Notre-Dame: è iniziata l’operazione immobiliare più grande d’Europa

L’operazione immobiliare per ristrutturare l’Île de la Cité e trasformarla in passeggiata turistica è iniziata con l’aggiudicazione di parte dell’Hôtel-Dieu a Novaxia, gruppo di “urbanistica transitoria” del “filantropo” Joachim Azan (foto).

La mega-operazione fu concepita nel 2016, su iniziativa del presidente François Hollande e della sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, del direttore dei monumenti storici, Philippe Bélaval, e dell’architetto Dominique Perrault.
L’operazione prevede di approfittare della ristrutturazione del Tribunale di Parigi, della Prefettura di Polizia e dell’Hôtel-Dieu per valorizzare appieno il potenziale turistico di Notre-Dame e della Sainte-Chapelle.
L’incendio della cattedrale è stato una “manna dal cielo” per le istituzioni pubbliche, perché potranno così attuare il progetto e sfruttare commercialmente l’intera isola. Un programma riassunto dal ministro dell’Interno, Christophe Castaner, nella dichiarazione che Notre-Dame de Paris «non è una cattedrale, è patrimonio comune».

Affittata per 144 milioni l’anno per 80 anni, una parte dell’ospedale Hôtel-Dieu sarà trasformata in alloggi, negozi di lusso e ristorante gastronomico. I sindacati ospedalieri protestano, denunciando la sistematica riduzione dei servizi d’urgenza parigini.
Le gare di appalto erano iniziate già prima dell’incendio della cattedrale.
Adottata con procedura d’urgenza, una legge ad hoc per la gestione dei fondi raccolti per il restauro della cattedrale è stata votata in prima lettura all’Assemblea Nazionale. Tale legge incidentalmente prevede che il governo è autorizzato ad adottare per ordinanza ogni misura in deroga:
- 1° «Alle regole in materia di urbanismo, ambiente, costruzione, nonché preservazione del patrimonio; in particolare per quel che attiene la messa in conformità dei documenti di pianificazione, il rilascio delle autorizzazione per i lavori e l’edificazione, le modalità di partecipazione del pubblico all’elaborazione delle decisioni e della valutazione dell’impatto ambientale, così come all’archeologia preventiva»;
- 2° «Alle regole in materia di controllo pubblico, di demanio pubblico, di viabilità e di trasporto
Il progetto prevede la costruzione di una rete di tunnel che permetterà di accedere alla cripta di Notre-Dame e, soprattutto, di decongestionare la circolazione sull’Île.
L’obiettivo è trasformare l’Île da cittadella amministrativa in zona turistica la più frequentata d’Europa.

Sullo stesso argomento: «La posta in gioco nel restauro di Notre-Dame», Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 28 aprile 2019, traduzione di Rachele Marmetti.

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

 

Si sapeva da anni, ma i media lo scoprono adesso: Libia, blindati turchi a milizie di Misurata: violato l’embargo Onu

Libia, blindati turchi a milizie di Misurata: violato l’embargo Onu

Lo ha riferito oggi il quotidiano ‘Asharq al-Awsat’
ROMA – Sono le milizie di Misurata le prime beneficiarie dei blindati consegnati nel fine-settimana nel porto di Tripoli da una nave battente bandiera turca: lo ha riferito oggi il quotidiano ‘Asharq al-Awsat’, che ha citato fonti militari in Libia.

Secondo questa ricostruzione, alcuni dei 30 veicoli giunti a bordo della Amazon Giurgulesti sono stati assegnati in dotazione anche alla Brigata Al-Nawasi e a milizie “estremiste” come Usama Al-Juwaili.
Della consegna dei blindati a beneficio dei combattenti di Misurata, fedeli all’esecutivo di Fayez Al-Serraj, si è scritto nel fine-settimana. In evidenza sulla stampa locale e internazionale il dato della violazione dell’embargo sulle armi approvato dall’Onu nel 2011 ma già bypassato più volte, con denunce rivolte tra gli altri a Emirati Arabi Uniti, Qatar, Francia ed Egitto. Il contesto, dal 4 aprile scorso, è quello dello scontro alle porte di Tripoli e in altre zone della Libia tra le forze di Al-Serraj e l’Esercito nazionale che fa capo al generale Khalifa Haftar.

Libia: la guerra imperialista continua

di Fosco Giannini, Responsabile Dipartimento Esteri PCI

Da una decina giorni, dopo l’attacco del generale Haftar contro la Tripoli di Fayez al-Serraj, gran parte della stampa italiana ed europea parla di “un ritorno della guerra in Libia”. Non c’è nulla di più untuoso e mellifluo quando l’ipocrisia e la superficialità si incontrano. “Ritorno della guerra in Libia”: perché, si era mai interrotta la guerra? Erano più cessati i sanguinosissimi conflitti armati interni alla Libia tra le varie “tribù” libiche, già miracolosamente unite da Gheddafi, alle quali l’attacco devastante delle forze imperialiste e della NATO del 2011 riconsegnarono scientemente e tragicamente, ad ognuna di esse, autonomia e sovranità? Queste guerre civili all’interno della Libia non si sono più interrotte per un preciso motivo: ogni “tribù” alla quale il fronte imperialista, apparentemente unito, aveva riconsegnato libertà d’azione e libertà strategica, rappresentava in verità gli interessi di una fazione imperialista e il conflitto permanente tra le varie “tribù” in campo altro non è stato, dal 2011 ad oggi, che la proiezione sul terreno libico del conflitto interimperialista, della lotta tra le varie potenze imperialiste per la conquista delle ricchezze libiche, per la spartizione del bottino libico.

L’attacco militare contro la Libia iniziò il 19 marzo del 2011; partì sulla base della “Risoluzione 1973” del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma in verità partì su tutt’altra base materiale: la Libia di Gheddafi si stava dimostrando, per gli interessi imperialisti generali, una “bestia” troppo libera, troppo imprevedibile. Assieme a Mandela, Gheddafi aveva progettato un’Africa autonoma e indipendente, dagli USA e dal dollaro, dal capitalismo europeo e dall’Euro. E si era spinto, Gheddafi, a lavorare per una moneta panafricana, per una Banca panafricana, sostenute dai ricchissimi fondi sovrani libici. Un’idea di libertà, di anticolonialismo troppo sfacciata per l’intero imperialismo occidentale, per la NATO. Da qui l’attacco mostruoso, nella sua potenza bellica (19 Paesi sotto la guida NATO attaccarono la Libia!) del 2011. Un attacco che, tuttavia, vide la Francia di Nicolas Sarkozy sferrare il primo colpo (con l’attacco aereo a Bengasi), seguita dai bombardamenti britannici di David Cameron. Poi, subito dopo, vennero i missili “Tomahawk” statunitensi. E, in rapida successione, i diversi tipi di interventi militari italiani, spagnoli, danesi, norvegesi, belgi, canadesi, qatarioti, di tutto il fronte imperialista mondiale. Ma ciò che va messo in luce è che, sin dalla spinta politica alla guerra, sino alla guerra stessa, diversa fu l’entità dell’impegno, tra potenze imperialiste, per giungere al fuoco finale. In testa a tale impegno ci furono, nell’ordine, Francia e Gran Bretagna, “stanche” dei processi di decolonizzazione che, dall’Asia all’Africa del Sud e del Centro, giungendo alla Libia, avevano toccato innanzitutto i loro interessi. Poi vi erano gli interessi storici italiani in Libia, negati dalla rivoluzione di Gheddafi, gli interessi geopolitici USA nella regione, e via via tutti gli interessi imperialisti internazionali minacciati dal progetto stesso di un’unità panafricana, dalla Libia al Sud Africa, un progetto che seppur ancora appena accennato dall’azione congiunta Gheddafi-Mandela, già seminava terrore tra gli interessi del capitalismo mondiale.
La guerra del 2011, dunque, seppur sostenuta da un fronte di ben 19 Paesi imperialisti, aveva già in sé tutti i segni della contraddizione interimperialista. Una differenza di interessi strategici tra tutte le potenze che aggredirono, militarmente unite, la Libia, che immediatamente dopo l’assassinio di Gheddafi, si materializzò sul campo. Caoticamente, all’inizio, ogni potenza tentò di affidare ad una “tribù”, ad un nuovo Signore della Terra, ad ogni “principe” di un nuovo feudo, i propri interessi. Col tempo, la nuova “Tripolitania” governata da Fayez al-Serraj, sembrò divenire il punto di riferimento degli interessi italiani, tedeschi e di altri diversi Paesi dell’Ue, con gli USA simpatizzanti. Il generale Haftar, dalla Cirenaica, tese piuttosto, con l’appoggio della Russia di Putin, a farsi vivere come il nuovo unificatore della Libia, contro la tribalizzazione messa in campo dalla guerra del 2011. L’imperialismo francese non scelse subito, o non riuscì a farlo, il proprio punto di riferimento preciso nella Libia feudalizzata, il proprio capo-tribù, anche se già le simpatie francesi andavano, seppur ancora in modo velato, ad Haftar, dato che, nella spartizione colonialista storica, la Tripolitania “toccava” all’Italia.
L’attacco di questi giorni di Haftar contro Tripoli e il “governo Quisling” di Fayez al-Serraj, attacco platealmente sostenuto da Macron, ci dice che lo stesso Haftar, per vincere, ha avuto bisogno di allargare le proprie alleanze (pieno è il sostegno politico e soprattutto economico che arriva al generale della Cirenaica dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi, non certo i migliori in campo) e che la Francia ha deciso di puntare decisamente su di lui per mettere a valore i propri interessi in Libia.
L’orrorifica guerra neocolonialista del 2011 (un anno che, significativamente, il giornalista di cultura imperialista Vincenzo Nigro, de “la Repubblica”, definisce, in un articolo dello scorso 8 aprile, addirittura l’anno della rivoluzione libica!) non solo, dunque, non è mai finita, ma non da segno di finire, contraddistinta com’è dai famelici interessi imperialisti contrapposti in campo. D’altra parte, se ci rifacciamo ad un’analisi scientifica tempo fa condotta su “Il Sole 24 Ore” da parte di Alberto Negri, possiamo meglio comprendere i motivi di tanta feroce lotta interimperialista dispiegata sul terreno libico, sul sangue del popolo libico.
Negri faceva ammontare il “bottino libico”, conteggiato nei tempi successivi alla guerra del 2011, a circa 130 miliardi di dollari, una cifra da quadruplicare in un eventuale ritorno ad una normalità economica libica post bellica. Una sterminata ricchezza da depredare, quella libica, data da una produzione, nel febbraio del 2011, da 1.6 milioni di barili di petrolio al giorno, il 70% del Pil libico, il 95% del suo export; da riserve petrolifere che ammontano a 48 miliardi e 369 milioni di barili (al nono posto al mondo fra i paesi più ricchi di petrolio), e rappresentano il 38% del petrolio presente nel continente africano e l’11% dei consumi europei. Una ricchezza data da 1 miliardo e 547 milioni di metri cubi di riserve di gas naturale decisive per tutta l’Europa e, naturalmente, l’Italia; da immense quantità di acqua dolce sotterranea proveniente dal Sistema acquifero di pietra arenaria della Nubia (Nubian Sandstone Aquifer System), Sistema costruito nella fase Gheddafi. Oltreché, nella fase della guerra del 2011, da fondi sovrani libici (solo quelli investiti all’estero), di 150 miliardi di dollari.
Federico Rampini, sempre sulle pagine de “la Repubblica” (tra le testate più filo imperialiste italiane, e occorrerebbe stabilire un nesso tra questa posizione e la netta tendenza a favore del PD, da parte del quotidiano fondato da Scalfari) lo scorso 8 aprile, rispetto alla nuova crisi libica e al disimpegno di Trump in questa fase e in quest’area del mondo, ha espresso la propria nostalgia per tutto il precedente ruolo imperiale svolto dagli USA. Scrivendo, tra l’altro: “La sinistra radicale e le destre putiniane hanno sempre desiderato che lo Zio Sam se ne stesse a casa sua. Ma quel che viene dopo la “quasi” pax Americana è il trionfo del caos”.
Qui non siamo più di fronte alla somma di ipocrisia e superficialità, essendo Rampini un giornalista preparato. Siamo di fronte alla menzogna pura, ad un puro atteggiamento imperialista. Infatti: con Gheddafi regnava un ordine libico, filo africano e progressista. L’attuale caos libico è tutto dovuto alla guerra del 2011 e all’attuale lotta interimperialista in atto in Libia, condotta da leader libici a nome   dei diversi poli dell’imperialismo occidentale.
Asserisce Salvini, rivolgendosi come un esponente del Ku Klux Klan agli immigrati:   “aiutiamoli a casa loro”. Ma il colonialismo imperialista non permette oggettivamente nessun aiuto, organizzando solo il saccheggio, la spoliazione e la fuga dei popoli dai loro Paesi.
I Paesi dell’Ue sono confusamente divisi, nella lotta libica, tra Haftar e Fayez al-Serraj. Una divisione per interessi colonialisti contrapposti. Tempo fa, sapendo già che Fayez al-Serrraj non era che il fantoccio USA e italiano a Tripoli, avevamo sperato che Haftar rappresentasse (seppur traditore di Gheddafi ed ex agente della CIA) l’opzione libica meno subordinata all’occidente, la meno filo imperialista. Oggi, il totale appoggio del sempre più oscuro imperialismo francese ad Haftar, getta tutta la propria inquietante luce anche sul generale della Cirenaica.
In questa fase, purtroppo, dopo gli orrori della guerra del 2011, l’opzione più avanzata, quella che dovrebbe riconsegnare la storia della Libia al popolo libico, è anche quella più lontana. Ma anche se lontana, è l’unica alla quale possono pensare i comunisti e le forze patriottiche e antimperialiste.

Preso da: https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/2019/04/13/libia-la-guerra-imperialista-continua/

Perchè il Franco CFA è una moneta coloniale

Cottarelli, Repubblica, Sole24ore, salotti televisivi, politici di destra e sinistra ed “esperti” vari dicono in coro: “gli africani lo hanno scelto liberamente, garantisce stabilità”. Si dimenticano però di dire che qualsiasi leader africano avesse provato a sostituirlo è stato ammazzato dai governi francesi. Il CFA uccide le economie dei 15 paesi africani che lo adottano. Come?

sankara
Sul franco CFA Carlo Cottarelli ci dice che “alcuni paesi africani hanno liberamente scelto di usarlo come propria moneta” ed insieme a lui Repubblica, Sole24ore, salotti televisivi, politici di destra e sinistra ed “esperti” vari dicono in coro: “gli africani lo hanno scelto liberamente, garantisce stabilità”.
Si dimenticano però di dire che qualsiasi leader africano avesse provato a sostituirlo è stato ammazzato dai governi francesi, e mi riferisco a Lumumba, Sankara, Gbabo, Gheddafi. Il CFA uccide le economie dei 15 paesi africani che lo adottano. Come? Questi sono costretti a depositare il 65% delle loro riserve di valuta estera (il guadagno dalle loro esportazioni) presso banche francesi. Incredibile. A ciò si aggiunga che gli “oligarchi” francesi che operano in paesi africani (es. Bolloré), portano i guadagni dei loro monopoli in Francia convertendo il CFA in Euro. Quello stesso CFA che dovrà essere riacquistato dalle banche centrali dei paesi africani. Il tutto per avere una valuta a cambio fisso troppo forte per le proprie economie e sul quale non si ha alcun potere di decisione sulle politiche monetarie (il CDA delle banche che utilizzano il CFA è composto per metà da francesi e per metà da africani e le decisioni vanno prese all’unanimità). Caro Cottarelli questa è stabilità? No questo è colonialismo

Preso da: https://www.ilmediterraneo.org/24/01/2019/perche-il-franco-cfa-e-una-moneta-coloniale/

Così l’Occidente divora i propri figli

Secondo Thierry Meyssan, scendendo in piazza i francesi sono stati il primo popolo occidentale disposto a correre rischi personali per opporsi alla globalizzazione finanziaria. Benché non ne siano consapevoli e ancora pensino che i loro problemi siano prettamente nazionali, il loro nemico è lo stesso che ha annientato la regione africana dei Grandi Laghi e parte del Medio Oriente Allargato. Solamente i popoli che capiranno la logica che li sta distruggendo e la respingeranno potranno sopravvivere alla crisi esistenziale dell’Occidente.

| Damasco (Siria)

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Rivolta a Parigi (1° dicembre 2018)

La causa della recessione occidentale

Le relazioni internazionali hanno subito un profondo mutamento con la paralisi dell’Unione Sovietica del 1986, quando lo Stato non riuscì a controllare l’incidente nucleare civile di Tchernobyl [1]; poi con la ritrattazione del Patto di Varsavia del 1989, quando il Partito Comunista della Germania dell’Est [2] distrusse il Muro di Berlino; infine con il crollo dell’URSS del 1991.


In quell’anno il presidente degli Stati Uniti, George Bush senior, decise di smobilitare un milione di soldati e investire gli sforzi del Paese nella prosperità. Bush ambiva trasformare l’egemonia, esercitata dagli USA nella loro zona d’influenza, in leadership a livello mondiale, nonché in un ruolo di garante della stabilità del pianeta. Bush Sr. gettò le basi del “Nuovo Ordine Mondiale”, dapprima nel discorso pronunciato il 2 agosto 1990 all’Aspen Institute, a fianco del primo ministro britannico Margaret Thatcher, poi nel discorso al Congresso dell’11 settembre 1990, in cui annunciò l’operazione “Tempesta del deserto” [3].
Il mondo post-Unione Sovietica è il mondo della libera circolazione delle merci, nonché dei capitali mondiali, sottoposto a un unico controllo: quello degli Stati Uniti. Vale a dire è il passaggio dal capitalismo all’egemonia della finanza: non compimento del libero scambio, bensì forma esacerbata di sfruttamento coloniale, esteso al mondo nella sua interezza, incluso l’Occidente. In un quarto di secolo le grandi fortune USA si sono moltiplicate numerose volte e la ricchezza globale mondiale si è incrementa ragguardevolmente.
Lasciando libero corso al capitalismo, Bush Sr. auspicava l’estensione al mondo intero della prosperità. Ma il capitalismo non è un progetto politico, è unicamente una logica per conseguire profitto. Ebbene, per accrescere l’utile le multinazionali USA hanno subito approfittato dell’apertura del mercato cinese e delocalizzato la produzione nel Paese dove i salari erano i più bassi al mondo.
Ben pochi hanno saputo stimare il prezzo per l’Occidente di questa progressione. Certamente le classi medie cominciano ad affacciarsi anche nel terzo mondo – benché meno ricche di quelle occidentali – permettendo a nuovi Stati, soprattutto asiatici, di ritagliarsi un ruolo nella scena internazionale. Le classi medie occidentali cominciano però contestualmente a scomparire [4], rendendo impossibile la sopravvivenza delle istituzioni democratiche che loro stesse avevano forgiato.
Ma la catastrofe maggiore investe soprattutto popolazioni di intere regioni, a cominciare da quella dei Grandi Laghi africani, che vengono completamente annientate. Nell’incomprensione e indifferenza generali, questa prima guerra regionale provoca 6 milioni di morti in Angola, Burundi, Namibia, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Zimbabwe. L’obiettivo era continuare a depredare le risorse naturali di questi Paesi, pagandole però sempre meno, dunque scendendo a patti con gang invece che trattare con Stati che hanno il dovere di nutrire il proprio popolo.
La trasformazione sociologica del mondo intero è molto rapida e non ha precedenti. Attualmente non disponiamo di strumenti statistici adeguati per valutarla correttamente. Tuttavia, sono sotto gli occhi di tutti l’ascesa di potenze dell’Eurasia (non nel senso gollista «da Brest a Vladivostok», bensì di Russia e Asia, senza Europa occidentale e centrale) alla ricerca di libertà e prosperità e, per contro, la progressiva decadenza delle potenze occidentali, Stati Uniti compresi, che limitano le libertà individuali e sospingono metà della popolazione nella povertà.
Oggi il tasso di detenzione dei cinesi [il numero di detenuti in rapporto alla popolazione, ndt] è quattro volte inferiore a quello degli Stati Uniti; il loro potere d’acquisto è invece leggermente superiore. Obiettivamente, nonostante i difetti, la Cina è diventato un Paese più libero e prospero degli Stati Uniti.
Questo processo avrebbe potuto essere previsto sin dall’inizio. La sua messa in atto fu oggetto di lunghe discussioni. Basti ricordare che il 1° settembre 1987 un quarantenne statunitense fece pubblicare una pagina di pubblicità controcorrente su New York Times, Washington Post e Boston Globe, per mettere in guardia i concittadini sul ruolo di responsabili del “Nuovo Ordine Mondiale” in costruzione, che il presidente Bush padre voleva far assumere a loro spese agli Stati Uniti. L’iniziativa fece molto ridere. L’autore altri non era che il promotore immobiliare Donald Trump.

L’applicazione del modello economico alle relazioni internazionali

Un mese dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, il segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, mise l’amico Arthur Cebrowski a dirigere il nuovo Ufficio per la Trasformazione della Forza (Office of Force Transformation), con l’incarico di trasformare la mentalità di tutti i militari statunitensi e prepararli a un cambiamento radicale della loro missione.
Le forze armate USA non sarebbero più state utilizzate per difendere principi o interessi, bensì strumentalizzate per riorganizzare il mondo dividendolo in due: gli Stati integrati nell’economia globalizzata da una parte, gli Stati rimanenti dall’altra [5]. Il Pentagono non avrebbe più scatenato guerre per impadronirsi delle risorse naturali, ma per controllare l’accesso delle regioni globalizzate a tali risorse. Una divisione che s’ispirava direttamente al processo di globalizzazione, che già aveva spinto ai margini metà della popolazione occidentale. Questa volta sarebbe stata la metà della popolazione mondiale a essere esclusa [6].
La riorganizzazione del mondo iniziò nella zona politica chiamata Medio Oriente Allargato, che va dall’Afganistan al Marocco, con esclusione di Israele, Libano e Giordania. Ebbe così inizio quella che si pretende essere stata un’epidemia di guerre civili in Afganistan, Iraq, Sudan, Libia, Siria e Yemen, che ha già causato diversi milioni di morti [7].
Come un mostro che divora i propri figli, il sistema finanziario globale basato negli Stati Uniti conobbe una prima crisi nel 2008, con lo scoppio della bolla dei subprimes. Contrariamente a quanto comunemente si pensa, non si è trattato affatto di una crisi globale, bensì esclusivamente occidentale. Per la prima volta gli Stati della NATO subivano le conseguenze della loro stessa politica. Ciononostante, le classi dirigenti occidentali non cambiarono atteggiamento e, compassionevoli, assistettero al naufragio delle classi medie. L’unica modifica significativa fu l’adozione della “regola Volcker” [8], che vieta alle banche di sfruttare le informazioni ottenute dai clienti per speculare contro gli interessi di questi ultimi. Però, sebbene i conflitti d’interesse abbiano permesso a dei poco di buono di arricchirsi rapidamente, essi non sono l’origine del problema, che è molto più vasto.

La rivolta degli Occidentali

La rivolta delle classi medie e popolari occidentali contro la classe dirigente globalizzata è iniziata due anni fa.
Consapevoli della recessione dell’Occidente rispetto all’Asia, i britannici furono i primi a compiere un tentativo di salvaguardare il proprio livello di vita, decidendo di lasciare l’Unione Europea per volgersi verso la Cina e il Commonwealth (referendum del 23 giugno 2016) [9]. Sfortunatamente, la classe dirigente del Regno Unito non è riuscita a concludere l’accordo sperato con la Cina e sta incontrando grosse difficoltà a ripristinare i rapporti con il Commonwealth.
Al Regno Unito seguirono gli Stati Uniti dove, constatando l’affossamento dell’industria civile, l’8 novembre 2016 parte degli elettori ha votato per l’unico candidato contrario al Nuovo Ordine Mondiale, Donald Trump. Si trattava di tornare al “sogno americano”. Sfortunatamente per loro, Trump, benché abbia cominciato a rimettere in discussione le regole del commercio globalizzato, non ha una squadra che lo supporti all’infuori della famiglia. Trump riesce solo a modificare, ma non a cambiare, la strategia militare USA, i cui ufficiali generali hanno adottato, pressoché all’unisono, il pensiero di Rumsfeld-Cebrowski e non sanno immaginarsi in un ruolo diverso da quello di difensori della globalizzazione finanziaria.
Consapevoli della fine dell’industria nazionale e certi di essere stati traditi dalla classe dirigente, il 4 marzo 2018 gli italiani hanno votato per i partiti anti-sistema: la Lega e il Movimento 5 Stelle. Questi due partiti si sono alleati per attuare una politica sociale. Sfortunatamente per loro l’Unione Europea vi si oppone [10].
In Francia, mentre negli ultimi dieci anni decine di migliaia di PME [piccole e medie imprese, ndt] subappaltatrici dell’industria sono fallite, nello stesso periodo i prelevamenti obbligatori, già tra i più elevati al mondo, sono aumentati del 30%. Diverse centinaia di migliaia di francesi sono inaspettatamente scesi in strada per protestare contro una fiscalità eccessiva. Sfortunatamente per loro, la classe dirigente francese è stata contaminata dal discorso che gli statunitensi rifiutano. Il governo si sforza perciò di adattare le proprie scelte politiche alla rivolta popolare invece di cambiarne i fondamenti.
Se analizziamo in maniera distinta quel che accade in ognuno di questi quattro Paesi, troveremo spiegazioni differenti. Se invece lo analizziamo come fenomeno unitario, pur espresso da culture diverse, troveremo gli stessi meccanismi: in questi Paesi, consecutivamente alla fine del capitalismo, le classi medie spariscono più o meno velocemente e con esse il regime politico da loro incarnato: la democrazia.
O la classe dirigente occidentale abbandona il sistema finanziario che ha costruito e torna al capitalismo produttivo del tempo della guerra fredda, oppure deve inventare un’organizzazione differente, che però nessuno ha ancora pensato; in caso contrario l’Occidente, che ha governato il mondo per cinque secoli, sprofonderà in conflitti interni a lungo termine.
I siriani sono stati il primo popolo non globalizzato capace di sopravvivere e resistere alla distruzione dell’inframondo di Rumsfeld-Cebrowski. I francesi sono il primo popolo globalizzato a ribellarsi alla distruzione dell’Occidente, sebbene non siano consapevoli di lottare contro il nemico comune all’intera umanità. Il presidente Emmanuel Macron non è uomo che possa affrontare la situazione, non perché porti la responsabilità di quanto fatto dal sistema precedente, ma perché è puro prodotto di questo stesso sistema. Alle sommosse in Francia, Macron ha saputo soltanto rispondere dichiarando che, secondo lui, il G20 di Buenos Aires era stato un successo (fatto non vero) e che avrebbe proseguito con più efficacia nella direzione (cattiva) dei predecessori.

Come salvare i privilegi

Sembra che la classe dirigente britannica abbia una propria soluzione: se Londra, in particolare, e gli Occidentali, in generale, non sono più in grado di governare il mondo, conviene salvare il salvabile e dividere il pianeta in due zone ben distinte. È la politica messa in atto da Obama negli ultimi mesi di presidenza [11], poi da Theresa May, ora da Donald Trump, che si sono rifiutati di cooperare, riversando granitiche accuse prima contro la Russia, poi contro la Cina.
Sembra anche che Russia e Cina, malgrado la rivalità storica, siano coscienti di non potersi alleare con gli Occidentali che, dal loro canto, insistono a volerle smembrare. Da questa consapevolezza nasce il progetto «Partenariato dell’Eurasia Allargata»: se il mondo deve scindersi in due parti, che ciascuno organizzi la propria. In concreto significa che Pechino rinuncia a metà della “via della seta” e, insieme a Mosca, la riorganizza facendola passare solo nell’Eurasia Allargata.

Determinare la linea di demarcazione

Sia all’Occidente sia all’Eurasia Allargata converrebbe determinare al più presto la linea di demarcazione. Per esempio, da quale lato si collocherà l’Ucraina? La costruzione da parte della Russia del ponte di Kertch mirava a dividere l’Ucraina, assorbire il Donbass e il bacino del Mare d’Azov, nonché Odessa e la Transnistria. L’incidente di Kertch, organizzato dagli Occidentali, mirava invece a far entrare l’Ucraina nella NATO prima della frantumazione.
Poiché il bastimento della globalizzazione finanziaria sta colando a picco, molti cominciano a mettere in salvo i propri interessi, senza curarsi di alcuno. Da qui nasce, per esempio, la tensione tra Unione Europea e Stati Uniti. In questa gara, il movimento sionista ha come sempre una lunghezza di vantaggio: ha mutato rapidamente la strategia israeliana, lasciando la Siria alla Russia e volgendosi verso il Golfo e l’Africa orientale.

Prospettive

Tenuto conto di quanto c’è in gioco, è evidente che la rivolta in Francia non è che l’inizio di un processo molto più vasto che si allargherà ad altri Paesi occidentali.
È assurdo credere che nell’epoca della globalizzazione finanziaria un governo, qualunque esso sia, possa risolvere i problemi del proprio Paese senza rimettere in discussione le relazioni internazionali e ritrovare simultaneamente la propria capacità d’agire. Ma dopo il crollo dell’Unione Sovietica è proprio la politica estera a essere esclusa dall’ambito democratico. Conviene perciò ritirarsi con urgenza da pressoché tutti i trattati e gli impegni internazionali degli ultimi trent’anni.

[1] Secondo Michail Gorbaciov questo è l’avvenimento che ha portato alla dissoluzione del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica, poiché ha delegittimato lo Stato.
[2] Contrariamente a un’idea preconcetta diffusa in Occidente, sono stati i nazionalisti del Partito Comunista della Germania dell’Est (e le chiese luterane), non gli anti-comunisti (e i pro-USA) a far crollare il simbolo della dominazione sovietica, il Muro.
[3] Lo scopo principale dell’invasione dell’Iraq non era liberare il Kuwait, bensì strumentalizzare la vicenda per costituire una coalizione il più possibile estesa, che comprendesse anche l’Unione Sovietica, al comando degli Stati Uniti.
[4] Global Inequality. A new Approach for the Age of Globalization, Branco Milanovic, Harvard University Press, 22 agosto 2017.
[5] «Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 24 agosto 2017, traduzione di Rachele Marmetti.
[6] È evidente che le guerre di Bush Jr. e di Obama non hanno mai avuto lo scopo di propagare la democrazia. In primo luogo perché, per definizione, la democrazia non può che emanare dal popolo e non può dunque essere imposta con le bombe. In secondo luogo perché gli Stati Uniti erano già una plutocrazia.
[7] Ho conteggiato non solo il milione di morti causati direttamente dalle guerre, bensì anche le vittime dei disordini da esse ingenerati.
[8] L’ex presidente della Riserva Federale USA, Paul Volcker, è al contrario uno degli architetti della finanziarizzazione globale. È stato lui che, in nome dell’ONU, ha perseguito le persone e le istituzioni che avevano aiutato l’Iraq ad aggirare l’embargo delle Nazioni Unite (affare “petrolio in cambio di cibo”). Volcker è una delle personalità più di spicco della Pilgrim’s Society, il club transatlantico presieduto dalla regina Elisabetta II. A tale titolo divenne
[9] “La nuova politica estera britannica”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 4 luglio 2016.
[10] Il Mercato Comune Europeo, un sistema di cooperazione tra Stati, è stato sostituito dall’Unione Europea che, definita dal Trattato di Maastricht, è uno Stato sovranazionale sotto protezione militare della NATO. Ha perciò facoltà di mettere in scacco le decisioni nazionali.
[11] “Due mondi distinti”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 9 novembre 2016.

L’impero colonialista francese in Africa

Quante volte abbiamo sentito dire, da parte dei politici occidentali riguardo al problema dell’immigrazione, che si devono aiutare i paesi africani al fine di poter gestire in loco una proficua crescita sociale, culturale ed economica di quei popoli?

banconotafrica
Da anni sentiamo i politici esternare questa lodevole idea, e in questo periodo sembra sia l’unica alternativa per riuscire ad arginare il problema migratorio che sta raggiungendo numeri da esodo biblico. Non tutti sanno però che ancora oggi molti paesi africani sono soggetti a leggi e tassazioni imposte da parte dei colonialisti di un tempo, come Francia e Gran Bretagna, ma anche Germania, Portogallo, Italia, Belgio, Olanda e Spagna, seppur in misura minore. Molti di questi paesi occidentali, come è capitato all’Italia per crimini di guerra con l’Etiopia e la Libia, sono stati condannati da tribunali internazionali a pagare i danni causati alle popolazioni.
Di contro, altri paesi, come la Francia o la Gran Bretagna, godono tuttora dei proventi di quei colonialismi.

L’oppressione africana nella storia contemporanea

Il colonialismo è una macchia storica infame in capo a chi l’ha perpetrata per secoli, purtroppo l’oppressione economica in Africa, da parte dei paesi occidentali, continua a esistere ancora oggi. Ci sono molti paesi africani costretti a pagare una tassa coloniale alla Francia che per questo, continua a prosperare sulle spalle di paesi poveri africani contando su introiti pari a circa 500 miliardi di dollari ogni anno.
Questa forma di tassazione è oltraggiosa, priva di fondi economici quei popoli che per loro sono più che necessari. Non solo, ma aggrava altresì il debito pubblico del paese. Ma gli svantaggi sono anche peggiori, oltre a essere un peso economico, i mali del colonialismo costringe intere popolazioni a un’interminabile schiavitù del debito, il che risulta devastante per la dignità e l’identità del popolo africano.

Guinea: un’indipendenza mai realizzata appieno

Nel 1958, quando la Guinea chiese l’indipendenza dal dominio coloniale francese, i francesi scatenarono una furia inumana. Causarono più di tremila morti e costrinsero migliaia di guineani a lasciare il paese, perdendo così le loro proprietà che vennero tutte saccheggiate dai francesi prima di ritirarsi. Inoltre, quel che non poteva essere depredato è stato distrutto: scuole, asili, edifici della pubblica amministrazione, automobili, libri, medicine, istituti di ricerca, e molto altro. Persino le macchine agricole, come i trattori, vennero distrutti o sabotati mentre furono sterminati animali e il cibo, stivato nei magazzini, venne o bruciato o avvelenato.
Fu una catastrofe per quel popolo, al pari di un genocidio. Mai nessuno condannò la Francia per questo, anzi, il colonialismo francese perdura attualmente.
La Guinea, distrutta dai francesi solo perché aveva ‘osato’ chiedere l’indipendenza, si trovò di fronte una sola alternativa, cioè quella di pagare una tassa alla Francia.

Il Togo ai tempi di De Gaulle

Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, per porre fine alla colonizzazione francese, firmò un patto con il presidente De Gaulle accettando di pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti “benefici della colonizzazione francese”. Questo patto ha impedito che i francesi distruggessero il paese, come prima era avvenuto in Guinea. L’importo richiesto e ottenuto dalla Francia era enorme, tanto che il cosiddetto “debito coloniale” era pari al 40% del bilancio del paese nel 1963.
Il sogno di Olympio, che rimase tale, era quello di costruire uno Stato indipendente e autosufficiente, ma i francesi avevano ormai ipotecato l’intero loro futuro.

La Legione Straniera e i colpi di stato

La storia ha dimostrato che, nonostante anni di lotta africana per liberarsi dagli oppressori, la Francia ha ripetutamente usato molti legionari per organizzare ed effettuare colpi di stato contro i presidenti democraticamente eletti. Ciò ha incluso Jean-Bedel Bokassa che assassinò David Dacko, il primo Presidente della Repubblica Centrafricana.
Negli ultimi cinquanta anni si contano un totale di ben 67 colpi di stato verificatisi in 26 paesi africani, di questi 16 sono ex colonie francesi. Ciò indica che la Francia ha continuamente cercato il modo di accaparrarsi il controllo, e la loro ‘povera’ ricchezza, di molti paesi africani.

Tasse coloniali per miliardi

Ma non è solo la Guinea o il Togo ad avere questo fardello, bensì, si badi bene, in tutto sono 14 i paesi africani dove tuttora viene applicata una tassazione da parte dei francesi.
franciafricaA gennaio 2014, 14 paesi africani sono obbligati dalla Francia, attraverso un patto coloniale, di pagare tasse pari all’85% delle loro riserve valutarie. Queste tassazioni vengono eseguite sotto il diretto controllo da parte della banca centrale francese e del ministero delle Finanze. Gli importi di questa tassazione vengono stimati in 500 miliardi di dollari ogni anno. I leader africani che rifiutano di pagare o sono stati uccisi o si sono ritrovati vittime di colpi di stato. I capi di stato che obbediscono vengono sostenuti politicamente e ricompensati dalla Francia, garantendo loro uno stile di vita sontuoso, mentre il loro popolo sopporta condizioni di estrema povertà e disperazione.
I patti di colonizzazione francese prevedono, a partire dal 1950, che i paesi africani devono depositare le loro riserve monetarie nazionali alla banca centrale della Francia. Negli anni la Francia ha continuato a trattenere le riserve nazionali di questi quattordici paesi africani: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e il Gabon.
La Francia consente loro di accedere solo al 15% del denaro ogni anno. Se hanno bisogno di più risorse, nessun problema, la Francia li ‘agevola’ in questo: presta loro il denaro extra necessario, da parte del Tesoro francese, applicando i normali ‘tassi commerciali’.
La Francia ha quindi indebitato e schiavizzato gli africani, appropriandosi di ogni ricchezza dell’Africa. Il cosiddetto sventurato ‘Terzo Mondo’, in realtà tanto povero non era. Ora quella popolazione fugge dalla carestia per raggiungere un’Europa ricca, senza pensare che molti paesi europei dove sono diretti, hanno determinato la carestia africana arricchendosi ancora oggi appropriandosi delle loro ricchezze.

Quindi, la prossima volta che sentiamo dire in TV che i migranti africani fuggono dalla carestia, pensiamo anche alla Francia.

Preso da: http://altritempi.info/limpero-colonialista-francese-in-africa/

La Libia, dall’era Gheddafi ai giorni nostri

Nel 1967 il colonnello Gheddafi ereditò una delle Nazioni più povere in Africa ma, al momento in cui il leader libico fu assassinato, aveva trasformato la Libia in una nazione fra le più ricche.


La Libia aveva il più alto PIL pro capite e la speranza di vita nel paese era in costante crescita, nel contempo pochissime persone vivevano sotto la soglia di povertà rispetto ad altri paesi africani. In oltre quaranta anni Gheddafi aveva promosso la democrazia economica utilizzando la ricchezza del petrolio per sostenere programmi di assistenza sociale per tutti i libici. Sotto il governo di Gheddafi i libici godevano di assistenza sanitaria e istruzione gratuita, ma anche l’energia elettrica era a zero costo e i prestiti bancari alle famiglie, per mutui o spese per le normali attività domestiche, venivano erogati senza applicare alcun interesse.

A differenza di molte altre nazioni arabe, le donne nella Libia di Gheddafi avevano il diritto all’istruzione, ricoprivano incarichi pubblici, potevano sposare chi volevano, divorziare, possedere beni e disporre di un reddito. Nel 1969 solo poche donne frequentavano l’Università mentre nel 2011 più della metà degli studenti universitari della Libia erano donne. Una delle prime leggi operate da Gheddafi nel 1970 era la pari retribuzione fra uomini e donne.
Il 4 gennaio 2011 lo stesso Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite aveva riconosciuto ed elogiato Gheddafi (leggi il documento) per la sua promozione dei diritti civili e delle donne. In pratica prima lo hanno lodato e pochi mesi dopo chi lo ha ucciso si è giustificato dicendo di aver liberato il mondo da un pericoloso e sanguinario dittatore. Assurdo!

Il dopo Gheddafi

A seguito del scellerato intervento francese e della NATO del 2011, la situazione attuale è un vero disastro annunciato. La Libia è ormai uno stato fallito e la sua economia è allo sfascio. Non vi è un controllo governativo e l’amministrazione dello Stato scivola tra le dita dei fantocci eletti dall’ONU per finire nelle mani dei combattenti delle milizie locali, facenti parte di tribù islamiste che al tempo di gheddafiana memoria erano dei classici criminali.

In pratica l’occidente ha consegnato le chiavi della nazione a una banda di assassini spietati e senza regole. Tutto questo pur di liberarsi di un Gheddafi che aveva finanziato metà campagne elettorali dei leader democratici europei (Sarkozy per esempio).
Il risultato oggi è ben chiaro: per merito dell’intervento Francia/Nato la Libia ha ora due governi, ognuno di questi con il proprio primo ministro, Parlamento e persino esercito.
Il Parlamento, quello che era stato eletto per volere dell’ONU e riconosciuto dalla cosiddetta ‘comunità internazionale’, è stato spazzato via da Tripoli dalle milizie islamiste che poi hanno assunto il controllo della capitale nonché in altre città. Nella parte orientale del paese, quello che tutti riconoscono come il governo ‘legittimo’ e dominato da coloro che si professano anti-islamisti, è stato esiliato a un migliaio di chilometri di distanza dalla capitale, precisamente a Tobruk, e di fatto non governa più nulla.
La caduta di Gheddafi ha creato tutti gli scenari peggiori del paese: le ambasciate occidentali non esistono più, il sud del paese è diventato un rifugio per i terroristi e il nord un centro del traffico di migranti. Egitto, Algeria e Tunisia hanno chiuso tutti i loro confini con la Libia. Nel paese vi è un contesto di illegalità assoluta, si va dallo stupro diffuso agli omicidi di massa che restano assolutamente impuniti.

La strategia futura della CIA

 L’America, da sempre impegnata a esportare libertà e democrazia nel mondo :-), riesce a contribuire in questo disastroso scenario alimentando una terza via. Non bastano i due governi, ormai totalmente inutili e inetti, ora in Libia ci sono gli Stati Uniti che aprono un nuovo scenario con una terza forza, totalmente indipendente dalle altre due. Ed è la solita CIA, il servizio di maggior intelligence 🙂 esistente al mondo, a individuare la soluzione di tutti i mali libici attraverso la figura del generale Khalifa Belqasim Haftar quale prossimo leader libico e, per questo, l’interessato già mira ad autoproclamarsi ‘nuovo dittatore’ della Libia.
Tanto per capire di che personaggio stiamo parlando, si sappia che il generale Haftar, antico nemico giurato di Gheddafi tanto da dover fuggire dal paese, si era trasferito in USA, in Virginia, guarda caso proprio vicino al quartier generale della CIA, dove si dice sia stato addestrato dall’Agenzia per prendere parte ai numerosi tentativi di golpe in Libia, sempre falliti fino al 2011, per rovesciare Gheddafi.
Non solo, nel 1991 il New York Times riferiva che Haftar era uno dei seicento soldati libici addestrati dalla CIA in atti di sabotaggio e altre azioni di guerriglia per rovesciare il regime di Gheddafi. Questo mini esercito libico/americano è stato costituito dal presidente Reagan e mantenuto integro fino all’intervento francese del 2011.

Il vero obiettivo dell’occidente

In realtà, l’obiettivo dell’occidente non era certo quello di aiutare il popolo libico, asserendo che in Libia si era oppressi e soffocati da un dittatore talmente crudele che aveva la colpa di aver contribuito a far vivere il più alto tenore di vita in Africa, bensì di spodestare Gheddafi, installare un regime fantoccio e ottenere il controllo delle risorse naturali della Libia.
Non ci vuole un Qi troppo elevato per capirlo, eppure dai mass media leggiamo ancora oggi che la Libia è stata liberata da un tiranno per garantire la democrazia e gli equilibri in Medio Oriente. E il bello è che ci credono in tanti.

Un decennio di fallimenti militari giustificato da un business miliardario

Qualche anno fa la Nato ha dichiarato che la missione in Libia era stato “uno dei più riusciti nella storia della Nato”. A parte il fatto che molto del merito va alla ‘furbesca’ Francia e non certo alla Nato, la verità è sotto gli occhi di tutti: questo intervento occidentale non ha prodotto nulla se non fallimenti colossali in Libia, Iraq e Siria. E parliamoci chiaro: prima del coinvolgimento militare occidentale, queste tre nazioni erano gli Stati più moderni e laici esistenti in Medio Oriente e in tutto il nord Africa, con il più alto tasso di godimento dei diritti della donna e del tenore di vita.
Un decennio di fallimentari spedizioni militari in Medio Oriente ha lasciato il popolo americano un trilione di dollari di debito. Tuttavia qualcuno in particolare negli USA hanno beneficiato immensamente per tali costose e mortali guerre: l’industria militare americana.
La costruzione di nuove basi militari significa miliardi di dollari per l’élite militare statunitense. È dai tempi del bombardamento dell’Iraq che gli Stati Uniti hanno costruito nuove basi militari in Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman e Arabia Saudita. Dopo l’Afghanistan gli Stati Uniti hanno costruito basi militari in Pakistan, Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan, mentre dopo la Libia hanno realizzato nuove basi militari in Seychelles, Kenya, Sud Sudan, Niger e Burkina Faso.
In tutti questi paesi a presenza militare americana sono a basso tenore di vita della popolazione e a forte limitazione delle libertà individuali, delle donne in special modo.
Infine, il flusso dei migranti rischia di far ‘scoppiare’ l’Europa. E qui ricordo la profezia di Gheddafi che, a quanto pare, si sta puntualmente avverando quando nel 2011 disse:

“State bombardando il muro che si erge sulla strada dei migranti e dei terroristi verso l’Europa”.

Di ogni intervento americano nel mondo non esiste un fattore positivo per l’Umanità, bensì serve a rendere invincibile chi, come Trump, dice di avere “il pulsante più grande che, tra l’altro, funziona”.
Eh sì, vediamo bene come funziona.
Questo articolo è stato pubblicato qui

Preso da: https://www.agoravox.it/La-Libia-dall-era-Gheddafi-ai.html

Libia: da Gheddafi a “15.000 milizie”

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Foto: Newsweek (da Google)

Nel memorandum 1) sulla Libia in merito alle politiche di disinformazione dell’Occidente sullo stato e sull’esercito libico, prima e durante la guerra d’aggressione scatenata dalla Nato e soci a partire dal marzo del 2011, Saif al Islam Khaddafi calcola che siano operanti allo stato attuale circa 15.000 milizie, gran parte delle quali ben armate e ben addestrate.
Il figlio di Gheddafi 2) non cita, perché presumibilmente lo da per scontato. la penetrazione di truppe d’invasione statunitensi, inglesi, francesi, italiane (trecento, di cui cento paracadusti della Folgore). E non cita la “rinascita” del terrorismo jihadista in particolare a Sirte e a Bengasi in seguito al ritorno dalla Siria degli oppositori più o meno democratici al governo di Assad (terrorismo che suo padre e il regime della Giamahiria aveva saputo contenere).

Lo stato considerato “fallito” da uomini di grande spessore morale come Giorgio Napolitano, oltre che dalle sinistre umanitarie e pacifiste, desiderose di bombardare e di uccidere, ora è realmente “fallito”, o , detto meglio, si trova nella condizione ideale perché gli avvoltoi dell’Occidente imperiale e i tagliagole locali possano disporne a loro piacimento.

Il caos allarma coloro che l’hanno creato perché è andato ben oltre quello preventivato. In tali condizioni è difficile infatti avviare in sicurezza la produzione di petrolio e gas e difendere gli oleodotti e i gasdotti. Ricorrere alle milizie costituite da bande di mercenari per la protezione degli impianti e delle infrastrutture diventa irrinunciabile.
Da qui i grandi sforzi che i carnefici della Libia stanno compiendo per approdare alla unificazione politica e giuridica del grande Paese africano. Dopo gli incontri a Madrid e Ginevra sotto gli auspici dell’ONU, si è registrato a Shkirat, cittadina del Marocco, tra Casablanca e Rabat, un accordo 3) che è stato ritenuto dalle parti importante e positivo. Ma gli entusiasmi son durati ben poco.
L’accordo prevedeva che il parlamento di Tobruk conservasse la maggioranza dei suoi membri e accogliesse al suo interno quaranta rappresentanti del parlamento di Tripoli, diventando in tal modo il parlamento ufficiale della Libia. Il premierato del governo di unità nazionale sarebbe spettato a Fayez Al Serray, pedina farsesca dell’Occidente, arrivato dal mare a Tripoli con la protezione armata delle navi dell’Impero e talmente amato dai suoi connazionali che solo dopo alcuni mesi è riuscito ad insediarsi a Tripoli.
L’accordo non è stato gradito né a Tripoli né a Tobruk.
L’Occidente imperiale sembra sostenere il debole governo di Tripoli, più facilmente manipolabile (l’Italia è particolarmente interessata, con l’ineffabile Minniti, alla regolazione dei flussi immigratori anche con strumenti di detenzione criminale), 4) sebbene il fronte presenti vistose smagliature con la Francia che “tratta” con Haftar, mentre gli stessi Stati Uniti sembrano avvicinarsi all’uomo forte di Tobruk, il feldmaresciallo Haftar che a sua volta gode dell’appoggio della Russia, dell’Egitto,degli  Emirati Arabi.
In un articolo 5) avevo affermato che Haftar sembrava avviato verso il controllo pieno della LIbia. Certamente ha saputo conquistare, ponendola sotto il controllo del governo di Tobruk la ricchissima “Mezzaluna del petrolio”6), situata tra Bengasi e Sirte ma è anche vero che la sua marcia si è rallentata in Tripolitania. Infatti, in appoggio all’intervento militare del generale Usama Juwahili, comandante della zona militare occidentale contro bande di fuorilegge7), le Brigate di Zintan e la Brigata rivoluzionaria di Tripoli alleate un tempo a Khalifa Haftar, seppure indipendenti, hanno attaccato l’esercito nazionale libico (LNA), costretto ad abbandonare la sua posizione.
La Tripolitania sembra perduta per il momento per il feldmaresciallo Haftar, mentre si profilano nell’area nuove alleanze. Al servizio di Al-Serray ? Al momento è difficile fare previsioni.
In tale contesto non va trascurata la presenza e l’azione politica dei Gheddafiani e in particolare della figura di Sail-Al-Khaddafi, personalità di alto prestigio, già a suo tempo considerato l’architeto di una nuova Libia, capace di “parlare” con le tante tribù della sua terra e proporre una politica di unificazione. A suo vantaggio va ricordato il rapporto politico favorevole, lui e la sua gente, con Khalifa Haftar
NOTE
1) Saif al-Islam Khaddafi ” Memorandum sulla Libia: disinformazione contro Stato Guida ed Esercito” in “Voltaire” 30/10/17
2) Saif al-Islam Khaddafi è attualmente perseguito dalla Corte Penale internazionale, indecemente gestito dall’Occidente imperiale, per “presunti” crimini contro l’umanità. Richiesto l’arresto del figlio di Muammar Gheddafi alle autorità giudiziarie locali
3) Il Post “Cosa rimane della Libia” 1/12/17
4) Amnesty international ” Libia: i governi europei complici di torture e violenze” 12/12/17
5) A. B. ” Haftar si avvia…” in Cagliaripad e in l’Interferenza 5/8/17
6) Il post, art. cit. 1/12/17
7) Andrey Akulov ” Eventi recenti in Libia: una sfida…” In “The Saker Italia”

Preso da: http://www.linterferenza.info/esteri/libia-gheddafi-15-000-milizie/

Dalla parte dei popoli africani contro l’imperialismo francese

Rileggere Lenin per contrastare l’enfasi celebrativa, nazionalista e bellicista dei fascisti verso la Prima Guerra Mondiale

Rileggere Lenin per contrastare l'enfasi celebrativa, nazionalista e bellicista dei fascisti verso la Prima Guerra Mondiale
Contro l’enfasi celebrativa, nazionalista e bellicista, di cui si vuol circondare il “centenario della vittoria”, che i fascisti vorrebbero addirittura elevare a “principale festa nazionale”; contro l’esaltazione “guerriera” diffusa da un Ministero della difesa sempre all’attacco, qualunque sia lo schieramento politico impegnato a reclamizzare le armi italiane su tutti i fronti in cui USA e NATO portino la “democrazia” a suon di bombe; contro la retorica patriottarda, che equipara le odierne esaltazioni dei professionisti della guerra al sacrificio dei “nostri nonni”, obbligati ad andare al macello in un conflitto che essi non volevano; contro questo, proponiamo, per chi avrà la pazienza di leggerla, questa nota di Lenin, a proposito delle smanie interventiste italiane di cento anni fa e del ruolo dei riformisti nel voler trasformare le masse popolari in “lacchè della propria borghesia nazionale”, osservando come, sul fronte dell’ “imperialismo della povera gente”, le condizioni dei migranti italiani di un secolo fa non differissero da quelle inflitte oggi agli attuali migranti proprio da coloro che più esaltano la “vittoria indimenticabile”.

IMPERIALISMO E SOCIALISMO IN ITALIA
(Nota)

Per l’interpretazione di quelle questioni che l’attuale guerra imperialista ha posto di fronte al socialismo, non è superfluo gettare uno sguardo sui diversi paesi europei, per imparare a isolare le modificazioni nazionali e i dettagli del quadro complessivo, da ciò che è basilare e sostanziale. Dal di fuori, dicono, le cose sono più evidenti. Perciò, quante meno analogie tra Italia e Russia, tanto più interessante, sotto certi aspetti, è paragonare imperialismo e socialismo in entrambi i paesi.

Nella presente nota abbiamo intenzione soltanto di evidenziare il materiale che offrono su questa questione le opere, uscite dopo l’inizio della guerra, del professore borghese Roberto Michels: “L’imperialismo italiano” e del socialista T. Barboni: “Internazionalismo o nazionalismo di classe?” (Il proletariato d’Italia e la guerra europea ). Il ciarliero Michels, rimasto superficiale come nelle altre sue opere, sfiora appena il lato economico dell’imperialismo, ma nel suo libro è raccolto un materiale di valore sulle origini dell’imperialismo italiano e su quel passaggio che costituisce la sostanza dell’epoca contempo­ranea e che, in Italia, ha un particolare risalto e precisamente: il passaggio dall’epoca delle guerre di liberazione nazionale all’epoca delle guerre imperialiste di rapina e reazionarie. L’Italia democratico-rivoluzionaria, vale a dire rivoluzionaria-borghese che abbatteva il giogo dell’Austria, l’Italia dell’epoca di Garibaldi, si trasforma definitivamente sotto i nostri occhi nell’Italia che opprime altri popoli, che saccheggia Turchia e Austria, nell’Italia di una borghesia rozza, reazionaria in misura rivoltante, sporca, che sbava per la soddisfazione di esser stata ammessa alla spartizione del bot­tino. Michels, come ogni altro decoroso pro­fessore, reputa, s’intende, “obiettività scientifica”, il suo servilismo di fronte alla borghesia e definisce questa divisione del bottino una “spartizione di quella parte del mondo rimasta ancora nelle mani dei popoli deboli” ( p. 179). Respingendo in modo sprezzante, come “utopistico” il punto di vista di quei socialisti ostili a ogni politica coloniale, Michels ripete i ragionamenti di quanti ritengono che l’Italia “dovrebbe essere la seconda potenza coloniale”, cedendo il primato alla sola Inghilterra, per densità di popolazione e vigore del movimento migratorio. Per quanto riguarda il fatto che in Italia il 40% della popo­lazione sia analfabeta, che ancor oggi vi scoppino rivolte per il colera, ecc. ecc., questi argomenti vengono contestati basandosi sull’esempio dell’Inghilterra: non era forse essa il paese della incredibile desolazione, dell’abiezione, della morte per fame delle masse operaie, dell’alcolismo, della miseria e della sozzura mostruose nei quartieri poveri delle città, nella prima metà del XIX secolo, quando la borghesia inglese gettava con così grande successo le basi della propria attuale potenza coloniale?

E bisogna dire che, dal punto di vista borghese, questo ragionamento è inoppugnabile. Politica coloniale e imperialismo non sono affatto deviazioni morbose e curabili del capitalismo (come pen­sano i filistei, e Kautsky tra loro), ma una conseguenza inevitabile dei fondamenti stessi del capitalismo: la concorrenza tra singole imprese pone la questione solo in questo modo – andare in rovina o mandare in rovina gli altri; la concorrenza tra i diversi paesi pone la questione solo così – rimanere al nono posto e rischiare in eterno il destino del Belgio, oppure mandare in rovina e conquistare altri paesi, e farsi largo per un posticino tra le “grandi” potenze.

Hanno definito l’imperialismo italiano “l’imperialismo dei poveri” (l’imperialismo della po­vera gente –in italiano nel testo – ndt), avendo in mente la povertà dell’Italia e la desolante miseria delle masse degli emigranti italiani. Lo sciovinista italiano Arturo Labriola, che si distingue dal suo ex avversario G. Plekhanov solo per il fatto di aver reso patente un po’ prima il proprio social-sciovinismo e per esser giunto a questo social-sciovinismo attraverso il semianarchismo piccolo-borghese e non attraverso l’opportunismo pic­colo-borghese, questo Arturo Labriola ha scritto nel suo libello sulla guerra in Tripolitania (nel 1912):

” … È chiaro che noi combattiamo non soltanto contro i turchi… ma anche contro gli intrighi, le minacce, i soldi e gli eserciti dell’Europa plutocratica, che non può sopportare che le piccole nazioni ardiscano compiere foss’anche un solo gesto, pronunciare anche una sola parola, che comprometta la sua ferrea egemonia” (p. 92). E il capo dei nazionalisti italiani, Corradini, ha di­chiarato: “Come il socialismo fu il metodo di liberazione del proletariato dalla borghesia, così il nazionalismo sarà per noi, italiani, il metodo di liberazione da francesi, tedeschi, inglesi, ame­ricani del nord e sud, i quali, nei nostri confronti, rappresentano la borghesia”.

Ogni paese che ha più colonie, più capitali, più soldati del “nostro”, toglie a “noi” certi privilegi, un certo profitto o sopraprofitto. Come tra singoli capitalisti, ottiene un sopraprofitto quello che dispone di macchine migliori della media, o detiene certi monopoli, così anche tra i paesi ottiene un sopraprofitto quello che è in una condizione economicamente migliore degli altri. È affare della borghesia lottare per privilegi e superiorità del proprio capitale nazionale e imbrogliare il popolo o il popolino (con l’aiuto di Labriola e Plekhanov) presentando la lotta imperialista per il “diritto” a saccheggiare gli altri, come una guerra di liberazione nazionale.

Fino alla guerra di Tripolitania, l’Italia non aveva saccheggiato altri po­poli – quantomeno, non in grande misura. Non è forse questa un’offesa insopportabile all’orgoglio nazionale? Gli italiani sono oppressi e umiliati di fronte alle altre nazioni. L’emigrazione italiana contava circa 100.000 persone l’anno, negli anni ’70 del secolo scorso, mentre raggiunge ora una cifra da ½ milione a 1 milione, e sono tutti miserabili che la fame, nel significato letterale della parola, caccia dal loro paese, sono tutti fornitori di forza-lavoro per i settori peggio pagati dell’industria, è tutta una massa che popola i quartieri più densi, poveri e luridi delle città americane e europee. Il numero degli italiani che vivono all’estero, da 1 milione nel 1881 è cresciuto a 5,5 milioni nel 1910, e per di più l’enorme maggioranza si trova in ricchi e “grandi” paesi, in rapporto ai quali gli italiani costi­tuiscono la più rozza, più “materiale”, più misera e priva di diritti massa operaia. Ecco i principali paesi che utilizzano il lavoro italiano a buon mercato: Francia, 400.000 italiani nel 1910 (240.000 nel 1881); Svizzera, 135.000 (41) – (tra parentesi, il numero in migliaia, nel 1881) -; Austria, 80.000 (40); Ger­mania, 180.000 (7); Stati Uniti, 1.779.000 (170); Brasile, 1.500.000 (82); Argentina, 1.000.000 (254). La “brillante” Francia, che 125 anni fa lottava per la libertà e per questo definisce “di liberazione” la sua attuale guerra per il proprio, e dell’Inghilterra, schiavistico “diritto alle colonie”, questa Francia tiene centinaia di migliaia di operai italiani addirittura in speciali ghetti, dai quali la canaglia piccolo­ borghese della “grande” nazione cerca di separarsi quanto più possibile e che cerca di umiliare e offendere in ogni modo. Gli italiani vengono chiamati col nomignolo dispregiativo di “macaroni” (è bene che il lettore grande-russo ricordi quanti nomignoli spregiativi circolino nel nostro paese per gli “stranieri” che non hanno avuto la fortuna di nascere con il diritto a nobili privilegi imperiali, i quali servono ai Purishkevic quale strumento di oppressione sia del grande-russo, sia di tutti gli altri popoli della Russia). La grande Francia ha stipulato nel 1896 un accordo con l’Italia, in forza del quale quest’ultima si impegna a non aumentare il numero delle scuole italiane a Tunisi! Ma la popolazione italiana a Tunisi è cresciuta da allora di sei volte. Gli italiani a Tunisi sono 105.000, contro 35.000 francesi; ma tra i primi solo 1.167 sono proprietari fondiari, che possiedono 83.000 ettari, mentre tra i secondi ce ne sono 2.395, che hanno saccheggiato, nella “propria” colonia, 700.000 ettari. Dunque, come non esser d’accordo con Labriola e gli altri “plekhanovisti” ita­liani, sul fatto che l’Italia ha “diritto” a una propria colonia a Tripoli, all’oppressione degli slavi in Dalmazia, alla spartizione dell’Asia Mi­nore, ecc.!*

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NOTA * E’ in sommo grado istruttivo sottolineare il legame tra il passaggio dell’Italia al­l’imperialismo e l’assenso del governo alla riforma elettorale. Questa riforma ha elevato il numero di elettori da 3.219.000 a 8.562.000, vale a dire ha “quasi” concesso il suffragio universale. Fino alla guerra di Tripolitania, Io stesso Giolitti, che ha ora attuato la riforma, era decisamente contrario a essa. “La motivazione per il mutamento di linea da parte del governo” e dei partiti moderati – scrive Michels – è stata, per la sua essenza, patriottica. “Nonostante l’antico disgusto teorico verso la politica coloniale, gli operai industriali, e ancor più gli operai non qualificati, hanno combattuto contro i turchi in modo eccezionalmente disciplinato e ubbidiente, malgrado ogni previsione. Questo comportamento servile in rapporto alla politica governativa, meritava un riconoscimento, per spronare il proletariato a proseguire su questa nuova strada. In parlamento, il presidente del consiglio dei ministri ha dunque dichiarato che la classe operaia italiana, con il suo comportamento patriottico sui campi di battaglia in Libia, ha dimostrato di fronte alla patria di aver raggiunto d’ora innanzi il più alto grado di maturità politica. Chi è in grado di sacrificare la vita per un nobile scopo, è anche in grado di difendere gl’interessi della patria in qualità di elettore e ha perciò diritto a che lo Stato lo consideri degno della pienezza dei diritti politici”. (p. 177). Parlano bene i ministri italiani! Ma, ancora meglio i “radicali” tedeschi social-democratici, che ripetono ora questo ragionamento servile: “noi” abbiamo adempiuto il nostro dovere, abbiamo aiutato “voi” a saccheggiare paesi stranieri, ma “voi” non volete dare “a noi” il suffragio universale in Prussia …

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Come Plekhanov sostiene la guerra “di liberazione” della Russia contro la brama della Germania di trasformarla in una propria colonia, così il capo del partito dei riformisti, Leonida Bissolati, grida contro “l’inva­sione del capitale straniero in Italia” (p. 97): il capitale tedesco in Lom­bardia, quello inglese in Sicilia, il francese nel Piacentino, il belga nelle aziende tranviarie, ecc.
ecc. senza fine.

La questione è posta senza mezzi termini e non è possibile non riconoscere che la guerra europea ha recato all’umanità un enorme beneficio, avendo posto, effettivamente, in maniera risoluta, di fronte a centinaia di milioni di individui di nazioni diverse, la questione: o difendere, col fucile o con la penna, direttamente o indirettamente, in una qualsiasi forma, i pri­vilegi di grande potenza o nazionali in genere, o i vantaggi o le pretese della “propria” borghesia, e allora questo significa essere suoi seguaci o lacchè, oppure utilizzare ogni lotta, e soprattutto quella armata per i privi­legi di grande potenza, al fine di smascherare e rovesciare ogni governo, ma prima di tutti il proprio governo, servendosi delle azioni rivoluzionarie del prole­tariato solidale internazionalmente. Non c’è via di mezzo, o in altre pa­role: il tentativo di tenere una posizione mediana, significa di fatto il passaggio coperto dalla parte della borghesia imperialista.

Tutto il libello di Barboni è appunto dedicato, di fatto, proprio a questo, cioè a coprire questo passaggio. Barboni si presenta come internazionalista, perfettamente allo stesso modo del no­stro sig. Potresov; argomentando che, dal punto di vista internazionale, bisogna stabilire il successo di quale parte sia più vantaggioso, o non nocivo, per il proletariato, definisce tale questione, s’intende, contro… Austria e Germania. Barboni, pienamente nello spirito di Kautsky, propone al Partito socia­lista italiano di proclamare solennemente la solidarietà degli operai di tutti i paesi, – in primo luogo, naturalmente, di quelli belligeranti, – le convinzioni internazionaliste, un programma di pace sulla base del disarmo e dell’indipendenza nazionale di tutte le nazioni, con la costituzione di “una lega di tutte le nazioni per una reciproca garanzia di inviolabilità e indipendenza” (p. 126). E appunto nel nome di questi principi, Barboni dichiara che il militarismo è un fenomeno “parassitario” nel capitalismo e “niente affatto necessario”; che l’Austria e la Ger­mania sono impregnate di “imperialismo militaristico”, che la loro politica aggressiva è una “minaccia permanente alla pace europea”, che la Germania “ha respinto in permanenza le proposte di riduzione degli armamenti avanzate dalla Russia (sic!!) e dall’Inghilterra” ecc. ecc., e che il Partito socialista italiano, al momento opportuno, deve dichia­rarsi per l’intervento dell’Italia dalla parte della Triplice Intesa!

Resta ignoto, in forza di quali principi possa preferirsi, all’imperialismo borghese della Germania, che economicamente si è sviluppata nel secolo XX più velocemente degli altri paesi europei e che è rimasta particolarmente “offesa” nella spartizione delle colonie, l’impe­rialismo borghese dell’Inghilterra, che si è sviluppata molto più lenta­mente, ha saccheggiato una quantità di colonie, ricorrendo spesso là (lontano dall’Euro­pa) a metodi di repressione non meno bestiali dei tedeschi, e arruolando, con i propri miliardi, milioni di soldati di diverse potenze continentali, per il saccheggio di Austria e Turchia, ecc. L’internazionalismo di Barboni si esaurisce, in sostanza, come in Kautsky, nella difesa a parole dei principi socialisti, ma sotto la copertura di tale ipocrisia, viene di fatto condotta la difesa della propria borghesia, quella italiana. Non è possibile non sottolineare che Barboni, avendo pubblicato il suo libro nella libera Svizzera (la cui censura ha cancellato solo metà di una riga, a p. 75, dedicata evidentemente a una critica all’Austria), per tutte le 143 pagine non ha sentito il desiderio di riportare le tesi fondamentali del manifesto di Basilea e analizzarle coscienziosamente. In compenso, il nostro Barboni cita con grande simpatia (p.103) due ex rivoluzionari russi, reclamizzati ora da tutta la borghesia francofila, il piccolo-borghese anarchico Kropotkin e il filisteo social-democratico Plekhanov. Per forza! I sofismi di Plekhanov, nella sostanza, non si distinguono in niente dai sofismi di Barboni. Solo la libertà politica in Italia strappa meglio i veli da questi sofismi e smaschera più chiaramente l’autentica posizione di Barboni, quale agente della borghesia nel campo operaio.

Barboni si duole per “l’assenza di un vero e autentico spirito rivoluzionario” nella social-democrazia tedesca (del tutto come Plekhanov); saluta caldamente Karl Liebknecht (come Io salutano i social-sciovi­nisti francesi, che non vedono la trave nei loro occhi); ma egli dichiara deci­samente che “non si può affatto parlare di bancarotta dell’Interna­zionale” (p. 92), che i tedeschi “non hanno tradito lo spi­rito dell’Internazionale” (p. 111), in quanto hanno agito convinti “in buona fede” di difendere la patria. E Barboni, nello stesso untuoso spirito di Kautsky, ma con una certa oratoria da epoca romana, dichiara che l’In­ternazionale è pronta (dopo la vittoria sulla Germania) “a perdonare ai tedeschi, come Cristo perdonò a Pietro, l’attimo di sfiducia, guarire, dimenticando, le profonde ferite inferte dall’imperialismo militarista e tenderà la mano per una pace dignitosa e fraterna” (p. 113).

Un quadro toccante: Barboni e Kautsky – non senza la partecipazione, verosimilmente, dei nostri Kosovskij e Akselrod – si perdonano l’un l’altro!!

Pienamente soddisfatto di Kautsky e Guesde, di Plekhanov e Kropotkin, Barboni non è soddisfatto del suo partito socialista ope­raio, in Italia. In questo partito, che ha avuto la ventura, ancor prima della guerra, di liberarsi dei riformisti Bissolati e C°, si è creata, vedete, una tale “atmosfera, che è impossibile respirare” (p.7) per chi (come Barboni) non condivide lo slogan della “assoluta neutralità” (cioè della lotta decisa contro la difesa dell’en­trata in guerra dell’Italia). Il povero Barboni si lamenta amaramente che individui come lui vengano definiti, nel Partito socialista operaio ita­liano, “intellettuali”, “persone che hanno perso il contatto con le masse, fuorusciti dalla borghesia”, “individui che hanno deviato dalla strada diretta del socialismo e dell’internazionalismo” (p. 7). Il nostro partito – si indigna Barboni – “fanatizza le masse, più che educarle” (p. 4 ).

Vecchio motivo! Una variante italiana del noto ritornello dei liqui­datori russi e degli opportunisti contro la “demagogia” dei malvagi bolscevichi, che “aizzano” le masse contro gli ottimi socialisti della “Nasha Zarja”, del Comitato di Organizzazione e della frazione di Chkheidze! Ma quale preziosa ammissione del social-sciovinista italiano, che nell’unico paese in cui, per parecchi mesi, è stato possibile discutere liberamente sui programmi dei social-sciovinisti e degli internazionalisti rivoluzionari, proprio le masse operaie, proprio il proletariato cosciente si sono messi dalla parte di questi ultimi, mentre gli intellettuali piccolo-borghesi e gli opportunisti dalla parte dei primi!

La neutralità è gretto egoismo, incomprensione della situazione internazionale, infamia verso il Belgio, è “assenza” – e “gli assenti hanno sempre torto”, ragiona Barboni, del tutto nello spirito di Plekhanov e Akselrod. Ma, dato che in Italia ci sono due partiti legali, riformista e social-democratico operaio, dato che in questo paese non è possibile raggirare il pubblico, coprendo la nudità dei sigg. Potresov, Cerevanin, Levitskij e C°, con la foglia di fico della frazione di Chkheidze o del Comitato di Organizzazione, allora Barboni riconosce aper­tamente:

“Da questo punto di vista, vedo più rivoluzionarismo nelle azioni dei socialisti riformisti, che hanno compreso alla svelta quale immenso significato avrebbe per la futura lotta anticapitalista questo rin­novamento della situazione politica” (in conseguenza della vittoria sul militarismo tedesco) “e in piena coerenza, si sono messi dalla parte della Triplice Intesa, che non nella tattica dei socialisti rivoluzionari ufficiali che, precisamente come le tartarughe, si sono nascosti dietro lo scudo dell’assoluta neutralità” (p. 81).

A proposito di tale preziosa ammissione, a noi non rimane che esprimere l’augurio che qualcuno dei compagni che conoscono il movimento italiano, raccolga e elabori sistematicamente l’enorme e interessantissimo materiale fornito dai due partiti italiani, sulla questione di quali strati sociali, quali elementi, con l’appoggio di chi, con quali argomenti, abbiano difeso, da una parte, la politica rivoluzionaria del proletariato italiano, oppure, dall’altra, il servilismo nei confronti della borghesia imperialista italiana. Quanto più materiale verrà raccolto nei diversi paesi, tanto più chiara risulterà, per gli operai coscienti, la verità sulle cause e il significato della bancarotta della II Internazionale.

Osserviamo in conclusione, che Barboni, di fronte al partito operaio, fa di tutto, a forza di sofismi, per cercare di entrare nelle grazie degli istinti rivolu­zionari degli operai. Egli raffigura i socialisti-internazionalisti in Italia, avversi a una guerra che è di fatto condotta per gli interessi impe­rialisti della borghesia italiana, come sostenitori di una vile astensione, desiderosi egoisticamente di imboscarsi di fronte agli orrori della guerra. “Un popolo educato alla paura di fronte agli orrori della guerra, si spaventerà verosimilmente anche per gli orrori della rivoluzione” (p. 83). E a fianco di tale disgustoso tentativo di acconciarsi a rivoluzionario, il riferimento grezzo-mercantesco alle “chiare” parole del ministro Salandra: “l’or­dine sarà mantenuto costi quel che costi”, il tentativo di sciopero generale contro la mobilitazione condurrà solo a un “inutile macello”; “noi non fummo in grado di impedire la guerra libica (in Tripolitania), ancor meno potremmo impedire la guerra con l’Austria” ( p. 82).

Barboni, similmente a Kautsky, Cunow e a tutti gli opportunisti, consapevolmente, con il più infame calcolo di gabbare singoli elementi tra le masse, ascrive ai rivoluzionari lo stoltissimo piano di “far cessare” la guerra “d’un tratto” e di farsi prendere a fucilate dalla borghesia nel momento per essa più comodo – desiderando trovare una scappatoia dai compiti chiaramente posti a Stoccarda e a Basilea: servirsi della crisi rivoluzionaria per una sistematica propaganda rivoluzionaria e per la preparazione delle azioni rivoluzionarie delle masse. E che l’Europa stia ora vivendo un momento rivoluzionario, Barboni lo vede in modo perfettamente chiaro:

“… C’è un punto su cui ritengo necessario insistere, persino rischiando di annoiare il lettore, giacché non si può valutare correttamente l’attuale situazione politica, senza chiarire questo punto: il periodo che stiamo vivendo è un periodo catastrofico, un periodo d’azione, allorché la questione verte non sulla spiegazione delle idee, non sulla stesura di programmi, non sulla determinazione delle linee di condotta politica per il futuro, bensì sull’impiego delle forze vive e attive, per il raggiungimento del risultato nel corso di mesi, e forse addirittura solo di settimane. In tali condizioni non si tratta di filosofeggiare sul futuro del movimento proletario, ma di consolidare il punto di vista del prole­tariato di fronte al momento corrente” (pp. 87-88).

Ancora un sofisma spacciato per rivolu­zionario! 44 anni dopo la Comune, avendo attraversato quasi mezzo se­colo di raccolta e preparazione delle forze delle masse, nel momento in cui attraversa un periodo catastrofico, la classe rivoluzionaria d’Europa deve pensare a come diventare il più in fretta possibile lacchè della propria borghesia nazionale, a come aiutarla a saccheggiare, violentare, mandare in rovina, assoggettare popoli stranieri, invece che a dispiegare tra le masse una propaganda direttamente rivoluzionaria e la preparazione di azioni rivoluzionarie.

Pubblicato sul “Kommunist” N° 1-2, 1915

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-rileggere_lenin_per_contrastare_lenfasi_celebrativa_nazionalista_e_bellicista_dei_fascisti_verso_la_prima_guerra_mondiale/82_25938/

[LENIN, Polnoe sobranie socinenij, 5°ed., Moskva 1962; vol. 27, pagg.14-23 – traduzione di fp]

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