Libia: Vera storia della jihadista Hillary Clinton, mezzana del caos.

9 marzo 2016

Da qualche settimana il Washington Post e il New York Times stanno conducendo con grandi mezzi una sottile operazione: scagionare Hillary Clinton, allora segretaria di Stato, di quel che ha fatto in Libia. Hillary è la candidata preferita dell’Establishment, specie ora che si deve assolutamente evitare che alla Casa Bianca vada Trump.   Se le cose sono andate così male e la Libia è oggi uno stato fallito, è colpa di una serie di fortuite e sfortunate circostanze; lei, la Cltinon, ha deciso l’intervento per proteggere i civili libici dalla strage che stava compiendo il loro dittatore.
Per fortuna s’è formata in Usa un gruppo civico di base, la Citizen Commission on Benghazi (CCB). Lo scopo di questi cittadini: stabilire la verità su quanto accadde a Bengasi l’11 settembre 2012, quando fu attaccata la sede distaccata dell’ambasciata americana e i terroristi massacrarono l’ambasciatore Chris Stevens e tre difensori, Marines. La loro indagine (cito) “ha dimostrato che Gheddafi era un nostro alleato di fatto nella guerra al terrorismo islamico…e come l’amministrazione Obama e Hillary Clinton decisero di sostenere  ribelli legati ad Al Qaeda, invece che tenere negoziati di tregua con Gheddafi,  ciò che avrebbe portato alla sua abdicazione e alla transizione pacifica del potere”.

Sotto, i morti di Bengasi
Sotto, i morti di Bengasi

Fu il figlio del Leader, Saif, a cercare contatti con gli occidentali dopo che questi avevano ottenuto dall’Onu il mandato per l’intervento militare (17 marzo 2011) col pretesto che Gheddafi “stava massacrando il suo stesso popolo” (la guerriglia scatenata dagli islamisti era in corso). I “cittadini per Bengasi” hanno raccolto nel 2014 la testimonianza giurata del vice ammiraglio Chuck Kubik, che in quei giorni mise in contatto i rappresentanti di Gheddafi con il generale Carter Ham, il capo dell’AFRICOM (il comando supremo Usa in Africa). Kubik ha testimoniato: noi americani chiedemmo agli emissari una prova per dimostrare che chi li mandava era il loro capo: per esempio, ritirare le truppe alla periferia di Bengasi. Poche ore dopo, vedemmo che le truppe si ritiravano da Bengasi e da Misurata; fu concordata una tregua di 72 ore. Era l’inizio di una trattativa, e la controparte dimostrava la sua serietà. Gheddafi offriva d dimettersi. Gli alti ufficiali Usa si approntavano a trattare. “E allora ci è arrivata quella telefonata; l’idea fu silurata sopra la testa dell’AFRICOM”. Obama e la sua segretaria di stato Hillary volevano non solo rovesciare Gheddafi, ma erano ben consci che stavano dando il potere a terroristi di Al Qaeda. Il Katar e gli Emirati Arabi stavano spedendo armamento pesante ai ‘ribelli’ islamisti “sotto la protezione e supervisione Usa e NATO”: questo si deduce da un’altra testimonianza giurata raccolta dall’organizzazione civica CCB , la ex dirigente della CIA Clare Lopez. Gheddafi, racconta la Lopez, “collaborava da anni a tener sotto Al Qaeda nel Maghreb Islamico. Nelle sue prigioni c’erano i jihadisti di AL Qaeda”. Il governo del dittatore era riuscito anche a intercettare parte delle forniture di armamenti che Katar e Emirati mandavano ai wahabiti libici. Enormi forniture, come ha raccontato la Lopez, evocando “una visita a Tripoli dei delegati (degli Emirati)”, dove questi “scoprirono che metà del carico di armamenti del valore di un miliardo di dollari (!) che avevano pagato per i ribelli,   era stato deviato da Mustafa Abdul Jalil, i capo dei Fratelli Musulmani nel Comitato di Transizione Nazionale Libico, che l’aveva venduto a Gheddafi”: uno squarcio illuminante sul livello patriottico del personaggio, ma anche dei doppi e tripli giochi che avvenivano in quel vero nido di vipere e scorpioni che risulta essere il Comitato di Transizione, da cui – secondo la narrativa – era la opposizione moderata anti-Gheddafi,   che preparava l’instaurazione della demokràtia. Tant’è vero che Jalil, il suddetto rappresentante del Brothers, organizzò l’assassinio del general maggiore Abdel Fatah Younis, ex ministro dell’interno di Gheddafi passato all’opposizione, perché aveva scoperto che metà delle armi passavano nelle mani di Gheddafi; e incaricò dell’assassinio Mohamed Abu Khattala: il personaggio che, secondo gli americani, ha guidato l’assalto alla sede diplomatica quell’altro fatale 11 Settembre (2012) in cui i suoi uomini hanno ucciso (e sodomizzato da morto) l’ambasciatore.
Per questo motivo gli americani hanno catturato Abu Khattala e lo tengono prigioniero, senza precisa accusa, fuori dalla circolazione. Personaggi istruttivo, Abu Khattala era stato liberato dalle galere di Gheddafi nei primi giorni della “primavera libica”pagata dal Katar su supervisione NATO; aveva formato una sua milizia islamista chiamandola dal nome di uno dei compagni del Profeta “ Obeida Ibn Al Jarra” (una ventina di individui), ovviamente intruppandosi con Ansar Al Sharia (alias AL Qaeda) e il Comitato Supremo di Sicurezza,   che – sotto lo stentoreo nome – era l’apparato di sicurezza rivoluzionario creato dallo Stesso Comitato di Transizione Nazionale per propria autodifesa, nel vuoto i potere determinato dalla caduta di Gheddafi. Criminalità comune, qaedismo, buoi affari sporchi, islamismo e affarismo uniti nella lotta, Fratelli Musulmani che stanno con Al Qaeda ma la tradiscono per denaro, eccetera. Il New York Times ha dipinto una Clinton costretta a armare jihadisti perché “sempre più preoccupata che il KAtar stava fornendo armi soltanto e certe fazioni di ribelle, milizie di Misurata e brigate islamiste selezionate”. Insomma: ha davuto armare l’ISIS perché il Katar, disubbidiente come sempre ai voleri americani, armava Al Qaeda.

Abu Khattala
Abu Khattala

In realtà il giudice Andrew Napolitano, dopo inchiesta, ritiene che quelle armi che il Katar spediva ai suoi ribelli preferiti in Libia, erano armi che gli Usa avevano venduto al Katar, su specifico mandato di Hillary Clinton, la quale al proposito ha mentito sotto giuramento durante l’audizione al Senato sulla tragedia dell’ambasciatore inLibia.   Le armi erano lanciarazzi kalashnikov, missili a spalla dell’Est Europa, e delle spedizioni si occupavano ditte Usa, autorizzate legalmente al traffico di armamenti, che non hanno mai fatto mistero di   lavorare coi sevizi e il Dipartimento di Stato. Le autorizzazioni rilasciate a queste ditte dal Dipartimento di Stato sono aumentate vistosamente mentre sulla poltrona sedeva la Clinton: “Oltre 86 mila licenze per il valore di 44,3 miliardi di dollari sono state concesse nel 2011 – un aumento di oltre 10 miliardi di dollari rispetto all’anno prima”.
Uno di questi commercianti, Marc Turi, ha aggiunto: “Quando il materiale atterrava in Libia, metà andava da una parte, metà dall’altra:   questa metà è quella che è ricomparsa in Siria”: In Mano al Califfato. Risultato, Marc Turi è stato arrestato per traffico d’armi.
http://www.foxnews.com/opinion/2015/10/29/cannot-allow-hillary-clinton-midwife-to-chaos-and-public-liar-to-be-our-next-president.print.html
Turi ha detto: “Obama ha incriminato me per proteggere Hillary”. Chissà perché se l’è messo in testa.
Come tocco finale, c’è da ricordare che quell’11 Settembre, quando i comandi americani potevano intervenire rapidamente da Sigonella per salvare l’ambasciatore e i Marines che lo stavano difendendo – per radio udivano le loro richieste disperate di aiuto – qualcuno ordinò ai militari di non far nulla, to stand down: i servitori dello Stato erano diventati testimoni di un mercato losco diventato un disastro criminale, su cui era meglio tacessero per sempre.
Questa è la Libia dove adesso Obama vuole che mandiamo cinquemila italiani. Così ha ridotta lui e la sua segretaria di Stato, che adesso po’ andare alla Casa Bianca.  Il giudice Napolitano: “Non possiamo permettere che Hillary Clinton, questa mezzana del caos e pubblica mentitrice, sia il prossimo presidente”.
http://www.foxnews.com/opinion/2015/10/29/cannot-allow-hillary-clinton-midwife-to-chaos-and-public-liar-to-be-our-next-president.print.html
Per fortuna noi qui abbiamo il Corriere della Sera, a scriverci sopra abbiamo il columnist principe, Angelo Panebianco, che titola: “All’Europa conviene Hillary” alla Casa Bianca. Perché – spiega l’alto analista – la vittoria di Trump “sarebbe positiva per Vladimir Putin e i suoi amici” europei, mentre “Hillary Clinton promette una continuità con il passato che sarebbe seppellito, se vincesse Trump”.
La continuità con questo passato è quel che vuole Panebianco e chi gli suggerisce.
E anche da noi è cominciata la campagna di mostrificazione di Donald. Con una strana aggiunta: improvvisamente, grandi media, Confindustria ed ebrei vari attaccano Renzi con gli stessi toni con cui attaccano Trump. Perché non vuole è cascato nella trappola.

Fonte: http://ww.maurizioblondet.it

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2016/03/09/libia-vera-storia-della-jihadista-hillary-clinton-mezzana-del-caos/

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RATTI senza vergogna, Leon prendeva 50000 euro al mese dagli Emirati

Cè poco da dire, lo veniamo a sapere da uno dei tanti articoli in rete, ovviamente adesso Leon ha terminato il suo mandato, il suo “piano di riconciliazione” è fallito, entrambi i “parlamenti” dei RATTI lo hanno respinto, il popolo libico intero, ha manifestato contro,  ma questo la dice lunga sulla gente che dovrebbe decidere le sorti del popolo Libico?  ( ANCORA PER POCO)

5 Nov 2015 16.39

All’inviato dell’Onu in Libia un lavoro da 50mila euro al mese negli Emirati

L’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia, Bernardino León, dirigerà un centro governativo di studi diplomatici negli Emirati Arabi Uniti, i cui vertici politici sono coinvolti nella crisi libica come sostenitori delle autorità di Tobruk, riconosciute dalla comunità internazionale. La notizia è uscita sul Guardian, che denuncia un possibile conflitto d’interesse rispetto all’attività di mediatore che l’ex ministro degli esteri spagnolo ha portato avanti nell’ultimo anno.
Secondo il quotidiano britannico, León ha discusso l’estate scorsa i termini del suo nuovo contratto da circa 50mila euro al mese. Il mandato come negoziatore delle Nazioni Unite terminerà venerdì 6 novembre, quando León sarà sostituito dal diplomatico tedesco Martin Kobler. León ha negato qualsiasi conflitto di interessi, sottolineando che aveva comunicato la propria intenzione di lasciare l’incarico all’Onu prima dell’inizio di settembre.
Le linee guida per i mediatori internazionali delle Nazioni Unite stabiliscono che i diplomatici con questo tipo di ruolo non devono “accettare forme di sostegno da parte di attori esterni che potrebbero influenzare l’imparzialità del processo di mediazione” e che dovrebbero “cedere l’incarico nel caso in cui sentano di non poter mantenere un approccio imparziale”.
Le forze in campo in Libia. Dal 2011 il paese nordafricano è diviso tra diverse fazioni in guerra per il potere e al momento ha due governi e due parlamenti. Gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto appoggiano il governo di Tobruk che controlla l’est del paese ed è riconosciuto dalla comunità internazionale. Il parlamento di Tobruk è stato eletto il 25 giugno 2014, ma la corte costituzionale di Tripoli, dove ha sede l’altro governo, ha dichiarato incostituzionali le elezioni il 6 novembre 2014 – che hanno registrato un’affluenza del 18 per cento. Turchia e Qatar, sospettati di aiutare i gruppi di jihadisti, sostengono il governo di Tripoli, dove si riunisce ancora il vecchio parlamento libico, in cui c’è una forte presenza di Fratelli musulmani e che è appoggiato dai miliziani islamici della coalizione Alba libica.
Le email sulla Libia tra León e il ministro degli Emirati. I giornalisti del Guardian sono entrati in possesso di diverse email di León. Cinque mesi dopo l’inizio del suo incarico in Libia il diplomatico spagnolo ha scritto un messaggio dal suo indirizzo personale al ministro degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Abdullah bin Zayed. León riferisce che i governi europei e gli Stati Uniti insistono perché si tenga una conferenza di pace sulla Libia e aggiunge: “Questa opzione a mio parere è peggiore del dialogo politico perché metterebbe sullo stesso piano entrambi gli attori”. Nel messaggio, León illustra un piano per mettere fine all’alleanza tra gli islamisti che sostengono il governo di Tripoli e i ricchi commercianti di Misurata e ribadisce la necessità di appoggiare il parlamento di Tobruk.
Nella stessa email León ammette che non sta lavorando a “un piano politico che coinvolga tutte le parti”, citando una strategia per “delegittimare completamente” il parlamento di Tripoli. L’ex ministro spagnolo ammette che tutte le sue proposte sono sempre state discusse con Tobruk, con l’ambasciatore libico negli Emirati, Aref Nayed, e con Mahmud Gibril, ex primo ministro della Libia. León conclude l’email scrivendo: “Posso controllare il processo finché sono qui. Tuttavia non penso di restare a lungo, sono visto come uno sponsor del parlamento di Tobruk. Ho consigliato agli Stati Uniti, al Regno Unito e all’Unione europea di lavorare con voi”.
Chiamato a commentare questo scambio di informazioni dal Guardian, León ha negato di aver favorito una delle parti protagoniste del conflitto e ha detto di aver avuto corrispondenze simili anche con paesi che appoggiavano Tripoli “in uno spirito simile” con l’obiettivo di costruire un rapporto di fiducia.
La proposta di lavoro. León ha ricevuto la proposta di lavoro dagli Emirati nel giugno scorso e per tutta l’estate ha contrattato le condizioni per il nuovo impiego, in particolare la questione delle spese dell’alloggio ad Abu Dhabi. In un’email tra il sottosegretario alla presidenza Ahmed al Jaber e il ministro Abdullah bin Zayed si legge che León non riesce a trovare una sistemazione per sé e per la famiglia che rientri nel budget di 90mila euro l’anno previsti dal contratto, e per questo vorrebbe circa il doppio della somma per una casa dello stesso livello di quella dove vive a Madrid.
In agosto León ha scritto al ministro degli esteri degli Emirati per avvertirlo di essere in lizza per un importante incarico dell’Onu dando piena disponibilità a rifiutare il ruolo nel caso in cui l’impegno con il centro studi governativo lo richiedesse.
Il 2 novembre León, contattato dal Guardian, ha scritto di non aver accettato il lavoro negli Emirati Arabi Uniti, precisando di non aver ancora firmato nessun contratto: ha proposto un’intervista al quotidiano per spiegare le sue ragioni, ma prima che fosse possibile realizzarla è arrivato l’annuncio ufficiale sul suo incarico da parte delle autorità di Abu Dhabi. Il diplomatico ha anche dichiarato che le email pubblicate sono state manipolate e gettano una luce parziale sul suo operato.

 http://marionessuno.blogspot.it/2015/11/ratti-senza-vergogna-leon-prende-50000.html

La CIA trafficante d’armi tra Qatar, Libia e Siria

9 agosto 2013

Phil Greaves Global Research, 9 agosto 2013

Qatar-FSAUn articolo di Jake Tapper della CNN ha riportato il “Bengasi-Gate” sotto i riflettori dei media degli Stati Uniti. L’articolo afferma che “decine” di agenti della CIA erano a Bengasi la notte dell’attacco, e che la CIA fa di tutto per sopprimerne i dettagli o che siano resi pubblici. Il rapporto sostiene che la CIA è impegnata in tentativi “senza precedenti” di soffocare fughe di notizie e d’”intimidire” i dipendenti pur di tenere nascosti i segreti di Bengasi, presumibilmente arrivando a cambiare i nomi degli agenti della CIA e “disperdendoli” nel Paese. Si sospetta che ciò abbia un unico e definito scopo, nascondere la colpevolezza della CIA nel fornire armi a noti estremisti in Libia e Siria. Inoltre, l’articolo della CNN allude alla fornitura di “missili terra-aria” della CIA da Bengasi ai ribelli in Siria, ma questo potrebbe essere solo la punta dell’iceberg. L’articolo prosegue affermando: “Fonti della CNN ora dicono che decine di persone che lavorano per la CIA fossero presenti quella notte, e che l’agenzia fa di tutto per assicurarsi che qualsiasi cosa stesse facendo, rimanga un segreto. La CNN ha appreso che la CIA era coinvolta in quello che una fonte definisce un tentativo senza precedenti di far sì che i segreti di Bengasi dell’agenzia di spionaggio non siano mai resi pubblici. Da gennaio, alcuni agenti della CIA, coinvolti in missioni dell’agenzia in Libia, sono sottoposti a frequenti esami al poligrafo, anche mensili, secondo una fonte con profonda conoscenza del funzionamento dell’agenzia. L’obiettivo dell’esame, secondo le fonti, è scoprire se qualcuno ne parla ai media o al Congresso. Ciò viene descritto come pura intimidazione, con la minaccia che ogni fuga di notizie non autorizzata di un dipendente della CIA ne comporterebbe la fine della carriera. Speculazioni a Capitol Hill comprendono anche la possibilità che le agenzie statunitensi che operavano a Bengasi, stessero segretamente inviando missili terra-aria dalla Libia, attraverso la Turchia, ai ribelli siriani.
Anche se l’Arabia Saudita ha recentemente e gentilmente preso “la carta siriana” dagli Stati Uniti, tramite il principe Bandar, ancora una volta divenuto “principe della Jihad”, è risaputo che dall’inizio della crisi siriana, fosse il Qatar in prima linea nella fornitura di armi e fondi agli elementi politici e militanti della cosiddetta “opposizione”. Questo senza dubbio comprendeva il tacito appoggio degli elementi radicali dominanti nella pletora di brigate in Siria; con Jabhat al-Nusra sempre più evidente beneficiario della generosità del Qatar. All’inizio di quest’anno è stato riferito che la CIA avesse dirette “consultazioni” con la rete dei contrabbandieri di armi della monarchia qatariota, gestita principalmente dal palazzo dell’emiro di Doha. Di conseguenza, sembra certo che sia la CIA che l’intelligence del Qatar fossero coinvolte nella operazione per inviare scorte di armi dai “ribelli” in Libia ai “ribelli” in Siria: entrambi indissolubilmente legati ad al-Qaida e affiliati ai radicali salafiti jihadisti. Un articolo del New York Times del 30 marzo 2011 rivela che la CIA era attiva in Libia “da settimane” nel “raccogliere informazioni per gli attacchi aerei [della NATO] e nel contattare e ‘badare’ i ribelli che combattono “le forze di Gheddafi”. Il New York Times affermava anche che Obama aveva firmato un decreto presidenziale, nelle settimane precedenti, che dava l’autorità alla CIA di armare e finanziare i ribelli. Inoltre, The Independent rivelava nel marzo 2011 che Obama aveva chiesto all’Arabia Saudita di approvvigionare di armi i militanti libici. Obama aveva anche dato la sua benedizione a Qatar ed Emirati Arabi Uniti nell’inviare armi a Bengasi, chiedendogli di fornire armi non fabbricate negli USA per allontanare i sospetti; ciò in violazione della No-Fly Zone e dell’embargo sulle armi che contribuiva a far rispettare, e in totale violazione della Costituzione statunitense e delle leggi internazionali vigenti.
Le attuali autorità libiche hanno fatto pochi sforzi per smentire l’indicazione di suoi legami con grandi spedizioni di armi per la Siria, in partenza dal porto di Bengasi. Come affermato in un rapporto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’ampiezza, il costo e la logistica per organizzare tali invii quasi certamente richiederebbero almeno consapevolezza e assistenza locali, e un deputato libico l’ha ammesso apertamente. Inoltre, in un articolo del Telegraph del novembre 2011, si rivela che il comandante militare libico post-Gheddafi, Abdel Hakim Belhadj, riconosciuto ex leader di un ramo di al-Qaida: il Gruppo combattente islamico libico (LIFG) e figura guida nell’insurrezione islamista contro Gheddafi, aveva visitato in Turchia i membri del “Free Syrian Army” (FSA) dell’opposizione siriana, per discutere l’invio “di denaro e armi” e anche dell’”addestramento delle truppe da parte dei combattenti libici”. In un articolo di Fox News del dicembre 2012, un “International Cargo-Shipper” rivelava candidamente che l’invio di armi dalla Libia alla Siria iniziò “quasi subito dopo la caduta di Muammar Gheddafi” (ottobre 2011) e continuò su base settimanale da più porti, tra cui Misurata e Bengasi. Secondo alcune “fonti”, gli invii avrebbero superato le 600 tonnellate. L’articolo prosegue citando “fonti” anonime di Bengasi sostenere che: “Armi e combattenti erano assolutamente diretti in Siria, e che gli Stati Uniti sapevano assolutamente tutto, anche se la maggior parte delle spedizioni è stata sospesa dopo l’attacco al consolato statunitense.” Inoltre, un ampio rapporto del gruppo di esperti delle Nazioni Unite del Consiglio di sicurezza, dell’aprile 2013, evidenzia anche la diffusa proliferazione indiscriminata di armi in tutta la Libia, che filtrano oltre i confini. La relazione afferma che le armi alimentano i conflitti dalla Siria al Mali e che si diffondono dalla Libia a un “ritmo allarmante”. Qatar ed Emirati Arabi Uniti sono stati individuati, nella relazione delle Nazioni Unite, per le loro palesi violazioni dell’embargo sulle armi durante la “rivolta” contro Gheddafi del 2011; il rapporto ha rivelato che diversi invii di armi del Qatar hanno potuto fluire in Libia con la consapevolezza e la piena acquiescenza della NATO, più o meno nello stesso modo con cui furono autorizzate a fluire in Turchia dal Qatar, con la Siria quale destinazione finale.
Elementi della leadership “militare” libica hanno indubbiamente forti legami con gli ex affiliati di al-Qaida, e sono stati portati al potere grazie alla generosità e alle forze speciali del Qatar, al coordinamento della CIA e alla forza aerea della NATO. Considerando ciò, non è difficile immaginare che gli stessi attori sarebbero disposti almeno a “chiudere un occhio” in ciò che è diventato l’evidente e continuo contrabbando libico di armi in Siria, come dimostrato ancora una volta da un articolo del 18 giugno 2013 della Reuters, dal titolo: “Le avventure di un commerciante di armi libico in Siria”: “Abdul Basit Haroun (ex comandante della “Brigata 17 febbraio”) dice di essere dietro alcune delle più grandi spedizioni di armi dalla Libia alla Siria, che trasporta su voli charter verso i Paesi vicini e che poi contrabbanda oltre il confine… Un reporter della Reuters si è recato in una località segreta di Bengasi per vedere un container di armi in preparazione per l’invio in Siria. Vi si accatastarono scatole di munizioni, lanciarazzi e vari tipi di armamento leggero e medio. Haroun dice che può raccogliere armi da tutto il Paese e organizzarne la consegna ai ribelli siriani per via dei suoi contatti in Libia e all’estero. “Sanno che inviamo armi alla Siria”, ha detto Haroun. “Lo sanno tutti.” Le sue attività con le armi sembrano essere ben note, almeno nella Libia orientale. Alti funzionari dell’esercito e del governo della Libia hanno detto alla Reuters che  appoggiano le forniture di armi all’opposizione siriana, mentre un membro del congresso della Libia ha detto che Haroun svolge un grande lavoro aiutando i ribelli siriani.”
Inoltre, secondo un recente articolo del New York Times del 29 giugno 2013, il Qatar ha inviato  armi ai “ribelli” in Siria dalla Libia, nel momento stesso in cui “intensificava gli sforzi” per spodestare il Colonnello Gheddafi. Di conseguenza, ciò può essere interpretato solo che il Qatar ha iniziato l’invio di armi alla Siria, da Bengasi, prima che Gheddafi venisse ucciso, il che significa prima dell’ottobre 2011. È altamente plausibile che Bengasi sia davvero la ‘base’ del  programma di traffico d’armi della CIA, con l’ulteriore intento di “rendere possibile” inoltrare queste armi in Siria. Mentre il dipartimento di Stato ha confermato di aver stanziato 40 milioni di dollari per l’acquisto e la “collezione” di armi utilizzate durante il conflitto in Libia, compresa una riserva di 20.000 MANPADS “mancanti”, di cui almeno 15.000 ancora dispersi. Una relazione scritta da ex-operatori delle forze speciali statunitensi che hanno prestato servizio in Libia, dal titolo “Bengasi: il rapporto definitivo“, sostiene che il “consolato” e il programma sulle scorte di armi sono stati interamente gestiti da John Brennan, all’apoca Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Obama, e oggi direttore della CIA, al di fuori della solita catena di comando della CIA, con il solo scopo di “inviare le armi accumulate in un altro conflitto, forse la Siria“. Inoltre, si segnala che diverse figure di spicco del governo USA (Clinton, Brennan, Patreaus, e altri) incitavano apertamente tale precisa politica, ciò aggiunge la possibilità che certi elementi del governo o le tante fazioni del complesso militar-industriale possano aver agito al di fuori dello specifico consenso dell’amministrazione Obama, costruendo la logistica per soddisfare tale politica, in futuro. Così, una possibile spiegazione dell’attacco al “consolato”, che ora possiamo supporre essere un deposito di armi gestito dalla CIA, fosse la riluttanza pubblica dell’amministrazione Obama nel fornire MANPADS o altre specifiche armi pesanti ai ribelli che combattono in Siria. Inoltre, gli autori di “Bengasi: il rapporto definitivo“, sostengono che John Brennnan colpisse gli estremisti delle milizie islamiste in Libia attraverso attacchi dei droni ed operazioni speciali, potendo fornire un altro pretesto per l’attacco. Certe fazioni ribelli, i loro sostenitori regionali o i loro affiliati libici possono essersi offesi e deciso di agire contro la CIA, tentando di sequestrare le armi in suo controllo.
L’invio di armi libiche in Siria è molto probabilmente attuato dalle forze speciali del Qatar (e occidentali) e dai loro ascari libici affiliati ad al-Qaida, che controllano Bengasi. A loro volta le spedizioni in Siria sono progressivamente aumentate man mano che gli arsenali di Gheddafi si rendevano disponibili e l’assenza di leggi in Libia s’ampliava. Questi sviluppi potrebbero anche spiegare i combattenti libici che rappresentano una grande percentuale di combattenti stranieri nei ranghi dell’opposizione, con un recente studio che indica che i combattenti libici costituiscono oltre il venti per cento delle vittime straniere. Se il Qatar ha infatti coordinato l’invio di armi dalla Libia alla Siria durante la prime fasi della crisi siriana, nel 2011, e la CIA fungeva anche da “consulente” nelle spedizioni del Qatar e nel loro transito attraverso la Turchia, la semplicistica narrazione ufficiale e la cronologia del conflitto in Siria, che sarebbe dovuto a un’eruzione per la repressione di pacifici manifestanti, trascinando in una vera guerra civile, è ancora una volta messa in dubbio. Scoprendo la catena di eventi che ha portato all’attacco al “consolato” degli Stati Uniti, e la varietà di milizie che gli Stati Uniti e i loro alleati armano in Libia, si potrebbe svelare la vera dimensione del sostegno dell’amministrazione Obama alle forze estremiste fantoccio in Siria. Il che può spiegare i zelanti tentativi dell’amministrazione nel soffocare ogni dibattito o seria discussione sugli eventi riguardanti Bengasi.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2013/08/09/la-cia-trafficante-darmi-tra-qatar-libia-e-siria/

“Primavera Araba, dopo le rivoluzioni la crisi economica”

Non solo i rischi dell’integralismo religioso

26 Aprile 2013 – 06:00

Sono passati più di due anni da quando, il 17 dicembre 2010, il venditore di strada tunisino Mohamed Bouazizi si uccise dandosi fuoco. Dal suo gesto prese il via la Rivoluzione dei Gelsomini e che si diffuse poi all’intero mondo arabo dando il via all’ondata di proteste, rivolte e rivoluzioni comunemente chiamata Primavera Araba.
Da allora, l’assetto politico ed economico del mondo arabo sta subendo profonde trasformazioni e dovrà passare qualche anno prima di capire i risultati profondi della Primavera Araba. Dal punto di vista politico, quattro regimi sono stati rovesciati (Tunisia, Egitto, Yemen, Libia), molti governi sono caduti (Bahrein, Kuwait, Libano, Oman, Giordania), sono scoppiate tre guerre civili (Libia, Bahrein, Siria), due stati hanno modificato la loro costituzione (Marocco, Giordania) e innumerevoli proteste e rivolte hanno scosso e tuttora continuano a interessare tutti i paesi dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente ad eccezione del Qatar e degli Emirati Arabi.

Dal punto di vista economico è possibile identificare le traiettorie percorse dalle economie dai paesi coinvolti e i fattori chiave su cui possono far leva per superare i tradizionali problemi che affliggono la regione. Le economie arabe vengono generalmente classificate in due categorie a seconda della presenza o meno del petrolio nel paese. I paesi che dispongono di giacimenti di idrocarburi, detti “esportatori di petrolio”, sono tipicamente più ricchi e l’andamento delle loro economie è strettamente collegato al prezzo del greggio. Quelli che non ne hanno, sono definiti paesi “importatori di petrolio”. La mappa mostra tale suddivisione della regione tra paesi importatori (oil importer) ed esportatori di petrolio (oil exporter), specifica il numero di abitanti e il livello di PIL pro-capite di ogni paese.

Fmi Primavera ArabaIn giallo chiaro i paesi importatori, in beige i paesi esportatori di petrolio

Le performance economiche dei due gruppi sono state molto diverse negli ultimi anni. I paesi esportatori di petrolio hanno tratto vantaggio dall’aumento dei prezzi del greggio e hanno continuato a crescere a tassi elevati, nonostante il contesto di instabilità politica che ha coinvolto la regione e l’ambiente economico mondiale sfavorevole. Secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), nel 2012 le economie di questi paesi sono cresciute mediamente del 6,5 per cento.

Al contrario, nei paesi importatori di petrolio la crescita stagnante esibita nel 2011 si è protratta nel 2012. I governi sono riusciti a mantenere una certa stabilità macroeconomica, ma al contempo sia i bilanci statali sia le bilance commerciali si sono deteriorate. L’instabilità politica, l’aumento del prezzo del petrolio e dei beni di prima necessità, il crollo del turismo, il deterioramento dei rapporti economici con i partner esteri, soprattutto quelli europei, il tutto unito alla debolezza dell’economia mondiale, ha determinato una crescita media del 2% nel 2012.

Nel Regional Economic Outlook del 2012, il Fondo Monetario Internazionale ha concentrato la sua attenzione su un nuovo sottogruppo di economie della regione: gli Arab Countries in Transition (ACTs). I paesi arabi in transizione sono quelli in cui gli effetti Primavera Araba sono stati più dirompenti e che stanno affrontando un periodo di transizione politica. In questo gruppo sono raggruppati Egitto, Libia, Tunisia e Yemen, i cui regimi sono stati ribaltati, e Giordania, Marocco, in cui sono state introdotte riforme costituzionali. Questi paesi sono quelli che più hanno risentito dell’ondata rivoluzionaria del 2011 e le cui economie stanno attraversando una fase di contrazione ed esibiscono debolezza macroeconomica. L’unica eccezione è rappresentata dalla Libia, come si evince dal grafico che mostra la variazione percentuale del PIL dei ACTs nel periodo 2010-2012 e le proiezioni per il 2013.

Grafico2Crescita del PIL nei ACTs (Percentuale)

Mentre le economie dei paesi importatori di petrolio esibiscono andamenti di crescita stagnanti a causa dalle trasformazioni politiche in atto, il PIL della Libia, dopo una caduta del 60% nel 2011, è cresciuto del 122% nel 2012. La forte ripresa libica è connessa al fatto che l’economia della Libia, in quanto paese esportatore di petrolio, è strettamente connessa alla produzione di idrocarburi che è salita a 1,52 milioni di barili al giorno nel 2012 dopo la caduta a 166.000 nel 2011.

Grafico2Produzione di greggio in Libia, gennaio 2000-giugno 2012 (migliaia di barili al giorno)

 

Per meglio spiegare la reazione di Egitto, Tunisia, Yemen, Giordania e Marocco alle transizioni politiche in atto, il FMI ha comparato gli andamenti delle loro economie a quelli di altri paesi che hanno affrontato trasformazioni politiche di simili intensità. In particolare sono stati identificati 11 precedenti episodi di transizioni dovuti a instabilità politica causati da fenomeni di proteste sociali e avvenuti in paesi a medio e basso reddito.

Grafico3Crescita media dei PIL di Egitto, Tunisia, Yemen, Giordania e Marocco; 5 anni prima e 5 anni dopo lo scoppio delle rivolte (Percentuale)

I risultati dello studio mostrano che, nei precedenti episodi di transizione politica, si è verificata una forte contrazione di produzione e investimenti. In particolare nell’anno di massima instabilità politica, il Pil si contrae mediamente del 4% e rimane stagnante per i due anni successivi, la disoccupazione aumenta tra 1 e 1,5% e gli investimenti crollano del 20 per cento. Un simile andamento si è manifestato anche nei Pil dei paesi arabi in transizione. Infatti nel 2011, il Pil di Egitto, Tunisia e Yemen ha subito una forte contrazione, mentre quello di Giordania e Marocco si è mantenuto più stabile sebbene stagnante. Il FMI prevede che il sentiero di crescita di lungo periodo verrà ripreso solo in 4 o 5 anni.

Grafico4Crescita del PIL in Egitto, Tunisia, Yemen, Giordania e Marocco, 2010-2013 (Percentuale)

Questi paesi mostrano anche segni d’instabilità macroeconomica. In particolare la bilancia fiscale, già in forte crisi prima dello scoppio delle proteste, è ulteriormente peggiorata e lo stesso è accaduto al deficit corrente. Un’altra evidenza emersa da questo studio è che gli episodi d’instabilità politica sono spesso ricorrenti, ossia è molto probabile che “scosse di assestamento” occorrano in seguito allo scoppio di un evento d’instabilità ma questa probabilità diminuisce se l’evento è seguito da riforme economiche e un buon sistema di governance.

Se da un lato le riforme potranno aiutare i paesi ad evitare nuove crisi, dall’altro la crisi che questi paesi stanno affrontando offre una grande occasione per attuare riforme strutturali per correggere quei problemi che da anni affliggono la regione. Due saranno gli obiettivi da perseguire: creare una crescita più inclusiva, necessaria a combattere il problema della disuguaglianza economica e ridurre la disoccupazione strutturale che da anni affligge la regione.

Nonostante i paesi arabi presentino caratteristiche molto diverse, per storie e assetti economici, è possibile identificare alcuni problemi strutturali comuni a tutta la regione. L’alto tasso di disoccupazione e la bassa partecipazione alla forza-lavoro indicano un basso dinamismo di queste economie. La crescita pro-capite è inferiore a tutti gli altri paesi in via di sviluppo. La reattività dell’occupazione alla crescita economica è tra le più basse del mondo. La pressione demografica sta diventando un problema sempre più stringente: secondo le stime del FMI, entro il 2015 dovranno essere creati 81,2 milioni di posti di lavoro per assorbire l’attuale disoccupazione e i nuovi entranti nella forza lavoro; ma date le attuali stime di crescita, si prevede meno della metà di quei posti saranno creati lasciando 42,3 milioni di persone senza lavoro. La percentuale degli occupati nel settore pubblico sul totale degli occupati rimane fra le più alte del mondo.

Le imprese operano in un sistema molto burocratizzato e per aprire un’impresa bisogna affrontare procedure lunghissime ed estremamente costose. La corruzione rimane uno dei problemi più drammaticamente diffusi della regione: secondo il World Bank Enterprise Surveys, più di metà delle imprese operanti nella regione hanno avuto esperienze di tangenti, un valore molto più alto che in ogni altra regione del mondo. L’accesso al credito è uno dei principali ostacoli allo sviluppo economico: nella regione, solo il 10% delle imprese usa le banche per finanziare i propri investimenti. In particolare le piccole e medie imprese sono quelle che più di tutte sono escluse dall’acceso al credito bancario e si devono affidare alle risorse interne all’azienda per i loro piani d’investimenti.

Per correggere questi problemi e stimolare una crescita inclusiva e trainata dal settore privato, le riforme economiche si dovranno focalizzare su tre macro-aree: la riforma del mercato del lavoro e del sistema educativo; riformare le legislazioni d’impresa vigenti in questi paesi rendendole più semplici e trasparenti; migliorare l’accesso al credito per catalizzare l’imprenditorialità locale e stimolare gli investimenti privati.

Preso da: http://www.linkiesta.it/it/article/2013/04/26/primavera-araba-dopo-le-rivoluzioni-la-crisi-economica/14437/#ixzz2VWxoS5A6

Il film su Maometto del 2012 ? Un’operazione dei servizi segreti”

di Aldo Giannuli28 Settembre 2012

Tre copti di origine egiziana dietro il film su Maometto? Non diciamo sciocchezze. Per com’è stata concepita e per la raffinatissima sensibilità psicologica dimostrata, si tratta quasi certamente di un’operazione da Servizi Segreti

 

Aldo Giannuli Riporto anche qui l’intervista che ho rilasciato a Micromega, a cura di Michele Marelli.

Nella misteriosa vicenda che riguarda il film blasfemo sul Profeta Maometto, le cose che non tornano sono parecchie. La sensazione che si sia cercato di provocare una reazione a tutti i costi è forte…
Camilleri definirebbe l’autore di questo film ‘mastro d’opra fina’. Come prodotto artistico è una schifezza irripetibile, ma come operazione di guerra psicologica è assolutamente impeccabile, da manuale direi.

Stando alla versione ufficiale, dietro a questo film ci sarebbero unicamente tre copti di origine egiziana – Nakoula Basseley Nakoula, Nasrallah Abdelmasih e Morris Sadek. Le sembra un’ipotesi credibile?
Non diciamo cazzate. Per com’è stata concepita e per la raffinatissima sensibilità psicologica dimostrata, si tratta quasi certamente di un’operazione da Servizi Segreti. Quei tre cretini dovrebbero innanzitutto spiegare dove hanno trovato i soldi per fare questo film; ma, in ogni caso, se io – insieme a dieci amici – trovassi dei soldi per girare un cortometraggio con l’obiettivo di prendere a pesci in faccia l’Islam, potrei pure metterlo su YouTube ma non è che automaticamente tutti se ne accorgerebbero. Se aspettassi il passaparola, forse in cinque anni… Se una cosa del genere scoppia in modo così repentino, significa che qualcuno, oltre ad averci messo dei soldi, ha organizzato alla perfezione il lancio del film via web proprio allo scopo di ottenere un’eco mediatica come quella che abbiamo visto.

Pare che il film fosse in rete già dallo scorso giugno e che solo con la comparsa – circa due settimane fa – di una versione sottotitolata in arabo si sia giunti allo scoppio, decisamente repentino, di questa crisi. Strano, se si pensa che in Paesi come la Libia e lo Yemen l’alfabetizzazione si attesta intorno al 50%…
Cerchiamo di capire, innanzitutto, chi ci guadagna. Non può non colpire la coincidenza fra questa crisi e l’avvicinarsi della possibile azione militare israeliana contro l’Iran. Diciamo che la ‘minestra’ era preparata da un po’. Se è vero che il film era stato caricato su YouTube già lo scorso giugno, probabilmente questa cosa era ‘in viaggio’ già dalla scorsa primavera, se non addirittura da prima. Qualche tempo tecnico per preparare questa porcheria ci sarà pure voluto…

Tra l’altro pare che questo misterioso produttore, Nakoula, si sia recato in Egitto alla ricerca di fondi. Sarà un caso, ma la presenza dei Servizi Segreti israeliani in Egitto è un fatto assodato…
Si può dire che lì stiano di casa… L’interesse è chiaramente di chi auspica una frattura fra il Mondo islamico e l’Occidente. È per questo che mi viene da pensare più agli israeliani che agli americani. Questi ultimi puntano, semmai, più a una rottura fra l’Iran e il Mondo arabo, giocando – con l’appoggio dell’Arabia Saudita – sul crinale sunniti-sciiti. Qui invece l’operazione ha mirato a spostare la spaccatura sulla contrapposizione Occidente-Islam: l’intento è inequivocabilmente quello di impedire un ponte col mondo islamico. Per quanto possa sembrare paradossale, gli israeliani sono più interessati a un Medio Oriente fondamentalista che non a un Medio Oriente che evolva verso forme di democrazia più o meno simili a quelle occidentali. In un Medio Oriente tendenzialmente filo-occidentale, democratizzato e secolarizzato, infatti, Israele perderebbe gran parte della sua ragione d’essere.

Quando parla di un coinvolgimento israeliano in questa vicenda, a chi si riferisce?
Parlare di Israele in toto sarebbe un errore. Ho in mente alcuni circoli di destra che, per esempio, non vogliono saperne di alcun processo di distensione coi palestinesi e che premono per un’operazione in Iran. Consideriamo poi un altro fatto: la destra israeliana non ama Obama. Non le sembra strano che questa crisi in Nordafrica e in Medio Oriente sia scoppiata a poco più di un mese dalle Presidenziali americane? Di colpo Obama si è trovato tra le mani, oltre a un Ambasciatore ucciso in un modo a dir poco atroce, una situazione delicatissima: se non reagisce trasmette un’immagine di debolezza, ma può forse reagire bombardando a cuor leggero le città di un Paese che lui stesso ha contribuito a liberare da una dittatura?

Eppure, stando ai primi sondaggi, sembra che Romney non abbia guadagnato terreno su Obama in questa fase. Anzi, sembra che ci stia addirittura rimettendo…
Romney ci sta rimettendo perché è un inetto. Però, obiettivamente, lo ‘scherzo’ a Obama non è stato carino…

In questa operazione, secondo lei, quali altri attori potrebbero essere in gioco?
Io non escluderei l’ipotesi di una ‘manina’ americana riconducibile a quei settori legati ai petrolieri. L’idea che abbiano dato una mano o che siano essi stessi i ‘committenti’ non è campata per aria. Non vedo, viceversa, la possibilità di coinvolgimenti di altri Servizi Segreti. Nessun Servizio europeo, in un momento di crisi come questo, si prenderebbe la briga di far scoppiare un simile caos. I cinesi? Che interesse vuole che abbiano… I russi? Quelli hanno già tanti problemi coi ceceni e la creazione del nemico americano è roba da URSS, non da Russia di Putin… Gli iraniani…?

Trova così improbabile l’ipotesi di un coinvolgimento dei Servizi Segreti iraniani? In effetti, questa crisi sembra aver ricompattato l’opinione pubblica musulmana contro il comune nemico americano, indipendentemente dalle divisioni fra sunniti e sciiti…
Sì, è vero. Ma un’operazione simile, a tre settimane da un possibile attacco israeliano in Iran, non avrebbe alcun senso. Il tempismo fa pensare agli israeliani, non agli iraniani.

Ha in mente altre possibili ‘regie’?
Si potrebbe anche pensare a un’operazione dei Fratelli Musulmani egiziani organizzata per mettere in crisi l’Esercito e per mobilitare le masse verso un fondamentalismo religioso lontano da uno sbocco di tipo democratico-occidentale. Ma è un’ipotesi poco probabile…

La ‘pista egiziana’ non la convince?
Non è una pista campata per aria, intendiamoci. Tuttavia, i Servizi Segreti egiziani – i cosiddetti Mukhabarat – sono roba seria e, a quanto ne so io, sono controllati dall’Esercito. Se i Fratelli Musulmani si fossero mossi in questo senso (e dubito che siano così ‘raffinati’), i Mukhabarat l’avrebbero scoperto e, a quel punto, l’obiettivo dell’operazione sarebbe stato chiarissimo. Il piano, le garantisco, non sarebbe andato in porto.

Un gioco di sponda fra alcune frange dei Servizi Segreti americani e l’Intelligence israeliana legata alla destra, dunque?
È sicuramente un’ipotesi molto più convincente.

Quando parla di Servizi Segreti israeliani a chi allude?
È sbagliato pensare necessariamente al Mossad. Esistono altri Servizi, come quello dell’Esercito, decisamente più ‘cattivelli’. A confronto, quelli del Mossad sono i ‘buoni’ (quant’è difficile usare quest’espressione…). È l’Esercito che in questa storia ha un interesse maggiore a mantenere una tensione permanente, in modo da restare un’istituzione intoccabile. Fino a quando permarrà una situazione d’emergenza, infatti, l’Esercito potrà fare ciò che vuole.

Torniamo ai tre copti che avrebbero prodotto il film blasfemo su Maometto. È probabile che siano stati usati e che non abbiano la minima idea di chi siano in realtà le persone per cui stanno lavorando?
Quando dico che il regista di questa operazione è ‘mastro d’opra fina’ penso anche alla scelta della ‘faccia’. Tra tutti i possibili ‘candidati’ chi si è deciso di usare per un’operazione di questo tipo? Tre copti. Così magari ci scappa pure un bel massacro dei cristiani in Egitto. Ulteriore motivo per poter dire: «Guardate i musulmani che carogne che sono»… Probabilmente si tratta di tre imbecilli reclutati per l’occasione. Qualcuno avrà detto loro: «Facciamo una cosa contro Maometto» e quelli ci sono cascati in pieno. Se si fosse voluto creare un caos simile in Turchia, a metterci la faccia sarebbero stati sicuramente tre armeni… Sotto questo punto di vista, ripeto, è stata un’operazione perfetta.

Colpisce anche un altro fatto, tralasciato dai più. Si parla di rivolte in tutto il mondo islamico, eppure nella Penisola Arabica – ad eccezione dello Yemen – sembra che non stia succedendo niente. In Arabia Saudita, in Qatar, negli Emirati Arabi Uniti e in Oman nessuno si muove in difesa del Profeta…?
Questo ha colpito anche me. Tuttavia, l’Arabia Saudita è un Paese poco popoloso, molto più controllato anche per ciò che riguarda Internet e colpito solo in misura ridottissima dalla Primavera Araba, mentre Qatar ed Emirati sono Paesi ad alto reddito. In più, non dimentichiamo che in quella zona ci sono le basi americane… Diciamo che le condizioni e gli interessi per tenere sotto controllo la cosa ci sono. È la dimostrazione di un fatto: se non si crea un ‘ponte’, la notizia non passa. A colpirmi è anche un altro fatto: a muoversi maggiormente sono stati, guarda caso, i Paesi colpiti dalla Primavera. L’impressione è che si tratti proprio di un’operazione mirata…

Fonte:http://www.cadoinpiedi.it/2012/09/28/il_film_su_maometto_unoperazione_dei_servizi_segreti.html

CHI SONO I VERI MERCENARI IN LIBIA

set 24, 2011

CHI SONO I VERI MERCENARI IN LIBIA

Almeno 40 incursori delle SAS inglesi e altrettanti legionari francesi. Più un centinaio di istruttori egiziani, una ventina forniti dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti, una dozzina di bulgari e, dulcis in fundo, una decina di italiani. In tutto 300 uomini, forse di più. Sono questi i numeri reali, stimati al ribasso, delle forze speciali “alleate” che stanno aiutando i ribelli libici ed hanno già avuto un ruolo determinante nella conquista di Misurata, Zintan, Zawiya, e Tripoli. A rivelarli è un rapporto appena uscito del Royal United Services Institute (RUSI) di Londra, che conferma le indiscrezioni già uscite sulla stampa internazionale ma aggiunge, oltre ad una analisi militare assai accurata, tutta una serie di dettagli nuovi e per certi versi inquietanti, Da cui  si evince che i veri mercenari presenti in Libia non sono quelli reclutati da Gheddafi – alla prova dei fatti ne hanno ucciso o catturato poche centinaia – bensì quelli messi in campo dalla Nato, in palese contrasto con  la risoluzione 1973 dell’Onu, che autorizzava sì’ l’intervento “umanitario” in Libia ma vietava espressamente l’uso di forze di terra e l’occupazione militare del territorio.
Secondo il RUSI il ruolo delle forze speciali alleate è stato esteso, massiccio e determinante. Innanzitutto nell’addestramento dei ribelli all’uso dei più sofisticati sistemi d’arma, ma anche nel coordinamento delle operazioni sul terreno, nel lavoro di intelligence e infine nell’infiltrazione in zone sotto il controllo dei lealisti. La presa di Tripoli, in particolare, sarebbe stata preparata per quattrolunghi mesi dalle SAS inglesi; e senza questo aiuto, sottolinea il RUSI,  difficilmente si sarebbe realizzata nei tempi brevi e nelle modalità poco cruente con cui è avvenuta.

Dal Rapporto risulta infine che le Sas inglesi erano attive a Bengasi già dal 23 febbraio, il che vuol dire una settimana dopo l’inizio della rivolta e un mese prima che la Nato decidesse ufficialmente di intervenire. Insomma, pare proprio che i ribelli abbiano avuto dei “padrini” assai premurosi, e da subito. Forse ancor prima che diventassero dei ribelli.

Preso da: http://www.amedeoricucci.it/chi-sono-i-veri-mercenari-in-libia/