Il “comunista preferito”… dagli americani

Pubblicato il: 3 marzo, 2012
Analisi / Italia | Di Giulio Zotta

Il “comunista preferito”… dagli americani

Alla luce delle sue recenti dichiarazioni e prese di posizione, dovrebbe destare stupore e preoccupazione il comportamento assunto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e invece pare che la più alta carica dello Stato goda ancora di un alto consenso tra l’opinione pubblica. Un’opinione pubblica che, quasi in modo unanime da destra a sinistra, sembra vedere in lui il vero leader del Paese nonché integerrimo custode della nostra Costituzione. Ma è veramente così?
Il prestigio nazionale e internazionale di Napolitano ha subito una clamorosa impennata quando, nel novembre del 2011, a fronte delle dimissioni del premier Silvio Berlusconi, il presidente prendeva, come sottolinearono i media, saldamente la situazione in mano conferendo l’incarico a Mario Monti, che era stato frettolosamente nominato senatore a vita nei giorni immediatamente precedenti. Non si trattò di piglio “decisionista” di stampo “presidenzialista”, perché la Costituzione affida effettivamente al presidente, in caso di crisi di governo, il compito di cercare maggioranze alternative per permettere la formazione di un nuovo esecutivo, senza necessariamente passare per le elezioni anticipate.
Tuttavia, al di là delle formalità burocratiche espletate, sul piano politic non è difficile ipotizzare un’esplicita operazione, guidata dai centri di potere della finanza europea e da quelli di oltreoceano, tesa a eliminare un ormai logoro Berlusconi, incapace di fronteggiare, in un modo o nell’altro la situazione, per sostituirlo con un “presentabile” governo tecnico, guidato da Monti, i cui legami con Goldman-Sachs e con influenti quanto inquietanti organismi come la Commissione Trilaterale e il Gruppo Bilderberg, sono noti a chiunque. Guadagnate le lodi entusiastiche della maggior parte dei partiti italiani e dei leader occidentali, per Napolitano è stato un crescendo mediatico di dichiarazioni pubbliche sempre più di parte e sempre meno equilibrate. Ad esempio, di fronte al massiccio dilagare della protesta del “Movimento dei Forconi” in Sicilia e poi in quasi tutto il Meridione e fino nella capitale, Napolitano, forse dimenticando di essere al di sopra delle parti, moltiplicava i suoi appelli a sostenere il governo Monti, delegittimando in sostanza i motivi della protesta indirizzata in buona parte proprio contro le politiche di austerità e iniquità portate avanti dai “tecnici”.
Presentatosi poco tempo fa in Sardegna, regione fortemente colpita dalla crisi, in cui già prima dei forconi, i lavoratori delle aziende sull’orlo del fallimento e i pastori avevano fatto sentire la loro voce, Napolitano affermava che sebbene “legittime”, è sempre “auspicabile” che non vi siano proteste. Dopo l’incontro con gli operai del Sulcis si era detto fortemente compiaciuto che questi ultimi non manifestassero la loro drammatica condizione con “grida futili”. Ma la visita sarda di Napolitano è stata tutt’altro che un trionfo: contestato da numerosi cittadini e sindaci, si era detto convinto che le proteste fossero un “fatto limitato”. Messo ancor più in imbarazzo dai manifestanti che lo accusavano di essere il “presidente delle banche”, tentava di difendersi con un “non rappresento né le banche, né il capitale finanziario, come qualcuno umoristicamente crede e grida”, che potrebbe ricordare da vicino il discorso pronunciato da Monti in Parlamento, nel quale il premier sosteneva di non rappresentare i cosiddetti “poteri forti” oppure quando, su La7, affermava di “non essere massone e di non sapere cos’è la massoneria”.
Parole decise quelle del primo ministro, anche di fronte all’evidenza di un governo di “tecnici” animati in realtà da una ben precisa strategia politica, liberista e reazionaria in politica interna, fermamente atlantista in politica estera. L’architettura istituzionale italiana pare esser diventata l’emblema di questo totale allineamento alle imprese neo-colonialiste portate avanti dal blocco Nato guidato dagli Stati Uniti, in primis relativamente all’operazione contro la Libia di Muammar Gheddafi, impegnato in un duro scontro con guerriglieri mercenari ed ex esponenti del governo libico, apertamente foraggiati e sostenuti in particolare da Francia e Stati Uniti, e che da Bengasi hanno condotto a partire dal febbraio 2011 un’offensiva contro il legittimo governo libico.
Napolitano si evidenziò già allora per essere un fermo sostenitore della necessità dell’intervento in Libia, entusiasticamente approvato da tutti i partiti che poi avrebbero fatto parte della maggioranza del governo Monti, nonostante il vigente Trattato di Cooperazione e Amicizia tra Italia e Libia. Possiamo dunque dire che Napolitano sia stato garante della Costituzione in quel caso, se l’articolo 11 che impedisce all’Italia di condurre guerre offensive è stato violato in maniera così palese? Com’è possibile che questo articolo sia rispettato se un’altra guerra, quella in Afghanistan, continua ancora e ancora, regalandoci a intervalli di tempo regolari lo “spettacolo” di militari italiani rimpatriati nelle bare ed elogiati da Napolitano come difensori della “pace” mondiale?
La storia di Napolitano al di fuori del ruolo istituzionale che oggi ricopre è nota a tutti. Inizialmente aderente al GUF fascista nei primissimi anni Quaranta, in seguito si iscrisse al PCI, di cui in breve tempo diventerà uno dei principali esponenti. Nel 1956, seguendo la linea del Partito, difende l’intervento sovietico in Ungheria, ma è breve il passaggio dallo “stalinismo” ad una “socialdemocrazia” sempre più sbandierata. Negli anni Settanta si afferma come uno dei leader dell’ala “migliorista” del PCI, diventando anche il “ministro degli esteri” del Partito. E’ lui a guidare la prima delegazione comunista italiana a Washington, nel 1978, dove tiene conferenze in varie università e getta i ponti per quel che sarà il definitivo strappo del PCI con l’URSS e la conseguente accettazione dell’appartenenza italiana al campo atlantico, messa ben in evidenza da un Berlinguer intenzionato a rimanere sotto “l’ombrello Nato”. E’ superfluo dire che Napolitano si adeguò volentieri prima alla mutazione ideologica del PCI e poi al suo dissolvimento nel PDS-DS, di cui fino al 2006 è stato membro.
Egli gode attualmente dell’immenso sostegno e della fortissima simpatia dei media anglo-americani, che non perdono occasione per tributagli onori degni di un re: “Re Giorgio”, appunto, come l’ha ribattezzato il New York Times dedicandogli una copertina di dicembre. E, in effetti, il fondo di dotazione del Quirinale è passato in cinque anni da 216 a 228 milioni e se il numero di dipendenti si è ridotto da 2158 a 1787, la spesa per il personale è salita da 206 a 221 milioni, per non parlare delle 35 auto blu di servizio costante.
Cifre che surclassano quelle della presidenza francese e addirittura quelle della casa reale inglese.
Negli anni Settanta, Kissinger, ridacchiando, lo definì “il mio comunista preferito” e pare che Napolitano ne fosse lusingato. Se mai lo è stato davvero, adesso non è più comunista, ma sembra restare sempre il “loro” preferito.

Goldman Sachs, Tripolirip

| Roma (Italia) | 6 luglio 2011
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Che cosa fareste se una banca, alla quale avevate affidato 100.000 euro per farli fruttare, vi comunicasse che in un anno si sono ridotti a meno di 2.000 euro?

È quanto accaduto alla Libia, come documenta un’inchiesta del «Wall street journal» [1]. Dopo che gli Usa e la Ue avevano revocato l’embargo nel 2004, affluirono in Libia decine di banche e società finanziarie statunitensi ed europee. Tra queste la Goldman Sachs, una delle maggiori banche d’investimento del mondo, la cui sede principale è a New York. Nella prima metà del 2008, l’Autorità libica di investimento le affidò 1 miliardo e 300 milioni di dollari di fondi sovrani (capitali dello stato investiti all’estero). La Goldman Sachs li investì in un paniere di valute e in azioni di sei società: la statunitense Citigroup Inc., la banca italiana UniCredit e la spagnola Santander, la compagnia tedesca di assicurazioni Allianz, la compagnia energetica francese Électricité de France e l’italiana Eni. Un anno dopo, la Goldman Sachs comunicò all’Autorità libica che, a causa della crisi finanziaria, il fondo libico aveva perso il 98% del suo valore, riducendosi da 1 miliardo e 300 milioni a 25 milioni di dollari. I responsabili dell’Autorità libica, furiosi, convocarono a Tripoli il responsabile della Goldman Sachs per il Nordafrica. L’incontro fu tempestoso, tanto che la Goldman Sachs evacuò precipitosamente i suoi impiegati da Tripoli, temendo che venissero arrestati. Poiché la Libia minacciava un’azione legale, che avrebbe compromesso la reputazione della banca agli occhi di altri investitori istituzionali, la Goldman Sachs le offrì come risarcimento azioni privilegiate della banca stessa. Ma poiché i libici erano giustamente sospettosi, l’accordo non venne firmato. Restava così aperta la possibilità, temuta dalla Goldman Sachs, che l’Autorità libica intraprendesse un’azione legale internazionale. Casi analoghi di «cattiva amministrazione del denaro libico» sono documentati da un’inchiesta pubblicata dal «New York Times» [2]. Ad esempio la Permal – unità della Legg Mason, una delle principali società di gestione di investimenti, con sede a Baltimora – ha amministrato 300 milioni di dollari di fondi sovrani libici, che hanno perso il 40% del loro valore tra il gennaio 2009 e il settembre 2010. In compenso, la Permal ha riscosso 27 milioni di dollari per le sue prestazioni. Lo stesso hanno fatto altre banche e società finanziarie, come l’olandese Palladyne, la francese Bnp Paribas, la britannica Hsbc e il Credit Suisse. Nei loro confronti l’Autorità libica minacciava di intraprendere azioni legali internazionali, che avrebbero danneggiato l’immagine di questi «prestigiosi» organismi finanziari. Il tutto si è risolto felicemente quando, lo scorso febbraio, Stati uniti e Unione europea hanno «congelato» i fondi sovrani libici. La loro «custodia» è affidata alle stesse banche e società finanziarie che li avevano così bene gestiti. E dal furto si è passati alla rapina a mano armata quando, in marzo, è iniziata la guerra.

Sotto la copertura dei cacciabombardieri Nato, la Hsbc e altre banche di investimento sono sbarcate a Bengasi per creare una nuova «Central Bank of Libya», che permetterà loro di gestire i fondi sovrani libici «scongelati» e i nuovi ricavati dall’export petrolifero. Questa volta, sicuramente, ottenendo alti rendimenti.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

[1] « Libya’s Goldman Dalliance Ends in Losses, Acrimony », Magaret Coker, Liz Rappaoprt, Wall Street Journal, 31/05/2011.

[2] « Western Funds Are Said to Have Managed Libyan Money Poorly », David Rohde, The New York Times, 30/06/2011.

Preso da: http://www.voltairenet.org/Goldman-Sachs-Tripolirip