Oggi Tripoli, ieri Bucarest: singolari parallelismi

Pubblicato il: 27 novembre, 2011
Esteri | Di Luca Bistolfi

Oggi Tripoli, ieri Bucarest: singolari parallelismi

In questo momento mi trovo in Romania e ricevo la notizia, attraverso la Rete, dell’uccisione, o per meglio dire, dell’assassinio del Presidente Gheddafi. Nonostante i pur legittimi dubbi che circolano sulla sua morte, simili a quelli che tuttora aleggiano sulla fine di Osama Bin Laden, dobbiamo dare per scontato che la morte del capo libico sia autentica. E questo perché troppe sono le solite cosiddette “coincidenze” e troppi, soprattutto, i parallelismi con altre luride situazioni simili.
Dicevo che sto trascorrendo qualche giorno in Romania non per mettere a parte i lettori dei fatti miei, bensì perchè la notizia della morte del Colonnello mi ha immediatamente riportato a un’altra morte, avvenuta vent’anni fa qui nel Paese carpatico. Il lettore si sarà subito avveduto che sto parlando di Nicolae Ceausescu.

Il parallelismo, ben lungi da essere una semplice suggestione, ha diverse ragioni d’essere.
Primo. In Romania la morte di Ceausescu fu preceduta da quella che ancora molti storici (soprattutto occidentali, ivi compresi i cosiddetti romenisti dei miei stivali), seguitano con ostinata ignoranza a chiamare “rivoluzione”. Ossia da un vastissimo movimento di piazza “spontaneo” sopraggiunto per saturazione causata dall’abuso del potere politico da parte del dittatore. La stessa cosa hanno detto e scritto, e diranno e scriveranno negli annali ufficiali, per quanto riguarda la Libia. Solo i più ottusi sostenitori della democrazia american style e del politicamente corretto fanno finta di non sapere che ciò che accadde in Romania nel 1989 non fu affatto una rivoluzione, bensì un colpo di Stato. Ci sono molti documenti pubblicati in questi anni nel Paese danubiano che, al di sopra di ogni ragionevole sospetto o dubbio, dimostrano questo. La “rivolta” di Timisoara e i “massacri” di civili per opera dell’esercito su ordine diretto di Ceausescu, seguitano a scrivere e a ripretere storici, giornalisti e la mia portinaia: nessun massacro. Parlavano e scrivevano in tutto il mondo di 60mila morti ammazzati a Timisoara, quando questa città all’epoca aveva circa… 60mila abitanti. Poi la fuga in elicottero: altri documenti dimostrano che Ceausescu non scappò, bensì fu costretto a salire sul velivolo dal generale Stanculescu, una delle menti di quel colpo di Stato; egli stesso ne ha più volte parlato, ammettendo con chiarezza il suo ruolo in quella vicenda. (Tra le altre cose, il reverendo Lazlo Tokes, il pastore protestante ungherese che avrebbe dato l’abbrivio alla rivolta di Timisoara ora è vicepresidente del Parlamento europeo…). La lista delle “stranezze” è parecchio lunga, ma qui non posso dilungarmi oltremodo, ma altrove le ho scritte.
Secondo. Gli esperti di questioni arabe hanno in questi mesi, tra le altre cose, sottolineato la volontà autonomista di Gheddafi, la sua politica non disposta a piegarsi agli interessi privati del mondialismo e dell’atlantismo; in più la sua perfetta coscienza di capo politico, la quale gli suggeriva senza dubbio di mantenere posizioni tanto radicali quanto di evidente buon senso in relazione alle libertà economiche e politiche della Libia rispetto ai radioattivi invasori occidentali. La stesso principio automista e antioccidentale – ancorché non isolazionista, beninteso – può e deve essere applicato alla politica di Ceausescu, il quale, a principiare dal 1968 nei confronti dell’invasione sovietica in Cecoslovacchia, ha, da una parte, sempre rivendicato il diritto all’autonomia e alla libertà della Romania rispetto a Mosca (non a caso per il regime di Ceausescu si deve parlare di nazionalcomunismo), mentre, dall’altra, ha sempre denunciato i tentativi di ingerenza non tanto da parte sovietica, quanto soprattutto da parte occidentale, e questo in particolare negli anni Ottanta. Per chi conosce il romeno suggerisco di ascoltare ciò il Conducator disse in più di un’occasione pubblica, ivi compreso un discorso del luglio 1989 e soprattutto quello del 21 dicembre dello stesso anno, il suo ultimo (http://www.youtube.com/watch?v=VyqGpO8-RBM e HYPERLINK “http://www.youtube.com/watch?v=YV6v2Hwe3Fs”http://www.youtube.com/watch?v=YV6v2Hwe3Fs). Era evidente la sua consapevolezza circa l’ingerenza da parte di forze straniere, che ieri come oggi sono ben identificabili. E con questo passiamo all’altro parallelismo, forse il più interessante.
Terzo. Come ormai è noto, pochi giorni prima di essere catturato e ammazzato, Ceausescu si era recato a Teheran. Pochi tuttavia conoscono il motivo di questo viaggio, che è il seguente. All’epoca era in progetto la costituzione di una banca per i Paesi in via di sviluppo, che prestasse soldi a questi ultimi con tassi di interesse che andavano dal 3% al 5%, a fronte di tassi di interesse quattro o piu’ volte maggiori applicati dalle banche private. Ogni Stato avrebbe dovuto contribuire all’istituzione di questa banca (che nulla avrebbe avuto a che fare con, ad esempio, il Fondo Monetario Internazione, la Banca Mondiale e i loro accoliti) con 5 miliardi di dollari. Ebbene, i primi tre sostenitori di un progetto che avrebbe messo i bastoni tra le ruote alle banche private mondialiste, erano: l’Iran, la Romania e, guarda caso, la Libia. Proprio così. Gheddafi, gli ayatollah iraniani e il governo nazionalcomunista di Bucarest si erano alleati al fine di rompere il monopolio usurocratico bancario, almeno in relazione ai loro interessi e a quelli di quanti si sarebbero uniti per questo progetto. La Romania, sin dal giorno dopo la caduta di Ceausescu, cadde nelle mani del Fmi. Ion Iliescu, emblema per eccellenza del “nuovo corso” politico romeno, gia’ due volte presidente del Paese carpatico e oggi “grande vecchio” della politica romena – in particolare del Partidul social-democrat, vasta camera di riciclaggio degli ex comunisti e degli (ex?) agenti della Securitate, la polizia segreta del precedente regime – è di fatto uno degli uomini di maggior fiducia del Fmi in Romania.
Quelle che molti non vedono oppure, peggio, chiamano “coincidenze” sono puri e semplici fatti, puri e semplici punti di partenza, ovvero di arrivo, che spiegano alla perfezione non solo ciò che è accaduto vent’anni fa e ciò che è accaduto poche ore fa in Libia, ma altresì ciò che accadrà presto in un Paese a qualche migliaio di chilometri dalla Siria.
Né Gheddafi né Ceausescu hanno voluto capitolare davanti ai ricatti, non hanno voluto darsela per inteso, non hanno voluto cedere la loro legittima sovranità. E per questo l’hanno pagata cara. È il destino di uomini come questi.Preso da:http://www.statopotenza.eu/344/oggi-tripoli-ieri-bucarest-singolari-parallelismi

Mahmoud Jibril e il progetto di ridistribuzione della ricchezza di Gheddafi

Il Colonnello Muammar Gheddafi simboleggia molte cose per molte differenti persone nel mondo. Che si ami o si odi il leader libico, sotto di lui la Libia si è trasformata da uno dei paesi più poveri sulla faccia della terra al paese con i migliori standard di vita in Africa.

5 novembre 2011

Per usare le parole del professor Henri Habibi:

“Quando la Libia ottenne la sua indipendenza dalle Nazioni Unite il 24 dicembre 1951, fu descritta come una delle nazioni più povere e maggiormente arretrate del mondo. La popolazione all’epoca non superava 1,5 milioni di abitanti, era analfabeta per oltre il 90% e non aveva esperienza politica o di know-how. Non c’erano università e solo un numero limitato di scuole secondarie che erano state istituite sette anni prima dell’indipendenza” [1].

Gheddafi aveva molti grandi progetti. Molti di questi erano di natura pan-africana, inclusa la formazione degli Stati Uniti d’Africa.

Il Progetto pan-africano di Gheddafi

Il Colonnello Gheddafi iniziò la costruzione del Grande Fiume Fatto dall’Uomo. Si tratta di un imponente progetto per trasformare il deserto del Sahara e invertire il processo di desertificazione in Africa. Il Grande Fiume, con i suoi piani di irrigazione, fu pensato anche per aiutare il settore agricolo in altre parti dell’Africa. Questo progetto è stato uno degli obbiettivi vittime degli attacchi NATO in Libia.

Gheddafi aveva anche previsto istituzioni finanziarie pan-africane indipendenti. La Libyan Investment Authority e la Libyan Foreign Bank sono stati attori importanti nella creazione di queste istituzioni. Attraverso di esse, Gheddafi è stato determinante nel creare la prima rete satellitare dell’Africa, la RASCOM (Regional African Satellite Communication Organization) per ridurre la dipendenza africana da poteri esterni [2].

Si pensa che il suo coronamento sarebbe stata la creazione degli Stati Uniti di Africa. Questa entità sopranazionale sarebbe stata creata attraverso l’African Investment Bank, l’African Monetary Fund e, infine, l’African Central Bank. Tutte queste istituzioni erano viste con ostilità dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti, dal FMI e dalla Banca Mondiale.

Il progetto di redistribuzione della ricchezza di Gheddafi

Gheddafi aveva un progetto di redistribuzione della ricchezza all’interno della Libia. Fonti del Congresso americano in un rapporto al Congresso lo confermano. Il 18 febbraio 2011, nel rapporto si legge:

“Nel marzo del 2008 (il Colonnello Gheddafi) aveva annunciato l’intenzione di sciogliere la maggior parte degli organi amministrativi e di istituire il Programma di Distribuzione della Ricchezza per cui i proventi del petrolio sarebbero stati erogati ai cittadini con cadenza mensile per permettergli di amministrarli personalmente, in collaborazione e tramite i comitati locali. Citando le critiche del popolo riguardo gli assolvimenti del governo in un lungo discorso a tutto il paese, (egli) ha affermato ripetutamente che lo Stato tradizionale sarebbe presto “morto” in Libia e che il controllo diretto dei cittadini sarebbe stato realizzato attraverso la distribuzione dei proventi derivati dal petrolio. (Esercito), affari esteri, sicurezza e modalità di produzione del petrolio, ha riferito, sarebbero rimasti sotto la responsabilità del governo nazionale, mentre altri settori sarebbero stati eliminati. Nei primi mesi del 2009 i Congressi Popolari di Base Libici hanno analizzato gli emendamenti variazioni alle proposte e il Congresso Generale del Popolo ha votato per prorogare gli adempimenti” [3].

Il Progetto di Redistribuzione della Ricchezza, insieme alla creazione di un sistema politico anarchico, fu visto come una vera e propria minaccia dagli USA e dall’UE e da un gruppo di funzionari libici corrotti. In caso di successo avrebbe creato disordini politici nelle popolazioni di tutto il mondo. All’interno, molti funzionali libici erano al lavoro per ritardare il progetto.

Perché Mahmoud Jibril ha aderito al Consiglio di Transizione

Tra i funzionari libici che si sono opposti a questo progetto e lo hanno guardato con orrore c’è Mahmoud Jibril. Jibril era stato posto in carica da Saif Al-Islam Gheddafi. A causa della forte influenza e dei suggerimenti di Stati Uniti e Unione Europea, Saif Al-Islam ha scelto Jibril per trasformare l’economia libica e imporre riforme economiche neoliberiste.

Jibril sarebbe diventato il capo di due istituzioni della Jamahiriya Araba Libica, il Consiglio Nazionale di Pianificazione della Libia e il Consiglio Nazionale per lo Sviluppo Economico. Mentre quest’ultimo era un ministero normale, il primo avrebbe effettivamente messo Jibril in una posizione superiore a quella del Primo Ministro – l’Ufficio del Segretario Generale del Comitato Popolare della Libia. Jibril, a tutti gli effetti, è stato una delle forze che hanno spalancato le porte alla privatizzazione e alla povertà in Libia.

Circa sei mesi prima dell’inizio dei conflitti in Libia, Mahmoud Jibril incontrò Bernard-Henry Lévy in Australia per discutere la formazione del Consiglio di Transizione con lo scopo di rimuovere Gheddafi [4]. Descrisse il Progetto di Redistribuzione della Ricchezza di Gheddafi come “folle” nei rapporti e nei documenti del Consiglio Nazionale per lo Sviluppo Economico della Jamahiriya Araba Libica [5]. Jibril era convinto che le masse non erano adatte a governare sé stesse e che un’élite avrebbe dovuto avere il controllo del destino e della ricchezza di ogni nazione. Ciò che Jibril aveva in mente era ridimensionare il governo e licenziare una larga parte del settore pubblico, in cambio di un aumento dei regolamenti governativi in Libia. Citava sempre Singapore come perfetto esempio di stato neo-liberista. È probabile che incontrerà Bernard-Henry Lévy anche a Singapore, dove aveva l’abitudine di recarsi regolarmente.

Quando i problemi sono scoppiati a Bengasi, Mahmoud Jibril è andato al Cairo, in Egitto. Ha detto ai suoi colleghi che sarebbe ritornato presto a Tripoli, ma non aveva intenzione di ritornare. In realtà è andato al Cairo per incontrare i dirigenti del Consiglio Nazionale siriano e Lévy. Lo stavano tutti aspettando per coordinare gli eventi in Libia e in Siria. Questa è una delle ragioni per cui il Consiglio di Transizione ha riconosciuto il Consiglio Nazionale siriano come legittimo governo della Siria.

Mahmoud Jibril è oggi Primo Ministro del Consiglio di Transizione libico. L’opposizione di Jibril al Progetto di Redistribuzione della Ricchezza di Gheddafi e il suo atteggiamento elitario sono tra le ragioni della sua cospirazione nei confronti di Gheddafi e del suo contributo alla formazione del Consiglio di Transizione. Questo funzionario dell’ex regime, che è stato sempre un aperto sostenitore dei dittatori arabi nel Golfo Persico, è davvero un rappresentante del popolo?

Mahdi Darius Nazemroaya
28 ottobre 2011.


Mahdi Darius Nazemroaya è un Sociologo e Ricercatore Associato del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG) di Montréal. Si è specializzato sul Medio Oriente e sull’Asia Centrale. E’ stato in Libia per oltre due mesi ed è stato Corrispondente Speciale per Flashpoints. Ha rilasciato articoli sulla Libia in collaborazione con discussioni radio di Cynthia McKinney di Freedom Now, uno show trasmesso alle 17.00 PST, il sabato, su KPKF, Los Angeles, California.

 


[1Henri Pierre Habib, Politics and Government of Revolutionary Libya (Montmagny, Québec: Le Cercle de Livre de France Ltée, 1975), p. 1.

[2Regional African Satellite Communication Organization, “Launch of the Pan African Satellite,” 26 luglio 2010.

[3Christopher M. Blanchard and James Zanotti, “Libya Christopher M. Blanchard and James Zanotti, “Libya: Background and U.S. Relations,” Congressional Research Service, 28 febbraio 2011,” Congressional Research Service, 18 febbraio 2011, p. 22.

[4Discussioni private avute con i collaboratori di Mahmoud Jiribil in Libia e all’estero..

[5Documenti interni privati del National Economic Development Board.


Verità, propaganda e Manipolazione dei Media : Come gli Stati Uniti mantengono l’Illusione

[27.08.2011]                    (trad. di Levred per GilGuySparks)

Non è mai stato così importante avere fonti e voci di informazione indipendenti e oneste. Siamo, come società, innondati e sopraffatti da una marea di informazioni e da una vasta gamma di fonti, ma queste fonti d’informazione, in generale, sono al servizio di interessi  potenti e degli individui che li posseggono. Le principali fonti di informazione, sia per il consumo pubblico che ufficiale, sono i principali media, media alternativi, università e think tanks.
Il media mainstream è il più evidente nelle sue tipiche parzialità e manipolazioni.
Il  media mainstream è posseduto direttamente da grandi corporation multinazionali, e attraverso i loro consigli di amministrazione sono collegati con una pletora di altre grandi aziende mondiali e con gli interessi dell’elite.  Un esempio di queste connessioni può essere visto attraverso il consiglio di Time Warner.
Time Warner possiede Time Magazine, HBO, Warner Bros., e CNN, tra molti altri. Il consiglio di amministrazione comprende individui passati o attualmente affiliati  con: il Council on Foreign Relations (il Consiglio per le Relazioni Estere), il Fondo monetario internazionale (FMI), il Rockefeller Brothers Fund, Warburg Pincus, Phillip Morris, e AMR Corporation, e molti altri.
Due delle più stimate fonti di notizie negli Stati Uniti sono il New York Times (chiamato “paper of record” cioè “giornale di riferimento”) e  il Washington Post. Il New York Times ha nel suo consiglio gente che era in passato o lo è attualmente affiliata con Schering-Plough International (farmaceutici), il John D. e Catherine T. MacArthur Foundation, la Chevron Corporation, Wesco Financial Corporation, Kohlberg & Company, The Charles Schwab Corporation, eBay Inc., Xerox, IBM, Ford Motor Company, Eli Lilly & Company, e gli altri. Difficilmente [può dirsi] un bastione di imparzialità.

E lo stesso si potrebbe dire per il Washington Post, che ha nel suo consiglio: Lee Bollinger, il presidente della Columbia University e presidente della Federal Reserve Bank di New York, Warren Buffett, investitore finanziario miliardario, presidente e amministratore delegato della Berkshire Hathaway; e gli individui associati con (in passato o attualmente): la Coca-Cola Company, New York University, Conservation International, il Council on Foreign Relations, Xerox, Catalyst, Johnson & Johnson, Target Corporation, RAND Corporation, General Motors, e il Business Council, tra gli altri.
[CNN-CIA] È importante anche occuparsi di come i media mainstream si intreccino, spesso di nascosto in segreto, con il governo. Carl Bernstein, uno dei due reporter del Washington Post che ha trattato lo scandalo Watergate, ha rivelato che c’erano più di 400 giornalisti americani che avevano “in segreto svolto incarichi per la Central Intelligence Agency.” Interessante il fatto “che l’uso di giornalisti è stato tra i mezzi più produttivi di raccolta di intelligence alle dipendenze della C.I.A.” Tra le organizzazioni che hanno collaborato con la C.I.A. ci sono stati “l’American Broadcasting Company, la National Broadcasting Company, l’Associated Press, la United Press International, la Reuters, Hearst Quotidiani, Scripps-Howard, la rivista Newsweek , il Sistema Mutual Broadcasting, il Miami Herald e il vecchio Evening Post e il New York Herald-Tribune”.

Di gran lunga le più importanti di queste relazioni, secondo i funzionari della C.I.A., sono state quelle con il New York Times, la CBS e Time inc. La C.I.A. ha anche eseguito un programma di formazione “per insegnare ai suoi agenti a essere giornalisti”, che hanno “poi messo all’interno dei principali organi di informazione” con l’aiuto di chi li gestiva.
Questi tipi di relazioni sono proseguite nei decenni successivi, anche se forse più di nascosto e silenziosamente di prima. Per esempio, è stato rivelato che nel 2000 durante i bombardamenti Nato del Kosovo, “diversi ufficiali provenienti dal Quarto Gruppo per le Operazioni Psicologiche a Fort Bragg hanno lavorato nella divisione notizie nel quartier generale di Atlanta della CNN.“ Questa stessa struttura dell’esercito dedicate alle PSYOP S. ha “piazzato storie nei media statunitensi a supporto delle politiche sul Centro America dell’amministrazione Reagan”, cosa che è stata descritta dal Miami Herald come una “vasta operazione di guerra psicologica del tipo che l’esercito conduce per influenzare una popolazione in territorio nemico.” Questi ufficiali dell’esercito, settore operazioni psicologiche, hanno anche lavorato al contempo presso la National Public Radio (NPR). L’esercito americano ha, infatti, e aveva, un forte rapporto con la CNN.

Nel 2008, è stato riportato che il Pentagono ha condotto una grande campagna di propaganda, usando generali in pensione ed ex ufficiali del Pentagono per presentare una buona immagine delle politiche dell’amministrazione in tempo di guerra.
Il programma è partito all’inizio della guerra in Iraq nel 2003 ed è continuato nel 2009.
Questi ufficiali, presentati come “analisti militari” mentre parlano rigurgitano posizioni governative e spesso siedono nei consigli degli appaltatori militari, avendo quindi un interesse acquisito riguardo agli argomenti che essi sono portati ad “analizzare”.
Le più grandi associazioni filantropiche negli Stati Uniti hanno spesso usato le loro enormi ricchezze per cooptare le voci del dissenso e dei movimenti di resistenza in canali che sono sicuri per i poteri costituiti.
Come McGeorge Bundy, ex presidente della Ford Foundation, una volta disse: “Tutto ciò che la Fondazione fa è rendere il mondo sicuro per il capitalismo”.
Esempi di questo sono filantropi come la fondazione Rockfeller, Ford Foundation e il John D. e Catherine T. MacArthur Foundation che forniscono un immenso sostegno finanziario e organizzativo alle organizzazioni non governative. Inoltre, i media alternativi sono spesso finanziati dalle stesse fondazioni, che ha l’effetto di influenzare l’orientamento delle cose trattate così come il soffocamento dell’analisi critica.

Tutto questo ci porta al Centre for Research on Globalization (CRG) e a Global Research.

In veste di istituzione che agisce come centro di ricerca così come fonte di notizie alternative attraverso il sito web www.globalresearch.ca, il CRG è di ventata una voce indipendente necessaria per cercare di farsi largo tra tutta la propaganda e la disinformazione.

Per mantenere la nostra indipendenza, Global Research non accetta assistenza da fondazioni pubbliche e private. E neppure cerchiamo sostegno dalle università e/o dal governo.

Mentre l’obbiettivo è quello di espandere e aiutare a diffondere queste informazioni importante e necessarie a un maggior numero di persone, Global Research ha bisogno di affidarsi ai lettori per sostenere l’organizzazione.

Grazie, cari lettori, per il vostro aiuto infaticabile.

Sostenere Global Research significa dare forza alla causa della verità e alla lotta contro la disinformazione dei media.

Grazie ancora.

 

http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=23868

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/08/27/verita-propaganda-e-manipolazione-dei-media-come-gli-stati-uniti-mantengono-lillusione/

La rapina del secolo: l’assalto dei «volenterosi» ai fondi sovrani libici

Manlio Dinucci torna sugli aspetti sottolineati nelle nostre colonne, all’inizio della guerra in Libia: le potenze coloniali “volontarie” si sono appropriate dei colossali investimenti esteri dello stato Libico. Il denaro congelato nelle banche occidentali, minacciava il monopolio della Banca Mondiale e del FMI, finanziando dei progetti di sviluppo nel Terzo Mondo. Continua a “girare” (non più nella forma di investimento, ma di garanzie bancarie), questa volta a favore degli occidentali.
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La Banca Centrale della Libia
L’obiettivo della guerra in Libia non è solo il petrolio, le cui riserve (stimate in 60 miliardi di barili) sono le maggiori dell’Africa e i cui costi di estrazione tra i più bassi del mondo, né il gas naturale le cui riserve sono stimate in circa 1.500 miliardi di metri cubi. Nel mirino dei «volenterosi» dell’operazione «Protettore unificato» ci sono anche i fondi sovrani, i capitali che lo stato libico ha investito all’estero.

I fondi sovrani gestiti dalla Libyan Investment Authority (Lia) sono stimati in circa 70 miliardi di dollari, che salgono a oltre 150 se si includono gli investimenti esteri della Banca centrale e di altri organismi. Ma potrebbero essere di più. Anche se sono inferiori a quelli dell’Arabia saudita o del Kuwait, i fondi sovrani libici si sono caratterizzati per la loro rapida crescita. Quando la Lia è stata costituita nel 2006, disponeva di 40 miliardi di dollari. In appena cinque anni, ha effettuato investimenti in oltre cento società nordafricane, asiatiche, europee, nordamericane e sudamericane: holding, banche, immobiliari, industrie, compagnie petrolifere e altre.
In Italia, i principali investimenti libici sono quelli nella UniCredit Banca (di cui la Lia e la Banca centrale libica pos-siedono il 7,5%), in Finmeccanica (2%) ed Eni (1%): questi e altri investimenti (tra cui il 7,5% dello Juventus Football Club) hanno un significato non tanto economico (ammontano a circa 4 miliardi di euro) quanto politico.
La Libia, dopo che Washington l’ha cancellata dalla lista di proscrizione degli «stati canaglia», ha cercato di ricavarsi uno spazio a livello internazionale puntando sulla «diplomazia dei fondi sovrani». Una volta che gli Usa e la Ue hanno revocato l’embargo nel 2004 e le grandi compagnie petrolifere sono tornate nel paese, Tripoli ha potuto disporre di un surplus commerciale di circa 30 miliardi di dollari annui che ha destinato in gran parte agli investimenti esteri. La gestione dei fondi sovrani ha però creato un nuovo meccanismo di potere e corruzione, in mano a ministri e alti funzionari, che probabilmente è sfuggito in parte al controllo dello stesso Gheddafi: lo conferma il fatto che, nel 2009, egli ha proposto che i 30 miliardi di proventi petroliferi andassero «direttamente al popolo libico». Ciò ha acuito le fratture all’interno del governo libico.
Su queste hanno fatto leva i circoli dominanti statunitensi ed europei che, prima di attaccare militarmente la Libia per mettere le mani sulla sua ricchezza energetica, si sono impa-droniti dei fondi sovrani libici. Ha agevolato tale operazione lo stesso rappresentante della Libyan Investment Authority, Mohamed Layas: come rivela un cablogramma filtrato attra-verso WikiLeaks, il 20 gennaio Layas ha informato l’ambasciatore Usa a Tripoli che la Lia aveva depositato 32 miliardi di dollari in banche statunitensi. Cinque settimane dopo, il 28 febbraio, il Tesoro Usa li ha «congelati». Secondo le dichiarazioni ufficiali, è «la più grossa somma di denaro mai bloccata negli Stati uniti», che Washington tiene «in deposito per il futuro della Libia». Servirà in realtà per una iniezione di capitali nell’economia Usa sempre più indebitata. Pochi giorni dopo, l’Unione europea ha «congelato» circa 45 miliardi di euro di fondi libici.
L’assalto ai fondi sovrani libici avrà un impatto particolar-mente forte in Africa. Qui la Libyan Arab African Investment Company ha effettuato investimenti in oltre 25 paesi, 22 dei quali nell’Africa subsahariana, programmando di accrescerli nei prossimi cinque anni soprattuttto nei settori minerario, manifatturiero, turistico e in quello delle telecomunicazioni. Gli investimenti libici sono stati decisivi nella realizzazione del primo satellite di telecomunicazioni della Rascom (Re-gional African Satellite Communications Organization) che, entrato in orbita nell’agosto 2010, permette ai paesi africani di cominciare a rendersi indipendenti dalle reti satellitari sta-tunitensi ed europee, con un risparmio annuo di centinaia di milioni di dollari.
Ancora più importanti sono stati gli investimenti libici nella realizzazione dei tre organismi finanziari varati dall’Unione africana: la Banca africana di investimento, con sede a Tripoli; il Fondo monetario africano, con sede a Yaoundé (Camerun); la Banca centrale africana, con sede ad Abuja (Nigeria). Lo sviluppo di tali organismi permetterebbe ai paesi africani di sottrarsi al controllo della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, strumenti del dominio neocoloniale, e segnerebbe la fine del franco Cfa, la moneta che sono costretti a usare 14 paesi, ex-colonie francesi. Il congelamento dei fondi libici assesta un colpo fortissimo all’intero progetto. Le armi usate dai «volenterosi» non sono solo quelle dell’operazione bellica «Protettore unificato».