LIBIA E IRAN, L’IRRESISTIBILE LEGGEREZZA DEI MEDIA: Alberto Negri arrabbiato

Iran e Libia. Ecco chi ci minaccia davvero: le bufale dell’informazione manipolata. Se ne sono accorti anche i maggiori giornali americani, non i nostri. Oggi paghiamo pesantemente il prezzo dei nostri errori: ma i nostri media fanno finta di ignorarli.
Alberto Negri a raffica tra Fb e il Manifesto e Remocontro pestando duro come al suo solito.

Assaggio. Perché l’Italia non
ci becca mai in politica estera

Il motivo è semplice: vengono accreditati come esperti persone mai viste da nessuna parte in 30 e passa anni di guerre. Ma come fanno a conoscere i posti, cosa pensa la gente, l’indole degli abitanti? Mistero. E i politici, di solito sprovveduti mai stati oltre i confini nazionali, gli danno pure retta, senza nemmeno leggere i rapporti degli ambasciatori, relegando la Farnesina a una scatola vuota guidata da un ectoplasma. I modesti risultati, Libia compresa, li vedono tutti.

Inganno e memoria labile

L’irresistibile leggerezza dei media. Alla fine la gente ci crede pure che sia l’Iran ad avere violato l’accordo sul nucleare del 2015. Come ripetono ogni giorno tv e giornali in un bombardamento mediatico pari a quello che investe la tragedia libica dei migranti con affermazioni tendenziose. Teheran ha violato ora l’intesa in maniera quasi simbolica -dopo anni in cui 15 rapporti dell’Aiea ne hanno confermato la piena adesione- per lanciare un avvertimento all’Europa che lascia colpevolmente nelle mani di Trump le chiavi della pace e della guerra.

L’insostenibile leggerezza dei media

L’insostenibile leggerezza dei media è inaccettabile. L’Iran minaccia di uscire dell’accordo sul nucleare: questo è il ritornello. È stato Donald Trump non solo a rendere carta straccia l’accordo ma anche ad applicare sanzioni all’Europa e a tutti coloro che commerciano con Teheran.
All’Iran hanno fatto la guerra nel 1980 (un milione di morti) e quando nel 2014 è comparso l’Isis a combattere i jihadisti in Siria e Iraq c’erano gli iraniani (e i curdi) non gli americani e gli europei che con le monarchie del Golfo usavano gli estremisti contro Assad. Chi ha fatto gli attentati in Europa? Non gli iraniani ma i jihadisti ispirati dall’ideologia retrograda degli alleati dell’Occidente.

E ora per coprire questi fallimenti e tenere in piedi le monarchie del Golfo e Israele bisogna fare la guerra all’Iran. Ecco chi ci minaccia davvero: le bufale dell’informazione manipolata. Se ne sono accorti anche i maggiori giornali americani, non i nostri.
«Vista la politica americana degli ultimi decenni i leader iraniani sono stati matti a non sviluppare un armamento nucleare come deterrenza», scrive sul New York Times John Mearsheimer, professore di scienze politiche all’Università di Chicago, conosciuto per un saggio sulla lobby israeliana negli Stati uniti e per un altro dedicato alla grande illusione del liberismo.

In realtà oggi Trump e il suo cerchio magico, il segretario di Stato Pompeo e quello alla sicurezza Bolton, stanno minacciando l’esistenza stessa dell’Iran come stato sovrano, scrive Mearsheimer. Mentre lo strangolano economicamente e impongono a tutto il mondo le sanzioni contro Teheran, i bravi ragazzi della Casa Bianca si vantano di negoziare con la Corea del Nord e Trump, attraversando il confine del 38° parallelo, non ha fatto altro che legittimare l’arsenale atomico di Kim Jong-un. Una mossa che serve a un’altra legittimazione: quella per l’Arabia saudita del principe assassino Mohammed bin Salman di possedere la sua atomica, un arsenale limitato ma di “prestigio” da far convivere accanto alle testate di Israele. È lo schema di “pace” cui vogliono arrivare gli Stati uniti: un terrore generalizzato sui cui regnare sovrani.

In fondo alla scala i sovranisti italiani

In fondo alla scala, ultime ruote del carro, vengono i sovranisti italiani, cittadini di un protettorato americano che promette di durare all’infinito. Sono i più beceri di tutti perché si stanno allineando sulle posizioni Usa contro l’Iran dopo che Teheran aveva promesso nel 2015, 30 miliardi di euro di commesse all’Italia. L’idea è che gli Stati uniti di Trump li sosterranno in Europa se schiereremo le navi militari a «difesa» dei porti. Anche se tutti ritengono assai improbabile che affonderemo gommoni di migranti e navi delle Ong. I nostri militari non sono così stupidi.

Paghiamo però pesantemente il prezzo dei nostri errori. Ma i nostri media fanno finta di ignorarli. All’errore di non dissociarsi dal bombardamento contro Gheddafi nel 2011 ne abbiamo aggiunto un altro ancora più esiziale. Abbiamo concesso le nostre basi a francesi, inglesi e americani e poi ci siamo uniti ai raid. Bombardavamo il nostro maggiore alleato, sperando forse che gli altri, come accadde già nei Balcani nel ’99, non se ne accorgessero: stavamo andando incontro alla peggiore sconfitta dalla seconda guerra mondiale con un altro storico tradimento. La decisione fu presa dal presidente Napolitano mentre il premier Berlusconi, allora indebolito e incerto, si affidò al Quirinale.

La guerra a Gheddafi ha avuto due conseguenze. La prima è che nessuno stato europeo e del Mediterraneo ha più creduto a una sola parola dell’Italia in politica estera: abbiamo perso ogni credibilità. E infatti ci hanno trattato a pesci in faccia, dalla Francia all’Egitto, agli Usa. La seconda conseguenza è stata che in sede internazionale non abbiamo potuto reclamare ad alta voce contro i responsabili della disgregazione della Libia. Mentre la Germania, dopo avere accolto un milione di profughi siriani, spingeva l’Europa a pagare Erdogan per tenersi 3 milioni di rifugiati, la Libia veniva lasciata nel caos.

Quindi abbiamo subito un altro contraccolpo. I nostri alleati hanno sostenuto il generale Haftar che si oppone al governo di Tripoli: un’altra fregatura perché di fatto l’Italia appoggia i Fratelli Musulmani che tutti osteggiano, tranne Turchia e Qatar. Altro che navi da guerra, è venuta l’ora di autoaffondarci nel Mediterraneo in un dignitoso silenzio dei politici e dei media.

 

Libia e Iran, l’irresistibile leggerezza dei media: Alberto Negri arrabbiato

Libia e Iran, l’irresistibile leggerezza dei media: Alberto Negri arrabbiato

Quest’opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

Libia: la presenza dell’esercito italiano a Misurata, sostiene i terroristi locali contro il Consiglio di sicurezza dell’ONU

Scritto da Joanne Mon Mon

Il Consiglio delle grandi tribù della Libia mi ha informato di quanto segue:
L’esercito italiano rimane nella città libica di Misurata, al fianco dei capi del terrorismo islamista, della mafia turca, dei gruppi combattenti di Ansar al Sharia, ISIS, Fratelli Musulmani e altri.

Questo è contro le deliberazioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che chiedono che tutti i paesi stranieri stiano fuori dalla lotta interna della Libia.
Il mondo deve capirlo, è una questione di soldi per l’Italia. Non sono altro che affaristi, che aiutano e favoriscono i predoni della Libia. L’Italia sta rubando gas naturale dalla Libia attraverso gli oleodotti sotto il Mediterraneo che stava pagando prima del 2011. Il ricco gas naturale della Libia dovrebbe essere un patrimonio finanziario per il popolo libico, invece alimenta terroristi e ladri. VERGOGNA ITALIA, VERGOGNA ONU.

L’Esercito Nazionale Libico sta rallentando la conquista di Tripoli. Si muove cautamente ma con determinazione. La ragione per cui lo fanno cautamente è perché vuole proteggere le vite e le case dei civili. Le milizie terroriste del GNA (governo fantoccio delle Nazioni Unite) invece stanno distruggendo Tripoli, nascondendosi dietro i civili, facendo saltare in aria case e altre infrastrutture, derubando banche e persone per cercare di mantenere il loro controllo criminale. Hanno scritto menzogne nei media da loro controllati, vale a dire il “Libyan Express” e il “Report libico”, nel tentativo di istigare l’odio nel mondo per la vera fonte di liberazione  Non vedrete mai l’ENL commettere i crimini contro l’umanità commessi dalle milizie terroriste del Governo di Accordo Nazionale di Tripoli.
Il popolo della Libia, che sono tutti membri di tribù e tutte le grandi tribù della Libia, sostiene l’Esercito Nazionale Libico. Il popolo libico comprende appieno chi sono le milizie terroriste, chi li ha messi nel loro paese e chi sostiene il loro continuo furto e distruzione della Libia. Comprendono che non ci sarà alcuna sovranità, nessuna pace e nessuna sicurezza nel loro paese a meno che, e fino a quando questi terroristi non saranno cacciati dal loro paese. Loro sanno che, non importa cosa dicono i media stranieri, non possono esserci negoziati con i terroristi. E il governo fantoccio delle Nazioni Unite a Tripoli non ha AUTORITÀ a negoziare a nome del popolo libico.
Le tribù mi hanno informato che capiscono perfettamente che la testa del serpente (Misurata) deve essere eliminata o rimossa dalla Libia. Capiscono anche che, fino a quando l’esercito italiano rimarrà a Misurata, qualsiasi attacco a quella città da parte dell’Esercito Nazionale Libico darà all’Italia una scusa per attaccarli ed eventualmente chiedere alla NATO di tornare ad attaccare la Libia. Conoscono il gioco sporco che è stato giocato contro di loro nel 2011 e negli ultimi 8 anni. Non saranno più trascinati in quella trappola.
È giunto il momento, per il mondo, ma anche e soprattutto per l’Unione Africana di fare un passo avanti e chiedere all’Italia e a tutte le forze che sono illegalmente in Libia di lasciare immediatamente il paese. L’Italia ha una delle storie più vergognose del mondo con la Libia. Stanno dimostrando di non aver imparato nulla dal loro passato di crimini contro il popolo libico, tranne che vogliono rifare quei crimini. Le promesse fatte in Libia in passato per restituire quanto rapinato dal colonialismo italiano e i rammarichi erano tutte bugie, alla fine non sono altro che furfanti imperialisti.
Offriamo le nostre preghiere, grande rispetto e sostegno per tutti i libici che combattono per il loro paese. Tutte le tribù libiche che hanno aderito alla battaglia sono grandi patrioti e devono essere onorate in quanto tali.

10/6/2019    da  libyanwarthetruth.  – Traduzione di Bruno C. per civg.it

Preso da:  http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1567%3Alibia-la-presenza-dell-esercito-italiano-a-misurata-sostiene-i-terroristi-locali-contro-il-consiglio-di-sicurezza-dell-onu&catid=2%3Anon-categorizzato&Itemid=101&fbclid=IwAR2oKZ8Hl5D15yDqwOEgO1QDsvZlcKxSwKAGOeC95WHcdx_5nE_qW3pHN3o

I Fratelli Mussulmani come ausiliari del Pentagono

Continuiamo la pubblicazione del libro di Thierry Meyssan, Sotto i nostri occhi. In questo episodio l’autore descrive come l’organizzazione terrorista dei Fratelli Mussulmani sia stata integrata nel Pentagono e inserita nella rete antisovietica, formata durante la guerra fredda con ex nazisti.

| Damasco (Siria)

Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi.
Si veda l’indice.
JPEG - 43.2 Kb
Il saudita Osama bin Laden e il medico personale, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, pubblicano nel 1998 Il Fronte Islamico mondiale contro gli ebrei e i crociati. Il testo è diffuso dal loro ufficio a “Londonistan”, l’Advice and Reformation Committee. Al-Zawahiri organizzò l’assassinio del presidente egiziano Sadat, poi lavorò per i servizi segreti sudanesi di Hasan al-Turabi e Omar al-Bashir. Ora è a capo di Al Qaeda.

GLI ISLAMISTI DIRETTI DAL PENTAGONO

Nei primi anni novanta il Pentagono decide di accorpare tra le sue “risorse” gli islamisti, che in precedenza dipendevano esclusivamente dalla CIA. È l’operazione Gladio B, in riferimento ai servizi segreti della NATO in Europa (Gladio A [1]).
Per un decennio tutti i capi islamici – tra cui Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri – viaggiano a bordo degli aerei dell’US Air Force. Regno Unito, Turchia e Azerbaigian partecipano all’operazione [2]: di conseguenza, gli islamisti finora combattenti nell’ombra vengono “pubblicamente” accorpati alle forze della NATO.

L’Arabia Saudita – in quanto Stato e pure proprietà privata dei Saud – diventa ufficialmente responsabile della gestione dell’islamismo globale. Nel 1992 il re promulga una legge fondamentale in virtù della quale “Lo Stato protegge la fede islamica e applica la Sharia. Impone il bene e combatte il male. Adempie ai doveri dell’Islam […] La difesa dell’islamismo, della società e della patria musulmane è dovere di ogni suddito del re”.
Nel 1993 Carlo, principe di Galles, fa transitare l’Oxford Centre for Islamic Studies sotto il suo patrocinio, mentre il capo dell’intelligence saudita – il principe Turki – ne assume la direzione.
Londra si trasforma apertamente nel centro nevralgico di Gladio B, al punto che si comincia addirittura a parlare di “Londonistan” [3]. Sotto lo scudo della Lega musulmana mondiale, i Fratelli musulmani arabi e il Jamaat-e-Islami del Pakistan danno vita a varie associazioni culturali e cultuali intorno alla moschea di Finsbury Park. Questa struttura renderà possibile il reclutamento di molti kamikaze, a partire da quelli che attaccheranno la scuola russa di Beslan fino a Richard Reid, l’uomo delle scarpe bomba. Nel Londonistan hanno sede in particolare molti media, case editrici, giornali (al-Hayat e Asharq al-Awsat, tutti diretti dai figli dell’attuale re saudita Salman) e televisioni (il gruppo MBC del principe al-Walid bin Talal, che trasmette su venti canali), non diretti alla diaspora musulmana in Gran Bretagna, bensì al mondo arabo. L’accordo tra gli islamisti e l’Arabia Saudita viene esteso al Regno Unito: libertà totale d’azione, ma divieto d’interferire nella politica interna. Il sistema si avvale di diverse migliaia di persone e rastrella enormi quantità di denaro. Rimarrà ufficialmente in vigore fino agli attentati dell’11 settembre 2001, quando per gli inglesi sarà impossibile continuare a giustificarlo.

JPEG - 63.3 Kb
Abu Musab, “il Siriano”, (nella foto insieme a Osama bin Laden) ha teorizzato, trasponendola in termini islamici, la “strategia della tensione”. Ha creato alla luce del sole due agenzie, una a Madrid, l’altra a Londra, per supervisionare gli attentati in Europa.

Abu Musab “Il Siriano”, superstite del colpo di Stato fallito ad Hama e contatto tra bin Laden e il Gruppo islamico armato (GIA) algerino, teorizza il “jihad decentrato”. Nel suo Appello alla resistenza islamica mondiale traduce in termini islamici la ben nota dottrina della “strategia della tensione”, con lo scopo di provocare le autorità e portarle a imporre una terribile repressione che costringerebbe il popolo a rivoltarsi. Tale teoria è già stata applicata dalle reti Gladio di CIA/NATO attraverso la manipolazione dell’estrema sinistra europea negli anni settanta e ottanta (Banda Baader-Meinhof, Brigate Rosse, Action directe). Naturalmente non è possibile che questa strategia abbia successo e CIA/NATO sanno benissimo che non può funzionare, visto che non è mai riuscita da nessuna parte; ma intendono comunque sfruttare la reazione repressiva dello Stato per insediare al potere i loro uomini. “Il Siriano” indica l’Europa e, soprattutto, gli Stati Uniti come prossimi campi di battaglia degli islamisti. Fugge dalla Francia dopo gli attentati del 1995 e, due anni dopo, crea a Madrid e nel Londonistan l’Islamic Conflict Studies Bureau, sul modello dell’Aginter Press che la CIA ha istituito a Lisbona negli anni sessanta/settanta. Le due grandi organizzazioni vantano un’eccelsa capacità nel preparare attentati sotto falsa bandiera (come quello di Piazza Fontana, attribuito all’estrema sinistra nel 1969 e quelli ai musulmani a Londra nel 2005).

JPEG - 59.5 Kb
Il consulente in comunicazione dei Fratelli Mussulmani, Mahmud Gibril al-Warfally, addestra i dittatori mussulmani a parlare un linguaggio democratico. Gibril riorganizza Al-Jazeera, indi diviene responsabile dell’insediamento di società USA in Libia, durante il regime Gheddafi, infine dirige il rovesciamento di Gheddafi.

Nello stesso periodo il libico Mahmud Gibril, professore all’Università di Pittsburgh, comincia a insegnare una lingua “politicamente corretta”. Vengono così addestrati emiri e generali di Arabia Saudita, Bahrein, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Kuwait, Marocco e Tunisia (ma anche di Singapore). Combinando i princìpi delle relazioni pubbliche con lo studio dei rapporti della Banca mondiale, i peggiori dittatori diventano capaci di disquisire con naturalezza dei loro ideali democratici e del loro profondo rispetto per i diritti umani.
La guerra contro l’Algeria sconfina in Francia. Jacques Chirac e il suo ministro degli Interni Charles Pasqua interrompono il sostegno ai Fratelli musulmani da parte di Parigi e vietano persino la diffusione dei libri di Yusuf al-Qaradawi (il predicatore della Fratellanza). È assolutamente necessario mantenere la presenza francese nel Maghreb, che gli inglesi intendono estirpare. Il Gruppo islamico armato (GIA) prende in ostaggio i passeggeri del volo Air France Algeri-Parigi (1994), fa esplodere bombe nella RER e in diverse zone della capitale francese (1995) e pianifica un gigantesco attentato – poi sventato – durante la Coppa del mondo di calcio (1998) tramite lo schianto di un aereo su una centrale nucleare. Ogni volta i sospettati riescono a fuggire trovando asilo nel Londonistan.

JPEG - 68 Kb
Sfilata della “Legione Araba” di Osama bin Laden per il presidente Alija Izetbegovic, in Bosnia-Erzegovina.

La guerra in Bosnia-Erzegovina scoppia nel 1992 [4]. Su precise istruzioni da parte di Washington, i servizi segreti pakistani (ISI) – sempre finanziati dall’Arabia Saudita – inviano 90 mila uomini a combattere contro i serbi, sostenuti da Mosca. Osama bin Laden ottiene un passaporto diplomatico bosniaco e diventa consigliere militare del presidente Alija Izetbegovic´ (che può contare sullo statunitense Richard Perle come consigliere diplomatico e sul francese Bernard-Henri Lévy come consigliere per i media). Forma la Legione araba con alcuni veterani dell’Afghanistan e ordina il finanziamento della Lega musulmana mondiale. Per riflesso comunitario o per competizione con l’Arabia Saudita, anche la Repubblica islamica dell’Iran si reca in soccorso ai musulmani in Bosnia. Di concerto con il Pentagono, invia diverse centinaia di Guardie della Rivoluzione e un’unità di Hezbollah libanese. Ma, soprattutto, consegna gran parte delle armi che saranno impiegate dall’esercito bosniaco. I servizi segreti russi, infiltrandosi nel campo di bin Laden, scoprono che l’intera burocrazia della Legione araba è redatta in lingua inglese e che gli ordini arrivano direttamente dalla NATO. Dopo la guerra verrà istituito un tribunale speciale internazionale, che perseguirà molti combattenti per crimini di guerra: ma nessun membro della Legione araba.

JPEG - 47.2 Kb
L’egiziano Muhamad al-Zawahiri partecipò a fianco del fratello Ayman (attuale capo di Al Qaeda) all’assassinio del presidente Sadat. Partecipò anche, a fianco della NATO, alle guerre di Bosnia-Erzegovina e del Kosovo. Comandò pure un’unità dell’UCK (Esercito di Liberazione del Kosovo).

Dopo tre anni di relativa calma, la guerra tra musulmani e ortodossi nella ex Jugoslavia riprende, questa volta in Kosovo. Viene costituito l’Esercito di liberazione del Kosovo (KLA, acronimo inglese di Kosovo Liberation Army), a partire da gruppi mafiosi addestrati dalle forze speciali tedesche (KSK) nella base turca di Incirlik. I musulmani albanesi e jugoslavi sono di cultura Naqshbandıˉ; Hakan Fidan, futuro direttore dei servizi segreti turchi, è ufficiale di collegamento tra NATO e Turchia. I veterani della Legione araba entrano nel KLA, tra cui una brigata comandata da uno dei fratelli di Ayman al-Zawahiri, e distruggono sistematicamente chiese e monasteri ortodossi, cacciando i cristiani.
Nel 1995, facendo rivivere la tradizione degli assassini politici, Osama bin Laden cerca di eliminare il presidente egiziano Hosni Mubarak, mentre l’anno successivo ci riprova con il leader libico Muammar Gheddafi. Questo secondo attentato è finanziato con 100 mila sterline dai servizi segreti inglesi, che vogliono punire il sostegno libico alla resistenza irlandese [5]. Ma l’operazione fallisce. Vari ufficiali libici fuggono nel Regno Unito, compreso Ramadan Abedi, il cui figlio, anni dopo, sarà accusato – sempre dai servizi britannici – di essere l’autore di un attentato a Manchester. La Libia inoltra le prove all’Interpol e spicca il primo mandato di cattura internazionale contro Osama bin Laden, che ancora dispone di un ufficio di pubbliche relazioni nel Londonistan.
Nel 1998 viene fondata a Parigi la Commissione araba per i diritti umani, finanziata dal NED. Il presidente è il tunisino Moncef Marzouki, portavoce il siriano Haytham Manna. Obiettivo è la difesa dei Fratelli musulmani arrestati in diversi paesi arabi a causa delle loro attività terroristiche. Marzouki è un medico di sinistra che collabora con loro da tempo, Manna uno scrittore che ha gestito gli investimenti di Hassan al-Turabi e della Fratellanza sudanese in Europa. Quando Manna va in pensione, è la sua compagna ad assumere la direzione dell’associazione. Viene sostituito dall’algerino Rachid Mesli, avvocato e in particolare difensore di Abbassi Madani e dei Fratelli algerini.

JPEG - 43.8 Kb
Figlio spirituale dell’islamista turco Necmettin Erbakan (al centro), Recep Tayyip Erdogan (a destra) ne diresse il gruppo di azione segreta, la Millî Görüs. Organizzò l’invio di armi in Cecenia e ospitò a Istanbul i principali emiri antirussi.

Nel 1999 – ossia dopo la guerra del Kosovo e la conquista del potere da parte degli islamisti a Groznyj – Zbigniew Brzezinski crea, con una coorte di neoconservatori, l’American Committee for Peace in Chechnya (Comitato americano per la pace in Cecenia). Se la prima guerra cecena è stata una questione interna russa in cui alcuni islamisti hanno interferito, la seconda è volta all’istituzione dell’Emirato islamico di Ichkeria. Brzezinski, che sta preparando l’operazione già da diversi anni, cerca di riprodurre l’esperimento dell’Afghanistan. I jihadisti ceceni – come Šamil Basaev – non sono stati addestrati in Sudan da bin Laden, ma in Afghanistan dai talebani. Per tutta la guerra ricevono supporto “umanitario” dal Millî Görüs turco di Necmettin Erbakan e Recep Tayyip Erdoğan, e dall’IHH, associazione turca creata in Germania sotto il nome di Internationale Humanitäre Hilfe. In seguito, i jihadisti organizzeranno diverse operazioni importanti, nello specifico contro il teatro di Mosca (2002: 170 morti, 700 feriti), contro una scuola di Beslan (2004: 385 morti, 783 feriti) e contro la città di Naltchik (2005: 128 morti e 115 feriti). Dopo il massacro di Beslan e la morte del leader jihadista Šamil Basaev, il Millî Görüs¸ e l’IHH organizzano – nella moschea Fatih d’Istanbul – un grande funerale, senza il suo corpo ma con decine di migliaia di militanti.

JPEG - 46.9 Kb
Presentata come attentato “antiamericano”, la distruzione, il 7 agosto 1998, dell’ambasciata degli Stati Uniti a Dar es Salaam (Tanzania) ha causato 85 feriti e 11 morti… ma nessuna vittima statunitense.

In questo periodo, ad Al Qaida sono attribuiti tre grandi attentati. Tuttavia, per quanto importanti siano queste operazioni, indicano il declino degli islamisti integrati nella NATO e al contempo sminuiti al livello di terroristi antiamericani. – Nel 1996 un camion bomba esplode contro un palazzo di otto piani ad Al Khobar, in Arabia Saudita, uccidendo 19 soldati statunitensi. Prima attribuita ad Al Qaida, la responsabilità dell’attentato ricade sull’Iran e, alla fine, su nessuno. – Nel 1998 due bombe esplodono davanti alle ambasciate statunitensi di Nairobi (Kenya) e di Dar es Salaam (Tanzania), uccidendo 298 africani ma nessun americano, e ferendone più di 4.500. Gli attentati sono rivendicati da un misterioso Esercito islamico di liberazione dei luoghi santi. Secondo le autorità statunitensi, presumibilmente sono stati commessi da membri della Jihad islamica egiziana per ritorsione all’estradizione di quattro loro membri. Eppure le stesse autorità accusano Osama bin Laden di esserne il mandante e l’FBI, alla fine, emette un mandato di cattura internazionale contro di lui. – Nel 2000 un’imbarcazione kamikaze esplode contro lo scafo del cacciatorpediniere USS Cole nel porto di Aden (Yemen). L’attacco viene rivendicato da Al Qaida nella penisola arabica (AQPA), ma un tribunale statunitense ritiene responsabile il Sudan.
Gli attacchi hanno luogo mentre prosegue la collaborazione tra Washington e gli islamisti, ed è così che Osama bin Laden conserva il suo ufficio nel Londonistan fino al 1999. Situato nel quartiere di Wembley, l’Advice and Reformation Committee (ARC) ha il compito di diffondere le dichiarazioni di bin Laden e, al tempo stesso, coprire le attività logistiche di Al Qaida, tra cui reclutamento, pagamento e acquisizione di materiali. Tra i suoi collaboratori a Londra ricordiamo il saudita Khalid al-Fawwaz e gli egiziani Adel Abdel Bari e Ibrahim Eidarous, tre figure soggette a mandati di cattura internazionale ma che comunque ricevono asilo politico nel Regno Unito. È nell’assoluta legalità che, a Londra, l’ufficio di bin Laden pubblicherà, nel febbraio 1998, il famoso appello al Jihad contro gli ebrei e i crociati. Gravemente malato di reni, bin Laden viene ricoverato nell’agosto 2001 presso l’ospedale americano di Dubai. Un capo di Stato del Golfo mi ha confermato di essere andato a trovarlo nella sua stanza, protetta dalla CIA.

LA FUSIONE DELLE DUE “GLADIO” E LA PREPARAZIONE DELL’ISIS

Nella stessa logica, l’amministrazione Bush accusa gli islamisti dei giganteschi attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti. Si impone la versione ufficiale, benché presenti numerose incongruenze. Il ministro della Giustizia assicura che gli aerei sono stati dirottati dagli islamisti, anche se – secondo le compagnie aeree – nessuno dei sospetti si trovava a bordo. Il dipartimento della Difesa pubblicherà un video in cui bin Laden rivendica gli attentati, benché li abbia rigettati pubblicamente e gli esperti del riconoscimento facciale e vocale affermino che l’uomo nel video non è bin Laden. Comunque sia, questi eventi servono da pretesto a Washington e Londra per lanciare la “guerra senza fine” e attaccare i loro ex alleati, i talebani in Afghanistan e l’Iraq di Saddam Hussein.

JPEG - 25.4 Kb
L’11 settembre 2001 Osama bin Laden non era in grado di compiere alcun attentato: si trovava all’ospedale militare di Rawalpindi (Pakistan), sottoposto a dialisi e morente.

Benché soffra da tempo di insufficienza renale cronica, Osama bin Laden muore il 15 dicembre 2001 a causa della sindrome di Marfan. Un agente dell’MI6 assiste al suo funerale in Afghanistan. In seguito, diversi sosia più o meno realistici tengono in vita la sua storia, tra cui un uomo che verrà poi ucciso da Omar Sheikh nel 2005, secondo la prima ministra pakistana Benazir Bhutto.
Nell’agosto 2002 l’MI6 organizza a Londra una conferenza dei Fratelli musulmani sul tema “La Siria per tutti”. I relatori presentano l’idea che la Siria sia oppressa dalla setta alawita e che solo i Fratelli musulmani siano in grado di offrire la vera libertà.
Dopo Sayyid Qutb e Abu Musab “Il Siriano”, gli islamisti optano per un nuovo stratega, Abu Bakr Naji. Nel 2004 questo personaggio – che oltretutto pare non essere mai esistito – pubblica online un libro, Management of Savagery [La gestione della barbarie] [6], una vera e propria teoria del caos. Anche se alcuni credono di leggervi lo stile di uno scrittore egiziano, sembra che il libro sia stato scritto in inglese per poi essere arricchito da citazioni coraniche superflue e tradotto in arabo. La “barbarie” del titolo non si riferisce al terrorismo, ma al ritorno allo stato di natura prima che la civiltà creasse lo Stato. Si deve riportare l’umanità all’“homo homini lupus”. La strategia del caos prevede tre fasi:
– Primo, demoralizzare ed esaurire lo Stato attaccandolo nei punti meno protetti. Si sceglieranno quindi obiettivi secondari, spesso privi d’interesse ma sparsi e facili da distruggere. Ciò può dare l’impressione di una rivolta generalizzata, di una rivoluzione. – Secondo, quando lo Stato si sarà ritirato dalle periferie e dalle campagne, conquistare determinate zone e controllarle, imponendo la Sharia per segnare il passaggio a una nuova forma di Stato. In questo periodo si stringeranno alleanze con tutti coloro che si oppongono al potere senza lasciarli sprovvisti di armi, per avviare così una guerra di posizione. – Terzo, proclamare lo Stato islamico.
Tale trattato nasce dalla scienza militare contemporanea e attribuisce grande importanza alle operazioni psicologiche, come l’uso spettacolare della violenza. In pratica, la strategia non ha nulla a che fare con la rivoluzione, ma con la conquista di un paese da parte di potenze estere, presupponendovi un investimento enorme. Come sempre nella letteratura sovversiva, le cose più interessanti si trovano in ciò che non viene detto o che viene semplicemente citato di sfuggita: – preparare le popolazioni ad accogliere i jihadisti richiede preliminarmente la realizzazione di una rete di moschee e opere sociali, com’è avvenuto in Algeria prima della guerra “civile”; – per avviare le operazioni militari è necessario importare prima le armi, soprattutto perché, successivamente, i jihadisti non avranno modo di riceverle, e ancor meno le munizioni. Dovranno essere appoggiati dall’estero; – il controllo delle aree occupate presuppone una precedente formazione di alti funzionari, come quelli degli eserciti regolari responsabili della “ricostruzione degli Stati”; – infine, la guerra di posizione presuppone la costruzione di vaste infrastrutture che richiedono materiali, ingegneri e architetti.
Di fatto, richiamarsi a tale opera conferma che gli islamisti intendono continuare a svolgere un ruolo militare per conto di potenze straniere, ma, questa volta, su larga scala.
Nel 2006 gli inglesi chiedono all’emiro del Qatar, Hamad, di porre la sua rete TV panaraba Al Jazeera al servizio dei Fratelli musulmani [7]. Il libico Mahmud Gibril – che ha insegnato alla famiglia reale a parlare il linguaggio democratico – è responsabile dell’introduzione graduale dei Fratelli nella rete e della creazione di canali in lingua estera (inglese e poi bosniaca e turca) e di un canale per i bambini. Il predicatore Yusuf al-Qaradawi diventa “consulente religioso” di Al Jazeera. Naturalmente, il canale trasmetterà e convaliderà le registrazioni audio e video di “Osama bin Laden”.
Nello stesso periodo, le truppe statunitensi in Iraq devono affrontare una rivolta generalizzata. Dopo essere stati massacrati dalla repentina e brutale invasione (tecnica shock and awe, “colpisci e terrorizza”), gli iracheni organizzano la resistenza. L’ambasciatore statunitense a Baghdad, John Negroponte – futuro direttore della National Intelligence – propone di sconfiggerli dividendoli e facendo in modo di scatenare la rabbia contro loro stessi, trasformando quindi la resistenza all’occupazione in guerra civile. Negroponte è un esperto di operazioni segrete: ha partecipato al Phoenix Program in Vietnam, organizzato la guerra civile in El Salvador e l’operazione Iran-Contras in Nicaragua e ha fatto fallire la ribellione del Chiapas in Messico. L’ambasciatore convoca uno degli uomini che lo ha fiancheggiato a El Salvador, il colonnello James Steele, e gli affida la creazione delle milizie irachene sciite contro i sunniti e di quelle sunnite contro gli sciiti. Per quanto riguarda le milizie sunnite, Steele ricorre agli islamisti: a partire da Al Qaida in Iraq crea un esercito da una coalizione tribale, l’Emirato islamico in Iraq (futuro ISIS), sotto la copertura della polizia speciale (“Brigata dei Lupi”). Per terrorizzare le vittime e le rispettive famiglie, addestra l’Emirato alle torture con i metodi della Scuola delle Americhe e del Fu Hsing Kang College di Taiwan, dove ha insegnato. Nel giro di pochi mesi, un nuovo orrore si abbatte sugli iracheni dividendoli per appartenenza religiosa. In seguito, quando il generale David Petraeus prenderà il comando delle truppe USA nel paese, nominerà il colonnello James H. Coffman per lavorare con Steele e stilargli i rapporti sull’operazione, mentre Brett H. McGurk riferirà direttamente al presidente. I principali capi dell’Emirato islamico sono reclutati a Camp Bucca e soggetti ad addestramento nella prigione di Abu Ghraib secondo i metodi del “lavaggio del cervello” ideati dai professori Albert D. Biderman e Martin Seligman [8]. Il tutto è supervisionato da Washington da parte del segretario della Difesa, Donald Rumsfeld, dal quale dipende direttamente Steele.
Nel 2007 Washington comunica alla Fratellanza la necessità di rovesciare i regimi laici del Grande Medio Oriente – anche degli Stati alleati – e quindi di prepararsi a prendere il potere. La CIA disegna le alleanze tra i Fratelli e alcune personalità o partiti laici in tutti gli Stati della regione. Allo stesso tempo, collega i due rami della “Gladio” stabilendo legami tra gruppi nazisti occidentali e gruppi islamisti orientali.
Queste alleanze sono talvolta instabili. Per esempio, alla “Conferenza nazionale dell’opposizione libica” a Londra, i Fratelli riescono a riunire attorno a loro soltanto il Gruppo combattente islamico libico (Al Qaida in Libia) e la Fratellanza wahhabita senussita. La piattaforma programmatica prevede la restaurazione della monarchia e l’Islam come religione di Stato. Più convincente è la costituzione del Fronte di salvezza nazionale, a Berlino, che sancisce l’unione tra i Fratelli e l’ex vicepresidente siriano Abdel Halim Khaddam.

JPEG - 18.2 Kb
Dmytro Yarosh durante il congresso del Fronte antimperialista di Ternopil’ (2007). Realizzerà la congiunzione tra i nazisti di Gladio A e gli islamisti di Gladio B; in seguito diventerà vicesegretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale dell’Ucraina, dopo la “rivoluzione colorata” dell’EuroMaidan (2014).

L’8 maggio 2007, a Ternopil’ (nell’Ucraina occidentale), gruppi nazisti e islamisti creano un fronte antimperialista per combattere contro la Russia. Vi partecipano alcune organizzazioni di Lituania, Polonia, Ucraina e Russia, tra cui i separatisti islamici di Crimea, Adighezia, Daghestan, Inguscezia, Cabardino-Balcaria, Karacˇaj-Circassia, Ossezia e Cecenia. Non potendo assistervi a causa delle sanzioni internazionali, Doku Umarov – che ha abolito la Repubblica cecena e proclamato l’Emirato islamico di Ichkeria – fa leggere il suo intervento. Il Fronte è diretto dal nazista Dmytro Yarosh che più tardi, col colpo di Stato a Kiev del febbraio 2014, diventerà vicesegretario del Consiglio per la sicurezza nazionale dell’Ucraina.
In Libano, nel maggio-giugno 2007, l’esercito nazionale assedia il campo palestinese di Nahr al-Bared, dopo che i membri di Fatah al-Islam vi si sono asserragliati. I combattimenti durano 32 giorni e costano la vita a 76 soldati, tra i quali una trentina vengono decapitati.

JPEG - 21.9 Kb
Il turco-irlandese El Medhi El Hamid El Hamdi, detto “Mahdi Al-Harati”, agente CIA presente nella Flottiglia della Libertà, bacia il presidente Erdogan che gli rende visita in ospedale. Mahdi Al-Harati diventerà in seguito il numero 2 dell’Esercito Siriano Libero.

Nel 2010 la Confraternita organizza la Freedom Flotilla tramite l’IHH. Ufficialmente si tratta di sfidare l’embargo israeliano e fornire assistenza umanitaria agli abitanti di Gaza [9], mentre in realtà la nave ammiraglia cambia bandiera durante la navigazione passando ai colori turchi. Molte spie si mischiano tra gli attivisti non violenti che partecipano alla spedizione, tra cui un agente della CIA, l’irlandese Mahdi al-Harati. Cadendo nella trappola tesagli dagli Stati Uniti, il primo ministro d’Israele Benjamin Netanyahu ordina l’assalto alle imbarcazioni in acque internazionali, provocando 10 morti e 54 feriti. Tutto il mondo condanna l’atto di pirateria, sotto lo sguardo beffardo della Casa Bianca. Israele, che rifornisce di armi i jihadisti in Afghanistan e ha sostenuto la creazione di Hamas contro l’OLP di Yasser Arafat, si è opposto agli islamisti nel 2008 e li ha bombardati a Gaza insieme agli abitanti. Netanyahu in questo modo paga l’operazione “Piombo fuso” che ha condotto insieme all’Arabia Saudita contro il parere della Casa Bianca. Mentre i passeggeri della flottiglia vengono rilasciati da Israele, la stampa turca mostra il primo ministro Recep Tayyip Erdoğan che rende visita a Mahdi al-Harati in ospedale.
(segue…)

[1] NATO’s secret armies: operation Gladio and terrorism in Western Europe, Daniele Ganser, Foreword by Dr. John Prados, Frank Cass/Routledge (2005).
[2] Classified Woman: The Sibel Edmonds Story : A Memoir, Sibel Edmonds (2012).
[3] Londonistan, Melanie Phillips, Encounter Books (2006).
[4] Wie der Dschihad nach Europa kam, Jürgen Elsässer, NP Verlag (2005); Intelligence and the war in Bosnia 1992-1995: The role of the intelligence and security services, Nederlands Instituut voor Oologsdocumentatie (2010). Al-Qaida’s Jihad in Europe: The Afghan-Bosnian Network, Evan Kohlmann, Berg (2011).
[5] « David Shayler : « J’ai quitté les services secrets britanniques lorsque le MI6 a décidé de financer des associés d’Oussama Ben Laden » », Réseau Voltaire, 18 novembre 2005.
[6] The Management of Savagery: The Most Critical Stage Through Which the Umma Will Pass, Abu Bakr Naji, Harvard University (2006).
[7] “Wadah Khanfar, al-Jazeera e il trionfo della propaganda televisiva”, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 24 settembre 2011.
[8] “Il segreto di Guantanamo”, di Thierry Meyssan, Оdnako (Russia) , Rete Voltaire, 28 ottobre 2009.
[9] “Flottiglia della Libertà: il dettaglio che Netanyahu ignorava”, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 27 giugno 2010.

I Fratelli Mussulmani sono assassini

Continuiamo la pubblicazione del libro di Thierry Meyssan, “Sotto i nostri occhi”. In questo episodio l’autore narra la creazione di una società segreta egiziana, i Fratelli Mussulmani, nonché la rifondazione fattane dai servizi segreti britannici dopo la seconda guerra mondiale. Poi ci racconta come l’MI6 abbia usato i Fratelli Mussulmani per compiere assassinii politici in Egitto, ex colonia della Corona.

| Damasco (Siria)

Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi.
Si veda l’indice.

JPEG - 31 Kb
Hasan al-Banna, fondatore della società segreta dei Fratelli Mussulmani. Si hanno scarse notizie sulla sua famiglia; si sa solo che erano orologiai, mestiere in Egitto riservato alla comunità ebraica.

Le “Primavere arabe” vissute dai Fratelli musulmani

Nel 1951 i servizi segreti anglosassoni costituiscono, a partire dall’antica organizzazione omonima, una società politica segreta: i Fratelli musulmani, usati a più riprese per assassinare figure che si oppongono e poi, dal 1979, come mercenari contro i sovietici. Nei primi anni novanta sono integrati nella NATO e nel 2010 si tenta di metterli al potere nei paesi arabi. I Fratelli musulmani e l’ordine sufita della Naqshbandiyya sono finanziati – con almeno 80 miliardi di dollari l’anno – dalla famiglia regnante saudita, cosa che lo rende uno degli eserciti più importanti al mondo. Tutti i capi jihadisti, compresi quelli dell’ISIS, appartengono a questo apparato militare.

I Fratelli musulmani d’Egitto

Durante la prima guerra mondiale scompaiono quattro imperi: il Reich tedesco, l’Impero austro-ungarico, la Santa Russia zarista e la Sublime porta ottomana. I vincitori, del tutto privi del senso della misura, impongono ai vinti le loro condizioni. Così, in Europa, il Trattato di Versailles sancisce condizioni inaccettabili per la Germania, considerata l’unica colpevole del conflitto. In Oriente, lo smembramento del Califfato ottomano è destinato a originare conflitti: alla Conferenza di San Remo (1920), in base all’accordo segreto Sykes-Picot (1916), il Regno Unito è autorizzato a stabilire la patria ebraica della Palestina, mentre la Francia può colonizzare la Siria (che all’epoca comprendeva l’attuale Libano). Tuttavia, in ciò che resta dell’Impero ottomano, Mustafa Kemal Atatürk si ribella sia contro il Sultano che ha perso la guerra, sia contro gli occidentali che occupano il suo paese. Alla Conferenza di Sèvres (1920) il Califfato viene diviso, con la conseguente creazione di ogni genere di nuovo Stato, tra cui il Kurdistan. Ma la popolazione turco-mongola della Tracia e dell’Anatolia insorge, mettendo Kemal al potere. Alla fine, la Conferenza di Losanna (1923) traccia i confini odierni rinunciando al Kurdistan, organizzando l’esodo dei popoli e provocando così più di mezzo milione di morti.
Ma proprio come in Germania Adolf Hitler mette in discussione il destino del suo paese, in Medio Oriente un uomo si oppone alla nuova divisione della regione. Un insegnante egiziano fonda un movimento per ripristinare il Califfato che gli occidentali hanno sconfitto e smembrato. Quest’uomo è Hasan al-Banna, l’organizzazione i Fratelli musulmani (1928).
Il Califfo, in linea di principio, è il successore del Profeta cui tutti devono obbedire; un titolo molto ambito. Si succedono diversi importanti lignaggi di califfi: Omayyadi, Abbasidi, Fatimidi e Ottomani. Il futuro Califfo dovrà essere colui che conquisterà tale titolo, in questo caso la “Guida suprema” della Fratellanza che s’immagina padrone del mondo musulmano.
La società segreta si diffonde in fretta, proponendosi di lavorare dall’interno per ripristinare le istituzioni islamiche. Gli adepti devono giurare fedeltà al fondatore sul Corano e su una spada o una pistola. L’obiettivo della Fratellanza è puramente politico, benché espresso in termini religiosi. Né Hasan al-Banna, né i suoi successori si riferiranno mai all’Islam come una religione o evocheranno la spiritualità musulmana. Per loro l’Islam è solo un dogma, una sottomissione a Dio e un modo per esercitare il potere. Ma evidentemente gli egiziani che appoggiano la Fratellanza non la percepiscono in questi termini, la seguono perché sostiene di appellarsi a Dio.
Per Hasan al-Banna la legittimità di un governo non si misura in base alla sua rappresentatività – come si fa per i governi occidentali –, ma dalla capacità di difendere lo “stile di vita islamico”, ossia quello dell’Egitto ottomano del XIX secolo. I Fratelli non crederanno mai che l’Islam abbia una propria storia e che lo stile di vita dei musulmani possa variare sensibilmente da regione a regione e da epoca a epoca. Non penseranno mai neanche che il Profeta abbia rivoluzionato la società beduina e che lo stile di vita descritto nel Corano non rappresenti altro che una fase. Per loro le regole giuridiche del Corano – la Sharia – non corrispondono quindi a una determinata situazione, ma dettano le leggi immutabili su cui il potere può fondarsi.
Il fatto che la religione musulmana sia stata spesso trasmessa a colpi di spada giustifica – per la Fratellanza – l’uso della forza. I Fratelli non ammetteranno mai che l’Islam possa essere diffuso tramite l’esempio: ciò non impedisce comunque ad al-Banna e alla Fratellanza di concorrere alle elezioni, e perderle. Se condannano i partiti politici non è perché si oppongono al multipartitismo, ma perché, separando la religione dalla politica, cadrebbero nella corruzione.
La dottrina dei Fratelli musulmani corrisponde all’ideologia dell’“Islam politico”, che in francese – così come in italiano – si definisce “islamismo”, una parola che oggi va molto di moda.
Nel 1936 Hasan al-Banna scrive al primo ministro Mustafa al-Nahhas per chiedere: – “Una riforma della legislazione e l’unione di tutti i tribunali sotto la Sharia; – il reclutamento militare per istituire un servizio volontario sotto la bandiera del jihad; – il collegamento dei paesi musulmani e la preparazione per la restaurazione del Califfato, applicando l’unità richiesta dall’Islam”.
Durante la seconda guerra mondiale la Confraternita si dichiara neutrale, anche se in realtà si trasforma in un servizio d’intelligence del Reich. Ma con l’entrata in guerra degli Stati Uniti, quando le sorti del conflitto sembrano ribaltarsi, fa il doppio gioco e ottiene finanziamenti dagli inglesi per fornire informazioni sul “nemico” tedesco. In tal modo la Fratellanza si mostra completamente priva di principi e puramente opportunista a livello politico.
Il 24 febbraio 1945 i Fratelli sfidano la sorte e uccidono, in piena seduta parlamentare, il primo ministro egiziano. Ne consegue una violenta escalation: la repressione nei loro confronti e una serie di omicidi politici, fino ad arrivare all’uccisione del nuovo primo ministro – il 28 dicembre 1948 – e, per rappresaglia, dello stesso Hasan al-Banna, il 12 febbraio 1949. Poco tempo dopo una corte marziale condanna alla detenzione la maggior parte dei Fratelli e ne scioglie l’associazione.
Fondamentalmente, questa organizzazione segreta non era altro che una banda di assassini che aspirava a prendere il potere mascherando la propria cupidigia dietro il Corano. La sua storia avrebbe dovuto chiudersi qui.

La fratellanza riformata dagli Anglosassoni
e la pace separata con Israele

JPEG - 29.2 Kb
Nonostante lo abbia negato, Sayyd Qutb era massone. Il 23 arile 1943 ha pubblicato sulla rivista al-Taj al-Masri (la “Corona d’Egitto”) un articolo dal titolo Perché sono diventato massone.

La capacità della Confraternita di mobilitare le persone e di trasformarle in assassini non può che incuriosire le grandi potenze.
Due anni e mezzo dopo lo scioglimento, gli anglosassoni formano una nuova organizzazione riutilizzando il nome di “Fratelli musulmani”. Approfittando della detenzione dei capi storici, l’ex giudice Hasan al-Hudaybi viene eletto Guida suprema. Diversamente da quanto si possa credere, non vi è alcuna continuità storica tra la vecchia e la nuova Fratellanza, ma si viene a sapere che un’unità della vecchia società – l’“apparato segreto” – era stata accusata da Hasan al-Banna di perpetrare gli attentati di cui negava la responsabilità. Questa organizzazione dentro l’organizzazione era così segreta che non fu mai influenzata dalla dissoluzione della Fratellanza, restando quindi a disposizione del suo successore. Ma la Guida decide di disconoscerla, dichiarando di voler raggiungere gli obiettivi in modo pacifico. È difficile definire con esattezza cosa sia successo all’epoca tra gli anglosassoni – che volevano ricreare l’antica società segreta – e la Guida, che riteneva giusto riguadagnarsi il seguito delle masse. In ogni caso, l’“apparato segreto” è talmente forte che l’autorità della Guida viene spazzata via a favore di quella di altri capi della Fratellanza. Si apre una vera e propria guerra intestina: la CIA vi pone a capo Sayyid Qutb [1], il teorico del jihad, che la Guida ha condannato prima di concludere un accordo con l’MI6.
È impossibile definire con precisione i reciproci rapporti di subordinazione, in primo luogo perché ciascuna filiale estera ha autonomia propria, poi perché le unità segrete all’interno dell’organizzazione non dipendono più necessariamente né dalla Guida suprema né dalla Guida locale, ma talvolta direttamente da CIA e MI6.
Nel secondo dopoguerra, gli inglesi cercano di riorganizzare il mondo in modo da tenerlo fuori dalla portata dei sovietici. Nel settembre 1946, a Zurigo, Winston Churchill propone l’idea degli Stati Uniti d’Europa e, secondo lo stesso principio, lancia la Lega araba. In entrambi i casi, si tratta di unire una regione escludendo la Russia. Dall’inizio della Guerra fredda gli Stati Uniti d’America, a loro volta, creano associazioni per sostenere queste mosse a loro vantaggio: il Comitato americano per l’Europa unita e gli American Friends of the Middle East [2]. Nel mondo arabo, la CIA organizza due colpi di Stato, prima a Damasco a favore del generale Husni al-Za’im (marzo 1949) e poi con gli Ufficiali liberi al Cairo (luglio 1952). Si tratta di sostenere i nazionalisti che si presumono ostili ai comunisti, ed è con tale spirito che Washington invia in Egitto il generale delle SS Otto Skorzeny e in Iran il generale nazista Fazlollah Zahedi, accompagnati da centinaia di ex ufficiali della Gestapo per guidare la lotta al comunismo.
Skorzeny purtroppo modella la polizia egiziana nel solco di una tradizione di violenza: nel 1963 sceglierà CIA e Mossad per rovesciare Nasser. Zahedi creerà invece la SAVAK, la polizia politica più crudele a quel tempo.
Se Hasan al-Banna aveva disegnato l’obiettivo – ossia assumere il potere manipolando la religione – Qutb definisce il mezzo: il jihad. Dopo che i seguaci avranno ammesso la superiorità del Corano, si potrà contare su di lui per formare un esercito e mandarlo a combattere. Qutb sviluppa una teoria manichea, distinguendo ciò che è islamico rispetto a ciò che è “oscuro”. Per CIA e MI6 questa “operazione” può permettere di utilizzare i seguaci per controllare i governi nazionalisti arabi e poi destabilizzare le regioni musulmane dell’Unione Sovietica. La Fratellanza si trasforma in una fonte inesauribile di terroristi accomunati dallo slogan: “Allah è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad la nostra via. Il martirio la nostra suprema speranza”.
Il pensiero di Qutb è razionale, ma non ragionevole. Diffonde sempre la stessa retorica Allah/Profeta/Corano/jihad/martirio che non lascia spazio a discussioni, dunque impone la superiorità di tale logica sulla ragione.

JPEG - 28.8 Kb
Il presidente Eisenhower riceve alla Casa Bianca una delegazione della società segreta (23 settembre 1953).

Quando la CIA organizza un convegno presso l’Università di Princeton sulla “situazione dei musulmani in Unione Sovietica”, si presenta l’occasione per ricevere negli USA la delegazione guidata dal capo dell’ala militare dei Fratelli musulmani, Said Ramadan. Nel suo rapporto, l’agente della CIA incaricato di monitorarli rileva che Ramadan non è un estremista religioso, ma piuttosto un fascista; un modo per sottolineare il carattere esclusivamente politico dei Fratelli musulmani. Il convegno si conclude con un ricevimento alla Casa Bianca organizzato dal presidente Eisenhower, il 23 settembre 1953: l’alleanza tra Washington e il jihadismo viene così siglata.

JPEG - 27.5 Kb
Da sinistra a destra: Hassan al-Banna diede in sposa la propria figlia a Said Ramadan e designò quest’ultimo proprio successore. Dal matrimonio nacquero Hani (direttore del Centro Islamico di Ginevra) e Tariq Ramadan (che sarà titolare della cattedra di studi islamici contemporanei all’università di Oxford).

La CIA, che ha ricreato la Fratellanza contro i comunisti, la utilizza prima di tutto per aiutare i nazionalisti. Al tempo l’Agenzia è rappresentata in Medio Oriente da antisionisti del ceto medio che ben presto vengono estromessi a favore di alti funzionari anglosassoni e puritani, provenienti dalle grandi università e pro-Israele. Washington entra dunque in conflitto con i nazionalisti e la CIA mette la Fratellanza contro di loro.

JPEG - 14.2 Kb
Said Ramadan e Abdul Ala Mawdudi furono gli animatori di una trasmissione settimanale di Radio Pakistan, stazione creata dal britannico MI6.

Said Ramadan ha comandato alcuni combattenti della Fratellanza durante la breve guerra contro Israele nel 1948; inoltre, ha aiutato Abul Ala Maududi a creare l’organizzazione paramilitare del Jamaat-e-Islami in Pakistan: si è trattato allora di costruire un’identità islamica per gli indiani musulmani in modo che fosse fondato un nuovo Stato, ovvero il Pakistan. Il Jamaat-e-Islami redigerà anche la costituzione pakistana. A quel punto, Ramadan sposa la figlia di Hasan al-Banna e diventa il capo del braccio armato dei nuovi “Fratelli musulmani”.
Mentre in Egitto i Fratelli partecipano al colpo di Stato degli Ufficiali liberi del generale Muhammad Naguib – Sayyid Qutb è il loro agente di collegamento –, ricevono l’ordine di eliminare uno dei loro leader, Gamal Abd el-Nasser, entrato in contrasto con Naguib. Non solo falliscono, ma il 26 ottobre 1954 Nasser prende il potere, sopprimendo la Fratellanza e mettendo ai domiciliari Naguib. Sayyid Qutb sarà impiccato pochi anni dopo.
Vietata in Egitto, la Fratellanza si ritira nei regni wahhabiti (Arabia Saudita, Qatar ed Emirato di Sharja) e in Europa (Germania, Francia, Regno Unito e la neutrale Svizzera). Ogni volta vengono accolti come agenti occidentali che combattono contro l’alleanza nascente tra nazionalisti arabi e Unione Sovietica. Said Ramadan riceve un passaporto diplomatico giordano e si trasferisce a Ginevra nel 1958, da dove dirige la destabilizzazione del Caucaso e dell’Asia centrale (Pakistan, Afghanistan e valle di Fergana in Unione Sovietica). Prende il controllo della commissione per la costruzione di una moschea a Monaco di Baviera, che gli permette di sorvegliare quasi tutti i musulmani in Europa occidentale. Con l’aiuto del Comitato americano per la liberazione dei popoli della Russia – abbreviato con la sigla inglese AMCOMLIB –, cioè la CIA, crea Radio Free Europe/Radio Liberty, una stazione finanziata direttamente dal Congresso degli Stati Uniti per diffondere il pensiero della Fratellanza [3].
Dopo la crisi del Canale di Suez e il drastico cambio di alleanze di Nasser all’indirizzo dei sovietici, Washington decide di sostenere illimitatamente i Fratelli musulmani contro i nazionalisti arabi. A un alto dirigente della CIA, Miles Copeland, viene inutilmente assegnato il compito di scegliere una personalità della Fratellanza in grado di svolgere – nel mondo arabo – un ruolo equivalente a quello del pastore Billy Graham negli Stati Uniti. Bisognerà aspettare fino agli anni ottanta per trovare un predicatore di egual rilievo, l’egiziano Yusuf al-Qaradawi.
Nel 1961 la Fratellanza si collega a un’altra società segreta, l’Ordine Naqshbandı, una sorta di massoneria musulmana che mescola iniziazione sufi e politica. Uno dei suoi teorici, l’indiano Abu Hasan Ali al-Nadwi, pubblica un articolo sulla rivista dei Fratelli. L’Ordine è antico e presente in molti paesi: in Iraq il gran maestro non è altri che il futuro vicepresidente Izzat Ibrahim al-Douri, che sosterrà il tentato colpo di Stato della Fratellanza in Siria nel 1982 e la “campagna del ritorno alla fede” organizzata dal presidente Saddam Hussein per dare nuovamente un’identità al suo paese dopo l’istituzione della no-fly zone degli occidentali. In Turchia l’Ordine avrà un ruolo più complesso: responsabili saranno sia Fethullah Gülen (fondatore dell’Hizmet), sia il presidente Turgut Özal (1989-1993) e il primo ministro Necmettin Erbakan (1996-1997), a capo del Partito della Giustizia (1961) e del Millî Görüs¸ (1969). In Afghanistan, gran maestro sarà l’ex presidente Sibghatullah Mojaddedi (1992). In Russia, con l’aiuto dell’Impero ottomano, nel XIX secolo l’Ordine aveva fatto insorgere Crimea, Uzbekistan, Cecenia e Daghestan contro lo zar. Fino alla caduta dell’URSS non si avranno più notizie di questo ramo, come pure nel Xinjiang cinese. La vicinanza dei Fratelli e dei Naqshbandı viene studiata di rado, data l’opposizione di principio degli islamisti alla mistica e agli ordini sufi in generale.

JPEG - 27.8 Kb
La sede saudita della Lega Islamica Mondiale, il cui budget nel 2015 è stato superiore a quello del ministero saudita della Difesa. Primo acquirente mondiale di armi, l’Arabia Saudita le fa pervenire alle organizzazioni dei Fratelli Mussulmani e dei Naqshbandi attraverso la Lega.

Nel 1962 la CIA incoraggia l’Arabia Saudita a creare la Lega musulmana mondiale e a finanziare la Fratellanza e l’Ordine contro i nazionalisti e i comunisti [4]. Questa organizzazione viene inizialmente finanziata dall’ARAMCO (Arabian-American Oil Company). Tra i venti fondatori vi sono tre teorici islamici di cui abbiamo già parlato: l’egiziano Said Ramadan, il pakistano Sayyid Abul Ala Maududi e l’indiano Abu Nasal Ali al-Nadwi.
Di fatto i sauditi, che improvvisamente si ritrovano a possedere un’enorme liquidità grazie al commercio del petrolio, diventano gli sponsor dei Fratelli nel mondo. In loco la monarchia crea un sistema scolastico e universitario in un paese in cui quasi nessuno sa leggere e scrivere. I Fratelli si devono adattare alle tradizioni dei loro ospitanti. Infatti, la fedeltà al re impedisce loro di giurare davanti alla Guida suprema. In ogni caso si organizzano in due filoni attorno a Muhammad Qutb, fratello di Sayyid: i Fratelli sauditi da un lato e i “sururisti” dall’altro. Questi ultimi, sauditi, cercano di compiere una sintesi tra ideologia politica della Fratellanza e teologia wahhabita. Questa setta, cui aderisce la famiglia reale, segue un’interpretazione dell’Islam nata dal pensiero beduino, iconoclasta e antistorico. Finché Riad dispone di petrodollari, lancia anatemi contro le scuole musulmane tradizionali che, a loro volta, ritengono eretica tale sintesi.
In realtà, la politica dei Fratelli e la religione wahhabita non hanno nulla in comune, ma sono comunque compatibili. Sennonché il patto che lega la famiglia dei Saud ai predicatori wahhabiti non può esistere con la Fratellanza: l’idea della monarchia di diritto divino si scontra infatti con la brama di potere dei Fratelli. Si decide quindi che i Saud sosterranno i Fratelli di tutto il mondo, purché questi ultimi si astengano dal fare politica in Arabia Saudita.
L’appoggio dei wahhabiti sauditi alla Fratellanza inasprisce la rivalità tra l’Arabia Saudita e gli altri due Stati wahhabiti, il Qatar e l’Emirato di Sharja.
Dal 1962 al 1970 i Fratelli musulmani prendono parte alla guerra civile nello Yemen del Nord, tentando di restaurare la monarchia al fianco di Arabia Saudita e Regno Unito contro nazionalisti arabi, Egitto e URSS; un conflitto che anticipa ciò che avverrà nel mezzo secolo successivo.
Nel 1970 Gamal Abd el-Nasser giunge a un accordo tra le fazioni palestinesi e re Husayn di Giordania, ponendo fine al “settembre nero”. Però muore la sera del vertice della Lega araba, che ratifica l’accordo: ufficialmente per un attacco cardiaco, ma molto probabilmente per omicidio. Nasser ha tre vicepresidenti: uno di sinistra – estremamente popolare –, uno di centro – ben noto –, e un conservatore, scelto su richiesta di Stati Uniti e Arabia Saudita, Anwar al-Sadat. A seguito di pressioni enormi, il vicepresidente di sinistra si dichiara non meritevole della carica, il vicepresidente centrista preferisce rinunciare alla vita politica e al-Sadat viene così nominato candidato dei nasseriani. È un dramma per molti paesi: il presidente sceglie un vicepresidente tra i concorrenti per ampliare la base elettorale, ma se questi lo sostituisce quando muore, ne distrugge l’eredità.
Al-Sadat, che ha operato per conto del Reich durante la seconda guerra mondiale e professa grande ammirazione per il Führer, è un militare ultra-conservatore, un alter-ego di Sayyid Qutb in veste di intermediario tra la Fratellanza e gli Ufficiali liberi. Al momento della sua ascesa al potere, libera i Fratelli che Nasser ha imprigionato. Il “presidente credente” è alleato della Confraternita nell’islamizzazione della società – la “rivoluzione correttiva” –, ma suo rivale in caso di tensioni politiche. Questo rapporto ambiguo è dimostrato dalla creazione di tre gruppi armati che non nascono da scissioni della Fratellanza, ma sono unità esterne a essa obbedienti: il partito di liberazione islamica, il Jihad islamico (dello sceicco Omar Abdel Rahman) e il “Takfir” (letteralmente “scomunica e immigrazione”). Tutti affermano di applicare le istruzioni di Sayyid Qutb. Armato dai servizi segreti, il Jihad islamico sferra attacchi contro i cristiani copti: lungi dal calmare la situazione, “il presidente credente” accusa di sedizione gli stessi copti e ne imprigiona il papa insieme a otto vescovi. Alla fine, al-Sadat interviene nella guida della Confraternita e parteggia per il Jihad islamico contro la Guida suprema, che fa arrestare [5].
Su indicazione del segretario di Stato americano, Henry Kissinger, convince la Siria a unirsi all’Egitto per attaccare Israele e ripristinare i diritti dei palestinesi. Il 6 ottobre 1973 i due eserciti attaccano su due fronti Israele durante la festa dello Yom Kippur. L’esercito egiziano attraversa il Canale di Suez, mentre i siriani sferrano attacchi dalle alture del Golan. Tuttavia, al-Sadat non schiera che una parte della difesa antiaerea e arresta l’esercito a 15 chilometri a est del canale, mentre gli israeliani si avventano sui siriani che si ritrovano catturati e gridano al complotto. Soltanto quando le truppe israeliane sono mobilitate e l’esercito siriano circondato, al-Sadat ordina alla propria armata di riprendere l’avanzata, interrompendola poi per negoziare il cessate il fuoco. Considerando il tradimento egiziano, i sovietici – che hanno già perso un alleato con la morte di Nasser – minacciano gli Stati Uniti e chiedono il cessate il fuoco immediato.

JPEG - 25 Kb
Ex agente di collegamento tra gli “Ufficiali liberi” e la Confraternita, insieme a Sayyid Qutb, il “presidente credente” Anwar al-Sadat avrebbe dovuto essere proclamato dal parlamento egiziano “sesto califfo”. Nella foto, questo ammiratore di Adolf Hitler siede alla Knesset, a fianco dei partner Golda Meir e Shimon Peres.

Quattro anni dopo, seguendo il piano della CIA, al-Sadat si reca a Gerusalemme e decide di firmare una “pace separata” con Israele a scapito dei palestinesi. E così si sigla l’alleanza tra Fratellanza e Israele. Tutti i popoli arabi condannano il tradimento e la Lega araba estromette l’Egitto, trasferendo la sede ad Algeri.

JPEG - 21.7 Kb
Responsabile dell’“Apparato segreto” dei Fratelli Mussulmani, Ayman al-Zawahiri (capo attuale di Al Qaeda) organizza l’assassinio del presidente Sadat (6 ottobre 1981).

Washington decide di voltare pagina nel 1981. Il jihad islamico ha il compito di liquidare al-Sadat – diventato ormai inutile –, che viene assassinato durante una parata militare, mentre il Parlamento si prepara a proclamarlo “Sesto Califfo”. Nella tribuna d’onore, 7 persone rimangono uccise e 28 ferite ma, seduto accanto al presidente, il vicepresidente – il generale Mubarak – si salva. È l’unico nella tribuna d’onore a indossare un giubbotto antiproiettile. Succede al “presidente credente” e la Lega araba può così tornare al Cairo.
(segue…)

La traduzione italiana del libro è disponibile in versione cartacea.
[1] “Sayyd Qutb era massone”, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 29 maggio 2018.
[2] America’s Great Game: The CIA’s Secret Arabists and the Shaping of the Modern Middle East, Hugh Wilford, Basic Books (2013).
[3] A Mosque in Munich: Nazis, the CIA, and the Rise of the Muslim Brotherhood in the West, Ian Johnson, Houghton Mifflin Harcourt (2010).
[4] Dr. Saoud et Mr. Djihad. La diplomatie religieuse de l’Arabie saoudite, Pierre Conesa, préface d’Hubert Védrine, Robert Laffont (2016).
[5] Histoire secrète des Frères musulmans, Chérif Amir, préface d’Alain Chouet, Ellipses (2015).

The Muslim Brotherhood as Assassins

Thierry Meyssan

We are continuing publication of Thierry Meyssan’s book, “Before Our Eyes “. In this installment, he describes the creation of an Egyptian secret society, the Muslim Brotherhood, and its reactivation after the Second World War by the British secret services, and the use of this group by MI6 to carry out political assassinations in the former Crown colony.

In 1951, the Anglo-Saxon secret services formed, from the former homonymous organization, a political secret society: the Muslim Brotherhood. They used it first as an instrument to assassinate individuals who resisted them, and then from 1979 as mercenaries against the Soviets. In the early 1990s, they incorporated them into NATO and in the 1990s tried to bring them to power in Arab countries. Ultimately, the Muslim Brotherhood and the Sufi Order of the Naqchbandis were funded to the tune of $80 billion annually by the Saudi ruling family, making it one of the largest armies in the world. All jihadist leaders, including those of Daesh, belong to this military system.

1- The Egyptian Muslim Brotherhood

Four empires disappeared during the First World War: the Germanic Reich, the Austro-Hungarian Empire, Holy Tsarist Russia, and the Sublime Ottoman Gateway. The victors were completely unrestrained in imposing their conditions on the defeated. Thus, in Europe, the Treaty of Versailles established conditions that were unacceptable to Germany, and made Germany solely responsible for the conflict. In the East, the carving up of the Ottoman Caliphate was going badly: at the San Remo Conference (1920), in accordance with the Sykes-Picot-Sazonov secret agreements (1916), the United Kingdom was allowed to establish a Jewish homeland in Palestine, while France was allowed to colonize Syria (which at the time included the present-day Lebanon). However, in what remained of the Ottoman Empire, Mustafa Kemal revolted both against the Sultan who had lost the war and against the Westerners who were seizing his country. At the Sèvres conference (1920), the Caliphate was divided into sections to create a variety of new states, including Kurdistan. The Turkish-Mongolian population of Thrace and Anatolia rose up and brought Kemal to power. In the end, the Lausanne Conference (1923) drew the current borders, renounced Kurdistan and organised huge population transfers that left more than half a million people dead.

But, just as in Germany Adolf Hitler would challenge the fate of his country, in the Middle East, a man stood up against the new division of the region. An Egyptian teacher founded a movement to restore the Caliphate that the Westerners had defeated. This man is Hassan el-Banna and the organization was the Muslim Brotherhood (1928).

The Caliph was in principle the successor of the Prophet to whom all owed obedience; a highly coveted de facto title. Several great lines of caliphs followed one another: the Umayyads, the Abbasids, the Fatimids and the Ottomans. The next Caliph would be the one who would assume the title, in this case the “General Guide” of the Brotherhood, which would see itself as the master of the Muslim world.

The secret society developed very quickly. It intended to work from within the system to restore Islamic institutions. Applicants were required to swear loyalty to the founder on the Koran and on a sword, or on a revolver. The purpose of the Brotherhood was exclusively political, even if it was expressed in religious terms. Hassan el-Banna and his successors would never speak of Islam as a religion or evoke a Muslim spirituality. For them, Islam was no more than a dogma, a submission to God and a means of exercising power. Naturally, the Egyptians who support the Brotherhood do not perceive it as such. They follow them because they claim to follow God.

For Hassan el-Banna, the legitimacy of a government was not measured by its representativeness as assessed by Western governments, but by its ability to defend the “Islamic way of life”, that is, that of 19th century Ottoman Egypt. The Brothers would never consider that Islam has a History and that Muslim lifestyles vary considerably according to regions and times. Nor would they ever consider that the Prophet revolutionized Bedouin society and the way of life described in the Koran was a fixed stage for these men. For them, the penal rules of the Koran – the Shariah – did not therefore correspond to a given situation, but established the immutable laws on which an authority could base itself.

The fact that the Muslim religion had often spread by the sword justified the use of force for the Brotherhood. Never would the Brothers recognize that Islam could also have spread by example.This did not prevent Al-Banna and his Brothers from running for election – and losing. If they condemned political parties, it was not in opposition to a multi-party system, but because by separating religion from politics, they allegedly fell into corruption.

The doctrine of the Muslim Brotherhood was the ideology of “political Islam”, in French we say “Islamism”; a word that would become very popular.

In 1936, Hassan el-Banna wrote to Prime Minister Mustafa el-Nahhas Pasha. He demanded:

– a reform of the law and the union of all courts under Sharia law;
– recruitment into the armed forces by establishing a voluntary service under the banner of jihad;
– the connection of Muslim countries and the preparation of the restoration of the Caliphate, in accordance with the unity required by Islam.

During the Second World War, the Brotherhood declared itself neutral. In reality, it transformed into a German Reich Intelligence Service. But from the time the United States entered the war, when the fate of their weapons seemed to be reversed, they played a double game and were financed by the British to provide them with information on their first employer. In doing so, the Brotherhood demonstrated its total absence of principle and its pure political opportunism.

On February 24, 1945, the Brothers made their move and assassinated the Egyptian Prime Minister in the middle of a parliamentary session. This led to an escalation of violence: repression against them and a series of political assassinations, including that of the new Prime Minister on 28 December 1948 and retaliation by Hassan el-Banna himself on 12 February 1949. Shortly afterwards, a court instituted by martial law sentenced most of the Brothers to a term of detention and dissolved their association.

This secret organization was fundamentally a band of assassins who wanted to seize power by concealing its lust behind the Koran. Its story should have ended there. This was not the case.

2- The Brotherhood re-founded by the Anglo-Saxons
and separate peace with Israel

The Brotherhood’s ability to mobilize people and turn them into murderers intrigued the Great Powers.

Two and a half years after its dissolution, a new organization was formed by the Anglo-Saxons by reusing the name of “Muslim Brothers”. Taking advantage of the imprisonment of the historical leaders, former Judge Hassan Al-Hodeibi was elected General Guide. Contrary to an often accepted idea, there was no historical continuity between the old and the new brotherhood. It appeared that a unit of the former secret society, the “Secret Apparatus”, had been commissioned by Hassan el-Banna to carry out the attacks for which he denied responsibility. This organization within the organization was so secret that it was not affected by the dissolution of the Brotherhood and was now at the disposal of its successor. The Guide decided to disavow it and declared that it only wanted to achieve its objectives in a peaceful way. It is difficult to establish exactly what happened at that time between the Anglo-Saxons who wanted to recreate the old society and the Guide who believed he could obtain his audience back among the masses. In any case, the “Secret Apparatus” continued and the authority of the Guide had been erased in favour of that of other leaders of the Brotherhood opening a real internal war. The CIA introduced Freemason Sayyid Qutb[1], the jihad theorist, to their leadership, which the Guide condemned before concluding an agreement with MI6.

It is impossible to specify the internal subordination relationships of each other, on the one hand because each foreign branch has its own autonomy and on the other hand because the secret units within the organization no longer necessarily depend on either the General Guide or the Local Guide, but often directly on the CIA and the MI6.

In the period following the Second World War, the British tried to organize the world in such a way as to keep it out of the reach of the Soviets. In September 1946, in Zurich, Winston Churchill launched the idea of the United States of Europe. On the same principle, he launched the Arab League. In both cases, it was a question of uniting a region without Russia. At the beginning of the Cold War, the United States of America, for its part, created associations to support this movement for its benefit, the American Committee on United Europe and the American Friends of the Middle East[2]. In the Arab world, the CIA organized two coups d’état, first in favour of General Hosni Zaim in Damascus (March 1949), then with the Free Officers in Cairo (July 1952). It was a question of supporting nationalists who were supposed to be hostile to communists. It is in this spirit that Washington brings SS General Otto Skorzeny to Egypt and Nazi General Fazlollah Zahedi to Iran, accompanied by hundreds of former Gestapo officials to lead the anti-communist struggle. Unfortunately, Skorzeny fashioned the Egyptian police into a tradition of violence. In 1963, he chose the CIA and Mossad over Nasser. Zahedi created the SAVAK, the most cruel political police of the time.

If Hassan el-Banna had set the objective – to take power by manipulating religion – Qutb would define the means: jihad. Once the followers recognized the superiority of the Koran, it could be used to organize them into an army and send them into battle. Qutb developed a Manichean theory distinguishing between what was Islamist and what was “tenebrous”. For the CIA and MI6, this brainwashing allowed adepts to be used to control Arab nationalist governments and then to destabilize the Muslim regions of the Soviet Union. The Brotherhood became an inexhaustible reservoir of terrorists under the slogan: “Allah is our goal. The Prophet is our leader. The Koran is our law. Jihad is our way. Martyrdom, our vow”.

Qutb’s thinking was rational, but not reasonable. It deployed an invariable rhetoric of Allah/Prophet/Koran/Jihad/Martyrdom that left no opportunity for discussion at any time. He placed the superiority of his logic over human reason.

The CIA organized a symposium at Princeton University on “The Situation of Muslims in the Soviet Union”. It was an opportunity to receive a delegation of the Muslim Brotherhood in the United States led by one of the leaders of its armed wing, Said Ramadan. In his report, the CIA monitoring officer noted that Ramadan was not a religious extremist, but rather a fascist; a way of emphasizing the exclusively political nature of the Muslim Brotherhood. The symposium concluded with a reception at the White House by President Eisenhower on September 23, 1953. The alliance between Washington and jihadism is established.

The CIA, which had recreated the Brotherhood against the communists, first used it to help the nationalists. At that time the Agency was represented in the Middle East by anti-Zionists from the middle classes. They were quickly ousted in favour of senior officials of Anglo-Saxon and Puritan origin, who had graduated from the major universities and were in favour of Israel. Washington came into conflict with the nationalists and the CIA turned the Brotherhood against them.

Said Ramadan had commanded some of the Brotherhood’s fighters during the brief war against Israel in 1948, then helped Sayyid Abul Ala Maududi to create the paramilitary organization of the Jamaat-i-Islami in Pakistan. The idea was to create an Islamic identity for Muslim Indians so that they could form a new state, Pakistan. The Jamaat-i-Islami would also draft the Pakistani constitution. Ramadan married Hassan Al-Banna’s daughter and became the head of the armed wing of the new “Muslim Brotherhood”.

While in Egypt, the Brothers participated in the coup d’état of General Mohammed Naguib’s Free Officers – Sayyid Qutb was their liaison officer – they were responsible for eliminating one of their leaders, Gamal Abdel Nasser, who had come into conflict with Naguib. Not only did they fail, on October 26, 1954, but Nasser took power, repressed the Brotherhood and placed Naguib under house arrest. Sayyid Qutb was hanged a few years later.

Prohibited in Egypt, the Brothers withdrew to the Wahhabi states (Saudi Arabia, Qatar and the Sharjah Emirate) and to Europe (Germany, France and the United Kingdom, plus neutral Switzerland). Each time, they were welcomed as Western agents fighting against the emerging alliance between Arab nationalists and the Soviet Union. Said Ramadan received a Jordanian diplomatic passport and settled in Geneva in 1958, from where he led the destabilization of the Caucasus and Central Asia (both Pakistan/Afghanistan and the Soviet Ferghana Valley). He took control of the Commission for the construction of a mosque in Munich, which allowed him to supervise almost all Muslims in Western Europe. With the help of the American Committee for the Liberation of the Peoples of Russia (AmComLib), i. e. the CIA, he had at his disposal Radio Liberty/Radio Free Europe, a station directly financed by the United States Congress to disseminate the Brotherhood’s teachings.[3]

After the Suez Canal crisis and Nasser’s spectacular turnaround on the Soviet side, Washington decided to support the Muslim Brotherhood without limits against Arab nationalists. A senior CIA official, Miles Copeland, was asked – in vain – to select from the Brotherhood a personality who could play a role in the Arab world equivalent to that of Pastor Billy Graham in the United States. It was not until the 1980s that a preacher of this stature, the Egyptian Youssef Al-Qaradâwî, was found.

In 1961, the Brotherhood established a connection with another secret society, the Order of the Naqchbandis. It is a kind of Muslim Freemasonry mixing Sufi and political initiation. One of his Indian theorists, Abu Al-Hasan Ali Al-Nadwi, published an article in the Brothers’ journal. The Order was established and has a presence in many countries. In Iraq, the great master was none other than the future vice-president Ezzat Ibrahim Al-Douri. He supported the Brothers’ attempted coup d’état in Syria in 1982, and then the “return to faith campaign” organized by President Saddam Hussein to restore his country’s identity after the establishment of the no-fly zone by the West. In Turkey, the Order would play a more complex role. It would include leaders Fethullah Güllen (founder of Hizmet), President Turgut Özal (1989-93) and Prime Minister Necmettin Erbakan (1996-97), responsible for the Justice Party (1961) and Millî Görüs (1969). In Afghanistan, former President Sibghatullah Mojaddedi (1992) was its grand master. In Russia, with the help of the Ottoman Empire, the Order had raised Crimea, Uzbekistan, Chechnya and Dagestan against the Tsar in the 19th century. Until the fall of the USSR, there would be no news of this branch; the same would apply in China’s Xinjiang. The proximity of the Brothers and the Naqchbandis is very seldom studied in view of the Islamists’ opposition in principle to Sufi mysticism and orders in general.

The Saudi headquarters of the World Islamic League. By 2015, its budget was higher than that of the Saudi Ministry of Defence. As the world’s largest buyer of weapons, Saudi Arabia acquired weapons that the League distributed to the organizations of the Muslim Brotherhood and the Naqchbandis.

In 1962, the CIA encouraged Saudi Arabia to create the World Islamic League and to finance the Brotherhood and Order against nationalists and communists[4]. This structure was first financed by Aramco (Arabian-American Oil Company). Among its twenty or so founding members were three Islamist theorists we have already mentioned: the Egyptian Said Ramadan, the Pakistani Sayyid Abul Ala Maududi and the Indian Abu Al-Hasan Ali Al-Nadwi.

De facto Arabia, which suddenly had enormous liquidity thanks to the oil trade, became the godfather of the Brothers in the world. The Monarchy entrusted them with the school and university education system in a country where almost no one could read and write. The Brothers had to adapt to their hosts. Indeed, their allegiance to the king prevented them from lending loyalty to the General Guide. In any case, they organized themselves around Mohamed Qutb, Sayyid’s brother, in two directions: the Saudi Brothers on the one hand and the “Sourists” on the other. The latter, who are Saudi, attempted a synthesis between the political ideology of the Brotherhood and Wahhabi theology. This sect, of which the royal family is a member, has an understanding of Islam based on Bedouin, iconoclastic and antihistoric thought. Until Riyadh had petrodollars, it was anathema to traditional Muslim schools, which, in turn, considered it to be heretical.

In reality, the Brothers’ politics and the Wahhabi religion have nothing in common, but they are compatible. Except that the pact that links the Saud family to the Wahhabi preachers cannot exist with the Brotherhood: the idea of a monarchy of divine right clashed with the Brothers’ appetite for power. It was therefore agreed that the Saud people would support the Brothers all over the world, on the condition that they refrained from entering politics in Arabia.

The Saudi Wahhabi support for the Brothers provoked an additional rivalry between Arabia and the other two Wahhabi states of Qatar and the Emirate of Sharjah.

From 1962 to 1970, the Muslim Brotherhood participated in the civil war in North Yemen and tried to restore the monarchy alongside Saudi Arabia and the United Kingdom, against Arab nationalists, Egypt and the USSR; a conflict that foreshadowed what would follow for the next half-century.

In 1970, Gamal Abdel Nasser managed to reach an agreement between the Palestinian factions and King Hussein of Jordan that ended the “black September”. On the evening of the Arab League summit that endorsed the agreement, he died, officially of a heart attack, much more likely murdered. Nasser had three vice-presidents, one from the left – extremely popular -, one from the centre – well known -, and one conservative chosen at the request of the United States and Saudi Arabia: Anwar Sadat. Under pressure, the left-wing vice-president declared himself unworthy of the position. The centrist vice-president preferred to abandon politics. Sadat was nominated as a candidate of the Nasserians. This is the tragedy of many countries: the president chooses a vice-president from among his rivals in order to broaden his electoral base, but he replaces him when he dies and destroys his legacy.

Sadat, who had served the Reich during the Second World War and had great admiration for the Führer, was an ultra-conservative military man who served as Sayyid Qutb’s alter ego as a liaison between the Brotherhood and the Free Officers. As soon as he came to power, he freed the Brothers imprisoned by Nasser. The “Believing President” was the Brotherhood’s ally in the Islamization of society (the “rectification revolution”), but its rival when it derived political benefit from it. This ambiguous relationship was illustrated by the creation of three armed groups, which are not divisions of the Brotherhood but external units obeying it: the Islamic Liberation Party, Islamic Jihad (of Sheikh Omar Abdul Rahman), and Excommunication and Immigration (the “Takfir”). All of them declared that they were implementing Sayyid Qutb’s instructions. Armed by the secret services, Islamic Jihad launched attacks against Coptic Christians. Far from appeasing the situation, the “Believing President” accused the Copts of sedition and imprisoned their pope and eight of their bishops. In the end, Sadat intervened in the conduct of the Brotherhood and took a stand for Islamic Jihad against the General Guide, whom he had arrested[5].

On instructions from US Secretary of State Henry Kissinger, he convinced Syria to join Egypt in attacking Israel and restoring Palestinian rights. On October 6, 1973, the two armies took Israel in force during the Yom Kippur festival. The Egyptian army crossed the Suez Canal while the Syrian army attacked from the Golan Heights. However, Sadat only partially deployed his anti-aircraft cover and stopped his army 15 kilometres east of the canal, while the Israelis rushed to the Syrians who found themselves trapped and roared about the plot. It was only once the Israeli reservists had been mobilized and the Syrian army surrounded by Ariel Sharon’s troops that Sadat ordered his army to resume its progress and then to halt in order to negotiate a ceasefire. Observing the Egyptian betrayal, the Soviets, who had already lost an ally with Nasser’s death, threatened the United States and demanded an immediate end to the fighting.

Former liaison officer with Sayyid Qutb between the “Free Officers” and the Brotherhood, the “believing president” Anwar Sadat was to be proclaimed “sixth Caliph” by the Egyptian parliament. Here, the admirer of Adolf Hitler in the Knesset alongside his partners Golda Meïr and Shimon Peres.

Four years later – pursuing the CIA plan – President Sadat went to Jerusalem and decided to sign a separate peace with Israel at the expense of the Palestinians. From then on, the alliance between the Brothers and Israel was sealed. All Arab peoples were protesting this betrayal and Egypt was excluded from the Arab League, whose headquarters had been moved to Algiers.

Responsible for the Muslim Brotherhood’s “Secret Apparatus”, Ayman al-Zawahiri (current head of Al Qaeda) organized the assassination of President Sadat (October 6, 1981).

Washington decided to turn the page in 1981. Islamic Jihad was tasked with liquidating Sadat, no longer necessary. He was assassinated during a military parade, when Parliament was about to proclaim him “Sixth Caliph”. In the official gallery 7 people were killed and 28 wounded, but, sitting next to the President, his Vice-President General Mubarak escaped. He was the only person in the official gallery to wear a bullet-proof vest. He succeeded the “believing president” and the Arab League was repatriated to Cairo.

(To be continued…)

1] “Sayyid Qutb was a Freemason”, Voltaire Network, May 28, 2018.

2] America’s Great Game: The CIA’s Secret Arabists and the Shaping of the Modern Middle East, Hugh Wilford, Basic Books (2013).

3] A Mosque in Munich: Naz

Source: https://libya360.wordpress.com/2019/06/21/the-muslim-brotherhood-as-assassins/

In Italiano: https://www.voltairenet.org/article206792.html

Salman Abedi, autore dell’attentato di Manchester, era stato salvato dalla Royal Navy e non è il primo “errore” britannico

1 agosto 2018.
Di Vanessa Tomassini.
Salman Abedi, è colui che la sera del 22 maggio 2017 ha nascosto una bomba fatta in casa davanti la biglietteria della Manchester Arena, dove si teneva il concerto di Ariana Grande. L’esplosione ha ucciso 22 persone, tra cui 7 bambini. Oggi ad un anno e due mesi dalla strage, scopriamo che lo stesso Salman Abedi era stato salvato a Tripoli dalla Royal Navy. Sì proprio così, nel 2014, l’attentatore e suo fratello Hashem sono stati messi in salvo dai disordini nella capitale Tripoli, dalla HMS Enterprise, insieme ad un centinaio di cittadini inglesi. Salman che in quel periodo aveva solamente 19 anni, è stato portato insieme a tutti gli altri nel Regno Unito, passando da Malta. “In seguito al deterioramento della situazione della sicurezza in Libia nel 2014” ha confermato un portavoce del Governo “i funzionari della Border Force erano schierati per aiutare l’evacuazione dei cittadini britannici e dei loro dipendenti”. Salman e Hashem si troverebbero ora in arresto a Tripoli, malgrado la richiesta di estradizione avanzata dal Regno Unito.

Durante gli interrogatori condotti dalla RADA, o Forze di Deterrenza del Ministero dell’Interno del Governo di Accordo Nazionale, il fratello dell’attentatore di Manchester avrebbe confessato nei giorni successivi alla strage di “star progettando un attentato terroristico a Tripoli”, aggiungendo che “sapeva tutto quello che suo fratello avrebbe fatto a Manchester, poiché lo avrebbe chiamato per telefono prima dell’inizio dell’operazione”.  Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, Salman Abedi aveva lasciato Tripoli per il Regno Unito il 17 maggio 2017, dicendo alla sua famiglia che avrebbe fatto Umrah, un pellegrinaggio alla Mecca. Durante gli interrogatori è emerso anche che l’attentatore avrebbe telefonato a “sua madre e suo fratello 15 minuti prima dell’inizio dell’operazione”.Sebbene la famiglia abbia condannato l’attacco, in molti nutrono sospetti sul padre del jihadista, Ramadan Abedi, colpevole di aver cresciuto i propri figli in ambiente islamista.

R. Abedi
Ramadan Abedi

Ramadan Abedi, 52 anni, è nato in Libia il 24 dicembre 1965, è stato un agente dei servizi interni sotto il colonnello Muammar Gheddafi fino a quando nel 1992 fu accusato di flirtare con i Fratelli Musulmani ed altri filoni estremisti, rifugiandosi in Inghilterra. Secondo fonti dell’Intelligence dell’ex Jamahiriya, Abedi aveva aderito per anni al Gruppo Combattente Islamico Libico che aveva come scopo quello di rovesciare il rais per instaurare un governo islamico basato sulla legge della Sharia. Durante una recente intervista realizzata da Middle East Eye, il ministro britannico degli Affari Esteri per il Medio Oriente, Alister James, ha rivelato che “durante il conflitto libico nel 2011, il governo britannico era in comunicazione con una vasta gamma di libici coinvolti nel conflitto contro le forze del regime Gheddafi. È probabile che questo includesse ex membri del Gruppo combattente islamico libico e la Brigata Martiri del 17 febbraio”. Il parlamentare ha anche spiegato l’esistenza di un collegamento tra alcuni di questi soggetti e Salman al-Obeidi. Nel 2000 la polizia fece irruzione nella casa di Manchester di Anas al-Libi, una figura di alto livello del LIFG morto in custodia negli USA nel 2013, trovando nell’appartamento una copia del manuale di al-Qaeda. Abedi ha postato sul suo account Facebook, inutilizzato dal 2013, un’immagine di al-Lib descritto come “un leone”. Sulla stessa pagina l’attentatore di Manchester ha postato una sua foto con una mitragliatrice in mano con su scritto “leone in allenamento”.

Abedi fb
I fratelli di Abedi, Hashem e Ismael, posano con le mitragliatrici

“Abedi father” tornò in Libia nel 2011, con il benestare del Governo britannico, unendosi alle file del LIFG di Abdel Hakim Belhadj, il Gruppo dei combattenti islamici libici, un’organizzazione terroristica fondata negli anni ottanta del XX secolo dai mujaheddin libici veterani della guerra tra Unione Sovietica e Afghanistan ed inserita dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a partire dal 6 ottobre 2001, fra le organizzazioni legate ad Al Qaeda, Osama bin Laden e i talebani. Gli oppositori del LIFG in Libia hanno affermato che Abedi aveva allevato i suoi figli in un ambiente islamista, cosa che li rendeva facili prede per i reclutatori di Daesh. Rami el-Obeidi, un capo dell’intelligence con una fazione che si oppone al LIFG, ha dichiarato che “Salman Abedi sarebbe stato un obiettivo facile per i reclutatori dell’Isis, dato il background di suo padre”. Secondo gli amici di famiglia, invece, i genitori di Salman sarebbero stati così preoccupati per la sua radicalizzazione in Gran Bretagna che lo hanno trasferito in Libia confiscando il suo passaporto. Salman Abedi, ad ogni modo, sarebbe uscito dai binari diversi anni prima quando ha iniziato a sviluppare vedute religiose sempre più estreme.

7502240-11568203
Abdel Hakim Belhadj e Ibrahim Awad Ibrahim Ali al-Badri, alias Abou Bakr al-Baghdadi

Abdel Hakim Belhadj fu rinchiuso da Muammar Gheddafi nelle prigioni di Abu Salim dopo che la CIA e il MI6 britannico lo portarono a Tripoli nel marzo del 2004. Belhaj è stato liberato nel 2010 nell’ambito di un processo di de-radicalizzazione sostenuto da Saif al-Islam Gheddafi che insieme al capo dell’intelligence Senussi ed il suo amico Mohamed Ibrahim, aveva iniziato i colloqui con i Fratelli Musulmani, alleati di Belhadj in Turchia e Qatar. Il 10 maggio 2018, Belhadj ha ricevuto le scuse del Governo britannico per averlo arrestato insieme alla moglie e consegnato ai servizi di sicurezza del Rais, sebbene fossero note le sue strette relazioni con i leader di al-Qaeda ed il capo dei talebani, mullah Omar. Negli anni ’80, questo brillante soggetto abbandonò gli studi di ingegneria a Tripoli e si unì a Bin Laden in Afghanistan, combattendo al suo fianco contro i sovietici; nei primi anni ’90, lo seguì in Sudan mentre alcuni dei suoi uomini si stabilirono nel Regno Unito, a Manchester. Nel 2011, grazie al prezioso contributo del Qatar e del DGSE francese, la Brigata Belhadj ha combattuto contro il governo Gheddafi. I Fratelli Musulmani subito dopo le primavere arabe avevano il vento in poppa: hanno vinto le elezioni in Tunisia, con Ennahdha, poi in Egitto, con Mohamed Morsi ed in Libia, Belhaj, abbandonati i panni del terrorista, sarebbe stato il candidato ideale. Tuttavia il piano fallisce nelle elezioni del 2012, ricevendo solamente il 2,5% dei voti. Da quel momento Abdel Hakim Belhadj si dedica agli affari. Conti correnti milionari intestati a società, a lui direttamente o indirettamente riconducibili, sono sparsi in diverse parti del mondo, in uno di questi il Regno Unito ha versato 500 mila sterline come risarcimento alla moglie, Fatima Boudchar in quanto sarebbe stata in dolce attesa al momento dell’arresto, avvenuto in Thailandia nel 2004. Belhadj continua a mantenere il supporto di molti membri dei gruppi armati della capitale, ai quali i veterani del LIFG hanno trovato il modo in passato di far arrivare armi direttamente dalla Turchia. Ufficialmente è alla guida del partito al-Watan, o Homeland party, con Ali al-Sallabi, un autorevole religioso salafita che ha forti legami anche con Yusuf al-Qaradawi, leader spirituale della Fratellanza Musulmana internazionale. Risiede in Turchia, dove può contare del supporto di media e canali di lettura, in quanto – come ha dichiarato lui stesso – il lavoro gli richiede costanti spostamenti che in Libia non sarebbero possibili. Il suo ritorno a Tripoli è atteso presto per partecipare alle elezioni, dopo diversi meeting preparatori a Tunisi, Istanbul e non ultimi a Dakar, che gli hanno permesso di rafforzare vecchie e nuove alleanze.

SWITZERLAND-LIBYA-CONFLICT-UN-PEACE
Abdel Hakim Belhadj, abbandonati i panni del terrorista oggi è un imprenditore di successo
 
Preso da: https://specialelibia.it/2018/08/01/salman-abedi-autore-dellattentato-di-manchester-era-stato-salvato-dalla-royal-navy-e-non-e-il-primo-errore-britannico/

Gamal Abd Al-Nasser: dalla rivoluzione egiziana al sogno infranto del panarabismo

di Roberto Cascio
https://i1.wp.com/www.istitutoeuroarabo.it/DM/wp-content/uploads/2017/04/copertina-Gamal-Abd-el-Nasser.jpg 

Nella storia contemporanea, risulta particolarmente complesso trovare un personaggio così controverso e discusso come il presidente egiziano Gamal Abd Al-Nasser. Sebbene siano ormai trascorsi più di 40 anni dalla sua morte, avvenuta nel 1970, Nasser divide tutt’oggi gli studiosi sulla reale portata delle sue politiche non solo in terra egiziana, ma nell’intero mondo arabo. Se da una parte si sostiene che Nasser «ha segnato la storia dei popoli arabi, per i quali ha rappresentato la “loro ora più bella”» (Bagozzi, 2011: 6), dall’altra parte, non sono pochi coloro che ritengono il presidente egiziano come colui «che ha collezionato soltanto sconfitte nella propria vita» (Minganti, 1979:109).
Da tali premesse, un tentativo di comprensione dell’opera e delle politiche del presidente egiziano non può fare a meno di ripercorrere i tratti biografici più salienti e i temi principali delle ideologie da lui abbracciate, in modo da sfuggire, per quanto possibile, a quel desiderio di incasellare e classificare l’intera politica di Nasser come quella, a seconda dei diversi punti di vista, di un «demagogo … bolscevico … militarista … anarchico … fascista …» (Daumal e Leroy, 1970: 9), mostrando invece, oggettivamente, l’evoluzione delle idee e dell’agire nasseriano.
La rivoluzione e l’avanguardia: il lungo cammino di Nasser 
Gamal Abd Al-Nasser nasce il 15 gennaio 1918 ad Alessandria d’Egitto; la sua famiglia è originaria di Beni-Morr, un piccolo paese non lontano da Assiout, da dove suo padre si spostò trasferendosi ad Alessandria per lavorare lì come funzionario delle poste. Durante la sua infanzia, Nasser cambia spesso città di residenza, fino a tornare nella sua città natale nel 1929, dove, giovanissimo, viene a contatto con le manifestazioni nazionaliste dell’estate 1930, duramente represse dalla monarchia egiziana. Il trasferimento al Cairo, nel 1933, vede il giovane Nasser ancora coinvolto nelle agitazioni studentesche e sempre più convinto della necessità di affrontare l’imperialismo britannico in nome di una patria libera e indipendente; notevoli sono le parole cariche di speranza rivolte ad un compagno di scuola in una lettera: «Dove sono coloro che offrivano la loro vita per liberare il Paese?…Dov’è la dignità? Dov’è la giovinezza ardente? (…) Scuoteremo la nazione, risveglieremo le energie nascoste nel cuore degli uomini …» (Daumal e Leroy, 1970: 32).

Sono anni in cui l’ardore giovanile di Nasser trova terreno fertile nelle continue manifestazioni studentesche, a sostegno della Costituzione del 1923 e in totale contrasto con una monarchia sempre più collusa con gli inglesi. In queste manifestazioni, alcune sfociate anche in duri scontri con la polizia egiziana, Nasser prende inoltre consapevolezza della difficoltà di superare le ritrosie delle masse di fronte alle loro rivendicazioni: «Mi sono messo alla testa dei manifestanti nel collegio in cui studiavo allora, gridando a pieni polmoni: Viva la completa indipendenza! Ma le nostre grida si smorzarono nell’indifferenza generale» (Daumal e Leroy, 1970: 33).
La sua vocazione militare lo porta ad entrare nel 1937 nell’accademia per ufficiali, dove si mostrerà come un allievo dalle grandi doti. Durante il secondo conflitto mondiale, il sotto-luogotenente Nasser comincia la sua opera di costituzione di quella associazione segreta che prenderà il nome di Movimento degli Ufficiali Liberi: fedele agli ideali della sua gioventù, Nasser tenta di unire intorno a questo Movimento gli ufficiali egiziani pronti a lottare per l’indipendenza totale dall’Inghilterra, il cui protettorato, anche dopo gli accordi del 1936, è rimasto sempre forte e opprimente nella vita politica e sociale egiziana. Il Movimento riesce a convergere su un unico obiettivo: «l’indipendenza della dignità, che comporta tre punti: cacciare gli inglesi, riedificare l’esercito, formare un governo onesto e competente» (Daumal e Leroy, 1970: 37).
Un evento decisivo per Nasser e per tutte le popolazioni arabe avviene nel maggio 1948, quando, a seguito del ritiro delle truppe inglesi in Palestina, viene proclamato lo Stato di Israele, dando immediatamente inizio alla prima guerra arabo-israeliana, che si concluderà solo nel gennaio 1949, con la sconfitta delle forze arabe unitesi contro Israele. Tra le cause della sonora sconfitta araba può essere annoverata anche la disorganizzazione delle truppe mandate al fronte; è un momento particolarmente importante per Nasser: tra le trincee, riemerge tra gli ufficiali il desiderio mai sopito di salvare la Patria dal potere corrotto, legato indissolubilmente all’imperialismo. Seguendo le stesse parole di Nasser, «combattevamo in Palestina, ma i nostri pensieri ed i nostri sogni volavano verso l’Egitto. Puntavamo le armi verso il nemico, acquattato là di fronte a noi nelle trincee, ma nei nostri cuori grande era la nostalgia per la Patria lontana, lasciata in preda ai lupi voraci che tentavano di dilaniarla» (Nasser, 2011: 27).
1952-anno-della-rivoluzione

1952, anno della rivoluzione
Di fronte a questa ennesima umiliazione, gli Ufficiali Liberi decidono di organizzare in maniera precisa e programmatica la rivoluzione che li porterà al potere. Nella notte tra il 22 e il 23 luglio 1952, gli Ufficiali Liberi occupano tutti i centri più importanti del Cairo, costringendo il re Farouk a dimettersi. Nasser è uno dei principali fautori di questa impresa, cosciente tuttavia di dover svolgere un ruolo di “avanguardia”, in un Paese dove le masse erano da tempo immemore indifferenti e scettiche di fronte ad ogni cambiamento.
Al potere sale una figura di conciliazione nazionale come Mohammed Neghib, colonnello dell’esercito molto apprezzato anche dai Fratelli Musulmani, dai nazionalisti del Wafd e dal piccolo partito comunista. Il nuovo presidente egiziano non ebbe tuttavia modo di arginare l’ala più dura del Movimento degli Ufficiali Liberi, capitanata da Nasser, che spingeva per un autoritarismo da imporre in nome della rivoluzione. Come ben descritto da Campanini,
«Anche se Neghib era Capo dello Stato, gli Ufficiali Liberi riconoscevano in Nasser la loro guida. I due uomini nutrivano una concezione politica opposta: mentre Neghib voleva che, portata a termine la rivoluzione, i militari tornassero nelle caserme e il governo passasse ai civili, Nasser era convinto che l’esercito fosse l’avanguardia cosciente delle masse egiziane e che dovesse assumersi le responsabilità del potere. Il contrasto, sotterraneo, divenne crisi aperta nel 1954» (Campanini, 2006: 125).
Lo stesso anno, Nasser diviene così Presidente egiziano esautorando la figura di Neghib, ma ciò portò inevitabilmente grandi malumori, specialmente tra i Fratelli Musulmani, che vedevano nel nuovo presidente una tendenza autoritaria decisamente pericolosa. Il culmine di questo scontro avrà luogo il 26 ottobre 1954 ad Alessandria, quando un membro dei Fratelli Musulmani spara sei colpi di pistola contro Nasser durante un suo comizio. Rimasto miracolosamente illeso, Nasser scatenerà l’esercito contro i Fratelli Musulmani, arrestandone migliaia e devastando le loro sedi. L’attentato può quindi definirsi come il punto di non-ritorno tra Nasser e l’associazione fondata da Hasan al-Banna.
Ormai leader indiscusso della politica egiziana, Nasser mostra grande abilità nella politica estera, destreggiandosi e sfruttando a suo favore lo scontro allora infuocato tra URSS e Stati Uniti d’America, proponendosi ad entrambe le parti come alleato in cambio di aiuti economici e militari a sostegno del suo Paese. Un’importante vetrina per Nasser sarà inoltre la conferenza dei Paesi non-allineati dell’aprile 1955, tenuta a Bandung, che si rivelerà un grande successo: Nasser si mostra carismatico, fermo nelle sue idee e pronto a sostenere l’idea di un “terzo blocco”, in posizione equidistante tra i contendenti della Guerra Fredda.
La politica estera nasseriana trova il suo corrispettivo in terra egiziana nel socialismo arabo, vera novità nello scenario mediorientale di metà Novecento, che vede in Nasser uno dei suoi principali fautori. Riforme agrarie, lotta all’analfabetismo, la nazionalizzazione del canale di Suez (che condurrà alla crisi del 1956) rappresentano i punti di forza dell’operare nasseriano. Al socialismo arabo (su cui si dovrà tornare) Nasser affianca un panarabismo che condurrà il presidente egiziano a tentare un progetto decisamente ambizioso: unire i diversi popoli arabi sotto la medesima bandiera. Sebbene Nasser si sia prodigato molto per tale obiettivo, non si può nascondere come ben deludente sia stato il risultato: la RAU (Repubblica Araba Unita), fusione di Egitto e Siria, durerà solamente dal 1958 al 1961. Fu questo un grave colpo per le speranze di Nasser, che accantonerà così in maniera definitiva il sogno panarabista.
Gli ultimi anni di Nasser sono decisamente complessi: sul fronte interno, i Fratelli Musulmani, ricostituitesi clandestinamente, vengono duramente repressi nel 1966, portando addirittura all’impiccagione di Sayyid Qutb, ideologo di punta dei Fratelli Musulmani. Ma ciò che probabilmente segna la fine del nasserismo è la pesante sconfitta subìta per mano di Israele nella Guerra dei Sei giorni. Nasser si assume le responsabilità del crollo delle difese egiziane e rassegna le sue dimissioni, respinte tuttavia a furor di popolo che, in un pellegrinaggio spontaneo, converge nelle strade del Cairo a sostegno del suo presidente. Commosso da tanta devozione, il presidente egiziano riprende il potere, tentando nuovamente di proporsi come attore politico di primo piano attraverso politiche distensive verso gli altri Stati arabi. Tali sforzi provano tuttavia gravemente la salute di Nasser, che morirà il 28 settembre del 1970. Una folla oceanica renderà il suo ultimo tributo a Nasser: sono infatti milioni gli egiziani che parteciperanno al suo funerale per le strade del Cairo.
neghib-e-nasser-in-uniforme-militare

Neghib e Nasser in uniforme militare
L’esercito come avanguardia delle masse 
Un interessante approfondimento sulla figura di Nasser non può prescindere dalle sue personali considerazioni intorno al ruolo dell’esercito nella vita politica egiziana. La posizione nasseriana è chiaramente esposta nel testo Filosofia della Rivoluzione, scritto dallo stesso leader degli Ufficiali Liberi, dove vengono descritte le cause, gli obiettivi e le vie per proseguire al meglio la rivoluzione avvenuta nel 1952. Questo piccolo testo, pubblicato nel 1953, mostra nelle sue prime pagine lo sconforto di Nasser per non poter contare su un popolo coeso e unito contro la monarchia filo-imperialista del re Farouk. Andando più nello specifico, Nasser ammette che l’esercito avrebbe dovuto avere un ruolo di avanguardia nella rivoluzione del 1952, avanguardia che avrebbe permesso in seguito alle masse di convogliare tutta la loro forza a sostegno della rivoluzione. Come si evince dalle deluse parole di Nasser, le masse non ebbero invece un ruolo ben definito nella rivoluzione, preferendo l’indifferenza di fronte ad un evento storico di importanza decisiva per la storia egiziana:
«Immaginavo, prima del 23 luglio, che tutta la nazione fosse preparata, stesse sul chi vive in attesa degli elementi di avanguardia, per scagliarsi compatta ed ordinata verso l’obiettivo finale. Credevo che il nostro compito si limitasse a quello dei commandos, che la nostra azione non avrebbe preceduto che di qualche ora l’assalto della nazione intera contro l’obiettivo (…). Ma la realtà fu diversa (…) Allora mi resi conto che la missione degli elementi di avanguardia non era terminata, ma anzi cominciava da quel momento» (Nasser, 2011: 31-32).
L’esercito assume dunque un ruolo di avanguardia che non si esaurisce con la cacciata del re Farouk, ponendosi invece l’obiettivo di condurre le masse, l’intera società egiziana, ad uscire da uno stato di commiserazione e impotenza, dovuto alle angherie che nei secoli si sono abbattute contro la parte più debole della popolazione, mostrando loro la strada corretta per lo sviluppo della nazione. Risulta ancora una volta illuminante leggere le stesse parole di Nasser: «E, dunque, qual è il cammino da seguire? Quale il nostro compito? La via da scegliere è l’indipendenza economica e politica. Il compito affidatoci né più né meno che quello di sentinella per un tempo limitato (…) La nostra azione si limiterà (…) a tracciare il cammino» (Nasser, 2011: 45).
L’allontanamento nel 1954 di Neghib dal comando del Paese e lo scioglimento di tutti i partiti mostrerà invece come tali affermazioni rimasero valide solo a livello teorico. Ciò che invece rimarrà valido a lungo nel pensiero nasseriano sarà la riflessione intorno al nazionalismo arabo e sul ruolo dell’Egitto nella seconda parte del Novecento, tematica con cui termina la terza ed ultima parte della Filosofia della Rivoluzione.
-nasser-e-gheddafi-1960

Nasser e Gheddafi, 1960
Un nazionalismo “in cerca d’autore”: origine e temi del panarabismo 
Singolare appare nell’ultima parte del testo nasseriano il riferimento alla commedia di Pirandello Sei Personaggi in cerca d’autore:
«Non so perché, ma arrivando a questo punto delle mie meditazioni, mi viene in mente una Commedia del grande scrittore italiano Luigi Pirandello: Sei Personaggi in cerca d’autore. Indubbiamente il palcoscenico della storia è pieno di atti intrepidi di cui si sono resi autori molti eroi, come pure è ricco di sublimi gesta che non hanno trovato gli eroi capaci di adempierle; io credo appunto che nella zona in cui viviamo ci sia un’importante missione “in cerca” di un personaggio che possa eseguirla: essa, esausta dalla lunga ricerca attraverso i vasti territori a noi contigui, ha fatto sosta alle frontiere del nostro Paese per invitarci all’azione, ad assumere “la parte”, a portarne il vessillo. Nessun altro avrebbe potuto farlo» (Nasser, 2011; 50-51).
La “parte” è evidentemente quella presa di coscienza di una missione, di un compito che travalica i confini egiziani. Di qui la consapevolezza di vivere in un Paese importante nello scacchiere internazionale, e che ogni isolazionismo risulterebbe non solo antistorico, ma impossibile da attuare  per la stessa posizione geografia del territorio egiziano.
Ciò che vale la pena approfondire è dunque la convinzione di Nasser che il nazionalismo egiziano debba lasciare spazio ad un panarabismo che rispecchi il nuovo ruolo dell’Egitto nel quadro geopolitico contemporaneo. Il nazionalismo egiziano si era infatti sviluppato nel contesto delle lotte per l’indipendenza dall’imperialismo britannico, avendo principalmente come obiettivo lo stravolgimento del potere monarchico colluso con l’elemento occidentale. Raggiunto l’obiettivo con la rivoluzione del 1952, si trattava adesso di condurre l’Egitto ad essere riconosciuto come Paese dominante nel panorama arabo, sia in modo da prevalere sugli stessi Stati arabi, sia per poter avere in ambito internazionale una forza che si ponesse in contrasto con i due blocchi della Guerra Fredda.
Relativamente agli elementi principali del nazionalismo arabo, occorre evidenziare il peso delle rivendicazioni arabe successive alla proclamazione dello Stato di Israele del 1948, che destano nei diversi Paesi arabi  sentimenti di comunione, di fratellanza che il presidente egiziano farà propri in molti dei suoi discorsi. Oltre a questo elemento etnico, che lega i territori del Nord-Africa e del Medio Oriente, un altro fattore importante del panarabismo risulta essere l’elemento religioso. Nasser ritiene difatti l’Islam fondamentale fattore di forza all’interno del nazionalismo arabo: «quando (…) la mia mente va a queste centinaia di milioni uniti dai vincoli di un’unica fede, mi convinco ancor più delle immense possibilità che nascerebbero dalla collaborazione di tutti i Musulmani» (Nasser, 2011: 61).
Nasser vede dunque nell’Egitto del Novecento il soggetto designato per portare l’ideologia del nazionalismo arabo ad essere riconosciuta dagli altri Paesi, in nome sia di una comune “coscienza” araba, sia per l’importanza della religione islamica come elemento aggregante e universale. Solo attraverso queste considerazioni può essere inteso gran parte dell’agire nasseriano, mai domo nel cercare e proporre diverse soluzioni di collaborazione e di unità tra i diversi Stati arabi; sebbene tali sforzi abbiano prodotto come massimo risultato la breve ed infelice esperienza della Repubblica Araba Unita (1958-1961), Nasser può essere considerato a buona ragione il più notevole esponente del nazionalismo arabo, «un patriota arabo tra milioni di patrioti arabi» (Daumal e Leroy, 1970: 173).
copertina-time-marzo-1963

Copertina Time, marzo 1963
Il socialismo arabo: l’Egitto come laboratorio politico 
Un ulteriore elemento da approfondire per comprendere la politica nasseriana è rappresentato dal socialismo arabo, che costituirà un momento fortemente innovativo nella storia egiziana, ben presto imitato anche da altri Capi di Stato arabi. A livello sociale, il socialismo arabo si è concretizzato in Egitto attraverso diverse misure tese a dare una forte scossa all’economia locale: esempi di queste misure possono essere i piani quinquennali pensati per lo sviluppo energetico-economico, le riforme agrarie del 1952, le nazionalizzazioni del 1961 e il controllo statale delle industrie produttive e delle banche del Paese. Lo Stato si assume quindi la piena responsabilità dei problemi principali di un Paese ancora poco sviluppato come quello egiziano, tentando, con ampie nazionalizzazioni e con un intervento a tutto campo nell’economi, di migliorare le condizioni di vita dei suoi cittadini, puntando così al superamento della divisioni in classi della società, piaga ormai secolare dell’Egitto.
Sebbene molti studiosi siano concordi nel definire il socialismo nasseriano molto pragmatico, un’ideologia delineata lungo il corso degli eventi, è possibile comunque fissarne analiticamente le principali istanze: «[1] il sentimento della collettività come di un organismo stabile e onnicomprensivo (…) [2] la centralità dell’esperienza religiosa (…) [3] l’importanza essenziale che il possesso della terra ha avuto per confermare un’autorità, e quindi per la gestione del potere» (Campanini, 1987: 42).
Il sentimento della collettività veniva letto da Nasser sotto la lente del panarabismo, ideologia che avrebbe permesso alle popolazioni arabe di unirsi nello scontro con il colonialismo occidentale. L’Egitto avrebbe dovuto assumere un ruolo guida nel portare le masse ad abbracciare le idee del panarabismo, e in effetti, come si è avuto modo di osservare, il leader degli Ufficiali Liberi si è particolarmente speso per tale causa. Ulteriore punto interessante risulta essere il terzo, in quanto esso richiama quell’esigenza di giustizia sociale che fu il grido rivoluzionario non solo dell’esercito, ma anche dei Fratelli Musulmani e, in generale, delle opposizioni al protettorato britannico: «La rivoluzione è stata fatta affinché la terra egiziana venga distribuita agli egiziani. L’Egitto per noi e noi per l’Egitto» (Campanini, 1987: 53).
L’elemento religioso si configura invece come una delle chiavi di volta per comprendere la distanza tra il socialismo europeo e quello nasseriano. Il marxismo, nella sua impostazione teorica, poggia infatti sulle basi del materialismo storico, ideologia che invece è rigettata da Nasser e dagli altri esponenti del socialismo arabo. La religione assume un ruolo centrale nel socialismo arabo, rappresentandone la base etica; tale concetto è bene espresso in un discorso del presidenze egiziano del 1966: «Il nostro problema è un’ingiusta redistribuzione (dei redditi) tra le classi. Dobbiamo far sì che il reddito nazionale venga suddiviso tra tutto il popolo. In questo modo avremo applicato i principi dell’Islam» (Campanini, 1987: 61).
Dalla base religiosa del socialismo arabo scaturiscono interessanti corollari, quali ad esempio l’attenzione verso l’individuo, la persona, che non deve risultare annullato nella collettività, e il rispetto della proprietà privata. Sono questi temi che lo stesso Nasser sottolinea nel rimarcare la distanza tra il comunismo e la sua politica sociale ed economica:
«I comunisti grazie al loro comunismo sono diventati delle macchine nell’apparecchio della produzione collettiva, mentre prima erano uomini dotati di una propria volontà! Hanno rinnegato la religione (…) hanno rinnegato la persona umana (…). La sola realtà è lo Stato; hanno rinnegato la libertà perché la libertà è una manifestazione della fiducia della persona umana nelle sue possibilità (…). Noi Egiziani … Noi Arabi … Noi musulmani e cristiani di questa parte del mondo … Noi abbiamo fede in Dio, nei suoi angeli, nei suoi libri, nei suoi profeti e nella risurrezione …(…). Quel che ci separa dal comunismo sia nella teoria del governo che nelle regole di vita, è che il comunismo è una religione … e noi abbiamo già la nostra religione. Non lasceremo mai la nostra religione per il comunismo» (Daumal e Leroy, 1970: 164-165).
Riepilogando: il materialismo storico, la lotta tra le classi come motore della storia, la collettivizzazione della proprietà privata sono elementi estranei al socialismo arabo, che invece poggia sui princìpi dell’Islam, ritenuti validi e fondamentali per la costituzione di una società progredita. È l’elemento religioso la vera molla della lotta per la giustizia sociale e distributiva.
Folla ai funerali-di-NasserAP-Photo-Eddie-Adams

Folla ai funerali di Nasser (ph. Eddie Adams)
La crisi del nasserismo e il riemergere dei movimenti islamisti 
I provvedimenti in campo sociale, le nazionalizzazioni attuate dal presidente egiziano riuscirono solo in parte nel loro intento di migliorare la situazione economico-sociale egiziana: i piani quinquennali non ebbero grandi risultati e la corruzione a livello burocratico raggiunse livelli più che allarmanti. La seconda durissima repressione dei Fratelli Musulmani tra il 1965 e il 1966 intaccò inoltre fortemente la figura di Nasser, ormai consapevole delle difficoltà di unire un intero popolo a sostegno dell’ormai datata rivoluzione del 1952. Ma il colpo più duro per il leader degli Ufficiali Liberi sarà la sconfitta nella Guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno 1967), dove le armate egiziane mostrarono un’imbarazzante disorganizzazione, non riuscendo ad arginare gli attacchi di Israele che, in pochi giorni, sbaragliò la coalizione formata dai diversi Paesi arabi. Crollò così drasticamente la popolarità di Nasser, provocando inoltre una grave crisi all’interno dell’intellettualità arabo-islamica: le ragioni della sconfitta vennero infatti additate nell’abbandono dei precetti islamici in nome del nazionalismo e del socialismo, concetti allogeni rispetto alla cultura e al mondo arabo. Si spalancheranno così le porte a quelle rivendicazioni islamiste che, rifiutando in toto la modernità di stampo occidentale, cercheranno nuovamente nella religione islamica le fondamenta per una ricostruzione della società, rivendicazioni che, nei casi più drammatici, sfoceranno nel terrorismo e nella lotta armata contro il potere costituito.
Dialoghi Mediterranei, n.25, maggio 2017
 Riferimenti bibliografici
Bagozzi M., La Rivoluzione panaraba di Gamal Abd al-Nasser, in Nasser, Filosofia della rivoluzione, All’insegna del Veltro, Parma, 2011
Campanini M., Socialismo arabo. La teoria del socialismo in Egitto, Centro Culturale Al Farabi, Palermo, 1987
Campanini M., Storia del Medio Oriente, Il Mulino, Bologna, 2006
Daumal J. e Leroy M., Nasser. La vita, il pensiero, i testi esemplari, Accademia-Sansoni, Milano, 1981
Minganti P., L’Egitto Moderno, Sansoni, Firenze, 1959
Minganti P., Vicino Oriente, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1979
Nasser G., Filosofia della rivoluzione, All’insegna del Veltro, Parma, 2011
 _______________________________________________________________
Roberto Cascio, ha conseguito la laurea Magistrale in Scienze Filosofiche presso l’Università degli Studi di Palermo, con una tesi dal titolo “Le Pietre Miliari di Sayyid Qutb. L’Islam tra fondamento e fondamentalismo”. Ha collaborato con la rivista Mediterranean  Society Sights e il suo campo di ricerca è l’Islamismo radicale nei Paesi arabi, con particolare riferimento all’Egitto.
Preso da: http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/gamal-abd-al-nasser-dalla-rivoluzione-egiziana-al-sogno-infranto-del-panarabismo/

Spietato controllo delle milizie, sofferenza di massa: benvenuti nella Libia post-guerra NATO

Intervista esclusiva con Linda Ulstein, portavoce delle tribù libiche: le colpe dell’Occidente, l’orrore di oggi nella Libia degli occidentali

Le e-mail di Hillary Clinton e la Fratellanza

L’indagine dell’FBI sulle e-mail private di Hillary Clinton non verte su una negligenza in merito alle norme di sicurezza, ma su un complotto mirante a distrarre ogni traccia delle sue corrispondenze che avrebbero dovuto essere memorizzate sui server dello Stato federale. Potrebbe includere scambi su finanziamenti illeciti o su casi di corruzione, e altro sui collegamenti dei coniugi Clinton con i Fratelli Musulmani e i jihadisti.

| Damasco (Siria)

Il rilancio dell’inchiesta dell’FBI sulle e-mail private di Hillary Clinton non verte tanto su questioni di sicurezza, quanto su intrighi che potrebbero andare fino all’alto tradimento.

Tecnicamente, anziché utilizzare un server sicuro del governo federale, il Segretario di Stato aveva installato nel suo domicilio un server privato, in modo da poter utilizzare Internet senza lasciare tracce su una macchina dello Stato federale. Il tecnico privato della signora Clinton aveva ripulito il suo server prima dell’arrivo del FBI, così che non era possibile sapere il motivo per cui lei avesse messo in opera questo dispositivo.

Inizialmente, l’FBI ha osservato che il server privato non aveva subito la procedura di sicurezza del server del Dipartimento di Stato. La Clinton aveva quindi commesso solo un errore di sicurezza. In un secondo tempo, l’FBI ha sequestrato il computer dell’ex parlamentare Anthony Weiner. Costui è l’ex marito di Huma Abedin, capo dello staff di Hillary. Lì sono stati trovati messaggi di posta elettronica provenienti dalla Segretaria di Stato.
Anthony Weiner è un politico ebreo, molto vicino ai Clinton, che aspirava a diventare sindaco di New York. Fu costretto a dimettersi dopo uno scandalo assai puritano: aveva inviato SMS erotici a una giovane donna diversa da sua moglie. Huma Abedin si separò ufficialmente da lui nel corso di questa bufera, ma in realtà non lo lasciò.
Huma Abedin è una statunitense allevata in Arabia Saudita. Suo padre gestisce una rivista accademica – di cui è stata per anni la segretaria editoriale – che riproduce regolarmente il parere dei Fratelli Musulmani. Sua madre presiede l’associazione saudita delle donne che fanno parte della Fratellanza e ha lavorato con la moglie dell’ex presidente egiziano Mohamed Morsi. Suo fratello Hassan lavora per conto dello sceicco Yusuf al-Qaradawi, predicatore dei Fratelli Musulmani e consigliere spirituale di Al-Jazeera.

JPEG - 50.5 Kb
In occasione di una visita ufficiale in Arabia Saudita, la segretaria di Stato visita il collegio Dar al-Hekma accompagnata da Saleha Abedin (madre del suo capo di gabinetto), presidente dell’Associazione delle Sorelle che fanno parte della Fratellanza.

Huma Abedin è oggi una figura centrale nella campagna elettorale clintoniana, accanto al responsabile della campagna, John Podesta, ex segretario generale della Casa Bianca sotto la presidenza di Bill Clinton. Podesta è inoltre il lobbista ufficiale del Regno dell’Arabia Saudita al Congresso, per la modica cifra di 200 mila dollari mensili. Il 12 giugno 2016, Petra, l’agenzia di stampa ufficiale della Giordania, ha pubblicato un’intervista con il principe ereditario saudita, Mohamed bin Salman, nella quale affermava la modernità della sua famiglia che aveva illegalmente finanziato circa il 20% della campagna presidenziale di Hillary Clinton, anche se si tratta di una donna. Il giorno dopo questa pubblicazione, l’agenzia ha annullato questo servizio e ha assicurato che il suo sito web era stato violato.

JPEG - 32.3 Kb
Secondo l’agenzia di stampa giordana Petra (12 giugno 2016), la famiglia reale saudita ha illegalmente finanziato il 20% della campagna presidenziale di Hillary Clinton.

La signora Abedin non è l’unica componente dell’amministrazione Obama ad aver legami con la Fratellanza. Il fratellastro del presidente, Abon’go Malik Obama, è il tesoriere dell’Opera missionaria dei Fratelli in Sudan e presidente della Fondazione Barack H. Obama. Lavora direttamente sotto il comando del presidente sudanese Omar al-Bashir. Un Fratello musulmano è membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale, la più elevata istanza esecutiva negli Stati Uniti. Dal 2009 al 2012, è stato il caso di Mehdi K. Alhassani. Non si sa chi gli sia succeduto, ma la Casa Bianca aveva negato che un Fratello fosse membro del Consiglio fino a quando non emerse una prova. È inoltre un Fratello l’ambasciatore degli Stati Uniti alla Conferenza islamica, Rashad Hussain. Gli altri Fratelli identificati occupano funzioni meno importanti. Occorre tuttavia ricordare Louay M. Safi, attuale membro della Coalizione Nazionale siriana ed ex consigliere del Pentagono.

JPEG - 25.1 Kb
Il presidente Obama e il suo fratellastro Malik Obama Abon’go nello Studio Ovale. Abon’go Malik è il tesoriere del lavoro missionario dei Fratelli Musulmani in Sudan.

Nell’aprile 2009, due mesi prima del suo discorso al Cairo, il presidente Obama aveva segretamente ricevuto una delegazione della Confraternita allo Studio Ovale. Aveva già invitato, in occasione del suo insediamento, Ingrid Mattson, la presidente dell’Associazione dei Fratelli e delle Sorelle Musulmani negli Stati Uniti.
Da parte sua, la Fondazione Clinton ha impiegato come responsabile del suo progetto “Clima” Gehad el-Haddad, uno dei dirigenti mondiali della Fratellanza che era stato fino ad allora responsabile di una trasmissione televisiva coranica. Suo padre era stato uno dei co-fondatori della Fratellanza nel 1951 in occasione della sua rifondazione da parte della CIA e dell’MI6. Gehad ha lasciato la fondazione nel 2012, quando al Cairo divenne il portavoce del candidato Mohamed Morsi, e in seguito quello ufficiale della Fratellanza Musulmana su scala mondiale.
Sapendo che la totalità dei leader jihadisti nel mondo sono emersi sia dalla Fratellanza sia dall’Ordine sufi Naqshbandi – le due componenti della Lega islamica mondiale, l’organizzazione saudita anti-nazionalista araba – vorremmo saperne di più sulle relazioni della signora Clinton con l’Arabia Saudita e i Fratelli.
Si scopre che nella squadra del suo sfidante Donald Trump, ci trova il generale Michael T. Flynn, che ha cercato di opporsi alla creazione del Califfato da parte della Casa Bianca e si è dimesso dalla direzione della Defense Intelligence Agency (Agenzia d’intelligence militare) per rimarcare la sua disapprovazione. Gli si affianca Frank Gaffney, un “reduce della guerra fredda”, ormai qualificato come “cospirazionista” per aver denunciato la presenza dei Fratelli nello Stato federale.
Va da sé che, dal punto di vista dell’FBI, tutto il sostegno alle organizzazioni jihadiste sia un reato, indipendentemente dalla politica della CIA. Nel 1991, la polizia – nonché il senatore John Kerry – avevano causato il fallimento della banca pakistana (benché registrata nelle Isole Cayman) BCCI, che la CIA utilizzava in ogni sorta di operazioni segrete con i Fratelli Musulmani e anche con i cartelli latini della droga.

Traduzione
Matzu Yagi

Fonte
Megachip-Globalist (Italia)

L’estrema sinistra imperialista

Thierry Meyssan torna sul sostegno all’imperialismo degli Stati Uniti dell’estrema sinistra durante la guerra fredda e derive attuali. I piccoli gruppi che collaboravano coi socialdemocratici degli USA successivamente divennero il movimento neo-con e sostenitori di sinistra dei Fratelli musulmani e della “primavera araba”. Inoltre, divennero le volenterose spie della NED.
| Damasco (Siria)
JPEG - 23.9 Kb
Sotto i presidenti Lyndon Johnson e Richard Nixon, la CIA cercò di arruolare attivisti comunisti nel modo e metterli contro Mosca e Pechino. Così, durante la guerra civile libanese, Riyadh al-Turqi ruppe col partito comunista siriano assieme a cinquanta attivisti, tra cui George Sabra e Michel Kilo.


Per non restare isolati, contattarono un piccolo gruppo di estrema sinistra statunitense, i Socialdemocratici degli Stati Uniti d’America, cui si affiliarono.
Negli “anni di piombo” che la Siria conobbe nel 1978-1982 con la campagna terroristica dei Fratelli musulmani, George Sabra e Michel Kilo ebbero dal capo dei socialdemocratici degli Stati Uniti d’America, Carl Gershman, l’indicazione di sostenere la Fratellanza. Pubblicarono un testo che garantiva che la rivoluzione mondiale era in corso e che i Fratelli musulmani erano l’avanguardia del proletariato, e che l’”Ora X” sarebbe arrivata dagli Stati Uniti. Furono arrestati per i loro legami con i terroristi.
Nel 1982, il presidente Reagan creò con i partner dei “cinque occhi”, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Regno Unito, una nuova agenzia d’intelligence per sostenere l’opposizione interna negli Stati comunisti, la National Endowment for Democracy (NED), camuffando tale agenzia intergovernativa da “ONG” finanziata direttamente dal Congresso, non dal governo federale, anche se rientra nel bilancio del dipartimento di Stato. La gestione fu affidata a Carl Gershman.
Gli attivisti del partito trotskista lo seguirono nel suo viaggio dalla sinistra alla destra repubblicana. Tra costoro, un gruppo di giornalisti della rivista sionista Commentary, che entreranno nella storia come i “neo-conservatori”, ed intellettuali come Paul Wolfowitz, poi vicesegretario alla Difesa.
Il punto d’incontro tra imperialismo e sinistra antisovietica degli Stati Uniti si ebbe sul concetto di “rivoluzione globale”. I trotskisti ebbero carta bianca nell’attuarla finché era contro i sovietici e non Washington e i suoi alleati.
Formarono i quattro rami della NED, uno per i sindacati, uno per i datori di lavoro, il terzo per i partiti di sinistra e il quarto per i partiti di destra. Ebbero così modo di supportare qualsiasi fazione politica o sociale, in qualsiasi parte del mondo.
Attualmente, il ramo per i corrotti partiti di destra, l’International Republican Institute (IRI), è guidato dal senatore John McCain, che è sia parlamentare dell’opposizione che funzionario dell’amministrazione che contesta. Il ramo per i partiti di sinistra, il National Democratic Institute (NDI), è guidato dall’ex-segretaria di Stato Madeleine Albright.
Durante la preparazione della “primavera araba”, l’estrema sinistra araba continuò a collaborare con i Fratelli musulmani, come il professor Munsif Marzuqi, futuro presidente tunisino, o il professor Burhan Galiun, futuro presidente del Consiglio nazionale siriano. Tali grandi laici scrissero i discorsi dell’algerino Abafa Madani, capo del Fronte di salvezza islamico esiliato in Qatar.
Il discorso dell’estrema sinistra è un’amalgama basata sulla convinzione che gli Stati arabi siano tutti uguali, che si tratti del re saudita Salman o del Presidente siriano al-Assad. Gli unici governi che rispettano sono quelli di Washington e Tel Aviv.
Oggi Galiun, Sabra e Kilo sono gli unici lasciti della presunta “rivoluzione siriana”; una falsa sinistra, non al servizio dell’umanità ma del dominio mondiale di Stati Uniti e Israele.

Traduzione
Alessandro Lattanzio
(Sito Aurora

Preso da: http://www.voltairenet.org/article193757.html