Assange contro Clinton: “guerra in Libia come biglietto da visita per la presidenza”

Assange: Clinton ha voluto intervenzione in Libia
Il fondatore di Wikileaks, l’esperto informatico Julian Assange, ha rilasciato una intervista esclusiva a RT (Russia Today). L’australiano ha parlato delle presidenziali USA e della sua attuale situazione giuridica. Si autodefinisce come “prigioniero politico dell’occidente“. Assange non esce da ormai 4 anni dall’ambasciata dell’Ecuador, sita in Londra. In concomitanza con le elezioni americane e l’approssimarsi dell’election day, l’Ecuador ha deciso di ridurre la connessione di Assange, affinché “non intervenga nel processo democratico americano”.

Assange: “Clinton vincerà perché sostenuta dall’establishment”

Secondo il fondatore di Wikileaks, la Clinton avrà la meglio su Trump, in quanto è “sostenuta dall’establishment. Tutti i maggiori gruppi di potere (lobby) supportano e finanziano Hillary Clinton. I maggiori poteri economici e finanziari del Paese sono con lei. Clinton è il punto centrale delle operazioni di un sistema controllato da grandi entità bancarie (come Goldman Sachs). E ancora, dai grandi agenti di Wall Street, dall’intelligence, dal dipartimento di Stato, i Sauditi e altri ancora. Lei è il perno incaricato di collegare questi elementi.” Nel ‘leak’ di alcune settimane fa, si evidenziava la posizione di favore della Clinton verso le banche, affermando che ha sempre fatto il possibile per garantire i loro interessi.

libia isis

Assange: “distruzione della Libia fu voluta da Clinton. Sarebbe stato il suo ‘biglietto da visita’ come segretaria di Stato e per la futura corsa alla presidenza.”

Julian Assange continua a parlare delle imminenti elezioni e attaccando il banco democratico. L’australiano assicura che all’interno delle mail riservate, “si riscontra la volontà di Hillary di intervenire in Libia. Sarebbe stato il suo biglietto da visita come segretaria di Stato. La gestione della crisi le avrebbe aperto le porte della corsa alla presidenza nel 2016. Obama era contrario all’intervento militare. Clinton era favorevole. Come conseguenza della crisi libica e dell’intervento statunitense, morirono oltre 40.000 persone. Sono saltati fuori i terroristi, e lo Stato Islamico. Ovvero, ciò che ha provocato la più grave crisi europea legata a rifugiati e immigrazione.

Hillary Clinton sondaggi usa 2016 presidenziali mappa elettorale stato per stato swing states

Il legame tra Clinton e Arabia Saudita

Infine, Assange assicura – sempre attraverso il filtraggio delle mail – che Clinton ha strettissimi rapporti con i Sauditi. “È risaputo che Arabia Saudita e Qatar finanziano l’ISIS. Per comprenedre la Clinton bisogna conoscere i suoi interessi economici con l’Arabia.”
Assange ha attaccato frontalmente l’ex-first lady, nell’esclusiva intervista rilasciata per RT. Il messaggio del fondatore di Wikileaks sarà capace di spostare gli equilibri? A pochi giorni dall’election day, la Clinton deve affrontare l’ennesimo attacco, dopo la riapertura dell’indagine federale dell’FBI. Trump – dopo un periodo caratterizzato dalla fuoriuscita di scandali sessuali – sembra essere uscito dall’occhio del ciclone. Poco meno di 72 ore e sapremo se questa è stata solo l’ultima illusione del magnate di New York. Chi vincerà tra l’anarchico Donald Trump e il “perno dell’establishment”, Hillary Clinton?

Preso da:  http://www.termometropolitico.it/1234653_assange-clinton-libia-elezioni-usa.html

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“SOVRAPPOPOLAZIONE” E IL FINANZIAMENTO DELLA 3° GUERRA MONDIALE – L’OPERAZIONE ‘BARBAROSSA 2’

Postato il Mercoledì, 16 marzo @ 23:10:00 GMT di davide

DI PETER KOENIG
Information Clearing House
“Le guerre sono orribili. L’unica cosa buona delle guerre è che contribuiscono a ridurre la popolazione mondiale”.
Ho sentito poco fa questa frase pronunciata da una persona che consideravo migliore. Ne sono rimasto scioccato e gli ho chiesto cosa intendesse.
“Beh, non pensi anche tu che il mondo sia sovrappopolato?”

Stentavo a credere che quelli fossero i pensieri di una persona che rispettavo. Potrebbero anche essere i pensieri di altre persone intorno a me. Aprendo gli occhi su una dimensione che finora avevo ignorato, i pensieri e i sogni segreti della gente iniziavano a rivelarsi; pensieri che normalmente si confidano in un ambiente familiare o quando si è indotti a rivelarli, quando cioè vengono alla luce le verità più nascoste.

La sovrappopolazione è una fantasia egocentrica tipicamente occidentale. I “Comodoni Occidentali” temono di dover condividere alcuni dei loro eccessi con i poveri sotto-umani dei paesi cosiddetti in via di sviluppo dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina – quei continenti lentamente emergenti che per centinaia di anni sono stati violati proprio dagli stessi colonialisti occidentali che oggi paventano sovrappopolazione e guerra mondiale, come fosse una nuova forma di colonialismo.
Secondo la FAO – l’ Organizzazione Mondiale per l’ Alimentazione delle Nazioni Unite – l’attuale potenziale agricolo mondiale potrebbe alimentare almeno 12 miliardi di persone, se solo il cibo non fosse soggetto a speculazioni e fosse distribuito in modo corretto. Cosa che non é. Gli speculatori agroalimentari Statunitensi ed Europei controllano i prezzi – controllano cioè letteralmente chi può vivere e chi deve morire (di fame).
Secondo la Banca Mondiale, l’80% dell’impennata dei prezzi alimentari ha indotto nel 2008/2009 fame e carestia che ha causato la morte di due milioni di persone in Asia e in Africa, il risultato di speculazioni alimentari. Tre settimane fa, il governo Svizzero ha raccomandato al suo elettorato di respingere un’iniziativa popolare del partito socialista contro la speculazione alimentare. L’argomento principale del governo era la negazione del fatto che fame e carestia fossero il prodotto di speculazioni alimentari: “Se proibiamo la speculazione alimentare, gli speculatori lasceranno la Svizzera e andranno a fare i loro utili altrove”. Con il pensiero neoliberista dominante e dilagante – Profit über Alles – non c’è spazio per l’etica. Infatti, la popolazione Svizzera ha respinto l’iniziativa con un margine di quasi 2:3. I centri finanziari della Svizzera a Zurigo e Ginevra controllano alcuni dei più grandi speculatori alimentari in tutto il mondo. Le pratiche nefaste di natura speculativa di Place Finance Suisse sono vive e vegete.
Pensieri e desideri clandestini di riduzione della popolazione e di guerre lontane, sono probabilmente il risultato inconscio di decenni di un’orrenda propaganda occidentale che cerca, in un modo o nell’altro, di guadagnare il consenso popolare sul fatto che le guerre sono necessarie, sono normali, sono quello che l’uomo ha sempre fatto fin dall’inizio dei tempi. L’inizio? Quale inizio? Di certo parliamo di seimila anni fa, con l’avvento dell’ era Giudaico/Cristiana, violenta, sanguinaria e mossa dall’avidità.
Le guerre sono la quintessenza della nostra esistenza occidentale, la ricerca estrema del potere su tutto l’universo. Le guerre sono essenziali per la sopravvivenza del nostro sistema economico occidentale fondato sulla crescita. Le guerre creano l’esigenza di nuove guerre. Da sempre le guerre alimentano un circolo vizioso di dipendenza da se stesse. Nelle nostre economie occidentali abbiamo raggiunto un tale grado di dipendenza dalla guerra che, ad esempio, l’economia Statunitense (una a caso) non potrebbe più sussistere senza di essa. Le guerre uccidono e distruggono, e la ricostruzione crea crescita. Le uccisioni di massa aiutano a controllare la popolazione mondiale, uno degli obiettivi chiave delle élite mondiali, come i Rockfeller, fondatori di organizzazioni semi-segrete come…la Bilderberg Society.
La giustificazione per conflitti e uccisioni continue, è esattamente quello che i media occidentale diffondono ogni giorno – il terrorismo deve essere combattuto con la guerra. Se non c’è abbastanza terrorismo intorno da poter giustificare una guerra, se ne produce di nuovo, sotto una falsa bandiera. E l’Occidente ha messo a punto una scienza esatta – e molto credibile – nella costruzione di false bandiere; tanto che le masse protestano e chiedono più polizia e più protezione militare; tanto che la gente chiede più guerre all’estero per la loro protezione, per la tutela delle sue comodità; tanto che la gente è disposta a rinunciare ai propri diritti e libertà civili pur di avere intorno più polizia e più soldati. A titolo di esempio, sopo gli attacchi ‘terroristici’ a Parigi di gennaio e novembre 2015, il presidente Hollande ha tentato di tutto per introdurre tra le norme della Costituzione Francese lo stato di emergenza nazionale permanente. Finora il Parlamento lo ha bloccato.
La propaganda, come ha sempre fatto e come ancora fa, diffonde la paura. Quando un uomo ha paura, è più vulnerabile e più facilmente manipolabile.
Traendo spunto dall’eccellente analisi di Christopher Black su come l’Occidente si stia preparando ad attaccare la Russia – ovvero a dare inizio ad una Terza Guerra Mondiale – quella che lui chiama “Operazione Barbarossa 2: la Mossa Baltica” (pubblicato da NEO e Global Research), ecco alcune riflessioni aggiuntive sulle forti analogie tra questa operazione e l’originale Operazione Barbarossa – il nome in codice per l’attacco di Hitler alla Russia nella Seconda Guerra Mondiale.
Oggi abbondano le somiglianze tra quello che Chris Black chiama Operazione Barbarossa 2 e l’originale Operazione Barbarossa: a cominciare dal modo in cui Corporate Big Business (CBB) e Wall Street (WS) sostengono l’azione fascista di dominio mondiale, continuando con la propaganda bugiarda da parte di sei megagruppi d’informazione sinoisti/anglosassoni, fino ad arrivare al finanziamento diretto di operazioni di guerra.
La Seconda Guerra Mondiale ha ucciso più di 50 milioni di persone, di cui circa la metà Russi ed é stata finanziata dalla FED tramite Wall Street e la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) di Basilea – Svizzera. Il libro su cui si basa questo articolo di giornale Tedesco – “Bankgeschäfte mit dem Feind – Die Bank für Internationalen Zahlungsausgleich im Zweiten Weltkrieg” (1997), di Gian Trepp, descrive in dettaglio tutte le transazioni finanziarie avvenute all’epoca, ma purtroppo non è più disponibile e pare non sia stato mai tradotto in inglese. (Tuttavia, “La Torre di Basilea”  è un ottimo complemento del racconto di Gian Trepp.)
Sia la Prima sia la Seconda Guerra Mondiale – e Dio non voglia, anche la Terza – sono state (e potrebbe ancora essere) contro l’est. Il primo obiettivo è la Russia. La Cina è già da un pezzo nel mirino di attacco e di conquista delle élite mondiali. L’élite CBB sta già manovrando il Pentagono e – per estensione – i vassalli NATO di Washington. Questi gruppi élitari intenzionati a dominare il mondo, si nascondono dietro quelle nefaste organizzazioni come la Bilderberg Society, la Commissione Trilaterale, il Council on Foreign Relations (CFR), la Chatham House, il World Economic Forum – e altre ancora.
I Clinton, i Kerry, gli Obama, gli Hollande e i Cameron del mondo, i leader del Consenso Washington, la FED, la Banca Mondiale, il FMI, la Banca Centrale Europea, i CEO di Wall Street, il complesso industriale militare, i grandi gruppo d’informazione e i gruppi farmaceutici – per nominarne solo alcuni – sono membri della maggior parte di queste organizzazioni semi-occulte strettamente interconnesse.
Molti tra questi leader sono Sionisti o comunque sostenitori del sionismo mondiale. E confluiscono tutti al vertice attraverso uno dei patti più oscuri e sinistri mai esistiti: i Massoni, simboleggiati da triangolo e occhio che guarda, come raffigurati sulla banconota del dollaro. E’ ai Massoni che dobbiamo la creazione della FED e del nostro sistema monetario occidentale fraudolento e fuorilegge. Già governano il mondo. La loro morsa si fa sempre più stretta ogni giorno che passa fino a un punto di non ritorno, se Noi, la Gente, glielo consentiamo.
Ed ecco le analogie tra la Seconda Guerra Mondiale e gli attuali preparativi alla Terza. Negli anni ’30 e durante la Seconda Guerra Mondiale, l’IBM, allora una delle maggiori società Americane, collaborò strettamente con Hitler nell’organizzazione dell’Olocausto: contando, registrando e infine trasportando gli Ebrei ai campi di concentramento di Auschwitz ed altri, grazie ai primi computer a schede perforate.
(http://www.amazon.com/IBM-Holocaust-Strategic-Alliance-Corporation-Expanded/dp/0914153277/).
Hitler insignì il fondatore dell’IBM, Thomas Watson, con la Croce al Merito (la seconda più importante onorificenza Tedesca).
Altri collaboratori furono la Ford e la General Motors, la DuPont (il gigante chimico) e l’impero mediatico Randolph Hearst, per elencarne solo alcuni, che ammiravano il rigore della leadership del Fuhrer. Con la prospettiva di un ricco e sicuro profitto, tutti chiusero un occhio di fronte alle atrocità naziste. Le grandi imprese Americane, quindi, contribuirono a creare l’arsenale del Nazismo di Hitler.
Oggi, come ieri, le grandi aziende Americane ed Europe e i grandi gruppi mediatici, mano nella mano, promuovono e sostengono un approccio fascista per denigrare e schiacciare la Russia, indipendente e non allineata, e la Cina – e tutto questo con l’obiettivo del PNAC (Plan for a New American Century) di dominare a tutto campo le risorse naturali e le popolazioni del pianeta.
Uno dei più recenti attacchi sanguinari ha avuto inizio con il colpo di stato nazista (che poi si è dimostrato essere stato provocato dall’Occidente) contro il leader Ucraino democraticamente eletto, Viktor Yanukovich, sostituendolo con un governo fascista, durante il sanguinoso colpo di stato di Maidan a Kiev nel febbraio del 2014 – e accusando poi la Russia della conseguente guerra civile; in realtà il massacro del Donbass, in Ucraina orientale, è stata una strage ordita dalla NATO nella quale sono rimaste uccise almeno 40.000 persone, per lo più civili, causando circa 2 milioni di profughi. L’iniziativa occidentale aveva un duplice obiettivo: far guadagnare terreno alla NATO verso Mosca e privatizzare i ricchi terreni agricoli e minerari dell’Ucraina con capitali occidentali.
CHI FINANZIA “BARBAROSSA 2” – UN’IMPRESA USA/NATO IN PREPARAZIONE DI UNA TERZA GUERRA MONDIALE?
I costi sono difficili da valutare, ma è molto probabile che possano raggiungere il trilione di dollari USA, o anche più. E’ qui che entrano in gioco la FED e la BCE – ecco l’analogia con l’Operazione Barbarossa, quando la FED, tramite Wall Street e la BRI, finanziò l’Olocausto e la guerra di Hitler contro la Russia. E’ forse questa la ragione della tolleranza mostrata dalla BCE nei confronti di alcuni paesi dell’eurozona – Francia, Italia, Polonia e altri – che negli ultimi due anni hanno stampato più Euro di quanto fosse consentito dalla regole BCE? Questo denaro ‘nuovo’, prodotto a un ritmo di quasi 500 miliardi di euro BCE (in eccesso rispetto alle quote stabilite per l’Eurozona), è stato utilizzato per acquistare titoli di Stato, per finanziare cioè il debito governativo.
Conoscendo quindi il modo in cui è stata finanziata la Seconda Guerra Mondiale, non sarebbe una sorpresa scoprire che la BCE – pilotata da FED e Wall Street (ricordiamoci che Mario Draghi è un ex funzionario di Goldman Sachs) ha seguito le istruzioni di Washington chiudendo un occhio sulle limitazioni monetarie dell’eurozona, allo scopo di produrre, cosi’ come la FED a suo tempo con i dollari, euro senza valore per finanziare un nuovo conflitto mondiale. Sarebbe una replica di quanto avvenuto nella Seconda Guerra Mondiale, con FED/Wall Street e BRI. Come al solito, l’Impero del Caos tiene banco su due tavoli: da una parte briga per finanziare una nuova guerra contro la Russia, attraverso il debito imposto da Washington ai suoi alleati/vassalli Europei, sanzionando la Russia sempre attraverso il suoi alleati/vassalli Europei che accettano di buon grado di subirne le nefaste conseguenze economiche; mentre dall’altra parte l’eccezionale macchina da guerra Statunitense raccoglie i frutti della sua industria bellica nazionale; e nel frattempo Obama consente tranquillamente ai rappresentanti delle imprese Americane di partecipare all’International Business Forum dello scorso giugno a San Pietroburgo.
Ma quando arriverà il giorno in cui “Noi, la Gente” apriremo finalmente gli occhi sulle indicibili atrocità ed inganni perpetrati dalle élite manipolatrici?
Peter Koenig è un economista e analista geopolitico. Ha lavorato per molto tempo all’estero per la Banca Mondiale, occupandosi di ambiente e risorse idriche. Scrive regolarmente per Global Research, ICH, RT, Sputnik, PressTV, CounterPunch, TeleSur, per il Blog The Vineyard of The Saker e altri siti internet. E’ autore di : Implosione – un Thriller Economico su Guerra, Distruzione Ambientale e Avidità Imprenditoriale – un racconto basato su fatti reali e sulla sua esperienza trentennale per la Banca Mondiale in giro per il mondo. E’ anche co-autore di Ordine Mondiale e Rivoluzione! – Saggi dalla Resistenza.

Fonte: www.informationclearinghouse.info
Link: http://www.informationclearinghouse.info/article44423.htm
14.03.2016
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=16350

SIAMO GOVERNATI DA PSICOPATICI?

Pubblicato il: 18/02/2016

Un vecchio articolo riesumato dall’archivio di NEXUS perché oggi ancora attuale, per porci una domanda: siamo governati da psicopatici clinici? E soprattutto… se lo stessimo diventando anche noi? Uno spunto per una rivoluzione prima di tutto interiore ed individuale, come risposta alle continue operazioni che sia nel nostro Paese sia all’esterno puntano a renderci sempre meno umani. [Red.]


Se il mese scorso il New York Times faceva da megafono a Greg Smith, direttore esecutivo di Goldman Sachs per l’Europa, che lasciava la sua banca non senza prima definirla “priva di ogni etica” ed accusarla di “mettere il proprio profitto davanti all’interesse dei clienti”, nei giorni scorsi lo stesso quotidiano della Grande Mela pubblicava un’inchiesta, firmata da Nicolas Krystof, destinata a suscitare uno scalpore decisamente maggiore. Nell’articolo di Krystof, infatti, il nome della grande banca d’affari emerge come azionista di minoranza (16%) sin dal 2000 della Media Village Voice, importante azienda di comunicazione, che possiede The Village Voice, storico quotidiano gratuito distribuito in milioni di copie nella Grande Mela. Questo semplice dato contribuirebbe a far luce sul controllo esercitato dalla finanza sull’opinione pubblica, se si pensa all’enorme popolarità di un quotidiano presente ad ogni angolo della metropoli. Come ogni giornale di questo tipo, i profitti del Village Voice provengono interamente dalla pubblicità, tra cui non mancano gli annunci di sesso a pagamento. La Village Voice Media, infatti, possiede a sua volta il sito Backpage.com, che dietro la facciata di portale di incontri per adulti, si trova invece coinvolto in indagini sullo sfruttamento della prostituzione.
Tutto nasce dal caso di una quindicenne newyorchese, indotta alla prostituzione dopo esser stata picchiata, legata e costretta all’assunzione di droghe, i cui servizi sarebbero stati pubblicizzati proprio attraverso Backpage. Nonostante la responsabilità penale del sito non sia stata accertata dagli inquirenti, non si tratta di un caso singolo, né del più grave. A partire dal dicembre scorso, il sito d’incontri è stato collegato ad almeno tre omicidi: in tutti e tre i casi, le vittime erano ragazze che vendevano i propri servizi sessuali attraverso Backpage. Dietro la facciata di un sito di incontri per adulti, ci sarebbe quindi una vera e propria tratta delle bianche: donne costrette alla prostituzione, spesso ai limiti del sequestro di persona, spacciate per donne consenzienti, i cui annunci vengono pubblicati online e sul Village Voice.

Difficile pensare che i dirigenti di Village Voice Media, tra cui spuntano uomini di Goldman Sachs come il senior manager Scott Lebovitz, non conoscessero gli scopi reali del sito. Infatti, appena saputo dell’inchiesta del NYT, Goldman avrebbe tentato in tutti i modi di sbarazzarsi delle azioni della società – di cui alcune appartenenti ad Ann Romney, moglie del candidato repubblicano Mitt – salvo poi far sapere alla redazione del quotidiano newyorchese di non aver alcun legame con le attività di Backpage. Non ci si può non chiedere, allora, cosa ci facessero i suoi manager all’interno del consiglio d’amministrazione della società. Come se non bastasse, è la stessa Media Village Voice, attraverso il suo consulente capo Elizabeth McDougall, a render noto che nessuno dei proprietari (dodici società in tutto) ha mai mostrato dissenso dall’operato del sito.
Giorno dopo giorno, emerge quindi la reale natura non solo di istituzioni come Goldman Sachs, ma anche del potere stesso. La vicenda in oggetto è probabilmente solo la punta di un iceberg, in cui la tratta di donne e minori si rivela come una delle principali attività coperte da chi siede sugli scranni del potere.
Forse una parte dell’opinione pubblica sarà ormai assuefatta nel vedere dirigenti di grandi banche mentire spudoratamente, anche quando colti così clamorosamente con le mani nel sacco. Si possono – a ragion veduta – definire queste persone come ‘bugiardi patologici’. Una caratteristica che rientra a tutti gli effetti entro la definizione di ‘psicopatia clinica’.
La psicopatia, prima ancora che un disagio psichico, è una tendenza caratteriale che si manifesta soprattutto come mancanza di empatia e di emozioni “umane”. Gli psicopatici, che soffrono di un’anormale connettività cerebrale e di una mancanza di coscienza, sono persone “straordinariamente fredde, spietate verso gli altri”, quindi “una vera e propria minaccia per le aziende per cui lavorano e per la società”, secondo uno studio, pubblicato sul Journal of Business Ethics, di Clive R. Boddy della Business School di Nottingham Trent. Ciò che però desta più preoccupazione – ma forse non altrettanta sorpresa – è che tale tendenza psicopatica, che di media affligge l’1% della popolazione generale, si trova invece decuplicata all’interno delle piazze finanziarie. Secondo quanto scrive Sherree DeCovny su CFA Magazine – che cita i risultati di studi condotti da psicologi diversi – almeno il 10% degli operatori di borsa avrebbe una personalità psicopatica. Dietro un semplice broker, dall’aspetto apparentemente calmo e sicuro di sé, potrebbe quindi celarsi un potenziale Patrick Bateman – il protagonista di American Psycho – ossia una persona “brillante, socievole ed affascinante”, che però “è più disposta a correre seri pericoli perché non ne comprende le conseguenze o semplicemente non gli importa nulla di ciò che potrebbe accadere”.


Sopra: Christian Bale intrpreta Patrick Bateman, protsgonista di American Psycho

Il gioco, per personaggi come Kweku Adoboli, Jerome Kerviel e Nick Leeson, vale sempre la candela, in una maratona infinita di serotonina ed endorfine. La situazione caotica vissuta quotidianamente nelle borse rende questo lavoro perfetto per chi presenti le caratteristiche sopra esposte. La stessa considerazione vale per le grandi aziende, in cui il rapido cambiamento, il rinnovamento costante ed il continuo turn-over di personale favoriscono l’ingresso di psicopatici clinici (solitamente molto ambiziosi) e la loro ascesa ai vertici aziendali: manager, direttori commerciali, amministratori delegati, presidenti di società. Ma anche – perché no – leader politici, dal momento in cui gli stati sono divenuti prolungamenti delle banche private e delle multinazionali da esse controllate. Tali persone, infatti, si mostrano sin dall’inizio come leader ideali, grazie al loro fascino e carisma, ma presto le loro brillanti doti manageriali si trasformano in una tendenza ossessiva alla prevaricazione e all’ostentazione di sé, che li rende indesiderabili ma disposti a tutto, vittime della loro stessa dissociazione narcisistica.
In quest’ottica, si possono forse leggere alcune vicende segnalate dai media in questi ultimi mesi, seppur nella distrazione dell’opinione pubblica generale. Vicende come quelle in cui sono coinvolti l’ex amministratore delegato della Banca di Mosca, Andrei Borodin, fuggito a Londra lo scorso anno dopo aver sottratto oltre 225 milioni di dollari USA dalla sua banca insieme al vice, Akulin Dmitry. La stessa accusa è stata mossa negli States a Jon Corzine, amministratore delegato della banca MF-Global, oltre che ex-governatore e senatore del New Jersey. Corzine avrebbe dato ordine, come emerge dalle e-mail inviate ai suoi collaboratori, di sottrarre 200 milioni di dollari da alcuni correntisti proprio poche ore prima che l’istituto dichiarasse bancarotta, lasciando sul lastrico i risparmiatori per la cifra di 1.2 miliardi di dollari. Su vicende analoghe si concentrano le indagini delle autorità indiane, che hanno spinto alle dimissioni 22 direttori generali su 25 della Beed District Central Cooperative Bank, consorzio di banche cooperative, accusati di aver sottratto 8 milioni di rupie dai conti correnti dei risparmiatori, tra cui molti contadini.
Queste vicende, in realtà, sono la punta di un iceberg, ma fanno sorgere una domanda: perché tanta avidità? Vi è davvero bisogno di sottrarre denaro dall’istituto di credito che si dirige, quando tutte le banche del mondo (ad eccezione della Libia al tempo di Gheddafi) utilizzano la riserva frazionaria, che permette loro di possedere solo una minima parte dei prestiti erogati, per tacere della moltiplicazione degli interessi grazie all’anatocismo? Se mai servisse una conferma di come gli psicopatici siano saliti ai vertici della finanza nel mondo, basterebbe guardare proprio a queste vicende, apparentemente prive di qualsiasi logica. A riprova di ciò, il Wall Street Journal cita uno studio dell’Administrative Science Quarterly, ottenuto monitorando giovani laureati in economia divenuti dirigenti finanziari. I risultati mostrano come gran parte di loro, in pochi anni di carriera, abbia sviluppato alcolismo, disturbi del sonno e dell’alimentazione, difficoltà relazionali, oltre ad una propensione alla depressione tripla rispetto alla norma. Se questi sono gli effetti su giovani poco più che trentenni, chissà cosa si potrebbe dire di chi è addetto ai lavori da decenni!
Le stesse caratteristiche si possono attribuire anche agli uomini politici e ai ‘professionisti del potere’ in generale: magistrati, intellettuali, uomini di spettacolo, frequentatori dei salotti chic, grandi imprenditori, alti prelati… e l’elenco sarebbe lungo!
Ancora nel lontano 1996, The Indipendent pubblicò uno studio condotto dalla psicologa Lisa Marshall, della Glasgow Caledonian University, che elencava le principali caratteristiche di uno psicopatico clinico: egoismo, insensibilità, indifferenza, manipolazione degli altri, mendacia patologica, mancanza di rimorso, tendenza a plagiare il prossimo, superficialità, incapacità di assumersi le responsabilità delle proprie azioni, senso di superiorità molto sviluppato, instabilità psicologica, asocialità, conduzione di uno stile di vita deviante, necessità di costanti stimoli esterni, comportamento parassitario verso il prossimo, problemi infantili alle spalle (quando non un passato da delinquente), obiettivi poco realistici, disordine interiore e promiscuità sessuale. Secondo la Marshall, chi possiede almeno 15 di queste caratteristiche ha un’elevata probabilità di essere uno psicopatico. A creare sconcerto è un dato facilmente osservabile: vi sono ben poche differenze tra le caratteristiche che presenta un individuo psicopatico e quelle richieste da categorie professionali come l’operatore di borsa, il manager di una multinazionale, il dirigente di una banca o il politico di professione. Difficile, quindi, stabilire se siano banchieri, speculatori e politici ad essere mentalmente disturbati o, al contrario, le loro professioni a richiedere una tale personalità per essere svolte. Invertendo l’ordine dei fattori, il risultato non cambia: il mondo è governato da pazzi fanatici. Politici accusati di sfruttamento di prostitute minorenni e tecnici chiamati a nutrire del sangue dei cittadini banche coinvolte nello sfruttamento di prostitute minorenni.
Ma in fondo… siamo sicuri che una tale classe dirigente non ci rappresenti? Non so voi, ma leggendo i risultati di questi studi, mi convinco sempre di più che lo scopo del ‘potere’ sia proprio di rendere ognuno di noi… psicopatico. Ritmi frenetici, stress, paura, senso di impotenza, diffusione intenzionale di modelli comportamentali (attori, modelle, cantanti) narcisistici (vedasi la grande diffusione dei social network) ed egocentrici… non sono indizi sufficienti di un progetto di controllo mentale di massa, attraverso il plagio di individui ‘frustrati’?
Senza ricorrere a trame fantascientifiche come quella del film Matrix – in cui un’elite di macchine mantiene gli esseri umani in una condizione innaturale per usufruire della loro energia – si potrebbe riesumare il lavoro di Erich Fromm, secondo cui il principale strumento di controllo sulle masse da parte del potere organizzato è proprio la creazione di situazioni ‘ad hoc’ che predispongono gli individui alla frustrazione e alla dissipazione delle proprie forze psicologiche che ne deriva.
Se le cose stanno così, qualsiasi ‘rivoluzione’, che porti finanche alla chiusura della Borsa e alla destituzione di questi politici, tecnici, banchieri e loro accoliti, non può che avere come punto di partenza il lavoro su sé stessi, per ricostruire l’unità del proprio Io.

* * *

Tratto da Nexus New Times n. 97, aprile – maggio 2012
Preso da: http://www.nexusedizioni.it/it/CT/siamo-governati-da-psicopatici-5006

La fame nel mondo? Un affare per le banche

24.2.2015
Grazie alla finanziarizzazione dell’agricoltura banche e fondi speculano su grano e mais, alzando i prezzi e affamando i popoli
Lucandrea Massaro

Con due pezzi a firma di Dominique Greiner e di Antoine d’Abbundio sul quotidiano cattolico francese “La Croix” di ieri, si torna a parlare con forza di problema che interessa tutto il mondo, ed in special modo l’Italia che ospita l’Expo 2015 sui temi della fame nel mondo: la speculazione finanziaria sul prezzo delle materie prime alimentari.

Due anni dopo il rapporto “Banques: la faim leur profite bien” (Alle banche, la fame procura profitti, NdR), Oxfam pubblica il suo rapporto sul problema della speculazione sulle materie prime agricole. Le banche francesi, nonostante alcuni progressi positivi, possono fare di più, ritiene la ONG Oxfam, che aveva iniziato la sua battaglia su questo tema già nel febbraio 2013 quando il progetto di legge bancaria veniva discusso in parlamento. Da allora, le banche francesi non hanno ufficialmente più il diritto di speculare sui mercati di prodotti derivati. Tuttavia questo provvedimento non è ancora entrato in applicazione, e non proibisce agli istituti bancari di proporre alla loro clientela dei prodotti finanziari sul corso dei prodotti agricoli.

Senza voler negare l’utilità di prodotti e strumenti finanziari che portano la necessaria liquidità alla filiera agricola – ad esempio permettendo a degli agricoltori di vendere fin da oggi la loro produzione futura senza subire i rischi sui pezzi -, Oxfam sottolinea però da anni come la finanziarizzazione dei mercati agricoli li abbia sviati dal loro scopo iniziale. Oggi, il ruolo svolto dagli operatori finanziari è più importante di quello dei produttori agricoli e dei commercianti. Il che ha come maggiore effetto quello di far aumentare i prezzi, rendendoli instabili. Una situazione di cui soffrono prima di tutto le popolazioni più povere del pianeta, come si è visto in occasione delle rivolte della fame del 2008, 2010 e 2012. “È doloroso constatare come la lotta contro la fame e la denutrizione sia ostacolata dalla priorità del mercato e dalla preminenza del guadagno, che hanno ridotto il cibo ad una merce qualsiasi, soggetta a speculazione, anche finanziaria”, deplorava Papa Francesco nel novembre scorso davanti alla FAO. La stessa constatazione spinge Oxfam a chiedere alle banche francesi di rinunciare a qualsiasi forma di attività speculativa sui mercati agricoli: giocare con il cibo in Borsa significa giocare con la vita e la salute di coloro che non sono al riparo dalla fame e dalla denutrizione. Ad onor del vero si tratta comunque di una forma di speculazione attuata principalmente da banche anglosassoni e da trader internazionali. Due anni dopo la campagna che denunciava le attività delle banche francesi sul mercato delle materie prime alimentari, la ONG Oxfam pubblica oggi un nuovo rapporto in merito. La situazione è migliorata?

Secondo l’organizzazione, i risultati sono controversi. “Nel febbraio 2013, avevamo interpellato quattro gruppi bancari: BNP Paribas, la Société Générale, il Crédit agricole e il gruppo Banque populaire-Caisse d’épargne (BPCE). Oggi, constatiamo che alcuni hanno rispettato il loro impegno di ridurre il numero di prodotti finanziari destinati a speculare sui prezzi agricoli. Ma altri son ben lontani dall’aver mantenuto le promesse”, sottolinea Clara Jamart, responsabile del “Plaidoyer per la sicurezza alimentare”. Tra i “buoni”, secondo Oxfam, il Crédit agricole è al primo posto. Come si era impegnata a fare, la “banca verde” ha chiuso i tre fondi in cui aveva delle partecipazione e ha cessato ogni attività speculativa in quell’ambito. La Société générale ha anche fatto uno sforzo sopprimendo tre fondi e realizzando una trasparenza totale. “Ma continua ad essere la prima banca francese a speculare sui prodotti agricoli con sette fondi attivi che rappresentano 1359 milioni di euro”, afferma Clara Jamart. Invece, BNP Paribas è sotto accusa. “Nel 2013, la banca gestiva tredici fondi. Sei sono stati chiusi, ma ne sono stati aperti altri quattro nuovi. Alla fine, il gruppo mantiene un volume di attività speculative molto elevato, 1318 milioni di euro, vicino al livello rilevato due anni fa”, precisa Oxfam. Quanto al gruppo BPCE, la ONG afferma che continua a gestire, tramite la sua filiale Natixis, un fondo il cui ammontare rappresenterebbe 884 milioni di euro. Conclusione senza appello di Clara Jamart: “L’ammontare totale dei fondi esposti alle materie prime agricole si avvicinava, alla fine del 2014, ad un totale di 3.6 miliardi di euro, segno che le banche francesi continuano a speculare massicciamente sulla fame”.

Al centro del dibattito, la ONG pone un problema cruciale: quello dell’aumento erratico dei prezzi dei prodotti alimentari che priva di accesso alle dettati i più poveri del pianeta. Oxfam non è la sola a trarre questa conclusione: “Le attività dei fondi indicizzati hanno giocato un ruolo chiave nell’impennata dei prezzi alimentari nel 2008”, scriveva la Banca mondiale l’indomani delle “rivolte della fame” che hanno riguardato dei paesi di Africa, Asia e America.

Il mercato dei derivati, ad esempio, funziona come una sorta di assicurazione contro i rischi, poiché permette di vendere o di comperare in anticipo una certa materia prima a prezzi fissi. Allo stesso modo, prendere delle partecipazioni in un fondo indicizzato sull’evoluzione delle materie prime permette ad un investitore di diversificare il suo portafoglio per minimizzare i rischi.

Ma questi strumenti finanziari hanno conosciuto da alcuni anni uno sviluppo così forte che contribuiscono ormai più a destabilzzare il mercato che a fluidificarlo. Ad esempio, nel 2011 si sono scambiati alla Borsa di Chicago (specializzata nelle materie prime, NdR) più di 6400 milioni di tonnellate di grano per una produzione mondiale di 670 milioni di tonnellate sull’anno. Questa separazione tra le attività commerciali e speculative, favorisce innanzitutto banche anglosassoni e trader internazionali che controllerebbero oggi quasi il 65% di un mercato che drena centinaia di miliardi di dollari. A questo livello, le banche francesi (o anche quelle tedesche) fanno quasi la figura di “piccoli giocatori”. In seguito alla pressione della ONG, e interessate a mantenere un’immagine passabilmente segnata dalla crisi, la maggior parte delle banche tenta del resto di giocare la carta dell’investimento “etico”. “I gruppi francesi hanno fatto degli sforzi, ma possono fare di più”, replica Oxfam che promette di mantenere la pressione sia sulle banche che sul governo affinché “la finanza cessi di speculare sulla fame”(La Croix, 23 febbraio).

Secondo il sito QuiFinanza, gli speculatori controllano ormai il 60 per cento del mercato dei cereali, a fronte del 12 per cento di 15 anni fa. Nel 2011, gli investimenti speculativi sui raccolti sono stati pari a venti volte gli aiuti all’agricoltura nel mondo. Goldman Sachs, il leader del settore, nel 2009 ha guadagnato oltre 600 milioni di sterline grazie alle speculazioni sul food. Il risultato è stato l’aumento generalizzato dei prezzi di tutte le materie prime. Va segnalato che all’aumento dei cereali contribuiscono anche altri fattori, quali la crescita dell’uso di colture alimentari per i biocarburanti ed eventi meteorologici estremi, legati al cambiamento climatico, che danno vita a un mix esplosivo all’insegna della crisi alimentare. Secondo la Fao e l’Ocse, nel prossimo decennio 2011-2020 i prezzi dei cereali potrebbero stabilizzarsi a un 20% in più rispetto ad oggi, e quelli della carne potrebbero aumentare di conseguenza anche del 30% .

Ma il mondo dell’agroalimentare non è strozzato solo dalla speculazione finanziaria, ma anche dai colossi della distribuzione che lasciano poco in mano agli agricoltori, specie nel sud del mondo. Spiega il professor Gerardo Marletto Professore associato di economia applicata all’Università di Sassari ed esperto di economia e politica dei trasporti, che fa parte del movimento sbilanciamoci.info : “L’agroalimentare è un settore dominato da grandi gruppi globali che macinano profitti grazie alla forbice amplissima che separa prezzi alti per i consumatori e redditi bassi per gli agricoltori. In uno studio del movimento europeo del commercio equo (FTAO) sulle filiere di cacao, caffè, zucchero e banane si stima che agli agricoltori vada circa il 10% del prezzo finale, contro quote intorno al 30-40% che si prendono intermediari e industria di trasformazione. Un’altra fetta importante di reddito se la prendono i gruppi della grande distribuzione organizzata (GDO), le cui centrali d’acquisto hanno ormai un potere contrattuale persino superiore all’industria di trasformazione” (CaratteriLiberi.eu, 24 febbraio)

A questo si aggiunge un più generale impoverimento della popolazione mondiale che – sempre secondo i dati dell’Oxfam – vede un aumento della concentrazione della ricchezza in mano a pochi. Ad oggi l’1% della popolazione mondiale detiene il 48% dell’intera ricchezza mondiale, costruendo così un gotha di super ricchi con in mano risorse e potere senza precedenti nell’era contemporanea. E così Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di Oxfam International, userà quest’anno tutta l’influenza – e la visibilità – che deriva dal suo ruolo di co-chair al World Economic Forum, per chiedere “un’azione urgente volta ad arginare la marea crescente della disuguaglianza, partendo da una proposta di contrasto reale all’elusione fiscale delle multinazionali e da una spinta verso l’adozione di un trattato globale di lotta ai cambiamenti climatici”. “Vogliamo davvero vivere in un mondo dove l’1% possiede più di tutti noi messi insieme?” chiede Winnie Byanyima. “La portata della disuguaglianza è semplicemente sconcertante e il divario tra i ricchissimi e il resto della popolazione mondiale rimane un totem. Negli ultimi 12 mesi – osserva la direttrice esecutiva di Oxfam International – i leader mondiali, dal Presidente Obama a Christine Lagarde (del Fondo Monetario Internazionle, NdR), hanno più volte ribadito quanto necessario e importante sia affrontare il tema della grande disuguaglianza. Ma – avverte Byanyima – ancora poco è stato fatto in termini concreti” (RaiNews24, 19 gennaio).
Preso da: http://www.aleteia.org/it/economia/articolo/fame-mondo-affare-per-banche-oxfam-5865773192970240

Gli Stati non possono creare moneta. Le banche sì

5 gennaio 2015,

di Michele Rallo

MAMMONA-Il-diavolo-dei-soldiStrana società, quella dei nostri giorni. E per “società” intendo quel complesso di regole che scandisce la vita dei popoli e delle nazioni. Strana società – dicevo – è la nostra, che vede gli Stati, ricchi e poveri, incapaci di provvedere con mezzi propri anche alle più elementari esigenze dei propri cittadini. Ogni cosa (dall’alimentazione alla sicurezza, dalla sanità all’edilizia pubblica, dai trasporti all’istruzione, dalla tutela ambientale alla difesa militare) ha i relativi costi; e questi costi possono essere affrontati, oltre che con l’imposizione fiscale, solamente con denaro che gli Stati non possono creare, ma che devono necessariamente farsi prestare dalle banche private. Tutti gli Stati, sostanzialmente, anche quelli che hanno l’illusione di avere ancora una propria “sovranità monetaria”. Prendete gli Stati Uniti d’America – per esempio – il cui governo ha, proprio in queste settimane, immesso sul mercato interno una gran quantità di danaro “fresco”. Ebbene, quel denaro non lo ha stampato il governo degli Stati Uniti, ma la FED, la Federal Reserve, cioè la banca “centrale” che lo ha poi prestato al governo. Malgrado la ambigua denominazione di “centrale”, infatti, la Federal Reserve è una banca privata, posseduta da un azionariato composto da banche private americane e straniere. Per l’esattezza (dati del 1992): le americane Goldman Sachs, Kuhn & Loeb, Lehman Broters, Chase Manhattam, l’inglese Rotschild, la tedesca Warburg, la francese Lazard, ed una misteriosa – per me – Banca Israel Moses Seif con sede a Roma.(1)

Certo, i popoli europei avvertono in modo particolare il problema, perché hanno perduto la sovranità politica (non soltanto la monetaria) a beneficio di una struttura sovranazionale quale è l’Unione Europea. Ma gli altri popoli del mondo non stanno messi molto meglio, perché tutti o quasi hanno rinunziato al diritto-dovere di creare il proprio denaro, delegandolo a banche private, pudicamente indicate come “centrali”. Così facendo, gli Stati non hanno solamente regalato a pochissimi soggetti privati la possibilità di arricchirsi a dismisura sulla pelle dei popoli, ma – cosa forse più grave – si sono consegnati anima e corpo alla finanza internazionale, accettando di farsi dettare da questa le regole della vita sociale interna, oltre che le linee della propria politica estera. Pena, la destabilizzazione delle proprie economie nazionali. Se oggi la Russia di Putin – per esempio – disobbedisce ai voleri dei poteri forti, i “mercati” decretano la perdita di valore del rublo, con ciò provocando anche una crisi economico-sociale interna al paese. Se, a suo tempo, l’Italia di Berlusconi – per fare un altro esempio – comprava petrolio dalla Russia e dalla Libia, ecco che i “mercati” – sempre loro – determinavano una crescita anomala del famigerato spread, con ciò incidendo pesantemente sui nostri equilibri sociali.

Ma – mi si obietterà – non è stato sempre così? Nossignore, non sempre e, comunque, non in maniera così totale e asfissiante. La guerra delle banche (e mi riferisco ovviamente alle grandi banche “d’affari”, non alle normali banche commerciali) per impossessarsi del potere politico dura da secoli, con vicende alterne. Si pensi che la capostipite di tutte le banche “centrali”, la Banca d’Inghilterra, è in attività sin dal 1694: da sempre in mani private, nel 1946 venne stranamente nazionalizzata, per essere poi ri-privatizzata nel 1997, a seguito di una riforma invocata a gran voce dal mondo della finanza. Lo stesso tipo di riforma che nel 1993 fu attuata in Italia, privatizzando la Banca d’Italia che il regime fascista aveva nazionalizzato nel 1936.

Eppure, stranamente, nessuno sembra scandalizzarsi per l’enormità di questa aberrazione. Pensate: gli Stati rinunziano al potere di creare denaro, e tale potere attribuiscono a dei soggetti privati. E non solo. Ma – cosa ancora più grave – lasciano decidere a quei privati quali debbano essere le direttrici della politica economica e sociale: se si debba assumere o licenziare, aumentare o diminuire la pressione fiscale, se incentivare la spesa pubblica o gli investimenti, se fare o non fare questa o quell’altra riforma. E ancora, sommando obbrobrio ad obbrobrio, per finanziare le proprie spese istituzionali gli Stati si fanno sovente prestare il denaro occorrente dal sistema bancario privato (banche centrali o banche d’affari, non fa molta differenza), ed a quel sistema finanziario pagano cospicui interessi, sottraendo tali somme alle necessità del governo. Dopo di che, naturalmente, gli Stati diventano ostaggio del “debito pubblico” contratto con la finanza speculativa. Non solo l’Italia, naturalmente. Se il nostro debito pubblico è pari a circa il 120% del PIL, quello della media europea è più o meno dell’85%, quello degli Stati Uniti del 105%, quello del Giappone addirittura del 210%.

E siamo soltanto all’inizio di questa serie di paradossi. Perché il sistema finanziario dal quale gli Stati attingono il denaro in prestito è drogato – se così posso dire – dalla presenza di una grande quantità di titoli derivati, cioè – sostanzialmente – di denaro virtuale, che non esiste: carta straccia creata dal nulla, senza che il sistema finanziario detenga un controvalore reale. Una volta, gli Stati potevano stampare moneta solamente in quantità corrispondente (o comunque proporzionale) alla riserva aurea posseduta. Poi, alla fine della seconda guerra mondiale, venne creato un sistema economico globale che si basava sul primato del dollaro (unica valuta ammessa per il commercio delle materie prime) e sulla sua convertibilità in oro. Poi, infine, nel 1971 gli USA decretarono (e gli Stati vassalli disciplinatamente accettarono) la fine della convertibilità delle altre valute in dollari e della convertibilità del dollaro in oro. Allora, quando le folli spese militari avevano assottigliato la riserva aurea di Fort Knox, gli Stati Uniti pensavano bene di far pagare al mondo intero i loro guai economici, e quindi abolivano, insieme al sistema dei cambi fissi, anche l’ancoraggio delle monete a quella misura di ricchezza reale che è l’oro. Da quel momento, teoricamente, ognuno poteva stampare moneta a volontà, sol che riuscisse a mantenere un rapporto accettabile nella “fluttuazione dei cambi”.

Chiedo scusa per questa lunga digressione, necessaria tuttavia per comprendere che – dal 1971 in poi – per “fabbricare” denaro non è più necessario detenere un corrispettivo reale, cioè una riserva di oro o di altri metalli preziosi. E, tuttavia, gli Stati non hanno mai abusato oltre una certa misura della possibilità di creare moneta, preoccupati di non alterare gli equilibri della fluttuazione.

Non così la finanza speculativa, che – soprattutto dall’inizio degli anni ’90 – ha cominciato a battere, di fatto, una propria moneta: non una moneta convenzionale, naturalmente, ma quella che gli esperti chiamano “finanza derivata” e che si sostanzia nella emissione di titoli privi di reale consistenza.

Che cosa è un “titolo derivato”? È una banconota virtuale emessa da un soggetto finanziario privato ed il cui valore non è garantito da alcun bene reale, ma “derivato” dal valore di mercato di uno strumento finanziario “sottostante” (azioni, obbligazioni, eccetera), o anche – cito da Wikipedia – «basato sulle più diverse variabili, perfino sulla quantità di neve caduta in una determinata zona».(2) Si tratta – in ultima analisi – di scommesse di vario genere, che un soggetto privato trasforma in “titoli”, immessi sul mercato e commerciati come se fossero emessi a fronte di una ricchezza reale, tangibile.

Ma l’aspetto più grave è la quantità di questo “denaro virtuale” gettato sul mercato. Nel 2010, a fronte di un PIL mondiale annuo di circa 70.000 miliardi di dollari – apprendo sempre da Wikipedia – il volume della finanza derivata era di 670.000 miliardi di dollari.(3) La qualcosa significa – mi permetto di chiosare – che il denaro virtuale in giro per il mondo è dieci volte il denaro vero che costituisce il prodotto interno lordo generato in un anno dall’economia reale dell’intero globo terrestre.

E in Italia – per banalizzare – non possiamo creare il denaro necessario a pagare le pensioni (e dobbiamo farcelo prestare), mentre ad un pugno di affaristi internazionali viene consentito di creare denaro virtuale per scommettere sulle nevicate del Massachusetts.

Siamo alla follia. O, forse, non è follia, ma il frutto di un lucido disegno per distruggere le nazioni e per sottrarre ai popoli le loro ricchezze reali. A proposito di ricchezze reali: l’Italia possiede la terza riserva aurea mondiale, dopo quelle degli Stati Uniti e della Germania. Volete scommettere che, quanto prima, ci chiederanno di dare quell’oro a garanzia del nostro “debito pubblico”?

NOTE

(1) http://www.signoraggio.com/fedprivata.html

(2) http://it.wikipedia.org/wiki/Strumento_derivato

(3) http://it.wikipedia.org/wiki/Strumento_derivato

Fonte: “La Risacca”, rivista mensile, a. IV, n. 10, pp. 8-9.

Preso da: http://www.ildiscrimine.com/gli-non-possono-creare-moneta-banche-si/

Il “comunista preferito”… dagli americani

Pubblicato il: 3 marzo, 2012
Analisi / Italia | Di Giulio Zotta

Il “comunista preferito”… dagli americani

Alla luce delle sue recenti dichiarazioni e prese di posizione, dovrebbe destare stupore e preoccupazione il comportamento assunto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e invece pare che la più alta carica dello Stato goda ancora di un alto consenso tra l’opinione pubblica. Un’opinione pubblica che, quasi in modo unanime da destra a sinistra, sembra vedere in lui il vero leader del Paese nonché integerrimo custode della nostra Costituzione. Ma è veramente così?
Il prestigio nazionale e internazionale di Napolitano ha subito una clamorosa impennata quando, nel novembre del 2011, a fronte delle dimissioni del premier Silvio Berlusconi, il presidente prendeva, come sottolinearono i media, saldamente la situazione in mano conferendo l’incarico a Mario Monti, che era stato frettolosamente nominato senatore a vita nei giorni immediatamente precedenti. Non si trattò di piglio “decisionista” di stampo “presidenzialista”, perché la Costituzione affida effettivamente al presidente, in caso di crisi di governo, il compito di cercare maggioranze alternative per permettere la formazione di un nuovo esecutivo, senza necessariamente passare per le elezioni anticipate.
Tuttavia, al di là delle formalità burocratiche espletate, sul piano politic non è difficile ipotizzare un’esplicita operazione, guidata dai centri di potere della finanza europea e da quelli di oltreoceano, tesa a eliminare un ormai logoro Berlusconi, incapace di fronteggiare, in un modo o nell’altro la situazione, per sostituirlo con un “presentabile” governo tecnico, guidato da Monti, i cui legami con Goldman-Sachs e con influenti quanto inquietanti organismi come la Commissione Trilaterale e il Gruppo Bilderberg, sono noti a chiunque. Guadagnate le lodi entusiastiche della maggior parte dei partiti italiani e dei leader occidentali, per Napolitano è stato un crescendo mediatico di dichiarazioni pubbliche sempre più di parte e sempre meno equilibrate. Ad esempio, di fronte al massiccio dilagare della protesta del “Movimento dei Forconi” in Sicilia e poi in quasi tutto il Meridione e fino nella capitale, Napolitano, forse dimenticando di essere al di sopra delle parti, moltiplicava i suoi appelli a sostenere il governo Monti, delegittimando in sostanza i motivi della protesta indirizzata in buona parte proprio contro le politiche di austerità e iniquità portate avanti dai “tecnici”.
Presentatosi poco tempo fa in Sardegna, regione fortemente colpita dalla crisi, in cui già prima dei forconi, i lavoratori delle aziende sull’orlo del fallimento e i pastori avevano fatto sentire la loro voce, Napolitano affermava che sebbene “legittime”, è sempre “auspicabile” che non vi siano proteste. Dopo l’incontro con gli operai del Sulcis si era detto fortemente compiaciuto che questi ultimi non manifestassero la loro drammatica condizione con “grida futili”. Ma la visita sarda di Napolitano è stata tutt’altro che un trionfo: contestato da numerosi cittadini e sindaci, si era detto convinto che le proteste fossero un “fatto limitato”. Messo ancor più in imbarazzo dai manifestanti che lo accusavano di essere il “presidente delle banche”, tentava di difendersi con un “non rappresento né le banche, né il capitale finanziario, come qualcuno umoristicamente crede e grida”, che potrebbe ricordare da vicino il discorso pronunciato da Monti in Parlamento, nel quale il premier sosteneva di non rappresentare i cosiddetti “poteri forti” oppure quando, su La7, affermava di “non essere massone e di non sapere cos’è la massoneria”.
Parole decise quelle del primo ministro, anche di fronte all’evidenza di un governo di “tecnici” animati in realtà da una ben precisa strategia politica, liberista e reazionaria in politica interna, fermamente atlantista in politica estera. L’architettura istituzionale italiana pare esser diventata l’emblema di questo totale allineamento alle imprese neo-colonialiste portate avanti dal blocco Nato guidato dagli Stati Uniti, in primis relativamente all’operazione contro la Libia di Muammar Gheddafi, impegnato in un duro scontro con guerriglieri mercenari ed ex esponenti del governo libico, apertamente foraggiati e sostenuti in particolare da Francia e Stati Uniti, e che da Bengasi hanno condotto a partire dal febbraio 2011 un’offensiva contro il legittimo governo libico.
Napolitano si evidenziò già allora per essere un fermo sostenitore della necessità dell’intervento in Libia, entusiasticamente approvato da tutti i partiti che poi avrebbero fatto parte della maggioranza del governo Monti, nonostante il vigente Trattato di Cooperazione e Amicizia tra Italia e Libia. Possiamo dunque dire che Napolitano sia stato garante della Costituzione in quel caso, se l’articolo 11 che impedisce all’Italia di condurre guerre offensive è stato violato in maniera così palese? Com’è possibile che questo articolo sia rispettato se un’altra guerra, quella in Afghanistan, continua ancora e ancora, regalandoci a intervalli di tempo regolari lo “spettacolo” di militari italiani rimpatriati nelle bare ed elogiati da Napolitano come difensori della “pace” mondiale?
La storia di Napolitano al di fuori del ruolo istituzionale che oggi ricopre è nota a tutti. Inizialmente aderente al GUF fascista nei primissimi anni Quaranta, in seguito si iscrisse al PCI, di cui in breve tempo diventerà uno dei principali esponenti. Nel 1956, seguendo la linea del Partito, difende l’intervento sovietico in Ungheria, ma è breve il passaggio dallo “stalinismo” ad una “socialdemocrazia” sempre più sbandierata. Negli anni Settanta si afferma come uno dei leader dell’ala “migliorista” del PCI, diventando anche il “ministro degli esteri” del Partito. E’ lui a guidare la prima delegazione comunista italiana a Washington, nel 1978, dove tiene conferenze in varie università e getta i ponti per quel che sarà il definitivo strappo del PCI con l’URSS e la conseguente accettazione dell’appartenenza italiana al campo atlantico, messa ben in evidenza da un Berlinguer intenzionato a rimanere sotto “l’ombrello Nato”. E’ superfluo dire che Napolitano si adeguò volentieri prima alla mutazione ideologica del PCI e poi al suo dissolvimento nel PDS-DS, di cui fino al 2006 è stato membro.
Egli gode attualmente dell’immenso sostegno e della fortissima simpatia dei media anglo-americani, che non perdono occasione per tributagli onori degni di un re: “Re Giorgio”, appunto, come l’ha ribattezzato il New York Times dedicandogli una copertina di dicembre. E, in effetti, il fondo di dotazione del Quirinale è passato in cinque anni da 216 a 228 milioni e se il numero di dipendenti si è ridotto da 2158 a 1787, la spesa per il personale è salita da 206 a 221 milioni, per non parlare delle 35 auto blu di servizio costante.
Cifre che surclassano quelle della presidenza francese e addirittura quelle della casa reale inglese.
Negli anni Settanta, Kissinger, ridacchiando, lo definì “il mio comunista preferito” e pare che Napolitano ne fosse lusingato. Se mai lo è stato davvero, adesso non è più comunista, ma sembra restare sempre il “loro” preferito.

Goldman Sachs, Tripolirip

| Roma (Italia) | 6 luglio 2011
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Che cosa fareste se una banca, alla quale avevate affidato 100.000 euro per farli fruttare, vi comunicasse che in un anno si sono ridotti a meno di 2.000 euro?

È quanto accaduto alla Libia, come documenta un’inchiesta del «Wall street journal» [1]. Dopo che gli Usa e la Ue avevano revocato l’embargo nel 2004, affluirono in Libia decine di banche e società finanziarie statunitensi ed europee. Tra queste la Goldman Sachs, una delle maggiori banche d’investimento del mondo, la cui sede principale è a New York. Nella prima metà del 2008, l’Autorità libica di investimento le affidò 1 miliardo e 300 milioni di dollari di fondi sovrani (capitali dello stato investiti all’estero). La Goldman Sachs li investì in un paniere di valute e in azioni di sei società: la statunitense Citigroup Inc., la banca italiana UniCredit e la spagnola Santander, la compagnia tedesca di assicurazioni Allianz, la compagnia energetica francese Électricité de France e l’italiana Eni. Un anno dopo, la Goldman Sachs comunicò all’Autorità libica che, a causa della crisi finanziaria, il fondo libico aveva perso il 98% del suo valore, riducendosi da 1 miliardo e 300 milioni a 25 milioni di dollari. I responsabili dell’Autorità libica, furiosi, convocarono a Tripoli il responsabile della Goldman Sachs per il Nordafrica. L’incontro fu tempestoso, tanto che la Goldman Sachs evacuò precipitosamente i suoi impiegati da Tripoli, temendo che venissero arrestati. Poiché la Libia minacciava un’azione legale, che avrebbe compromesso la reputazione della banca agli occhi di altri investitori istituzionali, la Goldman Sachs le offrì come risarcimento azioni privilegiate della banca stessa. Ma poiché i libici erano giustamente sospettosi, l’accordo non venne firmato. Restava così aperta la possibilità, temuta dalla Goldman Sachs, che l’Autorità libica intraprendesse un’azione legale internazionale. Casi analoghi di «cattiva amministrazione del denaro libico» sono documentati da un’inchiesta pubblicata dal «New York Times» [2]. Ad esempio la Permal – unità della Legg Mason, una delle principali società di gestione di investimenti, con sede a Baltimora – ha amministrato 300 milioni di dollari di fondi sovrani libici, che hanno perso il 40% del loro valore tra il gennaio 2009 e il settembre 2010. In compenso, la Permal ha riscosso 27 milioni di dollari per le sue prestazioni. Lo stesso hanno fatto altre banche e società finanziarie, come l’olandese Palladyne, la francese Bnp Paribas, la britannica Hsbc e il Credit Suisse. Nei loro confronti l’Autorità libica minacciava di intraprendere azioni legali internazionali, che avrebbero danneggiato l’immagine di questi «prestigiosi» organismi finanziari. Il tutto si è risolto felicemente quando, lo scorso febbraio, Stati uniti e Unione europea hanno «congelato» i fondi sovrani libici. La loro «custodia» è affidata alle stesse banche e società finanziarie che li avevano così bene gestiti. E dal furto si è passati alla rapina a mano armata quando, in marzo, è iniziata la guerra.

Sotto la copertura dei cacciabombardieri Nato, la Hsbc e altre banche di investimento sono sbarcate a Bengasi per creare una nuova «Central Bank of Libya», che permetterà loro di gestire i fondi sovrani libici «scongelati» e i nuovi ricavati dall’export petrolifero. Questa volta, sicuramente, ottenendo alti rendimenti.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

[1] « Libya’s Goldman Dalliance Ends in Losses, Acrimony », Magaret Coker, Liz Rappaoprt, Wall Street Journal, 31/05/2011.

[2] « Western Funds Are Said to Have Managed Libyan Money Poorly », David Rohde, The New York Times, 30/06/2011.

Preso da: http://www.voltairenet.org/Goldman-Sachs-Tripolirip