Nel governo invisibile: guerra, propaganda, Clinton e Trump

John Pilger, Mondialisation, 29 ottobre 2016
Il giornalista statunitense Edward Bernays viene spesso presentato come l’inventore della propaganda moderna. Nipote di Sigmund Freud, il pioniere della psicoanalisi, Bernays inventò il termine “relazioni pubbliche” quale eufemismo per manipolazione e inganno. Nel 1929 convinse le femministe a promuovere le sigarette con donne che fumavano durante una parata a New York, un comportamento visto allora come assurdo. Una femminista, Ruth Booth, disse “Le donne! Devono accendere la nuova torcia della libertà! Combattere contro un altro tabù sessista!” L’influenza di Bernays va ben oltre la pubblicità. Il suo più grande successo fu convincere il pubblico statunitense ad entrare nella grande strage della prima guerra mondiale. Il segreto, disse, era “produrre il consenso” del popolo per “controllarlo e dirigerlo secondo la nostra volontà a sua insaputa“. Lo descrisse come “il vero potere decisionale nella nostra società” e lo chiamò “governo invisibile“. Oggi, il governo invisibile non è mai stato così potente e così poco compreso.

Nella mia carriera di giornalista e regista non ho mai visto tale dilagante propaganda influenzare la nostra vita oggi, e così poco contestata. Immaginate due città. Entrambe sotto assedio da parte delle forze governative di questi Paesi. Le due città sono occupate da fanatici che commettono atrocità come le decapitazioni. Ma vi è una differenza essenziale. In una delle città, i giornalisti occidentali embedded coi soldati governativi li descrivono come liberatori e con entusiasmo annunciano battaglie e attacchi aerei. Ci sono immagini da prima pagina di questi eroici soldati che fanno la V di vittoria. C’è poca menzione di vittime civili. Nella seconda città, in un Paese vicino, accade quasi esattamente lo stesso. Le forze governative assediano una città controllata dagli stessi fanatici. La differenza è che questi fanatici sono supportati, attrezzati e armati da “noi”, Stati Uniti e Gran Bretagna. Hanno anche un centro mediatico finanziato da Gran Bretagna e Stati Uniti. Un’altra differenza è che le truppe governative che assediano questa città sono i cattivi, condannati per aver aggredito e bombardato la città, esattamente ciò che fanno i soldati buoni nella prima città. Confusione? Non proprio. È il doppio standard, essenza della propaganda. Parlo, naturalmente, dell’assedio di Mosul da parte delle forze governative irachene appoggiate da Stati Uniti e Gran Bretagna e dell’assedio di Aleppo da parte delle forze del governo della Siria, sostenute dalla Russia. Uno è buono; l’altro è cattivo. Ciò che viene raramente riportato è che entrambe le città non sarebbero state occupate da fanatici e devastate dalla guerra se Gran Bretagna e Stati Uniti non avessero invaso l’Iraq nel 2003. Tale crimine fu avviato da bugie sorprendentemente simili alla propaganda che ora distorce il quadro della guerra in Siria. Senza tale propaganda rullante travestita da informazioni, i mostruosi SIIL, al-Qaida, al-Nusra e il resto dei jihadisti non esisterebbero, e il popolo siriano non lotterebbe per la sopravvivenza.

Alcuni possono ricordare quei giornalisti della BBC che nel 2003 sfilavano davanti le telecamere per spiegare che l’iniziativa di Blair era “giustificata” da ciò che divenne il crimine del secolo. Le reti televisive degli Stati Uniti diffusero le stesse giustificazioni di George W. Bush. Fox News invitò Henry Kissinger a dissertare sulle menzogne di Colin Powell. Lo stesso anno, poco dopo l’invasione, ripresi un colloquio a Washington con Charles Lewis, il celebre giornalista investigativo. Gli chiesi: “Cosa sarebbe successo se i media più liberi del mondo avessero seriamente messo in discussione ciò che si è rivelata una rozza propaganda?” Disse che se i giornalisti avessero fatto il loro lavoro, “molto probabilmente non saremmo entrati in guerra con l’Iraq“. Fu una dichiarazione scioccante, confermata da altri giornalisti famosi a cui posi la stessa domanda, Dan Rather della CBS, David Rose dell’Observer e giornalisti e produttori della BBC, che vollero rimanere anonimi. In altre parole, se i giornalisti avessero fatto il loro lavoro, se avessero sfidato e studiato la propaganda invece di amplificarla, centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sarebbero vivi oggi, e non ci sarebbero SIIL e assedi ad Aleppo e Mosul. Non ci sarebbe stata alcun atrocità nella metropolitana di Londra il 7 luglio 2005, né milioni di rifugiati in fuga e né campi miserabili. Quando l’atrocità terroristica ebbe luogo a Parigi a novembre, il presidente François Hollande inviò immediatamente aerei a bombardare la Siria, creando altro terrorismo, prevedibilmente prodotto dalla magniloquenza di Hollande sulla Francia “in guerra” e “spietata”. La violenza dello Stato e la violenza jihadista si nutrono a vicenda, un dato di fatto che nessun leader nazionale ha il coraggio di affrontare. “Quando la verità viene sostituita dal silenzio“, disse il dissidente sovietico Evtushenko, “il silenzio è una bugia”. L’attacco a Iraq, Libia, Siria si verificò perché i capi di ciascuno di questi Paesi non erano fantocci dell’occidente. Il record dei diritti umani di un Sadam o Gheddafi era irrilevante. Disobbedivano agli ordini e non cedettero il controllo del loro Paese. Lo stesso destino attese Slobodan Milosevic dopo aver rifiutato di firmare un “accordo” che richiedeva l’occupazione della Serbia e la conversione ad un’economia di mercato. I suoi abitanti furono bombardati e perseguiti a L’Aia. Tale indipendenza è intollerabile. Come ha rivelato WikLeaks, quando il leader siriano Bashar al-Assad nel 2009 respinse il gasdotto dal Qatar all’Europa, fu attaccato. Da quel momento la CIA programmò la distruzione del governo della Siria con fanatici jihadisti, gli stessi che attualmente tengono in ostaggio il popolo di Mosul e dei quartieri di Aleppo. Perché i media non ne parlano? Un ex-funzionario degli Esteri inglese, Carne Ross, responsabile delle sanzioni operative all’Iraq, disse, “Abbiamo fornito ai giornalisti pezzi accuratamente ordinati e li tenevamo a bada. Ecco come funzionava“.
L’alleata medievale dell’occidente, l’Arabia Saudita, a cui Stati Uniti e Gran Bretagna vendono miliardi di dollari in armi, attualmente distrugge lo Yemen, un Paese povero che nel migliore dei casi ha la metà dei bambini malnutrita. Guardate su YouTube e vedrete il tipo di bombe enormi, le “nostre” bombe, che i sauditi usano contro i villaggi della terra martoriata e contro matrimoni e funerali. Le esplosioni sembrano piccole bombe atomiche. Coloro che sganciano queste bombe dall’Arabia Saudita collaborano con ufficiali inglesi. Non se ne sente parlare al telegiornale della sera. La propaganda è più efficace quando il nostro consenso è prodotto da élite istruite ad Oxford, Cambridge, Harvard, Columbia e che fanno carriera nella BBC, The Guardian, New York Times, Washington Post. Tali media si presentano progressisti, illuminati, tribune progressive della moralità. Sono antirazzisti, ambientalisti, femministi e pro-LGBT. E amano la guerra. Allo stesso tempo difendono il femminismo e sostengono le guerre rapaci che negano i diritti a innumerevoli donne, anche alla vita. Nel 2011 la Libia, uno Stato moderno, fu distrutta con la scusa che Gheddafi compisse un genocidio contro il proprio popolo. Le informazioni fluivano, ma non vi era alcuna prova. Erano menzogne. In realtà, Gran Bretagna, Europa e Stati Uniti volevano ciò che amano chiamare “cambio di regime” in Libia, il più grande produttore di petrolio in Africa. L’influenza di Gheddafi sul continente e, in particolare, la sua indipendenza erano intollerabili. Così fu ucciso pugnalato alla schiena da fanatici sostenuti da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Davanti le telecamere Hillary Clinton ne applaudì la morte orribile, dicendo: “Siamo venuti, abbiamo visto ed è morto!” La distruzione della Libia fu un trionfo mediatico. Mentre rullavano i tamburi di guerra, Jonathan Freedland scrisse sul Guardian: “Anche se i rischi sono reali, il caso d’intervento rimane forte“. Intervento. Una parola educata, benigna, molto “Guardian“, il cui vero significato per la Libia fu morte e distruzione. Secondo i propri dati, la NATO lanciò 9700 “attacchi aerei contro la Libia”, di cui oltre un terzo su obiettivi civili. Tra questi, missili con testate all’uranio. Vedasi le foto delle macerie a Misurata e Sirte, e le fosse comuni individuate dalla Croce Rossa. Il rapporto dell’UNICEF sui bambini uccisi dice “la maggior parte aveva meno di dieci anni“. Risultato diretto, Sirte è diventata la capitale dello Stato Islamico. L’Ucraina è un altro trionfo mediatico. I rispettabili giornali liberal come New York Times, Washington Post e The Guardian, ed emittenti tradizionali come BBC, NBC, CBS e CNN, hanno svolto un ruolo cruciale nel fare accettare al loro pubblico una nuova e pericolosa guerra fredda. Tutti hanno distorto gli eventi in Ucraina per mostrare una Russia malvagia, mentre in realtà il colpo di Stato in Ucraina nel 2014 fu opera degli Stati Uniti, aiutati da Germania e NATO. Tale sovversione della realtà è così pervasiva che le minacce militari di Washington alla Russia vengono ignorate; tutto è oscurato da una campagna di denigrazione e paura come quella che vissi durante la prima guerra fredda. Ancora una volta, i Russkoffs cercano d’infastidirci guidati da un nuovo Stalin, che The Economist raffigura come il diavolo. L’occultamento della verità sull’Ucraina è uno delle più totali censura che abbia mai visto. Fascisti che hanno progettato il colpo di Stato a Kiev, dello stesso stampo di coloro che sostennero l’invasione nazista dell’Unione Sovietica nel 1941. Mentre si hanno timori sull’avanzata dell’antisemitismo fascista in Europa, alcun capo menziona i fascisti in Ucraina, ad eccezione di Vladimir Putin, ma non conta. Molti media occidentali lavorano duramente per presentare la popolazione russofona dell’Ucraina come stranieri nel proprio Paese, come agenti di Mosca, quasi mai come gli ucraini che vogliono la federazione dell’Ucraina, come cittadini ucraini che resistono a un colpo di Stato orchestrato dall’estero contro il governo legittimo. Tra i guerrafondai regna quasi la stessa eccitazione dell’assemblea di classe. I banditori del Washington Post incitano alla guerra contro la Russia sono gli stessi che pubblicarono le menzogne sulle armi di distruzione di massa di Sadam Husayn.
Per la maggior parte di noi, la campagna presidenziale degli Stati Uniti è un fenomeno da baraccone in cui Donald Trump interpreta il ruolo del cattivo. Ma Trump è odiato da chi è al potere negli Stati Uniti per ragioni che hanno poco a che fare con il suo comportamento e le opinioni odiosi. Per il governo invisibile di Washington, l’imprevedibile Trump è un ostacolo al piano statunitense per il 21° secolo, mantenere il dominio degli Stati Uniti ed attaccare la Russia e forse la Cina. Per i militaristi di Washington, il vero problema con Trump è che nei suoi momenti di lucidità non vuole la guerra con la Russia; vuole parlare con il presidente russo, non combatterlo; dice che vuole parlare con il presidente della Cina. Nel primo dibattito con Hillary Clinton, Trump ha promesso di non essere il primo ad usare le armi nucleari in un conflitto. Ha detto: “Io certamente non effettuerei il primo colpo. Dopo aver scelto l’opzione nucleare, è finita“. I media non ne hanno parlato. In realtà che pensa? Chi lo sa? Si contraddice più volte. Ma ciò che è chiaro è che Trump è considerato una grave minaccia allo status quo dall’ampio apparato della sicurezza nazionale che guida gli Stati Uniti, a prescindere dall’inquilino della Casa Bianca. La CIA vuole vederlo sconfitto. Il Pentagono vuole vederlo sconfitto. I media vogliono vederlo sconfitto. Anche il suo partito vuole vederlo sconfitto. È una minaccia per i capi mondiali, a differenza di Clinton che non lascia alcun dubbio di esser pronta alla guerra contro la Russia e la Cina, due Paesi che possiedono armi nucleari. La Clinton ha l’esperienza, come si vanta spesso. In effetti, non ha più nulla da dimostrare. Come senatrice ha sostenuto lo spargimento di sangue in Iraq. Quando concorreva contro Obama nel 2008 minacciò di “distruggere completamente” l’Iran. Come segretaria di Stato, ha voluto distruggere i governi di Libia e Honduras e provocò la Cina. Ha promesso la no-fly zone in Siria, una provocazione diretta alla Russia. Clinton potrebbe diventare il presidente più pericoloso degli Stati Uniti della mia vita, un titolo dalla dura concorrenza. Senza alcuna prova, ha accusato la Russia di sostenere Trump e piratare le sue e-mail. Pubblicate da Wikileaks, le e-mail rivelano ciò che ha detto in privato, nel suo discorso ai ricchi e potenti, il contrario di ciò che dice in pubblico. Ecco perché è così importante mettere a tacere e minacciare Julian Assange. A capo di Wikileaks, Julian Assange sa la verità. E permettetemi di rassicurare tutti gli interessati, sta bene e Wikileaks funziona a pieno.
Oggi c’è la maggiore corsa agli armamenti degli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale, nel Caucaso e in Europa orientale, al confine con la Russia, in Asia e Pacifico, dove la Cina è il bersaglio. Ricordatelo quando il circo delle elezioni presidenziali si concluderà l’8 novembre, se Clinton vincesse, un coro di commentatori senza cervello ne celebrerà l’incoronazione come importante passo avanti per le donne. Nessuno ricorda le vittime di Clinton: donne siriane, donne irachene, donne libiche. Nessuno menziona le esercitazioni della protezione civile in Russia. Nessuno ricorda la “torcia della libertà” di Edward Bernays. Un giorno, il portavoce presso la stampa di George Bush definì i media “utili complici”. Venendo da un alto funzionario di un’amministrazione le cui bugie, aiutate dai media, causarono tanta sofferenza, tale descrizione è un avvertimento dalla storia. Nel 1946, il procuratore del Tribunale di Norimberga disse dei media tedeschi: “Prima di ogni grande aggressione avviarono campagne stampa volte ad indebolire le vittime e a preparare psicologicamente il popolo tedesco all’attacco. Nel sistema di propaganda, la stampa quotidiana e la radio furono le armi più importanti“.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
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Il testamento di Gheddafi

Tripoli 5 Aprile 2011, testamento di Muhammar Gheddafi:
E quando avevano fame, gli ho dato cibo. Ho trasformato Bengasi da un deserto in terra fertile, ho resistito agli attacchi del cowboy Reagan quando, tentando di uccidermi, ha ucciso un’orfana, mia figlia adottiva, una povera bambina innocente.
Ho aiutato i miei fratelli e le mie sorelle africani con denaro per l’Unione Africana. Ho fatto di tutto per aiutare il popolo a comprendere il concetto di vera democrazia, nella quale i comitati popolari governano il nostro paese.
Per alcuni tutto questo non bastava mai, gente che aveva case di 10 stanze, abbigliamento e mobilio ricchi. Egoisti come sono, chiedevano sèmpre di più a spese degli altri, erano sempre insoddisfatti e dicevano agli Statunitensi e ad altri visitatori che volevano “democrazia” e “libertà”.
Non si volevano rendere conto che si tratta di un sistèma di tagliagole, dove il cane più grosso divora tutto. Si facevano incantare da queste parole, non rendendosi conto che negli Usa non c’erano medicine libere, ospedali liberi, case libere, istruzione libera, cibo garantito. Per costoro non bastava nulla che facessi, ma per gli altri ero il figlio di Gamal Abdel Nasser, l’unico vero leader arabo e musulmano che avessimo avuto dai tempi di Saladino, un uomo che restituì il Canale di Suez al suo popolo come io ho rivendicato la Libia per il mio popolo. Sono state le sue orme che ho cercato di seguire, per mantenere il mio popolo libero dal dominio coloniale, dai predoni che ci vorrebbero derubare.
Ora sono sotto attacco della più grande forza militare della storia. Il mio piccolo figlio africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, le nostre libere abitazioni, la nostra libera medicina, la nostra libera istruzione, il nostro cibo sicuro, e sostituirlo con il ladrocinio stile Usa chiamato “capitalismo”. Ma noi tutti, nel Terzo Mondo, sappiamo cosa ciò significhi. Significa che le imprese governano i paesi, il mondo, e che i popoli soffrono.
Così per me non c’è alternativa, devo resistere e, se Allah vorrà, morirò seguendone la via, la via che ha arricchito il nostro paese di campi fertili, viveri, salute e ci ha perfino consentito di aiutare i nostri fratelli africani e arabi a lavorare qui con noi, nella Giamahiria libica.
Non desidero morire, ma se dovessi arrivarci, per salvare questa terra, il mio popolo, le migliaia di miei figli, che allora sia.
Lasciate che questo testamento sia la mia voce al mondo. Dica che mi sono opposto agli attacchi dei crociati Nato, alla crudeltà, al tradimento, all’Occidente e alle sue ambizioni colonialiste. Che ho resistito insieme ai miei fratelli africani, ai miei veri fratelli arabi e musulmani.
Ho cercato di fare luce. Quando altrove si costruivano palazzi, ho vissuto in una casa modesta e in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non ho sprecato le nostre ricchezze nazionali e, come Saladino, il nostro grande condottiero musulmano che salvò Gerusalemme per l’Islàm, ho preso poco per me…
In Occidente qualcuno mi ha definito “pazzo” e “demente”. Conoscono la verità, ma continuano a mentire. Sanno che la nostra terra è indipendente e libera, non soggetta al colonialismo. Sanno che la mia visione e il mio cammino sono sempre stati onesti e nell’interesse del mio popolo. Sanno che lotterò fino all’ultimo respiro per mantenerci liberi. Che Dio ci aiuti>

Preso da: http://blog.ilgiornale.it/angelini/2016/10/20/il-testamento-di-gheddafi-che-io-non-avevo-mai-letto/

dopo anni dalla caduta di Gheddafi, la Libia dei RATTI è al collasso

dopo anni dalla caduta di Muammar Gheddafi, i conflitti militari e politici in Libia hanno portato il Paese al collasso. La crisi politica e di sicurezza da una parte, e quella economico-sociale dall’altra, hanno fatto della Libia uno Stato fallito, luogo di insorgenza di radicalismi di vario tipo, incapace di sfruttare in pieno le sue enormi risorse petrolifere. Con il pericolo, segnalano gli esperti, di una prossima, imminente e grave “crisi fiscale”.


Dopo la distruzione della Jamahiriya da parte dei NATO/RATTI, con la falsa promessa di ” democrazia, libertà ecc” , ggi, però, le aspettative sono ben più modeste: “Vivere in sicurezza, disporre di elettricità, di carburante, di un salario. E poter mandare i figli a scuola. Non chiediamo di più”, ha spiegato Mahmoud, 35enne residente a Tripoli. 5 anni di guerra hanno lasciato infrastrutture vetuste, un’economia totalmente dipendente dal petrolio, una manodopera poco qualificata. Ma soprattutto, un Paese diviso, sempre più in preda a clan e milizie, con un controllo statale pressoché inesistente in moltissime delle sue regioni. Un quadro che stride con quello che l’ambasciatore designato d’Italia in Libia, Giuseppe Perrone, ha definito “un interesse superiore”: “un Paese unito, democratico, globalizzato, inclusivo”, “una Libia in cui tutti abbiano una voce”, capace di intraprendere un processo politico “che non si improvvisa, che richiede tempo e rodaggio”, ma che sia in grado di assicurare “stabilità, sicurezza e governance”. Da un punto di vista della sicurezza, numerose sono “le sfide e le difficoltà” da superare: “la più difficile”, secondo il diplomatico italiano, è “la creazione di una forza armata unitaria” alle dirette dipendenze e sotto il controllo delle legittime autorità di governo. Il riferimento, senza citarlo direttamente, è anche e soprattutto al generale Khalifa Haftar. Se non si possono cancellare interessi e ruolo dell’uomo forte della Cirenaica, è il ragionamento degli esperti, di certo una trasposizione del modello Al Sisi in Egitto – ovvero della dittatura militare – sarebbe “un disastro” per il Paese nordafricano e porterebbe a una guerra civile lunga 15-20 anni, con la nascita di movimenti di ribellione simili a quelli dei talebani in Afghanistan. Invece, “le armi devono essere limitate alle forze armate libiche”, ha sottolineato da parte sua l’attivista Amal Alhaai, insistendo sul fatto che la sfida deve essere “la costruzione della pace” e che questa non sarà possibile “senza il dialogo fra tutte le parti”. D’altra parte, è l’opinione dell’ambasciatore di Libia in Italia Ahmed Elmabrouk Safar, “stabilità e pacificazione della Libia sono direttamente collegate a sicurezza e pace del Mediterraneo”. Un Mediterraneo che – gli ha fatto eco Perrone – “non divide, ma unisce l’Italia e la Libia”. Ed è per questo che il governo italiano si è impegnato sin dall’inizio “perché il processo politico libico fosse sostenuto in modo coerente dalla Comunità internazionale, così da evitare interessi disgregatori”. Eppure la maggior parte delle imprese straniere hanno abbandonato la Libia e il Paese sta pagando ad alto prezzo i conflitti degli ultimi anni. “L’economia libica è al collasso”, ha denunciato di recente la Banca mondiale. La produzione di petrolio, che forniva alla Libia il 95% dei suoi ricavi, di fatto è stata interrotta negli ultimi tre anni. Scesa praticamente a zero nel 2011, aveva quasi ripreso il suo livello pre-guerra per qualche mese, ma è precipitata nuovamente a partire dal 2013 a causa delle violenze nelle aree dei terminal petroliferi nel Nord-Est del Paese. Oggi, i campi petroliferi producono appena un quinto della propria capacità, ovvero solo 335.000 barili al giorno (media del primo semestre). Questo crollo della produzione, assieme al drastico calo dei prezzi del greggio dal 2014, ha generato “una situazione economia impantanata nella recessione dal 2013”, secondo la Banca Mondiale, che ha previsto “livelli storici” di deficit pubblico. Le perdite cumulative dei proventi petroliferi sono stimate in oltre 100 miliardi di dollari (91 miliardi di euro) dall’inizio del 2013, secondo il direttore della compagnia petrolifera nazionale (NOC), Moustafa Sanalla. I ricavi del settore sono scesi al livello più basso, ad appena 2,25 miliardi di dollari (2,05 miliardi di euro) nei primi sette mesi dell’anno, secondo la Banca Mondiale. Prima della rivoluzione 2011, la vendita di greggio fruttava 50 miliardi di dollari all’anno alla Libia, che produceva 1,6 milioni di barili al giorno. La situazione è leggermente cambiata nel settembre scorso, quando le truppe di Haftar hanno preso il controllo della Mezzaluna petrolifera. L’esportazione è ripresa, seppure a rilento, e la Compagnia petrolifera nazionale ha parlato di evoluzione “positiva”. Ma la produzione non dovrebbe tornare alla sua capacità massima prima del 2020, secondo le stime della Banca mondiale. “Ci vorrà del tempo perché la crisi possa essere risolta e le entrate generate da queste esportazioni riescano a coprire le enormi spese pubbliche”, ha commentato Karima Munir, una esperta libica indipendente, invitata questa settimana ad una conferenza sulla crisi in Libia tenuta alla Camera. Per colmare il deficit, le autorità attingono sempre più a riserve in valuta estera che sono in forte calo, essendo passate dai 107,6 miliardi di dollari del 2013 ai 43 miliardi di dollari del 2016, secondo la Banca Mondiale. D’altra parte, restrizioni sui cambi e speculazione hanno fatto entrare l’economia in un circolo vizioso, i libici non si fidano delle banche e quasi tutte le transazioni commerciali sono fatte sul mercato nero. Un quadro completato dalla tendenza dei commercianti a limitare le importazioni per il timore di perdite in un mercato dei cambi molto volatile. “La situazione potrebbe peggiorare se non sarà trovata una soluzione al problema della liquidità”, ha avvertito a condizione di anonimato uno dei pochi imprenditori ancora rimasti a Tripoli.

LA TERRIBILE CRONISTORIA DELL’OMICIDIO DI GHEDDAFI

14 ottobre 2016

Il pezzo di Jean Paul Pougala del 14 aprile 2011 su Pambazuka News titolava “Le bugie dietro la guerra occidentale in Libia” descrive come l’Africa inizialmente avesse sviluppato il proprio sistema di comunicazioni transcontinentali comprando un satellite il 26 dicembre 2007: l’African Development Bank aveva sborsato 50 milioni di dollari dei 400 necessari, la West African Development Bank ne aveva aggiunti 27. La Libia aveva contribuito con 300 milioni, rendendo l’acquisto possibile. Pougala scrive quando tutto è già in opera, il nuovo sistema “connetteva tutto il continente a livello telefonico, radiofonico e televisivo, oltre ad altre applicazioni tecnologiche come la telemedicina e l’insegnamento a distanza”.
Dopo 14 anni di perdite di tempo del FMI e della Banca Mondiale, la generosità del leader libico Muammar Gheddafi aveva permesso l’acquisto, che aveva evitato alle nazioni africane di richiedere un prestito di 500 milioni per avere accesso ad un satellite ed aveva privato le banche occidentali di potenziali miliardi in prestiti ed interessi.. al tempo, Gheddafi stava anche cercando di creare un sistema bancario trans africano basato sull’oro, per liberare il continente dai vincoli finanziari con il FMI e la Banca Mondiale – questo avrebbe gravemente danneggiato i due predatori.

Fin dal 2003 Gheddafi aveva lavorato sodo per ristabilire la sua reputazione di finanziatore del terrorismo, rinunciando a qualsiasi futuro supporto alle organizzazioni terroristiche e creando un fondo per le vittime dei voli Pan Am 103 e UTA 772, entrambi abbattuti da attacchi terroristici, dei quali si sospettava un finanziamento libico. Il 10 dicembre 2007 Gheddafi si era recato in Francia per un incontro con il Presidente Nicolas Sarkozy.
Durante il loro incontro dell’11 dicembre all’Eliseo, Gheddafi E Sarkozy avevano siglato accordi per un valore di 15 miliardi di dollari riguardo forniture militari e la costruzione di una centrale nucleare, ma ciò che più contava oltre al commercio era già in agenda. In un report del 12 marzo 2012, il consorzio di giornalismo investigativo Mediapart dichiarava “Secondo informazioni contenute in un report confidenziale preparato da un esperto francese di terrorismo e finanziamenti al terrorismo stesso, la campagna elettorale presidenziale del Presidente Sarkozy del 2007 aveva ricevuto almeno 50 milioni di euro di fondi neri dal regime del dittatore libico Muammar Gheddafi”. Documenti diffusi da Mediapart l’11 settembre 2016 confermano che le relazioni finanziarie tra Sarkozy e Gheddafi risalivano almeno al 10 dicembre 2006.
(Appena diffuse queste informazioni nel 2012 Sarkozy aveva negato di aver ricevuto denaro libico come finanziamento – pratica illegale in Francia, che lo avrebbe potuto condurlo al carcere – e aveva tentato di denunciare Mediapart. Tuttavia, parte un’investigazione ufficiale sulla condotta di Sarkozy era trapelata sul sito di Mediapart e le prove riconducevano direttamente al fatto che il Presidente francese aveva ricevuto il denaro).
Gheddafi aveva capito che a causa dell’iniziativa del satellite e della sua proposta di un sistema bancario panafricano (delle quali sicuramente l’occidente era a conoscenza), la sua popolarità presso i leader occidentali era in terribile calo, tanto da renderlo un possibile obiettivo di un “cambio di regime”, perciò aveva sperato che finanziando il leader francese si sarebbe comprato un’assicurazione sulla vita. Nel frattempo aveva fatto del suo meglio per apparire come un uomo di stato pro-occidente. Nell’agosto del 2008 Gheddafi aveva firmato accordi con gli USA formalizzando la compensazione per le vittime del terrorismo di stato e nel settembre 2008 Condoleeza Rice aveva visitato la Libia e dichiarato che le relazioni tra le due nazioni stavano entrando in una “nuova fase”.
Nel febbraio 2009, però, Gheddafi era stato eletto Presidente dell’Unione Africana e per la prima volta aveva reso pubblica la definizione “Stati Uniti d’Africa” e aveva suggerito la possibilità di un sistema bancario panafricano. (Profeticamente il 12 marzo 2009 Sarkozy aveva introdotto la Francia nella NATO, violando una tradizione risalente ai tempi di De Gaulle). Successivamente, in Agosto del 2009, Abdelbaset Ali al-Megrahi – pregiudicato per aver partecipato al bombardamento del volo Pan Am 103 – fu rilasciato dal carcere in Scozia ed accolto come un eroe al suo ritorno in Libia, più tardi lo stesso anno la Libia aveva siglato un accordo con la Russia per l’acquisto di 1.8 miliardi di dollari in armi. Questi eventi non migliorarono la posizione di Gheddafi agli occhi dei leader occidentali.
Per di più, il piatto era molto ricco. Prima della caduta di Gheddafi, la Libia aveva riserve liquide per 150 miliardi di dollari, oltre alle 143 tonnellate di oro nelle casseforti di Gheddafi. Come aveva scritto Pougala “[Larga parte di questo denaro] era stata accantonata come contribuzione libica per tre progetti fondamentali che sarebbero serviti a dare l’ultimo tocco alla Federazione Africana – la African Investment Bank a Sirte, Libia, la creazione, nel 2011, del Fondo Monetario Africano, e la creazione della Afrcan central Bank ad Abuja in Nigeria, che iniziando a stampare valuta africana avrebbe suonato un requiem per il franco CFA, attraverso il quale Parigi aveva tenuto al giogo vari stati africani per più di 50 anni”.
Il 7 giugno 2016, Bob Fitrakis scrive su Black Opinion:
le vere ragioni dell’attacco sono state spiegate da uno dei più famosi sicari economici statunitensi, John Perkins.
Perkins spiega che l’attacco alla Libia, come quello all’Iraq, ha a che fare solo con il controllo delle risorse, non solo petrolio, ma anche oro. La Libia ha il più alto standard di vita in Africa. Secondo il FMI, la Banca Centrale Libica è al 100% di proprietà statale. Il FMI stesso stima che la banca abbia riserve in oro per quasi 144 tonnellate.
La NATO è andata in Libia come un moderno pirata per saccheggiarne l’oro. I media russi, oltre a Perkins, hanno scritto che il panafricanista Gheddafi, l’ex Presidente dell’Unione Africana, sosteneva che l’Africa avrebbe usato l’abbondante oro presente in Libia e Sud Africa per creare una valuta africana basata sul dinaro aureo.
È significativo che nei mesi che hanno portato alla risoluzione dell’ONU che ha permesso agli USA ed ai loro alleati di invadere la Libia, Muammar al-Gheddafi parlava apertamente della creazione di una nuova valuta che avrebbe rivaleggiato con dollaro ed euro. Infatti questi invitava le nazioni africane e musulmane ad unirsi in un’alleanza che avrebbe dato vita alla nuova valuta, il dinaro aureo, la forma principale di scambio internazionale. Avrebbero venduto petrolio e altre risorse in dinari aurei.
Nel dicembre 2010, una rivoluzione in Tunisia abbatté il governo. In seguito, nel 2011, incominciarono le “Primavere arabe”: rivolte popolari in Oman, Yemen, Egitto, Siria e Marocco. Mentre queste avevano portato al cambio di regime in Tunisia, in Egitto erano state brutalmente soppresse, mentre in Siria e Yemen avevano scatenato guerre civili non ancora estinte. Quelle in Oman e Marocco si erano spente da sole.
In Libia le cose stavano diventando quasi buffe,. A partire dal 15 febbraio 2011, una serie di proteste che chiedevano la cacciata di Gheddafi iniziò a scoppiare in Libia. Il 20 febbraio 2011 si parlava di 300 civili morti e del fatto che Gheddafi avesse sguinzagliato l’aviazione contro i dissidenti a Tripoli. Sarkozy a quel punto aveva trovato il modo di salvare i suoi amici banchieri e di coprire i finanziamenti illegali ricevuti da Gheddafi. Il 10 marzo 2011 Sarkozy decise di riconoscere come governo libico il “Consiglio Nazionale di Transizione”, l’ombrello sotto cui operavano i ribelli, e dichiarò l’istituzione di una no-fly zone, nel caso in cui Gheddafi avesse deciso di utilizzare armi chimiche contro la propria popolazione.
In un report del Guardian dell’11 marzo 2011:
La decisione unilaterale di Sarkozy di riconoscere il consiglio di transizione della Libia come legittimo rappresentante del popolo libico era grossolanamente prematuro. “Sarkozy sta agendo da irresponsabile” aveva avvermato un diplomatico europeo.
Mark Rutte, Primo Ministro olandese, affermò “La trovo una mossa folle da parte della Francia. Fare un passo avanti e sostenere ‘Riconosco un governo di transizione’ a sfregio di ogni pratica diplomatica non è la giusta soluzione per la Libia”
Il 19 marzo 2011 Sarkozy diresse i caccia francesi in missione contro la Libia e ordinò alla portaerei Charles de Gaulle di recarsi in acque libiche. I Francesi non erano soli. Prima nella stessa settimana – il 15 marzo – un F15 statunitense si era schiantato in Libia. Il 29 marzo gli USA avevano confermato che A-10 Warthog e elicotteri d’assalto A-130 erano stati inviati in Libia. Il 16 aprile il giornalista Jeremy Scahill, intervistato a The Eld Show:
Scahill: gli agenti della CIA sul campo in Libia sono in stretta relazione con i ribelli. Questa, come ha detto il Colonnello Jacobs, è la normalità. Ciò che mi preoccupa maggiormente è che sicuramente ci sono già operazioni speciali statunitensi sul territorio, che si preoccupano di marchiare gli obiettivi che dovranno essere colpiti dagli attacchi aerei. Ed, devo dirti che lo scenario di cui parli – quando parli di armare i “combattenti per la libertà”, mi porta alla mente le disastrose guerre sporche degli anni ’80, cioè, gli USA che vengono direttamente coinvolti in una guerra su territorio libico, con un pugno di ribelli … questi non hanno addestramento militare. Voglio dire, tu mi sta dicendo che gli USA sono nettamente schierati con una delle due parti di una guerra civile.
Il 7 giugno 2016 Fitrakis scrive:
… in un documento del Dipartimento di Stato declassificato, inviato ad Hillary il 2 aprile 2012, l’assistente Michael Blumenthal conferma che Perkins aveva ragione e che l’attacco sulla Libia non aveva nulla a che fare con il fatto che Gheddafi potesse essere una minaccia per la NATO o gli Stati Uniti, ma che l’unico obiettivo era razziarne l’oro.
Il governo libico possiede 143 tonnellate d’oro e una quantità simile di argento. Nel tardo marzo 2011, queste riserve vennero spostate a Sabha (verso il confine sud occidentale con Niger e Ciad); Blumenthal aveva informato la Clinton, sottolineando l’importanza di quell’oro, che veniva accumulato come riserva per la creazione di una valuta panafricana legata al dinaro aureo libico. Questo piano avrebbe permesso ai paesi francofoni africani di avere un’alternativa al franco francese (CFA).
Blumenthal rivela la ragione dell’attacco NATO e del saccheggio imperiale francese, l’intelligence francese è venuta a conoscenza di questo piano poco dopo lo scoppio della ribellione, questa è stata una delle ragioni che ha spinto il Presidente Sarkozy a sferrare l’attacco.
5 erano le ragioni della guerra illegale della NATO contro la Libia. Secondo Blumenthal Sarkozy cercava: a. di ottenere una maggiore fetta della produzione libica di petrolio, b. di aumentare l’influenza francese in nord africa, c. di migliorare la sua posizione in Francia, d. di fornire all’esercito francese un modo di mettersi in luce, e. di soddisfare la preoccupazione dei suoi consiglieri nei confronti del piano a lungo termine di Gheddafi, di soppiantare la Francia come potenza dominante nell’Africa francofona.
È ovvio che Blumenthal avesse inteso il bisogno di Sarkozy di proteggere i banchieri francesi dal piano di Gheddafi, ma sicuramente non poteva avere idea dell’ulteriore motivo – eliminare le prove del proprio coinvolgimento nei finanziamenti illegali. Va altresì notato – e sottolineato – che nessuna delle ragioni elencate nell’e-mail di Blumenthal potrebbe giustificare un’invasione di uno stato sovrano.
Il 30 marzo 2011 il governo britannico espulse 5 diplomatici dall’ambasciata libica, visto che le relazioni tra Libia e occidente continuavano a peggiorare. Nei mesi successivi la guerra imperversò in tutta la Libia. Ad un certo punto si promosse una tregua tra governo libico e Consiglio Nazionale di Transizione (NTC), che non durò e in agosto la nazione era nuovamente messa a ferro e fuoco dalla guerra civile.
Dopo il 31 marzo 2011 gli USA avevano applicato la no-fly zone sui cieli libici, apparentemente per aiutare una rivolta legittima e togliere dal suo trono un dittatore sanguinario, ma i risultati degli attacchi andarono ben oltre il cambio di regime di Gheddafi. Il 18 giugno 2011 la NATO ha attaccato il Grande Fiume Artificiale, un enorme progetto per l’irrigazione che portava l’acqua ad immense distese aride. I caccia colpevoli di questo crimine non solo hanno distrutto un pezzo vitale delle infrastrutture libiche, ma il 22 luglio hanno fatto a pezzi anche l’unica fabbrica che poteva costruire i pezzi per le riparazioni necessarie. Questa mossa malvagia non aveva alcuno scopo, se non quello di punire tutta la popolazione libica.
Aiutati e sostenuti dalle potenze occidentali, i “ribelli” assediarono Tripoli e il 21 agosto 2011 la città cadde nelle mani dell’NTC. Gheddafi e il suo staff volarono immediatamente a Sirte. Poco dopo le 8 di sera il 20 ottobre 2011, con i “ribelli” che incalzavano, Gheddafi tentò di abbandonare Sirte su un convoglio di 75 veicoli, ma la sua fuga fu scoperta da un velivolo della RAF. Un drone predator statunitense guidato da qualcuno seduto nel deserto del Nevada lanciò i primi missili contro il convoglio, lo stesso fece il velivolo della RAF. 10 veicoli furono distrutti. Gheddafi sopravvisse all’attacco, ma fu immediatamente catturato dall’NTC, che lo aveva trovato in un canale di drenaggio. Gheddafi su crivellato di colpi e una baionetta gli fu infilata nel retto.
Prima della morte di Gheddafi la Libia era una nazione stabile, se non una tradizionale nazione stato. Secondo un report intitolato “La Libia di Gheddafi era la più prospera democrazia africana” di Garikai Chengu, apparso il 12 gennaio 2013 “La Libia era divisa in innumerevoli piccole comunità che di base si comportavano come piccoli stati autonomi all’interno di uno stato più grande. Questi avevano il controllo sui propri distretti e potevano prendere una serie di decisioni tra cui come allocare gli introiti della vendita di petrolio. All’interno di questi mini-stati, i tre principali organi della democrazia libica erano Comitati Locali, Congressi Popolari e Consigli Rivoluzionari Esecutivi”. Chengu spiega come i Comitati Locali facessero riferimento ai Congressi del Popolo, che poi passavano le decisioni ai Consigli Rivoluzionari Esecutivi, creando così un consenso diffuso sulle decisioni che riguardavano tutta la popolazione. “La democrazia diretta in Libia utilizzava la parola ‘elevazione’ più che ‘elezione’, ed evitava le campagne politiche, che sono una caratteristica tipica dei partiti e beneficiano solo delle promesse elettorali. A differenza dell’occidente, i Libici non votavano solo ogni 4 anni per il Presidente e un parlamento centrale che prendesse tutte e decisioni per loro. Tutti i Libici prendevano decisioni riguardo la politica interna, quella estera e quella economica.” Rovesciare Gheddafi ha fatto a pezzi un sistema di governo che aveva funzionato bene – e tranquillamente – per quasi 50 anni.
Sarkozy rimane un uomo libero. Deve ancora essere perseguito per aver ricevuto illegalmente denaro libico per finanziare la propria campagna elettorale e per aver scatenato una guerra illegale per coprire la propria relazione illegale con Gheddafi.
Molto è stato scritto circa la catastrofe caduta sulla Libia a seguito dei criminali attacchi francesi e statunitensi – 400.000 persone strappate alle proprie case, violenze e repressioni, la creazione di un nuovo stato fantoccio in seguito ad un’iniziativa di politica estera degli USA. Ma il vero danno è stato arrecato all’Africa stessa, se la proposta di Gheddafi di un sistema bancario trans africano fosse giunta a compimento, quello sfortunato continente per la prima volta in secoli avrebbe avuto una vera libertà e una vera indipendenza a portata di mano, una circostanza che le potenze occidentali non si sarebbero potute permettere. Libertà e giustizia non hanno mai fatto parte dell’agenda occidentale.
La sera del 20 ottobre 2011, durante un’intervista alla CBS alla notizia della morte di Gheddafi, il Segretario di Stato Hillary Clinton si lasciò scappare una battuta con il suo staff, affermando “Siamo venuti, abbiamo visto, lui è morto”, poi applaudì e rise fragorosamente. Questa rimane la più vile e degradante immagine di sempre di un membro del governo USA.
Chris Welzenbach è uno scrittore (“Downsize”), che per anni è stato membro del Walkabout Theater di Chicago. Può essere contattato a incoming@chriswelzenbach.com.

Fonte: www.counterpunch.org
Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l’autore della traduzione FA RANCO

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2016/10/14/la-terribile-cronistoria-dellomicidio-di-gheddafi/

Libia: i tragici “errori” di Cameron

14 settembre 2016

Una relazione del parlamento britannico inchioda Cameron alle sue responsabilità: il suo ruolo nello scatenare la guerra in Libia che rovesciò il Colonnello Muammar Gheddafi è stato «decisivo» e se ne deve assumere la responsabilità.

Infatti, nel rapporto si legge che la politica britannica riguardo la Libia «prima e dopo l’intervento di marzo 2011 è stata fondata su presupposti errati e su una comprensione incompleta del Paese e della situazione».


In particolare, sintetizza la Reuters del 14 settembre, il governo Cameron non ha recepito dai rapporti forniti dall’«intelligence che la minaccia per i civili è stata sopravvalutata e che le forze ribelli comprendevano un elemento islamista significativo».

Nota a margine. Così, dopo aver stigmatizzato i tragici errori compiuti da Tony Blair in Iraq, il parlamento britannico mette all’angolo anche David Cameron per la Libia. Destini incrociati, quelli dei due leader, i cui governi si sono succeduti nel segno della continuità, al di là delle differenze di partito (laburista il primo, Tory il secondo). Classico esempio di alternanza nella continuità.

Dove la continuità, almeno quella più importante per il destino del mondo, è data dall’adesione aprioristica alle dottrine neocon. 
Ma al di là della variegata continuità britannica, resta un dato inquietante implicito nell’accusa di aver «sopravvalutato» la minaccia che il “regime” costituiva per i civili: tante tragiche boutade girarono allora sulla “sanguinaria” repressione operata da Gheddafi. Abilmente usate per giustificare una guerra che si poteva e doveva evitare.

Né era difficile immaginare che i cosiddetti ribelli erano per gran parte jihadisti. Gli stessi che hanno poi portato il terrore in Siria e nel mondo. Non serviva una particolare intelligence, bastava un po’ di intelligenza.

Ma o il governo Cameron (come i suoi sodali occidentali) è stato poco dotato sotto questo profilo, o ha scientemente ignorato i rischi, in particolare quello della diffusione dell’islamismo radicale, pur di conseguire suoi obiettivi (leggi petrolio e altro). Per tacere di altre eventualità, più oscure e inquietanti.

La denuncia, che tale resterà nonostante sia atto di accusa, dei parlamentari britannici non aiuta solo a guardare il passato. Ma anche a capire il presente: gli stessi identici errori si stanno commettendo in Siria: identica la sottovalutazione dell’elemento jihadista tra le fila dei cosiddetti ribelli, identica la demonizzazione del governo di Assad, il quale, come Gheddafi allora, costituisce un argine al dilagare del terrorismo internazionale. Una coazione a ripetere certi errori che ha del diabolico.

Preso da: http://piccolenote.ilgiornale.it/29781/libia-tragici-errori-cameron

“Caro Mu’ammar…tuo Tony”

25 gennaio 2015

UNA LETTERA
È il 26 aprile del 2007 quando l’allora premier britannico Tony Blair, prende carta e penna e, su carta intestata “Downing Street”, scrive una lettera: “Caro Mu’ammar, spero che tu e la tua famiglia stiate bene…” Mu’ammar è il colonnello Gheddafi.
Nella lettera, Blair si rammarica del fatto che un tribunale britannico si sia opposto ad un caso di estradizione a Tripoli e spera che questa decisione non comprometta “l’efficace cooperazione bilaterale che si è sviluppata tra Regno Unito e Libia negli anni recenti”, soprattutto “nel settore cruciale della lotta al terrorismo”. Blair si riferisce a due esponenti del LIFG, il Gruppo dei Combattenti Islamici Libici (organizzazione legata ad Al Qaeda) detenuti in Inghilterra, per i quali la Corte si opponeva al trasferimento forzato in Libia per il pericolo che “potessero essere torturati dalla polizia segreta di Gheddafi”.

DOCUMENTI CHE IMBARAZZANO
La lettera, pubblicata dal quotidiano inglese The Guardian, è stata ritrovata negli archivi governativi di Tripoli dopo la caduta del regime libico nel 2011; essa è parte di un centinaio di documenti che un pool di avvocati londinesi sta raccogliendo e mettendo agli atti in un processo di risarcimento danni contro il governo di Sua Maestà intentato da dodici dissidenti (tra cui sei cittadini britannici di origine libica), arrestati, deportati con le loro famiglie in Libia e lì torturati attraverso l’azione coordinata dell’intelligence dei due paesi.
Ciò che emerge è che i legami tra l’MI5 e l’MI6, i servizi segreti britannici, e quelli libici sono stati molto più ampi di quanto s’immaginava; addirittura, agenti segreti libici sono stati autorizzati ad operare sul suolo britannico per individuare, identificare e intimidire “avversari del regime di Gheddafi”  a cui la Gran Bretagna aveva concesso asilo politico. Questa almeno è l’accusa. In realtà molti di questi erano legati a gruppi jihadisti ai quali lo stesso Gheddafi dava la caccia.

DA STATO CANAGLIA AD ALLEATO CONTRO IL TERRORISMO
Quindi, nel 2007, la Libia del terribile Gheddafi era un partner antiterrorismo della Gran Bretagna.
Ma come fu possibile che il regime contro il quale Ronald Reagan coniò il termine di “Stato canaglia”, accusato negli anni di aver finanziato il terrorismo irlandese dell’IRA e quello palestinese di Settembre Nero, di aver compiuto alcuni degli attentati anti-occidentali più disastrosi  degli anni ‘80 (tra cui quello di Lockerbie dove morirono 270 persone), potesse improvvisamente diventare alleato degli occidentali nella lotta al terrorismo?
Secondo la ricostruzione del Guardian, la collaborazione iniziò dopo l’11 settembre, quando il regime libico si offrì di dare informazioni attraverso il “trattamento” dei prigionieri islamisti nelle carceri di Tripoli. Al contempo Gheddafi ottenne la collaborazione inglese per la cattura di membri del LIFG (organizzazione jihadista che aveva attentato alla vita di Gheddafi più volte negli anni ’90) rifugiati in Inghilterra ma anche in Arabia Saudita e Mali.
Nel tempo, la collaborazione libica si estese ad altre agenzie d’intelligence occidentali (sicuramente Usa e Germania).
QUALCHE DOMANDA
Tony Blair conclude la sua lettera a Gheddafi con un confidenziale: “Tuo Tony”, a sigillare un’amicizia che andava oltre la collaborazione tecnica tra i due governi.
Per anni l’opinione pubblica internazionale e i media hanno denigrato il rapporto che legava Silvio Berlusconi all’ex “dittatore”  libico Gheddafi; rapporto, quello, sempre alla luce del sole, che consentì all’Italia di chiudere con la Libia importantissimi trattati commerciali (soprattutto in campo energetico) e garantire il controllo pressoché totale dei flussi migratori verso il nostro paese.
In realtà, come oggi vediamo, il rapporto tra Italia e Libia era inserito in una più vasta condivisione di relazioni tra l’Occidente e il Colonnello libico; relazioni che arrivarono persino ai presunti finanziamenti di Gheddafi per le campagne elettorali in Francia.
Ma se questo era lo scenario nel 2007, perché quattro anni dopo Usa, Francia e Gran Bretagna decisero di entrare a gamba tesa nel conflitto civile libico scatenando la più assurda e inconcepibile guerra dell’Occidente contro un paese arabo? Perché si adoperarono per l’eliminazione di Gheddafi e l’abbattimento del suo regime, generando l’effetto domino dell’espansione dell’integralismo islamico in tutta l’area? Cosa bisognava eliminare, eliminando Gheddafi?
Cosa accadde perché Gheddafi tornasse improvvisamente ad essere il nemico cruciale dell’Occidente, a tal punto da preferire a lui i gruppi jihadisti (nemici dell’Occidente) che Gheddafi combatteva?
Sicuramente il risultato di questa strategia è sotto i nostri occhi: oggi l’Occidente è di nuovo in guerra contro un terrorismo islamico più forte e, per la prima volta, pronto ad attaccare l’Europa.
Su Twitter: @GiampaoloRossi

Libia: nuove verità su una guerra sporca

6 ottobre 2016
MENZOGNE E BUONI PROPOSITI
Non abbiamo molto tempo. È una questione di giorni, forse di ore. Ogni ora e giorno che passano significano un ulteriore giro di vite e di repressione contro la popolazione civile che vuole la libertà; ogni ora e giorno che passano aumenta il peso della responsabilità sulle nostre spalle”.

Era il 17 marzo del 2011 quando davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel pieno della crisi libica, il Ministro degli Esteri francese Alain Juppè pronunciava queste parole con la determinazione ed il pathos tipici dell’uomo di governo quando mente.
La Comunità internazionale doveva decidere se accettare la Risoluzione 1973 voluta dalla Francia per imporre la no-fly zone alla Libia: di fatto autorizzare l’intervento militare occidentale al fianco dei ribelli anti-Gheddafi.
In Occidente la menzogna si motiva sempre di buoni propositi; e così mentre la Francia giurava solennemente a se stessa e al mondo che mai avrebbe abbandonato “le popolazioni civili e le vittime della brutale repressione, al loro destino” e mai avrebbe permesso “che lo stato di diritto e la morale internazionale venissero calpestati”, i dirigenti dei più importanti gruppi industriali francesi (Total, Eads e Thalys) si incontravano a Bengasi con i componenti del Consiglio Nazionale Libico, per spartirsi la preda; Consiglio composto da capi ribelli opportunamente selezionati ed istruiti da Parigi grazie all’attività frenetica di Bernard-Henry Levi il “filosofo” sodale di Sarkozy, esperto di manipolazioni mediatiche; giusto per capire quanto spontanea fu la “rivolta del popolo contro Gheddafi”.
UNA RELAZIONE SHOCK
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Che la guerra alla Libia sia stato tutto tranne un sussulto umanitario dell’Occidente, ormai è dominio comune (e non solo dei soliti complottisti che lo spiegavano già nel 2011). Gli ultimi ad ammetterlo sono gli inglesi in una relazione shock del Parlamento britannico che ovviamente invano cercherete sui media.

Nelle 46 pagine presentate dalla Commissione Affari Esteri si afferma che:
1) L’intervento britannico in Libia al seguito della Francia è avvenuto al buio senza le necessarie conoscenze di ciò che stava realmente accadendo in quel paese
2) La violazione dei diritti umani di massa da parte di Gheddafi (alla base dell’intervento) non è mai stata confermata; mentre è confermato che crimini (esecuzioni sommarie anche di civili e torture) furono compiuti da entrambe le parti, quindi anche dai ribelli che in Occidente venivano dipinti come pacifici e democratici
3) I Servizi d’intelligence britannici furono inadeguati a comprendere la misura della presenza islamista legata ad Al Qaeda all’interno dei famosi ribelli “moderati”
4) La risoluzione Onu prevedeva l’embargo della armi alle parti in guerra, ma molti paesi la violarono (dopo averla imposta) rifornendo di armi i ribelli anti-Gheddafi
5) La sconfitta militare del regime avvenne solo grazia alla “combinazione tra forza aerea della coalizione, fornitura di armi, di intelligence e di personale militare (anche da Turchia, Arabia Saudita e Qatar) garantito ai ribelli”. In altre parole senza l’intervento straniero Gheddafi non sarebbe caduto.
6) Vi erano disponibili almeno due opzioni politiche “se il governo britannico avesse aderito allo spirito della risoluzione 1973; ma non furono mai percorse.
UMANITARISMO????
La relazione parlamentare inoltre dà credito alle rivelazioni di Sidney Blumenthal, consigliere personale di Hillary Clinton (allora Segretario di Stato), che, in una mail a Hillary, spiegò le vere ragioni dell’attivismo francese:
A) ottenere una maggiore quota di produzione di petrolio (soppiantando il ruolo dell’Eni aggiungiamo noi)
B) Aumentare l’influenza francese in Nord Africa
C) Migliorare la sua situazione politica interna in Francia (in vista della scadenza elettorale)
D) Fornire ai militari francesi l’opportunità di riaffermare la propria posizione nel mondo
E) Scongiurare il progetto di Gheddafi di soppiantare la Francia come potenza dominante nell’Africa francofona (attraverso la creazione una moneta panafricana che avrebbe sostituito il Franco Francese Africano)
Altro che umanitarismo e difesa del diritto internazionale!
La guerra alla Libia rimane una delle più disastrose (e vergognose) pagine dell’Occidente e una delle cause dell’attuale disastro mediorientale. La distruzione della Libia ha consentito l’espansione del terrorismo jihadista nel Mediterraneo (come previsto dallo stesso Gheddafi) e generato il dramma dei profughi in Europa.
Un grazie sentito a chi di dovere.

Gheddafi, il Libro Verde e l’attualità del suo pensiero

 In questo mese di giugno, Mu’Ammar Gheddafi avrebbe compiuto 76 anni; precisamente il 7 giugno, se gli anglo-franco-statunitensi non avessero pianificato il suo massacro nell’ottobre del 2011. Dopo la sua morte, la Libia si è trasformata in un Paese atomizzato in brigate armate che si contendono il potere attraverso tre sistemi di governo, di cui uno solo riconosciuto dalla comunità internazionale, ovvero il governo di Tobruk, di tipo nazionalista nasseriano. Gli altri due sono il governo di Tripoli, diretto dai partiti islamici moderati, e lo Stato Islamico dell’ISIS a Sirte. Lo scenario che viene presentato in Libia è quello di una balcanizzazione del Paese dove ormai nel cielo non splende più il verde di una volta.
Il verde è il colore e il titolo del libro pubblicato da Gheddafi nel 1975: il Libro Verde in cui è racchiuso il suo pensiero politico. Sintetizziamo in questa sede i tratti salienti dell’opera del Raìs; il Libro Verde critica i sistemi di governo democratici composti da partiti e parlamenti. Il voto non rappresenta la volontà popolare, ma quella del partito che raccoglie più voti. Esso non rappresenta il popolo, ma solo una parte formata dai rappresentanti in parlamento che tutelano gli interessi economici del partito. Per il Raìs, il partito è come un clan, che persegue il suo “familismo amorale”. Per Gheddafi, la vittoria di un candidato che ha ottenuto il 51% dei voti, è una falsa democrazia, perché il restante 49% degli elettori sarà governato da un governo che non ha scelto. La vera democrazia è l’Agorà greca, fondata attraverso la partecipazione diretta del popolo.
Gheddafi, nella sua critica al sistema democratico, fondò la Jamahiriyya, un governo fondato dalle masse popolari attraverso Congressi e Comitati Popolari. Un tipo di governo conforme alla società libica basata sulle tribù. Il Libro Verde spiega la funzione dei Congressi e dei Comitati Popolari; il popolo si divide in Congressi Popolari eterogenei per classe sociale, quindi rappresentanti di tutta la società, e non di una parte di esso. I Congressi Popolari formano i Comitati Popolari che si occupano dell’amministrazione governativa, e dirigono i vari settori istituzionali della società. Essi sono responsabili del loro operato dinanzi ai Congressi Popolari che controllano le azioni dei comitati. Una volta all’anno si riunisce il Congresso Generale del Popolo, dove si riuniscono i direttivi dei Congressi Popolari e dei Comitati Popolari. Con la Jamahiriyya, il popolo esercita democraticamente il suo reale diritto di governo, invece dei politicanti di professione in parlamento.
Per quanto riguarda il sistema economico, il Libro Verde delinea i principi della Terza Teoria Universale, alternativa sia al capitalismo che al socialismo reale. Per il Gheddafi ogni lavoratore deve essere considerato non un salariato, ma un produttore del suo lavoro. Quindi ognuno deve lavorare per sé oppure in aziende autogestite dai lavoratori medesimi, ove ciascuno è produttore e socio alla pari. Le istituzioni hanno come scopo il soddisfare i bisogni della società. Inoltre il popolo non deve possedere più di quanto gli sia necessario per vivere, per eliminare ogni forma di ingiustizia sociale dovuta dall’accumulazione della ricchezza. Il Libro Verde specifica chiaramente che si può essere proprietari di una sola abitazione e di un mezzo di trasporto.
Il Libro Verde è senza dubbio un’opera panafricana. Propone infatti l’indipendenza del continente africano dall’imperialismo occidentale. Gheddafi si fece promotore di una possibile Unione Africana, un movimento panafricano avente come obiettivo una maggiore autonomia del continente nel contesto della geopolitica globale. Un progetto scomodo per chi considera l’Africa un territorio da controllare e sfruttare.
Il Libro Verde è un opera da annoverare tra quei testi politici utili per la costruzione dell’Eurasia comunitarista, insieme alla “Quarta Teoria Politica” di Dugin, il “Terzo Reich” di Moeller Van der Bruck, e “L’Europa: un impero di 400 milioni di uomini” di Jean Thiriart. Mu’Ammar Gheddafi è stato un leader che ha posto la sovranità nazionale della Libia al dì sopra della sua stessa vita, lottando con dignità fino agli ultimi istanti di lucidità; ferito al volto, braccato dalle orde selvagge, dagli sbandieratori delle “primavere arabe”, che hanno smembrato il verde della Jamahiriyya in un puzzle di sangue che rimarrà indelebile nella coscienza del popolo libico.

Ecco perché hanno ammazzato Gheddafi. Le email Usa che non vi dicono

16 agosto 2016

Il 31 dicembre scorso, su ordine di un tribunale, sono state pubblicate 3000 email tratte dalla corrispondenza personale di Hillary Clinton, transitate sui suoi server di posta privati anziché quelli istituzionali, mentre era Segretario di Stato.
Un problema che rischia di minare seriamente la sua corsa alla Casa Bianca. I giornali parlano di questo caso in maniera generale, senza entrare nel dettaglio, ma alcune di queste email delineano con chiarezza il quadro geopolitico ed economico che portò la Francia e il Regno Unito alla decisione di rovesciare un regime stabile e tutto sommato amico dell’Italia, come laLibia di Gheddafi. Ovviamente non saranno i media mainstream generalisti a raccontarvelo, né quelli italiani né quelli di questa Europa che in quanto a propaganda non è seconda a nessuno, tantomeno a quel Putin spesso preso a modello negativo. A raccontarvelo non poteva essere che un blog, questa voltaScenari Economici di Antonio Rinaldi e del suo team, a cui vanno i complimenti.


“Due terzi delle concessioni petrolifere nel 2011 erano dell’ENI, che aveva investito somme considerevoli in infrastrutture e impianti di estrazione, trattamento e stoccaggio. Ricordiamo che la Libia è il maggior paese produttore africano, e che l’Italia era la principale destinazione del gas e del petrolio libici.
La email UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05779612 Date: 12/31/2015 inviata il 2 aprile 2011 dal funzionario Sidney Blumenthal (stretto collaboratore prima di Bill Clinton e poi di Hillary) a Hillary Clinton, dall’eloquente titolo “France’s client & Qaddafi’s gold”, racconta i retroscena dell’intervento franco-inglese.

  • La Francia ha chiari interessi economici in gioco nell’attacco alla Libia.
  • Il governo francese ha organizzato le fazioni anti-Gheddafi alimentando inizialmente i capi golpisti con armi, denaro, addestratori delle milizie (anche sospettate di legami con Al-Qaeda), intelligence e forze speciali al suolo.
  • Le motivazioni dell’azione di Sarkozy sono soprattutto economiche e geopolitiche, che il funzionario USA  riassume in 5 punti:
    • Il desiderio di Sarkozy di ottenere una quota maggiore della produzione di petrolio della Libia (a danno dell’Italia, NdR),
    • Aumentare l’influenza della Francia in Nord Africa
    • Migliorare la posizione politica interna di Sarkozy
    • Dare ai militari francesi un’opportunità per riasserire la sua posizione di potenza mondiale
    • Rispondere alla preoccupazione dei suoi consiglieri circa i piani di Gheddafi per soppiantare la Francia come potenza dominante nell’Africa Francofona.

Ma la stessa mail illustra un altro pezzo dello scenario dietro all’attacco franco-inglese, se possibile ancora più stupefacente, anche se alcune notizie in merito circolarono già all’epoca.

La Motivazione Principale Dell’attacco Militare Francese Fu Il Progetto Di Gheddafi Di Soppiantare Il Franco Francese Africano (CFA) Con Una Nuova Valuta Pan Africana.

In sintesi Blumenthal dice:

  • Le grosse riserve d’oro e argento di Gheddafi, stimate in 143 tonnellate d’oro e una quantità simile di argento, pongono una seria minaccia al Franco francese CFA, la principale valuta africana.
  • L’oro accumulato dalla Libia doveva essere usato per stabilire una valuta pan-africana basata sul dinaro d’oro libico.
  • Questo piano doveva dare ai paesi dell’Africa Francofona un’alternativa al franco francese CFA.
  • La preoccupazione principale da parte francese è che la Libia porti il Nord Africa all’indipendenza economica con la nuova valuta pan-africana.
  • L’intelligence francese scoprì un piano libico per competere col franco CFA subito dopo l’inizio della ribellione, spingendo Sarkozy a entrare in guerra direttamente e bloccare Gheddafi con l’azione militare.

Sono assassini, o in nome della democrazia possono massacrare chi vogliono?

di Giuseppe Righetti

Tony Blair George – G. W. Bush – Nicolas Sarkosy

I pianti di vergogna. In tanta bassezza ed orrore morale dei governi occidentali che si coinvolgono in questi sporchi giochi con criminali e formazioni delinquenziali o jihadiste, brilla per nettezza il saluto del presidente Assad ai morti francesi: “Parigi prova adesso quel che i siriani provano da cinque anni”.

E poi: “Ipocriti, chiamate ‘terroristi’ quelli che colpiscono voi, e ‘ribelli moderati’ quando colpiscono noi”.

La “guerra al terrorismo” ha prodotto almeno 13 milioni di morti fra Iraq, Afghanistan e Pakistan: crimini contro l’umanità che restano impuniti e a cui abbiamo preso parte anche noi.

 

Laurent Fabius, il ministro degli esteri di Hollande, nel dicembre 2012 si rifiutò che fosse messa nella lista delle formazioni terroriste Al-Nusrah (ossia Al Qaeda in Siria) con la motivazione che “sul terreno, fanno un buon lavoro” (uccidendo i soldati siriani e, en passant, cristiani, donne, bambini…). Ora piange?

Nell’agosto 2014, Le Monde ha rivelato che Hollande aveva dato ordini ai servizi francesi di consegnare clandestinamente armi da guerra ai ribelli in Siria, contro le norme internazionali che mettevano l’embargo su simili consegne. E ora piange? I francesi sono i maggiori artefici di quanto sta succedendo in Europa.

 

Nicolas Sarkosy – Nell’intervista esclusiva a il Giornale del 15/03/2011, l’ultima alla stampa italiana, prima di venire catturato e linciato pochi mesi dopo, Gheddafi aveva ribadito che senza il suo regime «il Mediterraneo diventerà un mare di caos». E mandava a dire al governo italiano guidato da Berlusconi: «Sono scioccato dall’atteggiamento dei miei amici europei. In questa maniera hanno messo in pericolo e danneggiato una serie di grandi accordi sulla sicurezza, nel loro interesse e la cooperazione economica che avevamo».

Alcuni giorni prima aveva detto al giornalista francese Laurent Valdiguié del Journal du Dimanche. «La situazione è grave per tutto l’Occidente e tutto il Mediterraneo. Come possono, i dirigenti europei, non capirlo?». «Che voi sareste le prime vittime, avreste milioni di immigrati illegali, i terroristi salterebbero dalle spiagge di Tripoli verso Lampedusa e la Sicilia. Sarebbe un incubo per l’Italia, svegliatevi!».

¾ Il documento che attesta l’accordo per un ingente contributo finanziario di Gheddafi alla campagna di Nicolas Sarkozy per le presidenziali del 2007 è autentico. Lo dice la perizia consegnata negli scorsi giorni al tribunale di Parigi (da Il Fatto Quotidiano).

¾ Gheddafi stava predisponendo un accordo con la maggior parte dei leader africani, per la costruzione e la messa in orbita di un satellite per l’Africa, di proprietà dei paesi africani, capace di coprire sia la trasmissione telefonica e televisiva, sia la diffusione di internet. Il tutto a danno degli interessi occidentali, specie americani.

¾ Gheddafi voleva ottenere l’indipendenza finanziaria del continente con la costituzione della Banca Centrale Africana, con sede in Nigeria, avente lo scopo di creare una moneta indipendente ed il Fondo Monetario Africano con sede in Camerun, con lo scopo di concedere prestiti agli stati africani a condizioni molto più convenienti di quelle del FMI.

Ora, viene da chiedersi: la Francia ha fatto la guerra in Libia e massacrato Gheddafi per prendersi il petrolio italiano o per evitare che il colonnello libico rendesse pubblico il finanziamento, per non perdere il potere finanziario a favore di una moneta africana?

Bruxelles. L’11/02/2016, al quartier generale della Nato, il capo del Pentagono ha convocato i colleghi ministri della Difesa di 49 paesi. Scopo: discutere una invasione terrestre della Siria. Non per combattere l’Isis, ma per cacciare Assad!

La notizia è stata taciuta da tutti i media europei. Unica eccezione, il britannico Guardian, da cui si apprendono le poche cose che son filtrate.

Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati (ecco i nostri alleati) si son detti pronti a fornire truppe di terra sostenute da 50 teste di cuoio Usa, fino  all’intervento su grande scala attraverso la Turchia, per creare un santuario per i ribelli  che combattono contro Assad e il suo regime.

La rapidità dell’avanzata delle truppe governative sostenute dai bombardamenti aerei russi nel Nord della Siria e dalle milizie appoggiate dall’Iran, ha preso la coalizione  americana di sorpresa”, scriveva il Guardian. Ecco il motivo della riunione.

Non sono bastate le esperienze di Iraq (assassinato Saddam Hussein) e della Libia (assassinato Gheddafi). Gli americani hanno molte armi da vendere.

E gli Europei sono solo capaci di piangere (o fingere di piangere) i morti.

Iraq. Secondo la commissione inglese, guidata da Sir John Chilcot, la guerra della Gran Bretagna al fianco degli Usa nel 2003 non era necessaria. Blair presentò prove “inesatte” sulle armi chimiche. “La guerra alimentò il terrorismo”

Inoltre, il presidente della Commissione ha accusato il governo allora guidato da Tony Blair di aver sottovalutato le possibili conseguenze del conflitto. “Se la guerra – ha detto – fosse stata giusta il Regno Unito avrebbe potuto essere (e dovuto essere) più preparato per gli accadimenti che seguirono”, nonostante Blair fosse “stato messo in guardia con espliciti avvertimenti che un’azione militare avrebbe aumentato la minaccia di al-Qaeda al Regno Unito e agli interessi britannici. Era stato anche avvertito che un’invasione avrebbe potuto far finire le armi e le capacità militari irachene nelle mani dei terroristi”. In poche parole, insomma, la guerra a Saddam non fece altro che alimentare il terrorismo, assicurando loro le armi. E questo il Regno Unito lo sapeva.

Ma già il 22/11/2011 a Kuala Lumpur in Malesia, fu intentato un processo per crimini di guerra. Sul banco degli imputati: l’ex presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, e l’ex premier britannico Tony Blair.

I due sono accusati di “crimini contro la pace in Iraq e crimini di guerra e torture”, in quanto l’occupazione dell’Iraq ha violato le disposizioni della Carta delle Nazioni Unite, della Convenzione di Ginevra (1949) e della Convenzione contro le torture (1984).

Gli Stati Uniti, simbolo della democrazia occidentale, sono stati in guerra il 93% del tempo, dalla loro creazione nel 1776.  Nei 240 anni della loro esistenza in 219 anni sono stati in guerra solo in 21 anni sono stati in pace.

Eppure ci sono ancora alcuni nord americani che si chiedono: “Perché tutte queste persone nel mondo ci odiano?”

Il grave è che ora sono odiati anche i loro servi europei.

E in Italia? Chi ha inneggiato all’Isis?

Da Il Fatto Quotidiano (28 marzo 2012).

Chi spiega a Bersani che i liberatori a cui inneggiava sono gli stessi che compiono massacri in Europa? Eccolo in Piazza del Pantheon a Roma contro Assad. Era stato appena massacrato Gheddafi ed esposto vergognosamente in un capannone …. ed il PD era entusiasta di ripetere con Assad lo stesso …

Anche il PD è andato in Francia a piangere?

 

TI SEI ACCORTO? L’EUROPA É SOLO CAPACE DI PIANGERE!

E tu, sei tra quelli che l’hanno ridotta così?

 

19/07/2016

Preso da: http://www.italiasociale.net/alzozero16/az16-07-19.html