La Germania ha guadagnato miliardi dalla crisi che distrutto la Grecia

22 giugno 2018. Lorenzo Vita.
** FILE ** A Euro sculpture is seen in the autumnal sun in front of the European Central Bank ECB building, rear, in Frankfurt, Germany, in this Sept. 24, 2007 file picture. The European Central Bank, along with the U.S. Federal Reserve and others, plans to offer billions in short-term credit to banks in Europe to meet their demand for dollars amid tense financial markets. (AP Photo/Bernd Kammerer)
La Germania ha guadagnato miliardi dalla crisi che ha colpito la Grecia e che ha portato il popolo greco nel baratro dell’indigenza. A rivelarlo non sono movimenti euroscettici, né leader populisti né governi antitedeschi, ma direttamente il governo di Berlino, in risposta a un’interrogazione parlamentare promossa dai Verdi.
Da quanto si è potuto comprendere, le casse della Germania hanno guadagnato circa 2.9 miliardi di euro come conseguenza indiretta della crisi greca. Guadagni scaturiti, in gran parte, come risultato del programma di acquisto di titoli di debito greci da parte della Banca centrale europea.
Il meccanismo funziona così. Dal 2010 la Germania ha acquistato obbligazioni di Atene come parte di un accordo dell’Unione europea per sostenere l’economia greca. Le obbligazioni furono acquistate dalla Bundesbank e poi trasferite al tesoro statale.

L’accordo originale tra Berlino e Atene prevedeva che qualsiasi interesse guadagnato sulle obbligazioni sarebbe stato restituito alla Grecia quando avrebbe adempiuto ai suoi obblighi sulle riforme. Solo che è successo qualcosa che ha cambiato sensibilmente le carte in tavola.
Fino al 2017, la Bundesbank aveva guadagnato utili su quegli interessi pari a 3.4 miliardi di euro. Ma ne ha trasferiti molti di meno alla Grecia. 527 milioni nel 2013 e 387 milioni nel 2014, lasciando un utile di 2 miliardi e mezzo. A questi, si devono poi aggiungere 400 milioni di interessi maturati grazie a un prestito della KfW Bankengruppe (KfW), la Banca per lo sviluppo.
Dati che hanno provocato la rabbia dei Verdi, i quali da sempre chiedono alla Germania di allentare la morsa sul debito greco come gesto per far ripartire l’economia di Atene. “La Germania ha tratto notevoli benefici dalla crisi greca, non è accettabile che il governo consolidi il bilancio tedesco con i benefici della crisi greca”, ha detto il portavoce del gruppo parlamentare verde Sven-Christian Kindler.
Secondo Kindler, i greci hanno mantenuto le loro promesse sulle riforme facendo tagli dolorosissimi, ma “ora è il momento del gruppo euro di mantenere le sue promesse”. Ed è un attacco rivolto soprattutto alla Germania che, insieme ad altri Paesi dell’Europa settentrionale, ha sempre voluto mantenere il pugno duro nei confronti della Grecia.
Ieri, i ministri dell’eurozona hanno finalmente dato il via libera all’atteso taglio del debito pubblico greco. Il governo ellenico è stato “promosso”. Atene ha fatto quello che doveva fare, con 88 riforme sanguinose che l’Europa ha ritenuto necessarie per completare il piano di aiuto ai creditori. L’Ue sborserà l’ultima tranche di prestiti di circa 15 miliardi ed è stato esteso di 10 anni il termine per la scadenza dei prestiti.
“Questo è un momento storico per la Grecia e per l’Eurozona”, ha detto il commissario agli affari economici Pierre Moscovici. Sì, ma a quale prezzo? Come ricordato su questa testata, dal 2010 ad oggi “il potere d’acquisto è crollato del 24%, il 21,2% della popolazione, certifica Eurostat, vive in estrema povertà, il doppio del 2008. Lo scorso anno 130 mila persone, il 333% in più del 2013 hanno rinunciato alle eredità lasciate dai parenti perché non avevano i soldi per pagare le tasse”.
Alexis Tsipras non può certo cantare vittoria. Può solo sommessamente dire grazie ai suoi creditori, così come il popolo greco può provare a pensare di nuovo a un futuro di speranza. Ma i guadagni, cinici, della Germania sul debito greco dimostrano, ancora una volta, di cosa sia fatta questa Unione europea.

Fare cassa su un popolo affamato, per giunta alleato e partner di un’Unione come quella europea, dimostra che  l’Europa germanocentrica non è una realtà del mondo populista, ma uno scoglio per chiunque possa pensare a una Ue diversa. La Grecia, al collasso, che ha bisogno di soldi più di chiunque altro, vede il Paese economicamente più forte lucrare sul suo debito: lo stesso per cui sono morte persone, attività e imprese.

Preso da: http://www.occhidellaguerra.it/germania-crisi-grecia/

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L’esercito di insetti del Pentagono

Manlio Dinucci

Il Pentagono porta avanti ricerche di ogni tipo. L’Agenzia per i progetti di ricerca avanzata (Darpa) sta studiando la possibilità di utilizzare insetti per infettare le colture, il Laboratorio di ricerca della Navy spera invece di utilizzarne altri come sensori, capaci di rilevare esplosivi. Non è fantascienza.

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Sciami di insetti, che trasportano virus infettivi geneticamente modificati, attaccano le colture di un paese distruggendo la sua produzione alimentare: non è uno scenario da fantascienza, ma quanto sta preparando l’Agenzia del Pentagono per i progetti di ricerca scientifica avanzata (Darpa). Lo rivelano su Science [1], una delle più prestigiose riviste scientiche, cinque scienziati di due università tedesche e di una francese. Nel loro editoriale pubblicato il 5 ottobre, mettono fortemente in dubbio che il programma di ricerca della Darpa, denominato «Alleati insetti», abbia unicamente lo scopo dichiarato dall’Agenzia: quello di proteggere l’agricoltura statunitense dagli agenti patogeni, usando insetti quali vettori di virus infettivi geneticamente modificati che, trasmettendosi alle piante, ne modificano i cromosomi.

Tale capacità – sostengono i cinque scienziati – appare «molto limitata». Vi è invece nel mondo scientifico «la vasta percezione che il programma abbia lo scopo di sviluppare agenti patogeni e loro vettori per scopi ostili», ossia «un nuovo sistema di bioarmi». Ciò viola la Convenzione sulle armi biologiche, entrata in vigore nel 1975 ma restata sulla carta soprattutto per il rifiuto statunitense di accettare ispezioni nei propri laboratori. I cinque scienziati specificano che «basterebbero facili semplificazioni per generare una nuova classe di armi biologiche, armi che sarebbero estremamente trasmissibili a specie agricole sensibili, spargendo insetti quali mezzi di trasporto».
Lo scenario di un attacco alle colture alimentari di Russia, Cina e altri paesi, condotto dal Pentagono con sciami di insetti che trasportano virus infettivi geneticamente modificati, non è fantascientifico. Quello della Darpa non è l’unico programma sull’uso di insetti a scopo bellico. Il Laboratorio di ricerca della US Navy ha commissionato alla Washington University di St. Louis una ricerca per trasformare le locuste in droni biologici [2].
Attraverso un elettrodo impiantato nel cervello e un minuscolo trasmettitore sul dorso dell’insetto, l’operatore a terra può capire ciò che le antenne della locusta stanno captando. Questi insetti hanno una capacità olfattiva tale da percepire istantaneamente diversi tipi di sostanze chimiche nell’aria: ciò permette di individuare i depositi di esplosivi e altri impianti da colpire con un attacco aereo o missilistico. Scenari ancora più inquietanti emergono dall’editoriale dei cinque scienziati su Science. Quello della Darpa – sottolineano – è il primo programma per lo sviluppo di virus geneticamente modificati per essere diffusi nell’ambiente, i quali potrebbero infettare altri organismi «non solo nell’agricoltura».
In altre parole, tra gli organismi bersaglio dei virus infettivi trasportati da insetti potrebbe esservi anche quello umano. È noto che, nei laboratori statunitensi e in altri, sono state effettuate durante la guerra fredda ricerche su batteri e virus che, disseminati attraverso insetti (pulci, mosche, zecche), possono scatenare epidemie nel paese nemico. Tra questi il batterio Yersinia Pestis, causa della peste bubbonica (la temutissima «morte nera» del Medioevo) e il Virus Ebola, contagioso e letale. Con le tecniche oggi disponibili è possibile produrre nuovi tipi di agenti patogeni, disseminati da insetti, verso i quali la popolazione bersaglio non avrebbe difese. Le «piaghe» che, nel racconto biblico, si abbatterono sull’Egitto con immensi sciami di zanzare, mosche e locuste per volontà divina, possono oggi abbattersi realmente sul mondo intero per volontà umana. Non ce lo dicono i profeti, ma quegli scienziati restati umani.

[1] “Agricultural research, or a new bioweapon sys-tem?. Insect-delivered horizontal genetic alteration is concerning”, by R. G. Reeves, S. Voeneky, D. Caetano-Anollés, F. Beck, C. Boëte, Science, October 5, 2018.
[2] “Engineers to use cyborg insects as biorobotic sensing machines”, Beth Miller, Washington University in Saint Louis, June 30, 2016. “Un-derstanding and Hijacking the Insect’s Sense of Smell”, Office of Naval Research.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article203395.html

Hitler fu finanziato da Federal Reserve e Banca d’Inghilterra

1 giugno 2017

Hitler

Ru-polit Fort Russ 14 maggio 2016
Più di 70 anni fa iniziò il peggior massacro della storia. La recente risoluzione dell’Assemblea parlamentare dell’OSCE equipara il ruolo di Unione Sovietica e Germania nazista allo scoppio della Seconda guerra mondiale, salvo il fatto che abbia per scopo estorcere soldi dalla Russia per via di certe economie fallite, è volta a demonizzare la Russia successore dell’URSS e preparare il terreno giuridico per la privazione del diritto di pronunciarsi contro la revisione dei risultati della guerra. Ma se ci affidiamo al problema della responsabilità della guerra, va prima risposto alla domanda chiave: chi aiutò i nazisti ad andare al potere? Chi li spinse verso la catastrofe mondiale? La storia della Germania prima della guerra dimostra che politiche “necessarie” furono dettate dalle turbolenze finanziarie, in cui, all’epoca, il mondo era immerso.
Le istituzioni finanziarie centrali di Gran Bretagna e Stati Uniti, Banca d’Inghilterra e Sistema della riserva federale (FRS), e le organizzazioni finanziarie e industriali associate definirono le strutture fondamentali che decisero la strategia post-bellica dell’occidente.
Obiettivo era imporre il controllo assoluto sul sistema finanziario della Germania per controllare i processi politici dell’Europa centrale. Per attuare tale strategia è possibile tracciare le seguenti fasi:
1°: dal 1919 al 1924, preparare la base per un massiccio investimento finanziario statunitense nell’economia tedesca;
2°: dal 1924 al 1929, istituzione del controllo sul sistema finanziario della Germania e sostegno finanziario al nazionalsocialismo;
3°: dal 1929 al 1933 , provocare e scatenare una profonda crisi finanziaria ed economica e assicurarsi che i nazisti arrivassero al potere;
4°: dal 1933 al 1939, cooperazione finanziaria con il governo nazista e sostegno alla sua politica estera espansionista, volta a preparare e scatenare una nuova guerra mondiale.
Nella prima fase per la leva principale per assicurarsi la penetrazione della capitale statunitense in Europa iniziò coi debiti di guerra e il problema strettamente correlato delle riparazioni tedesche. Dopo l’ingresso formale degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale, diedero prestiti agli alleati (in primo luogo Regno Unito e Francia) per 8,8 miliardi di dollari. Il totale dei debiti di guerra, inclusi i prestiti concessi dagli Stati Uniti nel 1919-1921, fu oltre 11 miliardi di dollari. Per risolvere il problema, i Paesi debitori cercarono d’imporre una grande quantità di condizioni estremamente dure per il pagamento delle riparazioni alla Germania. Ciò causò la fuga di capitali tedeschi all’estero e il rifiuto di pagare le tasse comportando un deficit di bilancio dello Stato che poté essere colmato solo attraverso la stampa di marchi senza copertura.
Il risultato fu il crollo della valuta tedesca, la “grande inflazione” del 1923, pari al 512% quando un dollaro valeva 4,2 miliardi di marchi. Gli industriali tedeschi iniziarono a sabotare apertamente gli obblighi di riparazione, causando la celebre crisi della Ruhr, l’occupazione franco-belga della Ruhr nel gennaio 1923. Gli ambienti governativi anglo-statunitensi, per intraprendere la propria iniziativa, aspettarono che la Francia venisse coinvolta nell’avventura dimostrandosi incapace di risolvere il problema. Il segretario di Stato degli USA Hughes osservò: “È necessario attendere che l’Europa maturi per accettare la proposta statunitense“. Il nuovo piano fu sviluppato dalla “JP Morgan & Co.” su istruzione del capo della Banca d’Inghilterra Montagu Norman. Al centro dell’idea vi era il rappresentante della “Banca Dresdner” Hjalmar Schacht, che la formulò nel marzo 1922 su suggerimento di John Foster Dulles (futuro segretario di Stato del presidente Eisenhower) e consulente legale del presidente W. Wilson alla conferenza di pace di Parigi. Dulles diede questa nota al fiduciario principale della “JP Morgan & Co.” e poi JP Morgan lo raccomandò a H. Schacht, M. Norman e all’ultimo ai governanti di Weimar.

Nel dicembre 1923, H. Schacht divenne direttore della Reichsbank, permettendo di riunire i finanzieri anglostatunitensi e tedeschi. Nell’estate 1924, il progetto denominato “piano Dawes” (nominato dal presidente del comitato di esperti che lo creò, banchiere e direttore di una delle banche del gruppo Morgan), fu adottato alla conferenza di Londra. Chiedeva di dimezzare le riparazioni e di risolvere la questione delle fonti della loro copertura. Tuttavia, il compito principale era garantire condizioni favorevoli agli investimenti statunitensi, possibili solo stabilizzando il marco tedesco. A tal fine, il piano prestò alla Germania 200 milioni di dollari, di cui per metà della JP Morgan, nel mentre le banche anglostatunitensi acquisirono il controllo non solo del trasferimento dei pagamenti tedeschi, ma anche di bilancio, circolazione monetaria e in larga misura del credito del Paese. Nell’agosto 1924, il vecchio marco tedesco fu sostituito da una nuova nota finanziaria stabilizzata in Germania e, come scrisse il ricercatore GD Preparata, la Repubblica di Weimar fu pronta per “gli aiuti economici più pittoreschi della storia, seguiti dalla raccolta peggiore nella storia del mondo, un inondazione di sangue statunitense si riversò nelle vene finanziarie della Germania“. Le conseguenze di ciò non tardarono a comparire. Ciò fu dovuto principalmente al fatto che le riparazioni annuali dovevano coprire l’importo del debito pagato dagli alleati, formato dal cosiddetto “circolo assurdo di Weimar”.
L’oro con cui la Germania pagava le riparazioni di guerra, fu venduto, pignorato e scomparve negli Stati Uniti, dove ritornò in Germania sotto forma di piano di “aiuto” che poi consegnava a Regno Unito e Francia che lo giravano per pagare i debiti di guerra con gli Stati Uniti. Quindi sovraccaricato di interessi veniva rispedito in Germania. Alla fine, tutti in Germania vivevano con il debito e fu chiaro che se Wall Street avesse ritirato i prestiti, il Paese sarebbe fallito completamente.
In secondo luogo, anche se il credito formale fu aperto per garantire i pagamenti, fu speso effettivamente per ripristinare la potenza militare-industriale del Paese. Il fatto è che i tedeschi furono pagati in azioni di società coi prestiti, quindi il capitale statunitense s’integrò attivamente nell’economia tedesca. L’importo degli investimenti esteri nell’industria tedesca nel 1924-1929 ammontò a 63 miliardi di marchi d’oro (30 miliardi contabilizzati come prestiti) e il pagamento delle riparazioni a 10 miliardi di marchi. Il 70% dei ricavi fu fornito dalle banche degli Stati Uniti in maggioranza dalla JP Morgan. Di conseguenza, nel 1929, l’industria tedesca era al secondo posto nel mondo, ma era in gran parte nelle mani dei principali gruppi finanziari-industriali degli USA.
Le “Interessen-Gemeinschaft Farbenindustrie“, fornitore principale della macchina da guerra tedesca, finanziò il 45% della campagna elettorale di Hitler nel 1930, ed era sotto il controllo della “Standard Oil” di Rockefeller. Morgan, tramite la “General Electric“, controllava l’industria radioelettrica tedesca tramite AEG e Siemens (fino al 1933, il 30% delle azioni di AEG erano della “General Electric”) e attraverso la società ITT, il 40% della rete telefonica della Germania. Inoltre possedevano il 30% della società aeronautica “Focke-Wulf“. “General Motors“, della famiglia DuPont, controllava la “Opel“. Henry Ford controllava il 100% delle azioni della “Volkswagen“. Nel 1926, con la partecipazione della banca “Dillon, Reed & Co.” dei Rockefeller, il secondo maggiore monopolio industriale della Germania, dopo “IG Farben“, apparve; era il cartello metallurgico “Vereinigte Stahlwerke” (Unione delle acciaierie) tra Thyssen, Flick, Wolff, Feglera ecc.
La cooperazione statunitense con il complesso militare-industriale tedesco fu così intensa e pervasiva che nel 1933 i settori chiave dell’industria tedesca e delle grandi banche come Deutsche Bank, Dresdner Bank, Donat Bank ecc. erano controllati dal capitale finanziario statunitense. La forza politica che doveva svolgere un ruolo cruciale nei piani anglo-statunitensi fu preparata simultaneamente. Si trattò del finanziamento del partito nazista e di A. Hitler stesso. Come scrisse il cancelliere tedesco Brüning nelle sue memorie, dal 1923 Hitler riceveva grandi somme dall’estero. Da dove è ignoto, ma passarono da banche svizzere e svedesi. È anche noto che nel 1922 a Monaco di Baviera si ebbe una riunione tra A. Hitler e l’addetto militare degli Stati Uniti in Germania, capitano Truman Smith, che redasse una relazione dettagliata per i suoi superiori di Washington (dell’ufficio d’intelligence militare), in cui elogiava Hitler. Fu attraverso il giro di conoscenze di Smith, in primo luogo, che Hitler fu presentato a Ernst Franz Sedgwick Hanfstaengl (Putzie), laureato all’Harvard University, e che svolse un ruolo importante nella formazione politica di A. Hitler, dandogli un notevole sostegno finanziario e assicurandogli contatti con importante figure inglesi. Hitler era preparato in politica, tuttavia, mentre la Germania regnava in prosperità, il suo partito rimase periferico nella vita pubblica. La situazione cambiò drammaticamente con la crisi.
Dall’autunno 1929, dopo il crollo della borsa statunitense attivata dalla Federal Reserve, iniziò la terza tappa della strategia dei circoli finanziari anglo-statunitensi. Federal Reserve e JP Morgan decisero di smettere di prestare alla Germania, ispirati dalla crisi bancaria e depressione economica dell’Europa centrale. Nel settembre 1931 il Regno Unito abbandonò il gold standard, distruggendo deliberatamente il sistema internazionale dei pagamenti e togliendo l’ossigeno finanziario alla Repubblica di Weimar. Ma nel partito nazista si ebbe un miracolo finanziario: nel settembre 1930, a seguito di grandi donazioni da Thyssen e IG Farben, il partito di Kirdorf ebbe 6,4 milioni di voti e fu al secondo posto nel Reichstag, dopo di che ricevette ampi finanziamenti esteri.
Il legame principale tra i maggiori industriali tedeschi e i finanzieri esteri fu H. Schacht. Il 4 gennaio 1932 si ebbe una riunione tra il maggiore finanziatore inglese M. Norman, A. Hitler e von Papen, concludendo un accordo segreto sul finanziamento del NSDAP. In questa riunione furono inoltre presenti i politici statunitensi Dulles, cosa che i loro biografi non menzionano. Il 14 gennaio 1933 si ebbe un incontro tra Hitler, Schroder, Papen e Kepler, dove il programma di Hitler fu adottato. Fu qui che finalmente si decise il passaggio di potere ai nazisti, e il 30 gennaio Hitler divenne cancelliere. L’avvio della quarta fase della strategia così cominciò.

L’atteggiamento degli ambienti governativi anglo-statunitensi verso il nuovo governo fu di netta simpatia. Quando Hitler si rifiutò di pagare le riparazioni, naturalmente mettendo in discussione il pagamento dei debiti di guerra, né Gran Bretagna né Francia avanzarono pretese. Inoltre, dopo la visita negli Stati Uniti nel maggio 1933, Schacht fu posto nuovamente a capo della Reichsbank, e dopo l’incontro con il presidente e i più grandi banchieri di Wall Street, gli USA assegnarono alla Germania nuovi prestiti per un miliardo di dollari.
A giugno, durante un viaggio a Londra e l’incontro con M. Norman, Schacht cercò un prestito inglese di 2 miliardi di dollari e la riduzione o cessazione dei pagamenti dei vecchi prestiti. Così, i nazisti ebbero ciò che non poterono avere con il precedente governo. Nell’estate 1934 la Gran Bretagna firmò l’accordo di trasferimento anglo-tedesco, uno dei fondamenti della politica inglese verso il Terzo Reich e alla fine degli anni ’30 la Germania era il principale partner commerciale del Regno Unito. La Schroeder Bank fu l’agente principale della Germania nel Regno Unito e nel 1936 il suo ufficio a New York collaborò con i Rockefeller per creare la “Schroeder, Rockefeller & Co. Investment Bank”, che la rivista “Times” chiamò “l’asse propagandistico economico Berlino-Roma”. Come ammise Hitler, concepì il suo piano quadriennale sulla base dei prestiti finanziari esteri, quindi non creò il minimo allarme.
Nell’agosto 1934, la “Standard Oil” in Germania acquistò 730000 ettari di terreno e costruì grandi raffinerie di petrolio che fornirono la benzina ai nazisti. Allo stesso tempo, la Germania prese segretamente in consegna dagli Stati Uniti le attrezzature più moderne per le fabbriche di aeromobili, che iniziarono la produzione di aerei. La Germania ottenne numerosi brevetti militari dalle ditte statunitensi “Pratt e Whitney“, “Douglas“, “Curtis Wright” e con la tecnologia statunitense produsse lo “Junkers Ju-87”. Gli investimenti nell’economia della Germania ammontarono a 475 milioni di dollari. La “Standard Oil” investì 120 milioni di dollari, “General Motors” 35, ITT 30 e “Ford” 17,5. La stretta collaborazione finanziaria ed economica degli ambienti aziendali anglo-statunitensi e nazisti fece da sfondo, negli anni ’30, alla politica di appoggio che portò alla Seconda guerra mondiale.
Oggi, quando l’élite finanziaria mondiale iniziava ad attuare il piano “Grande depressione – 2”, con la successiva transizione al “nuovo ordine mondiale”, l’identificazione del ruolo chiave nell’organizzazione dei crimini contro l’umanità diventa una priorità.

Jurij Rubtsov è dottore in scienze storiche, accademico dell’Accademia delle scienze militari e membro dell’Associazione internazionale degli storici della Seconda guerra mondiale.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: http://www.cogitoergo.it/hitler-fu-finanziato-federal-reserve-banca-dinghilterra/

Le origini naziste della NATO

Mision Verdad, 10 aprile 2018
Sui nazisti ci sono molti miti e persino fantasie, tuttavia alcune storie su ciò che accadde a certi ufficiali, scienziati, intellettuali del Terzo Reich sono state confermate da documenti, rapporti e dossier declassificati. Si trova sul web la storia delle ratlines (linee dei topi), di cui il Vaticano tesse la logistica. Consisteva in una serie di rotte e punti di transizione per alcuni personaggi del nazismo che il governo statunitense volle arruolare, aiutandosi nella clandestinità. Da qui anche il riferimento ai ratti. La riconversione dal nazismo all’occidente contro il comunismo fu solo proforma, poiché già il Terzo Reich cercò nella Seconda guerra mondiale di sconfiggere l’Unione Sovietica. Come si sa, fallì. Ma alti comandanti nazisti furono poi riciclati nella struttura della coalizione transatlantica guidata dagli Stati Uniti contro il blocco sovietico. Di seguito presentiamo brevi profili dei seguenti ufficiali che, da nazisti, divennero importanti ufficiali dell’Organizzazione del Nord Atlantico (NATO).

Adolf Heusinger, al centro, Hitler a destra, a sinistra di Heusinger, Paulus.

Adolf Heusinger ascese ai vertici delle gerarchie militari del Terzo Reich.
Divenne capo di Stato Maggiore nel 1944 per un breve periodo, e poi fu ridotto a capo della divisione cartografica per una possibile collaborazione all’attentato a Hitler.
Fu coinvolto nei piani d’invasione nazista di Polonia, Norvegia, Danimarca e Francia.
La sua storia è la più interessante, poiché dopo la guerra divenne spia della CIA, braccio destro militare del governo di Konrad Adenauer nel 1957-1961, nella Repubblica Federale di Germania, per poi avere la presidenza del Comitato militare della NATO, il massimo grado militare dell’organizzazione, fino al 1964.

Heusinger alle spalle di Adenauer.
– Hans Speidel fu tenente-generale nazista, Capo di Stato Maggiore e uno dei più importanti ufficiali da campo di Erwin Rommel. Aderì all’esercito tedesco di Adenauer come consigliere e supervisionò l’integrazione della Bundeswehr (forze armate tedesche) nella NATO. Fu poi nominato comandante supremo delle forze alleate della NATO in Europa centrale dal 1957 al 1963.
1944; Speidel, Lang e Rommel
1.12.1955, Heusinger, Blank e Speidel

Johannes Steinhoff fu uno dei più audaci piloti dell’aviazione militare nazista.
Il suo record di 176 aerei nemici abbattuti, e la sua esperienza in 993 missioni durante la carriera di pilota da combattimento, fu abbattuto 12 volte e sempre salvato, gli valse la decorazione più importante del Terzo Reich durante la guerra: la Croce di Ferro da Cavaliere.
Steinhoff fu capo di Stato Maggiore e comandante delle Forze aeree alleate dell’Europa centrale (1965-1966), capo di Stato Maggiore della Luftwaffe della Bundeswehr (1966-1970) e presidente del Comitato militare della NATO (1971-1974).
Steinhoff e il Generale statunitense JR Holzapple
Steinhoff a sinistra, con Willy Brandt al centro; Bonn
– Johann von Kielmansegg fu ufficiale di Stato Maggiore Generale dell’Alto Comando nazista, dove divenne colonnello e comandò diversi reggimenti sul campo. Dopo la guerra, aderì alla marina tedesca e promosso generale di brigata, scalò i vertici della NATO come comandante in capo delle forze speciali dell’Europa centrale nel 1967.
Kielmansegg, Hoepner, Schoen Angerer e Landgraf, durante l’invasione dell’URSS, presso Leningrado
Il capo di Stato Maggiore USA Lyman Lemnitzer e Johann Adolf Graf von Kielmansegg; 1968
– Jürgen Bennecke faceva parte dello Stato Maggiore del Gruppo d’Armate Centro dei nazisti. Fu promosso generale durante la formazione dell’esercito tedesco nel dopoguerra, e dal 1968 al 1973 fu comandante in capo del Comando delle forze alleate della NATO in Europa centrale.
Jurgen Bennecke col Maresciallo dell’Aria Sir August Walker, comandante della RAF; 1968
– Ernst Ferber fu promosso tenente-colonnello nello Stato Maggiore della Wehrmacht, venne decorato con la Croce di ferro di prima classe. Dopo il reclutamento post-bellico, fu comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale dal 1973 al 1975.
Ernest Feber al centro
– Karl Schnell fu primo ufficiale dello Stato Maggiore di importanti corpi e divisioni e ricevette la Croce di ferro di seconda classe. Successivamente studiò economia aziendale e divenne tenente-generale, sostituendo il generale Ferber a comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale, nel 1975 – 1977.
Karl Schnell, a sinistra
 Ferdinand von Senger und Etterlin combatté come tenente nell’invasione nazista dell’Unione Sovietica (operazione Barbarossa) e partecipò alla battaglia di Stalingrado, una delle più importanti della Seconda guerra mondiale che ribaltò l’equilibrio di forze per gli alleati. Tra le tre decorazioni più importanti c’era la Croce tedesca in oro, ed alla fine della guerra fu assistente del Comando supremo della marina del Terzo Reich. In seguito comandò diversi battaglioni di carri armati divenendo generale e comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale nel 1979 – 1983.

– Franz-Josef Schulze fu tenente nelle forze aeree naziste e comandante di reggimento, ricevette la Croce di ferro di cavaliere. Nella Germania del dopoguerra divenne generale e fu comandante in capo delle f forze alleate della NATO in Europa centrale nel 1977 – 1979.–

Tali ufficiali nazisti hanno parecchie cose in comune, tra cui aver scritto e pubblicato libri sulle loro esperienze da nazisti nella Seconda guerra mondiale, essendo stati catturati (in maggioranza) dalle forze armate statunitensi offrirono i loro servigi agli ordini della struttura più importante che affrontò, durante gli anni della cosiddetta Guerra Fredda, i sovietici e la loro influenza in Europa. L’obiettivo principale della Germania nazista era distruggere il progetto sovietico, così come la NATO aveva intenzione di fare fino alla caduta del muro di Berlino. Questo è il motivo per cui gli ufficiali nazisti con esperienza sul campo di battaglia e conoscenza delle tattiche che la NATO poi usò contro Jugoslavia e Libia, per nominare due casi, furono reclutati dalle élite statunitensi e tedesche per riprendere l’Operazione Barbarossa con modi più sottili e la stessa audacia ideologica. Proprio come l’Organizzazione Gehlen fu attivata da Stati Uniti e Germania Federale nel dopoguerra, partendo dalle reti spionistiche che i nazisti avevano nell’Europa dell’Est, gli stessi ufficiali che ebbero successo nelle campagne militari furono riattivati per adempiere al loro ruolo secondo nuovi tempi ed interessi. La ricapitolazione sulle origini naziste di tale organizzazione transatlantica spiega ciò che molti altri analisti militari a lungo pensano: che il nazismo in Europa si manifesta storicamente oggi nella NATO. Il sogno di Hitler si materializza oggi e punta direttamente contro Russia e progetto eurasiatico.
Hans Landgraf, Georg Reinhardt, ignoto, e von Kielmansegg, a destra, durante l’invasione dell’URSS, estate 1941
Traduzione di Alessandro Lattanzio

PAROLA D’ORDINE IN ATTO: DIMEZZARE LA POPOLAZIONE MONDIALE

7 marzo 2018,
di Gianni Lannes
L’ennesima prova parla chiaro: un accordo fra Germania e Stati Uniti d’America – datata 14 aprile 1971 – per il rilascio del tossico bario nell’atmosfera.

Un’operazione segreta per i comuni mortali, curata nei dettagli, come al solito, da Nasa e Max Planck Institute.
In realtà, il primo esperimento per la dispersione di bario in cielo, è stato realizzato in Sardegna nel 1963, sempre a cura dei medesimi criminali in camice bianco e divisa d’ordinanza che stanno avvelenando dall’alto mezzo mondo.
Grazie anche alla tacita connivenza dei governi fantoccio, come quello italidiota, che non stato eletto dal popolo sovrano, ma imposto da un presidente abusivo secondo la Corte Costituzionale (pronunciamento del 4 dicembre 2013: in attesa della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale per farlo decadere ufficialmente, insieme al govermo e al parlamento).

Torino (8 gennaio 201245): scie chimiche – foto Antonio Bassi

Mister Matteo Renzi, ora lei ha soltanto una possibilità se vuole almeno salvare la faccia in zona Cesarini:chiedere scusa in primis al popolo italiano e agli iscritti al PD, per la dichiarazione resa in tv, alla Rai, nella trasmissione Ballarò, senza contraddittorio pubblico, in cui ha annunciato un trattamento sanitario obbligatorio per quelli del suo partito che avvistano le scie chimiche.
E’ praticamente impossibile negare un fenomeno così evidente, a meno di non abdicare alla prorpia intelligenza e alla propria dignità. Ergo: lei usando arbitrariamente il servizio televisivo pubblico ha offeso milioni di italiane e italiani.
Egregio segretario del piddì, scherzi a parte, non è consentito a nessuno scherzare con la vita anche di una sola persona. Si dimetta e tolga il disturbo. L’Italia non ha bisogno di giullari che dettano ancora legge per conto straniero.
Post scriptum
Egregio Renzi, se prima di darsi all’ippica vuole confrontarsi seriamente sull’argomento chemtrails in un ambito pubblico sono disponibile, ma almeno si faccia preparare dal suo consulente israeliano nel Parlamento italiano, esperto in economia.
approfondimenti:
PAROLA D’ORDINE IN ATTO: DIMEZZARE LA POPOLAZIONE MONDIALE
di Gianni Lannes
Tecnocrazia significa che il reale governo degli Stati non è in mano a coloro che sono stati eletti con i criteri della democrazia rappresentativa, bensì è detenuto da una ristretta cerchia di oligarchi (Rockefeller & Rothschild), proprietaria di banche, risorse energetiche, industrie farmaceutiche, e mass media, la quale resta nell’anonimato perché espressamente questo chiede ai direttori dei propri giornali e reti televisive “pubbliche” (sic!) e private, che, ad esempio, non debbono parlare criticamente delle riunioni del Bilderberg e della Trilateral Commission, nonché sfiorare le decisioni a porte chiuse del Codex Alimentarius, della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale e della Banca centrale europea, e così via.
Questi organizzazioni terroristiche a cui sono affiliati anche i vertici delle autorità italiane (in primis il presidente del consiglio dei ministri Enrico Letta, come luiMonti, Prodi, e tantissimi altri ben integrati ai piani bassi dell’organigramma), del nuovo ordine mondiale ritengono che un eccesso di popolazione minacci il loro potere. E così gli obiettivi malthusiani vengano perseguiti dalla élite favorendo le guerre, la sterilità, le malattie, soprattutto il cancro.
Prendiamo in considerazione qualche elemento probante. Risale al 24 aprile 1974 il “Memorandum” per la Sicurezza Nazionale dal titolo emblematico:
«Implicazioni della crescita mondiale della popolazione per la sicurezza degli Stati Uniti e i suoi interessi all’estero». In questo memorandum confidenziale, desecretato nel 1989, Henry Kissinger proponeva «lo spopolamento (depopulation) dovrebbe divenire la prima priorità della politica USA verso il Terzo Mondo», in particolare verso 13 paesi, in testa ai quali c’è l’America Latina.
Kissinger trasformò poi questo memorandum in un manifesto ambientalista per l’allora presidente Jimmy Carter che si chiamava “Global 2000”: dove si prevedeva anche la scarsità alimentare programmata per ridurre la popolazione nel Terzo Mondo. Questo obiettivo è anche e tuttora in agenda di ONU, di UNFPA (United Nations Population Fund) e dell’UNICEF. Il programma di una riduzione demografica forzata è da allora più volte riemerso concretamente.
Altri due fatti incontrovertibili alla voce condizionamenti: il clan Rockefeller è proprietario dei suoli a New York dove è sorto il Palazzo dell’Onu (ho acquisito i documenti del governo USA). David Rockefeller ha finanzato anche Greenpeace. Singolare coincidenza: i cosiddetti “guerrieri dell’arcobaleno”, o meglio i caporioni, negano l’esistenza delle scie chimiche.
Robert Mc Namara, ex presidente della Banca Mondiale, ex segretario degli Stati Uniti e uno dei maggiori fautori del programma mondiale di vaccinazioni ha dichiarato:
«Bisogna prender misure drastiche di riduzione demografica, contro la volontà delle popolazioni. Ridurre il tasso di natalità si è rivelato impossibile o insufficiente; bisogna quindi aumentare il tasso di mortalità. Come? Con mezzi naturali: la carestia, la malattia».
Il vero pericolo c’è l’abbiamo in patria, e avanza inesorabilmente contro di noi: vale a dire una politica genetica fuori controllo che può introdurre (attraverso i vaccini e il cibo), ormai nei bambini, pericolose mutazioni genetiche, per finalità politiche che non vanno di sicuro nella direzione della salute, né della libertà e per mezzo dei questo è destinato a compiersi attraverso i programmi di vaccinazione pediatrica. Mai sentito parlare di una sperimentazione segreta sui bambini decollata nel 2006 sotto il secondo Governo Prodi (ministro della salute tale Livia Turco)? Per fortuna alcuni tribunali italiani (ultimo caso cronologico il Tribunale di Pesaro) hanno cominciato ricoscere il nesso di causalità tra vaccinazioni obbligatorie e autismo.
L’ulteriore passo della ricerca militare (gli Usa sono i maggiori produttori al mondo di armi batteriologiche e la nazione dove, per legge, le aziende farmaceutiche sono affiliate alle forze armate) è riuscito a trasformare l’agente patogeno in forma cristallina, in modo che lo si potesse veicolare senza deteriorarsi per irrorazione aerea, inserito nella catena alimentare oppure facendone come veicolo trasmettitore insetti come zanzare. Una tazza di questo agente è in grado di far ammalare l’intera popolazione del Belgio. Aumentandone la virulenza alla settima potenza l’agente procura deperimento fisico e depressione; all’ottava potenza è in grado di provocare la sindrome da affaticamento cronico (encefalomielite mialgica); alla decima potenza si ottengono i sintomi tipici dell’Aids, con morte entro un certo lasso di tempo.
Del micoplasma, derivato dalla brucella modificata e cristallizzata, il mondo medico non sa nulla, essendo tecnologia militare, non deve esser resa nota. Essa come tale è brevettata dall’esercito.

Nel febbraio del 1962 negli USA fu varato lo “Special Virus Cancer Program”, che ufficialmente si doveva occupare di ricerca anticancro, mentre poi è venuto a galla che esso fu varato dalla Cia insieme al National Institute of Health allo scopo di mettere a punto un agente patogeno contro il quale l’uomo non abbia alcuna immunità naturale. Questo tipo di ricerca è stato avviato al fine di “tenere sotto controllo la popolazione”. Provate a chiedervi per chi ha lavorato per anni ed anni, il famigerato Robert Gallo (alla voce HIV+AIDS). Nel 1997 il Pentagono ha rivelato che nel 1953 il governo americano chiese e ottenne da quello canadese di poter testare sui 500 mila abitanti della città di Winnipeg una nuova arma chimica, il cancerogeno solfuro di zinco cadmio, che fu spruzzato dagli aerei per 36 volte successive. Al sindaco della città fu detto che si trattava di una nebbia chimica che avrebbe protetto la città da un possibile attacco nucleare.Per la cronaca documentata: nel 1963 la Nasa in collaborazione con diverse università europee ha varato in Sardegna – su aree abitate – il primo esperimento in Europa di irrorazione aerea con il bario, una sostanza tossica che provoca malattie neurodegenerative come attesta la letteratura scientifica.

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2013/11/esperimenti-segreti-in-sardegna-made-in_25.html

Veniamo al dunque: l’aerosolterapia bellica. Si tratta delle scie chimiche rilasciate quotidianamente da numerosi aerei che solcano i cieli di gran parte dle mondo, compresa l’Europa e soprattutto l’Italia. Non è vapore acqueo, o residuo della combustione del motore; ne è prova il fatto che persistono a lungo in cielo, a bassa quota, mentre le scie di condensa si originano a quote superiori agli 8 mila metri di altitudine e con determinate condizioni metereologiche. Gli aerei cisterna privi di contrassegni di identificazione (pur obbligatori in base alle norme internazionali) che nebulizzano quotidianamente i cieli di Gaia volano infatti nelle aerovie militari, notoriamente sottostanti a quelle civili. Chi minaccia come Matteo Renzi dal salotto della Rai (Ballarò) – per giunta senza contraddittorio – di trattamento sanitario obbligatorio i testimoni del pericoloso fenomeno (iscritti al PD), o farnetica da siti online spazzatura come Giornalettismo.com, fa alla prova dei fatti soltanto disinfomazione e non ha alcun rispetto per la vita. Queste scie contengono particolato metallico, in particolare bario, alluminio, litio, torio radioattivo, polimeri artificiali eccetera.
Quando era ministro Antonio Di Pietro ebbe a dichiarare pubblicamente che si trattava di “una tecnologia militare che doveva restare segreta”. Ebbene chi ne è al corrente all’interno delle istituzioni dello Stato tricolore, dorme sonni tranquilli, pensando che si tratta di una tecnologia militare volta a proteggerci, oppure volta a migliorare la nostra salute. Assodato che esiste una ricerca bellica a perfezionare armi biologiche per la guerra e per la drastica riduzione della popolazione mondiale, dobbiamo chiederci se la presenza sempre più persistente di scie chimiche nei cieli sia puramente casuale. Infine, qualche esperto intruppato spieghi al popolo sovrano la genesi del terremoto registrato – dall’Istituto Nazionale di geofisica e Vulcanologia – il 16 dicembre 2013 nel Golfo di Napoli, con ipocentro (profondità) a zero chilometri.
La paura collettiva è la più potente arma di controllo delle masse, mentre la soluzione universale che stanno approntando è l’intaurazione di un nuovo ordine mondiale. Altro che complottismo. Allora, non possiamo arrenderci senza combattere. Giù la testa criminali planetari: siamo alla resa dei conti. Popoli di Madre Terra: SU LA TESTA!
RIFERIMENTI:
fonte http://terra2000.altervista.org/scie-chimiche-accordo-germania-usa-per-spargere-bario-nellaria/

Preso da: http://www.complottisti.info/parola-dordine-in-atto-dimezzare-la-popolazione-mondiale/

NAZIONE, STATO E IMPERIALISMO EUROPEO di Domenico Moro

[ 22 luglio 2017 ]

L’altro giorno avevamo pubblicato di Domenico Moro L’IDEOLOGIA DOMINANTE É IL COSMOPOLITISMO NON IL NAZIONALISMO. Si trattava della prima parte di un breve saggio. Qui la seconda.

[9-9-1931. Nella foto il simbolo della resistenza libica senussita contro il colonialismo fascista, Omar al-Mokhtar, in catene. Sarà poi impiccato]
 Le ragioni dello scetticismo nei confronti della nazione
La diffidenza verso il concetto di nazione e la tendenza europeista, entrambe diffuse in diversi settori della società italiana, sono il prodotto della nostra storia recente e meno recente. L’imperialismo italiano, tra gli anni ’80 dell’Ottocento e gli anni ’40 del Novecento, ha fatto della nazione, nella forma ideologica estremistica del nazionalismo, il substrato della sua politica espansionistica. Lo stato liberale e lo stato fascista, senza alcuna soluzione di continuità tra di loro, hanno generato una serie di guerre, dalle prime spedizioni coloniali in Eritrea, Somalia e Libia, alla Prima guerra mondiale, alle guerre d’Etiopia e di Spagna e, infine, alla disastrosa partecipazione alla Seconda guerra mondiale.
L’esito di questa tendenza espansionistica è stato devastante sia per le condizioni delle masse popolari sia per le ambizioni dell’élite capitalistica. L’Italia, precedentemente annoverata fra le grandi potenze, subisce nel ’43 una sconfitta pesantissima e umiliante, che ne declassa il rango internazionale. Si è così prodotto un diffuso rigetto verso ogni forma di nazionalismo, che si è esteso al concetto stesso di nazione anche all’interno della sinistra, nonostante la Resistenza contro il nazi-fascismo fosse in primo luogo una lotta di liberazione nazionale.
Ma le ragioni dello scetticismo nei confronti della nazione sono più lontane e collegate allo scetticismo nei confronti dello Stato. L’Italia fu, tra XII e XVII secolo, la culla del capitalismo e il paese centrale del sistema economico dell’epoca, malgrado l’assenza di uno Stato-nazione unitario o, secondo alcuni, proprio per quella ragione1. Però, i limiti della mancanza di uno stato nazionale, che sostenesse gli interessi del capitale italiano, finirono alla lunga per farsi sentire negativamente.
A partire dalla seconda metà del XVII secolo l’Italia entrò in una lunga fase di decadenza economica, cedendo l’egemonia internazionale prima ai Paesi bassi e poi all’Inghilterra, che si erano dotati una forma statale nazionale ben strutturata e poderosa. Invece, in Italia la forma statale prevalente fu prima quella della repubblica comunale e poi quella della signoria locale o, al massimo, regionale. Inoltre, in Italia, tra il XIV e il XV secolo si sviluppò il Rinascimento, che, espressione delle corti delle città-stato, ebbe un carattere culturale cosmopolita e non nazionale.
Gramsci ha dedicato molte pagine a spiegare come storicamente la funzione degli intellettuali italiani e le stesse tradizioni culturali siano state cosmopolite2. L’Italia è stata il centro dell’impero più cosmopolita della storia, quello romano, e sede della sua erede, la Chiesa cattolica, la cui dottrina è universalistica per definizione.
La presenza in Italia del potere temporale cattolico, lo Stato della Chiesa, fu una delle cause principali del ritardo della unità nazionale italiana, completata soltanto con la conquista militare della Roma papalina da parte delle truppe italiane nel 1871.
A seguito di questo episodio, il Papa si confinò nel Vaticano e i cattolici si tennero fuori dalla politica del nuovo stato unitario, entrandovi con una loro formazione politica autonoma, il Partito popolare, soltanto nel 1919. Ma è dopo la Seconda guerra mondiale che essi, attraverso la Democrazia cristiana, saranno per quasi mezzo secolo il perno della politica italiana e uno dei motori della integrazione europea.
Un’altra importante causa dello scetticismo verso la nazione è collegata alle modalità con cui si è realizzato in Italia il processo di costruzione dello stato unitario nazionale.
La direzione del movimento di unificazione fu monopolizzata dall’espansionismo della monarchia piemontese, e non si pose l’obiettivo del coinvolgimento delle masse, all’epoca soprattutto contadine, nell’unico modo in cui potesse farlo, cioè con la riforma agraria3.
Alla fine, il Risorgimento fu egemonizzato dalla élite borghese del nord, alleata con i latifondisti del Sud, e in opposizione alle masse subalterne. Il Mezzogiorno venne definitivamente unito al resto del Paese solo dopo una lunga guerra contro il brigantaggio, in realtà una guerra civile, che costò all’esercito italiano più caduti della III Guerra d’indipendenza contro l’Austria.
La sfiducia verso la nazione da parte degli italiani, che hanno oggi, a un secolo e mezzo dall’unità, una identità culturale e linguistica definita e omogenea forse più di quella di altri popoli europei, rientra nel generale senso di sfiducia verso lo Stato, che, per ragioni diverse (genuine ma anche strumentali), investe sia le classi inferiori e subalterne sia quelle superiori e dominanti della società italiana.
Nella classe dominante il trauma della sconfitta della Seconda guerra mondiale, la consapevolezza di non poter portare avanti una politica di potenza nei nuovi rapporti di forza internazionali nonché il peggioramento dei rapporti di forza all’interno (forte presenza di un partito comunista e rapporti di forza sindacali e politici favorevoli alla classe operaia) hanno generato la convinzione della insufficienza (non certo della inutilità) dello stato nazionale e una tendenza a avvalersi anche di forze esterne, sovrannazionali (Nato e Ue), per riequilibrare i rapporti di forza esterni e soprattutto interni.
A tutto ciò si aggiunge, come Marx ha fatto notare più volte, l’avversione tradizionale della classe capitalistica per lo Stato in quanto fonte di spese, che, dal suo punto di vista, sono faux frais, cioè spese superflue, specialmente allorché si traducono in imposte sui profitti e sulle proprietà mobiliare e immobiliare. Infatti, l’avversione verso le spese statali in Italia si è tradotta in una diffusa elusione fiscale da parte delle imprese fino alla rivolta fiscale di cui la Lega si è fatta espressione negli anni ‘90, ed è stata particolarmente accesa, essendo motivata dalla dilatazione e dalla corruzione Pubblica amministrazione (Pa), giudicate come anomale rispetto al resto d’Europa.
Tale presunta anomalia è stata enfatizzata sin dagli anni ’70, allo scopo di favorire le privatizzazioni del welfare e delle partecipazioni statali e ridurre l’autonomia del ceto politico ad esse legato. Inoltre, le inefficienze e la dilatazione della Pa registrata in certe aree del Paese dipende dalla incapacità del settore privato di generare una sufficiente occupazione, dalla mancanza di un adeguato reddito di disoccupazione e da un divario economico tra Nord e Mezzogiorno molto più profondo di quelli presenti negli altri stati europei.
A ciò si aggiunge il fatto che la Pa nel passato è stata utilizzata per rafforzare la stabilità sociale e politica, mediante l’inglobamento di alcuni settori di piccola borghesia all’interno del blocco politico-sociale che la Democrazia cristiana e altri partiti di governo avevano costituito in funzione anti-comunista. Ad ogni modo, oggi, dopo anni di blocco del turn over, gli occupati nella Pubblica amministrazione (Pa) in Italia risultano, in assoluto e in rapporto alla popolazione, inferiori a quelli di Francia, Germania e Spagna4.
Infine, non possiamo non ricordare, sia pure di sfuggita, che il rigonfiamento del debito pubblico è stato dovuto non a un eccesso di spese sociali in rapporto a quelle di altri Paesi, bensì al basso livello di imposizione fiscale (in primis alle imprese), alle spese di socializzazione delle perdite delle imprese private, e soprattutto, a partire dai primi anni ’80, alla crescita della spesa per interessi, dovuta alla separazione tra Banca d’Italia e Tesoro, avvenuta sempre con l’obiettivo di ridurre l’inflazione per poter ridurre i salari5.
In ultimo, ma non per importanza, la necessità, dopo la Seconda guerra mondiale, di un adeguato mercato di sbocco alle merci della manifattura italiana e poi la globalizzazione negli anni ‘90 si sono aggiunte a rafforzare, agli occhi dell’élite capitalistica italiana, l’utilità dell’Europa e dell’integrazione economica e valutaria, che ha trasformato o sta compiutamente trasformando le imprese maggiori da prevalentemente nazionali a internazionali.
In sintesi, l’Europa è stata vista (o venduta così all’opinione pubblica) come un necessario fattore esterno di costrizione all’efficientizzazione della Pa e alla moderazione del bilancio e della esagerata spesa statale, che gli italiani da soli avrebbero avuto difficoltà a realizzare.
Il punto, però, è che né l’euro né la Ue rappresentano un correttivo alle carenze dello Stato, tantomeno in direzione della sua efficientizzazione e contro la corruzione.
Al contrario, l’Europa rappresenta la riduzione degli aspetti “pubblici” e redistributivi dello stato e una accentuazione del suo carattere di dominio di classe, al servizio dei privati, che, anziché eliminare i vecchi sprechi e corruzioni, ne determina di nuovi, proprio a causa dell’aumento della commistione tra pubblico e privato a seguito delle privatizzazioni e delle esternalizzazioni dei servizi pubblici.
Il problema dell’euro non solleva la questione della nazione ma la natura di classe dello Stato. La questione dell’uscita dall’euro non è una questione inerente alla difesa della nazionalità bensì inerente alla democratizzazione dello Stato e, più precisamente, alla modificazione del rapporto tra Stato e classi subalterne al capitale.
In qualche modo, gli oppositori di sinistra all’uscita dall’euro vengono rafforzati nelle loro convinzioni dai cosiddetti sovranisti nazionali, che pongono l’accento sul recupero della sovranità nazionale anziché sul recupero della sovranità popolare o, meglio ancora, democratica.
Per la verità, una certa confusione tra i due aspetti si ingenera in modo abbastanza naturale. Infatti, visto che il problema è rappresentato dall’esistenza di organismi sovrastatali europei, il loro superamento implica necessariamente il ritorno allo stato. E, dal momento che lo stato territoriale classico è quello a base nazionale, ciò che risulta, almeno in apparenza, è che “si ritorni alla nazione”.
Ciononostante, il nodo della questione dell’uscita dall’euro continua a non risiedere nella nazione ed è bene che lo si ribadisca. Sarebbe facile considerare che alcuni stati europei non sono stati nazionali nel senso puro, ad esempio la Spagna e il Belgio, che riuniscono nazionalità diverse con lingue a volte di ceppo diverso (castigliano, catalano e basco, oppure francese e neerlandese). Più importante è chiederci verso chi la Ue e la Uem svolgono una funzione di oppressione o di sfruttamento.
Se, cioè svolgano una tale funzione verso una o più nazioni, intese come l’insieme delle classi di un dato Paese, oppure se svolgono tale funzione verso una o più classi sociali di tali nazioni, ma non verso l’insieme delle classi ossia della nazione.
In effetti, in Europa non c’è una nazionalità oppressa in quanto tale. L’azione della Uem colpisce alcune classi, che rappresentano la maggioranza della popolazione, ma non tutte con la stessa intensità. L’euro è diretto, in primo luogo, a neutralizzare la capacità di resistenza della classe salariata, in particolare di quella direttamente impiegata dal capitale (soprattutto nella manifattura), che subisce la deflazione salariale come conseguenza dei tassi di cambio fissi. Certi settori stipendiati o salariati ne sono colpiti di meno o meno direttamente, ad esempio il lavoro salariato non dipendente dal capitale.
Tuttavia, anche il settore pubblico ha subito, attraverso il blocco dei contratti e del turn over, conseguenze negative dell’austerity europea. Secondariamente tende a colpire anche alcuni settori piccolo-borghesi intermedi, nel commercio e nell’artigianato, e persino settori di imprese capitalistiche, quelle piccole e medie, che non riescono a inserirsi nelle catene internazionali del valore, dominate dalla grande impresa globalizzata, e sono state penalizzate dal crollo del mercato domestico a seguito di deflazione salariale e austerity.
Invece, i grandi e medi rentier generalmente beneficiano dell’euro. Soprattutto, per lo strato capitalistico di vertice, le grandi imprese industriali e le banche internazionalizzate, l’introduzione dell’euro ha rappresentato un vantaggio enorme. Alcuni hanno posto in rilievo, giustamente, il ruolo egemone della Germania in Europa e i benefici che, come Paese, ha ricavato dall’euro.
Tuttavia, per quanto la Germania abbia beneficiato dell’euro, non è possibile parlare di oppressione nazionale di questo Paese sugli altri. I benefici dell’euro si estendono, anche se non in modo uniforme, a tutta l’élite capitalistica europea, anche a quelle dei Paesi cosiddetti periferici.
In Italia, sebbene in un contesto di contrazione non solo del Pil ma soprattutto della base produttiva manifatturiera, il margine operativo lordo delle imprese manifatturiere esportatrici è cresciuto e, in rapporto al fatturato, risulta superiore a quello di Germania e Francia6. Del resto, come ho avuto occasione di far notare altrove, l’integrazione valutaria rende più facile l’azione di quelli che Marx chiama i fattori antagonistici alla caduta del saggio di profitto (riduzione del salario, esportazioni di merci e capitale, concentrazione delle imprese, ecc.)7.
Infatti, non è un caso che tra le classi dominanti di Spagna, Francia e Italia le posizioni a favore di una uscita dall’euro non trovano udienza presso i media controllati dalle élite economiche “nazionali”. Ad esempio, il confindustriale Sole24ore, per quanto ospiti interventi critici verso gli “eccessi” rigoristici tedeschi, contrasta decisamente ogni ipotesi di fine dell’euro come fosse una catastrofe.
In ogni caso, le imposizioni della Uem non sono dirette contro l’autoderminazione “nazionale”, in quanto gli stati nazione non sono aboliti. Per la verità alcune loro attribuzioni sono state rafforzate e lo sono state proprio in funzione nazionale.
Sono solo alcune attribuzioni quelle il cui controllo è delegato, mediante i trattati europei (Fiscal compactSix e Two pack), alla Ue o alla Uem. Infatti, la questione di fondo è che a essere indebolito non è il carattere di classe dello stato, inteso come perseguimento degli interessi specifici del capitale che ha base o opera in quel dato territorio. Anzi, tale carattere, per quanto possa sembrare paradossale, si rafforza e, del resto, né la Ue né la Uem assomigliano neanche lontanamente a uno stato in senso compiuto.
A questo punto, però, è necessario fare un passo indietro e chiederci: che cos’è, nella sua essenza, lo Stato? La definizione più diffusa è quella data da Max Weber: lo stato coincide con il monopolio dell’uso della forza entro i confini di una certa area geografica. Quindi, organismi statali per eccellenza sono quelli preposti a tale monopolio: Forze Armate, polizia, magistratura e il loro apparato immateriale di leggi e materiale di armamenti, caserme, tribunali, prigioni, ecc. Marx ed Engels aggiunsero a tale definizione che il monopolio della forza è esercitato in difesa dei rapporti di produzione dominanti. Pertanto, lo Stato, dal punto di vista di classe, non è mai neutrale, compreso quello formalmente più democratico, essendo sempre l’organismo della classe dominante.
Nella società divisa in classi, lo Stato rappresenta, per usare le parole di Marx “la violenza concentrata e organizzata della società”8. Tuttavia, Marx ed Engels dissero anche altro: lo Stato non è solo oppressione mediante la forza fisica di una classe sulle altre ma anche mediazione tra le classi, per evitare che la lotta tra di esse giunga fino al punto di far collassare l’intero edificio sociale. In tal senso, sempre secondo Marx e Engels, la repubblica democratica rappresenta l’involucro migliore per l’esercizio del potere borghese9.
Con il tempo, sia per l’evolversi di tale mediazione sia per l’evolversi e il rendersi più complessa dell’economia e della società, nuove funzioni si sono aggiunte alla macchina dello Stato, creando, accanto a Forze Armate e corpi di polizia permanenti e professionali, enormi apparati burocratici e amministrativi. Ma la combinazione dei due aspetti, forza e mediazione, è sempre centrale. L’analisi di tale dialettica fu approfondita da Lenin e da Gramsci, nel concetto di egemonia, e poi da altri come Althusser e Poulantzas10.
Chi studia oggi Gramsci dovrebbe porsi la questione di attualizzare i suoi insegnamenti e mettere in pratica il suo metodo, che oggi non può prescindere dall’analisi della forma dei sistemi politico-istituzionali e di riproduzione del consenso, nel quadro della globalizzazione, dell’ideologia del cosmopolitismo e, in Europa, dell’integrazione economica e valutaria. Quindi, la forma che lo Stato assume è decisiva, perché la forma non è un mero involucro bensì un principio di organizzazione dei rapporti sociali.
Detto più chiaramente, la forma che lo stato assume definisce i rapporti e le modalità di mediazione tra le classi vigenti in un certo periodo storico.
Dopo la seconda guerra mondiale, la sconfitta militare del fascismo e della classe dominante italiana e il protagonismo dei partiti legati alla classe operaia avevano modificato i rapporti di forza, che furono cristallizzati, in Italia (e nel resto dell’Europa occidentale), in una nuova Costituzione antifascista e nella definizione di una forma di stato repubblicana e democratico-parlamentare.
Lo stato non aveva perso il suo carattere di classe ma la forma che assumeva garantiva alla classe lavoratrice un terreno di lotta più favorevole. Con gli anni, il confronto competitivo con l’Urss e le lotte di classe interne, combinate con una fase espansiva del capitalismo, portarono all’allargamento della democrazia e del welfare.
Il grande capitale, però, non poteva accettare i nuovi rapporti di forza a lungo, soprattutto quando si ripresentò la caduta del saggio di profitto con la prima grande crisi strutturale del ’74-’75. Da allora, infatti, i think tank e le organizzazioni dell’élite del capitale occidentale, come la Trilaterale, cominciarono a riflettere su come ridurre l’”eccesso di democrazia” che ormai, dal punto di vista delle classi dominanti, affliggeva gli stati europei11.
Bisognava modificare i rapporti di forza e, per farlo, bisognava neutralizzare le Costituzioni e subordinare il Parlamento, eletto con un sistema elettorale proporzionale puro e presidiato da partiti di massa e organizzati, al governo, che era più facilmente influenzabile dalla classe dominante. La controffensiva neoliberista cui si assiste in tutto il mondo capitalistico avanzato dall’inizio degli anni ’80 si basava, sul piano politico, su questa strategia.
In Italia, si ricorse alla modifica in senso maggioritario delle leggi elettorali e, anche grazie all’operazione “mani pulite”, alla modificazione/distruzione dei partiti di massa tradizionali, cercando di adottare il sistema bipartitico anglosassone.
In tale sistema i due partiti principali agiscono sui temi di fondo in base al cosiddetto bipartisan consensus, cioè come ali di uno stesso partito, impedendo qualunque alternativa reale. Ma fu l’integrazione europea e in particolare l’introduzione dell’euro a fornire lo strumento decisivo per ribaltare i rapporti di forza.
Il Parlamento, in questo modo, viene bypassato dagli organismi sovrastatali e i meccanismi oggettivi dell’euro costringono alla disciplina di bilancio e alla compressione dei salari, permettendo l’imposizione di controriforme (come quella delle pensioni della Fornero) che in condizioni diverse non sarebbero mai passate.
In questa trasformazione, a essere rafforzati sono gli esecutivi nazionali, che, infatti, sono le uniche istituzioni statali ad avere un ruolo diretto negli organismi sovrastatali europei, affermando così quel principio di “governabilità”, ovvero la libertà dell’esecutivo di agire senza essere vincolato dagli altri poteri dello Stato, tanto auspicato dal capitale dagli anni ’70 a oggi.
Come ha ben spiegato Agamben e come abbiamo visto con il commissariamento europeo dell’Italia, all’epoca del governo di Mario Monti, tale trasformazione si è realizzata, evocando lo stato di emergenza o di “eccezione”, sotto il ricatto del default e dello spread.
Col tempo si è così passati da un sistema parlamentare, basato sulla centralità del Parlamento, a un sistema di fatto (anche se non formalmente) governamentale, cioè basato sulla centralità dell’esecutivo e, all’interno di esso, del premier, il quale governa con un uso massiccio della decretazione d’urgenza (decreti legge)12.
Considerando, però, che, attraverso l’esecutivo, il potere politico è influenzato più direttamente dalle élite capitalistiche, possiamo definire la nuova forma di governo, forse più precisamente malgrado l’ossimoro, come democratico-oligarchica. Dunque, non assistiamo all’indebolimento dello stato nazionale.
Viceversa, assistiamo al rafforzamento del carattere di classe borghese dello stato.
La “governabilità” è il prodotto dello spostamento di certe decisioni a livello europeo e della subalternità ai meccanismi dell’euro, ma anche delle modifiche intervenute a livello statuale-nazionale. Infatti, mentre alcune funzioni sono delegate a organismi esterni, altre funzioni decisive non solo rimangono monopolio dello stato nazionale, ma vengono rafforzate e adattate alle esigenze delle imprese maggiori.
Negli ultimi anni gli apparati burocratici, polizieschi e militari degli stati europei occidentali non solo si sono rafforzati, ma, per quanto riguarda le Forze Armate, hanno assunto un ruolo sempre più interventistico all’estero.
Del resto, le Costituzioni antifasciste europee sono state bypassate o modificate non solamente sul piano dei meccanismi di governo e sul piano economico e in particolare su quello del bilancio pubblico (introduzione dell’articolo 81 sull’obbligo del paraggio di bilancio). Lo sono state anche sul piano dell’uso della guerra come strumento di politica internazionale, soprattutto in Italia, ma anche negli altri Paesi sconfitti della Seconda guerra mondiale, Germania e Giappone.
L’aspetto del monopolio della forza, che, come abbiamo visto, caratterizza lo Stato nazionale, non solo non è messo in comune, ma viene esercitato, seppure non nella forma di scontro armato diretto, in modo funzionale a una competizione tra Stati nazionali e tra capitali.
Esempio lampante ne è l’aggressione contro la Libia, che è stata voluta e preparata dalla Francia non solo contro Gheddafi ma indirettamente anche contro l’Italia, con lo scopo di sostituire le sue imprese a quelle italiane nello sfruttamento dei ricchi appalti e delle ampie risorse petrolifere. Del resto, la vicenda libica è solo l’ultimo episodio di una secolare competizione tra Italia e Francia in quell’area del Mediterraneo, che è proseguita anche in epoche più recenti, dando luogo a più di una guerra per procura13.
Eppure, l’Italia e la Francia fanno parte della Ue e della Uem. Anzi, sono proprio l’euro e l’austerity a accentuare le tendenze imperialistiche e la competizione inter-imperialistica, già innescate dalla sovraccumulazione e dalla conseguente caduta del saggio di profitto.
Infatti, l’integrazione europea comprime i salari reali e la domanda interna riducendo i mercati domestici europei. Ciò accentua la contrazione della base produttiva domestica, rafforzando la spinta espansionistica all’estero, per la conquista di sbocchi alle merci e ai capitali eccedenti, oltre che di materie prime a basso costo. L’espansione economica estera è sostenuta, come nel passato, dal potere statale, con la diplomazia, gli incentivi economici e lo strumento militare. Quindi, con strumenti statali e nazionali.
Oggi, non esiste alcun esercito europeo né l’Europa interviene militarmente, in quanto Europa, in nessun luogo, se si eccettuano le missioni di scarso rilievo e importanza di Eufor.
Se stati europei intervengono insieme lo fanno come singoli stati sovrani, su mandato Onu o all’interno di alleanze, con o senza il cappello Nato, che sono quasi sempre a egemonia Usa. Né esistono una polizia e tantomeno una intelligence europea.
Del resto, la Ue non è capace di esprimere una sua vera politica estera, che senza Forze Armate europee non avrebbe senso.
Gli stati nazionali sono gelosi custodi di queste funzioni, peraltro non accessorie ma decisive e caratterizzanti la sovranità statale o nazionale che dir si voglia. Persino su altre tematiche, ad esempio sull’immigrazione, come si è visto recentemente, l’Europa è tutt’altro che prevalente sugli stati nazionali. Gli aspetti sui quali l’Europa è nettamente prevalente sul livello statale sono quelli relativi al bilancio pubblico e alla emissione valutaria.
Soprattutto sono la moneta unica, proprio per il suo carattere di meccanismo “neutro”, e la Bce, per il suo carattere sovrannazionale, a collocarsi al di sopra dello stato nazionale.
La Bce, infatti, è autonoma dai poteri statali e i governi esercitano su di essa un’influenza limitata: persino il governo più potente, quello tedesco, ne condiziona solo fino a un certo punto le decisioni.
In conclusione la Ue e la Uem sono molto lontane dall’essere organizzazioni statuali o sovrannazionali in senso proprio. Sono organismi intergovernativi, dal momento che le decisioni sono prese da organismi cui partecipano i capi di governo (Consiglio europeo) e i loro ministri (Consiglio dell’Unione europea), specie quelli economici e finanziari.
Anche le nomine all’interno della Bce sono frutto di mediazioni e negoziazioni tra i governi europei, che comunque non sopiscono le contraddizioni tra stati, di cui è stata manifestazione il costante contrapporsi tra Draghi e il ministro delle finanze e la banca centrale della Germania. La Commissione europea è tutt’altro che un governo europeo e anzi la tendenza è a diminuirne la forza, se dobbiamo interpretare la proposta tedesca di trasformare l’Esfm14 in una sorta di Fondo monetario europeo, come un modo per ridurre l’influenza della Commissione nelle decisioni su come affrontare il debito pubblico dei Paesi europei maggiormente in difficoltà.
Esiste un imperialismo europeo?
Questo è lo stato dell’arte. Bisogna, però, cercare di capire come la situazione evolverà o, almeno, quali sono le principali prospettive evolutive.
Una prospettiva si identifica con la tendenza verso la più o meno rapida disgregazione della Uem, a seguito dell’accentuazione della divergenza economica tra la Germania, da una parte, e gli altri Paesi, soprattutto Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Ma anche a seguito delle pessime performance della Uem rispetto alle altre economie avanzate mondiali, e a seguito delle difficoltà a gestire in modo unitario le varie problematiche, a partire dall’immigrazione.
La seconda prospettiva è quella auspicata da molti governi, soprattutto da quelli dei Paesi più in difficoltà, che ritengono che la soluzione ai problemi dell’Europa sia più Europa, cioè la prosecuzione della integrazione europea, verso una maggiore centralizzazione sul piano economico, sul piano militare e della politica estera.
Questa strategia, che trae nuove speranze dalla elezione di Macron, punta sulla capacità, specie francese, di imbrigliare la Germania in un rinnovato asse franco-tedesco, e sembrerebbe aver trovato una sponda involontaria in Trump. Al vertice del G7 di maggio si è determinata una spaccatura tra il presidente Trump e i governi europei a causa del disavanzo commerciale statunitense nei confronti della Ue e in particolare della Germania e del ridotto contributo europeo al budget della Nato.
La risposta di Angela Merkel agli attacchi di Trump è stata tale (“Noi europei dobbiamo prendere il nostro destino nelle nostre mani”) che alcuni vi hanno visto una storica rottura con l’alleato atlantico, interpretandola come il possibile avvio di un processo di autonomizzazione europeo. In realtà, Europa occidentale e Usa sono così l’integrate, sul piano economico, politico e militare, che risulta difficile parlare di rottura, almeno in un periodo breve.
Se ci limitiamo al piano statale per eccellenza, quello militare, basti pensare alla diffusa presenza di basi militari americane in tutto il territorio europeo occidentale, dall’Italia alla Germania. Inoltre, una Europa militarmente autonoma dagli Usa presupporrebbe una sua capacità di dissuasione nucleare, il cui raggiungimento non sembra realistico, anche considerando l’uso della force de frappe francese. Senza parlare della capacità di intervenire “fuori area” con adeguate forze aeronavali, che in Europa, specie dopo la defezione britannica, sono al momento risibili in confronto a quelle degli statunitensi.
La Germania sarebbe disposta a stornare ingenti risorse economiche, cambiando modello economico, per dotarsi e dotare l’Europa di forze armate adeguate a un ruolo mondiale?
Come ho avuto occasione di scrivere altrove, gli attacchi di Trump, più che a scassare la Nato e a rompere con gli europei, sembrano orientati a porre un freno al neomercantilismo tedesco, che è ritenuto non solo foriero di pericolosi squilibri della bilancia delle partite correnti Usa, ma anche un fattore di rallentamento del contrasto alla crisi globale, all’interno della quale va collocato anche l’aumento della spesa militare15.
Il punto è che oggi in Europa (e all’interno del contesto mondiale) non esistono le condizioni per una vera unità sovrastatale, né di tipo federale e neanche di tipo confederale. Le divisioni sono molto forti e i meccanismi di funzionamento dell’euro, che nessuno sembra intenzionato a modificare, anziché favorire una unificazione statuale, la rendono ancora più problematica.
Del resto, la creazione di eventuali Stati Uniti d’Europa, per quanto a nostro parere poco probabili, per lo meno in questa fase storica, non sarebbero un risultato di cui essere contenti. Nelle condizioni e con i rapporti di forza attuali, essi sarebbero egemonizzati dal capitale europeo e rappresenterebbero lo strumento più potente per l’affermazione dei suoi interessi e per l’esercizio della violenza concentrata e organizzata nelle sue mani.
Tutto ciò ci porta a porci una ulteriore questione: esiste un imperialismo europeo o ne esistono le basi per il suo sviluppo? O meglio: esiste un imperialismo europeo autonomo e unitario che sia qualcosa di più della somma dei vari imperialismi dei Paesi europei?
La sua esistenza presupporrebbe due condizioni: l’esistenza di un capitale unitario con interessi convergenti, per quanto i capitali possano essere unitari e avere interessi convergenti in un contesto capitalistico di concorrenza, e l’esistenza di uno stato unitario.
In effetti, la definizione marxiana di “fratelli nemici” affibbiata da Marx ai capitalisti si attaglia piuttosto bene a quelli europei. Certamente è vero che i Paesi imperialisti europei, a parte l’unità da bravi fratelli contro i salariati europei, possono convergere e agire unitariamente in altre occasioni internazionali.
Sul piano commerciale e economico rispetto all’Europa orientale e, oggi, nei confronti degli Usa, c’è una certa convergenza. Ma in generale in queste e in altre occasioni gli interessi a un certo punto diventano divergenti e spesso i capitali e gli stati europei agiscono da fratelli nemici in concorrenza tra loro. Resta, infatti, da vedere quanto alcuni stati si sentano tutelati in una Europa finalmente unita e egemonizzata da una Germania, economicamente ingombrante e molto vicina, che non sia controbilanciata dagli Usa, potenti ma lontani.
Sarebbe sorprendente vedere le élite capitalistiche e politiche (e culturali) italiane sganciarsi dagli Usa, cui sono legate da più di 70 anni di relazioni, per aderire a un blocco egemonizzato dalla Germania (o anche da un asse franco-tedesco), esperienza peraltro già sperimentata poco positivamente nella Seconda guerra mondiale.
E non si tratta solo del piano militare, anche su quello commerciale gli interessi della Germania, ad esempio nel modo di rapportarsi con i dazi da imporre alle importazioni cinesi, sono in contrasto, ad esempio, con quelli italiani.
La storia europea del Novecento e dei secoli precedenti – almeno a partire dal XVI secolo – è una storia di lotte degli stati europei occidentali, magari con l’aiuto di un alleato esterno (Impero ottomano, Russia e Usa), contro qualunque stato continentale (Spagna, Francia, Germania) abbia voluto di volta in volta imporsi come potenza egemone. La rottura del balance of power, seguente al tentativo egemonico, è stata sempre prodromica al conflitto continentale, dalla guerra dei Trent’anni alla Seconda guerra mondiale.
Appare poco probabile che si affermi una tendenza opposta, almeno in questa fase, visto che siamo in assenza di un processo di maggiore unificazione e che anzi ci sono molte tendenze centrifughe, a fronte di un allargamento delle divergenze economiche e della conflittualità tra Paesi europei.
E questo vale anche e soprattutto per Francia, che pure dovrebbe essere l’altro lato di un ricostituito asse franco-tedesco su cui rifondare l’Europa. I transalpini, infatti, hanno subito più dell’Italia le conseguenze dell’aggressività economica della Germania, registrando in Europa forse la decadenza politica e economica relativa maggiore, rispetto a quello che ancora all’epoca di Mitterand appariva ancora come un partner di pari peso.
E comunque, la mancanza di uno stato unitario, di una politica estera, di forze armate e di polizia europee sono un limite pesante, per la cui realizzazione non mi pare ci siano le condizioni, tantomeno in tempi storicamente brevi. Quindi, è difficile dire che esista oggi un imperialismo europeo in grado di porsi come polo imperialista autonomo o che esistano le basi perché si realizzi in tempi storicamente brevi.
Più probabile, invece, è la possibilità di realizzare alleanze o forme di integrazione militare o di politica estera a geometria variabile, specie tra la Germania e i suoi satelliti (Olanda, Austria, Romania), come in effetti sembra stia accadendo.
L’impedimento maggiore è proprio l’indisponibilità della Germania a essere vincolata in una struttura politicamente più centralizzata, dove gli altri stati, la Francia essenzialmente e, in misura minore, l’Italia e la Spagna, conterebbero maggiormente e, soprattutto, la costringerebbero a rinunciare a una parte dei suoi vantaggi competitivi e benefici economici.
La crisi del capitale non fa sconti a nessuno e la riduzione della profittabilità degli investimenti e delle quote di commercio mondiale non sono il migliore stimolo a dividere in modo concorde le prede con gli altri concorrenti, specie se sono meno forti.
Per il momento l’unico dato certo che va registrato è l’aumento delle contraddizioni tra capitali e tra stati a tutti i livelli, all’interno dell’asse atlantico e all’interno della Ue che a cascata si estendono alle varie aree di influenza, dal Medio Oriente all’Africa, all’Asia orientale. Ne consegue la necessità di seguire con attenzione l’evoluzione di queste contraddizioni per capirne gli esiti futuri e le implicazioni pratiche per le politiche delle classi subalterne, che, sulla base di quanto detto fino a qui, devono ruotare attorno al contrasto alla Ue e alla eliminazione della integrazione valutaria.
NOTE
1 Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo, Il saggiatore, 2003.
2 Antonio Gramsci, Intellettuali italiani all’estero, in (a cura di) Giovanni Urbani, “La formazione dell’uomo”, Editori Riuniti, Roma 1974. Antonio Gramsci, Interpretazioni del Risorgimento, e Direzione politico-militare del moto, in A. Gramsci, “Quaderno 19 Risorgimento italiano”, Einaudi, Torino 1977.
3 A. Gramsci, Interpretazioni del Risorgimento, Ibidem.
4 Aa. Vv., Una proposta contro la crisi, un milione di addetti nella Pa, Economia e politica, 11 maggio 2017. http://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/europa-e-mondo/una-proposta-contro-la-crisi-un-milione-di-addetti-nella-p-a/
5 Domenico Moro, Le vere cause del debito pubblico italiano, in Keynes blog, 31 agosto 2012. https://keynesblog.com/2012/08/31/le-vere-cause-del-debito-pubblico-italiano/
6 Nelle imprese della manifattura il Mol (margine operativo lordo) sul fatturato delle imprese italiane al di sopra del livello di piccola impresa è superiore a quello tedesco. In particolare in quella al di sopra dei 250 addetti, tra 2008 e 2014, passa dal 5,8 al 6,9%, quello della Germania passa dal 5,6 al 6,3%. Eurostat, Industry by employment size class (Nace rev. 2 B-E).
7 Domenico Moro, Perché e come l’euro va eliminato, 14 aprile 2014. https://www.sinistrainrete.info/europa/3598-domenico-moro-perche-e-come-leuro-va-eliminato.html.
8 Karl Marx, Il capitale, Libro I, La genesi del capitalista.
9 Friedrich Engels, L’Origine della Famiglia, della proprietà privata e dello stato.
10 Nicos Poulantzas, Il potere nella società contemporanea, Editori Riuniti, Roma 1979.
11 “Eccesso di democrazia” è il termine utilizzato da Crozier e Huntington in The crisis of democracy, il rapporto della commissione Trilaterale del 1975. Su questo e sul ruolo dell’integrazione europea nel contrasto all’eccesso di democrazia vedi Domenico Moro, Il gruppo Bilderberg, L’élite del potere mondiale, Imprimatur, Reggio Emilia 2014.
12 Agamben, Lo stato di eccezione, Bollati Boringhieri, Torino 2003.
13 Domenico Moro, La Terza guerra mondiale e il fondamentalismo islamico, Imprimatur, Reggio Emilia 2016.
14 Meccanismo di stabilizzazione finanziaria europea. Si tratta di un programma, gestito dalla Commissione europea, che recupera fondi sui mercati finanziari per aiutare gli stati in difficoltà, usando come collaterale il budget europeo.
15 Domenico Moro, Trump risposta alla crisi secolare e apertura della seconda fase della globalizzazione, Sinistra in rete https://www.sinistrainrete.info/geopolitica/8531-domenico-moro-trump-risposta-alla-crisi-secolare-e-apertura-della-seconda-fase-della-globalizzazione.html

Preso da: http://sollevazione.blogspot.it/2017/07/nazione-stato-e-imperialismo-europeo-di.html

L’IDEOLOGIA DOMINANTE É IL COSMOPOLITISMO NON IL NAZIONALISMO di Domenico Moro

[ 20 luglio 2017 ]

Pubblichiamo la prima parte di un breve saggio di Domenico Moro dal titolo “Perché l’uscita dall’euro è internazionalista“.

 È possibile definire realisticamente una linea politica internazionalista in Europa soltanto mettendo al suo centro il tema dell’uscita dall’euro. Eppure, a sinistra molti continuano a opporsi all’uscita dall’euro, adducendo due tipologie di motivazioni, di carattere economico e politico-ideologico. Sebbene le motivazioni economiche siano certamente importanti, ritengo che a incidere maggiormente sul rifiuto a prendere persino in considerazione l’ipotesi di uscire dall’euro, fra la sinistra e più in generale, siano le motivazioni politico-ideologiche. Infatti, le motivazioni politico-ideologiche appaiono meno “tecniche” e maggiormente comprensibili. Soprattutto, fanno riferimento a un senso comune profondamente radicato nella sinistra e nella società italiana.
La principale motivazione politico-ideologica ritiene l’uscita dall’euro politicamente regressiva, perché rappresenterebbe il ritorno alla nazione. Ciò significherebbe di per sé il ritorno al nazionalismo e l’assunzione di una posizione di destra, con la quale ci si allineerebbe implicitamente alle posizioni del Font National in Francia e della Lega Nord in Italia. Una variante di questa posizione ritiene che il ritorno alla nazione, oltre che di destra, sia inadeguato allo svolgimento di lotte efficaci, a causa delle dimensione ormai globale raggiunta dal capitale.
Tali posizioni si intrecciano in chi, come Toni Negri, pensa che la globalizzazione “è stata l’effetto di un secolo di lotte ed ha rappresentato una grande vittoria proletaria”. In particolare, per i lavoratori dei paesi avanzati il globale è una modalità di vita per rompere con “la barbara identità nazionale”(1).
Miopi noi ad aver sempre pensato, con Marx e soprattutto con i fatti, che la globalizzazione fosse una risposta del capitale per risolvere la sua sovraccumulazione e la caduta del saggio di profitto, mediante la riduzione dei salari e del welfare. Del resto, è una ben strana vittoria quella che modifica i rapporti di forza a sfavore del lavoro salariato.
Ad ogni modo, le motivazioni politiche contro l’euro si basano su false premesse, anche se il tema del rapporto tra nazione e lotta di classe non va preso alla leggera. Proprio per questo il principio da cui partire è che la questione della nazione va affrontata non in astratto ma in concreto, cioè partendo dall’analisi dei rapporti di produzione, per come essi si manifestano nella fase attuale del capitalismo. Il timore di ricadere nel nazionalismo affonda le sue radici nella storia del Novecento, quando i nazionalismi furono alla base dei fascismi e ad essi si attribuì la causa dello scoppio della Prima e della Seconda guerra mondiale.
Altiero Spinelli e gli altri redattori del Manifesto di Ventotene, fino a oggi punto di riferimento della sinistra europeista, estesero la loro avversione dal nazionalismo allo stato nazionale, o meglio alla “sovranità assoluta” dello stato nazionale, intesa come male assoluto, origine della guerra e del fascismo. Infatti, secondo Spinelli, la linea di demarcazione tra progressisti e reazionari non sarebbe dovuta più passare per la maggiore o minore democrazia o per la forma dei rapporti di produzione, cioè tra capitalismo e socialismo, ma tra l’essere o per lo stato nazionale o per lo stato internazionale. Essi vedevano nello sviluppo di un’Europa unita e nel superamento del capitalismo autarchico verso il libero commercio non solo un antidoto alla guerra ma anche il migliore mezzo di contrasto all’influenza dei partiti comunisti in Europa.
Del resto, nel Manifesto di Ventotene la socializzazione dei mezzi di produzione viene vista come un’utopia e una “erronea deduzione” dai principi del socialismo, che porta necessariamente alla dittatura burocratica. Mentre l’Urss combatte una lotta feroce contro il nazismo e a fianco degli angloamericani, il Manifesto sembra soprattutto preoccupato di prendere le misure ai nuovi alleati in vista della ridefinizione degli assetti politici del dopo-guerra: “Una situazione dove i comunisti contassero come forza politica dominante significherebbe non uno sviluppo in senso rivoluzionario ma già il fallimento del rinnovamento europeo.”(2)
Il nazionalismo, però, più che la causa primaria fu l’effetto di un determinato contesto. Esso ha rappresentato la forma ideologica adeguata a una specifica fase storica dei rapporti di produzione capitalistici, che alcuni, come l’economista e dirigente del PCI Pietro Grifone, hanno definito capitalismo monopolistico di stato (3).
Durante quel periodo storico l’accumulazione capitalistica avveniva soprattutto su base nazionale, mentre il suo espansionismo estero avveniva nella forma dell’imperialismo nazionale e territoriale. La tendenza si accentuò negli anni ’30 con l’economia cosiddetta autarchica. Gli scambi di merci e di capitali avvenivano soprattutto tra la singola potenza imperialista e le sue colonie.
È ovvio che, in un tale contesto, lo stato avesse un ruolo più interventista e diretto nell’economia. La causa scatenante delle due guerre mondiali fu la crisi capitalistica e il conseguente acutizzarsi delle contraddizioni inter-imperialistiche, nella forma della competizione per la conquista di imperi territoriali.
Le ideologie nazionalistiche, come lo stesso fascismo, furono lo strumento per la mobilitazione delle masse per l’espansione del capitale nazionale uscito dalla Prima guerra mondiale schiacciato dalle condizioni di pace, come nel caso della Germania, o frustrato nelle sue aspirazioni territoriali, come nel caso dell’Italia e del Giappone. Del resto, il fascismo, dopo la prima fase movimentistica e piccolo borghese, mutuò il suo programma e i suoi quadri dirigenti dall’Associazione nazionalista italiana, di piccole dimensioni ma espressione organica dell’imperialismo industriale del grande capitale italiano.
Oggi, la forma del modo di produzione capitalistico è molto diversa, in quanto l’accumulazione non avviene che in parte su base nazionale. Dalla forma di capitalismo monopolistico di stato si è passati alla forma di capitalismo globalizzato (4). In quest’ultima il capitale realizza i suoi profitti soprattutto su base internazionale, mediante investimenti di portafoglio e investimenti diretti all’estero (IDE). L’obiettivo è realizzare economie di scala a livello internazionale, basate sullo spostamento di quote di produzione dai Paesi del centro a quelli periferici, a basso costo del lavoro, e su operazioni di fusione e integrazione dei capitali del centro a livello sovrastatale. Le imprese che contano sono multinazionali o transnazionali e l’imperialismo non si basa più su imperi territoriali, ma sulla capacità di comando mediante il controllo dei movimenti internazionali di capitale, di merci, di materie prime, di tecnologia.
Senza trascurare, però, la capacità di intervento militare “fuori area” e l’uso di guerre per procura. Naturalmente anche l’ideologia si è adeguata a tali trasformazioni abbandonando il nazionalismo, ormai desueto, e abbracciando il cosmopolitismo. Nella misura in cui l’integrazione europea (specie monetaria) favorisce i suddetti processi del capitale, l’ideologia europeista è articolazione diretta, in Europa, dell’ideologia cosmopolita, che non va assolutamente confusa con quella internazionalista.
I classici del marxismo, compresi Luxemburg e Lenin (5), hanno definito quella nazionale come la forma statuale tipica del capitalismo. Ciò è sicuramente vero soprattutto per quanto riguarda la fase di sviluppo del capitalismo industriale moderno, avvenuta nel corso delle lotte democratico-liberali tra 1789 e 1871, e nella quale essi vivevano e lottavano. L’unione statale su base nazionale è stata fondamentale per il passaggio del capitalismo a una fase superiore di sviluppo, perché consentiva di riunire i mercati frammentati degli staterelli allora esistenti, partendo da un fattore di unificazione molto forte, la lingua.
In questo modo, l’Italia e soprattutto la Germania riuscirono a decollare dal punto di vista industriale, raggiungendo e superando (nel caso della Germania) gli stati nazionali più vecchi come la Gran Bretagna e la Francia. Tuttavia, si trattava di una forma necessaria e sufficiente in quella fase. Nelle fasi storiche precedenti il capitalismo aveva assunto altre forme, tanto che, secondo Giovanni Arrighi, nella sua storia il capitalismo oscilla tra due tipologie, il capitalismo monopolistico di stato, il cui tipo ideale era la Repubblica di Venezia, e il capitalismo cosmopolita, il cui tipo ideale era il capitalismo finanziario della Repubblica di Genova (6).
Nella prima la stato era forte e aveva un ruolo importante nell’economia, nella seconda lo stato era quasi inesistente e lasciava l’iniziativa economica, compresa quella coloniale, ai privati.
Ovviamente si tratta di due estremi e, di solito, le concrete manifestazioni dello Stato e dei rapporti produzione capitalistici contengono, a seconda dei periodi, quote dell’una e dell’altra forma in percentuali variabili.
La Ue e più ancora l’Unione economica e monetaria (Uem) sono la manifestazione di una fase del capitalismo nella quale l’elemento cosmopolita ha maggiore peso sia rispetto alla fase classica dell’imperialismo territoriale degli anni tra il 1890 e il 1940, sia rispetto alla fase di decolonizzazione e di pre-globalizzazione tra 1945 e 1989. La Uem, infatti, favorendo e accentuando la fuoriuscita dei meccanismi dell’accumulazione dal perimetro di controllo dello stato, asseconda lo spostamento del baricentro dell’accumulazione dal livello nazionale al livello sovranazionale.
Un movimento verso cui il capitale tende spontaneamente in un fase di sovraccumulazione e di crisi strutturale, durante la quale sconta una tendenza cronica all’abbassamento della redditività degli investimenti nei Paesi più sviluppati, che, non a caso, sono quelli che in Europa fanno parte della Uem. L’euro è stato lo strumento principale di riorganizzazione dell’accumulazione nella fase del capitalismo globale, non in assoluto ma nelle specifiche e particolari condizioni economiche e politiche dell’Europa occidentale.
È per queste ragioni che l’ideologia avversaria dominante, cioè l’ideologia della classe dominante, oggi non è quella nazionalista, bensì quella cosmopolita.
Allora, ci si domanderà, perché si assiste alla rinascita del nazionalismo, accompagnata dalla rinascita della xenofobia? In primo luogo, bisogna dire che non tutto ciò che accade è il risultato meccanico e necessario dei piani della classe dominante, anche se certamente è la conseguenza dialettica dei rapporti di produzione dominanti.
L’introduzione dell’euro e le politiche europee sono state funzionali a permettere la riduzione del salario e del welfare, ma anche a ridurre quella che Marx chiamava la pletora di imprese, ovvero le imprese e le unità produttive che la stessa accumulazione rende ridondanti e superflue. Così facendo l’euro e le politiche di austerity hanno allargato i divari in termini di crescita e ricchezza tra gli stati europei. Nel contempo, all’interno di essi, hanno prodotto o accentuato, insieme all’aumento della povertà e della disoccupazione di massa, la concorrenza tra indigeni e immigrati per il welfare e il lavoro e lo scollamento tra una parte dell’elettorato e il sistema politico tradizionale bipartitico ed europeista.
Ma, l’euro non colpisce solo il lavoro salariato impiegato direttamente dal capitale (la classe operaia). Esso, in quanto strumento facilitatore della riorganizzazione complessiva dell’accumulazione, colpisce anche altre classi sociali, tra cui alcuni strati intermedi (artigiani, piccoli commercianti, piccoli professionisti) e persino alcuni settori di impresa capitalistica. Infatti, la riorganizzazione e l’accorciamento delle catene di fornitura e subfornitura manifatturiera hanno comportato l’eliminazione di molte imprese piccole, medie e, in certi casi, anche grandi, rendendo difficile la vita alle rimanenti che non riescono a stare sul mercato internazionale.
Queste imprese, a differenza delle imprese multinazionali, non traggono beneficio dall’esistenza di una moneta unica a livello europeo, ma ne sono danneggiate. Non è un caso che la Lega, espressione storica della piccola impresa del Nord, abbia una posizione anti-euro, combinata con una posizione xenofoba anti-immigrati. Si tratta di un posizionamento articolato e, a suo modo, abile che, tende a mettere insieme settori diversi, piccola impresa e operai, in un nuovo blocco corporativo di destra.
Significativamente, dopo vent’anni, la Lega in salsa salviniana ha mandato in soffitta la secessione del Nord, riciclandosi come forza nazionale, a dispetto delle lamentele del vecchio Bossi.
Una dimostrazione ulteriore dei cambiamenti dei rapporti di produzione (la struttura) e di come questi si riflettano sulla politica e sulla ideologia politica (la sovrastruttura). Viene da chiedersi, a questo punto, se la Lega stia usando l’uscita dall’euro come, per circa vent’anni, ha usato la secessione, cioè come specchietto per le allodole e arma di ricatto per ottenere maggiori risorse statali per certi settori imprenditoriali del Nord. Ad ogni modo, la piccola borghesia, come ricordava Marx e come provano la storia (ad esempio quella del fascismo) e i risultati di venti anni di esistenza della Lega, non ha reale capacità di azione autonoma e presto o tardi viene subordinata al movimento oggettivo del capitale, quello vero.
Dunque, il nazionalismo e la xenofobia, così come il successo di partiti cosiddetti populistici o di estrema destra, sono la risposta immediata a una situazione, determinata dal capitale, di aumento dei divari di crescita economica tra Paesi della Uem e della polarizzazione sociale tra le classi di ciascun Paese. Ma il nazionalismo e la xenofobia non sono l’ideologia dell’élite capitalistica, cioè delle imprese multinazionali e transnazionali che rappresentato il vertice dell’accumulazione capitalistica in Europa occidentale e in Italia.
Così come il fascismo, inteso per come si è manifestato storicamente in Italia e in Germania, non è la forma di governo o di stato adeguata al capitale in questo momento storico. Anche perché i meccanismi oggettivi dell’euro e i vincoli europei sono tanto più efficaci quanto più appaiono politicamente neutrali e progressisti, in particolar modo rispetto al fascismo, al nazionalismo e alla xenofobia.
Nazionalismo e xenofobia sono una conseguenza non voluta e inattesa della riorganizzazione capitalistica gestita dagli apprendisti stregoni europeisti. Essi contrastano con gli interessi del grande capitale europeo, i cui mezzi di comunicazione, dal confindustriale Sole24ore a The Economist, controllato dalle famiglie tipicamente cosmopolite degli Agnelli e dei Rothschild, propagandano una ideologia cosmopolita e europeista, paventando come la peste in questi ultimi tempi il crollo della Ue e della Uem. Tale ideologia cosmopolita e europeista è quella che meglio si combina con il neoliberismo, esprimendo le necessità della mobilità dei fattori produttivi, soprattutto del capitale ma anche della forza lavoro, e affermando la progressività della globalizzazione.
Il blocco sociale alla base di questa ideologia, come ha spiegato bene la femminista americana Nancy Fraser (7), è l’alleanza tra élite capitalistiche e ceti medi “progressisti”, che trova il suo cemento ideologico nella combinazione di neoliberismo e diritti civili riferiti a particolari categorie, viste in termini rigorosamente interclassisti. Tale alleanza sociale sostituisce, a partire soprattutto da Clinton, il blocco sociale keynesiano, disgregatosi negli anni ’80 a seguito della globalizzazione, il quale si basava sull’alleanza tra i settori più organizzati della classe operaia e la grande impresa.
L’ideologia cosmopolita è ancora particolarmente forte in Europa occidentale tra l’élite capitalistica, perché si confà alla natura dell’economia europea che presenta una propensione maggiore agli investimenti di capitale all’estero (IDE) e soprattutto all’export di merci, i quali pesano in percentuale sul Pil europeo molto più che su quello statunitense (lo stock di IDE in uscita il 62% contro il 37% e l’export di merci il 35% contro il 9%) (8).
La Uem, coerentemente con l’indirizzo impresso dallo stato-guida tedesco, impronta la sua politica economica al neomercantilismo, cioè al raggiungimento di forti surplus del commercio estero a scapito del mercato e del consumo interno, contratti dalla crisi, dall’austerity del Fiscal compact e dalla deflazione salariale imposta dall’euro. In tale contesto, è particolarmente devastante per quella sinistra che voglia rappresentare il lavoro salariato assorbire pezzi consistenti dell’ideologia dominante cosmopolita. Ciò avviene in parte accettando che la liberazione di certi settori sociali avvenga separatamente dalla modificazione dei rapporti sociali e in parte confondendo la globalizzazione con l’internazionalismo.
L’internazionalismo si basa sul riconoscimento e il perseguimento degli interessi collettivi del lavoro salariato contro le divisioni nazionali e il ruolo dello Stato di potere concentrato del capitale. Il cosmopolitismo, invece, è il rovesciamento dialettico in senso borghese dell’internazionalismo. Esso si basa sulla affermazione globale degli interessi individuali dell’élite capitalistica al di sopra dello Stato-nazione di provenienza, mantenendone, però, l’utilizzo e ben salda la natura di classe.
Note
(1) Toni Negri, Chi sono i comunisti. Relazione al convegno C17.
(2) Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, Il manifesto di Ventotene. Per una Europa libera e unita, Ventotene, Agosto 1941.
(3) P. Grifone, Il capitale finanziario in Italia, Einaudi, Milano 1972. P. Grifone, Capitalismo di stato e imperialismo fascista, La città del sole, Napoli 2006.
(4) Domenico Moro, Globalizzazione e decadenza industriale, Imprimatur, Reggio Emilia 2015.
(5) Lenin, Sul diritto delle nazioni all’autodecisione.
(6) G. Arrighi, Il lungo XX secolo, Il saggiatore, Milano 1994.
(7) Nancy Fraser, Come il femminismo divenne ancella del capitalismo, The Guardian, 14 ottobre 2013. Nancy Fraser, La fine del neoliberismo progressista, in Sinistra in rete ttps://http://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/9190-nancy-fraser-la-fine-del-neoliberismo-progressista.html
(8) Domenico Moro, op. cit.
* Fonte: Felce Rossa

Strategia Nato della tensione

L’arte della guerra

George Soros ha collaborato, da nazista, all’Olocausto

George Soros ha collaborato, da nazista, all’Olocausto
Quando i nazisti occuparono Budapest nel 1944, il padre di George Soros era un avvocato ebreo di successo, viveva su un’isola nel Danubio e amava andare al lavoro in barca. All’avvento di Hitler, saputo che gli ebrei erano in pericolo, fece giustamente di tutto per proteggere la sua famiglia. Comprò documenti falsi e dopo aver corrotto un funzionario di governo fece passare la sua famiglia da ebrea a cristiana.
Il giovane George Soros, che aveva all’epoca 14 anni, da neo-cristiano, mentre godeva del privilegio dell’immunità, vide centinaia di migliaia di ebrei ungheresi mentre venivano deportati nei campi di sterminio. In coincidenza con questi fatti, George Soros trovò lavoro, venne assunto in un ufficio che si occupava della confisca delle proprietà ebraiche.
Stralcio dell’intervista rilasciata da George Soros al programma “60 Minutes”. Si tratta di un programma televisivo di attualità, trasmesso dal network televisivo statunitense CBS diretto da Steve Kroft. Durante l’intervista, sullo schermo alle spalle venivano trasmesse immagini e filmati d’epoca, che mostravano gli ebrei marciare in fila e un uomo che trascinava un bambino tra la folla:
Kroft: Queste sono immagini del 1944 di quello che è successo agli amici e vicini di George Soros:
lei è un Ebreo ungherese scampato all’Olocausto fingendosi cristiano e ha visto un sacco di persone mentre venivano deportate nei campi di sterminio.

Soros: Proprio così. Avevo 14 anni. E direi che è proprio in quei momenti che si è formato il mio carattere.
Kroft: Come?
Soros: Capisco che dobbiamo sempre riflettere, comprendere e anticipare gli eventi, soprattutto quando si è minacciati, all’epoca era in atto una minaccia enorme… voglio dire, è stata un’esperienza molto personale del male.
Kroft: Capisco che sia riuscito a salvarsi grazie a certe protezioni.
Soros: Sì. Sì.
Kroft: Cioè, ha evitato la loro stessa sorte e ha contribuito a confiscare i beni degli ebrei.
Soros: Sì. E’ vero. Sì.
Kroft: Voglio dire, è… suona come un’esperienza che sarebbe potuta finire in un ospedale psichiatrico per la maggior parte delle persone. E ‘difficile?
Soros: Niente affatto, niente affatto, forse perché quando sei un ragazzo, non vedi il quadro completo, ma per me non è stato un problema.
Kroft: Nessun senso di colpa?
Soros: .
Kroft: Per esempio: “Sono ebreo e sto lì a guardare queste persone? Potrei anche essere finito come loro? Dovevo essere lì. Niente di tutto questo?”
Soros: Beh, naturalmente sarei potuto essere dall’altra parte o potrei essere tra coloro i cui beni ho confiscati. Ma non c’è alcun senso a teorizzare su questo ora, perché è come il mercato, se non l’avessi fatto io, qualcun altro l’avrebbe fatto comunque. Io ero solo uno spettatore in quella situazione, quando la proprietà veniva confiscata: Siccome non ero responsabile non avevo alcun senso di colpa.
Naturalmente, molti di noi sono a conoscenza di azioni molto dubbie commesse da Soros durante l’occupazione nazista, anzi, in questo blog abbiamo trattato più volte coinvolgimenti e traffici del personaggio. Le dichiarazioni rese in questa intervista ci mostrano una personalità in grado di perdonarsi tutto “se non l’avessi fatto io, qualcun altro l’avrebbe fatto comunque”
Tutto questo indica che Soros, definito “Un Filantropo” dal Corriere della Sera e da molti media, non ha una coscienza che gli suggerisca la differenza tra bene e male, una mancanza di consapevolezza che si dice sia comune nei sociopatici.
Se qualcuno non dovesse crederci ecco un parte dell’intervista sopra citata, dove è proprio Soros a parlarne:
Luciano Bonazzi
Fonti>
-http://www.cbsnews.com/60-minutes/
-http://www.snopes.com/george-soros-ss-nazi-germany/
-http://www.yadvashem.org/
-http://katehon.com/
-http://www.thedailybeast.com/

Prove (e foto) dei legami tra i trafficanti e le Ong “State pronti, arriva gente”

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