Social network come arma non convenzionale: il caso della Libia

Con Stefano Mele (Comitato Atlantico Italiano) parliamo dell’uso dei social network a fini bellici
Un fattore interessante, portato in luce da un articolo del “New York Times”, è il ruolo che i social network hanno avuto nel corso di questa violenta battaglia. Nei giorni degli scontri, le pagine dei principali social network, sono state utilizzate dai membri delle diverse fazioni in lotta per lanciare minacce contro gli avversari al fine di galvanizzare i propri sostenitori, diffondere notizie false che esacerbassero gli animi della popolazione civile, comunicare le coordinate di obiettivi militari, individuare personalità da colpire e, infine, vendere ed acquistare armi da guerra. A ben vedere, non si tratta di vere e proprie novità: già nella lunga guerra in Siria o durante la crisi in Ucraina si erano avuti esempi simili di utilizzo dei social network, sia da parte dei Governi, che da parte delle milizie che combattevano dall’una e dall’altra parte.

Dalla diffusione a fini propagandistici di notizie, spesso fabbricate ad arte, all’incitamento all’odio nei confronti del nemico, per galvanizzare i propri soldati ed abbattere il morale degli avversari, l’utilizzo che si fa dei social network in tempo di guerra non è molto differente da quelle che, nel corso di tutto il XX secolo si è fatto di altri mezzi di comunicazione di massa, dai giornali alla radio, dal cinema alla televisione. Una novità abbastanza rilevante, invece, è stata l’effetto ‘trappola’ che i social network hanno rappresentato per molti oppositori: affascinati dalla possibilità di esprimersi aggirando la censura di Stato, molti giovani oppositori si sono incautamente esposti pubblicamente cadendo poi vittime della repressione da parte di quelli che erano stati i loro obiettivi: fin dai primi giorni della Guerra Civile Siriana, gli studenti che, tramite social network, si erano esposti nel sostenere la rivolta contro il Presidente Bashar al-Assad sono stati i primi a cadere sotto i colpi della repressioni.
In Libia, nonostante l’assenza quasi totale di potere centrale, le milizie che controllano larghe aree del Paese hanno iniziato ad utilizzare i social network esattamente allo stesso modo in cui questi vengono utilizzati dai Governi autoritari. La milizia Special Deterrence Force, ad esempio, si ispira ad una visione radicale dell’Islam e svolge un’attività di controllo sui social network, individuando i soggetti che, dal loro punto di vista, diffondono modelli morali negativi ed intervenendo per punirli (in molti casi facendoli sparire).
In un contesto di guerra, dunque, il social network diviene uno strumento di lotta, andando a coprire gli ambiti della propaganda, della guerra psicologica e dello spionaggio, nelle mani di Governi o di gruppi paramilitari particolari: un’arma non convenzionale, uno strumento bellico in piena regola.
Il caso libico ci offre la possibilità di una riflessione sul ruolo dei social network in tempo di guerra, un ruolo che certamente è destinato a divenire sempre più incisivo nei conflitti del futuro.
Per approfondire la questione, abbiamo parlato con l’Avvocato Stefano Mele, Presidente della Commissione Sicurezza Cibernetica del Comitato Atlantico Italiano.

Quale è il ruolo dei social network nell’attuale crisi libica?
Nella crisi libica, così come in qualsiasi altro caso di crisi diplomatica o di conflitto, i social network hanno ormai un ruolo molto rilevante soprattutto per l’acquisizione di informazioni su potenziali soggetti di interesse per il Governo o per i Governi che più o meno apertamente partecipano alla crisi o al conflitto. Infatti, in una società iper-connessa come quella attuale, in cui siamo sempre più portati a condividere informazioni, queste vengono sempre più massicciamente, e soprattutto inconsciamente, immesse all’interno di Internet e possono quindi rappresentare un asset molto rilevante per chi è in cerca di eventuali obiettivi.
Seppure la penetrazione dei social media in Libia è considerevolmente inferiore rispetto ai paesi limitrofi, come ad esempio l’Egitto, a causa del limitato accesso ad Internet da parte della popolazione, la crisi libica non rappresenta comunque un’eccezione a questa regola.
Contestualmente, un ulteriore ruolo dei social media può essere quello di fare da collettore ‘dal basso’ di segnalazioni e di informazioni utili per la popolazione. Proprio in Libia, ad esempio, i cittadini hanno creato gruppi su Facebook per scambiarsi informazioni su come e dove trovare stazioni di rifornimento, banche e medicine. In altri casi, vengono pubblicati post che informano la comunità su eventi pericolosi in atto e sulle aree in cui è opportuno avere maggiore cautela. Informazioni, queste, che spesso vengono aggiornate anche in tempo reale.
Quanto influisce il traffico illegale di armi ed esseri umani tramite social network sulla capacità dei gruppi armati libici di finanziarsi?
Il vero traffico di armi o peggio ancora di esseri umani difficilmente viaggia così apertamente attraverso i social network principali. Le pagine che proprio durante il conflitto libico sono state finora individuate, ammesso che fossero reali e non una semplice ‘esca’, sono state prontamente chiuse e oscurate da parte del gestore del social network. Maggiore attenzione, invece, deve essere posta sulle darknet. Semplificando, si tratta di reti virtuali private raggiungibili solo attraverso specifici software e reti, che permettono agli utenti di trasferire dati attraverso Internet in modo anonimo. Al loro interno si può trovare di tutto, dal lecito all’illecito, ivi comprese quindi droghe, armi, documenti falsi e ogni genere di attività criminale.
Quanto influisce la quasi totale assenza dello Stato sul potere che i gruppi armati possono ottenere tramite i social network?
In questo momento, i social network vengono utilizzati più come strumento di propaganda e di manipolazione delle informazioni che come strumento di potere, soprattutto in uno Stato come la Libia, che sicuramente non brilla per capacità tecnologiche e di penetrazione di Internet. Se guardiamo al contesto generale, invece, tutti gli Stati, soprattutto quelli meno democratici, hanno sviluppato delle capacità tecnologiche di sorveglianza del loro spazio Internet e quindi dei loro cittadini.
Quali sono le similitudini e quali le differenze tra l’utilizzo dei social network nel contesto libico e quello nei contesti, ad esempio, siriano ed ucraino?
Fondamentalmente non ci sono grandi differenze sul metodo, ma solo sulla capacità di utilizzarli e sull’efficacia. Se analizziamo i social network come uno strumento utile per un Governo all’interno di un conflitto, possiamo sicuramente collocarli nelle attività di information warfare, cioè di guerra dell’informazione. All’interno di questa macro-area, infatti, possiamo guardare ai social network come ad uno dei principali strumenti per svolgere oggigiorno attività di influenza, ingerenza, disinformazione e intossicazione informativa. Attività, queste, da sempre svolte all’interno conflitti: le tecnologie e la rete Internet le hanno solo amplificate e in alcuni casi facilitate.
Per quanto riguarda i dissidenti, così come i guerriglieri, i gruppi terroristici e così via, l’utilizzo dei social network riguarda soprattutto le attività di propria propaganda e di contro-propaganda nei confronti del ‘nemico’, di reclutamento, di scambio informativo, così come di pianificazione, preparazione e coordinamento operativo. In ogni caso, occorre precisare che l’utilizzo dipende molto dalle specificità del social network o dalle tecnologie utilizzate: alcuni, come ad esempio Facebook e Twitter, si prestano molto di più ad ospitare attività di propaganda e contro-propaganda; altri strumenti tecnologici, percepiti dagli utilizzatori come più sicuri e che si prestano maggiormente alle comunicazioni più riservate, vengono utilizzati per scambiare informazioni, documenti e per il coordinamento operativo.
Parlando più in generale, è possibile ritenere che oggi i social network adempiano ad una funzione di propaganda che un tempo era affidata a giornali, radio, cinema e televisione?
Non c’è dubbio. Ogni Governo, in qualsiasi parte del mondo, sia in tempo di pace che di guerra, li utilizza quantomeno per finalità di propaganda. Non sono ovviamente l’unico strumento, ovvero giornali, radio, cinema e televisione mantengono sempre la loro efficacia, ma indubbiamente i social network rappresentano sempre di più lo strumento più efficace e discreto. Quindi quello più utilizzato.
Quanto possono influire i social network sulla capacità di gruppi armati di esacerbare gli spiriti di alcuni gruppi sociali contro un nemico e, conseguentemente, di reclutare forze per le proprie battaglie?
I social network hanno un’influenza elevata: non sono decisivi, perché poi i conflitti si combattono sul territorio, però è chiaro che un’operazione di influenza e di propaganda può portare o ad esacerbare gli animi e quindi a spingere la popolazione ad agire, oppure a disinnescare eventuali tensioni sfruttando le bolle informative all’interno delle quali tutti noi viviamo.
Sul piano internazionale, quale è il ruolo dei social network? Trovare consenso? Confondere le idee agli osservatori?
Attraverso i social network si tenta di controllare l’informazione sul territorio attivamente, facendo ad esempio propaganda, oppure passivamente, cercando di comprendere ed intercettare il sentimento della popolazione. Oltre a ciò, ovviamente, si può tentare anche di sensibilizzare e sollecitare gli altri Governi a supportare le proprie attività o a contrastare le azioni di altri che si ritengono lesive.
Preso da: http://www.lindro.it/socal-network-come-arma-non-convenzionale-il-caso-della-libia/

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Come una cellula segreta di Facebook manipola l’opinione pubblica

Cos’hanno in comune AfD (Alternativa per la Germania), Rodrigo Duterte, Mauricio Macri, Narendra Modi, Barack Obama, Partito nazionale scozzese e Donald Trump? Tutti hanno basato la loro campagna elettorale sui buoni consigli di Mark Zuckerberg. Basandosi sul caso delle elezioni in India, Shelley Kasli rivela come Facebook manipola i processi democratici.

| Bangalore (India)
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Un recente articolo di Bloomberg ha rivelato come una cellula segreta di Facebook abbia permesso la creazione di un esercito di troll [1] a favore di molti governi nel mondo, compresa l’India, sotto forma di propaganda digitale finalizzata a manipolare le elezioni [2].

Sotto i riflettori, seguendo il ruolo che la sua compagnia Facebook ha svolto come piattaforma di propaganda politica, il suo co-fondatore Mark Zuckerberg ha risposto dichiarando che la sua missione è al di sopra delle divisioni partigiane.
Ma in realtà, Facebook non è solo uno spettatore politico. Quello che non dice è che la sua compagnia collabora attivamente con partiti e leader, anche chi usa la piattaforma per sedare l’opposizione, a volte con l’aiuto di molti troll che diffondono menzogne ed ideologie estremiste [3].

Questa iniziativa è guidata da Washington da un team molto discreto di Facebook, specializzato in questioni di politica globale, con a capo Katie Harbath, l’ex-stratega digitale del campo repubblicano che lavorò nel 2008 per la campagna presidenziale dell’ex-sindaco di New York Rudy Giuliani, nonché alle elezioni indiane del 2014.
Da quando Facebook ha assunto Harbath per guidare questa cellula segreta, sono passati tre anni, durante i quali la sua squadra ha viaggiato in tutti gli angoli del globo (inclusa l’India). Aiutò i leader politici mettendo a disposizione i potenti strumenti digitali della compagnia sotto forma di vero esercito di troll per scopi propagandistici.
In India e molti altri Paesi, i dipendenti di questa cellula si sono trovati di fatto agenti di campagne elettorali. E una volta eletto il candidato, tocca all’azienda sorvegliare i funzionari o fornire assistenza tecnica nella trasmissione digitale durante gli incontri ufficiali tra i capi di Stato.
Negli Stati Uniti, il personale di questa cellula ha lavorato sul campo durante la campagna di Donald Trump. In India, la compagnia ha promosso la presenza sulla rete del Primo Ministro Narendra Modi, che oggi ha più fan su Facebook di qualsiasi altro leader politico mondiale.
Durante gli incontri della campagna, i membri della squadra di Katie Harbath sono affiancati dai direttori delle vendite del settore pubblicitario di Facebook, il cui ruolo è aiutare l’azienda a trarre profitto dal particolare interesse dato alle elezioni dalle masse. Formano politici e leader per creare una pagina Facebook per la loro campagna che autenticano con una tacca blu, per utilizzare al meglio i video per ottenere attenzione, oltre che scegliere gli slogan pubblicitari. Una volta che questi candidati vengono eletti, la loro collaborazione con Facebook consente alla società di estendere significativamente l’influenza politica, con la possibilità di aggirare le leggi.
Il problema s’è esacerbato quando Facebook si pose a pilastro della democrazia in modo anti-democratico. La Freedom House, pseudo-ONG statunitense che si batte per la democrazia nel mondo [4], riferiva lo scorso novembre che sempre più Stati “manipolano i social network per indebolire le fondamenta della democrazia” [5]. Ciò si traduce in campagne diffamatorie, molestie o propaganda sostenute occultamente dai governi, per imporre la loro versione dei fatti, ridurre al silenzio il dissenso e rafforzare il potere.
Nel 2007, Facebook aprì il suo primo ufficio a Washington. Le elezioni presidenziali che si svolsero l’anno successivo videro l’avvento del primo “presidente di Facebook” nella persona di Barack Obama, che con l’aiuto della piattaforma poté raggiungere milioni di elettori nelle settimane prima le elezioni. Il numero di utenti di Facebook è esploso in concomitanza con le insurrezioni della “primavera araba” in Medio Oriente nel 2010-2011, evidenziando l’enorme influenza della piattaforma sulla democrazia.
Durante il periodo in cui Facebook scelse Katie Harbath, ex-sostenitrice di Giuliani, per guidare la sua unità politica, le elezioni divennero un tema scottante sui social media. Facebook gradualmente iniziò ad essere coinvolto nei problemi elettorali in tutto il mondo.
Facebook raggiunse alcuni dei partiti politici più controversi del mondo ignorando il principio di trasparenza. Dal 2011, la società chiede alla Commissione elettorale federale degli Stati Uniti una deroga alla legge che richiede trasparenza riguardo la promozione di un partito politico, che avrebbe potuto aiutarla ad evitare l’attuale crisi relativa alle spese pubblicitarie russe, prima delle elezioni del 2016.
Le relazioni tra l’azienda e i governi sono complicate. Facebook è stata accusata dall’Unione Europea di permettere all’islamismo radicale di prosperare sulla sua rete. La società ha appena pubblicato il suo rapporto sulla trasparenza spiegando che fornirà ai governi solo i dati sui propri utenti se la richiesta è legalmente giustificata; altrimenti non esiterà a ricorrere ai tribunali [6].

Eserciti di troll in India

Il mercato indiano è probabilmente il più vivace oggi per Facebook, superando quello degli Stati Uniti. Il numero di utenti aumenta due volte più velocemente; senza prendere in considerazione i 200 milioni di indiani che utilizzano il servizio di messaggistica WhatsApp, più che in qualsiasi altra parte del mondo.
Alle elezioni indiane del 2014, Facebook aveva già lavorato per diversi mesi su varie campagne. Modi trasse grande beneficio dal supporto di Facebook e WhatsApp nel reclutare volontari che, a loro volta, diffusero il messaggio sui social network. Dalla sua elezione, gli iscritti sono arrivati a 43 milioni; il doppio di quelli di Trump.
Nelle settimane successive all’elezione di Modi, Zuckerberg e la sua chief operating officer Sheryl Sandberg si trasferirono in India per sviluppare un progetto controverso per un servizio internet gratuito che, provocando feroci proteste, infine fu abbandonato. Katie Harbath e il suo team vennero pure in India per condurre sessioni di formazione con oltre 6000 funzionari pubblici.
Mentre Modi vedeva la propria influenza crescere nei social media, i suoi seguaci lanciarono su Facebook e WhatsApp una campagna di molestie contro i rivali politici. L’India diventava un focolaio di disinformazione, compresa la diffusione di una burla che portò a disordini che causarono la morte di diverse persone. Il Paese è diventato anche un luogo estremamente pericoloso per partiti e giornalisti dell’opposizione.
Tuttavia, non solo Modi o l’Indian People’s Party (BJP) furono indotti a utilizzare i servizi offerti da Facebook. La società afferma di fornire gli stessi strumenti e servizi a tutti i candidati, indipendentemente dal loro orientamento politico, nonché a gruppi più discreti della società civile.
Ciò che è interessante è che Mark Zukerberg stesso vuole diventare presidente degli Stati Uniti e ha già assegnato i servizi a David Plouffe (consigliere della campagna di Barack Obama nel 2008) e a Ken Mehlman (consigliere della campagna di George Bush Jr nel 2004). Attualmente lavora con Amy Dudley (ex-consigliere del senatore Tim Kaine), Ben LaBolt (ex-addetto stampa di Barack Obama) e Joel Benenson (ex-consigliere della campagna di Hillary Clinton nel 2016). [7]

La manipolazione delle emozioni da parte di Facebook

Uno studio pubblicato nel 2014 dal titolo: La dimostrazione sperimentale di un fenomeno di contagio emotivo su larga scala attraverso i social network [8] studia il rapporto tra i messaggi positivi e negativi visti da 689000 utenti di Facebook. Questo esperimento, che ebbe luogo tra l’11 e il 18 gennaio 2012, tentò d’identificare gli effetti del contagio emotivo modificando il peso emotivo delle informazioni diffuse agli utenti target. I ricercatori concludono che per la prima volta hanno “dimostrato che le emozioni possono diffondersi attraverso una rete di computer, (anche se) gli effetti di queste manipolazioni rimangono limitati”.
Questo studio fu criticato per le basi etiche e metodologiche. Nell’accesa polemica, Adam Kramer, uno dei principali istigatori di questa ricerca e membro del team dei dati di Facebook, difese lo studio in una dichiarazione della compagnia [9]. Qualche giorno dopo, Sheryl Sandberg, direttrice operativa di Facebook, fece una dichiarazione [10] durante il suo viaggio in India. Durante un evento organizzato dalla Camera di commercio di Nuova Delhi, dichiarò: “Questo studio è stato condotto nell’ambito delle ricerche effettuate dall’azienda per testare diversi prodotti, né più né meno. La comunicazione su questo argomento è stata pessima e ce ne scusiamo. Non volevamo annoiarvi”.
Quindi, per quale nuovo prodotto rivoluzionario Facebook ha condotto esperimenti psicologici per manipolare emotivamente i suoi utenti? Questi prodotti rivoluzionari sono eserciti di troll digitali che per scopi propagandistici diffondono informazioni false come una scia di polvere per aiutare i propri clienti durante le elezioni.
Poco dopo, il 3 luglio 2014, USA Today riportava che il gruppo EPIC, che promuove campagne per la privacy dei cittadini, presentava una denuncia ufficiale alla Federal Trade Commission affermando che Facebook ha infranto la legge conducendo la ricerca sulle emozioni dei suoi utenti senza il loro consenso, o neanche informarli [11]. Nella sua denuncia, EPIC afferma che Facebook ha ingannato i suoi utenti conducendo segretamente un esperimento psicologico sulle loro emozioni: “Al momento dell’esperimento, Facebook non dichiarò nella sua politica di utilizzo dei dati che le informazioni sugli utenti venivano utilizzate a scopi sperimentali. Facebook omise anche d’informare i suoi utenti che queste informazioni sarebbero state comunicate ai ricercatori”. La maggior parte delle cavie di questi esperimenti di manipolazione emotiva erano indiane [12].
Molti di noi non prestano veramente attenzione a ciò che viene pubblicato sui social network e la maggior parte di ciò che vediamo è piuttosto innocua. Almeno, questo è l’aspetto che ha a prima vista. La verità è che ciò che pubblichiamo in rete ha un impatto spaventoso. Secondo una recente ricerca condotta congiuntamente dal Pacific Northwest National Laboratory e dall’Università di Washington, i contenuti pubblicati sui social media potrebbero essere utilizzati dai software per predire manifestazioni future, forse anche il prossimo primo ministro indiano.
In un documento recentemente pubblicato da ArXiv, team di ricercatori, ha scoperto che i social network possono essere utilizzati per “identificare e prevedere eventi nel mondo reale” [13]. L’analisi di Twitter può prevedere con precisione i disordini sociali, ad esempio, quando persone usano determinati hashtag per discutere determinati problemi prima che la loro rabbia si diffonda nel mondo reale.
L’esempio più noto di questo fenomeno è avvenuto durante la primavera araba, quando evidenti segni di proteste ed insurrezioni imminenti furono avvistati in rete nei giorni precedenti le manifestazioni di piazza.
È vero anche il contrario, nel senso che la rabbia può anche essere generata dai social network e una volta raggiunto un livello ottimale può essere riversata su eventi della vita reale, come si può vedere da almeno due anni in India con casi di linciaggio di gruppo e altro.

Come funziona l’industria della disinformazione in India

In India è emersa un’enorme industria della disinformazione, che esercita un’influenza molto maggiore del tradizionale discorso politico e potenzialmente potrebbe diventare un problema di sicurezza similmente alla primavera araba se non viene padroneggiata. Nel momento in cui il linciaggio del dibattito infuria in India, è importante capire che tali incidenti non avrebbero avuto un impatto così veloce se i giovani non avessero avuto accesso a Facebook, Twitter, Youtube e altri social network. Ciò permette a tale industria della disinformazione di gestire e condividere video e informazioni falsi. Il fenomeno del linciaggio è apparso da alcuni anni come diretta conseguenza di questa industria della propaganda che si diffonde dai social network al mondo reale.
Ciò ha una dimensione completamente nuova ora che è stato rivelato che Facebook e WhatsApp hanno complottato con l’establishment creando “un esercito di troll” ai fini della propaganda digitale, scatenando le violenze in India. È un tipico caso di terrorismo. Quest’ultimo è definito come “l’uso sistematico del terrore o della violenza da parte di un individuo o di un gruppo per fini politici”. In questo caso, tale terrorismo è perpetrato da una compagnia straniera (Facebook) sul suolo indiano attraverso una guerra digitale di (dis)informazione. Cosa aspettiamo per reagire?
Una campagna di disinformazione fu condotta durante le elezioni presidenziali statunitensi. Era parte integrante della campagna ufficiale stessa in collaborazione con aziende leader. Questo stesso metodo fu utilizzato anche per guidare il dibattito sulla Brexit. Mentre parliamo, questa vasta impresa di disinformazione dipana i suoi tentacoli in India. Molti famosi atleti, celebrità, economisti, politici sono già stati vittime della diffusione di contenuti fuorvianti. Questa è una tendenza pericolosa che va attentamente monitorata dai nostri servizi d’intelligence per impedire futuri disastri.
Ecco come funziona. Molti siti e portali web legittimi e dai vari finanziamenti ricevono pubblicità fluttuanti. Il contenuto specifico è creato per diverse categorie di persone in base a loro regioni, ideologia, età, religione… mescolati con una grande quantità di contenuti erotici che offuscano il vero obiettivo. Tale contenuto fallace viene quindi iniettato nel social network e gruppi specifici vengono presi di mira attraverso strumenti analitici sviluppati da aziende leader. Man mano che questa falsa informazione si diffonde, acquisisce lentamente slancio e finisce per essere ripresa da una personalità: celebrità, politico e talvolta persino giornalista. Quello che succede dopo è pura pazzia.
Sia per scelta che per ignoranza, i media mainstream iniziano a diffondere questo tessuto di bugie, dedicando tutte le loro recensioni sulla stampa a tale falsa informazione: chi ha detto cosa e perché e bla bla bla… invece di cercare di verificare l’autenticità di quest’ultima. A causa della natura sensazionale di tali bufale, anche perché diffuse da personalità influenti, questa visione distorta del mondo si diffonderà nel mondo reale, testimoniata dalle vittime del linciaggio. Senza controllo, questo fenomeno di disinformazione potrebbe contaminare tutta l’opinione pubblica. Arriveremo in un momento in cui sarà quasi impossibile distinguere il vero dal falso, il fatto dalla finzione, con l’intera società radicalizzata in diverse fazioni sulla base di menzogne.

Facebook e le elezioni indiane

Al momento delle elezioni indiane del 2014, un articolo titolava: “Può Facebook influenzare l’esito delle elezioni indiane?”. Sotto questo titolo c’era un iceberg, se Facebook può cambiare le nostre emozioni e farci votare, di che altro è capace? [14]
Sorprendentemente, la stessa Commissione elettorale indiana stipulò una partnership con Facebook sulla registrazione degli elettori durante il processo elettorale. [15] Il dott. Nasim Zaidi, capo-commissario della Commissione elettorale (ECI), dichiarò: “Sono lieto di annunciare che la Commissione elettorale indiana avvierà una procedura speciale per arruolare i non votanti, in particolare chi non ho mai votato. Questo rappresenta un passo verso la realizzazione del motto dell’ECI, “Nessun cittadino va abbandonato”. Partita partecipando a questa campagna, Facebook trasmetterà un promemoria in diversi dialetti indiani per ricordare le elezioni a tutti gli utenti di Facebook dell’India. Invito tutti i cittadini elettori a registrarsi e a votare; vale a dire, a riconoscere i propri diritti e assumersi i propri doveri. Sono convinto che Facebook darà una nuova dimensione al censimento della campagna elettorale avviata dalla Commissione ed incoraggerà i futuri elettori a partecipare al processo elettorale e a diventare cittadini responsabili”.
Le 17 maggiori agenzie d’intelligence statunitensi hanno serie riserve sull’impatto di questo fenomeno di disinformazione sul processo elettorale e sulla società. Secondo un centro di ricerca di statistica, la maggioranza degli statunitensi (uno spettacolare 88%) pensa che la diffusione di notizie false sia dannosa per la percezione della realtà quotidiana [16]. E noi in India andiamo verso uno scenario ancora più catastrofico. Perché? Perché a differenza dell’India, il governo e la comunità dei servizi segreti degli Stati Uniti hanno denunciato pubblicamente il problema e lavorato a una soluzione alla minaccia. L’India può fare lo stesso con Facebook che ha il naso negli affari interni del Paese?
Organizziamo ogni sorta di commissioni, audizioni senatorie siano programmate per aggiornare questo caso e vengano create nuove cellule per contrastare efficacemente questa minaccia alla società. Mentre è in corso un’indagine sul ruolo di Facebook nelle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, poca attenzione è dedicata al modo in cui la cellula segreta di Facebook ha influenzato le elezioni indiane. Alla luce di queste rivelazioni, va condotta un’indagine rigorosa sull’impatto di Facebook sulle elezioni indiane. È ovvio che per fare ciò, il governo deve prima riconoscere l’esistenza di questa industria della disinformazione per agirvi contro.
In compagnia di Facebook, American Microchip Inc. e la giapponese Renesas incaricate di hackerare il codice segreto EVM (database degli utenti), dovrebbero essere indagate per interferenza nelle elezioni indiane con tutti coloro che vi hanno cospirato. Sarebbe un grave errore prendere questa minaccia, legata all’intrusione di compagnie straniere nel processo elettorale indiano, alla leggera [17].

Traduzione
Alessandro Lattanzio
(Sito Aurora)
[1] Nel gergo di Internet, un troll designa chi mira a generare polemiche. Può essere un messaggio (per esempio su un forum), un dibattito conflittuale nell’insieme o la persona all’origine.
[2] “How Facebook’s Political Unit Enables the Dark Art of Digital Propaganda”, Lauren Etter, Vernon Silver & Sarah Frier, Bloomberg, December 21, 2017.
[3] “India’s Fake News Industry & Mob Lynchings”, Great Game India News, July 6, 2017.
[4] « Freedom House : quand la liberté n’est qu’un slogan », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 7 septembre 2004.
[5] “Freedom on the Net 2017. Manipulating Social Media to Undermine Democracy”, Freedom House, November 14, 2017.
[6] “Facebook Transparency Report 2017”, Facebook, January 2017.
[7] “Mark Zuckerberg possibile futuro presidente degli Stati Uniti”, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 4 agosto 2017.
[8] “Experimental evidence of massive-scale emotional contagion through social networks”, Adam D. I. Kramer, Jamie E. Guillory & Jeffrey T. Hancock, Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America (PNSA), Vol 111, #24, July 17, 2014.
[9] “The Author of a Controversial Facebook Study Says He’s ‘Sorry’”, Stephanie Burnett, Time, June 30, 2014.
[10] “Facebook still won’t say ’sorry’ for mind games experiment”, David Goldman, CNN, July 2, 2014.
[11] “Privacy watchdog files complaint over Facebook study”, Jessica Guynn, USA Today, July 3, 2014.
[12] “Facebook apologises for psychological experiments on users”, Samuel Gibbs, The Guardian, July 2, 2014.
[13] “Using Social Media To Predict the Future: A Systematic Literature Review”, Lawrence Phillips, Chase Dowling, Kyle Shaffer, Nathan Hodas & Svitlana Volkova, ArXiv, June 19, 2017.
[14] “If Facebook can tweak our emotions and make us vote, what else can it do?”, Charles Arthur, The Guardian, June 30, 2014.
[15] “Election Commission of India partners with Facebook to launch first nationwide voter registration reminder”, Facebook, June 28, 2017.
[16] “Many Americans Believe Fake News Is Sowing Confusion”, Michael Barthel, Amy Mitchell & Jesse Holcomb, Pew Research Center, December 15, 2016.
[17] “Are Indian Elections Hacked By Foreign Companies?”, Shelley Kasli, Great Game India News, December 17, 2017.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article199351.html

Le fake news come arma al servizio del potere

5 gennaio 2017

da Zenit
L’anno nuovo sembra essersi aperto con una sindrome che sta contagiando diversi ambienti, quella delle cosiddette “fake news”, le notizie false.

Il leader del M5S, Beppe Grillo, invoca la necessità di formare improbabili giurie popolari con il compito di controllare la veridicità delle notizie diffuse da stampa e tv. Facebook ha elaborato un software che avrebbe la capacità di segnalare agli utenti le notizie ritenute inattendibili. C’è poi chi, come il presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, propone un’agenzia statale di vigilanza.
Quest’ultima idea ha suscitato diverse critiche. Molti la paragonano a quegli uffici statali, tipici dei totalitarismi, che hanno il compito di controllare ogni pubblicazione e sequestrare quelle potenzialmente pericolose o esplicitamente ostili al potere. Altri ancora, più in vena letteraria, agitano l’accostamento con il ministero della Verità del libro 1984, di George Orwell.
Tra questi c’è Vladimiro Giacchè, economista e filosofo, presidente del Centro Europa Ricerche, autore de La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea (nuova ed. aggiornata 2016). ZENIT lo ha intervistato.

***
Cosa non la convince della proposta di Pitruzzella?

Mi sembra una proposta sbagliata e pericolosa. Sbagliata per molti motivi. Perché oggi le fake news non passano soltanto attraverso la rete ma anche attraverso i media tradizionali. Perché la menzogna veramente pericolosa non è il singolo enunciato falso, ma la falsa cornice interpretativa generale che viene offerta per certi fatti. E perché spesso la menzogna non si presenta come tale: pensiamo alle mezze verità (per cui ti parlo degli atti di violenza dell’aggredito, ma non ti dico che si sta difendendo da un aggressore), a quello che non ci viene detto (pochi giorni fa un rapporto sulla povertà in Germania è stato depurato dal governo di alcune frasi “spiacevoli”), agli eufemismi che consentono di rendere la verità meno brutta (“uso della forza” per parlare della guerra, “interrogatori rafforzati” al posto di “tortura”, e così via). Ma è anche una proposta pericolosa, perché adombra una sorta di controllo governativo o paragovernativo sulla rete, che può facilmente tradursi nella chiusura di siti non graditi a chi è al potere.
Qualcuno sta coniando un nuovo termine per indicare la nostra epoca: post-verità. Di orwelliano c’è anche la neo-lingua? Quanto è importante il potere delle parole?

Le parole sono importantissime. Harold Pinter diceva che “il linguaggio viene adoperato per tenere a distanza il pensiero”. Questo avviene tutti i giorni, e proprio attraverso i termini chiave del nostro lessico politico. Basti pensare alla metamorfosi che hanno conosciuto parole come democrazia o riforma. Quanti ancora associano al termine democrazia il concetto di “potere del popolo”, che poi dovrebbe essere il suo significato letterale? Angelo Panebianco ha denunciato anni fa che la stessa “democrazia rappresentativa” (concetto comunque già più ristretto di quello di democrazia) “a voler essere realisti, è poco più di un sistema di oligarchie in competizione”. Ancora più clamoroso il caso di una parola come “riforma”. Un tempo le “riforme” indicavano provvedimenti di legge per migliorare la condizione delle persone. Oggi le “riforme” indicano tagli allo Stato sociale e alle pensioni.
Anche complottista è un termine coniato in modo artificiale? Magari per screditare chi la pensa in modo non allineato…

I complottisti ci sono davvero, e ci sono sempre stati. Ma spesso hanno lavorato al servizio del potere: ad esempio i Protocolli dei savi di Sion, un documento falso costruito per dimostrare un presunto complotto degli ebrei, fu opera della polizia segreta zarista. Oggi spesso si usa il termine contro chi mette in dubbio che alcune “verità” del potere siano realmente tali. Anni fa si diede del complottista a chi sosteneva che la famosa fialetta con le armi chimiche di Saddam agitata da Powell all’assemblea dell’Onu fosse una messinscena. All’epoca tutti i principali giornali, anche in Italia, presero per buono quel falso vergognoso. È chiaro che in rete girano molte notizie inventate di sana pianta, ma in genere si attirano il discredito che meritano. E comunque la pericolosità delle sciocchezze sulle scie chimiche è ben diversa da quella delle menzogne sulle armi di distruzione di massa di Saddam, che sono servite a scatenare una guerra in cui sono morte centinaia di migliaia di persone.

Nel libro “La fabbrica del falso” afferma che “la menzogna è il grande protagonista del discorso pubblico contemporaneo”. Lei ha citato le fialette di antrace agitate da Colin Powell. Qualche altro eclatante esempio?

C’è l’imbarazzo della scelta. Praticamente tutte le più recenti guerre sono state giustificate e vendute all’opinione pubblica attraverso la costruzione di fake news e la loro diffusione attraverso i grandi media. A sostegno della prima guerra in Iraq si disse che i soldati di Saddam aveva staccato la corrente alle incubatrici degli ospedali di Kuwait City, per giustificare la seconda – come abbiamo detto – si tirarono fuori le armi di distruzione di massa, in Libia ci hanno fatto vedere fosse comuni che erano normali cimiteri, per di più fotografati mesi prima. È importante capire che in tutti questi casi la falsa notizia è funzionale a costruire una cornice interpretativa (il dittatore cattivo, pericolo per l’umanità, ecc.): una volta recepita questa interpretazione, le persone collocheranno entro di essa le altre notizie che ricevono, dando meno importanza – o non prendendo in considerazione – quelle che la contraddicono. Ad esempio, nel caso della Siria, i monasteri e le chiese distrutti dai cosiddetti “ribelli” e non dalle truppe governative.
Facebook ha elaborato un software per individuare e segnalare agli utenti le notizie inattendibili. Questo lavoro di vigilanza è affidato alla Poynter Institute, società finanziata dalla fondazione Open Society di George Soros. C’è il rischio che il controllore non sia propriamente super partes…

Sarebbe divertente applicare il software alla notizia che Facebook ha elaborato un software per segnalare le notizie inattendibili: se il software è ben fatto, dovrebbe segnalarla come inattendibile. Scherzi a parte, trovo molto significativo che fondazioni nate (a loro dire) per diffondere gli ideali delle “società aperte” contro i “totalitarismi” finiscano poi per farsi promotrici… della chiusura delle società aperte. E per di più facendo uso di algoritmi e altri strumenti automatici. Non mi sembra un passo avanti. Più in generale, credo che lo stato di salute dei paesi del “libero Occidente” sia ben definito dal ruolo conferito a uno speculatore di borsa che, dopo aver tratto profitto per decenni dalla destabilizzazione dei mercati finanziari, ora con i soldi così guadagnati si dedica a destabilizzare regimi che non gli piacciono e a promuovere “rivoluzioni colorate”.
Eppure fino a ieri ci era stato insegnato che la verità non esiste, che è un retaggio oscurantista medievale, che tutte le opinioni sono uguali e relative. Non evince anche Lei una contraddizione?

La contraddizione c’è eccome. Ma entrambi gli atteggiamenti rappresentano una scorciatoia. Quando si è in difficoltà perché non si riesce a confutare le argomentazioni di qualcuno, spesso si gioca la carta del relativismo, mettendo sullo stesso piano tutte le opinioni (la propria, infondata, e quella altrui, più fondata). Ma anche l’accusa di costruire fake news o di credere ad esse è una via di fuga: in questo caso, dal fatto che non si riesce ad imporre il proprio punto di vista, pur avendo dalla propria parte tutti o quasi gli organi di informazione “ufficiali”. Questo apre un problema gigantesco: chi è legittimato a decidere se una notizia è vera o falsa, e a comminare sanzioni su questa base? In realtà, il fatto di ritenere che non esista qualcosa come la Verità assoluta non impedisce di demistificare un enunciato falso. Ma a mio giudizio questo può e deve emergere dal libero confronto delle opinioni. E deve riguardare tutti i media.
Chi può decidere quando una notizia è falsa?

Ciascuno di noi, se è posto in condizione di esercitare il ragionamento e di verificare contenuti e contesto della presunta notizia. Però, per chi non si occupa professionalmente di queste cose, la possibilità di ragionare è resa complicata dalla velocità con cui le notizie si susseguono e la verifica dei contenuti dalla difficoltà di accesso alle fonti. Precisamente a questo dovrebbero servire i professionisti dell’informazione: a renderci disponibili notizie quanto più possibili verificate, basate su fonti attendibili e riferite con onestà. Come sappiamo, purtroppo le cose spesso non vanno così. È per questo che occorre che ciascuno di noi eserciti in prima persona il proprio senso critico. Nella “Fabbrica del falso” parlo di “strategie di resistenza”, che vanno dalle demistificazione del linguaggio usato per dare certe notizie all’utilizzo delle incongruenze presenti nel discorso ufficiale. Meglio adoperare queste strategie che far decidere a un’agenzia statale se una notizia è vera o falsa.

Preso da: http://www.complottisti.com/le-fake-news-arma-al-servizio-del-potere/#

VIDEOCORSO PER SMASCHERARE LE BUFALE DI GUERRA

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Tu dammi le fotografie e io ti darò la guerra” tuonava l’editore William Hearst al suo fotografo Frederick Remington che, nel 1898, non trovava a Cuba nessuna scena che giustificasse una invasione USA.
Da allora molte cose sono cambiate, ovviamente in peggio. E oggi, secondo Sheldon Rampton – già autore di un libro che ha fatto scuola – soltanto negli USA, le organizzazioni governative e gli istituti, organizzazioni e fondazioni ad esse aggregate spenderebbero annualmente più di un miliardo di dollari per promuovere, tramite la Rete, le guerre dell’Impero. Un lavoro condotto, spesso con maestria, da legioni di giornalisti, pubblicitari, esperti in video… e che gli ignari utenti della Rete (un miliardo e mezzo di persone solo Facebook) provvedono a diffondere in ogni dove.

Per cercare di arginare questo fiume di menzogne, pochi attivisti NoWar e qualche giornalista ancora onesto si industriano nell’analizzare e smascherare le “bufale” che – sopratutto dopo la guerra alla Libia del 2011 – ci vengono tutti i giorni propinate. E per far crescere questa fondamentale rete di controinformazione Sibialiria ha realizzato un videocorso che illustra alcuni segreti di bottega per smascherare queste bufale.
Qui sotto le prime due puntate.

La Redazione di Sibialiria

Alcuni link per analizzare bufale segnalate nella seconda puntata
“Aerei siriani lanciano bombe al Cloro”
“I Barili Bomba di Assad”
“Cecchini di Assad si allenano sparando su donne incinte”
“Sarin sganciato da missili siriani a Goutha”
“Panetteria bombardata a Halfaya”
“Fosse comuni di Gheddafi”
“Scuola colpita dal napalm dell’aviazione di Assad”
“Il bambino nell’ambulanza”
“Donne in gabbia vendute come schiave dall’ISIS”

9 settembre 2016
Fonte: sibialiria.org

Originale con 2 video: https://desertoepace.wordpress.com/2016/09/14/videocorso-per-smascherare-le-bufale-di-guerra/

MILITARI USA: COME INFLUENZARE GLI UTENTI DI TWITTER GRAZIE AD UNA RICERCA FINANZIATA DA DARPA

Postato il Giovedì, 28 luglio @ 23:05:00 BST di davide

FONTE: GUARDIAN.COM
Le attività degli utenti di Twitter e altri social media sono state registrate e analizzate come parte di un grande progetto finanziato dai militari USA, all’interno di un programma che copre aspetti simili al controverso esperimento di Facebook sul controllo delle emozioni attraverso la manipolazione del suo feed di news.
La ricerca, finanziata direttamente e indirettamente dal centro di ricerca del Dipartimento di Difesa statunitense , conosciuto come DARPA, ha coinvolto utenti dei più grossi social, inclusi Facebook, Twitter, Pinterest e Kickstarter. Lo studio riguarda le connessioni tra social networks e come i messaggi si diffondono all’interno di essi.

Mentre alcuni degli aspetti della progetto (costato milioni di dollari) possono far sorridere come ad esempio la ricerca ha incluso l’analisi dei tweet di celebrità come Lady Gaga e Justin Bieber, nel tentativo di capire l’influenza che questi hanno su Twitter, altri invece hanno avuto come risultato la creazione di un enorme database di tweet ed altri messaggi di social media.

Alcuni studi sono andati oltre il semplice monitoraggio dei messaggi scambiati: ad ignari partecipanti sono stati presentati messaggi preparati ad-hoc con lo scopo di monitorare le loro risposte.

Prima che scoppiasse la controversia di Facebook, DARPA pubblico’ una lunga lista dei progetti finanziati tramite il programma SMISC (Social Media in Strategic Communication), includendo i collegamenti a tutti i paper e i riassunti delle ricerche.

La lista dei progetti comprendeva tra l’altro uno studio di come gli attivisti di Occupy avevano usato Twitter e altre immagini virali, e una ricerca per capire come azioni del tipo “mi piace”, “retweet” e “seguimi” scaturiscono e si diffondono in piattaforme come Pinterest, Twitter, Kickstarter, Digg e Reddit.

DARPA, creata nel 1958, e’ responsabile per la ricerca tecnologica all’interno della Difesa americana. Tra i suoi successi e’ bene ricordare Arpanet, il precursore dell’odierno Internet, e numerose altre innovazioni, come ad esempio Onion, la tecnologia che permette il collegamento ai server anonimi di Tor. A causa di alcuni progetti di natura più “esoterica”, tipo braccia robot controllate dalla mente, programmi di sorveglianza di intere città e eso-scheletri, l’agenzia e’ diventata il bersaglio di molte teorie complottiste e protagonista di programmi come gli X-Files.

Presentato nel 2011, il programma SMISC era considerato come una scommessa dei militari USA per l’individuazione e creazione a tavolino di campagne di propaganda sui social media.

Sulla webpage dove erano stati pubblicati i link ai paper delle ricerche, DARPA scrive che lo scopo generale del programma SMISC e’ quello di “sviluppare una nuova scienza dei social networks fondata su una base tecnologica emergente. … Attraverso il programma, DARPA cerca di sviluppare strumenti che facilitano il lavoro degli operatori umani per contrastare la disinformazione e la propaganda ingannevole con informazioni veritiere”.

Ad ogni modo, i documenti della NSA (National Security Agency) rivelati da Snowden indicano che gli USA e l’Intelligence inglese hanno lavorato a stretto contatto per pianificare l’utilizzo dei social media a scopo di propaganda e inganno.

Documenti preparati dalla NSA e dall’inglese GCHQ (il corrispettivo del DARPA nel Regno Unito, n.d.t), e precedentemente pubblicati da the Intercept e dalla NBC News hanno rivelato alcuni aspetti di questi programmi. Si menziona un’unita’ impegnata a “screditare” i nemici dell’agenzia con false informazioni diffuse online.

All’inizio di quest’anno, la Associated Press rivelo’ inoltre la creazione da parte dell’USAid della versione cubana di un network simile a Twitter con lo scopo di screditare il governo di Havana. Il network, gestito da societa’ di comodo e finanziato da banche estere, e’ durato per più di due anni e ha attirato decine di migliaia di utenti. Ha cercato in tutti i modi di sottrarsi alle limitazioni all’accesso a internet da parte del governo di Cuba grazie ad una piattaforma molto primitiva.

DARPA ha destinato 8.9 milioni di dollari alla IBM attraverso una serie di ricercatori accademici . Altri 9.6 milioni di dollari sono stati destinati a centri di ricerca quali il Georgia Tech dell’Università’ dell’Indiana.

Facebook, il primo network al mondo, si e’ scusato per lo studio da lui promosso nel 2012, che ha coinvolto test psicologici su quasi 700,000 utenti senza il loro consenso. Il fatto provoco’ una marea di proteste sia dagli utenti che dagli esperti, essendo stato “comunicato in maniera poco chiara” al pubblico.

L’esperimento, i cui risultati sono stati pubblicati nel numero di Marzo del Proceedings of the National Academy od Sciences, si realizzo’ nascondendo una “piccola percentuale” di parole di natura emotiva dai loro feed, senza che lo sapessero, per testare l’effetto che si ha sul loro “status” o “likes”, come reazione.

Sembra comunque che Facebook fosse coinvolta in almeno un altro progetto di ricerca finanziato dai militari, secondo i dati pubblicati da DARPA recentemente.

La ricerca e’ stata portata avanti da Xuanhuai Wang, un ingegnere di Facebook, e Yi Chang, lo scienziato di punta di Yahoo Labs insieme ad altri ricercatori presso l’Università’ del Michigan e California del Sud.

Il progetto, che si occupa di studiare in che modo gli utenti comprendono e consumano le informazioni su twitter, ad un certo punto ha analizzato i tweet e retweet e altre interazioni generate da Lady Gaga (descritta come “la più popolare utente di elite su Twitter) e Justin Bieber (“che e’ estremamente popolare tra i teenagers”).

Altri studi si sono spinti oltre. Uno, in particolare, sullo “Studio delle interazioni sociali su Twitter”, che e’ stato pubblicato dall’Università’ della California del Sud, ha collezionato messaggi di 2400 utenti di twitter che hanno indicato risiedere nel Medio Oriente. Si e’ vista la frequenza di interazione con altri utenti e come questi sono geograficamente diffusi.

E’ possibile trovare molti studi circa la possibilità di automatizzare la capacita’ di determinare quanto bene differenti persone si conoscano attraverso l’analisi della frequenza, del tono e del tipo di interazione dei loro messaggi. Tali ricerche potranno avere applicazioni nell’analisi automatizzata dei metadata degli strumenti di sorveglianza, inclusi i metadata delle telefonate gia’ in possesso del governo americano, come rivelato da Snowden.

Studi che hanno ricevuto finanziamenti militari sono anche quelli della IBM. Uno di loro si intitola “Realizzazione di un modello dell’attitudine dell’utente verso argomenti controversi nei social media”, che ha analizzato le opinioni degli utenti su Twitter sul fracking.

Nel discutere le applicazioni pratiche di questa ricerca, gli autori dichiarano: “Ad esempio, una campagna governativa su Twitter in supporto delle vaccinazioni può essere fatta con il coinvolgimento degli utenti che sono più propensi a questo tipo di azioni (diffondere messaggi di campagne governative) in base alle loro opinioni favorevoli.

“Quando messaggi anti-governativi vengono diffusi sui socia media, il governo può decidere di diffondere contro-messaggi per bilanciare quell’azione e quindi identificare utenti che sono più propensi a diffondere tali contro-messaggi, in base all’analisi delle loro opinioni”.

Un paper dal titolo simile (“Il ruolo dei social media nella discussione di argomenti controversi”) prodotto dall’Università della California del Sud, studia il comportamento degli utenti di Twitter in base ai loro messaggi del 2012 su argomenti come l’aumento delle tasse, organismi geneticamente modificati e la pena di morte.

“I nostri risultati suggeriscono che Twitter viene principalmente utilizzato per diffondere informazioni tra persone con simili opinioni, piuttosto che dibattere problemi”, gli autori scrivono.

In uno studio della Georgia Tech, “Indizi di inganno nella comunicazione all’interno dei social media”, si e’ messo su un esperimento in laboratorio usando un social media sperimentale, FaceFriend, e 61 partecipanti remunerati. Mentre le ricerche passate si erano interessate di “inganno malevole per iscritto” in forme di comunicazione quali email, questo studio ha allargato il campo di interesse ai social media , e i ricercatori hanno concluso: “Le notizie dell’ultima ora e dal mondo -per esempio la Primavera Araba- fanno la parte del leone sui social media, rendendole facilmente suscettibili di tentativi di inganno”.

Molti di questi studi sono andati oltre le semplici osservazioni; al contrario, sono intervenuti direttamente con gli utenti dei social media e ne hanno analizzato le reazioni.

Uno dei tanti studi che si occupa di vedere come le notizie si diffondono sui networks si intitola “Chi ha ri-twittato questo? Metodi di identificazione automatica e interazione con sconosciuti su Twitter allo scopo di diffondere informazioni”

Il ricercatore spiega “Dato che ogni singolo e’ potenzialmente un elemento di influenza all’interno dei social media ed ha la capacita’ di diffondere informazioni, il nostro lavoro ha lo scopo di identificare e interagire con le persone giuste al momento giusto, per aiutarli a propagare informazioni utili quando e’ necessario”.

Nel paper, che include dati raccolti interagendo attivamente con un campione di 3761 utenti di Twitter su argomenti tipo sicurezza pubblica e influenza aviaria, il ricercatore aggiunge: “Al contrario di lavori già pubblicati che spesso usano solo per proprietà dei social network, la nostra ricerca prende in considerazione tratti della personalità che possono influenzare la tendenza di ciascuno a ri-twittare”.

In un comunicato ufficiale, DARPA difende il finanziamento di queste ricerche come parte degli interessi della difesa americana.

“I social media stanno cambiando il modo in cui la gente si informa, condivide idee, e si organizza in gruppi di interesse, alcuni dei quali potrebbero danneggiare gli Stati Uniti”, ha detto il portavoce. “DARPA supporta ricerche accademiche che cercano di capire alcune di queste dinamiche attraverso l’analisi di discussioni pubblicamente disponibili sui social media”.

Il Guardian ha contattato alcuni dei ricercatori coinvolti, domandando lor sul perché’ la difesa USA dovrebbe essere in qualche modo interessata a finanziare ricerche di questo tipo, e sul consenso che e’ stato richiesto alle persone i messaggi dei quali sono stati presi in analisi.

Tra coloro che hanno risposto, Emilio Ferrara, che e’ stato coinvolto nella ricerca il cui paper si intitola “La rivoluzione digitale di Occupy Wall Street”, ha detto: “Secondo la regolamentazione federale sugli esperimenti umani, per studi che non influenzano l’ambiente degli utenti online e per i quali le informazioni sono pubblicamente accessibili (per esempio dal feed di Twitter), non e’ necessario richiedere il consenso. Questo e’ il modello utilizzato per gli studi su Twitter. Inoltre tutti i nostri studi si basano su dati aggregati e non individuali”.

Un suo collega, Dott. Filippo Menczer ha aggiunto: “Nel nostro laboratorio studiamo tutti gli aspetti della diffusione nei social media. Questo lavoro ha applicazioni vaste nel momento in cui cerchiamo di capire i meccanismi fondamentali della comunicazione sociale, ad esempio come idee e immagini/video virali competono per la nostra attenzione, e come esattamente si diffondono in maniera virale”.

Fonte: www.theguardian.com
Link: https://www.theguardian.com/world/2014/jul/08/darpa-social-networks-research-twitter-influence-studies
8.07.2016
Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da COLOSSEUM

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=16720

Social e motori di ricerca scelgono per noi. Occorre tornare a essere carbonari del web

Oramai il tema della censura va reinterpretato. Non esiste più, e da un decennio almeno, il muro invalicabile, composto dal costo delle strutture, per poter pubblicare praticamente ogni cosa e riuscire a raggiungere un numero potenzialmente infinito di persone. Certo, l’estensione del numero delle possibilità e dei media sui quali pubblicare messaggi e contenuti che prima era del tutto impossibile riuscire a diffondere, ad esempio il web, non significa automaticamente che l’efficacia di tale azione sia uguale a quella che tuttora hanno i media mainstrem, televisione sopra ogni cosa.

Il discorso dovrebbe essere chiaro a tutti ed è inutile tornarci sopra a lungo: ancora oggi, a dominare la scena sono la televisione e tutto il carrozzone che in televisione continua a essere rappresentato, dai giornali di massa (che in Tv hanno ospitalità e megafono) a tutta la pletora di opinionisti e comunicatori che alla televisione vengono fatti accedere a discapito di tutti gli altri. Con i criteri ben precisi che conosciamo. Ma è parimenti importante considerare come le nuove strategie dei nodi fondamentali della rete, oggi, e cioè Google e i social network, stiano operando al fine di rendere anche internet molto meno libero di quanto originariamente non fosse e di quanto ancora oggi si abbia percezione che sia.

Siccome la quasi totalità delle ricerche on-line, e dunque dei contenuti che effettivamente vengono proposti come risultati e indicati come luoghi da raggiungere è solo potenzialmente infinita e libera, ma invece mirata e orientata, tutta questa libertà in cui ancora, soprattutto sul web, ancora si crede, è in realtà uno specchietto per le allodole (felici e incoscienti).
Se due persone diverse, da due postazioni differenti, dunque con due Ip di provenienza differenti, fanno la medesima ricerca sul principale motore di ricerca del mondo, ottengono oggi dei risultati molto diversi. E molto uguali, invece, alle proprie personali inclinazioni, che Google stessa, registrando e imparando i temi che cerchiamo più frequentemente, sceglierà per noi di metterci davanti.
È un esperimento che può fare chiunque: basta scambiarsi una telefonata, tra almeno due persone in due luoghi differenti, e decidere di fare una ricerca su Google allo stesso momento con le stesse identiche parole chiave. Il risultato che i due browser restituiranno (purché la ricerca, ribadiamo, avvenga da due Ip differenti) cercando due identiche parole chiave (parola uno+parola due oppure anche con una frase che restituirà un risultato a una ricerca semantica) come si verificherà sarà enormemente differente per i due soggetti che stanno facendo l’esperimento.
Il motivo ufficiale di Google è quello di far emergere per ogni utente la sua ricerca personalizzata per fargli ottenere il più precisamente possibile l’obiettivo. Google, come detto, imparando e registrando, via via che lo utilizziamo, i temi e gli argomenti che ci interessano più frequentemente, si arroga il diritto di consegnarci i risultati che ritiene più opportuni. In pratica, in luogo di tutti i risultati che la rete sarebbe in grado di restituirci, ci indica quelli che – secondo lui – sono più adatti e pertinenti per noi.
Non un motore di ricerca, dunque, ma un vero e proprio tutor personalizzato. Che opera con dei criteri tutti suoi, e senza che noi gli avessimo richiesto di farlo, orientando i risultati che mostra.
Si dovrebbe capire immediatamente l’importanza di tale cambiamento. Perché non solo dichiara chiusa definitivamente la possibilità di accedere effettivamente a qualsiasi contenuto che magari può sul serio interessarci (e che qualcuno, in assoluta libertà, può avere pubblicato) senza che lo siamo andati a cercare in modo preciso, ma dichiara aperta la stagione di un nuovo – e unico – creatore di senso. Come fosse una persona in carne ed ossa (un amico, un libraio di fiducia, un giornalista cui si crede) al quale si chiede una cosa e ci si affida per la risposta. Solo che le motivazioni che spingono Google alle risposte per noi, ovviamente ci rimangono oscure. Oltre al fatto che “il nostro amico Google” proprio amico non è, né gli abbiamo scientemente concesso la fiducia che pure gli accordiamo inconsciamente ogni volta che ci rivolgiamo al suo motore di ricerca.
Insomma è il motore di ricerca che ci guida, che sceglie per noi. Cioè l’azienda che lo produce e lo sviluppa. Con criteri tutti suoi.
Ed è così anche per il social network che mostra nella nostra timeline alcuni risultati e contenuti e altri no, vedi il recente accordo con “le maggiori testate giornalistiche del mondo”, ovviamente considerate tali da lui, e non scientemente da noi.
Nessun complotto, beninteso, tutto alla luce del sole (tanto ormai chi vorrete che capisca la portata di tale cambiamento?). Prendiamo in esame questo titolo di un video di Repubblica di ieri: “Facebook: così vi guidiamo alla scoperta della vostra pagina” (qui il video). A parlare è Adam Mosseri, uno dei responsabili del team di prodotti di Facebook. E se non vi volete digerire il video (e la pubblicità che lo precede) basta comunque analizzare il titolo per capire la conferma di quanto abbiamo appena scritto. Insomma: il social network si arroga il diritto di scegliere e di guidarci alla scoperta della nostra pagina.
In definitiva, pertanto, ciò che viene veicolata come la possibilità di ricerche personalizzate, non è altro che un filtro scelto da altri per mostrarci alcune cose e per occultarcene delle altre. In barba alla libertà del Web…
Prima non si era in grado di poter veicolare tutti i messaggi perché i costi di avviamento di una struttura comunicativa erano enormi. Oggi, che i costi che sono drasticamente ridotti, molto semplicemente è del tutto inutile pubblicare alcuni messaggi, perché in luogo dell’accesso o meno a tali costosi strumenti è stato sostituito il meccanismo di filtro, di muro di ingresso. Con la semplicità di un algoritmo.
A prima vista dunque si potrebbe parlare di un meccanismo di censura 2.0 e il tema dunque sembrerebbe ritornare di pressante attualità. Vero, ma esiste ancora – almeno per ora – una via di uscita. Che ci riporta alla natura analogica che contraddistingue l’uomo a differenza delle “macchine”.
Questa via d’uscita è rappresentata dalla possibilità di concedere fiducia a individui in carne ed ossa, cioè a uomini. O a un gruppo bene definito di uomini e donne che si mettono assieme per costituire un (possibile) punto di riferimento di informazione e comunicazione. È quello che oggi viene definito “news brand”. Affidarsi, per la propria informazione, per raggiungere una tipologia (e una qualità) ben precisa di messaggi e di risposte, a un soggetto che si conosce e al quale si accorda proprio per questo fiducia, è l’unica possibilità di sfuggire alla rete dei nuovi filtri della comunicazione. Ed è guarda caso ciò che i social network e i grandi motori di ricerca hanno preso come obiettivo principale da abbattere. Essi scelgono per noi, scompattano i messaggi di ogni news brand e ci restituiscono ciò che reputano opportuno diluendo, fino a farlo dissolvere, il “marchio” originario di provenienza, cioè, in sostanza, il nome e cognome, e il volto – cioè la sua storia, la sua credibilità – e anche l’indirizzo preciso di chi ha emesso il messaggio. Vogliono che tutto passi da loro, che le persone non vadano più a casa (cioè sul sito) di chi hanno scelto di frequentare, ma utilizzino il mega supermaket dell’infotainment targato Google e Facebook, con prodotti bene selezionati, naturalmente. Da loro per noi.
Loro puntano al Centro Unico di Emissione (e controllo). Tutti noi, per salvarci, dobbiamo tornare a sostenere e a frequentare solo i nostri personali (in quanto scelti personalmente) centri di emissione. Quelli che hanno nome e cognome, per intenderci. Quelli in cui noi crediamo e scegliamo di concedere fiducia.
Esiste ancora – per ora – la possibilità di farlo. Perché un centro di emissione, almeno dalle nostre parti, può ancora essere raggiunto personalmente quando lo si è scelto, puntando direttamente al suo indirizzo (che è la url) digitandolo sul browser. E può ancora essere rilanciato e diffuso nella propria agenda di contatti. In modo analogico, uno a uno, o uno a molti, nella propria personale sfera di influenza. Operazione quasi carbonara, potremmo dire. Ma ancora in grado di sfruttare le possibilità offerte dalla rete, da internet.
È dunque essenziale intanto scegliere e selezionare coloro cui dare fiducia, e quindi, parimenti importante, evitare scientemente il resto.
Quando ciò non dovesse essere più possibile, quando cioè anche da noi renderanno impossibile raggiungere alcuni indirizzi (in Cina, ad esempio, già è così) si dovrà fare un ulteriore passo avanti, tornando ancora di più all’analogico, cioè indietro, e chiudendo il cerchio. A quel punto sarà del tutto inutile avere un computer. E la resistenza, la sopravvivenza, il proprio modo di continuare ad essere alive, dovrà finalmente tornare ancora più umano.

Valerio Lo Monaco

Originale con video: http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2015/10/7/social-e-motori-di-ricerca-scelgono-per-noi-occorre-tornare.html

Perchè non siamo capaci di ribellarci?

15 giugno 2014

Ti sei mai chiesto perché nessuno reagisce difronte all’infame ondata di oppressione e abuso di ogni tipo che stiamo subendo? Non rimani perplesso del fatto che non succede assolutamente nulla, viste le tante rivelazioni di casi di corruzione, ingiustizia, ruberie e prese in giro della legge e della popolazione in genere, alla quale si è rubato letteralmente il presente e il futuro? Ti sei mai chiesto perché non scoppia una rivoluzione di massa e perché tutti sembrano essere addormentati e ipnotizzati?

In questi ultimi anni ogni tipo di informazione resa “pubblica” di politici corrotti, mazzette e quant’altro – che avrebbe dovuto danneggiare la “struttura del Sistema” fino alle sue fondamenta – continua a essere intatta senza neppure un graffio superficiale. Questo rende palese un fatto veramente preoccupante che sta sotto gli occhi di tutti e al quale nessuno presta attenzione.

Il fatto è che CONOSCERE LA VERITA’ – oggi – non importa più a nessuno. Sembra incredibile, ma i fatti lo confermano giorno dopo giorno.

L’informazione non è rilevante.
Rivelare i più oscuri segreti e renderli di dominio pubblico non produce nessun effetto, nessuna risposta da parte della popolazione per quanto i segreti siano terribili e scioccanti.

Per decenni abbiamo creduto che chi lottava per la verità, gli informatori capaci di svelare fatti nascosti o mettere in piazza i panni sporchi potevano cambiare le cose, potevano alterare il divenire della storia.

Siamo cresciuti in realtà, con la convinzione che conoscere la verità era cruciale per creare un mondo migliore e più giusto e di chi lottava per rivelare il nemico più grande dei potenti tiranni.

E forse per un periodo è stato così.

Oggi, però, “l’evoluzione” della società e soprattutto della psicologia di massa ci ha portato a un nuovo stato di cose: uno stato mentale della popolazione che non avrebbe osato immaginare il più alienato dei dittatori. Il sogno di ogni tiranno della faccia della terra: non dover nascondere né occultare niente al suo popolo.

Poter mostrare pubblicamente tutta la sua corruzione, malvagità e prepotenza senza doversi preoccuparsi di alcuna risposta da parte di quelli che opprime. Questa è la realtà del mondo in cui viviamo. E se credete che questa sia un’esagerazione, osservate voi stessi ciò che vi circonda.

Il caso della Spagna è lampante. Un paese immerso in uno stato di putrefazione generalizzato, divorato fino all’osso dai vermi della corruzione in tutti gli ambiti:
•giuridico
•industriale
•sindacale
•politico (soprattutto)
Uno stato di decomposizione che ha ecceduto tutti i limiti immaginabili, fino a infettare con la sua pestilenza tutti i partiti politici in maniera irreparabile.

Eppure, nonostante siano resi pubblici continuamente tutti questi scandali di corruzione politica, gli spagnoli continuano a votare per la maggior parte gli stessi partiti politici, dando tuttalpiù alcuni dei loro voti a partiti più piccoli che non rappresentano in nessun modo una possibilità reale.

Ecco l’allucinante caso della Comunità Valenciana, la regione più rappresentativa del saccheggio vergognoso perpetrato dal Partito Popolare e dove, nonostante tutto, questo partito di autentici fuorilegge e banditi continua a vincere le elezioni con maggioranza assoluta.

E sfortunatamente il caso di Valencia è solo un esempio in più dello stato generale del paese: lì abbiamo il caso indegno dell’Andalusia dominata da decadi dall’altra grande mafia dello stato, lo PSOE, che con i suoi soci del Sindacato e l’appoggio puntuale della Sinistra Unita hanno rubato a piene mani per anni e anni.

O il caso della Catalogna con “Convergència i Unió”, un partito di baroni ladri d’élite, tanto per dare un altro esempio. E potremmo continuare così per tutte le comunità autonome o il governo proprio centrale dove le due grandi famiglie politico-criminali del paese, PP e PSOE, si sono dedicate a saccheggiare senza alcuna moderazione.

E nonostante siano stati resi pubblici tutti questi casi di corruzione generalizzata, siano state rivelate le implicazioni delle alte sfere finanziarie e industriali con il tacito consenso del potere giuridico, la dimostrazione che in forma attiva o passiva riguarda il Sistema in tutti gli ambiti e si rende impossibile la creazione di un futuro sano per il paese, nonostante tutto ciò, la risposta della popolazione è stata… non fare niente.

La cittadinanza ha risposto al massimo con “l’esercitare il legittimo diritto di manifestazione”, un’attività molto simile a quella che fa la massa quando la sua squadra di calcio vince una competizione ed esce per strada a celebrarla. Nessuno ha fatto niente di effettivo per cambiare le cose, salvo un piccolo spuntino.

Nel caso della corruzione venuta alla luce in Spagna e l’inesistente reazione della popolazione, è un solo esempio tra i tanti nel mondo. Adesso riportiamo il caso dello sport di massa, sotto pressione per il sospetto di corruzione, di manipolazione di dopaggio e per la molto probabile adulterazione di tutte le competizioni sotto il controllo commerciale delle grandi marche…nonostante questo, continuano ad apparire in televisione con un seguito sempre più numeroso.

Tutto ciò si impoverisce davanti alla gravità delle rivelazioni di Edward Snowden e confermate dai governi in causa che ci hanno detto in faccia alla luce di riflettori che tutte le nostre telefonate, le attività sui social networks, il nostro navigare in Internet è controllato e che ci stiamo dirigendo inesorabilmente verso l’incubo del Grande Fratello vaticinato da George Orwell nel “1984”.

E la cosa più allucinante è che “una volta filtrate” queste informazioni, nessuno si è preoccupato di ribatterle. Tutti i mezzi di comunicazione, i poteri politici e le grandi imprese di Internet implicate nello scandalo, hanno confermato pubblicamente come un qualcosa di reale e indiscutibile questo stato di sorveglianza. L’unica cosa che hanno promesso, in maniera poco convincente e a mezza bocca che non continueranno a farlo…e si sono permessi anche di darci alcuni dettagli tecnici!

E quale è stata la risposta della popolazione mondiale quando è stata rivelata questa verità? Quale è stata la reazione generale di fronte a queste rivelazioni?

Nessuna.

Tutti continuano ad essere assorbiti dal loro smartphone, continuano a rotolarsi nel dolce fango dei social network e continuano a navigare nelle acque infestate di Internet senza muovere nemmeno una falange di un dito… A cosa serve, allora, dire la verità?

Nel caso ipotetico che Edward Snowden o Julian Assange siano personaggi reali e non creazioni mediatiche con una missione segreta, a cosa sarebbe servito il loro sacrificio?
•Che utilità ha accedere all’informazione e rivelare la verità se non provoca nessun cambiamento, alterazione, trasformazione?
•A che serve conoscere in forma esplicita e documentata il fatto che l’energia nucleare può solo portare disgrazie come dimostrato dai terribili incidenti di Chernobyl e Fukushima, se queste rivelazioni non provocano nessun effetto?
•A cosa serve sapere che le banche sono enti criminali dediti al saccheggio di massa, se continuiamo a utilizzarle?
•A cosa serve sapere che il mangiare è adulterato e contaminato da ogni tipo di prodotti tossici, cancerogeni o transgenici, se continuiamo a mangiarli?
•A cosa serve sapere la verità su qualsiasi fatto importante se non reagiamo per quanto gravi siano le sue implicazioni.
Non inganniamoci da soli per quanto sia duro accettare tutto questo. Affrontiamo la realtà così com’è… Nella società attuale, conoscere la verità non significa nulla.

Informare sui fatti che veramente succedono, non ha nessuna reale utilità; anzi la maggior parte della popolazione è arrivata a un livello tale di degradazione psicologica che come dimostreremo, la rivelazione della verità e accedere all’informazione, rafforzano ancora di più la loro incapacità di risposta e l’inerzia mentale.

La grande domanda è: perchè? Che cosa ha portato tutti noi a quest’apatia generale?

E la risposta, come succede sempre quando ci rivolgiamo domande di questo tipo, è tra le più inquietanti. Ed è in relazione con il condizionamento psicologico cui è sottoposto l’individuo della società attuale. I meccanismi che disattivano la nostra risposta quando accediamo alla verità per quanto scandalosa possa essere, sono semplici ed effettivi. E sono nella nostra vita quotidiana.

Tutto si basa su un eccesso d’informazione.

E’ un bombardamento degli stimoli così esagerato che provoca una catena di avvenimenti logici che finiscono con lo sfociare in un’effettiva mancanza di risposta: in pura apatia.

E per lottare contro questo fenomeno è bene conoscere come si sviluppa il processo…

Per prima cosa dobbiamo capire che questo stimolo sensoriale che riceviamo è carico d’informazioni.

Il nostro corpo è predisposto alla percezione e alla lavorazione di stimoli sensoriali, ma la chiave del tema sta nella percezione di carattere linguistico dell’informazione; per linguistico sta a indicare ogni sistema organizzato con il fine di codificare e trasmettere informazione di ogni tipo.

Per esempio: ascoltare una frase o leggerla comporta la sua entrata nel nostro cervello a livello linguistico. Ma lo stesso avviene quando guardiamo il logo di un’impresa, l’ascolto delle note musicali di una canzone, guardare un segnale del traffico o udire la sirena dell’ambulanza, tanto per fare alcuni esempi.

Oggi, una persona è sottoposta ogni giorno a migliaia di stimoli linguistici di questo tipo; molti li percepiscono in forma cosciente, ma la grande maggioranza in forma non cosciente che deve essere elaborata dal nostro cervello.

Potremmo dividere il processo di captare ed elaborare questa informazione in tre fasi:
1.percezione
2.valorizzazione
3.risposta
Percezione.

Indubbiamente, in tutta la storia dell’umanità, apparteniamo alla generazione che ha la capacità più grande di elaborare informazioni a livello celebrale, con potere di differenziare soprattutto a livello visivo e auditivo.

Man mano che nascono e crescono nuove generazioni acquisiscono una maggiore velocità di percezione dell’informazione. Una dimostrazione di quanto affermato la ritroviamo nel cinema.

Guardate un vecchio film western di John Wayne, una scena qualsiasi di azione per esempio una sparatoria. E poi guardate una scena di sparatoria o di inseguimento di macchine di un film odierno. Una qualsiasi scena d’azione di un film attuale è piena di successioni rapidissime di primi piani di breve durata.

Solo per 3 o 4 secondi si vedranno diverse figure:

il volto del protagonista che guida, quella del compagno che grida, la mano sul cambio della macchina, il piede che spinge il pedale, la macchina che schiva un pedone, l’inseguitore che slitta, il cattivo che afferra la pistola, che spara dal finestrino, ecc… e ogni primo piano sarà durato al massimo una decina di secondi.

Le immagini si succedono a tutta velocità come gli spari di una mitragliatrice. Eppure siete in grado di vederle tutte e di elaborare il messaggio che contengono.

Adesso rivedete il film di John Wayne. Non troverete successioni di scene a ritmo di mitragliatrice, ma successioni di scene dalla durata più lunga e con un campo visivo più ampio. Probabilmente uno spettatore dell’epoca di John Wayne si sarebbe sentito male vedendo un film attuale poiché non era abituato a elaborare tanta informazione visiva a tale velocità. Questo è un semplice esempio del bombardamento di informazioni cui è sottoposto il cervello di ognuno di noi oggi rispetto a quello di una persona di cinquant’anni fa.

Aggiungeteci tutte le fonti di informazioni che ci circondano, come la televisione, la radio, la musica, l’onnipresente pubblicità, i segnali del traffico, i diversi tipi di abbigliamento che indossano le persone che incrociamo per la strada e che rappresentano ognuna di loro, un codice linguistico per il tuo cervello, l’informazione che vedete sul cellulare, sul tablet, in internet e inoltre i vostri impegni sociali, le fatture, le bollette da pagare, l’assicurazione dell’auto, le preoccupazioni e i desideri che hanno programmato tu avessi, ecc. ecc.

Si tratta di un’autentica inondazione di informazione che il vostro cervello deve elaborare continuamente. Tutto questo con un cervello della stessa misura e capacità di quello spettatore dei western di John Wayne di cinquant’anni fa. Per quanto ne sappiamo, sembra che il nostro cervello abbia la capacità sufficiente per percepire tali volumi di informazione e comprendere il messaggio associato a questi stimoli.

Il problema quindi non sta lì. Sembra – infatti – che il nostro cervello ne goda poiché ci siamo trasformati in tossicodipendenti degli stimoli.

Il problema reale risiede nella fase che segue.

Valutazione.
Noi ci scontriamo con i nostri limiti quando dobbiamo valutare l’informazione ricevuta, cioè quando arriva l’ora di giudicare e analizzare le implicazioni che comporta.

Questo succede perché non abbiamo il tempo materiale per fare una valutazione profonda di quell’informazione.

Prima che la nostra mente, da sola e con i criteri che le sono propri, possa giudicare in maniera più o meno profonda l’informazione che riceviamo, siamo bombardati da un’ondata di stimoli che la distraggono in continuazione.

E per questa ragione che non arriviamo a valutare nella giusta misura l’informazione che riceviamo per quanto importanti siano le implicazioni che comporta.

Per capire meglio tutto questo, utilizzeremo un’analogia sotto forma di una piccola storia.

Immaginiamo una persona molto introversa che passa la maggior parte del suo tempo rinchiusa in casa. Praticamente non ha amici e non intavola relazioni sociali di nessun tipo.

Supponiamo adesso che questa persona vada al supermercato a comprare una bottiglia di latte e quando va a pagare gli cade per terra e la rompe causando grande scompiglio e macchiandosi i vestiti sotto gli occhi di tutti e della cassiera.

Quando questa persona torna a casa, isolata com’è e senza uno stimolo sociale, darà probabilmente un gran valore a quanto avvenuto al supermercato.

Si domanderà perché gli è caduto il latte e quale movimento falso abbia fatto perché questo avvenisse; si domanderà se la colpa fosse sua, o della bottiglia che era troppo spigolosa; nella sua testa analizzerà lo sguardo della cassiera e i gesti e i commenti di ogni cliente; osserverà anche le macchie sui vestiti e tenterà di carpire ciò che hanno pensato gli altri.

Si sentirà ridicola e giudicherà quel fatto meramente aneddotico molto più importante di quanto lo sia stato in realtà. Solo perché quella situazione ridicola al supermercato sarà il grande avvenimento del giorno o della settimana. E forse non lo dimenticherà mai.

Adesso sostituiamo la persona introversa e senza relazioni con un modello opposto.

Una persona estroversa che passa tutto il giorno circondata da una gran quantità di persone e di fatti, interagendo freneticamente con clienti e compagni di lavoro, che parla al telefono, organizza incontri, compra, vende, fa riunioni, ride, si arrabbia e termina la giornata bevendo un bicchiere con gli amici.

Supponiamo che questa persona vada a comprare del latte e anche a lei cade la bottiglia causando un gran scompiglio e macchiandosi i vestiti.

La sua valutazione dell’accaduto sarà realivamente imbarazzante poiché rappresenta un evento in più tra tutti quelli a carattere sociale che sperimenta durante la giornata. E in poche ore se ne sarà dimenticata.

Una persona della società attuale, assomiglia molto al secondo modello, sottoposta a una grande quantità di stimoli sensoriali, sociali e linguistici.

Per noi ogni informazione ricevuta è rapidamente digerita e dimenticata, portata via dalla corrente incessante di informazioni che entrano nel nostro cervello come un fiume in piena.

Perché viviamo immersi nella cultura del “tweet”, un mondo dove ogni riflessione su un evento dura 140 caratteri. E questa è la profondità massima cui arriva la nostra capacità di analisi.

E’ per questa ragione, per la nostra impotenza di valutare e giudicare da soli il volume di informazione al quale siamo sottoposti, che l’informazione che ci è trasmessa, porta incorporata l’opinione che dobbiamo averne, cioè quello che dovremmo pensare dopo aver realizzato una valutazione approfondita dei fatti, cioè chi emette l’informazione risparmia al ricevente lo sforzo di dover pensare.

Questo è il procedimento che utilizzano i grandi mezzi di comunicazione e in un mondo di individui autenticamente pensanti sarebbe tacciato di manipolazione e lavaggio del cervello.

La televisione è un esempio lampante. L’esempio degli onnipresenti incontri politici dove gli ospiti sono presentati come “opinionisti”. La loro funzione è generare l’opinione che noi dovremmo costruire da soli.

Così il bombardamento di informazione continuo e incessante nel nostro cervello ci impedisce di giudicare adeguatamente il valore dei fatti, con un criterio nostro. Ci toglie il tempo che dovremmo avere per soppesare le conseguenze di un avvenimento; lo frammenta in pezzettini da 140 caratteri e lo trasforma in un giudizio breve e superficiale.

Risposta.
Una volta che la valorizzazione personale dei fatti è ridotta alla minima espressione, entriamo nella fase decisiva del processo, quella che è priva della nostra risposta.

Qui entrano in gioco le emozioni e i sentimenti, il motore di ogni risposta e azione. Frammentando e riducendo il nostro tempo, riduciamo la carica emotiva che associamo all’informazione.

Osserviamo le nostre reazioni: possiamo indignarci molto nel vedere una notizia in un tg, per esempio lo sgombero forzato di una famiglia, ma dopo pochi secondi siamo bombardati da un’informazione diversa che ci porta verso un’altra emozione più superficiale e diversa che ci farà dimenticare la precedente.

Per esprimere questo in forma grafica e chiara: la nostra capacità di giudizio e di analisi è pari a un “tweet”, la nostra risposta emotiva è pari a un emoticon.

E qui sta la chiave.

Qui rimane disattivata la nostra possibile risposta. Per capire meglio, torniamo all’analogia della persona introversa ed estroversa che rompeva la bottiglia di latte al supermercato.

La persona introversa chiusa nel suo mondo che ha dato un valore più profondo ai fatti avvenuti al supermercato continuerà a rimuginarci sopra più volte. Non dimenticherà facilmente le emozioni legate al ridicolo che ha provato in quel momento e con molta probabilità esporre continuamente le proprie emozioni finirà con provare un certo imbarazzo solo a ripensarci.

E’ possibile che non torni per un certo periodo a fare spesa in quel supermercato, anche se implica il fatto di dover andare più lontano a comprare il latte; arriverà anche a provare repulsione per il luogo e le persone che l’hanno reso ridicola. L’energia emotiva che ha emesso su questo accadimento diventerà una reazione effettiva.

La persona estroversa – invece – tornerà al supermercato senza nessun problema poiché mentalmente – quanto accaduto – non ha rilevanza emotiva; tuttalpiù arrossirà al vedere la cassiera o qualche cliente. La persona estroversa non intraprenderà azioni effettive e tangibili che possano derivare da una bottiglia di latte rotta..

Oltre le valutazioni fatte su questi personaggi inventati, questi esempi ci servono per dimostrare che il bombardamento incessante dell’informazione cui siamo sottoposti finisce con lo sfociare in una frammentazione della nostra energia emotiva e perciò finiamo col dare una risposta superficiale o nulla.

E’ una risposta che per il momento in cui viviamo intuiamo che dovrebbe essere molto più contundente eppure non arriviamo a darla perché ci manca l’energia sufficiente per farlo. E tutti guardiamo disperati gli altri e ci domandiamo: “Perché non reagiscono? Perché non reagisco?”

E questa impotenza alla fine diventa una sensazione di frustrazione e di apatia generale. Questa sembra essere la ragione per cui non avviene una Rivoluzione quando per la logica dei fatti dovrebbe essere già scoppiata. Si tratta quindi di un fenomeno psicologico. Questo è il meccanismo di base che interrompe ogni risposta della popolazione davanti ai continui abusi che riceve.

E’ la base sulla quale si poggiano tutte le manipolazioni mentali cui ci sottopongono oggi. E’ il meccanismo psicologico che rende la popolazione docile e sottomessa.

Potremo riassumere il tutto così:

L’eccessivo bombardamento di informazioni ci impedisce di avere il tempo necessario per dare il giusto valore a ogni informazione ricevuta e, di conseguenza, associarla a una carica emotiva sufficiente per generare una reazione effettiva e reale.

COSPIRAZIONE O FENOMENO SOCIALE?

Non ha importanza se tutto questo fa parte di una grande cospirazione atta a controllarci o se siamo arrivati a questo punto per via dell’evoluzione della società, perché le conseguenze sono esattamente le stesse: i più potenti faranno il possibile per mantenere attivi questi meccanismi e fomenteranno anche il loro sviluppo secondo le loro potenzialità solo perché ne ricevono benefici.

Rivelare la verità, in effetti, favorisce questi meccanismi.

Ai più potenti non importa mostrarsi come sono o svelare i propri segreti per quanto sporchi e oscuri siano. Rivelare queste verità occulte contribuisce in gran parte all’aumento del volume di informazione con il quale siamo bombardati.

Ogni segreto portato alla luce produce nuove ondate di informazioni che possono essere manipolate e rese tossiche con l’aggiunta di dati falsi, contribuendo così alla confusione e al caos dell’informazione e da qui arrivano nuove ondate secondarie di informazioni che ci stordiscono ancora di più e ci fanno sprofondare di più nell’apatia.

Se combattiamo quest’apatia, frutto della poca energia emotiva con cui cerchiamo di rispondere, con le tremende difficoltà che il sistema ci mette davanti quando è il momento di punire i responsabili, si generano nuove ondate di frustrazione sempre più forti che ci portano passo dopo passo alla resa definitiva e alla totale sottomissione.

Non ponetevi nessun dubbio: alle persone che ostentano il potere interessa bombardarvi con enormi volumi di informazioni il più superficiali possibili, perché una volta instaurata questa forma di interagire con l’informazione ricevuta, tutti noi ci trasformeremo in persone dipendenti da questo incessante scambio di dati. ll bombardamento di stimoli è una droga per il nostro cervello che ha bisogno di sempre più velocità per lo scambio di informazioni ed esige meno tempo per poterle vagliare.

Succede a tutti noi: ci costa sempre più fatica leggere un lungo articolo pieno di informazioni strutturate e ragionate. Abbiamo l’esigenza che sia stringato, più veloce, che si legga in una sola riga e che si possa ingerire come una pasticca e non come un lauto pranzo.

Anche il prof a scuola: “oggi mi sforzerò di essere più breve e conciso”.

Il nostro cervello si è trasformato in un tossicodipendente da informazione rapida, in un drogato avido di continui dati da ingerire pensati e analizzati da un altro cervello in modo che noi non dobbiamo fare lo sforzo di fabbricare una nostra opinione complessa e contraddittoria.

Il fatto è che noi odiamo il dubbio perché ci obbliga a pensare. Non vogliamo farci domande. Vogliamo solo risposte rapide e facili. Siamo e vogliamo essere antenne riceventi e replicanti di informazioni come meri specchi che riflettono immagini esterne. Gli specchi però sono piani e non hanno vita propria, tutto quello che riflettono viene da fuori.

L’essere umano a gran velocità si sta dirigendo verso questo stato di fatto. Lo permetteremo?

CONCLUSIONE

Tutto quanto è stato scritto, forse non lo avreste voluto leggerlo. E’ poco stimolante ed è qualcosa di complicato e farraginoso, ma le complesse realtà non possono essere ridotte in un titolo ingegnoso di Twitter.

Per intraprendere una profonda trasformazione del mondo, per iniziare un’autentica Rivoluzione che cambi tutto e ci porti verso una migliore realtà, dovremmo discendere nelle profondità della nostra psiche, fino alla sala macchine, dove si muovono tutti i meccanismi che determinano le nostre azioni e i nostri movimenti.

E’ lì che si risolve l’autentica guerra per il futuro dell’umanità.

Nessuno ci salverà facendo da un pulpito dei proclami brillanti e delle promesse per una società più giusta ed equa. Nessuno ci salverà raccontandoci una verità presunta o rivelandoci i segreti più oscuri dei poteri occulti.

Come abbiamo visto, l’informazione e la verità non sono importanti perché i nostri meccanismi di risposta sono invariati. Dobbiamo scendere fino a loro e ripararli e per fare ciò dobbiamo sapere come funzionano. E non sarà necessario fare un complesso corso di psicologia; osserviamo con attenzione e ragioniamo da soli e potremo raggiungere il risultato.

Non si tratta di qualcosa di esoterico o basato su strane credenze dal carattere Mistico, Religioso o New Age. E’ pura logica: non c’è rivoluzione possibile senza una profonda trasformazione della nostra psiche a livello individuale perché la nostra Mente è programmata dal Sistema.

Per cambiare quindi il Sistema che ci imprigiona, prima lo dobbiamo disinstallare dalla nostra mente.
Lo faremo?

Preso da: http://voxinsana.blogspot.ru/2014/06/perche-non-siamo-capaci-di-ribellarci.html