Ecco come la Bulgaria ha fornito droga e armi ad Al-Qa’ida e a Daesh

I migliori segreti hanno uno scopo. Il cartello mafioso che governa la Bulgaria si è fatto beccare mentre forniva, su richiesta della CIA, droga e armi ad Al-Qa’ida e a Daesh, sia in Libia che in Siria. Il caso è tanto più grave in quanto la Bulgaria è un membro della NATO e dell’Unione Europea.

| Damasco (Siria)

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Capo di uno dei due cartelli mafiosi bulgari, la SIC, Boyko Borisov è diventato primo ministro. Intanto che il suo Paese è membro della NATO e dell’Unione Europea, ha fornito droga e armi ad Al-Qa’ida e a Daesh in Libia e in Siria.
Sembra che tutto sia iniziato per caso. Per trent’anni, la fenetillina veniva utilizzata come sostanza dopante presso gli ambienti sportivi della Germania Occidentale. Secondo l’allenatore Peter Neururer, più della metà degli atleti ne faceva uso regolarmente. Dei trafficanti bulgari videro in ciò un’opportunità. Dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica sino all’ingresso nell’Unione europea, cominciarono a produrla e a esportarla illegalmente in Germania con il nome di Captagon.

Due gruppi mafiosi si fecero una forte concorrenza, Vasil Iliev Security (VIS) e Security Insurance Company (SIC), da cui dipendeva il karateka Boyko Borisov. Questo sportivo di alto livello, professore all’Accademia di polizia, creò una società di protezione delle persone altolocate e divenne la guardia del corpo di entrambi gli ex presidenti, sia il filosovietico Todor Zhivkov sia il filo-USA Simeone II di Saxe -Cobourg-Gotha. Quando questi divenne Primo ministro, Borisov fu nominato direttore centrale del ministero degli Interni, e poi venne eletto sindaco di Sofia.

Nel 2006, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Bulgaria (e futuro ambasciatore in Russia), John Beyrle, ne fa un ritratto in un dispaccio confidenziale rivelato da Wikileaks. Lo presenta come legato a due grandi boss mafiosi, Mladen Mihalev (detto “Madzho”) e Rumen Nikolov (detto “Il Pascià”) [1], i fondatori della SIC.
Nel 2007, secondo un rapporto di una grande società svizzera, US Congressional Quarterly assicura che egli aveva insabbiato parecchie indagini presso il Ministero degli Interni e si trovava lui stesso coinvolto in 28 delitti di mafia. Sarebbe diventato un partner di John E. McLaughlin, il vice direttore della CIA. Avrebbe installato in Bulgaria una prigione segreta dell’Agenzia e avrebbe contribuito a fornire una base militare nel quadro del progetto d’attacco contro l’Iran, ha aggiunto il giornale [2].
Nel 2008, lo specialista tedesco di criminalità organizzata, Jürgen Roth, descrive Boyko Borisov come «l’Al Capone bulgaro» [3].
Divenuto lui stesso Primo ministro, mentre il suo paese era già membro della NATO e dell’UE, venne sollecitato dall’Agenzia affinché desse un aiuto nella guerra segreta contro Muammar el-Gheddafi. Boyko Borisov fornì il Captagon prodotto dalla SIC ai jihadisti di Al-Qa’ida in Libia. La CIA rese questa droga sintetica più attraente e più efficiente mescolandola con una droga naturale, l’hashish, consentendo così di manipolare più facilmente i combattenti e di renderli più terrificanti, in linea con i lavori di Bernard Lewis [4]. In seguito, Borisov ha esteso il suo mercato alla Siria.
Ma la cosa più importante si è avuta quando la CIA, utilizzando le peculiarità di un ex Stato membro del Patto di Varsavia che aveva aderito alla NATO, acquistò da esso armamenti di tipo sovietico per un valore di 500 milioni di dollari e li trasportò in Siria. Si trattava principalmente di 18.800 lanciagranate anticarro portatili e di 700 sistemi di missili anti-carro Konkurs.
Quando Hezbollah inviò una squadra in Bulgaria per informarsi su questo traffico, un bus di turisti israeliani fu oggetto di un attentato a Burgas, che causò 32 feriti. Immediatamente, Benjamin Netanyahu e Boyko Borisov accusarono la Resistenza libanese, mentre i media atlantisti diffusero numerose accuse contro il presunto attentatore suicida di Hezbollah. In ultima analisi, il medico legale, la dottoressa Galina Mileva, si accorse che la sua salma non corrispondeva alle descrizioni dei testimoni; un responsabile del controspionaggio, il colonnello Lubomir Dimitrov, notò che non si trattava di un attentatore suicida, ma di un semplice corriere, e che la bomba era stata attivata a distanza, probabilmente a sua insaputa; mentre la stampa accusava due arabi che avevano cittadinanza canadese e australiana, la Sofia News Agency citò un complice statunitense conosciuto con lo pseudonimo di David Jefferson. Così, quando l’Unione europea approfittò del caso per classificare Hezbollah come “organizzazione terroristica”, il Ministro degli Esteri in carica durante il breve periodo in cui Borisov è stato escluso dal potere esecutivo, Kristian Vigenine, ha sottolineato che, in realtà, non ci sono prove per collegare l’attacco alla resistenza libanese [5].
A partire dalla fine del 2014, la CIA cessò di dare ordini e fu sostituita dall’Arabia Saudita, che ha così potuto comprare armi non più di armi di tipo sovietico, bensì materiale della NATO, come i missili anticarro filoguidati BGM-71 TOW. Ben presto, Riad fu sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti [6]. I due Stati del Golfo assicurarono essi stessi la consegna ad Al-Qa’ida e a Daesh tramite la Saudi Arabian Cargo e la Etihad Cargo, sia presso Tabuk lungo la frontiera saudita-giordana, sia presso la base comune degli Emirati, della Francia e degli USA che si trova a Dhafra.
Nel giugno 2014, la CIA aggiunge un ulteriore strato a tutto ciò. Si tratta stavolta di proibire alla Bulgaria di lasciar passare sul suo territorio il gasdotto russo South Stream che avrebbe potuto rifornire l’Europa occidentale [7]. Questa decisione, che ha privato la Bulgaria di ricavi importantissimi, permette da un lato di rallentare la crescita dell’Unione europea, conformemente al piano Wolfowitz [8]; dall’altro lato, consente di applicare sanzioni europee a danno della Russia, comminate con il pretesto della crisi in Ucraina; poi di sviluppare il gas di scisto in Europa orientale [9], e, infine, di mantenere l’interesse a rovesciare la Repubblica araba siriana, possibile grande esportatore di gas. [10]
Secondo le ultime voci, la Bulgaria — Stato membro della NATO e dell’Unione europea — persiste nel fornire illegalmente droga e armi ad Al-Qa’ida e a Daesh, nonostante la recente risoluzione 2253 adottata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Traduzione
Matzu Yagi
[1] “Bulgaria’s most popular politician: great hopes, murky ties”, John Beyrle, May 9, 2006.
[2] “Bush’s Bulgarian Partner in the Terror War Has Mob History, Investigators Say”, Jeff Stein, U.S. Congressional Quarterly, May 2007.
[3] Die neuen Dämonen, Jürgen Roth, 2008.
[4] The Assassins: A Radical Sect in Islam, Bernard Lewis, Weidenfeld & Nicolson, 1967.
[5] “La Bulgaria non ritiene Hezbollah responsabile dell’attentato di Burgas”, Rete Voltaire, 7 giugno 2013.
[6] « Mise à jour d’une nouvelle filière de trafic d’armes pour les jihadistes », par Valentin Vasilescu, Traduction Avic, Réseau Voltaire, 24 décembre 2015.
[7] “Chi ha sabotato il gasdotto South Stream”, di Manlio Dinucci, Tommaso di Francesco, Il Manifesto (Italia), Rete Voltaire, 10 giugno 2014.
[8] « US Strategy Plan Calls For Insuring No Rivals Develop » and « Excerpts from Pentagon’s Plan : “Prevent the Re-Emergence of a New Rival » », Patrick E. Tyler, New York Times, March 8, 1992. « Keeping the US First, Pentagon Would preclude a Rival Superpower », Barton Gellman, The Washington Post, March 11, 1992.
[9] “Blocco del South Stream, lo «schiaffo» degli Usa all’Europa”, di Manlio Dinucci, Il Manifesto (Italia), Rete Voltaire, 5 dicembre 2014.
[10] “La Siria al centro della guerra del gas nel Medio Oriente”, di Imad Fawzi Shueibi, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 10 maggio 2012.

Preso da: https://www.voltairenet.org/article189812.html

La guerra nascosta dell’esercito: tra soldati in servizio e reduci 5800 suicidi

esercito usa
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L’esercito Usa vicino a una guerra di troppotratto dal sito Blondet&Friends
Il 27 maggio, in Usa, è il Memorial Day, che celebra i caduti  delle guerre. L’ufficio di propaganda ha avuto la sfortunata idea di chiedere in un tweet: “Come ha influito su di te servire la bandiera?”.
Le risposte non sono state quelle previste, patriottiche e militariste. Più di 11 mila tweet furiosi, dolorosi,  amarissimi,  hanno rotto la coltre della narrativa ufficiale.
Storie di suicidi di reduci, di disturbi post-traumatici ed alcolismo  conseguenze, depressione ed ansia ed incubi, ed anche violenze carnali subite da ufficiali, mancata assistenza sanitaria; racconti di crimini di guerra e di danni permanenti per esposizione ad agenti chimici.

Alcuni commenti al tweet del Memorial Day

“Al mio migliore amico del liceo è stato negato il  trattamento per la salute mentale ed è stato costretto a tornare a un terzo turno in Iraq, nonostante avesse un trauma così profondo da riuscire a malapena a funzionare”, ha scritto Shane. “Ha preso una manciata di sonniferi e si è sparato alla testa due settimane prima di essere dispiegato.”
Un altro: “Il mio cocktail da combattimento? PSTD, depressione gravissima. Ansia. Isolamento.  Tentativi di suicidio. Una rabbia senza fine. Mi è costato il rapporto con mio figlio maggiore e mio nipote.  Ad alcuni dei miei uomini è costato anche di più. Come ha influito su di me il servizio militare? Chiedete  alla mia famiglia”.
Revulsione generale per  le menzogne secondo cui il  bellicismo Usa ha l’approvazione popolare. “Smettete di fabbricare nemici e  lanciare americani innocenti in guerre dove uccidono civili innocentiDa  tutte queste guerre combinate non avete guadagnato niente, e per il mondo  è stato l’inferno”.
Vite spezzate, ferite  fuori e nell’intimo, mutilate  che accusano furiosamente i metodi, i modi le distruzioni psichiche che le guerre americane senza fine (la “lunga guerra al terrorismo”, come la chiamò Donald Rumsfeld, dura dal 2001) hanno ridotto le vite dei soldati;  il diluvio di risposte dice che il prezzo pagato è troppo alto e la misura è colma.

Esercito Usa: 5500 reduci si sono tolti la vita

Non solo per i veterani ma per  la società  nel suo complesso:  i 5500 reduci che si sono tolti la vita l’anno scorso, e i 321 che si sono suicidati in servizio attivo, si aggiungono alle morti per overdose  da oppiacei, ed ai suicidi nella “società civile”: aumentati del 30 per cento negli ultimi dieci anni, laddove in tutti gli altri stati del mondo diminuiscono.
“Più di 150.000 americani sono morti per decesso e suicidio indotto da alcol e droghe nel 2017. Quasi un terzo – 47.173 – erano suicidi”, ha scritto il New York Times.
“Nel 2017, più di 1.000 americani sono morti per overdose da oppioidi sintetici ogni due settimane, superando i 28.000 all’anno”.
Una sofferenza sociale senza limiti e non affrontata, una “fatica del materiale” sociale e una usura del vivere che – suggerisce Philippe Grasset –  non  può che preludere alla “disintegrazione-entropizzazione” delle forze armate, le più sovrappeso della storia , proprio nel pieno del loro gigantismo e della loro superpotenza che si traduce nel suo contrario.
Non è una esagerazione. Gli Usa non sanno come ritirare le truppe bloccate in Afghanistan,  dove ormai assistono alle vittorie dei Talebani senza reagire, perché non si sa come ritirare l’immane equipaggiamento.
Non è trasportabile per aereo: era stato inoltrato via terra attraverso la Russia, ma ora le condizioni di ostilità che Washington contro Mosca non rendono fattibile questo favore.
Attraverso il Pakistan: ma i rapporti con il Pakistan sono oggi pessimi.  Dimitri Orlov suggerisce, sarcastico, di abbandonare tutto il materiale sul posto ed  evacuare il solo personale, da inviare direttamente negli ospedali  psichiatrici della Veteran Health Administration, se ci sono ancora posti.

Quando le forze USA si disintegrarono

Philippe Grasset ricorda che altre volte l’esercito americano conobbe una implosione gigantesca, che la storia nasconde, proprio subito dopo la vittoria  sulla Germania e sul Giappone.
Aprile ’45,  la fine  del Reich: erano presenti in Europa 3 milioni di soldati americani; tra maggio e settembre, sono ridotti a 500 mila; il 31 dicembre 1945, non ne restano che 200 mila.
Un movimento simile si verifica nel Pacifico; la smobilitazione graduale, prevista  dal capo di stato maggiore generale Marshall  che intendeva portarla a termine nel novembre 1949, non fu possibile. Lo stesso generale parlò non di “smobilitazione”, ma di disintegrazione.

(Battaglia delle Ardenne, inverno 1944-45: migliaia di soldati USA prigionieri dei tedeschi, ormai prossimi alla capitolazione).

“Il 30 giugno 1946, il 99,2% degli effettivi che esistevano al momento della capitolazione tedesca sul territorio vinto, erano  spariti. …1.282.000 rientrarono a casa in unità costituite; 983 mila individualmente”, insomma un gigantesco fenomeno di diserzioni di massa e alla spicciolata, di rifiuto di obbedienza, di insubordinazione, eccitata in patria dalle famiglie e dal Congresso, cui le famiglie chiedevano a gran voce di far tornare i loro cari; in un caos ed anarchia totale, tumultuosamente, l’America lasciò sguarnita l’Europa.

Richiard Pipes

Per le sue dimensioni, “la smobilitazione americana del 1945 non si può paragonare che a un solo altro caso nella storia, la disintegrazione dell’armata russa nel 1917”, ha scritto lo storico Richard Pipes.
Ebreo polacco , che fu a capo del gruppo di lotta clandestina  anticomunista della Cia negli anni ’70, Richard Pipes è il padre di uno dei più fanatici neocon, Daniel Pipes.
Forse farebbero bene a chiedersi se non hanno richiesto un prezzo troppo alto per Israele a questo popolo, come già ne chiesero uno altissimo ai popoli russi sotto il giudeo-bolscevismo.
La  seconda volta è stato nella guerra del Vietnam, anni ’70: “secondo ogni indicatore immaginabile  il nostro esercito ora di stanza in Vietnam è in uno stato prossimo al collasso, con  unità  che rifiutano il combattimento, uccidono i propri ufficiali, drogati fino ai capelli, morale a terra, ammutinati”, scriveva il colonnello dei Marines  Robert D. Heinl Jr., e aggiungeva: nei reparti “conflitti razziali, tossicodipendenza pandemica, reclute che disobbediscono malevolmente, furti in caserma, reati comuni”.

La taglia sul tenente colonnello W.Honerycutt

Si dovettero costituire unità separate per i soldati (se così si possono chiamare) che si rifiutavano di salire sugli elicotteri per andare in operazione.
Nel 1970 gli  ufficiali uccisi dai loro soldati furono 109; l’anno prima erano stati 96.  A metà del 1969, i G-men misero una taglia da 10 mila dollari sul tenente colonnello Weldon Honerycutt, che aveva ordinato (e guidato) il sanguinoso assalto alla collina che fu chiamata  Hamburger Hill, ed effettivamente l’ufficiale subì vari tentativo di ammazzarlo.
L’elusione tacita dal combattimento era diventata “praticamente un principio”, dice il colonnello: sbarcati dagli elicotteri i GI invece di  cominciare le operazioni, si rintanavano nella giungla e aspettavano, fumando e bevendo, di essere rilevati.
I Vietcong lo sapevano così bene che avevano ricevuto istruzioni di non infastidire quelle unità che non li disturbavano …e  lo dissero ai colloqui di Parigi.
I due fenomeni di disintegrazione sono propri di un’armata di coscritti di leva, di una  gioventù di inesistenti attitudini militari, inabituata dalla vita civile alla disciplina e ad ogni sacrificio,  in forte collegamento psicologico con la società, le famiglie, il clima culturale e politico democratico: per tutta la guerra, i sondaggi rivelavano che i soldati avevano come prima preoccupazione non di sconfiggere i nazisti, ma di non tornare nella Grande Depressione. Il Vietnam coincise (o fece nascere) l’età dei Figli dei Fiori, l’edonismo come traguardo della gioventù.
E’ stato per questo che oggi le forze armate sono completamente professionali.  Ma l’odierna crisi morale delle forze armate americane, nota Grasset, “deriva da quattro fattori, essenzialmente voluti dal Sistema”, che hanno un effetto terribile sul morale (e sulla morale) dei combattenti:

4 fattori essenziali che determinano il morale

1 – “Le guerre estremamente impopolari, illegali, senza alcuna giustificazione politica accettabile né alcuna necessità strategica [le guerre per Sion, ndr.] e segnate da grandi distruzioni delle infrastrutture e stragi di popolazioni dei paesi attaccati.
2 – Strutture di comando delle forze USA estremamente mediocri tanto sul piano tattico che strategico, tutte tese verso le proprie promozioni e  l’affermazione di “narrative” falsissime della propaganda.
3 – Equipaggiamenti che sacrificano tutto a un tecnologismo sfrenato, che troppo spesso porta situazioni di blocco e inefficacia per i soldati  sul campo di battaglia, e la cui creazione acquisizione risponde solo agli interessi del complesso militare industriale e  l’orientamento inflessibile burocratico.
4 – L’utilizzo sempre maggiore di  mercenari, di  contractors di agenzie private (che sono ex soldati  di elite che guadagnano molto di più dei colleghi in servizio); il ricorso a guerriglieri pseudo-terroristi inquadrati e manipolati da agenzie concorrenti in seno al Sistema – è inevitabile che ciò produca una accumulazione di disordine, la perdita del senso della gerarchia, del dovere e dell’onore, e del patriottismo che deve essere abituale nelle forze armate”.
Non è forse paradossale che la “superpotenza” oggi  aumenti  le sue minacce militaresche in provocazioni elliciste a Russia, Iran, Cina, con toni sempre più acuti: forse proprio perché si sa intimamente vulnerabile, a rischio di entropia militare e compensa con atti provocatori e rumorosi l’intima insicurezza. Con il terrore di dover combattere una guerra di troppo, spinta da Sion. Fonte: Blondet&Friend – Maurizio Blondet

Un pilota di F-35 ha ha tracciato un pene gigante sulla Luke Air Force Base in Arizona
 
Preso da: https://informarexresistere.fr/esercito-usa-memorial-day-tweet/

Montenegro, contrabbando, traffici umani, riciclaggio e droga

12 dicembre 2010.
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Avevamo già scritto delle pericolose relazioni internazionali del nostro premier, prima ancora che ci arrivasse da WikiLeaks la conferma di come le stesse venissero viste dal governo americano.
Quello di cui ancor oggi poco si è parlato, ma che abbiamo l’impressione diverrà presto di grande attualità, è la strana alleanza che ha visto Berlusconi sponsorizzare l’ingresso del Montenegro nell’Unione Europea.
Il 4 gennaio, 2001, Dusanka Pesic Jeknic, rappresentante della missione commerciale del Montenegro a Milano, in Italia, parlava al telefono nella sua casa nel sud-ovest della città, con Milo Djukanovic, che a quel tempo era presidente del Montenegro ed è oggi ancora l’attuale Primo Ministro del piccolo Stato balcanico.

Un potere ventennale che inizia quando si avvicina ad esponenti “liberali” della Lega dei Comunisti, poi mutata in Partito Democratico Socialista (DPS).
Durante la guerra in ex Jugoslavia, l’attuale Primo Ministro montenegrino supporta le potenze occidentali offrendo rifugio agli oppositori di Milosevic.
Inutile dire che non si fa niente per niente e così in cambio dei favori ricevuti, la comunità internazionale fa finta di non vedere i traffici nei quali è coinvolto l’alleato.
Traffici, come quello del contrabbando, che portano Djukanovic ad intrattenere rapporti anche con organizzazioni criminali come Sacra Corona Unita e Camorra.
Le procure di Napoli e Bari, iscrivono al registro degli indagati un nome eccellente: Milo Djukanovic!
Le accuse nei confronti del cinque volte premier montenegrino, vengono poi archiviate per difetto di giurisdizione poiché Djukanovic gode dell’immunità diplomatica riservata ai capi di Stato, di governo e ai ministri degli Esteri degli Stati sovrani.
Per comprendere meglio cosa è accaduto e come uomini vicini ad organizzazioni criminali possano godere dell’immunità diplomatica, è opportuno leggere il libro di Antonio Evangelista, ‘La torre dei crani’, e quello che scrive Pino Arlacchi nella sua prefazione al libro.
Ma torniamo al 4 gennaio, 2001, quando la bellissima Dusanka, soprannominata “Duska”, da Milano parlava con Milo Djukanovic.
“Il mio piccolo gattino … divento pazza senza di te…. Ti amo, gattino mio “.
Argomento della conversazione l’Amore.
Ma solo di amore parlava la bella “Duska” con il suo ‘gattino‘ (attuale premier del Montenegro)?
No. Le trascrizioni delle sue telefonate, registrate dalla polizia italiana per 20 mesi, narrano di contrabbando e criminalità ed entrano a far parte delle centinaia di migliaia di documenti depositati dal procuratore della Repubblica di Bari.
Qui, nel capoluogo della regione Puglia, sulla sponda del Mare Adriatico, di fronte il Montenegro i pubblici ministeri Giuseppe Scelsi e Eugenia Pontassuglia terminano la loro lunga inchiesta su Djukanovic, Jeknic, e altri sei montenegrini e serbi e sette italiani presumibilmente legati alla criminalità organizzata. Le accuse a carico del gruppo, oltre gli altri reati, sono di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzato al contrabbando di sigarette.
I pm, non sanno ancora che il faldone di 409 pagine di relazioni della DIA, grazie all’immunità diplomatica, diverrà solo carta straccia.
I pm, sanno soltanto che hanno tra le mani un’inchiesta su quella che potrebbe essere una delle più grandi operazioni di contrabbando negli ultimi anni, arricchita da casi di corruzione, testimoni assassinati, e un miliardo di dollari in contanti riciclato attraverso banche svizzere.
Il contrabbando di tabacco, diventato impresa di stato nel Montenegro, vede in Milo Djukanovic l’ideatore della nuova Tortuga.
È infatti noto che il Montenegro per le sue vie di contrabbando attraverso il cuore dei Balcani, durante la disgregazione della ex Jugoslavia, ha permesso al crimine organizzato di prosperare.
Alleato e sostenitore in Europa, il premier italiano Silvio Berlusconi, che lo ha anche lodato nel corso di una visita di Stato a Podgorica.
Secondo l’accusa italiana, dal 1994 al 2002, durante la lunga permanenza in carica di Djukanovic, il Montenegro è stata la base per il contrabbando di sigarette in Italia, con un volume di affari stimato in miliardi di vecchie lire ogni mese.
Le accuse, riguardavano inizialmente 15 persone. Tra questi: Djukanovic; Dusanka Jeknic, un ex ministro delle Finanze del Montenegro; dirigenti della società montenegrina MTT, presumibilmente istituita per controllare il contrabbando; un mafioso italiano e un uomo d’affari serbo. Nel mese di marzo 2009, i pubblici ministeri hanno dovuto rilevare che Djukanovic era protetto da immunità diplomatica.
Il giudice Rosa Calia Di Pinto, riteneva che la storia di questa “guerra mafia” si estendesse in 10 paesi: non solo l’Italia e il Montenegro, ma anche la Serbia, Croazia, Grecia, Germania, Svizzera, Cipro, Paesi Bassi, Liechtenstein, Aruba, e gli Stati Uniti.. Due testimoni chiave e altre cinque persone coinvolte nel caso erano già state assassinate.
In Svizzera intanto veniva avviata una seconda indagine sulla Montenegro connection.
Secondo le autorità elvetiche, dal 1990 fino al 2001-più di 1 miliardo di US $ provenienti dal contrabbando di tabacco sono stati riciclati dalla criminalità organizzata italiana. La mafia avrebbe pulito il suo denaro sporco dal Montenegro attraverso i broker e cambiavalute sede a Lugano, Svizzera, e lo avrebbe depositato in banche svizzere.
Nonostante l’intervento di Berlusconi, i funzionari incaricati all’allargamento dell’UE, che hanno riesaminato l’ammissione del Montenegro, non potevano non tener conto di come Djukanovic che gode d’immunità diplomatica, sia stato e sia attualmente a capo di un paese che per anni è stato amministrato al di fuori dello Stato di diritto.
Numeri da capogiro quelli del contrabbando, se come scrive Ratko Knezevic nella sua tesi per la London Business School, il governo montenegrino guadagnava fino a $ 700 milioni l’anno con il commercio illegale di sigarette.
Knezevic, va precisato che fin da ragazzo è stato amico di Djukanovic e gli ha fatto anche da testimone di nozze.
Gli investigatori italiani che hanno seguito la pista del denaro della ” Montenegro connection”, si chiedono ancora dove sono finiti i soldi, chi li ha movimentati, chi li ha riciclati, chi li possiede adesso.
Tutto lavoro e tempo sprecato. Grazie all’immunità diplomatica, Djukanovic e soci, che hanno avuto enormi somme di denaro ottenuto illegalmente e depositato nelle banche della Svizzera, di Monte Carlo e di Cipro, la faranno franca.
Un fiume di denaro entrato nelle tasche dei trafficanti di esseri umani, dei contrabbandieri, dei trafficanti di stupefacenti, al quale nessuno potrà risalire.
Ma non soltanto di traffici si parla nella vicenda montenegrina.
Infatti, uno degli aspetti più importanti, è quello del riciclaggio di qualcosa come 2 milioni di dollari ogni settimana.
I giudici della Svizzera italiana, sono concordi nell‘affermare che “fondi della Camorra e Sacra Corona Unita sono stati infiltrati nel sistema bancario svizzero tramite cambiavalute. Il denaro ha attraversato la frontiera in Svizzera tramite corrieri che hanno trasportato enormi quantità di denaro contante. A Lugano, i fondi della mafia sono stati depositati in conti bancari di persone fisiche e di società di intermediazione …. Grazie alle licenze esclusive e la raccolta di tasse di transito sul contrabbando di sigarette, i governanti del Montenegro hanno avuto la possibilità di ottenere profitti dal traffico illecito di sigarette …. A partire dai primi anni 1990 fino agli inizi del 2001, quasi l’intero flusso di fondi derivanti dal contrabbando di sigarette del Montenegro, erano gestiti dalla camorra e dalla Sacra Corona Unita, attraverso il mercato finanziario svizzero. Durante questo periodo, più di un miliardo di dollari sono stati riciclati “.
Dal 1997 al 2000: oltre un miliardo di marchi tedeschi, 726.000 dollari, 136.000 franchi svizzeri, austriaci e circa 65.000 scellini. L’uomo che avrebbe progettato tutto questo è stato Stanko “Cane” Subotić, un uomo d’affari vicino a Djukanovic. Attraverso la sua società, la Dulwich, Subotić potè “riciclare i proventi dei reati di associazione.
La rivista croato Nacional, pubblicò un’intervista con Sretko Kestner, un operatore locale del tabacco..
Kestner è un ex partner di Subotić, l’uomo dietro al denaro trasferito in aereo a Cipro dal Montenegro, e sapeva molto. C’è Djukanovic- ha detto al mondo- dietro il traffico di sigarette attraverso gli amministratori del MTT in Montenegro. Quando gli investigatori della DIA cercarono Jeknic nell’appartamento di Milano nel luglio 2003. Jeknic era fuggito temendo il peggio.
Ma lasciò una miniera d’oro: agende personali, appunti, libri e rubriche telefoniche con i numeri di Milo Djukanovic, di suo fratello, e di un certo “Cane”, presumibilmente il soprannome di Stanko Subotić. Inoltre, tra le note: i codici di due aerei utilizzati per portare i contanti a Cipro, un numero di telefono e il nome di un corriere greco.
Per comprendere meglio quanto Arlacchi ha scritto nella prefazione al libro di Antonio Evangelista, su come grazie alla comunità internazionale gruppi criminali possono oggi godere di immunità diplomatica, è necessario conoscere la scia di sangue della “Montenegro connection”:
– Goran Zugic, consulente di sicurezza dell’allora Presidente Djukanovic, è stato ucciso il 31 maggio 2000.
– Vladimir Bokan. Un uomo d’affari serbo assassinato ad Atene il 7 Ottobre, 2000. Durante il 1980, erano di proprietà di Bokan alcuni negozi al dettaglio, compresa una boutique di Belgrado dove “Cane” Subotić era stato un sarto prima di diventare un perno del contrabbando e di lavorare per Djukanovic. Secondo gli inquirenti italiani, Bokan era stato legato al contrabbando di tabacco in Montenegro.
– Darko Raspopovic. Anziano membro della direzione della polizia del Montenegro. Raspopovic è stato ucciso l’8 – 1 – 2001, a Podgorica. Aveva eseguito indagini sulla criminalità dei colletti bianchi e nel 2000 aveva già rischiato di essere ucciso quando una bomba aveva fatto esplodere la sua auto.
– Baja Sekulic. L’ex guardia del corpo e aiutante di “Cane” Subotić, è stato assassinato il 30 maggio 2001, a Budva, Montenegro, sulla costa adriatica.
– Orazio Porro, , assassinato il 25 marzo 2009. Porro, arrestato nel 1998 in Montenegro dove era stato uno dei capi del traffico di sigarette, era diventato un informatore e per un certo tempo è stato inserito in un programma di protezione dei testimoni.
– Zugic, Bokan, Raspopovic, Sekulic sono stati citati nelle indagini di Bari, ma non sono mai stati convocati. Il caso è diverso per altri due testimoni chiave assassinati, entrambi giornalisti:
– Dusko Jovanovic. Editore di Dan, un quotidiano montenegrino pro-Milosevic, è stato ucciso il 27 maggio 2004, mentre era nella sua Peugeot 406. Il suo giornale aveva riportato storie prima della rivista settimanale croato Nacional.. Attraverso i suoi inquirenti, Scelsi avvicinò Jovanovic e gli chiese se avresse fornito una testimonianza nell’inchiesta italiana. Jovanovic accettò, ma non arrivò mai a Bari.
– Ivo Pukanic. Editore del Nacional, è stato interrogato da Scelsi il 18 luglio 2002. Ma “Puki”, il suo soprannome, non potrà mai testimoniare. È stato assassinato il 23 Ottobre, 2008. Ucciso da un’auto-bomba a Zagabria, vicino gli uffici del Nacional.
Dovremo attendere nuove rivelazioni di WikiLeaks che spieghino il perchè dell’interesse tutto italiano a far entrare il Montenegro di Djukanovic nell’UE, o basterà leggere quanto pubblicato già dalla stampa estera e da chi, come Evangelista, ha vissuto di persona quello che è accaduto nei balcani?
Gian J. Morici

Preso da: http://www.lavalledeitempli.net/2010/12/12/montenegro-contrabbando-traffici-umani-riciclaggio-e-droga/

Albania: la capitale europea della cannabis.

Da Tirana. “L’Albania sta diventando la Colombia d’Europa”: a dirlo, a novembre dell’anno scorso,  è stato l’ex premier del Paese delle Aquile Sali Berisha, al potere dal 1992 al 1997 come presidente e dal 2005 al 2013 come primo ministro.
https://legacy.lib.utexas.edu/maps/europe/albania_pol00.jpg
E se l’Albania non è interessata da un traffico di cocaina paragonabile a quello originato nel Paese sudamericano, è pur vero che quello di cannabis ha raggiunto proporzioni senza pari in Europa.L’ambasciatore Osce nel Paese, Berndt Borchardt, ha recentemente calcolato in almeno due miliardi di euro l’indotto generato dalla produzione e dall’esportazione di questo stupefacente, in un Paese che nel 2015 faceva segnare un Pil di poco inferiore agli 11 miliardi.

E si tratta di un commercio in rapida crescita, se si calcola che, spinta dall’aumento della domanda, la produzione di cannabis sarebbe triplicata nel corso dell’ultimo anno, come spiega a Gli Occhi della Guerra l’esperta di criminalità e terrorismo albanese Aleksandra Bodgani. Un dato che trova indiretta conferma nelle parole dell’attuale primo ministro di Edi Rama, che nel rivendicare l’operato del proprio governo pone l’accento sull’aumento della quantità di cannabis sequestrata in un anno, che è appunto triplicata .
– La merce, perlopiù, veniva imbarcata verso l’Italia e di qui, con l’aiuto delle organizzazioni mafiose dello Stivale, smerciata in tutta Europa. Col tempo in Albania vennero a crearsi anche alcune zone franche, dove la coltivazione della cannabis avveniva pubblicamente e le forze dell’ordine non osavano farsi vedere.
Il boomerang di LazaratUna situazione incresciosa a cui tentò di porre termine proprio l’attuale primo ministro Rama, con un blitz nel maggiore di questi centri: il villaggio di Lazarat, completamente ripulito nel corso di una maxi operazione risalente al 2013.Curiosamente, però, questa mossa dettata forse anche da logiche elettorali si rivelò un clamoroso boomerang. Distrutto il centro di produzione di Lazarat, negli ultimi quattro anni le piantagioni di cannabis sono sorte come funghi in tutto il Paese, estendendo il fenomeno anche a regioni fino ad allora poco coinvolte, come le aree settentrionali più vicine al Montenegro.
All’aumento vertiginoso del giro di affari, ci racconta il giornalista d’inchiesta albanese Lavdrim Lita, che si occupa in particolare di criminalità anche su testate italiane, ha contribuito anche l’introduzione sul mercato di un nuovo seme di una varietà vietnamita di cannabis, che impiega molto meno tempo per fruttificare e che ha rapidamente soppiantato la varietà indigena.La cannabis così prodotta, secondo i calcoli della Bbc,  viene commercializzata a duecento euro in Albania e rivenduta poi in Italia a sette volte il prezzo di base. Un guadagno enorme che dà vita a un giro d’affare che vale un grosso pezzo di Pil, calcolando che insieme alla droga sui gommoni che salpano per la Puglia vengono imbarcati – sia pure in misura minore rispetto al passato – anche armi, donne destinate alla prostituzione e in alcuni casi pure migranti.
Sulle stesse rotte, in senso inverso, arriva invece la cocaina importata in Europa attraverso l’Italia e la Spagna e quindi convogliata verso l’est del continente. Non è raro che i trafficanti italiani ed albanesi – in questi traffici sarebbe particolarmente attiva la ‘ndrangheta – si scambino le differenti qualità di droga come contropartita.La polizia paralizzata dalla corruzioneIn un Paese in cui la ritirata dello Stato sociale fa sentire i propri effetti con durezza, la coltivazione della cannabis è così diventata uno strumento di sopravvivenza anche per tanti piccoli coltivatori che si prestano ai loschi traffici dei tanti oligarchi locali.
La corruzione endemica impedisce che l’azione della polizia si dispieghi in tutta la sua efficacia: non è raro, spiega Lita, che in cambio di una tangente del 20% i funzionari locali delle forze dell’ordine avvisino in tempo i contadini dell’arrivo di una retata, consentendo così di nascondere la maggior parte del raccolto mentre una porzione minoritaria viene conservata per la distruzione da parte della polizia – e per aggiornare le trionfalistiche statistiche del governo.Il primo ministro Rama, parlando con Gli Occhi della Guerra, ha chiesto due anni per debellare le tante zone franche in cui i coltivatori di cannabis riescono a sottrarsi alla mano della legge, ma con le elezioni politiche alle porte (si voterà a giugno, ndr) il rischio è che i gruppi criminali arricchitisi col commercio della droga possano finanziare i partiti. Ed influenzare le politiche del prossimo governo.

La droga gestita della Cia, uno strumento di politica globale

27/4/19
Sulla scia della Seconda Guerra mondiale, le élite politiche statunitensi e britanniche si ritrovarono ad affrontare la minaccia del socialismo su scala globale. Nonostante le incombenti perplessità circa il futuro, decisero di reagire mobilitando risorse – pubbliche e nascoste – al fine di implementare un programma di “Roll Back” atto a invertire l’avanzata comunista mondiale. Un vero e proprio blocco sulla strada della mobilitazione anti-comunista era rappresentato dal fatto che la maggior parte della popolazione statunitense era diffidente verso un progetto di politica estera di così ampia portata. Per lo statunitense medio il mondo era rappresentato unicamente dall’America del Nord e l’interesse per la politica estera era minimo. A causa di questo radicato isolazionismo, negli Stati Uniti, agli esordi della Guerra Fredda, spese governative ingenti nella politica estera erano fuori questione. Inoltre la Cia, principale fonte economica nel reame della politica estera americana, rappresentava, per la maggioranza degli americani nell’epoca post-bellica, un’agenzia come un’altra, mentre in realtà questa stava diventando un protagonista chiave. Pur perseguendo l’impegno di portare a termine massicce operazioni mondiali, la Cia chiese alla Casa Bianca una licenza per inserirsi in fonti di finanziamento alternativi.
Lucky LucianoLa droga figurava come il business più remunerativo tra quelli più noti. La natura criminale del business dettava quindi le regole del gioco. Mentre alcuni dei guadagni erano effettivamente utilizzati a supporto di operazioni sotto copertura, altri erano deviati verso l’arricchimento personale di agenti e dirigenti dell’agenzia, oppure rimanevano nelle mani di gruppi finanziari con potere di lobby nell’amministrazione statunitense. Di conseguenza, la complicità nel business della droga iniziò a diffondersi verso il livello più alto dell’establishment nordamericano… Il primo caso rappresentante le connessioni tra la Cia e il business della droga risalgono al 1947, anno in cui Washington, preoccupata dell’ascesa del movimento comunista nella Francia post-bellica, si associò con la nota e spietata mafia corsa nella lotta contro la sinistra. Dal momento che il denaro non poteva essere riversato nella sgradevole alleanza attraverso canali ufficiali, una grossa fabbrica di eroina venne istituita a Marsiglia con l’assistenza della Cia, che alimentava l’affare. L’iniziativa imprenditoriale impiegava abitanti del posto, mentre la Cia organizzava il ciclo degli approvvigionamenti, ed il terrore fisico e psicologico contro i comunisti in Francia alfine impedì loro di raggiungere il potere.

William ColbySuccessivamente lo schema adottato è stato replicato nel mondo. All’inizio degli anni ’50 la Cia dirigeva un network di fabbriche di eroina nel Sud Est Asiatico e con parte dei guadagni sosteneva Chiang Kai-shek, che combatteva contro la Cina comunista. La Cia iniziò quindi a patrocinare il regime militare in Laos, rafforzando i propri legami nella regione del Triangolo d’Oro comprendente Laos, Thailandia e Birmania, paesi che hanno contribuito per il 70% della fornitura globale di oppio. La maggior parte della merce era diretta a Marsiglia e in Sicilia per il trattamento effettuato dalle fabbriche gestite dalla mafia corsa e siciliana. In Sicilia, l’associazione criminale che gestiva diverse fabbriche di droga era stata fondata da Lucky Luciano, un gangster americano nato in Italia e rideportatovi dopo la Seconda Guerra Mondiale. Le informazioni non classificate non lasciano alcun dubbio circa il lavoro che Luciano svolgeva per l’intelligence americana. L’uomo è stato, senza grosse motivazioni, rilasciato dalla prigione americana nel 1946 prima di aver scontato la sua condanna; l’associazione criminale italiana che operava sotto il controllo statunitense condivideva i guadagni con i patroni americani, i quali utilizzavano il denaro per portare avanti una guerra segreta contro il partito comunista italiano.
La Cia continuò a prelevare denaro dal Triangolo d’Oro durante la Guerra del Vietnam. La droga proveniente da questa regione veniva trafficata illegalmente negli Stati Uniti e distribuita a basi militari americane all’estero. Ne deriva che molti dei veterani della Guerra del Vietnam sono rimasti segnati non solo dalla guerra, ma anche dall’uso di narcotici. Le attività legate al traffico della droga portate avanti dalla Cia dovevano rimanere segrete, ma evitare di venire a conoscenza di azioni così gravi era difficile. Uno scandalo enorme scoppiò infatti negli anni ’80 coinvolgendo la banca Nugan Hand di Sydney, con filiali registrate alle isole Cayman, e il precedente direttore della Cia William Colby avente funzione di consigliere legale. La Cia ha utilizzato la suddetta banca per operazioni di riciclaggio di denaro sporco nella gestione dei proventi derivanti dal traffico di droga e armi in Indocina. La geografia dei traffici di droga appoggiati dalla Cia si ampliò costantemente. Negli anni ’80, lo scambio “armi per droga” è stato replicato per finanziare i Contras del Nicaragua; ma dopo essere stato scoperto, il Comitato delle relazioni estere del Senato americano ha dovuto aprire un’inchiesta. Una frase del rapporto del Senato sul famoso accadimento affermava: «I decisori statunitensi non erano immuni all’idea che i soldi della droga fossero una soluzione ideale al problema del finanziamento del Contras».
Aereo Cia caduto in Messico nel 2012 con 4 tonnellate di cocainaQuesta dichiarazione, in linea generale, potrebbe dimostrare che le attività della Cia erano strettamente collegate alla politica estera americana. Il business della Cia nel narcotraffico si è diffuso senza precedenti quando gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica entrarono indirettamente in conflitto in Afghanistan. La comunità dell’intelligence americana finanziò generosamente i Mujahiddin, in parte con i soldi derivanti dal narcotraffico. Gli aerei statunitensi che consegnavano armi alla nazione rientravano carichi di eroina. Secondo giudizi indipendenti, all’epoca, circa il 50% del consumo di eroina negli Stati Uniti proveniva dall’Afghanistan. “La mafia, la Cia e George Bush” di Pete Brewton (New York: S.P.I. Books, 1992) offre una serie di dati concreti che provano i legami esistenti tra il direttore della Cia e il presidente americano Bush e la mafia. Lo stesso presidente, in certe fasi della sua carriera, combinò la propria funzione pubblica con la politica e il business della droga. L’establishment americano ha concluso che la droga, oltre ad essere stata impiegata per circostanze politiche, potrebbe tornare utile nel raggiungimento di obiettivi geopolitici di lungo termine.
Bremer con Colin PowellQuando Paul Bremer divenne capo di Baghdad con un’autorità che nemmeno Saddam Hussein si sognava, non fece alcun tentativo per innalzare una barriera contro l’ondata del narcotraffico che travolse l’Iraq. Inoltre è importate notare che il business della droga, durante il governo di Saddam, era un problema inesistente nel paese. «Questa è la panacea di ogni rivolta. Drogateli, rendeteli dipendenti come pesci affamati. In seguito, dopo aver preso il controllo della loro radio e televisione, storditeli con la propaganda». Baghdad, la città che non aveva mai visto l’eroina fino a marzo del 2003, ora è sommersa di stupefacenti, inclusa l’eroina. Secondo un rapporto pubblicato dal giornale “The Indipendent” di Londra, i cittadini di Baghdad si lamentavano che la droga, come l’eroina e la cocaina, erano smerciate per le strade delle metropoli irachene. «Alcune relazioni suggeriscono che il traffico di droga e armi era sostenuto dalla Cia, al fine di finanziare le sue operazioni segrete internazionali», scrive Brenda Stardom. Nel suo rapporto, un abitante di Baghdad spiegava: «Saresti stato impiccato, per il traffico di droga. Ma ora si può ottenere eroina, cocaina, qualsiasi cosa». I civili tossicodipendenti non hanno nessuna volontà di resistere, mentre la trionfante Washington, che ottenne le risorse del paese, è incurante del fatto che questa gente è condannata all’estinzione.
L’operazione anti-terroristica lanciata immediatamente dopo il dramma dell’11 Settembre è giunta a conclusione in Afghanistan 11 anni dopo. Washington tratta la questione come un successo, ma evitare l’opinione pubblica genera gravi effetti collaterali. L’Afghanistan è stato abbandonato in uno stato di distruzione, con interi villaggi annientati, migliaia di persone decedute, prigionieri, campi di concentramento e rifugiati in tutto il paese. Sconfiggere il business della droga era l’obiettivo più pubblicizzato dell’intera “guerra al terrore” americana, ma il risultato e gli obiettivi della campagna erano completamente diversi. Nelle mani della coalizione occidentale, l’Afghanistan si è trasformato nel principale produttore mondiale di droga. Gli Usa e il business della droga si sono intrecciati sin dalla fine del secondo conflitto mondiale. Per Washington, la droga è stata a lungo un elemento strutturale della politica estera, oltre all’enorme mercato nero mondiale che alimenta l’economia “legittima” dell’Occidente… Un dollaro destinato al commercio della droga rende fino a 12.000 dollari, nella migliore delle ipotesi. Il costo dell’eroina afghana aumenta nettamente man mano che ci si sposta a nord del paese – in Pakistan ammonta a circa 650 dollari al chilo, 1.200 in Kyrgyzstan, raggiungendo i 70 dollari al grammo nella città di Mosca. Un chilo di eroina equivale a 200.000 dosi, e una dipendenza disperata inizia dopo 3 o 4 dosi.
Soldati Usa nei campi di oppio in AfghanistanIl capitale “legittimo” sarebbe temporaneamente insostenibile senza il trascinante mercato nero globale. Entrambi i componenti dell’economia mondiale sono incentrati sugli Stati Uniti. Washington è consapevole che la produzione di droga può essere messa in atto solo dopo aver soddisfatto il requisito principale, cioè che gli utili finali non creino un effetto a cascata sul produttore. Diversamente, il mercato nero si sgretolerebbe all’istante. La mafia che gestisce il traffico di droga “in linea” riesce ad ottenere il 90% dei ricavi dall’eroina. Accanto ad altri soggetti coinvolti nel traffico, coloro che lavorano la materia prima ricevono il 2% del guadagno, gli agricoltori di papavero il 6% e i commercianti di oppio il 2%. La produttività del mercato nero utilizza anche aree coltivate a prezzi marginali. Promuovere un conflitto armato nella zona agricola è il modo più semplice per attenuare i costi richiesti dagli agricoltori, considerando che le armi sono la merce con più alto valore equivalente. La formula è che più sanguinoso è il conflitto e più alti sono i ricavi dalle vendite di armi e droga. L’instabilità, associata al controllo del disordine, rappresenta il motore del mercato nero. I due fattori armonizzano la domanda e l’offerta, tuttavia per assottigliare i costi e non avere difficoltà occorre diffondere aspirazioni separatiste. Il comandante della situazione dovrebbe impegnarsi con gruppi etnici, clan o fazioni religiose piuttosto che con enti statali.
L’Afghanistan ha distribuito un totale di circa 50 tonnellate di oppio durante la metà degli anni ’80, ma la cifra è balzata a 600 tonnellate entro il 1990, un anno dopo il ritiro dei sovietici. Dopo aver sequestrato il 90% del territorio afgano e preso controllo della coltivazione di papavero locale, i Talebani si sono scrollati di dosso la presa della Cia e del Dipartimento di Stato americano, causando la perdita della quota statunitense dei circa 130 miliardi di dollari di profitto che la mafia poteva ottenere se le forniture venivano incanalate con successo in Asia centrale. Riprendere il controllo della produzione di eroina dal potere dei Talebani era l’obiettivo fondamentale dietro la campagna statunitense in Afghanistan. Al momento la missione è compiuta, gran parte dell’eroina viene acquistata e trasmessa dalla Cia e dal Pentagono ad altri paesi. Dopo aver costruito le basi militari in Kyrgyzstan, Uzbekistan e Tagikistan e insediato il governo di Hamid Karzai, Washington ha aperto nuove rotte di approvvigionamento, eliminando i concorrenti e facendo sì che la capacità degli stabilimenti di trasformazione dell’oppio in eroina non siano mai privi di lavoro. Al momento, l’Afghanistan rappresenta il 75% del mercato globale di eroina, l’80% del mercato europeo e il 35% del mercato statunitense. Circa il 65% del rifornimento di droga dell’Afghanistan attraversa l’Asia centrale post-sovietica, e anche se questa disposizione sarà leggermente modificata, il traffico persisterà anche dopo il ritiro della coalizione occidentale dall’Afghanistan.
Droga in RussiaL’alleanza criminale tra la Cia e i Talebani è un fatto noto e non svanirà. Attualmente, i gruppi criminali albanesi del Kosovo possiedono un ruolo di primo piano nel commercio internazionale della droga. L’indipendenza del Kosovo dalla Serbia ha permesso agli Stati Uniti di pianificare un nuovo punto di appoggio per il business della droga, con particolare riguardo all’Europa. Oltre un milione di albanesi risiedono in Europa occidentale e la maggior parte di loro sopravvive grazie a diversi affari illegali, soprattutto quello della droga. Senza dubbio, gli Stati Uniti hanno deliberatamente presentato all’Europa un problema che d’ora in poi aumenterà. Secondo l’agenzia anti-narcotici russa, circa 100.000 persone in tutto il mondo – più di quante uccise dall’esplosione nucleare che distrusse Hiroshima – muoiono ogni anno a causa degli stupefacenti provenienti dall’Afghanistan. In questo contesto, in Russia, il bilancio è di circa 30.000 vittime. L’agenzia russa sul controllo della droga afferma che la produttività è raddoppiata negli ultimi dieci anni e ad oggi il 90% delle dosi di droga consumate globalmente – un totale di 7 miliardi – rappresentano eroina. La tossicodipendenza sta invadendo l’odierna Russia e nel mix con l’abuso di alcool sta mettendo in pericolo l’esistenza stessa della nazione.
La Russia è molto attiva nell’incoraggiare la lotta internazionale contro la droga – il ministro degli esteri Sergej Lavrov, per esempio, ha ricordato al forum anti-droga 2010 che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite osserva il problema della droga come una minaccia alla pace e alla sicurezza globale. Il suo punto di vista era che il mandato della coalizione in Afghanistan dovrebbe essere aggiornato per includere delle misure ben più robuste, incluso lo sradicamento dei campi di oppio e lo smantellamento delle fabbriche di droga. I passi per contrastare la produzione di stupefacenti in Afghanistan dovrebbero essere altrettanto decisi di quelli scattati in America Latina contro il traffico di cocaina, afferma Lavrov, sottolineando anche che un coordinamento in tempo reale tra la Russia e la Nato, lungo il confine con l’Afghanistan, potrebbe essere di grande aiuto. Mosca ha mandato per anni segnali in merito, ma l’atteggiamento della Nato sembra essere impassibile. Il capo dell’agenzia russa del controllo della droga Viktor Ivanov ha affermato nel 2010 che la Russia ha fornito delle informazioni riservate agli Stati Uniti e all’amministrazione afghana riguardo 175 stabilimenti di droga in Afghanistan, eppure nessuno di questi è stato smantellato. I fondi continuano quindi ad accumularsi sui conti bancari di coloro che gestiscono questi traffici ed è chiaro che questa condizione richiede un fronte anti-narcotico molto più ampio. Mosca perderà solo tempo e vedrà sempre più russi morire se attende una mossa dell’Occidente per sottoscrivere tali iniziative. È giunto il momento di adottare misure drastiche contro coloro che diffondono la morte confezionata in dosi.
(“La droga, uno strumento di politica globale”, da “La Crepa nel Muro” del 9 aprile 2019).

Preso da: http://www.libreidee.org/2019/04/la-droga-gestita-della-cia-uno-strumento-di-politica-globale/

I Governi finanziano George Soros e lui finanzia Migranti, Gender, Rom, Detenuti, Legalizzazione droga e Colpi di Stato nel mondo!

22 novembre 2017

Le Istituzioni pubbliche nazionali ed internazionali sono Partners (finanziatori) della Open Society Foundation di George Soros. Governi, UE, ONU, OMS, UNESCO, UNICEF, e moltissimi altri enti, sono nella lista dei finanziatori.


Già con questa scandalosa e spudorata ammissione ufficiale bisognerebbe prendere atto dell’origine di moltissimi problemi nazionali e non. Ma andiamo oltre, nel nostro piccolo, per cercare di capire cosa ci fa con i soldi pubblici, George Soros e la sua Open Society Foundation. Aiuta i terremotati, i poveri, i disoccupati, gli emarginati, le famiglie? NO! 
– La Open Society Foundation di George Soros finanzia i ROM europei.
– La Open Society Foundation di George Soros finanzia, secondo La Stampa, Il Giornale ed altri quotidiani, le principali ONG impegnate nel traffico di africani verso l’Italia, come Médecins sans frontières, Save the children, Moas, Jugend Rettet, Stichting Bootvluchting, Proactiva Open Arms, Sea-watch.org, Sea-Eye, Life boat.

 La Open Society Foundation di George Soros avrebbe finanziato persino il Comune di Lampedusa per accogliere i migranti.
– La Open Society Foundation di George Soros ha finanziato il blog Fortress Europe di Daniele Del Grande, il presunto giornalista italiano imprigionato in Turchia (e poi liberato con tanta enfasi patriottica da parte di Alfano) che si occupa di flussi migratori in Europa.
– La Open Society Foundation di George Soros finanzia la più potente organizzazione italiana di volontari delle carceri: Antigone.
– La Open Society Foundation di George Soros finanzia le associazioni LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transessuali)
– La Open Society Foundation di George Soros finanzia Arcigay e i progetti GENDER nelle scuole.
E, per finire, la Open Society Foundation di George Soros, coi soldi pubblici, finanzia… i terremotati, i poveri, i disoccupati, gli emarginati, le famiglie? Ancora e sempre: NO!
La Open Society Foundation di George Soros finanzia CILD, un’associazione italica che finanzia: lo IUS SOLI (allargamento della cittadinanza a tutti i migranti), i diritti dei detenuti, i diritti dei rifugiati, i diritti degli LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transessuali), i diritti dei Rom, Sinti e Camminanti, la legalizzazione delle droghe.
Presunti e strani collegamenti indiretti anche tra la Open Society Foundation di George Soros e il Ministero della Giustizia italiano. Ci chiediamo, infine, come mai e perché Gentiloni si sia premurato ad accogliere George Soros, proprio lo stesso giorno in cui il Procuratore di Catania dott. Zuccaro, famoso per aver denunciato personaggi discutibili che finanziano le ONG che si occupano di traffici clandestini di migranti, era in audizione alla Commissione Difesa del Senato.
Ora capiamo meglio perché George Soros e le associazioni satelliti della sua Open Society Foundation, sarebbero state sfrattate dall’Austria, dichiarate non gradite dall’Ungheria e dalla Russia e considerate artefici di tutti i colpi di stato degli ultimi 25 anni, come avrebbe candidamente ammesso lo stesso Soros in Ucraina.
Fonte: http://www.liberascelta.eu/2017/10/21/governi-finanziano-george-soros-e-lui-finanzia-migranti-gender-rom-detenuti-e-legalizzazione-della-droga/
via Conoscenze al Confine

Preso da: http://www.complottisti.info/i-governi-finanziano-george-soros-e-lui-finanzia-migranti-gender-rom-detenuti-legalizzazione-droga-e-colpi-di-stato-nel-mondo/

Gheddafi, 2011: «La scelta è tra me o Al Qaeda e L’Europa tornerà ai tempi del Barbarossa»

Da Ninco Nanco Blog
Una delle ultime interviste a Gheddafi, 2011.
Laurent Valdiguié , Journal du Dimanche
(traduzione di Daniela Maggioni) riportata sul  Corriere.it 2 nel Marzo 2011.

TRIPOLI – Qual è la situazione oggi?
«Vede… Sono qui…».
Cosa succede?
«Tutti hanno sentito parlare di Al Qaeda nel Maghreb islamico. In Libia c’erano cellule dormienti. Quando è esplosa la confusione in Tunisia e in Egitto, si è voluto approfittare della situazione e Al Qaeda ha dato istruzioni alle cellule dormienti affinché tornassero a galla. I membri di queste cellule hanno attaccato caserme e commissariati per prendere le armi. E’ successo a Bengasi e a Al-Baida, dove si è sparato. Vi sono stati morti da una parte e dall’altra. Hanno preso le armi, terrorizzando la gente di Bengasi che oggi non può uscir di casa e ha paura».

Da dove vengono queste cellule di Al Qaeda?
«I leader vengono dall’Iraq, dall’Afghanistan o anche dall’Algeria. E dal carcere di Guantanamo sono stati rilasciati alcuni prigionieri».
Come possono convincere i giovani di Bengasi a seguirli?
«I giovani non conoscevano Al Qaeda. Ma i membri delle cellule forniscono loro pastiglie allucinogene, vengono ogni giorno a parlare con loro fornendo anche denaro. Oggi i giovani hanno preso gusto a quelle pastiglie e pensano che i mitra siano una sorta di fuoco d’artificio».
Pensa che tutto questo sia pianificato?
«Sì, molto. Purtroppo, gli eventi sono stati presentati all’estero in modo molto diverso. E’ stato detto che si sparava su manifestanti tranquilli… ma la gente di Al Qaeda non organizza manifestazioni! Non ci sono state manifestazioni in Libia! E nessuno ha sparato sui manifestanti! Ciò non ha niente a che vedere con quanto è successo in Tunisia o in Egitto! Qui, gli unici manifestanti sono quelli che sostengono la Jamahiriya».
Quando ha visto cadere, in poche settimane, i regimi di Tunisia e Egitto, non si è preoccupato?
«No, perché? La nostra situazione è molto diversa. Qui il potere è in mano al popolo. Io non ho potere, al contrario di Ben Ali o Mubarak. Sono solo un referente per il popolo. Oggi noi fronteggiamo Al Qaeda, siamo i soli a farlo, e nessuno vuole aiutarci».
Quali opzioni le si offrono?
«Le autorità militari mi dicono che è possibile accerchiare i gruppuscoli per lasciare che si dileguino e per portarli pian piano allo sfinimento. Questa è gente che sgozza le persone. Che ha tirato fuori i prigionieri dalle carceri, distribuendo loro le armi, perché andassero a saccheggiare le case, a violentare le donne, ad attaccare le famiglie. Gli abitanti di Bengasi hanno cominciato a telefonare per chiederci di bombardare quella gente».
Le inchieste delle organizzazioni umanitarie parlano di 6.000 morti. Contesta questa cifra?
(Risata). «Le porto un esempio. C’è un villaggio abitato da meno di mille persone, compreso il segretario del comitato popolare. E’ stato detto che lui era in fuga verso l’estero. Invece, era qui, con me, sotto la mia tenda! E’ stato detto che c’erano stati 3.000 morti in questo villaggio che ne conta 1.000, e resta un luogo tranquillo, dove la gente non guarda nemmeno la tv».
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha preso una risoluzione contro la Libia…
«Non è competente per gli affari interni di un Paese. Se vuole immischiarsi, che invii una commissione d’inchiesta. Io sono favorevole».
Dal 1969 lei ha conosciuto 8 presidenti americani. L’ultimo, Barack Obama, dice che lei deve «andarsene» e lasciare il Paese…
«Che io lasci cosa? Dove vuole che vada?».
La Cirenaica è una regione dove lei ha sempre avuto dei detrattori. Non c’è richiesta di una più grande autonomia, di federalismo?
«E’ una regione poco popolata, che rappresenta il 25% della popolazione. Nel piano attuale, le abbiamo accordato 22 miliardi di dollari di investimenti. E’ una regione della Libia un po’ viziata».
Cosa si aspetta oggi?
«Che Paesi come la Francia si mettano al più presto a capo della commissione d’inchiesta, che blocchino la risoluzione dell’Onu al Consiglio di sicurezza e che facciano interrompere gli interventi esterni nella regione di Bengasi».
Quali interventi?
«So che esistono contatti semi-ufficiali, dei britannici o di altri europei, con personaggi di Bengasi. Abbiamo bloccato un elicottero olandese atterrato in Libia senza autorizzazione».
I piloti sono vostri prigionieri?
«Sì, ed è normale».
A sentir lei, tutto va bene».
«Il regime qui in Libia va bene. E’ stabile. Cerco di farmi capire: se si minaccia, se si cerca di destabilizzare, si arriverà alla confusione, a Bin Laden, a gruppuscoli armati. Migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia. Bin Laden verrà ad installarsi nel Nord Africa e lascerà il mullah Omar in Afghanistan e in Pakistan. Avrete Bin Laden alle porte».
Lei agita lo spettro della minaccia islamica…
«Ma è la realtà! In Tunisia e in Egitto c’è il vuoto politico. Gli estremisti islamici già possono passare di lì. Ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo. La Sesta Flotta americana sarà attaccata, si compiranno atti di pirateria qui, a 50 chilometri dalle vostre frontiere. Si tornerà ai tempi di Barbarossa, dei pirati, degli Ottomani che imponevano riscatti sulle navi. Sarà una crisi mondiale, una catastrofe che dal Pakistan si estenderà fino al Nord Africa. Non lo consentirò!».
Lei sembra pensare che il tempo giochi in suo favore…
«Sì, perché il popolo è frastornato per quel che accade. Ma voglio farle capire che la situazione è grave per tutto l’Occidente e tutto il Mediterraneo. Come possono, i dirigenti europei, non capirlo? Il rischio che il terrorismo si estenda su scala planetaria è evidente».
Alle democrazie non piacciono i regimi che sparano sulla propria popolazione…
«Non ho mai sparato sulla mia gente! E voi non credete che da anni il regime algerino combatte l’estremismo islamico facendo uso della forza! Non credete che gli israeliani bombardano Gaza e fanno vittime fra i civili a causa dei gruppi armati che si trovano lì? Non sapete che in Afghanistan o in Iraq l’esercito americano provoca regolarmente vittime fra i civili? Qui in Libia non abbiamo sparato su nessuno. Sfido la comunità internazionale a dimostrare il contrario».
Gli americani minacciano di bloccare i suoi beni bancari…
«Quali beni? Sfido chiunque a dimostrare che io possegga un solo dinaro! Questo blocco dei beni è un atto di pirateria, fra l’altro imposto sul denaro dello Stato libico. Vogliono rubare denaro allo Stato libico e mentono dicendo che si tratta di denaro della Guida! Anche in questo caso, che ci sia un’inchiesta, affinché sia dimostrato a chi appartengono quei soldi. Quanto a me, sono tranquillo. Posseggo solo questa tenda».
Da Ninco Nanco Blog

Preso da: http://www.complottisti.com/gheddafi-2011-la-scelta-e-tra-me-o-al-qaeda-e-leuropa-tornera-ai-tempi-del-barbarossa/

Non solo Kosovo le creature Usa nelle guerre balcaniche

Il NYT riscrive un pezzo della guerra in Kosovo che molti noi avevano denunciato da tempo. I foreign fighters kosovari in esportazione a cui noi aggiungiamo quelli importati per la guerra in Bosnia. La Sarejevo di oggi rispetto alla capitale capitale multiculturale e multietnica di un tempo.
E “Gjarpëri”, il serpente, nome di battaglia dell’attuale presidente del Kosovo Hashim Thaçi, l’eroe inventato.
Zenica cop
Il New York Times riscrive un pezzo della guerra in Kosovo, denunciando ciò che molti osservatori, operatori e servizi di vari Paesi sanno da tempo e che non pochi giornalisti hanno scritto. E cioè che la Repubblica indipendente del Kosovo, nata per volontà americana e come ultimo residuo delle guerre balcaniche che dissolsero la Yugoslavia, continua ad essere un buco nero incontrollato e incontrollabile, crocevia di traffici e mafie di ogni genere – peraltro gestite in qualche caso da ex guerriglieri – dai clandestini, alle armi, alla prostituzione, alla droga.

Da oggi, secondo il NYT, sappiamo che un consistente numero di forein fighters proviene da quella regione, un tempo abbastanza laica e oggi abbastanza islamizzata. La “scoperta” del quotidiano americano, passata inosservata, é comunque clamorosa se si vogliono capire gli scenari piú drammatici del nostro tempo, i cui fili conduttori passano anche dai Balcani.
Ma la “scoperta” sull’ereditá della guerra kosovara fa il paio con l’eredità , anch’essa nota, della guerra di Bosnia. Anche qui, recentemente, si é “scoperto” ciò che in qualche modo si era sempre saputo o sospettato. E cioè la presenza di guerriglieri islamizzati dal tempo della guerra in Afghanistan e del conflitto civile in Algeria.
Forein fighters venuti ad aiutare i bosniaci e qui rimasti anche dopo Srebrenica e gli accordi di Dayton. Alcune potenze mediorientali aiutarono la Bosnia musulmana e approfittarono del conflitto per consolidare la loro presenza nel territorio. Basta girare per Sarajevo oggi per comprendere che non é più la capitale multiculturale e multietnica di un tempo.
Naturalmente tutto questo non può essere un pretesto per riscrivere la storia. Senza la follia ideologica dei Kradzic e dei Mladic, e senza il pan nazionalismo miope dei Milosevic e dei Tudjman non avremmo avuto la carneficina bosniaca e la morte di una Nazione.
Senza l’impotenza di un ‘Europa impavida e paralizzata dai veti, non avremmo avuto il crudele assedio di Sarajevo né avremmo offerto agli Stati Uniti su un piatto d’argento tutte le possibilità di fare la propria politica e di perseguire i propri interessi strategici.
L’espansionismo della Nato, dal Kosovo al Montenegro é cominciato qui. E nei desideri di Clinton sarebbe dovuto arrivare anche a Belgrado.
A qualsiasi prezzo, compreso quello di trasformare un “serpente” in un eroe.
“Gjarpëri”, il serpente, nome di battaglia dell’attuale presidente del Kosovo Hashim Thaçi, sospettato da più parti di crimini di guerra durante la feroce guerriglia contro la Serbia.

Preso da: http://www.remocontro.it/2016/05/30/non-solo-kosovo-le-creature-usa-nelle-guerre-balcaniche/

DROGA E ALCOOL PER I PILOTI DI DRONI

Postato Domenica, 13 dicembre @ 06:55:00 GMT di davide

DI ANDREW BUNCOMBE
The Independent
Degli informatori provenienti dal segreto mondo statunitense dei droni affermano che gli operatori “sono sotto stress e spesso fanno ricorso a droghe ed alcool” in un raro sguardo all’interno del programma.

Quattro uomini si sono fatti avanti per consentire uno sguardo senza precedenti all’interno del programma statunitense dei droni.

Il programma americano dei droni, secondo alcuni degli uomini che hanno passato anni a pilotare da remoto le missioni, è privo di regole, controproducente e condotto da personale sotto stress, il quale spesso fa abuso di droghe ed alcool.
Fornendo un panorama senza precedenti del funzionamento interno del programma controllato dalla CIA, tanto segreto quanto controverso, quattro ex operatori hanno espresso la loro preoccupazione sul fatto che siano stati regolarmente uccisi dei civili innocenti, indicati poi come “nemici combattenti”.

Per vari anni questi “whistleblower” hanno ricoperto ruoli nel programma che fu avviato dal Presidente George Bush come parte della cosiddetta “guerra al terrore”, programma che è stato poi ampiamente esteso da Barack Obama.
Da una distanza di ben 8.000 miglia nella loro base nel deserto del Nevada gli uomini hanno azionato droni senza personale con a bordo missili Hellfire in posti come Afghanistan, Pakistan, Iraq e Yemen.
Ma questi uomini hanno messo in discussione l’utilità del programma, suggerendo come di fatto creassero più militanti di quanti ne uccidessero. Per di più questi attacchi creano profonda avversione nei paesi dove vengono effettuati.
Questi operatori – che appaiono nel documentario Drone di Tonje Hessen Schei – hanno affermato che venivano incoraggiati a disumanizzare i loro obiettivi e persino a far riferimento ai bambini che sorvegliavano con i loro droni come “cretini” o “terroristi in addestramento” o “terroristi formato giocattolo”. I quattro hanno affermato di aver dovuto affrontare depressione e pensieri suicidi dopo le dimissioni.
“Quando non devi davvero lanciare un missile Hellfire, il lavoro è veramente noioso” ha detto Michael Haas, ex pilota di droni ed istruttore, che ha prestato servizio nella 15a squadriglia ricognizione e nella 3a squadriglia operazioni speciali dal 2011 al 2015 ed è stato istruttore alla base Creech Air Force vicino a Las Vegas.
L’alcoolismo non era considerato un problema. Ogni sera, finito il nostro turno, guidavamo fino a Las Vegas e bevevamo per tre, quattro ore. Ho avuto pure problemi con la cocaina. Prendi piccole prese di sali da bagno e poi vai per un giro. [I’d take little bumps of bath salts and then go and instruct a ride]. Cannabis sintetica. “Tenevo una bottiglia di Jack Daniels nella mia borsa di volo e me la tracannavo tornando nella mia stanza. Qualunque cosa potessi fare per non vedere la realtà e pensare di non essere lì”.
La stima delle vittime fatta dal Bureau of Investigative Journalism valuta fra 2.489 e 3.989 il numero delle morti causate dai droni in Pakistan. In Afghanistan si stima che gli attacchi abbiano ucciso tra le 700 e le 1046 persone.
Un altro operatore, l’ex pilota Cian Westmoreland, ha affermato che gli sono state accreditate  “204 morti di nemici”.
“Questa è una stronzata. Non tutti i “nemici” erano nemici, ha detto Westmoreland, che ha lavorato nella base di Kandahar in Afghanistan.
Westmoreland dice di aver sofferto di depressione da quando ha lasciato il suo lavoro ed attualmente assume 5 differenti farmaci per controllare l’ansia e gli sbalzi d’umore.
Dice che il mese scorso era sul Ponte sulle Gole del Rio Grande a Taos, nel New Mexico e “era sul punto di saltar giù”.
“Ho pensato a mia sorella ed alla persona che è oggi la mia fidanzata. Sono andato alla VA (ente di assistenza ai veterani) e mi hanno ricoverato per cinque giorni nel pronto soccorso di psichiatria. Non ne ho tratto alcun giovamento”.

Queste persone, che hanno parlato a New York, il giorno antecedente la prima del film di Ms Schei, hanno offerto anche una panoramica sulla discutibile precisione del processo con cui vengono scelti gli obiettivi.
Gli operatori dicono che pensavano di poter combinare le informazioni ricavate dalle segnalazioni con quelle visive ed umane. Spesso anche quando mancavano di una o più di queste fonti procedevano comunque con le missioni omicide.
Brandom Bryant, ex sergente dello staff delle operazioni speciali, ha portato a termine cinque diverse missioni omicide. Una di esse ha riguardato un missile lanciato su persone che aveva seguito nel passaggio in Pakistan dall’Afghanistan. Gli era stato detto che quegli uomini trasportavano esplosivi da consegnare ad altri militanti.
“Abbiamo atteso che andassero a dormire e quindi li abbiamo uccisi”. Bryant afferma di non aver visto però nessuna esplosione secondaria dopo che il missile aveva raggiunto l’obiettivo, cosa che suggerisce come in realtà non stessero trasportando nessuna munizione.
Bryant, 30 anni e testa rasata, dice di aver partecipato all’operazione di ricerca ed uccisione di Anwar al-Awlaki, il cittadino statunitense e leader religioso musulmano, accusato dagli americani di agire come radicale in Yemen e di pianificare operazioni per al Quaeda.
Questi è stato ucciso dall’attacco di un drone nel settembre del 2011, il primo cittadino americano a subire questa sorte, cosa che ha innescato un dibattito sul diritto legale da parte di Obama di assassinare un cittadino degli USA senza il dovuto processo. Il suo figlio sedicenne, Abdulrahman Anwar al-Awlaki, fu ucciso due settimane dopo in un altro attacco con drone.
Bryant afferma che alcuni membri del team erano scontenti dell’operazione avente al-Alawaki come bersaglio, dato che era un cittadino americano.
“Gli uomini dicevano che avevano giurato di difendere la Costituzione e che persino un traditore aveva diritto ad un giusto processo”. Ha detto.
Un altro whistleblower, l’ex pilota Stephen Lewis, riferisce di aver dovuto lottare per mantenere il suo senso di umanità dopo aver abbandonato il suo lavoro di operatore di droni.
“Ritorni dal lavoro e stai bene. Poi succede qualcosa e vai fuori di testa. Ti fa male, è l’inferno. E’ la peggior sensazione del mondo” dice.
“Il programma perde dipendenti in continuazione. Non ci piace. Non è un  bel lavoro”.

ANDREW BUNCOMBE
Fonte: www.independent.co.uk/
Link: http://www.independent.co.uk/news/world/americas/secret-us-drone-whistleblowers-say-operators-stressed-and-often-abuse-drugs-and-alcohol-in-rare-a6741021.html
19.11.2015

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CLAUDIO DSCOTTI

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15986

11 segni che l’America ha già toccato il fondo

23 luglio 2015
di Michael Snyder

Proprio quando pensiamo che ormai la depravazione degli Stati Uniti non potrebbe essere peggio di così, succede qualcosa che ci sorprende. Molte delle cose che state per leggere sono estremamente inquietanti, ma è importante che guardiamo in faccia la realtà. […] La nostra società è assolutamente dipendente dall’intrattenimento (in gran parte spazzatura totale), decine di milioni di noi sono prigionieri delle droghe (sia legali che illegali), e abbiamo ucciso più di 56 milioni dei nostri stessi bambini. Il nostro sistema finanziario è consumato dall’avidità, trattiamo i nostri veterani militari come rifiuti umani, e gran parte dei nostri “leader” a Washington sono profondamente corrotti.

Oggi in America il 64% degli uomini guarda pornografia almeno una volta al mese, si stima che una ragazza su 4 venga abusata sessualmente prima di diventare adulta, e abbiamo il più alto tasso di gravidanze tra le adolescenti di tutto il mondo industrializzato.

Ci piace pensare di essere un “esempio” per il resto del mondo, ma forniamo solo un esempio cattivo. I seguenti sono 11 segni che l’America ha già toccato il fondo:

#1. In tutti gli Stati Uniti, gli organi dei bambini abortiti vengono venduti e comprati, e il governo USA finanzia l’organizzazione perno di questa “industria” malata con centinaia di milioni di dollari all’anno. Questa settimana è stato reso pubblico un altro video girato di nascosto, incredibilmente scioccante, che ci ha fornito ancora più prove su quale sia il vero scopo di Planned Parenthood (Maternità Pianificata): (Charismanews.com)

“L’ultimo video mostra una conversazione a pranzo con la d.ssa Mary Gatter, attuale presidente del consiglio dei direttori medici di Planned Parenthood alla clinica abortiva di Pasadena. Nel video si sente la Gatter alzare il prezzo da lei richiesto per organi fetali intatti, e si preoccupa che siano ‘sottocosto’. La dottoressa chiede almeno 75 dollari per campione, ma vuole controllare quanto guadagnano altri abortisti di Planned Parenthood per assicurarsi di ricevere un compenso in linea, così potrà comprarsi una costosa auto sportiva. […] ‘Voglio una Lamborghini’, ride la Gatter.”

Questa è immoralità a un livello indefinibile, e viene finanziata dal governo USA. […] Secondo WND, alcuni membri di questa “industria” ricevono perfino dei buoni in base agli organi fetali che raccolgono, suddivisi in organi di categoria A, B o C.

#2. Pochi giorni fa è emerso che degli hacker hanno sottratto informazioni personali sugli utenti di un sito di adulterio conosciuto come Ashley Madison. Sky News riporta che:
“Un gruppo di hacker che si fa chiamare Impact Team ha rubato e reso pubblici i dati di alcuni dei 37 milioni di utenti del sito Ashley Madison, e minaccia di pubblicarne altri. Per ora il gruppo ha rilasciato solo 40MB di dati, tra cui gli estremi di carte di credito. […]”
Ma il punto non è l’operazione degli hacker: è piuttosto il fatto che 37 milioni di noi si sono iscritti a un sito che facilita l’adulterio!

#3. Nel 2015 il tasso dei crimini violenti sta aumentando di cifre doppie in molte importanti città statunitensi, e alcuni crimini sono quasi troppo orrendi per parlarne. […] (http://endoftheamericandream.com/archives/violent-crime-is-surging-in-major-u-s-cities-and-the-economy-is-not-even-crashing-yet)

#4. Sotto l’amministrazione Obama, il nostro governo federale è diventato assolutamente ossessionato dal politically correct, e sta spendendo soldi nei modi più impensabili. Per esempio, i federali hanno recentemente speso 125.000 dollari “per studiare gli aggettivi che potrebbero venire percepiti come sessisti o razzisti”.

#5. Parlando di soldi buttati, il programma telefonico di Obama ne è un esempio perfetto. Salta fuori che, per ricevere un telefono gratuito dal governo federale, basta esibire la carta per i buoni spesa di qualcun altro:
“L’investigazione di CBS4 del 2014 ha mostrato ripetuti casi di attività fraudolente e sprechi nel programma Lifeline a Denver. Il programma è pensato per fornire un servizio mensile di telefono cellulare gratuito ai bisognosi, affinché possono cercare impiego o fare chiamate d’emergenza se necessario. Ai beneficiari viene richiesto di esibire documenti ufficiali come tessera sanitaria, carte di assistenza abitativa o buoni pasto, per verificare il loro reddito. Ma l’anno scorso, degli impiegati di un venditore di Denver che aderiva al programma federale si offrirono di usare le carte per i buoni pasto di altre persone, per fornire un telefono gratuito a un produttore della CBS privo dei requisiti. I venditori solitamente ricevono 3 dollari per ogni telefono fornito. In altri casi, i venditori affermavano che un produttore di CBS4 poteva semplicemente mostrare la carta per i buoni pasto di altri per assicurarsi un telefono e servizi gratuiti.”

#6. Nel frattempo, il governo non vuole nemmeno parlare ai cittadini normali che lavorano duro e hanno solo bisogno di qualche risposta alle loro domande. Secondo un rapporto appena pubblicato, l’Agenza della Entrate USA ha chiuso la telefonata a 8,8 milioni di contribuenti che avevano chiamato per ricevere aiuto durante l’ultima stagione fiscale.

#7. Il governo federale ha reso incredibilmente difficile alla gente onesta immigrare in questo paese, ma nel frattempo ha lasciato i nostri confini completamente spalancati e ha attivamente incoraggiato l’immigrazione illegale. Il risultato è che stanno entrando a frotte criminali, spacciatori di droga, membri delle gang e parassiti del welfare. Secondo un recente resoconto del Centro Studi sull’Immigrazione, durante l’amministrazione Obama sono entrati in questo paese 2 milioni e mezzo di immigrati illegali. […] Questi immigranti commettono alcuni dei peggiori crimini immaginabili, e se ne dubitate leggete questo articolo: Endoftheamericandream.com/

#8. La nostra società sta venendo trasformata in ciò che mi piace chiamare “una griglia di controllo da stato di polizia Grande Fratello”. Pochi giorni fa è emerso un altro esempio di questo fenomeno. Scrive il New York Post:
“Una parte cruciale dell’eredità di Obama sarà la raccolta senza precedenti di dati sensibili sugli americani divisi per razza. Il governo sta curiosando nelle nostre informazioni più personali ai livelli più locali, tutto per fini di ‘giustizia razziale ed economica’. Fatto sconosciuto ai più, gli statistici razziali di Obama stanno furiosamente ricavando dati sulla nostra salute, i nostri mutui, carte di credito, luoghi di lavoro, luoghi di residenza, perfino su come i nostri bambini vengono disciplinati a scuola, e tutto questo per documentare le ‘diseguaglianze’ tra le minoranze e i bianchi.”
La cosa triste è che così pochi americani siano turbati dal fatto che ogni cosa facciamo viene osservata, tracciata e monitorata. Per ulteriori dettagli, leggete questo articolo: Endoftheamericandream.com/

#9. Recentemente avevo scritto un articolo che imprecava sul fatto che il cittadino americano medio trascorre più di 10 ore al giorno connesso a qualche forma di media. Molti di noi si fanno prendere dall’ansia se non c’è qualcosa di acceso almeno di sottofondo. Trascorriamo ore senza fine guardando la televisione, ascoltando la radio, andando al cinema, giocando ai videogiochi, cincischiando con i nostri smartphone e navigando in internet. Purtroppo la maggioranza delle persone non si rende conto che oltre il 90% della “programmazione” costantemente introdotta nei nostri cervelli attraverso questi vari media è controllata da appena 6 enormi compagnie mediatiche (http://theeconomiccollapseblog.com/archives/who-owns-the-media-the-6-monolithic-corporations-that-control-almost-everything-we-watch-hear-and-read)

#10. Mentre l’elite sta introducendo all’infinito i suoi messaggi distorti nelle nostre menti, essa diventa sempre più ossessionata con il controllo di quello che diciamo. In un articolo recente avevo illustrato come in America il supporto alle “leggi sull’incitamento all’odio” sta rapidamente crescendo. Oggi il 51% dei democratici appoggia questo tipo di leggi, ed è solo questione di tempo prima che i politici liberal comincino a sostenere con forza le stesse leggi sull’incitamento all’odio già implementate in Europa e Canada.

#11. Oltre a tutto questo, da quando Obama è entrato alla Casa Bianca abbiamo rubato alle generazioni future di americani oltre 100 milioni di dollari all’ora. Pensiamoci. Se qualcuno scrivesse il copione di un film sul furto di 100 milioni di dollari da una grande istituzione finanziaria, nessuno guarderebbe quel film perché la cifra sembrerebbe semplicemente incredibile. Eppure questo è successo davvero ogni ora di ogni giorno da quando Obama è al potere. Abbiamo preso migliaia di miliardi di dollari che appartenevano ai nostri figli e nipoti e li abbiamo spesi noi. Se vivessimo in una società giusta, diversi “politici al vertice” finirebbero in prigione per questo.

Potrei continuare, ma per oggi mi fermo.

Fonte: Endoftheamericandream.com/
Traduzione: Anacronista

Preso da: http://www.controinformazione.info/11-segni-che-lamerica-ha-gia-toccato-il-fondo/