La ricostituzione del Partito Coloniale francese

Eletto presidente per ripiego dopo l’arresto di Dominique Strauss-Khan, François Hollande ignorava le funzioni proprie del presidente della repubblica, sicché si affidò agli alti funzionari. Seguendo le loro istruzioni proseguì la politica del predecessore. In politica estera riprese i dossier in corso senza però tener conto della svolta di fine mandato di Nicolas Sarkozy. I fautori di una nuova epopea coloniale si compattarono al suo seguito.

| Damasco (Siria)

Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi.
Si veda l’indice.

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François Hollande pone il proprio quinquennato sotto gli auspici di Jules Ferry (1832-1893), il socialista teorico della colonizzazione francese.

FRANÇOIS HOLLANDE E IL RITORNO DEL PARTITO DELLA COLONIZZAZIONE

Ma Sarkozy perde le elezioni presidenziali. Quando lascia l’Eliseo, comincia a essere stipendiato dal Qatar con 3 milioni di euro l’anno e lo rappresenta, per esempio, nel consiglio di amministrazione del gruppo alberghiero Accor.

Benché sia stato eletto sotto l’egida del partito socialista, François Hollande governa a nome del “partito della colonizzazione” [1]. Dopo un anno e mezzo di mandato, annuncia ai suoi elettori – lasciandoli a bocca aperta – che non è un socialista, bensì un socialdemocratico. In realtà tutto è chiaro fin dal giorno in cui assume la carica: come i suoi predecessori, sceglie per la propria cerimonia d’investitura gli auspici di una personalità storica, nello specifico Jules Ferry (1832-1893). Certo, quest’ultimo aveva reso gratuita la scuola primaria, ma al tempo era estremamente impopolare ed era soprannominato “il Tonchinese”. Ferry difese infatti gli interessi dei grandi gruppi industriali in Tunisia, in Tonchino e in Congo, trascinando la Francia in avventure razziste e coloniali. Contrariamente all’opinione comune, il suo interesse per l’istruzione primaria non era rivolto all’educazione dei bambini, ma alla loro preparazione come soldati per la colonizzazione. È per questo che i suoi insegnanti erano definiti “hussard noirs”.

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Il socialista Jules Ferry (al centro, con i favoriti) ha teorizzato il diritto dei «popoli superiori» a «civilizzare» i «popoli inferiori». Ha capeggiato il “Partito coloniale”, lobby trasversale degli interessi coloniali. Ha istituito la scuola pubblica gratuita e obbligatoria per sottrarre i bambini all’influenza del clero e farne buoni soldati.

Può sembrare una forzatura parlare di “colonizzazione francese” a proposito di François Hollande, visto che l’espressione sembra ormai obsoleta. Spesso se ne fraintende il significato, perché viene erroneamente associata alla colonizzazione in senso stretto quando si tratta, in realtà, di un concetto anzitutto economico. Nel XIX secolo, mentre i contadini e gli operai resistevano, fino a morirne, ai padroni che li sfruttavano spudoratamente, alcuni di questi ebbero l’idea di occuparsi dei propri profitti a scapito di popoli meno organizzati. Per portare a termine il loro piano modificarono sia il mito nazionale, sia l’organizzazione laica dello Stato per strappare il popolo all’influenza delle chiese.

Giungendo all’Eliseo, Hollande sceglie come primo ministro Jean-Marc Ayrault, considerato un uomo assennato che però ha già perorato la causa della colonizzazione della Palestina. È presidente onorario del Cercle Léon Blum, un’associazione creata da Dominique Strauss-Kahn per raccogliere i sionisti nel partito socialista.

Nel 1936 il primo ministro Léon Blum promise al movimento sionista di creare lo Stato d’Israele nel Libano e nella Siria, allora sotto mandato francese [2].

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Già nel 1991, quando era primo ministro, Laurent Fabius non aveva manifestato particolare sollecitudine per la vita altrui.

Hollande nomina Laurent Fabius come ministro degli Esteri. In precedenza i due sono stati rivali, ma Fabius ha negoziato con l’emiro del Qatar e con Israele l’appoggio alla campagna elettorale [3]. È un uomo senza ideali, che cambia più volte opinione su questioni importanti quando se ne presenta l’opportunità. Nel 1984, durante la sua carica di premier, vengono infettati duemila emofiliaci – che poi moriranno – per tutelare gli interessi dell’Istituto Pasteur, il cui test sull’AIDS non è ancora pronto. Grazie all’intervento di François Mitterrand che modifica le regole procedurali, viene rilasciato dalla Corte di giustizia della Repubblica in quanto “responsabile ma non colpevole”. Al suo posto sarà condannato il ministro della Salute, Edmond Hervé.

Come ministro della Difesa, Hollande sceglie l’amico Jean-Yves Le Drian. Anni prima hanno sostenuto entrambi il presidente della Commissione europea, Jacques Delors, all’interno del partito socialista. Nel corso della campagna elettorale Le Drian, a nome di Hollande, è andato in visita a Washington, dove ha promesso fedeltà all’impero statunitense.

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Benché di estrema destra, il generale Benoît Puga esercita una forte influenza sul presidente socialista François Hollande.

Inoltre, con una decisione senza precedenti, il presidente Hollande lascia al suo posto il capo di Stato maggiore del suo predecessore, il generale Benoît Puga. L’ufficiale è più vecchio di lui e condivide gli ideali di estrema destra del padre del presidente. Ha il privilegio di poter entrare nel suo ufficio in qualsiasi momento e a lui lo unisce un rapporto quasi paterno.

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Il prefetto Édouard Lacroix (1936-2012) fu direttore generale della Polizia Nazionale (1993), in seguito direttore di gabinetto del ministro dell’Interno Charles Pasqua (1994-1995). Fu negoziatore tra Claude Guéant e Muammar Gheddafi, prima di essere assassinato su istruzione di François Hollande.

Per prima cosa François Hollande fa il punto sulla situazione della Libia. La Jamahiriya ha un tesoro stimato in 150 miliardi di dollari almeno, e ufficialmente la NATO ne ha bloccato circa un terzo. Che ne è del resto? I gheddafisti credono di poterli usare, nel lungo periodo, per finanziare la resistenza. Ma, ad aprile, il prefetto Édouard Lacroix – che ha avuto accesso a una parte di tali investimenti – muore improvvisamente di “cancro fulminante” [4], mentre l’ex ministro del petrolio Shukri Ghanem viene trovato annegato a Vienna. Verosimilmente, con la complicità passiva del ministro delle Finanze francese, Pierre Moscovici, del consigliere economico dell’Eliseo, Emmanuel Macron, e di una serie di banchieri, il Tesoro degli USA saccheggia il bottino. È il colpo del secolo: 100 miliardi di dollari [5].

All’inizio di giugno 2012 Francia e Regno Unito partecipano alla riunione del gruppo di lavoro per la ripresa economica e lo sviluppo degli “Amici della Siria”, tenutasi negli Emirati Arabi Uniti sotto la presidenza tedesca [6]. Si tratta di coinvolgere nella guerra gli Stati membri con la promessa di una contropartita. Diversi anni prima le società norvegesi InSeis Terra e Sagex si sono ufficialmente occupate della ricerca di idrocarburi in Siria. Anche se al tempo hanno sostenuto di aver rilevato 13 giacimenti di petrolio e di gas soltanto in due dimensioni, in realtà li hanno misurati in tre dimensioni e di conseguenza ne conoscono il valore. Quando Sagex viene acquisita da una società franco-statunitense quotata a Londra, Veritas SSGT, e successivamente accorpata al gruppo Schlumberger, sono tre gli Stati a entrare in possesso di quelle preziose informazioni, ma comunque non la Siria, che ne verrà a conoscenza solo nel 2013. Secondo queste ricerche, la Siria gode di un sottosuolo ricco almeno quanto quello del Qatar. Il Regno Unito fa entrare nel Consiglio nazionale siriano Usama al-Qadi, un dirigente di British Gas. Con il suo aiuto, Parigi e Londra concedono ai presenti il futuro sfruttamento di un paese che non hanno ancora conquistato.

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Il missile Bulava prende il nome da un’antica mazza d’arme slava che fungeva da bastone di maresciallo degli eserciti cosacchi.

L’Arabia Saudita si prepara a inviare un esercito a Damasco, mentre il Regno Unito prende il controllo dei media siriani. Il coordinamento delle forze è già stato testato in Giordania, in occasione dell’esercitazione Eager Lion 2012, sotto il comando degli Stati Uniti. I leader libanesi, dal canto loro, si sono impegnati a restare neutrali con la firma della Dichiarazione di Baabda [7]. La Siria, in una situazione come questa, avrebbe ceduto in fretta. Però la Russia lancia due missili intercontinentali, un Topol dalle rive del Mar Caspio e un Bulava da un sottomarino nel Mediterraneo. Il messaggio è chiaro: se l’Occidente non ha intenzione di rispettare i due veti russi e i due cinesi posti al Consiglio di sicurezza e attacca la Siria, si profila il rischio di una nuova guerra mondiale [8]. Scoppia dunque una polemica con Sergej Lavrov per capire chi si trovi “dalla parte giusta della storia” [9].

Il 30 giugno l’ex segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan – nominato dal suo successore Ban Ki-moon e dal segretario generale della Lega araba – presiede una conferenza internazionale a Ginevra sul futuro della Repubblica araba siriana. Non viene invitato alcun rappresentante siriano, né del governo né del Consiglio nazionale del paese. Gli USA e la Russia concordano sul fatto di non voler scatenare una guerra in Medio Oriente e decidono di creare un governo di unità nazionale, sotto la presidenza di Bashar al-Assad, includendo alcuni elementi del CNS. La guerra è ufficialmente finita, il mondo torna a essere “bipolare”, come durante la Guerra fredda [10].

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Pochi giorni dopo essere riuscito a trovare un accordo tra Stati Uniti e Cina sulla Siria, Kofi Annan deve fronteggiare l’arretramento degli Occidentali. Darà le dimissioni.

Solo che il segretario di Stato, Hillary Clinton, non ha alcuna intenzione di sottoscrivere la fine dell’influenza unipolare, né di rispettare la firma che, a detta sua, le è stata strappata con le minacce. In più, i ministri di Francia e Regno Unito nutrono alcune riserve sull’interpretazione del comunicato finale.

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Gli Amici della Siria credono di essersi accaparrati con Manaf Tlass un elemento di valore. Ma il giovanotto preferirà suonare il piano piuttosto che rovesciare l’amico d’infanzia Bashar al-Assad.

È a questo punto che la DGSE riesce a orchestrare la defezione del generale Manaf Tlass – amico d’infanzia del presidente al-Assad – portandolo a Parigi. Manaf viene presentato come una figura di spicco, ma in realtà è diventato generale seguendo le orme del padre, il generale Mustafa Tlass, ex ministro della Difesa. È solo un artista che non si è mai interessato alla politica. All’inizio della guerra ha negoziato un compromesso con i “rivoluzionari” per ristabilire la pace a Rastan, sua città natale, ma l’accordo è stato respinto dal presidente, cosa che lo ha enormemente infastidito. Manaf è un amico, mentre la stampa francese che – come i politici – vive solo di interessi, lo include erroneamente tra i finanziatori della Rete Voltaire [11]. A Parigi lo ricevono il padre, che vi si è trasferito al momento del suo pensionamento nel 2004; il fratello Firas, che dal Qatar dirige la costruzione dei tunnel dei jihadisti; e la sorella, molto intima con Roland Dumas e poi con il giornalista Franz-Olivier Giesbert, con il quale lavora ancora. Manaf però arriva troppo tardi per vedersi nominare presidente in esilio dalla conferenza degli “Amici della Siria”.

Intanto lo stratagemma architettato ad Abu Dhabi si rivela ben riuscito. Il 6 luglio 2012, a Parigi, 130 Stati e organizzazioni intergovernative si precipitano alla terza conferenza degli “Amici della Siria”, tutti ingolositi dall’odore del petrolio e del gas. Se una settimana prima Hillary Clinton e Sergej Lavrov hanno solennemente firmato la pace, nell’occasione una forte delegazione americana è pronta a rilanciare la guerra.

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Il criminale di guerra Abou Saleh (Brigata al-Farouk) era l’invitato speciale del presidente François Hollande (nella foto il giovane seduto di fronte a lato della tribuna, a destra).

François Hollande sale in cattedra e fa sedere al suo fianco Abu Salah, il giovane “giornalista” di France 24 fuggito con i francesi da Baba Amr. Alla fine dell’incontro, si dilunga nel congratularsi con il “rivoluzionario” davanti alle telecamere dell’Eliseo. Tuttavia, queste immagini vengono rimosse dal sito ufficiale quando faccio notare che Abu Salah è responsabile di crimini contro l’umanità, avendo preso parte al tribunale rivoluzionario dell’Emirato che ha condannato e ucciso 150 civili cristiani e alawiti.

Il discorso del presidente Hollande non è stato scritto dai suoi collaboratori, bensì in inglese a Washington, New York o Tel Aviv, e successivamente tradotto in francese [12]. Dopo aver lodato lo sforzo di Kofi Annan nell’intraprendere la giusta direzione, esclama: “Bashar al-Assad deve andarsene, bisogna formare un governo di transizione!”. Di fatto, in questo modo si modifica il significato della parola “transizione”, che nel Comunicato di Ginevra indica il passaggio dal periodo dei disordini alla pace. In questo modo si intende giustificare il passaggio dalla Siria di al-Assad e alcune istituzioni laiche d’ispirazione rivoluzionaria a un’altra Siria nelle mani dei Fratelli musulmani. L’espressione “transizione politica” sostituisce dunque quella di “cambio di regime”. Il CNS esulta e Hillary può tranquillamente esultare.

L’unanimità che caratterizza l’atteggiamento degli “Amici della Siria” è sicuramente dovuta alle speranze riguardo agli idrocarburi, ma esiste probabilmente anche un lato irrazionale. Mi torna in mente l’antico scontro tra l’Impero romano e la rete dei mercanti siriani, con la frase di Catone il Vecchio che mi risuona nelle orecchie: “Carthago delenda est” (Cartagine deve essere distrutta!).

Nei giorni successivi François Hollande, David Cameron e Hillary Clinton non cessano di ripetere, come un mantra: “Bashar deve andarsene!”. In tal modo fanno proprio lo slogan delle rivoluzioni colorate (“Basta Shevardnadze!” o “Ben Ali vattene!”). Da notare che, rivolgendosi ai propri omologhi come a una folla, adesso chiamano il presidente al-Assad soltanto per nome, “Bashar”. Ma questo metodo non li porterà a nient’altro se non a dimostrare la loro impotenza.

Il 12 luglio 2012 prende avvio l’operazione “Vulcano di Damasco e terremoto della Siria”. Oltre 40 mila mercenari – provenienti da tutti i paesi arabi, addestrati dalla CIA in Giordania, inquadrati da Francia e Regno Unito e pagati dall’Arabia Saudita – attraversano il confine e si precipitano a Damasco [13].

Il ritiro dei francesi durante la liberazione di Baba Amr e l’accordo di pace firmato due settimane prima a Ginevra non sono altro che ricordi ormai sbiaditi. È l’inizio di una nuova guerra contro la Siria, questa volta portata avanti con eserciti di mercenari. Sarà decisamente più letale della precedente.

(segue…)

Traduzione
Alice Zanzottera
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

La traduzione italiana del libro è disponibile in versione cartacea.

[1] « La France selon François Hollande », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 30 juillet 2012.

[2] Ricerca di Hassan Hamadé e documenti non ancora pubblicati.

[3] “Francois Hollande negozia con l’emiro del Qatar”, Rete Voltaire, 14 febbraio 2012.

[4] “I dettagli sulla lista dei terroristi francesi in Siria”, Traduzione Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 23 novembre 2015.

[5] “La rapina del secolo: l’assalto dei «volenterosi» ai fondi sovrani libici”; “Macron-Libia: la Rothschild Connection”, di Manlio Dinucci, Il Manifesto (Italia) , Rete Voltaire, 22 aprile 2011 & 1 agosto 2017.

[6] « Les “Amis de la Syrie” se partagent l’économie syrienne avant de l’avoir conquise », par German Foreign Policy, Horizons et débats (Suisse) , Réseau Voltaire, 14 juin 2012.

[7] « Déclaration de Baabda », Réseau Voltaire, 11 juin 2012.

[8] “Colpi di avvertimento russi”, di Thierry Meyssan, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 10 giugno 2012.

[9] « Du bon côté de l’Histoire », par Sergueï Lavrov; « Déclaration de Barack Obama à la 67e Assemblée générale de l’ONU », par Barack Obama, Réseau Voltaire, 17 juin 2012, 25 septembre 2012.

[10] « Communiqué final du Groupe d’action pour la Syrie », Réseau Voltaire, 30 juin 2012.

[11] «Le petit monde composite des soutiens au régime syrien», C. A., Le Monde, 5 juin 2012. «Syrie : quand le général dissident était l’ami de Dieudonné», Pierre Haski, Rue 89, 29 juillet 2012.

[12] « Discours de François Hollande à la 3ème réunion du Groupe des amis du peuple syrien », par François Hollande, Réseau Voltaire, 6 juillet 2012.

[13] “La battaglia di Damasco è iniziata”, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 20 luglio 2012.

Preso da: https://www.voltairenet.org/article208768.html?__cf_chl_jschl_tk__=43c3a239064621ec445b35bba3a0c312529fe5cd-1579185329-0-AeChxuMYmnh_Npzw6DXGK8roEX5xzDpilmdN208s9RpYLLRnrYlTY9EfYcIYjDGMEyaUicuG_Bv6MK72HGt860zt33OQZINv0NHRs82aJKh53vb-E4r2yEHJkt_Sc2JyvrFPeXydFeF0rvdoADvyXuS-IQguakRJnNkuymHNIbPd1A6qTxo6GilufCZTTu1drjib0zb6P6RxfxVcNaI-Nt1-UHm8GDZ-LX4a0n0unvsSYoUdEN1PzYqQ40EUqWsqfd75hZeClXCMemRtUdVW8-51O92m18ZHfimPW7DLv8Cd

Dove sono finiti i miliardi di dollari degli aiuti all’Africa?

18 maggio 2019, Ilaria Bifarini.
Ingenti prestiti da parte delle organizzazioni finanziari internazionali, consistenti sgravi del debito statale, fondi raccolti da iniziative private, che hanno mobilitato tutti, dai singoli cittadini occidentali attraverso forme organizzate di beneficenza alle star dello spettacolo, che si sono spese per i diritti dei più deboli attraverso concerti ed esibizioni.
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Fiumi di miliardi di dollari che non sembrano aver intaccato per nulla il problema del sottosviluppo e della povertà endemica del Terzo Mondo. Anzi. E’ stato riscontrato che, dalla metà degli anni Novanta, circa 60 paesi in via di sviluppo siano diventati più poveri in termini di reddito pro-capite rispetto a 15 anni prima. Entro il 2030 i due terzi dei poveri di tutto il mondo proveranno dall’Africa.

L’Africa dunque è sempre più povera, ma di una povertà nuova rispetto a quella del passato coloniale. Il continente africano annovera infatti i paesi con i più alti livelli di disuguaglianza al mondo, in cui il divario tra una ristretta élite dedita al lusso e il resto della popolazione che vive in uno stato di miseria è abissale.
Dunque, cosa non ha funzionato? Dove sono finiti i fiumi di miliardi di dollari?
La risposta in realtà è alquanto intuitiva: hanno seguito la stessa corrente che trascina la ricchezza collettiva su scala mondiale. Sono finiti in conti offshore, hanno arricchito a dismisura élite locali consenzienti e complici dei grandi speculatori internazionali e soprattutto hanno arricchito loro, i Signori del debito. Dopo essere finita nella spirale micidiale dei prestiti per il pagamento del debito e degli interessi maturati su di esso a seguito della crisi del debito del 1982 che ha coinvolto i paesi del Terzo Mondo, l’Africa post coloniale ha definitivamente perso ogni possibilità di sviluppo. Si stima che per ogni dollaro preso a prestito da banche e organizzazioni finanziarie internazionali ne abbia restituiti 13! Un Piano Marshall al contrario, che ha dirottato i soldi stanziati per il Terzo Mondo verso i finanziatori del debito del Primo Mondo. La stessa depredazione da parte della finanza attraverso l’arma del debito che sta oggi asfissiando il nostro paese (in 20 anni abbiamo pagato ben 1700 miliardi di euro di soli interessi!).
Il passaggio dal colonialismo imperialista al post-colonialismo del debito è stato brutale per il Continente Nero e ha soffocato quei timidi tentativi di sviluppo economico nazionale avviati attraverso la politica di sostituzione delle importazioni. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale sono intervenuti attraverso i cosiddetti “programmi di aggiustamento strutturale” (PAS): in cambio di prestiti e assistenza hanno imposto il controllo economico, monetario e politico dell’Africa. Contravvenendo a ogni logica e a ogni esempio di percorso di sviluppo economico nazionale, hanno imposto l’apertura incondizionata alle liberalizzazioni e al libero scambio a paesi che non avevano ancora avviato la creazione di un tessuto industriale e produttivo su base locale. Il modello coercitivamente introdotto ha previsto l’utilizzo dei prestiti per incentivare le esportazioni, senza nessun investimento nello sviluppo tecnologico e del capitale umano, al fine di ottemperare gli oneri del debito. Sono state soppresse tutte le forme di protezionismo necessarie a tutelare l’economia locale e sfruttare le potenzialità di sviluppo industriale nazionale. Così in Ghana nel 2002 sono state abolite le tariffe sull’importazione di prodotti alimentari, con una conseguente impennata di importazioni di prodotti alimentari dall’Unione Europea, come i famosi scarti di pollo congelati che costano un terzo di quelli prodotti localmente. Nello Zambia l’abolizione dei dazi sulle importazioni dei capi di abbigliamento ha soffocato una piccola rete di ditte locali a favore delle importazioni dei capi di abbigliamento usati dall’Occidente.
I programmi del Fondo Monetario hanno inoltre imposto tagli alla spesa sanitaria e all’istruzione, i cui livelli erano già molto carenti, e la privatizzazione di servizi pubblici essenziali – come la fornitura idrica- in gran parte dei paesi.
Sebbene le due istituzioni di Bretton Woods (FMI e BM) abbiano spesso imputato la causa dell’evidente fallimento dei propri “piani di aggiustamento strutturale” al fenomeno radicato della corruzione dei governanti africani, il loro coinvolgimento è ineludibile. Così, nonostante fosse risaputa l’indole cleptomane di Mobutu nello Zaire, che rubò oltre la metà degli aiuti economici ricevuti dal paese, essi continuarono a concedergli prestiti. Non a caso i programmi di privatizzazione del Fondo Monetario sono altresì conosciuti come “programmi di tangentizzazione”.

Il presidente dell’ex Zaire (oggi Repubblica democratica del Congo) Mobutu

Gran parte di questi fondi sono finiti nelle offshore, dove una buona fetta dei trilioni di denaro sporco, che ogni anno vengono versati, provengono proprio dal Terzo Mondo. In questo immenso flusso di denaro “è stato stimato che almeno metà dei fondi presi in prestito dai principali debitori siano tornati indietro dalla porta di servizio, di solito nello stesso anno -se non nello stesso mese- in cui arrivano prestiti” (James S. Henry, “Where the money went”).
Non dobbiamo dunque stupirci se la povertà e il sottosviluppo dell’Africa sono peggiorati e se al flusso di denaro fanno seguito gli attuali flussi migratori di esseri umani. Il colonialismo mondiale del debito prevede anche questo.

Preso da: https://ilariabifarini.com/dove-sono-finiti-i-miliardi-di-dollari-degli-aiuti-allafrica/

Video

Costa d’Avorio: neocolonialismo francese e guerra

Cominceremo la pubblicazione di una serie di video documentari sull’imperialismo.

Oggi è la volta della Costa d’avorio e il colonialismo Francese. Da notare e comparare il format utilizzato, dai paesi occidentali… il format è sempre lo stesso. Armare un gruppo di ribelli per far salire un burattino prono al potere imperialista occidentale. Sembra di rivivere un film già visto, ogni volta. Osserviamo, studiamo e deduciamo. Buona Visione.

Il pregiudizio sulle popolazioni della Libia in epoca coloniale (parte 2 )

«Meglio non fidarsi»
La falsità era vista come costitutiva dell’intima essenza degli Arabi e l’insidia della bugia avrebbe senz’altro colto alla sprovvista il malcapitato italiano in Colonia:

«Con il cristiano […] mancano facilmente di parola e non si fanno scrupolo di mentire, [ed anche gli Ebrei libici], abbastanza solidali fra correligionari, non si fanno scrupolo d’ingannare l’europeo»59.

Con dovizia di esempi storici, si faceva risaltare l’accondiscendenza di facciata degli indigeni, velo di una perenne rivolta covante di nascosto60, perciò alle popolazioni dell’interno, “arretrate” ogni oltre tollerabilità e destinate al non invidiabile ruolo di oggetto di studio delle numerose “spedizioni scientifiche”, spettava il “titolo” di “infide e sospettose”, magari quando emissari dell’Ufficio Fondiario facevano visita alle loro proprietà con l’improbabile intenzione di ampliarle…61.
Del resto, l’azione prefascista in Colonia, sia per non aver tenuto conto dei dati essenziali della “psicologia indigena” che per averne incoraggiato vari “difetti”, si sarebbe rivelata totalmente negativa, suscitando un atteggiamento ostile da parte delle popolazioni locali, determinato dalla “diffidenza propria della razza”62.

Primitivi, quantomeno ingenui
Ma non è finita qui. Gli improvvisati psicologi di turno non potevano fare a meno di definire i Libici irrimediabilmente ingenui.
Alcune manifestazioni d’arte popolare locale, raffiguranti scene tratte da racconti, avrebbero dimostrato in maniera lampante l’ingenuità sia dei loro autori («Ingenua è la costruzione delle scene, scorretto il disegno”; “L’artista ha ingenuamente contrapposto alla nudità e alla mostruosa singolarità delle forme del genio il carattere umano ed eroico di Alì»), che del pubblico al quale erano destinate («È naturale che i quadretti siano oggetto di ingenua curiosità e attrattiva […] per una popolazione di cultura così primitiva, come quella della Tripolitania»63).
In pratica, si era dato dell'”ingenuo” a tutti Libici.
Non è poi difficile notare quanto questi luoghi comuni fossero strettamente legati l’uno all’altro, risultando così agevole scendere dall'”ingenuità” al “primitivismo”, giù giù fino all’inferiorità totale:

«Un movimento di lieta sorpresa desta la vista di queste rozze figurazioni, che colpiscono con l’inaspettato e col drammatico, e sono più accessibili, come tutto ciò che è leggenda e novella, al cuore dei popoli anche di civiltà inferiore»64.

Ad alcune etnie dell’interno –che più delle altre catalizzavano la curiosità dei nostri connazionali– non si davano poi molte chance di venir fuori da un’estrema arretratezza materiale e morale:

«Oggi specialmente, dopo la grande guerra, mentre gli arabi hanno fatto passi notevoli verso la civiltà, i fezzanesi sono rimasti più che mai primitivi, e chiusi nel loro ambiente vegetativo e inerte. Qualcuno che è riuscito a lanciarsi verso Tripoli o Tunisi, bruciando molte tappe nel suo cammino intellettuale, è riuscito ad impadronirsi persino dei segreti del motore a scoppio, pur rimanendo primitivo in tutto il resto: ma trattasi di casi sporadici»65.

Chi si fosse avventurato in una puntata verso le regioni desertiche, avrebbe certo potuto vivere situazioni a dir poco curiose:

«A Tegerhi, estremo presidio del Sud tripolino, il primo autocarro giunse nel 1930, poco dopo l’occupazione. I Tebbu del villaggio, che costituiscono l’aristocrazia locale, fecero un sommario esame del veicolo e lo classificarono senz’altro come un cammello di strano aspetto e di maggior potenza; gli offrirono quindi un cesto di datteri perché il motore, poveraccio, si potesse ristorare dopo la sfibrante traversata del deserto»66.

Anche in questo caso, l’indagine sul tema potrebbe condurci molto lontano; si può per il momento notare che questa fu una versione del mito dell'”indigeno fanciullo”, del “primitivo”, una vera e propria suggestione evoluzionistica messa in circolazione per fini unicamente pratici, di cui si erano serviti tutti i colonialismi67.

Conclusioni
Non possiamo certamente dire di aver esaurito in questa sede l’argomento, ma quel che ci interessava non era redigere una seppur interessante lista di “macchiette”, quanto dimostrare un atteggiamento diffuso in svariati settori della società italiana, dai più ignoranti a quelli maggiormente istruiti ed informati che, nella componente specialistica, della psicologizzazione dei colonizzati avevano fatto talvolta un mestiere. Basti pensare alle relazioni congressuali in cui si esponeva con spavalderia (e in poche pagine) la cosiddetta «psicologia arabo-berbera», per non tacere di scritti a metà tra lo scientifico e l’esotico dove disquisire sull’«anima degli Arabi» non era poi tanto difficile.
Questo, dunque, quel che in Italia si pensava –in buona o in cattiva fede non importa– delle popolazioni della Libia; il fatto importante è che per molti questi scritti risultavano l’unico strumento, l’indispensabile ausilio preliminare per avviarsi alla conoscenza della realtà autoctona della Colonia.

Ora, su una realtà adeguatamente addomesticata (ed esorcizzata)68, si muoveva massicciamente con le “truppe d’assalto” di quella che ipocritamente –perché trasudante moralismo– fu chiamata la «missione civilizzatrice»; a nostro vedere, sussiste un evidente parallelismo tra i luoghi comuni sugli Arabi (e più in generale sui popoli da colonizzare) e la scelta dei settori in cui si dispiegò la «missione di civiltà». «Si ha a che fare con degli scanzafatiche? Che li si metta a lavorare!»69 «Sono sporchi?70 Educhiamoli al sapone (anche metaforico, cioè quello che toglie la patina di “vecchiume” e di obsolescenza)». «Sono fanatici? Volgiamo questo difetto a nostro vantaggio facendoli combattere per noi in Etiopia». Se al Convegno Volta del ’39 dal titolo “L’Africa” si celebrava l’ormai scarsa diffusione in Colonia della “rassegnazione” e del “fatalismo musulmano”, era segno che la “terapia” stava dando i suoi frutti.

Un’ultima considerazione. L’aver dedicato queste pagine al tema del pregiudizio sugli Arabi credendo nella loro opportunità mentre tutto un universo culturale è sottoposto ai fuochi di fila del pregiudizio e dell’ostilità preconcetta, non significa affatto ritenere che «tutto il mondo è paese». I popoli hanno effettivamente caratteri differenti, in buona parte determinati dall’osservanza dei modelli di civiltà da essi adottati; è allorché le tendenze a generalizzare e a semplificare prendono il sopravvento, giungendo alla deformazione vera e propria, che invece ci troviamo nel campo del pregiudizio, che altro non è se non frutto dell’ignoranza; al contrario, il contatto e la frequentazione diretta –senza per questo dover forzatamente rimanere entusiasti di tutto e tutti– di genti e luoghi, ci garantiscono un’idea dai contorni meglio definiti. Si può e si deve comprendere, anche senza condividere; questo per evitare facili irenismi ed esaltazioni.
Chi vorrà accontentarsi di stereotipi, sappia però che –malgrado i suoi roboanti proclami– mal celerà la sua insicurezza e la sua puerile autoconvinzione di “marciare” nella direzione giusta. Il luogo comune serve in realtà a scacciare dei fantasmi, a riversare sugli altri tutto quel che si detesta o si ritiene possa incrinare un fragile castello di certezze di carta.

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Note
1- L’ultima frontiera di un discorso mirato ad educare l’Altro è quella dello “sviluppo”. Cfr. G. RIST, Lo sviluppo. Storia di una credenza occidentale, (trad. it.) Bollati Boringhieri, Torino 1997. torna al testo ^

2- Un’indagine a più ampio raggio ci porterebbe a “scoprire” che molti di quei luoghi comuni venivano rifilati con estrema disinvoltura anche ad altri popoli colonizzati; si pensi ai caratteri degli orientali (gli stessi che vedremo attribuiti ai Libici) secondo Lord Cromer, il plenipotenziario inglese in Egitto: imprecisione (mente mancante di simmetria), ingenuità, mancanza di energia, e di iniziativa, spirito intrigante, mendacia, pigrizia, diffidenza. Cfr. E. Said, Orientalismo, (trad. it.) Bollati Boringhieri, Torino 1991, p. 40. torna al testo ^

3- Sulle distorsioni che in sede d’interpretazione della religione dell’Islam si produssero nel campo degli studi specialistici cfr. il nostro L’oggetto misterioso. L’immagine dell’Islàm nell’Italia tra le due guerre mondiali, «Africana», V, 1999, pp. 97-113, adesso consultabile anche sul sito EstOvest all’indirizzo http://www.estovest.net/storia/immagine_islam.html torna al testo ^

4- La degradazione che la nozione di “fato” ha subito in Occidente è ben spiegata in J. EVOLA, L’arco e la clava, Scheiwiller, Milano 1971, pp. 45-50. torna al testo ^

5- E. Petragnani, Il Sahara tripolitano, Sindacato Arti Grafiche, Roma 1928, p. 141, nota 3. torna al testo ^

6- L’Ordine religioso-militare della Sanûsiyya, radicato essenzialmente in Cirenaica, costituì il principale baluardo contro la conquista italiana della Libia. Da una bibliografia piuttosto nutrita, consigliamo l’ottimo E. E. Evans-Pritchard, Colonialismo e resistenza religiosa nell’Africa settentrionale. I Senussi di Cirenaica, (trad. it.) Ed. del Prisma, Catania 1979. torna al testo ^

7- La prigionia non era stata affatto dura, mentre si sa delle differenti e difficili condizioni dei prigionieri libici. Vedi C. Moffa, I deportati libici della guerra 1911-12, in «Rivista di Storia Contemporanea», 1, 1990, pp. 32-56. torna al testo ^

8- E. Petragnani, op. cit., p. 142. torna al testo ^

9- F. Schuon, Comprendere l’Islam, (trad. it.) SE, Milano 1989, pp. 66-67. L’Islam è per l’Autore anche la religione dell’equilibrio, ed ecco come vi si inserisce il “fatalismo”: «L’anima in cerca di Dio deve lottare. […] Ma questa lotta è soltanto un aspetto del mondo, essa svanisce con il piano al quale appartiene; per questo tutto il Corano è pervaso da un tono di possente serenità. Dal punto di vista psicologico, diremo che la combattività del musulmano è compensata dal fatalismo. […] Praticare l’Islam, a qualsiasi livello, significa riposarsi nello sforzo». Ivi, p. 54.
Inna ‘llâhu ma’a ‘s-sâbirîn (Invero Dio è con coloro che perseverano), recita il Corano (II, 153); Sabr è la pazienza, la tolleranza intesa nel suo significato originario. torna al testo ^

10- L’abusata traduzione del termine “Islâm” con «rassegnazione», «sottomissione al volere di Dio», da cui deriverebbe un «fatalismo» caratteristico appunto del mondo arabo-musulmano, non rende affatto – senza alcuna spiegazione ulteriore – il significato che il musulmano gli attribuisce, ovvero l’azione cosciente e attiva del mu’min (il credente) per mettersi in sintonia con il volere divino. È perciò fondamentale, per poter parlare di «sottomissione al volere di Dio» senza incorrere in fraintendimenti, tener presente l’atto di consapevolezza e di scelta da parte dell’uomo che accetta volontariamente il decreto divino, e che in virtù di questo abbandono fiducioso può dirsi muslim (musulmano). torna al testo ^

11- E. De renzi, Nozioni sull’Islam, con speciale riguardo alla Tripolitania, Tipolitografia del Governo, Tripoli 1918, p. 42. Il “fatalismo”, tranne alcune eccezioni, avrebbe inoltre contraddistinto l’intera storia dell’Islam. Cfr. M. GUIDI, Aspetti e problemi del mondo islamico, Settimo Sigillo, Roma 1990 (ediz. orig. I.N.C.F., Roma 1937), p. 29. torna al testo ^

12- M. Baratta, L. Visintin, Atlante delle colonie italiane, De Agostini, Novara 1928, introduzione. torna al testo ^

13- Roghi di bandiere israeliane e americane, concitate manifestazioni in occasione di funerali di attivisti islamici, donne velate che brandiscono fucili: sono solo alcune delle immagini artatamente trasmesse ogni qualvolta avviene una crisi in Medio Oriente. Sul fatto che anche a quelle latitudini vi siano degli esagitati siamo tutti d’accordo, ma è anche vero che una “informazione” di questo tipo produce l’effetto di far perdurare certi pregiudizi. La questione del cosiddetto «fondamentalismo islamico» fornisce poi ad alcuni il pretesto per fortificarsi in determinate prese di posizione, e non è un caso che i “fanatici” di parte avversa vengano definiti, in maniera più sfumata, “ultra-ortodossi” e non “integralisti”, termine quest’ultimo già squalificante in partenza (si pensi al più noto “fascista”). torna al testo ^

14- Bourbon del Monte di Santa Maria, L’Islamismo e la Confraternita dei Senussi, Tipografia dell’Unione Arti Grafiche, Città di Castello 1912, p. 86. torna al testo ^

15- Ivi, p. 198 (cfr. anche pp. 192-198). Per una preoccupazione viva anche ai nostri giorni vedi V. Fiorani Piacentini, Il pensiero militare nel mondo musulmano, Centro Militare di Studi Strategici, Roma 1991, pp. 129-155. Ascoltiamo il parere di un dotto musulmano, neppure dei più “moderati”, secondo il quale il jihâd è obbligatorio per tutti i musulmani solo in caso di aggressione da parte di non-musulmani. In tale evenienza «colui che si sottrae al gihâd è un peccatore. Si può ben dubitare della sua fede islamica. […] Tutte le sue ‘ibâdât e tutte le sue orazioni non sono che un inganno, non sono che una vana finzione di devozione». A. A. Mawdûdî, Conoscere l’Islam, (trad. it.) Ed. Mediterranee, Roma 1977, p. 120. Sul jihâd si veda anche A proposito del concetto di «jihàd», Appendice 9 a Il Corano (Cura e traduzione di H. R. Piccardo, revisione e controllo dottrinale Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia), Newton & Compton, Roma 1996, pp. 582-583: «Allah dice: “Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite. Ebbene, è possibile che abbiate avversione per qualcosa che invece è un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece vi è nociva. Allah sa e voi non sapete” (II, 216)». La guerra deve perciò essere dichiarata ogni qualvolta dei Musulmani si trovino coinvolti in uno stato di fitna (persecuzione), il quale può essere definito così: «Tutti i fenomeni, i comportamenti e le intenzioni connessi a persecuzione, sedizione, sovversione, scandalo, vizio, inquinamento, corruzione, discordia, disordine, disobbedienza, ribellione, contro Allah, le Sue leggi, le Sue creature”. Ivi, p. 49, nota 153. Tuttavia nel Corano (II, 193) è scritto: &quo;Combatteteli finché non ci sia più persecuzione e il culto sia (reso solo) ad Allah. Se desistono, non ci sia ostilità, a parte contro coloro che perseverano”. Difatti “non è la distruzione del nemico l’obiettivo dei credenti, ma la cessazione della fitna […], escludendo in seguito qualsiasi genere di rappresaglia». Ivi, p. 49, nota 154. torna al testo ^

16- Comunicato Stefani del 28 ott. 1911, cit. in Aa. Vv., La formazione dell’Impero Coloniale Italiano, F.lli Trèves, Milano 1938 (3 voll.), vol. I, p. 295. torna al testo ^

17- Bourbon del Monte di Santa Maria, op. cit., p.111. torna al testo ^

18- Aa. Vv., La formazione dell’Impero Coloniale Italiano, op. cit., vol. I, p. 522. torna al testo ^

19- Ivi, pp. 327-328. torna al testo ^

20- R. Sertoli Salis, Imperi e colonizzazioni, I.S.P.I., Milano 1942, pp. 68 e 75. torna al testo ^

21- A. Malvezzi, L’Italia e l’Islam in Libia, F.lli Trèves, Milano 1913, p. 26. In un certo senso, l’Autore aveva colto nel segno. Un musulmano s’intende senz’altro meglio con un non musulmano aderente alla propria tradizione, che non con un individuo senza alcun legame con essa, vale a dire «l’indifferente, il libero pensatore, l’ateo». torna al testo ^

22- R. Tritonj, Asia ed Europa, in «Oriente Moderno», a. XII, n. 12, dic. 1932, pp. 565-575. torna al testo ^

23- A. Piccioli (a cura di), La nuova Italia d’Oltremare, Mondadori, Milano 1933 (2 voll.), vol. I, p. 22. Un simile ragionamento era debitore dell’immagine di un Oriente perennemente governato da tiranni: «Nella quasi assoluta maggioranza gli Asiatici esaltano e rispettano la volontà dell’autocrate sì come legittima». R. Tritonj, Asia ed Europa, art. cit., p. 568. Notiamo che anche gli Africani potevano risultare sensibili solo alla forza (cfr. G. Leclerc, Antropologia e colonialismo, (trad. it.) Jaca Book, Milano 1973, p. 19), ed è facile capire come anche in questo caso si trattasse di immagini stereotipate mantenute grazie ad appositi studi “dimostrativi”.
Angelo Piccioli, funzionario coloniale attivissimo nel diffondere la già citata “coscienza coloniale”, fu protagonista di un’attività editoriale veramente imperterrita, essenzialmente mirata a convincere i lettori dei miracolosi frutti della «missione di civiltà» fatta di scuole, ospedali, strade, turismo, ecc. torna al testo ^

24- Aa. Vv., La formazione…cit., vol. I, pp. 307-308. torna al testo ^

25- D. Lombardo, Cirenaica del IV e del XX secolo, in «L’Illustrazone Coloniale», a. XVII, n. 1, gen. 1935, p. 29. torna al testo ^

26- A. Fantoli, Guida della Libia del T.C.I., Milano 1923 (2 voll.), vol. I, p. 20 (avvertenze e informazioni). Certe idee fisse circolavano davvero a tutti i livelli della società metropolitana e non risparmiavano quindi neppure il direttore degli Osservatori Metereologici della Tripolitania. torna al testo ^

27- «Le popolazioni africane, e in ispecie quelle dell’Africa del Nord, valutano la potenza di una Nazione europea anche in base a quella somma di capacità politiche ed economiche, che viene espressa dal complesso di tutti i rami della produzione». Aa. Vv., La formazione…cit., vol. I, p. 529. torna al testo ^

28- A. Piccioli (a cura di), op. cit., vol. II, p. 862. torna al testo ^

29- Giorgio Vercellin ha dedicato un lungo articolo al «leit-motiv secondo il quale gli Arabi sarebbero un “popolo lussurioso”». Harem e lussuria nel pregiudizio occidentale verso gli Arabi, in «Islam, storia e civiltà», VIII, n. 3, lug.-set. 1989, pp. 177-193. torna al testo ^

30- A. Benedetti, Nella conquistata Mecca della Senussia, la fuga dei tirannelli e le infide proteste di devozione, «Corriere della Sera», 28 gen. 1931. Anche Badoglio considerava i componenti della famiglia senussita dei degenerati. Cfr. Santarelli, Rochat, Rainero, Goglia, Omar al-Mukhtar e la riconquista fascista della Libia, Marzorati, Milano 1981, p. 89. torna al testo ^

31- F. Lattanzio, O. Besesti, Nostre terre d’Oltremare. Brevi cenni storici, geografici, politici ed economici per la gioventù studiosa, Cappelli, Bologna 1936, p. 43. torna al testo ^

32- E. De Renzi, Nozioni sull’Islam, con speciale riguardo alla Tripolitania, op. cit., p. 4. torna al testo ^

33- Bourbon del Monte di Santa Maria, op. cit., p. 111. torna al testo ^

34- Cfr. P. Villari, prefaz. a A. Malvezzi, op. cit., pp. VII-XXIV. torna al testo ^

35- Per la convinzione secondo cui il contatto e lo studio dell’Europa potevano mitigare alcuni “vizi” orientali, cfr. A. Malvezzi, op. cit., p. 174. torna al testo ^

36- Bourbon del Monte di Santa Maria, L’Islamismo e la confraternita dei Senussi, op. cit., p. 215. Edward Said ha osservato come il colonialismo portò a compimento l’idea «di un’Europa destinata a insegnare agli orientali il significato della libertà, concetto che si supponeva che questi ultimi, e specialmente i musulmani [in ragione del “legalismo” islamico?], ignorassero completamente». E. Said, Orientalismo, op. cit., p. 183. torna al testo ^

37- Cfr. A. Fantoli, Guida della Libia del T.C.I., vol. I, pp. 19-20. La diversa percezione del tempo da parte degli Arabi si riflette in un’esistenza sicuramente meno agitata di quella proposta dal modello dominante in Occidente: generalmente non sono interessati ai tempi di percorrenza ad es. di un autobus; si può chiedere più volte e ci verrà data un’informazione spesso diversa. È un dato che, il più delle volte, non interessa loro. Si comprende invece come a degli occidentali entusiasti della loro civiltà e dei suoi orari così esatti, tutto ciò risulti particolarmente fastidioso. torna al testo ^

38- A. Malvezzi, op. cit., pp. 23 e 25. torna al testo ^

39- F. Serra, Il viaggio del Re in Cirenaica, «L’Illustrazione Italiana», 23 apr. 1933, pp. 614-616. torna al testo ^

40- «Si incendiavano cantieri di lavoro, si interrompevano linee telegrafiche e telefoniche» …degli invasori. R. Ciasca, Storia coloniale dell’Italia contemporanea, Hoepli, Milano 1938, p. 423. torna al testo ^

41- «Il motivo dell'”attacco a tradimento” è un vero e proprio topos dell’immaginario coloniale italiano e coloniale tout court. Ogni qual volta gli africani attaccano di sorpresa o alle spalle, cosa che ogni buon comandante cerca di fare in guerra, vengono considerati traditori. Nella guerra di Libia 1911-1912 si diffuse l’immagine del perfido beduino, così come cara ad una tradizione coloniale britannica era la figura del perfido afgano». L. Goglia, Le cartoline illustrate italiane della guerra etiopica 1935-1936: il negro nemico selvaggio e il trionfo della civiltà di Roma, in Regione Emilia Romagna — Soprintendenza per i Beni librari e documentari (a cura del Centro F. Jesi), La menzogna della razza, Grafis Edizioni, Bologna 1994, p. 30. torna al testo ^

42- A. Piccioli (a cura di), La nuova Italia d’Oltremare, op. cit., vol. I, p. 121. torna al testo ^

43- F. Beguinot, voce Berberi, Enciclopedia Italiana, vol. VI, Roma 1930, p. 686. torna al testo ^

44- L. Cipriani, Visioni della Libia rigogliosa, «Il Corriere della Sera», 7 mar. 1933. torna al testo ^

45- Cit. in F. Beguinot, voce Libia, Enciclopedia Italiana, vol. XXI, Roma 1934, p. 60. torna al testo ^

46- A. Malvezzi, op. cit., p. 136. torna al testo ^

47- Il termine Tebu riunisce due gruppi linguistici costituiti dai parlanti daza e teda. I primi, attualmente circa 220.000, abitano le distese di pascoli a sud del massiccio del Tibesti, i secondi (circa 15.000), dominano invece le aree montuose. Cfr. R. Schulze, Il mondo islamico nel XX secolo. Politica e società civile, (trad. it.) Feltrinelli, Milano 1998, p. 369. torna al testo ^

48- Cfr. E. Silvani, Il Tibesti e i suoi abitatori, in «Le Vie del Mondo», a. VIII, n. 2, feb. 1940, pp. 113-124, in cui si narra come la tribù dominante si fosse assicurata il diritto di fornire il Dardè (Sultano) solo grazie ad un’astuzia nei confronti delle altre tribù. Resta da chiedersi – come regola generale per non scadere nel pregiudizio – se ciò che a noi può apparire scaltrezza, per altri non possa assumere tutto un altro significato; inoltre, ammesso che la tradizione locale fosse effettivamente colta nel suo significato negativo, rimane il dubbio sul perché non se ne citassero altre in grado di porre in risalto qualità riconosciute come positive dal lettore italiano. torna al testo ^

49- Cfr. A. Piccioli (a cura di), op. cit., vol. I, p. 612, nota. Greci e Romani avrebbero costituito l’esatto opposto in termini di attività, ma la loro considerazione negativa del lavoro era accuratamente taciuta. «Presso i Greci il lavoro –che spettava esclusivamente agli schiavi– era sentito come pena e dolore: prova ne sia che il termine greco che esprime l’idea del lavoro, è ponos, che ha la stessa radice della parola latina poena, che in italiano significa “pena”, “sforzo”, “fatica”. Una tale considerazione negativa del lavoro nasceva dalla consapevolezza che le operazioni materiali pongono inevitabilmente l’uomo in contatto con gli oggetti o con il mondo di fenomeni, proibendogli così di dedicarsi nella profondità del proprio animo alla ricerca della verità. L’opinione che il Greco ed il Romano avevano del lavoro non era diversa da quella relativa all’opulenza». C. Ferri, Il feticcio “lavoro” e le sue vittime, Edizioni di Ar, Padova 1991, p. 38. torna al testo ^

50- A. Piccioli (a cura di), op. cit., vol. II, p. 964. torna al testo ^

51- R. Paribeni, Testimonianze di Roma in Libia, in «Nuova Antologia», n. 1559, 1 mar. 1937, pp. 78-83 (cit. p. 78). torna al testo ^

52- Aa. Vv., La formazione dell’Impero Coloniale Italiano, op. cit., vol. I, p. 522. torna al testo ^

53- L. Cipriani, Razze e costumi del Fezzan, «Il Corriere della Sera», 2 mar. 1933. torna al testo ^

54- P. E. D’Emilio, Il Tibesti, «L’Illustrazione Italiana», 8 gen. 1939, pp. 55-56. torna al testo ^

55- M. Essad Bey, Maometto, (trad. it.) Bemporad, Firenze 1935, p. 4. torna al testo ^

56- F. Lattanzio, O. Besesti, Nostre terre d’Oltremare, op. cit., p. 42. torna al testo ^

57- Persino dopo la fine del dominio diretto – venendosi ad aggiungere l’irritazione per quel che si era perso – questa convinzione continuò a fare presa: «[I Garianesi] portano i segni di una desolazione che prima ancora di essere materiale, sembra consumare lo spirito, intaccarlo ed assopirlo». E. Cione, Fascino del mondo arabo, Cappelli, Bologna 1962, p. 59. Il Gariàn, zona ad altopiano della Tripolitania orientale, fu sede di uno dei primi insediamenti di coloni italiani dediti alla coltura del tabacco. torna al testo ^

58- A. Fantoli, op. cit., vol. I, p. 27. torna al testo ^

59- A. Fantoli, Guida della Libia del T.C.I., op. cit., vol. I, pp. 27 e 25. torna al testo ^

60- Cfr. Aa. Vv., La formazione…cit., vol. I, p. 327. torna al testo ^

61- Cfr. A. Piccioli (a cura di), op. cit., vol. I, p. 540. torna al testo ^

62- E. Brotto, Pacifico rifiorire della Cirenaica, «Il Corriere della Sera», 7 ott. 1933. torna al testo ^

63- G. Crisolito, Spunti di folklore in Tripolitania, in «Rivista delle Colonie», 1930, pp. 729-733 (cit. pp. 129-130). torna al testo ^

64- Ivi, p. 729. torna al testo ^

65- E. Petragnani, Il Sahara tripolitano, op. cit., p. 139. L’Autore credeva poi opportuno di ragguagliare il lettore sul carattere dei fezzanesi, un vero cocktail dei luoghi comuni che abbiamo già passato in rassegna: «Poca o nessuna volontà di lavorare; intelligenza primitiva, seppur abbastanza vivace ed assimilatrice; apatia; generosità impulsiva; spirito di rassegnazione stupefacente; nessun spirito combattivo; profonda immoralità». Ivi, p. 146. torna al testo ^

66- P. Caccia Dominioni, Ricognizione a Tummo nel Sahara, «Il Corriere della Sera», 24 mar. 1932. torna al testo ^

67- «La grande saga dei popoli bambini, creduli, capricciosi o versatili giustifica la missione dei popoli civili: gli africani, gli asiatici, gli arabi hanno troppo bisogno dei nostri lumi perché li abbandoniamo alla loro sorte». P. Bruckner, Il singhiozzo dell’uomo bianco, (trad. it.) Longanesi, Milano 1984, p. 188. Di seguito, riferendosi ad un tipo di “terzomondismo”, l’Autore spiega come a seconda della convenienza possano essere invertiti i termini della questione: «Ma non è un caso nemmeno se, nella nostra epoca in cui “la pedagogia è divenuta teologia”, si affida al bambino l’incarico opposto, quello di istruire l’adulto, così come le società primitive si vedono conferire la missione di guidare il mondo civilizzato. Questa tendenza moderna a considerare la maturità come una decadenza che non ha saputo mantenere le promesse della giovane età è l’esatto corrispettivo dell’adulazione del Sud presentato come unico avvenire del Nord» (ibidem). Dunque, “primitivi” o no, a seconda degli obiettivi. Che il concetto di “primitivismo”, con i suoi sviluppi, abbia avallato numerosi atteggiamenti dell’epoca moderna –non solo in ambito coloniale– è poi messo in luce in J. Evola, Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, Edizioni Mediterranee, Roma 1990, pp. 147-155. torna al testo ^

68- «La rappresentazione europea di musulmani, ottomani o arabi fu sempre anche un modo di controllare il misterioso, minaccioso Oriente». E. Said, op. cit., p. 64. torna al testo ^

69- Le opere pubbliche impiegarono moltissima manodopera locale sottopagata, ma anche il regime dei lavori forzati –piuttosto che la galera– avrebbe «educato al lavoro». Alle Fiere Campionarie i Libici avrebbero infine osservato i risultati del «lavoro italiano», diametralmente opposti «alla avversione e alla pigrizia degli arabi e dei berberi». F. Sapori, La VII Mostra Interafricana di Tripoli, «L’Illustrazione Italiana», 26 mar. 1933, pp. 470-471. torna al testo ^

70- «Magari prima di decidere l’acquisto stanno lì a discutere sul soldo e toccano e palpano ben bene tutte quante le paste per trovar quella che li soddisfi: ma ciò non conta, perché presto ci si fa l’abitudine e se lo stomaco è buono si può mangiare tranquillamente». E. Emanuelli, Elogio di una piccola ferrovia, «L’Illustrazione Italiana», 28 gen. 1934, p. 131. torna al testo ^

Enrico Galoppini

preso da: http://www.estovest.net/storia/pregiudizio.html

Il pregiudizio sulle popolazioni della Libia in epoca coloniale (parte 1)

Uno strumento al servizio della «missione di civiltà»
di Enrico Galoppini

Introduzione
La lettura di pubblicazioni risalenti agli anni della presenza italiana in Libia, trasmettendoci in parte –meglio di quanto possa fare la posteriore storiografia specialistica– il “sentire” di chi quelle pagine scrisse, ci ha indotto a riflettere sul ruolo del pregiudizio nel mondo occidentale moderno, in particolare di quello sugli Arabi ed i Musulmani.
Non del tutto a prescindere dalle differenti fasi in cui si articolò quella presenza, il trentennio 1911-1943 vide una crescente proliferazione di una “letteratura coloniale” tra i cui compiti vi era quello dichiarato di diffondere una sempre latitante “coscienza”, appunto, coloniale. Per chiunque avesse voluto saperne di più sulla Libia e le sue popolazioni, essa costituiva una base di sicure conoscenze, un sapere diffuso il quale forniva gli “occhiali” che il lettore avrebbe potuto “inforcare” al momento di partire per la “quarta sponda» in veste di funzionario coloniale (il tipico autore di questo genere di letteratura) o di semplice turista. Il più delle volte (non a caso) si trattava di opere celebrative dell’azione svolta dai nostri connazionali in Colonia (con gli “indigeni” a far da sfondo), ragion per cui le informazioni contenutevi –non di rado preziose– vanno prese con la debita cautela, soprattutto per quanto concerne l’aspetto storico-politico. Per altri versi esse mettono invece in risalto una mentalità comune, un vero e proprio credo con i suoi dogmi essenziali ed accessori, che negli scritti d’argomento coloniale trovava infinite occasioni d’essere professato e che gli esperti di materie coloniali, cantori della vera “civiltà” da contrapporre alla “barbarie” (di volta in volta asiatica, orientale eccetera), abbracciavano entusiasticamente.
Era, per dirla in breve, sia che si scrivesse nell'”Italietta” giolittiana o negli anni del «rinnovato Impero di Roma», la già stagionata credenza nel “Progresso” –quello con la “P” maiuscola– che viveva in Colonia e nelle pagine ad essa dedicate una seconda ed insperata giovinezza. Messa in soffitta in patria dall’impeto polemico fascista, ma forse semplicemente dissimulata, nelle terre “d’Oltremare” tornava prepotentemente come irrinunciabile corredo ideologico di quella che –al di là degli accorgimenti lessicali1– da secoli rappresenta pressappoco l’unica modalità che l’Occidente ritiene di adottare nel confronto con le altre culture: la «missione di civiltà».

A giustificazione di un così impegnativo compito (che tra l’altro mai i diretti interessati avevano richiesto) si confezionò l’immagine di popolazioni tarate da innumerevoli vizi, riassumibili nel fatto che mai e poi mai, senza la nostra guida, avrebbero potuto incamminarsi verso i benefici del cosiddetto «mondo civile». Ecco quindi che nel presentare al pubblico italiano le popolazioni della Libia, la creazione dello stereotipo dell’indigeno, di un individuo artificiale “colpevole” di aver plasmato un mondo completamente da rifare, forniva agli Italiani l’onere di ridare ossigeno ad una terra, a loro dire, in piena asfissia.
Tuttavia, alla base di tutto questo vi erano alcuni equivoci di fondo, persino di “metodo”. Se da una parte l’opera dei colonizzatori si riprometteva di cambiare tutto in meglio, non si capisce come e quando i luoghi comuni sulle popolazioni della Libia sarebbero scomparsi. Vogliamo dire che anche una volta conquistate completamente le popolazioni autoctone al nostro punto di vista intellettuale («morale», si diceva), nulla lascia pensare che la scorta di immagini preconfezionate da cui attingere di volta in volta sarebbe stata messa da parte.
La verità è che i Libici e l’Islàm dovevano risultare inferiori a tutti i costi. Difatti, addirittura coloro che collaboravano con gli Italiani non potevano sperare di scrollarsi di dosso certi “abiti” confezionati appositamente per la gente a cui appartenevano: al massimo, determinate caratteristiche assegnate loro dagli Italiani potevano in tal caso assumere un segno positivo.

Ma quel che è più curioso è che mentre in Occidente la psicologia moderna dettava i caratteri dell’uomo in generale dopo aver osservato –si badi bene– solo degli occidentali, in Libia, viste le necessità d’ordine pratico, poteva bastare una sfilza di luoghi comuni, in modo da marcare l’incolmabile differenza tra «noi» e «loro»2; dunque, uomo in generale o diverse umanità, a seconda della convenienza.
Per mezzo di appositi studi “dimostrativi” venne così a prendere forma l’immagine di un tipo umano caratterialmente inferiore, la cui mentalità sarebbe stata costituita da tratti distintivi ovviamente giudicabili –dal più ampio numero di persone possibile– in termini negativi.

Ma la cosa più importante, a nostro avviso, è che quanto andiamo ad illustrare ci sembra necessario per comprendere come alla realizzazione della «missione di civiltà» –una delle ragioni d’essere di ogni colonialismo e non una semplice appendice filantropica– si aspirasse di giungere grazie al costante mantenimento di un clima adatto. Alla creazione di tale clima contribuì non poco l’artificiosa unilateralità dell’immagine delle popolazioni della Libia.
Il prodotto di quest’opera paziente, autoriproducentesi, e della quale ciascun contributo amplificava gli effetti, era l’immagine di un suddito coloniale molle e moralmente inconsistente, finanche in grado di compiere le più aberranti bassezze.

La psicologizzazione dell’indigeno
Se per un verso, il compito di ridurre la tradizione islamica entro i rigidi ed inappropriati schemi dell’indagine scientifica risultava esclusivo appannaggio degli studiosi d’islamistica3, al “puzzle” della psicologia media del Libico (variamente indicato come «arabo», «berbero» «beduino», «orientale») si giocava di preferenza nell’ambito di scritti direttamente attinenti alla nostra Colonia.
Numerosi riferimenti all’orizzonte spirituale del musulmano, al suo modo di rapportarsi con l’esistenza, in poche parole alla sua visione del mondo in quanto musulmano, apparvero sulle pubblicazioni più diffuse in materia. In questo modo si scivolò spesso e volentieri verso uno psicologismo semplicistico che si compiaceva di sviscerare le attitudini mentali dei Libici, in buona parte ascrivibili, secondo quest’ottica, al fatto di professare l’Islàm, una religione che avrebbe ricevuto tutti i suoi aspetti “positivi” (cioè graditi) dal Cristianesimo, mentre quelli “negativi” (sgraditi) non avrebbero rappresentato altro che segni di una manifesta inferiorità.
Il viaggio che ora effettueremo attraverso i più diffusi luoghi comuni sugli abitanti della Libia in epoca coloniale sarà anche l’occasione per il lettore di operare un confronto con i nostri giorni: è davvero cambiato il nostro atteggiamento nei confronti degli Arabi e dei Musulmani?

Prigionieri del fato
Un carattere ancor oggi affibbiato ai Musulmani da parte di molti occidentali è quello del fatalismo; si tratta di un pregiudizio duro a morire, le cui radici potrebbero essere rintracciate in quella percezione “superomistica” che la civiltà moderna ha di sé e che porta ad individuare del “fatalismo” ovunque non si scorga una pari volontà di dominio sul mondo. Non è poi da sottovalutare l’influenza della nozione moderna del fato, percepito come una potenza oscura e cieca4.

«La frase kan maktùb o, il semplice participio passato maktùb (scritto) riassume il fatalismo musulmano. Dio –secondo la religione islamica– s’interessa di tutto quello che succede nel mondo (dènia), ed un angelo, nel più alto dei cieli “scrive” le azioni degli uomini e le decisioni della divinità. “Ogni cosa è scritta presso Dio” = kull scèi maktùb and Allah. Nulla deve sorprendere il credente (el-Mùmen): venga la gioia, venga il dolore, bisogna dire: kan maktùb! Con la pronunzia di questa frase il musulmano ha il dovere di rassegnarsi nelle avversità”5.

Lo stesso autore di queste frasi, che, giova ricordarlo, era stato prigioniero dei Senussi6 ed aveva avuto modo di conoscerli piuttosto bene7, attribuiva agli abitanti del Fezzàn (il sud libico) una

«stoica, ammirevole dedizione ad una fatalità che li domina e li opprime»8.

Frithjof Schuon ha ben spiegato in che cosa consista questo “fatalismo” che, per la maggior parte degli occidentali, rimanda alla nota formula In shâ’a ‘llâh:

«Con tale enunciazione, il musulmano riconosce la sua dipendenza, la sua debolezza, la sua ignoranza di fronte a Dio e abdica nello stesso tempo a ogni pretesa passionale; è essenzialmente la formula della serenità. Significa parimenti affermare che il termine di tutte le cose è Dio, che egli è il solo esito assolutamente certo della nostra esistenza; non c’è futuro al di fuori di Lui. […] Il “fatalismo” musulmano, la cui fondatezza è corroborata dal fatto che si accorda perfettamente con l’attività –come è provato dalla storia– […] è la conseguenza logica della concezione fondamentale dell’Islam, secondo la quale tutto dipende da Dio e ritorna a Lui»9.

Che questo fatalismo derivasse dalla religione10, e precisamente da un malinteso principio della predestinazione, talvolta veniva espresso a chiare lettere; per di più, ad esso si amava giustapporre altre consuete peculiarità del musulmano medio e degli Arabi, come logica conseguenza

«[dell’] imperio di quel cieco fatalismo che costituisce una delle più spiccate caratteristiche della loro mentalità e che trova fondamento in altri fattori psicologici, quali l’apatia, l’indifferenza, l’imprevidenza, che più segnatamente differenziano i popoli semiti che professano l’Islam»11.

Questa caratteristica, tra le altre, era additata poi come una delle cause principali di un processo che avrebbe condotto ad un'”arretratezza” che avrebbe trovato numerose “conferme” attraverso gli studi antropologici. Era quindi del tutto ovvio che le attività dei Libici intraprese prima dell’arrivo degli Italiani fossero marchiate da una «mentalità fatalistica» che avrebbe conosciuto «la sottomissione, non la lotta contro le difficoltà della natura»12.

Fanatici guerrafondai
Il fanatismo è un altro difetto imputato solitamente agli Arabi e/o ai Musulmani, ed il termine “fanatico” –per noi rivestendo un’accezione negativa– viene a tutt’oggi associato alla religione islamica13. La cosa è piuttosto curiosa, se si pensa alla vera e propria gazzarra ideologica scatenatasi in Europa negli ultimi due secoli che, in fatto di fanatismo, ne ha prodotte di tutti i colori.
È un fatto però che ci si sentiva in dovere di ricordare «la venerazione fanatica che l’arabo ed il musulmano in generale, nutrono per Maometto e per la sua dottrina»14.

Conseguenza naturale sarebbe stata la tanto temuta “guerra santa”, facile ad essere realizzata da parte di «falsi profeti, che con la parola ardente, in nome della religione e di Maometto trascinano le masse fanatizzanti»15.

Durante i primi giorni dello sbarco a Tripoli, circolava il timore che gli Arabi opponessero resistenza a causa del loro «fanatismo religioso, abilmente eccitato»16, poiché la Sanûsiyya –«setta derivata da una religione a base di fanatismo»17– avrebbe sottoposto i propri seguaci ad una propaganda incessante, rendendoli facilmente intolleranti18.
I pericoli principali sarebbero difatti giunti da una «religione che ha instillato l’odio o il disprezzo per l’immondo cristiano e promette una vita eterna di delizie a chi muore combattendo gli infedeli», con i Turchi che, “per mezzo di fanatici marabutti”, avrebbero sparso «fra le turbe ignorantissime, le più grandi calunnie a nostro carico aizzando così sempre più l’odio già predicato dall’islamismo».
Del resto, logica deduzione era che per i Libici «l’unica distrazione alla perpetua vita d’ozio [fosse] il fare un poco di guerra»19.

Gli Italiani avrebbero quindi dovuto fare i conti con un fanatismo inscritto nel “codice genetico” dell’Islàm:

«Il motivo principe dell’espansione islamica, piuttosto che nella consapevolezza di diffondere una civiltà si deve identificare nel fanatismo religioso, [nella] essenza schiettamente fanatica e conquistatrice dell’Islam»20.

Si era senz’altro di fronte a un popolo di

«unilaterali, tenaci, fanatici. Gli arabi altro atteggiamento di vita non intendono, e, riportando essi ogni cosa alla religione, credono che altrettanto facciano gli altri popoli, e se si accorgono che non lo fanno, li disprezzano. L’indifferente, il libero pensatore, l’ateo sembra loro un essere mostruoso, un essere che va contro la natura, al quale perfino l’idolatra è infinitamente superiore»21.

In una micidiale mistura di religione e nazionalismo, il fanatismo predominante in tutti i popoli asiatici, «caratteristico specialmente tra i Maomettani», era un dato da tenere nella massima considerazione per non vedersi d’improvviso sopraffare da un autentico «potere spirituale malefico»22.

Che cosa rispettano?
Se alcuni tratti del carattere libico erano ricondotti all’influsso della loro religione, altri li avrebbero contraddistinti in qualità di «orientali». In via generale si riteneva opportuno trattarli duramente («gli orientali non rispettano che la forza»23) e sin dal momento delle prime operazioni militari si era battuto con insistenza su questo tasto, con gli Arabi che senza dubbio avrebbero preferito gli Italiani «liberatori» ai Turchi, nel caso i primi si fossero dimostrati più “forti”:

«;Sarebbe un errore credere che una politica di dolcezza, di tolleranza ci cattivi l’animo dell’arabo se non è accoppiata alla inesorabilità. […] Il diritto del più forte è l’unico riconosciuto e sopra loro una meritata lezione colle armi oggi significa la pace solidamente stabilita»24.

La legge della frusta era perciò reputata l’unica in grado di far rigare dritto:

«Né la riconoscenza né i servizi resi, né la dolcezza e l’umanità dei trattamenti, nulla farà che il barbaro dia il suo cuore o la sua fiducia al civilizzato. La forza soltanto lo costringe a rispettare l’opera civilizzatrice del signore ch’egli è incapace d’apprezzare e perfino di comprendere. Ma il giorno che questa forza cede, in cui anche il padrone s’abbandona, ci si può attendere le peggiori catastrofi»25.

Le istruzioni sul comportamento da tenere di fronte all’indigeno valevano non solo per il militare, per il funzionario, ma anche per l’italiano comune, per il turista. È per questo che in Colonia costituiva buona norma

«non fidarsi mai del primo venuto, ancorché la prima impressione ricevutane possa essere ottima; sorvegliarlo invece, dandogli prova di fermezza anziché d’eccessiva bontà»26.

In maldestri tentativi di definire ciò che gli Arabi reputassero superiore, si trova tutto e il contrario di tutto, dalla forza bruta alla capacità economica27, dalla dimostrazione di potenza alla ostentazione di ricchezza. È così che ci si poteva atteggiare a fini psicologi plaudendo alla costruzione di un adeguato palazzo del Governo a Tripoli, capace di «influire […] sulla mentalità araba proclive a riconoscere la potenza della ricchezza»28.

Un popolo dedito al piacere
Lo stereotipo dell’arabo lussurioso29, circondato da diafane fanciulle ed efebi coppieri, in barba alle regole della legge religiosa, fu tra quelli che, con l’intento di castigarne la presunta immoralità, vennero agitati contro i

«santoni senussiti, [uno dei quali] possiede un harem di una trentina di donne […]. Poiché non può essere permesso, nemmeno nel Sahara, un simile sconcio, sarà bene un po’ d’isolamento per questo capo da operetta, vivente in un mondo così poco pulito, [in cui] il traffico più importante era, sino a ieri, quello degli schiavi»30.

La stessa fede religiosa islamica, con il suo realismo scambiato per basso senso pratico, sarebbe stata alla radice della pretesa lussuria degli Arabi. La rottura del digiuno si prestava così (come oggi) a descrizioni ironiche che rafforzavano il senso di superiorità morale occidentale:

«Tutta quella gente che sembrava estatica dinanzi allo spettacolo meraviglioso della natura, si precipita sulle vivande, sul caffè, sulle sigarette, sull’idromele; e con sorprendente voracità divora tali quantità di cibo, che noi non riusciremmo a mangiare in un’intera settimana. Calmata “la furia famelica”, si beve e si fanno “fantasie”»31.

Per rinsaldare quel senso di superiorità, anche un vecchio argomento polemico come la supposta lussuria della raffigurazione musulmana del Paradiso era ancora buono:

«Per la vita futura infine, la religione di Maometto assicurava mollezze, delizie, felicità materiali»32.

Alcune incapacità mentali
Se però andava ravvisato un aspetto particolarmente grave di questa «mentalità araba», si trattava dell’incapacità, «pur nelle persone più intelligenti ed istruite, a comprendere la civiltà occidentale»33, e già all’epoca dell’aggressione ci si domandava il perché di tante difficoltà, da parte di razze giudicate apertamente inferiori, ad assimilare la nostra civiltà34. Che ne sarebbe stato del buon esito della «missione di civiltà», considerato il limitato numero di Libici «intelligenti ed istruiti», ovvero gli educati “all’occidentale”, quelli che i Francesi –con un termine estremamente rivelatore– chiamavano «évolués»35?
L’idea dominante era quella di popoli talmente calcificati nelle loro abitudini da voltare le spalle ad un mondo di delizie offerto amorevolmente:

«È un profondo errore il credere che gli Arabi siano pronti ad apprezzare il valore ed i benefici della nostra civiltà. […] Quei termini di civiltà che per noi sono i telegrafi e le ferrovie, l’agricoltura intensiva e l’industria delle macchine, quella agiatezza che insomma è frutto della nostra quotidiana e instancabile attività di lavoro, rimangono incomprensibili a quei popoli abituati, ormai fatti a una vita misera, sudicia e inerte. Essi sperimentano soltanto, che i ritrovati della nostra civiltà in nessun modo compensano la perdita d’una egoistica ed anarchica libertà individuale, che per loro è il supremo dei beni»36.

Altra insopportabile caratteristica mentale araba era l’incapacità totale di quantificare la lunghezza di un percorso in relazione al tempo occorrente per percorrerlo: l’italiano in Colonia avrebbe perciò fatto bene a diffidare delle informazioni date da un libico prima di mettersi in viaggio37.
Così, dall’esercitarsi in uno psicologismo da quattro soldi al diagnosticare delle patologie, il passo è breve:

«La facoltà di generalizzare, quella di assurgere dallo individuale all’universale e l’associazione costruttiva, si può dire che gli sono, se non ignoti, certo inconsueti; [di qui il] disordine caratteristico che si riscontra nei ragionamenti, nella filosofia, nella letteratura degli arabi. […] Ogni loro manifestazione intellettuale è caratterizzata da un logico e ordinato disordine»38.

Irrequieti e turbolenti per natura
Abbiamo dunque già appreso come differenti luoghi comuni venissero applicati alle popolazioni della Libia a seconda del fatto che se ne mettesse in risalto il carattere “arabo”, “orientale”, “musulmano”.
Il “beduino”, il “nomade” –assolutamente fuori luogo nel quadro dell’opera “civilizzatrice”– non sfuggiva alla regola ed anche per lui vi era la classica scorta di immagini precostituite.

«L’irrequietezza delle genti, per cui fu già famosa in antico la Cirenaica e che provocò memorabili repressioni romane, si perpetua nelle tribù beduine»39.

Il giudizio sui nomadi sconfitti era drastico: il “Bene” aveva avuto ragione di gente “ribelle” che neppure era in grado di immaginare i benefici derivanti dalla (loro) sottomissione e che impediva di estendere l’«opera di avvaloramento» sul Jebel cirenaico40.

Ecco due esempi –tratti da una pubblicazione destinata al grande pubblico– del modo in cui questi venivano descritti:

«Sono gli estremi rappresentanti della barbarie africana che, sospinti nelle solitudini desertiche, tessono disperatamente le ultime trame del loro medioevo: nemici d’ogni legge e d’ogni ordine sociale: che non volendo inquadrarsi con le popolazioni civili, stanno asservite alla volontà di mestatori e di filibustieri, e vivono di guerra, di aggressioni e di rapina: la sola storia che sanno creare”; “Il brigante della tradizione popolare d’occidente era generoso, e si batteva anche ad armi ineguali. Ma il predone libico è un ladro che spia, che sta in agguato, e si lancia sulla preda solo in condizioni di perfetta sicurezza41. [Egli] è di una scaltrezza e di una violenza sanguinaria senza limiti»42.

Inguaribili «predoni» sarebbero stati in particolar modo i Berberi, l’elemento indigeno discendente dagli antichi Libi, caratterizzato da un «minuto incoercibile particolarismo di gruppo, di tribù, di paese, di quartiere»43; individuarne le caratteristiche era un gioco da ragazzi, visto che nei millenni… non erano cambiate di un capello:

«Di fronte a poche doti, quali la sobrietà, il coraggio, la resistenza alla fatica e al dolore fisico, gli antichi li accusarono di essere sensuali, crudeli, dissimulatori, leggeri, incostanti, pigri, turbolenti, vendicativi, tendenti al furto e al saccheggio, non curanti della verità e della parola data, disposti a tradire in caso di convenienza, forti coi deboli e deboli coi forti; né forse, ove fossero lasciati fare, si dimostrerebbe inesatto anche oggi un tanto fosco quadro»44.

Negativo era anche il giudizio dello studioso d’islamistica Leone Caetani (uno dei pochi che in Parlamento si opposero all’«impresa di Libia»), che li dipingeva come

«nomadi, turbolentissimi, ribelli a ogni influenza esterna, avversi a ogni miglioramento della propria condizione morale»45.

Il Malvezzi, riunendo in un collage le supposte peculiarità di vari popoli al fine di giungere alla definizione delle caratteristiche naturali dei Berberi, da quelle dell’arabo sceglieva

«l’egoismo, la violenza, la tendenza all’odio, la sete di vendetta, il senso dell’indipendenza»46.

Com’è facilmente intuibile, da una vera e propria riserva di stereotipi e di pure e semplici ingiurie –adattabili a qualsiasi popolo– il polemista di turno poteva attingere a seconda delle proprie inclinazioni.
La “bocciatura” era poi drastica anche per i Tebu del massiccio del Tibesti47. In un paesaggio spesso paragonato ad un inferno dantesco vivevano popolazioni la gerarchia tra le cui tribù risultava confermata da una tradizione locale: riferirla minuziosamente serviva anche ad illustrarne la scaltra mentalità48.

L’ignavia araba opposta al dinamismo occidentale
Quello della pigrizia degli abitanti della Libia era un vero e proprio ritornello; da una parte, l’intero sistema di vita libico, caratterizzato da tempi tutt’altro che frenetici, veniva giudicato pigro e indolente, dall’altra, si trovava il pretesto per svolgere –con la coscienza a posto– quella missione di cui gli Italiani in Colonia si sentivano investiti.
In quadretti di vita indigena si ritraevano uomini inoperosi e completamente apatici, il cui unico obiettivo sarebbe stato il guadagnare lo stretto indispensabile per la sopravvivenza.

L’ignavia indigena era a dir poco proverbiale: il problema dell’acqua sussisteva a causa di un difetto atavico che, nei secoli, avrebbe fatto sì che le opere idrauliche greche e romane cadessero in un penoso stato49; pascoli, boschi e frutteti del Jebel cirenaico si erano “inselvatichiti per l’indolenza e l’ignavia araba”50.
I resti di Leptis Magna, invasi per secoli da dune di sabbia, non avevano

«scosso l’apatia dei pochi arabi dei dintorni, contenti delle loro tende e delle loro capanne, e ben lontani dall’idea di interrompere i loro riposi per affaticarsi intorno a delle pietre poste una sull’altra»51.

Mettendo in moto l’immaginazione si veniva così a delineare il ritratto di un’intera zona pullulata di sfaccendati: «Il carattere degli abitanti di Giofra è piuttosto mite, tranquillo, indolente»52. Gli abitanti del Tibesti, per i quali «il lavorare è un’onta come per noi il rubare»53, pigri ogni oltre decenza, venivano perciò bollati come «chiusi a ogni influenza della civiltà: […] si beano in un ozio quasi completo, quando non camminano, e si limitano a fabbricare qualche strano e ridicolo oggetto di cuoio e di giunchi»54.

Per spiegare il perché di questa grave tara, non si trascurava quindi di fare appello a considerazioni dettate da un marcato determinismo geografico («La pigrizia orientale è nata nel deserto nelle interminabili traversate a dorso di cammello per desolate solitudini»55) o da un approccio quanto mai semplicistico verso la religione islamica:

«Durante queste ore [del digiuno di Ramadân] i fedeli non possono né bere, né mangiare, né fumare: non possono neanche lavarsi il viso, per téma che qualche goccia d’acqua entri in bocca; si può lavorare, ma il puro necessario per procurarsi il cibo per la notte. […] Del resto gli arabi lavorano sempre così»56.

L’infingardaggine araba –ma in fondo di tutti i popoli non conquistati al nostro modello– era in definitiva qualcosa di ben più grande di una semplice non-voglia di lavorare; era semmai una malattia dell’anima, una vera prostrazione interiore57, al punto che neppure l’«educazione al lavoro italiano» sarebbe servita a molto:

«Generalmente coraggiosi, non sono molto resistenti alle fatiche come si potrebbe supporre. Per i lavori pesanti, in genere sono poco adatti, rendono un terzo dell’operaio europeo e debbono essere costantemente sorvegliati»58.

Elucubrazioni tayloristiche di questo tipo avrebbero comunque trovato una sistematizzazione nell’ambito delle teorizzazioni sul ruolo da riservare agli indigeni in un sistema interamente controllato dagli Italiani.

Fonte: http://www.estovest.net/storia/pregiudizio.html

 

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