UNA COSA CHE NON VI HANNO DETTO SULLA LIBIA: 2016, il regime getta merda contro il popolo libico per giustificare la prossima guerra

Ultimamente ( era il 2016)  è ritornato di moda parlare male della “Libia di Gheddafi”, proprio quando fervono i preparativi per una nuova guerra, i passi vengono compiuti uno alla volta: il RATTO Serraji ha costituito la fantomatica “guardia presidenziale” , ha chiesto aiuto ai suoi padroni per combattere l’ ” immigrazione e l’ ISIS” . Tutto è pronto per una nuova guerra, ma bisogna preparare l’ opinione pubblica, ed ecco le scuse belle e pronte:

L’ultimo segreto di Aldo Moro: «La Libia dietro Ustica e Bologna»

Tutto nasce da una direttiva di Matteo Renzi, che ha fatto togliere il segreto a decine di migliaia di documenti sulle stragi italiane. Nel mucchio, i consulenti della commissione d’inchiesta sul caso Moro hanno trovato una pepita d’oro: un cablo del Sismi, da Beirut, che risale al febbraio 1978, ossia un mese prima della strage di via Fani, in cui si mettono per iscritto le modalità del “lodo Moro”. Il “lodo Moro” è quell’accordo informale tra italiani e palestinesi che risale al 1973 per cui noi sostenemmo in molti modi la loro lotta e in cambio l’Olp ma anche l’Fplp, i guerriglieri marxisti di George Habbash, avrebbero tenuto l’Italia al riparo da atti di terrorismo.
Ebbene, partendo da quel cablo cifrato, alcuni parlamentari della commissione Moro hanno continuato a scavare. Loro e soltanto loro, che hanno i poteri dell’autorità giudiziaria, hanno potuto visionare l’intero carteggio di Beirut relativamente agli anni ’79 e ’80, ancora coperto dal timbro «segreto» o «segretissimo». E ora sono convinti di avere trovato qualcosa di esplosivo. Ma non lo possono raccontare perché c’è un assoluto divieto di divulgazione.
Chi ha potuto leggere quei documenti, spera ardentemente che Renzi faccia un passo più in là e liberalizzi il resto del carteggio. Hanno presentato una prima interpellanza. «È davvero incomprensibile e scandaloso – scrivono i senatori Carlo Giovanardi, Luigi Compagna e Aldo Di Biagio – che, mentre continuano in Italia polemiche e dibattiti, con accuse pesantissime agli alleati francesi e statunitensi di essere responsabili dell’abbattimento del DC9 Itavia a Ustica nel giugno del 1980, l’opinione pubblica non sia messa a conoscenza di quanto chiaramente emerge dai documenti secretati in ordine a quella tragedia e più in generale degli attentati che insanguinarono l’Italia nel 1980, ivi compresa la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980».
Va raccontato innanzitutto l’antefatto: nelle settimane scorse, dopo un certo tira-e-molla con Palazzo Chigi, i commissari parlamentari sono stati ammessi tra mille cautele in una sede dei servizi segreti nel centro di Roma. Dagli archivi della sede centrale, a Forte Braschi, erano stati prelevati alcuni faldoni con il marchio «segretissimo» e portati, con adeguata scorta, in un ufficio attrezzato per l’occasione. Lì, finalmente, attorniati da 007, con divieto di fotocopiare, senza cellulari al seguito, ma solo una penna e qualche foglio di carta, hanno potuto prendere visione del carteggio tra Roma e Beirut che riporta al famoso colonnello Stefano Giovannone, il migliore uomo della nostra intelligence mai schierato in Medio Oriente.
Il punto è che i commissari parlamentari hanno trovato molto di più di quello che cercavano. Volevano verificare se nel dossier ci fossero state notizie di fonte palestinese per il caso Moro, cioè documenti sul 1978. Sono incappati invece in documenti che sorreggono – non comprovano, ovvio – la cosiddetta pista araba per le stragi di Ustica e di Bologna. O meglio, a giudicare da quel che ormai è noto (si veda il recente libro «La strage dimenticata. Fiumicino 17 dicembre 1973» di Gabriele Paradisi e Rosario Priore) si dovrebbe parlare di una pista libico-araba, ché per molti anni c’è stato Gheddafi dietro alcune sigle del terrore. C’era la Libia dietro Abu Nidal, per dire, come dietro Carlos, o i terroristi dell’Armata rossa giapponese.
Giovanardi e altri cinque senatori hanno presentato ieri una nuova interpellanza. Ricordando le fasi buie di quel periodo, in un crescendo che va dall’arresto di Daniele Pifano a Ortona con due lanciamissili dei palestinesi dell’Fplp, agli omicidi di dissidenti libici ad opera di sicari di Gheddafi, alla firma dell’accordo italo-maltese che subentrava a un precedente accordo tra Libia e Malta sia per l’assistenza militare che per lo sfruttamento di giacimenti di petrolio, concludono: «I membri della Commissione di inchiesta sulla morte dell’on. Aldo Moro hanno potuto consultare il carteggio di quel periodo tra la nostra ambasciata a Beirut e i servizi segreti a Roma, materiale non più coperto dal segreto di Stato ma che, essendo stato classificato come segreto e segretissimo, non può essere divulgato; il terribile e drammatico conflitto fra l’Italia e alcune organizzazioni palestinesi controllate dai libici registra il suo apice la mattina del 27 giugno 1980».
Dice ora il senatore Giovanardi, che è fuoriuscito dal gruppo di Alfano e ha seguito Gaetano Quagliariello all’opposizione, ed è da sempre sostenitore della tesi di una bomba dietro la strage di Ustica: «Io capisco che ci debbano essere degli omissis sui rapporti con Paesi stranieri, ma spero che il governo renda immediatamente pubblici quei documenti».
Articolo su: http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2016/05/05/AS5HcFcC-bologna_segreto_dietro.shtml

Ancora non basta, seconda bufala:

Libia: Le tribù libiche Gaddafah, Warfalah e Ould Suleiman giurano fedeltà a Isis

La tribù del defunto rais Muammar Gheddafi ha giurato fedeltà all’Isis: lo riferisce il Site.
“Le tribù libiche Gaddafah, Warfalah, e Ould Suleiman in Libia hanno pubblicato un resoconto accompagnato da foto annunciando la propria affiliazione alla provincia di Tripoli dello Stato Islamico”, scrive il sito di monitoraggio dell’estremismo islamico sul web.
Fonte: http://www.guerrenelmondo.it/index.php/2016/05/09/libia-le-tribu-libiche-gaddafah-warfalah-e-ould-suleiman-giurano-fedelta-a-isis/

Vorrei solo ricordare che l’ ISIS è stato creato, finanziato ed inviato in Libia dall’ occidente a partire dal 2011, Le tribù libiche sono sempre state contro l’ ISIS, lo hanno sempre combattuto. Vorrei dire a questi idioti che inventano tali calunnie che la tribù Warfalla è la tribù più grande in Libia, conta un milione di persone, su 6 milioni di abitanti. Questa tribù ha pagato a caro prezzo la fedeltà al Leader Muammar Gheddafi, basti ricordare l’ assedio di Bani Walid nel 2012, ad un anno esatto dalla conclusione della RATvoluzione. Non parliamo delle migliaia di famiglie costrette a fuggire da Sirte, sotto l’ ISIS e che hanno trovato rifugio proprio ( guarda caso) a Bani Walid e Tarhuna. Per quanto riguarda la tribù Gaddafa … beh parlare male di Gheddafi è sempre di moda.

Terza bufala:

Libia, al Serraj “contatti in corso con esponenti regime Gheddafi”
Il premier libico, Fayez al Serraj, ha confermato che sono in corso trattative conesponenti del passato regime di Muammar Gheddafi residentiall’estero per arrivare ad una riconciliazione nazionalepiena. Intervistato dal giornale arabo “al Sharq al Awsat”,al Serraj ha affermato che ‘”ci sono contatti in corso conil Consiglio per la riconciliazione nazionale, che comprendeanche il vecchio regime.

Tutti gli sforzi che stiamoconducendo per la riconciliazione passano attraverso questoorgano. Siamo in contatto con quelli che sono all’esterocompreso in Egitto”. I contatti avvengono tramite leassociazioni della societa’ civile e I capi tribu’ perche'”l’obiettivo e’ quello di riconciliarci con tutti senzaesclusione”. (AGI)

Fonte: http://www.agi.it/estero/2016/05/14/news/libia_al_serraj_contatti_in_corso_con_esponenti_regime_gheddafi-775039/

Cosa dire? Serraji ovviamente ci prova, ha bisogno di consenso, ammesso che la notizia sia vera, non avrà l’ appoggio dei cosidetti ” esponenti del vecchio regime” semplicemente perchè lui è abusivo in Libia, lui e tutti quelli inviati in Libia prima di lui a partire dal 2011 sono abusivi, occupanti, invasori. Proprio per questo hanno bisogno di una nuova guerra, hanno bisogno che i loro padroni intervengano, ed ogni scusa è buona.

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L’ATTACCO USA ALLA LIBIA NEL 1986 FU CREATO ATTRAVERSO UNA FALSE FLAG

15 agosto 2015

Premessa: l’articolo e’ stato pubblicato nel 1998 ma il suo reale scopo e’ quello di far capire come vengono create false flag per giustificare aggressioni nei confronti dei paesi sovrani.

Nel 1998 un documentario tedesco trasmesso in televisione ha mostrato prove convincenti che alcuni dei principali sospettati nel bombardamento della discoteca a Berlino nel 1986, evento che forni’ il pretesto per un attacco aereo statunitense in Libia, hanno fatto parte della CIA e del Mossad.
Il 15 aprile 1986 aerei da guerra USA hanno bombardato le citta’ libiche di Tripoli e Bengasi distruggendo la casa di Gheddafi ed ucciso almeno 30 civili tra cui molti bambini.
Due ore piu’ tardi il presidente Ronald Reagan ha giustificato l’attacco senza precedenti contro un paese sovrano, in un discorso televisivo nazionale. Sostenendo di avere la prova diretta, precisa ed inconfutabile che la Libia era responsabile di aver fatto esplodere una bomba in una discoteca di Berlino Ovest. L’esplosione avvenuta 10 giorni prima nella discoteca La Belle, un locale preferito dai soldati americani, aveva ucciso tre persone e ferito 200.
Da novembre del 1997 cinque imputati sono stati processati in un tribunale di Berlino per il presunto coinvolgimento nell’attacco alla discoteca. Ma nel corso di oltre un anno e mezzo il caso e’ proceduto molto lentamente. La televisione ZDF che ha effettuato una propria indagine sul caso ha spiegato il motivo, attraverso il magazine politico Frontal, arrivando alle seguenti conclusioni :

1)l’imputato principale attualmente sotto processo, Yasser Chraidi, e’ molto probabilmente innocente, e viene utilizzato come capro espiatorio dai servizi segreti tedeschi ed americani.
2)almeno un degli imputati, Musbah Eter, ha lavorato per la CIA nel corso di molti anni
3)alcuni dei principali indagati non sono apparsi in tribunale, perche’ sono protetti dai servizi segreti occidentali
4)almeno uno di questi, Mohammed Amaidi, e’ un agente del Mossad, il servizio segreto israeliano
L’uomo accusato di essere la mente degli attacchi alla discoteca La Belle, Yasser Chraidi, 38 anni, era un autista presso l’ambasciata libica a Berlino Est nel 1986. Successivamente si trasferi’
in Libano, da dove e’ stato estradato in Germania nel maggio 1996.
Il magazine Frontal ha intervistato i due libanesi responsabili per l’estradimento di Chraidi : l’ex-procuratore Mounif Oueidat ed il suo vicee Mrad Azoury.
Entrambi confermano che le autorita’ tedesche hanno usato l’inganno per estradare Chraidi.
Secondo Azoury non ha ricevuto prove che Chraidi era effettivamente coinvolto nell’attacco; ci sono stati solo ‘suggerimenti’. Oueidat afferma che i tedeschi hanno mostrato grande interesse ad avere Chraidi. ”Gli americani erano dietro questa richiesta” dice.”Questo e’ stato evidente. Hanno spronato i tedeschi per accellerare l’estradizione”
Alla fine Chraidi, etichettato come ‘terrorista top’, viene trasferito in Germania in un’operazione spettacolare di sicurezza.
Ma un giudice di Berlino ha trovato le prove, presentate dal pubblico ministero, cosi’ deboli. Minacciando di rilasciare Chraidi entro tre settimane se non vengono presentate maggiori prove.
A questo punto un altro uomo entra in scena che, secondo Frontal, doveva essere risparmiato dal pubblico ministero fino ad allora.
Il 9 settembre 1996 lo stesso giorno in cui il giudice di Berlino ha minacciato di rilasciare Chraidi, il procuratore di Berlino Detlev Mehlis, l’ispettore di polizia di Berliono Uwe Wihelms e Winterstein dei servizi segreti tedeschi (BND) incontrano Musbah Eter nell’isola di Malta.

Coinvolgimento della CIA
L’incontro e’ stato preparato dai servizi segreti tedeschi (BND) che mantengono stretti rapporti con la CIA.
Musbah Eter era impegnato in un business internazionale a Malta e serviva come copertura per vaste operazioni di intelligence per conto della CIA.
Le autorita’ tedesche lo volevano con l’accusa di omicidio. Ma nella riunione di Malta venne raggiunto un accordo. ”Immunita’ per Eter se incrimina Chraidi per il bombardamento della discoteca. Il giorno dopo Eter andava in Germania all’ambasciata tedesca per testimoniare. Di conseguenza il mandato contro di lui era demolito e gli fu permesso di recarsi in Germania.
Secondo Frontal, Eter e’ la figura chiave nel processo La Belle. Al momento del bombardamento della discoteca lavorava per l’ambasciata libica a Berlino Est ed inoltre visitava regolarmente l’ambasciata americana, Secondo Christian Strobele, l’avvocato per Chraidi, questo fatto estremamente insolito e’ dimostrato da ampie note della polizia segreta della Germania dell’Est, che hanno tenuto d’occhio Eter molto attentamente in quel momento.
Ci sono molte indicazioni che Eter era attivamente coinvolto nel bombardamento della discoteca La Belle. Secondo la trascrizione degli interrogatori studidati da Frontal, aveva le conoscenze dettagliate di uno dei partecipanti. Ha anche ammesso di aver portato le istruzioni operative per la bomba al piano di un coimputato.
Frontal asserisce che oltre gli imputati al presente processo, un altro gruppo era coinvolto nel bombardamento della discoteca, un gruppo di terroristi professionisti che lavoravano per qualcuno che li pagava, un certo ‘Mahmoud’ Abu Jaber.
Membri di questo gruppo, secondo Frontal, ”sono stati appena disturbati dal pubblico ministero e vivono in modo sicuro in altri paesi”
Nei mesi precedenti all’attacco alla discoteca La Belle essi vivevano a Berlino Est e si incontravano, quasi quotidianamente, con gli attuali imputati. Ore prima dell’attacco si trasferirono a Berlino Ovest, dove e’ esposta una bomba. I loro movimenti sono stati monitorati dalla Germania dell’Est ed i servizi segreti russi che hanno concluso che stavano lavorando per i servizi segreti occidentali
Secondo il KGB russo, in un documento citato da Frontal, il controspionaggio americano pianificava di usare ‘Mahmoud’ per inventare un caso di coinvolgimento di terroristi libici nell’attacco alla discoteca. Secondo lo stesso documento del KGB, Mahmoud aveva messo in guardia l’intelligence di Berlino Ovest due giorni prima dell’esplosione.
Frontal ha seguito le tracce di Mohammed Amairi, il braccio destro di ‘Mahmoud’ Abu Jaber che, secondo documenti che ha studiato, e’ stato particolarmente impegnato nella preparazione dell’attacco alla discoteca.

Un agente del Mossad
Amairi lascio’ la Germania per la Norvegia nel 1990, quando un mandato e’ stato emesso per il suo arresto. Ora vive nella citta’ norvegese di Bergen dove Frontal lo ha trovato ed intervistato.
Egli ha bloccato l’intervista quando gli fu chiesto per quale servizio segreto aveva lavorato. Il suo avvocato Odd Drevland poi racconta la storia.
Quando Amairi si e’ trasferito in Norvegia e’ stato arrestato e marchiato come ‘un pericolo per il suo paese’ sulla prima pagina dei giornali.
Ma poi il Mossad ha preso cura di lui e tutto e’ cambiato.”Amairi era un agente Mossad?’ chiese Frontal. ”Era un uomo Mossad’ rispose Drevland.
Nel frattempo la Norvegia concesse asilo ad Amairi e presto ricevera’ la cittadinanza norvegese.
Il pubblico ministero di Berlino ha tolto il mandato contro di lui.
”Questi intrighi dei servizi segreti presentano un compito per il Tribunale di Berlino che e’ quasi insolubile” concluse il rapporto Frontal-
”Ma una cosa e’ certa, la leggende americana del terrorismo di stato libico non puo’ reggere, non puo’ piu’ essere mantenuta’

Fonte :

http://100777.com/node/101

Prima dell’attentato alla discoteca, il Mossad aveva messo un trasmettitore sul suolo libico che ha fatto sembrare che la Libia stesse mandando ordini terroristici alle sue varie ambasciate che gli americani creduloni hanno pensato fossero vero

Fonte :

https://www.radioislam.org/islam/english/terror/ostrov3.htm

Preso da: http://nomassoneriamacerata.blogspot.it/2015/08/lattacco-usa-alla-libia-nel-1986-fu.html

controstoria di Muammar Gheddafi.

LA LIBIA DI GHEDDAFI: LA LIBIA CHE NON SI LEGGE SUI GIORNALI 

gheddafi

Testimonianza di un tecnico ENI (anno 2011) 

Sono stato in Libia, da lavoratore, fino al 21 febbraio scorso quando, costretto dagli eventi, ho dovuto abbandonarla con l’ultimo volo di linea Alitalia.

Ho avuto modo di conoscere gran parte del Paese, da Tripoli a Bengasi, a Ras Lanuf a Marsa El Brega a Gadames, non frequentando gli ambienti dorati, ovattati e distaccati dei grandi alberghi, ma vivendo da lavoratore tra lavoratori e a quotidiano contatto con ambienti popolari, sempre riscontrando cordialità e sentimenti di amicizia per certi versi inaspettati e sorprendenti. Non era raro per strada sentirsi chiedere di poter fare assieme una fotografia da chi si accorgeva di stare incrociando degli italiani, peraltro numerosissimi anche per le tantissime imprese che vi operavano, dalle più grandi (ENI, Finmeccanica, Impregilo ecc.) alle più piccole (infissi, sanitari, rubinetterie, arredamenti ecc.), in un ambiente favorevolissimo, direi familiare…

Da quello che ho potuto constatare il tenore di vita libico era abbastanza soddisfacente: il pane veniva praticamente regalato, 10 uova costavano l’equivalente di 1 euro, 1 kg di pesce spada circa 5 euro, un litro di benzina circa 10 centesimi di euro; la corrente elettrica era di fatto gratuita; decine e decine di migliaia di alloggi già costruiti e ancora in costruzione per garantire una casa a tutti (150-200 m2 ad alloggio….); l’acqua potabile portata dal deserto già in quasi tutte le città con un’opera ciclopica, in via di completamento, chiamata “grande fiume”; era stata avviata la costruzione della ferrovia ad alta velocità e appaltato il primo lotto tra Bengasi e il confine egiziano della modernissima autostrada inserita nell’accordo con l’Italia; tutti erano dotati di cellulari, il costo delle chiamate era irrisorio, la televisione satellitare era presente sostanzialmente in ogni famiglia e nessun programma era soggetto a oscuramento, così come internet alla portata di tutti, con ogni sito accessibile, compreso i social network (Facebook e Twitter), Skype e la comunicazione a mezzo e-mail.

Dalla fine dell’embargo la situazione, anche “democratica”, era migliorata tantissimo e il trend era decisamente positivo: i libici erano liberi di andare all’estero e rientrare a proprio piacimento e un reddito era sostanzialmente garantito a tutti.

Quando sono scoppiati i primi disordini, la sensazione che tutti lì abbiamo avuto è stata quella che qualcuno stava fomentando rivalità mai sopite tra la regione di Bengasi e la Tripolitania, così come le notizie che rilanciavano le varie emittenti satellitari apparivano palesemente gonfiate quando non addirittura destituite da ogni fondamento: fosse comuni, bombardamenti di aerei sui dimostranti ecc.

Certamente dal punto di vista democratico i margini di miglioramento non saranno stati trascurabili, del resto come in tanti altri paesi come l’Arabia Saudita, la Cina, il Pakistan, la Siria, gli Emirati Arabi, il Sudan, lo Yemen, la Nigeria ecc. ecc… e forse anche un po’ da noi! Pertanto prima o poi qualcuno dovrà spiegare perché in questi Paesi non si interviene…
Sono triste e amareggiato al pensiero di come sarò considerato dagli amici libici che ho lasciato laggiù dopo questa scellerata decisione di stupidissimo interventismo!

Guido Nardo -Ingegnere Gruppo ENI
www.thefrontpage.it/2011/03/24/la-l…e-sui-giornali/

LA DISTRUZIONE DEL TENORE DI VITA DI UN PAESE: QUELLO CHE LA LIBIA AVEVA RAGGIUNTO, QUELLO CHE È STATO DISTRUTTO

22 settembre 2011

By coriintempesta
di: Prof. Michel Chossudovsky

“Non c’è domani” sotto una rivolta di Al Qaeda promossa dalla NATO .

Mentre veniva insediato un governo di ribelli “pro-democrazia”, il paese è stato distrutto.
Sullo sfondo della propaganda di guerra, le conquiste economiche e sociali della Libia nel corso degli ultimi venti anni sono state brutalmente rovesciate:
La Giamahiria Araba Libica ha avuto un alto tenore di vita e un robusto apporto calorico pro capite giornaliero di 3144 calorie. Il paese ha fatto passi da gigante nel campo della sanità pubblica e, dal 1980, il tasso di mortalità infantile è sceso dal 70 ogni mille nati vivi al 19 nel 2009. L’aspettativa di vita è salita dai 61 ai 74 anni durante lo stesso arco di anni. (FAO, Roma,Libya, Country Profile)

Secondo settori della ”sinistra progressista” che hanno avallato il mandato R2P (responsabilità di proteggere) della NATO, per non parlare dei terroristi che vengono accolti, senza riserve, come “liberatori“:
“ La gente è entusiasta di ricominciare da capo. C’è un vero senso di rinascita, una sensazione che le loro vite stanno ricominciando nuovamente“.(DemocracyNow.org, 14 settembre 2011- enfasi aggiunta)
“Ripartire“ sulla scia della distruzione? Paura e disperazione sociale, innumerevoli morti e atrocità, ampiamente documentate dai media indipendenti. Nessuna euforia ….Si è verificata una storica inversione nello sviluppo economico e sociale del paese. I risultati ottenuti sono stati cancellati.

L’invasione e l’occupazione della NATO contrassegnano la rovinosa “rinascita“ del livello di vita della Libia. Questa è la verità proibita e taciuta: un intera nazione è stata destabilizzata e distrutta, la sua gente spinta verso un abissale povertà.

L’obiettivo dei bombardamenti della NATO è stato sin dall’inizio quello di distruggere lo standard di vita del paese, le sue infrastrutture sanitarie, le sue scuole e gli ospedali, il suo sistema di distribuzione dell’acqua. E poi “ricostruire” con l’aiuto di finanziatori e creditori sotto la guida del FMI e della Banca mondiale.
I diktat del ”libero mercato” sono una condizione indispensabile per l’ installazione di una “dittatura democratica” in stile occidentale.

Circa 9.000 sortite d’attacco, decine di migliaia di obiettivi civili: aree residenziali, edifici governativi, impianti di approvvigionamento idrico e di energia elettrica. (Vedi comunicato della Nato, 5 settembre 2011. – 8.140 sortite d’attacco dal 31 marzo al 5 settembre 2011)
Una nazione intera è stata bombardata con gli ordigni più avanzati, tra cui munizioni all’uranio impoverito.

Già nel mese di agosto, l’UNICEF ha avvertito che i bombardamenti della NATO sulle infrastrutture idriche della Libia “potrebbero trasformarsi in un’epidemia sanitaria senza precedenti“. (Christian Balslev-Olesen , responsabile dell’ Ufficio Unicef in Libia, agosto 2011).

Nel frattempo gli investitori e i finanziatori si sono posizionati. ”La guerra fa bene agli affari“. La NATO, il Pentagono e le istituzioni finanziarie internazionali basate a Washington (IFIs) operano in stretto coordinamento. Quello che è stato distrutto dalla NATO verrà ricostruito, finanziato da creditori esteri della Libia sotto la guida del ” Washington Consensus ”:

“In particolare, la Banca Mondiale è stata incaricata di esaminare la necessità di riparazione e ripristino dei servizi nei settori dell’acqua, dell’energia e dei trasporti [bombardati dalla Nato] e, in collaborazione con il Fondo Monetario Internazionale, sostenere la preparazione del bilancio [le misure di austerità] e aiutare il settore bancario a rimettersi in piedi [la banca centrale libica è stato uno dei primi edifici governativi adessere bombardato]. ” (World Bank to Help Libya Rebuild and Deliver Essential Services to Citizens enfasi aggiunta).

I risultati dello sviluppo della Libia

Qualunque siano le proprie opinioni riguardo Gheddafi, il governo libico post-coloniale ha giocato un ruolo chiave nell’eliminazione della povertà e nello sviluppo delle infrastrutture sanitarie ed educative del paese. Secondo la giornalista italiana Yvonne de Vito: “A differenza di altri paesi che hanno attraversato una rivoluzione – la Libia è considerata la Svizzera del continente africano ed è molto ricca, le sue scuole ed i suoi ospedali sono gratuiti per il popolo. Le condizioni per le donne sono molto migliori rispetto ad altri paesi arabi ”. (Russia Today, 25 agosto 2011)

Questi sviluppi sono in netto contrasto con quello che molti paesi del Terzo Mondo sono stati in grado di “conquistare” sotto la ”democrazia” e la “governance” in stile occidentale nell’ambito del programma di aggiustamento strutturale (SAP) del FMI-Banca Mondiale .

Assistenza Sanitaria pubblica

L’ assistenza sanitaria pubblica in Libia prima dell’ ”intervento umanitario” della NATO era la migliore in Africa. ”L’assistenza sanitaria è [era] a disposizione di tutti i cittadini gratuitamente dal settore pubblico. Il paese vanta il più alto tasso di alfabetizzazione e di iscrizioni alle strutture educative in Nord Africa. Il governo sta [stava] in modo sostanziale aumentando il budget di sviluppo per i servizi sanitari … . (OMS- Libya Country Brief )
Confermato dalla Food and Agriculture Organization (FAO), la denutrizione era inferiore al 5%, con un apporto calorico giornaliero pro capite di 3144 calorie. (I dati FAO dell’apporto calorico indicano la disponibilita anzichè il consumo).

La Gran Giamahiria Araba Libica forniva ai suoi cittadini quello che è negato a molti americani:assistenza sanitaria e istruzione gratuita, come confermato dai dati OMS e dall’UNESCO.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): l’ aspettativa di vita alla nascita era di 72,3 anni (2009), tra le più alte nel mondo sviluppato.
Il tasso di mortalità sotto i 5 anni ogni 1000 nati vivi è diminuito da 71 nel 1991 a 14 nel 2009
(www.who.int/countryfocus/cooperatio…rief_lby_en.pdf)

LIBIA INFORMAZIONI GENERALI – 2009 – FONTE: UNESCO – LIBYA COUNTRY PROFILE –

Crescita demografica annua (%) ^ 2,0

Popolazione 0-14 anni (%)^   28

Popolazione rurale (%) ^ 22

Tasso di fertilità (nati per donna) ^   2,6

Tasso di mortalità infantile (0 / 00) ^ 17

Speranza di vita alla nascita (anni) ^   75

PIL pro capite (PPP) US $ ^   16 502

Tasso di crescita del PIL (%) ^   2,1

Servizio del debito totale come% del RNL ^

I bambini in età scolare primaria che non frequentano la scuola (%)   (1978)   2

LIBIA (2009) – Fonte OMS

www.emro.who.int/emrinfo/index.aspx?Ctry=liy

Aspettativa di vita totale alla nascita (anni) 72,3

Aspettativa di vita uomini alla nascita (anni) 70,2

Aspettativa di vita donne alla nascita (anni): 74,9

Neonati sottopeso (%): 4.0

Bambini sottopeso (%): 4,8

Tasso di mortalità perinatale per 1000 nati vivi: 19

Tasso di mortalità neonatale: 11,0

Tasso di mortalità infantile (per 1000 nati vivi): 14.0

Tasso di mortalità sotto i cinque anni (per 1000 nati vivi): 20.1

Rapporto di mortalità materna (per 10.000 nati vivi): 23

Educazione

Il tasso di alfabetizzazione degli adulti era dell’ordine del 89%,(2006), (94% per i maschi e 83% per le femmine). Il 99,9% dei giovani sa leggere e scrivere (dati UNESCO del 2006, vedi Libya Country Report)
La percentuale lorda delle iscrizioni alle scuole primarie era del 97% per i maschi e 97% per le ragazze.
(vedi tabelle UNESCO presso http://stats.uis.unesco.org/unesco/TableVi…BR_Region=40525 )

Il rapporto insegnante-allievo nella scuola primaria della Libia era dell’ordine di 17 ( dati UNESCO- 1983), il 74% dei bambini che hanno terminato la scuola elementare sono stati iscritti alla scuola secondaria (dati UNESCO- 1983).

Sulla base di dati più recenti, che confermano un marcato aumento delle iscrizioni scolastiche, il Gross Enrolment Ratio (GER) nelle scuole secondarie era dell’ordine del 108% nel 2002. Il GER è il numero di alunni iscritti a un determinato livello di istruzione indipendentemente dall’età, espressa in percentuale della popolazione nella fascia di età teorica per quel livello di istruzione.

Per le iscrizioni all’educazione terziaria (post-secondaria, college e università), il Gross Enrolment Ratio (GER) era dell’ordine del 54% nel 2002 (52 per i maschi, 57 per le femmine).

(Per ulteriori dettagli vedere http://stats.uis.unesco.org/unesco/TableVi…BR_Region=40525 )

I diritti della donna

Per quanto riguarda i diritti della donna, i dati della Banca Mondiale indicano il raggiungimento di risultati significativi .

“In un periodo di tempo relativamente breve, la Libia ha raggiunto l’accesso universale all’istruzione primaria, con il 98% lordo di iscrizioni per la secondaria, e il 46% per l’istruzione terziaria. Negli ultimi dieci anni, le iscrizioni delle ragazze sono aumentate del 12% a tutti i livelli dell’istruzione. Nell’istruzione secondaria e terziaria, le ragazze hanno superato in numero i ragazzi del 10%. ”(Banca mondiale- Libya Country Brief, enfasi aggiunta)

Il controllo dei prezzi sui generi alimentari di prima necessità

Nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo, i prezzi dei prodotti alimentari di prima necessità sono saliti alle stelle, a causa della deregolamentazione del mercato, la soppressione dei controlli dei prezzi e la eliminazione dei sussidi, sotto i consigli di “libero mercato” della Banca Mondiale e del FMI.

Negli ultimi anni, gli alimenti essenziali e i prezzi del carburante sono aumentati a spirale a causa del commercio speculativo sulle principali borse delle materie prime.
La Libia è stato uno dei pochi paesi in via di sviluppo che ha mantenuto un sistema di controllo dei prezzi degli alimenti essenziali.
Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale, ha riconosciuto in una dichiarazione dell’ aprile 2011 che il prezzo degli alimenti di prima necessità era aumentato del 36 per cento nel corso dell’ultimo anno. (Vedi Robert Zoellick, World Bank )
La Grande Giamahiria Araba Libica aveva stabilito un sistema di controllo dei prezzi sugli alimenti di prima necessità mantenuto fino all’inizio della guerra guidata dalla NATO .
Mentre l’aumento dei prezzi alimentari nella vicina Tunisia ed in Egitto era alla base del disagio sociale e del dissenso politico, il sistema di aiuti alimentari in Libia era mantenuto.
Questi sono i fatti confermati da numerose agenzie specializzate delle Nazioni Unite.

“La diplomazia dei missili” e “Il Libero Mercato”

La guerra e la globalizzazione sono strettamente correlate. Il FMI e la NATO lavorano in tandem, in collegamento con i think tanks di Washington.

I paesi che si mostrano riluttanti ad accettare i proiettili rivestiti di zucchero della “medicina economica” del FMI saranno eventualmente oggetto di una operazione umanitaria della NATO.

Déjà Vu? Sotto l’Impero britannico, la “ gun boat diplomacy“ era un mezzo per imporre il “libero commercio“. Il 5 ottobre 1850, il rappresentante in Inghilterra del Regno di Siam, Sir James Brooke consigliò al governo di Sua Maestà che:
Se queste giuste richieste [di imporre il libero scambio] dovessero essere rifiutate, dovrà essere inviata una forza, per appoggiarle immediatamente con la rapida distruzione delle difese del fiume [Chaopaya]. Il Siam deve imparare la lezione che già da lungo tempo doveva essergli impartita- il suo Governo può essere rinnovato, un Re disposto con più favore può essere posto sul trono, e così verrà acquisita grande influenza nella regione che per l’Inghilterra assumerà un’importanza commerciale immensa. ”(The Mission di Sir James Brooke, citato in M.L. Manich Jumsai, King Mongkut and Sir John Bowring, Chalermit, Bangkok, 1970, p. 23)

Oggi lo chiamiamo “cambio di regime” e ”diplomazia dei missili“, che prende inevitabilmente la forma di una “No Fly Zone“ sponsorizzata dalle Nazioni Unite . Il suo obiettivo è quello di imporre la mortale “medicina economica” del FMI di misure di austerità e privatizzazioni.

I programmi di “ricostruzione“ dei paesi dilaniati dalla guerra finanziati dalla Banca Mondiale sono coordinati con i piani militari di USA-NATO. Essi sono sempre formulati prima dell’offensiva della campagna militare …

La confisca delle attività finanziarie libiche

Le attività finanziarie libiche all’estero congelate sono stimate nell’ordine di 150 miliardi dollari, con i paesi della NATO che sono in possesso di più di 100 miliardi.

Prima della guerra, la Libia non aveva debiti. In realtà tutto il contrario. Era una nazione creditrice che investiva nei vicini paesi africani.

L’intervento militare R2P ha lo scopo di guidare la Gran Giamahiria Araba Libica nella morsa di un paese indebitato in via di sviluppo, sotto la sorveglianza delle istituzioni di Bretton Woods basate a Washington.

Con amara ironia, dopo aver rubato la ricchezza petrolifera della Libia e aver confiscato le sue attività finanziarie all’estero, la “comunità dei donatori“ ha promesso di prestare il denaro (rubato) per finanziare la ” ricostruzione” della Libia.

Il FMI ha promesso ulteriori $ 35 miliardi in finanziamenti [prestiti] ai paesi colpiti dalle rivolte della Primavera araba e ha formalmente riconosciuto il Consiglio Nazionale di Transizione come potere legittimo, aprendo l’accesso a una miriade di istituti di credito internazionali mentre il paese [Libia] cerca di ricostruirsi dopo sei mesi di guerra….

L’aver ottenuto il riconoscimento da parte del FMI è importante per i leader provvisori della Libia in quanto significa che le banche internazionali per lo sviluppo e i donatori, come la Banca Mondiale, possono ora offrire i loro finanziamenti.

I colloqui di Marsiglia sono venuti pochi giorni dopo che i leader mondiali, a Parigi, hanno concordato per liberare miliardi di dollari in beni congelati [denaro rubato] per aiutare [attraverso prestiti] i provvisori governanti della Libia a ripristinare i servizi essenziali e la ricostruzione dopo un conflitto che ha posto fine a 42 anni di dittatura.

L’accordo di finanziamento da parte del Gruppo delle Sette principali economie più la Russia è mirato al sostegno delle iniziative di riforma [ aggiustamento strutturale promosso dal FMI] sulla scia delle rivolte in Nord Africa e del Medio Oriente.

Il finanziamento è per lo più sotto forma di prestiti, piuttosto che contributi a fondo perduto, ed è fornito per metà da paesi del G8 e da paesi arabi e per metà dagli istituti di credito e da varie banche per lo sviluppo.

(Financial Post 10 settembre 2011)

http://coriintempesta.altervista.org/blog/…tato-distrutto/

LA LYBIA DI GHEDDAFY:

– Elettricità domestica gratuita per tutti

– Acqua domestica gratuita per tutti

– Il prezzo della benzina è di 0,08 euro al litro

– Il costo della vita in Libia è molto meno caro di quello dei paesi occidentali. Per esempio il costo di una mezza baguette di pane in Francia costa più o meno 0,40 euro, quando in Libia costa solo 0,11 euro. Se volessimo comprare 40 mezze baguette si avrebbe un risparmio di 11,60 euro.

– Le banche libiche accordano prestiti senza interessi

– I cittadini non hanno tasse da pagare e l’IVA non esiste.

– Lo stato ha investito molto per creare nuovi posti di lavoro

– La Libia non ha debito pubblico, quando la Francia aveva 223 miliardi di debito nel Gennaio 2011, che sarebbe il 6,7% del PIL. Questo debito per i paesi occidentali continua a crescere

– Il prezzo delle vetture (Chevrolet, Toyota, Nissan, Mitsubishi, Peugeot, Renault…) è al prezzo di costo

– Per ogni studente che vuole andare a studiare all’estero, il governo attribuisce una borsa di 1 627,11 Euro al mese.

– Tutti gli studenti diplomati ricevono lo stipendio medio della professione scelta se non riescono a trovare lavoro

– Quando una coppia si sposa, lo Stato paga il primo appartamento o casa (150 metri quadrati)

– Ogni famiglia libica, previa presentazione del libretto di famiglia, riceve un aiuto di 300 euro al mese

– Esistono dei posti chiamati « Jamaiya », dove si vendono a metà prezzo i prodotti alimentari per tutte le famiglie numerose, previa presentazione del libretto di famiglia

– Tutti i pensionati ricevono un aiuto di 200 euro al mese, oltre la pensione.

– Per tutti gli impiegati pubblici in caso di mobilità necessaria attraverso la Libia, lo Stato fornisce una vettura e una casa a titolo gratuito. Dopo qualche tempo questi beni diventano di proprietà dell’impiegato.

– Nel servizio pubblico, anche se la persona si assenta uno o due giorni, non vi è alcuna riduzione di stipendio e non è richiesto alcun certificato medico

– Tutti i cittadini della libia che non hanno una casa, possono iscriversi a una particolare organizzazione statale che gli attribirà una casa senza alcuna spesa e senza credito. Il diritto alla casa è fondamentale in Libia. E una casa deve essere di chi la occupa.

– Tutti i cittadini libici che vogliono fare dei lavori nella propria casa possono iscriversi a una particolare organizzazione, e questi lavori saranno effettutati gratuitamente da aziende scelte dallo Stato.

– L’eguaglianza tra uomo e donna è un punto cardine per la Libia, le donne hanno accesso a importanti funzioni e posizioni di responsabilità.

– Ogni cittadino o cittadina della Libia si puo’ investire nella vita politica e nella gestione degli affari pubblici, a livello locale, regionale e nazionale, in un sistema di DEMOCRAZIA DIRETTA (iniziando dal Congresso popolare di base, permanente, fino ad arrivare al Congresso generale del popolo, il grande Congresso nazionale che si riunisce una volta all’anno) .

Se questo era lo stato di un dittatore non democratico allora preferisco la dittatura alla democrazia dei colonizzatori e alle GUERRE di pace! Onore al Colonello Gheddaffi.

COSA SAI DELLA LIBIA?

Dallo scoppio della guerra in Libia, opinionisti, giornalisti, perbenisti e filistei vari hanno iniziato un attacco feroce contro quello che viene chiamato “regime dittatoriale”, asserendo che per il rispetto dei diritti umani il sanguinoso governo di Muammar Gheddafi, in vigore dal 1969 dovesse essere abbattuto in favore dei rivoltosi dissidenti.

Di contro progressisti, terzomondisti, euroasiatici e anti-imperialisti si sono schierati a favore e in difesa della “dittatura rivoluzionaria” libica, sostenendo l’autodeterminazione dei popoli e battendosi contro questa impresa neo-colonialista, sostenendo che l’unico governo possibile non può che essere quello di Gheddafi e che i ribelli libici non sono altro che un esigua parte della popolazione.

Nel mezzo delle due posizioni, c’è chi non sa se sostenere Gheddafi come eroe dell’emancipazione degli stati in via di sviluppo o controbatterlo come beduino arroccato al posto di comando che ormai ha fatto il suo tempo.

Analizziamo così luci ed ombre del governo libico, facciamo le nostre considerazioni e traiamone le dovute conclusioni.

1.Cosa c’era prima di Gheddafi

Alla fine del 2° conflitto mondiale, la Libia, ex-colonia italiana, era caratterizzata da un assenza di uno stato nazional-territoriale ben delineato politicamente e dalla parcellizzazione delle autorità secondo linee tribali, nonch’è dalla totale mancanza di coscienza nazionale da parte del suo popolo. Il paese era, ed è, costituito da 3 regioni assai differenti tra loro, sia riguardo l’aspetto demografico, che politico, che economico: La Tripolitania, regione più ricca e pervasa da uno spirito anti-italiano e anti-colonialista, con un tessuto demografico-economico solido, ma minato dai clan e dalle separazioni e dai privilegi gentilizi; la Cirenaica, dominata politicamente dalle autorità tribali senussite e il Fezzan, regione povera, a ridosso del deserto e caratterizzato da una popolazione principalmente nomadica e quindi privo di un carattere nazionale e politico competente.

Riguardo al paese per intero e alla sua condizione, Giorgio Assan scrisse “Il paese appariva privo di quadri, il 94% del popolo era analfabeta, la condizione igienica era allarmante, la mortalità si elevava al 40%, non vi era alcuna base economica e la struttura sociale era arretrata di almeno trecento anni”.La proposta iniziale era quella di dividere lo stato e di “spartirlo” tra l’Italia, a cui sarebbe andata la Tripolitania, l’Inghilterra che avrebbe preso la Cirenaica e la Francia a cui sarebbe toccato il Fezzan, tutto ciò secondo principi autogovernativi della varie regioni sotto l’influenza dei paesi a cui sarebbero state “assegnate”. Questo non avvenne, infatti nel 21 Novembre del 1949 l’ONU bocciò la richiesta e nel 1° Gennaio del 1952 venne proclamata l’indipendenza della Libia come stato unitario monarchico.

Secondo la nuova costituzione federale, veniva riconosciuto il regno di Libia, composto da tre regioni, sottoposta ciascuna ad un governatore di nomina regia, con il governo federale sempre di nomina regia e responsabile di fronte al parlamento. Il sistema era bicamerale e prevedeva una camera dei deputati elettiva. I membri del Senato erano 24, otto per regione, dei quali una metà era elettiva, l’altra di nomina regia. Il voto alle donne era negato, sulla questione costituzionale l’ultima parola spettava alla corte suprema. La lingua ufficiale era l’arabo e la religione l’Islam.

La Libia era un stato, in realtà, già diviso tra le due capitali, Tripoli e Bengasi, e questo dualismo storico-antropologico adesso veniva rafforzato dalla costituzione federale. Il re Idris, appartenente alla tribù dei senussi, era stato messo al comando dalle nazioni straniere e ne era politicamente dipendente, così come il paese intero che veniva mantenuto dagli ingenti finanziamenti esteri e dall’affitto di basi militari alle potenze straniere inglesi e americane (1). Le tribù senussite, storicamente sono sempre state accondiscendenti alle pretese straniere e vi entravano in accordo, così fecero anche con il regime fascista e così fecero con i britannici, appoggiandoli.

La situazione Libica cominciò a farsi incandescente quando nel vicino Egitto vi fu la rivoluzione panaraba dei “Liberi Ufficiali” nel 1952, questo aveva stimolato l’opposizione anti-monarchica e anti-senussa, che rivendicavano la sovranità e l’indipendenza della nazione libica contro il colonialismo straniero.

Fin qui lo stato Libico appare come un fantoccio nelle mani straniere, privo di una personalità nazionale, di un sentimento comune del popolo, diviso anche storicamente, visto che le due grandi regioni, Tripolitania e Cirenaica, erano sempre state orientate una verso il Maghreb e l’altra verso l’Egitto. Inoltre la divisione e la lotta tra tribù rendevano difficili la costruzione di un sentimento che giovasse all’intera nazione, piuttosto che alle singole tribù e permaneva un contrasto forte tra sedentari e nomadi, tra gente costiera e dell’entroterra e tra modernizzazione e tradizione. Inoltre l’infeudamento della monarchia al capitale permetteva la formazione di settori borghesi commerciali e finanziari che si legavano all’apparato burocratico corrotto e al nobilitato di corte(2). La mancata coesione nazionale era anche da imputare alla monarchia centralista Senussa, particolarmente arrendevole verso le politiche e le influenze straniere.

Come già detto prima i Senussi sono sempre entrati in contatto e a patti con gli invasori stranieri, così fecero con i colonizzatori italiani nel 1911, con cui repressero una rivolta anti-coloniale, e contribuirono alla trasformazione della Libia in uno stato di “servitù militare” ai tempi del fascismo(3).Questa condotta si fece particolarmente sentire quando negli anni 50 fu scoperto il petrolio e le nazioni straniere, con le multinazionali, cominciarono a depredare il paese, ciò fomentò l’ostilità neocoloniale diffusa nella popolazione, tale scontento era capeggiato dai gruppi sindacali e popolari.

Perciò nel 1961 Idris represse svariati gruppi nesseriani e filo-baathisti, bandisce i partiti e comincia ad eseguire condanne, tant’è che le rivolte studentesche del 1964 vengono represse col sangue dalla polizia, Tripoli divenne l’epicentro di tali manifestazioni. Tra il m1952 e il 1964 si contarono ben sette crisi ministeriali e vi erano impossibilità di praticare riforme. Così nel 1963 si redasse e si istituzionalizzò una nuova carta costituzionale, che sanciva la nascita di uno stato libico unico e non più federale.

Lo scontento aumentava sempre di più, tra la borghesia, gli studenti e gli operai e anche diverse file dell’esercito, nel 1967 il regime ha un piede nella fossa e, nella speranza di salvare la monarchia e la dinastia, Idris abdica a favore di Hassan Rida.

“La tribù, il clan, la grande famiglia hanno cominciato a disgregarsi a causa delle migrazioni esterne. Sono all’ordine del giorno le parole: lavoro; coscienza nazionale; impegno; responsabilità, individualismo; mescolanza.”(4)

2.0 La rivoluzione

La monarchia è in caduta libera, il paese al tracollo e soffia il vento della rivoluzione. In questo contesto il militare ventisettenne Muammar Gheddafi, nato in un piccolo villaggio berbero della Sirte, tra nomadi, letture del corano (5) e vita spartana. Nel 1956 si trasferisce nel Fezzan, a Sebha, dove parteciperà a svariate manifestazioni anti-coloniali (1956-1961). Il nazionalismo di Gheddafi va a formarsi, assumendo connotazioni panarabe idealizzate, costituisce una cellula studentesca di protesta e si muove in modo politicamente attivo, ciò non sfugge alla polizxia, che costringe lui e i familiari a trasferirsi dal Fezzan a Misurata. Un suo amico e commilitone in quegli anni (1961-1963) così lo affermò

“Gheddafi mi disse di aver riflettuto e che voleva incontrare gli esponenti del partito Baas e di Georges Habbache (ancora non avevano connotazioni marxiste tali partiti), in seguito vi rinunciò perché si perdevano in discussioni sterili e si perdeva solo tempo. Organizzammo la prima seduta del movimento nel 63’ e si decise che tre dei nostri (tra i quali Gheddafi) dovessero entrare nell’accademia militare per creare una cellula di ufficiali liberi, incaricati di portare al movimento il sostegno di parte dell’esercito, indispensabile.(6)

Il punto di riferimento ideologico è il panarabismo di Nasser, all’età di 22 anni Gheddafi entra nell’accademia di Bengasi. Perciò Gheddafi punta sulla costruzione di cellule, soprattutto militari, e piuttosto che organizzare una rivoluzione civile e di preparazione popolare, si concentra su quella sovversiva militare, ispirato dalla rivoluzione egiziana. Ciò perché la borghesia era molto debole e il proletariato troppo giovane e senza una coscienza di classe formata. Il tutto venne chiamato “Operazione Gerusalemme” e si tenne il 24 marzo del 1969. Alla radio viene annunciata la rivoluzione in nome di Allah dallo stesso Gheddafi, ciò sarebbe servito per rafforzare l’aspetto anti-coloniale e arabo della rivoluzione e per cementare un arabizzazione islamizzata che avrebbe dovuto portare la Libia al panarabismo.(7)

La rivoluzione si compì senza spargimento di sangue e con il re fuori dal paese. A nome del CCR(consiglio della rivoluzione) viene ufficializzata la nascita della Repubblica araba libica. Il programma prevede la piena sovranità nazionale della Libia e il rispetto dei diritti della comunità internazionale. Il principe in carica si dimette a favore dei rivoluzionari, mentre il re Idris chiede l’intervento di Londra, impossibile dato il trattato del 1953 che prevedeva un attacco solo se la Libia fosse stata soggetta ad attacchi esterni.

Le reazioni estere sono diverse; i sovrani degli stati circostanti temevano l’influenza della rivoluzione, che avrebbe potuto portare destabilizzazione anche nei loro stati; Mosca applaudiva a tale evento che avrebbe ridimensionato l’assetto britannico-statunitense nella zona; gli USA ritenevano la spinta islamica e religiosa dei nuovi rivoluzionari ottima per rafforzare l’anti-comunismo e impedire l’avanzata dei sovietici nelle zone circostanti il mediterraneo.

Viene posta l’economia al primo posto e vengono emanate una serie di riforme volte a diminuire l’inflazione tagliando le spese sui ministeri, imponendo il controllo statale sui prezzi, si aumentano i salari minimi e si dimezzano gli affitti. Le rendite subiscono un taglio del 30% e nel 1972 viene introdotta una legge di imposta progressiva sul reddito.

2.5 Gheddafi ed il socialismo islamico

Gheddafi dichiara “Tutti sanno che io sono sempre stato impegnato contro il sionismo, l’America e l’alleanza atlantica” ciò certamente lo rende un terzo mondista e progressista, ma certo non un socialista. Difatti Gheddafi non è socialista, o almeno il suo concetto di socialismo non ha nulla a che fare con quello occidentale e può sembrare più una sorta di terzo posizioniamo e fusione di elementi socialisti e capitalisti, prova di questo è la crisi mondiale che investì anche la Libia negli anni Ottanta e che causò una larga privatizzazione delle imprese e degli enti libici, cosa che in uno stato socialista non sarebbe mai accaduto. Ma Gheddafi dichiara anche

“La nostra concezione del socialismo implica che tutti possano prendere parte alla produzione, al lavoro e alla distribuzione dei prodotti. Il nostro è un socialismo islamico, patrocinato dall’Islam. Mentre la parola socialismo è stata designata in Occidente per rappresentare il possesso della produzione e dei suoi mezzi da parte della società, in arabo vuol significare associazione e lavoro svolto in comune. Vuol significare l’associazione dei prodotti e dei beni di un gruppo di un popolo tanto nella ricchezza quanto nei doveri e nella responsabilità”(8)

Discorso assai ambiguo e confuso, che lascia trasparire una società inter-classista e al di fuori delle teorie marxiste e sovietiche. Infatti verrà dichiarato ancora dallo stesso Gheddafi:

“Si assiste oggi ai tentativi dei paesi comunisti di esercitare una dominazione economica. Sono amico dei paesi comunisti ma mi limito a questo. Si pretende che il mio paese sia dominato nel campo di una grande potenza. Una sorta di manomissione del Terzo mondo, con l’intenzione di seminare il dubbio. Il comunismo è completamente diverso dal comunismo”(9)

Questo discorso si tenne alla conferenza dei paesi non allineati di Algeri del 1973, in opposizione a Fidel Castro che sosteneva l’impegno dell’URSS nell’emancipazione e nello sviluppo dei paesi africani. Ciò lascia trasparire la totale ignoranza di Gheddafi sul campo teorico marxista-leninista e la totale confusione su questa filosofia anche in campo teorico e dimostra come egli guardava all’URSS non come vero alleato ma come utile peso della bilancia per farsi largo nella comunità internazionale e aumentare la competitività tra le due nazioni per accaparrarsi il suo sostegno, fondamentale per l’assetto geopolitico africano.

Ma Gheddafi affermò anche che:

“L’islam è certamente il messaggio eterno, la rivoluzione continua, la madre del progresso. La nazione araba è la madre del socialismo perché esso è presente e trova la sua origine nel corano. Né Marx, né Lenin, né i teorici e filosofi, nessuno è riuscito a stabilire un regime migliore di quello dell’Islam sul piano economico e morale”(10)

Si è passati alla totale denigrazione dei grandi socialisti e del suo stesso fondatore, e Gheddafi si è eretto come unico vero sostenitore del socialismo.

E ancora

“Se è vero che il capitalismo, dando briglia sciolta all’individuo, ha trasformato la società in una vera e propria baraonda; il comunismo pretendendo di trovare la soluzione ai problemi economici con la soppressione della proprietà privata ha finito per trasformare la popolazione in un branco di pecore”

“La vera legge della società è costituita dalla tradizione e dalla religione. Ogni tentativo di elaborarla al di fuori di queste due fonti è inutile e illogico. Le leggi non religiose e non tradizionali sono creazioni dell’uomo, pertanto sono ingiuste […] la legge della società non può quindi essere oggetto di redazione o codificazione. L’importanza della legge sta nel criterio di distinzione del vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, come pure i diritti e i doveri degli individui.”

Queste citazioni sono tratte direttamente dal libro verde, e costituiscono la conferma incontestabile del fatto che Gheddafi non solo non è socialista (o come lui afferma comunista, ma si sa che essere l’uno comporta l’essere anche l’altro) ma neanche materialista, e annulla l’importanza delle leggi scritte. Più che socialismo islamico quello di Gheddafi è terzo-posizionismo arabo, ma nonostante egli nei suoi discorsi teorici sia estremamente contraddittorio e con oscillazioni che vanno dal capitalismo al socialismo, dalla privatizzazione alla pubblica proprietà, certamente è innegabile il fatto che abbia rappresentato una vera svolta per il popolo libico, sicuramente positiva e che ha portato ad una evoluzione, con luci ed ombre che ogni evoluzione comporta.

3.0 La svolta della Libia con Gheddafi

Il nuovo stato libico era stato messo in piedi con principi ispiratori ben precisi, quali la decolonizzazione, l’emancipazione dagli stati esteri e la lotta al razzismo e al sottosviluppo, tutto questo affermando che lo stato è di ispirazione socialista e fondato sui principi del corano{1*}
Ciò comporto la liquidazione della presenza straniera del territorio (smantellamento delle basi straniere e delle organizzazioni) e l’inserimento dello stato del movimento terzomondista neutrale.

Riguardo all’aspetto economico Gheddafi ribadiva la sua posizione anti imperialista e socialista, prevedendo la possibilità del contatto tra proprietà privata e politica di piano. L’organo supremo della repubblica era il consiglio rivoluzionario CCR, che deteneva il potere legislativo, vengono istituiti tribunali speciali sempre con a capo il CCR.Il consiglio dei ministri aveva compito consultivo, per poi far passare il decreto nelle mani del CCR che aveva sempre l’ultima parola e decideva di ufficializzarli e metterli in pratica.

Nel 1970 Gheddafi riesce ad accumulare una serie di cariche che gli consentono di diventare la guida del paese, capo di stato; capo di governo; capo del CCR; ministro della difesa e del comitato supremo di piano.

In seguito prende piede la costruzione di un nuovo sistema statale, detto Jamahiriya istituito nel 1976, e lo stato libico prende un nuovo nome “Repubblica popolare araba di Libia”. Essa prevede una articolazione incentrata sui congressi popolari, associazioni professionali e federazioni della società civile. I ministri assumono il nome di segretari e si riuniscono in un comitato generale del popolo. Nel 1979 Gheddafi rinuncerà alla carica di direttore del congresso generale del popolo.

Nel 1991 vengono introdotti provvedimenti giuridici per la libertà degli individui. L’art.8 prevedeva libera espressione a patto che questa fosse esercitata nelle pubbliche assemblee e sotto gli organi di stampa governativi; l’art. 16 riconosceva il rispetto della vita provata e gli articoli 11 e 12 la proprietà privata.

La prima cosa che il governo fece fu la nazionalizzazione delle banche (Banco di Napoli, Banco di Roma, Barclays Bank) poi vi fu la presa di controllo della produzione delle basi petrolifere, a scopo della reciproca intesa e ricchezza (Così disse Gheddafi in un intervista con la giornalista Mirella Bianco), per favorire la Libia nelle azioni commerciali e far si che traesse vantaggio dalla competizione tra imprese, potendo anche scegliere il prezzo dei barili.

Ciò andava in netto contrasto con la volontà americana di favorire le imprese a scapito dei paesi possessori di petrolio, contro il quale Gheddafi tuonerà “Gli americani sono convinti di dominare il mondo con le loro flotte e basi militari. L’imperialismo americano appare come un sostegno illimitato alle compagnie monopolistiche a scapito dei paesi possessori di petrolio che così non possono amministrare il loro bene”(11)

La Libia così potè amministrare il suo bene più prezioso e finanziare le sue opere pubbliche, ma tutto cambiò negli anni Ottanta, con la periodica crisi di produzione e al crollo dei prezzi del petrolio (1982). {2} La situazione libica peggiora con i bombardamenti del governo Regan e il successivo isolamento economico.

3.0 L’impegno per l’emancipazione degli stati Africani e nord Africani

Checchè se ne dica Gheddafy si è sempre mosso concretamente per l’emancipazione e la costruzione degli stati arabi e Africani. Tale condizione è dovuta all’identità religiosa e culturale dei paesi arabi, che secondo il rais avrebbero potuto abbattere le barriere etniche tra berberi e arabi e sarebbe riuscita a fare da collante per la creazione di una unità araba. Ovviamente ciò non poteva che andare a vantaggio degli stati nord Africani che, uniti dall’Atlantico al Golfo persico avrebbero formato un blocco abbastanza forte da poter respingere il neo-colonialismo occidentale che fino ad allora contribuiva alla divisione di questi stati. Oltre a queste spiegazioni, Gheddafy, ricorse anche al corano, investendo in questo compito di ricomposizione degli stati arabi in una comunità, per poi passare all’unione intera del mondo musulmano un dovere divino(12)

In merito è importante citare il vertice di Rabat del 1969, dove Gheddafi criticò aspramente le posizioni conservatrici, filo-imperialiste e egofamiliari dei sultani sauditi e ribadì le sue posizioni antisioniste e filo-palestinesi. Con la carta di Tripoli del 1971 si generò una federazione anti imperialista e antisionista rivoluzionaria che però non si concretizzerà operativamente dei quali facevano parte Egitto, Libia e Sudan. Gheddafi intraprese anche rapporti con il Siriano Hafez Al-Assad, cercando di formare un progetto unitario, ma perse l’appoggio di Nimeiry il sudanese (da notare che in Gheddafy consegnò a Nimeiry alcuni comunisti che vennero poi impiccati tra i quali vi era Abdel Chalet Majhoub) a causa di un incidente riguardo un gruppo destabilizzatore che ha trovato la sua base di addestramento in Libia. Nonostante questo nel 1971 viene annunciata la federazione delle repubbliche arabe componenti Libia, Egitto e Siria, per scopi difensivi. In seguito (1972). Gheddafy propose a Sadat di passare dalle federazione alla fusione tra Libia ed Egitto. Ciò però non avvenne a causa dell’allontanamento di Sadat dall’URSS e all’avvicinamento di questo agli USA che sfociò in incidenti diplomatici con la Libia e resero la possibilità di fusione impossibile.

Gheddafy così lancia un offerta alla Tunisia cui prospetta una fusione in forma di Repubblica araba islamica (1974) ma anche questo tentativo fallì, insieme all’aggancio con la Siria di Al-assad più propenso verso l’URSS. Falliti i tentativi di aggancio ad est e in generale la creazione di un grande Magrebh Gheddafy si orientò a sud. Da qui Gheddafy cominciò una politica di sostegno agli stati africani sottosviluppati e riversò su questi una vasta quantità di petrodollari. L’emancipazione degli stati africani implicava la formazione di classi dirigenti e sovrastrutture politiche capaci di spezzare le antiche dipendenze coloniali, cosa che non andava molto giù alla Francia che vide minacciati i suoi interessi ufficialmente spenti ma ufficiosamente presenti in Africa. Questa tentava perciò di destabilizzare da tempo la Libia, per la difesa dei propri interessi e contro l’esportazione della rivoluzione libica. Dall’altra parte cominciavano anche le interferenze di Washington che cercava di sorvegliare controllare le situazioni in Africa temendo sbilanciamenti verso i sovietici del continente.

La propaganda di Gheddafy per l’esportazione della rivoluzione aveva caratteri anche religiosi, con i quali Gheddafy rilanciava la cultura africana e musulmana in opposizione al colonialismo e alla religione cristiana che diceva rappresentasse proprio un vecchio ostacolo per l’emancipazione dei popoli africani. In occasione del vertice dei capi di stato saheliani Gheddafi lancia la prospettiva in un unione degli stati africani, detti Stati uniti del Sahara nel 1997 dichiarando “I porti libici saranno aperti ai nostri fratelli africani, voglio creare una nuova potenza economica (13) dei quali avrebbero fatto parte Libia, Niger, Burkina Faso, Mali, Nigeria e Ciad. Questa proposta era dettata anche dallo scioglimento dell’URSS e dal monopolio che adesso aveva Washington.

Nel vertice di Lomè, Tripoli si farà carico delle maggiori spese per la realizzazione di un progetto che avrebbe riparato al degrado materiale ed economico causato dalle politiche neoliberiste del fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale. Gheddafy proporrà anche la creazione di una banca africana per lo sviluppo ed il commercio. Nel 2003 viene eletto dagli altri stati africani come Alto commissario alla presidenza delle nazioni unite per i diritti dell’uomo.

4.0 Alleato di convenienza, nemico per eccellenza

Contrariamente a quanto si possa pensare Gheddafi non è sempre stato nemico degli USA, e lo stesso vale al contrario. Inizialmente gli USA appoggiarono e consentirono l’ascesa del governo del rais libico e certo se non si vuole ammettere che si è provato ad instaurare un rapporto tra i due paesi, certo gli USA gli hanno lasciato gioco facile e hanno chiuso gli occhi su alcuni suoi atteggiamenti. Infatti una cosa che non si potrà mai negare riguardo Gheddafi è che ha sempre sostenuto il popolo palestinese ed è sempre stato impegnato contro il sionismo, ma ciò non scoraggiava gli USA che non premevano per una sua caduta. Infatti ai tempi in cui l’URSS era ancora integra gli USA vedevano Gheddafi come un ottimo alleato in funzione anti-sovietica, date le persecuzioni ai partiti e ai movimenti della fratellanza mussulmana, degli afro-marxisti, del movimento baathista e dei sostenitori sovietici in generale. Il tutto accadeva sotto la presidenza Nixon, che guardava positivamente tali azioni e considerava Gheddafi un ottimo muro contro il movimento sovietico, prova di questo fu il sostegno che Gheddafi diede al dittatore “socialista” sudanese Nimeiry nello sventare un colpo di stato comunista (1971).

Cosa accadde? Per ripicca e avversione verso le trattative di pace tra Israele ed Egitto (dopo Nasser, sotto Sadat), Gheddafi firma con Mosca un accordo strategico, 18 Gennaio 1974, ciò per denunciare l’Egitto come complice delle ingerenze dei paesi occidentali in Africa. In seguito Gheddafi rivendicherà l’estensione del territorio libico sul golfo della Sirte (1973). Il rapporto andò sempre a peggiorare, prima a causa degli accordi di Camp David e in fine con l’incendio a Tripoli dell’ambasciata statunitense(1979). La situazione peggiorò con l’insediamento alla casa bianca di Regan (1981), che Gheddafi accusava di ingerenze nelle questione degli stati africani, di contro cercherà di raffreddare i rapporti opponendosi all’insediamento di basi militari sovietiche, ma ciò senza successo poiché Washington già preparava movimenti per il rovesciamento del regime libico e aveva espulso vari esponenti libici dall’America accusandoli di terrorismo. Tutto ciò però non interruppe gli scambi commerciali tra Libia e America, e lo scambiò di greggio fluì senza troppe ripercussioni.

Cominciò così il movimento contro Gheddafi e la Libia, forte anche dell’intenzioni della CIA che premeva per una capitolazione del rais (14), cominciò a praticare addestramenti nelle acquee vicino Tripoli, si mosse per l’armamento di diverse cellule sovversive, praticò una informazione sul regime volta a spingere le masse a vedere di buon occhio la possibile caduta di Gheddafi, diffondendo anche diverse voci sul suo conto. Da qui a poco tempo l’accerchiamento della Libia e le sanzioni economiche fatte contro questa portò alla rappresaglia e al bombardamento americano sui civili nel 1986, ciò però non trovò molti consensi e anche il ministro della difesa italiana del tempo, Spadolini, si dissociò da tali atti. L’attenzione poi si concentrò altrove, senza però tenere in disparte la Libia, ormai etichettato come stato canaglia.

Gli USA non allentarono la loro morsa, nonostante le proposte economiche di Gheddafi riguardo al petrolio, la sua marcia indietro sui finanziamenti alle rivoluzioni di liberazione in Africa e al sostegno che le imprese petrolifere davano alla Libia per poter commerciare liberamente. L’embargo continuava imperterrito, ciò danneggiava la Libia e Gheddafi e fomentava le opposizioni e i tumulti nel paese. Gheddafi certo non lasciò nulla al caso, perciò coglieva sempre la palla al balzo quando vi erano suoi sostenitori in campo internazionale, e a quel tempo le manovre USA furono molto criticate dalle cancellerie europee e dal Vaticano, che condannavano le sanzioni imposte al paese, senza contare che molti accusavano Clinton di favorire, così, di rafforzare il clima anti-occidentale e di favorire movimenti terroristici, Gheddafi disse “Se crollo io il mediterraneo diverrà un mare insicuro e l’Europa conterà i morti, il nord Africa diverrà un covo di terroristi islamici” alimentando le paure delle popolazioni e dei governi europei.
Il disgelo con la Libia cominciò solo dopo l’11 settembre, poiché rappresentava un ottimo alleato contro il radicalismo islamico ed il terrorismo internazionale jihaddista.

5.0 Analisi e riflessioni finali

Avendo analizzato buona parte della politica estera e interna della Libia, del suo passato e delle azioni che il suo rais ha compiuto che l’hanno portata a questo punto, non rimane che tirare le somme e concludere analizzando il presente stato in cui riversa il paese libico. Abbiamo ribadito come in Libia non esista una forte coscienza ed unità nazionale, a causa di ciò non esiste neanche un forte movimento che raggruppi grandi fasce di popolazione, ne è stato presente una forte coscienza di classe e movimenti legati a queste. In Libia tutt’ora esistono tribù alleate e nemiche, che hanno come solo scopo il controllo e l’affermazione propria e di quelle alleate, così non può considerarsi altrimenti per Gheddafi e per il movimento ribelle, capeggiato dalla storica tribù dei senussi, ostili da sempre a quelle tripolitane.

E perciò cosa mai potrà offrire un possibile governo alternativo dopo quello di Gheddafi? Certo non cambierebbe molto tra un passaggio di tribù ad un altra per la popolazione, se non per la politica estera libica che sarebbe innegabilmente più aperta alle ingerenze straniere e alle infiltrazioni di basi militari e lobby, cosa che potrebbe danneggiare le condizioni della Libia molto di più rispetto al governo di Gheddafi, che si è sempre impegnato per la sua indipendenza, portandola ad essere uno stato africano emergente rispetto a tutti gli altri e superando o raggiungendo stati del continente africano quali Sud africa ed Egitto.

Senza contare che l’intervento dei bombardamenti stranieri ha decisamente fatto più vittime del regime, dei ribelli e delle guerre intestine che si sono svolte nel corso degli anni il Libia. Come bisognerebbe considerare quindi Gheddafi? Un salvatore del suo popolo o un dittatore spietato che nuoce ad ogni causa meno che alla sua?
Dopo aver analizzato la storia e le politiche libiche degli anni addietro e recenti non possiamo che affermare che Gheddafi, nonostante abbia avuto posizioni oscillanti tra Washington e Mosca, nonostante sia stato sempre soggetto al populismo e all’irretimento delle masse con la sua ottima conoscenza del corano e anche se ha ridotto a silenzio gran parte degli oppositori e con colpi di mano eccellenti ha sventato minacce per la sua politica anche in modo decisamente violento ed aggressivo, si è sempre dimostrato un convinto sostenitore dell’indipendenza e dell’affermazione degli stati arabi ed africani, calpestati dagli occidentali e ridotti o al colonialismo o a barbari con cui non si può intraprendere un dialogo.

Ha sempre cercato di assicurare al suo paese una condizione di spicco rispetto agli altri, e conseguentemente anche a lui, visto che la storia della Libia dagli anni 70 a oggi è legata a se, cercando di farlo emergere da condizioni di sudditanza e arretratezza, modernizzandolo e portandolo avanti, nel bene e nel male, cercando di legare il popolo diviso in tribù attraverso il corano e la sua politica nazionalista e così anche il mondo arabo e africano in generale diviso, per farsi che fosse forte contro l’egemonia straniera. Non ha quindi deragliato da questo obbiettivo di riscatto e le sue politiche non sono state che correlate a questa sua ambizione, portare la Libia e l’Africa ai livelli dei vecchi colonizzatori, rilanciando le tradizioni e cercando di contrastare le contraddizioni che si vengono a creare tra usanze e metodi passate e azioni future.

Troppo facilmente è stata presa una posizione da tutti i critici della domenica, che si sono schierati superficialmente con o contro Gheddafi a priori senza mai considerare o le sue luci o le sue ombre nel complesso, ma solo una parte di questo. Per riuscire a capire davvero questa guerra e la situazione libica non si può formulare giudizi dell’ultimo momento, con qualche azione recente, ma solo con uno studio complessivo della vita libica e della politica di Gheddafi, e dopo, tirando le somme delle sue luci e delle sue ombre, esprimere un giudizio consapevole. Tale giudizio non potrà non tenere conto dell’oggettività delle azioni fatte nel corso del tempo dal rais.

E perciò doveroso dire che il futuro che si prospetta per la Libia con i ribelli, pronti a svenderla alle nazioni straniere, è più oscuro di quello che potrebbe avvenire sotto Gheddafi. E bisogna sempre considerare come l’ingerenza nei paesi stranieri, senza una reale presa di coscienza della popolazione, e quindi l’importazione della democrazia è un fallimento che già è stato sperimentato e che rischia di ripetersi anche il Libia. Contando anche sul fatto che una dittatura ufficiale è più facile da combattere di una silenziosa, e che per questo molti che erano schierati contro Gheddafi ora sono passati dalla sua parte, poiché temono l’avanzata di un controllo più feroce da parte degli stati stranieri, depredatori di terre, ed una più difficile condizione per la lotta contro l’oppressione dell’uomo sull’uomo in generale. Il danno fatto dalla guerra di “liberazione” è molto più alto di quello che Gheddafi ha compiuto nel corso dei suoi anni di governo e si rischia di distruggere anche le conquiste che questo è riuscito a portare al suo paese.

Ragionando, quindi, per il favore della popolazione libica e per il suo futuro, non si può che rifiutare ferocemente la guerra, senza timore di difendere anche Gheddafi, poiché in questo momento egli rappresenta la lotta di Tripoli e della popolazione libica contro il neo-colonialismo straniero. Ciò senza sprofondare in un sostegno cieco e ideologico, poiché gli errori di Gheddafi ci sono stati, sono stati molti e vanno criticati, ma essi non possono pregiudicare la sua funzione attuale di difensore della libertà di decisione libica. Non si può pretendere di schierarsi contro la guerra e con l’indipendenza della Libia senza schierarsi anche dalla parte di Gheddafi, poiché sarebbe come sperare nella sconfitta di una squadra senza voler ammettere che si fa il tifo per la seconda, il sostegno all’altra è implicito ma momentaneo date le circostanze.

Bibliografia
(1)[Del Boca: op.cit;p 427.]
(2)[Alessandro Aruffo, in Gheddafi, storia di una dittatura rivoluzionaria;p.16]
(3)[ Mehdi Mustafa, in Libia: storia di una servitù militare, n.12 del Dicembre 1970]
(4)[Ch.Sourian, in “Annuaire del’Afrique du Nord]
(5)[Il padre lo affida ad un maestro che gli insegna a memoria i passi del corano; Alessandro Aruffo, in Gheddafi, storia di una dittatura rivoluzionaria;p.23]
(6)[Ivi.pp.47-8]
(7)[testo della dichiarazione preso dal Midle est journal vol.24]
(8)[Cit. in Bianco p.147]
(9)[Cit. in Quaderni internazionali; p147]
(10)[Cit. in A.Savioli in Sono un rivoluzionario non un politico]
(11)[Le Monde; 13 Giugno 1973]
(12)[Sura III, 104]
(13)[Jaune Afrique n1992 ediz. 1997]
(14)[B.Woodward; “le guerre segrete della CIA”, pp180; Milano 1978]
*{1}[v.d paragrafo 2.5]
*{2}[il misto tra capitalismo e socialismo di Gheddafi fa rientrare la Libia nella routine delle crisi di sovrapproduzione, ulteriore prova del fatto che lo stato non avesse basi socialiste]

Altro materiale sul tenore di vita:

http://latorredibabele.blog.rai.it/2008/06…vere-da-libici/

www.intopic.it/forum/tecnologia/crittografia/78250/

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Scritti di Moammar El Gheddafi:

Il Libro verde

Ricordi della mia vita

Fonte: terzorisorgimento.forumfree,it

Fonte_ visto su NOCENSURA del 12 agosto 2014
Link: http://www.nocensura.com/2014/08/controstoria-di-saddam-hussein-e.html

Preso da: http://www.veja.it/2014/08/17/controstoria-saddam-hussein-muammar-gheddafi/

Anno 2011: Hillary Clinton, l’oro di Gheddafi, la crisi del “petroldollaro” e le “primavere arabe”

All’indomani dell’inserimento del governo di unità nazionale guidato dal Premier designato Fayez al-Serraj, frutto delle lunghe mediazioni dell’Onu ad opera di Bernardino Leon e di Martin Kobler, la Libia si conferma essere l’epicentro, unitamente ad alcune aree del Medio Oriente e del Nord Africa, dei futuri equilibri geopolitici. Il Paese, successivamente alla deposizione di Gheddafi, è stato caratterizzato da un caos che ha favorito l’avanzata del Jihad, come aveva annunciato anche l’ex Presidente venezuelano Hugo Chavez in una sua memorabile intervista dell’Ottobre 2012, in cui parlava proprio di “crisi programmate” sia in Libia, che in Siria.
Eppure, a distanza di anni dal 2011, anno della sua deposizione, la figura di Gheddafi torna ad essere centrale per poter comprendere il progressivo avanzare del caos in Libia. Un valido supporto in tutto ciò ci arriva dalla declassificazione delle email scambiata tra Hillary Clinton, allora Segretaria di Stato degli USA, ed il suo consigliere di fiducia, Sid Blumenthal: da questa fitta corrispondenza si riesce a comprendere meglio le reali ragioni per cui USA, Francia e Regno Unito diedero il via, nel 2011, a quella missione di guerra finalizzata alla deposizione, o meglio all’uccisione di Gheddafi.
Un’interessante ricostruzione di quanto documentato in questa corrispondenza intercettata e successivamente declassificata [interamente visionabile al link https://wikileaks.org/clinton-emails/?q=Sid+Blumenthal&mfrom=&mto=&title=&notitle=&date_from=&date_to=&nofrom=&noto=&count=50&sort=0#searchresult] ci arriva da una pubblicazione di F. William Engdahl, noto esperto di geopolitica, datata 17 Marzo 2016 [visionabile al link http://journal-neo.org/2016/03/17/hillary-emails-gold-dinars-and-arab-springs/ e tradotta in italiano dalla redazione dell’Osservatorio Internazionale per i Diritti al link http://www.ossin.org/rubriche/206-le-schede-di-ossin/1952-il-caso-gheddafi], da cui emerge come alla base di quella guerra ci sarebbe stato “ l’oro e una minaccia potenzialmente esistenziale per il futuro del dollaro USA come moneta di riserva mondiale. Riguarda i piani di Gheddafi di quel tempo, per un dinaro convertibile in oro per l’Africa e il mondo arabo produttore di petrolio.”
Ritengo pertanto opportuno riportare quasi integralmente la pubblicazione di Engdahl su questa “guerra menata dall’amministrazione Obama contro Gheddafi, cinicamente battezzata ‘La responsabilità di proteggere’”:
“Barack Obama, un presidente indeciso e debole, aveva delegato tutte le responsabilità per la guerra in Libia al suo segretario di Stato, Hillary Clinton, che era una sostenitrice della prima ora di un ‘cambio dei regimi arabi’, da realizzare con la collaborazione dell’organizzazione segreta dei Fratelli Mussulmani e invocando il recente curioso principio della “responsabilità di proteggere” (R2P) per giustificare la guerra in Libia, che si è rapidamente trasformata in una guerra della NATO. Invocando la R2P, una nozione idiota promossa dalle reti della Fondazione Open Society di George Soros, Clinton ha sostenuto, senza prove affidabili, che Gheddafi bombardava i civili innocenti nella regione di Bengasi. Stando ad un resoconto dell’epoca del New York Times, che citava importanti fonti dell’amministrazione Obama, Hillary Clinton componeva (con Samatha Power, allora assistente senior nel Consiglio Nazionale per la Sicurezza, oggi ambasciatrice di Obama, e con Susan Rice, all’epoca ambasciatrice alle Nazioni Unite, attualmente consigliera per la sicurezza nazionale) la triade che spinse Obama all’intervento militare in Libia.
Clinton, spalleggiata da Power e Rice, riuscì a prendere il sopravvento sul segretario alla Difesa Robert Gates, su Tom Donilon, il consigliere per la sicurezza nazionale di Obama, e su John Brennan, capo della lotta contro il terrorismo, oggi alla testa della CIA. La Segretaria di Stato Hillary Clinton è anche invischiata fino al collo nel complotto diretto a scatenare quella che è stata chiamata ‘primavera araba’, l’ondata di rovesciamenti di governi nel Medio Oriente arabo, finanziata dagli Stati Uniti, e parte del progetto del ‘Grande Medio Oriente’ inaugurato nel 2003 dall’amministrazione Bush con l’occupazione dell’Iraq. I primi tre paesi presi di mira da questa azione USA – la “primavera araba nel 2011, nella quale Washington si è servita delle sue ONG per i ‘diritti dell’uomo’ come Freedom House e National Endowment for Democracy, come sempre in complicità con le Open Society Foundations dello speculatore miliardario George Soros, oltre che coi servizi operativi del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e della CIA – erano la Tunisia di Ben Ali, l’Egitto di Mubarak e la Libia di Gheddafi. Adesso la ragione di questa scelta e l’individuazione da parte di Washington nel 2011, quali obiettivi della destabilizzazione da prodursi con la ‘Primavera araba’, di taluni paesi del Medio Oriente, comincia ad apparire più chiara, in virtù delle recenti declassificazioni delle email scambiate da Clinton con il suo ‘consigliere’ privato per la Libia nonché amico, Sid Blumenthal. Quest’ultimo è stato l’avvocato che ha difeso Bill Clinton nell’affaire Monika Lewinsky e negli altri scandali a base di sesso, quando Bill era presidente ed era sotto minaccia di impeachment.
Il dinaro-oro di Gheddafi
Per molti resta ancora un vero e proprio mistero la ragione per la quale Washington decise che Gheddafi dovesse essere personalmente eliminato, assassinato, e non solo mandato in esilio come Mubarak. Clinton, quando venne informata del brutale assassinio di Gheddafi da parte dei terroristi della ‘opposizione democratica’ di Al Qaeda, finanziati dagli Stati Uniti, dichiarò a CBS news, ricorrendo ad una scherzosa parafrasi di dubbio gusto di Giulio Cesare: ‘Venni, Vidi, lui è morto’, con accompagnamento di macabre e copiose risatine. Poco si sa in Occidente di quanto Muammar Gheddafi ha fatto in Libia o, per quel che conta, in Africa e nel mondo arabo. Adesso la declassificazione di un nuovo lotto di email di Hillary Clinton come Segretaria di Stato nel momento in cui guidava la guerra dell’amministrazione Obama contro Gheddafi, getta una nuova drammatica luce sui retroscena. Non si trattò di una decisione personale di Hillary Clinton, quella di eliminare Gheddafi e di distruggere tutta l’infrastruttura del suo Stato. La decisione, la cosa è oramai chiara, fu presa dai più alti circoli dell’oligarchia monetaria statunitense. Si è trattato di un ennesimo strumento della politica di Washington per attuare il mandato ricevuto da quegli oligarchi. L’intervento aveva per obiettivo di seppellire i piani a stadio avanzato di Gheddafi per creare una moneta africana ed araba che rimpiazzasse il dollaro nel commercio del petrolio. Da quando la moneta USA ha abbandonato il sistema di convertibilità con l’oro nel 1971, essa ha perso molto del suo valore in rapporto all’oro. Gli Stati produttori di petrolio arabi e africani dell’OPEP da tempo lamentavano la riduzione di valore delle loro entrate petrolifere, fissate per volontà di Washington, dal 1970, in dollari statunitensi, mentre l’inflazione del dollaro è cresciuta più del 2000% dal 2011. In una email recentemente declassificata inviata a Clinton da Sid Blumenthal in data 2 aprile 2011, quest’ultimo rivela la ragione per la quale Gheddafi doveva essere eliminato. Col pretesto di citare una fonte di non meglio identificate ‘alte sfere’, Blumethal scrive a Clinton: ‘Secondo le informazioni sensibili in possesso di questa fonte, il governo di Gheddafi dispone di 143 tonnellate di oro e una pari quantità d’argento…’ L’oro è stato accumulato prima dell’attuale ribellione ed era destinato ad essere utilizzato per istituire una moneta panafricana basata sul dinaro-oro libico. Si tratta di un piano destinato a fornire ai paesi africani francofoni una alternativa al franco francese (CFA). ‘Il riferimento al franco francese costituiva solo la punta dell’iceberg del dinaro-oro di Gheddafi’.

Dinaro d’oro e più
Nel corso del primo decennio di questo secolo, i paesi dell’OPEP del Golfo Arabo, come l’Arabia Saudita, il Qatar ed altri, hanno seriamente cominciato a investire una parte importante delle loro rilevanti entrate petrolifere in Fondi sovrani, influenzati in ciò dal grande successo che avevano avuto i Fondi petroliferi della Norvegia. Il crescente malcontento per la guerra statunitense contro il terrorismo, per le guerre in Iraq e in Afghanistan, e in generale per le politiche degli Stati Uniti in Medio Oriente dopo l’11 settembre 2001, ha indotto la maggior parte dei paesi arabi a investire una parte crescente delle entrate petrolifere nei ricchi fondi controllati dagli Stati, piuttosto che affidarli alle viscide mani dei banchieri di New York e Londra, come era diventato d’abitudine dopo gli anni 1970, quando il prezzo del petrolio salì alle stelle, dando vita a quel che Henry Kissinger chiamava affettuosamente i ‘petrodollari’, per rimpiazzare il dollaro convertibile in oro abbandonato da Washington il 15 agosto 1971. L’attuale guerra sunnita-sciita o lo scontro di civiltà costituiscono infatti il risultato delle manovre statunitensi dopo il 2003 nel quadro della politica del “dividere per il controllo” regionale. Nel 2008, la prospettiva di un controllo sovrano da parte di un numero crescente di Stati petroliferi arabi e africani delle loro entrate petrolifere suscitò gravi preoccupazioni a Wall Street e nella City di Londra. Si trattava di enormi liquidità, di miliardi e miliardi, che potenzialmente avrebbero potuto sfuggire al loro controllo. Il cronoprogramma della primavera araba appare retrospettivamente sempre più collegato al tentativo di Washington e di Wall Street di mantenere il controllo, non solo degli immensi flussi di petrolio provenienti dal Medio Oriente arabo. E’ oramai chiaro che in ballo c’era anche il controllo del loro denaro, i loro miliardi e miliardi di dollari che si andavano accumulando nei ricchi fondi sovrani. Tuttavia, come risulta adesso confermato negli ultimi mail scambiati tra Clinton e Blumenthal il 2 aprile 2011, vi era un’altra minaccia qualitativamente nuova, che si profilava all’orizzonte per il ‘Dio denaro’ di Wall Street e della City di Londra. La Libia di Gheddafi, la Tunisia di Ben Ali e l’Egitto di Mubarak stavano per varare una moneta d’oro islamica, indipendente dal dollaro USA. Io ho sentito per la prima volta parlare di questo piano agli inizi del 2012, durante una conferenza finanziaria e geopolitica svizzera, da un Algerino che aveva una conoscenza approfondita del progetto. All’epoca la documentazione era modesta e la storia è rimasta confinata in un angolo della mia memoria. Attualmente viene fuori un’immagine estremamente più interessante, che fornisce nuovi elementi per valutare la ferocia della ‘primavera araba’ di Washington e la sua fretta nel caso libico.
Gli ‘Stati Uniti d’Africa’
Nel 2009, Gheddafi, all’epoca presidente dell’Unione africana, propose che il continente economicamente depresso adottasse il ‘dinaro-oro‘. Nei mesi che precedettero la decisione degli Stati Uniti, con il sostegno britannico e francese, di ottenere una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che costituisse la foglia di fico giuridica per la distruzione da parte della NATO del regime di Gheddafi, Muammar Gheddafi stava appunto lavorando alla realizzazione di una moneta, il dinaro-oro, che servisse agli Stati petroliferi africani e dai paesi dell’OPEP nelle transazioni petrolifere sul mercato mondiale. Se questo progetto si fosse realizzato, in un momento in cui Wall Street e la City di Londra erano sprofondati nella crisi finanziaria del 2007-2008, sarebbe stato assai arduo mantenere il dollaro come moneta di riserva mondiale, e questo sarebbe stata la fine dell’egemonia finanziaria statunitense e del sistema del Dollaro. L’Africa è uno dei continenti più ricchi del mondo, con vasti giacimenti di oro e risorse minerarie inesplorate, che è stato mantenuto per secoli deliberatamente in condizioni di sottosviluppo o soffocato da guerre che dovevano impedirne lo sviluppo. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale negli ultimi decenni sono stati gli strumenti di Washington per reprimere lo sviluppo reale dell’Africa. Gheddafi aveva rivolto un appello ai produttori africani di petrolio dell’Unione africana e mussulmani ad aderire ad un accordo che facesse del dinaro-oro la principale moneta da utilizzare negli scambi con l’estero. Avrebbero dovuto vendere il petrolio e le altre risorse agli Stati Uniti e al resto del mondo soltanto in dinari-oro. In qualità di presidente dell’Unione africana, nel 2009, Gheddafi propose di usare il dinaro libico e il dirham d’argento quali uniche monete che il resto del mondo avrebbe potuto utilizzare per comprare il petrolio africano. Oltre ai ricchi fondi sovrani dei paesi arabi dell’OPEP, anche altri paesi produttori di petrolio dell’Africa, in particolare l’Angola e la Nigeria, lavoravano alla creazione di propri fondi di ricchezza petrolifera nazionale nel momento in cui cominciarono i bombardamenti della NATO in Libia nel 2011. Questi fondi, collegati all’idea di Gheddafi di realizzare il dinaro-oro, avrebbero dovuto realizzare l’antico sogno africano di emanciparsi dal controllo monetario coloniale, della lira sterlina, del franco francese, dell’euro o del dollaro USA. Al momento del suo assassinio, Gheddafi stava lavorando, in qualità di presidente dell’Unione africana, ad un piano di unificazione dei paesi africani con una moneta d’oro, negli Stati Uniti dell’Africa. Nel 2004, un Parlamento panafricano composto da 53 nazioni aveva posto le premesse per una Comunità economica africana, con un’unica moneta d’oro entro il 2023. Le nazioni africane produttrici di petrolio avevano intenzione di abbandonare il petrodollaro e cominciare ad esigere il pagamento in oro. La lista comprendeva l’Egitto, il Sudan, il Sud-Sudan, la Guinea Equatoriale, il Congo, la Repubblica Democratica del Congo, la Tunisia, il Gabon, l’Africa del Sud, l’Uganda, il Ciad, il Suriname, il Camerun, la Mauritania, il Marocco, lo Zambia, la Somalia, il Ghana, l’Etiopia, il Kenya, la Tanzania, il Mozambico, la Costa d’Avorio, più lo Yemen che aveva appena fatto nuove importanti scoperte petrolifere. I quattro membri africani dell’OPEP – l’Algeria, l’Angola, la Nigeria, un enorme produttore, il maggiore produttore di gas naturale in Africa con immense risorse, e la Libia, depositaria delle maggiori riserve – sarebbero entrate a far parte del nuovo sistema del dinaro-oro. Non meraviglia che il presidente francese Nicolas Sarkozy, cui Washington aveva affidato un ruolo di primo piano nella guerra contro Gheddafi, fosse giunto al punto di trattare la Libia come una “minaccia” per la sicurezza finanziaria del mondo.

I ‘ribelli’ di Hillary creano una banca centrale
Una delle cose più curiose che ha caratterizzato la guerra di Hillary Clinton per uccidere Gheddafi fu il fatto che i ‘ribelli’ sostenuti dagli Stati Uniti a Bengasi, nel ricco di petrolio est della Libia, abbiano annunciato, nel pieno della guerra, ben prima che fosse completamente chiaro che l’esito fonale sarebbe stato il rovesciamento del regime di Gheddafi, di avere fondato una banca centrale di stile occidentale ‘in esilio’. Nelle prime settimane della ribellione, i capi ribelli hanno dichiarato di avere fondato una banca centrale per sostituirsi all’autorità monetaria dello Stato di Gheddafi. Il consiglio dei ribelli, oltre a fondare la sua propria compagnia petrolifera per vendere il petrolio del quale si erano impadroniti, hanno annunciato la ‘Designazione della Banca centrale di Bengasi come autorità monetaria competente nelle politiche monetarie in Libia e la nomina di un governatore della Banca centrale libica, con sede provvisoria a Bengasi‘. Commentando questa strana decisione di fondare una banca centrale di stile occidentale, per rimpiazzare la banca nazionale sovrana di Gheddafi che aveva emesso il dinaro oro, prima ancora che l’esito della guerra fosse ancora deciso, Robert Wenzel in The Economic Policy Journal, scrisse: ‘Non ho mai assistito prima allo spettacolo di una banca centrale fondata dopo solo poche settimane da una sollevazione popolare. Ciò induce a pensare che in campo vi sia ben più di un gruppetto di ribelli e che essi subiscano influenze abbastanza sofisticate’. Risulta adesso chiaro, alla luce delle email Clinton-Blumenthal, che queste ‘influenze abbastanza sofisticate’ erano quelle di Wall Street e della City di Londra. La persona mandata da Washington a guidare i ribelli nel marzo 2011, Khalifa Hifter, aveva passato gli ultimi venti anni della sua vita nel sobborgo di Virginia, poco lontano dalla sede della CIA, dopo avere rotto con la Libia, quando era primo comandante militare di Gheddafi. Il rischio per il futuro del dollaro USA come moneta di riserva mondiale, se a Gheddafi fosse stato permesso di portare avanti, con l’Egitto, la Tunisia e altri paesi arabi dell’OPEP e membri dell’Unione africana – il processo di conversione delle vendite di petrolio contro oro dalle precedenti negoziazioni in dollari, sarebbe stato l’equivalente finanziario di uno tsunami. Il sogno di Gheddafi di un sistema di oro arabo e africano indipendente dal dollaro, malauguratamente è morto con lui. La Libia, dopo la cinica ‘responsabilità di proteggere’ di Hillary Clinton è stata distrutta, e oggi è in totale disordine, dilaniata dalla guerra tribale, dal caos economico, e dai terroristi di Al Qaeda e Daesh o ISIS. La sovranità monetaria dell’agenzia monetaria nazionale appartenente per il 100% allo Stato di Gheddafi e le loro emissioni in dinari d’oro sono venute meno, rimpiazzate da una banca centrale ‘indipendente’ legata al dollaro.
La nuova via della seta in oro
Nonostante questo rovescio, è più che significativo che attualmente un del tutto diverso gruppo di nazioni si proponga oggi di costruire un simile sistema monetario basato sull’oro. Un gruppo guidato dalla Russia e dalla Cina, i paesi produttori di oro, rispettivamente numero tre e numero uno mondiali. Questo progetto è legato all’idea di realizzare colossali infrastrutture, la Nuova Via della Seta, un progetto. Comporta la nascita di un Fondo di sviluppo per 16 miliardi in moneta cinese e misure assai ferme della Cina per rimpiazzare la City di Londra e New York come centro del commercio mondiale dell’oro. Il sistema d’oro euroasiatico oggi emergente pone delle sfide di nuova qualità all’egemonia finanziaria USA. Il suo successo o il suo fallimento potranno ben decidere se potremmo sopravvivere e prosperare in condizioni ben diverse, o se dovremo colare a picco insieme al sistema del dollaro in fallimento.”
Dati innegabili e certi, che dimostrano per l’ennesima volta come, indipendentemente dall’opinione positiva o negativa su un dittatore come Gheddafi, le teorie sulle “crisi programmate” della Libia e di altri Paesi facciano parte di un preciso disegno geopolitico ispirato da politiche macro-economiche e da interessi sovrastrutturali. Si assiste troppo spesso poi a quella triste massificazione dettata da una minuziosa e diabolica opera di propaganda occidentale e filo-lobbysta, che prevede anche il bollare con l’infame marchio della “cospirazione” o del “complottismo” chiunque voglia analizzare la realtà da più punti di vista, compresi quelli contrari o che mettono in discussione quanto diffuso da un elefantiaco numero di media. E’ innegabile che a volte certe teorie enunciate sono talmente assurde da suscitare gravi risate; ma è altrettanto vero che chi spesso è stato etichettato come cospirativo o addirittura sovversivo aveva in realtà semplicemente previsto cosa sarebbe accaduto, diventando una tragica attualità. Verità troppo scomode per gli “evoluti” alleati degli “esportatori di democrazia”.

Originale, con video: https://lpiersantelli.wordpress.com/2016/04/05/anno-2011-hillary-clinton-loro-di-gheddafi-la-crisi-del-petroldollaro-e-le-primavere-arabe/

Cose che NON è dato sapere sulla Libia: 2016, La resistenza antimperialista libica alza le bandiere della Jamahirija

La resistenza antimperialista libica alza le bandiere della Jamahirija

I mass media europei, per ciò che riguarda la Libia, si sono sempre premurati di occultare la presenza di un vasto movimento anti-NATO ispirato all’esperienza della Jamahirija del colonello Gheddafi.
L’eclettico leader libico dopo il 1969 avviò una profonda modernizzazione che trasformò un agglomerato di tribù in uno Stato indipendente e sovrano. Il suo governo – utilizzando categorie più comuni per noi occidentali – poteva essere definito come progressista, e per molto tempo fu giustamente ostile all’imperialismo nord-americano.
Gheddafi, forte del sostegno dei popoli africani, voleva fare della Libia un modello efficace per tutti i paesi del martoriato continente nero. L’imperialismo statunitense – seguito a ruota da quello britannico e francese – non poteva tollerare tale ambizioso e progressista progetto. L’Africa – seppur in una prospettiva a metà strada fra il democratico-borghese e il (sia pun bon certo compiutamente) socialista – seguendo il percorso tracciato dal Colonnello, si sarebbe finalmente emancipata dalla morsa colonialista.

Il fatto che la figlia del colonnello, Aisha Gheddafi, sia a capo del movimento anti-NATO è eloquente: il popolo libico conserva un buon ricordo del suo leader storico ed è pronto a battersi con le armi in pugno per riconquistare l’unità e l’indipendenza perdute. Le parole di Aisha non lasciano spazio al dubbio ‘Il mio nome mi da il dovere ed il diritto di essere all’avanguardia di questa guerra’ 1. Eancora ‘Siamo pronti per combattere fino alla morte e in questa battaglia i terroristi dovranno affrontare tutta la nazione’. Questa donna coraggiosa è disposta ad andare fino in fondo raccogliendo la bandiera della Jamahirija; per quanto ci riguarda non possiamo fare altro che appoggiarla con gli esigui mezzi di cui disponiamo.
Ovviamente, in una situazione come questa, la sinistra ‘’made in Usa’’ è solita nascondersi dietro i media di regime: in Italia, da SeL fino ai falsi trotskisti del PCL, forze politiche ambigue ed opportuniste, hanno appoggiato i ‘’ribelli’’ armati dalla CIA e dalle petromonarchie spacciando per ‘’rivoluzione sociale’’ una aggressione imperialista subappaltata ai collaborazionisti e ai vassalli locali.
Dall’altra parte, i gruppetti vetero stalinisti così come i velenosi rossobruni, esaltano il regime mercenario di Tobruk, vera garanzia per gli Usa ed i governi europei. I campisti fuori tempo massimo e i rossobruni sono troppo inclini al collaborazionismo per compromettersi e stare dalla parte di un autentico movimento di liberazione nazionale, quindi optano per la scelta del ‘’meno peggio’’ all’interno del campo borghese. Questa volta però gli è andata male: il duo Khalifa Haftar-El Sisi ( il dittatore egiziano che gli fa da garante ), paiono dei perfetti cani da guardia al seervizio dell’imperialismo e non certo dei ‘’nazionalisti indipendenti’’.
Nessun giornalista ‘’di regime’’ italiano ha descritto l’opposizione dei libici alla divisione, su basi etniche, della propria nazione. Il giornalista di sinistra Enrico Vigna scrive: ‘’Da Bani Walid, al Golfo della Sirte, a Sabha, la Resistenza Verde guida e organizza il popolo libico perché si ribelli di fronte alle sentenze di morte della cricca islamista tripolina’’ 2. Fra le richieste dei dimostranti c’è il rilascio di Saif al-Islam condannato a morte da un Tribunale fantoccio instaurato a Tripoli.
Continua Vigna: ‘’I video diffusi in rete da un sito di informazione della Resistenza verde libica, mostrano Saadi Gheddafi, figlio del defunto Colonnello Muammar, mentre viene torturato in un carcere delle milizie islamiste di Tripoli. Le immagini mostrano Saadi, ex calciatore, vestito con una tuta verde mentre bendato in una stanza del carcere di Al Hadba ascolta spaventato le urla di alcuni detenuti provenire da un’altra stanza. Poi viene schiaffeggiato e torturato con colpi sulle piante dei piedi’’ 3. E’ questa la democrazia che la sinistra europea vuole ? 4
Il progetto degli Usa e dei suoi alleati è chiaro: dividere la Libia in tanti mini-Stati su basi etniche e religiose. Nel fare ciò, gli imperialismi statunitense ed israeliano ( come sempre Israele entra in gioco ), hanno accolto un inaspettato alleato: le popolazioni berbere.
Israele appoggia il separatismo etnico dei berberi
I popoli berberi, storicamente, si sono sempre schierati con l’imperialismo israeliano e la destra sionista contro gli Stati arabi indipendenti. In Algeria, i Makisti affermano che la politica algerina sia ‘’imperialistica’’ a partire dal periodo successivo alla Rivoluzione guidata dal grande leader anticolonialista, Ben Bella. Questa pagina di storia è alquanto scomoda per la ‘falsa sinistra’ occidentale che ha sostituito la lotta di classe coi particolarismi (a) etnici, (b) religiosi e (c) di genere, cedendo alle mode culturali atlantiche.
Nella regione della Cabilia nel 2012 le iniziative congiunte ‘’berbero-sioniste’’ furono di grande interesse. Leggiamo un Comunicato di Makhlouf Idri, portavoce di Anavad – Martedì 22 maggio 2012, riportato dall’Osservatorio internazionale per i diritti.
‘’Il presidente del Governo provvisorio della Cabilia (regione dell’Algeria, abitata soprattutto da berberi, ndt), Mehenni Ferhat, accompagnato dal Ministro delle relazioni internazionali, Lyazid Abid, sono in visita ufficiale dal 20.5.2012 in Israele.
E’ in corso una agenda fittissima di incontri politici e diplomatici. Fin dal suo arrivo a Gerusalemme, la maratona della delegazione della Cabilia è cominciata con l’accoglienza da parte dell’ambasciatore israeliano in Mauritania, Ygal Carmon, nella sede del MEMRI (Middle East Media Research Institute).
Stamattina la delegazione è stata ricevuta dalla Knesset dal suo vice presidente Danny Danon, col quale vi è stata uno scambio di idee sulla situazione in Cabilia e la condizione in cui è costretto il popolo della Cabilia da parte del regime razzista di Algeri.
La reazione del portavoce del Ministero degli Esteri algerino mal nasconde la negazione da parte del regime algerino della nazione Cabila che aspira ad essere padrona del proprio destino ed alla libertà.
La missione in Israele proseguirà fino al 25 maggio 2012’’
Come da copione i berberi hanno appoggiato attivamente la distruzione della Libia popolare del Colonnello Gheddafi: ‘’I Makisti, dopo avere sostenuto l’aggressione USA-arabo-sionista della Libia, aiutati da un “CNT” composto da rinnegati la maggior parte dei quali viene dalla NED/CIA – e adesso il medesimo complotto è contro la Siria – ecco i nostri apprendisti traditori, futuri CNA, adottare gli stessi atteggiamenti e tattiche, ricorrendo per ingannare ai falsi alibi “identitari” come strumento di sovversione, eseguendo le direttive dei loro padroni, per seminare il caos e la divisione, spingere alla sollevazione e al disordine la categoria più patriottica della popolazione’’ 5
Il MAK ha invitato i berberi libici a lottare contro il governo ‘’gheddafiano’’ definendolo ‘’infame dittatura’’, eppure l’OSSIN ci aveva messi in guardia ( Osservatorio internazionale dei diritti ): ‘’Il MAK vive e dipende dal sionismo. I Makisti appoggiano i traditori del CNT libico perché assomigliano loro. Il MAK è filo-sionista per interesse, ma anche per convinzione nel caso di alcuni leader, e per ignoranza nel caso dei seguaci’’. Questi mercenari chiamano ‘’infame dittatura’’ un governo che ha accolto oltre due milioni di migranti africani, dandogli casa e lavoro. Quale dittatura si premura di edificare uno Stato sociale ed antirazzista?
Arrivati a questo punto dobbiamo chiederci qual è il ruolo delle organizzazioni berbere che operano culturalmente in Europa, essendo, quest’ultime, da molti anni, distanti anni luce dalle legittime istanze del martoriato popolo palestinese. Dietro la valorizzazione della ‘’cultura autoctona’’, dei particolarismi filosofici e della ‘’lingua degli antenati’’ si cela lo spettro del separatismo etnico?
La poetessa berbera Malika Mazan che ha pubblicamente esaltato il sionismo, con spirito islamofobo ed arabofobo – “Sono i sionisti che sono ostili agli arabi, o sono gli arabi che sono ostili a tutti i popoli liberi?” – ha voluto esprimere una opinione comune ai vertici delle organizzazioni berbere, ben finanziate ed inserite nelle lobby ‘’culturali’’ ed accademiche? Purtroppo pare proprio che il filosionismo sia una tendenza diffusa fra questi cultori della libera espressione artistica e filosofica, i cantori dei particolarismi ( etnici ) pronti a fare da megafono ad un violento Stato imperialista.
La formazione del movimento antimperialista guidato da Aisha Gheddafi, è una garanzia contro tutti i piani imperialisti e razzisti che minano alle fondamenta il progetto unitario già a suo tempèo intrapreso da statisti come Ben Bella, Nasser e, che piaccia o no, anche dal fondatore della Jamahirija un’ esperienza, tutto sommato, positiva e da rivendicare.
http://www.controinformazione.info/aisha-gheddafi-si-schiera-a-capo-della-resistenza-in-libia-contro-la-nato-e-contro-i-terroristi/
http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=833:libia-i-libici-manifestano-nelle-strade-in-solidarieta-con-gli-eroi-della-jamahirija-e-della-rivoluzione-verde-condannati-a-morte-dal-tribunale-delle-milizie-terroriste-a-tripoli&catid=2:non-categorizzato
http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=834:appello-di-safia-farkash-vedova-di-muammar-gheddafi-sulle-torture-di-suo-figlio-saadi-gheddafi&catid=2:non-categorizzato
http://www.ossin.org/algeria/1176-la-cabilia-e-la-strategia-sionista

Preso da: http://www.linterferenza.info/esteri/3419/

UN VIAGGIO A TRIPOLI

Oggi, 14 marzo 2016, dalle parti di Agrigento è spuntata una bellissima giornata, inondata da un sole tiepido, brillante, dallo squittio delle rondini, dalle vocine stridule dei bambini…
Mi affaccio alla finestra e guardo il mare, il Mediterraneo, nostro padre silente e carico di problemi e sofferenze, e non posso che pensare ai popoli dell’altra sponda, alla Libia ridotta a un cumulo di macerie e di malefatte.
Penso, con terrore, alla nuova guerra che si sta apparecchiando e da “profeta” disarmato ho selezionato alcuni brani di un mio libro,( http://www.lafeltrinelli.it/libri/spataro-agostino/osservatore-pci-nella-libia-gheddafi/9788891054913) per offrire uno piccolo squarcio del clima politico che caratterizzava, negli ’70 e ’80, i rapporti molto speciali dell’Italia con la Libia, per dire che altre vie sono possibili.
Prima che distruggano completamente Tripoli, i popoli della Libia, a noi tanto cari, desidero far notare agli scettici e ai guerrafondai che, nonostante le difficoltà, le provocazioni, i ritardi e le incomprensioni, l’Italia, l’Unione Europea riuscivano a gestire le relazioni con il regime del colonnello Gheddafi nella pace e nella cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa.
Spero che se ne ricordino, soprattutto i nostri “decisori” che si apprestano ad assumere scelte gravi, forse irreversibili. 
Prima d’incendiare e distruggere la Libia, scrissi che la Nato poteva vincere la guerra ma perdere il dopoguerra. Così è stato, è.
Oggi, si sta apparecchiando una nuova guerra che potrebbe risultare catastrofica. Per tutti. In primo luogo per la Libia, per l’Italia, per la Sicilia.
 
Altra cosa sono, nei casi estremi, le “operazioni” di polizia internazionale decise, e gestite direttamente, dalle Nazioni Unite. 
Invece che accendere nuovi conflitti bisognerebbe spegnere quelli in corso e provare a capire le ragioni degli altri, ad amare tutti i popoli del Pianeta (la nostra casa comune), nel rispetto della dignità umana e della sovranità degli Stati, nella solidarietà e nella legalità.
Con questo libro ho cercato di evidenziare una verità oggi difficile da percepire: l’Italia della “prima Repubblica”, spesso con la convergenza fra maggioranza governativa e opposizione del PCI, realizzò con il regime di Gheddafi risultati economici davvero invidiabili ( effettivamente invidiati da certi nostri alleati), riuscì a risolvere crisi gravi, problemi difficili insorti con la Libia e con altri Paesi arabi mediante il dialogo, mai con la guerra!  (a.s.)

(Ecco alcuni brani del “viaggio” effettuato dal 28 agosto al 3 settembre 1984)

“A cena col “senatore” Susanna Agnelli

1… Il giardino della residenza (dell’ambasciatore italiano a Tripoli  n.d.r.) è illuminato a giorno. Susanna Agnelli è già arrivata e conversa con Eric Salerno del Messaggero. L’ambasciatore Alessandro Quaroni fa le presentazioni. Seguono i soliti con­vene­voli, ma la conversazione soffre, stenta a decollare.

Essendo l’unico deputato in carica presente, mi sento in obbligo di rompere quell’atmosfera e chiedo al sottosegretario:

Senatrice, quando pensa d’incontrare Triki?” (ministro degli esteri libico)

Lei, prima di rispondere nel merito, mi corregge sull’appellativo “Senatore, prego…”, al maschile.

Un piccolo vezzo, forse, per sentirsi in sintonia con certo rivendicazionismo femminista che intende l’emancipazione come imita­zione dei ruoli virili ossia volgendo al maschile la personalità della donna.

“Triki, ha detto? Oh, sì. Spero d’incontrarlo domani o dopodo­mani. Chissà? Siamo qua. Insciallah!”

Si cena a lume di candela, al fresco ricreante del giardino.

“Più tardi – promette la signora ambasciatrice- potremo ammirare lo spettacolo dei fuochi d’artificio. Veramente grandiosi, suggestivi direi. Speriamo anche quest’anno…” guardò il marito e ammutolì.

Forse, aveva azzardato un’inopportuna previsione dubitativa, incompa­tibile col suo ruolo di consorte.

2... A sistemare le cose per il meglio ci pensa il cuoco, naturalmente italiano, che si presenta seguito da un paio di camerieri recanti piatti di spaghetti, odorosi e fumanti, sui quali mancava soltanto la bandierina tricolore. Graditissimi.

Dopo giorni di sorbire “ciorba” (la locale zuppa agrodolce a base di pomodoro, non male ma eccessivamente riproposta) e monta-gne di cous cous a base di carne di pecora, vedersi davanti un bel piatto di spaghetti, insaporiti dall’odoroso parmi­giano, è come giungere in un’oasi ubertosa dopo una lunga traver­sata nel deserto.

Specie all’estero, questa pasta riesce a unificare le delegazioni ita­liane anche le più eterogenee e controverse. Su tutto si può pole­mizzare, ma sugli spaghetti, generalmente, si converge.

Per il caffè ci spostiamo in un altro tavolo, sotto la veranda. Sa­ranno stati l’ottimo vino, il buon caffè, fatto sta che, finalmente, la conversazione si sciolse.

La senatrice, pardon il senatore, Agnelli, che probabilmente prefe­rirebbe evitare domande sui colloqui che avrà con Triki, ci parla dei suoi guai di sindaco dell’Argentario.

Uno sfogo indignato contro la speculazione edilizia, l’abusivismo, a suo dire, dilaganti anche in quel pregiato promontorio.

Deve lottare, da sola, contro una ciurma agguerrita di costruttori senza scrupoli che trovano appoggi in tutti i settori del consiglio comunale. Sola contro tutti: una lotta impari.

Tanto da indurla a rassegnare le dimissioni da sindaco che notificherà nei prossimi giorni.

La notte di Tripoli: i cavalieri berberi e i fuochi della rivolu­zione

3… L’Argentario è interessante, ma siamo a Tripoli e sarebbe molto più interessante parlare di relazioni italo libiche, delle condizioni di stabilità, delle prospettive del regime di Gheddafi.

La conversazione si stava avviando su questo crinale, quando si odono i primi botti dei fuochi d’artificio. L’ambasciatore coglie la balla in balzo e ci invita a salire sul terrazzo per ammirare lo spet­tacolo.

Il gioco delle luci e l’esplosione dei mortaretti in cielo svelano la bellezza nascosta di questa città. Bella di notte Tripoli, un po’ meno di giorno quando la luce abbagliante del sole, avvol-gendola, la riduce a un biancore liquido, indistinto.

Di notte, invece, il gioco delle luci, i bagliori dei fuochi ne esaltano la visione, le fattezze, lo splendore della sua “corni­che”, l’allegro fluire della gente per le vie.

Sì, di notte, Tripoli ap­pare più viva e più bella.

Più mediterranea, direi.

Dall’alto della terrazza, anche il panorama della città appare grade­vole, a tratti perfino ammaliante.

Laggiù il lungomare, il porto, i grattacieli, il castello, la città intera sono un’immensa luminaria fantasmagorica.

La serata è quieta e rinfrescata da una leggera brezza di tramon­tana. Aria buona, di casa nostra, che lenisce le estenuanti calure provenienti dal sud, dall’immenso Sahara.

Il cielo nero è squarciato da conturbanti inflorescenze; i fuochi della rivoluzione cadono, a cascata, sopra il mare.

Eh, eh! Il colonnello ha fatto le cose in grande, anche stavolta” sospirò l’addetto militare, stretto nella sua divisa d’ordinanza, il quale durante la serata non aveva spiccicato una parola.

4… Ma la vera sorpresa della festa ci attendeva sulla via del ritorno in hotel.

Sul piazzale antistante al porto è in corso un raduno di centinaia di cavalieri berberi, beduini giunti dalle più remote regioni della Li­bia.

 
Tripoli, piazza Verde. 1984

Si esibiscono sul pianoro di sabbia in corse e caroselli davvero sfrenati, fra due ali di folla entusiasta. Montano cavalli snelli e agili come il vento. Le gare sono a batteria: gruppi di otto o di dieci ca­valieri per parte corrono intabarrati nei loro barracani bianchi e celesti, e sparano in aria con i loro fucili a canna lunga, simili ai vecchi archibugi.

Più che partecipanti a un palio, sembrano guerrieri di un’antica battaglia raffigurati nelle vecchie stampe coloniali.

Mezzanotte è passata, ma la festa si anima. Da ogni quartiere, da ogni via di Tripoli arriva gente. Nessuno si vuol perdere la disfida dei cavalieri berberi.

Negli occhi di tutti quei “cittadini” un po’ rammolliti, figli, ben protetti, dello stato sociale diffuso, creato dalla “rivoluzione”, si legge una nota di malinconia, forse di atavica nostalgia per quegli uomini duri, dai volti essiccati dal vento e dal sole, che corrono, con i loro mantelli bianchi, a dorso di cavalli indomiti che evocano il deserto infinito, le notti d’amore al chiaro di luna, la libertà di scorazzare per gli spazi infiniti, il senso più autentico della vita.

Per i beduini il deserto è la patria, la libertà. Non solo perché sono liberi di muoversi con le loro famiglie e tribù, con i loro armenti, ma perché nel deserto non sono mai penetrati gli eserciti invasori.

L’unico che vi si addentrò, nei primi anni ’30, fu il generale fasci­sta Rodolfo Graziani il quale, per corrispondere all’ordine di Mus­solini, perpetrò un genocidio.

(1° settembre)

  • Finalmente, il gran giorno. Quindici anni come oggi, il ventiset­tenne Muammar Gheddafi, con altri undici giovani uffi­ciali, tra i quali il maggiore Jallud e il generale Karrubi, detroniz­zavano il vecchio re Idriss, un fantoccio nelle mani degli anglo- a­mericani.

La vera abilità di Gheddafi non consiste solo nell’avere ideato e attuato il colpo di stato, quanto nell’avere saputo mantenere il po­tere per tre lustri, sfidando serie difficoltà all’interno e resis-tendo a una congiura internazionale davvero pericolosa, micidiale.                                   

Le più grandi potenze, con ogni mezzo e senza badare a scrupoli, hanno tentato prima di comprare il colonnello e dopo, non essen­dovi riuscite, di eliminarlo fisicamente.

I petrolieri angloamericani non potevano accettare di perdere il controllo su circa il 4% della produzione petrolifera mondiale.

Seppure con molti errori e ondeggiamenti, Gheddafi è ancora in sella, è il leader della “rivoluzione di Al Fatah” e questa mattina, dalla tribuna della Piazza Verde, si godrà la sua colorita e rumo-rosa parata militare.

Nella piazza, accostati al bastione orientale del castello, sono stati eretti due palchi con tettoia.

Uno riservato alle delegazioni straniere e un’altro a Gheddafi e al suo più stretto entourage del Comando della rivoluzione (il vero centro di potere della Jamahiriya) e ad altri dignitari del regime e a qualche ospite straniero di particolare riguardo.

Quest’anno, il colonnello ha voluto accanto a se il generale Ramadan, il vicepresidente siriano, i due ministri nicaraguensi e il “presidente” della repubblica islamica degli Stati Uniti d’America.

 
Gheddafi con Arafat, 1977

Che bella soddisfazione per Gheddafi!

Nel 1979, a Bengasi, per far dispetto agli americani, volle al suo fianco lo squattrinato Bill Carter, fratello del presidente (in carica) Jimmy, oggi, addirittura, un futuro “presidente”Usa.

Noi osserviamo la “scena” dal palco delle delegazioni straniere. La guida ci dice che quest’anno il senso di marcia della parata va da occidente verso oriente, per indicare, idealmente, la via alle armate maghre­bine unite (a partire dal Marocco) verso Gerusalemme, verso la li­berazione della terra di Palestina.

  • Il Colonnello osserva attentamente i reparti dietro un paio di occhiali neri (come vuole la migliore tradizione dittatoriale), truc­cato come un attore che si prepara ad affrontare la scena madre, mentre sorseggia una bibita fresca spaparanzato sopra un’enorme poltrona di pelle.

Al passaggio dei reparti femminili da una gomitata a Ramadan, come per dire “guarda cosa ho io!”.

La Libia è l’unico paese arabo ad avere introdotto questa sconvol­gente novità.

Le donne, che la tradizione vuole chiuse in casa, schiave dei padri e dei mariti, il Colonnello le ha portate nell’esercito, innalzandole, formalmente, alla dignità di combattenti al pari degli uomini.

E, per sottolineare la bontà della scelta, ha voluto che metà della sua scorta personale fosse formata da prestanti ragazze in grigio­verde.

Per le donne il servizio militare non è obbligatorio. Possono ar­ruolarsi volontarie dietro consenso del padre o del fratello mag­giore. Comunque sia, a parte questa novità, bisogna dare atto al re­gime di aver fatto molto per migliorare la condizione della donna in Libia nei vari campi della vita sociale.

Dopo i reparti appiedati, vengono i mezzi corazzati, soprattutto carri armati. In gran parte ferraglia venduta dall’Italia, a prezzi stracciati. Ogni tanto, i governi occidentali, quando decidono di ammodernare gli arsenali, fanno di queste svendite.

Per la fortuna delle nostre orecchie, ne sfilano soltanto un centi­naio. A Bengasi furono migliaia. Un vero strazio ossia sette ore di assordante sfilata avvolti dentro una nuvola di sottile polvere bian­castra che i panzer sollevavano al loro passaggio.

  • Sotto lo spietato sole tripolino, ora è la volta dell’esibizione dei reparti missilistici. Passano camion carichi di missili di varia grandezza e gittata.

Alcuni, molto lunghi, sono trasportati da appositi tir mimetici.

Il nostro pensiero corre agli SS12 sovietici, ordigni particolarmente temuti poiché, avendo una gittata di circa mille chilometri, possono agevolmente raggiungere la Sicilia e l’Italia meridionale.

Di questa nuova minaccia al fianco sud della Nato si è molto par­lato in Italia, anche nel quadro del rafforzamento del dispositivo mediterraneo e dell’installazione dei missili nucleari a Comiso.

La questione, dunque, è molto delicata e controversa. C’è chi so­stiene che i libici siano già in possesso di tali sistemi d’arma e altri che lo escludono.

Personalmente, confido nel senso di responsabilità dei sovietici i quali non possono, davvero, permettere di far dipendere da Ghed­dafi la scelta di scatenare un conflitto contro la Nato, nel cuore del Mediterraneo.

D’altra parte, se i libici possedessero questo tipo di missili è im­probabile che li avrebbero esposti in una parata.

L’ambasciatore Quaroni, che ci sta di fianco, esclude che quei be­stioni siano gli SS12.

  • Allontanatisi le armi e gli armati, è il turno del popolo fe­stante. La piazza è invasa da masse vocianti che inneggiano al Co­lonnello e alla rivoluzione.

Invocano il nome di Gheddafi il quale, senza tanto farsi pregare, va sul podio e attacca a parlare.

Come il solito, i toni del discorso sono duri, sprezzanti. aggressivi, in sintonia con le attese della piazza.

Parla per oltre un’ora, molto meno delle precedenti celebrazioni. Parata corta, discorso breve: si vede che il colonnello avrà adottato un nuovo stile o rivisto il suo personale senso delle misure.

Il passaggio più arduo è quello in cui ha dovuto spiegare al popolo la bizzarra unione della Jamahirja con il regno del Marocco di Has­san II, fino a qualche mese addietro odiato nemico e indicato al pubblico ludibrio come servo dell’imperia-lismo franco- americano in Africa.

Le masse addestrate plaudono anche a questo accordo, tanta è la fede nella nuova “spada dell’Islam”.

 
Tripoli, presidenza conferenza mediterranea: da sin. A. Spataro, O. Di Liberto, segretario gen. libico

Tuttavia, malgrado gli applausi e gli apparenti entusiasmi, il colon­nello non è risultato molto convincente.

In privato, alcuni dirigenti libici me ne hanno parlato con un certo imbarazzo.

Anche Shahati, che è una delle persone più sagge dell’entourage di Gheddafi, pur dichiarandosi d’accordo, teme che la scelta non possa essere capita dagli altri Paesi fratelli (fronte del rifiuto) e dai movimenti di liberazione dell’Africa e in generale nel mondo.

“Quando una decisione necessita di troppe spiegazioni…tu capisci cosa voglio dire”

La propaganda ufficiale, invece, sostiene che l’unione è il primo passo verso la creazione del grande Maghreb. Una buona idea in se, da tempo, proposta dagli algerini anche al Marocco, ma senza i convitati francesi e americani.

La Tv diffonde in continuazione le immagini della parata, del co­mizio di Gheddafi e quelle del Congresso generale dei Comitati popolari, svoltosi nel tardo pomeriggio, che in pochi minuti ha rati­ficato il trattato d’unione col Marocco. Nelle stesse ore, il 99% dei marocchini rispondeva “Sì” al referendum indetto da Hassan II. L’esito del referendum è lampante, ma resta il mistero delle moda­lità e dei tempi del suo svolgimento e, soprattutto, del suo plebi­scitario consenso.

(2 settembre)

Leptis Magna: una civiltà resuscitata

  • Sveglia alle 6,00. Oggi abbiamo un programma molto denso: una visita a Leptis Magna e ai cantieri Impregilo a Homs. Viene a prelevarci il dottor Tornetta, secondo consigliere della nostra am­basciata. Passiamo al “Grande Hotel” dove è alloggiata Susanna Agnelli che farà parte della comitiva.

Siamo sul punto di avviarci verso Leptis, quando dal ministero de­gli esteri libico arriva la comunicazione che il ministro Triki ha fis­sato l’incontro con la Agnelli per le 10,30 di quella mattina.

Si con­ferma il fattore imprevedibilità, specie nella gestione del tempo, che qui è una caratteristica dominante nelle relazioni anche proto­collari.

E così, noi partiamo per Leptis e “il senatore” per il ministero degli esteri. Ci raggiungerà dopo l’incontro con Triki.

L’autostrada che da Tripoli giunge a Bengasi è un rettifilo nero che si snoda fra il blu intenso del mare della Sirte e il verde cupo degli orti e degli uliveti.

Da Tripoli a Leptis vi sono circa 120 km. L’auto va veloce. In poco più di un’ora ci porterà a Leptis, la meta da me agognata, detta “magna” dai romani per distinguerla dalla Leptis minor, fondata da mercanti fenici in Tunisia, nei pressi dell’attuale Sousse.

Il paesaggio è gradevole, addolcito dalla vegetazione della cosid­detta “fascia utile” ovvero un’ampia striscia di terra irrigata che corre lungo la costa, dove crescono, ubertosi, uliveti e giardini di agrumi, orti di verdure e, naturalmente, distese di palme.

“Fascia utile”, evidentemente tutto il resto si considerava “inutile”. Un errore per la politica coloniale italiana che concentrò i suoi im­pegni nella fascia costiera (attività agricole) e trascurò la “fascia inutile”(deserto) dove saranno rinvenuti immensi giacimenti di pe­trolio e di gas. E perfino di acqua!

Il simpatico dottor Tornetta, siciliano di Piazza Armerina, ritiene suo dovere darci alcuni chiarimenti su taluni aspetti della realtà politica libica.

Dalle prime battute (talune veramente esilaranti!), s’intuisce che non ama il regime e per indicare Gheddafi dice sempre “Pieri­no”. Non si capisce se lo faccia per precauzione diplomatica o per un chiaro intento spregiativo. Il suo dire è spesso intercalato da espressioni tipo “come ha detto Pierino, come ha fatto Pierino”.

  • Giungiamo a Leptis Magna prima di mezzogiorno. Ci atten­dono tre ragazzi (due maschi e una donna) della missione archeo­logica dell’università di Roma impegnati nei lavori di restauro del sontuoso arco di Settimo Severo.
 
Leptis Magna (foto Unesco)

Ai nostri occhi si presenta uno spettacolo davvero unico, esaltante.

La maestosità e l’ottimo stato di conservazione degli edifici e delle vie consentono di ammirare, in tutto il suo splendore, una grande città romana.

“Questa città, una vera perla incastonata fra il deserto e il mare, è una testimonianza del passaggio di Roma verso il nord Africa; ma­estoso monumento, fondato dai fenici, che deve il suo splendore all’impero dei Cesari e di Settimo Severo, suo figlio diletto… In poco più di un secolo e mezzo, furono costruiti: il calcidicum, il tempio di Roma ed Augusto, il vecchio Foro, gli archi di Tiberio, Vespasiano, Traiano, Settimo Severo e Marco Aurelio; i templi de­gli Augusti, del Libero Padre e di Ercole, della Grande Madre o Cibale, gli acquedotti, le terme di Adriano e il santuario in onore dell’imperatore Antonino Pio.” [1]

E ancora, il nuovo foro, il mercato, il teatro, il ginnasio, la basilica e tanto altro.

Tutto si è salvato sotto le sabbie del deserto giunto fino al mare. Erette o per terra, le rovine sono ancora qui. Intatte o quasi. Come in altre regioni dell’immenso Sahara, la sabbia, da nemico mortale della natura e delle genti, si è trasformata nel migliore custode de­gli splendori di civiltà sepolte che diversamente non avremmo po­tuto ammirare.

Penso anche ai templi della civiltà sabea, dove officiava e gover­nava Bilqis la celebre regina di Saba, di Palmira in Siria, ai tanti tesori dell’antico Egitto, della Mesopotamia, ecc.

Grazie a queste sabbie, bionde e sericee, Leptis si è conservata e oggi, in gran parte, è stata riportata alla luce dagli scavi con-dotti, in oltre mezzo secolo, da varie missioni archeologiche italiane.

Il risultato, davvero brillante, è sotto gli occhi di tutti: credo non sia esagerato dire che per vedere l’antichità romana più auten­tica bisogna venire a Leptis Magna.

  • Domando al capo missione quali fossero i rapporti con le auto­rità libiche.

Risponde che, all’inizio, non mostrarono grande interesse per la ricerca archeologica poiché consideravano quelle rovine estranee alla loro civiltà, perfino come simboli di un’antica oppressione.

Una visione, d’altra parte, in sintonia col manicheismo islamico secondo cui tutto quello che era prima della Rivelazione (a Mao­metto) è “jahaliya”ossia il caos, il male, mentre è bene tutto quello che è venuto dopo.

Per aggirare l’ostacolo e suscitare l’interesse delle autorità, gli ar­cheologi italiani, testi alla mano, dimostrarono che al tempo dei romani qui viveva la tribù dei “Libo” dalla quale discendono i li­bici contemporanei. Lo stesso imperatore Settimo Severo nacque nato a Leptis Magna da una famiglia libo.

Pertanto, un libo/libico assurse alla più alta magistratura di Roma imperiale.

Sulla base di tali argomenti, pare che Gheddafi si sia convinto a prestare l’assistenza necessaria alle missioni italiane. Oggi esiste una proficua collaborazione fra i due Paesi: l’Italia fornisce i tec­nici, gli archeologi e la Libia i mezzi finanziari e il personale di scavo. L’area centrale della città è già tutta alla luce, ma la gran parte è ancora da scoprire.

Visitiamo la grande piazza del mercato. È molto interessante, per­fino commovente osservare i banchi di pietra dove si vendevano il pesce, le carni, i tessuti, ecc.

Di fianco, c’è una lapide sulla quale sono intagliate le unità di mi­sura dell’epoca: il braccio punico e il piede romano.

Due arti importantissimi, due simboli, qui, riuniti in un mirabile esempio di fusione di due civiltà così distinte e contrapposte.

Lungo i cardi e i decumani, davanti alle abitazioni si notano tavo­lette con sopra incisi enormi simboli fallici che la guida ci dice gli antichi esponevano contro il malocchio.

Più avanti i resti di un abbeveratoio e le relative condutture di ad­duzione dell’acqua provenienti da una cisterna.

Il teatro è di rara magnificenza. E’ tutto un grande spettacolo di eleganti architetture armonizzate con la natura circostante: il mare, le dune di sabbia finissima, i frutteti.

  • Terminata la passeggiata archeologica, i ragazzi della mis­sione ci invitano nel loro appartamento, ricavato nei locali sovra­stanti il piccolo antiquarium.

L’edificio è immerso nella fresca quiete di un giardino di frutta e di verdure. Con fare circospetto, i tre archeologi ci introducono in un ripostiglio nascosto da una tenda, promettendoci una piacevole sorpresa. Pensai a un pezzo raro o comunque a una curiosità legata al loro lavoro. Invece…

Aprono la tenda e appare un rudimentale meccanismo per la fabbricazione della birra. Una piccola fabbrica clandestina, s’intende. Assaggiamo volentieri. Da una settimana, beviamo soltanto acqua minerale e una specie di gassosa insipida, perciò la birra fredda de­gli archeologi è davvero una squisitezza da pub inglese.

Arrivano Susanna Agnelli e l’ambasciatore Quaroni, reduci dall’incontro con Triki. Il sottosegretario ha poco tempo a disposi­zione.

 
Teatro di Leptis Magna. Da sin. S. Agnelli, A. Quaroni, A. Spataro

 

Una visita veloce al teatro e all’agorà e via, di corsa, verso Homs, al cantiere del consorzio italiano “Impregilo” di cui è capofila la madre Fiat.

Qui si sta costruendo un nuovo grande porto militare. Un ingegnere ci accoglie tutto emozionato. Non capita tutti i giorni vedere sul posto di lavoro uno dei titolari della ditta, per giunta nelle vesti di rappresentante ufficiale del governo italiano.

Ci illustra le caratteristiche del progetto, davvero ambizioso ri­spetto alla consistenza della marina militare libica.

Forse, pensano di ricevere “ospiti”. I sospetti si appuntano sulle mire sovietiche ad avere, dopo quello di Tartous in Siria, un altro buon approdo nel Mediterraneo centrale.

I lavori sono a buon punto: dal mare affiorano i lunghi bracci, i moli e le altre infrastrutture del grande porto.

Al pranzo (ottimo) partecipano i dirigenti e i tecnici del consorzio con le rispettive consorti che hanno seguito i mariti in questo lembo d’Africa.

Vita difficile per le signore, costrette a vivere, isolate, dentro roventi prefabbricati metallici, un po’ simili a quelli dei terremotati dell’Irpinia.

Questi, però, sono dotati di tutti i confort, in particolare, dell’impianto di aria condizionata, di vitale importanza.

L’ambasciatore freme per rientrare a Tripoli dove, nel pomeriggio, la signora Agnelli è attesa a casa di Triki per il tè, probabilmente per continuare, al riparo da occhi indiscreti, i collo­qui della mattina.

A fronte di tali incombenze, non resta che prendere atto e ripartire.

Durante il viaggio di ritorno, il dottor Tornetta ci intrattiene piace­volmente con le sue salaci battute su “Pierino”.

È una miniera inesauribile di simpatica maldicenza: fatti e misfatti, anche minimi, bizzarrie del sottobosco politico libico che tutti sus­surrano, ma che mai diventeranno notizie di cronaca.”

 

* Brani tratti dal mio libro “NELLA LIBIA DI GHEDDAFI” in vendita presso le librerie Feltrinelli e Amazon:

 

 
B.Aires- ottobre 2015- presentazione del libro al circolo de “La campora”
  1. Per il lettore e per il “Grande fratello” (in ascolto), desidero precisare- come ampiamente spiego nel libro- che i miei rapporti con personalità e organismi ufficiali libici si sono svolti, sempre nell’ambito della mia attività di parlamentare della Repubblica italiana, per conto del PCI , dell’Associazione nazionale di amicizia italo-araba e, sovente, d’intesa col nostro Ministero degli Affari esteri. Da quando, nel 2003, i dirigenti libici si accollarono la terribile responsabilità dell’abbattimento di due aerei civili, che condannai pubblicamente, ho conseguentemente interrotto ogni residuo contatto. Su questa come su altre vicende mi limito a dare qualche (inascoltato) consiglio. . 

[1] H. Calderon, op. cit.

 

Preso da: http://montefamoso.blogspot.it/2016/03/un-viaggio-tripoli.html

Hillarygate, la complicità occidentale nel genocidio dei neri in Libia

12 febbraio 2016

A capodanno furono svelati 3000 messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton quando era segretaria di Stato. Sono stati ripresi da diversi media statunitensi, tra cui la CNN. Gli storici saranno sorpresi da alcune rivelazioni esplosive contenute nei messaggi di posta elettronica sulla Libia: la legittimazione dei crimini dei ribelli, le operazioni speciali inglesi e francesi in Libia all’avvio delle proteste contro Gheddafi, l’integrazione dei terroristi dial-Qaida nell’opposizione sostenuta dai Paesi occidentali, ecc.
Gli squadroni della morte della NATO
Le informazioni raccolte da Sidney Blumenthal su Hillary Clinton forniscono prove decisive sui crimini di guerra commessi dai “ribelli” libici sostenuti dalla NATO. Citando un capo ribelle “con cui ha parlato in piena fiducia”, Blumenthal ha detto di Clinton: “Prendendo le parole con la massima riservatezza, un capo dei ribelli ha detto che le sue truppe continuano l’esecuzione sommaria di tutti i “mercenari stranieri”  (che hanno combattuto per Muammar Gheddafi) durante i combattimenti“. Mentre le esecuzioni illegali sono facili da riconoscere (i gruppi coinvolti in questi crimini vengono chiamati convenzionalmente “squadroni della morte”), ancor più sinistro è che erano considerati “mercenari stranieri” i combattenti di origine sub-sahariana e, difatti, i civili neri. Vi è un’ampia documentazione presso giornalisti, ricercatori e gruppi di difesa dei diritti umani che dimostrano che i libici neri e i lavoratori sub-sahariani assunti da società libiche, attività favorita da Gheddafi per la sua politica a favore dell’unità africana, furono oggetto di una brutale pulizia etnica.
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Il massacro di Tawarga
I neri libici furono spesso stigmatizzati come “mercenari stranieri” dai ribelli, principalmente gruppi estremisti legati ad al-Qaida, per la loro fedeltà in generale a Gheddafi, in quanto comunità furono stati sottoposti a torture ed esecuzioni e le loro città furono “liberate” con la pulizia etnica e le stragi. L’esempio più documentato è Taweaga, una città di 30000 libici neri. La popolazione scomparve del tutto dopo l’occupazione da parte dei gruppi ribelli sostenuti dalla NATO, le Brigate di Misurata. Tali attacchi erano ben noti e continuarono fino al 2012, come confermato dall’articolo del Daily Telegraph: “Dopo che Muammar Gheddafi fu ucciso, centinaia di lavoratori migranti provenienti dagli Stati confinanti furono arrestati dai combattenti alleati delle nuove autorità provvisorie. Accusarono gli africani di essere mercenari al servizio dell’ex-leader”. Sembra che Hillary Clinton fosse stata personalmente informata dai crimini degli alleati, i ribelli anti-Gheddafi, molto prima di
commettere i peggiori crimini del genocidio.
al-Qaida e le forze speciali di Francia e Regno Unito in Libia
Nella stessa email Sydney Blumenthal ha anche confermato ciò che divenne un problema ben noto, le insurrezioni sostenute dall’occidente in Medio Oriente e la cooperazione tra le forze militari occidentali e le milizie legate ad al-Qaida. Blumenthal riferisce che “una fonte estremamente sensibile” confermò che le unità speciali inglesi, francesi ed egiziane crearono le milizie ribelli libiche al confine tra Libia ed Egitto, nonché alla periferia di Bengasi. Mentre gli analisti a lungo specularono sulla presenza di truppe occidentali sul terreno, nella guerra libica, il messaggio è la prova definitiva del ruolo svolto da esse e della loro presenza sul terreno nelle prime manifestazioni contro il regime di Gheddafi, scoppiate nel febbraio 2011 a Bengasi. Il 27 marzo, in ciò che doveva essere una “rivolta popolare”, gli agenti dei servizi speciali inglesi e francesi “supervisionarono il trasferimento di armi ai ribelli“, tra cui armi d’assalto e munizioni
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Il timore francese per la moneta pan-africana
La risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite proposta dalla Francia istituiva una no-fly zone sulla Libia “al fine di proteggere i civili”. Tuttavia, una e-mail inviata a Clinton nell’aprile 2011 esprime intenzioni meno nobili. L’e-mail indica l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy come a capo dell’attacco alla Libia e individua cinque obiettivi da raggiungere: avere il petrolio libico, garantire l’influenza francese nella regione, aumentare la reputazione nazionale di Sarkozy, affermare il potere militare francese ed evitare l’influenza di Gheddafi su ciò che chiamava “francofona”. Ancor più sorprendente è il riferimento alla minaccia che le riserve di oro e denaro libiche, stimate in 143 tonnellate d’oro e una quantità simile di denaro, “comportassero la sostituzione del franco CFA quale moneta ufficiale dell’Africa francofona“. Una delle principali cause della guerra, poi, fu la volontà francese d’impedire la creazione della moneta panafricana basata sul dinaro-oro libico, un programma che faceva parte dei tentativi di Gheddafi di promuovere l’unità africana. Questo avrebbe dato ai Paesi africani un’alternativa al franco CFA, uno dei fattori del dominio neocoloniale sull’economia dell’Africa Centrale da parte della Francia.

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2 luglio 2013, Laura Boldrini premia con soldi pubblici la giornalista Annick Cojean, l’ideatrice della menzogna dell’uso del Viagra da parte dei soldati della Jamahirya Libica, propaganda di guerra volta a giustificare la distruzione della Libia, ancora diffusa e utilizzata dall’oscena sicaria atlantista Boldrini a due anni dall’assassinio della Libia.

Fonte: Contrainjerencia
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2016/02/12/hillarygate-la-complicita-occidentale-nel-genocidio-dei-neri-in-libia/

LA LIBIA SEGRETA DEL TOSSICO OCCIDENTE

Di comidad (del 26/12/2013 @ 02:49:12)

In base alla regola ferrea per la quale di fronte a nessuna tragedia si riesce a mantenersi seri, gli USA ed il Regno Unito hanno costituito una commissione mista incaricata di svolgere indagini in Libia sull’attentato aereo di Lockerbie del 1988; un attentato che la versione ufficiale aveva attribuito ad agenti di Gheddafi. L’attuale governo fantoccio della Libia ha ovviamente assicurato la sua massima collaborazione alle indagini, entrando addirittura a far parte della commissione.
In effetti l’attentato di Lockerbie rimane a tutt’oggi senza una spiegazione. Molti familiari delle vittime non hanno mai creduto alla pista libica, ed il presunto agente di Gheddafi condannato nel 2009 fu graziato per “motivi umanitari”, in cambio della rinuncia a presentare appello contro la condanna nel processo di primo grado, che molti osservatori ritennero una farsa giudiziaria.

Ma ciò che rende ancora più paradossale la notizia dell’istituzione della nuova commissione d’indagine per Lockerbie, è il fatto che a distanza di oltre un anno gli Stati Uniti non soltanto non hanno fatto luce sull’uccisione a Bengasi del loro ambasciatore in Libia, Chris Stevens, ma vi è in corso da mesi un braccio di ferro tra Obama ed i membri del Congresso, i quali accusano apertamente il governo di reticenza e persino di depistaggio. Suona strano che un governo che si dimostra incapace di fornire una versione qualsiasi su fatti di poco più di un anno prima, ora pretenda di riaprire le indagini su un attentato lontano un quarto di secolo.
La notizia del conflitto tra Obama ed il Congresso non è ancora arrivata all’opinione pubblica italiana, ma si può essere certi che qualora ciò avvenisse, in tal caso verrebbe spacciata come l’ennesima dimostrazione della vitalità della democrazia americana. Poco conterebbe il fatto che molti congressmen già ammettano tranquillamente di non aspettarsi più che la verità possa mai essere rivelata dal governo.
Molti indizi e parziali testimonianze hanno consentito di farsi un’idea sui veri motivi dell’attacco al consolato di Bengasi in cui morì Stevens. Secondo alcune ricostruzioni, alla base di tutto vi fu la decisione dell’allora segretario di Stato, Hillary Clinton, di prelevare le armi di Gheddafi per spedirle, tramite la Turchia, ai “ribelli” siriani anti-Assad. L’operazione era condotta dalla CIA, ed era sotto la copertura diplomatica di Stevens, il quale finì così nel mirino di milizie che non avevano alcuna intenzione di cedere quelle armi. L’atteggiamento ambiguo e poco tempestivo tenuto dalla CIA nei momenti dell’attentato, con il conseguente ritardo nei soccorsi, ha rafforzato questi sospetti, tanto che si ipotizza persino che Stevens sia stato la vittima di una faida interna alla stessa CIA. Alla fine la pista libica non varrebbe neppure per l’uccisione di Stevens.
Per quanto queste ricostruzioni siano fondate, occorre comunque evitare l’ingenuità consueta in questi casi, e cioè che per inseguire la verità completa si perdano di vista le evidenze già a disposizione. Un po’ come avvenne per l’attentato a Kennedy, quando, per badare all’eventuale sparatore dietro la collinetta erbosa, si lasciò in ombra il dato assurdo che il presunto attentatore Oswald era stato lasciato in custodia alla polizia locale, mentre l’assassinio del presidente era un reato di competenza federale. Ancora più assurdo fu che la colpevolezza di Oswald venisse fatta accertare da un’indagine governativa invece che da un’inchiesta giudiziaria, sbarazzandosi così senza pudori di ogni procedura dello Stato di Diritto e del tabù della separazione dei poteri.
Nella bistrattatissima Italia invece si ha molta più cura nel tenere in piedi la finzione della separazione tra esecutivo e giudiziario. Da noi tutto ciò che riguarda l’energia nucleare è rigorosamente sotto il segreto di Stato previsto dalla Legge 124/2007, eppure per l’attentato ad un dirigente di Ansaldo Nucleare addetto al traffico internazionale di scorie radioattive, si è allestita la messinscena di un’indagine giudiziaria e di un processo. Se non fosse stato per il fuori programma di un’imbarazzante e sarcastica pseudo-confessione da parte degli imputati, quasi nessuno si sarebbe accorto che il tribunale stava recitando un copione già scritto da altri.
Negli Stati Uniti invece si è smarrita ogni traccia di questo bon ton istituzionale, ed oggi l’evidenza è che l’amministrazione Obama può segretare impunemente le circostanze della morte di un ambasciatore, e nessuno può farci niente. La verità te la devi cercare da solo, esponendoti ancora di più ad intossicazioni e depistaggi che faciliteranno l’appiccicarti l’etichetta di “complottista”.
Persino per l’intervento militare in Libia, l’Italia ha cercato di preservare l’ipocrisia della sovranità parlamentare. Il presidente Napolitano recentemente ha zittito i parlamentari che volevano interloquire sulla questione dell’acquisto dei caccia F-35, però lo stesso Napolitano nel 2011 aveva imposto un passaggio parlamentare per avallare la guerra. Al contrario, Obama aggirò questa procedura costituzionale, e si consentì di ignorare il Congresso semplicemente invocando il pretesto dell’emergenza umanitaria degli immaginari bombardamenti aerei di Gheddafi sulla popolazione civile.
Basta evocare il pretesto un’emergenza qualsiasi, ed immediatamente si instaura un Assolutismo da far invidia a quelli del XVII secolo. Il Sacro Occidente è un sistema tossico, drogato di emergenza. Tutto si spiega se si considera che l’Emergenza è la Prima Persona della Santa Trinità, la Persona che genera le altre due: il Segreto e l’Impunità. La stessa Libia è oggi segretata, per di più ignorata dai media. Poco più di due settimane fa, un “insegnante” statunitense è stato ucciso in Libia in circostanze rimaste non chiarite. Le poche notizie di stampa a riguardo ci assicurano che l’uomo era molto amato dalla popolazione, e adesso la moglie dichiara di “perdonare” i suoi assassini, quasi ad anticipare che non saranno mai scoperti.

Preso da: http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=587

La guerra di Sarkozy a Gheddafi e all’Italia

15 gennaio 2016

[di Elido Fazi] In un’email declassificata della Clinton, le vere ragioni dell’attacco alla Libia del 2011: sabotare i piani di Gheddafi per una nuova moneta alternativa al franco francese e indebolire i rapporti tra Libia e Italia. Una rivelazione scioccante, che segna definitivamente il tramonto dell’Europa così come l’avevamo immaginata.

di Elido Fazi 
In una recente intervista sul Fatto Quotidiano, Valentino Zeichen, uno dei più grandi poeti italiani viventi, fa questa considerazione: «Berlusconi sarebbe stato un grande statista, ma quando quegli stronzi degli inglesi e dei francesi decisero di aggredire la Libia, defenestrare Gheddafi e lasciarci fuori da tutto, sarebbe dovuto andare in Parlamento e avrebbe dovuto dimettersi. Non lo fece e perse l’occasione di passare alla storia».

Oggi veniamo a sapere, dopo la pubblicazione di 3.000 email riservate di Hillary Clinton su ordine di un tribunale americano, che la storia dell’eliminazione di Gheddafi e di molti suoi famigliari, figli e nipoti compresi, è molto più inquietante di quello che un poeta come Zeichen avrebbe potuto immaginare quando ha rilasciato l’intervista.
Come rivelato dal sito Scenari Economici, in un’email dal titolo eloquente “France’s Client and Qaddafi’s Gold”, inviata alla Clinton il 2 aprile 2011 da un suo stretto collaboratore, Sidney Blumenthal, si scoprono retroscena impensabili e mai immaginabili che hanno come protagonista l’ex presidente francese Nicola Sarkozy. Alla luce di queste rivelazioni, le famose risatine tra Sarkozy e Angela Merkel del 2011 prendono un’aria sinistra. I due sembrano il gatto e la volpe.
Per chi ha sempre pensato, come noi, che l’Europa non dovrebbe mai smettere di perseguire l’obiettivo che stava a cuore ai grandi politici italiani già dagli anni Cinquanta, cioè una politica estera e di difesa comune, compreso una politica europea di intelligence, le rivelazioni sono scioccanti e segnano definitivamente il tramonto dell’Europa così come noi l’avevamo immaginata.
In sintesi, le vere ragioni dell’ennesimo disastro geopolitico della NATO (questa volta, bisogna ammettere, senza che gli americani abbiano troppe colpe!), in una terra che abbonda di petrolio come poche, si rivela essere stata una guerra imperialistica promossa dalla Francia, con l’aiuto del Regno Unito, per sabotare i piani di Gheddafi per una nuova moneta che, facendo leva sulla disponibilità di oro e di argento della Libia (143 tonnellate di oro e altrettante di argento), aveva come obiettivo quello di sostituire il franco CFA, una valuta creata nel 1945 e utilizzata da 14 ex colonie francesi con obblighi nei confronti del Tesoro francese.
Il secondo obiettivo dell’aggressione è stato quello di indebolire i rapporti tra Libia e Italia e danneggiare così i nostri interessi (nel 2011 due terzi delle concessioni petrolifere in Libia, paese allora stabile, erano dell’Eni, che aveva fatto notevoli investimenti nel maggior produttore di petrolio in Africa).
Sembra fantapolitica, essendo la Francia parte dell’Unione europea, ma crediamo che sia bene a questo punto sapere come stanno veramente le cose, al di là della brutta retorica di cui ancora oggi alcuni politici ci sommergono, facendo un riassunto dei contenuti della email.
In essa, si specifica subito che è la Francia ad avere chiari interessi economici nell’aggredire Libia e che il governo francese ha organizzato le fazioni anti-Gheddafi, alimentando inizialmente i capi golpisti con armi, addestratori delle milizie (comprese quelle con sospetti legami con l’ISIS e al-Qaeda), intelligence e forze speciali al suolo.
Riassumiamo le motivazioni che, secondo il funzionario americano, stavano nella testa di Sarkozy, che leggendo queste email sembra essere un pericoloso imperialista e un acerrimo nemico dell’Italia. L’email elenca dapprima i cinque punti dietro il pensiero di Sarkozy:

  1. Ottenere una quota maggiore della produzione di petrolio dalla Libia a danno dell’Italia.
  2. Aumentare l’influenza della Francia in Nord Africa.
  3. Migliorare la posizione politica interna di Sarkozy.
  4. Dare ai militari un’opportunità per riasserire la posizione di potenza mondiale della Francia.
  5. Rispondere alla preoccupazione dei suoi consiglieri circa i piani di Gheddafi per soppiantare la Francia come potenza dominante nell’Africa francofona.

E subito dopo la stessa email illustra l’altro pezzo dello scenario dietro all’attacco, quello più stupefacente.
In sintesi Blumenthal dice che:

  • Le grosse riserve d’oro e argento di Gheddafi, stimate in «143 tonnellate d’oro e una quantità simile di argento», pongono una seria minaccia al franco francese CFA, la principale valuta africana.
  • L’oro accumulato dalla Libia doveva essere usato per stabilire una valuta pan-africana basata sul dinaro d’oro libico.
  • Questo piano doveva dare ai paesi dell’Africa francofona un’alternativa al franco francese CFA.
  • La preoccupazione principale da parte francese è che la Libia porti il Nord Africa all’indipendenza economica con la nuova valuta pan-africana.
  • L’intelligence francese scoprì un piano libico per competere col franco CFA subito dopo l’inizio della ribellione, spingendo Sarkozy a entrare in guerra direttamente e bloccare Gheddafi con l’azione militare.

Sarebbe interessante sapere dove sono oggi le riserve d’oro e d’argento della Libia.
In conclusione, poiché amiamo l’umorismo e la letteratura umoristica, possiamo consolarci ripensando al famoso discorso di Sarkozy a Benghazi che siamo sicuri resterà negli archivi storici alla pari di alcuni discorsi esilaranti di Mussolini alle folle italiane. Questo discorso ci ricorda che la vita continuerà sempre a nutrirci con qualcosa di totalmente intangibile e inaspettato, qualcosa che soltanto la risata può conservare nell’assurda idiozia delle nostre azioni.

Originale con video: http://www.eunews.it/2016/01/15/la-guerra-di-sarkozy-gheddafi-e-allitalia/48232#

Ecco perchè Gheddafi doveva essere eliminato e la Libia distrutta

Ecco perché hanno ammazzato Gheddafi. Le email Usa che non vi dicono.