori della società cubana, ma ce ne sono altri che continuano a preparare costantemente altri leader all’interno dell’università. Una delle missioni più importanti dei dirigenti universitari è stata quella di occupare la leadership delle principali organizzazioni giovanili dell’università. Nel caso di Cuba, stiamo parlando dell’Unione della Gioventù Comunista e della Federazione degli Studenti Universitari. Cioè, non si trattava di creare gruppi paralleli a quel tempo, ma di diventare i leader delle organizzazioni già esistenti a Cuba. Inoltre, per formare un gruppo di leader nelle strategie del colpo di stato “morbido”. Cioè, formare persone al momento opportuno per iniziare le famose “rivoluzioni colorate” o “guerre non violente”, che, come ben sapete, non hanno nulla a che fare con la non violenza.

D: Cosa stavano cercando in un professore, per catturare il loro interesse?

I professori sono molto semplici. Identificare i professori universitari scontenti con le istituzioni, persone frustrate, perché ritenevano che l’istituzione non garantiva loro nulla, o non riconosceva i loro meriti. Se erano più anziani, ancora meglio. Non hanno mai fatto differenze però. Cerca le persone anziane, così puoi sceglierle. Se invii un piano di borse di studio, o lo invii e, prima di tutto, gli fai ricevere un invito a partecipare ad un grande congresso internazionale di una certa scienza, e poi ti saranno eternamente grati, perché sei stato tu a scoprire il loro talento, che non è mai stato riconosciuto dall’università. Allora quell’uomo che hai mandato a studiare all’estero, se sei della sua università, e lo fai partecipare ad un grande evento, e gli pubblichi le sue opere, e gli costruisci un curriculum. Quando quella persona torna a Cuba, torna con un curriculum enorme, perché ha partecipato ad un evento scientifico di primo ordine, ha superato i corsi delle grandi università, e il suo curriculum arriva fino alle stelle, allora l’influenza che potrebbe avere nell’università sarà maggiore, perché potrebbe essere riconosciuto come una figura di spicco nella sua specialità, anche se in pratica potrebbe essere un ignorante qualunque.

D: Quanto erano efficaci questi adescamenti, il genere di missioni che sono venuti a compiere quaggiù?

Nel caso di Cuba, non hanno ottenuto grandi risultati. In primo luogo, perché c’era una ragione più importante, perché ero io quello che dirigeva il progetto e, in realtà, non ero un agente della CIA, ero un agente della sicurezza cubana, e così, l’intero progetto è passato attraverso le mie mani, e loro pensavano che sarei stato io quello che l’avrebbe eseguito. E il piano passava sempre attraverso il lavoro che ero in grado di fare, e quello che facevamo era rallentarlo il più possibile, sapendo subito cosa era stato pianificato. Ma basti pensare che, come obiettivo del loro piano, stavano calcolando il momento in cui le figure storiche della Rivoluzione sarebbero scomparse. Stavano pensando ad un mandato di cinque o dieci anni, in cui Fidel sarebbe scomparso dalla scena politica, compreso Raúl e i leader storici della nazione. Questo era il momento che stavano aspettando, e quando ciò avvenne, io dovevo lasciare l’università, con tutto il sostegno della stampa internazionale e delle ONG, dell’USAID e di tutte le persone che lavoravano intorno al denaro della CIA, e che sarebbe nata un’organizzazione che si sarebbe presentata alla luce del pubblico, come alternativa a ciò che la Rivoluzione stava facendo. Questo è quello che sarebbe successo con la Fondazione Genesi per la Libertà.

D: Cos’è questa Fondazione?

La Genesis Foundation for Freedom doveva avere un percorso, apparentemente rivoluzionario, ma l’idea era quella di confondere il popolo. L’idea era di dire di essere rivoluzionari, che quello che volevano era fare cambiamenti nel governo, ma, quando si tratta di pratica, quando si arriva all’essenza del progetto, quando ci si chiede “Qual è il progetto” il discorso era, e il progetto era, esattamente lo stesso di quello della tradizionale destra. Perché i cambiamenti che hanno promosso sono stati gli stessi che la destra, da molto tempo, promuove nel paese. In pratica, hanno quasi avuto la loro grande opportunità, secondo i loro criteri, nel 2006, quando è apparsa in televisione la notizia che Fidel, per motivi di salute, si stava ritirando dalle sue responsabilità governative, e hanno sempre detto che la Rivoluzione Cubana sarebbe morta quando Fidel fosse morto. Poiché la Rivoluzione era Fidel, e il giorno in cui Fidel non ci fosse stato più, morendo o lasciando il governo, il giorno dopo la Rivoluzione sarebbe caduta. E hanno calcolato che ci sarebbero stati scontri interni, che ci sarebbe stato malcontento con questo o quello. Calcoli che non so da dove li hanno presi, ma ci hanno creduto. E in quel momento credevano che fosse giunto il momento di agire.

D: Parliamo del 2006. Qual era il piano?

Mi hanno chiamato automaticamente. Ci siamo conosciuti, io e il capo della CIA, qui all’Avana. Anche i funzionari diplomatici si sono presentati, e uno di loro mi ha detto che stavamo per organizzare una provocazione. Organizzeremo una rivolta popolare in un quartiere centrale dell’Avana. Ci sarà una persona che inizierà a protestare in nome della democrazia, e eseguiremo un gruppo di provocazioni, in luoghi diversi, in modo tale che le forze di sicurezza cubane saranno costrette ad agire contro queste persone, e più tardi inizieremo una grande campagna stampa e inizieremo a spiegare come tutto questo funzionerà. La parte interessante di tutto ciò, che ha attirato la mia attenzione, è stata questa: Come era possibile che un funzionario della Sezione di Interessi degli Stati Uniti potesse avere il potere di rivolgersi ai principali media, e che quelle persone obbedirebbero con tale servilismo? Si trattava davvero di attirare l’attenzione. L’idea era – e gliel’ho anche detto – che quello che mi state dicendo è semplicemente folle. Quest’uomo che mi hai menzionato, chiamato Alci Ferrer – il ragazzo che hanno scelto, un giovane agente, un medico – lo hanno scelto per essere il capofila della rivolta. Ho detto loro che quel tizio non avrebbe fatto muovere nessuno. Nessuno si alzerà nel centro dell’Avana. La data scelta non era altro che il compleanno di Fidel! E io dissi: “Guarda, amico, se quell’uomo, in quel giorno, decide di andare a fare proclami, o di iniziare una sorta di rivolta nel bel mezzo dell’Avana, la gente risponderà duramente. È anche possibile che possano ucciderlo. Perché, come hai potuto metterlo in un umile quartiere operaio per iniziare quelle cose, la gente del posto….E mi ha detto, al massimo, la cosa migliore che potesse accadere per noi è se uccidono quell’uomo, sarebbe perfetto, e mi hanno spiegato cosa sarebbe successo. Tutto quello che doveva fare era provocare. Sarebbero andati in strada e ci sarebbe stato uno scontro. Se ciò accadesse, la stampa farebbe il resto, e mi hanno detto che stiamo per iniziare una grande campagna mediatica per dimostrare che a Cuba c’è il caos, che Cuba è ingovernabile, che a Cuba, Raúl non è in grado di tenere le redini del governo, che la popolazione civile viene uccisa, che gli studenti vengono repressi in strada e la gente in strada, che la polizia commette crimini. Che somiglianza con il Venezuela! Non è una coincidenza. È così.

D: E quindi, cosa doveva succedere in quelle circostanze?

Una volta che l’opinione pubblica fosse stata plasmata, e tutti i media si fossero occupati di costruire quell’immagine, il mondo intero avrebbe dovuto avere l’immagine di Cuba come un grande disastro, e che stanno uccidendo la gente, che li stanno uccidendo tutti. Poi, la mia organizzazione doveva portare a termine il compito finale.

D: Qual era il lavoro ultimo da eseguire?

Ebbene, era di raccogliere la stampa internazionale, in qualità di professore universitario, e come scrittore, e come leader di quell’organizzazione, sarei uscito pubblicamente per chiedere al governo degli Stati Uniti di intervenire a Cuba, per garantire la vita dei civili e per portare pace e tranquillità al popolo cubano. Parlare al Paese a nome del popolo cubano. Provate a immaginare!

Quel piano è andato in frantumi e gli è crollato addosso. Non ha dato loro alcun risultato, ma, come si è potuto vedere in seguito, il modo in cui è andata la guerra in Libia e il modo in cui è stata organizzata. Più dell’80% delle informazioni che abbiamo visto, sono state fabbricate. Stessa cosa in Siria, e hanno fatto lo stesso in Ucraina. Ho avuto l’opportunità di conversare con un sacco di ucraini, dal momento che erano nelle basi. Persone a favore di unirsi con l’Europa. Ho cercato di parlare con loro in quei giorni. Cercando di scoprire come si svolgono questi processi. E sono rimasti sorpresi dalle immagini che sono state trasmesse in tutto il mondo. Quello che è successo a Miami, e lo hanno detto loro stessi, ma noi abbiamo mai protestato lì, ma quelle cose che appaiono in TV, che era un gruppo, o meglio, c’erano settori, c’erano luoghi dove c’erano gruppi di destra, di estrema destra, dove c’erano incidenti di quel tipo, e dove bruciavano cose, ma la maggior parte delle manifestazioni non avevano quelle caratteristiche. O che questa sia, ancora una volta, la ripetizione di quello schema dove si arriva ad utilizzare qualsiasi mezzo di comunicazione di massa.

D: I rapporti tra la CIA e le ambasciate, nelle rispettive nazioni, sono quindi molto diretti?

Sì, completamente diretti. In ogni ambasciata dell’America Latina, tutte le ambasciate statunitensi hanno funzionari della CIA, che lavorano al loro interno, utilizzando la facciata dei funzionari diplomatici.

D: Da quello che sai, c’è una maggiore presenza della CIA nella regione?

Beh, ad un certo momento, l’Ecuador era una grande potenza in quanto aveva una forte concentrazione di membri CIA, e, naturalmente, il Venezuela, perché nel 2012, quando ho partecipato alla Fiera del Libro di Caracas, tutte quelle persone che avevano lavorato con me contro Cuba, tutti i funzionari della CIA, compresa Kelly Keiderling, erano a Caracas in quel momento. E io ero in un programma televisivo, su VTV, dove abbiamo parlato di questo argomento, facendo molta attenzione, perché stavamo parlando di due paesi che hanno relazioni. Non è il caso di Cuba, o meglio, Cuba non ha relazioni con gli Stati Uniti. Questo è un nemico dichiarato. Ma stavamo parlando di funzionari che avevano relazioni diplomatiche, ed è stato molto difficile farlo, senza avere prove concrete da presentare. Tuttavia, l’intervista è avvenuta, e la denuncia è stata fatta di quello che stava succedendo. Kelly Keiderling è un’esperta in questo tipo di guerra. Non ho il minimo dubbio. Quando si segue l’itinerario che ha fatto, nei paesi dove è stata, tirando poi le somme con la mia esperienza in quel tipo di conflitto.

Ha visitato una serie di paesi del mondo dove si sono verificate situazioni molto simili, come quello che ha cercato di fare in Venezuela. E quando si analizza il Venezuela, e quello che è successo oggi e il modo in cui ha agito, penso che in Venezuela, la caratteristica che è stato che sono stati tremendamente aggressivi nella manipolazione delle informazioni. Tremendamente aggressivi. Al punto in cui si dice che è un errore, perché ci sono immagini che ovviamente non provengono dal Venezuela. Ne ho vista una molto famosa, in cui appare un soldato con un giornalista, con una macchina fotografica, sono coreani. È un’immagine dalla Corea. Sono asiatici. Non sembrano affatto venezuelani. Anche le uniformi che indossano. Sono stati molto aggressivi con quell’immagine che ha proiettato nel mondo quello che stava succedendo in Venezuela. La maggior parte della gente del mondo, questa immagine è quella che stanno vedendo, di quello che stanno cercando di dire.

D: Loro controllano i media. Conoscete qualche caso di qualche giornalista che è stato, come avete visto direttamente, conosciuto o sconosciuto, insomma, che avete ritrovato all’interno del processo di formazione?

No.

D: La CNN, per esempio?

No, c’era un tizio che aveva molti legami con me all’epoca, che serviva come collegamento per incontrare un funzionario della CIA, Antony Golden, della Reuters. Ma, va bene, era un elemento indipendente da Reuters. La CNN è sempre stata molto legata a tutte queste cose. La CNN, fin dai suoi primi momenti di funzionamento, soprattutto quest’ultimo passo, e soprattutto, CNN en Español, è stato uno strumento indispensabile per queste persone, ma il problema è che bisogna capire una cosa: per capire cosa sta succedendo, e per poter fare una campagna, bisogna capire che oggi non c’è un’emittente televisiva che agisce da sola. Ci sono i conglomerati, e i conglomerati della comunicazione – chi li dirige? Perché, ad esempio, Time Warner e AOL, e tutte quelle grandi aziende di comunicazione – TV via cavo, TV cinematografica, TV in generale – chi è il capo, alla fine? Qui è Westinghouse, lì è General Electric. Gli stessi che costruiscono aerei da guerra, la stessa industria statunitense delle armi, le stesse persone che sono i proprietari di reti televisive, studi cinematografici, pubblicazioni, editori di libri. Quindi, gli stessi che producono aerei da guerra, il biscotto che mangerai di notte, che ti presenta un artista, sono gli stessi che governano i giornali di tutto il mondo. A chi rispondono queste persone?

D: Quando vedi quello che sta succedendo in Venezuela, e lo confronti con quello che hai fatto qui [a Cuba], che conclusione puoi trarre?

È una nuova strategia, che stanno sviluppando sulla base dell’esperienza che hanno avuto in tutto il mondo, ma vedo, ne sono convinto, che hanno ottenuto risultati solo quando le persone in quei luoghi non sostengono la rivoluzione. Ce l’hanno fatta con Milosevic, perché Milosevic era un leader jugoslavo la cui immagine era caduta lontano, grazie alle cose accadute in Jugoslavia. Lo stesso è accaduto in Ucraina, perché Yanukovych era un uomo con pochissimo sostegno popolare, e ha dato risultati in altri luoghi dove i governi avevano scarso sostegno popolare. Ovunque vi sia un governo legittimo, un governo solido e persone disposte a difendere la rivoluzione, il piano ha fallito.

D: E in quale fase entrano quando il piano fallisce?

Continueranno a lavorarci, continueranno a perfezionarlo. Noi siamo il nemico. Cioè, Venezuela, Cuba, tutto quello che succede in America Latina come alternativa. Siamo i dissidenti del mondo. Viviamo in un mondo dominato dal capitalismo. Dove domina quel nuovo modo di essere capitalista, tanto che ora non si può nemmeno chiamarlo imperialista, è qualcosa di nuovo, qualcosa che va ben oltre quello che gli studenti del marxismo hanno scritto nella storia anni fa. È qualcosa di nuovo, di nuovo, di nuovo. È un potere, praticamente globale, delle grandi transnazionali, di quelle megalopoli che hanno creato. Quindi, noi siamo il nemico. Presentiamo un progetto alternativo. La soluzione che il mondo ci propone non è questa. Noi sappiamo come farlo, e Cuba, il Venezuela, i paesi ALBA, hanno dimostrato che si può fare, che uno o due giorni in più non sono niente. La rivoluzione cubana esiste da 55 anni e, con la volontà politica, ha ottenuto risultati che il governo degli Stati Uniti, con tutti i soldi del mondo, non è stato in grado di fare. Questo è un cattivo esempio.

E l’ho detto ai miei studenti: Riuscite a immaginare che gli Indignati in Spagna, le migliaia e milioni di lavoratori senza lavoro in Spagna, che i greci, che tutte quelle persone in tutto il mondo, sanno quello che stiamo facendo? Riuscite a immaginare che queste persone conoscano chi è Chávez? O chi è Fidel? O delle cose che stiamo facendo qui? O delle cose che stiamo facendo con così poche risorse, solo la volontà di fare la rivoluzione e condividere la ricchezza? Cosa succederà al capitalismo? Quanto durerà ancora il capitalismo, che deve spendere miliardi di dollari, ogni giorno, per costruire la sua immagine e ingannare la gente? Cosa succederebbe se la gente sapesse chi siamo veramente? Che cos’è veramente la Rivoluzione cubana e cos’è la Rivoluzione venezuelana? Perché, se hai parlato con uno spagnolo e gli hai chiesto di Chávez, e lui ti dà una terribile opinione di Chávez, perché è quello che hanno costruito nella sua mente. E incontri un disoccupato che ti dice che Chávez è un cattivo ragazzo, perché i media lo hanno convinto di questo, ma se queste persone sapessero come stanno realmente le cose! Quindi non possono permettere che nemici così formidabili come noi continuino a rimanere dove sono.

D: Dal punto di vista della sovranità nazionale del nostro popolo, come possiamo fermare la CIA? Abbiamo già parlato della coscienza del popolo, che è fondamentale in questo tipo di azioni, ma, nel concreto, come è possibile prevedere il lavoro della CIA? Cosa si può fare? Quali raccomandazioni avete?

Penso a una cosa che Chávez ha detto, e che Fedl ha sempre detto, che è la chiave per sconfiggere l’impero, e che è l’unità. Non è uno slogan, è una realtà. È l’unico modo che hai per sconfiggere un progetto come questo. Un progetto che viene dai Servizi Speciali e dal capitalismo. Lo si può fare solo con l’unità del popolo.

D: Parliamo anche dei civili militari?

Sì, unità in tutti i sensi. Unità basata sulla diversità, nelle persone, ma unità come nazione, unità come un progetto. Laddove le persone sono divise, c’è un’altra realtà.

D: Dove devono concentrarsi? In quale area devono concentrare le forze per difenderci da questo tipo di azioni, questo tipo di attacchi?

L’esercito da sconfiggere è il popolo. Credo che l’esperienza cubana l’abbia insegnato molto. Ci sono esperienze nel mondo che la contraddistinguono molto chiaramente. Cosa è successo nel mondo, quando il popolo non è stato protagonista in difesa della Rivoluzione? E quando il popolo è stato protagonista, cosa è successo? E c’è il caso di Cuba. Siamo riusciti a sconfiggere la CIA e l’impero milioni di volte, perché il popolo è stato protagonista.

D:La CIA utilizza i database dei social network, e cose del genere, per definire i propri piani?

Sono loro i padroni. Sono loro i padroni di tutto questo. Bene, ci sono le denunce di Snowden e tutto quello che è venuto fuori da Wikileaks, e tutte quelle cose che non sono più un segreto per nessuno, perché lo sospettavamo, ed è stato dimostrato. È stato dimostrato che i server, Internet, sono loro. Tutti i server del mondo, alla fine, finiscono nei server dei nordamericani. Sono la madre di Internet, e tutte le reti e i servizi sono controllati da loro. Hanno accesso a tutte le informazioni. E non esitano a registrarle. Facebook è un database straordinario. La gente mette tutto su Facebook. Chi sono i tuoi amici? Quali sono i loro gusti, quali film hanno visto? Cosa consumano? Ed è una fonte di informazioni di prima mano..

D: Sei stato in contatto con Kelly Keiderling, dopo quello che è successo in Venezuela?

No, non ho avuto contatti con lei. Non so quale fosse la sua destinazione finale, dopo quello che è successo (è stata espulsa dal Venezuela per aver incontrato e finanziato i terroristi).

D: Con l’esperienza che ha, fino a che punto è riuscita a penetrare in Venezuela e nelle università venezuelane?

Sono certo che è andata molto lontano. È un agente molto intelligente, molto ben preparato, molto capace e molto convinto di quello che sta facendo. Kelly è una persona convinta del lavoro che sta facendo. È convinta della correttezza, dal suo punto di vista, di ciò che sta facendo. Perché è una rappresentante incondizionata del capitalismo. Perché viene dall’élite del capitalismo. È organica alle azioni che sta compiendo. Non c’è contraddizione di alcun tipo. E, sulla base dell’esperienza del suo lavoro, delle sue capacità, sono sicuro che è riuscita ad andare molto lontano, e ha dato continuità ad un lavoro che non è solo per ora, è un lavoro che continuerà a fare per molto tempo, per invertire il processo nelle università venezuelane. Quello che sta succedendo è che qualsiasi punto si possano raggiungere, a lungo termine, questo è ciò che rivelerà il processo bolivariano, nella misura in cui la gente è consapevole di ciò che potrebbe accadere. Se quella destra fascista diventa incontrollabile, potrebbe tornare al potere.

D: Che tipo di persona che ha contatti, che può raggiungere la gente, come essere attivista in un movimento, potrebbe essere raggirata dalla CIA?

Li troveranno, proveranno in tutti i modi. Se è un giovane e un leader, cercheranno di conquistarli per i loro interessi. Dobbiamo formare i nostri leader. Non possiamo lasciare tutto questo alla spontaneità, non possiamo lasciarlo al nemico. Quindi, se li lasciamo al nemico, quelli sono spazi che il nemico occuperà. Qualsiasi progetto alternativo che lasciamo incustodito, qualsiasi progetto alternativo di cui non ci rendiamo conto della necessità di avvicinarci, ovvero un progetto che il nemico cercherà, con tutti i mezzi, di sfruttare. Utilizzare l’enorme quantità di denaro che hanno, che non ha limiti, in termini di risorse da utilizzare, perché stanno giocando con il futuro e, soprattutto, i giovani sono la chiave.

Il bello è che i giovani sono il presente dell’America Latina. La rivoluzione latinoamericana che c’è, che è ovunque, è dei giovani. In caso contrario, va bene, non avrà mai risultati, e se si riesce a far pensare diversamente i giovani, se si riesce a far credere a questi giovani che il capitalismo selvaggio è la soluzione a tutti i loro problemi, allora non ci sarà nessuna rivoluzione per l’America Latina. È semplice.

Traduzione eseguita dall’autore.

Così possiamo vedere che lo stesso schema che si sta attualmente riproducendo in Venezuela, esattamente parallelo a quello di Cuba. La CIA non era al di sopra di un piccolo sacrificio umano allora, e non lo è ancora oggi. Poi, fu questo sfortunato compagno di nome Alci Ferrer, che molto probabilmente sarebbe stato ucciso se Raúl Capote non avesse parlato per informarli che il piano era folle, che non poteva funzionare. Ora, in Venezuela, è Leopoldo López… o sarebbe stato, se le autorità venezuelane – sì, lo stesso gruppo di bolivariani che odia a morte – non gli hanno salvato la vita informandolo del complotto per sacrificarlo e non prendendolo in custodia prima che ciò potesse accadere. La CIA era perfettamente disposta a prendere il suo dispendiosamente caro ed educato e gettarlo in pasto ai cani. E poi avrebbero dato la colpa a tutti i bolivariani, così come sicuramente avrebbero dato la colpa della morte prevista di Alci Ferrer ai castristi di Cuba. Questa è la parte più nauseante di tutto questo: Hanno denaro e risorse infinite per educare qualsiasi “leader” che si preoccupino di coltivare, e sono ancora perfettamente disposti a lasciare che quella persona muoia, se in qualche modo può essere ancora utile a promuovere i loro piani perversi.

E, naturalmente, vediamo molti sospetti già noti che emergono dalla lavorazione: USAID, l’IRI, e gli stessi agenti della CIA operanti in Venezuela che hanno cercato di corrompere Raúl Capote a Cuba. Sorprenderebbe qualcuno vedere le stesse persone che hanno corrotto la Serbia, la Croazia, ecc. ora al lavoro in Ucraina? O per lo meno, le stesse connessioni e strategie fasciste: Perché gli stessi hanno effettivamente provato prima, in Bolivia nel 2009, e hanno fallito. Evo e i suoi parlamentari sono ancora vivi, grazie a qualche buona sparatoria da parte della polizia federale locale, e a un’indagine che ha portato alla luce mercenari che non solo si sono addestrati nei Balcani, ma sono venuti da lì, vi avevano combattuto negli anni ’90… e che erano abbastanza esperti, o almeno così pensavano i loro addestratori, per trasformare la Bolivia in un’altra ex Jugoslavia.

E sarebbe sorprendente vedere come il finanziamento di quei mercenari ex-balcanici provenisse dalle casse della CIA, attraverso il cosiddetto ambasciatore in Bolivia, Philip Goldberg? In effetti, qualcuno sarebbe più sorpreso di sapere che tutti i cosiddetti diplomatici statunitensi sono, di fatto, dei fantasmi della CIA? E che sono la chiave di come la CIA fa tutto il suo lavoro sporco, ovunque si trovi?

Nah… non lo penserei mai!

Preso da: https://it.sott.net/article/2043-Ex-agente-CIA-rivela-come-gli-studenti-venezuelani-vengono-addestrati-al-golpe

I ricordi del giovane Chávez. Intervista a Hugo Rafael Chávez Terán

di Geraldina Colotti
I ricordi del giovane Chávez. Intervista a Hugo Rafael Chávez Terán
Per i venezuelani, Chávez non è morto, “si è moltiplicato”, perché ha lasciato la sua impronta nella storia, in quella storia che lo ha “assorbito” fino all’ultimo istante della vita: “la storia mi assorbirà”, disse infatti, con il suo tipico gusto per la battuta, nel libro-intervista Chávez, mi primera vida, di Ignacio Ramonet parafrasando la frase di Fidel Castro: “La storia mi assolverà”.

E così, ogni tanto qualcuno scopre un suo sosia in qualche angolo del Venezuela, com’è accaduto qualche giorno fa. Ma quello che ci viene incontro nella piazza Bolivar – un Chávez con trent’anni di meno -, non è un effetto del sole o del cocuy, ma un ragazzo che al “Comandante eterno” assomiglia davvero tanto. Si tratta del nipote, Hugo Rafael Chávez Terán, sociologo, giovane quadro del Partito Socialista Unito del Venezuela, eletto dalla base come delegato al IV Congresso, e membro di diritto per età al terzo congresso dei giovani, JPSUV.

Hugo Rafael è figlio di Narciso Antonio Chávez (detto “Nacho”), terzogenito di Doña Elena. Lo incontriamo insieme al giornalista Ezequiel Suarez, nell’ambito del suo progetto audio-visivo “Chávez de cerquita”, che raccoglie aneddoti e testimonianze dell’”arañero di Sabaneta”.

Quanto ha contato nel tuo percorso politico la figura del Comandante?

Moltissimo. Sono cresciuto ascoltando la sua voce. Mia madre racconta che, a quattro anni, dopo aver sentito un suo discorso alla radio salivo sul tavolo e catturavo l’attenzione dei parenti cercando di imitarne il tono e le parole: “Ascoltatemi, ascoltatemi. In quell’aeroplano di ritorno…”. Ho cominciato a far politica per realizzare il suo sogno, per l’impegno che tutti noi abbiamo preso di dare la vita per il suo sogno. Quando veniva a trovarci, era come vedere la stella più grande, abbracciarlo, chiedere la benedizione come è costume dalle nostre parti, riceverla, ricevere il bacio e i consigli erano momenti unici. Nella crisi della preadolescenza riusciva sempre a tirarti su il morale, era il combustibile che ti riempiva l’anima. Durante le feste, trovava sempre modo di passare un po’ di tempo con la famiglia, e per i bambini c’era sempre un sorriso e un gesto affettuoso. Ma spesso doveva ripartire subito, ricordo una volta che se ne andò dopo il brindisi di mezzanotte, stava partendo per il Brasile. Quel suo impegno totale mi ha coinvolto fin da piccolo. Mi sono reso conto che la vita non ci appartiene, che dev’essere messa al servizio di un ideale collettivo. Per questo facciamo le cose con passione, con umiltà, per questo la fatica non pesa, per questo le difficoltà non ci piegano. “Quando non sarò più qui – ci ha detto – cercatemi negli occhi dei bambini poveri”. Per questo, ora che non è più con noi fisicamente, con il partito andiamo nelle comunità, amiamo risolvere i problemi, prenderli di petto, perché negli occhi del popolo ci sono quelli di Chávez.

Qual è il compito dei giovani in questo momento così difficile per il proceso bolivariano, quanto incidono i giovani quadri nelle decisioni politiche?

Il nostro compito è dare battaglia per la rivoluzione: casa per casa, con le radio, nelle piazze, informando e organizzando il popolo sulle ragioni e sulle responsabilità di questa complessa situazione, sulla natura della guerra non convenzionale scatenata contro il proceso bolivariano. Il nostro peggior nemico è la disinformazione e la gioventù sta giocando un ruolo importantissimo nella comunicazione. Siamo un popolo di guerrieri che non si lascia sottomettere. Siamo gli eredi del lancieri di Paez, dei Libertadores che cacciarono l’impero, con la coscienza che la libertà è l’unica via. Siamo giovani, ma abbiamo già fatto esperienza negli attacchi che la rivoluzione ha respinto. Chávez non ha arato nel mare. Ha lasciato un popolo cosciente e saggio e questa generazione, che lui chiamava la generazione d’oro perché sapeva che avremmo difeso la rivoluzione, non lo tradirà.

Quelli di Chávez sono stati gli anni dell’azzardo e dell’inventiva, come valuta quelli di oggi? Come valuta le decisioni prese dal governo Maduro con il piano di recupero economico? Pensa che ci sia il rischio di un ritorno indietro?

Come giovani, appoggiamo pienamente le misure varate dal presidente Nicolas Maduro.
Nel III Congresso della JPSUV, oltre 400 delegati, quadri giovani, hanno appoggiato il Piano di Recupero Crescita e Prosperità: perché sappiamo che cerca di stabilizzare l’economia, incentivare la produzione, dare maggior potere acquisitivo al popolo dopo il duro attacco che ha subito a causa della guerra economica. Sappiamo che la borghesia, l’imperialismo, non rimarranno a guardare e non possiamo lasciare solo il presidente. Ognuno deve fare la propria parte, a cominciare dal partito, per controllare il territorio, evitare che i commercianti speculino sul prezzo, accompagnare il popolo.
Durante le guarimbas, le destre hanno usato i giovani e distorto i loro simboli di rivolta per disorientare e confondere. Come avete contrastato quella strategia?
In quei periodi difficili abbiamo potuto vedere fino a che punto ha potuto spingersi la canaglia imperialista. La nostra battaglia, allora, è stata prima di tutto quella di resistere nella nostra trincea concreta e simbolica. L’ordine era quello di non cadere nelle provocazioni. Una nostra difesa avrebbe scatenato una guerra civile e la reazione dell’iperialismo. Invece non ci sono stati incidenti. Abbiamo informato con le reti sociali, con le radio comunitarie e alla fine quella parte di popolo che era stata confusa, si è resa conto di come stavano le cose.
I giovani che sono cresciuti in rivoluzione e che non hanno conosciuto la repressione della IV Repubblica sarebbero disposti a difendere il proceso bolivariano da un’aggressione armata? C’è questa consapevolezza?
Fra i giovani rivoluzionari, sì. Abbiamo piena coscienza di come agisce l’imperialismo Usa, ci stiamo preparando, siamo tutti miliziani disposti a dare la vita. Se l’impero commette l’errore di mettere i piedi sulla nostra terra, verrà umiliato e sconfitto. Siamo i discendenti di Zamora e dei Caribe, la tribù indigena più guerriera. Non ci lasciamo sottomettere. L’imperialismo andrebbe incontro a un nuovo Vietnam. Altri giovani, invece, non hanno consapevolezza della situazione. Ma il compito della gioventù del partito è quello di convincere, di andare casa per casa a spiegare quel che succede nei paesi capitalisti, cosa fa l’imperialismo ai paesi che non si sottomettono.

Durante la malattia di Chávez, le destre hanno diffuso ogni genere di speculazione, colpendo molte volte la sensibilità della famiglia e del suo popolo. Come hai vissuto quei mesi drammatici?

Abbiamo saputo che aveva un tumore come tutti: ascoltando il suo discorso poetico da Cuba. Mio padre viene e dice: c’è conferenza a reti unificate. Sapevamo che stava male ma non fino a quel punto.

Ricordo la faccia preoccupata di mio padre… E poi due anni di battaglia e i momenti in cui pensavamo che ce l’avrebbe fatta. Mio zio ha mandato a chiamare mio padre perché lo assistesse. Voleva un fratello vicino come assistente personale. Io vivevo a Caracas e ho vissuto momenti straordinari con lui, di tristezza ma anche di gioia. Siamo convinti che ce lo abbiano assassinato, tutti i migliori medici non si spiegano come quel tipo di tumore abbia potuto essere tanto aggressivo. In quei mesi, la destra manipolava l’informazione, si burlava di noi e del nostro dolore, ma tutto questo ci univa di più e ci rafforzava. Abbiamo imparato a conoscere di più questo popolo che lo ha accompagnato con una manifestazione gigantesca quando se n’è andato. Ero vicino al feretro, vedevo le donne che piangevano come se fosse il loro figlio, ringraziavano mia nonna, doña Elena. Chávez era di tutti, tutti i giovani come me sono suoi nipoti, sono i nipoti di doña Elena. Quando ha sentito arrivare la fine, Chávez ha voluto tornare a morire nel suo paese. Diceva sempre che il suo grande rimpianto era quello di non aver lasciato niente di scritto. Per questo, durante la veglia, Maduro è andato a portargli il Plan de la Patria dicendo: “Ecco il tuo Plan de la Patria, Comandante, quello che ci hai lasciato”. E quando usciremo vittoriosi da questa crisi, il popolo dirà: “Ecco, Comandante, questo è per te e grazie a te. Missione compiuta”. E ci abbracceremo.

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-i_ricordi_del_giovane_chvez_intervista_a_hugo_rafael_chvez_tern/5694_26012/

Notizia del:

Guaidó o come si costruisce un impostore

Nessuna descrizione della foto disponibile. di Dan Cohen y Max Blumenthal – The Grayzone
Prima del fatidico 22 gennaio, meno di un venezuelano su cinque aveva sentito parlare di Juan Guaidó. Solo pochi mesi fa, il 35enne era un personaggio oscuro di un gruppo politicamente marginale di estrema destra, strettamente associato a terribili atti di violenza di strada. Anche nel suo stesso partito, Guaidó era stato una figura di medio livello nell’Assemblea Nazionale dominata dall’opposizione, ora “in stato di insubordinazione” secondo la Costituzione Venezuelana.
Sufficiente una telefonata dal Vice Presidente degli Stati Uniti Mike Pence e Guaidó si è autoproclamato Presidente del Venezuela. Consacrato come leader del suo paese da Washington, uno che vive ai piani inferiori della politica, praticamente sconosciuto, si è imposto sulla ribalta internazionale come il leader scelto dagli Stati Uniti per la nazione con le più grandi riserve petrolifere del mondo.
Facendo eco al consenso di Washington, il comitato editoriale del New York Times ha definito Guaidó un “rivale credibile” per Maduro; con uno “stile nuovo e una visione per far avanzare il Paese”. Il comitato editoriale di Bloomberg News lo ha applaudito per essersi impegnato per il “ripristino della democrazia” e il Wall Street Journal lo ha definito “un nuovo leader democratico”.
Nel frattempo, il Canada, numerose nazioni europee, Israele e il blocco di destra dei governi latinoamericani conosciuti come “Gruppo Lima” hanno riconosciuto Guaidó come il ‘legittimo presidente del Venezuela’.

Per quanto Guaidó sembri essersi materializzato dal nulla, è stato, in realtà, il prodotto di più di un decennio di preparazione assidua da parte delle fabbriche di cambio di regime delle élite del governo degli Stati Uniti. Insieme ad un gruppo di studenti attivisti di destra, Guaidó è stato allevato per indebolire il governo di orientamento socialista del Venezuela, destabilizzare il paese e un giorno prendere il potere. Anche se è stata una figura minore nella politica venezuelana, aveva passato anni a dimostrare con discrezione il suo valore nei corridoi del potere a Washington.
“Juan Guaidó è una figura creata per questa particolare circostanza”, ha detto a The Grayzone Marco Teruggi, sociologo argentino e cronista della politica venezuelana. “È la logica da laboratorio: Guaidó è come una miscela di vari elementi che creano un personaggio che, in tutta onestà, oscilla tra l’ilarità e l’afflizione”.
Diego Sequera, giornalista e scrittore venezuelano per l’agenzia investigativa Missione Verità, è concorde con Teruggi: “Guaidó è più popolare fuori dal Venezuela che dentro, specialmente nell’elite Ivy League e nei circoli di Washington”, ha dichiarato Sequera a The Grayzone: “È un personaggio ben noto lì. È ovviamente di destra ed è considerato fedele al programma.
Mentre Guaidó si vende oggi come volto della restaurazione democratica, ha trascorso la sua carriera nella fazione più violenta del partito di opposizione più estremista del Venezuela, posizionandosi in prima linea in una campagna di destabilizzazione dopo l’altra. Il suo partito è stato ampiamente screditato in Venezuela ed è in parte responsabile della frammentazione di un’opposizione molto indebolita.
“Questi leader radicali non hanno più del 20% di consenso nei sondaggi d’opinione”, ha scritto Luis Vicente León, il miglior sondaggio del Venezuela. Secondo León, il partito di Guaidó rimane isolato perché la maggioranza della popolazione non vuole la guerra. “Quello che vuole è una soluzione”.
Ma è proprio per questo che Guaidó è stato scelto da Washington: non per guidare il Venezuela verso la democrazia, piuttosto per distruggere un paese che negli ultimi due decenni è stato un baluardo di resistenza all’egemonia statunitense. La sua improbabile ascesa segna il culmine di un progetto ventennale per demolire un solido esperimento socialista.
Puntando alla “troika della tirannia”.
Dall’elezione di Hugo Chávez nel 1998, gli Stati Uniti hanno lottato per ristabilire il controllo sul Venezuela e sulle sue vaste riserve di petrolio. I programmi socialisti di Chávez possono aver ridistribuito la ricchezza del paese e contribuito a far uscire milioni di persone dalla povertà, ma lo hanno anche fatto diventare un bersaglio.
Nel 2002, l’opposizione di destra del Venezuela è riuscita per poco tempo a rovesciare Chávez con il sostegno e il riconoscimento degli Stati Uniti, prima che l’esercito ripristinasse la sua presidenza dopo una massiccia mobilitazione popolare. Durante le amministrazioni dei presidenti statunitensi George W. Bush e Barack Obama, Chávez è sopravvissuto a numerosi complotti orditi per assassinarlo prima di soccombere al cancro nel 2013. Il suo successore, Nicolás Maduro, è sopravvissuto a tre attentati contro la sua vita. Il governo di Trump ha immediatamente posto il Venezuela in cima alla lista di Washington degli obiettivi di cambiamento di regime, definendolo capofila di una “troika della tirannia”.
L’anno scorso, la squadra di sicurezza nazionale di Trump ha cercato di reclutare membri dell’esercito per formare una giunta militare, ma questo progetto fallì. Secondo il governo venezuelano, gli Stati Uniti hanno anche partecipato a un complotto, denominato in codice “Operazione Costituzione”, per catturare Maduro nel palazzo presidenziale di Miraflores; e un altro, chiamato “Operazione Armageddon”, per assassinarlo durante una parata militare nel luglio 2017. Poco più di un anno dopo, durante un’altra parata militare a Caracas, i leader dell’opposizione in esilio tentarono di uccidere Maduro con bombe inserite in alcuni droni.
Più di un decennio prima di questi intrighi, un gruppo di studenti di destra sono stati scelti con cura e addestrati da una scuola di formazione per il cambiamento di regime finanziata dagli Stati Uniti per rovesciare il governo venezuelano e ripristinare l’ordine neo-liberale.
Formazione del gruppo “export-a-revolution” che ha gettato i semi della ” Rivoluzione colorata”.
Il 5 ottobre 2005, con Chávez all’apice della popolarità e il suo governo che pianificava programmi socialisti, cinque “leaders studenteschi” venezuelani sbarcarono a Belgrado, in Serbia, per iniziare a formarsi per un’insurrezione.
Gli studenti provenivano dal Venezuela per gentile concessione del Center for Applied Non-Violent Action and Strategies, o CANVAS. Questo gruppo è finanziato in gran parte attraverso il National Endowment for Democracy, una creazione della CIA, che funge da braccio principale del governo degli Stati Uniti per promuovere il cambiamento di regime; e consociate quali l’International Republican Institute e il National Democratic Institute for International Affairs. Secondo le mail interne trapelate da Stratfor, una società di intelligence conosciuta come “la CIA nell’Ombra”, CANVAS “potrebbe anche aver ricevuto finanziamenti e formazione dalla CIA durante la lotta contro i Milosevic nel 1999/2000”.
CANVAS è uno spin-off di Otpor, un gruppo serbo fondato da Srdja Popovic nel 1998 all’Università di Belgrado. Otpor, che significa “resistenza” in serbo, è stato il gruppo di studenti che ha guadagnato fama internazionale, e la promozione di Hollywood, mobilitando le proteste che alla fine hanno rovesciato Slobodan Milosevic.
Questa piccola cellula di specialisti di cambio di regime operava secondo le teorie del defunto Gene Sharp, il cosiddetto “Clausewitz della lotta non violenta”. Sharp aveva collaborato con un ex analista della Defense Intelligence Agency (DIA), il colonnello Robert Helvey, per concepire un piano strategico che organizzò la contestazione come una forma di guerra ibrida, mirando agli stati che resistevano al dominio di Washington.
Otpor ha ricevuto il sostegno del National Endowment for Democracy, USAID e dell’Albert Einstein Institute di Sharp. Sinisa Sikman, uno dei principali istruttori di Otpor, una volta ha detto che il gruppo ha persino ricevuto finanziamenti diretti dalla CIA.
Secondo una mail divulgata da un membro dello staff di Stratfor, dopo aver rimosso Milosevic dal potere, “i ragazzini che gestiscono OTPOR sono cresciuti, si sono formati e hanno progettato CANVAS… o, in altre parole, un gruppo per “esportare una rivoluzione” che ha piantato semi per un numero indeterminato di “rivoluzioni colorate”, che sono ancora legate ai finanziamenti americani. E fondamentalmente viaggiano per il mondo cercando di rovesciare “dittatori e governi autocratici” (quelli che agli Stati Uniti non piacciono).
Stratfor ha rivelato che CANVAS “ha rivolto la sua attenzione al Venezuela” nel 2005, dopo aver addestrato movimenti di opposizione che hanno condotto operazioni di cambio di regime pro-NATO nell’Europa dell’Est.
Monitorando il programma di formazione CANVAS, Stratfor ha descritto il suo programma insurrezionale con un linguaggio sorprendentemente schietto: “Il successo non è garantito, e i movimenti studenteschi sono solo l’inizio di quello che potrebbe essere uno sforzo di un anno per scatenare una rivoluzione in Venezuela, ma i formatori stessi sono le persone che si fanno beffe del “Macellaio dei Balcani”. Hanno abilità pazzesche. Quando vedi gli studenti di cinque università venezuelane che fanno dimostrazioni simultanee, saprai che la formazione è finita e che il vero lavoro è iniziato.
Nascita del contesto per il cambio di regime della cosiddetta “Generazione 2007”.
Il “vero lavoro” è iniziato due anni dopo, nel 2007, quando Guaidó si è laureato all’Università Cattolica Andrés Bello di Caracas. Si è trasferito a Washington D.C. per iscriversi al Programma di Governance e Gestione Politica della George Washington University, sotto la guida dell’economista venezuelano Luis Enrique Berrizbeitia, uno dei principali economisti neoliberali dell’America Latina.
Berrizbeitia è un ex direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e ha trascorso più di un decennio lavorando nel settore energetico venezuelano sotto l’ex regime oligarchico eliminato da Chávez.
Quell’anno, Guaidó partecipò a manifestazioni antigovernative dopo che il governo venezuelano rifiutò di rinnovare la licenza di Radio Caracas Television (RCTV). Questa stazione privata ha svolto un ruolo importante nel colpo di stato del 2002 contro Hugo Chávez. RCTV ha contribuito a mobilitare i manifestanti antigovernativi, ha falsificato le informazioni che accusavano i simpatizzanti del governo di atti di violenza commessi da membri dell’opposizione e ha vietato i servizi di informazione pro-governativi nel bel mezzo del colpo di stato. Il ruolo di RCTV e di altre stazioni di proprietà di oligarchi nella conduzione del fallito tentativo di colpo di stato è stato descritto nell’acclamato documentario “The Revolution Will Not Televised”.
Nello stesso anno, gli studenti hanno rivendicato il merito di aver ostacolato il referendum costituzionale di Chávez a favore del “socialismo del XXI secolo” che prometteva di “stabilire il quadro giuridico per la riorganizzazione politica e sociale del paese, dando potere diretto alle comunità organizzate come prerequisito per lo sviluppo” di un nuovo sistema economico.
Dalle proteste intorno a RCTV e al referendum, è nato un programma specializzato per reclutare leader tra gli attivisti del cambio di regime sostenuti dagli Stati Uniti. Si chiamano “Generazione 2007”.
Gli istruttori di Stratfor e CANVAS hanno identificato l’alleato di Guaidó, un organizzatore di protesta di strada di nome Yon Goicoechea, come “fattore chiave” per sconfiggere il referendum costituzionale. L’anno successivo, Goicochea è stato premiato per i suoi sforzi con il Milton Friedman Award for Advancing Freedom del Cato Institute, che includeva un assegno di 500.000 dollari, che ha rapidamente investito nella costruzione della sua rete politica: Primero Justicia.
Friedman, naturalmente, era il padrino dei famigerati neoliberali Chicago Boys che furono introdotti in Cile dal leader della giunta dittatoriale, Augusto Pinochet, per attuare radicali politiche di austerità fiscale di tipo “shock doctrine”. E il Cato Institute è il gruppo di esperti libertari con sede a Washington DC, fondato dai Fratelli Koch, due dei principali finanziatori del Partito Repubblicano che sono diventati aggressivi sostenitori di destra in tutta l’America Latina. Wikileaks ha pubblicato una e-mail del 2007 dall’ambasciatore degli Stati Uniti in Venezuela William Brownfield, inviata al Dipartimento di Stato, al Consiglio di Sicurezza Nazionale e al Dipartimento della Difesa del Comando Sud, lodando la “Generazione 2007” per aver “costretto il presidente venezuelano, abituato a fissare l’agenda politica, a reagire sulla difensiva”. Tra i “leader emergenti” identificati da Brownfield vi erano Freddy Guevara e Yon Goicoechea. Brownfield ha elogiato quest’ultimo come “uno dei più autorevoli difensori delle libertà civili tra gli studenti. Con una grande quantità di denaro degli oligarchi libertari e delle squadre di soft power del governo degli Stati Uniti, questi dirigenti del radicalismo venezuelano hanno portato in piazza le loro tattiche Otpor, insieme ad una versione del logo del gruppo.
Nel 2009, gli attivisti giovanili della cosiddetta Generation 2007 hanno organizzato la manifestazione più provocatoria fino ad oggi: si sono tolti i pantaloni per le strade e hanno usato la scandalosa tattica del “guerrilla theatre” descritta da Gene Sharp nei manuali per il cambio di regime. I manifestanti si erano mobilitati contro l’arresto di un affiliato di un altro gruppo giovanile di nome JAVU. Questo gruppo di estrema destra “ha raccolto fondi da varie fonti del governo americano, permettendogli di guadagnare rapidamente notorietà come ala della linea dura dei movimenti di strada dell’opposizione”, secondo il libro dell’accademico George Ciccariello-Maher, Building the Commune.
Anche se il video di protesta non è disponibile, molti venezuelani hanno identificato Guaidó come uno dei principali partecipanti. Sebbene l’accusa non sia confermata, è certamente plausibile; i manifestanti nudi erano membri del nucleo interno della Generazione 2007 a cui apparteneva Guaidó, e che erano vestiti con il loro marchio di fabbrica, le camicie della Resistenza Venezuela, come si vede di seguito:
Quell’anno, Guaidó si è mostrato al pubblico in modo diverso, fondando un partito politico per conquistare correnti anti-Chavez che la sua generazione del 2007 aveva coltivato. Chiamato Voluntad Popular, è stato guidato da Leopoldo Lopez, un attivista di destra di Princeton che ha partecipato attivamente ai programmi del Fondo Nazionale per la Democrazia ed è stato eletto sindaco di un distretto di Caracas, uno dei più ricchi del paese. López era un ritratto dell’aristocrazia venezuelana, diretto discendente dal primo presidente del Venezuela. È anche cugino di primo grado di Thor Halvorssen, fondatore della Human Rights Foundation con sede negli Stati Uniti, che funziona come agenzia pubblicitaria de facto per attivisti antigovernativi sostenuti dagli Stati Uniti in paesi selezionati da Washington per il cambio di regime. Mentre gli interessi di Lopez si allineavano perfettamente con quelli di Washington, i messaggi diplomatici americani pubblicati da Wikileaks hanno evidenziato inclinazioni fanatiche che alla fine avrebbero portato all’emarginazione di Voluntad Popular. Un messaggio identificava Lopez come “una figura di divisione all’interno dell’opposizione… spesso descritta come arrogante, vendicativa e assetata di potere. Altri hanno sottolineato la sua ossessione per gli scontri di strada e il suo “approccio inflessibile” come fonte di tensione con altri leader dell’opposizione che hanno dato priorità all’unità e alla partecipazione alle istituzioni democratiche del paese.
Nel 2010, Voluntad Popular e i suoi sostenitori stranieri si sono attivati per sfruttare la peggiore siccità che abbia mai colpito il Venezuela negli ultimi decenni. La grande scarsità di energia elettrica aveva colpito il paese a causa della carenza di acqua, necessaria per alimentare le centrali idroelettriche. La recessione economica globale e il calo dei prezzi del petrolio hanno acuito la crisi, il che ha portato al malcontento della popolazione.
Stratfor e CANVAS, consulenti chiave di Guaidó e della sua squadra antigovernativa, idearono un piano incredibilmente cinico per colpire a morte la rivoluzione bolivariana. Il piano si basava su un crollo del 70% del sistema elettrico del paese nell’aprile 2010.
“Questo potrebbe essere il fatto decisivo poiché Chávez non potrebbe fare molto per proteggere le classi meno abbienti dal cedimento del sistema elettrico”, si leggeva in un memorandum ad uso interno di Stratfor. “Questo avrebbe probabilmente l’impatto di suscitare l’instabilità pubblica in un modo che nessun gruppo di opposizione potrebbe ingenerare. Nel frangente, un gruppo dell’opposizione si troverebbe nella miglior condizione per approfittare degli eventi e rivolgerli contro Chávez”.
A questo punto, l’opposizione venezuelana riceve 40-50 milioni di euro all’anno da organizzazioni governative come l’USAID e il National Endowment for Democracy, secondo un rapporto del think tank spagnolo, il FRIDE Institute. L’opposizione aveva anche una fortuna quasi illimitata a disposizione sui suoi conti, la maggior parte dei quali al di fuori del paese.
Anche se lo scenario previsto da Statfor non si è realizzò, gli attivisti del Partito della Voluntad Popular e dei suoi alleati hanno escluso ogni ipotesi di non violenza e si sono uniti ad un piano radicale per destabilizzare il paese.
Verso una destabilizzazione violenta
Nel novembre 2010, secondo le e-mail ottenute dai servizi di sicurezza venezuelani e presentate dall’ex ministro della giustizia Miguel Rodriguez Torres, Guaidó, Goicoechea e diversi altri studenti attivisti hanno partecipato a una formazione segreta di cinque giorni presso l’hotel Fiesta Mexicana di Città del Messico. Le sessioni sono state guidate da Otpor, gli istruttori per il cambio di regime con sede a Belgrado, sostenuti dal governo degli Stati Uniti. Secondo quanto riportato, l’incontro ha ricevuto la benedizione di Otto Reich, un fanatico anti-castrista che ha lavorato presso il Dipartimento di Stato di George W. Bush e per l’ex presidente colombiano di destra Alvaro Uribe.
All’hotel Fiesta Mexicana, secondo le e-mail, Guaidó e i suoi colleghi attivisti hanno elaborato un piano per rovesciare il presidente Hugo Chávez generando il caos grazie a durature azioni di violenza di strada.
Tre responsabili dell’industria petrolifera, Gustavo Tovar, Eligio Cedeño e Pedro Burelli, avrebbero coperto con 52.000 dollari i costi dell’incontro. Tovar è un “attivista per i diritti umani” e si è autoproclamato “intellettuale”; il fratello minore, Reynaldo Tovar Arroyo, è il rappresentante venezuelano della compagnia messicana privata di petrolio e gas Petroquímica del Golfo, che ha un contratto con lo stato venezuelano.
Cedeño, da parte sua, è un uomo d’affari venezuelano, un latitante, che ha chiesto asilo negli Stati Uniti, e Pedro Burelli, un ex dirigente della JP Morgan ed ex direttore della compagnia petrolifera nazionale venezuelana, Petróleo de Venezuela (PDVSA). Ha lasciato la PDVSA nel 1998 quando Hugo Chávez è diventato presidente ed è membro del comitato consultivo del programma di leadership latinoamericano della Georgetown University.
Burelli ha insistito che le e-mail che dettagliavano la sua partecipazione all’incontro sono state falsificate e ha persino assunto un investigatore privato per provarlo. L’investigatore ha affermato che i registri di Google dimostrano che le e-mail presumibilmente di Burelli non fossero mai state inviate.
Oggi, però, Burelli non nasconde il suo desiderio di vedere Nicolás Maduro, l’attuale presidente del Venezuela, deposto e addirittura trascinato per le strade e sodomizzato con una baionetta, come il leader libico Muammar Gheddafi dalla milizia sostenuta dalla NATO.
Il presunto intrigo di Fiesta Mexicana è confluito in un altro piano di destabilizzazione rivelato in una serie di documenti prodotti dal governo venezuelano. Nel maggio 2014, Caracas ha pubblicato documenti che descrivono in dettaglio un complotto per assassinare il presidente Nicolás Maduro. Le fughe di notizie hanno permesso di identificare María Corina Machado, con residenza a Miami, come coordinatrice del piano. Con una linea dura e un debole per la retorica estrema, Machado ha funzionato come collegamento internazionale per l’opposizione, visitando il presidente George W. Bush nel 2005.
“Penso che sia giunto il momento di unire le forze, fare le chiamate necessarie e ottenere i finanziamenti per annientare Maduro e il tutto il resto crollerà”, ha scritto Machado in una e-mail all’ex diplomatico venezuelano Diego Arria nel 2014.
In un’altra e-mail, Machado ha detto che il piano violento è stato approvato dall’ambasciatore degli Stati Uniti in Colombia Kevin Whitaker. “Ho deciso che questa battaglia durerà finché questo regime non sarà abbattuto… Se sono andato a San Cristóbal e mi sono esposta davanti all’OEA, non ho paura di nulla. Kevin Whitaker ha già riconfermato il suo sostegno e ha illustrato i nuovi passi da fare. Abbiamo un libretto degli assegni più grande di quello del regime per spezzare la rete di sicurezza internazionale.
Guaidó si dirige verso le barricate
Nel febbraio 2014, gli studenti manifestanti che hanno agito come truppe di assalto per l’oligarchia esiliata hanno eretto barricate in tutto il paese, trasformando le caserme controllate dall’opposizione in violente fortezze note come guarimbas. Mentre i media internazionali descrivevano i disordini come una protesta spontanea contro il governo di Maduro, c’erano ampie prove che Voluntad Popular stava orchestrando il programma.
“Nessuno dei dimostranti delle università indossava le magliette universitarie, tutti indossavano magliette di Voluntad Popular o di Primero Justicia”, ha dichiarato un partecipante di guarimba a quel tempo. “Avrebbero potuto essere gruppi studenteschi, ma i consigli studenteschi sono affiliati ai partiti politici dell’opposizione e sono responsabili nei loro confronti”. Quando è stato chiesto chi fossero i leader, il partecipante della guarimba ha detto: “Beh, per la verità, quei ragazzi ora sono deputati”.
Circa 43 persone sono morte durante le guarimbas del 2014. Tre anni dopo, sono esplose di nuovo, causando la distruzione massiccia delle infrastrutture pubbliche, l’assassinio di sostenitori del governo e la morte di 126 persone, molte delle quali erano Chavisti. In molti casi, i sostenitori del governo sono stati arsi vivi da bande armate.
Guaidó è stato direttamente coinvolto nelle guarimbas 2014. Infatti, ha twittato un video in cui si è mostrato con casco e maschera antigas, circondato da elementi mascherati e armati che avevano chiuso una strada oggetto di un violento confronto con la polizia. Alludendo alla sua partecipazione alla Generazione 2007, ha proclamato: “Ricordo che nel 2007 abbiamo proclamato “Studenti! Adesso, gridiamo: “Resistenza! Resistenza! Resistenza!”. Guaidó ha eliminato il tweet, dimostrando un’apparente preoccupazione per la sua immagine di difensore della democrazia.
Il 12 febbraio 2014, al culmine delle guarimbas di quell’anno, Guaidó si unì a López in un incontro di Voluntad Popular y Primero Justicia. Durante una lunga polemica contro il governo, Lopez ha esortato la folla a marciare verso l’ufficio del procuratore generale Luisa Ortega Diaz. Poco dopo, l’ufficio di Diaz è stato attaccato da bande armate che hanno cercato di incendiare. La Ortega Lopez ha denunciato quella che lei ha definito “violenza pianificata e premeditata”.
In un’apparizione televisiva nel 2016, Guaidó ha liquidato le morti causate dalle guayas, una tattica di guarimba che consiste nello stendere un filo d’acciaio attraverso un’autostrada per ferire o uccidere i motociclisti. Li ha definiti un “mito”. I suoi commenti hanno cancellato una tattica mortale che aveva ucciso civili disarmati come Santiago Pedroza e decapitato un uomo di nome Elvis Durán, tra molti altri.
Questo insensibile disprezzo per la vita umana definirebbe il suo partito Voluntad Popular agli occhi di gran parte del pubblico, compresi molti degli oppositori di Maduro.
Fine di Voluntad Popular
Con l’intensificarsi della violenza e della polarizzazione politica in tutto il paese, il governo ha iniziato ad agire contro i leaders di Voluntad Popular che hanno contribuito ad alimentarela.
Freddy Guevara, vicepresidente dell’Assemblea Nazionale e secondo al comando di Voluntad Popular, è stato il principale leader nelle rivolte di strada del 2017. Di fronte a un processo per il suo ruolo nelle violenze, Guevara si è rifugiato nell’ambasciata cilena, dove continua ad essere ospitato.
Lester Toledo, un deputato di Voluntad Popular dello stato di Zulia, è ricercato dal governo venezuelano da settembre 2016 con l’accusa di finanziare il terrorismo e pianificare assassinii. Si è detto che i piani sarebbero stati articolati con l’ex presidente colombiano Álavaro Uribe. Toledo è fuggito dal Venezuela e ha fatto diversi tour finanziati da Human Rights Watch, Freedom House, il Congresso spagnolo e il Parlamento europeo, e sostenuto dal governo degli Stati Uniti.
Carlos Graffe, un altro membro della Generazione Otpor formatosi nel 2007 che guidava Voluntad Popular, è stato arrestato nel luglio 2017. Secondo la polizia, era in possesso di una borsa piena di chiodi, esplosivi C4 e di un detonatore. È stato rilasciato il 27 dicembre 2017.
Leopoldo López, leader popolare di Voluntad Popular, è attualmente agli arresti domiciliari, accusato di un ruolo chiave nella morte di 13 persone durante le guarimbas del 2014. Amnesty International ha definito López “prigioniero politico” e ha giudicato il suo trasferimento dalla prigione a casa una misura “non ancora sufficiente”. Nel frattempo, i parenti delle vittime di guarimba hanno presentato una petizione per ulteriori accuse contro López.
Yon Goicoechea, “el Pajajero” dei fratelli Koch e fondatore di Primero Justicia, sostenuta dagli Stati Uniti, è stato arrestato nel 2016 dalle forze di sicurezza che sosteneva di aver trovato un chilo di esplosivi nella sua auto. In un articolo del New York Times, Goicoechea ha contestato le accuse definendole “falsificate” e ha affermato di essere stato imprigionato semplicemente per il suo “sogno di una società democratica, libera dal comunismo”. È stato rilasciato nel novembre 2017.
David Smolansky, anch’egli membro del gruppo originario di Generation 2007 addestrato da Otpor, è diventato il più giovane sindaco del Venezuela quando è stato eletto nel 2013 a El Hatillo. Smolansky è stato spogliato della sua carica e condannato a 15 mesi di prigione dalla Corte Suprema che lo ha ritenuto colpevole di aver fomentato le violente guarimbas.
Di fronte alla minaccia di arresto, Smolansky si rasò la barba, si mise gli occhiali da sole e fuggì in Brasile travestito da sacerdote con una bibbia in mano e un rosario al collo. Attualmente vive a Washington, DC, dove è stato scelto dal Segretario dell’Organizzazione degli Stati Americani, Luis Almagro, per guidare il gruppo di lavoro sulla crisi dei migranti e rifugiati venezuelani.
Il 26 luglio Smolansky ha tenuto quello che ha definito un “cordiale incontro” con Elliot Abrams, condannato per l’operazione Iran-Contra e insediato da Trump in qualità di inviato speciale degli Stati Uniti in Venezuela. Abrams è noto per aver gestito la strategia segreta degli Stati Uniti di armare le squadre della morte durante gli anni ’80 in Nicaragua, El Salvador e Guatemala. Il suo ruolo da protagonista nel colpo di stato del Venezuela ha suscitato il timore che un’altra guerra di potere intrisa di sangue potrebbe essere in arrivo.
Quattro giorni prima, María Corina Machado ha fatto eco a un’altra minaccia violenta contro Maduro, dichiarando che se “vuoi salvare la tua vita, devi capire che il tuo tempo è scaduto”.
Una pedina nel suo gioco
Il crollo di Voluntad Popular sotto il peso della violenta campagna di destabilizzazione le ha alienato ampi settori dell’opinione pubblica e ha posto fine a gran parte della sua leadership in esilio o in arresto. Guaidó rimane una figura relativamente minore, avendo trascorso la maggior parte dei suoi nove anni di carriera nell’Assemblea Nazionale come vice supplente. Proveniente da uno degli stati meno popolati del Venezuela, Guaidó si è classificato secondo alle elezioni parlamentari del 2015, con solo il 26% dei voti espressi per assicurarsi il posto all’Assemblea Nazionale. In effetti, il suo culo era più conosciuto della sua faccia.
Guaidó viene presentato come presidente dell’Assemblea Nazionale dominata dall’opposizione, ma non è mai stato eletto per questa carica. I quattro partiti di opposizione che componevano il tavolo di Unità Democratica all’Assemblea Nazionale avevano deciso di istituire una presidenza a rotazione. Il turno di Voluntad Popular era in corso, ma il suo fondatore, López, era agli arresti domiciliari. Nel frattempo, il suo secondo in comando, Guevara, si era rifugiato nell’ambasciata cilena. Un personaggio di nome Juan Andrés Mejía sarebbe stato il seguente in linea di successione, ma per ragioni che sono solo ora chiare, è stato selezionato Juan Guaidó.
“C’è un ragionamento di classe che spiega l’ascesa di Guaidó”, osserva Sequera, l’analista venezuelano. “Mejia è di classe superiore, ha studiato in una delle università private più costose del Venezuela e non potrebbe essere facilmente smerciato al pubblico come si può fare con Guaidó.
Da un lato, Guaidó ha caratteristiche di meticcio comuni alla maggior parte dei venezuelani, e sembra più un uomo comune. Inoltre, non era stato sovraesposto dai media, quindi può diventare quasi tutto.
Nel dicembre 2018, Guaidó ha attraversato il confine e si è recato a Washington, Colombia e Brasile per coordinare il piano di manifestazioni di massa durante la cerimonia di insediamento del presidente Maduro. La sera prima della cerimonia di giuramento di Maduro, il vicepresidente Mike Pence e il ministro degli esteri canadese Chrystia Freeland hanno chiamato Guaidó per confermargli il loro sostegno.
Una settimana dopo, il senatore Marco Rubio, il senatore Rick Scott e il deputato Mario Diaz-Balart e tutti i parlamentari della lobby cubana di destra in esilio in Florida, si sono riuniti col presidente Trump e il vicepresidente Pence alla Casa Bianca. Su loro richiesta, Trump accettò che se Guaidó si fosse dichiarato presidente, lo avrebbero sostenuto.
Il Segretario di Stato Mike Pompeo ha incontrato personalmente Guaidó il 10 gennaio, secondo il Wall Street Journal. Tuttavia, Pompeo non è riuscito a pronunciare il nome di Guaidó quando lo ha menzionato in una conferenza stampa del 25 gennaio, riferendosi a lui come “Juan Guido”.
Dall’11 gennaio, la pagina Wikipedia di Guaidó è stata modificata 37 volte, evidenziando la lotta per plasmare l’immagine di una figura anonima che ora era un’immagine per le ambizioni di cambiamento di regime di Washington. Alla fine, la supervisione editoriale della sua pagina è stata affidata al consiglio di amministrazione di Wikipedia di “bibliotecari”, che lo ha dichiarato presidente “controverso” del Venezuela.
Guaidó può essere stata una figura oscura, ma la sua combinazione di radicalismo e opportunismo ha soddisfatto i bisogni di Washington. “Quel pezzo all’interno mancava”, ha detto il governo di Trump su Guaidó. “Era il pezzo di cui avevamo bisogno perché la nostra strategia fosse coerente e completa”.
“Per la prima volta”, ha detto Brownfield, l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Venezuela, al New York Times, “avete un leader dell’opposizione che sta chiaramente dicendo alle forze armate e alla polizia che vuole tenerli dalla parte degli angeli e con i buoni”.
Ma Voluntad Popular di Guaidó ha formato i gruppi che hanno provocato le guarimbas causando la morte di poliziotti e cittadini comuni. Si era addirittura vantato di essere coinvolto in disordini di strada. E ora, per conquistare i cuori e le menti dei militari e della polizia, Guaidó vuole cancellare questa storia intrisa di sangue.
Il 21 gennaio, un giorno prima dell’inizio del colpo di stato, la moglie di Guaidó ha diffuso un video in cui chiede ai militari di opporsi a Maduro. La sua performance è rigida e poco entusiasmante, evidenziando i contorni politici del marito.
Mentre Guaidó attende l’assistenza diretta, rimane quello che è sempre stato: il progetto preferito dalle ciniche forze estere. “Non importa se crolla e brucia dopo tutte queste disavventure”, ha detto Sequera della stella del colpo di stato. “Per gli americani, è spendibile”.
[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

Preso da: https://albainformazione.com/2019/02/09/207411/

Giù le mani dal Venezuela! Qui la Raccolta Firme

 
Lettera aperta al popolo statunitense
Se c’è qualcosa che so, è sui popoli, perché come voi sono un uomo del Popolo. Sono nato e cresciuto in un quartiere povero di Caracas. Mi sono formato nel calore delle lotte popolari e sindacali in una Venezuela sommersa nell’esclusione e nella diseguaglianza. Non sono un magnate, sono un lavoratore di ragione e di cuore che oggi ha il grande privilegio di presiedere il nuovo Venezuela, radicato in un modello di sviluppo inclusivo e di uguaglianza sociale, forgiato dal Comandante Hugo Chávez a partire dal 1998 e ispirato dall’eredità Bolivariana.
Oggi viviamo in una sorta di trance storico.
Stiamo vivendo giorni che definiranno il futuro dei nostri paesi, tra la guerra e la pace. I vostri rappresentanti nazionali di Washington vogliono portare ai loro confini lo stesso odio che hanno piantato in Vietnam. Vogliono invadere e intervenire in Venezuela – dicono, come dicevano allora – in nome della democrazia e della libertà.

Ma non è così. La storia dell’usurpazione del potere in Venezuela è tanto falsa quanto le armi di distruzione di massa in Iraq. È un caso falso, ma che può avere conseguenze drammatiche per tutta la nostra regione.
Il Venezuela è un paese che, in virtù della Costituzione del 1999, ha ampiamente esteso la
democrazia partecipativa e protagonista del popolo e che, oggi, senza alcun precedente nella storia, negli ultimi 20 anni ha avuto il maggior numero di processi elettorali. Può non piacere la nostra ideologia o il nostro aspetto, ma esistiamo e siamo milioni.
Rivolgo queste parole al popolo degli Stati Uniti d’America per avvertirlo della gravità e
pericolosità delle intenzioni di alcuni settori della Casa Bianca, che intendono invadere il Venezuela con conseguenze imprevedibili per la nostra Patria e per l’intera regione americana. Inoltre, il Presidente Donald Trump intende perturbare le nobili iniziative di dialogo promosse da Uruguay e Messico con il sostegno di CARICOM per una soluzione pacifica e dialogata a favore del Venezuela. Sappiamo che per il bene del Venezuela dobbiamo sederci e parlare, perché rifiutare il dialogo significherebbe scegliere la forza come strada. Dobbiamo ricordare le parole di John F. Kennedy: ” Non dobbiamo mai negoziare per paura, ma non dobbiamo mai aver paura di negoziare”. Forse chi non vuole dialogare ha paura della verità?
L’intolleranza politica verso il modello Bolivariano venezuelano, gli interessi per le nostre immense risorse petrolifere, minerarie e altre grandi ricchezze, hanno alimentato una coalizione internazionale, guidata dal governo degli Stati Uniti, per commettere la grave follia di aggredire militarmente il Venezuela sotto la falsa scusa di un’inesistente crisi umanitaria.
Il popolo del Venezuela ha sofferto dolorosamente le ferite sociali causate da un blocco commerciale e finanziario criminale, che è stato aggravato dall’espropriazione e dal furto delle nostre risorse finanziarie e dei nostri beni in paesi allineati con questo folle attacco. Eppure, grazie ad un nuovo sistema di protezione sociale, di assistenza rivolta ai settori più vulnerabili, continuiamo orgogliosamente a essere un paese con un alto indice di sviluppo umano e con il minore tasso di disuguaglianza nelle Americhe.
Il popolo americano deve sapere che questa complessa aggressione multiforme viene condotta con totale impunità e in chiara violazione della Carta delle Nazioni Unite, che proibisce espressamente la minaccia o l’uso della forza, oltre ad altri principi e scopi a favore della pace e delle relazioni amichevoli tra le Nazioni.
Vogliamo continuare ad essere partner commerciali del popolo degli Stati Uniti, come abbiamo fatto nella nostra storia. I politici di Washington, d’altra parte, sono disposti a mandare i loro figli e figlie a morire in una guerra assurda, piuttosto che rispettare il sacro diritto del popolo venezuelano all’autodeterminazione e alla salvaguardia della sua sovranità.
Noi, venezuelani e venezuelane, siamo patrioti proprio come voi, popolo degli Stati Uniti. E difenderemo ciò che è nostro con tutti i pezzi della nostra anima. Oggi il Venezuela è unito in un unico grido: chiediamo la fine dell’aggressione che cerca di opprimere la nostra economia e soffocare socialmente il nostro popolo, così come la cessazione delle gravi e pericolose minacce d’intervento militare contro il Venezuela.
Facciamo appello all’anima buona della società americana, vittima dei suoi stessi governanti, per unirsi alla nostra richiesta di pace ed essere un popolo unico contro il bellicismo e la guerra. Lunga vita ai popoli d’America!
Nicolás Maduro
Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela
___
Giù le mani dal Venezuela! Qui i moduli per la raccolta firme!
Raccoglietele e consegnatele all’ufficio consolare o diplomatico venezuelano a voi più prossimo!

Preso da: https://albainformazione.com/2019/02/16/20856/

La vera ragione del golpe in Venezuela: l’opposizione ha offerto agli USA il 50% dell’industria petrolifera nazionale

Il primo golpe in Venezuela ordito in quel di Washington risale al 2002. Fallì miseramente con il Comandante Chavez che torna in sella a furor di popolo. Le ingerenze di Washington sono state e rimangono una costante nella politica di Caracas. La ricchezza di petrolio e risorse naturali fanno troppo gola all’ingombrante vicino di casa nordamericano che vorrebbe tornare ad avere in quel di Caracas delle figure fantoccio che rispondono agli ordini USA.

Possiamo così spiegare brevemente la grottesca autoproclamazione di Juan Guaidò a presidente ad interim e il tentativo di rovesciare il governo Maduro. Trump, insieme ai falchi stunitensi, ha deciso di impossessarsi del petrolio venezuelano. Costi quel che costi. Con il beneplacito dell’opposizione venezuelana.

Anzi, quest’ultima vista l’incapacità di raggiungere il potere per via democratica è giunta ad offrire il 50% dell’industria petrolifera di Caracas agli USA.

Il ministro del Potere Popolare per il Petrolio e presidente di PDVSA, Manuel Quevedo, ha accusato le forze di opposizione di aver offerto il 50% dell’industria petrolifera nazionale agli Stati Uniti. «L’opposizione vuole mettere in vendita tutte le risorse del popolo venezuelano. Hanno offerto il 50% del settore petrolifero agli Stati Uniti», ha denunciato ai microfoni dell’emittente Venezolana de Televisión (VTV).

Quevedo è intervenuto a una mobilitazione organizzata dai lavoratori del settore petrolifero presso la sede della compagnia statale PDVSA, dove ha sottolineato che l’opposizione di concerto con il presidente statunitense Donald Trump cerca di montare in Venezuela uno scenario simile a quello già visto in Libia.

«Vogliono che la gestione di tutte le risorse sia dell’amministrazione Trump. Vogliono applicare lo stesso copione della Libia, nominare un governo parallelo, intervenire e appropriarsi delle risorse».


Il ministro ha inoltre evidenziato che l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), riconosce il termine 2019-2025 presidenziale del presidente Nicolas Maduro: «L’OPEC ci riconosce, così come molti di quei paesi che hanno ricevuto sanzioni ingiuste dagli Stati Uniti, che perseguono come obiettivo la distruzione economica e l’appropriazione delle loro risorse».

La mossa del congelamento dei conti bancari all’estero di PDVSA e Citgo oltre ad attivi e beni per 7 miliardi di dollari rappresenta un «furto palese» nei confronti del popolo venezuelano. Lo stesso che Stati Uniti e opposizione dicono di voler difendere dal tiranno Maduro.

Notizia del:

Sul tentativo di colpo di Stato in Venezuela. Articolo di Luca Bagatin

martedì 29 gennaio 2019

Nel maggio scorso il socialista Nicolas Maduro vinceva, ancora una volta, le elezioni presidenziali in Venezuela con il 67,6% dei consensi (riconfermando il trend positivo che dava al Partito Socialista Unito del Venezuela e alla sua coalizione bolivariana la vittoria anche nella gran parte degli Stati venezuelani, alle amministrative dell’ottobre 2017). Elezioni peraltro anticipate rispetto alla scadenza naturale del mandato, come richiesto dalle opposizioni. Elezioni eseguite con voto digitale (e quindi ogni broglio sarebbe stato impossibile) e avallate finanche dall’osservatore internazionale José Luis Rodriguez Zapatero, ex premier spagnolo. Elezioni nelle quali, ad ogni modo, il partito di opposizione “Volontà Popolare”, ha deciso di non presentare una propria lista o di appoggiare uno dei candidati in corsa e quindi, oggi, non potrebbe certo pensare di lamentarsi.
E invece che cosa è accaduto ? Che uno degli esponenti di “Volontà Popolare”, Juan Guaidò, ha deciso – a pochi giorni dall’insediamento ufficiale di Maduro – di autoproclamarsi Presidente del Venezuela. Grottesco, se non fosse ancora più grottesco e tragico il fatto che questi è sostenuto a spada tratta dagli USA di Trump e da gran parte dei Paesi dell’Unione Europea, salutato come un “eroe nazionale” e non come un usurpatore, un golpista.
Cosa si sarebbe detto se fosse accaduto da noi ? Di certo che chi si autoproclama Presidente o non è sano di mente o sta facendo un colpo di Stato bianco.
In Venezuela, si sa, c’è il petrolio, che è stato nazionalizzato sin dai tempi di Hugo Chavez e dove c’è il petrolio gli USA e le multinazionali private debbono metterci lo zampino. In barba alla democrazia, alla volontà popolare e alla sovranità degli Stati.
L’Italia, con il Premier Conte, ha quantomeno assunto una posizione di equilibrio e grande senso di responsabilità, rispetto alle pericolose derive prese dall’Unione Europea. Pur non prendendo una posizione in favore del governo legittimo di Maduro, Conte ha affermato di voler “scongiurare un’escalation di violenza nel Paese evitando che, attraverso l’intervento impositivo di Stati stranieri, il Venezuela diventi terreno di confronto e divisioni”.
Condanna al tentativo di colpo di stato in Venezuela è arrivata dallo studioso statunitense Noam Chomsky e da altri 68 studiosi, i quali in una lettera aperta hanno scritto fra l’altro:
“Il governo degli Stati Uniti deve cessare di interferire nella politica interna del Venezuela, specialmente nell’intento di rovesciare il governo del paese. Le azioni dell’Amministrazione Trump e dei suoi alleati nell’emisfero peggioreranno la situazione in Venezuela, portando a inutili sofferenze, violenze e instabilità umane (…) Il sostegno degli Stati Uniti ha appoggiato i settori dell’opposizione intransigenti nel loro obiettivo di estromettere il governo Maduro attraverso proteste spesso violente, un colpo di stato militare o altre vie che eludono l’urna.”
Sostegno al governo legittimo di Maduro è arrivato a livello internazionale da tutto il mondo socialista e comunista, dall’America Latina all’Africa, all’Europa sino all’Asia. Fra i principali esponenti citiamo il leader laburista britannico Jeremy Corbyn, il leader socialista francese Jean-Luc Mélenchon, il leader comunista italiano Marco Rizzo, il leader comunista russo Gennady Zyuganov, il leader nazionalbolscevico russo Eduard Limonov.
I primi governi a esprimere solidarietà nei suoi confronti sono stati quelli di Cuba, Bolivia, Uruguay, Messico, Nicaragua, Russia, Turchia e Cina. La Cina, ancora una volta, si sta dimostrando anche in questo caso una grande mediatrice al fine di evitare ogni tipo di conflitto e di persuadere Trump a evitare di trasformare il Venezuela in un nuovo Iraq, Jugoslavia, Libia, Siria…l’elenco degli interventi illegittimi USA contro il socialismo del resto, è sconfinato, anche se guardiamo al passato (Vietnam, Nicaragua, Uruguay, Paesi africani non allineati alle politiche capitaliste….).
Quel socialismo scomparso in Europa moltissimi decenni fa. Quel socialismo umanitario, laico, autogestionario, contro ogni fondamentalismo e per una democrazia sempre più partecipata. Quel socialismo rinato in America Latina grazie a Chavez, proseguito con Maduro, i Kirchner in Argentina, Pepe Mujica e Tabaré Vasquez in Uruguay, Evo Morales in Bolivia, Diaz-Canel a Cuba, Ortega in Nicaragua.
In Europa molti si dicono socialisti ma non lo sono. Non possono essere socialisti i sostenitori dell’austerità e delle politiche del Fondo Monetario Internazionale. Non possono essere socialisti i detrattori del socialismo latinoamericano. Non possono essere socialisti coloro i quali non promuovono la socializzazione dell’economia e della politica, rendendo così il termine “democrazia” non già un ideale astratto, ma qualcosa di concreto: ove il popolo dirige e il politico esegue.
In Europa, a parte il movimento popolare e trasversale dei Gilet Gialli, peraltro sostenuto dallo stesso Maduro, il quale vuole un rinnovato stato sociale in Francia e una democrazia sempre più partecipativa, ogni aspetto sociale è morto. L’Europa ha fatto balzi indietro di decenni, forse finanche di qualche secolo. E tristemente, in nome dell’anacronistico “liberalismo” (ovvero la libertà del ricco di sfruttare il povero e il popolo, che ha però il “diritto/dovere” di consumare). E non se ne rende nemmeno conto.
Una Europa sempre più fotocopia degli USA, governata dalle destre e dalle sinistre del capitale. Che sono lo specchio stesso della società tecno-mercantile senz’anima in cui viviamo. L’esatto opposto rispetto ad una Civiltà ove l’Amore, la Fratellanza, l’Uguaglianza, la Libertà (vera) siano i valori fondanti. Il fondamento di un socialismo originario, con basi spirituali, non materialiste.
Luca Bagatin

La vera ragione del golpe in Venezuela: l’opposizione ha offerto agli USA il 50% dell’industria petrolifera nazionale

Il primo golpe in Venezuela ordito in quel di Washington risale al 2002. Fallì miseramente con il Comandante Chavez che torna in sella a furor di popolo. Le ingerenze di Washington sono state e rimangono una costante nella politica di Caracas. La ricchezza di petrolio e risorse naturali fanno troppo gola all’ingombrante vicino di casa nordamericano che vorrebbe tornare ad avere in quel di Caracas delle figure fantoccio che rispondono agli ordini USA.

 

Possiamo così spiegare brevemente la grottesca autoproclamazione di Juan Guaidò a presidente ad interim e il tentativo di rovesciare il governo Maduro. Trump, insieme ai falchi stunitensi, ha deciso di impossessarsi del petrolio venezuelano. Costi quel che costi. Con il beneplacito dell’opposizione venezuelana.

 

Anzi, quest’ultima vista l’incapacità di raggiungere il potere per via democratica è giunta ad offrire il 50% dell’industria petrolifera di Caracas agli USA.

 

Il ministro del Potere Popolare per il Petrolio e presidente di PDVSA, Manuel Quevedo, ha accusato le forze di opposizione di aver offerto il 50% dell’industria petrolifera nazionale agli Stati Uniti. «L’opposizione vuole mettere in vendita tutte le risorse del popolo venezuelano. Hanno offerto il 50% del settore petrolifero agli Stati Uniti», ha denunciato ai microfoni dell’emittente Venezolana de Televisión (VTV).

 

Quevedo è intervenuto a una mobilitazione organizzata dai lavoratori del settore petrolifero presso la sede della compagnia statale PDVSA, dove ha sottolineato che l’opposizione di concerto con il presidente statunitense Donald Trump cerca di montare in Venezuela uno scenario simile a quello già visto in Libia.

«Vogliono che la gestione di tutte le risorse sia dell’amministrazione Trump. Vogliono applicare lo stesso copione della Libia, nominare un governo parallelo, intervenire e appropriarsi delle risorse».

Il ministro ha inoltre evidenziato che l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), riconosce il termine 2019-2025 presidenziale del presidente Nicolas Maduro: «L’OPEC ci riconosce, così come molti di quei paesi che hanno ricevuto sanzioni ingiuste dagli Stati Uniti, che perseguono come obiettivo la distruzione economica e l’appropriazione delle loro risorse».

 

La mossa del congelamento dei conti bancari all’estero di PDVSA e Citgo oltre ad attivi e beni per 7 miliardi di dollari rappresenta un «furto palese» nei confronti del popolo venezuelano. Lo stesso che Stati Uniti e opposizione dicono di voler difendere dal tiranno Maduro.

 

Notizia del:

La Rivoluzione Bolivariana baluardo internazionale di dignità!

 
La Rivoluzione Bolivariana baluardo internazionale di dignità, sovranità popolare, indipendenza nazionale e resistenza antimperialista!
Sono passati più di due decadi dal trionfo elettorale con il Movimento Quinta Repubblica del Comandante Hugo Chavez Frias, massimo dirigente della Rivoluzione Bolivariana (dicembre 1998) e quest’anno si celebra il ventesimo anniversario della prima Costituzione Bolivariana della Repubblica Bolivariana del Venezuela (1999-2019).
Il trionfo della Rivoluzione Bolivariana ha rafforzato “l’asse dei paesi del bene” alimentato da Cuba Socialista, ha disegnato una nuova geopolitica internazionale creando meccanismi di integrazione necessari quanto promettenti come, tra gli altri, l’ALBA-TCP nucleo fondante per la costruzione del sogno bolivariano della Patria Grande latinoamericana.
La plenipotenziaria Assemblea Nazionale Costituente democraticamente eletta è attiva ed insieme al Potere Popolare Costituente in Azione ha come obiettivo, elaborando una seconda costituzione bolivariana, di dare vita con essa ad una nuova tappa della Rivoluzione Bolivariana che non potrà non essere sempre più fondata sul protagonismo popolare democratico e partecipativo in stretta unità con i Consigli Produttivi dei Lavoratori.

Innumerevoli sono state le aggressioni, le trappole e le infami provocazioni di ogni tipo contro la sovranità del paese: economiche, politiche, mediatiche, diplomatiche, criminali, militari, paramilitari e di terrorismo internazionale fino a configurare un vero e proprio insieme di azioni di guerra economico-finanziaria e speculativa tutt’ora in atto. Senza contare il sicuro assassinio del Comandante Eterno Hugo Chávez Frías da parte dell’imperialismo USA, così come l’hanno anche riconosciuto eminenti intellettuali, politologici, e politici di diversi paesi del mondo, come l’italo-argentino Atilio Boron, Premio Libertador al Pensiero Critico (2013).
Domani 10 gennaio 2019 il Presidente Nicolás Maduro Moros si insedierà ufficialmente per il suo secondo mandato (2019-2025) che gli imperialisti USA, dell’Unione Europea, e sionisti vogliono disconoscere utilizzando alcuni governi controrivoluzionari oggi in carica in America latina, colombiano e brasiliano in testa.
Oggi più che mai la Rivoluzione Bolivariana ha bisogno della nostra solidarietà, sostegno ed appoggio internazionale dei popoli del mondo, ancora più importante quando questo sostegno proviene dall’interno dei paesi imperialisti statunitensi ed europei.
Siamo certi che finché la Rivoluzione Bolivariana conserverà ed alimenterà la mobilitazione rivoluzionaria di massa, delle Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB) e delle milizie operaie e popolari, finché conterà principalmente sulle proprie forze, finché avanzerà coerentemente verso l’instaurazione della società socialista, transizione dalla società capitalista alla società comunista, sarà invincibile ed aprirà la strada dell’indipendenza, della sovranità, del benessere sociale, dell’emancipazione e della liberazione, in una parola del socialismo, agli altri popoli del mondo.
VIVA IL SECONDO MANDATO DEL COMPAGNO PRESIDENTE NICOLÁS MADURO MOROS!
LUNGA VITA ALLA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA!
VIVA I POPOLI DEL MONDO!
VIVA IL SOCIALISMO!
ALBAinformazione – per l’amicizia e solidarietà tra i popoli
Napoli, 9 gennaio 2019

CIA e assassinio dei leader

Vladimir Platov New Eastern Outlook 14.01.2018
La storia della Central Intelligence Agency degli Stati Uniti è piena di numerosi esempi di omicidi politici, non solo negli Stati Uniti, ma anche nei Paesi con cui Washington non è d’accordo. Così oggi,la CIA ha attivamente iniziato a sviluppare vari metodi per l’eliminazione deliberata del nuovo avversario politico degli Stati Uniti, il leader nordcoreano Kim Jong-un, coinvolgendo non solo le forze speciali, ma anche i servizi speciali dei Paesi che cooperano strettamente con la CIA. La prova di ciò, in particolare, si trova nei 310000 dollari nel bilancio della difesa per il 2018, ufficialmente decisi dal governo sudcoreano; il costo dell’eliminazione del leader della Corea democratica Kim Jong-un. Questi fondi saranno spesi per la formazione e l’equipaggiamento di una speciale “unità di decapitazione” dedicata alla leadership nordcoreana, la cui creazione fu resa nota il 1° dicembre. La squadra comprenderà circa mille commando, il cui compito in caso di guerra sarà trovare e uccidere Kim Jong-un e gli alti dirigenti dello Stato vicino. Come una fonte del ministero della Difesa della Repubblica di Corea ha riferito al quotidiano Korea Herald, l’equipaggiamento speciale della squadra includerà droni-kamikaze, droni da ricognizione e persino lanciarazzi pesanti. La struttura e i piani di addestramento della squadra sono classificati, ma secondo le informazioni dei media sudcoreani, i soldati della nuova squadra si addestreranno secondo la metodologia utilizzata dal Team 6 dei SEAL che assassinò Usama bin Ladin. Allo stesso tempo, va ricordato che il tentativo di creare una squadra speciale nella Corea del Sud, nel 1968, con obiettivi simili finì in tragedia.

All’epoca, a 31 criminali sudcoreani fu promesso il perdono se la squadra che avevano formato avesse ucciso Kim Il-sung. Il gruppo ebbe un addestramento intensivo, durante il quale tre persone furono uccise, e alla fine fu inviato su gommoni nella Corea democratica, ma furono richiamati a metà strada. I prigionieri non furono rilasciati, l’estenuante addestramento continuò e fu decisa la data della nuova operazione. Nel 1971, i membri della squadra si ribellarono, uccisero gli istruttori e cercarono di raggiungere Seoul e, quando furono bloccati dall’esercito, si fecero saltare in aria con le granate. I quattro sopravvissuti furono successivamente giustiziati. Nel 2003 fu realizzato il film sudcoreano “Silmido” su questo tragico episodio.
Tali piani radicali per liberarsi degli oppositori politici non sono affatto sorprendenti, specialmente quando sono sviluppati e controllati dalla CIA, esperta in materia. E non c’è da stupirsi che persino il direttore della Central Intelligence Agency degli Stati Uniti, Mike Pompeo, abbia parlato in ottobre al forum della Fondazione per la difesa delle democrazie a Washington, dicendo che se la CIA liquidasse il leader della Corea democratica Kim Jong-un, non riconoscerebbe il coinvolgimento degli agenti statunitensi nell’assassinio. Tutti sanno che per mantenere il dominio, gli Stati Uniti non si fermano davanti a nulla, compresi l’omicidio degli indesiderabili. Negli anni ’50 e ’60, uccisero numerosi leader stranieri e personaggi pubblici che combattevano non per il comunismo, ma per l’indipendenza nazionale dei propri Paesi. Poi venne una certa calma, connessa sia con la politica della “distensione” sia con le denunce delle attività della CIA da parte della Commissione del Senato di F. Church nel 1975. Le conclusioni della commissione sulle attività illegali dei servizi d’intelligence statunitensi (in particolare, omicidi e numerosi attentati a statisti stranieri) portò all’adozione da parte del presidente J. Ford di un ordine che vietava gli omicidi “ufficialmente sanciti” di leader stranieri. Tuttavia, nel 1981 questo decreto presidenziale fu rovesciato da Reagan e l’elenco delle vittime riprese a crescere rapidamente. Dopo numerosi dibattiti sui media, non ci fu interesse sul segreto della rapida infezione del Presidente Hugo Chávez e conseguente morte con una nuova forma di arma biologica: un virus del cancro e il coinvolgimento dei servizi speciali statunitensi. Tuttavia, un altro fatto molto strano e inspiegabile (a parte l’operazione dei servizi speciali statunitensi), è che, oltre a Hugo Chavez, numerosi altri leader latinoamericani, chiaramente disprezzati da Washington, “inaspettatamente” si ammalarono di cancro allo stesso tempo. Tra questi il Presidente argentino Nestor Kirchner (sostituito da Cristina Kirchner), il Presidente brasiliano I. Lula da Silva (dopo il quale Dilma Roussef salì al potere) e il presidente paraguaiano Fernando Lugo (che fu rovesciato dal colpo di stato della CIA nel 2012; poco dopo gli fu diagnosticato un cancro). È anche curioso che, dopo che il presidente conservatore e filoamericano della Colombia, Juan Manuel Santos, abbia iniziato i colloqui di pace coi partigiani delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC), abbia “inaspettatamente” contratto il cancro. Lo scrittore venezuelano Luis Brito Garcia ha contato più di 900 attentati al leader cubano Fidel Castro organizzati dalla CIA. E negli ultimi anni Castro soffrì di una misteriosa malattia intestinale oncologica, che lo colpì dopo il “Vertice dei Popoli” del 2006 nella città argentina di Cordoba. Ricordiamo anche la stranissima morte dell’ex-presidente palestinese (OLP) Yasser Arafat, che soffriva… di leucemia nel 2004.

Non è neppure irragionevole citare le rivelazioni di WikiLeaks che nel 2008 la CIA chiese all’ambasciata in Paraguay di raccogliere dati biometrici, incluso il DNA, dei quattro candidati presidenziali. Conoscendo il codice del DNA di una persona, è facile sviluppare un oncogene per ogni individuo. E se ipotizziamo che tali dati siano stati ottenuti alla vigilia delle elezioni in Brasile, allora il cancro di Dilma Roussef, contratto nel 2009, s’inserisce perfettamente in questa teoria. Quindi, oltre alle forti opzioni per l’eliminazione degli oppositori politici (come, in particolare, accaduto al leader iracheno Sadam Husayn o al leader libico Muammar Gheddafi), è improbabile che la CIA sia esclusa dall’averli infettati con virus del cancro. Inoltre, esperimenti simili furono condotti a lungo nei laboratori segreti della CIA, “trofeo militare dei servizi speciali statunitensi” basato sui brutali esperimenti umani di Josef Mengele, e prima ancora “sull’esperienza” dello statunitense Cornelius “Doctor Death” Rhoads, patologo del Rockefeller Institute of Medical Research che iniziò a lavorare a Porto Rico e divenne un “pioniere” nel campo della creazione di nuove tecniche per uccidere con metodi chimici, biologici e radioattivi. Coi finanziamenti del Rockefeller Institute, condusse esperimenti a Puerto Rico nei primi anni ’30 infettando persone con cellule cancerose, lavorando in segreto nell’”Edificio n. 439″. Il cancro è l’effetto di una nuova arma delle agenzie d’intelligence statunitensi, in sintonia col “modus vivendi” dell’imponente impero nordamericano? Notiamo solo che la malattia ha colpito solo quei politici la cui politica era contraria al dominio degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti sono sull’orlo del collasso economico e rimangono a galla solo perché possono stampare per riaccreditare la propria economia e aumentare costantemente il budget militare e le operazioni segrete della CIA. Pertanto, è del tutto logico presumere che “gli artigiani di Langley” abbiano trovato nuovi metodi rapidi ed economici per eliminare efficacemente gli avversari. Il vantaggio più importante di tali metodi è che non lasciano tracce, sono camuffati da cancro o infarto ed eliminano la possibilità di denuncia e responsabilità diretta.
Vladimir Platov, esperto in Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

 

Traduzione di Alessandro Lattanzio

I ricordi del giovane Chávez. Intervista a Hugo Rafael Chávez Terán

di Geraldina Colotti
I ricordi del giovane Chávez. Intervista a Hugo Rafael Chávez Terán
Per i venezuelani, Chávez non è morto, “si è moltiplicato”, perché ha lasciato la sua impronta nella storia, in quella storia che lo ha “assorbito” fino all’ultimo istante della vita: “la storia mi assorbirà”, disse infatti, con il suo tipico gusto per la battuta, nel libro-intervista Chávez, mi primera vida, di Ignacio Ramonet parafrasando la frase di Fidel Castro: “La storia mi assolverà”.

E così, ogni tanto qualcuno scopre un suo sosia in qualche angolo del Venezuela, com’è accaduto qualche giorno fa. Ma quello che ci viene incontro nella piazza Bolivar – un Chávez con trent’anni di meno -, non è un effetto del sole o del cocuy, ma un ragazzo che al “Comandante eterno” assomiglia davvero tanto. Si tratta del nipote, Hugo Rafael Chávez Terán, sociologo, giovane quadro del Partito Socialista Unito del Venezuela, eletto dalla base come delegato al IV Congresso, e membro di diritto per età al terzo congresso dei giovani, JPSUV.

Hugo Rafael è figlio di Narciso Antonio Chávez (detto “Nacho”), terzogenito di Doña Elena. Lo incontriamo insieme al giornalista Ezequiel Suarez, nell’ambito del suo progetto audio-visivo “Chávez de cerquita”, che raccoglie aneddoti e testimonianze dell’”arañero di Sabaneta”.

Quanto ha contato nel tuo percorso politico la figura del Comandante?

Moltissimo. Sono cresciuto ascoltando la sua voce. Mia madre racconta che, a quattro anni, dopo aver sentito un suo discorso alla radio salivo sul tavolo e catturavo l’attenzione dei parenti cercando di imitarne il tono e le parole: “Ascoltatemi, ascoltatemi. In quell’aeroplano di ritorno…”. Ho cominciato a far politica per realizzare il suo sogno, per l’impegno che tutti noi abbiamo preso di dare la vita per il suo sogno. Quando veniva a trovarci, era come vedere la stella più grande, abbracciarlo, chiedere la benedizione come è costume dalle nostre parti, riceverla, ricevere il bacio e i consigli erano momenti unici. Nella crisi della preadolescenza riusciva sempre a tirarti su il morale, era il combustibile che ti riempiva l’anima. Durante le feste, trovava sempre modo di passare un po’ di tempo con la famiglia, e per i bambini c’era sempre un sorriso e un gesto affettuoso. Ma spesso doveva ripartire subito, ricordo una volta che se ne andò dopo il brindisi di mezzanotte, stava partendo per il Brasile. Quel suo impegno totale mi ha coinvolto fin da piccolo. Mi sono reso conto che la vita non ci appartiene, che dev’essere messa al servizio di un ideale collettivo. Per questo facciamo le cose con passione, con umiltà, per questo la fatica non pesa, per questo le difficoltà non ci piegano. “Quando non sarò più qui – ci ha detto – cercatemi negli occhi dei bambini poveri”. Per questo, ora che non è più con noi fisicamente, con il partito andiamo nelle comunità, amiamo risolvere i problemi, prenderli di petto, perché negli occhi del popolo ci sono quelli di Chávez.

Qual è il compito dei giovani in questo momento così difficile per il proceso bolivariano, quanto incidono i giovani quadri nelle decisioni politiche?

Il nostro compito è dare battaglia per la rivoluzione: casa per casa, con le radio, nelle piazze, informando e organizzando il popolo sulle ragioni e sulle responsabilità di questa complessa situazione, sulla natura della guerra non convenzionale scatenata contro il proceso bolivariano. Il nostro peggior nemico è la disinformazione e la gioventù sta giocando un ruolo importantissimo nella comunicazione. Siamo un popolo di guerrieri che non si lascia sottomettere. Siamo gli eredi del lancieri di Paez, dei Libertadores che cacciarono l’impero, con la coscienza che la libertà è l’unica via. Siamo giovani, ma abbiamo già fatto esperienza negli attacchi che la rivoluzione ha respinto. Chávez non ha arato nel mare. Ha lasciato un popolo cosciente e saggio e questa generazione, che lui chiamava la generazione d’oro perché sapeva che avremmo difeso la rivoluzione, non lo tradirà.

Quelli di Chávez sono stati gli anni dell’azzardo e dell’inventiva, come valuta quelli di oggi? Come valuta le decisioni prese dal governo Maduro con il piano di recupero economico? Pensa che ci sia il rischio di un ritorno indietro?

Come giovani, appoggiamo pienamente le misure varate dal presidente Nicolas Maduro.
Nel III Congresso della JPSUV, oltre 400 delegati, quadri giovani, hanno appoggiato il Piano di Recupero Crescita e Prosperità: perché sappiamo che cerca di stabilizzare l’economia, incentivare la produzione, dare maggior potere acquisitivo al popolo dopo il duro attacco che ha subito a causa della guerra economica. Sappiamo che la borghesia, l’imperialismo, non rimarranno a guardare e non possiamo lasciare solo il presidente. Ognuno deve fare la propria parte, a cominciare dal partito, per controllare il territorio, evitare che i commercianti speculino sul prezzo, accompagnare il popolo.
Durante le guarimbas, le destre hanno usato i giovani e distorto i loro simboli di rivolta per disorientare e confondere. Come avete contrastato quella strategia?
In quei periodi difficili abbiamo potuto vedere fino a che punto ha potuto spingersi la canaglia imperialista. La nostra battaglia, allora, è stata prima di tutto quella di resistere nella nostra trincea concreta e simbolica. L’ordine era quello di non cadere nelle provocazioni. Una nostra difesa avrebbe scatenato una guerra civile e la reazione dell’iperialismo. Invece non ci sono stati incidenti. Abbiamo informato con le reti sociali, con le radio comunitarie e alla fine quella parte di popolo che era stata confusa, si è resa conto di come stavano le cose.
I giovani che sono cresciuti in rivoluzione e che non hanno conosciuto la repressione della IV Repubblica sarebbero disposti a difendere il proceso bolivariano da un’aggressione armata? C’è questa consapevolezza?
Fra i giovani rivoluzionari, sì. Abbiamo piena coscienza di come agisce l’imperialismo Usa, ci stiamo preparando, siamo tutti miliziani disposti a dare la vita. Se l’impero commette l’errore di mettere i piedi sulla nostra terra, verrà umiliato e sconfitto. Siamo i discendenti di Zamora e dei Caribe, la tribù indigena più guerriera. Non ci lasciamo sottomettere. L’imperialismo andrebbe incontro a un nuovo Vietnam. Altri giovani, invece, non hanno consapevolezza della situazione. Ma il compito della gioventù del partito è quello di convincere, di andare casa per casa a spiegare quel che succede nei paesi capitalisti, cosa fa l’imperialismo ai paesi che non si sottomettono.

Durante la malattia di Chávez, le destre hanno diffuso ogni genere di speculazione, colpendo molte volte la sensibilità della famiglia e del suo popolo. Come hai vissuto quei mesi drammatici?

Abbiamo saputo che aveva un tumore come tutti: ascoltando il suo discorso poetico da Cuba. Mio padre viene e dice: c’è conferenza a reti unificate. Sapevamo che stava male ma non fino a quel punto.

Ricordo la faccia preoccupata di mio padre… E poi due anni di battaglia e i momenti in cui pensavamo che ce l’avrebbe fatta. Mio zio ha mandato a chiamare mio padre perché lo assistesse. Voleva un fratello vicino come assistente personale. Io vivevo a Caracas e ho vissuto momenti straordinari con lui, di tristezza ma anche di gioia. Siamo convinti che ce lo abbiano assassinato, tutti i migliori medici non si spiegano come quel tipo di tumore abbia potuto essere tanto aggressivo. In quei mesi, la destra manipolava l’informazione, si burlava di noi e del nostro dolore, ma tutto questo ci univa di più e ci rafforzava. Abbiamo imparato a conoscere di più questo popolo che lo ha accompagnato con una manifestazione gigantesca quando se n’è andato. Ero vicino al feretro, vedevo le donne che piangevano come se fosse il loro figlio, ringraziavano mia nonna, doña Elena. Chávez era di tutti, tutti i giovani come me sono suoi nipoti, sono i nipoti di doña Elena. Quando ha sentito arrivare la fine, Chávez ha voluto tornare a morire nel suo paese. Diceva sempre che il suo grande rimpianto era quello di non aver lasciato niente di scritto. Per questo, durante la veglia, Maduro è andato a portargli il Plan de la Patria dicendo: “Ecco il tuo Plan de la Patria, Comandante, quello che ci hai lasciato”. E quando usciremo vittoriosi da questa crisi, il popolo dirà: “Ecco, Comandante, questo è per te e grazie a te. Missione compiuta”. E ci abbracceremo.

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-i_ricordi_del_giovane_chvez_intervista_a_hugo_rafael_chvez_tern/5694_26012/

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