Il Trattato di Parigi 8 settembre 1947 contiene CLAUSOLE SEGRETE che di fatto rendono l’Italia una COLONIA ANGLO-AMERICANA! Altro che sovrana…

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La firma dei traditori della resa incondizionata che hanno reso l’Italia una colonia, o meglio il giardino di casa degli americani. Eppure ci sono tanti imbecilli che reputano gli americani i nostri salvatori!

 

Ecco gli “Accordi” a proposito delle basi e delle istallazioni logistiche USA e NATO in Italia:
a) le clausole segrete della ‘Convenzione d’Armistizio’ del 3 Settembre 1943;
b) le clausole segrete del ‘Trattato di pace’ imposto all’Italia, il 10 Febbraio del 1947 (Parigi);
c) il ‘Trattato NATO’ firmato a Washington il 4 Aprile 1949, ed entrato in vigore il 1 Agosto 1949;


d) il ‘Bilateral Infrastructure Agreement’ (BIA) o ‘Accordo segreto USA-Italia’ del 20 Ottobre 1954 (Accordo firmato dal Ministro Scelba e l’Ambasciatrice statunitense Clare Booth Luce, e mai sottoposto alla verifica, né alla ratifica del Parlamento);
e) il Trattato Italia-NATO, firmato a Parigi il 26 Luglio 1961 (reso operativo con Decreto del Presidente della Repubblica No. 2083, del 18 Settembre 1962);
f) Accordo bilaterale Italia-USA, firmato dal Governo Andreotti, il 16 Settembre 1972;
g) il ‘Memorandum d’intesa USA-Italia’ (Shell Agreement) del 2 Febbraio 1995;
h) Accordo segreto ‘Stone Ax’ (Ascia di Pietra), concluso inizialmente negli anni ‘50/’60 e rinnovato l’11 Settembre 2001.
Di chi è la Repubblica Italiana?

Preso da: https://disquisendo.wordpress.com/2017/05/08/il-trattato-di-parigi-8-settembre-1947-contiene-clausole-segrete-che-di-fatto-rendono-litalia-una-colonia-anglo-americana-altro-che-sovrana/

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Il Gheddafi che io ho conosciuto. di Valentino Parlato

22 novembre 2011

Sono molto legato alla Libia (e un po’ lo ero anche a Gheddafi) perché ci sono nato, lì c’è stata la mia prima formazione politica e diventai comunista (clandestino, governava l’amministrazione militare britannica). E fu in Libia che entrai nell’Associazione per i Progresso della Libia di cui facevano parte compagni più anziani, come Cibelli, Prestipino, Caruso, Manzani, i fratelli Russo e altri ancora. Il combinato disposto dall’associazione per l’indipendenza della Libia e la clandestinità comunista, nel dicembre del 1951 determinarono l’arresto e l’espulsione dalla Libia mia e di un po’ di altri compagni. Questo passato provocò, nel 1998, l’invito da parte del governo libico a un soggiorno in Libia per me e mia moglie. Rivedere la Libia, Tripoli, la mia casa, la mia scuola, i bar fu per me straordinario, ma lavorando al Manifesto chiesi, e ottenni abbastanza rapidamente, un’intervista a Muammar Gheddafi.
Per l’intervista (il 5 dicembre 1998) dovetti fare un lungo viaggio a Sirte, l’ultimo caposaldo della resistenza dove Gheddafi è stato ucciso. Altri tempi. L’incontro e l’intervista furono molto interessanti. Mi colpì innanzitutto la sua passione per Rousseau, dal quale derivava la sua posizione per la democrazia diretta e i comitati del popolo, che però (povero Rousseau) produsse un po’ di confusione, una inconsistenza delle strutture statali e un Gheddafi (sono le sue parole) che era un po’ come la regina d’Inghilterra, però comandava. Ed è mia impressione che questo comando nel corso del tempo si sia deteriorato. In quell’intervista Geddafi sottolineò l’importanza di aprire buoni rapporti con l’Italia e con l’Unione europea, anche per contenere il potere degli Usa. Si parlò anche di un suo scritto «Il comunismo è veramente morto?», dove dubitava di questo decesso. In quell’occasione girai per Tripoli e mi parve di registrare una sorta di welfare petrolifero: non c’erano bidonville, non eri assalito dai mendicanti, anzi non c’erano. Apprendevi dell’esistenza di una efficace assistenza sanitaria e di un buon sistema scolastico, a giudicare almeno dal numero di laureati che incontravi. I buoni rapporti con la Libia di Gheddafi sono continuati e ho fatto anche la prefazione al volumetto «Fuga dall’inferno», dove scrive che, in questo mondo, per trovare un po’ di pace bisogna fuggire all’inferno. Invero non troppo ottimistico sullo stato delle cose esistenti. Oggi siamo all’epilogo. Nella sua Sirte, Gheddafi è stato catturato e ucciso. Lasciarlo vivere, ancorché prigioniero, sarebbe stato evidentemente un problema. Che dire, ora, a caldo, di questo esito? La prima considerazione è che ci sono voluti otto mesi di guerra e bombardamenti Nato a catena per abbattere il “tiranno”, che evidentemente aveva più di un sostegno nella popolazione libica. In secondo luogo, viene da ripetere che lo stile è l’uomo. Gheddafi, come tanti altri capi arabi, poteva fuggire in qualche paese africano e starsene tranquillo e benestante. Invece è rimasto e ha accettato di morire sul campo, di restare testimone della sua linea e della sua lotta. E qui mi viene da aggiungere, sorprendentemente d’accordo con Berlusconi, «sic transit gloria mundi». Gheddafi fino a otto mesi fa era accolto e onorato in tante capitali, ricordo soprattutto l’accoglienza di Sarkozy a Parigi e quella straordinaria a Roma, con la manifestazione di cavalleria e anche (visto in tv) il bacio di Berlusconi. Pur cosiderando tutti i limiti e gli errori di Gheddafi, la sua caduta – sempre a mio parere – segnala la sepoltura delle “primavere arabe” e un nuovo inizio di un intervento coloniale delle potenze occidentali in Africa, e non credo si possano riporre molte speranze negli ex gheddafiani che dovrebbero costituire il nuovo governo della Libia.
VALENTINO PARLATO

Preso da: http://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php?storyId=0000001534965

Libia, la miopia di tutti quelli che gioivano per la caduta di Gheddafi

i punti di consenzo sull’ 11 settembre: le prove effettive che contraddicono la versione ufficiale dell’ 11 settembre.

12/8/2013
Il 9/11 Consensus Panel dedica il suo lavoro a: lo scopo del Governo e la responsabilità dei media.

L’intento del 9/11 Consensus Panel
L’intento del 9/11 Consensus Panel è quello di presentare chiaramente al mondo alcune fra le prove più convincenti che smentiscono la versione ufficiale dei fatti dell’11 settembre, basandosi sull’opinione di esperti indipendenti.

Lo scopo del 9/11 Consensus Panel è quello di fornire una fonte selezionata di ricerca, basata su prove tangibili, per qualunque indagine possa venire intrapresa dal pubblico, dai media, dagli accademici o da qualsivoglia ente o istituzione investigativi.

L’autorevolezza del 9/11 Consensus Panel
I “punti di consenso” sono risultati da una indagine condotta con il metodo Delphi fra oltre 20 esperti della Commissione, che li hanno graduati secondo un punteggio da 1 a 6, dopo tre tornate di revisioni e di commenti, restando ciascuno all’oscuro dell’identità e delle risposte altrui.

Il Metodo Delphi è un classico metodo di consenso che usa una collaudata metodologia per accrescere la conoscenza scientifica in campi come quello della medicina.

I punti di consenso presentati hanno quindi ricevuto l’approvazione da parte di almeno il 90% di oltre 20 persone (nella letteratura scientifica questa è considerata una alta percentuale).

Unitamente agli estratti video professionali che accompagneranno ciascuno dei Punti, questa indagine controllata fra i Membri della Commissione intende ridurre la confusione e le controversie che riguardano i fatti dell’11 settembre, incoraggiando i media ad affrontare tutti gli aspetti della vicenda.

I “Punti di Consenso” sono supportati da un’ampia documentazione fatta da testimonianze personali, resoconti ufficializzati dei pompieri, comunicazioni iniziali da parte di giornali e televisione, libri ed articoli di esperti ricercatori.

I punti di consenso sull’11 settembre
Le prove effettive che contraddicono la versione ufficiale dell’11 settembre
La versione ufficiale sui fatti dell’11 settembre 2001 è stata utilizzata:

•per giustificare le guerre in Afghanistan e in Iraq, che hanno provocato la morte di milioni di persone; 1
•per autorizzare torture, tribunali militari e extraordinary renditions;
•per sospendere le libertà garantite dalla Costituzione americana come l’habeas corpus negli USA e libertà simili in Canada, nel Regno Unito e in altri Paesi.
Le affermazioni ufficiali riguardanti l’11 settembre sono contraddette da fatti convalidati da un processo scientifico basato sul consenso che include i seguenti punti indicanti le “prove migliori”.

I 26 punti di consenso sono divisi in sette categorie, ciascuna delle quali rimanda ai 26 punti individuali:

A. Punti di consenso generali
B. Punti di consenso sulle Twin Towers
C. Punti di consenso sul crollo del World Trade Center 7
D. Punti di consenso sul Pentagono
E. Punti di consenso sui voli dell’11 settembre
F. Punti di consenso sulle esercitazioni militari prima e durante l’11 settembre
G. Punti di consenso sugli ordini politici e militari dell’11 settembre
H. Punti di consenso sui dirottatori dell’11/9
V. Punti di consenso sulle prove video ufficiali riguardanti il 11/9
A. Punti di consenso generali
Punto G-1: l’affermazione su Osama bin Laden (precedentemente punto 1 – settembre 2011)

Punto G-2: l’affermazione che non ci fosse insider trading nelle opzioni di vendita prima dell’11 settembre 2001 (precedentemente punto 3A – gennaio 2012)

B. Punti di consenso sulle Twin Towers
Punto TT-1: l’affermazione sulla distruzione delle Twin Towers dovuta unicamente all’impatto, al carburante e agli incendi (precedentemente punto 2 – settembre 2011)

Punto TT-2: l’affermazione sulla distruzione delle Twin Towers dovuta unicamente all’impatto, agli incendi e alla gravità (precedentemente punto 3 – settembre 2011)

Punto TT-3: un’affermazione esclude la presenza di esplosivi nelle Twin Towers (precedentemente punto 4 – settembre 2011)

Punto TT-4: un’altra affermazione esclude la presenza di esplosivi nelle Twin Towers (precedentemente punto 5 – settembre 2011)

Punto TT-5: l’affermazione che la polvere del World Trade Center non contenesse tracce di materiale termitico (precedentemente punto 9 – settembre 2011)

C. Punti di consenso sul crollo del World Trade Center 7
Punto WTC7-1: l’affermazione che il WTC 7 sia crollato unicamente a causa di un incendio (precedentemente punto 6 – settembre 2011)

Punto WTC7-2: l’affermazione contenuta nel rapporto preliminare del NIST che il WTC 7 non è crollato a velocità di caduta libera (precedentemente punto 7 – settembre 2011)

Punto WTC7-3: l’affermazione contenuta nel rapporto finale del NIST che il WTC 7 crollò in caduta libera senza l’intervento di esplosivi (precedentemente punto 8 – settembre 2011)

D. Punti di consenso sul Pentagono
Punto Pent-1: perché l’attacco al Pentagono non è stato impedito: la prima versione ufficiale (precedentemente punto 4A – gennaio 2012)

Punto Pent-2: perché l’attacco al Pentagono non è stato impedito: la seconda versione ufficiale (precedentemente punto 5A – gennaio 2012)

Punto Pent-3: l’affermazione riguardante Hani Hanjour come pilota del volo 77 (precedentemente punto 12 – settembre 2011)

E. Punti di consenso sui voli dell’11 settembre
Punto Flt-1: un’affermazione riguardante il dirottamento degli aerei (precedentemente punto 10 – settembre 2011)

Punto Flt-2: l’affermazione che il volo 93 si schiantò vicino a Shanksville, in Pennsylvania (precedentemente punto 11 – settembre 2011)

F. Punti di consenso sulle esercitazioni militari prima e durante l’11 settembre
Punto ME-1: le esercitazioni militari mostrano che l’esercito fosse preparato per affrontare dirottamenti interni (così come provenienti dall’esterno NUOVO

Punto ME-2: l’affermazione che le esercitazioni militari non ritardarono la risposta agli attacchi dell’11 settembre NUOVO

G. Punti di consenso sugli ordini politici e militari dell’11 settembre
Punto MC-Intro: panoramica sulle affermazioni contraddittorie riguardanti importanti capi militari e politici NUOVO

Punto MC-1: perché il Presidente Bush non venne portato via d’urgenza dalla scuola in Florida? (precedentemente punto 1A – gennaio 2012) *** Traduzione in corso ***

Punto MC-2: l’affermazione della Casa Bianca sui tempi: quanto rimase il Presidente Bush nella classe in Florida (precedentemente punto 2A – gennaio 2012) *** Traduzione in corso ***

Punto MC-3: l’affermazione sul momento esatto in cui Dick Cheney entrò nel bunker della Casa Bianca (precedentemente punto 13 – settembre 2011)

Punto MC-4: quando Cheney autorizzò l’abbattimento di aerei di linea? NUOVO

Punto MC-5: il comportamento del Segretario alla Difesa Rumsfeld tra le 9:00 e le 10:00 del mattino NUOVO

Punto MC-6: le attività del generale Richard Myers durante gli attacchi dell’11 settembre NUOVO

Punto MC-7: L’orario di rientro al suo comando del Generale Shelton NUOVO

Punto MC-8: le attività del generale di brigata Montague Winfield tra le 8:30 e le 10:30 del mattino NUOVO

H. Punti di consenso sui dirottatori dell’11/9
Punto H-1: Il misterioso viaggio di Mohamed Atta a Portland *** Traduzione in corso ***

V. Punti di consenso sulle prove video uffiali riguardanti il 11/9
Punto Video-1: I presunti video di sicurezza di Mohamed Atta durante il suo misterioso viaggio a Portland, Maine, 10-11 settembre 2001 *** Traduzione in corso ***

Punto Video-2: E’ veramente autentico il video dell’aeroporto che mostrano i presunti dirottatori del volo AA77 ? Le prove video ufficiali dell’11/9 *** Traduzione in corso ***

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1.G. Burnham, R. Lafta, S. Doocy e L. Roberts, “Mortality after the 2003 invasion of Iraq: A cross-sectional cluster sample survey,”Lancet, 11 ottobre 2006: 21;368 (9545):1421-28.
Fonte: Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, Baltimore.
Questo studio epidemiologico ha stimato 654,965 morti in Iraq direttamente causati dalla guerra, cioè il 2,5% della popolazione, fino alla fine di giugno 2006.
Il dottor Gideon Polya, autore di Body Count: Global Avoidable Mortality Since 1950, ha stimato la morte di più di 4 milioni di afgani fino al gennaio 2010 (per cause sia di morte violenta che non violenta) dall’invasione del 2001, persone che no n sarebbero decedute se non ci fosse stata l’invasione. Si veda: “January 2010 – 4.5 Million Dead in Afghan Holocaust, Afghan Genocide.”
Dr. Gideon Polya, “Iraqi Holocaust: 2.3 Million Iraqi Excess Deaths,” 21 marzo 2009. ↩

Fonte: www.mathaba.net/news/?x=633344

La carestia in quattro paesi africani è anche il risultato della guerra

14 aprile 2017

Davanti a una capanna con il tetto di paglia a Panyijiar, in Sud Sudan, Nyakor Matoap, di 25 anni, stringe il più piccolo dei suoi tre figli. Avvolta in uno scialle di seta color smeraldo, nasconde il piccolo Nyathol tra le sue pieghe. Gli altri figli le si affollano felici tra le gambe. Ma Nyathol sta male. Ha quasi un anno, ma è poco più grande di un neonato. La sua testa enorme oscilla con difficoltà sul suo corpo emaciato. Quando le chiediamo se sopravviverà, lei risponde “Non lo so”.
Profughi sudsudanesi ad Arua, in Uganda, febbraio 2017. - Dan Kitwood, Getty Images

Prima del 2013 Matoap coltivava un pezzo di terra nei pressi di Leer, 80 chilometri più a nord. Poi in Sud Sudan è esplosa la guerra civile e suo marito si è unito ai ribelli. Nell’agosto del 2016 le forze governative sono arrivate nel suo villaggio. Hanno costretto tutti gli uomini a uscire dalle capanne e li hanno uccisi. Le donne sono fuggite. Si è ritrovata nelle acque limacciose del Sudd, un enorme acquitrino che si allarga su entrambe le sponde del Nilo Bianco. Per sette mesi è sopravvissuta mangiando frutti selvatici e le radici delle ninfee.
L’ultima volta che ha visto suo marito è stato nel 2015, quando è stato concepito suo figlio. Anche se quello di Panyijiar è un territorio amico e ospita un campo di aiuti umanitari gestito dall’International rescue committee, teme che le sue peripezie non siano finite qui. “Pensavo che la guerra non ci avrebbe mai raggiunti a Leer”, dice, “perciò non posso dire con certezza che non arriverà qui”.
Il ritorno della carestia
A febbraio quella di Leer è stata una delle due province del Sud Sudan dov’è stato proclamato lo stato di carestia. Nei due territori abitano centomila persone. È la prima volta dal 2011 che viene usato di nuovo il termine carestia, e la seconda volta da quando le Nazioni Unite hanno adottato la scala Ipc, una valutazione scientifica dei livelli di insicurezza alimentare.
Altri 1,1 milioni di persone vivono in aree dove si registra una situazione di “emergenza”, uno scalino sotto la carestia, e dove comunque ci sono persone che muoiono per la fame. In tutto il Sud Sudan, secondo le Nazioni Unite, circa 250mila bambini al di sotto dei cinque anni soffrono di “grave” malnutrizione, e probabilmente moriranno in mancanza di un intervento. Quest’anno 5,8 milioni di persone dipenderanno da aiuti alimentari.
Oggi la carestia non è mai unicamente un disastro naturale,
è sempre un prodotto di scelte politiche
Il Sud Sudan non è l’unico paese in questa situazione. Secondo il Famine early warning systems network (Fews net), gestito dal governo statunitense, settanta milioni di persone in tutto il mondo avranno bisogno quest’anno di aiuti alimentari, un livello “senza precedenti negli ultimi anni”. Anche Nigeria, Somalia e Yemen sono a “rischio credibile di carestia”. Nei quattro paesi, venti milioni di persone rischiano di morire di fame. Come la povertà estrema, la carestia è stata eliminata dalla maggior parte delle regioni del mondo, ma si sta diffondendo in questi paesi.
Le agenzie umanitarie stanno facendo di tutto per raccogliere fondi. Secondo le Nazioni Unite, entro il mese di luglio sono necessari altri 4,4 miliardi di dollari. E tuttavia la penuria di fondi non è di certo l’unico problema. Quello che hanno in comune la Somalia, il Sud Sudan, la Nigeria nordorientale e lo Yemen è la guerra. Oggi la carestia non è mai unicamente un disastro naturale, è sempre un prodotto di scelte politiche.
Aiuti umanitari bloccati dal governo
In Sud Sudan l’insicurezza alimentare è in crescita dal dicembre 2013, quando è scoppiata una guerra civile tra diverse fazioni del Sudan people’s liberation army (Spla), il gruppo ribelle che ha portato all’indipendenza dal Sudan nel 2011 e che oggi è l’esercito regolare del Sud Sudan.
Da allora la guerra si è diffusa e il paese si è diviso su base etnica. Il governo, come già era accaduto con il precedente governo sudanese di Khartoum, tende a combattere prendendo di mira “nemici” civili. Dal 2013 più di tre milioni di sudsudanesi (su un totale di 11 milioni circa) sono stati costretti a lasciare le loro case per sfuggire ai massacri etnici. Le persone fuggite non possono coltivare i campi né lavorare per comprare qualcosa da mangiare. Come la signora Matoap, molti sono costretti a sopravvivere con quello che trovano nella boscaglia mentre cercano di raggiungere un luogo più sicuro.
Gran parte delle responsabilità sono da attribuirsi al governo. Non ha alcun interesse a far sì che gli aiuti arrivino a destinazione e spesso sembra determinato a ostacolarli. Secondo l’Onu, dall’inizio della guerra nel dicembre del 2016 sono stati opposti 967 rifiuti all’invio di aiuti umanitari, che hanno avuto un impatto sui bambini. In realtà i casi sono stati quasi sicuramente più numerosi.
Un funzionario delle Nazioni Unite spiega in che modo il governo usa i regolamenti per impedire le distribuzioni di cibo: “Una volta che hai riempito i 17 moduli necessari, all’improvviso se ne inventano un altro”. Un altro funzionario sottolinea che, in diverse occasioni, i convogli sono stati bloccati dai soldati dell’Spla che accusano gli autisti di nutrire i nemici. Pochi operatori umanitari pensano che il governo voglia davvero far morire di fame la gente. Ritengono però che preferirebbe far morire i bambini piuttosto che correre il rischio di far finire i rifornimenti nelle mani dei soldati nemici, che potrebbero venderli per comprare armi.
Lo Yemen affamato dal blocco navale
Nello Yemen le dinamiche politiche sono diverse, ma i risultati sono gli stessi. Secondo la Fews net, due milioni di persone sono in una situazione di “emergenza”. Altri 5-8 milioni non hanno da mangiare a sufficienza. Il motivo principale è che la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, che combatte contro i ribelli houthi, impedisce ai carichi di prodotti alimentari di superare il blocco navale in mancanza di un permesso che può essere ottenuto solo dopo un processo lunghissimo, al termine del quale gran parte del cibo è avariato.
Lo Yemen importa nove decimi del cibo che consuma, ma il porto di Hodeida, il più grande del paese, è stato distrutto dai bombardamenti. In un magazzino di Humanitarian city, un centro di stoccaggio utilizzato dalle agenzie umanitarie a Dubai, quattro nuove gru mobili sono in attesa di aiutare la struttura di Hodeida a scaricare le navi.
Quando le Nazioni Unite hanno cercato di installarle lo scorso mese di gennaio, la coalizione gli ha negato il permesso di entrare nelle acque territoriali yemenite. Potevano essere usate per scaricare le armi, ha spiegato un funzionario, o magari i ribelli potevano usarle per imporre delle tariffe e ricavarci dei soldi. Questo nonostante il fatto che le navi ancorate nel porto di Hodeida siano ispezionate dalle Nazioni Unite e le armi comunque entrino per altre vie nel paese, su piccole imbarcazioni o via terra.
La carestia taciuta della Nigeria
Quelle in Sud Sudan e nello Yemen sono le carestie che con maggiore evidenza si sarebbero potute evitare. Ma la Nigeria non è lontana. Già alla fine del 2016 in questo paese potrebbe esserci stata una carestia, ma nessuno può saperlo con certezza perché era troppo difficile raccogliere dati.
Negli ultimi due anni, a mano a mano che l’esercito nigeriano strappava il controllo delle città nel nordest del paese al gruppo terroristico Boko haram, dai villaggi vicini sono arrivate nelle città migliaia di persone affamate. La popolazione di Maiduguri, capitale dello stato di Borno, è raddoppiata dopo che quasi 800mila persone affamate vi si sono trasferite accampandosi in abitazioni di fortuna. Un numero forse altrettanto elevato resta ancora nelle aree che gli operatori umanitari non sono in grado di raggiungere. In parte questo accade perché l’esercito nigeriano non consente loro l’accesso.
Tuttavia, la maggior parte delle agenzie umanitarie è comunque riluttante all’idea di distribuire cibo nelle aree controllate dai jihadisti. “Non c’è nessuno con cui negoziare l’accesso”, afferma Peter Lundberg, vicecoordinatore degli interventi umanitari delle Nazioni Unite in Nigeria. E tuttavia nelle aree sotto il controllo dell’esercito la malnutrizione è crollata in modo sensibile.
I governi occidentali e le agenzie umanitarie hanno investito denaro nel fornire assistenza, ma hanno fatto poco o nulla per affrontare i problemi politici che provocano la fame
Solo in Somalia, che nel 2011 è stata l’ultimo paese a soffrire una carestia conclamata, il rischio di fame deriva in larga misura dal clima. Una siccità che affligge gran parte dell’Africa orientale ha distrutto i raccolti e ucciso gli animali. “Ho 73 anni ma ho una buona memoria e quello che dico risponde a verità: questa è la peggiore”, dice Mohamed Tahir, un agricoltore nella città sudoccidentale di Baidoa, che ha visto andare distrutti gli ultimi tre raccolti e morire tutti i suoi animali.
La carestia di quest’anno in Somalia è più facile da affrontare rispetto a quella del 2011, quando la violenta milizia estremista islamica di Al Shabaab controllava gran parte del paese. Adesso gli aiuti se non altro riescono ad arrivare. Si sentono tuttavia le conseguenze dei problemi del passato. In assenza di uno stato e con uomini armati ovunque, è ancora troppo pericoloso e costoso per le agenzie umanitarie far arrivare gli aiuti in ampie aree dell’entroterra somalo, dove sarebbero più necessari.
Una sfida per tutto il mondo
Cosa significa il ritorno della carestia per organizzazioni umanitarie internazionali come le Nazioni Unite e per i paesi occidentali che forniscono gran parte dei fondi per gli aiuti in caso di emergenza? Il coordinatore degli interventi umanitari delle Nazioni Unite Stephen O’Brien ha detto che quella di quest’anno è la “peggiore crisi umanitaria” dal 1945 a oggi. Non è così: la carestia cinese durante il grande balzo in avanti nel periodo tra il 1958 e il 1962 provocò tra i 20 e i 55 milioni di morti. La situazione nello Yemen e in Sud Sudan non è ancora così sconvolgente come la carestia del 1984 in Etiopia, quando centinaia di migliaia di persone morirono di fame anche perché il regime militare tassava gli aiuti umanitari e spendeva il ricavato per celebrare in modo sfarzoso il successo del marxismo.
E tuttavia le carestie di oggi sono reali e molto gravi. Purtroppo in tutti e quattro i paesi la risposta globale è stata inadeguata. I governi occidentali e le agenzie umanitarie hanno investito enormi quantità di denaro ed energia nel fornire assistenza, ma hanno fatto poco o nulla per affrontare i problemi politici che provocano la fame. In Sud Sudan e nello Yemen accettano gli ostacoli posti dai governi alla distribuzione di aiuti umanitari.
Un centro di distribuzione del cibo a Sanaa, in Yemen, il 21 marzo 2017. - Khaled Abdullah, Reuters/Contrasto

Un centro di distribuzione del cibo a Sanaa, in Yemen, il 21 marzo 2017. (Khaled Abdullah, Reuters/Contrasto)
Sebbene in Sud Sudan ci siano 17mila soldati delle forze di pace, con un mandato basato sul capitolo VII della carta delle Nazioni Unite (che autorizza l’uso della forza per proteggere i civili), l’Onu è restia a criticare il governo che ospita la sua missione. E tuttavia il governo è responsabile di gran parte delle violenze all’origine delle migrazioni forzate e della fame. “Vogliono che questa gente muoia”, sottolinea un funzionario delle Nazioni Unite che non si esprimerebbe mai così in pubblico. A dicembre, il capo del Norwegian refugee council è stato espulso. Sia l’Onu sia i governi occidentali hanno deciso che è meglio stare zitti piuttosto che essere allontanati e perdere l’accesso alle persone che tentano di aiutare.
Nello Yemen la situazione è ancora più grave. Lì le armi usate per bombardare i ribelli houthi sono fornite in gran parte dal Regno Unito e dagli Stati Uniti, e da due anni gli Stati Uniti forniscono supporto logistico e di intelligence alle operazioni militari dell’Arabia Saudita. Tuttavia i diplomatici si guardano bene dal criticare la coalizione guidata dai sauditi. Ribadiscono come stiano cercando di far entrare nel paese più aiuti, ma evitano le sanzioni che potrebbero costringere i leader della coalizione a collaborare. Un funzionario delle Nazioni Unite parla di una “cospirazione del silenzio” per descrivere la situazione nello Yemen.
Questo è in parte vero anche nel caso della Nigeria. Il rilascio di alcune delle ragazze rapite da Boko haram dimostra che è possibile negoziare con i jihadisti. Eppure, dice un operatore umanitario, la possibilità che gli aiuti superino le linee del fronte non viene nemmeno presa in considerazione. Le regole imposte dal governo nigeriano alle agenzie umanitarie circa le località in cui possono arrivare gli aiuti sono accettate senza discutere, anche se in Nigeria la morte per fame è stata un’arma scelta consapevolmente per sconfiggere le insurrezioni sin dalla guerra per la secessione del Biafra negli anni sessanta.
Senza un piano alternativo
Secondo Alex de Waal della Tuft university, dichiarare formalmente una carestia rappresenta un “atto politico” che dovrebbe produrre un’azione. “Adesso vedremo se funziona”, scrive. Nel 2011, l’ultima volta in cui la Somalia è stata colpita dalla siccità, la dichiarazione dello stato di carestia ha costretto gli Stati Uniti a cambiare le regole che impedivano alle agenzie umanitarie di fornire cibo nei territori controllati da Al Shabaab.
Tuttavia sono in pochi a voler intervenire. Nel 1992 George Bush senior aveva mandato truppe statunitensi in Somalia per costringere i signori della guerra locali a far arrivare gli aiuti umanitari. Bill Clinton aveva ritirato le truppe dopo l’uccisione di alcuni soldati e da allora l’intervento militare per porre fine a una carestia è passato di moda.
In Sud Sudan, un paese creato a seguito delle pressioni politiche statunitensi, si è rivelato impossibile persino introdurre un embargo sulle armi o delle sanzioni contro il presidente Salva Kiir. Analogamente, il Regno Unito e gli Stati Uniti non mostrano alcun segno di voler costringere l’Arabia Saudita o i suoi alleati a porre fine alla guerra nello Yemen. Però non c’è un piano alternativo. Così la carestia, che ormai sarebbe dovuta essere stata eliminata in tutto il mondo, adesso sta tornando.
(Traduzione di Giusy Muzzopappa)
Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.

Preso da: http://www.internazionale.it/notizie/2017/04/14/carestia-africa

La menzogna libica

Il golpe del 2011 in Libia sarà ricordato in due modi. In primo luogo, ha segnato l’usurpazione e l’infiltrazione della primavera araba da parte delle agenzie d’intelligence occidentali e del Consiglio di cooperazione del Golfo. In secondo luogo, e peggio, rappresenta la distruzione della nazione più moderna e riuscita dell’Africa, nota dal 1977 al suo popolo come Jamahiriya Araba Socialista del Popolo Libico. Mentre ancora la propaganda degli illuminati si crogiola tra notizie fasulle che fanno rivivere la caricatura del “pazzo Gheddafi”, i loro giornalisti rigurgitato le psyops della CIA, i noti falsi sui “massacri e bombardamenti”. L’elemento più significativo del loro misero repertorio erano le bandiere rosse, verdi e nere tirate fuori dai “ribelli” di Bengasi, la bandiera della monarchia di re Idris. Ben presto nacque anche una banca centrale privata. La Libia era una colonia italiana dal 1911 fino al 1951, quando re Idris fu messo sul trono dagli inglesi. Firmò trattati con Gran Bretagna (1953), Stati Uniti (1954) e Italia (1956) permettendo a questi Paesi di stabilire basi militari, come la base aerea Wheelus nei pressi di Tripoli.
Subito Exxon Mobil, British Petroleum e Agip ebbero enormi concessioni petrolifere. Re Idris era assai impopolare tra i libici poiché vendeva il loro Paese alle compagnie petrolifere estere. Le proteste furono represse assai brutalmente e la rivolta sotterranea crescente incluse molti delle forze armate. Nel 1969 un incruento colpo di Stato fu effettuato da poche decine di ufficiali che si facevano chiamare “ufficiali liberi”, sull’esempio di Gamal Nasser in Egitto. Nasser aveva guidato la ribellione che depose il re egiziano Faruq nel 1952. L’architetto del colpo di Stato libico del 1969 che pose fine alla monarchia di re Idris era un capitano dell’esercito di nome Muammar Gheddafi.
La nuova Repubblica della Libia adottò la bandiera verde, che simboleggia il ‘Libro Verde’ di Gheddafi, che scrisse per spiegare il modello economico unico dell’anarco-sindacalismo libico. E’ un libro molto premuroso di cui raccomando la lettura. Nel 1970 Gheddafi costrinse le forze statunitensi ed inglesi ad evacuare le loro basi militari. L’anno seguente nazionalizzò le proprietà della British Petroleum e costrinse le altre compagnie a versare allo Stato libico una quota molto più alta dei loro profitti. Inoltre nazionalizzò la banca centrale della Libia. La Libia era uno dei soli cinque Paesi al mondo la cui banca centrale non era controllata dalle otto famiglie del sindacato bancario guidato dai Rothschild. A causa della drastica uscita dall’usura coloniale, la Libia ebbe uno dei più alti standard di vita di tutta l’Africa. Il reddito medio pro-capite era di 14000 dollari all’anno. I lavoratori non solo avevano le proprietà delle fabbriche in cui lavoravano, ma decidevano cosa produrre. Le donne godevano di pari diritti. Mentre i media degli illuminati ritraggono lo Stato libico come altamente centralizzato e onnipotente, niente era più lontano dalla verità. L’idea dell’anarco-sindacalismo è che lo Stato alla fine sparisce. E fu così. Quando Gheddafi diceva che non aveva molto a che fare con la gestione quotidiana degli affari della nazione, intendeva ciò. Il popolo gestiva quegli affari e il potere era assai disperso. Gheddafi accusò la rivolta libica di essere opera di al-Qaida e delle nazioni occidentali. Si riferiva al Fronte Nazionale per la Salvezza (NFS), affiliato ad al-Qaida, che a lungo operò dalle basi in Ciad tentando di rovesciare Gheddafi. Gli estremisti del NFS erano finanziati dall’Arabia Saudita ed erano guidati dai loro gestori di CIA/MI6/Mossad. I giornalisti occidentali ricevevano notizie fresche dai capi del NFS. Il Ciad fu a lungo il Paese nordafricano più importante nel sistema di produzione petrolifero della Exxon. Nel 1990, a seguito di un contro-colpo di Stato filo-libico contro il governo del Ciad che dava rifugio al NFS, gli Stati Uniti evacuarono in Kenya 350 elementi del NFS con il finanziamento saudita. Negli anni ’80 il pazzo Reagan bombardò la casa di Gheddafi uccidendo molti suoi parenti dopo che l’intelligence occidentale falsamente gli attribuì un attentato ad una discoteca tedesca.
La menzogna di Lockerbie
lockerbieIl volo Pan Am 103 del 21 dicembre 1988 fu fatto esplodere su Lockerbie, in Scozia. Quando il presidente Bush prestò giuramento il mese dopo, accusò dell’attentato terroristico due libici, Abdal Basat Ali al-Magrahi e Lamin Qalifa Fimah. Bush impose le sanzioni alla Libia. Il presidente Bill Clinton poi chiese il boicottaggio internazionale del petrolio libico. Nel 2000 i libici furono condannati da un tribunale scozzese istituito a L’Aia. Le prove erano inconsistenti. Numerose indagini indipendenti sull’incidente dipingono un quadro molto diverso. Interfor, una società d’intelligence aziendale di New York City, assunta dalla compagnia assicurativa della Pan Am, scoprì che una cellula della CIA a Francoforte, Germania, proteggeva un’operazione di contrabbando di eroina mediorientale, che usava il deposito di Francoforte della Pan Am come punto di trasbordo del suo traffico. Interfor individuò nel siriano Manzar al-Qasar il capo dell’operazione di contrabbando. Un’indagine della rivista Time giunse alla stessa identica conclusione. Andò oltre scoprendo che al-Qasar era anche parte di una cellula super-segreta della CIA dal nome in codice COREA. Un altro gruppo di agenti della CIA che lavorava per liberare i cinque ostaggi della CIA, detenuti dagli aguzzini dell’Hezbollah di William Buckley, scoprì che al-Qasar poté continuare il contrabbando di eroina, nonostante i vertici della CIA sapessero delle sue attività. Il team sugli ostaggi a Beirut aveva scritto e chiamato il quartier generale della CIA a Langley per denunciare la rete di al-Qasar. Non ebbe alcuna risposta. Così decisero di andare negli Stati Uniti e informare di persona i loro capi della CIA. Tutti e sei gli agenti erano sul Pan Am 103 quando fu fatto esplodere. Dopo un’ora dall’attentato, agenti della CIA indossanti le uniformi della Pan Am giunsero sul luogo dello schianto. Gli agenti rimossero una valigia che apparteneva a uno degli agenti morto insieme agli altri 269. La valigia molto probabilmente conteneva prove incriminanti sul coinvolgimento di al-Qasar e dell’unità COREA della CIA nella rete del narcotraffico siriana. Forse conteneva anche una videocassetta sulle confessioni del capo stazione della CIA a Beirut, William Buckley, ai suoi torturatori di Hezbollah, che avrebbe potuto ulteriormente svelare il coinvolgimento della CIA nel narcotraffico in Medio Oriente.
L’ex-investigatore dell’US Air Force Gene Wheaton pensò che il colonnello Charles McKee e gli altri cinque agenti della CIA fossero gli obiettivi primari dell’attentato. Wheaton dichiarò: “Un paio di miei vecchi compagni del Pentagono ritengono che gli attentatori del Pan Am mirassero alla squadra di soccorso degli ostaggi di McKee“. Wheaton sospetta il coinvolgimento della CIA in un altro incidente aereo verificatosi poco dopo l’attentato della Pan Am. In quell’incidente, 248 soldati statunitensi di ritorno dal servizio in Europa rimasero uccisi quando un aereo da trasporto militare Arrow Air si schiantò nei pressi di Gander, Terranova. Wheaton ritiene che l’Arrow Air fosse una compagnia aerea della CIA e che l’incidente fosse collegato a un “accordo su operazioni segrete andate male” tra la CIA e la BCCI. Il giorno in cui Arrow Air si schiantò, due uomini in borghese arrivarono sul posto portandosi via una sacca da viaggio di 70 chili. Wheaton pensa che la borsa fosse zeppa di denaro che la BCCI aveva fornito alla CIA per un’operazione segreta. Pensa che la CIA avesse causato l’incidente per far sembrare che il denaro della BCCI fosse bruciato per poi arrivare sul posto e rubarlo, dopo averlo avvolto con materiale ignifugo. La CIA poté quindi andare dalla BCCI e riscuoterne altro. Poco dopo, le relazioni BCCI/CIA s’inasprirono. La CIA si preparò ad abbandonare la nave della BCCI che affondava e ad attaccare i poveri del Terzo Mondo con la chiusura della Bank of England dei Rothschild.
La Polizia Federale Tedesca (BKA) fece irruzione nella casa di un sospetto terrorista, due mesi prima l’attentato di Lockerbie. Trovò una bomba identica a quella utilizzata sul Volo 103. Tutti, tranne uno degli arrestati nel raid, furono misteriosamente rilasciati. Il giorno dell’attentato un agente di sorveglianza della BKA assegnato al controllo del bagaglio, notò un diverso tipo di valigia per la droga utilizzata dalla gente di al-Qasar. Informò i suoi superiori che trasmise le informazioni a un’unità della CIA di Francoforte. Al-Qasar contattò la stessa unità della CIA per farle sapere che McKee e gli altri cinque agenti stavano rientrando negli USA quel giorno. La risposta del gruppo della CIA di Francoforte al rapporto della BKA fu: “Non vi preoccupare. Non fermatelo. Lasciatelo perdere”. L’ambasciata degli Stati Uniti in Finlandia ricevette l’avvertimento di un possibile attentato aereo quel giorno. Si strinse nelle spalle, nonostante un altro avvertimento della FAA. Un’indagine di PBS Frontline scoprì la prova che la bomba era stata effettivamente piazzata sul Volo 103 quando si fermò a Heathrow, Londra. Una valigia appartenente all’agente della CIA Matthew Gannon, uno degli altri cinque della squadra del colonnello McKee, fu scambiata con una valigia a Heathrow. Frontline ritiene che la valigia di Gannon contenesse informazioni che collegavano la cellula COREA della CIA di Damasco con la narcorete di al-Qasar, così la valigia fu rubata e sostituita da una contenente la bomba. Secondo il settimanale tedesco Stern, un funzionario della sicurezza Pan Am a Francoforte fu sorpreso a retrodatare l’allerta che la FAA aveva emesso. La Pan Am fu multata per 600000 dollari dalla FAA dopo l’attentato. L’agenzia accusò il lassismo della sicurezza nelle operazioni di movimentazione dei bagagli della Pan Am. Secondo l’indagine d’Interfor queste operazioni con i bagagli furono più che inette. Furono seguite da al-Qasar. Nel giugno 2007 la polizia spagnola arrestò al-Qasar per traffico di armi. Pan Am ha vecchie relazioni con la CIA. Il suo consiglio consultivo internazionale è il “chi è” dei trafficanti di droga e armi dei Caraibi. Tra costoro Ronald Joseph Stark, il piduista collegato agli spacciatori di LSD della Brotherhood of Eternal Love; Sol Linowitz della Carl Lindner United Brands; il segretario di Stato di Carter Cyrus Vance della Gulf & Western Corporation, controllata dalla Lindner, e Walter Sterling Surrey, agente dell’OSS in Cina che contribuì a lanciare la Cartaya World Finance Corporation di Guillermo Hernandez.
Stati Uniti e Gran Bretagna si impegnarono ad insabbiare i fatti. L’editorialista Jack Anderson registrò una conversazione telefonica tra il presidente Bush Sr. e il primo ministro inglese Margaret Thatcher, dopo l’attentato entrambi decisero che l’indagine doveva essere limitata, per non danneggiare l’intelligence delle due nazioni. Paul Hudson, avvocato di Albany, NY, che dirige il gruppo “Famiglie di Pan Am 103/Lockerbie“, perse la figlia 16enne nello schianto. “Sembra che il governo sappia i fatti e li copra, o non conosce tutti i fatti e non vuole sapere“, spiega Hudson. Nell’aprile 1990, l’omologo inglese del gruppo “familiari inglesi del Volo 103″ inviò lettere aspre a Bush e Thatcher, citando “resoconti pubblici interamente credibili…avete deciso di minimizzare deliberatamente le prove e ridurre le indagini fino a liquidare il caso come storia vecchia“. Abdel Basat Ali al-Magrahi, uno dei libici capro espiatorio dell’attentato, fece appello nel febbraio 2002. L’argomento centrale dell’avvocato era la nuova prova secondo cui il reparto bagagli di Heathrow, a Londra, era stato violato la notte prima dell’attentato. Nel 2010 i libici furono improvvisamente liberati. Alcune voci insistettero che il loro rilascio fosse parte di un accordo petrolifero della BP con la Libia. Gheddafi fece altre aperture verso l’occidente, ma fu tutto inutile. Quando hai a che fare con i dei pazzi veri, come lo sono senza dubbio i banchieri illuminati, le concessioni sono raramente efficaci. Il popolo libico ha perso la bandiera verde che simboleggiava la fuga rivoluzionaria dalla trappola dei bankster, tornando a vivere sotto colonialismo, feudalesimo e monarchia.
Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Potete seguirlo gratuitamente su Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio
di Dean Henderson – 09/04/2014
Fonte: aurorasito

Preso Da: http://scintillarossa.forumcommunity.net/?t=56186375#entry394394223

Terrorismo, «Occidente complice perché è migliore amico dei migliori amici dei terroristi»

3/11/2016
ROMA – Terrorismo islamico e responsabilità occidentali. E ancora, Siria, presidenza Obama, Trump vs. Clinton. Ci siamo fatti una chiacchierata con Fulvio Scaglione, già vicedirettore e attuale editorialista di «Famiglia Cristiana», fondatore dell’edizione online del giornale, che è stato a lungo corrispondente da Mosca e ha seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l’Afghanistan, l’Iraq e i temi del Medio Oriente. Nel suo ultimo libro «Il patto con il diavolo», testo per molti aspetti drammaticamente illuminante e quantomai attuale, Scaglione mette a fuoco il controverso ruolo dell’Occidente nella proliferazione del terrorismo islamico. Ed è proprio da qui che siamo partiti nella nostra intervista.

Scaglione, nel suo libro «Il patto con il diavolo» lei descrive le responsabilità occidentali nella proliferazione del jihadismo nelle terre mediorientali. Oltre e prima che vittime, siamo insomma complici?
Io penso assolutamente di sì, e per una ragione molto semplice: siamo i migliori amici dei migliori amici dei terroristi. In altre parole, tutto ciò che noi sappiamo della gran parte del terrorismo islamico ci dice che il luogo da cui escono le strategie e i soldi per tenere in attività i terroristi è il Golfo Persico e le sue petromonarchie. Lo dicono un’infinità di studi e di prove. Per chi non fosse convinto, invito a andare a vedere il documento pubblicato da Wikileaks nel 2010 del Dipartimento di Stato allora diretto da Hillary Clinton, catalogato con il numero 131.801, in cui Hillary Clinton afferma che l’Arabia Saudita è la principale finanziatrice del terrorismo, da Al Qaeda ad Hamas. Nel documento, la Clinton accusa le autorità saudite di far finta di nulla. Gli Usa sono i primi amici delle petromonarchie del Golfo Persico. Nel 2010, Barack Obama e Hillary Clinton controfirmarono una colossale vendita di armi, la più grande singola vendita di armi nella storia degli Usa, da 62 miliardi, indirizzate all’Arabia Saudita. Ma gli Stati Uniti sono in buona compagnia: l’Inghilterra ha 200 joint ventures con l’Arabia Saudita, l’esercito saudita è il primo cliente dell’industria delle armi britannica; Hollande nel 2015 è andato due volte in Arabia Saudita, tre volte il suo primo ministro Valls; nel marzo di quest’anno Hollande ha addirittura conferito la legione d’onore al ministro dell’Interno e principe ereditario al trono dell’Arabia Saudita; il premier Renzi è andato in Arabia Saudita a vendere la tecnologia italiana, e dall’Italia partono i rifornimenti di armi che l’Arabia Saudita usa in Yemen. Se noi siamo in amicizia e in affari da decenni con i Paesi che sono i principali sponsor del terrorismo, è ovvio che finiamo per essere complici del terrorismo.
Lei ha definito gli Stati del Golfo Persico, Arabia Saudita in primis, il «pozzo di San Patrizio» dei jihadisti. L’Occidente continua a sanzionare con severità la Russia, mentre non si è vista traccia di sanzioni verso chi finanzia il terrore. Come se lo spiega?
Questa è una storia che risale a quando, dopo il crollo del muro di Berlino, gli Usa, presieduti da George Bush padre, con segretario di Stato James Baker, proclamarono la politica della «esportazione della democrazia». Questa strategia è stata applicata ovunque ci fosse un interesse strategico. Quindi contro i nemici e gli avversari, non certo contro gli amici che pure erano totalmente non democratici. Dopo gli attentati del 2001, George Bush jr. fece l’elenco dei Paesi canaglia, che erano Iran, Siria e Iraq: nessuno che avesse qualcosa a che fare con gli attentati delle Torri Gemelle. Il che significa che la teoria dell’esportazione della democrazia è una truffa dove la democrazia c’entra ben poco.
Barack Obama ha ereditato dal suo predecessore una situazione mediorientale molto complicata e compromessa. Come lascia oggi quelle terre al suo successore? Qual è il bilancio di 8 anni di presidenza?
Sulla politica estera, credo che gli 8 anni di presidenza Obama siano costellati di scarse riuscite quando non di fallimenti. Il risultato positivo è l’accordo sul nucleare con l’Iran. Per il resto, il bilancio è negativo. Si era molto impegnato, con il discorso del Cairo nel 2009, per una risoluzione del problema tra israeliani e palestinesi  e la situazione semmai è peggiorata, e Obama è stato anche pubblicamente umiliato dal premier israeliano Netanyhau. In Afghanistan, quest’anno c’è stato il record di morti civili; in Iraq e in Siria abbiamo visto cos’è successo; nel 2011 gli Usa di Barack Obama parteciparono a quella disgraziatissima guerra per buttare giù Gheddafi, guerra che tanti danni ha fatto al Medio Oriente e all’Europa. Temo che non lascerà di sè un buon ricordo.
Sulla Siria, i media occidentali sono allineati su un’unica narrazione, che è poi quella che riassume la posizione statunitense. Accanto a questa, però, ce ne sono altre, meno note, come quella dei cristiani in Siria. Quali considerazioni si sente di fare su questo, e che ruolo ha avuto, a suo avviso, la Russia nello scenario?
La narrazione sulla Siria è influenzata dal fatto che siamo ancora addentrati nella mentalità dell’esportazione della democrazia, ed è quindi molto comodo prendersela con un personaggio come Bashar al Assad, che ha responsabilità evidenti. Va ricordato però che, se certamente non erano tipi simpatici né Gheddafi né Saddam Hussein, dopo le guerre cosiddette «democratizzatrici» la vita in quei Paesi è nettamente peggiorata o addirittura non è più degna di essere chiamata tale. Per il bene dei popoli del Medio Oriente, a volte è bene scegliere il meno peggio, e non il peggio sperando che poi arrivi il meglio, come è stato fatto in Iraq, Libia e ora in Siria. I cristiani, poi, sono in una posizione tragicamente paradossale: sono gli abitanti originari di quelle terre, e conoscono il Medio Oriente meglio di chiunque altro, anche dei musulmani. Da 1400 anni, i cristiani del Medio Oriente si barcamenano, riuscendo a sopravvivere e raggiungendo anche ruoli di livello, nonostante l’Islam sia una religione esclusivista. E poi sono i mediorientali più vicini a noi, perché hanno un set di valori molto simile ai nostri. Nonostante ciò, essi sono totalmente ignorati in Occidente, e questo perché la loro narrazione delle crisi mediorientali contrasta profondamente con la vulgata che circola da noi.

In America è tempo di elezioni. Che cosa dobbiamo aspettarci in caso di vittoria di Hillary Clinton o di Donald Trump?
Con Trump le previsioni sono molto difficili. Trump viene deriso e criticato, spesso anche giustamente, ma è un’incognita. Molti lo paragonano a Berlusconi: i due personaggi non c’entrano nulla se non per un aspetto, che anche Berlusconi veniva deriso quando scese in campo. Poi, abbiamo visto com’è andata. Della Clinton sappiamo di più, perché è un personaggio navigato, sulla scena da molti anni, ha ricoperto cariche importanti tra cui quella di segretario di Stato di Barack Obama: e quello che dobbiamo aspettarci, temo, è una politica americana ancora più aggressiva e muscolare.

Originale con audio: http://esteri.diariodelweb.it/esteri/audio/?nid=20161103_394968

Nel governo invisibile: guerra, propaganda, Clinton e Trump

John Pilger, Mondialisation, 29 ottobre 2016
Il giornalista statunitense Edward Bernays viene spesso presentato come l’inventore della propaganda moderna. Nipote di Sigmund Freud, il pioniere della psicoanalisi, Bernays inventò il termine “relazioni pubbliche” quale eufemismo per manipolazione e inganno. Nel 1929 convinse le femministe a promuovere le sigarette con donne che fumavano durante una parata a New York, un comportamento visto allora come assurdo. Una femminista, Ruth Booth, disse “Le donne! Devono accendere la nuova torcia della libertà! Combattere contro un altro tabù sessista!” L’influenza di Bernays va ben oltre la pubblicità. Il suo più grande successo fu convincere il pubblico statunitense ad entrare nella grande strage della prima guerra mondiale. Il segreto, disse, era “produrre il consenso” del popolo per “controllarlo e dirigerlo secondo la nostra volontà a sua insaputa“. Lo descrisse come “il vero potere decisionale nella nostra società” e lo chiamò “governo invisibile“. Oggi, il governo invisibile non è mai stato così potente e così poco compreso.

Nella mia carriera di giornalista e regista non ho mai visto tale dilagante propaganda influenzare la nostra vita oggi, e così poco contestata. Immaginate due città. Entrambe sotto assedio da parte delle forze governative di questi Paesi. Le due città sono occupate da fanatici che commettono atrocità come le decapitazioni. Ma vi è una differenza essenziale. In una delle città, i giornalisti occidentali embedded coi soldati governativi li descrivono come liberatori e con entusiasmo annunciano battaglie e attacchi aerei. Ci sono immagini da prima pagina di questi eroici soldati che fanno la V di vittoria. C’è poca menzione di vittime civili. Nella seconda città, in un Paese vicino, accade quasi esattamente lo stesso. Le forze governative assediano una città controllata dagli stessi fanatici. La differenza è che questi fanatici sono supportati, attrezzati e armati da “noi”, Stati Uniti e Gran Bretagna. Hanno anche un centro mediatico finanziato da Gran Bretagna e Stati Uniti. Un’altra differenza è che le truppe governative che assediano questa città sono i cattivi, condannati per aver aggredito e bombardato la città, esattamente ciò che fanno i soldati buoni nella prima città. Confusione? Non proprio. È il doppio standard, essenza della propaganda. Parlo, naturalmente, dell’assedio di Mosul da parte delle forze governative irachene appoggiate da Stati Uniti e Gran Bretagna e dell’assedio di Aleppo da parte delle forze del governo della Siria, sostenute dalla Russia. Uno è buono; l’altro è cattivo. Ciò che viene raramente riportato è che entrambe le città non sarebbero state occupate da fanatici e devastate dalla guerra se Gran Bretagna e Stati Uniti non avessero invaso l’Iraq nel 2003. Tale crimine fu avviato da bugie sorprendentemente simili alla propaganda che ora distorce il quadro della guerra in Siria. Senza tale propaganda rullante travestita da informazioni, i mostruosi SIIL, al-Qaida, al-Nusra e il resto dei jihadisti non esisterebbero, e il popolo siriano non lotterebbe per la sopravvivenza.

Alcuni possono ricordare quei giornalisti della BBC che nel 2003 sfilavano davanti le telecamere per spiegare che l’iniziativa di Blair era “giustificata” da ciò che divenne il crimine del secolo. Le reti televisive degli Stati Uniti diffusero le stesse giustificazioni di George W. Bush. Fox News invitò Henry Kissinger a dissertare sulle menzogne di Colin Powell. Lo stesso anno, poco dopo l’invasione, ripresi un colloquio a Washington con Charles Lewis, il celebre giornalista investigativo. Gli chiesi: “Cosa sarebbe successo se i media più liberi del mondo avessero seriamente messo in discussione ciò che si è rivelata una rozza propaganda?” Disse che se i giornalisti avessero fatto il loro lavoro, “molto probabilmente non saremmo entrati in guerra con l’Iraq“. Fu una dichiarazione scioccante, confermata da altri giornalisti famosi a cui posi la stessa domanda, Dan Rather della CBS, David Rose dell’Observer e giornalisti e produttori della BBC, che vollero rimanere anonimi. In altre parole, se i giornalisti avessero fatto il loro lavoro, se avessero sfidato e studiato la propaganda invece di amplificarla, centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sarebbero vivi oggi, e non ci sarebbero SIIL e assedi ad Aleppo e Mosul. Non ci sarebbe stata alcun atrocità nella metropolitana di Londra il 7 luglio 2005, né milioni di rifugiati in fuga e né campi miserabili. Quando l’atrocità terroristica ebbe luogo a Parigi a novembre, il presidente François Hollande inviò immediatamente aerei a bombardare la Siria, creando altro terrorismo, prevedibilmente prodotto dalla magniloquenza di Hollande sulla Francia “in guerra” e “spietata”. La violenza dello Stato e la violenza jihadista si nutrono a vicenda, un dato di fatto che nessun leader nazionale ha il coraggio di affrontare. “Quando la verità viene sostituita dal silenzio“, disse il dissidente sovietico Evtushenko, “il silenzio è una bugia”. L’attacco a Iraq, Libia, Siria si verificò perché i capi di ciascuno di questi Paesi non erano fantocci dell’occidente. Il record dei diritti umani di un Sadam o Gheddafi era irrilevante. Disobbedivano agli ordini e non cedettero il controllo del loro Paese. Lo stesso destino attese Slobodan Milosevic dopo aver rifiutato di firmare un “accordo” che richiedeva l’occupazione della Serbia e la conversione ad un’economia di mercato. I suoi abitanti furono bombardati e perseguiti a L’Aia. Tale indipendenza è intollerabile. Come ha rivelato WikLeaks, quando il leader siriano Bashar al-Assad nel 2009 respinse il gasdotto dal Qatar all’Europa, fu attaccato. Da quel momento la CIA programmò la distruzione del governo della Siria con fanatici jihadisti, gli stessi che attualmente tengono in ostaggio il popolo di Mosul e dei quartieri di Aleppo. Perché i media non ne parlano? Un ex-funzionario degli Esteri inglese, Carne Ross, responsabile delle sanzioni operative all’Iraq, disse, “Abbiamo fornito ai giornalisti pezzi accuratamente ordinati e li tenevamo a bada. Ecco come funzionava“.
L’alleata medievale dell’occidente, l’Arabia Saudita, a cui Stati Uniti e Gran Bretagna vendono miliardi di dollari in armi, attualmente distrugge lo Yemen, un Paese povero che nel migliore dei casi ha la metà dei bambini malnutrita. Guardate su YouTube e vedrete il tipo di bombe enormi, le “nostre” bombe, che i sauditi usano contro i villaggi della terra martoriata e contro matrimoni e funerali. Le esplosioni sembrano piccole bombe atomiche. Coloro che sganciano queste bombe dall’Arabia Saudita collaborano con ufficiali inglesi. Non se ne sente parlare al telegiornale della sera. La propaganda è più efficace quando il nostro consenso è prodotto da élite istruite ad Oxford, Cambridge, Harvard, Columbia e che fanno carriera nella BBC, The Guardian, New York Times, Washington Post. Tali media si presentano progressisti, illuminati, tribune progressive della moralità. Sono antirazzisti, ambientalisti, femministi e pro-LGBT. E amano la guerra. Allo stesso tempo difendono il femminismo e sostengono le guerre rapaci che negano i diritti a innumerevoli donne, anche alla vita. Nel 2011 la Libia, uno Stato moderno, fu distrutta con la scusa che Gheddafi compisse un genocidio contro il proprio popolo. Le informazioni fluivano, ma non vi era alcuna prova. Erano menzogne. In realtà, Gran Bretagna, Europa e Stati Uniti volevano ciò che amano chiamare “cambio di regime” in Libia, il più grande produttore di petrolio in Africa. L’influenza di Gheddafi sul continente e, in particolare, la sua indipendenza erano intollerabili. Così fu ucciso pugnalato alla schiena da fanatici sostenuti da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Davanti le telecamere Hillary Clinton ne applaudì la morte orribile, dicendo: “Siamo venuti, abbiamo visto ed è morto!” La distruzione della Libia fu un trionfo mediatico. Mentre rullavano i tamburi di guerra, Jonathan Freedland scrisse sul Guardian: “Anche se i rischi sono reali, il caso d’intervento rimane forte“. Intervento. Una parola educata, benigna, molto “Guardian“, il cui vero significato per la Libia fu morte e distruzione. Secondo i propri dati, la NATO lanciò 9700 “attacchi aerei contro la Libia”, di cui oltre un terzo su obiettivi civili. Tra questi, missili con testate all’uranio. Vedasi le foto delle macerie a Misurata e Sirte, e le fosse comuni individuate dalla Croce Rossa. Il rapporto dell’UNICEF sui bambini uccisi dice “la maggior parte aveva meno di dieci anni“. Risultato diretto, Sirte è diventata la capitale dello Stato Islamico. L’Ucraina è un altro trionfo mediatico. I rispettabili giornali liberal come New York Times, Washington Post e The Guardian, ed emittenti tradizionali come BBC, NBC, CBS e CNN, hanno svolto un ruolo cruciale nel fare accettare al loro pubblico una nuova e pericolosa guerra fredda. Tutti hanno distorto gli eventi in Ucraina per mostrare una Russia malvagia, mentre in realtà il colpo di Stato in Ucraina nel 2014 fu opera degli Stati Uniti, aiutati da Germania e NATO. Tale sovversione della realtà è così pervasiva che le minacce militari di Washington alla Russia vengono ignorate; tutto è oscurato da una campagna di denigrazione e paura come quella che vissi durante la prima guerra fredda. Ancora una volta, i Russkoffs cercano d’infastidirci guidati da un nuovo Stalin, che The Economist raffigura come il diavolo. L’occultamento della verità sull’Ucraina è uno delle più totali censura che abbia mai visto. Fascisti che hanno progettato il colpo di Stato a Kiev, dello stesso stampo di coloro che sostennero l’invasione nazista dell’Unione Sovietica nel 1941. Mentre si hanno timori sull’avanzata dell’antisemitismo fascista in Europa, alcun capo menziona i fascisti in Ucraina, ad eccezione di Vladimir Putin, ma non conta. Molti media occidentali lavorano duramente per presentare la popolazione russofona dell’Ucraina come stranieri nel proprio Paese, come agenti di Mosca, quasi mai come gli ucraini che vogliono la federazione dell’Ucraina, come cittadini ucraini che resistono a un colpo di Stato orchestrato dall’estero contro il governo legittimo. Tra i guerrafondai regna quasi la stessa eccitazione dell’assemblea di classe. I banditori del Washington Post incitano alla guerra contro la Russia sono gli stessi che pubblicarono le menzogne sulle armi di distruzione di massa di Sadam Husayn.
Per la maggior parte di noi, la campagna presidenziale degli Stati Uniti è un fenomeno da baraccone in cui Donald Trump interpreta il ruolo del cattivo. Ma Trump è odiato da chi è al potere negli Stati Uniti per ragioni che hanno poco a che fare con il suo comportamento e le opinioni odiosi. Per il governo invisibile di Washington, l’imprevedibile Trump è un ostacolo al piano statunitense per il 21° secolo, mantenere il dominio degli Stati Uniti ed attaccare la Russia e forse la Cina. Per i militaristi di Washington, il vero problema con Trump è che nei suoi momenti di lucidità non vuole la guerra con la Russia; vuole parlare con il presidente russo, non combatterlo; dice che vuole parlare con il presidente della Cina. Nel primo dibattito con Hillary Clinton, Trump ha promesso di non essere il primo ad usare le armi nucleari in un conflitto. Ha detto: “Io certamente non effettuerei il primo colpo. Dopo aver scelto l’opzione nucleare, è finita“. I media non ne hanno parlato. In realtà che pensa? Chi lo sa? Si contraddice più volte. Ma ciò che è chiaro è che Trump è considerato una grave minaccia allo status quo dall’ampio apparato della sicurezza nazionale che guida gli Stati Uniti, a prescindere dall’inquilino della Casa Bianca. La CIA vuole vederlo sconfitto. Il Pentagono vuole vederlo sconfitto. I media vogliono vederlo sconfitto. Anche il suo partito vuole vederlo sconfitto. È una minaccia per i capi mondiali, a differenza di Clinton che non lascia alcun dubbio di esser pronta alla guerra contro la Russia e la Cina, due Paesi che possiedono armi nucleari. La Clinton ha l’esperienza, come si vanta spesso. In effetti, non ha più nulla da dimostrare. Come senatrice ha sostenuto lo spargimento di sangue in Iraq. Quando concorreva contro Obama nel 2008 minacciò di “distruggere completamente” l’Iran. Come segretaria di Stato, ha voluto distruggere i governi di Libia e Honduras e provocò la Cina. Ha promesso la no-fly zone in Siria, una provocazione diretta alla Russia. Clinton potrebbe diventare il presidente più pericoloso degli Stati Uniti della mia vita, un titolo dalla dura concorrenza. Senza alcuna prova, ha accusato la Russia di sostenere Trump e piratare le sue e-mail. Pubblicate da Wikileaks, le e-mail rivelano ciò che ha detto in privato, nel suo discorso ai ricchi e potenti, il contrario di ciò che dice in pubblico. Ecco perché è così importante mettere a tacere e minacciare Julian Assange. A capo di Wikileaks, Julian Assange sa la verità. E permettetemi di rassicurare tutti gli interessati, sta bene e Wikileaks funziona a pieno.
Oggi c’è la maggiore corsa agli armamenti degli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale, nel Caucaso e in Europa orientale, al confine con la Russia, in Asia e Pacifico, dove la Cina è il bersaglio. Ricordatelo quando il circo delle elezioni presidenziali si concluderà l’8 novembre, se Clinton vincesse, un coro di commentatori senza cervello ne celebrerà l’incoronazione come importante passo avanti per le donne. Nessuno ricorda le vittime di Clinton: donne siriane, donne irachene, donne libiche. Nessuno menziona le esercitazioni della protezione civile in Russia. Nessuno ricorda la “torcia della libertà” di Edward Bernays. Un giorno, il portavoce presso la stampa di George Bush definì i media “utili complici”. Venendo da un alto funzionario di un’amministrazione le cui bugie, aiutate dai media, causarono tanta sofferenza, tale descrizione è un avvertimento dalla storia. Nel 1946, il procuratore del Tribunale di Norimberga disse dei media tedeschi: “Prima di ogni grande aggressione avviarono campagne stampa volte ad indebolire le vittime e a preparare psicologicamente il popolo tedesco all’attacco. Nel sistema di propaganda, la stampa quotidiana e la radio furono le armi più importanti“.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: i tragici “errori” di Cameron

14 settembre 2016

Una relazione del parlamento britannico inchioda Cameron alle sue responsabilità: il suo ruolo nello scatenare la guerra in Libia che rovesciò il Colonnello Muammar Gheddafi è stato «decisivo» e se ne deve assumere la responsabilità.

Infatti, nel rapporto si legge che la politica britannica riguardo la Libia «prima e dopo l’intervento di marzo 2011 è stata fondata su presupposti errati e su una comprensione incompleta del Paese e della situazione».


In particolare, sintetizza la Reuters del 14 settembre, il governo Cameron non ha recepito dai rapporti forniti dall’«intelligence che la minaccia per i civili è stata sopravvalutata e che le forze ribelli comprendevano un elemento islamista significativo».

Nota a margine. Così, dopo aver stigmatizzato i tragici errori compiuti da Tony Blair in Iraq, il parlamento britannico mette all’angolo anche David Cameron per la Libia. Destini incrociati, quelli dei due leader, i cui governi si sono succeduti nel segno della continuità, al di là delle differenze di partito (laburista il primo, Tory il secondo). Classico esempio di alternanza nella continuità.

Dove la continuità, almeno quella più importante per il destino del mondo, è data dall’adesione aprioristica alle dottrine neocon. 
Ma al di là della variegata continuità britannica, resta un dato inquietante implicito nell’accusa di aver «sopravvalutato» la minaccia che il “regime” costituiva per i civili: tante tragiche boutade girarono allora sulla “sanguinaria” repressione operata da Gheddafi. Abilmente usate per giustificare una guerra che si poteva e doveva evitare.

Né era difficile immaginare che i cosiddetti ribelli erano per gran parte jihadisti. Gli stessi che hanno poi portato il terrore in Siria e nel mondo. Non serviva una particolare intelligence, bastava un po’ di intelligenza.

Ma o il governo Cameron (come i suoi sodali occidentali) è stato poco dotato sotto questo profilo, o ha scientemente ignorato i rischi, in particolare quello della diffusione dell’islamismo radicale, pur di conseguire suoi obiettivi (leggi petrolio e altro). Per tacere di altre eventualità, più oscure e inquietanti.

La denuncia, che tale resterà nonostante sia atto di accusa, dei parlamentari britannici non aiuta solo a guardare il passato. Ma anche a capire il presente: gli stessi identici errori si stanno commettendo in Siria: identica la sottovalutazione dell’elemento jihadista tra le fila dei cosiddetti ribelli, identica la demonizzazione del governo di Assad, il quale, come Gheddafi allora, costituisce un argine al dilagare del terrorismo internazionale. Una coazione a ripetere certi errori che ha del diabolico.

Preso da: http://piccolenote.ilgiornale.it/29781/libia-tragici-errori-cameron

Libia: nuove verità su una guerra sporca

6 ottobre 2016
MENZOGNE E BUONI PROPOSITI
Non abbiamo molto tempo. È una questione di giorni, forse di ore. Ogni ora e giorno che passano significano un ulteriore giro di vite e di repressione contro la popolazione civile che vuole la libertà; ogni ora e giorno che passano aumenta il peso della responsabilità sulle nostre spalle”.

Era il 17 marzo del 2011 quando davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel pieno della crisi libica, il Ministro degli Esteri francese Alain Juppè pronunciava queste parole con la determinazione ed il pathos tipici dell’uomo di governo quando mente.
La Comunità internazionale doveva decidere se accettare la Risoluzione 1973 voluta dalla Francia per imporre la no-fly zone alla Libia: di fatto autorizzare l’intervento militare occidentale al fianco dei ribelli anti-Gheddafi.
In Occidente la menzogna si motiva sempre di buoni propositi; e così mentre la Francia giurava solennemente a se stessa e al mondo che mai avrebbe abbandonato “le popolazioni civili e le vittime della brutale repressione, al loro destino” e mai avrebbe permesso “che lo stato di diritto e la morale internazionale venissero calpestati”, i dirigenti dei più importanti gruppi industriali francesi (Total, Eads e Thalys) si incontravano a Bengasi con i componenti del Consiglio Nazionale Libico, per spartirsi la preda; Consiglio composto da capi ribelli opportunamente selezionati ed istruiti da Parigi grazie all’attività frenetica di Bernard-Henry Levi il “filosofo” sodale di Sarkozy, esperto di manipolazioni mediatiche; giusto per capire quanto spontanea fu la “rivolta del popolo contro Gheddafi”.
UNA RELAZIONE SHOCK
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Che la guerra alla Libia sia stato tutto tranne un sussulto umanitario dell’Occidente, ormai è dominio comune (e non solo dei soliti complottisti che lo spiegavano già nel 2011). Gli ultimi ad ammetterlo sono gli inglesi in una relazione shock del Parlamento britannico che ovviamente invano cercherete sui media.

Nelle 46 pagine presentate dalla Commissione Affari Esteri si afferma che:
1) L’intervento britannico in Libia al seguito della Francia è avvenuto al buio senza le necessarie conoscenze di ciò che stava realmente accadendo in quel paese
2) La violazione dei diritti umani di massa da parte di Gheddafi (alla base dell’intervento) non è mai stata confermata; mentre è confermato che crimini (esecuzioni sommarie anche di civili e torture) furono compiuti da entrambe le parti, quindi anche dai ribelli che in Occidente venivano dipinti come pacifici e democratici
3) I Servizi d’intelligence britannici furono inadeguati a comprendere la misura della presenza islamista legata ad Al Qaeda all’interno dei famosi ribelli “moderati”
4) La risoluzione Onu prevedeva l’embargo della armi alle parti in guerra, ma molti paesi la violarono (dopo averla imposta) rifornendo di armi i ribelli anti-Gheddafi
5) La sconfitta militare del regime avvenne solo grazia alla “combinazione tra forza aerea della coalizione, fornitura di armi, di intelligence e di personale militare (anche da Turchia, Arabia Saudita e Qatar) garantito ai ribelli”. In altre parole senza l’intervento straniero Gheddafi non sarebbe caduto.
6) Vi erano disponibili almeno due opzioni politiche “se il governo britannico avesse aderito allo spirito della risoluzione 1973; ma non furono mai percorse.
UMANITARISMO????
La relazione parlamentare inoltre dà credito alle rivelazioni di Sidney Blumenthal, consigliere personale di Hillary Clinton (allora Segretario di Stato), che, in una mail a Hillary, spiegò le vere ragioni dell’attivismo francese:
A) ottenere una maggiore quota di produzione di petrolio (soppiantando il ruolo dell’Eni aggiungiamo noi)
B) Aumentare l’influenza francese in Nord Africa
C) Migliorare la sua situazione politica interna in Francia (in vista della scadenza elettorale)
D) Fornire ai militari francesi l’opportunità di riaffermare la propria posizione nel mondo
E) Scongiurare il progetto di Gheddafi di soppiantare la Francia come potenza dominante nell’Africa francofona (attraverso la creazione una moneta panafricana che avrebbe sostituito il Franco Francese Africano)
Altro che umanitarismo e difesa del diritto internazionale!
La guerra alla Libia rimane una delle più disastrose (e vergognose) pagine dell’Occidente e una delle cause dell’attuale disastro mediorientale. La distruzione della Libia ha consentito l’espansione del terrorismo jihadista nel Mediterraneo (come previsto dallo stesso Gheddafi) e generato il dramma dei profughi in Europa.
Un grazie sentito a chi di dovere.