Secondo l’Onu la Libia è corresponsabile del traffico di migranti

Un rapporto delle Nazioni Unite delinea un meccanismo criminale messo in piedi da guardia costiera libica, trafficanti e pezzi dello stato africano. Da oggi far finta di niente sarà un po’ più difficile

Foto di Benjamin Lowy/Getty Images

Uomini e donne intercettati in mare solo per essere condotti in centri di detenzione non ufficiali, dove saranno torturati, posti in schiavitù, stuprati e infine rivenduti ai trafficanti, da funzionari del governo corrotti e senza scrupoli. A puntare il dito contro le autorità libiche questa volta non è un organizzazione umanitaria, ma un rapporto ufficiale delle Nazioni Unite, redatto servendosi delle testimonianze delle agenzie inviate sul campo a Tripoli.
Quello della presunta compromissione di alcuni pezzi dell’entità statale libica è un tema centrale per giudicare il modo in cui l’Italia e l’Europa hanno gestito il dossier immigrazione negli ultimi anni, in particolar modo dopo il memorandum d’intesa per il “contrasto dell’immigrazione illegale” firmato nel 2017 dal governo Gentiloni, che ha elargito al paese africano finanziamenti ed equipaggiamenti dal valore complessivo di 800 milioni di euro.

Cosa dice il dossier dell’Onu

Nelle 17 pagine del documento consegnato dall’Onu al Tribunale internazionale dell’Aja e raccontato in Italia da Nello Scavo per Avvenire, viene descritto un meccanismo criminale, già più volte denunciato dalle organizzazioni umanitarie.
Al centro dei riflettori c’è ancora una volta l’operato dell cosiddetta guardia costiera libica, una forza di sicurezza che l’Italia riconosce come l’organismo deputato a pattugliare l’area Sar che si estende da Zuara a Tobruch, ma che di fatto è composta da milizie armate aggressive e spesso in conflitto tra loro. È questa entità dai confini indefiniti che si occupa delle “intercettazioni in mare”, come le definisce il rapporto, presentate come operazioni di salvataggio agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.
Già nel 2017 l’Onu aveva evidenziato la problematicità dell’azione dei guardacoste, in un rapporto in cui ne denunciava il coinvolgimento “in gravi violazioni dei diritti umani”. Questa volta, però, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres alza il tiro e descrive quello somiglia ad un vero e proprio cartello criminale, responsabile della scomparsa di centinaia di persone. Uomini e donne, di cui si perdono ufficialmente le tracce una volta sbarcati a terra e che finirebbero prigionieri in centri di detenzione al limite della legalità.
Sul territorio libico esistono infatti 19 centri gestiti direttamente dal governo libico – appena tre di questi accessibili da Onu, Oim e organizzazioni umanitarie – che ospitano in totale quasi 5mila rifugiati, ma il numero di prigioni ufficiose è ben più alto. È in questi ultimi luoghi di detenzione che le persone strappate al mare, stando al rapporto, subirebbero atroci violazioni dei diritti umani: l’Unsmil, la missione Onu a Tripoli, ha raccolto testimonianze credibili “di detenzione prolungata e arbitraria, torture, sparizioni forzate, cattive condizioni di detenzione, negligenza medica e rifiuto di visite da parte di famiglie e avvocati da parte di i responsabili delle carceri e di altri luoghi di privazione della libertà”.
Ancora una volta, però, sono le donne le vittime più esposte e dai resoconti di donne e ragazze migranti emerge un quadro fatto di violenze e abusi, perpetrati da “trafficanti, membri di gruppi armati e funzionari”. C’è infine l’ultimo livello, quello che coinvolge veri e propri pezzi dello stato libico, disposti a usare quelle persone ormai scomparse dai radar come merce di scambio, da vendere ai contrabbandieri di esseri umani.

Cosa sta facendo la comunità internazionale

Non è la prima volta che le Nazioni Unite assumono una posizione forte contro il sistema di gestione delle persone migranti sul territorio libico e già nel 2018 l’organizzazione intergovernativa parlò di “orrori inimmaginabili”, nel commentare la situazione carceraria del paese. Per questo, lo scorso 27 luglio l’Onu ha chiesto la chiusura di tutti i centri di detenzione in Libia, un appello rimasto fin qui inascoltato.
Proprio per monitorare la situazione nel paese, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha nei giorni scorsi esteso di 12 mesi il mandato della missione Unsmil, mentre l’Unhcr nella giornata di venerdì ha evacuato dalla Libia 98 rifugiati, messi in pericolo dal conflitto che continua a infuriare alle porte di Tripoli.
È in questo scenario che si misurerà il peso internazionale del neonato governo di coalizione tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico, con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio prossimamente impegnato al tavolo dell’assemblea Onu, dove l’Italia dovrà decidere una volta per tutte che posizione assumere nei confronti dei dirimpettai libici, fino a oggi ufficialmente considerati come un porto sicuro per l’approdo di migranti.

Preso da: https://www.wired.it/attualita/politica/2019/09/14/libia-responsabile-traffico-migranti-onu/?refresh_ce=

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Così gli uomini di Soros hanno scritto il programma immigrazione e licenze AAMS del M5S

2 gennaio 2018.
Ci sono pochi capisaldi nella politica italiana e nei programmi dei vari partiti, eccezione fatta sui programmi di accoglienza e gestione dei flussi migratori e la lotta al gioco d’azzardo: riguardo il primo punto, tutti i partiti dell’area della sinistra liberal, globalista, e radicale (PD, Liberi e Uguali di Grasso, Più Europa della Bonino) sono per un’accoglienza incondizionata e illimitata, mentre i partiti che si riconoscono nella destra, dalla più moderata a quella più estrema (Forza Italia, Lega, Fratelli di Italia, Movimento Nazionale per la Sovranità, CasaPound) anche se con differenti sfumature, sono per fermare il costante e incontrollato sbarco nei porti italiani e per un veloce rimpatrio dei non aventi diritto alla protezione internazionale.
Per quanto riguarda la situazione relativa al gioco d’azzardo in Italia, c’è da dire che si tratta di uno dei pochi punti su cui le due forze che guidano l’attuale esecutivo sembrano essere in quasi totale armonia. Non che si tratti di una questione semplice, beninteso; il mercato del gioco italiano è il secondo più grande d’Europa, dietro solo al Regno Unito. Nel 2018, nelle casse del Governo italiano sono confluiti circa 10 miliardi di euro, risultato delle giocate effettuate presso siti di scommesse e casino online con licenza AAMS/ADM[0] e il numero di giocatori – anche occasionali – è in continua crescita. L’espansione del mercato del gioco legale sotto l’egida dell’Amministrazione Dogane e Monopoli è stata costante negli ultimi 8 anni e intervenire su un meccanismo di tali dimensioni è senz’altro un’operazione complessa.

D’altro canto, il giro di vite sul gioco parte certamente da motivazioni di carattere sociale. I dati parlano chiaro: il numero di italiani che presentano disturbi legati al gioco patologico è in costante aumento e già nel 2016 il Governo aveva stanziato 100 milioni di euro – su base biennale – da destinare a piani di lotta contro i fenomeni di ludopatia. E se il M5S è stato il principale promotore delle misure contro la pubblicità a siti di scommesse e casino online AAMS presenti nel Decreto dignità, la Lega si è a propria volta pronunciata in varie occasioni contro il fenomeno del gioco. Finora, i risultati sono stati contraddittori; se in alcune Regioni – vedasi il Piemonte – il gioco nei casino e nelle sale fisiche ha vissuto una fase di netta contrazione, i siti di scommesse e i casino online sono in crescita continua. Con, però, un trend piuttosto preoccupante: nelle classifiche di ricerca di Google per la stringa ‘casino online’ compaiono al momento ben tre operatori stranieri non dotati di licenza AAMS e dunque illegali in Italia. Si presenta così un’ulteriore sfaccettatura della questione gioco online, ossia la potenziale fuga dei giocatori italiani verso siti non autorizzati, con tutti i rischi del caso. Vedremo se il governo sarà in grado di tappare questa falla potenzialmente molto pericolosa.
Qualche perplessità, invece, ha sempre destato il Movimento 5 Stelle, che a seconda dell’esponente, non si è mai espresso univocamente, passando dalle dichiarazioni di Luigi Di Maio che, dopo l’avvio delle indagini delle Procure siciliane e la divulgazione dei report di Frontex, si accorse del business che ruota intorno all’immigrazione e dei lati oscuri delle ONG[1], a quelle di Roberto Fico che si definì contrario al respingimento e dichiarò che non bisognava “mettere al centro il dibattito sulle ONG che oggi sembrano essere considerate quasi le responsabili dei flussi migratori[2].
Due correnti di pensiero molto differenti e difficilmente accostabili, visto che l’una esclude l’altra. Per questo motivo, abbiamo deciso di approfondire la questione analizzando i documenti e le pubblicazioni ufficiali del Movimento 5 Stelle, e nel concreto il Programma Immigrazione intitolato emblematicamente: “Immigrazione: Obiettivo sbarchi zero – L’Italia non è il campo profughi d’Europa[3]. Vi garantiamo che il titolo, che sembrerebbe partorito da Matteo Salvini, trae seriamente in inganno.
Analizziamo i punti del programma immigrazione del Movimento di Grillo, fieramente votati proprio dal popolo pentastellato (“Hanno votato il programma immigrazione 80.085 iscritti certificati che hanno espresso 80.085 voti”): a volte, la “democrazia dal basso” può essere solo apparente se non supportata da una chiara informazione. Il secondo punto “Il ricollocamento dei richiedenti asilo” è stato redatto da Maurizio Veglio, noto avvocato tra i membri di ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione)[4].

Ma chi si cela dietro a questa associazione dalle caratteristiche fortemente immigrazioniste?

L’associazione è stata fondata ed è finanziata dalla Open Society Foundations del famoso speculatore George Soros, che ha fatto dell’immigrazione non controllata verso l’Europa e l’Italia una sua particolare battaglia, destinando, a tal proposito, una pioggia di fondi ad ONG e associazioni insediate ad ogni livello istituzionale. ASGI ha aderito a numerose campagne pro-immigrazione e pro-ius soli tra le quali “L’Italia sono anch’io, campagna per i diritti di cittadinanza[5], “Out of Limbo[6] per la promozione dei diritti dei rom apolidi o a rischio apolidia, “Ero straniero – L’umanità che fa bene[7], “Non aver paura. Apriti agli altri, apri ai diritti[8], e molte altre, in collaborazione con associazioni religiose (Caritas Italiana, Fondazione Migrantes, Centro Astalli, Comunità di Sant’Egidio), altre associazioni e organizzazioni sorosiane (A Buon Diritto, CIR, ARCI, Amnesty International, Antigone), Partito Radicale e diversi esponenti del Partito Democratico[9].
Quindi non ci si può aspettare di certo dall’avvocato Maurizio Veglio un orientamento intransigente, volto a fermare il flusso migratorio verso l’Italia. Infatti, nel punto del programma immigrazione da lui stilato, si parla di ricollocamento in Europa e della utopistica ridiscussione a proposito delle logiche del Trattato di Dublino. Sappiamo benissimo che gli stati confinanti con l’Italia e quelli affacciati sul Mediterraneo hanno chiuso le frontiere terrestri e marittime, mentre altri, come i paesi Visegrad, hanno rifiutato il ricollocamento, con posizioni difficilmente rinegoziabili. E anche ASGI ne è pienamente a conoscenza; i migranti continueranno a rimanere “imbottigliati” nel nostro Paese. Una piccola curiosità: ASGI è tra i promotori del ricorso vinto contro l’INPS[10] a proposito del “Bonus Mamma” che in origine non veniva assegnato alle straniere senza permesso di soggiorno di lungo periodo. Quindi, grazie all’associazione di Soros, tutte le straniere regolarmente soggiornanti in Italia ora hanno diritto all’assegno di 800 euro, che in origine era nato come sostegno alla natalità alla luce della crisi demografica.

Anche il punto 3 del programma immigrazione del M5S è stato scritto da un avvocato di ASGI, Guido Savio, e riguarda le “Commissioni Territoriali”, ovvero chi decide in merito all’esistenza dei requisiti per l’ottenimento dello status di profugo dei richiedenti asilo[11].


È paradossale che Guido Savio abbia sviluppato un documento per ASGI “con il sostegno di Open Society Foundations”[12], che sviluppa le medesime tematiche e le medesime critiche all’attuale regolamentazione delle Commissioni Territoriali, riportate poi nel punto del programma immigrazione del Movimento 5 Stelle.
Ancora più curiose sono le soluzioni sviluppate da Savio, con contenuti decisamente globalisti e di certo non “anti-establishment” che dovrebbero essere la nemesi dei pentastellati.
Guido Savio propone di formare 15.000 nuovi commissari formati da enti e organizzazioni come la Croce Rossa, UNHCR e EASO (European Asylum Support Office, agenzia della Commissione Europea supportata da varie ONG, molte delle quali finanziate da Soros[13] e tra le quali figura anche ASGI[14]). Quindi, secondo l’avvocato di ASGI delle organizzazioni internazionali, governative e non, dovrebbero istruire chi dovrà decidere a proposito dello status di profugo, sul sovrano territorio italiano: nulla di più “establishment”. Inoltre, ASGI “al fine della promozione di azioni anti-discriminatorie, si è costituita in giudizio con ricorsi civili e penali nell’ambito di alcuni procedimenti di rilevanza nazionale e in diverse cause concernenti il diritto anti-discriminatorio e sta promuovendo una rete italiana di operatori e professionisti capaci di sollevare presso gli organismi amministrativi e giudiziari le questioni antidiscriminatorie[15]
Per tale motivazione, Guido Savio ha assistito un cittadino kosovaro, già pregiudicato (4 anni di carcere) presso il Tribunale di Milano, che aveva ricevuto un decreto di espulsione dall’Italia per pericolosità sociale (due rapine “violente” e un furto aggravato): il risultato è stato l’annullamento dell’allontanamento dal nostro Paese per “motivi familiari” (figlio minore residente in Italia)[16]. Savio, inoltre, in un documento[17] del 2016 tratta la legge n. 94 del 2009 che concerne il “reato di clandestinità” contenuto nel “Pacchetto Sicurezza”, sbeffeggiando l’allora Ministro Maroni, a causa dell’inefficacia della normativa vista l’impossibilità dell’irregolare di pagare l’ammenda pecuniaria. Forse l’avvocato non ha letto l’intero testo della legge e non l’ha considerata come parte integrante del pacchetto che riguardava, per esempio, anche l’impiego di alcune migliaia di membri delle forze armate in funzione di “controllo del territorio”. Quindi perché una legge “così inutile” ha sollevato un simile polverone, con le associazioni (anche ASGI) in prima linea per la sua abolizione?

A tal proposito, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio[18] nel 2013:

Passiamo al punto 4 del Programma Immigrazione del Movimento 5 Stelle che tratta di “Cooperazione Internazionale”, redatto da Nancy Porsia, giornalista esperta di Medio Oriente e Nord Africa e collaboratrice di diverse testate italiane e straniere molto mainstream media (RAI, SkyTG24, La Repubblica, L’Espresso, The Guardian, Al Jazeera, Middle East Eye).

Nel punto da lei scritto, Nancy Porsia bacchetta l’Italia per essere ancora lontana dagli impegni presi in sede internazionale come quota di aiuto ufficiale allo sviluppo”[19]. Non neghiamo la realtà della questione, ma vogliamo ricordare alla giornalista quanto il nostro Paese abbia investito nell’accoglienza dei migranti negli ultimi 5 anni, senza un reale impegno dell’Europa. La stessa, anche se non direttamente riconducibile a Open Society Foundations, è l’esperta che spesso viene chiamata per sostenere le iniziative e i progetti sviluppati dalla fondazione di Soros. Nell’agosto scorso viene “intervistata” sulla situazione in Libia dopo l’entrata in vigore del Codice di Condotta di Minniti da Open Migration[20] (progetto ideologicamente immigrazionista sviluppato da CILD-Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili[21], che vede tra i partecipanti le associazioni sostenute di Open Society Foundations), mentre a gennaio vince un “working grant”[22] per il suo lavoro “Priorità europee, realtà libiche”, assegnato da Journalismfund[23], organizzazione nata per “stimolare il giornalismo transfrontaliero in Europa” finanziata da Open Society. Quindi i punti 2, 3 e 4 del programma immigrazione del Movimento 5 Stelle sono legati da un filo rosso: l’Open Society Foundations di George Soros.
Il punto 1 che tratta delle “Vie legali di accesso” è stato redatto da Paolo Morozzo Della Rocca[24], docente di diritto e responsabile “Corridoi Umanitari” della Comunità di Sant’Egidio[25], associazione religiosa fondata dall’ex Ministro per la Cooperazione del Governo Monti, Andrea Riccardi.
Proprio Sant’Egidio è tra i fautori dei primi corridoi umanitari dal Libano, Marocco e Etiopia concordati con il nostro governo nel 2015, e poi riproposti negli anni successivi; l’operazione è stato implementata all’interno del progetto “Mediterranean Hope”: “I corridoi umanitari sono il frutto di una collaborazione ecumenica fra cristiani cattolici e protestanti: Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese evangeliche, Chiese valdesi e metodiste che hanno scelto di unire le loro forze per un progetto di alto profilo umanitario[26].

Il “punto programmatico” scritto da Paolo Morozzi Della Rocca riporta: “Il Movimento 5 Stelle s’impegnerà per affermare vie legali e sicure di accesso all’Europa. Chiediamo che la valutazione dell’ammissibilità delle domande di protezione internazionale nelle ambasciate e nei consolati nei Paesi di origine o di transito o nelle delegazioni dell’Unione europea presso i Paesi terzi, con il supporto delle Agenzie europee preposte”. Si stimano milioni di africani sub-sahariani pronti a partire per l’Europa: vi immaginate le code a perdita d’occhio davanti alle ambasciate italiane di aspiranti richiedenti asilo speranzosi di venire nel nostro Paese, e i connessi aggravi economici connessi al sicuro aumento del personale per la gestione delle domande di protezione internazionale?
Dopo aver analizzato i 4 punti del programma immigrazione del movimento di Grillo votati forse da ignari iscritti, chiudiamo l’articolo con un veloce controllo sull’attività dell’eurodeputata Laura Ferrara. Siamo partiti da due post pubblicati su Twitter, chiedendoci il motivo della contrarietà della Ferrara agli accordi intercorsi tra il governo italiano e Al Serraj, che miravano a bloccare la rotta libica e il business dei trafficanti di essere umani.

Analizzando il suo operato nel Parlamento Europeo, abbiamo riscontrato che l’eurodeputata ha appoggiato diverse volte iniziative sostenute da altri membri del Parlamento Europeo eletti nelle fila del Partito Democratico. Nel 2014, per esempio, la Ferrara ha sottoscritto un’interrogazione parlamentare proposta da Barbara Spinelli (presente nell’elenco di Open Society Institute “Reliable allies in the European Parliament” che elenca i membri eletti nel Parlamento Europeo ideologicamente “alleati” di Soros[27]) “per chiedere l’avvio di una procedura d’infrazione contro in merito agli abusi e alle violenze compiute dalle forze di polizia italiana nell’ambito delle recenti operazioni di identificazione e foto segnalamento[28] e sostenuta anche dalla Kyenge, e da Elly Schlein (altre “alleate” Open Society). Sempre nel 2014, l’eurodeputata 5 Stelle compare tra i 59 firmatari (compaiono ancora la Kyenge e la Schlein) dell’interrogazione sempre presentata dalla Spinelli per “chiedere conto della conformità dell’accordo UE-Turchia con il divieto di respingimento (il principio di non-refoulement)”[29] in seguito alle testimonianze riportate dalla sorosiana Amnesty International[30], utilizzate anche nell’interrogazione precedente.

La sua portavoce Eleonora Evi è stata ospitata nel novembre scorso come relatrice ad una conferenza organizzata da International Institute for Democracy & Electoral Assistance (IDEA), per esporre la piattaforma Rousseau al pubblico, commentando: “Siamo per la democrazia diretta e stiamo portando il futuro della partecipazione politica”.

Peccato che IDEA sia molto distante dalla “democrazia dal basso” essendo finanziata dal meglio dell’èlite globalista, come la solita Open Society Foundations, la Ford Foundation, USAID, etc[31]. Nel 2015, è la stessa Laura Ferrara[32] ad organizzare con Ignazio Corrao e Barbara Spinelli, la proiezione del documentario “EU 2013, The Last Frontier”, prodotto dalla stessa Open Society Foundations[33]; nel dibattito seguente è intervenuta anche uno degli allora più attivi agenti di Soros in Italia, Costanza Hermanin (attuale assistenze particolare del Sottosegratario Gennaro Migliore).

Non servono ulteriori commenti e riflessioni: sulla questione flussi, il Movimento 5 Stelle, il suo programma immigrazione e l’eurodeputata Laura Ferrara, sono assolutamente lontani da chi vuole fermare la rotta mediterranea verso l’Italia, da chi vuole un differente impiego dei contributi versati dai cittadini a favore di chi le tasse le ha pagate per decenni, da chi vuole più sovranità e meno ingerenze di Europa ed èlite globalista, e da chi proclama “prima gli italiani”. Elettori pentastellati riflettete sui personaggi che si accompagnano ai vostri leader; forse non basta la piattaforma Rousseau a garantirvi il pieno esercizio della democrazia partecipativa.
Francesca Totolo
NOTE
[0] Crescita del gioco online e concessione della licenza AAMS: https://casinopilota.it
[1] Di Maio: “Da ipocriti non vedere business su immigrazione”: http://www.adnkronos.com/fatti/politica/2017/04/23/maio-ipocriti-non-vedere-business-immigrazione_pl1rNe8EURYhOSjtPQSVHN.html
[2] Una riflessione sul tema dell’immigrazione: http://www.robertofico.it/una-riflessione-sul-tema-dellimmigrazione/
[3] Immigrazione: Obiettivo sbarchi zero. L’Italia non è il campo profughi d’Europa: http://www.movimento5stelle.it/programma/immigrazione.htm
[4] ASGI: https://www.asgi.it/
[5] L’Italia sono anch’io: http://www.litaliasonoanchio.it/
[6] Out of Limbo: https://www.asgi.it/progetti/out-of-limbo/
[7] Ero Straniero-L’umanità che fa bene: http://www.radicali.it/campagne/immigrazione/
[8]Non aver paura. Apriti agli altri, apri ai diritti: http://www.caritasitaliana.it/materiali/campagne/apriti_aglialtri/comunicato.pdf
[9] Onlus e Migranti in Italia: https://www.lucadonadel.it/onlus-e-migranti-in-italia-open-society/
[10] Bonus mamma domani, giudice vs Inps: “Spetta anche alle straniere. Altrimenti la condotta è discriminatoria”: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/12/13/bonus-bebe-il-giudice-contro-linps-va-esteso-a-tutte-le-madri-anche-straniere-altrimenti-la-condotta-e-discriminatoria/4037551/
[11] Le Commissioni Territoriali: http://www.beppegrillo.it/2017/07/programmaimmigrazione_le_commissioni_territoriali.html
[12] la legge 13 aprile 2017 n. 46 recante disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale di Guido Savio: https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2017/07/Scheda-pratica-legge-Minniti-DEF_2.pdf
[13] Input by civil society to the EASO Annual Report 2016: https://www.easo.europa.eu/input-civil-society-easo-annual-report-2016

[14] ECRE: Our Members: https://www.ecre.org/members/
[15] ASGI, chi siamo: https://www.asgi.it/chi-siamo/

[16] Tribunale di Milano, sez. affari immigrazione civile, decreto 7.3.2017: https://www.asgi.it/banca-dati/tribunale-milano-sez-affari-immigrazione-civile-decreto-7-3-2017/

[17] le buone ragioni per abrogare il reato di clandestinità’: un atto necessario e di onestà: http://www.asgi.it/wp-content/uploads/2016/01/2016_1_11_savio_reato_imm_irregolare1.pdf
[18] Il reato di immigrazione clandestina: http://www.ilpost.it/2013/10/10/reato-di-immigrazione-clandestina/
[19] La cooperazione internazionale: http://www.beppegrillo.it/2017/07/programmaimmigrazione_la_cooperazione_internazionale.html
[20] Quattro domande cruciali sulla Libia a Nancy Porsia: http://openmigration.org/analisi/quattro-domande-cruciali-sulla-libia-a-nancy-porsia/
[21] CILD, chi siamo: https://cild.eu/chi-siamo/
[22] Working grant: http://www.journalismfund.eu/workinggrant/operation-sophia
[23] Journalismfund, about us: http://www.journalismfund.eu/about-us
[24] Le vie legali di accesso: http://www.beppegrillo.it/2017/07/programmaimmigrazione_le_vie_legali_di_accesso.html
[25] Associazioni religiose e migranti in Italia: https://www.lucadonadel.it/associazioni-religiose-e-migranti-in-italia/
[26] Mediterranean Hope, corridoi umanitari: http://www.mediterraneanhope.com/corridoi-umanitari-0
[27] Reliable allies in the European Parliament(2014 – 2019): https://legacy.gscdn.nl/archives/images/soroskooptbrussel.pdf
[28] Identificazioni e violenze, richiesto l’avvio di una procedura d’infrazione contro l’Italia: http://www.cronachediordinariorazzismo.org/identificazioni-violenze-richiesto-lavvio-procedura-dinfrazione-contro-litalia/
[29] Rimandare i migranti in Turchia viola il principio di non-respingimento: http://www.cronachediordinariorazzismo.org/rimandare-i-migranti-in-turchia-viola-il-principio-di-non-respingimento/
[30] ONG E MIGRANTI: Amnesty International, Oxfam, Human Rights Watch: https://www.lucadonadel.it/ong-e-migranti-amnesty-oxfam-human/
[31] Annual Report IDEA: https://www.idea.int/sites/default/files/reference_docs/annual-results-report-2016_interactive.pdf
[32] Al Parlamento Europeo: proiezione del documentario EU 2013 The Last Frontier: http://www.unitademocraticagiudicidipace.it/2015/06/15/al-parlamento-europeo-proiezione-del-documentario-eu013-the-last-frontier/
[33] EU 2013, The Last Frontier: http://www.filmitalia.org/p.aspx?t=film&l=en&did=78151

Preso da: https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/cosi-gli-uomini-di-soros-hanno-scritto-il-programma-immigrazione-del-m5s-77760/

Menzogne dei fake media sul Venezuela mentre occultano che in Colombia sono morti 700 leader sociali nel 2018

Mentre i fake media continuano a strepitare su presunte violazioni dei diritti umani in Venezuela con l’obiettivo di tirare la volata alla prossima guerra per spoliare una nazione dei propri beni, nell’assordante silenzio degli stessi continua il massacro dei leader sociali in Colombia. Quello stesso paese che gli Stati Uniti hanno scelto come operativa per le azioni di golpismo contro il Venezuela bolivariano.
Menzogne dei fake media sul Venezuela mentre occultano che in Colombia sono morti 700 leader sociali nel 2018
Quasi 700 leader sociali sono stati uccisi in Colombia nel 2018, secondo il Centro l’Investigazione e l’Educazione Popolare (Cinep).

La cifra rivelata dall’agenzia è di 648 persone, che fanno parte delle 2.252 vittime di alcuni tipi di violazioni dei diritti umani.

Secondo il rapporto “Violenza camuffata.

 

 

La base sociale a rischio”, oltre agli omicidi, sono stati registrati, tra gli altri reati, 1.151 casi di minacce di morte, 304 feriti fisici, 48 attacchi, 22 sparizioni e 3 aggressioni sessuali.
A sua volta, la più grande violazione dei diritti umani finora avvenuta nel 2019 si è verificata nel dipartimento della Valle del Cauca (sud-ovest), con 224 vittime, seguita da Cauca (sud-ovest), con 182 e Santander (nord-est), con 180 casi.

“Il principale metodo di vittimizzazione è stata la minaccia, con 122 vittime a Valle del Cauca e 117 a Cauca”, ha aggiunto il rapporto.

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-menzogne_dei_fake_media_sul_venezuela_mentre_occultano_che_in_colombia_sono_morti_700_leader_sociali_nel_2018/5694_28362/

Non esiste più la classe dei lavoratori ma solo la classe dei consumatori

In nome della “classe dei lavoratori” si sono combattute grandi battaglie, si sono spesi fiumi di parole e scritti infiniti libri. Ma cosa è rimasto di quella gloriosa “classe” che doveva dare al mondo il “sol dell’avvenire”?

Non esiste più la classe dei lavoratori ma solo la classe dei consumatori
Ancora oggi ci sono alcuni nostalgici o sedicenti pittoreschi filosofi rimasti fermi all’Ottocento, che parlano di lotta di classe senza nemmeno rendersi conto di quanto sia inverosimile un’affermazione del genere. Forse non si sono accorti che quelli della classe che doveva cambiare il mondo, in gran parte erano e sono interessati esclusivamente al loro tornaconto.  I nemici di classe di una volta, cioè i cosiddetti padroni, hanno capito che all’operaio, al lavoratore, bastava mettergli una televisione davanti agli occhi (oggi un cellulare nella tasca) e fargli vedere come era bello partecipare all’orgia del consumo; e la battaglia era presto vinta.
Così, i grandi valori, le grandi parole, i grandi sogni sono stati svenduti per misera paccottiglia con cui riempirsi le case. Purtroppo però, riempirsi le case di oggetti ha la non indifferente conseguenza di distruggere l’ambiente, che mai avrebbe potuto essere così tanto devastato se non avesse avuto i fedelissimi servitori dei padroni che, obbedendo ai loro ordini, hanno anteposto sempre il posto di lavoro, cioè i soldi, addirittura alla loro stessa salute e all’ambiente che li circonda.
Itanti obbedienti esecutori, a qualsiasi rivendicazione di chi ha a cuore salute e ambiente hanno sempre risposto con ferocia, facendo assieme ai loro sindacati  i migliori cani da guardia di quei padroni stessi che un giorno ormai lontanissimo erano appunto il nemico di classe. Basti pensare alla TAV in Val di Susa, dove il sindacato è ovviamente compatto nella distruzione del territorio in cambio dei famosi posti di lavoro. Come se per creare lavoro si dovesse sempre e comunque sacrificare salute e ambiente, mentre invece è ormai ampiamente dimostrato l‘esatto contrario.
La regia di questa scellerata involuzione l’hanno assunta gli intellettuali, gli scrittori,  i giornalisti e ovviamente i rappresentanti politici dei lavoratori che si sono attivati alacremente per utilizzare quelle masse esclusivamente per i propri interessi portandoli alla fine a difendere e servire proprio quel potere che anticamente era la controparte.
Sono innumerevoli i giornalisti, gli intellettuali, gli scrittori, i politici che hanno le loro radici e la loro formazione culturale di “sinistra” e che oggi sono diventati fra i peggiori e più convinti sostenitori di partiti e datori di lavoro che hanno il solo Dio Denaro come stella polare.  Nei curriculum di questi personaggi è quasi sempre sicura la frequentazione passata di giornali e pubblicazioni “comuniste”, le gesta di passate battaglie di gioventù, il tutto svenduto per quattrini, carriere e posti sicuri.  Gli ex contestatori sono diventati formidabili menti di venditori, utilizzando la loro cultura e creatività a favore della vendita di milioni di prodotti superflui che fanno guadagnare il padrone e sbavare il servo.
Così, grazie a questa allegra compagnia fatta di padroni e loro servitori, come sempre le vittime sono l’ambiente, la salute mentale e fisica delle persone stesse. Ed è importante ribadire che qui non si sta parlando della sopravvivenza, cioè non si sta parlando del lavoratore costretto a prostituirsi per poter sopravvivere, perché il lavoratore/consumatore non sopravvive ma spreca.
Il consumatore vive in una società in cui l’opulenza e il buttare i soldi in ogni modo è a livelli vergognosi. Così vergognosi che se c’è qualcuno che viene da chissà dove a mendicare briciole, le stesse ex classi lavoratrici e operaie, laddove ieri votavano i partiti di sinistra, oggi si schierano con il peggiore razzismo che invoca la cacciata con ogni mezzo di qualsiasi eventuale intruso nell’orgia quotidiana di spreco assoluto. Spreco vomitevole di soldi, di cibo, di energia, di acqua. E nessuno spiega, tantomeno i partiti dell’ex classe lavoratrice che si considerano di sinistra, che la strategia in atto è una guerra fra simili dove vince chi dall’alto muove i fili e fa ballare i burattini. Questa mutazione genetica dei lavoratori a forma di dollaro-euro e loro pseudo rappresentanti politici, intellettuali, giornalisti, ecc. ha avuto e ha come risultato il fatto che esiste una sola e unica classe a cui ogni lavoratore (operaio o meno che sia) tende, cioè quella dei consumatori, dove non esiste nient’altro che il guadagno, l’acquisto e l’accumulo in un mondo ridotto a discarica. E dove non possono esserci valori in chi considera il mondo una cloaca e i suoi simili persone da ingannare sempre e comunque nella lotta per arraffare, mentre dall’alto se la ridono abbondantemente vedendo i presunti poveri che non assaltano i panifici ma i negozi di elettrodomestici o quelli di abbigliamento di marca.
Solamente una coscienza senza classi che salvaguardi il nostro pianeta e i nostri simili ci può dare un vero sole dell’avvenire, un domani in cui vivere.

Preso da: http://www.ilcambiamento.it/articoli/non-esiste-piu-la-classe-dei-lavoratori-ma-solo-la-classe-dei-consumatori

La Germania ha guadagnato miliardi dalla crisi che distrutto la Grecia

22 giugno 2018. Lorenzo Vita.
** FILE ** A Euro sculpture is seen in the autumnal sun in front of the European Central Bank ECB building, rear, in Frankfurt, Germany, in this Sept. 24, 2007 file picture. The European Central Bank, along with the U.S. Federal Reserve and others, plans to offer billions in short-term credit to banks in Europe to meet their demand for dollars amid tense financial markets. (AP Photo/Bernd Kammerer)
La Germania ha guadagnato miliardi dalla crisi che ha colpito la Grecia e che ha portato il popolo greco nel baratro dell’indigenza. A rivelarlo non sono movimenti euroscettici, né leader populisti né governi antitedeschi, ma direttamente il governo di Berlino, in risposta a un’interrogazione parlamentare promossa dai Verdi.
Da quanto si è potuto comprendere, le casse della Germania hanno guadagnato circa 2.9 miliardi di euro come conseguenza indiretta della crisi greca. Guadagni scaturiti, in gran parte, come risultato del programma di acquisto di titoli di debito greci da parte della Banca centrale europea.
Il meccanismo funziona così. Dal 2010 la Germania ha acquistato obbligazioni di Atene come parte di un accordo dell’Unione europea per sostenere l’economia greca. Le obbligazioni furono acquistate dalla Bundesbank e poi trasferite al tesoro statale.

L’accordo originale tra Berlino e Atene prevedeva che qualsiasi interesse guadagnato sulle obbligazioni sarebbe stato restituito alla Grecia quando avrebbe adempiuto ai suoi obblighi sulle riforme. Solo che è successo qualcosa che ha cambiato sensibilmente le carte in tavola.
Fino al 2017, la Bundesbank aveva guadagnato utili su quegli interessi pari a 3.4 miliardi di euro. Ma ne ha trasferiti molti di meno alla Grecia. 527 milioni nel 2013 e 387 milioni nel 2014, lasciando un utile di 2 miliardi e mezzo. A questi, si devono poi aggiungere 400 milioni di interessi maturati grazie a un prestito della KfW Bankengruppe (KfW), la Banca per lo sviluppo.
Dati che hanno provocato la rabbia dei Verdi, i quali da sempre chiedono alla Germania di allentare la morsa sul debito greco come gesto per far ripartire l’economia di Atene. “La Germania ha tratto notevoli benefici dalla crisi greca, non è accettabile che il governo consolidi il bilancio tedesco con i benefici della crisi greca”, ha detto il portavoce del gruppo parlamentare verde Sven-Christian Kindler.
Secondo Kindler, i greci hanno mantenuto le loro promesse sulle riforme facendo tagli dolorosissimi, ma “ora è il momento del gruppo euro di mantenere le sue promesse”. Ed è un attacco rivolto soprattutto alla Germania che, insieme ad altri Paesi dell’Europa settentrionale, ha sempre voluto mantenere il pugno duro nei confronti della Grecia.
Ieri, i ministri dell’eurozona hanno finalmente dato il via libera all’atteso taglio del debito pubblico greco. Il governo ellenico è stato “promosso”. Atene ha fatto quello che doveva fare, con 88 riforme sanguinose che l’Europa ha ritenuto necessarie per completare il piano di aiuto ai creditori. L’Ue sborserà l’ultima tranche di prestiti di circa 15 miliardi ed è stato esteso di 10 anni il termine per la scadenza dei prestiti.
“Questo è un momento storico per la Grecia e per l’Eurozona”, ha detto il commissario agli affari economici Pierre Moscovici. Sì, ma a quale prezzo? Come ricordato su questa testata, dal 2010 ad oggi “il potere d’acquisto è crollato del 24%, il 21,2% della popolazione, certifica Eurostat, vive in estrema povertà, il doppio del 2008. Lo scorso anno 130 mila persone, il 333% in più del 2013 hanno rinunciato alle eredità lasciate dai parenti perché non avevano i soldi per pagare le tasse”.
Alexis Tsipras non può certo cantare vittoria. Può solo sommessamente dire grazie ai suoi creditori, così come il popolo greco può provare a pensare di nuovo a un futuro di speranza. Ma i guadagni, cinici, della Germania sul debito greco dimostrano, ancora una volta, di cosa sia fatta questa Unione europea.

Fare cassa su un popolo affamato, per giunta alleato e partner di un’Unione come quella europea, dimostra che  l’Europa germanocentrica non è una realtà del mondo populista, ma uno scoglio per chiunque possa pensare a una Ue diversa. La Grecia, al collasso, che ha bisogno di soldi più di chiunque altro, vede il Paese economicamente più forte lucrare sul suo debito: lo stesso per cui sono morte persone, attività e imprese.

Preso da: http://www.occhidellaguerra.it/germania-crisi-grecia/

I numeri del tracollo della Grecia: così è stata distrutta dall’austerità

31 agosto 2018

Il 20 agosto scorso Alexis Tsipras ha scelto un riferimento omerico per celebrare la fine del programma di aiuti internazionali alla Grecia, dichiarando da Itaca che per il Paese era finita “la sua Odissea moderna”. Novello Ulisse, Tsipras deve probabilmente aver mangiato, al contrario del suo predecessore letterario, il frutto dell’oblio dei Lotofagi per arrivare a rivendicare un risultato tanto importante. La verità è che per la grande maggioranza della popolazione greca la data del 20 agosto non ha significato nulla di particolare, dopo otto anni di austerità che hanno letteralmente sconvolto il tessuto economico e sociale del Paese sulla scia di politiche restrittive imposte a uno Stato che non aveva una costituzione tale da sopportarla senza effetti traumatici.
Infografica di Alberto Bellotto

Infografica di Alberto Bellotto

Né possono apparire consolanti le dichiarazioni del portavoce di Tsipras, riportate da Agenzia Nova, secondo il quale la Grecia “sta tornando ad avere la piena sovranità economica” e non dovrà operare nuovi tagli alle pensioni, che del resto non avrebbero potuto incidere in maniera notevole visto che i precedenti hanno eroso fino al 70% gli assegni e, dal 2021 in avanti, un neopensionato su due riceverà 550 euro al mese.
I dati sulle pensioni sono solo l’inizio: i numeri del mattatoio economico che ha sconvolto la Grecia, a cui si è unita la massiccia svendita di asset pubblici di cui ha scritto Lorenzo Vita su Gli Occhi della Guerraparlano di un disastro sociale senza precedenti per un Paese oramai letteralmente a pezzi.

La macelleria sociale non allevia il debito della Grecia

L’austerità ha colpito la Grecia principalmente attraverso i tagli massicci alla spesa pubblica, alla prevenzione sociale e all’assistenza alle fasce più deboli della popolazione imposti dai vari memorandum a cui anche Tsipras, eletto con promesse di riscossa e orgoglio nazionale, si è prontamente chinato.
La Grecia, negli ultimi anni, ha registrato gli avanzi primari nel saldo tra entrate e uscite dello Stato più alti d’Europa, pari al 3,9% del Pil nel 2016 e al 4% (7,08 miliardi di euro) nel 2017. In assenza di manovre espansive per favorire la crescita, il solo avanzo primario non contribuisce affatto alla stabilità del debito pubblico, che anzi nel suo rapporto col Pil è notevolmente peggiorato nell’ultimo decennio, dato che il rapporto per la Grecia è passato dal 109,4% del 2008 al 180,8% del 2016.
Meno settore pubblico ha significato, per la Grecia meno investimenti strategici: come segnala Formiche, il Paese non è ancora in grado di coprire i 100 miliardi di deficit di investimenti creati cumulativamente nel periodo tra il 2009 e il 2017. In particolare la Grecia ha perso 16 posizioni nel World Economic Forum – Competitiveness Index nel periodo 2008-2016: è al 28esimo posto rispetto ai 28 Paesi dell’Ue. Inoltre ha perso sei posizioni nell’indice Doing Business della Banca Mondiale nel 2016/2017, mentre è al 27esimo posto tra i 28 paesi dell’Ue. Rigorosa nei suoi conti e nella sua ortodossia neoliberista, la Grecia ha pagato tutte le conseguenze della macelleria sociale nella maniera più grave.

Più che un’Odissea, quella della Grecia è un’ordalia

La Grecia ha impegnato tutta sé stessa nel programma di risanamento: in cambio di un alleviamento della quota di interessi dovuti ai creditori (principalmente istituti finanziari franco-tedeschi) e di un ridimensionamento del suo spread, Atene si è impegnata a spalmare il rimborso dei suoi debiti su un lasso di tempo smodatamente lungo, destinato a protrarsi fino al 2060. Mettere preventivamente in conto quarant’anni di ulteriore austerità significa abdicare a ciò che resta della sovranità politica ed economica del Paese.
L’obiettivo dell’Unione europea è il raggiungimento, entro quell’anno, della quota del 100% del rapporto debito-Pil. Più che un’Odissea, la Grecia è attesa da una vera e propria ordalia del fuoco, come segnala Bloomberg.
“Le proiezioni dell’Ue implicano un pensiero estremamente ottimistico”, si legge su un articolo della testata d’informazione finanziaria ripreso da Voci dall’Estero. “Per esempio, assumono un livello di austerità impossibile: la Grecia deve realizzare un avanzo primario di bilancio (al netto degli interessi) del 3,4% del Pil per un decennio, e poi del 2,2% fino all’anno 2060 – qualcosa che nessun paese dell’area dell’euro con una così  precaria storia economica ha mai fatto. Ridimensionando queste proiezioni a un soltanto improbabile 2 per cento e poi 1 per cento, e usando le stime di crescita e di tasso d’interesse del Fondo monetario internazionale, si ha un quadro molto diverso”, che vede il rapporto sfiorare il 300%.

Infografica di Alberto Bellotto

Infografica di Alberto Bellotto

“Anche in uno scenario ottimistico, la Grecia dovrà prendere in prestito centinaia di miliardi di euro dagli investitori privati ​​per pagare i suoi creditori ufficiali. Se quegli investitori penseranno che i debiti del governo sono fuori controllo, saranno costretti a ritirarsi – e i leader europei dovranno affrontare un’altra crisi greca”, che potrebbe essere prevenuta solo con un ragionevole condono di quote importanti del debito di Atene. Anche perché, sul lungo periodo, la somma della crisi economica all’avanzante inverno demografico che attende il Paese potrebbe rendere ancora più complessa qualsiasi speranza di ripresa.

L’errore del moltiplicatore

Si vuole imporre alla Grecia di proseguire su una strada che si è dimostrata errata sin dalle prime battute, tanto che il Fondo monetario internazionale ha di recente segnalato le valutazioni sbagliate condotte nel 2010 in occasione della scrittura del primo programma di assistenza strutturale ad Atene.
In particolare, l’Fmi aveva imposto a 0,5 il cosiddetto moltiplicatore fiscale che, come si può leggere sul blog di Alberto Bagnai, “esprime l’impatto che una manovra di spesa pubblica avrà sul Pil. Moltiplicatore di 0.5 significa che un aumento di spesa pubblica di un euro incrementa il Pil di 0.5 euro, e naturalmente (moltiplicando per meno uno), che una diminuzione di spesa pubblica di un euro decrementa il Pil di 0.5 euro”. Nella realtà, il moltiplicatore per la Grecia si è dimostrato essere addirittura triplo, come confermato da un crollo del Pil superiore al 25%.
I motivi politici della palese sottostima del moltiplicatore greco da parte del Fmi sono, per Bagnai, evidenti: “Era essenziale insufflare l’idea che i tagli non avrebbero danneggiato ‘troppo’ l’economia greca”, contro ogni evidenza reale. Secondo un disegno che ora si vorrebbe applicare nei decenni a venire.

Redditi a picco, meno sicurezza, meno imposte

Di sicuro la Grecia non può affidare la propria ripartenza ai consumi, a causa dell’erosione subita dal potere d’acquisto (-28% dal 2008) e del deficit di spese private e gettito fiscale per l’ancora elevato livello della disoccupazione, scesa sì di sette punti percentuali rispetto al picco del 2013 (27%) ma ancora circa otto punti sopra rispetto al 2010, come segnala Il Giornale.
Di fatto, sono inoltre stati smantellati gli ammortizzatori sociali: chi è senza un posto da tempo incassa appena il 7% di quanto percepiva prima del licenziamento contro il 55% garantito nella Repubblica ceca e il 68% in Lussemburgo. E chi un lavoro ancora ce l’ha, deve far fronte alla mannaia delle tasse, il 40% su uno stipendio medio mensile di 900 euro, contro il 14% versato dai contribuenti in Irlanda.
Non c’è luce in fondo al tunnel greco: dalle privatizzazioni a raffica al crollo dei prezzi degli asset, il Paese ha recuperato attrattività per gli investimenti proprio grazie alla precarietà delle condizioni del suo sistema economico e della sua società, afflitta dalla piaga di lavori precari e sottopagati: la modesta crescita economica è imputabile soprattutto alla ripresa del turismo e alle esportazioni, ma porta poche briciole nelle tasche di cittadini impoveriti dal dissesto sistemico del Paese.

In Grecia, ha scritto Martina Castigliani sul Fatto Quotidiano, “c’è la guerra. […] ce l’ha portata la troika, Bruxelles, Alexis Tsipras. Ce l’hanno portata gli uomini. Le città sono fortini di resistenza: centri di normalità fanno ombra a strade di periferie abbandonate dove si lotta per l’aria e per il pane”. Un’Odissea senza fine, nonostante i proclami del primo ministro.

Preso da: http://www.occhidellaguerra.it/i-numeri-del-tracollo-della-grecia-distrutta-dallausterita/

I frutti della Troika sulla Grecia: Hiv, disturbi mentali e suicidi

10 novembre 2018.
TOPSHOT - Tourists take pictures of slogans on a wall in central Athens, on August 18, 2018. - On August 20, Greece's third and final bailout officially ends after years of hugely unpopular and stinging austerity measures. The economy is growing slowly, and unemployment fell to below 20 percent in May for the first time since 2011. (Photo by LOUISA GOULIAMAKI / AFP)
La crisi greca esplode nel 2009: all’epoca come primo ministro si è appena insediato George Papandreou del Pasok, figlio di Andreas che risulta capo dell’esecutivo tra gli anni  Ottanta e Novanta e protagonista della vita politica successiva alla caduta dei colonnelli. In quei drammatici mesi dell’autunno del 2009, scoppia la “bolla”. Il governo dichiara di aver trovato bilanci falsificati, di conseguenza il debito appare molto più grave di quanto fino a quel momento si pensa. E già, come dimostrano le due elezioni anticipate in tre anni vissute dal paese e le tensioni sociali scoppiate ad Atene nel dicembre 2008, la situazione in Grecia non sembra rosea di suo prima degli annunci sul deficit da parte di Papandreou. A quel punto scattano i piani della cosiddetta “troika”: Ue, Fmi e Bce impongono riforme radicali alla Grecia, in cambio di prestiti per un valore di miliardi di Euro. È l’inizio del caos.

Il rapporto del Consiglio d’Europa

Quello che avviene da allora è sotto gli occhi di tutti. Vengono imposti piani di austerità che prevedono tagli enormi nella spesa pubblica. Per un paese già in recessione è una mazzata micidiale. Crolla il potere d’acquisto, crolla il commercio, ad Atene molti negozi sono costretti alla chiusura, la Grecia va subito in ginocchio. Vengono licenziati diversi impiegati pubblici, viene tagliato lo stipendio a chi rimane, anche nel privato i salari crollano. Per non parlare poi delle privatizzazioni dei servizi e dei settori più importanti dell’economia ancora in mano allo Stato. A livello politico questo comporta il crollo dei due principali partiti, ossia Pasok di centro sinistra e Nuova Democrazia di centro destra, e la vittoria nel 2015 della sinistra radicale con Tsipras. Nel luglio di quell’anno un referendum boccia l’ennesimo piano di austerità, migliaia di greci festeggiano in piazza il risultato e sembra preludio dell’uscita di Atene dall’Euro. Ma in realtà un nuovo piano, molto simile a quello bocciato, viene poi approvato ed il paese continua con le sue sofferenze.
La domanda di tanti in Europa in questi anni è: qual è la situazione reale in Grecia? Il paese è per davvero così disastrato oppure ci sono alcuni segnali positivi? Per rispondere, nei primi mesi del 2018 viene attivata la commissione diritti umani del Consiglio d’Europa. L’Ente, nonostante il nome, nulla ha a che vedere con Bruxelles e le istituzioni comunitarie: si tratta di un organismo che valuta il rispetto dei valori e dei diritti umani nel vecchio continente. A capo di questa commissione vi è Dunja Mijatović, la quale fino allo scorso 4 giugno assieme ai suoi colleghi gira la Grecia in lungo ed in largo per vedere in che situazione vive la popolazione. Pochi giorni fa vi è la pubblicazione del rapporto. I dati che emergono sono allarmanti: sanità al collasso, istruzione non più garantita, tasso di suicidi aumentato del 40%, numero dei senzatetto quadruplicato dal 2008 al 2016. È lo specchio di un paese devastato, colpito, con una società che vive un momento paragonabile a quello del periodo bellico. In poche parole, la risposta alle domande sopra poste è drammaticamente semplice: la Grecia è in ginocchio. 

Sanità ed istruzione elementi non garantiti

Il popolo greco viene descritto come estremamente depresso, insicuro e sotto stress. Gente che prima del 2008 non ha mai manifestato segni di squilibrio mentale, si ritrova a convivere con patologie tali da costringere spesso le autorità al trattamento obbligatorio. Ci sono giovani che non hanno nemmeno i soldi per emigrare, padri di famiglia passati in pochi anni dalla classe media a non avere più nulla, nemmeno cibo per i propri figli. Ci sono anche donne costrette a prostituirsi per poter sopravvivere, quartieri nelle grandi città diventati estremamente degradati. Ma ci sono poi altri dati che rendono la situazione ancora più agghiacciante. Il consiglio d’Europa riscontra infatti casi di Hiv e tubercolosi in grande aumento. Sembra quasi essenziale a questo punto specificare che tale reportage della commissione non proviene da un paese del terzo mondo, bensì da uno appartenente all’Eurozona. La Grecia fino al 2004 ospita le Olimpiadi, costruisce centri commerciali, si illude di essere a pieno titolo tra i paesi più avanzati. Ma adesso si riscopre terribilmente surclassata dalle imposizioni della troika. Ed impossibilitata a guardare al futuro con ottimismo.
Questo perché la stessa istruzione appare non garantita. I fondi destinati a questo settore sono quelli che risultano tra i più colpiti dall’ascia e dalla scure dei piani di austerità. Molti insegnanti sono stati licenziati o messi in pre pensionamento, chi è riuscito a rimanere all’interno del mondo della scuola deve fare turni più lunghi con paghe molto più misere. La qualità dell’istruzione, si legge nel rapporto, appare incredibilmente compromessa. E la stessa cosa si può dire della sanità. I fondi destinati al servizio sanitario nazionale sono diminuiti almeno del 50% dal 2009. Molti ospedali sono chiusi, in tanti mancano le medicine. Diversi pazienti affetti da tipologie gravi rischiano di non potersi curare perchè non più coperti dal sistema sanitario oppure perché impossibilitati a raggiungere gli unici centri di eccellenza rimasti nelle grandi città. In Grecia il senso di umanità e solidarietà tanto propagandato dall’Europa, quella di Bruxelles e Francoforte, si è perso da tempo. I piani di austerità sono finiti, ma non c’è un elemento da cui poter ricominciare. Tabula rasa, deserto economico: ecco la Grecia post troika. E non è un caso che ad attivarsi sia proprio la commissione sui diritti umani del Consiglio d’Europa. Quel che è stato compiuto in questi anni non è solo una questione economica ma, per l’appunto, coinvolge i basilari principi dei diritti dell’uomo.

Preso da: http://www.occhidellaguerra.it/l-allarme-del-consiglio-d-europa-grecia-al-collasso/

Così l’amministrazione dell’ONU organizza la guerra

Il documento interno delle Nazioni Unite che pubblichiamo dimostra come l’amministrazione dell’ONU agisca in contrasto con le finalità dell’Organizzazione. La gravità della situazione è tale da rendere necessaria una spiegazione del segretario generale, António Guterres; spiegazione che il ministro degli Esteri russo, Sergueï Lavrov, ha già chiesto nei giorni scorsi. Se questo chiarimento non arriverà, gli Stati membri potrebbero rimettere in discussione l’ONU.

| Damasco (Siria)
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Nella foto, l’ex assistente di Hillary Clinton, Jeffrey Feltman, presta giuramento il 2 luglio 2012 sulla Carta delle Nazioni Unite, davanti al segretario generale, il corrottissimo Ban Ki-moon, e diventa il numero due dell’Organizzazione.
A ottobre 2017 il sottosegretario generale delle Nazioni Unite agli Affari Politici, Jeffrey Feltman, ha redatto in segreto un documento per istruire tutte le Agenzie dell’ONU sul comportamento da adottare rispetto al conflitto siriano.

Gli Stati membri dell’Organizzazione non ne sono mai stati informati, neppure quelli del Consiglio di Sicurezza, almeno fino a quando il ministro degli Esteri russo, Sergueï Lavrov, il 20 agosto scorso ne ha rivelato l’esistenza [1].
Ce ne siamo procurati una copia [2].

Il suo contenuto è un tradimento dello spirito della Carta delle Nazioni Unite [3], perché ne capovolge le priorità: per statuto, l’obiettivo fondamentale dell’ONU è «mantenere la pace e la sicurezza internazionale»; per contro, le istruzioni di Feltman gli antepongono il «rispetto dei diritti dell’uomo». Così la difesa dei diritti umani diviene strumento contro la pace.
L’espressione «diritti dell’uomo» esisteva molto prima della sua formulazione giuridica (ossia prima che tali diritti potessero essere fatti valere davanti a un giudice). Il ministero degli Esteri britannico ne fece ampio uso nel XIX secolo per giustificare alcune guerre del Regno Unito. Per esempio, assicurò che, in nome della difesa dei diritti umani, l’Inghilterra era pronta a combattere l’Impero Ottomano. Si trattava in realtà di uno scontro tra l’Impero britannico e la Sublime Porta. I popoli che Londra pretendeva aver liberato non furono certamente più felici ritrovandosi sottomessi al tiranno inglese piuttosto che ad altro tiranno. Nel XX secolo i «diritti dell’uomo» furono dapprima il marchio di fabbrica delle ONG «senza frontiere», poi lo slogan dei trotzkisti collegati alla CIA: i neoconservatori.
La Carta delle Nazioni Unite utilizza sei volte l’espressione «diritti dell’uomo», senza però farne un ideale in sé. Solo la pace può garantirne il rispetto. La guerra, è bene ricordarlo, è un periodo di sconvolgimenti in cui i diritti individuali sono messi da parte, è un contesto di ferocia dove può accadere che, per salvare un popolo, si sia costretti a scegliere di sacrificarne una parte.
Ed è per questo che si fa distinzione tra polizia ed esercito: la polizia protegge i diritti individuali, l’esercito quelli collettivi. La polizia deve rispettare i «diritti dell’uomo», l’esercito può essere costretto a ignorarli. Sembra che nell’epoca contemporanea gli individui, avvolti nel bozzolo della loro agiatezza, abbiano smarrito il senso di queste distinzioni elementari.
Se l’invocazione della difesa dei diritti umani è inizialmente servita da travestimento delle conquiste territoriali, ora, spinta all’estremo, è diventata l’ideologia per giustificare la distruzione delle strutture statali nazionali. Stanno tentando di convincerci che, affinché i nostri diritti vengano rispettati, dobbiamo essere «cittadini del mondo» e accettare una «società aperta», «senza frontiere», amministrata da un «governo mondiale».
Imporre a ognuno di questi «cittadini del mondo» quel che è bene per noi… e dunque per loro, significa disdegnare la storia e la loro cultura.
Nelle istruzioni alle agenzie ONU Feltman prende a pretesto per l’ennesima volta i «diritti dell’uomo». Proprio Feltman, personaggio che, in quanto membro dell’Autorità provvisoria della Coalizione — denominazione abusiva di una società privata, strutturata sul modello della Compagnia delle Indie —, ha governato l’Iraq [4] mostrando così poco rispetto per i diritti degli iracheni.
Ebbene, Feltman ha già esplicitato il suo reale obiettivo per la Siria in una serie di documenti, noti come Piano Feltman [5], ove si propone di abolire la sovranità del popolo siriano e di instaurare, come in Iraq, un’amministrazione straniera.
Nel documento alle Agenzie ONU Feltman, con sfacciataggine, scrive: «Il Piano di azione umanitaria deve continuare a essere umanitario per garantire all’ONU la possibilità di condurre in porto attività umanitarie essenziali per salvare vite e assicurare il soddisfacimento dei bisogni essenziali delle popolazioni. Attività di sviluppo e ricostruzione che vadano al di là dovranno essere trattate in ambiti diversi che, per natura, richiederanno negoziazioni di più lunga durata con i governi coinvolti. È essenziale, tenuto conto delle complesse questioni giuridiche e politiche in gioco». In altri termini, date da mangiare ai rifugiati, ma non combattete la carestia che li rode: si faccia in modo che la ragione del loro morir di fame rimanga uno strumento di cui disporre nei negoziati con il governo siriano.
Giordani, libanesi, turchi ed europei rimarranno sopresi leggendo: «L’ONU non favorirà il rientro dei rifugiati e dei profughi, sosterrà invece i rimpatriati per garantire loro un rientro e una reintegrazione sicuri, dignitosi, informati, volontari e duraturi, nonché il diritto dei siriani di chiedere asilo». Facendo propria la teoria del professor Kelly Greenhill [6], Feltman non vuole aiutare i siriani in esilio a ritornare nel loro Paese, ma intende utilizzare il loro esodo per indebolire la Siria.
«L’assistenza delle Nazioni Unite non deve aiutare chi ha commesso crimini di guerra o crimini contro l’umanità», precisa Feltman, vietando così a titolo cautelativo ogni aiuto a qualunque potere.
Feltman stabilisce anche che: «Solo dopo una transizione politica vera e inclusiva negoziata dalle parti l’ONU sarà disposto a favorire la ricostruzione». Siamo lontanissimi dall’ideale espresso dalla Carta delle Nazioni Unite.

[1] “Sergey Lavrov news conference with Gebran Bassil”, by Sergey Lavrov, Voltaire Network, 20 August 2018.
[2] “Parameters and Principles of UN assistance in Syria”, by Jeffrey D. Feltman, Voltaire Network, 3 September 2018.
[3] « Charte des Nations unies », Réseau Voltaire, 26 juin 1945.
[4] « Qui gouverne l’Irak ? », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 13 mai 2004.
[5] “Draft Geneva Communique Implementation Framework”, “Confidence Building Measures”, “Essential Principles”, “Representativness and Inclusivity”, “The Preparatory Phase”, “The Transitional Governing Body”, “The Joint Military Council and Ceasefire Bodies”, “The Invitation to the International Community to Help Combat Terrorist Organizations”, “The Syrian National Council and Legislative Powers during the Trasition”, “Transitional Justice”, “Local Governance”, “Preservation and Reform of State Institutions”, “Explanatory Memorandum”, “Key Principles revealed during Consultations with Syrian Stake-holders”, “Thematic Groups” (documents non publiés). “La Germania e l’ONU contro la Siria”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Al-Watan (Siria) , Rete Voltaire, 28 gennaio 2016.
[6] “Strategic Engineered Migration as a Weapon of War”, Kelly M. Greenhill, Civil War Journal, Volume 10, Issue 1, July 2008.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article202734.html

L’associazione Vittime della Nato in Libia lotta contro l’impunità dei potenti

28 gennaio 2018

Dalla guerra in Iraq nel 1991 a oggi, nessun tribunale internazionale ha mai processato e giudicato i vincitori delle guerre di aggressione condotte dall’Occidente e dagli alleati del Golfo. E dire che la guerra di aggressione è bandita in modo assoluto dalla carta delle nazioni unite ed è considerata il «crimine internazionale supremo» sin dall’epoca del tribunale di Norimberga (che però giudicò solo i vinti).

Alcune volte gli Stati presi di mira hanno provato a reagire ricorrendo a istanze internazionali (si pensi alla Jugoslavia durante i bombardamenti Nato del 1999); altre volte erano i cittadini danneggiati a provare le strade dei tribunali internazionali, sul lato penale e civile. Il primo non ha mai sortito effetti; per il secondo, alle vittime civili – «effetti collaterali» – afghane, irachene, pakistane sono stati elargiti risibili risarcimenti a cura dei responsabili, si vedano gli Usa con gli abitanti dei villaggi sterminati dai droni. Troppo poco, decisamente.

Si sta muovendo con coraggio contro l’impunità Khaled el Hamedi, cittadino libico, fondatore dell’associazione Vittime della Nato. Un bombardamento dell’operazione Unified Protector sterminò la sua famiglia il 20 giugno 2011 a Sorman. Dalle macerie furono estratti i corpi maciullati della moglie Safae Ahmed Azawi, incinta, dei suoi due figli piccoli Khaled e Alkhweldi, della nipote Salam, della zia Najia, del cugino Mohamed; uccisi anche i bambini dei suoi vicini di casa e due lavoratori. Abbiamo rivolto alcune domande al legale di Khaled, Jan Fermon, che sta preparando una conferenza stampa a Bruxelles, il 29 gennaio.

famiglia uccisa dalla nato
Avvocato Fermon, il 23 novembre 2017 la Corte d’appello di Bruxelles (Belgio, sede del Patto atlantico) ha risposto negativamente al ricorso del suo assistito Khaled el Hamidi; l’immunità della Nato è stata confermata…

E’ stata persa l’occasione di un passo avanti storico nell’applicazione della legislazione internazionale sui diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Una grande ingiustizia verso tante vittime. Khaled el Hamidi (che ora vive in esilio, ndr) è intenzionato ad andare avanti finché l’impunità non avrà fine. Il fatto che la sede della Nato sia qui, ha aperto la strada alla possibilità di un processo civile.

Come mai la Nato gode dell’immunità, e dunque dell’impunità?

La Nato è un organismo interstatale e multilaterale; con il trattato di Ottawa del 1951, i paesi fondatori decisero per l’immunità dalla giurisdizione cioè l’impossibilità di processare (cosa diversa dall’immunità di esecuzione cioè l’impossibilità di applicare la punizione). E’ grave, trattandosi di un’organizzazione che può dunque impunemente decidere della vita e della morte delle persone in giro per il mondo. Non è certo un incentivo, per la Nato e per altri, a rispettare il diritto internazionale…Può sfociare nell’impunità per crimini di guerra.

Paradossale. Non ci sono limiti a questa immunità?

Sì, ci sarebbero, e questa è la base della nostra azione legale. Infatti l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti umani e altri strumenti internazionali prevedono che ogni cittadino abbia il diritto di accedere a un tribunale. E, per la Convenzione di Vienna, gli Stati devono rispettare i trattati che hanno firmato. Il diritto di accesso, tuttavia, non è assoluto e può subire limitazioni, appunto di fronte all’immunità delle organizzazioni internazionali, che hanno fini da perseguire. Ma c’è una giurisprudenza, anche da parte della Corte di cassazione belga, secondo la quale la limitazione nell’accesso ai giudici non è accettabile quando l’organizzazione internazionale che dovrebbe essere messa in stato di accusa non ha una sorta di tribunale interno accessibile da parte dei cittadini che hanno subito danni dal suo operato. La Nato è priva di questo meccanismo rispetto alle sue azioni in Libia.

E dunque?

Intanto: la Nato ha rifiutato di comparire in giudizio (loro sostengono di limitarsi a coordinare le azioni belliche degli Stati membri, lo Stato belga l’ha rappresentata (dopotutto se si tratta di risarcire danni, spetterà poi agli Stati membri). Un primo scoglio era che Khaled non potesse invocare l’articolo 6 e dunque il diritto di accesso a un giudice perché non è cittadino europeo e il danno era avvenuto fuori dall’Europa. Ma in due sentenze, la Corte europea dei diritti umani aveva stabilito che si potesse invocare l’articolo 6 perché il paese dove la causa era cominciata lo permetteva. Nel nostro caso, però, la Corte d’appello ha deciso così: «Avete il diritto di accedere alla Corte, ma la limitazione al vostro diritto, dovuta all’immunità della Nato, rimane accettabile, proporzionata, visti gli obiettivi che l’organizzazione internazionale deve realizzare.» La Corte d’appello si è riferita a una Corte olandese che aveva sancito l’immunità per i caschi blu olandesi dell’Onu, nella vicenda di Srebrenica.

Ma l’Onu e la Nato, lei dice, non possono essere messe sullo stesso piano.

La prima è un’organizzazione che almeno in linea di principio non è di parte e riconosce la sovranità e l’eguaglianza di tutte le nazioni; ha per obiettivo l’applicazione del proprio Statuto, che è la base del diritto pubblico internazionale contemporaneo. Inoltre l’Onu dovrebbe avere il monopolio dell’uso della forza, oltretutto solo con il fine di ristabilire la pace. La Nato è praticamente illegale rispetto alla Carta dell’Onu che parla di organizzazioni regionali ma non di patti militari; è un club militare di un gruppo limitato di paesi e ha come obiettivo l’uso della forza.

Non potevate impugnare l’illegalità della guerra della Nato, che andò ben oltre il mandato della risoluzione del Consiglio di sicurezza 1973, operando un regime change e violando addirittura il mandato relativo alla protezione dei civili?

Dal punto di vista politico, è verissimo. La 1973 fu strumentalizzata. Però, questo genere di argomento renderebbe ancora più difficile le cose per un giudice belga. Ho preferito non usare l’argomento della legalità dei quella guerra perché nel caso della famiglia el Hamedi non ce n’era bisogno: prendere di mira un’abitazione civile è un crimine di guerra. La Commissione d’inchiesta dell’Onu sulla Libia al tempo si disse insoddisfatta delle spiegazioni della Nato circa l’episodio…a volte hanno tirato in ballo un errore da parte degli informatori sul campo, altre volte hanno affermato che la casa era una centrale di comando, tutto evidentemente falso.

Quali le vostre prossime mosse? Provare in altri paesi?

Dobbiamo valutare se continuare in Belgio; la Corte di cassazione non può cambiare la decisione nel merito. Altri paesi? Si potrebbe solo conoscendo la nazionalità dell’aereo che ha colpito quel giorno. Il paese è corresponsabile delle azioni. Ma è impossibile saperlo, vista l’omertà in casa Nato. Pensiamo anche alla Corte europea per i diritti umani.

E il Tribunale penale internazionale (Tpi) visto che si tratta di un crimine di guerra?

Quanto al Tpi, la risoluzione 1970 sulla Libia in effetti lo tirava in ballo …dal punto di vista letterale gli venivano affidati tutti i crimini compiuti in Libia; ma è molto chiaro che ci si riferiva solo a Gheddafi e alla sua ristretta cerchia. Inoltre per le vittime, far ricorso a quel tribunale, significa avere pochissimi diritti; il procuratore spesso non avvia nemmeno l’inchiesta; lo sanno tutti. Ci sono pressioni fortissime.

Ha assistito altre vittime delle guerre occidentali?

Ci ho provato nel 2003 durante l’occupazione dell’Iraq. Il Belgio aveva la giurisdizione universale (cioè estesa ad atti compiuti fuori dei propri confini) rispetto ai crimini di guerra. Difendevo un gruppo di cittadini iracheni contro il generale Tommy Franks e altri militari. Beh, furono impressionanti le minacce. Il Segretario Usa alla difesa Donald Rumsfeld chiese al Belgio di non accettare la mia denuncia; il paese fu minacciato di boicottaggio, di ritiro degli uffici della Nato (100mila posti di lavoro); e siccome il ministro degli esteri si era rivelato un po’ indipendente, fu imposto di estrometterlo dal governo successivo. Del resto, come non ricordare il cosiddetto «Hague Invasion Act» del 2002? Una legge che autorizza l’uso della forza per liberare i cittadini statunitensi o di un paese alleato che fossero detenuti dal Tribunale penale, con sede all’Aia. Ecco, dopo il 2003 è stata minacciata una sorta di «Brussels Invasion Act».

Khaled el Hamedi, che ora vive rifugiato all’estero, ha creato l’associazione Vittime della guerra della Nato in Libia. Quali gli obiettivi?

Vuole aprire una possibilità per gli altri; unire le forze. Intanto per stabilire la verità. Sarà anche utili aiutarli a raccogliere elementi di prova sull’operato della Nato. E la pressione giudiziaria, è anche quella che viene dalle vittime…

Ma l’impunità delle potenze egemoni, è proprio invincibile?

La lotta contro l’impunità, anche in un mondo multipolare, è prima di tutto una lotta di popolo. E’ più politica che giuridica, anche se poi va tradotta in principi giuridici che superino, appunto, l’impunità. E’ un po’ lo stesso nella giustizia nazionale, che non è neutra rispetto al censo, come sappiamo. Comunque sono i popoli a doversi battere per imporre una giustizia imparziale e seria.

Le foto sono tratte da questo sito.

Documentario di Michel Collon sul massacro di Sorman

Video di RT su familiari di vittime dei bombardamenti in Siria che reclamano giustizia

Marinella Correggia – sibialiria.org

Fonte

Libia: Ecco com’era “CRUDELE la DITTATURA” di Gheddafi!

LA DITTATURA DEL KADHAFI …
1- L’elettricità per uso domestico è gratuita!
2- L’ acqua per uso domestico è gratuita!
3- Il prezzo di un litro di benzina è di 0,08 EURO!
4- Il costo della vita in Libia è molto inferiore a quello prevalente in Francia. Ad esempio, il prezzo di una mezza baguette di pane in Francia è di circa 0,60 euro, mentre in Libia è 0,11 euro!
5 – Le banche libiche concedono prestiti senza interessi!
6- I cittadini non hanno tasse da pagare e l’IVA non esiste!
7- La Libia è l’ultimo paese dell’elenco dei paesi debitori! Il debito pubblico è del 3,3% del PIL! In Francia è l’84,5%! Negli Stati Uniti l’88,9%! In Giappone al 225,8%!
8 – Il prezzo per l’acquisto di un’auto (Chevrolet, Toyota, Nissan, Mitsubishi, Peugeot, Renault …) è al prezzo di fabbrica (auto importate dal Giappone, Corea del Sud, Cina, Stati Uniti …)!

9- Per ogni studente che vuole studiare all’estero, il “governo” aggiudica una borsa di studio di 1.627.11 euro al mese!
10- Ogni studente laureato riceve lo stipendio medio del curriculum scelto se non trova lavoro!
11- Quando una coppia si sposa, lo “Stato” paga il primo appartamento o casa (150 metri quadrati)!
12- Ogni famiglia libica, presentando il libretto familiare, riceve un aiuto di 300 EURO al mese!
13- Ci sono posti chiamati “Jamaiya”, dove la metà del prezzo del cibo viene venduto per qualsiasi grande famiglia, presentando il libretto familiare!
14- Per qualsiasi impiegato nel servizio civile, in caso di necessaria mobilità attraverso la Libia, lo “Stato” fornisce gratuitamente un’auto e una casa. E qualche tempo dopo, queste cose appartengono a lui.
15- Nel servizio pubblico, anche se la persona è assente uno o due giorni, nessuna detrazione di quei giorni sul suo stipendio e nessuna prova di malattia.
16- Ogni cittadino libico che non ha una dimora può registrarsi con un corpo “statale” e ne sarà assegnato uno senza di lui / senza alcun costo e senza credito. Il diritto all’alloggio è fondamentale in Libia.
Una dimora deve appartenere a colui che la occupa.
17- Ogni cittadino libico che desidera lavorare in casa può registrarsi con un’agenzia “statale” e questo lavoro sarà effettuato gratuitamente dalle società di lavori pubblici scelti dallo Stato.
18. Preoccupa la parità di genere e le donne hanno accesso a importanti funzioni e posizioni di responsabilità.
19- Ogni cittadino libico può impegnarsi attivamente negli affari politici e pubblici a livello locale, regionale e nazionale attraverso un sistema di democrazia diretta, Congressi popolari permanenti, fino al Congresso Generale del Popolo, il grande congresso nazionale che si riunisce una volta all’anno): su 3.5 milioni di adulti, 600.000 cittadini partecipano attivamente alla vita politica!
20- La Libia è la prima riserva di petrolio in Africa!
21 – Libia contiene 1.800 km di costa sul Mediterraneo e ha uno dei più alti tassi di sole al mondo!
22- L’assistenza medica è gratuita!
23. L’istruzione secondaria e universitaria sono gratuite. Il tasso di alfabetizzazione è superiore al 90%!
24- Ci sono sovvenzioni su tutti i prodotti alimentari di base (ad esempio 1 kg di pasta acquistato ad 1€ da un produttore tunisino, il governo libico lo vende a 0,50€ ai libici)!
25- La Libia è un partecipante ardente nello sviluppo dell’Africa, dalla sua indipendenza dall’Occidente e dal suo sistema monetario dittatoriale. Sono più di 60 miliardi di dollari che lo stato libico è pronto a investire in 25 paesi dell’Africa e dare lavoro a milioni di africani.
26- La Libia è la 6°a o la 7°a ricchezza sovrana finanziaria del mondo! Le riserve fiduciarie sono superiori a quelle della Russia, per esempio!
Se questa è la dittatura che firmi ora, perché nessun dittatore avrebbe fatto questo tipo di cose, i libici vivevano meglio di noi prima di questa guerra, i media hanno mentito per la guerra in Iraq e in Afghanistan e a tutti per uno ci viene detta la verità sulla Libia.
via Disquisendo

Preso da: http://www.complottisti.info/libia-ecco-comera-crudele-la-dittatura-di-gheddafi/