La Germania ha guadagnato miliardi dalla crisi che distrutto la Grecia

22 giugno 2018. Lorenzo Vita.
** FILE ** A Euro sculpture is seen in the autumnal sun in front of the European Central Bank ECB building, rear, in Frankfurt, Germany, in this Sept. 24, 2007 file picture. The European Central Bank, along with the U.S. Federal Reserve and others, plans to offer billions in short-term credit to banks in Europe to meet their demand for dollars amid tense financial markets. (AP Photo/Bernd Kammerer)
La Germania ha guadagnato miliardi dalla crisi che ha colpito la Grecia e che ha portato il popolo greco nel baratro dell’indigenza. A rivelarlo non sono movimenti euroscettici, né leader populisti né governi antitedeschi, ma direttamente il governo di Berlino, in risposta a un’interrogazione parlamentare promossa dai Verdi.
Da quanto si è potuto comprendere, le casse della Germania hanno guadagnato circa 2.9 miliardi di euro come conseguenza indiretta della crisi greca. Guadagni scaturiti, in gran parte, come risultato del programma di acquisto di titoli di debito greci da parte della Banca centrale europea.
Il meccanismo funziona così. Dal 2010 la Germania ha acquistato obbligazioni di Atene come parte di un accordo dell’Unione europea per sostenere l’economia greca. Le obbligazioni furono acquistate dalla Bundesbank e poi trasferite al tesoro statale.

L’accordo originale tra Berlino e Atene prevedeva che qualsiasi interesse guadagnato sulle obbligazioni sarebbe stato restituito alla Grecia quando avrebbe adempiuto ai suoi obblighi sulle riforme. Solo che è successo qualcosa che ha cambiato sensibilmente le carte in tavola.
Fino al 2017, la Bundesbank aveva guadagnato utili su quegli interessi pari a 3.4 miliardi di euro. Ma ne ha trasferiti molti di meno alla Grecia. 527 milioni nel 2013 e 387 milioni nel 2014, lasciando un utile di 2 miliardi e mezzo. A questi, si devono poi aggiungere 400 milioni di interessi maturati grazie a un prestito della KfW Bankengruppe (KfW), la Banca per lo sviluppo.
Dati che hanno provocato la rabbia dei Verdi, i quali da sempre chiedono alla Germania di allentare la morsa sul debito greco come gesto per far ripartire l’economia di Atene. “La Germania ha tratto notevoli benefici dalla crisi greca, non è accettabile che il governo consolidi il bilancio tedesco con i benefici della crisi greca”, ha detto il portavoce del gruppo parlamentare verde Sven-Christian Kindler.
Secondo Kindler, i greci hanno mantenuto le loro promesse sulle riforme facendo tagli dolorosissimi, ma “ora è il momento del gruppo euro di mantenere le sue promesse”. Ed è un attacco rivolto soprattutto alla Germania che, insieme ad altri Paesi dell’Europa settentrionale, ha sempre voluto mantenere il pugno duro nei confronti della Grecia.
Ieri, i ministri dell’eurozona hanno finalmente dato il via libera all’atteso taglio del debito pubblico greco. Il governo ellenico è stato “promosso”. Atene ha fatto quello che doveva fare, con 88 riforme sanguinose che l’Europa ha ritenuto necessarie per completare il piano di aiuto ai creditori. L’Ue sborserà l’ultima tranche di prestiti di circa 15 miliardi ed è stato esteso di 10 anni il termine per la scadenza dei prestiti.
“Questo è un momento storico per la Grecia e per l’Eurozona”, ha detto il commissario agli affari economici Pierre Moscovici. Sì, ma a quale prezzo? Come ricordato su questa testata, dal 2010 ad oggi “il potere d’acquisto è crollato del 24%, il 21,2% della popolazione, certifica Eurostat, vive in estrema povertà, il doppio del 2008. Lo scorso anno 130 mila persone, il 333% in più del 2013 hanno rinunciato alle eredità lasciate dai parenti perché non avevano i soldi per pagare le tasse”.
Alexis Tsipras non può certo cantare vittoria. Può solo sommessamente dire grazie ai suoi creditori, così come il popolo greco può provare a pensare di nuovo a un futuro di speranza. Ma i guadagni, cinici, della Germania sul debito greco dimostrano, ancora una volta, di cosa sia fatta questa Unione europea.

Fare cassa su un popolo affamato, per giunta alleato e partner di un’Unione come quella europea, dimostra che  l’Europa germanocentrica non è una realtà del mondo populista, ma uno scoglio per chiunque possa pensare a una Ue diversa. La Grecia, al collasso, che ha bisogno di soldi più di chiunque altro, vede il Paese economicamente più forte lucrare sul suo debito: lo stesso per cui sono morte persone, attività e imprese.

Preso da: http://www.occhidellaguerra.it/germania-crisi-grecia/

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I numeri del tracollo della Grecia: così è stata distrutta dall’austerità

31 agosto 2018

Il 20 agosto scorso Alexis Tsipras ha scelto un riferimento omerico per celebrare la fine del programma di aiuti internazionali alla Grecia, dichiarando da Itaca che per il Paese era finita “la sua Odissea moderna”. Novello Ulisse, Tsipras deve probabilmente aver mangiato, al contrario del suo predecessore letterario, il frutto dell’oblio dei Lotofagi per arrivare a rivendicare un risultato tanto importante. La verità è che per la grande maggioranza della popolazione greca la data del 20 agosto non ha significato nulla di particolare, dopo otto anni di austerità che hanno letteralmente sconvolto il tessuto economico e sociale del Paese sulla scia di politiche restrittive imposte a uno Stato che non aveva una costituzione tale da sopportarla senza effetti traumatici.
Infografica di Alberto Bellotto

Infografica di Alberto Bellotto

Né possono apparire consolanti le dichiarazioni del portavoce di Tsipras, riportate da Agenzia Nova, secondo il quale la Grecia “sta tornando ad avere la piena sovranità economica” e non dovrà operare nuovi tagli alle pensioni, che del resto non avrebbero potuto incidere in maniera notevole visto che i precedenti hanno eroso fino al 70% gli assegni e, dal 2021 in avanti, un neopensionato su due riceverà 550 euro al mese.
I dati sulle pensioni sono solo l’inizio: i numeri del mattatoio economico che ha sconvolto la Grecia, a cui si è unita la massiccia svendita di asset pubblici di cui ha scritto Lorenzo Vita su Gli Occhi della Guerraparlano di un disastro sociale senza precedenti per un Paese oramai letteralmente a pezzi.

La macelleria sociale non allevia il debito della Grecia

L’austerità ha colpito la Grecia principalmente attraverso i tagli massicci alla spesa pubblica, alla prevenzione sociale e all’assistenza alle fasce più deboli della popolazione imposti dai vari memorandum a cui anche Tsipras, eletto con promesse di riscossa e orgoglio nazionale, si è prontamente chinato.
La Grecia, negli ultimi anni, ha registrato gli avanzi primari nel saldo tra entrate e uscite dello Stato più alti d’Europa, pari al 3,9% del Pil nel 2016 e al 4% (7,08 miliardi di euro) nel 2017. In assenza di manovre espansive per favorire la crescita, il solo avanzo primario non contribuisce affatto alla stabilità del debito pubblico, che anzi nel suo rapporto col Pil è notevolmente peggiorato nell’ultimo decennio, dato che il rapporto per la Grecia è passato dal 109,4% del 2008 al 180,8% del 2016.
Meno settore pubblico ha significato, per la Grecia meno investimenti strategici: come segnala Formiche, il Paese non è ancora in grado di coprire i 100 miliardi di deficit di investimenti creati cumulativamente nel periodo tra il 2009 e il 2017. In particolare la Grecia ha perso 16 posizioni nel World Economic Forum – Competitiveness Index nel periodo 2008-2016: è al 28esimo posto rispetto ai 28 Paesi dell’Ue. Inoltre ha perso sei posizioni nell’indice Doing Business della Banca Mondiale nel 2016/2017, mentre è al 27esimo posto tra i 28 paesi dell’Ue. Rigorosa nei suoi conti e nella sua ortodossia neoliberista, la Grecia ha pagato tutte le conseguenze della macelleria sociale nella maniera più grave.

Più che un’Odissea, quella della Grecia è un’ordalia

La Grecia ha impegnato tutta sé stessa nel programma di risanamento: in cambio di un alleviamento della quota di interessi dovuti ai creditori (principalmente istituti finanziari franco-tedeschi) e di un ridimensionamento del suo spread, Atene si è impegnata a spalmare il rimborso dei suoi debiti su un lasso di tempo smodatamente lungo, destinato a protrarsi fino al 2060. Mettere preventivamente in conto quarant’anni di ulteriore austerità significa abdicare a ciò che resta della sovranità politica ed economica del Paese.
L’obiettivo dell’Unione europea è il raggiungimento, entro quell’anno, della quota del 100% del rapporto debito-Pil. Più che un’Odissea, la Grecia è attesa da una vera e propria ordalia del fuoco, come segnala Bloomberg.
“Le proiezioni dell’Ue implicano un pensiero estremamente ottimistico”, si legge su un articolo della testata d’informazione finanziaria ripreso da Voci dall’Estero. “Per esempio, assumono un livello di austerità impossibile: la Grecia deve realizzare un avanzo primario di bilancio (al netto degli interessi) del 3,4% del Pil per un decennio, e poi del 2,2% fino all’anno 2060 – qualcosa che nessun paese dell’area dell’euro con una così  precaria storia economica ha mai fatto. Ridimensionando queste proiezioni a un soltanto improbabile 2 per cento e poi 1 per cento, e usando le stime di crescita e di tasso d’interesse del Fondo monetario internazionale, si ha un quadro molto diverso”, che vede il rapporto sfiorare il 300%.

Infografica di Alberto Bellotto

Infografica di Alberto Bellotto

“Anche in uno scenario ottimistico, la Grecia dovrà prendere in prestito centinaia di miliardi di euro dagli investitori privati ​​per pagare i suoi creditori ufficiali. Se quegli investitori penseranno che i debiti del governo sono fuori controllo, saranno costretti a ritirarsi – e i leader europei dovranno affrontare un’altra crisi greca”, che potrebbe essere prevenuta solo con un ragionevole condono di quote importanti del debito di Atene. Anche perché, sul lungo periodo, la somma della crisi economica all’avanzante inverno demografico che attende il Paese potrebbe rendere ancora più complessa qualsiasi speranza di ripresa.

L’errore del moltiplicatore

Si vuole imporre alla Grecia di proseguire su una strada che si è dimostrata errata sin dalle prime battute, tanto che il Fondo monetario internazionale ha di recente segnalato le valutazioni sbagliate condotte nel 2010 in occasione della scrittura del primo programma di assistenza strutturale ad Atene.
In particolare, l’Fmi aveva imposto a 0,5 il cosiddetto moltiplicatore fiscale che, come si può leggere sul blog di Alberto Bagnai, “esprime l’impatto che una manovra di spesa pubblica avrà sul Pil. Moltiplicatore di 0.5 significa che un aumento di spesa pubblica di un euro incrementa il Pil di 0.5 euro, e naturalmente (moltiplicando per meno uno), che una diminuzione di spesa pubblica di un euro decrementa il Pil di 0.5 euro”. Nella realtà, il moltiplicatore per la Grecia si è dimostrato essere addirittura triplo, come confermato da un crollo del Pil superiore al 25%.
I motivi politici della palese sottostima del moltiplicatore greco da parte del Fmi sono, per Bagnai, evidenti: “Era essenziale insufflare l’idea che i tagli non avrebbero danneggiato ‘troppo’ l’economia greca”, contro ogni evidenza reale. Secondo un disegno che ora si vorrebbe applicare nei decenni a venire.

Redditi a picco, meno sicurezza, meno imposte

Di sicuro la Grecia non può affidare la propria ripartenza ai consumi, a causa dell’erosione subita dal potere d’acquisto (-28% dal 2008) e del deficit di spese private e gettito fiscale per l’ancora elevato livello della disoccupazione, scesa sì di sette punti percentuali rispetto al picco del 2013 (27%) ma ancora circa otto punti sopra rispetto al 2010, come segnala Il Giornale.
Di fatto, sono inoltre stati smantellati gli ammortizzatori sociali: chi è senza un posto da tempo incassa appena il 7% di quanto percepiva prima del licenziamento contro il 55% garantito nella Repubblica ceca e il 68% in Lussemburgo. E chi un lavoro ancora ce l’ha, deve far fronte alla mannaia delle tasse, il 40% su uno stipendio medio mensile di 900 euro, contro il 14% versato dai contribuenti in Irlanda.
Non c’è luce in fondo al tunnel greco: dalle privatizzazioni a raffica al crollo dei prezzi degli asset, il Paese ha recuperato attrattività per gli investimenti proprio grazie alla precarietà delle condizioni del suo sistema economico e della sua società, afflitta dalla piaga di lavori precari e sottopagati: la modesta crescita economica è imputabile soprattutto alla ripresa del turismo e alle esportazioni, ma porta poche briciole nelle tasche di cittadini impoveriti dal dissesto sistemico del Paese.

In Grecia, ha scritto Martina Castigliani sul Fatto Quotidiano, “c’è la guerra. […] ce l’ha portata la troika, Bruxelles, Alexis Tsipras. Ce l’hanno portata gli uomini. Le città sono fortini di resistenza: centri di normalità fanno ombra a strade di periferie abbandonate dove si lotta per l’aria e per il pane”. Un’Odissea senza fine, nonostante i proclami del primo ministro.

Preso da: http://www.occhidellaguerra.it/i-numeri-del-tracollo-della-grecia-distrutta-dallausterita/

I frutti della Troika sulla Grecia: Hiv, disturbi mentali e suicidi

10 novembre 2018.
TOPSHOT - Tourists take pictures of slogans on a wall in central Athens, on August 18, 2018. - On August 20, Greece's third and final bailout officially ends after years of hugely unpopular and stinging austerity measures. The economy is growing slowly, and unemployment fell to below 20 percent in May for the first time since 2011. (Photo by LOUISA GOULIAMAKI / AFP)
La crisi greca esplode nel 2009: all’epoca come primo ministro si è appena insediato George Papandreou del Pasok, figlio di Andreas che risulta capo dell’esecutivo tra gli anni  Ottanta e Novanta e protagonista della vita politica successiva alla caduta dei colonnelli. In quei drammatici mesi dell’autunno del 2009, scoppia la “bolla”. Il governo dichiara di aver trovato bilanci falsificati, di conseguenza il debito appare molto più grave di quanto fino a quel momento si pensa. E già, come dimostrano le due elezioni anticipate in tre anni vissute dal paese e le tensioni sociali scoppiate ad Atene nel dicembre 2008, la situazione in Grecia non sembra rosea di suo prima degli annunci sul deficit da parte di Papandreou. A quel punto scattano i piani della cosiddetta “troika”: Ue, Fmi e Bce impongono riforme radicali alla Grecia, in cambio di prestiti per un valore di miliardi di Euro. È l’inizio del caos.

Il rapporto del Consiglio d’Europa

Quello che avviene da allora è sotto gli occhi di tutti. Vengono imposti piani di austerità che prevedono tagli enormi nella spesa pubblica. Per un paese già in recessione è una mazzata micidiale. Crolla il potere d’acquisto, crolla il commercio, ad Atene molti negozi sono costretti alla chiusura, la Grecia va subito in ginocchio. Vengono licenziati diversi impiegati pubblici, viene tagliato lo stipendio a chi rimane, anche nel privato i salari crollano. Per non parlare poi delle privatizzazioni dei servizi e dei settori più importanti dell’economia ancora in mano allo Stato. A livello politico questo comporta il crollo dei due principali partiti, ossia Pasok di centro sinistra e Nuova Democrazia di centro destra, e la vittoria nel 2015 della sinistra radicale con Tsipras. Nel luglio di quell’anno un referendum boccia l’ennesimo piano di austerità, migliaia di greci festeggiano in piazza il risultato e sembra preludio dell’uscita di Atene dall’Euro. Ma in realtà un nuovo piano, molto simile a quello bocciato, viene poi approvato ed il paese continua con le sue sofferenze.
La domanda di tanti in Europa in questi anni è: qual è la situazione reale in Grecia? Il paese è per davvero così disastrato oppure ci sono alcuni segnali positivi? Per rispondere, nei primi mesi del 2018 viene attivata la commissione diritti umani del Consiglio d’Europa. L’Ente, nonostante il nome, nulla ha a che vedere con Bruxelles e le istituzioni comunitarie: si tratta di un organismo che valuta il rispetto dei valori e dei diritti umani nel vecchio continente. A capo di questa commissione vi è Dunja Mijatović, la quale fino allo scorso 4 giugno assieme ai suoi colleghi gira la Grecia in lungo ed in largo per vedere in che situazione vive la popolazione. Pochi giorni fa vi è la pubblicazione del rapporto. I dati che emergono sono allarmanti: sanità al collasso, istruzione non più garantita, tasso di suicidi aumentato del 40%, numero dei senzatetto quadruplicato dal 2008 al 2016. È lo specchio di un paese devastato, colpito, con una società che vive un momento paragonabile a quello del periodo bellico. In poche parole, la risposta alle domande sopra poste è drammaticamente semplice: la Grecia è in ginocchio. 

Sanità ed istruzione elementi non garantiti

Il popolo greco viene descritto come estremamente depresso, insicuro e sotto stress. Gente che prima del 2008 non ha mai manifestato segni di squilibrio mentale, si ritrova a convivere con patologie tali da costringere spesso le autorità al trattamento obbligatorio. Ci sono giovani che non hanno nemmeno i soldi per emigrare, padri di famiglia passati in pochi anni dalla classe media a non avere più nulla, nemmeno cibo per i propri figli. Ci sono anche donne costrette a prostituirsi per poter sopravvivere, quartieri nelle grandi città diventati estremamente degradati. Ma ci sono poi altri dati che rendono la situazione ancora più agghiacciante. Il consiglio d’Europa riscontra infatti casi di Hiv e tubercolosi in grande aumento. Sembra quasi essenziale a questo punto specificare che tale reportage della commissione non proviene da un paese del terzo mondo, bensì da uno appartenente all’Eurozona. La Grecia fino al 2004 ospita le Olimpiadi, costruisce centri commerciali, si illude di essere a pieno titolo tra i paesi più avanzati. Ma adesso si riscopre terribilmente surclassata dalle imposizioni della troika. Ed impossibilitata a guardare al futuro con ottimismo.
Questo perché la stessa istruzione appare non garantita. I fondi destinati a questo settore sono quelli che risultano tra i più colpiti dall’ascia e dalla scure dei piani di austerità. Molti insegnanti sono stati licenziati o messi in pre pensionamento, chi è riuscito a rimanere all’interno del mondo della scuola deve fare turni più lunghi con paghe molto più misere. La qualità dell’istruzione, si legge nel rapporto, appare incredibilmente compromessa. E la stessa cosa si può dire della sanità. I fondi destinati al servizio sanitario nazionale sono diminuiti almeno del 50% dal 2009. Molti ospedali sono chiusi, in tanti mancano le medicine. Diversi pazienti affetti da tipologie gravi rischiano di non potersi curare perchè non più coperti dal sistema sanitario oppure perché impossibilitati a raggiungere gli unici centri di eccellenza rimasti nelle grandi città. In Grecia il senso di umanità e solidarietà tanto propagandato dall’Europa, quella di Bruxelles e Francoforte, si è perso da tempo. I piani di austerità sono finiti, ma non c’è un elemento da cui poter ricominciare. Tabula rasa, deserto economico: ecco la Grecia post troika. E non è un caso che ad attivarsi sia proprio la commissione sui diritti umani del Consiglio d’Europa. Quel che è stato compiuto in questi anni non è solo una questione economica ma, per l’appunto, coinvolge i basilari principi dei diritti dell’uomo.

Preso da: http://www.occhidellaguerra.it/l-allarme-del-consiglio-d-europa-grecia-al-collasso/

Così l’amministrazione dell’ONU organizza la guerra

Il documento interno delle Nazioni Unite che pubblichiamo dimostra come l’amministrazione dell’ONU agisca in contrasto con le finalità dell’Organizzazione. La gravità della situazione è tale da rendere necessaria una spiegazione del segretario generale, António Guterres; spiegazione che il ministro degli Esteri russo, Sergueï Lavrov, ha già chiesto nei giorni scorsi. Se questo chiarimento non arriverà, gli Stati membri potrebbero rimettere in discussione l’ONU.

| Damasco (Siria)
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Nella foto, l’ex assistente di Hillary Clinton, Jeffrey Feltman, presta giuramento il 2 luglio 2012 sulla Carta delle Nazioni Unite, davanti al segretario generale, il corrottissimo Ban Ki-moon, e diventa il numero due dell’Organizzazione.
A ottobre 2017 il sottosegretario generale delle Nazioni Unite agli Affari Politici, Jeffrey Feltman, ha redatto in segreto un documento per istruire tutte le Agenzie dell’ONU sul comportamento da adottare rispetto al conflitto siriano.

Gli Stati membri dell’Organizzazione non ne sono mai stati informati, neppure quelli del Consiglio di Sicurezza, almeno fino a quando il ministro degli Esteri russo, Sergueï Lavrov, il 20 agosto scorso ne ha rivelato l’esistenza [1].
Ce ne siamo procurati una copia [2].

Il suo contenuto è un tradimento dello spirito della Carta delle Nazioni Unite [3], perché ne capovolge le priorità: per statuto, l’obiettivo fondamentale dell’ONU è «mantenere la pace e la sicurezza internazionale»; per contro, le istruzioni di Feltman gli antepongono il «rispetto dei diritti dell’uomo». Così la difesa dei diritti umani diviene strumento contro la pace.
L’espressione «diritti dell’uomo» esisteva molto prima della sua formulazione giuridica (ossia prima che tali diritti potessero essere fatti valere davanti a un giudice). Il ministero degli Esteri britannico ne fece ampio uso nel XIX secolo per giustificare alcune guerre del Regno Unito. Per esempio, assicurò che, in nome della difesa dei diritti umani, l’Inghilterra era pronta a combattere l’Impero Ottomano. Si trattava in realtà di uno scontro tra l’Impero britannico e la Sublime Porta. I popoli che Londra pretendeva aver liberato non furono certamente più felici ritrovandosi sottomessi al tiranno inglese piuttosto che ad altro tiranno. Nel XX secolo i «diritti dell’uomo» furono dapprima il marchio di fabbrica delle ONG «senza frontiere», poi lo slogan dei trotzkisti collegati alla CIA: i neoconservatori.
La Carta delle Nazioni Unite utilizza sei volte l’espressione «diritti dell’uomo», senza però farne un ideale in sé. Solo la pace può garantirne il rispetto. La guerra, è bene ricordarlo, è un periodo di sconvolgimenti in cui i diritti individuali sono messi da parte, è un contesto di ferocia dove può accadere che, per salvare un popolo, si sia costretti a scegliere di sacrificarne una parte.
Ed è per questo che si fa distinzione tra polizia ed esercito: la polizia protegge i diritti individuali, l’esercito quelli collettivi. La polizia deve rispettare i «diritti dell’uomo», l’esercito può essere costretto a ignorarli. Sembra che nell’epoca contemporanea gli individui, avvolti nel bozzolo della loro agiatezza, abbiano smarrito il senso di queste distinzioni elementari.
Se l’invocazione della difesa dei diritti umani è inizialmente servita da travestimento delle conquiste territoriali, ora, spinta all’estremo, è diventata l’ideologia per giustificare la distruzione delle strutture statali nazionali. Stanno tentando di convincerci che, affinché i nostri diritti vengano rispettati, dobbiamo essere «cittadini del mondo» e accettare una «società aperta», «senza frontiere», amministrata da un «governo mondiale».
Imporre a ognuno di questi «cittadini del mondo» quel che è bene per noi… e dunque per loro, significa disdegnare la storia e la loro cultura.
Nelle istruzioni alle agenzie ONU Feltman prende a pretesto per l’ennesima volta i «diritti dell’uomo». Proprio Feltman, personaggio che, in quanto membro dell’Autorità provvisoria della Coalizione — denominazione abusiva di una società privata, strutturata sul modello della Compagnia delle Indie —, ha governato l’Iraq [4] mostrando così poco rispetto per i diritti degli iracheni.
Ebbene, Feltman ha già esplicitato il suo reale obiettivo per la Siria in una serie di documenti, noti come Piano Feltman [5], ove si propone di abolire la sovranità del popolo siriano e di instaurare, come in Iraq, un’amministrazione straniera.
Nel documento alle Agenzie ONU Feltman, con sfacciataggine, scrive: «Il Piano di azione umanitaria deve continuare a essere umanitario per garantire all’ONU la possibilità di condurre in porto attività umanitarie essenziali per salvare vite e assicurare il soddisfacimento dei bisogni essenziali delle popolazioni. Attività di sviluppo e ricostruzione che vadano al di là dovranno essere trattate in ambiti diversi che, per natura, richiederanno negoziazioni di più lunga durata con i governi coinvolti. È essenziale, tenuto conto delle complesse questioni giuridiche e politiche in gioco». In altri termini, date da mangiare ai rifugiati, ma non combattete la carestia che li rode: si faccia in modo che la ragione del loro morir di fame rimanga uno strumento di cui disporre nei negoziati con il governo siriano.
Giordani, libanesi, turchi ed europei rimarranno sopresi leggendo: «L’ONU non favorirà il rientro dei rifugiati e dei profughi, sosterrà invece i rimpatriati per garantire loro un rientro e una reintegrazione sicuri, dignitosi, informati, volontari e duraturi, nonché il diritto dei siriani di chiedere asilo». Facendo propria la teoria del professor Kelly Greenhill [6], Feltman non vuole aiutare i siriani in esilio a ritornare nel loro Paese, ma intende utilizzare il loro esodo per indebolire la Siria.
«L’assistenza delle Nazioni Unite non deve aiutare chi ha commesso crimini di guerra o crimini contro l’umanità», precisa Feltman, vietando così a titolo cautelativo ogni aiuto a qualunque potere.
Feltman stabilisce anche che: «Solo dopo una transizione politica vera e inclusiva negoziata dalle parti l’ONU sarà disposto a favorire la ricostruzione». Siamo lontanissimi dall’ideale espresso dalla Carta delle Nazioni Unite.

[1] “Sergey Lavrov news conference with Gebran Bassil”, by Sergey Lavrov, Voltaire Network, 20 August 2018.
[2] “Parameters and Principles of UN assistance in Syria”, by Jeffrey D. Feltman, Voltaire Network, 3 September 2018.
[3] « Charte des Nations unies », Réseau Voltaire, 26 juin 1945.
[4] « Qui gouverne l’Irak ? », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 13 mai 2004.
[5] “Draft Geneva Communique Implementation Framework”, “Confidence Building Measures”, “Essential Principles”, “Representativness and Inclusivity”, “The Preparatory Phase”, “The Transitional Governing Body”, “The Joint Military Council and Ceasefire Bodies”, “The Invitation to the International Community to Help Combat Terrorist Organizations”, “The Syrian National Council and Legislative Powers during the Trasition”, “Transitional Justice”, “Local Governance”, “Preservation and Reform of State Institutions”, “Explanatory Memorandum”, “Key Principles revealed during Consultations with Syrian Stake-holders”, “Thematic Groups” (documents non publiés). “La Germania e l’ONU contro la Siria”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Al-Watan (Siria) , Rete Voltaire, 28 gennaio 2016.
[6] “Strategic Engineered Migration as a Weapon of War”, Kelly M. Greenhill, Civil War Journal, Volume 10, Issue 1, July 2008.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article202734.html

L’associazione Vittime della Nato in Libia lotta contro l’impunità dei potenti

28 gennaio 2018

Dalla guerra in Iraq nel 1991 a oggi, nessun tribunale internazionale ha mai processato e giudicato i vincitori delle guerre di aggressione condotte dall’Occidente e dagli alleati del Golfo. E dire che la guerra di aggressione è bandita in modo assoluto dalla carta delle nazioni unite ed è considerata il «crimine internazionale supremo» sin dall’epoca del tribunale di Norimberga (che però giudicò solo i vinti).

Alcune volte gli Stati presi di mira hanno provato a reagire ricorrendo a istanze internazionali (si pensi alla Jugoslavia durante i bombardamenti Nato del 1999); altre volte erano i cittadini danneggiati a provare le strade dei tribunali internazionali, sul lato penale e civile. Il primo non ha mai sortito effetti; per il secondo, alle vittime civili – «effetti collaterali» – afghane, irachene, pakistane sono stati elargiti risibili risarcimenti a cura dei responsabili, si vedano gli Usa con gli abitanti dei villaggi sterminati dai droni. Troppo poco, decisamente.

Si sta muovendo con coraggio contro l’impunità Khaled el Hamedi, cittadino libico, fondatore dell’associazione Vittime della Nato. Un bombardamento dell’operazione Unified Protector sterminò la sua famiglia il 20 giugno 2011 a Sorman. Dalle macerie furono estratti i corpi maciullati della moglie Safae Ahmed Azawi, incinta, dei suoi due figli piccoli Khaled e Alkhweldi, della nipote Salam, della zia Najia, del cugino Mohamed; uccisi anche i bambini dei suoi vicini di casa e due lavoratori. Abbiamo rivolto alcune domande al legale di Khaled, Jan Fermon, che sta preparando una conferenza stampa a Bruxelles, il 29 gennaio.

famiglia uccisa dalla nato
Avvocato Fermon, il 23 novembre 2017 la Corte d’appello di Bruxelles (Belgio, sede del Patto atlantico) ha risposto negativamente al ricorso del suo assistito Khaled el Hamidi; l’immunità della Nato è stata confermata…

E’ stata persa l’occasione di un passo avanti storico nell’applicazione della legislazione internazionale sui diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Una grande ingiustizia verso tante vittime. Khaled el Hamidi (che ora vive in esilio, ndr) è intenzionato ad andare avanti finché l’impunità non avrà fine. Il fatto che la sede della Nato sia qui, ha aperto la strada alla possibilità di un processo civile.

Come mai la Nato gode dell’immunità, e dunque dell’impunità?

La Nato è un organismo interstatale e multilaterale; con il trattato di Ottawa del 1951, i paesi fondatori decisero per l’immunità dalla giurisdizione cioè l’impossibilità di processare (cosa diversa dall’immunità di esecuzione cioè l’impossibilità di applicare la punizione). E’ grave, trattandosi di un’organizzazione che può dunque impunemente decidere della vita e della morte delle persone in giro per il mondo. Non è certo un incentivo, per la Nato e per altri, a rispettare il diritto internazionale…Può sfociare nell’impunità per crimini di guerra.

Paradossale. Non ci sono limiti a questa immunità?

Sì, ci sarebbero, e questa è la base della nostra azione legale. Infatti l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti umani e altri strumenti internazionali prevedono che ogni cittadino abbia il diritto di accedere a un tribunale. E, per la Convenzione di Vienna, gli Stati devono rispettare i trattati che hanno firmato. Il diritto di accesso, tuttavia, non è assoluto e può subire limitazioni, appunto di fronte all’immunità delle organizzazioni internazionali, che hanno fini da perseguire. Ma c’è una giurisprudenza, anche da parte della Corte di cassazione belga, secondo la quale la limitazione nell’accesso ai giudici non è accettabile quando l’organizzazione internazionale che dovrebbe essere messa in stato di accusa non ha una sorta di tribunale interno accessibile da parte dei cittadini che hanno subito danni dal suo operato. La Nato è priva di questo meccanismo rispetto alle sue azioni in Libia.

E dunque?

Intanto: la Nato ha rifiutato di comparire in giudizio (loro sostengono di limitarsi a coordinare le azioni belliche degli Stati membri, lo Stato belga l’ha rappresentata (dopotutto se si tratta di risarcire danni, spetterà poi agli Stati membri). Un primo scoglio era che Khaled non potesse invocare l’articolo 6 e dunque il diritto di accesso a un giudice perché non è cittadino europeo e il danno era avvenuto fuori dall’Europa. Ma in due sentenze, la Corte europea dei diritti umani aveva stabilito che si potesse invocare l’articolo 6 perché il paese dove la causa era cominciata lo permetteva. Nel nostro caso, però, la Corte d’appello ha deciso così: «Avete il diritto di accedere alla Corte, ma la limitazione al vostro diritto, dovuta all’immunità della Nato, rimane accettabile, proporzionata, visti gli obiettivi che l’organizzazione internazionale deve realizzare.» La Corte d’appello si è riferita a una Corte olandese che aveva sancito l’immunità per i caschi blu olandesi dell’Onu, nella vicenda di Srebrenica.

Ma l’Onu e la Nato, lei dice, non possono essere messe sullo stesso piano.

La prima è un’organizzazione che almeno in linea di principio non è di parte e riconosce la sovranità e l’eguaglianza di tutte le nazioni; ha per obiettivo l’applicazione del proprio Statuto, che è la base del diritto pubblico internazionale contemporaneo. Inoltre l’Onu dovrebbe avere il monopolio dell’uso della forza, oltretutto solo con il fine di ristabilire la pace. La Nato è praticamente illegale rispetto alla Carta dell’Onu che parla di organizzazioni regionali ma non di patti militari; è un club militare di un gruppo limitato di paesi e ha come obiettivo l’uso della forza.

Non potevate impugnare l’illegalità della guerra della Nato, che andò ben oltre il mandato della risoluzione del Consiglio di sicurezza 1973, operando un regime change e violando addirittura il mandato relativo alla protezione dei civili?

Dal punto di vista politico, è verissimo. La 1973 fu strumentalizzata. Però, questo genere di argomento renderebbe ancora più difficile le cose per un giudice belga. Ho preferito non usare l’argomento della legalità dei quella guerra perché nel caso della famiglia el Hamedi non ce n’era bisogno: prendere di mira un’abitazione civile è un crimine di guerra. La Commissione d’inchiesta dell’Onu sulla Libia al tempo si disse insoddisfatta delle spiegazioni della Nato circa l’episodio…a volte hanno tirato in ballo un errore da parte degli informatori sul campo, altre volte hanno affermato che la casa era una centrale di comando, tutto evidentemente falso.

Quali le vostre prossime mosse? Provare in altri paesi?

Dobbiamo valutare se continuare in Belgio; la Corte di cassazione non può cambiare la decisione nel merito. Altri paesi? Si potrebbe solo conoscendo la nazionalità dell’aereo che ha colpito quel giorno. Il paese è corresponsabile delle azioni. Ma è impossibile saperlo, vista l’omertà in casa Nato. Pensiamo anche alla Corte europea per i diritti umani.

E il Tribunale penale internazionale (Tpi) visto che si tratta di un crimine di guerra?

Quanto al Tpi, la risoluzione 1970 sulla Libia in effetti lo tirava in ballo …dal punto di vista letterale gli venivano affidati tutti i crimini compiuti in Libia; ma è molto chiaro che ci si riferiva solo a Gheddafi e alla sua ristretta cerchia. Inoltre per le vittime, far ricorso a quel tribunale, significa avere pochissimi diritti; il procuratore spesso non avvia nemmeno l’inchiesta; lo sanno tutti. Ci sono pressioni fortissime.

Ha assistito altre vittime delle guerre occidentali?

Ci ho provato nel 2003 durante l’occupazione dell’Iraq. Il Belgio aveva la giurisdizione universale (cioè estesa ad atti compiuti fuori dei propri confini) rispetto ai crimini di guerra. Difendevo un gruppo di cittadini iracheni contro il generale Tommy Franks e altri militari. Beh, furono impressionanti le minacce. Il Segretario Usa alla difesa Donald Rumsfeld chiese al Belgio di non accettare la mia denuncia; il paese fu minacciato di boicottaggio, di ritiro degli uffici della Nato (100mila posti di lavoro); e siccome il ministro degli esteri si era rivelato un po’ indipendente, fu imposto di estrometterlo dal governo successivo. Del resto, come non ricordare il cosiddetto «Hague Invasion Act» del 2002? Una legge che autorizza l’uso della forza per liberare i cittadini statunitensi o di un paese alleato che fossero detenuti dal Tribunale penale, con sede all’Aia. Ecco, dopo il 2003 è stata minacciata una sorta di «Brussels Invasion Act».

Khaled el Hamedi, che ora vive rifugiato all’estero, ha creato l’associazione Vittime della guerra della Nato in Libia. Quali gli obiettivi?

Vuole aprire una possibilità per gli altri; unire le forze. Intanto per stabilire la verità. Sarà anche utili aiutarli a raccogliere elementi di prova sull’operato della Nato. E la pressione giudiziaria, è anche quella che viene dalle vittime…

Ma l’impunità delle potenze egemoni, è proprio invincibile?

La lotta contro l’impunità, anche in un mondo multipolare, è prima di tutto una lotta di popolo. E’ più politica che giuridica, anche se poi va tradotta in principi giuridici che superino, appunto, l’impunità. E’ un po’ lo stesso nella giustizia nazionale, che non è neutra rispetto al censo, come sappiamo. Comunque sono i popoli a doversi battere per imporre una giustizia imparziale e seria.

Le foto sono tratte da questo sito.

Documentario di Michel Collon sul massacro di Sorman

Video di RT su familiari di vittime dei bombardamenti in Siria che reclamano giustizia

Marinella Correggia – sibialiria.org

Fonte

Libia: Ecco com’era “CRUDELE la DITTATURA” di Gheddafi!

LA DITTATURA DEL KADHAFI …
1- L’elettricità per uso domestico è gratuita!
2- L’ acqua per uso domestico è gratuita!
3- Il prezzo di un litro di benzina è di 0,08 EURO!
4- Il costo della vita in Libia è molto inferiore a quello prevalente in Francia. Ad esempio, il prezzo di una mezza baguette di pane in Francia è di circa 0,60 euro, mentre in Libia è 0,11 euro!
5 – Le banche libiche concedono prestiti senza interessi!
6- I cittadini non hanno tasse da pagare e l’IVA non esiste!
7- La Libia è l’ultimo paese dell’elenco dei paesi debitori! Il debito pubblico è del 3,3% del PIL! In Francia è l’84,5%! Negli Stati Uniti l’88,9%! In Giappone al 225,8%!
8 – Il prezzo per l’acquisto di un’auto (Chevrolet, Toyota, Nissan, Mitsubishi, Peugeot, Renault …) è al prezzo di fabbrica (auto importate dal Giappone, Corea del Sud, Cina, Stati Uniti …)!

9- Per ogni studente che vuole studiare all’estero, il “governo” aggiudica una borsa di studio di 1.627.11 euro al mese!
10- Ogni studente laureato riceve lo stipendio medio del curriculum scelto se non trova lavoro!
11- Quando una coppia si sposa, lo “Stato” paga il primo appartamento o casa (150 metri quadrati)!
12- Ogni famiglia libica, presentando il libretto familiare, riceve un aiuto di 300 EURO al mese!
13- Ci sono posti chiamati “Jamaiya”, dove la metà del prezzo del cibo viene venduto per qualsiasi grande famiglia, presentando il libretto familiare!
14- Per qualsiasi impiegato nel servizio civile, in caso di necessaria mobilità attraverso la Libia, lo “Stato” fornisce gratuitamente un’auto e una casa. E qualche tempo dopo, queste cose appartengono a lui.
15- Nel servizio pubblico, anche se la persona è assente uno o due giorni, nessuna detrazione di quei giorni sul suo stipendio e nessuna prova di malattia.
16- Ogni cittadino libico che non ha una dimora può registrarsi con un corpo “statale” e ne sarà assegnato uno senza di lui / senza alcun costo e senza credito. Il diritto all’alloggio è fondamentale in Libia.
Una dimora deve appartenere a colui che la occupa.
17- Ogni cittadino libico che desidera lavorare in casa può registrarsi con un’agenzia “statale” e questo lavoro sarà effettuato gratuitamente dalle società di lavori pubblici scelti dallo Stato.
18. Preoccupa la parità di genere e le donne hanno accesso a importanti funzioni e posizioni di responsabilità.
19- Ogni cittadino libico può impegnarsi attivamente negli affari politici e pubblici a livello locale, regionale e nazionale attraverso un sistema di democrazia diretta, Congressi popolari permanenti, fino al Congresso Generale del Popolo, il grande congresso nazionale che si riunisce una volta all’anno): su 3.5 milioni di adulti, 600.000 cittadini partecipano attivamente alla vita politica!
20- La Libia è la prima riserva di petrolio in Africa!
21 – Libia contiene 1.800 km di costa sul Mediterraneo e ha uno dei più alti tassi di sole al mondo!
22- L’assistenza medica è gratuita!
23. L’istruzione secondaria e universitaria sono gratuite. Il tasso di alfabetizzazione è superiore al 90%!
24- Ci sono sovvenzioni su tutti i prodotti alimentari di base (ad esempio 1 kg di pasta acquistato ad 1€ da un produttore tunisino, il governo libico lo vende a 0,50€ ai libici)!
25- La Libia è un partecipante ardente nello sviluppo dell’Africa, dalla sua indipendenza dall’Occidente e dal suo sistema monetario dittatoriale. Sono più di 60 miliardi di dollari che lo stato libico è pronto a investire in 25 paesi dell’Africa e dare lavoro a milioni di africani.
26- La Libia è la 6°a o la 7°a ricchezza sovrana finanziaria del mondo! Le riserve fiduciarie sono superiori a quelle della Russia, per esempio!
Se questa è la dittatura che firmi ora, perché nessun dittatore avrebbe fatto questo tipo di cose, i libici vivevano meglio di noi prima di questa guerra, i media hanno mentito per la guerra in Iraq e in Afghanistan e a tutti per uno ci viene detta la verità sulla Libia.
via Disquisendo

Preso da: http://www.complottisti.info/libia-ecco-comera-crudele-la-dittatura-di-gheddafi/

Gruppo Bilderberg, ecco chi governa davvero il mondo

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Diego Fusaro, 8 febbraio 1016
Con un’espressione in bilico tra l’onesto riconoscimento della realtà fattuale e l’arroganza propria del potere, così ebbe modo di affermare uno dei massimi miliardari del pianeta: “La lotta di classe esiste e la mia classe la sta vincendo”. Si tratta, in effetti, di una chiara e ludica analisi del rapporto di forza quale si è venuto riconfigurando nel tempo della ribellione delle èlites e dell’offensiva neoliberista al mondo del lavoro e dei diritti. Scenario di cui, tuttavia, non si ha contezza, poiché il potere impone le sue mappe ingannatorie e usa armi di distrazione di massa.
Per una comprensione della reale entità dell’èlite neo-oligarchica come maschera di carattere e come agente del capitale assoluto-totalitario nel tempo del disarmo del Servo può giovare soffermare l’attenzione sul cosiddetto “gruppo Bilderberg”, emblema  dell’Internazionale liberal-finanziaria del tempo neofeudale.


Contrariamente a quanto si può a tutta prima essere indotti a pensare, il gruppo Bilderberg non consiste in una società, né in una cospirazione: si tratta, invece, di un incontro privato tra potenti di tutto il mondo, che ricorre annualmente, a partire dal primo consesso, che avvenne nel 1954 presso l’Hotel Bilderberg della cittadina olandese di Oosterbeek.
Tale incontro annuale ha lo scopo di porre a confronto i potenti dell’èlite, uniti dall’ideologia neoliberista che li rappresenta e dalla volontà di porre in essere una rete atta a tutelare i loro interessi e a unire le istituzioni finanziarie.

Si tratta, appunto, di una specifica Internazionale liberal-finanziaria il cui motto pare potersi cristallizzare nel rovesciamento delle parole con cui Marx chiudeva il Manifesto: “potenti di tutto il mondo, unitevi!”.
Da un certo angolo prospettico, si potrebbe sostenere che il gruppo Bilderberg coincide tout court con una rete di interessi interdipendenti di tipo finanziario e politico, economico e industriale.
Dal 1954 ad oggi, non è mai stato permesso alla stampa di assistere ai consessi del gruppo Bilderberg, né si è mai pubblicata l’agenda del convegno, né sono state rilasciate dichiarazioni da parte di chi vi ha partecipato.
Espressione degli arcana imperii dell’economia mondiale finanziarizzata, la massima segretezza neo-oligarchica finisce per essere, paradossalmente, quanto mai rivelativa del vero carattere del gruppo Bilderberg come governo occulto che opera nell’ombra, determinando le linee generali di una politica ridotta a mera continuazione dell’economia con altri mezzi.
Ancorché le riunioni siano strettamente segrete, gli interessi dell’èlite Bilderberg sono ampiamente noti, perché coincidono con quelli del finanz-capitalismo della fase assoluta del capitalismo (per un’analisi della quale mi permetto di rinviare al mio studio “Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo”).
Tali interessi orbitano intorno al fuoco prospettico dell’eliminazione degli Stati nazionali e dei diritti sociali, della creazione di un’immensa pauper class precarizzata, nomade e disposta a tutto pur di sopravvivere, della distruzione delle costituzioni e dei confini nazionali, della creazione di nuovi trattati internazionali vincolanti mediante il primato economico e bancario, dell’offensiva integrale al mondo del lavoro e delle garanzie sociali.
Nei piani e nei progetti del gruppo Bilderberg si incarna l’essenza della rivolta delle èlites: le unioni e i trattati internazionali vengono impiegati come strumenti mediante i quali operare la rimozione della sovranità nazionale democratica e, per questa via, destrutturare i diritti e lo stato sociale, imponendo la competitività internazionale come unico parametro.
Per il tramite dei trattati internazionali, infatti, i governi nazionali vengono privati del loro potere, che è ceduto ad agenzie internazionali e finanziarie, che si sostituiscono in misura sempre crescente agli Stati nazionali, le cui guide e i cui rappresentanti erano, almeno sulla carta, eletti dal popolo.
Per questa via, l’oligarchia finanziaria dell’èlite può operare in qualità di società per azioni mondiale e di aristocrazia di intenti aspirante ad amministrare il pianeta mediante una rete transnazionale in grado di imporre senza incontrare resistenza un nuovo ordine mondiale plasmato dalla logica del capitalismo assoluto e flessibile.
Come ebbe ad affermare David Rockefeller, nel giugno del 1991, durante l’incontro del gruppo Bilderberg a Baden Baden, una sovranità sovranazionale esercitata da una èlite intellettuale e da banchieri mondiali è senza dubbio da preferirsi senza esitazioni alla tradizionale autodeterminazione delle nazioni.
In queste parole, in fondo, si condensa il programma internazionalista di liberalizzazioni senza frontiere perseguito dalla nuova Internazionale liberal-finanziaria e della sua distruzione complementare del Servo come soggetto organizzato e oppositivo e di tutti i limiti reali e simbolici di frenare l’estensione illimitata del nichilismo economico.
L’obiettivo ultimo consiste nell’instaurazione di un governo unico mondiale con un solo mercato planetario, ove non sopravvivano identità e culture plurali, l’umanità sia dissolta in atomi di consumo privi di radici e di progettualità, nella forma di un’immensa plebe precarizzata e asservita.
È il trionfo del classismo planetario e del fanatismo economico transnazionale.

Preso da: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/08/gruppo-bilderberg-ecco-chi-governa-davvero-il-mondo/2442859/

La Bolivia con le nazionalizzazioni consegna un bonus agli studenti da 12 anni

Da queso lunedì ha avuto inizio in Bolivia il pagamento del bonus Juancito Pinto che da ben 12 anni viene consegnato agli studenti boliviani come incentivo affinché questi frequentino regolarmente le scuole e ai loro genitori in modo che possano avere un piccolo reddito aggiuntivo per acquistare elementi necessari all’istruzione.
La Bolivia con le nazionalizzazioni consegna un bonus agli studenti da 12 anni
Il bonus del valore di 200 pesos boliviani è destinato a 2,2 milioni di studenti afferenti la scuola primaria e secondaria in Bolivia. Secondo i dati forniti dal ministero della Pubblica Istruzione il bonus Juancito Pinto, istituito da dodici anni, è riuscito a ridurre il tasso di abbandono scolastico nella scuola primaria dal 6,5% all’1,8%; mentre nella scuola secondaria dal’8,5% al 4%.«Questo bonus è possibile grazie alla nazionalizzazione» degli idrocarburi, ha spiegato attraverso il proprio account Twitter il presidente Evo Morales.

Morales ha promosso dal 2006, quando è diventato presidente, un processo di nazionalizzazione delle risorse naturali e di società statali privatizzate in modo che i profitti avvantaggino la popolazione attraverso bonus sociali.
Il presidente ha spiegato che per l’erogazione di questo bonus non ci saranno contributi dal Tesoro Generale della Nazione (TGN), dal momento che i 440 milioni di pesos boliviani che fanno parte del pagamento del bonus provengono da società statali e nazionalizzate.

«Il risultato del bonus è che abbiamo abbassato l’abbandono scolastico, soprattutto a livello primario, il che significa che non ci saranno nuovi analfabeti. Sappiamo tutti leggere e scrivere, in questi tempi per costituzione è un obbligo di laurearsi», ha dichiarato il presidente.

La gestione economica di Evo Morales basata sulle nazionalizzazioni, da qualcuno definita ‘evonomics’, ha permesso alla Bolivia, il paese più povero e arretrato del continente latinoamericano, di essere la nazione che da due anni fa registrare la maggiore crescita del PIL in America Latina.

Oltre ad aver abbattuto significativamente il tasso di povertà nel paese.

A reti unificate ci raccontano che il socialismo porta solo miseria e instabilità sociale. Il successo boliviano mostra il contrario. Sono invece le politiche neoliberiste a rovinare irrimediabilmente quei paesi che hanno la sventura di adottarle. Gli esempi di Brasile e Argentina sono paradigmatici in tal senso.

Nei due giganti latinoamericani le disuguaglianze sono esplose. La povertà schizzata alle stelle. Il tessuto sociale ormai disgregato. Con Buenos Aires che si trova nuovamente, come all’inizio del millennio, alle soglie di un default le cui conseguenze saranno interamente scaricate sul popolo.

Ma qualcuno ha ancora il coraggio di credere e propagandare una simile ottusa teoria economica.

Onu, la grande ipocrisia: l’Arabia Saudita nel Consiglio dei Diritti Umani( nel 2016), la Russia esclusa

Se Mosca ha perso il suo seggio al Consiglio dei Diritti Umani Onu, chi non si scolla dalla poltrona è l’Arabia Saudita. Che nel 2015 ha battuto il record di esecuzioni, e continua a bombardare lo Yemen
Perché l'Arabia Saudita è nel Consiglio dei Diritti Umani Onu? (© )
Perché l’Arabia Saudita è nel Consiglio dei Diritti Umani Onu? (© )
NEW YORK – Che la storia delle Nazioni Unite sia costellata di ambiguità e decisioni controverse non è affatto una novità. Ma il culmine del paradosso lo si raggiunge dando uno sguardo alla composizione del Consiglio Onu per i Diritti Umani. Che il 28 ottobre scorso ha «rinnovato» il suo aspetto, assegnando i 147 seggi disponibili eletti a scrutinio segreto. Ebbene, oggi nel Consiglio vediamo seduti due Paesi come l’Arabia Saudita e l’Egitto. Grande esclusa, invece, la Russia, bersagliata da mesi per il suo controverso intervento in Siria a fianco di Bashar al Assad.

Arabia Saudita nel 2016 ai vertici del Consiglio
Quanto all’Egitto, la sua elezione nel Consiglio ha fatto parecchio scalpore, soprattutto nel Belpaese. Perché il caso Regeni, caso sul quale ancora non si è fatta luce a causa dell’omertà del Cairo, è vivido nella memoria degli italiani tutti. Se possibile ancora più stupefacente la presenza dell’Arabia Saudita, il cui ambasciatore, Faisal bin Hassan Trad, è stato addirittura nominato a capo dello stesso Consiglio per l’anno 2016. Una decisione, presa nel settembre 2015, molto criticata dagli attivisti, visto che era appena stato condannato a morte il 20enne Ali Mohammed Al Nimr, arrestato a soli 17 anni per aver partecipato a una manifestazione contro il regno saudita. Senza contare che Riad era ed è attualmente impegnata, nel silenzio della comunità internazionale, a bombardare lo Yemen, causando migliaia di vittime.
Il record delle esecuzioni nel mondo
Il curriculum dell’Arabia Saudita parla da solo. I sauditi detengono il triste record delle esecuzioni nel mondo: sono centinaia i condannati uccisi dalla spada dei boia di Riad negli ultimi dieci anni. Dal 2011 le esecuzioni sono tornate a registrare numeri intorno al centinaio ogni anno, trend che non accenna a invertirsi: e il 2015 è stato l’anno che ha fatto segnare il maggior numero di esecuzioni dal 1995. Tra agosto 2014 e giugno 2015 sono state messe a morte almeno 175 persone, una media di un’esecuzione ogni due giorni.
Alla faccia dei diritti umani
Lapidazione, impiccagione e, soprattutto, decapitazione in pubblico sono le tecniche di esecuzione previste dalle leggi saudite. E tra i reati punibili con la pena di morte ci sono, oltre all’omicidio, anche adulterio, sodomia e omosessualità. Un’altra categoria a rischio è quella dei lavoratori provenienti dai Paesi più poveri dell’Asia Centrale e del sud-est asiatico, ridotti in schiavitù, costretti a lavorare in condizioni inumane, senza diritti, garanzie, privati di cibo e acqua e vittime di violenze. Anche per le donne, il cui processo di emancipazione procede decisamente a rilento, le discriminazioni di genere rimangono molto forti: possono studiare e laurearsi, ma spesso l’ostacolo più grande si ha al momento dell’accesso al lavoro. Ci sono donne che ricoprono anche incarichi di alto livello all’interno delle aziende del Paese, ma generalmente appartengono a un élite sociale ed economica.
Amici dei terroristi
Senza contare il supporto operativo ed economico che le petromonarchie del Golfo Persico forniscono al terrorismo che distrugge il Medio Oriente e minaccia l’Occidente (ASCOLTA ANCHE «Terrorismo, ‘Occidente complice perché è migliore amico dei migliori amici dei terroristi’»). Nonostante tutto questo, Riad rimane uno dei «migliori amici» dell’Occidente nella regione, e continua a essere foraggiata di armi dalle civili democrazie dell’Ovest (tra cui anche dall’Italia: LEGGI ANCHE: «Quelle bombe italiane all’Arabia Saudita, su cui indaga la procura di Brescia»). E soprattutto, conserva il suo seggio dorato nel Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, uno Stato che viola sistematicamente i diritti umani in patria e all’estero.
L’appello di Amnesty e di Human Rights Watch
Proprio per questo motivo, lo scorso giugno Amnesty International e Human Rights Watch hanno chiesto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di sospendere l’Arabia Saudita dal Consiglio dei Diritti Umani «fino a quando non cesserà gli attacchi illegali condotti nello Yemen dalla coalizione di cui è alla guida e tali attacchi non saranno oggetto di indagini credibili e imparziali». Secondo le due organizzazioni, Riad, nello scenario yemenita, si è macchiata di orribili crimini di guerra. «Le ampie prove disponibili sui crimini di guerra commessi dalla coalizione a guida saudita nello Yemen avrebbero dovuto essere indagate dal Consiglio dei diritti umani. Invece, l’Arabia Saudita ha sfruttato cinicamente la sua posizione all’interno dell’organismo per impedire una risoluzione che avrebbe avviato un’indagine internazionale e per far approvare un’inutile risoluzione per l’istituzione di una commissione d’inchiesta yemenita: commissione che, nove mesi dopo, non ha fatto nulla per indagare sulle denunce di crimini di guerra e altre gravi volazioni dei diritti umani», ha sottolineato Richard Bennet, direttore dell’ufficio di Amnesty International presso le Nazioni Unite.
Le pressioni di Riad
Ma come ha potuto l’Arabia Saudita mantenere il proprio ruolo nel Consiglio nonostante le evidenti e macroscopiche violazioni degli standard sui diritti umani? Semplice: facendo pressioni. Perchè Riad ha più volte evitato di essere chiamata a rispondere del suo operato, premendo sulle Nazioni Unite affinché la coalizione a guida saudita impegnata nel conflitto dello Yemen venisse tolta dall’elenco degli Stati e dei gruppi armati che nel 2015 hanno violato i diritti dei bambini nei conflitti armati. Per ottenere questo risultato, l’Arabia Saudita ha minacciato di ritirarsi dalle Nazioni Unite, di cessare di finanziare i progetti umanitari e di portare su queste posizioni i Paesi amici. E nonostante le numerose prove a disposizione sui crimini di guerra, i principali alleati dell’Arabia Saudita, tra cui Stati Uniti, Regno Unito e Italia, non hanno smesso di inviare armi da usare nello Yemen.
Il metodo di assegnazione dei seggi: Riad non aveva competitor, la Russia sì
Chi invece al Consiglio dei Diritti Umani non conserva più il suo seggio è la Russia. Che l’Occidente – impassibile davanti alla condotta dell’Arabia Saudita – ha spesso accusato platealmente di crimini di guerra in Siria, accuse sempre respinte da Mosca. I media russi hanno molto criticato tale decisione, inquadrandola nella «mania antirussa» degli ultimi tempi. C’è da dire che la stessa modalità in cui vengono assegnati i seggi è piuttosto controversa, ed è una delle ragioni per cui Riad è riuscita ad ottenerne uno mentre Mosca no. Perché l’assegnazione viene gestita sulla base di cinque gruppi regionali. Quest’anno, per quello asiatico c’erano 4 candidati per i 4 posti disponibili, conquistati quindi a mani basse da Arabia Saudita, Cina, Giappone e Iraq. Quanto al gruppo dell’Est Europa, Croazia, Russia e Ungheria si sono contesi i due posti disponibili. La Russia è rimasta esclusa.
La grande ipocrisia
Ora, se a seguito dell’intervento siriano per qualcuno sarà anche comprensibile l’esclusione della Russia (ma tanto ci sarebbe da dire sulle stesse civili democrazie occidentali), la presenza dell’Arabia Saudita rimane ad ogni modo inconcepibile. E rende evidente come tale meccanismo di assegnazione concorra a creare storture e a minare l’integrità di un organismo come il Consiglio dei Diritti Umani, dove i seggi dovrebbero essere assegnati innanzitutto sulla base del comportamento dei singoli candidati. Invece, gli Stati che conquistano il proprio seggio senza competizione – come accaduto per Riad – finiscono per non essere scrutinati in base al proprio curriculum. Secondo Human Rights Watch, ogni candidato dovrebbe guadagnarsi il proprio posto, indipendentemente da accordi dietro le quinte e equilibri prettamente numerici. Perché il fatto che il grande amico dell’Occidente Riad sieda in un organismo preposto alla tutela dei diritti umani (e ne sia stata anche ai vertici) è una insostenibile e inaccettabile ipocrisia.

Preso da: http://esteri.diariodelweb.it/esteri/articolo/?nid=20161104_395177

Hillary, la saudita

29 agosto 2016

ANDATE ALL’INFERNO!
State attenti a criticare Hillary Clinton: potreste finire all’inferno. Sul serio, lo ha detto James Carville, uno dei più influenti consiglieri politici della signora e già responsabile della sua campagna presidenziale nel 2008 (quando fu sconfitta alle primarie democratiche da Barack Obama).
Di fronte alle perplessità sul sistema di finanziamento della Fondazione di Hillary e Bill, è stato categorico: “qualcuno potrebbe finire all’inferno per questo”, perché l’attività che essa svolge è “un grande atto di carità”.

Se avessimo saputo del rischio che correvamo, non avremmo scritto, tre mesi fa un articolo in cui raccontavamo la quantità impressionante di denaro drenato nelle tasche personali dei coniugi Clinton per la loro attività di speechmaking: 30 milioni di dollari solamente tra il 20014 e il 2015; denaro che proviene da aziende private e sopratutto da Banche d’Affari (la famosa Goldman Sachs in testa) disposte a pagare prezzi esorbitanti per ascoltare a porte chiuse il Verbo di Hillary e Bill.

Ma siccome “perseverare è diabolico”, noi ritorniamo sul tema perché rappresenta una chiave di lettura importante della deriva della democrazia americana e del sistema di potere che ambisce ad occupare la Casa Bianca.
La notizia riguarda i copiosi finanziamenti alla Clinton Foundation (la Fondazione di famiglia), tutti leciti per carità, ma che mostrano come, sulla politica di Washington, forse aveva ragione il grande giornalista Michael Kinsley: “lo scandalo non è ciò che è illegale ma ciò che è legale”.
In America sospettano che Hillary Clinton abbia utilizzato il proprio ruolo politico (prima come Segretario di Stato, poi come candidato alla Presidenza) come merce di scambio per finanziamenti da parte di gruppi privati e governi.
Judicial Watch, un’organizzazione no-profit di area conservatrice, ha reso pubbliche centinaia di  pagine di mail tra l’entourage della Clinton e alcuni donatori della Fondazione che sembrano avallare lo scandalo. D’altro canto già in precedenza sospetti erano emersi come come nel caso della Boeing che, nel 2009, donò 1 milione di dollari alla Fondazione Clinton subito dopo aver chiuso un accordo commerciale di quasi 4 miliardi con la Russia il cui principale sponsor politico era stata il Segretario di Stato Hillary Clinton.
I MILIONI SAUDITI
La Clinton Foundation è un ente filantropico, che svolge attività caritatevoli in tutto il mondo. Si occupa di povertà, immigrazione, ricerca, ambiente e sopratutto di diritti civili; per questo sorprende vedere tra i principali finanziatori della Fondazione, le monarchie del Golfo Persico che sono espressione delle peggiori tirannie esistenti.
L’Arabia Saudita ha donato tra i 10 e i 25 milioni di dollari (così il range indicato dalla stessa Fondazione).
Il Kuwait tra i 5 e i 10 milioni (più o meno quanto la Fondazione di Elton John).
Qatar, Emirati Arabi ed Oman, tra 1 e 5 milioni di dollari (lo stesso range di Steven Spielberg, della Coca Cola Foundation e di Goldman Sachs).
A queste si aggiungono molte donazioni di privati come la Dubai Foundation, organizzazioni un po’ ambigue come Friends Of Saudi Arabia, membri della Casa reale come Turki bin Faisal Al Saud, miliardari sauditi come Al-Walid bin Talal, holding e multinazionali di Dubai come Al Dabbagh Group Holding.
Insomma il variegato mondo wahabita, che nega diritti umani e democrazia, finanzia una Fondazione che vuole diffondere diritti umani e democrazia. La contraddizione la vedo solo io? Ovviamente no. Glenn Greenwald, importante giornalista d’inchiesta di area liberal è stato molto chiaro in proposito: Tutti coloro che desiderano sostenere che i sauditi abbiano donato milioni di dollari alla Fondazione Clinton per il desiderio magnanimo di aiutare le sue cause benefiche, alzino la mano”.
Per carità molti governi stranieri finanziano la Fondazione Clinton; anche il nostro, attraverso il Ministero dell’Ambiente dal 2013. Ma noi siamo ancora un democrazia (forse) liberale (forse); di certo non siamo una teocrazia oscurantista che reprime i diritti umani, sponsorizza il terrorismo islamico e diffonde l’integralismo salafita per il mondo.
In effetti è difficile pensare che i monarchi sauditi siano interessati ai diritti gay visto che a casa loro li perseguitano e li mettono a morte. Difficile credere che le teocrazie più oscurantiste del pianeta Terra e sponsor dei movimenti islamisti più integralisti, abbiano a cuore i diritti delle donne. Difficile credere che dalle parti del Golfo Persico si preoccupino delle condizioni degli immigrati visto che in Qatar li sfruttano in condizioni simili ai lavori forzati come ha denunciato Amnesty International.
E non è paradossale che la Fondazione di un ex Segretario di Stato Usa si faccia finanziare da un paese che lo stesso Dipartimento di Stato Usa (che dal Segretario di Stato dipende) mette nella black list per “traffico di esseri umani”?
DUE PESI, DUE MISURE
Due anni fa in Europa fece scalpore la notizia che una banca privata russo-ceca (First Czech Russian Bank) avesse concesso un prestito al Front National di Marine Le Pen; 9 milioni di euro per la precisione, destinati a finanziare il partito in vista delle future campagne politiche. I media europei fecero a gara nel denunciare la prova lampante che Putin metteva le mani sui partiti politici europei anti-Ue.
In Italia capofila di questa scemenza fu il solito Corriere della Sera (e come poteva non essere) con un articolo delirante in cui definì che la banca privata, la “banca di Putin”.
Badate bene: in questo caso si trattava di un prestito (e non di una donazione a fondo perduto come per la Clinton) di una banca privata (e non di un governo come per la Clinton) ad un partito politico (e non direttamente alla Fondazione di famiglia, come per la Clinton). Eppure gli stessi media che gridarono allo scandalo per il caso Le Pen, sono rimasti sorprendentemente silenziosi per il caso della signora Hillary.
Per la cronaca, la First Czech Russian Bank era talmente “di Putin” che la Banca Centrale russa le ha recentemente revocato la licenza ad operare (in pratica quello che Bankitalia non fece con MPS).
CUORE E PORTAFOGLIO
Dei tanti scandali che attraversano la campagna presidenziale di Hillary Clinton, quello dei finanziamenti sauditi alla sua Fondazione e a lei stessa, sembra essere il più imbarazzante; ancora più dei disastri della politica estera o del MailGate.
Rimane una verità non consolante: per il Partito Democratico americano vale la stessa regola del Partito Democratico italiano: più il cuore è a sinistra e più il portafoglio sta rigorosamente a destra. In questo la sinistra di tutto il mondo è perfettamente coerente con se stessa.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

Preso da: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2016/08/29/hillary-la-saudita/