Militari e polizia in Bolivia: risentimento storico dell’apparato politico fascista

Ernesto Eterno, Internationalist 360º, 22 novembre 2019

La Bolivia vive un altro momento di rottura sociale e politica nella sua lunga storia di instabilità e golpe civile-polizia-militari. Ciò che accade, oltre la tragedia vissuta da questo popolo eroico, ha molti paradossi che non possono essere ignorati. Il primo è l’incomprensibile avventura distruttiva di un Paese che si dirigeva verso il 21° secolo con un percorso senza precedenti nel diventare una democrazia. Mai prima d’ora il Paese aveva ottenuto ciò che molti invidiano: crescita economica sostenuta, stabilità politica, unità nazionale in costruzione e rispettoso impegno internazionale, nonché risultati sociali e sconfitta secolare delle due maledizioni del sottosviluppo: estrema povertà e analfabetismo. Il secondo paradosso è sostenere che vi fu una successione costituzionale quando in realtà ciò che accadde fu l’assalto pianificato al potere. Dalla detenzione dei municipi nel Paese in una simulazione democratica all’ammutinamento della polizia, ciò che fu interessato era il rimaneggiamento della scacchiera politica orchestrato ad arte, da qualche tempo ormai, nelle viscere dell’impero con la complicità della élite razzista regionale coperta da una religiosità macabra. Jeanine Ánhez, che si autodefinisce “presidente costituzionale”, rappresenta la presa illegale e illegittima del potere, null’altro che il corollario del piano golpista finemente tessuto negli ultimi tre o quattro anni. Questo finale fascista fu preceduto da una serie di operazioni segrete sistematicamente attuate e che le agenzie d’intelligence non seppero rilevare o che nascosero. Il terzo paradosso è il ruolo angosciante dei media che, quando gli piace, si definiscono democratici, trasparenti e indipendenti. Oggi sono semplicemente un branco di disinformatori senza scrupoli, una vergognosa macchina della manipolazione al servizio degli interessi commerciali monopolistici. Insieme alla panoplia di menzogne sistematiche, dirette dalla diplomazia pubblica nordamericana, i social network adempivano al loro ruolo perverso di filtrare sproporzionatamente, sia nei contenuti che nella portata, il presunto “male masista, inclusa l’enorme broglio”, nascondendo brutalità e violenze del paramilitarismo di Santa Cruz, delle bande armate cochalas o della polizia di La Paz.

Il quarto paradosso ha a che fare col ruolo della struttura monopolistica della violenza legittima progettata per proteggere lo Stato e i cittadini, mentre in realtà genera violenza, morte e terrore nel sostenere un regime illegittimo contro la volontà della maggioranza popolare. Mai prima d’ora polizia e militari, inguainati nella presunta difesa della democrazia e nel controllo delle proteste, puntarono così lontano le armi della repressione dalle “sale di guerra”.
Protetti dal nuovo regime violento, militari e polizia coesistono uniti dal sangue e lutto di decine di boliviani nel pieno del loro odio ancestrale a un comando politico transitorio che ne ignora il controverso passato. Come possiamo capire che militari e polizia, il cui reciproco risentimento di oltre un secolo di storie istituzionali distanti segnate dal fuoco, supportano oggi la struttura gelatinosa di un regime che ha causato solo morti e feriti? Al di là del surrealismo che li circonda, polizia e militari sono in una guerra silenziosa nel pieno del colpo di Stato che continua senza sosta nonostante il numero di morti suggellati delle loro armi letali. Il risentimento che circonda entrambe le istituzioni, la cui storia non era ancora chiarita nel 21° secolo, costituisce i veri limiti del regime golpista. I sintomi dell’asprezza iniziarono a emergere nelle turbolente manifestazioni sociali. Entrambi i fronti repressivi si accusavano a vicenda di aver sparato a civili indifesi, assumendosene la responsabilità tra gli sconvolgimenti sociali. La polizia che accusa i militari che accusano la polizia è una costante che tende ad approfondirsi col passare delle ore. Il ruolo tragicomico dell’ufficio del procuratore generale appare sulla scena cercando di calmare il panico delle aziende coll’argomento che le armi pesanti avevano causato le morti. Un sintomo della crisi irreversibile. Per evitare ulteriori conflitti e distrarre l”opinione pubblica, il governo golpista, consigliato dalle agenzie statunitensi, accusò degli stranieri armati come FARC, cubani, colombiani e venezuelani delle morti causate da forze repressive ufficiali. La disputa perenne per preservare il potere politico da entrambe le istituzioni produce scismi interni dalle conseguente possibile debacle del regime del golpista fascista basato su baionette, gas e piombo.

Tra i militari
Sedici anni dopo aver compiuto uno dei più sanguinari massacri contro il popolo di El Alto, che portò a condanne e detenzione dei comandanti dell’epoca, le forze armate tornavano in piazza vestite con l’inconfondibile cachi statunitense con la missione di affrontare l’escalation dei conflitti sociali nel Paese. Il 10 novembre, il comandante in capo delle forze armate, il generale Ejto Kalimán, apparentemente sconcertato e con voce tremante, ordinò l’uscita delle forze armate sulle strade, il cui tragico risultato finora supera i venti morti. La metà delle vittime, per lo più giovani, furono del “massacro della Sacaba”. Nulla può suggerire che tale decisione porterà Kaliman e i suoi comandanti nello stesso posto in cui i loro predecessori, responsabili del massacro di El Alto nell’ottobre 2003, scontano la sentenza. La decisione di Kalimán, che contrastava radicalmente con quella del Presidente Morales, è una delle principali espressioni del fallimento istruttivo e pedagogico delle forze armate nelle crisi politiche. Evo Morales si dimise proprio per evitare morti inutili, contrariamente a Kalimán che ordinava ai militari di uscire, sapendo le conseguenze. Chi impose a Kalimán l’ordine di schierare i soldati per le strade? Perché tale decisione fu modificata ventiquattro ore dopo, quando promise al suo generale-capitano che non avrebbe mosso alcuna unità militare col pretesto di carenza di equipaggiamento, munizioni e agenti chimici? L’autonomia politica di Kaliman al culmine della crisi sociale e politica che precipitò quest’ultimo colpo di Stato ritrae in qualche modo non solo il fallimento del comando politico sull’esercito, ma anche l’incomprensione delle sue etica professionale, e conservativa, pragmatica, opportunistica e immediata ideologia e cultura aziendali. Anche il lavoro autonomo della scuola antimperialista non servì a moderare la decisione di Kaliman in circostanze che richiedevano un minimo di fedeltà statale. L’Alto Comando svolse il ruolo più critico secondo le precedenti conversazioni con Luis Fernando Camacho e funzionari dell’ambasciata degli Stati Uniti. Non va dimenticato che Kalimán fu un addetto militare a Washington per un paio d’anni e che alcuni membri della sua famiglia rimasero negli Stati Uniti.
Attualmente, i militari che occupano la catena di comando affrontano il dilemma di uscire per strada a continuare a reprimere il popolo o rimanere nelle caserme a causa delle disastrose conseguenze dell’intervento nelle strade. Ma il dubbio più forte sorge dalla responsabilità militare o della polizia una volta che la calma ritornerà nel Paese. Molti ufficiali ritengono che la polizia porrà tutta la responsabilità dei morti e feriti sulle forze armate poiché solo esse usano tali armi. I calcoli postbellici iniziano a minare la fiducia delle truppe nei loro comandanti che ritengono irresponsabili e inadeguati. La valutazione dell’amministrazione di Evo Morales attraversa i corridoi delle caserme. Sostengono che Evo li escluse da qualsiasi conflitto sociale per tredici anni, una situazione che gli permise di accrescere la loro legittimità istituzionale agli occhi del pubblico di fronte al discredito della polizia per l’evidente corruzione e indisciplina. Gli ufficiali ammisero che il loro salariale e la qualità della vita cambiarono sostanzialmente col “processo di cambiamento”, mentre l’incursione in compiti sociali gli permise di essere considerati dal governo “soldati della éatria”. I bonus “Juancito Pinto” o “Renta Dignidad” o la gestione delle catastrofi naturali affidata alle forze armate facilitò un rapporto sensibile con la società. Oltre a questo, la valutazione dell’aumento del budget della Difesa, l’acquisto di beni e miglioramento della qualità della vita del soldato sono parte della loro memoria immediata. Tuttavia, oggi, in meno di una settimana, un regime di fatto comandato da un gruppo politico radicale e da capi religiosi fanatici portava le forze armate a confrontarsi con disprezzo e condanna della società ed internazionale, i cui effetti non saranno superati nei prossimi decenni. Col grido collettivo di “militari assassini!” belle strade, i quadri intermedi temono di subire conseguenze: diserzione dei soldati nel pieno del conflitto, una sconfitta morale senza precedenti; perdita di potere negli spazi che Evo Morales costruì per garantirsi fedeltà, come nel caso della Sicurezza presidenziale (USDE), accesso a posizioni pubbliche di alto livello (gestione di società statali) e persino posizioni diplomatiche; il discredito istituzionale che comporterà la drammatica riduzione dei coscritti a servizio militare obbligatorio che in realtà giustificava l’esistenza dell’istituzione; ripudio popolare permanente sulle strade; processi.
I disordini militari di fronte agli eventi e l’elevato numero di vittime derivanti dalla repressione portava a interrogativi sull’alto comando e a una sfiducia interna senza precedenti. In un rapporto inviato alle unità militari dell’Ottava divisione dell’esercito dal comando in capo delle forze armate, il 14 novembre 2019, si affermava che il corpo degli ufficiali “osserva la condotta dei cadetti, reclute e soldati del Chapare, regione in tutte le attività erano sviluppate nelle unità”. Questa disposizione esprimeva paura viscerale nei confronti dei propri soldati, confermandone ancora una volta lo status di forza di occupazione coloniale. Questo rapporto esprime l’atroce paura del mondo indigeno, ma anche disprezzo e sfiducia generati dalla loro presenza nelle forze armate. Una vera aberrazione culturale e corporativa dopo oltre 35 anni di democrazia e 13 anni di apparente inclusione indigena nelle forze armate. Questo è il miglior esempio del fallimento della presunta democratizzazione militare e della coesistenza plurinazionale ed interculturale nel mondo in uniforme. Molti ufficiali sensibili al conflitto storico con la polizia mettevno in dubbio la decisione poco saggia e inopportuna di Kalimán, perché avrebbe “salvato” la polizia in un momento chiave di crisi operativa. Il rogo della Whipala da parte degli agenti di polizia e la rimozione di quel simbolo dalla loro uniforme provocò un profondo disordine sociale che portava ad attacchi alle loro strutture, costringendoli a chiedere supporto militare per salvarsi dalla rabbia popolare. Il risentimento contro la bandiera costituzionalmente riconosciuta causò la rottura tra polizia e popolazione rurale e indigena. La verità è che il proverbiale odio tra esercito e polizia continuava a fluire nel pieno golpe grottesco, sostenuto dall’uso irrazionale della forza e dal comportamento razzista del governo che assomiglia alle vecchie dittature militari guidate da slogan ultramontani stranieri.
Il colpo di Stato contro il processo democratico guidato da Evo Morales ha l’inconfondibile sigillo delle forze armate come attori protagonisti, sebbene fu la polizia nazionale a guidare il colpo di Stato dalla città di Cochabamba, l’8 novembre. Apparentemente, ul 10 novembre 2019 passerà alla storia come uno di quei giorni tragicomici in cui un generale mediocre e opportunista come Kalimán, con uno stato maggiore pusillanime e degradante, decise di rassegnare le dimissioni per interesse di un eticamente decaduto, moralmente rovinato e patetico circo della polizia che usava la Bibbia come scudo religioso per legittimare la propria sopravvivenza. Alcuni settori delle Forze armate ritennero che l’assedio popolare contro la polizia costituisse il momento migliore per saldare i conti degli eventi del febbraio 2003. In quell’occasione, cecchini della polizia, addestrati dagli Stati Uniti, uccisero diversi soldati del Reggimento della scorta presidenziale in modo vigliacco, quando la folla tentò di entrare nel Palazzo del Governo per reazione a una misura economica anti-popolare. Secondo molti ufficiali, Kaliman divenne il proverbiale eroe dei giorni vergognosi del colpo di Stato della polizia, un fenomeno mai immaginato dalle forze armate. Un triste ruolo politico fu svolto dai militari che dovettero salvare la vita al loro aspro nemico storico quando era sull’orlo del collasso delle repressione. Il capo dipartimentale della polizia di La Paz chiedeva in lacrime l’aiuto delle forze armate per difendersi dall’assedio dei movimenti sociali che combattevano per licenziare la presidentessa autoproclamata. Il supporto militare a una languida polizia in uno scenario di controversie politiche era un episodio eccezionale. Nel 1952, l’esercito fu sconfitto dal movimento operaio che portò la polizia a cavalcare la schiuma rivoluzionaria per vendicarsi del cattivo trattamento che i militari diedero ai carabinieri dell’epoca. Normalmente, la polizia nazionale si allineava ai colpi di stato militari come un cane con la coda tra le gambe, nel tentativo di assicurarsi il banchetto burocratico. Il 10 novembre successe il contrario.
Nella polizia
Il colpo di Stato promosso dalle forze di polizia della città di Cochabamba contro il governo di Evo Morales era un non segreto maliziosamente ignorato dal Ministero, abilmente gestito dal comandante generale della polizia e articolato in modo efficiente dalle forze di opposizione di destra che sapevano da anni che la polizia nazionale costituiva un formidabile alleato dei loro piani destabilizzanti. L’opposizione, consigliata da agenti esteri, iniziò a lavorare interno della polizia mentre il governo li ignorava o vi si appellava solo in caso di conflitto sociale. Non vi è dubbio che nella catena geografica di controllo e comando della struttura di polizia, il dipartimento di Santa Cruz, e in particolare la città di Santa Cruz, costituiva l’anello più debole in cui fu costruita una sorta di patto delle complicità tra ministero e forze di polizia guidate da ufficiali collegati alla costellazione criminale regionale. Paradossalmente, il luogo in cui il crimine acquisiva dimensioni transnazionali era precisamente il luogo in cui fu costruita l’architettura della regolamentazione della polizia del crimine, come nel caso del carcere di Palmasola. Allo stesso modo, tale rete di complicità politico-poliziesca si estese ai circuiti mafiosi del traffico di droga, traffico di armi, case da gioco o traffico di terre a favore di stranieri le cui attività erano gestite da agenti di polizia dalle sponsorizzazioni politiche. Santa Cruz era una specie di territorio della polizia autonomo abilmente utilizzato dalle forze d’opposizione che vedeva nei suoi margini di autonomia statale le migliori condizioni per la cospirazione armata e sediziosa. Nei tredici anni del governo di Evo Morales non ci fu la capacità di generare una politica di istituzionalizzazione, modernizzazione o disciplina professionale delle forze di polizia. Al contrario, i capi della polizia, incoraggiati da continue rotazioni, beneficiarono di privilegi inimmaginabili cui si aggiunse una cultura della corruzione scandalosa, goffa o deliberatamente trascurata. Solo alla fine del mandato di Morales la polizia ebbe un moderno sistema di controllo territoriale nel quadro della sicurezza dei cittadini noto come BOL 110, che aumentò la capacità di produrre informazioni a fini informali. Il supporto tecnologico servì da cortese concessione elettorale che la polizia accolse senza l’entusiasmo previsto. Il rapporto tra governo e polizia in oltre un decennio soffrì di difetti strutturali, ma il peggio era affidare a un alto funzionario una responsabilità centrale quando le sue priorità erano guidare le squadre di calcio.
Morales affrontò diversi episodi di insubordinazione, rivolte e sedizione della polizia placati dopo complesse trattative, ma non si risolsero mai strutturalmente. Le radici del malcontento della polizia furono alimentate internamente, mantenendo tale clima invariabile e cumulativo nel tempo. Allo stesso tempo, la colossale corruzione della polizia non fu trattata in modo adeguato e proporzionato dal governo. Privilegi di polizia, corruzione e ampi margini di criminalità aziendale operavano e funzionavano a livello di comando lasciando ai subordinati solo le briciole, una situazione che aggravava il malessere dei poliziotti subordinati di cui era responsabile il governo nazionale. D’altra parte, il rapporto politico-militare privilegiato generò un profondo risentimento nella polizia nazionale. La polizia si vide come cittadini di seconda classe di fronte al trattamento del governo dei militari come cittadini di prima classe. La presenza del Oresidente Evo Morales in occasione degli anniversari militari, i discorsi solleciti che valutano il lavoro militare, nonché privilegi e prerogative concesse periodicamente, costituivano “sistematiche offensive” contro una polizia che operava quotidianamente in condizioni deplorevoli. La disparità di trattamento del governo nazionale a favore delle forze armate, costruzione di edifici, campi sportivi, acquisto di attrezzature e materiali militari, costosi investimenti in tecnologia come radar, ecc., alimentò un forte rancore anti-militare e anti-governativo nella polizia. L’espressa propensione del governo Morales a favorire le forze armate fu presa come un’umiliazione persistente che fu tradotta in una narrazione antigovernativa dagli ufficiali in merito ai loro subordinati con informazioni sfavorevoli. Oltre allo sdegnato rapporto tra Evo Morales e Polizia, il governo nazionale attuò tagli alle principali fonti di entrate istituzionali. Sebbene le decisioni fossero corrette, volte ad eliminare la corruzione, furono interpretate diversamente dalla polizia nel desiderio di preservare nicchie di privilegio burocratico. Morales andò molto oltre nel ridurre le prerogative della polizia assegnando alle forze armate il compito di combattere il contrabbando. Le unità anti-contrabbando della polizia furono sciolte e sostituite da unità militari. I militari occuparono il confine, spezzando le reti dell’illegalità e del controllo territoriale, il che significava doppia amputazione: per i gruppi criminale che vivevano della fertile attività del contrabbando, e per la polizia che viveva proteggendo le reti dell’illegalità a cui garantiva protezione e impunità. Fu tale polizia sediziosa che affrontò il governo di Evo Morales e ottenne direttamente o indirettamente le sue dimissioni. Mai prima d’ora la polizia era riuscita a rovesciare un governo democratico come fece tale organizzazione indisciplinata e politicamente malata.
Il colpo di Stato civile non aveva solo una componente politica ma anche vendicativa alimentata dal ricordo di presunti obbrobri, privazione e maltrattamenti. Le rivolte della polizia riflettevano l’odio atroce contro il governo, che si era contenuto e che poi esplodeva in ondate successive sostenute da una classe media che si esprimeva nelle strade lasciando che i suoi profondi malcontento e disprezzo corressero contro un governo in piena ritirata. Il colpo di Stato della polizia, sostenuto e guidato nelle strade dalle proteste della classe media, permise d’intravederne lo sfaccettato scopo. In primo luogo fu la migliore occasione per vendicarsi del governo per maltrattamenti e sfratti istituzionali, una sorta di catarsi corporativa infiammata da una retorica di odio e religiosità esplosa senza che nessuno ne capisse il potenziale effetto. Le rivolte incarnarono il compito di riguadagnare i privilegi corporativi recisi per motivi politici e ceduti alle forze armate dal governo. Il primo obiettivo che la polizia recuperò, per i suoi effetti simbolici, fu l’unità della sicurezza presidenziale (USDE) dalle mani dell’esercito. Una volta completate le dimissioni di Evo Morales, la polizia nazionale non tardò un minuto nel prendersi carico del dispositivo di sicurezza della Casa Grande del Pueblo, costringendo il corpo di sicurezza presidenziale a liberare immediatamente l’edificio. Gli oltre settanta membri di questa squadra speciale, che aveva protetto Morales per più di un decennio, furono costretti a ritirarsi, umiliati, dallo stato maggiore delle forze armate, per ricevere nuovi incarichi. Allo stesso modo e con un assalto, la polizia nazionale si riprese il controllo degli edifici del Servizio di identificazione personale (SEGIP) istituzionalizzati dal governo Morales per stroncare sul nascere una delle principali fonti della corruzione della polizia. La presa della polizia di istituzioni, spazi e prerogative faceva parte delle promesse del caudillo di Santa Cruz Luis Fernando Camacho, per portarla al colpo di stato, obiettivo raggiunto quasi chirurgicamente. In uno dei consigli tenuti a Santa Cruz, Camacho promise di restituire tutte le istituzioni “ingiustamente portate via dal governo nazionale” e di concedergli un trattamento salariale e pensionistico simile a quello delle Forze armate, un incentivo inconfutabile.
Oltre ai complessi problemi affrontati dal nuovo comando di polizia, gli agenti subiscono pericolosi segni di esaurimento fisico dopo oltre venti giorni di lavori per strada e repressione. Tuttavia, li rafforzamento della polizia in questo contesto di crisi si traduceva in azioni pericolose di piccoli gruppi che operavano indipendentemente dal comando centrale. Tale clima incerto, con un governo che faceva appello a un discorso recalcitrante e un ministro governato dall’odio atroce contro i funzionari governativi, promuovevano la formazione di gruppi di poliziotti e paramilitari che agivano secondo una logica vendicativa e mercenaria. Tra le turbolenze politiche, era sorto un nuovo fattore di disordini tra la polizia, generato dalla concessione di 34 milioni di bolivianos alle forze armate per coprire i costi della logistica della repressione. I membri della polizia nazionale sospettavano che tali risorse servissero a favorire i capi militari come “bonus fedeltà”. Allo stesso tempo, si aggravavano i disordini contro il governo golpista e le forze armate, coll’approvazione del DS 4078, il cui obiettivo era autorizzare l’uso di militari, attrezzature e armi garantendone l’immunità, una condizione non goduta dalle forze di polizia.
Conclusioni
È chiaro che militari e polizia sono i pilastri su cui si basa il potere del governo golpista. Sembra anche chiaro che tali pilastri contengano controversie storicamente irrisolte e inconciliabili che col passare del tempo creeranno maggiori frattura e polarizzazione. Al di là del carattere provvisorio, un governo con buon senso dovrebbe conoscere le profonde fratture tra enti al fine di evitare di essere sconfitto dalle conseguenze. Fortunatamente, il governo golpista guarda solo all’ombra e non alla realtà e quindi durerà poco, quanto l’esplosione convulsa di entrambi gli enti che iniziano a contorcersi per annullarsi o distruggersi a vicenda. Se il sangue sarà a fiumi non dipenderà dai complottarsi golpisti, ma dalle profonde ferite riaperte da un comando politico ignorante, arrogante, rabbioso e suicida. Il colpo di Stato ha i suoi limiti paradossali nell’uso della polizia e dei militari e questo dipende dal come tale duello storico sarà risolto nelle viscere del potere fascista. Con una polizia nazionale alienata dalle molteplici contraddizioni interne e dalle forze armate sconcertate dalla dimensione del conflitto e dalle future responsabilità politiche, legali e istituzionali, i boliviani vivono in un panorama desolato.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

Las masacres de Sacaba y Senkata: cómo opera el terrorismo de Estado en Bolivia

,

 

El 15 de noviembre fue llevada a cabo la masacre de Sacaba, en el que militares y policías asesinaron a ciudadanos y cocaleros del Chapare (Foto: Jorge Abrego / EFE)

Las masacres de Sacaba y Senkata: cómo opera el terrorismo de Estado en Bolivia

Luego de unos días recopilando información en El Alto, la delegación asignada de la Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH) para Bolivia, presidida por Pablo Abrao, afirmó que “no hay garantías” para llevar a cabo una investigación imparcial sobre las masacres ocurridas en el mes de noviembre, perpetradas por las fuerzas armadas y la policía que formaron parte del golpe de Estado contra Evo Morales.

Las víctimas de las masacres de Senkata (El Alto) y Sacaba (Cochabamba) dieron testimonio de los sucesos a la CIDH, que siendo el ala de los derechos humanos de la Organización de Estados Americanos (OEA), resulta paradójico que se alce una voz solidaria con quienes han sufrido más tras el cambio de régimen.

El relator de la CIDH para los Derechos de Defensoras y Defensores de Derechos Humanos, Francisco José Eguiguren, dijo en una entrevista con CNN que la entidad va a plantear “que debe constituirse un grupo interdisciplinario e internacional de expertos”, que deberá investigar “a profundidad los sucesos ocurridos luego de la renuncia del presidente Morales y la anulación electoral, que han causado por lo menos dos masacres claramente verificadas, una en El Alto y otra en Cochabamba”.

Tal iniciativa fue apoyada por el depuesto Morales, quien desde su exilio en México ha estado denunciando el proceso de persecución y represión política que lleva a cabo el gobierno de facto encabezado por la senadora autoproclamada Jeanine Áñez.

Por otro lado, otra delegación, de Argentina, fue a corroborar las denuncias sobre violación de derechos humanos en Bolivia, investigación que fue torpedeada agresivamente tanto por ciudadanos que apoyan el actual gobierno de facto así como por el propio “ministro” Arturo Murillo.

La comitiva argentina corroboró, mediante recopilación de información, testimonios, datos de primera mano, que en Bolivia se han cometido “delitos de lesa humanidad” tras la asunción de Áñez. Cuenta Página/12:

“La delegación habló de ‘violaciones sistemáticas a los derechos humanos’ tras haber corroborado delitos tales como la ‘desaparición forzosa de personas’, ‘situaciones de tortura en espacios públicos’, ‘violaciones y delitos sexuales’ y ‘falta de garantías procesales para los detenidos’, entre otros crímenes que dan cuenta de ‘la situación de terror’ con la que se encontraron allí.

“La delegación dijo contar con material probatorio del ‘apoyo explícito’ de países extranjeros en el golpe de Estado que derrocó a Evo Morales. ‘Tenemos testimonios sobre múltiples contactos de funcionarios extranjeros con actores claves del golpe, particularmente con Fernando Camacho’, subrayaron al detallar en qué contexto particular se desencadenaron las violaciones a los derechos humanos.

“‘Hemos constatado que el sistema represivo montado por el gobierno de facto ha causado decenas de muertos, centenares de detenciones arbitrarias, millares de heridos, innumerables casos de apremios, de torturas, de violaciones y otros delitos contra la integridad física, psíquica y sexual de las víctimas, que son hombres, mujeres, niños, ancianos e integrantes de colectivos’, puntualizaron.

“El grupo interdisciplinario hizo especial hincapié también en ‘las masacres coordinadas contra la población civil’, al referirse específicamente al ataque represivo en Senkata, cuando militares abrieron fuego en una planta de combustibles.

En total, la delegación argentina denunció 11 delitos enmarcados en la violación de los derechos fundamentales reconocidos por las leyes internacionales.

Está claro que la caracterización de masacre aplica, a juicio de la CIDH y el referido grupo independiente, para lo ocurrido a mediados de noviembre en el marco del golpe en Bolivia.

Los hechos

El 15 de noviembre la autoproclamada Jeanine Áñez firmó un decreto con el que autoriza a los militares a usar “todos sus medios disponibles” para neutralizar las masivas manifestaciones en contra del golpe.

  • El artículo 3 del llamado decreto supremo número 4.078 establecía: “El personal de las fuerzas armadas que participe en los operativos para el restablecimiento del orden interno y estabilidad pública estará exento de responsabilidad penal cuando en el cumplimiento de sus funciones constitucionales, actúe en legítima defensa o estado de necesidad y proporcionalidad, de conformidad con el Art. 11 y 12 del Código Penal. Ley 1760 y el Código de Procedimiento Penal”.
  • El artículo siguiente señala que los militares “deberán enmarcar sus actuaciones conforme lo establece el Manual del Uso de la Fuerza aprobado mediante decreto supremo 27.977 de fecha 14 de enero de 2005, pudiendo hacer uso de todos los medios disponibles, que sean proporcionales al riesgo de los operativos”.

Este decreto del gobierno de facto construyó el marco “legal” para que se dieran los dos más grandes hechos represivos en Bolivia desde que depusieran a Evo Morales.

Fue ese mismo día, aquel 15 de noviembre, cuando fueron masacradas nueve (9) personas a balas por las fuerzas armadas y la policía en El Alto, cocaleros de los pueblos originarios que marchaban en Sacaba (Cochabamba) rumbo a La Paz por la degradación anticonstitucional de la wiphala, bandera representativa del Estado plurinacional, y contra el golpe de Estado y la represión.

Los testimonios hablan del terror que vivieron los sobrevivientes y los heridos, quienes estaban desarmados ante el frente militar-policial que disparó a mansalva amparado por un decreto que fue altamente criticado por sus mismas víctimas. La mayoría de las víctimas formaban parte de la estructura sindical de la Coordinadora de las Seis Federaciones del Trópico de Cochabamba.

  • Al día siguiente, 16 de noviembre, fue asesinado otro manifestante en Sacaba.
  • El 19 de noviembre, en Senkata (El Alto), frente a la planta de combustible de Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos, la represión militar-policial dio muerte a siete personas. También fueron heridas 60. Todas por impacto de bala.

Se hizo viral un video grabado en el sitio donde un doctor denuncia la masacre mientras auxilia a los heridos, quien luego fue detenido injustamente por el gobierno de Áñez debido al audiovisual, un gesto de represalia judicial. El médico pidió ayuda y dijo que “nos están matando como perros”.

Al día siguiente, en el marco de la misma operación de represión en la planta, ya que la orden oficial fue la de recuperar el flujo de combustibles hacia La Paz, murió una persona asesinada por el aparato militar-policial. El 22 de noviembre fue masacrada otra víctima.

Los reportes y autopsias apuntan que las muertes de ambas masacres fueron causadas por impactos en la cabeza y el torso, muestra más que suficiente de que tiraban a morir. Licencia para matar.

Cabe decir que la operación tuvo “éxito”, pues neutralizó la resistencia de los manifestantes anti-golpe a fuerza de sangre y lodo.

  • Desde que comenzara el conflicto boliviano, la Defensoría del Pueblo reporta que ha habido 34 muertes, 832 heridos y 54 detenidos.
  • La última víctima de la represión en El Alto fue la muerte de una persona el 27 de noviembre. Son 10 los fallecidos por la masacre de Senkata.

Áñez retiró el jueves 28 de noviembre el decreto Nº 4.078, alegando que su gobierno había logrado la “ansiada pacificación” de Bolivia.

Con este cese de inmunidad a la represión oficial, culminó una operación de blanqueamiento de las masacres que empezó con el verbo del aparato golpista amplificado por los medios aliados al cambio de régimen. Un testimonio de Senkata expresó: “Nos están matando y no hay ningún canal boliviano“.

Encubrimiento mediático del crimen

Lo que proyectan los medios hasta el sol de hoy es que Morales era un “dictador” que se “buscó su propio golpe”, línea de opinión compartida tanto por columnistas de Infobae como por cierta “izquierda”. Los llamados líderes de la “sociedad civil”, sobre todo los pudientes empresarios de Santa Cruz (centro económico boliviano), junto con “jóvenes estudiantes” y “gente común” lograron un clímax propicio para la “recuperación de la democracia”.

Las narrativas para un cambio de régimen no difieren mucho del manual si se trata de un golpe de Estado tutelado por la OEA y el gobierno de los Estados Unidos. La misma autoproclamada Áñez dio las gracias a la cadena CNN “por toda la cobertura de lo que ha pasado en Bolivia”, una confesión de partes que evidencia el papel activo de los medios en la construcción de sentido y percepción de los momentos.

Dicha cobertura, no hay sorpresa, solo dio voz al verdugo, no a la víctima.

En el marco de la masacre de Senkata, las fuerzas armadas justificaron la intervención militar desde el primer momento mediante un comunicado, que hizo referencia al Manual del Uso de la Fuerza en Conflictos Internos, firmado en 2005 por Carlos Mesa, entonces presidente, tal vez queriendo decir que la impunidad brindada por el decreto Nª 4.078 no era necesaria en este caso por tratarse de un “Servicio Público Esencial Estratégico”: había que restablecer el flujo de combustible a como diera lugar.

“Exhortamos a mantener la racionalidad para evitar daños irreversibles en las personas, en la propiedad pública y privada del sector”: la cruenta represión estaba justificada, así, con un neolenguaje que hablaba de “racionalidad” y “daños irreversibles” cuando las víctimas fueron objeto de masacres.

De hecho, las muertes fueron excusadas por el ejército como necesarias para “evitar un mal mayor” citando un informe técnico. En los medios repetían que, de no haber sido contenido el avance de “agitadores y vándalos enardecidos”, pudo haberse generado una explosión en cadena tras la hipotética afectación de los contenedores centrales de gas producto de los disparos, lo que pudo haber ocasionado miles de muertos.

Aquellos mismos medios, a escala boliviana e internacional, hablaban de “choques” y “enfrentamientos” entre los cuerpos militares-policiales y los manifestantes desarmados, para obviar esa palabra tan incómoda llamada “represión” (si el caso fuera -de nuevo- en Venezuela, Cuba o Nicaragua, se invertirían los términos).

Estos argumentos no resisten el menor análisis de los hechos, como lo han demostrado la Defensoría del Pueblo, la CIDH y la comitiva argentina.

heridos_masacre_de_sacaba_bolivia.jpg

Manifestantes heridos dentro de una ambulancia en Sacaba (Cochabamba) el día de la masacre (Foto: Danilo Balderrama / Reuters)

El silencio mediático y en redes sociales en torno a lo ocurrido en Sacaba y Senkata es la guinda del pastel para la operación de blanqueamiento de las masacres, que cataliza el shock de la población consecuencia de los eventos hacia una asimilación de la muerte violenta. El miedo al asesinato sin impunidad trasvasa el discurso oficial y el mediático sobre la psique de cualquier que intente movilizarse en el marco del conflicto post-golpe.

Las salidas forzosas del aire de los canales TeleSur y RT en Bolivia forman parte de este blindaje narrativa para el encubrimiento criminal del gobierno de facto, con la censura de bandera.

Es por eso que el relator de la CIDH en Bolivia insiste: “A pesar de que la información oficial habla de muertes en enfrentamientos entre civiles, creemos que se requiere de una investigación internacional porque no encontramos internamente garantías para una investigación imparcial y firme”.

Motivos para una masacre

Se suele llamar de “irracional” a las masacres, pues para que se desencadene una existe un detonante mas no una causa. Sin embargo, el análisis lleva a concluir que lo de Sacaba y Senkata fueron hechos calculados, por lo menos eso aclaran los testimonios y reportes de los acontecimientos.

A solo días de la represión en Cochabamba, Evo Morales denunció vía Twitter que los golpistas buscaban consumar un “estado de sitio” en Bolivia.

Las víctimas y familiares de los caídos han denunciado a medios alternativos que lograron cubrir los testimonios pertinentes de la represión, de manera continua, que “nos están matando”, “nos disparan como animales”, pidiendo justicia.

Detallan cómo los militares disparaban tiros desde los helicópteros, de cómo la policía cercaba a los manifestantes para luego hacer uso de sus armas de fuego.

Este cercamiento por tierra y aire son la expresión más viva de las masacres, una imagen que calca con la consumación de un “estado de sitio” en este país andino-amazónico.

A esto se une la carta blanca para la “pacificación” de Áñez, cuyo objetivo represor da luces sobre cómo se conforma la estructura de poder en Bolivia en estos momentos. Un nuevo modelo de contrainsurgencia, en el que todo disidente del gobierno de facto o seguidor del Movimiento Al Socialismo (MAS) es sospechoso de sedición y terrorismo, estaría apostándose con las masacres en Cochabamba y El Alto.

El asesinato a mansalva por motivos de control social, ordenamiento del campo político y transmisión de miedo hacia la psique colectiva de la población es el paso que confirma el asentamiento del estado de sitio en Bolivia, donde no existen garantías bajo contexto constitucional que ampare asomo alguno de justicia para las víctimas. Donde el cambio de régimen se lleva a cabo a tracción de sangre.

En ese sentido, la tarea consiste en no dejar que las masacres de Sacaba y Senkata se disuelvan en la memoria, pues representan en su justa medida una radiografía de la represión actual en Bolivia.

Somos un grupo de periodistas e investigadores independientes dedicados a estudiar la guerra contra Venezuela y el conflicto global. Nuestro contenido es totalmente libre. si deseas contribuir con nuestro trabajo puedes hacerlo aquí ←

The Sacaba and Senkata Massacres: How State Terrorism Operates in Bolivia

Mison Verdad
On November 15, a massacre was carried out in Sacaba, in which the military and police murdered citizens and coca growers of the Chapare (Photo: Jorge Abrego / EFE).

After a few days of gathering information in El Alto, the delegation assigned by the Inter-American Commission on Human Rights (IACHR) for Bolivia, headed by Pablo Abrao, affirmed that “there are no guarantees” for an impartial investigation into the November massacres perpetrated by the armed forces and police that were part of the coup d’état against Evo Morales.

The victims of the massacres in Senkata (El Alto) and Sacaba (Cochabamba) gave testimony of the events to the IACHR, which being the human rights wing of the Organization of American States (OAS), it is paradoxical that a voice is raised in solidarity with those who have suffered the most after the change of regime.

The IACHR rapporteur for Human Rights Defenders, Francisco José Eguiguren, said in an interview with CNN that the entity is going to propose “that an interdisciplinary and international group of experts should be constituted,” which should investigate “in depth the events that occurred after the resignation of President Morales and the electoral annulment, which have caused at least two clearly verified massacres, one in El Alto and the other in Cochabamba”.

This initiative was supported by deposed Morales, who has been denouncing the process of persecution and political repression carried out by the de facto government headed by the self-proclaimed senator Jeanine Áñez since his exile in Mexico.

We support @IACHR’s proposal to form an external group to investigate the massacres of the de facto government. This support is urgent because in #Bolivia there is no rule of law that provides guarantees for national human rights organizations, which are besieged by fascist clash groups.

– Evo Morales Ayma (@evoespueblo) November 30, 2019

On the other hand, another delegation, from Argentina, went to corroborate the allegations of human rights violations in Bolivia, an investigation that was aggressively torpedoed both by citizens who support the current de facto government and by “minister” Arturo Murillo himself.

The Argentine delegation corroborated, through the compilation of information, testimonies and first-hand data, that “crimes against humanity” have been committed in Bolivia after the inauguration of Áñez.  Quoting  Página/12:

“The delegation spoke of ‘systematic human rights violations’ after having corroborated crimes such as ‘forced disappearance of persons’, ‘situations of torture in public spaces’, ‘rape and sexual crimes’ and ‘lack of procedural guarantees for detainees’, among other crimes that account for ‘the situation of terror’ they found there.

“The delegation said they had evidence of the ‘explicit support’ of foreign countries in the coup d’état that overthrew Evo Morales. We have testimonies of multiple contacts of foreign officials with key actors in the coup, particularly with Fernando Camacho,” they underscored when detailing the particular context in which the human rights violations were unleashed.

“We have verified that the repressive system set up by the de facto government has caused dozens of deaths, hundreds of arbitrary detentions, thousands of wounded, countless cases of pressure, torture, rape and other crimes against the physical, psychological and sexual integrity of the victims, who are men, women, children, the elderly and members of collectives,’ they said.

“The interdisciplinary group also placed special emphasis on ‘coordinated massacres against the civilian population’, referring specifically to the repressive attack in Senkata, when the military opened fire on a fuel plant.

In total, the Argentine delegation denounced 11 crimes framed in the violation of fundamental rights recognized by international law.

We share our preliminary statement on the situation in Bolivia. We request maximum circulation: https://t.co/DeLdQ8tIWi

– Deleg Argentina Solidarity with the Bolivian people (@DelegArgBolivia) November 30, 2019

It is clear that the characterization of massacre applies, in the opinion of the IACHR and the independent group referred to, to what happened in mid-November in the context of the coup in Bolivia.

The facts

On November 15, the self-proclaimed Jeanine Áñez signed a decree authorizing the military to use “all available means” to neutralize the massive demonstrations against the coup.

Article 3 of the so-called supreme decree number 4.078 established: “The personnel of the armed forces participating in operations for the restoration of internal order and public stability shall be exempt from criminal responsibility when, in the performance of their constitutional functions, they act in legitimate defense or in a state of necessity and proportionality, in accordance with Articles 11 and 12 of the Penal Code. Law 1760 and the Code of Criminal Procedure”.

The next article states that the military “must frame their actions in accordance with the Manual on the Use of Force approved by supreme decree 27.977 dated 14 January 2005, and may use all available means that are proportional to the risk of the operations”.

This de facto government decree constructed the “legal” framework for the two greatest repressive acts in Bolivia since Evo Morales was deposed.

It was that same day, November 15, when nine (9) people were massacred with bullets by the armed forces and police in El Alto, coca growers of the original peoples marching in Sacaba (Cochabamba) towards La Paz due to the unconstitutional degradation of the Wiphala, representative flag of the plurinational State, and against the coup d’état and repression.

The number of wounded rose to 122.
The definitive data are from the Ombudsman’s Office (Defensoría del Pueblo).

The testimonies speak of the terror experienced by the survivors and the wounded, who were unarmed before the military-police front that shot at the crowds of people protected by a decree that was highly criticized by their victims. Most of the victims were part of the union structure of the Coordinadora de las Seis Federaciones del Trópico de Cochabamba.

The next day, November 16, another demonstrator was murdered in Sacaba.

On November 19, in Senkata (El Alto), in front of the Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos fuel plant, military-police repression killed seven people. Sixty were also injured. All by bullet impact.

A video was made viral at the site where a doctor denounces the massacre while helping the wounded, who was then unjustly detained by the government of Áñez due to the audiovisual, a gesture of judicial retaliation. The doctor asked for help and said that “they are killing us like dogs”.

The next day, as part of the same repression operation at the plant, since the official order was to recover the flow of fuel to La Paz, a person was killed by the military-police apparatus. On November 22, another victim was massacred.

Reports and autopsies indicate that the deaths of both massacres were caused by impacts to the head and torso, more than enough to show that they were shooting to kill. Licensed to slaughter.

It must be said that the operation was “successful”, as it neutralized the resistance of the anti-coup demonstrators by force of blood and mud.

Since the beginning of the Bolivian conflict, the Ombudsman’s Office reports that there have been 34 deaths, 832 wounded and 54 detained.

The latest victim of the repression in El Alto was the death of one person on November 27. Ten people died in the Senkata massacre.

On Thursday, November 28, Áñez withdrew Decree No. 4,078, alleging that his government had achieved the “longed-for pacification” of Bolivia.

Government of Facto de Bolivia abrogated a decree that exempted the Armed Forces from criminal responsibility in repression actions pic.twitter.com/mzlQRtK1tg

– Larissa Costas (@Larissacostas) November 28, 2019

With this cessation of immunity from official repression, an operation of whitewashing of the massacres culminated that began with the words of the coup apparatus amplified by media allied to regime change. A testimony from Senkata said: “They are killing us and there is no Bolivian channel”.

Media coverage of the crime

What the media projects until the present day is that Morales was a “dictator” who “sought his own coup,” a line of opinion shared both by Infobae columnists and by a certain “left”. The so-called “civil society” leaders, especially the wealthy businessmen of Santa Cruz (Bolivian economic center), along with “young students” and “ordinary people” achieved a propitious climax for the “recovery of democracy”.

The narratives for a regime change do not differ much from the manual if it is a coup d’état tutored by the OAS and the U.S. government. The self-proclaimed Áñez herself thanked CNN “for all the coverage of what has happened in Bolivia,” a confession that evidences the active role of the media in the construction of meaning and perception of events.

This coverage, not surprisingly, only gave voice to the executioner, not to the victim.

In the framework of the Senkata massacre, the armed forces justified the military intervention from the first moment by means of a communiqué, which referred to the Manual on the Use of Force in Internal Conflicts, signed in 2005 by Carlos Mesa, then president, perhaps meaning that the impunity provided by Decree No. 4.078 was not necessary in this case because it was a “Strategic Essential Public Service”: the flow of fuel had to be re-established however it happened.

“We called for maintaining rationality in order to avoid irreversible damage to people, to the public and private property of the sector”: the bloody repression was thus justified with a neolanguage that spoke of “rationality” and “irreversible damage” when the victims were the object of massacres.

In fact, the deaths were excused by the army as necessary to “avoid a greater evil” by citing a technical report. In the media, they repeated that if the advance of “agitators and ardent vandals” had not been contained, a chain explosion could have been generated after the hypothetical affectation of the central gas containers as a result of the shooting, which could have caused thousands of deaths.

Those same media, both Bolivian and international, spoke of “clashes” and “confrontations” between the military-police corps and the unarmed demonstrators, in order to avoid that uncomfortable word called “repression” (if the case were -again- in Venezuela, Cuba or Nicaragua, the terms would be inverted).

These arguments do not stand up to the slightest analysis of the facts, as has been demonstrated by the Ombudsman’s Office, the IACHR and the Argentine delegation.

https://i1.wp.com/misionverdad.com/sites/default/files/styles/mv2_820/public/heridos_masacre_de_sacaba_bolivia.jpgDemonstrators injured inside an ambulance in Sacaba (Cochabamba) on the day of the massacre (Photo: Danilo Balderrama / Reuters)

The silence in the media and social networks around what happened in Sacaba and Senkata is the icing on the cake for the whitewashing of the massacres, which catalyzes the shock of the population as a consequence of the events towards an assimilation of violent death. The fear of murder without impunity transcends the official and media discourse on the psyche of anyone who tries to mobilize within the framework of the post-coup conflict.

The forced departures from the air of TeleSur and RT channels in Bolivia are part of this narrative shield for the criminal cover-up of the de facto government, with the banner of censorship.

That is why the IACHR rapporteur in Bolivia insists: “Despite the fact that official information speaks of deaths in clashes between civilians, we believe that an international investigation is required because we do not internally find guarantees for an impartial and firm investigation”.

Reasons for a massacre

The massacres are often referred to as “irrational,” because for a massacre to occur there is a trigger but not a cause. However, the analysis leads to the conclusion that Sacaba and Senkata were calculated acts, which at least clarify the testimonies and reports of the events.

Just days after the repression in Cochabamba, Evo Morales denounced via Twitter that the coup plotters were seeking to consummate a “state of siege” in Bolivia.

Instead of pacification, they order defamation and repression against brothers in the countryside who denounce the coup d’état. After massacring 24 indigenous people, they are now preparing a State of Siege. It would be the confirmation that by asking for democracy they installed a dictatorship.

– Evo Morales Ayma (@evoespueblo) November 18, 2019

The victims and relatives of the fallen have denounced to alternative media that managed to cover the pertinent testimonies of the ongoing repression, that “they are killing us,” “they are shooting at us like animals,” asking for justice.

They detail how the military fired from helicopters, how the police surrounded the demonstrators and then used their firearms.

This enclosure by land and air is the most vivid expression of the massacres, an image that traces the consummation of a “state of siege” in this Andean-Amazon country.

Added to this is the carte blanche for the “pacification” by Añez, whose repressive objective sheds light on how the power structure in Bolivia is currently being shaped. This new counterinsurgency model, in which every dissident of the de facto government or follower of the Movement Toward Socialism (MAS) is suspected of sedition and terrorism, would support the massacres in Cochabamba and El Alto.

The murder of the masses for purposes of social control, ordering the political landscape and transmitting fear towards the collective psyche of the population is the step that confirms the establishment of the state of siege in Bolivia, where there are no guarantees under the constitutional context that would protect any form of justice for the victims. Where regime change takes place through drawing blood.

For this reason, the task is not to let the Sacaba and Senkata massacres dissolve in memory, since they represent in their proper measure an X-ray of the current repression in Bolivia.

Translation by Internationalist 360º

Source: https://libya360.wordpress.com/2019/12/04/the-sacaba-and-senkata-massacres-how-state-terrorism-operates-in-bolivia/

Ininterrotti crimini di guerra vengono commessi in Yemen dalla criminale coalizione saudita, in un vergognoso silenzio globale

Scritto da Enrico Vigna

Mentre la coscienza della solidarietà internazionale è attenuata e l’attenzione internazionale langue, sepolta dalla disinformazione o peggio dall’indifferenza, quelle organizzazioni che affermano di essere impegnate per i “diritti umani”, si rivelano estranee o distratte  circa l’eccidio sistematico commesso dalla coalizione americano-saudita e loro complici, contro civili, donne e bambini, sistematicamente e ferocemente da cinque anni, ogni giorno nello Yemen.

https://www.yemenpress.org/wp-content/uploads/2019/08/lvl2k20170927084637-696x392.jpg

Dove sono i cantori del “dirittoumanesimo” globale, gli accusatori di “regimi e stati canaglia” indicati da USA e Israele, i praticanti le varie  “rivoluzioni colorate” in ogni dove ci sono  ingiustizie…tranne dove possono infastidire o contrastare interessi NATO o statunitensi?

Perché non levano le loro voci influenti “mediaticamente ed economicamente”, perché tacciono?

Nello Yemen da cinque si attua anni una guerra soprattutto sulla popolazione che vive in prima linea, sottoposta a attacchi indiscriminati che continuano senza sosta, senza alcuna segnale di discontinuità.

Una guerra che ha prodotto finora 3 milioni 650.000 sfollati, continuamente in crescita.
Una aggressione spietata dove non esiste la parola umanitario, dove il cosiddetto diritto internazionale umanitario che dovrebbe proteggere i civili, all’interno di un conflitto è quotidianamente calpestato nel silenzio, letale, internazionale.

 

Secondo molti testimoni e denunce, la coalizione saudita utilizza armamenti USA, prodotti e forniti dalla società Gazal Dynamics, che è fornitrice del sistema aeronautico americano, il quale ha in dotazione  bombe e missili come l’Mk 82, un missile a caduta libera leggera.

La coalizione guidata da Arabia Saudita e Stati Uniti non rispetta i minimi obblighi ai sensi delle leggi di guerra, e utilizza l’armamento statunitense in attacchi palesemente sproporzionati e indiscriminati, che provocano migliaia di vittime civili e danni a strutture civili nel paese arabo.
Dal marzo 2015, la coalizione saudita, ha iniziato questa guerra contro lo Yemen con l’obiettivo dichiarato di schiacciare il movimento Houthi di Ansarullah, che aveva preso il potere e cacciato il fedele alleato di Riyadh, l’ex presidente fuggitivo Abd Rabbuh Mansur Hadi.

Anche secondo il quotidiano La Repubblica: “… Nello Yemen, negli ultimi mesi la crisi umanitaria si è ulteriormente aggravata, restando il punto del mondo dove si sta consumando la tragedia peggiore degli ultimi trent’anni. Un conflitto che, così come è avvenuto in Siria, colpisce soprattutto la popolazione civile, fin dall’inizio della guerra. Dallo scorso dicembre, infatti, nella sostanziale indifferenza della cosiddetta “comunità internazionale” e della maggior parte del sistema mediatico, qualcuno si è messo a calcolare che, di fatto, tre civili ogni giorno vengono uccisi, in media una vittima ogni 8 ore. ..Tre anni e oltre 600.000 persone yemenite morte e ferite, impedendo ai pazienti di recarsi all’estero per cure e bloccando l’ingresso delle medicine nel paese dilaniato dalla guerra…”.
Dopo gli innumerevoli bombardamenti sulle infrastrutture civili e gli ospedali, oggi sono oltre 2.400 i morti di colera e la crisi ha innescato quello che le Nazioni Unite hanno descritto come il peggior disastro umanitario del mondo.

Risultati immagini per yemen guerra

Gli abitanti della provincia di Hodeidah hanno organizzato manifestazioni di protesta per le aggressioni criminali nel loro territorio contro la popolazione  

 

 

Una manifestazione di protesta è stata organizzata dagli  abitanti della provincia di Hodeidah per condannare l’ultimo crimine commesso dagli attacchi aerei sauditi contro i prigionieri nella provincia di Dhamar.
I partecipanti hanno lanciato slogan ed esposto  striscioni per denunciare i crimini del terribile massacro, che ha lasciato decine di prigionieri morti e feriti, che erano elencati nell’accordo di scambio firmato a Stoccolma.

La popolazione ha urlato il suo sdegno e ritiene le Nazioni Unite e la comunità internazionale pienamente responsabili degli atroci crimini commessi dall’aggressione contro il popolo yemenita.
Il 1° settembre l’aggressione aerea di USA-Arabia Saudita aveva lanciato sette incursioni su un edificio utilizzato per prigionieri di guerra a nord della provincia di Dhamar. Più di 150 persone sono state uccise e ferite nel massacro, mentre ancora continua il processo di recupero dei corpi delle vittime.      3 settembre 2019

A cura di Enrico Vigna, CIVG

Preso da:  http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1600:ininterrotti-crimini-di-guerra-vengono-commessi-in-yemen-dalla-criminale-coalizione-saudita-in-un-vergognoso-silenzio-globale&catid=2:non-categorizzato&Itemid=101

Srebrenica: non furono i serbi a compiere la strage ma i tagliagole bosniaci musulmani

 

https://www.vietatoparlare.it/wp-content/uploads/2017/01/Massacro-di-Srebrenica-foto-1-1170x550.jpg

Su Srebrenica a distanza di anni non si è chiarito ancora sulle responsabilità, presento una versione diversa da quella che tutti conosciamo, perché ognuno si faccia una sua idea su quei fatti.
“un gran numero di musulmani è davvero morto a Srebrenica. Alcuni in combattimento “legittimo”, ma altri sono stati davvero giustiziati. Gli amici e i parenti di questi musulmani assassinati vorranno sapere chi ha ordinato veramente questi omicidi. Mentre potrebbe essere di conforto per loro vedere Karadžić e Mladić in carcere all’Aja, potrebbero non essere così felici all’idea che i veri colpevoli sono ancora liberi, soprattutto se alcuni di questi colpevoli comprendono funzionari bosniaco-musulmani nel governo di Sarajevo” (Saker).
(Nicola Bizzi – da Portitalia)
Dopo la confessione shock del politico bosniaco Ibran Mustafić, veterano di guerra, chi restituirà la dignità a Slobodan Milošević, ucciso in carcere, a Radovan Karadžić e al Generale Ratko Mladić, ancora oggi detenuti all’Aja?
Lo storico russo Boris Yousef,  in un suo saggio del 1994, scrisse quella che ritengo una sacrosanta verità: «Le guerre sono un po’ come il raffreddore: devono fare il loro decorso naturale. Se un ammalato di raffreddore viene attorniato da più medici che gli propinano i farmaci più disparati, spesso contrastanti fra loro, la malattia, che si sarebbe naturalmente risolta nel giro di pochi giorni, rischia di protrarsi per settimane e di indebolire il paziente, di minarlo nel fisico, e di arrecare danni talvolta permanenti e imprevedibili».

Yousef scrisse questa osservazione nel Luglio del 1994, nel bel mezzo della guerra civile jugoslava, un anno prima della caduta della Repubblica Serba di Krajina e sedici mesi prima dei discussi accordi Dayton che scontentarono in Bosnia tutte le parti in campo, imponendo una situazione di stallo potenzialmente esplosiva. E ritengo che tale osservazione si adatti a pennello al conflitto jugoslavo. Un lungo e sanguinoso conflitto che, formalmente iniziato nel 1991, con la secessione dalla Federazione delle repubbliche di Slovenia e Croazia, era stato già da tempo preparato e pianificato da alcune potenze occidentali (con in testa l’Austria e la Germania), da diversi servizi segreti, sempre occidentali, da gruppi occulti di potere sovranazionali e transnazionali (Bilderberg, Trilaterale, Pinay, Ert Europe, etc.) e, per certi versi, anche dal Vaticano.
La Jugoslavija, forte potenza economica e militare, da decenni alla guida del movimento dei Paesi non Allineati, dopo la morte del Maresciallo Tito, avvenuta nel 1980, era divenuta scomoda e ingombrante e, di conseguenza, l’obiettivo geo-strategico primario di una serie di avvoltoi che miravano a distruggerla, a smembrarla e a spartirsi le sue spoglie.
Si assistette così ad una progressiva destabilizzazione del Paese, avviata già nel biennio 1986-87, destabilizzazione alla quale si oppose con forza soltanto Slobodan Milošević, divenuto Presidente della Repubblica Socialista di Serbia, e che toccò il culmine con la creazione in Croazia, nel Maggio del 1989, dell’Unione Democratica Croata (Hrvatska Demokratska Zajednica o HDZ), partito anti-comunista di centro-destra che a tratti riprendeva le idee scioviniste degli Ustascia di Ante Pavelić, guidato dal controverso ex Generale di Tito Franjo Tuđman.
Sarebbe lungo in questa sede ripercorrere tutte le tappe che portarono al precipitare degli eventi, alla necessità degli interventi della Jugoslosvenska Narodna Armija dapprima in Slovenia e poi in Croazia, alla definitiva scissione dalla Federazione delle due repubbliche ribelli e all’allargamento del conflitto nella vicina Bosnia. Si tratta di eventi sui quali esiste moltissima documentazione, la maggior parte della quale risulta però essere fortemente viziata da interpretazioni personali e di parte degli storici o volutamente travisata da giornalisti asserviti alle lobby di potere mediatico-economico europee ed americane. Giornalisti che della Jugoslavija e della sua storia ritengo che non abbiano mai capito niente.
Come ho scritto poc’anzi, ritengo che la saggia affermazione di Boris Yousef si adatti molto bene al conflitto civile jugoslavo. A prescindere dal fatto che esso è stato generato da palesi ingerenze esterne, ritengo che sarebbe potuto terminare ‘naturalmente’ manu militari nel giro di pochi mesi, senza le continue ingerenze, le pressioni e le intromissioni della sedicente ‘Comunità Internazionale’, delle Nazioni Unite e di molteplici altre organizzazioni che agivano dietro le quinte (Fondo Monetario Internazionale, OSCE, UNHCR, Unione Europea e criminalità organizzata italiana e sud-americana). Sono state proprio queste ingerenze (i vari farmaci dagli effetti contrastanti citati nella metafora di Yousef) a prolungare il conflitto per anni, con la continua richiesta, dall’alto, di tregue impossibili e non risolutive, e con la pretesa di ridisegnare la cartina geografica dell’area sulla base delle convenienze economiche e non della realtà etnica e sociale del territorio.
Ma si tratta di una storia in buona parte ancora non scritta, perché sono state troppe le complicità di molti leader europei, complicità che si vuole continuare a nascondere, ad occultare. Ed è per questo che gli storici continuano ad ignorare che la Croazia di Tuđman costruì il suo esercito grazie al traffico internazionale di droga (tutte quelle navi che dal Sud America gettavano l’ancora nel porto di Zara, secondo voi cosa contenevano?). È per questo che continuano a non domandarsi per quale motivo tutto il contenuto dei magazzini militari della defunta Repubblica Democratica Tedesca siano prontamente finiti nelle mani di Zagabria.
Si tratta di vicende che conosco molto bene, perché ho trascorso nei Balcani buona parte degli anni ’90, prevalentemente a Belgrado e a Skopje. Parlo bene tutte le lingue dell’area, compresi i relativi dialetti, e ho avuto a lungo contatti con l’amministrazione di Slobodan Milošević, che ho avuto l’onore di incontrare in più di un’occasione. Sono stato, fra l’altro, l’unico esponente politico italiano ad essere presente ai suoi funerali, in una fredda giornata di Marzo del 2006.
Sono stato quindi un diretto testimone dei principali eventi che hanno segnato la storia del conflitto civile jugoslavo e degli sviluppi ad esso successivi. Ho visto con i miei occhi le decine di migliaia di profughi serbi costretti a lasciare Knin e le altre località della Srpska Republika Krajina, sotto la spinta dell’occupazione croata delle loro case, avvenuta con l’appoggio dell’esercito americano.
Ho seguito da vicino tutte le tappe dello scontro in Bosnia, i disordini nel Kosovo, la galoppante inflazione a nove cifre che cambiava nel giro di poche ore il potere d’acquisto di una banconota. Ho vissuto il dramma, nel 1999, dei criminali bombardamenti della NATO su Belgrado e su altre città della Serbia. Ed è per questo che non ho mai creduto – a ragione – alle tante bugie che riportavano la stampa europea e quella italiana in primis. Bugie e disinformazioni dettate da quell’operazione di marketing pubblicitario (non saprei come altro definirla) pianificata sui tavoli di Washington e diLangley che impose a tutta l’opinione pubblica la favoletta dei Serbi ‘cattivi’ aguzzini di poveri e innocenti Croati, Albanesi e musulmani bosniaci. Favoletta che ha però incredibilmente funzionato per lunghissimo tempo, portando all’inevitabile criminalizzazione e demonizzazione di una delle parti in conflitto e tacendo sui crimini e sulle nefandezze delle altre.
La guerra, e a maggior ragione una guerra civile, non è ovviamente un pranzo di gala e non vi si distribuiscono caramelle e cotillon. In guerra si muore. In guerra si uccide o si viene uccisi. La guerra significa fame, sofferenza, freddo, fango, sudore, privazioni e sangue. Ed è fatta, necessariamente, anche di propaganda. Durante il lungo conflitto civile jugoslavo nessuno può negare che siano state commesse numerose atrocità, soprattutto dettate dal risveglio di un mai sopito odio etnico. Ma mai nessun conflitto, dal termine della Seconda Guerra Mondiale, ha visto un simile massiccio impiego di ‘false flag’, azioni pianificate ad arte, quasi sempre dall’intelligence, per scatenare le reazioni dell’avversario o per attribuirgli colpe non sue. Ho già spiegato il concetto di ‘false flag’ in numerosi miei articoli, denunciando l’escalation del loro impiego su tutti i più recenti teatri di guerra.
Fino ad oggi la più nota ‘false flag’ della guerra civile jugoslava era la tragica strage di civili al mercato di Sarajevo, quella che determinò l’intervento della NATO, che bombardò ripetutamente, per rappresaglia, le postazioni serbo-bosniache sulle colline della città. Venne poi appurato con assoluta certezza che fu lo stesso governo musulmano-bosniaco di Alija Izetbegović a uccidere decine di suoi cittadini in quel cannoneggiamento, per far ricadere poi la colpa sui Serbi.
E quella che io ho sempre ritenuto la più colossale ‘false flag’ del conflitto, ovvero il massacro di oltre mille civili musulmani avvenuto a Srebrenica, del quale fu incolpato l’esercito serbo-bosniaco comandato dal Generale Ratko Mladić, che da allora venne accusato di ‘crimi di guerra’ e braccato dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja fino al suo arresto, avvenuto il 26 Maggio 2011, si sta finalmente rivelando in tutta la sua realtà. In tutta la sua realtà, appunto, di ‘false flag’.
I giornali italiani, che all’epoca scrissero titoli a caratteri cubitali per dipingere come un ‘macellaio’ ilGenerale Mladić e come un folle criminale assetato di sangue il Presidente della Repubblica Serba di Bosnia Radovan Karadžić, anch’egli arrestato nel 2008 e sulla cui testa pendeva una taglia di 5 milioni di Dollari offerta dagli Stati Uniti per la sua cattura, hanno praticamente passato sotto silenzio una sconvolgente notizia. Una notizia a cui ha dato spazio nel nostro Paese soltanto il quotidiano Rinascita, diretto dall’amico Ugo Gaudenzi, e fa finalmente piena luce sui fatti di Srebrenica, stabilendo che la colpa non fu dei vituperati Serbi, ma dei musulmani bosniaci.
Ibran Mustafić, veterano di guerra e politico bosniaco-musulmano, probabilmente perché spinto dal rimorso o da una crisi di coscienza, ha rilasciato ai media una sconcertante confessione: almeno mille civili musulmano-bosniaci di Srebrenica vennero uccisi dai loro stessi connazionali, da quelle milizie che in teoria avrebbero dovuto assisterli e proteggerli, durante la fuga a Tuzla nel Luglio 1995, avvenuta in seguito all’occupazione serba della città. E apprendiamo che la loro sorte venne stabilita a tavolino dalle autorità musulmano-bosniache, che stesero delle vere e proprie liste di proscrizione di coloro a cui «doveva essere impedito, a qualsiasi costo, di raggiungere la libertà».
Come riporta Enrico Vigna su Rinascita, Ibran Mustafić ha pubblicato un libro, Caos pianificato, nel quale alcuni dei crimini commessi dai soldati dell’esercito musulmano della Bosnia-Erzegovina contro i Serbi sono per la prima volta ammessi e descritti, così come il continuo illegale rifornimento occidentale di armi ai separatisti musulmano-bosniaci, prima e durante la guerra, e – questo è molto significativo – anche durante il periodo in cui Srebrenica era una zona smilitarizzata sotto la protezione delle Nazioni Unite.
Mustafić racconta inoltre, con dovizia di particolari, dei conflitti tra musulmani e della dissolutezza generale dell’amministrazione di Srebrenica, governata dalla mafia, sotto il comandante militare bosniaco Naser Orić. A causa delle torture di comuni cittadini nel 1994, quando Orić e le autorità locali vendevano gli aiuti umanitari a prezzi esorbitanti invece di distribuirli alla popolazione, molti bosniaci fuggirono volontariamente dalla città. «Coloro che hanno cercato la salvezza in Serbia, sono riusciti ad arrivare alla loro destinazione finale, ma coloro che sono fuggiti in direzione di Tuzla ( governata dall’esercito musulmano) sono stati perseguitati o uccisi», svela Mustafić. E, ben prima del massacro dei civili musulmani di Srebrenica nel Luglio 1995, erano stati perpetrati da tempo crimini indiscriminati contro la popolazione serba della zona. Crimini che Mustafić descrive molto bene nel suo libro, essendone venuto a conoscenza già nel 1992, quando era fuggito da Sarajevo a Tuzla.
«Lì – egli scrive – il mio parente Mirsad Mustafić mi mostrò un elenco di soldati serbi prigionieri, che furono uccisi in un luogo chiamato Zalazje. Tra gli altri c’erano i nomi del suo compagno di scuola Branko Simić e di suo fratello Pero, dell’ex giudice Slobodan Ilić, dell’autista di Zvornik Mijo Rakić, dell’infermiera Rada Milanović. Inoltre, nelle battaglie intorno ed a Srebrenica, durante la guerra, ci sono stati più di 3.200 Serbi di questo e dei comuni limitrofi uccisi».
Mustafić ci riferisce a riguardo una terribile confessione del famigerato Naser Orić, confessione che non mi sento qui di riportare per l’inaudita credezza con cui questo criminale di guerra descrive i barbari omicidi commessi con le sue mani su uomini e donne che hanno avuto la sventura di trovarsi alla sua mercé. Ma voglio citare il racconto di uno zio di Mustafić, anch’esso riportato nel libro: «Naser venne e mi disse di prepararmi subito e di andare con la Zastava vicino alla prigione di Srebrenica. Mi vestii e uscii subito. Quando arrivai alla prigione, loro presero tutti quelli catturati precedentemente a Zalazje e mi ordinarono di ritrasportarli lì. Quando siamo arrivati alla discarica, mi hanno ordinato di fermarmi e parcheggiare il camion. Mi allontanai a una certa distanza, ma quando ho visto la loro furia ed il massacro è iniziato, mi sono sentito male, ero pallido come un cencio. Quando Zulfo Tursunović ha dilaniato il petto dell’infermiera Rada Milanovic con un coltello, chiedendo falsamente dove fosse la radio, non ho avuto il coraggio di guardare. Ho camminato dalla discarica e sono arrivato a Srebrenica. Loro presero un camion, e io andai a casa a Potocari. L’intera pista era inondata di sangue».
Da quanto ci racconta Mustafić, gli elenchi dei ‘bosniaci non affidabili’ erano ben noti già da allora alla leadership musulmana ed al Presidente Alija Izetbegović, e l’esistenza di questi elenchi è stata confermata da decine di persone. «Almeno dieci volte ho sentito l’ex capo della polizia Meholjić menzionare le liste. Tuttavia, non sarei sorpreso se decidesse di negarlo», dice Mustafić, che è anche un membro di lunga data del comitato organizzatore per gli eventi di Srebrenica. Secondo Mustafić, l’elenco venne redatto dalla mafia di Srebrenica, che comprendeva la leadership politica e militare della città sin dal 1993. I ‘padroni della vita e della morte nella zona’, come lui li definisce nel suo libro. E, senza esitazione, sostiene: «Se fossi io a dover giudicare Naser Orić, assassino conclamato di più di 3.000 Serbi nella zona di Srebrenica (clamorosamente assolto dal Tribunale Internazionale dell’Aja!) lo condannerei a venti anni per i crimini che ha commesso contro i Serbi; per i crimini commessi contro i suoi connazionali lo condannerei a minimo 200.000 anni di carcere. Lui è il maggiore responsabile per Srebrenica, la più grande macchia nella storia dell’umanità».
Ma l’aspetto più inquietante ed eclatante delle rivelazioni di Mustafić  è l’ammissione che il genocidio di Srebrenica è stato concordato tra la comunità internazionale e Alija Izetbegović , e in particolare tra Izetbegović e il presidente USA Bill Clinton, per far ricadere la colpa sui Serbi, come Ibran Mustafić afferma con totale convinzione.
«Per i crimini commessi a Srebrenica, Izetbegović e Bill Clinton sono direttamente responsabili. E, per quanto mi riguarda, il loro accordo è stato il crimine più grande di tutti, la causa di quello che è successo nel Luglio 1995. Il momento in cui Bil Clinton entrò nel Memoriale di Srebrenica è stato il momento in cui il cattivo torna sulla scena del crimine», ha detto Mustafić. Lo stesso Bill Clinton, aggiungo io, che superò poi se stesso nel 1999, con la creazione ad arte delle false fosse comuni nel Kosovo (altro clamoroso esempio di ‘false flag’), nelle quali i miliziani albanesi dell’UCK gettavano i loro stessi caduti in combattimento e perfino le salme dei defunti appositamente riesumate dai cimiteri, per incolpare mediaticamente, di fronte a tutto il mondo, l’esercito di Belgrado e poter dare il via a due mesi di bombardamenti sulla Serbia.
Come sottolinea sempre Mustafić, riguardo a Srebrenica ci sono inoltre state grandi mistificazioni sui nomi e sul numero reale delle vittime. Molte vittime delle milizie musulmane non sono state inserite in questo elenco, mentre vi sono stati inseriti ad arte cittadini di Srebrenica da tempo emigrati e morti all’estero. E un discorso simile riguarda le persone torturate o che si sono dichiarate tali. «Molti bosniaci musulmani – sostiene Mustafić – hanno deciso di dichiararsi vittime perché non avevano alcun mezzo di sostentamento ed erano senza lavoro, così hanno usato l’occasione. Un’altra cosa che non torna è che tra il 1993 e il 1995 Srebrenica era una zona smilitarizzata. Come mai improvvisamente abbiamo così tanti invalidi di guerra di Srebrenica?».
Egli ritiene che sarà molto difficile determinare il numero esatto di morti e dei dispersi di Srebrenica. «È molto difficile  – sostiene nel suo libro – perché i fatti di Srebrenica sono stati per troppo tempo oggetto di mistificazioni, e il burattinaio capo di esse è stato Amor Masović, che con la fortuna fatta sopra il palcoscenico di Srebrenica potrebbe vivere allegramente per i prossimi cinquecento anni! Tuttavia, ci sono stati alcuni membri dell’entourage di Izetbegović che, a partire dall’estate del 1992, hanno lavorato per realizzare il progetto di rendere i musulmani bosniaci le permanenti ed esclusive vittime della guerra».
Il massacro di Srebrenica servì come pretesto a Bill Clinton per scatenare, dal 30 Agosto al 20 Settembre del 1995, la famigerata Operazione Deliberate Force, una campagna di bombardamento intensivo, con l’uso di micidiali bombe all’uranio impoverito, con la quale le forze della NATO distrussero il comando dell’esercito serbo-bosniaco, devastandone irrimediabilmente i sistemi di controllo del territorio. Operazione che spinse le forze croate e musulmano-bosniache ad avanzare in buona parte delle aree controllate dai Serbi, offensiva che si arrestò soltanto alle porte della capitale serbo-bosnica Banja Luka e che costrinse i Serbi ad un cessate il fuoco e all’accettazione degli accordi di Dayton, che determinarono una spartizione della Bosnia fra le due parti (la croato-musulmana e la serba). Spartizione che penalizzò fortemente la Republika Srpska, che venne privata di buona parte dei territori faticosamente conquistati in tre anni di duri combattimenti.
Alija Izetbegović, fautore del distacco della Bosnia-Erzegovina dalla federazione jugoslava nel 1992, dopo un referendum fortemente contestato e boicottato dai cittadini di etnia serba (oltre il 30% della popolazione) è rimasto in carica come Presidente dell’autoproclamato nuovo Stato fino al 14 Marzo 1996, divenendo in seguito membro della Presidenza collegiale dello Stato federale imposto dagli accordi di Dayton fino al 5 Ottobre del 2000, quando venne sostituito da Sulejman Tihić. È morto nel suo letto a Sarajevo il 19 Ottobre 2003 e non ha mai pagato per i suoi crimini. Ha anzi ricevuto prestigiosi premi e riconoscimenti internazionali, fra cui le massime onorificenze della Croazia (nel 1995) e della Turchia (nel 1997). E ha saputo bene far dimenticare agli occhi della ‘comunità internazionale’ la sua natura di musulmano fanatico e fondamentalista ed i suoi numerosi arresti e le sue lunghe detenzioni, all’epoca di Tito, (in particolare dal 1946 al 1949 e dal 1983 al 1988) per attività sovversive e ostili allo Stato.
Nella sua celebre Dichiarazione Islamica, pubblicata nel 1970, dichiarava: «non ci sarà mai pace né coesistenza tra la fede islamica e le istituzioni politiche e sociali non islamiche» e che «il movimentoislamico può e deve impadronirsi del potere politico perché è moralmente e numericamente così forte che può non solo distruggere il potere non islamico esistente, ma anche crearne uno nuovo islamico». E ha mantenuto fede a queste sue promesse, precipitando la tradizionalmente laica Bosnia-Erzegovina, luogo dove storicamente hanno sempre convissuto in pace diverse culture e diverse religioni, in una satrapia fondamentalista, con l’appoggio ed i finanziamenti dell’Arabia Saudita e di altri stati del Golfo e con l’importazione di migliaia di mujahiddin provenienti da varie zone del Medio Oriente, che seminarono in Bosnia il terrore e si resero responsabili di immani massacri.
Slobodan Milošević, accusato di ‘crimini contro l’umanità’ (accuse principalmente fondate su una sua presunta regia del massacro di Srebrenica), nonostante abbia sempre proclamato la sua innocenza, venne arrestato e condotto in carcere all’Aja. Essendo un valente avvocato, scelse di difendersi da solo di fronte alle accuse del Tribunale Penale Internazionale, ma morì in circostanze mai chiarite nella sua cella l’11 Marzo 2006. Sono insistenti le voci secondo cui sarebbe stato avvelenato perché ritenuto ormai prossimo a vincere il processo e a scagionarsi da ogni accusa, e perché molti leader europei temevano il terremoto che avrebbero scatenato le sue dichiarazioni.
Radovan Karadžić, l’ex Presidente della Repubblica Serba di Bosnia, e il Generale Ratko Mladić, comandante in capo dell’esercito bosniaco, sono stati anch’essi arrestati e si trovano in cella all’Aja. Sul loro capo pendono le stesse accuse di ‘crimini contro l’umanità’, fondate essenzialmente sul massacro di Srebrenica.
Adesso che su Srebrenica è finalmente venuta fuori la verità, dovrebbe essere facile per loro arrivare ad un’assoluzione, a meno che qualcuno non abbia deciso che debbano fare la fine di Milošević.
Ma chi restituirà a loro e al defunto Presidente Jugoslavo la dignità e l’onorabilità? Tutte le grandi potenze occidentali, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, dovrebbero ammettere di aver sbagliato, ma dubito sinceramente che lo faranno.
fonte Saker

Preso da: https://www.vietatoparlare.it/srebrenica-non-furono-serbi-compiere-la-strage-tagliagole-bosniaci-musulmani/

LA PERSECUZIONE DEI SERBI NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

1 gennaio 2016,

di Renzo Paternoster –
La storia dei serbi è costellata di lotte contro l’oppressione e l’assimilazione. Una sfida che nel corso della storia ha portato ai patimenti della schiavitù imposta dall’Impero Ottomano, poi all’ostilità criminale degli Ùstascia, per finire, alla controversa guerra scoppiata con la dissoluzione della Jugoslavia.
La storia della Serbia, e in particolare la storia del XX secolo, è scritta col sangue di un popolo maltrattato per motivi etnici, politici e religiosi. Un Paese da sempre crocevia degli interessi delle potenze mondiali e vittima dei regimi succedutesi nel tempo.
Tracce di primi insediamenti nell’attuale Serbia risalgono alla Preistoria. Nel X secolo l’Imperatore Costantino Porfirogenito nel De Administrando Imperio citava la “Servia” (si tratta di un artefatto dell’alfabeto cirillico, in cui la “b” in cirillico è tradotta in latino con “v”).
Organizzati in piccoli principati guidati da uno župan (giuppano), il popolo serbo subì tra il VII e il XII secolo il dominio dei grandi imperi vicini: prima i Bizantini, poi i bulgari di Simeone, poi di nuovo l’impero Bizantino. In questo periodo, tra tutte le entità territoriali serbe, due emersero politicamente: il principato di Zeta (o Zenta) e il principato di Raška, (traslitterato anche come Raschka o Rassa). Il primo è considerato antesignano del moderno Montenegro, il secondo è territorialmente e nazionalmente il nocciolo da cui, grazie al župan Stefano Nemanja (1117-1199), si svilupperà il regno di Serbia.
Tra l’871 e l’875 la Nazione serba si converte al Cristianesimo, anche grazie all’opera di rinnovamento spirituale dei missionari Cirillo e Metodio. Più tardi i sovrani serbi della famiglia Nemanja, cambiando politica verso l’esterno, convertono la nazione stabilmente all’Ortodossia con la creazione di una Chiesa autocefala.
Alla fine del 1400 le regioni serbe sono conquistate dagli ottomani. Da allora e fino alla formazione del Principato di Serbia (1830), il popolo serbo resta soggetto ai Turchi. Nonostante la severa dominazione ottomana, la società serba conserva la specifica individualità nazionale, assieme alla propria religione ortodossa. Nell’Età moderna, la Serbia è riconosciuta a livello internazionale dal Congresso di Berlino del 1878.
Dopo il primo conflitto mondiale, nel 1918 si forma il “Regno dei Serbi, Croati e Sloveni”, che comprende la Croazia, la Bosnia, l’Erzegovina, la Vojvodina, l’entroterra sloveno, la penisola dell’Istria, parte della Venezia Giulia e la Dalmazia. Si tratta di uno Stato molto debole, composto di elementi eterogenei e tante differenti realtà, prima fra tutte la religione. Questa unione politica “strana” nasce dai timori della Croazia e della Slovenia di perdere i propri territori in favore dell’Italia, vincitrice della guerra mondiale. La nuova entità politica è posta sotto la dinastia regnante serba del principe Alessandro Karađorđević. A seguito di dissidi politici interni tra croati e serbi, e dopo l’uccisione di Stjepan Radić, leader del Partito Contadino Croato, ferito mortalmente il 20 giugno 1928 da un deputato montenegrino, durante una seduta del Parlamento del Regno, il reggente Alessandro Karađorđević sospende la Costituzione e il Parlamento, mette al bando i partiti nazionali, dichiara decaduto il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e proclama la nascita del Regno di Jugoslavia. Alessandro suddivide il territorio a tavolino, creando dei distretti (banovine), senza dunque tener conto delle differenze nazionali. In questo modo pensa di superare le distinzioni tra i popoli che compongono il nuovo Regno. Questo scontenta i nazionalisti croati, che si organizzano in un movimento indipendentista, la “Organizzazione Rivoluzionaria Croata Ùstascia” (Ustaša – Hrvatska revolucionarna organizacija). Il termine “ùstascia” (in croato ustaša) proviene dal verbo ustati o ustajati che significa “insorgere, risvegliare”.
Belgrado dopo i bombardamenti dell'aprile 1941

Belgrado dopo i bombardamenti dell’aprile 1941

Mentre in Europa la Germania di Hitler inizia a disgregare militarmente il vecchio ordine politico, il Regno di Jugoslavia, attraverso il principe reggente Pavle (Paolo) Karađorđević, firma l’adesione al Patto Tripartito (25 marzo 1941). In verità, in un incontro segreto tra Hitler e il principe Paolo, tenutosi a Berchtesgaden il 4 marzo, il reggente jugoslavo aveva vincolato l’adesione al Patto Tripartito alla promessa del Führer di non invadere il Regno di Jugoslavia.
Quando arriva a Belgrado la notizia che il reggente ha firmato un’alleanza con Hitler e Mussolini, scoppia una rivolta e i militari serbi revocano l’adesione al Patto. Pochi giorni dopo, un colpo di stato da parte di vertici militari serbi, guidati dal cugino di Paolo, Pietro II, mettono fine alla reggenza del principe Karađorđević. Hitler prende come un affronto personale la rivolta contro il principe reggente Paolo. Non solo. Il colpo di stato fa saltare l’inizio dell’“Operazione Barbarossa”, il programma d’invasione nazista dell’URSS previsto originariamente per il 15 maggio 1941. La reazione tedesca si concretizza nell’operazione “Castigo”, consistente nell’invasione nazista dei Balcani. La conquista del regno di Jugoslavia comincia con un bombardamento a tappeto sulla città di Belgrado la mattina del 6 aprile 1941. In breve tempo – solamente undici giorni – l’esercito nazista conquista la Jugoslavia. Il Regno è del tutto smembrato: gli italiani prendono parte della Slovenia (provincia di Lubiana), della costa dalmata della Croazia e il Kosovo del Sud, i tedeschi occupano due terzi della Slovenia e larga parte della Serbia, compreso il Nord del Kossovo, l’Ungheria incorpora parte delle Vojvodina e della Slavonia, la Bulgaria si impadronisce della Macedonia. Ciò che resta diventa Stato Indipendente di Croazia (in croato Nezavisna Država Hrvatska). Proclamato il 10 aprile 1941, questa nuova entità politica comprende la Croazia, senza l’Istria e la Dalmazia, tutta la Bosnia-Erzegovina e una parte della Vojvodina (Sirmie). Il controllo del nuovo Stato croato è subappaltato in favore della “Organizzazione Rivoluzionaria Croata Ùstascia”, guidata da Ante Pavelić, ex deputato al Parlamento nazionale di Belgrado nel 1927, che assume il titolo di Poglavnik (condottiero, duce).
Per il popolo serbo inizia un pietoso calvario che si protrae per tutta la guerra.
Il regime italiano di occupazione è duro e crudele: molti partigiani e civili, specialmente quelli di origine serba, sono uccisi o internati in campi di concentramento. Ancora più dura è l’occupazione tedesca in Serbia, considerata dai nazisti abitata da un popolo di razza inferiore. Il governo collaborazionista albanese del Primo ministro Mustafà Kruja, invece, mette in pratica politiche atte a costringere i serbi a lasciare il Paese e a sterminare quelli che si rifiutavano di farlo. Nella regione della Vojvodina, che stata concessa da Hitler all’Ungheria, a occuparsi della persecuzione dei serbi (ma anche degli ebrei e degli zingari) sono soprattutto la minoranza tedesca locale (Volksdeutsche). La Croazia di Pavelić adotta brutali misure repressive sull’opposizione interna, con speciale “cura” per i serbi residenti nel Paese.
Junkers Ju 87 Stuka in volo sul Montenegro

Junkers Ju 87 Stuka in volo sul Montenegro
L’odio viscerale dei nazisti contro i serbi è palese sin dall’inizio dell’“Operazione Castigo”, come la chiamò furiosamente il Führer: ventiquattro ore di seguito di bombardamenti a tappeto da parte della Luftflotte 4 della Luftwaffe sulla città di Belgrado, con un bilancio drammatico di 17mila civili uccisi. Conquistata la Serbia, i nazisti si abbandonarono a spietati crimini contro i civili, con saccheggi, violenze sessuali, deportazioni ed esecuzioni sommarie.
Il Comando militare-amministrativo nazista in Serbia, guidato dall’ufficiale Harald Turner, che affiancava e controllava le autorità civili serbe collaborazioniste, da subito si preoccupa della “questione ebraica”, un problema collegato a quello partigiano serbo. All’inizio dell’invasione era già stato creato l’Einsatzgruppe der Sicherheitspolizei und des Sicherheitsdiensts für Serbien, unità operative militari addestrate per l’annientamento di ebrei, zingari e partigiani.
Proprio i partigiani, molto attivi fin dall’inizio dell’occupazione nazista, diventano un grosso problema per i nazisti. Per tagliare il sostegno dei civili serbi alla lotta partigiana, è creato dai nazisti un “Governo di salvezza nazionale serbo” (Vlada Nacionalnog Spasa Srbije), guidato dal generale serbo Milan Nedić, ex Ministro dell’Esercito e della Flotta nel Regno di Jugoslavia. Il governo è ovviamente sotto il comando militare tedesco. Nedić collabora con i nazisti, consentendo l’apertura di campi di concentramento, la creazione di una Gestapo serba e di una legione militare serba, la Serbisches SS-Freiwilligen Korps (Corpo di Volontari Serbi delle SS).
Nonostante questo, i serbi rispondono con una strenua resistenza, che scatena a sua volta feroci rappresaglie sulla popolazione civile. Nelle direttive del Capo di stato maggiore Wilhelm Keitel e del generale plenipotenziario per la Serbia Franz Böhme, si fissano precise quantità di persone arrestate da fucilare come rappresaglia: cento serbi per ogni tedesco ucciso e cinquanta per ogni ferito.
A ogni azione partigiana serba, dunque, corrisponde una smisurata reazione nazista. Una delle più sanguinose rappresaglie è portata a compimento nella città Kragujevac, nella Serbia centrale, tra il 20 e il 21 ottobre 1941. La ritorsione è decisa per gli attacchi partigiani nelle città di Čačak, Valjevo e Gornj Milanovac, che avevano causato la morte di dieci soldati tedeschi e il ferimento di altri ventisei: almeno cinquemila persone sono fucilate, ma nelle testimonianze a carico dei responsabili durante il processo di Norimberga si è parlato di almeno settemila e trecento vittime; altre diecimila sono arrestate.
Camion camera a gas utilizzato nel campo di Sajmište

Camion camera a gas utilizzato nel campo di Sajmište
La politica concentrazionaria adottata dai nazisti nell’Europa centrale, è ripresa anche nei territori balcanici occupati. In Serbia si aprono così numerosi campi di concentramento e di sterminio per ebrei, rom e serbi. Tra questi i campi di Niš, Šabac, Čačak, Smederevska Palanka, Stari Trg, Kruševac, Zasavica, Pančevo, Banjica, Sajmište.
Gli “ospiti” di questi campi, sono in maggior misura ebrei e rom, principalmente donne, bambini e anziani, visto che la maggior parte degli uomini è soppressa quasi subito. Se molti campi sono creati a modello di quelli polacchi, quindi con forni crematori, in alcuni si fa ricorso a metodi alternativi, come quello dei Gaswagen, traducibile dal tedesco come “camion del gas”, in pratica autocarri cassonati dove stipare da cinquanta a cento persone, in cui è fatto confluire il gas di scarico del motore che uccide le persone alloggiate al suo interno con l’azione del monossido di carbonio.
Alle persecuzioni naziste sul popolo serbo, si aggiungono gli scontri armati tra i partigiani comunisti serbi e forze nazionaliste serbe, che porta la regione sull’orlo della guerra civile, cosa che ovviamente fa comodo agli occupanti tedeschi.
Decapitazione con una sega di un civile serbo da parte Ustascia

Decapitazione con una sega di un civile serbo da parte Ustascia
La nuova Croazia di Ante Pavelić, imbevuta di fanatismo religioso (cattolico) e impregnata di un nazionalismo esasperato, si spande su oltre il 40% del territorio dell’ex Regno di Jugoslavia ed è abitata, oltre dai croati, anche da serbi, musulmani, zingari, ebrei e tedeschi, tutti considerati alieni al nuovo Stato. Tuttavia il nuovo regime concede alla comunità tedesca lo status privilegiato di minoranza, “soprassedendo” sulla presenza dei musulmani. Tutte le altre etnie devono essere in parte eliminate fisicamente (istrebljenje), in parte “convertite” al cattolicesimo, in parte espulse. Sfortunatamente i serbi erano troppi per essere convertiti o scacciati in tempo dalla Croazia, così iniziò la “santa macelleria” ùstascia, “santa” perché attuata anche in nome del Dio cattolico che, paradossalmente, è lo stesso Dio ortodosso.
Il 19 aprile del 1941 sono promulgate le prime leggi razziali, il 30 aprile è emanato un decreto mirante a difendere “la razza ariana e l’onore del popolo croato”, per creare un nuovo spazio vitale “pulito” in una Nazione genuinamente croata. Con questo decreto legge è stabilito che il diritto di cittadinanza nello Stato Indipendente di Croazia spetta solo a «colui che è di origine ariana […]. Ebrei e serbi non sono cittadini dello Stato Indipendente Croato, ma appartenenti allo Stato […]. Solo gli ariani godono dei diritti politici». In altri decreti razziali è stabilito che a serbi, ebrei e nomadi è proibita la circolazione sui marciapiedi e la frequentazione dei luoghi pubblici, dei negozi e dei ristoranti, mentre sui mezzi di trasporto sono affissi degli avvisi con scritto: «Vietato ai serbi, ebrei, zingari e cani». Un decreto stabilisce la “riconoscibilità” dei non ariani: così se agli ebrei tocca essere “marchiati” con la stella gialla a sei punte (la stella di Davide), cucita sulla manica della giacca, i serbi sono obbligati a portare, infilata al braccio, una fascia identificativa di colore blu con la lettera P, come pravoslavni, cioè ortodossi.
Oltre la dignità, ai serbi è sottratta la loro identità: l’alfabeto cirillico è proibito, la denominazione “cristiani serbo-ortodossi” è sostituita con “fede greco-orientale”.
A parte il più bestiale massacro della popolazione compiuto spesso porta a porta, per molti serbi, come anche per ebrei e rom, si aprono le porte dei campi di concentramento.
Sono settantuno i campi di concentramento disseminati per tutta la Croazia, la Bosnia e l’Erzegovina. Tra i più grandi campi di concentramento ùstascia ci sono quelli di Dakovo, Gospic, Danica, Jastrebarsko, Loborgrad, Gornja Rijeka, Tenja, Sisak, Kerestinec, Kruščica, Lepoglava, Caprag, delle isole Arbe e Pago, di Jasenovac. Questi campi sono strutturati in più sottocampi.
Internati nel campo di Sajmiste

Internati nel campo di Sajmiste
Jasenovac è il terzo campo nazi-fascista di concentramento per dimensioni, dopo Auschwitz e Buchenwald, di tutta la Seconda Guerra mondiale. Si trattava di un complesso di cinque campi diversi, collegati fra loro, dove si consuma la maggior parte della storia dei serbi residenti in Croazia.
I lager ùstascia del complesso di Jasenovac si trovavano esattamente al centro dello Stato Indipendente di Croazia, vicino alle rive del fiume Sava, a un centinaio di chilometri a sud-est di Zagabria, nei pressi dell’attuale confine croato-bosniaco.
Per metodo delle esecuzioni e per il sadismo dei carcerieri, i crimini consumati nel sistema concentrazionario di Jasenovac oltrepassano ogni immaginazione umana. A parte la morte procurata da armi da fuoco, considerato un beneficio rispetto ad altri modi di essere giustiziati, a Jasenovac si muore con metodi davvero inumani: con coltelli, asce, seghe, martelli e spranghe, per annegamento, arsi vivi, per fame e per sete, per freddo e per esposizione alle infezioni. Particolare e gradito attrezzo di morte ùstascia è lo srbosjek, in serbo-croato vuol dire “tagliaserbo”: una specie di guanto di pelle con incorporata una lama ricurva, che permetteva di sgozzare con più facilità e sveltezza. Lo srbosjek diviene lo strumento di competizioni sadiche da parte degli ùstascia all’interno dei campi di concentramento: colui che riesce a uccidere il maggior numero di prigionieri nel minor tempo con questo coltello riceve un premio. A Jasenovac, durante una di queste macabre competizioni, Petar “Pero” Brzica, uno studente del Franciscan College of Široki Brijeg in Erzegovina e membro della confraternita dei crociati, ha raggiunto la quantità enorme di 1.360 prigionieri serbi uccisi.
A Jasenovac a dispensare la morte crudele sono anche dei frati francescani: Miroslav Filipovic-Majstorovic, soprannominato “Fra Diavolo”, e Vicko Rendic, entrambi diressero per un certo periodo il campo.
Altri uomini di Chiesa partecipano ai massacri contro i serbi in tutta la Croazia ùstascia. Il ricercatore Mario Aurelio Rivelli ne riporta centotrentotto [cfr. il suo, Ho un elenco di 138 preti e frati massacratori ùstascia, in «Adista», 5 luglio 2003]. Tra questi, i più famosi, oltre a Miroslav Filipovic-Majstorovic e Vicko Rendic, sono il prete Bozidar Bralo, consigliere della famigerata Crna Leggija (Legione Nera), che dopo i massacri dei serbi usa ballare la danza nazionale croata attorno ai cadaveri, oppure il gesuita Dragutin Kamber, capo della polizia di Doboj, in Bosnia, che pretende la sua partecipazione allo sterminio dei serbi ortodossi, oppure ancora i sacerdoti Ilija Tomas e Marko Hovko, che partecipano alla bestiale uccisione di 559 serbi, tra cui anche donne e bambini, a Prebilovici e a Surmanci in Herzegovina.
Particolare “premura” è rivolta verso i capi e gli ecclesiastici della Chiesa Ortodossa Serba, i primi a essere colpiti dalla furia ùstascia.
Il vescovo Platon Jovanović di Banja Luka (Bosnia) è ucciso assieme a suo figlio e al suo confratello padre Dusan Jovanović dopo atroci torture al villaggio di Vrbanja. Il metropolita Sarajevo, l’arcivescovo Petar Zimonić, è torturato e gettato in un pozzo assieme ad altri cinquantacinque preti ortodossi. L’Arcivescovo Dositeo di Zagabria è arrestato e torturato crudelmente, tanto da renderlo irriconoscibile dopo il suo trasferimento a Belgrado, dove muore per le ferite riportate. Il vescovo Sava Trlaic di Plaski, dopo essere stato torturato è condotto sul monte Velebit e gettato in un burrone assieme a numerosi altri serbi. Padre Branko Dobrosavljevic di Veljun è costretto a recitare le preghiere per i morti a suo figlio ancora vivo e poi ad assistere alla sua esecuzione, quindi è poi torturato e ucciso anche lui. Tutta la fraternità del monastero di Žitomislići, vicino Mostar, in Herzegovina, è trucidata e gettata in un pozzo. L’intero complesso sacro è poi demolito e bruciato. Moltissimi altri membri della Chiesa ortodossa serba sono torturati e poi trucidati.
Quasi tutte le chiese ortodosse sono distrutte, incendiate e convertite anche in stalle. Pure i cimiteri ortodossi non sono risparmiati dalla furia distruttiva ùstascia.
Finita la Seconda Guerra Mondiale, la Serbia è inglobata fino al 2006 nella Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Sotto Tito, la popolazione serba si ritrova ancora divisa fra le varie repubbliche della Confederazione jugoslavia. Pure in questa nuova realtà politica l’atteggiamento persecutorio verso la popolazione serba è durissimo: i serbi, secondo il maresciallo Tito, sono colpevoli di aver accettato con troppa benevolenza l’invasore tedesco e, soprattutto, sono troppo filo-sovietici. Per questo vanno isolati, “convertiti” e, se recidivi, uccisi.
La storia è avida di giustizia verso i serbi, perché la tragedia che si è consumata nei Balcani durante la Seconda Guerra Mondiale non ha ancora trovato il giusto spazio nella storiografia: se per alcune vittime c’è un eccesso di memoria, per altre c’è un eccesso di oblio, come se esistesse una graduatoria del male dell’uomo sull’uomo. Fatta eccezione per il grande monumento del lager principale di Jasenovac, un enorme “Fiore di Pietra” dello scultore Bogdan Bogdanović inaugurato nel 1966, per la scultura chiamata “Pioppo dell’Orrore”, posizionata all’interno del campo di concentramento ùstascia nel villaggio di Donja Gradina, e alcune piccole placche commemorative in qualche altro campo di concentramento, fuori i Balcani solo l’Holocaust Memorial Museum di Washington e l’Holocaust Memorial Park di New York ricordano la tragedia dei serbi durante la Seconda Guerra Mondiale. Eppure il numero totale delle vittime serbe dei nazisti e degli ùstascia è compreso tra 950.000 e 1,8 milioni.
Ogni progetto di sterminio in massa rappresenta il trionfo del male, la celebrazione di un arbitrio che si fa norma in un determinato regime politico, rientrando nella legalità giuridica e morale di quel regime. Ogni progetto di sterminio rappresenta una forma di barbarie. Per questo la storia non si costruisce sull’oblio parziale della memoria, perché ogni compimento del male continua a uccidere quando è ricoperto dal velo dell’oblio.
Per saperne di più
Ćirković S.M., I Serbi nel Medioevo, Jaca Book, Milano 1992.
Ćirković S.M., I Serbi. La storia del popolo che nell’angolo più tormentato dell’Europa, ha sempre diviso i giudizi del mondo occidentale, ECIG, Genova 2007.
Cox J.K., The History of Serbia, Greenwood Press, 2002 (orig. 1964).
Morača P., “I crimini commessi da occupanti e collaborazionisti in Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale, in Collotti E. (a cura di), L’occupazione nazista in Europa, Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, Editori Riuniti, Roma 1964, pp. 517-552.
Pavlowitch S.K., Serbia. The History Behind the Name, Hurst & Company, London 2002.
Rivelli M.A., Ho un elenco di 138 preti e frati massacratori ùstascia, in «Adista», 5 luglio 2003.
Scotti G., Kragujevac: la città fucilata, Ferro, Milano 1967.
Serfes N., Serbian Martyrology. Commemoration of the new martyrs of the Serbian land, in The Orthodox Word, August 28, 1999, http://www.serfes.org/orthodox/serbianmartyrs.htm
Skoro G., Genocide over the Serbs in the Independent State of Croatia. Be Catholic or Die, Institute of Contemporary History, Beograd 2000.
Staffa G., I personaggi più malvagi della Chiesa. Dalla Santa Inquisizione all’Olocausto, la crudeltà si annida tra le pieghe millenarie del clero, Newton, Roma 2013.

Per non dimenticare i massacri contro i Serbi: Kravica 1993.

Kravica 1993-2013: una strage impunita e dimenticata

Bosnia, Kravica 1993-2013: una strage impunita e dimenticata,
e un Natale di dolore e solitudine per i serbi
Enrico Vigna (*)

Banja Luka, Rep. Srpska di Bosnia, 5 gennaio 2013

Nel villaggio di Kravica nei pressi di Bratunac, si è celebrato con una funzione funebre il 20° anniversario del massacro di 49 persone in occasione del Natale ortodosso del 1993; una strage efferata commessa da unità dell’Armija Bosniaca musulmana secessionista, sotto il comando di Naser Oric,.

La cerimonia funebre è stata officiata nella chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo (che fu vandalizzata) , e poi sono state poste corone e fiori presso il monumento centrale in Kravica.

Nel Natale ortodosso di 20 anni fa, membri dell’esercito secessionista della BH, sotto il comando di Naser Oric uccisero a Kravica e nella vicina Kravica Zasa, 49 serbi, 80 civili e soldati furono feriti; sette persone furono rapite, di cinque delle quali ancora non sono stati ritrovati i corpi.
Due giorni dopo, vennero trovati e sepolti sette corpi di civili serbi, mentre i resti delle altre 42 vittime sono stati trovati,  identificati e sepolti dopo due mesi.

In quel giorno furono saccheggiate e bruciate 688 case serbe, circa 200 imprese ed edifici ausiliari  e 27 edifici pubblici. Circa 1.000 persone rimasero senza casa. 101 bambini persero uno o entrambi i genitori. Gli uccisi in quei giorni, compresi anche gli altri villaggi vicini che vennero attaccati, furono 158 serbi; in questa regione, i serbi uccisi documentati, furono 3267.

“…Alle famiglie delle vittime fa male la dura verità che nessuno è stato ritenuto responsabile dei crimini contro i serbi in quel giorno di Natale 1993…. “, ha detto il presidente dell’Organizzazione delle famiglie dei soldati e civili uccisi o scomparsi, di Bratunac, Radojka Filipovic .

Oltre al dolore per i familiari, per i vicini e gli amici caduti, gli abitanti sono indignati perché in questi 20 anni nessuno è stato chiamato a rispondere di questo crimine.

In un primo momento Naser Oric fu deferito al Tribunale Penale Internazionale (TPI) dell’Aja, ma venne poi prosciolto e oggi vive tranquillo e ricco in Bosnia. Tra le decine di episodi di omicidi, stupri, mutilazioni, saccheggi che gli erano contestati, vi era anche questa strage; così recitava l’atto di accusa del Tribunale dell’Aia:  “…Un massacro brutale di civili nel villaggio di Kravica, nel Natale ortodosso il 7 gennaio dell’anno  1993…”. Durante il processo egli
dichiarò:
…Abbiamo fatto crimini, sono stati commessi  crimini. Ma chi può giudicare chi ha commesso                         più crimini ?…”.

Esiste un video che mostra l’orrore perpetrato:  all’ingresso del villaggio, due teschi umani furono messi per terra ad uso dei pneumatici delle automobili dei terroristi che andavano e venivano; per le strade del villaggio: mucchi di corpi mutilati collocati uno  accanto all’altro. Il più giovane aveva 20 anni: Risto Popovic, gli spararono in bocca;  dentro la scuola primaria ‘Kravica’ … Ljubica Baskić, aveva settant’anni, ucciso con un colpo di pistola sotto il torace e poi colpito con un oggetto contundente sulla destra  della testa …. Lazzaro Veselinovic, gli mozzarono la testa … Corpi pugnalati, percossi a morte, mutilati atrocemente…  Animali bruciati o impiccati, come i maiali… Sui muri graffiti con scritto “ Naser, Turchia, Bosnia, Ali, Srebrenica “. .. Per la Corte Internazionale, materiale  non sufficientemente importante da farlo vedere in aula…

Nessun rappresentante di alcuna istituzione della Comunità Internazionale europea, del mondo della cosiddetta “società civile” o umanitaria (presenti con centinaia di sigle e ONG in Bosnia), ha partecipato, e nemmeno esponenti della Bosnia-Erzegovina.

Ancora una volta persa, da parte di tutti (… soprattutto dei “tifosi” occidentali di questa Bosnia) , un’ occasione per condividere il dolore della gente e lanciare un segno di denuncia e rifiuto degli orrori e dei crimini, al di là di religioni o etnie, da qualsiasi parte siano commessi. Invece il “razzismo” culturale e politico contro i serbi come etnia ha ancora una volta avuto la meglio; e un processo per una riconciliazione e un avvicinamento tra i popoli…è ancora più lontano.

Essere presenti per testimoniare in un luogo memoriale della miseria e della sofferenza di questo angolo della terra e sostenere il diritto alla verità, alla giustizia soprattutto verso coloro che hanno perso la vita in quella guerra fratricida. Per dire
Gloria eterna a tutti i morti ed eterno rispetto per chi è caduto innocente, di qualsiasi parte esso sia.

Ma forse per certi “tifosi” è troppo difficile sentire nell’anima questi valori e questa coscienza civile, sono troppo impegnati a soddisfare proprie peculiarità esistenziali ed il dolore non lo conoscono, non nella loro carne e anima, ma solo “mediaticamente” o professionalmente.

 “…Poi i dominanti inventeranno misere bugie, per scaricare le colpe su chi viene attaccato, ed ogni persona del reame sarà felice di quelle falsità che gli alleviano la coscienza, e le studierà accuratamente, e si rifiuterà di esaminare qualsivoglia loro confutazione. E così ringrazierà Iddio per i sonni migliori che potrà dormire, in seguito a questo grottesco processo  auto ingannatore…” .    (  M. Twain)  

Documento dal TPI dell’AJA

Oric ascolta in aula le accuse sulle “Distruzioni musulmane”

Testimoni parlano di incendi e saccheggi sistematici da parte delle forze musulmane.
Giustizia internazionale :  ICTY    Numero TRI 379, 9 novembre 2005

Il processo al comandante militare dei musulmani di Srebrenica, Naser Oric, sembra essere entrato in una routine  questa settimana, con tre nuovi testimoni che offrono la loro testimonianza su una serie di attacchi lanciati contro i loro villaggi, da parte delle forze musulmane in autunno e inverno 1992/1993.

Oggi si è parlato di attacchi musulmani su due villaggi serbi sulle rive del fiume Drina ed al villaggio di Glogova . I testimoni hanno parlato di incendi e saccheggi sistematici condotti dalle forze presumibilmente sotto il controllo di Oric, che aveva il compito di guidare e partecipare a tali attacchi. L’imputato è accusato di maltrattamenti e della morte di detenuti serbi tenuti a Srebrenica.

Le testimonianze ascoltate in aula all’Aja questa settimana, sono  focalizzate sulla autunno e l’inverno del 1992 e 1993.

Slavisa Eric, un medico del villaggio di Kravica, ha parlato dell’attacco musulmano a Glogova il 24 dicembre 1992 e la sua successiva riconquista da parte delle forze musulmane . Ha detto che Kravica era circondata dalle forze musulmane da due settimane e successivamente è stato attaccato il 7 gennaio, nel Natale ortodosso serbo.

“…Tutto – tutto ciò che poteva essere bruciato, fu  bruciato…”  così Eric ha descritto il paese dopo l’assalto di Natale.

L’accusa ha mostrato una serie di foto che ritraggono questa distruzione, case bruciate e una scuola di Kravica. Eric ha negato che uno degli edifici erano obiettivi militari legittimi e ha detto che le forze assalitrici non hanno fatto  alcuna distinzione tra obiettivi civili e militari. “Per loro era lo stesso”, ha detto…

…La settimana è proseguita con la testimonianza di due donne, Novka Bosic e Savka Okic, dai villaggi serbi i vicini di Radiovici e Diovici.

Entrambe le testimoni hanno raccontato di un attacco alle loro rispettive frazioni nel 5 ottobre 1992 – Festa Patronale della Famiglia – descrivendo incendi e razzie che lo hanno accompagnato.

“…Eravamo nel campo a raccogliere il raccolto e poi improvvisamente ci stava sparando, una vera sparatoria… “, ha detto la Bosic. “…Si poteva vedere il fumo e la combustione e poi ci siamo resi conto che era un attacco. Potremmo sentire gridare: ‘Catturate i cetnici vivi… ”

Bosic ha detto che molte delle case furono bruciate e quelle che non lo furono, erano semidistrutte in larga misura…”.

…L’accusa inoltre ha insistito sulla questione del saccheggio, un altro crimine di cui Oric è accusato. Le due testimoni hanno dichiarato che il bestiame fu razziato dai villaggi durante gli attacchi….

Nel corso della loro testimonianza, le due donne hanno negato che qualsiasi unità di militari ufficiali erano presenti nei loro villaggi, sostenendo che gli attacchi contro i loro villaggi erano rivolti contro civili e quindi crimini. La difesa ha sostenuto che i loro villaggi erano stati minati ed erano presenti armi pesanti – diventando così obiettivi militari legittimi.

Per la  testimonianza inerente  l’incendio e saccheggio delle case ed la razzia di bestiame, l’accusa ha chiesto di poter mostrare una documentazione visiva che rappresenta  in dettaglio gli omicidi che si sono verificati durante gli attacchi, dicendo che essa è necessaria per una rappresentazione accurata della scena del crimine.

Ma la difesa sostiene che l’accusa non deve introdurre elementi di prova circa le uccisioni avvenute durante gli attacchi, dato che Oric non è mai stato accusato direttamente di questi.

L’accusa imputa invece a Oric di essere responsabile degli omicidi di serbi, che si sono verificati sotto il suo comando, da parte dei suoi subalterni nei centri di detenzione dell’enclave di  Srebrenica…

(*) portavoce del Forum Belgrado Italia
Preso da: https://www.ossin.org/bosnia/1311-kravica-1993-2013-una-strage-impunita-e-dimenticata

La deputata del Kosovo Flora Brovina ammette che foto di “stupri di guerra” sono probabilmente false. Per aver detto la verità, ora è minacciata e insultata

Scritto da Forum Belgrado Italia

La deputata del Kosovo Flora Brovina, ha suscitato indignazione tra gli estremisti albanesi del Kosovo, perché  mostrando ai media una fotografia dove presunti soldati serbi violentano una donna di etnia albanese durante la guerra, ha ammesso che era probabilmente tutto falso.
Flora Brovina si è poi scusata per aver mostrato la fotografia molto brutale ai media. Dove si vedono tre soldati serbi che violentavano una donna di etnia albanese durante la guerra.

https://balkaninsight.com/wp-content/uploads/2019/05/10363374_451218965022937_6591002958908379340_n-1280x720.jpg

“La fotografia è probabilmente falsificata“, ha detto Brovina in una conferenza stampa.
Voglio scusarmi con tutti, specialmente con le donne che sono state violentate durante la guerra. Mi era stata data questa fotografia nel 2003 in una busta. Non avevo pensato di verificarla perché l’ho avuta nel 2003. La persona che me l’ha dato è un attivista per i diritti umani “, ha aggiunto.
Brovina, un deputato del Partito Democratico al governo del Kosovo, ha mostrato la fotografia non censurata ai media nel corridoio dell’Assemblea del Kosovo, durante un dibattito su una proposta di risoluzione parlamentare che accusava la Serbia di aver commesso un genocidio durante la guerra del 1998-99.

Le sue azioni sono state condannate da diverse donne, tra cui l’ex presidente Atifete Jahjaga, e da Vasfije Krasniqi Goodman, una delle prime donne in Kosovo a parlare pubblicamente della sua esperienza di violentata durante la guerra.

La procura speciale del Kosovo ha avviato un’indagine per verificare se la fotografia è autentica o meno. L’indagine è stata avviata dopo che le ricerche online hanno mostrato la stessa immagine su pagine web che indicano che sia stata scattata durante la guerra in Iraq. L’immagine appare anche su un sito di pornografia.

Shpend Ahmeti, il sindaco di Pristina e leader del partito socialdemocratico, ha detto che se il quadro è falso, causerà danni enormi a tutte le vittime della guerra. Anche alcuni politici donne del Kosovo hanno reagito furiosamente dopo che Brovina ha mostrato la foto giovedì, definendo le sue azioni non etiche.
Il deputato Saranda Bogujevci, del partito di opposizione Vetevendosje (AutoDeterminazione), ha affermato che la fotografia non avrebbe dovuto essere resa pubblica.

https://balkaninsight.com/wp-content/uploads/2019/05/specialprosecution-640-2.jpg

Giugno 2019     –     a cura del Forum Belgrado Italia

Preso da: http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1564:la-deputata-del-kosovo-flora-brovina-ammette-che-foto-di-stupri-di-guerra-sono-probabilmente-false-per-aver-detto-la-verita-ora-e-minacciata-e-insultata&catid=2:non-categorizzato

Un’unità israeliana segreta ha distrutto documenti sui massacri contro i palestinesi

Un rapporto rivela l’esistenza di un’unità segreta del Ministero della Difesa israeliano che per anni ha cercato e distrutto documenti che collegavano le forze ebraiche ai massacri commessi contro i palestinesi quando lo Stato di Israele fu fondato nel 1948.

Un'unità israeliana segreta ha distrutto documenti sui massacri contro i palestinesi

Il reportage è stato realizzato dal giornalista israeliano Hagar Shezaf e pubblicato oggi dal quotidiano Haaretz.L’inchiesta fornisce un gran numero di testimonianze sui massacri e l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro case in una vasta operazione di pulizia etnica.

Rivela, inoltre, anche l’esistenza di un’unità segreta del Ministero della Difesa che passa attraverso gli archivi di tutto il paese per rimuovere e distruggere sistematicamente tutti i tipi di documenti storici, e anche le copie di altri documenti, che hanno a che fare con la Nakba, “Catastrofe” causata dai paramilitari ebrei nel 1948.

Uno dei documenti rubati dall’unità segreta israeliana era una copia di un documento originale che lo storico israeliano Benny Morris citava in un articolo pubblicato nel 1986 che descriveva l’espulsione di massa dei palestinesi nel 1948.

Il documento in questione successivamente è scomparso dagli archivi in ??modo tale che in seguito gli storici non sono riuscite a trovarlo e di conseguenza la tesi dell’espulsione forzata dei palestinesi perse forza.

Questo documento compromettente, così come molti altri documenti, è stato rubato dall’unità segreta del Ministero della Difesa israeliano.

Yehiel Horev, il direttore della sicurezza del ministero, ha fatto riferimento alla distruzione da parte dell’esercito di documenti compromettenti, dicendo: “Il problema viene esaminato sulla base del fatto che [i documenti storici] possono danneggiare le relazioni e la difesa estera di Israele.

 

 

Questi sono i criteri ed è un problema che è ancora rilevante.”

Fonte: Haaretz
Notizia del:

Yemen: La strage degli innocenti

Più di 2700 i bambini morti dall’inizio del conflitto.

di Gianluca Vivacqua –
È ormai quasi un lustro che una feroce guerra civile divampa nello Yemen. Il 19 marzo scorso del conflitto tra Houthi e coalizione pro-Hadi a guida saudita è stato festeggiato il quarto anniversario di sangue, ma non era la notizia principale di quel giorno: i media hanno preferito dare maggiore spazio alla vicenda di una massaggiatrice cinese vicina al presidente Trump, Cindy Yang, o al fatto che in Italia la Camera ha approvato la mozione della maggioranza sul memorandum d’intesa con la Cina, per l’adesione alla via della Seta.
Sembra che il destino di questa guerra tanto violenta quanto remota sia ormai sempre più simile a quello del conflitto in Siria, in corso dal 2011.
Alla contrapposizione in armi tra assadiani e anti-assadiani manca poco per eguagliare il record della decennale guerra tra Iraq e Iran, ma è un altro aspetto a cui non si dà la dovuta attenzione: il comune denominatore tra i fatti bellici dello Yemen e quelli siriani, quasi a formare un ideale triangolo con quelli iranian-iracheni, sta in una particolare percezione della comunità internazionale, per cui si tende progressivamente ad operare un’eclissi di informazione su uno scenario che viene considerato o acquisito come permanente. Salvo tornare a parlarne in presenza di sviluppi eclatanti o dati che fanno discutere.
È toccato all’Onu squarciare nuovamente il sipario sullo Yemen, con i numeri relativi ai “caduti” di guerra minorenni. Secondo le stime del Palazzo di Vetro, sono più di 2.770 i bambini uccisi dall’inizio del conflitto. Quasi la metà di essi (47%) risultano periti nel corso dei ripetuti bombardamenti aerei che la coalizione a guida saudita (sostenuta dagli Usa) ha condotto dal 2015 in poi su Sana’a, la capitale in mano agli Houthi da quattro anni, e sulla regione circostante. Più in generale già l’Alto commissariato Onu per i Diritti umani aveva osservato come la sola coalizione comandata da Riad, con i suoi attacchi e le sue incursioni aeree, avesse causato il doppio delle vittime tra la popolazione civile rispetto al resto delle forze in campo.
Tornando alla conta dei martiri involontari di età prescolare e scolare, ancora più consistente è la cifra, 4.730, relativa ai feriti. Sommando piccoli morti e piccoli feriti dunque si arriva a superare le 7mila unità, una fetta abbastanza consistente delle 16mila vittime civili che in totale la guerra (sempre secondo le stime delle Nazioni Unite) avrebbe provocato.
Integra i dati Onu l’impietosa media quotidiana stilata da Save the Children: la Ong calcola che a partire dal 13 dicembre 2018, cioè dalla firma dell’ accordo di Stoccolma, nel Paese ogni giorno si continua a combattere ad un ritmo di otto minori uccisi o gravemente feriti. Il che significa che l’accordo di pace svedese, a parte il cesste-il-fuoco per Hodeida e l’ingresso degli aiuti umanitari nel suo porto, ha generato pochi altri effetti degni di nota.

Preso da: https://www.notiziegeopolitiche.net/yemen-la-strage-degli-innocenti/