Una crisi di rifugiati prodotta dagli USA

di Malachia Paperoga

Philip Giraldi, ex ufficiale della CIA e direttore esecutivo del “Council for the National Interest”, fa una pesante autocritica alla politica estera USA e al suo legame con la crisi dei rifugiati. Il mainstream finge di ignorare che tale politica è la principale causa della crisi dei rifugiati, e tenta di scaricarne la responsabilità e il peso su chi è chiamato ad accoglierli. Questa manipolazione della verità che esenta da colpe i carnefici e cerca di riscrivere la storia, ricorda all’autore il romanzo di Orwell “1984” dove tutte le verità scomode finiscono bruciate nel “buco della memoria” per scomparire dal sapere collettivo.

Di Philip Giraldi, 9 settembre 2015


Il 29 aprile 2008, ho avuto una folgorazione come quella di San Paolo sulla via per Damasco. Avevo aperto il Washington Post e lì, in prima pagina, c’era una foto a colori di un ragazzo iracheno di due anni, chiamato Ali Hussein, che veniva estratto dalle macerie di una casa che era stata distrutta dai missili americani. Il ragazzo indossava pantaloncini e maglietta e aveva infradito ai suoi piedi. La testa era piegata all’indietro in una posizione che rivelava immediatamente allo spettatore la sua morte.
Quattro giorni più tardi, il 3 maggio, una lettera proveniente da Dunn Loring, Virginia di una donna chiamata Valerie Murphy è stata pubblicata dal Post. La Murphy sosteneva che l’immagine del bambino iracheno ucciso non avrebbe dovuto essere pubblicata, perché aveva “rinfocolato l’opposizione alla guerra e nutrito un sentimento anti-americano”. Suppongo che il giornale pensasse che fosse una buona par condicio pubblicare questa lettera, anche se non posso fare a meno di ricordare che il neoconservatore Post era stato generalmente riluttante nel pubblicare gli elementi contrari alla guerra, arrivando a ignorare un raduno di 300.000 manifestanti a Washington nel 2005. Rileggendo la lamentela della donna e anche un commento su un sito Web, che suggeriva che la foto del bambino morto fosse stata una messa in scena, ho pensato tra me e me: “che mostri che siamo diventati”. E davvero eravamo diventati mostri. Mostri bipartisan avvolti nella bandiera americana. Il segretario di stato di Clinton, Madeleine Albright, una volta disse che “era valsa la pena” di uccidere 500.000 bambini iracheni tramite le sanzioni. Oggi la Albright è una rispettata ed esperta statista coinvolta nella campagna presidenziale di Hillary Clinton.
Ho avuto un’altra epifania (ossia “rivelazione” ndVdE) la scorsa settimana quando ho visto la foto del bambino siriano Aylan Kurdi che galleggiava su una spiaggia turca come un relitto. Indossava una maglietta rossa e scarpe da ginnastica nere. Ho pensato che molti americani avrebbero scosso la testa guardando la foto ma poi avrebbero pensato ad altro, più preoccupati del debutto di Stephen Colbert sul Late Show e dell’inizio della stagione di football.
Questo ragazzino è uno delle centinaia di migliaia di rifugiati che stanno cercando di arrivare in Europa. Il mondo dei media sta seguendo la crisi concentrandosi principalmente sull’incapacità dei governi locali, impreparati ad affrontare i numeri dei migranti, e chiedendo perché qualcuno, da qualche parte, non “fa qualcosa” (il buon vecchio “qualcosismo” che conosciamo molto bene ndVdE). Ciò significa che in qualche modo, di conseguenza, la grande tragedia umana è stata ridotta a una statistica e, inevitabilmente, a una partita di football politica.
Sopraffatta dalle migliaia di aspiranti viaggiatori, l’Ungheria ha sospeso i treni diretti verso l’Europa occidentale mentre paesi come la Serbia e la Macedonia hanno schierato i loro militari e la polizia lungo i loro confini in un tentativo fallito di bloccare completamente i rifugiati. L’Italia e la Grecia sono state sopraffatte dai migranti che arrivano dal mare. La Germania, a suo merito, ha intenzione di accogliere fino a 800.000 richieste di asilo di rifugiati, principalmente dalla Siria, mentre anche l’Austria e la Svezia hanno manifestato la loro disponibilità ad accettarne molti altri (va detto però che la situazione è in rapida evoluzione ndVdE). Gli immediati vicini della zona del conflitto, in particolare la Turchia, il Libano e la Giordania stanno ospitando più di 3 milioni di persone in fuga, ma i ricchi paesi arabi del Golfo e l’Arabia Saudita hanno fatto poco o nulla per aiutare.
Crescono le richieste di una strategia unitaria europea per affrontare il problema, inclusi l’istituzione di confini a tenuta stagna e la dichiarazione che i mari al largo dei punti di partenza più utilizzati in Nord Africa e in Asia diventino zone militari dove navi e viaggiatori senza documenti saranno intercettati e portati indietro. Dobbiamo anche considerare la possibilità che la crisi dei rifugiati potrebbe essere sfruttata da alcuni politici europei per giustificare un intervento “umanitario” della NATO di qualche tipo in Siria, una mossa che dovrebbe essere supportata da Washington. Ma mentre continuano i battibecchi e le schermaglie, aumenta il conto dei morti. La recente scoperta di 71 aspiranti immigranti, morti soffocati nel retro di un camion bloccato trovato in Austria, inclusi cinque bambini e un neonato, hanno sconvolto il mondo. E questo era prima del bambino di tre anni morto sulla spiaggia turca.
Molti degli aspiranti immigrati sono giovani uomini in cerca di lavoro in Europa, un fenomeno consueto, ma la maggior parte dei nuovi arrivati sono famiglie che sfuggono agli orrori della guerra in Siria, Iraq, Afghanistan e Yemen. La situazione è stata descritta nei media in termini grafici, famiglie che arrivano con niente e non si aspettano nulla, che fuggono da condizioni anche peggiori a casa loro.
Gli Stati Uniti hanno accolto solo un piccolo numero di rifugiati e la sempre volubile Casa Bianca è stata insolitamente tranquilla riguardo al problema, forse rendendosi conto che accogliere un sacco di stranieri sfollati, in un momento in cui c’è un sempre più acceso dibattito sulla politica di immigrazione in generale, semplicemente potrebbe non essere una buona mossa, politicamente parlando. Ma forse dovrebbe prestare qualche attenzione a ciò che ha causato il problema in primo luogo, un po’ di introspezione che è largamente carente sia nei media mainstream sia nei politici.
Infatti, assegnerei a Washington la maggior parte della colpa per ciò che sta accadendo in questo momento. Visto che la classe dominante è particolarmente abituata a dare giudizi basati su dati numerici, potrebbe essere interessata a conoscere il prezzo della guerra globale dell’America al terrore . Secondo una stima non irragionevole, oltre 4 milioni di musulmani sono morti o sono stati assassinati a seguito dei conflitti in corso che Washington ha avviato o di cui ha fatto parte dal 2001.
Ci sono, inoltre, milioni di sfollati che hanno perso le loro case e i mezzi di sussistenza, molti dei quali sono tra l’onda umana che sta attualmente abbattendosi sull’Europa. Ci sono attualmente circa 2.590.000 rifugiati che hanno abbandonato le loro case dall’Afghanistan, 370.000 dall’Iraq, 3.880.000 dalla Siria e 1.100.000 dalla Somalia. L’agenzia dei rifugiati delle Nazioni Unite prevede almeno 130.000 rifugiati dallo Yemen, dato che i combattimenti in quel paese si intensificano.Una cifra compresa tra 600.000 e 1 milione di libici stanno vivendo precariamente nella vicina Tunisia.
Il numero di sfollati all’interno di ogni paese è all’incirca doppio rispetto al numero di coloro che sono effettivamente scappati e stanno cercando di risistemarsi fuori dalle loro patrie. Molti di questi ultimi finiscono in accampamenti temporanei gestiti dalle Nazioni Unite, mentre gli altri stanno pagando dei criminali per farsi trasportare in Europa.
Un dato significativo è che i paesi che hanno generato la maggior parte dei rifugiati sono tutti luoghi dove gli Stati Uniti hanno invaso, rovesciato governi, supportato insurrezioni o sono intervenuti in una guerra civile. L’invasione dell’Iraq ha creato un vuoto di potere che ha messo il terrorismo al comando nel cuore del mondo arabo. Il sostegno ai ribelli in Siria ha solo aggravato la situazione del paese. L’Afghanistan continua a sanguinare 14 anni dopo che gli Stati Uniti sono arrivati e hanno deciso di creare una democrazia. La Libia, che era relativamente stabile quando intervennero gli Stati Uniti e i loro alleati, è ora nel caos, un caos che sta debordando nell’Africa sub-sahariana.
Ovunque le persone fuggono la violenza, fatto che, tra gli altri “benefici”, ha praticamente cancellato l’antica presenza cristiana in Medio Oriente. Anche se mi rendo conto che il problema dei rifugiati non può essere addebitato completamente a una sola parte, molti di quei milioni sarebbero vivi e i rifugiati sarebbero per la maggior parte nelle loro case, se non fosse stato per le catastrofiche politiche interventiste perseguite dalle amministrazioni sia democratiche sia repubblicane degli Stati Uniti.
Forse è venuto il momento per Washington di cominciare a diventare responsabile di ciò che fa. I milioni di persone che vivono duramente o in tende, se sono fortunati, hanno bisogno di aiuto, e non basta che la Casa Bianca si trinceri nel suo silenzio, una posizione che sembra suggerire che i rifugiati siano in qualche modo un problema di qualcun altro. Essi sono, in effetti, un nostro problema. Un briciolo di onestà da parte del presidente Barack Obama sarebbe apprezzato, magari un’ammissione che le cose non sono andate esattamente come previsto dalla sua amministrazione e da quella del suo predecessore. E servono soldi. Washington spende miliardi di dollari per combattere guerre che non andrebbero combattute e per sostenere finti alleati in tutto il mondo. Tanto per cambiare potrebbe essere una soddisfazione vedere il denaro dei contribuenti speso in qualcosa di buono, collaborando con gli Stati più colpiti nel Medio Oriente e in Europa per riassestare i senzatetto e facendo un vero sforzo per concludere positivamente i negoziati atti a porre fine ai combattimenti in Siria e Yemen, che possono solo avere esiti indicibilmente brutti se dovessero continuare sulla strada attuale.
Ironia della sorte, i falchi americani stanno sfruttando l’immagine del ragazzo siriano morto per incolpare gli europei per la crisi umanitaria, chiedendo nel frattempo anche uno sforzo decisivo per deporre Bashar al-Assad. Nel Washington Post dello scorso venerdì l’editoriale principale si intitolava “L’abdicazione dell’Europa” e inoltre c’era un editoriale indipendente di Michael Gerson che sollecitava un cambiamento immediato del regime in Siria, dando la colpa della crisi esclusivamente a Damasco. L’editoriale inveiva contro gli europei “razzisti” riguardo la situazione dei rifugiati. E non è chiaro come Gerson, un neoconservatore evangelico, ex autore dei discorsi di George W. Bush, possa credere che permettere alla Siria di cadere in mano all’ISIS porterebbe vantaggi a qualcuno.
Noi americani ci stiamo avvicinando a qualcosa simile alla completa negazione di come sia veramente orribile l’impatto recente che la nostra nazione ha avuto sul resto del mondo. Siamo universalmente odiati, anche da coloro che stendono la mano per ricevere la loro mancetta, e il mondo sta senza dubbio scuotendo la testa mentre ascolta la bile che esce dalla bocca dei nostri candidati presidenziali. Shakespeare ha osservato che il “male che gli uomini fanno, sopravvive dopo di loro,” ma non conosceva gli Stati Uniti. Noi scegliamo di mascherare le cattive scelte che facciamo, e poi raccontiamo bugie per giustificare e attenuare i nostri crimini. E nonostante questo, il male che facciamo alla fine scompare nel “buco della memoria”. Letteralmente.
Mentre scrivevo questo pezzo ho guardato Ali Hussein, il bambino iracheno che è stato ucciso dalla bomba americana. E’ stato “obliato” da Google, così come pure la sua foto, presumibilmente perché la sua morte non si accordava col politicamente corretto. Verosimilmente, è stato allo stesso modo eliminato dall’archivio del Washington Post. Immediatamente, mi è venuta in mente la vicenda di Winston Smith in “1984” di Orwell.

Preso da: http://vocidallestero.it/2015/09/14/una-crisi-di-rifugiati-prodotta-dagli-usa/

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Così hanno ridotto la Libia; così vogliono ridurre la Siria

9 ottobre 2015

WE CAME, WE SAW, HE DIED
we came we saw he died
C’è un pezzo della storia dei nostri giorni che mostra, simbolicamente, l’arroganza impietosa ed il cinismo con cui l’Occidente ha generato l’attuale disastro Mediorientale; è  un video di cui riportiamo solo la parte finale.
È il 20 ottobre del 2011 e Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, sta per iniziare un’intervista televisiva quando viene raggiunta dalla notizia della “morte” del leader libico Muammar Gheddafi.


La reazione della signora è l’emblema dell’irresponsabilità di una classe politica che sta facendo dei danni irreparabili. La Clinton, nel fuori-onda, esulta, non riesce a trattenere la sua contentezza; poi, davanti alla giornalista che sta per intervistarla, con l’entusiasmo di chi sa che ha vinto la sua guerra personale, esclama, parafrasando nientemeno che Giulio Cesare: “we came, we saw, he died” (siamo venuti, abbiamo visto e lui è morto), convinta che la storia avrebbe appuntato a lei e al suo Governo l’ennesima medaglia da “liberatori”.
In quel momento, secondo la retorica dei politici umanitari, un bieco dittatore era stato eliminato e i musicanti delle orchestrine occidentaliste suonavano le loro serenate sulla nuova Libia che sarebbe nata democratica e libera
.

ECCO LA NUOVA LIBIA!
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Bene, ora guardate quest’altro video, agghiacciante. E’ la prima parte di un documento eccezionale pubblicato su ViceNews.
Sono le immagini di un campo profughi alle porte di Tripoli, gestito dalle milizie jihadiste, i famosi “ribelli moderati” armati e finanziati dagli americani, che ormai controllano buona parte della Libia.
Sono scene incredibili, racconti impressionanti di persone fuggite dal Sudan, dalla Nigeria, dal Ciad e arrivati, attraverso il deserto, in Libia nel viaggio della speranza che per molti di loro è finito lì. Donne e bambini distrutti dalle violenze e dalla paura, uomini denutriti o disidratati; insomma profughi veri non come molti di quelli che arrivano da noi armati di iPhone, occhiali Ray-Ban e perfetto inglese.
Le immagini mostrano come sono trattati: picchiati, frustati, lasciati senza acqua e senza cibo dentro veri e propri lager; usati come mezzi di scambio dalle milizie locali che gestiscono la nuova tratta degli schiavi.
Ecco, questa è la nuova Libia liberata dalle bombe della Nato.
UNA GUERRA SPORCA
Ancora oggi, emergono particolari inediti su come sia stata manipolata la verità sulla Libia e come quella guerra sia una vergogna di cui l’America e l’Occidente rischiano di pagare un prezzo salatissimo.
L’ultima inchiesta in questi giorni: Fox News ha reso pubbliche le mail che documentano come, fino al giorno prima dell’inizio dei bombardamenti Nato, Saif Gheddafi, il figlio del rais, abbia cercato disperatamente di contattare la Casa Bianca per trovare una soluzione pacifica alla guerra civile; una resa che garantisse una transizione democratica vera al suo paese in cambio della cessione del potere. Tutto inutile. La Clinton e Obama volevano quella guerra, volevano abbattere Gheddafi ben sapendo che non c’era nessuna pianificazione democratica per la Libia, ma solo il caos (lo abbiamo raccontato in questo video)
LE MANIPOLAZIONI DELLA CIA
Mesi fa siamo stati tra i pochi in Italia (forse unici) a raccontare un’altra inchiesta: quella secondo cui il Dipartimento di Stato americano e la Cia avrebbero manipolato i report sulla Libia per convincere la Casa Bianca (e il mondo) che Gheddafi stava violando i diritti umani e imporre l’intervento militare. Questo nonostante le organizzazioni umanitarie (Amnesty International in primis) avessero dichiarato che non era vero e che semmai erano i ribelli filo-americani a compiere fucilazioni di massa, torture, deportazioni. Ed al Pentagono (cioè i militari di scuola realista che erano contrari alla guerra) cercavano di convincere Obama che era una follia abbattere Gheddafi.
MENESTRELLI DOVE SIETE?
Ora, di fronte a quelle immagini di profughi, dove sono i grandi intellettuali, i menestrelli delle bombe umanitarie che sui media occidentali ci spiegavano che armando i leggendari “ribelli moderati” (una delle più fantasmagoriche invenzioni hollywoodiane applicata alla politica), noi avremmo consegnato la Libia alla democrazia e alla libertà e difeso i diritti umani? Si sono forse nascosti per la vergogna? No, si sono semplicemente spostati di 2000 km; in Siria, a raccontare le stesse scemenze e a propagandare le stesse menzogne.
Perché quello che è avvenuto in Libia lo si è cercato di riprodurre in Siria con lo stesso identico schema. C’è una lucida volontà di annientamento di paesi sovrani, dietro la retorica umanitaria di chi è alleato a dittature più orribili e repressive di quelle che governano quei paesi.
Per depredare una nazione delle sue ricchezze bisogna ridurla in macerie e cancellare ogni autorità legittima e sovrana. Questo volevano le centrali di potere a cui Washington, Londra e Parigi si sono piegate. Questo hanno fatto in Libia. Questo hanno provato a fare in Siria; ma, qui, per ora, i loro piani non stanno funzionando.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

Preso da: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2015/10/09/cosi-hanno-ridotto-la-libia-cosi-vogliono-ridurre-la-siria/#

La cecità dell’UnioneEuropea di fronte alla strategia militare degli Stati Uniti

di Thierry Meyssan 27 aprile 2015

I responsabili dell’Unione Europea si sbagliano completamente sugli attentati islamisti in Europa e le migrazioni verso la UE di genti in fuga dalle guerre. Thierry Meyssan qui dimostra che tutto ciò non è la conseguenza accidentale dei conflitti nel Medio Oriente allargato e in Africa, ma un obiettivo strategico degli Stati Uniti.

I dirigenti dell’Unione Europea si trovano improvvisamente a confrontarsi con situazioni impreviste. Da una parte, attentati o tentativi di attentati commessi o preparati da individui che non appartengono a gruppi politici identificati; dall’altra, attraverso il Mediterraneo, un afflusso di migranti, molte migliaia dei quali muoiono alle loro porte.

In assenza di analisi strategica, questi due ordini di avvenimenti sono considerati a priori senza relazione tra loro e sono trattati da amministrazioni differenti. I primi afferiscono ai Servizi segreti e alla polizia, i secondi alle dogane e al Ministero della difesa. Essi hanno tuttavia un’origine comune: l’instabilità politica nel Levante e in Africa.

L’Unione Europea si è privata dei mezzi per comprendere
Se le accademie militari dell’Unione Europea avessero fatto il loro lavoro, già da una quindicina d’anni avrebbero studiato la dottrina del “grande fratello” statunitense. In effetti, da lunghissimi anni, il Pentagono pubblica ogni sorta di documenti sulla “teoria del caos” improntata alla filosofia di Leo Strauss. Ancora qualche mese fa, un funzionario che avrebbe dovuto essere in pensione da più di 25 anni, Andrew Marshall, disponeva di un budget di 10 milioni di dollari annui per condurre ricerche su questo argomento [1]. Ma nessuna accademia militare della UE ha seriamente studiato questa dottrina e le sue conseguenze. Sia perché si tratta di una forma di guerra barbara, sia perché è stata concepita da un maître à penser delle élites ebraiche statunitensi [2].

Se i politici dell’Unione Europea avessero viaggiato un minimo, non soltanto in Iraq, in Siria, in Libia, nel corno d’Africa, in Nigeria e nel Mali, ma anche in Ucraina, avrebbero visto con i loro stessi occhi l’applicazione di questa dottrina strategica. Ma si sono accontentati di venire a parlare in un edificio nella zona verde di Bagdad, su una strada a Tripoli o sulla piazza Maidan di Kiev. Essi ignorano ciò che vivono le popolazioni, e su richiesta del loro “grande fratello” hanno spesso chiuso le loro ambasciate così che si sono privati di occhi e orecchie sul posto. Meglio ancora, essi hanno sottoscritto – sempre su richiesta del loro “grande fratello” – delle forme di embargo, in modo che nemmeno alcun uomo d’affari andrà più sul posto a vedere che cosa succede.

Il caos non è un accidente, è l’obiettivo
Contrariamente a quel che ha detto il presidente François Hollande, la migrazione dei libici non è la conseguenza di una “mancanza di seguito” dell’operazione “Protettore unificato”, bensì il risultato ricercato attraverso questa operazione nella quale il suo Paese giocava un ruolo guida. Il caos non si è creato perché i “rivoluzionari libici” non hanno saputo accordarsi tra loro dopo la “caduta” di Muammar Gheddafi: esso era l’obiettivo strategico degli Stati Uniti. Ed è stato raggiunto. Non c’è mai stata una “rivoluzione democratica” in Libia, ma una secessione della Cirenaica. Non c’è mai stata applicazione del mandato dell’ONU che mirava a ’proteggere la popolazione’, ma c’è stato il massacro di 160.000 Libici, tre quarti dei quali civili, sotto i bombardamenti dell’Alleanza (cifre della Croce Rossa internazionale).

Ricordo di essere stato sollecitato a far da testimone, prima che integrassi il governo della Jamahirya araba libica, in occasione di un incontro a Tripoli tra una delegazione statunitense e dei rappresentanti libici. In occasione di quella lunga conversazione, il capo della delegazione USA ha spiegato ai suoi interlocutori che il Pentagono era pronto a salvarli da morte certa, ma esigeva che gli fosse consegnata la Guida. Ha aggiunto che, quando Gheddafi fosse morto, la società tribale non sarebbe arrivata ad approvare un nuovo capo prima di almeno una generazione, e il Paese sarebbe allora sprofondato in un caos mai visto prima. Ho riferito questo colloquio in numerose occasioni e non ho cessato, dal linciaggio della Guida, nell’ottobre 2011, di predire ciò che avviene oggi.

La “teoria del caos”
Quando, nel 2003, la stampa statunitense ha cominciato a evocare la “teoria del caos”, la Casa Bianca ha risposto evocando un “caos costruttivo”, lasciando intendere che si sarebbero distrutte delle strutture oppressive affinché la vita potesse sgorgare senza ostacoli.

Ma né Leo Strauss né il Pentagono, fino a quel momento, avevano mai utilizzato questa espressione. Al contrario, secondo loro, il caos doveva essere tale che niente potesse strutturarsi, tranne la volontà del Creatore dell’Ordine nuovo, gli Stati Uniti [3].

Il principio di questa dottrina strategica può essere così riassunto: il modo più semplice per saccheggiare le risorse naturali di un Paese sul lungo periodo non è occuparlo, ma distruggere lo Stato. Senza Stato, niente esercito. Senza esercito nemico, nessun rischio di sconfitta. Da quel momento, l’obiettivo strategico delle forze armate USA e dell’alleanza che esse guidano, la NATO, consiste esclusivamente nel distruggere Stati. Ciò che accade alle popolazioni coinvolte non è un problema di Washington.

Questo progetto è inconcepibile per degli Europei, i quali, dalla guerra civile inglese, sono stati convinti dal Leviatano di Thomas Hobbes che è necessario rinunciare a certe libertà, o addirittura accettare uno Stato tirannico, piuttosto che venire sprofondati nel caos.

L’Unione Europea nega la propria complicità con i crimini USA
Le guerre in Afghanistan e in Iraq sono già costate la vita a 4 milioni di persone [4]. Sono state presentate al Consiglio di sicurezza come risposte necessarie “per legittima difesa”, ma oggi si ammette che erano state pianificate ben prima dell’11 settembre in un contesto molto più ampio di “rimodellamento del Medio Oriente allargato”, e che le ragioni invocate per scatenarle non erano che invenzioni di propaganda.

Si usa riconoscere i genocidi commessi dal colonialismo europeo, ma sono rari coloro che oggi ammettono questi 4 milioni di morti malgrado gli studi scientifici che li attestano. Il fatto è che i nostri genitori erano “cattivi”, ma noi siamo “buoni” e non possiamo essere complici di questi orrori.

È cosa comune prendersi gioco di questo povero popolo tedesco che conservò fino alla fine la fiducia nei suoi dirigenti nazisti e soltanto dopo la sconfitta prese coscienza dei crimini commessi a suo nome. Ma noi agiamo esattamente allo stesso modo. Conserviamo la nostra fiducia nel nostro “grande fratello” e non vogliamo vedere i crimini nei quali ci coinvolge. Sicuramente, i nostri figli si faranno beffe di noi…

Gli errori di interpretazione dell’Unione Europea
Nessun dirigente europeo occidentale, assolutamente nessuno, ha osato considerare pubblicamente che i rifugiati provenienti da Iraq, Siria, Libia, corno d’Africa, Nigeria, Mali, non fuggono da dittature, ma dal caos in cui noi abbiamo volontariamente, ma incoscientemente, affondato i loro Paesi.

Nessun dirigente europeo occidentale, assolutamente nessuno, ha osato considerare pubblicamente che gli attentati ’islamisti’ che toccano l’Europa non sono l’estensione delle guerre del Medio Oriente allargato, ma sono commissionati dagli stessi che hanno commissionato il caos in quella regione. Noi preferiamo continuare a pensare che gli ’islamisti’ ce l’abbiano con gli ebrei e con i cristiani, mentre l’immensa maggioranza delle loro vittime non sono né ebree né cristiane, ma musulmane. Imperturbabili, noi li accusiamo di promuovere la “guerra di civiltà”, quando questo concetto è stato forgiato in seno al Consiglio di sicurezza nazionale degli USA e resta estraneo alla loro cultura [5].

Nessun dirigente europeo occidentale, assolutamente nessuno, ha osato considerare pubblicamente che la prossima tappa sarà l’«islamizzazione» delle reti di diffusione delle droghe sul modello dei Contras del Nicaragua che vendevano droga nella comunità nera della California con l’aiuto e sotto gli ordini della CIA [6]. Noi abbiamo deciso di ignorare che la famiglia Karzai ha ritirato la distribuzione dell’eroina afghana alla mafia kosovara e l’ha trasmessa a Daesh [7].

Gli Stati Uniti non hanno mai voluto che l’Ucraina si unisse alla UE
Le accademie militari dell’Unione Europea non hanno studiato la “teoria del caos” perché è stato loro vietato. Quei pochi insegnanti e ricercatori che si sono avventurati su quel terreno sono stati pesantemente sanzionati, mentre la stampa ha etichettato come ’cospirazionisti’ gli autori civili che se ne interessavano.

I politici dell’Unione Europea pensavano che gli avvenimenti di piazza Maidan fossero spontanei e che i manifestanti si augurassero di abbandonare l’orbita autoritaria russa e di entrare nel paradiso della UE. Sono rimasti stupiti dalla pubblicazione della conversazione della sottosegretaria di Stato, Victoria Nuland, che alludeva al proprio segreto controllo degli avvenimenti e affermava che il suo obiettivo era di ’fottere la UE’ [!] [8]. Da quel momento, non hanno più capito niente di quel che stava succedendo.

Se avessero lasciato libera la ricerca nei loro paesi, avrebbero capito che intervenendo in Ucraina e organizzandovi il “cambio di regime”, gli Stati Uniti si assicuravano che l’Unione Europea restasse al loro servizio. La grande angoscia di Washington, dal discorso di Vladimir Putin alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2007, è che la Germania si renda conto di dove stia il proprio interesse: non con Washington, ma con Mosca [9]. Distruggendo progressivamente lo Stato ucraino, gli USA Tagliano la principale via di comunicazione tra l’Unione Europea e la Russia. Potreste girare e rigirare in tutti i modi la successione degli avvenimenti, ma non potreste trovare un altro senso. Washington non si augura che l’Ucraina si unisca alla UE, come attestano i propositi della signora Nuland. Il suo unico scopo è di trasformare questo territorio in una zona pericolosa da attraversare.

La pianificazione militare USA
Eccoci dunque di fronte a due problemi che si sviluppano molto rapidamente: gli attentati ’islamisti’ non sono che all’inizio. Le migrazioni sono triplicate nel Mediterraneo nell’arco di un solo anno.

Se la mia analisi è esatta, nel corso del prossimo decennio vedremo raddoppiare gli attentati ’islamisti’ legati al Medio Oriente allargato e all’Africa e gli attentati ’nazisti’ legati all’Ucraina. Si scoprirà allora che al-Qa’ida e i nazisti ucraini sono collegati fin dal loro congresso comune a Termopol (Ucraina) nel 2007. In realtà, i nonni degli uni e degli altri si conoscono dalla seconda Guerra mondiale. I nazisti avevano allora reclutato dei musulmani sovietici per lottare contro Mosca (era il programma di Gerhard von Mende all’Ostministerium). Alla fine della guerra, gli uni e gli altri erano stati recuperati dalla CIA (il programma di Frank Wisner con l’AmComLib) per condurre delle operazioni di sabotaggio in URSS.

Le migrazioni nel Mediterraneo, che per il momento sono soltanto un problema umanitario (200.000 persone nel 2014), continueranno a crescere fino a divenire un grave problema economico. Le recenti decisioni della UE di andare ad affondare i barconi dei trafficanti in Libia non serviranno a bloccare le migrazioni, ma a giustificare nuove operazioni militari per mantenere il caos in Libia (e non per risolverlo).

Tutto ciò provocherà disordini importanti nell’Unione Europea che pare oggi un’oasi di pace. Per la classe dirigente di Washington non si tratta di distruggere questo mercato che continua a restarle indispensabile, ma di assicurarsi che non si ponga mai in competizione con essa, e di limitare il suo sviluppo.

Nel 1991, il presidente Bush padre incaricò un discepolo di Leo Strauss, Paul Wolfowitz (allora sconosciuto al grande pubblico), di elaborare una strategia per l’era post-sovietica. La “Dottrina Wolfowitz” spiegava che la supremazia degli U.S.A. Sul resto del mondo esige, per essere garantita, di imbrigliare l’Unione Europea [10]. Nel 2008, all’epoca della crisi finanziaria negli Stati Uniti, la presidente del Consiglio economico della Casa Bianca, la storica Christina Rohmer, spiegò che l’unico mezzo per riportare a galla le banche era di fermare i paradisi fiscali dei Paesi terzi, e poi provocare dei disordini in Europa in modo che i capitali rifluissero verso gli Stati Uniti. In definitiva, Washington si propone oggi di far alleare il NAFTA e l’Unione Europea, il dollaro e l’euro, e di abbassare gli Stati membri dell’Unione al livello del Messico [11].

Sfortunatamente per loro, né i popoli dell’Unione Europea, né i loro dirigenti hanno coscienza di quel che il presidente Barack Obama prepara loro.

Thierry Meyssan
Traduzione
Luisa Martini

Fonte
Megachip-Globalist (Italia)

[1] « Après 42 ans, Andy Marshall quitte le Pentagone », Réseau Voltaire, 7 janvier 2015.

[2] “Selective Intelligence”, Seymour Hersch, The New Yorker, May 12, 2003.

[3] “Stumbling World Order and Its Impacts”, by Imad Fawzi Shueibi, Voltaire Network, 5 April 2015.

[4] « 4 millions de morts en Afghanistan, au Pakistan et en Irak depuis 1990 », par Nafeez Mosaddeq Ahmed, Traduction Maxime Chaix, Middle East Eye (Royaume-Uni), Réseau Voltaire, 11 avril 2015.

[5] « La “Guerre des civilisations” », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 4 juin 2004.

[6] Dark Alliance, The CIA, the Contras and the crack cocaine explosion, Gary Webb, foreword by Maxime Waters, Seven Stories Press, 1999.

[7] « La famille Karzaï confie le trafic d’héroïne à l’Émirat islamique », Réseau Voltaire, 29 novembre 2014.

[8] « Conversation entre l’assistante du secrétaire d’État et l’ambassadeur US en Ukraine », par Andrey Fomin, Oriental Review (Russie), Réseau Voltaire, 7 février 2014.

[9] « La gouvernance unipolaire est illégitime et immorale », par Vladimir Poutine, Réseau Voltaire, 11 février 2007.

[10] Le document est toujours classifié, mais son contenu a été révélé dans « US Strategy Plan Calls For Insuring No Rivals Develop » par Patrick E. Tyler, New York Times du 8 mars 1992. Le quotidien publie également de larges extraits en page 14 : « Excerpts from Pentagon’s Plan : “Prevent the Re-Emergence of a New Rival” ». Des informations supplémentaires sont apportées dans « Keeping the US First, Pentagon Would preclude a Rival Superpower » par Barton Gellman, The Washington Post du 11 mars 1992.

[11] “Crisi dell’euro e smantellamento dell’Unione Europea”, di Jean-Claude Paye, Rete Voltaire, 9 luglio 2010.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article187426.html

I droni dei serial killer

L’arte della guerra
By Manlio Dinucci
Global Research, April 30, 2015
ilmanifesto.info

A Washington ormai è un «macabro rituale»: una volta al mese membri del Congresso, facenti parte delle commissioni sull’intelligence, vanno al quartier generale della Cia a «visionare i filmati di persone che saltano in aria, colpite dagli attacchi dei droni in Pakistan e altri paesi». Lo riporta «The New York Times» (25 aprile), sottolineando che questa «parvenza di supervisione» serve a far apparire «un rigoroso controllo, da parte del Congresso, sul programma di uccisioni mirate». Programma che «la Casa Bianca continua a sostenere», promovendo ai più alti ranghi i funzionari della Cia che lo hanno costruito dieci anni fa, «alcuni dei quali sono stati anche alla guida dei programmi sull’uso della tortura nelle prigioni segrete».
 I droni killer sono ormai «integrati nel modo americano di fare la guerra». Questo resoconto del «New York Times» conferma che il presidente Obama, quando ha incontrato il premier Renzi, non poteva non essere a conoscenza dell’uccisione di Lo Porto con un drone Cia, avvenuta tre mesi prima. Dimostra che il «tremendo dolore», da lui tardivamente espresso, non implica un cambio di politica sull’uso dei droni killer. È lo stesso Presidente degli Stati uniti (riportavamo sul «manifesto» il 12 giugno 2012 in base a un’inchiesta del «New York Times») ad approvare la «kill list», aggiornata di continuo, comprendente persone di tutto il mondo che, giudicate nocive per gli Stati uniti e i loro interessi, sono condannate segretamente a morte con l’accusa di terrorismo. Soprattutto quando «insieme al terrorista, che verrà colpito dal drone, c’è la famiglia», spetta al Presidente «la valutazione morale finale». Giunto il nullaosta del Presidente, l’operatore, comodamente seduto alla consolle di comando del drone negli Stati uniti a 10mila km di distanza, lancia i missili contro quella casa in Pakistan o in un altro paese indicata come rifugio del terrorista. È stata soprattutto la Cia a usare i droni killer in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Yemen, Somalia e diversi altri paesi. Il Comando per le operazioni speciali del Pentagono, che effettua azioni parallele a quelle Cia, ha cercato nel 2013 di assumere il controllo di tutte le operazioni dei droni, ma non c’è riuscito. La Cia continua ad operare con un numero imprecisato di droni killer. Si aggiungono a questi circa 250 droni da attacco della U.S. Air Force, parte di una flotta di circa 7500 droni di tutti i tipi gestiti dal Pentagono. Il loro numero è in aumento, tanto che scarseggiano i piloti di droni. Quelli in servizio sono costretti a turni stressanti, che accrescono i «danni collaterali». Ma l’alto numero di vittime civili è dovuto soprattutto al fatto che la maggior parte degli attacchi dei droni (oltre il 60% in Pakistan) è diretta contro case abitate anche da donne e bambini. Il numero di vittime civili è destinato ad aumentare con l’uso di velivoli robotici in grado di decollare, attaccare e rientrare alla base autonomamente. Tra questi il nEUROn, costruito da un consorzio europeo di cui fa parte Alenia Aermacchi, che sarà capace di «effettuare automaticamente il riconoscimento del bersaglio». In attesa della guerra robotizzata, Roberta Pinotti (che come Renzi ha iniziato da caposcout) è decisa a far partecipare l’Italia alla guerra dei droni: ha chiesto a Washington di poter armare gli MQ-9 Reaper, i droni killer Usa acquistati dall’Italia, ciascuno capace di lanciare 14 missili «Fuoco dell’inferno». Ottimi per distruggere in Libia i barconi dei trafficanti di essere umani. Salvo il «danno collaterale» di qualche altra strage di innocenti.

Manlio Dinucci

http://ilmanifesto.info/i-droni-dei-serial-killer/

Fonte: http://www.globalresearch.ca/i-droni-dei-serial-killer/5446490

LO STATO ISLAMICO È IL CANCRO DEL CAPITALISMO MODERNO

Postato il Domenica, 12 aprile @ 23:10:00 BST di davide

DI NAFEEZ AHMED

middleeasteye.net

Il brutale ‘Stato islamico’ è un sintomo di una crisi profonda della civiltà fondata sulla dipendenza dai combustibili fossili, che sta minando l’egemonia occidentale ed espandendo il potere dello Stato islamico in tutto il mondo musulmano.

Il dibattito sulle origini dello Stato Islamico (IS) ha fortemente oscillato tra due prospettive estreme. Da una parte si accusa l’Occidente. L’ IS non è altro che una prevedibile reazione all’occupazione dell’Iraq, l’ennesimo colpo sferrato dalla politica estera occidentale. Dall’altra si attribuisce la sua nascita esclusivamente alle barberie storiche e culturali del mondo musulmano, i cui valori e credenze – ferme all’epoca medievale – sono un naturale incubatore di un estremismo violento.

Il più grosso elefante nella stanza, citato nell’attuale dibattito semplicistico, è solo una sovrastruttura materiale. Chiunque può avere idee orribili e disgustose, ma restano solo fantasie se non si trova il modo di manifestarle concretamente nel mondo che ci circonda.

Quindi, per capire in che modo l’ideologia che anima l’IS sia riuscita a trovare le risorse materiali per arrivare a conquistare un territorio più grande della Gran Bretagna, abbiamo bisogno di esaminare più da vicino il contesto materiale.

Seguire il denaro

Le radici dell’ideologia di al-Qaeda risalgono al 1970. Abdullah Azzam, mentore palestinese di Osama bin Laden, formulò una nuova teoria che giustificava la guerriglia continuata e a livello locale delle varie cellule mujaheddin sparse, per la creazione di uno stato pan-islamico. La violenta dottrina islamica di Azzam si diffuse nel contesto dell’invasione sovietica dell’Afganistan.

Come è noto, le reti di mujaheddin afgani furono addestrate e finanziate sotto la supervisione della CIA, del MI6 e del Pentagono. Gli Stati del Golfo fornirono ingenti somme di denaro, mentre il Pakistan Inter-Services Intelligence (ISI) creò un collegamento a terra con le reti militanti coordinate da Azzam, bin Laden ed altri.

L’amministrazione Reagan, ad esempio, fornì 2 miliardi di dollari ai mujaheddin afghani, seguiti da altri 2 miliardi di dollari da parte dell’Arabia Saudita.

Secondo il Washington Post, in Afghanistan, l’ USAID investì milioni di dollari per la fornitura ai bambini in età scolare di “libri di testo pieni di immagini violente e insegnamenti islamici militanti”. Una teologia che predicava la violenza, intervallata da “disegni di pistole, proiettili, soldati e mine”. Gli stessi libri di testo esaltavano anche una ricompensa celeste per qui bambini che fossero riusciti a “strappare gli occhi e tagliare le gambe al nemico sovietico”.

E’ opinione diffusa che questa disastrosa collaborazione tra mondo occidentale e mondo musulmano nel finanziare gli estremisti islamici terminò con il crollo dell’Unione Sovietica. Come ho detto in una testimonianza al Congresso un anno dopo il rilascio della relazione della Commissione 9/11, questa opinione è del tutto falsa.

Racket di protezione

Un rapporto riservato dell’ intelligence americana rivelato dal giornalista Gerald Posner ha confermato che gli Stati Uniti erano pienamente consapevoli di un accordo segreto concluso nel mese di aprile del 1991 tra l’Arabia Saudita e Bin Laden, poi agli arresti domiciliari. Secondo l’accordo, Bin Laden avrebbe potuto lasciare il Regno Saudita con il loro appoggio e finanziamento, e avrebbe continuato a usufruire di questo sostegno da parte della famiglia reale saudita ad una condizione: che si fosse astenuto da attacchi o azioni di destabilizzazione dell’Arabia Saudita.

Lungi dal restare osservatori distaccati di questo accordo segreto, Stati Uniti e Gran Bretagna ne furono parti attive

Le enormi riserve di petrolio saudita erano la base della ricchezza e della crescita dell’economia globale. Non potevamo permetterci di essere destabilizzati. E ‘ stato un do-ut-des: per proteggere il Regno, bisognava consentire di finanziare bin Laden fuori dal Regno.

Come documenta meticolosamente lo storico inglese Mark Curtis nel suo sensazionale libro “Affari segreti: la collusione del Regno Unito con il radicalismo islamico”, i governi statunitense e inglese continuarono a sostenere di nascosto le reti affiliate ad al-Qaeda dell’Asia Centrale e dei Balcani dopo la Guerra Fredda, per le stesse ragioni di prima – contrastare i Russi – e oggi i Cinesi – per arrestare la loro influenza sull’economia capitalistica mondiale. L’Arabia Saudita, dove risiedono le più grandi riserve petrolifere del pianeta, è rimasta il fulcro di questa miope strategia anglo-americana.

Bosnia

Un anno dopo i bombardamenti del World Trade Center del 1993, Osama bin Laden aprì un ufficio a Wembley (Londra) col nome di Comitato Consultivo di Riforma (Advice and Reformation Committee), dal quale coordinava le attività estremiste in tutto il mondo.

Più o meno allo stesso tempo, secondo documenti dell’ intelligence olandese, il Pentagono aerotrasportava migliaia di mujaheddin dall’Asia Centrale in Bosnia, in violazione dell’embargo militare stabilito dalle Nazioni Unite. Erano accompagnati da forze speciali statunitensi. Lo “Sceicco Cieco”, accusato del bombardamento del WTC, era stato molto attivo nel reclutamento e nell’invio dei combattenti al-Qaeda in Bosnia.

Afghanistan

Da circa il 1994 fino al 11 settembre del 2001, l’intelligence militare statunitense, insieme a Gran Bretagna, Arabia Saudita e Pakistan, rifornì in segreto armi e fondi ai talebani collegati ad al-Qaeda.

Nel 1997, Amnesty International denunciò gli “stretti legami politici” tra le milizie Talebane, che avevano da poco conquistato Kabul, e gli Stati Uniti. L’organizzazione per i diritti umani parlò di “collegamenti con le madrasas (scuole religiose) che i talebani frequentavano in Pakistan”, legami “stabiliti fin dai primi momenti di vita del movimento Talebano”.

A sostenerlo – riportò Amnesty – fu anche la defunta Benazir Bhutto, allora Primo Ministro pakistano, che affermò che le madrasas erano state create da Gran Bretagna, Stati Uniti, Arabia Saudita e Pakistan durante la Jihad, la resistenza Islamica contro l’occupazione sovietica dell’Afganistan. Sotto la tutela statunitense, l’Arabia Saudita finanziava queste madrasas.

Libri di testo predisposti dal governo degli Stati Uniti, con l’intento di indottrinare I bambini afgani e avviarli alla guerra santa durante la Guerra Fredda, oggi adottati dai Talebani, divennero parte integrante del sistema educativo scolastico afgano, ed erano diffusamente utilizzati nelle scuole religiose militanti in Pakistan finanziate dai Sauditi e dall’ISI Pakistano sostenuto dagli Stati Uniti.

Le Amministrazioni Clinton e Bush speravano di utilizzare i Talebani per istituire nel paese un regime simile al loro benefattore Saudita. La vana speranza – concepita in piena malafede – era che un governo Talebano avrebbe garantito la stabilità necessaria per poter installare il gasdotto TAPI (TransAfghanPipeline) per rifornire l’Asia meridionale del gas dell’Asia Centrale, evitando Russia, Cina e Iran.

Tutte queste speranze caddero tre mesi prima dell’11 settembre, quando i Talebani rifiutarono le proposte americane. Il progetto TAPI giunse ad un ulteriore stallo a causa dei controlli intransigenti talebani a Kandahar e Quetta, ma ha continuato ad essere sostenuto dall’Amministrazione Obama e ora è prossimo al completamento.

Kosovo

La NATO ha continuato a sponsorizzare le reti affiliate ad al-Qaeda fin dalla fine degli anni ’90, riporta Mark Curtis, quando le forze speciali americane e inglesi fornivano armi e addestramento militare ai ribelli dell’ Esercito di Liberazione del Kosovo (KLA) che comprendevano le reclute dei mujaheddin. Tra questi c’era una cellula capeggiata da Muhammad al-Zawahiri, fratello del vice di bin Laden, Ayman, oggi a capo di al-Qaeda.

Nello stesso periodo, Osama e Ayman coordinarono dall’ufficio di bin Laden a Londra il bombardamento all’Ambasciata statunitense in Kenya e Tanzania nel 1998.

Tuttavia, giungevano anche buone notizie: gli interventi della NATO nei Balcani, accompagnati dalla disintegrazione della Yugoslavia socialista, preparavano la strada per l’integrazione della regione nell’Europa Occidentale, per la privatizzazione dei mercati locali e per l’istituzione di nuovi regimi che favorissero il trasporto del petrolio e del gas dall’Asia Centrale all’Occidente attraverso il TAPI.

‘Nuovo corso’ in Medio Oriente

Anche dopo il 9/11 e il 7/7, la dipendenza statunitense e britannica dai combustibili fossili a buon prezzo per sostenere l’espansione del capitalismo globale, ci portò a rafforzare le nostre alleanze con gli estremisti.

Verso la metà dell’ultimo decennio, l’intelligence anglo-americana ha iniziato a controllare i finanziamenti che dagli Stati del Golfo – guidati ancora una volta dall’Arabia Saudita – raggiungevano le reti estremiste islamiche in tutto il Medio Oriente e in Asia Centrale, per contrastare l’influenza shiita iraniana nell’area. Tra i beneficiari di questo sostegno c’erano i gruppi estremisti militanti affiliati ad al-Qaeda in Siria e Libano – un vero e proprio arco del terrore islamico.
Ancora una volta, i ribelli islamici sarebbero stati utilizzati – a loro insaputa – come agenti dell’egemonia statunitense contro i nuovi rivali geopolitici.

Come rivelò nel 2007 Seymour Hersh nel New Yorker, questo ‘nuovo corso’ della politica stava indebolendo non solo l’Iran, ma anche la Siria – dove gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita si affrettarono a sostenere la Fratellanza Musulmana Siriana, oltre ad altri gruppi di opposizione. Sia Iran sia Siria, ovviamente, erano fortemente allineati con Russia e Cina.

Libia

Nel 2011, l’intervento militare della NATO per capovolgere il regime di Gheddafi seguì a un massiccio sostegno ai mercenari libici che erano, di fatto, membri dell’affiliato ad al-Qaeda in Libia. Alla Francia pare sia stato offerto il 35% del controllo del petrolio Libico in cambio del sostegno francese ai ribelli.

Dopo l’intervento, i giganti petroliferi Europei, Britannici e Statunitensi erano “perfettamente in grado di poter usufruire” delle “opportunità commerciali”, secondo il Prof. David Anderson della Oxford University. I proficui affari con i membri della NATO potevano “finalmente liberare l’Europa Occidentale dalla stretta degli alti prezzi praticati dai produttori Russi che controllavano le forniture di gas”.

Rapporti di intelligence mostrarono che i ribelli sostenuti dalla NATO avevano stretti legami con al-Qaeda. Anche la CIA utilizzò i militanti islamici libici per convogliare grossi quantitativi di armi ai ribelli in Siria.

Un rapporto dell’intelligence Canadese del 2009 descriveva la roccaforte dei ribelli in Libia Orientale come “l’epicentro dell’estremismo islamico”, dal quale le “cellule estremiste” operavano nella regione – la stessa regione, secondo David Pugliese dell’ Ottawa Citizen, che era “difesa da una coalizione NATO capeggiata dal Canada”. Secondo Pugliese, il rapporto d’intelligence confermava che “diversi gruppi di ribelli islamici si erano insediati in Libia orientale”, molti dei quali “incitavano i seguaci ad andare a combattere in Iraq”. Piloti canadesi si scambiavano battute dicendo che anche loro in privato erano dei piloti di al-Qaeda “poichè i loro bombardamenti avevano contribuito a far allineare i ribelli al gruppo terroristico”.

Secondo Pugliese, specialisti d’intelligence inviarono ad alti funzionari NATO un briefing preventivo datato 15 Marzo 2011 proprio pochi giorni prima che avvenisse l’intervento. “C’è una crescente possibilità che la situazione in Libia si possa trasformare in una guerra civile/tribale a lungo termine” scrissero. “Questo diventerà ancora più probabile se le forze all’opposizione riceveranno aiuti militari dall’esterno”.

Come ben sappiamo, l’intervento poi avvenne lo stesso.

Siria

Nel corso dell’ultimo decennio, l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi, la Giordania e la Turchia hanno tutti fornito un importante sostegno finanziario e militare principalmente a reti islamiche combattenti collegate ad al-Qaeda, reti che poi hanno dato vita allo “stato islamico”. Questo sostegno è stato dato nel contesto di una rinnovata strategia anti-Assad guidata dagli Stati Uniti.

La competizione per stabilire il dominio sulle rotte dei gasdotti e oleodotti che riguardavano la Siria, come anche le risorse fossili ancora inesplorate in Siria e nel Mediterraneo orientale – a spese di Russia e Cina – hanno avuto un ruolo centrale nel motivare tale strategia.

L’ex ministro degli esteri francese Roland Dumas rivelò che nel 2009 funzionari del Ministero degli Esteri inglese gli dissero che le forze inglesi erano già attive in Siria nel tentativo di fomentare la ribellione.

L’operazione è avvenuta secondo un programma di coordinamento congiunto tra le intelligence americana, inglese, francese e israeliana. Ci sono prove documentali che confermano che il solo sostegno statunitense all’operazione anti-Assad fu di circa $2 miliardi di dollari dalla fine del 2014.

Mentre è opinione diffusa che questo sostegno agli estremisti islamici è stato male interpretato, i fatti parlano da soli. Rapporti di valutazione CIA riservati hanno mostrato che l’intelligence USA sapeva bene che tutti gli aiuti ai ribelli anti-Assad in tutto il Medio Oriente finivano essenzialmente nelle mani degli estremisti più violenti. Tuttavia continuarono.

I funzionari del Pentagono, l’anno prima che lo SI (stato islamico) desse il via alla sua campagna di conquista in Iraq, sapevano bene che la grande maggioranza dei ribelli dell’Esercito di Liberazione Siriana “moderato” erano in realtà dei militanti islamici. Divenne sempre più impossibile, secondo gli stessi funzionari, stabilire dei confini certi tra i ribelli ‘moderati’ e gli estremisti collegati con al-Qaeda o allo stato islamico, a causa delle impercettibili interazioni tra i due.
Inoltre, aumentò progressivamente il numero dei combattenti FSA frustrati che si univano ai gruppi di militanti islamici in Siria, e non per motivi ideologici ma semplicemente per le loro maggiori capacità militari. Finora, quasi tutti i gruppi di ribelli ‘moderati’ addestrati e armati di recente dagli Stati Uniti oggi si stanno unendo con al-Qaeda e stato islamico nella lotta contro Assad.

Turchia

Ora gli Stati Uniti stanno coordinando nuovi aiuti militari ai ribelli ‘moderati’ per contrastare lo Stato Islamico attraverso un nuovo accordo con la Turchia. Tuttavia, è noto a tutti che la Turchia, in tutto questo periodo, ha sponsorizzato apertamente al-Qaeda e lo stato islamico nel quadro di un disegno geopolitico preciso volto a schiacciare i gruppi di opposizione curdi e destituire Assad.

Non sono serviti a molto i blandi sforzi della Turchia per contenere i combattenti stranieri che passano i confini turchi per andare a unirsi all’IS in Siria. La Turchia recentemente ha risposto annunciando che ne ha fermato a migliaia.
Entrambe queste affermazioni sono false: la Turchia ha deliberatamente dato rifugio e convogliato aiuti verso IS e al-Qaeda in Siria.

La scorsa estate, il giornalista turco Denis Kahraman ha intervistato un combattente che si stava curando in Turchia che gli ha detto : “La Turchia ci ha aperto la strada. Se la Turchia non lo avesse fatto, lo stato islamico non sarebbe quello che oggi è. Sì, la Turchia ci ha mostrato affetto e comprensione. Moltissimi nostri mujaheddin jihadisti hanno ricevuto cure mediche in Turchia”.

All’inizio di quest’anno, erano trapelati in rete dei documenti ufficiali autenticati dell’esercito turco (il Comando della Gendarmeria Generale), che mostravano che i servizi segreti turchi (MIT) erano stati sorpresi da funzionari militari ad Adana mentre trasportavano con dei camion missili, mortai e munizioni contraeree, destinati “all’organizzazione terroristica di al-Qaeda” in Siria.

I ribelli ‘moderati’ FSA sono coinvolti nella rete di sostegno turco-islamica sponsorizzata da MIT. Uno di essi ha detto al Telegraph che sta ora gestendo “delle abitazioni sicure per i combattenti stranieri che vogliono unirsi a Jabhat al-Nusra e ISIL (Stato islamico).”

Alcuni funzionari hanno parlato di questa cosa, ma senza alcun risultato. L’anno scorso, Claudia Roth, vice presidente del parlamento tedesco, si è mostrata scioccata del fatto che la NATO stia permettendo alla Turchia di ospitare un accampamento dell’ Stato Islamico a Istanbul, di facilitare i trasferimenti di armi ai militanti islamici attraverso i suoi confini e tacitamente consente le vendite di petrolio dello stato islamico. Ma non è seguito nulla.

La coalizione anti-Stato Islamico capeggiata dagli Stati Uniti sta finanziando lo Stato Islamico

Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna non solo non si sono espressi sulla complicità del loro partner della coalizione nello sponsorizzare il nemico, ma hanno anche stretto ancora di più la partnership con la Turchia e stanno lavorando alacremente con lo stesso stato che sponsorizza lo Stato Islamico nell’addestrare i ribelli ‘moderati’ che lottano contro l’IS.

Ma non è solo la Turchia. L’anno scorso, il vicepresidente americano Joe Biden ha detto in una conferenza stampa alla Casa Bianca che l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, Qatar e Turchia, tra gli altri, hanno inviato “centinaia di milioni di dollari e migliaia di tonnellate di armi ad al–Nusra, al-Qaeda e agli estremisti jihadisti” in un contesto di “guerra per procura tra sunniti e sciiti”. Ha aggiunto che, a tutti gli effetti, è impossibile identificare dei ribelli “moderati” in Siria.
E non ci sono segnali che indichino che questi aiuti stiano rallentando. Nel Settembre del 2014, quando gli Stati Uniti hanno iniziato a coordinare gli attacchi aerei contro lo S.I., funzionari del Pentagono hanno rivelato di essere a conoscenza del fatto che loro alleati della coalizione stavano ancora finanziando lo S.I.

Quel mese, il Generale Martin Dempsey, Presidente dei Capi di Sato Maggiore congiunti, rispondendo al Senatore Lindsay Graham nel corso di una seduta della Commissione del Senato per le attività militari se fosse stato a conoscenza di “qualsiasi importante alleato arabo che sostenesse lo S.I.”, ha risposto: “Sì, sono a conoscenza di importanti stati arabi alleati che finanziano lo S.I.”

Nonostante molti ne fossero a conoscenza, il governo degli Stati Uniti non solo non ha applicato delle sanzioni punitive a questi alleati, ma li ha ricompensati includendoli nella coalizione che doveva combattere gli elementi più estremisti che stavano loro stessi finanziando. Peggio ancora, agli stessi alleati si concede un ampio margine di manovra nella selezione dei combattenti destinati all’addestramento.

I membri chiave della nostra coalizione anti-S.I. stanno bombardando lo stesso S.I. mentre da dietro le quinte continuano a sponsorizzarlo, e il Pentagono ne è a conoscenza.

Il fallimento dello stato Musulmano

In Iraq and Syria, dove è nato lo S.I., non è possibile sottovalutare la devastazione della società causata da un conflitto prolungato. L’invasione militare occidentale e l’occupazione dell’Iraq, corredate da torture e violenze indiscriminate di ogni genere, hanno avuto un ruolo innegabile i nel preparare il terreno per la nascita di politiche reazionarie estreme. Prima dell’ intervento occidentale, al-Qaeda non era in nessun posto nel paese. In Siria, la brutale guerra di Assad contro il suo popolo continua ad alimentare le rivendicazioni dello S.I. e ad attrarre combattenti stranieri.

La continua immissione nelle reti degli estremisti islamici di grandi quantità di denaro, centinaia di miliardi di dollari di risorse materiali che nessuno è ancora riuscito a quantificare con precisione, coordinata insieme da stati occidentali e musulmani, ha avuto nel corso dell’ultimo mezzo secolo un effetto profondamente destabilizzante. Lo Stato Islamico è il culmine surreale post-moderno di questa sordida storia.

La coalizione occidentale anti-S.I. nel mondo musulmano è costituita da regimi repressivi le cui politiche nazionali hanno accentuato le disuguaglianze, schiacciato il dissenso legittimo, torturato pacifici attivisti politici e alimentato profondi risentimenti. Sono gli stessi alleati che hanno finanziato – e continuano a finanziare – lo S.I., e le agenzie d’intelligence occidentali ne sono state – e ne sono – a conoscenza.

E tuttavia lo stanno facendo in circostanze geografiche che negli ultimi dieci anni hanno indubbiamente vissuto un’escalation di crisi convergenti. Come ha detto il Prof. Bernard Haykel di Princeton: “Vedo l’ ISIS come il sintomo di un profondo insieme di problemi strutturali che straziano il mondo arabo sunnita. Ha a che fare molto con la politica, con l’istruzione (con la sua mancanza), con l’autoritarismo, con l’intervento straniero, con la maledizione del petrolio …

Penso che anche se l’ ISIS scomparisse, le cause che lo hanno prodotto rimarrebbero. E queste cause avrebbero dovuto essere affrontate molto tempo fa con decenni di politiche, di riforme e di cambiamenti strutturali favorevoli, e non solo da parte dell’Occidente, ma anche da parte degli stati arabi.”.

Al contrario, come abbiamo visto con la primavera araba, questi problemi strutturali sono stati esacerbati da una tempesta perfetta di interconnessioni tra politica, economia, richieste di energia, crisi ambientali: tutti prodotti di una profonda crisi del capitalismo globale.

Con la regione che da sempre soffre di prolungate siccità, mancanza di agricoltura, calo dei proventi del petrolio causato dal picco nazionale del petrolio, corruzione e cattiva gestione dell’economia aggravata dall’austerità neo-liberista e così via, gli stati locali hanno iniziato a crollare. Dall’ Iraq alla Siria, dall’Egiitto allo Yemen, the, lo stesso mix critico di condizioni climatiche, energetiche e economiche stanno mettendo a dura prova i governi locali in carica.

Occidente alienato

Anche se l’Occidente è molto più resistente alle crisi globali interconnesse, le radicate disuguaglianze negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Europa occidentale – che hanno un effetto sproporzionato sulle minoranze etniche, donne e bambini – stanno peggiorando.

In Gran Bretagna, quasi il 70 per cento dei musulmani di origine dell’Asia Centrale – e due terzi dei loro figli – vivono in stato di povertà. Poco meno del 30 per cento dei giovani britannici musulmani di età compresa tra i 16 e i 24 anni sono disoccupati. Secondo il Minority Rights Group International, le condizioni dei musulmani britannici, in termini di “accesso all’istruzione, all’occupazione e alle abitazioni”, invece di migliorare, negli ultimi anni sono peggiorate. Tutto questo è stato accompagnato da un “aumento preoccupante di aperta ostilità” da parte delle comunità non musulmane, e da una crescente propensione della polizia e dei servizi di sicurezza a prendere di mira gli individui musulmani nell’ambito delle misure di sicurezza anti-terrorismo. L’evidente pregiudizio dei mezzi d’informazione nei confronti degli individui musulmani, e le rimostranze sulle giustificate percezioni di una politica estera aggressiva e ingannevole nel mondo musulmano, hanno creato quel senso dominante di emarginazione sociale legato all’appartenenza all’identità musulmana nel Regno Unito.

È la miscela tossica di tutti i fattori che costituiscono la formazione dell’identità generale che è il vero problema – non ciascuno dei fattori presi individualmente. La povertà, la discriminazione o il pregiudizio verso il mondo musulmano presi da soli non sono fattori che rendono una persona vulnerabile alla radicalizzazione. E’ l’ insieme di questi elementi che crea un’identità alienata, frustrata e prigioniera di un circolo vizioso senza scampo.

Il prolungamento e l’interazione di questi problemi possono contribuire al modo in cui i musulmani in Gran Bretagna, nei vari ambiti della vita, iniziano a vedere se stessi con un tutt’uno. In alcuni casi, si genera un senso radicato di emarginazione e disillusione nei confronti della società in generale. Questa identità di esclusione, quando riguarda una persona, dipenderà poi dalle caratteristiche ambientali, dalle esperienze e dalle scelte di quella persona.
Le crisi sociali prolungate possono creare ovunque le premesse per la nascita di tossiche ideologie xenofobe. Tali crisi minano le tradizioni di certezza e di stabilità radicate in concetti consolidati di identità e di appartenenza.

Mentre i musulmani vulnerabili potrebbero ricorrere alla cultura della bande, o peggio, all’estremismo islamico, i musulmani non vulnerabili potrebbero assumere un’identità emarginata legata a gruppi estremisti come la Defence League inglese, o altre reti di estremisti di destra. Per i gruppi di élite più potenti, il loro senso di crisi potrebbe infiammare ideologie neoconservatrici militaristiche, che andrebbero ad intaccare le istituzioni al potere, giustificare lo status quo, dare un’imbiancata al sistema corrotto che sostiene il loro potere e demonizzare i movimenti progressisti e di minoranza.

In questo vortice, l’iniezione di innumerevoli miliardi di dollari nelle reti islamiche estremiste in Medio Oriente con un debole per la violenza, consegna il potere nelle mani di quei gruppi che in precedenza erano assenti dalle istituzioni locali.

Poiché le molteplici crisi tendono a convergere e a intensificarsi, minando la stabilità dello stato e accendendo la protesta, questa massiccia immissione di risorse destinate agli ideologi islamisti, finisce con l’attrarre persone arrabbiate, alienate e vulnerabili nel loro vortice di estremismo xenofobo. Il punto finale di questo processo è la creazione di mostri.

Disumanizzazione

Mentre questi fattori hanno condotto la vulnerabilità regionale a livelli di crisi, il ruolo primario assunto da Stati Uniti e Gran Bretagna dopo il 9/11 nel coordinamento dei finanziamenti segreti dei paesi del Golfo agli estremisti islamici militanti in tutta la regione, non ha fatto altro che versare benzina sul fuoco.

I collegamenti che queste reti islamiche hanno con l’occidente significano che le agenzie d’ intelligence nazionali hanno periodicamente e volutamente fatto finta di non vedere i loro seguaci ed infiltrati nei loro paesi, consentendogli di coltivare, reclutare e inviare all’estero dei neo-combattenti.

E’ questo il motivo per cui la componente occidentale dello S.I., anche se molto più piccola rispetto al numero di combattenti che aderiscono dai paesi vicini, resta in gran parte impermeabile a un dibattito teologico significativo. Questi non sono guidati dalla teologia, ma dall’ insicurezza di un’identità e di una psicologia fratturata.

È qui, nelle modalità di reclutamento meticolosamente calibrate adottate dallo S.I. e dalle sue reti di supporto in Occidente, che possiamo identificare il ruolo dei processi di indottrinamento psicologico messi a punto in anni di formazione dalle agenzie d’intelligence occidentali. Queste agenzie sono sempre state coinvolte nell’elaborazione di strumenti violenti d’indottrinamento islamista.

Nella maggior parte dei casi, il reclutamento nello S.I. avviene dopo lunghe esposizioni a video di propaganda attentamente studiati e realizzati con moderni mezzi di produzione: tra i più efficaci ci sono quelli in cui vengono mostrate incessantemente immagini reali di uccisioni e ferimenti di civili iracheni, afgani e palestinesi causate dalla potenza di fuoco occidentale, o dei civili siriani di Assad.

La costante esposizione a tali scene raccapriccianti di atrocità causate dagli occidentali e dal regime di Assad, può spesso avere l’effetto – su chi le osserva – di avvertirle come fossero accadute a lui stesso, una forma, cioè, di trauma psicologico che può provocare anche uno stress post-traumatico.

Tali tecniche di propaganda-culto provocano travolgenti emozioni scioccanti e rabbiose, che a loro volta spengono la ragione e disumanizzano l’ “altro”. Il processo di disumanizzazione è portato a compimento attraverso una contorta teologia islamica. Ciò che conta in questa teologia non è la sua autenticità, ma la sua semplicità. Questo può fare miracoli su una psiche traumatizzata da visioni di morte di massa, la cui capacità di ragione è immobilizzata dalla paura e dalla rabbia.

Ecco perchè l’estremismo e la totale decontestualizzazione sono caratteristiche tipiche degli insegnamenti islamisti estremi: poichè a prima vista sembra tutto giusto e vero.

Dopo decenni di malinterpretazione dei testi islamici da parte degli ideologi militanti, le fonti sono state corrotte appositamente per giustificare l’agenda politica del movimento: leggi tiranniche, uccisioni di massa, asservimento delle donne e così via, tutte cose che sono diventate le basi necessarie per la sopravvivenza e l’espansione dello ‘stato’.
Poichè la principale funzione dell’introduzione del pensiero islamista estremo è la legittimazione della violenza e delle guerre punitive, vengono prodotti dei video di propaganda che promettono alle vulnerabili reclute quello che gli manca: la gloria, la fratellanza, l’onore, e la promessa della salvezza eterna – a prescindere dai crimini e dalle nefandezze che avranno commesso in passato.

Aggiungeteci la promessa del potere – il potere sui nemici, il potere sulle istituzioni occidentali che hanno represso e soppresso i fratelli e le sorelle musulmane, il potere sulle donne – e il fascino che lo S.I. emana, la sua irreprensibilità politica e le sue rivendicazioni di divinità, ecco che il quadro diventa più che convincente, quasi irresistibile.

Questo significa che l’ideologia dello S.I., che è importante conoscere per poterla respingere – non trae la sua forza dalle proprie origini, esistenza ed espansione. E’ solo un oppio del popolo di cui si nutre e che propina ai futuri seguaci.
E in ultimo, lo S.I. è un cancro del moderno capitalismo in crisi, un fatale sottoprodotto della nostra illimitata dipendenza dall’oro nero, un sintomo parassitario dell’evoluzione delle profonde crisi del mondo occidentale e musulmano. Finchè non si risolvono i problemi alla base di questi crisi, lo S.I. continuerà a prosperare.

Nafeez Ahmed PhD è un giornalista, ricercatore di sicurezza internazionale e autore di molti bestseller che hanno analizzato quella che lui definisce la “crisi della civiltà. Gli e’ stato conferito il premio Project Censored Award for Outstanding Investigative Journalism per il suo rapporto pubblicato dal Guardian sulle intersezioni tra le crisi ecologiche, energetiche ed economiche e i conflitti geopolitici regionali. Ha anche scritto per The Independent, il Sydney Morning Herald, The Age, The Scotsman, Foreign Policy, The Atlantic, Quartz, Prospect, New Statesman, Le Monde diplomatique e New Internationalist. I suoi studi sulle motivazioni di base del terrorismo internazionale e sulle operazioni di intelligence ad esso collegate hanno contribuito in modo significativo al lavoro di ricerca della Commissione 9/11 e alla 7/7 Coroner Inquest.

Fonte: http://www.middleeasteye.net

Link: http://www.middleeasteye.net/columns/cancer-modern-capitalism-1323585268

27.04.2015

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=14915

Di Anniversari, Ricorrenti menzogne e Unintended consequences

Dodici anni fa, il 20 marzo 2003, gli Stati Uniti – a capo di una coalizione di ossequienti  “volenterosi” e con il mandato delle ossequienti Nazioni Unite – iniziavano l’attacco all’Iraq per distruggere le “armi di distruzione di massa” di cui quel paese era dotato, bloccarne la politica di “appoggio al terrorismo islamico”, fargli dono della democrazia.
Nel giro di quaranta giorni Baghdad fu “liberata”, la statua del dittatore immancabilmente abbattuta. Di fronte ai soldati schierati sulla portaerei Lincoln, il presidente Bush poté trionfalmente dichiarare: “Missione compiuta”.

Busch missione compiuta

La campagna mediatica per “vendere” alla manipolabile opinione pubblica (americana e internazionale) l’inevitabilità di quella guerra preventiva, si era appoggiata su un documento prodotto dall’Intelligence nell’ottobre del 2002 che per ovvi motivi di sicurezza doveva rimanere secretato. A detta dei vertici dell’amministrazione, il documento dimostrava oltre ogni dubbio la grave minaccia costituita dall’Iraq per la sicurezza degli Stati Uniti e del mondo occidentale: i programmi di fabbricazione degli ordigni nucleari non erano stati abbandonati, gli arsenali di armi chimiche e biologiche non erano stati distrutti, l’appoggio attivo al terrorismo alqaidista non era stato interrotto.
Condoleeza Rice, di fronte all’insaziabile e continua richiesta di prove provate che gli ispettori ONU non riuscivano a trovare, affermò stizzita e con efficace metafora che gli Stati Uniti non potevano aspettare che la “pistola fumante” si trasformasse in un fungo atomico.

La CIA consegnò copia di quel documento al Comitato per la Sicurezza del Senato – che lo aveva reclamato in base al Freedom Information Act – una prima volta nel 2004, con 72 pagine completamente censurate su un totale di 93. In seguito il Comitato poté disporre di un testo più esaustivo, in base al quale nel settembre 2006 – a disastro avvenuto e Bush rieletto –  arrivò alla conclusione che Washington aveva “esagerato” la minaccia irachena e che il rapporto non confermava in alcun modo le accuse.
Il documento è stato definitivamente desecretato a fine gennaio di quest’anno.

Che i pretesti fossero inconsistenti  era già risultato palese fin dai primi mesi dell’occupazione, quando nonostante le accanite ricerche sul campo non era stata trovata alcuna traccia di armi chimico-batteriologiche o di impianti per la fabbricazione di ordigni nucleari. Tuttavia le conclusioni del Comitato erano importanti, o avrebbero dovuto esserlo, perché inchiodavano  i vertici della Casa Bianca alle loro reponsabilità: non erano stati indotti in errore da un rapporto sbagliato, ma ne avevano anzi deliberatamente falsificato le indicazioni per rafforzare la loro menzogna, di fatto mentendo due volte.Statua Saddam Hussein abbattuta

Migliaia di morti nella coalizione dei volenterosi, centinaia di migliaia fra gli iracheni, milioni di profughi, miliardi di dollari spesi e dodici anni più tardi le conseguenze dell’inganno sono ancora tutte da risolvere. La previsione del generale William Odom, secondo il quale l’invasione dell’Iraq si sarebbe rivelata “il più grande disastro strategico nella storia degli Stati Uniti”, si è puntualmente avverata. La rinascita irachena e il risveglio sunnita, su cui gli strateghi americani avevano contato per la normalizzazione del paese, non sono mai avvenuti. Al contrario, le violenze settarie scatenate con l’invasione hanno alimentato la crescita di al Qaida, da cui le ancora più radicali milizie dello Stato Islamico hanno origine.

In un mondo ideale, gli psicopatici che si sono resi colpevoli di un simile disastro sarebbero processati e condannati. Nel nostro mondo imperfetto, al contrario, pare che il loro sia un esempio da seguire.

Barack Obama ne prende le distanze, a parole, quando in una recente intervista ammette che l’ISIS è una derivazione di al Qaida, che a sua volta ha potuto crescere in Iraq grazie all’invasione americana. “È un esempio di conseguenze non intenzionali  [unintended consequences], dice. Ed è la ragione per cui, in linea di massima, dovremmo prendere la mira prima di sparare“.
Nei fatti adotta la stessa tattica (manipolazione della realtà e noncuranza delle conseguenze umanitarie) che ha caratterizzato il suo predecessore, dal quale diventa sempre più difficile distinguerlo, per imbarcarsi anch’egli in avventure di esito catastrofico per l’intera comunità mondiale.

Libia – il bagno di sangue evitato
È il caso della Libia, di cui ricorre in questi giorni il quarto anniversario dell’inizio dei bombardamenti aeronavali a opera della NATO (19 marzo 2011). John Pilger ricorda che l’assassinio di Gheddafi e la distruzione del suo paese fu giustificato dalla solita menzogna dell’intervento umanitario: il dittatore stava pianificando un genocidio contro il suo popolo. “Sapevamo – disse Obama – che se avessimo aspettato ancora un giorno Bengasi, una città grande come Charlotte, avrebbe patito un massacro che si sarebbe ripercosso sull’intera regione e avrebbe macchiato la coscienza del mondo”.avvoltoi libia
L’autorevole fonte di questa informazione era un portavoce delle forze ribelli, che stavano subendo pesanti rovesci e spingevano per l’intervento occidentale. In un’intervista alla Reuters costui dichiarò che ci sarebbe stato “un vero bagno di sangue, un massacro come quello accaduto in Rwanda” (14/03/2011). Questo fornì la giustificazione morale all’intervento umanitario della Nato: 9700 incursioni aeree, un terzo delle quali su obiettivi civili; l’uso di uranio impoverito; Misurata e Sirte bombardate a tappeto; migliaia di morti, il paese nel caos.
“Il bagno di sangue che lui  aveva promesso di infliggere alla città assediata di Bengasi è stato evitato”, affermò Obama un mese dopo. “Lui” sottintendeva Gheddafi, anche se il solo a parlare di bagno di sangue era stato il portavoce delle forze ribelli (molte delle quali, segretamente addestrate ed equipaggiate dai corpi speciali inglesi, sarebbero poi confluite nelle file dello Stato Islamico).
Il vero crimine di Gheddafi, ovviamente indicibile, era il suo progetto di una valuta africana comune, sostenuta da riserve in oro e greggio, che tramite una Banca continentale affrancasse il continente dall’egemonia finanziaria del petrodollaro. Garikai Chengu, membro del DuBois Institute for African Research Harvard University,  in un articolo su Global Research, sostiene che in agosto 2011 gli Stati Uniti confiscarono alla Banca centrale libica 30 miliardi di dollari che Gheddafi aveva destinato alla creazione di di un Fondo Monetario Africano.
L’obiettivo più verosimile delle potenze occidentali era dunque quello di sbarazzarsi di un leader recalcitrante alla soggezione politica ed economica, metterne uno più docile e acquisire il controllo delle risorse del sottosuolo libico. Ma detta così non suona bene.

Siria – la linea rossa
In agosto 2012 Obama tracciò la linea rossa che il presidente siriano Bashar al Assad non avrebbe mai dovuto superare, quella dell’uso di armi chimiche: una linea rossa che di nuovo si richiamava al potente topos dell’intervento umanitario, perfetta per preparare il successivo passo verso un confronto armato contro il regime siriano. Le accuse ad Assad di averla ripetutamente superata si sprecavano, e l’eccidio avvenuto alla periferia di Damasco nell’agosto 2013 sembrò segnare il punto di non ritorno. La confusione sul campo di battaglia avrebbe consigliato prudenza nell’attribuire l’uso di armi chimiche all’una o all’altra parte; molti indizi anzi portavano a ritenere che l’uso del sarin potesse essere stato cinicamente usato dai ribelli come false flag  perché l’Occidente intervenisse.

crocodile_tears_for_syriaBarack Obama era perfettamente al corrente di queste riserve, espresse peraltro da buona parte degli analisti della sua stessa Intelligence; e tuttavia non perse occasione per parlarne come se fosse provata la colpevolezza del regime, fino al suo discorso davanti alle Nazioni Unite del 24 settembre 2013, quando dichiarò: “È un insulto alla ragione umana e alla legittimità di questa assemblea ipotizzare che siano stati altri e non il regime siriano a condurre questo attacco”.

Fortunatamente, la volontà di Obama di rovesciare il regime siriano si scontrò contro quella dei russi di sostenerlo, stavolta molto più determinati di quanto non avevano dimostrato con la Libia. E sfortunatamente per i falchi, un’intervista di John Kerry produsse una “unintended consequence” che inceppò il meccanismo di intervento bellico. Oggi lo stesso Kerry – dopo duecentomila vittime, 11 milioni di profughi e uno Stato Islamico che occupa buona parte del paese – è costretto ad ammettere che sì, per trovare una soluzione alla guerra in Siria, si dovrà necessariamente negoziare con il Presidente Bashar al Assad. Scusate, avevamo scherzato.

Ucraina – l’invasione russa
Il 24 settembre 2014, esattamente un anno dopo il suo discorso sulla Siria, Obama si rivolgeva di nuovo all’Assemblea delle Nazioni Unite dando la seguente personale rappresentazione della crisi in Ucraina e dell’atteggiamento geopolitico russo:

“Le recenti azioni della Russia in Ucraina mettono a repentaglio l’ordine mondiale quale si è delineato nel dopoguerra. Questi sono i fatti. A seguito delle mobilitazioni di protesta del popolo ucraino che chiedeva riforme, il loro corrotto presidente è fuggito. Contro la volontà del governo di Kiev, la Crimea è stata annessa alla Federazione Russa. La Russia ha riversato armi nell’Ucraina orientale appoggiando le violenze dei separatisti e un conflitto che ha ucciso migliaia di persone.
Quando un aereo civile è stato abbattuto da un’area controllata da questi emissari, costoro rifiutarono per giorni l’accesso ai relitti. 
Quando l’Ucraina ha cominciato a riaffermare il suo controllo sul territorio, la Russia ha abbandonato ogni finzione di sostenere i separatisti e ha inviato proprie truppe oltre il confine.

Questa è una visione del mondo in cui la forza crea il diritto, un mondo in cui i confini di una nazione possono essere ridisegnati da un’altra, e per evitare che la verità sia rivelata i civili non hanno il permesso di recuperare i resti dei loro cari. L’America sostiene qualcosa di diverso.
Noi crediamo che sia il diritto a dare la forza, che le grandi nazioni non dovrebbero prevaricare quelle piccole e che ognuno dovrebbe essere in grado di scegliere il proprio futuro. Sono semplici verità, ma devono essere difese. L’America, con i suoi alleati, appoggerà il popolo ucraino nello sviluppo della loro democrazia ed economia. Noi rinforzeremo i nostri alleati nella NATO e sosterremo il nostro impegno di autodifesa collettiva. La Russia dovrà pagare il costo dell’aggressione, e contrasteremo le menzogne con la verità.
Chiediamo ad altri di unirsi a noi dalla parte giusta della storia – perché i piccoli vantaggi che si possono estorcere puntando una pistola alla fine si ritorceranno contro,  se saranno abbastanza le voci che si levano per la libertà delle nazioni e dei popoli di decidere autonomamente.

Ho già commentato altrove le affermazioni dei primi tre capoversi: alla fine del post “Il fascino discreto dei neocons” e nel post “Un Boeing insabbiato” – a cui rimando chi avesse voglia e tempo.
Quanto ai capoversi successivi mi chiedo se anche voi, come me, avvertite una sensazione di grottesca ipocrisia, o di cieca negazione della realtà come fa il proverbiale bue quando dà del cornuto all’asino.
Ecco allora un breve elenco, probabilmente incompleto, delle nazioni che direttamente o indirettamente  hanno goduto della traboccante passione americana per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli nel corso degli ultimi 35 anni:

Iran (1980, 1987-1988)
Libia (1981, 1986, 1989, 2011)
Libano (1983)
Kuwait (1991)
Iraq (1991-2011, 2014)
Somalia (1992-1993, 2007-)
Bosnia (1995)
Saudi Arabia (1991, 1996)
Afghanistan (1998, 2001-)
Sudan (1998)
Kosovo (1999)
Yemen (2000, 2002-)
Venezuela (2002)
Pakistan (2004-)
Honduras (2009)
Siria (2011-)
Ucraina (2013-)

imagesIl filosofo Georges Santayana diceva che colui che non impara dalla Storia è condannato a riviverla. Gramsci, meno possibilista, sosteneva che la Storia è maestra, ma non ha allievi.

Se invece di dedicarsi a migliorare la mira, che comunque presuppone la volontà di sparare, Obama e chi gli succederà si preoccupassero di imparare dalla Storia, forse le ragioni per lamentarsi di unintended consequences si ridurrebbero significativamente, a tutto vantaggio dell’America e soprattutto del mondo intero.

Documenti per approfondire:

Libia: le manipolazioni della Clinton (e di Luttwak)

21 marzo 2015

IL SIMPATICO LUTTWAK
Il prof. Edward Luttwak, politologo e analista americano più conosciuto a Roma che a Washington, da tempo presenzia tutti gli spazi mediatici del nostro Paese; da Vespa a Formigli, da Lilli Gruber alla Zanzara, Luttwak è intervistato da tutti su tutto e dispensa consigli agli italiani sull’intero scibile umano; alcuni geniali (come quando propose di dare in gestione il sito di Pompei alla Disney), altri un po’ meno, soprattutto quando parla di politica estera e si abbandona alla strenua e difesa a prescindere della Casa Bianca.
Qualche tempo fa, a Piazza Pulita, l’ha detta grossa; parlando della Libia ha spiegato che con la disastrosa guerra del 2011, gli Usa non c’entravano nulla: “L’intervento è stato fatto dai francesi e gli inglesi” ha esclamato; e ancora “Responsabili sono Cameron e Sarkozy, erano loro gli entusiasti”.
Un’enormità di questo tipo non si perdona neanche al simpatico Luttwak.

4 LIVELLI DI IRRESPONSABILITÀ
Recentemente il Washington Times ha ricostruito, attraverso documenti segreti ritrovati a Tripoli dopo la caduta di Gheddafi, l’operazione di manipolazione orchestrata da Hillary Clinton (allora Segretario di Stato americano), per legittimare l’intervento militare Usa in Libia.
I documenti sono una serie di telefonate registrate (e confermate dai diretti interessati), intercorse tra alti ufficiali del Pentagono, un membro democratico del Congresso americano e Saif Gheddafi, figlio del Colonnello, nei giorni cruciali della guerra.
Dai documenti appaiono con chiarezza 4 livelli d’irresponsabilità e approssimazione con cui Washington si è rapportata alla crisi libica:

1) il Pentagono agiva indipendentemente dal Dipartimento di Stato, per evitare una guerra che (incredibilmente) erano i militari a non volere e i politici ad imporre.

2) la Cia non aveva la minima idea di cosa stesse realmente accadendo sul terreno, all’interno della guerra civile.

3) il Dipartimento di Stato (cioè la Clinton) non aveva istituito alcun canale diretto di gestione crisi con il regime libico (che, al contrario, aveva il Pentagono), né aveva conoscenza di chi fossero realmente i “ribelli anti-Gheddafi” e di quanti jihadisti e islamisti vi erano al loro interno.

4) La Clinton manipolò le informazioni su un presunto genocidio in atto da parte del governo libico; genocidio smentito dal Pentagono e dalle organizzazioni umanitarie operanti in Libia.

Sarah Leah Whitson, direttore esecutivo del Medio Oriente per Human Rights Watch ha confermato al Washington Times che vi erano state atrocità ma “nulla che potesse far pensare ad un genocidio imminente”. Amnesty International, in un report del settembre 2011, svelò che i crimini erano compiuti anche dai ribelli  (torture, esecuzioni sommarie di civili e rapimenti di lavoratori stranieri).

GENERALI “PACIFISTI” E POLITICI GUERRAFONDAI
Come scrivemmo già nel 2011, Hillary Clinton forzò le informazioni, inaugurando la teoria della guerra umanitaria preventiva: colpire Gheddafi non per i crimini commessi ma per quelli che avrebbe potuto commettere. Una vera follia. L’intelligence militare spiegava, al contrario, che Gheddafi aveva dato precisi ordini di non colpire i civili per evitare reazioni internazionali.
Dalle registrazioni si evidenzia come il Pentagono (nella figura dell’Ammiraglio Mullen allora Capo di Stato Maggiore congiunto) non si fidasse delle relazioni che il Dipartimento di Stato e la Cia impacchettavano ad Obama, “ma non c’era nulla che potesse fare per contrastarle”.
La signora Clinton fu inamovibile nel trascinare la Casa Bianca nell’avventura libica (e Obama nel farsi trascinare), ignorando gli avvertimenti del Pentagono secondo cui “gli interessi degli Stati Uniti non erano in gioco, mentre e la stabilità regionale poteva essere minacciata” nel caso di caduta del regime.

Charles Kubic, uno dei mediatori del Pentagono in Libia ha rivelato che dopo la prima settimana di missili americani sulle basi libiche, Gheddafi era disposto a cedere il suo governo per una transizione pacifica a due condizioni: l’eliminazione delle sanzioni contro di lui e l’insediamento di una forza militare in Libia che impedisse la consegna del paese ai jihadisti; “Tutti pensavano che fosse una cosa ragionevole. Ma non il Dipartimento di Stato“.

RICORDIAMOCI QUESTA STORIA
Con buona pace del prof. Luttwak, la Casa Bianca non può esimersi dalle responsabilità di quella guerra disastrosa.

Fra un anno la signora Clinton potrebbe essere uno dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti; ricordiamoci di tutto questo quando inizieremo a leggere i peana dei servizievoli giornalisti italiani sulla “prima donna presidente degli Stati Uniti”; la cui irresponsabilità e incapacità è una delle causa del dilagare dell’Isis nel Mediterraneo.

Fonte: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2015/03/21/libia-le-manipolazioni-della-clinton-e-di-luttwak/#

Nuove evidenze confermano l’aiuto militare degli USA al gruppo takfiri dell’ISIS tanto in Libia come in Iraq

18 febbraio 2015

“Come mai gli equipaggiamenti militari di fabbricazione statunitense sono arrivati nelle mani dello Stato Islamico?”
Un giorno dopo dall’esecuzione dei 21 cristiani copti egiziani in Libia da parte dell’ISIS, lo scorso Lunedì, vari utilizzatori egiziani delle reti sociali hanno diretto la loro attenzione dei cittadini di tutto il mondo agli equipaggiamenti militari di fabbricazione statunitense che utilizzano i componenti dello Stato Islamico.

Si tratta delle baionette che vengono utilizzate dai terroristi dell’ ISIS nel nuovo video in cui decapitano le loro vittime cristiane. Gli utenti egiziani si domandano come questo tipo di pugnali , che appartengono all’Esercito statunitense come armi d’ordinanza, siano arrivati nelle mani dello Stato Islamico.

Parallelamente il Movimento di Resistenza Islamica (Hezbollah) dell’Iraq ha pubblicato questo Lunedì immagini che mostrano un elicottero da trasporto di carico pesante, modello Chinook, che fornisce armi all’ISIS nella provincia occidentale del Al-Anbar.
L’elicottero ha sbarcato armi, il giorno 5 di febbraio, a due veicoli che appartenevano all’ISIS, nella zona est della città di Faluya , così come ha spiegato Hezbollah dell’Iraq, citato dall’agenzia di notizie “Al-Sumaria”.

Atre evidenze testimoniano l’appoggio degli USA all’ISIS

Il presidente della Commissione della Sicurezza e difesa del Parlamento Iracheno, Hakem al-Zameli, ha assicurato che lo scorso mercoledì che questo Parlamento dispone di documenti che mettono in evidenza come gli aerei degli USA offrono appoggio all’ISIS.
In data precedente, il vice segretario generale di Hezbollah dell’Iraq, Husein al-Ramahi, ha divulgato la notizia che “gli aerei statunitensi lanciano di frequente armi per l’ISIS nelle regioni sotto il controllo di questo gruppo e dopo adducono che non si tratta di una misura premeditata e tutto avviene in modo accidentale”.

Nel corso degli ultimi mesi, in reiterate occasioni i media ed i funzionari siriani e gli iracheni hanno rivelato e hanno condannato gli appoggi che gli Stati Uniti offrono in segreto al gruppo dell’ISIS, autore di massacri e azioni di violenza nella regione.

Questa azione paradossale degli USA, rispetto ai gruppi armati mette in tela di giudizio la loro serietà e quella dei loro alleati rispetto al combattimento contro il terrorismo, visto che i gruppi estremisti come l’ISIS si sono rafforzati nel corso degli ultimi anni grazie al sostegno ed all’aiuto finanziario di paesi come gli USA, la Turchia, l’Arabia Saudita ed il Qatar che cercavano di rovesciare il governo siriano con l’utilizzo dei gruppi terroristi.

Nel frattempo si registrano le dichiarazioni rilasciate dall’ex collaboratore della CIA, Steven Kelley , il quale ha riferito, nel corso di una intervista rilasciata alla PressTV, che l’ISIS è un nemico totalmente creato e finanziato dagli Stati Uniti. “ Intervista registrata ad Anaheim, in California.

“I finanziamenti arrivano dagli Stati Uniti e dai loro alleati e il fatto che l’opinione pubblica pensi che questo sia un nemico e che deve essere combattuto in Siria o in Iraq è soltanto una farsa, dato che è chiaramente qualcosa che abbiamo creato, che controlliamo, e solo adesso è diventato svantaggioso attaccare questo gruppo come un nemico legittimo”, ha aggiunto l’ex agente della CIA.

Le parole di Kelley arrivano in un momento in cui il presidente degli Stati Uniti Barack Obama cerca l’approvazione del Congresso prima di estendere la campagna aerea americana su obiettivi Isis in Iraq e Siria. Il Pentagono ha lanciato finora circa cento raid su obiettivi Isis nel nord dell’Iraq da quando è stato autorizzato l’uso della forza a inizio agosto.

“Se si vuole risolvere il problema alla radice e rimuovere questa organizzazione, bisogna togliere i finanziamenti e occuparsi delle entità responsabili della creazione di questo gruppo. Credo che il gruppo probabilmente si dissolverebbe, sarebbe sconfitto dalle armate di Bashar Assad”, ha concluso Kelley.

Fonti:

■Hispantv
■PressTv
Traduzione e sintesi: Luciano Lago per Controinformazione

Fonte: http://www.informarexresistere.fr/2015/02/18/nuove-evidenze-confermano-laiuto-militare-degli-usa-al-gruppo-takfiri-dellisis-tanto-in-libia-come-in-iraq/

Haftar: come un traditore viene fatto passare per “salvatore” della Libia

in questi giorni (eravamo a dicembre 2014), si trovano molti articoli, reportage, perfino qualche intervista al generale Haftar, ci viene spiegato che è l’ unica salvezza per la Libia, che combatte gli islamisti, ecco uno di questi articoli.

«Combatto il terrorismo anche per voi: se vince in Libia arriva in Italia»
Parla il leader degli anti-islamici, il generale Haftar, ex comandante di Gheddafi, tornato in Libia nel 2011: «Non sono un uomo della Cia, ma ora mi servono armi»
di Francesco Battistini, Generale Haftar, state per conquistare Bengasi?
«Lo spero. L’importante è che il parlamento libico lasci Tobruk e torni a lavorare nella città liberata dalle milizie islamiche. Il mio compito è di portarcelo. Mi sono dato una deadline: il 15 dicembre…».
Di colpo, salta la luce e gli uomini della sicurezza gli sono subito addosso. Nel buio, il generale dice «è la guerra a Bengasi, afwan»: scusate… L’unico sorriso che ci concede è di sollievo, quando la stanza si riaccende. Vecchio uomo nuovo della rivoluzione libica, una faccia socchiusa alle emozioni, a 71 anni Khalifa Haftar sa maneggiare la paura. Il più osservato dai lealisti di Tobruk e dalle milizie di Zintan, che sospettano della sua ambizione. Il più odiato dai fratelli musulmani di Tripoli, che hanno messo una taglia su di lui temendone i grandi protettori al Cairo e nel Golfo. Vive nascosto tra questa casamatta color senape dell’eliporto di Al Marj, l’antica Barca alle porte di Bengasi, e decine di rifugi che cambia ogni notte. Sospettoso di tutti, irraggiungibile da molti. Ci vogliono due settimane d’appuntamenti mancati, i fedelissimi della brigata 115-S che ti svitano

pure la biro, e controllano ogni pulsante del fotoreporter Gabriele Micalizzi, prima d’arrivare a stringergli la mano e chiedergli un’intervista in esclusiva per il Corriere . Tre figli al fronte con lui. Due figlie all’estero sotto copertura. Dopo vent’anni d’America, a metà fra la guerra lampo e il golpe, lo scorso febbraio il generale è spuntato dal nulla e ha lanciato la sua Operazione Karama (dignità) contro gl’islamisti di Alba libica e Ansar al Sharia. Alle spalle ha un piccolo mappamondo. In mente, una Libia senza barbe fanatiche. Nel cuore, un antico condottiero dell’Islam: «Khaled Ibn Al Walid. Lo conosce? E’ il più grande stratega della storia. Prima combatté i musulmani, poi si convertì e si mise con loro. Senza perdere mai una battaglia. Ancora oggi uso certe sue tattiche…».
Come quella su Tripoli? Ha appena lanciato un’offensiva pesante…
«Con Tripoli è solo l’inizio: ci servono più forze, più rifornimenti. Mi sono dato tre mesi, ma forse ne basteranno meno: gl’islamisti d’Alba libica non sono difficili da combattere, come non lo è l’Isis che sta a Derna. La priorità resta Bengasi: Ansar al
Sharia è ben addestrata, richiede più impegno. Anche se non ha grandi strateghi militari e ormai siamo in vantaggio: controlliamo l’80 per cento della città».
A Vienna i leader mondiali hanno detto che il vuoto di potere, in questa guerra civile, fa paura.
«Finalmente se ne accorgono. Il parlamento a Tobruk è quello eletto dal popolo. Quella di Tripoli è un’assemblea illegale e islamista che vuole portare indietro la storia. Ma la vera minaccia sono i fondamentalisti che cercano d’imporre ovunque la loro volontà. Tripoli s’affida a loro, lascia che combattano contro di noi a Bengasi. Ansar al Sharia usa la spada in tutto il mondo arabo ed è appena finita nella lista Onu del terrorismo. Se prende il potere qui, la minaccia arriverà da voi in Europa. Nelle vostre case».
Vuol dire che lei sta combattendo per noi?
«Certo. Combatto il terrorismo nell’interesse del mondo intero. La prima linea passa per la Siria, per l’Iraq. E per la Libia. Gli europei non capiscono la catastrofe che si rischia da questa parte di Mediterraneo. Attraverso l’immigrazione illegale, ci arrivano jihadisti turchi, egiziani, algerini, sudanesi. Tutti fedeli ad Ansar al Sharia o all’Isis: quanti italiani sanno che davanti a casa loro, a Derna, è stato proclamato il califfato e si tagliano le teste? L’Europa deve svegliarsi».
S’aspetta un sostegno in armi, come quello dato ai curdi?
«Non c’è bisogno di venire e dirvi: per favore, aiutatemi. Siete voi che dovete capire se è il caso di aiutare Haftar. L’Egitto, l’Algeria, gli Emirati, i sauditi ci mandano armi e munizioni, ma è tecnologia vecchia. Non chiediamo che ci mandiate truppe di terra o aerei a bombardare: se abbiamo le forniture militari giuste, facciamo da noi. Il mondo vede i nostri soldati decapitati, le autobombe, le torture: potete accettare tutto questo?».
Vuole ricacciare in un angolo i fratelli musulmani: Haftar si candida a essere per la Libia quel che è stato il generale Al Sisi per l’Egitto?
«L’Egitto e Al Sisi sono una cosa molto diversa dalla Libia. L’unica cosa in comune è che finalmente sono i popoli a scegliere. Poi, c’è la mia posizione politica. Ho iniziato Karama per rispondere alla richiesta dei libici che non ne potevano più. Se sarà necessario, continueremo insieme la nostra battaglia militare e poi politica».
Operazione Dignità: l’ha inventato lei, questo nome?
«Certo. Ci sono due parole: operazione, che significa il percorso militare per raggiungere un risultato; karama, che nasce dalla domanda “di che cosa abbiamo bisogno?”. L’ho chiesto ai miei ufficiali. Molti suggerivano il nome d’Omar Mukhtar, l’eroe libico. Ma quello che stiamo affrontando è più di quel che affrontò Mukhtar. Dignità è una parola che dà la speranza in qualcosa che i soldi o il petrolio non ti possono dare».
Amnesty ha avuto parole molto dure sulle sue milizie. E si dice che lei sia pagato dagli Usa: gli americani che la liberarono da una prigione del Ciad, quando Gheddafi l’aveva mollata; la Cia che le diede casa a pochi chilometri dalla sua sede di Fort Langley…
«Karama non è legata ad altri Paesi. Nasce dai libici. Io sto combattendo una guerra chiara e trasparente a pochi chilometri da dove sono nato. Ho fatto molte campagne, dal Kippur al Ciad, sono abituato alla vita militare, ma questa è la mia sfida più dura. Purtroppo, ci sono politicanti che mestano nel torbido, m’associano alla Cia per screditarmi».
Si può dire almeno che gli americani l’apprezzeranno, se riuscirà a vendicare l’uccisione del loro ambasciatore a Bengasi, Chris Stevens…
«Deborah Jones, l’ambasciatrice Usa, non mi sponsorizza, tutt’altro. Quando l’ho sentita parlare, ho pensato che piuttosto sostenesse i Fratelli musulmani: Washington sta giocando una partita ambigua e doppia, come gli europei…».
Ha parlato della sua guerra del Kippur: accetterebbe un aiuto da Israele?
«Il nemico del mio nemico è mio amico. Perché no? Ma non credo che Israele mi appoggerebbe, sono troppo impegnati a destabilizzare la Libia attraverso il terrorismo».
Preso da: http://www.corriere.it/esteri/14_novembre_28/combatto-terrorismo-anche-voi-se-vince-libia-arriva-italia-194b88b0-76c9-11e4-90d4-0eff89180b47.shtml

Non dimentichiamo mai che Haftar è un uomo della CIA, ha avuto un suo ruolo nella finta rivoluzione, INVASIONE NATO/RATTI del 2011, ed adesso gli stessi invasori vogliono metterlo a capo della loro colonia Libia.
Dalle poche notizie che arrivano dalla Libia ( peraltro tutte presenti sui social media), NON è Haftar che combatte i terroristi islamici, ma le tribù libiche oneste, il popolo, la gente, quelli che non si sono venduti.

Come l’Occidente desiderava installare per forza Haftar in Libia

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Come l’Occidente desidera installare per forza Haftar in Libia: il Times ( Gran Bretagna) : Haftar si sta preparando a marciare verso la capitale Tripoli
il Times britannico ha detto Giovedi che il Maggiore Generale Khalifa Belqasim Haftar, è stato accettato dalla Camera dei Rappresentanti a Tobruk al servizio nell’esercito libico, infine si è dichiarato disposto a lanciare un’offensiva di terra per liberare Tripoli. **** (Quello che non dicono è che Haftar non ha qualità di leadership, tutta la pulizia degli estremisti di Bengasi è stato fatto dalle tribù d’onore e dei civili di Bengasi mentre Haftar era a chilometri da tutti i combattimenti a Bengasi. Gran Bretagna, USA e Francia vogliono fare Haftar un eroe. non dimentichiamoci che è un uomo della CIA che ha combattuto contro la Jamahiryia per rovesciare Gheddafi, aveva anche la sua milizia. Dal 2011 al febbraio 2014 ha reso la vita di libici un inferno, fino a che USA , Regno Unito e Francia hanno deciso che non possono avere uno stato fallito così hanno finanziato Haftar, per inventare un colpo di stato in febbraio 2014, che nessun cittadino libico lo prese sul serio ed è stato condannato da tutti i libici, a questo punto si rifugiò a casa del Ambasciatore Deborah Jones a Tripoli è rimasto lì fino a che (USA / CIA) lo potevano prendere da Tripoli e lo spediremo via a Bengasi, dove gli sono state date tutte le forniture militari, aerei, consulenti, PR ed uomini dell’ ” esercito nazionale” che lo hanno seguito ed ha reso il secondo colpo di stato in maggio 2014.
 Haftar è stata assistito dai suoi PR e dai consiglieri dell’ esercito di fare una dichiarazione in cui si ammette che la rivoluzione Jamahirya è stata la vera rivoluzione e senza spargimento di sangue. Il 17 Feb non è una vera e propria rivoluzione, perché hanno usato un intervento straniero che ha concluso con bombardamenti NATO . Questo può ingannare i libici per un paio di settimane, perché nella prima difficoltà che Haftar ha incontrato con Ansar Al Sharia è scappato fuori Bengasi e le tribù hanno assunto il controllo . Quindi, per favore non lasciatevi ingannare che Haftar sta facendo tutto il lavoro. Nessuno dei leader delle Tribù è con lui l né il governo confinato in Tobruk. Il PM Thani è un ottimo diplomatico e la FUKUS ha insistito sul fatto che, se si vuole avere un paese con pace e piuttosto si dovrà lasciare Haftar prendere l’iniziativa e questo è ciò che hanno fatto. In realtà Haftar ha solo poche centinaia di soldati che lo proteggono, mentre le tribù d’onore sono quelli che combattono e puliscono del paese.)
Haftar ha detto che il suo governo riconosciuto a livello internazionale si è affidato a lui, sotto la guida della missione il primo ministro Abdullah al-Thani per scovare i militanti islamisti , ha detto: “Molte migliaia di soldati si preparano a entrare nella capitale, gestito da milizie all’alba della Libia “, secondo il giornale.
È interessante notare che il generale di Haftar,ha lanciato da metà maggio l’ operazione dignità a Bengasi, in Libia orientale, che è controllata degli islamisti, e ha promesso di sradicare loro da ogni angolo del paese.
È interessante notare che la Libia è testimone di una lotta tra milizie rivali, sia a livello politico, governata dai due governi e due parlamenti, Uno il governo della Camera dei rappresentanti ” eletti” e riconosciuto a livello internazionale in Tobruk, a Tripoli l’altro governo guidato da Omar Hassi, la Conferenza nazionale
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How the West want to Install by force Haftar in Libya:Britain’s Times: Haftar preparing to march to the capital Tripoli
Britain’s Times newspaper said on Thursday that Major General Khalifa Haftar, has been accepted by the House of Representatives in Tobruk to service in the Libyan army, finally declared its readiness to launch a ground offensive to liberate Tripoli. ****(What they are not saying is that Haftar has no leadership qualities, all the cleaning of extremists in Benghazi has been done by the Honorable Tribes and the Benghazi civilians while Haftar was kilometers away from all the fighting in Benghazi. Britain, USA and France want to make Haftar a hero. Lets not forget he is a CIA asset who fought against the Jamahiryia to topple Qaddafi he also had his own Militia. From 2011 till February 2014 he made the lives of Libyans a living hell till the USA, UK AND FRANCE decided that they can not have a failed state so they financed Haftar to invent a coup de tat in February 2014 which no Libyan citizen took him seriously and was condemned by all Libyans at this point he took refuge at the house of the Ambassador Deborah Jones in Tripoli he stayed there till they(USA/CIA) could take him out of Tripoli and ship him off to Benghazi where he was given all of the army supplies, planes, advisors, PR and got through to some of the National Army who followed him and made the second coup de tat in May 2014. Haftar was advised by his PR and army advisors to make a statement where he admits that the Jamahirya revolution was the real revolution & bloodless. The 17 Feb is not a real revolution because they used foreign intervention which concluded by NATO bombing us. This fooled the Libyans for a few weeks, because in the first difficulty that Haftar encountered with the Ansar Al Sharia he escaped out of Benghazi and THE TRIBES TOOK OVER. So please do not be fooled that Haftar is doing all the work. None of the Tribe leaders trust him and neither the government in Tobruk. The PM Thani is a very good diplomat and the FUKUS has insisted that if you want to have a country with peace and quite you will have to let Haftar take the lead and that is what they have done. In reality Haftar has only a few hundred soldiers who are protecting him while the Honorable Tribes are the ones who are fighting and cleaning the country.)
Haftar said, which its internationally recognized government entrusted to him under the leadership of Prime Minister Abdullah al-Thani mission to flush out militants from among Islamist backed by Libya, said: “Many thousands of soldiers are preparing to enter the capital, run by militias dawn of Libya,” according to the paper.
It is noteworthy that Major General Haftar, launched since mid-May dignity process in Benghazi, eastern Libya, to be cleared of the Islamists, and vowed uproot them from every corner of the country.
It is noteworthy that Libya is witnessing a fight between rival militias, and at the political level, governed by the two governments and Parliaments, One the government of the House of Representatives elected and internationally recognized in Tobruk, in Tripoli the other government led by Omar Hassi, the National Conference of the year.
Source: http://libyaagainstsuperpowermedia.org/2014/11/28/how-the-west-want-to-install-by-force-haftar-in-libyabritains-times-haftar-preparing-to-march-to-the-capital-tripoli/