Vent’anni di trame – Così Sarkozy fregò Gheddafi (e l’Italia)

Le Monde: Nicolas trascinò l’Europa in guerra per nascondere gli aiuti del Colonnello. Ora cerca di cancellare le prove.

di: Fausto Biloslavo

I servizi segreti sono alla caccia di settanta scatoloni pieni di cassette audio e video che contengono le registrazioni degli incontri e delle telefonate fra il defunto colonnello Gheddafi ed i dignitari di mezzo mondo, quando veniva trattato con i guanti bianchi.

Il primo a doversi preoccupare degli scottanti contenuti delle registrazioni è l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, come sostiene il quotidiano le Monde che è tornato sul finanziamento libico alla campagna elettorale di Sarkozy nel 2007.
Nel marzo 2011, poche ore prima dei bombardamenti della Nato sulla Libia, Muammar Gheddafi rilasciava a il Giornale l’ultima intervista della sua vita ad una testata italiana. Alla domanda sull’interventismo francese che ha spinto in guerra mezza Europa, compreso il nostro Paese, rispondeva: «Penso che Sarkozy ha un problema di disordine mentale. Ha detto delle cose che possono saltar fuori solo da un pazzo». E per ribadire il concetto si sporgeva verso chi scrive battendosi il dito indice sulla tempia, come si fa per indicare i picchiatelli.

Il Colonnello non riusciva a comprendere come l’ex amico francese, che aveva aiutato con un cospicuo finanziamento (forse 50 milioni di euro) per conquistare l’Eliseo fosse così deciso a pugnalarlo alle spalle.
Dell’affaire Sarkozy erano al corrente tre fedelissimi di Gheddafi: il responsabile del suo gabinetto, Bashir Saleh, Abdallah Mansour consigliere del Colonnello e Sabri Shadi, capo dell’aviazione libica. Saleh, il testimone chiave, vive in Sudafrica, ma nel 2011 era apparso in Francia e poi sparito nonostante un mandato cattura dell’Interpol. Il caso era stato gestito da Bernard Squarcini, uomo di Sarkozy, ancora oggi a capo del controspionaggio. E sempre Squarcini è coinvolto nella caccia alle cassette scottanti di Gheddafi, che potrebbero contenere gli incontri con altri leader europei. Silvio Berlusconi non ha mai nascosto l’amicizia con il colonnello, mentre Romano Prodi e Massimo D’Alema, che pure avevano frequentato la tenda di Gheddafi cercano sempre di farlo dimenticare.
Lo sorso anno un politico francese di sinistra, Michel Scarbonchi, viene avvicinato da Mohammed Albichari, il figlio di un capo dei servizi di Gheddafi morto nel 1997 in uno strano incidente stradale. Albichari sostiene che un gruppo di ribelli di Bengasi ha sequestrato «70 cartoni di cassette» di Gheddafi. Scarbonchi si rivolge al capo del controspionaggio, che incontra il contatto libico. «Avevano recuperato la videoteca di Gheddafi con i suoi incontri e le conversazioni segrete con i leader stranieri» conferma Squarcini a Le Monde. I ribelli vogliono soldi e consegnano come esca una sola cassetta, di poca importanza, che riguarda il presidente della Cosa d’Avorio. Il materiale è nascosto in un luogo segreto. Pochi mesi dopo Albichari sostiene di essere «stato tradito» e muore per una crisi diabetica a soli 37 anni. Non solo: il corpo di Choukri Ghanem, ex ministro del Petrolio libico, custode di ulteriori informazioni sensibili, viene trovato a galleggiare nel Danubio a Vienna.
La caccia alle registrazioni del Colonnello deve essere iniziata nell’ottobre 2011, quando la colonna di Gheddafi è stata individuata e bombardata da due caccia Rafale francesi. Il rais libico era stato preso vivo, ma poi gli hanno sparato il colpo di grazia. «L’impressione è che dopo il primo gruppo di ribelli sia arrivato un secondo, che sapesse esattamente cosa fare e avesse ordini precisi di eliminare i prigionieri» spiega una fonte riservata de il Giornale che era impegnata nel conflitto. L’ombra dei servizi francesi sulla fine di Gheddafi è pesante. Sarkozy non poteva permettersi che il colonnello, magari in un’aula di tribunale, rivelasse i rapporti molto stretti con Parigi. La Francia ci aveva tirato per i capelli nella guerra in Libia stuzzicando Berlusconi sui rapporti con Gheddafi. Peccato che Sarkozy ne avesse di ben più imbarazzanti.
Delle cassette di Gheddafi non si sa più nulla. L’unico che potrebbe far luce sul suo contenuto è Seif al Islam, il figlio del colonnello fatto prigioniero, che i libici vogliono processare e condannare a morte.

Fonte: ● coriintempesta.altervista.org/blog/
Tratto da: ● IlGiornale.it

Preso da: http://guardforangels.altervista.org/blog/ventanni-di-trame-cosi-sarkozy-frego-gheddafi-e-litalia/#

Fuga all’ inferno ed altre storie- di Muammar Gheddafi un brano 2

3. Fuga all’inferno e altre storie è indubbiamente un’opera letteraria e, io credo, di apprezzabile qualità. Ma si tratta di un’opera letteraria che insieme al più noto, istituzionale e utopico Libro verde7 costituisce il corpus del pensiero politico di Gheddafi. Il pastore del deserto – così talvolta si autodefinisce – parla di politica al suo popolo nella forma della favola, dell’apologo. I racconti hanno sempre un contenuto politico: si tratti dei problemi del potere e del difficile rapporto con le masse, dell’urbanesimo e del progresso, dell’alienazione della persona di fronte alla prepotenza della modernità. Il leader Gheddafi, come è versatile nell’abbigliamento, parla più di una lingua: quella asserverativa e utopica del Libro Verde, quella fluviale dei suoi discorsi e del suo sito (www.algathafi.org/akrad-fr.htm) e quella poetica di questi racconti, spesso drammatici, nei quali assume la semplicità di un nomade pastore del deserto. «Benedetta sia tu, oh carovana» esclama scaraventato dalle circostanze al cospetto di problemi ardui e terrificanti.
Tutto questo invita a sforzarsi di capire la personalità dell’autore: non sono frequenti i capi di stato che scrivano racconti e si concedano alla letteratura non per vanità salottiera. Dobbiamo partire dal dato di fatto che Gheddafi è un capo di stato a tutti gli effetti, sperimentato nelle avversità (oltre l’embargo, l’accusa di «stato canaglia» e anche un bombardamento Usa) e tra i più longevi (in durata credo lo batte solo Fidel Castro), ha trasformato la Libia in una nazione e governa senza alcun incarico ufficiale: è soltanto il leader, el quaid, ma qui il soltanto è più di un tutto. Ma proprio per questo diventa più stringente la domanda: perché scrive racconti? La risposta la si deve cercare nella personalità di Gheddafi, utopica e realista, capace di avere tutto il cinismo del potere e di soffrirne l’angoscia, al punto di scrivere che vorrebbe fuggire all’inferno, per essere più sereno, riposare dalle fatiche di quel vero inferno che si trova nell’aldiquà.
A chi voglia saperne di più raccomando la lettura di Gheddafi, una sfida dal deserto di Angelo Del Boca e anche Di fronte a Gheddafi di Luciana Anzalone 8. Del Boca dice a Gheddafi che dovrebbe essere deluso dall’accoglienza debole che il suo popolo ha riservato al Libro Verde. La risposta di Gheddafi è secca e di verità. «La sua interpretazione – dice – è corretta. Certamente, sono deluso. I principi contenuti nel Libro Verde sono, ovviamente, principi utopistici. Se però la mia gente li avesse adottati, oggi vivremmo in un mondo più felice, più verde. Ma è difficile, con la gente di oggi, conseguire tali risultati. Di conseguenza il nostro mondo è ancora, purtroppo, di colore nero». L’uomo è utopista e realista: nello stesso Libro verde nel quale esalta la democrazia attraverso il potere del popolo, poi scrive: «Questa è la vera democrazia dal punto di vista teorico; ma nella realtà, sono sempre i più forti che dominano, e la parte più forte nella società è quella che comanda».
Resistere alle delusioni è difficile, ma il leader di delusioni ne ha subite tante, e ha resistito, senza incagliarsi o asservirsi. Ha sostenuto movimenti radicali europei, forse assimilandoli alla tradizione anticolonialista, pensiamo all’Ira e ad altri movimenti, subendo l’accusa di essere sostenitore del terrorismo. Ha sostenuto, impegnando soldi e soldati, tutte le possibili unità arabe, ma sempre deluso dai fratelli arabi, tanto che oggi è in conflitto aperto con la Lega araba. Da tempo è impegnato per l’unità africana, con il sostegno forte, che non è mai venuto meno, di Mandela, ma anche qui con risultati precari. Ma nonostante tutte queste delusioni è ancora attivo e promuove iniziative dalle sue tende di guerriero nomade. Resistere alle delusioni non è da tutti: a me sembra segno di saggezza e di fedeltà ai propri ideali.
Se quest’uomo ha preso il potere, senza spargimento di sangue, a 27 anni e lo ha conservato per 36 anni, fino a oggi è anche perché ha cominciato a pensare e agire per la realizzazione del suo progetto fin da ragazzo, quando studiava nella scuola di Sebha, da dove la polizia di re Idriss lo cacciò perché già allora faceva agitazione politica. E perché poi, anche al potere, ha continuato a studiare, osservare, sforzarsi di capire, realizzando il miracolo di essere il leader indiscusso senza nessun potere formalizzato, ma senza esercitare gli arbitri di un tiranno. Se su un fronte Gheddafi ha avuto la mano dura è stato contro gli integralisti e i fondamentalisti (il primo mandato di cattura contro Bin Laden è di matrice libica), e di questo non possiamo non essergli grati. Certo non ci sono partiti di opposizione e neppure una stampa contraria. Non c’è la democrazia come la conosciamo in occidente, però le assemblee popolari contano e a Tripoli non hai affatto l’impressione di vivere in uno stato di polizia. Non c’è – diremmo noi – la libera stampa, ma sulle case e anche per strada c’è un pullulare di antenne paraboliche che consentono tutte le informazioni possibili. Vorrei aggiungere che nessun capo di stato ha avuto la sincerità e l’ardire di scrivere e pubblicare un testo in qualche modo avvicinabile a Fuga all’inferno. E aggiungo ancora il ritratto che ne ha fatto Guy Georgy, primo ambasciatore di Francia nella Jamhaiyyria, nel suo libro, Kadhafi, le berger des Syrtes: «In uno stile accorto e molto personale, egli maneggia con disinvoltura l’humour, il paradosso, il lato buffo, la riflessione e il dardo assassino. Se a volte gioca ad apparire ingenuo, lo fa per assestare meglio qualche verità ai suoi nemici: gli integralisti arabi, gli europei pusillanimi…». E aggiungo ancora qualche mia impressione avendolo incontrato e intervistato in una delle sue tende. È innanzitutto persona di molte letture, non solo del Corano, quasi sempre presente nei suoi discorsi, ma anche della letteratura occidentale. È un attento lettore di Rousseau e degli illuministi e ama Dickens. È particolarmente attento alla questione dell’ambiente e a quella della liberazione delle donne. Riporto qui la risposta a una mia domanda del dicembre del 1998: «Per quanto riguarda l’ambiente sono enormemente preoccupato per l’indifferenza con la quale il mondo procede verso la catastrofe ecologica. Il capitalismo va alla ricerca del profitto immediato e scava a tutti la terrà sotto i piedi. Grandissima è la responsabilità degli Usa per il buco dell’ozono. Io sono e mi dichiaro alleato di tutti i verdi alternativi. Per quanto concerne la donna dobbiamo dire chiaro e forte che il nostro è un mondo fatto dai maschi, per i maschi e dominato dai maschi. È il mondo che non ci piace e che vogliamo cambiare. La donna è oppressa in Oriente e anche in Occidente, dove, al massimo del buono, la si vuole mascolinizzare. Specialmente nel mondo moderno, capitalistico non si riconoscono alla donna le sue differenze (e quindi i suoi diritti) naturali per poi limitarne, di fatto, i diritti civili e sociali. L’ambiente e la donna sono le grandi questioni dell’avvenire, se vogliamo averne uno».
È un uomo seriamente impegnato, ma anche un grande attore, già nel modo di abbigliarsi a seconda delle occasioni e degli incontri. Il vestito tunica che indossava in occasione dell’incontro con Berlusconi era un capolavoro scenico: una grande tunica con sopra, a stampa, grandi ritratti dei protagonisti dell’indipendenza africana, Nelson Mandela in testa. In questo caso l’abito faceva il monaco, era già un messaggio chiaro.

4. Questi dodici racconti vanno letti con attenzione. Non solo per i continui riferimenti al Corano, ma anche perché questi riferimenti servono a dare forza alla polemica di Gheddafi contro la superstizione e soprattutto contro i fondamentalisti ai quali il leader non ha consentito di fare proseliti in Libia. Vanno letti con attenzione perché vi si ritrovano anche radici culturali occidentali, qualcuno parla di Nietzsche e Freud9, e perché l’autore, a suo modo, si batte su due fronti: contro l’alienazione della modernità capitalistica e insieme contro la superstizione, il fanatismo e il lasciar fare, il disimpegno.
Il primo di questi racconti – La città – è un violento atto di accusa, qualcuno può anche interpretarlo come anticapitalismo reazionario, luddista, ma è difficile contestare la verità della denunzia. È difficile contestare l’autore quanto scrive: «La città spintona, non dice, per piacere», oppure «Questa è la città, un mulino che macina i suoi abitanti», oppure ancora «i miseri passatempi imposti dalla città: si possono trovare migliaia di persone che si divertono ad assistere a un combattimento di galli! Per non parlare di quei milioni che alle volte seguono ventidue individui che non fanno altro che muoversi senza senso dietro un piccolo sacco rotondo pieno di semplice aria». E scrive così pur avendo figli appassionati del «piccolo sacco rotondo». L’alienazione della persona che vive in città, la sua solitudine, sono materia di scritti e canzoni diffuse in occidente. E non va dimenticato che Gheddafi vive non gli antichi e storici processi di urbanizzazione, ma la corsa disperata alla città di persone che fuggono dalla campagna o fuggono dal loro paese. Le rivolte delle periferie di Parigi nel 2005 ci dicono, o dovrebbero dirci, molto sullo stato attuale delle nostre città. «La città è nemica dell’agricoltura… e attrae a sé i contadini lusingandoli, affinché lascino la loro attività per trasferirsi sui marciapiedi della città a fare i mendicanti…».
I due racconti successivi – Il villaggio e La terra sono un seguito, in positivo, a quello sulla città. Ma, stiamo attenti, non si tratta di una esaltazione semplicistica e nostalgica della vita di campagna, del villaggio dove c’è comunicazione e solidarietà, dove nessuno rivendica la privacy cittadina che, per un verso è la difesa necessaria nella città competitiva, ma per l’altro è l’esaltazione acritica dell’isolamento di ciascuno. La privacy, la sua rivendicazione è la conferma della critica alla città. E, sulla terra, la prosa del leader è lirica: «Non caricatene il dorso di pesi, non pavimentate le costole di pietra o di argilla… alleggerite le vecchie spalle da quanto vi hanno gettato gli irriverenti».
Il suicidio dell’astronauta è, a mio parere, un capolavoro di arguzia e ironia. Per un verso ci dice che lo spazio è vuoto, non abitabile, non è una nuova frontiera per gli umani. Ma per l’altro ci dice come l’astronauta abbia ormai una nozione della terra extraterrena, inutile. Quando il contadino chiede all’astronauta che cosa sappia della terra, sulla quale pensa di farlo lavorare e l’astronauta sciorina tutte le sue conoscenze scientifiche, il contadino si addormenta, lo manda via, e l’astronauta si suicida. Insomma il famoso nostro progresso non è illimitato: l’illusione del progresso può stravolgere il nostro intelletto e, addirittura, indurci al suicidio. Ma questo non deve indurci a ritenere che egli sia contro il progresso: nel racconto su L’erba della debolezza e l’albero maledetto si dichiara assolutamente contrario agli imbrogli dei «guaritori» e del tutto a favore della industria farmaceutica: «In realtà – scrive ironicamente – non abbiamo necessità di una casa farmaceutica sita ad al Rabta o a ra’s Lanuf dato che al-Hajj Hasan (il fattucchiero guaritore con la sua erba, ndr.) ha raccolto per noi tutte le erbe che curano qualsiasi malattia, anche i morbi della mente, del cuore e della percezione… della vertebra e della dignità» 10.
Fuga all’inferno, il racconto che dà il titolo alla raccolta, è vero e drammatico, fa pensare a Rimbaud – e non solo per «una stagione all’inferno» – che è uno dei poeti più straordinari del nostro tempo. Il vero inferno è qui, sulla terra, dove anche chi ha il potere deve temere ogni giorno il potere della maggioranza: solo all’inferno, quello vero, forse, si potrà riposare. «Dal punto di vista umano non c’è niente di peggio della tirannia di una moltitudine»: lo scrive Gheddafi e non Tocqueville. E Gheddafi continua: «Così io amo le masse e le temo proprio come amo e temo il mio stesso padre. Nel momento della gioga, di quanta devozione esse sono capaci! E come abbracciano alcuni dei loro figli!! Hanno sostenuto Annibale, Pericle, Savonarola, Danton, Robespierre, Mussolini, Nixon e quanta crudeltà poi hanno dimostrato nel momento dell’ira». Un giorno sugli altari, un giorno nella polvere, diceva Manzoni. C’è la lucida coscienza della drammaticità del potere e se un giorno (che non mi auguro) Gheddafi fosse travolto da una protesta popolare sono sicuro che non si stupirebbe. Il beduino del deserto sa più cose dell’intellettuale di città: sa che la politica non è solo, non può essere, calcolo politico dei politicanti, ma è fatta di passioni e pulsioni di massa, che difficilmente un regista politico può orientare. Fortunatamente il «1984» di Orwell, che in molti temevamo, non si è realizzato.
L’altro racconto, drammatico e di non semplice lettura è La morte, dove – a mio parere – non è tanto da capire se la morte sia maschio o femmina, ma come noi, che siamo tutti mortali, affrontiamo la morte e la accettiamo o la respingiamo. Il racconto è drammatico perché protagonista di questo appuntamento con la morte è il padre, eroico combattente, amato e temuto dal figlio Gheddafi. E anche per questo c’è il peso, il ricordo, la sofferenza nella lotta contro l’oppressione dell’Italia. Quel che mi pare si debba concludere dal racconto è che alla fine ci voglia un consenso alla morte (noi cristiani diremmo rassegnazione) e che fino a quando non c’è questo consenso la morte (per noi maschi) è maschio e quindi non dobbiamo cedere alla sua forza. Quando, anche per nostro indebolimento, ci rassegnamo, allora ci rappresentiamo la morte nel sembiante di donna. Ma questo mi pare consolatorio e un po’ maschilista. E mi scuso con l’autore per questa mia lettura.
Gli altri racconti, da Maledetta sia la famiglia di Giacobbe… e benedetta sii tu, carovana fino all’An¬nun¬ciatore del sahur di mezzogiorno sono molto coranici, e pertanto molto significativi. Siamo su un terreno coranico biblico e dobbiamo stare molto attenti alla lettura, al messaggio che Gheddafi vuole trasmettere, tanto più che questi scritti hanno un più esplicito contenuto politico. Secondo Pierre Salinger in essi più stretto è l’intreccio delle tre fondamentali ispirazioni dell’autore e cioè: letture coraniche, cultura occidentale e nasserismo e più evidente la polemica contro superstizioni e fondamentalismo.
Rompete il digiuno alla sua vista, si sofferma, e con polemica ironia, sulle conseguenze religiose della guerra del Golfo nel 1991 e in particolare della data della fine del digiuno per il Ramadan, decisa quell’anno dal generale Schwarzkopf, comandante delle truppe dell’alleanza occidentale di stanza in Arabia saudita. La preghiera dell’ultimo venerdì prosegue nella polemica contro le superstizioni inutili (se sia meglio mangiare con tre dita o con cinque) e le fumisterie teologiche e fondamentaliste, che porterebbero a negare la scuola, la ricerca scientifica, l’industria. Questi medesimi temi vengono sviluppati ancora negli ultimi due racconti È passato il venerdì senza preghiera e L’annunciatore del sahûr di mezzogiorno.

5. Ma andiamo alle conclusioni. Perché la manifestolibri, componente importante della famiglia del manifesto pubblica questa raccolta di racconti? Non è solo per sanare un colpevole ritardo della grande editoria e della politichetta italiana, ma perché il tentativo gheddafiano ci interessa molto e perché nel suo piccolo (la Libia non è una grande potenza) può essere, può diventare una grande e positiva novità nell’epoca della globalizzazione, che, peraltro, la Libia ha già conosciuto con i fenici e soprattutto con i romani, con Settimio Severo e Leptis Magna.
Il Libro verde e questi racconti ci dicono che ci può essere una innovazione culturale e politica che interessa tutti e che «il matto» – così molti hanno definito Gheddafi – è persona saggia e paziente (ha subito bombardamenti, embarghi, accuse di essere «stato canaglia» senza mai cadere nella provocazione). E di fronte a tutto questo ha tenuto ferme le sue posizioni. Oggi in Europa e in Italia si parla di crisi della democrazia rappresentativa e lui, con tutta la sua autorità, sostiene l’obiettivo di una democrazia diretta e, allo stesso modo, di fronte alle violenze e alle crisi dell’economia capitalistica, lui, libico, nato molto più a sud di Treviri, insiste nella proposta di socialismo. Gheddafi che non è mai voluto entrare nell’orbita sovietica, a differenza non solo di Castro, ma dello stesso Nasser, tuttavia nel suo saggio Il comunismo è veramente morto, dopo una denuncia degli errori e delle colpe del comunismo realizzato, scrive: «Ma noi non diciamo che il comunismo è morto e la ragione è semplice: il comunismo deve ancora nascere». Scrivere che il comunismo deve ancora nascere non è parola al vento.
E, per tutto questo, bisogna tener conto che Muhammar el Gheddafi non è un fiore nel deserto. È un libico e la Libia pur nel suo piccolo ha una storia: fenici, romani, turchi, italiani, teatro decisivo degli scontri della seconda guerra mondiale, governo britannico, monarchia, petrolio, scarsa popolazione, rivoluzione gheddafiana, centralità e sconfitte dell’unità araba, tentativi (difficili) di unità africana, crescita di una gioventù acculturata, intensificazione dei contatti internazionali (anche con le università Usa), centralità della questione ambientale, e, oso aggiungere, laicizzazione del Corano o, più cautamente, lettura non bigotta del Corano. Anche la questione ebraica e quella dello stato di Israele, rimossa o nascosta in molti stati arabi, in Libia è molto presente e viene affrontata in termini di dichiarata tolleranza per le persone di religione ebraica, di contrarietà alla formazione di due stati, ebraico e palestinese, per uno stato unico che garantisca i diritti di tutti i suoi cittadini. E in Libia la questione ebraica non è proprio leggera. Da ragazzo, a 14 anni, sono stato testimone del pogrom del 1945, di inaudita ferocia e vale ancora ricordare che fu il re Idriss a ordinare la cacciata della comunità ebraica, che in Libia aveva più di mille anni di storia. Oggi gli ebrei possono andare in Libia e li incontri nei ricevimenti delle ambasciate libiche.
L’edizione di questi racconti vuole (vorrebbe) essere un messaggio, un appello a intellettuali e politici ad avere più attenzione per la Libia, che non ha solo il petrolio. Occuparsi della Libia è anche occuparsi di noi.

NOTE

1 ERIC SALERNO, Genocidio in Libia. Le atrocità nascoste dell’avventura coloniale italiana (1911-1931), Manifestolibri 2005; ANGELO DEL BOCA, Gli italiani in Libia. Dal fascismo a Gheddafi. Laterza. Bari, 1991; SALVATORE BONO, Tripoli bel suol d’amore, Istituto Italiano per l’Africa e l’oriente, 2005.
2 DONATA PIZZI, Città metafisiche, Skira 2005.
3 Già nel dicembre del 1940 le truppe inglesi fanno prigionieri più di 120 mila militari italiani e occupano la Cirenaica fino alla Sirte e i poveri coloni ebbero i loro primi guai.
4 KADHAFI, Escapade en enfer et autres recits. Stanké 1998.
5 È la giornata del ’26, che ricorda insieme «il lutto» per i massacri compiuti dagli italiani conquistatori e «la vendetta», cioè la cacciata dalla Libia di tutti gli italiani.
6 Il 9 luglio del 1998 fu resa pubblica una dichiarazione congiunta dei governi libico e italiano, con la quale l’Italia riconosceva «le sofferenze arrecate al popolo libico» e si impegnava a indennizzare i danni. Era una dichiarazione di pacificazione, ma fino a oggi nessuno di quegli impegni è stato rispettato da parte italiana.
7 MUHAMMAR EL GHEDDAFI, Il Libro Verde. Prima parte: la soluzione del problema della democrazia, «il potere del popolo»; seconda parte, soluzione del problema economico, «il socialismo»; terza parte, base sociale della «terza teoria universale». Tripoli 1984. In una conversazione Giulio Andreotti mi disse di aver offerto il Libro Verde a Reagan, che però non gradì. Vale ricordare che nel 1986 Reagan ordinò il bombardamento della residenza di Gheddafi a Tripoli. L’edificio è stato conservato nello stato in cui era ridotto dopo il bombardamento.
8 ANGELO DEL BOCA, Gheddafi, una sfida dal deserto, Laterza, Bari. LUCIANA ANZALONE, Di fronte a Gheddafi. Arabafenice.
9 Pierre Salinger nella citata edizione canadese di Escapade en enfer.
10 È un gioco di parole poiché in arabo «dignità» (karâmah) e «vertebra» (karûmah) hanno un suono assai simile.

Fonte:http://www.manifestolibri.it/vedi_brano.php?id=375

Fuga all’inferno e altre storie, di Muammar Gheddafi – Un brano 1

Copertina
Gheddafi Muhammar
Fuga all’inferno e altre storie
introduzione di Valentino Parlato

2005 pp.128 14,00 €

Conoscevamo il Gheddafi provocatore, arringatore di folle, profeta; qui ci si rivela, in una dozzina di sorprendenti novelle, un Gheddafi scrittore e poeta, dalla personalità complessa e profondamente riflessiva. In queste storie, tra la favola moderna e la parabola morale, emerge, forse più che nei suoi interventi politici, il carattere particolarissimo di questo personaggio del nostro tempo, tanto attento alle trasformazioni portate dalla modernità quanto legato all’antica cultura beduina con le sue radici nomadi e con il suo attaccamento alla natura solitaria del deserto. Lontani dall’immediatezza della politica, questi racconti non mancano tuttavia, in forma metaforica e visionaria, di bersagli polemici come certi potentati musulmani legati mani e piedi agli Stati Uniti o come gli integralisti, cui Gheddafi imputa un carattere retrogrado e criminale. Alla fine di questa lettura avremo scoperto un personaggio davvero fuori dal comune.

INTRODUZIONE
Valentino Parlato

1. Questa è la prima edizione in lingua italiana (tradotta direttamente dall’arabo) di Fuga all’inferno e altre storie, una raccolta di scritti letterari di Muhammar Gheddafi, il discusso leader che dal 1969 regge le sorti della Libia. Qualche parola su questa Libia, che è sfondo e materia dei racconti e che è anche il paese dove sono nato e vissuto fino all’età di vent’anni.

Senza andare troppo indietro, alle presenze puniche e romane fermiamoci un po’ sull’occupazione italiana del 1911 che già con il governo Giolitti fu ferocemente repressiva (sterminio di villaggi, deportazioni, impiccagioni)1.
Il fascismo diede poi corso con l’annessione all’Italia (la «Quarta sponda», cioè la costa sud della nostra penisola) a una colonizzazione demografica, con l’esplicito obiettivo della progressiva riduzione della popolazione libica, che, peraltro, a differenza di quanto avveniva nelle colonie francesi di Tunisia e Algeria, era esclusa dalle scuole pubbliche, salvo pochissime eccezioni ad personam. La terra coltivabile della fascia costiera, salvo poche piccole oasi, era data tutta in concessione ai cittadini italiani, tra i quali anche mio nonno in quel di Sorman. Un significativo impulso a questa «italianizzazione» si ebbe nel 1938 con la costruzione dei villaggi agricoli e lo sbarco di ventimila italiani poveri provenienti dai territori della Bassa veneta e emiliana (l’attuale vescovo di Tripoli viene da una famiglia del villaggio Breviglieri)2; era il 1938 appena un anno prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, altra prova della «lungimiranza» del governo di Mussolini e di Balbo3.
È con la memoria di questo passato che, il 29 aprile del 1990, Gheddafi annuncia questi racconti per celebrare il 75° anniversario dello sterminio della colonna Miani avvenuto nel 1915. Allora le forze militari italiane erano impegnate sul fronte della prima guerra mondiale e le forze della ribellione libica riuscirono a sconfiggere duramente (a quello scontro partecipò anche il padre di Gheddafi) la formazione militare italiana guidata dal colonnello Miani, il cui nome fu poi dato a uno dei villaggi agricoli del 1938. Vale ricordare che in quegli anni l’occupazione italiana – per la spinta della ribellione libica – si era pressoché ridotta alla sola città di Tripoli e che la riconquista portata avanti da Badoglio e Graziani (con abbondanza di impiccagioni tra le quali da ricordare quella di Omar el Muktar, il famoso «Leone del deserto» (il film non è mai stato proiettato nelle sale cinematografiche italiane) si concluse solo nel 1931 con l’occupazione dell’oasi di Cufra.
Ho scritto queste sommarie note (forse troppo sommarie) sulla storia della colonizzazione italiana della Libia e anche della sua storica dipendenza (penultimi padroni i turchi, che Gheddafi, non a caso, non ama) perché questa storia è il sottofondo, e anche il tormento, dell’autore dei racconti, che ha dato, forse per la prima volta nella storia, alla Libia la dignità di nazione. Il passaggio da «scatolone di sabbia». e poi feudo petrolifero, a nazione non è opera da poco.
La prima pubblicazione a stampa di questi racconti si ebbe nel 1993 a Sirte – residenza preferita dal leader – in forma dimessa, direi quasi clandestina, non ci fu nessun lancio propagandistico, operazioni nelle quali il leader è maestro, quasi a sottolinearne la sofferenza. Questi testi furono ripubblicati in Egitto e nel 1996 a Losanna, in francese, ad opera della casa editrice Favre, con un’introduzione di Guy Georgy, primo ambasciatore di Francia presso la repubblica libica. Subito dopo si ebbe l’edizione in lingua inglese, per una casa editrice Usa e ancora, nel 1998, un’edizione in Canada, in lingua francese, con introduzione di Pierre Salinger, già portavoce di John F. Kennedy e poi protagonista della campagna elettorale di Robert Kennedy e infine senatore della California4.

2. A questo punto è inevitabile – con implicazioni culturali e politiche – una domanda; perché solo ora, dopo tanto tempo e ancora per i tipi di una casa editrice, la manifestolibri, piccola e controcorrente, viene pubblicata quest’opera del leader libico? Perché le culture francofone e anglofone hanno valutato utile tradurre e pubblicare subito questi scritti, mentre la cultura e la politica del nostro paese hanno preferito far finta di niente, ignorare? E tutto ciò nonostante i torti dell’Italia nei confronti della Libia, nonostante gli aspri conflitti del passato, antico e recente? Presunzione o miopia?
Per correttezza vale precisare che di questi scritti la stampa quotidiana italiana si è occupata, anche con firme di prestigio, penso tra gli altri a Igor Man sulla Stampa del 25 giugno 1998. Ma anche questo – sospetto – si è avuto più sull’onda del successo del libro di Angelo Del Boca (Gheddafi, una sfida dal deserto, pubblicato da Laterza nel 1998, con un capitolo sulle novelle) piuttosto che per conoscenza diretta e interesse effettivo all’opera del leader libico.
Ma detto tutto ciò la domanda resta ed è pesante: perché solo ora, a più di dieci anni dalla sua prima pubblicazione arriva nelle librerie la traduzione italiana di questi scritti? La questione non è formale. Tocca il significato di questo libro e parla dell’Italia di oggi: de te fabula narratur.
La mia risposta è duplice e temo che possa suonare schematica e arrogante. Per un verso penso che la nostra attuale cultura sia pigra, succube delle mode che vengono dall’occidente «avanzato» e spocchiosa e supponente rispetto a quel che arriva dal Sud. Per l’altro verso, e la mia critica è più pesante, c’è l’ignavia della nostra politica e anche della nostra diplomazia, che non hanno avuto neppure il sospetto che l’edizione italiana di questi scritti avrebbe potuto essere un’importante iniziativa politica tesa a migliorare i rapporti con la Libia, che vanno piuttosto male. Ora la politica estera e la diplomazia debbono incassare il fatto che Gheddafi abbia ritirato l’ambasciatore presso la Repubblica italiana e, ben di più, abbia restaurato la giornata «del lutto» o «della vendetta»5 in esplicita polemica con il nostro paese.
È dal 1969 che Gheddafi è al potere, sono passati ben 36 anni, i rapporti sono stati anche tempestosi, ma possibile che nel corso di tutto questo tempo il governo italiano non abbia affrontato e risolto la questione dell’indennizzo che, legittimamente, la Libia richiede in riparazione dei danni, delle deportazioni, delle morti a carico del nostro passato coloniale? Nonostante i buoni uffici di Andreotti, di D’Alema e anche di Dini6 non siamo riusciti a costruire un rapporto amichevole e stabile con Tripoli. E adesso, finito l’embargo e restaurati buoni rapporti con le potenze occidentali, Usa in testa, le nostre imprese, se il governo non fa una buona politica, rischiano di essere soppiantate dagli altri concorrenti e, soprattutto, dagli americani.
Noi, stato italiano, ci siamo comportati – anche la mancata edizione di questi racconti ne è un sintomo – come i più miopi degli avari, quelli che per non dare una lira oggi, saranno condannati a darne milioni domani. Quanto ci avrebbe avvantaggiato nei confronti dei libici una grande operazione di sminamento di quel territorio dove italiani, tedeschi e inglesi hanno seminato milioni di ordigni, che ancora uccidono animali e persone; lo stesso Gheddafi porta una cicatrice di questa nostra seminagione. Quanto ci avrebbe avvantaggiato la realizzazione tempestiva di un complesso ospedaliero. E poi, per ultimo la buffoneria di Berlusconi, che, in visita a Tripoli, promette – senza neppur sapere quanto costa – duemila chilometri di autostrada per poi negare e nascondersi. Senza neppure tentare di avviare i lavori, che, peraltro, avrebbero potuto dare alle imprese italiane un bel po’ di profitti.
Ma tutto questo, potrà obiettare il lettore, ha ben poco a che vedere con la raccolta dei racconti pubblicati in questo volume. Rispondo che questa Fuga all’inferno e altre storie ha molto a che fare con i rapporti tra i due paesi. Questo è un libro di narrativa, ma fortemente politica. È letteratura, ma che – come molta buona letteratura – agisce sugli uomini e sulle cose della politica.

Fonte:http://www.manifestolibri.it/vedi_brano.php?id=375

GHEDDAFI E GLI ALTRI.

5 Marzo 2011

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/
La terra è tua madre, lei ti diede la nascita dal suo ventre. E’ colei che ti allattò e ti alimentò. Non disubbidire a tua madre e non tosare i suoi capelli, tagliare le sue membra, lacerare la sua carne, o ferire il suo corpo. Devi solamente aggiustare le sue unghie, fare che il suo corpo sia pulito da ogni lordura. Darle la medicina per curare ogni sua malattia. Non mettere pesi gravosi sopra la sua mammella, fango o cemento sopra le sue costole. Rispettala e ricorda che se sei troppo aspro con lei, non ne troverai un’altra. Non distruggere la tua dimora, il tuo rifugio, o ti perderai.
(Muammar Gheddafi).
Forse è per questo che gira con una tenda. Mentre il nostro viaggia da Arcore in Grazioli in Certosa in castelli in Santa Lucia e costruisce Milano 2 e C.A.S.E.

C’è qualcuno in giro che s’è chiesto perché mai quasi tutti i governanti, i progressisti, rivoluzionari, antimperialisti del Sud del mondo, America Latina in testa, pur non negando critiche al Gheddafi degli ultimi 10 anni sotto ricatto occidentale, si schierano a difesa del legittimo governo libico e del suo leader e denunciano le mire imperialiste di una “comunità internazionale” che da vent’anni, con la scusa dei dittatori e con l’uso di provocatori e provocazioni, assalta e massacra popoli,
stende sul mondo una cappa di miseria sul quale danzano alcune migliaia di ultraricchi, svuota libertà e diritti democratici, sociali, culturali, avvia ovunque Stati di polizia intrecciati alla criminalità organizzata, traffica in droga e armi, distrugge la possibilità di istruirsi e informarsi? C’è qualcuno che pensa che questi siano peggiori di Bush, Cheney, Obama, D’Alema, Fassino, Berlusconi, Netaniahu, Calderon, Karzai, Al Maliki, i golpisti killer dell’Honduras?
Coerenze. Voto bipartisan, salvo IDV, per la missione afghana nel 2010. Missione dei 36 “professionisti” italiani caduti e dei 34mila raid aerei all’anno (il doppio rispetto al 2007), per 25 miliardi e mezzo di euro tra Afghanistan, lotta ai pirati somali (in difesa di pesca di frodo e scarico di rifiuti tossici europei), Unifil, addestramento di ascari vari…62 milioni alla ricostruzione. “Per il buon nome del paese” (Pinotti, PD). Da promuovere ora in Libia
I vernacolari del “Campo Antimperialista“, collaudato il loro pluralismo nell’unione antimericana con i neonazisti di Franco Freda, manifestata la loro chiaroveggenza politica con orgasmatici applausi al trapanatore iracheno-iraniano di resistenti e sunniti, Moqtada, perfezionano la missione schierandosi “con l’insurrezione popolare” in Libia. Loro vestale, Emma Bonino, ancora zuppa di sangue serbo, iracheno, afghano.
Potenza dell’ignoranza. Andrea Camilleri, Luigi Ciotti, Cristina Comencini, Magherita Hack, Dacia Maraini, Moni Ovadia, Igiaba Scego, firmano un appello “Fermiamo il massacro in Libia”. Come si compromette una vita onorata. In arrivo anche gli amici del giaguaro, Saviano, Fazio, Santoro, tutto il PD, il papa, Sgrena, l’intera celebrata “società civile” in marcia per “promuovere i diritti culturali delle popolazioni contro dirigenti corrotti e venduti”. Sono bravi, chiedono di sfasciare ma senza sparare troppo.
Dall’inizio del 2011 Israele ha rapito e incarcerato 80 bambini palestinesi nella Gerusalemme Est occupata e stuprata dai coloni carburati da Obama. Ne invade le case di notte e se li porta via. Innumerevoli sono le denunce di tortura e abusi sessuali. Ieri ad altre 22 famiglie della città è arrivato l’ordine di demolizione delle loro case. Parlarne? Ma se sono riusciti anche a occultare i 500 bambini terroristi sterminati da Piombo Fuso…
Al Jazira pompa le balle dei “ribelli democratici”. Gli editoriali di Al Jazira sono gestiti da agenti dei servizi segreti con targa BBC. Al Jazira trasmette ogni singola patacca del defunto Bin Laden, senza controlli di autenticità, favorendo la “guerra al terrorismo”. E’ dal Qatar che gli Usa lanciarono l’invasione dell’Iraq, visto che Turchia e Arabia Saudita rifiutarono. E’ un pollaio che si fa difendere dal capo volpe
Al Jazira inventa bombardamenti aerei di Gheddafi (smentiti da tutti, compresi i satelliti russi), il delegato libico al Tribunale dell’Aja offre in pasto ai media e ai Obama 10mila morti, subito confermati da Al Jazira (e poi il Tribunale smentisce di avere tale delegato). Ma come, l’emittente del Qatar non era anti-israeliana? Sì, ma filo-americana e, da tv pagata dall’emiro, anche filo-monarchica, ovunque qualche stronzo risusciti un re.
In Sudan, distretto di Abyei, 70 ammazzati e villaggi rasi al suolo perchè il Sud secessionista grazie a USraele, UE, comboniani e Vaticano vuole anche quella regione assegnata al Nord. C’è quel po’ di petrolio che è rimasto al Sudan libero. Se possono somalizzare la Libia, vuoi che non ci provino con il Sudan che, oltre agli idrocarburi, ha il Nilo? Già tengono Etiopia, Ruanda, Uganda, Kenya. Per l’Eritrea, a forza di trattamento alla Saddam, si avvicina l’ora. Usraele ueber alles anche in Africa.
Centinaia di migliaia di iracheni manifestano nel “Grande Giorno della Collera” in tutto il paese “restituito alla democrazia”, ma non a luce, acqua, pane, scuola, vita. Vengono abbattuti come mosche in città militarizzate, sotto coprifuoco e proibite ai giornalisti. Il popolo di Mosul ha cacciato il generale fantoccio con i suoi 450 sgherri. Ovunque vengono costretti alla fuga governatori fantoccio installati dagli occupanti e loro sicari. La rivolta è in prima linea contro l’occupazione, causa di tutto. Ne avete sentito niente?
La Libia si difende da reazionari salafiti e monarchici ansiosi di Occidente e neoliberismo, chiamati “patrioti”. I governatori di Wisconsin, Ohio, Idaho e altri Stati Usa si difendono da centinaia di migliaia di manifestanti che assediano da settimane i palazzi del potere contro leggi neoliberiste che eliminano sindacati, contratti, diritti, chiamati “estremisti”. Un’insurrezione di lavoratori nel cuore dell’impero. Visto come ci si avventano i media?
L’ONU sanziona la Libia e fa scattare orde distruttrici su ordine Usa. L’ONU classifica il Messico primo al mondo per violazioni dei diritti umani. Mortalità materna 5 volte superiore a quella degli altri paesi. Con 35mila ammazzati in quattro anni si muore di più che in qualsiasi paese non in guerra. 2.500 donne uccise all’anno per reprimere l’opposizione e disintegrare il tessuto sociale con la psicosi della paura. 170 incarcerate per aborto con pene fino a 25 anni. 20mila migranti scomparsi o uccisi ogni anno. Zitti, da lì arrivano la droga per il mercato Usa e i dollari per le sue banche, dollari con i quali si finanziano le campagne elettorali dei presidenti. I cinque Stati Usa che risultano i massimi riciclatori di denaro da droga sono i cinque Stati che contribuiscono maggiormente alle campagne presidenziali.
Obama, vindice del diritto internazionale, decide che urge abbattere il leader di un paese sovrano. Non è interferenza. E’ democrazia ai tempi dei Berlusconi e di tutti i masochimbecilli della “sinistra”. Curioso: quelle del governo sono “milizie” e “mercenari” “che “sparano sulla folla”, quelle dei ribelli con istruttori Blackwater sono “truppe” e “volontari”, quando non “civili inermi” (con tanto di RPG e cannoni moderni). Mentre Karzai in Afghanistan e al Maliki in Iraq hanno truppe e gli altri sono “terroristi”. E dal sole piove e di notte ci si abbronza.
‎2010: 10mila afghani, all’80% civili, uccisi da USA e Isaf (160mila mercenari nella più lunga e costosa guerra dell’era democratica), 712 militari occupanti, migliaia di contractors, di cui 36 italiani, morti per le lacrime tossiche del mandante La Russa. 1000 civili pakistani, fatti passare per “taliban”, massacrati dai droni Cia nell’alleato Pakistan. Bombe Cia-Mossad a tutto spiano nelle moschee e città pakistane per destabilizzare un paese dal popolo ostile. Exit strategy di Obama svaporata e quattro enormi basi permanenti annunciate. Ma che mascalzone quel Gheddafi!
Nello Stato di Chihuahua hanno appena ucciso tre famigliari di una donna, Maria Magdalena Reyes Salazar, che si batteva per la giustizia per l’assassinio di suo figlio. Poi le hanno incendiato la casa. I narcos minacciano di sgozzare i bambini di un asilo a Ciudad Juarez. Qui sono state uccise in gennaio-febbraio 79 donne, il 32% in più rispetto ai due mesi del 2010. Quando qualche biasimo al presidente complice o un bell’ “intervento umanitario”?
Israele, che detesta gli anti Ben Ali, anti-Mubaraq, anti-Saleh, anti-Abdallah, adora (infiltra) i “rivoluzionari”, anche un po’ linciatori, di Bengasi. Portatrice, come questi, di diritti umani e democrazia, ha ammazzato altri tre palestinesi a Gaza e ha raso al suolo per la 20esima volta un villaggio beduino nel Sinai, 19 volte ricostruito, per far spazio ai coloni. Chiede ai beduini il costo degli smantellamenti
Antropologia imperiale, ovvero quando le facce spiegano. A Tehran le belle gnocche “verdi” ingioiellate e fresche di stilista. A Brega, Cirenaica, dove lealisti e ribelli si contendono il terminale petrolifero, i “rivoluzionari libici” di Anno Zero. Una turba barbuta armatissima, parossistica, schiumante, urlante in una specie di ballo di S.Vito alla salafita “Allah u Akbar”. Del tutto simile a studenti, operai, donne, poveri del Cairo e Tunisi…
Le lotte nelle piazze arabe sono una lotta transnazionale di proporzioni epiche. Si combatte per dignità, diritti, giustizia e sovranità. Sono lotte che non possono prescindere della consapevolezza del nemico: l’imperialismo globalizzante che sta attaccando la Libia che quelle lotte le aveva vinte. L’ordine globale vive o muore con la rivoluzione pan-araba. Ne fa parte il popolo libico, non chi lo frantuma.
Fidel Castro: “La campagna colossale di bugie sparse dai mezzi di comunicazione di massa, ha creato una grande confusione nell’opinione pubblica mondiale. Passerà del tempo prima di poter ricostruire ciò che è successo realmentre in Libia e di separare i fatti reali dai falsi che sono stati diffusi”. Già, nel frattempo le armate barbare passeranno sulla nostra coscienza nel viaggio verso Tripoli.
Il ”satrapo” Gheddafi, che non ha manco un palazzo d’oro o ville in Sardegna e Santa Lucia. L’ONU pone la Libia al primo posto nel Continente per Indice di Sviluppo Umano, reddito, longevità, istruzione, sanità (tutti gratuiti), distribuzione della ricchezza, la più bassa mortalità infantile, la maggiore partecipazione popolare al potere. Il Libro Verde garantisce la proprietà della terra a chi la lavora e della casa a chi ci abita. Coinvolge i lavoratori nella gestione delle aziende. Ogni decisione politica è presa dai Comitati Popolari e dal Congresso del popolo. Ma la burocrazia era corrotta e faceva affari con i capitalisti. Come a Cuba. Allora diamo addosso a Gheddafi, più tardi a Cuba, noi del popolo sovrano e benestante grazie alla “porcata” di Calderoli, la modernità di Marchionne, la gentilezza di Maroni, il patriottismo di La Russa, la sobrietà di Berlusconi, il socialismo di Bersani. Sono nostri i diritti umani!
Gheddafi ha sottratto la sua gente al vampirismo neoliberista e alle basi Usa, ha sempre avversato i monarchi arabi venduti, ha sostenuto la liberazione di Nicaragua, Cuba, Angola, Mozambico, Sudafrica, Palestina, baschi, irlandesi, ha preso uno spezzatino tribale e ne ha fatto una nazione moderna laica, si batte per l’unità africana. Ma i suoi burocrati erano corrotti e lui pazzo. Diamogli addosso.
Quando Gheddafi, dal solito “bunker” alla Hitler, articolato in ristoranti sul mare, palazzi di congressi e piazze pubbliche, accusa Al Qaida, sa bene cosa dice. Al Qaida in Afghanistan, in Kossovo e Bosnia, Cecenia, Yemen, Somalia, Maghreb, Latinoamerica, Europa. Sempre un bonus per l’imperialismo e un’inculata per arabi e musulmani. Possibile che l’illuminante “cui prodest” non interessi nessuno?
Hanno sequestrato decine di miliardi del “tesoro di Gheddafi“. Fondi del commercio estero del governo libico depositati in banche occidentali. In vista del furto del petrolio finora negato agli Usa, la criminalità organizzata “comunità internazionale” esegue una rapina con scasso (di sicari armati locali) dei beni di un popolo cui i futuri fantocci garantiranno sopravvivenza con Marchionne e narcotraffico. 700 miliardi, invece, Obama li ha cavati dai cittadini per darli alle banche che li avevano rovinati. In 40 miliardi di euro si calcola il “tesoro” del guitto mannaro, questo sì personale.
Il presidente Chavez che, per demonizzare due disobbedienti, era stato inventato ospitante di Gheddafi, ha espresso solidarietà a Gheddafi contro le belve imperialiste. Ha detto: “Sarei un codardo se, sulla base di falsità, condannassi chi è stato mio amico“. Uomo vero. Berlusconi e Frattini, nella tomba dei morti viventi, hanno avuto un sussulto.
La balla risolutrice per i genocidi imperiali: “Il dittatore ha massacrato il proprio popolo”. Chi non interverrebbe umanitariamente, vero D’Alema, Prodi, Berlusconi? Così con le false stragi di Milosevic a Sarajevo e in Kosovo, con i massacri di curdi e sciti da parte di Saddam, con lo sterminio di donne per mano taleban. Ma mai con le Torri Gemelle, il metrò di Londra, il treno di Madrid. Ma quelli li ha fatti Al Qaida, mica i loro governi.
Tre commandos dei marines olandesi, cioè Nato, sono sbarcati dalla nave “Tromp” a Sirte, tuttora in mano libica, per innescare la rivolta anche lì. Le truppe regolari li hanno catturati. E’ spontanea un’insurrezione “Allah u Akbar”, guidata a Bengasi da istruttori e armatori Usa-Nato, coperta da false stragi mediatiche di Gheddafi, incitata dalla moglie di colui che sbranò la Jugoslavia, zeppa di commandos imperiali?
Provasto a normalizzare con militari e fantocci le potenziali rivoluzioni anti-globalizzazione in Egitto e Tunisia, scatenati i secessionisti salafiti in Libia e berberi in Algeria, la Libia, che contrattava alla pari con il mondo e respingeva gli Usa, è bella e incastrata. Si torna, come in Jugoslavia, a mafia-narco-statarelli, come ai bei tempi del colonialismo. Qui Cirenaica, Tripolitania e Fezzan a sbranarsi per gli sghignazzi e il petrolio Usa
Cirenaica come Kosovo. “Consiglieri” Usa a Bengasi stanno già ponendo le fondamenta per una nuova base Bondsteel da cui intervenire sull’Africa tutta, in culo a UE, Cina e Russia. Prima la creazione di una quinta colonna di invasati e banditi islamici, poi le false stragi di Slobo e Gheddafi sovrapposte a quelle vere degli ascari, quindi criminalizzazione del “dittatore”, bombe e squartamento del paese. La globalizzazione funziona. Oddio, se la dovrà vedere con Attac e I Social Forum. Paura!!!
Frattini, amico di Mubaraq, Ben Ali e gaglioffi sanguinari vari, manichino Standa, baciatore di deretani arcoriani, a nome del baciatore di anelli sollecita Piombo Fuso su Gheddafi. Meglio del moralista Chavez.Astuto! Le sanzioni Usa-UE hanno messo sotto scacco Eni, Finmeccanica, banche, cordate varie. Con un colpo gli Usa fanno fuori Libia e Italia, nel giubilo dei nostri media, sinistri e destri. E il guitto mannaro offre le basi d’attacco, come D’Alema con il Kosovo. Taffazzi al posto di Mattei. Che scaltri! Appunto masochimbecilli.

Fonte:http://www.stampalibera.com/?p=23447

Gheddafi attraverso i suoi scritti.

Comprendere Muhammar Gheddafi non era certo compito facile, sia per la complessità del personaggio, sia perché nel corso della sua vita egli ha attraversato diverse fasi personali e politiche. A un anno dalla sua morte nel mondo si registrano varie opinioni sul suo conto e non mancano quelle positive, soprattutto in Africa1. Tuttavia, in Europa e negli Stati Uniti il Colonnello non ha mai goduto di buona fama e la sua 2. Riflettendo su tale tendenza, negli anni ’80 Giulio Andreotti osservava: ” io non penso davvero che gheddafi sia un cherubino, ma non mi piace il sistema di creare una specie di diavolo di turno, su cui riversare anche le colpe che non ha

immagine è stata abitualmente riassunta nei prototipi del terrorista o del buffone
“.
L’invito di Andreotti ad evitare “la drastica e semplicistica classificazione degli uomini in buoni e cattivi”4 non ha raccolto molti consensi. E lo stesso Gheddafi non ha fatto granché per cambiare la sua reputazione, anzi, il suo egocentrismo è stato gratificato dal ricevere un’attenzione mediatica che, sebbene non fosse lusinghiera, era senza pari per un capo di Stato africano.
OLTRE LA LEGGENDA NERA.
Uno strumento utile, ma poco noto, per cogliere alcuni aspetti della complessa personalità di Gheddafi è la sua produzione letteraria (Muhammar Gheddafi, Fuga all’inferno e altre storie, introduzione di Valentino Parlato, Manifestolibri, Roma 2005, pp.128, 14,00 €). In essa il Colonnello mantiene un atteggiamento molto distante dall’iperbole provocatoria delle sue apparizioni pubbliche.
Nei primi racconti (La città, Il villaggio…il villaggio, La terra…la terra, Il suicidio dell’astronauta), l’autore contrappone le dinamiche alienanti della vita in città ai ritmi lenti del deserto e della campagna. Per il beduino Gheddafi la vita in città mette in discussione i valori tradizionali, senza però proporre valori alternativi. “Se ti atterrai a idee, valori e comportamenti non cittadini ti ritroverai isolato, incompreso. Quando cambierai comportamento, trasformandoti in cittadino, diverrai squallido”. Decisamente interessanti sono i racconti sull’integralismo islamico (Rompete il digiuno alla sua vista, La preghiera dell’ultimo venerdì, È passato il venerdì senza preghiera). Il Colonnello biasima i gruppi islamisti come i Fratelli Musulmani per il loro settarismo e per il rifiuto dello sviluppo e del progresso. Sarcasticamente Gheddafi ammette: “Abbiamo sbagliato a creare l’industria del ferro e dell’acciaio e a fondare fabbriche chimiche e petrolchimiche, sborsando per queste imprese miliardi”, mentre si poteva utilizzare quelle somme “per la ristampa di volumi ingialliti”. Gheddafi imputa inoltre agli integralisti un uso strumentale della religione, i cui precetti vengono da essi usati e distorti “per raggiungere il potere e giustificare l’abuso, l’inganno, la senseria e perfino l’ubbidienza supina e l’apertura [a Israele]”. Il Colonnello conclude dunque che gli islamisti agiscono “contro la nazione araba, in nome della religione, per annientare il nazionalismo arabo, (…) e per avversare l’orientamento progressista sociale e radicale [del panarabismo] con un orientamento islamico fittizio in base all’accordo segreto con la Cia e il Mossad”.
IL COLONNELLO E LA MORTE
Al centro del volume si trovano i racconti più personali: Fuga all’inferno, L’erba della debolezza e l’albero maledetto, La morte. In Fuga all’inferno e ne L’erba della debolezza e l’albero maledetto traspare la delusione per le difficoltà di realizzare nella realtà quotidiana i principi del Libro Verde. Il Colonnello affronta inoltre con occhio disincantato la relazione tra un governante e le masse, entusiaste nel momento del trionfo ma irrimediabilmente volubili nei loro sentimenti:

Nel momento della gioia di quanta devozione esse sono capaci! Hanno sostenuto Annibale, Pericle, Savonarola, Danton, Robespierre, Mussolini, Nixon, e quanta crudeltà poi hanno dimostrato nel momento dell’ira! Hanno cospirato contro Annibale e lo hanno avvelenato, hanno bruciato Savonarola sul rogo, hanno mandato il loro eroe Danton alla ghigliottina, hanno fracassato le mascelle di Robespierre, il loro amato oratore, e hanno trascinato nelle strade il cadavere di Mussolini, hanno sputato in faccia a Nixon mentre lasciava la Casa Bianca dopo che erano state loro a farcelo entrare!Ne La morte il Colonnello rievoca la figura del padre e descrive con orgoglio la sua lotta contro l’esercito italiano e i suoi alleati locali, capeggiati dal futuro re Idris el Senussi:

Nonostante la situazione fosse pessima, le possibilità di scampo disperate, la lotta ineguale, mio padre decise senza alcuna riserva di combattere […] proclamò il suo disprezzo per la morte, il suo esercito e ciò che sarebbe avvenuto.Chiude la raccolta L’annunciatore del sahur di mezzogiorno. Nel personaggio di questo racconto sembra riflettersi la figura del riformatore sociale, investito come l’annunciatore di una responsabilità “di carattere morale”, che “ha a che fare con l’animo la coscienza e un profondo senso della propria funzione”. Per svegliare i fedeli durante il mese del ramadan, l’annunciatore prosegue la sua marcia, nonostante gli ostacoli che incontra sul suo cammino, “finché tutti non abbiano udito la sua voce”. Come L’annunciatore del sahur di mezzogiorno, il Colonnello ha sempre creduto di adempiere una missione. Poco dopo il colpo di stato incruento con cui depose re Idris, Gheddafi si dichiarava pronto ad assumere i difficili compiti che lo attendevano, “perché questo è il mio dovere e anche il mio destino”5 E nonostante i ripensamenti, le delusioni e gli errori che hanno marcato la sua esistenza, egli ha voluto rimanere fedele a quella che a torto o ragione riteneva la sua missione. Così, come aveva promesso, il Colonnello è rimasto fino alla fine nel suo paese, preferendo alla fuga verso l’esilio la possibilità di proporsi come un “emblema del dovere e dell’onore”6.
NOTE:Giordano Merlicco è un analista delle relazioni internazionali.

1. Il più esplicito elogio di Gheddafi è probabilmente quello formulato dall’organizzazione giovanile dell’Anc, movimento che da due decenni governa il Sud Africa: The ANC Youth League salutes the Anti-Imperialist Martyr, Colonel Muammar Gadaffi, 21 October 2011; http://www.ancyl.org.za/show.php?id=8103 .
2. Di questo atteggiamento è emblematico il commento del Financial Times all’uccisione di Gheddafi: David Gardner, Nation awakes from nightmare of terror and buffoonery, “Financial Times”, 24/10/11. Secondo Gardner, in 42 anni di potere Gheddafi non ha ottenuto nulla, se non rendere il suo paese “sinonimo di uno sconcertate misto di terrore e buffoneria”.
3. Giulio Andreotti, L’Urss vista da vicino. Dalla guerra fredda a Gorbaciov, Rizzoli, Milano, 1988, p. 286.
4. Giulio Andreotti, Visti da vicino. Terza serie, Rizzoli, Milano, 1985, p. 14.
5. Cit. in: Angelo Del Boca, Gheddafi. Una sfida dal deserto. Laterza, Roma-Bari 2010, p. 33.
6. Gaddafi: The last will and testament, “Asharq Al-Awsat”, 23/10/2011,
http://www.asharq-e.com/news.asp?section=3&id=27056. Fonte:http://www.geopolitica-rivista.org/19261/gheddafi-attraverso-i-suoi-scritti/

CHI VOLEVA LA MORTE DI GHEDDAFI? Scritto da: Gianni Petrosillo (14/06/2013)

CHI VOLEVA LA MORTE DI GHEDDAFI?  Scritto da: Gianni Petrosillo (14/06/2013)
Chi voleva Gheddafi morto? Noi, cioè la Nato, ovvero l’aggregazione dei Paesi democratici che esporta la libertà e la civiltà coi bombardamenti e le esecuzioni mirate. Portatori di droni di pace in ogni angolo del pianeta.
L’Italia, che fino al primo raid, in quel fatidico marzo del 2011, era stata amica e partner della Libia, in un interessante quadrangolare geopolitico nel mediterraneo, con Russia ed Algeria (e in un secondo momento anche la Turchia, interessata al progetto di gasdotto South Stream, di cui Roma era titolare con una partecipazione maggioritaria) si schierò con francesi, inglesi ed americani (in ordine inverso di aggressività) per eliminare il dittatore.

Perché lo fece avendo tutto da perdere e niente guadagnare? Perché rimettere in discussione i profittevoli accordi e la strategia vincente, tanto commerciale che diplomatica, concordata col leader arabo-africano, peraltro, dopo aver ammesso le proprie responsabilità coloniali risarcendo i libici?
Il governo italiano, che inizialmente provò almeno a restare fuori dalla guerra, proprio per il rispetto dei patti stretti con Tripoli, all’improvvisò si schierò per l’intervento attivo. Berlusconi non era affatto contento ma i suoi ministri degli esteri e della difesa, dapprima dichiaratisi apertamente contro la soluzione militare perché loro stessi pienamente coinvolti nell’imbastitura di entente con Gheddafi, mutarono atteggiamento. A parere di Umberto Bossi, membro di quel gabinetto, fu il Presidente della Repubblica a fare pressione sugli uomini dell’esecutivo che parlarono, senza mettere B. al corrente, coi vertici della Nato. C’è da crederci se si pensa che oggi Franco Frattini è candidato alla segreteria dell’Organizzazione del trattato Nord Atlantico e che La Russa, dopo aver sostenuto il mero appoggio logistico alla coalizione, fece lanciare ordigni sul territorio libico (secondi solo alla Francia per quantità di missioni e di sganciamenti) tentando di nasconderlo alla pubblica opinione.
Adesso, il Fatto quotidiano ritiene, avendone ricevuto da notizia da ambienti diplomatici e d’intelligence, che B. avesse chiesto ai servizi di uccidere Gheddafi per timore che questi rivelasse fatti compromettenti. In realtà, sempre a detta di Bossi, B. aveva paura che le barbe finte del colonnello si mettessero sulle sue tracce per l’infame voltafaccia. Ma con l’escalation del conflitto e le difficoltà del Rais, sempre più isolato internazionalmente, con Russia e Cina che non opposero il veto allo stabilimento della No Fly zone, questa eventualità risultava piuttosto remota.
Più di chiunque altro, a voler Gheddafi fuori dai giochi, erano gli stessi che lo avevano sdoganato, molto prima dei governi italiani, e che si erano sentiti traditi per i business perduti, a favore di russi e connazionali. Fu George Bush ad abolire, nel 2003, alcune sanzioni decretate da Ronald Reagan, perché così vollero le multinazionali petrolifere americane. Qualche anno dopo, nel 2006, Tripoli sparì anche dalla black list dei rogue state. Nel 2009 la Gran Bretagna restituisce Abdel Basset al-Megrahi, l’ “eroe” Lockerbie a Gheddafi che reclamava un segno di amicizia per favorire gli appalti petroliferi della Bp, la quale si lamentava di essere stata danneggiata dalla concorrenza di altre società estere. Infine, il presidente francese Sarkozy, il vero “nanonapoleone” della campagna di Libia, accreditatosi agli occhi del mondo come il nemico più acerrimo del satrapo della Jamaria. Costui era quello che più di tutti aveva qualcosa da far dimenticare, i finanziamenti del Colonnello alla sua corsa alla presidenza. Furono i rafale francesi ad intercettare il convoglio governativo che scappava attraverso il deserto e a colpirlo ripetutamente. Gheddafi fu preso dai mercenari ribelli che lo torturarono, poi una manina compassionevole, o, forse, fin troppo lesta ad eseguire gli ordini superiori (francesi) premette il grilletto in nome e per conto dell’inquilino dell’Eliseo.
Questi gli eventi. B. non ha mai controllato la Sicurezza nostrana per avanzare richieste così ardite, come l’annichilimento di un leader straniero, tanto che il suo sport più sgradito era farsi fotografare in tutte le pose, presso la sua villa in Sardegna, con gli 007 distratti dal mare e dal sole. Forse, ad un certo punto, anche lui si è augurato la morte di Gheddafi ma non ha mai voluto che il nostro paese s’infilasse in quel meschino conflitto nel quale danneggiavamo la quarta sponda del Belpaese. Questa resterà la macchia più grande sulla sua carriera politica, perché la Storia perdona le scappatelle ma non le fughe vigliacche di fronte alle responsabilità epocali.
Fonte:http://saragio.wordpress.com/2013/06/14/chi-voleva-la-morte-di-gheddafi-scritto-da-gianni-petrosillo-14062013/

L’altra verità su Muammar Gheddafi

23 ottobre 2011

«Faceva gli interessi del suo popolo, e per questo dava fastidio ai Paesi occidentali, che hanno colto il momento per toglierselo di mezzo». E l’opinione “fuori dal coro” di Michele Bella, laureando in Scienze Politiche di Fiumefreddo di Sicilia

     La recente e cruenta eliminazione fisica del rais libico Muammar Gheddafi non è ancora storia, bensì cronaca, “fumante” e grondante di sangue. Ci vorranno, dunque, parecchi anni per appurare (anche sulla base dell’operato di coloro che lo sostituiranno alla guida del Paese africano) se si era di fronte ad un despota o ad un illuminato governante.

E sì: perché potrebbe pure essere che il cosiddetto “dittatore” sia un individuo che ama svisceratamente lo Stato che si trova ad amministrare, e pur di realizzare i suoi “sogni” per quella terra dà anche vita ad atti qualificati “antidemocratici” (in pratica la cosiddetta “ragion di Stato” di cui scrisse Giovanni Botero e poi ripresa dal Machiavelli). Questo è quanto sostanzialmente sostiene Michele Bella, un brillante giovane laureando in Scienze Politiche di Fiumefreddo di Sicilia, già presente su questo sito Internet per via dei suoi trascorsi nei mondi del cinema e della tv.

     Bella è uno che non ci sta ad omologarsi alla massa di politici, intellettuali e giornalisti che in questi giorni (ma anche da diversi anni…) demonizzano il regime di Gheddafi ed “esultano” di fronte alla sua barbara uccisione; e lo fa sulla base delle conoscenze da lui acquisite attraverso i suoi studi universitari e le ricerche che ha autonomamente condotto, spinto dall’interesse verso i meccanismi politici e socioeconomici che determinano le sorti dell’umanità.

Poiché anche noi non abbiamo interessi da difendere né pregiudizi da alimentare ed, in più, ci piace dare voce a chi si colloca “fuori dal coro” delle opinioni dominanti e scontate (che non è detto siano sinonimo di “assoluta verità”…), abbiamo ritenuto doveroso intervistarlo.

– Ed allora: perché è crollato il regime di Gheddafi?
«Perché la cosiddetta “Primavera Araba” ha “scioccamente” contagiato anche la Libia».

– Perché usa l’avverbio “scioccamente”?
«Perché in Libia non si stava bene, ma… benissimo! Non si è capito, dunque, perché il Governo Gheddafi bisognava rimuoverlo. E per di più macchiandosi di un efferato omicidio (le cui raccapriccianti immagini hanno fatto il giro del mondo) perpetrato nei confronti di un essere umano che amava a tal punto la propria terra da non volersi mai distaccare da essa, nemmeno per salvarsi la pelle».

– Nella Libia di Gheddafi, dunque, si viveva benissimo?
«Altro che! Basti pensare che lo Stato assicurava ad ogni cittadino il diritto ad avere una casa, non si pagava alcuna tassa, la benzina costava appena otto centesimi al litro, agli studenti diplomati veniva assicurato uno stipendio medio fino a quando non trovavano lavoro, chi metteva su famiglia riceveva significative agevolazioni (300 euro al mese e l’acquisto della prima casa a carico dello Stato), a tutti i pensionati venivano corrisposti duecento euro al mese oltre ai rispettivi emolumenti, ai giovani che volevano studiare all’estero venivano concesse borse di studio mensili di oltre 1.600 euro, i pubblici impiegati che si assentavano dal lavoro per un paio di giorni non venivano “tartassati” con richieste di presentazione di certificati medici e diminuzioni di stipendio, le banche erogavano finanziamenti senza chiedere interessi, ecc. Infine un ultimo, ma non insignificante, particolare: in Libia, forse anche grazie al benessere di cui godevano tutti i suoi abitanti, non esisteva criminalità. La Libia di Gheddafi, insomma, era uno Stato ideale che tutti gli Stati del mondo, perennemente “impantanati” in ipocriti discorsi teorici e demagogici di democrazia e libertà, dovrebbero prendere a modello. Magari in Italia si stesse come si stava in Libia sotto la presunta “tirannia” di Gheddafi!… ».

– E come mai il fautore di questo sistema socioeconomico “perfetto” ha fatto una fine così atroce?
«Come lui stesso ha spiegato in uno dei suoi ultimi interventi in video, la cosiddetta “Primavera Araba” si è estesa, quasi fosse una “moda”, anche alla Libia, con la particolare “benevolenza” delle potenze mondiali che hanno fatto leva sull’esuberanza di giovani scapestrati, animati solo dalla voglia di contestazione tipica della loro età».

– Vuole dire, in pratica, che gli Stati Uniti e diversi Paesi europei hanno sfruttato la “Primavera Araba” per rimuovere Gheddafi: ma per quale motivo?
«Il discorso è sempre quello: ci sono Stati governati da efferati dittatori che osano calpestare i più elementari diritti umani, ma in cui la Nato non si “sogna” mai di ficcare il naso; ci si appunta, invece, su quelli dove si possono ricavare interessi. E la Libia, a parte il petrolio, ultimamente era diventata “interessante” (o “inquietante”…) anche per un altro fattore, di cui l`opinione pubblica non è a conoscenza: i tentativi di Gheddafi di dotare il continente africano di una moneta unica, che avrebbe sconvolto gli equilibri economici mondiali. Si trattava del “dinaro d’oro”, in grado di mettere in ginocchio il dollaro e l’euro. Questa sua “idea” (scaturita anche dal fatto che la Libia possiede ben 144 tonnellate del preziosissimo metallo) aveva già fatto parecchi proseliti tra i governanti dell’Africa, e ciò cominciava a far “paura” alle banche del resto del mondo. E, guarda caso, i Paesi più favorevoli a tale progetto erano l’Egitto, la Tunisia e la Siria, ossia quelli dove sono scoppiate le recenti rivolte della “Primavera Araba”… Perché, soprattutto nelle contrattazioni petrolifere, la ricchezza di una Nazione sarebbe dipesa da quanto oro essa avrebbe avuto e non da quanti dollari o euro avrebbe scambiato. Gheddafi, dunque, non faceva altro che gli interessi del suo Paese, così come dovrebbe fare qualsiasi altro governante al mondo. Tutto ciò gli ha attirato delle “antipatie” che gli sono costate care: le “bestie” che lo hanno ucciso e fatto scempio del suo corpo non sarebbero giunte a così tanta barbarie se non avessero goduto del sostegno di coloro che si fanno definire “paladini della democrazia e della libertà”, ma che, in realtà, sono solo degli squallidi affaristi protesi ad impinguare i loro portafogli ed i loro consensi elettorali».

– Mi sembra di capire che, risultando piuttosto “impopolare” sul piano internazionale, Gheddafi si è anche visto costretto a cautelarsi imponendo censure e limiti alla libertà di espressione del popolo libico, che è forse il maggior motivo di malcontento dei suoi oppositori…
«Certamente! Oltre che dalle notorie turbolenze delle “irrequiete” tribù interne, Gheddafi si doveva guardare le spalle anche dall’ostilità di tanti Paesi occidentali, con in testa gli Stati Uniti. Ma mettiamoci nei suoi panni con un banalissimo esempio: se un padre si accorge che il figlio utilizza il personal computer di casa in maniera impropria (ossia aprendo i file personali degli altri membri della famiglia, inviando e-mail volgari o connettendosi a siti diseducativi), cosa è naturale e giusto che faccia? Semplice: impedirgli l’accesso a quel computer o dotare quest’ultimo di programmi e dispositivi atti a limitare l’operatività su di esso da parte del ragazzo. Questo per dire che oggi la comunicazione è un fattore fondamentale di civiltà e progresso (anch’io non posso rinunciare alla mia “brava” pagina su Facebook), ma bisogna capire che ci rende anche più vulnerabili; ed in un contesto delicato come quello libico, piuttosto inviso alla comunità internazionale, chi si trova a governare è comprensibile che in qualche modo si cauteli onde evitare fenomeni di spionaggio oltre che manifestazioni “indisciplinate” della libertà di pensiero».

– Gheddafi, comunque, non si poteva di certo considerare un “amico” del popolo italiano: pensiamo all’ingente risarcimento che si fece liquidare dal nostro Stato, ai missili verso Lampedusa ed all’emergenza immigrati…
«Non era un amico del popolo italiano semplicemente perché, nella stupida corsa al colonialismo, l’Italia si era ingiustamente impadronita del territorio libico con la forza. Ma per il suo popolo, il colonnello Gheddafi non è stato il dittatore “cattivo” dipintoci dai mass media: è stato, invece, colui che, nel 1969, ha liberato la Libia da una monarchia particolarmente corrotta e si è subito prodigato, con risultati concreti e positivi, a modernizzarne le infrastrutture e ad elevarne il Prodotto Interno Lordo ed il tenore di vita degli abitanti».

– Per concludere: se fosse chiamato a difendere il colonnello Gheddafi di fronte al cosiddetto “Tribunale della Storia”, cosa direbbe nella sua “arringa”?
«Che ci troviamo al cospetto di un autentico rivoluzionario che è morto combattendo. Con il benessere, i servizi e le opportunità che ha garantito al popolo libico si è rivelato una guida illuminata, al punto da far “impallidire” le socialdemocrazie nordeuropee e far “vergognare” gli ipocriti capi di Stato occidentali, buoni solo a riempirsi la bocca di “democrazia e libertà” senza far nulla per assicurare dignitose condizioni di vita alla gente che amministrano. Gheddafi, invece, non prendeva in giro la gente con slogan populistici, ma anzi diceva pubblicamente che “l’Africa non necessita di democrazia, bensì di pompe d’acqua, cibo e medicine”. Certo: la democrazia e la libertà sono concetti sublimi, ma rischiano di rimanere mera utopia e di lasciare il tempo che trovano se alle persone, nessuna esclusa, non si dà innanzi tutto la possibilità di vivere dignitosamente ed in piena sicurezza. Se qualche volta Gheddafi ha fatto ricorso alla violenza, bisogna tener conto dell’accesa conflittualità tra le varie tribù libiche e della conseguente necessità di garantire l’ordine pubblico. Ma da qui a dire che era un tiranno o un despota sanguinario ce ne corre. Sicuramente era un dittatore; ma molto meglio una “buona dittatura” che delle democrazie irrimediabilmente “malate” come quelle italiana ed americana. Ed, in ogni caso, il modo in cui Gheddafi è stato fatto uscire di scena è stato a dir poco abominevole, perché nemmeno il più infimo degli animali avrebbe meritato una morte così atroce».

Ringraziamo questo “coraggioso” giovane intellettuale di Fiumefreddo di Sicilia per averci fornito un’interessante visione alternativa ed anticonformista del “Caso Gheddafi”. Per il resto non ci resta che attendere l’azione di governo delle democratiche personalità che s’insedieranno quanto prima alla guida del nuovo Stato libico: solo allora potremo verificare se sia possibile conciliare il benessere socioeconomico dei tempi del “rais” con le istanze di libertà e democrazia.

RODOLFO AMODEO

Preso da: http://www.rodolfoamodeo.it/docsDetail-notizie-3/2-personaggi/237-laltra-verita-su-muammar-gheddafi

Toh, chi si vede. La “Nuova” Libia.

Libia. Certamente non è stato un argomento – come dire? – “sviscerato” dalle ‘autorevoli’ corrispondenze da Lough Erne, l’amena località del Nord Irlanda (occupato da Sua Maestà britannica) teatro del G8.
Ma qualche riga, una mezza frase, è stata ripresa su quanto sussurrato in merito da Obama al suo nuovo palafreniere d’Italia, Enrico Letta. In sintesi è stato richiesto a Roma di prodursi in buoni uffici mediatori con il nuovo regime tricefalo Tripoli-Bengasi-Fezzan.Toh, chi si vede. La Nuova Libia
Qualcuno degli acuti commentatori si è sprofondato anche in dotte reminiscenze storiche sul “ruolo mediterraneo dell’Italia” e sui suoi “incancellabili legami storici con la quarta sponda”.
In realtà, dopo aver aperto il vaso di Pandora a suon di bombe Nato per esportare “democrazia” e assassinare Gheddafi e parte del suo popolo, gli angloamericani hanno palesemente lì, nel loro dopoguerra, trovato “qualche difficoltà”. Compresa qualche morte eccellente. E’ vero che i pozzi petroliferi sono stati comunque spartiti tra i Lords Protettori (Francia inclusa) ma la situazione, su quella sponda del Mediterraneo è oggi tutt’altro che “normalizzata”.
Di qui la “delega politica” al fedele governo coloniale Letta.

Che tenterà pure di obbedire ai comandi imperiali con qualche mossa “diplomatica”, ma che non potrà che innalzare, e molto presto, bandiera bianca.
E’ un fatto che dopo più di due anni dalla vera e propria guerra del Pentagono e della Nato contro lo Stato nordafricano della Libia, il regime da loro imposto come “Congresso Nazionale Generale” oggi stia chiedendo aiuto ai suoi padroni neo-coloniali.
Lo stesso segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, aveva di recente dichiarato che il governo filo-occidentale di Tripoli ha richiesto assistenza sulla sicurezza. E un gruppo di sedicenti “esperti” si è subito recato in Libia e riferirà al Comando Nato a fine mese “il modo e la via da seguire”. Così Rasmussen ha spiegato la sua “delega militare” chiamata a ipotizzare formule di “addestramento di forze di sicurezza libiche” sotto l’egida occidentale.
Il contesto è quello di un continuo aggravarsi della stabilità “atlantica” in Libia e, da lì, in tutto il Nord ed Ovest Africa. Un lascito della guerra scatenata da Usa, Francia e Nato nel febbraio 2011 e partecipata dall’Italia e da altre nazioni ascare occidentali. La Libia di Gheddafi, strade e città modello, ora trasformate in rovine, ha ceduto il passo ad uno Stato tribale governato da vari gruppi armati molto virtualmente legati all’ectoplasma Cng. Di fatto milizie che cercano di frantumare l’unità libica in tre “entità” territoriali diverse a Est, a Sud e a Ovest. I massacri (l’ultimo a Bengasi, l’8 giugno, tra civili e miliziani fondamentalisti dello “Scudo della Libia”) e le guerre per procura (mercenari in Siria, integralisti in Mali) sono all’ordine del giorno.
Ed è lì che il governo Letta è stato chiamato a intervenire.
In un altro Afghanistan.
Preso da:http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=21624&utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Rinascita-Tutti+%28Rinascita+-+Tutti%29

Libia 2011: Dichiarazione del Movimento Donne Coscienza della Serbia (Zenes)

14 marzo 2011.
Il Movimento Zenes, che segue con un’attenzione particolare la situazione in Libia, denuncia il flusso di disinformazione e di menzogna che si abbatte su questo paese e sui suoi dirigenti. Un’odiosa campagna di stampa scatenata dai grandi media dei paesi della NATO e dalle petromonarchie arabe deforma da tre settimane la realtà, demonizza la Guida libica Mouhammar Gheddafi e getta infamia sulle sue strutture di difesa.
Per la sua ampiezza e il suo stile, questa campagna di stampa rilanciata da alcune ONG ad hoc, ricorda quella scatenata qualche anno fa dagli stessi soggetti contro la Repubblica Federale di Jugoslavia e la Serbia.
In parallelo a questo bombardamento mediatico, in effetti, sono stati messi in piazza con una estrema rapidità a New York, Londra e Bruxelles gli stessi strumenti di “diplomazia coercitiva” volti ad isolare, indebolire, demonizzare e abbattere uno Stato indipendente e sovrano e i suoi dirigenti.

La rapidità con la quale le decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e degli Stati e organismi sotto l’influenza degli Anglosassoni sono state prese (come l’esclusione dal Consiglio dei Diritti Umani, l’indagine della Corte Penale Internazionale e il “blocco dei beni” libici) così come la presenza attestata delle forze speciali occidentali che addestrano i ribelli, indicano che i tumulti non hanno nulla di spontaneo come si è preteso di far credere. Come si è fatto ieri in Jugoslavia la “comunità internazionale” ha sostenuto i suoi spioni reazionari e islamisti in un paese che vuole occupare.
Seguendo il copione di un film già visto in Jugoslavia, gli Anglosassoni e il loro seguito ci vogliono convincere che i rivoltosi della Cirenaica sono dei “resistenti alla dittatura” di Mohuammar Gheddafi che “ha massacrato dei civili”, al punto che BBC e CNN fanno parlare dei diplomatici di ritorno eretti quali “soli rappresentanti legittimi” e mettono in scena il “flusso di rifugiati” alle frontiere.
Vero atto di guerra contro uno Stato sovrano la “zona di esclusione aerea” che la NATO vuole instaurare non è per proteggere dei “manifestanti” ma per aiutare dei ribelli armati, dopo che i portavoce del Dipartimento di Stato e del Foreign Office hanno pubblicato delle notizie fantasiose e dei bilanci menzogneri. All’inizio del film, le ONG di Soros, Human Rights Watch e International Crisis Group, si sono precipitate per avanzare la tesi che bisognasse urgentemente portare “assistenza ai civili” per impedire un “genocidio” e un “disastro umanitario”. La “responsabilità di proteggere”, variante semantica del “dovere d’ingerenza” e maschera dell’ “imperialismo umanitario”, serve una volta di più da pretesto allo scatenamento di una scellerata spedizione militare americano-occidentale con la complicità delle Nazioni Unite.
Già impiegate nei Balcani e in Mesopotamia, queste dichiarazioni e misure sono quelle che precedono le aggressioni di grande portata. All’opposto di questa propaganda formattata la verità è che i resistenti sono coloro che resistono all’aggressione dei media, degli organismi di spioni azionati da un Impero americano che si nutre di guerre.
Per questo motivo, nelle circostanze drammatiche attuali, il Movimento Zenes:

  • Accusa gli Angloamericani e la loro fanteria coloniale araba e europea di condurre una nuova guerra d’aggressione contro uno Stato indipendente e sovrano in una zona strategica del Sahara che dispone d’importanti risorse in petrolio e gas.
  • Denuncia l’atteggiamento spregevole del Governo allineato della Serbia che fino a ieri ancora si pavoneggiava in Libia e che, al fischio degli Stati Uniti, si è allineato servilmente sulle posizioni della cosiddetta comunità internazionale.
  • Manifesta la sua intera solidarietà con la Jamahirya Araba Socialista libica, al suo popolo e alla sua Guida nella situazione drammatica in cui sono stati messi e cui i colpevoli sono, una volta di più, gli Occidentali.
  • Ricorda il suo estremo attaccamento alle donne e agli uomini liberi di Libia odiosamente aggredita dall’imperialismo americano e dai suoi valletti.
  • Lancia un appello alle organizzazioni nazionali progressiste e non allineate di Serbia, dei Balcani e d’Eurasia a mobilitarsi per difendere, qualunque cosa accada, la giustizia e la libertà. Queste ultime non consistono, in effetti, nella difesa virtuale d’individui e di gruppi spinti contro la loro patria dall’ingegneria dei centri finanziari imperialisti ma nell’affermazione viva e dinamica di Stati e di nazioni indipendenti e sovrane in seno ad un mondo multipolare nel quale i popoli uniti e solidali possano trovare pienamente l’espressione della loro identità e della loro libertà.

Belgrado, 7 marzo 2011
Il Presidente del Movimento Zenes: Dr. Mila Aleckovic Nikolic
javljamse@zenes.org

Fonte: http://www.eurasia-rivista.org/libia-%E2%80%93-dichiarazione-del-movimento-donne-coscienza-della-serbia-zenes/8675/

La vera arma di distruzione di massa é la democrazia

domenica 16 settembre 2012

La vera arma di distruzione di massa é la democrazia

Marco Cedolin

Uno dei tratti salienti che hanno caratterizzato l’ultimo decennio é senza dubbio l’esportazione della democrazia occidentale, omologata secondo il modello americano e veicolata ovunque sia stato possibile, spesso in maniera coatta e con l’ausilio delle bombe.
Dopo la “democraticizzazione” dell’Europa dell’Est, intervenuta come corollario del crollo dell’Unione Sovietica e del mito del comunismo, per realizzare la quale é stata necessaria solamente qualche “spinta” data al momento giusto nel luogo più consono (da Ceausescu a Milosevic sarebbero molte le storie da raccontare e sulle quali riflettere) da parte dell’amministrazione USA, dei suoi padroni e dei suoi servi é maturato il convincimento che si dovesse proseguire sulla strada intrapresa raddoppiando gli sforzi e sostituendo le spintarelle con veri e propri schiaffoni.
Prima é toccato all’Afghanistan  di Bin Ladin, reo di essere stato scelto come caprio espiatorio degli auto attentati dell’11 settembre, assaporare il dolce gusto delle bombe e della democrazia….

Poi all’Iraq di Saddam Hussein, reo di possedere armi di distruzione di massa tanto ferali quanto inesistenti, venire investito da una tale dose di democrazia quale era sufficiente a riportare indietro il paese di almeo un secolo.
Poi alla Libia di Gheddafi, accusato di sterminare il proprio popolo, come accuratamente documentato nei filmati girati ad Hollyvood e nel Qatar, subire una democratica caccia all’uomo, portata con l’ausilio dei missili Tomahawk che hanno distribuito la democrazia in maniera equanime radendo al suolo buona parte del paese.
Infine alla Siria di Assad, dove fortunatamente la democrazia fatica ad affermarsi e per ora alligna solamente fra le orde di mercenari che massacrano donne e bambini, aiutati nel proprio lavoro dagli uomini dei corpi speciali dei paesi occidentali e dall’arsenale di armi di distruzione di massa che l’Occidente distribuisce loro in maniera più o meno ufficiale.
Mentre nel frattempo la democrazia sbocciava anche nella Tunisia di Ben Ali e nell’Egitto di Mubarak, fortuntamente in maniera meno impetuosa, grazie alla disponibilità dimostrata dai due “dittatori” a lasciarsi deporre senza combattere, nell’ambito di quelle che sono state veicolate nell’immaginario collettivo come rivolte popolari.
Oggi nell’Afghanistan democratico si vota come negli USA (e come negli USA occorre qualche mese per portare a termine lo spoglio delle schede), ma le donne, sia quelle che non hanno più il burka sia quelle che ancora lo portano, vengono regolarmente sterminate dai droni statunitensi mentre vanno a fare la legna o quando partecipano ad un matrimonio o quando devono recarsi all’ospedale a partorire. In Afghanistan la democrazia si specchia quotidianamente nella guerra permanente, nelle stragi di civili, in un paese ancora più devastato di quanto non lo fosse prima, dove l’unica novità sono i centri commerciali nuovi fiammanti dedicati agli operatori occidentali e all’elitè al servizio degli USA ed il rifiorire delle coltivazioni di oppio che gli anti democratici talebani avevano eliminato.
Oggi nell’Iraq democratico, che si é ormai lasciato alle spalle gli “anni bui” di Saddam Hussein, quando il paese era all’avanguardia nella regione, sia sotto il profilo tecnologico ed economico, sia sotto quello dei diritti umani e delle donne, come testimoniato dagli stessi rapporti dell’ONU, si vive in una sorta di polveriera senza senso nè costrutto. Composta da città stato dominate da bande tribali e da un governo fantoccio eletto dall’amministrazione a stelle e strisce. Senza che esistano più un tessuto industriale e una capacità produttiva degne di questo nome. Senza che il paese abbia più un qualche peso economico, con la popolazione costretta a vivere fra le macerie di un tempo che fu ed a morire alla disperata ricerca di cibo all’interno di qualche mercato dove quotidiamente deflagrano autobomba prive di pietà ma sempre molto ricche di democrazia.
Nella Libia democratica e libera non c’é più il petrolio “di Gheddafi” a sostenere una politica socialista attraverso la quale garantire una vita dignitosa alla gran parte dei cittadini. Ci sono solo macerie condite con l’uranio impoverito, intorno alle quali aggirarsi con la speranza di riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena, lotte intestine, morti ammazzati ed un futuro da declinare nel segno della miseria.
Come si può evincere da una semplice osservazione della realtà, depurata dalla mistificazione dei media mainstream che inseriscono ogni paese “liberato” all’interno di una bolla di oblio mediatico dalla quale nulla filtra più, la democrazia é allo stato attuale delle cose l’unica vera arma di distruzione di massa, della quale l’Occidente fa un uso smodato, ben conoscendone le devastanti potenzialità.