Perché la Cia spia tutti, tranne gli Emirati?

Il caso del mancato spionaggio nei palazzi del potere della monarchia del deserto da parte dalla Cia sta lasciando spazio agli interrogativi di una delle maggiori agenzia d’informazione del mondo: la Reuters, che ha avviato una sua inchiesta sul gap che separa – o unisce su piani che non possiamo nemmeno immaginare – gli interessi di Washington e Abu Dhabi.
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Come è stato reso noto anche dai nostri approfondimenti in passato, gli Emirati Arabi Uniti sono protagonisti nel finanziare il generale Haftar, che lotta da mesi per rovesciare il governo di Tripoli sostenuto dalle Nazioni Unite in Libia; stringono rapporti con Mosca; sostengono la coalizione di nazioni che impone il blocco economico del Qatar nonostante l’apparente contrarietà degli Stati Uniti; forniscono all’occorrenza armi e logistica per sostenere i propri interessi – oltre al denaro – e arruolano addirittura ex-operativi della National Security Agency (Nsa) americana come hacker d’élite per spiare “un programma che includeva gli americani tra gli obiettivi di sorveglianza”. Tutto questo però non è bastato a mettere in allerta la Central Intelligence Agency (Cia) – agenzia per le operazioni d’intelligence e spionaggio che opera al di fuori dei confini nazionali americani – che sembra non voler spiare in nessun modo i piani segreti degli emiri. Per tre ex-spie della Cia questa scelta rappresenta un pericoloso punto cieco nell’intelligence statunitense. Ma quale può essere la ragione di questa negligenza?

La postura della Cia rispetto ai rapporti con il Medio Oriente e gli stati Opec “non è nuova”, secondo quanto riportato dall’inchiesta di Reuters. Ciò che è cambiato in maniera radicale, sarebbe “la natura” degli interventi “portati avanti da questo minuscolo ma influente stato dell’Opec (gli Emirati Arabi Uniti)” nei teatri del Medio Oriente e dell’Africa. “Combattere guerre, condurre operazioni segrete e usare la propria influenza finanziaria per rimodellare la politica regionale in modi che spesso vanno contro gli interessi degli Stati Uniti”; è questa la nuova strategia adottata dagli Emirati secondo le fonti e gli esperti di politica estera consultati da Reutersche sta conducendo un’inchiesta su questa “peculiarità” della strategia spionistica di Langley. Nota per avere e aver sempre avuto occhi e orecchie ovunque nel mondo, tranne che nei palazzi del potere di Abu Dhabi, a quanto pare, nonostante le diffuse e rinomate operazioni “clandestine” più o meno segrete condotte dagli Emirati in diverse delle zone più calde del mondo, di norma all’interno dell’agenda politica della Casa Bianca dunque nelle strategia elaborate del Pentagono.
Secondo una delle tre ex-spie della Cia consultare: “Il fallimento della Cia nell’adattarsi alle crescenti ambizioni militari e politiche degli Emirati Arabi Uniti equivale a una “rinuncia al dovere”. E sebbene l’Nsa stia portano avanti un’operazione di sorveglianza elettronica che mira a raccogliere informazioni di intelligence all’interno degli Emirati Arabi Uniti – riportate però come informazioni “a basso rendimento” – la mancata sorveglianza da parte della Cia riguardo le reali mire di Abu Dabhi ha dei risvolti se non altro inquietanti. A maggior ragione dopo le voci di riguardo la presenza di una spia degli Emirati, Rashid al-Malik, “attiva” e ben infiltrata nell’amministrazione Trump.

I rapporti tra Cia e Emirati

Attualmente le relazioni della Cia con gli Emirati sono ridotte alla condivisione d’informazioni e dossier d’intelligence su nemici comuni, identificati come l’Iran e Al Qaeda. Tutto il resto, le intenzioni e le operazioni condotte dagli Emirati Arabi Uniti nella regione medio orientale e nell’Africa del nord, sarebbero un grande buco nero per le spie americane. E c’è da domandarsi il motivo. Questa leggerezza della Cia colloca gli Emirati Arabi Uniti in un elenco “estremamente corto” di altri paesi con i quali l’agenzia pare voler adottare un approccio “diverso” ed estremamente permissivo. Questa direttiva sembra essere indotta anche agli altri 4 membri di quella coalizione di intelligence occidentale rinominata “Five Eyes“: ossia gli apparati di spionaggio di Australia, Nuova Zelanda, Regno Unito e Canada.
In questo elenco di Paesi “speciali” che non andrebbero sorvegliati attentamente non compare per esempio l’Arabia Saudita. Stato in contrasto con gli Emirati, che nonostante la duratura alleanza con Washington, che vi intrattiene importanti affari in ambito petrolifero e di armamenti, viene sorvegliata dalla Cia – secondo le fonti interpellate da Reuters – e che mantiene un silenzio ossequioso anche quando le spie di Langley vengono sorprese a reclutare informatori che vogliano rivelare i segreti di Riyad.
La ragione di questa “benda” che Gina Haspel (direttore della Cia) e gli altri alti funzionari dell’agenzia continuano a tenere salda sugli occhi, potrebbe dunque essere motivata da uno spropositato fallimento, o più realisticamente dall’intenzione di non ficcare il naso degli affari di un alleato che secondo alcuni ex-funzionari dell’agenzia opera come uno vero e proprio “stato canaglia” in teatri strategici come la Libia, il Qatar, lo Yemen, e altre aree dell’Africa come il Sudan, l’ Eritrea e l’autoproclamata Repubblica del Somaliland. Proprio nello Yemen, ad esempio, gli Emirati Arabi Uniti conducono fianco a fianco con l’Arabia Saudita una coalizione che combatte i ribelli Houthi allineati all’Iran. Ribelli che sono anche nel mirino delle operazioni nere dei Navy Seal, che cercano i personaggi chiave di Al Qaeda. La conclusone dunque è quelle che finché la corrispondenza tra gli interesse degli Stati Uniti e degli Emirati Arabi Uniti sarà sufficiente, la Cia continuerà a chiudere gli occhi sui piani degli Emirati. E il motivo potrebbe essere riassunto in quell’espressione a lungo attribuita al gotha della strategia politica Niccolo Machiavelli: “Il fine giustifica i mezzi”. E in questo caso, tiene a bada anche le spie.

Preso da: https://it.insideover.com/politica/perche-la-cia-spia-tutti-tranne-gli-emirati.html

I Fratelli Mussulmani come ausiliari del Pentagono

Continuiamo la pubblicazione del libro di Thierry Meyssan, Sotto i nostri occhi. In questo episodio l’autore descrive come l’organizzazione terrorista dei Fratelli Mussulmani sia stata integrata nel Pentagono e inserita nella rete antisovietica, formata durante la guerra fredda con ex nazisti.

| Damasco (Siria)

Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi.
Si veda l’indice.
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Il saudita Osama bin Laden e il medico personale, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, pubblicano nel 1998 Il Fronte Islamico mondiale contro gli ebrei e i crociati. Il testo è diffuso dal loro ufficio a “Londonistan”, l’Advice and Reformation Committee. Al-Zawahiri organizzò l’assassinio del presidente egiziano Sadat, poi lavorò per i servizi segreti sudanesi di Hasan al-Turabi e Omar al-Bashir. Ora è a capo di Al Qaeda.

GLI ISLAMISTI DIRETTI DAL PENTAGONO

Nei primi anni novanta il Pentagono decide di accorpare tra le sue “risorse” gli islamisti, che in precedenza dipendevano esclusivamente dalla CIA. È l’operazione Gladio B, in riferimento ai servizi segreti della NATO in Europa (Gladio A [1]).
Per un decennio tutti i capi islamici – tra cui Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri – viaggiano a bordo degli aerei dell’US Air Force. Regno Unito, Turchia e Azerbaigian partecipano all’operazione [2]: di conseguenza, gli islamisti finora combattenti nell’ombra vengono “pubblicamente” accorpati alle forze della NATO.

L’Arabia Saudita – in quanto Stato e pure proprietà privata dei Saud – diventa ufficialmente responsabile della gestione dell’islamismo globale. Nel 1992 il re promulga una legge fondamentale in virtù della quale “Lo Stato protegge la fede islamica e applica la Sharia. Impone il bene e combatte il male. Adempie ai doveri dell’Islam […] La difesa dell’islamismo, della società e della patria musulmane è dovere di ogni suddito del re”.
Nel 1993 Carlo, principe di Galles, fa transitare l’Oxford Centre for Islamic Studies sotto il suo patrocinio, mentre il capo dell’intelligence saudita – il principe Turki – ne assume la direzione.
Londra si trasforma apertamente nel centro nevralgico di Gladio B, al punto che si comincia addirittura a parlare di “Londonistan” [3]. Sotto lo scudo della Lega musulmana mondiale, i Fratelli musulmani arabi e il Jamaat-e-Islami del Pakistan danno vita a varie associazioni culturali e cultuali intorno alla moschea di Finsbury Park. Questa struttura renderà possibile il reclutamento di molti kamikaze, a partire da quelli che attaccheranno la scuola russa di Beslan fino a Richard Reid, l’uomo delle scarpe bomba. Nel Londonistan hanno sede in particolare molti media, case editrici, giornali (al-Hayat e Asharq al-Awsat, tutti diretti dai figli dell’attuale re saudita Salman) e televisioni (il gruppo MBC del principe al-Walid bin Talal, che trasmette su venti canali), non diretti alla diaspora musulmana in Gran Bretagna, bensì al mondo arabo. L’accordo tra gli islamisti e l’Arabia Saudita viene esteso al Regno Unito: libertà totale d’azione, ma divieto d’interferire nella politica interna. Il sistema si avvale di diverse migliaia di persone e rastrella enormi quantità di denaro. Rimarrà ufficialmente in vigore fino agli attentati dell’11 settembre 2001, quando per gli inglesi sarà impossibile continuare a giustificarlo.

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Abu Musab, “il Siriano”, (nella foto insieme a Osama bin Laden) ha teorizzato, trasponendola in termini islamici, la “strategia della tensione”. Ha creato alla luce del sole due agenzie, una a Madrid, l’altra a Londra, per supervisionare gli attentati in Europa.

Abu Musab “Il Siriano”, superstite del colpo di Stato fallito ad Hama e contatto tra bin Laden e il Gruppo islamico armato (GIA) algerino, teorizza il “jihad decentrato”. Nel suo Appello alla resistenza islamica mondiale traduce in termini islamici la ben nota dottrina della “strategia della tensione”, con lo scopo di provocare le autorità e portarle a imporre una terribile repressione che costringerebbe il popolo a rivoltarsi. Tale teoria è già stata applicata dalle reti Gladio di CIA/NATO attraverso la manipolazione dell’estrema sinistra europea negli anni settanta e ottanta (Banda Baader-Meinhof, Brigate Rosse, Action directe). Naturalmente non è possibile che questa strategia abbia successo e CIA/NATO sanno benissimo che non può funzionare, visto che non è mai riuscita da nessuna parte; ma intendono comunque sfruttare la reazione repressiva dello Stato per insediare al potere i loro uomini. “Il Siriano” indica l’Europa e, soprattutto, gli Stati Uniti come prossimi campi di battaglia degli islamisti. Fugge dalla Francia dopo gli attentati del 1995 e, due anni dopo, crea a Madrid e nel Londonistan l’Islamic Conflict Studies Bureau, sul modello dell’Aginter Press che la CIA ha istituito a Lisbona negli anni sessanta/settanta. Le due grandi organizzazioni vantano un’eccelsa capacità nel preparare attentati sotto falsa bandiera (come quello di Piazza Fontana, attribuito all’estrema sinistra nel 1969 e quelli ai musulmani a Londra nel 2005).

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Il consulente in comunicazione dei Fratelli Mussulmani, Mahmud Gibril al-Warfally, addestra i dittatori mussulmani a parlare un linguaggio democratico. Gibril riorganizza Al-Jazeera, indi diviene responsabile dell’insediamento di società USA in Libia, durante il regime Gheddafi, infine dirige il rovesciamento di Gheddafi.

Nello stesso periodo il libico Mahmud Gibril, professore all’Università di Pittsburgh, comincia a insegnare una lingua “politicamente corretta”. Vengono così addestrati emiri e generali di Arabia Saudita, Bahrein, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Kuwait, Marocco e Tunisia (ma anche di Singapore). Combinando i princìpi delle relazioni pubbliche con lo studio dei rapporti della Banca mondiale, i peggiori dittatori diventano capaci di disquisire con naturalezza dei loro ideali democratici e del loro profondo rispetto per i diritti umani.
La guerra contro l’Algeria sconfina in Francia. Jacques Chirac e il suo ministro degli Interni Charles Pasqua interrompono il sostegno ai Fratelli musulmani da parte di Parigi e vietano persino la diffusione dei libri di Yusuf al-Qaradawi (il predicatore della Fratellanza). È assolutamente necessario mantenere la presenza francese nel Maghreb, che gli inglesi intendono estirpare. Il Gruppo islamico armato (GIA) prende in ostaggio i passeggeri del volo Air France Algeri-Parigi (1994), fa esplodere bombe nella RER e in diverse zone della capitale francese (1995) e pianifica un gigantesco attentato – poi sventato – durante la Coppa del mondo di calcio (1998) tramite lo schianto di un aereo su una centrale nucleare. Ogni volta i sospettati riescono a fuggire trovando asilo nel Londonistan.

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Sfilata della “Legione Araba” di Osama bin Laden per il presidente Alija Izetbegovic, in Bosnia-Erzegovina.

La guerra in Bosnia-Erzegovina scoppia nel 1992 [4]. Su precise istruzioni da parte di Washington, i servizi segreti pakistani (ISI) – sempre finanziati dall’Arabia Saudita – inviano 90 mila uomini a combattere contro i serbi, sostenuti da Mosca. Osama bin Laden ottiene un passaporto diplomatico bosniaco e diventa consigliere militare del presidente Alija Izetbegovic´ (che può contare sullo statunitense Richard Perle come consigliere diplomatico e sul francese Bernard-Henri Lévy come consigliere per i media). Forma la Legione araba con alcuni veterani dell’Afghanistan e ordina il finanziamento della Lega musulmana mondiale. Per riflesso comunitario o per competizione con l’Arabia Saudita, anche la Repubblica islamica dell’Iran si reca in soccorso ai musulmani in Bosnia. Di concerto con il Pentagono, invia diverse centinaia di Guardie della Rivoluzione e un’unità di Hezbollah libanese. Ma, soprattutto, consegna gran parte delle armi che saranno impiegate dall’esercito bosniaco. I servizi segreti russi, infiltrandosi nel campo di bin Laden, scoprono che l’intera burocrazia della Legione araba è redatta in lingua inglese e che gli ordini arrivano direttamente dalla NATO. Dopo la guerra verrà istituito un tribunale speciale internazionale, che perseguirà molti combattenti per crimini di guerra: ma nessun membro della Legione araba.

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L’egiziano Muhamad al-Zawahiri partecipò a fianco del fratello Ayman (attuale capo di Al Qaeda) all’assassinio del presidente Sadat. Partecipò anche, a fianco della NATO, alle guerre di Bosnia-Erzegovina e del Kosovo. Comandò pure un’unità dell’UCK (Esercito di Liberazione del Kosovo).

Dopo tre anni di relativa calma, la guerra tra musulmani e ortodossi nella ex Jugoslavia riprende, questa volta in Kosovo. Viene costituito l’Esercito di liberazione del Kosovo (KLA, acronimo inglese di Kosovo Liberation Army), a partire da gruppi mafiosi addestrati dalle forze speciali tedesche (KSK) nella base turca di Incirlik. I musulmani albanesi e jugoslavi sono di cultura Naqshbandıˉ; Hakan Fidan, futuro direttore dei servizi segreti turchi, è ufficiale di collegamento tra NATO e Turchia. I veterani della Legione araba entrano nel KLA, tra cui una brigata comandata da uno dei fratelli di Ayman al-Zawahiri, e distruggono sistematicamente chiese e monasteri ortodossi, cacciando i cristiani.
Nel 1995, facendo rivivere la tradizione degli assassini politici, Osama bin Laden cerca di eliminare il presidente egiziano Hosni Mubarak, mentre l’anno successivo ci riprova con il leader libico Muammar Gheddafi. Questo secondo attentato è finanziato con 100 mila sterline dai servizi segreti inglesi, che vogliono punire il sostegno libico alla resistenza irlandese [5]. Ma l’operazione fallisce. Vari ufficiali libici fuggono nel Regno Unito, compreso Ramadan Abedi, il cui figlio, anni dopo, sarà accusato – sempre dai servizi britannici – di essere l’autore di un attentato a Manchester. La Libia inoltra le prove all’Interpol e spicca il primo mandato di cattura internazionale contro Osama bin Laden, che ancora dispone di un ufficio di pubbliche relazioni nel Londonistan.
Nel 1998 viene fondata a Parigi la Commissione araba per i diritti umani, finanziata dal NED. Il presidente è il tunisino Moncef Marzouki, portavoce il siriano Haytham Manna. Obiettivo è la difesa dei Fratelli musulmani arrestati in diversi paesi arabi a causa delle loro attività terroristiche. Marzouki è un medico di sinistra che collabora con loro da tempo, Manna uno scrittore che ha gestito gli investimenti di Hassan al-Turabi e della Fratellanza sudanese in Europa. Quando Manna va in pensione, è la sua compagna ad assumere la direzione dell’associazione. Viene sostituito dall’algerino Rachid Mesli, avvocato e in particolare difensore di Abbassi Madani e dei Fratelli algerini.

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Figlio spirituale dell’islamista turco Necmettin Erbakan (al centro), Recep Tayyip Erdogan (a destra) ne diresse il gruppo di azione segreta, la Millî Görüs. Organizzò l’invio di armi in Cecenia e ospitò a Istanbul i principali emiri antirussi.

Nel 1999 – ossia dopo la guerra del Kosovo e la conquista del potere da parte degli islamisti a Groznyj – Zbigniew Brzezinski crea, con una coorte di neoconservatori, l’American Committee for Peace in Chechnya (Comitato americano per la pace in Cecenia). Se la prima guerra cecena è stata una questione interna russa in cui alcuni islamisti hanno interferito, la seconda è volta all’istituzione dell’Emirato islamico di Ichkeria. Brzezinski, che sta preparando l’operazione già da diversi anni, cerca di riprodurre l’esperimento dell’Afghanistan. I jihadisti ceceni – come Šamil Basaev – non sono stati addestrati in Sudan da bin Laden, ma in Afghanistan dai talebani. Per tutta la guerra ricevono supporto “umanitario” dal Millî Görüs turco di Necmettin Erbakan e Recep Tayyip Erdoğan, e dall’IHH, associazione turca creata in Germania sotto il nome di Internationale Humanitäre Hilfe. In seguito, i jihadisti organizzeranno diverse operazioni importanti, nello specifico contro il teatro di Mosca (2002: 170 morti, 700 feriti), contro una scuola di Beslan (2004: 385 morti, 783 feriti) e contro la città di Naltchik (2005: 128 morti e 115 feriti). Dopo il massacro di Beslan e la morte del leader jihadista Šamil Basaev, il Millî Görüs¸ e l’IHH organizzano – nella moschea Fatih d’Istanbul – un grande funerale, senza il suo corpo ma con decine di migliaia di militanti.

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Presentata come attentato “antiamericano”, la distruzione, il 7 agosto 1998, dell’ambasciata degli Stati Uniti a Dar es Salaam (Tanzania) ha causato 85 feriti e 11 morti… ma nessuna vittima statunitense.

In questo periodo, ad Al Qaida sono attribuiti tre grandi attentati. Tuttavia, per quanto importanti siano queste operazioni, indicano il declino degli islamisti integrati nella NATO e al contempo sminuiti al livello di terroristi antiamericani. – Nel 1996 un camion bomba esplode contro un palazzo di otto piani ad Al Khobar, in Arabia Saudita, uccidendo 19 soldati statunitensi. Prima attribuita ad Al Qaida, la responsabilità dell’attentato ricade sull’Iran e, alla fine, su nessuno. – Nel 1998 due bombe esplodono davanti alle ambasciate statunitensi di Nairobi (Kenya) e di Dar es Salaam (Tanzania), uccidendo 298 africani ma nessun americano, e ferendone più di 4.500. Gli attentati sono rivendicati da un misterioso Esercito islamico di liberazione dei luoghi santi. Secondo le autorità statunitensi, presumibilmente sono stati commessi da membri della Jihad islamica egiziana per ritorsione all’estradizione di quattro loro membri. Eppure le stesse autorità accusano Osama bin Laden di esserne il mandante e l’FBI, alla fine, emette un mandato di cattura internazionale contro di lui. – Nel 2000 un’imbarcazione kamikaze esplode contro lo scafo del cacciatorpediniere USS Cole nel porto di Aden (Yemen). L’attacco viene rivendicato da Al Qaida nella penisola arabica (AQPA), ma un tribunale statunitense ritiene responsabile il Sudan.
Gli attacchi hanno luogo mentre prosegue la collaborazione tra Washington e gli islamisti, ed è così che Osama bin Laden conserva il suo ufficio nel Londonistan fino al 1999. Situato nel quartiere di Wembley, l’Advice and Reformation Committee (ARC) ha il compito di diffondere le dichiarazioni di bin Laden e, al tempo stesso, coprire le attività logistiche di Al Qaida, tra cui reclutamento, pagamento e acquisizione di materiali. Tra i suoi collaboratori a Londra ricordiamo il saudita Khalid al-Fawwaz e gli egiziani Adel Abdel Bari e Ibrahim Eidarous, tre figure soggette a mandati di cattura internazionale ma che comunque ricevono asilo politico nel Regno Unito. È nell’assoluta legalità che, a Londra, l’ufficio di bin Laden pubblicherà, nel febbraio 1998, il famoso appello al Jihad contro gli ebrei e i crociati. Gravemente malato di reni, bin Laden viene ricoverato nell’agosto 2001 presso l’ospedale americano di Dubai. Un capo di Stato del Golfo mi ha confermato di essere andato a trovarlo nella sua stanza, protetta dalla CIA.

LA FUSIONE DELLE DUE “GLADIO” E LA PREPARAZIONE DELL’ISIS

Nella stessa logica, l’amministrazione Bush accusa gli islamisti dei giganteschi attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti. Si impone la versione ufficiale, benché presenti numerose incongruenze. Il ministro della Giustizia assicura che gli aerei sono stati dirottati dagli islamisti, anche se – secondo le compagnie aeree – nessuno dei sospetti si trovava a bordo. Il dipartimento della Difesa pubblicherà un video in cui bin Laden rivendica gli attentati, benché li abbia rigettati pubblicamente e gli esperti del riconoscimento facciale e vocale affermino che l’uomo nel video non è bin Laden. Comunque sia, questi eventi servono da pretesto a Washington e Londra per lanciare la “guerra senza fine” e attaccare i loro ex alleati, i talebani in Afghanistan e l’Iraq di Saddam Hussein.

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L’11 settembre 2001 Osama bin Laden non era in grado di compiere alcun attentato: si trovava all’ospedale militare di Rawalpindi (Pakistan), sottoposto a dialisi e morente.

Benché soffra da tempo di insufficienza renale cronica, Osama bin Laden muore il 15 dicembre 2001 a causa della sindrome di Marfan. Un agente dell’MI6 assiste al suo funerale in Afghanistan. In seguito, diversi sosia più o meno realistici tengono in vita la sua storia, tra cui un uomo che verrà poi ucciso da Omar Sheikh nel 2005, secondo la prima ministra pakistana Benazir Bhutto.
Nell’agosto 2002 l’MI6 organizza a Londra una conferenza dei Fratelli musulmani sul tema “La Siria per tutti”. I relatori presentano l’idea che la Siria sia oppressa dalla setta alawita e che solo i Fratelli musulmani siano in grado di offrire la vera libertà.
Dopo Sayyid Qutb e Abu Musab “Il Siriano”, gli islamisti optano per un nuovo stratega, Abu Bakr Naji. Nel 2004 questo personaggio – che oltretutto pare non essere mai esistito – pubblica online un libro, Management of Savagery [La gestione della barbarie] [6], una vera e propria teoria del caos. Anche se alcuni credono di leggervi lo stile di uno scrittore egiziano, sembra che il libro sia stato scritto in inglese per poi essere arricchito da citazioni coraniche superflue e tradotto in arabo. La “barbarie” del titolo non si riferisce al terrorismo, ma al ritorno allo stato di natura prima che la civiltà creasse lo Stato. Si deve riportare l’umanità all’“homo homini lupus”. La strategia del caos prevede tre fasi:
– Primo, demoralizzare ed esaurire lo Stato attaccandolo nei punti meno protetti. Si sceglieranno quindi obiettivi secondari, spesso privi d’interesse ma sparsi e facili da distruggere. Ciò può dare l’impressione di una rivolta generalizzata, di una rivoluzione. – Secondo, quando lo Stato si sarà ritirato dalle periferie e dalle campagne, conquistare determinate zone e controllarle, imponendo la Sharia per segnare il passaggio a una nuova forma di Stato. In questo periodo si stringeranno alleanze con tutti coloro che si oppongono al potere senza lasciarli sprovvisti di armi, per avviare così una guerra di posizione. – Terzo, proclamare lo Stato islamico.
Tale trattato nasce dalla scienza militare contemporanea e attribuisce grande importanza alle operazioni psicologiche, come l’uso spettacolare della violenza. In pratica, la strategia non ha nulla a che fare con la rivoluzione, ma con la conquista di un paese da parte di potenze estere, presupponendovi un investimento enorme. Come sempre nella letteratura sovversiva, le cose più interessanti si trovano in ciò che non viene detto o che viene semplicemente citato di sfuggita: – preparare le popolazioni ad accogliere i jihadisti richiede preliminarmente la realizzazione di una rete di moschee e opere sociali, com’è avvenuto in Algeria prima della guerra “civile”; – per avviare le operazioni militari è necessario importare prima le armi, soprattutto perché, successivamente, i jihadisti non avranno modo di riceverle, e ancor meno le munizioni. Dovranno essere appoggiati dall’estero; – il controllo delle aree occupate presuppone una precedente formazione di alti funzionari, come quelli degli eserciti regolari responsabili della “ricostruzione degli Stati”; – infine, la guerra di posizione presuppone la costruzione di vaste infrastrutture che richiedono materiali, ingegneri e architetti.
Di fatto, richiamarsi a tale opera conferma che gli islamisti intendono continuare a svolgere un ruolo militare per conto di potenze straniere, ma, questa volta, su larga scala.
Nel 2006 gli inglesi chiedono all’emiro del Qatar, Hamad, di porre la sua rete TV panaraba Al Jazeera al servizio dei Fratelli musulmani [7]. Il libico Mahmud Gibril – che ha insegnato alla famiglia reale a parlare il linguaggio democratico – è responsabile dell’introduzione graduale dei Fratelli nella rete e della creazione di canali in lingua estera (inglese e poi bosniaca e turca) e di un canale per i bambini. Il predicatore Yusuf al-Qaradawi diventa “consulente religioso” di Al Jazeera. Naturalmente, il canale trasmetterà e convaliderà le registrazioni audio e video di “Osama bin Laden”.
Nello stesso periodo, le truppe statunitensi in Iraq devono affrontare una rivolta generalizzata. Dopo essere stati massacrati dalla repentina e brutale invasione (tecnica shock and awe, “colpisci e terrorizza”), gli iracheni organizzano la resistenza. L’ambasciatore statunitense a Baghdad, John Negroponte – futuro direttore della National Intelligence – propone di sconfiggerli dividendoli e facendo in modo di scatenare la rabbia contro loro stessi, trasformando quindi la resistenza all’occupazione in guerra civile. Negroponte è un esperto di operazioni segrete: ha partecipato al Phoenix Program in Vietnam, organizzato la guerra civile in El Salvador e l’operazione Iran-Contras in Nicaragua e ha fatto fallire la ribellione del Chiapas in Messico. L’ambasciatore convoca uno degli uomini che lo ha fiancheggiato a El Salvador, il colonnello James Steele, e gli affida la creazione delle milizie irachene sciite contro i sunniti e di quelle sunnite contro gli sciiti. Per quanto riguarda le milizie sunnite, Steele ricorre agli islamisti: a partire da Al Qaida in Iraq crea un esercito da una coalizione tribale, l’Emirato islamico in Iraq (futuro ISIS), sotto la copertura della polizia speciale (“Brigata dei Lupi”). Per terrorizzare le vittime e le rispettive famiglie, addestra l’Emirato alle torture con i metodi della Scuola delle Americhe e del Fu Hsing Kang College di Taiwan, dove ha insegnato. Nel giro di pochi mesi, un nuovo orrore si abbatte sugli iracheni dividendoli per appartenenza religiosa. In seguito, quando il generale David Petraeus prenderà il comando delle truppe USA nel paese, nominerà il colonnello James H. Coffman per lavorare con Steele e stilargli i rapporti sull’operazione, mentre Brett H. McGurk riferirà direttamente al presidente. I principali capi dell’Emirato islamico sono reclutati a Camp Bucca e soggetti ad addestramento nella prigione di Abu Ghraib secondo i metodi del “lavaggio del cervello” ideati dai professori Albert D. Biderman e Martin Seligman [8]. Il tutto è supervisionato da Washington da parte del segretario della Difesa, Donald Rumsfeld, dal quale dipende direttamente Steele.
Nel 2007 Washington comunica alla Fratellanza la necessità di rovesciare i regimi laici del Grande Medio Oriente – anche degli Stati alleati – e quindi di prepararsi a prendere il potere. La CIA disegna le alleanze tra i Fratelli e alcune personalità o partiti laici in tutti gli Stati della regione. Allo stesso tempo, collega i due rami della “Gladio” stabilendo legami tra gruppi nazisti occidentali e gruppi islamisti orientali.
Queste alleanze sono talvolta instabili. Per esempio, alla “Conferenza nazionale dell’opposizione libica” a Londra, i Fratelli riescono a riunire attorno a loro soltanto il Gruppo combattente islamico libico (Al Qaida in Libia) e la Fratellanza wahhabita senussita. La piattaforma programmatica prevede la restaurazione della monarchia e l’Islam come religione di Stato. Più convincente è la costituzione del Fronte di salvezza nazionale, a Berlino, che sancisce l’unione tra i Fratelli e l’ex vicepresidente siriano Abdel Halim Khaddam.

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Dmytro Yarosh durante il congresso del Fronte antimperialista di Ternopil’ (2007). Realizzerà la congiunzione tra i nazisti di Gladio A e gli islamisti di Gladio B; in seguito diventerà vicesegretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale dell’Ucraina, dopo la “rivoluzione colorata” dell’EuroMaidan (2014).

L’8 maggio 2007, a Ternopil’ (nell’Ucraina occidentale), gruppi nazisti e islamisti creano un fronte antimperialista per combattere contro la Russia. Vi partecipano alcune organizzazioni di Lituania, Polonia, Ucraina e Russia, tra cui i separatisti islamici di Crimea, Adighezia, Daghestan, Inguscezia, Cabardino-Balcaria, Karacˇaj-Circassia, Ossezia e Cecenia. Non potendo assistervi a causa delle sanzioni internazionali, Doku Umarov – che ha abolito la Repubblica cecena e proclamato l’Emirato islamico di Ichkeria – fa leggere il suo intervento. Il Fronte è diretto dal nazista Dmytro Yarosh che più tardi, col colpo di Stato a Kiev del febbraio 2014, diventerà vicesegretario del Consiglio per la sicurezza nazionale dell’Ucraina.
In Libano, nel maggio-giugno 2007, l’esercito nazionale assedia il campo palestinese di Nahr al-Bared, dopo che i membri di Fatah al-Islam vi si sono asserragliati. I combattimenti durano 32 giorni e costano la vita a 76 soldati, tra i quali una trentina vengono decapitati.

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Il turco-irlandese El Medhi El Hamid El Hamdi, detto “Mahdi Al-Harati”, agente CIA presente nella Flottiglia della Libertà, bacia il presidente Erdogan che gli rende visita in ospedale. Mahdi Al-Harati diventerà in seguito il numero 2 dell’Esercito Siriano Libero.

Nel 2010 la Confraternita organizza la Freedom Flotilla tramite l’IHH. Ufficialmente si tratta di sfidare l’embargo israeliano e fornire assistenza umanitaria agli abitanti di Gaza [9], mentre in realtà la nave ammiraglia cambia bandiera durante la navigazione passando ai colori turchi. Molte spie si mischiano tra gli attivisti non violenti che partecipano alla spedizione, tra cui un agente della CIA, l’irlandese Mahdi al-Harati. Cadendo nella trappola tesagli dagli Stati Uniti, il primo ministro d’Israele Benjamin Netanyahu ordina l’assalto alle imbarcazioni in acque internazionali, provocando 10 morti e 54 feriti. Tutto il mondo condanna l’atto di pirateria, sotto lo sguardo beffardo della Casa Bianca. Israele, che rifornisce di armi i jihadisti in Afghanistan e ha sostenuto la creazione di Hamas contro l’OLP di Yasser Arafat, si è opposto agli islamisti nel 2008 e li ha bombardati a Gaza insieme agli abitanti. Netanyahu in questo modo paga l’operazione “Piombo fuso” che ha condotto insieme all’Arabia Saudita contro il parere della Casa Bianca. Mentre i passeggeri della flottiglia vengono rilasciati da Israele, la stampa turca mostra il primo ministro Recep Tayyip Erdoğan che rende visita a Mahdi al-Harati in ospedale.
(segue…)

[1] NATO’s secret armies: operation Gladio and terrorism in Western Europe, Daniele Ganser, Foreword by Dr. John Prados, Frank Cass/Routledge (2005).
[2] Classified Woman: The Sibel Edmonds Story : A Memoir, Sibel Edmonds (2012).
[3] Londonistan, Melanie Phillips, Encounter Books (2006).
[4] Wie der Dschihad nach Europa kam, Jürgen Elsässer, NP Verlag (2005); Intelligence and the war in Bosnia 1992-1995: The role of the intelligence and security services, Nederlands Instituut voor Oologsdocumentatie (2010). Al-Qaida’s Jihad in Europe: The Afghan-Bosnian Network, Evan Kohlmann, Berg (2011).
[5] « David Shayler : « J’ai quitté les services secrets britanniques lorsque le MI6 a décidé de financer des associés d’Oussama Ben Laden » », Réseau Voltaire, 18 novembre 2005.
[6] The Management of Savagery: The Most Critical Stage Through Which the Umma Will Pass, Abu Bakr Naji, Harvard University (2006).
[7] “Wadah Khanfar, al-Jazeera e il trionfo della propaganda televisiva”, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 24 settembre 2011.
[8] “Il segreto di Guantanamo”, di Thierry Meyssan, Оdnako (Russia) , Rete Voltaire, 28 ottobre 2009.
[9] “Flottiglia della Libertà: il dettaglio che Netanyahu ignorava”, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 27 giugno 2010.

Ecco come la Bulgaria ha fornito droga e armi ad Al-Qa’ida e a Daesh

I migliori segreti hanno uno scopo. Il cartello mafioso che governa la Bulgaria si è fatto beccare mentre forniva, su richiesta della CIA, droga e armi ad Al-Qa’ida e a Daesh, sia in Libia che in Siria. Il caso è tanto più grave in quanto la Bulgaria è un membro della NATO e dell’Unione Europea.

| Damasco (Siria)

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Capo di uno dei due cartelli mafiosi bulgari, la SIC, Boyko Borisov è diventato primo ministro. Intanto che il suo Paese è membro della NATO e dell’Unione Europea, ha fornito droga e armi ad Al-Qa’ida e a Daesh in Libia e in Siria.
Sembra che tutto sia iniziato per caso. Per trent’anni, la fenetillina veniva utilizzata come sostanza dopante presso gli ambienti sportivi della Germania Occidentale. Secondo l’allenatore Peter Neururer, più della metà degli atleti ne faceva uso regolarmente. Dei trafficanti bulgari videro in ciò un’opportunità. Dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica sino all’ingresso nell’Unione europea, cominciarono a produrla e a esportarla illegalmente in Germania con il nome di Captagon.

Due gruppi mafiosi si fecero una forte concorrenza, Vasil Iliev Security (VIS) e Security Insurance Company (SIC), da cui dipendeva il karateka Boyko Borisov. Questo sportivo di alto livello, professore all’Accademia di polizia, creò una società di protezione delle persone altolocate e divenne la guardia del corpo di entrambi gli ex presidenti, sia il filosovietico Todor Zhivkov sia il filo-USA Simeone II di Saxe -Cobourg-Gotha. Quando questi divenne Primo ministro, Borisov fu nominato direttore centrale del ministero degli Interni, e poi venne eletto sindaco di Sofia.

Nel 2006, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Bulgaria (e futuro ambasciatore in Russia), John Beyrle, ne fa un ritratto in un dispaccio confidenziale rivelato da Wikileaks. Lo presenta come legato a due grandi boss mafiosi, Mladen Mihalev (detto “Madzho”) e Rumen Nikolov (detto “Il Pascià”) [1], i fondatori della SIC.
Nel 2007, secondo un rapporto di una grande società svizzera, US Congressional Quarterly assicura che egli aveva insabbiato parecchie indagini presso il Ministero degli Interni e si trovava lui stesso coinvolto in 28 delitti di mafia. Sarebbe diventato un partner di John E. McLaughlin, il vice direttore della CIA. Avrebbe installato in Bulgaria una prigione segreta dell’Agenzia e avrebbe contribuito a fornire una base militare nel quadro del progetto d’attacco contro l’Iran, ha aggiunto il giornale [2].
Nel 2008, lo specialista tedesco di criminalità organizzata, Jürgen Roth, descrive Boyko Borisov come «l’Al Capone bulgaro» [3].
Divenuto lui stesso Primo ministro, mentre il suo paese era già membro della NATO e dell’UE, venne sollecitato dall’Agenzia affinché desse un aiuto nella guerra segreta contro Muammar el-Gheddafi. Boyko Borisov fornì il Captagon prodotto dalla SIC ai jihadisti di Al-Qa’ida in Libia. La CIA rese questa droga sintetica più attraente e più efficiente mescolandola con una droga naturale, l’hashish, consentendo così di manipolare più facilmente i combattenti e di renderli più terrificanti, in linea con i lavori di Bernard Lewis [4]. In seguito, Borisov ha esteso il suo mercato alla Siria.
Ma la cosa più importante si è avuta quando la CIA, utilizzando le peculiarità di un ex Stato membro del Patto di Varsavia che aveva aderito alla NATO, acquistò da esso armamenti di tipo sovietico per un valore di 500 milioni di dollari e li trasportò in Siria. Si trattava principalmente di 18.800 lanciagranate anticarro portatili e di 700 sistemi di missili anti-carro Konkurs.
Quando Hezbollah inviò una squadra in Bulgaria per informarsi su questo traffico, un bus di turisti israeliani fu oggetto di un attentato a Burgas, che causò 32 feriti. Immediatamente, Benjamin Netanyahu e Boyko Borisov accusarono la Resistenza libanese, mentre i media atlantisti diffusero numerose accuse contro il presunto attentatore suicida di Hezbollah. In ultima analisi, il medico legale, la dottoressa Galina Mileva, si accorse che la sua salma non corrispondeva alle descrizioni dei testimoni; un responsabile del controspionaggio, il colonnello Lubomir Dimitrov, notò che non si trattava di un attentatore suicida, ma di un semplice corriere, e che la bomba era stata attivata a distanza, probabilmente a sua insaputa; mentre la stampa accusava due arabi che avevano cittadinanza canadese e australiana, la Sofia News Agency citò un complice statunitense conosciuto con lo pseudonimo di David Jefferson. Così, quando l’Unione europea approfittò del caso per classificare Hezbollah come “organizzazione terroristica”, il Ministro degli Esteri in carica durante il breve periodo in cui Borisov è stato escluso dal potere esecutivo, Kristian Vigenine, ha sottolineato che, in realtà, non ci sono prove per collegare l’attacco alla resistenza libanese [5].
A partire dalla fine del 2014, la CIA cessò di dare ordini e fu sostituita dall’Arabia Saudita, che ha così potuto comprare armi non più di armi di tipo sovietico, bensì materiale della NATO, come i missili anticarro filoguidati BGM-71 TOW. Ben presto, Riad fu sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti [6]. I due Stati del Golfo assicurarono essi stessi la consegna ad Al-Qa’ida e a Daesh tramite la Saudi Arabian Cargo e la Etihad Cargo, sia presso Tabuk lungo la frontiera saudita-giordana, sia presso la base comune degli Emirati, della Francia e degli USA che si trova a Dhafra.
Nel giugno 2014, la CIA aggiunge un ulteriore strato a tutto ciò. Si tratta stavolta di proibire alla Bulgaria di lasciar passare sul suo territorio il gasdotto russo South Stream che avrebbe potuto rifornire l’Europa occidentale [7]. Questa decisione, che ha privato la Bulgaria di ricavi importantissimi, permette da un lato di rallentare la crescita dell’Unione europea, conformemente al piano Wolfowitz [8]; dall’altro lato, consente di applicare sanzioni europee a danno della Russia, comminate con il pretesto della crisi in Ucraina; poi di sviluppare il gas di scisto in Europa orientale [9], e, infine, di mantenere l’interesse a rovesciare la Repubblica araba siriana, possibile grande esportatore di gas. [10]
Secondo le ultime voci, la Bulgaria — Stato membro della NATO e dell’Unione europea — persiste nel fornire illegalmente droga e armi ad Al-Qa’ida e a Daesh, nonostante la recente risoluzione 2253 adottata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Traduzione
Matzu Yagi
[1] “Bulgaria’s most popular politician: great hopes, murky ties”, John Beyrle, May 9, 2006.
[2] “Bush’s Bulgarian Partner in the Terror War Has Mob History, Investigators Say”, Jeff Stein, U.S. Congressional Quarterly, May 2007.
[3] Die neuen Dämonen, Jürgen Roth, 2008.
[4] The Assassins: A Radical Sect in Islam, Bernard Lewis, Weidenfeld & Nicolson, 1967.
[5] “La Bulgaria non ritiene Hezbollah responsabile dell’attentato di Burgas”, Rete Voltaire, 7 giugno 2013.
[6] « Mise à jour d’une nouvelle filière de trafic d’armes pour les jihadistes », par Valentin Vasilescu, Traduction Avic, Réseau Voltaire, 24 décembre 2015.
[7] “Chi ha sabotato il gasdotto South Stream”, di Manlio Dinucci, Tommaso di Francesco, Il Manifesto (Italia), Rete Voltaire, 10 giugno 2014.
[8] « US Strategy Plan Calls For Insuring No Rivals Develop » and « Excerpts from Pentagon’s Plan : “Prevent the Re-Emergence of a New Rival » », Patrick E. Tyler, New York Times, March 8, 1992. « Keeping the US First, Pentagon Would preclude a Rival Superpower », Barton Gellman, The Washington Post, March 11, 1992.
[9] “Blocco del South Stream, lo «schiaffo» degli Usa all’Europa”, di Manlio Dinucci, Il Manifesto (Italia), Rete Voltaire, 5 dicembre 2014.
[10] “La Siria al centro della guerra del gas nel Medio Oriente”, di Imad Fawzi Shueibi, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 10 maggio 2012.

Preso da: https://www.voltairenet.org/article189812.html

I Fratelli Mussulmani sono assassini

Continuiamo la pubblicazione del libro di Thierry Meyssan, “Sotto i nostri occhi”. In questo episodio l’autore narra la creazione di una società segreta egiziana, i Fratelli Mussulmani, nonché la rifondazione fattane dai servizi segreti britannici dopo la seconda guerra mondiale. Poi ci racconta come l’MI6 abbia usato i Fratelli Mussulmani per compiere assassinii politici in Egitto, ex colonia della Corona.

| Damasco (Siria)

Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi.
Si veda l’indice.

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Hasan al-Banna, fondatore della società segreta dei Fratelli Mussulmani. Si hanno scarse notizie sulla sua famiglia; si sa solo che erano orologiai, mestiere in Egitto riservato alla comunità ebraica.

Le “Primavere arabe” vissute dai Fratelli musulmani

Nel 1951 i servizi segreti anglosassoni costituiscono, a partire dall’antica organizzazione omonima, una società politica segreta: i Fratelli musulmani, usati a più riprese per assassinare figure che si oppongono e poi, dal 1979, come mercenari contro i sovietici. Nei primi anni novanta sono integrati nella NATO e nel 2010 si tenta di metterli al potere nei paesi arabi. I Fratelli musulmani e l’ordine sufita della Naqshbandiyya sono finanziati – con almeno 80 miliardi di dollari l’anno – dalla famiglia regnante saudita, cosa che lo rende uno degli eserciti più importanti al mondo. Tutti i capi jihadisti, compresi quelli dell’ISIS, appartengono a questo apparato militare.

I Fratelli musulmani d’Egitto

Durante la prima guerra mondiale scompaiono quattro imperi: il Reich tedesco, l’Impero austro-ungarico, la Santa Russia zarista e la Sublime porta ottomana. I vincitori, del tutto privi del senso della misura, impongono ai vinti le loro condizioni. Così, in Europa, il Trattato di Versailles sancisce condizioni inaccettabili per la Germania, considerata l’unica colpevole del conflitto. In Oriente, lo smembramento del Califfato ottomano è destinato a originare conflitti: alla Conferenza di San Remo (1920), in base all’accordo segreto Sykes-Picot (1916), il Regno Unito è autorizzato a stabilire la patria ebraica della Palestina, mentre la Francia può colonizzare la Siria (che all’epoca comprendeva l’attuale Libano). Tuttavia, in ciò che resta dell’Impero ottomano, Mustafa Kemal Atatürk si ribella sia contro il Sultano che ha perso la guerra, sia contro gli occidentali che occupano il suo paese. Alla Conferenza di Sèvres (1920) il Califfato viene diviso, con la conseguente creazione di ogni genere di nuovo Stato, tra cui il Kurdistan. Ma la popolazione turco-mongola della Tracia e dell’Anatolia insorge, mettendo Kemal al potere. Alla fine, la Conferenza di Losanna (1923) traccia i confini odierni rinunciando al Kurdistan, organizzando l’esodo dei popoli e provocando così più di mezzo milione di morti.
Ma proprio come in Germania Adolf Hitler mette in discussione il destino del suo paese, in Medio Oriente un uomo si oppone alla nuova divisione della regione. Un insegnante egiziano fonda un movimento per ripristinare il Califfato che gli occidentali hanno sconfitto e smembrato. Quest’uomo è Hasan al-Banna, l’organizzazione i Fratelli musulmani (1928).
Il Califfo, in linea di principio, è il successore del Profeta cui tutti devono obbedire; un titolo molto ambito. Si succedono diversi importanti lignaggi di califfi: Omayyadi, Abbasidi, Fatimidi e Ottomani. Il futuro Califfo dovrà essere colui che conquisterà tale titolo, in questo caso la “Guida suprema” della Fratellanza che s’immagina padrone del mondo musulmano.
La società segreta si diffonde in fretta, proponendosi di lavorare dall’interno per ripristinare le istituzioni islamiche. Gli adepti devono giurare fedeltà al fondatore sul Corano e su una spada o una pistola. L’obiettivo della Fratellanza è puramente politico, benché espresso in termini religiosi. Né Hasan al-Banna, né i suoi successori si riferiranno mai all’Islam come una religione o evocheranno la spiritualità musulmana. Per loro l’Islam è solo un dogma, una sottomissione a Dio e un modo per esercitare il potere. Ma evidentemente gli egiziani che appoggiano la Fratellanza non la percepiscono in questi termini, la seguono perché sostiene di appellarsi a Dio.
Per Hasan al-Banna la legittimità di un governo non si misura in base alla sua rappresentatività – come si fa per i governi occidentali –, ma dalla capacità di difendere lo “stile di vita islamico”, ossia quello dell’Egitto ottomano del XIX secolo. I Fratelli non crederanno mai che l’Islam abbia una propria storia e che lo stile di vita dei musulmani possa variare sensibilmente da regione a regione e da epoca a epoca. Non penseranno mai neanche che il Profeta abbia rivoluzionato la società beduina e che lo stile di vita descritto nel Corano non rappresenti altro che una fase. Per loro le regole giuridiche del Corano – la Sharia – non corrispondono quindi a una determinata situazione, ma dettano le leggi immutabili su cui il potere può fondarsi.
Il fatto che la religione musulmana sia stata spesso trasmessa a colpi di spada giustifica – per la Fratellanza – l’uso della forza. I Fratelli non ammetteranno mai che l’Islam possa essere diffuso tramite l’esempio: ciò non impedisce comunque ad al-Banna e alla Fratellanza di concorrere alle elezioni, e perderle. Se condannano i partiti politici non è perché si oppongono al multipartitismo, ma perché, separando la religione dalla politica, cadrebbero nella corruzione.
La dottrina dei Fratelli musulmani corrisponde all’ideologia dell’“Islam politico”, che in francese – così come in italiano – si definisce “islamismo”, una parola che oggi va molto di moda.
Nel 1936 Hasan al-Banna scrive al primo ministro Mustafa al-Nahhas per chiedere: – “Una riforma della legislazione e l’unione di tutti i tribunali sotto la Sharia; – il reclutamento militare per istituire un servizio volontario sotto la bandiera del jihad; – il collegamento dei paesi musulmani e la preparazione per la restaurazione del Califfato, applicando l’unità richiesta dall’Islam”.
Durante la seconda guerra mondiale la Confraternita si dichiara neutrale, anche se in realtà si trasforma in un servizio d’intelligence del Reich. Ma con l’entrata in guerra degli Stati Uniti, quando le sorti del conflitto sembrano ribaltarsi, fa il doppio gioco e ottiene finanziamenti dagli inglesi per fornire informazioni sul “nemico” tedesco. In tal modo la Fratellanza si mostra completamente priva di principi e puramente opportunista a livello politico.
Il 24 febbraio 1945 i Fratelli sfidano la sorte e uccidono, in piena seduta parlamentare, il primo ministro egiziano. Ne consegue una violenta escalation: la repressione nei loro confronti e una serie di omicidi politici, fino ad arrivare all’uccisione del nuovo primo ministro – il 28 dicembre 1948 – e, per rappresaglia, dello stesso Hasan al-Banna, il 12 febbraio 1949. Poco tempo dopo una corte marziale condanna alla detenzione la maggior parte dei Fratelli e ne scioglie l’associazione.
Fondamentalmente, questa organizzazione segreta non era altro che una banda di assassini che aspirava a prendere il potere mascherando la propria cupidigia dietro il Corano. La sua storia avrebbe dovuto chiudersi qui.

La fratellanza riformata dagli Anglosassoni
e la pace separata con Israele

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Nonostante lo abbia negato, Sayyd Qutb era massone. Il 23 arile 1943 ha pubblicato sulla rivista al-Taj al-Masri (la “Corona d’Egitto”) un articolo dal titolo Perché sono diventato massone.

La capacità della Confraternita di mobilitare le persone e di trasformarle in assassini non può che incuriosire le grandi potenze.
Due anni e mezzo dopo lo scioglimento, gli anglosassoni formano una nuova organizzazione riutilizzando il nome di “Fratelli musulmani”. Approfittando della detenzione dei capi storici, l’ex giudice Hasan al-Hudaybi viene eletto Guida suprema. Diversamente da quanto si possa credere, non vi è alcuna continuità storica tra la vecchia e la nuova Fratellanza, ma si viene a sapere che un’unità della vecchia società – l’“apparato segreto” – era stata accusata da Hasan al-Banna di perpetrare gli attentati di cui negava la responsabilità. Questa organizzazione dentro l’organizzazione era così segreta che non fu mai influenzata dalla dissoluzione della Fratellanza, restando quindi a disposizione del suo successore. Ma la Guida decide di disconoscerla, dichiarando di voler raggiungere gli obiettivi in modo pacifico. È difficile definire con esattezza cosa sia successo all’epoca tra gli anglosassoni – che volevano ricreare l’antica società segreta – e la Guida, che riteneva giusto riguadagnarsi il seguito delle masse. In ogni caso, l’“apparato segreto” è talmente forte che l’autorità della Guida viene spazzata via a favore di quella di altri capi della Fratellanza. Si apre una vera e propria guerra intestina: la CIA vi pone a capo Sayyid Qutb [1], il teorico del jihad, che la Guida ha condannato prima di concludere un accordo con l’MI6.
È impossibile definire con precisione i reciproci rapporti di subordinazione, in primo luogo perché ciascuna filiale estera ha autonomia propria, poi perché le unità segrete all’interno dell’organizzazione non dipendono più necessariamente né dalla Guida suprema né dalla Guida locale, ma talvolta direttamente da CIA e MI6.
Nel secondo dopoguerra, gli inglesi cercano di riorganizzare il mondo in modo da tenerlo fuori dalla portata dei sovietici. Nel settembre 1946, a Zurigo, Winston Churchill propone l’idea degli Stati Uniti d’Europa e, secondo lo stesso principio, lancia la Lega araba. In entrambi i casi, si tratta di unire una regione escludendo la Russia. Dall’inizio della Guerra fredda gli Stati Uniti d’America, a loro volta, creano associazioni per sostenere queste mosse a loro vantaggio: il Comitato americano per l’Europa unita e gli American Friends of the Middle East [2]. Nel mondo arabo, la CIA organizza due colpi di Stato, prima a Damasco a favore del generale Husni al-Za’im (marzo 1949) e poi con gli Ufficiali liberi al Cairo (luglio 1952). Si tratta di sostenere i nazionalisti che si presumono ostili ai comunisti, ed è con tale spirito che Washington invia in Egitto il generale delle SS Otto Skorzeny e in Iran il generale nazista Fazlollah Zahedi, accompagnati da centinaia di ex ufficiali della Gestapo per guidare la lotta al comunismo.
Skorzeny purtroppo modella la polizia egiziana nel solco di una tradizione di violenza: nel 1963 sceglierà CIA e Mossad per rovesciare Nasser. Zahedi creerà invece la SAVAK, la polizia politica più crudele a quel tempo.
Se Hasan al-Banna aveva disegnato l’obiettivo – ossia assumere il potere manipolando la religione – Qutb definisce il mezzo: il jihad. Dopo che i seguaci avranno ammesso la superiorità del Corano, si potrà contare su di lui per formare un esercito e mandarlo a combattere. Qutb sviluppa una teoria manichea, distinguendo ciò che è islamico rispetto a ciò che è “oscuro”. Per CIA e MI6 questa “operazione” può permettere di utilizzare i seguaci per controllare i governi nazionalisti arabi e poi destabilizzare le regioni musulmane dell’Unione Sovietica. La Fratellanza si trasforma in una fonte inesauribile di terroristi accomunati dallo slogan: “Allah è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad la nostra via. Il martirio la nostra suprema speranza”.
Il pensiero di Qutb è razionale, ma non ragionevole. Diffonde sempre la stessa retorica Allah/Profeta/Corano/jihad/martirio che non lascia spazio a discussioni, dunque impone la superiorità di tale logica sulla ragione.

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Il presidente Eisenhower riceve alla Casa Bianca una delegazione della società segreta (23 settembre 1953).

Quando la CIA organizza un convegno presso l’Università di Princeton sulla “situazione dei musulmani in Unione Sovietica”, si presenta l’occasione per ricevere negli USA la delegazione guidata dal capo dell’ala militare dei Fratelli musulmani, Said Ramadan. Nel suo rapporto, l’agente della CIA incaricato di monitorarli rileva che Ramadan non è un estremista religioso, ma piuttosto un fascista; un modo per sottolineare il carattere esclusivamente politico dei Fratelli musulmani. Il convegno si conclude con un ricevimento alla Casa Bianca organizzato dal presidente Eisenhower, il 23 settembre 1953: l’alleanza tra Washington e il jihadismo viene così siglata.

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Da sinistra a destra: Hassan al-Banna diede in sposa la propria figlia a Said Ramadan e designò quest’ultimo proprio successore. Dal matrimonio nacquero Hani (direttore del Centro Islamico di Ginevra) e Tariq Ramadan (che sarà titolare della cattedra di studi islamici contemporanei all’università di Oxford).

La CIA, che ha ricreato la Fratellanza contro i comunisti, la utilizza prima di tutto per aiutare i nazionalisti. Al tempo l’Agenzia è rappresentata in Medio Oriente da antisionisti del ceto medio che ben presto vengono estromessi a favore di alti funzionari anglosassoni e puritani, provenienti dalle grandi università e pro-Israele. Washington entra dunque in conflitto con i nazionalisti e la CIA mette la Fratellanza contro di loro.

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Said Ramadan e Abdul Ala Mawdudi furono gli animatori di una trasmissione settimanale di Radio Pakistan, stazione creata dal britannico MI6.

Said Ramadan ha comandato alcuni combattenti della Fratellanza durante la breve guerra contro Israele nel 1948; inoltre, ha aiutato Abul Ala Maududi a creare l’organizzazione paramilitare del Jamaat-e-Islami in Pakistan: si è trattato allora di costruire un’identità islamica per gli indiani musulmani in modo che fosse fondato un nuovo Stato, ovvero il Pakistan. Il Jamaat-e-Islami redigerà anche la costituzione pakistana. A quel punto, Ramadan sposa la figlia di Hasan al-Banna e diventa il capo del braccio armato dei nuovi “Fratelli musulmani”.
Mentre in Egitto i Fratelli partecipano al colpo di Stato degli Ufficiali liberi del generale Muhammad Naguib – Sayyid Qutb è il loro agente di collegamento –, ricevono l’ordine di eliminare uno dei loro leader, Gamal Abd el-Nasser, entrato in contrasto con Naguib. Non solo falliscono, ma il 26 ottobre 1954 Nasser prende il potere, sopprimendo la Fratellanza e mettendo ai domiciliari Naguib. Sayyid Qutb sarà impiccato pochi anni dopo.
Vietata in Egitto, la Fratellanza si ritira nei regni wahhabiti (Arabia Saudita, Qatar ed Emirato di Sharja) e in Europa (Germania, Francia, Regno Unito e la neutrale Svizzera). Ogni volta vengono accolti come agenti occidentali che combattono contro l’alleanza nascente tra nazionalisti arabi e Unione Sovietica. Said Ramadan riceve un passaporto diplomatico giordano e si trasferisce a Ginevra nel 1958, da dove dirige la destabilizzazione del Caucaso e dell’Asia centrale (Pakistan, Afghanistan e valle di Fergana in Unione Sovietica). Prende il controllo della commissione per la costruzione di una moschea a Monaco di Baviera, che gli permette di sorvegliare quasi tutti i musulmani in Europa occidentale. Con l’aiuto del Comitato americano per la liberazione dei popoli della Russia – abbreviato con la sigla inglese AMCOMLIB –, cioè la CIA, crea Radio Free Europe/Radio Liberty, una stazione finanziata direttamente dal Congresso degli Stati Uniti per diffondere il pensiero della Fratellanza [3].
Dopo la crisi del Canale di Suez e il drastico cambio di alleanze di Nasser all’indirizzo dei sovietici, Washington decide di sostenere illimitatamente i Fratelli musulmani contro i nazionalisti arabi. A un alto dirigente della CIA, Miles Copeland, viene inutilmente assegnato il compito di scegliere una personalità della Fratellanza in grado di svolgere – nel mondo arabo – un ruolo equivalente a quello del pastore Billy Graham negli Stati Uniti. Bisognerà aspettare fino agli anni ottanta per trovare un predicatore di egual rilievo, l’egiziano Yusuf al-Qaradawi.
Nel 1961 la Fratellanza si collega a un’altra società segreta, l’Ordine Naqshbandı, una sorta di massoneria musulmana che mescola iniziazione sufi e politica. Uno dei suoi teorici, l’indiano Abu Hasan Ali al-Nadwi, pubblica un articolo sulla rivista dei Fratelli. L’Ordine è antico e presente in molti paesi: in Iraq il gran maestro non è altri che il futuro vicepresidente Izzat Ibrahim al-Douri, che sosterrà il tentato colpo di Stato della Fratellanza in Siria nel 1982 e la “campagna del ritorno alla fede” organizzata dal presidente Saddam Hussein per dare nuovamente un’identità al suo paese dopo l’istituzione della no-fly zone degli occidentali. In Turchia l’Ordine avrà un ruolo più complesso: responsabili saranno sia Fethullah Gülen (fondatore dell’Hizmet), sia il presidente Turgut Özal (1989-1993) e il primo ministro Necmettin Erbakan (1996-1997), a capo del Partito della Giustizia (1961) e del Millî Görüs¸ (1969). In Afghanistan, gran maestro sarà l’ex presidente Sibghatullah Mojaddedi (1992). In Russia, con l’aiuto dell’Impero ottomano, nel XIX secolo l’Ordine aveva fatto insorgere Crimea, Uzbekistan, Cecenia e Daghestan contro lo zar. Fino alla caduta dell’URSS non si avranno più notizie di questo ramo, come pure nel Xinjiang cinese. La vicinanza dei Fratelli e dei Naqshbandı viene studiata di rado, data l’opposizione di principio degli islamisti alla mistica e agli ordini sufi in generale.

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La sede saudita della Lega Islamica Mondiale, il cui budget nel 2015 è stato superiore a quello del ministero saudita della Difesa. Primo acquirente mondiale di armi, l’Arabia Saudita le fa pervenire alle organizzazioni dei Fratelli Mussulmani e dei Naqshbandi attraverso la Lega.

Nel 1962 la CIA incoraggia l’Arabia Saudita a creare la Lega musulmana mondiale e a finanziare la Fratellanza e l’Ordine contro i nazionalisti e i comunisti [4]. Questa organizzazione viene inizialmente finanziata dall’ARAMCO (Arabian-American Oil Company). Tra i venti fondatori vi sono tre teorici islamici di cui abbiamo già parlato: l’egiziano Said Ramadan, il pakistano Sayyid Abul Ala Maududi e l’indiano Abu Nasal Ali al-Nadwi.
Di fatto i sauditi, che improvvisamente si ritrovano a possedere un’enorme liquidità grazie al commercio del petrolio, diventano gli sponsor dei Fratelli nel mondo. In loco la monarchia crea un sistema scolastico e universitario in un paese in cui quasi nessuno sa leggere e scrivere. I Fratelli si devono adattare alle tradizioni dei loro ospitanti. Infatti, la fedeltà al re impedisce loro di giurare davanti alla Guida suprema. In ogni caso si organizzano in due filoni attorno a Muhammad Qutb, fratello di Sayyid: i Fratelli sauditi da un lato e i “sururisti” dall’altro. Questi ultimi, sauditi, cercano di compiere una sintesi tra ideologia politica della Fratellanza e teologia wahhabita. Questa setta, cui aderisce la famiglia reale, segue un’interpretazione dell’Islam nata dal pensiero beduino, iconoclasta e antistorico. Finché Riad dispone di petrodollari, lancia anatemi contro le scuole musulmane tradizionali che, a loro volta, ritengono eretica tale sintesi.
In realtà, la politica dei Fratelli e la religione wahhabita non hanno nulla in comune, ma sono comunque compatibili. Sennonché il patto che lega la famiglia dei Saud ai predicatori wahhabiti non può esistere con la Fratellanza: l’idea della monarchia di diritto divino si scontra infatti con la brama di potere dei Fratelli. Si decide quindi che i Saud sosterranno i Fratelli di tutto il mondo, purché questi ultimi si astengano dal fare politica in Arabia Saudita.
L’appoggio dei wahhabiti sauditi alla Fratellanza inasprisce la rivalità tra l’Arabia Saudita e gli altri due Stati wahhabiti, il Qatar e l’Emirato di Sharja.
Dal 1962 al 1970 i Fratelli musulmani prendono parte alla guerra civile nello Yemen del Nord, tentando di restaurare la monarchia al fianco di Arabia Saudita e Regno Unito contro nazionalisti arabi, Egitto e URSS; un conflitto che anticipa ciò che avverrà nel mezzo secolo successivo.
Nel 1970 Gamal Abd el-Nasser giunge a un accordo tra le fazioni palestinesi e re Husayn di Giordania, ponendo fine al “settembre nero”. Però muore la sera del vertice della Lega araba, che ratifica l’accordo: ufficialmente per un attacco cardiaco, ma molto probabilmente per omicidio. Nasser ha tre vicepresidenti: uno di sinistra – estremamente popolare –, uno di centro – ben noto –, e un conservatore, scelto su richiesta di Stati Uniti e Arabia Saudita, Anwar al-Sadat. A seguito di pressioni enormi, il vicepresidente di sinistra si dichiara non meritevole della carica, il vicepresidente centrista preferisce rinunciare alla vita politica e al-Sadat viene così nominato candidato dei nasseriani. È un dramma per molti paesi: il presidente sceglie un vicepresidente tra i concorrenti per ampliare la base elettorale, ma se questi lo sostituisce quando muore, ne distrugge l’eredità.
Al-Sadat, che ha operato per conto del Reich durante la seconda guerra mondiale e professa grande ammirazione per il Führer, è un militare ultra-conservatore, un alter-ego di Sayyid Qutb in veste di intermediario tra la Fratellanza e gli Ufficiali liberi. Al momento della sua ascesa al potere, libera i Fratelli che Nasser ha imprigionato. Il “presidente credente” è alleato della Confraternita nell’islamizzazione della società – la “rivoluzione correttiva” –, ma suo rivale in caso di tensioni politiche. Questo rapporto ambiguo è dimostrato dalla creazione di tre gruppi armati che non nascono da scissioni della Fratellanza, ma sono unità esterne a essa obbedienti: il partito di liberazione islamica, il Jihad islamico (dello sceicco Omar Abdel Rahman) e il “Takfir” (letteralmente “scomunica e immigrazione”). Tutti affermano di applicare le istruzioni di Sayyid Qutb. Armato dai servizi segreti, il Jihad islamico sferra attacchi contro i cristiani copti: lungi dal calmare la situazione, “il presidente credente” accusa di sedizione gli stessi copti e ne imprigiona il papa insieme a otto vescovi. Alla fine, al-Sadat interviene nella guida della Confraternita e parteggia per il Jihad islamico contro la Guida suprema, che fa arrestare [5].
Su indicazione del segretario di Stato americano, Henry Kissinger, convince la Siria a unirsi all’Egitto per attaccare Israele e ripristinare i diritti dei palestinesi. Il 6 ottobre 1973 i due eserciti attaccano su due fronti Israele durante la festa dello Yom Kippur. L’esercito egiziano attraversa il Canale di Suez, mentre i siriani sferrano attacchi dalle alture del Golan. Tuttavia, al-Sadat non schiera che una parte della difesa antiaerea e arresta l’esercito a 15 chilometri a est del canale, mentre gli israeliani si avventano sui siriani che si ritrovano catturati e gridano al complotto. Soltanto quando le truppe israeliane sono mobilitate e l’esercito siriano circondato, al-Sadat ordina alla propria armata di riprendere l’avanzata, interrompendola poi per negoziare il cessate il fuoco. Considerando il tradimento egiziano, i sovietici – che hanno già perso un alleato con la morte di Nasser – minacciano gli Stati Uniti e chiedono il cessate il fuoco immediato.

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Ex agente di collegamento tra gli “Ufficiali liberi” e la Confraternita, insieme a Sayyid Qutb, il “presidente credente” Anwar al-Sadat avrebbe dovuto essere proclamato dal parlamento egiziano “sesto califfo”. Nella foto, questo ammiratore di Adolf Hitler siede alla Knesset, a fianco dei partner Golda Meir e Shimon Peres.

Quattro anni dopo, seguendo il piano della CIA, al-Sadat si reca a Gerusalemme e decide di firmare una “pace separata” con Israele a scapito dei palestinesi. E così si sigla l’alleanza tra Fratellanza e Israele. Tutti i popoli arabi condannano il tradimento e la Lega araba estromette l’Egitto, trasferendo la sede ad Algeri.

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Responsabile dell’“Apparato segreto” dei Fratelli Mussulmani, Ayman al-Zawahiri (capo attuale di Al Qaeda) organizza l’assassinio del presidente Sadat (6 ottobre 1981).

Washington decide di voltare pagina nel 1981. Il jihad islamico ha il compito di liquidare al-Sadat – diventato ormai inutile –, che viene assassinato durante una parata militare, mentre il Parlamento si prepara a proclamarlo “Sesto Califfo”. Nella tribuna d’onore, 7 persone rimangono uccise e 28 ferite ma, seduto accanto al presidente, il vicepresidente – il generale Mubarak – si salva. È l’unico nella tribuna d’onore a indossare un giubbotto antiproiettile. Succede al “presidente credente” e la Lega araba può così tornare al Cairo.
(segue…)

La traduzione italiana del libro è disponibile in versione cartacea.
[1] “Sayyd Qutb era massone”, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 29 maggio 2018.
[2] America’s Great Game: The CIA’s Secret Arabists and the Shaping of the Modern Middle East, Hugh Wilford, Basic Books (2013).
[3] A Mosque in Munich: Nazis, the CIA, and the Rise of the Muslim Brotherhood in the West, Ian Johnson, Houghton Mifflin Harcourt (2010).
[4] Dr. Saoud et Mr. Djihad. La diplomatie religieuse de l’Arabie saoudite, Pierre Conesa, préface d’Hubert Védrine, Robert Laffont (2016).
[5] Histoire secrète des Frères musulmans, Chérif Amir, préface d’Alain Chouet, Ellipses (2015).

Il filtro delle ‘Fake news’ NewsGuard sotto inchiesta per legami con azienda promoter della propaganda saudita

Saudis

© Reuters/Suhaib Salem

Una nuova App, che pretende di servire da baluardo contro la “disinformazione” aggiungendo “classifiche di fiducia” ai siti di notizie, ha collegamenti a una società di pubbliche relazioni che ha ricevuto quasi 15 milioni di dollari per promuovere informazione pro-Saudita nei media americani, riporta Breitbart.

NewsGuard e il suo losco comitato consultivo – composto da amanti della verità come Tom Ridge, il primo capo della sicurezza nazionale, ed ex direttore della CIA Michael Haydenè stato sottoposto a verifica dopo che Microsoft ha annunciato che l’applicazione sarebbe stata integrata nei suoi browser mobili. Un esame più attento degli investitori quotati in borsa della società, tuttavia, ha rivelato nuove ragioni per essere sospettosi di questo autodichiarata crociata contro la propaganda. Come ha scoperto Breitbart, il terzo investitore di NewsGuard, Publicis Groupe, possiede una società di pubbliche relazioni che ha ripetutamente operato con l’Arabia Saudita.

Dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, Riyadh ha arruolato Qorvis Group, una sussidiaria di Publicis, nella speranza di smentire le accuse che il regno avesse chiuso un occhio – o addirittura promosso – al terrorismo. Tra marzo e settembre 2002, l’Ambasciata Reale dell’Arabia Saudita ha pagato Qorvis 14,7 milioni di dollari, per far partire una aggressiva campagna mediatica per prendere di mira i consumatori americani. Come parte della campagna, Qorvis ha impiegato una litania di tattiche discutibili, compresa l’esecuzione di annunci pro-Saudi sotto il nome di un gruppo di attivisti, Alliance for Peace and Justice. Successivamente, l’FBI ha fatto irruzione negli uffici dell’azienda nel 2004, dopo che Qorvis era sospettato di aver violato le leggi sul lobbismo estero.

Tra il 2010 e il 2015, si ritiene che Qorvis abbia ricevuto milioni di dollari per continuare a ripulire l’immagine del regno saudita negli Stati Uniti. L’accelerazione è arrivata proprio quando i sauditi hanno lanciato la loro guerra devastante contro lo Yemen. Infatti, Qorvis ha creato un intero sito web – operationrenewalofhope.com – per promuovere la guerra guidata dai sauditi nello Yemen, secondo il sito di notizie The Intercept.

L’azienda ha anche inserito con successo storie Riyadh-friendly in importanti pubblicazioni americane, tra cui un op-ed del 2016 del ministro degli esteri saudita Adel al-Jubeir, che è stato pubblicato da Newsweek. Il titolo gridava spavaldamente: “I sauditi combattono il terrorismo, non credere al contrario”.

Tutto questo è piuttosto straordinario, considerando che NewsGuard si propone come un’applicazione che aiuta i consumatori di notizie a determinare “se un sito web sta cercando di fare la cosa giusta o se invece ha un’agenda nascosta o pubblica consapevolmente falsità o propaganda”.

Gli utenti dei social media hanno rapidamente seguito la storia, evidenziando i molteplici livelli di ironia e umorismo.

Mi chiedevo perché il loro slogan fosse “decapitare coloro che diciamo vendere notizie false”, ha scherzato un utente di Twitter.

Eppure, il co-fondatore di NewsGuard Steven Brill ha insistito sul fatto che Qorvis e la sua casa madre non hanno alcun controllo sull’applicazione.

“Publicis non ha nulla a che fare con il contenuto o le operazioni di NewsGuard e ha una piccola partecipazione nell’azienda”, ha detto Brill a Breitbart.

Se guidare l’applicazione è una responsabilità riservata esclusivamente al comitato consultivo, NewsGuard probabilmente non andrà molto meglio: Uno dei membri del consiglio, Richard Stengel, è un ex redattore capo della rivista Time e un ex funzionario del Dipartimento di Stato che è stato soprannominato il “capo propagandista” del governo degli Stati Uniti..

Fedele alla forma, Stengel ha ammesso apertamente durante una tavola rotonda l’anno scorso che “Non sono contro la propaganda”, e “Ogni paese la fa e la deve esercitare sulla propria popolazione e non penso necessariamente che sia così terribile”.

Preso da: https://it.sott.net/article/2042-Il-filtro-delle-Fake-news-NewsGuard-sotto-inchiesta-per-legami-con-azienda-promoter-della-propaganda-saudita

Verso la Grande Albania

Violando la risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulla fine della guerra della NATO contro la Serbia del 1999, il Kosovo ora possiede un esercito.

Secondo il primo ministro kosovaro, Ramush Haradinaj, un accordo concluso con l’omologo albanese, Edi Rama, prevede di abolire il 1° marzo 2019 la frontiera fra i due Stati.
Durante un consiglio di ministri congiunto di Albania e Kosovo, è stato costituito un fondo comune per promuovere l’adesione dei due Stati all’Unione Europea.
Il primo ministro albanese Rama è stato ospite del parlamento kosovaro, cui ha esposto un progetto di politica estera e di sicurezza comuni, ambasciate unificate e un’unica presidenza.
Il 15 febbraio 2019 Rama ha parlato alla rete televisiva Vizion Plus della fusione dei due Stati, affermando che sarebbe la soluzione dei problemi del Kosovo.
La fusione è in contrasto con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza.
La Grande Albania sarebbe il primo Stato mussulmano ad aderire all’Unione Europea.

Le popolazioni albanesi di Montenegro, Macedonia e Grecia si preparano a chiedere di entrare nella Grande Albania.
La minoranza greca del sud dell’Albania ha invece immediatamente chiesto, qualora il progetto venisse realizzato, di non entrare nella Grande Albania, bensì di essere annessa alla Grecia.
Il Kosovo è praticamente una base del Pentagono, mentre l’Albania è il centro europeo della CIA.
L’11° anniversario dell’indipendenza del Kosovo, il 17 febbraio 2019, è stato celebrato con la sfilata del nuovo esercito kosovaro. Il parlamento ha tenuto una sessione straordinaria alla presenza dei primi ministri kosovaro e albanese. Alla sessione hanno partecipato anche l’ex primo ministro italiano Massimo D’Alema [1] e l’ex capo della Missione di Verifica in Kosovo, William Walker, che attribuì il massacro di Račak alla Serbia per giustificare l’intervento della NATO.
Per un curioso ribaltamento delle posizioni, Stati Uniti e Turchia oggi sostengono il progetto di Grande Albania, mentre a suo tempo accusarono Belgrado di voler creare la Grande Serbia (in seguito, l’accusa di un presunto “piano ferro di cavallo” si è rivelata una menzogna fabbricata dalla NATO) e l’hanno bombardata.
Negli anni Novanta il Pentagono considerava la Jugoslavia come un «laboratorio» per testare i «combattimenti fra cani», ossia la possibilità d’isolare un Paese, di fomentarvi la guerra civile e separare le comunità che lo compongono. Prima della guerra di Jugoslavia, i Balcani erano abitati da popolazioni molto diverse. Si parlava allora di “balcanizzazione” per designare questa mescolanza. Oggi ogni comunità è più o meno territorializzata e il termine “balcanizzazione” designa un processo di frazionamento.

[1] Massimo D’Alema è sempre stato un fattivo collaboratore della guerra neocoloniale dichiarata dagli Stati Uniti, per interposta NATO, alla ex Jugoslavia. Il 21 ottobre 1998, quando assume la guida del governo, sostiene politicamente i terroristi che gli USA addestrano nella base NATO di Incirlik, in Turchia, accreditandoli come «combattenti per la libertà» e resistenti al «terrorismo di Belgrado». Eppure all’epoca non mancano le cronache ‒ negli anni successivi convalidate dalla Storia ‒ che descrivono altro scenario: sono i terroristi kosovari dell’UCK che, inquadrati e foraggiati dalla NATO, massacrano e seviziano e sequestrano i serbi; fa niente: le televisioni amiche, come la RAI diretta dal governo D’Alema e Mediaset, del suo alleato Silvio Berlusconi, perseverano nel diffondere le menzogne made in USA. Anche quando si scopre che l’UCK utilizza i prigionieri serbi (oltre ai kosovari dissidenti) per prelevargli gli organi e impiantare un florido commercio in Albania (dove collaborano anche medici italiani a beneficio di malati connazionali), D’Alema continua a lodare la «sacrosanta guerra di liberazione combattuta dall’UCK contro Belgrado». Due mesi dopo la salita al soglio governativo, D’Alema si segnala per ulteriore gesto di servilismo verso gli Stati Uniti e Israele: induce il segretario del PPK (partito comunista turco), Abdullah Ocialan, a lasciare Roma, dove aveva chiesto asilo politico, per volare a Nairobi, in Kenia. È una trappola: giunto colà, in barba alle garanzie d’incolumità personale che gli erano state date dal governo D’Alema, Ocialan è prelevato da mercenari, in combutta con Roma, e consegnato al governo turco, dove la pena di morte gli viene commutata in ergastolo grazie alla mobilitazione internazionale.
Quando gli Stati Uniti, a dicembre 1999, dichiarano guerra alla Jugoslavia senza l’autorizzazione dell’ONU, D’Alema esegue senza fiatare e il 22 manda i soldati italiani a bombardare i serbi con proiettili all’uranio impoverito. Un crimine che ‒ danno collaterale ‒ continua, a febbraio 2019, a piagare e uccidere i soldati italiani che li spararono. Logico che gli uomini issati al potere in Kosovo e in Albania siano grati al loro complice italiano e lo invitino in tribuna d’onore ad applaudire gli esiti di un macello che si connotò di genocidio. Ndt.

La caduta dell’aquila è vicina

La droga gestita della Cia, uno strumento di politica globale

27/4/19
Sulla scia della Seconda Guerra mondiale, le élite politiche statunitensi e britanniche si ritrovarono ad affrontare la minaccia del socialismo su scala globale. Nonostante le incombenti perplessità circa il futuro, decisero di reagire mobilitando risorse – pubbliche e nascoste – al fine di implementare un programma di “Roll Back” atto a invertire l’avanzata comunista mondiale. Un vero e proprio blocco sulla strada della mobilitazione anti-comunista era rappresentato dal fatto che la maggior parte della popolazione statunitense era diffidente verso un progetto di politica estera di così ampia portata. Per lo statunitense medio il mondo era rappresentato unicamente dall’America del Nord e l’interesse per la politica estera era minimo. A causa di questo radicato isolazionismo, negli Stati Uniti, agli esordi della Guerra Fredda, spese governative ingenti nella politica estera erano fuori questione. Inoltre la Cia, principale fonte economica nel reame della politica estera americana, rappresentava, per la maggioranza degli americani nell’epoca post-bellica, un’agenzia come un’altra, mentre in realtà questa stava diventando un protagonista chiave. Pur perseguendo l’impegno di portare a termine massicce operazioni mondiali, la Cia chiese alla Casa Bianca una licenza per inserirsi in fonti di finanziamento alternativi.
Lucky LucianoLa droga figurava come il business più remunerativo tra quelli più noti. La natura criminale del business dettava quindi le regole del gioco. Mentre alcuni dei guadagni erano effettivamente utilizzati a supporto di operazioni sotto copertura, altri erano deviati verso l’arricchimento personale di agenti e dirigenti dell’agenzia, oppure rimanevano nelle mani di gruppi finanziari con potere di lobby nell’amministrazione statunitense. Di conseguenza, la complicità nel business della droga iniziò a diffondersi verso il livello più alto dell’establishment nordamericano… Il primo caso rappresentante le connessioni tra la Cia e il business della droga risalgono al 1947, anno in cui Washington, preoccupata dell’ascesa del movimento comunista nella Francia post-bellica, si associò con la nota e spietata mafia corsa nella lotta contro la sinistra. Dal momento che il denaro non poteva essere riversato nella sgradevole alleanza attraverso canali ufficiali, una grossa fabbrica di eroina venne istituita a Marsiglia con l’assistenza della Cia, che alimentava l’affare. L’iniziativa imprenditoriale impiegava abitanti del posto, mentre la Cia organizzava il ciclo degli approvvigionamenti, ed il terrore fisico e psicologico contro i comunisti in Francia alfine impedì loro di raggiungere il potere.

William ColbySuccessivamente lo schema adottato è stato replicato nel mondo. All’inizio degli anni ’50 la Cia dirigeva un network di fabbriche di eroina nel Sud Est Asiatico e con parte dei guadagni sosteneva Chiang Kai-shek, che combatteva contro la Cina comunista. La Cia iniziò quindi a patrocinare il regime militare in Laos, rafforzando i propri legami nella regione del Triangolo d’Oro comprendente Laos, Thailandia e Birmania, paesi che hanno contribuito per il 70% della fornitura globale di oppio. La maggior parte della merce era diretta a Marsiglia e in Sicilia per il trattamento effettuato dalle fabbriche gestite dalla mafia corsa e siciliana. In Sicilia, l’associazione criminale che gestiva diverse fabbriche di droga era stata fondata da Lucky Luciano, un gangster americano nato in Italia e rideportatovi dopo la Seconda Guerra Mondiale. Le informazioni non classificate non lasciano alcun dubbio circa il lavoro che Luciano svolgeva per l’intelligence americana. L’uomo è stato, senza grosse motivazioni, rilasciato dalla prigione americana nel 1946 prima di aver scontato la sua condanna; l’associazione criminale italiana che operava sotto il controllo statunitense condivideva i guadagni con i patroni americani, i quali utilizzavano il denaro per portare avanti una guerra segreta contro il partito comunista italiano.
La Cia continuò a prelevare denaro dal Triangolo d’Oro durante la Guerra del Vietnam. La droga proveniente da questa regione veniva trafficata illegalmente negli Stati Uniti e distribuita a basi militari americane all’estero. Ne deriva che molti dei veterani della Guerra del Vietnam sono rimasti segnati non solo dalla guerra, ma anche dall’uso di narcotici. Le attività legate al traffico della droga portate avanti dalla Cia dovevano rimanere segrete, ma evitare di venire a conoscenza di azioni così gravi era difficile. Uno scandalo enorme scoppiò infatti negli anni ’80 coinvolgendo la banca Nugan Hand di Sydney, con filiali registrate alle isole Cayman, e il precedente direttore della Cia William Colby avente funzione di consigliere legale. La Cia ha utilizzato la suddetta banca per operazioni di riciclaggio di denaro sporco nella gestione dei proventi derivanti dal traffico di droga e armi in Indocina. La geografia dei traffici di droga appoggiati dalla Cia si ampliò costantemente. Negli anni ’80, lo scambio “armi per droga” è stato replicato per finanziare i Contras del Nicaragua; ma dopo essere stato scoperto, il Comitato delle relazioni estere del Senato americano ha dovuto aprire un’inchiesta. Una frase del rapporto del Senato sul famoso accadimento affermava: «I decisori statunitensi non erano immuni all’idea che i soldi della droga fossero una soluzione ideale al problema del finanziamento del Contras».
Aereo Cia caduto in Messico nel 2012 con 4 tonnellate di cocainaQuesta dichiarazione, in linea generale, potrebbe dimostrare che le attività della Cia erano strettamente collegate alla politica estera americana. Il business della Cia nel narcotraffico si è diffuso senza precedenti quando gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica entrarono indirettamente in conflitto in Afghanistan. La comunità dell’intelligence americana finanziò generosamente i Mujahiddin, in parte con i soldi derivanti dal narcotraffico. Gli aerei statunitensi che consegnavano armi alla nazione rientravano carichi di eroina. Secondo giudizi indipendenti, all’epoca, circa il 50% del consumo di eroina negli Stati Uniti proveniva dall’Afghanistan. “La mafia, la Cia e George Bush” di Pete Brewton (New York: S.P.I. Books, 1992) offre una serie di dati concreti che provano i legami esistenti tra il direttore della Cia e il presidente americano Bush e la mafia. Lo stesso presidente, in certe fasi della sua carriera, combinò la propria funzione pubblica con la politica e il business della droga. L’establishment americano ha concluso che la droga, oltre ad essere stata impiegata per circostanze politiche, potrebbe tornare utile nel raggiungimento di obiettivi geopolitici di lungo termine.
Bremer con Colin PowellQuando Paul Bremer divenne capo di Baghdad con un’autorità che nemmeno Saddam Hussein si sognava, non fece alcun tentativo per innalzare una barriera contro l’ondata del narcotraffico che travolse l’Iraq. Inoltre è importate notare che il business della droga, durante il governo di Saddam, era un problema inesistente nel paese. «Questa è la panacea di ogni rivolta. Drogateli, rendeteli dipendenti come pesci affamati. In seguito, dopo aver preso il controllo della loro radio e televisione, storditeli con la propaganda». Baghdad, la città che non aveva mai visto l’eroina fino a marzo del 2003, ora è sommersa di stupefacenti, inclusa l’eroina. Secondo un rapporto pubblicato dal giornale “The Indipendent” di Londra, i cittadini di Baghdad si lamentavano che la droga, come l’eroina e la cocaina, erano smerciate per le strade delle metropoli irachene. «Alcune relazioni suggeriscono che il traffico di droga e armi era sostenuto dalla Cia, al fine di finanziare le sue operazioni segrete internazionali», scrive Brenda Stardom. Nel suo rapporto, un abitante di Baghdad spiegava: «Saresti stato impiccato, per il traffico di droga. Ma ora si può ottenere eroina, cocaina, qualsiasi cosa». I civili tossicodipendenti non hanno nessuna volontà di resistere, mentre la trionfante Washington, che ottenne le risorse del paese, è incurante del fatto che questa gente è condannata all’estinzione.
L’operazione anti-terroristica lanciata immediatamente dopo il dramma dell’11 Settembre è giunta a conclusione in Afghanistan 11 anni dopo. Washington tratta la questione come un successo, ma evitare l’opinione pubblica genera gravi effetti collaterali. L’Afghanistan è stato abbandonato in uno stato di distruzione, con interi villaggi annientati, migliaia di persone decedute, prigionieri, campi di concentramento e rifugiati in tutto il paese. Sconfiggere il business della droga era l’obiettivo più pubblicizzato dell’intera “guerra al terrore” americana, ma il risultato e gli obiettivi della campagna erano completamente diversi. Nelle mani della coalizione occidentale, l’Afghanistan si è trasformato nel principale produttore mondiale di droga. Gli Usa e il business della droga si sono intrecciati sin dalla fine del secondo conflitto mondiale. Per Washington, la droga è stata a lungo un elemento strutturale della politica estera, oltre all’enorme mercato nero mondiale che alimenta l’economia “legittima” dell’Occidente… Un dollaro destinato al commercio della droga rende fino a 12.000 dollari, nella migliore delle ipotesi. Il costo dell’eroina afghana aumenta nettamente man mano che ci si sposta a nord del paese – in Pakistan ammonta a circa 650 dollari al chilo, 1.200 in Kyrgyzstan, raggiungendo i 70 dollari al grammo nella città di Mosca. Un chilo di eroina equivale a 200.000 dosi, e una dipendenza disperata inizia dopo 3 o 4 dosi.
Soldati Usa nei campi di oppio in AfghanistanIl capitale “legittimo” sarebbe temporaneamente insostenibile senza il trascinante mercato nero globale. Entrambi i componenti dell’economia mondiale sono incentrati sugli Stati Uniti. Washington è consapevole che la produzione di droga può essere messa in atto solo dopo aver soddisfatto il requisito principale, cioè che gli utili finali non creino un effetto a cascata sul produttore. Diversamente, il mercato nero si sgretolerebbe all’istante. La mafia che gestisce il traffico di droga “in linea” riesce ad ottenere il 90% dei ricavi dall’eroina. Accanto ad altri soggetti coinvolti nel traffico, coloro che lavorano la materia prima ricevono il 2% del guadagno, gli agricoltori di papavero il 6% e i commercianti di oppio il 2%. La produttività del mercato nero utilizza anche aree coltivate a prezzi marginali. Promuovere un conflitto armato nella zona agricola è il modo più semplice per attenuare i costi richiesti dagli agricoltori, considerando che le armi sono la merce con più alto valore equivalente. La formula è che più sanguinoso è il conflitto e più alti sono i ricavi dalle vendite di armi e droga. L’instabilità, associata al controllo del disordine, rappresenta il motore del mercato nero. I due fattori armonizzano la domanda e l’offerta, tuttavia per assottigliare i costi e non avere difficoltà occorre diffondere aspirazioni separatiste. Il comandante della situazione dovrebbe impegnarsi con gruppi etnici, clan o fazioni religiose piuttosto che con enti statali.
L’Afghanistan ha distribuito un totale di circa 50 tonnellate di oppio durante la metà degli anni ’80, ma la cifra è balzata a 600 tonnellate entro il 1990, un anno dopo il ritiro dei sovietici. Dopo aver sequestrato il 90% del territorio afgano e preso controllo della coltivazione di papavero locale, i Talebani si sono scrollati di dosso la presa della Cia e del Dipartimento di Stato americano, causando la perdita della quota statunitense dei circa 130 miliardi di dollari di profitto che la mafia poteva ottenere se le forniture venivano incanalate con successo in Asia centrale. Riprendere il controllo della produzione di eroina dal potere dei Talebani era l’obiettivo fondamentale dietro la campagna statunitense in Afghanistan. Al momento la missione è compiuta, gran parte dell’eroina viene acquistata e trasmessa dalla Cia e dal Pentagono ad altri paesi. Dopo aver costruito le basi militari in Kyrgyzstan, Uzbekistan e Tagikistan e insediato il governo di Hamid Karzai, Washington ha aperto nuove rotte di approvvigionamento, eliminando i concorrenti e facendo sì che la capacità degli stabilimenti di trasformazione dell’oppio in eroina non siano mai privi di lavoro. Al momento, l’Afghanistan rappresenta il 75% del mercato globale di eroina, l’80% del mercato europeo e il 35% del mercato statunitense. Circa il 65% del rifornimento di droga dell’Afghanistan attraversa l’Asia centrale post-sovietica, e anche se questa disposizione sarà leggermente modificata, il traffico persisterà anche dopo il ritiro della coalizione occidentale dall’Afghanistan.
Droga in RussiaL’alleanza criminale tra la Cia e i Talebani è un fatto noto e non svanirà. Attualmente, i gruppi criminali albanesi del Kosovo possiedono un ruolo di primo piano nel commercio internazionale della droga. L’indipendenza del Kosovo dalla Serbia ha permesso agli Stati Uniti di pianificare un nuovo punto di appoggio per il business della droga, con particolare riguardo all’Europa. Oltre un milione di albanesi risiedono in Europa occidentale e la maggior parte di loro sopravvive grazie a diversi affari illegali, soprattutto quello della droga. Senza dubbio, gli Stati Uniti hanno deliberatamente presentato all’Europa un problema che d’ora in poi aumenterà. Secondo l’agenzia anti-narcotici russa, circa 100.000 persone in tutto il mondo – più di quante uccise dall’esplosione nucleare che distrusse Hiroshima – muoiono ogni anno a causa degli stupefacenti provenienti dall’Afghanistan. In questo contesto, in Russia, il bilancio è di circa 30.000 vittime. L’agenzia russa sul controllo della droga afferma che la produttività è raddoppiata negli ultimi dieci anni e ad oggi il 90% delle dosi di droga consumate globalmente – un totale di 7 miliardi – rappresentano eroina. La tossicodipendenza sta invadendo l’odierna Russia e nel mix con l’abuso di alcool sta mettendo in pericolo l’esistenza stessa della nazione.
La Russia è molto attiva nell’incoraggiare la lotta internazionale contro la droga – il ministro degli esteri Sergej Lavrov, per esempio, ha ricordato al forum anti-droga 2010 che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite osserva il problema della droga come una minaccia alla pace e alla sicurezza globale. Il suo punto di vista era che il mandato della coalizione in Afghanistan dovrebbe essere aggiornato per includere delle misure ben più robuste, incluso lo sradicamento dei campi di oppio e lo smantellamento delle fabbriche di droga. I passi per contrastare la produzione di stupefacenti in Afghanistan dovrebbero essere altrettanto decisi di quelli scattati in America Latina contro il traffico di cocaina, afferma Lavrov, sottolineando anche che un coordinamento in tempo reale tra la Russia e la Nato, lungo il confine con l’Afghanistan, potrebbe essere di grande aiuto. Mosca ha mandato per anni segnali in merito, ma l’atteggiamento della Nato sembra essere impassibile. Il capo dell’agenzia russa del controllo della droga Viktor Ivanov ha affermato nel 2010 che la Russia ha fornito delle informazioni riservate agli Stati Uniti e all’amministrazione afghana riguardo 175 stabilimenti di droga in Afghanistan, eppure nessuno di questi è stato smantellato. I fondi continuano quindi ad accumularsi sui conti bancari di coloro che gestiscono questi traffici ed è chiaro che questa condizione richiede un fronte anti-narcotico molto più ampio. Mosca perderà solo tempo e vedrà sempre più russi morire se attende una mossa dell’Occidente per sottoscrivere tali iniziative. È giunto il momento di adottare misure drastiche contro coloro che diffondono la morte confezionata in dosi.
(“La droga, uno strumento di politica globale”, da “La Crepa nel Muro” del 9 aprile 2019).

Preso da: http://www.libreidee.org/2019/04/la-droga-gestita-della-cia-uno-strumento-di-politica-globale/

Ex agente CIA rivela come gli ‘studenti’ venezuelani vengono addestrati al golpe

Sabina Becker
News of the Restless
mar, 25 mar 2014 07:32 UTC
Raúl Capote

© Revista Chávez Vive
Raúl Capote

Chi è quest’uomo e perché la CIA lo teme? Pensavano che fosse uno dei loro, e poi si scopre che è proprio il contrario. E ora sta rivelando tutto. Continuate a leggere:

Raúl Capote è un cubano. Ma non un cubano qualsiasi. In gioventù, è stato raggiunto dalla Central Intelligence Agency (CIA) degli Stati Uniti. Gli hanno offerto un’infinita quantità di denaro per cospirare contro Cuba. Ma poi è successo qualcosa di inaspettato per gli Stati Uniti. Capote, in realtà, lavorava per la sicurezza nazionale cubana. Da quel momento in poi, servì come doppio agente. Scoprite la sua storia, attraverso un’intervista esclusiva con Chávez Vive, che ha rilasciata all’Avana:

Domanda: In che modo sei stato coinvolto in queste attività?

È cominciato con un processo di molti anni, diversi anni di preparazione e di acquisizione. Ero a capo di un movimento studentesco cubano che, a quel tempo, diede origine ad un’organizzazione, l’Associazione Culturale dei Fratelli Saiz, un gruppo di giovani creatori, pittori, scrittori, artisti. Ho lavorato in una città della Cuba centro-meridionale, Cienfuegos, che aveva caratteristiche di grande interesse per il nemico, perché era una città in cui all’epoca si stava costruendo un importante polo industriale. Stavano costruendo un centro elettrico, l’unico a Cuba, e c’erano molti giovani che vi lavoravano. Per questo motivo, era anche una città che aveva molti giovani ingegneri laureatisi in Unione Sovietica. Stiamo parlando degli ultimi anni ’80, quando c’era quel processo chiamato Perestroika. E molti ingegneri cubani, che arrivarono a Cuba in quel periodo, si laurearono da lì, erano considerati persone che erano arrivate con quell’idea di Perestroika. Per questo motivo, era un territorio interessante, dove c’erano molti giovani. E il fatto che io fossi un leader giovanile di un’organizzazione culturale, che si occupava di un importante settore degli ingegneri interessati alle arti, divenne di interesse per i nordamericani, che cominciarono a frequentare gli incontri a cui partecipammo. Non si sono mai identificati come nemici, o come funzionari della CIA.

D: Si presentavano in molti, o era sempre la stessa persona?

Diversi. Non si sono mai presentati come funzionari della CIA, né come persone che erano venute a causare problemi o altro.

D: E chi credi che fossero?

Si presentavano come persone che venivano ad aiutare noi e il nostro progetto, e che avevano la capacità di finanziarlo. Che avevano la possibilità di realizzarlo. La proposta, in quanto tale, suonava interessante perché, ok, un progetto nel mondo letterario richiede che tu conosca un editore, che tu abbia relazioni editoriali. È un mercato molto complesso. E sono venuti a nome degli editori. Quello che è successo è che, durante il processo di contatto con noi, quello che volevano veramente è diventato abbastanza evidente. Perché una volta che hanno preso contatto, una volta che hanno iniziato a frequentare i nostri incontri, una volta che hanno iniziato a promettere finanziamenti, sono arrivate le condizioni per essere finanziati.

D: Quali condizioni hanno richiesto?

Ci hanno detto: Abbiamo la capacità di mettere i mercati a vostra disposizione, di mettervi sui mercati dell’editoria o arte o film o altro, ma abbiamo bisogno della verità, perché quello che vendiamo sul mercato è l’immagine di Cuba. L’immagine di Cuba deve essere realistica, di difficoltà, di quello che sta succedendo nel paese. Vogliono insultare la realtà di Cuba. Quello che chiedevano è di criticare la rivoluzione, basata su linee di propaganda anti cubana, che loro hanno fornito.

D: Quanto era grande il portafoglio di queste persone?

Sono venuti con una quantità infinita di denaro, perché la fonte del denaro, ovviamente, abbiamo scoperto nel tempo da dove proveniva. Per esempio, c’era USAID, che era il grande fornitore, l’appaltatore generale di questo bilancio, che convogliava il denaro attraverso le ONG, molte delle quali inventate proprio per Cuba. Erano ONG che non esistevano, create esclusivamente per questo tipo di lavoro a Cuba, e stiamo parlando di migliaia e migliaia di dollari. Non lavoravano con piccoli budget. Per fare un esempio, un tempo mi hanno offerto diecimila dollari, solo per includere elementi di propaganda anti cubana, nel romanzo che stavo scrivendo.

D: Di che anni stiamo parlando?

Attorno al 1988-89.

D: Quante persone avrebbero potuto essere contattate da queste persone, o catturate?

In realtà, il loro successo non durò a lungo, perché a Cuba c’era una cultura di confronto totale con questo tipo di cose, e la gente sapeva molto bene che c’era qualcosa dietro quella storia di loro che volevano “aiutarci”. Non era niente di nuovo nella storia del paese e, per questo motivo, è stato molto difficile per loro arrivare dove eravamo. In un determinato momento, intorno al 1992, abbiamo tenuto una riunione, tutti i membri dell’organizzazione, e abbiamo deciso di espellerli. Non potevano più partecipare alle nostre riunioni. Abbiamo allontanato quelle persone, che stavano già arrivando con proposte concrete, assieme ai loro aiuti economici condizionati che ci proponevano. Quello che è successo è che al momento abbiamo fatto questo, e li abbiamo respinti, li abbiamo espulsi dalla sede dell’associazione, ma poi hanno iniziato a focalizzarsi. Hanno cominciato a visitare me, in particolare, e anche altri compagni, i giovani. Con alcuni di loro ci sono riusciti, o dovrei dire, sono riusciti a far uscire anche alcuni di loro dal paese.

D: Che tipo di profilo cercavano, più o meno, se qualche tipo di profilo può essere specificato?

Volevano, soprattutto in quel momento, presentare Cuba come una terra nel caos. Che il socialismo a Cuba non era riuscito a soddisfare i bisogni della popolazione, e che Cuba era un paese che il socialismo era approdato in assoluta povertà, e che, come modello, non piaceva a nessuno. Questa era la chiave di ciò che stavano perseguendo, soprattutto in quel momento.

D: Per quanto tempo sei stato un agente della CIA?

Siamo stati coinvolti in questa storia fino al 1994. Perché nel 1994 sono andato all’Avana, sono tornato nella capitale e qui, nella capitale, ho iniziato a lavorare per l’Unione dei lavoratori culturali, un sindacato che rappresentava gli operatori culturali della capitale, e sono diventato ancora più interessante per loro, perché sono arrivato a dirigere – da capo di un’organizzazione giovanile con 4.000 iscritti, a dirigere un sindacato con 40.000 iscritti, proprio all’Avana. E poi, diventa molto più interessante. I contatti sono seguiti. In quel periodo apparve una professoressa di una nuova università che giunse con la missione di dare il via alla produzione della mia opera letteraria, di diventare la mia rappresentante, di organizzare eventi.

D: Puoi dirci il suo nome?

No, perché hanno usato uno pseudonimo. Non hanno mai usato nomi veri. E quel tipo di lavoro, che mi promuoveva come scrittore, era quello a cui erano molto interessati, perché volevano convertirmi in una personalità in quel mondo. Promuovermi ora, e compromettermi con loro in modo indiretto. E poi, nel 2004, è arrivata all’Avana una persona molto conosciuta in Venezuela, Kelly Keiderling. Kelly è venuta all’Avana per lavorare come capo dell’Ufficio Stampa e Cultura. Hanno organizzato un incontro. Hanno organizzato un cocktail party, e a quella festa ho incontrato 12 funzionari nordamericani, nordamericani ed europei. Non erano solo nordamericani. Tutte persone con esperienza, alcune anche all’interno dell’Unione Sovietica, altre che avevano partecipato alla formazione e alla preparazione del popolo jugoslavo, alle Rivoluzioni dei colori, ed erano molto interessate ad incontrarmi. Kelly mi è diventata molto vicina. Cominciò a prepararmi. Cominciò a istruirmi. Cominciai a ricevere da lei una formazione molto solida: La creazione di gruppi alternativi, gruppi indipendenti, l’organizzazione e la formazione di animatori giovanili, che non hanno partecipato ai lavori delle nostre istituzioni culturali. E questo è stato nel 2004-5. Kelly è praticamente scomparsa dalla scena nel 2005-2006. E quando ho iniziato a lavorare, mi ha messo in contatto diretto con i funzionari della CIA. Presumibilmente, ero già impegnata con loro, ero pronta per la prossima missione, e mi hanno messo in contatto con Renee Greenwald, un funzionario della CIA, che lavorava direttamente con me, e con un uomo di nome Mark Waterhein, che era, all’epoca, il capo del Progetto Cuba, della Fondazione Panamericana per lo Sviluppo.

Quest’uomo, Mark, oltre a dirigere il Progetto Cuba, aveva un legame diretto con Cuba, in termini di finanziamento del progetto antirivoluzionario, oltre ad essere coinvolto nel lavoro contro il Venezuela. Vale a dire, era un uomo che, insieme a gran parte del suo team di funzionari di quel famoso progetto, lavorava anche contro il Venezuela in quel momento. Erano strettamente connessi. A volte ci volle molto lavoro per capire chi stava lavorando con Cuba, e chi non lo era, perché molte volte si sono intrecciati. Per esempio, c’erano venezuelani che venivano a lavorare con me, che lavoravano a Washington, che erano subordinati della Fondazione Panamericana e della CIA, e sono venuti a Cuba per addestrare anche me e per portare provviste. Da lì nacque l’idea di creare una fondazione, un progetto chiamato Genesi.

La genesi è forse il modello, come idea, di molte delle cose che accadono oggi nel mondo, perché Genesi è un progetto rivolto ai giovani universitari di Cuba. Stavano facendo qualcosa di simile in Venezuela. Perché? L’idea era quella di convertire le università – che sono sempre state rivoluzionarie, che hanno prodotto rivoluzionari, da quelle da cui sono venuti molti dei rivoluzionari di entrambi i paesi – e convertirle in fabbriche per reazionari. Allora, come si fa? Facendo leader. Che cosa hanno cominciato a fare in Venezuela? Hanno inviato studenti in Jugoslavia, finanziati dall’Istituto Repubblicano Internazionale (IRI), finanziato dall’USAID e dall’Istituto Albert Einstein, e li hanno inviati, in gruppi di dieci, con i loro professori.

D: Ha i nomi dei venezuelani?

No, stiamo parlando di centinaia di persone inviate. Ho parlato con il professore, ho guardato un gruppo e ho seguito l’altro. Perché lavoravano a lungo termine. Lo stesso piano era in atto anche contro Cuba. Genesi ha promosso, con l’università, un piano di borse di studio per la formazione di studenti leader e professori cubani. Il piano era molto simile. Inoltre, nel 2003, hanno preparato qui, all’Avana, un corso nella Sezione di Interessi degli Stati Uniti, che si chiamava “Deporre un leader, deporre un dittatore”, che si basava sull’esperienza di OTPOR nel destituire Slobodan Milosevic dal potere. E questa era l’idea, all’interno dell’università cubana, di lavorare a lungo termine, perché questi progetti richiedono sempre molto tempo per ottenere un risultato. Per questo motivo, hanno iniziato presto anche in Venezuela. Credo anche io – non ho prove, ma credo che in Venezuela sia iniziato prima del governo Chávez, perché il piano di convertire le università latinoamericane, che sono sempre state fonti di processi rivoluzionari, in università reazionarie, è più vecchio del processo venezuelano [bolivariano], per invertire la situazione e creare una nuova destra.

D: La CIA lavorava solo a Caracas?

No, in tutto il Venezuela. In questo momento, Genesi ha un piano di borse di studio per creare leader a Cuba. Essi forniscono borse di studio agli studenti delle grandi università nordamericane, per formarli come leader, con tutte le spese pagate. Pagano i loro costi, forniscono borse di studio complete. Stiamo parlando del 2004-5 qui. Era molto ovvio. Poi, quei leader ad un certo punto ritornano all’università. Sono studenti. Vanno a finire la loro carriera. Quei leader, quando terminano la loro carriera studentesca, continuano a svolgere diversi lavori, con varie possibilità, come ingegneri, come laureati in diversi settori della società cubana, ma ce ne sono altri che continuano a preparare costantemente altri leader all’interno dell’università. Una delle missioni più importanti dei dirigenti universitari è stata quella di occupare la leadership delle principali organizzazioni giovanili dell’università. Nel caso di Cuba, stiamo parlando dell’Unione della Gioventù Comunista e della Federazione degli Studenti Universitari. Cioè, non si trattava di creare gruppi paralleli a quel tempo, ma di diventare i leader delle organizzazioni già esistenti a Cuba. Inoltre, per formare un gruppo di leader nelle strategie del colpo di stato “morbido”. Cioè, formare persone al momento opportuno per iniziare le famose “rivoluzioni colorate” o “guerre non violente”, che, come ben sapete, non hanno nulla a che fare con la non violenza.

D: Cosa stavano cercando in un professore, per catturare il loro interesse?

I professori sono molto semplici. Identificare i professori universitari scontenti con le istituzioni, persone frustrate, perché ritenevano che l’istituzione non garantiva loro nulla, o non riconosceva i loro meriti. Se erano più anziani, ancora meglio. Non hanno mai fatto differenze però. Cerca le persone anziane, così puoi sceglierle. Se invii un piano di borse di studio, o lo invii e, prima di tutto, gli fai ricevere un invito a partecipare ad un grande congresso internazionale di una certa scienza, e poi ti saranno eternamente grati, perché sei stato tu a scoprire il loro talento, che non è mai stato riconosciuto dall’università. Allora quell’uomo che hai mandato a studiare all’estero, se sei della sua università, e lo fai partecipare ad un grande evento, e gli pubblichi le sue opere, e gli costruisci un curriculum. Quando quella persona torna a Cuba, torna con un curriculum enorme, perché ha partecipato ad un evento scientifico di primo ordine, ha superato i corsi delle grandi università, e il suo curriculum arriva fino alle stelle, allora l’influenza che potrebbe avere nell’università sarà maggiore, perché potrebbe essere riconosciuto come una figura di spicco nella sua specialità, anche se in pratica potrebbe essere un ignorante qualunque.

D: Quanto erano efficaci questi adescamenti, il genere di missioni che sono venuti a compiere quaggiù?

Nel caso di Cuba, non hanno ottenuto grandi risultati. In primo luogo, perché c’era una ragione più importante, perché ero io quello che dirigeva il progetto e, in realtà, non ero un agente della CIA, ero un agente della sicurezza cubana, e così, l’intero progetto è passato attraverso le mie mani, e loro pensavano che sarei stato io quello che l’avrebbe eseguito. E il piano passava sempre attraverso il lavoro che ero in grado di fare, e quello che facevamo era rallentarlo il più possibile, sapendo subito cosa era stato pianificato. Ma basti pensare che, come obiettivo del loro piano, stavano calcolando il momento in cui le figure storiche della Rivoluzione sarebbero scomparse. Stavano pensando ad un mandato di cinque o dieci anni, in cui Fidel sarebbe scomparso dalla scena politica, compreso Raúl e i leader storici della nazione. Questo era il momento che stavano aspettando, e quando ciò avvenne, io dovevo lasciare l’università, con tutto il sostegno della stampa internazionale e delle ONG, dell’USAID e di tutte le persone che lavoravano intorno al denaro della CIA, e che sarebbe nata un’organizzazione che si sarebbe presentata alla luce del pubblico, come alternativa a ciò che la Rivoluzione stava facendo. Questo è quello che sarebbe successo con la Fondazione Genesi per la Libertà.

D: Cos’è questa Fondazione?

La Genesis Foundation for Freedom doveva avere un percorso, apparentemente rivoluzionario, ma l’idea era quella di confondere il popolo. L’idea era di dire di essere rivoluzionari, che quello che volevano era fare cambiamenti nel governo, ma, quando si tratta di pratica, quando si arriva all’essenza del progetto, quando ci si chiede “Qual è il progetto” il discorso era, e il progetto era, esattamente lo stesso di quello della tradizionale destra. Perché i cambiamenti che hanno promosso sono stati gli stessi che la destra, da molto tempo, promuove nel paese. In pratica, hanno quasi avuto la loro grande opportunità, secondo i loro criteri, nel 2006, quando è apparsa in televisione la notizia che Fidel, per motivi di salute, si stava ritirando dalle sue responsabilità governative, e hanno sempre detto che la Rivoluzione Cubana sarebbe morta quando Fidel fosse morto. Poiché la Rivoluzione era Fidel, e il giorno in cui Fidel non ci fosse stato più, morendo o lasciando il governo, il giorno dopo la Rivoluzione sarebbe caduta. E hanno calcolato che ci sarebbero stati scontri interni, che ci sarebbe stato malcontento con questo o quello. Calcoli che non so da dove li hanno presi, ma ci hanno creduto. E in quel momento credevano che fosse giunto il momento di agire.

D: Parliamo del 2006. Qual era il piano?

Mi hanno chiamato automaticamente. Ci siamo conosciuti, io e il capo della CIA, qui all’Avana. Anche i funzionari diplomatici si sono presentati, e uno di loro mi ha detto che stavamo per organizzare una provocazione. Organizzeremo una rivolta popolare in un quartiere centrale dell’Avana. Ci sarà una persona che inizierà a protestare in nome della democrazia, e eseguiremo un gruppo di provocazioni, in luoghi diversi, in modo tale che le forze di sicurezza cubane saranno costrette ad agire contro queste persone, e più tardi inizieremo una grande campagna stampa e inizieremo a spiegare come tutto questo funzionerà. La parte interessante di tutto ciò, che ha attirato la mia attenzione, è stata questa: Come era possibile che un funzionario della Sezione di Interessi degli Stati Uniti potesse avere il potere di rivolgersi ai principali media, e che quelle persone obbedirebbero con tale servilismo? Si trattava davvero di attirare l’attenzione. L’idea era – e gliel’ho anche detto – che quello che mi state dicendo è semplicemente folle. Quest’uomo che mi hai menzionato, chiamato Alci Ferrer – il ragazzo che hanno scelto, un giovane agente, un medico – lo hanno scelto per essere il capofila della rivolta. Ho detto loro che quel tizio non avrebbe fatto muovere nessuno. Nessuno si alzerà nel centro dell’Avana. La data scelta non era altro che il compleanno di Fidel! E io dissi: “Guarda, amico, se quell’uomo, in quel giorno, decide di andare a fare proclami, o di iniziare una sorta di rivolta nel bel mezzo dell’Avana, la gente risponderà duramente. È anche possibile che possano ucciderlo. Perché, come hai potuto metterlo in un umile quartiere operaio per iniziare quelle cose, la gente del posto….E mi ha detto, al massimo, la cosa migliore che potesse accadere per noi è se uccidono quell’uomo, sarebbe perfetto, e mi hanno spiegato cosa sarebbe successo. Tutto quello che doveva fare era provocare. Sarebbero andati in strada e ci sarebbe stato uno scontro. Se ciò accadesse, la stampa farebbe il resto, e mi hanno detto che stiamo per iniziare una grande campagna mediatica per dimostrare che a Cuba c’è il caos, che Cuba è ingovernabile, che a Cuba, Raúl non è in grado di tenere le redini del governo, che la popolazione civile viene uccisa, che gli studenti vengono repressi in strada e la gente in strada, che la polizia commette crimini. Che somiglianza con il Venezuela! Non è una coincidenza. È così.

D: E quindi, cosa doveva succedere in quelle circostanze?

Una volta che l’opinione pubblica fosse stata plasmata, e tutti i media si fossero occupati di costruire quell’immagine, il mondo intero avrebbe dovuto avere l’immagine di Cuba come un grande disastro, e che stanno uccidendo la gente, che li stanno uccidendo tutti. Poi, la mia organizzazione doveva portare a termine il compito finale.

D: Qual era il lavoro ultimo da eseguire?

Ebbene, era di raccogliere la stampa internazionale, in qualità di professore universitario, e come scrittore, e come leader di quell’organizzazione, sarei uscito pubblicamente per chiedere al governo degli Stati Uniti di intervenire a Cuba, per garantire la vita dei civili e per portare pace e tranquillità al popolo cubano. Parlare al Paese a nome del popolo cubano. Provate a immaginare!

Quel piano è andato in frantumi e gli è crollato addosso. Non ha dato loro alcun risultato, ma, come si è potuto vedere in seguito, il modo in cui è andata la guerra in Libia e il modo in cui è stata organizzata. Più dell’80% delle informazioni che abbiamo visto, sono state fabbricate. Stessa cosa in Siria, e hanno fatto lo stesso in Ucraina. Ho avuto l’opportunità di conversare con un sacco di ucraini, dal momento che erano nelle basi. Persone a favore di unirsi con l’Europa. Ho cercato di parlare con loro in quei giorni. Cercando di scoprire come si svolgono questi processi. E sono rimasti sorpresi dalle immagini che sono state trasmesse in tutto il mondo. Quello che è successo a Miami, e lo hanno detto loro stessi, ma noi abbiamo mai protestato lì, ma quelle cose che appaiono in TV, che era un gruppo, o meglio, c’erano settori, c’erano luoghi dove c’erano gruppi di destra, di estrema destra, dove c’erano incidenti di quel tipo, e dove bruciavano cose, ma la maggior parte delle manifestazioni non avevano quelle caratteristiche. O che questa sia, ancora una volta, la ripetizione di quello schema dove si arriva ad utilizzare qualsiasi mezzo di comunicazione di massa.

D: I rapporti tra la CIA e le ambasciate, nelle rispettive nazioni, sono quindi molto diretti?

Sì, completamente diretti. In ogni ambasciata dell’America Latina, tutte le ambasciate statunitensi hanno funzionari della CIA, che lavorano al loro interno, utilizzando la facciata dei funzionari diplomatici.

D: Da quello che sai, c’è una maggiore presenza della CIA nella regione?

Beh, ad un certo momento, l’Ecuador era una grande potenza in quanto aveva una forte concentrazione di membri CIA, e, naturalmente, il Venezuela, perché nel 2012, quando ho partecipato alla Fiera del Libro di Caracas, tutte quelle persone che avevano lavorato con me contro Cuba, tutti i funzionari della CIA, compresa Kelly Keiderling, erano a Caracas in quel momento. E io ero in un programma televisivo, su VTV, dove abbiamo parlato di questo argomento, facendo molta attenzione, perché stavamo parlando di due paesi che hanno relazioni. Non è il caso di Cuba, o meglio, Cuba non ha relazioni con gli Stati Uniti. Questo è un nemico dichiarato. Ma stavamo parlando di funzionari che avevano relazioni diplomatiche, ed è stato molto difficile farlo, senza avere prove concrete da presentare. Tuttavia, l’intervista è avvenuta, e la denuncia è stata fatta di quello che stava succedendo. Kelly Keiderling è un’esperta in questo tipo di guerra. Non ho il minimo dubbio. Quando si segue l’itinerario che ha fatto, nei paesi dove è stata, tirando poi le somme con la mia esperienza in quel tipo di conflitto.

Ha visitato una serie di paesi del mondo dove si sono verificate situazioni molto simili, come quello che ha cercato di fare in Venezuela. E quando si analizza il Venezuela, e quello che è successo oggi e il modo in cui ha agito, penso che in Venezuela, la caratteristica che è stato che sono stati tremendamente aggressivi nella manipolazione delle informazioni. Tremendamente aggressivi. Al punto in cui si dice che è un errore, perché ci sono immagini che ovviamente non provengono dal Venezuela. Ne ho vista una molto famosa, in cui appare un soldato con un giornalista, con una macchina fotografica, sono coreani. È un’immagine dalla Corea. Sono asiatici. Non sembrano affatto venezuelani. Anche le uniformi che indossano. Sono stati molto aggressivi con quell’immagine che ha proiettato nel mondo quello che stava succedendo in Venezuela. La maggior parte della gente del mondo, questa immagine è quella che stanno vedendo, di quello che stanno cercando di dire.

D: Loro controllano i media. Conoscete qualche caso di qualche giornalista che è stato, come avete visto direttamente, conosciuto o sconosciuto, insomma, che avete ritrovato all’interno del processo di formazione?

No.

D: La CNN, per esempio?

No, c’era un tizio che aveva molti legami con me all’epoca, che serviva come collegamento per incontrare un funzionario della CIA, Antony Golden, della Reuters. Ma, va bene, era un elemento indipendente da Reuters. La CNN è sempre stata molto legata a tutte queste cose. La CNN, fin dai suoi primi momenti di funzionamento, soprattutto quest’ultimo passo, e soprattutto, CNN en Español, è stato uno strumento indispensabile per queste persone, ma il problema è che bisogna capire una cosa: per capire cosa sta succedendo, e per poter fare una campagna, bisogna capire che oggi non c’è un’emittente televisiva che agisce da sola. Ci sono i conglomerati, e i conglomerati della comunicazione – chi li dirige? Perché, ad esempio, Time Warner e AOL, e tutte quelle grandi aziende di comunicazione – TV via cavo, TV cinematografica, TV in generale – chi è il capo, alla fine? Qui è Westinghouse, lì è General Electric. Gli stessi che costruiscono aerei da guerra, la stessa industria statunitense delle armi, le stesse persone che sono i proprietari di reti televisive, studi cinematografici, pubblicazioni, editori di libri. Quindi, gli stessi che producono aerei da guerra, il biscotto che mangerai di notte, che ti presenta un artista, sono gli stessi che governano i giornali di tutto il mondo. A chi rispondono queste persone?

D: Quando vedi quello che sta succedendo in Venezuela, e lo confronti con quello che hai fatto qui [a Cuba], che conclusione puoi trarre?

È una nuova strategia, che stanno sviluppando sulla base dell’esperienza che hanno avuto in tutto il mondo, ma vedo, ne sono convinto, che hanno ottenuto risultati solo quando le persone in quei luoghi non sostengono la rivoluzione. Ce l’hanno fatta con Milosevic, perché Milosevic era un leader jugoslavo la cui immagine era caduta lontano, grazie alle cose accadute in Jugoslavia. Lo stesso è accaduto in Ucraina, perché Yanukovych era un uomo con pochissimo sostegno popolare, e ha dato risultati in altri luoghi dove i governi avevano scarso sostegno popolare. Ovunque vi sia un governo legittimo, un governo solido e persone disposte a difendere la rivoluzione, il piano ha fallito.

D: E in quale fase entrano quando il piano fallisce?

Continueranno a lavorarci, continueranno a perfezionarlo. Noi siamo il nemico. Cioè, Venezuela, Cuba, tutto quello che succede in America Latina come alternativa. Siamo i dissidenti del mondo. Viviamo in un mondo dominato dal capitalismo. Dove domina quel nuovo modo di essere capitalista, tanto che ora non si può nemmeno chiamarlo imperialista, è qualcosa di nuovo, qualcosa che va ben oltre quello che gli studenti del marxismo hanno scritto nella storia anni fa. È qualcosa di nuovo, di nuovo, di nuovo. È un potere, praticamente globale, delle grandi transnazionali, di quelle megalopoli che hanno creato. Quindi, noi siamo il nemico. Presentiamo un progetto alternativo. La soluzione che il mondo ci propone non è questa. Noi sappiamo come farlo, e Cuba, il Venezuela, i paesi ALBA, hanno dimostrato che si può fare, che uno o due giorni in più non sono niente. La rivoluzione cubana esiste da 55 anni e, con la volontà politica, ha ottenuto risultati che il governo degli Stati Uniti, con tutti i soldi del mondo, non è stato in grado di fare. Questo è un cattivo esempio.

E l’ho detto ai miei studenti: Riuscite a immaginare che gli Indignati in Spagna, le migliaia e milioni di lavoratori senza lavoro in Spagna, che i greci, che tutte quelle persone in tutto il mondo, sanno quello che stiamo facendo? Riuscite a immaginare che queste persone conoscano chi è Chávez? O chi è Fidel? O delle cose che stiamo facendo qui? O delle cose che stiamo facendo con così poche risorse, solo la volontà di fare la rivoluzione e condividere la ricchezza? Cosa succederà al capitalismo? Quanto durerà ancora il capitalismo, che deve spendere miliardi di dollari, ogni giorno, per costruire la sua immagine e ingannare la gente? Cosa succederebbe se la gente sapesse chi siamo veramente? Che cos’è veramente la Rivoluzione cubana e cos’è la Rivoluzione venezuelana? Perché, se hai parlato con uno spagnolo e gli hai chiesto di Chávez, e lui ti dà una terribile opinione di Chávez, perché è quello che hanno costruito nella sua mente. E incontri un disoccupato che ti dice che Chávez è un cattivo ragazzo, perché i media lo hanno convinto di questo, ma se queste persone sapessero come stanno realmente le cose! Quindi non possono permettere che nemici così formidabili come noi continuino a rimanere dove sono.

D: Dal punto di vista della sovranità nazionale del nostro popolo, come possiamo fermare la CIA? Abbiamo già parlato della coscienza del popolo, che è fondamentale in questo tipo di azioni, ma, nel concreto, come è possibile prevedere il lavoro della CIA? Cosa si può fare? Quali raccomandazioni avete?

Penso a una cosa che Chávez ha detto, e che Fedl ha sempre detto, che è la chiave per sconfiggere l’impero, e che è l’unità. Non è uno slogan, è una realtà. È l’unico modo che hai per sconfiggere un progetto come questo. Un progetto che viene dai Servizi Speciali e dal capitalismo. Lo si può fare solo con l’unità del popolo.

D: Parliamo anche dei civili militari?

Sì, unità in tutti i sensi. Unità basata sulla diversità, nelle persone, ma unità come nazione, unità come un progetto. Laddove le persone sono divise, c’è un’altra realtà.

D: Dove devono concentrarsi? In quale area devono concentrare le forze per difenderci da questo tipo di azioni, questo tipo di attacchi?

L’esercito da sconfiggere è il popolo. Credo che l’esperienza cubana l’abbia insegnato molto. Ci sono esperienze nel mondo che la contraddistinguono molto chiaramente. Cosa è successo nel mondo, quando il popolo non è stato protagonista in difesa della Rivoluzione? E quando il popolo è stato protagonista, cosa è successo? E c’è il caso di Cuba. Siamo riusciti a sconfiggere la CIA e l’impero milioni di volte, perché il popolo è stato protagonista.

D:La CIA utilizza i database dei social network, e cose del genere, per definire i propri piani?

Sono loro i padroni. Sono loro i padroni di tutto questo. Bene, ci sono le denunce di Snowden e tutto quello che è venuto fuori da Wikileaks, e tutte quelle cose che non sono più un segreto per nessuno, perché lo sospettavamo, ed è stato dimostrato. È stato dimostrato che i server, Internet, sono loro. Tutti i server del mondo, alla fine, finiscono nei server dei nordamericani. Sono la madre di Internet, e tutte le reti e i servizi sono controllati da loro. Hanno accesso a tutte le informazioni. E non esitano a registrarle. Facebook è un database straordinario. La gente mette tutto su Facebook. Chi sono i tuoi amici? Quali sono i loro gusti, quali film hanno visto? Cosa consumano? Ed è una fonte di informazioni di prima mano..

D: Sei stato in contatto con Kelly Keiderling, dopo quello che è successo in Venezuela?

No, non ho avuto contatti con lei. Non so quale fosse la sua destinazione finale, dopo quello che è successo (è stata espulsa dal Venezuela per aver incontrato e finanziato i terroristi).

D: Con l’esperienza che ha, fino a che punto è riuscita a penetrare in Venezuela e nelle università venezuelane?

Sono certo che è andata molto lontano. È un agente molto intelligente, molto ben preparato, molto capace e molto convinto di quello che sta facendo. Kelly è una persona convinta del lavoro che sta facendo. È convinta della correttezza, dal suo punto di vista, di ciò che sta facendo. Perché è una rappresentante incondizionata del capitalismo. Perché viene dall’élite del capitalismo. È organica alle azioni che sta compiendo. Non c’è contraddizione di alcun tipo. E, sulla base dell’esperienza del suo lavoro, delle sue capacità, sono sicuro che è riuscita ad andare molto lontano, e ha dato continuità ad un lavoro che non è solo per ora, è un lavoro che continuerà a fare per molto tempo, per invertire il processo nelle università venezuelane. Quello che sta succedendo è che qualsiasi punto si possano raggiungere, a lungo termine, questo è ciò che rivelerà il processo bolivariano, nella misura in cui la gente è consapevole di ciò che potrebbe accadere. Se quella destra fascista diventa incontrollabile, potrebbe tornare al potere.

D: Che tipo di persona che ha contatti, che può raggiungere la gente, come essere attivista in un movimento, potrebbe essere raggirata dalla CIA?

Li troveranno, proveranno in tutti i modi. Se è un giovane e un leader, cercheranno di conquistarli per i loro interessi. Dobbiamo formare i nostri leader. Non possiamo lasciare tutto questo alla spontaneità, non possiamo lasciarlo al nemico. Quindi, se li lasciamo al nemico, quelli sono spazi che il nemico occuperà. Qualsiasi progetto alternativo che lasciamo incustodito, qualsiasi progetto alternativo di cui non ci rendiamo conto della necessità di avvicinarci, ovvero un progetto che il nemico cercherà, con tutti i mezzi, di sfruttare. Utilizzare l’enorme quantità di denaro che hanno, che non ha limiti, in termini di risorse da utilizzare, perché stanno giocando con il futuro e, soprattutto, i giovani sono la chiave.

Il bello è che i giovani sono il presente dell’America Latina. La rivoluzione latinoamericana che c’è, che è ovunque, è dei giovani. In caso contrario, va bene, non avrà mai risultati, e se si riesce a far pensare diversamente i giovani, se si riesce a far credere a questi giovani che il capitalismo selvaggio è la soluzione a tutti i loro problemi, allora non ci sarà nessuna rivoluzione per l’America Latina. È semplice.

Traduzione eseguita dall’autore.

Così possiamo vedere che lo stesso schema che si sta attualmente riproducendo in Venezuela, esattamente parallelo a quello di Cuba. La CIA non era al di sopra di un piccolo sacrificio umano allora, e non lo è ancora oggi. Poi, fu questo sfortunato compagno di nome Alci Ferrer, che molto probabilmente sarebbe stato ucciso se Raúl Capote non avesse parlato per informarli che il piano era folle, che non poteva funzionare. Ora, in Venezuela, è Leopoldo López… o sarebbe stato, se le autorità venezuelane – sì, lo stesso gruppo di bolivariani che odia a morte – non gli hanno salvato la vita informandolo del complotto per sacrificarlo e non prendendolo in custodia prima che ciò potesse accadere. La CIA era perfettamente disposta a prendere il suo dispendiosamente caro ed educato e gettarlo in pasto ai cani. E poi avrebbero dato la colpa a tutti i bolivariani, così come sicuramente avrebbero dato la colpa della morte prevista di Alci Ferrer ai castristi di Cuba. Questa è la parte più nauseante di tutto questo: Hanno denaro e risorse infinite per educare qualsiasi “leader” che si preoccupino di coltivare, e sono ancora perfettamente disposti a lasciare che quella persona muoia, se in qualche modo può essere ancora utile a promuovere i loro piani perversi.

E, naturalmente, vediamo molti sospetti già noti che emergono dalla lavorazione: USAID, l’IRI, e gli stessi agenti della CIA operanti in Venezuela che hanno cercato di corrompere Raúl Capote a Cuba. Sorprenderebbe qualcuno vedere le stesse persone che hanno corrotto la Serbia, la Croazia, ecc. ora al lavoro in Ucraina? O per lo meno, le stesse connessioni e strategie fasciste: Perché gli stessi hanno effettivamente provato prima, in Bolivia nel 2009, e hanno fallito. Evo e i suoi parlamentari sono ancora vivi, grazie a qualche buona sparatoria da parte della polizia federale locale, e a un’indagine che ha portato alla luce mercenari che non solo si sono addestrati nei Balcani, ma sono venuti da lì, vi avevano combattuto negli anni ’90… e che erano abbastanza esperti, o almeno così pensavano i loro addestratori, per trasformare la Bolivia in un’altra ex Jugoslavia.

E sarebbe sorprendente vedere come il finanziamento di quei mercenari ex-balcanici provenisse dalle casse della CIA, attraverso il cosiddetto ambasciatore in Bolivia, Philip Goldberg? In effetti, qualcuno sarebbe più sorpreso di sapere che tutti i cosiddetti diplomatici statunitensi sono, di fatto, dei fantasmi della CIA? E che sono la chiave di come la CIA fa tutto il suo lavoro sporco, ovunque si trovi?

Nah… non lo penserei mai!

Preso da: https://it.sott.net/article/2043-Ex-agente-CIA-rivela-come-gli-studenti-venezuelani-vengono-addestrati-al-golpe

La Libia, dall’era Gheddafi ai giorni nostri

Nel 1967 il colonnello Gheddafi ereditò una delle Nazioni più povere in Africa ma, al momento in cui il leader libico fu assassinato, aveva trasformato la Libia in una nazione fra le più ricche.


La Libia aveva il più alto PIL pro capite e la speranza di vita nel paese era in costante crescita, nel contempo pochissime persone vivevano sotto la soglia di povertà rispetto ad altri paesi africani. In oltre quaranta anni Gheddafi aveva promosso la democrazia economica utilizzando la ricchezza del petrolio per sostenere programmi di assistenza sociale per tutti i libici. Sotto il governo di Gheddafi i libici godevano di assistenza sanitaria e istruzione gratuita, ma anche l’energia elettrica era a zero costo e i prestiti bancari alle famiglie, per mutui o spese per le normali attività domestiche, venivano erogati senza applicare alcun interesse.

A differenza di molte altre nazioni arabe, le donne nella Libia di Gheddafi avevano il diritto all’istruzione, ricoprivano incarichi pubblici, potevano sposare chi volevano, divorziare, possedere beni e disporre di un reddito. Nel 1969 solo poche donne frequentavano l’Università mentre nel 2011 più della metà degli studenti universitari della Libia erano donne. Una delle prime leggi operate da Gheddafi nel 1970 era la pari retribuzione fra uomini e donne.
Il 4 gennaio 2011 lo stesso Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite aveva riconosciuto ed elogiato Gheddafi (leggi il documento) per la sua promozione dei diritti civili e delle donne. In pratica prima lo hanno lodato e pochi mesi dopo chi lo ha ucciso si è giustificato dicendo di aver liberato il mondo da un pericoloso e sanguinario dittatore. Assurdo!

Il dopo Gheddafi

A seguito del scellerato intervento francese e della NATO del 2011, la situazione attuale è un vero disastro annunciato. La Libia è ormai uno stato fallito e la sua economia è allo sfascio. Non vi è un controllo governativo e l’amministrazione dello Stato scivola tra le dita dei fantocci eletti dall’ONU per finire nelle mani dei combattenti delle milizie locali, facenti parte di tribù islamiste che al tempo di gheddafiana memoria erano dei classici criminali.

In pratica l’occidente ha consegnato le chiavi della nazione a una banda di assassini spietati e senza regole. Tutto questo pur di liberarsi di un Gheddafi che aveva finanziato metà campagne elettorali dei leader democratici europei (Sarkozy per esempio).
Il risultato oggi è ben chiaro: per merito dell’intervento Francia/Nato la Libia ha ora due governi, ognuno di questi con il proprio primo ministro, Parlamento e persino esercito.
Il Parlamento, quello che era stato eletto per volere dell’ONU e riconosciuto dalla cosiddetta ‘comunità internazionale’, è stato spazzato via da Tripoli dalle milizie islamiste che poi hanno assunto il controllo della capitale nonché in altre città. Nella parte orientale del paese, quello che tutti riconoscono come il governo ‘legittimo’ e dominato da coloro che si professano anti-islamisti, è stato esiliato a un migliaio di chilometri di distanza dalla capitale, precisamente a Tobruk, e di fatto non governa più nulla.
La caduta di Gheddafi ha creato tutti gli scenari peggiori del paese: le ambasciate occidentali non esistono più, il sud del paese è diventato un rifugio per i terroristi e il nord un centro del traffico di migranti. Egitto, Algeria e Tunisia hanno chiuso tutti i loro confini con la Libia. Nel paese vi è un contesto di illegalità assoluta, si va dallo stupro diffuso agli omicidi di massa che restano assolutamente impuniti.

La strategia futura della CIA

 L’America, da sempre impegnata a esportare libertà e democrazia nel mondo :-), riesce a contribuire in questo disastroso scenario alimentando una terza via. Non bastano i due governi, ormai totalmente inutili e inetti, ora in Libia ci sono gli Stati Uniti che aprono un nuovo scenario con una terza forza, totalmente indipendente dalle altre due. Ed è la solita CIA, il servizio di maggior intelligence 🙂 esistente al mondo, a individuare la soluzione di tutti i mali libici attraverso la figura del generale Khalifa Belqasim Haftar quale prossimo leader libico e, per questo, l’interessato già mira ad autoproclamarsi ‘nuovo dittatore’ della Libia.
Tanto per capire di che personaggio stiamo parlando, si sappia che il generale Haftar, antico nemico giurato di Gheddafi tanto da dover fuggire dal paese, si era trasferito in USA, in Virginia, guarda caso proprio vicino al quartier generale della CIA, dove si dice sia stato addestrato dall’Agenzia per prendere parte ai numerosi tentativi di golpe in Libia, sempre falliti fino al 2011, per rovesciare Gheddafi.
Non solo, nel 1991 il New York Times riferiva che Haftar era uno dei seicento soldati libici addestrati dalla CIA in atti di sabotaggio e altre azioni di guerriglia per rovesciare il regime di Gheddafi. Questo mini esercito libico/americano è stato costituito dal presidente Reagan e mantenuto integro fino all’intervento francese del 2011.

Il vero obiettivo dell’occidente

In realtà, l’obiettivo dell’occidente non era certo quello di aiutare il popolo libico, asserendo che in Libia si era oppressi e soffocati da un dittatore talmente crudele che aveva la colpa di aver contribuito a far vivere il più alto tenore di vita in Africa, bensì di spodestare Gheddafi, installare un regime fantoccio e ottenere il controllo delle risorse naturali della Libia.
Non ci vuole un Qi troppo elevato per capirlo, eppure dai mass media leggiamo ancora oggi che la Libia è stata liberata da un tiranno per garantire la democrazia e gli equilibri in Medio Oriente. E il bello è che ci credono in tanti.

Un decennio di fallimenti militari giustificato da un business miliardario

Qualche anno fa la Nato ha dichiarato che la missione in Libia era stato “uno dei più riusciti nella storia della Nato”. A parte il fatto che molto del merito va alla ‘furbesca’ Francia e non certo alla Nato, la verità è sotto gli occhi di tutti: questo intervento occidentale non ha prodotto nulla se non fallimenti colossali in Libia, Iraq e Siria. E parliamoci chiaro: prima del coinvolgimento militare occidentale, queste tre nazioni erano gli Stati più moderni e laici esistenti in Medio Oriente e in tutto il nord Africa, con il più alto tasso di godimento dei diritti della donna e del tenore di vita.
Un decennio di fallimentari spedizioni militari in Medio Oriente ha lasciato il popolo americano un trilione di dollari di debito. Tuttavia qualcuno in particolare negli USA hanno beneficiato immensamente per tali costose e mortali guerre: l’industria militare americana.
La costruzione di nuove basi militari significa miliardi di dollari per l’élite militare statunitense. È dai tempi del bombardamento dell’Iraq che gli Stati Uniti hanno costruito nuove basi militari in Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman e Arabia Saudita. Dopo l’Afghanistan gli Stati Uniti hanno costruito basi militari in Pakistan, Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan, mentre dopo la Libia hanno realizzato nuove basi militari in Seychelles, Kenya, Sud Sudan, Niger e Burkina Faso.
In tutti questi paesi a presenza militare americana sono a basso tenore di vita della popolazione e a forte limitazione delle libertà individuali, delle donne in special modo.
Infine, il flusso dei migranti rischia di far ‘scoppiare’ l’Europa. E qui ricordo la profezia di Gheddafi che, a quanto pare, si sta puntualmente avverando quando nel 2011 disse:

“State bombardando il muro che si erge sulla strada dei migranti e dei terroristi verso l’Europa”.

Di ogni intervento americano nel mondo non esiste un fattore positivo per l’Umanità, bensì serve a rendere invincibile chi, come Trump, dice di avere “il pulsante più grande che, tra l’altro, funziona”.
Eh sì, vediamo bene come funziona.
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