I bombardamenti con i gas nell’Africa Orientale Italiana

DATA LUOGO FONTI CARATTERISTICHE
22/12/1935 Dembenguinà (fronte nord)

Tacazzè

Diario storico del comando aereonautica.8°, 9° stormo.

George Steer inviato Times in Etiopia testimonianza di ras Immirù Hailè Sellasse.Relazione Dott. Schuppler, capo ambulanza. Al ministro degli esteri etiopico.

Dott.Melly capo ambulanza inglese.(1)

6 bombe C 500.T a iprite (prima azione di sbarramento C)
Dal 23 al 27 dicembre Telegramma di Hailè Selassiè alla Società delle nazioni (2) 60 bombe a iprite
28/12/35 Autorizzazione di Mussolini a Badoglio sull’uso dei gas telegramma 15081
29/12/35 Risposta di Badoglio “già adoperato iprite”
Dal 2 al 4 gennaio Sokotà; Lago Ascianghi Diario aereonautico 8° 9° stormo 58 bombe a iprite
5 gennaio 1936 Richiesta di Mussolini a Badogliodi arrestare i bombardamenti (sino alle riunioni ginevrine) telegramma 180
Dal 6 al 7 gennaio Abbi Addi e guadi torrente Segalò Diario storico del comando areonautico 45 bombe C 500.T
Dal 12 al 19 gennaio Diario storico del comando areonautico 76 bombe ” “
19 gennaio Nuova autorizzazione di Mussolini telegramma 790
Dal 23 /12 al 23/3 Guadi del Ghevà, Guadi del Tacazzè zone di Quoram, varie carovaniere. Diario storico comando areonautico 991 bombeC.500.T
11/2/36 Amba Aradan Diario storico comando artiglieria Uso di proietti ad arsine1367(3)
aprile Lago Ascianghi Testimonianza Hailè Selassiè ( 4)
1) Steer “Per la prima volta un popolo che si ritiene civilizzato usa i gas tossici contro un popolo che si ritiene barbaro. A Badoglio… la gloria di questa ardua vittoria“.


Immirù Hailè Sellasse (generale di Hailè Selassiè): “Fu uno spettacolo terrificante… Era la mattina del 23 dicembre avevo da poco attraversato il Tacazzè quando comparvero nel cielo alcuni aeroplani… quel mattino non lanciarono bombe ma strani fusti che si rompevano non appena toccavano il suolo o l’acqua del fiume e proiettavano intorno un liquido incolore… alcune centinaia dei miei uomini erano rimasti colpiti… e urlavano per il dolore, mentre i loro piedi nudi, le loro mani, i loro volti si coprivano di vesciche.”

Dott. Schuppler: “Ho l’onore di portare a vostra conoscenza che il 14 gennaio 1936 delle bombe a gas sono state usate dagli aviatori italiani. Ho curato 15 casi di persone… tra cui 2 bambini“.

Dott Melly: “Tra il 7 e il 22 marzo ….nella regoine di Ascianghi curammo dai due ai trecento casi di ustione da iprite…” in (Del Boca I gas di Mussolini, Editori riuniti, pag. 118 e seg.)

2) “Il 23 dicembre, gli italiani hanno fatto uso contro le nostre truppe, nella regione del Tacazzè, di gas asfissianti e tossici, ciò costituisce una nuova aggiunta alla lista già lunga delle violenze fatte dall’Italia ai suoi impegni internazionali.”

3) L’arsina agiva sulle mucose e sull’apparato respiratorio con effetti che,a seconda della concentrazione, potevano essere irritanti o mortali.

4) Molti moriranno per aver bevuto l’acqua contaminata. Il negus davanti l’atroce visione dei cadaveri dirà: “Sarebbe stato necessario fissare questa immagine per poterla presentare al mondo…

DATA LUOGO FONTI CARATTERISTICHE
15/12/35 Somalia (fronte sud) Autorizzazione di Mussolini a Graziani sull’uso dei gas telegramma 14551
24/12/35 Areri Diario storico del comando dell’aviazione in Somalia 17 bombe a iprite da 21kg 1 a gas fosgene da 41kg
30 /31/35 Dagahbur Sassabanech Bullaleh Diario storico AO

Relazione Graziani all egato 295

71 bombe come rappresaglia per la uccisione di due aviatori italiani
Tra il 15 e il 30 dicembre 35 Malca Dida (Croce rossa svedese) Bullaleh (croce rossa egiziana) Neghelli (croce rossa etiopica)* Relazione Graziani Grande sdegno in Europa.

Telegramma Mussolini a Graziani n 029: “Approvo ma … evitare le istituzioni internazionali della Croce Rossa.”

6 Gennaio 36 Nuova autorizzazione di Mussolini a Graziani tel.334
12 /1/36 Offensiva del Ganale Doria Relazione Graziani

Diario storico del comando brigata aerea

Diario srorico 31° gruppo AO

6 bombeC.500.T a iprite 18 da 41 kg a fosgene
25/1/36 10 bombe a iprite da 21 kg
16-25/2/36 Uebi Gestro Bale Diario storico del comando brigata aerea 10 bombe C500.T a iprite e 92 da 41 kg a fosgene
marzo Sulle difese abissinie nella zona di Harar Diario storico del comando brigata aerea Relazione Graziani 49 bombeC500.T34 da 21 kg a iprite 88 da 41 kg a fosgene
8 aprile Sassabanech Dagahbur 13 bombe C500.T
10 aprile Telegramma di Mussolini 4081con l’ordine di non fare uso di mezzi chimici a Graziani
20 aprile Hamanlei, Bircut, Gunu, Bullaleh Relazione Graziani 12 bombe C500,T
27/4 Nuova autorizzazione Mussolini tel.n7440
27/4 Sassabaneh Diario storico del comando brigata aerea Relazione Graziani 36 bombe a fosgene
Bullaleh Diario storico del comando brigata aerea Relazione Graziani 54 bombe a fosgene
Dal 24dic al 27 aprile 30500kg bombe iprite 13300 kg bombe a fosgene
* Nell’attacco a Malca Dida restò ucciso il medico svedese Lundstrom, 42 ricoverati, alcuni dei quali colpiti da iprite, e altri 50 restarono feriti .Gli attacchi si intensificarono nei mesi successivi e distrussero ambulanze etiopiche a Dagabhur, Ualdià, Macallè, ospedaletti egiziani, inglesi, svedesi e finlandesi e gli unici due apparecchi della croce rossa etiopica a Dessì e Quoram.

Gli attacchi aerei non finirono con la proclamazione dell’impero, ma si intensificarono in molte zone.

PERIODO LUOGO FONTI CARATTERISTICHE
Dal Maggio a Agosto1936 Sud/ovest Sidamo

Zona Tacazzè

Diario storico AOI Bombe C500T
Tra il 7 e il 12 settembre Lasta (roccaforte dei fratelli Cassa) zona Tacazzè.Villaggi tra Lalibelà e Bilbolà. Telegramma Lessona a Graziani n°10724″Autorizzo a impiegare i gas se li ritenga utile”

Telegrammi Graziani a Pirzo Biroli e al comandante dell’aviazione Pinna n°15633 e 15756(1)

Bombe C500T
21/22 Ottobre Zone del Monte Zuqualà e Debocogio villaggi rasi al suolo Diario storico AOI

Relazione Gariboldi a Gallina tel n° 077701 24 ottobre “Zona del monte Debogogio è stata ipritata.Prudente informare le truppe operanti..”

Bombe C500T
Fine 1936/1937 Ovest, Uollega, soprattutto vengono ipritati guadi, torrenti carovaniere. Diario storico AOI Bombe C500T
Graziani “La rappresaglia deve essere effettuata senza misericordia su tutti i paesi del Lasta… Bisogna distruggere i paesi stessi perché le genti si convincano della ineluttabile necessità di abbandonare questi capi… lo scopo si può raggiungere con l’impiego di tutti i mezzi di distruzione dell’aviazione per giornate e giornate di seguito essenzialmente adoperando gas asfissianti.” in Del Boca op cit pag. 60.
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I campi concentramento per i civili nell’Africa italiana

Campi di concentramento (16 in Libia 1 in Eritrea 1 in Somalia)

Campi di rieducazione (4)

Campi di punizione (3)

Nei campi vennero inviati sia le tribù allontanate dal Gebel el- Achdar sia gli indigeni appartenenti a tribù seminomadi vaganti attorno alle oasi o all’interno.

I principali campi di concentramento furono Soluch (a sud di Bengasi); Sidi el Magrum (a ovest di Bengasi) ;Agedabia (a 200 km a ovest di Bengasi) nelle vicinanze della primitiva sede della Senussia per dare un segnale alla resistenza senussita della forza dei coloniali italiani;.Marsa el Brega; el Abiar; el Agheila.

Nei campi di rieducazione inviati giovani appartenenti a tribù più evolute per trasformarli in impiegati utili all’amministrazione coloniale.

Nei campi di punizione tutti coloro che avevano commesso reati o ostacolato l’occupazione italiana.


Testimonianza di un sopravvissuto Reth Belgassen recluso ad Agheila (cfr Ottolenghi op. cit.): “Dovevamo sopravvivere con un pugno di riso o di farina e spesso si era troppo stanchi per lavorare… ricordo la miseria e le botte… Le nostre donne tenevano un recipiente nella tenda per fare i bisogni… avevano paura di uscire rischiavano di essere prese dgli etiopi o dagli italiani…le esecuzioni avvenivano… al centro del campo egli italiani portavano tutta la gente a guardare. ci costringevano a guardare mentre morivano i nostri fratelli. Ogni giorno uscivano 50 cadaveri.”

Testimonianza della propaganda fascista “L’Oltremare”: “… Nel campo di Soluch c’è ordine e una disciplina perfetta e regna ordine e pulizia“.
Dopo il crollo della dittatura Canevari, che era stato comandante in Cirenaica, scrive: “Noi non abbiamo mai creato campi di concentramento in Cirenaica ma solo delle riserve in campi splendidamente sistemati e forniti di tutto il necessario dalle tende ai servizi idrici … In tal modo il governo italiano li sottraeva dal dilemma o rifornire i ribelli o cadere sotto le loro vendette. Dopo la permanenza nei campi, le popolazioni della Cirenaica tornarono alle loro terre rinnovate dalla scienza e dalla scuola

La mancanza di volontà nell’ammettere l’esistenza di campi di concentramento in Libia, fa scrivere nel 1965, nel resoconto di G. Bucco e A. Natoli sulla “Organizzazione sanitaria in Africa” dal Ministero degli Affari Esteri, che “La maggior parte degli Auaghir viveva, prima di raccogliersi nella zona di Soluch, nelle zone… del Gebel“, quando invece queste tribù vi erano state deportate.

Motivi di chiusura dei campi

1) riduzione delle rivolte specialmente dopo l’esecuzione di Omar.el-Muktar.

2) coloni italiani già insediati nelle zone assegnate loro del Gebel cirenaico.

3) le popolazioni nomadi e seminomadi non avevano assimilato il tipo di vita sedentario imposto nei campi.

4) pericolo di epidemie per l’alto numero di individui inviati nei campi.

5) costi eccessivi sia dal punto di vista economico che militare.

CAMPI DI CONCENTRAMENTO LIBIA 1930/1933 PROVENIENZA E/OCARATTERISTICHE DEI RECLUSI LAVORI DEI RECLUSI NUMERO RECLUSI ALL’APERTURA NUMERO RECLUSI ALLA CHIUSURA
SOLUCH GEBEL EL-ACHDAR E ZONA ATTORNO BENGASI (TRIBÙ SEMINOMADI) LAVORI STRADALI E EDILIZIA COLTIVAZIONE TERRA ALLEVAMENTO 20000 14500
EL-MAGRUM GEBEL EL-ACHDAR LAVORI STRADALI E EDILIZIA COLTIVAZIONE TERRA ALLEVAMENTO 13000 8500
AGEDABIA NOMADI MOGARBA LAVORI EDILIZI FERROVIARI COLTIVAZIONE ALLEVAMENTO 9000 75OO
MARSA EL BREGA MARABTIN PROVENIENTI DA OLTRE 500 KM MARCIA DI 2 MESI ALTRI VIA MARE NE PARTIRONO13200 NE ARRIVARONO10000 LAVORI STRADALI ALLEVAMENTO 20072
EL-ABIAR TRIBÙ NOMADI ENTROTERRA DI BENGASI COSTRUZIONE DI STRADE PASTORIZIA 8000
APOLLONIA 628
BARCE 438
AIN GAZALA 426
DRIANA 275
EL NUFILIA 225
DERNA 145
COEFIA-GUARSCIA 145
SIDI CHALIFA 130
SUANI EL TERRIA 100
CAMPI DI PUNIZIONE DETENUTI COMPLESSIVI TIPOLOGIA DETENUTI
NOCRA 1895 1930 ERITREA 3000 UOMINI SINO AL1910 DELINQUENTI COMUNI POI DETENUTI POLITICI
EL AGHEILA 1930 LIBIA 30000 UOMINI 4500 DONNE TRIBÙ RIBELLI, NOTABILI SENUSSITI, DEPORTATI

FUGGIASCHI DAI CC

DANANE 1935 SOMALIA 6500UOMINI 500 DONNE VOLUTO DA GRAZIANI PER ACCOGLIERE I COMBATTENTI DELLE ARMATE DI RAS DESTA'(FRONTE SUD) MA POPOLATO DAL 1936 DI NOTABILI DI MEDIO E BASSO RANGO, DI EX UFFICIALI DI MONACI COPTI DI PARTIGIANI ETC. 3175 MUOIONO PER SCARSA ALIMENTAZIONE, MALARIA ENTEROCOLITE,MANCANZA DI IGIENE
CAMPI DI RIEDUCAZIONE ANNESSI AI CC NUMERO DI INTERNATI SCOPO DEL CAMPO
SOLUCH 500 MASCHI 60 FEMMINE INSEGNAMENTO PROFESSIONALE /ECONOMIA DOMESTICA
SIDI EL MAGRUM 200 MASCHI 30 FEMMINE ARTIGIANATO/ECONOMIA DOMESTICA
AGEDABIA 120 MASCHI 10 FEMMINE SCUOLA DI AGRICOLTURA E ORTICULTURA
MARSA EL BREGA 600 RAGAZZI SCUOLA MILITARE COMANDO TRUPPE INDIGENE

La repressione in AOI dopo la proclamazione dell’Impero

Giugno 1936. L’Etiopia resta per quasi due terzi da occupare soprattutto nell’ovest e nel sud dell’impero.
I focolai di guerriglia sono presenti nello Scioa e lungo la ferrovia Addis Abeba-Gibuti. Difficoltà anche a causa della stagione delle piogge che blocca i movimenti nelle strade e rende difficili i rifornimenti.
Graziani è praticamente assediato ad Addis Abeba, mentre Badoglio è in Italia a riscuotere premi e onori.
In complesso il periodo da maggio a ottobre ha un carattere prevalentemente difensivo. Si intensifica la repressione del ribellismo.

Nei primi giorni di giugno Mussolini telegrafa a Graziani i seguenti ordini:

Tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi” (tel n. 6496)

Per finirla con i ribelli…impieghi i gas” (tel.6595)

Autorizzo ancora una volta V.E a iniziare e condurre sistematicamente la politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici. (tel n. 8103)

Poggiali, nel suo Diario AOI, scrive a proposito di Addis Abeba: “Intorno alla città vi sono bande armate e minacciose. Da una settimana si vive sotto l’incubo di un assalto in grande stile“.
L’attacco viene sferrato il 28 luglio.
Nel timore che la popolazione insorga i carabinieri operano arresti di massa di etiopi adulti e Poggiali afferma: “Probabilmente la maggior parte è innocente persino di quanto accaduto. Trattamento superlativamente brutale da parte dei carabinieri, che distribuiscono scudisciate e colpi di calci di pistola”.

A questo attacco partecipa il degiac Aberra Cassa secondogenito del ras Hailù che gode di grande prestigio sia perché di sangue imperiale, sia perché si è distinto come grande combattente nella battaglia del Tembien e nella difficile ritirata di Mau Ceu. Inoltre gode dell’appoggio della chiesa copta e in particolare del vescovo di Dessiè, l’abuna Petros.
Coadiuvato dal fratello, dopo i primi rovesci, adotterà una politica temporeggiatrice che lo isolerà rendendolo preda di Graziani.

L’attacco ad Addis Abeba fallirà, l’abuna Petros portato in piazza verrà giudicato colpevole da un tribunale militare e giustiziato dai fucili di 8 carabinieri.
Graziani informa Lessona, ministro delle colonie: “La fucilazione dell’abuna Petros ha terrorizzato capi e popolazione… Continua l’opera di repressione degli armati dispersi nei boschi. Sono stati passati per le armi tutti i prigionieri. Sono state effettuate repressioni inesorabili su tutte le popolazioni colpevoli se non di connivenza di mancata reazione” (telegramma n.1667/8906).

Un altro problema per Graziani è l’occupazione dell’ovest ( in particolare i centri di Gore, Lechemiti, Gimma, Gambela) che Mussolini vuole al più presto sotto controllo per allontanare il pericolo di una eventuale pretesa del governo inglese su quei territori in quanto confinanti con il Sudan.
Il problema più urgente è Gore dove da maggio si è insediato un governo provvisorio e dove si sono rifugiati gli uomini del passato regime, gran parte dei Giovani Etiopi, la metà dei cadetti di Olettae, i soldati del ras Immirù (il miglior generale di Hailè Selassiè).
In questo contesto avverrà il rogo di tre aerei italiani da bombardamento, che provocherà grande ondata di indignazione in Italia, ma nessuna rappresaglia perché il 4 luglio la Società delle nazioni revoca le sanzioni all’Italia e il problema dell’Ovest non ha più quella urgenza prima sottolineata.

Dal mese di ottobre Graziani riprende la conquista dell’Ovest, mentre il ras Immirù tenta di sfuggire all’accerchiamento e nello stesso tempo incita le popolazioni contro gli italiani: “Gli italiani che contro il loro diritto hanno ucciso i nostri soldati col veleno e con le bombe, sono forse venuti ora per guardarvi col cuore commosso, per farvi vivere tranquilli? … Se gli italiani avessero un cuore buono e sapessero governare, non avrebbero dovuto combattere per 25 anni a Tripoli … Gli italiani ci vogliono togliere il paese che i nostri avi resero prospero…“(ACS Fondo Graziani).
Il ras Immirù si arrenderà il 16 dicembre e verrà confinato in Italia sino al 1943.

Nello stesso periodo vengono uccisi i tre fratelli Cassa.
Il primogenito Uonduossen si arrese alle truppe del generale Pirzo Biroli e subito passato per le armi. Gli altri due si consegnarono spontaneamente al generale Tracchia contando sulla garanzia fatta dagli italiani di aver salva la vita; furono arrestati dai carabinieri, mentre bevevano il caffè nella tenda del generale Tracchia che così comunica la notizia a Graziani: “Alle 18,35 in Ficcè, sede della loro famiglia e noto covo di rivolta da cui partirono gli ordini per l’attacco alla capitale, Aberra e il fratello Asfauossen cadevano sotto il piombo giustiziatore.

L’unico capo etiope ancora in armi era ras Destà che, a fine novembre, dopo aver abbandonato Sidamo, si ritira al centro in una regione montuosa. Nel dicembre accetta di avviare trattative con gli italiani ma, la notizia della uccisione dei fratelli Cassa e la richiesta della sottomissione senza condizioni fatta dagli italiani, fanno fallire le trattative.
Graziani ordina di bombardare la regione in cui il ras ha trovato rifugio. Si combatte per una settimana. Il ras, inseguito dall’aviazione e dagli autoblindo, viene nuovamente attaccato mentre sosta a Goggetti, ma riesce a scappare.
Secondo gli ordini di Mussolini, tutti i capi catturati verranno passati alle armi e lo stesso villaggio dato alle fiamme.
È inteso che la popolazione maschile di Goggetti di età superiore ai 18 anni deve essere passata per le armi e il paese distrutto” (tel 54000).
Il ras Destà verrà fatto prigioniero nel suo villaggio natale il 24 febbraio da uomini di un degiac collaborazionista.
Consegnato agli italiani fu impiccato dagli uomini del capitano Tucci.

Sulla “Gazzetta del popolo” del 24 febbraio 1938 Guido Pallotta vice-segretario dei Guf, commentando la morte del genero dell’imperatore, scrive: “E nello scroscio del plotone di esecuzione echeggiò la più strafottente risata fascista in faccia al mondo, la sfida più cocente alle truppe sanzioniste. Schiaffone magistrale che il capitano Tucci menò alla maniera squadrista sulle guance imbellettate della baldracca ginevrina”.

Ma dopo il fallito attentato a Graziani si scatena la reazione ancora più violenta degli italiani.
17 febbraio 1937. Graziani invita nel suo palazzo di Adis Abeba la nobiltà etiope per festeggiare la nascita del principe di Napoli e per l’occasione decide di distribuire una elemosina ad invalidi del luogo (ciechi, storpi, zoppi ).
La testimonianza di un medico ungherese presente, sottolinea la dura rappresaglia seguita al fallito attentato. Anche le immagini del filmato Fascist legacy della BBC mostrano come nessun etiope uscì vivo dal cortile dove si teneva la cerimonia.
Una nota dell’ambasciatore USA in Etiopia sottolinea che fatti del genere non si vedevano dal tempo del massacro degli armeni.

Graziani comunica immediatamente ai governatori delle altre regioni di agire con il massimo rigore.
Ad Addis Abeba è il federale Guido Cortese che scatena la rappresaglia.
Testimonianza di Poggiali: “Tutti i civili che si trovano ad Addis Abeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada… Vedo un autista che, dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza, gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara e innocente”.
Vengono incendiati tucul, chiese copte, terreni coltivati, quintali di orzo Anche la chiesa di San Giorgio viene data alle fiamme “per ordine e alla presenza del federale Cortese“.
Ad Addis Abeba 700 indigeni vengono fucilati dopo essere usciti a gruppi dalla ambasciata britannica dove si erano rifugiati (fatto denunciato dal ministro inglese al Parlamento il 26/3/37)

Vengono inquinati i terreni con aggressivi chimici, abbattuto il bestiame.
Molti uomini bruciati vivi, altri lapidati o squartati.
Mussolini con un fonogramma impone che ogni civile sospettato sia fucilato senza processo.

Il numero esatto delle vittime della repressione è di 30.000 per gli etiopi, tra i 1.400 e i 6.000 per inglesi, francesi e americani.
Graziani il 22 febbraio scrive a Mussolini: “In questi tre giorni ho fatto compiere nella città perquisizioni con l’ordine di far passare per le armi chiunque fosse trovato in possesso di strumenti bellici, che le case relative fossero incendiate. Sono state di conseguenza passate per le armi un migliaio di persone e bruciati quasi altrettanti tucul” (tel n. 9170).

26 febbraio. Graziani fa fucilare 45 “tra notabili e gregari risultati colpevoli manifesti” (tel. N.9894 ).
Nei giorni successivi fa fucilare altri 26 esponenti della intellighenzia etiopica, elementi aperti alla cultura europea. Altri 400 notabili vengono trasferiti in Italia, mentre altri “elementi di scarsa importanza ma nocivi” con a seguito donne e bambini (tel. Graziani a Santini n.20650), vengono confinati a Danane dopo un viaggio durato più di 15 giorni che provocherà morti per stenti, vaiolo e dissenteria. …

19 marzo. Graziani scrive a Lessona: “Convinto della necessità di stroncare radicalmente questa mala pianta, ho ordinato che tutti i cantastorie, gli indovini e stregoni della città e dintorni fossero passati per le armi. A tutt’oggi ne sono stati rastrellati e eliminati settanta.”(tel. 14440).

21 marzo. Graziani scrive a Mussolini: “Dal 19 febbraio ad oggi sono state eseguite 324 esecuzioni sommarie… senza comprendere le repressioni dei giorni 19 e 20 febbraio

30 aprile. Le esecuzioni sono passate a 710 (tel. n.22583), il 5 luglio a 1686 (tel n.33911), il 25 luglio a 1878 (tel. n. 36920) e il 3 agosto a 1918 (tel. n.37784).
Dalla relazione del colonnello Hazon si evince che i soli carabinieri hanno passato per le armi 2.509 indigeni.

Alcuni episodi raccontati dallo stesso Graziani testimoniano che le esecuzioni avvenivano spesso senza la minima prova.

14 marzo. Un nucleo di carabinieri, recatosi in una abitazione per arrestare un ricercato, arresta sia il proprietario che gli 11 indigeni che si trovavano sul posto per non aver favorito la cattura del ricercato.
Graziani scriverà a Lessona “Data la gravità del fatto li ho fatti passare per le armi” (tel. n.14150).

23 aprile. 32 capi amhara e 100 indigeni fucilati per condotta dubbia e Argio bruciata (tel. Graziani a Lessona n.23313)

25 aprile. 200 amhara arrestati, cacciati dentro una fossa e fucilati.

Poggiali scrive: “Nell’Uollamo un capitano italiano ha fatto razzia di bestiame a danno di una famiglia indigena. Il capofamiglia denuncia la prepotenza e il capitano uccide tutta la famiglia compresi i bambini”

A maggio Graziani si vendica del clero copto accusato di connivenza con gli autori dell’attentato.

Secondo la relazione del generale Maletti, che ha sostituito Tracchia nella repressione dello Scioa, in due settimane le sue truppe incendiano 115.422 tucul, tre chiese, un convento, e uccidono 2.523 ribelli, servendosi del battaglione musulmano al posto di quello eritreo composto in gran parte da copti.
Maletti il 18 maggio accerchia il villaggio conventuale di Debra Libanòs, il più celebre di Etiopia.”Questo avvocato militare mi comunica che ha raggiunto le prove della correità dei monaci del convento … Passi pertanto per le armi tutti i monaci compreso il vicepriore” (tel. di Graziani a Maletti n. 25876).
Dopo aver ricevuto da Graziani la conferma della responsabilità del convento nell’attentato, il 20 maggio, trasferisce in un vallone a Ficcè 297 monaci e 23 laici e li passa per le armi”.
Sono stati risparmiati i giovani diaconi, i maestri e altro personale d’ordine… Il convento chiuso definitamente.
” (tel. Di Graziani Lessona n.23260).
Tre giorni dopo invia un nuovo telegramma a Maletti: “Confermo pienamente la responsabilità del convento di Debra Libanòs. Ordino pertanto di passare per le armi tutti i diaconi” (tel. 26609).
In realtà recenti studi hanno fatto salire a 1600 il numero delle vittime del massacro di Debra Libanos.
Intanto continua l’azione antiguerriglia delle truppe italiane nelle regioni dell’impero come si deduce dai bollettini inviati al ministero dell’Africa italiana.
I fatti si riferiscono a esecuzioni, rastrellamenti di armi, distruzioni di paesi ostili.

4 aprile. Bruciato il paese di Atzei e il bestiame sequestrato dopo aver accertata la ostilità degli abitanti contro gli italiani.

12 aprile. Nella regione dei Galla-Sidamo erano stati sequestrati 2.000 fucili, 14 mitragliatrici, 50 pistole; nel territorio di Ambo 6.823 fucili, 16 mitragliatrici, 19 pistole.

18 aprile. Occupato e incendiato il villaggio di Eso dopo che erano stati catturati e eliminati 21 ribelli.

1 maggio. Graziani comunica a Roma che i bombardamenti nel governatorato dell’Harrar proseguivano.

In agosto scoppia simultaneamente una rivolta in varie parti dell’impero. Per Graziani il principale capo è Hailù Chebbedè

Nel settembre del 1937 viene catturato e fucilato; la sua testa infilzata su un palo è esposta nella piazza del mercato di Socotà e Quoram.

Graziani, alla fine dell’anno, verrà sostituito con il Duca d’Aosta che attuerà una politica meno repressiva .

Preso da: http://www.criminidiguerra.it/repressioneimpero.shtml

La guerra di conquista dell’Etiopia: i crimini sulle popolazioni e l’uso dei gas.

Per Africa Orientale italiana si intende quel territorio comprendente Eritrea e Somalia costituito nel gennaio del 1935 dal fascismo in previsione della guerra con l’Etiopia che, dopo la conquista italiana. costituirà parte integrante del territorio.

L’Eritrea fu la prima colonia italiana costituita dopo l’acquisto da parte del governo italiano (1882) della baia di Assab, sul mar Rosso,dalla Società Rubattino che, a sua volta, l’aveva acquistata dieci anni prima da sultani locali.

La colonizzazione italiana proseguirà nel 1885 con l’occupazione di Massaua che porrà sempre più in primo piano i rapporti con l’Impero abissinio.

Nel 1886 l’eccidio di Dogali, compiuto dagli Abissini per contrastare l’espansionismo italiano, ne sarà un esempio.

L’espansionismo italiano continuerà sino ai limiti dell’altopiano etiopico e troverà un atto significativo nel Trattato di Uccialli che, per il governo italiano ma non per quello etiope, stabiliva una sorta di protettorato dell’Italia sull’Etiopia.

Dopo l’occupazione del Tigrè, avvenuta nel1893, il colonialismo italiano subisce una battuta d’arresto con le sconfitta di Amba Alagi, Macallè e Adua.L’Eritrea costituirà la base delle operazioni del fronte nord, guidate da Graziani, nella campagna di Etiopia.

Negli stessi anni L’Italia allargava la sua influenza verso il Benadir, Merca, Mogadiscio (Somalia italiana) previ accordi con il Sultanato di Zanzibar.La Somalia diventerà la base delle operazioni del fronte sud guidate da Graziani, nella campagna di Etiopia.

Nella parte settentrionale gli accordi con l’Impero abissinio stabilivano che tutto “l’Ogaden restasse all’Abissinia”.Fu proprio nell’Ogaden a Ual/Ual, ai confini con la Somalia italiana, che si verificarono quegli incidenti che fornirono il pretesto per l’aggressione all’Etiopia. Mussolini, che aveva già deciso l’intervento, tenta di prendere tempo sul piano internazionale e, nello stesso tempo, di organizzare tempi e modi di attuazione dell’aggressione.

La campagna militare per la conquista dell’ETIOPIA

Ottobre 1935. De Bono ordina ai 3 corpi d’armata di passare il confine del Mareb (confine eritreo) avendo come primo obiettivo Adua e Adigrat.
L’armamento è considerevole in quanto i centomila uomini che stanno per muoversi dispongono di 2300 mitragliatrici, 230 cannoni, 156 carri d’assalto. Dall’Eritra sono anche pronti a decollare 126 aerei.

I militari italiani avanzano senza incontrare resistenza. L’aviazione, intanto, bombarda Adua e Adigrat facendo numerose vittime tra i civili.
L’episodio è registrato nel diario di De Bono, che così scrive: “Il Negus ha già protestato per il bombardamento aereo dicendo che si sono ammazzati donne e bambini. Non vorranno che si buttino giù dei confetti“.

Il 6 Ottobre l’armata italiana entra ad Adua incontrando poca resistenza in quanto Hailè Selassiè ha scelto la tattica del ripiegamento per portare i nemici al centro del paese, lontano dai loro centri di rifornimento.
Il ras Sejum, cognato del ras Cassa, a cui il negus aveva affidato il comando delle armate del nord, ripiega nel Tembien, camminando di notte per sfuggire all’osservazione aerea.

De Bono, intanto, provvede al rafforzamento delle posizioni occupate costruendo strade, impianti di linee telefoniche, allestendo campi…
Ma il comportamento delle truppe di occupazione si fa subito preoccupante, se De Bono il 15 Ottobre, alla vigilia dell’occupazione di Axum, scriverà al generale Maravigna “Allo scopo di evitare che si ripetano ad Axum depredazioni e danneggiamenti come si è verificato ad Adua, prego disporre che l’ingresso della città sia di massima interdetto ai militari sia metropolitani che indigeni, disponendo un servizio di vigilanza e perlustrazione all’interno della città stessa.(ASMAI AOI 181/24)

11 Ottobre. Defezione del degiac (comandante di reggimento) Gugsa, genero dell’imperatore, che produce effetti morali e militari sulle truppe etiopi.

18 Ottobre. Incontro di De Bono con Lessona, ministro delle colonie, e il maresciallo Badoglio inviati da Mussolini in Eritrea per relazionare sull’atteggiamento di De Bono, considerato troppo cauto nel procedere all’avanzata.
Mussolini, infatti, spinge per l’occupazione rapida di Macallè-Tacazzè che, secondo i suoi ordini, deve avvenire il 3 novembre.

FRONTE SUD

Ottobre 1935. Graziani ordina subito massicci bombardamenti. Occupate alcune città tra cui Dolo, Dagnerei, Oddo.

10 Ottobre. Primo bombardamento chimico a Gorrahei, campo trincerato, il più importante sulla strada di Dagahbùr.

2-4-5 novembre. 18 aerei Caproni lanciano 189 quintali di esplosivo, mentre i caccia a volo radente sparano 13.730 colpi.
Tutta la zona pare arata dalle bombe: non c’è tratto che non sia sconvolto, … l’azione aerea è stata formidabile e le sue tracce lasciano facilmente immaginare quale sia stato il tormento degli abissini che, pazzi di terrore, non hanno più resistito e sono fuggiti col loro capo morente.” (Luigi Frusci generale in “In Somalia sul fronte meridionale” Cappelli 1936).
Il capo di cui si parla è il grasmac (comandante di zona) Afeuork che, sebbene ferito, si rifiuta di lasciare il comando e morirà prima di arrivare all’ospedale di Dagabhur.

11 novembre. Hamanlei attacco etiope. Quattro carri armati Fiat-Ansaldo vengono distrutti. Perdite italiane.
Graziani è costretto ad aspettare 5 mesi prima di riprendere l’offensiva nell’Ogaden.

FRONTE NORD

De Bono, spinto da Mussolini, riprende l’operazione di conquista di Macallè.
Non trovando resistenza la città viene occupata l’8 novembre. Ma con questa occupazione la situazione peggiora perché dopo settimane di marcia le armate abissine provenienti dalle regioni centrali sono giunte a contatto con gli avamposti nemici.

18 novembre. Gli aerei italiani scoprono il concentramento di reparti nemici (formato dall’armata del ras Cassia, da quella del ras Sejum) e lo bombardano con 45 quintali di esplosivo.
Gli abissini reagiscono all’offesa aerea e sanno disperdersi in tempo per evitare gravi perdite.

11 novembre. Mussolini spinge De Bono a marciare su Amba Lagi, ma, di fronte alle perplessità di De Bono, acconsente ad una “ragionevole sosta a Macallè“.

14 novembre. Mussolini comunica a De Bono che ha nominato come suo successore Badoglio.

28 novembre. Arriva Badoglio.
Con Badoglio la guerra muta carattere diventando guerra di distruzione.
Verranno colpite le città, gli accampamenti, le strade, gli ospedali. Saranno impiegati per la prima volta i gas asfissianti e l’iprite
.

A dicembre inizia la controffensiva etiopica: le tre armate etiopiche si stanno avvicinando a quelle armate italiane.
A sud dell’Amba Aradan si trova l’armata del ras Mulughietà, quella del ras Cassa si avvia verso il Tembien, mentre quella del ras Immirù ha le sue avanguardie nel Tacazzè.

4 dicembre. Vengono lanciati 45 quintali di bombe sulle colonne di ras Immirù per rallentarne l’avanzata.

6 dicembre. 76 quintali di esplosivo distruggono la cittadina di Dessiè e le tende della Croce Rossa. Nonostante ciò gli abissini hanno imparato a camuffarsi e disperdersi e a metà dicembre sono a contatto con gli italiani su tutto il fronte.

14-15 dicembre. Le avanguardie di ras Immirù attraversano il fiume Tacazzè. Un altro contingente punta al passo di Dembeguinà dove passa l’unica via di comunicazione con le linee nemiche con lo scopo di tagliare la ritirata agli italiani.

La sconfitta di Dembeguinà apre a ras Immirù lo Scirè, mentre il ras Cassia invadendo il Tembiem, minaccia Macallè.

Di fronte a questa delicata situazione Badoglio decide di iniziare la guerra chimica, non solo per fermare l’avanzata delle truppe ma per terrorizzare le popolazioni.

Dal 22 dicembre al 18 gennaio vengono lanciati sul fronte nord duemila quintali di bombe, per una parte rilevante caricate a gas tra cui l’iprite (solfuro di etile biclorurato), che provoca la necrosi del protoplasma cellulare ed è sicuramente mortale.

Testimonianze
Hailè Selassiè dinanzi all’assemblea ginevrina il 30 giugno 1936: “fu all’epoca di accerchiamento di Macallè che il comando italiano, temendo una disfatta, applicò il procedimento che ho il dovere di denunciare al mondo. Dei diffusori furono istallati a bordo degli aerei in modo da vaporizzare, su vaste distese di territorio, una sottile pioggia micidiale. A gruppi di nove, di quindici, di diciotto, gli aerei si succedevano in modo che la nebbia emessa da ciascuno formasse una coltre continua. Fu così che, a partire dalla fine di gennaio 1936, i soldati, le donne, i bambini, il bestiame, i fiumi, i laghi, i pascoli, furono di continuo spruzzati con questa pioggia mortale. Per uccidere sistematicamente gli esseri viventi, per avvelenare con certezza le acque e i pascoli, il comando italiano fece passare e ripassare gli aerei. Questo fu il suo principale metodo di guerra.

Dottor Schuppler, responsabile dell’ambulanza n.3, in un rapporto al ministro degli Esteri etiopico: “Ho l’onore di portare a vostra conoscenza che il 14 gennaio 1936, per la prima volta, delle bombe a gas sono state impiegate dagli aviatori italiani. Queste bombe hanno ucciso 20 contadini e io ho curato 15 casi di persone colpite dal bombardamento a gas tra cui 2 bambini. Le ustioni sono state provocate dall’iprite, usata a sud del passo di Alagi“.

Dottor Melly, responsabile di una delle ambulanze inglesi: “Tra il 7 e il 22 marzo allorché questa ambulanza si trovava nella regione dell’Ascianghi, curammo dai due ai trecento casi di ustioni da iprite. La maggior parte dei gasati era rimasta momentaneamente accecata. Un gran numero di ustioni presentava un carattere particolarmente grave, terribile.”

M. Junod, delegato Croce Rossa Internazionale, testimonia sul bombardamento all’iprite sull’aereoporto di Quorum.

FRONTE SUD

Contemporaneamente all’avanzata del ras Immirù a nord, il ras Destà giunge a contatto con le difese italiane del campo di Dolo.
Graziani decide di utilizzare in modo massiccio l’aviazione, ottenendo da Mussolini libertà d’azione per l’uso dei gas asfissianti.
Su Neghelli, base di rifornimento per gli etiopi, rovescia 177 quintali di esplosivo e di gas.
Testimonianza di ras Destà all’imperatore: “Dal 17 dicembre gli italiani gettano anche bombe a gas, le quali piovono come la grandine… Le lesioni, anche leggere, prodotte da tale gas gonfiano sempre più sino a diventare, per infezioni delle grandi piaghe“.

30 dicembre. Graziani ordina un bombardamento nella zona di Gogorù per colpire lo stato maggiore del ras Destà. Vengono lanciati da tre Caproni 3.134 chilogrammi di esplosivo.
Molte bombe colpiscono le tende e gli automezzi di un ospedale da campo svedese con i contrassegni della Croce Rossa provocando morti e feriti.
La notizia fa il giro del mondo.

La controffensiva di Graziani inizia il 12 gennaio nella battaglia del Ganale Doria che vede il lancio di 1.700 chilogrammi di gas asfissianti e vescicanti sulle popolazioni abissine e l’inizio del disfacimento dell’armata etiope; prosegue con la conquista di Neghelli (20 gennaio) su cui vengono lanciati ben 1.250 quintali di esplosivo. Le armate del ras Destà, bombardate e irrorate di iprite, tentano di raggiungere il Kenya, ma verranno annientate nel cosiddetto “vallone della morte”.

FRONTE NORD

La battaglia dell’Endertà.

Badoglio decide di prevenire l’avversario e dal 19 gennaio inizia la battaglia del Tembien.

23 gennaio. Ras Cassia telegrafa all’imperatore per invitarlo a protestare presso la Società delle Nazioni per l’uso di iprite da parte italiana. La battaglia si conclude il 24 e con essa la controffensiva etiopica.
Hailè Selassiè che aveva il suo quartiere generale a Dessiè decide di cambiare strategia e di andare incontro ai nemici avanzando verso Quoram. Secondo il negus questa scelta fu dovuta anche all’uso degli aggressivi chimici da parte italiana.

10 febbraio. Badoglio inizia l’offensiva sull’Amba Aradan durante la quale vengono sparate molte granate caricate con arsine.
Sull’Amba Aradan vengono catturati due europei al servizio del negus, il medico polacco Belau e il suo assistente che verranno torturati perché ritrattino la dichiarazione inviata alla SdN, che denunciavano il bombardamento indiscriminato di Dessiè.

17-18-19 febbraio. Tutti gli aerei disponibili del fronte nord inseguono l’avversario in rotta, lasciando cadere in una sola giornata 730 quintali di esplosivo. “I piloti sembravano scatenati. Si era data libertà di volo e di azione chi faceva prima a rifornirsi partiva, era una gara continua … Non c’era bisogno di abbassarsi troppo: ogni spezzone piombava in mezzo a loro seminando la morte. Era una bella lezione per quelle teste dure” (testimonianza di Vittorio Mussolini in Voli sulle ambe). Il ras Mulughietà viene ucciso mentre le armate del ras Cassa e del ras Sejum sono avvolti nella manovra a tenaglia di Badoglio.

Febbraio/marzo. Seconda battaglia del Tembien. L’aviazione scaricherà 1.950 quintali di esplosivo. Con una manovra di accerchiamento gli italiani riescono ad annientare le armate abissinie in ritirata che vengono decimate dall’aviazione.
I gruppi marciavano in pieno disordine ma l’obbligatorietà del percorso lungo la pista, la strettezza dei guadi, i binari delle pareti dei burroni, contribuivano inevitabilmente a tenerli addensati in colonna. Anche da mille metri era facile scorgerli. Poi si piombava, il veicolo imboccava il corridoio delle anguste valli, ne obbediva lo zig zag. Seminava intanto, sobbalzando agli schianti, il suo carico mortale”. (Pavolini “Corriere della sera “, 3/3/1936.)

28 febbraio. Viene occupata Amba Alagi.

29 febbraio. Mentre è in corso la seconda battaglia del Tembien, Badoglio attacca l’ultima armata etiopica del fronte nord, quella del ras Immirù nella battaglia dello Scirè. Per fiaccare il nemico Badoglio, come di consueto, all’impiego dei caccia e degli aerei da bombardamento.

2 marzo. Verranno usati per la prima volta i lanciafiamme.

3-4 marzo. Badoglio, vistosi fuggire il grosso dell’esercito del ras Immirù verso i guadi del Tacazzè, ordina all’aviazione di proseguire da sola la battaglia.
Verranno lanciati 636 quintali di esplosivo e di iprite. Lo stesso Badoglio racconta che per rendere più completa la distruzione vengono lanciate piccole bombe incendiarie che trasformano in un solo rogo i fianchi boschivi della valle del Tacazzè rendendo tragica la situazione del nemico in fuga. I piloti che scendono a volo radente per mitragliare i superstiti rilevano notevoli masse nemiche abbattute e grande quantità di uomini e di quadrupedi trasportati dalla corrente.
Intanto il ras Immirù viene inseguito a sud del Tacazzè e i ras Cassa e Sejum si ritirano su Quorum.

19 marzo. Il negus Hailè Selassiè, raggiunto nel suo quartier generale a Quorum, dal ras Cassa e dal ras Sejum, decide di avanzare verso gli italiani e di dare battaglia nel loro campo a Mau Ceu prima che arrivino forze più numerose.
Badoglio, che ancora non sa della decisione del negus, così scrive a Lessona in un telegramma del 12/3/36: “Se il nemico invece di accettare battaglia nei pressi di Quorum mi fa uno sbalzo indietro di cento chilometri, portandosi a Dessì, sono fritto. Allora non rimane che il mio vecchio progetto. Mettere in azione tutta l’aviazione e cominciare da Addis Abeba a tutti i centri importanti. Tabula rasa. Sono convinto che in una settimana metteremmo l’Abissinia in ginocchio“.

21 marzo. Badoglio apprenderà la decisione del negus e si preparerà alla battaglia di Mau Ceu.

29 marzo. Mussolini rinnova a Badoglio l’autorizzazione ad usare gas di qualunque specie (tel n.3652).

30 marzo. La battaglia durerà 13 ore durante la quale gli aerei italiani lanceranno 335 quintali di esplosivo e sparano 6.200 colpi di mitragliatrice.

1 aprile. Hailè Selassiè ordina agli uomini rimasti di ripiegare sulla pianura del lago Ascianghi dove verranno inseguiti e bombardati senza tregua.

4 aprile. Gli scampati alla battaglia di Mau Ceu verranno bombardati con 700 quintali di bombe, molte caricate ad iprite. “Per gli aviatori italiani non era più guerra era un gioco. Quale era il rischio nel mitragliare dei cadaveri e dei morenti i cui occhi erano bruciati dai gas?” ( testimonianza di Hailè Selassiè).
Il giornalista Cesco Tomaselli racconta: “Le bombe esplodono nel fitto degli uomini che arrancano curvi, tenendo le mani sulla testa come si fa quando si è colti da una grandinata sui campi.”

Molti moriranno per aver bevuto l’acqua contaminata dai gas tossici del lago dell’Endà Agafarì.
È Hailè Selassiè che racconta l’atroce visione e sottolinea come “sarebbe stato necessario fissare questa immagine per poterla presentare al mondo e distruggere per sempre nel cuore degli uomini i propositi di guerra“.

FRONTE SUD

L’avanzata di Badoglio preoccupa Graziani di restare escluso dal successo finale; così, non potendo ancora iniziare l’azione di terra, comunica che inizierà la sua offensiva aerea su Harar: “Ho ordinato che oggi 30 aerei da bombardamento distruggano Giggiga… dopo la distruzione di Giggiga distruggerò Harar” (Graziani a Badoglio e Mussolini 2/3/36).

22-23-24 marzo. 56 apparecchi lanciano 240 quintali di esplosivo.

29 marzo. Bombardata Harar, già dichiarata città aperta, e i cui obiettivi di importanza militare sono insignificanti. Sulla città verranno lanciati 120 quintali di esplosivo.
Un inviato del Corriere della sera, Mario Massai, che è a bordo di uno degli aerei scrive: “Per quaranta minuti sono sbocciati sui bersagli, nella massa del colore ocra delle casette di Harar, mostruosi funghi grigio-scuri per le esplosioni delle bombe di grosso calibro e sono sprizzate le lingue di fuoco degli incendi. La popolazione, che fin dal primo avvistamento si era rovesciata in torrenti umani per le strette vie verso l’esterno della città, ha assistito certo terrorizzata all’impressionante attacco aereo“.

Già il 3 marzo Graziani, nella Memoria segreta operativa per l’azione su Harar, tra le condizioni per la riuscita della azione, poneva il “libero uso di bombe e proiettili a liquidi speciali per infliggere al nemico le massime perdite e soprattutto per produrne il completo collasso morale“.

9 aprile. Graziani telegrafa a Lessona (sottosegretario alle colonie) per informarlo del bombardamento a iprite del giorno precedente a Bullalèh, Sassabanèh, Dagahbùr, Daagamedò, Segàg, Bircùt.
Due giorni dopo Mussolini telegrafa a Graziani ordinandogli di non fare uso di gas, ma dopo pochi giorni revoca l’ordine.

15 aprile. Graziani dà inizio all’offensiva su Harar.
Dopo aver gasato e bombardato per un mese la difesa etiope, Graziani inizia l’attacco da terra.
Il vescovo cattolico di Harar scrive ai suoi superiori in Francia: “Il bombardamento che gli italiani hanno fatto contro la città è un atto barbaro che merita la maledizione del Cielo“.

La battaglia dell’Ogaden si concluderà con la conquista delle città precedentemente bombardate.

FRONTE NORD

26 aprile. Badoglio inizia la marcia verso Addis Abeba.

2 maggio. Hailè Selassiè lascia l’Etiopia per raggiungere l’Europa.
La notizia provocherà gravi disordini e saccheggi ad Addis Abeba. La maggior parte dei seimila stranieri si rifugia nelle legazioni. Fonti italiane parlano di 600 morti.
Il cronista G.Steer sciverà: “Di quelli che ho visto morti o morenti, non ce n’è uno solo il cui sangue non ricada sulla testa di Mussolini“.
Si sa, infatti, che l’occupazione di Addis Abeba poteva avvenire la notte del 2 maggio e che il rinvio di tre giorni è da ricollegarsi al desiderio di sfruttare la tragedia in funzione antietiopica, perché fornisce l’occasione di presentare il popolo etiope semibarbaro e incapace di gestirsi da solo.

3 Maggio. Badoglio riceve un telegramma da Mussolini: “Occupata Addis Abeba V.E darà ordine perché: 1) siano fucilati sommariamente tutti coloro che in città o dintorni siano sorpresi con le armi alla mano, 2) siano fucilati sommariamente tutti i giovani etiopi, barbari, crudeli, pretenziosi, autori motali dei saccheggi, 3) siano fucilati quanti abbiano partecipato a violenze, saccheggi, incendi 4) siano sommariamente fucilati quanti, trascorse 24 ore, non abbiano consegnato armi da fuoco e munizioni.“(tel n. 5007)

5 maggio. Badoglio entra in Addis Abeba.

Steer scrive: “Gli italiani istituirono immediatamente la pena di morte per due reati: il primo riguardava la partecipazione al saccheggio, il secondo il possesso di armi… Ottantacinque etiopi, accusati di saccheggio, furono giudicati e condannati a morte da una corte sommaria. Ma le fucilazioni eseguite dai carabinieri sul posto furono molte di più, ed esse vennero fatte senza alcuna parvenza di processo. Se oggetti che essi ritenevano rubati venivano scoperti in un tucul, il proprietario era immediatamente ucciso. Inquirenti francesi hanno calcolato che almeno 1.500 sono stati liquidati in questo modo“.

FRONTE SUD

9 maggio. Graziani incontrerà Badoglio alla stazione di Dire Daua. Con la stretta di mano tra i due e l’incontro tra le armate italiane del nord quelle del sud, si conclude ufficialmente la guerra.

26 maggio. Badoglio lascia definitivamente l’Africa.
Graziani diventa vicerè, governatore generale e comandante superiore delle truppe.

Preso da: http://www.criminidiguerra.it/campagnaetiopia.shtml

La repressione dell’esercito italiano durante la nuova occupazione della Libia

1911 Trattato di Losanna: a conclusione della guerra italo/turca, la Libia restava sotto l’autorità formale della Turchia che demandava alla amministrazione italiana la sua autorità sulla fascia costiera tra Zuara e Tobruk.

1913 influenza italiana estesa a tutto il Gebel tripolino con la scusa di prevenire possibili rivolte.

1914 la resistenza libica costringe gli italiani a ripiegare sulla costa.

1921 discreto stato di pacificazione creato il governatorato di Tripolitania (Volpi)

1927 governatorato di Cirenaica (governatore Teruzzi)

1929 Badoglio governatore unico delle province di Tripolitania e Cirenaica. Attacchi di capi senussiti guidati da Omar el Muktar, simbolo della resistenza cirenaica, nei confronti delle nostre truppe.

1930 Graziani vice governatore a Bengasi. Repressione violentissima (deportazioni, esecuzioni, confino). Viene rioccupato l’entroterra tra Bengasi e Tobruk. Viene costruito un reticolato di 270 km da Giarba a Giarabub atto a impedire che dall’Egitto arrivassero rifornimenti di armi, munizioni e cibo ai ribelli senussiti.

1931 occupata l’oasi di Cufra. Omar el-Muktar viene catturato e impiccato nel campo di concentramento di Soluch dopo un processo sommario che non tiene conto dell’età del prigioniero (73 anni) e del fatto che dovrebbe essere considerato prigioniero di guerra e non traditore visto che non ha mai percepito stipendi dal governo italiano.Ciò rappresentò il colpo di grazia della resistenza senussita. Ancora oggi la visione del film “Il leone del deserto”, del regista siriano Mustafà Accad che narra le vicende di Omar dal punto di vista arabo, è vietato per censura ministeriale.

1934 Badoglio proclama che “la ribellione araba in Cirenaica è stroncata”.
Lo stesso Graziani parla di 1641 mugiahidin caduti tra il marzo 1930 e il dicembre del 1931.

Gli aspetti della repressione

Un aspetto della repressione sia in Tripolitania che in Cirenaica fu rappresentato dai tribunali militari speciali. I processi avvenivano spesso all’aperto in pubblico per confutare le notizie di esecuzioni sommarie. Gli imputati indigeni venivano il più delle volte condannati a morte e le sentenze immediatamente eseguite. Le accuse più diffuse erano quelle relative all’aiuto dato ai ribelli.
A questo proposito Graziani scrive: “Non appena giunge la segnalazione di un arresto in flagranza di reato, il tribunale parte e la Giustizia scende dal cielo. E questo è diventato così nornale che quando un aeroplano giunge nel luogo dove è stato commesso un reato si sente mormorare negli accampamenti la parola tribunale” (in Graziani Cirenaica pacificata pag. 139).

1930 Deportazioni delle tribù che abitavano il Gebel cirenaico (chiamato anche Montagna verde per il clima abbastanza temperato e ventilato e perché luogo con sorgenti d’acqua) e chiusura delle zavie (centri polivalenti senussiti).
Il motivo delle deportazioni era da ricollegarsi alla ripopolazione del Gebel da parte di coloni italiani.Esodo biblico durato 20 settimane. Delle 100.000 persone ne arrivarono 85.000 (relazione del generale Cicconetti al generale Graziani). Anche i capi di bestiame furono falcidiati dalla sete, dalla mancanza di foraggio e dalla aviazione che li mitragliò a volo radente lungo tutto il Gebel per evitare di lasciarli alle bande locali.
Vari episodi di crudeltà tra i quali ricordiamo l’abbandono di 35 indigeni, tra cui donne e bambini, nel deserto privi di acqua a causa di una rissa scoppiata tra loro; altri morti in seguito a fustigazioni, altri ancora morti di sete o per la fatica.Per evitare la sopravvivenza di bande furono avvelenate le “guelte”, pozze d’acqua dove si abbeveravano gli animali, i pozzi d’acqua delle varie tribù, incendiati campi e raccolto (cfr Ottolenghi,op. cit pag 62 e seg).

Badoglio in una lettera a Graziani del 20/6/1930 giustificò le deportazioni perché”occorre creare un distacco territoriale tra le formazioni ribelli e le popolazioni sottomesse onde impedire alle seconde di sostentare le prime…. urge far refluire in uno spazio ristretto lontano dalle loro terre originarie, tutta la popolazione sottomessa, in modo che vi sia uno spazio di assoluto rispetto tra essa e i ribelli”.

In questo modo Graziani cerca di giustificare le deportazioni: “… lasciare le popolazioni nei loro territori di origine e dare ampia libertà di azione alle truppe per scovare e annientare i ribelli ovunque si trovassero. Non mi sfuggivano le tragiche conseguenze cui avrebbe condotto questo metodo perché conoscendo a fondo l’ignoranza delle popolazioni beduine, e l’opera su di essa compiuta dalla propaganda senussita, ritenevo che esse sarebbero state indotte a persistere nell’errore e a continuare a rifornire le masse armate di viveri, uomini, armi, donde sarebbe derivato lo sterminio pressoché totale delle popolazioni beduine della Cirenaica …
La seconda via era quella di mettere le popolazioni in grado di non aver contatto con i ribelli ossia supplire con un intervento coattivo del Governo alla loro ignoranza e deficiente responsabilità risparmiandole agli orrori della guerra … sarebbe stato meglio far sopportare a questa i disagi e le ristrettezze del concentramento … anziché esporle allo sterminio. Questo spirito umanitario divenne oggetto di campagna diffamatrice nei confronti dell’Italia accusata di vilipendio e di offesa alla religione perchè abbatteva i suoi templi, di atrocità e di ogni genere e perfino del getto dell’alto degli aereoplani di gente musulmana! Nulla di più spudorato … Oggi quelle popolazioni a rischio sterminio sono avviate a raggiungere quel livello di vita civile ed economica che ingentilirà i loro costumi nobiliterà i loro cuori e costituirà il primo fattore della loro felicità. Marsa el Brega, Agheila, Sidi hamed el Magrum oggi hanno l’aspetto di piccoli villaggi”.
(Graziani in Cirenaica pacificata pag. 304)

Il 31 luglio 1930 l’oasi di Taizerbo viene bombardata con bombe all’iprite.

Cufra, città santa per gli islamici perché sede della Senussia (confraternita sunnita), considerata da Graziani “centro di raccolta di tutto il fuoriuscitismo libico“.
Il 26 agosto Cufra è bombardata e i ribelli inseguiti, verso il confine con l’Egitto. Graziani parla di 100 uccisi, 14 passati per le armi e 250 prigionieri tra cui donne e bambini. Il bilancio complessivo è molto più alto.Testimonianza del pilota V. Biano (in Del Boca Gli italiani in Libia).
Partiti all’alba … gli apparecchi riconoscono sul terreno le piste dei ribelli in fuga e le seguono finchè giungono sopra gli uomini; le bombe hanno scarso effetto perchè il bersaglio è diluito ma le mitragliatrici fanno sempre buona caccia; mirano ad un uomo e lo fermano per sempre, puntano un gruppo di cammelli e lo abbattono… il gioco continua per tutta la giornata … le carovaniere della speranza diventano un cimitero di morti.

Il 20 Gennaio 1931 Cufra è occupata; seguirono tre giorni di saccheggi e violenze di ogni tipo fatti dai nostri soldati col tacito assenso dei superiori.

17 capi senussiti impiccati

35 indigeni evirati e lasciati morire dissanguati

50 donne stuprate

50 fucilazioni

40 esecuzioni con accette, baionette, sciabole.

Atrocità e torture impressionanti: a donne incinte squartato il ventre e i feti infilzati, giovani indigene violentate e sodomizzate (ad alcune infisse candele di sego in vagina e nel retto) teste e testicoli mozzati e portati in giro come trofei; torture anche su bambini (3 immersi in calderoni di acqua bollente) e vecchi (ad alcuni estirpati unghie e occhi) (Ottolenghi op. cit.pag 60 e seg.).

Grande impressione nel mondo islamico. La “Nation Arabe” scrive: “Noi chiediamo ai signori italiani… i quali ora si gloriano di aver catturato cento donne e bambini appartenenti alle poche centinaia di abitanti male armati di Cufra che hanno resistito alla colonna occupante Che cosa c’entra tutto ciò con la civiltà?”

Il giornale di Gerusalemme “Al Jamia el Arabia” pubblica , il 28 aprile 1931, un manifesto in cui tra l’altro si ricordano “alcune di quelle atrocità che fanno rabbrividire: da quando gli italiani hanno assalito quel paese disgraziato, non hanno cessato di usare ogni sorta di castigo … senza avere pietà dei bambini, nè dei vecchi …“.
Graziani, che riporta il testo in Cirenaica pacificata, lo definisce “infarcito di menzogne tali che non so se muovano più il riso o lo sdegno“.

1933 Balbo sostituisce Badoglio restando in carica sino al 1940.

L’impiego dei gas e delle armi chimiche

Gli aggressivi chimici furono impiegati per la prima volta nella prima guerra mondiale da Germania, Austria-Ungheria, Italia, Gran Bretagna e Russia.
Il 17 giugno 1925 viene firmato da 25 Stati aderenti alla Società delle Nazioni un trattato internazionale che proibiva l’utilizzo di armi chimiche e batteriologiche.
Il trattato fu ratificato dall’Italia il 3 aprile 1928.

Tra il 1923 e il 1931 l’aviazione italiana impiegò fosgene e iprite

 

ANNI LUOGO FONTI CARATTERISTICHE RISULTATI
1924/26 Tripolitania: accampamenti, uadi (letti asciutti di antichi corsi d’acqua) Relazione Mombelli (generale)1 politica della terra bruciata e del terrore bombardate 150 tende coniche, numeroso bestiame nuclei armati intenti a lavori di semina
6/1/1928 Gifa: oasi a sud di Nufilia (Tripolitania) su popolazioni Mogarba Operazioni 29° parallelo per unificare Tripolitania e Cirenaica
(Relazione generale Cicconetti2 a De Bono AUSSME)
10 bombe da 21 kg al fosgene da 3 aerei Caproni 111
4/2/28 Relazione De Bono sugli “esiti bombardamenti in Tripolitania”3 3 tonnellate bombe esplosive e all’iprite 36 indigeni e 960 capi di bestiame
12/2/1928 Hon Uaddan Diario De Bono Bombe al fosgene
19/2/1928 Cirenaica 15 km sud-est dello uadi Engar(Gebel) Relazione governatore Teruzzi4 8 quintali di iprite 42 individui centinaia di capi di bestiame uccisi
Marzo 1929 Zeefran Heleighima Relazione Teruzzi5 Bombe a gas 300 cammelli numerosi pastori
31/7/1930 Oasi Taizerbo Autorizzazione Badoglio (Relazione ten. col. R.Lodi al gen. Siciliani6. Graziani7. 24 bombe da 21 kg a iprite da 4 aerei Romeo 12 bombe da 12 kg e 320 da 2 kg con esplosivo convenzionale Distruzione bestiame e di numerosi ribelli

1Relazione Mombelli: Caproni esplorò regione Uadi el Faregh…avvistò e bombardò grosso attendamento circa 150 tende coniche e rettangolari.Bombardò regione Saunno con esito visibilmente efficace settantina tende e numeroso bestiame al pascolo.Bombardò ripetutamente accampamento due chilometri est Garbagniha … nonchè … nuclei armati intenti lavori semina.“.

2A prova della terribile efficacia dei bombardamenti sta il fatto che basta ormai l’apparizione dei nostri apparecchi perché grossi aggregati spariscano allontanandosi sempre più“.

3Relazione De Bono al ministro delle colonie: 263 Op.UG/Segreto: Stamane come stabilito quattro Ca 73 e tre Ro hanno bombardato Gife con evidente distruzione. I quattro Ca 73 sonosi spinti circa settanta chilometri sud Nufilia bombardando anche a gas circa quattrocento tende….“.

4Relazione Teruzzi: Gebel. Ieri undici, aviazione Mechili bombardato efficacemente noto accampamento con bestiame pascolante …. Risulta da fonte attendibile che recenti bombardamenti eseguiti da aviazione abbiano causato ai ribelli quarantina persone uccise altrettanti feriti e sessantina cammelli abbattuti…“.

5Relazione Teruzzi: Sembra che nello Zeefran i ribelli abbiano abbandonato quaranta tende …. in seguito ripetuti bombardamenti a gas“.

6Telegramma Badoglio a Siciliani e De Bono “Si ricordi che per Omar el Muchtar occorrono due cose: primo ottimo servizio informazioni, secondo, una buona sorpresa con aviazione e bombe a iprite….“.

7Graziani in Cirenaica pacificata a proposito del bombardamento dell’oasi di Taizerbo scrive “Fu effettuato il bombardamento con circa una tonnellata di esplosivo … Un indigeno, facente parte di un nucleo di razziatori, catturato pochi giorni dopo il bombardamento, asserì che le perdite subite dalla popolazione erano state sensibili, e più grande ancora il panico.”

Preso da: http://www.criminidiguerra.it/repressionelibia.shtml

Gad Lerner, la Libia e il “giornalismo”: da fan dei crimini della NATO nel 2011 a “pacifista”

Ipse dixit. Gad Lerner: nel 2011 fan dei ribelli libici e delle bombe Nato. Per la serie: “Tanto nessuno ricorda, quindi non devo nemmeno scusarmi”
Ecco alcuni “ieri e oggi” del conduttore.
Il 31 marzo 2016 scrive fra l’altro : «(…) inevitabile è un impegno dell’Italia nel ginepraio nordafricano (…) Garantire la continuità del rifornimento energetico attraverso il gasdotto sottomarino che da Mellitah raggiunge Gela. (…) Evitare che il contagio della guerra civile possa minare la precaria stabilità di un paese come l’Algeria (…) E infine scongiurare il monopolio territoriale dell’Isis sulle coste nordafricane (…)»
Il 2 giugno 2015 scandalizzato scriveva  che «l’Eni in Libia è sotto protezione di una fazione, Fajr, il cui comandante non smentisce l’alleanza con fazioni jihadiste vicine all’Isis».
 
Terrificante. Ma quale posizione manifestava lo stesso Lerner sulla Libia nel 2011, in tutti i modi consentiti e non certo solo sul blog? A poche ore dall’intervento della Nato, che all’Isis ha fatto da forza aerea, demonizzava chi non era d’accordo con l’intervento : «(…) nelle ore cruciali che precedono una decisione internazionale d’iniziativa armata in Libia -e speriamo che arrivi prima della caduta di Bengasi nelle mani di Gheddafi- vedo crescere un “pacifismo di destra” venato di sarcasmo e isolazionismo. E’ significativo che Lerner parli di “pacifismo di destra”, tanto per denigrare qualunque persona – pochi in effetti – si opponesse a quella guerra assurda e devastante. (…) Il pacifismo di destra che si è contrapposto all’impegno lodevole della Nato, di Obama, di Cameron, di Sarkozy, seguiti controvoglia da Berlusconi mentre una Merkel sempre più irresoluta si asteneva come al solito».
 
Cinque mesi di bombe lo convincevano ulteriormente! Il 23 agosto 2011, eccolo commentare la caduta di Tripoli riuscendo a sbagliare ogni previsione : «…(la guerra) si è innestata su una sollevazione popolare autentica (…) Abbiamo sentito opporre argomenti uno dopo l’altro per negare che bisognasse impegnarsi dalla parte degli insorti di Bengasi per consentire la deposizione di Gheddafi. Il rais pagava troppo bene i suoi mercenari per cui era invincibile. Ne sarebbe scaturita una secessione della Cirenaica indipendente dalla Tripolitania. Il ritorno alle guerre tribali d’epoca precoloniale. L’instaurazione di un regime islamico qaedista. L’esodo (biblico!) di profughi a centinaia di migliaia. Tutte balle. Il pacifismo di destra che si è contrapposto all’impegno lodevole della Nato, di Obama, di Cameron, di Sarkozy, seguiti controvoglia da Berlusconi mentre una Merkel sempre più irresoluta si asteneva come al solito».
Sollevazione popolare autentica e insorti di Bengasi (in realtà criminali e jihadisti che hanno rovinato non solo la Libia). Mercenari di Gheddafi (accusa smentita ex post da tutti). Niente pericolo di un regime islamico (!). Niente esodo di profughi (!).
 
Tutte balle… diceva lui. E non si è mai scusato. Neanche con i pacifisti non di destra. Pochi, ma c’erano e ci sono. Anche se non possono far nulla contro chi, per miopia assoluta o interessi di parte, favorisce guerre diaboliche.

 

I crimini dimenticati del colonialismo italiano in Libia

Mattia Salvia, 4 febbraio 2016
A metà gennaio, la stampa italiana ha dato notizia di un messaggio che il leader di al-Qaeda nel Maghreb avrebbe inviato all’agenzia di stampa mauritana al-Akhbar per commentare il raggiungimento dell’intesa sul nuovo governo della Libia. Il messaggio avrebbe contenuto minacce piuttosto particolari dirette all’Italia, tra i paesi promotori dell’intesa: “Ai nuovi invasori, nipoti di Graziani, vi morderete le mani pentendovi di essere entrati nella terra di Omar al-Mukhtar e ne uscirete umiliati.”
In realtà, sulla stampa internazionale non si trovano conferme dell’autenticità del messaggio ma si parla di un video—attribuito all’ISIS—contenente generiche “minacce all’Italia” e confezionato mettendo insieme degli spezzoni de Il leone del deserto, un film sull’invasione italiana della Libia finanziato da Gheddafi.
In ogni caso, il riferimento ai nomi di al-Mukhtar e Graziani è piuttosto interessante, perché si tratta di due protagonisti del colonialismo fascista in Libia: Omar al-Mukhtar, comandante della resistenza libica in Cirenaica fucilato nel 1931, e Rodolfo Graziani il generale fascista che guidò le operazioni militari in Libia ed Etiopia nonché uno dei peggiori criminali di guerra della storia d’Italia.

All’opinione pubblica italiana questi due nomi oggi non dicono granché, e anche i giornali che hanno riportato il nome di Graziani hanno minimizzato e parlato semplicemente di un riferimento a un “generale che ricoprì diversi incarichi di comando in epoca fascista e durante le guerre coloniali italiane.” Ma il fatto che a citare Graziani sarebbe stato un leader jihadista è piuttosto interessante, perché dimostra—proprio quando la possibilità di un nuovo intervento militare italiano in Libia sembra farsi sempre più concreta—che i crimini del nostro colonialismo sono ancora molto vividi nella memoria storica di chi ne è stato vittima, pur essendo stati sistematicamente rimossi dalla coscienza collettiva del nostro paese.
Il nome di Omar al-Mukhtar era già stato “utilizzato per questo tipo di rivendicazioni,” mi ha spiegato Matteo Dominioni, storico che da anni si occupa dei crimini del colonialismo italiano e autore di Lo sfascio dell’impero. “Nei primi anni Duemila, per esempio, è stato usato per rivendicare diversi attentati in Iraq. In questo caso, visto che si trattava di un messaggio rivolto all’Italia, veniva automatico mettere in relazione il suo nome con quello del suo carnefice, Rodolfo Graziani.”

L’impiccagione di al-Mukhtar, capo dei ribelli della Cirenaica, nel 1931. Immagine via Wikimedia Commons Il caso di Graziani è abbastanza emblematico del modo in cui l’Italia ha fatto i conti con i suoi crimini coloniali. Inserito dall’ONU nella lista dei criminali di guerra, non è stato mai processato. Nel dopoguerra è diventato presidente onorario del MSI. Sul sito del comune di Affile, suo paese natale e dove qualche anno fa tra le polemiche gli è stato dedicato addirittura un sacrario, è definito una “figura tra le più amate e più criticate, a torto o ragione” della storia italiana.
“Tutto questo è stato possibile perché dopo la fine della guerra si è voluto mettere una pietra sopra a una certa esperienza, quella coloniale, che aveva coinvolto tutto il paese, non solo i fascisti,” mi ha detto Dominioni. “Bisogna considerare che la fase più virulenta del fascismo, quella per i cui crimini vennero fatti i processi, è stata quella dal ’43 al ’45, mentre già dal ’41 le colonie non c’erano più e i coloni erano stati deportati in campi di prigionia in Kenya o in India.”
“Quando queste persone sono tornate alla fine della guerra non sembrava giusto colpevolizzarle,” ha proseguito Dominioni, “anche perché erano persone che il vero fascismo delle stragi e delle deportazioni non l’avevano visto. Era semplicemente una cosa che interessava troppe persone, e così per quieto vivere si è cercato di dimenticare tutto.”
Di certo c’è che alla volontà di dimenticare e non colpevolizzare eccessivamente si è affiancato anche un tentativo di sottrarre alla giustizia e alle loro responsabilità i personaggi dietro ai crimini e le atrocità che avevano accompagnato la colonizzazione italiana. Il che, alla lunga, ha avuto conseguenze terribili—perché nei fatti ha dato inizio a una gigantesca opera di rimozione storica.
“Non c’è solo il caso di Graziani. Ad esempio c’è anche Enrico Cerulli, un altro criminale di guerra mai processato, che oggi è considerato il più grande esperto italiano di Etiopia—quando in realtà il 90 percento delle cose che ha scritto in materia sono falsità inventate per giustificare la nostra occupazione del corno d’Africa,” mi ha detto Dominioni. “Ci sono un sacco di esempi di questo tipo, di studiosi funzionali alla politica coloniale e tesi a giustificarla dal punto di vista culturale e politico. E queste persone hanno scritto i libri di testo su cui si sono formate generazioni di italiani.”
È questo il motivo principale per cui il colonialismo italiano viene comunemente percepito come un colonialismo “dolce”, diverso da quello delle altre potenze europee, e il motivo per cui esiste il mito degli “italiani brava gente” incapaci di fare veramente del male a qualcuno. La realtà, ovviamente, è diversa: la stampa europea dell’epoca considerava la colonizzazione italiana in Libia addirittura più sanguinosa di quella delle altre potenze europee e secondo Dominioni, “noi italiani dimentichiamo che nel biennio 1930-31 in Libia fu perpetrato un genocidio.”
In quel periodo la Libia era formalmente una colonia, ma l’autorità italiana era limitata ai principali centri urbani della costa; il resto del Paese era in mano a gruppi ribelli. Per stroncare la ribellione, tra il 1930 e il 1931 l’intera popolazione della Cirenaica fu deportata in campi di concentramento. “In Cirenaica agivano gruppi di partigiani che attuavano tecniche di guerriglia. Lo stesso era avvenuto anche in Tripolitania, in una fase precedente, e lì la resistenza era stata stroncata con l’uso dell’aeronautica,” mi ha spiegato Dominioni. “In Cirenaica però era molto più difficile. Così nel 1930, Badoglio ordinò di deportare tutta la popolazione.”
E così venne fatto, creando 13 campi di concentramento nel deserto. In parallelo, l’esercito italiano utilizzò stragi, torture e crudeltà per fiaccare il morale dei ribelli.
Emblematico è il caso di Cufra, città considerata da Graziani il “centro di raccolta di tutto il fuoriuscitismo libico,” che venne bombardata a tappeto e, una volta presa, saccheggiata per tre giorni tra violenze di ogni tipo. Le atrocità documentate e riemerse grazie al lavoro di storici come Angelo Del Boca sono impressionanti e parlano di stupri, decapitazioni, evirazioni, donne incinte squartate, bambini gettati in calderoni pieni di acqua bollente, anziani a cui venivano cavati gli occhi e strappate le unghie.
Nel caso di Cufra, l’esercito italiano usò anche l’aviazione per mitragliare le colonne di ribelli in fuga. “Le bombe hanno scarso effetto perché il bersaglio è diluito,” si legge nella testimonianza di un pilota, “ma le mitragliatrici fanno sempre buona caccia […] Il gioco continua per tutta la giornata, le carovane della speranza diventano un cimitero di morti.” Anche armi chimiche come il fosgene e l’iprite, vietate dalla Società delle Nazioni nel 1925, continuarono a essere utilizzate dall’Italia in Libia fino al 1931.
Tutte queste atrocità fecero grande impressione nel mondo arabo. La Nation Arabe, quotidiano panarabista di Ginevra, scrisse: “Noi chiediamo ai signori italiani […] i quali ora si gloriano di aver catturato cento donne e bambini appartenenti alle poche centinaia di abitanti male armati di Cufra che hanno resistito alla colonna occupante: che cosa c’entra tutto ciò con la civiltà?”
Mentre nel 1931 il quotidiano di Gerusalemme Al Jamia el Arabia pubblicò un manifesto in cui si ricordavano “alcune di quelle atrocità che fanno rabbrividire: da quando gli italiani hanno assalito quel paese disgraziato, non hanno cessato di usare ogni sorta di castigo senza avere pietà dei bambini né dei vecchi.” Graziani, riportando il testo del manifesto nel suo libro Cirenaica pacificata, lo definì “infarcito di menzogne tali che non so se muovano più il riso o lo sdegno.”
Secondo Dominioni, il risultato di questa campagna di sterminio furono circa “100mila vittime e la struttura sociale del paese completamente stravolta,” ma così facendo la ribellione fu sedata e la zona più fertile della Libia divenne libera per la colonizzazione italiana.

Internati nel campo di concentramento italiano di Al-Magroon. Immagine via Wikimedia Commons Dall’altra parte del Mediterraneo, invece, i crimini del colonialismo italiano in Libia sono ancora oggi uno dei più grandi segreti inconfessati della nostra memoria storica. Secondo Dominioni si tratta di fatti ancora più taciuti di quelli compiuti in Etiopia nella fase colonialista successiva—anche perché nel caso della Libia certe stragi risalgono addirittura a prima del fascismo.
Un esempio lampante di questo è proprio il caso de Il leone del deserto, il film sulla vita di al-Mukhtar voluto da Gheddafi. Considerato “lesivo dell’onore dell’esercito italiano,” in Italia il film è stato censurato e trasmesso in televisione per la prima volta solo nel 2009.
“Per farti solo un esempio: sull’ultimo numero della rivista ufficiale del corpo degli alpini c’è un lungo articolo dedicato a smentire una mia ricerca su una strage compiuta dall’esercito italiano nel 1909,” ha concluso Dominioni. “Ci sono i documenti e le prove: 800 donne e bambini furono assediati dal Regio Esercito in una grotta per due settimane, stanati col gas e poi, dopo che si erano arresi, mitragliati. Più di 100 anni dopo, gli alpini negano ancora ufficialmente che sia accaduto e considerano l’autore di quella strage il loro massimo eroe. Quindi, se esistono ancora cosa del genere, possiamo ricostruire il passato quanto vuoi ma è tutto inutile.”

Preso da: http://www.vice.com/it/read/crimini-colonialismo-italiano-libia-834

CI SONO LE PROVE: IL GOVERNO DEGLI STATI UNITI E’ L’ORGANIZZAZIONE CRIMINALE PEGGIORE DELLA STORIA DELL’UMANITA’

Postato il Lunedì, 18 gennaio @ 23:10:00 GMT di davide

Fiore
DI PAUL CRAIG ROBERTS
paulcraigroberts.org

Unico tra le Nazioni della terra, il governo americano insiste che le proprie leggi e i propri dettami abbiano la precedenza sulla sovranità delle altre Nazioni. Washington sostiene il potere dei tribunali degli Stati Uniti nei confronti dei cittadini stranieri e rivendica la giurisdizione extraterritoriale dei tribunali USA su attività estere che Washington o gruppi di interesse americani non approvano. Forse la peggiore dimostrazione dello sprezzo che Washington prova per la sovranità degli altri Paesi è l’aver dimostrato il potere degli USA su cittadini stranieri basato esclusivamente su accuse infondate di terrorismo.
Vediamo alcuni esempi.

Washington prima costrinse il governo svizzero a violare le proprie leggi bancarie, poi costrinse la Svizzera ad abrogare le proprie leggi sul segreto bancario. Si presume che la Svizzera sia un paese democratico, ma le leggi di quel Paese sono decise a Washington da persone non elette dal popolo svizzero.
Consideriamo lo “scandalo del calcio” che Washington si è inventato, a quanto pare, allo scopo di imbarazzare la Russia. La sede del calcio internazionale è la Svizzera, ma questo non ha impedito a Washington di inviare agenti dell’FBI in Svizzera ad arrestare cittadini svizzeri. Provate ad immaginare la Svizzera che manda i propri agenti federali negli Stati Uniti ad arrestare cittadini americani.
Si consideri poi la multa di 9 miliardi di dollari che Washington ha appioppato ad una banca francese per non aver ottemperato pienamente alle sanzioni USA contro l’Iran. Questa asserzione del controllo di Washington su un istituto finanziario estero è ancor più incredibilmente illegale in considerazione del fatto che le sanzioni imposte all’Iran da parte di Washington con la richiesta che altri paesi sovrani vi aderiscano, sono esse stesse totalmente illegali. Infatti, questo è un caso di triplice illegalità, dato che le sanzioni sono state imposte sulla base di accuse inventate e menzognere.
Oppure quando Washington impose la sua autorità facendo pressione sul contratto tra un costruttore navale francese ed il governo russo, costringendo la società francese a violare il contratto con perdite di miliardi di dollari per la società stessa e di un gran numero di posti di lavoro per l’economia francese. Solo perché Washington voleva dare ai russi una lezione per non aver seguito i suoi ordini in Crimea.
Provate ad immaginare un mondo in cui ogni paese imponga l’extraterritorialità delle proprie leggi. Il pianeta sarebbe nel caos permanente con il PIL mondiale speso in battaglie legali e militari.
I neocon di Washington sostengono che siccome la storia ha scelto l’America per esercitare la sua egemonia sul mondo, nessun’altra legge conta. Conta solamente la volontà di Washington. La legge stessa non è più necessaria, in quanto Washington sovente sostituisce degli ordini alla legge, come quando Richard Armitage, vice segretario di Stato (non eletto) intimò al presidente del Pakistan di fare come gli veniva ordinato, oppure “vi faremo tornare all’età della pietra a suon di bombe”. (http://news.bbc.co.uk/2/hi/south_asia/5369198.stm)
Provate a immaginare i presidenti della Russia o della Cina dare un tale ordine ad una nazione sovrana.
Infatti, l’America ha bombardato vaste aree del Pakistan, uccidendo migliaia di donne, bambini e anziani. La giustificazione di Washington era di ribadire la extraterritorialità di azioni militari statunitensi anche in paesi con cui l’America non è in guerra.
Per quanto tutto ciò sia orrendo, il peggiore dei crimini perpetrati da Washington contro gli altri popoli è quello di rapirne i cittadini per consegnarli a Guantanamo, a Cuba, o per rinchiuderli in celle segrete in stati criminali come l’Egitto e la Polonia, dove vengono seviziati e torturati in violazione sia delle leggi degli Stati Uniti che del diritto internazionale. Questi crimini aberrranti dimostrano al di là di ogni dubbio che il governo degli Stati Uniti è la peggiore impresa criminale che sia mai esistita sulla terra.
Quando il regime criminale neoconservatore di George W. Bush lanciò la sua illegale invasione dell’Afghanistan, il regime criminale di Washington ebbe un disperato bisogno di “terroristi”, per poter fornire una giustificazione all’invasione illegale che costituiva un crimine di guerra secondo il diritto internazionale. Però non c’erano terroristi, così Washington fece volantinaggio sui territori dei signori della guerra offrendo migliaia di dollari di taglia per “terroristi”. I signori della guerra locali colsero l’occasione e catturarono ogni persona non protetta per rivenderla agli americani intascando così il premio.
L’unica prova che i cosiddetti “terroristi” erano tali era data dal fatto che persone innocenti furono vendute dai signori della guerra agli americani con l’etichetta di “terroristi”.
Pochi giorni fa Fayez Mohammed Ahmed Al-Kandari è stato rilasciato dopo 14 anni di torture da “Libertà e Democrazia in America”. L’ufficiale militare degli Stati Uniti, il colonnello Barry Wingard, che ha rappresentato Al-Kandari, ha detto che “non c’è altra prova contro di lui se non che è un musulmano in Afghanistan al momento sbagliato, a parte le dichiarazioni per doppio e triplo sentito dire, cose che non ho mai visto come potessero giustificarne l’incarcerazione”. C’era anche molto meno motivo, ha ribadito il colonnello Wingard, di torturarlo per così tanti anni nel tentativo di forzare una confessione per presunti reati.
Non aspettatevi che i prostituiti media occidentali riportino questi fatti. Per scoprirlo, si deve andare su RT  https://www.rt.com/usa/328329-kuwaiti-detainee-guantanamo-transfer/ oppure su Stephen Lendman http://sjlendman.blogspot.com oppure leggerli sul nostro sito.
I “presstitute” media occidentali fanno parte dell’operazione criminale di Washington.

Paul Craig Roberts
Fonte: http://www.paulcraigroberts.org
Link: http://www.paulcraigroberts.org/2016/01/09/the-proof-is-in-the-us-government-is-the-most-complete-criminal-organization-in-human-history-paul-craig-roberts/
9.01.2016

Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da DA GIANNI ELLENA

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=16127

L’associazione Vittime della Nato in Libia lotta contro l’impunità dei potenti

di Marinella Correggia

Dalla guerra in Iraq nel 1991 a oggi, nessun tribunale internazionale ha mai processato e giudicato i vincitori delle guerre di aggressione condotte dall’Occidente e dagli alleati del Golfo.  E dire che la guerra di aggressione è bandita in modo assoluto dalla carta delle nazioni unite ed è considerata il «crimine internazionale supremo» sin dall’epoca del tribunale di Norimberga (che però giudicò solo i vinti).

Alcune volte gli Stati presi di mira hanno provato a reagire ricorrendo a istanze internazionali (si pensi alla Jugoslavia durante i bombardamenti Nato del 1999); altre volte erano i cittadini danneggiati a provare le strade dei tribunali internazionali, sul lato penale e civile. Il primo non ha mai sortito effetti; per il secondo, alle vittime civili – «effetti collaterali» – afghane, irachene, pakistane sono stati elargiti risibili risarcimenti a cura dei responsabili, si vedano gli Usa con gli abitanti dei villaggi sterminati dai droni. Troppo poco, decisamente.

Si sta muovendo con coraggio contro l’impunità  Khaled el Hamedi, cittadino libico,  fondatore dell’associazione Vittime della Nato. Un bombardamento dell’operazione Unified Protector sterminò la sua famiglia il 20 giugno 2011 a Sorman. Dalle macerie furono estratti i corpi maciullati della moglie Safae Ahmed Azawi, incinta, dei suoi due figli piccoli Khaled e Alkhweldi, della nipote Salam, della zia Najia, del cugino Mohamed; uccisi anche i bambini dei suoi vicini di casa e due lavoratori. Abbiamo rivolto alcune domande al legale di Khaled, Jan Fermon, che sta preparando una conferenza stampa a Bruxelles, il 29 gennaio.

Avvocato Fermon, il 23 novembre 2017 la Corte d’appello di Bruxelles (Belgio, sede del Patto atlantico) ha risposto negativamente al ricorso del suo assistito Khaled el Hamidi; l’immunità della Nato è stata confermata…

E’ stata persa l’occasione di un passo avanti storico nell’applicazione della legislazione internazionale sui diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Una grande ingiustizia verso tante vittime. Khaled el Hamidi (che ora vive in esilio, ndr) è intenzionato ad andare avanti finché l’impunità non avrà fine. Il fatto che la sede della Nato sia qui, ha aperto la strada alla possibilità di un processo civile.

Come mai la Nato gode dell’immunità, e dunque dell’impunità?

La Nato è un organismo interstatale e multilaterale; con il trattato di Ottawa del 1951, i paesi fondatori decisero per l’immunità dalla giurisdizione cioè l’impossibilità di processare (cosa diversa dall’immunità di esecuzione cioè l’impossibilità di applicare la punizione). E’ grave, trattandosi di un’organizzazione che può dunque impunemente decidere della vita e della morte delle persone in giro per il mondo. Non è certo un incentivo, per la Nato e per altri, a rispettare il diritto internazionale…Può sfociare nell’impunità per crimini di guerra.

Paradossale. Non ci sono limiti a questa immunità?

Sì, ci sarebbero, e questa è la base della nostra azione legale. Infatti l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti umani e altri strumenti internazionali prevedono che ogni cittadino abbia il diritto di accedere a un tribunale. E, per la Convenzione di Vienna, gli Stati devono rispettare i trattati che hanno firmato. Il diritto di accesso, tuttavia, non è assoluto e può subire limitazioni, appunto di fronte all’immunità delle organizzazioni internazionali, che hanno fini da perseguire. Ma c’è una giurisprudenza, anche da parte della Corte di cassazione belga, secondo la quale la limitazione nell’accesso ai giudici non è accettabile quando l’organizzazione internazionale che dovrebbe essere messa in stato di accusa non ha una sorta di tribunale interno accessibile da parte dei cittadini che hanno subito danni dal suo operato. La Nato è priva di questo meccanismo rispetto alle sue azioni in Libia.

E dunque?

Intanto: la Nato ha rifiutato di comparire in giudizio (loro sostengono di limitarsi a coordinare le azioni belliche degli Stati membri, lo Stato belga l’ha rappresentata (dopotutto se si tratta di risarcire danni, spetterà poi agli Stati membri). Un primo scoglio era che Khaled non potesse invocare l’articolo 6 e dunque il diritto di accesso a un giudice perché non è cittadino europeo e il danno era avvenuto fuori dall’Europa. Ma in due sentenze, la Corte europea dei diritti umani aveva stabilito che si potesse invocare l’articolo 6 perché il paese dove la causa era cominciata lo permetteva. Nel nostro caso, però, la Corte d’appello ha deciso così: «Avete il diritto di accedere alla Corte, ma la limitazione al vostro diritto, dovuta all’immunità della Nato, rimane accettabile, proporzionata, visti gli obiettivi che l’organizzazione internazionale deve realizzare.» La Corte d’appello si è riferita a una Corte olandese che aveva sancito l’immunità per i caschi blu olandesi dell’Onu, nella vicenda di Srebrenica.

Ma l’Onu e la Nato, lei dice, non possono essere messe sullo stesso piano.

La prima è un’organizzazione che almeno in linea di principio non è di parte e riconosce la sovranità e l’eguaglianza di tutte le nazioni; ha per obiettivo l’applicazione del proprio Statuto, che è la base del diritto pubblico internazionale contemporaneo. Inoltre l’Onu dovrebbe avere il monopolio dell’uso della forza, oltretutto solo con il fine di ristabilire la pace. La Nato è praticamente illegale rispetto alla Carta dell’Onu che parla di organizzazioni regionali ma non di patti militari; è un club militare di un gruppo limitato di paesi e ha come obiettivo l’uso della forza.

Non potevate impugnare l’illegalità della guerra della Nato, che andò ben oltre il mandato della risoluzione del Consiglio di sicurezza 1973, operando un regime change e violando addirittura il mandato relativo alla protezione dei civili?

Dal punto di vista politico, è verissimo. La 1973 fu strumentalizzata. Però, questo genere di argomento renderebbe ancora più difficile le cose per un giudice belga. Ho preferito non usare l’argomento della legalità dei quella guerra perché nel caso della famiglia el Hamedi non ce n’era bisogno: prendere di mira un’abitazione civile è un crimine di guerra. La Commissione d’inchiesta dell’Onu sulla Libia al tempo si disse insoddisfatta delle spiegazioni della Nato circa l’episodio…a volte hanno tirato in ballo un errore da parte degli informatori sul campo, altre volte hanno affermato che la casa era una centrale di comando, tutto evidentemente falso.

Quali le vostre prossime mosse? Provare in altri paesi?

Dobbiamo valutare se continuare in Belgio; la Corte di cassazione non può cambiare la decisione nel merito. Altri paesi? Si potrebbe solo conoscendo la nazionalità dell’aereo che ha colpito quel giorno. Il paese è corresponsabile delle azioni. Ma è impossibile saperlo, vista l’omertà in casa Nato.  Pensiamo anche alla Corte europea per i diritti umani.

E il Tribunale penale internazionale (Tpi) visto che si tratta di un crimine di guerra?

Quanto al Tpi, la risoluzione 1970 sulla Libia in effetti lo tirava in ballo …dal punto di vista letterale gli venivano affidati tutti i crimini compiuti in Libia; ma è molto chiaro che ci si riferiva solo a Gheddafi e alla sua ristretta cerchia. Inoltre per le vittime, far ricorso a quel tribunale, significa avere pochissimi diritti; il procuratore spesso non avvia nemmeno l’inchiesta; lo sanno tutti. Ci sono pressioni fortissime.

Ha assistito altre vittime delle guerre occidentali?

Ci ho provato nel 2003 durante l’occupazione dell’Iraq. Il Belgio aveva la giurisdizione universale (cioè estesa ad atti compiuti fuori dei propri confini) rispetto ai crimini di guerra. Difendevo un gruppo di cittadini iracheni contro il generale Tommy Franks e altri militari. Beh, furono impressionanti le minacce. Il Segretario Usa alla difesa Donald Rumsfeld chiese al Belgio di non accettare la mia denuncia; il paese fu minacciato di boicottaggio, di ritiro degli uffici della Nato (100mila posti di lavoro); e siccome il ministro degli esteri si era rivelato un po’ indipendente, fu imposto di estrometterlo dal governo successivo. Del resto, come non ricordare il cosiddetto «Hague Invasion Act» del 2002? Una legge che autorizza l’uso della forza per liberare i cittadini statunitensi o di un paese alleato che fossero detenuti dal Tribunale penale, con sede all’Aia. Ecco, dopo il 2003 è stata minacciata una sorta di «Brussels Invasion Act».

Khaled el Hamedi, che ora vive rifugiato all’estero, ha creato l’associazione Vittime della guerra della Nato in Libia. Quali gli obiettivi?

Vuole aprire una possibilità per gli altri; unire le forze. Intanto per stabilire la verità. Sarà anche utili aiutarli a raccogliere elementi di prova sull’operato della Nato. E la pressione giudiziaria, è anche quella che viene dalle vittime…

Ma l’impunità delle potenze egemoni, è proprio invincibile?

La lotta contro l’impunità, anche in un mondo multipolare, è prima di tutto una lotta di popolo. E’ più politica che giuridica, anche se poi va tradotta in principi giuridici che superino, appunto, l’impunità. E’ un po’ lo stesso nella giustizia nazionale, che non è neutra rispetto al censo, come sappiamo. Comunque sono i popoli a doversi battere per imporre una giustizia imparziale e seria.

 

Marinella Correggia

 

Le foto sono tratte da questo sito:

 

Sul massacro di Sorman, ecco il documentario di Michel Collon:

 

e con sottotitoli in inglese:

Qui un video di RT su familiari di vittime dei bombardamenti in Siria che reclamano giustizia

 

Preso da: http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=3471

Era il sogno di Muammar Gheddafi: fornire acqua fresca a tutti i libici e rendere la Libia autosufficiente nella produzione alimentare.

I libici la chiamavano l’ottava meraviglia del mondo. I media occidentali lo hanno definito il capriccio e il sogno irrealizzabile di un cane rabbioso. Il “cane rabbioso” nel 1991 aveva profeticamente detto circa la più grande impresa di ingegneria civile nel mondo:

 

 

“Dopo questo risultato, le minacce americane contro la Libia raddoppieranno. Gli Stati Uniti inventeranno delle scuse, ma la vera ragione sarà la volontà di fermare questo progetto, per tenere il popolo libico assoggettato”.

Il sogno di Gheddafi

 

Era il sogno di Muammar Gheddafi: fornire acqua fresca a tutti i libici e per rendere la Libia autosufficiente nella produzione alimentare. Nel 1953 la ricerca di nuovi giacimenti petroliferi nei deserti del sud della Libia ha portato alla scoperta non solo di riserve petrolifere importanti, ma anche di grandi quantità di acqua dolce negli strati profondi del sottosuolo. Delle quattro antiche falde acquifere che sono state scoperte, ognuna aveva capacità stimate tra i 4.800 e i 20.000 chilometri cubi. La maggior parte di questa acqua si è raccolta nelle falde tra 38.000 e 14.000 anni fa, anche se alcune sacche sono da ritenersi solo di 7.000 anni.

Dopo che Gheddafi e i Liberi Ufficiali Uniti presero il potere con un golpe incruento contro il corrotto re Idris, durante la rivoluzione di Al-Fateh nel 1969, il governo della Jamahiriya nazionalizzò le compagnie petrolifere e spese gran parte dei proventi del petrolio per sfruttare l’approvvigionamento di acqua dolce dalle falde acquifere del deserto, costruendo centinaia di pozzi.  Furono create grandi aziende agricole nel sud della Libia per incoraggiare le persone a stabilirsi nel deserto. Risultò che la maggior parte delle persone però preferiva la vita nelle zone costiere settentrionali.

Pertanto successivamente Gheddafi concepì un piano per portare invece l’acqua alle persone. Il governo della Jamahiriya libica ha condotto gli studi di fattibilità iniziali nel 1974, e nel 1983 fu istituita l’Autorità del Grande Fiume Artificiale. Questo progetto finanziato interamente dal governo è stato programmato in cinque fasi, ognuna delle quali avrebbe realizzato un sistema autonomo, che alla fine avrebbe potuto formare un sistema integrato. Poiché l’acqua nella Libia di Gheddafi è stata considerata come un diritto umano, non vi è stato alcun onere a carico del popolo e non sono stati necessari prestiti internazionali per la spesa di quasi 30 miliardi dollari del progetto.

Nel 1996, durante l’apertura della fase II del progetto del Grande Fiume Artificiale​​, Gheddafi disse:

Questa è la risposta più grande all’America e a tutte le forze del male che ci accusano di coinvolti nel terrorismo. Noi siamo solo coinvolti nella pace e nel progresso. L’America è contro la vita e il progresso, e spinge il mondo verso l’oscurità”

 

 

Lo sviluppo e la distruzione

 

Al tempo della guerra guidata dalla NATO contro la Libia nel 2011, tre fasi del progetto Grande Fiume Artificiale ​​sono state completate. La prima e più importante ha fornito due milioni di metri cubi di acqua al giorno lungo una conduttura di 1.200 km da Bengasi a Sirte, ed è stata formalmente inaugurata nell’agosto del 1991. La fase II fornisce un milione di metri cubi di acqua al giorno per la fascia costiera occidentale e per Tripoli. La fase III prevedeva l’espansione del sistema esistente e di fornire Tobruk e la costa con un nuovo sistema di pozzi.

I “fiumi” sono una rete di 4000 chilometri di tubi in cemento di 4 metri di diametro, sepolti sotto le sabbie del deserto per evitare l’evaporazione. Ci sono 1.300 pozzi, 500.000 sezioni di tubo, 3.700 chilometri di strade e 250 milioni di metri cubi di scavo. Tutto il materiale per il progetto è stato prodotto localmente. Grandi serbatoi immagazzinano l’acqua e stazioni di pompaggio controllano il flusso verso le città.

Le ultime due fasi del progetto avrebbero dovuto unire tutta la rete di distribuzione. Una volta che fosse completata, l’acqua di irrigazione dal grande Fiume Artificiale avrebbe consentito di ottenere circa 155.000 ettari di terra da coltivare. Come disse Gheddafi, il progetto renderebbe il deserto verde come la bandiera della Jamahiriya libica.

 

 

Nel 1999 l’UNESCO aveva accettato l’offerta della Libia di finanziare il Premio Internazionale dell’Acqua Grande Fiume Artificiale, un riconoscimento che riguarda importanti lavori di ricerca scientifica sul consumo d’acqua nelle zone aride.

Molti cittadini stranieri lavoravano in Libia al Progetto Grande Fiume Artificiale. Ma dopo l’inizio del cosiddetto bombardamento umanitario della NATO contro il paese nord -africano nel marzo 2011, la maggior parte dei lavoratori stranieri sono tornati a casa. Nel luglio 2011 la NATO non solo ha bombardato il Grande Fiume e le sue condutture di alimentazione nei pressi di Brega, ma ha anche distrutto la fabbrica che produce i tubi per ripararlo, dando la motivazione che era stato utilizzato come “un deposito militare” e che “razzi sono stati lanciati da lì”. Sei guardie di sicurezza della struttura sono stati uccise durante l’attacco della Nato, e la fornitura di acqua per il 70 % della popolazione, sia per uso domestico che per l’irrigazione, è stata compromessa creando danni alle infrastrutture vitali della Libia.

 

 

Le ultime due fasi del Grande Progetto Fiume Artificiale ​​erano state programmate per proseguire nel corso dei prossimi due decenni, ma la guerra della NATO in Libia ha compromesso il futuro del progetto e il benessere del popolo libico.

Un documentario tedesco mostra la dimensione e la bellezza del progetto.

 

 

Le guerre dell’acqua

 

Acqua fresca e pulita, così come era previsto per i libici dal Grande Fiume Artificiale, è essenziale per tutte le forme di vita  In questo momento il 40 % della popolazione mondiale ha scarsità o non ha accesso all’acqua potabile, e questa cifra in realtà dovrebbe passare al 50 % entro il 2025 . Secondo il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite del 2007, il consumo mondiale di acqua raddoppia ogni 20 anni, più del doppio del tasso di crescita della popolazione umana. Allo stesso tempo, ogni anno la maggior parte dei grandi deserti di tutto il mondo sta diventando più grande e la quantità di terra agricola utile in molte aree sta diventando sempre più piccola, mentre i fiumi, i laghi e le principali falde acquifere sotterranee di tutto il mondo si stanno esaurendo – tranne che nella Libia di Gheddafi.

 

 

Alla luce della situazione attuale, la distruzione della NATO del Grande Fiume Artificiale è stato qualcosa di più di un semplice crimine di guerra. Il Programma delle Nazioni Unite 2007 prevedeva una cosiddetta “partecipazione agli utili dell’acqua”, che promuove attivamente la privatizzazione e la monopolizzazione delle forniture idriche mondiali da parte delle multinazionali. Nel frattempo la Banca Mondiale ha recentemente pianificato una politica di privatizzazione dell’acqua e la tariffazione dell’acqua a pieno costo, con uno dei suoi ex amministratori, Ismail Serageldin, che ha affermato: “Le guerre del 21 ° secolo saranno combattute per l’acqua“.

In pratica questo significa che le Nazioni Unite, in collaborazione con la Banca Mondiale, prevedono di garantire che le risorse idriche siano a loro disposizione, e che, una volta ottenuto il controllo totale di queste risorse, esse possano essere utilizzate dalle nazioni a cui appartengono solo dietro pagamento. I prezzi saliranno mentre la qualità dell’acqua diminuirà, e le fonti di acqua dolce diventeranno meno accessibile proprio a coloro che ne hanno un disperato bisogno. In poche parole, uno dei modi più efficaci per asservire il popolo è quello di prendere il controllo delle loro esigenze quotidiane di base e di eliminare la loro autosufficienza.

Come questo si riferisca alla distruzione della NATO nel luglio 2011 del Grande Fiume Artificiale ​​di Gheddafi può essere bene illustrato dalla dialettica hegeliana, popolarmente nota come il concetto di Tesi > Antitesi – > Sintesi. In questo caso, bombardando l’approvvigionamento idrico e la fabbrica di tubi, un problema è stato creato con un secondo fine, vale a dire ottenere il controllo della parte più preziosa delle infrastrutture della Libia. Successivamente una reazione sotto forma di una diffusa esigenza immediata è stata provocata a causa del problema, dal momento che il 70 % dei libici dipendeva dal Grande Fiume per gli usi domestici, nonché per l’irrigazione del terreno. Un mese dopo la distruzione del Grande Fiume più della metà della Libia era senza acqua corrente. In definitiva una soluzione predeterminata è stata imposta: per avere accesso ad acqua fresca, gli abitanti del paese devastato dalla guerra non hanno avuto altra scelta che dipendere completamente e, quindi, ad essere schiavi, del governo installato dalla NATO.

Un governo “democratico” e che “ha portato la democrazia”, che è salito al potere attraverso l’uccisione di decine di  migliaia di libici, di “bombe umanitarie”, e che ha rovesciato e assassinato il “dittatore” il cui sogno era quello di fornire acqua fresca per tutti i libici gratis .

La guerra è ancora la pace, la libertà è ancora la schiavitù.

 

da Globalresarch – Traduzione di Sonia S. per civg.it

 


 

La Libia del dittatore Gheddafi, OGGI finalmente libera e democratizzata

Un messaggio senza parole, rivolto a persone rette ed eticamente integre – Enrico Vigna

 

 

MA C’E’ UN’ALTRA LIBIA CHE NON CI RACCONTANO

Un comandante della Resistenza libica verde

 

Enrico Vigna, ottobre 2015

Preso da: http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=769%3Aera-il-sogno-di-muammar-gheddafi-fornire-acqua-fresca-a-tutti-i-libici-e-rendere-la-libia-autosufficiente-nella-produzione-alimentare&catid=2%3Anon-categorizzato&Itemid=300