Il popolo è Sovrano quando”vota come deve”

26 giugno 2016

«Il 24 giugno è San Giovanni, patrono di Torino. Quindi per la città è giorno di festa, e succede che si passi una serata con amici e conoscenti, a chiacchierare del più e del meno e a guardare i fuochi d’artificio.
Quest’anno però era diverso, a tenere banco erano solo due argomenti: la caduta di Fassino per mano di una neo-sindaca grillina (Chiara Appendino), e il capitombolo dell’Europa sotto i colpi del Brexit. E i discorsi?
Un po’ di tutto, ma quello che più mi ha colpito, un po’ girando per i siti un po’ parlando con le persone che conosco (quasi tutte favorevoli a Fassino e al «Remain»), è il tratto che li accomunava: l’animosità contro il suffragio universale. Il discorso più moderato che ho sentito suggeriva che i referendum dovrebbero essere indetti solo su materie semplici e comprensibili (tipo: sei pro o contro i matrimoni gay?) e che il referendum sul Brexit proprio non si doveva fare.

I più estremisti suggerivano drastiche limitazioni del suffragio: per votare si dovrebbe almeno avere la licenza media (ma c’è anche chi dice: la laurea); oppure: per votare si devono avere meno di 70 anni. In breve: a vecchi e ignoranti bisognerebbe togliere il diritto di voto.

Trovo tutto ciò estremamente interessante. Non per il contenuto di simili pensieri, ma per i soggetti da cui provengono. Gli stessi che parlano con sufficienza, talora con disprezzo, del popolo che vota Cinque Stelle o sceglie Brexit, sono prontissimi a lodarne la saggezza, la maturità democratica, la lungimiranza, quando il popolo vota nel modo giusto. Gli stessi che invocano ad ogni occasione la necessità di passare dalla fredda Europa dei tecnocrati, autoritaria e burocratica, alla calda Europa dei popoli, luminosa e

democratica, immancabilmente si spaventano non appena, con un referendum, ai popoli vien concesso di dire la loro su qualcosa di importante. Insomma, qui c’è qualcosa che non torna, innanzitutto sul piano logico. E questo qualcosa, ho l’impressione, ha a che fare proprio con il concetto di popolo.

La condizione del popolo, oggi in Europa, è strana e deplorevole. Non tanto perché il popolo è il popolo, e quindi per definizione è il “basso” del sistema sociale, ma perché il suo rapporto con la politica è innaturale e disturbato. In molti paesi europei, verosimilmente in tutti quelli di matrice occidentale, accade un fenomeno inedito: i partiti progressisti affermano di voler rappresentare le istanze del popolo, ma il popolo non li vota, preferendo ad essi i movimenti e partiti cosiddetti populisti, siano essi di destra, di sinistra o incollocabili (come il Movimento Cinque Stelle). E viceversa i ceti medi impiegatizi, gli insegnanti, gli intellettuali, gli artisti, i professionisti, persino molti imprenditori e manager preferiscono votare i partiti progressisti, o quel che resta dei partiti conservatori tradizionali. Insomma un vero quadrilatero amoroso disturbato: la sinistra dice di amare il popolo, ma il popolo non ama più la sinistra. I ceti alti e medi prediligono la sinistra, che però dice (o finge?) di rappresentare i ceti bassi.
La questione interessante a me pare questa: sbagliano i benestanti a guardare a sinistra? E sbaglia il popolo a guardare altrove?
La mia risposta è che, tutto sommato, i benestanti fanno benissimo a prediligere questa sinistra, che è molto attenta alle loro esigenze e molto distratta su quelle di chi sta in basso, quelli che io amo definire “i veri deboli”: incapienti, artigiani, lavoratori autonomi, lavoratori in nero, disoccupati, esclusi dal mercato del lavoro, abitanti delle periferie. Sarei meno sicuro che sia anche vero il reciproco, ossia che facciano bene i ceti bassi a fidarsi dei partiti populisti.

Per certi versi, mi pare che facciano male. I due fronti che si osteggiano in Europa, a me paiono afflitti entrambi da mancanza di visione, e da una formidabile inadeguatezza delle rispettive classi dirigenti. Se il Brexit ha vinto è innanzitutto perché gli uomini (e le donne!) che contano in Europa, non sono stati all’altezza del sogno di Altiero Spinelli. Ma una volta messi da parte Juncker, Hollande, Merkel, Renzi, Cameron, possiamo pensare che a farci sognare siano Marine Le Pen, Farage, Grillo o Salvini? Di per sé, l’idea di un’Europa delle Nazioni, senza la Gran Bretagna ma estesa “dall’Atlantico agli Urali” non è affatto insensata o peregrina, e risale addirittura alla fine degli anni ’50, quando de Gaulle ebbe a formularla per la prima volta. Il guaio è che alla guida della destra in Europa non c’è un de Gaulle, ma solo (per ora) una modesta squadra di agitatori politici, che una volta al potere potrebbero anche farci rimpiangere la sbiadita classe dirigente europea di oggi: insomma l’establishment europeo deve accontentarsi della signora Merkel («l’unico uomo di Stato europeo», copyright Massimo Fini) ma dall’altra parte non è ancora nato un nuovo de Gaulle che sappia prenderne il posto.
Se però guardiamo le cose da un altro punto di vista, quello dell’economia e della politica sociale, non sono così sicuro che la fiducia del popolo nei partiti populisti, e soprattutto la sua sfiducia nei partiti progressisti che vorrebbero rappresentarlo, non siano tutto sommato ben riposte. Non sono così sicuro, in altre parole, che sia fondata l’accusa che, sotto sotto, benpensanti e governanti illuminati rivolgono al popolo, ossia di essere cieco e abbindolabile, fino al punto di votare contro i propri interessi. È vero, le campagne populiste hanno puntato il grosso delle loro carte sulla paura per gli immigrati, visti come temibili concorrenti in materia di posti di lavoro e accesso al welfare, ma anche come fonte di disordine e di insicurezza per la loro specializzazione in alcune materie criminali, come il furto, il traffico di droga, lo sfruttamento della prostituzione.

A tutto ciò l’Europa civile e illuminata ha saputo opporre soltanto l’imperativo morale dell’accoglienza, il valore superiore dell’inclusione sociale, e talora anche il disprezzo per chi ha paura, accusato di basarsi su mere percezioni, distorte dalla propaganda e dalla credulità, anziché sulla cruda realtà delle cifre statistiche (vedi le ricorrenti polemiche su criminalità reale e percepita). Non hanno pensato, i dispregiatori del popolo e delle sue paure, che la maggior parte di coloro che di paura non ne hanno (o ne hanno poca, o sanno dominarla con la ragione) vivono in zone protette, o comunque non degradate, delle nostre affluenti società moderne. Soprattutto, non hanno pensato, i rieducatori del popolo rozzo e credulone, di consultarle davvero, le statistiche sulla criminalità e l’immigrazione in Europa (si veda il grafico in pagina). È un lavoro difficile, perché i dati sono lacunosi e le fonti vanno integrate e raccordate, ma non è impossibile farlo. E se lo si fa, il quadro che

emerge non dà così torto al popolo ingenuo ed ignorante. Secondo la ricostruzione della Fondazione David Hume, su 28 paesi europei per cui si hanno dati, il tasso di criminalità relativo degli stranieri è sempre (tranne in Irlanda e in Lettonia) superiore rispetto a quello dei nativi. In media gli stranieri delinquono 4 volte di più, con punte di 12 in Grecia, 7 in Polonia, 6 in Italia, 5 nelle civilissime Svezia, Austria, Olanda.

Che dire?
Forse il popolo non fa bene a fidarsi delle forze populiste, che talora alimentano i peggiori sentimenti dell’animo umano. Ma forse il popolo, più che fidarsi dei populisti, non sa a chi altri affidarsi, e votandoli fa una scommessa tanto scettica quanto disperata. Più che credere negli agitatori anti-sistema, il popolo pare diffidare dell’élite illuminata che lo rispetta quando “fa la cosa giusta”, e ne prende commiato quando fa quella sbagliata».
Il Sole 24 Ore del 26 giugno

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IL COLLASSO DELLA “DEMOCRAZIA OCCIDENTALE”

ayuu

La democrazia non esiste più in Occidente. Nei potenti gruppi di interesse privati degli USA, come il complesso militare e della sicurezza, Wall Street, la lobby israeliana, l’agro-alimentare e le industrie che si occupano di estrazione di energia, l’industria del legno e quella mineraria, hanno a lungo esercitato un controllo sul governo maggiore rispetto ai cittadini. Ma ora anche questa parvenza di democrazia è stata abbandonata. Negli Stati Uniti Donald Trump ha vinto la nomination presidenziale repubblicana.
Tuttavia, i delegati della convention repubblicana stanno complottando per negare a Trump la nomina ottenuta con il voto popolare. L’establishment politico repubblicano sta mostrando riluttanza ad accettare i risultati democratici. Le persone hanno scelto, ma la loro scelta è inaccettabile per l’istituzione che intende sostituire la sua scelta alla scelta del popolo. Vi ricordate di Dominic Strauss-Kahn? Strauss-Kahn è il francese una volta a capo del Fondo monetario internazionale e, secondo i sondaggi dell’epoca, il probabile futuro presidente della Francia. Disse  qualcosa che suonava troppo favorevole nei confronti del popolo greco.


I  potenti gruppi di interesse bancari, preoccupati, si allarmarono al pensiero che avrebbe potuto mettersi in mezzo al loro saccheggio della Grecia, del Portogallo, della Spagna e dell’Italia. Apparve una cameriera d’hotel che lo accusò di stupro. Venne arrestato e trattenuto senza cauzione. Dopo che la polizia e i pubblici ministeri realizzarono che si erano presi in giro da soli, venne liberato e tutte le accuse decaddero. Ma l’obiettivo era stato raggiunto. Strauss-Kahn dovette dimettersi da direttore del FMI e disse addio alla sua occasione di diventare presidente francese. Curioso, non è vero, che ora appaia una donna che sostiene che Trump l’abbia violentata quando aveva 13 anni. Considerate la risposta dell’establishment politico al voto sulla Brexit.
I membri del Parlamento stanno dicendo che il voto è inaccettabile e che il Parlamento ha il diritto e la responsabilità di ignorare la voce del popolo. Il punto di vista che si è ora stabilito in Occidente è che le persone non sono qualificate per prendere decisioni politiche. La posizione degli avversari della Brexit è chiara: semplicemente non è una questione che riguarda il popolo britannico se la sua sovranità viene regalata a un’inspiegabile commissione a Bruxelles. Martin Schultz, presidente del Parlamento Ue, dice chiaramente: «Non è concepibile all’interno della filosofia dell’unione europea, che la folla possa decidere del suo destino”.
Anche i media occidentali hanno messo in chiaro che non accettano la decisione del popolo. Si è detto che la votazione è “razzista” e quindi può essere ignorata in quanto illegittima. Washington non ha alcuna intenzione di permettere agli inglesi di uscire dall’unione europea. Washington non ha lavorato per 60 anni con lo scopo di mettere tutta l’Europa nel sacco dell’UE (che Washington può controllare) solo per lasciare che la democrazia annulli questa conquista. La Federal Reserve, i suoi alleati di Wall Street, la (sua) Banca del Giappone e i vassalli della banca centrale europea venderanno allo scoperto sterline e azioni del Regno Unito, e le prostitute della stampa (presstitute) spiegheranno il declino del loro valore come la dichiarazione “del mercato” che il voto britannico è stato un errore.
Se alla Gran Bretagna verrà permesso di lasciare, le trattative che dureranno due anni verranno utilizzate per legare gli inglesi all’UE così fermamente che l’uscita della Gran Bretagna avrà valore solo nominale. Nessuno con un minimo di cervello crede che gli europei siano contenti che Washington e la NATO li stiano guidando verso un conflitto con la Russia. Eppure le loro proteste non hanno alcun effetto sui loro governi. Considerate le proteste francesi nei confronti di ciò che il governo neoliberista francese, mascherato da socialista, chiama “riforme del diritto del lavoro.”
Quello che fa la “riforma” è eliminare le riforme che il popolo francese ha ottenuto in decenni di lotta. I francesi hanno reso i posti di lavoro  più stabili e meno incerti, riducendo così lo stress e contribuendo alla felicità della vita. Ma le multinazionali vogliono più profitti e considerano i regolamenti e le leggi, che avvantaggiano le persone, delle barriere che impediscono un maggior guadagno. Economisti neoliberisti hanno sostenuto il ritiro dei diritti dei lavoratori francesi con la falsa tesi che una società umana provoca disoccupazione. Gli economisti neoliberisti lo chiamano “liberare il mercato del lavoro” dalle riforme ottenute dal popolo francese. Il governo francese, ovviamente, rappresenta le imprese, non il popolo francese.
Gli economisti neoliberisti ed i politici non esitano a sacrificare la qualità della vita dei francesi, al fine di spianare la strada ai profitti delle aziende globali. Qual è il valore nel “mercato globale” quando il risultato è quello di peggiorare il destino delle persone?
Considerate i tedeschi. Vengono invasi dai rifugiati delle guerre di Washington, guerre che lo stupido governo tedesco ha avvallato. Il popolo tedesco sta sperimentando l’aumento della criminalità e le aggressioni a sfondo sessuale. Protestano, ma il loro governo non li sente. Il governo tedesco è più preoccupato per i rifugiati che per il suo popolo.
Considerate i greci e i portoghesi costretti dai loro governi ad accettare la rovina finanziaria personale al fine di potenziare i profitti delle banche estere. Questi governi rappresentano i banchieri stranieri, e non il popolo greco e portoghese. Uno si domanda quanto tempo ci vorrà prima che tutti i popoli occidentali realizzino che solo una rivoluzione francese completa di ghigliottina può liberarli.
Potenti gruppi di interesse hanno vinto sullo stato di diritto.
Questo da un lettore:
“E’ stato riferito questa mattina che, recentemente, il jet che ospitava il procuratore generale Loretta Lynch si trovava sulla stessa rampa di quello che trasportava Bill Clinton.
“E in qualche modo sembra che ciascuno sapesse della presenza dell’altro.
“Ed erano talmente vicini che Bill e Loretta si sono incontrati privatamente in uno dei jet”.
“L’FBI (un dipartimento sotto il comando del procuratore generale) sta indagando sulle email di Hillary, viste come una violazione penale dell’espionage act e sul finanziamento della Fondazione Clinton da parte di lobby straniere.
“Mi sembra che questa sia più di una coincidenza ed è altamente irregolare, per un funzionario che ha il compito di perseguire un potenziale imputato, incontrarlo privatamente, o incontrare suo marito.
“Mi chiedo, di chi è il jet su cui si sono incontrati? Il procuratore generale è salito su quello di Bill? Non sarebbe particolarmente insolito? E’ stato Bill a salire su quello del procuratore generale, e se sì, perché il procuratore avrebbe partecipato a un tale conflitto di interessi?”
Ecco la conferma che si è verificato questo incontro:
C’è stato un incontro di mezz’ora sull’aereo del procuratore generale. Guarda il video della notizia da ABC 15:
http://www.thegatewaypundit.com/2016/06/ag-loretta-lynch-half-hour-meeting-bill-clinton-airplane-says-talked-grandchildren-video/
http://www.abc15.com/news/region-phoenix-metro/central-phoenix/loretta-lynch-bill-clinton-meet-privately-in-phoenix
Dr. Paul Craig Roberts è stato Assistente Segretario del Tesoro per la politica economica e editore associato del Wall Street Journal. E’ stato editorialista di Business Week, Scripps Howard News Service, e Creators Syndicate. Ha ricoperto molti incarichi universitari. Le sue colonne su internet hanno attirato  follower da tutto il mondo. Gli ultimi libri di Roberts sono: The Failure of Laissez Faire Capitalism and Economic Dissolution of the West, How America Was Lost, and The Neoconservative Threat to World
Fonte: http://www.informationclearinghouse.info
DI PAUL CRAIG ROBERTS
LINK
Fonte versione italiana: www.comedonchisciotte.org traduzione a cura di DESASTRADO

controstoria di Muammar Gheddafi.

LA LIBIA DI GHEDDAFI: LA LIBIA CHE NON SI LEGGE SUI GIORNALI 

gheddafi

Testimonianza di un tecnico ENI (anno 2011) 

Sono stato in Libia, da lavoratore, fino al 21 febbraio scorso quando, costretto dagli eventi, ho dovuto abbandonarla con l’ultimo volo di linea Alitalia.

Ho avuto modo di conoscere gran parte del Paese, da Tripoli a Bengasi, a Ras Lanuf a Marsa El Brega a Gadames, non frequentando gli ambienti dorati, ovattati e distaccati dei grandi alberghi, ma vivendo da lavoratore tra lavoratori e a quotidiano contatto con ambienti popolari, sempre riscontrando cordialità e sentimenti di amicizia per certi versi inaspettati e sorprendenti. Non era raro per strada sentirsi chiedere di poter fare assieme una fotografia da chi si accorgeva di stare incrociando degli italiani, peraltro numerosissimi anche per le tantissime imprese che vi operavano, dalle più grandi (ENI, Finmeccanica, Impregilo ecc.) alle più piccole (infissi, sanitari, rubinetterie, arredamenti ecc.), in un ambiente favorevolissimo, direi familiare…

Da quello che ho potuto constatare il tenore di vita libico era abbastanza soddisfacente: il pane veniva praticamente regalato, 10 uova costavano l’equivalente di 1 euro, 1 kg di pesce spada circa 5 euro, un litro di benzina circa 10 centesimi di euro; la corrente elettrica era di fatto gratuita; decine e decine di migliaia di alloggi già costruiti e ancora in costruzione per garantire una casa a tutti (150-200 m2 ad alloggio….); l’acqua potabile portata dal deserto già in quasi tutte le città con un’opera ciclopica, in via di completamento, chiamata “grande fiume”; era stata avviata la costruzione della ferrovia ad alta velocità e appaltato il primo lotto tra Bengasi e il confine egiziano della modernissima autostrada inserita nell’accordo con l’Italia; tutti erano dotati di cellulari, il costo delle chiamate era irrisorio, la televisione satellitare era presente sostanzialmente in ogni famiglia e nessun programma era soggetto a oscuramento, così come internet alla portata di tutti, con ogni sito accessibile, compreso i social network (Facebook e Twitter), Skype e la comunicazione a mezzo e-mail.

Dalla fine dell’embargo la situazione, anche “democratica”, era migliorata tantissimo e il trend era decisamente positivo: i libici erano liberi di andare all’estero e rientrare a proprio piacimento e un reddito era sostanzialmente garantito a tutti.

Quando sono scoppiati i primi disordini, la sensazione che tutti lì abbiamo avuto è stata quella che qualcuno stava fomentando rivalità mai sopite tra la regione di Bengasi e la Tripolitania, così come le notizie che rilanciavano le varie emittenti satellitari apparivano palesemente gonfiate quando non addirittura destituite da ogni fondamento: fosse comuni, bombardamenti di aerei sui dimostranti ecc.

Certamente dal punto di vista democratico i margini di miglioramento non saranno stati trascurabili, del resto come in tanti altri paesi come l’Arabia Saudita, la Cina, il Pakistan, la Siria, gli Emirati Arabi, il Sudan, lo Yemen, la Nigeria ecc. ecc… e forse anche un po’ da noi! Pertanto prima o poi qualcuno dovrà spiegare perché in questi Paesi non si interviene…
Sono triste e amareggiato al pensiero di come sarò considerato dagli amici libici che ho lasciato laggiù dopo questa scellerata decisione di stupidissimo interventismo!

Guido Nardo -Ingegnere Gruppo ENI
www.thefrontpage.it/2011/03/24/la-l…e-sui-giornali/

LA DISTRUZIONE DEL TENORE DI VITA DI UN PAESE: QUELLO CHE LA LIBIA AVEVA RAGGIUNTO, QUELLO CHE È STATO DISTRUTTO

22 settembre 2011

By coriintempesta
di: Prof. Michel Chossudovsky

“Non c’è domani” sotto una rivolta di Al Qaeda promossa dalla NATO .

Mentre veniva insediato un governo di ribelli “pro-democrazia”, il paese è stato distrutto.
Sullo sfondo della propaganda di guerra, le conquiste economiche e sociali della Libia nel corso degli ultimi venti anni sono state brutalmente rovesciate:
La Giamahiria Araba Libica ha avuto un alto tenore di vita e un robusto apporto calorico pro capite giornaliero di 3144 calorie. Il paese ha fatto passi da gigante nel campo della sanità pubblica e, dal 1980, il tasso di mortalità infantile è sceso dal 70 ogni mille nati vivi al 19 nel 2009. L’aspettativa di vita è salita dai 61 ai 74 anni durante lo stesso arco di anni. (FAO, Roma,Libya, Country Profile)

Secondo settori della ”sinistra progressista” che hanno avallato il mandato R2P (responsabilità di proteggere) della NATO, per non parlare dei terroristi che vengono accolti, senza riserve, come “liberatori“:
“ La gente è entusiasta di ricominciare da capo. C’è un vero senso di rinascita, una sensazione che le loro vite stanno ricominciando nuovamente“.(DemocracyNow.org, 14 settembre 2011- enfasi aggiunta)
“Ripartire“ sulla scia della distruzione? Paura e disperazione sociale, innumerevoli morti e atrocità, ampiamente documentate dai media indipendenti. Nessuna euforia ….Si è verificata una storica inversione nello sviluppo economico e sociale del paese. I risultati ottenuti sono stati cancellati.

L’invasione e l’occupazione della NATO contrassegnano la rovinosa “rinascita“ del livello di vita della Libia. Questa è la verità proibita e taciuta: un intera nazione è stata destabilizzata e distrutta, la sua gente spinta verso un abissale povertà.

L’obiettivo dei bombardamenti della NATO è stato sin dall’inizio quello di distruggere lo standard di vita del paese, le sue infrastrutture sanitarie, le sue scuole e gli ospedali, il suo sistema di distribuzione dell’acqua. E poi “ricostruire” con l’aiuto di finanziatori e creditori sotto la guida del FMI e della Banca mondiale.
I diktat del ”libero mercato” sono una condizione indispensabile per l’ installazione di una “dittatura democratica” in stile occidentale.

Circa 9.000 sortite d’attacco, decine di migliaia di obiettivi civili: aree residenziali, edifici governativi, impianti di approvvigionamento idrico e di energia elettrica. (Vedi comunicato della Nato, 5 settembre 2011. – 8.140 sortite d’attacco dal 31 marzo al 5 settembre 2011)
Una nazione intera è stata bombardata con gli ordigni più avanzati, tra cui munizioni all’uranio impoverito.

Già nel mese di agosto, l’UNICEF ha avvertito che i bombardamenti della NATO sulle infrastrutture idriche della Libia “potrebbero trasformarsi in un’epidemia sanitaria senza precedenti“. (Christian Balslev-Olesen , responsabile dell’ Ufficio Unicef in Libia, agosto 2011).

Nel frattempo gli investitori e i finanziatori si sono posizionati. ”La guerra fa bene agli affari“. La NATO, il Pentagono e le istituzioni finanziarie internazionali basate a Washington (IFIs) operano in stretto coordinamento. Quello che è stato distrutto dalla NATO verrà ricostruito, finanziato da creditori esteri della Libia sotto la guida del ” Washington Consensus ”:

“In particolare, la Banca Mondiale è stata incaricata di esaminare la necessità di riparazione e ripristino dei servizi nei settori dell’acqua, dell’energia e dei trasporti [bombardati dalla Nato] e, in collaborazione con il Fondo Monetario Internazionale, sostenere la preparazione del bilancio [le misure di austerità] e aiutare il settore bancario a rimettersi in piedi [la banca centrale libica è stato uno dei primi edifici governativi adessere bombardato]. ” (World Bank to Help Libya Rebuild and Deliver Essential Services to Citizens enfasi aggiunta).

I risultati dello sviluppo della Libia

Qualunque siano le proprie opinioni riguardo Gheddafi, il governo libico post-coloniale ha giocato un ruolo chiave nell’eliminazione della povertà e nello sviluppo delle infrastrutture sanitarie ed educative del paese. Secondo la giornalista italiana Yvonne de Vito: “A differenza di altri paesi che hanno attraversato una rivoluzione – la Libia è considerata la Svizzera del continente africano ed è molto ricca, le sue scuole ed i suoi ospedali sono gratuiti per il popolo. Le condizioni per le donne sono molto migliori rispetto ad altri paesi arabi ”. (Russia Today, 25 agosto 2011)

Questi sviluppi sono in netto contrasto con quello che molti paesi del Terzo Mondo sono stati in grado di “conquistare” sotto la ”democrazia” e la “governance” in stile occidentale nell’ambito del programma di aggiustamento strutturale (SAP) del FMI-Banca Mondiale .

Assistenza Sanitaria pubblica

L’ assistenza sanitaria pubblica in Libia prima dell’ ”intervento umanitario” della NATO era la migliore in Africa. ”L’assistenza sanitaria è [era] a disposizione di tutti i cittadini gratuitamente dal settore pubblico. Il paese vanta il più alto tasso di alfabetizzazione e di iscrizioni alle strutture educative in Nord Africa. Il governo sta [stava] in modo sostanziale aumentando il budget di sviluppo per i servizi sanitari … . (OMS- Libya Country Brief )
Confermato dalla Food and Agriculture Organization (FAO), la denutrizione era inferiore al 5%, con un apporto calorico giornaliero pro capite di 3144 calorie. (I dati FAO dell’apporto calorico indicano la disponibilita anzichè il consumo).

La Gran Giamahiria Araba Libica forniva ai suoi cittadini quello che è negato a molti americani:assistenza sanitaria e istruzione gratuita, come confermato dai dati OMS e dall’UNESCO.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): l’ aspettativa di vita alla nascita era di 72,3 anni (2009), tra le più alte nel mondo sviluppato.
Il tasso di mortalità sotto i 5 anni ogni 1000 nati vivi è diminuito da 71 nel 1991 a 14 nel 2009
(www.who.int/countryfocus/cooperatio…rief_lby_en.pdf)

LIBIA INFORMAZIONI GENERALI – 2009 – FONTE: UNESCO – LIBYA COUNTRY PROFILE –

Crescita demografica annua (%) ^ 2,0

Popolazione 0-14 anni (%)^   28

Popolazione rurale (%) ^ 22

Tasso di fertilità (nati per donna) ^   2,6

Tasso di mortalità infantile (0 / 00) ^ 17

Speranza di vita alla nascita (anni) ^   75

PIL pro capite (PPP) US $ ^   16 502

Tasso di crescita del PIL (%) ^   2,1

Servizio del debito totale come% del RNL ^

I bambini in età scolare primaria che non frequentano la scuola (%)   (1978)   2

LIBIA (2009) – Fonte OMS

www.emro.who.int/emrinfo/index.aspx?Ctry=liy

Aspettativa di vita totale alla nascita (anni) 72,3

Aspettativa di vita uomini alla nascita (anni) 70,2

Aspettativa di vita donne alla nascita (anni): 74,9

Neonati sottopeso (%): 4.0

Bambini sottopeso (%): 4,8

Tasso di mortalità perinatale per 1000 nati vivi: 19

Tasso di mortalità neonatale: 11,0

Tasso di mortalità infantile (per 1000 nati vivi): 14.0

Tasso di mortalità sotto i cinque anni (per 1000 nati vivi): 20.1

Rapporto di mortalità materna (per 10.000 nati vivi): 23

Educazione

Il tasso di alfabetizzazione degli adulti era dell’ordine del 89%,(2006), (94% per i maschi e 83% per le femmine). Il 99,9% dei giovani sa leggere e scrivere (dati UNESCO del 2006, vedi Libya Country Report)
La percentuale lorda delle iscrizioni alle scuole primarie era del 97% per i maschi e 97% per le ragazze.
(vedi tabelle UNESCO presso http://stats.uis.unesco.org/unesco/TableVi…BR_Region=40525 )

Il rapporto insegnante-allievo nella scuola primaria della Libia era dell’ordine di 17 ( dati UNESCO- 1983), il 74% dei bambini che hanno terminato la scuola elementare sono stati iscritti alla scuola secondaria (dati UNESCO- 1983).

Sulla base di dati più recenti, che confermano un marcato aumento delle iscrizioni scolastiche, il Gross Enrolment Ratio (GER) nelle scuole secondarie era dell’ordine del 108% nel 2002. Il GER è il numero di alunni iscritti a un determinato livello di istruzione indipendentemente dall’età, espressa in percentuale della popolazione nella fascia di età teorica per quel livello di istruzione.

Per le iscrizioni all’educazione terziaria (post-secondaria, college e università), il Gross Enrolment Ratio (GER) era dell’ordine del 54% nel 2002 (52 per i maschi, 57 per le femmine).

(Per ulteriori dettagli vedere http://stats.uis.unesco.org/unesco/TableVi…BR_Region=40525 )

I diritti della donna

Per quanto riguarda i diritti della donna, i dati della Banca Mondiale indicano il raggiungimento di risultati significativi .

“In un periodo di tempo relativamente breve, la Libia ha raggiunto l’accesso universale all’istruzione primaria, con il 98% lordo di iscrizioni per la secondaria, e il 46% per l’istruzione terziaria. Negli ultimi dieci anni, le iscrizioni delle ragazze sono aumentate del 12% a tutti i livelli dell’istruzione. Nell’istruzione secondaria e terziaria, le ragazze hanno superato in numero i ragazzi del 10%. ”(Banca mondiale- Libya Country Brief, enfasi aggiunta)

Il controllo dei prezzi sui generi alimentari di prima necessità

Nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo, i prezzi dei prodotti alimentari di prima necessità sono saliti alle stelle, a causa della deregolamentazione del mercato, la soppressione dei controlli dei prezzi e la eliminazione dei sussidi, sotto i consigli di “libero mercato” della Banca Mondiale e del FMI.

Negli ultimi anni, gli alimenti essenziali e i prezzi del carburante sono aumentati a spirale a causa del commercio speculativo sulle principali borse delle materie prime.
La Libia è stato uno dei pochi paesi in via di sviluppo che ha mantenuto un sistema di controllo dei prezzi degli alimenti essenziali.
Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale, ha riconosciuto in una dichiarazione dell’ aprile 2011 che il prezzo degli alimenti di prima necessità era aumentato del 36 per cento nel corso dell’ultimo anno. (Vedi Robert Zoellick, World Bank )
La Grande Giamahiria Araba Libica aveva stabilito un sistema di controllo dei prezzi sugli alimenti di prima necessità mantenuto fino all’inizio della guerra guidata dalla NATO .
Mentre l’aumento dei prezzi alimentari nella vicina Tunisia ed in Egitto era alla base del disagio sociale e del dissenso politico, il sistema di aiuti alimentari in Libia era mantenuto.
Questi sono i fatti confermati da numerose agenzie specializzate delle Nazioni Unite.

“La diplomazia dei missili” e “Il Libero Mercato”

La guerra e la globalizzazione sono strettamente correlate. Il FMI e la NATO lavorano in tandem, in collegamento con i think tanks di Washington.

I paesi che si mostrano riluttanti ad accettare i proiettili rivestiti di zucchero della “medicina economica” del FMI saranno eventualmente oggetto di una operazione umanitaria della NATO.

Déjà Vu? Sotto l’Impero britannico, la “ gun boat diplomacy“ era un mezzo per imporre il “libero commercio“. Il 5 ottobre 1850, il rappresentante in Inghilterra del Regno di Siam, Sir James Brooke consigliò al governo di Sua Maestà che:
Se queste giuste richieste [di imporre il libero scambio] dovessero essere rifiutate, dovrà essere inviata una forza, per appoggiarle immediatamente con la rapida distruzione delle difese del fiume [Chaopaya]. Il Siam deve imparare la lezione che già da lungo tempo doveva essergli impartita- il suo Governo può essere rinnovato, un Re disposto con più favore può essere posto sul trono, e così verrà acquisita grande influenza nella regione che per l’Inghilterra assumerà un’importanza commerciale immensa. ”(The Mission di Sir James Brooke, citato in M.L. Manich Jumsai, King Mongkut and Sir John Bowring, Chalermit, Bangkok, 1970, p. 23)

Oggi lo chiamiamo “cambio di regime” e ”diplomazia dei missili“, che prende inevitabilmente la forma di una “No Fly Zone“ sponsorizzata dalle Nazioni Unite . Il suo obiettivo è quello di imporre la mortale “medicina economica” del FMI di misure di austerità e privatizzazioni.

I programmi di “ricostruzione“ dei paesi dilaniati dalla guerra finanziati dalla Banca Mondiale sono coordinati con i piani militari di USA-NATO. Essi sono sempre formulati prima dell’offensiva della campagna militare …

La confisca delle attività finanziarie libiche

Le attività finanziarie libiche all’estero congelate sono stimate nell’ordine di 150 miliardi dollari, con i paesi della NATO che sono in possesso di più di 100 miliardi.

Prima della guerra, la Libia non aveva debiti. In realtà tutto il contrario. Era una nazione creditrice che investiva nei vicini paesi africani.

L’intervento militare R2P ha lo scopo di guidare la Gran Giamahiria Araba Libica nella morsa di un paese indebitato in via di sviluppo, sotto la sorveglianza delle istituzioni di Bretton Woods basate a Washington.

Con amara ironia, dopo aver rubato la ricchezza petrolifera della Libia e aver confiscato le sue attività finanziarie all’estero, la “comunità dei donatori“ ha promesso di prestare il denaro (rubato) per finanziare la ” ricostruzione” della Libia.

Il FMI ha promesso ulteriori $ 35 miliardi in finanziamenti [prestiti] ai paesi colpiti dalle rivolte della Primavera araba e ha formalmente riconosciuto il Consiglio Nazionale di Transizione come potere legittimo, aprendo l’accesso a una miriade di istituti di credito internazionali mentre il paese [Libia] cerca di ricostruirsi dopo sei mesi di guerra….

L’aver ottenuto il riconoscimento da parte del FMI è importante per i leader provvisori della Libia in quanto significa che le banche internazionali per lo sviluppo e i donatori, come la Banca Mondiale, possono ora offrire i loro finanziamenti.

I colloqui di Marsiglia sono venuti pochi giorni dopo che i leader mondiali, a Parigi, hanno concordato per liberare miliardi di dollari in beni congelati [denaro rubato] per aiutare [attraverso prestiti] i provvisori governanti della Libia a ripristinare i servizi essenziali e la ricostruzione dopo un conflitto che ha posto fine a 42 anni di dittatura.

L’accordo di finanziamento da parte del Gruppo delle Sette principali economie più la Russia è mirato al sostegno delle iniziative di riforma [ aggiustamento strutturale promosso dal FMI] sulla scia delle rivolte in Nord Africa e del Medio Oriente.

Il finanziamento è per lo più sotto forma di prestiti, piuttosto che contributi a fondo perduto, ed è fornito per metà da paesi del G8 e da paesi arabi e per metà dagli istituti di credito e da varie banche per lo sviluppo.

(Financial Post 10 settembre 2011)

http://coriintempesta.altervista.org/blog/…tato-distrutto/

LA LYBIA DI GHEDDAFY:

– Elettricità domestica gratuita per tutti

– Acqua domestica gratuita per tutti

– Il prezzo della benzina è di 0,08 euro al litro

– Il costo della vita in Libia è molto meno caro di quello dei paesi occidentali. Per esempio il costo di una mezza baguette di pane in Francia costa più o meno 0,40 euro, quando in Libia costa solo 0,11 euro. Se volessimo comprare 40 mezze baguette si avrebbe un risparmio di 11,60 euro.

– Le banche libiche accordano prestiti senza interessi

– I cittadini non hanno tasse da pagare e l’IVA non esiste.

– Lo stato ha investito molto per creare nuovi posti di lavoro

– La Libia non ha debito pubblico, quando la Francia aveva 223 miliardi di debito nel Gennaio 2011, che sarebbe il 6,7% del PIL. Questo debito per i paesi occidentali continua a crescere

– Il prezzo delle vetture (Chevrolet, Toyota, Nissan, Mitsubishi, Peugeot, Renault…) è al prezzo di costo

– Per ogni studente che vuole andare a studiare all’estero, il governo attribuisce una borsa di 1 627,11 Euro al mese.

– Tutti gli studenti diplomati ricevono lo stipendio medio della professione scelta se non riescono a trovare lavoro

– Quando una coppia si sposa, lo Stato paga il primo appartamento o casa (150 metri quadrati)

– Ogni famiglia libica, previa presentazione del libretto di famiglia, riceve un aiuto di 300 euro al mese

– Esistono dei posti chiamati « Jamaiya », dove si vendono a metà prezzo i prodotti alimentari per tutte le famiglie numerose, previa presentazione del libretto di famiglia

– Tutti i pensionati ricevono un aiuto di 200 euro al mese, oltre la pensione.

– Per tutti gli impiegati pubblici in caso di mobilità necessaria attraverso la Libia, lo Stato fornisce una vettura e una casa a titolo gratuito. Dopo qualche tempo questi beni diventano di proprietà dell’impiegato.

– Nel servizio pubblico, anche se la persona si assenta uno o due giorni, non vi è alcuna riduzione di stipendio e non è richiesto alcun certificato medico

– Tutti i cittadini della libia che non hanno una casa, possono iscriversi a una particolare organizzazione statale che gli attribirà una casa senza alcuna spesa e senza credito. Il diritto alla casa è fondamentale in Libia. E una casa deve essere di chi la occupa.

– Tutti i cittadini libici che vogliono fare dei lavori nella propria casa possono iscriversi a una particolare organizzazione, e questi lavori saranno effettutati gratuitamente da aziende scelte dallo Stato.

– L’eguaglianza tra uomo e donna è un punto cardine per la Libia, le donne hanno accesso a importanti funzioni e posizioni di responsabilità.

– Ogni cittadino o cittadina della Libia si puo’ investire nella vita politica e nella gestione degli affari pubblici, a livello locale, regionale e nazionale, in un sistema di DEMOCRAZIA DIRETTA (iniziando dal Congresso popolare di base, permanente, fino ad arrivare al Congresso generale del popolo, il grande Congresso nazionale che si riunisce una volta all’anno) .

Se questo era lo stato di un dittatore non democratico allora preferisco la dittatura alla democrazia dei colonizzatori e alle GUERRE di pace! Onore al Colonello Gheddaffi.

COSA SAI DELLA LIBIA?

Dallo scoppio della guerra in Libia, opinionisti, giornalisti, perbenisti e filistei vari hanno iniziato un attacco feroce contro quello che viene chiamato “regime dittatoriale”, asserendo che per il rispetto dei diritti umani il sanguinoso governo di Muammar Gheddafi, in vigore dal 1969 dovesse essere abbattuto in favore dei rivoltosi dissidenti.

Di contro progressisti, terzomondisti, euroasiatici e anti-imperialisti si sono schierati a favore e in difesa della “dittatura rivoluzionaria” libica, sostenendo l’autodeterminazione dei popoli e battendosi contro questa impresa neo-colonialista, sostenendo che l’unico governo possibile non può che essere quello di Gheddafi e che i ribelli libici non sono altro che un esigua parte della popolazione.

Nel mezzo delle due posizioni, c’è chi non sa se sostenere Gheddafi come eroe dell’emancipazione degli stati in via di sviluppo o controbatterlo come beduino arroccato al posto di comando che ormai ha fatto il suo tempo.

Analizziamo così luci ed ombre del governo libico, facciamo le nostre considerazioni e traiamone le dovute conclusioni.

1.Cosa c’era prima di Gheddafi

Alla fine del 2° conflitto mondiale, la Libia, ex-colonia italiana, era caratterizzata da un assenza di uno stato nazional-territoriale ben delineato politicamente e dalla parcellizzazione delle autorità secondo linee tribali, nonch’è dalla totale mancanza di coscienza nazionale da parte del suo popolo. Il paese era, ed è, costituito da 3 regioni assai differenti tra loro, sia riguardo l’aspetto demografico, che politico, che economico: La Tripolitania, regione più ricca e pervasa da uno spirito anti-italiano e anti-colonialista, con un tessuto demografico-economico solido, ma minato dai clan e dalle separazioni e dai privilegi gentilizi; la Cirenaica, dominata politicamente dalle autorità tribali senussite e il Fezzan, regione povera, a ridosso del deserto e caratterizzato da una popolazione principalmente nomadica e quindi privo di un carattere nazionale e politico competente.

Riguardo al paese per intero e alla sua condizione, Giorgio Assan scrisse “Il paese appariva privo di quadri, il 94% del popolo era analfabeta, la condizione igienica era allarmante, la mortalità si elevava al 40%, non vi era alcuna base economica e la struttura sociale era arretrata di almeno trecento anni”.La proposta iniziale era quella di dividere lo stato e di “spartirlo” tra l’Italia, a cui sarebbe andata la Tripolitania, l’Inghilterra che avrebbe preso la Cirenaica e la Francia a cui sarebbe toccato il Fezzan, tutto ciò secondo principi autogovernativi della varie regioni sotto l’influenza dei paesi a cui sarebbero state “assegnate”. Questo non avvenne, infatti nel 21 Novembre del 1949 l’ONU bocciò la richiesta e nel 1° Gennaio del 1952 venne proclamata l’indipendenza della Libia come stato unitario monarchico.

Secondo la nuova costituzione federale, veniva riconosciuto il regno di Libia, composto da tre regioni, sottoposta ciascuna ad un governatore di nomina regia, con il governo federale sempre di nomina regia e responsabile di fronte al parlamento. Il sistema era bicamerale e prevedeva una camera dei deputati elettiva. I membri del Senato erano 24, otto per regione, dei quali una metà era elettiva, l’altra di nomina regia. Il voto alle donne era negato, sulla questione costituzionale l’ultima parola spettava alla corte suprema. La lingua ufficiale era l’arabo e la religione l’Islam.

La Libia era un stato, in realtà, già diviso tra le due capitali, Tripoli e Bengasi, e questo dualismo storico-antropologico adesso veniva rafforzato dalla costituzione federale. Il re Idris, appartenente alla tribù dei senussi, era stato messo al comando dalle nazioni straniere e ne era politicamente dipendente, così come il paese intero che veniva mantenuto dagli ingenti finanziamenti esteri e dall’affitto di basi militari alle potenze straniere inglesi e americane (1). Le tribù senussite, storicamente sono sempre state accondiscendenti alle pretese straniere e vi entravano in accordo, così fecero anche con il regime fascista e così fecero con i britannici, appoggiandoli.

La situazione Libica cominciò a farsi incandescente quando nel vicino Egitto vi fu la rivoluzione panaraba dei “Liberi Ufficiali” nel 1952, questo aveva stimolato l’opposizione anti-monarchica e anti-senussa, che rivendicavano la sovranità e l’indipendenza della nazione libica contro il colonialismo straniero.

Fin qui lo stato Libico appare come un fantoccio nelle mani straniere, privo di una personalità nazionale, di un sentimento comune del popolo, diviso anche storicamente, visto che le due grandi regioni, Tripolitania e Cirenaica, erano sempre state orientate una verso il Maghreb e l’altra verso l’Egitto. Inoltre la divisione e la lotta tra tribù rendevano difficili la costruzione di un sentimento che giovasse all’intera nazione, piuttosto che alle singole tribù e permaneva un contrasto forte tra sedentari e nomadi, tra gente costiera e dell’entroterra e tra modernizzazione e tradizione. Inoltre l’infeudamento della monarchia al capitale permetteva la formazione di settori borghesi commerciali e finanziari che si legavano all’apparato burocratico corrotto e al nobilitato di corte(2). La mancata coesione nazionale era anche da imputare alla monarchia centralista Senussa, particolarmente arrendevole verso le politiche e le influenze straniere.

Come già detto prima i Senussi sono sempre entrati in contatto e a patti con gli invasori stranieri, così fecero con i colonizzatori italiani nel 1911, con cui repressero una rivolta anti-coloniale, e contribuirono alla trasformazione della Libia in uno stato di “servitù militare” ai tempi del fascismo(3).Questa condotta si fece particolarmente sentire quando negli anni 50 fu scoperto il petrolio e le nazioni straniere, con le multinazionali, cominciarono a depredare il paese, ciò fomentò l’ostilità neocoloniale diffusa nella popolazione, tale scontento era capeggiato dai gruppi sindacali e popolari.

Perciò nel 1961 Idris represse svariati gruppi nesseriani e filo-baathisti, bandisce i partiti e comincia ad eseguire condanne, tant’è che le rivolte studentesche del 1964 vengono represse col sangue dalla polizia, Tripoli divenne l’epicentro di tali manifestazioni. Tra il m1952 e il 1964 si contarono ben sette crisi ministeriali e vi erano impossibilità di praticare riforme. Così nel 1963 si redasse e si istituzionalizzò una nuova carta costituzionale, che sanciva la nascita di uno stato libico unico e non più federale.

Lo scontento aumentava sempre di più, tra la borghesia, gli studenti e gli operai e anche diverse file dell’esercito, nel 1967 il regime ha un piede nella fossa e, nella speranza di salvare la monarchia e la dinastia, Idris abdica a favore di Hassan Rida.

“La tribù, il clan, la grande famiglia hanno cominciato a disgregarsi a causa delle migrazioni esterne. Sono all’ordine del giorno le parole: lavoro; coscienza nazionale; impegno; responsabilità, individualismo; mescolanza.”(4)

2.0 La rivoluzione

La monarchia è in caduta libera, il paese al tracollo e soffia il vento della rivoluzione. In questo contesto il militare ventisettenne Muammar Gheddafi, nato in un piccolo villaggio berbero della Sirte, tra nomadi, letture del corano (5) e vita spartana. Nel 1956 si trasferisce nel Fezzan, a Sebha, dove parteciperà a svariate manifestazioni anti-coloniali (1956-1961). Il nazionalismo di Gheddafi va a formarsi, assumendo connotazioni panarabe idealizzate, costituisce una cellula studentesca di protesta e si muove in modo politicamente attivo, ciò non sfugge alla polizxia, che costringe lui e i familiari a trasferirsi dal Fezzan a Misurata. Un suo amico e commilitone in quegli anni (1961-1963) così lo affermò

“Gheddafi mi disse di aver riflettuto e che voleva incontrare gli esponenti del partito Baas e di Georges Habbache (ancora non avevano connotazioni marxiste tali partiti), in seguito vi rinunciò perché si perdevano in discussioni sterili e si perdeva solo tempo. Organizzammo la prima seduta del movimento nel 63’ e si decise che tre dei nostri (tra i quali Gheddafi) dovessero entrare nell’accademia militare per creare una cellula di ufficiali liberi, incaricati di portare al movimento il sostegno di parte dell’esercito, indispensabile.(6)

Il punto di riferimento ideologico è il panarabismo di Nasser, all’età di 22 anni Gheddafi entra nell’accademia di Bengasi. Perciò Gheddafi punta sulla costruzione di cellule, soprattutto militari, e piuttosto che organizzare una rivoluzione civile e di preparazione popolare, si concentra su quella sovversiva militare, ispirato dalla rivoluzione egiziana. Ciò perché la borghesia era molto debole e il proletariato troppo giovane e senza una coscienza di classe formata. Il tutto venne chiamato “Operazione Gerusalemme” e si tenne il 24 marzo del 1969. Alla radio viene annunciata la rivoluzione in nome di Allah dallo stesso Gheddafi, ciò sarebbe servito per rafforzare l’aspetto anti-coloniale e arabo della rivoluzione e per cementare un arabizzazione islamizzata che avrebbe dovuto portare la Libia al panarabismo.(7)

La rivoluzione si compì senza spargimento di sangue e con il re fuori dal paese. A nome del CCR(consiglio della rivoluzione) viene ufficializzata la nascita della Repubblica araba libica. Il programma prevede la piena sovranità nazionale della Libia e il rispetto dei diritti della comunità internazionale. Il principe in carica si dimette a favore dei rivoluzionari, mentre il re Idris chiede l’intervento di Londra, impossibile dato il trattato del 1953 che prevedeva un attacco solo se la Libia fosse stata soggetta ad attacchi esterni.

Le reazioni estere sono diverse; i sovrani degli stati circostanti temevano l’influenza della rivoluzione, che avrebbe potuto portare destabilizzazione anche nei loro stati; Mosca applaudiva a tale evento che avrebbe ridimensionato l’assetto britannico-statunitense nella zona; gli USA ritenevano la spinta islamica e religiosa dei nuovi rivoluzionari ottima per rafforzare l’anti-comunismo e impedire l’avanzata dei sovietici nelle zone circostanti il mediterraneo.

Viene posta l’economia al primo posto e vengono emanate una serie di riforme volte a diminuire l’inflazione tagliando le spese sui ministeri, imponendo il controllo statale sui prezzi, si aumentano i salari minimi e si dimezzano gli affitti. Le rendite subiscono un taglio del 30% e nel 1972 viene introdotta una legge di imposta progressiva sul reddito.

2.5 Gheddafi ed il socialismo islamico

Gheddafi dichiara “Tutti sanno che io sono sempre stato impegnato contro il sionismo, l’America e l’alleanza atlantica” ciò certamente lo rende un terzo mondista e progressista, ma certo non un socialista. Difatti Gheddafi non è socialista, o almeno il suo concetto di socialismo non ha nulla a che fare con quello occidentale e può sembrare più una sorta di terzo posizioniamo e fusione di elementi socialisti e capitalisti, prova di questo è la crisi mondiale che investì anche la Libia negli anni Ottanta e che causò una larga privatizzazione delle imprese e degli enti libici, cosa che in uno stato socialista non sarebbe mai accaduto. Ma Gheddafi dichiara anche

“La nostra concezione del socialismo implica che tutti possano prendere parte alla produzione, al lavoro e alla distribuzione dei prodotti. Il nostro è un socialismo islamico, patrocinato dall’Islam. Mentre la parola socialismo è stata designata in Occidente per rappresentare il possesso della produzione e dei suoi mezzi da parte della società, in arabo vuol significare associazione e lavoro svolto in comune. Vuol significare l’associazione dei prodotti e dei beni di un gruppo di un popolo tanto nella ricchezza quanto nei doveri e nella responsabilità”(8)

Discorso assai ambiguo e confuso, che lascia trasparire una società inter-classista e al di fuori delle teorie marxiste e sovietiche. Infatti verrà dichiarato ancora dallo stesso Gheddafi:

“Si assiste oggi ai tentativi dei paesi comunisti di esercitare una dominazione economica. Sono amico dei paesi comunisti ma mi limito a questo. Si pretende che il mio paese sia dominato nel campo di una grande potenza. Una sorta di manomissione del Terzo mondo, con l’intenzione di seminare il dubbio. Il comunismo è completamente diverso dal comunismo”(9)

Questo discorso si tenne alla conferenza dei paesi non allineati di Algeri del 1973, in opposizione a Fidel Castro che sosteneva l’impegno dell’URSS nell’emancipazione e nello sviluppo dei paesi africani. Ciò lascia trasparire la totale ignoranza di Gheddafi sul campo teorico marxista-leninista e la totale confusione su questa filosofia anche in campo teorico e dimostra come egli guardava all’URSS non come vero alleato ma come utile peso della bilancia per farsi largo nella comunità internazionale e aumentare la competitività tra le due nazioni per accaparrarsi il suo sostegno, fondamentale per l’assetto geopolitico africano.

Ma Gheddafi affermò anche che:

“L’islam è certamente il messaggio eterno, la rivoluzione continua, la madre del progresso. La nazione araba è la madre del socialismo perché esso è presente e trova la sua origine nel corano. Né Marx, né Lenin, né i teorici e filosofi, nessuno è riuscito a stabilire un regime migliore di quello dell’Islam sul piano economico e morale”(10)

Si è passati alla totale denigrazione dei grandi socialisti e del suo stesso fondatore, e Gheddafi si è eretto come unico vero sostenitore del socialismo.

E ancora

“Se è vero che il capitalismo, dando briglia sciolta all’individuo, ha trasformato la società in una vera e propria baraonda; il comunismo pretendendo di trovare la soluzione ai problemi economici con la soppressione della proprietà privata ha finito per trasformare la popolazione in un branco di pecore”

“La vera legge della società è costituita dalla tradizione e dalla religione. Ogni tentativo di elaborarla al di fuori di queste due fonti è inutile e illogico. Le leggi non religiose e non tradizionali sono creazioni dell’uomo, pertanto sono ingiuste […] la legge della società non può quindi essere oggetto di redazione o codificazione. L’importanza della legge sta nel criterio di distinzione del vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, come pure i diritti e i doveri degli individui.”

Queste citazioni sono tratte direttamente dal libro verde, e costituiscono la conferma incontestabile del fatto che Gheddafi non solo non è socialista (o come lui afferma comunista, ma si sa che essere l’uno comporta l’essere anche l’altro) ma neanche materialista, e annulla l’importanza delle leggi scritte. Più che socialismo islamico quello di Gheddafi è terzo-posizionismo arabo, ma nonostante egli nei suoi discorsi teorici sia estremamente contraddittorio e con oscillazioni che vanno dal capitalismo al socialismo, dalla privatizzazione alla pubblica proprietà, certamente è innegabile il fatto che abbia rappresentato una vera svolta per il popolo libico, sicuramente positiva e che ha portato ad una evoluzione, con luci ed ombre che ogni evoluzione comporta.

3.0 La svolta della Libia con Gheddafi

Il nuovo stato libico era stato messo in piedi con principi ispiratori ben precisi, quali la decolonizzazione, l’emancipazione dagli stati esteri e la lotta al razzismo e al sottosviluppo, tutto questo affermando che lo stato è di ispirazione socialista e fondato sui principi del corano{1*}
Ciò comporto la liquidazione della presenza straniera del territorio (smantellamento delle basi straniere e delle organizzazioni) e l’inserimento dello stato del movimento terzomondista neutrale.

Riguardo all’aspetto economico Gheddafi ribadiva la sua posizione anti imperialista e socialista, prevedendo la possibilità del contatto tra proprietà privata e politica di piano. L’organo supremo della repubblica era il consiglio rivoluzionario CCR, che deteneva il potere legislativo, vengono istituiti tribunali speciali sempre con a capo il CCR.Il consiglio dei ministri aveva compito consultivo, per poi far passare il decreto nelle mani del CCR che aveva sempre l’ultima parola e decideva di ufficializzarli e metterli in pratica.

Nel 1970 Gheddafi riesce ad accumulare una serie di cariche che gli consentono di diventare la guida del paese, capo di stato; capo di governo; capo del CCR; ministro della difesa e del comitato supremo di piano.

In seguito prende piede la costruzione di un nuovo sistema statale, detto Jamahiriya istituito nel 1976, e lo stato libico prende un nuovo nome “Repubblica popolare araba di Libia”. Essa prevede una articolazione incentrata sui congressi popolari, associazioni professionali e federazioni della società civile. I ministri assumono il nome di segretari e si riuniscono in un comitato generale del popolo. Nel 1979 Gheddafi rinuncerà alla carica di direttore del congresso generale del popolo.

Nel 1991 vengono introdotti provvedimenti giuridici per la libertà degli individui. L’art.8 prevedeva libera espressione a patto che questa fosse esercitata nelle pubbliche assemblee e sotto gli organi di stampa governativi; l’art. 16 riconosceva il rispetto della vita provata e gli articoli 11 e 12 la proprietà privata.

La prima cosa che il governo fece fu la nazionalizzazione delle banche (Banco di Napoli, Banco di Roma, Barclays Bank) poi vi fu la presa di controllo della produzione delle basi petrolifere, a scopo della reciproca intesa e ricchezza (Così disse Gheddafi in un intervista con la giornalista Mirella Bianco), per favorire la Libia nelle azioni commerciali e far si che traesse vantaggio dalla competizione tra imprese, potendo anche scegliere il prezzo dei barili.

Ciò andava in netto contrasto con la volontà americana di favorire le imprese a scapito dei paesi possessori di petrolio, contro il quale Gheddafi tuonerà “Gli americani sono convinti di dominare il mondo con le loro flotte e basi militari. L’imperialismo americano appare come un sostegno illimitato alle compagnie monopolistiche a scapito dei paesi possessori di petrolio che così non possono amministrare il loro bene”(11)

La Libia così potè amministrare il suo bene più prezioso e finanziare le sue opere pubbliche, ma tutto cambiò negli anni Ottanta, con la periodica crisi di produzione e al crollo dei prezzi del petrolio (1982). {2} La situazione libica peggiora con i bombardamenti del governo Regan e il successivo isolamento economico.

3.0 L’impegno per l’emancipazione degli stati Africani e nord Africani

Checchè se ne dica Gheddafy si è sempre mosso concretamente per l’emancipazione e la costruzione degli stati arabi e Africani. Tale condizione è dovuta all’identità religiosa e culturale dei paesi arabi, che secondo il rais avrebbero potuto abbattere le barriere etniche tra berberi e arabi e sarebbe riuscita a fare da collante per la creazione di una unità araba. Ovviamente ciò non poteva che andare a vantaggio degli stati nord Africani che, uniti dall’Atlantico al Golfo persico avrebbero formato un blocco abbastanza forte da poter respingere il neo-colonialismo occidentale che fino ad allora contribuiva alla divisione di questi stati. Oltre a queste spiegazioni, Gheddafy, ricorse anche al corano, investendo in questo compito di ricomposizione degli stati arabi in una comunità, per poi passare all’unione intera del mondo musulmano un dovere divino(12)

In merito è importante citare il vertice di Rabat del 1969, dove Gheddafi criticò aspramente le posizioni conservatrici, filo-imperialiste e egofamiliari dei sultani sauditi e ribadì le sue posizioni antisioniste e filo-palestinesi. Con la carta di Tripoli del 1971 si generò una federazione anti imperialista e antisionista rivoluzionaria che però non si concretizzerà operativamente dei quali facevano parte Egitto, Libia e Sudan. Gheddafi intraprese anche rapporti con il Siriano Hafez Al-Assad, cercando di formare un progetto unitario, ma perse l’appoggio di Nimeiry il sudanese (da notare che in Gheddafy consegnò a Nimeiry alcuni comunisti che vennero poi impiccati tra i quali vi era Abdel Chalet Majhoub) a causa di un incidente riguardo un gruppo destabilizzatore che ha trovato la sua base di addestramento in Libia. Nonostante questo nel 1971 viene annunciata la federazione delle repubbliche arabe componenti Libia, Egitto e Siria, per scopi difensivi. In seguito (1972). Gheddafy propose a Sadat di passare dalle federazione alla fusione tra Libia ed Egitto. Ciò però non avvenne a causa dell’allontanamento di Sadat dall’URSS e all’avvicinamento di questo agli USA che sfociò in incidenti diplomatici con la Libia e resero la possibilità di fusione impossibile.

Gheddafy così lancia un offerta alla Tunisia cui prospetta una fusione in forma di Repubblica araba islamica (1974) ma anche questo tentativo fallì, insieme all’aggancio con la Siria di Al-assad più propenso verso l’URSS. Falliti i tentativi di aggancio ad est e in generale la creazione di un grande Magrebh Gheddafy si orientò a sud. Da qui Gheddafy cominciò una politica di sostegno agli stati africani sottosviluppati e riversò su questi una vasta quantità di petrodollari. L’emancipazione degli stati africani implicava la formazione di classi dirigenti e sovrastrutture politiche capaci di spezzare le antiche dipendenze coloniali, cosa che non andava molto giù alla Francia che vide minacciati i suoi interessi ufficialmente spenti ma ufficiosamente presenti in Africa. Questa tentava perciò di destabilizzare da tempo la Libia, per la difesa dei propri interessi e contro l’esportazione della rivoluzione libica. Dall’altra parte cominciavano anche le interferenze di Washington che cercava di sorvegliare controllare le situazioni in Africa temendo sbilanciamenti verso i sovietici del continente.

La propaganda di Gheddafy per l’esportazione della rivoluzione aveva caratteri anche religiosi, con i quali Gheddafy rilanciava la cultura africana e musulmana in opposizione al colonialismo e alla religione cristiana che diceva rappresentasse proprio un vecchio ostacolo per l’emancipazione dei popoli africani. In occasione del vertice dei capi di stato saheliani Gheddafi lancia la prospettiva in un unione degli stati africani, detti Stati uniti del Sahara nel 1997 dichiarando “I porti libici saranno aperti ai nostri fratelli africani, voglio creare una nuova potenza economica (13) dei quali avrebbero fatto parte Libia, Niger, Burkina Faso, Mali, Nigeria e Ciad. Questa proposta era dettata anche dallo scioglimento dell’URSS e dal monopolio che adesso aveva Washington.

Nel vertice di Lomè, Tripoli si farà carico delle maggiori spese per la realizzazione di un progetto che avrebbe riparato al degrado materiale ed economico causato dalle politiche neoliberiste del fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale. Gheddafy proporrà anche la creazione di una banca africana per lo sviluppo ed il commercio. Nel 2003 viene eletto dagli altri stati africani come Alto commissario alla presidenza delle nazioni unite per i diritti dell’uomo.

4.0 Alleato di convenienza, nemico per eccellenza

Contrariamente a quanto si possa pensare Gheddafi non è sempre stato nemico degli USA, e lo stesso vale al contrario. Inizialmente gli USA appoggiarono e consentirono l’ascesa del governo del rais libico e certo se non si vuole ammettere che si è provato ad instaurare un rapporto tra i due paesi, certo gli USA gli hanno lasciato gioco facile e hanno chiuso gli occhi su alcuni suoi atteggiamenti. Infatti una cosa che non si potrà mai negare riguardo Gheddafi è che ha sempre sostenuto il popolo palestinese ed è sempre stato impegnato contro il sionismo, ma ciò non scoraggiava gli USA che non premevano per una sua caduta. Infatti ai tempi in cui l’URSS era ancora integra gli USA vedevano Gheddafi come un ottimo alleato in funzione anti-sovietica, date le persecuzioni ai partiti e ai movimenti della fratellanza mussulmana, degli afro-marxisti, del movimento baathista e dei sostenitori sovietici in generale. Il tutto accadeva sotto la presidenza Nixon, che guardava positivamente tali azioni e considerava Gheddafi un ottimo muro contro il movimento sovietico, prova di questo fu il sostegno che Gheddafi diede al dittatore “socialista” sudanese Nimeiry nello sventare un colpo di stato comunista (1971).

Cosa accadde? Per ripicca e avversione verso le trattative di pace tra Israele ed Egitto (dopo Nasser, sotto Sadat), Gheddafi firma con Mosca un accordo strategico, 18 Gennaio 1974, ciò per denunciare l’Egitto come complice delle ingerenze dei paesi occidentali in Africa. In seguito Gheddafi rivendicherà l’estensione del territorio libico sul golfo della Sirte (1973). Il rapporto andò sempre a peggiorare, prima a causa degli accordi di Camp David e in fine con l’incendio a Tripoli dell’ambasciata statunitense(1979). La situazione peggiorò con l’insediamento alla casa bianca di Regan (1981), che Gheddafi accusava di ingerenze nelle questione degli stati africani, di contro cercherà di raffreddare i rapporti opponendosi all’insediamento di basi militari sovietiche, ma ciò senza successo poiché Washington già preparava movimenti per il rovesciamento del regime libico e aveva espulso vari esponenti libici dall’America accusandoli di terrorismo. Tutto ciò però non interruppe gli scambi commerciali tra Libia e America, e lo scambiò di greggio fluì senza troppe ripercussioni.

Cominciò così il movimento contro Gheddafi e la Libia, forte anche dell’intenzioni della CIA che premeva per una capitolazione del rais (14), cominciò a praticare addestramenti nelle acquee vicino Tripoli, si mosse per l’armamento di diverse cellule sovversive, praticò una informazione sul regime volta a spingere le masse a vedere di buon occhio la possibile caduta di Gheddafi, diffondendo anche diverse voci sul suo conto. Da qui a poco tempo l’accerchiamento della Libia e le sanzioni economiche fatte contro questa portò alla rappresaglia e al bombardamento americano sui civili nel 1986, ciò però non trovò molti consensi e anche il ministro della difesa italiana del tempo, Spadolini, si dissociò da tali atti. L’attenzione poi si concentrò altrove, senza però tenere in disparte la Libia, ormai etichettato come stato canaglia.

Gli USA non allentarono la loro morsa, nonostante le proposte economiche di Gheddafi riguardo al petrolio, la sua marcia indietro sui finanziamenti alle rivoluzioni di liberazione in Africa e al sostegno che le imprese petrolifere davano alla Libia per poter commerciare liberamente. L’embargo continuava imperterrito, ciò danneggiava la Libia e Gheddafi e fomentava le opposizioni e i tumulti nel paese. Gheddafi certo non lasciò nulla al caso, perciò coglieva sempre la palla al balzo quando vi erano suoi sostenitori in campo internazionale, e a quel tempo le manovre USA furono molto criticate dalle cancellerie europee e dal Vaticano, che condannavano le sanzioni imposte al paese, senza contare che molti accusavano Clinton di favorire, così, di rafforzare il clima anti-occidentale e di favorire movimenti terroristici, Gheddafi disse “Se crollo io il mediterraneo diverrà un mare insicuro e l’Europa conterà i morti, il nord Africa diverrà un covo di terroristi islamici” alimentando le paure delle popolazioni e dei governi europei.
Il disgelo con la Libia cominciò solo dopo l’11 settembre, poiché rappresentava un ottimo alleato contro il radicalismo islamico ed il terrorismo internazionale jihaddista.

5.0 Analisi e riflessioni finali

Avendo analizzato buona parte della politica estera e interna della Libia, del suo passato e delle azioni che il suo rais ha compiuto che l’hanno portata a questo punto, non rimane che tirare le somme e concludere analizzando il presente stato in cui riversa il paese libico. Abbiamo ribadito come in Libia non esista una forte coscienza ed unità nazionale, a causa di ciò non esiste neanche un forte movimento che raggruppi grandi fasce di popolazione, ne è stato presente una forte coscienza di classe e movimenti legati a queste. In Libia tutt’ora esistono tribù alleate e nemiche, che hanno come solo scopo il controllo e l’affermazione propria e di quelle alleate, così non può considerarsi altrimenti per Gheddafi e per il movimento ribelle, capeggiato dalla storica tribù dei senussi, ostili da sempre a quelle tripolitane.

E perciò cosa mai potrà offrire un possibile governo alternativo dopo quello di Gheddafi? Certo non cambierebbe molto tra un passaggio di tribù ad un altra per la popolazione, se non per la politica estera libica che sarebbe innegabilmente più aperta alle ingerenze straniere e alle infiltrazioni di basi militari e lobby, cosa che potrebbe danneggiare le condizioni della Libia molto di più rispetto al governo di Gheddafi, che si è sempre impegnato per la sua indipendenza, portandola ad essere uno stato africano emergente rispetto a tutti gli altri e superando o raggiungendo stati del continente africano quali Sud africa ed Egitto.

Senza contare che l’intervento dei bombardamenti stranieri ha decisamente fatto più vittime del regime, dei ribelli e delle guerre intestine che si sono svolte nel corso degli anni il Libia. Come bisognerebbe considerare quindi Gheddafi? Un salvatore del suo popolo o un dittatore spietato che nuoce ad ogni causa meno che alla sua?
Dopo aver analizzato la storia e le politiche libiche degli anni addietro e recenti non possiamo che affermare che Gheddafi, nonostante abbia avuto posizioni oscillanti tra Washington e Mosca, nonostante sia stato sempre soggetto al populismo e all’irretimento delle masse con la sua ottima conoscenza del corano e anche se ha ridotto a silenzio gran parte degli oppositori e con colpi di mano eccellenti ha sventato minacce per la sua politica anche in modo decisamente violento ed aggressivo, si è sempre dimostrato un convinto sostenitore dell’indipendenza e dell’affermazione degli stati arabi ed africani, calpestati dagli occidentali e ridotti o al colonialismo o a barbari con cui non si può intraprendere un dialogo.

Ha sempre cercato di assicurare al suo paese una condizione di spicco rispetto agli altri, e conseguentemente anche a lui, visto che la storia della Libia dagli anni 70 a oggi è legata a se, cercando di farlo emergere da condizioni di sudditanza e arretratezza, modernizzandolo e portandolo avanti, nel bene e nel male, cercando di legare il popolo diviso in tribù attraverso il corano e la sua politica nazionalista e così anche il mondo arabo e africano in generale diviso, per farsi che fosse forte contro l’egemonia straniera. Non ha quindi deragliato da questo obbiettivo di riscatto e le sue politiche non sono state che correlate a questa sua ambizione, portare la Libia e l’Africa ai livelli dei vecchi colonizzatori, rilanciando le tradizioni e cercando di contrastare le contraddizioni che si vengono a creare tra usanze e metodi passate e azioni future.

Troppo facilmente è stata presa una posizione da tutti i critici della domenica, che si sono schierati superficialmente con o contro Gheddafi a priori senza mai considerare o le sue luci o le sue ombre nel complesso, ma solo una parte di questo. Per riuscire a capire davvero questa guerra e la situazione libica non si può formulare giudizi dell’ultimo momento, con qualche azione recente, ma solo con uno studio complessivo della vita libica e della politica di Gheddafi, e dopo, tirando le somme delle sue luci e delle sue ombre, esprimere un giudizio consapevole. Tale giudizio non potrà non tenere conto dell’oggettività delle azioni fatte nel corso del tempo dal rais.

E perciò doveroso dire che il futuro che si prospetta per la Libia con i ribelli, pronti a svenderla alle nazioni straniere, è più oscuro di quello che potrebbe avvenire sotto Gheddafi. E bisogna sempre considerare come l’ingerenza nei paesi stranieri, senza una reale presa di coscienza della popolazione, e quindi l’importazione della democrazia è un fallimento che già è stato sperimentato e che rischia di ripetersi anche il Libia. Contando anche sul fatto che una dittatura ufficiale è più facile da combattere di una silenziosa, e che per questo molti che erano schierati contro Gheddafi ora sono passati dalla sua parte, poiché temono l’avanzata di un controllo più feroce da parte degli stati stranieri, depredatori di terre, ed una più difficile condizione per la lotta contro l’oppressione dell’uomo sull’uomo in generale. Il danno fatto dalla guerra di “liberazione” è molto più alto di quello che Gheddafi ha compiuto nel corso dei suoi anni di governo e si rischia di distruggere anche le conquiste che questo è riuscito a portare al suo paese.

Ragionando, quindi, per il favore della popolazione libica e per il suo futuro, non si può che rifiutare ferocemente la guerra, senza timore di difendere anche Gheddafi, poiché in questo momento egli rappresenta la lotta di Tripoli e della popolazione libica contro il neo-colonialismo straniero. Ciò senza sprofondare in un sostegno cieco e ideologico, poiché gli errori di Gheddafi ci sono stati, sono stati molti e vanno criticati, ma essi non possono pregiudicare la sua funzione attuale di difensore della libertà di decisione libica. Non si può pretendere di schierarsi contro la guerra e con l’indipendenza della Libia senza schierarsi anche dalla parte di Gheddafi, poiché sarebbe come sperare nella sconfitta di una squadra senza voler ammettere che si fa il tifo per la seconda, il sostegno all’altra è implicito ma momentaneo date le circostanze.

Bibliografia
(1)[Del Boca: op.cit;p 427.]
(2)[Alessandro Aruffo, in Gheddafi, storia di una dittatura rivoluzionaria;p.16]
(3)[ Mehdi Mustafa, in Libia: storia di una servitù militare, n.12 del Dicembre 1970]
(4)[Ch.Sourian, in “Annuaire del’Afrique du Nord]
(5)[Il padre lo affida ad un maestro che gli insegna a memoria i passi del corano; Alessandro Aruffo, in Gheddafi, storia di una dittatura rivoluzionaria;p.23]
(6)[Ivi.pp.47-8]
(7)[testo della dichiarazione preso dal Midle est journal vol.24]
(8)[Cit. in Bianco p.147]
(9)[Cit. in Quaderni internazionali; p147]
(10)[Cit. in A.Savioli in Sono un rivoluzionario non un politico]
(11)[Le Monde; 13 Giugno 1973]
(12)[Sura III, 104]
(13)[Jaune Afrique n1992 ediz. 1997]
(14)[B.Woodward; “le guerre segrete della CIA”, pp180; Milano 1978]
*{1}[v.d paragrafo 2.5]
*{2}[il misto tra capitalismo e socialismo di Gheddafi fa rientrare la Libia nella routine delle crisi di sovrapproduzione, ulteriore prova del fatto che lo stato non avesse basi socialiste]

Altro materiale sul tenore di vita:

http://latorredibabele.blog.rai.it/2008/06…vere-da-libici/

www.intopic.it/forum/tecnologia/crittografia/78250/

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Scritti di Moammar El Gheddafi:

Il Libro verde

Ricordi della mia vita

Fonte: terzorisorgimento.forumfree,it

Fonte_ visto su NOCENSURA del 12 agosto 2014
Link: http://www.nocensura.com/2014/08/controstoria-di-saddam-hussein-e.html

Preso da: http://www.veja.it/2014/08/17/controstoria-saddam-hussein-muammar-gheddafi/

Il “lavoro sporco” del Fondo Monetario Internazionale

30 dicembre 2015

– di James Petras –
Il FMI è l’organismo monetario internazionale leader la cui finalità pubblica è quella di mantenere la stabilità del sistema finanziario mondiale attraverso i prestiti vincolati a proposte dirette a migliorare il recupero economico e la crescita.
Di fatto, il FMI è sempre stato sotto il controllo degli Stati Uniti e dei maggiori paesi dell’Europa Occidentale e le sue politiche sono state progettate per promuovere l’espansione, il dominio finanziario ed i profitti delle principali “corporations” multinazionali ed istituzioni finanziarie.
Gli Stati del Nord America ed europei praticano una divisione dei poteri: i direttori esecutivi del FMI sono europei; le loro controparti nellla Banca Mondiale (BM) sono degli USA.

I direttori esecutivi del FMI e della  BM operano in stretta consultazione con i loro governi di riferimento e specialmente con il Dipartimento del Tesoro nella priorità per decidere, ed in particolare  per definire quali paesi riceveranno i finanziamenti, sotto quali condizioni e per quale importo.
I finanziamenti ed i termini stabiliti dal FMI  devono essere  coordinati  strettamente con la Banca privata. Una volta che il FMI arriva a  firmare un accordo con un paese debitore, questo è un segnale per le grandi banche d’affari per prestare, investire e continuare con una molteplicità di transazioni finanziarie favorevoli.
Da quanto detto in precedenza si può dedurre che il FMI svolge il ruolo di comando generale per il sistema finanziario mondiale.
Il FMI stabilisce le basi per la conquista dei sistemi finanziari degli stati vulnerabili del mondo da parte delle grandi banche.
Il FMI assume l’incarico di fare tutto il “lavoro sporco” attraverso il suo intervento. Questo include l’esproprazione della sovranità, la richiesta di privatizzazione e la riduzione delle spese sociali, stipendi, salari e pensioni, così come assicurare la priorità del pagamento del debito su qualsiasi altra spesa. Il FMI opera come” il cieco” delle grandi banche nel deviare le critiche politiche ed il malessere sociale.
Ci si potrebbe chiedere: quali tipi di persone appoggiano le banche e quali sono stati i direttori esecutivi del FMI? A chi affidano il compito di violare i diritti sovrani di un paese, impoverendo la sua gente e erodendo le istituzioni democratiche?
Tra i direttori esecutivi del FMI hanno incluso un truffatore finanziario condannato; l’attuale direttrice deve affrontare una accusa per denunce di malversazione di fondi pubblici come ministro delle Finanze; un’altro era uno stupratore; un’altro era un difensore della diplomazia delle cannoniere ed il promotore del maggior collasso finanziario della storia di un paese.

Christine Lagarde
Christine Lagarde

L’attuale direttrice esecutiva del FMI (dal Luglio el 20111 al 201), Christine Lagarde, viene portata a giudizio in Francia per appropriazione indebita di un pagamento di 400 milioni di dollari con il magnate Bernard Tapie, mentre lei era ministro delle Finanze nel governo del presidente Sarozy.
l direttore esecutivo precedente (novembre del 2007-maggio del 2011), Dominique Strauss-Kahn, si è visto obbligato a dimettersi dopo di essere stato accusato di aver violentato una cameriera in un hotel di Nueva York e più tardi arrestato e giudicato per sfruttamento della prostituzione nella città di Lille, in Francia. Il suo predecessore., Rodrigo Rato (giugno 2004-ottobre 2007), era un banchiere spagnolo che fu arrestato ed accusato di evasione di imposte, per aver nascosto 27 milioni di euro in settanta banche straniere e la truffa di migliaia di piccoli risparmiatori che aveva convinto a deporre il loro denaro in una banca spagnola, Bankia, che fu dichiarata fallita.
Il suo predecessore, il tedesco Horst Kohler, si dimise dopo aver dichiarato una verità poco probabile- cioè a dire, che “l’intervento militare sull’estero era necessario per difendere gli interessi economici tedeschi”. Una cosa è come opera il FMI, uno strumento per gli interessi imperiali; ed altra cosa è che un dirigente del FMI ne parli pubblicamente.
Michel Camdessus (gennaio 1987 al febbraio 2000) fu l’autore del “Washington Consensus”, la dottrina che finanziò la controrivoluzione neoliberista globale. Nel corso del suo mandato fu testimone dell’ abbraccio e finanziamento del FMI con alcuni dei peggiori dittatori dell’epoca, tra quelli l’uomo forte dell’Indonesia ed autore di assassinii di massa, il generale Suharto.
Sotto Camdessus, il FMI collaborò con il presidente argentino Carlo Menen nella liberalizzzazione dell’economia, nella deregolamentazione dei mercati finanziari e nella privatizzazione di più di un migliaio di imprese argentine. Le crisi che seguirono, portrono alla peggiore depresione nella storia argentina, con più di 20.000 fallimenti, il 25% di disoccupazione ed il tasso di povertà superiore al 50% nei quartieri operai….Camdessus, più tardi, si lamentò dei suoi errori politici in relazione al collasso dell’Argentina. Egli non fu mai arrestato o accusato di crimini contro l’umanità.
Conclusione
La condotta criminale dei direttori del FMI non è una anomalia o un ostacolo per la loro selezione. Al contrario. essi furono selezionati perchè riflettevano i valori, gli interessi ed il comportamento della elite finanziaria mondiale: truffe, evasioni delle imposte, corruzione e trasfrimento massiccio di ricchezza pubblica su conti privati sono la norma per l’establishment finanziario. Queste qualità si adattano perfettamente alle necessità dei banchieri che hanno fiducia nell’accordo con i loro omologhi nel FMI.
L’elite finanziaria internazionale ha necessità che i dirigenti del FMI non abbiano scrupoli nell’utilizzare un doppio standard e nell’infrangere le procedure standard. Ad esempio, l’attuale direttrice esecutiva, Christine Lagarde, ha prestato 30 miliardi al regime fantoccio in Ucraina, nonostante che la stampa finanziaria specializzata avesse descrittto con grandi dettagli come gli oligarchi corrotti abbiano rubato migliaia di milioni con la complicità della classe politica (Financial Times, 12/21/14, pag.7). La stessa Lagarde cambia le regole sul pagamento dei debiti che permette all’Ucraina di realizzare il suo pagamento dei suoi debiti sovrani alla Russia.
La stessa Lagarde insiste che il governo greco di centro destra possa ridurre ancora di più le pensioni in Grecia al di sotto del livello di povertà (Financial Times, 12/21/15, pag. 1).
Sembra evidente che il taglio selvaggio del livello di vita, che decretano i dirigenti del FMI da tutte le parti, non è estraneo alla loro storia personale criminale. Stupratori, truffatori, militaristi, sono soltanto le persone adeguate per dirigere una istituzione, visto che questa fa impoverire il 99% delle popolazioni ed fa arricchire l’1% dei super-ricchi.
Fonte: Global Research
Traduzione: Manuel de Silva
Tratto da: Controinformazione

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2015/12/30/il-lavoro-sporco-del-fondo-monetario-internazionale/

ECCO GLI OBIETTIVI DELL’AGENDA DELLE NAZIONI UNITE PER IL NUOVO ORDINE MONDIALE

Postato il Martedì, 29 settembre @ 23:10:00 BST di davide

DI MICHAEL SNYDER
theeconomiccollapseblog.com
Avete sentito parlare di “obiettivi globali”? Se non ne avete sentito parlare, certamente ne sentirete parlare molto nei prossimi giorni. Il 25 settembre, le Nazioni Unite hanno lanciato una serie di 17 obiettivi ambiziosi che si prevede di poter raggiungere nel corso dei prossimi 15 anni. Un nuovo sito web per promuovere questo piano è stato stabilito, e si può trovare proprio qui. Il nome ufficiale di questo nuovo piano è “l’Agenda 2030“, ma le èlite hanno deciso che avevano bisogno di qualcosa di orecchiabile per promuovere queste idee alla popolazione in generale.

Le Nazioni Unite hanno dichiarato che questi nuovi “obiettivi globali” rappresentano una “nuova agenda universale” per l’umanità. Praticamente ogni nazione del pianeta ha volontariamente firmato per questo nuovo programma, a cui si dovrà attenere obtorto collo.
Alcune delle più grandi star in tutto il mondo sono state assunte per promuovere “gli obiettivi globali”. Basta controllare il video di YouTube che ho postato qui sotto. Questo è il genere di cose che ci si aspetta da un culto religioso fondamentalista…
Se si vive a New York City probabilmente si è consapevoli del “Global Citizen Festival” che si è tenuto a Central Park sabato scorso alla presenza di alcuni dei più grandi nomi nel settore della musica impegnati a promuovere questi nuovi “obiettivi globali”. Di seguito vediamo come il New York Daily News d ha descritto la riunione …
“E ‘stata una festa con uno scopo.
Una festa piena di vip e un appello appassionato a porre fine alla povertà hanno scosso il Great Lawn di Central Park. Più di 60.000 fan si sono riuniti sabato per la quarta edizione del Global Citizen Festival.
Nell’evento filantropico, in coincidenza con l’incontro annuale dei leader mondiali in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, si sono esibiti da Beyoncé, Pearl Jam, Ed Sheeran e Coldplay“.
E non era solo l’industria del divertimento che stava promuovendo il nuovo piano delle Nazioni Unite per un mondo unito. Papa Francesco si è recato a New York per leggere il discorso che ha dato il via alla conferenza in cui è stato presentata questa nuova agenda ….
Papa Francesco ha dato il suo appoggio alla nuova agenda per lo sviluppo in un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni affinchè i grandi del globo adottassero il piano di 17 punti, definendolo “un segno importante di speranza” in un momento molto travagliato in Medio Oriente e Africa .
Quando il primo ministro danese Lars Rasmussen ha colpito il suo martelletto per approvare la road map di sviluppo, i leader e diplomatici provenienti dai 193 Stati membri dell’ONU si sono alzati in piedi e hanno applaudito fragorosamente.
Poi, il vertice si rivolse immediatamente al vero e proprio business della riunione di tre giorni – l’attuazione degli obiettivi, che dovrebbe dai 3,5 trilioni ai 5 trilioni di dollari ogni anno (fino al 2030).
Wow.
Okay, allora dove saranno le migliaia di miliardi di dollari che sono necessari per attuare questi nuovi “obiettivi globali”
Permettetemi di darvi un suggerimento – non verranno dalle nazioni povere.
Quando si leggono questi “obiettivi globali“, molti di loro sono abbastanza buoni. Dopo tutto, chi non vorrebbe “porre fine alla fame”? So che mi piacerebbe “porre fine alla fame” se potessi.
La chiave è quella di guardare dietro le parole e capire che cosa realmente viene detto. E ciò che realmente stanno dicendo è che le élite vogliono rafforzare il loro sogno di un sistema unipolare e senza barriere.
L’elenco che segue viene da Truthstream Media, e penso che faccia un ottimo lavoro traducendo questi nuovi “obiettivi globali” in lingua che tutti possiamo capire …
Obiettivo 1: porre fine alla povertà in tutte le sue forme in tutto il mondo
Traduzione: Banche centrali, FMI, Banca Mondiale, potere della Fed di controllare tutte le finanze, valuta di un mondo digitale in una società senza contanti
Obiettivo 2: fine della fame, raggiungere la sicurezza alimentare e il miglioramento della nutrizione e promuovere l’agricoltura sostenibile
Traduzione: OGM
Obiettivo 3: Garantire una vita sana e promuovere il benessere di tutti a tutte le età
Traduzione: la vaccinazione di massa, il Codex Alimentarius
Obiettivo 4: Garantire un’istruzione di qualità inclusivo ed equo e promuovere le opportunità di apprendimento permanente per tutti
Traduzione: la propaganda delle Nazioni Unite, il lavaggio del cervello attraverso l’istruzione obbligatoria dalla culla alla tomba
Obiettivo 5: raggiungere la parità di genere e l’empowerment tutte le donne e le ragazze
Traduzione: Il controllo della popolazione attraverso la forzata “pianificazione familiare”:
Obiettivo 6: Garantire la disponibilità e la gestione sostenibile delle acque e di servizi igienico-sanitari per tutti
Traduzione: Privatizzare tutte le fonti d’acqua, non dimenticare di aggiungere fluoro
Obiettivo 7: Assicurare l’accesso a energia a prezzi accessibili, affidabile, sostenibile e moderna per tutti
Traduzione: Smart grid con contatori intelligenti su tutto, prezzi al massimo
Obiettivo 8: Promuovere la crescita sostenuta, inclusiva e sostenibile economica, l’occupazione piena e produttiva e il lavoro dignitoso per tutti
Traduzione: TPP, zone di libero scambio che favoriscono gli interessi delle megacorporate
Obiettivo 9: Costruire infrastrutture resilienti, promuovere l’industrializzazione inclusiva e sostenibile e promuovere l’innovazione
Traduzione: strade a pedaggio, buttare fuori il trasporto pubblico, rimuovere vincoli ambientali
Obiettivo 10: ridurre le disuguaglianze all’interno e fra i paesi
Traduzione: Più burocrazia governativa inutile
Obiettivo 11: Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivo, sicuri, flessibili e sostenibili
Traduzione: Stato di sorveglianza e Grande Fratello globale
Obiettivo 12: Garantire consumo produzione sostenibili
Traduzione: Austerity forzata
Obiettivo 13: Prendere misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze *
Traduzione: Nuove tasse di dubbia utilità (ad es. tasse sull’impronta ecologica)
Obiettivo 14: Conservare e sostenibile utilizzare gli oceani, i mari e le risorse marine per lo sviluppo sostenibile
Traduzione: restrizioni ambientali, controllare tutti gli oceani, tra cui i diritti minerari dei fondali oceanici
Obiettivo 15: proteggere, restaurare e promuovere l’uso sostenibile degli ecosistemi terrestri, in modo sostenibile gestire le foreste, la lotta alla desertificazione, e bloccare o invertire il degrado del suolo e arrestare la perdita di biodiversità
Traduzione: più vincoli ambientali, più risorse di controllo e diritti minerari
Obiettivo 16: promuovere società pacifiche e inclusive per lo sviluppo sostenibile, fornire l’accesso alla giustizia per tutti e costruire istituzioni efficaci, responsabili e inclusive a tutti i livelli
Traduzione: le missioni delle Nazioni Unite di “peacekeeping” (ex 1, ex 2), la Corte Internazionale (cieca) di Giustizia, costringere la gente ad emigrare attraverso crisi di rifugiati false e poi cercare la soluzione con più “peacekeeping delle Nazioni Unite”quando la tensione scoppia, rimuovere il secondo emendamento in USA
Obiettivo 17: rafforzare le modalità di attuazione e rivitalizzare il partenariato globale per lo sviluppo sostenibile
Traduzione: Rimuovere la sovranità nazionale in tutto il mondo, favorire la promozione del globalismo, ingrassare la burocrazia orwelliana delle Nazioni Unite
Se avete dei dubbi su tutto questo, è possibile trovare il documento ufficiale per questa nuova agenda delle Nazioni Unite proprio qui.. Quanto più si scava nei dettagli, più ci si rende conto di quanto siano insidiosi questi “obiettivi globali”.
Le élite vogliono un governo mondiale, un sistema economico-mondo e una religione mondiale. Ma non hanno intenzione di realizzare queste cose con la conquista. Piuttosto, vogliono che tutti firmino questi impegni pacificamente, usano il soft power.
Gli “obiettivi globali” sono un modello per un mondo unito. Per molti, l’ “utopia” suona abbastanza promettente. Ma per quelli che sanno in che situazione siamo, il presente invito a un “mondo unito” è molto, molto agghiacciante.

Michael Snyder
Fonte: http://theeconomiccollapseblog.com
Link: http://theeconomiccollapseblog.com/archives/this-happened-in-september-the-un-launched-the-global-goals-a-blueprint-for-a-united-world
28.0’9.2015

Traduzione per www.comedonchisciotteorg a cura del BUCANIERE

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15627

I dannati del mare prima ti saccheggio, poi ti bombardo e se non basta ti annego

3 luglio 2015

Quello che l’Africa soffre da anni è quello che noi cominciamo a soffrire: non a caso il progetto politico più importante che si discute nel massimo segreto a Bruxelles – il TTIP – è la proposizione di quegli ‘accordi’ per lo sviluppo che hanno devastato altri Continenti

barconi

Nel novembre 1989, al suono delle fanfare di tutto l’Occidente ‘democratico’, cadeva il “Muro” per antonomasia, quello di Berlino. Sono passati 26 anni e, nel mondo, di muri ne sono stati eretti più di una ventina: muri di filo spinato, di cemento, di sabbia e pietra, contornati da fossati, elettrificati, guardati a vista da soldati che sparano…
I più conosciuti sono quelli tra Stati Uniti e Messico (dove le “schiene bagnate” centro-americane cercano di entrare nella terra promessa del dollaro), quello tra Israele e Cisgiordania, la barriera di Ceuta e Melilla in Marocco: Ma ve ne sono altri meno noti, come quello recente tra Bulgaria e Turchia eretto per fermare i profughi siriani, quello tra l’Oman e gli Emirati Arabi, quello tra lo Yemen e l’Arabia Saudita, quello tra la Tailandia e la Malaysia e via dicendo.
Ogni anno migliaia di persone perdono la vita per oltrepassare questi muri.

Ma, secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR), il muro più mortale – fatto d’acqua e non di terra – è il Mediterraneo, il mare nostrum.
Nel 2014, secondo l’Agenzia, nel mondo sono morti 4.272 migranti e ben 3.419 di questi in quel cimitero d’acqua che è diventato il Mediterraneo. Fino a questo mese di maggio 2015 sono morti nelle nostre acque 1.750 migranti, 30 volte di più dello stesso periodo del 2014.
Da anni di discute, almeno in Europa, del problema dei migranti, e via via che la crisi economica si fa sempre più pesante, sembra che questo sia il nostro problema principale. Frontex, Eulex e sigle varie, proposte di militarizzazione del mare, bombardamento degli scafisti… vuote parole che vogliono nascondere due realtà fondamentali, che riguardano da vicino non solo le decine di migliaia di uomini, donne e bambini che cercano di sfuggirvi ma anche noi, qui nella ‘fortezza Europa’: la rapina imperialista e la guerra.

Prima ti saccheggio…
Già, la rapina imperialista, cominciata ben prima delle guerre “umanitarie” che hanno sconvolto l’Africa. Dopo gli anni ’60 e la caduta dei regimi coloniali, l’Africa è stata terreno di una nuova ri-colonizzazione fatta a colpi di accordi commerciali che avevano il fine di riguadagnare il terreno perduto con meccanismi diversi da quelli dell’occupazione militare diretta (anche se poi sarebbero stati ripresi anche questi, vedi Iraq, Mali, Libia per citare gli ultimi esempi).
Tali accordi si basano su un principio ben chiaro: modulare le economie dei paesi africani secondo le necessità del capitale europeo e nordamericano. Questi accordi prevedono, in sostanza, la vendita delle materie prime ad un costo inferiore a quello di mercato e l’abolizione dei dazi di importazione. L’ultimo di questi accordi, firmato tra Unione Europea e 15 Stati dell’Africa Occidentale e chiamato APE (la sigla in francese dell’Accordo di Associazione Economica) proibisce – ad esempio – l’imposizione dei dazi sugli 11.900 milioni di euro di prodotti importati dalla UE nel 2013 (la Francia, grazie alla sua eredità coloniale, è la testa di ponte dell’imperialismo europeo in questa zona). Ciò significa che l’agricoltura di sussistenza locale di questi paesi si trova a competere – per così dire, meglio sarebbe ‘soccombere’ – con l’agricoltura industriale europea. Risultato: la rovina completa di decine di migliaia di piccoli agricoltori e delle loro famiglie.
Come diceva a proposito dell’America Latina il grande scrittore uruguayano Eduardo Galeano, anche l’Africa “ha la disgrazia di essere ricca” di materie prime e di grandi estensioni di terre.
Da anni le multinazionali, sostenute dalle élites politiche locali, espellono gli abitanti per impadronirsene: basta il più vago sospetto della presenza di petrolio o di minerali necessari all’industria occidentale, o la possibilità di impiantare piantagioni per la produzione di bioetanolo ed ecco che decine di migliaia di persone vengono private, con le buone o più spesso con le cattive, delle loro case, delle loro terre e dei loro mezzi di sostentamento. Zimbabwe, Uganda, Namibia, Mozambico, Mali, Nigeria, Tanzania… sono solo alcuni degli esempi.
L’anno scorso l’Inghilterra ha destinato 600 milioni di sterline – denaro dei contribuenti inglesi – ad ‘aiuti allo sviluppo’, concretati in un accordo chiamato “Nuova Alleanza per la Sicurezza Alimentare e la Nutrizione”. In cambio degli aiuti economici e degli investimenti occidentali, i paesi africani coinvolti – in base a tale accordo – devono cambiare le loro attuali leggi in modo da facilitare l’acquisizione delle terre, il controllo della fornitura di sementi e quello dei prodotti da esportazione. Le conseguenze sono chiare. Hanno sottoscritto questo accordo Etiopia, Ghana, Tanzania, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Mozambico, Nigeria, Benin, Malawi e Senegal.
L’imperialismo nord-americano non si tiene indietro. Lo scorso marzo a Londra la Fondazione Bill&Melinda Gates (proprietaria – guarda caso – di mezzo milioni di azioni di Monsanto) e l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo (la famigerata USAID) hanno organizzato una conferenza tra ‘donatori’ di aiuti e grandi società, in cui si è discussa la strategia per facilitare la vendita di sementi sotto patente in Africa.
Per generazioni gli agricoltori hanno interscambiato tra loro le sementi. Ciò ha permesso di innovare, di mantenere la biodiversità, di adattare le sementi a condizioni climatiche diverse e di difendersi dalle malattie delle piante. In questa riunione, invece, si è dibattuto come introdurre massicciamente le sementi ibride di Syngenta, Monsanto ecc. che renderanno i contadini africani assolutamente dipendenti dalle multinazionali proprietarie delle patenti e produttrici anche dei pesticidi e dei fertilizzanti necessari a queste colture, provocando quindi anche danni ambientali e problemi alla salute, oltre alla rovina dei piccoli coltivatori locali.

… poi ti bombardo…
Quando questi accordi non sono abbastanza celeri rispetto alle esigenze del capitale imperialista, resta sempre l’opzione militare. Il caso della Libia è esemplare.
Nel novembre 2010 si tenne nel paese il 3° Vertice Africa-UE. Muhammar Gheddafi accolse con gran pompa i dirigenti di 80 paesi africani ed europei, che pianificarono un ‘piano di azione’ per una collaborazione congiunta 2011-2013 in materia di creazione di posti di lavoro, investimenti, crescita economica, pace, stabilità, emigrazione e cambio climatico.
Ma la Libia – che era allora il paese con il più alto livello di vita di tutta l’Africa, è bene ricordarlo – era un boccone troppo ghiotto. Possedeva una riserva immensa del miglior petrolio leggero del mondo, con un potenziale produttivo stimato in più di 3 milioni di barili al giorno (che il governo pensava di nazionalizzare).Nel suo sottosuolo giace una immensa riserva idrica di acqua dolce stimata in 35.000 chilometri cubici che forma parte del Sistema Acquifero Nubiano di Arisca (NSAS), la maggiore riserva idrica fossile del mondo: negli anni ’80 si era dato il via ad un progetto su grande scala di approvvigionamento idrico, il Grande Fiume Artificiale di Libia che, una volta completato avrebbe coperto Libia, Egitto, Sudan e Ciad – regioni sempre minacciate dalla scarsità di acqua per le coltivazioni – e permesso di potenziare la sicurezza alimentare della zona. Il progetto avrebbe anche evitato a questi paesi di ricorrere ai finanziamenti del Fondo Monetario Internazionale: qualcosa che si opponeva all’aspirazione al monopolio globale delle risorse idriche e alimentari da parte del capitale internazionale.
La Libia possedeva inoltre 200 mila milioni di dollari di riserve internazionali. Com’è andata a finire lo sappiamo tutti.
Uno Stato in completo disfacimento, bande terroristiche (i famosi e celebrati ‘ribelli’) che si contendono militarmente il controllo delle sue riserve (qualcuno a Washington e a Bruxelles ha fatto male i conti…), migliaia e migliaia di lavoratori dei paesi vicini attratti dalle precedenti opportunità di lavoro e rimasti senza possibilità né di integrarsi né di ritornare ai loro – poverissimi – paesi di origine, un territorio aperto alla criminalità più brutale: ecco perché i barconi partono dalle coste libiche… grazie alla nostra guerra “umanitaria”.

… e se non basta ti annego
Alcuni anni fa, con il cinismo ‘di classe’ che lo contraddistingue, il Fondo Monetario Internazionale calcolava che – per la struttura del capitalismo mondiale e le sue esigenze di produzione e riproduzione – più di un terzo della popolazione mondiale era ‘inutile’.
Può sembrare una boutade, ma non lo è. È l’idea vera che sta sotto al fiume di discorsi sui “diritti umani” con cui ci hanno innaffiato in questi ultimi anni, è il substrato ideologico nazista che ci sta avvelenando.
L’esercito di riserva europeo è più che sufficiente per le necessità del capitale, quindi i migranti – gli ultimi degli sfruttati e degli oppressi – sono solo braccia e bocche inutili e dannosi per il profitto. Per loro, i nuovi untermenschen, i diritti umani tanto sbandierati non valgono e così noi assistiamo – troppo, troppo silenziosi – alla carneficina che si ingoia migliaia di esseri, umani tanto quanto noi. Certo non ci sporchiamo le mani di sangue, lasciamo che sia il mare a fare il lavoro sporco.

Ma… attenzione! Questo discorso riguarda anche noi. In forma più sottile ogni giorno ci dicono che anche la maggioranza di noi lavoratori europei – in buona sostanza – stiamo diventando braccia e bocche inutili.
Per ora soffriamo e moriamo di miseria, di disoccupazione, di mala sanità, di super sfruttamento ma lo facciamo uno qua e uno là. La nostra miseria, la nostra morte non appare sui giornali, è un processo che corre sotto traccia. Intanto si prepara l’Esercito europeo unico, nel caso dovessimo cominciare a prendere coscienza del nostro presente e del nostro futuro, ad organizzarci, a ribellarci.

Quello che l’Africa soffre da anni è quello che noi cominciamo a soffrire: non a caso il progetto politico più importante che si sta discutendo nel massimo segreto a Bruxelles – il TTIP – è la proposizione di quegli ‘accordi’ per lo sviluppo che hanno devastato altri continenti.

La faccia più bestiale del capitalismo è oggi rivolta agli immigrati – a quei nostri fratelli proletari la cui disperazione, sofferenza e morte dovremmo sentir bruciare sulla nostra pelle – ma si sta, abbastanza velocemente rivolgendo verso di noi. Quando questa faccia si girerà completamente, nessuno potrà dire di non averlo saputo.

Daniela Trollio per la rivista “nuova unità”

La grande ipocrisia

22 aprile 2015 di Alain Goussot*

L’ipocrisia del cosiddetto mondo civilizzato è assoluta, le ‘buone coscienze’ si dicono dispiaciute oppure propongono soluzioni – vedi sparare sui barconi, combattere gli scafisti (come?) – che sono peggiori del dramma in atto. Quello che viene nascosto e non viene detto all’opinione pubblica europea e italiana è quali sono le cause di questa fuga dall’Africa e dal Medio-Oriente.

Basta vedere da dove provengono i profughi che tentano di arrivare sulle coste italiane e greche: Corno dell’Africa (Somalia, Eritrea e Etiopia), Sudan, Nigeria, Mali , Iraq, Siria, Palestina. Stupisce il fatto che nessuno giornalista italiano si ponga la domanda: ma in Somalia, Eritrea e Etiopia non ci siamo stati noi per quasi un secolo? E poi con il dittatore Siad Barre e i militari Etiopi non abbiamo fatto affari, e quali risultati ha avuto l’intervento militare americano in Somalia bel 1991/1992? Gli shabaab somali sono nati in quel caos provocato dall’intervento italo-americano! In Nigeria sappiamo che la questione della guerra civile e interetnica e di Boko Haram nasce anche dalla presenza del petrolio nel più grande paese dell’Africa nera, petrolio sfruttato dalle multinazionali euro-americane, eppure la popolazione vive in una povertà assoluta. In Mali c’è una guerra civile e la rivolta armata dei tuareg e dei gruppi islamisti provengono dalla Libia dopo la distruzione dello Stato libico in seguito ai bombardamenti francesi, inglesi e statunitensi. L’Iraq è stato distrutto dalle guerre Usa, la Siria è al collasso con milioni di profughi perché gli Stai uniti con i loro alleati sauditi hanno armato e finanziato i gruppi di opposizione armata, compreso l’Isis; per abbattere Assad e accerchiare ai suoi confini il ‘nemico’ russo.

Poi se a questo aggiungiamo i paesi dell’Africa centrale e centro-occidentale (dal Congo al Camerun, Costa d’Avorio e il Ghana) piegati, sfruttati e strangolati dalle politiche del Fondo monetario internazionale nonché da chi sfrutta l’oro, l’argento, il rame e il coltan – quello che fa funzionare le batterie dei nostri cellulari e computer (leggi anche Benvenuto coltan nell’Europa vigliacca ndr) – che si trovano soprattutto nella zona dei Grandi laghi della Repubblica democratica del Congo e in repubblica centrafricana, se vediamo il Sud del Sudan con le sue ricchezze in petrolio sfruttato dalle multinazionali euro-americane: se partiamo da questa analisi ci rendiamo conto che i veri responsabili di questo disastro umanitario, di questo vero genocidio si trovano nei governi Occidentali, nei consigli di amministrazione delle multinazionali e delle grandi società finanziarie euro-americane.

Con freddezza e in nome del profitto stanno uccidendo popoli interi. Questo con la complicità delle classi dirigenti corrotte di quei paesi dall’Europa all’Africa.

Se non si mette in discussione radicalmente il modello capitalistico di sviluppo umano il disastro continuerà e non potrà che produrre intolleranza, odio e violenza, cioè disumanità.

* Alain Goussot è docente di pedagogia speciale presso l’Università di Bologna. Pedagogista, educatore, filosofo e storico, collaboratore di diverse riviste, attento alle problematiche dell’educazione e del suo rapporto con la dimensione etico-politica, privilegia un approccio interdisciplinare (pedagogia, sociologia, antropologia, psicologia e storia). Ha pubblicato: La scuola nella vita. Il pensiero pedagogico di Ovide Decroly (Erickson); Epistemologia, tappe costitutive e metodi della pedagogia speciale (Aracneeditrice); L’approccio transculturale di Georges Devereux (Aracneeditrice); Bambini «stranieri» con bisogni speciali (Aracneeditrice); Pedagogie dell’uguaglianza (Edizioni del Rosone). Il suo ultimo libro è L’Educazione Nuova per una scuola inclusiva (Edizioni del Rosone)

Preso da: http://comune-info.net/2015/04/la-grande-ipocrisia-profughi/

La fame nel mondo? Un affare per le banche

24.2.2015
Grazie alla finanziarizzazione dell’agricoltura banche e fondi speculano su grano e mais, alzando i prezzi e affamando i popoli
Lucandrea Massaro

Con due pezzi a firma di Dominique Greiner e di Antoine d’Abbundio sul quotidiano cattolico francese “La Croix” di ieri, si torna a parlare con forza di problema che interessa tutto il mondo, ed in special modo l’Italia che ospita l’Expo 2015 sui temi della fame nel mondo: la speculazione finanziaria sul prezzo delle materie prime alimentari.

Due anni dopo il rapporto “Banques: la faim leur profite bien” (Alle banche, la fame procura profitti, NdR), Oxfam pubblica il suo rapporto sul problema della speculazione sulle materie prime agricole. Le banche francesi, nonostante alcuni progressi positivi, possono fare di più, ritiene la ONG Oxfam, che aveva iniziato la sua battaglia su questo tema già nel febbraio 2013 quando il progetto di legge bancaria veniva discusso in parlamento. Da allora, le banche francesi non hanno ufficialmente più il diritto di speculare sui mercati di prodotti derivati. Tuttavia questo provvedimento non è ancora entrato in applicazione, e non proibisce agli istituti bancari di proporre alla loro clientela dei prodotti finanziari sul corso dei prodotti agricoli.

Senza voler negare l’utilità di prodotti e strumenti finanziari che portano la necessaria liquidità alla filiera agricola – ad esempio permettendo a degli agricoltori di vendere fin da oggi la loro produzione futura senza subire i rischi sui pezzi -, Oxfam sottolinea però da anni come la finanziarizzazione dei mercati agricoli li abbia sviati dal loro scopo iniziale. Oggi, il ruolo svolto dagli operatori finanziari è più importante di quello dei produttori agricoli e dei commercianti. Il che ha come maggiore effetto quello di far aumentare i prezzi, rendendoli instabili. Una situazione di cui soffrono prima di tutto le popolazioni più povere del pianeta, come si è visto in occasione delle rivolte della fame del 2008, 2010 e 2012. “È doloroso constatare come la lotta contro la fame e la denutrizione sia ostacolata dalla priorità del mercato e dalla preminenza del guadagno, che hanno ridotto il cibo ad una merce qualsiasi, soggetta a speculazione, anche finanziaria”, deplorava Papa Francesco nel novembre scorso davanti alla FAO. La stessa constatazione spinge Oxfam a chiedere alle banche francesi di rinunciare a qualsiasi forma di attività speculativa sui mercati agricoli: giocare con il cibo in Borsa significa giocare con la vita e la salute di coloro che non sono al riparo dalla fame e dalla denutrizione. Ad onor del vero si tratta comunque di una forma di speculazione attuata principalmente da banche anglosassoni e da trader internazionali. Due anni dopo la campagna che denunciava le attività delle banche francesi sul mercato delle materie prime alimentari, la ONG Oxfam pubblica oggi un nuovo rapporto in merito. La situazione è migliorata?

Secondo l’organizzazione, i risultati sono controversi. “Nel febbraio 2013, avevamo interpellato quattro gruppi bancari: BNP Paribas, la Société Générale, il Crédit agricole e il gruppo Banque populaire-Caisse d’épargne (BPCE). Oggi, constatiamo che alcuni hanno rispettato il loro impegno di ridurre il numero di prodotti finanziari destinati a speculare sui prezzi agricoli. Ma altri son ben lontani dall’aver mantenuto le promesse”, sottolinea Clara Jamart, responsabile del “Plaidoyer per la sicurezza alimentare”. Tra i “buoni”, secondo Oxfam, il Crédit agricole è al primo posto. Come si era impegnata a fare, la “banca verde” ha chiuso i tre fondi in cui aveva delle partecipazione e ha cessato ogni attività speculativa in quell’ambito. La Société générale ha anche fatto uno sforzo sopprimendo tre fondi e realizzando una trasparenza totale. “Ma continua ad essere la prima banca francese a speculare sui prodotti agricoli con sette fondi attivi che rappresentano 1359 milioni di euro”, afferma Clara Jamart. Invece, BNP Paribas è sotto accusa. “Nel 2013, la banca gestiva tredici fondi. Sei sono stati chiusi, ma ne sono stati aperti altri quattro nuovi. Alla fine, il gruppo mantiene un volume di attività speculative molto elevato, 1318 milioni di euro, vicino al livello rilevato due anni fa”, precisa Oxfam. Quanto al gruppo BPCE, la ONG afferma che continua a gestire, tramite la sua filiale Natixis, un fondo il cui ammontare rappresenterebbe 884 milioni di euro. Conclusione senza appello di Clara Jamart: “L’ammontare totale dei fondi esposti alle materie prime agricole si avvicinava, alla fine del 2014, ad un totale di 3.6 miliardi di euro, segno che le banche francesi continuano a speculare massicciamente sulla fame”.

Al centro del dibattito, la ONG pone un problema cruciale: quello dell’aumento erratico dei prezzi dei prodotti alimentari che priva di accesso alle dettati i più poveri del pianeta. Oxfam non è la sola a trarre questa conclusione: “Le attività dei fondi indicizzati hanno giocato un ruolo chiave nell’impennata dei prezzi alimentari nel 2008”, scriveva la Banca mondiale l’indomani delle “rivolte della fame” che hanno riguardato dei paesi di Africa, Asia e America.

Il mercato dei derivati, ad esempio, funziona come una sorta di assicurazione contro i rischi, poiché permette di vendere o di comperare in anticipo una certa materia prima a prezzi fissi. Allo stesso modo, prendere delle partecipazioni in un fondo indicizzato sull’evoluzione delle materie prime permette ad un investitore di diversificare il suo portafoglio per minimizzare i rischi.

Ma questi strumenti finanziari hanno conosciuto da alcuni anni uno sviluppo così forte che contribuiscono ormai più a destabilzzare il mercato che a fluidificarlo. Ad esempio, nel 2011 si sono scambiati alla Borsa di Chicago (specializzata nelle materie prime, NdR) più di 6400 milioni di tonnellate di grano per una produzione mondiale di 670 milioni di tonnellate sull’anno. Questa separazione tra le attività commerciali e speculative, favorisce innanzitutto banche anglosassoni e trader internazionali che controllerebbero oggi quasi il 65% di un mercato che drena centinaia di miliardi di dollari. A questo livello, le banche francesi (o anche quelle tedesche) fanno quasi la figura di “piccoli giocatori”. In seguito alla pressione della ONG, e interessate a mantenere un’immagine passabilmente segnata dalla crisi, la maggior parte delle banche tenta del resto di giocare la carta dell’investimento “etico”. “I gruppi francesi hanno fatto degli sforzi, ma possono fare di più”, replica Oxfam che promette di mantenere la pressione sia sulle banche che sul governo affinché “la finanza cessi di speculare sulla fame”(La Croix, 23 febbraio).

Secondo il sito QuiFinanza, gli speculatori controllano ormai il 60 per cento del mercato dei cereali, a fronte del 12 per cento di 15 anni fa. Nel 2011, gli investimenti speculativi sui raccolti sono stati pari a venti volte gli aiuti all’agricoltura nel mondo. Goldman Sachs, il leader del settore, nel 2009 ha guadagnato oltre 600 milioni di sterline grazie alle speculazioni sul food. Il risultato è stato l’aumento generalizzato dei prezzi di tutte le materie prime. Va segnalato che all’aumento dei cereali contribuiscono anche altri fattori, quali la crescita dell’uso di colture alimentari per i biocarburanti ed eventi meteorologici estremi, legati al cambiamento climatico, che danno vita a un mix esplosivo all’insegna della crisi alimentare. Secondo la Fao e l’Ocse, nel prossimo decennio 2011-2020 i prezzi dei cereali potrebbero stabilizzarsi a un 20% in più rispetto ad oggi, e quelli della carne potrebbero aumentare di conseguenza anche del 30% .

Ma il mondo dell’agroalimentare non è strozzato solo dalla speculazione finanziaria, ma anche dai colossi della distribuzione che lasciano poco in mano agli agricoltori, specie nel sud del mondo. Spiega il professor Gerardo Marletto Professore associato di economia applicata all’Università di Sassari ed esperto di economia e politica dei trasporti, che fa parte del movimento sbilanciamoci.info : “L’agroalimentare è un settore dominato da grandi gruppi globali che macinano profitti grazie alla forbice amplissima che separa prezzi alti per i consumatori e redditi bassi per gli agricoltori. In uno studio del movimento europeo del commercio equo (FTAO) sulle filiere di cacao, caffè, zucchero e banane si stima che agli agricoltori vada circa il 10% del prezzo finale, contro quote intorno al 30-40% che si prendono intermediari e industria di trasformazione. Un’altra fetta importante di reddito se la prendono i gruppi della grande distribuzione organizzata (GDO), le cui centrali d’acquisto hanno ormai un potere contrattuale persino superiore all’industria di trasformazione” (CaratteriLiberi.eu, 24 febbraio)

A questo si aggiunge un più generale impoverimento della popolazione mondiale che – sempre secondo i dati dell’Oxfam – vede un aumento della concentrazione della ricchezza in mano a pochi. Ad oggi l’1% della popolazione mondiale detiene il 48% dell’intera ricchezza mondiale, costruendo così un gotha di super ricchi con in mano risorse e potere senza precedenti nell’era contemporanea. E così Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di Oxfam International, userà quest’anno tutta l’influenza – e la visibilità – che deriva dal suo ruolo di co-chair al World Economic Forum, per chiedere “un’azione urgente volta ad arginare la marea crescente della disuguaglianza, partendo da una proposta di contrasto reale all’elusione fiscale delle multinazionali e da una spinta verso l’adozione di un trattato globale di lotta ai cambiamenti climatici”. “Vogliamo davvero vivere in un mondo dove l’1% possiede più di tutti noi messi insieme?” chiede Winnie Byanyima. “La portata della disuguaglianza è semplicemente sconcertante e il divario tra i ricchissimi e il resto della popolazione mondiale rimane un totem. Negli ultimi 12 mesi – osserva la direttrice esecutiva di Oxfam International – i leader mondiali, dal Presidente Obama a Christine Lagarde (del Fondo Monetario Internazionle, NdR), hanno più volte ribadito quanto necessario e importante sia affrontare il tema della grande disuguaglianza. Ma – avverte Byanyima – ancora poco è stato fatto in termini concreti” (RaiNews24, 19 gennaio).
Preso da: http://www.aleteia.org/it/economia/articolo/fame-mondo-affare-per-banche-oxfam-5865773192970240

Gli amici di ieri e di domani: la corsa al petrolio della Libia

25 agosto 2011
Gheddafi non è stato ancora deposto e già è cominciato l’ “affaire”, quello grosso, che richiede l’intervento degli specialisti e dei superanalisti. Quelli come Luttwak che spiega con le mappe e il plastico, quelli che sino ad oggi non ne hanno azzeccata neanche una, ma sono super pagati dalla “Ditta”, l’Agenzia di Informazione e Sicurezza.
E’ una storia che si ripete, con i soldati che presidiano le raffinerie, i ribelli che sono vittime del regime e il “dittatore” che tiranneggia il suo popolo: oggi ci sono i Lealisti di Gheddafi, anni fa avevamo gli ultranazionalisti serbi. Insomma ogni guerra se la studiano bene per fare i loro ‘impicci e imbrogli’. Poi ci sono i giornalisti, come quelli italiani che vengono derubati e poi sequestrati, ma stranamente riescono a chiamare a casa per dire che stanno bene e li hanno messi al sicuro, ma restano sempre in ostaggio. Qualcosa non torna, anche perchè ‘ovviamente’ i sequestratori sono i soldati di Gheddafi e non i mercenari di Bengasi, che maltrattano questi eroici ‘inviati di guerra’. In realtà sono solo delle pedine della macchina mediatica che si è mossa per portare al mondo il messaggio del “nemico della democrazia”. Per far questo si sono mossi giornalisti e producer internazionali, quelli che si bazzicano i ministeri della difesa e le agenzie di stampa, che mandano così i loro fiduciari. Ex agenti ripudiati dalla Ditta, oppure agenti pizzicati a fare il doppio gioco, truffe o anche rapine. In quegli alberghi succede di tutto, prostituzione minorile, droga e alcool a non finire, traffici e affari meschini. C’è chi si fa rubare le telecamere e chi si vende le telefonate, chi si fa rapinare, e poi fatture su fatture, vari business per pareggiare i debito di gioco. Questo è il sottobosco della macchina della guerra, in cui i media sono più importanti degli stessi eserciti. In Libia hanno toccato livelli spettacolari, trasmettendo un film pseudo-realistico tanto per creare confusione tra il mondo arabo e quello occidentale, che deve essere convinto che bisogna combattere un altro “nemico della democrazia.

Assatanati si sono gettati su Tripoli come non mai, messi alle strette dal FMI e dallo spettro del default. Così di punto in bianco si sono mosse Inghilterra e Francia, entrambe ostaggio di un fallimento di fatto mai dichiarato, che vanno poi in giro a fare lezioni di finanza vantando il loro ‘illustre esempio’ di economia forte, quando poi stanno peggio di tutti. Contemporaneamente si muove L’Aja, un aggregato di falsi giudici, tra travestiti e scarsi attori a pagamento. Eppure, se facciamo un passo indietro, non si può negare che Gheddafi veniva accolto con tutti gli onori di Stato da ogni Governo Occidentale, in Italia e in Francia ha anche montato la sua tenda, con tanto di cavalli ed amazzoni. D’altro canto, l’ENI doveva tutelare i suoi interessi, mentre la Areva voleva costruire una centrale nucleare nel deserto. Chissà perchè, tutto d’un colpo il Rais è impazzito e ha cominciato ‘a sparare sulla folla’. O almeno questo è quello che ci hanno raccontato…

Infatti, mentre i soldi nelle casse francesi e britanniche finivano e le pressioni dell’effetto domino della crisi finanziaria si facevano sentire, cominciavano i primi scontri nel Nord Africa. Obiettivo nevralgico della ‘primavera araba’ era proprio scatenare la rivolta in Libia, le cui avvisaglie si erano percepite nelle speculazioni sul caso di Nouri Mesmari, capo del protocollo di Gheddafi, che fugge in Francia e collabora con i servizi segreti francesi per inscenare la rivolta di Bengasi. Questa città infatti costituisce la leva vincente per ribaltare il Colonnello e rimettere in discussione tutti i contratti energetici sottoscritti dalla Libia, che vedono l’Italia come grande partner di Tripoli. Nel capoluogo della Cirenaica ha sede infatti la Arabian Gulf Oil Company (Agoco), creata dalla National Oil Corporation (NOC), ma controllata da diversi mesi dall’opposizione. Essa sarà la prima a riprendere la produzione nelle prossime tre settimane, sfruttando così i giacimenti di Sarir e Mesle. L’Agoco dispone di otto pozzi di petrolio, di un terminal petrolifero e due raffinerie a Tobruk e Sarir, e aspira a divenire la compagnia petrolifera nazionale. Allo stato attuale, è la NOC a controllare il 50% della produzione nazionale, e nessuna azienda straniera può entrare sul suolo libico e intraprendere una qualsiasi attività petrolifera senza creare una filiale in cui la NOC detenga una quota di maggioranza attraverso una controllata, come ad esempio la Agoco. Quindi il primo passo è stato quello di decentrare il controllo dei pozzi petroliferi da Tripoli a Bengasi, per poi riaprire nella Cirenaica i tavoli dei negoziati con il Consiglio nazionale di transizione (CNT). Non a caso il Presidente del CNT, Mahmoud Jibril, è atteso in Europa per un tour destinato a ‘raccogliere’ sostegni al governo dei ribelli. Stranamente è atteso già domani a Roma, per incontrare il CEO ENI, Paolo Scaroni, e lo stesso Silvio Berlusconi, mentre in Francia sarà il prossimo 1° Settembre per partecipare alla Conferenza “Friends of Libya”. Forse sarebbe meglio dire “amici del petrolio della Libia”.

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La Libia ha le riserve petrolifere più grandi dell’Africa, con 1,55 milioni di barili di petrolio al giorno. Dopo ENI (270 mila barili al giorno) collegata con il gasdotto Greenstream, le principali compagnie straniere operanti in Libia sono: Total (60.000 barili), Wintershall (98.600), Marathon (45.800), Conoco (45.000), Repsol (36.000), Suncor (35.000), OMV (33.000 ), Hess (22.000), Occidental (6000) e Statoil (4500), BP (in fase di negoziati).

La Libia dispone di sei terminal petroliferi di esportazione: Es Sider (447.000 barili al giorno), Zoueitina (214 000), Zaouiah (199 000), Ras Lanouf (195 000), Marsa El Brega (51 000) et Tobrouk (51 000). Altri 333 mila barili sono esportati con altri terminal non specificati, mentre fondamentale è il gasdotto con l’Italia Greenstream.

Di fatti, se prima della guerra i principali clienti per il greggio libico erano Italia (28%), Francia (15%), Cina (11%), Germania (10%) e Spagna (10%), dopo la situazione sarà completamente diversa. Francia (la prima a riconoscere Bengasi), Regno Unito e Stati Uniti si lanciano per raccogliere i dividendi economici dei loro sforzi militari. Sarkozy ha già detto che vuole il 35% dei nuovi contratti petroliferi. L’emiro del Qatar, che ha fornito supporto militare e – noi diremmo – mediatico, non è stato dimenticato e avrà per la Qatar Petroleum un accordo commerciale preferenziale per la distribuzione del petrolio. L’olandese Vitol sarà ripagata per per aver assicurato le prime esportazioni di petrolio nel pieno della controversa guerra civile rimpinguando le casse del CNT già nell’aprile del 2011. Poi c’è la Germania, e infine l’Italia. Gli Stati Uniti, che al momento comprano solo il 3% del petrolio libico, sperano in una nuova cooperazione, ma non è da escludere che sarà proprio il Qatar la sua piattaforma commerciale. Per quanto riguarda Cina, Russia e Brasile, si vocifera che perderanno molto terreno, salvo concessioni di Bengasi e spiragli garantiti per vie traverse. Da questo punto di vista, Gazprom potrà sempre contare sull’Italia, visto che è riuscita ad entrare in Libia con l’operazione del giacimento Elephant poco prima dello scoppio del caos.

Fonte: http://etleboro.blogspot.it/2011/08/gli-amici-di-oggi-e-di-domani-la-corsa.html

Libia, Iraq e Siria: esiti delle “guerre umanitarie” in corso.

25 novembre 2014
Gli USA e i suoi alleati negli anni hanno adottato la nuova dottrina della ”responsability to protect” in base alla quale hanno reso legale sovvertire qualsiasi paese che non segua il proprio modello di civiltà e democrazia. Il punto di vista di alcuni studiosi e le conseguenze disastrose nei paesi ‘beneficiati’ dall’ingerenza umanitaria.

Patrizio Ricci ( sito associato Vietato Parlare.it )

Esiste solo un punto di vista, una sola lettura delle situazioni. La scala dell’autorevolezza non è data dalla realtà oggettiva ma è quella imposta e diffusa dagli Stati Uniti, dalle Nazioni Unite; cioè da quegli organismi ‘sovranazionali’ che si prendono carico della ‘sicurezza globale’.

In sostanza, secondo tale mentalità di ‘governo globale’ i diritti e la sicurezza globale verrebbero prima del valore del singolo uomo e delle comunità nazionali. Ma attenzione: gli interessi delle potenze mondiali che incarnano i ‘diritti umanitari’ vengono prima della pace; è la pace che deve conciliarsi con gli interessi economici e la sicurezza nazionale e non viceversa.

Lo tengano bene in mente i governi di tutto il pianeta: bisogna essere in armonia con il ‘lego’. I sovrani dispotici sono giudicati non in quanto tali ma se in armonia con il ‘lego’: solo se in armonia o funzionali con tali progetti non avverrà alcuna ‘ingerenza umanitaria’ sui propri affari interni.

Una simile mentalità è indice che qualcosa evidentemente non funziona. Emblematico è il modo con cui la situazione siriana è descritta dal ”Global Center to Responsability to protect” (questa organizzazione rispecchia il punto di vista maggiormente condiviso da parte della ‘Comunità Internazionale’ essendo supportata da tutti i governi occidentali, da ‘figure di spicco della comunità dei diritti umani’, nonché da International Crisis Group, Human Rights Watch, Oxfam International, Refugees International, e WFM-Institute for Global Policy):

“La guerra civile in corso in Siria vede le popolazioni affrontare le atrocità di massa commesse dalle forze di sicurezza dello Stato e le milizie affiliate”.

Non è spesa una parola di condanna sulle milizie islamiste che imperversano nel paese e che costituiscono l’80% delle forze ‘ribelli’. Il giudizio è netto: la responsabilità grava totalmente sul governo siriano. E’ l’opinione del circolo che conta, e poco importa se la situazione reale è del tutto rovesciata (l’aggressione è subita dalla Siria ad opera delle milizie fondamentaliste eterodirette).

Simili ‘insindacabili giudizi’ rimangono immutati anche davanti a evidenze di segno opposto. La radice è profonda e deriva da una concezione dell’uomo e dei diritti in mutamento, diritti che hanno una loro casistica ben definita e che derivano da una visione dell’esistenza umana lontana dalla fede di Cristo (da cui sono pur nati tutti i ‘valori’ europei…). E’ una visione della vita e dell’uomo nichilista a e relativista sottomessa al ‘progresso economico’ infinito. E’ un argomento che accende il dibattito e divide i paesi occidentali al loro interno ma all’esterno dominano e prendono le decisioni i centri di potere che innalzano i loro principi assoluti:

“L’ideologia occidentale della humanitarian intervention, con la sua pretesa di diffondere nel mondo intero i valori occidentali – e tali sono i valori sottesi alla dottrina dei diritti umani e della democrazia -, coincide in realtà con una strategia generale di promozione di “interessi vitali” dei singoli Stati “umanitari” – o di alleanze fra Stati -, presentati come interessi della comunità internazionale…”
(Danilo Zolo, giurista).

Così inteso, l’intervento umanitario è subdolo e non è sincero:

“Può accadere che l’emergenza umanitaria sia pura invenzione di una potenza che si propone di interferire nella ‘domestic jurisdiction’ di un altro Stato per ragioni politiche e/o economiche. Oppure può accadere che una guerra civile di ridotte dimensioni venga gonfiata di proposito da parte di una grande potenza per giustificare l’aggressione contro un paese militarmente debole che essa ha deciso di occupare per ragioni strategiche.” (Danilo Zolo).

Le conseguenze di questa ‘ricetta’ sono sotto gli occhi di tutti: Iraq, in Libia ed in Siria ne sono la testimonianza vivente. In questi paesi ha portato solo morte e distruzione.
Pur di realizzare i propri piani si può impunemente usare l’inganno e la menzogna: la guerra contro Saddam si è basata su inesistenti armi di distruzione di massa. I suoi esiti non possono essere presi alla leggera ed essere considerati ‘un disguido’: è un’aggressione ad uno stato sovrano che ha causato al popolo iracheno da 700.000 ad un milione e 400 mila morti (Opinion Research Survey)

Ebbene sono passati anni e nessuno ha chiesto scusa a quelle vittime. Gli esiti e le divisioni generati da quella guerra sono ancora in atto ma l’occidente non si domanda cosa non ha funzionato, quali errori ha fatto: ha sempre pronta la stessa agenda di 6 punti (vedi nota a margine..).

Che dire? E’ evidente che le cose così non vanno… Dice C. Schmitt, giurista e filosofo politico tedesco (Cfr., Begriff des Politischen, München-Leipzig, Duncker & Humblot, 1963):

“Chi cerca di vestire il suo attacco militare con panni umanitari è un impostore: in realtà egli cerca di consacrare la propria guerra come “guerra giusta” e di degradare moralmente il proprio avversario, di isolarlo come nemico dell’umanità e di essergli ostile sino all’estrema disumanità”.

Anche il prof. Thomas Franck (docente presso la New York University in diritto internazionale) è diffidente nei confronti di una apologia indiscriminata dell’uso della forza per finalità umanitarie. Infatti, Franck in “Interpretation and change in the law of humanitarian intervention”sostiene con saggezza che bisogna discriminare fra interventi umanitari “genuini” ed interventi umanitari insinceri e opportunistici.

Ed a proposito di opportunismi ed inganni ”umanitari”, il conflitto siriano-iracheno ne è infarcito: – proprio l’Arabia Saudita (che ha finanziato e sostenuto Isis insieme a Qatar e Turchia) è nella coalizione e per non meglio precisati motivi ed è l’unico stato che ha il privilegio di volare sui cieli della Siria insieme agli USA; – i bombardamenti sono focalizzati su Kobane , nel Kurdistan siriano, con l’intenzione evidente di staccare la regione dall’autorità siriana; in Siria i target dei caccia americani sono scelti accuratamente per nuocere ad Isis ma anche al governo siriano: i raid sono compiuti su raffinerie siriane, infrastrutture, granai. L’ intento è fin troppo palese: il governo siriano non ritornerà più in possesso di risorse vitali.
Intanto i pozzi estrattivi in mano allo Stato del Levante continuano fruttare ogni giorno al Califfato un milione di euro. I jadisti provenienti dall’estero continuano ad affluire a migliaia attraverso la Turchia (dove sono curati e riforniti).

Sono alcuni esempi di ciò che viene taciuto. E l’Italia? Nel nostro paese il dibattito su queste cose è inesistente: il governo italiano si è sempre accodato alle decisioni di altri con la sola preoccupazione di non dispiacere alle alleanze da cui dipendiamo totalmente.
… continuiamo così a costruire un mondo migliore? Auguri alle future generazioni.

NOTA A MARGINE:

Il copione seguito dagli USA in questo tipo di interventi è sempre lo stesso:
1) si alimenta segretamente il malcontento (si utilizzano una pluralità di mezzi: Ong, diplomatici, si acuisce la depressione economica del paese grazie all’influenza sulla finanza internazionale e sull’FMI, e altri metodi );
2) una volta che tutto è pronto, si fa esplodere la piazza in maniera violenta confidando nella repressione;
3) si ingigantisce la partecipazione popolare alle manifestazioni di protesta e si esagerano il numero degli incidenti e le vittime;
4) si indirizzano i principali mass media in mano a poche lobbyes per costruire una opinione pubblica favorevole all’intervento;
5) si dispone una copertura giuridica internazionale per bypassare le costituzioni dei paesi democratici;
6) si forma una coalizione simbolica con il meccanismo delle alleanze e con allettanti promesse di partecipazione alla ricostruzione.

Preso da: http://www.siriapax.org/?p=2164