Gheddafi lo aveva predetto:”Se vado via io Libia ai terroristi e Mediterraneo in caos”.

16 febbraio 2015

gheddafi libia profezie

Gheddafi lo aveva predetto:”Se vado via io Libia ai terroristi e Mediterraneo in caos”.Ecco di seguito la sua intervista UFFICIALE al Corriere Della Sera del 7/03/2011 ,la quale vi farà capire tante cose…

Cosa succede?

«Tutti hanno sentito parlare di Al Qaeda nel Maghreb islamico. In Libia c’erano cellule dormienti. Quando è esplosa la confusione in Tunisia e in Egitto, si è voluto approfittare della situazione e Al Qaeda ha dato istruzioni alle cellule dormienti affinché tornassero a galla. I membri di queste cellule hanno attaccato caserme e commissariati per prendere le armi. E’ successo a Bengasi e a Al-Baida, dove si è sparato. Vi sono stati morti da una parte e dall’altra. Hanno preso le armi, terrorizzando la gente di Bengasi che oggi non può uscir di casa e ha paura».
Da dove vengono queste cellule di Al Qaeda?

«I leader vengono dall’Iraq (ISIS), dall’Afghanistan o anche dall’Algeria. E dal carcere di Guantanamo sono stati rilasciati alcuni prigionieri».
Come possono convincere i giovani di Bengasi a seguirli?

«I giovani non conoscevano Al Qaeda. Ma i membri delle cellule forniscono loro pastiglie allucinogene, vengono ogni giorno a parlare con loro fornendo anche denaro. Oggi i giovani hanno preso gusto a quelle pastiglie e pensano che i mitra siano una sorta di fuoco d’artificio».
Pensa che tutto questo sia pianificato?

«Sì, molto. Purtroppo, gli eventi sono stati presentati all’estero in modo molto diverso. E’ stato detto che si sparava su manifestanti tranquilli… ma la gente di Al Qaeda non organizza manifestazioni! Non ci sono state manifestazioni in Libia! E nessuno ha sparato sui manifestanti! Ciò non ha niente a che vedere con quanto è successo in Tunisia o in Egitto! Qui, gli unici manifestanti sono quelli che sostengono la Jamahiriya».
Quando ha visto cadere, in poche settimane, i regimi di Tunisia e Egitto, non si è preoccupato?

«No, perché? La nostra situazione è molto diversa. Qui il potere è in mano al popolo. Io non ho potere, al contrario di Ben Ali o Mubarak. Sono solo un referente per il popolo. Oggi noi fronteggiamo Al Qaeda, siamo i soli a farlo, e nessuno vuole aiutarci».
Quali opzioni le si offrono?

«Le autorità militari mi dicono che è possibile accerchiare i gruppuscoli per lasciare che si dileguino e per portarli pian piano allo sfinimento. Questa è gente che sgozza le persone. Che ha tirato fuori i prigionieri dalle carceri, distribuendo loro le armi, perché andassero a saccheggiare le case, a violentare le donne, ad attaccare le famiglie. Gli abitanti di Bengasi hanno cominciato a telefonare per chiederci di bombardare quella gente».
Le inchieste delle organizzazioni umanitarie parlano di 6.000 morti. Contesta questa cifra?

(Risata). «Le porto un esempio. C’è un villaggio abitato da meno di mille persone, compreso il segretario del comitato popolare. E’ stato detto che lui era in fuga verso l’estero. Invece, era qui, con me, sotto la mia tenda! E’ stato detto che c’erano stati 3.000 morti in questo villaggio che ne conta 1.000, e resta un luogo tranquillo, dove la gente non guarda nemmeno la tv».
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha preso una risoluzione contro la Libia…

«Non è competente per gli affari interni di un Paese. Se vuole immischiarsi, che invii una commissione d’inchiesta. Io sono favorevole».
Dal 1969 lei ha conosciuto 8 presidenti americani. L’ultimo, Barack Obama, dice che lei deve «andarsene» e lasciare il Paese…

«Che io lasci cosa? Dove vuole che vada?».
Cosa si aspetta oggi?

«Che Paesi come la Francia si mettano al più presto a capo della commissione d’inchiesta, che blocchino la risoluzione dell’Onu al Consiglio di sicurezza e che facciano interrompere gli interventi esterni nella regione di Bengasi».
Quali interventi?

«So che esistono contatti semi-ufficiali, dei britannici o di altri europei, con personaggi di Bengasi. Abbiamo bloccato un elicottero olandese atterrato in Libia senza autorizzazione».
I piloti sono vostri prigionieri?

«Sì, ed è normale».
A sentir lei, tutto va bene».

«Il regime qui in Libia va bene. E’ stabile. Cerco di farmi capire: se si minaccia, se si cerca di destabilizzare, si arriverà alla confusione, a Bin Laden, a gruppuscoli armati. Migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia. Bin Laden verrà ad installarsi nel Nord Africa e lascerà il mullah Omar in Afghanistan e in Pakistan. Avrete Bin Laden alle porte». (nel 2001 la minaccia era Bin Laden,quindi Al Qaeda che oggi si è unita all’ ISIS)
Lei agita lo spettro della minaccia islamica…

«Ma è la realtà! In Tunisia e in Egitto c’è il vuoto politico. Gli estremisti islamici già possono passare di lì. Ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo. La Sesta Flotta americana sarà attaccata, si compiranno atti di pirateria qui, a 50 chilometri dalle vostre frontiere. Si tornerà ai tempi di Barbarossa, dei pirati, degli Ottomani che imponevano riscatti sulle navi.(*) Sarà una crisi mondiale, una catastrofe che dal Pakistan si estenderà fino al Nord Africa. Non lo consentirò!».

Come volevasi dimostrare: caduto Gheddafi la Libia è caduta nel caos, e oggi i terroristi dell’ISIS sono arrivati sino alle coste occidentali della regione.

E giusto per farvi capire quanto profetiche sono le parole di Gheddafi riportiamo una notizia di qualche giorno fa:
Degli uomini armati su un barchino hanno minacciato una motovedetta della Guardia Costiera italiana che stava soccorrendo un’imbarcazione con migranti a bordo, a circa 50 miglia da Tripoli. Gli uomini armati hanno intimato agli italiani di lasciare loro l’imbarcazione dopo il trasbordo dei migranti. E così è avvenuto. Il personale della Guardia Costiera a bordo delle motovedette che fanno operazioni di ricerca e soccorso migranti nel canale di Sicilia non è armato.

Gli ultimi italiani rimpatriati da Tripoli hanno dichiarato che a Tripoli l’ISIS c’è già da tempo. Ora fate uno più uno per capire chi fossero gli “uomini armati sul barchino”.

 L’ennesima politica disastrosa di un occidente imperialista ed assassino.
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The Rocket: la berlina disegnata da Gheddafi

Rocket - la berlina disegnata da Gheddafi

È stata presentata in Libia al summit dei capi di stato africani, ma ha il cuore italiano. A realizzarla, infatti, è stata un’azienda torinese, la Tesco Ts, specializzata in prototipi e componenti.

Stiamo parlando di The Rocket, l’auto voluta dal colonnello Gheddafi in persona. Ha stilato una lista di dieci punti fondamentali nella progettazione, tra i quali ci sono design innovativo, utilizzo di materie prime locali, confort e sicurezza. Persino le forme affusolate e appuntite nel frontale e nella coda sono state suggerite dal leader libico.

“Il Razzo” ( rocket) è lungo 5,5 metri, largo 1,8 ed è spinto da un sei cilindri di tre litri, che lo fa scattare da 0 a 100 km/h in meno di 7 secondi. Negli interni, abbelliti da pelli e marmi provenenti da Tripoli, si notano quattro posti individuali dotati di ogni comodità.

Per ora esistono solamente due prototipi, ma non è escluso che in futuro The Rocket possa entrare in produzione, utilizzando una piattaforma fornita da altri costruttori. Agli specialisti di Torino, infatti, Gheddafi ha chiesto anche questo.

Durante l’incontro fra i trenta capi di Stato giunti a Tripoli per partecipare al summit africano, è stata presentata la “Rocket”, coraggiosa berlina disegnata addirittura dal leader libico Moammar Gheddafi. Secondo i collaboratori impegnati nello sviluppo, l’auto rappresenta «il futuro dell’industria automobilistica libica », e rispetta dieci indicazioni (design innovativo, elevati standard di confort e sicurezza, utilizzo di materie prime locali) fornite dallo stesso colonnello.

Modellata dal vento desertico, dalle estremità acuminate per ridurre la superficie d’impatto in caso di urti frontali – con altre Rocket, ovvio –, la quattro posti dissimula la sua origine sabauda: i suoi 5.5 metri di carrozzeria sono stati trasformati in lamiera dalla Tesco Ts, azienda torinese specializzata in componentistica e costruzione di prototipi. Ed ora? Gheddafi è convinto di poterne avviare il ciclo produttivo, dovendo prima risolvere il problema relativo alla piattaforma. Il propulsore, invece, sarà un sei cilindri 3.0 di cilindrata con 230 cavalli di potenza massima, limitati (0-100 in 7 secondi) da un peso complessivo di 1.860 chili.

con informazioni da: http://www.autoblog.it/post/21909/the-rocket-la-berlina-disegnata-da-gheddafi

Memorandum sulla Libia: disinformazione contro Stato, Guida ed Esercito di Saïf al-Islam Kadhafi

Mentre la NATO ha deliberatamente falsificato il dossier libico per arrogarsi il diritto di distruggere la Libia e assassinarne la Guida per gettarla nel caos, Sayf al-Islam Gheddafi rimane l’unica personalità capace di unire rapidamente le diverse tribù. Liberato di recente, ha scritto questo memorandum per esaminare la situazione giuridica del suo Paese.

| Tripoli (Libia)

Questo memorandum mira ad identificare ciò che il popolo libico ha subito negli ultimi sei anni. Questi crimini sono stati commessi in nome dell’interventismo umanitario, della protezione dei civili, dell’introduzione della democrazia e della prosperità. Le forze della NATO, con l’aiuto di certi Stati arabi e di certi libici, attaccarono la Libia con tutti i mezzi a disposizione. Le giustificazioni avanzate erano false quanto quelle per l’invasione dell’Iraq nel 2003. Fu la distruzione sistematica di un Paese sovrano e di una nazione pacifica. Questa nota tenta di presentare tali crimini alla comunità internazionale, alle organizzazioni per i diritti umani e alle ONG, al fine di sostenere la Libia e il suo popolo negli innumerevoli sforzi per ricostruire questo piccolo Paese.

Libia al crocevia: l’inizio

L’agonia della Libia iniziava il 15 febbraio 2011, quando alcuni cittadini si riunirono per protestare in modo pacifico contro l’incidente nella prigione di Abu Salim. La dimostrazione divenne rapidamente ostaggio dei gruppi jihadisti come il Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG). Questi elementi attaccarono le stazioni di polizia e le caserme di Derna, Bengasi, Misurata e Zuiya per rubare le armi e utilizzarle nella guerra pianificata contro il popolo libico e il suo governo legittimo. Tali azioni furono accompagnate dalla propaganda di al-Jazeera, al-Arabiya, BBC, France24 e altri che incoraggiarono i libici ad affrontare la polizia che cercava di proteggere edifici pubblici e proprietà private da attacchi e saccheggi.

Scene di orrore si videro per le strade, i ponti e contro le indifese forze di sicurezza su cui i manifestanti commisero crimini contro l’umanità. Membri delle forze di sicurezza, militari e di polizia furono massacrati, i loro cuori furono strappati dai corpi e fatti a pezzi; uno spettacolo di brutalità selvaggia. Ad esempio, il primo giorno dei disordini, il 16 febbraio 2011, nella città di Misurata i cosiddetti manifestanti pacifici uccisero e bruciarono un uomo, Musa al-Ahdab. Lo stesso giorno a Bengasi, un agente di polizia fu ucciso e smembrato [1]. Questa barbarie fu commessa da elementi che usavano carri armati, mitragliatrici e cannoni antiaerei a Misurata, Bengasi e Zuiyah [2]. Queste scene sono ben documentate e possono essere viste su YouTube [3] e Internet.

Così, si ebbero dozzine di vittime contrariamente a quanto riportato dai media menzogneri. Secondo al-Jazeera, al-Arabiya e gruppi di opposizione libici, alla fine del 2011 il numero di persone uccise era di 50000. Tuttavia nel 2012 il governo di Abdarahim al-Qib annunciò che il numero di vittime registrate tra il 17 febbraio 2011 e la fine della guerra nell’ottobre 2011, era di 4700, incluse le morti naturali [4]. Nonostante il numero elevato di vittime menzionate dalle statistiche, i loro nomi ed identità non vengono riportati e nessuna famiglia ha chiesto di essere compensata dal governo.

La propaganda e le bugie che accompagnarono le accuse contro i militari non si fermarono all’inflazione del numero di vittime, ma affermarono che il regime usò aerei militari per attaccare i civili, ordinò massacri all’esercito e alle forze di sicurezza [5], col Viagra trovato nei carri armati [6], e fece ricorso a mercenari africani e algerini e subendo la diserzione dei piloti a Malta [7]. Alcuna di tali accuse è stata dimostrata finora e non corrispondono a verità. Le indagini di Nazioni Unite, Amnesty International e Human Rights Watch [8] non hanno confermato alcuno degli 8000 rapimenti segnalati dall’opposizione libica. In realtà, tali accuse furono fabbricate e non hanno credibilità. Allo stesso modo, l’accusa di utilizzare i Mirage della base aerea di al-Withy, nell’estremo ovest della Libia, per attaccare i civili di Bengasi ignoravano il fatto che questi aerei non potevano rientrare considerando il consumo di carburante. È impossibile per questo tipo di aereo attaccare obiettivi a 1500 km e rientrare senza rifornimento ed esistono basi aeree presso Bengasi che potevano essere utilizzate dal governo libico, se necessario. Allo stesso modo, il presunto Viagra trovato nei carri armati esce dallo stesso cilindro: la Libia aveva un esercito giovane, professionista e morale, che non pensava a commettere tali crimini e non aveva bisogno del Viagra per badare ai propri desideri sessuali. Queste storie sono semplicemente disinformazione come i sette minuti necessari alle armi di distruzione di massa irachene per attaccare l’occidente. Oggi, la questione irachena e libica fanno ridere i popoli di Iraq, Libia, Stati Uniti ed Europa. (Relazione di Amnesty International [9]).

La Corte Internazionale di Giustizia (ICC)

L’ICC [10] emise un mandato d’arresto nel 2011 contro Muammar Gheddafi, Sayf al-Islam Gheddafi [11] e Abdallah Senussi, accusati di reati contro l’umanità. Nonostante la gravità del crimine, l’ICC non svolse alcuna indagine sul campo e tracciò le conclusioni ed individuò i responsabili a due settimane dalla sessione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il calendario dato al procuratore non fu presentato e comunque non ebbe il tempo per specificare le accuse. A tal fine, Ahmad al-Jahani, coordinatore del CNT nel CPI-Libia dichiarò che “il caso dell’ICC contro la Libia è puramente politico perché la NATO chiese al Consiglio nazionale di transizione (NTC) di elaborare l’elenco dei funzionari da accusare di crimini contro l’umanità”. Il CNT nominò al-Jahani per la preparazione di tale elenco con circa dieci nomi, tuttavia l’ICC ne perseguì solo tre. Al-Jahani inoltre aggiunse che tutte le accuse erano fabbricate. Ribadì il suo punto di vista durante l’incontro con Sayf al-Islam e l’assicurò che la giustizia libica non poteva condannarlo. Al-Jahani aggiunse che con la sua squadra l’aveva fatto perché sapeva che era persa in anticipo e che l’aveva perseguita per implicare Sayf al-Islam in casi finanziari e di corruzione.

Al-Jahani giustificò le sue fabbricazioni e menzogne affermando che sono (legalmente) legittime in guerra (dichiarazione di al-Jahani documentata il 1° gennaio 2012 e al tribunale di Zintan).

L’ICC adottò il doppiopesismo nella guerra alla Libia e nell’intervento della NATO. Accusò figure politiche libiche di crimini inventati ignorando il massacro barbaro di Muammar Gheddafi [12] e suo figlio Muatasim da parte delle milizie sostenute dalla NATO [13]. L’unica reazione dell’ICC fu far cadere le accuse contro Muammar Gheddafi dopo la morte. Tuttavia, l’ICC persisteva, dato che i media documentarono l’omicidio, non c’era bisogno di ulteriori prove per processare i responsabili. L’ICC poteva facilmente arrestare i responsabili politici e diplomatici nelle varie capitali europee. Una posizione simile fu presa dall’ICC contro Abdallah Senussi dopo che fu rapito in Mauritania dal governo libico [14]. La Corte semplicemente smise di chiederne l’estradizione. Nemmeno ne seguì la violazione dei suoi diritti, né il trattamento inumano subito nella prigione della milizia, anche se era detenuto da noti jihadisti del Gruppo combattente islamico libico (LIFG). Il direttore della prigione non era altri che il capo del LIFG Abdalhaqim Bilhadj.

Bilhadj è noto a CIA e governi occidentali. La CIA l’arrestò dopo la fuga da Kandahar, interrogato ed estradato in Libia nel 2002 con l’accusa di terrorismo [15]. Nel 2009, lui e membri del LIFG furono liberati dalla prigione in base alla legge di amnistia generale. [16] Il passato terroristico di Bilhadj parla da sé. Nel 1994-1997 ordinò la strage di 225 persone. Nel 1997 ordinò l’omicidio dei turisti tedeschi Steven Baker e Manuela Spiatzier. Tuttavia, assunse un’alta carica in Libia. Fu ministro della Difesa e Sicurezza a Tripoli, direttore generale delle prigioni libiche e come tale direttamente responsabile della detenzione di Abdallah Senussi. Informato dei crimini di Bilhadj, l’ICC espresse la certezza che al-Senussi fosse in buone mani e ne sostenne il processo in Libia.

La NATO e i paesetti del Golfo ignorarono le attività terroristiche di Bilhadj e lo riconobbero capo politico e militare e affarista. Ha il maggiore canale televisivo nel Nord Africa, la più grande compagnia aerea della Libia, un cementificio, proprietà in Spagna e Turchia e un aeroporto privato a Tripoli. Questo aeroporto però viene usato per trasportare terroristi dalla Libia alla Siria. Questi terroristi ricebvettero160 miliardi di dollari nel 2010.

Bilhadj e altri sono responsabili dell’uso improprio dei beni della Libia e della fine del piano di sviluppo della Libia da 200 miliardi di dollari, secondo la Banca mondiale. Bilhadj è un esempio della vita sontuosa dei signori della guerra quando i comuni cittadini libici sprofondano nella povertà estrema.

Violazioni dei diritti umani da parte delle milizie

I capi militari e i signori della guerra hanno commesso crimini spregevoli contro l’umanità, distruggendo città e infrastrutture vitali negli ultimi sei anni, tra cui:
- persone bruciate vive o sottoposte alle forme più terribili di tortura.
- prigionieri politici, agenti di sicurezza e soldati bruciati vivi a Misurata.
- soprattutto, le milizie organizzano il traffico di organi umani prelevati dai prigionieri.
- nel contesto della complessa scena politica libica, Daish ha aggiunto altre atrocità massacrando, crocifiggendo e schiacciando persone.

Una pulizia razziale ed etnica senza precedenti, un genocidio commesso contro cinque città libiche e la loro popolazione. Il 55% dei libici è stato costretto a fuggire dal proprio Paese negli Stati vicini. Inoltre, a Bani Walid furono bruciate centinaia di case [17] come altre nella città di Warshafana [18], la città di Sirte fu rasa al suolo [19], le aree residenziali di Bengasi [20] e Derna furono bombardate. Persino Tripoli, città cosmopolita, subì la pulizia etnica e razziale, in particolare nelle zone leali a Muammar Gheddafi.

Oltre alle violazioni sistematiche dei diritti umani, le milizie e i loro capi distrussero infrastrutture cruciali [21]. Nel luglio 2014 incendiarono l’aeroporto di Tripoli e la flotta aerea nonché i serbatoi di petrolio [22] [23] [24] [25].

Nonostante le azioni distrutte e le torture brutali delle milizie, la comunità internazionale e gli organi delle Nazioni Unite ignorarono tali crimini e non processarono tali signori della guerra [26].

Le atrocità delle milizie della NATO e libiche contro civili e figure pubbliche

Gli aerei della NATO colpirono i civili in varie città, come Zlitan, Sirte, Surman, Tripoli e Bani Walid. A sud di Zlitan e precisamente a Majir [27], 84 famiglie, in gran parte donne e bambini, furono uccise a sangue freddo dagli attacchi aerei della NATO di notte. [28] I media mostrarono corpi di bambini e di una donna, Minsyah Qalefa Hablu, tagliata a metà, estratti dalle macerie. Altri morirono in questo scenario inquietante. In un altro caso, la famiglia di Qalid Q. al-Hamadi fu colpita dagli attacchi aerei della NATO in casa, uccidendo i figli. [29] Inoltre, la famiglia al-Jafarah fu uccisa a Bani Walid [30], quando la NATO ne bombardò la casa durante il mese santo del Ramadan. Per non parlare del bombardamento ben documentato del convoglio di Muammar Gheddafi a Sirte e dell’assassinio del figlio Sayf al-Arab nella casa di Tripoli [31].

Le violazioni dei diritti umani, gli omicidi sistematici e la tortura contro i civili libici continuano dopo che le milizie presero il controllo della Libia. Le vittime erano civili che non avevano partecipato alla guerra. La maggioranza era anziana e non poteva portare armi. Il comico popolare Yusif al-Gharyani fu arrestato e torturato dalla milizia di al-Zuiyah.

La milizia di Misurata arrestò e torturò l’ex-muftì 80enne Shayq Madani al-Sharif [32] perché non approvò e sostenne l’intervento della NATO [33]. Il famoso cantante Muhamad Hasan fu brutalizzato e messo agli arresti domiciliari [34]. Altri, come l’economista Abdalhafid Mahmud al-Zulaytini, furono processati e condannati a lunghi periodi di carcere. Allo stesso modo, il presidente del Soccorso Islamico, Dr. Muhamad al-Sharif, fu condannato a un lungo periodo di carcere. Il direttore delle dogane e il responsabile dell’addestramento del Ministero degli Interni furono condannati a lunghi periodi di reclusione con altri condannato a morte o a vari periodi di carcere. Sembra assurdo che queste personalità siano accusate di traffico di stupefacenti, tratta di esseri umani, stupro, oltre a 17 altri capi di accusa [35]. La domanda è, come avrebbero potuto riunirsi per commettere tali crimini per nove mesi?

Dopo che la Nato misero tali milizie al governo, altri crimini terroristici furono commessi contro i cittadini libici e stranieri. Un copto fu ucciso dal battaglione di Misurata [36], altri a Sirte [37], molti operai cristiani etiopi furono uccisi [38], l’insegnante anglo-statunitense Roni Smith fu assassinato a Bengasi nel 2014 [39], il personale della Croce Rossa di Misurata fu ucciso [40], fu commesso un attentato contro l’ambasciata francese a Tripoli [41], e in particolare l’ambasciatore statunitense fu ucciso a Bengasi nel 2012 [42].

Tutte le suddette vittime furono segnalate da Human Rights Watch e, in alcuni casi, la NATO ne ammise la responsabilità. Tuttavia, l’ICC chiuse un occhio e non indagò su tali crimini malgrado i vari organi nazionali e internazionali chiedessero l’apertura di un’indagine trasparente. L’ICC ha fallito sulla guerra in Libia. Non produsse un unico mandato di arresto contro i capi delle milizie e delle forze della NATO. Sembra che la politica deliberata dell’ICC sia ignorare questi crimini comprovati e concentrarsi solo su accusa e processo di Sayf al-Islam.

Per quanto riguarda la famiglia di Muammar Gheddafi, l’ICC non è seria, come nel caso delle torture di Saadi Gheddafi, di cui il procuratore dell’ICC sostenne la prosecuzione dell’inchiesta. Tuttavia, un video mostrò che veniva picchiato durante l’interrogatorio. La stessa procedura si applica al caso Abdallah Senussi, dove il procuratore della ICC disse che deve ancora deliberare sulla sua condanna a morte (pronunziata in Libia). Una dichiarazione simile fu fatta dal predecessore riguardo il bombardamento e l’assassinio di Muammar Gheddafi e di centinaia di persone nel suo convoglio. L’ICC non è mai stato serio verso i crimini commessi dalle milizie contro migliaia di libici. Il suo unico interesse è silenziare la voce di Sayf al-Islam ed eliminare ogni possibile leadership.

Gli Stati membri della NATO e gli staterelli del Golfo dovrebbero essere considerati responsabili del caos creato in Libia dal 2011. Intervennero in Libia col pretesto che Muammar Gheddafi massacrasse il popolo. La scena di un leader che uccide il proprio popolo ricorda Tony Blair sull’Iraq. Disse nel 2016 che era “la cosa giusta da fare e che se Saddam fosse rimasto al potere durante la primavera araba avrebbe massacrato i ribelli” [43]. Di conseguenza, dei Paesi sono stati distrutti, migliaia di persone sfollate e proprietà nazionali derubate. Come risultato dell’intervento militare della NATO in Libia, Muammar Gheddafi, i suoi figli e migliaia di libici sono stati uccisi e milioni di persone sfollate.

Sei anni dopo, la stabilizzazione della Libia è ben lungi dall’essere raggiunta. In breve, le milizie libiche si combattono e le forze militari dei Paesi occidentali affiancano le varie milizie. La Francia rimane militarmente implicata e perse tre soldati a Bengasi nel luglio 2016 uccisi dai gruppi che sostenne nella rivolta del 2011. Parigi aveva allora chiamato la rivolta “rivoluzione” da sostenere. Se questo credo era vero, perché continua la guerra oggi? E perché 700 persone sono state uccise? Perché il personale del consolato statunitense è stato ucciso a Bengasi? Perché l’occidente ignora la barbarie del Daish, che sgozza a Sirte, Misurata e Derna?

La risposta a quest’ultima domanda è chiara, questi criminali furono sostenuti dall’occidente nel 2011 perché combattessero il governo, apostata secondo le loro dichiarazioni. Perché il Daish indossava la stessa uniforme dei soldati libici, e chi gliel’ha data? Perché i membri del Daish ricevono uno stipendio dal ministero della Difesa Libico? La risposta a queste domande va trovata preso il vero capo del Paese, Bilhadj, Sharif, il Gruppo di combattimento islamico libico e i loro sodali del Congresso Nazionale. Chi governa oggi la Libia è ben noto al popolo libico e a certe ONG internazionali. Finora la Libia è ancora controllata dai gruppi jihadisti e l’occidente li appoggia nonostante i crimini commessi contro la Libia e il suo popolo.

Non è strano che i Paesi occidentali, dalla Norvegia al Canada a Nord, da Malta all’Italia a Sud, per non parlare di Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Sudan e Marocco, si siano associati all’aggressione militare contro i civili che non gli erano ostili, contro Sayf al-Arabi, Muammar Gheddafi e la famiglia Quaylidi e le 84 vittime innocenti di Majir? Mentre questi stessi Stati sono pazienti e tolleranti col Daish a Sirte, Misurata e Bengasi, sopportano gli attentati nelle città francesi e belghe. Tuttavia, gli Stati membri della NATO e i loro alleati dovrebbero attaccarli e bombardarli come fecero in Libia nel 2011.

Infine, oltre a tale serie di crimini, gli Stati occidentali scelsero come leader libico il criminale di guerra responsabile della distruzione di Bani Walid e dell’uccisione dei suoi figli, Abdarahman Suihli. Nominò primo ministro il nipote Ahmad Mitig [44], direttrice generale agli Esteri la nipote Nihad Mitig [45] e il cognato Fayaz al-Saraj nuovo primo ministro. Inoltre, Abdarahman Suihli si accordò con Abdalhaqim Bilhadj, capo del Gruppo combattente islamico libico (LIFG), per partecipare con gli islamisti alle elezioni presidenziali. Tuttavia, in Libia è ben noto che se le elezioni dovessero essere tenute oggi, tali persone non avrebbero garantito il voto, neanche dalle proprie famiglie. La popolarità di Bilhadj apparve nelle elezioni generali quando ottenne solo 50 voti nel quartiere Suq al-Jumah, che ha 250000 abitanti.

Durante questo tempo e durante la stesura di queste pagine, la popolazione delle città della Libia, inclusa la capitale Tripoli dove abita un terzo della popolazione, soffre di carenza di acqua, vive nel buio a causa dei blackout, ed è priva di strutture mediche e mezzi per soddisfare le esigenze umane di base. Secondo l’ONU, il 65% degli ospedali ha smesso di funzionare [46]. Mentre il dinaro libico è crollato e la produzione di petrolio sceso da 1,9 milioni di barili al giorno a 250000 barili. [47] Acuendo le sofferenze del popolo libico, le strade principali sono interrotte dalle operazioni militari e dal banditismo, oltre ai bombardamenti da Derna ad est di Sirte, da ovest di Bengasi ad Aghedabia. Le notizie quotidiane più comuni sono sequestri di persona e traffico di armi vendute su Internet.

In conclusione, dobbiamo ringraziare i nostri fratelli di Qatar, Emirati Arabi Uniti, Sudan, Tunisia, Lega araba, NATO, Unione europea e tutti coloro che hanno trasformato la Libia in uno Stato fallito. Dopo la liberazione dei prigionieri islamici e altri, la Libia è diventata un’area che ospita le più grandi prigioni private. Un Paese che attirava investitori da tutto il mondo è diventato uno Stato esportatore di migranti, inclusi propri cittadini. Il 55% della popolazione è migrata e rifugiata all’estero. Uno Stato che riuniva i migliori esperti legali e costituzionali del mondo, che poté forgiare una costituzione nuova e moderna, è ora divenuta un’area governata da 1500 milizie. E infine uno Stato in cui il furto era considerato strano e insolito è divenuto luogo in cui corpi umani mutilati e decomposti vengono scaricati quotidianamente per le strade, evento divenuto banale in tutto il Paese.

Commento al rapporto Herland:
Sayf al-Islam Gheddafi e l’ICC

Prima della rivolta, Saiy al-Islam era l’architetto della nuova Libia. Presentò la sua nuova visione della Libia libera dalle carceri politiche, legata alla Carta dei Diritti Umani, alla distribuzione di ricchezza e prosperità e alla democrazia [48]. Intraprese riforme politiche ed economiche con cui i prigionieri islamisti acquisirono la libertà, venendo riabilitati e integrati nella società libica. Dopo la violenta rivolta in alcune città, le fonti locali confermano di aver aiutato gli sfollati in tutto il Paese, liberando i prigionieri della rivolta e protetto la popolazione di Misurata dai combattimenti, o di Bengasi fuggiti dalle zone dei combattimenti.

Invocò e sostenne gli sforzi di pace per risolvere la guerra. Secondo le fonti locali, chiese all’amministrazione dell’Università di Sirte di stampare 5000 volantini e distribuirli col convoglio pacifico partito per Bengasi, osservando i diritti umani. Invitò l’esercito a rispettare le regole d’ingaggio, proibendo l’uso della forza contro i manifestanti, secondo il capo della centro operativo dell’esercito nel marzo 2011, Maresciallo Hadi Ambarish, fatto prigioniero dai miliziani di Zintan, che lo torturarono e gli negarono la cure mediche fino a morire di cancro in carcere nel 2014 [49].

Nonostante gli sforzi inesorabili per la pace di Sayf al-Islam Gheddafi, gli aerei della NATO cercarono di assassinarlo, uccidendo o ferendo 29 suoi compagni. [50] Inoltre, perse delle dita e subì diverse ferite. Tuttavia, l’ICC non indagò su tale attacco aereo e non ne supervisionò i cinque anni d’isolamento. [51] Inoltre, l’ICC persisteva nel chiederne l’arresto e il processo dopo che fu condannato a morte da un tribunale libico nella prigione di al-Hadaba, guidato da Qalid al-Sharif, uomo di Bilhaj.

Perciò l’istruzione è ingiusta, l’archiviazione del caso è l’unico passo che va approvato. Si potrebbe sostenere che il caso nella sua interezza dovrebbe essere abbandonato, soprattutto dopo l’assassinio del procuratore generale a Bengasi e la fuga della maggior parte dei pubblici ministeri, mentre subivano enormi pressioni dalla milizia. In queste circostanze, gli argomenti dell’ICC sono che la sua condanna a morte non fu applicata e che pertanto dovrebbe essere arrestato e imprigionato nella prigione di al-Hadaba.

Tuttavia, il ministero della Giustizia libica si appellò contro la condanna a morte per via del processo sleale, in un tribunale nel carcere controllato da al-Sharif, che ha il potere su giudici e magistrati. Tuttavia, l’ICC continuò a chiedere un nuovo processo e ignorò il fatto che Sayf al-Islam era detenuto presso la prigione di Zintan e che il tribunale di Tripoli lo processò per teleconferenza. L’ICC dovrebbe rispettare la legge libica ed essere consapevole che una persona non va processata due volte per il presunto stesso reato. Ma scopo dell’occidente e dell’ICC è sbarazzarsi di Sayf al-Islam Gheddafi come fecero col padre Muammar Gheddafi e i fratelli.

È giunto il momento che l’ICC abbandono il doppiopesismo e aiuti il popolo libico nello scopo di salvare il proprio Paese da tali milizie e costruire una nuova Libia dove vigano diritti umani, prosperità, lo sviluppo e stato di diritto. Chiediamo anche all’ICC di abbandonare la pretesa che Sayf al-Islam sia estradato e processato a L’Aja.

L’ICC dovrebbe riconoscere e rispettare la legge di amnistia generale del ministero della Giustizia libico. Sayf al-Islam Gheddafi dovrebbe poter assumere il proprio ruolo nella lotta per una nuova Libia democratica. A tal proposito, e dopo che gli Stati occidentali comprenderanno i propri errori, dovrebbero collaborare coi libici e le ONG sincere per processare le milizie e i loro capi per il bene della pace e della riconciliazione.

Traduzione
Alessandro Lattanzio
(Sito Aurora)

Preso da: http://www.voltairenet.org/article198566.html

Libia: dieci cose su Gheddafi che non vogliono farti sapere

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Siovhan Cleo Crombie per urbantimes

Che cosa pensi quando senti il nome del Colonnello Gheddafi? Un tiranno? Un dittatore? Un terrorista? Beh, un cittadino della Libia potrebbe anche non essere d’accordo, ma vogliamo che sia tu a decidere.
Per 41 anni, fino alla sua morte, nell’Ottobre del 2011, Muammar Gheddafi ha fatto delle cose davvero sorprendenti per il suo Paese e ha cercato ripetutamente di unire e rendere più forte il continente africano.
Così, nonostante ciò che puoi aver sentito per radio o visto attraverso i media o la televisione, Gheddafi ha fatto cose rilevanti, che poco si addicono all’immagine di quel “feroce dittatore” dipinto dai media occidentali.
Ecco dieci cose che Gheddafi ha fatto per la Libia che probabilmente non conosci…
1. In Libia la casa era considerata un diritto umano naturale.
Nel Libro Verde di Gheddafi c’è scritto: ”La casa è un bisogno fondamentale sia dell’individuo che della famiglia, quindi non dovrebbe essere proprietà di altri”. Il Libro Verde di Gheddafi è la filosofia politica dell’ex leader, fu pubblicato per la prima volta nel 1975 allo scopo di essere letto da tutti i Libici ed era inserito anche nei programmi nazionali d’istruzione.
2. L’istruzione e le cure mediche erano completamente gratuite.
Sotto Gheddafi, la Libia poteva vantare uno dei migliori servizi sanitari del Medio Oriente e dell’Africa. Inoltre, se un cittadino libico non poteva accedere al corso di formazione desiderato o a un particolare trattamento medico in Libia, erano previsti finanziamenti per andare all’estero.
3. Gheddafi ha effettuato il più grande progetto di irrigazione del mondo.
Il più grande sistema di irrigazione del mondo, conosciuto anche come il grande fiume artificiale, fu progettato per rendere l’acqua facilmente disponibile per tutti i Libici in tutto il Paese. Fu finanziato dal governo Gheddafi e si dice che lo stesso Gheddafi lo abbia definito “l’ottava meraviglia del mondo”.
4. Tutti potevano avviare gratuitamente un’azienda agricola.
Se qualunque Libico avesse voluto avviare una fattoria, gli veniva data una casa, terreni agricoli, animali e semi, tutto gratuitamente.
5. Le madri con neonati ricevevano un sussidio in denaro.
Quando una donna libica dava alla luce un bambino, riceveva 5.000 dollari USA per sé e per il bambino.
6. L’elettricità era gratuita.
L’elettricità era gratuita in Libia. Ciò significa che non esistevano bollette dell’elettricità!
7. Benzina a buon mercato.
Durante il periodo di Gheddafi la benzina in Libia costava solo 0,14 dollari USA al litro.
8. Gheddafi ha innalzato il livello dell’istruzione.
Prima di Gheddafi solo il 25% dei Libici era alfabetizzato. Questa cifra è stata portata fino all’87% con un aumento del 25% dei laureati.
9. La Libia aveva la propria banca di Stato.
La Libia aveva una propria banca di Stato, che ha fornito ai cittadini prestiti a tasso zero per legge, e non aveva debito estero.
10. Il dinaro d’oro.
Prima della caduta di Tripoli e della sua prematura scomparsa, Gheddafi stava cercando di introdurre un’unica moneta africana legata all’oro. Seguendo le orme del defunto grande pioniere Marcus Garvey, che per primo coniò il termine di ”Stati Uniti d’Africa”, Gheddafi voleva iniziare il commercio con il solo dinaro africano d’oro – una mossa che avrebbe gettato nel caos l’economia mondiale.
Il dinaro è stato ampiamente osteggiato dalle ‘élites’ della società odierna. E chi potrebbe biasimarle? Le nazioni africane avrebbero finalmente avuto il potere di uscire dal debito e dalla povertà per commerciare solo con questo bene prezioso. Avrebbero potuto finalmente dire “no” allo sfruttamento esterno e pagare quanto ritenevano giusto per le risorse preziose. Si è detto che il dinaro d’oro è stata la vera ragione per la ribellione guidata dalla NATO, nel tentativo di rovesciare un leader dal linguaggio molto chiaro.
Dunque, Muammar Gheddafi era un terrorista?
Pochi potrebbero rispondere in modo del tutto corretto a questa domanda; ma fra chi può farlo, sicuramente c’è chi è vissuto sotto il suo regime. In ogni caso, sembra abbastanza evidente che Gheddafi, nonostante la fama negativa che circonda il suo nome, ha fatto molte cose positive per il suo Paese. E questo è qualcosa che dovresti cercare di ricordare nei tuoi giudizi futuri.
Questo eccentrico video documentario racconta una storia interessante, anche se piuttosto diversa, da quella che crediamo di sapere.
Allora, cosa ne pensi?

(Traduzione di M. Guidoni)

© Agenzia stampa Infopal
E’ permessa la riproduzione previa citazione della fonte “Agenzia stampa Infopal – http://www.infopal.it”

Preso da: http://www.infopal.it/libia-dieci-cose-gheddafi-non-vogliono-farti-sapere/

“La notizia dei missili contro l’Italia era falsa”. Come si costruì nel 1986 la campagna mediatica e militare contro la Libia

Gheddafi e i missili fantasma, un mistero internazionale
“La notizia dei missili contro l’Italia era falsa”. Come si costruì nel 1986 la campagna mediatica e militare contro la Libia
Vent’anni fa Italia in allarme per gli Scud libici su Lampedusa. L’ex capo dell’Aeronautica ora dice: “Era falso”
25 novembre 2005 – Gianluca Di Feo
Fonte: http://www.espressonline.it

Due boati, un rumore assordante che arrivava dal mare. Due esplosioni senza testimoni e l’Italia si ritrovò a un passo dalla guerra. Mancavano pochi minuti alle 17 del 15 aprile 1986. “È stato fortissimo, come una porta sbattuta violentemente. Sono uscita per strada, tutti siamo scesi lungo il corso. C’era chi gridava: ‘È scoppiata la guerra!'”. A Lampedusa tutti sentirono, nessuno vide. Il primo dispaccio di agenzia parlava di “cannonate sparate da una motovedetta libica”. Poi si pensò a un aereo. Intorno alle 18 le autorità americane informarono il ministro della Difesa Giovanni Spadolini: Gheddafi aveva scagliato due missili Scud contro l’isola, ordigni scoppiati a un paio di chilometri dalla costa. Il giorno dopo, il grido della gente di Lampedusa diventò il titolone dei quotidiani: ‘Ora l’Italia è in prima linea’. Quegli Scud sono diventati storia: l’unico attacco missilistico contro un paese occidentale. Due esplosioni che hanno troncato le relazioni tra Roma e Tripoli, spazzando via business lucrosi e portando la Fiat a riacquistare le azioni libiche. Eppure del lancio di quei missili non c’era nessuna prova. E ora, a quasi 20 anni di distanza, c’è chi comincia apertamente a parlare di finzione.

Il primo a farlo è l’uomo che in quei giorni avrebbe potuto ordinare la rappresaglia contro la Libia. Il generale Basilio Cottone, allora capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, oggi dichiara: “Non credo siano stati lanciati missili contro Lampedusa. Personalmente non l’ho mai creduto. La notizia dei missili per me era falsa e le azioni messe in atto volevano accreditarla. Molte organizzazioni extranazionali erano allora interessate al fatto che il governo italiano adottasse una politica di più forte chiusura nei confronti della Libia”.

Il generale Cottone ha concesso una lunga intervista alla rivista on line ‘Pagine di Difesa’, astro nascente della pubblicistica militare, in cui ricorda quelle giornate di fuoco. Non è un pensionato qualunque: ex pilota da caccia, ex comandante delle forze aeree Nato nel Mediterraneo, è stato al vertice dell’Aeronautica per tre anni. Dopo il congedo è diventato presidente dell’Agusta, il colosso degli elicotteri: adesso a 78 anni resta nel consiglio di amministrazione della società aerospaziale. “Dubbi su quella vicenda ci sono sempre stati. Non abbiamo mai trovato prove evidenti dell’attacco: nemmeno una scheggia”, spiega a ‘L’espresso’ il generale Mario Arpino, successore di Cottone alla guida dell’Arma azzurra. Che ricorda: “All’indomani del caso Lampedusa, Cottone mi incaricò per conto del governo di studiare una ritorsione contro la Libia nell’eventualità di altre azioni ostili. Noi preparammo una serie di piani”. Ma i nostri radar avvistarono gli Scud? “I nostri radar non erano in grado di scoprire missili di quel genere. Avevamo chiesto alla Nato di fornirci degli Awacs, radar volanti molto potenti, ma ci furono concessi mesi dopo”. Solo i satelliti Usa quindi potevano vedere gli Scud: solo gli occhi spaziali americani che in quel momento tenevano sotto controllo tutto il Canale di Sicilia. Ma Washington a chi trasmetteva i dati dei satelliti? “Gli americani non hanno mai interferito a livello operativo: io ero responsabile della sala di crisi e non mi comunicarono nulla. Se informavano qualcuno, lo facevano a livello politico. So con certezza che non venimmo nemmeno avvisati del raid contro Tripoli. Ricordo la sorpresa quella notte quando i nostri radar scoprirono gli aerei diretti in Libia”.

Erano le prime ore del 15 aprile. Squadriglie di bombardieri americani piombano sulla capitale libica e distruggono la residenza di Gheddafi. È un’operazione decisa da Ronald Reagan, che considera il leader libico uno dei grandi finanziatori del terrorismo e lo accusa dell’attentato contro una discoteca di Berlino frequentata dai soldati statunitensi. Il presidente della Jamairiah sfugge alle bombe, ma tra le macerie restano una delle figlie adottive e decine di vittime civili. Gli stormi erano decollati dalla Gran Bretagna: Francia e Italia, avvertite all’ultimo minuto, non permisero il sorvolo dello spazio aereo. Ma le tensioni più forti sono proprio con l’Italia.

Il nostro governo aveva una linea filo-araba: il premier Bettino Craxi manteneva ottimi rapporti con i palestinesi, il ministro degli Esteri Giulio Andreotti aveva creato legami forti con Tripoli. Sei mesi prima Reagan e Craxi erano arrivati allo scontro per il sequestro dell’Achille Lauro: la notte di Sigonella aveva segnato il momento più teso nelle relazioni tra i due Paesi. È chiaro che nel pianificare la campagna contro Gheddafi gli americani dovevano tenere conto del fattore Italia: Palazzo Chigi aveva più volte criticato le manovre-sfida della Sesta flotta nel Mediterraneo. Poi la mattina del 15 aprile dal governo arrivano parole molto dure nei confronti del raid Usa su Tripoli. Passano poche ore ed ecco i boati di Lampedusa.

Le esplosioni vengono sentite non lontano da una base della Guardia costiera americana, una stazione radio con 20 uomini di guarnigione che – ma si saprà solo mesi più tardi – era stata rafforzata da un contingente di marines nella seconda settimana di aprile. Dopo le detonazioni per un’ora nessuno capisce bene cosa sia accaduto. Poi la comunicazione degli Usa a Spadolini punta il dito sulla Libia: sono stati lanciati due Scud, l’arma più potente dell’arsenale della Jamairiah. Una versione mai più messa in discussione. Molti però hanno avuto dubbi. I pescatori di Lampedusa, per esempio, rimasero sorpresi dall’assenza di pesci morti. Una bomba a mano con pochi grammi di esplosivo, quelle usate per le battute di frodo, riempie cassette di pesce. Invece quegli Scud con due tonnellate di plastico non avevano infastidito la fauna ittica: neanche una sardina era venuta a galla. I missili poi sono lunghi più di 11 metri e lasciano rottami di grandi dimensioni. I nostri militari li hanno cercati per anni, anche con sonar speciali e mini-sottomarini: non è mai stato trovato nulla. Infine c’erano considerazioni tecniche: Lampedusa è al limite massimo della portata degli Scud. Più si spara lontano, meno l’arma è precisa: essere arrivati a 2-3 chilometri da una piccola stazione radio rappresenta un risultato eccezionale per soldati maldestri come i libici. Ricorda il generale Cottone: “L’unico ad aver avuto dubbi circa il lancio sono stato io. Ma poiché tutti lo credevano, ho ritenuto di operare di conserva”.

I libici d’altronde rivendicano l’attacco. Il primo a farlo, 24 ore dopo, è l’ambasciatore a Roma: “I missili sono venuti dalla Libia, non abbiamo cercato di colpire l’Italia ma una base Usa”. Perché dovrebbero attribuirsi un assalto che non hanno compiuto? “Hanno solo cavalcato gli eventi”, sostiene Cottone. Secondo questa ipotesi, a Gheddafi conviene stare al gioco: è nel momento più difficile, gli fa comodo fingere per non perdere la faccia davanti al mondo arabo.

Di “finzione” ha parlato nel 2003 anche Cesare Marini, senatore dello Sdi, ma in senso opposto. Secondo Marini, fu Craxi a informare Gheddafi dell’imminente blitz americano, permettendo al leader libico di salvarsi. I missili sarebbero stati un espediente per coprire ‘l’amico italiano’. Le dichiarazioni di Marini, all’epoca esponente di punta del Psi, non hanno trovato conferme. Gli analisti militari però sono scettici: si sarebbe trattato di una messinscena pericolosa, la partenza degli Scud avrebbe potuto scatenare una nuova ondata di bombe Usa. Invece gli americani non mossero un dito, nonostante le batterie di Scud fossero la minaccia più importante contro la Sesta Flotta. E il governo italiano? Fa il muso duro. Accusa Gheddafi, mobilita le forze armate ed espelle diplomatici. In realtà nessuno ha paura: “Di certo io non mi sono spaventato”, commenta Giulio Andreotti: “La mia sensazione è che i missili furono lanciati ma volutamente fuori bersaglio: non c’era nessuna volontà di causarci dei danni”. Anche Giuliano Amato, all’epoca sottosegretario a Palazzo Chigi, dichiara: “L’unica cosa che mi è rimasta in mente è che, se missili erano, di sicuro ‘si afflosciarono’ arrivando a Lampedusa”.

Nessun danno, ma un risultato enorme: gli Scud tagliano i legami tra Roma e Tripoli. Vanno in fumo affari per migliaia di miliardi, la Fiat mette i libici alla porta, scompare l’ultimo partner europeo disposto al dialogo. Insomma, un autogol per Gheddafi. Ma il generale Cottone offre un’analisi diversa: “Un insieme di nazioni occidentali non vedevano di buon occhio l’atteggiamento pro-arabo tenuto dall’Italia. Penso sia stata una azione di ‘servizi’ che hanno montato la cosa, però il fatto ha assunto credibilità internazionale ed è rimasto nell’immaginario collettivo il lancio concreto. Credo che l’Occidente in generale, intendo Europa ed America, era interessato che l’Italia non seguisse la politica di compromesso con la Libia”. A proposito, il nome Scud nasce dalla somiglianza tra la forma del missile e una specie di gamberi. E almeno di quelli le acque di Lampedusa sono sicuramente piene.

Note:
L’articolo è stato tratto dal sito on line dell’Espresso come appare oggi in home page, precisamente dalla pagina
http://www.espressonline.it/eol/free/jsp/detail.jsp?idCategory=4821&idContent=1181482&m2s=a
Il titolo è stato modificato da PeaceLink.
Preso da: http://www.peacelink.it/mediawatch/a/13715.html

Bernard-Henri Levy e la distruzione della Libia

Le Grand Soir, 26 novembre 2013 (trad. ossin)

Ramzy Baroud

Levy, che sembrava un tempo come il più in vista tra i difensori della guerra contro la Libia, è completamente scomparso dalle luci della ribalta libica. Forse sta istigando disordini altrove, in nome della sua dubbia filosofia. La sua missione in Libia è compiuta e il paese si trova oramai nella situazione peggiore mai raggiunta

Se il primo ministro Benjamin Netanyahou è “l’ebreo più influente nel mondo intero”, B-H Levy è al numero 45, secondo un articolo pubblicato dal Jerusalem Post il 21 maggio 2010. Secondo il Post, Levy si colloca solo due posti dietro Irving Moskowitz, “un magnate della stampa residente in Florida e considerato come il più importante sostenitore dell’espansione edilizia ebraica a Gerusalemme est”.

Proclamare che, nella migliore delle ipotesi, Levy è un impostore intellettuale, rischia di far perdere di vista la logica evidente che sembra sottendere tutte le attività di quest’uomo, lavoro e scritti. Egli sembra ossessionato dall’idea di “liberare” i mussulmani, di Bosnia e Pakistan, di Libia e altrove. E tuttavia non può parlarsi di una ossessione sana che nasca da un amore aperto e dal fascino sentito per la loro religione, la loro cultura e i loro infiniti modi di vita.

“Un messia che non teme di promuovere la violenza per il maggior bene dell’umanità”
Nel corso di tutta la sua carriera difficile da inquadrare, Levy ha fatto molto male, talvolta servendo da lacchè agli uomini di potere, altre volte portando avanti crociate sue proprie. Egli è un grande partigiano dell’intervento militare, e il suo profilo è disseminato di riferimenti ad alcuni paesi mussulmani e ad interventi militari, dall’Afghanistan al Sudan e, da ultimo, alla Libia.

Nel New York Magazine del 26 dicembre 2011, Benjamin Wallace-Wells parlava del filosofo francese come di un “Messia che non teme di promuovere la violenza per il maggior bene dell’umanità”.

Nell’articolo “European Superhero Quashes Libyan Dictator”, Wallace-Wells scriveva del “filosofo (che) è riuscito a spingere il mondo a schiacciare uno spregevole cattivo”. IL cattivo in questione è ovviamente Muammar Gheddafi, il leader libico che venne rovesciato e massacrato dopo essere stato, sembrerebbe, sodomizzato da alcuni ribelli in occasione della sua cattura nell’ottobre 2011.( o almeno così ci hanno ORDINATO di credere).

Un’analisi dettagliata del Global Post sull’aggressione sessuale subita dal leader di uno dei più importanti paesi africani è stata pubblicata dal CBS Nwews e da altri media.

Levy, che sembrava un tempo come il più in vista tra i difensori della guerra contro la Libia, è completamente scomparso dalle luci della ribalta libica. Forse sta istigando disordini altrove, in nome della sua dubbia filosofia. La sua missione in Libia è compiuta e il paese si trova oramai nella situazione peggiore mai raggiunta sotto il regime di Gheddafi . Il “cattivo dittatore” è stato battuto, è cosa fatta.

Poco importa se il paese, al momento, è diviso tra tribù e milizie, e se il Primo Ministro “post democratico”, Ali Zeidan, è stato recentemente rapito da una milizia ingestibile, e poi liberato da un’altra.

Nel marzo 2011, Levy si assunse la responsabilità di volare a Bengasi per “reclutare” insorti libici. Quello fu un momento decisivo, perché fu questo tipo di mediazione che consentì ad alcuni gruppi armati di trasformare una sollevazione regionale in una guerra totale che ha coinvolto la NATO.

Armata di quella che non era altro che una interpretazione manipolatrice della risoluzione 1973 dell’ONU, il 17 marzo 2011 la NATO avviò una forte offensiva militare contro un paese dotato di una difesa aerea primitiva e di un esercito male equipaggiato. I paesi occidentali inviarono massicci carichi di armi ai gruppi libici, col pretesto di prevenire massacri che sarebbero stati sul punto di essere perpetrati da truppe leali a Gheddafi.

Massacri ve ne sono stati in effetti, ma non del tipo paventati dagli “interventisti umanitari” occidentali. L’ultimo in ordine di tempo vi è stato pochi giorni fa, venerdì scorso a Tripoli – 43 persone sarebbero state uccise e 235 ferite, quando alcuni miliziani hanno attaccato dei manifestanti pacifici che chiedevano solo che le milizie di Misurata se ne andassero.

Ecco ciò per cui Levy e compagnia bella hanno passato tanto tempo a fare lobbying
Uno dei maggiori successi di Levy in Libia fu di ottenere il riconoscimento internazionale del Consiglio Nazionale di Transizione (CNT). La Francia e altri paesi fecero delle campagne di propaganda per il CNT come una alternativa alle istituzioni dello Stato di Gheddafi, che la NATO aveva sistematicamente distrutte.

Nella sua intervista al New York Magazine, Levy dice “qualche volta uno ha delle intuizioni che non sono chiare nemmeno a sé stesso”. Citazione riferita alla folgorante rivelazione vissuta dal “filosofo” il 23 febbraio 2011, guardano delle immagini televisive in cui le forze di Gheddafi minacciavano di affogare Bengasi “in un mare di sangue”.

Altro che intuizioni confuse, il programma di Levy è quello di un politico calcolatore. Come una versione francese dei neo-conservatori statunitensi che giustificavano la loro guerra devastatrice contro l’Iraq con ogni sorta di ragionamenti morali o filosofici e altre imposture. Per loro si trattava, prima di tutto, di una guerra per la “sicurezza” di Israele, con qualche gratificazione pratica chiavi in mano, raramente realizzatesi. In effetti, l’eredità di Levy è carica di riferimenti inequivoci al programma dei neocons.

La destra israeliana è affascinata da B-H Levy. Nel Jerusalem Post, la celebrazione della sua influenza globale culmina con la seguente citazione: “Un filosofo francese e uno dei leader del movimento dei Nouveaux Philosphes che dicevano che gli ebrei hanno la vocazione di fornire una voce morale unica nel mondo”.

Ma di morale qui non c’è niente. Le prodezze filosofiche del nostro sembrano avere di mira esclusivamente i mussulmani e le loro culture. “Il velo è un invito allo stupro” ha dichiarato alla Jewish Chronicle nell’ottobre 2006.

A lui la filosofia sembra tagliata apposta per vestire un programma politico di propaganda in favore degli interventi militari. Le sue arringhe hanno contribuito a distruggere la Libia ma senza impedirgli di scrivere un libro sulla “primavera” libica. Ha parlato del velo come di un invito allo stupro, tacendo del tutto sui numerosi casi di stupro registrati in Libia dopo la guerra della NATO. Nel maggio 2011, fu tra i pochi a difendere il presidente dello FMI, quando Dominique Strauss-Kahn venne accusato di avere violentato una cameriera a New York. Era una “cospirazione”, diceva, e la cameriera ne era complice.

Si potrebbe tentare di avere comprensione per l’odio di Levy nei confronti dei dittatori e dei criminali di guerra; dopo tutto Gheddafi non era certo un campione dei diritti umani. Ma Levy però non è un filosofo. Una qualità fondamentale del vero filosofo è la coerenza morale. Levy non ne ha nemmeno un briciolo. Una settimana dopo che il Jerusalem Post aveva celebrato l’influenza morale di Levy nel mondo, il quotidiano Haaretz descriveva il suo sostegno all’esercito israeliano titolando il 30 maggio 2010:

“Bernard-Henri Levy: Non ho mai visto un esercito democratico come le FDI”

Era un articolo a proposito del colloquio “La democrazia e le sue sfide”, tenuto a Tel Aviv. “Io non ho mai visto un esercito democratico come le FDI (Forze di difesa israeliane), che si pone simili problemi morali. C’è qualcosa di raramente vitale nella democrazia israeliana”.

Quando si pensi alle guerre e ai massacri perpetrati dall’esercito israeliano contro Gaza nel 2008-9 e nel 2012, non si riescono a trovare le parole appropriate per descrivere l’accecamento morale di Levy e gli errori della sua dottrina. Meglio è affermare che né la morale né la filosofia hanno molto a che vedere con Bernard-Henri Levy e la sua incessante voglia di guerra.

Preso da:

http://www.ossin.org/inchieste/bernard-henri-levy-e-la-distruzione-della-libia.html

Di Anniversari, Ricorrenti menzogne e Unintended consequences

Dodici anni fa, il 20 marzo 2003, gli Stati Uniti – a capo di una coalizione di ossequienti  “volenterosi” e con il mandato delle ossequienti Nazioni Unite – iniziavano l’attacco all’Iraq per distruggere le “armi di distruzione di massa” di cui quel paese era dotato, bloccarne la politica di “appoggio al terrorismo islamico”, fargli dono della democrazia.
Nel giro di quaranta giorni Baghdad fu “liberata”, la statua del dittatore immancabilmente abbattuta. Di fronte ai soldati schierati sulla portaerei Lincoln, il presidente Bush poté trionfalmente dichiarare: “Missione compiuta”.

Busch missione compiuta

La campagna mediatica per “vendere” alla manipolabile opinione pubblica (americana e internazionale) l’inevitabilità di quella guerra preventiva, si era appoggiata su un documento prodotto dall’Intelligence nell’ottobre del 2002 che per ovvi motivi di sicurezza doveva rimanere secretato. A detta dei vertici dell’amministrazione, il documento dimostrava oltre ogni dubbio la grave minaccia costituita dall’Iraq per la sicurezza degli Stati Uniti e del mondo occidentale: i programmi di fabbricazione degli ordigni nucleari non erano stati abbandonati, gli arsenali di armi chimiche e biologiche non erano stati distrutti, l’appoggio attivo al terrorismo alqaidista non era stato interrotto.
Condoleeza Rice, di fronte all’insaziabile e continua richiesta di prove provate che gli ispettori ONU non riuscivano a trovare, affermò stizzita e con efficace metafora che gli Stati Uniti non potevano aspettare che la “pistola fumante” si trasformasse in un fungo atomico.

La CIA consegnò copia di quel documento al Comitato per la Sicurezza del Senato – che lo aveva reclamato in base al Freedom Information Act – una prima volta nel 2004, con 72 pagine completamente censurate su un totale di 93. In seguito il Comitato poté disporre di un testo più esaustivo, in base al quale nel settembre 2006 – a disastro avvenuto e Bush rieletto –  arrivò alla conclusione che Washington aveva “esagerato” la minaccia irachena e che il rapporto non confermava in alcun modo le accuse.
Il documento è stato definitivamente desecretato a fine gennaio di quest’anno.

Che i pretesti fossero inconsistenti  era già risultato palese fin dai primi mesi dell’occupazione, quando nonostante le accanite ricerche sul campo non era stata trovata alcuna traccia di armi chimico-batteriologiche o di impianti per la fabbricazione di ordigni nucleari. Tuttavia le conclusioni del Comitato erano importanti, o avrebbero dovuto esserlo, perché inchiodavano  i vertici della Casa Bianca alle loro reponsabilità: non erano stati indotti in errore da un rapporto sbagliato, ma ne avevano anzi deliberatamente falsificato le indicazioni per rafforzare la loro menzogna, di fatto mentendo due volte.Statua Saddam Hussein abbattuta

Migliaia di morti nella coalizione dei volenterosi, centinaia di migliaia fra gli iracheni, milioni di profughi, miliardi di dollari spesi e dodici anni più tardi le conseguenze dell’inganno sono ancora tutte da risolvere. La previsione del generale William Odom, secondo il quale l’invasione dell’Iraq si sarebbe rivelata “il più grande disastro strategico nella storia degli Stati Uniti”, si è puntualmente avverata. La rinascita irachena e il risveglio sunnita, su cui gli strateghi americani avevano contato per la normalizzazione del paese, non sono mai avvenuti. Al contrario, le violenze settarie scatenate con l’invasione hanno alimentato la crescita di al Qaida, da cui le ancora più radicali milizie dello Stato Islamico hanno origine.

In un mondo ideale, gli psicopatici che si sono resi colpevoli di un simile disastro sarebbero processati e condannati. Nel nostro mondo imperfetto, al contrario, pare che il loro sia un esempio da seguire.

Barack Obama ne prende le distanze, a parole, quando in una recente intervista ammette che l’ISIS è una derivazione di al Qaida, che a sua volta ha potuto crescere in Iraq grazie all’invasione americana. “È un esempio di conseguenze non intenzionali  [unintended consequences], dice. Ed è la ragione per cui, in linea di massima, dovremmo prendere la mira prima di sparare“.
Nei fatti adotta la stessa tattica (manipolazione della realtà e noncuranza delle conseguenze umanitarie) che ha caratterizzato il suo predecessore, dal quale diventa sempre più difficile distinguerlo, per imbarcarsi anch’egli in avventure di esito catastrofico per l’intera comunità mondiale.

Libia – il bagno di sangue evitato
È il caso della Libia, di cui ricorre in questi giorni il quarto anniversario dell’inizio dei bombardamenti aeronavali a opera della NATO (19 marzo 2011). John Pilger ricorda che l’assassinio di Gheddafi e la distruzione del suo paese fu giustificato dalla solita menzogna dell’intervento umanitario: il dittatore stava pianificando un genocidio contro il suo popolo. “Sapevamo – disse Obama – che se avessimo aspettato ancora un giorno Bengasi, una città grande come Charlotte, avrebbe patito un massacro che si sarebbe ripercosso sull’intera regione e avrebbe macchiato la coscienza del mondo”.avvoltoi libia
L’autorevole fonte di questa informazione era un portavoce delle forze ribelli, che stavano subendo pesanti rovesci e spingevano per l’intervento occidentale. In un’intervista alla Reuters costui dichiarò che ci sarebbe stato “un vero bagno di sangue, un massacro come quello accaduto in Rwanda” (14/03/2011). Questo fornì la giustificazione morale all’intervento umanitario della Nato: 9700 incursioni aeree, un terzo delle quali su obiettivi civili; l’uso di uranio impoverito; Misurata e Sirte bombardate a tappeto; migliaia di morti, il paese nel caos.
“Il bagno di sangue che lui  aveva promesso di infliggere alla città assediata di Bengasi è stato evitato”, affermò Obama un mese dopo. “Lui” sottintendeva Gheddafi, anche se il solo a parlare di bagno di sangue era stato il portavoce delle forze ribelli (molte delle quali, segretamente addestrate ed equipaggiate dai corpi speciali inglesi, sarebbero poi confluite nelle file dello Stato Islamico).
Il vero crimine di Gheddafi, ovviamente indicibile, era il suo progetto di una valuta africana comune, sostenuta da riserve in oro e greggio, che tramite una Banca continentale affrancasse il continente dall’egemonia finanziaria del petrodollaro. Garikai Chengu, membro del DuBois Institute for African Research Harvard University,  in un articolo su Global Research, sostiene che in agosto 2011 gli Stati Uniti confiscarono alla Banca centrale libica 30 miliardi di dollari che Gheddafi aveva destinato alla creazione di di un Fondo Monetario Africano.
L’obiettivo più verosimile delle potenze occidentali era dunque quello di sbarazzarsi di un leader recalcitrante alla soggezione politica ed economica, metterne uno più docile e acquisire il controllo delle risorse del sottosuolo libico. Ma detta così non suona bene.

Siria – la linea rossa
In agosto 2012 Obama tracciò la linea rossa che il presidente siriano Bashar al Assad non avrebbe mai dovuto superare, quella dell’uso di armi chimiche: una linea rossa che di nuovo si richiamava al potente topos dell’intervento umanitario, perfetta per preparare il successivo passo verso un confronto armato contro il regime siriano. Le accuse ad Assad di averla ripetutamente superata si sprecavano, e l’eccidio avvenuto alla periferia di Damasco nell’agosto 2013 sembrò segnare il punto di non ritorno. La confusione sul campo di battaglia avrebbe consigliato prudenza nell’attribuire l’uso di armi chimiche all’una o all’altra parte; molti indizi anzi portavano a ritenere che l’uso del sarin potesse essere stato cinicamente usato dai ribelli come false flag  perché l’Occidente intervenisse.

crocodile_tears_for_syriaBarack Obama era perfettamente al corrente di queste riserve, espresse peraltro da buona parte degli analisti della sua stessa Intelligence; e tuttavia non perse occasione per parlarne come se fosse provata la colpevolezza del regime, fino al suo discorso davanti alle Nazioni Unite del 24 settembre 2013, quando dichiarò: “È un insulto alla ragione umana e alla legittimità di questa assemblea ipotizzare che siano stati altri e non il regime siriano a condurre questo attacco”.

Fortunatamente, la volontà di Obama di rovesciare il regime siriano si scontrò contro quella dei russi di sostenerlo, stavolta molto più determinati di quanto non avevano dimostrato con la Libia. E sfortunatamente per i falchi, un’intervista di John Kerry produsse una “unintended consequence” che inceppò il meccanismo di intervento bellico. Oggi lo stesso Kerry – dopo duecentomila vittime, 11 milioni di profughi e uno Stato Islamico che occupa buona parte del paese – è costretto ad ammettere che sì, per trovare una soluzione alla guerra in Siria, si dovrà necessariamente negoziare con il Presidente Bashar al Assad. Scusate, avevamo scherzato.

Ucraina – l’invasione russa
Il 24 settembre 2014, esattamente un anno dopo il suo discorso sulla Siria, Obama si rivolgeva di nuovo all’Assemblea delle Nazioni Unite dando la seguente personale rappresentazione della crisi in Ucraina e dell’atteggiamento geopolitico russo:

“Le recenti azioni della Russia in Ucraina mettono a repentaglio l’ordine mondiale quale si è delineato nel dopoguerra. Questi sono i fatti. A seguito delle mobilitazioni di protesta del popolo ucraino che chiedeva riforme, il loro corrotto presidente è fuggito. Contro la volontà del governo di Kiev, la Crimea è stata annessa alla Federazione Russa. La Russia ha riversato armi nell’Ucraina orientale appoggiando le violenze dei separatisti e un conflitto che ha ucciso migliaia di persone.
Quando un aereo civile è stato abbattuto da un’area controllata da questi emissari, costoro rifiutarono per giorni l’accesso ai relitti. 
Quando l’Ucraina ha cominciato a riaffermare il suo controllo sul territorio, la Russia ha abbandonato ogni finzione di sostenere i separatisti e ha inviato proprie truppe oltre il confine.

Questa è una visione del mondo in cui la forza crea il diritto, un mondo in cui i confini di una nazione possono essere ridisegnati da un’altra, e per evitare che la verità sia rivelata i civili non hanno il permesso di recuperare i resti dei loro cari. L’America sostiene qualcosa di diverso.
Noi crediamo che sia il diritto a dare la forza, che le grandi nazioni non dovrebbero prevaricare quelle piccole e che ognuno dovrebbe essere in grado di scegliere il proprio futuro. Sono semplici verità, ma devono essere difese. L’America, con i suoi alleati, appoggerà il popolo ucraino nello sviluppo della loro democrazia ed economia. Noi rinforzeremo i nostri alleati nella NATO e sosterremo il nostro impegno di autodifesa collettiva. La Russia dovrà pagare il costo dell’aggressione, e contrasteremo le menzogne con la verità.
Chiediamo ad altri di unirsi a noi dalla parte giusta della storia – perché i piccoli vantaggi che si possono estorcere puntando una pistola alla fine si ritorceranno contro,  se saranno abbastanza le voci che si levano per la libertà delle nazioni e dei popoli di decidere autonomamente.

Ho già commentato altrove le affermazioni dei primi tre capoversi: alla fine del post “Il fascino discreto dei neocons” e nel post “Un Boeing insabbiato” – a cui rimando chi avesse voglia e tempo.
Quanto ai capoversi successivi mi chiedo se anche voi, come me, avvertite una sensazione di grottesca ipocrisia, o di cieca negazione della realtà come fa il proverbiale bue quando dà del cornuto all’asino.
Ecco allora un breve elenco, probabilmente incompleto, delle nazioni che direttamente o indirettamente  hanno goduto della traboccante passione americana per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli nel corso degli ultimi 35 anni:

Iran (1980, 1987-1988)
Libia (1981, 1986, 1989, 2011)
Libano (1983)
Kuwait (1991)
Iraq (1991-2011, 2014)
Somalia (1992-1993, 2007-)
Bosnia (1995)
Saudi Arabia (1991, 1996)
Afghanistan (1998, 2001-)
Sudan (1998)
Kosovo (1999)
Yemen (2000, 2002-)
Venezuela (2002)
Pakistan (2004-)
Honduras (2009)
Siria (2011-)
Ucraina (2013-)

imagesIl filosofo Georges Santayana diceva che colui che non impara dalla Storia è condannato a riviverla. Gramsci, meno possibilista, sosteneva che la Storia è maestra, ma non ha allievi.

Se invece di dedicarsi a migliorare la mira, che comunque presuppone la volontà di sparare, Obama e chi gli succederà si preoccupassero di imparare dalla Storia, forse le ragioni per lamentarsi di unintended consequences si ridurrebbero significativamente, a tutto vantaggio dell’America e soprattutto del mondo intero.

Documenti per approfondire:

Libia: le manipolazioni della Clinton (e di Luttwak)

21 marzo 2015

IL SIMPATICO LUTTWAK
Il prof. Edward Luttwak, politologo e analista americano più conosciuto a Roma che a Washington, da tempo presenzia tutti gli spazi mediatici del nostro Paese; da Vespa a Formigli, da Lilli Gruber alla Zanzara, Luttwak è intervistato da tutti su tutto e dispensa consigli agli italiani sull’intero scibile umano; alcuni geniali (come quando propose di dare in gestione il sito di Pompei alla Disney), altri un po’ meno, soprattutto quando parla di politica estera e si abbandona alla strenua e difesa a prescindere della Casa Bianca.
Qualche tempo fa, a Piazza Pulita, l’ha detta grossa; parlando della Libia ha spiegato che con la disastrosa guerra del 2011, gli Usa non c’entravano nulla: “L’intervento è stato fatto dai francesi e gli inglesi” ha esclamato; e ancora “Responsabili sono Cameron e Sarkozy, erano loro gli entusiasti”.
Un’enormità di questo tipo non si perdona neanche al simpatico Luttwak.

4 LIVELLI DI IRRESPONSABILITÀ
Recentemente il Washington Times ha ricostruito, attraverso documenti segreti ritrovati a Tripoli dopo la caduta di Gheddafi, l’operazione di manipolazione orchestrata da Hillary Clinton (allora Segretario di Stato americano), per legittimare l’intervento militare Usa in Libia.
I documenti sono una serie di telefonate registrate (e confermate dai diretti interessati), intercorse tra alti ufficiali del Pentagono, un membro democratico del Congresso americano e Saif Gheddafi, figlio del Colonnello, nei giorni cruciali della guerra.
Dai documenti appaiono con chiarezza 4 livelli d’irresponsabilità e approssimazione con cui Washington si è rapportata alla crisi libica:

1) il Pentagono agiva indipendentemente dal Dipartimento di Stato, per evitare una guerra che (incredibilmente) erano i militari a non volere e i politici ad imporre.

2) la Cia non aveva la minima idea di cosa stesse realmente accadendo sul terreno, all’interno della guerra civile.

3) il Dipartimento di Stato (cioè la Clinton) non aveva istituito alcun canale diretto di gestione crisi con il regime libico (che, al contrario, aveva il Pentagono), né aveva conoscenza di chi fossero realmente i “ribelli anti-Gheddafi” e di quanti jihadisti e islamisti vi erano al loro interno.

4) La Clinton manipolò le informazioni su un presunto genocidio in atto da parte del governo libico; genocidio smentito dal Pentagono e dalle organizzazioni umanitarie operanti in Libia.

Sarah Leah Whitson, direttore esecutivo del Medio Oriente per Human Rights Watch ha confermato al Washington Times che vi erano state atrocità ma “nulla che potesse far pensare ad un genocidio imminente”. Amnesty International, in un report del settembre 2011, svelò che i crimini erano compiuti anche dai ribelli  (torture, esecuzioni sommarie di civili e rapimenti di lavoratori stranieri).

GENERALI “PACIFISTI” E POLITICI GUERRAFONDAI
Come scrivemmo già nel 2011, Hillary Clinton forzò le informazioni, inaugurando la teoria della guerra umanitaria preventiva: colpire Gheddafi non per i crimini commessi ma per quelli che avrebbe potuto commettere. Una vera follia. L’intelligence militare spiegava, al contrario, che Gheddafi aveva dato precisi ordini di non colpire i civili per evitare reazioni internazionali.
Dalle registrazioni si evidenzia come il Pentagono (nella figura dell’Ammiraglio Mullen allora Capo di Stato Maggiore congiunto) non si fidasse delle relazioni che il Dipartimento di Stato e la Cia impacchettavano ad Obama, “ma non c’era nulla che potesse fare per contrastarle”.
La signora Clinton fu inamovibile nel trascinare la Casa Bianca nell’avventura libica (e Obama nel farsi trascinare), ignorando gli avvertimenti del Pentagono secondo cui “gli interessi degli Stati Uniti non erano in gioco, mentre e la stabilità regionale poteva essere minacciata” nel caso di caduta del regime.

Charles Kubic, uno dei mediatori del Pentagono in Libia ha rivelato che dopo la prima settimana di missili americani sulle basi libiche, Gheddafi era disposto a cedere il suo governo per una transizione pacifica a due condizioni: l’eliminazione delle sanzioni contro di lui e l’insediamento di una forza militare in Libia che impedisse la consegna del paese ai jihadisti; “Tutti pensavano che fosse una cosa ragionevole. Ma non il Dipartimento di Stato“.

RICORDIAMOCI QUESTA STORIA
Con buona pace del prof. Luttwak, la Casa Bianca non può esimersi dalle responsabilità di quella guerra disastrosa.

Fra un anno la signora Clinton potrebbe essere uno dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti; ricordiamoci di tutto questo quando inizieremo a leggere i peana dei servizievoli giornalisti italiani sulla “prima donna presidente degli Stati Uniti”; la cui irresponsabilità e incapacità è una delle causa del dilagare dell’Isis nel Mediterraneo.

Fonte: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2015/03/21/libia-le-manipolazioni-della-clinton-e-di-luttwak/#

Hugo Chávez: le crisi programmate in Libia e Siria

19 febbraio 2015

Era il 2012. Chávez parlava delle ‘crisi programmate e provocate’ in Libia e Siria. Il furto di 200 miliardi di dollari di riserve libiche dopo l’”assassinio” di Gheddafi.

Vi presentiamo l’estratto di una conferenza stampa di Chávez, pochi mesi prima di morire.

Era l’8 ottobre 2012, il giorno dopo la sua rielezione. Il presidente venezuelano Hugo Chávez interviene su quelle che definisce le «crisi programmate e provocate in Libia e Siria» e sulla “sottrazione” dei 200 miliardi di dollari di riserve libiche dopo l’assassinio di Gheddafi. Chávez risponde lungamente a una giornalista della CNN. L’analisi sulla guerra che ha distrutto la Libia e sconvolto la Siria descrive precise responsabilità, e si presenta come un testamento politico di grande valore anche per valutare la crisi così com’è oggi, mentre i media e le classi dirigenti europee e nordamericane non raccontano com’è nata e da quali mani è stata peggiorata.

Buona visione.

Originale con video: http://www.informarexresistere.fr/2015/02/19/hugo-chavez-le-crisi-programmate-in-libia-e-siria/

A Prodi scappa la verità su Gheddafi e La Libia.

16 febbraio 2015

L’Isis avanza, si sta prendendo la Libia. L’Italia ora è a portata di missile ed è entrata ufficialmente nella lista di Paesi nemici dello Stato islamico, tanto che Paolo Gentiloni è stato definito ministro “dell’Italia crociata”. L’allarme è rosso, dunque. Ci si trova davanti a una catastrofe.

L’ISIS oggi avanza liberamente in Libia sfruttando la situazione di caos totale che vige nel paese da quando l’Occidente ha “ammazzato” Gheddafi.

La Crociata anti-Gheddafi fu iniziata dalla Francia e appoggiata attivamente da Gran Bretagna, Italia (per mano dell’allora Premier Silvio Berlusconi), Canada e altri paesi. Ufficialmente, e solo ufficialmente, l’intervento militare aveva lo scopo di tutelare l’incolumità della popolazione civile dai combattimenti tra le forze lealiste a Mu’ammar Gheddafi e le forze ribelli.

In realtà invece dietro alla guerra-lampo promossa dall’Occidente c’erano ben altri motivi. Ovviamente economici.

E oggi a Prodi,intervistato da Il Fatto Quotidiano, è scappata la verità: “Si tratta di un errore nostro. Delle potenze occidentali. La guerra in Libia del 2011 fu voluta dai francesi per scopi che non lo so… certamente accanto al desiderio di ristabilire i diritti umani c’erano anche interessi economici, diciamo così”.

Parole pesantissime, dovrebbe essere istituito un nuovo Tribunale Internazionale come per l’Ex-Jugoslavia e dovrebbero essere processati i colpevoli di quanto accaduto in Libia.

Ma di quali interessi economici stiamo parlando? Per saperlo, basta guardare questo video:

Originale con video:

http://www.informarexresistere.fr/2015/02/16/a-prodi-scappa-la-verita-su-gheddafi-e-la-libia/