Libia: Vera storia della jihadista Hillary Clinton, mezzana del caos.

9 marzo 2016

Da qualche settimana il Washington Post e il New York Times stanno conducendo con grandi mezzi una sottile operazione: scagionare Hillary Clinton, allora segretaria di Stato, di quel che ha fatto in Libia. Hillary è la candidata preferita dell’Establishment, specie ora che si deve assolutamente evitare che alla Casa Bianca vada Trump.   Se le cose sono andate così male e la Libia è oggi uno stato fallito, è colpa di una serie di fortuite e sfortunate circostanze; lei, la Cltinon, ha deciso l’intervento per proteggere i civili libici dalla strage che stava compiendo il loro dittatore.
Per fortuna s’è formata in Usa un gruppo civico di base, la Citizen Commission on Benghazi (CCB). Lo scopo di questi cittadini: stabilire la verità su quanto accadde a Bengasi l’11 settembre 2012, quando fu attaccata la sede distaccata dell’ambasciata americana e i terroristi massacrarono l’ambasciatore Chris Stevens e tre difensori, Marines. La loro indagine (cito) “ha dimostrato che Gheddafi era un nostro alleato di fatto nella guerra al terrorismo islamico…e come l’amministrazione Obama e Hillary Clinton decisero di sostenere  ribelli legati ad Al Qaeda, invece che tenere negoziati di tregua con Gheddafi,  ciò che avrebbe portato alla sua abdicazione e alla transizione pacifica del potere”.

Sotto, i morti di Bengasi
Sotto, i morti di Bengasi

Fu il figlio del Leader, Saif, a cercare contatti con gli occidentali dopo che questi avevano ottenuto dall’Onu il mandato per l’intervento militare (17 marzo 2011) col pretesto che Gheddafi “stava massacrando il suo stesso popolo” (la guerriglia scatenata dagli islamisti era in corso). I “cittadini per Bengasi” hanno raccolto nel 2014 la testimonianza giurata del vice ammiraglio Chuck Kubik, che in quei giorni mise in contatto i rappresentanti di Gheddafi con il generale Carter Ham, il capo dell’AFRICOM (il comando supremo Usa in Africa). Kubik ha testimoniato: noi americani chiedemmo agli emissari una prova per dimostrare che chi li mandava era il loro capo: per esempio, ritirare le truppe alla periferia di Bengasi. Poche ore dopo, vedemmo che le truppe si ritiravano da Bengasi e da Misurata; fu concordata una tregua di 72 ore. Era l’inizio di una trattativa, e la controparte dimostrava la sua serietà. Gheddafi offriva d dimettersi. Gli alti ufficiali Usa si approntavano a trattare. “E allora ci è arrivata quella telefonata; l’idea fu silurata sopra la testa dell’AFRICOM”. Obama e la sua segretaria di stato Hillary volevano non solo rovesciare Gheddafi, ma erano ben consci che stavano dando il potere a terroristi di Al Qaeda. Il Katar e gli Emirati Arabi stavano spedendo armamento pesante ai ‘ribelli’ islamisti “sotto la protezione e supervisione Usa e NATO”: questo si deduce da un’altra testimonianza giurata raccolta dall’organizzazione civica CCB , la ex dirigente della CIA Clare Lopez. Gheddafi, racconta la Lopez, “collaborava da anni a tener sotto Al Qaeda nel Maghreb Islamico. Nelle sue prigioni c’erano i jihadisti di AL Qaeda”. Il governo del dittatore era riuscito anche a intercettare parte delle forniture di armamenti che Katar e Emirati mandavano ai wahabiti libici. Enormi forniture, come ha raccontato la Lopez, evocando “una visita a Tripoli dei delegati (degli Emirati)”, dove questi “scoprirono che metà del carico di armamenti del valore di un miliardo di dollari (!) che avevano pagato per i ribelli,   era stato deviato da Mustafa Abdul Jalil, i capo dei Fratelli Musulmani nel Comitato di Transizione Nazionale Libico, che l’aveva venduto a Gheddafi”: uno squarcio illuminante sul livello patriottico del personaggio, ma anche dei doppi e tripli giochi che avvenivano in quel vero nido di vipere e scorpioni che risulta essere il Comitato di Transizione, da cui – secondo la narrativa – era la opposizione moderata anti-Gheddafi,   che preparava l’instaurazione della demokràtia. Tant’è vero che Jalil, il suddetto rappresentante del Brothers, organizzò l’assassinio del general maggiore Abdel Fatah Younis, ex ministro dell’interno di Gheddafi passato all’opposizione, perché aveva scoperto che metà delle armi passavano nelle mani di Gheddafi; e incaricò dell’assassinio Mohamed Abu Khattala: il personaggio che, secondo gli americani, ha guidato l’assalto alla sede diplomatica quell’altro fatale 11 Settembre (2012) in cui i suoi uomini hanno ucciso (e sodomizzato da morto) l’ambasciatore.
Per questo motivo gli americani hanno catturato Abu Khattala e lo tengono prigioniero, senza precisa accusa, fuori dalla circolazione. Personaggi istruttivo, Abu Khattala era stato liberato dalle galere di Gheddafi nei primi giorni della “primavera libica”pagata dal Katar su supervisione NATO; aveva formato una sua milizia islamista chiamandola dal nome di uno dei compagni del Profeta “ Obeida Ibn Al Jarra” (una ventina di individui), ovviamente intruppandosi con Ansar Al Sharia (alias AL Qaeda) e il Comitato Supremo di Sicurezza,   che – sotto lo stentoreo nome – era l’apparato di sicurezza rivoluzionario creato dallo Stesso Comitato di Transizione Nazionale per propria autodifesa, nel vuoto i potere determinato dalla caduta di Gheddafi. Criminalità comune, qaedismo, buoi affari sporchi, islamismo e affarismo uniti nella lotta, Fratelli Musulmani che stanno con Al Qaeda ma la tradiscono per denaro, eccetera. Il New York Times ha dipinto una Clinton costretta a armare jihadisti perché “sempre più preoccupata che il KAtar stava fornendo armi soltanto e certe fazioni di ribelle, milizie di Misurata e brigate islamiste selezionate”. Insomma: ha davuto armare l’ISIS perché il Katar, disubbidiente come sempre ai voleri americani, armava Al Qaeda.

Abu Khattala
Abu Khattala

In realtà il giudice Andrew Napolitano, dopo inchiesta, ritiene che quelle armi che il Katar spediva ai suoi ribelli preferiti in Libia, erano armi che gli Usa avevano venduto al Katar, su specifico mandato di Hillary Clinton, la quale al proposito ha mentito sotto giuramento durante l’audizione al Senato sulla tragedia dell’ambasciatore inLibia.   Le armi erano lanciarazzi kalashnikov, missili a spalla dell’Est Europa, e delle spedizioni si occupavano ditte Usa, autorizzate legalmente al traffico di armamenti, che non hanno mai fatto mistero di   lavorare coi sevizi e il Dipartimento di Stato. Le autorizzazioni rilasciate a queste ditte dal Dipartimento di Stato sono aumentate vistosamente mentre sulla poltrona sedeva la Clinton: “Oltre 86 mila licenze per il valore di 44,3 miliardi di dollari sono state concesse nel 2011 – un aumento di oltre 10 miliardi di dollari rispetto all’anno prima”.
Uno di questi commercianti, Marc Turi, ha aggiunto: “Quando il materiale atterrava in Libia, metà andava da una parte, metà dall’altra:   questa metà è quella che è ricomparsa in Siria”: In Mano al Califfato. Risultato, Marc Turi è stato arrestato per traffico d’armi.
http://www.foxnews.com/opinion/2015/10/29/cannot-allow-hillary-clinton-midwife-to-chaos-and-public-liar-to-be-our-next-president.print.html
Turi ha detto: “Obama ha incriminato me per proteggere Hillary”. Chissà perché se l’è messo in testa.
Come tocco finale, c’è da ricordare che quell’11 Settembre, quando i comandi americani potevano intervenire rapidamente da Sigonella per salvare l’ambasciatore e i Marines che lo stavano difendendo – per radio udivano le loro richieste disperate di aiuto – qualcuno ordinò ai militari di non far nulla, to stand down: i servitori dello Stato erano diventati testimoni di un mercato losco diventato un disastro criminale, su cui era meglio tacessero per sempre.
Questa è la Libia dove adesso Obama vuole che mandiamo cinquemila italiani. Così ha ridotta lui e la sua segretaria di Stato, che adesso po’ andare alla Casa Bianca.  Il giudice Napolitano: “Non possiamo permettere che Hillary Clinton, questa mezzana del caos e pubblica mentitrice, sia il prossimo presidente”.
http://www.foxnews.com/opinion/2015/10/29/cannot-allow-hillary-clinton-midwife-to-chaos-and-public-liar-to-be-our-next-president.print.html
Per fortuna noi qui abbiamo il Corriere della Sera, a scriverci sopra abbiamo il columnist principe, Angelo Panebianco, che titola: “All’Europa conviene Hillary” alla Casa Bianca. Perché – spiega l’alto analista – la vittoria di Trump “sarebbe positiva per Vladimir Putin e i suoi amici” europei, mentre “Hillary Clinton promette una continuità con il passato che sarebbe seppellito, se vincesse Trump”.
La continuità con questo passato è quel che vuole Panebianco e chi gli suggerisce.
E anche da noi è cominciata la campagna di mostrificazione di Donald. Con una strana aggiunta: improvvisamente, grandi media, Confindustria ed ebrei vari attaccano Renzi con gli stessi toni con cui attaccano Trump. Perché non vuole è cascato nella trappola.

Fonte: http://ww.maurizioblondet.it

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2016/03/09/libia-vera-storia-della-jihadista-hillary-clinton-mezzana-del-caos/

LA LIBIA SEGRETA DEL TOSSICO OCCIDENTE

Di comidad (del 26/12/2013 @ 02:49:12)

In base alla regola ferrea per la quale di fronte a nessuna tragedia si riesce a mantenersi seri, gli USA ed il Regno Unito hanno costituito una commissione mista incaricata di svolgere indagini in Libia sull’attentato aereo di Lockerbie del 1988; un attentato che la versione ufficiale aveva attribuito ad agenti di Gheddafi. L’attuale governo fantoccio della Libia ha ovviamente assicurato la sua massima collaborazione alle indagini, entrando addirittura a far parte della commissione.
In effetti l’attentato di Lockerbie rimane a tutt’oggi senza una spiegazione. Molti familiari delle vittime non hanno mai creduto alla pista libica, ed il presunto agente di Gheddafi condannato nel 2009 fu graziato per “motivi umanitari”, in cambio della rinuncia a presentare appello contro la condanna nel processo di primo grado, che molti osservatori ritennero una farsa giudiziaria.

Ma ciò che rende ancora più paradossale la notizia dell’istituzione della nuova commissione d’indagine per Lockerbie, è il fatto che a distanza di oltre un anno gli Stati Uniti non soltanto non hanno fatto luce sull’uccisione a Bengasi del loro ambasciatore in Libia, Chris Stevens, ma vi è in corso da mesi un braccio di ferro tra Obama ed i membri del Congresso, i quali accusano apertamente il governo di reticenza e persino di depistaggio. Suona strano che un governo che si dimostra incapace di fornire una versione qualsiasi su fatti di poco più di un anno prima, ora pretenda di riaprire le indagini su un attentato lontano un quarto di secolo.
La notizia del conflitto tra Obama ed il Congresso non è ancora arrivata all’opinione pubblica italiana, ma si può essere certi che qualora ciò avvenisse, in tal caso verrebbe spacciata come l’ennesima dimostrazione della vitalità della democrazia americana. Poco conterebbe il fatto che molti congressmen già ammettano tranquillamente di non aspettarsi più che la verità possa mai essere rivelata dal governo.
Molti indizi e parziali testimonianze hanno consentito di farsi un’idea sui veri motivi dell’attacco al consolato di Bengasi in cui morì Stevens. Secondo alcune ricostruzioni, alla base di tutto vi fu la decisione dell’allora segretario di Stato, Hillary Clinton, di prelevare le armi di Gheddafi per spedirle, tramite la Turchia, ai “ribelli” siriani anti-Assad. L’operazione era condotta dalla CIA, ed era sotto la copertura diplomatica di Stevens, il quale finì così nel mirino di milizie che non avevano alcuna intenzione di cedere quelle armi. L’atteggiamento ambiguo e poco tempestivo tenuto dalla CIA nei momenti dell’attentato, con il conseguente ritardo nei soccorsi, ha rafforzato questi sospetti, tanto che si ipotizza persino che Stevens sia stato la vittima di una faida interna alla stessa CIA. Alla fine la pista libica non varrebbe neppure per l’uccisione di Stevens.
Per quanto queste ricostruzioni siano fondate, occorre comunque evitare l’ingenuità consueta in questi casi, e cioè che per inseguire la verità completa si perdano di vista le evidenze già a disposizione. Un po’ come avvenne per l’attentato a Kennedy, quando, per badare all’eventuale sparatore dietro la collinetta erbosa, si lasciò in ombra il dato assurdo che il presunto attentatore Oswald era stato lasciato in custodia alla polizia locale, mentre l’assassinio del presidente era un reato di competenza federale. Ancora più assurdo fu che la colpevolezza di Oswald venisse fatta accertare da un’indagine governativa invece che da un’inchiesta giudiziaria, sbarazzandosi così senza pudori di ogni procedura dello Stato di Diritto e del tabù della separazione dei poteri.
Nella bistrattatissima Italia invece si ha molta più cura nel tenere in piedi la finzione della separazione tra esecutivo e giudiziario. Da noi tutto ciò che riguarda l’energia nucleare è rigorosamente sotto il segreto di Stato previsto dalla Legge 124/2007, eppure per l’attentato ad un dirigente di Ansaldo Nucleare addetto al traffico internazionale di scorie radioattive, si è allestita la messinscena di un’indagine giudiziaria e di un processo. Se non fosse stato per il fuori programma di un’imbarazzante e sarcastica pseudo-confessione da parte degli imputati, quasi nessuno si sarebbe accorto che il tribunale stava recitando un copione già scritto da altri.
Negli Stati Uniti invece si è smarrita ogni traccia di questo bon ton istituzionale, ed oggi l’evidenza è che l’amministrazione Obama può segretare impunemente le circostanze della morte di un ambasciatore, e nessuno può farci niente. La verità te la devi cercare da solo, esponendoti ancora di più ad intossicazioni e depistaggi che faciliteranno l’appiccicarti l’etichetta di “complottista”.
Persino per l’intervento militare in Libia, l’Italia ha cercato di preservare l’ipocrisia della sovranità parlamentare. Il presidente Napolitano recentemente ha zittito i parlamentari che volevano interloquire sulla questione dell’acquisto dei caccia F-35, però lo stesso Napolitano nel 2011 aveva imposto un passaggio parlamentare per avallare la guerra. Al contrario, Obama aggirò questa procedura costituzionale, e si consentì di ignorare il Congresso semplicemente invocando il pretesto dell’emergenza umanitaria degli immaginari bombardamenti aerei di Gheddafi sulla popolazione civile.
Basta evocare il pretesto un’emergenza qualsiasi, ed immediatamente si instaura un Assolutismo da far invidia a quelli del XVII secolo. Il Sacro Occidente è un sistema tossico, drogato di emergenza. Tutto si spiega se si considera che l’Emergenza è la Prima Persona della Santa Trinità, la Persona che genera le altre due: il Segreto e l’Impunità. La stessa Libia è oggi segretata, per di più ignorata dai media. Poco più di due settimane fa, un “insegnante” statunitense è stato ucciso in Libia in circostanze rimaste non chiarite. Le poche notizie di stampa a riguardo ci assicurano che l’uomo era molto amato dalla popolazione, e adesso la moglie dichiara di “perdonare” i suoi assassini, quasi ad anticipare che non saranno mai scoperti.

Preso da: http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=587

Libia, dalle e-mail della Clinton preoccupazione e informazioni

giovedì 21 maggio 2015 – 18:54

NEW YORK (askanews) – L’ambasciatore Christopher Stevens, un anno e mezzo prima di essere ucciso nell’attacco al consolato statunitense di Bengasi, in Libia, manifestò la sua preoccupazione per il peggioramento delle condizioni di sicurezza in un’e-mail all’allora segretario di Stato, Hillary Clinton, ipotizzando anche di lasciare, per questo, la città. E’ una delle informazioni «sensibili» contenute nella prima parte delle circa 55.000 pagine di e-mail scambiate da Hillary Clinton con assistenti e funzionari statunitensi sul suo account privato, quando era segretario di Stato, e consegnate alle autorità dal suo staff, che saranno pubblicate nei prossimi giorni dal dipartimento di Stato americano.

Un dossier di 850 pagine
Di queste, circa 850 pagine relative all’attacco al consolato statunitense di Bengasi, in Libia, nel 2012, sono state consegnate alla commissione speciale della Camera che sta indagando sugli incidenti che provocarono la morte di quattro americani, tra cui l’ambasciatore Christopher Stevens, all’epoca dell’e-mail a Clinton inviato statunitense tra i ribelli.

Informazioni sensibili ma non classificate
Il New York Times ha ottenuto circa un terzo di questi documenti, da cui emergono le preoccupazioni di Clinton e dei suoi consiglieri dopo l’attacco; messaggi che confermerebbero le passate affermazioni di Clinton, che si è difesa dagli attacchi affermando di non aver ricevuto informazioni classificate sul suo account privato, anche se alcune e-mail contengono quelle che il governo definisce informazioni «sensibili», le Sbu (sensitive but unclassified, sensibili ma non classificate). La legge federale stabilisce che lettere ed e-mail inviate e ricevute dai funzionari del governo sono documenti governativi e come tali conservati e archiviati, a disposizione delle commissioni del Congresso, degli storici e degli organi di informazione (escluse le eccezioni che riguardano i segreti di Stato e la sicurezza nazionale); Clinton, invece, utilizzò account e server privati per le sue comunicazioni, quando era al governo.

Conflitto di interessi?
Dalle e-mail ottenute dal Times emergono i tanti messaggi inviati a Clinton da Sidney Blumenthal, amico e assistente di lungo corso, che consigliava l’allora segretario sulla Libia: messaggi che poi Clinton girava a Jake Sullivan, il suo consigliere per la politica estera, e ad altri funzionari, senza specificare la fonte. All’epoca, e questo è uno dei punti da chiarire sul comportamento di Clinton, Blumenthal era contemporaneamente sul libro paga della fondazione Clinton e di uomini d’affari statunitensi desiderosi di concludere affari in Libia, per cui serviva l’approvazione del dipartimento di Stato, proprio mentre lavorava segretamente come consigliere sulla Libia del segretario di Stato.

Qualche contraddizione
Le e-mail mostrano che Clinton diffondeva informazioni sull’attacco di Bengasi che contraddicevano la versione inizialmente fornita dall’amministrazione Obama e che era preoccupata che i repubblicani potessero usare la morte dei quattro statunitensi per indebolire il presidente Barack Obama. Blumenthal, inizialmente, scrisse a Clinton che l’attacco era stato il frutto di una protesta violenta, sulla scia di quella al Cairo, per la pubblicazione su YouTube di un video contro Maometto. Il giorno dopo, però, il consigliere scrisse che, da fonti libiche, aveva saputo che l’attacco era invece stato organizzato da Ansar al-Sharia, gruppo terroristico legato ad al Qaida, il cui coinvolgimento è stato a lungo negato dall’amministrazione Obama. Amministrazione che, a due mesi dalle elezioni presidenziali, preferì raccontare di una manifestazione spontanea sfociata in violenza per coprire le eventuali colpe.

Presto pubbliche?
Tra i messaggi ottenuti dal Times, anche un’e-mail di Ann-Marie Slaughter, direttrice della pianificazione politica per il dipartimento di Stato, che stava per lasciare l’incarico, che scrisse nel marzo 2011 di essere contraria ad armare i ribelli in Libia contro Muammar Gheddafi. Non è chiaro se la gran parte delle e-mail di Clinton sarà resa pubblica. Il dipartimento di Stato ha definito lungo e tortuoso il processo di analisi di tutta la documentazione ricevuta e ha proposto il mese di gennaio del prossimo anno come data per la pubblicazione. Un giudice federale ha però respinto il piano del dipartimento, suggerendogli di rilasciare le e-mail poco per volta.

Preso da: http://esteri.diariodelweb.it/esteri/articolo/?nid=20150521_341731

“L’attacco all’ambasciata Usa a Bengasi non è mai avvenuto”

Le dichiarazioni shock del giornalista freelance Jim Stone

La notizia è stata diffusa dal quotidiano online IbTimes. Il giornalista freelance Jim Stone, sostiene con convinzione che l’attacco all’ambasciata di Benghazi non sia mai avvenuto. Lo scrive sul suo blog. Il giornalista, si legge su IbTimes, “afferma la non esistenza di un’ambasciata Usa a Benghazi in quanto, secondo il sito ufficiale del Dipartimento di Stato Usa, l’unica ambasciata in Libia risulta essere quella di Tripoli“.

L’ambasciata di Benghazi, quindi, non esisterebbe. La prova è anche su Google Maps, dove non è possibile individuare ambasciate americane a Benghazi. Anche su Wikipedia, la lista delle ambasciate Usa confermata la presenza dell’unica ambasciata a Tripoli.

A Benghazi, secondo il giornalista, non esisterebbe neanche un consolato e nessun edificio diplomatico americano.

THERE IS NO U.S. EMBASSY, CONSULATE, OR ANY U.S. REPRESENTATION OF ANY SORT IN BENGHAZI LIBYA. EMBASSY KILLINGS NEVER HAPPENED.

Le foto che circolano in rete, e che ritrarrebbero l’edificio di Benghazi distrutto, sarebbero, secondo il giornalista, false. Nessuno ne può confermare la veridicità.

Sarete preoccupati di ciò che potrà succedere in futuro. Questa menzogna è talmente ovvia che potremmo distruggere la credibilità di Cnn, Fox, Abc e quant’altro. Non perdiamo questa occasione.” Queste le pesanti parole che il giornalista ha pubblicato sul suo blog.

Il freelance ha poi pubblicato gli articoli di alcuni autorevoli quotidiani che parlano dell’attacco a Benghazi: entrambi danno due location differenti per l’ambasciata. Si tratta del Guardian e del Daily Mail. Questo va ad avvolarare la tesi della non veridicità della notizia.
Fontehttp://www.cadoinpiedi.it/2012/09/17/lattaco_allambasciata_usa_a_bengasi_non_e_mai_avvenuto.html

Libia: petrolio rosso sangue

È uscito il secondo episodio di «Humanitarian War», famosa fiction washingtoniana sulla Libia.

25 settembre 2012

Ecco il trailer: aiutati i libici a liberarsi dal feroce dittatore, i buoni, guidati dall’eroico Chris, continuano ad aiutarli con uguale disinteresse; ma i cattivi – i terroristi ancora annidati nel paese – uccidono Chris che «rischiava la vita per aiutare il popolo libico a costruire le fondamenta di una nuova e libera nazione» (Hillary Clinton) e, «fatto particolarmente tragico, lo uccidono a Bengasi, città che aveva aiutato a salvare» (Barack Obama); il Presidente invia una «forza di sicurezza» in Libia, ma sono gli abitanti di Bengasi, scesi spontaneamente in piazza con cartelli inneggianti a Chris, a cacciare i cattivi dalle loro tane.

In attesa del terzo episodio, uno sguardo alla realtà.

Chris Stevens, ambasciatore in Libia dallo scorso maggio, era stato rappresentante speciale Usa presso il Cnt di Bengasi durante la guerra: ossia il regista dell’operazione segreta con cui erano state reclutate, finanziate e armate contro il governo di Tripoli anche milizie islamiche fino a poco prima bollate come terroriste. Novello apprendista stregone, Chris Stevens è stato travolto dalle forze da lui stesso create quando, abbattuto il governo di Tripoli, in veste di ambasciatore Usa ha diretto l’operazione per neutralizzare le milizie ritenute da Washington non affidabili e integrare nelle forze governative quelle affidabili.

Operazione estremamente complessa: ci sono in Libia almeno 100mila combattenti armati, appartenenti a svariate formazioni, comprese alcune gheddafiane. Tripoli controlla oggi solo una parte minore del territorio. È iniziata la digregazione dello stato unitario, fomentata da interessi di parte. La Cirenaica – dove si trovano i due terzi del petrolio libico – si è autoproclamata di fatto indipendente, e lo vuol essere anche il Fezzan, dove sono altri grossi giacimenti, mentre alla Tripolitania resterebbero solo quelli davanti alle coste della capitale.

La balcanizzazione della Libia rientra nei piani di Washington, se non riesce a controllare lo stato unitario. Ciò che preme agli Usa e alle potenze europee è controllare il petrolio libico: oltre 47 miliardi di barili di riserve accertate, le maggiori dell’Africa. Importante per loro è disporre anche del territorio libico per lo spiegamento avanzato di forze militari. La forza di rapido spiegamento dei marines, inviata da Obama in Libia con il supporto dei droni di Sigonella, ufficialmente come risposta all’uccisione dell’ambasciatore, non è né la prima né l’ultima. Il Pentagono aveva già inviato forze speciali e contractor a presidiare le maggiori piattaforme petrolifere, e ora si prepara a un’azione «antiterrorista».

Sono da tempo sbarcate le compagnie petrolifere che, con accordi ufficiali e sottobanco (grazie alla diffusa corruzione), ottengono contratti molto più vantaggiosi dei precedenti. Si prepara allo stesso tempo la privatizzazione dell’industria energetica libica.

Partecipa alla spartizione del bottino anche il Qatar che, dopo aver contribuito alla guerra di Libia con forze speciali infiltrate e forniture militari, spendendo oltre 2 miliardi di dollari, ha ottenuto il 49% (ma di fatto il controllo) della Banca libica per il commercio e lo sviluppo.

Un buon investimento, quello della guerra.

Manlio Dinucci
Il Manifesto, 25 settembre 2012.

Tutte le versioni di questo articolo:
Libye : pétrole rouge sang