La vita di Mu’Ammar Gheddafi raccontata nel romanzo di Andrea Sammartano. Articolo e intervista di Luca Bagatin

sabato 13 aprile 2019

La vita di Mu’Ammar Gheddafi raccontata nel romanzo di Andrea Sammartano. Articolo e intervista di Luca Bagatin

Questa è la storia dell’umile beduino della tribù dei Quadhadhfa, figlio di umili beduini del deserto libico. Suo padre combatté contro l’invasore fascista – durante la Seconda Guerra Mondiale – e lui stesso, all’età di sei anni, a causa dell’esplosione di una mina risalente al periodo bellico, rimase ferito a un braccio e due suoi cugini persero la vita.
E’ la storia di come questo umile beduino del deserto, animato di ideali rivoluzionari, laici, socialisti autentici che ebbe modo di scoprire attraverso i suoi studi, divenne l’emancipatore e il leader – dal 1969 sino alla sua barbara uccisione, nel 2011 – della Libia.
E’ la storia di Mu’Ammar Gheddafi, il Rais che – con un colpo di stato antimonarchico, senza alcuno spargimento di sangue, guidato da lui e altri 12 militari di umili origini – il 1 settembre 1969, proclamerà la Gran Jamahirya Araba Libica Popolare Socialista, spazzando via il Re corrotto e la sua corte, servile nei confronti di Gran Bretagna e USA; nazionalizzando le risorse del Paese a beneficio della comunità e dando il via a una repubblica delle masse, ovvero a una forma di democrazia diretta, sulla base degli insegnamenti di Rousseau e di Proudhon.
Gheddafi era ispirato dalla rivoluzione sociale e socialista dell’egiziano Nasser e, come Nasser, il suo ideale era quello di unificare i popoli arabi in una grande repubblica laica, socialista, sovrana, antifondamentalista e antimperialista. Non allineata né all’imperialismo USA né all’Unione Sovietica e con un sistema socio-politico alternativo sia al capitalismo che al comunismo, come peraltro già avvenuto decenni prima nell’Argentina di Juan Domingo Peron.
Quella di Gheddafi è la storia di un umile beduino diventato leader e simbolo di lotta socialista, laica e panafricana. Un umile beduino che – come ebbe egli stesso a scrivere nella sua raccolta di racconti “Fuga dall’inferno e altre storie” – amava le campagne e detestava le città; amava l’ambiente e la ricchezza della terra e rifuggiva l’urbanizzazione; amava le masse, ma detestava la tirannia della maggioranza; amava la sua religione, ma rifuggiva dalle superstizioni e dal fondamentalismo che generava guerre e divisioni.
Sulla base di tali suoi ideali utipici, ma allo stesso tempo concreti, nel 1975, redasse persino un “Libro Verde”, nel quale li mise nero su bianco, sviluppando quella che chiamerà Terza Teoria Universale (vedi http://amoreeliberta.blogspot.com/2015/09/il-libro-verde-di-muammar-gheddafi.html).
La storia di questo umile beduino è raccontata dallo scrittore Andrea Amedeo Sammartano, egli stesso nato a Tripoli, in Libia, nel 1950. Andrea Sammartano lo fa nella forma del “racconto autobiografico”, laddove a ripercorrere la sua autobiografia è lo stesso Gheddafi, attraverso le parole di Sammartano, il quale immagina il Rais libico – costretto a rifugiarsi nel condotto idrico per sfuggire ai bombardamenti della NATO, nel 2011 – mentre riesamina la sua vita.
“Chiudo gli occhi due secondi, miei poveri detrattori. Ecco a voi il mio cammino inviolato”, edito da Italic (www.italicpequod.it), è il racconto della vita di Gheddafi. Dall’infanzia sino alla maturità e all’atroce morte, nelle mani dei suoi nemici, con il concorso di USA (guidati dal tanto ingiustamente osannato Obama), Francia, Gran Bretagna e NATO intera, che non hanno avuto pietà per l’unico simbolo dell’argine contro il fondamentalismo islamico e unico simbolo moderno dell’unità dei popoli africani liberi e sovrani, uniti nella bandiera della laicità e del socialismo.
Il romanzo/racconto di Sammartano, scritto con uno stile letterario piuttosto aulico e forbito, è uno scritto che ricostruisce – con dati storici alla mano – la vita di un uomo considerato, spesso a torto, controverso e, forse non a caso, rivalutato da molti post-mortem. Un po’ come accaduto, peraltro, ad uno dei suoi contemporanei e con il quale ebbe rapporti di amicizia, ovvero al già Presidente del Consiglio italiano, il socialista Bettino Craxi. Altro amico dei popoli e dei Paesi liberi e sovrani, la cui triste fine politica non coincise affatto con la fine del suo pensiero e del suo ricordo, nella mente di coloro i quali lo hanno sostenuto e hanno compreso la lungimiranza della sua azione. Lungimiranza e visione oggi del tutto assente nella prospettiva dei politici odierni, sia italiani che europei.
Questo di Andrea Amedeo Sammartano è il suo secondo romanzo. Nel 2012, pubblicò infatti “Festa grande alla Dahara”, che ha suscitato l’interesse della Stony Brook University e della Hofstra University di New York.
Romanzo ove l’autore si racconta in terza persona, figlio di colonialisti italiani in Libia, il quale cerca in tutti i modi di integrarsi fra i libici. Anche quando sarà costretto a lasciare la Libia, con l’avvento al governo di Gheddafi, nessuna amarezza o risentimento lo toccherà. Rimane infatti in lui l’amore per quella terra e la comprensione che ogni popolo nasce libero e non può mai essere colonizzato e soggiogato da nessun altro popolo.
Andrea Sammartano
Ho avuto la possibilità di intervistare Andrea Sammartano, relativamente alle sue opere.
Luca Bagatin: I due romanzi che hai scritto sono ambientati in Libia, tua terra natia. Cosa ricordi della tua infanzia in quella terra ?
Andrea Sammartano: Alla luce della mia esperienza di vita in Italia, Paese nel quale risiedo dal 1970, potrei affermare di non avere ricordi della vita trascorsa in Libia e tento di spiegare perché.. La mia nascita e poi la mia residenza in Libia durata diciannove anni, hanno determinato all’interno del mio sentire un cambio di identità totale. Da italiano in quanto figlio di italiani e di conseguenza della loro cultura, mi sono trasformato nel corso degli anni in un libico. Cosa ha causato questo totale cambio di identità ? In primo luogo aver saputo molto precocemente la verità nascosta per molto tempo sulla crudeltà della colonizzazione italiana in Libia. Questa ha provocato la forte necessità di una richiesta di perdono, prima nei confronti di tutti i libici con i quali avevo a che fare ogni giorno, e poi nei confronti di tutto il popolo libico. L’unico modo che ho ritenuto fosse valido per raggiungere lo scopo, è stata la mia completa integrazione negli usi, nei costumi e, aspetto più importante, nel loro modo di sentire. In definitiva sposare la loro cultura. Scusa questa lunga premessa alla domanda, ma forse attraverso questa, riuscirò a farti comprendere come mi sono cimentato a vivere qui in Italia come se fossi stato sempre in Libia, quindi evitando, non sempre riuscendoci, i ricordi che oltre a provocare nostalgia non rappresentano la realtà.
Luca Bagatin: Gheddafi, una volta diventato leader della Libia e avendola liberata da ogni colonialismo, esproprierà gli italiani – giunti in Libia per volere del Duce – dei propri beni e delle proprie attività economiche. Tu stesso, come racconti anche nel primo romanzo, sei figlio di colonialisti italiani. Come hai vissuto l’abbandono di quella terra ? Cosa ne pensi di quella decisione presa da Gheddafi, oltre che colonialismo italiano in Libia ?
Andrea Sammartano: La decisione di Gheddafi di espellere i cittadini italiani in Libia nel 1970 è derivata da numerose circostanze. Ne citerò per brevità solo tre. La prima riguarda la crudeltà dimostrata durante la colonizzazione dall’esercito italiano. La seconda il comportamento di indisponibilità del governo italiano nel momento in cui Gheddafi ha chiesto il riconoscimento del nuovo Stato libico e l’indennizzo dei danni provocati dall’invasione coloniale. La terza concerne la supponenza culturale della maggior parte dei residenti italiani in Libia nei confronti dei libici. Credo di rispondere a tutte le tue domande aggiungendo che ho ritenuto legittime le considerazioni che hanno portato Gheddafi a espellere la comunità italiana.
Luca Bagatin: Hai deciso di scrivere un romanzo su Gheddafi, attraverso un ipotetico racconto autobiografico scritto da Gheddafi stesso. Come mai questa scelta ?
Andrea Sammartano: Sono partito dalla condizione più oggettiva possibile. Ho scritto sulla vita e sul pensiero di Muammar al Gheddafi sulla scorta di un lungo studio del suo operato e, grazie a fortunate e numerosissime interviste effettuate presso l’Università di Perugia dove risiede la più consistente comunità libica in Italia. Con un pizzico di presunzione ritengo il contenuto del libro non così ipotetico.
Luca Bagatin: Chi era, secondo te, Mu’Ammar Gheddafi ? Quale la sua eredità politica ?
Andrea Sammartano: Uno dei rivoluzionari più coerenti dei nostri giorni. Riguardo alla sua eredità politica, la Libia ha rappresentato uno Stato unito, sovrano e rispettato in tutto il mondo solamente sotto il suo regime. Aggiungo il tentativo di proporre una democrazia diretta. La realizzazione di una emancipazione scolastica dopo un esagerato analfabetismo. L’emancipazione femminile. Il basso costo della vita ma, sopra tutto, il contrasto spietato al consumismo dilagante nei paesi arabi e la difesa dei valori culturali e religiosi della Libia. Il suo evidente panafricanismo. Aspetti che lo ha portato alla sua condanna a morte.
Luca Bagatin: La Libia, dal 2011, è nel caos. Oggi ancor più di prima. Cosa ne pensi dell’attuale situazione ?
Andrea Sammartano: La Libia è dilaniata nel suo tessuto interno dal sopravvento delle realtà libiche legate a interessi stranieri come ai tempi della Monarchia defenestrata da Gheddafi.
Luca Bagatin: Stai lavorando a un nuovo romanzo o pensi comunque di scriverne un terzo ?
Andrea Sammartano: Sto lavorando con uno storico libico alla stesura di un saggio storico sulla Libia.
Luca Bagatin

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Libia: la guerra imperialista continua

di Fosco Giannini, Responsabile Dipartimento Esteri PCI

Da una decina giorni, dopo l’attacco del generale Haftar contro la Tripoli di Fayez al-Serraj, gran parte della stampa italiana ed europea parla di “un ritorno della guerra in Libia”. Non c’è nulla di più untuoso e mellifluo quando l’ipocrisia e la superficialità si incontrano. “Ritorno della guerra in Libia”: perché, si era mai interrotta la guerra? Erano più cessati i sanguinosissimi conflitti armati interni alla Libia tra le varie “tribù” libiche, già miracolosamente unite da Gheddafi, alle quali l’attacco devastante delle forze imperialiste e della NATO del 2011 riconsegnarono scientemente e tragicamente, ad ognuna di esse, autonomia e sovranità? Queste guerre civili all’interno della Libia non si sono più interrotte per un preciso motivo: ogni “tribù” alla quale il fronte imperialista, apparentemente unito, aveva riconsegnato libertà d’azione e libertà strategica, rappresentava in verità gli interessi di una fazione imperialista e il conflitto permanente tra le varie “tribù” in campo altro non è stato, dal 2011 ad oggi, che la proiezione sul terreno libico del conflitto interimperialista, della lotta tra le varie potenze imperialiste per la conquista delle ricchezze libiche, per la spartizione del bottino libico.

L’attacco militare contro la Libia iniziò il 19 marzo del 2011; partì sulla base della “Risoluzione 1973” del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma in verità partì su tutt’altra base materiale: la Libia di Gheddafi si stava dimostrando, per gli interessi imperialisti generali, una “bestia” troppo libera, troppo imprevedibile. Assieme a Mandela, Gheddafi aveva progettato un’Africa autonoma e indipendente, dagli USA e dal dollaro, dal capitalismo europeo e dall’Euro. E si era spinto, Gheddafi, a lavorare per una moneta panafricana, per una Banca panafricana, sostenute dai ricchissimi fondi sovrani libici. Un’idea di libertà, di anticolonialismo troppo sfacciata per l’intero imperialismo occidentale, per la NATO. Da qui l’attacco mostruoso, nella sua potenza bellica (19 Paesi sotto la guida NATO attaccarono la Libia!) del 2011. Un attacco che, tuttavia, vide la Francia di Nicolas Sarkozy sferrare il primo colpo (con l’attacco aereo a Bengasi), seguita dai bombardamenti britannici di David Cameron. Poi, subito dopo, vennero i missili “Tomahawk” statunitensi. E, in rapida successione, i diversi tipi di interventi militari italiani, spagnoli, danesi, norvegesi, belgi, canadesi, qatarioti, di tutto il fronte imperialista mondiale. Ma ciò che va messo in luce è che, sin dalla spinta politica alla guerra, sino alla guerra stessa, diversa fu l’entità dell’impegno, tra potenze imperialiste, per giungere al fuoco finale. In testa a tale impegno ci furono, nell’ordine, Francia e Gran Bretagna, “stanche” dei processi di decolonizzazione che, dall’Asia all’Africa del Sud e del Centro, giungendo alla Libia, avevano toccato innanzitutto i loro interessi. Poi vi erano gli interessi storici italiani in Libia, negati dalla rivoluzione di Gheddafi, gli interessi geopolitici USA nella regione, e via via tutti gli interessi imperialisti internazionali minacciati dal progetto stesso di un’unità panafricana, dalla Libia al Sud Africa, un progetto che seppur ancora appena accennato dall’azione congiunta Gheddafi-Mandela, già seminava terrore tra gli interessi del capitalismo mondiale.
La guerra del 2011, dunque, seppur sostenuta da un fronte di ben 19 Paesi imperialisti, aveva già in sé tutti i segni della contraddizione interimperialista. Una differenza di interessi strategici tra tutte le potenze che aggredirono, militarmente unite, la Libia, che immediatamente dopo l’assassinio di Gheddafi, si materializzò sul campo. Caoticamente, all’inizio, ogni potenza tentò di affidare ad una “tribù”, ad un nuovo Signore della Terra, ad ogni “principe” di un nuovo feudo, i propri interessi. Col tempo, la nuova “Tripolitania” governata da Fayez al-Serraj, sembrò divenire il punto di riferimento degli interessi italiani, tedeschi e di altri diversi Paesi dell’Ue, con gli USA simpatizzanti. Il generale Haftar, dalla Cirenaica, tese piuttosto, con l’appoggio della Russia di Putin, a farsi vivere come il nuovo unificatore della Libia, contro la tribalizzazione messa in campo dalla guerra del 2011. L’imperialismo francese non scelse subito, o non riuscì a farlo, il proprio punto di riferimento preciso nella Libia feudalizzata, il proprio capo-tribù, anche se già le simpatie francesi andavano, seppur ancora in modo velato, ad Haftar, dato che, nella spartizione colonialista storica, la Tripolitania “toccava” all’Italia.
L’attacco di questi giorni di Haftar contro Tripoli e il “governo Quisling” di Fayez al-Serraj, attacco platealmente sostenuto da Macron, ci dice che lo stesso Haftar, per vincere, ha avuto bisogno di allargare le proprie alleanze (pieno è il sostegno politico e soprattutto economico che arriva al generale della Cirenaica dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi, non certo i migliori in campo) e che la Francia ha deciso di puntare decisamente su di lui per mettere a valore i propri interessi in Libia.
L’orrorifica guerra neocolonialista del 2011 (un anno che, significativamente, il giornalista di cultura imperialista Vincenzo Nigro, de “la Repubblica”, definisce, in un articolo dello scorso 8 aprile, addirittura l’anno della rivoluzione libica!) non solo, dunque, non è mai finita, ma non da segno di finire, contraddistinta com’è dai famelici interessi imperialisti contrapposti in campo. D’altra parte, se ci rifacciamo ad un’analisi scientifica tempo fa condotta su “Il Sole 24 Ore” da parte di Alberto Negri, possiamo meglio comprendere i motivi di tanta feroce lotta interimperialista dispiegata sul terreno libico, sul sangue del popolo libico.
Negri faceva ammontare il “bottino libico”, conteggiato nei tempi successivi alla guerra del 2011, a circa 130 miliardi di dollari, una cifra da quadruplicare in un eventuale ritorno ad una normalità economica libica post bellica. Una sterminata ricchezza da depredare, quella libica, data da una produzione, nel febbraio del 2011, da 1.6 milioni di barili di petrolio al giorno, il 70% del Pil libico, il 95% del suo export; da riserve petrolifere che ammontano a 48 miliardi e 369 milioni di barili (al nono posto al mondo fra i paesi più ricchi di petrolio), e rappresentano il 38% del petrolio presente nel continente africano e l’11% dei consumi europei. Una ricchezza data da 1 miliardo e 547 milioni di metri cubi di riserve di gas naturale decisive per tutta l’Europa e, naturalmente, l’Italia; da immense quantità di acqua dolce sotterranea proveniente dal Sistema acquifero di pietra arenaria della Nubia (Nubian Sandstone Aquifer System), Sistema costruito nella fase Gheddafi. Oltreché, nella fase della guerra del 2011, da fondi sovrani libici (solo quelli investiti all’estero), di 150 miliardi di dollari.
Federico Rampini, sempre sulle pagine de “la Repubblica” (tra le testate più filo imperialiste italiane, e occorrerebbe stabilire un nesso tra questa posizione e la netta tendenza a favore del PD, da parte del quotidiano fondato da Scalfari) lo scorso 8 aprile, rispetto alla nuova crisi libica e al disimpegno di Trump in questa fase e in quest’area del mondo, ha espresso la propria nostalgia per tutto il precedente ruolo imperiale svolto dagli USA. Scrivendo, tra l’altro: “La sinistra radicale e le destre putiniane hanno sempre desiderato che lo Zio Sam se ne stesse a casa sua. Ma quel che viene dopo la “quasi” pax Americana è il trionfo del caos”.
Qui non siamo più di fronte alla somma di ipocrisia e superficialità, essendo Rampini un giornalista preparato. Siamo di fronte alla menzogna pura, ad un puro atteggiamento imperialista. Infatti: con Gheddafi regnava un ordine libico, filo africano e progressista. L’attuale caos libico è tutto dovuto alla guerra del 2011 e all’attuale lotta interimperialista in atto in Libia, condotta da leader libici a nome   dei diversi poli dell’imperialismo occidentale.
Asserisce Salvini, rivolgendosi come un esponente del Ku Klux Klan agli immigrati:   “aiutiamoli a casa loro”. Ma il colonialismo imperialista non permette oggettivamente nessun aiuto, organizzando solo il saccheggio, la spoliazione e la fuga dei popoli dai loro Paesi.
I Paesi dell’Ue sono confusamente divisi, nella lotta libica, tra Haftar e Fayez al-Serraj. Una divisione per interessi colonialisti contrapposti. Tempo fa, sapendo già che Fayez al-Serrraj non era che il fantoccio USA e italiano a Tripoli, avevamo sperato che Haftar rappresentasse (seppur traditore di Gheddafi ed ex agente della CIA) l’opzione libica meno subordinata all’occidente, la meno filo imperialista. Oggi, il totale appoggio del sempre più oscuro imperialismo francese ad Haftar, getta tutta la propria inquietante luce anche sul generale della Cirenaica.
In questa fase, purtroppo, dopo gli orrori della guerra del 2011, l’opzione più avanzata, quella che dovrebbe riconsegnare la storia della Libia al popolo libico, è anche quella più lontana. Ma anche se lontana, è l’unica alla quale possono pensare i comunisti e le forze patriottiche e antimperialiste.

Preso da: https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/2019/04/13/libia-la-guerra-imperialista-continua/

Hannibal Gheddafi: arrestato perchè figlio di Muammar Gheddafi

4/2/19
Hannibal Gheddafi (foto d'archivio)

Lo scandalo per il vilipendio della bandiera libica a Beirut e il successivo rifiuto alla Libia di partecipare al forum economico della Lega Araba in Libano, come molti anni fa ha provocato una crisi nelle relazioni tra i due Paesi.

L’influente partito sciita libanese Amal non vuole vedere un solo rappresentante libico mettere piede a Beirut finché le autorità nazionali non otterranno informazioni affidabili sul destino del suo leader, l’imam Musa al-Sadr e dei suoi due accompagnatori scomparsi diversi decenni fa a Tripoli in circostanze ancora oscure. Le tensioni tra Libia e Libano hanno convogliato l’attenzione sulla situazione capitata ad Hannibal Gheddafi, uno dei figli dell’ex leader libico Muammar Gheddafi. Dal 2015 è rinchiuso in una prigione libanese. È accusato di nascondere informazioni sulla scomparsa di Musa al-Sadr. Per la prima volta dalla sua detenzione Hannibal Gheddafi ha accettato di rispondere a diverse domande dei media. In un’intervista con il corrispondente di RIA Novosti Rafael Daminov ha raccontato come è finito nel carcere libanese e se conosce davvero i dettagli della scomparsa del predicatore sciita.

Si trova agli arresti in Libano con l’accusa di aver nascosto informazioni sul caso di Musa al-Sadr. C’è qualche indagine ufficiale su questo caso, il processo è iniziato? Ha davvero qualche informazione sulla scomparsa dell’imam Musa al-Sadr e dei suoi due accompagnatori?
— Nel 2008 mio padre Muammar Gheddafi è stato accusato di aver rapito Musa al-Sadr ed i suoi accompagnatori. Tuttavia, in questo caso iniziato nel 1981 non sono mai stato coinvolto, né come sospetto, né come testimone, né come imputato. In altre parole il motivo del mio arresto non ha nulla a che fare con questa vicenda, sono stato arrestato solo perché ero il figlio di Muammar Gheddafi.

Dopo aver detto al giudice impegnato nelle indagini sulla scomparsa di Musa al-Sadr che non ho alcuna informazione sulla scomparsa dell’imam, sono stato accusato di aver nascosto informazioni sul caso. Il fatto è che quando questi eventi si sono verificati nel 1978 avevo solo due anni.

Ha in programma di prender parte alla vita politica dopo che tornerà libero?
— È troppo presto per parlarne ora, non posso discutere questo argomento o prendere una decisione.
Voglio sottolineare che negli anni del mio lavoro in Libia, non ho mai ricoperto incarichi nelle forze di sicurezza. Ero solo un consulente nel campo del trasporto marittimo.
Contiamo sul ruolo importante della Russia, in quanto grande Stato in questi casi. La ringrazio per gli sforzi che sta facendo per la mia liberazione.

Preso da: https://it.sputniknews.com/mondo/201902047212910-Libano-Libia-Musa-al-Sadr-Hannibal-Gheddafi-Muammar-Gheddafi-Lega-Araba/?fbclid=IwAR17WESLVZseG-F4btiLSEAkT7DGwwv9ddO3eSaPILsyc4xig1XoaFbYx10

Libia: il drammatico ritorno degli sfollati a casa

Libia: il drammatico ritorno degli sfollati a casa
Un uomo libico fa gesti all’interno di un edificio bruciato nella città di Al-Goualiche, a 120 chilometri (75 miglia) a ovest della capitale Tripoli – Foto: Pulse

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“Abbiamo trovato la città saccheggiata, case in rovina, i nostri ulivi bruciati”. Seduto in quello che era il salotto della sua casa, Moftah racconta la sua delusione tornando a casa nella Libia occidentale dopo anni di esilio.
AL-GOUALICHE (LIBIA) – Al-Goualiche arroccata sulle alture dei monti Nafusa, 120 km a ovest di Tripoli, ha pagato il prezzo del suo sostegno per il Leader Muammar Gheddafi, catturato e ucciso dai ribelli nel mese di ottobre 2011. La rivolta fece piombare il paese nel caos.

Questa città di meno di 10.000 abitanti presenta un paesaggio di desolazione: case carbonizzate spazzate dal vento e dalla polvere, nessun accesso ai servizi di base, scuole distrutte o inutilizzabili. “Il 6 Luglio 2011”, ricorda Mohammad Moftah: il giorno preciso in cui ha dovuto rinunciare a tutto per fuggire con la sua famiglia, come gli altri residenti di Al-Goualiche, diventata città fantasma da allora. Questa città fu quindi l’obiettivo del “continuo bombardamento della NATO” – ribelli alleati – che bersagliava le forze fedeli di Gheddafi. “Restare significava morire”, dice il quarantenne.
Il timore di rappresaglie da parte delle città vicine, che avevano preso la causa dei ribelli, ha poi impedito ai residenti di tornare. Le Nazioni Unite, che hanno cercato per anni di raggiungere un accordo tra i diversi attori politici in Libia, incoraggiando e sostenendo il lavoro per la riconciliazione tra i popoli, dove i desideri di risentimento e vendetta sono ancora ardentemente vivi. In questo contesto, nel 2015 è stato firmato un accordo di riconciliazione tra le città di Jebel Nefoussa, consentendo questo ritorno, con promesse di assistenza finanziaria. Anche se Moftah Mohamad è sopraffatto nel vedere ciò che rimane della sua casa, senza porte o finestre, dice che preferisce ancora tornare a casa.
“È meglio che continuare a girare da una città all’altra”, dice. Ma ammette di essere molto deluso dal fatto che non si sia stato fatto nulla per aiutare il suo ritorno. “Cinque o sei commissioni governative si sono succedute senza cambiare nulla nel nostro destino”, dichiara rammaricandosi. Non molto lontano, Mohamad Boukraa ispeziona la sua casa carbonizzata, appoggiandosi ai suoi due nipoti. Questo settantenne ha deciso di tornare ad al-Goualiche pochi mesi fa dopo più di sette anni di esilio. “Quando ho visto la mia casa e quelli dei miei due figli bruciati, sono crollato”, dice.
 
Un ragazzo libico cammina in un edificio bruciato e distrutto nella città di Al-Goualiche, a 120 chilometri (75 miglia) a ovest della capitale Tripoli – Pulse
Il sindaco della città non nasconde nemmeno la sua impazienza. “Gli abitanti sono in attesa di un risarcimento per poter riparare le loro case e renderle sicure”, ha detto Said Amer. “Alcune famiglie sono costrette a vivere in case carbonizzate, senza rendersi conto del rischio che ciò rappresenti per la loro salute e quella dei loro figli”, si preoccupa. – Promesse non mantenute –
Oltre alle infrastrutture pubbliche, la città di al-Goualiche ha identificato, secondo lui, 1.600 casi di risarcimento alle famiglie ancora vacanti. Per il governo, le difficoltà finanziarie sono i principali ostacoli alla ricostruzione di città come al-Goualiche. Il ritorno degli sfollati “richiede un piano di sviluppo e di fondi significativi per la ricostruzione che non abbiamo”, ha dichiarato Youssef. Secondo lui, la colpa è principalmente della comunità internazionale. “Più volte, la comunità internazionale ha fatto promesse per aiutare a ricostruire le città colpite, ma nulla è stato raggiunto”, ha detto.
La Libia ha attualmente circa 187.000 sfollati interni, secondo le statistiche dell’International Organization for Migration (IOM) redatte lo scorso dicembre 2018. Human Rights Watch (HRW) ha lanciato l’allarme giovedì sul destino degli sfollati di Taouarga (nord-est), un’altra città che si era schierata con Gheddafi nel 2011.

La Libia, dall’era Gheddafi ai giorni nostri

Nel 1967 il colonnello Gheddafi ereditò una delle Nazioni più povere in Africa ma, al momento in cui il leader libico fu assassinato, aveva trasformato la Libia in una nazione fra le più ricche.


La Libia aveva il più alto PIL pro capite e la speranza di vita nel paese era in costante crescita, nel contempo pochissime persone vivevano sotto la soglia di povertà rispetto ad altri paesi africani. In oltre quaranta anni Gheddafi aveva promosso la democrazia economica utilizzando la ricchezza del petrolio per sostenere programmi di assistenza sociale per tutti i libici. Sotto il governo di Gheddafi i libici godevano di assistenza sanitaria e istruzione gratuita, ma anche l’energia elettrica era a zero costo e i prestiti bancari alle famiglie, per mutui o spese per le normali attività domestiche, venivano erogati senza applicare alcun interesse.

A differenza di molte altre nazioni arabe, le donne nella Libia di Gheddafi avevano il diritto all’istruzione, ricoprivano incarichi pubblici, potevano sposare chi volevano, divorziare, possedere beni e disporre di un reddito. Nel 1969 solo poche donne frequentavano l’Università mentre nel 2011 più della metà degli studenti universitari della Libia erano donne. Una delle prime leggi operate da Gheddafi nel 1970 era la pari retribuzione fra uomini e donne.
Il 4 gennaio 2011 lo stesso Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite aveva riconosciuto ed elogiato Gheddafi (leggi il documento) per la sua promozione dei diritti civili e delle donne. In pratica prima lo hanno lodato e pochi mesi dopo chi lo ha ucciso si è giustificato dicendo di aver liberato il mondo da un pericoloso e sanguinario dittatore. Assurdo!

Il dopo Gheddafi

A seguito del scellerato intervento francese e della NATO del 2011, la situazione attuale è un vero disastro annunciato. La Libia è ormai uno stato fallito e la sua economia è allo sfascio. Non vi è un controllo governativo e l’amministrazione dello Stato scivola tra le dita dei fantocci eletti dall’ONU per finire nelle mani dei combattenti delle milizie locali, facenti parte di tribù islamiste che al tempo di gheddafiana memoria erano dei classici criminali.

In pratica l’occidente ha consegnato le chiavi della nazione a una banda di assassini spietati e senza regole. Tutto questo pur di liberarsi di un Gheddafi che aveva finanziato metà campagne elettorali dei leader democratici europei (Sarkozy per esempio).
Il risultato oggi è ben chiaro: per merito dell’intervento Francia/Nato la Libia ha ora due governi, ognuno di questi con il proprio primo ministro, Parlamento e persino esercito.
Il Parlamento, quello che era stato eletto per volere dell’ONU e riconosciuto dalla cosiddetta ‘comunità internazionale’, è stato spazzato via da Tripoli dalle milizie islamiste che poi hanno assunto il controllo della capitale nonché in altre città. Nella parte orientale del paese, quello che tutti riconoscono come il governo ‘legittimo’ e dominato da coloro che si professano anti-islamisti, è stato esiliato a un migliaio di chilometri di distanza dalla capitale, precisamente a Tobruk, e di fatto non governa più nulla.
La caduta di Gheddafi ha creato tutti gli scenari peggiori del paese: le ambasciate occidentali non esistono più, il sud del paese è diventato un rifugio per i terroristi e il nord un centro del traffico di migranti. Egitto, Algeria e Tunisia hanno chiuso tutti i loro confini con la Libia. Nel paese vi è un contesto di illegalità assoluta, si va dallo stupro diffuso agli omicidi di massa che restano assolutamente impuniti.

La strategia futura della CIA

 L’America, da sempre impegnata a esportare libertà e democrazia nel mondo :-), riesce a contribuire in questo disastroso scenario alimentando una terza via. Non bastano i due governi, ormai totalmente inutili e inetti, ora in Libia ci sono gli Stati Uniti che aprono un nuovo scenario con una terza forza, totalmente indipendente dalle altre due. Ed è la solita CIA, il servizio di maggior intelligence 🙂 esistente al mondo, a individuare la soluzione di tutti i mali libici attraverso la figura del generale Khalifa Belqasim Haftar quale prossimo leader libico e, per questo, l’interessato già mira ad autoproclamarsi ‘nuovo dittatore’ della Libia.
Tanto per capire di che personaggio stiamo parlando, si sappia che il generale Haftar, antico nemico giurato di Gheddafi tanto da dover fuggire dal paese, si era trasferito in USA, in Virginia, guarda caso proprio vicino al quartier generale della CIA, dove si dice sia stato addestrato dall’Agenzia per prendere parte ai numerosi tentativi di golpe in Libia, sempre falliti fino al 2011, per rovesciare Gheddafi.
Non solo, nel 1991 il New York Times riferiva che Haftar era uno dei seicento soldati libici addestrati dalla CIA in atti di sabotaggio e altre azioni di guerriglia per rovesciare il regime di Gheddafi. Questo mini esercito libico/americano è stato costituito dal presidente Reagan e mantenuto integro fino all’intervento francese del 2011.

Il vero obiettivo dell’occidente

In realtà, l’obiettivo dell’occidente non era certo quello di aiutare il popolo libico, asserendo che in Libia si era oppressi e soffocati da un dittatore talmente crudele che aveva la colpa di aver contribuito a far vivere il più alto tenore di vita in Africa, bensì di spodestare Gheddafi, installare un regime fantoccio e ottenere il controllo delle risorse naturali della Libia.
Non ci vuole un Qi troppo elevato per capirlo, eppure dai mass media leggiamo ancora oggi che la Libia è stata liberata da un tiranno per garantire la democrazia e gli equilibri in Medio Oriente. E il bello è che ci credono in tanti.

Un decennio di fallimenti militari giustificato da un business miliardario

Qualche anno fa la Nato ha dichiarato che la missione in Libia era stato “uno dei più riusciti nella storia della Nato”. A parte il fatto che molto del merito va alla ‘furbesca’ Francia e non certo alla Nato, la verità è sotto gli occhi di tutti: questo intervento occidentale non ha prodotto nulla se non fallimenti colossali in Libia, Iraq e Siria. E parliamoci chiaro: prima del coinvolgimento militare occidentale, queste tre nazioni erano gli Stati più moderni e laici esistenti in Medio Oriente e in tutto il nord Africa, con il più alto tasso di godimento dei diritti della donna e del tenore di vita.
Un decennio di fallimentari spedizioni militari in Medio Oriente ha lasciato il popolo americano un trilione di dollari di debito. Tuttavia qualcuno in particolare negli USA hanno beneficiato immensamente per tali costose e mortali guerre: l’industria militare americana.
La costruzione di nuove basi militari significa miliardi di dollari per l’élite militare statunitense. È dai tempi del bombardamento dell’Iraq che gli Stati Uniti hanno costruito nuove basi militari in Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman e Arabia Saudita. Dopo l’Afghanistan gli Stati Uniti hanno costruito basi militari in Pakistan, Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan, mentre dopo la Libia hanno realizzato nuove basi militari in Seychelles, Kenya, Sud Sudan, Niger e Burkina Faso.
In tutti questi paesi a presenza militare americana sono a basso tenore di vita della popolazione e a forte limitazione delle libertà individuali, delle donne in special modo.
Infine, il flusso dei migranti rischia di far ‘scoppiare’ l’Europa. E qui ricordo la profezia di Gheddafi che, a quanto pare, si sta puntualmente avverando quando nel 2011 disse:

“State bombardando il muro che si erge sulla strada dei migranti e dei terroristi verso l’Europa”.

Di ogni intervento americano nel mondo non esiste un fattore positivo per l’Umanità, bensì serve a rendere invincibile chi, come Trump, dice di avere “il pulsante più grande che, tra l’altro, funziona”.
Eh sì, vediamo bene come funziona.
Questo articolo è stato pubblicato qui

Preso da: https://www.agoravox.it/La-Libia-dall-era-Gheddafi-ai.html

Libia: da Gheddafi a “15.000 milizie”

Risultati immagini per Saif al Islam Gheddafi immagini
Foto: Newsweek (da Google)

Nel memorandum 1) sulla Libia in merito alle politiche di disinformazione dell’Occidente sullo stato e sull’esercito libico, prima e durante la guerra d’aggressione scatenata dalla Nato e soci a partire dal marzo del 2011, Saif al Islam Khaddafi calcola che siano operanti allo stato attuale circa 15.000 milizie, gran parte delle quali ben armate e ben addestrate.
Il figlio di Gheddafi 2) non cita, perché presumibilmente lo da per scontato. la penetrazione di truppe d’invasione statunitensi, inglesi, francesi, italiane (trecento, di cui cento paracadusti della Folgore). E non cita la “rinascita” del terrorismo jihadista in particolare a Sirte e a Bengasi in seguito al ritorno dalla Siria degli oppositori più o meno democratici al governo di Assad (terrorismo che suo padre e il regime della Giamahiria aveva saputo contenere).

Lo stato considerato “fallito” da uomini di grande spessore morale come Giorgio Napolitano, oltre che dalle sinistre umanitarie e pacifiste, desiderose di bombardare e di uccidere, ora è realmente “fallito”, o , detto meglio, si trova nella condizione ideale perché gli avvoltoi dell’Occidente imperiale e i tagliagole locali possano disporne a loro piacimento.

Il caos allarma coloro che l’hanno creato perché è andato ben oltre quello preventivato. In tali condizioni è difficile infatti avviare in sicurezza la produzione di petrolio e gas e difendere gli oleodotti e i gasdotti. Ricorrere alle milizie costituite da bande di mercenari per la protezione degli impianti e delle infrastrutture diventa irrinunciabile.
Da qui i grandi sforzi che i carnefici della Libia stanno compiendo per approdare alla unificazione politica e giuridica del grande Paese africano. Dopo gli incontri a Madrid e Ginevra sotto gli auspici dell’ONU, si è registrato a Shkirat, cittadina del Marocco, tra Casablanca e Rabat, un accordo 3) che è stato ritenuto dalle parti importante e positivo. Ma gli entusiasmi son durati ben poco.
L’accordo prevedeva che il parlamento di Tobruk conservasse la maggioranza dei suoi membri e accogliesse al suo interno quaranta rappresentanti del parlamento di Tripoli, diventando in tal modo il parlamento ufficiale della Libia. Il premierato del governo di unità nazionale sarebbe spettato a Fayez Al Serray, pedina farsesca dell’Occidente, arrivato dal mare a Tripoli con la protezione armata delle navi dell’Impero e talmente amato dai suoi connazionali che solo dopo alcuni mesi è riuscito ad insediarsi a Tripoli.
L’accordo non è stato gradito né a Tripoli né a Tobruk.
L’Occidente imperiale sembra sostenere il debole governo di Tripoli, più facilmente manipolabile (l’Italia è particolarmente interessata, con l’ineffabile Minniti, alla regolazione dei flussi immigratori anche con strumenti di detenzione criminale), 4) sebbene il fronte presenti vistose smagliature con la Francia che “tratta” con Haftar, mentre gli stessi Stati Uniti sembrano avvicinarsi all’uomo forte di Tobruk, il feldmaresciallo Haftar che a sua volta gode dell’appoggio della Russia, dell’Egitto,degli  Emirati Arabi.
In un articolo 5) avevo affermato che Haftar sembrava avviato verso il controllo pieno della LIbia. Certamente ha saputo conquistare, ponendola sotto il controllo del governo di Tobruk la ricchissima “Mezzaluna del petrolio”6), situata tra Bengasi e Sirte ma è anche vero che la sua marcia si è rallentata in Tripolitania. Infatti, in appoggio all’intervento militare del generale Usama Juwahili, comandante della zona militare occidentale contro bande di fuorilegge7), le Brigate di Zintan e la Brigata rivoluzionaria di Tripoli alleate un tempo a Khalifa Haftar, seppure indipendenti, hanno attaccato l’esercito nazionale libico (LNA), costretto ad abbandonare la sua posizione.
La Tripolitania sembra perduta per il momento per il feldmaresciallo Haftar, mentre si profilano nell’area nuove alleanze. Al servizio di Al-Serray ? Al momento è difficile fare previsioni.
In tale contesto non va trascurata la presenza e l’azione politica dei Gheddafiani e in particolare della figura di Sail-Al-Khaddafi, personalità di alto prestigio, già a suo tempo considerato l’architeto di una nuova Libia, capace di “parlare” con le tante tribù della sua terra e proporre una politica di unificazione. A suo vantaggio va ricordato il rapporto politico favorevole, lui e la sua gente, con Khalifa Haftar
NOTE
1) Saif al-Islam Khaddafi ” Memorandum sulla Libia: disinformazione contro Stato Guida ed Esercito” in “Voltaire” 30/10/17
2) Saif al-Islam Khaddafi è attualmente perseguito dalla Corte Penale internazionale, indecemente gestito dall’Occidente imperiale, per “presunti” crimini contro l’umanità. Richiesto l’arresto del figlio di Muammar Gheddafi alle autorità giudiziarie locali
3) Il Post “Cosa rimane della Libia” 1/12/17
4) Amnesty international ” Libia: i governi europei complici di torture e violenze” 12/12/17
5) A. B. ” Haftar si avvia…” in Cagliaripad e in l’Interferenza 5/8/17
6) Il post, art. cit. 1/12/17
7) Andrey Akulov ” Eventi recenti in Libia: una sfida…” In “The Saker Italia”

Preso da: http://www.linterferenza.info/esteri/libia-gheddafi-15-000-milizie/

Libia: sette anni senza Gheddafi

24/10/2018
Il 23 ottobre è la data che è ufficialmente si considera come il giorno della fine della guerra civile in Libia nel 2011. Si trattava di un conflitto militare interno in cui è intervenuta la NATO, —- è meglio dire un atto coloniale preparato dalla NATO e spacciato per conflitto interno—- portando al collasso il regime di Muammar Gheddafi e al crollo di fatto dello Stato libico, ha detto Boris Dolgov in un’intervista con Sputnik.
“Come risultato la Libia è crollata come Stato, ora assistiamo alla lotta di varie forze politiche, inclusi gli islamisti, per il potere e il controllo su determinati territori in Libia”, ha affermato l’esperto.


Al momento ci sono due forze politiche principali che lottano per il potere (la Camera dei rappresentanti della Libia e il governo di unità nazionale), ma ci sono altre parti alla ricerca del potere. In Libia ci sono vari clan che nelle loro zone di influenza dispongono di gruppi armati. Alcuni gruppi professano l’Islam radicale.
La Russia, come altri membri della comunità internazionale, è coinvolta nei tentativi di risolvere la crisi libica, ma finora nessuno è riuscito ad ottenere alcun risultato tangibile nel processo.

In particolare Mosca lavora con le forze che hanno maggior influenza in Libia oggi, come le forze armate del feldmaresciallo Khalifa Haftar, quelle che combattono gli islamisti radicali e fissano l’obiettivo di ricostruire lo Stato libico.

La Russia compie i massimi sforzi per risolvere la crisi
La Russia sta lavorando insieme a varie forze in Libia per raggiungere un consenso politico tra di loro e rendere il processo politico prioritario e dominante. I rappresentanti e le delegazioni di varie forze politiche si sono recate in Russia per avere colloqui.
In futuro la Russia continuerà ad impegnarsi per risolvere la crisi.

“La Russia non ha ufficialmente dichiarato di inviare consiglieri militari o altre unità di militari russi in Libia, ma a mio avviso sarebbe possibile se pervenisse la richiesta dalla parte libica, ad esempio dalle forze come quelle guidate dal maresciallo Haftar”, ha spiegato Dolgov.

La Russia può contribuire a risolvere la crisi libica. Ad esempio, potrebbe contribuire a porre fine al conflitto locale. Ad esempio l’intervento potrebbe manifestarsi nella forma di consiglieri o istruttori militari russi che possono trasmettere la loro esperienza ai libici.
Khalifa Haftar è la forza militare più potente in Libia. Il maresciallo ha dichiarato di combattere contro i gruppi islamici radicali. Per la Russia è molto importante, perché questi gruppi rappresentano una minaccia non solo per la stessa Libia, ma anche per la regione nel suo complesso, e persino per la stessa Russia.
E’ noto che gli islamisti di Siria e Iraq sono giunti in Libia. Hanno perfino creato in una delle regioni del paese un’unità para-statale che giurava fedeltà allo Stato Islamico. Questo rappresenta una minaccia per la Russia perché i guerriglieri dell’ISIS ed altri gruppi affiliati hanno dichiarato che il loro obiettivo è promuovere la jihad nel territorio russo, vale a dire nel Caucaso e nel sud della Russia nel suo complesso.

“Pertanto le forze di Haftar contribuiscono ad eliminare questa minaccia, anche per la Russia. Così la volontà di Mosca di cooperare con queste forze diventa chiara”, ha spiegato l’esperto.

Quello che sta accadendo in Libia oggi è un processo molto complesso. Un conflitto armato può avere ricadute. Trovare un compromesso tra un numero di gruppi armati con idee diverse richiederà tempo. Ma forse le elezioni in Libia in qualche modo cementeranno la società.

La normalizzazione non avverrà domani o dopodomani, nemmeno tra un anno, ma almeno la strada è stata trovata e speriamo che la società libica segui questa via, ha concluso Dolgov.

“La Libia trasformata in un inferno”

“Si può affermare che da uno Stato sovrano, la Libia è stata disgregata tra varie forze, molte delle quali controllate da servizi segreti stranieri”, ha detto l’esperto di Spuntik sulla Libia Usef Shakir.

“La Libia era uno Stato stabile e sicuro, l’apparato statale funzionava bene, il Paese si sviluppava e cresceva costantemente, mentre da 8 anni regnano il caos e la paura”, ha aggiunto.

“L’economia della Libia è nulla: centinaia di miliardi di dollari sono arrivati per la vendita di petrolio, ma per 8 anni non è stato implementato un solo progetto strategico per lo sviluppo del Paese, vediamo il costante spreco di ricchezza nazionale e scontri sanguinosi. Sentiamo continuamente parlare di vittime e feriti, la Libia è diventata l’inferno”.

“Di chi è la colpa?” L’élite, che ha tradito tutti ed ha lasciato entrare la Nato nel Paese; il governo è stato rovesciato, ma alla fine non ne è uscito nulla di buono, assolutamente nulla. E’ legato al petrolio e alle altre risorse naturali: il Paese è frammentato, non c’è dialogo tra sud, nord, ovest ed est e nessuno contribuisce ad uscire dalla crisi.”

Preso da:https://it.sputniknews.com/politica/201810246676475-NATO-Occidente-caos-guerra-Gheddafi-risorse-petrolio-terrorismo-geopolitica-Russia-Mediterraneo/

una cosa che non dobbiamo sapere: celebrazioni in tutto il mondo nel settimo anniversario dell’ assassinio del Leader Muammar Gheddafi

Sono passati 7 anni dal giorno in cui i RATTI della NATO, dopo una guerra colonialista durata 7 mesi, assassinavano il Leader della Jamahiriya Libica, Muammar Gheddafi.
Quest’ anno forse più degli altri anni il popolo Libico ricorda questo avvenimento, con celebrazioni in Libia ed all’ estero. Sui social circolano vari posts e foto delle celebrazioni in varie città.

La foto raffigura uno dei manifesti affissi nella città di Ajdabia
http://za-kaddafi.org/node/45852

Bani Walid ricorda l’anniversario del “trono di gloria” di Gheddafi 2018/10/20
Ghat

http://za-kaddafi.org/node/45846 
Celebrazioni a Ghat

http://za-kaddafi.org/node/45849


Gli espatriati libici nella Repubblica araba d’Egitto hanno celebrato una cerimonia commemorativa sabato sera celebrando il settimo anniversario della partenza del leader libico Muammar Gheddafi e dei suoi compagni.

La celebrazione, che si è tenuta nella capitale egiziana Il Cairo, ha visto la presenza di un certo numero di sfollati e membri della comunità libica in Egitto, e la partecipazione di alcuni nazionalisti arabi che hanno dedicato pregieredel  Santo Corano per le vite di “martiri” della Libia nel 2011.

Durante la cerimonia sono stati pronunciati numerosi discorsi che si sono occupati degli eventi della Libia durante gli eventi di febbraio e hanno discusso della marcia del defunto leader Muammar Gheddafi.
https://www.afrigatenews.net/…/%D8%A7%D9%84%D9%85%D9%87%D8%…% D9% 84% D9% 84% D9% 8A% D8% A8% D9% 8% D9% 88% D9% 86% D8% A8% D9% 85% D8% B5% D8% D8% D9% 88% D9% D8% D8% D8% D8% D8% B8% D9% 89% D8% B1% D8% AD% D9% 8% D9% 84% % D8% A9% D9% 84% D9% 82% D8% B0% D8% A7% D9% 81% D9% 8A /  


https://www.facebook.com/groups/alGaddafi/permalink/1869136143124058/

celebrazioni anche a Parigi, Mosca, Benin, Camerun, Niger.

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celebrations around the world 7 years after the assassination of the Leader Muammar Gadhafi.
Ajdabiya city this morning 21/10
http://za-kaddafi.org/node/45852
Gat commemorates the martyrs on Saturday, 10/20/2018 in front of the Yixing Memorial in the village of Yixing.
http://za-kaddafi.org/node/45849
Bani Walid recalls the anniversary of the “throne of glory” Gaddafi 2018/10/20
http://za-kaddafi.org/node/45846
Libyan expats in Egypt mark the anniversary of Gaddafi’s departure
Cairo – Africa News Portal 21 October, 2018
Libyan expatriates in the Arab Republic of Egypt held a memorial ceremony on Saturday evening marking the seventh anniversary of the departure of Libyan leader Muammar Gaddafi and his comrades.
The celebration, which was held in the Egyptian capital Cairo, witnessed the presence of a number of displaced people and members of the Libyan community in Egypt, and the participation of some Arab nationalists who dedicated the Khutma to the Holy Qur’an for the lives of “martyrs” of Libya in 2011.
A number of speeches were delivered at the ceremony, which dealt with Libya’s events during the February events and discussed the march of the late leader Muammar Gaddafi.
https://www.afrigatenews.net/…/%D8%A7%D9%84%D9%85%D9%87%D8%…% D9% 84% D9% 84% D9% 8A% D8% A8% D9% 8% D9% 88% D9% 86% D8% A8% D9% 85% D8% B5% D8% D8% D9% 88% D9% D8% D8% D8% D8% D8% B8% D9% 89% D8% B1% D8% AD% D9% 8% D9% 84% % D8% A9% D9% 84% D9% 82% D8% B0% D8% A7% D9% 81% D9% 8A /
celebrations also in Paris, Moscow, Benin, Cameroon, Niger.

«Africani, liberatevi!»

11 ottobre 2018 Ruggero Tantulli
Parla Mohamed Konare, attivista «per l’indipendenza reale» del continente nero. «Sogno gli Stati Uniti d’Africa»
l’intervista

«L’Africa deve tornare agli africani». Ha le idee chiare Mohamed Konare, leader panafricanista che sogna di liberare il continente nero dalle influenze straniere. Originario della Costa d’Avorio, 53 anni, Konare vive a Firenze da 20 anni («Amo l’Italia, ma la mia cittadinanza è solo africana, perché un giorno voglio tornare a casa»). Nella sua vita tanti lavori, dalla ditta di un amico al settore turistico nel capoluogo toscano, compresa una parentesi all’Eni (nella raffineria di Stagno, nel Livornese). Da un po’ di tempo il suo primo obiettivo è sensibilizzare gli africani (ma non solo) sul sistema che consente all’Occidente di «depredare l’Africa, occupata militarmente, culturalmente e soprattutto economicamente».
Non ha dubbi su quale Stato abbia maggiori responsabilità: la Francia, «che di fatto non ha mai interrotto la propria dominazione coloniale, riconoscendo l’indipendenza di facciata di molti Stati solo per placare le rivolte, e scrivendo di proprio pugno le Costituzioni attualmente in vigore in vari paesi». Il principale problema, per Konare, è il Franco Cfa, la moneta inventata nel 1945 da De Gaulle «sulle orme di quella adottata da Hitler in Francia durante l’occupazione nazista»: il Cfa, ex Franco delle colonie francesi, nome che oggi identifica la “zona franco” nell’Africa subsahariana, lega indissolubilmente 14 paesi, tra cui Camerun, Senegal e Costa d’Avorio, alla Francia, «che fino a poco tempo fa deteneva il 100% delle divise, ora il 50%». «Solo per la moneta, la Francia ricava 440 miliardi di euro all’anno. Con quella cifra in Africa si potrebbero fare tantissime cose, ma non possiamo beneficiare delle nostre risorse sul mercato internazionale».
Konare, come può avvenire questa liberazione?
«Gli africani devono prendere consapevolezza della situazione e sollevarsi contro gli Stati imperialisti. L’Africa deve tornare ciò che era prima della Conferenza di Berlino del 1884-1885, quando l’Occidente ha cominciato a spartirsela».
Sembra molto difficile come obiettivo.
«Lo è, ma se i popoli africani si uniscono possono riacquistare la propria autodeterminazione. Il dominio si realizza in primo luogo con la moneta, ma anche con la cultura: oggi gli africani non hanno più identità, i nomi stessi dei paesi sono occidentali. Anche con la lingua si controllano i popoli».
A chi si rivolge il movimento panafricanista?
«Innanzitutto all’Africa nera, poi se i paesi nordafricani vorranno unirsi saranno i benvenuti. Sogno gli Stati Uniti d’Africa. Oggi, grazie al Cfa, paesi confinanti non possono commerciare con l’estero e nemmeno tra di loro. Il valore stesso della valuta è zero, fuori dall’area in cui circola. Ecco perché, insieme a tanti fratelli, cerco di unire tutti i movimenti panafricanisti che realmente vogliono liberarsi. Ma la nostra lotta riguarda l’umanità intera».
Come agisce concretamente questo movimento?
«Abbiamo creato un gruppo di lavoro, siamo in contatto tutti i giorni con la gioventù africana. Tra poco terremo una conferenza via Skype con i giornalisti africani. Dobbiamo agire, non si può restare soggiogati e non posso accettare di vedere i miei fratelli morire per un’aspirina. In certe zone manca l’acqua potabile, una sigaretta è un lusso. C’è tanto lavoro da fare, ma la priorità è garantire cibo, acqua, istruzione e sanità per gli africani».
Lei accusa in particolare la Francia. Ma i problemi dell’Africa non dipendono solo dai francesi…
«La storia parla chiaro. Basta pensare che il capo dei servizi militari della Costa d’Avorio è francese o che nelle tre banche centrali africane la Francia ha diritto di voto, impedendo qualunque scelta autonoma degli africani, per capire come stanno le cose».
La Cina si sta espandendo sempre di più in Africa.
«I cinesi stanno cercando di penetrare con mezzi diversi, ne siamo consapevoli e ci stiamo preparando per affrontare anche questo. L’Italia, invece, è uno dei paesi che fanno meno male all’Africa, ha un ruolo marginale. Ma il problema è che al governo spesso ci sono fantocci piazzati dall’Occidente. Chiunque abbia cercato di liberare l’Africa è stato ammazzato dai francesi. Ventidue capi di Stati africani, da Thomas Sankara a Patrice Lumumba, senza contare gli attivisti morti in galera. Gheddafi è stata l’ultima vittima».
Perché?
«Stava per mettere 42 miliardi di dollari per creare un fondo monetario africano e uscire dal Fmi, è stato ucciso dalla Francia per questo. Stava creando una banca centrale e una banca di investimenti africane. In Libia c’è stata una manipolazione, non c’era nemmeno una rivolta. È tutto documentato, ma di queste cose non si parla».
Lei ha paura per la sua vita?
«No. Cerco di stare attento, ma quando ho scelto di attivarmi per la causa sapevo a cosa andavo incontro, infatti la mia vita è cambiata. Ricevo minacce, palesi e subliminali, e sono costretto a spostarmi in modo discreto, perché so che qualcuno non sopporta ciò che faccio. Se prendessi un aereo per l’Africa oggi, non oso immaginare che fine potrei fare».
Tanti giovani africani cercano di raggiungere l’Europa.
«È chiaro, ma non è questa la soluzione, se si vuole bene all’Africa. Anzi, l’emigrazione è proprio il progetto delle élite per evitare che gli africani si ribellino. Chi parte rischia la vita, il viaggio è un inferno. Per fare cosa poi? Lavori disumani».
Pensa che ci sia razzismo in Europa?
«Il razzismo c’è dappertutto, anche tra africani o tra italiani stessi. Ma è frutto di ignoranza, la realtà è che siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo lottare per la libertà dei popoli».

Preso da: https://incronaca.unibo.it/archivio/2018/10/11/africani-liberatevi

2011: Perché Gheddafi dava fastidio

LA LIBIA IN GUERRA, L’OCCIDENTE NEL PALLONE

Perché Gheddafi dava fastidio
 
di Peter Dale Scott*

La campagna attuale della NATO contro Gheddafi in Libia ha dato luogo a una grande confusione, sia tra coloro che conducono questa inefficace campagna, sia tra gli osservatori. Molte persone, la cui opinione io di solito rispetto, vedono questa guerra come una guerra necessaria contro un criminale – anche se per alcuni il cattivo è Gheddafi, e per altri Obama.
Il mio parere su questa guerra, d’altra parte, è che essa sia tanto mal concepita quanto pericolosa – una minaccia per gli interessi dei libici, degli americani, del Medio Oriente e in teoria per tutto il mondo. Sotto la dichiarata preoccupazione per la sicurezza dei civili libici c’è un timore malcelato e più profondo: la difesa da parte dell’Occidente dell’attuale economia globale dei petrodollari, ormai in declino…

La confusione a Washington, di pari passo con l’assenza di discussione sul motivo strategico prioritario alla base del coinvolgimento americano, è sintomatica del fatto che il secolo americano sta finendo, e termina in un modo che è contemporaneamente prevedibile nel lungo periodo, quanto irregolare e fuori controllo nei dettagli.

Confusione a Washington e nella NATO

Rispetto al coinvolgimento nella questione libica, le opinioni a Washington spaziano da quella di John McCain, che ha chiesto alla NATO di fornire “ogni possibile mezzo di soccorso, con la sola esclusione delle truppe di terra”, per rovesciare Gheddafi[1] al congressista repubblicano Mike Rogers, che ha espresso profonda preoccupazione sul fatto di fornire armi a un gruppo di combattenti di cui si sa ben poco[2].

Abbiamo visto la stessa confusione su tutto il Medio Oriente. In Egitto una coalizione di elementi non-governativi ha contribuito a preparare la rivoluzione non violenta, mentre l’ex ambasciatore U. S. Frank Wisner Jr., è volato in Egitto per convincere Mubarak a rimanere al potere. Nel frattempo, in paesi solitamente di grande interesse per gli Stati Uniti, come la Giordania e lo Yemen, è difficile individuare una politica americana coerente.

Anche nella NATO c’è una confusione che a volte rischia di trasformarsi in aperta discordia. Dei 28 membri della NATO, solo 14 sono del tutto coinvolti nella campagna di Libia, e solo sei sono coinvolti nella guerra aerea. Solo tre di questi paesi, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia, stanno offrendo supporto aereo tattico ai ribelli a terra. Quando molti Paesi della NATO hanno congelato i conti bancari di Gheddafi e dei suoi sostenitori immediati, gli USA, con una mossa non pubblicizzata e discutibile, hanno congelato i 30 miliardi di dollari di fondi del governo libico. (su questo, torniamo più avanti). La Germania, la più potente nazione della NATO dopo l’America, si è astenuta sulla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, e il Ministro degli Esteri, Guido Westerwelle, ha dichiarato: “Non appoggiamo una soluzione militare, ma una soluzione politica”[3].

Un tale caos sarebbe stato impensabile nel periodo forte del dominio degli Stati Uniti. Obama sembra paralizzato dal divario tra il suo obiettivo dichiarato – la rimozione dal potere di Gheddafi – e i mezzi a sua disposizione, dato il coinvolgimento del paese in due guerre costose, e le sue priorità all’interno.

Per capire la confusione dell’America e della NATO sulla Libia, bisogna guardare ad altre questioni:

• l’allarme di Standard & Poor’s su un imminente downgrade del rating degli Stati Uniti

• l’aumento senza precedenti del prezzo dell’oro a oltre 1.500 dollari l’oncia

• lo stallo nella politica americana sul deficit federale e statale e su ciò che bisogna fare in proposito.

Nel bel mezzo della sfida libica a ciò che resta dell’egemonia americana, e in parte come conseguenza diretta della confusa strategia Americana in Libia, il prezzo del petrolio ha toccato i 112 dollari al barile. Questo aumento dei prezzi rischia di rallentare o addirittura invertire l’incerta ripresa economica americana, e costituisce una delle molte ragioni che dimostrano che la guerra di Libia non serve gli interessi nazionali americani.

La confusione sulla Libia è stata evidente sin dall’inizio a Washington, particolarmente da quando il Segretario di Stato Clinton ha auspicato la politica della no-fly zone, il presidente Obama ha detto che la considerava una opzione, e il Segretario alla Difesa Gates ha messo in guardia contro di essa. Il risultato è stato una serie di provvedimenti provvisori, durante i quali Obama ha giustificato la limitata risposta degli Stati Uniti con gli impegni americani in Iraq e in Afghanistan.

Eppure, con la situazione di stallo prevalente in Libia, una serie di escalation graduali sono ulteriomente contemplate, dalla fornitura di armi, fondi e consulenti per i ribelli, all’introduzione di mercenari o addirittura truppe straniere. Lo scenario americano comincia ad assomigliare sempre di più al Vietnam, dove la guerra, anche lì, cominciò modestamente con operazioni segrete seguite da consiglieri militari.

Devo confessare che il 17 marzo ero incerto sulla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU n. 1973, che apparentemente istituiva la no-fly zone in Libia per la protezione dei civili. Ma da allora è diventato evidente che questa minaccia ai ribelli da parte delle truppe di Gheddafi e tutta la retorica in proposito è in realtà molto minore di quanto venisse percepito in quel momento. Per citare il prof Alan J. Kuperman:

. . . Il Presidente Barack Obama ha grossolanamente esagerato la minaccia umanitaria per giustificare l’azione militare in Libia. Il Presidente ha affermato che l’intervento che era necessaria per impedire “un bagno di sangue” a Bengasi, la seconda città più grande della Libia e ultima roccaforte dei ribelli. Ma Human Rights Watch ha pubblicato dei dati su Misurata, la città più grande dopo Bengasi, scena di prolungate battaglie, i quali rivelano che Muammar Gheddafi non sta volutamente massacrando civili, ma piuttosto restringe l’obiettivo ai ribelli armati che combattono contro il suo governo. La città di Misurata conta 400.000 persone. In quasi due mesi di guerra, là sono morte solo 257 persone – inclusi i combattenti. Dei 949 feriti, solo 22 – meno del 3 per cento – sono donne …. Né mai Gheddafi ha minacciato un massacro di civili a Bengasi, come dichiarato da Obama. La minaccia che “non ci sarebbe stata pietà” del 17 marzo, aveva come unico obiettivo i ribelli, come riportato dal New York Times, secondo cui il leader della Libia aveva promesso l’amnistia per coloro che “avrebbero gettato via le armi”. Gheddafi aveva anche offerto una via di fuga ai ribelli aprendo la frontiera verso l’Egitto, per evitare una lotta “all’ultimo sangue”[5]
Il record di interventi militari statunitensi in corso in Iraq e in Afghanistan suggerisce che dovremmo aspettarci un pesante tributo umano, se l’attuale situazione di stallo in Libia va avanti o se ci sarà un’escalation.

Il ruolo del petrolio e degli interessi finanziari nella guerra
Nella Macchina da Guerra Americana, ho scritto come:

… Con una dialettica apparentemente inevitabile,… la prosperità in alcuni grandi stati ha favorito l’espansione, e l’espansione negli Stati dominanti ha creato crescenti disparità di reddito[6]. In questo processo lo stato dominante stesso è cambiato, sono stati progressivamente impoveriti i servizi pubblici, al fine di rafforzare le misure di sicurezza a beneficio di pochi, opprimendo la maggioranza.(7)
Così, come per molti anni gli affari esteri dell’Inghilterra in Asia hanno finito per essere condotti in gran parte dalla Compagnia delle Indie. … allo stesso modo, la società americana Aramco, che rappresenta un consorzio delle grandi compagnie petrolifere Exxon, Mobil, Socal, e Texaco, ha condotto la sua propria politica estera in Arabia, con collegamenti privati con la CIA e l’FBI.(8) …
In questo modo la Gran Bretagna e l’America hanno ereditato delle politiche che, una volta adottate dagli Stati metropolitani, sono diventate contrastanti con l’ordine pubblico e la sicurezza.(9)

Nelle fasi finali di una potenza egemone, vengono messi sempre più a nudo i ristretti interessi che guidano gli interventi, e i precedenti tentativi di creare stabili istituzioni internazionali vengono abbandonati. Consideriamo il ruolo della cospirazione nota come Jameson Raid nella repubblica Boera del Sud Africa alla fine del 1895, un raid condotto per sostenere gli interessi economici di Cecil Rhodes, che ha contribuito a provocare la Seconda Guerra Boera(10). O consideriamo il complotto anglo-francese con Israele del 1956, nel vano tentativo di mantenere il controllo del Canale di Suez.

Quindi prendiamo in considerazione le pressioni delle majors del petrolio come fattori della guerra degli USA in Vietnam (1961), in Afghanistan (2001), e in Iraq (2003).(11) Anche se il ruolo delle compagnie petrolifere americane nella guerra libica resta oscuro, è una virtuale certezza che negli Energy Task Force Meetings di Cheney si discutesse delle riserve di petrolio non solo dell’Iraq, ma anche della Libia, stimate a circa 41 miliardi di barili, ovvero circa un terzo di quelle dell’Iraq.(12)

Inoltre alcuni a Washington si aspettavano una rapida vittoria in Iraq che sarebbe stata seguita da un analogo attacco americano sulla Libia e l’Iran. Il generale Wesley Clark ha dichiarato ad Amy Goodman su Democracy Now quattro anni fa, che poco dopo l’11 Settembre un generale del Pentagono lo aveva informato che diversi paesi sarebbero stati attaccati dalle forze armate statunitensi. La lista comprendeva Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran.(13) Nel maggio del 2003 John Gibson, amministratore delegato di Halliburton Energy Service Group, ha detto a International Oil Daily, in un’intervista, “Ci auguriamo che l’Iraq sarà la prima tessera del domino e che la Libia e l’Iran seguiranno. Non ci piace essere tenuti fuori dai mercati perché dà un vantaggio ingiusto ai nostri concorrenti.”(14)

E’ anche una questione di pubblico dominio che la risoluzione ONU sulla no-fly zone n. 1973 del 17 marzo è avvenuta dopo poco tempo dalla minaccia pubblica di Gheddafi, del 2 marzo, di buttar fuori le compagnie petrolifere occidentali dalla Libia, e dal suo invito del 14 marzo a imprese cinesi, russe e indiane a produrre petrolio al loro posto.(15) Significativamente Cina, Russia e India (insiema al Brasile loro alleato nel BRIC), tutti si sono astenuti sulla risoluzione ONU 1973.

La questione del petrolio si intreccia strettamente con quella del dollaro, perché lo status del dollaro di valuta di riserva mondiale dipende in gran parte dalle decisioni dell’OPEC di denominare in dollari le transazioni di petrolio dell’OPEC. L’economia dei petrodollari di oggi risale a due accordi segreti con la Saudisin negli anni ’70 per il riciclaggio dei petrodollari all’interno dell’economia americana. Il primo di questi accordi assicurava un sostegno speciale e continuo dell’Arabia Saudita al dollaro USA; il secondo assicurava il mantenimento del sostegno saudita per la determinazione del prezzo del petrolio dell’OPEC in dollari. Questi due accordi assicuravano che l’economia americana non sarebbe stata impoverita dagli aumenti del prezzo del petrolio dell’OPEC. Da allora il fardello più pesante invece è stato imposto ai paesi economicamente meno sviluppati, che hanno bisogno di dollari per i loro rifornimenti di petrolio.(16)

Come ha sottolineato Ellen Brown, in primo luogo l’Iraq e poi la Libia avevano deciso di sfidare il sistema dei petrodollari smettendo di vendere tutto il loro petrolio in dollari, giusto poco prima di essere attaccati:

Kenneth Schortgen Jr., scrivendo su su Examiner.com, ha osservato che “sei mesi prima che gli U.S.A. muovessero contro l’Iraq per abbattere Saddam Hussein, il paese petrolifero aveva fatto la mossa di accettare euro anziché dollari per il petrolio, e questo era diventato una minaccia al dominio globale del dollaro come valuta di riserva, e al suo dominio in petrodollari .. ”

Secondo un articolo russo dal titolo “Bombardamento sulla Libia – Punizione per il tentativo di Gheddafi di rifiutare il Dollaro USA”, Gheddafi aveva fatto una simile mossa coraggiosa: aveva intrapreso una politica di rifiuto del dollaro e dell’euro, invitando i paesi arabi ed africani ad utilizzare invece una nuova moneta, il dinaro d’oro. Gheddafi suggeriva di istituire un continente unito africano, 200 milioni di persone con una moneta unica. … L’iniziativa è stata letta negativamente dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, con il Presidente francese Nicolas Sarkozy che ha definito la Libia una minaccia per la sicurezza finanziaria del genere umano; ma Gheddafi ha continuato a spingere per la creazione di un’Africa unita.
E questo ci riporta al puzzle della Banca Centrale Libica. In un articolo pubblicato su Market Oracle, Eric Encina ha osservato:

Un fatto raramente menzionato dai politici e dai media occidentali: la Banca Centrale della Libia è al 100% di proprietà statale …. Attualmente, il governo libico crea la propria moneta, il dinaro libico, tramite le strutture della sua propria banca centrale. Alcuni sostengono che la Libia è una nazione sovrana con grandi risorse proprie, in grado di sostenere il suo destino economico. Uno dei problemi principali per i cartelli bancari globalisti, al fine di fare affari con la Libia, è che devono passare attraverso la Banca Centrale Libica e la sua moneta nazionale, luogo in cui il loro dominio o potere contrattuale sono assolutamente pari a zero. Quindi, buttare giù la Central Bank of Libya (CBL) può non comparire nei discorsi di Obama, Cameron e Sarkozy, ma certamente è in cima all’agenda mondialista di assorbire la Libia nell’alveo delle nazioni compiacenti.(17)
La Libia non ha solo il petrolio. Secondo il FMI, la sua banca centrale ha circa 144 tonnellate di oro nei suoi caveaux. Con una base patrimoniale del genere, che bisogno può avere della BIS [Banca dei regolamenti internazionali], del FMI e delle loro regole?(18)
La recente proposta di Gheddafi di introdurre il dinaro d’oro per l’Africa ripropone la questione di un dinaro d’oro islamico lanciata nel 2003 dal Primo Ministro malese Mahathir Mohamad, così come da alcuni movimenti islamici.(19) Il disegno, che viola le regole del FMI ed è progettato per superarle, aveva avuto delle difficoltà a partire. Ma oggi i Paesi che accumulano sempre più oro piuttosto che dollari includono non solo la Libia e l’Iran, ma anche Cina, Russia, e India. (20)

Il Ruolo della Francia nel Porre Termine alle Iniziative Africane di Gheddafi
L’iniziativa degli attacchi aerei sembra essere inizialmente partita dalla Francia, con il sostegno precoce dalla Gran Bretagna. Se Gheddafi fosse riuscito nel suo intento di creare un’Unione Africana sostenuta dalla valuta e dalle riserve d’oro della Libia, la Francia, ancora potenza economica dominante nella maggior parte delle sue ex colonie africane, sarebbe stata la maggiore “perdente”. Infatti, un report di Dennis Kucinich in America ha confermato l’affermazione di Franco Bechis in Italia, trasmessa da VoltaireNet in Francia, che ” piani per suscitare la rivolta di Bengasi sono stati avviati dai servizi segreti francesi nel novembre 2010.” (21)

Se l’idea di attaccare la Libia è nata in Francia, Obama si è mosso rapidamente per sostenere i piani francesi di vanificare l’iniziativa africana di Gheddafi, con la sua dichiarazione unilaterale di emergenza nazionale, e il congelamento di tutti i 30 miliardi di dollari della Banca di Libia, fondi ai quali l’America aveva accesso. Questo è stato erroneamente riportato dalla stampa USA come il congelamento dei fondi del “Colonnello Gheddafi, dei suoi figli e della famiglia, e di alti membri del governo libico.” (22) Ma in realtà la seconda sezione del decreto di Obama in modo esplicito mira a “Tutti i beni e interessi … del governo della Libia, delle sue agenzie, strumenti e soggetti controllati, e della Banca Centrale di Libia.”(23) Benché gli Stati Uniti abbiano attivamente utilizzato armi finanziarie negli ultimi anni, la confisca di $ 30 miliardi,”la più grande quantità che sia mai stata congelata da un ordine degli Stati Uniti”, aveva un precedente, la confisca cospiratoria e illegale dei beni iraniani nel 1979 per conto della Chase Manhattan Bank.(24)

Le conseguenze del blocco dei 30 miliardi di dollari per l’Africa, così come per la Libia, sono state analizzate da un osservatore africano:

I 30 miliardi di dollari congelati da parte di Obama appartengono alla Banca Centrale libica ed erano stati assegnati come contributo libico a tre progetti chiave che avrebbero dato il tocco finale alla Federazione Africana – la African Investment Bank nella Sirte, in Libia, l’istituzione nel 2011 del Fondo Monetario Africano con sede a Yaoundée un fondo di 42 miliardi dollari di capitale e la Banca Centrale Africana con sede ad Abuja in Nigeria, che quando avesse iniziato a stampare moneta africana avrebbe suonato la campana a morto per il franco CFA ( moneta utilizzata da 14 paesi africani ex colonie francesi, ndt) attraverso il quale Parigi è stata in grado di mantenere il suo peso su alcuni paesi africani negli ultimi cinquant’anni. E’ facile comprendere la collera francese contro Gaddafi. (25)
Lo stesso osservatore ha motivi per credere che i piani di Gheddafi per l’Africa fossero più benevoli di quelli dell’Occidente:

E ‘iniziato nel 1992, quando 45 nazioni africane istituirono il Rascom (Regional African Satellite Communication Organization), in modo che l’Africa potesse avere le proprie comunicazioni via satellite abbattendo i costi delle comunicazioni nel continente. A quel tempo le telefonate da e verso l’Africa erano le più costose del mondo a causa della tassa annuale di 500 milioni di dollari intascati dall’Europa per l’uso di suoi satelliti, come Intelsat, per le conversazioni telefoniche, comprese quelle all’interno dello stesso paese.
Un satellite africano ha un costo unico di 400 milioni di dollari, e il continente non deve più pagare i 500 milioni dollari di locazione annuale. Quali banchieri avrebbero finanziato un progetto del genere? Era un problema – come possono gli schiavi che cercano di liberarsi dallo sfruttamento del loro padrone, chiedere allo stesso padrone di aiutarli a conquistare la libertà? Non sorprende che la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, gli Stati Uniti e l’Europa per 14 anni facessero solo vaghe promesse. Gheddafi aveva messo fine a questi vani appelli ai ‘benefattori’ occidentali, con i loro tassi di interesse esorbitanti. La guida Libica ha messo 300 milioni di dollari sul tavolo; la African Development Bank ha aggiunto 50 milioni di dollari e la West African Development Bank ha messo gli altri 27 milioni di dollari – ed è così che l’Africa ha avuto il suo primo satellite di comunicazioni, il 26 dicembre 2007. (26)
Io non sono in grado di confermare queste affermazioni. Ma, per queste ed altre ragioni, sono convinto che le azioni occidentale in Libia sono state progettate per frustrare i piani di Gheddafi per un’Africa autenticamente post-coloniale, non a causa della sua repressione contro i ribelli a Bengasi.

Conclusione

Da tutta questa confusione e false dichiarazioni io concluderei che l’America ha perso la sua capacità di mantenere e imporre la pace, da sola o con i suoi alleati nominali. Vorrei far presente che sarebbe nel migliore interesse dell’America, anche se solo per stabilizzare e ridurre i prezzi del petrolio, unirsi ora alle pressioni di Ban Ki-Moon e del Papa per un immediato cessate-il-fuoco in Libia. Negoziare il cessate il fuoco creerà certamente problemi, ma l’alternativa è l’incubo di vedere una inesorabile escalation del conflitto. L’America ha già avuto conseguenze tragiche per questo tipo di politiche. Non vogliamo avere altre perdite per lo scopo di sostenere il sistema iniquo dei petrodollari, che ha comunque i giorni contati.

In gioco non c’è solo la relazione dell’America con la Libia, ma con la Cina. L’Africa intera è una zona dove l’Occidente e i Paesi del BRIC investiranno entrambi. La sola Cina, avida di risorse, si prevede che investirà nell’ordine di 50 miliardi di dollari all’anno entro il 2015, una cifra (finanziata dal deficit commerciale americano con la Cina) con cui l’Occidente non può competere.(27) Se l’Occidente e l’Oriente potranno convivere pacificamente in Africa nel futuro dipenderà dalla capacità dell’Occidente di accettare la graduale diminuzione della sua influenza, senza ricorrere a ingannevoli stratagemmi (come lo stratagemma anglo-francese di Suez del 1956) per cercare di mantenerla.

Le precedenti transizioni nel dominio globale sono state segnate da guerre, rivoluzioni, o da entrambe. La nascita dell’egemonia americana attraverso le ultime due guerre mondiali dopo l’egemonia britannica è stata una transizione tra due potenze che erano sostanzialmente affini, e culturalmente vicine. Il mondo intero ha un immenso interesse a che la difficile transizione verso un nuovo ordine dopo l’egemonia statunitense sia raggiunto il più pacificamente possibile.


Peter Dale Scott, ex Diplomatico Canadese e Professore alla University of California, Berkeley, autore di Drugs Oil and War, The Road to 9/11, The War Conspiracy: JFK, 9/11, and the Deep Politics of War. Il suo libro più recente è American War Machine: Deep Politics, the CIA Global Drug Connection and the Road to Afghanistan. Collabora con il Centre for Research on Globalization (CRG). Questo articolo è pubblicato in partnership con il Asia Pacific Journal.

NOTE

1 “McCain calls for stronger NATO campaign,” monstersandcritics.com, April 22, 2011, link.

2 Ed Hornick, “Arming Libyan Rebels: Should U.S. Do It?” CNN, March 31, 2011.

3 “Countries Agree to Try to Transfer Some of Qaddafi’s Assets to Libyan Rebels,” New York Times, April 13, 2011, link.

4 “President Obama Wants Options as Pentagon Issues Warnings About Libyan No-Fly Zone,” ABC News, March 3, 2011, link. Earlier, on February 25, Gates warned that the U.S. should avoid future land wars like those it has fought in Iraq and Afghanistan, but should not forget the difficult lessons it has learned from those conflicts.
“In my opinion, any future Defense secretary who advises the president to again send a big American land army into Asia or into the Middle East or Africa should ‘have his head examined,’ as General MacArthur so delicately put it,” Gates said in a speech to cadets at West Point” (Los Angeles Times, February 25, 2011, link).

5 Alan J. Kuperman, “False Pretense for War in Libya?” Boston Globe, April 14, 2011.

6 America’s income disparity, as measured by its Gini coefficient, is now among the highest in the world, along with Brazil, Mexico, and China. See Phillips, Wealth and Democracy, 38, 103; Greg Palast, Armed Madhouse (New York: Dutton, 2006), 159.

7 This is the subject of my book The Road to 9/11, 4–9.

8 Anthony Cave Brown, Oil, God, and Gold (Boston: Houghton Mifflin, 1999), 213.

9 Peter Dale Scott, American War Machine: Deep Politics, the CIA Global Drug Connection, and the Road to Afghanistan (Berkeley: University of California Press, 2010), 32. One could cite also the experience of the French Third Republic and the Banque de l’Indochine or the Netherlands and the Dutch East India Company.

10 Elizabeth Longford, Jameson’s Raid: The Prelude to the Boer War (London: Weidenfeld and Nicolson, 1982); The Jameson Raid: a centennial retrospective (Houghton, South Africa: Brenthurst Press, 1996).

11 Wikileak documents from October and November 2002 reveal that Washington was making deals with oil companies prior to the Iraq invasion, and that the British government lobbied on behalf of BP’s being included in the deals (Paul Bignell, “Secret memos expose link between oil firms and invasion of Iraq,” Independent (London), April 19, 2011).

12 Reuters, March 23, 2011.

13 Saman Mohammadi, “The Humanitarian Empire May Strike Syria Next, Followed By Lebanon And Iran,” OpEdNews.com, March 31, 2011.

14 “Halliburton Eager for Work Across the Mideast,” International Oil Daily, May 7, 2003.

15 “Gaddafi offers Libyan oil production to India, Russia, China,” Agence France-Presse, March 14, 2011, link.

16 Peter Dale Scott, “Bush’s Deep Reasons for War on Iraq: Oil, Petrodollars, and the OPEC Euro Question”; Peter Dale Scott, Drugs, Oil, and War (Lanham, MD: Rowman & Littlefield, 2003), 41-42: “From these developments emerged the twin phenomena, underlying 9/11, of triumphalist US unilateralism on the one hand, and global third-world indebtedness on the other. The secret deals increased US-Saudi interdependence at the expense of the international comity which had been the base for US prosperity since World War II.” Cf. Peter Dale Scott, The Road to 9/11 (Berkeley: University of California Press, 2007), 37.

17 “Globalists Target 100% State Owned Central Bank of Libya.” Link.

18 Ellen Brown, “Libya: All About Oil, or All About Banking,” Reader Supported News, April 15, 2011.

19 Peter Dale Scott, “Bush’s Deep Reasons for War on Iraq: Oil, Petrodollars, and the OPEC Euro Question”; citing “Islamic Gold Dinar Will Minimize Dependency on US Dollar,” Malaysian Times, April 19, 2003.

20 “Gold key to financing Gaddafi struggle,” Financial Times, March 21, 2011, link.

21 Franco Bechis, “French plans to topple Gaddafi on track since last November,” VoltaireNet, March 25, 2011. Cf. Rep. Dennis J. Kucinich, “November 2010 War Games: ‘Southern Mistral’ Air Attack against Dictatorship in a Fictitious Country called ‘Southland,’” Global Research, April 15, 2011, link; Frankfurter Allgemeine Zeitung, March 19, 2011.

22 New York Times, February 27, 2011.

23 Executive Order of February 25, 2011, citing International Emergency Economic Powers Act (50 U.S.C. 1701 et seq.) (IEEPA), the National Emergencies Act (50 U.S.C. 1701 et seq.) (NEA), and section 301 of title 3, United States Code, seizes all Libyan Govt assets, February 25, 2011, link. The authority granted to the President by the International Emergency Economic Powers Act “may only be exercised to deal with an unusual and extraordinary threat with respect to which a national emergency has been declared for purposes of this chapter and may not be exercised for any other purpose” (50 U.S.C. 1701).

24 “Billions Of Libyan Assets Frozen,” Tropic Post, March 8, 2011, link (“largest amount”); Peter Dale Scott, The Road to 9/11: Wealth, Empire, and the Future of America (Berkeley and Los Angeles: University of California Press, 2007), 80-89 (Iranian assets).

25 “Letter from an African Woman, Not Libyan, On Qaddafi Contribution to Continent-wide African Progress , Oggetto: ASSOCIAZIONE CASA AFRICA LA LIBIA DI GHEDDAFI HA OFFERTO A TUTTA L’AFRICA LA PRIMA RIVOLUZIONE DEI TEMPI MODERNI,” Vermont Commons, April 21, 2011, link. Cf. Manlio Dinucci, “Financial Heist of the Century: Confiscating Libya’s Sovereign Wealth Funds (SWF),” Global Research, April 24, 2011, link.

26 Ibid. Cf. “The Inauguration of the African Satellite Control Center,” Libya Times, September 28, 2009, link; Jean-Paul Pougala, “The lies behind the West’s war on Libya,” Pambazuka.org, April 14, 2011.

27 Leslie Hook, “China’s future in Africa, after Libya,” blogs.ft.com, March 4, 2011 ($50 billion). The U.S trade deficit with China in 2010 was $273 billion.

* Fonte: vocidall’estero (originale in: Global Research, 29 Aprile, 2011)