ROTHSCHILD NON AMA VLADIMIR PUTIN!… PREFERISCE LA CLINTON!… O MEGLIO ANCORA MCCAIN!…

venerdì 12 giugno 2015

IL PRESIDENTE DELLA FEDERAZIONE RUSSA:…
–  AD UN RECENTE CONGRESSO A SOCI PARLA APERTAMENTE IN TERMINI CRITICI DI <> !…
– A CHIUSURA DEL RECENTE INCONTRO CON MERKEL ED HOLLAND, AFFERMA: <>

2015-02-08 17.04

Putin: “La Russia non si sottometterà al nuovo ordine mondiale”

Il Presidente Russo Vladimir Putin, parlando al IX Congresso della Federazione dei sindacati indipendenti tenutosi a Soci, ha parlato della politica estera della Russia.
Ha respinto le accuse di chi dice che la Federazione Russa sia coinvolta in una guerra, ed ha rilevato che in Europa stanno cominciando a capire lo sbaglio delle sanzioni contro la Russia.

“Grazie a Dio non siamo in guerra, ma certamente c’è un tentativo di frenare il nostro sviluppo, guidato da coloro che credono di essere i leader indiscussi dell’ordine mondiale.

Un ordine che secondo loro non può essere discusso e che è volto esclusivamente alla salvaguardia dei loro interessi.

Questo ordine mondiale non è soddisfacente per la Federazione russa.

Se a qualcuno piace, se qualcuno è felice di vivere sotto occupazione, non significa che noi lo seguiremo” – ha detto Vladimir Putin.

Il Presidente della Federazione Russa ha espresso la volontà di collaborare con i partner stranieri.

Putin ha sottolineato il fatto che le sanzioni contro la Russia non stiano producendo l’effetto previsto dai loro promotori e alla fine avranno come conseguenza soprattutto il fatto che imporranno alla Russia di diversificare la sua economia.
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Putin, finito l’ennesimo incontro con i burattini massonici, ebraici, rothschildiani al timone di Francia e Germania, ha ribadito che la Russia non vuole la guerra ed ha ammonito sull’inutilità delle sanzioni economiche per risolvere la crisi Ucraina, crisi che l’UE ha provocato rovesciando un Governo regolarmente eletto (non come gli ultimi tre che abbiamo avuto in Italia) per sostituirlo con un manipolo di sionisti e di neonazisti agli ordini di Bruxelles, di Washington e Tel Aviv i quali a loro volta prendono ordini direttamente dall’ala più guerrafondaia di Casa Rothschild.

Ma la chiave di lettura più importante per comprendere perché l’UE, e i settori più guerrafondai della finanza globale rothschildiana che la controllano in toto, vogliano la guerra con la Russia si fonda su uno dei temi centrali che viene trattato costantemente nei nostri articoli: la sovranità.

In Europa chiedono costantemente all’attuale Stato Coloniale, Massonico, Ebraico, Rothschildiano che domina attualmente l’Italia di cedere anche i rimanenti residui della sua defunta sovranità per porre in essere le “riforme” strutturali che sono state in crescendo il ritornello ricorrente ed ossessivo del monopolio mediatico del regime e, salvo eccezioni, di quasi tutti i governi succedutisi in Italia, come minimo, negli ultimi 150 anni.

Palesemente, a questo coro di aspiranti “sudditi”, non manca affatto l’attuale governo Renzi, il quale anzi fa di tutto per far capire ai suoi talmudici e cabalistici signori, padrini e padroni globali che esso, nella rinuncia ai brandelli di alla sovranità rimasti attaccati allo Stato fantoccio che presidia l’Italia, è molto più diligente e zelante di tutti gli altri governi precedenti.

Le cessioni dei rimasugli di sovranità, dell’attuale Stato vigente in Italia,  sarebbero, in teoria, un  fatto illecito, “incostituzionale! ex artt. 1-11 appunto e perfino per la truffaldina, antidemocratica ed antipopolare “Costituzione Italiana”.

Di fatto, invece, essendo il Popolo Sovrano Italiano ridotto politicamente molto male ed in stato di quasi catalessi, il progetto di “sterilizzazione della sovranità dell’attuale Regime  procede in maniera molto decisa e  mira ad un’unica “riforma”: la cancellazione degli ultimi brandelli e residui di democrazia sostanziale e l’instaurazione di una dittatura ideologica, politica, militare e  finanziaria le cui basi sono codificate nei Trattati Onu, Nato, UE, etc.

Tuttavia, la “Massime Banche Mondiali, ovvero i cosiddetti “mercati”, ovvero “la Massima Finanza Monopolistica Mondiale e Globale”, ovvero i cosiddetti “Poteri Forti Mondiali”, ovvero  il Potere Massonico Ebraico Globale,… che si concentra complessivamente, sostanzialmente e soprattutto nelle mani dei membri della suprema e sovrana Casa Rothschild… mira da secoli al controllo mondiale, globale,… totale,… e non si accontenta solo di qualche paese, ma vuole tutto.

Casa Rothschild, nel complesso ed  in linea di principio, non accetta le posizioni tendenzialmente “autonome” di Russia e Cina, ma, se necessario, è pronta a fare di necessità virtù.

All’interno della Famiglia Rothschild, comunque e come sempre nella sua plurisecolare storia, vi sono costantemente ed immancabilmente più tendenze, ovvero, vi è:

– un momento di comune unità familiare sul progetto millenaristico della Grande Israele, che permetterebbe alla famiglia un notevole salto di qualità nel controllo diretto e completo del mondo intero come mai in precedenza.

Infatti, fin qui, la Famiglia Rothschild  ha avuto per secoli  il controllo del mondo intero, ma in termini solo spirituali diretti ed economici diretti,  e mai anche in termini militari… diretti.

In realtà, per la famiglia Rothschild, solo delle forze armate… ebraiche,… ovvero ideologicamente omogenee rispetto alla altrettanto… ebraica… famiglia Rothschild, potrebbero garantire il massimo  tasso di lealtà e fedeltà possibile e necessario a detta famiglia per dominare, finalmente anche in modo militare diretto, il mondo intero.

Infatti, è ovvio anche per degli sprovveduti, che delle forze armate non ebree, difficilmente si sentirebbero legate in termini ideali e materiali “usque ad sanguinem” alla ebraica famiglia Rothschild, ma riuscirebbero al massimo ad avere con essa un vincolo mercenario che le renderebbe leali al loro pagatore  solo fintantoché ben pagate.

Insomma delle Forze Amate Ebraiche sarebbero ovviamente  il supporto migliore su cui fondare il progetto di Nuovo Ordine Mondiale e di Governo Unico Mondiale della Famiglia Rothschild.

Attualmente tale aspirazione, ad un governo unico mondiale anche militare,  si concretizza politicamente nell’Onu; ma il sopraddetto progetto è un obbiettivo del popolo ebraico da ben più di cinquemila anni e  trascende quindi la stessa limitata storia della suddetta famiglia Rothschild che sembra abbia iniziato a concentrare progressivamente nel suo ambito il potere egemone sull’intera comunità ebraica mondiale  solo a cominciare da cinque secoli fa.

– dopo questo fattore di unità nella Famiglia Rothschild, vi è però in essa un inevitabile momento di divisione, o meglio di “polarizzazzione”, più che altro sui tempi e sui modi per perseguire l’obbiettivo della Grande Israele e con essa il dominio anche militare diretto del Mondo intero.

L’egemonia anche militare mondiale  dei Rothschild, se tanto dà tanto, è estremamente probabile che per ora sia solo embrionale e di fatto coincida con quella che è l’attuale egemonia militare ebraica in Palestina.

Ovvero, dai dati a disposizione potremmo arguire che in prospettiva il Mondo Intero sarebbe trattato e ridotto dai Rothschild  in termini identici:  a quelli in cui è adesso trattata La West Bank, altrimenti detta a suo tempo Cisgiordania,  ed a quelli in cui è  peggio ancora ridotta la Striscia di Gaza in Palestina.

Queste polarizzazioni o vere e proprie divisioni interne alla Dinastia dei Rothschild, ordinariamente rimangono un fatto appunto interno alla Famiglia in termini ordinariamente molto riservati, anche se, a tratti, esse emergono e vengono fuori dal ristretto perimetro familiare, perfino in forme… “esplosive”, ragion per cui potremmo distinguere in detta famiglia:

— una “destra” rothschildiana di chi nella Famiglia Rothschild punta le sue fortune ed i suoi cespiti in modo tale che:

— per quanto riguarda i “gentili”, questa fazione è incline prevalentemente e comunque ad appoggiarsi, come tradizionalmente hanno fatto la maggior parte degli ebrei negli ultimi cinquecento anni, soprattutto sulla etnia anglosassone e Wasp!… e cioè attualmente sul braccio armato della Nato, ovvero  sugli Usa ed in subordine sulla Eu!… e fa più volentieri riferimento al “Partito Repubblicano” degli Usa.

Questa “destra” rothschildiana spinge molto in effetti per una Terza Guerra Mondiale guerreggiata, a breve, nella prima metà di questo secolo, contando e sperando molto sul fatto che sarebbero gli Usa a vincere e conquistare militarmente il mondo intero permettendo alla Famiglia Rothschild, la quale controlla saldamente gli Usa, la conseguente schiavizzazione e la eventuale cannibalizzazione indiretta di tutto il resto dell’umanità;

— detta destra rothschildiana è comunque in buona parte anche pronta alla eventualità che, anche se non fossero gli Usa a vincere lo scontro globale, in compenso però tutte le potenze in gioco, ovvero soprattutto Usa, Russia e Cina, si ridurrebbero a vicenda  talmente a mal partito che, tra tutti questi contendenti, avrebbe migliori possibilità alla fine di emergere, come quarto incomodo, appunto la nuova superpotenza militare nettamente egemone su tutto e tutti a livello  mondiale, che… guarda “caso”, nei suoi disegni dovrebbe essere proprio quella  Grande Israele, che attualmente sembra essere nel corso di una più o meno concitata, ma veloce e drastica gestazione.

— per quanto riguarda infine il modello di struttura organizzativa della “nazione ebraica”, detta destra rothschildiana si basa ideologicamente soprattutto sulla visione ideologica e politica tradizionale della destra nazionalista del sionismo che storicamente si rifà soprattutto alla figura di Zev Jabotinsky;

– chi invece nella Famiglia  è per così dire “a sinistra”, si muove su tempi più lunghi e punta i suoi averi  prevalentemente sul “Brics”, ovvero soprattutto sulla Cina come futura massima potenza egemone mondiale!…

Ovviamente, per contrappasso, quest’altra ala politica di “sinistra” interna a Casa Rothschild, si appoggia più volentieri ai “democratici ” americani e fa riferimento storico ai socialdemocratici di quello che fu il “bund” ebraico e socialista ed a quello che rimane della più che collaudata Seconda Internazionale Socialista.

A differenza dell’ala nettamente guerrafondaia precedentemente  soprammenzionata, la Sinistra Rothschildiana, almeno per ora, non vuole affatto la Terza Guerra Mondiale… subito!… ma cerca di guadagnare tempo in tutti i modi in quanto valuta che la sua Grande Israele è ancora molto al di là da venire; e che quindi le conviene puntare sulla pace e sullo sviluppo della Cina in particolare e dell’Oriente più in generale!

La Cina, però, per quanto del tutto sotto controllo rothschildiano, come abbiamo già sopra accennato, non è ancora una superpotenza militare “matura”, ed ovvero in grado di esprimere appieno l’immenso potenziale connesso ad un suo grande sviluppo tecnologico militare che però non è ancora arrivato a tali livelli avanzati ed estesi che, coniugato con l’altro enorme potenziale di suoi quasi due miliardi di abitanti, ferreamente inquadrati dalla più che robusta struttura di contenimento, di controllo e di guida  dello Stato della Repubblica Popolare Cinese, possano permettere alla Cina di surclassare gli Usa nella posizione di Prima Superpotenza Mondiale non solo sul piano economico, ma anche sul piano militare .

Comunque, ritornando a Putin, oggi, finito l’incontro con Hollande e Merkel, egli ha espresso in termini chiarissimi i suoi intenti politici ed economici generali per quanto riguarda la Russia nel suo complesso: “Dobbiamo aumentare il nostro livello di sovranità, anche nella sfera economica“.

Questa frase, per la finanza rothschildiana che controlla i nostri paesi equivale ad una dichiarazione di guerra.

Il concetto stesso di Stato sovrano è per essa inaccettabile.

Ed è sempre di meno il tempo a disposizione per fermare la follia apocalittica dei disegni egemonici della Estrema Destra Rothschildiana la cui rotta catastrofica  per tutto il resto del genere umano sembra essere sintetizzata nel criminale e diabolico sterminio di massa del 99% dell’Umanità implicito nel programma maltusiano scolpito sulle lastre delle “Georgia Guidestones”.

Conviene, svegliarsi e riscuotersi prendendo atto che se rimarremo inerti di fronte a tal immani minacce allora sarà estremamente difficile per noi avere un futuro di salvezza!.

Il fatto è che neppure durante la peggiore guerra fredda, il Popolo Italiano, e tutti gli altri Popoli di tutto il Mondo hanno mai rischiato così tanto di essere spazzati via dalla faccia del pianeta da un conflitto totale, mondiale, nucleare, biologico e chimico.

In particolare è estremamente drammatico:

– prendere atto che, appunto nel momento in cui a presente si scatenasse una simile minaccia di vera e propria Terza Guerra Mondiale, per converso al Popolo Italiano mancherebbe di fatto e quasi totalmente la sovranità nazionale per potere effettivamente fare ciò che è necessario per salvare la maggior parte della popolazione!…

– e notare che, altrettanto di fatto, al Governo dello Stato degenere attualmente vigente in Italia, siedono dei pupazzi come ad esempio l’attuale Renzi ed i suoi compari! ovvero personaggi la cui consistenza politica dal punto di vista degli interessi popolari,  è quella del nulla più assoluto od anzi ed  addirittura quella dei peggiori nemici del popolo!

D’altra parte, come fare a classificare diversamente soggetti privi di pensieri propri e che eseguono ciecamente gli ordini, anche se sono di fatto suicidi, che gli vengono impartiti più meno direttamente dall’alto della corte imperiale mondiale rothschildiana?…

Comunque è ormai inderogabilmente necessario far crescere una alternativa ideologica e politica che metta di nuovo in moto le masse popolari italiane e mondiali contro chi vuole la guerra, attivandole in senso veramente democratico nel significato migliore del termine, in quanto esse sono di fatto inibite, ferme ed ormai da quasi mezzo secolo come minimo, sempre più tiranneggiate da loro peggior nemico di sempre in questi ultimi tre secoli: l’abominevole Rothschild!…

Questo punto testé sopra illustrato è assolutamente prioritario per tutti noi che cerchiamo di amare il nostro prossimo come noi stessi,… perché, purtroppo, se sarà il solito vertice della “finanza” globale di questi ultimi tre secoli e non le masse popolari di tutto il mondo a decidere il destino di questo nostro mondo, allora stavolta il bottone della Terza Guerra Mondiale sarà premuto molto presto ed in maniera tale che il sipario calerà in modo pesantemente negativo sulle sorti del resto della nostra sfortunata umanità, con conseguenze nefaste che peseranno sicuramente  in modo estremamente negativo non solo immediatamente su di noi stessi, ma anche per centinaia di anni,  ed eventualmente e perfino per migliaia di anni, sulle nostre particolarmente rarefatte quanto sventurate generazioni future.

Fonti:
https://www.facebook.com/725233754212794/photos/pb.725233754212794.-2207520000.1423410153./775367335866102/?type=3&src=https%3A%2F%2Ffbcdn-sphotos-d-a.akamaihd.net%2Fhphotos-ak-xap1%2Fv%2Ft1.0-9%2F10491086_775367335866102_8956772029650701313_n.jpg%3Foh%3D3cd62b464c9343a8c570c15d23946945%26oe%3D5555DC97%26__gda__%3D1431314507_bf412157c048b6e90b2cf33a50649a2c&size=655%2C425&fbid=775367335866102

http://lifenews.ru/news/149538

Email di Hillary, dinari d’oro e Primavera araba

2 luglio 2016

F. William Engdahl, New Eastern Outlook 17 marzo 2016
Sepolto tra decine di migliaia di pagine e-mail segrete dell’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton, ora rese pubbliche dal governo degli Stati Uniti, c’è un devastante scambio di e-mail tra Clinton e il suo confidente Sid Blumenthal su Gheddafi e l’intervento degli Stati Uniti coordinato nel 2011 per rovesciare il governante libico. Si tratta dell’oro quale futura minaccia esistenziale al dollaro come valuta di riserva mondiale. Si trattava dei piani di Gheddafi per il dinaro-oro per l’Africa e il mondo arabo.golddinar6

Due paragrafi in una e-mail di recente declassificate dal server privato illegalmente utilizzato dall’allora segretaria di Stato Hillary Clinton durante la guerra orchestrata dagli Stati Uniti per distruggere la Libia di Gheddafi nel 2011, rivelano l’ordine del giorno strettamente segreto della guerra di Obama contro Gheddafi, cinicamente chiamata “Responsabilità di proteggere”. Barack Obama, presidente indeciso e debole, delegò tutte le responsabilità presidenziali della guerra in Libia alla segretaria di Stato Hillary Clinton, prima sostenitrice del “cambio di regime” arabo utilizzando in segreto i Fratelli musulmani ed invocando il nuovo bizzarro principio della “responsabilità di proteggere” (R2P) per giustificare la guerra libica, divenuta rapidamente una guerra della NATO. Con l’R2P, concetto sciocco promosso dalle reti dell’Open Society Foundations di George Soros, Clinton affermava, senza alcuna prova, che Gheddafi bombardasse i civili libici a Bengasi. Secondo il New York Times, citando fonti di alto livello dell’amministrazione Obama, fu Hillary Clinton, sostenuta da Samantha Power, collaboratrice di primo piano al Consiglio di Sicurezza Nazionale e oggi ambasciatrice di Obama alle Nazioni Unite, e Susan Rice, allora ambasciatrice di Obama alle Nazioni Unite, e ora consigliere per la Sicurezza Nazionale, che spinse Obama all’azione militare contro la Libia di Gheddafi. Clinton, affiancata da Powers e Rice, era così potente che riuscì a prevalere sul segretario alla Difesa Robert Gates, Tom Donilon, il consigliere per la sicurezza nazionale di Obama, e John Brennan, capo antiterrorismo di Obama ed oggi capo della CIA. La segretaria di Stato Clinton guidò la cospirazione per scatenare ciò che venne soprannominata “primavera araba”, l’ondata di cambi di regime finanziati dagli USA nel Medio Oriente arabo, nell’ambito del progetto del Grande Medio Oriente presentato nel 2003 dall’amministrazione Bush dopo l’occupazione dell’Iraq. I primi tre Paesi colpiti dalla “primavera araba” degli USA nel 2011, in cui Washington usò le sue ONG per i “diritti umani” come Freedom House e National Endowment for Democracy, in combutta come al solito con le Open Society Foundations dello speculatore miliardario George Soros, insieme al dipartimento di Stato degli Stati Uniti e ad agenti della CIA, furono la Tunisia di Ben Ali, l’Egitto di Mubaraq e la Libia di Gheddafi. Ora tempi e obiettivi di Washington della destabilizzazione via “primavera araba” del 2011 di certi Stati in Medio Oriente assumono nuova luce in relazione alle email declassificate sulla Libia di Clinton con il suo “consulente” e amico Sid Blumenthal. Blumenthal è l’untuoso avvocato che difese l’allora presidente Bill Clinton nello scandalo sessuale di Monika Lewinsky quando era Presidente e affrontava l’impeachment.

Il dinaro d’oro di Gheddafi
Per molti rimane un mistero perché Washington abbia deciso che Gheddafi dovesse essere ucciso, e non solo esiliato come Mubaraq. Clinton, quando fu informata del brutale assassinio di Gheddafi da parte dei terroristi di al-Qaida dell’”opposizione democratica” finanziata dagli USA, pronunciò alla CBS News una perversa parafrasi di Giulio Cesare, “Siamo venuti, l’abbiamo visto, è morto” con una fragorosa risata macabra. Poco si sa in occidente di ciò che Muammar Gheddafi fece in Libia o anche in Africa e nel mondo arabo. Ora, la divulgazione di altre e-mail di Hillary Clinton da segretaria di Stato, al momento della guerra di Obama a Gheddafi, getta nuova drammatica luce. Non fu una decisione personale di Hillary Clinton eliminare Gheddafi e distruggerne lo Stato. La decisione, è ormai chiaro, proveniva da ambienti molto potenti dell’oligarchia monetaria degli Stati Uniti. Era un altro strumento a Washington del mandato politico di tali oligarchi. L’intervento era distruggere i piani ben definiti di Gheddafi per creare una moneta africana e araba basata sull’oro per sostituire il dollaro nei traffici di petrolio. Da quando il dollaro USA ha abbandonato il cambio in oro nel 1971, il dollaro rispetto all’oro ha perso drammaticamente valore. Gli Stati petroliferi dell’OPEC hanno a lungo contestato il potere d’acquisto evanescente delle loro vendite di petrolio, che dal 1970 Washington impone esclusivamente in dollari, mentre l’inflazione del dollaro arrivava ad oltre il 2000% nel 2001. In una recentemente declassificata email di Sid Blumenthal alla segretaria di Stato Hillary Clinton, del 2 aprile 2011, Blumenthal rivela la ragione per cui Gheddafi andava eliminato. Utilizzando il pretesto citato da una non identificata “alta fonte”, Blumenthal scrive a Clinton, “Secondo le informazioni sensibili disponibili a questa fonte, il governo di Gheddafi detiene 143 tonnellate di oro e una quantità simile in argento… l’oro fu accumulato prima della ribellione ed era destinato a creare una valuta panafricana basata sul dinaro d’oro libico. Questo piano era volto a fornire ai Paesi africani francofoni un’alternativa al franco francese (CFA)“. Tale aspetto francese era solo la punta dell’iceberg del dinaro d’oro di Gheddafi.
Dinaro d’oro e molto altro ancora
Nel primo decennio di questo secolo, i Paesi OPEC del Golfo persico, tra cui Arabia Saudita, Qatar e altri, iniziarono seriamente a deviare una parte significativa dei ricavi delle vendite di petrolio e gas sui fondi sovrani, basandosi sul successo dei fondi petroliferi norvegesi. Il crescente malcontento verso la guerra al terrorismo degli Stati Uniti, con le guerre in Iraq e Afghanistan e la loro politica in Medio Oriente dal settembre 2001, portò la maggior parte degli Stati arabi dell’OPEC a deviare una quota crescente delle entrate petrolifere su fondi controllati dallo Stato, piuttosto che fidarsi delle dita appiccicose dei banchieri di New York e Londra, come era solito dagli anni ’70, quando i prezzi del petrolio schizzarono alle stelle creando ciò che Henry Kissinger affettuosamente chiamò “petrodollaro” per sostituire il dollaro-oro che Washington mollò il 15 agosto 1971. L’attuale guerra tra sunniti e sciiti o lo scontro di civiltà sono infatti il risultato delle manipolazioni degli Stati Uniti nella regione dal 2003, il “divide et impera”. Nel 2008 la prospettiva del controllo sovrano in un numero crescente di Stati petroliferi africani ed arabi dei loro proventi su petrolio e gas causava gravi preoccupazioni a Wall Street e alla City di Londra. Un’enorme liquidità, migliaia di miliardi, che potenzialmente non potevano più controllare. La primavera araba, in retrospettiva, appare sempre più sembra legata agli sforzi di Washington e Wall Street per controllare non solo gli enormi flussi di petrolio dal Medio Oriente arabo, ma ugualmente lo scopo era controllarne il denaro, migliaia di miliardi di dollari che si accumulavano nei nuovi fondi sovrani. Tuttavia, come confermato dall’ultimo scambio di email Clinton-Blumenthal del 2 aprile 2011, dal mondo petrolifero africano e arabo emergeva una nuova minaccia per gli “dei del denaro” di Wall Street e City di Londra. La Libia di Gheddafi, la Tunisia di Ben Ali e l’Egitto di Mubaraq stavano per lanciare la moneta islamica indipendente dal dollaro USA e basata sull’oro. Mi fu detto di questo piano nei primi mesi del 2012, in una conferenza finanziaria e geopolitica svizzera, da un algerino che sapeva del progetto. La documentazione era scarsa al momento e la storia mi passò di mente. Ora un quadro molto più interessante emerge indicando la ferocia della primavera araba di Washington e l’urgenza del caso della Libia.
‘Stati Uniti d’Africa’
Nel 2009 Gheddafi, allora Presidente dell’Unione africana, propose che il continente economicamente depresso adottasse il “dinaro d’oro”. Nei mesi precedenti la decisione degli Stati Uniti, col sostegno inglese e francese, di aver una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per aver la foglia di fico del diritto alla NATO di distruggere il regime di Gheddafi, Muammar Gheddafi organizzò la creazione del dinaro-oro che sarebbe stato utilizzato dagli Stati africani petroliferi e dai Paesi arabi dell’OPEC per vendere petrolio sul mercato mondiale. Al momento Wall Street e City di Londra erano sprofondati nella crisi finanziaria del 2007-2008, e la sfida al dollaro quale valuta di riserva l’avrebbe aggravata. Sarebbe stata la campana a morto per l’egemonia finanziaria statunitense e il sistema del dollaro. L’Africa è uno dei continenti più ricchi del mondo, con vaste inesplorate ricchezze in minerali ed oro, volutamente mantenuto per secoli sottosviluppato o preda di guerre per impedirne lo sviluppo. Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale negli ultimi decenni furono gli strumenti di Washington per sopprimere un vero sviluppo africano. Gheddafi invitò i Paesi produttori di petrolio africani dell’Unione africana e musulmani ad entrare nell’alleanza che avrebbe fatto del dinaro d’oro la loro valuta. Avrebbero venduto petrolio e altre risorse a Stati Uniti e resto del mondo solo in dinari d’oro. In qualità di Presidente dell’Unione africana, nel 2009 Gheddafi presentò all’Unione Africana la proposta di usare il dinaro libico e il dirham d’argento come unico denaro con cui il resto del mondo poteva comprare il petrolio africano. Insieme ai fondi sovrani arabi dell’OPEC, le altre nazioni petrolifere africane, in particolare Angola e Nigeria, creavano i propri fondi nazionali petroliferi quando nel 2011 la NATO bombardava la Libia. Quei fondi nazionali sovrani, legati al concetto del dinaro d’oro di Gheddafi, avrebbe realizzato il vecchio dell’Africa indipendente dal controllo monetario coloniale, che fosse sterlina, franco francese, euro o dollaro statunitense. Gheddafi attuava, come capo dell’Unione africana, al momento dell’assassinio, il piano per unificare gli Stati sovrani dell’Africa con una moneta d’oro negli Stati Uniti d’Africa. Nel 2004, il Parlamento panafricano di 53 nazioni aveva piani per la Comunità economica africana, con una moneta d’oro unica entro il 2023. Le nazioni africane produttrici di petrolio progettavano l’abbandono del petrodollaro e di chiedere pagamenti in oro per petrolio e gas; erano Egitto, Sudan, Sud Sudan, Guinea Equatoriale, Congo, Repubblica democratica del Congo, Tunisia, Gabon, Sud Africa, Uganda, Ciad, Suriname, Camerun, Mauritania, Marocco, Zambia, Somalia, Ghana, Etiopia, Kenya, Tanzania, Mozambico, Costa d’Avorio, oltre allo Yemen che aveva appena scoperto nuovi significativi giacimenti di petrolio. I quattro Stati africani nell’OPEC, Algeria, Angola, Nigeria, gigantesco produttore di petrolio e primo produttore di gas naturale in Africa dagli enormi giacimenti di gas, e la Libia dalle maggiori riserve, avrebbero aderito al nuovo sistema del dinaro d’oro. Non c’è da stupirsi che il presidente francese Nicolas Sarkozy, che da Washington ricevette il proscenio della guerra contro Gheddafi, arrivò a definire la Libia una “minaccia” alla sicurezza finanziaria del mondo .
I “ribelli” di Hillary creano una banca centrale
Una delle caratteristiche più bizzarre della guerra di Hillary Clinton per distruggere Gheddafi fu che i “ribelli” filo-USA di Bengasi, nella parte petrolifera della Libia, nel pieno della guerra, ben prima che fosse del tutto chiaro che avrebbero rovesciato il regime di Gheddafi, dichiararono di aver creato una banca centrale di tipo occidentale “in esilio”. Nelle prime settimane della ribellione, i capi dichiararono di aver creato una banca centrale per sostituire l’autorità monetaria dello Stato di Gheddafi. Il consiglio dei ribelli, oltre a creare la propria compagnia petrolifera per vendere il petrolio rubato, annunciò: “la nomina della Banca Centrale di Bengasi come autorità monetaria competente nelle politiche monetarie in Libia, e la nomina del governatore della Banca centrale della Libia, con sede provvisoria a Bengasi“. Commentando la strana decisione, prima che l’esito della battaglia fosse anche deciso, di creare una banca centrale per sostituire la banca nazionale sovrana di Gheddafi che emetteva dinari d’oro, Robert Wenzel del Economic Policy Journal, osservò, “non ho mai sentito parlare di una banca centrale creata poche settimane dopo una rivolta popolare. Ciò suggerisce che c’è qualcos’altro che non una banda di straccioni ribelli e che ci sono certe piuttosto sofisticate influenze“. È chiaro ora, alla luce dei messaggi di posta elettronica Clinton-Blumenthal, che tali “influenze abbastanza sofisticate” erano legate a Wall Street e City di Londra. La persona inviata da Washington a guidare i ribelli nel marzo 2011, Qalifa Haftar, aveva trascorso i precedenti venti anni in Virginia, non lontano dal quartier generale della CIA, dopo aver lasciato la Libia quando era uno dei principali comandante militari di Gheddafi. Il rischio per il futuro del dollaro come valuta di riserva mondiale, se Gheddafi avesse potuto procedere insieme a Egitto, Tunisia e altri Stati arabi di OPEC e Unione Africana, introducendo le vendite di petrolio in oro e non dollari, sarebbe stato chiaramente l’equivalente finanziario di uno tsunami.
La Nuova Via della Seta d’oro
Il sogno di Gheddafi di un sistema basato sull’oro arabo e africano indipendente dal dollaro, purtroppo è morto con lui. La Libia, dopo la cinica “responsabilità di proteggere” di Hillary Clinton che ha distrutto il Paese, oggi è lacerata da guerre tribali, caos economico, terroristi di al-Qaida e SIIL. La sovranità monetaria detenuta dal 100% dalle agenzie monetarie nazionali statali di Gheddafi e la loro emissione di dinari d’oro, è finita sostituita da una banca centrale “indipendente” legata al dollaro. Nonostante ciò, va notato che ora un nuovo gruppo di nazioni si unisce per costruire un sistema monetario basato sull’oro. Questo è il gruppo guidato da Russia e Cina, terzo e primo Paesi produttori di oro nel mondo. Questo gruppo è legato alla costruzione del grande progetto infrastrutturale eurasiatico della Nuova Via della Seta della Cina, comprendente 16 miliardi di fondi in oro per lo sviluppo della Cina, decisa a sostituire City di Londra e New York come centri del commercio mondiale dell’oro. L’emergente sistema d’oro eurasiatico pone ora una serie completamente nuova di sfide all’egemonia finanziaria statunitense. Questa sfida eurasiatica, riuscendo o fallendo, deciderà se la nostra civiltà potrà sopravvivere e prosperare in condizioni completamente diverse, o affondare con il fallimentare sistema del dollaro. 
F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le e-mail di Hillary Clinton e la Fratellanza

L’indagine dell’FBI sulle e-mail private di Hillary Clinton non verte su una negligenza in merito alle norme di sicurezza, ma su un complotto mirante a distrarre ogni traccia delle sue corrispondenze che avrebbero dovuto essere memorizzate sui server dello Stato federale. Potrebbe includere scambi su finanziamenti illeciti o su casi di corruzione, e altro sui collegamenti dei coniugi Clinton con i Fratelli Musulmani e i jihadisti.

| Damasco (Siria)

Il rilancio dell’inchiesta dell’FBI sulle e-mail private di Hillary Clinton non verte tanto su questioni di sicurezza, quanto su intrighi che potrebbero andare fino all’alto tradimento.

Tecnicamente, anziché utilizzare un server sicuro del governo federale, il Segretario di Stato aveva installato nel suo domicilio un server privato, in modo da poter utilizzare Internet senza lasciare tracce su una macchina dello Stato federale. Il tecnico privato della signora Clinton aveva ripulito il suo server prima dell’arrivo del FBI, così che non era possibile sapere il motivo per cui lei avesse messo in opera questo dispositivo.

Inizialmente, l’FBI ha osservato che il server privato non aveva subito la procedura di sicurezza del server del Dipartimento di Stato. La Clinton aveva quindi commesso solo un errore di sicurezza. In un secondo tempo, l’FBI ha sequestrato il computer dell’ex parlamentare Anthony Weiner. Costui è l’ex marito di Huma Abedin, capo dello staff di Hillary. Lì sono stati trovati messaggi di posta elettronica provenienti dalla Segretaria di Stato.
Anthony Weiner è un politico ebreo, molto vicino ai Clinton, che aspirava a diventare sindaco di New York. Fu costretto a dimettersi dopo uno scandalo assai puritano: aveva inviato SMS erotici a una giovane donna diversa da sua moglie. Huma Abedin si separò ufficialmente da lui nel corso di questa bufera, ma in realtà non lo lasciò.
Huma Abedin è una statunitense allevata in Arabia Saudita. Suo padre gestisce una rivista accademica – di cui è stata per anni la segretaria editoriale – che riproduce regolarmente il parere dei Fratelli Musulmani. Sua madre presiede l’associazione saudita delle donne che fanno parte della Fratellanza e ha lavorato con la moglie dell’ex presidente egiziano Mohamed Morsi. Suo fratello Hassan lavora per conto dello sceicco Yusuf al-Qaradawi, predicatore dei Fratelli Musulmani e consigliere spirituale di Al-Jazeera.

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In occasione di una visita ufficiale in Arabia Saudita, la segretaria di Stato visita il collegio Dar al-Hekma accompagnata da Saleha Abedin (madre del suo capo di gabinetto), presidente dell’Associazione delle Sorelle che fanno parte della Fratellanza.

Huma Abedin è oggi una figura centrale nella campagna elettorale clintoniana, accanto al responsabile della campagna, John Podesta, ex segretario generale della Casa Bianca sotto la presidenza di Bill Clinton. Podesta è inoltre il lobbista ufficiale del Regno dell’Arabia Saudita al Congresso, per la modica cifra di 200 mila dollari mensili. Il 12 giugno 2016, Petra, l’agenzia di stampa ufficiale della Giordania, ha pubblicato un’intervista con il principe ereditario saudita, Mohamed bin Salman, nella quale affermava la modernità della sua famiglia che aveva illegalmente finanziato circa il 20% della campagna presidenziale di Hillary Clinton, anche se si tratta di una donna. Il giorno dopo questa pubblicazione, l’agenzia ha annullato questo servizio e ha assicurato che il suo sito web era stato violato.

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Secondo l’agenzia di stampa giordana Petra (12 giugno 2016), la famiglia reale saudita ha illegalmente finanziato il 20% della campagna presidenziale di Hillary Clinton.

La signora Abedin non è l’unica componente dell’amministrazione Obama ad aver legami con la Fratellanza. Il fratellastro del presidente, Abon’go Malik Obama, è il tesoriere dell’Opera missionaria dei Fratelli in Sudan e presidente della Fondazione Barack H. Obama. Lavora direttamente sotto il comando del presidente sudanese Omar al-Bashir. Un Fratello musulmano è membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale, la più elevata istanza esecutiva negli Stati Uniti. Dal 2009 al 2012, è stato il caso di Mehdi K. Alhassani. Non si sa chi gli sia succeduto, ma la Casa Bianca aveva negato che un Fratello fosse membro del Consiglio fino a quando non emerse una prova. È inoltre un Fratello l’ambasciatore degli Stati Uniti alla Conferenza islamica, Rashad Hussain. Gli altri Fratelli identificati occupano funzioni meno importanti. Occorre tuttavia ricordare Louay M. Safi, attuale membro della Coalizione Nazionale siriana ed ex consigliere del Pentagono.

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Il presidente Obama e il suo fratellastro Malik Obama Abon’go nello Studio Ovale. Abon’go Malik è il tesoriere del lavoro missionario dei Fratelli Musulmani in Sudan.

Nell’aprile 2009, due mesi prima del suo discorso al Cairo, il presidente Obama aveva segretamente ricevuto una delegazione della Confraternita allo Studio Ovale. Aveva già invitato, in occasione del suo insediamento, Ingrid Mattson, la presidente dell’Associazione dei Fratelli e delle Sorelle Musulmani negli Stati Uniti.
Da parte sua, la Fondazione Clinton ha impiegato come responsabile del suo progetto “Clima” Gehad el-Haddad, uno dei dirigenti mondiali della Fratellanza che era stato fino ad allora responsabile di una trasmissione televisiva coranica. Suo padre era stato uno dei co-fondatori della Fratellanza nel 1951 in occasione della sua rifondazione da parte della CIA e dell’MI6. Gehad ha lasciato la fondazione nel 2012, quando al Cairo divenne il portavoce del candidato Mohamed Morsi, e in seguito quello ufficiale della Fratellanza Musulmana su scala mondiale.
Sapendo che la totalità dei leader jihadisti nel mondo sono emersi sia dalla Fratellanza sia dall’Ordine sufi Naqshbandi – le due componenti della Lega islamica mondiale, l’organizzazione saudita anti-nazionalista araba – vorremmo saperne di più sulle relazioni della signora Clinton con l’Arabia Saudita e i Fratelli.
Si scopre che nella squadra del suo sfidante Donald Trump, ci trova il generale Michael T. Flynn, che ha cercato di opporsi alla creazione del Califfato da parte della Casa Bianca e si è dimesso dalla direzione della Defense Intelligence Agency (Agenzia d’intelligence militare) per rimarcare la sua disapprovazione. Gli si affianca Frank Gaffney, un “reduce della guerra fredda”, ormai qualificato come “cospirazionista” per aver denunciato la presenza dei Fratelli nello Stato federale.
Va da sé che, dal punto di vista dell’FBI, tutto il sostegno alle organizzazioni jihadiste sia un reato, indipendentemente dalla politica della CIA. Nel 1991, la polizia – nonché il senatore John Kerry – avevano causato il fallimento della banca pakistana (benché registrata nelle Isole Cayman) BCCI, che la CIA utilizzava in ogni sorta di operazioni segrete con i Fratelli Musulmani e anche con i cartelli latini della droga.

Traduzione
Matzu Yagi

Fonte
Megachip-Globalist (Italia)

Assange contro Clinton: “guerra in Libia come biglietto da visita per la presidenza”

Assange: Clinton ha voluto intervenzione in Libia
Il fondatore di Wikileaks, l’esperto informatico Julian Assange, ha rilasciato una intervista esclusiva a RT (Russia Today). L’australiano ha parlato delle presidenziali USA e della sua attuale situazione giuridica. Si autodefinisce come “prigioniero politico dell’occidente“. Assange non esce da ormai 4 anni dall’ambasciata dell’Ecuador, sita in Londra. In concomitanza con le elezioni americane e l’approssimarsi dell’election day, l’Ecuador ha deciso di ridurre la connessione di Assange, affinché “non intervenga nel processo democratico americano”.

Assange: “Clinton vincerà perché sostenuta dall’establishment”

Secondo il fondatore di Wikileaks, la Clinton avrà la meglio su Trump, in quanto è “sostenuta dall’establishment. Tutti i maggiori gruppi di potere (lobby) supportano e finanziano Hillary Clinton. I maggiori poteri economici e finanziari del Paese sono con lei. Clinton è il punto centrale delle operazioni di un sistema controllato da grandi entità bancarie (come Goldman Sachs). E ancora, dai grandi agenti di Wall Street, dall’intelligence, dal dipartimento di Stato, i Sauditi e altri ancora. Lei è il perno incaricato di collegare questi elementi.” Nel ‘leak’ di alcune settimane fa, si evidenziava la posizione di favore della Clinton verso le banche, affermando che ha sempre fatto il possibile per garantire i loro interessi.

libia isis

Assange: “distruzione della Libia fu voluta da Clinton. Sarebbe stato il suo ‘biglietto da visita’ come segretaria di Stato e per la futura corsa alla presidenza.”

Julian Assange continua a parlare delle imminenti elezioni e attaccando il banco democratico. L’australiano assicura che all’interno delle mail riservate, “si riscontra la volontà di Hillary di intervenire in Libia. Sarebbe stato il suo biglietto da visita come segretaria di Stato. La gestione della crisi le avrebbe aperto le porte della corsa alla presidenza nel 2016. Obama era contrario all’intervento militare. Clinton era favorevole. Come conseguenza della crisi libica e dell’intervento statunitense, morirono oltre 40.000 persone. Sono saltati fuori i terroristi, e lo Stato Islamico. Ovvero, ciò che ha provocato la più grave crisi europea legata a rifugiati e immigrazione.

Hillary Clinton sondaggi usa 2016 presidenziali mappa elettorale stato per stato swing states

Il legame tra Clinton e Arabia Saudita

Infine, Assange assicura – sempre attraverso il filtraggio delle mail – che Clinton ha strettissimi rapporti con i Sauditi. “È risaputo che Arabia Saudita e Qatar finanziano l’ISIS. Per comprenedre la Clinton bisogna conoscere i suoi interessi economici con l’Arabia.”
Assange ha attaccato frontalmente l’ex-first lady, nell’esclusiva intervista rilasciata per RT. Il messaggio del fondatore di Wikileaks sarà capace di spostare gli equilibri? A pochi giorni dall’election day, la Clinton deve affrontare l’ennesimo attacco, dopo la riapertura dell’indagine federale dell’FBI. Trump – dopo un periodo caratterizzato dalla fuoriuscita di scandali sessuali – sembra essere uscito dall’occhio del ciclone. Poco meno di 72 ore e sapremo se questa è stata solo l’ultima illusione del magnate di New York. Chi vincerà tra l’anarchico Donald Trump e il “perno dell’establishment”, Hillary Clinton?

Preso da:  http://www.termometropolitico.it/1234653_assange-clinton-libia-elezioni-usa.html

Assange: “La Libia è stata la guerra di Hillary Clinton”

Le mail di Hillary Clinton diffuse da Wikileaks “rivelano un piano generale messo a punto mesi già prima dell’intervento occidentale in Libia nel marzo del 2012, doveva essere il ‘suo’ conflitto durante il mandato come segretaria di Stato, il trampolino da cui realizzare i suoi sogni da presidente”. Lo dice Julian Assange in un’intervista all’emittente russa RT smentendo che Mosca sia la fonte delle mail diffuse da Wikileaks. Il fondatore di Wikileaks parla dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra dove è rifugiato dal 2012 per sfuggire a una richiesta di estradizione degli Stati Uniti.

La Libia è stata la guerra di Hillary Clinton, più che di qualunque altro. Barack Obama all’inizio si opponeva. Chi era che la sosteneva? Hillary Clinton. E’ documentato dalle mail”, sottolinea Assange denunciando che oltre 1.700 mail delle 33mila pubblicate dal suo sito sono dedicate alla Libia. A motivarla “non era il petrolio a basso prezzo. Percepiva la destituzione di Gheddafi e il rovesciamento del suo governo come un elemento da usare per le elezioni da presidente. Alla fine del 2011 è stato prodotto un documento interno per Hillary Clinton chiamato ‘Libya Tick Tock’ che è una descrizione cronologica di come Hillary Clinton sia stata la figura centrale della distruzione dello stato libico”. Assange parla di Hillary come di “una persona divorata dalle sue ambizioni, tormentata letteralmente al punto da ammalarsene”.
Poi il capitolo Fbi. E’ diventata a tutti gli effetti la polizia politica americana e facendo cadere l’ex capo della Cia John Petraeus ha dimostrato che nessuno è intoccabile, dice il fondatore di Wikileaks. Nell’intervista Assange sottolinea che la nuova inchiesta del ‘bureau’ su Hillary Clinton è la risposta alla resistenza opposta in modo manifesto dall’ex segretaria di Stato alla precedente inchiesta sull’uso del suo server privato.
Assange denuncia il ‘filo rosso’ che corre lungo tutte le mail di Hillary pubblicate dal sito che ha fondato, ovvero il ‘pay to play’, accesso in cambio di soldi per stati, individui e corporation, l’elemento che, a detta di Assange, insieme alla copertura delle mail quando era segretario di Stato, ha creato le condizioni per l’aumento delle pressioni sull’Fbi che ha “ragioni” per indagare su di lei. Lo stesso Barack Obama, dice Assange, è stato “molto vicino agli interessi delle banche” nella sua prima campagna elettorale nel 2008.
“Hillary ha provocato la reazione dell’Fbi, che sta venendo alla luce ora, quando ha ostruito i ‘federali’ che cercavano di investigare il suo server privato”, afferma Assange, sottolineando che “l’Fbi cerca sempre di dimostrare che ‘nessuno ci può resistere'”, ma con la resistenza opposta da Hillary ha provocato “rabbia all’interno del bureau, perché ha fatto apparire l’Fbi debole”.

Preso da: http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2016/11/05/assange-nuova-inchiesta-fbi-hillary-clinton-risposta-alla-sua-resistenza_6GHFEZVSXSfQ2Q1yONTIHL.html

Terrorismo, «Occidente complice perché è migliore amico dei migliori amici dei terroristi»

3/11/2016
ROMA – Terrorismo islamico e responsabilità occidentali. E ancora, Siria, presidenza Obama, Trump vs. Clinton. Ci siamo fatti una chiacchierata con Fulvio Scaglione, già vicedirettore e attuale editorialista di «Famiglia Cristiana», fondatore dell’edizione online del giornale, che è stato a lungo corrispondente da Mosca e ha seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l’Afghanistan, l’Iraq e i temi del Medio Oriente. Nel suo ultimo libro «Il patto con il diavolo», testo per molti aspetti drammaticamente illuminante e quantomai attuale, Scaglione mette a fuoco il controverso ruolo dell’Occidente nella proliferazione del terrorismo islamico. Ed è proprio da qui che siamo partiti nella nostra intervista.

Scaglione, nel suo libro «Il patto con il diavolo» lei descrive le responsabilità occidentali nella proliferazione del jihadismo nelle terre mediorientali. Oltre e prima che vittime, siamo insomma complici?
Io penso assolutamente di sì, e per una ragione molto semplice: siamo i migliori amici dei migliori amici dei terroristi. In altre parole, tutto ciò che noi sappiamo della gran parte del terrorismo islamico ci dice che il luogo da cui escono le strategie e i soldi per tenere in attività i terroristi è il Golfo Persico e le sue petromonarchie. Lo dicono un’infinità di studi e di prove. Per chi non fosse convinto, invito a andare a vedere il documento pubblicato da Wikileaks nel 2010 del Dipartimento di Stato allora diretto da Hillary Clinton, catalogato con il numero 131.801, in cui Hillary Clinton afferma che l’Arabia Saudita è la principale finanziatrice del terrorismo, da Al Qaeda ad Hamas. Nel documento, la Clinton accusa le autorità saudite di far finta di nulla. Gli Usa sono i primi amici delle petromonarchie del Golfo Persico. Nel 2010, Barack Obama e Hillary Clinton controfirmarono una colossale vendita di armi, la più grande singola vendita di armi nella storia degli Usa, da 62 miliardi, indirizzate all’Arabia Saudita. Ma gli Stati Uniti sono in buona compagnia: l’Inghilterra ha 200 joint ventures con l’Arabia Saudita, l’esercito saudita è il primo cliente dell’industria delle armi britannica; Hollande nel 2015 è andato due volte in Arabia Saudita, tre volte il suo primo ministro Valls; nel marzo di quest’anno Hollande ha addirittura conferito la legione d’onore al ministro dell’Interno e principe ereditario al trono dell’Arabia Saudita; il premier Renzi è andato in Arabia Saudita a vendere la tecnologia italiana, e dall’Italia partono i rifornimenti di armi che l’Arabia Saudita usa in Yemen. Se noi siamo in amicizia e in affari da decenni con i Paesi che sono i principali sponsor del terrorismo, è ovvio che finiamo per essere complici del terrorismo.
Lei ha definito gli Stati del Golfo Persico, Arabia Saudita in primis, il «pozzo di San Patrizio» dei jihadisti. L’Occidente continua a sanzionare con severità la Russia, mentre non si è vista traccia di sanzioni verso chi finanzia il terrore. Come se lo spiega?
Questa è una storia che risale a quando, dopo il crollo del muro di Berlino, gli Usa, presieduti da George Bush padre, con segretario di Stato James Baker, proclamarono la politica della «esportazione della democrazia». Questa strategia è stata applicata ovunque ci fosse un interesse strategico. Quindi contro i nemici e gli avversari, non certo contro gli amici che pure erano totalmente non democratici. Dopo gli attentati del 2001, George Bush jr. fece l’elenco dei Paesi canaglia, che erano Iran, Siria e Iraq: nessuno che avesse qualcosa a che fare con gli attentati delle Torri Gemelle. Il che significa che la teoria dell’esportazione della democrazia è una truffa dove la democrazia c’entra ben poco.
Barack Obama ha ereditato dal suo predecessore una situazione mediorientale molto complicata e compromessa. Come lascia oggi quelle terre al suo successore? Qual è il bilancio di 8 anni di presidenza?
Sulla politica estera, credo che gli 8 anni di presidenza Obama siano costellati di scarse riuscite quando non di fallimenti. Il risultato positivo è l’accordo sul nucleare con l’Iran. Per il resto, il bilancio è negativo. Si era molto impegnato, con il discorso del Cairo nel 2009, per una risoluzione del problema tra israeliani e palestinesi  e la situazione semmai è peggiorata, e Obama è stato anche pubblicamente umiliato dal premier israeliano Netanyhau. In Afghanistan, quest’anno c’è stato il record di morti civili; in Iraq e in Siria abbiamo visto cos’è successo; nel 2011 gli Usa di Barack Obama parteciparono a quella disgraziatissima guerra per buttare giù Gheddafi, guerra che tanti danni ha fatto al Medio Oriente e all’Europa. Temo che non lascerà di sè un buon ricordo.
Sulla Siria, i media occidentali sono allineati su un’unica narrazione, che è poi quella che riassume la posizione statunitense. Accanto a questa, però, ce ne sono altre, meno note, come quella dei cristiani in Siria. Quali considerazioni si sente di fare su questo, e che ruolo ha avuto, a suo avviso, la Russia nello scenario?
La narrazione sulla Siria è influenzata dal fatto che siamo ancora addentrati nella mentalità dell’esportazione della democrazia, ed è quindi molto comodo prendersela con un personaggio come Bashar al Assad, che ha responsabilità evidenti. Va ricordato però che, se certamente non erano tipi simpatici né Gheddafi né Saddam Hussein, dopo le guerre cosiddette «democratizzatrici» la vita in quei Paesi è nettamente peggiorata o addirittura non è più degna di essere chiamata tale. Per il bene dei popoli del Medio Oriente, a volte è bene scegliere il meno peggio, e non il peggio sperando che poi arrivi il meglio, come è stato fatto in Iraq, Libia e ora in Siria. I cristiani, poi, sono in una posizione tragicamente paradossale: sono gli abitanti originari di quelle terre, e conoscono il Medio Oriente meglio di chiunque altro, anche dei musulmani. Da 1400 anni, i cristiani del Medio Oriente si barcamenano, riuscendo a sopravvivere e raggiungendo anche ruoli di livello, nonostante l’Islam sia una religione esclusivista. E poi sono i mediorientali più vicini a noi, perché hanno un set di valori molto simile ai nostri. Nonostante ciò, essi sono totalmente ignorati in Occidente, e questo perché la loro narrazione delle crisi mediorientali contrasta profondamente con la vulgata che circola da noi.

In America è tempo di elezioni. Che cosa dobbiamo aspettarci in caso di vittoria di Hillary Clinton o di Donald Trump?
Con Trump le previsioni sono molto difficili. Trump viene deriso e criticato, spesso anche giustamente, ma è un’incognita. Molti lo paragonano a Berlusconi: i due personaggi non c’entrano nulla se non per un aspetto, che anche Berlusconi veniva deriso quando scese in campo. Poi, abbiamo visto com’è andata. Della Clinton sappiamo di più, perché è un personaggio navigato, sulla scena da molti anni, ha ricoperto cariche importanti tra cui quella di segretario di Stato di Barack Obama: e quello che dobbiamo aspettarci, temo, è una politica americana ancora più aggressiva e muscolare.

Originale con audio: http://esteri.diariodelweb.it/esteri/audio/?nid=20161103_394968

2016: Il Comandante delle Forze Spaziali dell’US Army trovato morto

8 ottobre 2016

Joseph P. Farrell, GizaDeathStar 8 agosto 2016
Notizia ‘vecchia’, ma sfuggita finora. (NdT)
Ogni volta che un Clinton concorre alla presidenza, il numero di morti sembra aumentare in modo insolito (e talvolta in modo creativo, alla Abominevole Dr. Phibes di Vincent Price): si pensi Vince Foster o ultimamente a Seth Rich o, se non altro al pesista e ambasciatore all’ONU strangolato da un bilanciere, prima che testimoniasse, o alla morte di Ron Brown in un incidente aereo, prima che testimoniasse. In Arkansas, hanno un termine per tali morti “comodi” che sembrano sempre andare a vantaggio dei Clinton: “arkancidio”, e sembra di guardare uno di quei film del Dr. Phibes. Tranne che sono veri. Ebbene, mettete questo caso nella categoria del “me l’hai detto”, perché non ho idea se possa qualificarsi come un altro “arkancidio” o se sia solo una coincidenza, se molti di voi lo trovano utile lo mettano d’acconto:
Il Nuovo Comandante Generale della SMDC è stato rivenuto cadavere nel Redstone Arsenal


Non c’è niente in questo articolo che suggerisca alcun motivo di preoccupazione, ad eccezione di una breve piccola nota: “Il residente al Redstone Arsenal trovato morto nell’installazione è stato identificato nel generale a due stelle appena trasferito da Huntsville per prendere le redini del Comando Strategico Spaziale dell’US Army e del Comando delle Forze di Difesa Missilistica dell’USArmy (USASMDC/ARSTRAT)”. Il Maggior-Generale John Rossi, 55 anni, è stato trovato morto domenica nella nuova casa nell’arsenale. Doveva assumere il suo nuovo comando martedì, sostituendo il Tenente-Generale David L. Mann, comandante generale dell’USASMDC/ARSTRAT. La causa della morte di Rossi, originario di Long Island, New York, resta sotto osservazione, secondo i funzionari del Redstone Arsenal”.
Ora sono certo al 98% che non si tratta di un “arkancidio”, e circa al 95% che sia assolutamente null’altro che una morte accidentale, e triste. Ma, come si sa, è il 2-5% che m’interessa, e qui l’articolo s’inserisce uno schema ormai familiare: (1) le solite dichiarazioni blande e scarne seguite da (2) rassicurazione che tutta la questione è “sotto inchiesta”, e questo significa che possiamo aspettarci (3) il solito annuncio che non si tratti di omicidio dopo un periodo di “indagine” ( “è stato un aneurisma del (compilare l’organo qui), “un” evento cardiaco improvviso “a causa di “condizioni sconosciute”, e così via). In altre parole, c’è un “contesto” che trovo inquietante, al di là degli ultimi arkancidi. In effetti, la mia intuizione mi dice che se c’è qualcosa qui, probabilmente non collegabile ad essi. C’è il Redstone, il centro del comando spaziale degli Stati Uniti, ed Huntsville, Alabama, ultima residenza ufficiale negli Stati Uniti di Wernher von Braun, e nelle vicinanze la Maxwell AFB, con la sua cornucopia di tecnologia nazista nei documenti del “Progetto Lusty“. Poi c’è lo stesso John Rossi, omonimo del santo cattolico romano Giovanni Rossi che, a quanto pare, era il nome assegnato a un giovane orfano divenuto popolare col fittizio super-eroe: il “Santo” o “Simon Templare”. Ma c’è un altro contesto, e una serie di notizie connesse allo spazio della scorsa settimana, che rendono la tempistica della morte del Generale Rossi almeno “un po’ inusuale”, secondo me. In effetti, il Generale Rossi, come tutti gli ufficiali, si sarebbe regolarmente sottoposto a controlli medici completi, e questo sarebbe stato un fattore normale nel decidere l’idoneità al comando, in particolare per un comando sensibile come questo. La giuria ancora deve decidere, ovviamente, ma nel frattempo la speculazione è all’ordine del giorno, e se si tratta di omicidio, allora la questione diventa un movente: il “perché” che porterebbe al “chi”, e finora nessuno se lo pone, e un caso del “tu mi dici”…
Ci vediamo al rovescio della medaglia.

Rossi si era occupato di un nuovo tipo di munizioni d’artiglieria: “Il mio pensiero è che questo generale fosse uno dei “bravi ragazzi” del Pentagono, della fazione militare e d’intelligence che sostiene Trump. Gli attuali fascio-nazisti cercano di bloccare l’accesso a tutti coloro che cercano di contrastarne il dominio. Soprattutto alla luce del fatto che un ex-fantoccio della CIA/Goldman Sachs controfirma l’attuale coppia indipendente presidenziale. Quindi, se gli indipendenti vincono, la cabala attuale rimane allo status quo. Se toglie abbastanza voti a Trump, ciò permetterà ad HRC di vincere, lasciando ancora la cabala al potere. Game, set, match? Forse. Forse no!
Progetto Lusty
Perché il Maggiore-Generale John Rossi si è suicidato?
Christopher Koulouris, SWV 28 ottobre 2016
Cosa ha portato il Maggiore-Generale John Rossi a uccidersi? L’US Army si rifiuta di dire il motivo per cui un alto grado dell’esercito statunitense si è ucciso è una delle questioni più oscure.
L’esercito degli Stati Uniti annunciava il 28 ottobre che il Maggiore-Generale John Rossi, un generale a due stelle trovato morto nella casa assegnata per servizio, in Alabama, il 31 luglio, era morto per suicidio. Il suicidio del 55enne avveniva due giorni prima che prendesse il comando della difesa spaziale e missilistica dell’esercito. Nel rilasciare la dichiarazione, l’esercito ha detto che il Maggiore-Generale John Rossi è stato il primo generale dell’esercito a suicidarsi in servizio attivo dal 2000. Da segnalare, i suicidi nelle forze armate normalmente colpiscono i ranghi inferiori. I suicidi nel complesso sono aumentati negli ultimi dieci anni, sollevando preoccupazioni e domande sulle cause. Secondo X, Rossi, laureatosi a West Point e ufficiale d’artiglieria della difesa aerea, si era appena trasferito nella casa di servizio, al Redstone Arsenal, in Alabama. Aveva una moglie, Liz, e tre figli, Dominic, Maria e Angelina, e una nipote, Kylie. Dominic è capitano dell’esercito. Rossi, che doveva essere promosso Tenente-Generale per il nuovo incarico imminente, ha scelto di uccidersi, sollevando una questione imbarazzante, perché un militare di carriera, in ascesa, si suiciderebbe alla vigilia di una nuova illustre promozione? Non gli interessava chi lasciava soli? Da segnalare, l’esercito degli Stati Uniti per motivi non comprensibili s’è rifiutato di fare alcuna menzione di ciò che avrebbe spinto il Maggiore-Generale John Rossi a togliersi la vita. Un’omissione che tradisce forse l’atteggiamento delle forze armate che potrebbe aver suscitato nell’esperto militare profondi conflitti? Un funzionario del governo degli Stati Uniti vicino alle indagini ha detto ad USA Today che sembrava che Rossi, in servizio da oltre 33 anni, fosse stato travolto dalle responsabilità. L’inchiesta non ha rivelato alcun elemento, come ad esempio cattiva condotta o abuso di sostanze, che potrebbero aver innescato il suicidio, secondo il funzionario. Inoltre non menzionava il motivo per cui un veterano fosse improvvisamente sopraffatto da compiti a cui per una vita intera si era preparato? Ironia della sorte, pochi mesi prima di suicidarsi, Rossi aveva parlato a marzo ad una conferenza sui suicidi nelle forze armate, dicendo: ‘Siamo in ultima analisi responsabili dei soldati, in e fuori servizio’. La famiglia di Rossi ha rilasciato una dichiarazione esprimendo un grazie all’esercito per l’ampio sostegno e invitando chi cercasse di suicidarsi di cercare immediatamente aiuto. ‘Per l’esercito, è stato il Maggiore-Generale Rossi. Per noi, è stato John, marito e padre‘, ha scritto la famiglia.21406280-mmmain
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nel governo invisibile: guerra, propaganda, Clinton e Trump

John Pilger, Mondialisation, 29 ottobre 2016
Il giornalista statunitense Edward Bernays viene spesso presentato come l’inventore della propaganda moderna. Nipote di Sigmund Freud, il pioniere della psicoanalisi, Bernays inventò il termine “relazioni pubbliche” quale eufemismo per manipolazione e inganno. Nel 1929 convinse le femministe a promuovere le sigarette con donne che fumavano durante una parata a New York, un comportamento visto allora come assurdo. Una femminista, Ruth Booth, disse “Le donne! Devono accendere la nuova torcia della libertà! Combattere contro un altro tabù sessista!” L’influenza di Bernays va ben oltre la pubblicità. Il suo più grande successo fu convincere il pubblico statunitense ad entrare nella grande strage della prima guerra mondiale. Il segreto, disse, era “produrre il consenso” del popolo per “controllarlo e dirigerlo secondo la nostra volontà a sua insaputa“. Lo descrisse come “il vero potere decisionale nella nostra società” e lo chiamò “governo invisibile“. Oggi, il governo invisibile non è mai stato così potente e così poco compreso.

Nella mia carriera di giornalista e regista non ho mai visto tale dilagante propaganda influenzare la nostra vita oggi, e così poco contestata. Immaginate due città. Entrambe sotto assedio da parte delle forze governative di questi Paesi. Le due città sono occupate da fanatici che commettono atrocità come le decapitazioni. Ma vi è una differenza essenziale. In una delle città, i giornalisti occidentali embedded coi soldati governativi li descrivono come liberatori e con entusiasmo annunciano battaglie e attacchi aerei. Ci sono immagini da prima pagina di questi eroici soldati che fanno la V di vittoria. C’è poca menzione di vittime civili. Nella seconda città, in un Paese vicino, accade quasi esattamente lo stesso. Le forze governative assediano una città controllata dagli stessi fanatici. La differenza è che questi fanatici sono supportati, attrezzati e armati da “noi”, Stati Uniti e Gran Bretagna. Hanno anche un centro mediatico finanziato da Gran Bretagna e Stati Uniti. Un’altra differenza è che le truppe governative che assediano questa città sono i cattivi, condannati per aver aggredito e bombardato la città, esattamente ciò che fanno i soldati buoni nella prima città. Confusione? Non proprio. È il doppio standard, essenza della propaganda. Parlo, naturalmente, dell’assedio di Mosul da parte delle forze governative irachene appoggiate da Stati Uniti e Gran Bretagna e dell’assedio di Aleppo da parte delle forze del governo della Siria, sostenute dalla Russia. Uno è buono; l’altro è cattivo. Ciò che viene raramente riportato è che entrambe le città non sarebbero state occupate da fanatici e devastate dalla guerra se Gran Bretagna e Stati Uniti non avessero invaso l’Iraq nel 2003. Tale crimine fu avviato da bugie sorprendentemente simili alla propaganda che ora distorce il quadro della guerra in Siria. Senza tale propaganda rullante travestita da informazioni, i mostruosi SIIL, al-Qaida, al-Nusra e il resto dei jihadisti non esisterebbero, e il popolo siriano non lotterebbe per la sopravvivenza.

Alcuni possono ricordare quei giornalisti della BBC che nel 2003 sfilavano davanti le telecamere per spiegare che l’iniziativa di Blair era “giustificata” da ciò che divenne il crimine del secolo. Le reti televisive degli Stati Uniti diffusero le stesse giustificazioni di George W. Bush. Fox News invitò Henry Kissinger a dissertare sulle menzogne di Colin Powell. Lo stesso anno, poco dopo l’invasione, ripresi un colloquio a Washington con Charles Lewis, il celebre giornalista investigativo. Gli chiesi: “Cosa sarebbe successo se i media più liberi del mondo avessero seriamente messo in discussione ciò che si è rivelata una rozza propaganda?” Disse che se i giornalisti avessero fatto il loro lavoro, “molto probabilmente non saremmo entrati in guerra con l’Iraq“. Fu una dichiarazione scioccante, confermata da altri giornalisti famosi a cui posi la stessa domanda, Dan Rather della CBS, David Rose dell’Observer e giornalisti e produttori della BBC, che vollero rimanere anonimi. In altre parole, se i giornalisti avessero fatto il loro lavoro, se avessero sfidato e studiato la propaganda invece di amplificarla, centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sarebbero vivi oggi, e non ci sarebbero SIIL e assedi ad Aleppo e Mosul. Non ci sarebbe stata alcun atrocità nella metropolitana di Londra il 7 luglio 2005, né milioni di rifugiati in fuga e né campi miserabili. Quando l’atrocità terroristica ebbe luogo a Parigi a novembre, il presidente François Hollande inviò immediatamente aerei a bombardare la Siria, creando altro terrorismo, prevedibilmente prodotto dalla magniloquenza di Hollande sulla Francia “in guerra” e “spietata”. La violenza dello Stato e la violenza jihadista si nutrono a vicenda, un dato di fatto che nessun leader nazionale ha il coraggio di affrontare. “Quando la verità viene sostituita dal silenzio“, disse il dissidente sovietico Evtushenko, “il silenzio è una bugia”. L’attacco a Iraq, Libia, Siria si verificò perché i capi di ciascuno di questi Paesi non erano fantocci dell’occidente. Il record dei diritti umani di un Sadam o Gheddafi era irrilevante. Disobbedivano agli ordini e non cedettero il controllo del loro Paese. Lo stesso destino attese Slobodan Milosevic dopo aver rifiutato di firmare un “accordo” che richiedeva l’occupazione della Serbia e la conversione ad un’economia di mercato. I suoi abitanti furono bombardati e perseguiti a L’Aia. Tale indipendenza è intollerabile. Come ha rivelato WikLeaks, quando il leader siriano Bashar al-Assad nel 2009 respinse il gasdotto dal Qatar all’Europa, fu attaccato. Da quel momento la CIA programmò la distruzione del governo della Siria con fanatici jihadisti, gli stessi che attualmente tengono in ostaggio il popolo di Mosul e dei quartieri di Aleppo. Perché i media non ne parlano? Un ex-funzionario degli Esteri inglese, Carne Ross, responsabile delle sanzioni operative all’Iraq, disse, “Abbiamo fornito ai giornalisti pezzi accuratamente ordinati e li tenevamo a bada. Ecco come funzionava“.
L’alleata medievale dell’occidente, l’Arabia Saudita, a cui Stati Uniti e Gran Bretagna vendono miliardi di dollari in armi, attualmente distrugge lo Yemen, un Paese povero che nel migliore dei casi ha la metà dei bambini malnutrita. Guardate su YouTube e vedrete il tipo di bombe enormi, le “nostre” bombe, che i sauditi usano contro i villaggi della terra martoriata e contro matrimoni e funerali. Le esplosioni sembrano piccole bombe atomiche. Coloro che sganciano queste bombe dall’Arabia Saudita collaborano con ufficiali inglesi. Non se ne sente parlare al telegiornale della sera. La propaganda è più efficace quando il nostro consenso è prodotto da élite istruite ad Oxford, Cambridge, Harvard, Columbia e che fanno carriera nella BBC, The Guardian, New York Times, Washington Post. Tali media si presentano progressisti, illuminati, tribune progressive della moralità. Sono antirazzisti, ambientalisti, femministi e pro-LGBT. E amano la guerra. Allo stesso tempo difendono il femminismo e sostengono le guerre rapaci che negano i diritti a innumerevoli donne, anche alla vita. Nel 2011 la Libia, uno Stato moderno, fu distrutta con la scusa che Gheddafi compisse un genocidio contro il proprio popolo. Le informazioni fluivano, ma non vi era alcuna prova. Erano menzogne. In realtà, Gran Bretagna, Europa e Stati Uniti volevano ciò che amano chiamare “cambio di regime” in Libia, il più grande produttore di petrolio in Africa. L’influenza di Gheddafi sul continente e, in particolare, la sua indipendenza erano intollerabili. Così fu ucciso pugnalato alla schiena da fanatici sostenuti da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Davanti le telecamere Hillary Clinton ne applaudì la morte orribile, dicendo: “Siamo venuti, abbiamo visto ed è morto!” La distruzione della Libia fu un trionfo mediatico. Mentre rullavano i tamburi di guerra, Jonathan Freedland scrisse sul Guardian: “Anche se i rischi sono reali, il caso d’intervento rimane forte“. Intervento. Una parola educata, benigna, molto “Guardian“, il cui vero significato per la Libia fu morte e distruzione. Secondo i propri dati, la NATO lanciò 9700 “attacchi aerei contro la Libia”, di cui oltre un terzo su obiettivi civili. Tra questi, missili con testate all’uranio. Vedasi le foto delle macerie a Misurata e Sirte, e le fosse comuni individuate dalla Croce Rossa. Il rapporto dell’UNICEF sui bambini uccisi dice “la maggior parte aveva meno di dieci anni“. Risultato diretto, Sirte è diventata la capitale dello Stato Islamico. L’Ucraina è un altro trionfo mediatico. I rispettabili giornali liberal come New York Times, Washington Post e The Guardian, ed emittenti tradizionali come BBC, NBC, CBS e CNN, hanno svolto un ruolo cruciale nel fare accettare al loro pubblico una nuova e pericolosa guerra fredda. Tutti hanno distorto gli eventi in Ucraina per mostrare una Russia malvagia, mentre in realtà il colpo di Stato in Ucraina nel 2014 fu opera degli Stati Uniti, aiutati da Germania e NATO. Tale sovversione della realtà è così pervasiva che le minacce militari di Washington alla Russia vengono ignorate; tutto è oscurato da una campagna di denigrazione e paura come quella che vissi durante la prima guerra fredda. Ancora una volta, i Russkoffs cercano d’infastidirci guidati da un nuovo Stalin, che The Economist raffigura come il diavolo. L’occultamento della verità sull’Ucraina è uno delle più totali censura che abbia mai visto. Fascisti che hanno progettato il colpo di Stato a Kiev, dello stesso stampo di coloro che sostennero l’invasione nazista dell’Unione Sovietica nel 1941. Mentre si hanno timori sull’avanzata dell’antisemitismo fascista in Europa, alcun capo menziona i fascisti in Ucraina, ad eccezione di Vladimir Putin, ma non conta. Molti media occidentali lavorano duramente per presentare la popolazione russofona dell’Ucraina come stranieri nel proprio Paese, come agenti di Mosca, quasi mai come gli ucraini che vogliono la federazione dell’Ucraina, come cittadini ucraini che resistono a un colpo di Stato orchestrato dall’estero contro il governo legittimo. Tra i guerrafondai regna quasi la stessa eccitazione dell’assemblea di classe. I banditori del Washington Post incitano alla guerra contro la Russia sono gli stessi che pubblicarono le menzogne sulle armi di distruzione di massa di Sadam Husayn.
Per la maggior parte di noi, la campagna presidenziale degli Stati Uniti è un fenomeno da baraccone in cui Donald Trump interpreta il ruolo del cattivo. Ma Trump è odiato da chi è al potere negli Stati Uniti per ragioni che hanno poco a che fare con il suo comportamento e le opinioni odiosi. Per il governo invisibile di Washington, l’imprevedibile Trump è un ostacolo al piano statunitense per il 21° secolo, mantenere il dominio degli Stati Uniti ed attaccare la Russia e forse la Cina. Per i militaristi di Washington, il vero problema con Trump è che nei suoi momenti di lucidità non vuole la guerra con la Russia; vuole parlare con il presidente russo, non combatterlo; dice che vuole parlare con il presidente della Cina. Nel primo dibattito con Hillary Clinton, Trump ha promesso di non essere il primo ad usare le armi nucleari in un conflitto. Ha detto: “Io certamente non effettuerei il primo colpo. Dopo aver scelto l’opzione nucleare, è finita“. I media non ne hanno parlato. In realtà che pensa? Chi lo sa? Si contraddice più volte. Ma ciò che è chiaro è che Trump è considerato una grave minaccia allo status quo dall’ampio apparato della sicurezza nazionale che guida gli Stati Uniti, a prescindere dall’inquilino della Casa Bianca. La CIA vuole vederlo sconfitto. Il Pentagono vuole vederlo sconfitto. I media vogliono vederlo sconfitto. Anche il suo partito vuole vederlo sconfitto. È una minaccia per i capi mondiali, a differenza di Clinton che non lascia alcun dubbio di esser pronta alla guerra contro la Russia e la Cina, due Paesi che possiedono armi nucleari. La Clinton ha l’esperienza, come si vanta spesso. In effetti, non ha più nulla da dimostrare. Come senatrice ha sostenuto lo spargimento di sangue in Iraq. Quando concorreva contro Obama nel 2008 minacciò di “distruggere completamente” l’Iran. Come segretaria di Stato, ha voluto distruggere i governi di Libia e Honduras e provocò la Cina. Ha promesso la no-fly zone in Siria, una provocazione diretta alla Russia. Clinton potrebbe diventare il presidente più pericoloso degli Stati Uniti della mia vita, un titolo dalla dura concorrenza. Senza alcuna prova, ha accusato la Russia di sostenere Trump e piratare le sue e-mail. Pubblicate da Wikileaks, le e-mail rivelano ciò che ha detto in privato, nel suo discorso ai ricchi e potenti, il contrario di ciò che dice in pubblico. Ecco perché è così importante mettere a tacere e minacciare Julian Assange. A capo di Wikileaks, Julian Assange sa la verità. E permettetemi di rassicurare tutti gli interessati, sta bene e Wikileaks funziona a pieno.
Oggi c’è la maggiore corsa agli armamenti degli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale, nel Caucaso e in Europa orientale, al confine con la Russia, in Asia e Pacifico, dove la Cina è il bersaglio. Ricordatelo quando il circo delle elezioni presidenziali si concluderà l’8 novembre, se Clinton vincesse, un coro di commentatori senza cervello ne celebrerà l’incoronazione come importante passo avanti per le donne. Nessuno ricorda le vittime di Clinton: donne siriane, donne irachene, donne libiche. Nessuno menziona le esercitazioni della protezione civile in Russia. Nessuno ricorda la “torcia della libertà” di Edward Bernays. Un giorno, il portavoce presso la stampa di George Bush definì i media “utili complici”. Venendo da un alto funzionario di un’amministrazione le cui bugie, aiutate dai media, causarono tanta sofferenza, tale descrizione è un avvertimento dalla storia. Nel 1946, il procuratore del Tribunale di Norimberga disse dei media tedeschi: “Prima di ogni grande aggressione avviarono campagne stampa volte ad indebolire le vittime e a preparare psicologicamente il popolo tedesco all’attacco. Nel sistema di propaganda, la stampa quotidiana e la radio furono le armi più importanti“.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo strano parco macchine dell’Isis

24 ottobre 2016

toyota788«Raid e bombe americane su Mosul». Così il titolo di un articolo di Alberto Stabile sulla Stampa del 24 ottobre fotografa l’avanzata della coalizione anti-Isis a Mosul. Nell’articolo, Stabile dettaglia che sono entrati in azione gli F 16 dell’U.s. Air force, i quali stanno bersagliando la zona d’attacco per aprire la strada alle truppe di terra.

Nello stesso articolo si ripete la nota quanto tragica situazione dei civili, che l’Isis tiene in ostaggio. Mentre in altro articolo, stavolta di Paolo Mieli sul Corriere della Sera dello stesso giorno, si riferisce dei festeggiamenti della popolazione civile perché finalmente, dopo due anni, qualcuno attacca i terroristi che li opprimono.

Le stesse cose avvengono in Aleppo: i siriani festeggiano quando dei quartieri sono strappati al Terrore, e salutano con sollievo l’offensiva del governo contro le zone ancora occupate. Non solo, anche in Aleppo Est i civili sono ostaggio delle milizie jihadiste guidate da al Nusra (al Qaeda), le quali controllano questa parte della città. Tanto che i corridoi umanitari lasciati aperti da Damasco per consentir loro di fuggire non hanno avuto alcun esito: nessuno li ha utilizzati. Gli jihadisti lo impediscono, come a Mosul.

Eppure i bombardamenti russi e siriani, a differenza di quelli americani, sono cattivi. Questa la narrazione ufficiale, alquanto bizzarra.
Non siamo fan delle bombe, né delle guerre. E sappiamo bene che questa guerra potrebbe finire senza altro spargimento di sangue: basterebbe lasciare gli jihadisti senza soldi, ché senza pecunia non si comprano armi e munizioni, né si pagano i tanti costosi mercenari assoldati dalle Agenzie del Terrore in tutto il mondo.

Tagliati i fondi, anche le varie Agenzie del Terrore sarebbero costrette a chiudere i battenti, a Mosul come ad Aleppo come nel resto del mondo.
Ma evidentemente è rimasto lettera morta il suggerimento di John Potesta all’allora Segretario di Stato (e sembra futuro presidente Usa) Hillary Clinton di far «pressioni sui governi di Qatar e Arabia Saudita, che stanno fornendo supporto finanziario e logistico clandestino all’ISIL [Isis ndr.] e ad altri gruppi sunniti radicali nella regione» (mail rivelata da wikileaks; sul punto vedi nota precedente).

Significativo anche l’accenno agli altri «gruppi radicali sunniti» della mail, che indica come gli stessi ambiti che sostengono l’Isis supportano, ovviamente allo stesso scopo, anche i miliziani di Aleppo Est, beneamini dell’Occidente.

Tale sostegno si realizza in tanti modi: a parte le armi e le munizioni, ci sono gli aiuti di natura umanitaria e sanitaria (i gruppi terroristi godono di servizi sanitari di altissimo livello, assicurati loro da diverse ong internazionali che operano sul loro territorio in cambio del placet all’assistenza dei civili). E altro.

Su un piccolo aspetto di tale ausilio ha fatto chiarezza la Toyota. Interpellata da russi e siriani sui veicoli forniti all’Isis, la casa automobilistica giapponese ha svolto una indagine interna i cui risultati sono poi stati comunicati agli interessati: in effetti «migliaia di veicoli Toyota» sono finiti nelle mani dell’Isis.

Giunti loro tramite queste vie: 22.500 veicoli sono stati acquistati da una società dell’Arabia Saudita; 32.000 sono stati acquistati dal Qatar; 4.500 sono pervenuti all’Isis tramite l’esercito della Giordania, al quale ha fatto da garante una banca dello stesso Paese.

Si tratta delle automobili immortalate nelle foto che pubblichiamo in questa pagina: veicoli nuovi fiammanti, scenografici con la loro bandiera nera che garrisce al vento quanto invisibili a droni e aerei della coalizione anti-Isis, nonostante il deserto iracheno offra invero poche opportunità mimetiche.

Val la pena accennare a questo proposito anche alle parole dell’ex ambasciatore americano alle Nazioni Unite Mark Wallace il quale ha definito la Toyota Hilux e la Toyota Land Cruiser un marchio di identificazione dell’Isis.

Non si tratta di criminalizzare la Toyota, che alla fine comunque ha risposto a una richiesta specifica sul tema, ma di notare come tale richiesta non sia mai stata avanzata prima dai volenterosi e coalizzati anti-Isis, nonostante fosse facile, come visto, porre domande e ottenere risposte.

Tale acquisto di automobili nuove peraltro è transitato tramite vie ufficiali. Si tratta di operazioni commerciali su larga scala: servono navi, banche, reti logistiche. Eppure l’intelligence occidentale non ha visto niente di niente…

Il parco macchine del Califfato è ovviamente solo una piccola parte dei tanti “aiutini” che giungono all’Agenzia del Terrore da ogni dove. Ma ha un suo significato e aiuta a intuire altro e ben più importante (qui i riferimenti, in arabo, sulla vicenda).

Preso da: http://piccolenote.ilgiornale.it/30043/lo-strano-parco-macchine-dellisis

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Hillary, la saudita

29 agosto 2016

ANDATE ALL’INFERNO!
State attenti a criticare Hillary Clinton: potreste finire all’inferno. Sul serio, lo ha detto James Carville, uno dei più influenti consiglieri politici della signora e già responsabile della sua campagna presidenziale nel 2008 (quando fu sconfitta alle primarie democratiche da Barack Obama).
Di fronte alle perplessità sul sistema di finanziamento della Fondazione di Hillary e Bill, è stato categorico: “qualcuno potrebbe finire all’inferno per questo”, perché l’attività che essa svolge è “un grande atto di carità”.

Se avessimo saputo del rischio che correvamo, non avremmo scritto, tre mesi fa un articolo in cui raccontavamo la quantità impressionante di denaro drenato nelle tasche personali dei coniugi Clinton per la loro attività di speechmaking: 30 milioni di dollari solamente tra il 20014 e il 2015; denaro che proviene da aziende private e sopratutto da Banche d’Affari (la famosa Goldman Sachs in testa) disposte a pagare prezzi esorbitanti per ascoltare a porte chiuse il Verbo di Hillary e Bill.

Ma siccome “perseverare è diabolico”, noi ritorniamo sul tema perché rappresenta una chiave di lettura importante della deriva della democrazia americana e del sistema di potere che ambisce ad occupare la Casa Bianca.
La notizia riguarda i copiosi finanziamenti alla Clinton Foundation (la Fondazione di famiglia), tutti leciti per carità, ma che mostrano come, sulla politica di Washington, forse aveva ragione il grande giornalista Michael Kinsley: “lo scandalo non è ciò che è illegale ma ciò che è legale”.
In America sospettano che Hillary Clinton abbia utilizzato il proprio ruolo politico (prima come Segretario di Stato, poi come candidato alla Presidenza) come merce di scambio per finanziamenti da parte di gruppi privati e governi.
Judicial Watch, un’organizzazione no-profit di area conservatrice, ha reso pubbliche centinaia di  pagine di mail tra l’entourage della Clinton e alcuni donatori della Fondazione che sembrano avallare lo scandalo. D’altro canto già in precedenza sospetti erano emersi come come nel caso della Boeing che, nel 2009, donò 1 milione di dollari alla Fondazione Clinton subito dopo aver chiuso un accordo commerciale di quasi 4 miliardi con la Russia il cui principale sponsor politico era stata il Segretario di Stato Hillary Clinton.
I MILIONI SAUDITI
La Clinton Foundation è un ente filantropico, che svolge attività caritatevoli in tutto il mondo. Si occupa di povertà, immigrazione, ricerca, ambiente e sopratutto di diritti civili; per questo sorprende vedere tra i principali finanziatori della Fondazione, le monarchie del Golfo Persico che sono espressione delle peggiori tirannie esistenti.
L’Arabia Saudita ha donato tra i 10 e i 25 milioni di dollari (così il range indicato dalla stessa Fondazione).
Il Kuwait tra i 5 e i 10 milioni (più o meno quanto la Fondazione di Elton John).
Qatar, Emirati Arabi ed Oman, tra 1 e 5 milioni di dollari (lo stesso range di Steven Spielberg, della Coca Cola Foundation e di Goldman Sachs).
A queste si aggiungono molte donazioni di privati come la Dubai Foundation, organizzazioni un po’ ambigue come Friends Of Saudi Arabia, membri della Casa reale come Turki bin Faisal Al Saud, miliardari sauditi come Al-Walid bin Talal, holding e multinazionali di Dubai come Al Dabbagh Group Holding.
Insomma il variegato mondo wahabita, che nega diritti umani e democrazia, finanzia una Fondazione che vuole diffondere diritti umani e democrazia. La contraddizione la vedo solo io? Ovviamente no. Glenn Greenwald, importante giornalista d’inchiesta di area liberal è stato molto chiaro in proposito: Tutti coloro che desiderano sostenere che i sauditi abbiano donato milioni di dollari alla Fondazione Clinton per il desiderio magnanimo di aiutare le sue cause benefiche, alzino la mano”.
Per carità molti governi stranieri finanziano la Fondazione Clinton; anche il nostro, attraverso il Ministero dell’Ambiente dal 2013. Ma noi siamo ancora un democrazia (forse) liberale (forse); di certo non siamo una teocrazia oscurantista che reprime i diritti umani, sponsorizza il terrorismo islamico e diffonde l’integralismo salafita per il mondo.
In effetti è difficile pensare che i monarchi sauditi siano interessati ai diritti gay visto che a casa loro li perseguitano e li mettono a morte. Difficile credere che le teocrazie più oscurantiste del pianeta Terra e sponsor dei movimenti islamisti più integralisti, abbiano a cuore i diritti delle donne. Difficile credere che dalle parti del Golfo Persico si preoccupino delle condizioni degli immigrati visto che in Qatar li sfruttano in condizioni simili ai lavori forzati come ha denunciato Amnesty International.
E non è paradossale che la Fondazione di un ex Segretario di Stato Usa si faccia finanziare da un paese che lo stesso Dipartimento di Stato Usa (che dal Segretario di Stato dipende) mette nella black list per “traffico di esseri umani”?
DUE PESI, DUE MISURE
Due anni fa in Europa fece scalpore la notizia che una banca privata russo-ceca (First Czech Russian Bank) avesse concesso un prestito al Front National di Marine Le Pen; 9 milioni di euro per la precisione, destinati a finanziare il partito in vista delle future campagne politiche. I media europei fecero a gara nel denunciare la prova lampante che Putin metteva le mani sui partiti politici europei anti-Ue.
In Italia capofila di questa scemenza fu il solito Corriere della Sera (e come poteva non essere) con un articolo delirante in cui definì che la banca privata, la “banca di Putin”.
Badate bene: in questo caso si trattava di un prestito (e non di una donazione a fondo perduto come per la Clinton) di una banca privata (e non di un governo come per la Clinton) ad un partito politico (e non direttamente alla Fondazione di famiglia, come per la Clinton). Eppure gli stessi media che gridarono allo scandalo per il caso Le Pen, sono rimasti sorprendentemente silenziosi per il caso della signora Hillary.
Per la cronaca, la First Czech Russian Bank era talmente “di Putin” che la Banca Centrale russa le ha recentemente revocato la licenza ad operare (in pratica quello che Bankitalia non fece con MPS).
CUORE E PORTAFOGLIO
Dei tanti scandali che attraversano la campagna presidenziale di Hillary Clinton, quello dei finanziamenti sauditi alla sua Fondazione e a lei stessa, sembra essere il più imbarazzante; ancora più dei disastri della politica estera o del MailGate.
Rimane una verità non consolante: per il Partito Democratico americano vale la stessa regola del Partito Democratico italiano: più il cuore è a sinistra e più il portafoglio sta rigorosamente a destra. In questo la sinistra di tutto il mondo è perfettamente coerente con se stessa.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

Preso da: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2016/08/29/hillary-la-saudita/