Sei anni dopo: Libia – campo di battaglia tra occidente ed Eurasia

Alessandro Lattanzio, 25/3/2011Sono un avvocato internazionale e colonnello nell’esercito, sono stata in Italia diverse volte; la Libia era come una foresta quando mio padre tolse il potere a re Idris, che non comprese con quali preziose risorse minerarie Allah benedì la nostra terra; molto è accaduto in quel periodo, prima che mio padre salisse al potere; non dico che mio padre fosse il migliore ma era un profeta e che credeva di liberare e migliorare l’umanità sulla Terra; ma tra tutti le signore e i signori che ho incontrato nella mia vita, mio padre è stato il migliore e non ha mai versato sangue come altri leader che adorano l’eggregoro; il 95% di tutti i politici che vedi oggi sono mefistofelici, si vendono l’anima al diavolo, ma mio padre non lo fece fino al martirio, perciò fu diverso da tutti i politici perché comprese la lingua del Corano e della terra libica. Ci credeva fino al martirio, e mio padre sviluppò la nostra terra con diverse infrastrutture continuando la politica della Jamahiriyah per più di quarant’anni; sotto il regime di mio padre vivevano come principi e principesse senza mai provare difficoltà e senza soffrire, sotto lo sguardo di mio padre da presidente; la morte di mio padre, di mio marito, di miei congiunti, cugini e fratelli mi ha causato profondo dolore, ferendomi nell’animo; tutti aspettiamo di morire un giorno ma non in modo brutale, specialmente chi non merita tale trattamento; mio padre ha irrigato la terra libica col suo sangue opponendosi a tutti gli attacchi dei nostri nemici e dei crociati colonialisti, combattendo per difendere la Libia e il nostro popolo; non si è sottratto dalla battaglia che per mesi durava in Libia; i libici abbandonarono mio padre per il grande imperatore dei signori della guerra occidentale, seguendo bugie e fallacia che i media internazionali gli riversarono dopo aver bombardato le nostre stazioni affinché i libici non sentissero più la voce di mio padre, e continuando il complotto malvagio che dipinge mio padre in tinte nere sui loro media, denigrandolo in ogni modo immeritevole, e molti in occidente credono che Muammar Gheddafi fosse un bruto che ideò Lockerbie e la morte della poliziotta Yvonne Fltecher, ma non sanno che è tutta propaganda politica e false bandiere del suprematismo bianco contro mio padre. Ho molto da dire, ma tutte le pagine di Skype non potrebbero contenere le mie parole, se dovessi iniziare a esprimermi. Mio padre come presidente dell’Unione africana sostenne molte nazioni e più di mille regni in Africa, a prescindere da cultura ed etnia. La Libia è in Nord Africa ma mio padre rafforzò tutte le nazioni arabe e tutto il continente africano e cercò d’introdurre una nuova moneta basata sull’oro per condividere la vera ricchezza tra i popoli, ma non sapeva che anche le persone che mangiavano con noi, nei piatti nel nostro palazzo a Tripoli, erano agenti e traditori filo-occidentali che lavoravano per Hillary Clinton e Sarkozy, e altre entità come il potere ebraico. Non sono felice dell’ingiustizia inflitta a mio padre e anche al suo regime, perché in occidente la cospirazione malvagia ha condizionato la gente a rifiutarsi di capire che volevano solo un cambio di regime, perché mio padre non fu mai d’accordo con il loro carattere malvagio. Beh, mi fermo, perché ancora avrei da dire…
Aysha Gheddafi

Il ruolo dell’islamismo radical-coloniale e della sinistra brezinskiana occidentale
Quella che si sta svolgendo nel mondo arabo, in questi mesi, è senza dubbio frutto di una lunga e ben pianificata campagna di disgregazione del processo di formazione del Continentalblock Eurasiatico. Il culmine, al momento, di questa operazione, è senza dubbio l’aggressione armata alla Libia da parte della NATO. L’operazione sembra essere, e probabilmente è, un parto degli strateghi brzezinskiani. Non va dimenticato che Brzezinski è il mentore ideologico-culturale di Barack Hussein Obama. E probabilmente l’elezione di Obama stesso rientra in questa operazione; Obama forse non è neanche cittadino statunitense, su ciò aleggiano più che fondati sospetti, e forse è anche collegato a quell’ambito ideologico-religioso arabo mobilitato, in questi mesi, per avviare i cosiddetti processi di ‘democratizzazione’ nel Mondo Arabo. Ma tutto ciò non ha impedito la sua elezione alla presidenza USA. Una figura liberale, come lui appare, era necessaria per attirare i voti della popolazione statunitense delusa dalla politica criminale della fazione neocon-ultrasionista della banda Cheney-Rumsfeld-Perle. Il liberalismo di sinistra ed ecologico, propagandato da Obama, serviva anche a raccogliere intorno alla futura, e oggi attuata, nuova politica interventista armata statunitense, il consenso della ‘sinistra’ occidentale, pro-occidentale e occidentalizzante: socialdemocratici ed ecologisti europei, progressisti nordamericani, asiatici ed arabi, e financo folkloristici residui ‘comunistoidi’, sono la nuova base popolare, di massa, che Washington ha ammassato e sui cui ha posto l’artiglieria massmediatica guerrafondaia (ma camuffata dai soliti infingimenti umanitari) col cui rombo coprire quello dei cacciabombardieri e dei Tomahwak che straziano la Libia oggi. Già il golpe orchestrato contro l’Honduras, e quello fallito contro l’Ecuador, dimostrano che Obama e il suo entourage non hanno altro scopo che portare avanti, con accenti rinnovati, la stessa vecchia politica di dominio ed espansione imperialista degli USA.
Nel caso delle presunte ‘rivoluzioni arabe’ di questi mesi, in effetti, sia sostenitori che soprattutto i critici di esse, si sono soffermati fin troppo sulle operazioni di propaganda e infiltrazione delle agenzie di destabilizzazione strategica anglo-statunitensi, e occidentali in generale, ritenendo e pensando che la leva rivoluzionaria araba fosse rappresentata dalla esigua società civile occidentalizzante dell’Arabia. Il fatto è che soprattutto per i padroni e i manovratori dei ‘rivoluzionari democratici‘, questi elementi borghesi arabofoni, acquistati con donazioni e viaggi premio a Washington, non costituiscono alcuna garanzia per la vittoria e le presa del controllo dei poteri nei paesi obiettivi delle sovversioni. Serviva e serve ben altro per poter contare su un solido controllo sugli stati e le società ‘liberate’ e liberalizzate del mondo arabo, dell’Arabia. Questa forza è da sempre collegata strettamente con due realtà politiche, geopolitiche e geoeconomiche determinate: il colonialismo francese e soprattutto inglese, cioè Londra, e il servile complice dell’imperialismo e del colonialismo occidentale, l’entità statale basata sulla rendita petrolifera gestita dalla famiglia compradora dei Saud, e l’apparato poliziesco-propagandistico parassitario che sempre tale famiglia controlla. L’Arabia Saudita è un alleato fondamentale, grazie al controllo che esercita sulle varie filiazioni islamiste che Riyad finanzia abbondantemente ed addestra meticolosamente da decenni. Lo scontro inter-arabo e intra-arabo è un colossale regolamento di conti tra la parte feudale del mondo islamico, dei regimi islamici più arretrati, e l’eredità storico-politica del Nasserismo, del Baathismo, del Socialismo e del Marxismo che il Mondo Arabo ha avuto in lascito nel corso degli ultimi sessant’annni.
Ovviamente le realtà più oscurantiste e arretrate del mondo colonizzato, sono sempre state fedeli alleate dell’egemonismo politico-miliatre e tecnico-industriale dell’Occidente. Il wahhabismo, la fratellanza mussulmana e le altre realtà islamiste sunnite hanno sempre avuto la possibilità di pesare sulle società del mondo arabo, grazie ai loro pesanti legami con le centrali imperialiste metropolitane. Soprattutto con Londra, base operativa degli islamisti rimessi in sella a Tunisi e a Bengasi, per esempio. Oppure base operativa dei network tv come al-Arabiya e al-Jazeera, dei micidiali centri di disinformazione strategica e di propaganda islamoliberista e reazionaria. Stanno svolgendo a pieno le azioni operative ad esse assegnate, non svolgendo solo campagne mediatiche a favore delle ‘rivoluzioni colorate’, e non solo plasmando un ‘modus pensandi’ che favorisce e appoggia le azioni e le interferenze di Londra, Washington e Parigi nell’Arabia, ma operando effettivamente come vere e proprie agenzie d’intelligence e ricognizione integrate nelle operazioni belliche USA/NATO, come avviene in Libia in questi giorni. Lo Yemen ha compreso questo ruolo, e alla fine, dopo che Riyad ha deciso di abbandonare Sanaa, probabilmente in accordo con le potenze occidentali, il presidente yemenita decide di espellere dal paese al-Jazeera, agente attivo nelle rivolte antigovernative, dimostrando così, in modo indiretto, la connessione esistente tra la moderna e liberale agenzia televisiva panaraba e il regime oscurantista della famiglia dei Saud. Ad esempio, il ruolo del TG3 è emblematico, non è un caso che queste vera e propria dependance, se non dell’ambasciata USA a Roma, del NED e del partito democratico USA porta avanti, da almeno un paio di anni, una forsennata campagna di aggressione mediatica e di banditismo ideologico contro la Libia. Una campagna bellica vera e propria, che è riuscita ad arruolare in pratica tutta l’amorfa e moribonda sinistra fu marxista italiana. Dal partito della sinistra apertamente ultramericana, PD, che acclama acriticamente le guerre condotte dalle amministrazioni democratiche, da Clinton a Obama, alle sinistre cripto-brezinskiane. Che si tratti di Vendola o di Ferrero, della maggioranza dei trotskisti o dei maoisti, o perfino dell’armata folkloristica degli antimperialisti pro-alQaida, nulla cambia per i decisori e gli strateghi dell’assalto finale, e disperato, al mondo arabo, o quella parte del mondo arabo, che aveva iniziato la marcia di avvicinamento all’asse economico-strategico Mosca-Beijing.
Non è un caso che si aggrediscano, con tali sommosse teleguidate, realtà che si oppongono od ostacolano l’egemonia regionale anglostatunitense: Libia, Siria, Sudan, Yemen (alleato con l’Eritrea). Oltre al processo di frantumazione nazionale, che a quanto pare non è ritenuto sufficiente dalle centrali strategiche occidentali, viene avviato un immenso processo di revanscismo islamista, protesa a creare il tanto mitizzato emirato islamico, ideologia aggregante per le forze arabofone antinazionali più arretrate e oscurantiste, permettendone la mobilitazione anche in realtà statuali più consolidate, come la Siria. Tutto ciò amalgamato con il disegno dell’asse Washington-Londra-Parigi di affidare questo fantomatico emirato islamista alla decadente famiglia compradora dei Saud. Scopo ultimo, impedire lo sviluppo tecnico-sociale-economico regionale, grazie all’imposizione di un ordine parassitario e anti-sviluppista e anti-progressista (che tanto piace alle anime belle razziste d’occidente, afflitte da una sorta di orientalismo impegnato), che impedirebbe i piani strategici industriali ed economici di collaborazione con le potenze asiatiche ed eurasiatiche. Tale blocco e arretramento economico-industriale verrebbe volto a favore delle potenze occidentali, che potranno sottrarre le risorse energetiche e idriche regionali, che rimarrebbero inutilizzabili con l’inattuazione della modernizzazione tecnico-economcio-sociale degli stati arabi colpiti dalla sovversione islamo-colonialista camuffata da ‘rivolte democratiche civili’. Inoltre, non solo tale sabotaggio strategico regionale colpirebbe lo sviluppo regionale, ma attenterebbe pesantemente al progetto eurasiatico basato sull’aggregazione e il riavvicinamento tra potenze come Russia, Cina, Turchia, Pakistan e Iran. E inoltre il fantomatico emirato islamocolonialista che verrebbe creato, fattualmente o ideologicamente che sia, diverrebbe una potente piattaforma per avviare la destabilizzazione della Federazione Russa, della Repubblica Popolare di Cina e l’Unione Indiana, nonché uno strumento sia per colpire in modo devastante l’Iran e la Turchia, che per distruggere realtà statali come il Pakistan e le repubbliche caucasiche e centrasiatiche. La mano brezinskiana e il tocco tipicamente londinese del divide et impera colonialista, sono ben visibili per chiunque voglia guardare in faccia la realtà dei fatti internazionali che oggi si osservano.
Alla luce della mossa del cavallo all’ONU, attuata dall’asse atlantista e dalla cerchia brezinskiana-rhodesiana, Mosca e Beijing stanno iniziando a comprendere che non c’è più tempo da perdere, in danze diplomatiche e salamelecchi bipartizan, con entità che vogliono soltanto aggredirle e rovinarle.Le operazioni clandestine sul terreno
A fine marzo 2011 era oramai chiaro che la ‘rivolta popolare’ o meglio, la rivoluzione colorata con cui si è tentato di rivestire il golpe con cui abbattere la Jamahiriya, era fallita. Il piano era in preparazione almeno dal 20 ottobre 2010, quando il governo francese aveva invitato a Tunisi Nuri Mismari, capo del protocollo del governo Libico, e il giorno successivo giungeva a Parigi, dove in pratica restava ad organizzare il golpe. “Sicuramente ai primi di novembre (2010) sono visti entrare all’Hotel Concorde Lafayette di Parigi, dove Mismari soggiorna, alcuni stretti collaboratori del presidente francese Sarkozy. Il 16 novembre c’e’ una fila di auto blu fuori dall’hotel. Nella suite di Mismari si svolge una lunga e fitta riunione. Due giorni dopo parte per Bengasi una strana e fitta delegazione commerciale francese. Ci sono funzionari del ministero dell’Agricoltura, dirigenti della France Export Cereales e della France Agrimer e manager della Soufflet, della Louis Dreyfus, della Glencore, della Cani Cereales, della Cargill e della Conagra”. Una missione commerciale che servì a coprire un gruppo di militari e di agenti dell’intelligence che a Bengasi incontrarono il colonnello dell’aeronautica libica Abdallah Gahani, disposto a disertare e che aveva contatti con dei dissidenti tunisini. Il 28 novembre, a seguito delle indagini del controspionaggio libico, Tripoli emetteva un mandato di cattura internazionale nei confronti di Mismari, trasmesso anche alla Francia. Gli uomini di Sarkozy inscenarono un finto arresto, che si tramutò in una confortevole permanenza parigina per il complottatore bengasino. Mismari, dopo aver chiesto ufficialmente alla Francia asilo politico svelò i segreti della difesa militare e delle alleanze diplomatiche e finanziarie della Libia, descrivendo il quadro dei possibili dissidenti disposti a passare con le forze nemiche di Tripoli. Dopo aver respinto i successivi tentativi di contatto del governo libico, Mismari, il 23 dicembre 2010 incontrò i transfughi politici Farj Sharant, Fathi Buqris e Ali Yunis Mansouri, che diverranno i dirigenti della presunta rivolta popolare di Bengasi. I tre erano accompagnati da funzionari dell’Eliseo e da dirigenti del servizio segreto francese (DGSE).
Nel gennaio 2011 la Francia era pronta ad avviare il golpe contro il governo Libico. Il 22 gennaio il comandante del controspionaggio in Cirenaica, il Generale Aud Sayti, fece arrestare il colonnello Gahani, collegamento occulto dei servizi francesi con la rete dei prossimi rivoltosi. Rivolta che esplose egualmente il 15 febbraio a Bengasi. Da subito, furono gli israeliani ad indicare la presenza di elementi esterni e stranieri dietro la ‘rivolta popolare’. Decine, e poi centinaia, di ‘consiglieri’ militari ed agenti dei servizi segreti statunitensi, inglesi e francesi, sbarcavano a Bengasi, almeno fin dal 2 febbraio 2011, per creare e alimentare la rivolta. Lo scopo della loro missione era triplice: aiutare i comitati rivoluzionari a stabilire infrastrutture governative; organizzare i rivoltosi in unità paramilitari, addestrandoli all’uso delle armi; preparare l’arrivo di altre unità militari straniere, qatariote e turche, oltre a reparti di ex-guerriglieri in Afghanistan, gli ‘afgansy’, collegati con l’universo islamista egiziano e saudita. Di fatti erano giunti a Bengasi cannoni anticarro da 106 millimetri di provenienza NATO, con munizionamento inglese, e armi antiaeree, il tutto camuffato da aiuti umanitari alla popolazione civile; da ciò si può ben comprendere quale sia, in realtà, il vero scopo delle ONG umanitarie che reclamano fin dall’inizio delle ostilità, l’istituzione di ‘corridoi umanitari’ per la popolazione civile (nome in codice per indicare i mercenari e la guerriglia anti-Jamahiriya). Camuffate da aiuti umanitari le armi, camuffati da volontari umanitari gli istruttori militari occidentali che, appena sbarcati, iniziarono l’addestramento dei rivoltosi; mentre commandos di incursori iniziavano a compiere operazioni clandestine di sabotaggio e provocazione. Tutto ciò, secondo le fonti interne francesi, avvenne da ben prima della risoluzione 1973, adottata dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 17 marzo, che chiedeva “un immediato cessate il fuoco” e autorizzò la comunità internazionale ad istituire una no-fly zone in Libia e ad utilizzare tutti i mezzi necessari per “proteggere i civili”. Lo stesso ministro degli Interni francese, Claude Guéant, aveva parlato di “crociata” riferendosi all’operato di Sarkozy.
L’insieme delle operazioni clandestine anglo-francesi rientrava dell’ambito dell’operazione South Mistral. La cui versione ufficiale, ovvero le operazioni di bombardamento sotto mandato ONU; erano denominate Harmattan, in francese, o Ellamy, in inglese, che a loro volta rientrano nell’operazione Odissey Dawn, voluta dal salotto dirittumanitarista di sinistra di Washington, che aveva le sue massime espressioni nella segretaria di stato USA Hillary Rodham Clinton, nell’ambasciatrice USA all’ONU Susan Rice e nell’intellettuale-gangster Samantha Power, notoria cantrice dell’interventismo armato umanitario internazionale degli USA. Gli screzi non mancarono, comunque, all’interno del disomogeneo fronte anti-Jamahiriya, formato rappattumando svariati gruppi e clan spinti alla rivolta con motivazioni e per interessi differenti. Ai primi di marzo, due agenti dell’MI6 e sei incursori delle SAS inglesi, mentre stavano scortando un diplomatico inglese, appena scesi dall’elicottero che li aveva trasportati nella loro zona operativa, a Bengasi, furono catturati dai guardiani di una fattoria e consegnati alla fazione ribelle gestita dai francesi o dagli egiziani, e non dagli inglesi. Interrogati, non avevano svelato nulla ed erano stati poi esfiltrati e fatti rientrare con la fregata HMS Cumberland. Secondo The Times, la presenza inaspettata di questa unità “avrebbe irritato gli esponenti dell’opposizione libica, che trasferirono i soldati in una base militare“. In effetti, questi elementi erano aggregati ai circa 200 militari dello Scottish Royal Regiment, reparto inglese rientrato dall’Afghanistan nel 2009, che partecipò alle operazioni militari coperte da azioni umanitarie e sgombero. Il ministro della Difesa inglese aveva ammesso che questi militari operavano nel bengasino da almeno tre settimane: ufficialmente per assistere piloti abbattuti. Lo scopo di tale tipo di operazioni, di questo dispiegamento sul campo di reparti speciali, era anche approfittare del caos a Tunisi e Cairo per consentire l’ingresso dai due paesi confinanti con la Libia di mercenari, volontari islamisti e almeno un centinaio di membri dell’Unità 777, le forze speciali egiziane, tutti inviati per fornire sostegno tecnico, nuovi armamenti e appoggio tattico alla presunta spontanea ‘rivolta popolare libica’.

Gli uomini qui ripresi caricano una cassa di munizioni speciali, si tratta di proiettili da 106mm per dei cannoni senza rinculo M40A1 di fabbricazione statunitense. Tale arma non è in dotazione alle forze armate libiche; inoltre la scritta HESH-T, ovvero Proiettile ad Alto Esplosivo a Testata Dirompente – Tracciante, dimostra che i proiettili sono di fabbricazione inglese, poiché questo tipo di proiettili sono chiamati così solo nel Regno Unito, mentre nel resto del mondo vengono denominati HEP-T (Proiettile ad Alto Esplosivo al Plastico – Tracciante). Inoltre l’esplosivo HESH-T/HEP-T è impiegato solo dai paesi membri della NATO, Israele, India e Svezia. Non possono che avere origine esterna alla Libia, non sono stati prelevati dagli arsenali delle forze armate libiche.

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2017/08/23/sei-anni-dopo-libia-campo-di-battaglia-tra-occidente-ed-eurasia/

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LA “GUERRA UMANITARIA”.

In questo breve documento video, sono spiegati i meccanismi della giustizia internazionale, e come è possibile manipolarli.
Vedremo il lavoro sporco della LLHR la “lega libica dei  diritti umani”.E’ da notare l’ intervista al suo segretario generale SLIMAN BOUCHUIGUIR. Tenete a mente questo nome, è uno degli ASSASSINI che hanno fabbricato le false prove che hanno portato alla guerra.
Guardate le sue risposte vaghe, a delle domande precise. Notare il balletto dei numeri, parla di 18000 morti, poi di 6000, riferiti da MAHMOUD JIBRIL. Si lo stesso jibril del CNT, cioé i RATTI che ora occupano la Libia.
Sembra di sentire le vecchie comari di paese, cioè: IO dico che TIZIO è cornuto; la voce gira, lo viene a sapere CAIO che vi aggiunge del suo, lo riferisce a SEMPRONIO,( che a sua volta aggiunge qualcosa), e poi lo ridice a ME. risultato? TIZIO è davvero cornuto.
Che bella giustizia…….. COMPLIMENTI.

 

capire la guerra alla Libia 2

di Michel Collon
Traduzione di Marcello Gentile per l’Ernesto online
2ª Parte : Gli obiettivi reali degli USA vanno molto al di là del petrolio:

Quali sono i veri obiettivi degli USA? A questo punto della nostra riflessione, vari indizi permettono già di scartare definitivamente la tesi della guerra umanitaria o della reazione impulsiva di fronte agli eventi. Se Washington e Parigi hanno deliberatamente rifiutato qualsiasi ipotesi di negoziato, se hanno foraggiato da tempo l’opposizione libica e hanno preparato piani dettagliati d’intervento, se le portaerei erano pronte da tempo per intervenire (come ha confermato l’ammiraglio Gary Roughead, comandante della US Navy:” le nostre forze erano già posizionate di fronte alla Libia”, Washington, 23 marzo), è lecito pensare che questa guerra non è stata decisa all’ ultimo momento come reazione agli eventi improvvisi, ma era già pianificata. Perché questa guerra persegue vari obiettivi che oltrepassano di molto la figura di Gheddafi? Quali sono?

In questa guerra contro la Libia Washington persegue vari obbiettivi contemporaneamente:
1)Controllare il petrolio.
2)Garantire Israele.
3)Impedire la liberazione del mondo arabo.
4)Impedire l’unità africana.
5)Usare la NATO come gendarme dell’Africa

Sono troppi obiettivi? Si. Esattamente come per le guerre precedenti: Iraq, Jugoslavia, Afganistan. Una guerra di questo tipo, effettivamente, costa molto e presuppone gravi rischi per l’immagine degli USA, soprattutto se non riusciranno a vincerla. Se Obama si lancia in una guerra così, è perché si aspetta di ottenere grandi profitti.

Obiettivo n° 1: Controllare tutto il petrolio

Alcuni dicono che questa volta non è una guerra per il petrolio perché la quantità libica sarebbe marginale rispetto alla produzione mondiale e che, ad ogni modo, Gheddafi già vendeva il suo petrolio agli europei. Ma questa gente non capisce in che cosa consista la “guerra mondiale per il petrolio”…

Con l’aggravante della crisi generale del capitalismo le grandi potenze economiche sono invischiate in una lotta sempre più feroce. In questo gioco delle poltrone i posti costano caro. Per garantire una poltrona alle proprie multinazionali, ogni potenza deve battersi su tutti i fronti: conquistare mercati, conquistare zone che garantiscano manodopera a basso costo, ottenere grandi contratti pubblici e privati, assicurarsi monopoli commerciali, controllare stati che gli concedano vantaggi… e soprattutto assicurarsi il dominio delle materie prime conosciute. Primo fra tutti, il petrolio.

Nell’anno 2000, nell’analizzare le guerre che sarebbero scoppiate, nel nostro libro “Monopoly”, avevamo scritto: “ chi vorrà dirigere il mondo, dovrà controllare il petrolio. Tutto il petrolio. In qualsiasi luogo si trovi.” Se sei una grande potenza non basta assicurarti l’approvvigionamento di petrolio per il tuo consumo. Ogni volta ne vorrai di più, vorrai il massimo. Non solo per gli enormi benefici, ma perché assicurandoti un monopolio, sarai nelle condizioni di poterlo privare ai tuoi nemici e sottometterli alle tue condizioni. Avrai un’ arma assoluta. Il ricatto? Si.

Dal 1945 gli USA hanno fatto di tutto per garantirsi questo monopolio sul petrolio. Un paese nemico come il Giappone, per esempio, dipendeva al 95% dagli Stati Uniti per l’approvvigionamento di energia. Con questo si garantirono la sua obbedienza. Però le relazioni di forza cambiano, il mondo si fa multipolare e gli Usa devono affrontare la crescita della Cina, il recupero della Russia, l’emersione del Brasile e di altri paesi del Sud. Il monopolio si fa sempre più difficile da mantenere.

Il petrolio libico rappresenta solo l’1% o il 2% della produzione mondiale? D’accordo, ma è della miglior qualità, è molto facile da estrarre e quindi molto conveniente. Soprattutto è vicino all’Italia, alla Francia e alla Germania. Importare petrolio dal medio oriente, dall’Africa nera o dall’America latina ha un costo maggiore. E allora si che c’è la guerra per l’ oro nero libico. Più ancora per un paese come la Francia che è tanto compromessa in un programma nucleare sempre più a rischio.

In questo contesto bisogna ricordare 2 cose: 1) Gheddafi voleva incrementare la partecipazione dal 30% al 51% dello stato libico nel petrolio. In quest’ultimo 2 marzo, Gheddafi si lamentava del fatto che la produzione petrolifera del suo paese era al livello più basso. Ha minacciato di sostituire le compagnie occidentali che hanno lasciato la Libia, con società cinesi, russe e indiane. Una coincidenza? Ogni volta che un paese africano si avvicina alla Cina, sorgono i problemi. 2) Alì Zeidan, l’uomo che ha lanciato la notizia dei “6 mila morti civili”, vittime dei bombardamenti di Gheddafi, quest’uomo che è anche il portavoce del famoso CNL, il governo d’opposizione riconosciuto dalla Francia. Bene, su questo punto, Alì Zeidan ha dichiarato che “i contratti firmati saranno rispettati” ma il futuro potere “terrà conto delle nazioni che ci hanno aiutato”! Detto questo, si tratta certamente di una guerra per il petrolio. Però non si sviluppa solamente in Libia…

Perché tutta questa rivalità tra USA, Francia e Germania?

Se la guerra contro la Libia è giusta e umanitaria, non si capisce perché quelli che la conducono litigano tra di loro. Perché Sarkozy si è precipitato per essere il primo ad aprire il fuoco? Perché si è imbestialito quando la NATO ha voluto prendere il controllo delle operazioni? Il suo argomento “la Nato è impopolare nei paesi arabi” non sta in piedi. Come se lui, Sarkozy, sia tanto popolare dopo aver protetto, come ha fatto, Israele e Ben Alì!

Perché la Germania e l’Italia sono così reticenti di fronte a questa guerra? Perché il ministro Frattini, al principio, aveva dichiarato che si doveva “difendere la sovranità e l’ integrità territoriale della Libia” e che “l’Europa non avrebbe dovuto esportare la democrazia in Libia”[1]? Semplici divergenze sull’efficacia umanitaria? No, si tratta, anche in questo caso, di interessi economici. Nell’Europa che affronta la crisi, le rivalità, anche qui, sono sempre più accese. Fino a pochi mesi fa sfilavano tutti a Tripoli per abbracciare Gheddafi e mettersi in tasca i generosi contratti libici. Quelli che li avevano ottenuti, non avevano nessun interesse nel destituire Gheddafi. Gli altri, che non li avevano ottenuti, si che avevano interesse nel destituirlo. Chi è il primo cliente del petrolio libico? L’ Italia. E il secondo? La Germania. Continuiamo con gli investimenti e le esportazioni delle potenze europee. Chi ha preso la maggior parte dei contratti in Libia? L’ italia. E il numero due? La Germania.

E’ la tedesca BASF quella che è arrivata ad essere la principale produttrice di petrolio in Libia con un investimento pari a 2 mila milioni di euro. E’ la DEA, filiale del gigante dell’ Acqua RWE, quella che ha ottenuto più di 40.000 chilometri quadrati di giacimenti di petrolio e di gas. E’ la tedesca Siemens quella che gioca il ruolo più importante negli enormi investimenti del gigantesco progetto “Great Man Made River”, il maggior progetto di irrigazione al mondo, una rete di condutture per portare l’acqua dalle falde acquifere della Nubia fino al deserto del Sahara. Più di 1.300 pozzi, spesso ad una profondità maggiore di 500 metri, che una volta terminati, somministrerebbero ogni giorno 6,5 milioni di metri cubi d’acqua a Tripoli, Bengasi, Sirte e altre città[2]. 25 miliardi di dollari che attirano gli avidi. Oltre a questo, la Libia con i suoi petrodollari si era impegnata in un ambizioso programma per rinnovare le sue infrastrutture, costruire scuole e ospedali e per industrializzare il paese.

Approfittando del suo potenziale economico, la Germania si è associata con partners privilegiati della Libia, dell’Arabia Saudita, e dei paesi del golfo Persico. Quindi non ha nessun interesse nel macchiare la sua immagine nel mondo arabo. In quanto all’Italia bisogna ricordare che colonizzò la Libia con una brutalità inaudita appoggiandosi alle tribù dell’ovest contro quelle dell’est. Ma con la mediazione di Berlusconi le imprese italiane hanno ottenuto ottimi contratti. Allora questi due paesi hanno molto da perdere. Al contrario Francia e Inghilterra, che non hanno mai ottenuto buone fette della torta, vanno all’offensiva per accaparrarsi la loro parte di torta. La guerra in Libia è semplicemente la continuazione della battaglia economica fatta con altri mezzi. Il mondo capitalista, decisamente, non è molto bello.

La rivalità economica si traduce in termini militari. In un’Europa in crisi e dominata da una Germania dagli alti profitti (grazie soprattutto alla sua politica di bassi salari), la Francia rompe le sue alleanze e torna ad avvicinarsi all’ Inghilterra per provare a riequilibrare la situazione. Parigi e Londra hanno più mezzi militari di Berlino e provano a giocare questa carta per compensare la loro debolezza economica.

Obiettivo n° 2: Garantire Israele

Nel Medio Oriente tutto è intrecciato. Come ci spiega Noam Chomski in un’intervista [3]:”A partire dal 1967, il governo degli USA considera Israele come un investimento strategico. Come un distretto di polizia incaricato di proteggere le dittature arabe produttrici di petrolio”. Israele è il poliziotto del Medio Oriente.

Solo che il nuovo problema per Washington è che i numerosi crimini commessi da Israele (Libano, Gaza, Flottiglia umanitaria…) lo isolano sempre di più. I popoli arabi reclamano la fine di questo colonialismo. All’improvviso è il “poliziotto” che ha bisogno di essere protetto. Israele non può sopravvivere senza un contorno di dittature arabe che non tengano, in assoluto, conto della volontà dei propri popoli di essere solidali con i Palestinesi. Per questo Washington proteggeva Mubarak e Ben Alì e seguirà proteggendo altri dittatori.

Gli USA temono di perdere Tunisia ed Egitto nei prossimi anni. Questo cambierebbe i rapporti di forza nella regione. Dopo la guerra in Iraq nel 2003, che è stata anche un avvertimento e un’intimidazione per gli altri dirigenti arabi, Gheddafi si è sentito minacciato. Così ha incominciato a moltiplicare le concessioni, a volte esagerate, alle potenze occidentali e al loro neoliberismo. Ciò, lo ha indebolito al suo interno sul piano della resistenza sociale. Quando si cede al FMI, si fa danno alla popolazione. Però, se domani Tunisia ed Egitto virassero verso sinistra, Gheddafi potrebbe riconsiderare le sue concessioni. Un asse di resistenza Il Cairo – Tunisi – Tripoli, facendo fronte contro gli Usa e deciso a non piegarsi ad Israele, sarebbe un problema per Washington. E così far cadere Gheddafi è una prevenzione.

Obiettivo n° 3: Ostacolare la liberazione del mondo arabo

Chi domina oggi l’ insieme del mondo arabo, la sua economia, le sue risorse e il suo petrolio? Già lo sappiamo, non i popoli arabi. Però nemmeno i dittatori del luogo. Si, loro occupano la scena, ma i veri padroni stanno dietro le quinte. Sono le multinazionali statunitensi ed europee quelle che decidono cosa produrre o no in questi paesi, che salari si debbano pagare, a chi distribuire i profitti del petrolio e quale classe dirigente sarà imposta. Sono le multinazionali quelle che arricchiscono i propri azionisti sulla pelle dei popoli arabi.

Imporre tiranni all’insieme del mondo arabo ha conseguenze molto gravi: il petrolio, ma anche le altre risorse naturali che servono solamente ai profitti delle multinazionali, non servono a diversificare l’economia e a creare posti di lavoro. In più le multinazionali accentuano i bassi salari nel turismo, nelle piccole imprese e nei servizi in sub appalto.

All’improvviso le economie diventano dipendenti, squilibrate e non rispondono più alle necessità dei popoli. Negli anni che verranno si andrà ad aggravare la disoccupazione perché il 35% degli arabi ha meno di 15 anni. I dittatori sono come degli impiegati delle multinazionali, sono incaricati di assicurare loro i benefici e reprimere la contestazione. I dittatori hanno il compito di impedire la giustizia sociale.

Trecento milioni di arabi distribuiti in 20 paesi, che però si considerano a giusto titolo, una sola nazione, si trovano così di fronte ad una scelta decisiva: accettare il sostentamento di questo colonialismo o farsi indipendenti prendendo una nuova rotta? Tutto il mondo intorno è in piena trasformazione: Cina, Brasile e altri paesi si emancipano politicamente, questo gli sta permettendo di progredire economicamente. Il mondo arabo rimarrà indietro? Continuerà ad essere alle dipendenze degli USA e dell’Europa, un’arma che questi utilizzano contro le altre nazioni nella grande lotta politica ed economica internazionale? O alla fine suonerà anche per loro la campana della liberazione?

Questa idea terrorizza gli strateghi di Washington. Se il mondo arabo e il petrolio gli scappassero dalle mani, dovrebbero dire addio al dominio del pianeta. Perché gli USA, una potenza in declino politico ed economico, sono sempre più incalzati: dalla Germania, dalla Russia, dall’America latina e dalla Cina. In più numerosi paesi aspirano a stabilire relazioni sud-sud, più vantaggiose rispetto alla dipendenza dagli Stati Uniti..

Ogni volta gli costa sempre più mantenersi come la maggiore potenza mondiale, capace di rapinare nazioni intere e di portare la guerra in ogni luogo dove decide di portarla.

Quelli per cui la democrazia è pericolosa

Le potenze coloniali di ieri o neocoloniali giurano di essere cambiate. Dopo aver finanziato, armato, consigliato e protetto Ben Alì, Mubarak e compagnia, adesso USA, Francia e gli altri ci inondano con dichiarazioni commoventi. Come Hillary Clinton:” Noi appoggiamo l’aspirazione dei popoli arabi alla democrazia”.

Grande bugia. Gli USA e i loro alleati non vogliono assolutamente una democrazia araba, non vogliono per nessuna ragione che gli arabi possano decidere sul petrolio e le altre ricchezze. Hanno fatto di tutto per frenare la democratizzazione, per mantenere al potere i responsabili del vecchio regime. E quando questo non funziona, imporgli altri dirigenti che hanno il compito di smobilitare la resistenza popolare. Il potere egiziano, per esempio, ha appena preso provvedimenti anti sciopero molto brutali.

Spiegare la guerra contro la Libia con l’idea che, dopo la Tunisia e l’Egitto, Washington e Parigi avrebbero “capito” e vorrebbero lavarsi la coscienza o, in ogni caso, migliorare la propria immagine, non è altro che una grande bugia. In realtà la politica occidentale nel mondo arabo forma un insieme che si applica sotto tre differenti forme: 1. Mantenere dittature repressive. 2. Sostituire Mubarak e Ben Alì con pedine sotto il loro controllo. 3. Destituire i governi di Tripoli, Damasco e Teheran per la ricolonizzazione di questi 3 paesi “persi”. Tre metodi per un solo obiettivo: lasciare il mondo arabo sotto dominio per continuare a sfruttarlo. La democrazia è pericolosa quando rappresenta solamente gli interessi di una piccola minoranza sociale. Quello che fa paura agli stati uniti è che lo scontento sociale sia scoppiato in quasi tutte le dittature arabe…
In Iraq (i nostri media non ne hanno parlato per niente) numerosi scioperi hanno danneggiato l’industria petrolifera, il settore tessile, l’ elettricità e altri settori. A Kut, anche truppe statunitensi hanno accerchiato una fabbrica tessile in sciopero. Ci sono state manifestazioni in 16 delle 18 provincie, con tutte le comunità unite contro il governo corrotto che lascia in miseria il proprio popolo. In Bahrein, sotto la pressione della piazza, il re ha finito per promettere un aiuto speciale di 2.650 dollari ad ogni famiglia. In Oman, il sultano Oaboos Bin Said, ha cambiato la metà del governo e aumentato il salario minimo del 40% e ha ordinato di creare 50.000 nuovi posti di lavori. Lo stesso re saudita, Fahd, ha sbloccato 36 miliardi di dollari per sostenere le famiglie a basso reddito. Evidentemente, tra la gente semplice viene spontanea una domanda: come mai avevano tutti questi soldi? Perché li tenevano nelle loro casseforti? E la seguente domanda: Quante migliaia di milioni avranno rubato ai loro popoli con la complicità degli USA? E l’ultima: Come far cessare tutte queste ruberie?

Le “rivoluzioni Facebook”, un gran complotto made in USA o autentiche rivoluzioni?

Un’ interpretazione sbagliata si sta diffondendo in internet: le rivolte arabe sarebbero state scatenate e manipolate dagli USA, che avrebbero tirato la corda con la finalità di provocare cambi sotto il loro controllo per così poter attaccare Libia, Siria e Iran. Tutto sarebbe stato “fabbricato”. L’ argomento di questa ipotesi: organismi più o meno ufficiali avrebbero invitato e formato negli USA dei “ciberattivisti” arabi che hanno giocato un ruolo all’avanguardia nella circolazione di informazioni e che sono divenuti il simbolo di una rivoluzione di nuovo tipo, “la rivoluzione face book”. L’idea di questo gran complotto non sta in piedi. In realtà, gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per mantenere al potere il maggior tempo possibile Mubarak, un dittatore molto utile. Ciò nonostante negli USA si sapeva che era in cattiva salute e “finito”. In questo tipo di situazioni, evidentemente, gli USA preparano sempre un piano B e incluso un piano C. Il piano B consisterebbe nel rimpiazzare Mubarak da uno dei suoi fedeli. Però questo aveva poche possibilità di funzionare vista la rabbia del popolo egiziano. Cosicché gli USA avevano uno o più piani C, come sono soliti fare, d’altra parte, praticamente in qualsiasi paese che vogliono controllare. In che consiste? Comprano in anticipo alcuni oppositori e intellettuali – siano o no coscienti – e “investono” nel futuro. Arrivato il giorno, spingono questa gente sulla scena. Per quanto tempo funzionerà questo, è un’altra questione, visto che il loro obiettivo è mantenere lo sfruttamento delle persone, ma c’è un popolo che si mobilita e un regime, che anche con il trucco rifatto, non è in grado di risolvere queste rivendicazioni. Parlare di rivoluzione facebook è un mito che torna utile agli USA. Come abbiamo già segnalato da molto tempo l’importanza dei nuovi metodi d’informazione e mobilitazione via internet, ugualmente riteniamo assurda l’idea che facebook sostituisca le lotte sociali e le rivoluzioni. Questa idea fa comodo ai grandi capitalisti (di cui Mubarak era un ottimo rappresentante), però, in realtà, quello che loro temono più di tutto è la contestazione dei lavoratori, perché mette direttamente in pericolo la loro fonte di guadagni.

Il ruolo dei lavoratori

Facebook è un metodo di lotta, ma non è l’essenza della rivoluzione. Questa immagine vorrebbe nascondere il ruolo della classe operaia (nel senso ampio) che sarebbe sostituita da internet. In realtà una rivoluzione è un’azione mediante la quale quelli che stanno sotto liquidano quelli che stanno in cima. Con un cambio radicale non solo del personale politico, ma, soprattutto, delle relazioni di sfruttamento sociale. E’ da molto tempo che non avremmo il diritto, secondo i nostrani grandi pensatori, di usare il termine “lotta di classe”, che sarebbe antiquato ed anche un po’ osceno. Non hanno fortuna, il secondo uomo più ricco del mondo, il banchiere Warren Buffet, ha sciolto il dubbio già da tempo:” D’accordo, c’è una lotta di classe in America. Però è la mia classe, la classe dei ricchi, che fa la guerra e l’abbiamo vinta”. Signor Buffet, mai affermare questo prima di vincere la partita. Ride bene chi ride …

Però le realtà tunisina ed egiziana confermano l’attualità della lotta di classe, d’accordo con il signor Buffet… Quando Ben Alì ha dovuto fare le valigie? Il 14 febbraio, quando i lavoratori tunisini erano in sciopero generale. Quando Mubarak ha lasciato il suo trono? Quando un forte sciopero degli operai ha paralizzato le industrie tessili, i servizi postali e persino i media ufficiali di comunicazione. La spiegazione di Joel Benin, professore nell’università Stanford ed ex direttore dell’università americana del Cairo: “In questi ultimi 10 anni un’ onda di proteste sociali ha interessato più di 2 milioni di lavoratori in più di 3 mila scioperi, sit-in e altre forme di protesta. Questo è stato il retroterra di tutta questa sollevazione rivoluzionaria delle ultime settimane… Però negli ultimi giorni, si sono visti decine di migliaia di lavoratori unire le loro rivendicazioni economiche con l’esigenza di abolire il regime di Mubarak…”[5]

La rivoluzione araba non ha fatto altro che incominciare. Dopo le ultime vittorie popolari, la classe dominante, sempre al potere, cerca di riappacificare il popolo con qualche piccola concessione. Obama desiderava che la piazza si calmasse il prima possibile e che tutto rimanesse come prima. Questo può funzionare un tempo, ma la rivoluzione araba è in marcia. Potranno passare anni, ma sarà molto difficile fermarla.

Obiettivo n° 4: Impedire l’unità africana

L’ Africa è il continente più ricco del pianeta per abbondanza di risorse naturali, ma è anche il continente più povero. Il 57% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, quindi, con meno di 1,25 euro al giorno. Qual’ è la chiave di questo mistero? Ovviamente che le multinazionali non le pagano queste materie prime, gliele rubano. In Africa rapinano le risorse, impongono bassi salari, accordi commerciali sfavorevoli e privatizzazioni nocive, esercitano tutti i tipi di pressione e ricatti sugli stati deboli, li strangolano con un debito ingiusto, insediano dittatori compiacenti, provocano guerre civili in regioni appetitose.

L’Africa è strategica per le multinazionali perché la loro prosperità è basata sul furto delle sue risorse. Se si pagasse un prezzo giusto per l’oro, il rame, il platino, il coltan, il fosfato, i diamanti e i prodotti agricoli, le multinazionali sarebbero molto meno ricche, ma le popolazioni locali potrebbero allontanarsi dalla povertà

Per le multinazionali statunitensi ed europee è vitale impedire che l’Africa sia una e che si emancipi. Deve continuare ad essere dipendente. Un esempio, spiegato molto bene da un autore africano, Jean-Paul Pugala…”La storia inizia nel 1992, quando 45 paesi africani fondano la società RASCOM per disporre di un satellite che abbatta i costi delle comunicazioni nel continente. Telefonare da e verso l’Africa aveva la tariffa più cara del mondo a causa di un’ imposta di 500 milioni di dollari che ogni anno l’Europa incassava sulle chiamate telefoniche, anche all’interno di uno stesso paese africano, per il passaggio delle comunicazioni sui satelliti europei, come Intelsat.

Il satellite africano costava 400 milioni di dollari pagabili in modo definitivo e non i 500 milioni di affitto all’anno. Quale banchiere finanzierebbe quel progetto? Ma l’equazione più complicata da risolvere era: come può lo schiavo liberarsi dallo sfruttamento servile del suo padrone, chiedendo proprio a lui l’aiuto per ottenere la sua liberazione? Infatti per 14 anni, la banca mondiale, il FMI, gli USA, la UE, non hanno fatto altro che ingarbugliare le carte.

E’ stato allora che Gheddafi, nel 2006, ha messo fine al supplizio del chiedere inutilmente la carità ai presunti benefattori occidentali, che in realtà praticano tassi da usura; la Libia ha messo sul tavolo 300 milioni di dollari, la Banca Africana di sviluppo 50 milioni, e la Banca dell’Africa Occidentale di sviluppo 27 milioni, ed è così che l’Africa dal 26 dicembre 2006 ha il suo primo satellite per le comunicazioni della sua storia. In seguito sono intervenute la Cina e la Russia, cedendo la loro tecnologia, permettendo così la messa in orbita dei nuovi satelliti sud-africano, nigeriano e algerino e di un secondo satellite africano nel luglio 2010. Per il 2020 è prevista la costruzione del primo satellite frutto al 100% della tecnologia africana, sarà prodotto sul suolo africano, più specificatamente in Algeria. Si prevede che questo satellite sia in grado di far concorrenza ai migliori satelliti del mondo, però ad un costo inferiore di dieci volte, una vera sfida.

Ed ecco come un semplice gesto simbolico di un pugno di 300 milioni di dollari possa cambiare la vita ad un intero continente. La Libia di Gheddafi ha fatto perdere all’ occidente, non solo i 500 milioni di dollari all’anno, ma i miliardi di dollari in debiti e in interessi che questo stesso debito avrebbe generato all’ infinito e in modo esponenziale, contribuendo così a mantenere questo sistema occulto che sta spogliando l’ Africa…”

E’ la Libia di Gheddafi il paese che ha offerto la prima vera rivoluzione dei tempi moderni all’Africa: assicurare la copertura universale del continente per la telefonia, la televisione, la radiodiffusione e molte altre applicazioni come la telemedicina e l’educazione a distanza. Per la prima volta una connessione a basso costo, è disponibile in tutto il continente, fino alle zone rurali grazie al sistema di ponte radio WMAX. [6].

Avete visto che non vi abbiamo raccontato nulla del male che ha fatto Gheddafi! Che aiutava gli africani ad emanciparsi dalla tutela asfissiante degli occidentali. Non ci saranno altre cose di questo genere mai dette?

Gheddafi ha sfidato il FMI e Obama gioca al borseggiatore

Si. Sostenendo il “Fondo Monetario Africano” (FMA), Gheddafi ha commesso il crimine di sfidare il FMI. Si sa che il FMI, controllato dagli USA e dalla UE, presieduto da Dominique Strauss-Kahn, esercita un vero e proprio sfruttamento dei paesi in via di sviluppo. Gli presta i soldi solo a condizione che questi paesi si liberino delle proprie imprese a beneficio delle multinazionali, che eseguano gli ordini senza alcun beneficio proprio o che riducano i propri investimenti in salute ed educazione.
In una parola questo Fondo Monetario Internazionale è molto nocivo

Quindi, ugualmente ai latino americani che hanno promosso il “Banco del Sur”, per contrapporsi ai ricatti arroganti del FMI e decidere da soli quali siano i progetti realmente utili da finanziare, il FMA potrebbe incominciare ad offrire una via più indipendente agli africani. Chi finanzia il FMA? L’ Algeria ha contribuito per 16 miliardi, la Libia per 10 miliardi, come dire il 62% del capitale.

Di contro, nel silenzio mediatico, Obama sta ultimando semplicemente la rapina di 30 miliardi al popolo libico. Come? Il 1° di marzo (molto prima della risoluzione dell’ ONU) ha dato ordine al tesoro USA di bloccare i depositi libici negli USA. Successivamente, il 17 di marzo, se li è arraffati facendo includere nella risoluzione 1973 dell’ ONU una breve frase che autorizza a congelare i beni della Banca Centrale libica, così come della Compagnia Nazionale Petrolifera libica. E’ risaputo che Gheddafi ha accumulato un tesoro petrolifero che gli ha permesso di investire in grandi imprese europee, in grandi progetti di sviluppo africano (e qualche volta anche in alcune campagne elettorali europee, però questo non sembra garantire una forma efficace di assicurazione sulla vita).
Riassumendo, la Libia è un paese molto ricco (200 miliardi di dollari di riserve) che ha attratto le ambizioni di una grande potenza super – indebitata, gli USA. Quindi per deviare le decine di miliardi di dollari della Banca Nazionale libica, come dire, frugando nelle tasche del popolo libico, Obama ha così battezzato, semplicemente, tutta questa “fonte potenziale di finanziamento del regime di Gheddafi” in modo tale che il gioco è stato fatto. Un autentico borseggiatore.

Nonostante tutti i suoi sforzi per ammorbidire l’occidente moltiplicando le concessioni all’imperialismo, Gheddafi ha continuato ad inquietare i dirigenti statunitensi. Un’ informativa dell’ ambasciata statunitense a Tripoli, datata novembre 2007, lamentava questa resistenza: “Quelli che guidano la direzione politica ed economica della Libia, portano a politiche sempre più stataliste nel settore dell’ energia.” Rifiutare in toto la privatizzazione giustifica i bombardamenti? La guerra è sicuramente la continuazione dell’economia con altri mezzi.

Obiettivo n° 5: usare la NATO come gendarme dell’ Africa

In principio la NATO era stata concepita per proteggere l’Europa contro la “minaccia sovietica”. Dissolta l’ URSS, dovrebbe sciogliersi anche la NATO. Però accade il contrario…

Dopo aver bombardato la Bosnia nel 1995, Javier Solana, segretario generale della Nato, dichiarava: “ L’esperienza maturata in Bosnia, potrà servire come modello per le operazioni NATO future” Quindi io scrissi: “ La Nato pretende di fatto una zona d’azione illimitata. La Jugoslavia è stata un laboratorio di preparazione per le prossime guerre. Dove saranno?” [7]. E avanzavo questa risposta: “ Asse n°1: Europa dell’ Est. Asse n°2: Mediterraneo e Medio Oriente. Asse n°3: Il terzo mondo in generale.” Infatti questo è il programma che oggi si sta realizzando.

Nel 1999 la NATO bombardava la Jugoslavia. Come abbiamo visto, una guerra per sottomettere un paese al neoliberismo. Studiando le analisi degli strateghi statunitensi, io sottolineavo questa frase di uno di loro, Stephen Blank: “ le missioni della NATO saranno ogni volta “out of area” (fuori dall’ area difensiva). La sua funzione principale, sarà quella di essere il veicolo dell’integrazione di regioni ogni volta più numerose nella comunità economica occidentale, della sicurezza politica e culturale.” [8]

Sottomettere regioni ogni volta più numerose all’ occidente! Allora io scrivevo: “ La Nato è l’esercito al servizio della globalizzazione, l’esercito delle multinazionali. Passo dopo passo, la NATO si trasforma effettivamente nel gendarme del mondo:” [9] Ed indicavo i probabili prossimi obbiettivi: Afganistan, Caucaso, il ritorno in Iraq… Questo per cominciare.

Oggi che il tutto si è compiuto, qualcuno mi domanda: ma hai una sfera di cristallo? No, non è necessaria una sfera di cristallo, basta studiare i documenti del Pentagono e gli importanti alti dispacci strategici statunitensi, che non sono neanche segreti, per dedurre e capire la loro logica. E questa logica imperialista di fatto è molto semplice: 1. Il mondo è una fonte di guadagni. 2. Per vincere la guerra economica devi essere la superpotenza dominante. 3. Per questo devi controllare le materie prime, le regioni e le rotte strategiche. 4. Tutte le resistenze a questo controllo devono essere infrante: mediante la corruzione, il ricatto o la guerra, non importa con quali mezzi. 5. Per continuare ad essere la potenza dominante, bisogna impedire assolutamente che i rivali si alleino contro il padrone.

L’ espansione della NATO nei tre continenti

Per difendere questi interessi economici e convertirsi nel gendarme del mondo, i dirigenti della NATO seminano il panico: “Il nostro mondo sofisticato, industrializzato, complesso è stato assalito da molte minacce mortali: cambio climatico, siccità, fame, ciber – sicurezza, questione energetica”[10]. Così, problemi non militari, ma sociali e medio ambientali, si utilizzano per aumentare le spese degli armamenti e gli interventi militari.

L’ obiettivo della NATO, di fatto, è quello di sostituirsi all’ ONU. Questa militarizzazione del mondo, fa divenire il futuro ogni volta più pericoloso. Tutto ciò ad un costo esagerato: gli USA prevedono una spesa militare record per il 2011, 708 miliardi di dollari. Come dire 2.320 dollari per ogni abitante. Il doppio rispetto all’ inizio dell’ amministrazione Bush. In più, il ministro statunitense della guerra, Robert Gates, non smette di spingere gli europei a spendere di più: “La demilitarizzazione dell’ Europa costituisce un ostacolo per la sicurezza e per una pace duratura nel secolo XXI” [11]. I paesi europei hanno dovuto scendere a compromessi con Washington per non diminuire le loro spese militari. Tutto questo a beneficio dell’industria bellica.

L’ espansione mondiale della NATO non ha niente a che vedere con Gheddafi, Saddam Hussein o Milosevic. Si tratta di un piano globale per continuare a dominare il pianeta e le sue ricchezze, per mantenere i privilegi delle multinazionali e per impedire ai popoli di decidere del proprio destino. La NATO proteggeva Ben Alì, Mubarak e i tiranni dell’Arabia Saudita, la NATO proteggerà coloro che gli succederanno, la NATO abbatterà solamente quelli che resisteranno all’impero.

Per arrivare ad essere il gendarme del mondo, la NATO avanza effettivamente passo dopo passo. Una guerra in Europa contro la Jugoslavia, una in Asia contro l’ Afganistan e adesso una in Africa contro la Libia. Sono già tre continenti! Avrebbero voluto intervenire anche in America Latina organizzando, da due anni, manovre in Venezuela. Ma lì il rischio era troppo alto, dato che l’ America Latina è sempre più unita e rifiuta “gendarmi” nord americani. Perché Washington vuole assolutamente usare la NATO come gendarme in Africa? A causa dei nuovi rapporti di forza mondiali analizzati precedentemente: gli USA sono in declino, incalzati dalla Germania, dalla Russia, dall’America Latina, dalla Cina, incluso da piccoli paesi del Terzo mondo.

Perché non si parla di Africom?

Ciò che più inquieta Washington è la crescente potenza della Cina. Nel proporre relazioni maggiormente paritarie ai paesi asiatici, africani e latino – americani, comprando le loro materie prime a prezzi migliori e senza ricatti coloniali, offrendo crediti più convenienti, costruendo infrastrutture utili allo sviluppo, la Cina sta offrendo un’ alternativa alla dipendenza da Washington, Parigi e Londra. Quindi “che fare per fermare la Cina?

Il problema è che una potenza in declino ha meno mezzi di pressione finanziari, anche verso i paesi africani: pertanto gli USA hanno deciso di usare la loro miglior arma: la forza militare. Bisogna sapere che le loro spese militari superano quelle di tutti i paesi del globo messi assieme. Quindi da anni stanno facendo avanzare passo dopo passo le loro pedine nel continente africano. Il 1° di ottobre del 2008 hanno costituito l’ Africom (Africa comand). Tutto il continente africano, escluso l’ Egitto, è sotto il comando USA unificato che raggruppa la US Army, US Navy, la US Air Force, i Marines e le “operazioni speciali” (sbarchi, colpi di stato, azioni clandestine…). L’idea è ripetere il meccanismo con la NATO in appoggio alle forze USA.

Washington, che vede terroristi da tutte le parti, li ha anche trovati in Africa. Guarda a caso nei dintorni del petrolio nigeriano e di altre risorse naturali desiderate. Dunque, se vorreste sapere dove si svilupperanno i prossimi episodi della loro famosa “guerra al terrorismo”, basterà che cerchiate una mappa del petrolio, dell’ uranio e del coltan e lì li troverete. Siccome poi, l’ islam si sta espandendo in numerosi paesi africani, Nigeria inclusa, già avrete il prossimo scenario…

L’ obiettivo reale dell’ Africom? Stabilizzare la dipendenza dell’ Africa, impedirne la sua emancipazione, impedirle di arrivare ad essere un attore indipendente che potrebbe allearsi con la Cina e con l’ America Latina. Africom costituisce un’ arma essenziale nei piani di dominazione mondiale statunitensi, che vorrebbero potersi appoggiare sull’Africa e sulle sue materie prime sotto il loro controllo per la grande battaglia che si è scatenata per il controllo dell’Asia e il controllo delle sue rotte marittime. In effetti, è l’ Asia il continente dove si giocherà la battaglia economica decisiva del secolo XXI. Però è un boccone difficile con una Cina molto forte e un fronte di economie emergenti che ha interesse nel formare un blocco. Washington vuole per questo controllare l’ Africa del tutto, per chiuderne la porta ai cinesi.

La guerra contro la Libia è in effetti una prima tappa per imporre l’ Africom a tutto il continente africano. Apre un’ era non di pacificazione del mondo, ma di nuove guerre. In Africa e in Medio Oriente, ma anche attorno all’Oceano Indiano tra L’Africa e la Cina.

Perché l’ Oceano Indiano? Perché se guardate una mappa, vedete che è la grande porta per accedere in Cina e in tutta l’Asia. Così, per controllare questo oceano, Washington tenta di dominare varie zone strategiche: 1. Medio Oriente e Golfo Persico, da qui il suo nervosismo a proposito di paesi come Arabia Saudita, Yemen, Bahrein e Iran. 2. Il Corno d’ Africa, da cui scaturisce la sua aggressività verso la Somalia e l’ Eritrea. Torneremo più avanti riguardo queste geostrategie nel libro che stiamo preparando e che uscirà presto: “Comprendre le monde musulman: entretiens avec Mohamed Hassan.

Il gran crimine di Gheddafi

Torniamo alla Libia. Nell’ambito della battaglia per il controllo del continente nero, l’Africa del Nord è il maggiore obbiettivo. Dispiegando una decina di basi militari in Tunisia, Marocco e Algeria, così come in altre nazioni africane, Washington si aprirebbe la via per stabilire una rete completa di basi militari che coprirebbe tutto il continente.

Ma il progetto Africom si è trovato con una serie di resistenze dei paesi africani. In modo altamente simbolico, nessuno ha accettato di accogliere nel proprio territorio la sede centrale di Africom. Così Washington ha dovuto mantenere la sua sede a Stoccarda, in Germania, la cosa è stata molto umiliante. In questa prospettiva, la guerra per abbattere Gheddafi è in fondo un avvertimento molto chiaro ai capi di stato africani che avessero una tentazione di seguire una via un po’ troppo indipendente.

Questo è il grande crimine di Gheddafi: la Libia non ha accettato nessun accordo con l’ Africom o con la Nato. Nel passato gli USA posizionarono un’ importante base militare in Libia. Ma Gheddafi la chiuse nel 1969. E’ evidente che la guerra attuale ha soprattutto come obbiettivo il recupero della Libia. Sarebbe un’avanzata strategica che gli permetterebbe di intervenire militarmente in Egitto, nel caso la situazioni scappasse dal controllo degli USA.

Quali saranno i prossimi obbiettivi in Africa?

Allora la domanda seguente sarà: a chi toccherà dopo la Libia? Quali paesi africani potrebbero essere attaccati dagli USA? E’ molto facile. Sapendo che la Jugoslavia è stata anche attaccata perché si rifiutava di entrare nella NATO, è sufficiente guardare la lista dei paesi che non hanno accettato di integrarsi con l’ Africom, sotto il comando militare degli USA. Sono 5: Libia, Sudan, Costa d’Avorio, Zimbabwe, Eritrea. Questi sono i prossimi obiettivi.

Il Sudan è diviso e sotto la pressione di sanzioni internazionali, anche lo Zimbabwe è sotto sanzioni. La Costa d’Avorio si è ritrovata in una guerra civile fomentata dall’occidente. L’ Eritrea, obbligata ad una guerra contro l’ Etiopia, l’ agente degli USA nella regione, attualmente si trova anch’essa sotto sanzioni.

Tutti questi paesi sono stati o saranno l’ obiettivo di campagne di propaganda e disinformazione. Siano o no guidati da dirigenti virtuosi e democratici, non conta nulla. L’ Eritrea sta tentando un’ esperienza di sviluppo economico e sociale autonomo e rifiuta gli “aiuti” che gli potrebbero essere imposti dalla Banca Mondiale e dal FMI controllati da Washington. Questo piccolo paese sta raccogliendo i primi frutti del suo sviluppo, però continua ad essere sotto la minaccia internazionale. Gli altri paesi se “si comporteranno male” saranno anche loro nel mirino degli USA. L’ Algeria concretamente. Di fatto non è cosa buona seguire la propria via…

E per quelli che ancora credono che tutto ciò non sia altro che una “teoria del complotto”, che gli USA non hanno programmato così tante guerre, ma che improvvisano reagendo secondo le necessità del momento, ricordiamo quello che aveva dichiarato l’ ex generale Wesley Clark (comandante supremo delle forze NATO in Europa tra il 1997 e il 2001, che ha diretto i bombardamenti sulla Jugoslavia): “ nel 2001 nel Pentagono, un generale mi disse: andiamo a prendere 7 paesi in 5 anni, cominciando dall’ Iraq, seguito dalla Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e per terminare l’ Iran” [12]. Dai sogni alla realtà c’è un margine, ma i piani sono lì. Sono solamente in ritardo.

Fonte: http://www.michelcollon.info

[1] Marianna Lepore, The war in Libya and Italian interests, inaltreparole .net, 22 février.
[2] Ron Fraser, Libya accelerates German – Arabian peninsula alliance, Trumpet.com, 21 mars.
[3] Michel Collon, Israel, parlons-en! Bruxelles 2010, p. 172.
[4] New York magazine, Novembre 2006.
[5] Interview radio Democracy now, 10 fevrier.
[6] J-P Pougalas, Les mensonges de la guerre contre la libya, Palestine-solidarite.org, 31 mars.
[7] Michel Collon, Poker menteur, Bruxelles, 1998, P. 160-168.
[8] NATO after enlargement, US Army College, 1998, P. 97.
[9] Michel Collon, Monopoly-L’OTAN à la conquete du monde,, Bruxelles, 2000, P. 90 et 102).
[10] Assemble commune OTAN-Lloyd’s à Londres, 1er octobre 2009.
[11] NATO Strategic Concept seminar, Washington, 23 fevrier 2010.
[12] Interview radio Democracy now, 2 mars 2007.