Covid19: Non andrà tutto bene.

28 aprile 2020.

L’emiliano Davide Baruffi, sottosegretario alla Presidenza: “Abbiamo detto no all’attività motoria in generale, non perchè rappresenti il primo fattore di rischio per il contagio, ma perchè volevamo dare il senso che il regime delle restrizioni in cui eravamo doveva essere molto severo

L’attività motoria, oltre alle vitamine (C in particolare ) è il principale aiuto alle difese immunitarie dell’organismo, su questo anche i medici della rete vaccinista PD/Big Pharma dovrebbero concordare , e invece il piddino Baruffi fa questa arrogante e dispotica confessione.

Il dispotismo e l’arroganza fanno parte della natura delle bande che hanno preso il controllo del PD e sono il frutto della loro visione/bisogno di un popolo da tenere al guinzaglio e manovrare a proprio piacimento.

Sul Covid19, la mia ignoranza in parte attenuata dal buon senso, mi porta a condividere le posizioni degli scienziati e dei medici, il prof.  Filippo Taro in primis (https://www.facebook.com/photo.php?fbid=3066974273353641&set=a.117911198259978&type=3&theater),   non sponsorizzati dalle multinazionali di Big Pharma, associazione che so essere ‘a delinquere’, sostenuta e finanziariamente partecipata dai ‘nuovi e vecchi miliardari’, da  Bill Gates a Rockefeller, e che riesce a influenzare l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Non sto a fare l’analisi di tutto ciò che ha favorito l’esplosione ‘improvvisa’ del Covid19 nel nostro paese, ed in alcune aree in particolare (dalla distruzione del sistema sanitario pubblico, all’inquinamento atmosferico e alle campagne di vaccinazione di massa che l’hanno predisposta), ma reagisco alla presa in giro del Presidente del Consiglio, Conte, che nelle sue conferenze stampa a reti unificate, e a giornalisti ben selezionati, continua a ripetere che tutto il  mondo ci invidia e copia le sue misure e il suo operato.

Siamo partiti da ‘polmonite interstiziale’, per scoprire poi che è una ‘trombosi diffusa’, errore che è costato un imprecisato numero di morti indotte, si è creato un clima di paura con numeri ‘non appropriati’ e ‘non verificati’, e con un caos di strampalati divieti, permessi e autocertificazioni; l’unica costante nella parole di Conte è : “Attendiamo il vaccino”. Ma se chi guarisce dal Covid19  non è detto che ne sia poi immune, che cacchio potrà immunizzare un vaccino?

Il clima orwelliano attuale è caratterizzato :

dai diritti costituzionali negati attraverso semplici Disegni di Legge e/o Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, quindi NON  COSTITUZIONALI;  

dalle censure mediatiche (youtube e Facebook in primis);

dagli arresti dell’uomo solo in spiaggia e della donna che porta il mangiare all’anziana madre ( l’elenco è purtroppo lunghissimo);

dai 450 ‘super esperti’ che dettano norme, regole e futuro del paese (ma non dicevano che bisognava tagliare i parlamentari per risparmiare?);

dal denaro che ci impegniamo a dare alla UE e/o al MES, per poterlo poi prendere in prestito (!?) spendendolo sotto tutela della Troika (FMI, Comm. UE e BCE).

Tutto questo è, molto parzialmente, reso meno pesante dagli amari sorrisi da ‘oggi le comiche’, nell’udire gli strafalcioni di date e cifre, nonché il farfugliamento di misure incomprensibili che Conte legge, a reti unificate e giornalisti ben selezionati , nelle sue conferenze stampa.


Riporto qui due delle varie perle ‘studiate’ dai 450 super esperti, che vengono coordinati dal super Commissario con ampi poteri di delega, scelto da Gualtieri, Arcuri, ( https://voxnews.info/2020/04/10/gualtieri-il-ministro-che-ha-svenduto-litalia-nella-lista-di-soros/ ), come lui creatura di Massimo D’Alema, che nei 13 anni a Invitalia lo ha tutelato, facendogli  attraversare  indenne  ben otto governi, di destra, di sinistra e … di Napolitano, con la parte sanitaria affidata a Ricciardi  (http://www.lavocedellevoci.it/2019/10/14/walter-ricciardi-superstar-dai-set-con-merola-ai-miliardi-in-pillole/ ) dal Ministro dalemiano Speranza:

  • Perla 1. I calciatori di serie A non potranno allenarsi nelle super attrezzate e medicalmente assistite cittadelle delle loro squadre, ma potranno farlo nei parchi pubblici. Supercazzola già in se, ma vi immaginate i tifosi juventini o interisti, oltre ai giornalisti e curiosi, che stanno a casa  invece di andare al Valentino o al Lambro a vedere Ronaldo o Lukaku, insieme agli altri loro beniamini? Altro che contagi da 25 aprile !
  • Perla 2. Dal 4 maggio ‘apertura cauta e calibrata’, si potrà andare a far visita ad altre famiglie in quarantena, ma dovranno essere propri ‘congiunti’. Alla domanda su chi sono i congiunti, la risposta improntata alla attuale era LGBT  è quantomeno ambigua (dettata da Rocco Casalino? https://www.lettera43.it/rocco-casalino-giuseppe-conte-m5s/  ):  Per ‘congiunti’ si intendono parenti e affini, coniuge, conviventi, fidanzati stabili, affetti stabili … Affetti stabili?  Ve l’immaginate il vigile o il carabiniere che deve chiedere a due persone se tra loro c’è un rapporto stabile ? Magari che pone la fatidica domanda a uno o una che ha appena scaricato dall’auto, o in uscita dall’appartamento di. una ragazza o di un ragazzo squillo? Cosa farà il malcapitato agente alla risposta :  “Siamo congiunti ora disgiunti” (come direbbe Catarella) ? 
  • Preso da: https://nandorossi.wordpress.com/2020/04/28/covid19-non-andra-tutto-bene/

La polizia chiede agli inglesi di avvisarla se “amici o familiari” ripetono le teorie della cospirazione

1 maggio 2020

La polizia del pensiero controlla le teorie della cospirazione.
Chiedere alle persone di chiamare la polizia per membri della famiglia che siano impegnati nelle “teorie della cospirazione” è un’idea che sembra provenire dal sistema di controllo sociale cinese.

Ma non lo è. Questo si sta verificando nel Regno Unito.

La polizia di Manchester, in Inghilterra, è impegnata in una campagna sui social media, chiedendo ai residenti locali di chiamare la polizia se qualcuno dei loro amici e familiari si dimostra impegnato in “teorie della cospirazione”.
“Le piattaforme online possono essere un mondo divertente. Sfortunatamente, possono anche essere utilizzati per sfruttare le persone vulnerabili. Se sei preoccupato che uno dei tuoi amici o familiari mostri segni di radicalizzazione, chiedi consiglio o chiama la polizia al 101 “, ha detto la polizia di Manchester su Facebook. ( Archivio )
101 è il numero non di emergenza per contattare la polizia locale nel Regno Unito.

Avviso della Polizia di Manchester

In un momento in cui le libertà civili si stanno mettendo a dura prova e le piattaforme sociali stanno adottando un approccio estremo per sradicare le “teorie della cospirazione”, lo scetticismo pubblico sta rapidamente aumentando – e le dichiarazioni della Greater Manchester Police sembrano solo esasperarlo.
Se hai mai avuto dubbi sul fatto che il pubblico non sia a conoscenza della direzione orwelliana in cui stanno andando le cose, dovresti solo guardare i commenti:
“Com’è ironico che siano state le persone accusate di essere” Teoristi della cospirazione “in passato che in realtà ci hanno avvertito che saremmo arrivata ad uno stato di polizia totalitario ed eccolo qui”, ha risposto Paul Nolan Jones.
“Non pensare per te stesso, non mettere in discussione ciò che ti viene detto, non fidarti di nulla ma di ciò che il governo ti dice e in NESSUNA CIRCOSTANZE discutono teorie alternative che riguardano la TUA vita e quella dei TUOI cari. Se qualcuno avesse dei dubbi sul percorso di controllo statale della polizia totalitaria che ci sta venendo incontro, ti suggerisco di avere una buona idea della suddetta dichiarazione di polizia “, ha dichiarato Emma Wells.
“Ragazzi, in realtà avete fatto un adeguato addestramento della polizia quando vi siete registrati o vi è stata consegnata una copia del 1984 di George Orwell da memorizzare? – LA POLIZIA DEL PENSIERO è viva e vegeta nel 2020. Ti rendi conto di ciò che stai facendo alla società se stai attuando le azioni di cui sopra ?! “, Ha detto Charlotte Binns.
Aggiornamento – 30 aprile: alla luce della polizia di Greater Manchester che elimina il post per evitare critiche, questo post è stato aggiornato con le schermate dei commenti presenti in questo articolo e una versione archiviata è stata aggiunta per motivo di non allarmare la popolazione.

In Italia è stata istituita la “commissione tecnica” che controlla le Fake News ed altre iniziative similari sono comparse anche in Francia. Il sistema di controllo di massa inizia poco a poco ad essere una realtà.
Si approfitta della crisi del Covid-19 per introdurre misure eccezionali, dal tracciamento obbligatorio, all’auto-certificazione per gli spostamenti, seguirà il vaccino obbligatorio e più in là, forse, il microchip sotto pelle. Il governo dichiara che è tutto “per il bene” della popolazione. Orwell aveva previsto quanto avviene oggi e la realtà supera la fantasia.

Fonte: Anti-empire

Traduzione : Luciano Lago

Preso da: https://www.controinformazione.info/la-polizia-chiede-agli-inglesi-di-avvisarla-se-amici-o-familiari-ripetono-le-teorie-della-cospirazione/?fbclid=IwAR3TGwe49ylfqwQiGmpgYkeDFi9hRASuPnyy3VOlLzRNOInYid_OmPdSx4Y

New York, morti perchè? IL VIRUS SIAMO NOI ! Eliminare i vecchi, neutralizzare i giovani, domare il resto

Fulvio Grimaldi
3 maggio 2020

New York, morti perchè?
IL VIRUS SIAMO NOI !
Eliminare i vecchi, neutralizzare i giovani, domare il resto

Hanno sbagliato, o voluto sbagliare, tutto

“ I pazienti deceduti avrebbero sofferto le conseguenze delle prime diagnosi sbagliate. Covid 19 è una malattia infiammatoria vascolare sistemica… addirittura i respiratori avrebbero peggiorato l’esito della malattia…” (Maria Rita Gismondo, direttore microbiologia clinica e virologia del ‘Sacco’ di Milano)

New York: intubati da morire

Ma forse si va oltre al sadismo. Da New York arrivano testimonianze raggelanti su cosa succede in certi ospedali ad anziani intubati e ventilati. Siamo all’orrore. Già da varie fonti mediche, che nessuno ha potuto accusare di fake news, erano arrivati dubbi sulle terapie applicate a chi veniva sospettato di covid-19 e quindi di patologia polmonare. Diversi professionisti avevano asserito che si trattava invece di malattia del sangue con l’esito frequente di trombi letali, contro la quale la ventilazione forzata non era idonea, anzi poteva, con l’eccesso della pressione, provocare danni e perfino morte.

Ora, a partire da un’infermiera che, per non subire rappresaglie nel proprio ospedale, ha chiesto a una collega, Sara N.P., di un’altra struttura, di denunciare quanto ha visto con i propri occhi, la vicenda ha atterrito gli Stati Uniti. Secondo il suo racconto i pazienti anziani venivano fatti morire in massa proprio per l’errata applicazione del ventilatore, nei termini illustrati anche in Italia. La denuncia è stata ripresa dal dr. Cameron Kyle-Sydell del Maimonides Medical Center di N.Y., che ha confermato come i respiratori artificiali provocassero gravi danni ai pazienti, stroncando gli alveoli dei polmoni. Una nota di sospetta corruzione arriva dal dr. Scott Jensen, senatore del Minnesota, secondo cui gli ospedali che impiegano i respiratori ricevono dal ministero il triplo dei fondi rispetto agli altri. Infine, dall’Italia il dr. Giampaolo Palma, cardiologo con vent’anni al Centro Trombosi di Salerno, ribadisce come questo virus attacchi i vasi sanguigni e solo in seconda istanza i polmoni.

Secondo i denuncianti, la pratica degli ospedali di N.Y. di attaccare qualsiasi paziente affetto da coronavirus alle macchine ventilatrici, avrebbe provocato un numero altissimo di decessi. Praticamente saputi e voluti, afferma l’infermiera. L’esclusione immediata di tutti i parenti da qualsiasi contatto con i malati, subito dopo il ricovero, e la loro morte in assenza di testimoni esterni, sarebbe da ricondurre a questa pratica. E forse anche certi numeri in esponenziale crescita. Ma poi, come diavolaccio si conciliano la distanza di un metro tra potenziali contagiati in strada, o nel negozio, e quella di un metro, anche due, negata tra parenti e morenti? Non casca forse l’asino anche qui? E’ fattuale: agli operatori dell’operazione cambiamondo Covid-19 occorrono morti, tanti morti. Ed è altrettanto fattuale che dall’antro da cui sono usciti questi operatori è uscito di tutto, il peggio di tutto.

La migliore di loro: “hanno sbagliato tutto”

E se non fosse bastata la mia piccola ricerca, ecco che sul Fatto Quotidiano del 3 maggio esplode l’atomica di Maria Rita Gismondo, virologa numero uno d’Italia in quanto direttrice di virologia e microbiologia clinica all’ospedale pubblico più rinomato: “Il Sacco” di Milano. E’ la luminare già aggredita con diffida dal noto dr. Burioni (San Raffaele) per aver detto che il Covid-19 le pareva poco più di una normale influenza. Scrive oggi la Gismondo, denunciano il danno inflitto dalle terapie della ventilazione universamente adottate e confermando esplicitamente la scoperta di New York: “L’ipotesi italiana è confermata anche dagli Usa…Sars coV2 colpisce soprattutto i vasi sanguigni, impedendo il regolare afflusso del sangue, con formazione di trombi. La polmonite ne è solo una delle conseguenze”. La cura in questo caso sono gli antinfiammatori, mentre la ventilazione spacca i polmoni e uccide. Si sapeva? Si faceva? “E’ una vera rivoluzione”, conclude Gismondo. Verrà ascoltata? Verrà bruciata sul rogo? Chi appiccherà il fuoco, Roberto Burioni? Bill Gates? Voi che dite?

Ma è mai possibile che, di fronte a un’ipotesi, un dubbio, con tanti elementi e testimoni alla sua base, alla luce di tanti morti soffocati dai ventilatori in tutto il mondo, non si scateni un dibattito internazionale, a tutti i livelli, su chi abbia ragione, tra coloro che insistono a intubare e a nascondere i morenti ai loro cari e viceversa, e quelli che invocano e praticano altre terapie, meno invasive e rischiose?

https://www.corriere.it/…/quella-relazione-pericolosa-tutti… Questo è il link a un articolo del Corriere della Sera, subito rimosso.

La conclusione è una sola. Cosa ci si deve aspettare da chi ha ridotto la distanza tra ricchi e poveri a quella tra la galassia e il pianeta Terra, da chi, sotto copertura di menzogna, frode e altosonanti valori come democrazia, antifascismo e diritti umani, percorre il mondo come un’ininterrotta esplosione termonucleare, cancella al suo passaggio nazioni intere, Stati sovrani, devasta, distrugge, contamina, infliggendo sofferenza e ingiustizia come neanche nelle epoche più buie e terrificanti della storia umana? E prepara, servendosi di una muta di ratti mediatici per le opportune diffamazioni, fake news, manipolazioni, quell’aggressione alle potenze indocili, Russia, Cina, che renderà tutti gli olocausti succedutisi nella Storia umana, comprese ere glaciali cadute di corpi celesti, diluvi universali, un incidente di percorso?

Prima gli anziani, costosi, improduttivi, dotati di memoria….

“Dal di che nozze e tribunali e are
dier alle umane belve esser pietose…”

file:///C:/Users/Fulvio/AppData/Local/Packages/microsoft.windowscommunicationsapps_8wekyb3d8bbwe/LocalState/Files/S0/3/Attachments/APPELLODELLACULTURA[32047].pdf

Un appello relativo all’argomento del prossimo paragrafo, gli anziani mandati al macero, lanciato dalla scrittrice Donatella Bisutti, firmato da molti e pubblicato sui media. Da diffondere.

Abbiamo assistito all’eliminazione dei vecchi tramite assembramento di infetti nelle case di riposo, intubazioni letali a chi poteva essere curato con eparina o clorochina, come incomincia a succedere da noi e altrove, alla faccia dei bonzi sanitari che, grazie al vaccino, aspettano di farsi depositi di Paperoni e califfati tipo quelli del Golfo. Abbiamo visto i nuovi Mengele, Alan Dulles e Shimon Peres, dell’eugenetica costringerli a morire in casa per interruzione delle cure, tutte sospese, mancanza di moto, aria, sole, socialità, per depressione, infarti, perfino inedia. Pulizia generazionale di deboli, improduttivi e costosi che avevano tuttavia la grave colpa di infettare il Nuovo Ordine Mondiale con il patrimonio della memoria di cose, nomi, valori, libertà.

E poi al danno, se così si può definire, l’insulto. Alla persona che muore e che, su falsi pretesti, in maniera sadica viene privato del conforto dei suoi brani di vita affettiva nei momenti del freddo che gela il midollo. Alle persone consanguinee, con-affettive, che si vedevano negate la vicinanza del massimo reciproco bisogno. Nessuno a cui ribadire che ci è cara la sua vita, nessuno da cui farsi accompagnare in un passaggio che, da solo, vuol dire orrore. Da Antigone, da quando eravamo animali pre-umani, la morte, come la nascita, misteri insondabili che ogni civiltà ha affrontato con ritualità sacra, era onorata, alleviata, accompagnata.

Poi i bambini e ragazzi, improduttivi, costosi, pericolosi

Ma tocca anche ai giovani. Non di morire. I feldmarescialli hanno bisogno di turnover. Ai giovani tocca di non rompere, come sarebbe nella loro natura di incontaminati dalla vista chiara e, come troppe volte è stato nella Storia, di agenti di cambiamenti radicali, catastrofici per le élites dell’epoca. Tocca ammazzarli, nel senso di decerebrarli, da piccoli. Tutti ricordano di cosa accadde cinquant’anni fa in quasi tutte le strutture dell’istruzione, dalle medie, con ragazzini e adolescenti, alle università dei ventenni e, poi, nelle fabbriche e nei quartieri, con tutta una generazione. Se non nelle fondamenta, il palazzo dell’élite tremò nei vetri e nelle pareti. Ne sono ancora terrorizzati.

Sfumata l’operazione AIDS, di negazione della sessualità conquistata in quegli anni, scoperchiata da guerre e sanzioni a classi e nazioni la “guerra al terrorismo”, hanno capito che dovevano colpire alla radice della vita. Per neutralizzare i caratteri vitali, la forza, la curiosità, l’intelligenza delle nuove generazioni, bisognava ridurne l’“assembramento”, sempre gravido di intemperanze e minacce. Impedire l’associarsi, l’incontrarsi, l’organizzarsi, che a una generazione danno un carattere, addirittura una fisionomia, comune, rabbie e aspirazioni condivise, come succede nelle rivoluzioni, con la ricchezza delle sue diversità e sfaccettature. Un sognare, sentire, pensare, volere che produce forza di massa.

Per prima cosa era necessario disgregare i corpi portatori di tale comunità, separarli, isolarli. Compito delle piattaforme digitali. Rapporti che da fisici, con suoni, occhi, odori, contatti, espressioni, all’asettico del virtuale. Virtuale da smartphone e reti social, autocelebrativo nell’immagine, a compenso di un’identità che, senza confronti con la realtà fisica, diventa incerta, minimalista; semplificata, infantile, nel linguaggio. L’apoteosi delle chat, del pensiero breve e, dunque, della comunicazione corta. Fine del crescere dell’uno sull’altro, con l’altro, per l’altro, ad arrampicarsi insieme, legati, sulla roccia che ha in cima la maturità. Conferma di una gerarchia famigliare ossificata e patriarcale, che poi dovrà rafforzarsi nei rapporti sociali e di classe. Un rapporto dogmatico e quindi autoritario, negatore della dialettica e della contestazione.
Come quello dei monopolisti della Scienza. Che controllano l’OMS pagandola, non diversamente dall’organismo ONU che sovrintende al digitale, Internet Governance Forum (IGF). Da chi è composto? Dai governi, per forza, dalle piattaforme dettaleggi e dettacensura di Silicon Valley e dalla “società civile”. Cosiddetta, perché composta dalle grandi ONG, tipo Medici Senza Frontiere, Save the Children, Open, generosamente finanziate dalle stesse piattaforme e pure da Soros. Conflitti d’interesse. Nessuno. Come quelli dell’OMS.

Scuola o centro di addestramento?

Poi l’eliminazione della scuola, luogo deputato alla formazione, tanto attraverso l’apprendimento didattico quanto a quello autogestito nella comunità di ragazzi che si crea e che ne alimenta l’opera collettiva, anche la resistenza, nei confronti degli adulti e l’affinamento piscofisico reciproco attraverso l’amicizia, l’amore, l’emulazione, il conflitto. Un fronte di forza e di responsabilità fondato sullo scambio. Negato, ne riduce i membri alla solitudine, alla debolezza, al blocco del processo evolutivo e formativo. Nessuna comunicazione e nessun insegnamento virtuale, la scuola telematica con i suoi elementi degenerativi di isolamento e solipsismo, può sostituire anche in minima parte, anzi, la linfa vitale del confronto diretto nella comunità. E neppure il rapporto discente-docente, fatto com’è di espressioni, vibrazioni sensoriali e intellettive, fascino, direi, forzando, di elettromagnetismo, potrà mai essere restituito dalla freddezza disumanizzante di uno schermo.

Scuola di classe

O vogliamo scordarci di cosa avesse già provocato, con gli strumenti del digitale appositamente prodotti, la defisicizzazione della realtà esterna e conseguente annichilimento di quella interna che con essa dialoga, e non solo visivamente. Smartphone e tablet tanto comodi, tanto utili e tanto appositamente pensati e diffusi per analfabetizzarci in termini di comprensione della complessità e della sua riduzione a sintesi. Ora questa improbabile ministra dell’Istruzione, Azzolina, prevede, per la ripresa, una scuola spaccata a metà. Come una pianta, un edificio, una vita qualsiasi, che nelle sue parti divise non è più niente di ciò che era. Metà in classe e metà al computer da casa. Due forme non tanto alternative, ma contrapposte, di procedere alla formazione di donne e uomini adulti e coscienti. Ne usciranno due categorie che non avranno nulla da dirsi. Una più dotata, l’altra profondamente disabilitata. E così, nella più importante occasione di socializzazione dei ragazzi, si ricreano le diseguaglianze che la Scuola era chiamata ad annullare. E’ lotta di classe dall’alto verso il basso. Vigliacca, perché se la prende con i meno armati. E una volta di più, il sistema è riuscito a dividere la società. E a imperare. Lo scopo di tutto quello che ci succede non è forse questo?

Resta da dire dei bambini che, dopo due mesi in gabbia, a sfondarsi di Lego e diseducarsi con disneyani filmati di animali, simpatici e degni di affetto solo nella misura in cui paiono esseri umani travestiti da cerbiatto, o orso, o passero, possono uscire con mamma o papà. Un giretto, ma non incontrarsi tra loro, non andare sull’altalena, o sullo scivolo e correre e fare capriole, in gara con i compagni. Non sanno mantenere le distanze, i bambini! In qualche modo colpevoli, mentre ancora odorano di latte materno. Una bella partenza per la crescita da anchilosati nei muscoli e nel cuore, mamma e papà-dipendenti, soli. Ammazzarli da piccoli, appunto.

Originale: https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=2861332593955278&id=117480098340555&__xts__[0]=68.ARAFehGX5wadcjPbu0Tztd2P3ESoGo16gy7XhsRZnF-fkElzTdH7QdNb1TIbrZnSsplfidx5bw91kB3dvRAOiYqkWK42tM7Y61-A3TEsGsAtIDiI0PEwXdznnZXn8CKLWnes0-mXFPK44OKBe85IgAwoRckkpsfiu9ZZsxm3pPWyC7lfKToWQsYTWxpUK7LgIefx3CtNlbUfAcZqMXSOe7cjUByia4icdvDrHp0074L0fv7DLW7_tQUiWr2qYQtLtP2p8lLbHm2iJYG3L2gF42EypQLVYnuHuBPmrM59FI8uK_TFmQHcjqXmV0Ek5lTkTQZIPxYmkMhz3taZ68Qw8Re02g&__tn__=H-R

Coronavirus: misure di contenimento incostituzionali, inadeguate e controproducenti

Libertà contro diritto alla salute (pubblica). Come ci hanno privati della dignità trasformandoci in “malati” con la scusa dell’emergenza sanitaria
coronavirus con sfondo rosso e cerchi

Avv. Maurizio Giordano – La dichiarazione dello “stato di emergenza” nel gennaio di quest’anno in seguito all’epidemia da “coronavirus” ha portato a partire dal 12 marzo all’adozione da parte del Governo di misure estremamente restrittive delle libertà personali nei confronti dei cittadini su tutto il territorio nazionale. Misure suggerite dal cosiddetto “Comitato tecnico scientifico” sul modello cinese che inizialmente sarebbero dovute durare 2 settimane, prorogate poi di volta in volta fino al 4 maggio 2020. La campagna mediatica “unidirezionale” che ha preparato e accompagnato queste misure ha di fatto avuto l’effetto di scatenare il panico tra i cittadini, convincendoli sostanzialmente della necessità di tali misure per tutelare la salute di tutti -in particolare degli anziani- inducendoli ad accettare senza alcuna resistenza una limitazione delle proprie libertà personali che non ha precedenti nella storia repubblicana.

Il silenzio assordante degli intellettuali e dei giuristi

La cosa che personalmente più meraviglia è che la versione veicolata dai media volta a suscitare il terrore del virus abbia praticamente convinto tutti, senza distinzione di istruzione o ceto sociale, senza che da nessuna parte si sollevassero dubbi o obiezioni. Nessuna voce si è levata nemmeno da parte di giuristi, magistrati o avvocati – anche loro completamente soggiogati dalla paura e pronti a rinunciare a qualunque diritto pur di avere salva la pelle – se non per appoggiare la linea governativa. Pochissime le voci critiche come quella del costituzionalista Michele Ainis o del noto giurista nonché professore di diritto internazione Ugo Mattei, che hanno messo in guardia del pericolo che l’accentramento dei poteri nelle mani del Presidente del Consiglio, pur in una situazione di emergenza, stante la latitanza del Parlamento e delle forze politiche, potesse rappresentare un pericoloso precedente per la democrazia. La maggioranza dei giuristi comunque si è allineata con la posizione governativa. Anche eminenti costituzionalisti quali ad esempio Gustavo e Vladimiro Zagrebelsky hanno sostanzialmente avvallato il sacrificio della libertà personale in nome di un diritto posto a loro giudizio ad un livello superiore quale quello alla salute, proprio in forza di un principio di “solidarietà effettiva” sancito dall’art. 3 della Costituzione.

Quello che qui si vuole analizzare è se tale sacrificio sia davvero legittimo in una società democratica ed in ogni caso se l’epidemia che stiamo affrontando possa effettivamente costituire una emergenza tale da giustificarlo – anche da un punto di vista costituzionale – valutando in tal caso se le misure di contenimento “del virus” possano considerarsi adeguate e proporzionate al risultato che si vuole ottenere.

Emergenza sanitaria: riserva di legge e violazione dell’art. 3 Cost.

Nel nostro ordinamento costituzionale non è previsto espressamente lo “stato di emergenza”. La dichiarazione di uno stato di emergenza è prevista unicamente da una fonte legislativa (Decr. Lgs n. 1/2018 – Codice della Protezione Civile) la quale attribuisce poteri straordinari al Presidente del Consiglio che può procedere anche in deroga alle disposizioni di legge ma nei limiti e secondo i criteri indicati nella dichiarazione e nel rispetto dei principi dell’ordinamento giuridico e solo per un tempo massimo di 12 mesi.

Se è vero che il Presidente del Consiglio può derogare alle disposizioni di legge, è pur vero che per restringere diritti costituzionalmente garantiti occorre procedere con atti aventi forza di legge. Senza prendere ora in considerazione i singoli diritti sospesi, si prenda a modo di esempio quelli che forse in questa situazione vengono più in rilievo come la libertà personale (art. 13 Costituzione) e la libertà di circolazione (art. 16 Costituzione). Sono questi stessi articoli a prevedere la possibilità di stabilire dei limiti al loro esercizio per motivi di sanità o sicurezza, ponendo però una espressa “riserva legge”. Molti giuristi si sono infatti posti il problema se fosse possibile incidere sui diritti dei cittadini mediante semplici Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (i famosi DPCM). Ed infatti, dopo queste critiche, Conte ha saggiamente corretto il tiro adottando la forma del Decreto Legge, il quale è almeno sottoposto ad un controllo successivo del Parlamento. Ad ogni modo, anche se attraverso un atto avente forza di legge, occorre che la limitazione delle libertà personali sia sorretta da un’effettiva situazione di emergenza (sanitaria o di sicurezza pubblica).

C’è poi da chiedersi se le norme di contenimento non violino l’articolo 3 della Costituzione. Infatti, “rimanere a casa” non è evidentemente uguale per tutti e pone le famiglie italiane in una posizione di palese ingiustizia sociale. Non tutti infatti possono godere di appartamenti spaziosi, con balconi ampi, giardini condominiali ed una situazione economico/familiare idilliaca. La realtà italiana è costituita per lo più di famiglie numerose, con figli a carico, costrette a vivere in un monolocale in affitto senza balcone o cortile, con problemi economici, che vivono situazioni problematiche (di salute o di violenza, ad esempio) al loro interno. Oppure di persone anziane che vivono da sole, impossibilitate a muoversi neanche per fare la spesa perché inabili o malate, che non possono godere dell’assistenza dei parenti a causa proprio di queste norme.

Emergenza sanitaria politica … non emergenza da Coronavirus

Il fatto che in questi mesi l’Italia, e molti altri paesi del mondo, abbia dovuto affrontare una situazione di emergenza è innegabile. Nessuno può mettere in dubbio il sovraccarico degli ospedali e l’aumento dei morti soprattutto in alcune regioni soprattutto del nord che sono state l’epicentro dell’epidemia. Il problema è stabilire la natura di questa emergenza. Questa situazione è dovuta al virus o alle scelte politiche passate che hanno smantellato la sanità e all’inadeguatezza del sistema sanitario – basato soprattutto su un sistema accentrato sugli ospedali piuttosto che su un’attività sul territorio oltre che ridotto in una condizione di totale mancanza di mezzi e risorse – ad affrontare una pandemia? La risposta a questa domanda è fondamentale perché ci può mostrare se la soluzione politica adottata sia adeguata e soprattutto proporzionata al risultato che voleva ottenere ovvero il contenimento della diffusione della pandemia.

Ragioniamo sui numeri

Al 15 aprile 2020 il numero dei morti per coronavirus comunicato dalla Protezione civile è di circa 21.000 persone. Si premette già che questo numero non corrisponde al numero reale dei morti per coronavirus. Infatti comprende tutti i morti (cui è stato riscontrato il virus, ma che avevano anche altre patologie e che sono morti per altre cause). Infatti dai dati dell’Istituto Superiore della Sanità alla data del 13 aprile i morti solo per coronavirus senza altre patologie erano solo 53. E’ evidente che in genere una persona di solito non muore “sana”, perciò anche tra i morti che avevano più patologie vi sono certamente tanti ove il coronavirus è stato la causa “determinante” della morte. In ogni caso bisogna certamente ridimensionare il “numero totale dei morti” fornito dalla Protezione Civile. Ora, bisogna osservare come tale numero sia viziato non solo per eccesso ma anche per difetto. Infatti in Italia fino ad oggi sono stati fatti solo pochissimi tamponi e molte persone sono morte senza che gli sia mai stato diagnosticato il virus. Molti comuni hanno infatti cominciato a fare un’analisi delle risultanze anagrafiche, e nelle zone più colpite (come Brescia e Bergamo ad esempio) è risultato che il tasso di mortalità del mese di marzo era del 300 % superiore a quello del marzo dell’anno scorso. [1]

Ad ogni modo, ammettiamo pure che i numeri totali di morti siano quelli comunicati o siano addirittura superiori. Vediamo allora quali sono i numeri della mortalità relativi agli anni precedenti. Il presidente dell’ISTAT, dott. Blangiardo, ha comunicato qualche settimana fa i numeri della mortalità dell’anno scorso: 647.000 morti (in linea con gli anni precedenti). Andiamo ad analizzare le cause nel dettaglio. Gli ultimi dati aggiornati disponibili sono relativi al 2017: 230.000 morti per malattie cardiocircolatorie, 180.000 morti di tumore, 53.000 morti per malattie respiratorie (663 morti per complicazioni dovute ad influenza e 13.516 per polmonite). [2]

Certamente 21.000 morti per coronavirus sono sempre un numero enorme.

Ma se lo confrontiamo con i dati rilasciati dall’Istat non arriva nemmeno al numero che ogni anno abbiamo per morti di malattie respiratorie (53.000). E non è nemmeno lontanamente paragonabile al numero di morti per malattie cardiocircolatorie e per tumore! Se poi lo paragoniamo al numero di decessi giornalieri (650.000/365 pari a 1.772 decessi al giorno) il confronto diventa decisamente impari. La cosa davvero sorprendente è che il numero di decessi che si verificano ogni anno per infezione presa in ospedale è pari a 49.000 decessi, quasi uguale al numero di decessi per malattie respiratorie. E’ una strage sottovalutata, osserva il Dott. Walter Ricciardi dell’Istituto Superiore di Sanità, visto che l’Italia conta il 30 % di tutte le morti per infezione ospedaliera nei 28 Paesi UE e che in 13 anni (dal 2003 al 2016) il tasso di mortalità è raddoppiato, riguardando prevalentemente individui anziani dai 75 anni in su (Ansa – 15.05.2019). Alla luce di questi dati, possiamo davvero definire questo virus un’ emergenza? O c’è forse qualcosa che non funziona nel sistema sanitario, considerando anche che il fenomeno delle morti per infezione ospedaliera è facilmente sovrapponibile a quello delle morti per coronavirus -sia perché riguarda prevalentemente le persone anziane sia per la modalità di trasmissione in ospedale ? [7]

Risulta evidente pertanto come l’obiezione di chi sostiene che i sacrifici che stiamo facendo li facciamo soprattutto per gli anziani “che rappresentano un valore per il nostro Paese dal momento che questo virus colpisce prevalentemente loro” sia un’affermazione puramente pretestuosa. Occorre piuttosto chiedersi se la strategia adottata dal Governo sia davvero riuscita ad evitare il decesso degli anziani che voleva evitare o non sia invece semplicemente una risposta propagandistica dettata da panico ed inadeguatezza. Quanti anziani sono morti nelle case di riposo per infezioni ivi contratte perché le regioni hanno disposto presso di esse lo spostamento dei pazienti covid e perché i sanitari ivi operanti non adottavano le opportune precauzioni? (ed è di questi giorni la notizia dell’apertura di un’inchiesta penale della magistratura a carico delle Istituzioni della Regione Lombardia originata proprio da questa situazione – ma la stessa cosa è avvenuta anche nelle altre Regioni) Quanti anziani sono morti da soli in casa, abbandonati perché i parenti non potevano andare a trovarli, o perché malati senza essere assistiti dalle strutture sanitarie o solo perché avevano paura di andare in ospedale ove temevano di contrarre il virus? Quante persone, tra cui molti anziani, hanno contratto il virus proprio in ospedale, dove il virus ha in effetti cominciato a diffondersi nelle regioni del nord? Quante persone sono morte perché a causa del terrore mediatico hanno sovraffollato gli ospedali invece di essere curati a casa dove ancora adesso si continua a non fare tamponi? Quante persone sono morte per altre patologie perché tutti gli interventi e le terapie non urgenti sono state sospese per il coronavirus? QUANTE PERSONE SONO MORTE E MORIRANNO ANCORA A CAUSA DELLA CURA?

Quando la cura uccide il paziente e la politica schizofrenica

Ci si trova ora in una situazione che ha dell’assurdo. Se si accende la televisione, in qualunque programma si potrà vedere qualche giornalista o politico che parla di aiuti europei, di Mes o di euro bond, prefigurando che ove l’Europa non aiutasse l’Italia le conseguenze economiche per gli italiani potrebbero essere drammatiche. Ma chi è il responsabile di questa situazione? Gli italiani o il Governo, che ha costretto gli italiani a sospendere ogni ‘attività lavorativa (tranne quelle essenziali) e a rinchiudersi a casa “pur in assenza di una reale emergenza alla luce dei dati appena menzionati”? Ora politici, giornalisti ed intellettuali cominciano a rendersi conto di dover fare i conti con le conseguenze delle scelte effettuate. Ma chi ha sostenuto questa scelta a testa bassa alimentando una campagna mediatica a senso unico dove ogni voce che cantava fuori dal coro veniva censurata? Di certo non gli italiani che sono stati di fatto obbligati ad accettare una cura che si è loro imposto con il terrore virus e la retorica del “lo facciamo per il bene di tutti”. Ma adesso chi paga? Naturalmente questa sciagurata scelta -da loro subita e non liberamente decisa- la pagheranno gli italiani. E non solo dal punto di vista economico. Perché la crisi economica che è alle porte porterà non solo tante persone a ritrovarsi disoccupate e a chiudere l’attività, ma le porterà anche verso la depressione, la malattia e la morte. Proprio quello che si voleva evitare con la cura. Confindustria prevede un calo del Pil del 10% nei primi 2 trimestri rispetto all’anno scorso e del 6 % su base annuale. Cifre da brivido. Se un Paese decide di intraprendere una strada del genere deve averne anche le risorse e non usare solo la retorica dell’altruismo. Anche perchè in primo luogo non è detto che la cura sia stata veramente utile, se è vero che i morti sono dovuti più all’inefficienza del sistema sanitario che al virus. In questo caso tutti i miliardi che si sono persi fermando il Paese sarebbero potuti essere meglio utilizzati proprio per migliorare la sanità. Prima non lo si è mai fatto perché il Paese ha sempre avuto un gigantesco debito pubblico e anzi ogni anno i vari Governi che si sono succeduti hanno continuamente drenato soldi dalla sanità, e proprio questo ha condotto alla situazione attuale. Ora sarà ancora più difficile investire nella sanità perché ci si trova con meno soldi di prima e perchè tutti i soldi che si sarebbero potuti meglio utilizzare per risolvere l’emergenza sono stati dissipati inutilmente bloccando il paese. Una soluzione come il Lock-down la può attuare un paese come la Cina che è una potenza mondiale (oltre che una dittatura) o come la Germania che è il paese con l’economia più forte a livello europeo. Ma un paese “con le pezze al culo” come l’Italia non se lo può permettere, senza essere poi essere costretta ad andare a mendicare inascoltata in Europa e senza avere poi sulla coscienza la vita di milioni di italiani. In secondo luogo, questa scelta effettuata dal Governo otterrà certamente l’effetto contrario. Non solo non eviterà la perdita di vite umane, ma causerà nei mesi a venire molti più morti di quelli che avrebbe dovuto evitare proprio per i problemi economici e sociali derivanti dalla cura.

Principio di proporzionalità: bilanciamento tra libertà e salute

Il principio di proporzionalità rappresenta un principio costituzionale generale che costituisce un limite all’esercizio del potere pubblico, in particolare in tema di limitazione di diritti costituzionalmente garantiti, sotto il triplice profilo dell’idoneità, della necessità e dell’urgenza. La limitazione di un diritto costituzionalmente tutelato sarebbe illegittima ove fosse carente sotto uno di questi tre profili. Ora, qual è lo scopo delle misure di restrizione delle libertà personali se non appunto evitare la diffusione del virus in modo da tutelare la salute di tutti i cittadini? Bisogna pertanto operare un bilanciamento tra libertà personali e diritto alla salute alla luce del principio di proporzionalità.

Appare pertanto evidente come -seppure la restrizione delle libertà personali ed il blocco economico possa ritenersi necessario ed urgente nel brevissimo termine per evitare di collasso del sistema sanitario attribuibile ad errori organizzativi, di gestione dell’epidemia e politici di cui già si è detto- tale soluzione non può affatto ritenersi percorribile nel lungo termine in quanto inadeguata ad ottenere il risultato prefissato che è evitare la diffusione del virus e preservare la salute delle persone. E’ stato ampiamente dimostrato infatti che i contagi avvengono soprattutto negli ambienti chiusi, nell’ambito familiare e negli ospedali. Impedire alle persone di uscire di casa non sembrerebbe dunque la soluzione più intelligente. Come neanche fermare il paese per le inevitabili conseguenze economiche e sociali che determinerebbe. La lotta contro l virus non può essere demandata alla quarantena forzata o al lock-down. Occorre accompagnare le misure di contenimento prese sull’onda dell’emergenza con un piano di controllo effettivo ed isolamento dei contagiati sul territorio e con la predisposizione di misure atte a consentire per il resto il normale svolgimento della vita lavorativa e sociale. Invece ancora adesso, dopo mesi di emergenza e di arresti domiciliari, le persone continuano ad essere lasciate a se stesse in casa senza assistenza né controlli, senza che venga effettuato alcun tampone per verificare la presenza del virus ed accertarne successivamente la guarigione. Quindi a cosa è servito fermare il Paese e gli italiani? Questo è il comportamento di uno Stato serio? Questo atteggiamento vanifica di per sé tutte le misure adottate e tutto il sacrificio fatto dagli italiani. Non per l’irresponsabilità di alcuni, ma per l’inadeguatezza dello Stato, centrale e regionale. Perché in tal modo le misure di contenimento non contribuiranno affatto a fermare la diffusione del virus, che si arresterà per conto proprio dal momento che secondo alcune stime ha ormai già infettato più di 1/3 della popolazione. Eh, ma non ci sono le risorse per fare tamponi a tutti e per controllare le persone sul territorio, di solito si risponde a questa obiezione. Ma se non ci sono le risorse non ci si avventura per questa via. Non si può chiedere alle persone di rimanere a casa limitando la loro libertà personale per tutelare la salute pubblica se poi non si effettuano tamponi e non le si assiste. Perché è solo in questo modo che si può tutelare effettivamente la salute pubblica, e non a parole. Solo le persone positive al test devono essere messe in quarantena fino alla guarigione. Non si può lasciare le persone in balia di se stesse. Sia perché possono anche morire in casa senza che mai sia loro diagnosticato il virus oppure potrebbero infettare i familiari i quali andando in giro diffonderebbero ulteriormente il virus rendendo inutili le misure di contenimento oppure potrebbero andare in giro loro stesse essendo ancora infette dopo essere guarite (o essendo infette senza saperlo) mettendo a rischio la salute pubblica.

A questo punto c’è sempre il sapientone che osserva: facile criticare, ma cosa avresti fatto tu, quale soluzione avresti proposto? Come se quella della clausura e del lock-down fosse l’unica soluzione possibile. Uno stato serio fa tamponi a tappeto su tutta la popolazione o comunque sulle persone che risultano infette tenendo traccia dei contatti, isolandoli ed assistendoli in strutture apposite o a casa loro. Esattamente come hanno fatto in Corea del Sud ed in Germania. Invece qui da noi ancora adesso, fatte le debite eccezioni, la situazione è rimasta praticamente invariata: si continuano a fare pochi tamponi, senza isolare ed assistere adeguatamente le persone infette, lasciando tutta la responsabilità della loro salute e delle eventuali conseguenze sulla salute pubblica sulle loro spalle. E questo nonostante sia passato più di un mese da quando i cittadini sono stati posti in quarantena forzata e questa situazione sia già stata denunciata da molti medici. La restrizione delle libertà personali può ritenersi legittima solo per un tempo determinato e solo ove sia strettamente necessaria per la salvaguardia della salute dei cittadini. Ma una soluzione di ripiego non può diventare una soluzione “permanente” al solo scopo di deresponsabilizzazione della classe politica (che in tal modo può giustificarsi dicendo di aver fatto tutto il possibile, addossando la colpa ai cittadini che irresponsabilmente non hanno seguito le disposizioni e non sono stati a casa), in mancanza di una seria strategia politica volta a contenere la diffusione del virus, la cui palese mancanza di fatto rende inutili le misure adottate per i motivi appena ricordati. Una misura temporanea dettata da un momento iniziale di panico (stare a casa) non può diventare “la strategia” di lotta contro l’emergenza sanitaria, perché “non si sa cosa fare” o non si hanno le risorse. Allo stesso modo, non si può obbligare tutti i cittadini a sospendere le loro attività lavorative se poi non si è in grado di mettere in campo misure effettive ed immediate (e non solo a parole) per sostenere le imprese ed i lavoratori dal punto economico e fiscale. [3] [4]

E se gli esperti avessero sbagliato?

C’è poi un altro punto da considerare. E se il collasso del sistema sanitario fosse dovuto non solo ad errori politici e gestionali, ma anche ad errori di diagnosi di medici e virologi? E’ vero che, come ripetono i virologi ad ogni domanda che gli si pone, di questo virus conosciamo poco. E forse per questo fin dall’inizio hanno detto tutto e il contrario di tutto, contraddicendosi persino con se stessi. A quanto pare però, dalle autopsie che sono state fatte di recente in Italia (oltre 50 autopsie, più di qualunque altro paese nel mondo), emergerebbe una realtà diversa da quella che i virologi pensavano. I morti di covid sarebbero morti per insufficienza respiratoria dovuta non a polmonite virale interstiziale, quanto piuttosto a “trombo-embolia” innescata sempre dalla risposta infiammatoria eccessiva del sistema immunitario. Si sta infatti adesso sperimentando la cura con l’eparina, noto fluidificante del sangue, in combinazione con il cortisone (anti-infiammatorio) che sta avendo ottimi risultati in molti ospedali anche nelle situazioni più compromesse. In questo caso però, osservano i medici che hanno fatto questa scoperta, la terapia intensiva, l’intubazione ed i respiratori non solo sarebbero stati inutili, ma addirittura letali contribuendo significativamente al decesso dei pazienti (9 morti su 10 ricoverati in terapia intensiva). Avremmo risparmiato molte morti e si sarebbe evitato di sovraccaricare inutilmente il sistema sanitario e le terapie intensive dei vari ospedali. E quindi ci avrebbero tenuti a casa per cosa? [5]

Considerazioni finali

E’ evidente che alla luce di quanto detto le misure di contenimento adottate dal Governo appaiono non solo incostituzionali ma anche inadeguate, irrazionali e addirittura controproducenti ottenendo proprio l’opposto del risultato che si proponevano. Perché è vero che in questo momento, come dicono gli esperti, la curva dei contagi si sta appiattendo. Ma ciò è dovuto solo in minima parte alla quarantena forzata e al lock-down, anche per tutte le inefficienze che si sono rilevate. Come rilevano alcune stime infatti il contagio riguarderebbe ormai da 1/3 ai 2/3 della popolazione italiana, dunque è ragionevole pensare che prima o poi si sarebbe comunque arrestato. Le misure adottate invece genereranno povertà, crisi sociale e psicologica, esasperazione della gente e certamente più morti in prospettiva di quelli che si volevano evitare. Il fatto è che è l’approccio fondamentale ad essere sbagliato. Non si può certo pensare di sconfiggere un virus rimanendo chiusi in casa come topi. Quando verrà un altro virus (e verrà certamente) o un’altra crisi planetaria cosa faremo? Continueremo a stare chiusi in casa e fermeremo di nuovo tutto? La reazione iniziale di comprensibile panico non può diventare la strategia per affrontare l’epidemia. Invece sembra che tutti improvvisamente abbiano perso il buon senso ed il senso delle proporzioni. Come se la paura generata dai media per far accettare ai cittadini la linea politica adottata dal Governo, abbia cominciato ad un certo punto ad auto-alimentarsi contagiando anche coloro, giornalisti e politici, che l’avevano generata. Ciò è successo per varie ragioni, non solo economiche ma anche psicologiche. Dal punto di vista economico c’è chi ha visto in questa situazione di emergenza l’occasione di un guadagno personale (come Urbano Cairo -proprietario di LA7 e del Corriere della Sera- che in un video ai suoi dipendenti esultava perché con il fatto che gli italiani erano obbligati a stare a casa gli affari stavano andando a gonfie vele come non accadeva dal 1996, con un + 30 % di introiti pubblicitari televisivi e di vendita dei giornali di cui è proprietario) o una prospettiva di guadagno futuro (si pensi solo al business gigantesco della vendita delle mascherine che verranno acquistate dall’estero o prodotte in Italia, dei medicinali contro il virus e dei vaccini che si cercheranno di rendere obbligatori). Dal punto di vista psicologico, si è creata una situazione che la psicologia cognitiva chiama di “decisione in stato di incertezza” che produce sempre una serie di bias (errori) decisionali e comportamentali. Inizialmente, sono entrati in gioco due principi psicologici fondamentali, quello della “riprova sociale” e dell'”autorità”. Non sapendo come comportarsi, la politica ha semplicemente “imitato” la soluzione adottata da chi stava affrontando il medesimo problema, ritenendo più praticabile, in assenza di risorse finanziarie e sanitarie, la soluzione cinese. Nel farlo si è completamente affidata all’autorità di un team di esperti. Tale soluzione però poteva difficilmente adattarsi ad un contesto democratico. Pertanto è iniziato un bombardamento mediatico atto a instillare nei cittadini il terrore per il virus, con quotidiani bollettini di guerra, in modo da convincerli della gravità della situazione e che stare a casa fermando tutto il Paese fosse l’unica soluzione per salvarsi, facendo loro accettare senza alcuna protesta una restrizione delle proprie libertà mai vista nella storia repubblicana. Ciò ha fatto leva su uno dei maggiori bias che governa la mente umana che fa sì che le persone siano più motivate dalla paura di perdere qualcosa che dall’idea di guadagnare qualcosa. E cosa si ha più paura di perdere della salute? Inoltre si è utilizzata la retorica della “guerra contro il virus” utilizzando il principio cardine della manipolazione di massa che è la “difesa contro un nemico” reale o immaginario, che in questo caso era il virus. Da questo punto in poi la situazione ha cominciato ad alimentarsi da sola in virtù del “consistency bias” in base al quale chi prende una decisione o mette in atto un comportamento, anche se successivamente si rende conto di sbagliare, in genere continua a perseverare nell’errore, perché il costo anche emotivo di cambiare la propria decisione sarebbe troppo alto e vorrebbe dire ammettere di avere torto. Perciò gli stessi giornalisti e politici si sono auto-convinti che le scelte effettuate erano giuste e necessarie.

Tutto questo impone una riflessione fondamentale.

Siamo sicuri che il diritto alla salute sia un diritto superiore agli altri diritti costituzionalmente garantiti, di fronte al quale questi ultimi possono venire sacrificati, come affermano taluni illustri costituzionalisti? La Costituzione Italiana si fonda sui principi della resistenza e dell’antifascismo. Milioni di persone durante la seconda guerra mondiale ha dato la loro vita per la libertà. Siamo sicuri che una vita senza libertà sia anche una vita “dignitosa” degna di essere vissuta? La democrazia è un fenomeno giovane ed estremamente delicato, perché sensibile alla manipolazione e alla propaganda di coloro che detengono il potere ed il controllo dei media. La storia insegna che è molto facile perdere le libertà faticosamente conquistate, rinunciandovi a poco a poco senza accorgersene. Come la rana bollita che non si accorge di essere in pentola se si aumenta gradualmente il calore. Due dei concetti più pericolosi in democrazia sono quello di “emergenza” e “bene comune”. Perché chi decide cosa è emergenza e cosa è bene comune? Molto spesso dietro queste parole si nasconde una tipica manovra di manipolazione che fa leva al tempo stesso sulla paura, sul senso morale, sull’altruismo, sul senso di colpa. Mentre in genere l’emergenza ed il bene comune coincidono con gli interessi personali di chi sta cercando di manipolarci. “Devi farlo per gli altri…per gli anziani…per i bambini. Devi rimanere a casa per il bene di tutti. Se esci sei un criminale… sei un irresponsabile…metti a rischio la salute delle persone. Ci dobbiamo sacrificare per il bene di tutti”. Solo se non ci facciamo paralizzare dalla paura, attraverso un analisi critica dei fatti -che non si ferma ad un passivo assorbimento della narrazione che viene proposta dai media- possiamo renderci conto del tentativo altrui di manipolarci e di convincerci che le cose siano diverse da quanto ci viene raccontato per indurci a prendere decisioni e mettere in atto comportamenti contrari ai nostri stessi interessi. Ed una delle strategie più efficaci per convincere le persone è proprio quella di far loro credere che quello che stanno facendo “è nel loro interesse”.

In conclusione, lo scrivente non crede che rinunciare alle nostre libertà anche temporaneamente in nome della salute sia una soluzione auspicabile, anche perché in un Paese come il nostro -dove l’emergenza è la regola- ciò costituirebbe un pericoloso precedente per la democrazia. I giuristi dovrebbero essere i primi difensori delle libertà democratiche, la coscienza critica del Paese, e non vittime anche loro come gli altri cittadini della paura, della propaganda e della manipolazione mediatica. Alcune sere fa, nella trasmissione di Fabio Fazio, il virologo Burioni ha detto che in futuro quando usciremo da casa dovremo tutti abituarci a considerarci dei “malati”. Credo purtroppo che non stesse scherzando, perché è questa la direzione verso cui stiamo andando, se non correggiamo al più presto la rotta. Abbiamo rinunciato alla nostra libertà e dignità in cambio della mera sopravvivenza. Abbiamo abdicato alla democrazia piegandoci alla dittatura della cosiddetta “scienza” affidando a quest’ultima il potere di decidere delle nostre vite. E questo nonostante la medicina non sia una scienza, ma un arte, e non possa fornire alcuna certezza. Cosa che dovrebbe essere abbastanza evidente a tutti in questo periodo, dal momento che nessuno dei virologi, ormai diventati star del piccolo schermo, è mai riuscito fare alcuna previsione che si sia rivelata esatta sul virus, dicendo tutto e il contrario di tutto a seconda dell’evolversi della situazione (esattamente come fanno i mentalisti e i ciarlatani). Nemmeno Burioni ha fatto eccezione, dal momento che a febbraio diceva che non c’era da preoccuparsi e che il virus non sarebbe mai arrivato in Italia, contraddicendosi continuamente su tutto. Solo su una cosa sono tutti d’accordo: che dobbiamo lavarci le mani e dobbiamo restare a casa. Possibile che non ci sai un giurista, salvo le poche eccezioni già ricordate, che abbia il coraggio di far sentire la sua voce contro questa continua erosione della libertà delle persone e “medicalizzazione” della società? Perché è proprio compito dei giuristi, degli avvocati e dei magistrati tutelare non solo la legalità ma anche i principi posti alla base del nostro ordinamento, con particolare riguardo alla libertà individuale dei cittadini che ne costituisce il cardine, opponendosi contro ogni tentativo di limitazione di tale diritto. Non è solo una questione di principio, ma di sostanza. Una società democratica poggia le sue fondamenta sulla libertà e non vi può essere diritto superiore ad esso. Cosa deve ancora succedere prima che ci svegliamo? Hanno già sospeso la liberta di circolazione, evitando così il pericolo di manifestazioni di protesta. Stanno cercando di limitare il diritto di espressione, istituendo il “Comitato della Verità” di Orwelliana memoria presso il Governo che con la scusa del controllo delle fake-news effettuerà una censura nei confronti di tutte le notizie e le opinioni divergenti da quelle ufficiali. Stiamo per arrivare al controllo della libertà di espressione attraverso un processo di sottomissione psicologica. In Lombardia è già obbligatorio infatti l’uso delle mascherine e il Presidente della Regione Piemonte Cirio ha già annunciato che da maggio saranno obbligatorie anche in Piemonte. Di qui immaginare l’estensione dell’obbligo a tutta l’Italia è cosa facile. Utilizzare la mascherina ha una doppia valenza psicologica: da un lato significa considerarsi “malati” dall’altro è il simbolo di un “bavaglio” imposto al cittadino, esattamente come in Cina. Questo vuol dire che per uscire saremo tutti obbligati a indossare una mascherina, un bavaglio, un guinzaglio. Siamo davvero tutti così spaventati da accettare tutto questo tranquillamente come se nulla fosse? Quello che non sono riusciti a fare gli Ottomani in secoli di storia, cioè l’islamizzazione del mondo occidentale, è riuscito a farlo l’ignoranza, la visione miope e l’avidità di una classe politica corrotta. Perché solo qualche mese fa tutti, compresi gli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità, dicevano che le mascherine erano del tutto inutili, se non certe mascherine particolari e solo per gli operatori sanitari. Ora stiamo acquistando tonnellate di mascherine, quindi a qualcuno dovremo pur venderle, e dunque sono diventate obbligatorie. Questo è il mondo in cui vogliamo vivere? Un modo in cui per uscire di casa o per avere contatti sociali dovremo indossare una mascherina? Nessuno a nulla da dire in proposito? Stiamo riportando le lancette dell’orologio della civiltà e della psicologia indietro di secoli. Dobbiamo immediatamente renderci tutti conto che dobbiamo cambiare registro, perché continuando in questo modo stiamo distruggendo non solo il tessuto economico, ma anche quello sociale e psicologico del Paese. Dobbiamo abituarci tutti all’idea che con questo virus -così come con tanti altri virus ed emergenze- ci dovremo convivere, adottando certo tutte le misure necessarie, ma non sicuramente cercando di evitarlo sigillando la nostra vita in una bolla ermetica impermeabile a ogni contatto o chiudendoci in casa e fermando l’attività del Paese. E non sicuramente rinunciando alla nostra libertà per vivere una vita in salute ma senza dignità come vorrebbero i virologi[6]

Riferimenti:

1) Dati ISS 13 aprile 2020;

2) Rapporto mortalità ISTAT;

3) Salizzoni: Regione Piemonte per la gestione confusa;

4) Ricolfi: ci tengono chiusi in casa perché incapaci di gestire l’epidemia;

5) Adnkronos: tante morti per trombo embolia;

6) video Urbano Cairo (https://youtu.be/102aZb5tEC8)

7) Ansa: morti per infezioni ospedaliere.

Avv. Maurizio Giordano

diritto civile e di famiglia

via Cavour 6 – 10024 Moncalieri (TO)

avv.mauriziogiordano@yahoo.it

tel:320-625.26.34

Bolivia: licenza di uccidere

di Pressenza – International Press Agency (sito)
lunedì 18 novembre 2019 
Sono nove i morti e centoventicinque i feriti di quello che verrà ricordato come il massacro di Cochabambaqui la lista dei morti certificati dall’IDIF (Istituto di Investigazione Forense).
di Luca Cellini

Il funerale di alcune persone morte in Bolivia durante le ultime proteste (Foto di El dicos)

“Un atto di repressione durissima da parte delle forze di polizia boliviane, quello avvenuto a Sacaba, nel centro del Paese, e non “un confronto”, come avevano definito i rappresentanti dell’autoproclamato governo boliviano dopo le dimissioni di Evo Morales.” È quanto ha denunciato Nelson Cox, rappresentante e difensore del popolo del distretto di Cochabamba, riportato ieri dal giornale “Opinion”.
Tutte le persone assassinate sono state raggiunte alla testa oppure al torace da colpi di arma da fuoco sparati dalla polizia.
Con il massacro di Sacaba è salito a 25 il numero delle persone uccise in Bolivia durante le proteste della popolazione.
L’escalation repressiva, i morti e le violenze sono cresciute in modo vertiginoso dopo l’annuncio dell’autoproclamato governo di Jeanine Añez che ieri ha anche approvato il decreto 4078, che “declina” ogni tipo di responsabilità e impunità totale alle forze militari e di polizia chiamate alle “operazioni per il ripristino dell’ordine interno e della stabilità pubblica”.
Di fatto è un decreto che dà licenza di uccidere, carta bianca di sparare a vista ad ogni persona che protesta in Bolivia, senza che per queste azioni poi la polizia e i militari rispondano in alcun modo di fronte alla legge.

Il decreto 4078 Il decreto 4078

Il decreto come scritto al suo interno “stabilisce che le forze armate possono utilizzare tutti i mezzi disponibili in modo proporzionale e discrezionale al rischio delle operazioni”.
Detto in altre parole, “ogni mezzo” significa che se i militari decidono di usare i fucili mitragliatori per sparare alla popolazione, come d’altronde stanno facendo in queste ore, hanno piena libertà di farlo senza poi doverne rispondere a qualcuno.
La Commissione Interamericana per i Diritti Umani (IACHR), oggi ha denunciato come un crimine l’ordine e il decreto emesso dal governo autoproclamato di Jeanine Añez, dichiarando che “alle Forze Armate Boliviane (FAB) che scendono in piazza a reprimere ogni protesta, è stata data autorizzazione a procedere con ogni mezzo assicurandogli l’impunità totale.
“È una licenza di impunità per massacrare la gente”, ha scritto ieri Evo Morales dal suo account Twitter.
La presenza della FAB (Forze Armate Boliviane) sulle strade del paese e sulle strade delle principali città è iniziata a partire da lunedì sera scorso, dopo che la polizia nazionale boliviana (PNL) ha chiesto rinforzi militari in vista delle rivolte, in particolare avvenute nella città di El Alto.

Bolivia, El Alto Bolivia, El Alto

È da lunedì notte infatti che sulle città di La Paz e di El Alto hanno iniziato a sorvolare nei cieli aeroplani ed elicotteri militari, e i carri armati stazionano quotidianamente nei dintorni di Plaza Murillo, a La Paz, dove si trova la sede del Governo e del potere legislativo espresso dal Parlamento. La Bolivia di fatto oggi è in uno stato d’assedio da guerra civile.
L’escalation della situazione si è esacerbata dopo le dichiarazioni della Añez, quando nei giorni scorsi ha prima affermato di dover affrontare azioni di destabilizzazione da parte di “gruppi sovversivi armati”. Giustificando poi in questo modo ben tre cose: l’operazione militare, il sostegno legale alle forze di polizia, e la narrazione delle azioni che seguiranno, genocidio e massacro della popolazione indios, definendole come “ripristino dell’ordine democratico”.
I rappresentanti del MAS chiedono subito nuove elezioni, ma la destra che ha preso di fatto il potere senza essere stata mai eletta da nessuno, sostiene che adesso non è possibile perché bisogna affrontare prima l’emergenza e il ripristino dell’ordine pubblico a fronte dei disordini che ci sono in tutto il Paese. Dichiarazione surreale e comica questa, se non ci fossero di mezzo morti, feriti e tanta sofferenza, perché sono le stesse azioni violente e criminali della destra per tramite delle squadracce di Camacho e Mesa che in questi giorni hanno fomentato e creato i peggiori disordini e le condizioni per arrivare di fatto a una situazione di escalation da vera e propria guerra civile.
Da sottolineare che in questi ultimi giorni, persino tra i simpatizzanti della destra boliviana si sono manifestate molte perplessità e contrarietà dopo l’emissione del decreto 4078, che di fatto è una licenza di uccidere e massacrare la popolazione. Alcuni esponenti moderati della destra hanno proposto come mediazione di tornare subito ad elezioni perché si arresti subito il processo di violenza in corso, ma l’autoproclamata presidente Jeanine Añez pare non sentirci proprio da quell’orecchio.
Ma questo non è tutto, dall’altra parte, sul fronte informazione e narrazione dei fatti, l’autoproclamato governo di Jeanine Añez sta operando minacce e intimazioni di ritorsioni alla stampa locale per mantenere il più possibile una coltre di silenzio, nel tentativo di cercare di rendere invisibile quel che accade nel Paese.
Il piano della destra boliviana più intransigente è molto semplice, arrivare ad elezioni in uno stato di emergenza proclamato, con un controllo di tutto il Paese da parte delle forze di polizia e dei militari, e nel frattempo indebolire, fiaccare e impaurire con uccisioni, ferimenti e arresti, le forze sociali e politiche che si stanno opponendo a questo tentativo di golpe che viene ancora presentato da Jeanine Áñez come “cambio democratico”.
Dopo le dimissioni di Evo Morales, la senatrice Jeanine Áñez si è autodichiarata presidente del paese. Il giorno in cui si è autoproclamata alla guida del Paese, la Áñez è entrata nel palazzo del governo, noto come Palazzo Bruciato, portando una bibbia in mano, ed esclamando: “Grazie a Dio che ha permesso alla Bibbia di rientrare nel Palazzo!”.

Jeañine Añez con la bibbia in mano all'entrata al Palazzo Bruciato il giorno in cui si è autoproclamata presidente Jeañine Añez con la bibbia in mano all’entrata al Palazzo Bruciato il giorno in cui si è autoproclamata presidente

Le posizioni della Añez a quanto si può leggere sul suo profilo pubblico sono fortemente razziste e segregazioniste nei confronti della popolazione indigena che rappresenta quasi i 2/3 della popolazione.
Come ad esempio si può leggere in un tweet che la Añez ha già eliminato dal suo profilo, ma il cui screenshot è stato pubblicato prima che Jeanine Añez lo togliesse, dove definisce i rituali e le usanze culturali indigene come riti satanici, affermando inoltre che la città non è per gli “indios” ma che devono tornare nell’altopiano o nel Chaco.

Jeanine Añez profilo Twitter Jeanine Añez, dal suo profilo Twitter

Da segnalare inoltre che in rete e sui social proprio in queste ultime ore stanno circolando un gran numero di video che mostrano bruttissime violenze contro le comunità indigene, le quali rappresentano circa il 64% di tutta la popolazione boliviana.
*Nel video la testimonianza di un parente di una delle persone uccise dalla polizia boliviana nel distretto di Cochabamba.
Questo articolo è stato pubblicato qui
Preso da: https://www.agoravox.it/Bolivia-licenza-di-uccidere.html 

Perché dire NO alla Cashless Society

di , pubblicato il 20 giugno 2019, alle ore 10:18
In un paper (intitolato The Macroeconomics of De-Cashing) pubblicato nel marzo del 2017 Alexei Kireyev, un’economista da anni al Fondo Monetario Internazionale, traccia una roadmap verso una sistematica abolizione del denaro contante.

In questo paper, Kireyev si dice consapevole che l’abolizione del denaro contante potrebbe essere percepita come una violazione dei diritti fondamentali della persona e suggerisce pertanto ai governanti di perseguire questo obiettivo senza dichiararlo apertamente e poco alla volta, cioè senza fretta.
Il processo di abolizione per Kireyev deve all’inizio basarsi su passi iniziali largamente accettati, come l’eliminazione graduale di banconote di grande valore (chiedetevi giustappunto perché la BCE non stampa più dal 2019 la banconota da 500 euro), la fissazione di massimali sulle transazioni in contanti (già presenti in più paesi) e la tracciatura dei trasferimenti in contanti attraverso i confini.
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Di poi, Kireyev suggerisce che le persone, sia in qualità di semplici cittadini che di imprese, devono essere stimolate ad evitare operazioni in denaro contante.
Kireyev è infine consapevole che il consenso tra il pubblico e il settore privato è la precondizione chiave per giungere ad una società senza contante; senza questa precondizione  il piano non può avere successo.
Di conseguenza, raccomanda un’opera di sensibilizzazione continua per alleviare “i sospetti” relativi all’abolizione del contante; principalmente, che abolendo il contante le autorità stiano cercando di controllare tutti gli aspetti della vita delle persone, incluso il loro utilizzo di denaro, o spingere i risparmi  personali nelle mani delle banche.
Kireyev si basa sulle idee di Kenneth Rogoff un ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale;  in suo libro del 2016, The Curse of Money, Rogoff  raccomanda l’abolizione del contante perché ciò, secondo il suo parere contribuirebbe ad una vera lotta contro l’evasione fiscale e la criminalità
Diritti, evasione fiscale, criminalità  e prosperità
Kireyev e Rogoff vedono soltanto quello che immediatamente colpisce l’occhio, dimenticandosi di o non volendo vedere anche oltre.
Il problema, infatti, non è, come dice Kireyev, che l’abolizione del denaro contante potrebbe essere percepita come una violazione dei diritti fondamentali della persona, ma che l’abolizione del denaro contante è una violazione dei diritti della persona.
Qualora fosse abolito il denaro contante si potrà, infatti, possedere il proprio denaro solo indirettamente, cioè affidandone la detenzione ad altri, e ciò significherebbe imporre un regime in cui ciascun legittimo proprietario del denaro viene messo alla mercé delle decisioni degli operatori che curano la detenzione del denaro.
Oltre a questo problema di lesione del diritto di proprietà sul denaro, c’è poi un problema che concerne la privacy finanziaria.
Anche ammesso, infatti, che una parte dell’evasione fiscale e della criminalità possa realizzarsi solo attraverso l’uso del contante, questa non è una buona ragione per vietarne l’uso, perché questo divieto presenterebbe seri pericoli sul fronte del controllo sociale.
Così come, infatti, viene garantita la segretezza del voto per non esporre gli elettori a una serie di possibili rivalse o ritorsioni, allo stesso modo non si può obbligare la gente a rinunciare del tutto alla propria privacy finanziaria, perché ciò  esporrebbe i cittadini a una serie di possibili rivalse e ritorsioni.
Uno Stato diritto, per essere considerato come tale, deve necessariamente sottoporsi ad alcune sostanziali limitazioni nella prevenzione al crimine dettate dal principio del rispetto della libertà individuale, onde evitare di trasformare la politica in tirannide.
Una volta abolito il contante, non dovremo più preoccuparci di qualcuno che possa entrare in un negozio per svaligiare la cassa, ma state tranquilli che aumenteranno le nostre preoccupazioni in merito ai furti sul nostro denaro fatti attraverso attacchi hacker e frodi informatiche, oltre che ai problemi tecnici per i pagamenti digitali.
Una volta abolito il contante, non avremo posto in essere una vera lotta all’evasione fiscale e nemmeno fermeremo l’attività dei network criminali e terroristici.
Si può fare evasione fiscale senza emettere fattura o scontrino oppure emettendo scontrino o fatture di portata inferiore rispetto al reale pagamento effettuato, ma l’evasione fiscale può assumere anche altre manifestazioni, cioè attraverso manovre elusive che non si nutrono di certo di denaro contante.
L’elusione fiscale, più che violare, aggira la legge (viene, infatti, definita dal diritto come un comportamento extra legem non contra legem) e sfrutta le debolezze dell’ordinamento giuridico.
Le forme di elusione fiscale sono numerose, in continua evoluzione e spesso davvero molto sofisticate, il che significa che l’elusione richiede di frequente un importante uso di tempo e di altre risorse solo per la sua ricerca.
Attraverso operazioni di elusione fiscale si può poi trasferire denaro, senza che si muova alcuna banconota o moneta (viviamo già in un’economia altamente digitalizzata), in luoghi in grado di offrire sistemi, oltre che convenienti dal punto di vista della tassazione, pressoché inviolabili di tutela del segreto aziendale; questo tipo di segretezza attrae non solo grandi evasori, ma anche le risorse delle organizzazioni criminali e terroristiche.
Una vera lotta all’evasione fiscale e ai flussi di denaro che alimentano i network criminali e terroristici andrebbe fatta con sistemi mirati che non annichiliscono la libertà di tutti i cittadini, come è invece la guerra al contante, e tradursi anche in un serio contrasto a certe manovre elusive e a certe legislazioni di alcuni paesi che costituiscono il porto sicuro di certe manovre elusive.
Tuttavia, ciò non è facile che avvenga dato che alcune delle banche e delle big-company che si battono per un mondo senza contante, non soltanto sono delle abili “sposta profitti”, ma hanno anche ramificazioni in molti meandri delle istituzioni pubbliche nazionali ed internazionali a difesa dei loro interessi.
Tutto ciò ci porta a concludere che i “cittadini comuni”, quelli cioè che non hanno particolari mezzi e conoscenze e/o propensioni a sottrarsi al rispetto del principio di legalità, sarebbero nettamente i più esposti a seri pericoli sul fronte del controllo sociale.
Detto quanto, in termini di prosperità di una nazione, contrastare l’evasione fiscale diviene un’azione più controproducente che altro, se poi l’ammontare di spesa pubblica che si vuole finanziare è insopportabile  rispetto ai parametri di un’economia di mercato; il problema di fondo, alla fine, non è, infatti, combattere l’evasione fiscale in sé, ma fare in modo che i cittadini non sentano il bisogno di evadere il fisco per non vedersi mortificare i propri sforzi produttivi o garantirsi un tenore di vita assolutamente decente.
Un minor grado di evasione fiscale o anche un’evasione fiscale uguale a zero non è affatto sinonimo di una nazione prospera.
Ammettiamo, infatti, teoricamente che un paese riesca a sradicare ogni possibilità di effettuare evasione fiscale (in pratica, non potrà mai essere così), questo però non vuol dire affatto che non possa essere stabilita una tassazione oppressiva.
C’è un’idea piuttosto diffusa secondo la quale la tassazione sarebbe certamente più bassa se tutti pagassero le tasse per quanto richiesto.
In verità, lo slogan se pagassero tutti pagheremmo certamente tutti meno, non è vero, nel senso che meno evasione uguale a meno tassazione non è affatto detto che si verifichi, perché quel che viene chiesto di pagare dipende sempre, in ultimo, dalla quantità di spesa pubblica che la politica desidera finanziare e che ha finanziato.
Di conseguenza, è decisamente fuorviante affermare che riducendo l’evasione si ridurrà sicuramente anche la tassazione; in tal senso, quel che, alla fine, conta è la volontà politica e il contesto intellettuale dominante attorno a sé.
Il vero problema della tassazione deve poi essere visto nel paradosso che più la tassazione aumenta, più essa mina il funzionamento del mercato e il sistema stesso di tassazione; ogni tributo specifico, come l’intero sistema fiscale nazionale, diventa oltre un certo limite semplicemente autodistruttore.
Una corretta rappresentazione della realtà economica ci dice quindi che tra tassazione oppressiva, una pressione inflazionistica permanente ed evasione fiscale soltanto i primi due fenomeni sono collegabili attraverso veri e propri nessi logici, cioè sono annoverabili tra le cause e non tra i possibili effetti, a mancata prosperità o declino di una nazione.
Di conseguenza, a fronte di un’abolizione del contante, non avremo soprattutto alcuna garanzia che la tassazione diminuirà o resterà al di sotto del livello di spoliazione, la spesa pubblica seguirà percorsi più virtuosi e quella clientelare diventerà solo un ricordo, dato che non c’è nessun nesso di causa ed effetto tra contante e queste altre variabili.
Infine, ricordiamo che i diversi metodi di stima elaborati per calcolare quante risorse vengono attualmente nascoste al fisco hanno tutti un carattere evidentemente virtuale, dato che l’occultato da un lato deve prima effettivamente esistere e dall’altro, qualora effettivamente esista, resta comunque inconoscibile al fisco fintanto che non viene da questo scoperto.
Denaro contante e tassi d’interesse fortemente negativi
L’abolizione del contante serve anche a perseguire un’idea se è possibile ancora peggiore; Kireyev e Rogoff e i loro commilitoni hanno, infatti, altre idee insane in testa.
Costoro raccomandano tassi di interesse fortemente negativi sui depositi bancari dei cittadini, poiché credono che questi tassi si renderanno indispensabili per reagire ad una prossima e virulenta crisi economica, poiché credono che quando le cose vanno male quello che bisogna fare è spingere il pubblico a far girare il suo denaro, costi quel che costi.
Ricordiamo che una politica di tassi di interesse fortemente negativi trova un suo limite nell’esistenza del denaro contante; più scende il tasso di sconto, cioè il tasso con cui la banca centrale concede prestiti alle banche, più scendono i tassi sui depositi bancari (non avrebbe senso per le banche pagare certi interessi a un depositante se finanziarsi presso la banca centrale costa meno), tanto meno conviene mantenere denaro in banca e tanto più conviene rifugiarsi nel contante.
Il denaro contante ha, infatti, lo stesso potere d’acquisto dei depositi bancari, ma con un interesse nominale sempre pari a zero; in altre parole, il denaro contante ha incorporato dentro di sé un cosiddetto zero lower bound .
Nel caso quindi in cui le banche applicassero sui depositi tassi di interesse negativi, esse stimolerebbero un aumento della domanda di contante, stimolo che ovviamente diventerebbe sempre più forte man mano che questi tassi fossero fatti sprofondare in territorio negativo.
Qualche tempo fa William Buiter, capo degli economisti di Citigroup, spiegò come se non ci fosse stato il denaro contante, le banche avrebbero quantomeno già portato i tassi sui depositi dei cittadini a meno 6 per cento.
Buiter fa parte di un’associazione il cui nome è tutto un programma, cioè Better than Cash Alliance (che tra i suoi membri, oltre Citigroup, annovera, tra gli altri, alcuni governi, diverse agenzie ONU, Bill and Melissa Gates Foundation, Clinton Development Iniziative, Mastercard, Visa, Unilever, Coca-Cola); in Italia, la stessa mission anti-contante di Better than Cash Alliance viene perseguita dalla community Cashless Society – The European House dell’Ambrosetti Forum.
Chi promuove una miscela di tassi di interesse fortemente negativi più abolizione del denaro contante, sta proponendo di deprimere la funzione della moneta come riserva in vista di spese future, pensando che ciò produrrà più vantaggi che svantaggi economici.
Tuttavia, qualsiasi misura che deprime la funzione della moneta come riserva in vista di spese future, avrà come effetto non solo quello di incentivare il pubblico a spendere più velocemente il proprio denaro, ma anche quello di corrodere il processo di capitalizzazione, cioè di accumulazione di ricchezza per scopi produttivi.
Ne discende uno stimolo (tanto più a segno, quanto più forte) allo spostamento del reddito sociale dall’investimento al consumo; questo spostamento produce un maggior livello di consumi per un breve periodo, ma, alla fine, una compressione, e non un aumento, del volume di beni di consumo che l’economia potrà offrire ad un tasso elevato.
Ad una maggiore depressione della funzione della moneta come riserva in vista di spese future, corrisponde una corrosione maggiore del processo di capitalizzazione; in base a quanto, attraverso una politica progressiva di depressione di questa funzione della moneta si può arrivare fino al punto di negare l’accumulazione di capitale e quindi produrre un tenore di vita primitivo.
Detto quanto, non è da escludere poi che tassi di interesse fortemente negativi più abolizione del contante possano produrre il risultato di un potenziamento da un lato del mercato nero e dall’altro di intermediari dello scambio molto più solidi, dato che più le coercizioni si fanno pressanti, più le persone tendono a sviluppare l’intenzione di ribellarsi ad esse.
Può essere, infatti, abolito il contante stampato ed imposto con la forza della legge dalle banche centrali, ma non può essere abolita l’immaginazione dei cittadini a sottrarsi al controllo sociale ed a cercare intermediari dello scambio appetibili, cioè che tendano a conservare il loro potere d’acquisto (lo spirito di sopravvivenza tende ad aguzzare l’ingegno).
In definitiva, Kireyev, Rogoff e Buiter sono degli illusi nella teoria e degli intolleranti nella pratica.
Conclusioni
La guerra al denaro contante non è efficace per ottenere un mondo più sicuro e con una migliore allocazione delle risorse, ma di certo serve ad altro e ad altri.
Esiste un’oligarchia predatoria che sa benissimo che dall’abolizione del denaro contante otterrà vantaggi, quantomeno in termini relativi, qualunque sia invece l’effetto sul benessere economico generale.
Se non c’è più la possibilità di ritirare i propri depositi bancari, allora su questi stessi depositi i governi avranno mano completamente libera di tassarli quanto e come meglio credono, l’industria della tecnologia per pagamenti digitali potrà contare su margini di crescita a spese della libertà di scelta delle persone e, infine, dato che il prelievo e il ritiro dei depositi non sono più opzioni, i cittadini saranno costretti a subire i tassi del sistema bancario.
Sollevare le banche dal rischio della corsa agli sportelli, inoltre, non indurrà queste stesse ad una minore spregiudicatezza finanziaria, semmai l’esatto contrario.
Il primo obiettivo di questa oligarchia predatoria è quello di controllare la maggior quantità relativa possibile di risorse, mentre il secondo obiettivo è quello di portare avanti esperimenti economici anche a costo della morte del paziente.
Questa oligarchia, per portare a termine il suo piano, deve far percepire quelli che, in realtà, sono i propri esclusivi interessi come se invece fossero interessi che appartengono spontaneamente a tutti; usando le tecniche del nudging, del linguaggio privo di collegamento con la realtà e spacciando il proprio punto di vista come verità scientifica, vuole farci credere non solo che questa abolizione è pensata per garantire l’interesse sociale, ma, in aggiunta, che viene incontro soprattutto alle esigenze delle persone meno abbienti.
In tal senso, come esempi, si può ricordare quando la War on Cash diffondeva sistematicamente il messaggio che il contante è superato, costoso, pericoloso, inquinante e scomodo, oppure un recente spot di PayPal  in cui si diceva:
è arrivata la nuova moneta non è di carta, è progresso. La vecchia moneta fa troppe domande, la nuova moneta ha già pagato. La vecchia moneta è solo per pochi, la nuova moneta è per tutti, è per voi. Addiovecchia moneta, c’è una nuova moneta in città. PayPal is new money.
Prosperità e povertà dipendono innanzitutto dalla qualità delle istituzioni politiche ed economiche.
Misure finalizzate a estrarre rendite a beneficio di una più o meno ampia minoranza di privilegiati, non favoriscono e non favoriranno mai la prosperità di una nazione.

Il BLOG di Contante Libero è uno spazio “aperto” in cui tutti i blog che aderiscono all’iniziativa CONTANTE LIBERO possono esprimere liberamente la propria “peculiare” visione sul tema. CONTANTE LIBERO non è un monolito, bensì tante realtà diverse che hanno deciso di unirsi per affrontare una specifica battaglia in comune.

Quello che non capisce (o che non vuole capire) Il Sole 24 Ore sul denaro contante

di , pubblicato il 25 giugno 2018, alle ore 8:57
E’ bastato che l’attuale Ministro degli Interni (2018), italiano qualche giorno fa affermasse «Fosse per me non porrei nessun limite al contante» per sentire di nuovo in giro la voce della propaganda a sostegno dell’abolizione del denaro contante.
L’abolizione del denaro contante, che tra l’altro, è esplicitamente sostenuta, almeno attualmente, da organismi internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Commissione Europa.
Obiettivo di questa campagna a favore dell’abolizione del denaro contante?
Con la scusa di voler combattere terrorismo e criminalità, facilitare il lavoro dei politici, dei burocrati e di tutti quei gruppi di pressione che aspirano ad ottenere privilegi, a tutto svantaggio dei liberi cittadini.
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Tuttavia, i sostenitori dell’abolizione del denaro contante non potendo imporre con la violenza il loro punto di vista, cercano di ottenere l’adesione alla loro posizione o perlomeno una certa passiva indifferenza, facendo circolare costantemente bugie e ragionamenti fuorvianti.

In tal senso, mi ha colpito molto (si fa per dire) un articolo apparso sul Il Sole 24 Ore il qualche giorno fa, dal titolo Limite al contante: perché l’idea di Salvini è anacronistica e allontana l’Italia dall’Europa, del giornalista Biagio Simonetta.
L’articolo in questione è un inno alla disinformazione di massa, ma non mi meraviglia che certi articoli possano uscire anche sul Il Sole 24 Ore, cioè il quotidiano di Confindustria: la principale organizzazione rappresentativa delle imprese italiane, difetta da sempre di una vera e propria coscienza liberale.
Vediamo cosa si afferma in questo articolo e smontiamo ogni affermazione punto per punto.
  1. è abbastanza chiaro che dietro al contante si nasconda spesso la black economy, la corruzione, l’evasione, il denaro sporco che non vuol essere tracciato.

Trattasi di ragionamento fuorviante.
Si cerca di condurre sostanzialmente il fenomeno dell’evasione e della black economy al denaro contante, quando il contante è solo un mezzo è non la causa primaria di questi fenomeni.
La causa primaria di questi fenomeni va rintracciata invece negli eccessi di interventismo statale, che stabilisce regimi di comproprietà forzata nei quali i partners involontari degli apparati statali usano il loro margine di manovra per sfuggire alla sovra-tassazione e/o alla sovra-regolamentazione.
Oltretutto, il denaro contante è solo un mezzo con cui produrre evasione e riciclaggio, non il solo mezzo.
Al giorno d’oggi, l’evasione e il riciclaggio non passano infatti solo attraverso l’uso del denaro contante: i veri esperti di trasferimenti contabili non hanno alcun bisogno del denaro contante per porre in essere pratiche elusive, così come per evadere possono essere usati mezzi fisici alternativi al tradizionale denaro contante come oro e argento fisico, diamanti, lettere di credito, copyright o droga.
Insomma, anche senza denaro contante, la criminalità si adatta, per il semplice fatto che il crimine non ha bisogno del denaro contante per esistere.
Di conseguenza, abolire il denaro contante non assicura l’eliminazione dei fenomeni di evasione e black economy, ma in compenso costituisce un’indebita restrizione delle possibilità di scelta del cittadino.
  1. il contante è sempre più una zavorra all’economia italiana e internazionale.

Cosa?
Zavorra dell’economie sono i troppo elevati livelli di debito rispetto al valore totale della produzione e non è il denaro contante a scatenare questo squilibrio, ma improvvide politiche creditizie del sistema bancario.
Sostenere che «il contante è sempre più una zavorra all’economia italiana e internazionale» è pertanto una bugia grande quanto l’intero universo.
  1. E non è un caso che la maggior parte dei Paesi più evoluti abbia sposato da tempo strategie che mirano alle cosiddette cashless society.

Trattasi di ragionamento fuorviante.
Si cerca di stabilire l’equazione società in cui il contante è stato abolito uguale società più civile, ma questa equazione nella realtà fattuale non esiste.
Infatti, le società più civili sono quelle che permettono la diversificazione e non si appiattiscono sull’omologazione, pertanto ben vengano come opzione tutti gli strumenti di pagamento elettronico, ma allo stesso tempo ben vengano anche i metodi di pagamento più tradizionali, cioè banconote e monete – ben venga quindi sempre la modernità, ma mai in forma patologica.
Il giornalista Biagio Simonetta indica la Svezia come paese evoluto perché in cima alle classifiche per pagamenti elettronici.
Di conseguenza, per Biagio Simonetta, la Svizzera rappresenta un paese di cavernicoli, dato che  negli ultimi dieci anni il denaro contante in circolazione in Svizzera è più che raddoppiato, passando da 35 a oltre 80 miliardi di franchi, mentre il limite ai pagamenti in contanti, cioè senza obbligo di verificare l’identità dell’acquirente, arriva fino a 100 mila franchi.
In ogni caso, affermare che in certi Paesi sono in atto da tempo strategie che mirano alle cosiddette cashless society significa implicitamente affermare che i cittadini di questi Paesi vengono sottoposti da tempo a un’elaborata distopia.
Prendiamo il caso svedese, ad esempio:
A novembre dello scorso anno, la Svezia ha comunicato di aver ridotto le compravendite in contanti a meno del 2 per cento delle transazioni complessive.
Tuttavia, quello che non viene mai detto è che ciò è stato possibile solo attraverso la spinta di anni di propaganda continua da parte del governo – a chi dice che la società con pochi o pochissimi contanti in Svezia ha trovato consenso senza alcuna imposizione dall’alto, consiglio pertanto di riflettere attentamente sulla forza della propaganda governativa, e in tal senso soprattutto il secolo scorso ha molto da insegnare.
Nonostante ciò, sembra che anche in Svezia si stiano accorgendo dei pericoli e delle disfunzioni insiti in una società senza contante: in un recente sondaggio, quasi 7 intervistati su 10 hanno infatti dichiarato di volere mantenere l’opzione di utilizzare denaro contante, mentre solo il 25 per cento desidera una società completamente senza contanti.
Forse perché gli svedesi si sono accorti che:
  • truffe e truffatori non spariscono affatto assieme al denaro contante;
  • che quando hai un sistema completamente digitale non hai armi per difenderti se qualcuno lo spegne;
  • che un sistema completamente digitale implica una restrizione indebita delle libertà individuali e fa quantomeno vacillare lo stesso concetto di democrazia.
  1. Un costo fisso poco conosciuto, e cioè quello relativo allagestione e al trasporto del contante, che secondo le stime diramate dall’Osservatorio Mobile Payment & Commerce del Politecnico di Milano, impatta sul sistema Italia per 9,5 miliardi di euro all’anno.

Trattasi di ragionamento fuorviante.
Ammesso che queste stime corrispondano a valori puntuali, questa enunciazione di dati non è in grado di provare niente.
Parlare infatti di costi senza tener conto se i benefici che scaturiscono da questi costi sono maggiori o inferiori a questi costi è un esercizio decisamente scorretto.
Non c’è modo di quantificare esattamente i benefici derivanti dall’esistenza del denaro contante, ma se per questo non c’è modo di quantificare esattamente neanche i benefici che derivano dal mantenere in essere tutte quelle istituzioni necessarie al funzionamento di una democrazia.
Tuttavia, se comprendiamo che il denaro contante rappresenta una di quelle restrizioni al potere politico che non dipende dalla buona volontà o dall’intelligenza dell’operatore politico di turno, capiamo anche che i benefici che derivano dalla sua esistenza e dalla sua possibilità di utilizzo legale sono maggiori di qualsiasi costo di gestione e trasporto del contante, il che ovviamente non esclude che questo costa debba essere sottoposto a ottimizzazione.
  1. il vero punto riguarda il mancato gettito fiscale derivante dall’utilizzo del cash, che è pari a 24 miliardi all’anno. L’Osservatorio milanese ha stimato che il 34% del transato in contante non è dichiarato, dunque sfugge al fisco, generando un fiume di denaro sporco che alimenta l’economia malata di questo Paese.

Trattasi di ragionamento fuorviante.
Anche qui ci troviamo di fronte a stime che non sappiamo se corrispondano a valori puntuali, ma in ogni caso il punto non è questo, il punto è che si vuol far passare l’idea è che una volta abolito il denaro contante il sistema diventerà automaticamente più efficiente nella gestione delle risorse.
Avviso ai naviganti: non c’è alcuna correlazione tra denaro contante e allocazione efficiente delle risorse, così come azzerare l’evasione fiscale non significa automaticamente un miglioramento nell’allocazione delle risorse, così come più gettito nelle casse dello Stato non significa automaticamente più benessere generalizzato.
Ciò significa che l’economia senza denaro contante potrebbe complessivamente migliorare oppure peggiorare, dato che non è l’esistenza o meno del denaro contante a determinare se le risorse vengono allocate in modo efficiente o non efficiente.
In conclusione, ricordiamoci sempre che se il denaro a corso legale non ha più alcuna possibilità di uscita dal circuito bancario (le banche avrebbero in cassa la totalità dei risparmi liquidi privati a corso legale senza via alternativa di scelta), di fatto la proprietà del denaro, o meglio di questo tipo di denaro,  passa da chi lo ha guadagnato a chi lo custodisce, ossia il circuito bancario e chi ha il compito di regolare tale circuito, cioè gli apparati statali.
Come sosteneva: Paul Claudel:
Chi cerca di realizzare il paradiso in terra, sta in effetti preparando per gli altri un molto rispettabile inferno.

Preso da: http://www.contantelibero.it/quello-che-non-capisce-o-che-non-vuole-capire-il-sole-24-ore-sul-denaro-contante/1005/

Il Manifesto per il Contante Libero

«Fino a che non diventeranno coscienti del loro potere, non saranno mai capaci di ribellarsi, e fino a che non si saranno liberati, non diventeranno mai coscienti del loro potere».
(George Orwell, 1984)

Il Manifesto per il Contante Libero
(versione short:
10 Punti per Il Contante Libero)

La tecnologia come mezzo di controllo sociale per imporre, attraverso una continua induzione di paure ed ansie, moduli di pensiero e comportamenti umani totalmente spersonalizzati, asserviti e ideologizzati. Obbiettivo finale: annichilire qualsiasi sentire, agire e pensare che possa essere veramente alternativo e concorrente. In sintesi, annichilire la libertà.
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Questo è il pericolo su cui ci ammonisce il celebre romanzo 1984 di George Orwell. Ciò nondimeno, in questi anni di crisi tale pericolo non è lontano da un suo pieno concretizzarsi. Buona parte della società civile e dell’opinione pubblica sembra non voler vedere questo mostro che cresce; lentamente e apaticamente essa sta lasciando la propria libertà nelle mani di un’entità manipolatrice dai tratti allo stesso tempo oligarchici e collettivistici.
Se vogliamo difendere la libertà (la nostra libertà) dobbiamo innanzitutto scrollarci di dosso l’apatia e prendere coscienza del nostro potere. Per far questo è necessario “educarci alla libertà” processo che in primo luogo implica il comprendere e il saper confutare rigorosamente la logica antirazionale propugnata dai nemici della libertà.
E’ nel suddetto contesto che va inserita “la battaglia per la difesa dell’utilizzo del denaro contante”. Una battaglia la cui finalità, pertanto, non consiste nel rivendicare la supremazia in termini assoluti di uno strumento di pagamento su un altro (banconote versus mezzi elettronici), bensì nel riaffermare il diritto delle persone di scegliere liberamente il modo che ritengono migliore di portare a termine i loro scambi economici.
Come tutti sanno nel nostro Paese la soglia al di sotto della quale è possibile utilizzare denaro contante per effettuare pagamenti tra privati o privati e società od amministrazioni non bancarie è stata recentemente abbassata fino all’attuale limite di 1000€ .
Nonostante ciò,  qualcuno non ancora sazio di prescrivere restrizioni alle libertà individuali continua a richiedere l’implementazione di ulteriori “stratagemmi” per disincentivare e ridurre ancor di più gli spazi d’uso del contante, con l’intento più o meno esplicito e consapevole di giungere in un futuro alla totale, o pressoché totale, soppressione di questa modalità di pagamento, affermando contemporaneamente il dominio artificiale della moneta elettronica.
A supporto della bontà della loro tesi, i promotori ed i sostenitori della cosiddetta lotta al contante adducono il fatto che tutto ciò sia pensato e studiato al fine di ottenere gradi maggiori di benessere generale, equità, progresso, giustizia sociale.
La verità, tuttavia, è assolutamente un’altra: la lotta contro l’utilizzo del denaro contante non annovera alcuno scopo nobile e le argomentazioni a suo sostegno sono pure mistificazioni della realtà oggettiva. L’unico vero obbiettivo di questa crociata consiste nel proteggere e consolidare il potere, le prebende e l’influenza di quella variegata casta di soggetti improduttivi che vivono e prosperano soltanto a scapito del lavoro altrui.
Con il pretesto di perseguire buoni propositi si vuole soltanto fare razzia dei diritti naturali dei più inermi.

La lotta al contante in quanto strumento fondamentale per combattere l’evasione fiscale.
Questa è l’argomentazione principale che viene usata da chi si prodiga per avere una società senza contante. Ad una prima analisi questa giustificazione sembrerebbe inattaccabile; tuttavia, mediante una disamina più attenta e approfondita si scopre che il grosso dell’evasione fiscale non ruota affatto attorno l’utilizzo del denaro contante, ma riguarda invece transazioni decisamente più sofisticate.
I fenomeni evasivi/elusivi numericamente più rilevanti, quali l’occultamento di ricavi e compensi o l’indebita deduzione dei costi, vengono, infatti, messi in atto con l’impiego di strutture e comportamenti fittizi che prescindono dall’uso del contante e dall’obbligo di avvalersi del canale bancario per rendere le operazioni tracciabili.
Diffondere l’idea che la maniera più efficace per contrastare l’evasione fiscale risieda nella lotta al contante significa, dunque, pubblicizzare volutamente un erroneo convincimento. L’evasione si combatte mettendo a punto un quadro normativo stabile e facilmente comprensibile, tagliando il numero degli adempimenti, instaurando un rapporto di fiducia tra il Fisco e il contribuente e riducendo in maniera sistematica e ragionevole la pressione fiscale tramite un preventivo calo della spesa e dell’inefficienza pubblica.
A fronte delle sopraccitate misure, l’eliminazione del contante non serve praticamente a nulla se non a privare milioni di cittadini (il popolo minuto) dell’unico formidabile strumento di “dissenso di massa” che essi possono avere a loro disposizione per non essere sopraffatti da inique regole e politiche fiscali.
La lotta al contante non incide direttamente sulla libertà e le abitudini delle persone.
Affermazione semplicemente senza senso. Restringendo le possibilità per gli agenti economici di scegliere come metodo di pagamento ciò che essi considerano più adeguato, si va ad incidere per forza di cose direttamente sulla libertà e le abitudini delle persone.
Contante strumento scomodo ed obsoleto.
L’esperienza sostiene l’esatto contrario. Nella quotidianità solamente l’impiego del contante permette ad alcune transazioni di essere portate a termine in maniera celere e quindi proficua. Di conseguenza, eliminando o riducendo ancor più drasticamente questa modalità di pagamento, si introdurranno necessariamente in più parti del sistema economico rimarchevoli inefficienze che, in ultima analisi, avranno il demerito di rendere maggiormente complicata la vita delle persone.
La lotta al contante è decisiva anche nella lotta ai furti e alle rapine.
«Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza».
Basterebbe citare questo famoso aforisma di Benjamin Franklin, uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America, per dimostrare l’illegittima sussistenza di questo assunto. Ma, poiché è necessario essere veritieri fino in fondo, si deve anche constatare come l’eliminazione del contante non rappresenti sicuramente la panacea contro furti e rapine. Clonazione di bancomat e di carte di credito, manipolazione di conti bancari, furto d’identità o anche le incresciose aggressioni alle abitazioni dei cittadini sono tutti esempi di fenomeni criminali sui quali la lotta al contante non può avere di certo un’incidenza decisiva.
La lotta al contante è una vera e propria battaglia di civiltà.
Alcuni si spingono a definire addirittura la lotta al contante come una  vera e propria battaglia di civiltà, dando sostanzialmente origine ad una nuova forma di polilogismo (Il polilogismo è la dottrina che nega l’uniformità della struttura logica della mente umana): da una parte c’è chi ripudiando l’utilizzo del denaro contante ha sposato la cultura della legalità, dall’altra parte c’è chi non ripudiando tale utilizzo ha deciso di porsi, almeno teoricamente, al di fuori di questa cultura.
Questa presa di posizione è soltanto un grezzo espediente per evitare qualsiasi confronto approfondito, critica o discussione sul merito. Trattasi di falso razionalismo utile a nascondere l’irragionevolezza e l’illogicità di una tesi. Non avendo a proprio sostegno argomentazioni davvero valide, l’esercito della lotta al contante sposta la sua lotta sul terreno della pura ideologia allontanandosi così in maniera intenzionale dalla realtà delle cose.
Dinanzi ad un atteggiamento del genere si può comprendere appieno la posizione di chi ostinatamente porta avanti la crociata contro il contante: trovandosi nell’impossibilità di avere l’avallo della verità scientifica, tenta scorrettamente di plagiare la mente dei propri interlocutori

«Chi cerca di realizzare il paradiso in terra, sta in effetti preparando per gli altri un molto rispettabile inferno»
(Paul Claudel)

“Eliminare il contante rappresenterebbe un atto di spoliazione dei nostri diritti alla libertà”.
La progressiva eliminazione del contante e la simultanea imposizione dall’alto della moneta elettronica alimenta il potere arbitrario e discrezionale delle élites politiche e finanziarie. Il costante consolidamento di questo potere è da ritenersi estremamente pericoloso poiché sottende, in conclusione, l’indotta accettazione di una società dalle caratteristiche distopiche dove l’uomo non è concepito come fine, bensì come mero mezzo.
Per impedire tutto ciò bisogna iniziare a far sentire il nostro grido di disapprovazione.

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Preso da: http://www.contantelibero.it/documenti/manifesto-contante-libero/

Laura Boldrini e la guerra all’uso del contante

Giovedì, 3 ottobre 2019 – 19:53:00

Il Governo prepara una durissima guerra al contante, che traccia il solco per un controllo totalitario sulla libertà finanziaria di ciascuno

di Andrea Lorusso
Laura Boldrini: “L’unica strada che abbiamo è la tracciabilità. Noi dobbiamo sapere chi spende e in cosa”
Laura Boldrini e la guerra all'uso del contante 

Un mondo in cui il contante non sia più stampato né circolante, non è un oscuro presagio, ma una concreta possibilità nel momento in cui questo andazzo legislativo fosse confermato e poi man mano rinfocolato. Si parte dai bonus per le carte di credito alle penalità per il denaro liquido, per poi, una volta invertito il paradigma, arrivare ad obblighi via via più stringenti.
Non è una cosa che si faccia dall’oggi al domani, è vero, ma non reagire ora significa porre la prima pietra per la tomba del contante libero. L’ex Presidente della Camera Laura Boldrini ha fatto una affermazione agghiacciante: “Può sembrare dura, ma di fatto la tracciabilità è l’unica cosa che abbiamo. Noi dobbiamo sapere chi spende e in che cosa, la carta di credito ce lo fa sapere.”

A che titolo lo Stato dovrebbe conoscere ogni spesa del cittadino? Perché dobbiamo partire dalla presunzione di colpevolezza per il consumatore? Dov’è finita la privacy? L’uso obbligatorio delle carte significa tenere traccia di ogni spostamento, ogni bottiglietta d’acqua o caffè consumato, in quale bar, che regali si fanno, ogni anfratto della nostra vita verrebbe tracciato perché – piaccia o no – è dal flusso di denaro che ormai si può comprendere qualsiasi cosa.
Se facciamo una vacanza in Tibet, se il marito compra l’anello alla moglie o all’amante, se un uomo va a prostitute, o ha un problema medico per cui fa una visita specialistica, in qualsiasi posto del globo voi vi troviate, sarete sotto la lente d’ingrandimento del Grande Fratello.
Per non parlare delle implicazioni commerciali, i dati finanziari saranno appetibili e succulenti per i big data, i cookie, per la pubblicità mirata, e tutto si svilupperà a tenaglia per tracciare, riproporre e “carcerare” gusti, piaceri ed abitudini. L’abitudine è la più “bella” forma che ha il mondialismo commerciale per mantenere lo status quo di consumo.
Già oggi i più avveduti si renderanno conto che il loro smartphone tenga traccia di loro, senza avvisi particolari, senza che magari siano attive le mappe, dando alert Google su ristoranti, metodi di pagamento GPAY accettati o altre diavolerie. Un mondo in cui il denaro non è più libero, l’uomo non è più libero. Anche gli aiuti solidali tra conoscenti, gli spiccioli a bordo strada ai mendicanti, saranno inibiti; Qualsiasi forma di prestito tra amici o famigliari, tutto dovrà passare su delle piattaforme.
I nuovi sistemi potranno rendere straccione chiunque di noi con un click, l’insubordinazione non sarà più ammessa dall’Autorità. Immaginate una misura restrittiva – anche sbagliata come spesso accade – che d’imperio spenga i vostri chip, o anche un bug, un errore informatico o gestionale, non saremo più padroni della nostra capacità di spesa. Solo affittuari di pezzi di codice. Una fucilata al cuore delle politiche sociali, allo Stato di diritto liberale e liberista.
La moneta non sarà più legata a nessuna emissione, a nessun valore, a nessun spostamento, sarà un algoritmo a gestire le transazioni, e le transazioni a loro volta saranno soltanto algoritmo. Abbinatelo all’interazione uomo-macchina, ed ecco servita l’estinzione dell’essere umano. Sarà per questo che presto uscirà un nuovo Matrix al cinema?

Di Andrea Lorusso
FB @andrealorusso1991

Preso da: http://www.affaritaliani.it/politica/laura-boldrini-e-la-guerra-all-uso-del-contante-629314.ht

Secondo l’Onu la Libia è corresponsabile del traffico di migranti

Un rapporto delle Nazioni Unite delinea un meccanismo criminale messo in piedi da guardia costiera libica, trafficanti e pezzi dello stato africano. Da oggi far finta di niente sarà un po’ più difficile

Foto di Benjamin Lowy/Getty Images

Uomini e donne intercettati in mare solo per essere condotti in centri di detenzione non ufficiali, dove saranno torturati, posti in schiavitù, stuprati e infine rivenduti ai trafficanti, da funzionari del governo corrotti e senza scrupoli. A puntare il dito contro le autorità libiche questa volta non è un organizzazione umanitaria, ma un rapporto ufficiale delle Nazioni Unite, redatto servendosi delle testimonianze delle agenzie inviate sul campo a Tripoli.
Quello della presunta compromissione di alcuni pezzi dell’entità statale libica è un tema centrale per giudicare il modo in cui l’Italia e l’Europa hanno gestito il dossier immigrazione negli ultimi anni, in particolar modo dopo il memorandum d’intesa per il “contrasto dell’immigrazione illegale” firmato nel 2017 dal governo Gentiloni, che ha elargito al paese africano finanziamenti ed equipaggiamenti dal valore complessivo di 800 milioni di euro.

Cosa dice il dossier dell’Onu

Nelle 17 pagine del documento consegnato dall’Onu al Tribunale internazionale dell’Aja e raccontato in Italia da Nello Scavo per Avvenire, viene descritto un meccanismo criminale, già più volte denunciato dalle organizzazioni umanitarie.
Al centro dei riflettori c’è ancora una volta l’operato dell cosiddetta guardia costiera libica, una forza di sicurezza che l’Italia riconosce come l’organismo deputato a pattugliare l’area Sar che si estende da Zuara a Tobruch, ma che di fatto è composta da milizie armate aggressive e spesso in conflitto tra loro. È questa entità dai confini indefiniti che si occupa delle “intercettazioni in mare”, come le definisce il rapporto, presentate come operazioni di salvataggio agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.
Già nel 2017 l’Onu aveva evidenziato la problematicità dell’azione dei guardacoste, in un rapporto in cui ne denunciava il coinvolgimento “in gravi violazioni dei diritti umani”. Questa volta, però, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres alza il tiro e descrive quello somiglia ad un vero e proprio cartello criminale, responsabile della scomparsa di centinaia di persone. Uomini e donne, di cui si perdono ufficialmente le tracce una volta sbarcati a terra e che finirebbero prigionieri in centri di detenzione al limite della legalità.
Sul territorio libico esistono infatti 19 centri gestiti direttamente dal governo libico – appena tre di questi accessibili da Onu, Oim e organizzazioni umanitarie – che ospitano in totale quasi 5mila rifugiati, ma il numero di prigioni ufficiose è ben più alto. È in questi ultimi luoghi di detenzione che le persone strappate al mare, stando al rapporto, subirebbero atroci violazioni dei diritti umani: l’Unsmil, la missione Onu a Tripoli, ha raccolto testimonianze credibili “di detenzione prolungata e arbitraria, torture, sparizioni forzate, cattive condizioni di detenzione, negligenza medica e rifiuto di visite da parte di famiglie e avvocati da parte di i responsabili delle carceri e di altri luoghi di privazione della libertà”.
Ancora una volta, però, sono le donne le vittime più esposte e dai resoconti di donne e ragazze migranti emerge un quadro fatto di violenze e abusi, perpetrati da “trafficanti, membri di gruppi armati e funzionari”. C’è infine l’ultimo livello, quello che coinvolge veri e propri pezzi dello stato libico, disposti a usare quelle persone ormai scomparse dai radar come merce di scambio, da vendere ai contrabbandieri di esseri umani.

Cosa sta facendo la comunità internazionale

Non è la prima volta che le Nazioni Unite assumono una posizione forte contro il sistema di gestione delle persone migranti sul territorio libico e già nel 2018 l’organizzazione intergovernativa parlò di “orrori inimmaginabili”, nel commentare la situazione carceraria del paese. Per questo, lo scorso 27 luglio l’Onu ha chiesto la chiusura di tutti i centri di detenzione in Libia, un appello rimasto fin qui inascoltato.
Proprio per monitorare la situazione nel paese, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha nei giorni scorsi esteso di 12 mesi il mandato della missione Unsmil, mentre l’Unhcr nella giornata di venerdì ha evacuato dalla Libia 98 rifugiati, messi in pericolo dal conflitto che continua a infuriare alle porte di Tripoli.
È in questo scenario che si misurerà il peso internazionale del neonato governo di coalizione tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico, con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio prossimamente impegnato al tavolo dell’assemblea Onu, dove l’Italia dovrà decidere una volta per tutte che posizione assumere nei confronti dei dirimpettai libici, fino a oggi ufficialmente considerati come un porto sicuro per l’approdo di migranti.

Preso da: https://www.wired.it/attualita/politica/2019/09/14/libia-responsabile-traffico-migranti-onu/?refresh_ce=