La fame nel mondo? Un affare per le banche

24.2.2015
Grazie alla finanziarizzazione dell’agricoltura banche e fondi speculano su grano e mais, alzando i prezzi e affamando i popoli
Lucandrea Massaro

Con due pezzi a firma di Dominique Greiner e di Antoine d’Abbundio sul quotidiano cattolico francese “La Croix” di ieri, si torna a parlare con forza di problema che interessa tutto il mondo, ed in special modo l’Italia che ospita l’Expo 2015 sui temi della fame nel mondo: la speculazione finanziaria sul prezzo delle materie prime alimentari.

Due anni dopo il rapporto “Banques: la faim leur profite bien” (Alle banche, la fame procura profitti, NdR), Oxfam pubblica il suo rapporto sul problema della speculazione sulle materie prime agricole. Le banche francesi, nonostante alcuni progressi positivi, possono fare di più, ritiene la ONG Oxfam, che aveva iniziato la sua battaglia su questo tema già nel febbraio 2013 quando il progetto di legge bancaria veniva discusso in parlamento. Da allora, le banche francesi non hanno ufficialmente più il diritto di speculare sui mercati di prodotti derivati. Tuttavia questo provvedimento non è ancora entrato in applicazione, e non proibisce agli istituti bancari di proporre alla loro clientela dei prodotti finanziari sul corso dei prodotti agricoli.

Senza voler negare l’utilità di prodotti e strumenti finanziari che portano la necessaria liquidità alla filiera agricola – ad esempio permettendo a degli agricoltori di vendere fin da oggi la loro produzione futura senza subire i rischi sui pezzi -, Oxfam sottolinea però da anni come la finanziarizzazione dei mercati agricoli li abbia sviati dal loro scopo iniziale. Oggi, il ruolo svolto dagli operatori finanziari è più importante di quello dei produttori agricoli e dei commercianti. Il che ha come maggiore effetto quello di far aumentare i prezzi, rendendoli instabili. Una situazione di cui soffrono prima di tutto le popolazioni più povere del pianeta, come si è visto in occasione delle rivolte della fame del 2008, 2010 e 2012. “È doloroso constatare come la lotta contro la fame e la denutrizione sia ostacolata dalla priorità del mercato e dalla preminenza del guadagno, che hanno ridotto il cibo ad una merce qualsiasi, soggetta a speculazione, anche finanziaria”, deplorava Papa Francesco nel novembre scorso davanti alla FAO. La stessa constatazione spinge Oxfam a chiedere alle banche francesi di rinunciare a qualsiasi forma di attività speculativa sui mercati agricoli: giocare con il cibo in Borsa significa giocare con la vita e la salute di coloro che non sono al riparo dalla fame e dalla denutrizione. Ad onor del vero si tratta comunque di una forma di speculazione attuata principalmente da banche anglosassoni e da trader internazionali. Due anni dopo la campagna che denunciava le attività delle banche francesi sul mercato delle materie prime alimentari, la ONG Oxfam pubblica oggi un nuovo rapporto in merito. La situazione è migliorata?

Secondo l’organizzazione, i risultati sono controversi. “Nel febbraio 2013, avevamo interpellato quattro gruppi bancari: BNP Paribas, la Société Générale, il Crédit agricole e il gruppo Banque populaire-Caisse d’épargne (BPCE). Oggi, constatiamo che alcuni hanno rispettato il loro impegno di ridurre il numero di prodotti finanziari destinati a speculare sui prezzi agricoli. Ma altri son ben lontani dall’aver mantenuto le promesse”, sottolinea Clara Jamart, responsabile del “Plaidoyer per la sicurezza alimentare”. Tra i “buoni”, secondo Oxfam, il Crédit agricole è al primo posto. Come si era impegnata a fare, la “banca verde” ha chiuso i tre fondi in cui aveva delle partecipazione e ha cessato ogni attività speculativa in quell’ambito. La Société générale ha anche fatto uno sforzo sopprimendo tre fondi e realizzando una trasparenza totale. “Ma continua ad essere la prima banca francese a speculare sui prodotti agricoli con sette fondi attivi che rappresentano 1359 milioni di euro”, afferma Clara Jamart. Invece, BNP Paribas è sotto accusa. “Nel 2013, la banca gestiva tredici fondi. Sei sono stati chiusi, ma ne sono stati aperti altri quattro nuovi. Alla fine, il gruppo mantiene un volume di attività speculative molto elevato, 1318 milioni di euro, vicino al livello rilevato due anni fa”, precisa Oxfam. Quanto al gruppo BPCE, la ONG afferma che continua a gestire, tramite la sua filiale Natixis, un fondo il cui ammontare rappresenterebbe 884 milioni di euro. Conclusione senza appello di Clara Jamart: “L’ammontare totale dei fondi esposti alle materie prime agricole si avvicinava, alla fine del 2014, ad un totale di 3.6 miliardi di euro, segno che le banche francesi continuano a speculare massicciamente sulla fame”.

Al centro del dibattito, la ONG pone un problema cruciale: quello dell’aumento erratico dei prezzi dei prodotti alimentari che priva di accesso alle dettati i più poveri del pianeta. Oxfam non è la sola a trarre questa conclusione: “Le attività dei fondi indicizzati hanno giocato un ruolo chiave nell’impennata dei prezzi alimentari nel 2008”, scriveva la Banca mondiale l’indomani delle “rivolte della fame” che hanno riguardato dei paesi di Africa, Asia e America.

Il mercato dei derivati, ad esempio, funziona come una sorta di assicurazione contro i rischi, poiché permette di vendere o di comperare in anticipo una certa materia prima a prezzi fissi. Allo stesso modo, prendere delle partecipazioni in un fondo indicizzato sull’evoluzione delle materie prime permette ad un investitore di diversificare il suo portafoglio per minimizzare i rischi.

Ma questi strumenti finanziari hanno conosciuto da alcuni anni uno sviluppo così forte che contribuiscono ormai più a destabilzzare il mercato che a fluidificarlo. Ad esempio, nel 2011 si sono scambiati alla Borsa di Chicago (specializzata nelle materie prime, NdR) più di 6400 milioni di tonnellate di grano per una produzione mondiale di 670 milioni di tonnellate sull’anno. Questa separazione tra le attività commerciali e speculative, favorisce innanzitutto banche anglosassoni e trader internazionali che controllerebbero oggi quasi il 65% di un mercato che drena centinaia di miliardi di dollari. A questo livello, le banche francesi (o anche quelle tedesche) fanno quasi la figura di “piccoli giocatori”. In seguito alla pressione della ONG, e interessate a mantenere un’immagine passabilmente segnata dalla crisi, la maggior parte delle banche tenta del resto di giocare la carta dell’investimento “etico”. “I gruppi francesi hanno fatto degli sforzi, ma possono fare di più”, replica Oxfam che promette di mantenere la pressione sia sulle banche che sul governo affinché “la finanza cessi di speculare sulla fame”(La Croix, 23 febbraio).

Secondo il sito QuiFinanza, gli speculatori controllano ormai il 60 per cento del mercato dei cereali, a fronte del 12 per cento di 15 anni fa. Nel 2011, gli investimenti speculativi sui raccolti sono stati pari a venti volte gli aiuti all’agricoltura nel mondo. Goldman Sachs, il leader del settore, nel 2009 ha guadagnato oltre 600 milioni di sterline grazie alle speculazioni sul food. Il risultato è stato l’aumento generalizzato dei prezzi di tutte le materie prime. Va segnalato che all’aumento dei cereali contribuiscono anche altri fattori, quali la crescita dell’uso di colture alimentari per i biocarburanti ed eventi meteorologici estremi, legati al cambiamento climatico, che danno vita a un mix esplosivo all’insegna della crisi alimentare. Secondo la Fao e l’Ocse, nel prossimo decennio 2011-2020 i prezzi dei cereali potrebbero stabilizzarsi a un 20% in più rispetto ad oggi, e quelli della carne potrebbero aumentare di conseguenza anche del 30% .

Ma il mondo dell’agroalimentare non è strozzato solo dalla speculazione finanziaria, ma anche dai colossi della distribuzione che lasciano poco in mano agli agricoltori, specie nel sud del mondo. Spiega il professor Gerardo Marletto Professore associato di economia applicata all’Università di Sassari ed esperto di economia e politica dei trasporti, che fa parte del movimento sbilanciamoci.info : “L’agroalimentare è un settore dominato da grandi gruppi globali che macinano profitti grazie alla forbice amplissima che separa prezzi alti per i consumatori e redditi bassi per gli agricoltori. In uno studio del movimento europeo del commercio equo (FTAO) sulle filiere di cacao, caffè, zucchero e banane si stima che agli agricoltori vada circa il 10% del prezzo finale, contro quote intorno al 30-40% che si prendono intermediari e industria di trasformazione. Un’altra fetta importante di reddito se la prendono i gruppi della grande distribuzione organizzata (GDO), le cui centrali d’acquisto hanno ormai un potere contrattuale persino superiore all’industria di trasformazione” (CaratteriLiberi.eu, 24 febbraio)

A questo si aggiunge un più generale impoverimento della popolazione mondiale che – sempre secondo i dati dell’Oxfam – vede un aumento della concentrazione della ricchezza in mano a pochi. Ad oggi l’1% della popolazione mondiale detiene il 48% dell’intera ricchezza mondiale, costruendo così un gotha di super ricchi con in mano risorse e potere senza precedenti nell’era contemporanea. E così Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di Oxfam International, userà quest’anno tutta l’influenza – e la visibilità – che deriva dal suo ruolo di co-chair al World Economic Forum, per chiedere “un’azione urgente volta ad arginare la marea crescente della disuguaglianza, partendo da una proposta di contrasto reale all’elusione fiscale delle multinazionali e da una spinta verso l’adozione di un trattato globale di lotta ai cambiamenti climatici”. “Vogliamo davvero vivere in un mondo dove l’1% possiede più di tutti noi messi insieme?” chiede Winnie Byanyima. “La portata della disuguaglianza è semplicemente sconcertante e il divario tra i ricchissimi e il resto della popolazione mondiale rimane un totem. Negli ultimi 12 mesi – osserva la direttrice esecutiva di Oxfam International – i leader mondiali, dal Presidente Obama a Christine Lagarde (del Fondo Monetario Internazionle, NdR), hanno più volte ribadito quanto necessario e importante sia affrontare il tema della grande disuguaglianza. Ma – avverte Byanyima – ancora poco è stato fatto in termini concreti” (RaiNews24, 19 gennaio).
Preso da: http://www.aleteia.org/it/economia/articolo/fame-mondo-affare-per-banche-oxfam-5865773192970240

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Gli Stati non possono creare moneta. Le banche sì

5 gennaio 2015,

di Michele Rallo

MAMMONA-Il-diavolo-dei-soldiStrana società, quella dei nostri giorni. E per “società” intendo quel complesso di regole che scandisce la vita dei popoli e delle nazioni. Strana società – dicevo – è la nostra, che vede gli Stati, ricchi e poveri, incapaci di provvedere con mezzi propri anche alle più elementari esigenze dei propri cittadini. Ogni cosa (dall’alimentazione alla sicurezza, dalla sanità all’edilizia pubblica, dai trasporti all’istruzione, dalla tutela ambientale alla difesa militare) ha i relativi costi; e questi costi possono essere affrontati, oltre che con l’imposizione fiscale, solamente con denaro che gli Stati non possono creare, ma che devono necessariamente farsi prestare dalle banche private. Tutti gli Stati, sostanzialmente, anche quelli che hanno l’illusione di avere ancora una propria “sovranità monetaria”. Prendete gli Stati Uniti d’America – per esempio – il cui governo ha, proprio in queste settimane, immesso sul mercato interno una gran quantità di danaro “fresco”. Ebbene, quel denaro non lo ha stampato il governo degli Stati Uniti, ma la FED, la Federal Reserve, cioè la banca “centrale” che lo ha poi prestato al governo. Malgrado la ambigua denominazione di “centrale”, infatti, la Federal Reserve è una banca privata, posseduta da un azionariato composto da banche private americane e straniere. Per l’esattezza (dati del 1992): le americane Goldman Sachs, Kuhn & Loeb, Lehman Broters, Chase Manhattam, l’inglese Rotschild, la tedesca Warburg, la francese Lazard, ed una misteriosa – per me – Banca Israel Moses Seif con sede a Roma.(1)

Certo, i popoli europei avvertono in modo particolare il problema, perché hanno perduto la sovranità politica (non soltanto la monetaria) a beneficio di una struttura sovranazionale quale è l’Unione Europea. Ma gli altri popoli del mondo non stanno messi molto meglio, perché tutti o quasi hanno rinunziato al diritto-dovere di creare il proprio denaro, delegandolo a banche private, pudicamente indicate come “centrali”. Così facendo, gli Stati non hanno solamente regalato a pochissimi soggetti privati la possibilità di arricchirsi a dismisura sulla pelle dei popoli, ma – cosa forse più grave – si sono consegnati anima e corpo alla finanza internazionale, accettando di farsi dettare da questa le regole della vita sociale interna, oltre che le linee della propria politica estera. Pena, la destabilizzazione delle proprie economie nazionali. Se oggi la Russia di Putin – per esempio – disobbedisce ai voleri dei poteri forti, i “mercati” decretano la perdita di valore del rublo, con ciò provocando anche una crisi economico-sociale interna al paese. Se, a suo tempo, l’Italia di Berlusconi – per fare un altro esempio – comprava petrolio dalla Russia e dalla Libia, ecco che i “mercati” – sempre loro – determinavano una crescita anomala del famigerato spread, con ciò incidendo pesantemente sui nostri equilibri sociali.

Ma – mi si obietterà – non è stato sempre così? Nossignore, non sempre e, comunque, non in maniera così totale e asfissiante. La guerra delle banche (e mi riferisco ovviamente alle grandi banche “d’affari”, non alle normali banche commerciali) per impossessarsi del potere politico dura da secoli, con vicende alterne. Si pensi che la capostipite di tutte le banche “centrali”, la Banca d’Inghilterra, è in attività sin dal 1694: da sempre in mani private, nel 1946 venne stranamente nazionalizzata, per essere poi ri-privatizzata nel 1997, a seguito di una riforma invocata a gran voce dal mondo della finanza. Lo stesso tipo di riforma che nel 1993 fu attuata in Italia, privatizzando la Banca d’Italia che il regime fascista aveva nazionalizzato nel 1936.

Eppure, stranamente, nessuno sembra scandalizzarsi per l’enormità di questa aberrazione. Pensate: gli Stati rinunziano al potere di creare denaro, e tale potere attribuiscono a dei soggetti privati. E non solo. Ma – cosa ancora più grave – lasciano decidere a quei privati quali debbano essere le direttrici della politica economica e sociale: se si debba assumere o licenziare, aumentare o diminuire la pressione fiscale, se incentivare la spesa pubblica o gli investimenti, se fare o non fare questa o quell’altra riforma. E ancora, sommando obbrobrio ad obbrobrio, per finanziare le proprie spese istituzionali gli Stati si fanno sovente prestare il denaro occorrente dal sistema bancario privato (banche centrali o banche d’affari, non fa molta differenza), ed a quel sistema finanziario pagano cospicui interessi, sottraendo tali somme alle necessità del governo. Dopo di che, naturalmente, gli Stati diventano ostaggio del “debito pubblico” contratto con la finanza speculativa. Non solo l’Italia, naturalmente. Se il nostro debito pubblico è pari a circa il 120% del PIL, quello della media europea è più o meno dell’85%, quello degli Stati Uniti del 105%, quello del Giappone addirittura del 210%.

E siamo soltanto all’inizio di questa serie di paradossi. Perché il sistema finanziario dal quale gli Stati attingono il denaro in prestito è drogato – se così posso dire – dalla presenza di una grande quantità di titoli derivati, cioè – sostanzialmente – di denaro virtuale, che non esiste: carta straccia creata dal nulla, senza che il sistema finanziario detenga un controvalore reale. Una volta, gli Stati potevano stampare moneta solamente in quantità corrispondente (o comunque proporzionale) alla riserva aurea posseduta. Poi, alla fine della seconda guerra mondiale, venne creato un sistema economico globale che si basava sul primato del dollaro (unica valuta ammessa per il commercio delle materie prime) e sulla sua convertibilità in oro. Poi, infine, nel 1971 gli USA decretarono (e gli Stati vassalli disciplinatamente accettarono) la fine della convertibilità delle altre valute in dollari e della convertibilità del dollaro in oro. Allora, quando le folli spese militari avevano assottigliato la riserva aurea di Fort Knox, gli Stati Uniti pensavano bene di far pagare al mondo intero i loro guai economici, e quindi abolivano, insieme al sistema dei cambi fissi, anche l’ancoraggio delle monete a quella misura di ricchezza reale che è l’oro. Da quel momento, teoricamente, ognuno poteva stampare moneta a volontà, sol che riuscisse a mantenere un rapporto accettabile nella “fluttuazione dei cambi”.

Chiedo scusa per questa lunga digressione, necessaria tuttavia per comprendere che – dal 1971 in poi – per “fabbricare” denaro non è più necessario detenere un corrispettivo reale, cioè una riserva di oro o di altri metalli preziosi. E, tuttavia, gli Stati non hanno mai abusato oltre una certa misura della possibilità di creare moneta, preoccupati di non alterare gli equilibri della fluttuazione.

Non così la finanza speculativa, che – soprattutto dall’inizio degli anni ’90 – ha cominciato a battere, di fatto, una propria moneta: non una moneta convenzionale, naturalmente, ma quella che gli esperti chiamano “finanza derivata” e che si sostanzia nella emissione di titoli privi di reale consistenza.

Che cosa è un “titolo derivato”? È una banconota virtuale emessa da un soggetto finanziario privato ed il cui valore non è garantito da alcun bene reale, ma “derivato” dal valore di mercato di uno strumento finanziario “sottostante” (azioni, obbligazioni, eccetera), o anche – cito da Wikipedia – «basato sulle più diverse variabili, perfino sulla quantità di neve caduta in una determinata zona».(2) Si tratta – in ultima analisi – di scommesse di vario genere, che un soggetto privato trasforma in “titoli”, immessi sul mercato e commerciati come se fossero emessi a fronte di una ricchezza reale, tangibile.

Ma l’aspetto più grave è la quantità di questo “denaro virtuale” gettato sul mercato. Nel 2010, a fronte di un PIL mondiale annuo di circa 70.000 miliardi di dollari – apprendo sempre da Wikipedia – il volume della finanza derivata era di 670.000 miliardi di dollari.(3) La qualcosa significa – mi permetto di chiosare – che il denaro virtuale in giro per il mondo è dieci volte il denaro vero che costituisce il prodotto interno lordo generato in un anno dall’economia reale dell’intero globo terrestre.

E in Italia – per banalizzare – non possiamo creare il denaro necessario a pagare le pensioni (e dobbiamo farcelo prestare), mentre ad un pugno di affaristi internazionali viene consentito di creare denaro virtuale per scommettere sulle nevicate del Massachusetts.

Siamo alla follia. O, forse, non è follia, ma il frutto di un lucido disegno per distruggere le nazioni e per sottrarre ai popoli le loro ricchezze reali. A proposito di ricchezze reali: l’Italia possiede la terza riserva aurea mondiale, dopo quelle degli Stati Uniti e della Germania. Volete scommettere che, quanto prima, ci chiederanno di dare quell’oro a garanzia del nostro “debito pubblico”?

NOTE

(1) http://www.signoraggio.com/fedprivata.html

(2) http://it.wikipedia.org/wiki/Strumento_derivato

(3) http://it.wikipedia.org/wiki/Strumento_derivato

Fonte: “La Risacca”, rivista mensile, a. IV, n. 10, pp. 8-9.

Preso da: http://www.ildiscrimine.com/gli-non-possono-creare-moneta-banche-si/

Il “comunista preferito”… dagli americani

Pubblicato il: 3 marzo, 2012
Analisi / Italia | Di Giulio Zotta

Il “comunista preferito”… dagli americani

Alla luce delle sue recenti dichiarazioni e prese di posizione, dovrebbe destare stupore e preoccupazione il comportamento assunto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e invece pare che la più alta carica dello Stato goda ancora di un alto consenso tra l’opinione pubblica. Un’opinione pubblica che, quasi in modo unanime da destra a sinistra, sembra vedere in lui il vero leader del Paese nonché integerrimo custode della nostra Costituzione. Ma è veramente così?
Il prestigio nazionale e internazionale di Napolitano ha subito una clamorosa impennata quando, nel novembre del 2011, a fronte delle dimissioni del premier Silvio Berlusconi, il presidente prendeva, come sottolinearono i media, saldamente la situazione in mano conferendo l’incarico a Mario Monti, che era stato frettolosamente nominato senatore a vita nei giorni immediatamente precedenti. Non si trattò di piglio “decisionista” di stampo “presidenzialista”, perché la Costituzione affida effettivamente al presidente, in caso di crisi di governo, il compito di cercare maggioranze alternative per permettere la formazione di un nuovo esecutivo, senza necessariamente passare per le elezioni anticipate.
Tuttavia, al di là delle formalità burocratiche espletate, sul piano politic non è difficile ipotizzare un’esplicita operazione, guidata dai centri di potere della finanza europea e da quelli di oltreoceano, tesa a eliminare un ormai logoro Berlusconi, incapace di fronteggiare, in un modo o nell’altro la situazione, per sostituirlo con un “presentabile” governo tecnico, guidato da Monti, i cui legami con Goldman-Sachs e con influenti quanto inquietanti organismi come la Commissione Trilaterale e il Gruppo Bilderberg, sono noti a chiunque. Guadagnate le lodi entusiastiche della maggior parte dei partiti italiani e dei leader occidentali, per Napolitano è stato un crescendo mediatico di dichiarazioni pubbliche sempre più di parte e sempre meno equilibrate. Ad esempio, di fronte al massiccio dilagare della protesta del “Movimento dei Forconi” in Sicilia e poi in quasi tutto il Meridione e fino nella capitale, Napolitano, forse dimenticando di essere al di sopra delle parti, moltiplicava i suoi appelli a sostenere il governo Monti, delegittimando in sostanza i motivi della protesta indirizzata in buona parte proprio contro le politiche di austerità e iniquità portate avanti dai “tecnici”.
Presentatosi poco tempo fa in Sardegna, regione fortemente colpita dalla crisi, in cui già prima dei forconi, i lavoratori delle aziende sull’orlo del fallimento e i pastori avevano fatto sentire la loro voce, Napolitano affermava che sebbene “legittime”, è sempre “auspicabile” che non vi siano proteste. Dopo l’incontro con gli operai del Sulcis si era detto fortemente compiaciuto che questi ultimi non manifestassero la loro drammatica condizione con “grida futili”. Ma la visita sarda di Napolitano è stata tutt’altro che un trionfo: contestato da numerosi cittadini e sindaci, si era detto convinto che le proteste fossero un “fatto limitato”. Messo ancor più in imbarazzo dai manifestanti che lo accusavano di essere il “presidente delle banche”, tentava di difendersi con un “non rappresento né le banche, né il capitale finanziario, come qualcuno umoristicamente crede e grida”, che potrebbe ricordare da vicino il discorso pronunciato da Monti in Parlamento, nel quale il premier sosteneva di non rappresentare i cosiddetti “poteri forti” oppure quando, su La7, affermava di “non essere massone e di non sapere cos’è la massoneria”.
Parole decise quelle del primo ministro, anche di fronte all’evidenza di un governo di “tecnici” animati in realtà da una ben precisa strategia politica, liberista e reazionaria in politica interna, fermamente atlantista in politica estera. L’architettura istituzionale italiana pare esser diventata l’emblema di questo totale allineamento alle imprese neo-colonialiste portate avanti dal blocco Nato guidato dagli Stati Uniti, in primis relativamente all’operazione contro la Libia di Muammar Gheddafi, impegnato in un duro scontro con guerriglieri mercenari ed ex esponenti del governo libico, apertamente foraggiati e sostenuti in particolare da Francia e Stati Uniti, e che da Bengasi hanno condotto a partire dal febbraio 2011 un’offensiva contro il legittimo governo libico.
Napolitano si evidenziò già allora per essere un fermo sostenitore della necessità dell’intervento in Libia, entusiasticamente approvato da tutti i partiti che poi avrebbero fatto parte della maggioranza del governo Monti, nonostante il vigente Trattato di Cooperazione e Amicizia tra Italia e Libia. Possiamo dunque dire che Napolitano sia stato garante della Costituzione in quel caso, se l’articolo 11 che impedisce all’Italia di condurre guerre offensive è stato violato in maniera così palese? Com’è possibile che questo articolo sia rispettato se un’altra guerra, quella in Afghanistan, continua ancora e ancora, regalandoci a intervalli di tempo regolari lo “spettacolo” di militari italiani rimpatriati nelle bare ed elogiati da Napolitano come difensori della “pace” mondiale?
La storia di Napolitano al di fuori del ruolo istituzionale che oggi ricopre è nota a tutti. Inizialmente aderente al GUF fascista nei primissimi anni Quaranta, in seguito si iscrisse al PCI, di cui in breve tempo diventerà uno dei principali esponenti. Nel 1956, seguendo la linea del Partito, difende l’intervento sovietico in Ungheria, ma è breve il passaggio dallo “stalinismo” ad una “socialdemocrazia” sempre più sbandierata. Negli anni Settanta si afferma come uno dei leader dell’ala “migliorista” del PCI, diventando anche il “ministro degli esteri” del Partito. E’ lui a guidare la prima delegazione comunista italiana a Washington, nel 1978, dove tiene conferenze in varie università e getta i ponti per quel che sarà il definitivo strappo del PCI con l’URSS e la conseguente accettazione dell’appartenenza italiana al campo atlantico, messa ben in evidenza da un Berlinguer intenzionato a rimanere sotto “l’ombrello Nato”. E’ superfluo dire che Napolitano si adeguò volentieri prima alla mutazione ideologica del PCI e poi al suo dissolvimento nel PDS-DS, di cui fino al 2006 è stato membro.
Egli gode attualmente dell’immenso sostegno e della fortissima simpatia dei media anglo-americani, che non perdono occasione per tributagli onori degni di un re: “Re Giorgio”, appunto, come l’ha ribattezzato il New York Times dedicandogli una copertina di dicembre. E, in effetti, il fondo di dotazione del Quirinale è passato in cinque anni da 216 a 228 milioni e se il numero di dipendenti si è ridotto da 2158 a 1787, la spesa per il personale è salita da 206 a 221 milioni, per non parlare delle 35 auto blu di servizio costante.
Cifre che surclassano quelle della presidenza francese e addirittura quelle della casa reale inglese.
Negli anni Settanta, Kissinger, ridacchiando, lo definì “il mio comunista preferito” e pare che Napolitano ne fosse lusingato. Se mai lo è stato davvero, adesso non è più comunista, ma sembra restare sempre il “loro” preferito.

Goldman Sachs, Tripolirip

| Roma (Italia) | 6 luglio 2011
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Che cosa fareste se una banca, alla quale avevate affidato 100.000 euro per farli fruttare, vi comunicasse che in un anno si sono ridotti a meno di 2.000 euro?

È quanto accaduto alla Libia, come documenta un’inchiesta del «Wall street journal» [1]. Dopo che gli Usa e la Ue avevano revocato l’embargo nel 2004, affluirono in Libia decine di banche e società finanziarie statunitensi ed europee. Tra queste la Goldman Sachs, una delle maggiori banche d’investimento del mondo, la cui sede principale è a New York. Nella prima metà del 2008, l’Autorità libica di investimento le affidò 1 miliardo e 300 milioni di dollari di fondi sovrani (capitali dello stato investiti all’estero). La Goldman Sachs li investì in un paniere di valute e in azioni di sei società: la statunitense Citigroup Inc., la banca italiana UniCredit e la spagnola Santander, la compagnia tedesca di assicurazioni Allianz, la compagnia energetica francese Électricité de France e l’italiana Eni. Un anno dopo, la Goldman Sachs comunicò all’Autorità libica che, a causa della crisi finanziaria, il fondo libico aveva perso il 98% del suo valore, riducendosi da 1 miliardo e 300 milioni a 25 milioni di dollari. I responsabili dell’Autorità libica, furiosi, convocarono a Tripoli il responsabile della Goldman Sachs per il Nordafrica. L’incontro fu tempestoso, tanto che la Goldman Sachs evacuò precipitosamente i suoi impiegati da Tripoli, temendo che venissero arrestati. Poiché la Libia minacciava un’azione legale, che avrebbe compromesso la reputazione della banca agli occhi di altri investitori istituzionali, la Goldman Sachs le offrì come risarcimento azioni privilegiate della banca stessa. Ma poiché i libici erano giustamente sospettosi, l’accordo non venne firmato. Restava così aperta la possibilità, temuta dalla Goldman Sachs, che l’Autorità libica intraprendesse un’azione legale internazionale. Casi analoghi di «cattiva amministrazione del denaro libico» sono documentati da un’inchiesta pubblicata dal «New York Times» [2]. Ad esempio la Permal – unità della Legg Mason, una delle principali società di gestione di investimenti, con sede a Baltimora – ha amministrato 300 milioni di dollari di fondi sovrani libici, che hanno perso il 40% del loro valore tra il gennaio 2009 e il settembre 2010. In compenso, la Permal ha riscosso 27 milioni di dollari per le sue prestazioni. Lo stesso hanno fatto altre banche e società finanziarie, come l’olandese Palladyne, la francese Bnp Paribas, la britannica Hsbc e il Credit Suisse. Nei loro confronti l’Autorità libica minacciava di intraprendere azioni legali internazionali, che avrebbero danneggiato l’immagine di questi «prestigiosi» organismi finanziari. Il tutto si è risolto felicemente quando, lo scorso febbraio, Stati uniti e Unione europea hanno «congelato» i fondi sovrani libici. La loro «custodia» è affidata alle stesse banche e società finanziarie che li avevano così bene gestiti. E dal furto si è passati alla rapina a mano armata quando, in marzo, è iniziata la guerra.

Sotto la copertura dei cacciabombardieri Nato, la Hsbc e altre banche di investimento sono sbarcate a Bengasi per creare una nuova «Central Bank of Libya», che permetterà loro di gestire i fondi sovrani libici «scongelati» e i nuovi ricavati dall’export petrolifero. Questa volta, sicuramente, ottenendo alti rendimenti.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

[1] « Libya’s Goldman Dalliance Ends in Losses, Acrimony », Magaret Coker, Liz Rappaoprt, Wall Street Journal, 31/05/2011.

[2] « Western Funds Are Said to Have Managed Libyan Money Poorly », David Rohde, The New York Times, 30/06/2011.

Preso da: http://www.voltairenet.org/Goldman-Sachs-Tripolirip