Le e-mail di Hillary Clinton e la Fratellanza

L’indagine dell’FBI sulle e-mail private di Hillary Clinton non verte su una negligenza in merito alle norme di sicurezza, ma su un complotto mirante a distrarre ogni traccia delle sue corrispondenze che avrebbero dovuto essere memorizzate sui server dello Stato federale. Potrebbe includere scambi su finanziamenti illeciti o su casi di corruzione, e altro sui collegamenti dei coniugi Clinton con i Fratelli Musulmani e i jihadisti.

| Damasco (Siria)

Il rilancio dell’inchiesta dell’FBI sulle e-mail private di Hillary Clinton non verte tanto su questioni di sicurezza, quanto su intrighi che potrebbero andare fino all’alto tradimento.

Tecnicamente, anziché utilizzare un server sicuro del governo federale, il Segretario di Stato aveva installato nel suo domicilio un server privato, in modo da poter utilizzare Internet senza lasciare tracce su una macchina dello Stato federale. Il tecnico privato della signora Clinton aveva ripulito il suo server prima dell’arrivo del FBI, così che non era possibile sapere il motivo per cui lei avesse messo in opera questo dispositivo.

Inizialmente, l’FBI ha osservato che il server privato non aveva subito la procedura di sicurezza del server del Dipartimento di Stato. La Clinton aveva quindi commesso solo un errore di sicurezza. In un secondo tempo, l’FBI ha sequestrato il computer dell’ex parlamentare Anthony Weiner. Costui è l’ex marito di Huma Abedin, capo dello staff di Hillary. Lì sono stati trovati messaggi di posta elettronica provenienti dalla Segretaria di Stato.
Anthony Weiner è un politico ebreo, molto vicino ai Clinton, che aspirava a diventare sindaco di New York. Fu costretto a dimettersi dopo uno scandalo assai puritano: aveva inviato SMS erotici a una giovane donna diversa da sua moglie. Huma Abedin si separò ufficialmente da lui nel corso di questa bufera, ma in realtà non lo lasciò.
Huma Abedin è una statunitense allevata in Arabia Saudita. Suo padre gestisce una rivista accademica – di cui è stata per anni la segretaria editoriale – che riproduce regolarmente il parere dei Fratelli Musulmani. Sua madre presiede l’associazione saudita delle donne che fanno parte della Fratellanza e ha lavorato con la moglie dell’ex presidente egiziano Mohamed Morsi. Suo fratello Hassan lavora per conto dello sceicco Yusuf al-Qaradawi, predicatore dei Fratelli Musulmani e consigliere spirituale di Al-Jazeera.

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In occasione di una visita ufficiale in Arabia Saudita, la segretaria di Stato visita il collegio Dar al-Hekma accompagnata da Saleha Abedin (madre del suo capo di gabinetto), presidente dell’Associazione delle Sorelle che fanno parte della Fratellanza.

Huma Abedin è oggi una figura centrale nella campagna elettorale clintoniana, accanto al responsabile della campagna, John Podesta, ex segretario generale della Casa Bianca sotto la presidenza di Bill Clinton. Podesta è inoltre il lobbista ufficiale del Regno dell’Arabia Saudita al Congresso, per la modica cifra di 200 mila dollari mensili. Il 12 giugno 2016, Petra, l’agenzia di stampa ufficiale della Giordania, ha pubblicato un’intervista con il principe ereditario saudita, Mohamed bin Salman, nella quale affermava la modernità della sua famiglia che aveva illegalmente finanziato circa il 20% della campagna presidenziale di Hillary Clinton, anche se si tratta di una donna. Il giorno dopo questa pubblicazione, l’agenzia ha annullato questo servizio e ha assicurato che il suo sito web era stato violato.

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Secondo l’agenzia di stampa giordana Petra (12 giugno 2016), la famiglia reale saudita ha illegalmente finanziato il 20% della campagna presidenziale di Hillary Clinton.

La signora Abedin non è l’unica componente dell’amministrazione Obama ad aver legami con la Fratellanza. Il fratellastro del presidente, Abon’go Malik Obama, è il tesoriere dell’Opera missionaria dei Fratelli in Sudan e presidente della Fondazione Barack H. Obama. Lavora direttamente sotto il comando del presidente sudanese Omar al-Bashir. Un Fratello musulmano è membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale, la più elevata istanza esecutiva negli Stati Uniti. Dal 2009 al 2012, è stato il caso di Mehdi K. Alhassani. Non si sa chi gli sia succeduto, ma la Casa Bianca aveva negato che un Fratello fosse membro del Consiglio fino a quando non emerse una prova. È inoltre un Fratello l’ambasciatore degli Stati Uniti alla Conferenza islamica, Rashad Hussain. Gli altri Fratelli identificati occupano funzioni meno importanti. Occorre tuttavia ricordare Louay M. Safi, attuale membro della Coalizione Nazionale siriana ed ex consigliere del Pentagono.

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Il presidente Obama e il suo fratellastro Malik Obama Abon’go nello Studio Ovale. Abon’go Malik è il tesoriere del lavoro missionario dei Fratelli Musulmani in Sudan.

Nell’aprile 2009, due mesi prima del suo discorso al Cairo, il presidente Obama aveva segretamente ricevuto una delegazione della Confraternita allo Studio Ovale. Aveva già invitato, in occasione del suo insediamento, Ingrid Mattson, la presidente dell’Associazione dei Fratelli e delle Sorelle Musulmani negli Stati Uniti.
Da parte sua, la Fondazione Clinton ha impiegato come responsabile del suo progetto “Clima” Gehad el-Haddad, uno dei dirigenti mondiali della Fratellanza che era stato fino ad allora responsabile di una trasmissione televisiva coranica. Suo padre era stato uno dei co-fondatori della Fratellanza nel 1951 in occasione della sua rifondazione da parte della CIA e dell’MI6. Gehad ha lasciato la fondazione nel 2012, quando al Cairo divenne il portavoce del candidato Mohamed Morsi, e in seguito quello ufficiale della Fratellanza Musulmana su scala mondiale.
Sapendo che la totalità dei leader jihadisti nel mondo sono emersi sia dalla Fratellanza sia dall’Ordine sufi Naqshbandi – le due componenti della Lega islamica mondiale, l’organizzazione saudita anti-nazionalista araba – vorremmo saperne di più sulle relazioni della signora Clinton con l’Arabia Saudita e i Fratelli.
Si scopre che nella squadra del suo sfidante Donald Trump, ci trova il generale Michael T. Flynn, che ha cercato di opporsi alla creazione del Califfato da parte della Casa Bianca e si è dimesso dalla direzione della Defense Intelligence Agency (Agenzia d’intelligence militare) per rimarcare la sua disapprovazione. Gli si affianca Frank Gaffney, un “reduce della guerra fredda”, ormai qualificato come “cospirazionista” per aver denunciato la presenza dei Fratelli nello Stato federale.
Va da sé che, dal punto di vista dell’FBI, tutto il sostegno alle organizzazioni jihadiste sia un reato, indipendentemente dalla politica della CIA. Nel 1991, la polizia – nonché il senatore John Kerry – avevano causato il fallimento della banca pakistana (benché registrata nelle Isole Cayman) BCCI, che la CIA utilizzava in ogni sorta di operazioni segrete con i Fratelli Musulmani e anche con i cartelli latini della droga.

Traduzione
Matzu Yagi

Fonte
Megachip-Globalist (Italia)

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L’estrema sinistra imperialista

Thierry Meyssan torna sul sostegno all’imperialismo degli Stati Uniti dell’estrema sinistra durante la guerra fredda e derive attuali. I piccoli gruppi che collaboravano coi socialdemocratici degli USA successivamente divennero il movimento neo-con e sostenitori di sinistra dei Fratelli musulmani e della “primavera araba”. Inoltre, divennero le volenterose spie della NED.
| Damasco (Siria)
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Sotto i presidenti Lyndon Johnson e Richard Nixon, la CIA cercò di arruolare attivisti comunisti nel modo e metterli contro Mosca e Pechino. Così, durante la guerra civile libanese, Riyadh al-Turqi ruppe col partito comunista siriano assieme a cinquanta attivisti, tra cui George Sabra e Michel Kilo.


Per non restare isolati, contattarono un piccolo gruppo di estrema sinistra statunitense, i Socialdemocratici degli Stati Uniti d’America, cui si affiliarono.
Negli “anni di piombo” che la Siria conobbe nel 1978-1982 con la campagna terroristica dei Fratelli musulmani, George Sabra e Michel Kilo ebbero dal capo dei socialdemocratici degli Stati Uniti d’America, Carl Gershman, l’indicazione di sostenere la Fratellanza. Pubblicarono un testo che garantiva che la rivoluzione mondiale era in corso e che i Fratelli musulmani erano l’avanguardia del proletariato, e che l’”Ora X” sarebbe arrivata dagli Stati Uniti. Furono arrestati per i loro legami con i terroristi.
Nel 1982, il presidente Reagan creò con i partner dei “cinque occhi”, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Regno Unito, una nuova agenzia d’intelligence per sostenere l’opposizione interna negli Stati comunisti, la National Endowment for Democracy (NED), camuffando tale agenzia intergovernativa da “ONG” finanziata direttamente dal Congresso, non dal governo federale, anche se rientra nel bilancio del dipartimento di Stato. La gestione fu affidata a Carl Gershman.
Gli attivisti del partito trotskista lo seguirono nel suo viaggio dalla sinistra alla destra repubblicana. Tra costoro, un gruppo di giornalisti della rivista sionista Commentary, che entreranno nella storia come i “neo-conservatori”, ed intellettuali come Paul Wolfowitz, poi vicesegretario alla Difesa.
Il punto d’incontro tra imperialismo e sinistra antisovietica degli Stati Uniti si ebbe sul concetto di “rivoluzione globale”. I trotskisti ebbero carta bianca nell’attuarla finché era contro i sovietici e non Washington e i suoi alleati.
Formarono i quattro rami della NED, uno per i sindacati, uno per i datori di lavoro, il terzo per i partiti di sinistra e il quarto per i partiti di destra. Ebbero così modo di supportare qualsiasi fazione politica o sociale, in qualsiasi parte del mondo.
Attualmente, il ramo per i corrotti partiti di destra, l’International Republican Institute (IRI), è guidato dal senatore John McCain, che è sia parlamentare dell’opposizione che funzionario dell’amministrazione che contesta. Il ramo per i partiti di sinistra, il National Democratic Institute (NDI), è guidato dall’ex-segretaria di Stato Madeleine Albright.
Durante la preparazione della “primavera araba”, l’estrema sinistra araba continuò a collaborare con i Fratelli musulmani, come il professor Munsif Marzuqi, futuro presidente tunisino, o il professor Burhan Galiun, futuro presidente del Consiglio nazionale siriano. Tali grandi laici scrissero i discorsi dell’algerino Abafa Madani, capo del Fronte di salvezza islamico esiliato in Qatar.
Il discorso dell’estrema sinistra è un’amalgama basata sulla convinzione che gli Stati arabi siano tutti uguali, che si tratti del re saudita Salman o del Presidente siriano al-Assad. Gli unici governi che rispettano sono quelli di Washington e Tel Aviv.
Oggi Galiun, Sabra e Kilo sono gli unici lasciti della presunta “rivoluzione siriana”; una falsa sinistra, non al servizio dell’umanità ma del dominio mondiale di Stati Uniti e Israele.

Traduzione
Alessandro Lattanzio
(Sito Aurora

Preso da: http://www.voltairenet.org/article193757.html

Bahar Kimyongür: “Le elite occidentali e le monarchie del Golfo hanno gli stessi obiettivi e la stessa immoralità”

Gli ultimi sviluppi nel Medio Oriente e nel Maghreb analizzati dall’attivista, scrittore e giornalista belga di origine turca, Bahar Kimyongür, in un intervista concessa al portale di informazione, “Algerie Patriotique”.

Il testo dell’intervista originale su “Algerie Patriotique”.

La Francia ha appena consegnato al principe ereditario saudita la Legione d’Onore, mentre il Belgio ha concesso al presidente turco Recep Tayyip Erdogan l’Ordine di Leopoldo. Si tratta di due alti riconoscimenti per i paesi che sostengono il terrorismo. Come si spiega. L’Occidente premia  gli sponsor del terrorismo?

Le elite occidentali e le monarchie del Golfo sono parte dello stesso mondo. I nostri leader ed i loro re hanno gli stessi obiettivi e la stessa immoralità. I leader francesi e belgi vogliono mantenere buoni rapporti con gli amici, clienti e alleati strategici. Essi sono disposti a compromessi per soddisfare i peggiori interessi personali.

Come ha detto il consulente di Hollande per il Medio Oriente, David Cvach, “è giunto il momento di comprare azioni MBN” iniziali di Mohammed Bin Nayaf. Il capo del paese dei diritti umani compra i favori dei torturatori, assassini e criminali di guerra e viceversa. È il contrario di quello dovrebbe sorprendere.

I nostri leader cercano di giustificarsi dicendo che i regimi sauditi e turchi lottano contro il terrorismo, mentre questi due regimi sono i principali sponsor del terrorismo in Medio Oriente. Si dice che il denaro non ha colore o odore. Tuttavia, il denaro che il principe Mohammed Bin Najaf offre Hollande ha un odore: l’odore del sangue delle vittime del terrorismo.

C’è stato un tempo in cui l’Occidente ha elogiato il “modello turco”, definendo il governo di Erdogan di “moderata e liberale”. Tuttavia, il coinvolgimento diretto di Erdogan in conflitti interni in Iraq, Egitto, Iraq e Siria e la persecuzione contro i media opposizione lo hanno fatto l’uomo più odiato della regione. Come spieghi il suo passo da riformatore a dittatore?

Erdogan è sempre stato un dittatore insaziabile. In un primo momento, ha dovuto nascondere il suo gioco e affidarsi alla confraternita di Fethullah Gülen, flirtando con l’élite intellettuale, d’accordo con le forze politiche e gli attori economici, seducendo l’Unione europea, sostenendo la causa palestinese di fronte a Shimon Peres al Forum economico di Davos, etc. Ha praticato la dissimulazione, al fine di salire le scale e ottenere pieni poteri.

Tuttavia, quando la sua popolarità ha portato alle vittorie elettorali ripetute e sentiva che c’era una rete di sostegno internazionale dei Fratelli Musulmani, ha poi mostrato il suo temperamento da bullo. L’amministrazione Obama ha spinto Erdogan ad impegnarsi in una guerra contro la Siria di Bashar al-Assad come l’amministrazione Carter e Reagan hanno spinto Saddam Hussein ad attaccare l’Iran di Khomeini.

Le pressioni degli Stati Uniti su Erdogan affinché si implicasse nel conflitto siriano sono state rivelati dal quotidiano Sabah, un media pro-Erdogan, che ha raccontato di un incontro tra il leader turco e poi con direttore della CIA, Leon Panetta, a marzo 2011. La missione di Panetta era quella di convincere Erdogan ad affrontare Assad ha e lo ha fatto. Erdogan ha ricevuto il FSA(Esercito siriano libero ndr), la Coalizione Nazionale Siriano (CNS) e poi i terroristi di tutto il mondo. Tutte queste forze agiscono nell’interesse e per conto di Erdogan che, a sua volta, agisce per conto degli USA.

Infine, Erdogan è diventato un dittatore, ma anche un semplice esecutore degli ordini di Washington e intermediario tra gli Stati Uniti e la Galassia ISIS-Nusra-Ahrar-FSA.

“L’ISIS scomparirà quando Assad andra via”, ha detto il ministro degli Esteri saudita Adel al Jubeir, in visita in Francia pochi giorni fa. Non è questa una ammissione indiretta che il gruppo terroristico agisce sostenuto dall’Arabia Saudita?

Il regime wahhabita è consapevole che la sua dottrina è la stessa dell’ISIS. Egli osserva, non senza timore che la simpatia della popolazione saudita è in crescita verso l’ISIS. La monarchia rifiuta la presenza dell’ISIS nel suo territorio. Al contrario, questa monarchia vede l’ISIS come un male minore in Siria, Yemen e Iraq perché questo gruppo terroristico combattere gli stati, le ideologie e le comunità che giudica ostili: la laicità della Siria, l’Iran sciita, Zaidi, lo Yemen, gli alawiti e le minoranze cristiane in Siria.

Quindi, vi è una chiara strumentalizzazione dell’ISIS da parte del regime saudita. Durante la conquista di Mosul da parte dell’ISIS nel 2014, i media vicini al potere saudita, lo hanno accolto come il trionfo di quello che chiamavano “rivoluzione sunnita” contro, gli sciiti, (il primo ministro iracheno Nuri al Maliki).

Il gran numero di sauditi nell’ISIS, tra cui alti funzionari dell’esercito saudita, è un’illustrazione della vicinanza ideologia e strategica tra ISIS e Al Saud. Le guerre del regime saudita contro l’Iraq, la Siria, il Libano e Yemen sono condotte attraverso il sostegno all’ISIS e Al Qaida nella regione. Se l’Arabia Saudita aveva davvero voluto il benessere del popolo yemenita, si sarebbe alleata con l’esercito e gli Huthi contro l’ISIS e Al Qaida. Invece no. Re Salman sta cercando di distruggere le sole forze yemenite che resistono contro i due gruppi terroristici più barbari del mondo.

La Tunisia soffre gli attacchi terroristici dallo scorso anno, l’ultimo dei quali è stato quello di Ben Guerdane. Il trionfalismo mostrato dai tunisini potrebbe  avere un effetto nefasto per la lotta contro il terrorismo?

Il giorno dopo un fatto così traumatizzante come l’ operazione jihadista di Ben Guerdane, il trionfalismo può essere utile per tenere unito il popolo tunisino intorno al suo esercito. Ma il governo tunisino deve stare attento a non riposare sugli allori in quanto il jihadismo tunisino non è stato eliminato. Quasi 5.000 tunisini combattono in Siria e più di mille in Libia.

La Tunisia non è più un teatro frequente di attacchi terroristici di ampiezza, come l’attacco del Museo del Bardo, di Sousse, l’esplosione in un autobus militare, in Tunisia, per non parlare dei delitti diretti contro attivisti di sinistra come Chokri Belaid e Mohammed Brahmi. Il santuario terrorista libico è alle porte della Tunisia. La guerra del popolo tunisino contro l’ISIS è tutt’altro che finita.

Cosa pensa della situazione attuale in Siria?

Dopo l’intervento russo, i terroristi in Siria non hanno raggiunto alcuna vittoria. Gli attacchi lanciati contro esercito siriano finiscono sempre nella sconfitta. Damasco è salda. I distretti di Aleppo occupati dai terroristi vengono gradualmente cancellati da parte dell’esercito. La provincia di Latakia è stata completamente liberato. A Deraa, i gruppi terroristici si sono ritirate. Palmira è diventato una tomba per l’ISIS. Sono le province di Idleb, il bastione di Al-Nusra, e poi Raqqa e Deir ez-Zor, le due province quasi interamente occupate dall’ISIS.

Sul fronte settentrionale, le Forze Democratiche siriane, guidati da YPG curde milizie sono riuscite a espellere l’ISIS, in provincia di Hasaka e avanzare nel nord di Aleppo.

L’annuncio del presidente russo di ritirare la maggior parte delle truppe sul fronte siriano indica che la Siria dovrà prendersi cura di se stessa e fare lo sforzo di eliminare i resti dei gruppi terroristici. Detto questo, l’esercito siriano continuerà ad essere sostenuto dal cielo dai russi e da terra daller Forze di Difesa Nazionale, dagli iraniani, dal Hezbollah libanesi, da volontari afgani e dalle milizie sciite, dai volontari internazionali sunniti (Guardia nazionale araba),dalle tribù sunnite siriane (Shaitat, Magawir), dai drusi dello Scudo della Nazione, dalle Brigate assire (Sotoro) etc.

Parallelamente, diverse iniziative di riconciliazione si svolgono a margine dei negoziati di Ginevra. Allo stesso tempo, si registra l’ingresso di aiuti umanitari nelle città assediate. Cinque anni dopo l’inizio della controrivoluzione siriana, siamo in grado di credere che possiamo vedere la fine dell’incubo.

L’Algeria ha rifiutato di partecipare alla coalizione saudita contro lo Yemen e di etichettare Hezbollah una “organizzazione terroristica”.L’ Algeria si è trasformata in un bastione contro l’egemonismo saudita con l’Iraq, Siria e Libano?

L’Algeria conosce meglio di qualsiasi altro paese il colonialismo occidentale e il terrorismo jihadista. Il popolo algerino ha subito queste due calamità per due decenni e alla fine le ha superate: nel 1954-1962 e 1991-2002, rispettivamente. L’Algeria conosce meglio di qualsiasi altro Paese musulmano le devastazioni ideologici e culturali del wahhabismo nel mondo islamico ed i valori sacri e universali di resistenza nel mondo islamico incarnate da Hezbollah. Anche durante i momenti più critici della crisi siriana, l’Algeria non ha mai nascosto la sua simpatia per il popolo siriano, il suo governo e il suo esercito insistendo sulla necessità di trovare una soluzione politica alla crisi siriana. Questa posizione di rispetto per la sovranità nazionale siriana ha fatto in modo che l’ Algeria si guadagnasse l’attacco costante del regime saudita. Diversi paesi arabi hanno continuato più o meno apertamente, i rapporti con la Siria, in particolare l’Egitto, la Tunisia e l’Oman, ma solo l’Algeria ha mantenuto una forte solidarietà con la Siria.

Nonostante le pressioni saudite e occidentali, l’Algeria ha mantenuto ottimi rapporti con l’Iran distruggendo così il mito di uno scontro tra sunniti e sciiti. L’Algeria, come capitale del Terzo Mondo, ha mantenuto fedele alla sua storia. Questo è un grande onore per il popolo algerino. Il popolo siriano, che continua a resistere, gli sarà infinitamente grato.

Fonte: Algerie Patriotique
Notizia del:

“Grande Israele”: Il piano sionista per il Medio Oriente Il famigerato “Piano di Oded Yinon”.

Torna ad essere di interesse generale conoscere la storia del medio oriente, per tutte le guerre che ivi sono combattute sia per interessi economici (petrolio e gas) ma in particolare per le diatribe tra le regioni ed etnie e religioni.
Proponiamo una lettura de “Il piano sionista per il Medio Oriente” curato dallo studioso Israel Shahak e tradotto con l’ausilio di google

Sa Defenza

Storia Ebraica e Giudaismo: il peso di tre millenni
“Shahak è il più recente, se non l’ultimo, dei grandi profeti”

Alla fine degli Anni Cinquanta, quel grande pettegolo e storico dilettante che era John F. Kennedy mi disse che nel 1948 Harry Truman, proprio quando si presentò candidato alle elezioni presidenziali, era stato praticamente abbandonato da tutti. Fu allora che un sionista americano andò a trovarlo sul treno elettorale e gli consegnò una valigetta con due milioni di dollari in contanti. Ecco perché gli Stati Uniti riconobbero immediatamente lo Stato d’Israele.

A differenza di suo padre, il vecchio Joe, e di mio nonno, il senatore Gore, né io né Jack eravamo antisemiti e così commentammo quell’episodio come una delle tante storielle divertenti che circolavano sul conto di Truman e sulla corruzione tranquilla e alla luce del sole della politica americana.

Purtroppo, quell’affrettato riconoscimento dello Stato d’Israele ha prodotto quarantacinque anni di confusione e di massacri oltre alla distruzione di quello che i compagni di strada sionisti credevano sarebbe diventato uno stato pluralistico, patria dei musulmani, dei cristiani e degli ebrei nati in Palestina e degli immigrati europei e americani, compreso chi era convinto che il grande agente immobiliare celeste avesse dato loro, per l’eternità, il possesso delle terre della Giudea e della Samaria. Poiché molti di quegli immigrati, quando erano in Europa, erano stati sinceri socialisti, noi confidavamo che non avrebbero mai permesso che il nuovo stato diventasse una teocrazia e che avrebbero saputo vivere, fianco a fianco, da eguali, con i nativi palestinesi

Disgraziatamente, le cose non andarono così. Non intendo passare ancora una volta in rassegna le guerre e le tensioni che hanno funestato e funestano quella infelice regione. Mi basterà ricordare che quella frettolosa invenzione dello Stato d’Israele ha avvelenato la vita politica e intellettuale degli Stati Uniti, questo improbabile patrono d’Israele. Dico improbabile perché, nella storia degli Stati Uniti, nessun’altra minoranza ha mai estorto tanto denaro ai contribuenti americani per Investirlo nella “propria patria”. E’ stato come se noi contribuenti fossimo stati costretti a finanziare il Papa per la riconquista degli Stati della Chiesa semplicemente perché un terzo degli abitanti degli Stati Uniti sono di religione cattolica.

Se si fosse tentata una cosa simile, ci sarebbe stata una reazione violentissima e il Congresso si sarebbe subito opposto decisamente. Nel caso degli ebrei, invece, una minoranza che rappresenta meno del due per cento della popolazione ha comprato o intimidito settanta senatori, i due terzi necessari per anullare un comunque improbabile veto presidenziale, e si è valsa del massiccio appoggio dei media.

In un certo senso, ammiro il modo in cui la lobby ebraica è riuscita a far sì che, da allora, miliardi e miliardi di dollari andassero ad Israele “baluardo contro il comunismo”. In realtà, la presenza dell’URSS e il peso del comunismo sono stati, in quelle regioni, men che rilevanti e l’unica cosa che noi americani siamo riusciti a fare è stato di attirarci l’ostilità del mondo arabo che prima ci era amico
.Ancora più clamorosa è la disinformazione su tutto quanto avviene nel Medio Oriente e se la prima vittima di quelle sfacciate menzogne è il contribuente americano, all’opposto lo sono anche gli ebrei degli Stati Uniti che sono continuamente ricattati da terroristi di professione come Begin o Shamir. Peggio ancora, salvo poche onorevoli eccezioni, gli intellettuali ebrei americani hanno abbandonato il liberalismo per stipulare demenziali alleanze con la destra politico religiosa cristiana, antisemita, e con il complesso militare-industriale del Pentagono. Nel 1985, uno di quegli intellettuali dichiarò apertamente che quando gli ebrei erano arrivati negli Stati Uniti avevano trovato «più congeniali l’opinione pubblica e i politici liberali ma che, ora, è interesse dell’ebraismo allearsi ai fondamentalisti protestanti perché, dopo tutto, ‘Vè forse qualche ragione per cui noi ebrei dobbiamo restar fedeli, dogmaticamente e con l’ipocrisia, alle idee che condividevamo ieri?».

A questo punto, la sinistra americana si è divisa e quelli di noi che criticano i nostri ex-alleati ebrei per questo loro insensato opportunismo vengono subito bollati con i rituali epiteti di “antisemita” o di “odiatori di se stessi”.

Per fortuna, la voce della ragione è ancora viva e forte e viene proprio dalla stessa Israele. Da Gerusalemme, Israel Shahak, con le sue continue e sistematiche analisi, smaschera la sciagurata politica israeliana e lo stesso Talmùd, in altre parole l’effetto che ha tutta la tradizione rabbinica sul piccolo Stato d’Israele che i rabbini di estrema destra di oggi vogliono trasformare in una teocrazia riservata ai soli ebrei.

Shahak guarda con l’occhio della satira tutte le religioni che pretendono di razionalizzare l’irrazionale e, da studioso, fa risaltare le contraddizioni contenute nei testi. E’ un vero piacere leggere, con la sua guida, quel grande odiatore dei gentili che fu il dottor Maimonide!

Inutile dire che le autorità israeliane deplorano l’opera di Shahak ma non possono far nulla contro un docente universitario di chimica in pensione, nato a Varsavia nel 1933 che ha passato alcuni anni della sua infanzia nel campo di concentramento nazista di Belsen. Nel 1945 Shahak andò in Israele; ha prestato servizio nell’esercito israeliano e non è diventato marxista negli anni in cui essere marxisti era di gran moda. Shahak era, ed è, un umanista che detesta l’imperialismo sia che si manifesti come il Dio di Abramo che come la politica di George Bush e, con lo stesso vigore, la stessa ironia e competenza, si oppone al nocciolo totalitario del giudaismo.

Israel Shahak è un Thomas Paine più colto che continua a ragionare e, di anno in anno, ci rivela le propsepttive che abbiamo e ci dà gli strumenti per chiarirci la lunga storia che sta alle nostre spalle.

Coloro che si preoccupano per lui saranno forse più saggi o, – devo proprio dirlo? – migliori, ma Shahak è il più recente, se non l’ultimo, dei grandi profeti.

globalresearch.ca
Introduzione di Michel Chossudovsky

Il seguente documento di pertinenza della formazione della “Grande Israele” costituisce la pietra angolare di potenti fazioni sioniste all’interno dell’attuale governo Netanyahu, il Likud, e all’interno i militari israeliani e istituzione di intelligence.
Secondo il padre fondatore del sionismo Theodor Herzl, “l’area dello Stato ebraico si estende:”. Dal torrente d’Egitto al fiume Eufrate “Secondo Rabbi Fischmann,” la terra promessa si estende dal fiume d’Egitto fino all’Eufrate, Comprende parti di Siria e Libano. ”

Se visti nel contesto attuale, la guerra in Iraq, la guerra del 2006 in Libano, la guerra 2011 sulla Libia, la guerra in corso in Siria, per non parlare del processo di cambiamento di regime in Egitto, deve essere inteso in relazione al Piano Sionista per il Medio Oriente. Quest’ultimo consiste in indebolimento e infine fratturazione stati arabi confinanti, come parte di un progetto espansionista israeliana.
“Grande Israele” consiste in un’area che si estende dalla Valle del Nilo all’Eufrate.
Il progetto sionista appoggia il movimento insediamento ebraico. Più in generale si tratta di una politica di escludere i palestinesi dalla Palestina portando alla eventuale annessione sia della Cisgiordania e di Gaza allo Stato di Israele.
Grande Israele avrebbe creato un certo numero di membri del proxy. Esso dovrebbe includere parti del Libano, la Giordania, la Siria, il Sinai, così come le parti di Iraq e Arabia Saudita. (Vedi mappa).
Secondo Mahdi Darius Nazemroaya in un articolo di Global Research 2011, Il Piano Yinon era una continuazione di design coloniale della Gran Bretagna in Medio Oriente:
“[Il piano Yinon] è un piano strategico di Israele per garantire la superiorità regionale israeliana.Insiste e stabilisce che Israele deve riconfigurare il suo ambiente geo-politico attraverso la balcanizzazione degli stati arabi circostanti in stati più piccoli e più deboli.
Strateghi israeliani hanno l’Iraq come la loro più grande sfida strategica da uno stato arabo. È per questo che l’Iraq è stato delineato come il fulcro per la balcanizzazione del Medio Oriente e del mondo arabo. In Iraq, sulla base dei concetti del Piano Yinon, gli strateghi israeliani hanno chiesto la divisione dell’Iraq in uno stato curdo e due stati arabi, uno per i musulmani sciiti e l’altro per i musulmani sunniti. Il primo passo verso la creazione di questa era una guerra tra Iraq e Iran, che il Piano Yinon discute.
The Atlantic, nel 2008, e Armed Forces Journal delle forze armate degli Stati Uniti, nel 2006, entrambi pubblicati mappe ampiamente diffuse che seguivano da vicino lo schema del Piano Yinon. A parte un Iraq diviso, che il Piano Biden chiede anche, il Piano Yinon chiede un Libano diviso, l’Egitto e la Siria. Il partizionamento di Iran, Turchia, Somalia e Pakistan anche tutti rientrano in linea con questi punti di vista. Il Piano Yinon chiede anche la dissoluzione del Nord Africa e prevede come partenza dall’Egitto per poi riversarsi in Sudan, Libia, e il resto della regione.
Grande Israele “richiede la rottura degli Stati arabi esistenti in piccoli stati.
“Il piano opera su due premesse fondamentali. Per sopravvivere, Israele deve 1) diventare una potenza regionale imperiale , e 2) deve effettuare la divisione di tutta l’area in piccoli stati con la dissoluzione di tutti gli stati arabi esistenti. Piccola qui dipenderà dalla composizione etnica o settaria di ogni stato. Di conseguenza, la speranza sionista è che gli stati settario basata diventano satelliti di Israele e, ironia della sorte, la sua fonte di legittimazione morale … Questa non è un’idea nuova, né di superficie per la prima volta in sionista pensiero strategico. Infatti, frammentando tutti gli stati arabi in unità più piccole è stato un tema ricorrente. “(Piano Yinon, vedi sotto)
Visto in questo contesto, la guerra alla Siria è parte del processo di espansione territoriale israeliana.Intelligence israeliana a doppio filo a lavorare con gli Stati Uniti, la Turchia e la NATO è direttamente solidale di Al Qaeda mercenari terroristi all’interno della Siria.
Il progetto sionista richiede anche la destabilizzazione dell’Egitto, la creazione di divisioni tra fazioni all’interno Egitto come strumentato dalla “primavera araba”, che porta alla formazione di uno Stato basato settaria dominato dai Fratelli Musulmani.

Preso da: http://sadefenza.blogspot.it/2013/08/grande-israele-il-piano-sionista-per-il.html

Geopolitica, quello che i media non dicono – Guerra del Gas: il caso Libia

di Naman Tarcha 2 aprile 2015
Nel mondo della geopolitica nulla avviene per caso: potrebbe anche sembrare una coincidenza, ma è certo che tutte le crisi e i conflitti avvengono in paesi con enormi risorse energetiche, produttori ed esportatori, oppure posizionati sulle vie di passaggio dell’energia. Se un giorno i cartelli dei pacifisti inascoltati contro le guerre portavano la scritta No Oil War, oggi tutti sanno (e pochi ne parlano) che siamo nell’era del Gas War.
Siamo di fronte ad una guerra mondiale a puntate, in zone che sembrano scollegate ma che in realtà compongono un mosaico di un nuovo equilibrio energetico mondiale, che riguarda da un lato riserve e giacimenti di gas e dall’altro i gasdotti e le vie di commercializzazione ed esportazione. Diversi obiettivi che riflettono gli interessi dei paesi coinvolti.
Partiamo dalla Libia. La scusa è sempre la stessa: aiutare il popolo libico sostenendo i ribelli, liberatori della Libia, ma è il gas il vero motore.
La Libia rischia di frantumarsi: è divisa tra due governi, uno legittimo riconosciuto dalla comunità internazionale, e uno guidato dal movimento dei Fratelli Musulmani legato alla Turchia e sponsorizzato dal Qatar. La questione principale resta quella delle fonti energetiche controllate da questi governi, che potrà avere effetti sulla spartizione delle riserve economiche. Le conseguenze di ciò che sta accadendo oggi sono un diverso assetto del paese, che ne faciliti il controllo, dividendolo per ridistribuire i contratti di petrolio, fermando però i progetti e gli scavi di gas, sotto le minaccia dell’IS.
Resta finora sulla carta invece la risoluzione contro le fonti di finanziamento del cosiddetto “stato islamico” e di altre organizzazioni jihadiste approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la possibilità di infliggere sanzioni economiche a chi non la rispetta. La risoluzione proibisce, oltre al saccheggio, il contrabbando del patrimonio culturale di Siria e Iraq, esorta gli Stati membri a non pagare riscatti per gli ostaggi, e vieta il commercio del petrolio da cui l’IS ricaverebbe circa 900mila euro.
Infatti i sospetti sui traffici turchi riguardano i diversi siti delle industrie petrolifere nelle mani dei vari gruppi armati del cosiddetto Stato Islamico che gestiscono la rivendita illegale del petrolio e dei suoi derivati finanziando direttamente il terrorismo. Le milizie islamiche Alba Libica, nemiche del governo libico, contano pare sull’appoggio di Ankara, grazie ad un intenso traffico di aeri passeggeri e cargo fuori controllo.
Il governo libico non usa mezzi termini e punta il dito contro la Turchia, escludendola dai contratti petroliferi: “Sebbene nel recente passato abbiamo prove che Sudan e Qatar abbiano sostenuto gruppi terroristici, oggi è dalla Turchia che arriva un impatto negativo sulla sicurezza e sulla stabilità della Libia”. Il capo di governo Al Thani con queste parole accusa dichiaratamente questi due paesi di ingerenze attraverso il sostegno al governo parallelo di Tripoli guidato dai Fratelli musulmani e ai gruppi armati.
Nella guerra della Libia , dichiarata in tre giorni, finanziata e guidata direttamente dal Qatar con l’esecuzione della Francia, l’unico piano effettivo stabilito era che il Qatar si impegnava a commercializzare ed esportare l’energia libica.
In Libia si ripete lo stesso film dell’Afganistan, ma con attori diversi. Il Qatar, il primo paese al mondo per riserve di gas naturale, guardava in realtà con attenzione la Libia e le sue risorse energetiche, per la sua posizione geografica molto più strategica nei confronti delle’Europa. Shell, dopo due contratti, uno nel 2005 e un’altro nel 2008, stranamente aveva bloccato temporaneamente suoi progetti di esplorazione nei giacimenti di gas in Libia dichiarando che non avevano dato buoni risultati.
Secondo fonti americane il Qatar ha saldato il conto della guerra in Libia, costata 200 milioni di dollari ogni giorno: soldi spesi bene per l’obbiettivo finale di bloccare il flusso di gas libico in Europa.
Gli Usa in effetti non erano molto entusiasti per la guerra in Libia: otto società americane avevano già contratti petroliferi vantaggiosi. La Francia invece, ignorando gli interessi dell’Italia, con la pressione del Qatar che controlla l’economia francese e ne detta le regole e la politica estera, aveva invece grande interesse.Cosa guadagnano gli Stati Uniti? Bloccare intanto la Russia e il suo potere crescente che, insieme al gruppo del BRICS, potrebbe danneggiare gli interessi americani e l’alleanza Nato, confermandosi come unico produttore energetico mondiale.

Libia, l’esempio per eccellenza delle crisi senza fine

16 gennaio 2014
dopo tre anni dall’invasione NATO la Libia racchiude due esempi estremamente significativi.

Il primo riguarda la deriva reazionaria e caotica che hanno intrapreso le Primavere Arabe del Nord Africa, dove movimenti islamici più o meno moderati hanno sfruttato l’ondata rivoluzionaria per accedere al potere e immediatamente dopo trasformarsi in nuovi regimi di repressione, rulli compressori degli spazi democratici faticosamente conquistati.

In Egitto un anno di mandato presidenziale di Morsi e della Fratellanza Islamica é stato sufficiente a trasformare l’esercito nell’apparente unico salvatore della nazione dal caos e dal pericolo teocratico. Il recente annuncio del Generale Sisi riguardante la sua volontà di partecipare alle prossime elezioni Presidenziali é stato accolto con entusiasmo dalla metà della popolazione che teme lo scoppio della guerra civile, compresi i movimenti più radicali e di sinistra che si posero alla guida dell’ondata di cambiamento democratico nei primi giorni della rivoluzione.

Il secondo esempio ci illustra esaurientemente come le interferenze della Francia, costantemente attuate nel Continente, aumentano invece di risolvere l’instabilità nei paesi africani.

La Libia é l’esempio più maturo storicamente del caos prodotto dalla politica estera del Presidente Francois Hollande che supera in ambizione, arroganza e aggressività persino quella intrapresa dal suo predecessore Sarkozy. Al paese nord africano sono seguiti Mali e Repubblica Centroafricana.

Mentre in Libia la France-Afrique ha preferito adottare una strategia indiretta attraverso la NATO e supportando gruppi ribelli che inevitabilmente ora sono la principale fonte di instabilità nel paese, in Mali e RCA, “Pays des Negres” la Francia ha inviato le sue forze armate, liberando gli antichi spettri delle truppe coloniali.

Il risultato é evidente. Un Mali instabile e profondamente diviso su basi geografiche: nord e sud e su basi religiose: mussulmani e cristiani. La Repubblica Centroafricana sta vivendo le peggiori pulizie etniche della sua fragile e contraddittoria storia post indipendenza.

Le milizie cristiane, formate da brutali bande di disoccupati e analfabeti reclutati nei sobborghi più poveri di Bangui e nei villaggi all’interno del paese ma senza alcun apparente appoggio del clero cattolico, seminano terrore e morte nelle comunità mussulmane sia autoctone che straniere (Ciad, Senegal, Mali) in rivincita dei massacri precedetemene compiuti dalla coalizione ribelle dei Séléka. Massacri che sono stati superati, per ampiezza e organizzazione, dagli attuali compiuti da queste milizie cristiane sotto gli occhi indifferenti dei soldati francesi.

Prime timide voci di dissenso internazionale si arrischiano ad affermare che l’esercito francese non solo é indifferente, ma favorisce queste milizie. Secondo il parere di questi osservatori le milizie sarebbero state utilizzate come forma di pressione per costringere il Presidente ad Interim Michel Djotodia a dimettersi. Ora raggiunto l’obiettivo molti si pongono seri dubbi su un loro reale disarmo. Per la prima volta dai tempi del terrore dell’Imperatore Bokassa, in Centroafrica é ritornato il cannibalismo come forma rituale di sterminio totale del nemico.

Ritorniamo alla Libia. Quale é la situazione del paese nel 2014? Il bilancio é così deprimente che molti investitori e governi occidentali iniziano a rimpiangere i “bei tempi” del Colonnello Gaddafi.

Delle milizie tribali dal luglio 2013 controllano le istallazioni petrolifere dell’est del paese. La conseguenza diretta é il crollo della produzione petrolifera. Oggi la Libia riesce ad estrarre 250.000 barili giornalieri di greggio. Quantità ridicola se paragonata alla produzione giornaliera di 1,5 milioni di barili dell’ultimo periodo del regime di Gaddafi.

La Libia dipende esclusivamente dai profitti sui idrocarburi che rappresentano il 95% del Prodotto Lordo Interno. La scarsa produzione ha causato una perdita annuale di 9 miliardi di dollari, secondo le stime “approssimative” del Ministero del Petrolio, facendo sprofondare il paese in una povertà sperimentata dalla popolazione solo nel infausto periodo coloniale italiano. La perdita giornaliera di 1.250.000 barili di greggio sta mettendo a rischio gli approvvigionamenti energetici dell’Europa, tradizionale sbocco commerciale del petrolio libico, creando non poche difficoltà nel reperire fonti di approvvigionamento alternative.

La situazione economica diventa sempre più critica. Il Governo é costretto a ricorrere sempre più a dei prestiti per far fronte ai suoi impegni, ipotecando la futura produzione petrolifera.

L’occupazione dei giacimenti petroliferi all’est del paese é stata originata dalle accuse mosse dalla popolazione locale al governo di corruzione e malversazione economica. Accuse non del tutto infondate, che hanno costretto il Governo ad aprire un’inchiesta ufficiale di facciata.

Una decisione che ha acceso la miccia ai bellicosi sentimenti delle tribù del est che hanno reclamato l’autonomia della Cirenaica inserita in un sistema federale, dando vita ad un movimento armato in cui si é imposto Ibrahim Jodhrane, autoproclamatosi nell’agosto 2013 Presidente del Consiglio Politico della Cirenaica.

Dalla richiesta di autonomia a quella di indipendenza il passo é stato breve. Nel ottobre 2013 la Cirenaica ha annunciato la formazione del proprio Governo a causa del ostentato e miope rifiuto del Primo Ministro Ali Zeidan di negoziare con il movimento locale e concedere l’autonomia in una quadro istituzionale federalistico. La sua dichiarazione del settembre 2013 di illegalità del Consiglio Politico della Cirenaica ha distrutto ogni possibilità di mediazione del Consiglio Generale Nazionale con questo movimento armato e le tribù locali.

Ora il Primo Ministro Zeidan moltiplica le minacce al ricorso della forza contro le tribù dell’est senza però passare all’azione.

“Se il governo dovesse scegliere l’opzione militare per controllare il movimento indipendentista della Cirenaica, rischierebbe di complicare la situazione e far precipitare il paese in una fase estremamente critica”, ci spiega Khalled Al-Ballab, professore di scienze politiche presso l’Università Al-Margab.

Il Governo della Cirenaica si é imposto come entità politica separata dal resto della Libia, tentando di trattare con le multinazionali straniere, tra le quali la francese Total, per la vendita diretta del greggio, attirandosi le ire del Governo Centrale che ha definito il tentativo come un attentato alla sovranità nazionale.

Il Governo Libico é arrivato a minacciare di affondare le navi cisterna che trasporteranno il greggio venduto dai ribelli. Minaccia che evidenzia a che punto é giunto il Consiglio Generale Nazionale che ora nutre forti dubbi sulla lealtà dei suoi alleati occidentali.

Dubbi motivati dalla base di questa alleanza che spodestò il Colonnello Gaddafi: la possibilità di ottenere il greggio libico a prezzi scontati.

Se questa possibilità ora viene offerta da dei ribelli che controllano saldamente la Cirenaica e i giacimenti petroliferi perché le multinazionali europee e americane dovrebbero rinunciare? In nome di una lealtà al Governo Transitorio e dell’obbligo morale di onorare accordi che potrebbero rischiare di non essere più praticabili?

L’atteggiamento di queste multinazionali, che hanno fortemente influenzato le scelte dei governi europei e della Casa Bianca durante la guerra civile libica, dimostra che l’Occidente non era minimamente interessato alla caduta di un regime dittatoriale per instaurare la democrazia in Libia.

Una verità di pulcinella conosciuta fin dall’inizio nonostante le patetiche motivazioni di assistenza umanitaria e ripristino della pace che non fanno più leva nemmeno su mio figlio di 16 anni. Le stesse motivazioni adottate per la Repubblica Centrafricana per assicurarsi la continuità dei rifornimenti di uranio, che rappresentano il 40% dell’energia prodotta in Francia tramite le centrali nucleari.

La ribellione della Cirenaica rischia di portare altra instabilità a quella già presente nel paese.

Varie correnti all’interno del Consiglio Generale Nazionale stanno approfittando della situazione per indebolire il potere del Primo Ministro Zeidan, accusato di essere troppo debole dinnanzi ai ribelli e di non possedere la volontà necessaria per ristabilire la sicurezza nel paese, ormai sprofondato nell’anarchia delle varie milizie che parteciparono alla rivoluzione e che dovevano armoniosamente unirsi in un Governo Transitorio in attesa di elezioni democratiche secondo i rosei scenari dell’Eliseo.

Per tutto il dicembre 2013 vari deputati hanno tentato di far cadere il governo, senza riuscirci. Essi sono principalmente guidati dai Fratelli Mussulmani.

“Il Parlamento non é in misura di provocare la caduta del Governo per la semplice ragione che é incapace di rimpiazzarlo”, afferma l’analista politico libico Farj Najm.

Mentre all’interno del Consiglio Generale Nazionale si consuma il dibattito e il Primo Ministro Zeidan lotta disperatamente per mantenere il potere di quello che gli resta della Libia, la Cirenaica aumenta la sua determinazione all’indipendenza economica e politica mentre il resto del paese progressivamente si disintegra.

Nelle prime settimane del gennaio 2014 due stranieri, di nazionalità Inglese e Neozelandese, sono stati uccisi vicino ad un pozzo di gas a ovest di Tripoli cogestito da ENI e la National Oil Company compagnia statale libica. Vice Ministro dell’Industria, Hassan al-Droui, membro del Governo di Transizione fin dalla caduta di Gaddafi é stato abbattuto durante la visita ai suoi familiari a Sirte.

Violenti scontri sono scoppiati a Sebha tra le tribù arabe locali e i Toubous provocando un bilancio provvisorio di 19 morti e 20 feriti a causa dell’assassinio del Signore della guerra Awled Sleiman. Gli scontri hanno preoccupato il Governo ancora memore della guerra tribale del marzo 2012 dove perirono oltre 150 persone.

I Tobous é una tribù africana transfrontaliera dedita all’agricoltura che vive nel sud della Libia e nel nord del Ciad e Niger. Nel passato sono state vittime di tentativi di pulizie etnica attuati dalle tribù arabe.

I negoziati con le tribù Berbere sono falliti e la milizia berbera ha ripreso le ostilità contro il Governo Centrale rivendicando la partecipazione ai profitti derivanti dalla vendita dei idrocarburi.

Purtroppo l’esperienza della Libia non sembra essere stata seriamente analizzata dall’Eliseo che ora rispolvera il desiderio di regolare i conti con il Rwanda, paese satellite della France-Afrique perduto durante il genocidio del 1994; sostituirsi al Governo della Repubblica Democratica del Congo per le decisioni chiave politiche ed economiche approfittando del coma istituzionale volutamente creato dalla Famiglia Kabila per meglio depredare le risorse naturali del paese e… dulcis in fundis, appoggiare un’accozzaglia di ribelli che si combattono tra di loro contro il regime siriano, supportando a fior di centinaia di miglia di euro un fantomatico Coordinamento rivoluzionario nato e mantenuto a Parigi e Ankara di cui legalitá é confinata unicamente nelle azioni di marketing attuate dai media occidentali e da Al-Jazzera. Un Coordinamento che non ha il minino supporto non solo tra la popolazione siriana ma sopratutto tra la miriade di milizie ribelli che questo ente empirico afferma di rappresentare.

Good Job dear Hollande!

Fulvio Beltrami

Kigali, Rwanda.

adattamento da: https://africanvoicess.wordpress.com/2014/01/16/libia-lesempio-per-eccellenza-delle-crisi-senza-fine/

Libia: Seguire il calcio femminile per capire la deriva islamista

di Gianandrea Gaiani23-07-2013

nazionale di calcio femminile libica

Ci sono notizie destinate a restare nell’ombra, ad avere poca visibilità perché riguardano temi considerati spesso marginali o secondari anche se in molti casi ben rappresentano tendenze più ampie. Per farsi un’idea di come la Libia stia sprofondando nell’oscurità dell’islamismo può essere utile seguire le notizie …calcistiche. Le autorità sportive di Tripoli hanno infatti vietato alla nazionale femminile di calcio di partecipare al torneo in programma in questi giorni in Germania. La Federazione libica ha motivato la sua decisione con il Ramadan, dopo che la squadra è stata costretta ad allenarsi in località segrete protetta da guardie armate per le minacce ricevute dagli estremisti religiosi. “La Federazione ha detto che non possiamo giocare in Germania per il digiuno – ha detto al Guardian la centrocampista Hadhoum el-Alabed – noi vogliamo andare, ma ci hanno detto che non possiamo”. La squadra libica avrebbe dovuto giocare contro quelle di Egitto, Giordania, Libano, Palestina, Tunisia e Germania nel torneo “Discover Football”, istituito dal governo tedesco e considerato il più grande raduno di calciatrici del Medio Oriente.  El-Alabed ha sottolineato come il divieto abbia mandato in frantumi le speranze di cambiamenti nella società libica dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi.

La condizione femminile rappresenta un importante indizio dell’involuzione della Libia anche sul piano politico. Il Parlamento libico, nel quale il 20 per cento dei seggi è occupato da donne, ha approvato la legge che istituisce la commissione che dovrà scrivere la nuova Costituzione che probabilmente vedrà ulteriormente rafforzato il peso della sharia. La rappresentanza femminile all’interno della commissione è stata ridotta al 10 per cento, sei donne su 60 seggi. Hana Al Qalall, professoressa di Diritto Internazionale presso l’Università di Bengasi, ha dichiarato all’agenzia Agi che “questa sconfitta è dovuta all’arrivo di deputati che non credono nei diritti delle donne, non le considerano come un vero partner nel processo di transizione democratica e cercano di escluderle dalla scena politica usando un metodo assimilabile alla discriminazione razziale”.

Parlare di istituzioni in Libia è del resto difficile, considerato che parlamento, sedi governative, ministeri vengono spesso occupati da milizie armate e tenuto conto che il governo non ha nessun controllo sul territorio e su quanto avviene nel Paese. Secondo le Nazioni Unite in Libia scorrazzano liberamente oltre 200 mila miliziani, mentre fonti d’intelligence citate da “Il Foglio” riferiscono di una crescente penetrazione di salafiti e gruppi legati alle varie anime di al-Qaeda. Il centro per la lotta al terrorismo dell’Unione africana considera che la Libia sia divenuta un importante snodo logistico e organizzativo utilizzato dai principali gruppi terroristici nordafricani e del Sahel. A questi traffici, riscontrabili soprattutto in Cirenaica e Fezzan, ma tangibili anche in Tripolitania, si sta aggiungendo l’afflusso dall’Egitto di molti militanti dei Fratelli Musulmani che temono di venire arrestati dall’esercito che ha assunto il potere al Cairo spodestando il governo islamista di Mohamed Morsi.

Come se tutto questo non bastasse il confronto politico tra  l’Alleanza delle forze nazionali (liberal-democratici) e il Partito per la giustizia e la costruzione ( Fratelli Musulmani) si mescola alle tensioni tribali e alle interferenze di molti Paesi interessati a influenzare il futuro della Libia per lo più in termini negativi per l’Italia e l’Occidente. Roma, che dopo le pressioni degli Stati Uniti ha accettato anche la richiesta del G-8 a impegnarsi per la stabilizzazione del Paese nordafricano, è in prima linea in un’operazione già approvata dalla Nato per rafforzare le forze armate libiche. Circa 20 mila soldati e poliziotti verranno addestrati all’estero, a quanto sembra in Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Italia, che da sola accoglierà ben 5 mila reclute libiche.

L’Italia ha già da un anno insediato a Tripoli la missione addestrativa Cirene (finanziata nel 2013 con 7,5 milioni di euro) che addestra i poliziotti destinati alla protezione di aree “sensibili” come i siti petroliferi e i gasdotti ma  in ambito Nato è stato deciso di effettuare all’estero il grosso della formazione delle forze libiche per non esporre istruttori e consiglieri militari ad attacchi terroristici. L’Italia sta inoltre trattando con Tripoli la cessione di equipaggiamenti militari incluse alcune centinaia di blindo Puma, tutte con circa dieci anni di vita ma ormai surplus per il nostro Esercito perché non sono protette contro mine e ordigni improvvisati.

Il vero limite del programma di sostegno militare al governo libico non riguarda però il numero di mezzi o di soldati da addestrare ma la loro ”qualità”. I militari e i poliziotti libici sono infatti per lo più ex miliziani attratti dai buoni stipendi ma la cui fedeltà alla nazione (e non alla tribù di origine) è tutta da verificare così come sarà difficile evitare l’infiltrazione di terroristi come è accaduto anche in Afghanistan. O nel vicino Mali dove delle quattro unità anti-insurrezione addestrate ed equipaggiate negli anni scorsi dagli statunitensi tre sono passate con i qaedisti che l’anno scorso invasero il Nord del Paese e la quarta ha fatto il golpe a Bamako. Insomma, meglio fare attenzione alle reclute libiche che porteremo in Italia per l’addestramento.

Preso da: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-seguire-il-calcio-femminile-per-capire-la-deriva-islamista-6932.htm

Gheddafi attraverso i suoi scritti.

Comprendere Muhammar Gheddafi non era certo compito facile, sia per la complessità del personaggio, sia perché nel corso della sua vita egli ha attraversato diverse fasi personali e politiche. A un anno dalla sua morte nel mondo si registrano varie opinioni sul suo conto e non mancano quelle positive, soprattutto in Africa1. Tuttavia, in Europa e negli Stati Uniti il Colonnello non ha mai goduto di buona fama e la sua 2. Riflettendo su tale tendenza, negli anni ’80 Giulio Andreotti osservava: ” io non penso davvero che gheddafi sia un cherubino, ma non mi piace il sistema di creare una specie di diavolo di turno, su cui riversare anche le colpe che non ha

immagine è stata abitualmente riassunta nei prototipi del terrorista o del buffone
“.
L’invito di Andreotti ad evitare “la drastica e semplicistica classificazione degli uomini in buoni e cattivi”4 non ha raccolto molti consensi. E lo stesso Gheddafi non ha fatto granché per cambiare la sua reputazione, anzi, il suo egocentrismo è stato gratificato dal ricevere un’attenzione mediatica che, sebbene non fosse lusinghiera, era senza pari per un capo di Stato africano.
OLTRE LA LEGGENDA NERA.
Uno strumento utile, ma poco noto, per cogliere alcuni aspetti della complessa personalità di Gheddafi è la sua produzione letteraria (Muhammar Gheddafi, Fuga all’inferno e altre storie, introduzione di Valentino Parlato, Manifestolibri, Roma 2005, pp.128, 14,00 €). In essa il Colonnello mantiene un atteggiamento molto distante dall’iperbole provocatoria delle sue apparizioni pubbliche.
Nei primi racconti (La città, Il villaggio…il villaggio, La terra…la terra, Il suicidio dell’astronauta), l’autore contrappone le dinamiche alienanti della vita in città ai ritmi lenti del deserto e della campagna. Per il beduino Gheddafi la vita in città mette in discussione i valori tradizionali, senza però proporre valori alternativi. “Se ti atterrai a idee, valori e comportamenti non cittadini ti ritroverai isolato, incompreso. Quando cambierai comportamento, trasformandoti in cittadino, diverrai squallido”. Decisamente interessanti sono i racconti sull’integralismo islamico (Rompete il digiuno alla sua vista, La preghiera dell’ultimo venerdì, È passato il venerdì senza preghiera). Il Colonnello biasima i gruppi islamisti come i Fratelli Musulmani per il loro settarismo e per il rifiuto dello sviluppo e del progresso. Sarcasticamente Gheddafi ammette: “Abbiamo sbagliato a creare l’industria del ferro e dell’acciaio e a fondare fabbriche chimiche e petrolchimiche, sborsando per queste imprese miliardi”, mentre si poteva utilizzare quelle somme “per la ristampa di volumi ingialliti”. Gheddafi imputa inoltre agli integralisti un uso strumentale della religione, i cui precetti vengono da essi usati e distorti “per raggiungere il potere e giustificare l’abuso, l’inganno, la senseria e perfino l’ubbidienza supina e l’apertura [a Israele]”. Il Colonnello conclude dunque che gli islamisti agiscono “contro la nazione araba, in nome della religione, per annientare il nazionalismo arabo, (…) e per avversare l’orientamento progressista sociale e radicale [del panarabismo] con un orientamento islamico fittizio in base all’accordo segreto con la Cia e il Mossad”.
IL COLONNELLO E LA MORTE
Al centro del volume si trovano i racconti più personali: Fuga all’inferno, L’erba della debolezza e l’albero maledetto, La morte. In Fuga all’inferno e ne L’erba della debolezza e l’albero maledetto traspare la delusione per le difficoltà di realizzare nella realtà quotidiana i principi del Libro Verde. Il Colonnello affronta inoltre con occhio disincantato la relazione tra un governante e le masse, entusiaste nel momento del trionfo ma irrimediabilmente volubili nei loro sentimenti:

Nel momento della gioia di quanta devozione esse sono capaci! Hanno sostenuto Annibale, Pericle, Savonarola, Danton, Robespierre, Mussolini, Nixon, e quanta crudeltà poi hanno dimostrato nel momento dell’ira! Hanno cospirato contro Annibale e lo hanno avvelenato, hanno bruciato Savonarola sul rogo, hanno mandato il loro eroe Danton alla ghigliottina, hanno fracassato le mascelle di Robespierre, il loro amato oratore, e hanno trascinato nelle strade il cadavere di Mussolini, hanno sputato in faccia a Nixon mentre lasciava la Casa Bianca dopo che erano state loro a farcelo entrare!Ne La morte il Colonnello rievoca la figura del padre e descrive con orgoglio la sua lotta contro l’esercito italiano e i suoi alleati locali, capeggiati dal futuro re Idris el Senussi:

Nonostante la situazione fosse pessima, le possibilità di scampo disperate, la lotta ineguale, mio padre decise senza alcuna riserva di combattere […] proclamò il suo disprezzo per la morte, il suo esercito e ciò che sarebbe avvenuto.Chiude la raccolta L’annunciatore del sahur di mezzogiorno. Nel personaggio di questo racconto sembra riflettersi la figura del riformatore sociale, investito come l’annunciatore di una responsabilità “di carattere morale”, che “ha a che fare con l’animo la coscienza e un profondo senso della propria funzione”. Per svegliare i fedeli durante il mese del ramadan, l’annunciatore prosegue la sua marcia, nonostante gli ostacoli che incontra sul suo cammino, “finché tutti non abbiano udito la sua voce”. Come L’annunciatore del sahur di mezzogiorno, il Colonnello ha sempre creduto di adempiere una missione. Poco dopo il colpo di stato incruento con cui depose re Idris, Gheddafi si dichiarava pronto ad assumere i difficili compiti che lo attendevano, “perché questo è il mio dovere e anche il mio destino”5 E nonostante i ripensamenti, le delusioni e gli errori che hanno marcato la sua esistenza, egli ha voluto rimanere fedele a quella che a torto o ragione riteneva la sua missione. Così, come aveva promesso, il Colonnello è rimasto fino alla fine nel suo paese, preferendo alla fuga verso l’esilio la possibilità di proporsi come un “emblema del dovere e dell’onore”6.
NOTE:Giordano Merlicco è un analista delle relazioni internazionali.

1. Il più esplicito elogio di Gheddafi è probabilmente quello formulato dall’organizzazione giovanile dell’Anc, movimento che da due decenni governa il Sud Africa: The ANC Youth League salutes the Anti-Imperialist Martyr, Colonel Muammar Gadaffi, 21 October 2011; http://www.ancyl.org.za/show.php?id=8103 .
2. Di questo atteggiamento è emblematico il commento del Financial Times all’uccisione di Gheddafi: David Gardner, Nation awakes from nightmare of terror and buffoonery, “Financial Times”, 24/10/11. Secondo Gardner, in 42 anni di potere Gheddafi non ha ottenuto nulla, se non rendere il suo paese “sinonimo di uno sconcertate misto di terrore e buffoneria”.
3. Giulio Andreotti, L’Urss vista da vicino. Dalla guerra fredda a Gorbaciov, Rizzoli, Milano, 1988, p. 286.
4. Giulio Andreotti, Visti da vicino. Terza serie, Rizzoli, Milano, 1985, p. 14.
5. Cit. in: Angelo Del Boca, Gheddafi. Una sfida dal deserto. Laterza, Roma-Bari 2010, p. 33.
6. Gaddafi: The last will and testament, “Asharq Al-Awsat”, 23/10/2011,
http://www.asharq-e.com/news.asp?section=3&id=27056. Fonte:http://www.geopolitica-rivista.org/19261/gheddafi-attraverso-i-suoi-scritti/

La Libia, gli Stati Uniti e l’Islamismo

Washington provera’ a indurre i futuri governi islamisti nordafricani a confermare l’allineamento dei precedenti. E gli islamisti potrebbero garantire un consenso sociale che né Ben Ali né Mubarak potevano assicurare.

6 dicembre 2011

Durante gli anni in cui è stato al potere, contro Muhammar el Gheddafi e la sua Giamahiria è stata formulata ogni sorta di accusa; come osservò Andreotti “la demonizzazione di Gheddafi è (…) quasi universale. Non c’è avvenimento al mondo e specialmente in Africa -salvo forse i terremoti- che non si attribuisca all’azione diretta o indiretta del Colonnello [1]. L’unica accusa che, forse, non è stata formulata contro Gheddafi è quella di essere un integralista islamico. Di sicuro il Colonnello ha combattuto gli integralisti, che da parte loro hanno fieramente ricambiato l’inimicizia. Più volte durante la guerra il Colonnello ha individuato in gruppi islamisti sostenuti dall’esterno il vero motore della rivolta di Bengasi e già nel 1997 egli aveva affermato che “se la rivoluzione libica cadesse nelle mani degli islamisti, i fondamentalisti potrebbero dominare tutto il Nord Africa”, aggiungendo che a suo giudizio non era interesse degli europei favorire un tale esito [2].

I media europei hanno derubricato come semplice propaganda l’idea di una prevalenza islamista tra i ribelli libici, eppure diversi indizi supportano questa tesi. Innanzitutto la rivolta è scoppiata a Derna e a Bengasi, i centri dove storicamente è più radicato l’islamismo libico [3] e che hanno fornito un gran numero di combattenti all’insurrezione islamica in Irak. Secondo stime statunitensi, la Libia è, dopo l’Arabia Saudita, il paese da cui proveniva il maggior numero di islamisti stranieri impegnati in Irak. Ma se in numeri assoluti la Libia è seconda, essa è il primo paese per numero di combattenti in rapporto alla popolazione totale e questo primato lo deve proprio alla Cirenaica [4].

Quale ruolo i ribelli intendono attribuire alla religione è indicato dagli atti normativi e dalle dichiarazioni del Cnt. Il progetto costituzionale elaborato dal Cnt prevede, all’articolo 1, che l’islam sia la religione di stato e che la sharia sia la principale fonte del diritto. L’importanza della sharia è stata ribadita dal presidente del Cnt Jalil, noto per il suo conservatorismo religioso anche quando era ministro della giustizia della Giamahiria. Jalil ha più volte dichiarato che la religione islamica sarà la base del nuovo governo e che ogni legge in contrasto con la legge coranica verrà abrogata, citando esplicitamente le norme che impongono restrizioni alla poligamia e quelle che disciplinano il divorzio.

Ma l’influenza dell’islamismo non è limitata a Jalil. Se non fosse stato per i miliziani di Abdel Hakim Belhaj (e per le forze speciali straniere) Tripoli non sarebbe stata conquistata. Attualmente comandante militare della capitale libica, Belhaj ha un curriculum non indifferente: ha combattuto la jihad in Afganistan e Irak, ha fondato il Gruppo islamico combattente libico, organizzazione affiliata alla rete al Qaeda, e con l’accusa di terrorismo internazionale è stato quindi catturato e torturato dagli Usa [5].

Gli integralisti secondo Gheddafi

A guardia delle installazioni
petrolifere

Sembra dunque che in Libia la Nato abbia favorito il rovesciamento di un governo laico e l’ascesa degli islamisti, un’eventualità che non deve aver colto di sorpresa Gheddafi. Il Colonnello infatti aveva combattuto gli islamisti non solo nella misura in cui essi rappresentavano una minaccia alla sicurezza del suo paese, ma anche sul piano politico e culturale. Per Gheddafi l’integralismo aiutava i nemici degli arabi, provocando infinite divisioni settarie e ostacolando quel progresso sociale, scientifico e tecnologico che solo avrebbe permesso agli arabi di “assumersi la responsabilità della liberazione di una nazione esposta al pericolo e all’umiliazione [6]. Anzi, per il Colonnello i gruppi integralisti non erano altro che “organizzazioni eretiche, sostenute finanziariamente e moralmente dall’Occidente e, in particolare, dai servizi segreti sionisti e americani [7]. Essi rappresentavano ai suoi occhi “la destra reazionaria, i nemici del progresso, del socialismo, dell’unità araba”, e Gheddafi aggiungeva che “tutto ciò ha fatto di loro i servi dell’America” [8].

L’alleanza realizzatasi in Libia tra gli Usa e i paesi europei da una parte e islamisti dall’altra, può sorprendere chi consideri la cosa alla luce dell’era di George W. Bush, durante la quale gli Usa e l’islamismo sembravano nemici irriducibili. Eppure non è stato sempre così, non è stato dovunque così, come mostra l’alleanza strategica di Washington con l’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo Persico. La dinastia dei Saud è il più duraturo alleato degli Usa nel mondo arabo, disponibile ad assecondare le politiche degli Usa e, quando serve, ad aumentare la produzione del greggio per evitare l’aumento del prezzo del petrolio. Ma la monarchia saudita è anche il principale sostenitore dell’interpretazione integralista dell’islam, di quel wahabismo che in fin dei conti è l’ideologia di riferimento dei gruppi integralisti e della rete creata dal saudita Bin Laden. All’interno del regno dei Saud vige la sharia, sulla cui applicazione vigila il Comitato per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, dotato di una polizia religiosa pronta a infliggere pene corporali ai trasgressori. Con le rendite del petrolio i Saud sostengono la diffusione del wahabismo in tutto il mondo islamico, finanziando moschee e scuole coraniche dall’Asia meridionale ai Balcani, dall’Africa alla Penisola Arabica. E non a caso l’Arabia Saudita era uno dei tre stati, insieme a Emirati Arabi Uniti e Pakistan, che riconoscevano il governo talebano dell’Afganistan.

Negli anni cinquanta l’alleanza tra Washington e i Saud è stata cementata, oltre che dal petrolio, dalla comune avversione all’Egitto di Nasser e al panarabismo. Anzi, il conservatorismo islamico è stato in quel periodo uno strumento utile per contrastare ideologicamente il nazionalismo arabo, di impronta laica e socialista; non a caso furono proprio gli integralisti i principali avversari di Nasser. Da allora l’intesa tra Washington e Riyad è stata consolidata in numerosi fronti e oggi trova la sua espressione più visibile nella comune avversione all’Iran, che sarà pure una repubblica islamica, ma per i sunniti Saud rimane pur sempre sciita, oltre che un concorrente all’egemonia regionale. Inoltre i Saud e le monarchie del Golfo offrono un essenziale contributo all’influenza di Washington nella regione, offrendo il loro territorio per la creazione di basi militari statunitensi. Parallelamente il potere mediatico delle televisioni Al Jazeera e Al Arabiya è stato essenziale per gonfiare la rivolta della Cirenaica e ridimensionare agli occhi dell’opinione pubblica araba e internazionale l’ampiezza delle rivolte nei paesi ‘amici’, come il Bahrein e lo Yemen.

Federico II e gli integralisti

L’alleanza di ferro con l’Arabia Saudita mostra chiaramente che tra gli Usa e l’integralismo islamico non c’è un’incompatibilità strutturale. E tuttavia nella politica internazionale raramente l’amicizia è un valore assoluto: come diceva Federico II di Prussia, “un’alleanza è come un matrimonio: uno ha sempre il diritto di divorziare”. Così le milizie jihadiste che negli anni ottanta combattevano contro il governo laico dell’Afganistan e i suoi sostenitori sovietici si sono in seguito rivolte contro gli ex alleati. Ma il ribaltamento di fronte può avvenire anche nel senso opposto e i nemici di ieri possono diventare gli amici di oggi. Così il jihadista Belhaj, veterano dell’Afganistan e dell’Irak, per sua stessa ammissione torturato dagli Usa, è divenuto un importante alleato degli Usa e della Nato nella guerra di Libia.

Per gli Usa, semmai, la vera questione è rendere duratura la convergenza con gli islamisti e impedire che gli amici di oggi possano ridiventare i nemici di domani. Per quanto riguarda la Libia, questo pericolo non sembra imminente poiché come diceva Machiavelli, chi giunge al potere con le armi altrui non può prescindere dalla “voluntà e fortuna” di chi le ha fornite, almeno fino al momento in cui non sia in grado di reggersi sulle proprie forze [9]. I ribelli libici avranno anche fornito la fanteria, ma la guerra è stata vinta dalla Nato [10] e secondo l’ex premier del Cnt Jibril, perfino l’ordine di uccidere Gheddafi è provenuto da una “entità straniera” [11].

Ma il tentativo di Washington di ricercare il consenso degli islamisti interessa anche la Tunisia e l’Egitto, dove gli Usa vorrebbero indurre i nuovi governi a confermare l’allineamento politico dei precedenti. Da questo punto di vista, gli islamisti potrebbero anzi garantire ai loro governi una base di consenso sociale che né Ben Ali né Mubarak potevano assicurare. In Tunisia questa prospettiva sembra più semplice e, in fin dei conti, il paese non è ricco di risorse energetiche, né ha un ruolo geopolitico essenziale. Le eventuali conseguenze negative di un esecutivo islamista sarebbero dunque limitate all’Algeria e, forse, ai paesi dell’Europa meridionale.

In Egitto le aperture degli Usa ai Fratelli Musulmani hanno garantito un atteggiamento bonario nei loro confronti da parte dell’esercito egiziano, che è il cardine del potere in Egitto e che da trent’anni riceve generosi finanziamenti da Washington. Ma probabilmente ciò non basterà a farli sentire debitori in caso di successo e, a differenza della Tunisia, l’Egitto ha un ruolo di primo piano nel mondo arabo. Inoltre sembra francamente troppo chiedere ai Fratelli Musulmani egiziani di continuare la politica di Mubarak, cooperare con Israele e boicottare Hamas, anche perché Hamas non è altri che l’emanazione del ramo palestinese dei Fratelli Musulmani.

Giordano Merlicco
Nena News, 6 dicembre 2011.

 


[1Giulio Andreotti, Visti da vicino. Terza serie, Rizzoli, Milano 1985, p. 14.

[2Citato in: Angelo Del Boca, Gheddafi. Una sfida dal deserto. Laterza, Roma-Bari 2010, p. 318.

[3Del Boca, pp. 272-6.

[4Joseph Felter and Brian Fishman, Al Qa’ida’s Foreign Fighters in Iraq: A First Look at the Sinjar Records. West Point, NY: Harmony Project, Combating Terrorism Center, Department of Social Sciences, US Military Academy, December 2007.
http://www.ctc.usma.edu/posts/al-qaidas-foreign-fighters-in-iraq-a-first-look-at-the-sinjar-records

[5The Guardian, MI6 knew I was tortured, says Libyan rebel leader, 5 September 2011.
http://www.guardian.co.uk/world/2011/sep/05/abdul-hakim-belhaj-libya-mi6-torture?intcmp=239

[6Muhammar Gheddafi, La preghiera dell’ultimo venerdì, p. 97. In: Muhammar Gheddafi, Fuga all’inferno e altre storie. Manifestolibri, Roma 2005.

[7Cit. in: Del Boca, p. 275.

[8Cit. in: Del Boca, pp. 269-70.

[9Niccolò Machiavelli, Il principe. Cap. VII, De’ principati nuovi che s’acquistano con le armi e fortuna di altri.

[10Interessante in proposito la testimonianza dell’inviato del Corriere della Sera Lorenzo Cremonesi: “I gheddafiani sono stati grandi combattenti. Avevano contro la Nato, una coalizione fortissima col controllo aereo totale. (…) Hanno sempre combattuto molto bene. Non c’è confronto tra le forze lealiste e quelle ribelli che non avrebbero fatto nulla se non ci fosse stata la Nato.”

Secondo la stessa testimonianza i ribelli spiccavano per altre caratteristiche, non certo per le loro doti militari: “la battaglia è stata condotta dai ribelli in modo banditesco. Sirte, Bani Walid e tutti i villaggi circostanti sono stati saccheggiati. I ribelli entrano nelle case e portano via mobili e macchine. Le rapine sono all’ordine del giorno. (..) C’è Atawarga, una cittadina vicino a Misurata, dove c’è stata la pulizia etnica e i ribelli hanno fatto sparire 40 mila persone con il colore della pelle diverso”. Cremonesi smentisce inoltre due luoghi comuni: la preponderanza di mercenari tra le forze di Gheddafi e il loro disinteresse per le vittime civili, che egli imputa piuttosto ai ribelli: “C’erano 50 colpi sparati dai ribelli a casaccio che causavano distruzioni gigantesche e poi una risposta precisissima di un cecchino che colpiva, feriva, e faceva paura.” “Le ultime ore del Raiss”. Il racconto di Lorenzo Cremonesi, http://www.grandemedioriente.it/le-ultime-ore-del-raiss-il-racconto-di-lorenzo-cremonesi-5640. versione audio reperibile sul sito di Radio Radicale; http://www.radioradicale.it/scheda/338631/le-ultime-ore-di-gheddafi-il-racconto-di-lorenzo-cremonesi.

Preso da: http://www.silviacattori.net/article2512.html

I Fratelli Mussulmani lavorano per gli Stati Uniti

  • Si conferma che la fratellanza musulmana (implicata nell’11 settembre e nell’11 marzo) lavora per gli Stati Uniti

[17.12.2011] trad. di Vera Zasulich per GilGuySparks

Si conferma che la fratellanza musulmana (implicata nell’11 settembre e nell’11 marzo) lavora per gli Stati Uniti.
Questa notizia sarebbe passata inosservata se non avessimo saputo che due uomini chiave dell’11 settembre (a New York) e dell’11 marzo (a Madrid), secondo indagini giudiziarie in diversi paesi, tra cui la Spagna, appartenengono ai  Fratelli Musulmani d’Egitto. Informazione che l’intelligence egiziana ha ceduto a DIGOS, CIA e CNI.

Ora risulta che sono alleati degli Stati Uniti, secondo quanto affermato da Jeffrey Feltman, assistente segretario di stato americano per il Medio Oriente.

Inoltre chiarisce del tutto l’assistenza fornita dall’Occidente ai ribelli, che prima erano terroristi di Al-Qaeda, e ora sono “liberatori e padri della democrazia” in Libia e in Siria, si capisce anche perchè regimi laici sono stati sconfitti dagli islamisti che da soli non sarebbero stati in grado di farlo.

http://jihad-e-informacion.blogspot.com/2011/12/se-confirma-que-los-hermanos-musulmanes.html

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  • Si conferma che i Fratelli Mussulmani lavorano per gli Stati Uniti

    [16.12.2011] trad. di Vera Zasulich per GilGuySparks

Al Cairo, l’assistente segretario di stato americano per il Medio Oriente, Jeffrey Feltman, ha confermato un accordo tra gli USA e la corrente sunnita conservatrice dei Fratelli Musulmani. Questa corrente sta vincendo le complesse elezioni in Egitto e appaiono come un importante fattore, in collaborazione con gli alti capi militari e i vecchi dirigenti della dittatura di Mubarak, per evitare che questo paese chiave raggiunga una propria indipendenza nazionale e si converta in un fattore pan-arabo e antisionista.
Fortunatamente, in Siria questa corrente reazionaria e infida non ha alcuna base popolare, perché era stata repressa con forza dal governo del defunto Presidente Hafed Al Assad. Per questo motivo, mancando di un sostegno di massa, si sono dedicati esclusivamente al terrorismo con il pieno appoggio della CIA.
L’ex cancelliere francese Hubert Védrine ha confermato ciò che tutti sanno:
Gli Stati Uniti sostengono i Fratelli Musulmani“.
Il partito algerino per la democrazia e il socialismo (PADS) assicura che gli Stati imperialisti hanno stabilito alleanze strategiche con i movimenti islamisti che sono movimenti feudali, con i movimenti borghesi e quelli della piccola borghesia reazionaria che manipolano la religione per ingannare la gente e separarla dalla lotta di classe anti-capitalista e anti-imperialista.

In queste condizioni si comprende la necessità storica che avevano i governi di Bumedia, Nasser, Gheddafi e del siriano Ba’ath di reprimere questi gruppi di rinnegati canaglia che manipolano l’Islam al servizio del sionismo e dell’imperialismo.

http://resistencialibia.info/?p=1548

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Sábado 17 de diciembre de 2011

Esta noticia pasaría desapercibida si no supieramos que los 2 hombres claves del de 11-S y 11-M, segun las investigaciones judiciales de varios paises, entre ellos España, PERTENECIAN A LA HERMADAD MUSULMANA DE EGIPTO. Informacion que facilitó la inteligencia egipcia a la DIGOS, CIA Y CNI.

Ahora resulta que son alidos de EEUU. según lo ha confirmado Jeffrey Feltman, secretario de Estado adjunto norteamericano para el Oriente Próximo.

También nos aclara por completo la ayuda prestada por occidente a los rebeldes, ANTES ERAN TERRORISTAS DE AL-QAEDA, ahora son “libertados y padres de la democracia” en Libia y Siria, también se entiende por que los regimines laicos han sido derrotados por los islamistas, que solos no hubieran podido hacerlo.

http://jihad-e-informacion.blogspot.com/2011/12/se-confirma-que-los-hermanos-musulmanes.html

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  • Se confirma que los Hermanos Musulmanes trabajan para los EEUU

diciembre 16, 2011

En El Cairo el secretario de Estado adjunto norteamericano para el Oriente Próximo, Jeffrey Feltman, ha confirmado un acuerdo entre los EEUU y la corriente conservadora suní de los Hermanos Musulmanes. Esta corriente está ganando las complejas elecciones en Egipto y aparecen como un factor destacado, en alianza con los altos jefes militares y los antiguos dirigentes de la dictadura de Mubarak, para impedir que este país fundamental arranque su independencia nacional y se convierta en un factor panárabe y antisionista. Afortunadamente en Siria esta corriente reaccionaria y traidora no tiene base popular porque fue contundentemente reprimida por el gobierno del difunto presidente Hafed al Assad. Es por eso que, al carecer de apoyo de masas, se dedican exclusivamente al terrorismo con apoyo pleno de la CIA. El antiguo canciller francés Hubert Védrine ha confirmado lo que todos saben:”Los EEUU apoyan a los Hermanos Musulmanes”. El Partido Argelino por la Democracia y el Socialismo (PADS) asegura que los Estados imperialistas han establecido alianzas estratégicas con los movimientos islamistas que son movimientos feudales, burgueses y pequeños burgueses reaccionarios que manipulan la religión para engañar al pueblo y separarlo de la lucha de clases anticapitalista y antimperialista.

En estas condiciones se comprende la necesidad histórica que tuvieron los gobiernos de Bumedián, Nasser, Gadafi y del Baas sirio de reprimir estos grupos de renegados que manipulan el Islám al servicio del sionismo y del imperialismo.

http://resistencialibia.info/?p=1548

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/12/18/i-fratelli-mussulmani-lavorano-per-gli-stati-uniti/