L’ATTACCO USA ALLA LIBIA NEL 1986 FU CREATO ATTRAVERSO UNA FALSE FLAG

15 agosto 2015

Premessa: l’articolo e’ stato pubblicato nel 1998 ma il suo reale scopo e’ quello di far capire come vengono create false flag per giustificare aggressioni nei confronti dei paesi sovrani.

Nel 1998 un documentario tedesco trasmesso in televisione ha mostrato prove convincenti che alcuni dei principali sospettati nel bombardamento della discoteca a Berlino nel 1986, evento che forni’ il pretesto per un attacco aereo statunitense in Libia, hanno fatto parte della CIA e del Mossad.
Il 15 aprile 1986 aerei da guerra USA hanno bombardato le citta’ libiche di Tripoli e Bengasi distruggendo la casa di Gheddafi ed ucciso almeno 30 civili tra cui molti bambini.
Due ore piu’ tardi il presidente Ronald Reagan ha giustificato l’attacco senza precedenti contro un paese sovrano, in un discorso televisivo nazionale. Sostenendo di avere la prova diretta, precisa ed inconfutabile che la Libia era responsabile di aver fatto esplodere una bomba in una discoteca di Berlino Ovest. L’esplosione avvenuta 10 giorni prima nella discoteca La Belle, un locale preferito dai soldati americani, aveva ucciso tre persone e ferito 200.
Da novembre del 1997 cinque imputati sono stati processati in un tribunale di Berlino per il presunto coinvolgimento nell’attacco alla discoteca. Ma nel corso di oltre un anno e mezzo il caso e’ proceduto molto lentamente. La televisione ZDF che ha effettuato una propria indagine sul caso ha spiegato il motivo, attraverso il magazine politico Frontal, arrivando alle seguenti conclusioni :

1)l’imputato principale attualmente sotto processo, Yasser Chraidi, e’ molto probabilmente innocente, e viene utilizzato come capro espiatorio dai servizi segreti tedeschi ed americani.
2)almeno un degli imputati, Musbah Eter, ha lavorato per la CIA nel corso di molti anni
3)alcuni dei principali indagati non sono apparsi in tribunale, perche’ sono protetti dai servizi segreti occidentali
4)almeno uno di questi, Mohammed Amaidi, e’ un agente del Mossad, il servizio segreto israeliano
L’uomo accusato di essere la mente degli attacchi alla discoteca La Belle, Yasser Chraidi, 38 anni, era un autista presso l’ambasciata libica a Berlino Est nel 1986. Successivamente si trasferi’
in Libano, da dove e’ stato estradato in Germania nel maggio 1996.
Il magazine Frontal ha intervistato i due libanesi responsabili per l’estradimento di Chraidi : l’ex-procuratore Mounif Oueidat ed il suo vicee Mrad Azoury.
Entrambi confermano che le autorita’ tedesche hanno usato l’inganno per estradare Chraidi.
Secondo Azoury non ha ricevuto prove che Chraidi era effettivamente coinvolto nell’attacco; ci sono stati solo ‘suggerimenti’. Oueidat afferma che i tedeschi hanno mostrato grande interesse ad avere Chraidi. ”Gli americani erano dietro questa richiesta” dice.”Questo e’ stato evidente. Hanno spronato i tedeschi per accellerare l’estradizione”
Alla fine Chraidi, etichettato come ‘terrorista top’, viene trasferito in Germania in un’operazione spettacolare di sicurezza.
Ma un giudice di Berlino ha trovato le prove, presentate dal pubblico ministero, cosi’ deboli. Minacciando di rilasciare Chraidi entro tre settimane se non vengono presentate maggiori prove.
A questo punto un altro uomo entra in scena che, secondo Frontal, doveva essere risparmiato dal pubblico ministero fino ad allora.
Il 9 settembre 1996 lo stesso giorno in cui il giudice di Berlino ha minacciato di rilasciare Chraidi, il procuratore di Berlino Detlev Mehlis, l’ispettore di polizia di Berliono Uwe Wihelms e Winterstein dei servizi segreti tedeschi (BND) incontrano Musbah Eter nell’isola di Malta.

Coinvolgimento della CIA
L’incontro e’ stato preparato dai servizi segreti tedeschi (BND) che mantengono stretti rapporti con la CIA.
Musbah Eter era impegnato in un business internazionale a Malta e serviva come copertura per vaste operazioni di intelligence per conto della CIA.
Le autorita’ tedesche lo volevano con l’accusa di omicidio. Ma nella riunione di Malta venne raggiunto un accordo. ”Immunita’ per Eter se incrimina Chraidi per il bombardamento della discoteca. Il giorno dopo Eter andava in Germania all’ambasciata tedesca per testimoniare. Di conseguenza il mandato contro di lui era demolito e gli fu permesso di recarsi in Germania.
Secondo Frontal, Eter e’ la figura chiave nel processo La Belle. Al momento del bombardamento della discoteca lavorava per l’ambasciata libica a Berlino Est ed inoltre visitava regolarmente l’ambasciata americana, Secondo Christian Strobele, l’avvocato per Chraidi, questo fatto estremamente insolito e’ dimostrato da ampie note della polizia segreta della Germania dell’Est, che hanno tenuto d’occhio Eter molto attentamente in quel momento.
Ci sono molte indicazioni che Eter era attivamente coinvolto nel bombardamento della discoteca La Belle. Secondo la trascrizione degli interrogatori studidati da Frontal, aveva le conoscenze dettagliate di uno dei partecipanti. Ha anche ammesso di aver portato le istruzioni operative per la bomba al piano di un coimputato.
Frontal asserisce che oltre gli imputati al presente processo, un altro gruppo era coinvolto nel bombardamento della discoteca, un gruppo di terroristi professionisti che lavoravano per qualcuno che li pagava, un certo ‘Mahmoud’ Abu Jaber.
Membri di questo gruppo, secondo Frontal, ”sono stati appena disturbati dal pubblico ministero e vivono in modo sicuro in altri paesi”
Nei mesi precedenti all’attacco alla discoteca La Belle essi vivevano a Berlino Est e si incontravano, quasi quotidianamente, con gli attuali imputati. Ore prima dell’attacco si trasferirono a Berlino Ovest, dove e’ esposta una bomba. I loro movimenti sono stati monitorati dalla Germania dell’Est ed i servizi segreti russi che hanno concluso che stavano lavorando per i servizi segreti occidentali
Secondo il KGB russo, in un documento citato da Frontal, il controspionaggio americano pianificava di usare ‘Mahmoud’ per inventare un caso di coinvolgimento di terroristi libici nell’attacco alla discoteca. Secondo lo stesso documento del KGB, Mahmoud aveva messo in guardia l’intelligence di Berlino Ovest due giorni prima dell’esplosione.
Frontal ha seguito le tracce di Mohammed Amairi, il braccio destro di ‘Mahmoud’ Abu Jaber che, secondo documenti che ha studiato, e’ stato particolarmente impegnato nella preparazione dell’attacco alla discoteca.

Un agente del Mossad
Amairi lascio’ la Germania per la Norvegia nel 1990, quando un mandato e’ stato emesso per il suo arresto. Ora vive nella citta’ norvegese di Bergen dove Frontal lo ha trovato ed intervistato.
Egli ha bloccato l’intervista quando gli fu chiesto per quale servizio segreto aveva lavorato. Il suo avvocato Odd Drevland poi racconta la storia.
Quando Amairi si e’ trasferito in Norvegia e’ stato arrestato e marchiato come ‘un pericolo per il suo paese’ sulla prima pagina dei giornali.
Ma poi il Mossad ha preso cura di lui e tutto e’ cambiato.”Amairi era un agente Mossad?’ chiese Frontal. ”Era un uomo Mossad’ rispose Drevland.
Nel frattempo la Norvegia concesse asilo ad Amairi e presto ricevera’ la cittadinanza norvegese.
Il pubblico ministero di Berlino ha tolto il mandato contro di lui.
”Questi intrighi dei servizi segreti presentano un compito per il Tribunale di Berlino che e’ quasi insolubile” concluse il rapporto Frontal-
”Ma una cosa e’ certa, la leggende americana del terrorismo di stato libico non puo’ reggere, non puo’ piu’ essere mantenuta’

Fonte :

http://100777.com/node/101

Prima dell’attentato alla discoteca, il Mossad aveva messo un trasmettitore sul suolo libico che ha fatto sembrare che la Libia stesse mandando ordini terroristici alle sue varie ambasciate che gli americani creduloni hanno pensato fossero vero

Fonte :

https://www.radioislam.org/islam/english/terror/ostrov3.htm

Preso da: http://nomassoneriamacerata.blogspot.it/2015/08/lattacco-usa-alla-libia-nel-1986-fu.html

Annunci

Microchip neurale: Italia, Germania e Israele in prima linea per il Nuovo Ordine Mondiale

Inarrestabile! Il progetto di impiantare un microchip nella nostra testa continua ad appassionare l’élite illuminata e l’impressione che se ne ricava è che costoro abbiano anche una certa fretta. Non c’è verso: prima o poi troveranno la scusa giusta per impiantarci questo benedetto – o maledetto – chip

Non è una caso che per giustificare l’impianto del piccolo marchingegno vengano carezzate le corde più sensibili dell’animo umano: una volta è per tenere sotto controllo la salute, un’altra volta è per garantire la sicurezza e l’impegno scolastico degli studenti, un’altra volta ancora per consentirci di comunicare con una sorta di telefono cellulare impiantato nel nostro corpo.

Questa volta tocca di nuovo alla medicina. Come riportano i maggiori siti di informazione italiana (La Stampa, Ansa, Libero, ecc..), un consorzio tra scienziati italiani, israeliani e tedeschi coordinato da Stefano Vassanelli, neurofisiologo al Dipartimento di Scienze biomediche dell’Università di Padova, ha sviluppato un microchip di silicio impiantabile nel cervello e capace di stabilire una comunicazione bi-direzionale e ad alta risoluzione con neuroni cerebrali – alquanto inquietante.

Nelle intenzioni dichiarate dai ricercatori, la nuova tecnologia sviluppata in CyberRat rappresenta la base di partenza per lo sviluppo di nuovi sofisticati strumenti sperimentali utili a capire come le reti complesse che i neuroni creano nel cervello interconnettendosi sono in grado di elaborare le informazioni e, meraviglie delle meraviglie, in futuro l’applicazione di questa tecnologia sarà utilizzata per la creazione di neuroprotesi “intelligenti”, capaci di registrare l’attività cerebrale ad alta risoluzione, elaborare delle risposte mediante microelaboratori su chip e stimolare il cervello in un circuito ibrido neuro-elettronico (stronzate tecnicomediche, n.d.r.). Questo approccio sarà di grande aiuto per la terapia di malattie neurologiche, tra cui il Parkinson e l’epilessia. Non è chiaro se l’impianto del microchip è definitivo o temporaneo. Non sono chiare le controindicazioni per una tecnologia così invasiva, che, come dichiarato dai ricercatori, è in grado di “stabilire una comunicazione bi-direzionale”, cioè il chip è in grado sia di trasmettere dati che di riceverli. Ricevare dati per fare cosa? Manipolare le aree del cervello colpite dal Parkinson? E se fosse possibile manipolare le aree del cevello sane? Ai posteri l’ardua sentenza.

fonte: segretiemisteri.com

Preso da: http://ilquieora.blogspot.it/2014/03/microchip-neurale-italia-germania-e-israele-in-prima-linea-per-il-nuovo-ordine-mondiale.html

UNA VITA PER L’EUROPA (E L’ALTA FINANZA), UN LIBRO DI COUDENHOVE-KALERGI

Postato il Giovedì, 01 ottobre @ 11:20:00 BST di davide

DI FEDERICO DEZZANI
federicodezzani.altervista.org
In concomitanza alla recente esplosione di flussi migratori, è stato spesso citato dalla pubblicistica non ufficiale il cosiddetto “piano Kalergi”, l’inondazione programmata del Vecchio Continente da parte di popolazioni allogene. Il piano deve il suo nome al conte Richard Coudenhove-Kalergi che nel libro del 1925 “Praktischer Idealismus” ragiona sul futuro dell’umanità e sulla scomparsa delle razze. Le idee di questo padre nobile dell’Unione Europea, più che il frutto di riflessioni personali, germinano dall’humus dell’alta finanza anglofona di cui Coudenhove-Kalergi è un semplice alfiere: dalla sua biografia emergono il machiavellismo e la tenacia con cui i banchieri internazionali inseguono nei secoli gli Stati Uniti d’Europa.

Richard Coudenhove-Kalergi, un Mario Draghi ante litteram
Si riversano incessantemente flussi di immigrati in Europa, prima introdotti solo attraverso la “tratta mediterranea” che li ammassava essenzialmente in Italia e Grecia e ora anche lungo la “via balcanica” che li conduce fino in Germania, sinora protetta dai rilievi alpini dalle destabilizzazioni angloamericane in Medio Oriente. È un flusso apparentemente senza sosta, di cui nessuno giornalista, intellettuale o politico (tranne Vladimir Putin, ma siamo già fuori dal regime UE/NATO) indaga sulle lapalissiane cause, ovvero la scientifica somalizzazione di Libia, Siria, Iraq e Nigeria. Si preferisce piuttosto venderlo come ineluttabile, come l’alternarsi del dì e della notte, dell’inverno e dell’estate.
Si direbbe che i nostri politici recitino addirittura un copione, perché il vocabolario è piuttosto monotono e ricorrono spesso le stesse parole per commentare le migrazioni in atto, tra cui la più gettonata è senza dubbio “epocale”: la UE deve “decidere come affrontare questa emergenza che probabilmente tale non la si può chiamare perché in realtà rappresenta qualcosa di epocale”, esorta il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nell’estate del 20141; “la crisi delle migrazioni rappresenta un’urgenza epocale per le dimensioni del fenomeno e per la sua drammaticità su cui l’Europa sta solo adesso iniziando a sviluppare una politica comune” ammonisce nella primavera del 2015 il neo presidente Sergio Mattarella2, ospite della London School of Economics (e la sede è tutto fuorché causale, essendo il LSE uno dei santuari della finanza anglofona che dai tempi del conte Coudenhove-Kalergi sovraintende all’unificazione europea).
Nel pieno dell’emergenza non solo poi i governi europei evitano di risolvere alla radice il problema, contribuendo alla pacificazione di quei paesi dove gli angloamericani e gli israeliani seminano tempesta, ma addirittura esecutivi più o meno legittimati, tipico è l’esempio italiano, si industriano per incentivare l’immigrazione, prima recependo le sentenze della Corte UE che aboliscono il reato di clandestinità e poi sostituendo lo ius sanguinis (retaggio dell’Europa delle nazioni che si vuole cancellare) con lo ius soli (tradizione delle costituzioni di matrice massonica come quella americana e francese).
A dare manforte alla politica è ancora la finanza internazionale che, in stretta coordinazione con i media, accompagna le recenti ondate di profughi e clandestini profondendosi in elogi per le politiche di accoglienza.
L’eurozona galleggia a stento sui marosi dell’economia internazionale? La crisi economica ha causato un crollo delle nascite che in Italia non si registrava dalla Prima Guerra Mondiale3? La disoccupazione si attesta a livelli record e le fasce più giovani e dinamiche del Sud Europa lasciano a frotte i loro Paesi?  Non ha nessuna importanza: secondo un rapporto di Bloomberg dei primi di settembre, cui i media danno grande eco, servono 40 milioni di “nuovi europei” entro il 2020 e 250 milioni entro il 2060 per garantire l’attuale benessere europeo4. Se i lavoratori europei sono costretti a tagliare persino sul concepimento dei figli a causa dell’eurocrisi e, da vere anticaglie dell’Ottocento, pretendono ancora salari decenti per mantenere la famiglia, è molto più economico sostituirli con una giovane forza lavoro abituata a standard di vita africani (qualcuno ha forse promesso che l’universalismo massonico si realizzi secondo stili di vita occidentali?).
Di fronte alle palesi responsabilità dell’establishment euro-atlantico nell’innescare i flussi migratori, alla passività dei governi europei di fronte al fenomeno ed al palese appoggio di certi ambienti finanziari, in questi ultimi mesi è stato più volte citato il piano Kalergi, ovvero il progetto di sostituire le attuali nazionalità europee con un meticciato di più razze.
Il nome deriva dal conte Richard Coudenhove-Kalergi (1894-1972) che nella sua opera filosofica “Praktischer Idealismus” del 1925 (consultabile in tedesco5 ed in una più abbordabile versione francese6) discetta sul futuro dell’Europa e del mondo.Da questa opera è tratto il passo addotto da chi vuole dimostrare come l’attuale immigrazione in massa verso l’Europa corrisponda allo scopo ben preciso di cancellare le nazionalità:

L’humain du lointain futur sera un métis. Les races et les castes d’aujourd’hui seront victimes du dépassement toujours plus grand de l’espace, du temps et des préjugés. La race du futur, négroïdo-eurasienne, d’apparence semblable à celle de l’Egypte ancienne, remplacera la multiplicité des peuples par une multiplicité des personnalités. (…) L’humain noble du futur ne sera ni féodal ni juif, ni bourgeois ni prolétaire : il sera synthétique. Les races et les classes, dans le sens d’aujourd’hui, disparaîtront, les personnalités demeureront (le personalità sopravviveranno – NDR).

Niente razze, niente classi sociali, niente confessioni, una lingua comune, un governo universale, una moneta mondiale ed in cambio la personalità dell’uomo “neutro” declinata in tutte le sfaccettature possibili (dalle enne sessualità agli stili di vita più disparati): il classico universalismo massonico di cui Coudenhove-Kalergi si fa interprete.
Il fatto che l’autore sia stato uno dei più infaticabili ed energici sostenitori dell’unificazione dell’Europa e degli Stati Uniti d’Europa, nel primo e nel secondo dopoguerra, non deve trarre in inganno: ad essere implementati oggi non sono i disegni del conte Coudenhove-Kalergi, quanto piuttosto i disegni massonici di cui il nobiluomo è venuto a conoscenza e, dopo averli assimilati, ne è diventato un fervente alfiere.
Coudenhove-Kalergi scrive nel 1923 il celebre libro Paneuropa, assorto rapidamente a fulcro della sua attività politica-lobbistica, tanto che tutti i libelli e le opere divulgative del conte e dal suo entourage sono prodotte dalla casa editrice Paneuropa Verlag; con lo stesso nome di Paneuropa è chiamato anche  il movimento dove confluiscono i primi sostenitori e fondi per l’Europa unita.
Di Paneuropa e della propria rutilante vita, Coudenhove-Kalergi discetta nell’autobiografia “Una vita per l’Europa” (Ferro Edizioni 1965, edizione originale Verlag Kurt Desch 1958), facilmente consultabile presso qualche biblioteca civica o nazionale (noi l’abbiamo letta con grande interesse). L’opera è fonte di curiose informazioni sia per quanto concerne la sfarzosa, cosmopolita e mondana esistenza del conte, sia per quanto riguarda gli interessi che guidano l’unificazione europea, culminata nel 2002 coll’introduzione della moneta unica e la seguente, prevedibile, crisi dell’euro, che avrebbe dovuto sfociare negli Stati Uniti d’Europa: è di questi giorni l’ennesimo appello del venerabile governatore della BCE Mario Draghi per la creazione di “un centro politico”, di un “Tesoro europeo7, indispensabile per uscire dai marosi dell’eurocrisi.
Leggendo la biografia si può affermare che Coudenhove-Kalergi , lungi dall’essere l’uomo mefistofelico che progetta di sommergere l’Europa con orde di africani e asiatici, è piuttosto un Mario Draghi ante-litteram: un ambizioso uomo di mondo, con una naturale predisposizione agli intrighi, massone di alto grado, dotato di ottime entrature nella finanza anglofona, con una certa familiarità con l’esoterismo e felicemente appagato dai suoi servigi al Potere.
Perché il vero potere non è certo in mano ai vari Coudenhove-Kalergi, Mario Monti o Mario Draghi, semplici esecutori di direttive: la forma di potere più pura e concentrata, per quanto ci è dato di sapere, è emanata dal cosiddetto Round Table, l’organizzazione che, racchiudendo i papaveri i papaveri della City e di Wall Street fautori di un governo sinarchico, controlla a catena il Council on Foreign Relations, il Royal Institute of International Affairs, il Gruppo Bilderberg, la Commissione Trilaterale, l’Istituto Affari Internazionali, il Club di Roma, il London School of Economics, l’European Council on Foreign Relations etc. etc.: scopo di questa organizzazione è la creazione della cosiddetta Terza Europa (dopo l’impero romano ed il Sacro romano impero) sotto l’egemonia della finanza anglofona.
Nell’autunno del 1940, ospite in America del Council on Foreign Relations (lo stesso dinnanzi cui il premier Matteo Renzi ha sfoggiato8 il suo inglese da “Totò, Peppino e la malafemmena”), il conte Coudenhove-Kalergi espone le sue idee sulla guerra in corso:

Se vincerà Hitler, ci sarà un’Europa fascista sotto un regime tedesco; se vincerà Stalin, l’Europa sarà bolscevica sotto un regime sovietico; se vincerà Churchill, ci sarà un’Europa democratica sotto un regime anglosassone.

Hitler è sconfitto nel 1945, l’URSS si dissolve nel 1991 e con la firma del Trattato di di Maastricht nel 1992 inizia ufficialmente l’Europa unita sotto il regime anglosassone. Leggere Una vita per l’Europa di Coudenhove-Kalergi consente quindi di capire gli interessi dietro l’attuale processo di unificazione del continente, i meccanismi impiegati per raggiungere l’obbiettivo e le difficoltà che rendono tuttora problematica la nascita degli Stati Uniti d’Europa, nonostante gli sforzi dei vari Draghi o Mattarella.
Una vita per l’Europa (a spese dei Rothschild)
I primi capitoli di “Una vita per l’Europa” sono quelli meno interessanti dal punto di vista politico ma permettono di inquadrare bene Coudenhove-Kalergi sotto il profilo sociale e culturale.
Sua madre è figlia di un mercante d’arte giapponese in affari con gli occidentali, il padre, Heinrich Coudenhove-Kalergi, è incaricato d’affari presso l’ambasciata dell’Austria-Ungheria: così portato per le lingue da conoscerne diciotto, Heinrich è l’ultimo discente di un nobile casato dalle mille ramificazioni, austro-olandesi per quanto concerne i Coudenhove e bizantino-veneziane per quanto riguarda i Kalergi.
Secondo di sette figli, Richard Coudenhove-Kalergi nasce nel 1894 a Tokyo, ma i suoi legami con il Sol Levante sono piuttosto labili, tanto che non imparerà mai la lingua materna: trasferitosi con la famiglia in Europa all’età di due anni, il giovane è Richard è educato secondo l’etichetta della nobiltà austriaca. Il padre rinuncia alla carriera diplomatica per dedicarsi alla famiglia ed alla gestione della tenuta di Ronsperg (ora in Repubblica Ceca), oltre che agli amati studi storico-filosofici: al figlio trasmette in particolare la grande passione per l’ebraismo che, absit iniuria verbis, faciliterà non poco l’emergere di Richard nell’ambiente della finanza anglofona.
Morto il padre nel 1906, Richard si trasferisce per qualche tempo a Bressanone per frequentare il ginnasio degli Agostiniani: ospite col fratello presso amici di famiglia, il giovane conte inizia il suo personale percorsonell’occultismo (“In quegli anni appresi molto delle cose tra cielo e terra delle quali non si parla a scuola: di oroscopi e sedute spiritiche, di chiaroveggenza e apparizioni di spiriti, di chiromanzia e grafologia. Un mondo nuovo si schiudeva davanti a noi”) che culmina nel 1921 con l’iniziazione alle loggia massonica Humanitas di Vienna.
Entrato nel 1908 all’Accademia Teresiana, Richard cresce tra i futuri dirigenti dell’Austria-Ungheria, impero, peraltro, verso cui l’autore del libro non nutre particolare affezione (ma forse hanno inciso ex-post le sue amicizie massoniche) nonostante i Coudenhove-Kalergi abbiano accumulato le proprie fortune servendo per secoli gli Asburgo: mentre i proletari di Vienna e Budapest muoiono per difendere la corona imperiale, Richard, esonerato dal servizio militare grazie ad una provvidenziale (e sospetta) malattia polmonare, trascorre amenamente la guerra tra villeggiature sulle Alpi e gli spettacoli teatrali della moglie, la famosa attrice Ida Roland.
Il suo interesse per l’andamento del conflitto è ravviato solo dalla comparsa sulla scena del presidente Woodrow Wilson e del suo misterioso braccio destro, il colonnello Edward M. House, che attraverso i famosi 14 punti e la fondazione della Società delle Nazioni, guidano il primo tentativo di riassetto globale secondo i principi della sinarchia.
Tra il 1919 ed il 1923 (in concomitanza alla sua iniziazione alla loggia Humanitas), Richard partorisce l’idea di una federazione dell’Europa, idea peraltro che i frammassoni coltivano dagli anni delle guerre napoleoniche: ispirato dall’opera Pan-Amerika del Nobel per la pace Alfred Hermann Fried, Coudenhove-Kalergi dà alla propria iniziativa il nome di Paneuropa, temendo che la dicitura Stati Uniti d’Europa impaurisca le cancellerie, evocando un governo centrale troppo prematuro.
Non c’è però alcun dubbio che l’obbiettivo ultimo sia quello di ottenere nel minore tempo possibile un governo federale simile a quello statunitense: moneta unica, abbattimento delle dogane, esercito federale per fronteggiare la Russa sovietica (“Il minaccioso pericolo russo era il terzo argomento a favore di Paneruropa. (…) Soltanto l’unione dei trecento milioni di europei in un comune sistema di difesa poteva salvare la pace di fronte ai centocinquanta milioni di sovietici).
Nell’estate del 1922 Coudenhove-Kalergi scrive il primo articolo sulla questione europea e nei primi anni del 1923, ritiratosi in un castello dell’alta Austria, concepisce il libro Paneuropa che appare al pubblico nell’ottobre seguente: sulla copertina della prima edizione troneggia il simbolo del movimento, la “croce solare”. La pubblicazione del libro coincide con l’avvio dell’attività di proselitismo per la costituzione degli Stati Uniti d’Europa: la diffusione dei libri, l’attività di lobby, i frequenti viaggi e l’organizzazione di manifestazioni, però, costano, e tanto.
Chi finanzia il neonato movimento Unione Paneuropa? Risponde lo stesso Coudenhove-Kalergi:

“Nel 1924 ricevemmo un appello telefonico del barone Louis Rothschild: un suo amico, Max Warburg di Amburgo, aveva letto il mio libro e voleva conoscerci. Con mia grande meraviglia Warburg mi offrì spontaneamente sessantamila marchi oro per dare avvio al movimento nei primi tre anni”.

Il 40enne Coudenhove-Kalergi, l’aristocratico che frequenta i salotti buoni di Vienna e si diletta in opere filosofiche, parrebbe inserito (la biografia glissa sul come) ai massimi livelli della finanza anglofona, in diretto contatto con le più prestigiose famiglie che siedono nel Round Table, vero motore dell’unificazione europea sin dalle origini: un membro austriaco della famiglia Rothschild, Louis Nathaniel (1882-1955), introduce Richard al banchiere Max Moritz (1867-1946) della celebre famiglia Warburg, che ha costruito una fortuna tra la Germania e gli Stati Uniti. Quando l’anno successivo, nell’autunno del 1925, Coudenhove-Kalergi si reca negli USA per sensibilizzare l’establishment statunitense sulla necessità di fondare gli Stati Uniti d’Europa, è sempre Max Warburg a finanziare ed organizzare la trasferta:

“Max Warburg, servizievole come sempre, s’incaricò egli stesso dei preparativi del viaggio. Due dei suoi fratelli erano diventati influenti cittadini americani e godevano di molta stima: Felix, il filantropo ben noto, e Paolo, il creatore del “Federal Reserve System” della banca nazionale americana. Entrambi facevano parte del comitato di presidenza della “Foreign Policy Association” (organizzazione nata per sostenere l’attuazione dei 14 punti di Woodrow Wilson – NDR).

L’interesse dell’alta finanza angloamericana per la nascita degli Stati Uniti d’Europa è quindi molto datato e la frammassoneria è solo un mezzo per raggiungere lo scopo: non si può che ammirare la perseveranza e la dedizione con cui le grandi famiglie della City e di Wall Street inseguono nei secoli i loro obbiettivi di potere.
Sintomatiche sono anche le personalità che Coudenhove-Kalergi incontra in Regno Unito, il cui beneplacito è fondamentale per la costituzione degli USE:

“Mi rivolsi in primo luogo all’ex-capo redattore del Times (giornale controllato dal Round Table – NDR), Wickham Steed. (…) Mi mise subito in contatto con gli uomini più in vista della Gran Bretagna, Ramsay Macdonald, Sir Robert Cecil, Lord Balfour, Lord Reading, Sir Robert Horne, Philip Kerr, Gilbert Murray, Lionel Curtis, Bernard Shaw, H.G. Wells, Sir Walter Layton.”

Tra questi altisonanti nomi, meritano in particolare di essere evidenziati il professore Lionel Curtis (1872–1955), sostenitore di un governo mondiale e tra i padri fondatori del Royal Institute of International Affairs, e lo scrittore Bernard Shaw, cofondatore della London School of Economics sopra citata nonché accesso ammiratore della Russia staliniana: la classe dirigente inglese non è infatti aprioristicamente ostile ad un’Europa federale, purché essa essa sia compressa tra il gigante sovietico da una parte ed il blocco anglofono (l’impero britannico e gli USA) dall’altro.
Se gli USE saranno una costruzione continentale, allora il loro nocciolo non possono che essere Parigi e Berlino, il famoso “motore franco-tedesco” oggi in panne. Sconfitta la Germania nel 1918, è la Francia a guidare l’iniziativa e Coudenhove-Kalergi trova l’uomo adatto per implementare i progetti di Paneuropa: è il premier francese Aristide Briand (1862-1932) che, giocando di sponda col ministro degli esteri tedesco Gustav Stresemann (1878-1929), si fa promotore dell’unificazione europea, assumendo la carica di presidente onorario dell’Unione Paneuropea.
Tra il settembre del 1929 ed il maggio del 1930 si tengono i primi due congressi paneuropei presieduti da Briand: grazie all’incredibile eco dei media, l’opinione pubblica famigliarizza con gli Stati Uniti d’Europa la cui costituzione, per un breve lasso di tempo, sembra imminente.
Tre però sono i fattori, strettamente collegati tra di loro, che causano l’improvviso arenarsi del progetto: il crollo di Wall Street, l’improvvisa ostilità inglese all’iniziativa di Briand ed alla costituzione di un’Europa federale (Quel governo non voleva che l’Inghilterra fosse esclusa dall’Europa né che vi fosse inclusa. Voleva impedire una federazione di Stati Europei”) e la netta affermazione del partito nazionalsocialista di Adolf Hitler alle elezioni tedesche del settembre 1930.
In un’Europa prostrata dalla crisi economica, piegata, in Regno Unito come in Germania, dalla deflazione che è incentivata anziché combattuta dalla banche centrali, l’establishment anglofono cambia idea: anziché sostenere il progetto di Coudenhove-Kalergi come ha fatto sino a quel momento, scommette su una svolta autoritaria in Germania, sulla falsariga della marcia di Roma del 1922 che ha aperto le porte al regime fascista, e sull’espansionismo tedesco per contenere la minaccia sovietica.
Le medesime figure che fino a quel momento avevano parteggiato per Paneuropa, ora sostengono la scalata al potere di Adolf Hitler: tipico in questo senso è l’atteggiamento del presidente della Reichbank, nonché massone, Hjalmar Schacht (1877-1970), che da sostenitore di Paneuropa dal lontano 1924 (“Fra i democratici che parteggiavano per Paneuropa c’era anche Hjalmar Schacht. Costui era estremamente popolare a quel tempo perché, quale presidente della Reichsbank, aveva fermato l’inflazione e stabilizzato il marco”) si trasforma all’inizio del 1933 in un convinto partigiano di Hitler, a sua detta il solo capace di realizzare Paneuropa (“Hjalmar Schacht fece un altro pronostico. Gli era riuscito il tour de force di restare seguace di Paneuropa nonostante la sua ammirazione per Hitler. Con la sua abituale vivacità mi disse:-In tre mesi Hitler è cancelliere del Reich. Ma non si preoccupi, Hitler è l’unico capace di riappacificare la Germania con le potenze occidentali. Hitler creerà Paneuropa!- (…) -Soltanto Hitler può creare Paneuropa- mi ripeté con profonda convinzione- perché lui non ha da temere un’opposizione delle destre. Stresemann e Bruning hanno fallito perché gli ambienti di destra mettevano loro i bastoni tra le ruote. Hitler non ha bisogno di tener conto di quest’opposizione; pertanto sarà lui, e solo lui, che potrà assicurare definitivamente la pace e la collaborazione dell’Europa-).
Scrive asciutto Coudenhove-Kalergi:

“La prima parte della profezia di Schacht doveva avverarsi rapidamente. Alcuni giorni dopo il nostro colloquio, giunse da Colonia la notizia che Hitler e von Papen, che erano nemici, si erano incontrati a casa del banchiere Schroeder e si erano alleati contro il governo del Reich”

Chi è il banchiere che ospita l’incontro? È Kurt von Schroeder, (1889-1966), membro della potente famiglia di banchieri di origine anseatica che, partendo da Amburgo, ha costruito un impero finanziario tra la Germania, l’Inghilterra ed gli Stati Uniti: mentre il ramo tedesco lavora per la salita al potere di Hitler, negli uffici newyorchesi della banca Schroeder lavorano i fratelli John Foster e Allen Welsh, Dulles, rispettivamente futuro segretario di Stato e direttore della CIA, nonché tra i principali sponsor americani dell’Europa unita dopo la guerra.
La strategia dell’establishment anglofono è quindi mutata: non più gli Stati Uniti d’Europa di Coudenhove-Kalergi ma un’Europa sotto l’egemonia tedesca che arresti l’avanzata dell’URSS e consenta agli USA ed all’impero britannico di concentrarsi sugli oceani.
Che i regimi fascisti abbiamo familiarità con l’ambiente che ha partorito Paneuropa, è testimoniato dal fatto che Coudenhove-Kalergi continua la sua opera di proselitismo anche sotto le dittature fasciste: a due riprese, nel 1933 e nel 1936, il conte è ospite a Palazzo Venezia di Benito Mussolini.
Se durante il primo colloquio il duce si dice disponibile a Paneuropa (“Questo ci portò finalmente a parlare di politica e di Paneuropa. Era favorevole all’idea di un’unione latina con la Francia, quale baluardo contro il Terzo Reich, era pure favorevole all’idea paneuropea. Durante la conversazione, Mussolini divenne più amabile, più cordiale e naturale. Il dittatore era scomparso, restava l’intellettuale”), durante la seconda audizione, che segue le sanzioni per la guerra in Etiopia e la vittoria di Léon Blum in Francia, Mussolini sostiene rammaricato che Paneuropa, benché apprezzabile, è ormai inattuabile (“Inoltre- aggiunse- l’Inghilterra non permetterà mai un’unione tra la Francia e l’Italia”).
Anche i nazisti non sono ostili a Paneuropa, purché a fungere da polo aggregante sia ovviamente il Terzo Reich (“Nel 1932 Goering fu intervistato da un giornale svedese che gli chiese che cosa pensava di Paneuropa: – Io sono per Paneuropa- fu la sua sorprendente risposta- ma non per la Paneuropa di Coudenhove-Kalergi-).
L’invasione della Polonia nel settembre del 1939 ed il mancato raggiungimento di un compromesso con le potenze occidentali nei mesi della “strana guerra”, inducono Hitler a invadere la Francia nel maggio del 1940: Coudenhove-Kalergi fugge velocemente a Lisbona dove, ospite dell’ambasciatore inglese, riesce ad ottenere velocemente visti e biglietti per gli Stati Uniti grazie ad una corsia preferenziale. Il gigantesco aereo sui cui si imbarcano, dopo uno scalo alle Azzorre e 26 ore di viaggio, atterra all’aeroporto di La Guardia mentre in Europa infuriano i combattimenti.
I ricordi di quei giorni di Coudenhove-Kalergi confermano la comune matrice di Paneuropa e dei regimi fascisti:

“Vivevo nel continuo timore che Hitler, consigliato da Schacht, adottasse ad un tratto l’idea paneuropea; che potesse formare, assieme a Mussolini, Pétain e Franco, una dittatura europea per l’unione ed il rinnovamento del continente, per l’abolizione delle frontiere doganali e per l’attuazione di grandiose riforme sociali. Se avesse seguito questa via, accompagnata da una politica pacifista nei confronti della Russia e dell’America, l’Inghilterra sarebbe stata costretta, presto o tardi, a concludere la pace e a riconoscere il dominio di Hitler sull’Europa”.

Anche se momentaneamente esiliato negli USA, Coudenhove-Kalergi non rinuncia all’attività politica, sfruttando tutte le sue conoscenze per rientrare nei giochi: attraverso il potente uomo d’affari Henry Morgenthau (1856-1946) che ha contribuito all’elezione di Franklin D. Roosvelt, Coudenhove-Kalergi sollecita al presidente l’occupazione dell’Islanda per rendere sicuri i rifornimenti tra USA e Regno Unito, poi effettivamente realizzata dagli americani nel luglio del 1941.
Divenuto insegnate alla New York University grazie ad una borsa di studio del Carnegie Endowment for International Peace, Coudenhove-Kalergi può riprendere la sua attività di propaganda per gli Stati Uniti d’Europa, sicuro com’è che la vittoria finale arriderà agli angloamericani: è proprio nelle sale dell’università di New York che si svolge nel marzo del 1943 il grande congresso paneuropeo dove è rilanciata l’idea di un’Europa federale, da realizzare nell’immediato dopoguerra. Come esperti finanziari intervengono il banchiere francese André Istel, consigliere economico di De Gaulle, e l’austriaco Ludwig von Mises (1881-1973), padre nobile del neoliberismo che imperversa attualmente in Europa.
Il congresso paneuropeo riceve enorme pubblicità grazie al giornalista Walter Lippmann (1889-1974), uomo di fiducia del Round Table nonché partecipante con il sullodato Ludwig von Mises alla conferenza “Colloque Lippmann” del 1938 dove sono gettati i semi del neoliberismo, ed alle testate controllate dall’establishment finanziario: il New York Times, Herlad Tribune, Washington Post, Life, Time, Fortune, etc etc.
Con il profilarsi della sconfitta di Hitler, la politica europea è ormai scritta negli USA, obbligati a scendere a compromessi soltanto con l’URSS, sospettosa dei disegni angloamericani in Europa (“Dopo la disfatta di Hitler, Stalin era diventato il nemico numero uno dell’idea paneuropea. Gli era riuscito di guadagnare Roosevelt alle proprio idee. Agenti dell’Unione Sovietica si erano infiltrati alla Casa Bianca e nel dipartimento di Stato”).
Nell’estate del 1946 Coudenhove-Kalergi rientra in Europa sul piroscafo francese Oregon.
Le stelle sembrano essere allineate correttamente per la nascita degli USE: il pieno supporto americano (John Foster Dulles tiene nel 1947 una perorazione all’hotel Waldorf Astoria di New York per l’unificazione dell’Europa), la disponibilità inglese ad un’Europa unita ed un continente prostrato da cinque anni di guerra e desideroso solo di pace.
Il 7 maggio del 1948 si tiene il congresso europeo all’Aja che mette al centro del tavolo l’unità del continente: ironicamente il conte Coudenhove-Kalergi, che da vent’anni si spende per quest’obbiettivo, non è invitato (“Mi stupì che prima del congresso né l’Unione dei parlamentari europei, né io avessi ricevuto inviti per il congresso dell’Aja. Soltanto dopo che io ebbi scritto a Churchill, ricevemmo inviti al congresso con una cordiale lettera di accompagnamento di Sandys”) probabilmente perché la sua immagine è ritenuta compromessa a causa delle vecchie frequentazioni fasciste.
Perché gli Stati Uniti d’Europa non nascono nell’immediato dopoguerra, quando le condizioni sono più propizie? Cosa impedisce il coronamento dei sogni di Coudenhove-Kalergi?
Subito emerge lo scontro che paralizza tutt’ora l’Unione Europea e ne impedisce la trasformazione in USE, cioè l’opposizione tra federalisti (cui ascrivono oggi i vari Matteo Renzi, Mario Draghi e Laura Boldrini che chiedono la fondazione degli Stati Uniti d’Europa) e unionisti, che preferiscono un consiglio di governi ad un esecutivo centralizzato.
I primi a schierarsi su posizioni unioniste sono Wiston Churchill ed il genero Duncan Sandys (“La Gran Bretagna si ribellava al pensiero di essere legata al continente mediante una costituzione scritta e di dover obbedire a leggi che vengono approvate da una maggioranza continentale contro i voti britannici. Pertanto desiderava un’unione europea di Stati indipendenti, non uno Stato federale”) seguito a distanza di un decennio dal generale Charles De Gaulle (“La sua meta era anzitutto una lega di Stati sovrani, la cui politica coordini in tutti in campi gli interessi comuni: un’Europa delle patrie. (…) Molti dei migliori europei vedevano in questo programma una regressione in confronto agli sforzi di integrazione europea di Robert Schuman, Paul Henri Spaak, Jean Monnet e Konrad Adenauer (…) Desiderano anzitutto la caduta di De Gaulle. La loro propaganda tendeva ad accelerare questa caduta, come premessa per l’unione dell’Europa”).
Charles De Gaulle cade ed è sostituito dall’ex-direttore della banca Rothschild, George Pompidou: trascorrono però altri 20 anni prima che il collasso dell’URSS nel 1991 offra l’occasione idonea a rinvigorire il processo di unificazione.
L’anno successivo, con il trattato di Maastricht, sono poste le basi dell’euro, moneta che, presto o tardi, avrebbe prodotto la crisi che stiamo vivendo, indispensabile per svuotare i parlamenti nazionali e creare gli Stati Uniti d’Europa: qualcosa però, tra il 2011 ed il 2012, va storto ed a prevalere sono ancora gli unionisti (i governi e le burocrazie francesi e tedesche) che rifiutano di cedere poterea organi federali. Benché Mario Draghi invochi ancora un Tesoro comune, anche questa volta il sogno dell’establishment anglofono per la costituzione degli USE sembra sfumato e la “missione storica” di Paneuropa arenatasi nelle sabbie dell’eurocrisi.
Sono passati 90 anni dalla fondazione del movimento Paneuropa e di Coudenhove-Kalergi si è persa quasi memoria: eppure gli interessi che finanziano Paneuropa nel 1923 e la scalata al potere di Hitler nel 1933, sono quelli che sopraintendono all’attuale processo di unificazione europea. Che si tratti di politiche economiche o flussi migratori, l’Europa dipende oggi da questa questa ristretta cerchia di banchieri internazionali suddivisi tra la City e Wall Street: i loro obbiettivi sono chiari (la cancellazione degli Stati nazionali e l’accentramento del potere in strutture sovranazionali via via più estese così da ampliare la sinarchia) ed a stupire è piuttosto l’incredibile machiavellismo che li caratterizza. Un Coudenhove-Kalergi od un Adolf Hitler, un Mario Draghi od un Beppe Grillo, sono pedine interscambiabili secondo le esigenze del momento.

Federico Dezzani
Fonte: http://federicodezzani.altervista.org
Link: http://federicodezzani.altervista.org/vita-leuropa-lalta-finanza-un-libro-coudenhove-kalergi/
30.09.015

NOTE

SOROS: “APRIAMO LE PORTE AGLI IMMIGRATI”

[ 30 ottobre ]

Non c’è bisogno di spendere molte parole per spiegare chi sia George Soros (nella foto)  —uno dei più grandi e spiatati pescecani della finanza globale. Niente di sorprendente che egli, finanziato il golpe in Ucraina, sostenga non solo la Merkel (e la guida tedesca della Ue) ma pure il governo Renzi, e che abbia confermato questo appoggio incontrandolo a New York il 27 settembre scorso.

Consigliamo la lettura di questa intervista che ha rilasciato a Federico Fubini e pubblicata dal Corriere della Sera del 26 settembre. Tra le altre cose espone che meglio non si potrebbe le opinioni dell’aristocrazia finanziaria globalista sulla vicenda dell’immigrazione.

Domanda: Vede una concorrenza fra Paesi europei, quali riescono ad attrarre gli stranieri più qualificati?
«Certamente sì. I siriani che arrivano in Europa tendono a essere istruiti e rappresentano una fonte molto qualificata di lavoro per il futuro. Il perché è ovvio, se ci si riflette: per affrontare il viaggio fino alla Germania questi rifugiati hanno bisogno di un bel po’ di denaro. Ciò significa che è la crema della società siriana che attualmente sta affluendo in Germania. E la Germania è interessatissima ad accoglierli».
* * *

George Soros:  «Il futuro dell’Ue si decide sui migranti: investire nell’accoglienza può dare grandi frutti»

Dopo gli choc di questi anni, lei crede davvero che l’area euro stia tornando a una crescita solida?
«L’economia europea in effetti sta migliorando, se la ripresa non verrà danneggiata da nuovi episodi di instabilità finanziaria come quelli delle ultime settimane. La mia impressione – dice Soros – è che alla politica monetaria delle banche centrali venga chiesto troppo, più di quanto possa dare. Ci sarebbe bisogno di una politica di bilancio che incoraggi la crescita, eppure questo è esattamente quello che manca».
Vuole dire che i governi dell’area euro dovrebbero gestire i conti con un approccio più espansivo?
«Sì, serve una politica di bilancio espansiva, che sostenga la ripresa. Del resto la soluzione alla crisi migratoria, e persino la soluzione alla crisi ucraina e alla minaccia rappresentata dalla Russia, richiedono che l’Europa faccia degli investimenti seri. Darebbero grandi frutti: accogliere i migranti e i rifugiati e impegnarsi nel garantire loro una sistemazione produrrebbe un effetto molto positivo per l’economia europea. Ma tutto questo implica uno stimolo di bilancio».
Crede che anche l’Italia questa volta riuscirà a partecipare alla ripresa dell’area euro?
«Sinceramente, per le prospettive dell’Italia ho buone speranze. Matteo Renzi è riuscito a introdurre dei cambiamenti importanti nel mercato del lavoro. Adesso sta affrontando il problema dei crediti incagliati e delle sofferenze nei bilanci delle banche, e dopo questo passaggio l’economia italiana potrebbe in realtà crescere più in fretta del resto d’Europa».
Perché dà tanta importanza alla crisi migratoria per la crescita economica?
«In negativo, perché la crisi migratoria minaccia di distruggere l’Unione Europea. Non dimentichiamo che la Ue sta vivendo varie crisi allo stesso tempo e questa è solo una di esse. La Grecia, la guerra in Ucraina, il rischio di uscita della Gran Bretagna dall’Unione e la stessa crisi dell’area euro sono le altre. Angela Merkel ha dimostrato di essere una vera statista, perché ha capito quanto sia critica la questione migratoria. Senza una politica realmente europea su questo fronte, il fatto che ogni Paese si muove per proprio conto potrebbe distruggere l’Unione. Di certo ha già distrutto Schengen, l’accordo sulla libertà di movimento delle persone. E il mercato unico sulla libertà delle merci attraverso le frontiere europee può essere la prossima vittima».
Crede che la soluzione sia un sistema vincolante di quote che distribuisca migranti e rifugiati nei vari Paesi?
«Dobbiamo arrivare a creare una organizzazione europea che cooperi con i vari Stati disposti ad accettare i rifugiati. I dettagli dipenderanno dalla volontà e dalla capacità dei singoli Paesi di assorbire nuovi arrivi. È evidente che quella della Germania è superiore a quelle di Grecia o Ungheria. Ma questa capacità di assorbimento bisogna anche svilupparla. Oggi l’agitarsi più vuoto e inutile mi pare sia in Francia e in Gran Bretagna: per entrambe la capacità di accogliere risulta molto sotto a quanto dovrebbe essere. Anche solo per ragioni demografiche, l’Europa ha bisogno di un milione di nuovi arrivi ogni anno. E i Paesi che ne accoglieranno di più, sono quelli che cresceranno di più in futuro».
Vede una concorrenza fra Paesi europei, quali riescono ad attrarre gli stranieri più qualificati?
«Certamente sì. I siriani che arrivano in Europa tendono a essere istruiti e rappresentano una fonte molto qualificata di lavoro per il futuro. Il perché è ovvio, se ci si riflette: per affrontare il viaggio fino alla Germania questi rifugiati hanno bisogno di un bel po’ di denaro. Ciò significa che è la crema della società siriana che attualmente sta affluendo in Germania. E la Germania è interessatissima ad accoglierli».
Intanto la Grecia è travolta dagli sbarchi. Ritiene almeno che il suo futuro nell’euro sia assicurato?
«Purtroppo il problema greco non è risolto, perché quel Paese ha dovuto accettare condizioni che gli sono state imposte. Non le ha scelte. C’è un atteggiamento ostile in Grecia di fronte all’idea di realizzare davvero quei piani, dunque questa è una ferita che continuerà a infettarsi e a assorbire un sacco di risorse. Molte più di quanto sarebbe giusto».
Cosa intende dire, che la Grecia non va più finanziata?
«Dico solo che l’ammontare speso per la Grecia è almeno dieci volte più vasto di quello speso per l’Ucraina, un Paese che non chiede altro che di avanzare nelle riforme. È un paradosso. C’è un Paese che vuole essere un alleato dell’Europa, ma viene trascurato. E c’è un altro Paese che è un suddito riluttante dell’Europa e riceve francamente, decisamente, troppo».
Suggerisce di spostare risorse e attenzione all’Ucraina?
«Purtroppo gli europei sono stati molto miopi. La nuova Ucraina nata con la rivoluzione di piazza Maidan sarebbe una grande risorsa per l’Europa, investirvi varrebbe veramente la pena. Ma ciò non viene capito e questa totale incomprensione sta mettendo a rischio la sopravvivenza stessa dell’Ucraina, il migliore alleato dell’Europa di fronte alla pressione della Russia putiniana».

La deportazione selettiva dei popoli

Inviato da Redazione il 7/9/2015 19:00:00 (12808 letture)

Una interessante analisi di Alberto Bagnai sull’improvviso “voltafaccia” della Merkel rispetto ai migranti, e sull’uso storico delle grandi crisi (in questo caso, quella migratoria) come strumento per influenzare l’opinione pubblica e per condizionare le scelte di intere nazioni. Bagnai affronta inoltre il caso dell’Ungheria, dove Bruxelles non può esercitare il suo potere ricattatorio, in quanto nazione con moneta propria, e la contraddizione del supernazionalismo (europeista) che vorrebbe superare ogni nazionalismo.

Il documento dell’ONU che teorizza la MIGRAZIONE SOSTITUTIVA dei popoli. In Italia anche 150 milioni entro il 2050.

di Claudio Messora

Mentre Angela Merkel apre le frontiere a decine di migliaia di rifugiati e i giornali celebrano la Germania e l’Unione Europea come un esempio di accoglienza (riequilibrando in parte la caduta di immagine avvenuta in conseguenza della crisi greca e delle logiche di austerity), spunta il rapporto delle Nazioni Unite che teorizza la necessità di avvalersi della migrazione sostitutiva della popolazione. […]

Risale all’inizio degli anni 2000 e sostiene che nei successivi 50 anni le popolazioni di ogni stato europeo, così come il Giappone, subiranno un drastico declino e il conseguente invecchiamento. La sfida, come viene definita, è dunque quella di ridefinire le politiche di immigrazione internazionale. Il rapporto, per quanto riguarda l’Europa, si concentra su Francia, Germania, Italia e Regno Unito.

Come fronteggiare la necessità di garantire le pensioni e i servizi sanitari per una popolazione sempre più vecchia? Semplice, come si sostiene nelle conclusioni, è necessario intervenire sull’età pensionabile (remember Fornero?) e adottare politiche di immigrazione internazionale per provvedere a una progressiva sostituzione dei popoli europei, che garantisca l’integrazione di un largo numero di migranti e dei loro discendenti.

Tra gli scenari previsti per l’Italia, l’ingresso di 2,2 milioni di migranti all’anno, per raggiungere una popolazione di 194 milioni di persone entro il 2050, di cui il 79% sarebbe costituito da migranti arrivati dopo il 1995 e dai loro discendenti. Oltre 150 milioni di nuovi italiani.

Alla luce di queste strategie, acquisisce nuove interpretazioni la diffusione enorme che ha avuto la foto del bimbo morto sulla spiaggia, che ha commosso il mondo ma che, dal punto di vista della comunicazione, è emersa in maniera esponenziale rispetto alle migliaia di foto analoghe che quotidianamente mostrano piccoli esseri umani la cui vita è stata strappata in conseguenza di guerre, calamità naturali, terrorismo e violenze di ogni genere, spesso con la complicità dell’occidente e nel silenzio dei media. La dinamica del frame nel mondo dell’informazione può aiutarvi a comprendere.

Fonte Byoblu

[Grazie all’utente Marzo per la segnalazione].

Cronache dalla Libia 5

20 agosto 2011

Soldati tedeschi sono stati di supporto alle operazioni della NATO ma la posizione ufficiale di Berlino è che le truppe tedesche non sono dispiegate in Libia. Tuttavia i soldati della Bundeswehr partecipano indirettamente al conflitto, fornendo valutazioni sui bersaglii per i loro alleati della NATO.
“Noi non dispiegheremo soldati tedeschi in alcuna guerra in Libia, ad affermarlo è stato il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle a marzo del 2011. La Germania, infatti, si è astenuta nella votazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulle azioni militari in Libia.
La realtà invece è meno netta. Ora è emerso che i soldati tedeschi partecipano nella scelta di obiettivi per la campagna di bombardamenti della Nato contro il regime di Muammar Gheddafi. Il ministero della Difesa tedesco ha detto che un totale di 11 soldati tedeschi stavano lavorando in una centrale operativa in Italia, anche se non in posizioni influenti.
Il politico verde Hans-Christian Ströbele pensa, comunque, che il fatto divulgato sia uno scandalo e l’atto “costituzionalmente molto discutibile”.

______________________________________________________________________

  • I bombardamenti sui civili ordinati da Gheddafi non sono mai avvenuti.    Ad affermarlo con dati alla mano sono stati comandanti militari russi che hanno monitorato dallo spazio, via satellite, la Libia nel periodo nel quale si sarebbero verificate le stragi; le immagini raccolte raccontano un’altra storia, molto differente da quella raccontata da Al Jazeera e dalla BBC sul  fatidico 22 Febbraio nel quale il governo libico avrebbe inflitto duri bombardamenti sulla popolazione di Benghazi e su quella della capitale Tripoli. Secondo l’esercito russo  niente di quanto raccontato dai grandi media internazionali è mai avvenuto realmente sul terreno. Quelle presunte stragi hanno motivato e giustificato l’approvazione della Risoluzione ONU 1973 per l’intervento NATO che è sempre più evidente è stato mosso da intenti molto meno nobili della difesa dei civili inermi.

__________________________________________________________________

  • L’aereoporto di Tripoli viene controllato dai ribelli con le bugie

  • Ancora sui bombardamenti umanitari della Nato per salvare i civili libici 19.08.2011

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/08/20/libyan-cronicles-5-0-2/

L’IMPERO ATLANTICO DELLA MENZOGNA. LA PAROLA AL PENTITO ULFKOTTE

ulf

di Marcello D’Addabbo

In Germania il caso Ulfkotte è ormai esploso in tutta la sua enormità. Nei talk show risuonano le parole del corrispondente esteri del più prestigioso quotidiano tedesco, “Frankfurter Allgemeine Zeitung” «per diciassette anni sono stato pagato dalla CIA, io e altri centinaia abbiamo lavorato per favorire la Casa Bianca». Questo è l’inquietante quadro descritto nel libro che Udo Ulfkotte ha da poco pubblicato in patria dal titolo eloquente: Giornalisti comprati. Il libro descrive il controllo dei media tedeschi, e occidentali in genere, attraverso una fitta rete di corruzione e di pressioni esercitate da parte degli americani mediante apparati di intelligence, ambasciate Usa, fondazioni, lobby e istituzioni atlantiste (sono citate tra le tante il Fondo Marshall, l’Atlantic Bridge e l’Istituto Aspen). Il fine di tale incessante attivismo operato nelle retrovie dei mass media, secondo le rivelazioni dell’autore, è quello di costruire una interpretazione degli accadimenti internazionali sempre unilaterale e compiacente verso Washington. Si racconta di programmi specifici per i giornalisti, disposti dalle ambasciate statunitensi in Germania e in Italia, nei quali è previsto un compenso che arriverebbe alla cifra di ventimila euro per scrivere articoli filostatunitensi. Ma non si tratta solo di dazioni in denaro, c’è l’altro mezzo di pressione, quello che solletica di più il narcisismo da cui i giornalisti sono maggiormente affetti, ovvero le gratifiche in campo professionale: premi, collaborazioni, incarichi, convegni nei mitologici e prestigiosi campus universitari americani, viaggi pagati, riconoscimenti pubblici di ogni genere, insomma una tentazione irresistibile. Il volto seducente del potere, cemento a presa rapida per costruire la casa sicura della narrazione mediatica ufficiale con l’aiuto di un esercito di professionisti mercenari dell’informazione a completa disposizione. «Prima di tutto» racconta «è necessario rendere autorevole il giornalista a libro paga, facendo riportare i suoi articoli, dandogli copertura internazionale e premiando i suoi libri. Molti premi letterari non sono altro che premi alla fedeltà propagandistica dell’autore che li pubblica, non molto differentemente dal premio “eroe del lavoro” nella ex Germania Est comunista». Ulfkotte ricorda esperienze personali, come quella, decisamente ridicola, dell’improvviso conferimento della cittadinanza onoraria dello stato americano dell’Oklahoma, in assenza di alcun legame apparente tra il suo lavoro e quel territorio. Poi, sullo sfondo di questa realtà patinata di favori e grandi alberghi, si muovono i servizi segreti e le pressioni quando serve non mancano: «Spesso vengono a trovarti in redazione, vogliono che scrivi un pezzo» rivela nel libro. In occasione della crisi libica del 2011, racconta di quando fu imbeccato da individui dei servizi tedeschi per annunciare sul suo giornale, quasi fosse un dato assodato, che Gheddafi era in possesso di armi chimiche pronte per essere usate contro il popolo inerme, ovviamente senza avere alcun riscontro da fonti verificate. Se invece si trasgredisce la linea filoatlantica le conseguenze sono altrettanto note, ovvero la perdita del lavoro, il triste isolamento professionale, fino alle minacce dirette e alle persecuzioni (lui stesso sostiene di aver subito sei perquisizioni nella sua abitazione con l’accusa di aver rivelato segreti di stato).
Ma perché mai un pezzo da novanta del giornalismo tedesco si esporrebbe in questo modo, ad un’età – cinquantacinque anni – che gli avrebbe consentito di proseguire la sua brillante carriera ancora per lungo tempo, facendo esplodere una simile bomba mediatica e mettendo sotto accusa l’intero sistema mediatico occidentale? Egli stesso ha risposto a questa domanda nel corso delle numerose interviste di questi giorni, parlando di una crisi di coscienza irreversibile, del suo non avere figli e del suo stato di salute precario (pare abbia già alle spalle tre infarti). Udo Ulfkotte, dopo una vita di squallidi compromessi con il potere a scapito della verità dell’informazione, vuole tornare a guardarsi di nuovo allo specchio per il tempo che gli resta da vivere. Sembra riemerso in lui quell’alto senso della vergogna tipico della coscienza morale tedesca, quell’amore germanico per la verità che desta di solito grande ammirazione. «Ho voluto scrivere questo libro perché tante persone che ci guardano hanno la sensazione che quello che vedono come una notizia non sia in realtà una notizia, ma pura propaganda e disinformazione. Ma non ne hanno le prove. Per questo motivo ho citato centinaia e centinaia di nomi di giornali tedeschi ed esteri, che producono propaganda e disinformazione, e ho fornito le prove di questo». E alcuni dei personaggi citati, come era ovvio, hanno reagito a cominciare da Günther Nonnenmacher, collega e coeditore della “Frankfurter Allgemeine”, che bolla le accuse di Ulfkotte come «astruse e ridicole» dichiarando che l’ex giornalista ha avuto «gravi problemi di salute in seguito ai quali soffrirebbe di sdoppiamento della personalità»(!). Un matto lucido a sufficienza, però, da analizzare le carriere di trecentoventuno personaggi, i loro percorsi e presenze segnate negli annuari delle organizzazioni che si occupano della manipolazione delle informazioni a vantaggio degli Stati Uniti (ma a quanto pare anche dell’Ue), organizzando incontri e agevolando carriere. Memorabile il racconto degli incontri sul lago di Garda tra questi mercenari della penna tedeschi ed italiani, radunati nella villa che fu la residenza del cancelliere tedesco Adenauer e gli agenti della CIA pronti a trasportarli su un battello diretto a Bellagio dove sono attesi dai membri della Fondazione Rockfeller.
È prevedibile che alla fine si cerchi di archiviare tutto ciò nello scaffale della solita letteratura cospirazionista, consueto alibi usato dal potere per emarginare, screditandoli, coloro che gli si oppongono. Ma Ulfkotte non parla di rettiliani bensì di persone note, cita grandi giornali e televisioni e indica con precisione gli argomenti che secondo la sua lunga esperienza professionale ha imparato ad evitare per non vedersi stroncare la carriera (come ad esempio scrivere pro Putin, Russia, Cina, Iran, Assad ecc…). Inoltre, sappiamo come la dominazione angloamericana sul continente europeo fin dal dopoguerra si è perpetuata attraverso la colonizzazione dell’immaginario collettivo e che in tale opera il dominio dell’informazione ha avuto una parte preponderante. Questo non ce l’ha insegnato certo Ulfkotte. Potremmo ricordare di sfuggita Arrigo Levi e Renato Mieli, (papà di Paolo ex direttore del “Corriere”) tornati in Italia nel 1945 sugli automezzi dei “liberatori” americani a insegnarci la democrazia. Venuto tra noi in uniforme USA, con i gradi di ufficiale, nei primi mesi di occupazione, Renato Mieli era un «capitano Smith» (o qualcosa del genere) a cui i giornalisti italiani dovevano rivolgersi per ottenere l’autorizzazione a lavorare e ad aprire giornali, insomma il responsabile dell’ epurazione morbida del giornalismo per conto degli Alleati.
Allora, parlava esclusivamente inglese. Subito dopo, fondò…l’ANSA.
Ancora qualche mese e molti di quei giornalisti che avevano chiesto l’autorizzazione a scrivere al capitano Smith si stupirono poi di ritrovarlo, sotto il nome di Renato Mieli, come direttore de “L’Unità”. L’organo del PCI diretto da un ufficiale americano?
Evidentemente l’OSS (futura CIA) aveva deciso che occorreva loro un controllore dentro quel partito. Cosa ancora più significativa, durante la guerra Mieli-padre aveva fatto parte dello staff anglo-americano del “Psychological Warfare Branch” (traducibile come “Divisione per la guerra psicologica”) che fu un organismo del governo militare anglo-americano incaricato della gestione dei mezzi di comunicazione (e perciò della propaganda) italiani: stampa, radio e cinema. Fu attivo nel periodo tra il 10 luglio 1943 (sbarco alleato in Sicilia) e il 31 dicembre 1945.  Ma per anni in Italia di questi episodi non si è voluto o potuto parlare.
A dimostrare il mutamento delle condizioni storiche è sufficiente il dato che in questi giorni il libro di Udo Ulfkotte in Germania è balzato al settimo posto nella lista dei bestseller nazionali , al tredicesimo in quella del settimanale “Der Spiegel” e al quinto nella lista top 100 di Amazon.
Il libro ha sollevato il coperchio su un gigantesco sistema di corruzione e pressione che pone un’ipoteca definitiva sull’ultimo dogma intoccabile del mondo occidentale, quello del pluralismo dell’informazione e della libertà di opinione. Con esso crolla miseramente anche il mito angloamericano e hollywoodiano dei “cronisti d’assalto” che con l’audacia di Davide contro Golia sfidano i massimi livelli del potere sollevando scandali e disarcionando potenti e capi di stato. Il mito dello scandalo Watergate, sollevato dai cronisti del “Washington Post”, Bob Woodward e Carl Bernstein, rappresentati nel celebre film da Robert Redford e Dustin Hoffman, che portò nell’agosto del 1974 alle dimissioni del feroce presidente repubblicano Nixon. Un mito che è stato esaltato in Italia fino alla nausea dalla sinistra buonista-veltroniana come prova del vigore della sana democrazia americana e del controllo efficace dei media sul potere. Qui risulta invece che è il potere americano a controllare l’informazione ed in modo piuttosto capillare.

Dal film

Dal film “Tutti gli uomini del presidente” (1976)

In Italia il silenzio assordante dei media mainstream sul caso Ulfkotte potrebbe indurre a facili e scontate conclusioni (dato che il giornalista del “Frankfurter” cita a più riprese la collusione di organi di informazione di casa nostra come “La Stampa”, “La Repubblica”, Rai ecc..). Resta il fatto che la nebbia qui da noi è stata squarciata soltanto dalle lodevoli eccezioni delle recensioni apparse sul blog di Beppe Grillo e sul Fatto Quotidiano. Tuttavia saremmo degli ingenui ad aspettarci che Travaglio e la Guzzanti inizino una campagna sulla “trattativa Cia-giornalisti”. La “tela di ragno” descritta dalla storica penna del Frankfurter, riguarda soprattutto i vertici del giornalismo ufficiale, ovvero coloro che, come lui stesso ha fatto nell’arco di ben diciassette anni, sono nella posizione di poter filtrare i messaggi che devono arrivare alla massa. Questa tela è diretta ad irretire non singoli individui ma intere società con l’evidente obbiettivo di manipolarle per garantire la continuità delle oligarchie finanziarie, politiche e militari di Stati Uniti e Ue e le loro decisioni criminali.  È una realtà i cui effetti sono visibili quotidianamente ogni volta che si ha la sfortuna di aprire un grande quotidiano o di ascoltare un telegiornale mainstream, sia che si occupi di crisi Ucraina o Isis, Libia o Corea del Nord, non fa differenza. Ci sono sempre i buoni e i cattivi, armi democratiche usate per il bene dell’umanità e dall’altra parte spietati dittatori sanguinari da abbattere per evitare che ci distruggano, anche se, come sempre, non hanno mai manifestato questo proposito in vita loro…
Come ha detto efficacemente lo scrittore Andrea Camilleri: «È grazie al sistema politico-economico instauratosi nel dopoguerra, con un notevole incremento a partire dagli anni ’70, che le nostre generazioni vengono ‘bombardate’ da ‘armi di convinzione di massa’, che similmente a quelle di distruzione di massa, non hanno portato libertà e democrazia, bensì assoggettamento mercantile ed ampliamento dell’impero della mente anglo-americano nel nostro Paese».
Ma il caso Ulfkotte potrebbe rappresentare il punto di non ritorno di una presa di coscienza collettiva.
Il Re è nudo.

Preso da: https://ladagadinchiostro.com/2015/03/03/limpero-atlantico-della-menzogna-la-parola-al-pentito-ulfkotte/