Per non dimenticare i massacri contro i Serbi: Kravica 1993.

Kravica 1993-2013: una strage impunita e dimenticata

Bosnia, Kravica 1993-2013: una strage impunita e dimenticata,
e un Natale di dolore e solitudine per i serbi
Enrico Vigna (*)

Banja Luka, Rep. Srpska di Bosnia, 5 gennaio 2013

Nel villaggio di Kravica nei pressi di Bratunac, si è celebrato con una funzione funebre il 20° anniversario del massacro di 49 persone in occasione del Natale ortodosso del 1993; una strage efferata commessa da unità dell’Armija Bosniaca musulmana secessionista, sotto il comando di Naser Oric,.

La cerimonia funebre è stata officiata nella chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo (che fu vandalizzata) , e poi sono state poste corone e fiori presso il monumento centrale in Kravica.

Nel Natale ortodosso di 20 anni fa, membri dell’esercito secessionista della BH, sotto il comando di Naser Oric uccisero a Kravica e nella vicina Kravica Zasa, 49 serbi, 80 civili e soldati furono feriti; sette persone furono rapite, di cinque delle quali ancora non sono stati ritrovati i corpi.
Due giorni dopo, vennero trovati e sepolti sette corpi di civili serbi, mentre i resti delle altre 42 vittime sono stati trovati,  identificati e sepolti dopo due mesi.

In quel giorno furono saccheggiate e bruciate 688 case serbe, circa 200 imprese ed edifici ausiliari  e 27 edifici pubblici. Circa 1.000 persone rimasero senza casa. 101 bambini persero uno o entrambi i genitori. Gli uccisi in quei giorni, compresi anche gli altri villaggi vicini che vennero attaccati, furono 158 serbi; in questa regione, i serbi uccisi documentati, furono 3267.

“…Alle famiglie delle vittime fa male la dura verità che nessuno è stato ritenuto responsabile dei crimini contro i serbi in quel giorno di Natale 1993…. “, ha detto il presidente dell’Organizzazione delle famiglie dei soldati e civili uccisi o scomparsi, di Bratunac, Radojka Filipovic .

Oltre al dolore per i familiari, per i vicini e gli amici caduti, gli abitanti sono indignati perché in questi 20 anni nessuno è stato chiamato a rispondere di questo crimine.

In un primo momento Naser Oric fu deferito al Tribunale Penale Internazionale (TPI) dell’Aja, ma venne poi prosciolto e oggi vive tranquillo e ricco in Bosnia. Tra le decine di episodi di omicidi, stupri, mutilazioni, saccheggi che gli erano contestati, vi era anche questa strage; così recitava l’atto di accusa del Tribunale dell’Aia:  “…Un massacro brutale di civili nel villaggio di Kravica, nel Natale ortodosso il 7 gennaio dell’anno  1993…”. Durante il processo egli
dichiarò:
…Abbiamo fatto crimini, sono stati commessi  crimini. Ma chi può giudicare chi ha commesso                         più crimini ?…”.

Esiste un video che mostra l’orrore perpetrato:  all’ingresso del villaggio, due teschi umani furono messi per terra ad uso dei pneumatici delle automobili dei terroristi che andavano e venivano; per le strade del villaggio: mucchi di corpi mutilati collocati uno  accanto all’altro. Il più giovane aveva 20 anni: Risto Popovic, gli spararono in bocca;  dentro la scuola primaria ‘Kravica’ … Ljubica Baskić, aveva settant’anni, ucciso con un colpo di pistola sotto il torace e poi colpito con un oggetto contundente sulla destra  della testa …. Lazzaro Veselinovic, gli mozzarono la testa … Corpi pugnalati, percossi a morte, mutilati atrocemente…  Animali bruciati o impiccati, come i maiali… Sui muri graffiti con scritto “ Naser, Turchia, Bosnia, Ali, Srebrenica “. .. Per la Corte Internazionale, materiale  non sufficientemente importante da farlo vedere in aula…

Nessun rappresentante di alcuna istituzione della Comunità Internazionale europea, del mondo della cosiddetta “società civile” o umanitaria (presenti con centinaia di sigle e ONG in Bosnia), ha partecipato, e nemmeno esponenti della Bosnia-Erzegovina.

Ancora una volta persa, da parte di tutti (… soprattutto dei “tifosi” occidentali di questa Bosnia) , un’ occasione per condividere il dolore della gente e lanciare un segno di denuncia e rifiuto degli orrori e dei crimini, al di là di religioni o etnie, da qualsiasi parte siano commessi. Invece il “razzismo” culturale e politico contro i serbi come etnia ha ancora una volta avuto la meglio; e un processo per una riconciliazione e un avvicinamento tra i popoli…è ancora più lontano.

Essere presenti per testimoniare in un luogo memoriale della miseria e della sofferenza di questo angolo della terra e sostenere il diritto alla verità, alla giustizia soprattutto verso coloro che hanno perso la vita in quella guerra fratricida. Per dire
Gloria eterna a tutti i morti ed eterno rispetto per chi è caduto innocente, di qualsiasi parte esso sia.

Ma forse per certi “tifosi” è troppo difficile sentire nell’anima questi valori e questa coscienza civile, sono troppo impegnati a soddisfare proprie peculiarità esistenziali ed il dolore non lo conoscono, non nella loro carne e anima, ma solo “mediaticamente” o professionalmente.

 “…Poi i dominanti inventeranno misere bugie, per scaricare le colpe su chi viene attaccato, ed ogni persona del reame sarà felice di quelle falsità che gli alleviano la coscienza, e le studierà accuratamente, e si rifiuterà di esaminare qualsivoglia loro confutazione. E così ringrazierà Iddio per i sonni migliori che potrà dormire, in seguito a questo grottesco processo  auto ingannatore…” .    (  M. Twain)  

Documento dal TPI dell’AJA

Oric ascolta in aula le accuse sulle “Distruzioni musulmane”

Testimoni parlano di incendi e saccheggi sistematici da parte delle forze musulmane.
Giustizia internazionale :  ICTY    Numero TRI 379, 9 novembre 2005

Il processo al comandante militare dei musulmani di Srebrenica, Naser Oric, sembra essere entrato in una routine  questa settimana, con tre nuovi testimoni che offrono la loro testimonianza su una serie di attacchi lanciati contro i loro villaggi, da parte delle forze musulmane in autunno e inverno 1992/1993.

Oggi si è parlato di attacchi musulmani su due villaggi serbi sulle rive del fiume Drina ed al villaggio di Glogova . I testimoni hanno parlato di incendi e saccheggi sistematici condotti dalle forze presumibilmente sotto il controllo di Oric, che aveva il compito di guidare e partecipare a tali attacchi. L’imputato è accusato di maltrattamenti e della morte di detenuti serbi tenuti a Srebrenica.

Le testimonianze ascoltate in aula all’Aja questa settimana, sono  focalizzate sulla autunno e l’inverno del 1992 e 1993.

Slavisa Eric, un medico del villaggio di Kravica, ha parlato dell’attacco musulmano a Glogova il 24 dicembre 1992 e la sua successiva riconquista da parte delle forze musulmane . Ha detto che Kravica era circondata dalle forze musulmane da due settimane e successivamente è stato attaccato il 7 gennaio, nel Natale ortodosso serbo.

“…Tutto – tutto ciò che poteva essere bruciato, fu  bruciato…”  così Eric ha descritto il paese dopo l’assalto di Natale.

L’accusa ha mostrato una serie di foto che ritraggono questa distruzione, case bruciate e una scuola di Kravica. Eric ha negato che uno degli edifici erano obiettivi militari legittimi e ha detto che le forze assalitrici non hanno fatto  alcuna distinzione tra obiettivi civili e militari. “Per loro era lo stesso”, ha detto…

…La settimana è proseguita con la testimonianza di due donne, Novka Bosic e Savka Okic, dai villaggi serbi i vicini di Radiovici e Diovici.

Entrambe le testimoni hanno raccontato di un attacco alle loro rispettive frazioni nel 5 ottobre 1992 – Festa Patronale della Famiglia – descrivendo incendi e razzie che lo hanno accompagnato.

“…Eravamo nel campo a raccogliere il raccolto e poi improvvisamente ci stava sparando, una vera sparatoria… “, ha detto la Bosic. “…Si poteva vedere il fumo e la combustione e poi ci siamo resi conto che era un attacco. Potremmo sentire gridare: ‘Catturate i cetnici vivi… ”

Bosic ha detto che molte delle case furono bruciate e quelle che non lo furono, erano semidistrutte in larga misura…”.

…L’accusa inoltre ha insistito sulla questione del saccheggio, un altro crimine di cui Oric è accusato. Le due testimoni hanno dichiarato che il bestiame fu razziato dai villaggi durante gli attacchi….

Nel corso della loro testimonianza, le due donne hanno negato che qualsiasi unità di militari ufficiali erano presenti nei loro villaggi, sostenendo che gli attacchi contro i loro villaggi erano rivolti contro civili e quindi crimini. La difesa ha sostenuto che i loro villaggi erano stati minati ed erano presenti armi pesanti – diventando così obiettivi militari legittimi.

Per la  testimonianza inerente  l’incendio e saccheggio delle case ed la razzia di bestiame, l’accusa ha chiesto di poter mostrare una documentazione visiva che rappresenta  in dettaglio gli omicidi che si sono verificati durante gli attacchi, dicendo che essa è necessaria per una rappresentazione accurata della scena del crimine.

Ma la difesa sostiene che l’accusa non deve introdurre elementi di prova circa le uccisioni avvenute durante gli attacchi, dato che Oric non è mai stato accusato direttamente di questi.

L’accusa imputa invece a Oric di essere responsabile degli omicidi di serbi, che si sono verificati sotto il suo comando, da parte dei suoi subalterni nei centri di detenzione dell’enclave di  Srebrenica…

(*) portavoce del Forum Belgrado Italia
Preso da: https://www.ossin.org/bosnia/1311-kravica-1993-2013-una-strage-impunita-e-dimenticata

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La deputata del Kosovo Flora Brovina ammette che foto di “stupri di guerra” sono probabilmente false. Per aver detto la verità, ora è minacciata e insultata

Scritto da Forum Belgrado Italia

La deputata del Kosovo Flora Brovina, ha suscitato indignazione tra gli estremisti albanesi del Kosovo, perché  mostrando ai media una fotografia dove presunti soldati serbi violentano una donna di etnia albanese durante la guerra, ha ammesso che era probabilmente tutto falso.
Flora Brovina si è poi scusata per aver mostrato la fotografia molto brutale ai media. Dove si vedono tre soldati serbi che violentavano una donna di etnia albanese durante la guerra.

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“La fotografia è probabilmente falsificata“, ha detto Brovina in una conferenza stampa.
Voglio scusarmi con tutti, specialmente con le donne che sono state violentate durante la guerra. Mi era stata data questa fotografia nel 2003 in una busta. Non avevo pensato di verificarla perché l’ho avuta nel 2003. La persona che me l’ha dato è un attivista per i diritti umani “, ha aggiunto.
Brovina, un deputato del Partito Democratico al governo del Kosovo, ha mostrato la fotografia non censurata ai media nel corridoio dell’Assemblea del Kosovo, durante un dibattito su una proposta di risoluzione parlamentare che accusava la Serbia di aver commesso un genocidio durante la guerra del 1998-99.

Le sue azioni sono state condannate da diverse donne, tra cui l’ex presidente Atifete Jahjaga, e da Vasfije Krasniqi Goodman, una delle prime donne in Kosovo a parlare pubblicamente della sua esperienza di violentata durante la guerra.

La procura speciale del Kosovo ha avviato un’indagine per verificare se la fotografia è autentica o meno. L’indagine è stata avviata dopo che le ricerche online hanno mostrato la stessa immagine su pagine web che indicano che sia stata scattata durante la guerra in Iraq. L’immagine appare anche su un sito di pornografia.

Shpend Ahmeti, il sindaco di Pristina e leader del partito socialdemocratico, ha detto che se il quadro è falso, causerà danni enormi a tutte le vittime della guerra. Anche alcuni politici donne del Kosovo hanno reagito furiosamente dopo che Brovina ha mostrato la foto giovedì, definendo le sue azioni non etiche.
Il deputato Saranda Bogujevci, del partito di opposizione Vetevendosje (AutoDeterminazione), ha affermato che la fotografia non avrebbe dovuto essere resa pubblica.

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Giugno 2019     –     a cura del Forum Belgrado Italia

Preso da: http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1564:la-deputata-del-kosovo-flora-brovina-ammette-che-foto-di-stupri-di-guerra-sono-probabilmente-false-per-aver-detto-la-verita-ora-e-minacciata-e-insultata&catid=2:non-categorizzato

Un’unità israeliana segreta ha distrutto documenti sui massacri contro i palestinesi

Un rapporto rivela l’esistenza di un’unità segreta del Ministero della Difesa israeliano che per anni ha cercato e distrutto documenti che collegavano le forze ebraiche ai massacri commessi contro i palestinesi quando lo Stato di Israele fu fondato nel 1948.

Un'unità israeliana segreta ha distrutto documenti sui massacri contro i palestinesi

Il reportage è stato realizzato dal giornalista israeliano Hagar Shezaf e pubblicato oggi dal quotidiano Haaretz.L’inchiesta fornisce un gran numero di testimonianze sui massacri e l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro case in una vasta operazione di pulizia etnica.

Rivela, inoltre, anche l’esistenza di un’unità segreta del Ministero della Difesa che passa attraverso gli archivi di tutto il paese per rimuovere e distruggere sistematicamente tutti i tipi di documenti storici, e anche le copie di altri documenti, che hanno a che fare con la Nakba, “Catastrofe” causata dai paramilitari ebrei nel 1948.

Uno dei documenti rubati dall’unità segreta israeliana era una copia di un documento originale che lo storico israeliano Benny Morris citava in un articolo pubblicato nel 1986 che descriveva l’espulsione di massa dei palestinesi nel 1948.

Il documento in questione successivamente è scomparso dagli archivi in ??modo tale che in seguito gli storici non sono riuscite a trovarlo e di conseguenza la tesi dell’espulsione forzata dei palestinesi perse forza.

Questo documento compromettente, così come molti altri documenti, è stato rubato dall’unità segreta del Ministero della Difesa israeliano.

Yehiel Horev, il direttore della sicurezza del ministero, ha fatto riferimento alla distruzione da parte dell’esercito di documenti compromettenti, dicendo: “Il problema viene esaminato sulla base del fatto che [i documenti storici] possono danneggiare le relazioni e la difesa estera di Israele.

 

 

Questi sono i criteri ed è un problema che è ancora rilevante.”

Fonte: Haaretz
Notizia del:

Yemen: La strage degli innocenti

Più di 2700 i bambini morti dall’inizio del conflitto.

di Gianluca Vivacqua –
È ormai quasi un lustro che una feroce guerra civile divampa nello Yemen. Il 19 marzo scorso del conflitto tra Houthi e coalizione pro-Hadi a guida saudita è stato festeggiato il quarto anniversario di sangue, ma non era la notizia principale di quel giorno: i media hanno preferito dare maggiore spazio alla vicenda di una massaggiatrice cinese vicina al presidente Trump, Cindy Yang, o al fatto che in Italia la Camera ha approvato la mozione della maggioranza sul memorandum d’intesa con la Cina, per l’adesione alla via della Seta.
Sembra che il destino di questa guerra tanto violenta quanto remota sia ormai sempre più simile a quello del conflitto in Siria, in corso dal 2011.
Alla contrapposizione in armi tra assadiani e anti-assadiani manca poco per eguagliare il record della decennale guerra tra Iraq e Iran, ma è un altro aspetto a cui non si dà la dovuta attenzione: il comune denominatore tra i fatti bellici dello Yemen e quelli siriani, quasi a formare un ideale triangolo con quelli iranian-iracheni, sta in una particolare percezione della comunità internazionale, per cui si tende progressivamente ad operare un’eclissi di informazione su uno scenario che viene considerato o acquisito come permanente. Salvo tornare a parlarne in presenza di sviluppi eclatanti o dati che fanno discutere.
È toccato all’Onu squarciare nuovamente il sipario sullo Yemen, con i numeri relativi ai “caduti” di guerra minorenni. Secondo le stime del Palazzo di Vetro, sono più di 2.770 i bambini uccisi dall’inizio del conflitto. Quasi la metà di essi (47%) risultano periti nel corso dei ripetuti bombardamenti aerei che la coalizione a guida saudita (sostenuta dagli Usa) ha condotto dal 2015 in poi su Sana’a, la capitale in mano agli Houthi da quattro anni, e sulla regione circostante. Più in generale già l’Alto commissariato Onu per i Diritti umani aveva osservato come la sola coalizione comandata da Riad, con i suoi attacchi e le sue incursioni aeree, avesse causato il doppio delle vittime tra la popolazione civile rispetto al resto delle forze in campo.
Tornando alla conta dei martiri involontari di età prescolare e scolare, ancora più consistente è la cifra, 4.730, relativa ai feriti. Sommando piccoli morti e piccoli feriti dunque si arriva a superare le 7mila unità, una fetta abbastanza consistente delle 16mila vittime civili che in totale la guerra (sempre secondo le stime delle Nazioni Unite) avrebbe provocato.
Integra i dati Onu l’impietosa media quotidiana stilata da Save the Children: la Ong calcola che a partire dal 13 dicembre 2018, cioè dalla firma dell’ accordo di Stoccolma, nel Paese ogni giorno si continua a combattere ad un ritmo di otto minori uccisi o gravemente feriti. Il che significa che l’accordo di pace svedese, a parte il cesste-il-fuoco per Hodeida e l’ingresso degli aiuti umanitari nel suo porto, ha generato pochi altri effetti degni di nota.

Preso da: https://www.notiziegeopolitiche.net/yemen-la-strage-degli-innocenti/

LE RESPONSABILITA’ VATICANE NEL CONFLITTO BALCANICO: ALCUNI ELEMENTI.

  • Nei primi anni ’80, subito dopo la morte di Josip Broz Tito, viene segnalata l’apparizione della Madonna ad alcuni giovani croati a Medjugorje, una località della Erzegovina dove già durante la seconda Guerra mondiale i fascisti si erano scatenati con violenze ed uccisioni contro la popolazione di religione ortodossa. La gerarchia cattolica non ha mai voluto ufficialmente riconoscere la veridicità delle apparizioni di Medjugorje, ma il clero locale (i frati francescani dell’Erzegovina noti da secoli per il loro fondamentalismo e, nel Novecento, per il loro supporto alla causa degli ustascia) se ne è avvalso per fini propagandistici. Anche dall’Italia sono stati organizzati pellegrinaggi.

Sarebbe interessante sapere che fine hanno fatto oggi quei ragazzi “visionari” o “miracolati”: sappiamo ad esempio che Marija Pavlovic, che aveva fatto voto di entrare in convento, è oggi felicemente sposata; pare anzi che anche gli altri quattro ragazzi protagonisti della vicenda abbiano messo su famiglia, e che tre di loro siano emigrati all’estero.

Molti dicono che le cose, in Jugoslavia, cominciarono a precipitare con la morte di Tito. Ma si può anche dire che le cose cominciarono ad andare a rotoli quando “apparve” la Madonna a Medjugorje. Probabilmente sono vere entrambe le affermazioni…

  • Il 1990 è l’anno dedicato a Madre Teresa di Calcutta. Pochi sanno che questa suora era originaria di Skopje, nella ex repubblica federata di Macedonia, ed apparteneva al gruppo etnico albanese. Lo stesso anno raggiungono il culmine le tensioni tra albanesi e serbi nella regione del Kosmet (Kosovo e Metochia). Dinanzi a personalità albanesi Giovanni Paolo II, in uno dei paesini albanesi del meridione d’Italia, celebra la Madonna di Scutari, patrona e protettrice dell’Albania. Durante la celebrazione il papa afferma: “Madre della speranza regalaci il giorno Leeeeeenel quale questo popolo generoso possa essere unito”, dichiarando così esplicitamente il sostegno del Vaticano alla causa degli albanesi del Kosovo.

Negli anni successivi segnaliamo tra l’altro la visita del papa in Albania (paese – per inciso – a stragrande maggioranza atea o, al limite, musulmana) e la frequentazione di Madre Teresa con pezzi grossi dello Stato quali la vedova di Hoxha, con la quale presenzia ad una cerimonia dinanzi ad un monumento alla “Grande Albania”.

  • Nel 1991 scoppia la guerra. Il papa parla all’Angelus delle “legittime aspirazioni del popolo croato”. Il riconoscimento ufficiale della Croazia indipendente da parte del Vaticano avviene il 13 gennaio del 1992, contro il parere del resto della comunità internazionale, almeno apparentemente: gli altri paesi si adegueranno dopo due giorni.
  • Nel 1992 la guerra civile si estende in Bosnia-Erzegovina, repubblica a maggioranza relativa di musulmani. I serbi (cristiani ortodossi) costituiscono un terzo della popolazione, mentre circa il 15% sono croati (cattolici). Durante il conflitto i soldati croati compiranno i crimini più efferati (semmai sia possibile compilare statistiche su queste cose… noi comunque ci riferiamo ai dati del londinese Institute for Strategic Studies – cfr. LIMES n.3/’95, pg.60). Le cronache parlano di soldati che vanno in guerra con il rosario al collo, di preti e frati francescani erzegovesi che vanno in giro con la pistola (alcuni intervistati anche dall’italiano Avvenire) o tuonano dai pulpiti delle loro chiese, di ingiustizie nella distribuzione degli aiuti della Caritas (secondo il criterio “etnico”, applicato d’altronde da tutte le organizzazioni umanirie religiose)…
  • Il culmine dell’interventismo vaticano viene raggiunto nel 1994 con la visita del papa a Zagabria. Il viaggio di Karol Wojtyla in Croazia avviene nel pieno del conflitto bosniaco, mentre è ancora aperta la ferita delle Krajne (territori dell’odierna Croazia a maggioranza serba, in quel periodo autonomi e sotto il controllo di truppe ONU), ed è una evidente boccata d’aria per il regime di Tudjman, con il quale il papa si incontra e presenzia a cerimonie pubbliche. Scriveva La Repubblica del 12/9/1994: “…il contatto con la folla fa bene a Giovanni Paolo II. I fedeli lo applaudono ripetutamente. Specie quando ricorda il cardinale Stepinac, imprigionato da Tito per i suoi rapporti con il regime di Ante Pavelic, ma sempre rimasto nel cuore del Croati come un’icona del nazionalismo. Wojtyla, che sabato sera ha pregato sulla sua tomba, gli rende omaggio, però pensa soprattutto al futuro.”

Da una mezza frase di un articolo di giornale veniamo dunque a conoscenza del fatto che il papa ha pregato sulla tomba del collaborazionista dei nazisti Stepinac, nell’entusiasmo dei seminaristi di San Girolamo (la chiesa croata di Roma, all’inizio di Via Tomacelli, nota tra l’altro per avere ospitato Pavelic in fuga dopo la guerra; cfr. il libro “Ratlines” di M. Aaron e J. Loftus) presenti a Zagabria per l’occasione.

Il 26 novembre successivo Vinko Puljic, arcivescovo cattolico di Sarajevo, è nominato cardinale dal papa insieme ad altri 30 che rispecchiano le tendenze della geopolitica vaticana. Citiamo ad es. Mikel Loliqi, 92enne cardinale di Scutari (Albania). In onore di Puljic due giorni dopo si tiene un concerto sinfonico nella stessa chiesa di San Girolamo.

  • 1995: è l’anno risolutivo. Dopo una primavera in cui la tensione cresce enormemente (Srebrenica ecc.), e si parla insistentemente di una visita del papa a Sarajevo, in luglio Giovanni Paolo II in una dichiarazione ai giornalisti si schiera per l’intervento militare (contro i “tentennamenti” della comunità internazionale, perchè si faccia finalmente “il necessario” per punire gli aggressori, e così via). Pochi giorni dopo Tudjman ordina il definitivo “repulisti” della Krajna, mentre in settembre, dopo l’ennesimo grande attentato sarajevese stile “strategia della tensione” (v. Cronologia), la tanto invocata “comunità internazionale” interviene a forza di bombe contro i serbobosniaci.

In dicembre, con gli accordi di Dayton, la guerra si interrompe.

  • Nell’ottobre 1996 il rettore della chiesa di San Girolamo (di cui sopra), monsignor Artur Benvin, viene trovato impiccato. La notizia non “passa” sui giornali. Noi l’abbiamo trovata sull’Evropske Novosti, giornale serbo, che ipotizza triangolazioni di danaro per comprare armi tra il clero croato, pezzi grossi musulmani di Sarajevo e la Trzaska Kreditna Banka di Trieste, la banca della minoranza slovena in Italia dichiarata fallita proprio in quelle settimane.
  • Durante la primavera 1997 (12 e 13 aprile) si realizza la “tanto attesa” visita del papa a Sarajevo. La visita ha un contenuto palesemente politico, essendo stata preceduta da varie polemiche (cfr. ad es. Predrag Matvejevic su “la Repubblica” del 5/3/1997, e come risposta ad es. le dichiarazioni del vescovo di Mostar in visita a Trieste) e da vari attentati alle istituzioni cattoliche in Bosnia, tra cui uno, sventato, contro il papa (i giornali parlano di un ponte nella zona musulmana da far esplodere al momento del passaggio del papa, ma la bomba sarebbe stata disinnescata dai militari stranieri della missione SFOR – cfr. i giornali di quei giorni).
• Nel maggio 1998 viene ufficialmente annunciata la prossima visita del papa in Croazia. Nell’ottobre successivo il papa andra’ a Zagabria ed a Marija Bistrica, il principale santuario cattolico della Croazia, dove celebrera’ la cerimonia per la beatificazione di Alojzije Stepinac. Sulle responsabilita’ di Stepinac in quanto collaborazionista del regime genocida di Ante Pavelic nello “Stato Croato Indipendente” instaurato durante la II Guerra mondiale suggeriamo la lettura del libro “L’Arcivescovo del genocidio”, di M.A. Rivelli (Ed. Kaos 1999).

• Durante la sua visita in Croazia all’inizio di ottobre 1998 Karol Wojtyla oltre a beatificare Stepinac pronunzia alcune frasi rispetto alla situazione in Kosovo, oggetto di una violentissima campagna-stampa, che alludono al diritto di “ingerenza umanitaria” da parte della “Comunita’ Internazionale”, cioe’ alla liceita’ di un intervento armato per “aiutare chi soffre”.

 

  Quando il 24 marzo 1999 la NATO effettivamente attacca la Repubblica Federale di Jugoslavia con il pretesto del Kosovo, il papa cita una frase di Pio XII, vale a dire di quel suo predecessore che non solo non aveva fatto nulla per denunziare e fermare il nazifascismo, ma che viceversa benedi’ Pavelic e lo sostenne tramite il clero croato (si veda a proposito il libro di Carlo Falconi “Il silenzio di Pio XII” uscito nel 1965, nonche’i gia’citati “Ratlines” e “L’Arcivescovo del genocidio”). La frase recita: “Con la guerra tutto e’ perduto, con la pace niente e’ perduto”. All’Angelus pasquale, una settimana dopo, il papa afferma retoricamente: “Ma come si puo’ parlare di pace quando si costringono le popolazioni [albanesi] a fuggire… e se ne incendiano le abitazioni?… E come rimanere insensibili di fronte alla fiumana dolente dei profughi dal Kosovo?”. Percio’, a parte la discutibile richiesta di una “pausa” nei bombardamenti in occasione della Pasqua (cattolica, non ortodossa), il Papa non fa appello per la loro cessazione incondizionata.

  Nei giorni successivi la stampa riporta anche le dichiarazioni del Cardinale croato di Sarajevo Vinko Puljic che rivendica la giustezza dell’intervento militare argomentandola con la necessita’ “di estirpare la malattia” e di sconfiggere una volta per tutte “il creatore della guerra” Slobodan Milosevic.

 

 

SI STANNO REALIZZANDO GLI AUSPICI DEL “VECCHIO LEONE” CHURCHILL?

di Dara Janekovic (da “Hrvatska Ljevica” – Sinistra croata, 1996)

 

(…) Quelli che da vicino seguivano l’azione e le intenzioni di Winston Churchill, uomo politico dallo “sguardo offuscato dal whiskey”, come disse a suo tempo anche De Gaulle, affermano che [questi] aveva la fissazione dei Balcani e del loro futuro. Lo dicono nelle loro memorie sia il figlio di Churchill che quello di Roosevelt, ma anche il Comandante in Capo del II Fronte alleato antifascista in Europa nel 1944, Dwight Eisenhower. In una occasione, questi ha affermato che Churchill non riusciva a concentrarsi sul problema militare immediato, cioè sull’apertura del II fronte, perché “il suo primo pensiero era il futuro dei Balcani”. E quale futuro egli desiderasse per i nostri territori e per la penisola balcanica in generale, lo ha testimoniato lui stesso nelle sue memorie, per le quali ha ricevuto anche il premio Nobel per la letteratura nel 1953.

Churchill voleva una variante aggiornata della monarchia austroungarica, con la formazione di una Federazione danubiano-cattolica che avrebbe compreso Croazia, Slovenia, una parte dell’Italia, cioè tutto il suo Nord, l’Austria, l’Ungheria, la Baviera, per un totale di 267.389 kmq (nel cuore dell’Europa) con 37 milioni di abitanti! Per realizzare questa sua idea ossessiva, Churchill si è impegnato fino all’ultimo momento perché il II fronte (nel 1944) si aprisse nei Balcani, cioè nella Jugoslavia alleata nella grande coalizione antifascista, che si trovava già verso la fine della grande guerra di liberazione di tutti i popoli jugoslavi, con a capo Josip Broz Tito.

Perché allora uno sbarco sulla costa adriatica? Soltanto perché così si sarebbe potuto realizzare il suo intento di dividere la Jugoslavia e i Balcani in “penisola asiatica” e “paesi cattolici” i quali sarebbero rientrati nella “sua” federazione Pandanubiana e si sarebbero legati all’Europa Centrale.

Di questa sua intenzione Churchill ha parlato pubblicamente in varie occasioni. Era un accanito sostenitore dell’attacco alleato alla Germania dai Balcani, con la scusa che l’Istria e Trieste sono “l’ascella dell’Europa”…

In una parte delle sue memorie egli scrive: “Sono molto interessato a quello che riguarda l’Austria e spero che Vienna possa diventare capitale di una grande federazione pandanubiana”. Il suo progetto Churchill lo sottopose a Stalin e Roosevelt in occasione della Conferenza a Teheran nel 1943. Diceva che l’asse di questa federazione danubiana sarebbe stato formato dall’Austria e dalla Baviera. Sembra che Stalin gli abbia chiesto che cosa ne sarebbe stato dell’Ungheria. Il premier britannico gli rispose che l’avrebbe vista bene all’interno delle frontiere di questa federazione.

Delle intenzioni e dei desideri di Churchill era informato anche Josip Broz Tito, il comandante supremo dell’Armata Popolare di Liberazione e dei reparti partigiani della Jugoslavia… [Tito] si opponeva fermamente allo sbarco degli alleati in Jugoslavia, preparandosi anche, nel caso che questo fosse avvenuto senza il consenso dell’Armata popolare e suo personale, a reagire con le armi. Questo lo disse anche pubblicamente. Ricordo molto bene quei giorni e mesi del 1944. (Tito si incontrò con Churchill quello stesso anno a Napoli).

Josip Broz Tito sapeva anche di quel famoso biglietto sul quale Churchill scrisse “fifty-fifty”, che passò a Stalin durante la conferenza di Jalta, quando si parlò della Jugoslavia. Tito menzionò tante volte quel biglietto e quel “fifty-fifty”, quando si esprimeva pubblicamente contro “l’oppressione e le imposizioni dei potenti, anche nei confronti dei popoli e degli stati che hanno pagato cara la propria libertà”.

A Jalta, città di villeggiatura e porto in Crimea, Churchill, dopo il fallito sbarco sulla costa adriatica nel 1944 (al quale era decisamente contrario anche l’allora presidente americano F. D. Roosevelt, che aveva l’ultima parola), voleva imporre ancora una volta la sua visione per quanto riguardava il futuro della Jugoslavia e dei Balcani, ma nemmeno questa volta ebbe successo.

La Jugoslavia aveva grandi meriti come alleata nella lotta antifascista. Naturalmente Churchill era di nuovo scontento e arrabbiato; però, si dice, rimase convinto che la Jugoslavia fosse destinata a morire e che la sua idea, riguardo alla divisione, prima o poi, si sarebbe avverata.

Non sta succedendo questo adesso negli anni Novanta in una maniera simile o peggiore ancora? Perché proprio l’Austria era ed è rimasta così interessata alla spaccatura della Jugoslavia? E la Germania, naturalmente, in prima fila?

Leggendo le memorie di Churchill è possibile capire anche tutta la sua titubanza e le sue contraddizioni riguardo il movimento partigiano, la Jugoslavia, il governo jugoslavo in esilio a Londra, e verso il capo cetnico Draza Mihajlovic. Dovette passare del tempo prima che lo stesso Churchill riconoscesse i veri combattenti contro il fascismo e mandasse suo figlio Randolph da Tito. Ma, dicono, nemmeno allora aveva desistito dalla sua idea della spartizione della Jugoslavia.

Churchill è morto il 24 gennaio 1965, ma con lui non è morta la sua idea di dividere la Jugoslavia e i Balcani. Su questo lavoravano con fervore diverse forze nel Paese e nel mondo, preparando il male, l’odio e la divisione, nella quale sono stati gettati tutti i popoli della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, per qualcuno fino al completo sterminio.

Voglio ricordare altri fatti ai quali bisognerebbe pensare e ricordare in questi tempi malvagi e malsani, con delle persone ancora peggiori, che non cercano di placare i loro impulsi guerrafondai e barbari!

Getto di nuovo uno sguardo nelle memorie di Churchill, parte VI, “Il trionfo e la tragedia”, pag. 677 e 678! “Il vecchio leone” – come lo chiamavano i suoi compatrioti durante la II guerra mondiale – pubblicò alcune delle sue tipiche lettere, che sono più attuali ora di allora, dell’aprile 1945, quando Churchill scriveva al suo Ministro degli Esteri, Anthony R. Eden, e nelle quali tra l’altro diceva anche questo: “A questa guerra non si sarebbe mai arrivati se, sotto la spinta dell’America e dei tempi moderni non avessimo cacciato gli Asburgo dall’Austria e Ungheria e gli Hohenzollern dalla Germania”.

Diciotto giorni più tardi, in un’altra lettera, Churchill scriveva (lo stesso anno, il 1945, subito dopo la disfatta del nazifascismo di Hitler): “Il mio governo non si opportà all’iniziativa di Otto von Habsburg per la restaurazione dell’Austria-Ungheria…” (…)

E chi è questo signor arciduca Otto d’Asburgo [ora deputato europeo per la CSU bavarese e leader del movimento “Paneuropa”- n.d.t.]? “Legittimo erede al trono”, come si presenta lui stesso. Pronipote dell’imperatrice Maria Teresa! Per quanto si sa dai giornali, questo signore, con l’epiteto di “Sua Maestà Reale” è partito nel 1940 per gli USA, ma con la speranza che il suo desiderio si avverasse, cioè che un giorno gli venisse restituito il trono e alla fine della II Guerra mondiale venissero fissate nuove frontiere, come avviene dopo ogni guerra. In questo senso Sua Maestà Reale svolgeva un’attività molto impegnativa, e in ciò veniva aiutato, con anima e corpo, dal vescovo cattolico newyorchese Speelman [si veda “Ratlines” di Aaron-Loftus, n.d.t.], il quale già nel 1943 aveva visitato il Vaticano e dialogato per la creazione di un nuovo stato cattolico in europa, del quale sarebbe stato capo l’arciduca. L’intento era naturalmente anche quello di aiutare il Vaticano a far ritornare la stima offuscatasi a causa della politica prohitleriana e promussoliniana, e così aiutare e salvare i fedeli criminali fascisti e i fedeli “quisling” di Hitler, nell’Ungheria del regente Horthy, nella Slovacchia di monsignor Tiso, nella Croazia di Ante Pavelic. L’arcivescovo newyorchese si è incontrato in Vaticano (se i documenti non mentono!) anche con l’inviato di A. Pavelic, malgrado Pavelic avesse dichiarato guerra agli USA!.

Ma le cose non seguivano un corso favorevole a Otto d’Asburgo, in quel periodo. Non si è realizzata l’idea alla quale aspiravano Churchill e, naturalmente, anche il Vaticano. Non è forse stata ormai ridisegnata ufficialmente, questa Europa centrale cattolica, con Otto d’Asburgo quale imperatore, e che riunirebbe intorno a sé Croazia, Slovenia, Vojvodina, Bosnia, Austria, Ungheria, Slovacchia e Cechia?! Eccoci qui! Anche la Bosnia e la Vojvodina!

Che gli storici e i politici contrari a un tale “impero” riflettano su tutto quello che si è tentato dopo e che si è svolto dietro le quinte, affinché nel momento giusto, in qualche maniera, questo “impero” si realizzasse. L’iniziativa “Alpe-Adria”, di collegamento e cooperazione tra gli stati, viene già denominata a Zagabria “Danubio-Alpe-Adria”! E risulta evidente anche da tutto quello che si fa (in questo senso) con la Bosnia e la Vojvodina – in quest’ultima vivevano ca. 340.000 ungheresi, mentre i croati, secondo il censimento del 1991, erano soltanto 74.000.

Ogni persona coscienziosa si dovrebbe domandare: non si poteva sviluppare la cooperazione tra i popoli, forse, senza la guerra, senza distinzione di religione o nazionalità? Quanta gente ancora dovrà perdere la vita, quante generazioni saranno distrutte o storpiate dall’odio e dalle guerre, perché si realizzino le intenzioni anche del Vaticano, che ancora non si è pacificato con lo scisma della Chiesa greco-ortodossa e dei suoi fedeli, nel 1054?

La Chiesa cattolica, il potente Vaticano, sono molto attivi nell’espansione dell’ecumenismo e, nello stesso tempo, di un forte anticomunismo… Soltanto chi è cieco per ignoranza non può ravvisare l’eccezionale ruolo attivo del Vaticano nei Balcani, particolarmente sul territorio dell’ex-Jugoslavia (sia verso l’ortodossia che verso l’Islam). Era da molto tempo, nella storia, che non si assisteva ad una così impetuosa, aperta e aggressiva ascesa delle principali religioni monoteiste anche su questi nostri spazi.

Di questi tempi, mentre il ruolo della religione di fronte al fantastico sviluppo della scienza e la computerizzazione globale, la rivoluzione informatica, dovrebbe secondo ogni logica indebolirsi, assistiamo invece a un suo ampliamento e rafforzamento, e in alcune regioni quasi si torna al Medioevo, non soltanto nei Balcani, in Russia e nei paesi dell’Europa Orientale, ma anche altrove.

 

  Quasi che le strutture conservatrici nel mondo non stiano cedendo, ma si stiano momentaneamente rinforzando; malgrado ostinatamente dappertutto si faccia molto parlare di “democrazia”, sembra che sul piano mondiale si stiano facendo passi avanti verso un totalitarismo dalle sfumature e dai colori più vari. Siamo già alle soglie di pericolosi incendi mondiali di grandi dimensioni? Nell’imminenza di mosse pazze e incontrollate di alcuni estremisti conservatori, di alcuni Hitler contemporanei?! Forse anche peggiori, perché in possesso di armi nucleari ancora più pericolose (…)

(traduzione di Ivan Istrijan)

Preso da: http://www.fisicamente.net/GUERRA/index-791.htm

La distruzione della Libia e la privatizzazione dell’acqua

Era il sogno di Muammar Gheddafi: fornire acqua fresca a tutti i libici e rendere la Libia autosufficiente nella produzione alimentare
La distruzione della Libia e la privatizzazione dell’acqua
a cura di Enrico Vigna
 I libici la chiamavano l’ottava meraviglia del mondo. I media occidentali lo hanno definito il capriccio e il sogno irrealizzabile di un cane rabbioso. Il “cane rabbioso”, nel 1991, aveva profeticamente detto, a proposito della più grande impresa di ingegneria civile nel mondo:
“Dopo questo risultato, le minacce americane contro la Libia raddoppieranno. Gli Stati Uniti inventeranno delle scuse, ma la vera ragione sarà la volontà di fermare questo progetto, per tenere il popolo libico assoggettato”.
Il sogno di Gheddafi
Era il sogno di Muammar Gheddafi: fornire acqua fresca a tutti i libici e per rendere la Libia autosufficiente nella produzione alimentare. Nel 1953 la ricerca di nuovi giacimenti petroliferi nei deserti del sud della Libia ha portato alla scoperta non solo di riserve petrolifere importanti, ma anche di grandi quantità di acqua dolce negli strati profondi del sottosuolo. Delle quattro antiche falde acquifere che sono state scoperte, ognuna aveva capacità stimate tra i 4.800 e i 20.000 chilometri cubi. La maggior parte di questa acqua si è raccolta nelle falde in un arco temporale stimabile tra 38.000 e 14.000 anni fa, anche se alcune sacche sono da ritenersi solo di 7.000 anni.
Dopo che Gheddafi e i Liberi Ufficiali Uniti presero il potere con un golpe incruento contro il corrotto re Idris, durante la rivoluzione di Al-Fateh nel 1969, il governo della Jamahiriya nazionalizzò le compagnie petrolifere e spese gran parte dei proventi del petrolio per sfruttare l’approvvigionamento di acqua dolce dalle falde acquifere del deserto, costruendo centinaia di pozzi.  Furono create grandi aziende agricole nel sud della Libia per incoraggiare le persone a stabilirsi nel deserto. Risultò che la maggior parte delle persone però preferiva la vita nelle zone costiere settentrionali.
Pertanto successivamente Gheddafi concepì un piano per portare invece l’acqua alle persone. Il governo della Jamahiriya libica ha condotto gli studi di fattibilità iniziali nel 1974, e nel 1983 fu istituita l’Autorità del Grande Fiume Artificiale. Questo progetto finanziato interamente dal governo è stato programmato in cinque fasi, ognuna delle quali avrebbe realizzato un sistema autonomo, che alla fine avrebbe potuto formare un sistema integrato. Poiché l’acqua nella Libia di Gheddafi è stata considerata come un diritto umano, non vi è stato alcun onere a carico del popolo e non sono stati necessari prestiti internazionali per la spesa di quasi 30 miliardi dollari del progetto.
Nel 1996, durante l’apertura della fase II del progetto del Grande Fiume Artificiale, Gheddafi disse:
“Questa è la risposta più grande all’America e a tutte le forze del male che ci accusano di coinvolti nel terrorismo. Noi siamo solo coinvolti nella pace e nel progresso. L’America è contro la vita e il progresso, e spinge il mondo verso l’oscurità”
Lo sviluppo e la distruzione
Al tempo della guerra guidata dalla NATO contro la Libia nel 2011, tre fasi del progetto Grande Fiume Artificiale sono state completate. La prima e più importante ha fornito due milioni di metri cubi di acqua al giorno lungo una conduttura di 1.200 km da Bengasi a Sirte, ed è stata formalmente inaugurata nell’agosto del 1991. La fase II fornisce un milione di metri cubi di acqua al giorno per la fascia costiera occidentale e per Tripoli. La fase III prevedeva l’espansione del sistema esistente e di servire Tobruk e la costa con un nuovo sistema di pozzi.
I “fiumi” sono una rete di 4000 chilometri di tubi in cemento di 4 metri di diametro, sepolti sotto le sabbie del deserto per evitare l’evaporazione. Ci sono 1.300 pozzi, 500.000 sezioni di tubo, 3.700 chilometri di strade e 250 milioni di metri cubi di scavo. Tutto il materiale per il progetto è stato prodotto localmente. Grandi serbatoi immagazzinano l’acqua e stazioni di pompaggio controllano il flusso verso le città.
Le ultime due fasi del progetto avrebbero dovuto unire tutta la rete di distribuzione. Una volta che fosse completata, l’acqua di irrigazione dal grande Fiume Artificiale avrebbe consentito di ottenere circa 155.000 ettari di terra da coltivare. Come disse Gheddafi, il progetto renderebbe il deserto verde come la bandiera della Jamahiriya libica.
Nel 1999 l’UNESCO aveva accettato l’offerta della Libia di finanziare il Premio Internazionale dell’Acqua Grande Fiume Artificiale, un riconoscimento che riguarda importanti lavori di ricerca scientifica sul consumo d’acqua nelle zone aride.
Molti cittadini stranieri lavoravano in Libia al Progetto Grande Fiume Artificiale. Ma dopo l’inizio del cosiddetto bombardamento umanitario della NATO contro il paese nord -africano nel marzo 2011, la maggior parte dei lavoratori stranieri sono tornati a casa. Nel luglio 2011 la NATO non solo ha bombardato il Grande Fiume e le sue condutture di alimentazione nei pressi di Brega, ma ha anche distrutto la fabbrica che produce i tubi per ripararlo, sostenendo che era stato utilizzato come “un deposito militare” e che “razzi sono stati lanciati da lì”. Sei guardie di sicurezza della struttura sono state uccise durante l’attacco della Nato, e la fornitura di acqua per il 70 % della popolazione, sia per uso domestico che per l’irrigazione, è stata compromessa creando danni alle infrastrutture vitali della Libia.
Le ultime due fasi del Grande Progetto Fiume Artificiale erano state programmate per proseguire nel corso dei prossimi due decenni, ma la guerra della NATO in Libia ha compromesso il futuro del progetto e il benessere del popolo libico.
Un documentario tedesco mostra la dimensione e la bellezza del progetto.
Le guerre dell’acqua
Acqua fresca e pulita, così come era previsto per i libici dal Grande Fiume Artificiale, è essenziale per tutte le forme di vita  In questo momento il 40 % della popolazione mondiale ha scarsità o non ha accesso all’acqua potabile, e questa cifra in realtà dovrebbe passare al 50 % entro il 2025 . Secondo il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite del 2007, il consumo mondiale di acqua raddoppia ogni 20 anni, più del doppio del tasso di crescita della popolazione umana. Allo stesso tempo, ogni anno la maggior parte dei grandi deserti di tutto il mondo sta diventando più grande e la quantità di terra agricola utile in molte aree sta diventando sempre minore, mentre i fiumi, i laghi e le principali falde acquifere sotterranee di tutto il mondo si stanno
esaurendo – tranne che nella Libia di Gheddafi .
Alla luce della situazione attuale, la distruzione da parte della NATO del Grande Fiume Artificiale è stato qualcosa di più di un semplice crimine di guerra. Il Programma delle Nazioni Unite 2007 prevedeva una cosiddetta “partecipazione agli utili dell’acqua”, che promuove attivamente la privatizzazione e la monopolizzazione delle forniture idriche mondiali da parte delle multinazionali. Nel frattempo la Banca Mondiale ha recentemente varato una politica di privatizzazione dell’acqua e la tariffazione dell’acqua a pieno costo, con uno dei suoi ex amministratori, Ismail Serageldin, che ha affermato: “Le guerre del 21 ° secolo saranno combattute per l’acqua”.
In pratica, questo significa che le Nazioni Unite, in collaborazione con la Banca Mondiale, cercano di ottenere il controllo totale delle risorse idriche, per fornirle poi ai popoli solo dietro pagamento. I prezzi saliranno mentre la qualità dell’acqua diminuirà, e le fonti di acqua dolce diventeranno meno accessibile proprio a coloro che ne hanno un disperato bisogno. In poche parole, uno dei modi più efficaci per asservire il popolo è quello di prendere il controllo delle loro esigenze quotidiane di base e di eliminare la loro autosufficienza.
Come questo si riferisca alla distruzione della NATO nel luglio 2011 del Grande Fiume Artificiale di Gheddafi, può essere spiegato nei termini della dialettica hegeliana (Tesi > Antitesi – > Sintesi). Bombardando le risorse idriche e la fabbrica di tubi, un problema è stato creato con un secondo fine, quello di ottenere il controllo della parte più preziosa delle infrastrutture della Libia. Ciò ha determinato una esigenza immediata, dal momento che il 70 % dei libici dipendeva dal Grande Fiume per gli usi domestici, nonché per l’irrigazione del terreno. Un mese dopo la distruzione del Grande Fiume, quindi, più della metà della Libia era senza acqua corrente. In definitiva una soluzione predeterminata è stata imposta: per avere accesso all’acqua fresca, gli abitanti del paese devastato dalla guerra non hanno avuto altra scelta che dipendere completamente e, quindi, ad essere schiavi, del governo installato dalla NATO.
Un governo “democratico” e che “ha portato la democrazia”, che è salito al potere attraverso l’uccisione di decine di migliaia di libici, di “bombe umanitarie”, e che ha rovesciato e assassinato il “dittatore” il cui sogno era quello di fornire acqua fresca per tutti i libici gratis .
La guerra è ancora la pace, la libertà è ancora la schiavitù.
(da Globalresarch, Traduzione di Sonia S. per civg.it)
La Libia del dittatore Gheddafi, OGGI finalmente libera e democratica
Un messaggio senza parole, rivolto a persone rette ed eticamente integre (Enrico Vigna)
Ma c’è un’altra Libia che non ci raccontano
Un comandante della Resistenza Libica Verde

2018: Condizioni per il ritorno della popolazione di Tawerga nella loro città

Chi segue le vicende Libiche, in questi giorni (era Giugno 2018),avrà notato alcuni articoli della stampa di regime, sul “ritorno” dei cittadini di Tawerga alle loro case. Ebbene questo è ancora una volta FALSO, o meglio, è possibile, ma a certe condizioni che sono una presa in giro e non un accordo.
Credo sia bene ricordare che il popolo di Tawerga è stato cacciato, deportato dalla loro città sin dal 2011 quando i NATO/RATTI invasero la città di Tawerga durante l’ invasione della LIbia, ( quella che ci hanno presentato come la liberazione dal tiranno Gheddafi).
Migliaia di persone sono state uccise, le donne violentate, uomini malamente mutilati, solo perchè neri. è anche utile ricordare che questi crimini sono stati commessi dalle bande di mercenari pagati dall’ occidente e non dal popolo di Misurata. Un anno fa i cittadini di Misurata manifestarono per il ritorno dei Tawerga alle loro case.

con l’ inizio di maggio 2018, i Tawerga avrebbero dovuto ritornare alle loro case, che intanto sono state distrutte, saccheggiate, le poche agibili sono occupate dai terroristi di Misurata.
Nei pressi di Bani Walid sono stati aperti dei campi profughi, almeno 2 persone sono morte li.
La colpa dei Tawerga è la “colpa” di tutto il popolo Libico, cioè di essere fedeli alla loro patria e quindi fedeli al Leader, Muammar Gheddafi.

Finalmente adesso si parla di accordo firmato tra le milizie di Misurata ed una fantomatica “municipalità di Tawerga” La tribù di Tawerga non riconosce questo documento. Ma cosa dice questo “accordo”?
Condizioni per il ritorno della popolazione di Tawerga nella loro città:
1. Le forze “di sicurezza” di Misurata controllano l’ingresso di rifugiati a Tawerga.
2. Le forze di sicurezza di Misurata parlano a nome della città di Tawarga
3. I rifugiati sono autorizzati a vivere in luoghi identificati da Misurata, il resto, di quelle aree che non sono identificati per l’insediamento, i cittadini sono impegnati nella ricerca di alloggi per se stessi o vivono in un campo profughi.
4. Le forze di sicurezza di Misurata possono chiudere l’ingresso nella città dei Tawerga o decidere di deportarli in un luogo controllato dal Consiglio di Misurata.
5. E ‘vietato per qualsiasi persona di Tawerga entrare in città in modo indipendente, eccetto per coloro che hanno il permesso delle forze di sicurezza di Misurata.
6. I residenti di Tawerga non sono autorizzati a partecipare a nessuna trattativa o a stipulare accordi, ad eccezione di quelli conclusi con il permesso di Misurata.
7 È vietato a qualsiasi persona in Tawerga di tenere dimostrazioni o rilasciare dichiarazioni, ad eccezione di quelle consentite da Misurata.
8. Eventuali visite  ai residenti di Tawerga sono fatte solo dopo l’approvazione da parte delle forze di sicurezza di Misurata.
9. L’istituzione della polizia di Tawerga o dell’ufficio di sicurezza non è consentita.
Soltanto un sito Russo ( che a sua volta riprende un post su Facebook),  di cui riporto il link ci consente di sapere di questo vergognoso falso accordo.

http://za-kaddafi.org/node/45109

L’internazionale criminale: la Lega anticomunista mondiale

Fondata a Taiwan da Chiang Kai-shek, Reverendo Moon e da criminali nazisti e di guerra giapponesi, la Lega anticomunista mondiale (WACL) con Nixon la prima volta estese i metodi contro-insurrezionali nel sud-est asiatico e nell’America Latina. Sette capi di Stato parteciparono alle sue riunioni. Poi, rediviva con l’era Reagan, divenne uno strumento del complesso militare-industriale degli USA e della CIA durante la Guerra Fredda. Gli furono commissionati omicidi politici e l’addestramento controinsurreazionale in tutti i conflitti, tra cui l’Afghanistan dove era rappresentata da Usama bin Ladin.
| Parigi (Francia)
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Alla fine della seconda guerra mondiale, i servizi segreti statunitensi utilizzarono fascisti, ustascia e nazisti per creare una rete di agenti anticomunisti: Stay-behind [1]. Se reclutati negli Stati Uniti i futuri agenti atlantici dovevano rimanere segreti, negli Stati sotto il controllo sovietico, al contrario, dovevano agire pubblicamente. Fu creata quindi, nel 1946, una sorta di ente internazionale per coordinare l’azione degli agenti orientali trasferiti in occidente: il Blocco delle Nazioni anti-bolsceviche (ABN). Fascisti ucraini, ungheresi, rumeni, croati, bulgari, slovacchi, lituani, ecc. si unirono sotto la guida di Yaroslav Stetsko. Ex-capo collaborazionista ucraino, Stetsko è considerato il responsabile del massacro di 700 persone, per lo più ebrei, a Leopoli del 2 luglio 1941.

Otto anni più tardi, alla fine della guerra di Corea, gli Stati Uniti sostituirono la Francia in Indocina [2]. Il presidente Eisenhower creò un sistema di difesa regionale diretto contro l’URSS e la Cina. L’8 settembre 1954, seguendo il modello della NATO, fu creata la SEATO che raggruppava Australia, Nuova Zelanda, Pakistan, Filippine, Thailandia, Regno Unito e Stati Uniti. Il 2 dicembre il dispositivo fu completato con un trattato di difesa bilaterale tra Stati Uniti e Taiwan [3]. In parallelo, la CIA, sotto la direzione di Allen Dulles, struttura i servizi spionistici di tali Stati e crea un’organizzazione di contatto tra i partiti anticomunisti nella regione. Quindi, viene creata attorno Chiang Kai-shek la Lega anti-comunista dei popoli dell’Asia (APACL).

Oltre al presidente di Taiwan Chiang Kai-shek, l’APACL conta tra i suoi membri Paek Chun-hee, futuro presidente della Corea del Sud; Ryiochi Sasakawa, criminale di guerra divenuto milionario e benefattore del Partito liberale giapponese; e il Reverendo Sun Myung Moon [4], profeta della Chiesa dell’Unificazione. Inoltre, nelle file dell’APACL vi erano il generale Prapham Kulapichtir (Thailandia), il presidente Ferdinando Marcos (Filippine), il principe Sopasaino (Laos) [5] il colonnello Do Dang Cong, rappresentante del presidente del Vietnam Nguyen Van Thieu), ecc.
L’APACL è sotto il controllo totale di Ray S. Cline, allora capo della stazione della CIA a Taiwan [6], e pubblica l’Asian Bulletin redatto da Michael Lasater, futuro capo del dipartimento dell’Asia della Heritage Foundation [7].

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1967

La creazione della WACL

1976 The WACL 9th Conf. held at Seoul, Korea Dal 1958, il presidente del Blocco delle Nazioni anti-bolsceviche (ABN) presenziò a Taipei, in occasione della conferenza annuale della Lega anticomunista dei Popoli dell’Asia (APACL). Stetsko e Cline supervisionarono la fondazione della Political Warfare Cadres Academy di Taiwan, l’istituzione responsabile dell’addestramento dei quadri del regime di Chiang Kai-shek nella repressione anticomunista. L’accademia è l’equivalente asiatico del Psychological Warfare Center di Fort Bragg (Stati Uniti) e della Scuola delle Americhe a Panama [8]. Progressivamente, la CIA formò una rete di gruppi politici ed istruttori in controinsurrezione in tutto il mondo. Nel 1967, ABN e APACL si fusero denominandosi Lega anticomunista mondiale (World Anti-Communist League, WACL) estendendo le attività a tutto il “mondo libero”. Tra i nuovi membri vi erano i Los Tecos o Legione di Cristo Re, formazione fascista messicana creata durante la Seconda Guerra Mondiale. La Lega nella prima fase conobbe un boom negli anni ’73-’75, quando Richard Nixon e il consigliere per la sicurezza Henry Kissinger occupavano la Casa Bianca.

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Il suo finanziamento è assicurato generosamente dalla Chiesa della Riunificazione. Tuttavia, tale realtà non è più riconosciuta pubblicamente dal 1975. Il Rev. Sun Myung Moon disse poi di aver rotto i legami con la Lega, ma continuava ad esercitare la propria leadership tramite il suo rappresentante giapponese Osami Kuboki.

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Il ruolo della WACL nell’attuazione dei piani Fenice (1968-1971) e Condor (1976-1977), con l’assassinio di migliaia di sospetti simpatizzanti del comunismo nel sud-est asiatico e in America Latina, non è sufficientemente documentato.
L’Operazione Phoenix fu probabilmente applicata in Vietnam dal Joint Unconventionnal Warfare Task Force del maggiore-generale John K. Singlaub, poi presidente della WACL. Tuttavia, Singlaub ha sempre negato il coinvolgimento in tale operazione.
D’altra parte, il generale Hugo Banzer, che impose la sua dittatura in Bolivia nel 1971-1978, presiedette la sezione latinoamericana della WACL. Banzer organizzò un piano per eliminare fisicamente i suoi oppositori comunisti nel 1975. Il piano Banzer fu presentato come modello da seguire in un vertice latinoamericano della WACL ad Asuncion, nel 1977, alla presenza del dittatore paraguaiano Alfredo Stroessner. Una mozione diretta a procedere nello stesso modo, l’eliminazione di tutti i sacerdoti e religiosi seguaci della teologia della liberazione nell’America Latina, fu presentata dalla delegazione del Paraguay e adottata dalla Conferenza mondiale della WACL nel 1978 [9].
Non si sa con certezza il ruolo della WACL nella strategia della tensione che colpì l’Europa in quel periodo. François Duprat, fondatore di Ordine Nuovo francese; Giorgio Almirante, fondatore del MSI; lo spagnolo Jesus Palacio, fondatore di CEDADE; il belga Paul Vankerhoven, presidente del Circolo delle nazioni, e altri come loro, militarono nella WACL. La Lega esfiltrò dall’Italia Stefano delle Chiaie [10] ricercato per terrorismo, e l’inviò in Bolivia, allora sotto il regime di Hugo Banzer, dove fu nominato subito secondo di Klaus Barbie alla testa degli squadroni della morte.
La documentazione è scarsa anche sul ruolo della WACL nella guerra in Libano. E’ noto, al massimo, che reclutò mercenari per le milizie cristiane del presidente Camille Chamoun nel 1975, una settimane prima dello scoppio del conflitto.

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Al suo arrivo alla Casa Bianca nel 1977, Jimmy Carter volle porre fine alle pratiche sordide dei predecessori. L’Ammiraglio Stanfield Turner fu nominato capo della CIA e si dedicò ad eliminare i regimi autoritari in America Latina. Fu dura per la WACL, che non ricevette più finanziamenti dai suoi membri. Allora divenne un covo di anti-Carter, preparandosi a giorni migliori e creando spontaneamente rapporti con la principale organizzazione anti-Carter degli Stati Uniti, la Coalizione Nazionale per la Pace Attraverso la Forza (National Coalition for Peace Through Strength). Tale fronte del rifiuto promanava dal Consiglio di sicurezza nazionale statunitense, che il presidente Eisenhower designò con il termine “complesso militare-industriale” [11]. I suoi co-presidenti erano il generale Daniel O’Graham [12], che partecipò con George H. Bush alla Commissione Pipes per la rivalutazione della minaccia sovietica, denominata Team B [13], e il generale John K. Singlaub [14].
Numerosi funzionari della Lega erano legati ai comitati per l’elezione di Ronald Reagan. Per molti di loro, il governatore repubblicano della California non era un estraneo. In effetti, alla fine della seconda guerra mondiale, Reagan fu portavoce della Crociata per la libertà, la raccolta fondi per accogliere negli Stati Uniti gli immigrati dall’Europa orientale in fuga dal comunismo. Difatti si trattava di radunare nazisti, fascisti ed ustascia nel Blocco delle Nazioni anti-bolsceviche (ABN). E il vicepresidente George H. Bush era un altro amico. Da direttore della CIA fu a capo dell’Operazione Condor.

L’età d’oro della WACL

Con l’arrivo di Ronald Reagan e George H. Bush alla Casa Bianca, la WACL riacquista vigore e continua a svilupparsi. I vecchi contatti danno frutti. Il complesso militare-industriale degli Stati Uniti finanzia la creazione della sezione statunitense della WACL denominata Consiglio per la Libertà Mondiale (Council for World Freedom, USCWF). Il presidente era il generale John K. Singlaub e il vicepresidente era il generale Daniel O’Graham. Ma non solo. Il complesso militare-industriale fece della WACL lo strumento centrale della repressione anticomunista mondiale. Singlaub divenne così presidente della WACL.

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La Lega agisce su tutti i fronti :
Per combattere la presenza sovietica in Afghanistan, il Consiglio di Sicurezza Nazionale statunitense [15] finanziò una sezione della WACL: il Comitato per un Afghanistan Libero con sede presso la Fondazione Heritage. L’operazione inizia con la visita ufficiale di Margaret Thatcher e Lord Nicholas Bethell, capo dipartimento dell’MI6, negli Stati Uniti, e la dirige il generale J. Milnor Roberts. Il Comitato è direttamente coinvolto nel supporto logistico ai “combattenti per la libertà”, autorizzati dal direttore della CIA William Casey [16] e diretti da Usama bin Ladin [17]. Il legame tra la WACL e l’affarista saudita l’assicura un collaboratore dello sceicco, Ahmad Salah Jamjun dell’impresa di costruzioni Bin Ladin Group, e un ex-primo ministro dello Yemen del Sud [18].
Nelle Filippine, il presidente Ferdinando Marcos rappresenta la WACL. Ma quando viene estromesso nel 1986, John K. Singlaub e Ray Cline arrivano nel Paese per scegliere nuovi partner, quindi creano un gruppo paramilitare antiguerriglia e scelgono il generale Fidel Ramos [19], amico di Frank Carlucci [20], George H. Bush e Bin Ladin.
Per combattere la rivoluzione sandinista in Nicaragua, la WACL crea una base logistica nella proprietà di John Hull in Costa Rica, con istruttori argentini. La Lega usa anche i servizi offerti dal Capo di Stato Maggiore dell’Honduras, generale Gustavo Alvarez Martinez, che recluta mercenari utilizzando la copertura umanitaria del Refugee Relief International.
In Guatemala, la WACL conta su Mario Sandoval Alarcon, capo del Movimento di Liberazione Nazionale. Sandoval, vicepresidente nel 1974-1978, era il vero padrone del Paese, essendo il generale-presidente Romeo Lucas Garcia null’altro che un burattino. Sandoval creò gli squadroni della morte che uccisero più di 13000 persone in cinque anni.
Nel Salvador, la WACL si affidò a Roberto D’Aubuisson, formatosi all’accademia di Taiwan e beneficiario degli aiuti dai guatemaltechi. D’Aubuisson divenne capo dell’ANSESAL, equivalente locale della CIA, e di un’organizzazione paramilitare di destra, il Partito Repubblicano Nazionalista (ARENA). Inoltre, creò gli squadroni della morte e fece uccidere l’arcivescovo Oscar Romero.

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Harry Aderholt & John Singlaub

Ma il successo della WACL ne causò anche la caduta. Nel 1983, il sottosegretario alla Difesa Fred C. Iklé [21] creò al Pentagono un comitato segreto di otto esperti, il Consiglio per la Difesa della Libertà, guidato dal generale John K. Singlaub [22]. E’ noto che la commissione decise che l’intervento segreto in Afghanistan fosse un modello da seguire anche in Nicaragua, Angola, Salvador, Cambogia e Vietnam, ma non vi sono abbastanza documenti sui dettagli delle loro operazioni.
Nel 1984 Ronald Reagan lasciò alla Lega in generale e in particolare a John Singlaub, il finanziamento congiunto dell’Irangate sotto la diretta autorità del colonnello Oliver North del Consiglio di Sicurezza Nazionale. Lo scandalo scoppiò nel 1987, svelando tutto e distruggendo la WACL.

Traduzione
Alessandro Lattanzio
(Sito Aurora)
[1] « Stay-behind : les réseaux d’ingérence américains », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 20 août 2001.
[2] L’esercito francese perse la battaglia di Dien Bien Phu il 7 maggio 1954.
[3] D’altra parte, il 29 gennaio 1955, il Congresso diede carta bianca al presidente Eisenhower autorizzandolo ad entrare in guerra per difendere Taiwan se attaccata dai comunisti.
[4] « Révérend Moon : le retour », Réseau Voltaire, 26 mars 2001.
[5] Il principe Sopasaino, vicepresidente dell’Assemblea Nazionale del Laos, fu intercettato dalle autorità francesi nell’aeroporto Orly di Parigi, il 23 aprile 1971. Aveva nei bagagli 60 kg di eroina pura.
[6] Ray S. Cline fu l’analista più ascoltato allo scoppio della guerra di Corea. Fu capo della stazione della CIA a Taipei dal 1958 al 1962. La sua copertura era direttore dell’US Naval Auxiliary Communications Center. Divenne vicedirettore della CIA grazie al cambio del personale causato dal fiasco della Baia dei Porci. Pubblicò un libro di memorie, Secrets, Spies and Scholars, Editorial Acropolis Books, 1976.
[7] Michael Laseter era il principale responsabile della Chiesa universale e trionfante (CUT) di Elizabeth Claire. A metà degli anni ’70, la setta fu al centro di uno scandalo quando un arsenale militare fu scoperto presso la sede in California. Uno dei suoi capi fu nominato direttore esecutivo della rappresentanza della WACL in Afghanistan, negli anni ’80.
[8] La Scuola delle Americhe (SOA) fu poi trasferita a Fort Benning negli Stati Uniti. La nostra biblioteca elettronica offre una guida completa agli studenti della scuola nel 1947-1996.
[9] Questa operazione sembra essere stata condotta in coordinamento con monsignor Alfonso Lopez Trujillo, allora Segretario Generale della Conferenza Episcopale Latinoamericana (CELAM).
[10] « 1980 : carnage à Bologne, 85 morts », Réseau Voltaire, 12 mars 2004.
[11] La Coalizione Nazionale per la Pace attraverso la Forza ebbe fino a 257 congressisti.
[12] Il tenente-generale Daniel O’Graham fu vice direttore della CIA incaricato delle relazioni con le altre agenzie d’intelligence (1973-1974) e successivamente direttore della DIA (1974-1976). Direttore esecutivo del Consiglio di Sicurezza Nazionale degli USA, fu uno dei principali fautori della proposta “Star Wars”. Fondò High Frontier che presiedette fino alla morte nel 1995.
[13] Nel 1975, l’estrema destra accusò la CIA di essere stata penetrata da infiltrati comunisti e di minimizzare il pericolo rosso. Il presidente Ford quindi nominò George H. Bush direttore dell’Agenzia ed autorizzò il completamento di una contro-verifica. Richard Pipes creò “Team B” che pubblicò un rapporto allarmista per giustificare la ripresa della corsa agli armamenti. Oggi è noto che la Commissione Pipes travisò deliberatamente i dati per aprire mercati al complesso militare-industriale. Su questo argomento, vedasi: « Les marionnettistes de Washington », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 13 novembre 2002. “Daniel Pipes, esperto dell’odio”, Traduzione di Franco Cilli, Rete Voltaire, 5 maggio 2004.
[14] John K. Singlaub fu un ufficiale dell’OSS durante la seconda guerra mondiale. Creò la guerriglia del Kuomintang di Chiang Kai-shek contro i giapponesi. Durante la guerra di Corea fu a capo della stazione della CIA, e più tardi, durante la guerra del Vietnam, diresse i Berretti Verdi. Fu istruttore di controinsurrezione a Fort Benning. Andato in pensione, divenne il direttore della formazione presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale degli USA. Fu in quella posizione che divenne co-presidente della Coalizione e, in seguito presidente della Lega.
[15] La National Endowment for Democracy finanzia il Comitato dal 1984. Questi poi trasmetteva parte dei fondi ricevuti a organizzazioni umanitarie per i propri scopi politici in Afghanistan, in particolare Medici senza frontiere, Bernard Kouchner e Assistenza medica internazionale.
[16] Gli Stati Uniti destabilizzarono deliberatamente l’Afghanistan, ma non si aspettarono l’entità della reazione militare di Mosca. Washington quindi mobilitò gli alleati nella guerra, non per “liberare” gli afgani, ma esplicitamente per evitare che l’URSS avanzasse verso il Mare Arabico.
[17] Nel 1983, la WACL stampò T-shirt con l’effige di Usama bin Ladin e la scritta “Sostieni i combattenti per la libertà afgani. Combattono per te!“.
[18] Usama bin Ladin non veniva presentato come un musulmano credente, ma come affarista anticomunista scelto dal principe Turqi, capo dei servizi segreti sauditi, per partecipare alla guerra degli Stati Uniti contro i sovietici. Bin Ladin fu prima responsabile della direzione della costruzione delle infrastrutture necessarie ai “combattenti per la libertà”, dopo gestì i rifornimenti ai mujahidin stranieri che li raggiunsero. Usama Bin Ladin divenne solo alla fine un credente musulmano per imporre la sua autorità.
[19] Il generale Fidel Ramos fu eletto presidente nel 1992. Alla fine del mandato, nel 1998, entrò nel Gruppo Carlyle. Vedasi: « Le Carlyle Group, une affaire d’initiés », Réseau Voltaire, 9 février 2004.
[20] « L’honorable Frank Carlucci », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 11 février 2004.
[21] Fred C. Iklé era il secondo di Caspar Weinberger al Pentagono. Questo storico guerriero freddo è attualmente membro di Center for Security Policy (CSP) e di Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC), ed amministratore della Smith Richardson Foundation.
[22] Tale comitato comprende i generali Harry Aderholt e Edward Lansdale, il colonnello John Waghelstein, Seale Doss, Edward Luttwak, il maggiore F. Andy Messing Jr. e Sam Sarkessian.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article192711.html

2018: Interferenze criminali in Libia da parte di Italia, Turchia e Qatar

9 marzo 2018, Libyan War The Truth 25/2/2018

Italia, Qatar e Turchia sostengono apertamente i terroristi in Libia. Queste attività sono atti criminali contro l’umanità e sono crimini di guerra internazionali. Il popolo libico ha sofferto sotto le milizie (terroristi) e altri mercenari infiltrati nel Paese con la guerra illegale iniziata sotto falsa bandiera nel 2011. Se tali terroristi venivano lasciati a se stessi, le grandi tribù della Libia (tutti i popoli libici) li avrebbero rimossi purificando il Paese e riportando stabilità e sovranità da anni. Ma non era il piano dei criminali sionisti del Nuovo Ordine Mondiale (Clinton, Obama, Cameron, Sarkozy, Qatar, Turchia, ecc.). Il loro piano è la distruzione della Libia, il furto di tutte le risorse libiche. La Libia era completamente solvibile, senza debiti, con 500 miliardi nelle riserva europea e federale, molte tonnellate di oro, argento, metalli preziosi e enormi quantità di petrolio. Questo era il suo crimine, non averli sotto il controllo dei banchieri sionisti (Rothschilds, ecc.) Con la loro moneta legale e senza debiti verso FMI, Banca Mondiale o altre banche controllate da Rothchild. Gheddafi stava creando una valuta basata sull’oro per tutta l’Africa perché capiva le attività criminali dei banchieri e il loro piano del debito per controllare il mondo col dollaro fasullo. La creazione del Dinaro d’oro per l’Africa fu ciò che lo fece uccidere.

Negli ultimi anni l’Italia ha lentamente inviato soldati in terra libica. Non è legale, né voluto dal popolo libico. È già abbastanza grave che invadano la Libia illegalmente ma, peggio ancora, si sono schierati coi terroristi contro il popolo libico. Ancora una volta, l’Italia dimostra la propria corruzione preoccupando la Libia. L’Italia collabora col governo fantoccio illegittimo delle Nazioni Unite di Saraj a Tripoli, un governo di terroristi. L’Italia invia anche truppe a Misurata, sede delle peggiori milizie criminali in Libia. La scorsa settimana, Derna, nell’est della Libia, veniva assediata dall’Esercito nazionale libico, la ragione è la patria dell’islam radicale in Libia ed è piena di terroristi, molti dei quali ricercati dalle autorità mondiali. L’esercito egiziano ha iniziato a bombardare i noti nascondigli di questi terroristi a Derna. Questo aiuta il popolo libico nella lotta per ripulire il Paese e anche aiuta a proteggere l’Egitto dai terroristi che l’attraversano. Con un atto di estrema arroganza, il governo italiano ha contattato quello egiziano chiedendogli di smettere di attaccare Derna. Ha detto all’Egitto che non era autorizzato a bombardare in Libia. Chi diavolo pensa di essere l’Italia? Non ha il controllo della Libia, e non è certamente responsabili dell’Egitto e del suo diritto di proteggere il proprio popolo. Questa è l’arroganza degli italiani che lavorano per i sionisti passandogli la Libia per una caramella, essendo al verde e disperatamente bisognosi di derubare ancora le ricchezze della Libia. Ovviamente gli italiani devono schierarsi coi mercenari terroristi perché i libici li butterebbero fuori se potessero scegliere
Per chi non sa cosa fece l’Italia in Libia in passato…

La storia dei crimini di guerra italiani contro il popolo libico è orrenda. C’è un eccellente film realizzato anni fa, intitolato il “Leone del Deserto”, con Anthony Quinn. (scaricabile qui). Questo film fu realizzato nel 1981 ed è la storia di Omar Muqtar, un grande eroe libico che combatté l’esercito fascista di Mussolini nel deserto. Il film è vicino a fatti storici. L’Italia non poteva combattere i beduini nel deserto; perdeva, e così Mussolini inviò uno spietato capo militare (Graziani. NdT) che pose il filo spinato nel deserto, uccidendo persone e animali. Imprigionò tutti i libici nei campi di concentramento e ne uccise molti per fame e sete. Quando l’Italia finì in Libia, rimasero vivi solo 250000 cittadini libici. Dopo di che l’Italia occupò la Libia, prendendosi terra, beni, città, ecc. Si costruirono ville e case estive. Il popolo libico non era autorizzato a possedere terra ed era schiavo dei ricchi italiani. Nel 1969, la Libia era il Paese più povero dell’Africa, cogli italiani che rubavano la ricchezza della Libia e Stati Uniti, Regno Unito e Francia che ne prendevano il petrolio. Il Regno Unito piazzò un vecchio re dispotico (i libici non ne ha mai avuti) e ne fu il burattino. Il salario medio di un libico era 60 dinari all’anno. Questo portò il colpo di Stato incruento (Rivoluzione di al- Fatah del 1969) delle grandi tribù della Libia allontanando il Paese da ladri ed occupanti illegali. Dal 1969 alla rivoluzione fasulla sotto falsa bandiera della NATO e alla guerra illegale, la Libia divenne il Paese più sviluppato e ricco d’Africa. Questo sotto la guida di Muamar al-Qadafi.
Ora Qatar e Turchia sostennero la destabilizzazione della Libia dall’inizio della falsa bandiera del 2011. Il Qatar è un Paese piccolo con risorse limitate ma grande appetito. È sede della più grande base militare degli Stati Uniti nel mondo e ospita i più grandi campi di addestramento per terroristi mercenari. Il Qatar cercò avidamente di rubare le risorse della Libia per anni ed approfittò dell’aiuto offerto da Hillary Clinton nel 2011 unendosi nell’attacco alla Libia. Finora il Qatar sostiene apertamente i terroristi e le milizie islamiste che occupano la Libia e opprimono il popolo libico. Il Qatar arma e finanzia apertamente le milizie criminali in Libia e impedisce intenzionalmente al legittimo popolo libico di controllare i propri governo e terra. Questi sono atti di guerra e crimini contro l’umanità in quanto tali milizie sono spietate, prendendo libertà e denaro del popolo libico. La Turchia arma, finanzia e invia mercenari in Libia ogni giorno. La Turchia è ora casa e rifugio di tutti i principali terroristi del mondo. Bilhaj, fondatore del Libya Islamic Fighting Group, nota organizzazione terroristica, vive felicemente in Turchia godendo dei miliardi che ha rubato alla Libia e usa l’LIFG per controllare Tripoli; e sempre pianifica il terrorismo nel mondo. Tripoli è ora sede di alcuni dei peggiori estremisti islamici, che lavorano con LIFG, governo fantoccio delle Nazioni Unite di Saraj e milizie di Misurata di Hillary Clinton. Tripoli è controllata da tali milizie terroristiche. Gli abitanti di Tripoli vivono in una prigione, sono controllati e maltrattati da tali milizie armate. Non c’è governo ma solo i dittatori terroristici che derubano dalla Libia e abusano del popolo libico ogni giorno. Ancora una volta, il sostegno della Turchia a terrorismo e corruzione in Libia è un crimine contro l’umanità e contro tutte le leggi internazionali.
A proposito di crimini contro l’umanità, va fatta una dichiarazione sulla tribù dei Tawargha. Una tribù libica di colore, rimasta senza case per mano dalle milizie di Misurata (terroristi) che distrussero le loro città negli ultimi 7 anni. Il 1° febbraio 2018 è il giorno in cui tutta la Libia (incluso il governo fantoccio) decise che i Tawargha tornino a case. Naturalmente, non vi è alcun rispetto per lo Stato di diritto quando bande e milizie controllano il Paese. Di conseguenza, la tribù dei Tawargha viaggiò per rientrare casa per centinaia di miglia nel deserto, ma prima che raggiungesse le proprie case, le milizie di Misurata bloccarono le strade e non li lasciò passare. Ora, dal 1° febbraio, circa 60000 uomini, donne e bambini vivono nel deserto senza acqua, cibo o rifugio. Il mondo chiude gli occhi su tali atrocità mentre i media favoriscono le milizie di Misurata che compiono tale terrorismo. Dimostrando ancora una volta che chi ha preso la Libia con la forza, ha distrutto il Paese e continua a mantenere uno Stato fallito è la stessa Cabala del Nuovo Ordine Mondiale Sionista che controlla i media in tutto il mondo. Non si basano all’umanità, si preoccupano solo della loro agenda, Paesi, famiglie e vite distrutti sono solo danni collaterali accettabili. Le Grandi Tribù della Libia lavorano ogni giorno per ripulire il Paese da tali intrusi e terroristi. Il popolo libico non è estremista, odia l’Islam radicale, quindi è un bersaglio dei radicali. Le tribù lavoreranno per una nuova elezione quest’anno, una in cui un nuovo governo e un nuovo leader saranno eletti dal popolo libico (non piazzato con la forza delle Nazioni Unite o dai sionisti). Dei circa 5 milioni di libici legittimi, oltre 3,5 milioni sono ora registrati per votare. Questa è la stragrande maggioranza della popolazione adulta. Tribù e popolo libici non hanno perso la volontà di ottenere sovranità e libertà. Sanno che è un compito difficile quando i terroristi che occupano il Paese sono sostenuti ogni giorno da altri Paesi. Sanno che hanno bisogno di aiuto anche dall’estero perché sono stati appositamente esclusi dai loro fondi e dalla capacità di acquistare armi (embargo dell’ONU dal 2011). Le grandi tribù della Libia hanno bisogno di più voci che gridino al mondo l’ingiustizia commessa ogni giorno nel loro Paese con le interferenze illegali di altri Paesi. Hanno bisogno di aiuto per liberare il proprio Paese (e il mondo) dai terroristi in Libia. Guardano ai vicini per l’aiuto perché anch’essi sono minacciati dagli stessi mercenari terroristi e rivolgono gli occhi alla madre Russia, che vedono come forse l’unico Paese giusto per chi ha perso Paese nei continui crimini della Cabala sionista del Nuovo ordine mondiale
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Traduzione di Alessandro Lattanzio

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2018/03/09/interferenze-criminali-in-libia-da-parte-di-italia-turchia-e-qatar/

L’associazione Vittime della Nato in Libia lotta contro l’impunità dei potenti

28 gennaio 2018

Dalla guerra in Iraq nel 1991 a oggi, nessun tribunale internazionale ha mai processato e giudicato i vincitori delle guerre di aggressione condotte dall’Occidente e dagli alleati del Golfo. E dire che la guerra di aggressione è bandita in modo assoluto dalla carta delle nazioni unite ed è considerata il «crimine internazionale supremo» sin dall’epoca del tribunale di Norimberga (che però giudicò solo i vinti).

Alcune volte gli Stati presi di mira hanno provato a reagire ricorrendo a istanze internazionali (si pensi alla Jugoslavia durante i bombardamenti Nato del 1999); altre volte erano i cittadini danneggiati a provare le strade dei tribunali internazionali, sul lato penale e civile. Il primo non ha mai sortito effetti; per il secondo, alle vittime civili – «effetti collaterali» – afghane, irachene, pakistane sono stati elargiti risibili risarcimenti a cura dei responsabili, si vedano gli Usa con gli abitanti dei villaggi sterminati dai droni. Troppo poco, decisamente.

Si sta muovendo con coraggio contro l’impunità Khaled el Hamedi, cittadino libico, fondatore dell’associazione Vittime della Nato. Un bombardamento dell’operazione Unified Protector sterminò la sua famiglia il 20 giugno 2011 a Sorman. Dalle macerie furono estratti i corpi maciullati della moglie Safae Ahmed Azawi, incinta, dei suoi due figli piccoli Khaled e Alkhweldi, della nipote Salam, della zia Najia, del cugino Mohamed; uccisi anche i bambini dei suoi vicini di casa e due lavoratori. Abbiamo rivolto alcune domande al legale di Khaled, Jan Fermon, che sta preparando una conferenza stampa a Bruxelles, il 29 gennaio.

famiglia uccisa dalla nato
Avvocato Fermon, il 23 novembre 2017 la Corte d’appello di Bruxelles (Belgio, sede del Patto atlantico) ha risposto negativamente al ricorso del suo assistito Khaled el Hamidi; l’immunità della Nato è stata confermata…

E’ stata persa l’occasione di un passo avanti storico nell’applicazione della legislazione internazionale sui diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Una grande ingiustizia verso tante vittime. Khaled el Hamidi (che ora vive in esilio, ndr) è intenzionato ad andare avanti finché l’impunità non avrà fine. Il fatto che la sede della Nato sia qui, ha aperto la strada alla possibilità di un processo civile.

Come mai la Nato gode dell’immunità, e dunque dell’impunità?

La Nato è un organismo interstatale e multilaterale; con il trattato di Ottawa del 1951, i paesi fondatori decisero per l’immunità dalla giurisdizione cioè l’impossibilità di processare (cosa diversa dall’immunità di esecuzione cioè l’impossibilità di applicare la punizione). E’ grave, trattandosi di un’organizzazione che può dunque impunemente decidere della vita e della morte delle persone in giro per il mondo. Non è certo un incentivo, per la Nato e per altri, a rispettare il diritto internazionale…Può sfociare nell’impunità per crimini di guerra.

Paradossale. Non ci sono limiti a questa immunità?

Sì, ci sarebbero, e questa è la base della nostra azione legale. Infatti l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti umani e altri strumenti internazionali prevedono che ogni cittadino abbia il diritto di accedere a un tribunale. E, per la Convenzione di Vienna, gli Stati devono rispettare i trattati che hanno firmato. Il diritto di accesso, tuttavia, non è assoluto e può subire limitazioni, appunto di fronte all’immunità delle organizzazioni internazionali, che hanno fini da perseguire. Ma c’è una giurisprudenza, anche da parte della Corte di cassazione belga, secondo la quale la limitazione nell’accesso ai giudici non è accettabile quando l’organizzazione internazionale che dovrebbe essere messa in stato di accusa non ha una sorta di tribunale interno accessibile da parte dei cittadini che hanno subito danni dal suo operato. La Nato è priva di questo meccanismo rispetto alle sue azioni in Libia.

E dunque?

Intanto: la Nato ha rifiutato di comparire in giudizio (loro sostengono di limitarsi a coordinare le azioni belliche degli Stati membri, lo Stato belga l’ha rappresentata (dopotutto se si tratta di risarcire danni, spetterà poi agli Stati membri). Un primo scoglio era che Khaled non potesse invocare l’articolo 6 e dunque il diritto di accesso a un giudice perché non è cittadino europeo e il danno era avvenuto fuori dall’Europa. Ma in due sentenze, la Corte europea dei diritti umani aveva stabilito che si potesse invocare l’articolo 6 perché il paese dove la causa era cominciata lo permetteva. Nel nostro caso, però, la Corte d’appello ha deciso così: «Avete il diritto di accedere alla Corte, ma la limitazione al vostro diritto, dovuta all’immunità della Nato, rimane accettabile, proporzionata, visti gli obiettivi che l’organizzazione internazionale deve realizzare.» La Corte d’appello si è riferita a una Corte olandese che aveva sancito l’immunità per i caschi blu olandesi dell’Onu, nella vicenda di Srebrenica.

Ma l’Onu e la Nato, lei dice, non possono essere messe sullo stesso piano.

La prima è un’organizzazione che almeno in linea di principio non è di parte e riconosce la sovranità e l’eguaglianza di tutte le nazioni; ha per obiettivo l’applicazione del proprio Statuto, che è la base del diritto pubblico internazionale contemporaneo. Inoltre l’Onu dovrebbe avere il monopolio dell’uso della forza, oltretutto solo con il fine di ristabilire la pace. La Nato è praticamente illegale rispetto alla Carta dell’Onu che parla di organizzazioni regionali ma non di patti militari; è un club militare di un gruppo limitato di paesi e ha come obiettivo l’uso della forza.

Non potevate impugnare l’illegalità della guerra della Nato, che andò ben oltre il mandato della risoluzione del Consiglio di sicurezza 1973, operando un regime change e violando addirittura il mandato relativo alla protezione dei civili?

Dal punto di vista politico, è verissimo. La 1973 fu strumentalizzata. Però, questo genere di argomento renderebbe ancora più difficile le cose per un giudice belga. Ho preferito non usare l’argomento della legalità dei quella guerra perché nel caso della famiglia el Hamedi non ce n’era bisogno: prendere di mira un’abitazione civile è un crimine di guerra. La Commissione d’inchiesta dell’Onu sulla Libia al tempo si disse insoddisfatta delle spiegazioni della Nato circa l’episodio…a volte hanno tirato in ballo un errore da parte degli informatori sul campo, altre volte hanno affermato che la casa era una centrale di comando, tutto evidentemente falso.

Quali le vostre prossime mosse? Provare in altri paesi?

Dobbiamo valutare se continuare in Belgio; la Corte di cassazione non può cambiare la decisione nel merito. Altri paesi? Si potrebbe solo conoscendo la nazionalità dell’aereo che ha colpito quel giorno. Il paese è corresponsabile delle azioni. Ma è impossibile saperlo, vista l’omertà in casa Nato. Pensiamo anche alla Corte europea per i diritti umani.

E il Tribunale penale internazionale (Tpi) visto che si tratta di un crimine di guerra?

Quanto al Tpi, la risoluzione 1970 sulla Libia in effetti lo tirava in ballo …dal punto di vista letterale gli venivano affidati tutti i crimini compiuti in Libia; ma è molto chiaro che ci si riferiva solo a Gheddafi e alla sua ristretta cerchia. Inoltre per le vittime, far ricorso a quel tribunale, significa avere pochissimi diritti; il procuratore spesso non avvia nemmeno l’inchiesta; lo sanno tutti. Ci sono pressioni fortissime.

Ha assistito altre vittime delle guerre occidentali?

Ci ho provato nel 2003 durante l’occupazione dell’Iraq. Il Belgio aveva la giurisdizione universale (cioè estesa ad atti compiuti fuori dei propri confini) rispetto ai crimini di guerra. Difendevo un gruppo di cittadini iracheni contro il generale Tommy Franks e altri militari. Beh, furono impressionanti le minacce. Il Segretario Usa alla difesa Donald Rumsfeld chiese al Belgio di non accettare la mia denuncia; il paese fu minacciato di boicottaggio, di ritiro degli uffici della Nato (100mila posti di lavoro); e siccome il ministro degli esteri si era rivelato un po’ indipendente, fu imposto di estrometterlo dal governo successivo. Del resto, come non ricordare il cosiddetto «Hague Invasion Act» del 2002? Una legge che autorizza l’uso della forza per liberare i cittadini statunitensi o di un paese alleato che fossero detenuti dal Tribunale penale, con sede all’Aia. Ecco, dopo il 2003 è stata minacciata una sorta di «Brussels Invasion Act».

Khaled el Hamedi, che ora vive rifugiato all’estero, ha creato l’associazione Vittime della guerra della Nato in Libia. Quali gli obiettivi?

Vuole aprire una possibilità per gli altri; unire le forze. Intanto per stabilire la verità. Sarà anche utili aiutarli a raccogliere elementi di prova sull’operato della Nato. E la pressione giudiziaria, è anche quella che viene dalle vittime…

Ma l’impunità delle potenze egemoni, è proprio invincibile?

La lotta contro l’impunità, anche in un mondo multipolare, è prima di tutto una lotta di popolo. E’ più politica che giuridica, anche se poi va tradotta in principi giuridici che superino, appunto, l’impunità. E’ un po’ lo stesso nella giustizia nazionale, che non è neutra rispetto al censo, come sappiamo. Comunque sono i popoli a doversi battere per imporre una giustizia imparziale e seria.

Le foto sono tratte da questo sito.

Documentario di Michel Collon sul massacro di Sorman

Video di RT su familiari di vittime dei bombardamenti in Siria che reclamano giustizia

Marinella Correggia – sibialiria.org

Fonte