Obama peggio di Bush: tutte le guerre del Nobel per la Pace

obama-jokerRoma, 13 mag – Manca ormai solo qualche mese all’uscita di scena di Obama, la figura centrale di questi anni tormentati, caratterizzati da crisi economica e tensioni internazionali. Un presidente inevitabilmente “buono” per via del suo colore della pelle, come vuole il pensiero debole dei nostri tempi. Un idolo dei media e delle sinistre radical occidentali, di cui è stato simbolo incontrastato, tanto da meritare un Nobel per la Pace prima ancora di fare un passo in politica estera. Ma basta analizzare le sue mosse nel corso degli anni per capire come Obama abbia in realtà agito in continuità con l’istinto imperiale americano, riuscendo dove altri non erano arrivati grazie anche al pregiudizio favorevole che ha caratterizzato la sua amministrazione. I conflitti durante la sua presidenza si sono susseguiti senza sosta, mentre l’utilizzo dei droni, i sistemi a pilotaggio remoto con cui condurre attacchi aerei, si è addirittura sestuplicato rispetto al periodo Bush. Gli interventi di cui parliamo sono ben diversi dalle “guerre classiche”. Si tratta di azioni di destabilizzazione, manipolazione dell’opinione pubblica, finanziamento di gruppi eversivi e invio massiccio di contractors, cioè mercenari, attraverso le quali tentare di favorire il regime-change nei paesi di interesse geopolitico. Sul tema gli States hanno una lunga tradizione, di cui le “rivoluzioni colorate” sono la parte più nota.

Come inizio ci sono state le “primavere arabe” (2011), rivolte popolari che, accanto alle sacrosante proteste, hanno nascosto più d’una interferenza occidentale. Seguendo la bandiera propagandistica di libertà e diritti umani gli USA hanno contribuito alla distruzione delle realtà statuali esistenti, spianando la strada al fondamentalismo e gettando nel caos l’intero Nord Africa. La Libia è stata il caso esemplare: appoggiando Inghilterra e Francia, Obama ha detto che uccidere Gheddafi significava stare dalla «parte giusta della storia». Risultato: senza il collante del suo Leader

il paese è finito nell’inferno delle divisioni tribali, e inoltre l’IS (insieme ad altri gruppi fondamentalisti) imperversa nell’ex colonia italiana, minaccioso più che mai. Senza contare le falle che si sono inevitabilmente aperte nei confini, invasi da masse di disperati, che ora premono alle porte dell’Europa. Di pari gravità la situazione ucraina (2014). Anche qui, le proteste popolari contro l’allora governo di Kiev sono sfociate nella guerra civile, mentre gli USA soffiavano sul fuoco. McCain e una serie impressionante di ONG (con Soros in prima fila) i simboli della pesante ingerenza, per completare l’accerchiamento NATO ai danni della Russia. D’altro canto, Brzezinski ha da sempre descritto questa “terra di mezzo” come il passaggio chiave per minare alla base la forza di Mosca (che rimane uno dei nemici “geopolitici” principali) e per dividere Putin dall’Europa. Intento che in questo caso appare raggiunto, come testimoniano le “inique” sanzioni, che saranno rinnovate con la benedizione della Germania riavvicinatasi a Washington. Nel frattempo il nuovo governo ucraino è nato grazie alle indicazioni a stelle e strisce, come ha testimoniato il nome dell’americana Natalie Jaresco quale ministro delle Finanze, mentre il paese rimane diviso in due.
Ancor peggiore lo scenario siriano, dove gli USA si sono spesi in appoggio ai “ribelli moderati” in funzione anti – Assad. Peccato che dietro questi ribelli si nascondessero il più delle volte gruppi estremisti, foraggiati anche dalle petromonarchie del Golfo e dalla Turchia, tradizionali partners americani, sebbene ben più rigidi in materia religiosa rispetto alla Siria. All’Arabia Saudita, in nome della realpolitik, è stata concessa mano libera in Yemen senza batter ciglio. Gli stessi USA, quando si sono decisi sotto la pressione dell’opinione pubblica, hanno combattuto l’ISIS in maniera blanda per non smuovere troppo le acque (al contrario della Russia). Si è parlato di una strategia ispirata alla “geopolitica del caos”, per impedire l’ascesa di egemonie regionali, come ha più volte sottolineato l’analista Dario Fabbri di Limes. In buona sostanza quindi, l’inferno dell’estremismo islamico che agita l’Europa è in gran parte colpa occidentale e del suo presidente simbolo.
Altri venti di guerra, di tipo commerciale, hanno riguardato l’accelerazione dei trattati Ttp e Ttip, che mirano in primo luogo ad escludere i due grandi rivali (Cina e Russia) da accordi di portata storica per la liberalizzazione dei mercati. Nel caso del Ttip l’Europa diventerebbe definitivamente satellite statunitense, allineandosi agli standard sanitari e sociali a stelle e strisce e spianando la strada al predominio delle multinazionali sulla politica e sugli Stati. D’altronde, il rispetto verso gli europei non è stato una caratteristica dell’amministrazione Obama, come ha testimoniato lo scandalo Datagate riguardante lo spionaggio globale ai danni degli alleati oltreoceano, come l’Italia. Per chiudere, dobbiamo tornare sul nome di Brzezinski, centrale per capire le linee guida dell’amministrazione Obama e la sua continuità con la tradizione interventista democratica dei Wilson, Roosevelt e Clinton. Sin dalla candidatura del 2008 il giornalista Webster Griffin Tarpley denunciò le influenze nascoste dietro l’apparenza, i sorrisi e gli «yes we can» di Barack, tanto da definirlo «burattino di Brezinski» e delle sue spregiudicate teorie realiste. Non a caso, suo figlio Mark figurò tra i primi consiglieri politici del presidente, accanto a una folta schiera di banchieri, uomini dell’era – Clinton e residui neo-cons come Victoria Nuland. Per Tarpley, un personaggio costruito mediaticamente a tavolino, tramite qualcosa di somigliante a una vera e propria “rivoluzione colorata”.
Nel libro Obama the postmodern coup emerge la vera natura del presidente: «Obama si è messo al servizio dell’egemonia statunitense promossa dai finanzieri di Wall Street, agendo tra l’altro come affossatore di quei movimenti di protesta popolare emersi durante il regime di Bush e Cheney. Infatti, grazie a lui, ampie frange del movimento per la pace, del movimento per l’impeachment e del movimento per la verità sull’11 settembre hanno cessato semplicemente di esistere. La capacità di Obama di mobilitare persino la sinistra pacifista per i suoi disegni di aggressione si è vista soprattutto con l’attacco alla Libia, iniziato il 19 marzo 2011, ironicamente l’anniversario dell’aggressione di Bush contro l’Iraq otto anni prima. Gran parte della pseudo-sinistra, pagata dalle fondazioni reazionarie e nell’orbita dell’ala sinistra della CIA, ha agito come claque per questa nuova guerra imperialistica». Le prossime elezioni ci diranno se l’America continuerà a effettuare le sue ingerenze con la scusa dei “diritti umani” o prenderà una strada più isolazionista di cui potrebbero beneficiarne diversi attori, Europa in primis.
Francesco Carlesi

Preso da: http://www.ilprimatonazionale.it/esteri/obama-guerre-44905/#ZBlevJDVRt0sES77.99

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Fallito attacco missilistico in Siria: perché gli USA mentono sui loro “successi”

Alessandro Lattanzio, 15/04/2018

Il segretario PCcino ‘Ponzio Pelato’ non ha mai letto il Che fare? di Nikolaj Lenin, ma il Chi? di Alfonso Signorini.

Il Ministero della Difesa russo dichiarava che 95 dei 105 missili lanciati da Stati Uniti, Regno Unito e Francia furono intercettati dalle difese aeree della Siria, impiegando sistemi di difesa aerea S-125, Buk e Kvadrat di fabbricazione sovietica, proteggendo integralmente 4 principali basi aeree siriane; infatti. i 12 missili lanciati sull’aeroporto militare di al-Dumayr furono tutti intercettati, così come i 18 missili contro l’aeroporto militare di Bulayl, i 12 missili contro l’aeroporto militare di Shayrat, i 9 missili contro l’aeroporto militare di Mazah e i 16 missili contro l’aeroporto militare di Homs. Dei 30 missili lanciati su Barzah e Jaramana, a Damasco, solo 7 colpivano l’edificio per la ricerca farmaceutica. Ovviamente, il Pentagono, per nascondere tale imbarazzante fallimento, si esibiva nella conferenza stampa il tenente-generale Kenneth McKenzie, propalando dichiarazioni grottesche tese a nascondere i fatti e a celebrare dei successi che, se fossero veri, sarebbero le mera illustrazione di un piano operativo delirante. “Riteniamo che tutti i nostri missili abbiano raggiunto i loro obiettivi“, dichiarava McKenzie; e cosa significa tale affermazione?
1. I missili lanciati dagli USA colpivano “fabbriche e depositi di armi chimiche” senza preoccupazioni sull’eventuale diffusione di agenti chimici nelle vicine aree abitate; gli USA sapevano che non c’era nulla all’interno. Soprattutto ciò avveniva poco prima che gli ispettori sulle armi chimiche iniziassero le indagini presso Damasco.
2. Gli USA avrebbero sparato 105 missili contro solo tre obiettivi; tale affermazione si commenta da sé. Ovvero, i siriani avevano abbattuto il 90% di tali missili, perciò gli Stati Uniti parlavano di aver voluto attaccare solo i tre obiettivi che erano riusciti effettivamente a colpire, e questo con ben tre ondate di lanci di missili eseguiti con intervalli di circa un’ora…
3. Tre missili “fortunati” avevano colpito fabbriche di armi chimiche di cui gli Stati Uniti non avevano mai parlato in 7 anni (poiché erano nel territorio occupato dai terroristi fino a ieri). Volevano essere sicuri di cancellare le prove?La forza d’aggressione alla Siria era composta da 2 cacciatorpediniere e 1 incrociatore statunitensi, 1 fregata francese, 4 cacciabombardieri Tornado inglesi e 2 bombardieri B-1B statunitensi. L’incrociatore Monterrey aveva lanciato 30 missili Tomahawk, il cacciatorpediniere Higgins 23 Tomahawk, il cacciatorpediniere Laboon 7 Tomahawk, il sottomarino John Warner 6 Tomahawk, i 2 bombardieri B-1 21 missili JASSM, i 4 cacciabombardieri Tornado GR4 16 missili Storm-shadow. Si era parlato di aerei francesi, ma non è vero, poiché di francese c’erano solo i missili Storm-shadow usati dagli inglesi.Secondo gli statunitensi, i 3 impianti “obiettivi ufficiali” furono colpiti da ben 105 missili da crociera:
– 76 missili contro il centro di ricerca di Barzah, a Damasco
– 22 missili contro una non ben definita struttura “chimica”
– 7 missili contro un non ben definito “bunker chimico”
Gli ultimi due si trovavano fino a pochi giorni prima in territorio controllato dai terroristi armati e finanziati da USA, Regno Unito, Francia, Qatar, Turchia ed Arabia Saudita…
Il Centro ricerche di Barzah:Ciò che McKanzie diceva era che questi 3 edifici del centro furono colpiti da 76 missili da crociera!!! “Affermazione ridicola e senza la minima credibilità”. Sarebbero stati colpiti nel modo seguente:In Siria furono attaccate strutture simili con un missile da crociera per edificio. Si può pensare di voler essere sicuri? 2 o 3 andavano bene per edificio; ma qui gli Stati Uniti affermano di averne lanciato 76 contro 3 edifici…
Gli altri due obiettivi attaccati, secondo gli Stati Uniti, erano un deposito ad Him Shinshar:Sempre secondo gli statunitensi, la struttura sarebbe stata colpita da 22 missili da crociera!!! Altra affermazione ridicola e senza la minima credibilità. Tanto più che a differenza di Barzah, si trattava di 3 capannoni in lamiera, cioè strutture fragilissime. Un missile per struttura bastava. Per capire di cosa si parla, si guardi questa foto elaborata per mostrare cosa significherebbe lanciarvi 22 missili da crociera:Come si può vedere dalle immagini satellitari, gli Stati Uniti mentono quando affermano che il sito fu colpito da 22 missili da crociera.Il terzo dei bersagli attaccati, secondo gli Stati Uniti, era il bunker “chimico” di Him Shinshar:Secondo gli statunitensi, l’installazione sarebbe stata colpita da 7 missili da crociera!!! Ancora un’affermazione senza la minima credibilità. Ecco la foto ritoccata per mostrare cosa significherebbero 7 missili da crociera su quest’installazione:Come si può notare non ci sono 7 impatti di missili da alcuna parte.In realtà, la difesa aerea siriana è interconnessa con quella russa che, attraverso i sistemi di collegamento, incrementava l’efficienza della difesa aerea della Siria basata sui sistemi aggiornati Buk, Pantsir, S-200 e S-125 Pechora-M, coordinati da moltiplicatori di forza come aerei AWACS, sistemi ECM, sistemi radar e sistemi delle navi russe. Ad esempio, gli inglesi avevano lanciato i loro missili su Homs, ma furono tutti abbattuti dai sistemi di guerra elettronica siriani. Gli inglesi vi perdevano 50 milioni di dollari di armamenti, e senza colpire nulla. Infine, i sistemi di difesa aerea siriani impiegati per abbattere i missili da crociera statunitensi furono i seguenti: Pantsir-S1, Buk-M2E, S-125/S-125M, Osa, S-75 e cannoni antiaerei, che riuscivano ad abbattere circa 97 missili. Non furono impiegati i missili S-200.Conclusione
Ma ciò che infastidisce più di tutto sono gli espertidiminkia, dai generaloni della NATO-in-pensione-e-in-TV, agli esperti in geominkiate di regime, ospiti fissi dei talk show piddiotizzanti, fino ad arrivare al circo delle pulci neo-ottomaniaci, i paggetti erdoganisti pseudo-eurasiatici che mentre abbaiano contro Egitto e India, che condannano l’aggressione alla Siria, osannano il sultano pazzo Erdogan che invece partecipava a tale aggressione alla Siria. Ebbene, tale ammasso di ciarpame, pur avendo sbattuto la faccia contro i fatti (dalla testa dura) e non sapendo come rigirarsi tale sonora pedata al culo ricevuta dal popolo e dall’esercito della Siria, cerca ogni modo di deformare i fatti e giustificare le proprie avventatezze ideologiche scalando pareti vetrate di grattacieli, pur di non dire che i supermen che albergano al Pentagono, come insegna la propaganda di Raiset-La47, hanno racimolato l’ennesima bastonata, travisata sempre da vittoria dalla suddetta propaganda, con tanto di coretto di corvi catastrofisti filo-imperialisti che, camuffati da eterni finti filo-russi e filo-siriani, sempre denigrano la Russia per l’“immobilismo” mostrato in Siria.
Un esempio? Sono i geniacci che ci dicono che l’attacco era ‘concordato’ tra Trump e Putin; ebbene tale scherzo comprendeva 105 missili da crociera, al modico prezzo di 1,5 milioni di dollari al pezzo. Si facciano i calcoli, e si dica che tale spesa era solo intesa a tirar su uno ‘scherzo’ che copre di ridicolo il Pentagono, la NATO, i governi di tre potenze occidentali, il complesso militar-industriale degli USA, l’intero apparato mediatico del ‘libero’ occidente, ecc.; e non si badi a cosa certi “communists”, col vitalizio e sempre in prima linea nei talk shaw berlusconiani, arrivano a dire (“i russi hanno disattivato le difese antimissile in Siria”) pur di denigrare l’operato dell’alleanza russo-siriana e celebrare i “successoni” immaginari degli USA. Non possono che dire questo, pena l’esclusione dai salotti televisivi da dove condurre una novella immaginosa ‘rivoluzione d’ottobre’…
L’unico scherzo in tutto questo, non è l’attacco missilistico alla Siria, ma l’indecoroso spettacolo messo su da tale torma di geocazzari d’ogni risma e tendenza, affratellati dal comune odio per la Russia e dal tentativo di salvare il grugno lesionato di Trump; nonostante perfino il segretario alla Difesa Mattis e il Capo di Stato Maggiore statunitense Dunford, relazionando sull’attacco missilistico, abbiano chiarito che qualsiasi responsabilità su tutto questo, anche futura, ricadeva solo su Trump, con implicita presa di distanza.Fonti:
Analisi Militares
Bolshaja Igra
The Duran
Wail al-Russi

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2018/04/15/fallito-attacco-missilistico-perche-gli-usa-mentono-sui-loro-successi/

Cose che NON è dato sapere sulla Libia: 2016, La resistenza antimperialista libica alza le bandiere della Jamahirija

La resistenza antimperialista libica alza le bandiere della Jamahirija

I mass media europei, per ciò che riguarda la Libia, si sono sempre premurati di occultare la presenza di un vasto movimento anti-NATO ispirato all’esperienza della Jamahirija del colonello Gheddafi.
L’eclettico leader libico dopo il 1969 avviò una profonda modernizzazione che trasformò un agglomerato di tribù in uno Stato indipendente e sovrano. Il suo governo – utilizzando categorie più comuni per noi occidentali – poteva essere definito come progressista, e per molto tempo fu giustamente ostile all’imperialismo nord-americano.
Gheddafi, forte del sostegno dei popoli africani, voleva fare della Libia un modello efficace per tutti i paesi del martoriato continente nero. L’imperialismo statunitense – seguito a ruota da quello britannico e francese – non poteva tollerare tale ambizioso e progressista progetto. L’Africa – seppur in una prospettiva a metà strada fra il democratico-borghese e il (sia pun bon certo compiutamente) socialista – seguendo il percorso tracciato dal Colonnello, si sarebbe finalmente emancipata dalla morsa colonialista.

Il fatto che la figlia del colonnello, Aisha Gheddafi, sia a capo del movimento anti-NATO è eloquente: il popolo libico conserva un buon ricordo del suo leader storico ed è pronto a battersi con le armi in pugno per riconquistare l’unità e l’indipendenza perdute. Le parole di Aisha non lasciano spazio al dubbio ‘Il mio nome mi da il dovere ed il diritto di essere all’avanguardia di questa guerra’ 1. Eancora ‘Siamo pronti per combattere fino alla morte e in questa battaglia i terroristi dovranno affrontare tutta la nazione’. Questa donna coraggiosa è disposta ad andare fino in fondo raccogliendo la bandiera della Jamahirija; per quanto ci riguarda non possiamo fare altro che appoggiarla con gli esigui mezzi di cui disponiamo.
Ovviamente, in una situazione come questa, la sinistra ‘’made in Usa’’ è solita nascondersi dietro i media di regime: in Italia, da SeL fino ai falsi trotskisti del PCL, forze politiche ambigue ed opportuniste, hanno appoggiato i ‘’ribelli’’ armati dalla CIA e dalle petromonarchie spacciando per ‘’rivoluzione sociale’’ una aggressione imperialista subappaltata ai collaborazionisti e ai vassalli locali.
Dall’altra parte, i gruppetti vetero stalinisti così come i velenosi rossobruni, esaltano il regime mercenario di Tobruk, vera garanzia per gli Usa ed i governi europei. I campisti fuori tempo massimo e i rossobruni sono troppo inclini al collaborazionismo per compromettersi e stare dalla parte di un autentico movimento di liberazione nazionale, quindi optano per la scelta del ‘’meno peggio’’ all’interno del campo borghese. Questa volta però gli è andata male: il duo Khalifa Haftar-El Sisi ( il dittatore egiziano che gli fa da garante ), paiono dei perfetti cani da guardia al seervizio dell’imperialismo e non certo dei ‘’nazionalisti indipendenti’’.
Nessun giornalista ‘’di regime’’ italiano ha descritto l’opposizione dei libici alla divisione, su basi etniche, della propria nazione. Il giornalista di sinistra Enrico Vigna scrive: ‘’Da Bani Walid, al Golfo della Sirte, a Sabha, la Resistenza Verde guida e organizza il popolo libico perché si ribelli di fronte alle sentenze di morte della cricca islamista tripolina’’ 2. Fra le richieste dei dimostranti c’è il rilascio di Saif al-Islam condannato a morte da un Tribunale fantoccio instaurato a Tripoli.
Continua Vigna: ‘’I video diffusi in rete da un sito di informazione della Resistenza verde libica, mostrano Saadi Gheddafi, figlio del defunto Colonnello Muammar, mentre viene torturato in un carcere delle milizie islamiste di Tripoli. Le immagini mostrano Saadi, ex calciatore, vestito con una tuta verde mentre bendato in una stanza del carcere di Al Hadba ascolta spaventato le urla di alcuni detenuti provenire da un’altra stanza. Poi viene schiaffeggiato e torturato con colpi sulle piante dei piedi’’ 3. E’ questa la democrazia che la sinistra europea vuole ? 4
Il progetto degli Usa e dei suoi alleati è chiaro: dividere la Libia in tanti mini-Stati su basi etniche e religiose. Nel fare ciò, gli imperialismi statunitense ed israeliano ( come sempre Israele entra in gioco ), hanno accolto un inaspettato alleato: le popolazioni berbere.
Israele appoggia il separatismo etnico dei berberi
I popoli berberi, storicamente, si sono sempre schierati con l’imperialismo israeliano e la destra sionista contro gli Stati arabi indipendenti. In Algeria, i Makisti affermano che la politica algerina sia ‘’imperialistica’’ a partire dal periodo successivo alla Rivoluzione guidata dal grande leader anticolonialista, Ben Bella. Questa pagina di storia è alquanto scomoda per la ‘falsa sinistra’ occidentale che ha sostituito la lotta di classe coi particolarismi (a) etnici, (b) religiosi e (c) di genere, cedendo alle mode culturali atlantiche.
Nella regione della Cabilia nel 2012 le iniziative congiunte ‘’berbero-sioniste’’ furono di grande interesse. Leggiamo un Comunicato di Makhlouf Idri, portavoce di Anavad – Martedì 22 maggio 2012, riportato dall’Osservatorio internazionale per i diritti.
‘’Il presidente del Governo provvisorio della Cabilia (regione dell’Algeria, abitata soprattutto da berberi, ndt), Mehenni Ferhat, accompagnato dal Ministro delle relazioni internazionali, Lyazid Abid, sono in visita ufficiale dal 20.5.2012 in Israele.
E’ in corso una agenda fittissima di incontri politici e diplomatici. Fin dal suo arrivo a Gerusalemme, la maratona della delegazione della Cabilia è cominciata con l’accoglienza da parte dell’ambasciatore israeliano in Mauritania, Ygal Carmon, nella sede del MEMRI (Middle East Media Research Institute).
Stamattina la delegazione è stata ricevuta dalla Knesset dal suo vice presidente Danny Danon, col quale vi è stata uno scambio di idee sulla situazione in Cabilia e la condizione in cui è costretto il popolo della Cabilia da parte del regime razzista di Algeri.
La reazione del portavoce del Ministero degli Esteri algerino mal nasconde la negazione da parte del regime algerino della nazione Cabila che aspira ad essere padrona del proprio destino ed alla libertà.
La missione in Israele proseguirà fino al 25 maggio 2012’’
Come da copione i berberi hanno appoggiato attivamente la distruzione della Libia popolare del Colonnello Gheddafi: ‘’I Makisti, dopo avere sostenuto l’aggressione USA-arabo-sionista della Libia, aiutati da un “CNT” composto da rinnegati la maggior parte dei quali viene dalla NED/CIA – e adesso il medesimo complotto è contro la Siria – ecco i nostri apprendisti traditori, futuri CNA, adottare gli stessi atteggiamenti e tattiche, ricorrendo per ingannare ai falsi alibi “identitari” come strumento di sovversione, eseguendo le direttive dei loro padroni, per seminare il caos e la divisione, spingere alla sollevazione e al disordine la categoria più patriottica della popolazione’’ 5
Il MAK ha invitato i berberi libici a lottare contro il governo ‘’gheddafiano’’ definendolo ‘’infame dittatura’’, eppure l’OSSIN ci aveva messi in guardia ( Osservatorio internazionale dei diritti ): ‘’Il MAK vive e dipende dal sionismo. I Makisti appoggiano i traditori del CNT libico perché assomigliano loro. Il MAK è filo-sionista per interesse, ma anche per convinzione nel caso di alcuni leader, e per ignoranza nel caso dei seguaci’’. Questi mercenari chiamano ‘’infame dittatura’’ un governo che ha accolto oltre due milioni di migranti africani, dandogli casa e lavoro. Quale dittatura si premura di edificare uno Stato sociale ed antirazzista?
Arrivati a questo punto dobbiamo chiederci qual è il ruolo delle organizzazioni berbere che operano culturalmente in Europa, essendo, quest’ultime, da molti anni, distanti anni luce dalle legittime istanze del martoriato popolo palestinese. Dietro la valorizzazione della ‘’cultura autoctona’’, dei particolarismi filosofici e della ‘’lingua degli antenati’’ si cela lo spettro del separatismo etnico?
La poetessa berbera Malika Mazan che ha pubblicamente esaltato il sionismo, con spirito islamofobo ed arabofobo – “Sono i sionisti che sono ostili agli arabi, o sono gli arabi che sono ostili a tutti i popoli liberi?” – ha voluto esprimere una opinione comune ai vertici delle organizzazioni berbere, ben finanziate ed inserite nelle lobby ‘’culturali’’ ed accademiche? Purtroppo pare proprio che il filosionismo sia una tendenza diffusa fra questi cultori della libera espressione artistica e filosofica, i cantori dei particolarismi ( etnici ) pronti a fare da megafono ad un violento Stato imperialista.
La formazione del movimento antimperialista guidato da Aisha Gheddafi, è una garanzia contro tutti i piani imperialisti e razzisti che minano alle fondamenta il progetto unitario già a suo tempèo intrapreso da statisti come Ben Bella, Nasser e, che piaccia o no, anche dal fondatore della Jamahirija un’ esperienza, tutto sommato, positiva e da rivendicare.
http://www.controinformazione.info/aisha-gheddafi-si-schiera-a-capo-della-resistenza-in-libia-contro-la-nato-e-contro-i-terroristi/
http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=833:libia-i-libici-manifestano-nelle-strade-in-solidarieta-con-gli-eroi-della-jamahirija-e-della-rivoluzione-verde-condannati-a-morte-dal-tribunale-delle-milizie-terroriste-a-tripoli&catid=2:non-categorizzato
http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=834:appello-di-safia-farkash-vedova-di-muammar-gheddafi-sulle-torture-di-suo-figlio-saadi-gheddafi&catid=2:non-categorizzato
http://www.ossin.org/algeria/1176-la-cabilia-e-la-strategia-sionista

Preso da: http://www.linterferenza.info/esteri/3419/

GLI ACCOUNT TWITTER DELLO STATO ISLAMICO PORTANO AL GOVERNO INGLESE

Pubblicato il: 23/03/2016

Twitter ha bloccato gli utenti accusati di ‘molestare’ gli account collegati allo SIIL [Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, chiamato anche ISIS o “Daesh”, ndr]. Nel frattempo, gli hacker hanno rivelato che gli account Twitter utilizzati dallo SIIL riconducono ad Arabia Saudita e governo inglese. Sorpresa?
Uno degli argomenti centrali utilizzati dai governi che cercano di limitare le libertà su internet e giustificarne la sorveglianza totale è che i social media e le varie piattaforme internet permettono ai “terroristi” di diffondere propaganda e incitare alla violenza. E naturalmente l’unico modo per fermare tale fenomeno orribile, secondo la saggezza comune, sia regolare attentamente gli interventi su internet, così come un’ampia sorveglianza. O almeno così ci è stato detto. È per questo che molti sono disorientati dalla decisione di Twitter di bloccare gli “hacktivisti” accusati di “molestare” gli account collegati a SIIL e altri gruppi terroristici.

La cosa ha fatto notizia all’inizio del mese:

“Rapidamente lo SIIL apre account e diffonde propaganda, secondo gruppi hacker come Anonymus e Ctrl Sec impegnati nella campagna online #OpISIS. Il gruppo segue i followers, i collegamenti degli account individuati dagli appelli ad unirsi allo Stato islamico e riporta i profili dei jihadisti. Ma ora dicono che il social media li chiude. Difendendosi, Twitter vanta che non meno di 125000 account collegati a organizzazioni terroristiche sono stati rimossi. Ma gli attivisti di internet dicono che Twitter ha fatto ben poco, a parte agire su reclamo di utenti: “Una dichiarazione di WauchulaGhost, hacker antiterrorismo del collettivo Anonymus, ha detto: Chi ha sospeso 125000 account? Anonymus, i suoi gruppi affiliati e comuni cittadini. Vi rendete conto che se sospendessimo la segnalazione degli account dei terroristici e dalle immagini violente, Twitter sarebbe inondata di terroristi. Dopo l’annuncio di Twitter, gli arrabbiati membri di Anonymus rivelavano di aver avuto i loro account chiusi, non lo SIIL. Un giorno di febbraio 15 hacker hanno avuto i loro account chiusi da Twitter, nonostante mesi di indagini sui jihadisti”.

Perché Twitter bannerebbe gli utenti che segnalano account collegati allo SIIL? Forse perché alcuni di tali account portano all’Arabia Saudita e anche al governo inglese. Come fu segnalato il 16 dicembre 2015:

“Gli hacker hanno affermato che numerosi account sui social media di sostenitori dello Stato islamico ‘sono gestiti da indirizzi internet collegati al Dipartimento del lavoro e delle pensioni del Regno Unito’. Un gruppo di quattro esperti informatici, che si chiama VandaSec, ha scoperto prove che indicano che almeno tre account filo-SIIL porterebbero al Dipartimento“.

Sopra: la notizia riportata dal Daily Mirror

Ma la storia è ancora più strana. Il governo inglese avrebbe venduto una grande quantità di indirizzi IP “a due aziende saudite”, il che spiega perché lo SIIL utilizza indirizzi IP riconducibili al governo inglese. Sembra che:

“il governo inglese abbia venduto numerosi indirizzi IP a due aziende saudite. Dopo la vendita alla fine di ottobre scorso, sono stati utilizzati dagli estremisti per diffondere il loro messaggio di odio. Jamie Turner, della ditta PCA Predict, ha scoperto la registrazione della vendita di indirizzi IP, numerosi dei quali trasferiti in Arabia Saudita nell’ottobre scorso. Ci ha detto che probabilmente gli indirizzi IP potrebbero riportare ancora al Dipartimento perché i dati degli indirizzi non erano stati ancora completamente aggiornati. L’Ufficio del Gabinetto ha ammesso di aver venduto gli indirizzi IP alla Saudi Telecom e alla Saudi Mobile Telecommunications Company all’inizio dell’anno, nell’ambito della liquidazione di numerosi indirizzi IP del Dipartimento lavoro e pensioni”.

Così le imprese saudite utilizzano gli indirizzi IP acquistati dal governo inglese per diffondere la propaganda dello SIIL su Twitter. Nel frattempo, gli attivisti che cercano di rimuovere tali account vengono bannati. Per coronare il tutto, David Cameron ora celebra la “brillante” esportazione di armi inglesi in Arabia Saudita. Siamo sicuri che i sauditi useranno le armi e gli indirizzi IP inglesi per fare del bene. Altra domanda?

* * *

Rudy Panko, Global Research, 20 marzo 2016 – Russian Insider
Traduzione italiana di Alessandro Lattanzio – Fonte: aurorasito.wordpress.com


Autore:  Rudy Panko  

Preso da: http://www.nexusedizioni.it/it/CT/gli-account-twitter-dello-stato-islamico-portano-al-governo-inglese-5049

La Libia è una torta da oltre 130 miliardi di dollari

21 marzo 2016

di Valter Vecellio
La Libia è una torta da 130 miliardi di dollari subito, e almeno 34 volte di più se l’attuale situazione si dovesse mai in qualche modo “normalizzare”. Per capire qualcosa di quello che accade in quell’ormai non paese si deve cercare di capire le mosse dell’ENI…
Eni1
Ce lo stanno dicendo praticamente tutti i giorni, da tempo; da settimane, da mesi: bisogna intervenire in Libia. Cosa significa “intervenire” non è ben chiaro, ma bisogna “intervenire”.

Ora per “intervenire” ci sono due soli modi: si mandano delle truppe, dei militari, si va a combattere a tutti gli effetti una guerra. Si va come si è andati in Somalia, in Irak, in Afghanistan… Si va ad uccidere, e si va ad essere uccisi. Si va a combattere, come già combattono i francesi in tutti quei paesi dell’Africa francofona: dal Ciad al Mali, dal Burkina Fasu; come già sono presenti in Libia, e come sono già presenti, in quello che un tempo era “il bel suol d’amore”, inglesi e statunitensi. Avendo ben chiaro che la Libia di oggi è un verminaio nel quale si rischia di restare impigliati più e peggio che in Irak e in Afghanistan.
Italy Eni
Chi dice che bisogna “intervenire” dice questo, e questo deve dire: deve avere il coraggio di dirci che la Libia costituisce una irresistibile torta che tanti si vogliono mangiare. Stiamo parlando di un non paese che galleggia in un mare di petrolio. Un non paese con due poli interni principali costituiti da Tripoli e Tobruk, spalleggiati da una quantità di poteri reali esterni in lotta e competizione tra loro. Per dire: il 38 per cento del petrolio africano passa dalla Libia, e questo 38 per cento costituisce l’11 per cento dei consumi europei. Questo petrolio dagli esperti viene ritenuto un greggio di ottima qualità, costa relativamente poco, fa gola alle grandi compagnie petrolifere; per quel che riguarda la Tripolitania è praticamente appannaggio dell’ENI. Un appannaggio che l’ENI si garantisce manovrando in modo spregiudicato tra fazioni, tribù e sceiccati; e che francesi, inglesi, americani naturalmente non vedono con favore. Vorrebbero esserci loro, a fare quello che fa l’ENI.
Libia-Sicilia
La Libia costituisce una “torta” da 130 miliardi di dollari subito, e almeno 34 volte di più se l’attuale situazione si dovesse mai in qualche modo “normalizzare”. Per capire qualcosa di quello che accade in quell’ormai non paese si deve cercare di capire le mosse dell’ENI in Tripolitania, della BP, della Shell, della Total in Cirenaica e nel Fezzan. Della partita fa parte anche la Russia, che opera attraverso l’Egitto di Al Sisi. Buona parte delle armi che circolano in Libia, vengono da Mosca e Parigi. Nei progetti, e nei sogni delle varie cancellerie europee e mondiali, la Francia che già ha interessi consolidati nell’Africa sub sahariana, dovrebbe fare il guardiano nel Fezzan, la regione meridionale della Libia. Al Regno Unito fa gola la Cirenaica, e in questo modo terrebbe a freno anche le mire russo-egiziane, l’Italia dovrebbe in qualche modo continuare a operare in Tripolitania; gli Stati Uniti – questi Stati Uniti più confusi e indecisi che mai – si candidano a supervisori del tutto.
Questi bei piani naturalmente sono realizzati a tavolino, non fanno poi i conti con la realtà: le gelosie, le rivalità, gli appetiti tribali; gli interessi dell’Egitto, che non sono quelli dei paesi europei, i fanatici islamisti, che giocano anche loro una partita, dal Qatar arriva un quotidiano fiume di denaro a sostegno dei gruppi estremisti e terroristici. Insomma, è bene sapere che la sbandierata lotta al califfato dell’ISIS e ai terroristi è solo un aspetto, forse il più appariscente, ma neppure il più importante, della guerra che si sta combattendo in Libia. Gli interessi occidentali mascherati da obiettivi comuni, in realtà sono più che mai divergenti. Si prepara, e probabilmente già si combatte, una guerra dove in campo ci sono finti amici e alleati, finti avversari e nemici.
C’è poi un altro modo di “intervenire”. Si chiama “intelligence”. Ne parlano in tanti, però oltre che invocarla dovrebbero spiegare cosa significa “intelligence”, cosa comporta. Vuol dire niente più e niente meno che “operazioni sporche”. Persone specializzate in quel tipo di guerra che si fa e non si ammette, e che consiste nell’eliminazione di nemici o ritenuti tali. Quel tipo di cose che leggiamo nelle spystories e che vediamo nei film di spionaggio. Solo che non si tratta di romanzi o di film; sono operazioni meticolosamente studiate, risultato di informazioni spesso raccolte illegalmente, corrompendo e applicando la legge: il nemico del mio nemico è mio amico. Ecco, questa è l’intelligence. O questo o non è. Se si applica la vecchia regola di seguire il denaro, forse si comincia a capire qualcosa di quello che si fa senza dire, di quello che si dice senza fare.
Ora rispondiamo pure: vogliamo, dobbiamo, possiamo “intervenire” in Libia?
(Articolo già su La Voce di New York il 17 marzo)

PER IL CAPITALISMO CI VUOLE UNA GUERRA MONDIALE

Postato il Martedì, 08 marzo @ 06:30:00 GMT di ernesto

DI CATHAL HAUGHIANl via The Saker
 Zerohedge.com
E’ dal 2010 che cerchiamo di raccontare e di comprendere il capitalismo e lo abbiamo fatto con il nostro libro La Filosofia del Capitalismo.  Eravamo incuriositi dalla natura di fondo del sistema, che ci fa, a noi – i detentori del capitale – così tanti regali, così il Saker mi ha chiesto di spiegare questa dichiarazione, un po ‘cruda’ : Per il capitalismo ci vuole la Guerra Mondiale.
L’attuale scontro tra l’Occidente contro Russia e Cina è l’apice di una lunga saga che va avanti fall’inizio della Prima Guerra mondiale. Prima di allora il Capitalismo era governato dal sistema Gold Standard che era un sistema internazionale, molto solido ed aveva regole chiare che avevano portato grande prosperità: Il Capitale a disposizione del settore bancario era scarso e per questo motivo doveva distribuirlo con oculatezza.

La Prima Guerra Mondiale richiese al Capitalismo un indebitametno del tipo FIAT e una Gran Bretagna in bancarotta cominciò a passare il suo testimone Imperiale agli Stati Uniti, che ne approfittarono per finanziare la guerra e per vendere munizioni.
La Repubblica di Weimar, soggetta a continue ostilità con tutti i mezzi economici possibili, cercò di far sgonfiare i propri debiti nel periodo 1919-1923 producendo il disastroso risultato della iperinflazione. Poi, con la reintroduzione del Gold Standard in un mondo ormai avvelenato dalla guerra, sia la restituzione che il debito furono destinati al fallimento e tutto si concluse con una fiammata di deflazione nei primi anni ’30 e poi con la seconda guerra mondiale.
Il governo degli Stati Uniti guadagnò moltissima credibilità dopo la seconda guerra mondiale con la messa al bando delle guerre offensive e con il finanziamento di molti progetti di ricostruzione che contribuirono al trasferimento di debito privato sul debito pubblico.
Il debito del governo USA esplose durante la guerra, ma servì anche a cambiare le carte in gioco, dando il potere ai creditori di disporre di un grande debitore capace di disporre di una gran quantità di capitale politico. Gli Stati Uniti usarono il loro potere per stabilire le nuove regole del sistema monetario a Bretton Woods nel 1944 e per custodire (negli USA) l’ oro fisico di proprietà di altre nazioni.
Tra la fine degli anno ’40 e l’inizio dei ’50 gli Stati Uniti aumentarono le aliquote fiscali sui ricchi ed ebbero un periodo di inflazione elevata – con cui spazzarono via i creditori, ma  aprirono anche un’epoca unica per la classe media di tutto l’Occidente. Gli USA riformarono anche le istituzioni centralizzate sia negli Stati Uniti che in Europa e in Giappone per assicurarsi che una classe di creditori-sanguisuga non ostacolasse la crescita, cosa che, allora, era facile fare perché la guerra li aveva spazzati via (come in Corea).
La distruzione del capitale durante la seconda guerra mondiale, contraddisse la regola marxista per cui “il tasso di profitto scende sempre”.
Prendiamo un mercato a caso, quello dei jeans. All’inizio tutte le fabbriche li producono usando una gran quantità di lavoro umano e tutti i jeans hanno un prezzo che si aggira intorno al totale del costo del lavoro sociale necessario per la produzione (qualcuno fa pagare di più, qualcuno meno).
Ad un certo punto una fabbrica introduce un macchinario (con un costo di X $) che produce i jeans usando molto meno tempo lavoro. Ognuno dei lavoratori, assistiti da un robot, è pagato con lo stesso salario orario ( di prima) ma il processo di produzione adesso è molto più redditizio. Questo attrarrà nuovi capitali, perché il capitale è alla continua ricerca di un profitto più alto. Il risultato sarà la generalizzazione di questo nuovo modo di produrre.
Il robot o il macchinario verrà adottato da tutte le altre fabbriche, perché rende più efficiente il modo di produrre i jeans. Come conseguenza il prezzo dei jean scende, perché il margine di profitto è aumentato e con questo margine tutti gli attori del mercato possono sotto tagliare i prezzi dei loro concorrenti per (tentare di) incrementare il proprio market-share ed attaccare i suoi concorrenti.
Investendo un’altra quota di X$ il margine di profitto unitario viene va sotto pressione, in modo che il tasso di rendimento dei beni produttivi tenda a scendere, con il tempo per riallinearsi in un mercato competitivo.
I tassi di interesse sono in calo da decenni in Occidente, perché i tassi di interesse devono essere sempre al di sotto del tasso di rendimento degli investimenti produttivi. Se i tassi di interesse fossero più alti rispetto al tasso di rischio-del-rendimento, il capitalista potrebbe anche scegliere di tenere il suo denaro in un conto di risparmio. Quando c’è deflazione reale, il suo potere di acquisto aumenta GRATIS e quando c’è inflazione, invece, parcheggia il suo denaro (più il debito) in un investimento improduttivo che però ne può far gonfiare il prezzo, per esempio nell’immobiliare.
Già sentito?
Certo, c’è stato un gran profitto che si è generato dal 2008 in poi, ma non è stato reinvestito con investimenti produttivi in ​​un libero mercato competitivo. Tutto quel profitto è venuto dalle bolle degli investimenti e da schemi finanziari favoriti con la stampa di denaro e con tassi di interesse pari a zero.
Così, sappiamo che in Occidente il tasso implicito di rendimento è vicino allo zero ed il tasso di rendimento si riduce naturalmente, a causa dell’accumulo di capitale e della concorrenza di mercato. Il sistema si chiama capitalismo perché il capitale si accumula: le economie ad alto reddito sono quelle con il più grande accumulo di capitale per lavoratore. Il lavoratore,  robotizzato, gode di un reddito più alto mentre è altamente produttivo, ma in parte anche perché le macchine svolgono una parte del lavoro che avrebbero dovuto fare i lavoratori “ridondanti” che vengono licenziati, quindi ci sono meno lavoratori che partecipano a condividere il profitto. Tutte le economie ad alto reddito hanno avuto tassi di interesse vicino allo  zero per sette anni di seguito. I tassi di interesse in Europa sono addirittura negativi. E allora … come è riuscito il sistema a restare  stabile per così tanto tempo?
Qualsiasi  crescita economica dipende dal guadagno energetico. Ci vuole energia (per perforare pozzi petroliferi) per ottenere energia. A differenza dalla nostra esperienza quotidiana in cui l’energia che compriamo e quella che consumiamo si bilanciano, il capitalismo richiede un guadagno netto sull’energia assoluta. Questo guadagno, per mezzo di scambi di energia, assume la forma di strumenti e macchinari che permettono un aumento della produttività oraria del lavoro. Quindi aumenta il PIL, gli standard di vita migliorano e i debiti possono essere rimborsati. Quindi, il petrolio è una risorsa strategica per il capitalistico.
Il guadagno netto sulla produzione di energia USA ebbe il suo picco nel 1974, quando furono sostituiti dall’Arabia Saudita che, per la prima volta nella sua storia, trasformò gli USA in paese importatore netto di petrolio. La dipendenza USA dal petrolio straniero passò dal 26% al 47% tra il 1985 e il 1989 per raggiungere il suo picco del 60% nel 2006. E, significativamente, i salari reali raggiunsero il loro picco nel 1974, con un certo livellamento per poi cominciare a diminuire per la maggior parte dei lavoratori USA. I salari non hanno mai recuperato le loro perdite. (Il declino dei salari sarebbe più grave se consideriamo che i dati sull’inflazione ufficiale USA, che non includono gli aumenti del costo delle abitazioni).
Qual è stato il risultato economico e politico di questo declino? Durante i 20 anni  dal 1965 al ‘85, ci furono 4 recessioni, 2 crisi energetiche e il controllo su  salari e prezzi.
Questi fatti non erano mai accaduti in tempi di pace e gli eventi del Golfo del Tonchino spinsero alla guerra in Vietnam, che alla fine, nel ‘71,  spinse Nixon ad abbandonare il sistema Gold-Exchange Standard, per aprire il successivo dissoluto capitolo della Finanza FIAT, fino al 2008. Tagliare il rapporto mometario con l’oro significava tagliare l’ultima ancora che impediva la guerra e il disavanzo di spesa.
La promessa di oro in cambio di dollari fu cancellata.
Dopo il 1974 il PIL USA continuò a crescere ma una parte del potere di acquisto finale fu trasferito alla Arabia Saudita    che divenne il paese che forniva il guadagno energetico netto che costituiva il potere per far aumentare il PIL USA. La classe lavoratrice USA cominciò a vivere un lento declino reale del proprio standard di vita, dato che “la loro fetta” della torta economica si era ridotta con il continuo aumento di trasferimento di potere di acquisto verso l’Arabia Saudita.
Le elite del governo e delle banche risposero creando e cancellando norme di comportamenti illegali per il sistema basato su una moneta FIAT. I cinesi apprezzarono questa opportunità di lungo termine che questa situazione presentava e accettarono di cominciare a giocare, anche loro, con il pallone. Gli USA con la loro sovrapproduzione di credito monetario e la Cina con le sue super produzioni di merci lavorate, ammortizzarono il reale declino del potere di acquisto della classe lavoratrice americana. I rapporti di potere tra Cina e USA cominciarono a cambiare: il partito comunista trasferiva valore ai consumatori americani, mentre Wall Street trasferiva la maggior parte delle piante industriali Usa in Cina. Non mandarono il complesso industriale militare.
Questo bilanciamento su grande scala significava che i consumatori e le imprese USA potevano avere i mezzi per acquistare sempre più a debito e la guerra di classe fu rinviata. Così è come funziona la sovrapproduzione: Più si produce e più si spende, ma non si paga con il denaro che rappresenta il vero e proprio tempo per produrre il bene, ma si paga con la ricchezza del futuro, quella che si produrrà con il tempo del lavoro futuro. La forza lavorale cinese produceva più di quanto poteva consumare.
Il sistema non ha mai travalicato i limiti stabiliti dalle leggi della termodinamica. Il sistema di una economia reale non può mai sovrapprodurre “di per sé”. Il limite di produzione è il guadagno netto di energia assoluta. Tutto quello che viene prodotto e quanto può essere consumato. Come hanno fatto i cinesi a produrre una tale eccedenza, tanto massiccia e per così tanto tempo? La schiavitù economica può ottenere dei miglioramenti radicali per gli standard di vita per coloro che godono i benefici della proprietà. Gli schiavi non si deprezzano perché vengono presi in affitto e non si deve nemmeno ripararli perché, se conviene, si possono replicare gratuitamente. Centinaia di milioni di contadini cinesi tengono basso il loro livello di vita e controllano i loro consumi per farne godere i frutti ai loro figli.
Con le loro vite sfruttate permettono che cresca il tasso di profitto!
Cominciarono la loro lunga marcia verso una moderna prosperità facendo giocattoli, scarpe e i tessuti a minor prezzo di quanto potessero fare delle povere donne che lavoravano in South Carolina o in Honduras. Quelle fabbriche si costruvano con pochi soldi e il personale – formato da contadini obbedienti, deferenti e laboriosi – era proprio quello che ci voleva per un lavoro che non era differente dal “raccogliere pomodori”. La loro eredità è la formazione iniziale del capitale della moderna Cina ed è uno dei più grandi successi della storia umana. I cinesi non hanno usato il loro guadagno netto di energia, prodotto dal petrolio per alimentare l’iperbolico incremento che stavano sostenendo per la produzione. Loro usavano la schiavitù economica alimentata da energia calorica che sostituiva quella solare. La forza lavoro cinese ha raccolto tutti i frutti che si potevano raccogliere facilmente in tutto il mondo, cioè quelli che per essere colti non avevano bisogno né di strumenti né dei macchinari. Gli schiavi non hanno bisogno di nessun attrezzo perché loro stessi sono gli attrezzi.
Senza il gold standard e senza i coefficienti patrimoniali il modello-sovrapproduzione è cresciuto a dismisura.  La bolla delle dot.com è stata  rigonfiata con la bolla immobiliare, che è stata pompata nuovamente da debito sovrano, da stampa di moneta (QE) e insolvenza della banca centrale. La classe lavoratrice e la classe media degli Stati Uniti hanno consumato di più in proporzione alla loro partecipazione alla torta dell’economia globale per decenni. La correzione dei prezzi (la distruzione della moneta, del credito e del capitale accumulato) deve ancora arrivare. Questo è quanto è accaduto dal 1971 per effetto della crescita della finanziarizzazione o della monetizzazione.
L’applicazione di questi metodi economici è giustificata dalla ideologia politica del neo-liberalismo. Il neo-liberalismo prevede nessuno o pochi controlli sui capitali, la distruzione dei sindacati, il saccheggio dei beni pubblici e dello Stato, l’importazione di contadini come l’aiuto domestico, e la consegna della produzione di valore aggiunto della società, al Partito Comunista della Repubblica Popolare Cinese.
I cinesi hanno molti motivi ma la loro prima motivazione è il potere. Il potere è più importante del denaro. Se sei ricco ma debole, ti rubano tutto. La Russia può fornirci qualche esempio: Gorbaciov aveva ricevuto una promessa da George HW Bush che gli Stati Uniti avrebbero pagato alla Russia circa $ 400 miliardi in 10 anni come “dividendo di pace” da usare nella trasformazione del loro stato verso un sistema economico basato sul mercato. I russi ritengono che il capo della CIA, all’epoca, George Tenet, in sostanza, abbia fatto abortire l’affare per la sua idea che “lasciare il paese cadere a pezzi distruggerà la Russia come futura minaccia militare”. Infatti il paese crollò nel 1992 e le sue risorse naturali furono saccheggiate e il tasso di profitto aumentò (vertiginosamente) negli anni ’90, fino a quando il presidente Putin mise un freno a quella rapina.
In ultima analisi, l’attuale quadro del Capitalismo mostra ridondanza di lavoro, caduta del saggio di profitto e squilibri commerciali profondi prodotti da un eccesso di capacità. Sotto questo monopolio del Capitalismo di Stato si sono sviluppate tutta una serie di misure preventive e temporanee, tra cui la crescita di una nuova generazione, riserva di lavoro da cui possono attingere università, esercito  e sistemi carcerari.
Il nostro problema è come mantenere il “tasso di rendimento previsto” per noi, per la classe dominante. Infine, ci sono solo due soluzioni su larga scala, che si intrecciano tra loro.

Una è l’espansione del debito pubblico per mantenere “i mercati” in movimento e per trasferire ricchezza dalle future generazioni di lavoro all’attuale classe dominante.
L’altra è la guerra, l’ultima istanza dei consumatori. Le guerre possono bruciare l’eccesso di capacità, possono spostare mercati globali, generare rendite monopolistiche, e restituire il lavoro futuro ad uno stato impotente e quasi senza più nessuna aspettativa. Nel 1918 l’influenza spagnola uccise 50-100 milioni di persone. Come se questo  non fosse bastato, nel corso del  20° secolo ci sono state due guerre mondiali con 96 milioni di morti che sono servite a ridurre la disoccupazione e a restabilizzare il “problema del lavoro.”

Il capitalismo vuole la guerra mondiale perché il capitalismo vuole  il profitto e il profitto non può permettersi i disoccupati. Il punto è che il capitalismo riuscì a permettersi la socialdemocrazia dopo che il saggio di profitto fu ristabilito grazie alla depressione del 1930 e alla distruzione fisica di capitale durante la seconda guerra mondiale. Il capitalismo produce solo per il profitto e la democrazia sociale fu finanziata con la tassazione degli utili dopo la seconda guerra mondiale.
La crescita della produttività del lavoro avvenuta dopo la seconda guerra mondiale, per effetto della automazione in se stessa oltre che per il petrolio e il gas che sostituirono il carbone, portò dei miglioramenti per i lavoratori. Mentre la torta dell’economia stava crescendo, i lavoratori continuavano a ricevere la stessa percentuale di una torta che però aveva delle fette più grandi. I salari, come percentuale del PIL degli Stati Uniti, effettivamente aumentarono nel periodo 1945-1970. Ci fu un aumento della spesa pubblica che veniva reindirizzata sotto forma di redditi redistribuiti. (Ora) le disuguaglianze potranno solo aumentare, perché per fare profitti dobbiamo tagliare continuamente il costo dei fattori della produzione, vale a dire i salari e i benefit (per i lavoratori).
Non abbiamo ancora raggiunto il punto in cui buona parte della classe lavoratrice non riesce a mangiare o a pagarsi un tetto?  Il 13% della popolazione in età da lavoro del Regno Unito è senza lavoro e non riceve sussidi di disoccupazione, mentre una enorme quantità di persone ha ancora il bene di poter lavorare solo perché certi profili lavorativi vengono pagati veramente poco.
La natura di fondo del capitalismo è ciclica. Ecco come si conclude l’aspetto politico del ciclo:

  • 1920s/2000s – alta disuguaglianza, alte paghe per i banchieri, poche regole, tasse basse per i ricchi, baroni ladri (CEO), banchieri spericolati, globalizzazione.
  • 1929/2008 – Wall Street crash
  • 1930s/2010s – Recessione globale, guerre valutarie, guerre commerciali, aumento della disoccupazione, nazionalismo ed estremismo
  • Che succede dopo? – La Guerra Mondiale.

Se il capitalismo potesse parlare, chiederebbe a  suo fratello maggiore, l’ Imperialismo: “Come risolveresti questo problema”  Non siamo tornati agli anni ‘30, l’economia è ormai un insieme integrato che abbraccia tutto il mondo. Il Capitale continua ad essere accumulato dal 1945, così che la sotto-occupazione e la disoccupazione sono una piaga in tutto il mondo. Quanto è grande questo problema?
I dati ufficiali non ci dicono niente, ma il dato che 47 milioni di americani hanno bisogno di aiuti alimentari è un dato toccante. Parliamo di un americano su sette e la popolazione mondiale è arrivata a  7 miliardi.
Le possibili soluzioni sono pericolose. Il metro che mostra le debolezze – nel Mar Cinese Meridionale, in Ucraina e in Siria – ha risvegliato il senso di pericolo. Le leadership di Cina e Russia hanno reagito integrando i loro sistemi di pagamento e delle loro economie reali, del commercio energetico per la produzione di merci e per sistemi di armamento avanzati.
Dato che sono loro i protagonisti del Gruppo di Shanghai si può immaginare che il loro obiettivo sia il sistema monetario, che è alla base del nostro potere imperiale. Quel che è peggio, è che “loro” possono evitare atti ostili palesi, scegliendo  semplicemente di minare la “fiducia” nel sistema monetario Fiat.
Tenendo conto del calibro del loro arsenale nucleare, come possono essere combattuti e tanto meno come possono essere sconfitti ?
L’appetito non conosce ragioni ed è difficile ragionare con chi ha sete. Ma attenzione fratelli. È per la vostra sete di potere che è cominciata questa saga, forse è arrivato il momento di ragionare.

Fonte: Zerohedge.com
Link : http://www.zerohedge.com/news/2016-03-02/capitalism-requires-world-war
2.03.2016

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l’autore della traduzione Bosque Primario 

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=16319

ECCO LE VERI RAGIONI DELLA GUERRA IN LIBIA

8 marzo 2016

DI MARCELLO FOA –
L’Italia si preparava nel 2016, a mandare 5.000 uomini in Libia su richiesta di Washington per “combattere l’Isis”. Ma siamo proprio sicuri che sia questo il reale obiettivo?
No, infatti, caro lettore, il motivo di questa guerra è un altro e, avrete immaginato, è… il petrolio. Come spiega l’ottimo Alberto Negri sul Sole 24 Ore siamo davanti ad un “regolamento di conti”, una “spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio”. La Libia, continua Negri, “è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso di un ipotetico Stato libico.

Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni: una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare”.
Probabilmente, una volta stabilizzato, il paese sarà diviso tra Francia, Gran Bretagna e, auspicabilmente Italia, mentre gli Stati Uniti vigileranno dall’alto.
L’Italia, che era ben posizionata con Gheddafi, e che è riuscita a cavarsela anche negli ultimi anni, ha molto da perdere e poco da guadagnare ad assumere un ruolo militare di primo piano nella sempre più probabile guerra.
Di certo, ancora una volta non ci dicono tutta la verità. Ancora una volta la lotta al terrorismo è, al più, una concausa e viene usato come pretesto per realizzare altri obiettivi, economici come sempre. E come sempre, solo pochi giornalisti avranno la lucidità e l’onestà intellettuale di raccontare la verità. Alberto Negri è uno di questi.

Qui sotto potete leggere il suo articolo.
Marcello Foa

La grande spartizione della Libia: un bottino da almeno 130 miliardi

Quando si incontreranno martedì al palazzo Ducale di Venezia, Matteo Renzi e François Hollande guardandosi negli occhi dovrebbero farsi una domanda: per quali ragioni facciamo la guerra in Libia?
La risposta più ovvia – il Califfato – è quella di comodo. La guerra di Libia è partita nel 2011 con un intervento francese, britannico e americano che con la fine di Gheddafi è diventato conflitto tra le tribù, le milizie e dentro l’Islam, che però è sempre rimasto una guerra di interessi geopolitici ed economici. L’esito non è stato l’avvento della democrazia ma è sintetizzato in un dato: la Libia era al primo posto in Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano, adesso è uno stato fallito.

La guerra è in realtà un regolamento di conti e una spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio.

Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni: una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare.
Per loro, anche se l’Italia ha perso in Libia 5 miliardi di commesse, stiamo già accantonando risorse per un contingente virtuale in barili di oro nero. Non è così naturalmente, ma “deve” essere così: per questo l’ambasciatore Usa azzarda a chiederci spudoratamente 5mila uomini. La dichiarazione di John Phillips, addolcita dalla promessa di un comando militare all’Italia, sottolinea la nostra irrilevanza.
La Libia è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso che un ipotetico Stato libico, magari confederale e diviso per zone di influenza, tornasse a esportare come ai tempi di Gheddafi. Sono stime che sommano la produzione di petrolio con le riserve della Banca centrale e del Fondo sovrano libico che sta a Londra dove ha studiato per anni il prigioniero di Zintane, Seif Islam, il figlio di Gheddafi, un tempo gradito ospite di Buckingham Palace al pari di tutti gli arabi che hanno il cuore nella Mezzaluna e il portafoglio nella City. Oltre alla Bp e alla Shell in Cirenaica – dove peraltro ci sono consorzi francesi, americani tedeschi e cinesi – gli inglesi hanno da difendere l’asset finanziario dei petrodollari.
Anche i russi, estromessi nel 2011 perché contrari ai bombardamenti, vogliono dire la loro: lo faranno attraverso l’Egitto del generale Al Sisi al quale vendono armi a tutto spiano insieme alla Francia. Al Sisi considera la Cirenaica una storica provincia egiziana, alla stregua di re Faruk che la reclamava nel 1943 a Churchill: «Non mi risulta», fu allora la secca risposta del premier britannico. Ma ce n’è per tutti gli appetiti: questo è il fascino tenebroso della guerra libica.
Il bottino libico, nell’unico piano esistente, deve tornare sui mercati, accompagnato da un sistema di sicurezza regionale che, ignorando Tunisia e Algeria, farà della Francia il guardiano del Sahel nel Fezzan, della Gran Bretagna quello della Cirenaica, tenendo a bada le ambizioni dell’Egitto, e dell’Italia quello della Tripolitania. Agli americani la supervisione strategica.
Ai libici, divisi e frammentati, messi insieme in un finto governo di “non unità nazionale”, il piano non piacerà perché hanno fatto la guerra a Gheddafi e tra loro proprio per spartirsi la torta energetica senza elargire “cagnotte” agli stranieri e finire sotto tutela. E insieme ai litigi libici ci sono le trame delle potenze arabe e musulmane. Sono “i pompieri incendiari” che sponsorizzano le loro fazioni favorite: l’Egitto manovra il generale Khalifa Haftar, il Qatar seduce con dollari sonanti gli islamisti radicali a Tripoli, gli Emirati si sono comprati il precedente mediatore dell’Onu Bernardino Leòn per appoggiare Tobruk; senza contare la Turchia, che dalla Siria ha rispedito i jihadisti libici a fare la guerra santa nella Sirte.
La lotta al Califfato è solo un aspetto del conflitto, anzi l’Isis si è inserito proprio quando si infiammava la guerra per il petrolio. Ma gli interessi occidentali, mascherati da obiettivi comuni, sono divergenti dall’inizio quando il presidente francese Nicolas Sarkozy attaccò Gheddafi senza neppure farci una telefonata. Oggi sappiamo i retroscena. In una mail inviata a Hillary Clinton e datata 2 aprile 2011, il funzionario Sidney Blumenthal rivela che Gheddafi intendeva sostituire il Franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi: le ex colonie hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Poi naturalmente c’era anche il petrolio della Cirenaica per la Total. È così che prepariamo la guerra: in compagnia di finti amici-concorrenti-rivali, esattamente come faceva la repubblica dei Dogi.
Alberto Negri
Fonte: www.ilsole24ore.com

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2016/03/08/ecco-le-veri-ragioni-della-guerra-in-libia/

NATO: ci costa 64 milioni al giorno. Ecco tutte le spese militari a confronto.

A CHI RENDE IL VIRUS ZIKA ?

Postato il Venerdì, 12 febbraio @ 23:10:00 GMT di davide

DI GUILLAUME KRESS
Mondialisation.ca
Lunedi 1° febbraio, l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), ha dichiarato che i recenti casi di microcefalia e gli altri casi di disturbi neurologici segnalati in Brasile – sintomi legati al virus Zika- costituiscono un emergenza sanitaria pubblica di portata internazionale (USPPI). L’OMS non ha fornito altre informazioni sul virus. Mentre si aspettano maggiori chiarimenti sull’argomento, notiamo qui che il virus fu scoperto nel 1947. Oggi sappiamo che da una parte è trasmesso per via sessuale, e dall’altra che è messo sul mercato mondiale da due società: LGC Standards (che ha sede in Inghilterra) e ATCC (che ha sede negli Stati Uniti).


Il Gruppo LGC  è:
“…l’istituto designato in Gran Bretagna come Istituto Nazionale di Misura per le misure chimiche e bioanalitiche, è leader internazionale per i servizi di laboratorio, le norme di misurazione, i materiali campione, la genomica, e gli accordi per i test di conformità.”
Una delle sue divisioni, LGC Standards,, si autodefinisce come:
“…un produttore e distributore mondiale dei materiali campione e dei sistemi di verifica di conformità. L’Azienda con sede a Teddington, Middlesex, Regno Unito, vanta trent’anni di esperienza nella distribuzione di materiali campione e di una rete di sedi di vendita apposite in 20 paesi, 5 continenti. Questi prodotti e servizi di alta qualità sono essenziali per la misurazione analitica precisa ed il controllo di qualità, che permettono di prendere decisioni valide sulla una base di dati affidabili. Produciamo una varietà senza eguali di materiali campione riconosciuti dalla Guida ISO 34 [ISO – International Standard Organisation – è l’ente normativo internazionale – N.d.T.] nei nostri 4 stabilimenti nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Germania.”
LGC Standards si è associato con ATCC che da parte sua si autodefinisce come:
 “…la risorsa e l’organo che normalizza materiali biologici di primo piano a livello mondiale, e il cui piano industriale si concentra nell’acquisizione, l’autenticazione, la produzione, la conservazione, lo sviluppo e la distribuzione di microorganismi classici di campione, di linee di cellule e altri materiali. Conservando i materiali tradizionali raccolti, l’ATCC sviluppa dei prodotti di alta qualità, e regole e servizi per sostenere la ricerca e gli sviluppi scientifici che migliorano la salute delle popolazioni del mondo”.
Il partenariato ATCC-LGC vuole facilitare :
“la distribuzione delle colture di ATCC e dei prodotti bio ai ricercatori in scienze della vita in Europa, Africa e India e (…) rendere più facile l’accesso alle importanti risorse di ATCC da parte delle comunità scientifiche europee, africane e indiane immagazzinando localmente più di 5000 articoli di colture particolari conservate dalla nostra rete di uffici locali che forniscono ai clienti il più alto livello di servizi e di supporto tecnico.”
Detto questo, chi detiene il brevetto del virus? La Fondazione Rockefeller!

Perché la questione della proprietà dei brevetti del virus Zika, non è stata oggetto di un’inchiesta giornalistica?
Ricordiamoci le parole pronunciate da David Rockefeller a una riunione della Commissione Trilateral nel giugno 1991:
“Siamo riconoscenti al Washington Post, al New York Times, a Time Magazine e a altri grandi organi di stampa i cui direttori hanno assistito alle nostre riunioni rispettando la promessa di discrezione per quasi 40 anni. Per noi sarebbe stato impossibile sviluppare i nostri progetti per il mondo se durante tutti questi anni fossimo stati assoggettati all’esposizione mediatica. Però adesso il mondo è più sofisticato ed è pronto per un governo mondiale. Il predominio sovranazionale di un’élite intellettuale e dei banchieri mondiali è sicuramente preferibile all’autodeterminazione nazionale praticata nei secoli scorsi”.
Il fatto che la fondazione Rockefeller si sia appropriata del virus Zika, non potrebbe fare parte di questo progetto di dominio, col pretesto di lottare contro la malattia?
E’ anche importante notare che il virus Zika è una merce che può essere acquistata on-line sul sito del gruppo ATCC-LGC per 599 euro. I compensi vanno alla Fondazione Rockefeller.

Guillaume Kress
Fonte:  www.mondialisation.ca/
Link; http://www.mondialisation.ca/a-qui-profite-le-virus-zika/5505787
5.02.2016

Traduzione dal fancese per www.comedonchisciotteo.org a cura di GIAKKI49

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=16225

Hillarygate, la complicità occidentale nel genocidio dei neri in Libia

12 febbraio 2016

A capodanno furono svelati 3000 messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton quando era segretaria di Stato. Sono stati ripresi da diversi media statunitensi, tra cui la CNN. Gli storici saranno sorpresi da alcune rivelazioni esplosive contenute nei messaggi di posta elettronica sulla Libia: la legittimazione dei crimini dei ribelli, le operazioni speciali inglesi e francesi in Libia all’avvio delle proteste contro Gheddafi, l’integrazione dei terroristi dial-Qaida nell’opposizione sostenuta dai Paesi occidentali, ecc.
Gli squadroni della morte della NATO
Le informazioni raccolte da Sidney Blumenthal su Hillary Clinton forniscono prove decisive sui crimini di guerra commessi dai “ribelli” libici sostenuti dalla NATO. Citando un capo ribelle “con cui ha parlato in piena fiducia”, Blumenthal ha detto di Clinton: “Prendendo le parole con la massima riservatezza, un capo dei ribelli ha detto che le sue truppe continuano l’esecuzione sommaria di tutti i “mercenari stranieri”  (che hanno combattuto per Muammar Gheddafi) durante i combattimenti“. Mentre le esecuzioni illegali sono facili da riconoscere (i gruppi coinvolti in questi crimini vengono chiamati convenzionalmente “squadroni della morte”), ancor più sinistro è che erano considerati “mercenari stranieri” i combattenti di origine sub-sahariana e, difatti, i civili neri. Vi è un’ampia documentazione presso giornalisti, ricercatori e gruppi di difesa dei diritti umani che dimostrano che i libici neri e i lavoratori sub-sahariani assunti da società libiche, attività favorita da Gheddafi per la sua politica a favore dell’unità africana, furono oggetto di una brutale pulizia etnica.
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Il massacro di Tawarga
I neri libici furono spesso stigmatizzati come “mercenari stranieri” dai ribelli, principalmente gruppi estremisti legati ad al-Qaida, per la loro fedeltà in generale a Gheddafi, in quanto comunità furono stati sottoposti a torture ed esecuzioni e le loro città furono “liberate” con la pulizia etnica e le stragi. L’esempio più documentato è Taweaga, una città di 30000 libici neri. La popolazione scomparve del tutto dopo l’occupazione da parte dei gruppi ribelli sostenuti dalla NATO, le Brigate di Misurata. Tali attacchi erano ben noti e continuarono fino al 2012, come confermato dall’articolo del Daily Telegraph: “Dopo che Muammar Gheddafi fu ucciso, centinaia di lavoratori migranti provenienti dagli Stati confinanti furono arrestati dai combattenti alleati delle nuove autorità provvisorie. Accusarono gli africani di essere mercenari al servizio dell’ex-leader”. Sembra che Hillary Clinton fosse stata personalmente informata dai crimini degli alleati, i ribelli anti-Gheddafi, molto prima di
commettere i peggiori crimini del genocidio.
al-Qaida e le forze speciali di Francia e Regno Unito in Libia
Nella stessa email Sydney Blumenthal ha anche confermato ciò che divenne un problema ben noto, le insurrezioni sostenute dall’occidente in Medio Oriente e la cooperazione tra le forze militari occidentali e le milizie legate ad al-Qaida. Blumenthal riferisce che “una fonte estremamente sensibile” confermò che le unità speciali inglesi, francesi ed egiziane crearono le milizie ribelli libiche al confine tra Libia ed Egitto, nonché alla periferia di Bengasi. Mentre gli analisti a lungo specularono sulla presenza di truppe occidentali sul terreno, nella guerra libica, il messaggio è la prova definitiva del ruolo svolto da esse e della loro presenza sul terreno nelle prime manifestazioni contro il regime di Gheddafi, scoppiate nel febbraio 2011 a Bengasi. Il 27 marzo, in ciò che doveva essere una “rivolta popolare”, gli agenti dei servizi speciali inglesi e francesi “supervisionarono il trasferimento di armi ai ribelli“, tra cui armi d’assalto e munizioni
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Il timore francese per la moneta pan-africana
La risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite proposta dalla Francia istituiva una no-fly zone sulla Libia “al fine di proteggere i civili”. Tuttavia, una e-mail inviata a Clinton nell’aprile 2011 esprime intenzioni meno nobili. L’e-mail indica l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy come a capo dell’attacco alla Libia e individua cinque obiettivi da raggiungere: avere il petrolio libico, garantire l’influenza francese nella regione, aumentare la reputazione nazionale di Sarkozy, affermare il potere militare francese ed evitare l’influenza di Gheddafi su ciò che chiamava “francofona”. Ancor più sorprendente è il riferimento alla minaccia che le riserve di oro e denaro libiche, stimate in 143 tonnellate d’oro e una quantità simile di denaro, “comportassero la sostituzione del franco CFA quale moneta ufficiale dell’Africa francofona“. Una delle principali cause della guerra, poi, fu la volontà francese d’impedire la creazione della moneta panafricana basata sul dinaro-oro libico, un programma che faceva parte dei tentativi di Gheddafi di promuovere l’unità africana. Questo avrebbe dato ai Paesi africani un’alternativa al franco CFA, uno dei fattori del dominio neocoloniale sull’economia dell’Africa Centrale da parte della Francia.

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2 luglio 2013, Laura Boldrini premia con soldi pubblici la giornalista Annick Cojean, l’ideatrice della menzogna dell’uso del Viagra da parte dei soldati della Jamahirya Libica, propaganda di guerra volta a giustificare la distruzione della Libia, ancora diffusa e utilizzata dall’oscena sicaria atlantista Boldrini a due anni dall’assassinio della Libia.

Fonte: Contrainjerencia
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2016/02/12/hillarygate-la-complicita-occidentale-nel-genocidio-dei-neri-in-libia/