LOTTA DI CLASSE E “RIVOLUZIONI COLORATE” di Moreno Pasquinelli

[ martedì 5 novembre 2019 ]

 

I fatti….

Iraq: il 1 ottobre scoppia a Bagdad, una rivolta popolare, coi giovani in prima fila, contro il carovita, la disoccupazione, l’endemica corruzione. Dopo pochi giorni i rivoltosi, sempre più numerosi malgrado il coprifuoco e le prime vittime, chiedono che il governo se ne vada a casa. Nei giorni successivi la sollevazione si estende al sud, travolgendo proprio le città a maggioranza shiita: Basra, Nassiyia, Najaf, Kerbala. Decine i morti ammazzati dalle forze di sicurezza e da milizie filo-governative, più di mille i feriti.

Ecuador: il 3 ottobre il popolo si solleva contro il paquetazo, il pacchetto di misure anti-sociali sollecitato dal Fondo monetario internazionale che prevede, tra l’altro, l’eliminazione dei sussidi statali ai combustibili e la liberalizzazione del prezzo della benzina e del diesel.

Libano: 13 ottobre, si svolgono enormi manifestazioni inter-confessionali e spontanee contro le misure liberiste di austerità (più tasse e aumento dei prezzi tra cui i combustibili) chieste da FMI e Banca Mondiale quindi adottate dal governo di coalizione presieduto da Hariri e sostenuto anche da Hezbollah. Diventano ben presto proteste politiche contro il regime, la corruzione. Malgrado le dimissioni di Hariri il 29 ottobre, le proteste continuano

Cile: 18 ottobre: la scintilla che ha scatenato la più grande rivolta popolare (anche qui giovani protagonisti) dalla fine degli anni ’60 è scattata subito dopo la legge che aumentava il prezzo del biglietto della metropolitana della capitale, Santiago. Dopo due settimane è diventata una mobilitazione politica per cacciare il il regime neoliberista di Piñera e una nuova costituzione

Egitto: 26 ottobre, al Sisi, dopo la repressione violenta delle proteste di strada, proroga per la decima volta consecutiva lo Stato d’emergenza.

Il giudizio

 

Domanda: al di là di affinità evidenti, c’è qualcosa di fondo, di universale, che accomuna la grande sollevazione popolare cilena, il successo elettorale dei peronisti in Argentina, le violente rivolte che scuotono il mondo islamico dall’Egitto all’Iraq, passando per il Libano?

I tratti comuni di queste rivolte, a dispetto dei differenti contesti nazionali, saltano tuttavia agli occhi: la scintilla che da fuoco alle polveri sono le misure austeritarie di impronta neoliberista. I settori popolari che ne vengono colpiti si ribellano, contestano la corruzione delle classi dominanti e dei loro servi politici, velocemente diventano

Bagdad, ottobre 2019

mobilitazioni politiche che chiedono non solo le dimissioni dei governi ma un vero e proprio cambio di regime.

E da che dipende questa affinità? Viene dal fatto la globalizzazione neoliberista ha ornai afferrato ogni Paese nella sua spirale distruttiva, che essa, come uno rullo compressore, ovunque schiaccia chi sta in basso fino al punto limite oltre il quale non può esserci che la sollevazione generale.

C’è di più, quindi, c’è proprio la dinamica simile. Piccoli fuochi di rivolta urbana, coi giovani come punta di lancia, tendono ad estendersi velocemente a macchia d’olio trascinando nelle strade i ceti sociali oppressi fino alla rivolta popolare generale che ben presto, da difensiva, diventa politica e offensiva.

V’è infine un’altra caratteristica comune ed un segno che contraddistingue il tempo che viviamo: il simbolo che dappertutto queste masse utilizzano ed in cui si riconoscono è la rispettiva bandiera nazionale.

Impossibile non vedere l’elemento di fondo, universale, che accomuna tutti quanti questi tumulti: la lotta di classe, quella per quel cane-mai-morto di Carlo Marx rappresentava, in ultima istanza, la forza motrice della storia. E la storia in effetti si va rimettendo in moto, con la differenza che il ritmo della sua danza ricomincia ad essere dettato non da chi sta in alto bensì da chi sta in basso.
Giusto discutere di cosa sia ancora vivo e cosa sia morto della teoria marxista. Di sicuro è morta la tesi operaista che per lotta di classe intendeva solo quella tra operai salariati (metafisicamente portatori di progresso) e capitale (ontolgicamente parassita). La lotta di classe, invece, è un fenomeno per sua natura polimorfa, che quindi può assumere, a seconda del momento storico, della struttura sociale e delle tradizioni spirituali di un dato Paese, aspetti, dinamiche e modi di essere anche molto diversi, ma sempre essa ha la medesima sostanza: i dominati si ribellano ai dominanti e premono per la loro emancipazione.

Malgrado questa verità sia evidente v’è chi si ostina a negarla.

Beirut, ottobre 2019
Non parliamo qui dei liberali o dei fascisti, per i quali il rifiuto della lotta di classe è punto dogmatico di dottrina. Entrambi sono infatti, non solo geneticamente anti-egualitari. Entrambi sono accomunati dalla medesima idea per cui la storia non la fai mai la “plebaglia”, bensì i grandi condottieri, le élite aristocratiche degli ottimati, o le grandi potenze.

Parliamo di diversi amici i quali inneggiano a queste rivolte fino a quando puntano contro quelli che considerano “governi nemici”, e le condannano come “rivoluzioni colorate” quando esse contestano “governi amici”. Viva la sollevazione cilena o ecuadoregna dunque, ma abbasso quella irachena o libanese. Essi equiparano infatti le rivolte in Iraq e Libano a quelle di Hong Kong o alle mobilitazioni contro Maduro in Venezuela o contro Evo Morales in Bolivia, addirittura ad EuroMaidan in Ucraina.

Entra quindi in ballo la geopolitica, con tutti i suoi accecanti automatismi.

Facciamo degli esempi. Dal fatto che si debba difendere la Russia putiniana dalle evidenti provocazioni USA-NATO se ne deduce che ogni protesta sociale che avvenga in Russia non solo sia per sua natura disdicevole, è pressoché scontato che dietro vi siano gli americani, e che i sobillatori siano al soldo della CIA. Non conta, agli occhi dei geopoliticisti, che chi protesta rivendichi legittimi diritti, non conta che la situazione per le classi subalterne sia intollerabile, non conta che il governo putiniano segua una politica sociale sostanzialmente liberista. Essi vedono solo un aspetto della politica putiniana, dimenticando tutti gli altri. Con queste lenti distorte non vogliono vedere le intollerabili ingiustizie sociali, rifiutano di considerare l’esistenza di un’oligarchia capitalista che fa il bello e il cattivo tempo.

Dicendo questo noi vogliamo forse negare che nell’opposizione al putinismo vi siano forze al soldo dei nemici imperialisti occidentali della Russia? Ovviamente no, diciamo che va fatta un’analisi concreta della situazione concreta, che è doveroso distinguere il grano dal loglio, ovvero stabilire quale sia la “natura di classe”, sociale e politica, di una data protesta, di una data opposizione. La geopolitica, le dinamiche ed i conflitti internazionali, non possono cancellare quelli interni ad ogni singolo paese. Non geopolitica o lotta di classe, bensì geopolitica e lotta di classe. L’uno aspetto non sopprime l’altro.

Così ad esempio non ci sfugge affatto che le violente rivolte a Hong Kong, iniziate a maggio contro il governo locale sostenuto da Pechino, per quanto massicce, siano di

Santiago, ottobre 2019

natura reazionaria e filo-imperialista. E poco importa stabilire se i suoi leader siano o meno su libro paga della CIA; parlano le loro rivendicazioni separatiste, parlano i simboli, parla il fatto che esse siano animate non dai subalterni ma dai pupilli della borghesia della ex-colonia inglese.

Di converso sono chiare le cause sociali delle rivolte di massa in Iraq e in Libano. Negare la loro genuinità e la loro legittimità, giungendo addirittura a giustificare la repressione (sanguinosa nel caso iracheno), fallita in quello libanese, è cosa inaccettabile. Anche in questo caso l’argomento di chi condanna le rivolte popolari in Iraq e Libano usa un solo argomento: siccome l’Iran svolge una funzione positiva di contrasto all’imperialismo nordamericano, e dal momento che l’indegno e corrotto governo di Bagdad è sostenuto da Tehran e che il governo  governo Hariri c’è Hezbollah, ogni sollevazione sociale delle classi subalterne è illegittima, peggio, ogni sollevazione sarebbe una “rivoluzione colorata al servizio dei nemici dell’Iran”.

Ci viene alla mente quanto Mao Zedong disse, se non erro nel 1955, a proposito della frazione filo-sovietica avversaria nel suo partito: “Per questi compagni le scoregge dei russi profumano”. Per i filo-iraniani il fatto che Teheran sotto la minaccia di aggressione, giustifica ogni porcheria politica del regime.

Chi afferma oggi queste posizioni sono gli stessi che al tempo (2011-12) liquidò le “primavere arabe” come “rivoluzioni colorate”. Tra questi si annoverava il compianto Costanzo Preve, che in quel frangente abbracciò in toto i paradigmi del geopoliticismo.

Ne nacque una polemica  teorica — GEOPOLITICA E ANTIMPERIALISMO: LA POLEMICA TRA COSTANZO PREVE E MORENO PASQUINELLI — che alla luce degli odierni accadimenti riteniamo valga la pena di essere segnalata.

Preso da: https://sollevazione.blogspot.com/2019/11/lotta-di-classe-e-rivoluzioni-colorate.html

Ecuador, Cile, Argentina, Brasile, Venezuela: tutte vittime di uno stesso carnefice

21/10/2019, 15:59

Mi ha sinceramente stupito vedere le notizie della repressione in Cile essere riportata nelle prime pagine dei giornali. Ma pochi si sono interrogati su quello che è l’America meridionale in questo momento.

Per capirlo, bisogna conoscere un po’ di storia. Dopo la Seconda Guerra Mondiale il Sud America è diventanto un po’ il giardino di casa degli Usa. In tutti i Paesi è stato importato lo stesso sistema istituzionale: un presidente eletto dal popolo a capo del governo con Parlamento monocamerale. E a vincere le elezioni era puntualmente qualcuno legato a filo doppio con gli Usa (di solito perchè sia il partito di maggioranza che quello principale di opposizione erano legati agli Usa; così anche se i voti si spostavano dall’uno all’altro, non cambiava la sostanza). E la politica di questi governi era sempre identica: tasse per i più poveri, sgravi fiscali e aiuti economici agli imprenditori più ricchi, risorse naturali regalate ad aziende statunitensi. Perchè è vero che non parliamo dell’Arabia Saudita, ma in Sudamerica c’è il petrolio, c’è l’oro e ci sono molte altre risorse naturali. Che gli Usa hanno sfruttato come meglio volevano.
Ecuador, Cile, Argentina, Brasile, Venezuela: tutte vittime di uno stesso carnefice

Poi, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 c’è stata una sorta di reazione. Per esempio, in Venezuela nel 1989 ci fu il cosiddetto “caracazo”, una serie di manifestazioni, durate solo due giorni, ma represse dall’esercito nel sangue, con oltre 3000 morti. Uno dei militari che rifiutò di sparare sui manifestanti fu il colonnello Hugo Chavez che da quel momento si lanciò in politica diventando poi presidente nel 1999. In Argentina ci fu una fortissima crisi economica, che dette il via ad una serie di manifestazioni, con la gente che sfondava le porte dei supermercati per prendere il cibo. Al termine di quella situazione venne eletto presidente Nestor Kirchner. In Bolivia, con molta meno violenza, venne eletto presidente Evo Morales; mentre in Brasile prendeva il potere Lula da Silva. Tutti costoro, poi seguiti anche da Josè Mujica in Uruguay, introdussero una politica completamente diversa, che era a favore degli strati economicamente più deboli della società.

E così in Venezuela abbiamo avuto Chavez che ha portato l’alfabetizzazione dal 10% ad oltre il 90%, ha portato l’acqua nelle case (un terzo dlela popolazione non aveva l’acqua corrente) e aperto decine di ospedali pubblici. Lula da Silva ha introdotto l’assegno di disoccupazione e un sistema di welfare valido per ridurre il numero di minori che crescevano senza istruzione e al limite della legge. Kirchner ha reso di proprietà pubblica e accessibili a prezzi ridotti molti servizi pubblici, ha alzato gli stipendi minimi e aumentato il welfare per la gran parte della cittadinanza. Questi sono solo esempi (poi ognuno può andare a cercare i dettagli Paese per Paese), ma la sostanza è stata quella per tutti i Paesisudamericani. E le risorse per queste misure da dove provenivano? Quasi sempre dalla nazionalizzazione dell’estrazione delle risorse naturali. E si trattava quasi sempre – come ho detto prima – di aziende statunitensi o comunque dove gli Usa avevano fortissimi interessi economici.

Ma chiaramente un colosso come gli Usa non poteva stare a guardare. E così, agevolati dalle morti di Nestor Kirchner in Argentina e di Higo Chavez in Venezuela e dai guai giudiziari di Lula da Silva e di chiunque gli stesse vicino, ecco che in tutto il Sudamerica salgono al potere persone legate nuovamente agli Usa. Non in Venezuela, dove due colpi di Stato (uno nel 2002 e uno con Guaidò quest’anno) sono stati sconfitti perchè la popolazione ha fatto muro contro gli usurpatori. Ma in Brasile è stato eletto Josè Bolsonaro, per esempio, che come prima cosa ha dato il via libera all’uso smodato di antiparassitari ed altre sostanze velenose in agricoltura, ha fatto bruciare deine di migliaia di chilometri quadrati di foresta amazzonica e ha avviato un programma di costruzioni in Mazzonia del valore di decine di miliardi di dollari. In Argentina è stato eletto Mauricio Macrì, anche lui neoliberista, che ha mandato il Paese quasi in default, aumentando le tasse sui più poveri, privatizzando tutto il possibile e tagliando le tasse ai più ricchi. Ciliegina sulla torta, ha chiesto al Fondo Monetario Internazionale un prestito di oltre 50 miliardi di dollari. Prestito che l’Argentina non è in grado di pagare e quindi diventa un motivo per provocare tra qualche mese l’ennesimo default, con tutte le conseguenze negativa che questo ha sull’economia.

E poi ci sono le notizie di questi giorni, con l’Ecuador e il Cile messi a ferro e fuoco da manifestanti che protestano per le troppe tasse che sono costretti a pagare. Il Cile ha risposto con il coprifuoco e l’esercito (l’Ecuador non ha un esercito degno di questo nome, quindi non ha potuto utilizzare la forza che in misura ridotta), ma questo non è bastato a fermare i manifestanti: 10 morti in Cile, 5 in Ecuador, palazzi incendiati e alla fine i due governi che hanno dovuto scendere a patti con i manifestanti (in Cile questo ancora non è ritenuto sufficiente, ad oggi). Ed il problema è che entrambi i governi stanno ancora applicando le misure di falsa austerity che sono richieste da Washington per impoverire la popolazione. Perchè lo schema è noto, è stato applicato ovunque gli Usa abbiamo potuto intervenire direttamente o con il Fondo Monetario Internazionale: salari più bassi e più tasse sulla parte povera della popolazione portano a persone disperate, che sono disposte a lavorare per una manciata di dollari al mese. Mentre i ricchi, che sono sempre legati agli interessi di Washington godono di sussidi e tagli fiscali.

Il punto è che non siamo negli anni ’60 o ’70, quando la gente non si rendeva neanche conto che esisteva un altro genere di vita. Oggi Internet porta l’individuo ovunque nel mondo. Quindi i cileni e gli ecuadoregni lo sanno che in Venezuela, a dispetto di tutto quello che ha combinato Guaidò e la ricca borghesia imprenditoriale che stanno cercando di distruggere il Paese, la gente ha aiuti dello Stato per poter andare avanti. E quindi vogliono lo stesso anche loro. Sanno che in Venezuela, in Argentina, in Brasile e in Bolivia hanno combattuto e vinto contro gli interessi statunitensi (anche se non sono vittorie definitive, come abbiamo visto) e vogliono che si faccia lo stesso nei loro Paesi. Nel 1973 bastò il colpo di Stato che uccise Salvator Allende in Cile e mise al suo posto un dittatore come Pinochet per spaventare tutti i Paesi vicini. Oggi hanno visto che anche i colpi di Stato si possono sconfiggere e la gente è più disposta di prima a proteste di massa, per quanto siano pericolose nel caso in cui il governo usi la forza. Anche perchè l’uso della forza è limitato. Oggi nessun governo potrebbe dire ai soldati di sparare alla cieca sulla folla, come avvenne in Venezuela nel “caracazo”. Se lo facesse, diventerebbe un paria a livello internazionale e persino gli Usa dovrebbero prendere le distanze per evitare problemi di governo e di consenso all’interno del Paese.

Ora, perchè le popolazioni sudamericane raggiungano una effettiva indipendenza dagli Usa, manca un ultimo passo: devono smetterla di votare per i loro rappresentanti. Cosa non facile, perchè le promesse sono seducenti. Macrì vinse le elezioni in Argentina promettendo un taglio delle tasse ed un aumento dei posti di lavoro. In un Paese con una disoccupazione al 30%, come si può definire non allettante tale promessa? La realtà è che la disoccupazione non è calata, le tasse sono aumentate, i salari sono diminuiti ed è aumentata anche l’inflazione causata dalla continua svalutazione del peso, la moneta argentina. Certo, tra chi l’ha votato molti se ne sono pentiti. Ma adesso è lui che ha il potere in mano, ha il controllo dei mass media. E non è un caso che i mass media si stanno scatenando con continue campagne diffamatorie contro Cristina Kirchner e i suoi uomini. Servono a convincere gli argentini a votare per Macrì o per qualcuno che porti avanti le stesse politiche alle prossime elezioni. E lo stesso accade in tutti i Paesi sudamericani.

Gli unici baluardi che resistono sono il Venezuela e la Bolivia. Nel secondo caso, perchè non ha alcuna risorsa naturale degna di nota e quindi non interessa a nessuno. Per il Venezuela invece l’ostacolo è la cittadinanza. Nonostante le balle raccontate dai mass media italiani, la maggior parte dei venezuelani ricorda come si viveva prima di Chavez. Si ricorda di quando i liquami correvano lungo i bordi delle strade dei quartieri poveri, di quando se ti ammalavi potevi solo sperare nell’effetto terapeutico di qualche erba della zona, di quando si lavorava per un pugno di monete sotto un datore di lavoro che poteva anche picchiarti, torturarti o ucciderti senza affrontare mai la giustizia. E non vogliono tornare a quella situazione. Per questo quando ci sono stati i colpi di Stato contro i presidenti in carica hanno reagito facendo muro contro di loro. I venezuelani non sono stupidi. Sanno quello che stanno passando e sanno che Maduro non è capace di affrontare la situazione. Ma sanno anche che un Guaidò può fare solo di peggio. Perchè Guaidò è della stessa pasta di Jaime Lusinchi o di Carlos Andres Perez, il presidente che ordinò di sparare sulla folla durante il “caracazo” e che poi venne arrestato per peculato (cioè per essersi intascato soldi dello Stato).

Il problema è che gli Usa sono un vicino ingombrante. Non puoi mandarli a quel paese, ma allo stesso tempo non puoi vivere serenamente stando così vicini. Cuba ne è un esempio. Sono quasi 60 anni ormai che si sono ribellati agli Usa, cacciando il dittatore Fulgencio Batista; e sono 60 anni che gli Usa cercano di riconquistare il potere. Hanno usato l’embargo economico, hanno usato l’invasione militare (la famosa Baia dei Porci, nel 1961), hanno usato la diffamazione via social in tempi più recenti con la blogger Yoani Sanchez, trasformata in una eroina che si batte da sola contro il regime castrista (in realtà il 90% di quello che lei ha scritto si è dimostrato falso; tanto che negli ultimi anno gli Usa l’hanno un po’ “mollata”, dato che non ha più nessuna credibilità). Le hanno provate tutte, ma Cuba è riuscita ad andare avanti, raggiungendo anche livelli di eccellenza nell’istruzione (tutti i cittadini hanno una istruzione al livello dei migliori licei italiani) e nella medicina (Cuba è il Paese al mondo dove la mortalità infantile è più bassa. Inoltre i suoi medici sono richiestissimi in Sud America e in Africa sia come insegnanti, sia per aiutare i medici locali in caso di catastrofi). E questo è molto più di quanto si possa dire per molti altri Paesi che invece hanno accettato di fare i servi degli Usa.

Preso da: http://www.julienews.it/notizia/editoriali/ecuador-cile-argentina-brasile-venezuela-tutte-vittime-di-uno-stesso-carnefice/384103_editoriali_11.html