Spietato controllo delle milizie, sofferenza di massa: benvenuti nella Libia post-guerra NATO

Intervista esclusiva con Linda Ulstein, portavoce delle tribù libiche: le colpe dell’Occidente, l’orrore di oggi nella Libia degli occidentali
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“Pizzagate”, la Rete Pedofilo-Satanica attorno a Hillary Clinton

30 novembre 2016

Qualcuno mi manda per mail una copertina di Uomo Vogue Italia: ritrae James Franco,un attore di qualche notorietà, insieme a Marina Abramovic.  Questa, il lettore ricorderà, è la ‘artista’ e strega  che invitò  John Podesta, il capo della campagna di Hillary,  a un “cooking spirituale”  con sangue e sperma.

Mi mandano anche un’altra foto:  Riccardo Tisci, uno stilista italiano di  successo  (ha realizzato costumi per Madonna) che  si fa’allattare al seno della Abramovic.
  • riccardo-tisci-abramovic
  • Mi tocca parlarvi dunque dello scandalo pedofilo-satanico che viene in questi giorni represso e sepolto dai media americani, perché coinvolge l’entourage intimo di Hillary Clinton. La Abramovic è solo una del vastp giro: ha ricevuto dalla Fondazione Clinton 10 mila dollari, probabilmente come compenso di una “performance privata”. Sui media alternativi e social (i soli che hanno compiuto l’indagine, collettivamente e con risultati  probanti)  lo scandalo è battezzato PIZZAGATE.  Perché tutto gira attorno alla Pizzeria Comet Ping Pong, 5037 Connecticut Ave NW, Washington, proprietà di James Alefantis.

Qui sotto una immagine diffusa dallo stesso Alefantis su Instagram, che fa’ capire che lì non si mangia  pizza.
pizza-o-qualcosaltro
I blogger sono convinti che il gruppo usi un linguaggio cifrato. Dove “pizza” sta per bambina, “hot dog” per bambino, e così via. Ora, il gruppo Podesta  – ricco e sofisticato – sembra insaziabilmente affamato di questi cibi semplici  e popolari.  Li cercano in tutto il mondo.  John Podesta, in una mail del 3 settembre 2015,  scrive  all’interlocutore: “Sogno il tuo  banchetto hotdog   in Hawaii”

  • From:SternTD@state.gov To: podesta@gmail.com Date: 2015-09-03 18:17 Subject: man, I miss you
  • I’m dreaming about your hotdog stand in Hawaii…
  • Nel 2009, il presidente Obama si fa’ arrivare in volo da Chicago, per “un evento privato alla Casa Bianca”, “pizze ed hotdog” per 65 mila dollari.

https://wikileaks.org/gifiles/docs/12/1223066_re-get-ready-for-chicago-hot-dog-friday-.html
Mancano forse pizze e panini al wurstel a Washington? Anche le pizze cui si allude fra adepti. Qui “Joshua”, che è il cuoco del Comet  Ping Pog, fa capire   quali siano le specialità della casa.
joush-lavora-al-comet-pin-pong

Introduciamo dunque il padrone della Comet Ping Pong, James Alefantis. La rivista del lusso e della moda “GQ” lo dice “una delle 50 persone più potenti di Washington”, il che – ammettiamolo  –   è strano per un pizzaiolo. E’ uno dei massimi raccoglitori di fondi per Hillary. Bisessuale,  il suo compagno è David Brock,   noto giornalista liberal, che il Time Magazine ha descritto come “uno dei membri più influenti del partito democratico”.  La coppia ha raccolto fondi e fatto intensa campagna per la Clinton.
Perché una pizzeria  si chiama “Ping Pong”. Perché si gioca a ping pong, risponde la pubblicità della Comet.   Secondo i bloggers, nel gergo pornografico, “ping-pong”   è una pratica sessuale aberrante  dove due uomini penetrano una donna.  O il contrario…  Si vedano le racchette da ping pong che appaiono sui menù del Comet:
racchette-ping-o-donne
Sono due simboli per “femmina”, uniti dal lato del sesso.
Sul suo conto Istagram, Alefantis – che qui si firma jimmycomet – posta foto come questa  (o le postava, oggi ha chiuso):
bambina-legata
O come questa:
bambina-con-banconote

Ma c’è anche questa foto: un lugubre sotterraneo senza finestre, forse una stanza frigorifera.
freezerroom
I commenti dei suoi “amici” sembrano sapere che lì succederà qualcosa di orribile: “killroom”, commenta uno. Un altro: “E’ dove i lupi mannari si chiudono nelle notti di luna piena?”.  Lui, Alefantis, scrive: “murder”, assassinio.
Nella pizzeria di Alefantis, si esibiscono gruppi  pop.  Uno si chiama “Sex Stain” (macchia di sesso). Si guardi la foto  del gruppo che si esibisce, in una performance alla Comet il 15 settembre scorso. . Il simbolo sulla sinistra della cantante, a forma di piramide o triangolo blu  sul grosso dado:
sexstainpedosymbol

E’ il simbolo che l’FBI ha identificato, fra molti altri, attraverso i  quali  i pedofili si riconoscono.
fbi-pedophile-symbols-page1
Quando nel corso di un’inchiesta ci si imbatta in questo simbolo, gli agenti federali sono istruiti a  sospettare  delitti di pedofilia.

A  questo punto  bisogna introdurre Tony Podesta, il fratello di John Podesta. Descritto  dai media come “Un superlobbista”, professionalmente “capace di tutto”, con una cerchia di amicizie potenti.  “Tony ha trasformato la sua magione di Kalorama in un santuario dell’arte contemporanea”, hanno scritto i giornalisti del Washington Post fra  l’adulatorio e il terrificato. Perché nel suo studio, Tony Podesta tiene un quadro della pittrice Biljana Djiurdjevic.  Qui sotto un altro quadro della Djurdjevic:
biljana2

Cercate di metterla come volete, è un bambino che sta per essere torturato.
Qui un altro:
4dummies
Gli occhi dilatati dal terrore e le faccine impaurite  di queste vittime, sembrano attrarre l’attenzione (erotica) della pittrice.
Secondo un blogger psichiatra,  da questi quadri si può ritenere che la stessa Djurdjevic deve  aver subito qualche violenza carnale nell’infanzia.

Qui posto anche la pubblicità dell’agenzia di PR di John Podesta.
agenzia-di-podesta-pubblicita
Molto istruttivo (e abietto) il comportamento dei mainstream media di fronte a queste scoperte. Invece di sguinzagliare torme di giornalisti ad indagare, hanno taciuto per settimane, sperando che il vecchio trucco “la CNN non ne parla” bastasse ad insabbiare la storia. Poi, siccome  il vecchio trucco non funziona più e  la storia diventa sempre più spaventosa  via via che si moltiplicano le ricerche dei blogger,   il New York Times si è deciso a pubblicare un articolo. Titolo: “i creatori di notizie false  si scatenano contro una pizzeria  che accusano di essere il nido di un traffico di bambini”.

Particolare interessante: il titolo dell’articolo è stato cambiato tre volte  nella versione online. Prima è apparso come “Controlliamo i fatti – Questa pizzeria non è un sito di traffico pedofilo”  « Fact Check – This Pizzeria Is Not A Child Trafficking Site ».  Poi, la frasetta: “Fact Check” è scomparsa. Probabilmente hanno “controllato i fatti”, e trovato la pistola fumante. Allora il titolo è quello che abbiamo detto: : « Fake News Onslaught Targets Pizzeria as Nest of Child-Trafficking ».
I media hanno   così  inserito la storia nella campagna che stanno sferrando contro i blogger, e che chiamano “Fake News”, Notizie False.  Una campagna che consiste in questo argomento:  i blogger alternativi hanno  provocato la disfatta  di Hillary diffondendo “fake news”  sul suo conto. Le sole notizie vere sono quelle che diamo noi sui nostri media.  Noi siamo i professionisti, noi prima di dare le  notizie “controlliamo i fatti” (fact check).  I  gestori dei  social sono invitati a  censurare, anzi  chiudere i siti che danno “fake news”. Esiste  anche una lista,che comprende persino  Zero Hedge, Drudgereport,  ed altri rispettatissimi siti.
http://www.fakenewswatch.com/
In realtà, l’articolo del New York Times non porta alcun argomento o  fatto che smentisca quel che i blogger hanno scoperto. Si limita a simpatizzare con Alefantis, poveretto, aggredito da cospirazionisti deliranti mentre lui gestisce solo una semplice pizzeria per famiglia.
Portateci i vostri bambini…

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Affresco alla pizzeria Comet Ping Pong
"Chickenlover" sarebbe parola in codice per pedofilo
Chickenlover” sarebbe parola in codice per pedofilo

  

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…collana gialla starebbe per “analingus”.

Ho pubblicato solo una minima parte delle scoperte dei blogger. Da ultimo è  emersa questa notizia: un possibile collegamento fra la morte di Andrew Breitbart, celebre giornalista fondatore del notiziario più pro-Trump  ed anti-Clinton, Breditbart Com.
Mi sfugge come mai il guru-progressista John Podesta non è  noto piuttosto come insabbiatore di una operazione di schiavi sessuali  bambini di livelo mondiale”,  scrisse  Breitbart  in un tweet il 4 febbraio 2011. Il primo marzo 2012, Breitbart è morto per “collasso cardiaco”. A  43 anni di età. Il suo posto  l’ha preso Steve Bannon, che oggi è  al fianco di Trump come suo consigliere speciale, nonostante le frenetiche accuse  scatenategli contro di essere un “razzista, anti-donne, anti-negri” ed “antisemita” (ha litigato   con metà dei neocon, tutti ebrei).
http://m.washingtontimes.com/news/2016/nov/28/andrew-breitbart-tweet-before-death-adds-fuel-to-o/
Penso non occorra ricordare che questo tipo di pratiche, oltre che per lussuria, sono esercitate per acquistare potenza magica.  Sono  “Peccati del Nono Cerchio”,   il più profondo dell’inferno, dove Dante pone  i “traditori contro chi si fida”.  I bambini, innocenti, per eccellenza si fidano.

La Abramovic
La Abramovic
Preso da: http://www.complottisti.com/pizzagate-la-rete-pedofilo-satanica-attorno-hillary-clinton/ 

Le e-mail di Hillary Clinton e la Fratellanza

L’indagine dell’FBI sulle e-mail private di Hillary Clinton non verte su una negligenza in merito alle norme di sicurezza, ma su un complotto mirante a distrarre ogni traccia delle sue corrispondenze che avrebbero dovuto essere memorizzate sui server dello Stato federale. Potrebbe includere scambi su finanziamenti illeciti o su casi di corruzione, e altro sui collegamenti dei coniugi Clinton con i Fratelli Musulmani e i jihadisti.

| Damasco (Siria)

Il rilancio dell’inchiesta dell’FBI sulle e-mail private di Hillary Clinton non verte tanto su questioni di sicurezza, quanto su intrighi che potrebbero andare fino all’alto tradimento.

Tecnicamente, anziché utilizzare un server sicuro del governo federale, il Segretario di Stato aveva installato nel suo domicilio un server privato, in modo da poter utilizzare Internet senza lasciare tracce su una macchina dello Stato federale. Il tecnico privato della signora Clinton aveva ripulito il suo server prima dell’arrivo del FBI, così che non era possibile sapere il motivo per cui lei avesse messo in opera questo dispositivo.

Inizialmente, l’FBI ha osservato che il server privato non aveva subito la procedura di sicurezza del server del Dipartimento di Stato. La Clinton aveva quindi commesso solo un errore di sicurezza. In un secondo tempo, l’FBI ha sequestrato il computer dell’ex parlamentare Anthony Weiner. Costui è l’ex marito di Huma Abedin, capo dello staff di Hillary. Lì sono stati trovati messaggi di posta elettronica provenienti dalla Segretaria di Stato.
Anthony Weiner è un politico ebreo, molto vicino ai Clinton, che aspirava a diventare sindaco di New York. Fu costretto a dimettersi dopo uno scandalo assai puritano: aveva inviato SMS erotici a una giovane donna diversa da sua moglie. Huma Abedin si separò ufficialmente da lui nel corso di questa bufera, ma in realtà non lo lasciò.
Huma Abedin è una statunitense allevata in Arabia Saudita. Suo padre gestisce una rivista accademica – di cui è stata per anni la segretaria editoriale – che riproduce regolarmente il parere dei Fratelli Musulmani. Sua madre presiede l’associazione saudita delle donne che fanno parte della Fratellanza e ha lavorato con la moglie dell’ex presidente egiziano Mohamed Morsi. Suo fratello Hassan lavora per conto dello sceicco Yusuf al-Qaradawi, predicatore dei Fratelli Musulmani e consigliere spirituale di Al-Jazeera.

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In occasione di una visita ufficiale in Arabia Saudita, la segretaria di Stato visita il collegio Dar al-Hekma accompagnata da Saleha Abedin (madre del suo capo di gabinetto), presidente dell’Associazione delle Sorelle che fanno parte della Fratellanza.

Huma Abedin è oggi una figura centrale nella campagna elettorale clintoniana, accanto al responsabile della campagna, John Podesta, ex segretario generale della Casa Bianca sotto la presidenza di Bill Clinton. Podesta è inoltre il lobbista ufficiale del Regno dell’Arabia Saudita al Congresso, per la modica cifra di 200 mila dollari mensili. Il 12 giugno 2016, Petra, l’agenzia di stampa ufficiale della Giordania, ha pubblicato un’intervista con il principe ereditario saudita, Mohamed bin Salman, nella quale affermava la modernità della sua famiglia che aveva illegalmente finanziato circa il 20% della campagna presidenziale di Hillary Clinton, anche se si tratta di una donna. Il giorno dopo questa pubblicazione, l’agenzia ha annullato questo servizio e ha assicurato che il suo sito web era stato violato.

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Secondo l’agenzia di stampa giordana Petra (12 giugno 2016), la famiglia reale saudita ha illegalmente finanziato il 20% della campagna presidenziale di Hillary Clinton.

La signora Abedin non è l’unica componente dell’amministrazione Obama ad aver legami con la Fratellanza. Il fratellastro del presidente, Abon’go Malik Obama, è il tesoriere dell’Opera missionaria dei Fratelli in Sudan e presidente della Fondazione Barack H. Obama. Lavora direttamente sotto il comando del presidente sudanese Omar al-Bashir. Un Fratello musulmano è membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale, la più elevata istanza esecutiva negli Stati Uniti. Dal 2009 al 2012, è stato il caso di Mehdi K. Alhassani. Non si sa chi gli sia succeduto, ma la Casa Bianca aveva negato che un Fratello fosse membro del Consiglio fino a quando non emerse una prova. È inoltre un Fratello l’ambasciatore degli Stati Uniti alla Conferenza islamica, Rashad Hussain. Gli altri Fratelli identificati occupano funzioni meno importanti. Occorre tuttavia ricordare Louay M. Safi, attuale membro della Coalizione Nazionale siriana ed ex consigliere del Pentagono.

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Il presidente Obama e il suo fratellastro Malik Obama Abon’go nello Studio Ovale. Abon’go Malik è il tesoriere del lavoro missionario dei Fratelli Musulmani in Sudan.

Nell’aprile 2009, due mesi prima del suo discorso al Cairo, il presidente Obama aveva segretamente ricevuto una delegazione della Confraternita allo Studio Ovale. Aveva già invitato, in occasione del suo insediamento, Ingrid Mattson, la presidente dell’Associazione dei Fratelli e delle Sorelle Musulmani negli Stati Uniti.
Da parte sua, la Fondazione Clinton ha impiegato come responsabile del suo progetto “Clima” Gehad el-Haddad, uno dei dirigenti mondiali della Fratellanza che era stato fino ad allora responsabile di una trasmissione televisiva coranica. Suo padre era stato uno dei co-fondatori della Fratellanza nel 1951 in occasione della sua rifondazione da parte della CIA e dell’MI6. Gehad ha lasciato la fondazione nel 2012, quando al Cairo divenne il portavoce del candidato Mohamed Morsi, e in seguito quello ufficiale della Fratellanza Musulmana su scala mondiale.
Sapendo che la totalità dei leader jihadisti nel mondo sono emersi sia dalla Fratellanza sia dall’Ordine sufi Naqshbandi – le due componenti della Lega islamica mondiale, l’organizzazione saudita anti-nazionalista araba – vorremmo saperne di più sulle relazioni della signora Clinton con l’Arabia Saudita e i Fratelli.
Si scopre che nella squadra del suo sfidante Donald Trump, ci trova il generale Michael T. Flynn, che ha cercato di opporsi alla creazione del Califfato da parte della Casa Bianca e si è dimesso dalla direzione della Defense Intelligence Agency (Agenzia d’intelligence militare) per rimarcare la sua disapprovazione. Gli si affianca Frank Gaffney, un “reduce della guerra fredda”, ormai qualificato come “cospirazionista” per aver denunciato la presenza dei Fratelli nello Stato federale.
Va da sé che, dal punto di vista dell’FBI, tutto il sostegno alle organizzazioni jihadiste sia un reato, indipendentemente dalla politica della CIA. Nel 1991, la polizia – nonché il senatore John Kerry – avevano causato il fallimento della banca pakistana (benché registrata nelle Isole Cayman) BCCI, che la CIA utilizzava in ogni sorta di operazioni segrete con i Fratelli Musulmani e anche con i cartelli latini della droga.

Traduzione
Matzu Yagi

Fonte
Megachip-Globalist (Italia)

Assange contro Clinton: “guerra in Libia come biglietto da visita per la presidenza”

Assange: Clinton ha voluto intervenzione in Libia
Il fondatore di Wikileaks, l’esperto informatico Julian Assange, ha rilasciato una intervista esclusiva a RT (Russia Today). L’australiano ha parlato delle presidenziali USA e della sua attuale situazione giuridica. Si autodefinisce come “prigioniero politico dell’occidente“. Assange non esce da ormai 4 anni dall’ambasciata dell’Ecuador, sita in Londra. In concomitanza con le elezioni americane e l’approssimarsi dell’election day, l’Ecuador ha deciso di ridurre la connessione di Assange, affinché “non intervenga nel processo democratico americano”.

Assange: “Clinton vincerà perché sostenuta dall’establishment”

Secondo il fondatore di Wikileaks, la Clinton avrà la meglio su Trump, in quanto è “sostenuta dall’establishment. Tutti i maggiori gruppi di potere (lobby) supportano e finanziano Hillary Clinton. I maggiori poteri economici e finanziari del Paese sono con lei. Clinton è il punto centrale delle operazioni di un sistema controllato da grandi entità bancarie (come Goldman Sachs). E ancora, dai grandi agenti di Wall Street, dall’intelligence, dal dipartimento di Stato, i Sauditi e altri ancora. Lei è il perno incaricato di collegare questi elementi.” Nel ‘leak’ di alcune settimane fa, si evidenziava la posizione di favore della Clinton verso le banche, affermando che ha sempre fatto il possibile per garantire i loro interessi.

libia isis

Assange: “distruzione della Libia fu voluta da Clinton. Sarebbe stato il suo ‘biglietto da visita’ come segretaria di Stato e per la futura corsa alla presidenza.”

Julian Assange continua a parlare delle imminenti elezioni e attaccando il banco democratico. L’australiano assicura che all’interno delle mail riservate, “si riscontra la volontà di Hillary di intervenire in Libia. Sarebbe stato il suo biglietto da visita come segretaria di Stato. La gestione della crisi le avrebbe aperto le porte della corsa alla presidenza nel 2016. Obama era contrario all’intervento militare. Clinton era favorevole. Come conseguenza della crisi libica e dell’intervento statunitense, morirono oltre 40.000 persone. Sono saltati fuori i terroristi, e lo Stato Islamico. Ovvero, ciò che ha provocato la più grave crisi europea legata a rifugiati e immigrazione.

Hillary Clinton sondaggi usa 2016 presidenziali mappa elettorale stato per stato swing states

Il legame tra Clinton e Arabia Saudita

Infine, Assange assicura – sempre attraverso il filtraggio delle mail – che Clinton ha strettissimi rapporti con i Sauditi. “È risaputo che Arabia Saudita e Qatar finanziano l’ISIS. Per comprenedre la Clinton bisogna conoscere i suoi interessi economici con l’Arabia.”
Assange ha attaccato frontalmente l’ex-first lady, nell’esclusiva intervista rilasciata per RT. Il messaggio del fondatore di Wikileaks sarà capace di spostare gli equilibri? A pochi giorni dall’election day, la Clinton deve affrontare l’ennesimo attacco, dopo la riapertura dell’indagine federale dell’FBI. Trump – dopo un periodo caratterizzato dalla fuoriuscita di scandali sessuali – sembra essere uscito dall’occhio del ciclone. Poco meno di 72 ore e sapremo se questa è stata solo l’ultima illusione del magnate di New York. Chi vincerà tra l’anarchico Donald Trump e il “perno dell’establishment”, Hillary Clinton?

Preso da:  http://www.termometropolitico.it/1234653_assange-clinton-libia-elezioni-usa.html

Assange: “La Libia è stata la guerra di Hillary Clinton”

Le mail di Hillary Clinton diffuse da Wikileaks “rivelano un piano generale messo a punto mesi già prima dell’intervento occidentale in Libia nel marzo del 2012, doveva essere il ‘suo’ conflitto durante il mandato come segretaria di Stato, il trampolino da cui realizzare i suoi sogni da presidente”. Lo dice Julian Assange in un’intervista all’emittente russa RT smentendo che Mosca sia la fonte delle mail diffuse da Wikileaks. Il fondatore di Wikileaks parla dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra dove è rifugiato dal 2012 per sfuggire a una richiesta di estradizione degli Stati Uniti.

La Libia è stata la guerra di Hillary Clinton, più che di qualunque altro. Barack Obama all’inizio si opponeva. Chi era che la sosteneva? Hillary Clinton. E’ documentato dalle mail”, sottolinea Assange denunciando che oltre 1.700 mail delle 33mila pubblicate dal suo sito sono dedicate alla Libia. A motivarla “non era il petrolio a basso prezzo. Percepiva la destituzione di Gheddafi e il rovesciamento del suo governo come un elemento da usare per le elezioni da presidente. Alla fine del 2011 è stato prodotto un documento interno per Hillary Clinton chiamato ‘Libya Tick Tock’ che è una descrizione cronologica di come Hillary Clinton sia stata la figura centrale della distruzione dello stato libico”. Assange parla di Hillary come di “una persona divorata dalle sue ambizioni, tormentata letteralmente al punto da ammalarsene”.
Poi il capitolo Fbi. E’ diventata a tutti gli effetti la polizia politica americana e facendo cadere l’ex capo della Cia John Petraeus ha dimostrato che nessuno è intoccabile, dice il fondatore di Wikileaks. Nell’intervista Assange sottolinea che la nuova inchiesta del ‘bureau’ su Hillary Clinton è la risposta alla resistenza opposta in modo manifesto dall’ex segretaria di Stato alla precedente inchiesta sull’uso del suo server privato.
Assange denuncia il ‘filo rosso’ che corre lungo tutte le mail di Hillary pubblicate dal sito che ha fondato, ovvero il ‘pay to play’, accesso in cambio di soldi per stati, individui e corporation, l’elemento che, a detta di Assange, insieme alla copertura delle mail quando era segretario di Stato, ha creato le condizioni per l’aumento delle pressioni sull’Fbi che ha “ragioni” per indagare su di lei. Lo stesso Barack Obama, dice Assange, è stato “molto vicino agli interessi delle banche” nella sua prima campagna elettorale nel 2008.
“Hillary ha provocato la reazione dell’Fbi, che sta venendo alla luce ora, quando ha ostruito i ‘federali’ che cercavano di investigare il suo server privato”, afferma Assange, sottolineando che “l’Fbi cerca sempre di dimostrare che ‘nessuno ci può resistere'”, ma con la resistenza opposta da Hillary ha provocato “rabbia all’interno del bureau, perché ha fatto apparire l’Fbi debole”.

Preso da: http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2016/11/05/assange-nuova-inchiesta-fbi-hillary-clinton-risposta-alla-sua-resistenza_6GHFEZVSXSfQ2Q1yONTIHL.html

2016: L’FBI chiude un sito pedopornografico. Era gestito da… loro

31 agosto 2016

di Alice Salles 1
Tra il 20 febbraio e il 4 marzo, l’FBI ha gestito uno dei maggiori siti di pedopornografia: playpen. Come sia stato effettuata quest’operazione e l’operazione stessa rimane un’informazione per lo piú riservata, ma il Dipartimento di Giustizia ha riconosciuto nella documentazione processuale che era l’FBI ad esserci dietro.

Il sito gestito dall’FBI ha permesso agli utenti di scaricare migliaia di immagini illecite e video pedopornografici. L’operazione è avvenuta da un sito governativo della Virginia ed è per la terza volta che l’ufficio viene coinvolto in pericolose operazioni di siti pedopornografici.
Dal tweet di Edward Snowden : “L’FBI ha volontariamente distribuito pedopornografia. ‘Gestivamo il sito ma non aggiungevamo immagini, quindi va bene’. Una novità”:

Negli anni passati, gli agenti dell’FBI controllavano i siti pedopornografici e in nessun caso li hanno chiusi subito, anzi hanno sempre continuato a permettere l’accesso agli utenti che continuavano a credere di navigare in modo anonimo. Secondo USA Today, l’FBI invece ha infettato i siti con un software progettato per perforare i sistemi cifrati, facendo emergere l’identità di centinaia di utenti.
Durante la gestione dell’FBI, Playpen aveva più di 215.000 utenti ed ha lasciato liberamente scaricabili più di 9000 immagini pedopornografiche, addirittura di bambini ancora in età prescolare. Questa strategia, però, sembra contraddire quelle passate che tutelavano le immagini dei minori proprio per evitarne lo sfruttamento a fini sessuali.
Da USA Today:

Il Dipartimento di Giustizia ha dichiarato che i bambini raffigurati in quelle immagini sono stati danneggiati ogni volta che sono state visualizzate e una volta che quelle immagini restano attive nonostante il controllo del governo, gli agenti non hanno comunque alcun modo per impedirne copie e riproduzioni su internet.
Ma gli stessi funzionari hanno riconosciuto tali rischi, ma sostengono che non avevano altro modo per identificare le persone che accedevano al sito.

Secondo un ex alto funzionario dell’FBI che faceva parte di una delle prime operazioni dell’Ufficio di presidenza per la chiusura dei siti web di pornografia infantile, “Non c’era altro modo per identificare il maggior numero di utenti.”
Per gli avvocati che rappresentano le vittime di pedopornografia, la decisione del FBI di mantenere i siti in esecuzione dalla propria posizione è abbastanza scioccante. Tuttavia, alcuni sembrano aver accettato la tattica dell’FBI.
“Questi sono luoghi dove le persone sanno esattamente quello che stanno cercando, quando arrivano”, ha detto l’avvocato James Marsh. “Non è come se fossero fuori dal mondo.”
Marsh rappresenta alcuni dei bambini raffigurati in un gran numero di immagini ampiamente diffusi.
Mentre Marsh appoggia la strategia dell’FBI, il programma dell’ufficio governativo è stato bersaglio di aspre critiche. In una richiesta presentata al tribunale dall’avvocato che rappresenta un uomo arrestato a seguito dell’operazione dell’ FBI, il governo è stato accusato di incoraggiare il crimine invece di combatterlo.
La deposizione scritta dall’ avvocato difensore Colin Fieman sostiene che “ciò che il governo ha fatto in questo caso è paragonabile all’aumento delle quantitá di eroina in un quartiere nella speranza di accalappiare più consumatori di questo genere di droghe.”
Fieman ha chiesto, dunque, al giudice federale di far cadere le accuse di pornografia infantile contro il suo cliente.
Playpen era nascosto nell’ormai conosciuto “dark” o “deep” web, una parte di internet accessibile solo attraverso il software di rete Tor. Per mantenere il computer dell’utente anonimo, il sistema fa rimbalzare il loro traffico internet da un computer all’altro.
L’FBI sostiene che Playpen è il “servizio nascosto più conosciuto di pornografia infantile rimasto al mondo.” Il sito è stato rintracciato da un server in North Carolina. A febbraio, l’FBI ha sequestrato il sito e si è trasferito nel suo stabilimento di Newington, VA.
Fieman dichiara che oltre 100.000 utenti hanno visitato il sito durante i 13 giorni che era rimasto sotto il controllo dell’ufficio di presidenza. Secondo il Dipartimento di Giustizia, l’FBI ha trovato 1.300 indirizzi di computer connessi. Almeno 137 sono stati accusati del reato. Le identità di coloro che sono stati accusati, non sono state rilevate.
Nella documentazione processuale del Dipartimento di Giustizia si legge che gli agenti non erano responsabili per il caricamento di materiale di pornografia infantile sul sito.
Da USA Today:

“… [Il dipartimento di Giustizia] non discute che gli agenti permettessero di visionare le immagini che erano già presenti sul sito, e che non hanno bloccato gli utenti del sito nel caricare nuove immagini mentre era sotto il controllo del governo. E l’FBI ha detto che non aveva alcuna possibilità di impedire agli utenti di far circolare il materiale scaricato da altri siti”.

Secondo Università della California Davis ‘Elizabeth Joh, professore di diritto con esperienza di indagini sotto copertura “l’indagine del governo [ad un certo punto] diventa indistinguibile dal reato, e dovremmo vedere se è una cosa giusta.”

“Quanto è folle a questo proposito chi sta facendo l’analisi costi/benefici su questo? Chi stabilisce qual è il miglior metodo per identificare queste persone?”

L’FBI è stata legata a casi simili di pornografia infantile anche nel 2012. USA Today riporta che nel caso del 2012 i federali hanno indagato di pornografia infantile ben 25 individui. In almeno nove di questi casi, i record vengono registrati sotto “John Doe”, un dettaglio che può darci un’idea di quanto sia difficile per l’FBI collegare gli individui agli indirizzi di rete registrati nei server utilizzati per memorizzare i siti.
L’FBI utilizza appaltatori esterni per sviluppare il sistema utilizzato per introdursi in Tor.


Traduzione a cura di Marzia Mineri per Il Portico Dipinto

FONTE: Il Portico Dipinto

Preso da: http://www.cogitoergo.it/lfbi-chiude-un-sito-pedopornografico-gestito/

CounterPunch: Come Il Capitalismo Americano È Stato Costruito sulla Schiavitù

Counter Punch pubblica un pesante articolo storico sulle origini del capitalismo americano. Gli Stati Uniti sono emersi così rapidamente a superpotenza economica sulla scena mondiale non grazie ai loro ideali e al “sogno” di libertà – ma più prosaicamente grazie allo sfruttamento intensivo della schiavitù. È così che si costruiscono gli imperi. Grandi imprese e banche americane, celebri ancora oggi, hanno costruito le loro fortune sulla schiavitù. Nella seconda parte l’articolo argomenta che la discriminazione razziale presente ancora oggi in America, la profonda frattura sociale, la violenza contro gli afroamericani di cui ci parla quotidianamente la televisione, sarebbero la conseguenza di un passato che non si è ancora concluso, di una mai avvenuta riconciliazione.

di Garikai Chengu, 18 dicembre 2015
Oggi [18 dicembre, NdT] è l’anniversario dei 150 anni di abolizione della schiavitù in America e, contrariamente alla credenza popolare, la schiavitù non è un prodotto del capitalismo occidentale. È il capitalismo occidentale ad essere un prodotto della schiavitù.

L’espansione della schiavitù nei primi otto decenni dopo l’Indipendenza Americana ha guidato l’evoluzione e la modernizzazione degli Stati Uniti.
Lo storico Edward Baptist illustra come, nell’arco di tempo di una vita umana, il Sud crebbe da una stretta fascia costiera di piccole piantagioni di tabacco ad un impero continentale del cotone, e gli Stati Uniti divennero un’economia moderna, industriale e capitalista.
Attraverso la tortura e i maltrattamenti i proprietari degli schiavi ottennero la massima efficienza, che permise agli Stati Uniti di prendere il controllo del mercato mondiale del cotone, la materia prima fondamentale della Rivoluzione Industriale, e diventare così una nazione ricca e potente.
Il cotone era nel diciannovesimo secolo ciò che il petrolio è stato nel ventesimo secolo: il bene che determinava la ricchezza delle nazioni. Il cotone contava per un sorprendente 50 percento delle esportazioni statunitensi, e scatenò il boom economico che l’America conobbe allora. L’America deve alla schiavitù la sua stessa esistenza di paese appartenente al primo mondo.
In termini astratti, il capitalismo e la schiavitù sarebbero due sistemi fondamentalmente contrapposti. Uno è fondato sul lavoro libero, l’altro sul lavoro forzato. Però in pratica il capitalismo stesso non sarebbe stato possibile senza la schiavitù.
Negli Stati Uniti gli accademici hanno dimostrato che il profitto ottenuto dalla schiavitù non riguardava soltanto il Sud, che vendeva il cotone o la canna da zucchero raccolta dagli schiavi. La schiavitù è stato un elemento centrale anche per la creazione delle industrie che oggi dominano l’economia statunitense: il settore immobiliare, il settore delle assicurazioni e la finanza.
Wall Street è stata fondata sulla schiavitù. Furono schiavi africani a costruire perfino il muro fisico da cui Wall Street prende il nome, che costituiva il confine settentrionale della colonia olandese, costruito per respingere i nativi che rivolevano indietro le loro terre. Per formalizzare il colossale commercio di esseri umani, nel 1711 i funzionari di New York stabilirono a Wall Street il mercato degli schiavi.
Molte importanti banche americane, tra cui JP Morgan e Wachovia Corp costruirono delle fortune sulla schiavitù, e accettavano gli schiavi come “garanzia”. JP Morgan ha recentemente ammesso di avere “accettato circa 13.000 persone in schiavitù come collaterale sui prestiti, e di essersi impossessata di circa 1.250 schiavi“.
La storia che i libri di testo scolastici americani raccontano che la schiavitù era regionale, anziché nazionale, e dipingono la schiavitù come una brutale aberrazione rispetto alle regole di democrazia e libertà che l’America si è data. La schiavitù viene raccontata come una sfortunata deviazione dalla marcia del paese verso la modernità, non certo come il motore che ha guidato la prosperità economica dell’America. Nulla potrebbe essere più lontano dal vero.
Per apprezzare davvero l’importanza che la schiavitù ha avuto per il capitalismo americano, basta guardare la scabrosa storia di un’azienda che prima della Guerra Civile Americana confezionava abiti, chiamata Lehman Brothers. Warren Buffet è l’amministratore delegato di Berkshire Hathaway, nonché il miliardario più ricco d’America. L’azienda da cui Berkshire Hathaway è nata era una produttrice tessile dello Stato di Rhode Island, e approfittava della schiavitù.
Nel Nord, New England è stata la patria dell’industria tessile americana e la culla dell’abolizionismo, ma si è arricchita sulla schiena degli schiavi costretti a raccogliere il cotone nel Sud. Gli architetti della rivoluzione industriale di New England controllavano costantemente il prezzo del cotone, e i loro stabilimenti tessili si sarebbero fermati senza il lavoro degli schiavi nelle piantagioni.
Il libro “Complicità: Come il Nord ha promosso, prolungato e tratto profitto dalla schiavitù“, di Anne Farrow, illustra come la borghesia del Nord era collegata al sistema della schiavitù da milioni di fili: compravano la melassa, che era prodotta dal lavoro degli schiavi, e vendevano il rum nel Triangolo del Commercio; prestavano denaro alle piantagioni del Sud, e molto del cotone che veniva venduto alla Gran Bretagna era imbarcato nei porti di New England.
Nonostante sia stato poi dipinto come un eroe dei diritti civili, Abraham Lincoln non pensava affatto che i neri fossero uguali ai bianchi. Il piano di Lincoln era quello di rispedire i neri in Africa e, se non fosse stato assassinato, il rinvio dei neri in Africa sarebbe stato con ogni probabilità la sua politica dopo la Guerra Civile. Lincoln ammise persino che i proclami sull’emancipazione, secondo le sue stesse parole, erano solo “una misura pragmatica per la guerra” finalizzata a convincere la Gran Bretagna che il Nord era mosso “da qualcosa di più che dalla propria ambizione“.
Per i neri la fine della schiavitù, centocinquanta anni fa, è stato solo l’inizio di una ricerca ancora non conclusa di equità democratica ed economica.
Fino a prima della Seconda Guerra Mondiale, l’élite americana vedeva la civilizzazione capitalista come un progetto razziale e coloniale. Ad oggi, il capitalismo americano può essere visto solo come “capitalismo razziale”: l’eredità della schiavitù segnata dal concomitante emergere della supremazia e del capitalismo bianco nell’America moderna.
I neri in America vivono in un sistema di capitalismo razziale. Il capitalismo razziale esercita la sua autorità sulla minoranza nera attraverso l’oppressiva serie dei linciaggi da parte della polizia, incarcerazioni di massa e istituzionalizzazioni guidate dalla disuguaglianza economica e razziale. Il capitalismo razziale è senza dubbio uno dei moderni crimini contro l’umanità.
Vedere un afroamericano al vertice del potere in quella che è stata la terra della schiavitù sarebbe esaltante, se solo gli indicatori sulla disuguaglianza dei neri non si stessero impennando. Di fatto, durante l’amministrazione di Obama il divario tra la mediana della ricchezza delle famiglie nere e quella delle famiglie bianche è aumentato del 7 per cento. Il divario tra la disoccupazione dei neri e dei bianchi si è anch’esso ampliato durante l’amministrazione Obama, del 4 per cento.
La polizia nazionale storicamente ha agito per mettere in atto il capitalismo razziale. Le prime forze di polizia moderne in America furono le pattuglie per il controllo degli schiavi e le ronde notturne, che erano finalizzate a controllare gli afroamericani.
La letteratura storica esprime chiaramente che prima della Guerra Civile esisteva una forza di polizia legittimata che aveva il solo scopo di opprimere la popolazione schiavizzata e proteggere la proprietà e gli interessi dei padroni. Le lampanti somiglianze tra le ottocentesche pattuglie per il controllo degli schiavi e l’attuale brutalità della polizia americana contro la comunità nera sono troppo evidenti per essere ignorate.
Da quando le prime forze di polizia sono state stabilite in America, i linciaggi sono diventati il fulcro della legge e dell’ordine imposto dal capitalismo razziale. Nei giorni seguenti all’abolizione della schiavitù, si costituì la peggiore organizzazione terroristica della storia americana, con la benedizione del governo statunitense: il Klu Klux Klan.
La maggioranza degli americani crede che i linciaggi siano una forma antiquata di terrorismo razziale, che ha macchiato la società americana fino alla fine dell’era delle leggi di Jim Crow. Tuttavia la propensione dell’America verso il massacro sfrenato degli afroamericani è solo peggiorata nel tempo. Il Guardian ha recentemente riportato come gli storici ritengano che tra la fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo, in media venissero linciati due afroamericani ogni settimana.
Confrontate questo dato con la serie incompleta stilata dall’FBI, che mostra che l’omicidio di un nero da parte di un poliziotto americano avviene più di due volte a settimana, ed è chiaro che la brutalità della polizia verso le comunità afroamericane sta aumentando, non diminuendo.
I linciaggi non significano solo l’uccisione. Spesso includono l’umiliazione, la tortura, le ustioni, le mutilazioni e la castrazione. Il linciaggio era un classico rituale pubblico in America, che spesso avveniva davanti a una grande folla, che a volte contava migliaia di persone, tra cui bambini che giocavano.
Poco dopo l’abolizione della schiavitù, nel 1899, il settimanale Springfield Weekly ha descritto così un linciaggio condotto dal KKK: “al Negro sono state tolte le orecchie, le dita e i genitali. Supplicava pietosamente per la propria vita durante la mutilazione … Prima che il corpo fosse freddo, è stato tagliato in pezzi e le ossa frantumate in piccoli pezzettini … il cuore del Negro è stato tagliato a pezzi, e così il suo fegato … si vendevano i pezzetti di ossa a 25 cent …“.
Il terrorismo razziale è fondamentale per la perpetuazione del capitalismo razziale, ed è per questo che ancora oggi il governo americano rifiuta di riconoscere il KKK come un’organizzazione terroristica.
Terrorizzare le comunità afroamericane va a braccetto con l’imprigionamento e il confinamento sistematico dei neri. In gran parte con la scusa della guerra alla droga, gli Stati Uniti incarcerano più afroamericani oggi, in percentuale, che il Sud Africa al culmine dell’Apartheid.
Le prigioni private sono state progettate dai ricchi a vantaggio dei ricchi. Il sistema delle prigioni a scopo di lucro dipende dall’imprigionamento dei neri per sopravvivere. Un po’ come gli stessi Stati Uniti. Dopotutto, ci sono più neri in prigione, in libertà vigilata o condizionale, di quanti fossero in schiavitù nel 1850 o prima che iniziasse la Guerra Civile.
Il decollo economico dell’America nel diciannovesimo secolo non è avvenuto “nonostante” la schiavitù. È avvenuto in larga parte proprio grazie ad essa. Il capitalismo è stato creato con la schiavitù, e la schiavitù a sua volta ha creato una persistente eredità di capitalismo razziale che è ancora presente nell’America di oggi.
Storicamente c’è sempre stato un netto contrasto tra i nobili ideali americani da una parte e lo status di eterna inferiorità degli afroamericani dall’altra. Alla fine del diciannovesimo secolo, per ironia, è stata eretta una statua detta “della libertà” a osservare l’arrivo nel porto di New York di milioni di stranieri, mentre i contadini neri del Sud – non degli alieni, ma profondamente alienati – erano mantenuti in condizioni di schiavitù ai margini della società. È l’ipocrisia di un’ideologia razzista che ha messo apertamente in discussione la dignità della vita dei “negri”, e che è sopravvissuta alla sconfitta del nazismo. Ad oggi l’America non può dirsi una nazione “post-razziale”, e gli indicatori sull’uguaglianza razziale in America sono di nuovo ai minimi.
Il problema razziale in America è ancora un grande dilemma nazionale che continua minacciare l’esperimento democratico americano. Il malcontento nelle comunità afroamericane continuerà a crescere verso un pericoloso punto di ebollizione, a meno che la più grande eredità della schiavitù, cioè il capitalismo razziale, non sarà apertamente svelato e smantellato completamente.

Preso da: http://vocidallestero.it/2015/12/28/counterpunch-come-il-capitalismo-americano-e-stato-costruito-sulla-schiavitu/

La vera storia del volo di Lockerbie

2/10/2009

Quello che segue è un tentativo di ricostruzione, necessariamente schematico, della storia “dietro le quinte” fra Libia, Gran Bretagna e Stati Uniti, che è ruotata per tutti questi anni intorno all’attentato di Lockerbie.

Il suo presunto responsabile, Abdul al-Megrahi, è stato recentemente liberato dalla Gran Bretagna “per motivi compassionevoli” – così dice la motivazione ufficiale – e rimpatriato in Libia. In realtà, come vedremo, è ormai chiaro che al-Megrahi sia stato soltanto il capro espiatorio della vicenda, e che non abbia avuto nulla a che fare con l’attentato, mentre il suo rilascio sarebbe stato la conseguenza di una urgente esigenza da parte degli inglesi, piuttosto che un gesto umanitario.

La storia si può far iniziare dall’attentato del 1984 ad una discoteca di Berlino, nel quale morirono due cittadini turchi ed un soldato americano. Le autorità tedesche individuarono nel “terrorismo libico” i responsabili, e Ronald Reagan pensò che una adeguata risposta fosse quella di bombardare Tripoli.

Il vero scopo, naturalmente, era togliere di mezzo il colonnello, che già da anni sedeva borioso su milioni di barili di petrolio …

… del quale gli anglo-americani cominciavano a sentire una forte nostalgia (la prima “crisi del petrolio” risale al 1973). Gheddafi si salvò, ma nel bombardamento morì, insieme a molti altri innocenti, Hanna Gheddafi, la sua bambina di due anni.

Il 21 dicembre 1988 il volo Pan-Am 103, da Londra a New York, esplose in volo sopra la Scozia, causando la morte di 270 persone. Oltre a tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio morirono anche 11 abitanti della cittadina di Lockerbie, dove caddero le ali e la parte centrale della fusoliera.

Dopo 3 anni di indagini, svolte con la solerte collaborazione dell’FBI (più di metà dei passeggeri erano americani), la corte scozzese concluse che i responsabili fossero due libici, Abdul al-Megrahi e Lamin Fhimah.

Cominciò subito a circolare l’idea, non difficile da alimentare, che quell’attentato fosse stato la vendetta di Gheddafi per la morte della figlia, e quindi l’idea degli attentatori “libici” sembrò a tutti la più naturale del mondo.

Altri sostennero che la vendetta di Gheddafi si fosse già consumata nel 1986, con il sequestro del volo PanAm 73 a Karachi, che aveva causato la morte di una ventina di ostaggi. In ogni caso, devono essersi accorti in molti che un “tiranno” con una figlia uccisa in quel modo diventi per tutti un comodo attaccapanni, al quale si possono appendere anche i più remoti attentati della Patagonia o delle Isole di Pasqua.

Non esistendo però trattati diretti fra i due paesi, gli inglesi non potevano richiedere ufficialmente l’estradizione dei presunti colpevoli, per cui incaricarono gli uomini dell’MI-6 (la CIA inglese) di aprire dei canali extradiplomatici con Tripoli – le cosiddette “backdoors”, o “porte sul retro” – per ottenere in altri modi la loro consegna.

Nel frattempo partiva una pubblica escalation di accuse, ricatti e controaccuse, che culminò con una pesante serie di sanzioni internazionali imposte alla Libia dall’ONU, per ottenere la consegna dei due presunti attentatori. (Curioso come siano sempre i paesi ricchi di petrolio a finire ricattati con embargo e sanzioni di ogni tipo).

Ma Gheddafi teneva duro, e dopo sei anni gli uomini dell’MI-6 non erano ancora riusciti ad aprire nemmeno uno sportello per gatti, nel retro della sua fortezza.

Accadde così che nel ’94 si presentò all’ambasciata inglese di Tunisi un ”agente dei servizi libici”, che chiese di parlare con il locale responsabile dell’MI-6, e gli fece una proposta molto allettante. Aveva a disposizione – disse – un manipolo di fedelissimi disposti a tutto, pronti ad uccidere Gheddafi e a prendere il potere. Ma aveva bisogno di soldi per preparare l’attentato (armi, bombe, logistica, eccetera), e quindi offriva in cambio, se gli inglesi lo avessero aiutato a rovesciare il colonnello, la prelibata preda dei due attentatori di Lockerbie.

L’uomo dell’MI-6, un certo David Watson, riferì la cosa al suo capo-struttura di Londra, Richard Bartlett. Dopo qualche giorno arrivò l’OK da Bartlett, che disse di aver avuto la “licenza di uccidere” dal ministro degli esteri, insieme ad un finanziamento di 100.000 dollari da passare al manipolo di attentatori.

Dimenticavamo di dire che questo manipolo di attentatori si chiamava “Al-Queda”, e faceva capo ad un certo Osama bin Laden, l’uomo che aveva organizzato per la CIA i Mujaheddin afghani che avevano rimandato i russi a casa loro. (Come si è poi saputo infatti, “Al-Queda” era il nome del database della CIA con i nomi di tutti i Mujaheddin).

Era a nome di bin Laden che l’ ”agente dei servizi libici” si era presentato a Tunisi da Watson. (Questo personaggio non è mai stato identificato con certezza, ma è quasi certo che fosse Anas al-Liby, il n. 2 di bin Laden, che in quel periodo risiedeva, curiosamente, nel vicino Sudan).

In altre parole, i servizi inglesi finanziarono bin Laden per uccidere Gheddafi.

Solo un bambino infatti potrebbe credere alla storiella dello sconosciuto agente libico che si presenta all’ambasciata inglese di Tunisi, offrendo due uomini in cambio di una nazione, e se ne va fischiettando dopo tre giorni con 100.000 dollari in tasca.

Questa è la pietosa bugia che si dovette inventare quando la faccenda dell’attentato a Gheddafi – che nel frattempo era fallito – divenne di dominio pubblico. Erano stati gli agenti dell’MI-5 Annie Machon e David Shayler a denunciarla, dopo averlo saputo dai colleghi dell’MI-6.

Fu un caso di wisthleblowing di prima grandezza, che scatenò un vero e proprio putiferio in Gran Bretagna, poichè metteva il paese in imbarazzo di fronte al mondo intero.

Non a caso Machon e Shayler dovettero fuggire, rimanendo nascosti per lunghi mesi in una fattoria nel nord della Francia, per poi affrontare diversi anni di contorte vicende giudiziarie che si sono conclusi solo di recente.

Se non fosse stato per loro, nessuno avrebbe mai saputo del tentativo inglese di uccidere Gheddafi, nè di altri attentati contro i cittadini di Israele, ufficialmente attribuiti ai palestinesi, che risultarono essere invece opera del Mossad. [1]

Dopo il fallito attentato a Gheddafi, il braccio di ferro per avere i due presunti attentatori di Lockerbie riprese come prima, e a lungo andare il prezzo pagato per le sanzioni diventò insostenibile anche per l’orgoglio del colonnello.

Dopo lunghe trattative, la Libia riconobbe ufficialmente “le responsabilità dei nostri ufficiali” (al-Megrahi era il capo della security delle aerolinee libiche a Londra) e consegnò i due sospettati, a condizione che venissero giudicati in un tribunale neutrale, in Olanda, alla presenza di osservatori internazionali.

Al processo olandese Fhimah fu assolto, mentre al-Megrahi fu ritenuto colpevole, e condannato all’ergastolo, con una pena minima di venti anni da scontare.

Qualcuno si domanderà come sia stato possibile dimostrare addirittura l’identità dell’attentatore, partendo da una semplice caterva di rottami fumanti. Ebbene, quando c’è di mezzo l’FBI, tutto diventa possibile: attenzione, perchè lo spettacolo va ad iniziare.

Frugando fra i resti del disastro, qualcuno si era accorto che un frammento di abiti da bambino, sbruciacchiato ma non troppo, portava tracce di esplosivo talmente pesanti da suggerire che fosse stato usato per avvolgere la bomba stessa. Miracolosamente però, il tessuto conservava ancora l’etichetta, e da questa si è potuto risalire al venditore, un commerciante di Malta di nome Tony Gauci. Quando gli uomini dell’FBI andarono a trovarlo, Gauci si ricordò improvvisamente di aver venduto degli abiti da bambino ad un “Libyan looking man” – letteralmente, “un uomo dall’aspetto libico” (come è noto i libici sono completamente diversi da tutti gli altri arabi) – il 7 di dicembre, ovvero 3 settimane prima dell’attentato. Da lì a identificare al-Megrahi, fra una ventina di “Libyan looking men” come lui, il passo fu breve.

Ma per farlo condannare non bastava. Il fatto che gli abiti da bambino si trovassero in prossimità della bomba non significava che l’avessero avvolta fisicamente. Instancabili, gli uomini dell’FBI continuarono a indagare, finchè scoprirono fra i resti del disastro un frammento di circuito elettrico che viene montato normalmente su un certo modello di radio Toshiba. E’ lo stesso modello di radio – fecero notare gli uomini dell’FBI – usato da un palestinese poco tempo fa per confezionare una bomba di tipo Sentex.

Ottima intuizione, ma non bastava ancora.

Cerca, esamina e analizza, e saltò fuori che un altro frammento di circuito elettrico recuperato fra i rottami apparteneva ad un timer simile a quello trovato addosso ad un agente libico, arrestato qualche mese prima, che si aggirava nella notte con in tasca una bomba tipo Semptex.

La cosa cominciava a farsi interessante, ma gli indizi non bastavano ancora.

Ci fu allora il colpo di genio finale degli agenti dell’FBI, che da un frammento di valigia risalirono al modello di Samsonite che aveva contenuto la bomba, accorgendosi nel frattempo che proprio quella valigia, imbarcata a Londra sul volo Pan-Am, era partita da Malta.

Ora sì che il cerchio si chiudeva! Bastò fare “libico” + “Semptex” + “timer” + “Samsonite” + “Malta”, ed ecco uscire un bell’ergastolo per il povero al-Megrahi.

Nonostante lui si proclamasse innocente, e nonostante il principale osservatore dell’ONU, Hans Köchler, abbia definito il verdetto uno “spettacolare aborto giuridico” (“a spectacular miscarriage of justice”), il mondo si convinse presto che l’attentato fosse partito proprio dalla Libia.

Eravamo nel gennaio 2001, a pochi mesi dall’undici settembre.

Nel frattempo Gheddafi aveva messo la testa a posto, aveva rinunciato a farsi la bomba atomica, ed era diventato addirittura il “buon esempio” di islamico addomesticato che tutti gli altri nel mondo dovevano imitare. (Saddam era avvisato).

A conferma delle sue buone intenzioni, Gheddafi si impegnò a pagare 2.7 miliardi di dollari alle famiglie delle vittime (circa 10 milioni di dollari per famiglia), legando però i pagamenti alla cancellazione definitiva delle sanzioni contro la Libia, ed alla rimozione del suo paese dalla lista degli “stati-canaglia”.

La maggior parte di quei soldi è finita nelle casse dei prestigiosi studi legali americani che hanno rappresentato i familiari delle vittime.

Nel 2002 al-Megrahi tentò un ricorso in appello, ma la sua richiesta fu respinta per “inconsistenza delle motivazioni”.

Al-Megrahi non si arrese, e iniziò – probabilmente aiutato dall’esterno – a far raccogliere tutta la documentazione possibile per preparare un secondo appello, molto più serio e ben organizzato del primo.

La sua “contro-indagine” fu così efficace che nel 2007 la Corte Penale di Revisione Scozzese stabilì, con grande sorpresa di tutti, che il caso andasse riaperto. Nel frattempo infatti era emerso che:

– Tony Gauci, il commerciante maltese di vestiti, aveva visto una foto di al-Megrahi 4 giorni prima del riconoscimento. La difesa di al-Megrahi sostiene di avere le prove che Gauci abbia ricevuto 2 milioni di dollari per la testimonianza che portò all’arresto dell’imputato.

– Il tecnico svizzero che aveva confermato che il timer venisse usato per le bombe Semtex ha confessato di aver mentito al processo, dopo aver respinto un’offerta di 4 milioni di dollari da parte dell’FBI per fare quelle dichiarazioni. Il tecnico ha anche ammesso di aver rubato dalla sua ditta un esemplare di quel timer, per consegnarlo “ad un uomo incaricato delle indagini”.

– Il pezzetto di circuito elettrico ritenuto appartenere al timer risultò non essere stato nemmeno testato per la presenza di esplosivi.

– La famosa “Samsonite partita da Malta” aveva girato per 17 ore su un carrousel vuoto di Heatrow, prima di essere imbarcata sul volo Pan-Am, e durante quel periodo era stata forzata da qualcuno.

– La polizia di Heatrow ha purtroppo “perso” la documentazione su quella valigia, per cui non è più possibile risalire a chi l’abbia maneggiata, nè tantomeno imbarcata.

– L’abitante di Lockerbie che aveva trovato nella foresta il manuale della radio Toshiba disse che il documento presentato al processo era completamente diverso da quello che lui aveva consegnato alla polizia.

Insomma, ci siamo capiti, è inutile infierire: all’FBI usano ancora le tecniche e i manuali di Edgar Hoover.

I media però fecero finta di nulla, e la notizia del verdetto della Corte di Revisione passò sotto relativo silenzio.

Ma i tempi per l’appello di al-Megrahi nel frattempo sono maturati, e la data per la riapertura del processo era stata fissata per lo scorso Aprile.

Se quel processo si fosse svolto, al-Megrahi molto probabilmente sarebbe stato assolto, e gli inglesi avrebbero fatto una plateale figuraccia di fronte al mondo.

C’era inoltre il rischio, non trascurabile, che Gheddafi a quel punto chiedesse la restituzione di tutti i soldi pagati per risarcire le famiglie delle vittime.

Ecco perchè gli inglesi, colti da improvviso spirito compassionevole, hanno deciso di rimpatriare in gran fretta al-Megrahi, iniziando una complessa procedura legale che richiedeva, prima di tutto, che lui ritirasse la richiesta di appello.

Dopo che questo è avvenuto, al-Megrahi è stato rimandato a casa. Nonostante abbia rinunciato all’appello, al-Megrahi ha detto che renderà pubblico il dossier di oltre 300 pagine che nel frattempo la difesa aveva preparato per lui.

Fine della storia.

A questo punto resta solo una domanda: se non sono stati i libici, chi ha messo la bomba sul Pan-Am 103?

La risposta precisa nessuno la conosce, e Internet a questo punto pullula di “teorie alternative” di ogni tipo, la maggioranza delle quali sono state chiaramente messe in circolo per confondere le acque.

A chi non avesse voglia di addentrarsi in quell’infida foresta, possiamo sempre suggerire di domandarsi a chi possa essere convenuto, in tutti questi anni, far passare la Libia di Gheddafi per uno stato di “terroristi”.

Massimo Mazzucco

1 – Annie Machon – Conferenza 9/11 di Chicago del 2006.

Preso da: http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=3345