2014: Attacchi con gas effettuati dal governo libico ( marionetta della NATO) contro insorti e civili nel sud della Libia.

Succedeva nel 2014, ma noi in occidente NON DOBBIAMO SAPERLO.

Si diffonde l’insurrezione in Libia contro il governo fantoccio della NATO.

Secondo i media occidentali: si tratterebbe di “scontri tribali”.

(Traduzione di Luciano Lago)

Fonti della resistenza libica, affermano che “si è sviluppata l’insurrezione per il recupero dell’onore, della dignità e dell’indipendenza del popolo libico e questa è stata attaccata dalle forze degli invasori e colonialisti della NATO e degli USA ”, informano circa la avvenuta restaurazione della sicurezza in generale nelle zone di Sabha ,Shati, Ubari, Murzuq e Gath.
Inoltre le stesse fonti della resistenza informano che la NATO sta pagando 12.000 dinari a mercenari e traditori, attraverso il loro governo di fatto instaurato in Libia, per combattere contro la resistenza.

Queste stesse fonti denunciano che sono stati utilizzati i gas nei bombardamenti effettuati a sud ed a est di Tripoli, secondo quanto si è saputo dall’ospedale civile di Al Zahra, che ha attestato l’infezione di civili innocenti. Inoltre vengono denunciati bombardamenti al fosforo bianco, proibito a livello internazionale, per mezzo di caccia bombardieri della NATO. La Resistenza ha chiesto alla Russia di fare una denuncia urgente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per condannare queste azioni genocide contro una popolazione indifesa.
Il sud della Libia assicurano che è stato praticamente liberato della presenza di mercenari estremisti e traditori al servizio dei cospiratori della NATO e dell’ONU, dopo dei duri bombardamenti che si stanno effettuando questi giorni con l’aiuto dei traditori di Misurata. Le città del sud festeggiano il trionfo con le immagini del leader Mohamar Gheddafi, innalzando bandiere verdi e scrivendo slogan per contrastare la miserabile propaganda degli invasori – alimentando al Jamahirya Libia, mentre un comunicato della resistenza Verde “chiama il popolo patriota della Libia a non opporsi alla resistenza che lavora per conservare l’unità di tutte le tribù e le invita ad unirsi alle forze di liberazione che garantiranno la sua sicurezza e tutti i cittadini saranno trattati in conformità alle norme internazionali”.
Gli insorti assicurano che hanno formato un esercito con più di 250.000 combattenti “attrezzati per far fronte agli invasori” ed informano della cattura avvenuta da parte delle forze di liberazione della Jamihiriya di grandi quantità di materiale bellico e di veicoli con artiglieria nella base aerea di Sabha, utilizzati per la difesa delle zone liberate . “Nella stessa città avvisano, dove vari commandos di Tuareg si stanno situando alle porte di questa per contribuire a consolidare la lotta di liberazione. Tutto questo dopo che vi è stato qui lo scenario di una dura battaglia tra bande rivali di mercenari e soldati dello Stato Maggiore Generale nella quale sono morti più di 200 soldati governativi e si stimano circa 180 feriti. La resistenza approfitta della delle contrapposizioni per stabilirsi in altre zone liberate”.
Ristabilimento dell’ordine

In altro ordine di cose, le stesse fonti annunciano che “hanno messo fine alla emarginazione alla sottomissione ed alla privazione di diritti della popolazione;ai furti ed alle rapine, agli gli assassini effettuati dalle bande armate e portati a termine dopo la perdita della sovranità e dell’ordine. Così come per le aggressioni razziste verificatesi”.
In un comunicato ufficiale gli insorti chiedono alla comunità internazionale ed all’ONU “di espellere tutte le truppe straniere ed i mercenari contrattati dalla NATO e dagli USA, così come le interferenze nei nostri fatti interni, con l’avviso che, in caso contrario, si prenderanno severe rappresaglie come risposta per conservare il nostro onore e la dignità, questo dopo aver analizzato la situazione globale del paese e le possibilità di recuperare la sovranità. Gli insorti ricordano, nello stesso comunicato, che loro non volevano né la guerra né la divisione del paese né la povertà che che si diffonde con tutte queste azioni e denunciano la doppia morale e gli interessi economici della invasione della Libia – in tutte le parti del mondo si sapeva che i mercenari contrattati dagli USA e dalla NATO non hanno mai combattuto per la democrazia e la libertà .. molti libici sono stati ingannati dai cospiratori occidentali ed hanno trasformato un governo delle masse in un governo di mafie al servizio del nemico imperialista”.

Commandos di tuareg della resistenza libica alle porte di Sabha

Assassinato a colpi di fucile il vice promo ministro dell’Industria e si è dimesso il Ministro degli esteri

“Precisamente per protesta contro i bombardamenti fatti con armi proibite dalla comunità internazionale e per lo spargimento di sangue , si è dimesso il ministro degli esteri. Come afferma un comunicato. Altri cinque ministri, aggiunge, temono di finire eliminati come traditori della patria”.
D’altra parte nella Sirte muore assassinato il vice ministro dell’industria , Hassan al –Drouin .
Secondo le autorità l’attacco è arrivato alcune ore dopo la morte di almeno 19 persone e di 20 feriti, avutisi negli scontri tribali avvenuti nel sud del paese. Secondo il giornalista internazionale Eloy Prdo, è stata la “primavera araba” che ha portato il paese nel caos e non si profila una soluzione nel prossimo futuro.

Le posizioni conquistate dalla Resistenza libica

Da ultimo a Tripoli il governo ufficiale imposto dalla NATO ha decretato lo stato di “massima allerta” per timore di essere sorpreso dalla resistenza, vista la solidarietà che la popolazione arriva a dimostrare per le forze di liberazione.

Fonte: El Espia digital

Preso da: http://www.controinformazione.info/attacchi-con-gas-effettuati-dal-governo-libico-marionetta-della-nato-contro-insorti-e-civili-nel-sud-della-libia/

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Noam Chomsky: “Usa, leader mondiali in crimini internazionali”

28 luglio 2014
Noam Chomsky ci offre una panoramica impietosa delle aggressioni che hanno permesso agli Usa di “guadagnarsi” il titolo di leader mondiali in crimini internazionali. Hanno bevuto nello stesso calice avvelenato “offerto” ai nazisti nel Processo di Norimberga.
di Noam Chomsky

“L’aggressione è il supremo crimine internazionale che differisce dagli altri crimini di guerra in quanto contiene in sé il male accumulato dall’intera guerra”. (Dagli atti del Processo di Norimberga)

La prima pagina del New York Times del 26 giugno mostrava una foto di una donna che piangeva per un iracheno assassinato. Una delle innumerevoli vittime della campagna dell’Isis (Stato islamico di Iraq e Siria) in cui l’esercito iracheno – per tanti anni addestrato e armato dagli Usa – si è rapidamente disciolto, abbandonando gran parte dell’Iraq a pochi militanti, esperienza affatto nuova nella storia imperiale. Appena sopra la foto c’era un titolo: “tutte le notizie che è giusto pubblicare”.

C’è però una omissione cruciale. La prima pagina dovrebbe visualizzare le parole della sentenza del processo di Norimberga ai nazisti di spicco – parole che dovrebbero essere ripetute fino a penetrare la coscienza: “l’aggressione è il supremo crimine internazionale che differisce dagli altri crimini di guerra in quanto contiene in se stesso il male accumulato dall’intera guerra”.

E accanto a queste parole dovrebbe esserci il monito dell’allora procuratore capo degli Stati Uniti, giudice Robert Jackson che, rivolgendosi alla Corte di Norimberga dopo la condanna alla pena di morte degli imputati, accusati in particolare di aver commesso il “crimine internazionale supremo”, cioè l’aggressione, disse: “Il fondamento in base al quale giudichiamo questi imputati è il fondamento con cui la storia giudicherà noi, domani. Porgiamo a queste persone un calice avvelenato e se ne sorseggeremo anche noi dovremo essere sottoposti allo stesso giudizio. Altrimenti questo processo sarà una farsa”

L’invasione dell’Iraq da parte di Stati uniti e Gran Bretagna fu un esempio da manuale di ciò che è un’aggressione. Gli apologeti della guerra invocarono nobili intenzioni, cosa irrilevante anche se i motivi erano sostenibili.
Ai tribunali della Seconda guerra mondiale non importava un accidenti che gli imperialisti giapponesi volevano portare un “paradiso in terra” ai cinesi che stavano massacrando, o che Hitler nel 1939 inviò truppe in Polonia per difendere la Germania dal “terrorismo selvaggio” dei polacchi. Quando si dice sorseggiare il calice avvelenato.

Quelli dalla parte sbagliata del club hanno poche illusioni. Abdel Bari Atwan, editore di un sito web panarabo, osserva che “il principale fattore, responsabile del caos attuale [in Iraq], è l’occupazione USA /occidentale e il sostegno arabo ad essa. Qualsiasi altra affermazione è fuorviante e mira a distogliere l’attenzione [fuori] da questa verità.”

In una recente intervista al programma televisivo di Moyers & Company, lo specialista in questioni irachene Raed Jarrar ha delineato ciò che noi, in Occidente, dovremmo sapere. Come molti iracheni, Jarrar è mezzo sciita e mezzo sunnita, ma prima dell’invasione a malapena conosceva l’identità religiosa dei suoi parenti perché “la differenza etnico-religiosa non faceva parte della coscienza nazionale”.
Jarrar ci ricorda che “questa lotta settaria che sta distruggendo il paese … è chiaramente iniziata con l’invasione degli Stati Uniti e con l’occupazione.” Gli aggressori hanno distrutto “l’identità nazionale irachena rimpiazzandola con identità etniche e confessionali”, operazione iniziata immediatamente dopo che gli Stati Uniti istituirono un governo basato su identità etniche, una novità per l’Iraq.
Ormai, sciiti e sunniti sono acerrimi nemici, grazie al bastone brandito da Donald Rumsfeld e Dick Cheney (rispettivamente l’ex segretario della Difesa e vice presidente durante l’amministrazione di George W. Bush) e da altri come loro, che non capiscono altro se non violenza e terrore, e che hanno contribuito a creare conflitti che affliggono la regione, ora a brandelli.

Altri titoli riportano la rinascita dei talebani in Afghanistan. La giornalista Anand Gopal spiega le ragioni del suo straordinario libro, No Good Men Among the Living: America, the Taliban, and the War through Afghan Eyes [Nessun buono tra i vivi: Stati uniti, il talebano e la guerra vista con occhi afghani].
Nel 2001-2002, quando il bastone degli Stati uniti colpì l’Afghanistan, gli outsider di al-Qaeda si dileguarono e i talebani si dissolsero. Molti scelsero, come da tradizione, accomodarsi dalla parte dei conquistatori. Ma Washington era alla disperata ricerca di terroristi da schiacciare. Gli uomini forti, che imposero come governanti, ben presto scoprirono che potevano sfruttare la cieca ignoranza di Washington e attaccare i loro nemici, compresi quelli che collaboravano con entusiasmo con gli invasori americani. Ben presto il paese si ritrovò governato da signori della guerra senza scrupoli mentre molti ex talebani, che avevano cercato di entrare nel nuovo ordine, ricrearono l’insurrezione.

Più tardi il bastone è stato raccolto dal presidente Obama per “condurre da dietro le quinte” la distruzione della Libia.
A marzo del 2011, durante la rivolta (o primavera araba) contro il leader libico Muammar Gheddafi, il Consiglio di sicurezza dell’Onu approvò la risoluzione 1973, chiedendo “un cessate il fuoco, la fine della violenza e di tutti gli attacchi e gli abusi sui civili”

Il triumvirato imperiale – Francia, Inghilterra, Stati Uniti – decise all’istante di violare la risoluzione, trasformandosi nella forza aerea d’appoggio ai ribelli e intensificando la violenza.
Il loro intervento è culminato nell’assalto al rifugio di Gheddafi a Sirte, città
che lasciarono “completamente devastata”, secondo testimoni oculari della stampa britannica: “reminiscenza delle scene più truci di Grozny, verso la fine della sanguinosa guerra della Russia in Cecenia”. A costo di tanto sangue il triumvirato raggiunse il suo obiettivo di cambiare il regime, in violazione dei suoi pietosi pronunciamenti.

L’Unione Africana si oppose fermamente all’assalto del triumvirato in Libia. Come informò Alex De Waal, della rivista britannica International Affairs, la UA aveva proposto un cessate il fuoco e una “road map” per l’assistenza umanitaria, per proteggere i migranti africani (molti dei quali sono stati uccisi, i più fortunati espulsi) ed altri cittadini stranieri, nonché la richiesta di riforme politiche per eliminare “le cause della crisi”, stabilire un “governo ad interim per arrivare ad elezioni democratiche”.
All’inizio la proposta della UA fu accettata da Gheddafi, ma disdegnata dal triunvirato, che “non era interessato ad un vero negoziato” scrisse De Waal. Il risultato è che la Libia è ormai lacerata dalla guerra tra milizie, mentre il terrore jihadista si è scatenato in gran parte dell’Africa insieme ad una marea di armi, arrivando anche in Siria.

Esistono evidentissime prove delle conseguenze di tale politica del bastone. Prendiamo la Repubblica democratica del Congo, ex Congo Belga, un grande paese ricco di risorse – e con una delle peggiori storie dell’orrore contemporaneo. Aveva avuto una possibilità di sviluppo dopo l’indipendenza nel 1960, sotto la guida del primo ministro Patrice Lumumba.
Ma l’Occidente non voleva nulla di tutto questo. Il direttore della Cia, Allen Dulles, a proposito di Lumumba disse “la sua rimozione deve essere un obiettivo urgente e primario” dei servizi segreti, soprattutto perché gli investimenti statunitensi nel paese erano considerati in pericoloso a causa di documenti interni che parlavano della presenza di “nazionalisti radicali”.
Sotto la supervisione di ufficiali belgi Lumumba fu assassinato, realizzando il desiderio del presidente Eisenhower che gli aveva augurato “di cadere in un fiume pieno di coccodrilli.” Il Congo fu consegnato al favorito degli Stati Uniti, il dittatore sanguinario e corrotto Mobutu Sese Seko, e da lì l’attuale naufragio di ogni speranza africana.

In luoghi più vicini è più difficile chiudere gli occhi sulle conseguenze del terrorismo di Stato di Washington. Oggi regna la preoccupazione dell’esodo dal Centro America di bambini che stanno inondando gli Stati uniti. Il “Washington post” informa che questi piccoli migranti arrivano “in gran parte da Guatemala, Salvador e Honduras”, ma non dal Nicaragua. Perché? Può essere perché quando il bastone di Washington colpiva la regione, negli anni ’80, il Nicaragua era l’unico paese che poteva contare su un esercito per difendere la popolazione dai terroristi inviati dagli Stati uniti, mentre negli altri paesi i terroristi che devastavano la popolazione erano gli eserciti addestrati ed equipaggiati da Washington?
Il presidente Obama ha proposto una soluzione “umanitaria” alla tragica migrazione: una deportazione più efficiente. Vi viene in mente qualche alternativa?

Sarebbe ingiusto però omettere quanti esercitano il “potere soft” nel ruolo del settore privato.
Un buon esempio è la decisione di Chevron di abbandonare il suo tanto pubblicizzato programma di energie rinnovabili, perché i combustibili fossili sono molto più redditizi.
ExxonMobil a sua volta ha annunciato, dalle pagine del Bloomberg Businessweek , che “il suo obiettivo di usare il laser sui combustibili fossili è una buona strategia, indipendentemente dal cambio climatico, perché il mondo ha gran bisogno di energia e significative riduzioni di carbonio sono molto improbabili”.

E’ quindi un errore ricordare ai lettori, giorno dopo giorno, la sentenza di Norimberga. L’aggressione non è più considerata il “crimine internazionale supremo”, non si può mettere a confronto con il suo costo – in termini di distruzione della vita di generazioni future -, se l’obiettivo è quello di ottenere guadagni sempre maggiori oggi.

Fonte: Alternet.org (traduzione di Marina Zenobio)

Preso da: http://popoffquotidiano.it/2014/07/28/noam-chomsky-usa-leader-mondiali-in-crimini-internazionali/

Libia 2012: Le bande criminali di Misurata bombardano i civili di Bani Walid ~ 7 Video [+18]

Misrata gangsters bombing civilians in Bani Walid ~ Le bande criminali di Misurata bombardano i civili di Bani Walid ~ 7 Video [+18]

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~ VERY GRAFIC  VIDEOS
~ VIDEO  CON IMMAGINI MOLTO FORTI

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Author: AldardanelTV

LibyanFreePress.net Network  at

https://libyanfreepress.wordpress.com/2012/10/20/8119/

2011: Diplomatico libico “torturato a morte” (ITA-ENG)

Irish Times

[03.02.2012] trad. di Vera Zasulich per GilGuySparks

Reuters – Un diplomatico libico che aveva svolto l’incarico di ambasciatore in Francia sotto Muammar Gheddafi è morto per le torture il giorno dopo essere stato arrestato da una milizia della città di Zintan, lo ha riferito oggi, in un comunicato, Human Rights Watch.

Zintan è la città dove è tenuto Saif al-Islam, il figlio più in vista della defunta guida libica e la morte dell’ex diplomatico ha rafforzato le preoccupazioni per la sua sicurezza.

Il referto dell’autopsia preliminare ha reso noto che Omar Brebesh, che era stato arrestato il 19 gennaio a Tripoli e il cui corpo era comparso in ospedale il giorno dopo, 100 chilometri a sud-ovest presso Zintan, aveva ferite multiple e costole fratturate.

La relazione [di Human Rights Watch] è l’ultima di una serie di denunce di torture per mano delle miriadi di milizie armate libiche che hanno combattuto per rovesciare Gheddafi e ora gestiscono prigioni in tutto il paese.

Un dirigente libico del Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) ha detto che Saif al-Islam dovrebbe essere processato in patria e che sarebbe stato celebrato un processo equo. La Corte Penale Internazionale si è riservata il diritto di esigere che gli sia inviato all’Aia.

Human Rights Watch ha letto una relazione della polizia giudiziaria a Tripoli, che diceva che Brebesh era morto in seguito a torture e che un sospetto (di cui non è stato reso noto il nome) aveva confessato di averlo ucciso“, dice la nota, aggiungendo che le foto del corpo del signor Brebesh mostravano lividi, tagli, e la presunta rimozione delle unghie dei piedi.

La milizia accusata di aver torturato il signor Brebesh, al-Shohada Ashura, non era, nell’immediato, disponibile per un commento venerdì.
Il signor Brebesh (di 62 anni) aveva prestato servizio presso l’ambasciata libica in Francia dal 2004 al 2008, prima come addetto culturale, e poi in qualità di ambasciatore negli ultimi nove mesi del suo periodo di servizio.

Il diplomatico era tornato in Libia per lavorare come avvocato presso il Ministero degli Affari Esteri con Gheddafi ma poi aveva continuato a lavorare per il governo post-Gheddafi del CNT dopo la guerra civile.

Ziad, il figlio del signor Brebesh, ha detto a Human Right Watch che suo padre si era volontariamente sottoposto ad un indagine da parte della milizia Al-Shohada Ashura di Zintan presso la loro sede nel quartiere di Crimea a Tripoli.

Il giorno successivo la famiglia ha appreso che il corpo del signor Brebesh era comparso in un ospedale di Zintan.

Queste milizie abusive continueranno a torturare la gente fino a quando non saranno tenuti a renderne conto. I leaders libici devono mostrare la volontà politica di perseguire le persone che commettono reati gravi, indipendentemente dal loro ruolo nella rivolta“, ha dichiarato Sarah Leah Whitson, direttrice di Human Rights Watch per Medio Oriente e Nord Africa.
Il comunicato [di Human Rights Watch] accoglieva con favore i rapporti secondo cui un procuratore di Zintan avrebbe aperto un’inchiesta sulla morte di Brebesh. Giovedì, il Ministero della Giustizia ha tenuto una cerimonia per sancire, nella capitale, la consegna al governo di una prigione da parte di una milizia con base a Tripoli.

E’ stata la settima prigione ad essere ripresa dal governo, che promette che le prigioni del paese, piene di uomini che hanno combattuto per Gheddafi, saranno progressivamente trasferite dal controllo delle milizie nel corso dei prossimi mesi.

Secondo il Comitato internazionale della Croce Rossa, la Libia ha attualmente circa 8.500 detenuti in circa 60 strutture, la maggior parte delle quali gestite da milizie con relazioni informali con lo stato.

Il mese scorso un gruppo umanitario, Medici Senza Frontiere, ha detto che aveva interrotto il suo lavoro nei centri di detenzione della città di Misurata, perché al suo personale medico veniva chiesto di rimettere in sesto detenuti nel mezzo di sessioni di tortura in modo che potessero tornare a subire ulteriori abusi.

http://www.irishtimes.com/newspaper/breaking/2012/0203/breaking52.html

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  • Libyan diplomat ‘tortured to death’

Irish Times

Friday, February 3, 2012

Reuters – A Libyan diplomat who served as ambassador to France for Muammar Gadafy died from torture within a day of being detained by a militia from the city of Zintan, Human Rights Watch said in a statement today.

Zintan is the town where the late Libyan ruler’s most prominent son, Saif al-Islam, is being held, and the former diplomat’s death has reinforced concerns for the son’s safety.

A preliminary autopsy report said Omar Brebesh, who was detained on Jan 19th in Tripoli and whose body appeared in hospital the next day 100km southwest in Zintan, had multiple injuries and fractured ribs.

The report is the latest in a series of allegations of torture at the hands of Libya’s myriad armed militias who fought to topple Gadafy and now run prisons around the country.

Libya’s ruling National Transitional Council (NTC) says Saif al-Islam should be tried at home and would be given a fair hearing. The International Criminal Court has reserved the right to insist that he be sent to The Hague.

“Human Rights Watch read a report by the judicial police in Tripoli, which said that  Brebesh had died from torture and that an unnamed suspect had confessed to killing him,” the statement said, adding that photos of Mr Brebesh’s body show welts, cuts, and the apparent removal of toenails.

The militia accused of torturing Mr Brebesh, al-Shohada Ashura, was not immediately available for comment on Friday. Mr Brebesh (62) served in the Libyan embassy to France from 2004 to 2008, first as cultural attache, and then as acting ambassador for the last nine months of his tour.

The diplomat returned to Libya to work as a lawyer at the ministry of Foreign Affairs under Gadafy but then continued working for the post-Gadafy NTC government after the civil war.

Mr Brebesh’s son Ziad, told Human Right Watch that his father voluntarily submitted to an investigation by the Zintan Al-Shohada Ashura militia at their base in the Tripoli neighborhood of Crimea.

The next day the family heard that Mr Brebesh’s body had appeared at a hospital in Zintan.

“These abusive militias will keep torturing people until they are held to account. Libya’s leaders should show the political will to prosecute people who commit serious crimes, regardless of their role in the uprising,” said Sarah Leah Whitson, Middle East and North Africa director at Human Rights Watch.

The statement welcomed reports that a Zintan prosecutor has opened an investigation into Brebesh’s death.On Thursday, the Ministry of Justice held a ceremony to mark the handover of a prison in the capital from a Tripoli-based militia to the government.

It was the seventh prison to be taken back by the government, which promises that the country’s prisons, full of men who fought for Gadafy, will gradually be transferred from militia control over the next few months.

According to the International Committee of the Red Cross, Libya currently has about 8,500 detainees in roughly 60 facilities, most of them run by militias with informal relationships to the state.

Last month, humanitarian group Medecins Sans Frontieres said it had stopped its work in detention centres in the city of Misrata because its medical staff were being asked to patch up detainees mid-way through torture sessions so they could go back for more abuse.

http://www.irishtimes.com/newspaper/breaking/2012/0203/breaking52.html

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2012/02/04/diplomatico-libico-torturato-a-morte/

La Libia e la Fiera dell’Ipocrisia

31 gennaio 2012

mcc43

Un prigioniero: prima e dopo l’interrogatorio

La Tortura
Medici senza frontiere abbandona  il campo denunciando le torture cui vengono sottoposti i prigionieri.
Meraviglia una scoperta tanto tardiva!
Mesi fa vi fu un appello internazionale per salvare la vita dell’ex ministro  Abouzaid Dorda ridotto in stato di coma dalle percosse e da una “caduta” dalla finestra.
Altri meno noti, invece,  non sono più vivi.
Il Governo ha respinto le accuse di MSF e , per bocca del Ministro degli Esteri  Ashour Ben Kayyal , ha fatto sapere,  in sintesi, che come Governo rifiutano la tortura, i lealisti riceveranno il trattamento che meritano.  (**)

La Giustizia
Corte penale internazionale:  aspettiamo  assicurazioni che Saif al Islam avrà un processo equo in Libia.
Stupisce la fiducia in questa possibilità.
E’ sufficiente scorrere i blog, Twitter o FB per scoprire che, lungi dalla “riconciliazione” nazionale  proposta dal CNT, vi è una gran voglia di vendetta. Irritano sia le foto di Saif in”buoni rapporti” con i  carcerieri Zentan, sia la notizia della scarcerazioni di alcuni  pro-gheddafiani.

Ma  a rendere impossibile un giusto processo è la constatazione che il sistema giudiziario non ha ripreso a funzionare e in migliaia sono detenuti senza  essere formalmente imputati di un reato. L’arresto si basa su un generico “sostenitori di Gheddafi” e apre la porta alle vendetta personali. 

Il ritorno del Viagra
La tribù Zentan fa della prigionia di Saif il suo punto di forza nel mercato delle poltrone (Ministero della Difesa) e nel controllo del territorio ( autonominata responsabile della sicurezza all’aeroporto di Tripoli) tuttavia occasionalmente strizza l’occhio ai gheddafiani.
Nei giorni scorsi ha sequestrato un carico di Viagra e di droghe arrivate dall’India su richiesta del CNT e questa sarebbe una conferma dell’accusa che a suo tempo era stata lanciata da Gheddafi contro i ribelli.

quote rosa?

I Diritti delle donne
Si era parlato di “quote” rosa da inserire nella legge elettorale ma nella stesura finale non ve n’è traccia  – secondo i media  internazionali , come France Presse .
Il TripoliPost non riporta ancora la notizia, ma da una intervista al capo della Commissione elettorale Ameen Belhadj risulta che le quote rosa sono –obiettivamente-  l’ultimo dei problemi.

“Argomento delicato per varie ragioni. Primo:non abbiamo dati reali sul censimento della Libia. Secondo: non ci sono stati consigli comunali precedenti la rivoluzione de 17 febbraio. Terzo:  siamo ancora nel periodo di transizione e francamente abbiamo dei conflitti in alcune aree . Tutte queste cose non sono  facili da gestire. Così quali potrebbero  essere i parametri da utilizzare  per definirei collegi elettorali del Paese?”
Non essendo convinta della bontà delle “quote” in nessun paese e per nessuna categoria, sono più negativamente colpita dalla esclusione dalle candidature dei sostenitori del precedente governo. Norma illiberale, è altresì il segno di un duplice timore: irritare le milizie e rischiare che dalle urne esca un ampio sostegno popolare a Gheddafi e alla Jamairija.

sarà ancora vivo?

Bani Walid e i “verdi”
I combattimenti dei giorni scorsi hanno fatto sperare a molti “la liberazione della Libia”, ma ad un esame attento la storia si presenta meno entusiasmante.

Quello che è accaduto lo spiega bene il Guardian
Bani Walid, base della potente tribù Warfallah è stata una delle ultime ad arrendersi ai ribelli. Nei nove mesi della guerra, gli anti-Gheddafi cercarono di entrare, ma non arrivarono molto oltre la periferia. Si è saputo in seguito che Saif al Islam ne aveva fatto il suo quartier generale. Poco prima della fine del conflitto, quando era ormai inevitabile la sconfitta del regime, il Consiglio degli anziani negoziò un accordo grazie al quale i ribelli furono in grado di entrare in città senza combattere. Da quel momento i rapporti in città non furono facili e occasionalmente vi sono stati degli scontri.
Secondo un testimone che non vuole essere identificato le violenze di lunedì (23 gennaio) scoppiarono quando dei membri della milizia 28maggio fedele al CNT arrestarono alcuni lealisti; altri pro-Gheddafi attaccarono la guarnigione facendo varie vittime.

Nei giorni precedenti la cattura di Gheddafi, infatti, una serie di notizie dava la città caduta in mano ai lealisti prima che ciò effettivamente accadesse; rende credibile fossero in corso trattative fra il consiglio tribale e il CNT.  Psyops: guerra psicologica su Bani Walid . Quello che ancora non si sa è se la tribù abbia trattato per lasciare la scappatoia a Saif e se era al corrente che Muhammar Gheddafi stava per essere dato in mano alle  bande belluine. 

Reuters ,invece, informa sulle rimostranze dei sostenitori al CNT
“Quando arriva gente da Tripoli, ti entra in casa, molesta le donne, cosa dobbiamo fare? “Dice Fati Hassan, 28anni, di Bani Walid che descrive gli uomini della 28maggio come un mix di gente locali e forestieri, ribelli antiGheddafi che si sono trasformati in oppressori appena ottenuto il controllo della città. “Arrestarono gente fin dal giorno dopo della liberazione e di molti non sappiano ancora nulla.
“Io sono un rivoluzionario e ho amici nella 28maggio” e aggiunge di averli invitati a calmarsi “La Guerra è finite adesso”

In effetti ciò che Bani Walid ha voluto ottenere con gli scontri che hanno messo in minoranza i pro CNT è stata l’ indipendenza dal governo centrale. Ed è al momento missione compiuta avendo ottenuto il riconoscimento del governo locale.

Il Verde non è scomparso dalla Libia, elementi armati pro-gheddafi ci sono e non potrebbe essere diversamente, visti i molti mesi di bombardamento che furono necessari per  fiaccare i lealisti. Non si tratta, da quanto si comprende finora, di una “resistenza” organizzata a livello nazionale o tale da conquistare una regione. L’opposizione armata si realizza con azioni di disturbo che concorrono all’instabilità complessiva. 

rimpianti…

Un sedicente governo
Né il Governo né il CNT hanno un ufficio stampa e l’elenco dei componenti del CNT resta tuttora segreto.
E’ naturale che fra i libici aumenti la diffidenza perché le uniche informazioni ufficiali sono gli annunci in risposta alle manifestazioni di piazza, a Bengasi particolarmente violente.
Mancanza di trasparenza e inettitudine sono le accuse sulle quali l’intera Libia concorda  e molti considerano un errore aver lasciato uscire dai ranghi l’ex primo ministro Mahmoud Jibril e il precedente ministro delle Finanze e del Petrolio Ali Tarhuni,  Questi, a onor del vero, soffiano sul fuoco con interviste fortemente critiche verso Mustafa Abdul Jalil, il quale ha dunque tutte le ragioni di temere giorni politicamente contati. Meglio piazzato il Primo ministro AlQeeb, grazie al suo passato americano e alla sua palese inconsistenza politica con la quale si sottrae alle accuse della piazza.

US in arrivo?

Un esercito sulla carta
L’esercito libico  è scarso e debole. Esiste più sulla carta che nella realtà e pochi si fidano essendo composto di militari già in servizio sotto il regime.
Le milizie al contrario assumono potere sconfiggendosi l’un l’altra fino a lasciare in campo due attori principali. Gli Zentan, di cui si è già detto, e la brigata di Misurata che ha ottenuto il ministero degli Interni oltre al comandante in capo dell’esercito. Nella spartizione del territorio quest’ultima domina dall’est di Tripoli fino a Sirte. Al “gate”  sventolano le bandiere di tutto il mondo dando l’impressione di entrare in un nuovo stato.

“C’è ancora simpatia per l’idea di una Libia unita, specie fra i rivoluzionari delle relativamente sofisticate città della costa” rileva il sito web americano dedicato alla politica estera  Foreign Policy . In pratica afferma la voglia di unità, ma automaticamente suggerisce la possibilità che nel futuro le cose potrebbero cambiare.
Intanto nei media non proprio del “main” stream corre la notizia di un invio di truppe americane: 12000 unità già pronte a Malta.
E’ il rilancio di un articolo dell’attivista americana  Cynthia MKenny , ma tace del comunicato  successivo con il quale la McKenny informa della smentita ufficiale ricevuta sia dalle autorità di Malta sia da quelle americane .
Vero è, invece, che gli Usa hanno promesso aiuto al CNT per ricostituire e addestrare l’esercito. Ovviamente ciò comporterà l’invio di militari … alla spicciolata.

sono loro il nostro problema?

Guardiani d’Europa
Fu scandalo quando Gheddafi chiese milioni di euro per fermare gli imbarchi dei clandestini o riprenderli indietro.
Fu scandalo quando durante la guerra minacciò di mandarne migliaia ad invadere l’Europa.

Ora il nuovo Governo ha ufficializzato la politica che intende seguire e ci fa sapere  per bocca del ministro degli interni Fawzi Abdelali “Non siamo le guardie di confine dell’Europa”.  Governi europei serviti, ma rimasti silenziosi.
Personalmente, sarei pronta a congratularmi con questo ministro, qualora decidesse di prendersi cura dei migranti nel periodo di attesa dell’imbarco e se  ordinasse dei severi controlli sulla sicurezza delle barche.

 

(***) vari casi di torture e uccisioni nelle prigioni documentate in Viva Libya

Libia 2011: detenuti torturati e negate cure mediche

  • Libia: detenuti torturati e negate cure mediche

[26.01.2012] trad. di Vera Zasulich per GilGuySparks


I detenuti nella città libica di Misurata vengono torturati e sono loro negate cure mediche urgenti, inducendo Médecins Sans Frontières (MSF – Medici Senza Frontiere) a sospendere i suoi interventi nei centri di detenzione a Misurata.

Equipe di Medici Senza Frontiere hanno iniziato a lavorare nei centri di detenzione di Misurata nel mese di agosto 2011 per curare i feriti di guerra detenuti. A partire da quel momento, sempre più frequentemente i medici di MSF si trovano di fronte a pazienti che hanno subito lesioni causate da torture nel corso di interrogatori, svolti al di fuori dei centri di detenzione. Gli interrogatori erano condotti al di fuori dei centri di detenzione. In totale, MSF ha curato 115 persone con ferite riconducibili a tortura e hanno segnalato tutti i casi alle autorità competenti a Misurata.

Pazienti risottoposti a tortura

Da gennaio, parecchi dei pazienti ricondotti ai centri di interrogatorio sono stati nuovamente torturati.

Alcuni funzionari hanno cercato di sfruttare e ostacolare il lavoro medico di MSF“, spiega il direttore generale di MSF, Christopher Stokes.
Ci son stati portati pazienti per le cure mediche tra le sessioni di interrogatorio, in maniera tale che fossero in grado di sostenere un ulteriore interrogatorio. Questo è inaccettabile. Il nostro ruolo è quello di fornire assistenza medica alle vittime di guerra e ai detenuti malati, non di curare più volte gli stessi pazienti tra le sessioni di tortura“.

Alle equipe mediche di MSF è stato anche chiesto di curare i pazienti nei centri di interrogatorio, cosa alla quale è stato opposto un netto rifiuto da parte dell’organizzazione.

Casi allarmanti

Il caso più allarmante si è verificato il 3 gennaio 2012, quando i medici MSF hanno curato un gruppo di 14 detenuti di ritorno da un centro di interrogatorio, situato al di fuori delle strutture di detenzione.
Nonostante le precedenti richieste di MSF per l’immediata cessazione della tortura, nove dei 14 detenuti avevano subito numerose ferite e presentavano evidenti segni di essere stati torturati.
Il team di MSF ha informato il National Army Security Service – l’agenzia responsabile degli interrogatori – che un certo numero di pazienti necessitava di essere trasferito in ospedali per cure urgenti e specialistiche.
Tutti, tranne uno dei detenuti, sono stati ancora una volta privati ​​di cure mediche essenziali e sono stati sottoposti a interrogatori e a nuove torture al di fuori dei centri di detenzione.

MSF esige la fine immediata della tortura

Dopo l’incontro con diverse autorità, MSF ha inviato una lettera ufficiale, il 9 gennaio 2012, al Consiglio militare di Misurata, al Comitato per la sicurezza Misurata, al Servizio di Sicurezza dell’Esercito Nazionale e Consiglio Civile Locale di Misurata, esigendo ancora una volta la cessazione immediata di qualsiasi forma di maltrattamento dei detenuti.

Non è stata presa alcuna misura concreta“, ha riferito Stokes. “Invece, il nostro team ha ricevuto quattro nuovi casi di tortura. Siamo quindi giunti alla decisione di sospendere le nostre attività mediche nei centri di detenzione“.

MSF lavora a Misurata dal mese di aprile 2011, nel bel mezzo del conflitto libico.
Dal mese di agosto 2011, MSF lavora nei centri di detenzione di Misurata, trattando i feriti di guerra, eseguendo interventi chirurgici, ortopedici e effettuando visite di controllo a persone che hanno subito fratture ossee.

Le equipe mediche di MSF hanno effettuato 2.600 consulti, tra cui 311 per trauma violento.
MSF continuerà le sue attività di sostegno alla salute mentale nelle scuole e nelle strutture sanitarie a Misurata, oltre ad assistere 3.000 migranti africani, rifugiati e sfollati all’interno di Tripoli e nei dintorni.
MSF è un’organizzazione internazionale umanitaria medica che lavora in Libia dal 25 febbraio 2011.
Per garantire l’indipendenza della sua attività medica, MSF conta esclusivamente su donazioni private per finanziare le sue prestazioni in Libia e non accetta alcun finanziamento da parte di governi, enti donatori, o gruppi militari o politici.

http://www.msf.org.uk/libyaprison360112_20120126.news

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  • Libya: Detainees tortured and denied medical care

Date Published: 26/01/2012 08:56

Detainees in the Libyan city of Misrata are being tortured and denied urgent medical care, leading Médecins Sans Frontières MSF (Doctors Without Borders) to suspend its operations in detention centres in Misrata.

A physiotherapy session in a Libya prison, September 2011.

MSF physiotherapy session in a Libyan detention centre. September 2011. © Benoit Finck

MSF teams began working in Misrata’s detention centres in August 2011 to treat war-wounded detainees.

Since then, MSF doctors have been increasingly confronted with patients who have suffered injuries caused by torture during interrogation sessions.

The interrogations were held outside the detention centres.

In total, MSF has treated 115 people with torture-related wounds and reported all the cases to the relevant authorities in Misrata.

Patients returned to torture

Since January, several of the patients who were returned to interrogation centres have been tortured again.

“Some officials have sought to exploit and obstruct MSF’s medical work,” says MSF General Director Christopher Stokes.

“Patients were brought to us for medical care between interrogation sessions, so that they would be fit for further interrogation.

“This is unacceptable. Our role is to provide medical care to war casualties and sick detainees, not to repeatedly treat the same patients between torture sessions.”

MSF medical teams were also asked to treat patients inside the interrogation centres, which was categorically refused by the organisation.

Alarming cases

The most alarming case occurred on 3 January 2012 when MSF doctors treated a group of 14 detainees returning from an interrogation centre located outside the detention facilities.

Despite previous MSF demands for an immediate end to torture, nine of the 14 detainees suffered numerous injuries and displayed obvious signs of having been tortured.

The MSF team informed the National Army Security Service – the agency responsible for interrogations – that a number of patients needed to be transferred to hospitals for urgent and specialised care.

All but one of the detainees were again deprived of essential medical care and were subjected to renewed interrogations and torture outside the detention centres.

MSF demands immediate end to torture

After meeting with various authorities, MSF sent an official letter on 9 January 2012 to the Misrata Military Council, the Misrata Security Committee, the National Army Security Service and the Misrata Local Civil Council, again demanding an immediate stop to any form of ill treatment of detainees.

“No concrete action has been taken,” says Stokes. “Instead, our team received four new torture cases. We have therefore come to the decision to suspend our medical activities in the detention centres.”

MSF has been working in Misrata since April 2011, in the midst of the Libyan conflict. Since August 2011, MSF has worked in Misrata’s detention centres, treating war-wounded, performing surgeries, and providing orthopaedic follow-up care to people who had suffered bone fractures.

MSF medical teams have carried out 2,600 consultations, including 311 for violent trauma.

MSF will continue its mental health support activities in schools and health facilities in Misrata, in addition to its assistance to 3,000 African migrants, refugees and internally displaced people in and around Tripoli.


MSF is an international humanitarian medical organisation which has worked in Libya since 25 February 2011.

To ensure the independence of its medical work, MSF relies solely on private donations to finance its activities in Libya and does not accept any funding from governments, donor agencies, or military or political groups.

http://www.msf.org.uk/libyaprison360112_20120126.news

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  • Le torture delle belve di Bengasi e Misrata (Le SS della NATO)

La mole straordinaria di prove fotografiche e filmate, di testimonianze dirette sulle atrocità commesse durante la guerra civile libica da parte delle forze golpiste ribelli, avrebbe dovuto portare il tribunale dell’Aia ad istruire un processo contro i macellai di Bengasi e Misurata. Il fatto che non lo abbia fatto e che non lo farà mai, conferma che si tratta di un tribunale politico che si impegna solo contro coloro che vengono indicati dalle potenze occidentali. I criminali di guerra, quando svolgono dei servigi agli statunitensi, e in generale ai sistemi capitalistici occidentali, hanno l’impunità completa, qualsiasi crimine abbiano perpetrato ai danni di prigionieri, donne, bambini o anziani. Basti ricordare i casi dei nazisti: Klaus Barbie (il boia di Lione), Josef Menghele (l’angelo della morte), Reinhard Gehlen (generale tedesco), Martin Bormann (segretario personale di Adolf Hitler) premiati dagli statunitensi alla fine della guerra con incarichi in funzione anticomunista.

Nei giorni dedicati alla memoria non dimenticheremo le belve naziste del presente.

Ecco perché le belve della finta rivoluzione libica devono essere giudicate per crimini contro l’umanità assieme ai loro padrini della Nato…

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2012/01/26/libia-detenuti-torturati-e-negate-cure-mediche/

La Libia dei RATTI: spari, mine, schiave, miseria

LIBIA “NOSTRA”: spari, mine, schiave, miseria

10 gennaio 2012

Anche coloro che furono favorevoli alla No Fly Zone dovrebbero cominciare a ricredersi ora che i media dipingono, sottovoce, la Libia che “noi” abbiamo sostituito a quella del “dittatore” Gheddafi.  In realtà LA Libia non esiste più. E’ una zona franca che potrebbe finire a brandelli anche formalmente. Quattro o cinque grandi partizioni a dominanza tribale secondo  questa  che è l’ultima mappa di cui sono a conoscenza

ARMI & BANDE

Ultimatum e lusinghe del Governo non vanno a segno. Le bande non disarmano per non perdere il vantaggio di combattersi e prendere il sopravvento per ottenere più lauti dividendi concreti e politici.  Recentemente   Mustafa Abdel Jalil ha ammesso l’evidenza, che era prevedibile fin da marzo

TRIPOLI (Reuters) – La Libia rischia di scivolare in una vera e propria guerra civile se non riporta sotto controllo le milizie rivali che hanno riempito il vuoto lasciato dalla caduta di Muammar Gheddafi.
Lo ha detto Mustafa Abdel Jalil, presidente del Consiglio nazionale di transizione, dopo l’esplosione di violenza ieri nella Capitale, che ha provocato la morte di 4 combattenti di milizie in uno scontro nel centro città.
“Ora ci troviamo tra due opzioni amare”, ha detto ieri sera Jalil a una folla a Bengasi. “Affrontiamo con severità queste violazioni (gli scontri tra le milizie) e mettiamo i libici di fronte a uno scontro militare che non accettiamo, oppure ci dividiamo, e allora sarà guerra civile”.
“Se non c’è sicurezza, non ci sarà legge, né sviluppo né elezioni“, ha detto Jalil.
Il Cnt ha iniziato a muoversi per creare una forza di polizia e un esercito che funzionino pienamente e sostituiscano le milizie, ma Jalil ha ammesso che i progressi sono ancora troppo lenti
.

Inquietante il “niente elezioni”. Realistica ammissione di sconfitta del governo o un modo per preparare un’occupazione straniera, che sarebbe  chiamata peace keeping, e attuare o scongiurare (questo lo sanno solo Sarkozy, Cameron e Obama) la frantumazione del paese? 
Intanto, poichè la  recente nomina  a capo di stato maggiore del generale in pensione Youssef al-Mankouch non piace: chi la rifiuta, chi pone condizioni, chi si prepara ad attaccare Tripoli per far fuori la brigata predominante, Jalil fa leva sull’avidità. Propone – a gente che non ha avuto la paga promessa – un bonus di 500 $ a persona per chi consegna le armi. 

BAMBINI & BOMBE

A novembre scrivevo L’emergenza sono gli ordigni inesplosi. A Sirte e a Bani Walid soprattutto, i civili continuano a morire. Croce Rossa e Mezzaluna Rossa cercano di informare, ma come si fa ad informare i bambini? Una piccola di otto anni è rimasta uccisa in Sirte.”   L’aggiornamento è questo

Louise Skilling, direttrice di una comunità locale, ha detto: “c’è un’enorme  contaminazione nelle case e zone residenziali. “Gli incidenti  principalmente  coinvolgono i bambini – ragazzi adolescenti in particolare – che non capiscono il pericolo “Stiamo cercando di cambiare il comportamento tra ragazzi giovani e il modo migliore per farlo è attraverso loro madri. “Stiamo lavorando attraverso le scuole, gruppi di donne e
a domicilio nelle aeree contaminate”. Ha aggiunto: “il numero di incidenti è aumentato dalla fine della guerra  perché le persone  sfollate stanno tornando alle loro case  cercando di riavere indietro  la loro vita normale.

DONNE: le MANIFESTANTI & le SCOMPARSE

Franklin Lamb, attivista dei diritti umani da sempre impegnato per la pace in M.O.,  con  il suo report del 4 gennaio da Tripoli ci offre  degli  spiragli significativi, a volte anche ironici. In estate, dice, incappando in una banda armata bastava dire “Allah, Muhammar, Libia al bas (è tutto ciò di cui abbiamo bisogno)” e si era ben accolti, ora bisogna memorizzare i nomi delle bande e la dislocazione per non pronunciare un saluto che faccia finire nei guai.

Riferisce di dimostrazioni guidate da donne. Una di queste manifestazioni era apertamente pro-gheddafiana.  Parlando con una delle attiviste,  avvocatessa,  della stupefacente scarsità di donne in giro per Tripoli  è emersa una tragica possibilità.
Ogni residenza  lussuosa della città e dei dintorni è stata razziata e sequestrata dai ribelli. Il bottino  si trova in vendita nel suk, nelle case  si sono installati i ribelli chiamando a sè la famiglia. Perché tornare al paese se si può vivere nel lusso? Si teme che molte donne, personale di servizio dei funzionari del regime , vivano sequestrate come schiave. Aggiunge l’avvocatessa “temiamo anche che rapiscano le donne per strada e le portino nei loro quartieri.”  
La donna libica “liberata”  .. deve stare tappata in casa!

Ma tutto questo non viene fuori nei media, spiega Lamb:

Quel che è notevole nella “nuova libera Libia,  nuovi liberi media” è che il 100% dei media è pro “nuovo governo”. Mi si dice che solo in parte ciò si deve alla paura di sforare il supporto al CNT.  Un’altra ragione, secondo un ambasciatore occidentale che ha ripreso il suo posto,  è che i nuovi media sono nati dalla milizia e hanno un problema psicologico nel criticare  uno qualsiasi degli evidenti problemi che sembrano espandersi di giorno in giorno. Ahmad concorda. “Erano così coinvolti con la NATO e i suoi ribelli che non vogliono ammettere di esseri sbagliati in molti modi, così ignorano ciò che sta realmente accadendo davanti ai loro occhi”.

Non è lo stesso anche per i media e l’opinione pubblica italiana?
Continua Lamb 

Altri conflitti  vengono dai  problemi  derivanti dall’aumento dei prezzi , su tutto tranne che l’energia elettrica che nessuno ha pagato in tutto il paese, secondo le mie fonti, fin dal febbraio scorso. Ma i tagli di elettricità sono simili a quelli che avvenivano durante i bombardamenti della NATO.
La mancanza di soldi è un problema anche perché i cittadini non sono autorizzati a  prelevare più di 750 dinari ogni mese. La liquidità è scarsa, considerando che 7 miliardi sono stati prelevati dalle banche libiche da ex funzionari libici e uomini d’affari all’inizio della primavera scorsa e più di 8 miliardi ritirati dai cittadini in preda al panico la scorsa estate prima che il limite di 500 dinari al mese fosse imposto dal governo Gheddafi.

In un settore almeno ci sono dei lavoratori che dimostrano una consapevolezza che non restringe le richieste alla pura sopravivenza. Da Globalist Syndication 

Domenica scorsa, circa 300 dei 1800 lavoratori  [del porto ] si sono riuniti presso il cancello principale per inscenare una manifestazione: “Non stiamo chiedendo più soldi”, ha dichiarato Adel al-Tomi, 43 anni, un impiegato amministrativo che lavora al porto da 15 anni. “Vogliamo che l’azienda [statale] si prenda cura del porto. Vogliamo i nostri diritti di lavoratori, vogliamo un posto dove ripararci dal freddo e dal caldo “.

VITA da BUSINESS MAN

 A fine novembre scrivevo che agli uomini d’affari stranieri  era consigliato girare accompagnati da un libico, stante la situazione turbolenta e pericolosa.
Morte misteriosa, titola il Figaro, di un ex colonnello francese, nonchè ex-legionario.  Hugues de Samie era a Tripoli per  dare consiglio e protezione alle imprese francesi che operano in Libia. Secondo le autorità locali, il contractor sarebbe stato ucciso da un teppista drogato.
Quando il “consulente d’affari” austriaco autore del  WD in Tripolis  scriveva il post di cui traduco un brano, non sapeva ancora della brutta fine del suo collega francese. Iniziava l’articolo lamentando la mancanza di energia elettrica, i collegamenti Internet  lenti e spesso del tutto assenti, i cellulari senza copertura, poi:

  […]  non il giorno migliore per la Libia oggi: durante un meeting all’hotel Radisson, uno scontro a fuoco ha eruttato, abbiamo scherzato bevendo il caffè su tutti gli “spari celebrativi” in questi giorni. Tornavo al mio ufficio, mi sono imbattuto in dimostranti davanti all’ambasciata di Tunisia che chiedevano l’estradizione dell’ex primo ministro Baghdadi in Libia (attualmente è detenuto  a Tunisi). Non vorrei commentare questioni politiche e militari, ma oggi mi hanno incasinato davvero : incontri che avrei avuto nel pomeriggio sono stati cancellati. Guidavo verso casa e la pioggia scendeva a scrosci, la strada allagata come il solito, ma la cosa buona quando piove è che non si sentono colpi di fucile.

… quando piove,
non si sentono colpi di fucile.
Questo il bello della nuova Tripoli.

Preso da: https://mcc43.wordpress.com/2012/01/10/libia-nostra-spari-mine-schiave-miseria/

Criminali di guerra e contro l’umanità: le torture

9 novembre 2011

  • Criminali di guerra e contro l’umanità: le torture

Les rebelles soutenus par les grands démocrates européens et américains.
Ils torturet le colonel de l’armée libyenne Ali Bechti.

I ribelli sostenuti dai grandi democratici europei e americani, torturano il colonnello dell’esercito libico Ali Bechti.

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  • I ribelli della Nato torturano un abitante di Tawergha

I ribelli di Misurata, campioni dei diritti umani, torturano un abitante di Tawergha.
Tawergha
, una cittadina 25 miglia a sud abitata per lo più da libici neri, un lascito delle sue origini dal 19° sec. come città di transito nella tratta degli schiavi. Prima dell’assedio, quasi quattro quinti degli abitanti del quartiere Ghoushi di Misrata erano nativi Tawergha. Ora se ne sono andati o sono nascosti, temendo attacchi di rappresaglia da parte degli abitanti di Misrata, dopo la notizia dei premi per la loro cattura. Il Wall Street Journal riportava la notizia che ad agosto Ibrahim al-Halbous, un leader dei comandanti ribelli in lotta vicino a Tawergha, diceva a tutti i residenti rimanenti che dovevano lasciare la città una volta che i suoi combattenti l’avessero catturata. Dovrebbero fare le valigie”, aveva detto Halbous. “Tawergha non esiste più, solo Misrata. Mentre altri capi dei ribelli chiedevano misure drastiche come la messa al bando dei nativi Tawergha che da sempre lavorano, vivono e mandano i figli alle scuole di Misrata. Sulla strada fra Misurata e Tawergha, uno slogan ribelle recitava “la brigata per lo spurgo degli schiavi, abbiamo soppiantato gli sgorbi dalla pelle nera pro-Gheddafi.”

Ora la comunità nera di Tawergha è stata cacciata dalle proprie case, nel quadro di quella pulizia etnica prima annunciata e poi messa in atto; queste migliaia di famiglie di libici di colore hanno perso tutto quello che possedevano: le loro abitazioni sono sate dapprima saccheggiate e poi date fuoco. Ora vivono accampati in diversi campi in condizioni di estrema indigenza e continuamente sottoposti alle violenze dei ribelli democratici che sequestrano gli uomini per torturali e ucciderli, con falsi pretesti, metre diverse donne negono rapite dagli stessi campi per essre stuprate, seviziate ed uccise brutalmente.

Queste criminali milizie ribelli, sostenute dalla Nato, hanno già torturato brutalmente e ucciso miglia di civili inermi e di soldati prigionieri. Le organizzazioni per i diritti umani non segnalano, nè rilevano questi crimini, dimostrando di essere un altro strumento di propaganda delle potenze imperialiste; infatti in numerosissime occasioni, quando a commetere i crimini contro l’umanità erano stati i ribelli ci è stato, invece, raccontato con menzogne, ampiamente smascherate e che la massa ignora, che a commetterli erano stati i militari di Gheddafi.
(Segnalo, per chi non lo conoscesse già, il pregevole lavoro di investigazione e ricerca sui crimini contro i diritti umani e contro la verità in Libia, svolto dal bloggher americano indipendente, Adam J. Larson alias Caustic Logic, di Spokane nello stato di Washington, USA, che ha raccolto una mole straordinaria di documenti fotografici e filmati incrociando migliaia di fonti documentarie, e smascherando in maniera esemplare e quotidiana quello che  è successo e sta succedendo in Libia. [ http://libyancivilwar.blogspot.com/ ] )

  • La CNN si chiede solo ora cosa sia successo a Tawergha

…per avere una risposta basterebbe che il giovane giornalista della CNN, sbarbato e profumato, si sporcasse le scarpe andando nei campi per poter raccogliere le testimonianze degli sfollati sopravvissuti di Tawergha…

  • Libye – Un jeune homme Libyen de Taouerga a été torturé par ce qu’il est noir (9 novembre 2011)

Publié le 09/11/2011 à 13:26
Libye – Un jeune homme Libyen de Taouerga a été torturé par ce qu'il est noir (9 novembre 2011)

ALGERIA ISP / Selon Chabab Libya EL Ahrar, un jeune homme de 24 ans, monsieur Ibrahim Khaled, qui est un chauffeur de taxi de la ville de Taouerga a été enlevé par le bataillon de Misrata.

Ils l’ont humilié et torturé parce que il est libyen NOIR de Taouerga !!

Cette haine contre les libyens de peau noir en Libye a été crée par Eljazeera et ses commanditaires en lançant des rumeurs que le guide Kadhafi a recruté des mercenaires africains.

http://www.algeria-isp.com/actualites/politique-libye/201111-A6965/libye-jeune-homme-libyen-taouerga-ete-torture-par-est-noir-novembre-2011.html

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  • Grazie NATO! I ribelli portano avanti la pulizia etnica

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  • La caccia al “negro” del CNT, iniziata a febbraio, continua fino ad oggi

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/11/09/criminali-di-guerra-le-torture/

Libya Free… to steal, rape and kill!

[06.11.2011] di GilGuySparks

I lealisti e le forze governative lo avevano detto dai primi giorni dei disordini in Libia nella parte orientale del paese; coloro che si presentavano come i democratici, vittime di repressioni efferate, erano, per lo più, una congerie mal assortita di estremisti islamici, esuli dalla dubbia fama e qualche migliaio di giovanissimi tra i 18 e i 25 anni che hanno dimostrato fin da subito quali fossero  le loro reali intenzioni. Lo si era visto nei numerosi filmati e nelle fotografie che rappresentavano, senza dubbio alcuno, l’inaudita ferocia, la compiaciuta adorazione e ostentazione per le torture efferate, la negazione di qualsiasi, anche minimo, rispetto per gli esseri umani e le loro cose.

Lo avevano sperimentato, questo mix spietato, gli abitanti di Bengasi diversi mesi fa, il cui terrore era andato crescendo, man mano che il potere passava dalle mani del legittimo governo libico in quelle delle bande criminali e assassine che spadroneggiavano, picchiando a morte, razziando, stuprando e commettendo ogni genere di abuso sulla popolazione civile. Questi giovani, che il colonnello Gheddafi aveva descritto come invasati e drogati, agivano e continuano ad agire in un delirio di onnipotenza, tipico di coloro che sono stati testimoni complici di inenarrabili bagni di sangue e orge di violenze. Questi bravi ragazzi imberbi sono stati educati, in poco più di otto mesi, alla barbarie deliberata; hanno perpetrato o hanno visto perpetrare violenze inaudite rivolte prevalentemente ad esseri umani inermi. Le vittime sono state senz’altro anche le forze militari lealiste, le cui fosse comuni sparse tra Bengasi e Misurata, tra Sirte e Tripoli nessun organismo umanitario internazionale, nessun giornalista occidentale andrà mai a documentare e denunciare. I barbuti pseudo rivoluzionari che si accompagnavano con torme di quei ragazzi invasati della peggiore teppaglia, con la scure e il machete alla cinta hanno amputato le dita, le mani, i piedi e le teste di un numero di esseri umani incommensurabile. Non sono stati risparmiati a questo scempio né i bambini, né le donne, né gli anziani. Centinaia di migliaia sono ormai i desaparecidos libici e le efferatezze continuano sotto lo sguardo indifferente della comunità internazionale e delle autorità neo insediate che dovrebbero essere portate in giudizio per aver infranto qualsiasi legge nazionale ed internazionale sui diritti civili, umani in tempo di pace così come di guerra.
La violenza feroce, disumana, spettacolarizzata da quelle decine di videofonini che riprendevano, tra una torma di degenerati ululanti un mal riposto “Allah Akbar”, le torture, ampiamente censurate, alle quali è stato sottoposto l’anziano leader e colonnello del popolo libico, Muammar Gheddafi, sono state la rappresentazione di quello che ha subito la Libia e il suo popolo dagli inizi di febbraio ad oggi, cioè da quando è scattato il piano golpistico dei paesi occidentali per rovesciare uno Stato sovrano. Difficilmente la Libia potrà mai tornare a i livelli di sviluppo che aveva raggiunto con la Jamahiriya; più di otto mesi di bombardamenti di infrastrutture civili hanno ridotto la Libia ad un cumulo di macerie, mentre i saccheggi, le ruberie e le violenze più atroci hanno trasformato un popolo che aveva il più alto benessere tra i popoli dell’Africa, in un popolo in condizioni di grave indigenza, privato di servizi essenziali, privato della stessa sicurezza per sé, per i propri familiari e per le proprie cose. Con la risoluzione Onu 1973 gli Stati occidentali aderenti alla Nato hanno distrutto assieme agli edifici, la possibilità di una serena esistenza, la certezza del diritto e della stessa vita di migliaia di persone. Con la pretesa, assurda e menzognera, di difendere i diritti umani e civili della popolazione libica, la Nato e i suoi alleati arabi hanno, in tutti questi mesi, difeso una banda di stragisti, malfattori, estremisti islamici e criminali efferati della peggior specie.

Usando le parole del prof. James Petras : “fondamentalisti […], delinquenti, assassini. […] Come possiamo vedere in Libia, nel saccheggio e nel terrore che sta accadendo dentro il paese, […] le uniche forze sulle quali gli Stati Uniti possono contare sono quelle che potremmo chiamare la spazzatura della società, teppa sottoproletaria che si presta al saccheggio del paese.”
Una parte minoritaria della popolazione aveva appoggiato i ribelli, aveva parteggiato per loro anche a Tripoli anche se in minoranza evidente; a distanza di poco più di due mesi dalla caduta di Tripoli nelle mani di quel miscuglio di milizie islamiste e bande armate di facinorosi, assettati di violenze e facili arricchimenti, moltissimi dei simpatizzanti dei ribelli cominciano a realizzare che quei bravi ragazzi sono mossi unicamente dalla ricerca senza scrupoli della brama di ricchezze e di un potere che nelle loro teste si declina come esercizio senza freni del sopruso sull’altro, sul diverso, sulle donne, su tutti coloro che gli si oppongono. Aveva ragione Gheddafi che li definiva drogati per i loro comportamenti, non sapendo dare altra spiegazione alle loro azioni, ma non erano drogati con droghe sintetiche o di altra natura, erano e sono come animali feroci che assaggiato il sapore del sangue, il gusto per la sadica tortura e quello della polvere da sparo dei loro fucili mitragliatori, si muovono come degli invasati, si comportano come tossici all’ultimo stadio; necessitano, come fossero in astinenza, dell’appagamento quotidiano nell’esercizio di violenze barbare, catturando prede inermi da poter seviziare impunemente e commettendo abusi sfrenati, giunti come sono all’apice della loro volontà di potenza.
Tuttavia questa violenza inaudita comincia a riversarsi indistintamente, non più sulla popolazione vicina al colonnello Gheddafi, ma investe anche quella parte minoritaria a Tripoli che aveva scelto la fazione dei ribelli e ne aveva sposato la causa. Lo ha compreso e realizzato un abitante di Tripoli, Abdul Mojan nel momento in cui sono venuti dei bravi ragazzi lo hanno gettato nel bagagliaio della loro auto, […] e sono partiti con lui un prigioniero dentro. Quando finalmente si sono fermati e lo hanno trascinato fuori, ha chiesto a loro: “Che cosa state facendo io sono un rivoluzionario come voi non ho mai sostenuto Gheddafi”-  Ma agli ex ribelli non importava. Avevano preso in simpatia l’edificio del nuovo ufficio nella zona occidentale di Tripoli che il signor Mojan gestiva e volevano le chiavi e i documenti di proprietà. Ha cercato di ragionare con loro, sottolineando che c’erano un sacco di edifici governativi vuoti in ​​piedi. Inutilmente, però. Da un arrogante diciottenne gli fu detto: “Ci siamo sacrificati per questa rivoluzione e tu non lo hai fatto, e ora noi ci prendiamo quello che vogliamo. Potrai riavere l’edificio quando la rivoluzione sarà finita.
Il signor Mojan era ancora incredulo quando rilasciava al Telegraph la sua intervista “ammettendo che si sentiva fortunato ad esserne uscito senza un pestaggio anche se non c’era nulla che potesse fare per i  5.000 dinari (£ 2.550) che avevano rubato dalla sua auto.”

Molti degli abitanti di Tripoli hanno avuto un momento simile di triste risveglio in queste ultime settimane. I loro liberatori, ancora spavaldi girano per la città armati fino ai denti e non sono tornati alle loro città di origine come avevano promesso.
Qualche abitante di Tripoli che ha ancora lo spirito per fare ironia ha sibilato “Quando hanno detto Libia Free, intendevano le auto, i frigoriferi e i televisori a schermo piatto“.
Le case private dei cittadini di Tripoli e di Sirte, e quelle di quasi tutti i villaggi caduti nelle mani dei ribelli, sono state prese d’assalto e saccheggiate di tutto il loro arredo. Camion di televisori al plasma, lampadari, mobili impianti stereo e tutto ciò che potesse avere un valore vengono caricati e trasportati verso Bengasi dove finiscono nei bazaar e nei mercati a basso costo.
Nella Tripoli liberata può accadere di essere fermati ad un posto di blocco e sentirsi requisire l’auto, ricevendo in cambio ricevute che dicono che verrà restituita dopo la rivoluzione.

Nella capitale le bande dei miliziani si scontrano sempre più spesso tra di loro, ma non per questioni tribali come qualche volta riportano i giornali e i media, piuttosto per dissidi sulla spartizione dei territori e dei bottini. Le milizie ribelli del CNT hanno assaltato sistematicamente tutti i depositi di armi, di prima necessità, non una sola banca è stata risparmiata, sono state tutte assaltate svuotate del loro contenuto e dati alle fiamme tutti i documenti dei depositi; non sono stati risparmiati neppure i musei da questi saccheggi sfrenati. Come riportato da varie fonti i musei di Bengasi , quello Soltane nella parte est di Sirte, e quello Nazionale e Islamico a Tripoli sono stati razziati di tutto ciò che aveva un valore. Nikolai Sologubovsky, giornalista e vice capo di un comitato russo di solidarietà con il popolo di Libia e Siria aveva dichiarato alla televisione russa, verso la fine di agosto, che il Museo Nazionale di Tripoli al-Jamahiriya era stato saccheggiato e i manufatti venivano spediti via mare verso l’Europa.

Ma ciò che allarma ancora di più, anche quella parte di popolazione che, sebbene minoritaria, aveva appoggiato la pseudo rivoluzione, è  il fatto che i presunti liberatori si siano rivelati essere criminali della peggior specie, spesso ubriachi fradici, che girano armati di tutto punto come se fossero i padroni della città di Tripoli. Numerose sono le segnalazioni di scontri armati tra milizie, solo limitandosi la scorsa settimana, sono state registrate non meno di cinque sparatorie di una certa entità che hanno coinvolto gruppi di miliziani di Zintan e quelli delle forze legate al terrorista islamico, ora consigliere militare di Tripoli, Abdel Akim Belhaji. Proprio ieri 5 novembre queste milizie contrapposte si sono affrontate duramente nel quartiere Al Andalous, situato nella zona turistica; mentre in un altro scontro a fuoco tra le stesse milizie, nella Piazza Verde, un bambino sarebbe stato colpito, assieme un’altra persona, da proiettili vaganti.

Altri scontri sono stati registrati nell’ultima settimana presso diversi ospedali, presso l’aeroporto e il porto di Tripoli; gli scontri erano sempre tra fazioni contrapposte di ribelli che hanno lasciato sul campo parecchi morti e decine di feriti.

Perfino a Bengasi dove ha preso inizio il colpo di stato sono stati registrati negli ultimi giorni numerosi scontri tra le stesse milizie; i motivi di questi scontri ruotano sempre attorno alle forniture di armi e ultimamente anche sulle paghe che sarebbero state distribuite tra i ribelli.

I signori della guerra occidentali hanno seminato le divisioni, esasperato la violenza, incoraggiato e spalleggiato estremisti islamici e imberbi ragazzotti che educati alla mattanza gratuita ora si aggirano come belve assetate in cerca della propria soddisfazione, e che continuano a sequestrare, torturare e stuprare migliaia di libici, tutti dichiarati “sospetti sostenitori Gheddafi”  in una vasta caccia alle streghe, basata spesso sulla base di  accuse che sono poco più di voci.
Capita così in Libia che anche gente che aveva sostenuto la rivoluzione ingenuamente e che fino ad un mese fa era piena di speranza, descriva come un fallimento la rivoluzione. Abbacinati dal sogno surreale di trasformare la Libia in uno stato europeo si sono svegliati in una Libia che aveva come vittoriosi, oscurantisti terroristi islamici e brigate di criminali rabbiosi. Non rimpiangono ancora la Libia di Gheddafi ma avranno tempo per farlo.
E’ il caso di Omar che ha potuto toccare con mano il profilo tagliente della Libia liberata, quando uomini armati di Misurata lo hanno preso e sequestrato. Quei ribelli avevano agito per un ricco uomo d’affari della città, con il quale Omar aveva avuto una controversia parecchi anni fa. “Sono giunti  a casa sua e Omar è andato con loro perché credeva nella rivoluzione e ha pensato che era un equivoco che presto sarebbe stato risolto. Ma quando sono arrivati ​​a Misurata lo hanno  gettato nella loro prigione privata e hanno detto che avrebbero battuto le piante dei suoi piedi fino a quando non avrebbe confessato. E ‘una vecchia tortura turca chiamata falakha.

Oggi si possono vedere “questi rivoluzionari” guidare sui  loro pick-up con grandi mitragliatrici e girare tra i bungalow nel sobborgo di Regata, un delizioso quartiere di palme e bungalow di fronte al mare, mentre raccolgono congelatori e televisori a schermo piatto frutto dei saccheggi.

La storia più di colore, non negata dal comandante Mohammed al-Madhni, è quella che racconta che i ribelli di  Zintan rubarono perfino “un elefante dallo zoo di  Tripoli come un trofeo di guerra, portando  la bestia sfortunata alla loro città in un camion.

Siamo qui per aiutare a costruire la democrazia e proteggere la rivoluzione“, ha detto lo stesso Mohammed al-Madhni, con un sorriso furbo.
C’è da credergli.

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Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/11/06/libya-free-to-steal-rape-and-kill/

Venezuela, quei giovanissimi pagati per uccidere

La strategia del caos e della tensione, gli omicidi attribuiti al governo anche quando le prove sono opposte. Nella piazza di Caracas il solito copione.
di Geraldina Colotti.

Cronaca di sangue, anche ieri, in Venezuela. Sangue e non solo, perché è in pieno svolgimento anche la campagna “puputov” (molotov di escrementi), lanciata dalle destre contro il governo, e ripresa con enfasi dalle agenzie internazionali. 

Per conoscerne i dettagli, digitare in google immagini “puputov Venezuela”. 
Avvenenti vedette nazionali, spiegano come preparare la bomba di escrementi, raccolti nelle case e nelle scuole private, e come lanciarle sulla Guardia Nacional Bolivariana (Gnb), su chi non partecipa alle proteste e su quanti manifestano in sostegno al governo. 
 

 
Il momento è drammatico, ma la satira ci è andata a nozze: se la Dichiarazione di indipendenza degli Stati uniti mette al centro “la libertà e la ricerca della felicità”, il Venezuela caraibico di Simon Bolivar persegue “il massimo di felicità possibile”, e ai funerali piange ma balla e canta… “Se la fate così grossa, vuol dire che mangiate bene”, ha sintetizzato un vignettista evidentemente convinto che i principali problemi del paese siano determinati dalla “guerra economica” dei poteri forti, dallo stratosferico aumento dei prezzi e dall’accaparramento dei prodotti basici sussidiati dal governo.
Ha però perso la voglia di sorridere l’equipe della nota Tv privata Globovision, aggredita ieri dalle bombe di cui sopra rafforzate con pietre e pittura. La macchina ha sbandato, è finita contro un palo e gli occupanti hanno rischiato la vita. E’ successo nel quartiere di Altamira, nella parte agiata di Caracas, dove più forti sono le proteste delle destre. 
Attaccata anche una troupe del programma satirico Zurda Konducta (Vtv), mentre un cronista di Afp ha rischiato di essere bruciato vivo da un gruppo di incappucciati. Gli agenti lo hanno soccorso e salvato, ma le fotografie diffuse mostravano un giovane civile portato via da due divise per essere arrestato. Un altro episodio da mettere sul conto della “repressione”. L’agenzia ha poi presentato pubbliche scuse, ma nessuno le ha riprese. 
Un altro giornalista è morto, invece, a La Mercedes, sempre nell’est della capitale. Si chiamava Miguel Castillo e aveva 27 anni. Una biglia di ferro gli ha trapassato il cuore. Anche le istruzioni su come sparare proiettili casarecci con armi artigianali si trovano nei siti radicali di opposizione, e un fotografo di Reuters le ha mostrate già dal 1° maggio.
E’ morto così il giovane violinista Armando Canizales, 17 anni. Si è trovato sulla linea di tiro di un proiettile simile, diretto alla Gnb. La sua morte ha provocato la reazione del noto direttore d’orchestra Dudamel. Pressato da mesi dalla stampa internazionale (anche italiana) perché considerato vicino al chavismo, Dudamel ha finito per inviare da Los Angeles un comunicato “contro la repressione”.
Il deputato di opposizione Freddy Guevara ha dichiarato: “hanno ammazzato un ragazzo di 17 anni mentre Maduro ballava”, alludendo al programma televisivo del presidente. Le indagini e anche un’inchiesta del giornale spagnolo La Vanguardia (non certo favorevole al chavismo) hanno però messo in luce la diversa realtà.
In base alle testimonianze di manifestanti, è emersa la strategia delle destre radicali di provocare quanti più morti possibili da addebitare alla “dittatura”.

“C’è un gruppo legittimo di manifestanti ma purtroppo ci sono anche gruppi estremisti nelle proteste e mi risulta che l’opposizione li paghi, ne conosco alcuni. Il musicista lo hanno ucciso e poi l’opposizione ha detto che era stato il governo. C’è una manipolazione senza limiti, per i leader di opposizione, più giovani muoiono e meglio è”. Così ha detto alla Vanguardia Aarón Troconiz, 27 anni, studente dell’Università bolivariana di Caracas.
Denunciata anche la presenza di giovanissimi, “contrattati” per creare il caos.
Qualche artista ha fatto notare a Dudamel che, nonostante la crisi, i soldi per l’Orchestra e per i viaggi dei suoi musicisti non sono mai mancati, nonostante i rilievi di chi avrebbe voluto porre quelle risorse altrove. Le destre tornate in campo in America latina – come Temer in Brasile – hanno per prima cosa abolito il ministero della Cultura.
Nel Tachira sono stati arrestati anche dei poliziotti della Pnb, accusati di aver sparato a bruciapelo contro un giovane, però fuori dalla piazza a cui non sono preposti. L’opposizione ha protestato perché chi viene arrestato per le violenze può essere giudicato dai tribunali militari, rischiando una pena fino a vent’anni. Il governo ha risposto ricordando la legge che prevede il ricorso al tribunale militare in caso di attacco armato a funzionari di polizia. La Gbn non può portare armi, solo lacrimogeni e idranti.
In piazza, però, si verificano omicidi mirati da parte di chi ha evidentemente interesse a provocare il caos. E fa riflettere che anche un altro giovane, Juan Pernalete, sia rimasto ucciso come il violinista e sempre nella zona che dipende dal comune di Chacao, il cui sindaco, Ramon Muchacho, è un pasdaran della cacciata violenta di Maduro dal governo.
Ieri è stato ammazzato un moto-taxista (un militante chavista) ed è stato ferito il suo passeggero. Una sessantenne è rimasta gravemente ustionata dalle molotov. Dall’inizio degli scontri, sono stati uccisi cinque Gbn.
Maduro ha lanciato la proposta di un’Assemblea costituente, una richiesta avanzata anche dalle destre, che però ora la rifiutano e il parlamento a maggioranza di opposizione l’ha bocciata. Respinto da parte dei vescovi anche l’appello del papa alla pace.
Nonostante il chavismo abbia liberato 7 politici detenuti, come stabilito durante i colloqui di pace, le destre hanno rovesciato comunque il tavolo, forti dell’appoggio del presidente USA Donald Trump e del Segretario generale dell’Organizzazione degli stati americani (Osa), Luis Almagro. Ieri, l’organizzazione internazionale, da cui Caracas ha deciso di uscire, ha nuovamente tentato di far fissare una riunione urgente sul Venezuela, ma i paesi progressisti latinoamericani l’hanno respinta. Per ora.

Questa immagine non proviene dalle barricate di Euromajdan a Kiev nel 2014, ma somiglia come se la rappresentazione muovesse dalla stessa regia.

Questo ragazzo è stato ucciso dopo aver tenuto un incontro filo-Maduro. L’hanno fatto passare per vittima del governo. Anche su Repubblica.it. Nessuna correzione successiva, naturalmente.