I terroristi dell’UCK saranno mai processati?


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L’ex primo ministro kosovaro, Ramush Haradinaj, è stato arrestato dalla giustizia francese all’aeroporto di Basilea-Mulhouse e poi rimesso in libertà sotto controllo giudiziario. La Serbia ne chiede l’estradizione per i crimini commessi negli anni Novanta, quando Haradinaj faceva parte dell’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK).

Il Kosovo è uno Stato creato dalla NATO, ma non è riconosciuto dalla comunità internazionale.
L’UCK, che è stato formato dalla NATO partendo dalla mafia albanese, ha condotto in Jugoslavia una campagna di terrorismo cieco, provocando una repressione indiscriminata di Belgrado che servì alla NATO per giustificare la guerra. Gli ufficiali dell’UCK furono addestrati in Turchia dal KSK tedesco per conto dell’Alleanza atlantica. [1]

A distanza di 17 anni, dovrebbe vedere la luce un tribunale penale internazionale per giudicare i crimini commessi dall’UCK. I crimini imputati alla Serbia sono stati invece immediatamente puniti.
La NATO, non potendo provare i crimini contro l’umanità imputati al presidente Slobodan Milosevic, lo fece assassinare nel 2006 nella sua cella, dopo diversi anni di processo senza esito. La sua morte preannunciò quelle di Saddam Hussein e di Muammar Gheddafi, anche loro vittime della NATO.
Ramush Haradinaj è già stato giudicato nel 2007 dal Tribunale internazionale per l’ex-Jugoslavia. L’intelligence NATO si rifiutò di comunicare alla procuratrice Carla Del Ponte la documentazione su Haradinaj in suo possesso. Oltre una decina di testimoni a carico furono assassinati prima di comparire davanti alla Corte. Per cui, alla fine, Haradinaj fu assolto.
Se una giurisdizione ad hoc nascesse ora, il primo imputato sarebbe l’attuale presidente kosovaro Hashim Thaci. Nell’attesa, la Serbia chiede giustizia.
Durante l’udienza per la messa in stato d’accusa, Ramush Haradinaj ha insultato i magistrati francesi, accusandoli di essere al servizio del defunto presidente Milosevic. Il suo avvocato, Rachel Lindon, ha invocato l’incompetenza di Belgrado, adducendo che il suo cliente è già stato giudicato all’Aia. L’accusa ha però osservato che, tenuto conto della morte dei testimoni, il primo processo non ha potuto deliberare sull’insieme dei crimini.
L’estradizione di Ramush Haradinaj in Serbia richiede il consenso del governo francese.

[1] KSK: Kommando Spezialkrafte, corpo di truppe scelte dell’esercito tedesco, creato il 1° aprile 1996. Il suo organico, formalmente segreto, è stimato in 1.100 soldati. Ndt.

Preso da: https://www.voltairenet.org/article194933.html

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Quel patto tra Francia, Germania e Spagna che svela il futuro dell’Europa

L’asse franco-tedesco ha una terza gamba: la Spagna di Pedro Sanchez. Sia chiaro, Madrid ha da sempre rappresentato un Paese fondamentale legato sia a livello politiche che a livello economico all’alleanza tra Francia e Germania. Ma adesso, con Sanchez, Emmanuel Macron ed Angela Merkel tutto appare più nitido. Le elezioni europee hanno confermato che Berlino, Parigi e Madrid hanno costruito un asse sempre più solido che serve non solo a Francia e Germania per rafforzarsi in Europa, ma anche alla stessa Spagna per scalzare l’Italia come terza potenza dell’Unione europea. Una convergenza di interessi che adesso si ripercuote su uno dei fronti più importanti dell’alleanza tra Berlino e Parigi: la difesa europea.

Dopo mesi di trattative, infatti, il governo spagnolo  ha aderito al progetto del nuovo caccia europeo. Come scrive il quotidiano spagnolo Abc, il ministro della Difesa, Margarita Robles, ha firmato l’accordo con il quale la Spagna aderisce formalmente al Future Combat Air System (Fcas) durante il Salone internazionale dell’aeronautica e dello spazio a Le Bourget, Parigi. Il memorandum d’intesa del Fcas è stato firmato, oltre che dalla Robles, anche dal ministro della Difesa francese, Florence Parly, e dal ministro della Difesa tedesco, Ursula von der Leyen. L’accordo servirà alle difese di Berlino, Madrid e Parigi per sostituire entro il 2040 gli attuali Rafale ed Eurofighter e ha una durata di almeno dieci anni. Uno strumento che serve ai governi dell’asse franco-tedesco di mostrare la propria volontà di competere rispetto ai giganti dell’industria aeronautica militare mondiale, ma serve soprattutto per dare un’accelerata a quella difesa di matrice europea su cui Parigi sta puntando moltissimo e su cui sembra avere investito anche la Germania, preoccupata dall’essere una potenza industriale ma esclusa dai grandi giochi strategici internazionali.
Per quanto riguarda la Spagna, la mossa ha un chiarissimo connotato politico che dimostra la volontà di Sanchez di unire l proprio Paese a quell’asse franco-tedesco che rimane, secondo i suoi alleati, il vero motore dell’unità europea. Sgombriamo il campo da equivoci: Sanchez al pari di Macron e Merkel non lo fa per beneficenza né per sane europeismo. Quello che si nasconde dietro questa decisione è un chiaro intento da parte della Spagna di incunearsi quale terza gamba dell’asse franco-tedesco, pur essendo perfettamente consapevole che il gioco lo conducono Macron e Merkel. Ma dalla sua Sanchez può sfruttare una fondamentale miscela di di interessi convergenti. Da una parte l’Italia ha mostrato forti aperture di credito nei confronti degli Stati Uniti di Donald Trump che tutto vogliono me no che Francia e Germania continuino nei loro progetti di Difesa europea a guida franco-tedesca. Dall’altra parte, il governo italiano ha deciso di non puntare su progetti di difesa Ue che non siano inseriti nell’ambito Pesco e nell’ambito Nato. Infine, non va dimenticato neanche un ultimo dato di natura squisitamente politica: Sanchez rappresenta l’unico governo europeo pro-Ue, sostenuto da Francia e Germania e con la Commissione europea uscente che ne ha certificato la bontà delle riforme. Di fatto questo momento storico può rappresentare per Madrid il passaggio di consegne da parte di Roma. E così, questo accordo militare può rivelare molte cose sul futuro dell’Unione europea, che da tempo sembra aver deciso che il futuro di Bruxelles spasserà per Francia e Germania con il sostegno della Spagna. Escludendo, per il momento, l’Italia.

Preso da: https://it.insideover.com/politica/patto-francia-germania-spagna-fcas.html

Siamo tutti bugiardi

Thierry Meyssan replica alle commemorazioni dello sbarco in Normandia e del massacro di Tienanmen, nonché alla propaganda elettorale per le recenti elezioni del parlamento europeo, mettendo l’accento sul fatto che continuiamo a mentire, persino rallegrandocene. Soltanto la verità può però renderci liberi.

| Damasco (Siria)

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La propaganda è un mezzo per diffondere idee, siano esse vere o false. Ma mentire a sé stessi significa non assumersi la responsabilità dei propri errori, convincersi di essere perfetti e passare oltre.

La Turchia è esempio estremo di questo atteggiamento. Insiste a negare di aver cercato di liberarsi delle minoranze non mussulmane, tentando di farle sparire a ondate per un’intera generazione, dal 1894 al 1923. Anche gli israeliani non se la cavano male: pretendono di aver creato il loro Stato allo scopo di offrire vita degna agli ebrei sopravvissuti allo sterminio nazista, quando invece già nel 1917 Woodrow Wilson si era impegnato a fondarlo, e nonostante oggi in Israele oltre 50.000 sopravvissuti ai campi della morte vivano in miseria, al di sotto della soglia di povertà. Ma gli occidentali provvedono da sé a costruire il consenso attorno alle proprie menzogne e le professano come fossero verità rivelate.

Lo sbarco in Normandia

Si festeggia il 75° anniversario dello sbarco in Normandia. Quasi unanimemente i media affermano che con questa operazione gli Alleati diedero inizio alla liberazione dell’Europa dal giogo nazista.
Ebbene, sappiamo tutti che è una menzogna.
-  Lo sbarco non fu opera degli Alleati, ma quasi esclusivamente dell’Impero britannico e del corpo di spedizione statunitense.
-  Non ebbe lo scopo di “liberare l’Europa”, bensì di precipitarsi su Berlino per strappare i brandelli del Terzo Reich alla vittoriosa armata sovietica.
-  I francesi non accolsero lo sbarco con gioia, ma con orrore: Robert Jospin, padre dell’ex primo ministro Lionel, sul suo giornale denunciava in prima pagina che gli anglosassoni avevano importato la guerra in Francia. I francesi seppellirono le 20 mila vittime dei bombardamenti anglosassoni unicamente per creare un diversivo. A Lione, un’immensa manifestazione si raccolse attorno al “capo dello Stato”, l’ex maresciallo Philippe Pétain, per respingere la dominazione anglosassone. E mai, assolutamente mai, il capo della Francia libera, il generale Charles De Gaulle, accettò di partecipare alla benché minima commemorazione di questo nefasto sbarco.
La storia è più complicata dei film western. Non ci sono “buoni” e “cattivi”, soltanto uomini che cercano di salvare parenti e amici con più o meno umanità. Almeno si sono evitate le stupidaggini di Tony Blair che, durante le commemorazioni del 60° anniversario dello sbarco, fece insorgere la stampa affermando nel suo discorso che il Regno Unito entrò in guerra per salvare gli ebrei dalla “shoah” ¬– non però i gitani vittime dello stesso massacro. Ebbene, la persecuzione degli ebrei d’Europa iniziò soltanto nel 1942, dopo la Conferenza di Wansee.

Il massacro di Tienanmen

Si celebra anche il triste anniversario del massacro di Tienanmen. Ovunque si legge che il crudele regime imperiale cinese massacrò migliaia di concittadini, pacificamente radunati nella principale piazza di Beijing, che chiedevano soltanto un po’ di libertà.
Ebbene, tutti sappiamo che è falso.
-  Il sit-in in piazza Tienanmen non fu un semplice raduno genuino di cittadini cinesi, bensì un tentativo di colpo di Stato da parte di partigiani dell’ex primo ministro Zhao Ziyang.
-  In piazza Tienanmen, “pacifici manifestanti” linciarono o bruciarono vivi soldati a decine e distrussero centinaia di veicoli militari, prima che intervenissero gli uomini di Deng Xiaoping a fermarli.
-  A organizzare gli uomini di Zhao Ziyang, sul posto c’erano gli specialisti USA delle “rivoluzioni colorate”, tra cui Gene Sharp.

L’Unione Europea

Abbiamo appena votato per eleggere i rappresentanti al parlamento europeo. Per settimane siamo stati abbeverati di slogan che ci garantivano che «l’Europa è la pace e la prosperità» e che l’Unione Europea è il compimento del sogno europeo.
Ebbene, tutti sappiamo che è falso.
-  L’Europa è insieme un continente – «da Brest a Vladivostok», secondo la definizione di De Gaulle – e una cultura di apertura e cooperazione; l’Unione Europea invece non è altro che un’amministrazione anti-Russia, in continuità con la corsa verso Berlino dello sbarco in Normandia.
-  L’Unione Europea non è pace: a Cipro è vigliaccheria di fronte all’occupazione militare turca. Non è prosperità, ma stagnazione economica quando il resto del mondo si sviluppa a gran velocità.
-  L’Unione Europea non è in rapporto alcuno con il sogno europeo del primo dopoguerra. L’ambizione dei nostri antenati era unificare i regimi politici nell’interesse generale – le Repubbliche, nel senso etimologico del termine – conformemente alla cultura europea, si trovassero o meno nel continente. Aristide Briand propugnava che l’Argentina, Paese di cultura europea dell’America Latina, facesse parte dell’Europa, ma non il Regno Unito, società di classe.
E così via…

Andiamo avanti come ciechi

Dobbiamo saper distinguere il vero dal falso. Possiamo rallegrarci della caduta del nazismo, senza tuttavia convincerci che gli anglosassoni ci hanno salvati. Possiamo denunciare la brutalità di Deng Xiaoping, senza tuttavia negare che ha salvato la Cina da un nuovo colonialismo. Possiamo essere contenti di non essere stati dominati dall’Unione Sovietica, senza tuttavia inorgoglirci di essere i lacchè degli anglosassoni.
Continuiamo a mentire a noi stessi per nascondere le nostre vigliaccherie e i nostri crimini. Ciononostante, ci meravigliamo di non riuscire a risolvere alcuno dei problemi dell’umanità.

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo  

 

IL RUOLO DI TURCHIA E GERMANIA NELLA CRISI JUGOSLAVA

Il panturchismo e’ una ideologia diffusa nei Balcani, dalla quale dipende molto delle sorti della pace, ed e’ strano che in questi anni i nostri commentatori ne abbiano parlato cosi’ poco. Non ci riferiamo qui all’idea di unificare tutti i popoli che appartengono al gruppo linguistico turcofono (turchi, tartari, kasachi, usbechi, turkmeni, azeri, altri caucasici ecc.), esplicitamente perseguita dai Lupi Grigi e dai loro sponsor, bensi’ della espansione dell’influenza economica e culturale turca anche all’interno dell’Europa. Piu’ precisamente, le ambizioni pan-turche conprendono tutti quei popoli convertiti al credo islamico sotto l’Impero Ottomano, indipendentemente dalla loro origine “etnica”. Percio piu’ che di pan-turchismo si deve forse parlare di neo-turchismo, una politica che e’ divenuta politica ufficiale dello Stato turco da anni ed e’ stata formulata in termini espliciti da alti esponenti delle istituzioni e della cultura, a partire dal presidente della republica Süleyman Demirel quando ha affermato che la Turchia si estende dal mare Adriatico alla muraglia cinese (“Politika” 25/2/1992).

E’ un progetto che riguarda l’area jugoslava ed albanese, ma anche Cipro, Grecia e Bulgaria. Ricordiamo in particolare che la occupazione militare di Cipro continua ormai da piu’ di venti anni. 

 

 

Per quanto riguarda la ex Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia le zone interessate sono la Bosnia Erzegovina, il Sangiaccato, la provincia di Kosovo e Metochia (Kosmet) e la Macedonia. Gli Stati Uniti d’America, oggi unica superpotenza mondiale, esprimono dichiaratamente da anni il loro sostegno alla Turchia come potenza regionale e nei Balcani hanno appoggiato e continuano a sostenere la secessione dei suddetti territori e la creazione di una catena di protettorati che alcuni definiscono “trasversale” o “dorsale verde” (cfr. LIMES 4/1998).

Queste aree assumono un particolare valore strategico come futura direttrice per il trasporto delle materie prime dall’Asia Centrale ex-sovietica all´Europa, attraverso lo storico “corridoio” Turchia-Bulgaria-Macedonia-Albania che taglierebbe fuori definitivamente la Russia. Questo quadro strategico e’anche all’origine dell’accanimento repressivo contro il popolo Kurdo, che ha la sola colpa di vivere nel posto sbagliato, e della crescente instabilita’ dell’area caucasica.

Questo avviene grazie alla potenza militare americana ma anche grazie al sostegno di paesi islamici come l’Arabia Saudita, che controlla fondamentali strutture finanziarie, lobby di pressione ed agenzie di informazione. Contemporaneamente gli USA riescono in questo modo a destabilizzare il polo imperialistico europeo. Ricordiamo anche che da alcuni anni a questa parte lo Stato turco sta sviluppando legami militari, politici ed economici con Israele, ad esempio il progetto della diga dell’Eufrate che concentrerebbe nelle mani dei due Stati i “rubinetti” idrici di tutto il Medio Oriente.

Nel breve termine gli USA mirano alla costituzione di una grande Albania che comprenda il Kosovo, e di uno Stato islamico dei musulmani di Bosnia e Sangiaccato. Questo progetto implica la scomparsa della Republica Federale di Jugoslavia, la riduzione della Serbia e dei serbi ad entita’ irrilevante, la destabilizzazione della Macedonia e la costrizione di Grecia e Bulgaria nella morsa del pan-turchismo. Ha scritto il giornalista Nazmi Arif sul giornale turco “Turkiye Gazetesi” (citato su “Politika”, 21/2/1993): “I popoli turchi, cui e’ stato impedito fino a poco tempo fa di esprimere i loro sentimenti nazionali e religiosi… in Bulgaria, Romania” potranno ora liberarsi “alla condizione, che questi popoli a breve si riuniscano alla madre patria”. Questo spiega perche’ la Turchia si sia prodigata per la indipendenza di Bosnia Erzegovina e Macedonia come primo passo per altri tipi di pressioni sui popoli dell’area. Per questo la Turchia non puo’ accontentarsi di manovrare la piccola minoranza turca della ex RFS di Jugoslavia (centotrenta mila persone secondo il censimento del 1971) ma deve fare leva sui sentimenti di slavi e schipetari di religione musulmana. Tra questi ultimi il turco e’ ormai la prima o la seconda lingua straniera, le comunicazioni ed i commerci sono massicciamente orientate in direzione di Ankara cosi’ come i rapporti politici, finanziari, commerciali e militari delle leadership islamiste locali a cominciare dal Partito di Azione Democratica [SDA] di Alija Izetbegovic in Bosnia.

Particolarmente forte e’ il senso di appartenenza al mondo turco nella cultura e nella ideologia schipetara tradizionale, oggi strumento dei leader albanesi “democratici” dell’anticomunismo post-ottantanove.

“Noi vediamo come impossibile vivere sotto una amministrazione qualsivoglia, piu’ indipendente o piu’ autonoma, che non sia la amministrazione ottomana, ne’ di poter essere cittadini di alcuno che non sia il sultano”, scrissero alla fine del secolo scorso i rappresentanti politici degli albanesi di Tetovo, oggi in Macedonia, in un telegramma all’ambasciatore francese a Costantinopoli in un momento critico per il loro futuro politico (“La lingue albanaise de Prizren 1878-1881”, Documents I, Tirana, 1988, pag. 21).

Durante la prima Guerra mondiale, tra il 1914 e il 1915 al centro dell’Albania, gia’ Stato indipendente, esplose una rivolta contadina che tra le altre rivendicazioni espresse quella della unione con lo Stato ottomano. Dopo la guerra una parte rilevante degli schipetari del Kosovo preferi’ trasferirsi in Turchia anziche’ rimanere a far parte della Jugoslavia monarchica, optando per lo Stato di Kemal Ataturk piuttosto che per lo Stato albanese e per la lingua turca piuttosto che per quella albanese. In seguito al “Patto balcanico” del 1934 ancora 200mila albanesi del Kosmet si trasferirono in Turchia, ed oggi si calcola che circa tre milioni di turchi siano di origine albanese.

Questi fatti illustrano la possibile identificazione, in certi settori della cultura albanese, della antica conversione religiosa con la fedelta’ verso lo Stato ottomano, legame che puo’ essere alla radice di rinnovati contrasti con il mondo slavo, innanzitutto con i serbi ortodossi principali artefici della distruzione di quello Stato. Lo si vede oggi nelle dichiarazioni di intellettuali e uomini politici, come Adil Zulfikarpasic, fondatore della Libera Organizzazione dei Bosgnacchi (translitterazione italiana del termine “bosnjak” con il quale si definiscono gli slavi di religione musulmana, non solo della Bosnia, distinto da “bosanac” – “bosniaco” – ovvero abitante della Bosnia) ed ex-vicepresidente della SDA: “E’ noto che fino alle guerre balcaniche su questi territori c’era lo Stato turco … era il nostro Stato. Uno Stato che faceva i nostri interessi… cioe’ la nostra emancipazione, la nostra prosperita’, il nostro futuro erano legati a questo Stato turco e miravano a rafforzarlo … perche’ noi, voglio dire serbi e musulmani, eravamo allora grandi nemici. Quando l’Impero turco si e’ ritirato, abbiamo continuato ad essere avversari” (“Stav”, 21.02.1992, Novi Sad, p. 21). In effetti nello Stato ottomano la conversione all’Islam garantiva uno status sociale privilegiato, benche’ le altre religioni fossero tollerate nella misura in cui non mettevano in pericolo l’ordine politico-sociale (nel qual caso la repressione poteva raggiungere livelli disumani). Dopo l’assassinio negli anni Ottanta dell’ambasciatore turco nella RFS di Jugoslavia, pure attribuito ad estremisti musulmani, i rapporti tra i due Stati si deteriorarono ed aumentarono invece le relazioni tra Istanbul e Novi Pazar, principale citta’ e centro politico-culturale del Sangiaccato. Il numero degli autobus di linea tra le due citta’ e’ cresciuto enormemente durante gli ultimi anni insieme a traffici di ogni tipo, i cui intermediari sono spesso bosgnacchi o albanesi con cittadinanza turca. Con l’introduzione del sistema multipartitico in Jugoslavia tanti legami che prima esistevano in forma piu’ o meno clandestina sono venuti alla luce, e sono cosi’ usciti allo scoperto i referenti politici della influenza turca in questa parte dei Balcani.

Il principale partito politico di questo spettro e’ l’SDA, fondato e tuttora guidato dal Presidente bosniaco Izetbegovic che non ha mai fatto mistero delle sue convinzioni islamiste, messe nero su bianco gia’ negli anni Settanta nel suo libro “Dichiarazione Islamica” (stralci sono stati pubblicati su LIMES 1-2/1993; cfr. anche http://marx2001.org/crj/DOCS/alija.html ). L’SDA ha una ramificazione in Serbia, con centro a Novi Pazar dove i personaggi piu’ influenti sono Sulejman Ugljanin, Rizah Gruda, Alija Mahmutovic ed altri. La cooperazione privilegiata e’ dall’inizio quella con i partiti islamisti e nazionalisti della Turchia, come il Partito del Benessere (Refah Partisi) di Erbakan, la cui linea politica e’ persino anticostituzionale in Turchia perche’ estremamente antilaicista. Ugljanin e’ stato spesso in missione politica ad Ankara, ospite anche del Refah. Questo fino a venire incriminato per sospette mire insurrezionali e a dovervi dunque rimanere a lungo. La polizia jugoslava aveva infatti trovato a Novi Pazar armi e munizioni presso diversi militanti dell’SDA, e le armi provenivano soprattutto da Turchia ed Albania. Nel giugno 1991 alla vigilia delle dichiarazioni di indipendenza di Slovenia e Croazia, che diedero il via alla guerra, Ugljanin partecipo’ ad Istanbul ad un raduno del Refah dove retoricamente chiese alla folla “perche’ la Turchia non abbia mai sufficientemente aiutato i musulmani di Jugoslavia, ne’ politicamente ne’ economicamente” (“Muslimanski glas” – Voce Musulmana -, organo dell´SDA, 14/6/1991 p.18). In tutto il periodo successivo si sono moltiplicate le dichiarazioni di questo tipo, volte in particolare ad auspicare un intervento turco non solo nello scenario bosniaco ma nella stessa Serbia: sempre Ugljanin dichiara nel 1992: “non appena [in Sangiaccato] sara’ sparato il primo colpo, Demirel arrivera’ ” (Vecernje Novosti, 26/7/1992).

Due mesi dopo il riconoscimento dell’indipendenza della Bosnia Erzegovina (aprile 1992) Ugljanin ritorna a visitare la Turchia incontrando il Ministro degli Esteri Hikmet Cetin e lo stesso Demirel. Il crescendo di pressione anti-serba nell´opinione pubblica turca e’ opera soprattutto dai partiti dell´estrema destra, tanto che il 3 giugno 1992 il consolato Jugoslavo a Istanbul viene preso a sassate dai manifestanti. Il primo ministro Ecevit propone in quei giorni un patto militare per la sicurezza comune tra Turchia e Bosnia Erzegovina, patto che avrebbe consentito l’invio di aiuti militari e di truppe, come espressamente richiesto dai rappresentanti turchi alla riunione della Conferenza Islamica tenutasi ad Istanbul (giugno 1992). La richiesta di sollevare la Bosnia dall’embargo sui rifornimenti di armi viene presentata anche all’ONU. Particolarmente pesante e’ la pressione turca, a nome della Conferenza Islamica, alla Conferenza di Londra, tenutasi nell’agosto 1992, e poi di nuovo in occasione della visita al Consiglio di Sicurezza dell’ONU in novembre: l’idea e’ quella di rifornimenti di armi ai musulmano-bosniaci di Izetbegovic, rifornimenti che in assenza di una iniziativa da parte dell’ONU i paesi della Conferenza Islamica riunitisi in Senegal i primi di gennaio del ’93 mostrano di voler attuare unilateralmente. Ed in effetti forniture di armi e munizioni da parte della Turchia avranno luogo per tutta la durata del conflitto in Bosnia, sia per via aerea che attraverso il porto croato di Spalato.

I rapporti internazionali dell’SDA sono stati rivolti anche alle minoranze turche e musulmane di altri paesi limitrofi, come la Bulgaria dove esiste un “Movimento per i diritti e le liberta’”. Il dirigente di questo movimento Ridvan-Malik Kadiov visito’ Sarajevo gia’ nel ’91, dove fece visita ad una classe di scolari bulgari giunti a studiare presso gli Imam della Bosnia (“Muslimanski Glas” 1/3/1991, pg. 10).

Un altro scenario assai delicato per i rapporti tra mondo ortodosso e mondo islamico nei Balcani e’ quello macedone. Nella Repubblica ex-Jugoslava di Macedonia (FYROM) esiste una minoranza di lingua albanese, concentrata nelle zone occidentali, nel seno della quale pure negli ultimi 10 anni si e’ sviluppata una tendenza irredentista-separatista che mette in pericolo il sistema multinazionale su cui si fonda questo piccolo Stato. Nel luglio 1997 ad esempio, mentre Ugljanin veniva arrestato in Serbia a causa di certe dichiarazioni di segno secessionista, a Tetovo e Gostivar si verificavano dimostrazioni ed incidenti con la polizia macedone. Due i problemi principali: quello della “Universita’ parallela” di Tetovo, gestita dai nazionalisti panalbanesi con il sostegno di finanziatori occidentali (es: la Fondazione Soros), e quello della esposizione delle bandiere albanesi e – per l’appunto – turche sulle facciate dei municipi e di altre istituzioni locali. Al centro dello “scandalo delle bandiere” esposte a Gostivar fu ad esempio il sindaco Osmani, membro dell’ultradestra nazionalista di Xhaferri, che dovette scontare un anno e mezzo di prigione fino all’inizio del 1999. Merita attenzione il fatto che a questi settori e’ andato in tutti questi anni il sostegno del Partito Transnazionale Radicale di Pannella, che ha organizzato campagne per la liberazione di Osmani, dunque contro il carattere multinazionale dello Stato macedone.

Lo stesso dicasi per il Kosovo, dove dagli anni Ottanta, nonostante l’alto grado di autonomia della provincia nella RFSJ, sono riemerse le tendenze irredentiste. Dopo la abrogazione degli aspetti piu’ politici di detta autonomia, alla vigilia dello scoppio del conflitto inter-jugoslavo, i settori panalbanesi guidati da Ibrahim Rugova, leader della “Lega Democratica del Kosovo”, hanno iniziato a praticare il boicottaggio assoluto della vita politica e sociale jugoslava costruendo un sistema “parallelo” in tutte le attivita’ – dalla sanita’ all’istruzione – che ha configurato un vero e proprio “separatismo etnico”. Questo sistema parallelo e’ stato visto con apprezzamento in Occidente, anche dai settori “pacifisti” entusiasmati dal suo carattere non-violento, ed e’ stato sostenuto con finanziamenti di vario tipo provenienti dall’estero, soprattutto Germania, Svizzera ed USA. Oltre alla lobby albanese-americana, merita menzione in particolare il “governo in esilio” di Bukoshi, con sede in Germania.

Rugova e’ stato piu’ volte in Turchia, dove ha incontrato l’allora Presidente Özal che gli ha garantito il suo appoggio (Vecernje Novosti, 17/2/1992). E’ curioso che da noi di Rugova si sia detto solamente che e’ un “pacifista”, mentre nessuno ha mai citato le sue dichiarazioni, piu’ volte rilasciate agli organi di stampa stranieri, come lo zagrebino “Danas” (1992), secondo le quali l’ideale per il Kosovo e’ uno status transitorio di protettorato internazionale, per poi unirsi all’Albania.  

La collaborazione politica e militare tra Turchia ed Albania e’ nota da anni ormai. Lo scenario e’ particolarmente preoccupante a causa dell’aggravarsi della situazione nel Kosmet, dove a partire dal 1997 si e’ scatenata l’attivita’ terroristica, gia’ presente, dell’UCK (“Esercito di Liberazione del Kosovo”), sostenuto dalla lobby albanese negli USA (spec. la Albanian-American Civil League legata a J. Dioguardi e Bob Dole) attraverso la destra di Sali Berisha in Albania.

Cristophe Chiclet rivela su “Le Monde Diplomatique” di gennaio 1999 che il nucleo fondatore dell’UCK fu costituito dal Movimento Popolare del Kosovo (LPK), una organizzazione apparentemente marxista-leninista in conflitto con le dirigenze della provincia autonoma del Kosovo, ai tempi di Tito, e con la leadership di Rugova successivamente.

In effetti pero’ il Movimento Popolare del Kosovo e’ stato fondato nel 1982, nella citta’ TURCA di IZMIR (Smirne). Non ci vuole molto a capire il perche’.

Nel 1982 in Turchia governava una feroce cricca militarista-fascista che aveva effettuato un golpe due anni prima contro il legittimo governo socialdemocratico. Questa cricca era (e’) specializzata nel reprimere i movimenti, i partiti e le organizzazioni di sinistra, comuniste, marxiste, leniniste, socialiste, rivoluzionarie e operaie dei popoli turchi, alawiti, kurdi, armeni e siriani.

Poteva il governo militar-fascista di Ankara concedere graziosamente, al sedicente movimento “marxista-leninista” kosovaro, di indire il suo congresso di fondazione? Piu’ realisticamente l’UCK deve essere visto come uno strumento della guerra a bassa intensita’ contro la Repubblica Federale di Jugoslavia, atto alla sua destabilizzazione.

In questa organizzazione sono stati arruolati mercenari da svariati paesi islamici; nel 1998, nei giorni della caccia ad Osama Bin Laden, la CIA ha dovuto persino fare irruzione nella rappresentanza UCK a Tirana, in cerca di documenti.

Tuttavia la strategia della tensione in Kosmet ha mostrato di non dare immediatamente i suoi frutti, pertanto nella seconda meta’ del 1998 si e’ andati ad un crescendo di minacce di bombardamenti contro la RF di Jugoslavia, fino al reale, brutale attacco del 24 marzo 1999, giustificato con la non accettazione da parte jugoslava dell'”accordo”-capestro di Rambouillet, che prevedeva la occupazione militare NATO nel Kosmet ed una consultazione popolare che avrebbe portato alla secessione della provincia nel giro di tre anni. Durante i bombardamenti i diplomatici USA (es. E. Luttwak alla trasmissione televisiva italiana “Pinocchio”) hanno incominciato a dire apertamente che la loro cessazione e’ condizionata alla rinunzia da parte jugoslava alla sovranita’ sulla provincia. Ma il Kosmet, oltre ad essere il cuore storico-culturale della Serbia, e’ anche ricco di materie prime e nelle sue centrali a carbone si produce una rilevante quantita’ di energia elettrica, della quale deve viceversa usufruire tutta la popolazione della Repubblica Federale.

 

IL RUOLO DELLA GERMANIA NELLA DISTRUZIONE DELLA JUGOSLAVIA

 

[l’articolo, di Rudiger Göbel, è comparso sui Marxistische Blätter – Fogli marxisti – del marzo 1995]

Secondo la propaganda occidentale, la convivenza dei popoli della Jugoslavia era stata imposta attraverso la repressione di Stato sotto il “regime monopartitico”, perciò lo sfascio ed i conflitti armati erano inevitabili con la crisi del sistema socialista. Questa tesi è priva di qualsivoglia fondamento. Viceversa: la Jugoslavia si formò dopo la II Guerra Mondiale come unione libera e volontaria di tutte le popolazioni. La guerra civile è iniziata in seguito alla divisione del paese nel 1991/’92.

La crisi della Jugoslavia e la conseguente guerra civile nella ex Bosnia-Erzegovina certo non si lasciano spiegare soltanto adducendo la politica interventista degli Stati imperialisti, e da sola la spinta al riconoscimento di Croazia e Slovenia da parte della diplomazia tedesca non è certo ragione e cagione dello smembramento della Jugoslavia (1). Tuttavia essa ha esercitato un influsso determinante per lo scoppio della crisi e l’escalation di questi giorni, rendendo i problemi connessi davvero irrisolvibili. Gli interessi perseguiti in questo caso non sono così univocamente riconoscibili come ad es. nella guerra contro l’Iraq. Gli Stati imperialisti perseguono chiaramente molteplici obiettivi, in parte persino differenti. Erano tutti d’accordo sulla necessità di farla finita, anche in Jugoslavia, con i resti di una società socialista, e sulla cancellazione del paese in quanto soggetto autonomo nello scenario internazionale. Tutti gli Stati hanno ora la possibilità di avere un’influenza la più grande e diretta possibile sugli avvenimenti dei Balcani.

Gli interessi più facili da riconoscere sono quelli dell’imperialismo tedesco, che si riallaccia immediatamente alla sua politica per l’Europa del Sudest dalla seconda metà del XIX secolo sino al 1945. Proprio come allora, questo guarda ai Balcani come al suo naturale “cortile” e ponte verso la Turchia e più avanti, fino al Medio Oriente. Pertanto si è potuto riportare in vita il tradizionale stereotipo dei “Serbi assetati di sangue”, utile a sostegno della politica estera tedesca.

GERMANIA – LA POTENZA CENTRALE D’EUROPA

Lo storico conservatore e biografo di Adenauer Hans-Peter Schwarz apre il suo ultimo lavoro sul ruolo della Germania in quanto “potenza centrale d’Europa” con la considerazione che tra le grandi svolte della storia tedesca è da annoverare il 1 Settembre 1994, giorno della partenza delle ultime unità russe dalla Germania. “Con ciò un’epoca, iniziata mezzo secolo prima, volge alla fine” (2). Cosicchè, quattro anni dopo l’annessione della RDT, la RFT è di nuovo tre cose in una: è uno Stato nazionale, è una grande potenza europea ed è la potenza centrale d’Europa. “Perchè esiste un solo paese che, grazie alla sua posizione geografica, alle sue potenzialità economiche ed alla sua influenza culturale, grazie alle sue dimensioni ed ancora grazie al dinamismo di cui dispone può sentire il compito di una potenza centrale – e questo è proprio la Germania” (3). La Germania è già una grande potenza europea. Ma poichè il concetto di “grande potenza” risveglia il ricordo di sfrenata politica egemonica, guerra ed annientamento, Schwarz propone il nuovo concetto di “potenza centrale d’Europa” – che vuol dire la stessa cosa.

E puntualmente, proprio il giorno della grande svolta, 1 Settembre 1994, il leader della frazione CDU/CSU Wolfgang Schäuble insieme con il portavoce per la politica estera del gruppo parlamentale, Lamers, hanno pubblicato un documento strategico contenente “Riflessioni sulla politica europea”. Ivi sono formulati gli obiettivi della nuova politica tedesca da grande potenza – proprio nello stesso senso di Schwarz – e ci si pronunzia a favore della costruzione di un “nocciolo duro europeo” comprendente Germania, Francia e gli Stati del Benelux come nocciolo, mentre Germania e Francia sarebbero il “nocciolo del nocciolo duro” – con l’intenzione di risorgere finalmente dopo quasi 50 anni d’astinenza come potenza ordinatrice nel continente. Di fianco alla “stabilizzazione dell’Est” Schäuble e Lamers citano l’accesso allo spazio mediterraneo e lo sviluppo di una partnership strategica con la Turchia come ulteriori obiettivi strategici.

Il loro testo di 14 pagine può essere considerato come abbozzo strategico di base per il salto della RFT a potenza mondiale. I suoi autori ritengono che il paese sia destinato a diventare una grande potenza “in base alla sua posizione geografica, alle sue dimensioni ed alla sua storia”. E se la Francia e gli Stati del Benelux non dovessero essere d’accordo sulla costruzione del nocciolo europeo, la RFT potrebbe “essere tentata, in base a considerazioni sulla propria sicurezza, di effettuare da sola la stabilizzazione dell’Europa orientale, nella maniera tradizionale” (4). Le “tradizionali” risistemazioni tedesche dell’Est in questo secolo hanno causato al mondo per due volte milioni di morti ed anni di oppressione e distruzione bellica.

Per le loro tesi sull'”Europa del nocciolo duro” Schäuble e Lamers hanno trovato sostegno nel portavoce della direzione della Deutsche Bank, Hilmar Kopper, che nell’edizione domenicale della FAZ [Frankfurter Allgemeine Zeitung, il più influente quotidiano tedesco, legato all’apparato industriale-finanziario, ndt] rendeva noto che nel documento della Unione era stato detto solamente ciò che tutti in effetti già “pensavano, sapevano o temevano”. Nello stesso tempo il presidente della Bundesbank, Hans Tietmeyer, riproponeva alla discussione il concetto dei “cerchi concentrici”, relativamente al futuro della politica europea della Germania (5).

In conclusione del turno di presidenza tedesco della UE il governo Kohl, in occasione del vertice di Essen del Dicembre ’94, decideva un “approccio strategico” per gli Stati dell’Europa orientale, mirante all’estensione ad Est dell’Unione Europea – attualmente la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria sono associati all’Unione, mentre con gli Stati Baltici e la Slovenia si preparano i relativi accordi. Sarà innanzitutto la RFT a trarre profitto dall’allargamento della Unione, visto che il 50 per cento degli scambi commerciali della UE con l’Europa dell’Est toccano alla RFT. Pertanto l’Est è visto come “campo d’azione della politica estera tedesca”.

 

LA FINE DEL BLOCCO DELL’IMPERIALISMO TEDESCO

Con la fine della contrapposizione Est-Ovest e lo scioglimento dell’Unione Sovietica, dopo circa 50 anni di interdizione in politica estera nella RFT si discute apertamente delle ambizioni politiche da grande potenza in direzione Est, e si passa anche alle azioni concrete. Il riconoscimento di Croazia e Slovenia nel Dicembre 1991 – contro gli intendimenti degli alleati occidentali – doveva dimostrare a tutti il ritorno della Germania nella sua posizione di potenza mondiale a tutti gli effetti. I vecchi piani di pressione verso Est poterono esser nuovamente tirati fuori dal cassetto.

Già Friedrich Naumann sapeva bene che la costruzione di uno spazio d’influenza economica sarebbe stata possibile solo sfruttando le tendenze indipendentiste di parte dei Cechi, degli Slovacchi, dei Croati, degli Sloveni e così via. A lui parevano essenziali due elementi chiave: l’unione economica dell’Europa centrale e gli “Stati del nocciolo mitteleuropeo” (6). Al presente questi due elementi chiave sotto un certo punto di vista sono l’Unione Europea ed i già esposti pensieri sugli Stati del nocciolo duro, attraverso i quali si perseguirebbe una estensione ulteriore dell’egemonia tedesca. Dopo il 1945 tutto questo non era ancora stato possibile. La “‘Mitteleuropa’ appariva come pallida immagine di una storia irriproponibile” (7).

Il pensiero di una “Mitteleuropa” tornò in auge solamente negli anni ’70 ed ’80 – esso doveva essere usato solo in funzione della destabilizzazione degli Stati del blocco dell’Est. La “Mitteleuropa” fu invocata dagli intellettuali ungheresi, croati e polacchi tanto apprezzati qui in Occidente, poichè d’opposizione, a partire dalla metà degli anni ’80. A ciò aveva contribuito l’allora Vicepresidente degli USA, George Bush, che nel Settembre 1983 dopo un viaggio in Jugoslavia, Romania ed Ungheria tenne una conferenza nella Hofburg viennese, proclamandosi a favore di una politica della differenziazione regionale, allo scopo di favorire l’indipendenza di questi Stati – già allora quindi la sovranità jugoslava era messa apertamente in questione. Il concetto per mezzo del quale egli identificava questa regione – Ungheria, Slovenia, Croazia, Cecoslovacchia, Polonia, ecc. – era espresso dalla parola tedesca “Mitteleuropa” (8). Tra gli intellettuali di quell’area “Mitteleuropa” divenne così una specie di parola in codice che doveva segnalare che si sentivano parte della cultura politica dell’Ovest.

Nel 1991 veniva pubblicato un discorso, nel quale si dava rilievo al ruolo della Germania per il futuro. “Se le difficoltà dell’unificazione verranno superate – tra cinque, dieci o venticinque anni – la Germania non eluderà affatto la penetrazione economica dell’Europa orientale, e probabilmente le toccherà su questa strada di arrivare a ciò che il Terzo Reich con alcune centinaia di divisioni non aveva raggiunto – il predominio su quelle aree estese a perdita d’occhio tra Weichsel, Bug, Dnjepr e Don”. Questa la predizione dell’editore conservatore Wolf Jobst Siedler. E per di più questi sosteneva che la Germania sarebbe nuovamente la potenza egemone di tutta la Mitteleuropa: “essa sarà per i Cecoslovacchi, per gli Ungheresi ed in parte anche per i Polacchi la potenza-guida” (9).

“Per lungo tempo in Europa orientale non ci sarà più di fatto alcuno Stato veramente sovrano; tutti, chi più chi meno, si dovranno inchinare dinanzi al dettato del Leviatano germanico. No, la futura, già avviata germanizzazione dell’Europa orientale non avverrà più per mezzo della guerra e della violenza, bensì sarà una versione allargata della ‘Mitteleuropa’ concepita nei primi decenni di questo secolo da Friedrich Naumann, una specie di costruzione k.u.k. ingrandita [kaiserlich und königlich – imperiale e reale, detto dell’Impero Austroungarico, ndt]”, secondo il pubblicista spagnolo Heleno Saña nel suo libro “Il quarto Reich – la vittoria ritardata della Germania” (10).

I rapporti economici con la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria, la Bulgaria e la Slovenia già oggi riportano al modello degli anni ’30: con bilanci commerciali asimmetrici, a favore della RFT, che rappresenta in questa area l’effettiva potenza economica, insieme alla Francia. Il consulente imprenditoriale tedesco Roland Berger ha descritto il ruolo della Germania proprio nel senso della politica dei “cerchi concentrici”, di intensità e pressione economica via via minore, in una intervista allo Spiegel nel 1992: “I tedeschi dovrebbero rendersi conto della propria forza ed innanzitutto lasciar stare ciò che altri già possono (perdipiù con minori costi). (…) Noi siamo forti in tutti i lavori ad alta intensità di sapere ed in quelli creativi, nell’inventare, nello sviluppare, nel costruire, nella realizzazione di parti essenziali e prodotti tecnologici all’avanguardia. (…) Il nostro futuro in quanto paese industriale è quello di un cervello del sistema, non quello d’un produttore di profilati in alluminio o d’un sarto di camicie. (…) Il mercato mondiale diviene unitario, pertanto dobbiamo riorganizzare la divisione del lavoro tra i vari paesi, secondo il motto: il know-how in Germania, più componenti da fuori ed assemblaggio sul posto (dentro o fuori il paese)” (11).

 

L’INTERVENTO DELLA RFT NELLA GUERRA CIVILE JUGOSLAVA

Negli ultimi anni uno slogan essenziale della politica tedesca riguardo l’attuazione dei suoi interessi in Europa orientale e meridionale è stato quello del “diritto all’autodeterminazione dei popoli”. Con questo la RFT cerca di ricollegarsi ai conflitti esistenti tra gruppi di diversa lingua o Weltanschauung all’interno di uno stesso Stato o di una Federazione di Stati. Conflitti, che riportano più che altro a problemi e diseguaglianze di tipo economico – diverso livello di sviluppo tecnico o industriale, mancanza di beni di consumo, ecc. -, sono esplicitati per il loro carattere etnico (la “etnicizzazione del sociale”). Così è stato ad es. per le Repubbliche baltiche della ex Unione Sovietica o per le Repubbliche slovena e croata all’interno dello Stato federale jugoslavo, che pure avevano una posizione economica privilegiata. “La politica della RFT si riallaccia a queste contraddizioni interne dei paesi, con l’obiettivo della frammentazione o della riduzione dello Stato o Federazione, oppure con l’obiettivo della cancellazione o separazione della parte in questione dalla Federazione di Stati” (12). Questo tuttavia soltanto allo scopo di portare le parti distaccate verso la dipendenza economica e politica.

Possiamo attualizzare meglio le riflessioni che fanno da sfondo riferendoci forse alla teoria “dell’arancia” di Paul Rohrbach, politico del colonialismo: essa intendeva portare l’Impero russo a sciogliersi nelle sue varie componenti, o perlomeno ridurlo in parti controllabili dalla Germania; l’Impero degli Zar, secondo Rohrbach, era scomponibile nelle sue varie parti come un’arancia – se si suddivide abilmente un’arancia non si ottiene un insieme caotico inutilizzabile, nè distruzione, bensì i vari spicchi restano intatti ed appetibili (13). Dietro la politica della RFT di sconvolgere la Jugoslavia tramite “il piede di porco (…) del riconoscimento di Croazia e Slovenia” (14) nel Dicembre 1991 non c’è nient’altro che l’antica tattica del divide et impera – niente a che vedere con l'”umanità”, i “diritti umani” o il “diritto all’autodeterminazione dei popoli”.

A Slovenia e Croazia era assegnata una particolare e specifica funzione nel mercato interno della Jugoslavia. Lo standard di vita di queste regioni industrializzate era più alto che in qualunque altra parte della Federazione jugoslava. Mentre durante la crisi politico-economica degli anni ’80 lo sviluppo era in stagnazione, i rapporti di scambio con le Repubbliche più povere avuti fino allora furono percepiti come “zavorra” e si cercarono prospettive nell’annessione al mercato CEE o a quello mondiale.

Che la strada di Slovenia e Croazia verso la “autodeterminazione” avrebbe portato alla rovina lo avevano pronosticato già il FMI e la Banca Mondiale nell’estate del 1991. Il Vicepresidente della Banca Mondiale, Wapenhans, aveva detto allora: “Secondo la nostra opinione non sussiste alcun dubbio sul fatto che nessuna delle parti componenti la Jugoslavia trarrà profitto dallo sfascio della Jugoslavia o della sua economia nel breve e medio periodo” (15). In tale maniera egli ammetteva indirettamente che con la salvaguardia della Federazione e del mercato interno jugoslavo era sì dato un fondamento per la sopravvivenza anche di Croazia e Slovenia, piuttosto che con uno status slegato da questa base comune – cioè l'”indipendenza”, che sfocia per forza di cose nel legame con l’area tedesco-europea.

Sicuramente esiste anche una continuità storica, che ha determinato la spinta e l’appoggio di una grande parte della popolazione slovena e croata alla svolta verso la Germania. L’antico legame nella “divisione del lavoro” con l’economia globale tedesco-imperiale e pantedesca è rimasta nella coscienza di parte di quelle popolazioni come un fatto positivo. L’odierno Presidente croato Tudjman potè trovare parecchi sostenitori promettendo che alla separazione dalla Federazione jugoslava sarebbe conseguito l'”appoggio” della Comunità Europea, ed in particolare della vecchia amica Germania. Gli slogan anticomunisti hanno fatto il resto.

Il giornalista americano John Newhouse aveva reso noto sulla rivista The New Jorker dell’agosto 1992 che “Genscher era stato quotidianamente in contatto col Ministro degli Esteri croato. Egli incitava i Croati ad abbandonare la Federazione e a dichiarare l’indipendenza” (16). E questo benchè i leader politici della Bosnia premessero sulle potenze occidentali perchè si ritirasse il riconoscimento di Slovenia e Croazia, altrimenti sarebbero stati costretti essi stessi a chiedere l’indipendenza. La loro sicurezza, dicevano, era fondata sull’esser parte di uno Stato multinazionale (17).

Nel Novembre 1991 il Presidente bosniaco Izetbegovic’ aveva fatto visita al Ministero degli Esteri di Bonn. Egli si opponeva alla politica dei riconoscimenti, poichè era convinto che questa avrebbe “invitato” Serbia e Croazia ad aggredire la Bosnia, con la conseguenza di un inimmaginabile bagno di sangue. Anche l’Ambasciatore tedesco a Belgrado considerava il riconoscimento come una cattiva idea ed aveva fornito ad Izetbegovic’ argomenti per il suo colloquio con Genscher, ci informa Newhouse (18). Ciò che ad Izetbegovic’ fu promesso da Genscher non ci è ancora dato di sapere: fatto sta che, dopo il colloquio, egli aveva ripiegato dalla sua iniziale posizione apprensiva.

Prima ancora delle sanzioni ufficiali da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU la RFT, durante l’inverno, poco prima del suo riconoscimento di Croazia e Slovenia, aveva imposto unilateralmente il blocco dei traffici con la RFJ; poi, puntualmente a Natale, ebbe luogo il promesso riconoscimento – e la prevedibile e fino ad oggi proseguita escalation della guerra civile jugoslava. In tal modo l’imperialismo tedesco manifestava il suo ritorno alla “normalità” dopo la fine del “blocco”. Il 23 Dicembre 1991 va pertanto segnato sul calendario – analogamente al 1 Settembre 1994 di Hans-Peter Schwarz – tra le “svolte importanti” della storia tedesca.

 

LA JUGOSLAVIA E LA “NORMALIZZAZIONE” TEDESCA

La discussione sui riconoscimenti ed il conseguente dibattito sulla Bosnia è nel segno del “ritorno alla normalità”, un obiettivo dello Stato preordinato dall’alto con il quale dovrebbe concludersi la fase quarantennale di interdizione della Germania dai traffici di politica estera.

In politica interna, sin dall’inizio della guerra in Jugoslavia, si persegue “una quasi-normalizzazione del Nazionalsocialismo per mezzo della moltiplicazione delle sue forme di apparizione”, e la corrispondenza giornalistica tedesca mira a creare “una, due, tante Auschwitz” per poter gettare finalmente nella spazzatura dodici anni di storia propria. Così esistono persino “campi di sterminio serbi”, “campi di concentramento”, la “Grande Serbia”, una “Endlösung” [soluzione finale, detto per l’Olocausto degli Ebrei, ndt] operata dai Serbi e la “follia di dominio” serba, stese a copertura della propria storia (19). Con l’istituzione, su iniziativa della RFT, di un Tribunale internazionale per i crimini di guerra a L’Aia, si cerca da parte tedesca di relativizzare finalmente lo “smacco di Norimberga”. Naturalmente a Bonn si nega ogni corresponsabilità nei crimini e nella guerra in Jugoslavia: nella versione ufficiale c’è solo un gruppo di responsabili e criminali di guerra – i Serbi. Quale sia lo scopo dell’arresto e dell’atteso processo contro Dusko Tadic’, un serbo abitante a Monaco, lo ha chiarito un avvocato di Amburgo, che avrebbe condotto le autorità tedesco-federali sulle tracce di Tadic’, nel corso di una trasmissione speciale della ARD: Tadic’ sarebbe in effetti soltanto un Hess, un guardiano di campi di concentramento; per suo tramite si vuole arrivare ad Himmler – Karadzic’ – ed Hitler – Milosevic’.

Questo genere di demagogia e revisionismo storico hanno permesso al giornalista americano David Binder, pure conservatore, di chiedere che anche Kohl e Genscher vengano messi nella lista dei criminali di guerra in un procedimento giudiziario sulla guerra in Bosnia, poichè questi “hanno preso decisioni che hanno portato all’estensione e all’intensificazione della guerra” (20).

Attraverso il riconoscimento della anticostituzionale secessione delle Repubbliche ex-jugoslave alla politica tedesca ed occidentale era riuscito di internazionalizzare un conflitto essenzialmente di carattere interno, impegnandosi più apertamente per un intervento nel senso di “garantire la pace”. Persino Genscher ha potuto farsi passare da critico difensore dei diritti umani, mentre spingeva gli alleati europei al riconoscimento: “Anche nel futuro la Germania si porrà dalla parte dei diritti umani, dei diritti delle minoranze e del diritto all’autodeterminazione, contro l’aggressione e l’oppressione. (…) Alla Comunità Europea si impone di aprire una prospettiva europea ai popoli della Jugoslavia per il futuro” (21). Avendo sottolineato, come premessa, che soltanto ai popoli della Jugoslavia spetta di decidere sul proprio futuro, egli metteva poi in guardia esplicitamente: “Non possiamo lasciare da sole le Repubbliche indipendenti (…). Non le possiamo spingere nell’isolamento rispetto alla comunità internazionale degli Stati!”. Con ciò egli riusciva a dare al “futuro dei popoli jugoslavi” una precisa prospettiva nel quadro comunitario, con l’obiettivo (suddetto) della decomposizione o del rimpicciolimento di quello Stato, e della conseguente annessione di queste parti distaccate ad una vasta area di influenza in qualità di soggetti economicamente e politicamente dipendenti, nel quadro della gerarchia raffigurata dal già citato Roland Berger.

L’Handelsblatt [importante quotidiano economico e finanziario, ndt] descriveva nel Settembre 1991 lo sviluppo economico dell’Europa nella seguente maniera: la “storia dell’economia [insegna] che la dinamica economica non si sviluppa mai in senso superficiale-orizzontale, bensì di regola a partire da centri le cui attività si estendono verso l’esterno come anelli che si allargano. Così lo sviluppo economico del continente ha potuto evolvere secondo i seguenti binari: i centri mitteleuropei si irradiano verso Est, conquistando innanzitutto gli ex paesi satelliti. Solo in seguito verranno raggiunte le regioni di confine dell’impero sovietico. Tralasciando alcuni punti di forza industriali propri presenti sul territorio dell’Unione Sovietica, attorno al nocciolo duro europeo si formeranno anelli concentrici con livelli di attività economica decrescente, il cui standard produttivo fluttua nel contatto con l’Europa…” (22).

Per poter esercitare più influenza su questi “anelli concentrici che circondano il nocciolo dell’Europa con attività economica decrescente”, e per controllarli meglio, tramite lo slogan dell'”autodeterminazione” è stata distrutta la Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia.

“L’attuale politica interventista contro la Jugoslavia, in interazione con gli attuali meccanismi di formazione della opinione pubblica all’interno della RFT, ancora non si configurano come uno stato di guerra [palese, nda]. Si mira però a raggiungere una capacità di mobilitazione bellica, tanto all’esterno quanto all’interno” (23).

Come questo può avere luogo ce lo indica la seguente considerazione: “Le circostanze mi hanno costretto per anni a parlare quasi soltanto di pace. Solo tramite la costante proclamazione del desiderio tedesco di pace e delle intenzioni pacifiche mi è stato possibile procacciare al popolo tedesco la libertà, pezzetto per pezzetto, e l’equipaggiamento che fu sempre necessario come condizione per poter fare il passo successivo (…). E’ stato altresì indispensabile mutare a poco a poco la psicologia del popolo tedesco, e chiarirgli lentamente che esistono cose che vanno ottenute per mezzo della violenza, se non possono esserlo con mezzi pacifici. Tuttavia a tale scopo si è reso necessario non solo propagandare la violenza in quanto tale, bensì illuminare il popolo tedesco in merito a certi accadimenti di politica estera, in modo che nel cervello delle masse si generasse lentamente la seguente convinzione: se questo non si può cambiare con le buone, allora lo sarà con la violenza”. Così si esprimeva Adolf Hitler dinanzi alla stampa tedesca il 10-11-1938 (24).

La “illuminazione” sistematica e persuasiva su avvenimenti di politica estera, compiuta in maniera tale da indurre gran parte della popolazione ad esprimersi a favore di misure violente contro un altro Stato, è un costituente essenziale della formazione di una propria capacità bellica. E sotto questo aspetto vanno analizzati anche gli ultimi tre anni di politica riguardo la Jugoslavia.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

L’economista egiziano e teorico marxista Samir Amin ha recentemente individuato quali compiti oggi si pongano concretamente nella discussione riguardante interventi propagandati con la copertura dell’umanitarismo e dei diritti umani: “Sotto ogni aspetto, in ogni tempo ed in ogni forma, il fatto che il Nord si immischi negli affari del Sud (ed a maggior ragione quando si tratta di un intervento violento, militare o politico) è un fatto negativo. Gli eserciti occidentali non porteranno mai pace, benessere o democrazia ai popoli di Asia, Africa ed America Latina. In futuro come da cinque secoli a questa parte potranno portare solo schiavitù, sfruttamento del loro lavoro e delle loro ricchezze, negazione dei loro diritti. E’ compito delle forze progressiste dell’Ovest capire questo” (25).

Mentre un tempo ampi settori della sinistra solidarizzavano con i movimenti di liberazione, si preoccupavano dello sfruttamento dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo e dimostravano contro FMI e Banca Mondiale, oggi in Occidente si è sviluppata una cultura di stampo chauvinista che non ha origine dagli ambienti conservatori e nazionalisti, bensì dal centrosinistra liberale – dal luogo politico cioè in cui era situato il movimento pacifista. Sorprendentemente l’idea che la Germania sia una grande potenza, che cerca senza riguardi di perseguire il proprio interesse, è assolutamente scomparsa, anche in Germania – e nella stessa sinistra. Tanto quanto il concetto di imperialismo è passato di moda (innanzitutto in relazione alla società tedesca).

E così non sono stati nè gli incitamenti all’odio di Herr Reißmüller sulla FAZ nè i racconti dell’orrore del deputato CDU Stefan Schwarz a far sì che, dopo lo scoppio del conflitto in Jugoslavia, si proclamasse da ogni parte ad alta voce e per la strada la necessità dell’intervento occidentale contro i Serbi. Sono stati al contrario partiti come i Grünen [Verdi, ndt] e fogli liberali (di sinistra) come la TAZ, il Frankfurter Rundschau, Die Zeit, il francese Liberation e il britannico Guardian a diffondere un panico antiserbo tale da influenzare fino ad oggi la percezione del conflitto degli intellettuali occidentali. Frattanto il movimento pacifista e terzomondista gioca qui un ruolo non sottovalutabile, rendendo popolari gli interventi occidentali nei paesi del Tricontinente. Da questa parte è giunta la maggioranza delle proposte, ad es. quella di porre termine finalmente al conflitto jugoslavo attraverso un intervento (militare o meno). Purtroppo in questi ambienti l’antico slogan del tempo della I Guerra Mondiale

“il principale nemico si trova nel proprio paese” è finito nel dimenticatoio, e conseguentemente la protesta non è diretta contro lo chauvinismo occidentale di fronte agli altri popoli, nè contro l’intromissione del proprio Stato nelle faccende degli altri Stati sovrani. Al contrario, le campagne dell’opposizione antimilitarista sono dirette in primo luogo ad es. contro l’esportazione di armamenti, quindi contro la fornitura di armi a regimi considerati particolarmente terribili, e non contro il militarismo tedesco. Il messaggio lanciato da tali campagne può essere considerato a tutt’oggi uno solo: ci sono due categorie di Stati – quelli per i quali il possesso di armamenti è legittimo e senza problemi (l’Occidente), e quelli per i quali è interdetto (i paesi del cosiddetto Terzo Mondo) (26).

Un “movimento per la pace” che incita il proprio Stato ad immischiarsi nelle questioni di altri popoli non è un movimento per la pace. Questo deve essere chiarito assolutamente. E conseguentemente il vecchio slogan “combattere il nemico nel proprio paese” deve essere rimesso all’ordine del giorno dell’agenda politica della sinistra – contro qualsiasi forma di preparativo alla guerra, all’interno come all’estero, sia essa di tipo economico, politico, militare o ideologico.

Rispetto al conflitto in Jugoslavia, ciò significa concretamente schierarsi contro ogni tipo di intervento ed anzi chiederne la cessazione. Perchè, come ci ha detto Samir Amin, una intromissione dell’imperialismo non può mai portare nè pace, nè benessere nè democrazia (27). Questa deve essere la posizione di partenza inalienabile di un lavoro internazionalista ed antiimperialista, ed a partire da questa si possono discutere ulteriori rivendicazioni e prospettive politiche.

 

NOTE

  1. Sui retroscena del conflitto Jugoslavo sia a livello politico che economico cfr. il contributo di Jochen Gester: Retroscena economici del conflitto jugoslavo, sui Marxistische Blätter 1-’95, ppgg. 8-17.
  2. H.-P. Schwarz: Die Zentralmacht Europas – Deutschlands Rückkehr auf die Weltbühne [La potenza centrale d’Europa – Il ritorno della Germania sul proscenio mondiale]. Berlino 1994. Pag. 7.
  3. H.-P. Schwarz, op. cit., pag. 8.
  4. Citato dai Politische Berichte 19-’94, pag.3.
  5. Cfr. il Frankfurter Rundschau del 13-9-1994, a pag. 1.
  6. Cfr. Schwarz, op. cit., pag. 245.
  7. Schwarz, op. cit., pag. 248.
  8. Schwarz, op. cit., pag. 249.
  9. Schwarz, op. cit., pag. 251.
  10. Heleno Saña: Das Vierte Reich – Deutschlands später Sieg. Amburgo 1990. Pag. 108.
  11. Der Spiegel n.18-’94, pag. 154. Queste considerazioni non sono nuove, bensì sono in continuità con la costruzione di una vasta area d’influenza durante il fascismo. Già nel 1941 Theo Suranyi-Unger aveva formulato riflessioni di questo tipo sulla Zeitschrift für die gesamte Staatswirtschaft – Rivista per l’economia statale globale: “I paesi subordinati potranno coprire non soltanto il loro fabbisogno (…) bensì anche quello del paese-guida, mentre quest’ultimo si dedicherà sempre più a quei rami dell’industria che richiedono manodopera altamente qualificata e processi produttivi particolarmente lunghi…”. Citato da: Hunno Hochberger, Sull’intervento della RFT nella guerra civile jugoslava – Alcune riflessioni sull’espressione “europa tedesca”. In: A. Meurer, H. Vollmer, H. Hochberger: Die Intervention der BRD in den jugoslawischen Bürgerkrieg. Hintergründe, Methoden, Ziele. GNN-Verlag. Colonia 1992. Pag. 33.
  12. Hochberger, op. cit., pag. 30.
  13. Cfr. Wolf-Dieter Gudopp: Auf dem Weg in den dritten Weltkrieg ? [Verso la terza guerra mondiale?] Verein Wissenschaft und Sozialismus e.V.- Francoforte 1993, pag.18.
  14. Schwarz, op. cit., pag. 156.
  15. Citato da: Hochberger, op. cit., pag. 31.
  16. John Newhouse: Bonn, der Westen und die Auflösung Jugoslawiens. Das Versagen der Diplomatie – Chronik eines Skandals [Bonn, l’Occidente e il disfacimento della Jugoslavia. La sconfitta della diplomazia – cronaca di uno scandalo]. In: Blätter für deutsche und internationale Politik 10-’92, pag.1195.
  17. Newhouse, op. cit., pag.1193.
  18. Newhouse, op. cit., pag.1196.
  19. Tutte le citazioni da: Arthur Heinrich: Wunderbare Wandlung. Die Nachkriegsdeutschen und der Bosnien-Einmarsch. Ein Frontbericht [Metamorfosi miracolosa. I tedeschi del dopoguerra e la marcia sulla Bosnia. Un reportage dal fronte]. In: Blätter für deutsche und internationale Politik 4-’93, pag.411.
  20. Citato da: Heinrich, op. cit., pag. 413.
  21. Citato da: Hochberger, op. cit., pag.32.
  22. Hochberger, op. cit., pag. 33.
  23. Hochberger, op. cit., pag. 42.
  24. Gudopp, op. cit., pag. 3.
  25. Samir Amin: Das Reich des Chaos – Der neue Vormarsch der Ersten Welt [L’impero del caos – la nuova avanzata del Primo Mondo]. VSA-Verlag. Amburgo 1992, pag. 18.
  26. Cfr. Sabine Reul: Friedenslobby und politisch korrekter militarismus [Lobby pacifista e militarismo politically correct]. In: NOVO n.13, 11/12-1994, ppgg. 35-37; Ernst Woit: Imperialistische Ziele und Strategien [Obiettivi e strategie imperialiste]. In: Marxistische Blätter 5-’94, ppgg. 55-59.
  27. Fuori luogo è appellarsi ad una “razionalità del capitalismo”, e sperare in una “politica socioeconomica di pace a livello globale”, come fa Werner Ruf sui Marxistische Blätter 5-1994. Cfr. Rüdiger Göbel in: Prokla n.95, 24-6-’94, ppgg. 287-301.

[Tratto da: Jugoslawien-Bulletin 4-’95, raccolta di documentazione “contro le sanzioni, l’incitamento guerrafondaio e la politica tedesca da grande potenza”. Per contatti, contributi e abbonamenti: Jugoslawien-Bulletin c/o Friedensladen, Schillerstr. 28, 69115 Heidelberg (Germania)] 

Preso da: http://www.fisicamente.net/GUERRA/index-791.htm

La Germania ha guadagnato miliardi dalla crisi che distrutto la Grecia

22 giugno 2018. Lorenzo Vita.
** FILE ** A Euro sculpture is seen in the autumnal sun in front of the European Central Bank ECB building, rear, in Frankfurt, Germany, in this Sept. 24, 2007 file picture. The European Central Bank, along with the U.S. Federal Reserve and others, plans to offer billions in short-term credit to banks in Europe to meet their demand for dollars amid tense financial markets. (AP Photo/Bernd Kammerer)
La Germania ha guadagnato miliardi dalla crisi che ha colpito la Grecia e che ha portato il popolo greco nel baratro dell’indigenza. A rivelarlo non sono movimenti euroscettici, né leader populisti né governi antitedeschi, ma direttamente il governo di Berlino, in risposta a un’interrogazione parlamentare promossa dai Verdi.
Da quanto si è potuto comprendere, le casse della Germania hanno guadagnato circa 2.9 miliardi di euro come conseguenza indiretta della crisi greca. Guadagni scaturiti, in gran parte, come risultato del programma di acquisto di titoli di debito greci da parte della Banca centrale europea.
Il meccanismo funziona così. Dal 2010 la Germania ha acquistato obbligazioni di Atene come parte di un accordo dell’Unione europea per sostenere l’economia greca. Le obbligazioni furono acquistate dalla Bundesbank e poi trasferite al tesoro statale.

L’accordo originale tra Berlino e Atene prevedeva che qualsiasi interesse guadagnato sulle obbligazioni sarebbe stato restituito alla Grecia quando avrebbe adempiuto ai suoi obblighi sulle riforme. Solo che è successo qualcosa che ha cambiato sensibilmente le carte in tavola.
Fino al 2017, la Bundesbank aveva guadagnato utili su quegli interessi pari a 3.4 miliardi di euro. Ma ne ha trasferiti molti di meno alla Grecia. 527 milioni nel 2013 e 387 milioni nel 2014, lasciando un utile di 2 miliardi e mezzo. A questi, si devono poi aggiungere 400 milioni di interessi maturati grazie a un prestito della KfW Bankengruppe (KfW), la Banca per lo sviluppo.
Dati che hanno provocato la rabbia dei Verdi, i quali da sempre chiedono alla Germania di allentare la morsa sul debito greco come gesto per far ripartire l’economia di Atene. “La Germania ha tratto notevoli benefici dalla crisi greca, non è accettabile che il governo consolidi il bilancio tedesco con i benefici della crisi greca”, ha detto il portavoce del gruppo parlamentare verde Sven-Christian Kindler.
Secondo Kindler, i greci hanno mantenuto le loro promesse sulle riforme facendo tagli dolorosissimi, ma “ora è il momento del gruppo euro di mantenere le sue promesse”. Ed è un attacco rivolto soprattutto alla Germania che, insieme ad altri Paesi dell’Europa settentrionale, ha sempre voluto mantenere il pugno duro nei confronti della Grecia.
Ieri, i ministri dell’eurozona hanno finalmente dato il via libera all’atteso taglio del debito pubblico greco. Il governo ellenico è stato “promosso”. Atene ha fatto quello che doveva fare, con 88 riforme sanguinose che l’Europa ha ritenuto necessarie per completare il piano di aiuto ai creditori. L’Ue sborserà l’ultima tranche di prestiti di circa 15 miliardi ed è stato esteso di 10 anni il termine per la scadenza dei prestiti.
“Questo è un momento storico per la Grecia e per l’Eurozona”, ha detto il commissario agli affari economici Pierre Moscovici. Sì, ma a quale prezzo? Come ricordato su questa testata, dal 2010 ad oggi “il potere d’acquisto è crollato del 24%, il 21,2% della popolazione, certifica Eurostat, vive in estrema povertà, il doppio del 2008. Lo scorso anno 130 mila persone, il 333% in più del 2013 hanno rinunciato alle eredità lasciate dai parenti perché non avevano i soldi per pagare le tasse”.
Alexis Tsipras non può certo cantare vittoria. Può solo sommessamente dire grazie ai suoi creditori, così come il popolo greco può provare a pensare di nuovo a un futuro di speranza. Ma i guadagni, cinici, della Germania sul debito greco dimostrano, ancora una volta, di cosa sia fatta questa Unione europea.

Fare cassa su un popolo affamato, per giunta alleato e partner di un’Unione come quella europea, dimostra che  l’Europa germanocentrica non è una realtà del mondo populista, ma uno scoglio per chiunque possa pensare a una Ue diversa. La Grecia, al collasso, che ha bisogno di soldi più di chiunque altro, vede il Paese economicamente più forte lucrare sul suo debito: lo stesso per cui sono morte persone, attività e imprese.

Preso da: http://www.occhidellaguerra.it/germania-crisi-grecia/

L’esercito di insetti del Pentagono

Manlio Dinucci

Il Pentagono porta avanti ricerche di ogni tipo. L’Agenzia per i progetti di ricerca avanzata (Darpa) sta studiando la possibilità di utilizzare insetti per infettare le colture, il Laboratorio di ricerca della Navy spera invece di utilizzarne altri come sensori, capaci di rilevare esplosivi. Non è fantascienza.

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Sciami di insetti, che trasportano virus infettivi geneticamente modificati, attaccano le colture di un paese distruggendo la sua produzione alimentare: non è uno scenario da fantascienza, ma quanto sta preparando l’Agenzia del Pentagono per i progetti di ricerca scientifica avanzata (Darpa). Lo rivelano su Science [1], una delle più prestigiose riviste scientiche, cinque scienziati di due università tedesche e di una francese. Nel loro editoriale pubblicato il 5 ottobre, mettono fortemente in dubbio che il programma di ricerca della Darpa, denominato «Alleati insetti», abbia unicamente lo scopo dichiarato dall’Agenzia: quello di proteggere l’agricoltura statunitense dagli agenti patogeni, usando insetti quali vettori di virus infettivi geneticamente modificati che, trasmettendosi alle piante, ne modificano i cromosomi.

Tale capacità – sostengono i cinque scienziati – appare «molto limitata». Vi è invece nel mondo scientifico «la vasta percezione che il programma abbia lo scopo di sviluppare agenti patogeni e loro vettori per scopi ostili», ossia «un nuovo sistema di bioarmi». Ciò viola la Convenzione sulle armi biologiche, entrata in vigore nel 1975 ma restata sulla carta soprattutto per il rifiuto statunitense di accettare ispezioni nei propri laboratori. I cinque scienziati specificano che «basterebbero facili semplificazioni per generare una nuova classe di armi biologiche, armi che sarebbero estremamente trasmissibili a specie agricole sensibili, spargendo insetti quali mezzi di trasporto».
Lo scenario di un attacco alle colture alimentari di Russia, Cina e altri paesi, condotto dal Pentagono con sciami di insetti che trasportano virus infettivi geneticamente modificati, non è fantascientifico. Quello della Darpa non è l’unico programma sull’uso di insetti a scopo bellico. Il Laboratorio di ricerca della US Navy ha commissionato alla Washington University di St. Louis una ricerca per trasformare le locuste in droni biologici [2].
Attraverso un elettrodo impiantato nel cervello e un minuscolo trasmettitore sul dorso dell’insetto, l’operatore a terra può capire ciò che le antenne della locusta stanno captando. Questi insetti hanno una capacità olfattiva tale da percepire istantaneamente diversi tipi di sostanze chimiche nell’aria: ciò permette di individuare i depositi di esplosivi e altri impianti da colpire con un attacco aereo o missilistico. Scenari ancora più inquietanti emergono dall’editoriale dei cinque scienziati su Science. Quello della Darpa – sottolineano – è il primo programma per lo sviluppo di virus geneticamente modificati per essere diffusi nell’ambiente, i quali potrebbero infettare altri organismi «non solo nell’agricoltura».
In altre parole, tra gli organismi bersaglio dei virus infettivi trasportati da insetti potrebbe esservi anche quello umano. È noto che, nei laboratori statunitensi e in altri, sono state effettuate durante la guerra fredda ricerche su batteri e virus che, disseminati attraverso insetti (pulci, mosche, zecche), possono scatenare epidemie nel paese nemico. Tra questi il batterio Yersinia Pestis, causa della peste bubbonica (la temutissima «morte nera» del Medioevo) e il Virus Ebola, contagioso e letale. Con le tecniche oggi disponibili è possibile produrre nuovi tipi di agenti patogeni, disseminati da insetti, verso i quali la popolazione bersaglio non avrebbe difese. Le «piaghe» che, nel racconto biblico, si abbatterono sull’Egitto con immensi sciami di zanzare, mosche e locuste per volontà divina, possono oggi abbattersi realmente sul mondo intero per volontà umana. Non ce lo dicono i profeti, ma quegli scienziati restati umani.

[1] “Agricultural research, or a new bioweapon sys-tem?. Insect-delivered horizontal genetic alteration is concerning”, by R. G. Reeves, S. Voeneky, D. Caetano-Anollés, F. Beck, C. Boëte, Science, October 5, 2018.
[2] “Engineers to use cyborg insects as biorobotic sensing machines”, Beth Miller, Washington University in Saint Louis, June 30, 2016. “Un-derstanding and Hijacking the Insect’s Sense of Smell”, Office of Naval Research.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article203395.html

Hitler fu finanziato da Federal Reserve e Banca d’Inghilterra

1 giugno 2017

Hitler

Ru-polit Fort Russ 14 maggio 2016
Più di 70 anni fa iniziò il peggior massacro della storia. La recente risoluzione dell’Assemblea parlamentare dell’OSCE equipara il ruolo di Unione Sovietica e Germania nazista allo scoppio della Seconda guerra mondiale, salvo il fatto che abbia per scopo estorcere soldi dalla Russia per via di certe economie fallite, è volta a demonizzare la Russia successore dell’URSS e preparare il terreno giuridico per la privazione del diritto di pronunciarsi contro la revisione dei risultati della guerra. Ma se ci affidiamo al problema della responsabilità della guerra, va prima risposto alla domanda chiave: chi aiutò i nazisti ad andare al potere? Chi li spinse verso la catastrofe mondiale? La storia della Germania prima della guerra dimostra che politiche “necessarie” furono dettate dalle turbolenze finanziarie, in cui, all’epoca, il mondo era immerso.
Le istituzioni finanziarie centrali di Gran Bretagna e Stati Uniti, Banca d’Inghilterra e Sistema della riserva federale (FRS), e le organizzazioni finanziarie e industriali associate definirono le strutture fondamentali che decisero la strategia post-bellica dell’occidente.
Obiettivo era imporre il controllo assoluto sul sistema finanziario della Germania per controllare i processi politici dell’Europa centrale. Per attuare tale strategia è possibile tracciare le seguenti fasi:
1°: dal 1919 al 1924, preparare la base per un massiccio investimento finanziario statunitense nell’economia tedesca;
2°: dal 1924 al 1929, istituzione del controllo sul sistema finanziario della Germania e sostegno finanziario al nazionalsocialismo;
3°: dal 1929 al 1933 , provocare e scatenare una profonda crisi finanziaria ed economica e assicurarsi che i nazisti arrivassero al potere;
4°: dal 1933 al 1939, cooperazione finanziaria con il governo nazista e sostegno alla sua politica estera espansionista, volta a preparare e scatenare una nuova guerra mondiale.
Nella prima fase per la leva principale per assicurarsi la penetrazione della capitale statunitense in Europa iniziò coi debiti di guerra e il problema strettamente correlato delle riparazioni tedesche. Dopo l’ingresso formale degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale, diedero prestiti agli alleati (in primo luogo Regno Unito e Francia) per 8,8 miliardi di dollari. Il totale dei debiti di guerra, inclusi i prestiti concessi dagli Stati Uniti nel 1919-1921, fu oltre 11 miliardi di dollari. Per risolvere il problema, i Paesi debitori cercarono d’imporre una grande quantità di condizioni estremamente dure per il pagamento delle riparazioni alla Germania. Ciò causò la fuga di capitali tedeschi all’estero e il rifiuto di pagare le tasse comportando un deficit di bilancio dello Stato che poté essere colmato solo attraverso la stampa di marchi senza copertura.
Il risultato fu il crollo della valuta tedesca, la “grande inflazione” del 1923, pari al 512% quando un dollaro valeva 4,2 miliardi di marchi. Gli industriali tedeschi iniziarono a sabotare apertamente gli obblighi di riparazione, causando la celebre crisi della Ruhr, l’occupazione franco-belga della Ruhr nel gennaio 1923. Gli ambienti governativi anglo-statunitensi, per intraprendere la propria iniziativa, aspettarono che la Francia venisse coinvolta nell’avventura dimostrandosi incapace di risolvere il problema. Il segretario di Stato degli USA Hughes osservò: “È necessario attendere che l’Europa maturi per accettare la proposta statunitense“. Il nuovo piano fu sviluppato dalla “JP Morgan & Co.” su istruzione del capo della Banca d’Inghilterra Montagu Norman. Al centro dell’idea vi era il rappresentante della “Banca Dresdner” Hjalmar Schacht, che la formulò nel marzo 1922 su suggerimento di John Foster Dulles (futuro segretario di Stato del presidente Eisenhower) e consulente legale del presidente W. Wilson alla conferenza di pace di Parigi. Dulles diede questa nota al fiduciario principale della “JP Morgan & Co.” e poi JP Morgan lo raccomandò a H. Schacht, M. Norman e all’ultimo ai governanti di Weimar.

Nel dicembre 1923, H. Schacht divenne direttore della Reichsbank, permettendo di riunire i finanzieri anglostatunitensi e tedeschi. Nell’estate 1924, il progetto denominato “piano Dawes” (nominato dal presidente del comitato di esperti che lo creò, banchiere e direttore di una delle banche del gruppo Morgan), fu adottato alla conferenza di Londra. Chiedeva di dimezzare le riparazioni e di risolvere la questione delle fonti della loro copertura. Tuttavia, il compito principale era garantire condizioni favorevoli agli investimenti statunitensi, possibili solo stabilizzando il marco tedesco. A tal fine, il piano prestò alla Germania 200 milioni di dollari, di cui per metà della JP Morgan, nel mentre le banche anglostatunitensi acquisirono il controllo non solo del trasferimento dei pagamenti tedeschi, ma anche di bilancio, circolazione monetaria e in larga misura del credito del Paese. Nell’agosto 1924, il vecchio marco tedesco fu sostituito da una nuova nota finanziaria stabilizzata in Germania e, come scrisse il ricercatore GD Preparata, la Repubblica di Weimar fu pronta per “gli aiuti economici più pittoreschi della storia, seguiti dalla raccolta peggiore nella storia del mondo, un inondazione di sangue statunitense si riversò nelle vene finanziarie della Germania“. Le conseguenze di ciò non tardarono a comparire. Ciò fu dovuto principalmente al fatto che le riparazioni annuali dovevano coprire l’importo del debito pagato dagli alleati, formato dal cosiddetto “circolo assurdo di Weimar”.
L’oro con cui la Germania pagava le riparazioni di guerra, fu venduto, pignorato e scomparve negli Stati Uniti, dove ritornò in Germania sotto forma di piano di “aiuto” che poi consegnava a Regno Unito e Francia che lo giravano per pagare i debiti di guerra con gli Stati Uniti. Quindi sovraccaricato di interessi veniva rispedito in Germania. Alla fine, tutti in Germania vivevano con il debito e fu chiaro che se Wall Street avesse ritirato i prestiti, il Paese sarebbe fallito completamente.
In secondo luogo, anche se il credito formale fu aperto per garantire i pagamenti, fu speso effettivamente per ripristinare la potenza militare-industriale del Paese. Il fatto è che i tedeschi furono pagati in azioni di società coi prestiti, quindi il capitale statunitense s’integrò attivamente nell’economia tedesca. L’importo degli investimenti esteri nell’industria tedesca nel 1924-1929 ammontò a 63 miliardi di marchi d’oro (30 miliardi contabilizzati come prestiti) e il pagamento delle riparazioni a 10 miliardi di marchi. Il 70% dei ricavi fu fornito dalle banche degli Stati Uniti in maggioranza dalla JP Morgan. Di conseguenza, nel 1929, l’industria tedesca era al secondo posto nel mondo, ma era in gran parte nelle mani dei principali gruppi finanziari-industriali degli USA.
Le “Interessen-Gemeinschaft Farbenindustrie“, fornitore principale della macchina da guerra tedesca, finanziò il 45% della campagna elettorale di Hitler nel 1930, ed era sotto il controllo della “Standard Oil” di Rockefeller. Morgan, tramite la “General Electric“, controllava l’industria radioelettrica tedesca tramite AEG e Siemens (fino al 1933, il 30% delle azioni di AEG erano della “General Electric”) e attraverso la società ITT, il 40% della rete telefonica della Germania. Inoltre possedevano il 30% della società aeronautica “Focke-Wulf“. “General Motors“, della famiglia DuPont, controllava la “Opel“. Henry Ford controllava il 100% delle azioni della “Volkswagen“. Nel 1926, con la partecipazione della banca “Dillon, Reed & Co.” dei Rockefeller, il secondo maggiore monopolio industriale della Germania, dopo “IG Farben“, apparve; era il cartello metallurgico “Vereinigte Stahlwerke” (Unione delle acciaierie) tra Thyssen, Flick, Wolff, Feglera ecc.
La cooperazione statunitense con il complesso militare-industriale tedesco fu così intensa e pervasiva che nel 1933 i settori chiave dell’industria tedesca e delle grandi banche come Deutsche Bank, Dresdner Bank, Donat Bank ecc. erano controllati dal capitale finanziario statunitense. La forza politica che doveva svolgere un ruolo cruciale nei piani anglo-statunitensi fu preparata simultaneamente. Si trattò del finanziamento del partito nazista e di A. Hitler stesso. Come scrisse il cancelliere tedesco Brüning nelle sue memorie, dal 1923 Hitler riceveva grandi somme dall’estero. Da dove è ignoto, ma passarono da banche svizzere e svedesi. È anche noto che nel 1922 a Monaco di Baviera si ebbe una riunione tra A. Hitler e l’addetto militare degli Stati Uniti in Germania, capitano Truman Smith, che redasse una relazione dettagliata per i suoi superiori di Washington (dell’ufficio d’intelligence militare), in cui elogiava Hitler. Fu attraverso il giro di conoscenze di Smith, in primo luogo, che Hitler fu presentato a Ernst Franz Sedgwick Hanfstaengl (Putzie), laureato all’Harvard University, e che svolse un ruolo importante nella formazione politica di A. Hitler, dandogli un notevole sostegno finanziario e assicurandogli contatti con importante figure inglesi. Hitler era preparato in politica, tuttavia, mentre la Germania regnava in prosperità, il suo partito rimase periferico nella vita pubblica. La situazione cambiò drammaticamente con la crisi.
Dall’autunno 1929, dopo il crollo della borsa statunitense attivata dalla Federal Reserve, iniziò la terza tappa della strategia dei circoli finanziari anglo-statunitensi. Federal Reserve e JP Morgan decisero di smettere di prestare alla Germania, ispirati dalla crisi bancaria e depressione economica dell’Europa centrale. Nel settembre 1931 il Regno Unito abbandonò il gold standard, distruggendo deliberatamente il sistema internazionale dei pagamenti e togliendo l’ossigeno finanziario alla Repubblica di Weimar. Ma nel partito nazista si ebbe un miracolo finanziario: nel settembre 1930, a seguito di grandi donazioni da Thyssen e IG Farben, il partito di Kirdorf ebbe 6,4 milioni di voti e fu al secondo posto nel Reichstag, dopo di che ricevette ampi finanziamenti esteri.
Il legame principale tra i maggiori industriali tedeschi e i finanzieri esteri fu H. Schacht. Il 4 gennaio 1932 si ebbe una riunione tra il maggiore finanziatore inglese M. Norman, A. Hitler e von Papen, concludendo un accordo segreto sul finanziamento del NSDAP. In questa riunione furono inoltre presenti i politici statunitensi Dulles, cosa che i loro biografi non menzionano. Il 14 gennaio 1933 si ebbe un incontro tra Hitler, Schroder, Papen e Kepler, dove il programma di Hitler fu adottato. Fu qui che finalmente si decise il passaggio di potere ai nazisti, e il 30 gennaio Hitler divenne cancelliere. L’avvio della quarta fase della strategia così cominciò.

L’atteggiamento degli ambienti governativi anglo-statunitensi verso il nuovo governo fu di netta simpatia. Quando Hitler si rifiutò di pagare le riparazioni, naturalmente mettendo in discussione il pagamento dei debiti di guerra, né Gran Bretagna né Francia avanzarono pretese. Inoltre, dopo la visita negli Stati Uniti nel maggio 1933, Schacht fu posto nuovamente a capo della Reichsbank, e dopo l’incontro con il presidente e i più grandi banchieri di Wall Street, gli USA assegnarono alla Germania nuovi prestiti per un miliardo di dollari.
A giugno, durante un viaggio a Londra e l’incontro con M. Norman, Schacht cercò un prestito inglese di 2 miliardi di dollari e la riduzione o cessazione dei pagamenti dei vecchi prestiti. Così, i nazisti ebbero ciò che non poterono avere con il precedente governo. Nell’estate 1934 la Gran Bretagna firmò l’accordo di trasferimento anglo-tedesco, uno dei fondamenti della politica inglese verso il Terzo Reich e alla fine degli anni ’30 la Germania era il principale partner commerciale del Regno Unito. La Schroeder Bank fu l’agente principale della Germania nel Regno Unito e nel 1936 il suo ufficio a New York collaborò con i Rockefeller per creare la “Schroeder, Rockefeller & Co. Investment Bank”, che la rivista “Times” chiamò “l’asse propagandistico economico Berlino-Roma”. Come ammise Hitler, concepì il suo piano quadriennale sulla base dei prestiti finanziari esteri, quindi non creò il minimo allarme.
Nell’agosto 1934, la “Standard Oil” in Germania acquistò 730000 ettari di terreno e costruì grandi raffinerie di petrolio che fornirono la benzina ai nazisti. Allo stesso tempo, la Germania prese segretamente in consegna dagli Stati Uniti le attrezzature più moderne per le fabbriche di aeromobili, che iniziarono la produzione di aerei. La Germania ottenne numerosi brevetti militari dalle ditte statunitensi “Pratt e Whitney“, “Douglas“, “Curtis Wright” e con la tecnologia statunitense produsse lo “Junkers Ju-87”. Gli investimenti nell’economia della Germania ammontarono a 475 milioni di dollari. La “Standard Oil” investì 120 milioni di dollari, “General Motors” 35, ITT 30 e “Ford” 17,5. La stretta collaborazione finanziaria ed economica degli ambienti aziendali anglo-statunitensi e nazisti fece da sfondo, negli anni ’30, alla politica di appoggio che portò alla Seconda guerra mondiale.
Oggi, quando l’élite finanziaria mondiale iniziava ad attuare il piano “Grande depressione – 2”, con la successiva transizione al “nuovo ordine mondiale”, l’identificazione del ruolo chiave nell’organizzazione dei crimini contro l’umanità diventa una priorità.

Jurij Rubtsov è dottore in scienze storiche, accademico dell’Accademia delle scienze militari e membro dell’Associazione internazionale degli storici della Seconda guerra mondiale.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: http://www.cogitoergo.it/hitler-fu-finanziato-federal-reserve-banca-dinghilterra/

Le origini naziste della NATO

Mision Verdad, 10 aprile 2018
Sui nazisti ci sono molti miti e persino fantasie, tuttavia alcune storie su ciò che accadde a certi ufficiali, scienziati, intellettuali del Terzo Reich sono state confermate da documenti, rapporti e dossier declassificati. Si trova sul web la storia delle ratlines (linee dei topi), di cui il Vaticano tesse la logistica. Consisteva in una serie di rotte e punti di transizione per alcuni personaggi del nazismo che il governo statunitense volle arruolare, aiutandosi nella clandestinità. Da qui anche il riferimento ai ratti. La riconversione dal nazismo all’occidente contro il comunismo fu solo proforma, poiché già il Terzo Reich cercò nella Seconda guerra mondiale di sconfiggere l’Unione Sovietica. Come si sa, fallì. Ma alti comandanti nazisti furono poi riciclati nella struttura della coalizione transatlantica guidata dagli Stati Uniti contro il blocco sovietico. Di seguito presentiamo brevi profili dei seguenti ufficiali che, da nazisti, divennero importanti ufficiali dell’Organizzazione del Nord Atlantico (NATO).

Adolf Heusinger, al centro, Hitler a destra, a sinistra di Heusinger, Paulus.

Adolf Heusinger ascese ai vertici delle gerarchie militari del Terzo Reich.
Divenne capo di Stato Maggiore nel 1944 per un breve periodo, e poi fu ridotto a capo della divisione cartografica per una possibile collaborazione all’attentato a Hitler.
Fu coinvolto nei piani d’invasione nazista di Polonia, Norvegia, Danimarca e Francia.
La sua storia è la più interessante, poiché dopo la guerra divenne spia della CIA, braccio destro militare del governo di Konrad Adenauer nel 1957-1961, nella Repubblica Federale di Germania, per poi avere la presidenza del Comitato militare della NATO, il massimo grado militare dell’organizzazione, fino al 1964.

Heusinger alle spalle di Adenauer.
– Hans Speidel fu tenente-generale nazista, Capo di Stato Maggiore e uno dei più importanti ufficiali da campo di Erwin Rommel. Aderì all’esercito tedesco di Adenauer come consigliere e supervisionò l’integrazione della Bundeswehr (forze armate tedesche) nella NATO. Fu poi nominato comandante supremo delle forze alleate della NATO in Europa centrale dal 1957 al 1963.
1944; Speidel, Lang e Rommel
1.12.1955, Heusinger, Blank e Speidel

Johannes Steinhoff fu uno dei più audaci piloti dell’aviazione militare nazista.
Il suo record di 176 aerei nemici abbattuti, e la sua esperienza in 993 missioni durante la carriera di pilota da combattimento, fu abbattuto 12 volte e sempre salvato, gli valse la decorazione più importante del Terzo Reich durante la guerra: la Croce di Ferro da Cavaliere.
Steinhoff fu capo di Stato Maggiore e comandante delle Forze aeree alleate dell’Europa centrale (1965-1966), capo di Stato Maggiore della Luftwaffe della Bundeswehr (1966-1970) e presidente del Comitato militare della NATO (1971-1974).
Steinhoff e il Generale statunitense JR Holzapple
Steinhoff a sinistra, con Willy Brandt al centro; Bonn
– Johann von Kielmansegg fu ufficiale di Stato Maggiore Generale dell’Alto Comando nazista, dove divenne colonnello e comandò diversi reggimenti sul campo. Dopo la guerra, aderì alla marina tedesca e promosso generale di brigata, scalò i vertici della NATO come comandante in capo delle forze speciali dell’Europa centrale nel 1967.
Kielmansegg, Hoepner, Schoen Angerer e Landgraf, durante l’invasione dell’URSS, presso Leningrado
Il capo di Stato Maggiore USA Lyman Lemnitzer e Johann Adolf Graf von Kielmansegg; 1968
– Jürgen Bennecke faceva parte dello Stato Maggiore del Gruppo d’Armate Centro dei nazisti. Fu promosso generale durante la formazione dell’esercito tedesco nel dopoguerra, e dal 1968 al 1973 fu comandante in capo del Comando delle forze alleate della NATO in Europa centrale.
Jurgen Bennecke col Maresciallo dell’Aria Sir August Walker, comandante della RAF; 1968
– Ernst Ferber fu promosso tenente-colonnello nello Stato Maggiore della Wehrmacht, venne decorato con la Croce di ferro di prima classe. Dopo il reclutamento post-bellico, fu comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale dal 1973 al 1975.
Ernest Feber al centro
– Karl Schnell fu primo ufficiale dello Stato Maggiore di importanti corpi e divisioni e ricevette la Croce di ferro di seconda classe. Successivamente studiò economia aziendale e divenne tenente-generale, sostituendo il generale Ferber a comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale, nel 1975 – 1977.
Karl Schnell, a sinistra
 Ferdinand von Senger und Etterlin combatté come tenente nell’invasione nazista dell’Unione Sovietica (operazione Barbarossa) e partecipò alla battaglia di Stalingrado, una delle più importanti della Seconda guerra mondiale che ribaltò l’equilibrio di forze per gli alleati. Tra le tre decorazioni più importanti c’era la Croce tedesca in oro, ed alla fine della guerra fu assistente del Comando supremo della marina del Terzo Reich. In seguito comandò diversi battaglioni di carri armati divenendo generale e comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale nel 1979 – 1983.

– Franz-Josef Schulze fu tenente nelle forze aeree naziste e comandante di reggimento, ricevette la Croce di ferro di cavaliere. Nella Germania del dopoguerra divenne generale e fu comandante in capo delle f forze alleate della NATO in Europa centrale nel 1977 – 1979.–

Tali ufficiali nazisti hanno parecchie cose in comune, tra cui aver scritto e pubblicato libri sulle loro esperienze da nazisti nella Seconda guerra mondiale, essendo stati catturati (in maggioranza) dalle forze armate statunitensi offrirono i loro servigi agli ordini della struttura più importante che affrontò, durante gli anni della cosiddetta Guerra Fredda, i sovietici e la loro influenza in Europa. L’obiettivo principale della Germania nazista era distruggere il progetto sovietico, così come la NATO aveva intenzione di fare fino alla caduta del muro di Berlino. Questo è il motivo per cui gli ufficiali nazisti con esperienza sul campo di battaglia e conoscenza delle tattiche che la NATO poi usò contro Jugoslavia e Libia, per nominare due casi, furono reclutati dalle élite statunitensi e tedesche per riprendere l’Operazione Barbarossa con modi più sottili e la stessa audacia ideologica. Proprio come l’Organizzazione Gehlen fu attivata da Stati Uniti e Germania Federale nel dopoguerra, partendo dalle reti spionistiche che i nazisti avevano nell’Europa dell’Est, gli stessi ufficiali che ebbero successo nelle campagne militari furono riattivati per adempiere al loro ruolo secondo nuovi tempi ed interessi. La ricapitolazione sulle origini naziste di tale organizzazione transatlantica spiega ciò che molti altri analisti militari a lungo pensano: che il nazismo in Europa si manifesta storicamente oggi nella NATO. Il sogno di Hitler si materializza oggi e punta direttamente contro Russia e progetto eurasiatico.
Hans Landgraf, Georg Reinhardt, ignoto, e von Kielmansegg, a destra, durante l’invasione dell’URSS, estate 1941
Traduzione di Alessandro Lattanzio

PAROLA D’ORDINE IN ATTO: DIMEZZARE LA POPOLAZIONE MONDIALE

7 marzo 2018,
di Gianni Lannes
L’ennesima prova parla chiaro: un accordo fra Germania e Stati Uniti d’America – datata 14 aprile 1971 – per il rilascio del tossico bario nell’atmosfera.

Un’operazione segreta per i comuni mortali, curata nei dettagli, come al solito, da Nasa e Max Planck Institute.
In realtà, il primo esperimento per la dispersione di bario in cielo, è stato realizzato in Sardegna nel 1963, sempre a cura dei medesimi criminali in camice bianco e divisa d’ordinanza che stanno avvelenando dall’alto mezzo mondo.
Grazie anche alla tacita connivenza dei governi fantoccio, come quello italidiota, che non stato eletto dal popolo sovrano, ma imposto da un presidente abusivo secondo la Corte Costituzionale (pronunciamento del 4 dicembre 2013: in attesa della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale per farlo decadere ufficialmente, insieme al govermo e al parlamento).

Torino (8 gennaio 201245): scie chimiche – foto Antonio Bassi

Mister Matteo Renzi, ora lei ha soltanto una possibilità se vuole almeno salvare la faccia in zona Cesarini:chiedere scusa in primis al popolo italiano e agli iscritti al PD, per la dichiarazione resa in tv, alla Rai, nella trasmissione Ballarò, senza contraddittorio pubblico, in cui ha annunciato un trattamento sanitario obbligatorio per quelli del suo partito che avvistano le scie chimiche.
E’ praticamente impossibile negare un fenomeno così evidente, a meno di non abdicare alla prorpia intelligenza e alla propria dignità. Ergo: lei usando arbitrariamente il servizio televisivo pubblico ha offeso milioni di italiane e italiani.
Egregio segretario del piddì, scherzi a parte, non è consentito a nessuno scherzare con la vita anche di una sola persona. Si dimetta e tolga il disturbo. L’Italia non ha bisogno di giullari che dettano ancora legge per conto straniero.
Post scriptum
Egregio Renzi, se prima di darsi all’ippica vuole confrontarsi seriamente sull’argomento chemtrails in un ambito pubblico sono disponibile, ma almeno si faccia preparare dal suo consulente israeliano nel Parlamento italiano, esperto in economia.
approfondimenti:
PAROLA D’ORDINE IN ATTO: DIMEZZARE LA POPOLAZIONE MONDIALE
di Gianni Lannes
Tecnocrazia significa che il reale governo degli Stati non è in mano a coloro che sono stati eletti con i criteri della democrazia rappresentativa, bensì è detenuto da una ristretta cerchia di oligarchi (Rockefeller & Rothschild), proprietaria di banche, risorse energetiche, industrie farmaceutiche, e mass media, la quale resta nell’anonimato perché espressamente questo chiede ai direttori dei propri giornali e reti televisive “pubbliche” (sic!) e private, che, ad esempio, non debbono parlare criticamente delle riunioni del Bilderberg e della Trilateral Commission, nonché sfiorare le decisioni a porte chiuse del Codex Alimentarius, della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale e della Banca centrale europea, e così via.
Questi organizzazioni terroristiche a cui sono affiliati anche i vertici delle autorità italiane (in primis il presidente del consiglio dei ministri Enrico Letta, come luiMonti, Prodi, e tantissimi altri ben integrati ai piani bassi dell’organigramma), del nuovo ordine mondiale ritengono che un eccesso di popolazione minacci il loro potere. E così gli obiettivi malthusiani vengano perseguiti dalla élite favorendo le guerre, la sterilità, le malattie, soprattutto il cancro.
Prendiamo in considerazione qualche elemento probante. Risale al 24 aprile 1974 il “Memorandum” per la Sicurezza Nazionale dal titolo emblematico:
«Implicazioni della crescita mondiale della popolazione per la sicurezza degli Stati Uniti e i suoi interessi all’estero». In questo memorandum confidenziale, desecretato nel 1989, Henry Kissinger proponeva «lo spopolamento (depopulation) dovrebbe divenire la prima priorità della politica USA verso il Terzo Mondo», in particolare verso 13 paesi, in testa ai quali c’è l’America Latina.
Kissinger trasformò poi questo memorandum in un manifesto ambientalista per l’allora presidente Jimmy Carter che si chiamava “Global 2000”: dove si prevedeva anche la scarsità alimentare programmata per ridurre la popolazione nel Terzo Mondo. Questo obiettivo è anche e tuttora in agenda di ONU, di UNFPA (United Nations Population Fund) e dell’UNICEF. Il programma di una riduzione demografica forzata è da allora più volte riemerso concretamente.
Altri due fatti incontrovertibili alla voce condizionamenti: il clan Rockefeller è proprietario dei suoli a New York dove è sorto il Palazzo dell’Onu (ho acquisito i documenti del governo USA). David Rockefeller ha finanzato anche Greenpeace. Singolare coincidenza: i cosiddetti “guerrieri dell’arcobaleno”, o meglio i caporioni, negano l’esistenza delle scie chimiche.
Robert Mc Namara, ex presidente della Banca Mondiale, ex segretario degli Stati Uniti e uno dei maggiori fautori del programma mondiale di vaccinazioni ha dichiarato:
«Bisogna prender misure drastiche di riduzione demografica, contro la volontà delle popolazioni. Ridurre il tasso di natalità si è rivelato impossibile o insufficiente; bisogna quindi aumentare il tasso di mortalità. Come? Con mezzi naturali: la carestia, la malattia».
Il vero pericolo c’è l’abbiamo in patria, e avanza inesorabilmente contro di noi: vale a dire una politica genetica fuori controllo che può introdurre (attraverso i vaccini e il cibo), ormai nei bambini, pericolose mutazioni genetiche, per finalità politiche che non vanno di sicuro nella direzione della salute, né della libertà e per mezzo dei questo è destinato a compiersi attraverso i programmi di vaccinazione pediatrica. Mai sentito parlare di una sperimentazione segreta sui bambini decollata nel 2006 sotto il secondo Governo Prodi (ministro della salute tale Livia Turco)? Per fortuna alcuni tribunali italiani (ultimo caso cronologico il Tribunale di Pesaro) hanno cominciato ricoscere il nesso di causalità tra vaccinazioni obbligatorie e autismo.
L’ulteriore passo della ricerca militare (gli Usa sono i maggiori produttori al mondo di armi batteriologiche e la nazione dove, per legge, le aziende farmaceutiche sono affiliate alle forze armate) è riuscito a trasformare l’agente patogeno in forma cristallina, in modo che lo si potesse veicolare senza deteriorarsi per irrorazione aerea, inserito nella catena alimentare oppure facendone come veicolo trasmettitore insetti come zanzare. Una tazza di questo agente è in grado di far ammalare l’intera popolazione del Belgio. Aumentandone la virulenza alla settima potenza l’agente procura deperimento fisico e depressione; all’ottava potenza è in grado di provocare la sindrome da affaticamento cronico (encefalomielite mialgica); alla decima potenza si ottengono i sintomi tipici dell’Aids, con morte entro un certo lasso di tempo.
Del micoplasma, derivato dalla brucella modificata e cristallizzata, il mondo medico non sa nulla, essendo tecnologia militare, non deve esser resa nota. Essa come tale è brevettata dall’esercito.

Nel febbraio del 1962 negli USA fu varato lo “Special Virus Cancer Program”, che ufficialmente si doveva occupare di ricerca anticancro, mentre poi è venuto a galla che esso fu varato dalla Cia insieme al National Institute of Health allo scopo di mettere a punto un agente patogeno contro il quale l’uomo non abbia alcuna immunità naturale. Questo tipo di ricerca è stato avviato al fine di “tenere sotto controllo la popolazione”. Provate a chiedervi per chi ha lavorato per anni ed anni, il famigerato Robert Gallo (alla voce HIV+AIDS). Nel 1997 il Pentagono ha rivelato che nel 1953 il governo americano chiese e ottenne da quello canadese di poter testare sui 500 mila abitanti della città di Winnipeg una nuova arma chimica, il cancerogeno solfuro di zinco cadmio, che fu spruzzato dagli aerei per 36 volte successive. Al sindaco della città fu detto che si trattava di una nebbia chimica che avrebbe protetto la città da un possibile attacco nucleare.Per la cronaca documentata: nel 1963 la Nasa in collaborazione con diverse università europee ha varato in Sardegna – su aree abitate – il primo esperimento in Europa di irrorazione aerea con il bario, una sostanza tossica che provoca malattie neurodegenerative come attesta la letteratura scientifica.

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2013/11/esperimenti-segreti-in-sardegna-made-in_25.html

Veniamo al dunque: l’aerosolterapia bellica. Si tratta delle scie chimiche rilasciate quotidianamente da numerosi aerei che solcano i cieli di gran parte dle mondo, compresa l’Europa e soprattutto l’Italia. Non è vapore acqueo, o residuo della combustione del motore; ne è prova il fatto che persistono a lungo in cielo, a bassa quota, mentre le scie di condensa si originano a quote superiori agli 8 mila metri di altitudine e con determinate condizioni metereologiche. Gli aerei cisterna privi di contrassegni di identificazione (pur obbligatori in base alle norme internazionali) che nebulizzano quotidianamente i cieli di Gaia volano infatti nelle aerovie militari, notoriamente sottostanti a quelle civili. Chi minaccia come Matteo Renzi dal salotto della Rai (Ballarò) – per giunta senza contraddittorio – di trattamento sanitario obbligatorio i testimoni del pericoloso fenomeno (iscritti al PD), o farnetica da siti online spazzatura come Giornalettismo.com, fa alla prova dei fatti soltanto disinfomazione e non ha alcun rispetto per la vita. Queste scie contengono particolato metallico, in particolare bario, alluminio, litio, torio radioattivo, polimeri artificiali eccetera.
Quando era ministro Antonio Di Pietro ebbe a dichiarare pubblicamente che si trattava di “una tecnologia militare che doveva restare segreta”. Ebbene chi ne è al corrente all’interno delle istituzioni dello Stato tricolore, dorme sonni tranquilli, pensando che si tratta di una tecnologia militare volta a proteggerci, oppure volta a migliorare la nostra salute. Assodato che esiste una ricerca bellica a perfezionare armi biologiche per la guerra e per la drastica riduzione della popolazione mondiale, dobbiamo chiederci se la presenza sempre più persistente di scie chimiche nei cieli sia puramente casuale. Infine, qualche esperto intruppato spieghi al popolo sovrano la genesi del terremoto registrato – dall’Istituto Nazionale di geofisica e Vulcanologia – il 16 dicembre 2013 nel Golfo di Napoli, con ipocentro (profondità) a zero chilometri.
La paura collettiva è la più potente arma di controllo delle masse, mentre la soluzione universale che stanno approntando è l’intaurazione di un nuovo ordine mondiale. Altro che complottismo. Allora, non possiamo arrenderci senza combattere. Giù la testa criminali planetari: siamo alla resa dei conti. Popoli di Madre Terra: SU LA TESTA!
RIFERIMENTI:
fonte http://terra2000.altervista.org/scie-chimiche-accordo-germania-usa-per-spargere-bario-nellaria/

Preso da: http://www.complottisti.info/parola-dordine-in-atto-dimezzare-la-popolazione-mondiale/

NAZIONE, STATO E IMPERIALISMO EUROPEO di Domenico Moro

[ 22 luglio 2017 ]

L’altro giorno avevamo pubblicato di Domenico Moro L’IDEOLOGIA DOMINANTE É IL COSMOPOLITISMO NON IL NAZIONALISMO. Si trattava della prima parte di un breve saggio. Qui la seconda.

[9-9-1931. Nella foto il simbolo della resistenza libica senussita contro il colonialismo fascista, Omar al-Mokhtar, in catene. Sarà poi impiccato]
 Le ragioni dello scetticismo nei confronti della nazione
La diffidenza verso il concetto di nazione e la tendenza europeista, entrambe diffuse in diversi settori della società italiana, sono il prodotto della nostra storia recente e meno recente. L’imperialismo italiano, tra gli anni ’80 dell’Ottocento e gli anni ’40 del Novecento, ha fatto della nazione, nella forma ideologica estremistica del nazionalismo, il substrato della sua politica espansionistica. Lo stato liberale e lo stato fascista, senza alcuna soluzione di continuità tra di loro, hanno generato una serie di guerre, dalle prime spedizioni coloniali in Eritrea, Somalia e Libia, alla Prima guerra mondiale, alle guerre d’Etiopia e di Spagna e, infine, alla disastrosa partecipazione alla Seconda guerra mondiale.
L’esito di questa tendenza espansionistica è stato devastante sia per le condizioni delle masse popolari sia per le ambizioni dell’élite capitalistica. L’Italia, precedentemente annoverata fra le grandi potenze, subisce nel ’43 una sconfitta pesantissima e umiliante, che ne declassa il rango internazionale. Si è così prodotto un diffuso rigetto verso ogni forma di nazionalismo, che si è esteso al concetto stesso di nazione anche all’interno della sinistra, nonostante la Resistenza contro il nazi-fascismo fosse in primo luogo una lotta di liberazione nazionale.
Ma le ragioni dello scetticismo nei confronti della nazione sono più lontane e collegate allo scetticismo nei confronti dello Stato. L’Italia fu, tra XII e XVII secolo, la culla del capitalismo e il paese centrale del sistema economico dell’epoca, malgrado l’assenza di uno Stato-nazione unitario o, secondo alcuni, proprio per quella ragione1. Però, i limiti della mancanza di uno stato nazionale, che sostenesse gli interessi del capitale italiano, finirono alla lunga per farsi sentire negativamente.
A partire dalla seconda metà del XVII secolo l’Italia entrò in una lunga fase di decadenza economica, cedendo l’egemonia internazionale prima ai Paesi bassi e poi all’Inghilterra, che si erano dotati una forma statale nazionale ben strutturata e poderosa. Invece, in Italia la forma statale prevalente fu prima quella della repubblica comunale e poi quella della signoria locale o, al massimo, regionale. Inoltre, in Italia, tra il XIV e il XV secolo si sviluppò il Rinascimento, che, espressione delle corti delle città-stato, ebbe un carattere culturale cosmopolita e non nazionale.
Gramsci ha dedicato molte pagine a spiegare come storicamente la funzione degli intellettuali italiani e le stesse tradizioni culturali siano state cosmopolite2. L’Italia è stata il centro dell’impero più cosmopolita della storia, quello romano, e sede della sua erede, la Chiesa cattolica, la cui dottrina è universalistica per definizione.
La presenza in Italia del potere temporale cattolico, lo Stato della Chiesa, fu una delle cause principali del ritardo della unità nazionale italiana, completata soltanto con la conquista militare della Roma papalina da parte delle truppe italiane nel 1871.
A seguito di questo episodio, il Papa si confinò nel Vaticano e i cattolici si tennero fuori dalla politica del nuovo stato unitario, entrandovi con una loro formazione politica autonoma, il Partito popolare, soltanto nel 1919. Ma è dopo la Seconda guerra mondiale che essi, attraverso la Democrazia cristiana, saranno per quasi mezzo secolo il perno della politica italiana e uno dei motori della integrazione europea.
Un’altra importante causa dello scetticismo verso la nazione è collegata alle modalità con cui si è realizzato in Italia il processo di costruzione dello stato unitario nazionale.
La direzione del movimento di unificazione fu monopolizzata dall’espansionismo della monarchia piemontese, e non si pose l’obiettivo del coinvolgimento delle masse, all’epoca soprattutto contadine, nell’unico modo in cui potesse farlo, cioè con la riforma agraria3.
Alla fine, il Risorgimento fu egemonizzato dalla élite borghese del nord, alleata con i latifondisti del Sud, e in opposizione alle masse subalterne. Il Mezzogiorno venne definitivamente unito al resto del Paese solo dopo una lunga guerra contro il brigantaggio, in realtà una guerra civile, che costò all’esercito italiano più caduti della III Guerra d’indipendenza contro l’Austria.
La sfiducia verso la nazione da parte degli italiani, che hanno oggi, a un secolo e mezzo dall’unità, una identità culturale e linguistica definita e omogenea forse più di quella di altri popoli europei, rientra nel generale senso di sfiducia verso lo Stato, che, per ragioni diverse (genuine ma anche strumentali), investe sia le classi inferiori e subalterne sia quelle superiori e dominanti della società italiana.
Nella classe dominante il trauma della sconfitta della Seconda guerra mondiale, la consapevolezza di non poter portare avanti una politica di potenza nei nuovi rapporti di forza internazionali nonché il peggioramento dei rapporti di forza all’interno (forte presenza di un partito comunista e rapporti di forza sindacali e politici favorevoli alla classe operaia) hanno generato la convinzione della insufficienza (non certo della inutilità) dello stato nazionale e una tendenza a avvalersi anche di forze esterne, sovrannazionali (Nato e Ue), per riequilibrare i rapporti di forza esterni e soprattutto interni.
A tutto ciò si aggiunge, come Marx ha fatto notare più volte, l’avversione tradizionale della classe capitalistica per lo Stato in quanto fonte di spese, che, dal suo punto di vista, sono faux frais, cioè spese superflue, specialmente allorché si traducono in imposte sui profitti e sulle proprietà mobiliare e immobiliare. Infatti, l’avversione verso le spese statali in Italia si è tradotta in una diffusa elusione fiscale da parte delle imprese fino alla rivolta fiscale di cui la Lega si è fatta espressione negli anni ‘90, ed è stata particolarmente accesa, essendo motivata dalla dilatazione e dalla corruzione Pubblica amministrazione (Pa), giudicate come anomale rispetto al resto d’Europa.
Tale presunta anomalia è stata enfatizzata sin dagli anni ’70, allo scopo di favorire le privatizzazioni del welfare e delle partecipazioni statali e ridurre l’autonomia del ceto politico ad esse legato. Inoltre, le inefficienze e la dilatazione della Pa registrata in certe aree del Paese dipende dalla incapacità del settore privato di generare una sufficiente occupazione, dalla mancanza di un adeguato reddito di disoccupazione e da un divario economico tra Nord e Mezzogiorno molto più profondo di quelli presenti negli altri stati europei.
A ciò si aggiunge il fatto che la Pa nel passato è stata utilizzata per rafforzare la stabilità sociale e politica, mediante l’inglobamento di alcuni settori di piccola borghesia all’interno del blocco politico-sociale che la Democrazia cristiana e altri partiti di governo avevano costituito in funzione anti-comunista. Ad ogni modo, oggi, dopo anni di blocco del turn over, gli occupati nella Pubblica amministrazione (Pa) in Italia risultano, in assoluto e in rapporto alla popolazione, inferiori a quelli di Francia, Germania e Spagna4.
Infine, non possiamo non ricordare, sia pure di sfuggita, che il rigonfiamento del debito pubblico è stato dovuto non a un eccesso di spese sociali in rapporto a quelle di altri Paesi, bensì al basso livello di imposizione fiscale (in primis alle imprese), alle spese di socializzazione delle perdite delle imprese private, e soprattutto, a partire dai primi anni ’80, alla crescita della spesa per interessi, dovuta alla separazione tra Banca d’Italia e Tesoro, avvenuta sempre con l’obiettivo di ridurre l’inflazione per poter ridurre i salari5.
In ultimo, ma non per importanza, la necessità, dopo la Seconda guerra mondiale, di un adeguato mercato di sbocco alle merci della manifattura italiana e poi la globalizzazione negli anni ‘90 si sono aggiunte a rafforzare, agli occhi dell’élite capitalistica italiana, l’utilità dell’Europa e dell’integrazione economica e valutaria, che ha trasformato o sta compiutamente trasformando le imprese maggiori da prevalentemente nazionali a internazionali.
In sintesi, l’Europa è stata vista (o venduta così all’opinione pubblica) come un necessario fattore esterno di costrizione all’efficientizzazione della Pa e alla moderazione del bilancio e della esagerata spesa statale, che gli italiani da soli avrebbero avuto difficoltà a realizzare.
Il punto, però, è che né l’euro né la Ue rappresentano un correttivo alle carenze dello Stato, tantomeno in direzione della sua efficientizzazione e contro la corruzione.
Al contrario, l’Europa rappresenta la riduzione degli aspetti “pubblici” e redistributivi dello stato e una accentuazione del suo carattere di dominio di classe, al servizio dei privati, che, anziché eliminare i vecchi sprechi e corruzioni, ne determina di nuovi, proprio a causa dell’aumento della commistione tra pubblico e privato a seguito delle privatizzazioni e delle esternalizzazioni dei servizi pubblici.
Il problema dell’euro non solleva la questione della nazione ma la natura di classe dello Stato. La questione dell’uscita dall’euro non è una questione inerente alla difesa della nazionalità bensì inerente alla democratizzazione dello Stato e, più precisamente, alla modificazione del rapporto tra Stato e classi subalterne al capitale.
In qualche modo, gli oppositori di sinistra all’uscita dall’euro vengono rafforzati nelle loro convinzioni dai cosiddetti sovranisti nazionali, che pongono l’accento sul recupero della sovranità nazionale anziché sul recupero della sovranità popolare o, meglio ancora, democratica.
Per la verità, una certa confusione tra i due aspetti si ingenera in modo abbastanza naturale. Infatti, visto che il problema è rappresentato dall’esistenza di organismi sovrastatali europei, il loro superamento implica necessariamente il ritorno allo stato. E, dal momento che lo stato territoriale classico è quello a base nazionale, ciò che risulta, almeno in apparenza, è che “si ritorni alla nazione”.
Ciononostante, il nodo della questione dell’uscita dall’euro continua a non risiedere nella nazione ed è bene che lo si ribadisca. Sarebbe facile considerare che alcuni stati europei non sono stati nazionali nel senso puro, ad esempio la Spagna e il Belgio, che riuniscono nazionalità diverse con lingue a volte di ceppo diverso (castigliano, catalano e basco, oppure francese e neerlandese). Più importante è chiederci verso chi la Ue e la Uem svolgono una funzione di oppressione o di sfruttamento.
Se, cioè svolgano una tale funzione verso una o più nazioni, intese come l’insieme delle classi di un dato Paese, oppure se svolgono tale funzione verso una o più classi sociali di tali nazioni, ma non verso l’insieme delle classi ossia della nazione.
In effetti, in Europa non c’è una nazionalità oppressa in quanto tale. L’azione della Uem colpisce alcune classi, che rappresentano la maggioranza della popolazione, ma non tutte con la stessa intensità. L’euro è diretto, in primo luogo, a neutralizzare la capacità di resistenza della classe salariata, in particolare di quella direttamente impiegata dal capitale (soprattutto nella manifattura), che subisce la deflazione salariale come conseguenza dei tassi di cambio fissi. Certi settori stipendiati o salariati ne sono colpiti di meno o meno direttamente, ad esempio il lavoro salariato non dipendente dal capitale.
Tuttavia, anche il settore pubblico ha subito, attraverso il blocco dei contratti e del turn over, conseguenze negative dell’austerity europea. Secondariamente tende a colpire anche alcuni settori piccolo-borghesi intermedi, nel commercio e nell’artigianato, e persino settori di imprese capitalistiche, quelle piccole e medie, che non riescono a inserirsi nelle catene internazionali del valore, dominate dalla grande impresa globalizzata, e sono state penalizzate dal crollo del mercato domestico a seguito di deflazione salariale e austerity.
Invece, i grandi e medi rentier generalmente beneficiano dell’euro. Soprattutto, per lo strato capitalistico di vertice, le grandi imprese industriali e le banche internazionalizzate, l’introduzione dell’euro ha rappresentato un vantaggio enorme. Alcuni hanno posto in rilievo, giustamente, il ruolo egemone della Germania in Europa e i benefici che, come Paese, ha ricavato dall’euro.
Tuttavia, per quanto la Germania abbia beneficiato dell’euro, non è possibile parlare di oppressione nazionale di questo Paese sugli altri. I benefici dell’euro si estendono, anche se non in modo uniforme, a tutta l’élite capitalistica europea, anche a quelle dei Paesi cosiddetti periferici.
In Italia, sebbene in un contesto di contrazione non solo del Pil ma soprattutto della base produttiva manifatturiera, il margine operativo lordo delle imprese manifatturiere esportatrici è cresciuto e, in rapporto al fatturato, risulta superiore a quello di Germania e Francia6. Del resto, come ho avuto occasione di far notare altrove, l’integrazione valutaria rende più facile l’azione di quelli che Marx chiama i fattori antagonistici alla caduta del saggio di profitto (riduzione del salario, esportazioni di merci e capitale, concentrazione delle imprese, ecc.)7.
Infatti, non è un caso che tra le classi dominanti di Spagna, Francia e Italia le posizioni a favore di una uscita dall’euro non trovano udienza presso i media controllati dalle élite economiche “nazionali”. Ad esempio, il confindustriale Sole24ore, per quanto ospiti interventi critici verso gli “eccessi” rigoristici tedeschi, contrasta decisamente ogni ipotesi di fine dell’euro come fosse una catastrofe.
In ogni caso, le imposizioni della Uem non sono dirette contro l’autoderminazione “nazionale”, in quanto gli stati nazione non sono aboliti. Per la verità alcune loro attribuzioni sono state rafforzate e lo sono state proprio in funzione nazionale.
Sono solo alcune attribuzioni quelle il cui controllo è delegato, mediante i trattati europei (Fiscal compactSix e Two pack), alla Ue o alla Uem. Infatti, la questione di fondo è che a essere indebolito non è il carattere di classe dello stato, inteso come perseguimento degli interessi specifici del capitale che ha base o opera in quel dato territorio. Anzi, tale carattere, per quanto possa sembrare paradossale, si rafforza e, del resto, né la Ue né la Uem assomigliano neanche lontanamente a uno stato in senso compiuto.
A questo punto, però, è necessario fare un passo indietro e chiederci: che cos’è, nella sua essenza, lo Stato? La definizione più diffusa è quella data da Max Weber: lo stato coincide con il monopolio dell’uso della forza entro i confini di una certa area geografica. Quindi, organismi statali per eccellenza sono quelli preposti a tale monopolio: Forze Armate, polizia, magistratura e il loro apparato immateriale di leggi e materiale di armamenti, caserme, tribunali, prigioni, ecc. Marx ed Engels aggiunsero a tale definizione che il monopolio della forza è esercitato in difesa dei rapporti di produzione dominanti. Pertanto, lo Stato, dal punto di vista di classe, non è mai neutrale, compreso quello formalmente più democratico, essendo sempre l’organismo della classe dominante.
Nella società divisa in classi, lo Stato rappresenta, per usare le parole di Marx “la violenza concentrata e organizzata della società”8. Tuttavia, Marx ed Engels dissero anche altro: lo Stato non è solo oppressione mediante la forza fisica di una classe sulle altre ma anche mediazione tra le classi, per evitare che la lotta tra di esse giunga fino al punto di far collassare l’intero edificio sociale. In tal senso, sempre secondo Marx e Engels, la repubblica democratica rappresenta l’involucro migliore per l’esercizio del potere borghese9.
Con il tempo, sia per l’evolversi di tale mediazione sia per l’evolversi e il rendersi più complessa dell’economia e della società, nuove funzioni si sono aggiunte alla macchina dello Stato, creando, accanto a Forze Armate e corpi di polizia permanenti e professionali, enormi apparati burocratici e amministrativi. Ma la combinazione dei due aspetti, forza e mediazione, è sempre centrale. L’analisi di tale dialettica fu approfondita da Lenin e da Gramsci, nel concetto di egemonia, e poi da altri come Althusser e Poulantzas10.
Chi studia oggi Gramsci dovrebbe porsi la questione di attualizzare i suoi insegnamenti e mettere in pratica il suo metodo, che oggi non può prescindere dall’analisi della forma dei sistemi politico-istituzionali e di riproduzione del consenso, nel quadro della globalizzazione, dell’ideologia del cosmopolitismo e, in Europa, dell’integrazione economica e valutaria. Quindi, la forma che lo Stato assume è decisiva, perché la forma non è un mero involucro bensì un principio di organizzazione dei rapporti sociali.
Detto più chiaramente, la forma che lo stato assume definisce i rapporti e le modalità di mediazione tra le classi vigenti in un certo periodo storico.
Dopo la seconda guerra mondiale, la sconfitta militare del fascismo e della classe dominante italiana e il protagonismo dei partiti legati alla classe operaia avevano modificato i rapporti di forza, che furono cristallizzati, in Italia (e nel resto dell’Europa occidentale), in una nuova Costituzione antifascista e nella definizione di una forma di stato repubblicana e democratico-parlamentare.
Lo stato non aveva perso il suo carattere di classe ma la forma che assumeva garantiva alla classe lavoratrice un terreno di lotta più favorevole. Con gli anni, il confronto competitivo con l’Urss e le lotte di classe interne, combinate con una fase espansiva del capitalismo, portarono all’allargamento della democrazia e del welfare.
Il grande capitale, però, non poteva accettare i nuovi rapporti di forza a lungo, soprattutto quando si ripresentò la caduta del saggio di profitto con la prima grande crisi strutturale del ’74-’75. Da allora, infatti, i think tank e le organizzazioni dell’élite del capitale occidentale, come la Trilaterale, cominciarono a riflettere su come ridurre l’”eccesso di democrazia” che ormai, dal punto di vista delle classi dominanti, affliggeva gli stati europei11.
Bisognava modificare i rapporti di forza e, per farlo, bisognava neutralizzare le Costituzioni e subordinare il Parlamento, eletto con un sistema elettorale proporzionale puro e presidiato da partiti di massa e organizzati, al governo, che era più facilmente influenzabile dalla classe dominante. La controffensiva neoliberista cui si assiste in tutto il mondo capitalistico avanzato dall’inizio degli anni ’80 si basava, sul piano politico, su questa strategia.
In Italia, si ricorse alla modifica in senso maggioritario delle leggi elettorali e, anche grazie all’operazione “mani pulite”, alla modificazione/distruzione dei partiti di massa tradizionali, cercando di adottare il sistema bipartitico anglosassone.
In tale sistema i due partiti principali agiscono sui temi di fondo in base al cosiddetto bipartisan consensus, cioè come ali di uno stesso partito, impedendo qualunque alternativa reale. Ma fu l’integrazione europea e in particolare l’introduzione dell’euro a fornire lo strumento decisivo per ribaltare i rapporti di forza.
Il Parlamento, in questo modo, viene bypassato dagli organismi sovrastatali e i meccanismi oggettivi dell’euro costringono alla disciplina di bilancio e alla compressione dei salari, permettendo l’imposizione di controriforme (come quella delle pensioni della Fornero) che in condizioni diverse non sarebbero mai passate.
In questa trasformazione, a essere rafforzati sono gli esecutivi nazionali, che, infatti, sono le uniche istituzioni statali ad avere un ruolo diretto negli organismi sovrastatali europei, affermando così quel principio di “governabilità”, ovvero la libertà dell’esecutivo di agire senza essere vincolato dagli altri poteri dello Stato, tanto auspicato dal capitale dagli anni ’70 a oggi.
Come ha ben spiegato Agamben e come abbiamo visto con il commissariamento europeo dell’Italia, all’epoca del governo di Mario Monti, tale trasformazione si è realizzata, evocando lo stato di emergenza o di “eccezione”, sotto il ricatto del default e dello spread.
Col tempo si è così passati da un sistema parlamentare, basato sulla centralità del Parlamento, a un sistema di fatto (anche se non formalmente) governamentale, cioè basato sulla centralità dell’esecutivo e, all’interno di esso, del premier, il quale governa con un uso massiccio della decretazione d’urgenza (decreti legge)12.
Considerando, però, che, attraverso l’esecutivo, il potere politico è influenzato più direttamente dalle élite capitalistiche, possiamo definire la nuova forma di governo, forse più precisamente malgrado l’ossimoro, come democratico-oligarchica. Dunque, non assistiamo all’indebolimento dello stato nazionale.
Viceversa, assistiamo al rafforzamento del carattere di classe borghese dello stato.
La “governabilità” è il prodotto dello spostamento di certe decisioni a livello europeo e della subalternità ai meccanismi dell’euro, ma anche delle modifiche intervenute a livello statuale-nazionale. Infatti, mentre alcune funzioni sono delegate a organismi esterni, altre funzioni decisive non solo rimangono monopolio dello stato nazionale, ma vengono rafforzate e adattate alle esigenze delle imprese maggiori.
Negli ultimi anni gli apparati burocratici, polizieschi e militari degli stati europei occidentali non solo si sono rafforzati, ma, per quanto riguarda le Forze Armate, hanno assunto un ruolo sempre più interventistico all’estero.
Del resto, le Costituzioni antifasciste europee sono state bypassate o modificate non solamente sul piano dei meccanismi di governo e sul piano economico e in particolare su quello del bilancio pubblico (introduzione dell’articolo 81 sull’obbligo del paraggio di bilancio). Lo sono state anche sul piano dell’uso della guerra come strumento di politica internazionale, soprattutto in Italia, ma anche negli altri Paesi sconfitti della Seconda guerra mondiale, Germania e Giappone.
L’aspetto del monopolio della forza, che, come abbiamo visto, caratterizza lo Stato nazionale, non solo non è messo in comune, ma viene esercitato, seppure non nella forma di scontro armato diretto, in modo funzionale a una competizione tra Stati nazionali e tra capitali.
Esempio lampante ne è l’aggressione contro la Libia, che è stata voluta e preparata dalla Francia non solo contro Gheddafi ma indirettamente anche contro l’Italia, con lo scopo di sostituire le sue imprese a quelle italiane nello sfruttamento dei ricchi appalti e delle ampie risorse petrolifere. Del resto, la vicenda libica è solo l’ultimo episodio di una secolare competizione tra Italia e Francia in quell’area del Mediterraneo, che è proseguita anche in epoche più recenti, dando luogo a più di una guerra per procura13.
Eppure, l’Italia e la Francia fanno parte della Ue e della Uem. Anzi, sono proprio l’euro e l’austerity a accentuare le tendenze imperialistiche e la competizione inter-imperialistica, già innescate dalla sovraccumulazione e dalla conseguente caduta del saggio di profitto.
Infatti, l’integrazione europea comprime i salari reali e la domanda interna riducendo i mercati domestici europei. Ciò accentua la contrazione della base produttiva domestica, rafforzando la spinta espansionistica all’estero, per la conquista di sbocchi alle merci e ai capitali eccedenti, oltre che di materie prime a basso costo. L’espansione economica estera è sostenuta, come nel passato, dal potere statale, con la diplomazia, gli incentivi economici e lo strumento militare. Quindi, con strumenti statali e nazionali.
Oggi, non esiste alcun esercito europeo né l’Europa interviene militarmente, in quanto Europa, in nessun luogo, se si eccettuano le missioni di scarso rilievo e importanza di Eufor.
Se stati europei intervengono insieme lo fanno come singoli stati sovrani, su mandato Onu o all’interno di alleanze, con o senza il cappello Nato, che sono quasi sempre a egemonia Usa. Né esistono una polizia e tantomeno una intelligence europea.
Del resto, la Ue non è capace di esprimere una sua vera politica estera, che senza Forze Armate europee non avrebbe senso.
Gli stati nazionali sono gelosi custodi di queste funzioni, peraltro non accessorie ma decisive e caratterizzanti la sovranità statale o nazionale che dir si voglia. Persino su altre tematiche, ad esempio sull’immigrazione, come si è visto recentemente, l’Europa è tutt’altro che prevalente sugli stati nazionali. Gli aspetti sui quali l’Europa è nettamente prevalente sul livello statale sono quelli relativi al bilancio pubblico e alla emissione valutaria.
Soprattutto sono la moneta unica, proprio per il suo carattere di meccanismo “neutro”, e la Bce, per il suo carattere sovrannazionale, a collocarsi al di sopra dello stato nazionale.
La Bce, infatti, è autonoma dai poteri statali e i governi esercitano su di essa un’influenza limitata: persino il governo più potente, quello tedesco, ne condiziona solo fino a un certo punto le decisioni.
In conclusione la Ue e la Uem sono molto lontane dall’essere organizzazioni statuali o sovrannazionali in senso proprio. Sono organismi intergovernativi, dal momento che le decisioni sono prese da organismi cui partecipano i capi di governo (Consiglio europeo) e i loro ministri (Consiglio dell’Unione europea), specie quelli economici e finanziari.
Anche le nomine all’interno della Bce sono frutto di mediazioni e negoziazioni tra i governi europei, che comunque non sopiscono le contraddizioni tra stati, di cui è stata manifestazione il costante contrapporsi tra Draghi e il ministro delle finanze e la banca centrale della Germania. La Commissione europea è tutt’altro che un governo europeo e anzi la tendenza è a diminuirne la forza, se dobbiamo interpretare la proposta tedesca di trasformare l’Esfm14 in una sorta di Fondo monetario europeo, come un modo per ridurre l’influenza della Commissione nelle decisioni su come affrontare il debito pubblico dei Paesi europei maggiormente in difficoltà.
Esiste un imperialismo europeo?
Questo è lo stato dell’arte. Bisogna, però, cercare di capire come la situazione evolverà o, almeno, quali sono le principali prospettive evolutive.
Una prospettiva si identifica con la tendenza verso la più o meno rapida disgregazione della Uem, a seguito dell’accentuazione della divergenza economica tra la Germania, da una parte, e gli altri Paesi, soprattutto Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Ma anche a seguito delle pessime performance della Uem rispetto alle altre economie avanzate mondiali, e a seguito delle difficoltà a gestire in modo unitario le varie problematiche, a partire dall’immigrazione.
La seconda prospettiva è quella auspicata da molti governi, soprattutto da quelli dei Paesi più in difficoltà, che ritengono che la soluzione ai problemi dell’Europa sia più Europa, cioè la prosecuzione della integrazione europea, verso una maggiore centralizzazione sul piano economico, sul piano militare e della politica estera.
Questa strategia, che trae nuove speranze dalla elezione di Macron, punta sulla capacità, specie francese, di imbrigliare la Germania in un rinnovato asse franco-tedesco, e sembrerebbe aver trovato una sponda involontaria in Trump. Al vertice del G7 di maggio si è determinata una spaccatura tra il presidente Trump e i governi europei a causa del disavanzo commerciale statunitense nei confronti della Ue e in particolare della Germania e del ridotto contributo europeo al budget della Nato.
La risposta di Angela Merkel agli attacchi di Trump è stata tale (“Noi europei dobbiamo prendere il nostro destino nelle nostre mani”) che alcuni vi hanno visto una storica rottura con l’alleato atlantico, interpretandola come il possibile avvio di un processo di autonomizzazione europeo. In realtà, Europa occidentale e Usa sono così l’integrate, sul piano economico, politico e militare, che risulta difficile parlare di rottura, almeno in un periodo breve.
Se ci limitiamo al piano statale per eccellenza, quello militare, basti pensare alla diffusa presenza di basi militari americane in tutto il territorio europeo occidentale, dall’Italia alla Germania. Inoltre, una Europa militarmente autonoma dagli Usa presupporrebbe una sua capacità di dissuasione nucleare, il cui raggiungimento non sembra realistico, anche considerando l’uso della force de frappe francese. Senza parlare della capacità di intervenire “fuori area” con adeguate forze aeronavali, che in Europa, specie dopo la defezione britannica, sono al momento risibili in confronto a quelle degli statunitensi.
La Germania sarebbe disposta a stornare ingenti risorse economiche, cambiando modello economico, per dotarsi e dotare l’Europa di forze armate adeguate a un ruolo mondiale?
Come ho avuto occasione di scrivere altrove, gli attacchi di Trump, più che a scassare la Nato e a rompere con gli europei, sembrano orientati a porre un freno al neomercantilismo tedesco, che è ritenuto non solo foriero di pericolosi squilibri della bilancia delle partite correnti Usa, ma anche un fattore di rallentamento del contrasto alla crisi globale, all’interno della quale va collocato anche l’aumento della spesa militare15.
Il punto è che oggi in Europa (e all’interno del contesto mondiale) non esistono le condizioni per una vera unità sovrastatale, né di tipo federale e neanche di tipo confederale. Le divisioni sono molto forti e i meccanismi di funzionamento dell’euro, che nessuno sembra intenzionato a modificare, anziché favorire una unificazione statuale, la rendono ancora più problematica.
Del resto, la creazione di eventuali Stati Uniti d’Europa, per quanto a nostro parere poco probabili, per lo meno in questa fase storica, non sarebbero un risultato di cui essere contenti. Nelle condizioni e con i rapporti di forza attuali, essi sarebbero egemonizzati dal capitale europeo e rappresenterebbero lo strumento più potente per l’affermazione dei suoi interessi e per l’esercizio della violenza concentrata e organizzata nelle sue mani.
Tutto ciò ci porta a porci una ulteriore questione: esiste un imperialismo europeo o ne esistono le basi per il suo sviluppo? O meglio: esiste un imperialismo europeo autonomo e unitario che sia qualcosa di più della somma dei vari imperialismi dei Paesi europei?
La sua esistenza presupporrebbe due condizioni: l’esistenza di un capitale unitario con interessi convergenti, per quanto i capitali possano essere unitari e avere interessi convergenti in un contesto capitalistico di concorrenza, e l’esistenza di uno stato unitario.
In effetti, la definizione marxiana di “fratelli nemici” affibbiata da Marx ai capitalisti si attaglia piuttosto bene a quelli europei. Certamente è vero che i Paesi imperialisti europei, a parte l’unità da bravi fratelli contro i salariati europei, possono convergere e agire unitariamente in altre occasioni internazionali.
Sul piano commerciale e economico rispetto all’Europa orientale e, oggi, nei confronti degli Usa, c’è una certa convergenza. Ma in generale in queste e in altre occasioni gli interessi a un certo punto diventano divergenti e spesso i capitali e gli stati europei agiscono da fratelli nemici in concorrenza tra loro. Resta, infatti, da vedere quanto alcuni stati si sentano tutelati in una Europa finalmente unita e egemonizzata da una Germania, economicamente ingombrante e molto vicina, che non sia controbilanciata dagli Usa, potenti ma lontani.
Sarebbe sorprendente vedere le élite capitalistiche e politiche (e culturali) italiane sganciarsi dagli Usa, cui sono legate da più di 70 anni di relazioni, per aderire a un blocco egemonizzato dalla Germania (o anche da un asse franco-tedesco), esperienza peraltro già sperimentata poco positivamente nella Seconda guerra mondiale.
E non si tratta solo del piano militare, anche su quello commerciale gli interessi della Germania, ad esempio nel modo di rapportarsi con i dazi da imporre alle importazioni cinesi, sono in contrasto, ad esempio, con quelli italiani.
La storia europea del Novecento e dei secoli precedenti – almeno a partire dal XVI secolo – è una storia di lotte degli stati europei occidentali, magari con l’aiuto di un alleato esterno (Impero ottomano, Russia e Usa), contro qualunque stato continentale (Spagna, Francia, Germania) abbia voluto di volta in volta imporsi come potenza egemone. La rottura del balance of power, seguente al tentativo egemonico, è stata sempre prodromica al conflitto continentale, dalla guerra dei Trent’anni alla Seconda guerra mondiale.
Appare poco probabile che si affermi una tendenza opposta, almeno in questa fase, visto che siamo in assenza di un processo di maggiore unificazione e che anzi ci sono molte tendenze centrifughe, a fronte di un allargamento delle divergenze economiche e della conflittualità tra Paesi europei.
E questo vale anche e soprattutto per Francia, che pure dovrebbe essere l’altro lato di un ricostituito asse franco-tedesco su cui rifondare l’Europa. I transalpini, infatti, hanno subito più dell’Italia le conseguenze dell’aggressività economica della Germania, registrando in Europa forse la decadenza politica e economica relativa maggiore, rispetto a quello che ancora all’epoca di Mitterand appariva ancora come un partner di pari peso.
E comunque, la mancanza di uno stato unitario, di una politica estera, di forze armate e di polizia europee sono un limite pesante, per la cui realizzazione non mi pare ci siano le condizioni, tantomeno in tempi storicamente brevi. Quindi, è difficile dire che esista oggi un imperialismo europeo in grado di porsi come polo imperialista autonomo o che esistano le basi perché si realizzi in tempi storicamente brevi.
Più probabile, invece, è la possibilità di realizzare alleanze o forme di integrazione militare o di politica estera a geometria variabile, specie tra la Germania e i suoi satelliti (Olanda, Austria, Romania), come in effetti sembra stia accadendo.
L’impedimento maggiore è proprio l’indisponibilità della Germania a essere vincolata in una struttura politicamente più centralizzata, dove gli altri stati, la Francia essenzialmente e, in misura minore, l’Italia e la Spagna, conterebbero maggiormente e, soprattutto, la costringerebbero a rinunciare a una parte dei suoi vantaggi competitivi e benefici economici.
La crisi del capitale non fa sconti a nessuno e la riduzione della profittabilità degli investimenti e delle quote di commercio mondiale non sono il migliore stimolo a dividere in modo concorde le prede con gli altri concorrenti, specie se sono meno forti.
Per il momento l’unico dato certo che va registrato è l’aumento delle contraddizioni tra capitali e tra stati a tutti i livelli, all’interno dell’asse atlantico e all’interno della Ue che a cascata si estendono alle varie aree di influenza, dal Medio Oriente all’Africa, all’Asia orientale. Ne consegue la necessità di seguire con attenzione l’evoluzione di queste contraddizioni per capirne gli esiti futuri e le implicazioni pratiche per le politiche delle classi subalterne, che, sulla base di quanto detto fino a qui, devono ruotare attorno al contrasto alla Ue e alla eliminazione della integrazione valutaria.
NOTE
1 Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo, Il saggiatore, 2003.
2 Antonio Gramsci, Intellettuali italiani all’estero, in (a cura di) Giovanni Urbani, “La formazione dell’uomo”, Editori Riuniti, Roma 1974. Antonio Gramsci, Interpretazioni del Risorgimento, e Direzione politico-militare del moto, in A. Gramsci, “Quaderno 19 Risorgimento italiano”, Einaudi, Torino 1977.
3 A. Gramsci, Interpretazioni del Risorgimento, Ibidem.
4 Aa. Vv., Una proposta contro la crisi, un milione di addetti nella Pa, Economia e politica, 11 maggio 2017. http://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/europa-e-mondo/una-proposta-contro-la-crisi-un-milione-di-addetti-nella-p-a/
5 Domenico Moro, Le vere cause del debito pubblico italiano, in Keynes blog, 31 agosto 2012. https://keynesblog.com/2012/08/31/le-vere-cause-del-debito-pubblico-italiano/
6 Nelle imprese della manifattura il Mol (margine operativo lordo) sul fatturato delle imprese italiane al di sopra del livello di piccola impresa è superiore a quello tedesco. In particolare in quella al di sopra dei 250 addetti, tra 2008 e 2014, passa dal 5,8 al 6,9%, quello della Germania passa dal 5,6 al 6,3%. Eurostat, Industry by employment size class (Nace rev. 2 B-E).
7 Domenico Moro, Perché e come l’euro va eliminato, 14 aprile 2014. https://www.sinistrainrete.info/europa/3598-domenico-moro-perche-e-come-leuro-va-eliminato.html.
8 Karl Marx, Il capitale, Libro I, La genesi del capitalista.
9 Friedrich Engels, L’Origine della Famiglia, della proprietà privata e dello stato.
10 Nicos Poulantzas, Il potere nella società contemporanea, Editori Riuniti, Roma 1979.
11 “Eccesso di democrazia” è il termine utilizzato da Crozier e Huntington in The crisis of democracy, il rapporto della commissione Trilaterale del 1975. Su questo e sul ruolo dell’integrazione europea nel contrasto all’eccesso di democrazia vedi Domenico Moro, Il gruppo Bilderberg, L’élite del potere mondiale, Imprimatur, Reggio Emilia 2014.
12 Agamben, Lo stato di eccezione, Bollati Boringhieri, Torino 2003.
13 Domenico Moro, La Terza guerra mondiale e il fondamentalismo islamico, Imprimatur, Reggio Emilia 2016.
14 Meccanismo di stabilizzazione finanziaria europea. Si tratta di un programma, gestito dalla Commissione europea, che recupera fondi sui mercati finanziari per aiutare gli stati in difficoltà, usando come collaterale il budget europeo.
15 Domenico Moro, Trump risposta alla crisi secolare e apertura della seconda fase della globalizzazione, Sinistra in rete https://www.sinistrainrete.info/geopolitica/8531-domenico-moro-trump-risposta-alla-crisi-secolare-e-apertura-della-seconda-fase-della-globalizzazione.html

Preso da: http://sollevazione.blogspot.it/2017/07/nazione-stato-e-imperialismo-europeo-di.html