12 milioni di bambine nel mondo costrette al matrimonio

Quando Gabriella Gillespie aveva 6 anni, suo padre uccise sua madre. Quando di anni ne aveva 13, il padre portò lei e le sorelle a vivere nel proprio paese d’origine, lo Yemen, dove le figlie furono vendute in matrimonio.

Disperata alla prospettiva di sposare l’uomo di oltre 60 anni a cui era stata promessa, la sorella di Gabriella, la diciassettenne Issy, indossò l’abito nuziale e si gettò dal tetto. Issy precipitò verso la morte, mentre gli ospiti ignari continuavano a festeggiare.
Come riportato dall’Independent, le sorelle rimaste, che non parlavano una parola d’arabo, si rassegnarono a vivere in un remoto villaggio di montagna – tutt’altra cosa rispetto alle comodità dell’era moderna, in abitazioni di fango prive di elettricità.

Nelle comunità rurali, le bambine sono date in sposa già a partire dall’età di otto anni; alcune muoiono durante la prima notte di nozze, mentre altre subiscono orribili lacerazioni. La consumazione avviene su un trono avvolto da stoffa bianca, dopodiché la famiglia espone il tessuto insanguinato come fosse un trofeo. La giovane sa bene quale destino la attende se non dovesse sanguinare – sarà restituita alla propria famiglia e verrà assassinata, sulla base della convinzione che non fosse vergine.
Dopo anni di matrimonio costellati di abusi fisici, sessuali, emotivi e psicologici, Gabriella è riuscita infine a fuggire nel Regno Unito insieme ai suoi cinque figli.
Macabre vicende di questo tipo non sono riservate a chi proviene da paesi in via di sviluppo. Gabriella è nata in Gran Bretagna – come la propria madre, una donna inglese. E secondo le stime dell’organizzazione Unchained At Last, nei soli Stati Uniti più di duecentomila minorenni sono state coinvolte in matrimoni legali, fra il 2000 e il 2015. La straziante realtà è che ogni anno, nel mondo, 12 milioni di bambine vengono date in sposa, il che significa che ciò accade a una bambina ogni due secondi.
Rachel Yates, che attualmente ricopre il ruolo di direttore esecutivo presso Girls not Brides, l’impresa globale per porre fine al fenomeno dei matrimoni con minorenni, ha dichiarato:
“Si verificano casi di spose bambine in ogni parte del mondo, dal Medio Oriente all’America latina, dall’Asia meridionale all’Europa. Alla base del matrimonio contratto con minorenni vi sono le disuguaglianze di genere, e la convinzione che le bambine e le donne siano in qualche modo inferiori ai ragazzi e agli uomini. La povertà, la mancanza d’istruzione, le tradizioni culturali e l’incertezza alimentano e sostengono questa pratica.
“Queste ragazze non sono pronte, né fisicamente né emotivamente, a diventare mogli e madri. Di solito subiscono un’enorme pressione perché si riproducano prima che i loro corpi possano sopportarlo, e perché i figli siano numerosi. Il rischio che si presentino gravi complicazioni durante la gravidanza e il parto è più alto, come lo è quello di contrarre l’HIV o l’AIDS e di essere vittime di violenza domestica.
“Ma questa pratica non è dannosa solo per le bambine. Gli studi dimostrano che il fenomeno sta costando al mondo miliardi e miliardi di dollari. Se poniamo fine ai matrimoni con minorenni, allora le bambine, le loro famiglie, le comunità e le nazioni stesse godranno, nel complesso, di maggiori disponibilità economiche e di un migliore stile di vita.”
“Caroline” dal Kenya ha raccontato a Equality Now, un’organizzazione no-profit dedita all’affermazione dei diritti umani di donne e bambine, che aveva solo sette anni quando la madre decise di farla circoncidere, per prepararla alle nozze. L’esperienza, impossibile da dimenticare, si rivelò brutale, dolorosa e traumatica.
Poco dopo, Caroline scoprì che la madre aveva intenzione di farle sposare un uomo la cui età oscillava fra i 50 e i 60 anni. Un giorno, prima dell’alba, è scappata di casa per rifugiarsi in un centro della Tasaru Ntomonok Initiative (nell’ambito delle attività di Girls Not Brides in Kenya), dove le è stata data l’opportunità di iniziare a rifarsi una vita e di riprendere a frequentare la scuola.
“Innanzitutto, ci sono le situazioni in cui le famiglie delle bambine prendono accordi con altre famiglie per organizzare il matrimonio con un ragazzo o un uomo,” ha spiegato Jean-Paul Murunga, funzionario di progetto presso Equality Now.
“A seguire ci sono i casi in cui l’età della sposa si definisce su base religiosa. Nell‘Islam, per esempio, i testi sacri stabiliscono che una giovane debba sposarsi una volta raggiunta la pubertà. Trattandosi di un termine ambiguo, l’Islam non dà una definizione precisa dell’età anagrafica corrispondente. In paesi come il Sudan, dove la legge vigente è la Sharia, le bambine vengono date in sposa fra i 10 e i 12 anni.
“Si registrano, inoltre, molti casi di spose minorenni all’interno delle società patriarcali. Le ragazze sono viste come soggetti subordinati e devono conformarsi alle prescrizioni degli uomini. Molto spesso accade che contraggano matrimonio fra i 16 e i 18 anni, perché il consenso alle nozze è stato fornito dai loro genitori o tutori.
“Un altro fattore importante è la povertà. Le famiglie povere possono migliorare la propria situazione finanziaria facendo sposare la figlia. Più la ragazza è giovane, ed essendo vergine, più è considerata pura e pertanto la dote sarà più sostanziosa. Alle famiglie interessa dare via le figlie prima della pubertà per il timore che, superata quell’età, ci siano buone probabilità che diventino sessualmente attive, che rovinino il nome della famiglia, o che si abbassi il prezzo della dote.
“E l’ultimo scenario è quello che si verifica nei paesi teatro di conflitti politici, dove gli individui sono spesso dislocati. Le famiglie consegnano le figlie ad altre famiglie più ricche, sperando che così godano di maggiore sicurezza e agio. Ma la realtà è che le bambine si ritrovano intrappolate in reti di violenze, abusi sessuali e matrimoni con minorenni.”
Quello delle spose bambine è un problema complesso, per cui non esiste una soluzione ottimale. Gli esperti ritengono che l’istruzione abbia un ruolo fondamentale – non solo dal punto di vista accademico, ma anche rispetto alla comunità estesa di quanti risultano maggiormente colpiti dal fenomeno.
All’inizio di quest’anno l’UNICEF ha pubblicato un rapporto in cui si registravano lievi diminuzioni nella casistica globale dei matrimoni contratti con minorenni. Tuttavia, a meno di non affrontare con misure adeguate le questioni legate alle norme sociali e alla disuguaglianza di genere, a queste bambine continuerà ad essere negata l’esistenza emancipata, propria del ventunesimo secolo, che spetta loro di diritto.
Traduzione di Maria Luisa Grasso

Preso da: https://it.insideover.com/donne/12-milioni-di-bambine-nel-mondo-costrette-al-matrimonio.html

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La locomotiva USA della spesa militare mondiale

L’arte della guerra

The Muslim Brotherhood as Assassins

Thierry Meyssan

We are continuing publication of Thierry Meyssan’s book, “Before Our Eyes “. In this installment, he describes the creation of an Egyptian secret society, the Muslim Brotherhood, and its reactivation after the Second World War by the British secret services, and the use of this group by MI6 to carry out political assassinations in the former Crown colony.

In 1951, the Anglo-Saxon secret services formed, from the former homonymous organization, a political secret society: the Muslim Brotherhood. They used it first as an instrument to assassinate individuals who resisted them, and then from 1979 as mercenaries against the Soviets. In the early 1990s, they incorporated them into NATO and in the 1990s tried to bring them to power in Arab countries. Ultimately, the Muslim Brotherhood and the Sufi Order of the Naqchbandis were funded to the tune of $80 billion annually by the Saudi ruling family, making it one of the largest armies in the world. All jihadist leaders, including those of Daesh, belong to this military system.

1- The Egyptian Muslim Brotherhood

Four empires disappeared during the First World War: the Germanic Reich, the Austro-Hungarian Empire, Holy Tsarist Russia, and the Sublime Ottoman Gateway. The victors were completely unrestrained in imposing their conditions on the defeated. Thus, in Europe, the Treaty of Versailles established conditions that were unacceptable to Germany, and made Germany solely responsible for the conflict. In the East, the carving up of the Ottoman Caliphate was going badly: at the San Remo Conference (1920), in accordance with the Sykes-Picot-Sazonov secret agreements (1916), the United Kingdom was allowed to establish a Jewish homeland in Palestine, while France was allowed to colonize Syria (which at the time included the present-day Lebanon). However, in what remained of the Ottoman Empire, Mustafa Kemal revolted both against the Sultan who had lost the war and against the Westerners who were seizing his country. At the Sèvres conference (1920), the Caliphate was divided into sections to create a variety of new states, including Kurdistan. The Turkish-Mongolian population of Thrace and Anatolia rose up and brought Kemal to power. In the end, the Lausanne Conference (1923) drew the current borders, renounced Kurdistan and organised huge population transfers that left more than half a million people dead.

But, just as in Germany Adolf Hitler would challenge the fate of his country, in the Middle East, a man stood up against the new division of the region. An Egyptian teacher founded a movement to restore the Caliphate that the Westerners had defeated. This man is Hassan el-Banna and the organization was the Muslim Brotherhood (1928).

The Caliph was in principle the successor of the Prophet to whom all owed obedience; a highly coveted de facto title. Several great lines of caliphs followed one another: the Umayyads, the Abbasids, the Fatimids and the Ottomans. The next Caliph would be the one who would assume the title, in this case the “General Guide” of the Brotherhood, which would see itself as the master of the Muslim world.

The secret society developed very quickly. It intended to work from within the system to restore Islamic institutions. Applicants were required to swear loyalty to the founder on the Koran and on a sword, or on a revolver. The purpose of the Brotherhood was exclusively political, even if it was expressed in religious terms. Hassan el-Banna and his successors would never speak of Islam as a religion or evoke a Muslim spirituality. For them, Islam was no more than a dogma, a submission to God and a means of exercising power. Naturally, the Egyptians who support the Brotherhood do not perceive it as such. They follow them because they claim to follow God.

For Hassan el-Banna, the legitimacy of a government was not measured by its representativeness as assessed by Western governments, but by its ability to defend the “Islamic way of life”, that is, that of 19th century Ottoman Egypt. The Brothers would never consider that Islam has a History and that Muslim lifestyles vary considerably according to regions and times. Nor would they ever consider that the Prophet revolutionized Bedouin society and the way of life described in the Koran was a fixed stage for these men. For them, the penal rules of the Koran – the Shariah – did not therefore correspond to a given situation, but established the immutable laws on which an authority could base itself.

The fact that the Muslim religion had often spread by the sword justified the use of force for the Brotherhood. Never would the Brothers recognize that Islam could also have spread by example.This did not prevent Al-Banna and his Brothers from running for election – and losing. If they condemned political parties, it was not in opposition to a multi-party system, but because by separating religion from politics, they allegedly fell into corruption.

The doctrine of the Muslim Brotherhood was the ideology of “political Islam”, in French we say “Islamism”; a word that would become very popular.

In 1936, Hassan el-Banna wrote to Prime Minister Mustafa el-Nahhas Pasha. He demanded:

– a reform of the law and the union of all courts under Sharia law;
– recruitment into the armed forces by establishing a voluntary service under the banner of jihad;
– the connection of Muslim countries and the preparation of the restoration of the Caliphate, in accordance with the unity required by Islam.

During the Second World War, the Brotherhood declared itself neutral. In reality, it transformed into a German Reich Intelligence Service. But from the time the United States entered the war, when the fate of their weapons seemed to be reversed, they played a double game and were financed by the British to provide them with information on their first employer. In doing so, the Brotherhood demonstrated its total absence of principle and its pure political opportunism.

On February 24, 1945, the Brothers made their move and assassinated the Egyptian Prime Minister in the middle of a parliamentary session. This led to an escalation of violence: repression against them and a series of political assassinations, including that of the new Prime Minister on 28 December 1948 and retaliation by Hassan el-Banna himself on 12 February 1949. Shortly afterwards, a court instituted by martial law sentenced most of the Brothers to a term of detention and dissolved their association.

This secret organization was fundamentally a band of assassins who wanted to seize power by concealing its lust behind the Koran. Its story should have ended there. This was not the case.

2- The Brotherhood re-founded by the Anglo-Saxons
and separate peace with Israel

The Brotherhood’s ability to mobilize people and turn them into murderers intrigued the Great Powers.

Two and a half years after its dissolution, a new organization was formed by the Anglo-Saxons by reusing the name of “Muslim Brothers”. Taking advantage of the imprisonment of the historical leaders, former Judge Hassan Al-Hodeibi was elected General Guide. Contrary to an often accepted idea, there was no historical continuity between the old and the new brotherhood. It appeared that a unit of the former secret society, the “Secret Apparatus”, had been commissioned by Hassan el-Banna to carry out the attacks for which he denied responsibility. This organization within the organization was so secret that it was not affected by the dissolution of the Brotherhood and was now at the disposal of its successor. The Guide decided to disavow it and declared that it only wanted to achieve its objectives in a peaceful way. It is difficult to establish exactly what happened at that time between the Anglo-Saxons who wanted to recreate the old society and the Guide who believed he could obtain his audience back among the masses. In any case, the “Secret Apparatus” continued and the authority of the Guide had been erased in favour of that of other leaders of the Brotherhood opening a real internal war. The CIA introduced Freemason Sayyid Qutb[1], the jihad theorist, to their leadership, which the Guide condemned before concluding an agreement with MI6.

It is impossible to specify the internal subordination relationships of each other, on the one hand because each foreign branch has its own autonomy and on the other hand because the secret units within the organization no longer necessarily depend on either the General Guide or the Local Guide, but often directly on the CIA and the MI6.

In the period following the Second World War, the British tried to organize the world in such a way as to keep it out of the reach of the Soviets. In September 1946, in Zurich, Winston Churchill launched the idea of the United States of Europe. On the same principle, he launched the Arab League. In both cases, it was a question of uniting a region without Russia. At the beginning of the Cold War, the United States of America, for its part, created associations to support this movement for its benefit, the American Committee on United Europe and the American Friends of the Middle East[2]. In the Arab world, the CIA organized two coups d’état, first in favour of General Hosni Zaim in Damascus (March 1949), then with the Free Officers in Cairo (July 1952). It was a question of supporting nationalists who were supposed to be hostile to communists. It is in this spirit that Washington brings SS General Otto Skorzeny to Egypt and Nazi General Fazlollah Zahedi to Iran, accompanied by hundreds of former Gestapo officials to lead the anti-communist struggle. Unfortunately, Skorzeny fashioned the Egyptian police into a tradition of violence. In 1963, he chose the CIA and Mossad over Nasser. Zahedi created the SAVAK, the most cruel political police of the time.

If Hassan el-Banna had set the objective – to take power by manipulating religion – Qutb would define the means: jihad. Once the followers recognized the superiority of the Koran, it could be used to organize them into an army and send them into battle. Qutb developed a Manichean theory distinguishing between what was Islamist and what was “tenebrous”. For the CIA and MI6, this brainwashing allowed adepts to be used to control Arab nationalist governments and then to destabilize the Muslim regions of the Soviet Union. The Brotherhood became an inexhaustible reservoir of terrorists under the slogan: “Allah is our goal. The Prophet is our leader. The Koran is our law. Jihad is our way. Martyrdom, our vow”.

Qutb’s thinking was rational, but not reasonable. It deployed an invariable rhetoric of Allah/Prophet/Koran/Jihad/Martyrdom that left no opportunity for discussion at any time. He placed the superiority of his logic over human reason.

The CIA organized a symposium at Princeton University on “The Situation of Muslims in the Soviet Union”. It was an opportunity to receive a delegation of the Muslim Brotherhood in the United States led by one of the leaders of its armed wing, Said Ramadan. In his report, the CIA monitoring officer noted that Ramadan was not a religious extremist, but rather a fascist; a way of emphasizing the exclusively political nature of the Muslim Brotherhood. The symposium concluded with a reception at the White House by President Eisenhower on September 23, 1953. The alliance between Washington and jihadism is established.

The CIA, which had recreated the Brotherhood against the communists, first used it to help the nationalists. At that time the Agency was represented in the Middle East by anti-Zionists from the middle classes. They were quickly ousted in favour of senior officials of Anglo-Saxon and Puritan origin, who had graduated from the major universities and were in favour of Israel. Washington came into conflict with the nationalists and the CIA turned the Brotherhood against them.

Said Ramadan had commanded some of the Brotherhood’s fighters during the brief war against Israel in 1948, then helped Sayyid Abul Ala Maududi to create the paramilitary organization of the Jamaat-i-Islami in Pakistan. The idea was to create an Islamic identity for Muslim Indians so that they could form a new state, Pakistan. The Jamaat-i-Islami would also draft the Pakistani constitution. Ramadan married Hassan Al-Banna’s daughter and became the head of the armed wing of the new “Muslim Brotherhood”.

While in Egypt, the Brothers participated in the coup d’état of General Mohammed Naguib’s Free Officers – Sayyid Qutb was their liaison officer – they were responsible for eliminating one of their leaders, Gamal Abdel Nasser, who had come into conflict with Naguib. Not only did they fail, on October 26, 1954, but Nasser took power, repressed the Brotherhood and placed Naguib under house arrest. Sayyid Qutb was hanged a few years later.

Prohibited in Egypt, the Brothers withdrew to the Wahhabi states (Saudi Arabia, Qatar and the Sharjah Emirate) and to Europe (Germany, France and the United Kingdom, plus neutral Switzerland). Each time, they were welcomed as Western agents fighting against the emerging alliance between Arab nationalists and the Soviet Union. Said Ramadan received a Jordanian diplomatic passport and settled in Geneva in 1958, from where he led the destabilization of the Caucasus and Central Asia (both Pakistan/Afghanistan and the Soviet Ferghana Valley). He took control of the Commission for the construction of a mosque in Munich, which allowed him to supervise almost all Muslims in Western Europe. With the help of the American Committee for the Liberation of the Peoples of Russia (AmComLib), i. e. the CIA, he had at his disposal Radio Liberty/Radio Free Europe, a station directly financed by the United States Congress to disseminate the Brotherhood’s teachings.[3]

After the Suez Canal crisis and Nasser’s spectacular turnaround on the Soviet side, Washington decided to support the Muslim Brotherhood without limits against Arab nationalists. A senior CIA official, Miles Copeland, was asked – in vain – to select from the Brotherhood a personality who could play a role in the Arab world equivalent to that of Pastor Billy Graham in the United States. It was not until the 1980s that a preacher of this stature, the Egyptian Youssef Al-Qaradâwî, was found.

In 1961, the Brotherhood established a connection with another secret society, the Order of the Naqchbandis. It is a kind of Muslim Freemasonry mixing Sufi and political initiation. One of his Indian theorists, Abu Al-Hasan Ali Al-Nadwi, published an article in the Brothers’ journal. The Order was established and has a presence in many countries. In Iraq, the great master was none other than the future vice-president Ezzat Ibrahim Al-Douri. He supported the Brothers’ attempted coup d’état in Syria in 1982, and then the “return to faith campaign” organized by President Saddam Hussein to restore his country’s identity after the establishment of the no-fly zone by the West. In Turkey, the Order would play a more complex role. It would include leaders Fethullah Güllen (founder of Hizmet), President Turgut Özal (1989-93) and Prime Minister Necmettin Erbakan (1996-97), responsible for the Justice Party (1961) and Millî Görüs (1969). In Afghanistan, former President Sibghatullah Mojaddedi (1992) was its grand master. In Russia, with the help of the Ottoman Empire, the Order had raised Crimea, Uzbekistan, Chechnya and Dagestan against the Tsar in the 19th century. Until the fall of the USSR, there would be no news of this branch; the same would apply in China’s Xinjiang. The proximity of the Brothers and the Naqchbandis is very seldom studied in view of the Islamists’ opposition in principle to Sufi mysticism and orders in general.

The Saudi headquarters of the World Islamic League. By 2015, its budget was higher than that of the Saudi Ministry of Defence. As the world’s largest buyer of weapons, Saudi Arabia acquired weapons that the League distributed to the organizations of the Muslim Brotherhood and the Naqchbandis.

In 1962, the CIA encouraged Saudi Arabia to create the World Islamic League and to finance the Brotherhood and Order against nationalists and communists[4]. This structure was first financed by Aramco (Arabian-American Oil Company). Among its twenty or so founding members were three Islamist theorists we have already mentioned: the Egyptian Said Ramadan, the Pakistani Sayyid Abul Ala Maududi and the Indian Abu Al-Hasan Ali Al-Nadwi.

De facto Arabia, which suddenly had enormous liquidity thanks to the oil trade, became the godfather of the Brothers in the world. The Monarchy entrusted them with the school and university education system in a country where almost no one could read and write. The Brothers had to adapt to their hosts. Indeed, their allegiance to the king prevented them from lending loyalty to the General Guide. In any case, they organized themselves around Mohamed Qutb, Sayyid’s brother, in two directions: the Saudi Brothers on the one hand and the “Sourists” on the other. The latter, who are Saudi, attempted a synthesis between the political ideology of the Brotherhood and Wahhabi theology. This sect, of which the royal family is a member, has an understanding of Islam based on Bedouin, iconoclastic and antihistoric thought. Until Riyadh had petrodollars, it was anathema to traditional Muslim schools, which, in turn, considered it to be heretical.

In reality, the Brothers’ politics and the Wahhabi religion have nothing in common, but they are compatible. Except that the pact that links the Saud family to the Wahhabi preachers cannot exist with the Brotherhood: the idea of a monarchy of divine right clashed with the Brothers’ appetite for power. It was therefore agreed that the Saud people would support the Brothers all over the world, on the condition that they refrained from entering politics in Arabia.

The Saudi Wahhabi support for the Brothers provoked an additional rivalry between Arabia and the other two Wahhabi states of Qatar and the Emirate of Sharjah.

From 1962 to 1970, the Muslim Brotherhood participated in the civil war in North Yemen and tried to restore the monarchy alongside Saudi Arabia and the United Kingdom, against Arab nationalists, Egypt and the USSR; a conflict that foreshadowed what would follow for the next half-century.

In 1970, Gamal Abdel Nasser managed to reach an agreement between the Palestinian factions and King Hussein of Jordan that ended the “black September”. On the evening of the Arab League summit that endorsed the agreement, he died, officially of a heart attack, much more likely murdered. Nasser had three vice-presidents, one from the left – extremely popular -, one from the centre – well known -, and one conservative chosen at the request of the United States and Saudi Arabia: Anwar Sadat. Under pressure, the left-wing vice-president declared himself unworthy of the position. The centrist vice-president preferred to abandon politics. Sadat was nominated as a candidate of the Nasserians. This is the tragedy of many countries: the president chooses a vice-president from among his rivals in order to broaden his electoral base, but he replaces him when he dies and destroys his legacy.

Sadat, who had served the Reich during the Second World War and had great admiration for the Führer, was an ultra-conservative military man who served as Sayyid Qutb’s alter ego as a liaison between the Brotherhood and the Free Officers. As soon as he came to power, he freed the Brothers imprisoned by Nasser. The “Believing President” was the Brotherhood’s ally in the Islamization of society (the “rectification revolution”), but its rival when it derived political benefit from it. This ambiguous relationship was illustrated by the creation of three armed groups, which are not divisions of the Brotherhood but external units obeying it: the Islamic Liberation Party, Islamic Jihad (of Sheikh Omar Abdul Rahman), and Excommunication and Immigration (the “Takfir”). All of them declared that they were implementing Sayyid Qutb’s instructions. Armed by the secret services, Islamic Jihad launched attacks against Coptic Christians. Far from appeasing the situation, the “Believing President” accused the Copts of sedition and imprisoned their pope and eight of their bishops. In the end, Sadat intervened in the conduct of the Brotherhood and took a stand for Islamic Jihad against the General Guide, whom he had arrested[5].

On instructions from US Secretary of State Henry Kissinger, he convinced Syria to join Egypt in attacking Israel and restoring Palestinian rights. On October 6, 1973, the two armies took Israel in force during the Yom Kippur festival. The Egyptian army crossed the Suez Canal while the Syrian army attacked from the Golan Heights. However, Sadat only partially deployed his anti-aircraft cover and stopped his army 15 kilometres east of the canal, while the Israelis rushed to the Syrians who found themselves trapped and roared about the plot. It was only once the Israeli reservists had been mobilized and the Syrian army surrounded by Ariel Sharon’s troops that Sadat ordered his army to resume its progress and then to halt in order to negotiate a ceasefire. Observing the Egyptian betrayal, the Soviets, who had already lost an ally with Nasser’s death, threatened the United States and demanded an immediate end to the fighting.

Former liaison officer with Sayyid Qutb between the “Free Officers” and the Brotherhood, the “believing president” Anwar Sadat was to be proclaimed “sixth Caliph” by the Egyptian parliament. Here, the admirer of Adolf Hitler in the Knesset alongside his partners Golda Meïr and Shimon Peres.

Four years later – pursuing the CIA plan – President Sadat went to Jerusalem and decided to sign a separate peace with Israel at the expense of the Palestinians. From then on, the alliance between the Brothers and Israel was sealed. All Arab peoples were protesting this betrayal and Egypt was excluded from the Arab League, whose headquarters had been moved to Algiers.

Responsible for the Muslim Brotherhood’s “Secret Apparatus”, Ayman al-Zawahiri (current head of Al Qaeda) organized the assassination of President Sadat (October 6, 1981).

Washington decided to turn the page in 1981. Islamic Jihad was tasked with liquidating Sadat, no longer necessary. He was assassinated during a military parade, when Parliament was about to proclaim him “Sixth Caliph”. In the official gallery 7 people were killed and 28 wounded, but, sitting next to the President, his Vice-President General Mubarak escaped. He was the only person in the official gallery to wear a bullet-proof vest. He succeeded the “believing president” and the Arab League was repatriated to Cairo.

(To be continued…)

1] “Sayyid Qutb was a Freemason”, Voltaire Network, May 28, 2018.

2] America’s Great Game: The CIA’s Secret Arabists and the Shaping of the Modern Middle East, Hugh Wilford, Basic Books (2013).

3] A Mosque in Munich: Naz

Source: https://libya360.wordpress.com/2019/06/21/the-muslim-brotherhood-as-assassins/

In Italiano: https://www.voltairenet.org/article206792.html

L’impero colonialista francese in Africa

Quante volte abbiamo sentito dire, da parte dei politici occidentali riguardo al problema dell’immigrazione, che si devono aiutare i paesi africani al fine di poter gestire in loco una proficua crescita sociale, culturale ed economica di quei popoli?

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Da anni sentiamo i politici esternare questa lodevole idea, e in questo periodo sembra sia l’unica alternativa per riuscire ad arginare il problema migratorio che sta raggiungendo numeri da esodo biblico. Non tutti sanno però che ancora oggi molti paesi africani sono soggetti a leggi e tassazioni imposte da parte dei colonialisti di un tempo, come Francia e Gran Bretagna, ma anche Germania, Portogallo, Italia, Belgio, Olanda e Spagna, seppur in misura minore. Molti di questi paesi occidentali, come è capitato all’Italia per crimini di guerra con l’Etiopia e la Libia, sono stati condannati da tribunali internazionali a pagare i danni causati alle popolazioni.
Di contro, altri paesi, come la Francia o la Gran Bretagna, godono tuttora dei proventi di quei colonialismi.

L’oppressione africana nella storia contemporanea

Il colonialismo è una macchia storica infame in capo a chi l’ha perpetrata per secoli, purtroppo l’oppressione economica in Africa, da parte dei paesi occidentali, continua a esistere ancora oggi. Ci sono molti paesi africani costretti a pagare una tassa coloniale alla Francia che per questo, continua a prosperare sulle spalle di paesi poveri africani contando su introiti pari a circa 500 miliardi di dollari ogni anno.
Questa forma di tassazione è oltraggiosa, priva di fondi economici quei popoli che per loro sono più che necessari. Non solo, ma aggrava altresì il debito pubblico del paese. Ma gli svantaggi sono anche peggiori, oltre a essere un peso economico, i mali del colonialismo costringe intere popolazioni a un’interminabile schiavitù del debito, il che risulta devastante per la dignità e l’identità del popolo africano.

Guinea: un’indipendenza mai realizzata appieno

Nel 1958, quando la Guinea chiese l’indipendenza dal dominio coloniale francese, i francesi scatenarono una furia inumana. Causarono più di tremila morti e costrinsero migliaia di guineani a lasciare il paese, perdendo così le loro proprietà che vennero tutte saccheggiate dai francesi prima di ritirarsi. Inoltre, quel che non poteva essere depredato è stato distrutto: scuole, asili, edifici della pubblica amministrazione, automobili, libri, medicine, istituti di ricerca, e molto altro. Persino le macchine agricole, come i trattori, vennero distrutti o sabotati mentre furono sterminati animali e il cibo, stivato nei magazzini, venne o bruciato o avvelenato.
Fu una catastrofe per quel popolo, al pari di un genocidio. Mai nessuno condannò la Francia per questo, anzi, il colonialismo francese perdura attualmente.
La Guinea, distrutta dai francesi solo perché aveva ‘osato’ chiedere l’indipendenza, si trovò di fronte una sola alternativa, cioè quella di pagare una tassa alla Francia.

Il Togo ai tempi di De Gaulle

Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, per porre fine alla colonizzazione francese, firmò un patto con il presidente De Gaulle accettando di pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti “benefici della colonizzazione francese”. Questo patto ha impedito che i francesi distruggessero il paese, come prima era avvenuto in Guinea. L’importo richiesto e ottenuto dalla Francia era enorme, tanto che il cosiddetto “debito coloniale” era pari al 40% del bilancio del paese nel 1963.
Il sogno di Olympio, che rimase tale, era quello di costruire uno Stato indipendente e autosufficiente, ma i francesi avevano ormai ipotecato l’intero loro futuro.

La Legione Straniera e i colpi di stato

La storia ha dimostrato che, nonostante anni di lotta africana per liberarsi dagli oppressori, la Francia ha ripetutamente usato molti legionari per organizzare ed effettuare colpi di stato contro i presidenti democraticamente eletti. Ciò ha incluso Jean-Bedel Bokassa che assassinò David Dacko, il primo Presidente della Repubblica Centrafricana.
Negli ultimi cinquanta anni si contano un totale di ben 67 colpi di stato verificatisi in 26 paesi africani, di questi 16 sono ex colonie francesi. Ciò indica che la Francia ha continuamente cercato il modo di accaparrarsi il controllo, e la loro ‘povera’ ricchezza, di molti paesi africani.

Tasse coloniali per miliardi

Ma non è solo la Guinea o il Togo ad avere questo fardello, bensì, si badi bene, in tutto sono 14 i paesi africani dove tuttora viene applicata una tassazione da parte dei francesi.
franciafricaA gennaio 2014, 14 paesi africani sono obbligati dalla Francia, attraverso un patto coloniale, di pagare tasse pari all’85% delle loro riserve valutarie. Queste tassazioni vengono eseguite sotto il diretto controllo da parte della banca centrale francese e del ministero delle Finanze. Gli importi di questa tassazione vengono stimati in 500 miliardi di dollari ogni anno. I leader africani che rifiutano di pagare o sono stati uccisi o si sono ritrovati vittime di colpi di stato. I capi di stato che obbediscono vengono sostenuti politicamente e ricompensati dalla Francia, garantendo loro uno stile di vita sontuoso, mentre il loro popolo sopporta condizioni di estrema povertà e disperazione.
I patti di colonizzazione francese prevedono, a partire dal 1950, che i paesi africani devono depositare le loro riserve monetarie nazionali alla banca centrale della Francia. Negli anni la Francia ha continuato a trattenere le riserve nazionali di questi quattordici paesi africani: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e il Gabon.
La Francia consente loro di accedere solo al 15% del denaro ogni anno. Se hanno bisogno di più risorse, nessun problema, la Francia li ‘agevola’ in questo: presta loro il denaro extra necessario, da parte del Tesoro francese, applicando i normali ‘tassi commerciali’.
La Francia ha quindi indebitato e schiavizzato gli africani, appropriandosi di ogni ricchezza dell’Africa. Il cosiddetto sventurato ‘Terzo Mondo’, in realtà tanto povero non era. Ora quella popolazione fugge dalla carestia per raggiungere un’Europa ricca, senza pensare che molti paesi europei dove sono diretti, hanno determinato la carestia africana arricchendosi ancora oggi appropriandosi delle loro ricchezze.

Quindi, la prossima volta che sentiamo dire in TV che i migranti africani fuggono dalla carestia, pensiamo anche alla Francia.

Preso da: http://altritempi.info/limpero-colonialista-francese-in-africa/

Se non capiamo la lotta di classe, non capiamo niente

di Ken Loach e Lorenzo Marsili – 21 agosto 2018

Il regista cinematografico britannico Ken Loach è una delle voci più celebrate del cinema del nostro tempo. Un artista profondamente impegnato e uno di un pugno di registi a essere insignito due volte della prestigiosa Palma d’Oro. Il lavoro di Loach affronta spesso temi sociali e politici. La sua opera ha attraversato la guerra civile spagnola (Terra e Libertà), lo sciopero degli addetti alle pulizie di Los Angeles (Pane e Rose), l’occupazione dell’Iraq (L’Altra Verità), la guerra d’indipendenza irlandese (Il vento che accarezza l’erba) e il lato coercitivo dello stato sociale (Io, Daniel Blake). Mentre la cosiddetta “rivolta populista” ha innescato un grande dibattito sul ruolo delle disuguaglianze economiche e dell’esclusione sociale, Ken Loach è stato uno dei più grandi narratori della coscienza della classe lavoratrice e delle sue trasformazioni sotto il neoliberismo.

In questa conversazione con il giornalista e attivista politico italiano Lorenzo Marsili, Loach guarda al ruolo dell’arte in momenti di trasformazione politica, all’evoluzione della classe lavoratrice, al significato oggi della lotta di classe e al fallimento della sinistra nell’ispirare un cambiamento radicale.
L’intervista è stata registrata durante le riprese di DEMOS, un documentario di prossima uscita nel quale Lorenzo Marsili percorre l’Europa indagando la solidarietà internazionale dieci anni dopo la crisi finanziaria.
Lorenzo Marsili: Il dibattito sul ruolo dell’arte nel cambiamento politico ha una lunga storia. Oggi stiamo chiaramente attraversando un momento di grande trasformazione geopolitica e di disorientamento globale. Qual è la sua visione del ruolo che la creatività può avere in un momento simile?
Ken Loach: In generale penso che nell’arte ci sia solo la responsabilità di dire la verità. Qualsiasi frase che cominci con “l’arte dovrebbe…” è sbagliata, perché si basa sull’immaginazione o la percezione di persone che scrivono o dipingono o descrivono o svolgono quelli che sono i diversi ruoli dell’arte. Dobbiamo affermare i principi fondamentali di modi attraverso i quali le persone possano vivere insieme. Il ruolo degli scrittori, degli intellettuali e degli artisti sta nel considerare questi come i principi chiave. Questa è la visione lunga della storia, della lotta, così anche se si deve fare una ritirata tattica è importante essere cosciente che resta una ritirata e i principi chiave sono quelli che dobbiamo tenere in mente. Questo è qualcosa che possono fare le persone che non sono coinvolte nelle tattiche giorno per giorno.
LM: Nel suo lavoro l’elemento umano non è meramente un’illustrazione della teoria, ma incarna realmente e diviene l’elemento politico. Sarebbe d’accordo che l’arte ha il potere di mostrare che, alla fin fine, ci sono esseri umani dietro i grandi processi economici e politici?
KL: Assolutamente. La politica vive nelle persone, le idee vivono nelle persone, vivono nelle lotte concrete che le persone conducono. Determina anche le scelte che abbiamo e le scelte che abbiamo, a loro volta, determinano il genere di persone che diventiamo. Il modo in cui le famiglie interagiscono non è un qualche concetto astratto di madre, figlio, padre, figlia: ha a che fare con le circostanze economiche, il lavoro che fanno, il tempo che possono passare insieme. L’economia e la politica sono collegate al contesto in cui le persone vivono le loro vite, ma i dettagli di quelli vite sono molto umani, spesso molto divertenti o molti tristi e in generale pieni di contraddizioni e complessità. Per gli scrittori con i quali ho collaborato e per me, il rapporto tra la commedia della vita quotidiana e il contesto economico in cui quella vita ha luogo è sempre stato molto significativo.
LM: Dunque c’è un rapporto dialettico tra il modo in cui l’economia trasforma il comportamento umano e il modo in cui il comportamento umano, specialmente attraverso l’azione collettiva, trasforma le relazioni economiche.
KL: Prenda una persona che lavora. La famiglia di lui o di lei funziona o cerca di funzionare, ma individualmente non hanno forza perché non hanno potere. Sono semplicemente una creatura di quella situazione. Ma io penso davvero che il senso di forza collettiva sia qualcosa di molto importante. E’ qui che cominciano le difficoltà. Non è facile raccontare una storia in cui la forza collettiva sia immediatamente evidente. D’altro canto è spesso rozzo e sciocco terminare ogni film con un pugno chiuso in aria e un appello militante all’azione. Questo è un dilemma costante: come si fa a raccontare la storia di una famiglia della classe lavoratrice, tragicamente distrutta dalle circostanze economiche e politiche, e non lasciare la gente nella disperazione?
LM: Una cosa che io trovo dare speranza persino in un film tetro come Io, Daniel Blake è che vediamo l’apparato coercitivo dello stato, ma vediamo anche la resilienza di una certa solidarietà umana: i poveri si aiutano tra loro e la gente si ferma ad applaudire quando Daniel Blake scrive un graffito feroce fuori dal centro per l’impiego. Suggerisce che non siamo stati interamente trasformati in homo economicus: che c’è ancora resistenza contro la mercificazione della vita.
KL: Sì, questo è qualcosa che i commentatori della classe media non colgono: i lavoratori … sono presi in giro anche se ridono. Nelle trincee la storia è più amara ed è lì che vediamo la resistenza, anche nei luoghi più bui. Ma in particolare abbiamo avuto questa crescita dei banchi alimentari dove è offerto cibo per beneficienza e si vedono i due volti pubblici della nostra società. In Io, Daniel Blake quando la donna consegna il pacchetto di cibo a una donna che non ha nulla, non dice “Ecco il tuo cibo caritatevole”, ma dice invece “Posso aiutarti con la spesa?” Da un lato c’è quella generosità e dall’altra c’è lo stato che si comporta nel modo più consapevolmente crudele, sapendo che sta spingendo la gente alla fame. La società capitalista è colta in questa situazione schizofrenica e sta a noi organizzare la solidarietà.
LM: Spesso sembra che quella tradizionale alienazione economica si sia trasformata in un’alienazione nei confronti dello stato. Pensa che questo sia al centro di fenomeni come l’ascesa del nazionalismo, della xenofobia, persino della Brexit? Oltre a rendere capri espiatori i migranti c’è forte anche questa sensazione che “non c’è nessuno che mi difenda”.
KL: Sì, penso in effetti che il clima che il populismo di destra indica è un fallimento della sinistra… in modo simile agli anni ’20 e ’30. I partiti di destra si presentano con una risposta semplicissima: il problema è il tuo vicino, il tuo vicino è di colore diverso, il tuo vicino cucina cibo che ha un odore diverso, il tuo vicino ti sta rubando il lavoro, il tuo vicino è dentro casa tua. Il pericolo è che questo è appoggiato dalla stampa di massa, tollerato e promosso da emittenti come la BBC che, ad esempio, ha dato a Nigel Farage e ai suoi compagni tutto il tempo in onda che volevano.
LM: Il centro del suo lavoro è sempre stato la solidarietà della classe lavoratrice. Lei ha vissuto la transizione dal capitalismo sociale postbellico all’arrivo del neoliberismo. Come ha visto trasformarsi la solidarietà di classe in questo periodo?
KL: La cosa maggiore è stata la riduzione del potere dei sindacati. Negli anni ’50 e ’60 erano divenuti forti perché le persone lavoravano in organizzazioni sociali come fabbriche, miniere o moli e a quel punto era più facile organizzare sindacati. Ma quelle vecchie industrie sono morte. Oggi la gente lavora in un modo molto più frammentato. Siamo più forti quando possiamo fermare la produzione, ma se non siamo organizzati sul punto di produzione, siamo decisamente più deboli. Il problema è che oggi la produzione è così frammentata e che con la globalizzazione la nostra classe lavoratrice oggi e nell’Estremo Oriente o in America Latina.
LM: I lavoratori in bicicletta a chiamata di Deliveroo o Foodora potrebbero neppur considerarsi dei lavoratori.
KL: Sì, o lavorano in franchising o sono cosiddetti “lavoratori autonomi”. E’ un grosso problema. E’ un problema di organizzazione per la classe lavoratrice.
LM: Pensa che il concetto di classe abbia ancora senso? Molti non si considererebbero della classe lavoratrice anche se sono poveri e a volte si sentono decisamente miserabili.
KL: Credo che la classe sia fondamentale. Cambia semplicemente forma col cambiare delle richieste di una manodopera diversa da parte del capitale. Ma si tratta ancora di forza lavoro. Ed è tuttora sfruttata e continua a fornire surplus di valore ancor più intensamente che in passato. Cosa più importante, se con capiamo la lotta di classe, non capiamo nulla.
LM: E’ una delle grandi sfide di oggi: riavviare la lotta in mezzo a una popolazione frammentata che non si concepisce come parte di un gruppo.
KL: E’ una sfida alla nostra comprensione. E’ stato molto buffo: recentemente parlavo con alcune persone molto carine in Giappone che stavano scrivendo un articolo e io insistevo sulla necessità di capire la classe e il conflitto. Una donna molto carina mi ha detto: “Mostreremo il suo film ai funzionari del governo giapponese” e io ho detto “Beh, perché?” e lei ha detto “Beh, per far loro cambiare idea” e io ho replicato “Ma questo è il punto che ho appena sostenuto! Non cambieranno idea, sono impegnati a difendere gli interessi della classe dominante e non vanno persuasi, vanno cacciati!”
E’ un punto molto difficile da superare quando l’idea di far funzionare il sistema è così profondamente radicata. Questa è una delle terribili eredità della socialdemocrazia che dobbiamo combattere.
LM: E’ una forma efficace di controllo sociale, quando i tuoi sottoposti ritengono di poter parlare con te e che tu terrai conto delle loro preoccupazioni.
KL: E’ per questo che dobbiamo resuscitare l’intera idea di rivendicazioni di transizione. Dobbiamo avanzare richieste che siano assolutamente ragionevoli sulla base degli interessi della classe lavoratrice.
LM: Vorrei arrivare alla conclusione, ma noto che lei una volta ha condotto una campagna a favore del Parlamento Europeo.
KL: Me l’ero dimenticato.
LM: E’ interessante per me come l’Europa non sia mai stata realmente oggetto di dibattito qui in Gran Bretagna. Improvvisamente, dopo la Brexit, tutti parlano dell’Unione Europea ed è diventato l’argomento più dibattuto dopo il calcio. Sente che ci sia ancora speranza di costruire una democrazia transnazionale o è semplicemente troppo tardi?
KL: Davvero non conosco la risposta. Ma penso realmente che la solidarietà internazionale sia chiaramente importante. Può essere organizzata all’interno dell’Europa? Non lo so. La struttura dell’Unione Europea è veramente molto complicata; è difficile vedere come introdurre il cambiamento senza ripartire da zero. Ovviamente ogni cambiamento deve essere avallato da ogni governo e sappiamo tutti quanto difficile sia la pratica di tale processo. Chiaramente abbiamo bisogno di un’Europa diversa, basata su principi diversi: sulla proprietà comune, la pianificazione, l’allineamento delle economie, la sostenibilità e in generale lavorando per l’uguaglianza.
Ma semplicemente non possiamo farlo mentre è data priorità alle grandi imprese, è data priorità al profitto e mentre il sistema legale dà priorità al profitto. Effettuare tale cambiamento va al di là della mia competenza. Yanis Varoufakis mi assicura che si può fare. Sono certo che ha ragione. Ho fiducia in lui, ma non so come.
Lorenzo Marsili è cofondatore di European Alternatives e uno degli iniziatori del movimento paneuropeo DiEM25. Il suo libro più recente è ‘Citizens of Nowhere’ (University of Chicago Press, 2018).                  
Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/if-we-dont-understand-class-struggle-we-dont-understand-anything/
Originale: The Nation
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

Preso da: http://znetitaly.altervista.org/art/25656

 

Hitler fu finanziato da Federal Reserve e Banca d’Inghilterra

1 giugno 2017

Hitler

Ru-polit Fort Russ 14 maggio 2016
Più di 70 anni fa iniziò il peggior massacro della storia. La recente risoluzione dell’Assemblea parlamentare dell’OSCE equipara il ruolo di Unione Sovietica e Germania nazista allo scoppio della Seconda guerra mondiale, salvo il fatto che abbia per scopo estorcere soldi dalla Russia per via di certe economie fallite, è volta a demonizzare la Russia successore dell’URSS e preparare il terreno giuridico per la privazione del diritto di pronunciarsi contro la revisione dei risultati della guerra. Ma se ci affidiamo al problema della responsabilità della guerra, va prima risposto alla domanda chiave: chi aiutò i nazisti ad andare al potere? Chi li spinse verso la catastrofe mondiale? La storia della Germania prima della guerra dimostra che politiche “necessarie” furono dettate dalle turbolenze finanziarie, in cui, all’epoca, il mondo era immerso.
Le istituzioni finanziarie centrali di Gran Bretagna e Stati Uniti, Banca d’Inghilterra e Sistema della riserva federale (FRS), e le organizzazioni finanziarie e industriali associate definirono le strutture fondamentali che decisero la strategia post-bellica dell’occidente.
Obiettivo era imporre il controllo assoluto sul sistema finanziario della Germania per controllare i processi politici dell’Europa centrale. Per attuare tale strategia è possibile tracciare le seguenti fasi:
1°: dal 1919 al 1924, preparare la base per un massiccio investimento finanziario statunitense nell’economia tedesca;
2°: dal 1924 al 1929, istituzione del controllo sul sistema finanziario della Germania e sostegno finanziario al nazionalsocialismo;
3°: dal 1929 al 1933 , provocare e scatenare una profonda crisi finanziaria ed economica e assicurarsi che i nazisti arrivassero al potere;
4°: dal 1933 al 1939, cooperazione finanziaria con il governo nazista e sostegno alla sua politica estera espansionista, volta a preparare e scatenare una nuova guerra mondiale.
Nella prima fase per la leva principale per assicurarsi la penetrazione della capitale statunitense in Europa iniziò coi debiti di guerra e il problema strettamente correlato delle riparazioni tedesche. Dopo l’ingresso formale degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale, diedero prestiti agli alleati (in primo luogo Regno Unito e Francia) per 8,8 miliardi di dollari. Il totale dei debiti di guerra, inclusi i prestiti concessi dagli Stati Uniti nel 1919-1921, fu oltre 11 miliardi di dollari. Per risolvere il problema, i Paesi debitori cercarono d’imporre una grande quantità di condizioni estremamente dure per il pagamento delle riparazioni alla Germania. Ciò causò la fuga di capitali tedeschi all’estero e il rifiuto di pagare le tasse comportando un deficit di bilancio dello Stato che poté essere colmato solo attraverso la stampa di marchi senza copertura.
Il risultato fu il crollo della valuta tedesca, la “grande inflazione” del 1923, pari al 512% quando un dollaro valeva 4,2 miliardi di marchi. Gli industriali tedeschi iniziarono a sabotare apertamente gli obblighi di riparazione, causando la celebre crisi della Ruhr, l’occupazione franco-belga della Ruhr nel gennaio 1923. Gli ambienti governativi anglo-statunitensi, per intraprendere la propria iniziativa, aspettarono che la Francia venisse coinvolta nell’avventura dimostrandosi incapace di risolvere il problema. Il segretario di Stato degli USA Hughes osservò: “È necessario attendere che l’Europa maturi per accettare la proposta statunitense“. Il nuovo piano fu sviluppato dalla “JP Morgan & Co.” su istruzione del capo della Banca d’Inghilterra Montagu Norman. Al centro dell’idea vi era il rappresentante della “Banca Dresdner” Hjalmar Schacht, che la formulò nel marzo 1922 su suggerimento di John Foster Dulles (futuro segretario di Stato del presidente Eisenhower) e consulente legale del presidente W. Wilson alla conferenza di pace di Parigi. Dulles diede questa nota al fiduciario principale della “JP Morgan & Co.” e poi JP Morgan lo raccomandò a H. Schacht, M. Norman e all’ultimo ai governanti di Weimar.

Nel dicembre 1923, H. Schacht divenne direttore della Reichsbank, permettendo di riunire i finanzieri anglostatunitensi e tedeschi. Nell’estate 1924, il progetto denominato “piano Dawes” (nominato dal presidente del comitato di esperti che lo creò, banchiere e direttore di una delle banche del gruppo Morgan), fu adottato alla conferenza di Londra. Chiedeva di dimezzare le riparazioni e di risolvere la questione delle fonti della loro copertura. Tuttavia, il compito principale era garantire condizioni favorevoli agli investimenti statunitensi, possibili solo stabilizzando il marco tedesco. A tal fine, il piano prestò alla Germania 200 milioni di dollari, di cui per metà della JP Morgan, nel mentre le banche anglostatunitensi acquisirono il controllo non solo del trasferimento dei pagamenti tedeschi, ma anche di bilancio, circolazione monetaria e in larga misura del credito del Paese. Nell’agosto 1924, il vecchio marco tedesco fu sostituito da una nuova nota finanziaria stabilizzata in Germania e, come scrisse il ricercatore GD Preparata, la Repubblica di Weimar fu pronta per “gli aiuti economici più pittoreschi della storia, seguiti dalla raccolta peggiore nella storia del mondo, un inondazione di sangue statunitense si riversò nelle vene finanziarie della Germania“. Le conseguenze di ciò non tardarono a comparire. Ciò fu dovuto principalmente al fatto che le riparazioni annuali dovevano coprire l’importo del debito pagato dagli alleati, formato dal cosiddetto “circolo assurdo di Weimar”.
L’oro con cui la Germania pagava le riparazioni di guerra, fu venduto, pignorato e scomparve negli Stati Uniti, dove ritornò in Germania sotto forma di piano di “aiuto” che poi consegnava a Regno Unito e Francia che lo giravano per pagare i debiti di guerra con gli Stati Uniti. Quindi sovraccaricato di interessi veniva rispedito in Germania. Alla fine, tutti in Germania vivevano con il debito e fu chiaro che se Wall Street avesse ritirato i prestiti, il Paese sarebbe fallito completamente.
In secondo luogo, anche se il credito formale fu aperto per garantire i pagamenti, fu speso effettivamente per ripristinare la potenza militare-industriale del Paese. Il fatto è che i tedeschi furono pagati in azioni di società coi prestiti, quindi il capitale statunitense s’integrò attivamente nell’economia tedesca. L’importo degli investimenti esteri nell’industria tedesca nel 1924-1929 ammontò a 63 miliardi di marchi d’oro (30 miliardi contabilizzati come prestiti) e il pagamento delle riparazioni a 10 miliardi di marchi. Il 70% dei ricavi fu fornito dalle banche degli Stati Uniti in maggioranza dalla JP Morgan. Di conseguenza, nel 1929, l’industria tedesca era al secondo posto nel mondo, ma era in gran parte nelle mani dei principali gruppi finanziari-industriali degli USA.
Le “Interessen-Gemeinschaft Farbenindustrie“, fornitore principale della macchina da guerra tedesca, finanziò il 45% della campagna elettorale di Hitler nel 1930, ed era sotto il controllo della “Standard Oil” di Rockefeller. Morgan, tramite la “General Electric“, controllava l’industria radioelettrica tedesca tramite AEG e Siemens (fino al 1933, il 30% delle azioni di AEG erano della “General Electric”) e attraverso la società ITT, il 40% della rete telefonica della Germania. Inoltre possedevano il 30% della società aeronautica “Focke-Wulf“. “General Motors“, della famiglia DuPont, controllava la “Opel“. Henry Ford controllava il 100% delle azioni della “Volkswagen“. Nel 1926, con la partecipazione della banca “Dillon, Reed & Co.” dei Rockefeller, il secondo maggiore monopolio industriale della Germania, dopo “IG Farben“, apparve; era il cartello metallurgico “Vereinigte Stahlwerke” (Unione delle acciaierie) tra Thyssen, Flick, Wolff, Feglera ecc.
La cooperazione statunitense con il complesso militare-industriale tedesco fu così intensa e pervasiva che nel 1933 i settori chiave dell’industria tedesca e delle grandi banche come Deutsche Bank, Dresdner Bank, Donat Bank ecc. erano controllati dal capitale finanziario statunitense. La forza politica che doveva svolgere un ruolo cruciale nei piani anglo-statunitensi fu preparata simultaneamente. Si trattò del finanziamento del partito nazista e di A. Hitler stesso. Come scrisse il cancelliere tedesco Brüning nelle sue memorie, dal 1923 Hitler riceveva grandi somme dall’estero. Da dove è ignoto, ma passarono da banche svizzere e svedesi. È anche noto che nel 1922 a Monaco di Baviera si ebbe una riunione tra A. Hitler e l’addetto militare degli Stati Uniti in Germania, capitano Truman Smith, che redasse una relazione dettagliata per i suoi superiori di Washington (dell’ufficio d’intelligence militare), in cui elogiava Hitler. Fu attraverso il giro di conoscenze di Smith, in primo luogo, che Hitler fu presentato a Ernst Franz Sedgwick Hanfstaengl (Putzie), laureato all’Harvard University, e che svolse un ruolo importante nella formazione politica di A. Hitler, dandogli un notevole sostegno finanziario e assicurandogli contatti con importante figure inglesi. Hitler era preparato in politica, tuttavia, mentre la Germania regnava in prosperità, il suo partito rimase periferico nella vita pubblica. La situazione cambiò drammaticamente con la crisi.
Dall’autunno 1929, dopo il crollo della borsa statunitense attivata dalla Federal Reserve, iniziò la terza tappa della strategia dei circoli finanziari anglo-statunitensi. Federal Reserve e JP Morgan decisero di smettere di prestare alla Germania, ispirati dalla crisi bancaria e depressione economica dell’Europa centrale. Nel settembre 1931 il Regno Unito abbandonò il gold standard, distruggendo deliberatamente il sistema internazionale dei pagamenti e togliendo l’ossigeno finanziario alla Repubblica di Weimar. Ma nel partito nazista si ebbe un miracolo finanziario: nel settembre 1930, a seguito di grandi donazioni da Thyssen e IG Farben, il partito di Kirdorf ebbe 6,4 milioni di voti e fu al secondo posto nel Reichstag, dopo di che ricevette ampi finanziamenti esteri.
Il legame principale tra i maggiori industriali tedeschi e i finanzieri esteri fu H. Schacht. Il 4 gennaio 1932 si ebbe una riunione tra il maggiore finanziatore inglese M. Norman, A. Hitler e von Papen, concludendo un accordo segreto sul finanziamento del NSDAP. In questa riunione furono inoltre presenti i politici statunitensi Dulles, cosa che i loro biografi non menzionano. Il 14 gennaio 1933 si ebbe un incontro tra Hitler, Schroder, Papen e Kepler, dove il programma di Hitler fu adottato. Fu qui che finalmente si decise il passaggio di potere ai nazisti, e il 30 gennaio Hitler divenne cancelliere. L’avvio della quarta fase della strategia così cominciò.

L’atteggiamento degli ambienti governativi anglo-statunitensi verso il nuovo governo fu di netta simpatia. Quando Hitler si rifiutò di pagare le riparazioni, naturalmente mettendo in discussione il pagamento dei debiti di guerra, né Gran Bretagna né Francia avanzarono pretese. Inoltre, dopo la visita negli Stati Uniti nel maggio 1933, Schacht fu posto nuovamente a capo della Reichsbank, e dopo l’incontro con il presidente e i più grandi banchieri di Wall Street, gli USA assegnarono alla Germania nuovi prestiti per un miliardo di dollari.
A giugno, durante un viaggio a Londra e l’incontro con M. Norman, Schacht cercò un prestito inglese di 2 miliardi di dollari e la riduzione o cessazione dei pagamenti dei vecchi prestiti. Così, i nazisti ebbero ciò che non poterono avere con il precedente governo. Nell’estate 1934 la Gran Bretagna firmò l’accordo di trasferimento anglo-tedesco, uno dei fondamenti della politica inglese verso il Terzo Reich e alla fine degli anni ’30 la Germania era il principale partner commerciale del Regno Unito. La Schroeder Bank fu l’agente principale della Germania nel Regno Unito e nel 1936 il suo ufficio a New York collaborò con i Rockefeller per creare la “Schroeder, Rockefeller & Co. Investment Bank”, che la rivista “Times” chiamò “l’asse propagandistico economico Berlino-Roma”. Come ammise Hitler, concepì il suo piano quadriennale sulla base dei prestiti finanziari esteri, quindi non creò il minimo allarme.
Nell’agosto 1934, la “Standard Oil” in Germania acquistò 730000 ettari di terreno e costruì grandi raffinerie di petrolio che fornirono la benzina ai nazisti. Allo stesso tempo, la Germania prese segretamente in consegna dagli Stati Uniti le attrezzature più moderne per le fabbriche di aeromobili, che iniziarono la produzione di aerei. La Germania ottenne numerosi brevetti militari dalle ditte statunitensi “Pratt e Whitney“, “Douglas“, “Curtis Wright” e con la tecnologia statunitense produsse lo “Junkers Ju-87”. Gli investimenti nell’economia della Germania ammontarono a 475 milioni di dollari. La “Standard Oil” investì 120 milioni di dollari, “General Motors” 35, ITT 30 e “Ford” 17,5. La stretta collaborazione finanziaria ed economica degli ambienti aziendali anglo-statunitensi e nazisti fece da sfondo, negli anni ’30, alla politica di appoggio che portò alla Seconda guerra mondiale.
Oggi, quando l’élite finanziaria mondiale iniziava ad attuare il piano “Grande depressione – 2”, con la successiva transizione al “nuovo ordine mondiale”, l’identificazione del ruolo chiave nell’organizzazione dei crimini contro l’umanità diventa una priorità.

Jurij Rubtsov è dottore in scienze storiche, accademico dell’Accademia delle scienze militari e membro dell’Associazione internazionale degli storici della Seconda guerra mondiale.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: http://www.cogitoergo.it/hitler-fu-finanziato-federal-reserve-banca-dinghilterra/

Salman Abedi, autore dell’attentato di Manchester, era stato salvato dalla Royal Navy e non è il primo “errore” britannico

1 agosto 2018.
Di Vanessa Tomassini.
Salman Abedi, è colui che la sera del 22 maggio 2017 ha nascosto una bomba fatta in casa davanti la biglietteria della Manchester Arena, dove si teneva il concerto di Ariana Grande. L’esplosione ha ucciso 22 persone, tra cui 7 bambini. Oggi ad un anno e due mesi dalla strage, scopriamo che lo stesso Salman Abedi era stato salvato a Tripoli dalla Royal Navy. Sì proprio così, nel 2014, l’attentatore e suo fratello Hashem sono stati messi in salvo dai disordini nella capitale Tripoli, dalla HMS Enterprise, insieme ad un centinaio di cittadini inglesi. Salman che in quel periodo aveva solamente 19 anni, è stato portato insieme a tutti gli altri nel Regno Unito, passando da Malta. “In seguito al deterioramento della situazione della sicurezza in Libia nel 2014” ha confermato un portavoce del Governo “i funzionari della Border Force erano schierati per aiutare l’evacuazione dei cittadini britannici e dei loro dipendenti”. Salman e Hashem si troverebbero ora in arresto a Tripoli, malgrado la richiesta di estradizione avanzata dal Regno Unito.

Durante gli interrogatori condotti dalla RADA, o Forze di Deterrenza del Ministero dell’Interno del Governo di Accordo Nazionale, il fratello dell’attentatore di Manchester avrebbe confessato nei giorni successivi alla strage di “star progettando un attentato terroristico a Tripoli”, aggiungendo che “sapeva tutto quello che suo fratello avrebbe fatto a Manchester, poiché lo avrebbe chiamato per telefono prima dell’inizio dell’operazione”.  Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, Salman Abedi aveva lasciato Tripoli per il Regno Unito il 17 maggio 2017, dicendo alla sua famiglia che avrebbe fatto Umrah, un pellegrinaggio alla Mecca. Durante gli interrogatori è emerso anche che l’attentatore avrebbe telefonato a “sua madre e suo fratello 15 minuti prima dell’inizio dell’operazione”.Sebbene la famiglia abbia condannato l’attacco, in molti nutrono sospetti sul padre del jihadista, Ramadan Abedi, colpevole di aver cresciuto i propri figli in ambiente islamista.

R. Abedi
Ramadan Abedi

Ramadan Abedi, 52 anni, è nato in Libia il 24 dicembre 1965, è stato un agente dei servizi interni sotto il colonnello Muammar Gheddafi fino a quando nel 1992 fu accusato di flirtare con i Fratelli Musulmani ed altri filoni estremisti, rifugiandosi in Inghilterra. Secondo fonti dell’Intelligence dell’ex Jamahiriya, Abedi aveva aderito per anni al Gruppo Combattente Islamico Libico che aveva come scopo quello di rovesciare il rais per instaurare un governo islamico basato sulla legge della Sharia. Durante una recente intervista realizzata da Middle East Eye, il ministro britannico degli Affari Esteri per il Medio Oriente, Alister James, ha rivelato che “durante il conflitto libico nel 2011, il governo britannico era in comunicazione con una vasta gamma di libici coinvolti nel conflitto contro le forze del regime Gheddafi. È probabile che questo includesse ex membri del Gruppo combattente islamico libico e la Brigata Martiri del 17 febbraio”. Il parlamentare ha anche spiegato l’esistenza di un collegamento tra alcuni di questi soggetti e Salman al-Obeidi. Nel 2000 la polizia fece irruzione nella casa di Manchester di Anas al-Libi, una figura di alto livello del LIFG morto in custodia negli USA nel 2013, trovando nell’appartamento una copia del manuale di al-Qaeda. Abedi ha postato sul suo account Facebook, inutilizzato dal 2013, un’immagine di al-Lib descritto come “un leone”. Sulla stessa pagina l’attentatore di Manchester ha postato una sua foto con una mitragliatrice in mano con su scritto “leone in allenamento”.

Abedi fb
I fratelli di Abedi, Hashem e Ismael, posano con le mitragliatrici

“Abedi father” tornò in Libia nel 2011, con il benestare del Governo britannico, unendosi alle file del LIFG di Abdel Hakim Belhadj, il Gruppo dei combattenti islamici libici, un’organizzazione terroristica fondata negli anni ottanta del XX secolo dai mujaheddin libici veterani della guerra tra Unione Sovietica e Afghanistan ed inserita dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a partire dal 6 ottobre 2001, fra le organizzazioni legate ad Al Qaeda, Osama bin Laden e i talebani. Gli oppositori del LIFG in Libia hanno affermato che Abedi aveva allevato i suoi figli in un ambiente islamista, cosa che li rendeva facili prede per i reclutatori di Daesh. Rami el-Obeidi, un capo dell’intelligence con una fazione che si oppone al LIFG, ha dichiarato che “Salman Abedi sarebbe stato un obiettivo facile per i reclutatori dell’Isis, dato il background di suo padre”. Secondo gli amici di famiglia, invece, i genitori di Salman sarebbero stati così preoccupati per la sua radicalizzazione in Gran Bretagna che lo hanno trasferito in Libia confiscando il suo passaporto. Salman Abedi, ad ogni modo, sarebbe uscito dai binari diversi anni prima quando ha iniziato a sviluppare vedute religiose sempre più estreme.

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Abdel Hakim Belhadj e Ibrahim Awad Ibrahim Ali al-Badri, alias Abou Bakr al-Baghdadi

Abdel Hakim Belhadj fu rinchiuso da Muammar Gheddafi nelle prigioni di Abu Salim dopo che la CIA e il MI6 britannico lo portarono a Tripoli nel marzo del 2004. Belhaj è stato liberato nel 2010 nell’ambito di un processo di de-radicalizzazione sostenuto da Saif al-Islam Gheddafi che insieme al capo dell’intelligence Senussi ed il suo amico Mohamed Ibrahim, aveva iniziato i colloqui con i Fratelli Musulmani, alleati di Belhadj in Turchia e Qatar. Il 10 maggio 2018, Belhadj ha ricevuto le scuse del Governo britannico per averlo arrestato insieme alla moglie e consegnato ai servizi di sicurezza del Rais, sebbene fossero note le sue strette relazioni con i leader di al-Qaeda ed il capo dei talebani, mullah Omar. Negli anni ’80, questo brillante soggetto abbandonò gli studi di ingegneria a Tripoli e si unì a Bin Laden in Afghanistan, combattendo al suo fianco contro i sovietici; nei primi anni ’90, lo seguì in Sudan mentre alcuni dei suoi uomini si stabilirono nel Regno Unito, a Manchester. Nel 2011, grazie al prezioso contributo del Qatar e del DGSE francese, la Brigata Belhadj ha combattuto contro il governo Gheddafi. I Fratelli Musulmani subito dopo le primavere arabe avevano il vento in poppa: hanno vinto le elezioni in Tunisia, con Ennahdha, poi in Egitto, con Mohamed Morsi ed in Libia, Belhaj, abbandonati i panni del terrorista, sarebbe stato il candidato ideale. Tuttavia il piano fallisce nelle elezioni del 2012, ricevendo solamente il 2,5% dei voti. Da quel momento Abdel Hakim Belhadj si dedica agli affari. Conti correnti milionari intestati a società, a lui direttamente o indirettamente riconducibili, sono sparsi in diverse parti del mondo, in uno di questi il Regno Unito ha versato 500 mila sterline come risarcimento alla moglie, Fatima Boudchar in quanto sarebbe stata in dolce attesa al momento dell’arresto, avvenuto in Thailandia nel 2004. Belhadj continua a mantenere il supporto di molti membri dei gruppi armati della capitale, ai quali i veterani del LIFG hanno trovato il modo in passato di far arrivare armi direttamente dalla Turchia. Ufficialmente è alla guida del partito al-Watan, o Homeland party, con Ali al-Sallabi, un autorevole religioso salafita che ha forti legami anche con Yusuf al-Qaradawi, leader spirituale della Fratellanza Musulmana internazionale. Risiede in Turchia, dove può contare del supporto di media e canali di lettura, in quanto – come ha dichiarato lui stesso – il lavoro gli richiede costanti spostamenti che in Libia non sarebbero possibili. Il suo ritorno a Tripoli è atteso presto per partecipare alle elezioni, dopo diversi meeting preparatori a Tunisi, Istanbul e non ultimi a Dakar, che gli hanno permesso di rafforzare vecchie e nuove alleanze.

SWITZERLAND-LIBYA-CONFLICT-UN-PEACE
Abdel Hakim Belhadj, abbandonati i panni del terrorista oggi è un imprenditore di successo
 
Preso da: https://specialelibia.it/2018/08/01/salman-abedi-autore-dellattentato-di-manchester-era-stato-salvato-dalla-royal-navy-e-non-e-il-primo-errore-britannico/

Origini della collusione wahhabita-sionista

Numidia
La Cause Du Peuple
gio, 22 nov 2012 09:34 UTC
saudisraele

Alla fine del XVIII.mo secolo, al culmine delle conquiste coloniali, gli imperialisti britannici crearono due forze distruttive apparentemente antagoniste, il sionismo da una parte, il wahhabismo o salafismo dall’altra. Applicavano così il motto “divide et impera”. Se i sionisti sono la spada dell’imperialismo, gli islamisti ne sono gli ausiliari, gli harkis. Il sionismo è una calamità imposta dall’esterno al mondo arabo. Il wahhabismo è una degenerazione endogena inoculata agli arabi in modo che per primo attacchino i musulmani sunniti: turchi e gli altri arabi. Rashid Ghannouchi ha detto che i salafiti sono i “suoi figli”, essendo il padre del salafismo in Tunisia. Quindi evitate di dover distinguere tra salafismo, wahabismo e islamismo: sono la stessa razza.

L’islamismo è per l’Islam ciò che è il sionismo per l’ebraismo: un’ideologia di conquista del potere in nome della religione a scapito del popolo. Allo stesso modo, come non dobbiamo confondere Islam e islamismo, non confondiamo sionismo ed ebraismo. Ma quando si sostiene di essere il protettore dei luoghi santi dell’Islam, come afferma la dinastia saudita, quando finanza e dirige gruppi islamisti, spesso terroristici, e poi nascondendo la propria origine ebraica, ne fa di fatto un “sottomarino” sionista. Secondo i documenti storici pubblicati di recente, questo sarebbe il caso del wahhabismo e della dinastia saudita.

Origini

Nel 1914 inizia la prima guerra mondiale. Avrà un impatto decisivo sul successo del sionismo e del wahhabismo. Gli ottomani entrarono in guerra a fianco della Germania e dell’Austria-Ungheria contro Francia, Regno Unito, Italia e Russia zarista. Ognuna di queste quattro potenze aveva ambizioni territoriali verso l’Impero ottomano che volevano smantellare e spartirsi. Nel 1915, il leader sionista inglese Chaim Weizmann s’impegnò a convincere l’amministrazione britannica dei vantaggi nel sostenere la causa sionista. Nel 1916, l’accordo segreto Sykes-Picot divideva tra la Francia e il Regno Unito l’impero ottomano, in caso di vittoria, assegnando ai britannici le aree che bramavano. Nel 1917, Lord Balfour, rappresentante del governo britannico, inviò a Lord Lionel Walter Rothschild una lettera, la “Dichiarazione Balfour”, in cui affermava che il Regno Unito era favorevole alla creazione di un “focolare nazionale ebraico” in Palestina.

I sauditi accettarono la creazione d’Israele

In occasione della Conferenza di pace di Parigi del 1919, venne firmato l’accordo Faisal-Weizmann il 3 gennaio 1919, tra l’emiro Feisal ibn Hussein (sceriffo della Mecca e re dell’Hijaz) e Chaim Weizmann (in seguito, nel 1949, primo presidente d’Israele). Grazie a questo accordo, Faisal ibn Hussein accettava, a nome degli arabi, i termini della Dichiarazione di Balfour. Questa affermazione è considerata de facto uno dei primi passi per la creazione dello Stato d’Israele. Nel marzo 1919, l’emiro Faisal inviò la seguente lettera a Felix Frankfurter, giudice statunitense e sionista sfegatato, insediato presso la Corte Suprema degli Stati Uniti. “… Il movimento ebraico è nazionale e non imperialista e il nostro movimento (wahhabismo) è nazionale e non imperialista. In Palestina c’è spazio sufficiente per entrambi i popoli. Penso che entrambi i popoli abbiano bisogno del sostegno dell’altro per avere successo. (…) Guardo con fiducia a un futuro in cui ci aiuteremo a vicenda, in modo che ogni Paese verso cui abbiamo un vivo interesse possa, ancora una volta, ritrovare il proprio posto nella comunità delle nazioni civili del mondo.” Vedasi Renee Neher-Bernheim, La Dichiarazione di Balfour, Julliard 1969.

In seguito, dopo gli accordi di Camp David, l’Arabia Saudita fu uno dei primi Paesi arabi a importare prodotti israeliani. Secondo al-Alam, l’Arabia Saudita ha importato da Israele le attrezzature necessarie per l’estrazione di petrolio, così come pezzi di ricambio per macchine agricole, frutta e verdura; è stato uno dei primi Paesi arabi ad avere forgiato legami economici e commerciali con il regime sionista. E come ben sanno i lavoratori della società “Aramco”, che è il principale operatore petrolifero saudita, in gran parte l’azienda utilizza il cosiddetto “Made in Israel”.

L’intelligence irachena svela le origini ebraiche dei wahhabiti sauditi

Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha pubblicato, di recente, le traduzioni di alcuni documenti dei servizi segreti iracheni risalenti al regime di Saddam. La relazione si basa sulle memorie di Hempher, che descrivono in dettaglio come questa spia britannica in Medio Oriente, alla metà del XVIII.mo secolo, fosse in contatto con Abdul Wahhab, per creare una versione sovversiva dell’Islam, il wahhabismo, divenendo il culto fondativo del regime saudita. Queste “Memorie di Hempher” sono state pubblicate a episodi sul giornale tedesco Der Spiegel.

Tra i vizi che gli inglesi volevano promuovere tra i musulmani attraverso la setta wahhabita, vi erano il razzismo e il nazionalismo, l’alcool, il gioco d’azzardo, la lussuria (difetti che si possono trovare negli emiri attuali). Ma la strategia più importante si basava sulla “diffusione delle eresie tra i credenti per poi criticare l’Islam come una religione di terroristi”. A tal fine, Hempher trovò in Muhammad Ibn Abdul Wahhab un individuo particolarmente recettivo. Il movimento wahhabita fu temporaneamente sconfitto dall’esercito ottomano a metà del XIX.mo secolo. Ma con l’aiuto degli inglesi, i wahhabiti sauditi tornarono al potere nel 1932. Da allora, i sauditi hanno collaborato strettamente con gli statunitensi, a cui devono la loro considerevole ricchezza petrolifera, che usano per finanziare diverse organizzazioni islamiche fondamentaliste statunitensi e arabe. Allo stesso tempo, i sauditi usarono la loro grande ricchezza per diffondere questa visione deviante e dirompente dell’Islam, in diverse parti del mondo. Questa campagna propagandistica è considerata dagli esperti la più grande campagna di propaganda della storia.

Queste sette wahhabite che vanno dai salafiti tunisini ai taliban afgani, spargono terrore ed orrore nel mondo islamico, sporcano l’Islam con il loro comportamento e le nefaste fatwa che pubblicano. Inoltre, un famoso scrittore, l’ammiraglio della flotta ottomana, che ha operato nella penisola arabica, Ayoub Sabri Pasha ha scritto la sua versione della storia, come l’ha vissuta nel 1888. Tra i suoi libri, “L’inizio e la diffusione del wahhabismo“, parla dell’associazione tra Abdul Wahhab e la spia inglese Hempher per complottare contro il governo turco-ottomano, al fine di smembrarlo a beneficio degli inglesi e della setta wahhabita. Il fatto che la spia britannica Hempher sia stata responsabile della concretizzazione dei principi estremistici del wahhabismo viene menzionato anche in “Mir’at al-Haramain“, un libro dello stesso Ayoub Sabri Pasha, del 1933-1938.

Abdul Wahhab era lo strumento con cui gli inglesi poterono insinuare una vile idea tra i musulmani dalla penisola arabica: è lecito uccidere altri musulmani con il pretesto dell’apostasia, bastò pubblicare una fatwa in tal senso. Sulla base di ciò, Wahhab sostenne l’idea che i loro fratelli musulmani turchi, offrendo preghiere ai santi, avessero tradito la loro fede e che era lecito ucciderli, e renderne schiavi le mogli e i figli. I wahhabiti distrussero anche tutte le tombe e i cimiteri sacri, tra La Mecca e Medina. Rubarono il tesoro del Profeta, che comprendeva libri sacri, opere d’arte e innumerevoli ex voto inviati alle città sante in mille anni. Il cuoio che rilegava i sacri libri islamici che avevano distrutto, venne utilizzato per farne sandali da parte dei criminali wahhabiti. Oltre a rivelare il contenuto delle memorie di Hempher, la relazione dell’intelligence irachena riporta rivelazioni inedite sulle origini ebraiche di Abdel Wahhab e della famiglia Saud.

Le origini ebraiche di Abdel Wahhab

Un altro scrittore, D. Mustafa Turan scrisse in “Gli ebrei donmeh“, che Muhammad ibn Abdul Wahhab era un discendente di una famiglia di ebrei donmeh turchi. I donmeh erano discendenti dei seguaci del famigerato falso messia dell’ebraismo Shabbatai Zevi, che scioccò il mondo ebraico nel 1666 con la sua conversione all’Islam. Considerato un sacro mistero, i seguaci di Zevi imitarono la sua conversione all’Islam, anche se questi ebrei mantennero in segreto le loro dottrine cabalistiche. Turan sostiene che il nonno di Abdul Wahhab, Sulayman, in realtà si chiamava Shulman e che apparteneva alla comunità ebraica di Bursa in Turchia. Da lì si trasferì a Damasco, dove fece finta di essere un musulmano, ma fu apparentemente espulso per aver praticato la magia cabalistica. Poi fuggì in Egitto, dove di nuovo affrontò un’altra condanna. Poi emigrò in Hijaz dove si sposò e nacque il figlio Abdul Wahhab. Secondo la relazione irachena, la stessa discendenza è confermata in un altro documento dal titolo “Gli ebrei donmeh e l’origine dei sauditi wahhabiti“, scritto da Salim Qabar Rifaat.

Le origini ebraiche della dinastia saudita

Il fatto che la famiglia saudita sia di origine ebraica è stato reso pubblico dal saudita Muhammad Saqir, che è stato poi eliminato dal regime saudita per aver osato pubblicare le sue rivelazioni. Inoltre, la relazione irachena fa riferimento ad una relazione simile alle rivelazioni di Muhammad Saqir, ma citando fonti diverse. Secondo “Il movimento wahabita: verità e origini“, di Abdul Wahhab Ibrahim al-Shammari, ibn Saud in realtà discende da Mordechai bin Ibrahim bin Mushi, un mercante ebreo di Bassora. Si unì ai membri della tribù araba degli Aniza e si recò con loro nel Najid affermando di essere un membro di questa tribù. Poi cambiò il suo nome in Ibrahim bin Mussa bin Marqan. Tuttavia, secondo Said Nasir, ambasciatore saudita a Cairo, nella sua “Storia della famiglia Saud“, Abdullah bin Ibrahim al-Mufaddal avrebbe dato a Muhammad al-Tamimi 35.000 junayh (sterline), nel 1943, per inventarsi gli alberi genealogici (1) della famiglia saudita e (2) di Abdul Wahhab, per poi fonderli in un unico albero risalente al profeta Maometto.

Nel 1960, la radiostazione “Sawt al-Arab” di Cairo, in Egitto e le trasmissioni della radiostazione di Sanaa, nello Yemen, confermarono l’origine ebraica della famiglia saudita. Infine, il 17 settembre 1969, il re Faisal al-Saud disse al Washington Post: “Noi, la famiglia saudita, siamo cugini dei giudei: non siamo assolutamente d’accordo con le autorità arabe o musulmane che mostrano antagonismo verso gli ebrei, dobbiamo vivere in pace con loro. Il nostro Paese (Arabia Saudita) è la prima sorgente da cui provenne il primo ebreo, i cui discendenti si sono sparsi nel mondo.

Altri esempi recenti

1) L’eroe del film anti-Islam è Mossaab, figlio di Hassan Yousef, un importante leader di Hamas

Il Partito della Liberazione egiziano ha detto che l’eroe del film blasfemo contro il Profeta, che la benedizione e la salvezza siano con lui, è Mossaab, figlio di un importante leader di Hamas, Hassan Youssef. Due anni prima, Mossaab era un agente del Mossad e fu responsabile dell’omicidio e dell’arresto dei dirigenti dei partiti, tra cui al-Rantisi, Yassin, Marwan al-Barghouthi, ha scritto il partito sul suo sito web. Quando Mossaab si convertì al cristianesimo, Hamas non lo condannò per tradimento, né per apostasia. Il movimento lo lasciò emigrare negli Stati Uniti e suo fratello si rifiutò di condannarlo. Mossaab svelò i segreti di suo padre e del movimento in un libro intitolato “Il figlio di Hamas“. Mossaab si recò ad al-Quds pochi mesi prima, per partecipare al film. Secondo Wikipedia, Mossaab ibn Hasan ibn Yusuf ibn Khalil, detto Josef, era un grande collaboratore dello Shabak. Riuscì a impedire l’assassinio di importanti personalità israeliane.

2) Rashid Ghannouchi e la lobby sionista

La visita del leader del partito islamico di Washington venne organizzata dal WINEP (Istituto di Washington per la Politica del Vicino Oriente), un think tank dipendente dall’AIPAC (The American Israel Public Affairs Committee: principale gruppo di pressione operante negli Stati Uniti su interesse della difesa d’Israele). Ricordiamo che i due pilastri che sostengono i sionisti negli Stati Uniti sono AIPAC e WINEP. Sul sito del WINEP, il tema della visita di Rashid Ghannouchi venne pubblicata in formato PDF. Ma ciò sembrò imbarazzante, e quindi venne rimosso 24 ore dopo esser stato inserito online. In occasione della cerimonia organizzata dalla rivista Foreign Policy, R. Ghannouchi ricevette il riconoscimento di uno dei più grandi intellettuali del 2011, assegnato dai più prestigiosi media statunitensi. È interessante notare che tra gli oltre 100 “intellettuali di spicco”, di cui fa parte Rashid Ghannouchi, vi sono anche i sinistri Dick Cheney, Condoleezza Rice, Hillary Clinton, Robert Gates, John McCain, Nicolas Sarkozy, Tayyip Erdogan e il sionista furioso Bernard Henri Levy, oltre a una lunga lista di valletti “arabo-musulmani”. Ghannouchi si trova nella stessa banda di assassini di milioni di iracheni, palestinesi, libici, afghani e altri.

Davanti ad un pubblico di giornalisti, politici e politici che, nella loro maggioranza, sono più interessati agli interessi d’Israele che di quelli degli Stati Uniti, per non parlare di quelli arabi, Rashid Ghannouchi aveva delineato la sua visione del futuro e del ruolo svolto dai Fratelli musulmani in Tunisia, Nord Africa, mondo arabo e della loro cooperazione con gli Stati Uniti. Non contento di mostrare fedeltà e sottomissione al governo degli Stati Uniti, Rashid Ghannouchi aveva rassicurato la lobby sionista sull’articolo secondo cui lui stesso aveva proposto l’inclusione nella Costituzione della Tunisia del rifiuto del governo tunisino a collaborare con Israele. Non sarà mai sancito nella Costituzione tunisina che la Tunisia non allaccerà eventuali rapporti con l’entità sionista. Il suo passaggio al WINEP non fu un momento divertente. Credendo di essere più furbo degli altri, il nostro gianburrasca nazionale-islamista s’è fatto immortalare in un video quando ha negato di aver definito gli Stati Uniti il “Grande Satana”, nel 1989. La vergognosa grossa menzogna di questo presunto grande intellettuale arabo. Con un minimo di orgoglio, chiunque altro avrebbe rinunciato al cosiddetto riconoscimento. Ma non lui. Si disprezza meglio ciò che è ridicolo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio per SitoAurora

Originale di Hannibal Genséric su Numidia

Preso da: https://it.sott.net/article/1960-Origini-della-collusione-wahhabita-sionista

‘Più Guerra, Più Soldi’: Le Guerre Africane Non Vedono Fine

27 giugno 2018

L’Occidente non vuole la pace in Africa, dice il leader mercenario
di Paul Antonopoulos
Le potenze occidentali sono interessate a prolungare i conflitti in Africa perché vogliono sfruttare le risorse del continente, ha detto un fondatore della compagnia militare privata. La maggior parte delle forze africane sono “pronte a essere sfaldate” da parte di consulenti stranieri , ha aggiunto.
Le nazioni occidentali vedono guerre e caos africani protratti come solo un mezzo per entrare in possesso delle ricche risorse africane , lo ha riferito a Shevardnadze della RT,  Eeben Barlow, fondatore di  “Executive Outcomes“,   una società sudafricana che ha dato il via a costituire un esercito privato di mercenari. Vedi: Soldiers of Fortune

“Finché c’è un conflitto in corso, alcuni accordi possono essere chiusi con i governi,” permettendo alle potenze straniere “di ottenere quelle risorse a loro uso”, ha aggiunto.

Barlow ha continuato dicendo che le potenze straniere, e in particolare le potenze occidentali, scelgono spesso di sostenere gruppi armati o varie forze che destabilizzano realmente la situazione nella regione, dal momento che “i ribelli non devono tassare chi ha risorse all’interno delle aree”.
I gruppi governativi sono anche usati avidamente come mezzo per “sostituire un certo governo che non è sufficientemente in linea con i desideri di coloro che si occupano dall’esterno di dirigere tali azioni”.
Per quanto riguarda i consulenti stranieri alle forze governative, la qualità dell’addestramento e della consulenza fornita ai funzionari africani è generalmente “scarsa”, si è lamentato dell’ex tenente colonnello della Forza di difesa sudafricana.
“La maggior parte delle forze armate africane sono preparate a fallire […] da forze armate straniere o da consulenti stranieri che utilizzano”, ha detto al programma SophieCo.
Le compagnie militari private straniere (PMC) di solito sono solo “lì per vedere per quanto tempo possono effettivamente prolungare un conflitto o una guerra, perché più a lungo  durano i conflitti, più soldi guadagnano per se stessi” , ha detto Barlow, aggiungendo che “crede” che molte “forze straniere in Africa non sono qui per risolvere i problemi, ma per assicurare che i problemi continuino”.

Mercenari per l’Africa

Quando i governi africani cercano di usare le forze locali, compresi i PMC africani, per aiutarli a fronteggiare conflitti, gruppi terroristici o insurrezionali, “sono costantemente minacciati che … questo sarà a loro svantaggio”.
“Queste sono minacce provenienti dall’esterno dell’Africa, ed è davvero solo una prova per noi che un’Africa stabile e sicura sembra essere di scarso interesse per le persone”, ha concluso Barlow.
Fonte: Fort Russ
Nota: La confessione del capo mercenario ci fa capire a chi fa comodo la destabilizzazione dell’Africa e come da questa opera costante di conflitti interni e di destabilizzazione derivino poi le migrazioni di grandi masse di persone che cercano la salvezza o un futuro migliore in Europa. Segui il flusso delle armi da nord verso sud e capirai quali sono le potenze che hanno interesse alla destabilizzazione del continente africano. Non è difficile individuare da dove proviene il flusso, sempre dagli stessi paesi: USA, Francia, Gran Bretagna. Sarà un caso?
Traduzione e nota: Luciano Lago

Preso da: https://www.controinformazione.info/piu-guerra-piu-soldi-le-guerre-africane-non-vedono-fine/

Degenerazione e fondamentalismo nel controllo dei media occidentali

Non c’è nulla di più triste e patetico di un famigerato bugiardo che urla, sputa saliva, insulta le persone normali a destra e sinistra, mentre terrorizza coloro che stanno dicendo la verità.
Ultimamente, l’Occidente è diventato chiaramente furioso. Più ha paura di perdere il controllo sul cervello di miliardi di persone in tutti gli angoli del mondo, più aggressivamente urla, prende a calci e si prende gioco di se stesso.
Il Nuovo Ordine Mondiale non nasconde nemmeno più le sue intenzioni. Le intenzioni sono chiare: distruggere tutti i suoi avversari, siano essi in Russia, Cina, Iran o in qualsiasi altro stato patriottico e indipendente. Silenziare tutti i media che stanno dicendo la verità; non è la verità così come è definita a Londra, Washington, Parigi o Berlino, ma la verità è percepita a Mosca, Pechino, Caracas o Teheran; la verità che serve semplicemente la gente, non la falsa, pseudo-verità inventata per sostenere la supremazia dell’Impero occidentale.

Sono stati ora stanziati enormi fondi per l’assalto mortale della propaganda, originatosi prevalentemente a Londra e Washington. Milioni di sterline e dollari sono stati assegnati e spesi, ufficialmente e apertamente, per “contrastare” le voci di russi, cinesi, arabi, iraniani e latinoamericani; voci che stanno finalmente raggiungendo gli “Altri” – gli abitanti desolati del “sud globale”, gli abitanti delle colonie e delle neo-colonie; gli schiavi moderni che vivono negli stati “client”.
La maschera sta cadendo e la faccia cancrena della propaganda occidentale viene esposta nella sua realtà. È terribile, spaventosa, ma almeno è quello che è, perché tutti possano vederla. Niente più suspense, niente sorprese. All’improvviso è tutto allo scoperto. È spaventoso ma onesto. Questo è il nostro mondo Questo è quanto è diminuita la nostra umanità. Questo è il cosiddetto ordine mondiale, o più precisamente neocolonialismo.
L’Occidente degli imperialisti anglo-USA sa come massacrare milioni e sa come manipolare le masse. La sua propaganda è sempre stata dura (e ripetuta mille volte, non diversamente dalle pubblicità aziendali o dalle campagne di indottrinamento fascista della Seconda Guerra Mondiale) quando è originaria degli Stati Uniti, o brillantemente machiavellica e letalmente efficace quando viene dal Regno Unito. Non dimentichiamolo mai: il Regno Unito ha assassinato e ridotto in schiavitù centinaia di milioni di esseri umani innocenti e molto più avanzati, per molti lunghi secoli e in tutto il mondo. A causa del suo talento nel lavaggio del cervello e nella manipolazione delle masse, la Gran Bretagna ha fatto innumerevoli genocidi,
Il regime occidentale sa mentire, spudoratamente ma professionalmente, e soprattutto, perpetuamente. Ci sono migliaia di menzogne ​​accatastate l’una sull’altra, con perfetti accenti “educati” di classe superiore: bugie su Salisbury, sul comunismo, la Russia, la Cina, l’Iran, il Venezuela, Cuba, la Corea del Nord, la Siria, la Jugoslavia, il Ruanda, Sud Africa, Libia, rifugiati. Ci sono bugie sul passato, sul presente e persino sul futuro.
Nessuno ride, vedendo questi teppisti imperialisti come il Regno Unito e la Francia che predicano, in tutto il mondo e con la faccia seria, sia sulla libertà che sui diritti umani. Non ridere, ancora. Ma molti si stanno lentamente indignando.
Le persone in Medio Oriente, Africa, Asia e America Latina cominciano a rendersi conto di essere state ingannate, ingannate, mentite; che la cosiddetta ‘educazione’ e ‘informazione’ proveniente dall’Occidente non erano altro che spudorate campagne di indottrinamento. Per anni ho lavorato in tutti i continenti, compilando storie e testimonianze sui crimini dell’imperialismo e sul risveglio del mondo, “riassunti” nel mio libro di 840 pagine: ” Exposing Lies Of The Empire “.
Milioni di persone che ora possono vedere, per la prima volta, che i media, come BBC, DW, CNN, Voice of America, Radio Free Europe / Radio Liberty, li hanno codificati senza pietà e per anni e anni. Reuters, AP, AFP e diverse altre agenzie di stampa occidentali (Repubblica, La Stampa, RAI, Sky News, ecc..) sono riuscite a creare una narrativa in uniforme per l’intero pianeta, con giornali locali in tutto il mondo che pubblicano ora manipolazioni identiche che provengono da Washington, Londra, Parigi e altre capitali occidentali. Immagini totalmente false su argomenti così importanti come l’Unione Sovietica, il Comunismo, la Cina, ma anche la libertà e la democrazia sono state incise in miliardi di cervelli umani.
La ragione principale dell’apertura degli occhi di persone del mondo che è ancora oppressa dall’imperialismo occidentale, è il lavoro inarrestabile dei media come il New Eastern Outlook (NEO), RT e Sputnik, con sede in Russia, come Cina- ha sede la CGTN, China Radio International e China Daily, TeleSur con sede in Venezuela, Libanese Al-Mayadeen e Iranian Press TV. Certo, ci sono molti altri mezzi di comunicazione anti-imperialisti orgogliosi e determinati in varie parti del mondo, ma quelli sopra citati sono i veicoli più importanti della contro-propaganda proveniente dai paesi che hanno combattuto per la loro libertà e semplicemente hanno rifiutato essere conquistato, colonizzato,
Una potente coalizione anti-imperialista di stati veramente indipendenti si è formata e si è solidificata. Ora sta ispirando miliardi di esseri umani oppressi ovunque sulla Terra, dando loro speranza, promettendo un futuro migliore, ottimista e giusto. Essere all’avanguardia di molti cambiamenti positivi e aspettative è il “nuovo media”.
E l’Occidente sta guardando, inorridito, disperato e sempre più al vetriolo. È disposto a distruggere, uccidere e schiacciare, solo per fermare questa ondata di “ottimismo pericoloso” e lottare per una vera indipendenza e libertà.

Asse della resistenza

Ora ci sono attacchi costanti contro i nuovi media del mondo libero. In Occidente, la RT è minacciata di espulsione, di nuovi e sempre più popolari New Eastern Outlook (NEO), giunta di recente sotto un malvagio attacco informatico da, probabilmente, hacker occidentali professionisti. TeleSur viene periodicamente paralizzato da sanzioni vergognosamente scatenate contro il Venezuela, e lo stesso banditismo si rivolge alla TV della stampa iraniana.
Vedete, l’Occidente può essere responsabile di miliardi di vite in rovina in tutto il mondo, ma non è ancora in grado di affrontare sanzioni, azioni punitive. Mentre paesi come Russia, Iran, Cina, Cuba, Corea del Nord o Venezuela devono “affrontare le conseguenze” principalmente sotto forma di embargo, sanzioni, propaganda, intimidazione diretta, persino bullismo militare, semplicemente per aver rifiutato di accettare la folle dittatura globale occidentale, e per aver scelto la propria forma del governo e del sistema politico oltre che economico.
L’Occidente semplicemente non sembra in grado di tollerare il dissenso. Richiede obbedienza piena e incondizionata al “Pensiero Unico”, ai suoi dogmi, una sottomissione assoluta. Agisce sia come fondamentalista religioso che come teppista globale. E per peggiorare le cose, i suoi cittadini sembrano essere così programmati o così indifferenti o entrambi, che non sono in grado di comprendere ciò che i loro paesi e la loro “cultura” stanno facendo al resto del mondo.
Quando sono intervistato, mi viene spesso chiesto: “il mondo sta affrontando il vero maggiore pericolo dalla Seconda Guerra Mondiale?”
Rispondo sempre “sì”. È perché sembra che sia il Nord America che l’Europa non siano in grado di smettere di costringere il mondo all’obbedienza e alla schiavitù virtuale. Sembrano non voler accettare alcun accordo razionale e democratico sul nostro Pianeta. Sacrificerebbero uno, decine o centinaia di milioni di esseri umani, solo per mantenere il controllo dell’universo? Sicuramente lo farebbero! Hanno già, in diverse occasioni, senza pensarci due volte, senza rimpianti e senza pietà.
La scommessa dei fondamentalisti occidentali, dell’ideologia neoliberista dominante è quella per cui il resto del mondo è molto più decente e molto meno brutale, che non potrebbe sopportare un’altra guerra, un’altra carneficina, un altro bagno di sangue; che piuttosto si arrende, piuttosto rinuncia a tutti i suoi sogni per un futuro migliore, invece di combattere e difendersi da ciò che appare sempre più come un inevitabile attacco militare occidentale.
Tali calcoli e “speranze” dei fanatici occidentali sono falsi. I paesi che ora vengono affrontati e intimiditi sono ben consapevoli di cosa aspettarsi se si arrendono e si arrendono alla pazzia occidentale e ai modelli imperialisti.
La gente sa, si ricorda cosa vuol dire essere schiavi.
La Russia sotto Yeltsin, crollata, saccheggiata dalle multinazionali occidentali, sputata in faccia dai governi europeo e nordamericano; la sua aspettativa di vita era scesa ai livelli dell’Africa sub-sahariana.
La Cina a sua volta sopravvisse a un’agonia inimmaginabile di “periodo di umiliazione”, saccheggiata, saccheggiata e divisa da invasori francesi, britannici e statunitensi.
L’Iran derubato del suo governo legittimo e socialista, dovendo vivere per anni sotto un maniaco sadico, il burattino occidentale, lo scià.
L’intera America “latina“, con le sue venature aperte, con la cultura in rovina, con la religione occidentale costretta a chiudergli la gola; con letteralmente tutti i governi e leader socialisti e comunisti democraticamente eletti o rovesciati, o direttamente assassinati, o quantomeno manipolati dal potere da Washington e dai suoi lacchè.
La Corea del Nord, sopravvissuta a un genocidio bestiale contro i suoi civili, commessa dagli Stati Uniti e dai suoi alleati nella cosiddetta guerra coreana.
Vietnam e Laos, violentati e umiliati dai francesi, e poi bombardati nelle epoche della pietra dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
Sud Africa … Timor Est … Cambogia …
Ci sono carceri viventi, relitti di decomposizione, abbandonati dopo gli attacchi mortali occidentali “liberatori”: Libia e Iraq, Afghanistan e Honduras, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo, solo per citarne alcuni. Questi servono come avvertimenti per coloro che hanno ancora delle illusioni sulla “buona volontà” occidentale e sullo spirito di giustizia!
Siria … Oh, Siria! Guarda cosa ha fatto l’Occidente in un paese orgoglioso e bello che si è rifiutato di cadere in ginocchio e leccare i piedi di Washington e di Londra. Ma anche, guarda quanto è forte, quanto determinati possono essere coloro che amano veramente il loro paese. Contro ogni previsione, la Siria si è levata in piedi, ha combattuto i terroristi assoldati dall’estero, assieme con gli stranieri e ha vinto, circondato e sostenuto dalla grande coalizione internazionalista! L’Occidente aveva pensato di poter scatenare un altro scenario libico, ma invece ha incontrato un pugno di ferro, i nervi d’acciaio, un’altra Stalingrado. l’imperialissmo occidentale è stato identificato, affrontato e fermato. Ad un costo enorme, ma fermato!
L’intero Medio Oriente sta guardando.
Il mondo intero sta guardando.
Le persone ora vedono e ricordano. Stanno cominciando a ricordare chiaramente cosa è successo a loro. Stanno iniziando a capire. Sono incoraggiati. Comprendono chiaramente che la schiavitù non è l’unico modo di vivere le loro vite.
La coalizione anti-occidentale o più precisamente l’Asse della Resistenza anti-imperialista ed antisionista è ora solido come l’acciaio. Perché è una grande coalizione di vittime, di persone che sanno cos’è lo stupro e cos’è il saccheggio, e quale distruzione completa è. Sanno esattamente cosa viene amministrato dai sostenitori autoproclamati della libertà e della democrazia – dal fondamentalismo culturale ed economico occidentale.
Questa coalizione di nazioni indipendenti e orgogliose è qui per proteggersi, proteggersi a vicenda, così come il resto del mondo.

Manifestazione contro l’imperialismo e per la sovranità dei popoli

Non arrendersi mai, mai tornare indietro. Perché le persone hanno parlato e stanno inviando messaggi chiari ai loro leader: “Mai più! Non capitolare. Non cedere alle intimidazioni occidentali. Combatteremo se attaccati. E noi resteremo, orgogliosamente, con le nostre gambe, qualunque cosa, non importa quale forza brutale dobbiamo affrontare. Mai in ginocchio, fratelli! Non cadremo mai più in ginocchio di fronte a coloro che diffondono il terrore! ”
E i media in questi meravigliosi paesi che resistono all’imperialismo e al terrore occidentali diffondono innumerevoli messaggi ottimistici e coraggiosi.
E l’establishment occidentale imperialista sta osservando, agitandosi e sporcandosi i pantaloni.
Loro, gli imperialisti, sanno che la fine del loro brutale dominio sul mondo si sta avvicinando. Sanno che quei giorni di impunità stanno finendo. Sanno che il mondo giudicherà presto gli anglo-USA ed i loro lacchè , per i secoli di crimini che ha commesso contro l’umanità.
Sanno che la guerra dei media sarà vinta da “noi”, non da “loro”.
Il campo di battaglia è in via di definizione. Con alcune brillanti eccezioni, gli occidentali e i loro media stanno chiudendo le fila, attenendosi ai loro padroni. Come molti altri scrittori, ero stato senza tante cerimonie cacciato da Counterpunch, una delle pubblicazioni sempre più anticomuniste, anti-russi, anti-siriane e anti-cinesi degli Stati Uniti. Dal loro punto di vista, stavo scrivendo per diverse pubblicazioni “sbagliate”. Sono davvero orgoglioso che abbiano smesso di pubblicarmi. Sto bene dove sono: di fronte a loro, mentre sto affrontando altri mezzi di comunicazione di massa in Occidente.
L’estensione del controllo ideologico occidentale del mondo è degenerata, veramente perversa. I suoi media e gli sbocchi “educativi” sono pienamente al servizio del regime.
Ma il mondo si sta svegliando e si confronta con questo fondamentalismo culturale e politico mortale.
È in corso una grande battaglia ideologica. Questi sono tempi eccitanti e luminosi. Niente potrebbe essere peggio della schiavitù. Le catene si stanno rompendo. D’ora in poi, non ci sarà impunità per coloro che hanno torturato il mondo per secoli.
Le loro bugie, così come le loro armature, saranno affrontate e fermate!
*Andre Vltchek è filosofo, romanziere, regista e giornalista investigativo. È un creatore di Vltchek’s World in Word and Images , uno scrittore del romanzo rivoluzionario Aurora e diversi altri libri . Scrive in particolare per la rivista online “New Eastern Outlook”.
Traduzione: Luciano Lago
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via Controinformazione