«Africani, liberatevi!»

11 ottobre 2018 Ruggero Tantulli
Parla Mohamed Konare, attivista «per l’indipendenza reale» del continente nero. «Sogno gli Stati Uniti d’Africa»
l’intervista

«L’Africa deve tornare agli africani». Ha le idee chiare Mohamed Konare, leader panafricanista che sogna di liberare il continente nero dalle influenze straniere. Originario della Costa d’Avorio, 53 anni, Konare vive a Firenze da 20 anni («Amo l’Italia, ma la mia cittadinanza è solo africana, perché un giorno voglio tornare a casa»). Nella sua vita tanti lavori, dalla ditta di un amico al settore turistico nel capoluogo toscano, compresa una parentesi all’Eni (nella raffineria di Stagno, nel Livornese). Da un po’ di tempo il suo primo obiettivo è sensibilizzare gli africani (ma non solo) sul sistema che consente all’Occidente di «depredare l’Africa, occupata militarmente, culturalmente e soprattutto economicamente».
Non ha dubbi su quale Stato abbia maggiori responsabilità: la Francia, «che di fatto non ha mai interrotto la propria dominazione coloniale, riconoscendo l’indipendenza di facciata di molti Stati solo per placare le rivolte, e scrivendo di proprio pugno le Costituzioni attualmente in vigore in vari paesi». Il principale problema, per Konare, è il Franco Cfa, la moneta inventata nel 1945 da De Gaulle «sulle orme di quella adottata da Hitler in Francia durante l’occupazione nazista»: il Cfa, ex Franco delle colonie francesi, nome che oggi identifica la “zona franco” nell’Africa subsahariana, lega indissolubilmente 14 paesi, tra cui Camerun, Senegal e Costa d’Avorio, alla Francia, «che fino a poco tempo fa deteneva il 100% delle divise, ora il 50%». «Solo per la moneta, la Francia ricava 440 miliardi di euro all’anno. Con quella cifra in Africa si potrebbero fare tantissime cose, ma non possiamo beneficiare delle nostre risorse sul mercato internazionale».
Konare, come può avvenire questa liberazione?
«Gli africani devono prendere consapevolezza della situazione e sollevarsi contro gli Stati imperialisti. L’Africa deve tornare ciò che era prima della Conferenza di Berlino del 1884-1885, quando l’Occidente ha cominciato a spartirsela».
Sembra molto difficile come obiettivo.
«Lo è, ma se i popoli africani si uniscono possono riacquistare la propria autodeterminazione. Il dominio si realizza in primo luogo con la moneta, ma anche con la cultura: oggi gli africani non hanno più identità, i nomi stessi dei paesi sono occidentali. Anche con la lingua si controllano i popoli».
A chi si rivolge il movimento panafricanista?
«Innanzitutto all’Africa nera, poi se i paesi nordafricani vorranno unirsi saranno i benvenuti. Sogno gli Stati Uniti d’Africa. Oggi, grazie al Cfa, paesi confinanti non possono commerciare con l’estero e nemmeno tra di loro. Il valore stesso della valuta è zero, fuori dall’area in cui circola. Ecco perché, insieme a tanti fratelli, cerco di unire tutti i movimenti panafricanisti che realmente vogliono liberarsi. Ma la nostra lotta riguarda l’umanità intera».
Come agisce concretamente questo movimento?
«Abbiamo creato un gruppo di lavoro, siamo in contatto tutti i giorni con la gioventù africana. Tra poco terremo una conferenza via Skype con i giornalisti africani. Dobbiamo agire, non si può restare soggiogati e non posso accettare di vedere i miei fratelli morire per un’aspirina. In certe zone manca l’acqua potabile, una sigaretta è un lusso. C’è tanto lavoro da fare, ma la priorità è garantire cibo, acqua, istruzione e sanità per gli africani».
Lei accusa in particolare la Francia. Ma i problemi dell’Africa non dipendono solo dai francesi…
«La storia parla chiaro. Basta pensare che il capo dei servizi militari della Costa d’Avorio è francese o che nelle tre banche centrali africane la Francia ha diritto di voto, impedendo qualunque scelta autonoma degli africani, per capire come stanno le cose».
La Cina si sta espandendo sempre di più in Africa.
«I cinesi stanno cercando di penetrare con mezzi diversi, ne siamo consapevoli e ci stiamo preparando per affrontare anche questo. L’Italia, invece, è uno dei paesi che fanno meno male all’Africa, ha un ruolo marginale. Ma il problema è che al governo spesso ci sono fantocci piazzati dall’Occidente. Chiunque abbia cercato di liberare l’Africa è stato ammazzato dai francesi. Ventidue capi di Stati africani, da Thomas Sankara a Patrice Lumumba, senza contare gli attivisti morti in galera. Gheddafi è stata l’ultima vittima».
Perché?
«Stava per mettere 42 miliardi di dollari per creare un fondo monetario africano e uscire dal Fmi, è stato ucciso dalla Francia per questo. Stava creando una banca centrale e una banca di investimenti africane. In Libia c’è stata una manipolazione, non c’era nemmeno una rivolta. È tutto documentato, ma di queste cose non si parla».
Lei ha paura per la sua vita?
«No. Cerco di stare attento, ma quando ho scelto di attivarmi per la causa sapevo a cosa andavo incontro, infatti la mia vita è cambiata. Ricevo minacce, palesi e subliminali, e sono costretto a spostarmi in modo discreto, perché so che qualcuno non sopporta ciò che faccio. Se prendessi un aereo per l’Africa oggi, non oso immaginare che fine potrei fare».
Tanti giovani africani cercano di raggiungere l’Europa.
«È chiaro, ma non è questa la soluzione, se si vuole bene all’Africa. Anzi, l’emigrazione è proprio il progetto delle élite per evitare che gli africani si ribellino. Chi parte rischia la vita, il viaggio è un inferno. Per fare cosa poi? Lavori disumani».
Pensa che ci sia razzismo in Europa?
«Il razzismo c’è dappertutto, anche tra africani o tra italiani stessi. Ma è frutto di ignoranza, la realtà è che siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo lottare per la libertà dei popoli».

Preso da: https://incronaca.unibo.it/archivio/2018/10/11/africani-liberatevi

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Previsione dei Rothschild: l’ordine mondiale sull’orlo del crollo

13/6/2018
Banque Privee Edmond de Rothschild

Il famigerato Lord Jacob Rothschild aveva indirizzato un messaggio agli investitori del suo fondo RIT Capital Partners, in cui aveva toccato non solo lo stato del sistema finanziario, ma anche i problemi dell’ordine mondiale.

Questa volta, ha attirato l’attenzione sulle minacce al sistema economico globale istituito dopo la seconda guerra mondiale — e quando una delle persone che hanno fatto innumerevoli ricchezze nel dopoguerra avverte del pericolo di un collasso, si dovrebbe almeno ascoltare.

Trump rompe il globalismo

Come i fattori chiave che provocano il collasso del sistema globale, il miliardario ha indicato la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, così come la crisi dell’eurozona. Un altro problema, secondo lui, è la mancanza di un “approccio comune”. Tutto questo, riassume Lord Rothschild, provoca una deviazione dalla globalizzazione e, per molti aspetti, il processo è collegato alla regola del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Il capo del fondo ha detto che è stato Trump a rendere “molto più difficile la collaborazione oggi”.
“Negli eventi dell’11 settembre e nella crisi finanziaria del 2008, il mondo ha collaborato e ha seguito un approccio comune. Oggi la cooperazione è diventata molto più difficile. Ciò pone in gioco l’ordine postbellico nella sfera dell’economia e della sicurezza  “, ha detto Rothschild.
In questa situazione, secondo il Lord dell’antica dinastia, la politica del fondo è di sostenere le azioni e le capitali esistenti e di “affrontare i nuovi obblighi con grande cura”.

In effetti, il numero di titoli azionari quotati del RIT (equity quotato) è registrato a un livello storicamente basso (47%). Il motivo è che la famosa famiglia di miliardari di origine ebraica è preoccupata del fatto che il ciclo ottimistico dei 10 anni e la crescita delle quotazioni nel mercato stanno volgendo al termine. A questo proposito, recentemente il FMI ha previsto anche un rallentamento della crescita economica.

Rischi della zona euro e dei mercati emergenti

Rothschild ha riconosciuto che negli ultimi dieci anni molte economie si sono notevolmente rafforzate e, dopo la crisi finanziaria del 2008, circa 120 paesi hanno dimostrato una crescita. Tuttavia, ritiene il miliardario, i rischi per l’economia globale rimangono elevati: le attuali valutazioni del mercato azionario sono sopravvalutate dagli standard storici, ma sono gonfiate da anni di bassi tassi di interesse e politica di  “quantitative easing”, che stanno giungendo al termine. Uno dei rischi potenziali è l’economia europea, in cui i livelli del debito hanno raggiunto “livelli potenzialmente devastanti”, ha detto il signore.

“I problemi che l’area dell’euro deve affrontare sono pericolosi — sia politici che economici — dati i livelli potenzialmente devastanti di debito in molti paesi”.

Secondo Rothschild, i rischi della guerra commerciale globale sono in aumento — dato che i cinesi stanno imparando dall’amara esperienza:

“La probabilità di una guerra commerciale è aumentata e con essa  le tensioni,  l’impatto è stato registrato per le azioni — per esempio, all’inizio di luglio, l’indice azionario di Shanghai è sceso di circa il 22% dal suo picco nel mese di gennaio.”

Rothschild ha anche ripetuto un avvertimento recente fatto dal capo della Banca centrale dell’India, dicendo che la riduzione della liquidità globale dollaro ha colpito anche i mercati emergenti.

“È probabile che i problemi continuino nei mercati emergenti, coperti dall’aumento dei tassi di interesse e dalla politica monetaria della Fed americana, che ha esaurito la liquidità del dollaro globale. Abbiamo già visto l’impatto sulle valute turche e argentine “, ha ricordato il miliardario.

Infine, Rothschild si è detto preoccupato per “problemi geopolitici, tra cui il Regno Unito fuori dell’Unione europea, la Corea del Nord e del Medio Oriente, mentre il populismo si estende a livello globale.”
Rothschild: verità e astuzia

Ricordiamo che il fondo di investimento Rothschild è aumentato negli anni ’90, e nel 1998 il rendimento raggiunto tassi di spazio di 2400%. Grazie al successo ottenuto dagli investimenti dei miliardari del  clan Rothschild, questi vengono molto ascoltati e gli investitori e i più importanti esponenti delle politica sono tra i suoi partner commerciali — in particolare Warren Buffett e Henry Kissinger. Rothschild da  lungo tempo indica la vulnerabilità dell’economia mondiale: nel 2016 scrisse che la Banca centrale è stato “l’esperimento più grande nella politica monetaria” nella storia del genere umano, e ha sottolineato che le conseguenze sono imprevedibili.
Negli ultimi quattro anni, la Fondazione Rothschild divenne in realtà il portavoce dei cambiamenti imminenti: prima del referendum Brexit, che avevano precedentemente liquidato le attività in sterline. Nell’appello del 2016, quando tutti erano fiduciosi della vittoria di Hillary Clinton nelle elezioni presidenziali americane, Rothschild aveva avvertito che il processo elettorale sarebbe stato “straordinariamente stressante”.
Ora c’è la sensazione che il miliardario sia in qualche modo disonesto e intimidatorio per gli investitori. Vale la pena notare che la stessa RIT Capital Partners  investe attivamente in Asia (si tratta di beni cinesi, giapponesi, indiani). Inoltre, il fondo sta sviluppando la sfera delle tecnologie IT: a titolo illustrativo, sta investendo in servizi Dropbox e Alphabet-Google, oltre a biotecnologie, grandi infrastrutture (comunicazione ferroviaria negli Stati Uniti) e, naturalmente, energia.

Ma quello che è veramente interessante: Il Lord miliardario sta richiamando a preservare il capitale e non il rischio, così come lui stesso aveva accusato la Russia di aggressione  per aver espulso la banca Rothshild dal paese, in precedenza, aveva incorporato nelle azioni “Cassa di Risparmio” e “Novatek” (RIT Capital Partners investito in BlackRock Emerging Markets Fund). Ma in questo caso  Rothschild dimostra di  non essere astuto, così come lo è nel rottamare l’ordine mondiale attuale. Apparentemente, il fondo prevede di incassare benefici dal  naufragio dell’impero globalista e di passare pragmaticamente a mercati promettenti.
Rothschild stava parlando degli aspetti economici del crollo della globalizzazione, ma l’allarme suonava fra gli architetti politici del dispositivo  atlantista. Ricordiamo che questo riguarda l’ideologo dell’ordine mondiale  liberal, Bernard Henri Levy, che era fra i promotori alle origini del rovesciamento di Gheddafi, ed è responsabile per istruire gli islamisti dell’opposizione libica e ucraina di Maidan, e per incitamento alla guerra siriana e gli eventi in Iraq. Nel discorso di Amsterdam, ha dichiarato apertamente che il mondo sta cambiando, e l’egemonia americana tradizionale si sta erodendo.

E la critica di Trump alle dimissioni di Levy con l’indignazione di Rothschild: il presidente americano non esita nello smantellare l’infrastruttura del modello della precedente amministrazione nell’arena internazionale. Levy è indignato dal fatto che Trump semplicemente distrugga coerentemente quei progetti a cui il teorico liberale ha partecipato in passato. Cambiamenti negli ultimi anni non possono non eccitare gli ideologi globalisti del liberalismo e la crema della elite finanziaria mondiale: questi si riassumono nell’incipiente divisione in due del mondo occidentale, e nell’aumento delle posizioni forze di destra in Europa, e nello sviluppo di posizioni anti-americane e anti-sioniste in coalizione in Medio Oriente, e la fase economica (e non solo) che rappresenta un miracolo per la Cina. Il mondo sta cambiando e i globalisti stanno tentando freneticamente di adeguarsi alle nuove sfide.
Fonte: controinformazione.info
L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Preso da: https://it.sputniknews.com/punti_di_vista/201808136360569-previzione-dei-rothschild-fine-del-ordine-mondiale/

Degenerazione e fondamentalismo nel controllo dei media occidentali

Non c’è nulla di più triste e patetico di un famigerato bugiardo che urla, sputa saliva, insulta le persone normali a destra e sinistra, mentre terrorizza coloro che stanno dicendo la verità.
Ultimamente, l’Occidente è diventato chiaramente furioso. Più ha paura di perdere il controllo sul cervello di miliardi di persone in tutti gli angoli del mondo, più aggressivamente urla, prende a calci e si prende gioco di se stesso.
Il Nuovo Ordine Mondiale non nasconde nemmeno più le sue intenzioni. Le intenzioni sono chiare: distruggere tutti i suoi avversari, siano essi in Russia, Cina, Iran o in qualsiasi altro stato patriottico e indipendente. Silenziare tutti i media che stanno dicendo la verità; non è la verità così come è definita a Londra, Washington, Parigi o Berlino, ma la verità è percepita a Mosca, Pechino, Caracas o Teheran; la verità che serve semplicemente la gente, non la falsa, pseudo-verità inventata per sostenere la supremazia dell’Impero occidentale.

Sono stati ora stanziati enormi fondi per l’assalto mortale della propaganda, originatosi prevalentemente a Londra e Washington. Milioni di sterline e dollari sono stati assegnati e spesi, ufficialmente e apertamente, per “contrastare” le voci di russi, cinesi, arabi, iraniani e latinoamericani; voci che stanno finalmente raggiungendo gli “Altri” – gli abitanti desolati del “sud globale”, gli abitanti delle colonie e delle neo-colonie; gli schiavi moderni che vivono negli stati “client”.
La maschera sta cadendo e la faccia cancrena della propaganda occidentale viene esposta nella sua realtà. È terribile, spaventosa, ma almeno è quello che è, perché tutti possano vederla. Niente più suspense, niente sorprese. All’improvviso è tutto allo scoperto. È spaventoso ma onesto. Questo è il nostro mondo Questo è quanto è diminuita la nostra umanità. Questo è il cosiddetto ordine mondiale, o più precisamente neocolonialismo.
L’Occidente degli imperialisti anglo-USA sa come massacrare milioni e sa come manipolare le masse. La sua propaganda è sempre stata dura (e ripetuta mille volte, non diversamente dalle pubblicità aziendali o dalle campagne di indottrinamento fascista della Seconda Guerra Mondiale) quando è originaria degli Stati Uniti, o brillantemente machiavellica e letalmente efficace quando viene dal Regno Unito. Non dimentichiamolo mai: il Regno Unito ha assassinato e ridotto in schiavitù centinaia di milioni di esseri umani innocenti e molto più avanzati, per molti lunghi secoli e in tutto il mondo. A causa del suo talento nel lavaggio del cervello e nella manipolazione delle masse, la Gran Bretagna ha fatto innumerevoli genocidi,
Il regime occidentale sa mentire, spudoratamente ma professionalmente, e soprattutto, perpetuamente. Ci sono migliaia di menzogne ​​accatastate l’una sull’altra, con perfetti accenti “educati” di classe superiore: bugie su Salisbury, sul comunismo, la Russia, la Cina, l’Iran, il Venezuela, Cuba, la Corea del Nord, la Siria, la Jugoslavia, il Ruanda, Sud Africa, Libia, rifugiati. Ci sono bugie sul passato, sul presente e persino sul futuro.
Nessuno ride, vedendo questi teppisti imperialisti come il Regno Unito e la Francia che predicano, in tutto il mondo e con la faccia seria, sia sulla libertà che sui diritti umani. Non ridere, ancora. Ma molti si stanno lentamente indignando.
Le persone in Medio Oriente, Africa, Asia e America Latina cominciano a rendersi conto di essere state ingannate, ingannate, mentite; che la cosiddetta ‘educazione’ e ‘informazione’ proveniente dall’Occidente non erano altro che spudorate campagne di indottrinamento. Per anni ho lavorato in tutti i continenti, compilando storie e testimonianze sui crimini dell’imperialismo e sul risveglio del mondo, “riassunti” nel mio libro di 840 pagine: ” Exposing Lies Of The Empire “.
Milioni di persone che ora possono vedere, per la prima volta, che i media, come BBC, DW, CNN, Voice of America, Radio Free Europe / Radio Liberty, li hanno codificati senza pietà e per anni e anni. Reuters, AP, AFP e diverse altre agenzie di stampa occidentali (Repubblica, La Stampa, RAI, Sky News, ecc..) sono riuscite a creare una narrativa in uniforme per l’intero pianeta, con giornali locali in tutto il mondo che pubblicano ora manipolazioni identiche che provengono da Washington, Londra, Parigi e altre capitali occidentali. Immagini totalmente false su argomenti così importanti come l’Unione Sovietica, il Comunismo, la Cina, ma anche la libertà e la democrazia sono state incise in miliardi di cervelli umani.
La ragione principale dell’apertura degli occhi di persone del mondo che è ancora oppressa dall’imperialismo occidentale, è il lavoro inarrestabile dei media come il New Eastern Outlook (NEO), RT e Sputnik, con sede in Russia, come Cina- ha sede la CGTN, China Radio International e China Daily, TeleSur con sede in Venezuela, Libanese Al-Mayadeen e Iranian Press TV. Certo, ci sono molti altri mezzi di comunicazione anti-imperialisti orgogliosi e determinati in varie parti del mondo, ma quelli sopra citati sono i veicoli più importanti della contro-propaganda proveniente dai paesi che hanno combattuto per la loro libertà e semplicemente hanno rifiutato essere conquistato, colonizzato,
Una potente coalizione anti-imperialista di stati veramente indipendenti si è formata e si è solidificata. Ora sta ispirando miliardi di esseri umani oppressi ovunque sulla Terra, dando loro speranza, promettendo un futuro migliore, ottimista e giusto. Essere all’avanguardia di molti cambiamenti positivi e aspettative è il “nuovo media”.
E l’Occidente sta guardando, inorridito, disperato e sempre più al vetriolo. È disposto a distruggere, uccidere e schiacciare, solo per fermare questa ondata di “ottimismo pericoloso” e lottare per una vera indipendenza e libertà.

Asse della resistenza

Ora ci sono attacchi costanti contro i nuovi media del mondo libero. In Occidente, la RT è minacciata di espulsione, di nuovi e sempre più popolari New Eastern Outlook (NEO), giunta di recente sotto un malvagio attacco informatico da, probabilmente, hacker occidentali professionisti. TeleSur viene periodicamente paralizzato da sanzioni vergognosamente scatenate contro il Venezuela, e lo stesso banditismo si rivolge alla TV della stampa iraniana.
Vedete, l’Occidente può essere responsabile di miliardi di vite in rovina in tutto il mondo, ma non è ancora in grado di affrontare sanzioni, azioni punitive. Mentre paesi come Russia, Iran, Cina, Cuba, Corea del Nord o Venezuela devono “affrontare le conseguenze” principalmente sotto forma di embargo, sanzioni, propaganda, intimidazione diretta, persino bullismo militare, semplicemente per aver rifiutato di accettare la folle dittatura globale occidentale, e per aver scelto la propria forma del governo e del sistema politico oltre che economico.
L’Occidente semplicemente non sembra in grado di tollerare il dissenso. Richiede obbedienza piena e incondizionata al “Pensiero Unico”, ai suoi dogmi, una sottomissione assoluta. Agisce sia come fondamentalista religioso che come teppista globale. E per peggiorare le cose, i suoi cittadini sembrano essere così programmati o così indifferenti o entrambi, che non sono in grado di comprendere ciò che i loro paesi e la loro “cultura” stanno facendo al resto del mondo.
Quando sono intervistato, mi viene spesso chiesto: “il mondo sta affrontando il vero maggiore pericolo dalla Seconda Guerra Mondiale?”
Rispondo sempre “sì”. È perché sembra che sia il Nord America che l’Europa non siano in grado di smettere di costringere il mondo all’obbedienza e alla schiavitù virtuale. Sembrano non voler accettare alcun accordo razionale e democratico sul nostro Pianeta. Sacrificerebbero uno, decine o centinaia di milioni di esseri umani, solo per mantenere il controllo dell’universo? Sicuramente lo farebbero! Hanno già, in diverse occasioni, senza pensarci due volte, senza rimpianti e senza pietà.
La scommessa dei fondamentalisti occidentali, dell’ideologia neoliberista dominante è quella per cui il resto del mondo è molto più decente e molto meno brutale, che non potrebbe sopportare un’altra guerra, un’altra carneficina, un altro bagno di sangue; che piuttosto si arrende, piuttosto rinuncia a tutti i suoi sogni per un futuro migliore, invece di combattere e difendersi da ciò che appare sempre più come un inevitabile attacco militare occidentale.
Tali calcoli e “speranze” dei fanatici occidentali sono falsi. I paesi che ora vengono affrontati e intimiditi sono ben consapevoli di cosa aspettarsi se si arrendono e si arrendono alla pazzia occidentale e ai modelli imperialisti.
La gente sa, si ricorda cosa vuol dire essere schiavi.
La Russia sotto Yeltsin, crollata, saccheggiata dalle multinazionali occidentali, sputata in faccia dai governi europeo e nordamericano; la sua aspettativa di vita era scesa ai livelli dell’Africa sub-sahariana.
La Cina a sua volta sopravvisse a un’agonia inimmaginabile di “periodo di umiliazione”, saccheggiata, saccheggiata e divisa da invasori francesi, britannici e statunitensi.
L’Iran derubato del suo governo legittimo e socialista, dovendo vivere per anni sotto un maniaco sadico, il burattino occidentale, lo scià.
L’intera America “latina“, con le sue venature aperte, con la cultura in rovina, con la religione occidentale costretta a chiudergli la gola; con letteralmente tutti i governi e leader socialisti e comunisti democraticamente eletti o rovesciati, o direttamente assassinati, o quantomeno manipolati dal potere da Washington e dai suoi lacchè.
La Corea del Nord, sopravvissuta a un genocidio bestiale contro i suoi civili, commessa dagli Stati Uniti e dai suoi alleati nella cosiddetta guerra coreana.
Vietnam e Laos, violentati e umiliati dai francesi, e poi bombardati nelle epoche della pietra dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
Sud Africa … Timor Est … Cambogia …
Ci sono carceri viventi, relitti di decomposizione, abbandonati dopo gli attacchi mortali occidentali “liberatori”: Libia e Iraq, Afghanistan e Honduras, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo, solo per citarne alcuni. Questi servono come avvertimenti per coloro che hanno ancora delle illusioni sulla “buona volontà” occidentale e sullo spirito di giustizia!
Siria … Oh, Siria! Guarda cosa ha fatto l’Occidente in un paese orgoglioso e bello che si è rifiutato di cadere in ginocchio e leccare i piedi di Washington e di Londra. Ma anche, guarda quanto è forte, quanto determinati possono essere coloro che amano veramente il loro paese. Contro ogni previsione, la Siria si è levata in piedi, ha combattuto i terroristi assoldati dall’estero, assieme con gli stranieri e ha vinto, circondato e sostenuto dalla grande coalizione internazionalista! L’Occidente aveva pensato di poter scatenare un altro scenario libico, ma invece ha incontrato un pugno di ferro, i nervi d’acciaio, un’altra Stalingrado. l’imperialissmo occidentale è stato identificato, affrontato e fermato. Ad un costo enorme, ma fermato!
L’intero Medio Oriente sta guardando.
Il mondo intero sta guardando.
Le persone ora vedono e ricordano. Stanno cominciando a ricordare chiaramente cosa è successo a loro. Stanno iniziando a capire. Sono incoraggiati. Comprendono chiaramente che la schiavitù non è l’unico modo di vivere le loro vite.
La coalizione anti-occidentale o più precisamente l’Asse della Resistenza anti-imperialista ed antisionista è ora solido come l’acciaio. Perché è una grande coalizione di vittime, di persone che sanno cos’è lo stupro e cos’è il saccheggio, e quale distruzione completa è. Sanno esattamente cosa viene amministrato dai sostenitori autoproclamati della libertà e della democrazia – dal fondamentalismo culturale ed economico occidentale.
Questa coalizione di nazioni indipendenti e orgogliose è qui per proteggersi, proteggersi a vicenda, così come il resto del mondo.

Manifestazione contro l’imperialismo e per la sovranità dei popoli

Non arrendersi mai, mai tornare indietro. Perché le persone hanno parlato e stanno inviando messaggi chiari ai loro leader: “Mai più! Non capitolare. Non cedere alle intimidazioni occidentali. Combatteremo se attaccati. E noi resteremo, orgogliosamente, con le nostre gambe, qualunque cosa, non importa quale forza brutale dobbiamo affrontare. Mai in ginocchio, fratelli! Non cadremo mai più in ginocchio di fronte a coloro che diffondono il terrore! ”
E i media in questi meravigliosi paesi che resistono all’imperialismo e al terrore occidentali diffondono innumerevoli messaggi ottimistici e coraggiosi.
E l’establishment occidentale imperialista sta osservando, agitandosi e sporcandosi i pantaloni.
Loro, gli imperialisti, sanno che la fine del loro brutale dominio sul mondo si sta avvicinando. Sanno che quei giorni di impunità stanno finendo. Sanno che il mondo giudicherà presto gli anglo-USA ed i loro lacchè , per i secoli di crimini che ha commesso contro l’umanità.
Sanno che la guerra dei media sarà vinta da “noi”, non da “loro”.
Il campo di battaglia è in via di definizione. Con alcune brillanti eccezioni, gli occidentali e i loro media stanno chiudendo le fila, attenendosi ai loro padroni. Come molti altri scrittori, ero stato senza tante cerimonie cacciato da Counterpunch, una delle pubblicazioni sempre più anticomuniste, anti-russi, anti-siriane e anti-cinesi degli Stati Uniti. Dal loro punto di vista, stavo scrivendo per diverse pubblicazioni “sbagliate”. Sono davvero orgoglioso che abbiano smesso di pubblicarmi. Sto bene dove sono: di fronte a loro, mentre sto affrontando altri mezzi di comunicazione di massa in Occidente.
L’estensione del controllo ideologico occidentale del mondo è degenerata, veramente perversa. I suoi media e gli sbocchi “educativi” sono pienamente al servizio del regime.
Ma il mondo si sta svegliando e si confronta con questo fondamentalismo culturale e politico mortale.
È in corso una grande battaglia ideologica. Questi sono tempi eccitanti e luminosi. Niente potrebbe essere peggio della schiavitù. Le catene si stanno rompendo. D’ora in poi, non ci sarà impunità per coloro che hanno torturato il mondo per secoli.
Le loro bugie, così come le loro armature, saranno affrontate e fermate!
*Andre Vltchek è filosofo, romanziere, regista e giornalista investigativo. È un creatore di Vltchek’s World in Word and Images , uno scrittore del romanzo rivoluzionario Aurora e diversi altri libri . Scrive in particolare per la rivista online “New Eastern Outlook”.
Traduzione: Luciano Lago
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via Controinformazione

AFRICOM: un gigantesco spreco di denaro

Wayne Madsen SCF 26.02.2018

Il Comando Africa degli USA (AFRICOM), creato nel 2007 per rivaleggiare con le controparti della struttura militare geopolitica, Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) e Comando Meridionale (SOUTHCOM), come versione moderna della Compagnia delle Indie Orientali inglese assegnata a un continente, si è rivelato un gigantesco fallimento e spreco totale di denaro dei contribuenti. L’AFRICOM, a differenza degli equivalenti a Tampa, Miami, Honolulu e Stoccarda, non è mai riuscito ad avere un proprio quartier generale ma è stato costretto a condividerlo a Stoccarda con l’US European Command (EUCOM). AFRICOM si trova nelle Kelley Barracks, l’ex-quartier generale del 5° comando trasmissioni della Luftwaffe nazista. L’AFRICOM non ha responsabilità sull’Egitto, che ricade sotto l’egida del CENTCOM. Sebbene alcuni Paesi africani offrissero il quartier generale all’AFRICOM, la maggioranza dei membri dell’Unione Africana si oppose alla presenza militare statunitense permanente nel continente africano. Un luogo pianificato era vicino la città portuale di Tan Tan, nel sud del Marocco, al confine con l’ex-colonia spagnola del Sahara Occidentale, occupata dai marocchini. In realtà, Tan Tan è posta strategicamente tra due ex-colonie spagnole, Sahara occidentale e l’ex-enclave spagnola di Ifni. I piani abortiti per la base di Tan Tan furono spinti tra il servizio d’intelligence militare e la Direzione Generale per la Sicurezza Estera (DGED) del Marocco e l’Ufficio della Difesa dell’ambasciata USA a Rabat.

L’opzione della base in Marocco, che sarebbe costata 50 miliardi di dollari per costruirla e avviarla, fu sostituita da un sistema d’invio truppe e personale di supporto statunitense in vari Paesi africani coi compiti temporanei di istruttori, costruzione di impianti ed intelligence. Tra le responsabilità dell’AFRICOM vi sono le “operazioni di stabilità” in Africa, che il Pentagono cita come “missione militare centrale statunitense”. Tale missione è sostenuta dalla presenza di ciò che il Pentagono chiama Cooperative Security Locations o “ninfee”, magazzini nascosti di armi, veicoli e altro materiale spesso integrati da nuovi aeroporti che possono ospitare velivoli militari e droni. Le ninfee (Lily pads) sono state costruite in Algeria, Botswana, Burkina Faso, Camerun, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Gabon, Ghana, Kenya, Liberia, Mali, Mauritania, Namibia, Niger, Nigeria, Sao Tome e Principe, Senegal, Seychelles , Sierra Leone, Somalia, Tunisia, Uganda e Zambia. Ci fu la proposta che AFRICOM istituisse un comando nel Golfo di Guinea degli Stati Uniti a Sao Tome. Il comando sarebbe stato responsabile della protezione delle compagnie petrolifere statunitensi che operano nella regione. Sebbene il comando del Golfo di Guinea non sia mai stato istituito, AFRICOM conduce l’Obangame Express annuale, che comprende l’addestramento alla sicurezza marittima delle forze di Angola, Benin, Camerun, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Congo, Gabo, Gabon, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Guinea equatoriale, Liberia, Marocco, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, Sao Tome e Principe e Togo.

1 marzo 2018
Sebbene l’AFRICOM abbia l’incarico di condurre “operazioni di stabilità”, ci sono prove che si sia impegnato a fomentare colpi di Stato militari in Africa. Nel 2009, un gruppo di ufficiali della Guinea che tentò di assassinare il presidente della Guinea, capitano Moussa Dadis Camara, stava operando su ordine delle Forze Speciali assegnate al Comando Africa degli USA (AFRICOM) e al personale dell’intelligence militare francese. Lo stesso Camara prese il potere con un colpo di Stato nel dicembre 2008 dopo la morte del presidente Lansana Conte. Apparentemente Camara aveva firmato un accordo con la Cina affinché quella nazione ricevesse i contratti minerari sulla bauxite delle aziende statunitensi e francesi con la promessa che la Cina avrebbe raffinato la bauxite costruendo una fabbrica di alluminio in Guinea. Statunitensi e francesi esportavano la bauxite grezza per fonderla all’estero. L’offerta dei cinesi di fondere la bauxite in Guinea, con la promessa di lavori ben pagati per la nazione povera, era troppo per Francia e Stati Uniti e un “golpe” fu ordinato contro Camara, usando gli elementi delle forze armate guineane addestrati dall’AFRICOM in Guinea, Germania e Stati Uniti. L’Agenzia per la sicurezza nazionale, l’agenzia di spionaggio delle informazioni (SIGINT) di punta degli USA aveva investito centinaia di milioni di dollari per addestrare all’intercettazione in numerose lingue, anche africane. AFRICOM gestiva un programma di formazione ridondante e bilingue che rispecchiava il programma del NSA. AFRICOM spese milioni inutilmente duplicando la NSA nell’addestramento nelle lingue Bemba, Bete, Ebira, Fon, Gogo, Kalenjin, Kamba, Luba-Katanga, Mbundu/Umbundu, Nyanja, Sango, Sukuma, Tsonga/Tonga, Amarico, Dinka, Somalo, Tigrinya e Swahili. Questo è solo uno dei tanti esempi di come l’AFRICOM sia un completo spreco di denaro con sforzi duplicanti quelli di altre agenzie ed enti governativi. La morte per strangolamento il 4 giugno 2017 a Bamako, in Mali, del sergente dei berretti verdi dell’esercito statunitense Logan Melgar per mano di due Navy SEALs, tutti schierati sotto il comando di AFRICOM, era legato alla scoperta di Melgar che i due della Marina intascavano i fondi ufficiali utilizzati da AFRICOM per pagare gli informatori nel Paese dell’Africa occidentale. La frode è un altro esempio della cultura del malaffare presente tra le fila dell’AFRICOM. Tale disaffezione è nota dal 2012 quando il primo capo di AFRICOM, generale William “Kip” Ward, fu degradato da generale a tenente-generale. Si scoprì che Ward usò la sua posizione al vertice di AFRICOM per “spese non autorizzate” e “viaggi lussuosi”, tra cui un soggiorno al Ritz-Carlton Hotel di McLean, in Virginia, al Fairmont Hamilton Princess Hotel nelle Bermuda e al Waldorf-Astoria Hotel di New York. Ward viaggiò con la moglie e tredici assistenti diverse volte, in Burkina Faso, Senegal, Ruanda, Madagascar, Namibia (dove Ward soggiornò al Windhoek Country Club), Gibuti, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Francia con solo alcuni giorni dell’itinerario riservati agli affari ufficiali. In alcuni viaggi, Ward accettò cene da uomini d’affari che cercavano contratti con AFRICOM.
Le manovre annuali dell’AFRICOM portano titoli come African Lion, Flintlock, Cutlass Express, Unified Accord, Phoenix Express, Unified Focus, Justified Accord e Shard Accord. Tali esercitazioni implicano milioni di dollari in spese di viaggio e alloggio, offrendo ogni opportunità di frode, spreco e abuso commessi dal primo comandante dell’AFRICOM. Nell’ottobre 2017, quattro membri dell’esercito statunitense furono uccisi dalle forze ribelli presso il villaggio Tongo-Tongo in Niger. Il Pentagono non ha mai spiegato che tipo di “addestramento” stessero svolgendo coi militari nigerini. Nel febbraio 2016, il personale delle forze speciali dell’AFRICOM si ritrovò sotto attacco terroristico islamista all’Hotel Radisson Blu di Bamako. Il mese precedente, altro personale delle forze speciali dell’AFRICOM fu visto mentre una cellula terrorista islamista attaccò l’Hotel Splendid e il vicino ristorante Cappuccino di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, di proprietà ucraina. Gli attacchi a Bamako e Ouagadougou erano simili alla destabilizzazione effettuati dalle forze di destra e fasciste nell’Europa occidentale durante la Guerra Fredda. Gli attacchi “false flag” furono attribuiti a gruppi di sinistra, ma erano orchestrati da Central Intelligence Agency e NATO nell’ambito dell’operazione Gladio e relativi programmi segreti. L’AFRICOM è una copertura del Pentagono per proteggere gli interessi economici degli Stati Uniti in Africa e garantire che i governi africani aderiscano alla linea filo-USA. Tuttavia, AFRICOM viene eclissata dalla crescente influenza della Cina in Africa, accolta con favore da molte nazioni africane. L’ingresso del “soft power” cinese in Africa fa dell’AFRICOM un ulteriore spreco di denaro.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2018/03/01/africom-un-gigantesco-spreco-di-denaro/

Aggressione camuffata da guerre civili

 

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Se ci si darà la pena di guardare con distacco i fatti, si constaterà che i vari conflitti che da sedici anni insanguinano l’intero Medio Oriente Allargato, dall’Afghanistan alla Libia, non sono una successione di guerre civili, bensì l’attuazione di strategie regionali. Ripercorrendo gli obiettivi e le tattiche di queste guerre, a cominciare dalla “Primavera araba”, Thierry Meyssan ne osserva la preparazione del prosieguo.

| Damasco (Siria)
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A fine 2010 cominciò una serie di guerre, presentate inizialmente come sollevamenti popolari. Tunisia, Egitto, Libia, Siria e Yemen furono poi travolti dalla “Primavera araba”, riedizione della “Grande rivolta araba del 1915” iniziata da Lawrence d’Arabia, con un’unica differenza: questa volta non si trattava di appoggiarsi ai Wahhabiti, ma bensì ai Fratelli Mussulmani.

Questi accadimenti erano stati minuziosamente pianificati sin dal 2004 dal Regno Unito, come dimostrano i documenti interni del Foreign Office, rivelati dallo whistleblower [lanciatore d’allarmi] britannico Derek Pasquill [1]. Con l’eccezione del bombardamento di Tripoli (Libia) ad agosto 2011, tali eventi erano frutto non soltanto delle tecniche di destabilizzazione non violente di Gene Sharp [2], ma anche della guerra di quarta generazione di William S. Lind [3].
Messo in atto dalle forze armate USA, il progetto britannico di “Primavera araba” si sovrappose a quello dello stato-maggiore americano: la distruzione delle società e degli Stati su scala regionale, formulata dall’ammiraglio Arthur Cebrowski, resa popolare da Thomas Barnett [4] e illustrata da Ralph Peters [5].
Nel secondo trimestre 2012 la situazione sembrò calmarsi, tanto che Stati Uniti e Russia si accordarono il 30 giugno a Ginevra su una nuova ripartizione del Medio Oriente.
Ciononostante, gli Stati Uniti non onorarono la propria firma. Una seconda guerra iniziò a luglio 2012, dapprima in Siria poi in Iraq. Ai piccoli gruppi e ai commando subentrarono vasti eserciti di terra, composti da jihadisti. Non era più una guerra di quarta generazione, bensì una classica guerra di posizione, adattata alle tecniche di Abou Bakr Naji [6].
Allorché la Cina svelò le proprie ambizioni, la volontà di prevenire la riapertura della “via della seta” si sovrappose ai due antecedenti obiettivi, conformemente agli studi di Robin Wright [7].
Nell’ultimo trimestre 2017, con la caduta di Daesh, gli avvenimenti sembrarono nuovamente placarsi, ma gli investimenti nei conflitti del Medio Oriente Allargato erano stati così ingenti che era impossibile per i partigiani della guerra rinunciarvi senza aver ottenuto risultati.
Si assistette così a un tentativo di rilancio delle ostilità con la questione kurda. Dopo un primo scacco in Iraq ce ne fu un secondo in Siria. In entrambi i casi, la violenza dell’aggressione indusse Turchia, Iran, Iraq e Siria a compattarsi contro il nemico esterno.
Alla fine il Regno Unito ha deciso di perseguire l’obiettivo iniziale di egemonia attraverso i Fratelli Mussulmani e per farlo ha costituito il “Gruppo Ristretto”, rivelato da Richard Labévière [8], struttura segreta che include Arabia Saudita, Stati Uniti, Francia e Giordania.
Da parte loro, gli Stati Uniti, applicando il “Pivot verso l’Asia” di Kurt Campbell [9], hanno deciso di concentrare le proprie forze contro la Cina e hanno di nuovo formato, con Australia, India e Giappone, il Quadriennal Security Dialogue.
Frattanto, l’opinione pubblica occidentale continua a credere che il conflitto unico che ha già devastato il Medio Oriente allargato, dall’Afghanistan alla Libia, sia una successione di guerre civili per la democrazia.

[1] When Progressives Treat with Reactionaries. The British State’s flirtation with radical Islamism, Martin Bright, Policy Exchange, September 2004. “I had no choice but to leak”, Derek Pasquill, New Statesman, January 17, 2008.
[2] Making Europe Unconquerable: The Potential of Civilian-based Deterrence and Defense, Gene Sharp, Taylor & Francis, 1985.
[3] “The Changing Face of War: Into the Fourth Generation”, William S. Lind, Colonel Keith Nightengale, Captain John F. Schmitt, Colonel Joseph W. Sutton, Lieutenant Colonel Gary I. Wilson, Marine Corps Gazette, October 1989.
[4] The Pentagon’s New Map, Thomas P.M. Barnett, Putnam Publishing Group, 2004.
[5] “Blood borders – How a better Middle East would look”, Colonel Ralph Peters, Armed Forces Journal, June 2006.
[6] The Management of Savagery : The Most Critical Stage Through Which the Umma Will Pass, Abu Bakr Naji, 2005. English version translated by William McCants, Harvard University, 2006.
[7] “Imagining a Remapped Middle East”, Robin Wright, The New York Times Sunday Review, 28 septembre 2013.
[8] « Syrieleaks : un câble diplomatique britannique dévoile la “stratégie occidentale” », Richard Labévière, Observatoire géostratégique, Proche&Moyen-Orient.ch, 17 février 2018.
[9] The Pivot: The Future of American Statecraft in Asia, Kurt M. Campbell, Twelve, 2016.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article199869.html

L’Italia nel piano nucleare del Pentagono

| Roma (Italia)
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Il Nuclear Posture Review 2018, il rapporto del Pentagono sulla strategia nucleare degli Stati uniti, è attualmente in fase di revisione alla Casa Bianca. In attesa che sia pubblicata la versione definitiva approvata dal presidente Trump, è filtrata (più propriamente è stata fatta filtrare dal Pentagono) la bozza del documento di 64 pagine [Documento scaricabile qui.].

Esso descrive un mondo in cui gli Stati uniti hanno di fronte «una gamma senza precedenti di minacce», provenienti da stati e soggetti non-statali. Mentre gli Usa hanno continuato a ridurre le loro forze nucleari — sostiene il Pentagono — Russia e Cina basano le loro strategie su forze nucleari dotate di nuove capacità e assumono «un comportamento sempre più aggressivo anche nello spazio esterno e nel cyberspazio». La Corea del Nord continua illecitamente a dotarsi di armi nucleari. L’Iran, nonostante abbia accettato il piano che gli impedisce di sviluppare un programma nucleare militare, mantiene «la capacità tecnologica di costruire un’arma nucleare nel giro di un anno».

Falsificando una serie di dati, il Pentagono cerca di dimostrare che le forze nucleari degli Stati uniti sono in gran parte obsolete e necessitano di una radicale ristrutturazione. Non dice che gli Usa hanno già avviato, nel 2014 con l’amministrazione Obama, il maggiore programma di riarmo nucleare dalla fine della guerra fredda dal costo di oltre 1000 miliardi di dollari. «Il programma di modernizzazione delle forze nucleari Usa — documenta Hans Kristensen della Federazione degli scienziati americani — ha già permesso di realizzare nuove tecnologie rivoluzionarie che triplicano la capacità distruttiva dei missili balistici Usa».
Scopo della progettata ristrutturazione è, in realtà, quello di acquisire «capacità nucleari flessibili», sviluppando «armi nucleari di bassa potenza» utilizzabili anche in conflitti regionali o per rispondere a un attacco (vero o presunto) di hacker ai sistemi informatici.
La principale arma di questo tipo è la bomba nucleare B61-12 che, conferma il rapporto, «sarà disponibile nel 2020». Le B61-12, che sostituiranno le attuali B-61 schierate dagli Usa in Italia, Germania, Belgio, Olanda e Turchia, rappresentano — nelle parole del Pentagono — «un chiaro segnale di deterrenza a qualsiasi potenziale avversario, che gli Stati uniti posseggono la capacità di rispondere da basi avanzate alla escalation».
Come documenta la Federazione degli scienziati americani, quella che il Pentagono schiererà nelle «basi avanzate» in Italia ed Europa non è solo una versione ammodernata della B61, ma una nuova arma con una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili, un sistema di guida che permette di sganciarla a distanza dall’obiettivo, la capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando.
Dal 2021 — specifica il Pentagono — le B61-12 saranno disponibili anche per i caccia degli alleati, tra cui i Tornado italiani PA-200 del 6° Stormo di Ghedi. Ma, per guidarle sull’obiettivo e sfruttarne le capacità anti-bunker, occorrono i caccia F-35A. «I caccia di nuova generazione F-35A — sottolinea il rapporto del Pentagono — manterranno la forza di deterrenza della Nato e la nostra capacità di schierare armi nucleari in posizioni avanzate, se necessario per la sicurezza».
Il Pentagono annuncia quindi il piano di schierare F-35A, armati di B61-12, a ridosso della Russia. Ovviamente per la «sicurezza» dell’Europa. Nel rapporto del Pentagono, che il senatore democratico Edward Markey definisce «roadmap per la guerra nucleare», c’è dunque in prima fila l’Italia. Interessa questo a qualche candidato alle nostre elezioni politiche?

Fonte
Il Manifesto (Italia)

Preso da: http://www.voltairenet.org/article199473.html

Benvenuti al poligono Afghanistan

Per non farsi mancar nulla gli americani hanno gettato sull’Afghanistan, terra di sperimenti militari, come fosse un poligono di tiro o il deserto del Nevada, la GBU 43-B detta anche Moab, “la madre di tutte le bombe”, la Megabomba, la Bombissima, l’arma più potente dopo l’Atomica con le sue undici tonnellate di esplosivo. Se l’obbiettivo dichiarato, come dicono gli Usa, era colpire alcuni uomini dell’Isis nascosti sulle montagne di Nangarhar, la Moab pare vagamente sproporzionata e un tantino criminale. E’ chiaro che una bomba che devasta intorno a sé centinaia di metri non può che avere ‘effetti collaterali’ altrettanto devastanti. Naturalmente la Casa Bianca, attraverso uno dei suoi portavoce Sean Spicer, si è premurata di avvertire che “sono state prese tutte le precauzioni per evitare vittime e danni civili collaterali”. Insomma anche la Moab è una bomba “intelligente”. Le bombe americane sono sempre ‘intelligenti’. Lo abbiamo già visto nei bombardamenti su Bagdad e Bassora del 1990 (157.971 vittime civili), nei bombardamenti su Belgrado del 1999 (5.500 morti), nei bombardamenti indiscriminati sull’Iraq nel 2003.

Naturalmente nessuno si fermerà a contare e a piangere i morti afgani della ‘madre di tutte le bombe’, perché gli afgani hanno il grave torto di non essere arabi, o cristiani propriamente detti oppure copti, o ebrei e nemmeno yazidi. E quindi dei loro uomini, delle loro donne, dei loro bambini si può fare carne di porco come sta avvenendo da 16 anni nella più lunga, insensata e disgustosa guerra dei tempi moderni.

Ma la Moab, ci dicono gli esperti, era solo un avvertimento come le atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki lo furono nei confronti dell’Unione Sovietica. Chi è adesso il pericolosissimo avversario da ‘avvertire’? E’ la Corea del Nord che ha sottratto la primazia nell’’Asse del Male’ all’Iran che ora è stato anzi accolto nel salotto buono perché dei pasdara, come dei peshmerga curdi (per inciso: ieri o l’altro ieri i bombardieri americani ne hanno uccisi una ventina in Siria, ‘fuoco amico’) abbiamo estremo bisogno -perché vigliacchi come siamo diventati non osiamo più scendere sul terreno- per piegare la resistenza di 2.000 guerriglieri dell’Isis che a Mosul, benché accerchiati, bombardati dall’alto, spiati dai droni, e impegnati, oltre che a combattere, a mantenere l’ordine, il loro ordine, nella città e a stuprar yazide in gran quantità, si ostinano a non arretrare di un passo.
Gli americani dopo aver incendiato il Medio Oriente con quattro guerre disastrose si apprestano adesso a far la stessa cosa con l’Estremo Oriente che finora era stato relativamente tranquillo. Questa volta il pretesto per colpire la Corea del Nord (la portaerei Carl Vinson, sommergibili nucleari, droni, commandos dei Navy Seals sono già in zona) è che il dittatore Kim Jong-un sta effettuando dei suoi esperimenti nucleari. E per questo deve essere punito come lo fu l’Iran con 35 anni di durissimo embargo economico. Fra l’Iran degli Ayatollah e la Corea di Kim Jong-un c’è certamente una differenza in favore del primo. L’Iran ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare e ha sempre accettato le ispezioni dell’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica) che non hanno mai rilevato che nelle centrali nucleari iraniane l’arricchimento dell’uranio superasse quel 20% che serve agli usi civili e medici (per l’Atomica l’arricchimento deve arrivare al 90%). Che volesse farsi la Bomba era una pura ipotesi, un classico processo alle intenzioni derivante da una mera avversione ideologica.
Invece la Corea del Nord, paese poverissimo, due bombette atomiche ce l’ha e sta cercando di allungare la portata dei suoi missili. Nonostante ciò non costituisce un pericolo per nessuno, sia perché i suoi missili non hanno la gittata necessaria per colpire obbiettivi ‘sensibili’, tantomeno negli Stati Uniti, sia, e soprattutto, perché nessuno, nemmeno Kim Jong-un, sarebbe così pazzo da gettare un’Atomica. Verrebbe infatti investito nel giro di pochi minuti da decine di atomiche. L’Atomica serve solo, è arcinoto, come deterrente e giustamente Kim Jong-un ha detto che il bombardamento americano in Siria, del tutto illegittimo dal punto di vista del diritto internazionale, giustificava i suoi esperimenti nucleari. E ancor più li giustificherà la criminale Moab gettata, come esperimento, sull’innocente Afghanistan. Se Saddam Hussein e Gheddafi avessero avuto l’Atomica sarebbero ancora al loro posto.
In questa gara di Potenze per soddisfare i propri appetiti, con guerre condotte per interposta persona, la più rassicurante sembra essere la Cina. A differenza dell’America di Trump e dei suoi predecessori, della Russia di Putin e dei suoi predecessori, della Turchia e persino dell’Arabia Saudita, la Cina, con il suo miliardo e 400 milioni di abitanti, non ha assunto alcun atteggiamento muscolare, non fa il muso duro militare a nessuno. Si limita a conquistare, silenziosamente e astutamente, il mondo intero attraverso l’economia, mentre gli altri perdono il tempo con le loro stupide e criminali guerre. Ammettiamolo una volta per tutte: la vera ‘cultura superiore’ è quella ‘made in Cina’. E non solo perché la cinesina sottocasa ci fa con maestria tutti quei lavoretti, modesti quanto indispensabili, che noi superbiosi occidentali ci rifiutiamo o non siamo più capaci di fare.
Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2017

«Africani, liberatevi!»

11 ottobre 2018 Ruggero Tantulli
Parla Mohamed Konare, attivista «per l’indipendenza reale» del continente nero. «Sogno gli Stati Uniti d’Africa»
l’intervista

«L’Africa deve tornare agli africani». Ha le idee chiare Mohamed Konare, leader panafricanista che sogna di liberare il continente nero dalle influenze straniere. Originario della Costa d’Avorio, 53 anni, Konare vive a Firenze da 20 anni («Amo l’Italia, ma la mia cittadinanza è solo africana, perché un giorno voglio tornare a casa»). Nella sua vita tanti lavori, dalla ditta di un amico al settore turistico nel capoluogo toscano, compresa una parentesi all’Eni (nella raffineria di Stagno, nel Livornese). Da un po’ di tempo il suo primo obiettivo è sensibilizzare gli africani (ma non solo) sul sistema che consente all’Occidente di «depredare l’Africa, occupata militarmente, culturalmente e soprattutto economicamente».
Non ha dubbi su quale Stato abbia maggiori responsabilità: la Francia, «che di fatto non ha mai interrotto la propria dominazione coloniale, riconoscendo l’indipendenza di facciata di molti Stati solo per placare le rivolte, e scrivendo di proprio pugno le Costituzioni attualmente in vigore in vari paesi». Il principale problema, per Konare, è il Franco Cfa, la moneta inventata nel 1945 da De Gaulle «sulle orme di quella adottata da Hitler in Francia durante l’occupazione nazista»: il Cfa, ex Franco delle colonie francesi, nome che oggi identifica la “zona franco” nell’Africa subsahariana, lega indissolubilmente 14 paesi, tra cui Camerun, Senegal e Costa d’Avorio, alla Francia, «che fino a poco tempo fa deteneva il 100% delle divise, ora il 50%». «Solo per la moneta, la Francia ricava 440 miliardi di euro all’anno. Con quella cifra in Africa si potrebbero fare tantissime cose, ma non possiamo beneficiare delle nostre risorse sul mercato internazionale».
Konare, come può avvenire questa liberazione?
«Gli africani devono prendere consapevolezza della situazione e sollevarsi contro gli Stati imperialisti. L’Africa deve tornare ciò che era prima della Conferenza di Berlino del 1884-1885, quando l’Occidente ha cominciato a spartirsela».
Sembra molto difficile come obiettivo.
«Lo è, ma se i popoli africani si uniscono possono riacquistare la propria autodeterminazione. Il dominio si realizza in primo luogo con la moneta, ma anche con la cultura: oggi gli africani non hanno più identità, i nomi stessi dei paesi sono occidentali. Anche con la lingua si controllano i popoli».
A chi si rivolge il movimento panafricanista?
«Innanzitutto all’Africa nera, poi se i paesi nordafricani vorranno unirsi saranno i benvenuti. Sogno gli Stati Uniti d’Africa. Oggi, grazie al Cfa, paesi confinanti non possono commerciare con l’estero e nemmeno tra di loro. Il valore stesso della valuta è zero, fuori dall’area in cui circola. Ecco perché, insieme a tanti fratelli, cerco di unire tutti i movimenti panafricanisti che realmente vogliono liberarsi. Ma la nostra lotta riguarda l’umanità intera».
Come agisce concretamente questo movimento?
«Abbiamo creato un gruppo di lavoro, siamo in contatto tutti i giorni con la gioventù africana. Tra poco terremo una conferenza via Skype con i giornalisti africani. Dobbiamo agire, non si può restare soggiogati e non posso accettare di vedere i miei fratelli morire per un’aspirina. In certe zone manca l’acqua potabile, una sigaretta è un lusso. C’è tanto lavoro da fare, ma la priorità è garantire cibo, acqua, istruzione e sanità per gli africani».
Lei accusa in particolare la Francia. Ma i problemi dell’Africa non dipendono solo dai francesi…
«La storia parla chiaro. Basta pensare che il capo dei servizi militari della Costa d’Avorio è francese o che nelle tre banche centrali africane la Francia ha diritto di voto, impedendo qualunque scelta autonoma degli africani, per capire come stanno le cose».
La Cina si sta espandendo sempre di più in Africa.
«I cinesi stanno cercando di penetrare con mezzi diversi, ne siamo consapevoli e ci stiamo preparando per affrontare anche questo. L’Italia, invece, è uno dei paesi che fanno meno male all’Africa, ha un ruolo marginale. Ma il problema è che al governo spesso ci sono fantocci piazzati dall’Occidente. Chiunque abbia cercato di liberare l’Africa è stato ammazzato dai francesi. Ventidue capi di Stati africani, da Thomas Sankara a Patrice Lumumba, senza contare gli attivisti morti in galera. Gheddafi è stata l’ultima vittima».
Perché?
«Stava per mettere 42 miliardi di dollari per creare un fondo monetario africano e uscire dal Fmi, è stato ucciso dalla Francia per questo. Stava creando una banca centrale e una banca di investimenti africane. In Libia c’è stata una manipolazione, non c’era nemmeno una rivolta. È tutto documentato, ma di queste cose non si parla».
Lei ha paura per la sua vita?
«No. Cerco di stare attento, ma quando ho scelto di attivarmi per la causa sapevo a cosa andavo incontro, infatti la mia vita è cambiata. Ricevo minacce, palesi e subliminali, e sono costretto a spostarmi in modo discreto, perché so che qualcuno non sopporta ciò che faccio. Se prendessi un aereo per l’Africa oggi, non oso immaginare che fine potrei fare».
Tanti giovani africani cercano di raggiungere l’Europa.
«È chiaro, ma non è questa la soluzione, se si vuole bene all’Africa. Anzi, l’emigrazione è proprio il progetto delle élite per evitare che gli africani si ribellino. Chi parte rischia la vita, il viaggio è un inferno. Per fare cosa poi? Lavori disumani».
Pensa che ci sia razzismo in Europa?
«Il razzismo c’è dappertutto, anche tra africani o tra italiani stessi. Ma è frutto di ignoranza, la realtà è che siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo lottare per la libertà dei popoli».

Preso da: https://incronaca.unibo.it/archivio/2018/10/11/africani-liberatevi

Il “regime change” per John Mearsheimer

2 febbraio 2017

Nel mondo accademico americano, e più in generale quello occidentale, è raro trovare voci dissidenti con quella che è stata la pratica dell’esportazione della democrazia a stelle e strisce all’esterno del “mondo libero”. Una di queste voci è quella di John Mearsheimer, professore dell’Università di Chicago e padre della teoria delle relazioni internazionali del realismo offensivo, che ha avuto il coraggio di ammettere, senza alcuna vergogna o remora, che la politica statunitense del “regime change” (cambio di regime) si è rivelata un fallimento su tutti i fronti, dalla destabilizzazione di governi prima solidi, all’impossibilità di democratizzare i paesi vittima della loro politica, fino all’aver aggravato la minaccia terroristica dando vita allo Stato Islamico.
L’argomento è stato trattato, in particolare, in una serie di conferenze che il professore ha tenuto a MGIMO, l’Istituto Statale di Mosca di Relazioni Internazionali nell’ottobre del 2016. Dal 2011, ha spiegato, la politica estera statunitense nel Medio Oriente è stata caratterizzata da “un disastro dopo l’altro”, fallendo praticamente ogni volta che la pratica del regime change è stata applicata.

Mearsheimer individua tre aree strategiche per la sicurezza e l’azione estera degli Stati Uniti sempre tenendo ben presente che la più importante è ovviamente l’Emisfero occidentale, ovvero le Americhe, all’interno del quale non devono nascere altre grandi potenze o non deve esserci alcuna interferenza esterna, in base a quanto dichiarato unilateralmente con la Dottrina Monroe (alla quale il giurista Carl Schmitt si ispirò per spiegare il concetto di Grande Spazio): in ordine d’importanza abbiamo l’Europa occidentale, l’Asia nord orientale e il Golfo Persico.
Le ragioni sono presto dette: l’Europa occidentale è il luogo in cui le grandi potenze, almeno a partire dall’età moderna, si sono sempre concentrate; l’Asia nord orientale è dove grandi potenze in grado di competere con gli Stati Uniti ci sono state, ci sono ancora e continueranno ad esserci in futuro (URSS/Russia; Giappone; Cina); il Golfo Persico per una ragione semplicissima: il petrolio, di cui gli USA sono secondo produttore e primo consumatore mondiale, e il cui controllo risulta strategico per influenzare la sicurezza energetica del mondo intero e, in particolare, delle grandi potenze emergenti come Cina ed India che si riforniscono principalmente proprio da quell’area.
Il punto cruciale però qui è un altro: riconosciute queste aree strategiche, possiamo anche definire anche quali aree non sono strategiche per la sicurezza degli Stati Uniti. A conti fatti, secondo Mearsheimer, Siria, Egitto e Israele non sono aree d’interesse strategico per gli Stati Uniti. Inoltre, l’Europa occidentale è destinata a scendere al terzo posto quale area d’interesse strategico visto il declino endemico a cui le potenze europee sono sottoposte da circa un secolo a questa parte, mentre l’Asia, che a causa della Cina sarà coinvolta nella sua intera parte orientale, e non solo a nord, è destinata a salire al primo (la teoria del “pivot to Pacific” lo dimostra) e il Golfo Persico al secondo.
Le aree su cui, a nostro avviso, la stessa amministrazione Trump si concentrerà di più. Come già accennato, inoltre, l’area del Golfo Persico sarà d’importanza cruciale per gli Stati Uniti proprio per il rifornimento energetico della Cina stessa la quale, ad oggi, attinge il 25% delle proprie risorse petrolifere proprio da lì. E lo share è destinato ad aumentare. Allo stesso mondo l’India, mentre l’Europa sarà lasciata in disparte poiché non costituisce una minaccia competitiva agli USA in termini di sicurezza.
Le radici della politica del regime change sono individuabili sin dall’intervento americano in Afghanistan nel 2001. Da questo punto di vista non c’è differenza fra Bush figlio e Obama: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria ed Egitto si sono rivelati cinque fallimenti su cinque tentativi attivi compiuti. Quella in Afghanistan si è rivelata la guerra più lunga in cui gli Stati Uniti siano stati mai coinvolti: le finanze americane dissipate per questa guerra sono state persino superiori a quelle spese per attuare il Piano Marshall. Inoltre, i Talebani controllano ancora un settimo del territorio afghano, e lo Stato Islamico in Afghanistan sta diventando un attore non statale non trascurabile in questo scenario.
Per quanto riguarda l’Iraq sembra quasi inutile dirlo: prima che Saddam Hussein venisse estromesso dal potere non v’era alcuna forma di terrorismo nell’area, mentre il paese è oggi diviso in tre parti, ovvero l’area araba del Golfo a maggioranza sciita, il Kurdistan iracheno nel nord del paese e l’area a maggioranza sunnita governata dallo Stato Islamico, in cui buona parte degli ufficiali e dei funzionari di Saddam Hussein operano tutt’oggi al suo fianco.
In Siria gli Stati Uniti sono profondamente coinvolti nel tentativo di rovesciare Assad sin dal 2005 e le primavere arabe del 2011 sono state solo il momento in cui quest’ingerenza si è tradotta in una guerra aperta contro il governo damasceno attraverso l’addestramento e il finanziamento delle milizie ribelli alleate a gruppi islamisti locali o stranieri. Il risultato è stata la morte di moltissimi siriani, la crisi dei rifugiati con flussi consistenti sia verso l’Europa sia, soprattutto verso i paesi limitrofi (Giordania e Libano su tutti) e 7 milioni di rifugiati interni, per un paese che di popolazione conta 23 milioni di persone. A questi si aggiungono la persecuzione dei cristiani e delle altre minoranze etniche e religiose, prima tutelate dal regime, ad opera dei gruppi islamisti e dello Stato Islamico stesso, che dall’Iraq è penetrato in Siria grazie al vuoto di potere lasciato dal governo nell’area orientale del Paese.
Situazione simile, se non addirittura peggiore, in Libia, in cui il rovesciamento di Gheddafi ha determinato anarchia e caos in tutto il paese. Per quanto il piano per la Libia fosse principalmente opera degli anglo-francesi, interessati a spartirsi le risorse petrolifere del paese africano con l’indice di sviluppo umano più alto del continente nero (almeno fino ad allora) a scapito del tradizionale partner italiano, la ragione per cui gli Stati uniti supportarono l’intervento fu essenzialmente politica, per poter imporre la democrazia in un paese governato da un dittatore tanto odiato dall’allora Segretario di Stato Hillary Clinton almeno quanto Madeleine Albright aveva odiato, ai tempi della guerra del Kosovo, Slobodan Milosevic. Ironicamente, laddove gli Stati Uniti vollero imporre il rispetto delle norme e dei diritti sia internazionali sia umani, finirono per violarli entrambi, effettuando, come in Serbia, un intervento militare aereo mai autorizzato.
Vi è infine l’Egitto, dove dopo la cacciata di Mubarak, dittatore per altro filo-occidentale, venne democraticamente eletto il “faraone” Mohammed Morsi, vicino alla Fratellanza Musulmana, partito politico di chiara impostazione islamista e vicino a diverse milizie jihadiste e gruppi terroristici, a sua volta estromesso dal potere attraverso il colpo di Stato militare guidato dal generale Al-Sisi. In pratica la democrazia, in Egitto, non è mai pervenuta.
Il risultato è stato il fallimento di cinque obbiettivi su cinque, l’incremento della minaccia terroristica di matrice islamista, l’acuirsi del conflitto fra sciiti e sunniti nello scontro fra Arabia Saudita ed Iran per l’influenza della regione, la crisi dei rifugiati ed un altissimo numero di vittime. Tuttavia il puzzle non è ancora completo, poiché ci sono ancora tre attori da considerare: Israele, l’Iran e lo Stato Islamico.
Per quanto riguarda la prima, visto lo sviluppo delle politiche regionali, la debolezza dei suoi nemici e la lenta e inesorabile convergenza con le monarchie del Golfo su obbiettivi di politica estera, la soluzione che prevedeva la creazione di due Stati, con l’indipendenza di quello palestinese, è ormai da dimenticare: una “Grande Israele” è ormai una certezza, col completo controllo della Cisgiordania e, se necessario, della Striscia di Gaza da parte delle autorità israeliane. Israele si trasformerà in uno Stato in cui vigerà un regime di apartheid, e la minaccia terroristica non farà altro che incrementare a causa della ribellione interna palestinese.
L’Iran, il quale può essere considerato l’unico “successo” dell’amministrazione Obama visto il raggiungimento dell’accordo sul nucleare (che comunque il presidente Trump è intenzionato a smantellare), se oggi non è una minaccia per l’influenza degli Stati Uniti nel Golfo Persico, non è escluso che lo sia in futuro: se l’Iran non si sentirà sicuro dopo la scadenza dell’accordo, la Repubblica Islamica riprenderà lo sviluppo della propria deterrenza nucleare. E, visti i recenti sviluppi sul fronte americano e israeliano, questo futuro sembra quello più plausibile.
Infine, qual è il destino dello Stato Islamico? La strategia degli Stati Uniti rispetto al Daesh è stata, almeno fino all’elezione di Donald Trump, strettamente interconnessa con il rovesciamento di Assad, quasi che l’ISIS fosse un ingovernabile strumento per impedire al regime di acquistare forza. L’obbiettivo degli Stati Uniti è in realtà l’eliminazione di entrambi, ma vista il sostegno di Russia, Iran e Hezbollah (e di recente anche dell’Egitto) al presidente siriano, gli Stati Uniti dovranno rassegnarsi ad eliminare solo l’ISIS a meno che non vogliano giungere ad una guerra per procura con Mosca.
In ogni caso, anche con la sconfitta dello Stato Islamico, la minaccia terroristica rimarrà sempre presente, poiché questo si atomizzerà e si riorganizzerà in cellule o agirà attraverso lupi solitari, così come hanno fatto e fanno sia al-Qaida e che lo Stato Islamico stesso.

Ecco perchè i padroni del mondo hanno bisogno di una guerra per”resettarci”e dominarci

30 novembre 2016

L’elite finanziaria globalista ha bisogno di creare e finanziare guerre per affermare il proprio dominio globale, infatti l’ISIS (il califfato islamico) è stato creato e finanziato dai servizi segreti USA e isreaeliani, per poi poter adottare misure repressive e militari, per invadere paesi liberi e sovrani. Queste tecniche sono conosciute come problema-reazione-soluzione o tesi-antitesi-sintesi, usate da sempre dal potere elitario per sottomettere i popoli, sono sempre la stessa cricca ebrea, che tramite la finanza usuraia mondialista gestisce e crea guerre, finte rivoluzioni e ogni tipo di sovversioni contro gli stati presi di mira, perchè non allineati ai loro piani. Sempre gli stessi hanno creato la 1 e la 2 guerra mondiale, e ora gli serve la 3 guerra mondiale contro sicuramente contro la Cina e la Russia, affinche le nazioni si distruggano a vicenda, e poi stremate si sottomettano al nuovo ordine mondiale ebraico, come descritto nei protocolli dei savi di sion,una tirannia globale che portera l’umanità alla totale schiavitù.
(Fonte: canale you tube “white wolf revolution”).

….e c’è da capire la sudditanza dei nostri politici ad avvallare qualsiasi processo politico ed economico del nuovo ordine mondiale, sperando in un posto sull’arca. Dinamiche i cui sviluppi evolgono e deviano giorno per giorno, resta il fatto che esiste un programma di riduzione della popolazione mondiale, del quale le voci si fanno sempre più insistenti.

Fonte : http://www.lonesto.it/?p=9061

Originale con 2 video: http://www.complottisti.com/perche-padroni-del-mondo-bisogno-guerra-perresettarcie-dominar/