Gli “aiuti umanitari” vanno ad al-Qaida

Aangirfan 11 agosto 2013

mi6C’è una teoria secondo cui i governi degli Stati Uniti e del Regno Unito utilizzano parte del loro denaro per gli ‘aiuti all’estero’ finanziando milizie come al-Qaida. Dal novembre 2011 al febbraio 2012, terroristi di al-Qaida in Somalia riuscirono ad ottenere il controllo su 480.000 sterline di aiuti britannici. Il ‘furto’ degli aiuti e delle attrezzature ‘venne nascosto nell’ultimo rendiconto pubblico del Regno Unito.’ Dailymail
Ci si potrebbe chiedere perché il governo del Regno Unito ha aumentato la spesa per gli aiuti all’estero, mentre riduce la spesa in altri settori. Il denaro degli aiuti viene utilizzato per corrompere dittatori amichevoli, finanziare gruppi terroristici e destabilizzare i Paesi che progrediscono?

justin-forsythJustin Forsyth, ex-direttore per la comunicazione strategica di Tony Blair. Forsyth poi è diventato direttore generale di Save the Children UK. Secondo l’eccellente Andrew Gilligan del Telegraph:Gli aiuti all’estero della Gran Bretagna sono caduti nelle mani di al-Qaida, ammette il Dipartimento per lo sviluppo internazionale:
1. In Somalia, “gli al-Shabaab di al-Qaida hanno ‘confiscato’ le apparecchiature dei contractors del Dipartimento per lo sviluppo internazionale in molteplici episodi negli ultimi tre mesi, prima di prendere una qualsiasi azione.”
2. “Gli aiuti finanziari inglesi furono spesi sovvenzionando ospiti in hotel a cinque stelle l’anno scorso, durante le Olimpiadi.”
3. “La percentuale degli aiuti inglesi spesi presso i Paesi più poveri è scesa dall’80 per cento a poco più del 65 per cento…
4. “Molti cittadini inglesi si sono recati in Somalia per addestrarsi con il gruppo (al-Qaida).

Alan-Duncan-2_1986189bAlan Duncan

Alan Duncan è il ministro inglese per lo Sviluppo internazionale. Dal 1982 al 1988 ha lavorato per il famigerato Marc Rich. Alan Duncan è stato membro del Circolo Pinay. In altre parole, sembra avere collegamenti con alcuni sionisti e fascisti? Gran parte degli aiuti per l’estero del governo viene consegnata ad associazioni di beneficenza come l’USAID. “L’USAID è ‘il braccio umanitario della CIA’ e Americares lo è anche. World Vision è anch’essa una copertura della CIA.” I molti volti della CIA
Sembra che le grandi associazioni di beneficenza internazionali come World Vision siano in realtà operazioni dell’intelligence nell’ambito delle attività per le operazioni clandestine di controllo mentale ed altre attività di disinformazione in tutto il mondo… Molti enti di beneficenza sono  facciate della CIA e dei suoi amici. Ai primi di settembre 2012, il Pakistan ha ordinato agli stranieri che lavoravano per Save the Children di lasciare il Pakistan. Il Pakistan ha dichiarato che Save the Children viene utilizzata dalle spie occidentali. Un medico accusato di aiutare la CIA ha affermato che Save the Children l’aveva introdotto presso gli ufficiali d’intelligence statunitensi. Il Pakistan ordina ai lavoratori stranieri di Save the Children di andarsene
Oxfam, come molti altri enti di beneficenza, è stata accusata di essere una copertura del servizio di sicurezza MI6 del Regno Unito. “Nei primi anni ’70, le Tigri Tamil cominciarono a stabilire campi di addestramento e depositi segreti di armi sotto la copertura di una rete di fattorie per la riabilitazione dei rifugiati della Società gandhiana. I fondi per le aziende agricole provenivano da Oxfam, una delle più potenti e segrete organizzazioni d’intelligence britanniche che agiscono sotto la copertura di organizzazione non governativa… John Glover, un autore inglese, ha scritto sul Western Mail del Galles degli attuali e futuri programmi di addestramento dei giovani tamil da parte dei mercenari inglesi. Una banda di mercenari reclutati nel sud del Galles addestra l’esercito dei Tamil che lotta per uno Stato separato nello Sri Lanka. Circa 20 mercenari furono arruolati dopo una riunione a Cardiff e trascorsero gli ultimi due mesi nel sud dell’India, preparando un esercito segreto per combattere la maggioranza sinhala, per la causa dello Stato tamil indipendente nello Sri Lanka’, aveva detto...” (LarouchePUB)

david-miliband_1487254cDavid Miliband, il cui fratello Ed sarebbe il prossimo Primo ministro del Regno Unito.
David Miliband è stato il ministro del governo britannico responsabile del servizio segreto inglese MI6. Ora è a capo dell’International Rescue Committee (IRC), un ente di beneficenza degli Stati Uniti d’America attivo in oltre 40 Paesi. L’IRC fornisce “aiuto di emergenza, sviluppo post-conflitto e servizi di reinsediamento.” L’IRC sarebbe un’organizzazione di facciata della CIA. L’IRC è “un collegamento della rete coperta della CIA.Questia
Negli ultimi 60 anni almeno 1.000 miliardi dollari di aiuti per lo sviluppo sono stati trasferiti dai Paesi ricchi all’Africa. Eppure il reddito reale pro-capite è oggi inferiore a quello che degli anni ’70, e più del 50% della popolazione – oltre 350 milioni di persone – vive con meno di un dollaro al giorno… I Paesi africani pagano ancora quasi 20 miliardi di dollari in rimborso annuo del debito, un duro monito, l’aiuto non è gratuito… Jeffrey Winters, professore alla Northwestern University, ha sostenuto che la Banca Mondiale ha partecipato alla corruzione con circa 100 miliardi di dollari dei suoi fondi destinati al finanziamento dello sviluppo.” Perché l’aiuto estero danneggia l’Africa
In altre parole, il denaro degli aiuti all’estero va ai ricchi governanti fantoccio e ai leader delle milizie impiegate da Stati Uniti e Regno Unito?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Fonte: https://aurorasito.wordpress.com/2013/08/12/gli-aiuti-umanitari-vanno-ad-al-qaida/

Noam Chomsky: pennivendolo imperiale. La Libia e la fabbrica del consenso

20 giugno 2013

Dan Glazebrook Ahram Novembre 2011

Ripulendo i ribelli libici e demonizzando il regime di Gheddafi, il leader intellettuale statunitense Noam Chomsky contribuisce all’invasione imperialista? In una lunga intervista con Chomsky, Dan Glazebrook se lo chiede.

noamÈ stato un colloquio difficile per me. Fu Noam Chomsky che per primo mi aprì gli occhi sulla struttura neo-coloniale del mondo e sul ruolo dei media aziendali nel mascherare e legittimare questa struttura. Chomsky ha costantemente dimostrato come, fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, i regimi militari furono imposti al Terzo Mondo dagli Stati Uniti e dai loro alleati europei, con lo scopo riconosciuto di tenere bassi i salari (e quindi alte le opportunità di investimento) con l’annientamento di comunisti, sindacalisti e chiunque altro fosse considerato una potenziale minaccia all’impero. Fu in prima linea nel svelare le menzogne e le motivazioni reali dietro l’aggressione contro l’Iraq, l’Afghanistan e la Serbia negli ultimi anni, e contro l’America Centrale e il Sud-Est asiatico prima. Ma sulla Libia, a mio parere, è stato terribile. Non fraintendetemi: ora la campagna è quasi finita, Chomsky può essere molto schietto nella sua denuncia, come spiega nell’intervista. “In questo momento, la NATO bombarda la più grande tribù della Libia“, mi dice. “Non viene sempre detto, ma se si leggono i rapporti della Croce Rossa descrivono una crisi umanitaria terribile nella città sotto attacco, con gli ospedali al collasso, senza farmaci e persone che muoiono, fuggono a piedi nel deserto per cercare di allontanarsi, e così via. Ciò accade sotto il mandato alla NATO di proteggere i civili“. Ciò che mi preoccupa è che questo era esattamente il mandato che Chomsky ha sostenuto.
Il generale statunitense Wesley Clark, comandante della NATO durante i bombardamenti della Serbia, aveva rivelato alla televisione statunitense sette anni fa che il Pentagono, nel 2001, elaborò una “lista” di sette Stati da eliminare entro cinque anni: Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. Grazie alla resistenza irachena e afgana, il piano è in ritardo, ma chiaramente non è stato abbandonato. Dovevamo, quindi, aspettarci pienamente l’invasione della Libia. Dato il fallimento dell’ex presidente degli Stati Uniti George Bush, nell’ottenere con la prepotenza il supporto globale nella guerra all’Iraq, con l’impegno dichiarato di Obama al multilateralismo e al “soft power”, avremmo dovuto aspettarci che questa invasione venisse meticolosamente pianificata per darle una patina di legittimità. Data la crescente predilezione della CIA nell’istigare “rivoluzioni colorate” per colpire i governi che non gli piacciono, avremmo dovuto aspettarci qualcosa di simile nell’ambito dell’invasione della Libia. E data la stretta collaborazione di Obama con i Clinton, ci si sarebbe dovuti aspettare che questa invasione seguisse il modello di grande successo istituito dall’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton in Kosovo: supportare i movimenti ribelli a terra per condurre provocazioni violente contro uno Stato, per poi urlare al genocidio per la risposta dello Stato, al fine di terrorizzare l’opinione pubblica mondiale per farle supportare l’intervento. In altre parole, avremmo dovuto vedere intellettuali di spicco e ampiamente rispettati, come Chomsky, adoperarsi per pubblicizzare le rivelazioni di Clark, avvertire dell’imminente aggressione e attirare l’attenzione sulla natura razzista e settaria dei “movimenti ribelli” che i governi di Stati Uniti e Gran Bretagna hanno tradizionalmente impiegato per rovesciare governi non conformi. Chomsky non ha certo bisogno di ricordare le atrocità sgangherate dell’Esercito di liberazione del Kosovo, dei Contras del Nicaragua, o dell’Alleanza del Nord afghana. Anzi, fu lui che allertò il mondo su molti di essi. Ma Chomsky non si è adoperato per chiarire questi punti.
Invece, in un’intervista con la BBC, a un mese dall’inizio della ribellione e, soprattutto, appena quattro giorni prima del voto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite della risoluzione 1973 e l’inizio della guerra lampo della NATO, ha preferito definire la ribellione “meravigliosa”. Altrove, l’occupazione della città orientale di Bengasi da parte di bande razziste, come “liberazione”, e la ribellione come “inizialmente non violenta”. In un’intervista con la BBC, aveva anche affermato che “la Libia è l’unico posto [in Nord Africa], dove c’è stata una reazione molto violenta dello Stato nel reprimere le rivolte popolari“, una rivendicazione così lontana dalla verità che è difficile sapere da dove iniziare. L’ex presidente egiziano Hosni Mubaraq, attualmente è sotto processo per l’uccisione di 850 manifestanti, mentre secondo Amnesty International, solo 110 morti possono essere confermati a Bengasi prima dell’avvio delle operazioni della NATO, compresi i filo-governativi uccisi dalle milizie ribelli. Ciò che rende davvero eccezionale la Libia nella Primavera araba del Nord Africa, è che sia l’unico Paese in cui la ribellione era armata, violenta e apertamente volta a facilitare l’invasione straniera. Ora che Amnesty ha confermato che i ribelli libici hanno compiuto violenze fin dall’inizio, torturando e giustiziando in massa libici neri e migranti africani fin da allora, ho iniziato l’intervista chiedendo a Chomsky se oggi si rammarica per il suo sostegno verso di loro. Lui alza le spalle. “No. Sono sicuro che Amnesty International ha ragione. Vi erano elementi armati tra di loro, ma noto che non ha detto che la ribellione fosse armata, infatti, la grande maggioranza è formata probabilmente da persone come noi [sic], oppositori borghesi di Gheddafi. Era quasi una rivolta senza armi. Si è trasformata in una rivolta violenta, e gli omicidi che vengono descritti in effetti avvengono, ma non è cominciata così. Appena è diventata una guerra civile, è successo.” Tuttavia, in realtà è iniziata proprio così.
Il vero volto dei ribelli è apparso il secondo giorno della ribellione, il 18 febbraio, quando furono arrestati e giustiziati 50 lavoratori migranti africani nella città di Bayda. Una settimana dopo, un testimone oculare terrorizzato disse alla BBC di altri 70 o 80 lavoratori migranti fatti a pezzi davanti ai suoi occhi, dalle forze ribelli. Questi incidenti, e molti altri simili, chiarirono il carattere razzista delle milizie ribelli ben prima dell’intervista della BBC a Chomsky, il 15 marzo. Ma Chomsky lo rifiuta. “Queste cose non erano assolutamente chiare, e non sono state segnalate. E anche dopo, quando sono state segnalate, non si parlava della rivolta. Si parlava di  elementi interni ad essa.” Questo può essere il modo con cui Chomsky la vede, ma entrambi gli incidenti sono stati seguiti dai principali media come BBC, National Public Radio e il quotidiano britannico The Guardian, finora. Certo, erano nascosti dopo pagine e pagine di bile anti-Gheddafi e giustificate con il solito pretesto che i migranti sono “mercenari sospetti”, ma la competenza di Chomsky nell’analisi dei media avrebbe dovuto scorgerne il senso. Inoltre, l’espulsione il mese scorso di tutta la popolazione della città libica a maggioranza nera di Tawarga, da parte delle milizie di Misurata dai nomi come “brigata per l’eliminazione dei neri“, ebbe recentemente la benedizione ufficiale del presidente Mahmoud Jibril del Consiglio Nazionale di Transizione libico (CNT). Presentando questi crimini razziali come una sorta di elemento insignificante, sembra farlo volutamente in malafede. Ma Chomsky continua ad attenersi alle sue sparate. “Parli di ciò che è accaduto dopo la guerra civile e l’intervento della NATO cui sono contrario. Due punti, lo ripeto. Prima di tutto, non si sapeva, e in secondo luogo fu un aspetto secondario della rivolta. La rivolta è opera della stragrande maggioranza della classe media, dell’opposizione non violenta. Ora sappiamo che c’erano elementi armati diventati rapidamente prominenti dopo l’inizio della guerra civile. Ma non sarebbe accaduto se questo secondo intervento non avesse avuto luogo, e forse le cose non sarebbero andate in questo modo.”
Chomsky divide l’intervento della NATO in due parti. L’intervento iniziale, autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per impedire un massacro a Bengasi, che sostiene che fosse legittimo. Ma il “secondo” intervento, in cui il triumvirato Stati Uniti, Gran Bretagna e  Francia ha agito come forza aerea delle milizie di Misurata e Bengasi nell’occupazione del resto del Paese, era sbagliato e illegale. “Dobbiamo ricordare che vi sono stati due interventi, non uno, della NATO. Uno è durato circa cinque minuti. Si basava sulla risoluzione 1973 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che prevedeva una no-fly zone su Bengasi quando v’era la minaccia di un grave massacro, insieme a un mandato a lungo termine per proteggere i civili. Durò pochissimo [come] quasi subito, non la NATO, ma le tre tradizionali potenze imperiali Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti eseguirono il secondo intervento che non aveva niente a che fare con la protezione dei civili e di certo non era una no-fly zone, ma piuttosto il sostegno alla rivolta dei ribelli cui assistiamo”. “Fu quasi isolata internazionalmente. I Paesi africani sono fortemente contrari. Hanno chiesto negoziati e diplomazia fin dall’inizio. I principali Paesi indipendenti, i BRICS, si sono anch’essi opposti al secondo intervento chiedendo negoziati e diplomazia. Anche nell’ambio della partecipazione limitata della NATO, al di fuori del triumvirato, nel mondo arabo, non c’era quasi niente: il Qatar ha inviato un paio di aerei e l’Egitto, vicino e pesantemente armato, non ha fatto nulla”. “La Turchia ha atteso per un bel po’ e, infine, ha partecipato debolmente nell’operazione del triumvirato. Quindi è un’operazione molto isolata. Si è sostenuto che è stata effettuata su richiesta della Lega Araba, ma è una menzogna. Prima di tutto, la richiesta della Lega araba era estremamente limitata e solo una minoranza vi ha partecipato, solo l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo hanno in realtà anche richiesto due no-fly zone. Una sulla Libia e l’altra a Gaza. Non possiamo parlare di quello che è successo al secondo.”
Nella sostanza siamo d’accordo. La mia tesi, però, è che fu dolorosamente chiaro da subito che la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza era una foglia di fico del triumvirato proprio per quel “secondo intervento” che Chomsky denigra. “Non era chiaro, neanche per cinque minuti, che le potenze imperiale avrebbero accettato la risoluzione. Divenne chiaro un paio di giorni dopo, quando iniziarono i bombardamenti a sostegno dei ribelli. E non doveva accadere. E avrebbe potuto essere che l’opinione mondiale, la maggior parte di esso, BRICS, Africa, Turchia e così via, avrebbe prevalso“. Sembra bizzarro e ingenuo per un uomo dalla visione di Chomsky fingere sorpresa riguardo alle potenze imperiali che utilizzano la risoluzione 1973 dell’ONU per i propri scopi, al fine di far cadere uno dei governi sulla loro lista nera. Che altro avrebbero utilizzato? E’ anche esasperante: se fosse stato qualcun altro a parlare, gli avrei detto loro di leggere Chomsky. Chomsky avrebbe detto che le potenze imperiali non agiscono umanitariamente, ma per impulsi totalitari e per difendere ed estendere il loro dominio sul mondo e le sue risorse. Gli avrebbe anche detto, avrei pensato, di non aspettarsi che quelle potenze attuassero misure volte a salvare i civili, perché ne avrebbero solo approfittato facendo il contrario. Tuttavia, in questa occasione Chomsky sembrava seguire una logica diversa. Chomsky non accetta che la sua ripulitura dei ribelli e la demonizzazione di Gheddafi, nei giorni e nelle settimane prima dell’invasione, possa aver contribuito a facilitarla? “Certo che non ho ripulito i ribelli. Non ho detto quasi nulla di loro.”
L’intervista originale ebbe luogo prima di tutto ciò, quando doveva essere presa la decisione di presentare alle Nazioni Unite la risoluzione per chiedere la no-fly zone, e tra l’altro dissi che dopo che fosse passata, pensavo che sarebbe stata usata per questo scopo, e ancora oggi lo dico.
Eppure, anche dopo che l’aggressione inglese, francese e statunitense alla Libia era evidente, Chomsky scrisse un altro articolo sulla Libia, il 5 aprile. In quel periodo migliaia, se non decine di migliaia di libici erano stati uccisi dalle bombe della NATO. Questa volta il pezzo di Chomsky  criticava apertamente i governi britannico e statunitense, ma non per la loro guerra, ma per il loro presunto sostegno a Gheddafi “e ai suoi crimini“. Questo non alimentava la demonizzazione che giustificava e perpetuava l’aggressione della NATO? “Prima di tutto, non accetto la tua descrizione non la chiamerei aggressione della NATO, è stata più complessa. Il passo iniziale, il primo intervento di cinque minuti, credo fosse giustificabile. C’era una possibilità, significativa, di un gravissimo massacro a Bengasi di cui Gheddafi ha un orribile record, e che dovrebbe essere noto, ma a quel punto credo che la reazione corretta avrebbe dovuto essere raccontare la verità su quello che accadeva.” Non posso che chiedermi perché la responsabilità di “dire la verità su quello che succede” valga solo per la Libia. Non dovremmo anche dire la verità su quello che accade in occidente? Della sua inestinguibile sete di decrescenti riserve di gas e petrolio, per esempio, o della sua paura di un’Africa indipendente, o della sua lunga esperienza nel sostenere e armare gangster brutali contro i governi che vuole abbattere? Chomsky ha abbastanza familiarità di tali esempi. Non dovremmo dire la verità sulla crisi che attualmente avvolge il sistema economico occidentale e che porta le sue élite sempre più a fare affidamento sui guerrafondai per mantenere il proprio fatiscente predominio? Non è tutto ciò, in realtà molto più pertinente sulla guerra alla Libia che raccontare i presunti crimini di Gheddafi di 20 anni fa?
Chomsky ha affrontato l’accademico e attivista statunitense James Petras, nel 2003, per la sua condanna dell’arresto a Cuba di diverse decine di agenti statunitensi e l’esecuzione di tre dirottatori. Petras avevano sostenuto poi che “gli intellettuali hanno la responsabilità di distinguere tra le misure difensive adottate da Paesi e popoli sotto attacco imperiale e le modalità offensive delle potenze imperialiste impiegate nella conquista. È il culmine dell’arroganza e dell’ipocrisia adottare un’equivalenza morale tra la la violenza e la repressione dei Paesi imperialisti nella conquista e quelle dei Paesi del Terzo Mondo sotto attacco militare e terroristico“. In questa occasione, Chomsky ha fatto di peggio. Lungi dall’adottare equivalenze morali, ha semplicemente cancellato i crimini degli alleati libici della NATO, mentre amplificava e distorceva le misure difensive adottate dal governo della Libia nell’affrontare una ribellione armata e appoggiata dagli USA. Ricordai a Chomsky il suo commento di qualche anno prima, secondo cui la Libia veniva pestata dai politici statunitensi per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni. “Sì, è vero, ma questo non vuol dire che non sia stato bello.” Ora lo è molto meno.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2013/06/20/noam-chomsky-pennivendolo-imperiale-la-libia-e-la-fabbrica-del-consenso/

UCCISO PER IMPEDIRE LA LIBERAZIONE DELL’AFRICA DAL 2014

Pubblicato su 17 Aprile 2013 da frontediliberazionedaibanchieri

Ogni tanto torniamo sull’argomento per cercare di contrastare l’ “operazione oblio” messa in atto dal sistema nel suo complesso.

L’omicidio di Gheddafi è stata una azione criminale.

Si è voluto dare un ” esempio ” di cosa sono capaci di fare contro i popoli della Terra che combattono l’imperialismo, a fianco della negazione di qualsiasi tipo di civiltà da parte dei selvaggi d’America e d’Asia.

L’Africa non si deve emancipare, non deve essere indipendente, ma deve continuare ad essere terreno di conquista da parte delle multinazionali che depredano questi popoli delle loro risorse naturali, facendoli morire di fame, ed alimentando l’immigrazione, che è il primo passo verso la globalizzazione.

Gli intellettuali della resa e gli arresi senza intelletto si trovano fianco a fianco, nel continuare la svendita di loro stessi ( e questa è la cosa meno importante), per perseguire lo scopo ultimo degli usurai mondialisti: non più popoli ma solo schiavi.

Claudio Marconi

gheddafi.jpg

 

Quando Gheddafi e suoi figli furono linciati e assassinati, in occidente nessuna voce d’indignazione si alzò. Anzi, gente che si è spacciata come icona progressista e pacifista, come Danilo Zolo o Angelo Del Boca, ululò al fianco del lupo della NATO Amm. Giampaolo di Paola contro la ‘feroce e cocciuta’ resistenza di Gheddafi e della Jamahiriya Libica a Sirte, posta sotto assedio dalla NATO, dai suoi satelliti petro-monarchici e dalle bande di ascari sanguinari integralisti, che intenerivano e inteneriscono i cuoricini del ‘barboncini rossi’ del Pentagono e del social-colonialismo anglo-francese: Da Jean Ziegler, Illan Pappé, Tariq Alì, Rashid Kalili, Samir Amin, giù, fino alle loro locali riproduzioni in sedicesimo, come i già citati Del Boca, Zolo, Rossana Rossanda e ancora giù giù, fino allagauche-caviar italofona, come la compassionevole e orgogliosa bombardatrice della Libia Laura Boldrini, il vile barbocino rivoluzionario di casa Berlusconi Valerio Evangelisti, la feccia della sinistra radicale italiana rappresentata dalla teppaglia social-colonialista di PCL, PdAC, PRC, Sinistra Radicale, IlManifesto, Utopia, rossa o arancione, Campo antimperialista, tutti indefettibilmente schierati con gli stupratori islamo-atlantisti in Libia e in Siria, e tutti sulla stessa linea del fronte assieme ai reporter-mercenari sostenuti dai soldi del Qatar, che da una parte finanzia i terroristi in Libia e Siria, e dell’altra se ne assicura una favorevole copertura mediatica, accordando finanziamenti alle agenzie di disinformazione strategica, come in Italia l’ANSA (fondata dall’agente dell’intelligence inglese Renato Mieli, legato alla struttura ‘intellettuale’ di Gladio: Interdoc), la RAI, soprattutto RAI-3, TG-3 eRaiNews, gestiti da sgradevoli pupazzi e squallidi buffoncelli, coadiuvati da cosiddetti ‘freelance’ da 6/8000 euro mensili, collegati alle fazioni più screditate dell’intelligence italidiota (come quella che esprime la rivista clandestinaThéorema).
Dietro alla verbosità pseudo-rivoluzionaria di questa teppaglia massimalista e dietro i ‘sobri servizi’ di questi ‘reporter-spie’, ufficiali e ufficiosi, dell’apparato di disinformazione pubblico italiano, si nascondono i veri e concreti interessi degli apparati imperialistici e atlantisti, che perseguono i loro spregevoli obiettivi utilizzando financo questa insulsa massa di utili idioti e di laidi ruffiani. Dietro all’antirazzismo manierato e perbenista di una Boldrini, si cela la forma più ripugnante di disprezzo dell’umanità. Il pezzo seguente, semplice e chiaro, mostra quale fosse l’obiettivo reale dell’efferata campagna di disinformazione e bellica condotta contro la Repubblica Popolare Socialista della Jamahiriya Libica.
Il resto è solo mancia per prostitute e galoppini della NATO e dei petromonarchi wahhabiti.

Alessandro Lattanzio, 15 aprile 2013

Ucciso per impedire la liberazione dell’Africa dal 2014
285615Eliminarlo subito o perdere il controllo totale dell’Africa a partire dal 2014, ecco la ragione che ha spinto la Francia, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e i loro alleati nella campagna contro Gheddafi. Valuta, Fondo Monetario Africano, Banca Centrale Africana, telecomunicazioni, trasporti, Stati Uniti d’Africa… Muammar Gheddafi aveva abilmente pianificato tutto, ponendosi entro l’anno 2014 la creazione della banca centrale, una base monetaria e molto altro ancora per liberare il continente dopo mezzo secolo d’indipendenza, una parola seguita da nessun atto o “governata senza controllare”. Dopo aver proposto, nel 2000 al vertice dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) a Lomé, di realizzare il sogno di Kwame Nkrumah e di sheikh Anta Diop, e aver ottenuto la creazione dell’Unione africana (UA) pochi anni dopo, il leader libico si spingeva oltre.

Satelliti africani e Afriqiya: Due idee concrete per l’unità
Gheddafi spinse i suoi colleghi a comprare un satellite per l’Africa, l’Africa ha la sua indipendenza nelle comunicazioni, pre-finanziando questo acquisto con centinaia di milioni di dollari. “Seppe spendere generosamente (…) e per acquistare il satellite africano, ci sono voluti trecento milioni di dollari pronti“, dice Moustapha Cissé, ex-ambasciatore senegalese in Libia ed ex-consigliere speciale dell’ex presidente del Senegal Abdiou Diouf, responsabile del mondo arabo-islamico.
La Guida della Jamahiriya libica offrì così RASCOM-QAF1, il primo satellite per telecomunicazioni dedicato al continente africano e alle sue isole. Fu messo in orbita il 20 dicembre 2007! Fu il primo lancio di un satellite nella storia di tutti i Paesi africani.
Gheddafi lanciò anche la compagnia aerea Afriqiyah Airwyas, che assicurava i collegamenti tra le capitali africane e le regioni del continente. La società offriva quattro voli regolari tra Tripoli e Dakar, Abidjan e Cairo… ecc. “Molte persone usarono la linea Afriqiyah per andare a Parigi. Perché potemmo fare Dakar, Tripoli, Parigi, andata e ritorno per 400.000 FCFA (615 euro)“, aggiunge il diplomatico senegalese. “Così Tripoli era diventata la piattaforma di comunicazione tra l’Africa, il mondo arabo e l’Europa.”

Valuta e la Banca centrale africana nel 2014
Gheddafi propose l’istituzione di un’unità monetaria africana (AMU). Aveva versato 30 miliardi (di dollari) per la creazione dell’AMU, che avrebbe avuto sede a Yaoundé (Camerun). Aveva inoltre in programma la creazione di una Banca Centrale Africana (ACB), che avrebbe dovuto installare il suo quartier generale ad Abuja, la capitale federale della Nigeria. La banca africana doveva iniziare ad emettere una moneta africana nel 2014. “Cosa che non piacque all’occidente, perché ci avrebbe permesso di abbandonare il CFA ed altre valute che servono solo a corrompere le nostre economie” dice indignato Cissé

Investitore africano in Africa
Gheddafi aveva una dinamica politica africana. Dal Senegal al Ciad, passando per Guinea, Costa d’Avorio, Ghana, Liberia, Benin, Togo, Nigeria, Niger, Mali, ecc. La guida libica aveva investito miliardi di dollari nel settore agricolo, nel petrolio, turismo e infrastrutture. In Mali, il più piccolo investimento libico era pari a 50 miliardi (di CFA) nel settore alberghiero. “Gli investimenti libici nel settore alberghiero erano stimati in oltre 50 miliardi di franchi CFA“, ha detto Balla Umar Touré, direttore generale dell’Ufficio del Turismo del Mali. Diverse altre centinaia di miliardi di dollari furono investiti nel settore agricolo. Per i maliani Gheddafi era “un uomo che si era impegnato per la causa d’Africa“.
Il Consiglio nazionale di transizione (CNT) venne considerato in Mali un organo dei ribelli sostenuti dalla comunità internazionale. Fin dall’inizio della rivolta a Bengasi, e dall’arrivo delle  aeronautiche straniere, associazioni musulmane e partiti politici organizzarono manifestazioni a Bamako, a sostegno di Gheddafi, denunciando “l’invasione occidentale“.
Il leader libico aveva, secondo i suoi nemici, versato diversi miliardi di dollari per la creazione delle banche Sahelo-Sahariane in Senegal, Mali, Niger, Mauritania, Ciad, ecc., e per l’acquisizione di diverse società occidentali in Africa, per ridurne l’influenza sulle economie del continente. Questo fu, per esempio, il caso dell’azienda petrolifera Mobile,del gruppo statunitense Exxon-Mobil, che divenne la Oil Libia in gran parte della sub-regione dell’Africa occidentale.
La Guinea-Conakry deve il suo primo canale televisivo a Muammar Gheddafi, che glielo offrì in nome del popolo libico quale regalo al “popolo fratello” della Guinea, nel 1979. Inoltre rifornì l’esercito della Guinea, dalle armi pesanti alle uniformi dei soldati, per diversi decenni. Oltre a un enorme sostegno finanziario. “E ora certi finanzieri dicono che gli investimenti libici nella sub-regione superavano tutti gli altri investimenti“, ha sottolineato l’ambasciatore Mustapha Cissé.

La vita dei libici, con Gheddafi
1 – La Libia era l’ultimo nell’elenco dei Paesi indebitati! Il debito era il 3,3% del PIL! In Francia è l’84,5%! L’88,9% negli Stati Uniti! Il 225,8% in Giappone!
2 – La luce era gratuita!
3 – L’acqua calda era gratuita!
4 – Il prezzo di un litro di benzina era di 0,08 euro!
5 – Le banche libiche prestavano senza interesse!
6 – I cittadini non pagavano tasse e l’IVA non esisteva!
7 – Ogni famiglia libica, su presentazione del libretto di famiglia, riceveva 300 euro di aiuti al mese!
8 – A ogni studente che voleva studiare all’estero, il “governo” dava una borsa di studio di 1627,11 euro al mese!

Wadr.org

Tratto da: aurorasito.wordpress.com

 

Gaddafi e la decolonizzazione della Libia

1 dicembre 2012

Gaddafi e la decolonizzazione della Libia

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DEDICATO AI RATTI TRADITORI (termine coniato da Muammar Gaddafi e che ora i rinnegati ripetono come stupidi pappagalli) CHE HANNO DISTRUTTO L’UNITÀ, INDIPENDENZA E SOVRANITÀ DELLA LIBIA GRAZIE ALLE BOMBE AMERICANE E NATO. VOI AVETE COMMESSO IL PIÙ GRAVE CRIMINE CHE UN UOMO POSSA COMMETTERE CONTRO LA PROPRIA TERRA: NON C’È PERDONO PER TALE VILE ATTO, PAGHERETE PER TUTTO CIÒ. TORNEREMO PRESTO. GADDAFI NON MUORE MAI.

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GAddafi, rapidamente e in modo determinato, riuscì ad espellere gli imperialisti.

Liberazione significa espellere gli imperialisti bianchi, non invitarli a ritornare per bombardarvi e occuparvi

by Sukant Chandan – Sons of MalcolmTraduzione di A.Lattanzio – SitoAurora

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Il libro di Jonathan Bearman del 1986 sulla Libia, è il migliore sull’argomento che ho trovato. Tutti gli altri libri omettono fatti importanti, come ad esempio i lavori di Robert Bruce St. John (probabilmente ‘L’autorità occidentale sulla Libia’) ripuliscono il ruolo di USA, inglesi e francesi in Libia. C’è un battibecco sui libri sulla Libia più recenti, in particolare riguardo alla caduta della Jamahirya, è un peccato che il libro di Vijay Prasad sulla Libia sia anch’esso pieno di omissioni e distorsioni su ciò che è avvenuto in Libia, in particolare nel periodo di riavvicinamento (post 1999) e dal febbraio 2011; una vergogna da parte di qualcuno che ha basato gran parte della propria carriera su un libro, generalmente buono, sulla storia del Movimento dei Paesi Non Allineati e il movimento anti-imperialista dopo la seconda guerra mondiale. Mi sforzerò di rivedere il libro di Prasad nel prossimo periodo.

Il seguente estratto dal libro di Bearman dimostra come la rivoluzione libica dell’1 settembre 1969, guidata da Muammar Gheddafi, compisse dei concreti passi nei primi mesi, e a uno-due anni dalla rivoluzione, adempiendo alla missione del più grande patriota libico, Omar al-Muqtar, espellendo i colonialisti dalla Libia. Ciò venne ottenuto dalla leadership del Consiglio del comando rivoluzionario, il corpo principale della rivoluzione con Gheddafi al suo timone, dall’ideologia  nazionalista ‘terzomondisa’/internazionalista, nazionalista panaraba e di giustizia sociale; per molti aspetti strettamente alleato e protetto dal vicino egiziano Gamal Abdel Nasser, da cui Gheddafi ridenominava le basi aeree di al-Adem e Tobruk, dopo che questo grande leader africano e arabo aveva espulso gli inglesi dalle loro basi, che per inciso, furono le prime da cui le SAS operarono.

La SAS ritornarono in Libia nel febbraio 2011, grazie a tutti quegli agenti di MI6, CIA e servizi segreti francesi che addestrarono i loro squadroni della morte, erroneamente chiamati “ribelli”, con l’aiuto e il supporto di britannici, yankee, francesi e altre potenze della NATO che hanno trasformato la Libia dallo Stato più prospero, pacifico e sviluppato dell’Africa, in uno che tortura e lincia persone di colore e patrioti, distruggendo la pace tra le tribù, sotto Gheddafi, con una folla di 400 milizie. Sappiamo tutti che le SAS cooperavano con i ribelli fin dai primi giorni della ribellione, puntando a un piano da molto tempo studiato per il cambiamento di regime. L’estratto seguente mostra come le conquiste storiche della rivoluzione di Gheddafi di al-Fatah, del  1 settembre, sono state completamente sovvertite. Speriamo che i nordafricani e i libici rivedano l’esperienza della Rivoluzione, vedano i molti vantaggi avuti dal popolo libico e dai popoli oppressi che resistono in tutto il Mondo, e perseguano la via della riconquista di tale strategia, in nuove circostanze e sfide.

Oggi la città di Bani Walid resiste affrontando l’assalto totale di questi squadroni della morte e dei loro padroni della NATO, dimostrando al Mondo come un popolo fiero si opponga a testa alta in difesa delle proprie tribù, terra, famiglie e dignità. Coloro che scelgono di giustificare ciò che sta accadendo a loro e al popolo libico sono nemici dei popoli, nemici di Omar al-Muqtar. Dio e gli antenati faranno giustizia di loro.

‘La cacciata delle basi’
La Libia di Gheddafi, Jonathan Bearman, 1986, Zed Books, pagine 76-79

Per i clienti strategici della Libia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il discorso anti-coloniale intrapreso dalle nuove autorità ebbe un impatto immediato e devastante nell’eliminazione delle loro basi militari. Queste non erano di scarsa importanza. Le strutture militari inglesi e statunitensi in Libia aggiungevano un’ulteriore dimensione agli occidentali, alla NATO in particolare, riguardo possibili interventi nella regione. I campi di Wheelus e al-Adem non avevano rivali nell’offrire spazio per le esercitazioni militari. Mentre la RAF e l’USAF beneficiavano di condizioni quasi perfette per volare a bassa quota, usando proiettili veri, la Cirenaica concedeva ai britannici l’accesso a un terreno ideale per le grandi manovre. L’opposizione britannica e statunitense alle intenzioni dichiarate dal nuovo regime di espellere la presenza militare straniera, era prevista. Per gli Stati Uniti, in particolare, la chiusura della base Wheelus sarebbe stata una perdita strategica,  colpendone le capacità militare nella regione, in un momento in cui la presenza sovietica in Egitto stava crescendo.

La minaccia alle basi era la preoccupazione principale di Londra e Washington, dopo l’improvvisa  deposizione della monarchia. In effetti, inglesi e statunitensi, evitando un’azione precipitosa a sostegno del regime di Idris, avevano sperato di salvaguardare il futuro dei loro impianti con un nuovo accordo con le nuove autorità. Non c’era nessuna garanzia, la posizione ufficiale del RCC era chiara: nessuno dei due Paesi avrebbe avuto soddisfazione, senza ricorrere alla forza. Nonostante le smentite pro-forma del Foreign Office britannico, era noto nel mondo arabo che gli inglesi avevano un piano di emergenza per intervenire in Libia. Nell’ambito del trattato anglo-libico del 1953, un protocollo segreto prevedeva l’invasione della Libia in caso di emergenza. I dettagli del piano, nome in codice Operazione Radford, furono ottenuti dagli egiziani nel 1965 da un archivista del ministero della difesa britannico. Pubblicato su al-Ahram, il piano richiedeva lo spostamento di truppe britanniche da Germania, Malta e Cipro per difendere il re e ristabilire l’ordine. Secondo Mohammed Heikal, caporedattore di al-Ahram, il regime di emergenza era destinato proprio alla situazione che si era verificata in Libia. Ciò che scoraggiò gli inglesi fu la velocità e la decisione con cui i Liberi Ufficiali agirono. Se fosse seguita una lunga lotta, Gran Bretagna e Stati Uniti avrebbero inventato un pretesto per l’intervento.

Con Gheddafi, gli inglesi e gli statunitensi dovettero affrontare un nuovo leader che avrebbe agito  senza compromessi. Nel suo discorso a Tripoli del 16 ottobre, Gheddafi promise coraggiosamente che avrebbe trasformato il paese in un ‘campo di battaglia’ se gli inglesi e gli statunitensi non se ne fossero andati in “modo ragionevole”. Due settimane dopo, il 29 ottobre, l’RCC fece il suo approccio formale alla Gran Bretagna, a riguardo, chiedendo l’evacuazione rapida delle forze britanniche dal territorio libico. Gli inglesi, con il ministro della difesa Denis Healey, valutarono la situazione con attenzione. La perdita dei campi di addestramento in Cirenaica era considerata grave, ma non sembrava esserci alternativa all’accettazione. L’esperienza di Suez e della guerra civile algerina metteva in guardia contro ulteriori avventure coloniali. Il governo Wilson rispose con una richiesta di colloqui che durarono due sessioni, per un totale di sei ore. Al primo incontro, l’8 dicembre, l’ambasciatore britannico Donald Maitland fu incaricato di ammettere il principio di recesso. Dopo di che, fu semplicemente una questione di dettagli. Nella seconda sessione, una settimana più tardi, Maitland annunciava il termine della partenza per il 31 marzo 1970. Anche prima che i colloqui fossero iniziati, gli inglesi avevano ridotto la loro presenza ad al-Adem e Tobruk da 2.000 a 1.000 effettivi, tra ottobre e dicembre. Nel forzare la questione, i libici avevano abilmente disposto una serie di potenti scambi.

Più importante fu la loro capacità, particolarmente pregiudizievole per una potenza petrolifera in ascesa, di minacciare il ritiro dei loro depositi, intorno a 384 milioni di sterline. Se questo si fosse rivelato insufficiente, avrebbero potuto anche avviare l’annullamento dei contratti non indispensabili, e nazionalizzare gli interessi britannici della BP ed altri, in Libia. Gli inglesi, invece, si trovavano in una situazione di relativa debolezza, non potevano contrastare la Libia con la minaccia di sospendere il contratto per la fornitura di 200 carri armati Chieftain, ordinati dal regime precedente per aumentare la capacità terrestre delle forze armate libiche. Sarebbe stato un gesto di sfida inefficace. A quel tempo, l’impegno oltremare britannico veniva ampiamente rivisto, mentre il governo laburista iniziava il ritiro inglese da est di Suez. Gli inglesi erano semplicemente inclini ad accordarsi con un altro governo nazionalista. La missione di Maitland, per quanto riguardava Whitehall, doveva incitare i libici a un comunicato congiunto che sottolineava i vantaggi reciproci da una ulteriore cooperazione anglo-libica. Per Londra si trattava di limitare i danni, soprattutto per proteggere i vasti interessi economici britannici.

In seguito a tale successo, l’RCC rivolse la sua attenzione verso l’evacuazione della base aerea statunitense di Wheelus. I colloqui iniziarono a dicembre, subito dopo che gli inglesi avevano iniziato ad andarsene, ma non senza una grande inquietudine sulla prospettiva della gestione della sofisticata base, sede regionale dell’USAF, da parte di un ‘regime radicale arabo’. In effetti,  sembrando probabile che i libici consegnassero le strutture all’Unione Sovietica, l’amministrazione Nixon non avrebbe concesso il ritiro. Ma Gheddafi insisteva che i libici non avrebbero aperto le strutture ad altre potenze straniere. ‘La Libia rivoluzionaria non potrà mai sostituire uno straniero con un altro straniero o un intruso con un altro intruso’, avrebbe detto secondo il Lybian Mail del maggio 1970. In ogni caso, la decisione della Gran Bretagna di ritirarsi aveva già spiazzato gli statunitensi, così Washington accettò. Il 24 dicembre, il giorno dopo che i britannici avevano annunciato il loro ritiro, una dichiarazione congiunta libico-statunitense annunciava laconicamente che gli Stati Uniti avrebbero seguito l’esempio il 30 giugno. In effetti, l’evacuazione degli statunitensi, come degli inglesi, venne finalmente effettuato prima della scadenza, e con un minimo sforzo.

Gli inglesi finalmente lasciarono la Libia il 28 marzo, e gli statunitensi completarono il loro ritiro l’11 giugno. Fu un risultato storico. Celebrando la ‘vittoria contro l’imperialismo’, le autorità rivoluzionarie ridenominarono l’al-Adam Airbase, Gamal Abdul Nasser Airbase, e Field Wheelus, Okba bin Nafi Airbase, da un conquistatore arabo della Libia. Qualsiasi speranza che uno dei due Paesi avesse di mantenere una certa influenza militare in Libia, attraverso accordi di fornitura e addestramento, fu presto dissipata. Il 29 dicembre, dopo il suo successo iniziale, il RCC annullò il contratto del vecchio regime con la British Aircraft Corporation. A novembre, un primo tentativo di riavvicinamento venne fatto dal governo francese, come rifornitore alternativo di armi […] I francesi vi videro un mezzo per estendere la loro influenza in Africa del Nord, a spese degli inglesi e degli statunitensi. Nel gennaio 1970, la conclusione della transazione fu annunciata: la Francia vendeva alla Libia i primi 50 aerei Mirage V, 15 da consegnare nel 1971. I libici volevano questi aerei da guerra francesi, molto ambiti, per ricostruire l’arsenale arabo dopo il confronto con Israele.

Nasser vide nella Libia una via di rifornimento di quelle armi che sarebbero state, invece, bloccate dall’embargo occidentale. Mentre la trattativa era ancora in corso, Gheddafi disse: “Se sarà possibile ottenere Phantoms o Mirages, si avrebbe una colossale  forza araba“. [L’accordo finale dei francesu con la Libia] del 31 gennaio, riguardava 110 aerei da guerra […] Non vi erano condizioni allegate sul loro uso nel conflitto in Medio Oriente, tranne che essere ‘basati’ e ‘gestiti’ solo in Libia. Le uniche limitazioni reali applicate al loro uso, era evitare lo scontro con Stati clienti della Francia in Africa. L’accordo fu un altro trionfo delle autorità rivoluzionarie. Non solo l’RCC espulse le basi straniere, ma aveva drasticamente posto fine alla sua dipendenza militare da Gran Bretagna e Stati Uniti; la Gran Bretagna aveva perso la posizione di principale fornitore dell’esercito e della marina libici, e gli Stati Uniti vennero spodestati dal ruolo di primo contraente dell’aviazione libica. Avviando l’acquisto di armi dalla Francia, il RCC aveva un maggiore margine di manovra nel perseguire i propri obiettivi nazionalisti […] Le autorità rivoluzionarie riuscirono nel loro obiettivo più importante: spezzare la morsa militare britannica e statunitense sulla Libia.

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CON SOTTOTITOLI ITALIANI

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by Sukant Chandan – Sons of Malcolm

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Chimere atlantiste

Pubblicato il: 24 marzo, 2012
Analisi / Cultura | Di Fabio Falchi

Chimere atlantiste

In un articolo pubblicato il 20 marzo scorso, Manlio Dinucci, uno dei pochi giornalisti degni di questo nome, ha voluto ricordare come sia stato passato «sotto silenzio il fatto che un anno fa, il 19 marzo, iniziava il bombardamento aeronavale della Libia, formalmente “per proteggere i civili”. In sette mesi, l’aviazione Usa/Nato effettuava 30mila missioni, di cui 10mila di attacco, con impiego di oltre 40mila bombe e missili». (1) Facendo leva sulla tradizionale ostilità della Cirenaica nei confronti della Tripolitania e sulle divisioni tra le differenti tribù libiche, gli anglofrancesi, con il consenso e l’appoggio di Washington (che dirigeva l’intera operazione, come ha esplicitamente dichiarato l’ambasciatore statunitense presso la Nato) infiltravano forze speciali nel Paese, in particolare islamisti al soldo del Qatar, per metter fine alla Giamahiria, all’esistenza cioè di uno Stato sovrano, socialista e popolare, con un Welfare che non aveva nulla da invidiare al “modello sociale” europeo (quello, per intendersi, che i “mercati” stanno distruggendo, al fine di imporre la nuova modernizzazione “made in Usa”).
D’altronde, i media hanno passato sotto silenzio pure che il 19 marzo di nove anni fa si iniziava aggressione contro un altro Stato sovrano da parte degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, per liquidare definitivamente il regime di Saddam Hussein. Approfittando della debolezza della Russia , gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, attaccarono l’Iraq senza l’autorizzazione dell’Onu e senza farsi scrupolo di mentire all’opinione pubblica internazionale. E Colin Powell, che allora ricopriva la carica di Segretario di Stato degli Stati Uniti, si inventò addirittura che Saddam disponeva di armi batteriologiche con le quali minacciava l’intera umanità. (Tra l’altro, Powell fu imitato da una schiera di “replicanti”, sedicenti esperti di terrorismo internazionale, tra cui il “nostro” Enrico Jacchia, che in una trasmissione televisiva terrorizzò il giornalista che lo intervistava, mostrando una fiala, il cui contenuto avrebbe potuto uccidere centinaia di migliaia di persone, e sostenendo che tale arma terribile era, in grande quantità, nelle mani del “tiranno di Baghdad”, pronto a sterminare donne, vecchi e bambini di serie A, ossia israeliani e angloamericani, di serie B, ossia degli altri Paesi “(filo)occidentali”, nonché altri meno importanti, di serie C).
Una guerra, la Seconda Guerra del Golfo, che ha causato centinaia di migliaia di vittime, che ha “sfregiato” irrimediabilmente la vita di milioni di iracheni, che ha visto gli angloamericani non solo dare sfogo ad un razzismo ripugnante, ma compiere massacri, torture, abusi e nefandezze di ogni genere, spesso facendo fare il lavoro sporco agli stessi iracheni e generando così una spirale di odio e di terrore che ha fatto precipitare l’Iraq in un girone infernale dal quale non riesce a risalire. Una guerra però che con il passare del tempo ha anche visto l’opinione pubblica occidentale dimenticare o perfino giustificare i crimini degli angloamericani, considerati a priori i “paladini dell’umanità” e quindi legittimati di fatto a commettere qualsiasi violenza, compresa quella di bruciare vivi i civili, e qualsiasi violazione del diritto internazionale per far trionfare la libertà e la democrazia. Ovverosia quella libertà e quella democrazia che sono fondate sui “mercati sovrani” e sull’ideologia della merce, come ormai è chiaro a chiunque viva e lavori in Occidente.
Si comprende allora il silenzio dei media mainstream, anche perché, se in Iraq si susseguono attentati terroristici, assassinii e scontri tra gruppi rivali, la Libia è stata trasformata dalle milizie armate filo-occidentali in un campo di battaglia. Tanto è vero che, pur essendo impegnati in torture ed esecuzioni extragiudiziarie, i “ribelli libici” hanno trovato il tempo di allestire, presso Tripoli, un campo di addestramento per i “ribelli siriani” – anche se a giudizio dei “democratici” quest’ultimo servirebbe alle “masse libiche” per insegnare alle “masse siriane” a fare la rivoluzione con armi, equipaggiamenti e istruttori forniti dallo “zio Sam”, dagli anglofrancesi e dal Qatar. Il che, in verità, è difficile da sostenere anche per i professionisti della disinformazione, senza che per questo si debba negare che in Siria vi sia una guerra civile o addirittura affermare che la Siria di Assad è un Paese perfetto. Un Paese tuttavia (e non lo si dovrebbe dimenticare) ben diverso dall’Iraq di Saddam e che da decenni si contrappone ad Israele e appoggia con coerenza e notevole coraggio sia la causa palestinese che Hezbollah.
Peraltro, il fatto che l’Occidente sia in grado di sfruttare con notevole abilità le contraddizioni e le “ferite” presenti nel mondo musulmano conferma naturalmente che tali contraddizioni e “ferite” esistono (si pensi, ad esempio, a quanto accadde nella città di Hama nel 1982), ma che non possono essere spiegate senza tener conto della particolare struttura sociale di un Paese, della sua storia, della sua cultura e soprattutto delle “ragioni” e degli “interessi” che sono alla base dei conflitti politici. Pertanto, anziché ritenere che il mondo sia popolato da ” masse rivoluzionarie” oppresse da “unicorni rossobruni”, sarebbe opportuno comprendere che il significato di termini come libertà e democrazia varia al variare del contesto storico-politico e che nella attuale fase storica l’attacco dei “mercati” contro i diritti sociali ed economici dei popoli passa anche attraverso la distruzione della sovranità di quegli Stati che, in qualche modo, ostacolano la volontà di potenza dell’Occidente, oppure, se si preferisce, della società di mercato occidentale. Sotto questo profilo, è decisivo – sia pure tenendo presente la complessità dei sistemi sociali contemporanei – il modo in cui la lotta geopolitica articola la stessa lotta sociale.
Certo la geopolitica la si può ignorare e certamente non può spiegare tutto (né vi è chi lo sostenga); ma chi la ignora, ammesso (e non concesso) che sia in buonafede, sarebbe meglio che non si occupasse di politica. Del resto, con buona pace dei “rivoluzionari da salotto” occidentali, i russi (e i cinesi) non la ignorano e sembra che siano determinati a farla comprendere, con le buone o con le cattive, anche a chi la ignora o forse fa finta di ignorarla. Una determinazione che a giudizio di alcuni sarà pure “preoccupante”, ma di cui non se ne possono dolere coloro che credono non solo che le “ragioni” e gli “interessi” dei popoli non siano rappresentati dai “mercati”, ma anche e soprattutto che, senza il riconoscimento dei “diritti dei popoli”, i cosiddetti “diritti umani”, esattamente come la libertà e la democrazia di mercato, non siano altro che “chimere atlantiste”.
Note:

(1) M Dinucci “Libia un anno fa: memoria corta” (http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in edicola /manip 2n1 /20120320 /manip2pg /14/ manip2pz/ 319871/.

La vera storia del volo di Lockerbie

2/10/2009

Quello che segue è un tentativo di ricostruzione, necessariamente schematico, della storia “dietro le quinte” fra Libia, Gran Bretagna e Stati Uniti, che è ruotata per tutti questi anni intorno all’attentato di Lockerbie.

Il suo presunto responsabile, Abdul al-Megrahi, è stato recentemente liberato dalla Gran Bretagna “per motivi compassionevoli” – così dice la motivazione ufficiale – e rimpatriato in Libia. In realtà, come vedremo, è ormai chiaro che al-Megrahi sia stato soltanto il capro espiatorio della vicenda, e che non abbia avuto nulla a che fare con l’attentato, mentre il suo rilascio sarebbe stato la conseguenza di una urgente esigenza da parte degli inglesi, piuttosto che un gesto umanitario.

La storia si può far iniziare dall’attentato del 1984 ad una discoteca di Berlino, nel quale morirono due cittadini turchi ed un soldato americano. Le autorità tedesche individuarono nel “terrorismo libico” i responsabili, e Ronald Reagan pensò che una adeguata risposta fosse quella di bombardare Tripoli.

Il vero scopo, naturalmente, era togliere di mezzo il colonnello, che già da anni sedeva borioso su milioni di barili di petrolio …

… del quale gli anglo-americani cominciavano a sentire una forte nostalgia (la prima “crisi del petrolio” risale al 1973). Gheddafi si salvò, ma nel bombardamento morì, insieme a molti altri innocenti, Hanna Gheddafi, la sua bambina di due anni.

Il 21 dicembre 1988 il volo Pan-Am 103, da Londra a New York, esplose in volo sopra la Scozia, causando la morte di 270 persone. Oltre a tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio morirono anche 11 abitanti della cittadina di Lockerbie, dove caddero le ali e la parte centrale della fusoliera.

Dopo 3 anni di indagini, svolte con la solerte collaborazione dell’FBI (più di metà dei passeggeri erano americani), la corte scozzese concluse che i responsabili fossero due libici, Abdul al-Megrahi e Lamin Fhimah.

Cominciò subito a circolare l’idea, non difficile da alimentare, che quell’attentato fosse stato la vendetta di Gheddafi per la morte della figlia, e quindi l’idea degli attentatori “libici” sembrò a tutti la più naturale del mondo.

Altri sostennero che la vendetta di Gheddafi si fosse già consumata nel 1986, con il sequestro del volo PanAm 73 a Karachi, che aveva causato la morte di una ventina di ostaggi. In ogni caso, devono essersi accorti in molti che un “tiranno” con una figlia uccisa in quel modo diventi per tutti un comodo attaccapanni, al quale si possono appendere anche i più remoti attentati della Patagonia o delle Isole di Pasqua.

Non esistendo però trattati diretti fra i due paesi, gli inglesi non potevano richiedere ufficialmente l’estradizione dei presunti colpevoli, per cui incaricarono gli uomini dell’MI-6 (la CIA inglese) di aprire dei canali extradiplomatici con Tripoli – le cosiddette “backdoors”, o “porte sul retro” – per ottenere in altri modi la loro consegna.

Nel frattempo partiva una pubblica escalation di accuse, ricatti e controaccuse, che culminò con una pesante serie di sanzioni internazionali imposte alla Libia dall’ONU, per ottenere la consegna dei due presunti attentatori. (Curioso come siano sempre i paesi ricchi di petrolio a finire ricattati con embargo e sanzioni di ogni tipo).

Ma Gheddafi teneva duro, e dopo sei anni gli uomini dell’MI-6 non erano ancora riusciti ad aprire nemmeno uno sportello per gatti, nel retro della sua fortezza.

Accadde così che nel ’94 si presentò all’ambasciata inglese di Tunisi un ”agente dei servizi libici”, che chiese di parlare con il locale responsabile dell’MI-6, e gli fece una proposta molto allettante. Aveva a disposizione – disse – un manipolo di fedelissimi disposti a tutto, pronti ad uccidere Gheddafi e a prendere il potere. Ma aveva bisogno di soldi per preparare l’attentato (armi, bombe, logistica, eccetera), e quindi offriva in cambio, se gli inglesi lo avessero aiutato a rovesciare il colonnello, la prelibata preda dei due attentatori di Lockerbie.

L’uomo dell’MI-6, un certo David Watson, riferì la cosa al suo capo-struttura di Londra, Richard Bartlett. Dopo qualche giorno arrivò l’OK da Bartlett, che disse di aver avuto la “licenza di uccidere” dal ministro degli esteri, insieme ad un finanziamento di 100.000 dollari da passare al manipolo di attentatori.

Dimenticavamo di dire che questo manipolo di attentatori si chiamava “Al-Queda”, e faceva capo ad un certo Osama bin Laden, l’uomo che aveva organizzato per la CIA i Mujaheddin afghani che avevano rimandato i russi a casa loro. (Come si è poi saputo infatti, “Al-Queda” era il nome del database della CIA con i nomi di tutti i Mujaheddin).

Era a nome di bin Laden che l’ ”agente dei servizi libici” si era presentato a Tunisi da Watson. (Questo personaggio non è mai stato identificato con certezza, ma è quasi certo che fosse Anas al-Liby, il n. 2 di bin Laden, che in quel periodo risiedeva, curiosamente, nel vicino Sudan).

In altre parole, i servizi inglesi finanziarono bin Laden per uccidere Gheddafi.

Solo un bambino infatti potrebbe credere alla storiella dello sconosciuto agente libico che si presenta all’ambasciata inglese di Tunisi, offrendo due uomini in cambio di una nazione, e se ne va fischiettando dopo tre giorni con 100.000 dollari in tasca.

Questa è la pietosa bugia che si dovette inventare quando la faccenda dell’attentato a Gheddafi – che nel frattempo era fallito – divenne di dominio pubblico. Erano stati gli agenti dell’MI-5 Annie Machon e David Shayler a denunciarla, dopo averlo saputo dai colleghi dell’MI-6.

Fu un caso di wisthleblowing di prima grandezza, che scatenò un vero e proprio putiferio in Gran Bretagna, poichè metteva il paese in imbarazzo di fronte al mondo intero.

Non a caso Machon e Shayler dovettero fuggire, rimanendo nascosti per lunghi mesi in una fattoria nel nord della Francia, per poi affrontare diversi anni di contorte vicende giudiziarie che si sono conclusi solo di recente.

Se non fosse stato per loro, nessuno avrebbe mai saputo del tentativo inglese di uccidere Gheddafi, nè di altri attentati contro i cittadini di Israele, ufficialmente attribuiti ai palestinesi, che risultarono essere invece opera del Mossad. [1]

Dopo il fallito attentato a Gheddafi, il braccio di ferro per avere i due presunti attentatori di Lockerbie riprese come prima, e a lungo andare il prezzo pagato per le sanzioni diventò insostenibile anche per l’orgoglio del colonnello.

Dopo lunghe trattative, la Libia riconobbe ufficialmente “le responsabilità dei nostri ufficiali” (al-Megrahi era il capo della security delle aerolinee libiche a Londra) e consegnò i due sospettati, a condizione che venissero giudicati in un tribunale neutrale, in Olanda, alla presenza di osservatori internazionali.

Al processo olandese Fhimah fu assolto, mentre al-Megrahi fu ritenuto colpevole, e condannato all’ergastolo, con una pena minima di venti anni da scontare.

Qualcuno si domanderà come sia stato possibile dimostrare addirittura l’identità dell’attentatore, partendo da una semplice caterva di rottami fumanti. Ebbene, quando c’è di mezzo l’FBI, tutto diventa possibile: attenzione, perchè lo spettacolo va ad iniziare.

Frugando fra i resti del disastro, qualcuno si era accorto che un frammento di abiti da bambino, sbruciacchiato ma non troppo, portava tracce di esplosivo talmente pesanti da suggerire che fosse stato usato per avvolgere la bomba stessa. Miracolosamente però, il tessuto conservava ancora l’etichetta, e da questa si è potuto risalire al venditore, un commerciante di Malta di nome Tony Gauci. Quando gli uomini dell’FBI andarono a trovarlo, Gauci si ricordò improvvisamente di aver venduto degli abiti da bambino ad un “Libyan looking man” – letteralmente, “un uomo dall’aspetto libico” (come è noto i libici sono completamente diversi da tutti gli altri arabi) – il 7 di dicembre, ovvero 3 settimane prima dell’attentato. Da lì a identificare al-Megrahi, fra una ventina di “Libyan looking men” come lui, il passo fu breve.

Ma per farlo condannare non bastava. Il fatto che gli abiti da bambino si trovassero in prossimità della bomba non significava che l’avessero avvolta fisicamente. Instancabili, gli uomini dell’FBI continuarono a indagare, finchè scoprirono fra i resti del disastro un frammento di circuito elettrico che viene montato normalmente su un certo modello di radio Toshiba. E’ lo stesso modello di radio – fecero notare gli uomini dell’FBI – usato da un palestinese poco tempo fa per confezionare una bomba di tipo Sentex.

Ottima intuizione, ma non bastava ancora.

Cerca, esamina e analizza, e saltò fuori che un altro frammento di circuito elettrico recuperato fra i rottami apparteneva ad un timer simile a quello trovato addosso ad un agente libico, arrestato qualche mese prima, che si aggirava nella notte con in tasca una bomba tipo Semptex.

La cosa cominciava a farsi interessante, ma gli indizi non bastavano ancora.

Ci fu allora il colpo di genio finale degli agenti dell’FBI, che da un frammento di valigia risalirono al modello di Samsonite che aveva contenuto la bomba, accorgendosi nel frattempo che proprio quella valigia, imbarcata a Londra sul volo Pan-Am, era partita da Malta.

Ora sì che il cerchio si chiudeva! Bastò fare “libico” + “Semptex” + “timer” + “Samsonite” + “Malta”, ed ecco uscire un bell’ergastolo per il povero al-Megrahi.

Nonostante lui si proclamasse innocente, e nonostante il principale osservatore dell’ONU, Hans Köchler, abbia definito il verdetto uno “spettacolare aborto giuridico” (“a spectacular miscarriage of justice”), il mondo si convinse presto che l’attentato fosse partito proprio dalla Libia.

Eravamo nel gennaio 2001, a pochi mesi dall’undici settembre.

Nel frattempo Gheddafi aveva messo la testa a posto, aveva rinunciato a farsi la bomba atomica, ed era diventato addirittura il “buon esempio” di islamico addomesticato che tutti gli altri nel mondo dovevano imitare. (Saddam era avvisato).

A conferma delle sue buone intenzioni, Gheddafi si impegnò a pagare 2.7 miliardi di dollari alle famiglie delle vittime (circa 10 milioni di dollari per famiglia), legando però i pagamenti alla cancellazione definitiva delle sanzioni contro la Libia, ed alla rimozione del suo paese dalla lista degli “stati-canaglia”.

La maggior parte di quei soldi è finita nelle casse dei prestigiosi studi legali americani che hanno rappresentato i familiari delle vittime.

Nel 2002 al-Megrahi tentò un ricorso in appello, ma la sua richiesta fu respinta per “inconsistenza delle motivazioni”.

Al-Megrahi non si arrese, e iniziò – probabilmente aiutato dall’esterno – a far raccogliere tutta la documentazione possibile per preparare un secondo appello, molto più serio e ben organizzato del primo.

La sua “contro-indagine” fu così efficace che nel 2007 la Corte Penale di Revisione Scozzese stabilì, con grande sorpresa di tutti, che il caso andasse riaperto. Nel frattempo infatti era emerso che:

– Tony Gauci, il commerciante maltese di vestiti, aveva visto una foto di al-Megrahi 4 giorni prima del riconoscimento. La difesa di al-Megrahi sostiene di avere le prove che Gauci abbia ricevuto 2 milioni di dollari per la testimonianza che portò all’arresto dell’imputato.

– Il tecnico svizzero che aveva confermato che il timer venisse usato per le bombe Semtex ha confessato di aver mentito al processo, dopo aver respinto un’offerta di 4 milioni di dollari da parte dell’FBI per fare quelle dichiarazioni. Il tecnico ha anche ammesso di aver rubato dalla sua ditta un esemplare di quel timer, per consegnarlo “ad un uomo incaricato delle indagini”.

– Il pezzetto di circuito elettrico ritenuto appartenere al timer risultò non essere stato nemmeno testato per la presenza di esplosivi.

– La famosa “Samsonite partita da Malta” aveva girato per 17 ore su un carrousel vuoto di Heatrow, prima di essere imbarcata sul volo Pan-Am, e durante quel periodo era stata forzata da qualcuno.

– La polizia di Heatrow ha purtroppo “perso” la documentazione su quella valigia, per cui non è più possibile risalire a chi l’abbia maneggiata, nè tantomeno imbarcata.

– L’abitante di Lockerbie che aveva trovato nella foresta il manuale della radio Toshiba disse che il documento presentato al processo era completamente diverso da quello che lui aveva consegnato alla polizia.

Insomma, ci siamo capiti, è inutile infierire: all’FBI usano ancora le tecniche e i manuali di Edgar Hoover.

I media però fecero finta di nulla, e la notizia del verdetto della Corte di Revisione passò sotto relativo silenzio.

Ma i tempi per l’appello di al-Megrahi nel frattempo sono maturati, e la data per la riapertura del processo era stata fissata per lo scorso Aprile.

Se quel processo si fosse svolto, al-Megrahi molto probabilmente sarebbe stato assolto, e gli inglesi avrebbero fatto una plateale figuraccia di fronte al mondo.

C’era inoltre il rischio, non trascurabile, che Gheddafi a quel punto chiedesse la restituzione di tutti i soldi pagati per risarcire le famiglie delle vittime.

Ecco perchè gli inglesi, colti da improvviso spirito compassionevole, hanno deciso di rimpatriare in gran fretta al-Megrahi, iniziando una complessa procedura legale che richiedeva, prima di tutto, che lui ritirasse la richiesta di appello.

Dopo che questo è avvenuto, al-Megrahi è stato rimandato a casa. Nonostante abbia rinunciato all’appello, al-Megrahi ha detto che renderà pubblico il dossier di oltre 300 pagine che nel frattempo la difesa aveva preparato per lui.

Fine della storia.

A questo punto resta solo una domanda: se non sono stati i libici, chi ha messo la bomba sul Pan-Am 103?

La risposta precisa nessuno la conosce, e Internet a questo punto pullula di “teorie alternative” di ogni tipo, la maggioranza delle quali sono state chiaramente messe in circolo per confondere le acque.

A chi non avesse voglia di addentrarsi in quell’infida foresta, possiamo sempre suggerire di domandarsi a chi possa essere convenuto, in tutti questi anni, far passare la Libia di Gheddafi per uno stato di “terroristi”.

Massimo Mazzucco

1 – Annie Machon – Conferenza 9/11 di Chicago del 2006.

Preso da: http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=3345

Libia 2011: Giornalisti britannici sono accusati da un gruppo di miliziani di spionaggio in Libia (ITA-ENG)

The Guardian
[04.03.2012] di Chris Stephen        (trad. di Vera Zasulich per GilGuySparks)
Due giornalisti britannici, arrestati il mese scorso da un gruppo di una milizia libica, in diretta sfida all’autorità del nuovo governo del paese, sono stati accusati di spionaggio.
La milizia ha inscenato a tarda notte una conferenza stampa in un hotel di Tripoli per svelare ciò che essi hanno definito essere prove di attività improprie.
Gareth Montgomery-Johnson, di 36 anni, e il giornalista Nicholas Davies, di 37, che lavorano per la Press TV iraniana di proprietà statale, sono stati arrestati il 23 febbraio da una milizia di Misurata con sede a Tripoli.
Il dr. Fortia Suleiman, membro di Misrata del Consiglio Nazionale di Transizione che governa la Libia, ha detto che la milizia aveva l’autorizzazione del governo per detenere gli uomini perché [i miliziani] rappresentavano la “Rivoluzione del 17 febbraio“, data in cui è iniziata la rivoluzione libica lo scorso anno.
Faraj al-Swehli

Siamo tutti parte del governo, le milizie e il governo sono insieme“, ha detto Fortia.
I servizi di intelligence di tutto il mondo hanno la facoltà di trattenere i sospetti mentre indagano su di loro“.
Ha citato l’esempio del comandante della milizia di Tripoli, Abdul Hakim Belhaji, che è stato arrestato dagli Stati Uniti nel 2004, accusato di terrorismo, in un’operazione nella quale, ha detto Belhaji, la Gran Bretagna era complice.
La detenzione dei due uomini ha già suscitato le proteste di Amnesty International, che ha chiesto che il governo libico prenda in custodia gli uomini e chiami la milizia a renderne conto.
In una conferenza stampa a volte incoerente, Fortia, affiancato da miliziani in mimetica, ha mostrato ciò che ha riferito essere materiale sospetto, trovato sui due uomini. Ciò includeva un bendaggio da campo in un involucro nero che ha affermato essere sospetto in quanto “made in Israele” ed elenchi dei membri della milizia di Tripoli uccisi negli scontri dello scorso anno.
Inoltre ha mostrato, che erano state trovate, ancora addosso agli uomini, fotografie di miliziani libici in pose da combattimento, una fotocopia di un permesso di soggiorno iraniano in uno dei passaporti degli uomini e quello che sembra essere una scaletta di un montaggio televisivo. Alla domanda su cosa vi era di sospetto negli oggetti, Fortia ha detto che sarebbero state necessarie “ulteriori indagini“.
La milizia ha poi proiettato un filmato trovato nei computer dei due uomini, consistente in ciò sembrava essere un filmato che mostrava i due uomini ballare in piazza dei Martiri di Tripoli sopra una colonna sonora musicale.
Avevano anche materiale pornografico“, ha detto Fortia.
Ha detto di aver informato i ministeri degli interni e della difesa della Libia e di non aver ricevuto alcuna lamentela circa la loro decisione di continuare a detenere gli uomini. “Tutti [i ministeri] sanno ciò che fanno“.
Nessun ministero dispone di un ufficio stampa e nessun funzionario era disponibile per un commento domenica notte.
Abbiamo la totale responsabilità della sicurezza a Tripoli“, ha detto Faraj al-Swehli, il comandante della milizia.
Fortia ha detto che gli uomini sarebbero rimasti in detenzione presso l’ex accademia militare femminile sul lungomare di Tripoli e che sarebbero state necessarie ulteriori indagini per determinare se fossero spie.
E ‘troppo presto per decidere. Questo è un qualcosa che sarà stabilito dopo ulteriori investigazioni“.
Swehli ha detto: “Dobbiamo proteggere la Rivoluzione del 17 febbraio e non tutti coloro che portano una macchina fotografica sono in realtà dei giornalisti.”
Il loro annuncio provocherà preoccupazione tra i diplomatici, già preoccupati per l’incapacità delle autorità libiche di frenare le milizie, dopo la pubblicazione di un filmato che mostra una milizia compiere atti vandalici in un cimitero di guerra britannico.
La milizia di Swehli la scorsa settimana ha visto il suo principale posto di controlllo a Misurata attaccato da altre milizie del Consiglio militare della città, che la accusavano di tenere prigionieri sotto detenzione illegale.
Per lunedì sono previste a Tripoli proteste da parte dei cittadini contro la presenza continua nella città di milizie di Misurata e di altre unità provenienti dall’esterno della capitale libica, che dicono essere una minaccia per la sicurezza.
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  • British journalists accused by militia group of spying in Libya
Two British journalists arrested last month by a Libyan militia group in a direct challenge to the authority of the country’s new government have been accused of spying.
The militia staged a late-night press conference in a Tripoli hotel to unveil what they said was evidence of improper activities.
Gareth Montgomery-Johnson, 36, and reporter Nicholas Davies, 37, who work for Iran’s state-owned Press TV, were arrested 23 February by a Misrata militia based in Tripoli.
Dr Suleiman Fortia, a Misratan member of Libya‘s ruling National Transitional Council, said the militia had government authority to hold the men because they represented the “February 17 Revolution”, the date on which Libya’s revolution began last year.
“We are all part of the government, the militias and government are together,” said Fortia. “Intelligence services around the world have the authority to hold onto suspects while they are investigating them.” He cited the example of Tripoli’s militia commander, Abdul Hakim Bilhaj, who was detained by the United States in 2004 accused of terrorism in an operation Bilhaj has said Britain was complicit.
The detention of the two men has already prompted protests from Amnesty International, which has demanded that the Libyan government take custody of the men and call the militia to account.
In a sometimes rambling press conference, Fortia, flanked by camouflaged militiamen, showed what he said was suspicious material found on the two men.
This included a field dressing in a black wrapper which he said was suspicious because it was “made in Israel” and lists of Tripoli militia members killed in clashes last year.
Also presented were still photographs found on the men of Libyan militiamen in combat poses, a photocopy of an Iranian residence permit in one of the men’s passports and what appeared to be a television editing script. Asked what was suspicious about the items, Fortia said “further investigation” would be necessary.
The militia then screened footage found in the two men’s computers, consisting of what appeared to be home movies showing the two men dancing in Tripoli’s Martyr’s Square over a music soundtrack.
“They also had pornography,” said Fortia.
He said he had informed Libya’s interior and defence ministries, and had received no complaints about their decision to continue detaining the men. “They [the ministries] all know what they are doing.”
Neither ministry has a press office and no officials were available for comment on Sunday night.
“We have the total responsibility for security in Tripoli,” said Faraj al-Swehli, the militia commander.
Fortia said the men would remain in detention in the former women’s military academy on Tripoli’s beachfront and that more inquiries would be needed to determine if they were spies. “It is too early to decide. This is something that will be proved after further investigations.”
Swehli said: “We have to protect the 17 February Revolution and not everyone who carries a camera is really a journalist.”
Their announcement will cause concern among diplomats already worried about the inability of Libya’s authorities to rein-in militias, following the release of video footage showing a militia near Benghazi vandalising a British war graves site.
Swehli’s militia last week saw its main checkpoint in Misrata attacked by other militias of the city’s military council, who accused it of holding captives in illegal detention.
Protests are planned for Monday by Tripoli citizens against the continued presence in the city of militias from Misrata and other units from outside the Libyan capital, who they say are a threat to security.

http://www.guardian.co.uk/world/2012/mar/04/british-journalists-accused-spying-libya

Il piano della NATO in Libia è stato l’apertura del mercato alle compagnie petrolifere britanniche e francesi

[02.01.2012]  trad. di P. Kropoktin per GilGuySparks

VICTOR OLMOS – La pacifista británica Lindsey German ha su di sé quasi quattro decadi di lotta politica, la maggior parte tra le fila del Socialist Workers Party, e è stata candidata alle elezioni al comune di Londra in due occasioni, 2001 e 2008. Esperta di politica e diritti delle donne, dal settembre del 2001 guida la Stop War Coalition* assieme a Tony Benn – ex ministro e passato segretario generale del Partito Laburista – (*gruppo di opposizione alla guerra che organizzò nel 2003 la manifestazione più grande della storia del Regno Unito).
Dopo l’intervento della Nato in Libia e davanti alla possibilità di futuri conflitti in Iran e Siria, Lindsey German si schiera contro il militarismo occidentale e annuncia nuove mobilitazioni.

DIAGONAL: Che pensa delle riunioni delle compagnie britanniche BP, Shell e Arup con il Consiglio Nazionale di Transizione Libico (CNT), con la presenza dei ministri del Commercio e della Difesa britannico?

LINDSEY GERMAN: Non mi sorprendono affatto. Era chiaro che quando lanciarono l’attacco contro la Libia e Gheddafi quello che cercavano era un cambio di regime per aprire il paese al commercio con le petroliere britanniche e francesi. Il loro obiettivo ora è introdurre ogni tipo di compagnia nel paese per ottenere il maggior beneficio possibile, come successe in Iraq e ora in Libia.

DIAGONAL: Si è compiuto il proposito di proteggere i libici come chiedeva l’ONU?

LINDSEY GERMAN: No, naturalmente. Dissero che l’obiettivo principale era proteggere la popolazione di Bengasi dagli attacchi di Gheddafi e, sebbene si stimi che le morti causate prima dell’intervento fossero tra le 2000 e le 3000 – un numero terribile, però relativamente piccolo comparato con quello che accade in altri paesi -, dall’inizio dei bombardamenti della NATO decine di migliaia di persone sono morte ed i numeri continuano ad aumentare. Ci sono state anche persecuzioni e razzismo contro gli africani che hanno sostenuto Gheddafi. Il risultato dell’intervento della NATO non è stata la protezione dei civili, ma l’aumento significativo delle morti, dei feriti e delle violazioni dei diritti umani.
La giustificazione dei diritti umani allo scopo  dell’intervento in una guerra è sbagliata. Ci sono molti abusi nel mondo, come nel caso delle persone uccise al Cairo, dove la polizia ha sparato negli occhi dei manifestanti accecandoli, tuttavia, il Regno Unito ha deciso di non prendere posizione in quel paese. E’ un atteggiamento molto ipocrita.[…] La frase molto diffusa secondo cui Gheddafi stava attaccando il suo stesso popolo non è del tutto vera. Gheddafi ha attaccato la parte del suo popolo che si è ribellato contro di lui, allo stesso modo in cui le autorità americane stanno distruggendo il movimento Occupy, arrestando e picchiando la gente che protesta. Ecco come i governi reprimono la ribellione […].

DIAGONAL: Qual è il futuro della Libia dopo la presa del potere del CNT?

LINDSEY GERMAN: Il Consiglio Nazionale di Transizione libico ha formato un governo estremamente filo-occidentale, con l’esclusione degli islamisti e chiunque possa opporsi al controllo di grandi aziende e ai governi occidentali, che hanno molto affermata in Libia. La mia opinione è che questo sia un governo molto instabile.
Gli islamisti, in particolare, non permetteranno questa situazione per molto tempo, e immagino che ci saranno grandi conflitti che potrebbero portare alla guerra civile. In questo caso, se gli islamisti prenderanno il potere, la reazione dell’Occidente potrebbe essere quella di cercare di eliminare questo governo, che comporterebbe la diffusione della guerra nel Magreb.

In Siria, pur non essendo intervenuti militarmente, William Hague, il responsabile del Foreign Office britannico ha incontrato gli oppositori siriani a Londra, una misura  sorprendente della diplomazia britannica. Ancora una volta, sono in completo disaccordo con il presidente siriano Bashar al Assad e se la gente vuole liberarsene, deve necessariamente contare sulla propria lotta, non su Francia e Regno Unito, il cui ruolo storico nella regione è piuttosto discutibile.

DIAGONAL: Le sanzioni alternative all’intervento militare?

LINDSEY GERMAN: No. Sono stata contraria alle sanzioni contro l’Iraq quando cominciarono nel 1991, mentre molte persone pensavano che fosse un’alternativa alla guerra. Tuttavia, le sanzioni sono una guerra economica. Le persone che soffrono di più sono i poveri. Avremmo dovuto fare altri tipi di domande, ad esempio, perché l’Unione Europea e gli USA, con gravi problemi interni, hanno l’autorità di interferire negli affari interni di altre nazioni? Al di là dell’Occidente, la prospettiva del mondo è molto diversa. I paesi più ricchi sono considerati come nuovi colonizzatori economici e militari.

http://diagonalperiodico.net/El-plan-de-la-OTAN-en-Libia-ha.html?var_recherche=lindsey%20german

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In italiano e Spagnolo su: https://gilguysparks.wordpress.com/2012/01/09/il-piano-della-nato-in-libia-e-stato-lapertura-del-mercato-alle-compagnie-petrolifere-britanniche-e-francesi/

L’intervento in Libia e la negazione della legalità internazionale

[07.01.2012] (trad. di Levred per GilGuySparks)

L’Europa è ormai l’unica forza capace di realizzare un progetto di civiltà (…) Gli Stati Uniti e Cina hanno già iniziato la conquista dell’Africa. Quanto tempo aspetta l’Europa a costruire l’Africa di domani?
Nicolas Sarkozy, 2007.

Gli insorti libici meritano il sostegno di tutti i democratici.
Bernard-Henri Lévy, 2011.

Quando un popolo perde la propria indipendenza dall’esterno, non mantiene per molto la propria democrazia all’interno.
Régis Debray, 1987.

Le potenze occidentali invocano una vaga “morale” internazionale, simile a quella che prevalse nel XIX secolo, mentre ignorano il diritto internazionale che considerano, semmai, un semplice insieme di procedure.
Questa “morale”, prodotto surrogato occidentalista, è in perfetta armonia con la flagrante violazione dei principi fondamentali che costituiscono il nucleo della Carta delle Nazioni Unite, e con un chiaro disprezzo per le Nazioni Unite dal momento in cui il Consiglio di Sicurezza, organo oligarchico, viene neutralizzato dalle divisioni tra le grandi potenze e non può essere manipolato che da alcune di loro.
Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna si considerano sempre “le uniche forze in grado di realizzare un progetto di civiltà”, sebbene si affrontino l’un l’altro quando i loro interessi economici e finanziari non coincidono.


Le operazioni militari e le ingerenze indirette si succedono.
Anders Fogh Rasmussen stesso, Segretario generale della NATO, si incarica di annunciarle: “Come ha dimostrato la Libia, non possiamo sapere dove la prossima crisi esploderà, ma esploderà” (5 settembre 2011).

Non si tiene conto delle preoccupazioni espresse dagli stati del Sud realmente indipendenti. Le parole di Thebo Mbeki, ex presidente del Sud Africa, sono significative: “Quello che è successo in Libia potrebbe essere un precursore di ciò che può accadere in un altro paese. Penso che tutti dovrebbero esaminare la questione, perché è un grande disastro” (20 settembre 2011).

Al contrario, la Francia ha avuto una quasi totale unanimità al momento di applaudire le operazioni militari contro la Libia e l’esecuzione sommaria di Muammar Gheddafi. Da Bernard-Henri Lévy al presidente Sarkozy, passando per Ignacio Ramonet, dalla UMP (a destra) al Partito comunista (con qualche riserva), passando per il Partito socialista e tutti i principali media (da Al-Jazeera a Le Figaro): “in nome di una strage solo possibile, si è perpetrato un massacro ben reale, si è scatenata una guerra civile mortifera” (1) e si è ammessa la violazione di un principio fondamentale in vigore, la sovranità di uno Stato membro delle Nazioni Unite.

Lo stesso è accaduto nella maggior parte dei paesi occidentali, che non hanno prestato la minima attenzione alla proposta di mediazione dell’Unione Africana o del Venezuela, né hanno voluto affidare alle Nazioni Unite la responsabilità di una negoziazione o di una conciliazione.
Lo spirito guerresco è stato imposto improvvisamente senza che si producesse una reazione dell’opinione pubblica, non interessata, a causa della scomparsa della leva nell’esercito e a causa della professionalizzazione (o anche a causa della privatizzazione, almeno parzialmente, come in Iraq), dei conflitti armati. Se la sinistra francese non ha contestato, come aveva fatto in passato contro le diverse aggressioni occidentali, è accaduto perché, al di là del “democraticismo” di rigore, si trattava di africani e arabi e dei problemi del “Sud”, senza rendimento elettorale, dato lo stato ideologico medio dei francesi alla fine del mandato di Nicolas Sarkozy (2).
Se la destra, soprattutto i conservatori francesi, opta per ingerenze sempre più aperte nei paesi del Sud, è perché, al di là degli interessi economici (soprattutto energetici) di grandi aziende che operano nel Sud, le avventure all’aria aperta sono sempre benvenute in tempi di grave crisi interna.
Il risultato complessivo è stato, se non la morte del diritto internazionale, almeno il suo ingresso in un coma profondo (3).


1. L’esclusione della Libia di Gheddafi dal beneficio del diritto internazionale

In un continente dove le elezioni sono di solito un’autentica farsa, le elezioni presidenziali in Costa d’Avorio nel 2010, un vero esempio da manuale, adulterate da una ribellione armata per più di otto anni che aveva il sostegno della Francia e che occupava tutto il nord del paese, hanno lasciato il posto ad un intervento delle Nazioni Unite e all’esercito francese per rimuovere forzatamente il presidente Gbagbo. L’occupazione totale della Costa d’Avorio nel 2011 da parte dei ribelli, con il supporto di ONUCI e delle truppe francesi della Licorne, piena di massacri (come quella di Duekoué), ha provocato appena le reazioni dei giuristi francesi (4).

Sembra che i pretesti addotti dalle autorità francesi (repressione contro manifestanti civili, non rispetto del risultato delle “elezioni”) abbiano posto la dottrina prevalente nel pensiero politico, che impedisce di effettuare i controlli necessari delle accuse politiche ufficiali (5) .
In nome di un “legittimità democratica” indefinita, approvata dalla maggioranza congiunturale del Consiglio di Sicurezza, “stimolata” da uno Stato al contempo giudice e parte, siamo giunti fino ad ammettere che un governo sia rovesciato con la forza per installarne un altro, con il sostegno di una delle parti in conflitto.
Con molti mesi d’intervallo, l’intervento in Libia fa parte della strategia applicata in Costa d’Avorio, che ha poco a che fare con la politica di sostegno, più tarda, dei movimenti popolari in Tunisia ed Egitto (6).
Brutalmente, in nome di una minaccia per gli avversari del governo della Jamahiriya, il cui carattere improbabile è stato dimostrato da Rony Brauman, alla Libia è stato negato lo status di pieno soggetto del diritto internazionale, “membro regolare” della comunità internazionale. Ci sono voluti solo una manifestazione il 15 febbraio 2011 in una città del paese, seguita da una rivolta il 17 nella stessa città di Bengasi, perché uno stato che era da lungo tempo membro delle Nazioni Unite, che aveva tenuto la presidenza dell’Unione Africana e aveva trattati firmati con vari paesi, in particolare con Francia e Italia, fosse espulso dalla comunità internazionale. Il Consiglio di sicurezza si è basato su informazioni provenienti da fonti di informazione molto parziali sui fatti di Bengasi, quelli di una delle parti in conflitto (gli insorti) e un mezzo di comunicazione, Al Jazeera (7), senza che sia stata condotta un’inchiesta o sia stata cercata una “soluzione, soprattutto, mediante una negoziazione, un’investigazione, una mediazione, una conciliazione (…) o altri mezzi pacifici” (articolo 33 della Carta).

Il Consiglio di Sicurezza ha adottato con precipitazione estrema (8) la Risoluzione 1970 del 26 febbraio, cioè, solo qualche giorno dopo gli scontri scoppiati a Bengasi, a differenza di molti altri conflitti nel mondo, che provocarono reazioni molto tarde (9). Non sono furono presi in considerazione i commenti dell’India circa il fatto che “non c’era praticamente alcuna dichiarazione credibile sulla situazione nel paese.” Si è ritenuto colpevole immediatamente lo stato e si è deciso che il leader libico Muammar Gheddafi doveva comparire davanti al Tribunale Penale Internazionale senza un esame contraddittorio dei fatti.
Su iniziativa della Francia, degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, nonostante l’astensione di Cina, Russia, India, Brasile e Germania, si ripeteva la procedura applicata con l’Iraq, contro il quale “vi erano prove sufficienti“, come quelle che Colin Powell ha esposto nel 2003, Tripoli è stata distrutta come lo fu Baghdad.
La Risoluzione 1973 del 17 marzo completava la 1970 del 26 febbraio. Era basata sulla “necessità di proteggere la popolazione civile” senza  che il Consiglio di Sicurezza avesse remore nel proclamare il suo “rispetto per la sovranità e l’indipendenza” della Libia. Il suo scopo era “la cessazione delle ostilità” e di “ogni forma di violenza“. I metodi consigliati per realizzarla erano di “facilitare il dialogo” mentre si controllava lo spazio aereo al fine di evitare l’intervento dell’aviazione libica. La NATO e poi, sotto il suo comando, in particolare Francia e Gran Bretagna, si incaricarono di eseguire le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Si davano tutti gli elementi di un atto arbitrario al di fuori della legalità internazionale.
In primo luogo, l’estrema ambiguità delle risoluzioni. Il “dovere di proteggere i civili preventivamente” è un po ‘come il concetto di “autodifesa preventiva“, mera elusione del divieto di aggressione. Inoltre, la nozione di “civile” è vaga.
Che dire dei “civili” armati?
La violenza verbale di Muammar Gheddafi non può essere assimilata a una repressione illegale. La nozione di “legittimità democratica” usata in modo esplicito dal Consiglio di Sicurezza per condannare il governo di Gbagbo in Costa d’Avorio è il riferimento implicito che ha permesso di tacciare il governo libico come antidemocratico e come una minaccia alla pace internazionale. Il Consiglio di Sicurezza e le potenze occidentali si sono erette così giudici della “validità” dei regimi politici nel mondo.

Va notato, anzitutto, che queste risoluzioni, la 1970 e la 1973, hanno un carattere contraddittorio. Fanno riferimento alla sovranità e alla non ingerenza, ma “autorizzano” gli stati membri delle Nazioni Unite a prendere “tutte le misure necessarie” per proteggere i civili, “ma escludendo l’uso di una forza di occupazione straniera di qualsiasi tipo in qualunque parte del territorio libico” e chiarendo che gli unici voli consentiti sul territorio sono quelli “il cui scopo sia umanitario“.
In secondo luogo, queste risoluzioni che dicono una cosa e il suo contrario (le Nazioni Unite non hanno creato il Comitato di Stato Maggiore, nè la polizia internazionale ai sensi della Carta) hanno creato le condizioni per l’intervento della NATO, gli obiettivi e le dichiarazioni ufficiali si sono evolute rapidamente dalla dimensione “protettiva” alla dimensione distruttiva del governo di Tripoli.
Il Consiglio di Sicurezza, che dovrebbe essere uno strumento di riconciliazione e di mantenimento della pace, in realtà è diventato uno strumento di guerra. La dichiarazione congiunta di Sarkozy, Obama e Cameron del 15 aprile 2011 è significativa: “non si tratta di rovesciare Gheddafi con la forza“, ma “fino a che Gheddafi è al potere, la NATO… deve mantenere le sue operazioni.
Il ricorso alla forza armata aerea e ad intensi bombardamenti aerei (della durata di otto mesi) delle città e delle vie di comunicazione aveva un solo scopo, aiutare il CNT a Bengasi e liquidare il governo di Gheddafi, con la promessa di una contropartita di petrolio al termine del conflitto (10).
L’intervento di terra, formalmente proibito dal Consiglio di Sicurezza, si è verificato anche prima che gli attacchi aerei cominciassero. Il rapporto di CIRET-AVT [Centro Internazionele di investigazione sul terrorismo] e il già menzionato 2R Ct rivela la presenza di membri di alcuni servizi speciali occidentali (in particolare il DGSE [servizio segreto francese]), seguita da un intervento militare nell’ovest del paese di alcuni gruppi “binazionale”, provenienti da diversi paesi occidentali, in particolare attraverso il confine con la Tunisia, che era aperto. Le forniture di armi (soprattutto francesi, attraverso la Tunisia) sono diventate sempre più importanti.
E’ stato anche rivelato che intervennero truppe provenienti dal Qatar.
Significativamente, il governo francese ha omesso praticamente qualsiasi riferimento al diritto internazionale. Secondo lo stesso, la legalità si è ridotta a un atto di procedura, il consenso del Consiglio di Sicurezza, mentre sappiamo che le sue decisioni non sono soggette ad alcun controllo di legalità. Il paradosso è che per gli stati occidentali l’invocazione perenne ai diritti umani, alla democrazia e all’umanità in generale funziona in modo selettivo. Anche se questa pratica non è nuova, ora è diventata dilagante.
In particolare, se ci atteniamo al mondo arabo, le posizioni degli Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna sono caricature, così per la loro politica unilaterale, come per il loro comportamento nel Consiglio di Sicurezza e, in generale, alle Nazioni Unite.
La situazione dei curdi, della minoranza sciita nei paesi del Golfo, la repressione in Arabia Saudita, Bahrain (11) e negli Emirati Arabi Uniti, tra i quali si incontra il Qatar, alleato belligerante della NATO contro la Libia, non provocano alcuna reazione: in questi casi, i diritti umani e la democrazia non riguardano le potenze occidentali (12). Il caso più evidente è quello della Palestina. Nel Consiglio di Sicurezza due o tre paesi paralizzano il sostegno della maggioranza assoluta dei paesi membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per l’ammissione della Palestina come membro permanente delle Nazioni Unite. Con un “approccio umanitario” molto particolare, gli Stati Uniti e la Francia (a suo modo) (13) si oppongono al pieno riconoscimento di uno stato palestinese perché “potrebbe causare una recrudescenza della violenza, uno dei principali ostacoli per i negoziati con Israele“!
Dopo mezzo secolo di ostilità e di indifferenza, i paesi occidentali ritengono che il popolo palestinese debba continuare ad aspettare. Pertanto il suo spettacolare sostegno alle “rivoluzioni arabe” non ha nulla a che fare con una posizione di principio. “Non si può salutare l’avvento della democrazia nel mondo arabo e disinteressarsi di essa quando riguarda la questione nazionale palestinese“, scrive giustamente B. Stora (14).


Per le autorità occidentali ci sono due criteri di “sensibilità” per il mondo arabo e l’Islam. Tutto dipende dagli interessi in gioco. Il diritto umanitario e i diritti umani sono completamente estranei a questo. Le operazioni della NATO, la cui forza di shock era l’esercito francese, la sua aviazione e i servizi speciali, non sono riuscite a rispettare il diritto umanitario, anche se [il ministro francese degli affari esteri] Juppé ha reagito come donzella indignata, quando qualcuno “osava” menzionare vittime libiche civili dei bombardamenti NATO (15).
La guerra libica ha reso molto malconcio il diritto umanitario. La “protezione della popolazione civile” non è mai stata più di una nozione astratta, a scapito dei libici tramutati in vittime dei bombardamenti, del razzismo e della xenofobia, in militanti armati dall’estero o dallo stato, e in sfollati in fuga dai combattimenti. A questo si è venuto ad aggiungere un fenomeno di fuga dal territorio libico di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri nelle peggiori condizioni, con l’indifferenza quasi totale dell’Occidente e l’impotenza dei paesi vicini.
Il rapporto «Libye: un avenir incertain. Compte rendu de la misión d’évaluation auprès des belligérants libyens»  (Libia: Un futuro incerto. Rapporto della Missione di valutazione tra i belligeranti libici, Parigi, maggio 2011) preparato da un comitato di esperti (uno dei quali è Y. Bonnet, ex capo dell’antiterrorismo francese) sopra il quale i media hanno mantenuto un silenzio quasi totale (16), ha indicato che la rivoluzione libica non è stata una rivoluzione pacifica, che i “civili”, e il 17 febbraio, erano armati e hanno attaccato edifici civili e militari a Bengasi, in Libia non ci furono grandi manifestazioni pacifiche represse con la forza.
L’intervento esterno si è messo in atto come misura preventiva meno di 10 giorni dopo il primo incidente, e il 2 marzo, cioè due mesi dopo lo scoppio dei disordini nella parte orientale della Libia, la Corte penale internazionale ha aperto un procedimento contro Gheddafi e suo figlio Saif Al-Islam; i bombardamenti, che non si erano fermati per otto mesi e che causarono diverse migliaia di vittime civili (erano già un migliaio alla fine di maggio) hanno perso rapidamente il loro carattere militare per perseguire una finalità essenzialmente politica: rovesciare il governo della Jamahiriya e tentare di uccidere Gheddafi e il suo entourage con assassinii selettivi, un obiettivo che è stato raggiunto a Sirte il 20 ottobre, dopo un intervento dell’aviazione francese (17).
Per questo si bombardarono molti edifici pubblici che mancavano di interesse strategico (soprattutto a Tripoli e nelle città petrolifere di Ras Lanuf, Brega e Ajdabiya) (18), come anche si bombardarono le vie di comunicazione, molti elementi delle infrastrutture industriali, monumenti storici e così via. Presi insieme, questi fatti costituiscono crimini di guerra e crimini contro l’umanità che devono essere perseguiti dalla giustizia penale internazionale.
Per quanto riguarda gli omicidi selettivi (alla maniera dell’esercito israeliano contro i comandanti palestinesi) dei parenti di Gheddafi (tra cui diversi bambini) e dello stesso Gheddafi (per esempio, il bombardamento della casa privata di un figlio di Gheddafi, che ha ucciso due dei suoi nipoti), in alcun modo può essere considerata come parte di un’operazione di pace e di “protezione” sotto la bandiera dell’ONU. Se la Corte penale internazionale aveva giurisdizione per citare Gheddafi (19), anche i responsabili francesi dei bombardamenti e dei tentativi di assassinio dei dirigenti di uno stato membro delle Nazioni Unite, quali che fossero i reati da loro commessi, sono degni, quindi, di sanzioni ai sensi del diritto penale internazionale. Il caso più evidente è l’assassinio di Gheddafi stesso, con la collaborazione attiva della NATO e dell’aviazione francese.

La Risoluzione 1674 del Consiglio di sicurezza del 28 aprile 2006 nota che “gli attacchi deliberati contro i civili (…) in situazioni di conflitto armato sono una flagrante violazione del diritto umanitario internazionale“. Gli omicidi mirati hanno  in special modo un carattere criminale: il ruolo delle Nazioni Unite non è di comminare condanne a morte. Inoltre degne di nota, tra le illegalità palesi, sono le procedure per il congelamento dei beni libici pubblici e privati.
Infatti, le misure adottate durante la guerra libica non hanno tenuto conto delle risoluzioni 1452 (2002) e 1735 (2006) del Consiglio di sicurezza. I trasferimenti effettuati dalla Francia e dai suoi alleati europei al CNT non sono riusciti a soddisfare la normativa europea.
In realtà, il criterio giuridico occidentale sulla Libia occidentale si somiglia alle posizioni di G. Scelle nel suo manuale del 1943 sulla “Russia bolscevica”. Secondo questo autore classico, si doveva considerare quel governo come “illegale a livello internazionale” (20). Non si poteva ammettere la “Russia bolscevica” come soggetto di diritto. Infatti, fino al 1945 non fu parzialmente accettata.
Più di mezzo secolo dopo, le violazioni della legge commesse dall’Occidente in Libia non sono considerate tali, perché si stava distruggendo un regime odioso, “illegale” per natura. Quindi, non solo a certe persone, come i palestinesi sono negate la qualità di pieni soggetti del diritto internazionale, né alcuni Stati, i membri delle Nazioni Unite, hanno “diritto al diritto”.
L’approccio che emerge da questa pratica occidentale è che il diritto al diritto internazionale non lo detengono gli stati ma i regimi sostenuti dalle potenze occidentali.

2. Continuità e imperturbabilità dei giuristi

Per un giurista la prima osservazione che sorge è l’assordante silenzio degli esperti di diritto internazionale, simile a quello che, come minimo, ipotecò la natura scientifica dei loro giudizi circa l’Iraq, il Kosovo (21), l’Afghanistan e la Costa d’Avorio, per esempio.
La dottrina dominante tra gli esperti di diritto internazionale rimane “immobile”: gli ultimi manuali non esprimono la minima preoccupazione, mentre evitano di illustrare le loro argomentazioni accademiche con esempi tanto poco esemplari. Molti di questi dotti professori di diritto internazionale sono diventati ultra ciceroniani: Summum jus, summa injuria!
In effetti, per Cicerone un eccesso di legge porta alla peggiore ingiustizia. Allineati dietro la maggior parte del personale politico in Occidente, i giuristi considerano che il diritto internazionale quando limita troppo il “messianismo”, sebbene sia guerriero, di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, distrugge i valori civilizzatori dei quali sono portatori.
L’ideologia, formalmente respinta da loro, è onnipresente nella loro analisi: la “legittimità” prevale sulla “legalità”, qualcosa di sorprendente per i giuristi!
In realtà, implicitamente ammettono che gli stati occidentali si sono regolati da soli nell’interesse del Bene Comune. Non che quelli, strenui difensori dello “Stato di diritto”, ignorino la legge; per questi giuristi ciò che fanno le potenze occidentali si situa “al di sopra” del “legalismo inadeguato” nel nome di una “missione” superiore che deve compiersi senza ostacoli. Dato l’inconveniente a censurare la politica estera statunitense e il suo approccio anti multilateralista, la questione non è criticare le autorità francesi quando (durante l’apogeo del “bettatismo-kouchneriano” [22]) invocano i diritti umani per giustificare la loro ingerenza, in detrimento della sovranità dei paesi piccoli e medi.
Nel 2010-2011 il presidente Sarkozy era molto lontano dal “bettatismo” quando estese il campo dell’ingerenza al contenzioso elettorale (tutta una primizia!): la Francia si è eretta, insieme con gli Stati Uniti e le Nazioni Unite, a giudice costituzionale, in sostituzione di una corrispondente istanza della Costa d’Avorio e ha finito per ricorrere alla forza armata per cambiare il governo di Abidjan, con un tentativo di assassinio del presidente L. Gbagbo (23).

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La crisi libica è andata anche oltre, ha consolidato l’idea della “rivoluzione democratica” tra le cause che legittimano l’esclusione del diritto internazionale.
I giuristi ripristinano la vecchia concezione che fino alla metà del XX secolo (si vedano le dimostrazioni del professor Le Fur, per esempio, negli anni Trenta e Quaranta) distingueva tra soggetti di diritto internazionale e soggetti esclusi da questo diritto, creando le condizioni per un nuova egemonia imperiale occidentale. Tuttavia, come la distanza tra il pensiero dominante legale e le posizioni politico e mediatiche ufficiali tendono a scomparire, il diritto internazionale dei manuali e delle riviste accademiche continua ad essere un lungo fiume tranquillo, allo stesso modo delle pagine che gli dedica Wikipedia ( 24).
Alcuni di questi eminenti autori si concentrano sui problemi tecnici dell’Unione europea, un “pianeta” politico più serio, mentre altri, altrettanto illustri, evidenziano “la resistenza della sovranità rispetto ai progressi del diritto internazionale “(!) , progressi che si qualificano come “indiscutibili e importanti” negli ultimi decenni.
Il nuovo multipolarismo in gestazione non incontra il loro apprezzamento, sia alla Cina (spesso descritta come “arrogante”) e che alla Russia rimproverano di fare un uso del loro diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza, perché può provocare “disordine, incapacità, mancanza di organizzazione.
La breve configurazione unipolare che si ebbe alla fine dell’Unione Sovietica è piaciuta molto di più: grazie all’unipolarità occidentalista, che si pensava più duratura, si sarebbe stabilito il dominio effettivo del diritto internazionale, il potere di garantire “il buon governo”, attraverso la divisione funzionale, dato che gli Stati Uniti e i loro alleati sono attrezzati per inciso, senza alcun dubbio, di una “visione” universalista (25).
In ogni caso, il giurista che rappresenta l’occidente è uno che apprezza il principio di sovranità, anche se ha ispirato la Carta delle Nazioni Unite, in particolare in quanto il potere dal quale proviene è sovrano de facto.
Raramente parla di “violazione” della legge, e meno ancora di regressione. Ci sono solo “interpretazioni”, “aggiustamenti” che hanno lo scopo di difendere sempre meglio gli interessi di tutta l’umanità (26). Il giurista accademico preferisce parlare di “nuovi attori” della “comunità” internazionale, come le ONG e “l’individuo” (27), che hanno in gestazione la “società civile” internazionale …
L’intervento militare in Libia era basato (Risoluzione 1970 e il 1973 del Consiglio di sicurezza) sulla protezione dell’individuo civile minacciato da un potere orribile, come fecero nel XIX secolo i paesi europei, con i loro “interventi umanitari” contro l’Impero Ottomano. Le tesi della Santa Sede sono precorritrici di Bush, Sarkozy e Kouchner.
Il giurista inglese H. Wheaton giustificava con lo stesso criterio l’intervento britannico in Portogallo nel 1825, secondo lui “in conformità con i principi di fede politica e di onore nazionale“. Allo stesso modo, inoltre, è stato giustificato “l’intervento delle potenze cristiane d’Europa a favore dei Greci.”
Un secolo dopo, nel 1920, Dean Moye dell’Università di Montpellier ha dichiarato inequivocabilmente che “non si possono negare i benefici innegabili che spesso hanno portato le intrusioni (…) E’ molto bello annunciare il rispetto della sovranità, inclusa quella barbara, e dichiarare anche che un popolo ha il diritto di essere tanto selvaggio quanto vuole. Ma è altrettanto vero che il cristianesimo e l’ordine sono una fonte di progresso per l’umanità e che molte nazioni ci hanno guadagnato quando i loro capi, incompetenti o tirannici, sono stati costretti a cambiare i loro metodi, sotto la pressione delle potenze europee. La persuasione, di per sé, non sempre riesce nell’intento, e a volte è necessaria per sfruttare le persone a dispetto di se stesse“(28).

A chi, questo, non ricorda, con solo alcune varianti, l’analisi che hanno fatto un secolo dopo le autorità statunitensi, francesi, inglesi e dell’ONU contro Gheddafi e Gbagbo?
Solo coloro che, ancora oggi, condannano le spedizioni coloniali in nome di un senso di colpa “infondato”, quando, secondo la dottrina, si è trattato di combattere «la barbarie dei popoli selvaggi, che occupano un territorio senza titolo di esserne proprietari“, non sono in grado di percepire il significato civile e umano di intervento occidentale e l’eventuale necessità di neo protettorati, anche nei piccoli paesi occidentali “mal governati”.

Le Fur, eminente titolare della Cattedra di Diritto Internazionale presso la Facoltà di Giurisprudenza di Parigi, autore del Précis Dalloz 1931, di numerosi manuali tra il 1930 e il 1945, affiancato da altri insegnanti come Bonfils, Fauchille, ecc., ha sottolineato il tema della Civiltà contro la barbarie: “c’è in natura un’incompatibilità tra noi e gli arabi“, perché “il motto dell’arabo è: immobilità, e il nostro è andare avanti!” (sic) (29).

Le Fur, per quanto riguarda la colonizzazione, aggiunse che “la Francia l’ha messa in atto non solo per il loro bene ma per il bene comune dell’umanità“.
Per i giuristi contemporanei, gli Stati occidentali, sostenitori per natura del Bene e dell’interesse generale, aspirano, oggi come ieri, con tutti i mezzi a proteggere l’individuo e la popolazione civile dagli abusi del proprio stato.
Ebbene, il libico gheddafista è peggio che l’arabo del passato: la guerra contro di loro è “giusta”. Nulla è cambiato da quando un autore ottocentesco come H. Wheaton ha sostenuto, come avviene oggi, che “quando si va contro le basi su cui poggiano l’ordine e il diritto dell’umanità”, è giustificato l’uso della forza. Inoltre, l’Istituto di Diritto Internazionale non condivideva “l’utopia di chi vuole la pace a qualsiasi prezzo“.


G. Scelle, nel suo manuale pubblicato nel 1943 a Parigi, offre il suo contributo affermando che quando uno stato può mostrare “delle credenziali autentiche e reali, la proibizione del ricorso alle armi sembra difficile da accettare.”
Oggi poco importa che sia sorto un elemento nuovo, i principi della Carta delle Nazioni Unite. La Francia, per giustificare il suo ruolo nell’operazione contro Tripoli, addusse che aveva tutte le credenziali per intervenire, per esempio quelle che danno le Nazioni Unite, basate sui diritti umani, e quelle che dà la NATO, per salvare i libici da se stessi.
Inoltre, nella dottrina tradizionale legale (Gidel, La Pradelle, Le Fur, Sibert, Verdross, ecc.) vi è un accordo nel considerare il rispetto della proprietà come un principio fondamentale delle relazioni internazionali per il mondo civilizzato. Secondo M. Sibert, è anche “una verità indiscutibile“. Ebbene, era noto a tutti, nel 2011, che il governo  gheddafista aveva il controllo del petrolio libico, fino ad allora, per il resto del mondo, era stata una risorsa casuale, oggi come ieri, la libertà del commercio “vieta” la perdita del profitto che comportava l’accaparramento tripolitano.
Le voci di dissenso di alcuni professori come Carlo Santulli e P. M. Martin, per esempio, sono aumentate fortemente contro la violazione della legge nel caso libico; non si tratta di “difendere il governo” di fronte all’opinione pubblica “ma semplicemente di non trasformare l’analisi critica in una mostruosa propaganda“.
In Libia, come in Costa d’Avorio, il mondo occidentale e, soprattutto, lo stato francese hanno agito in coro per disumanizzare il “nemico” (anche M. L. Gbagbo Gheddafi), a prescindere dai contratti firmati sotto il loro patrocinio con i circoli degli affari: “né il sangue dei libici, né degli ivoriani ha alcun valore per noi“, conclude il professor C. Santulli.

Il giurista e il politico di destra, o di una certa “sinistra”, si allineano sulle stesse posizioni. La “morale” deve prevalere sullo “stretto legalismo”, come dichiarato alla stampa dall’ambasciatore americano a proposito del presidente ivoriano Gbagbo (30). Per il giurista, il positivismo deve cedere il passo al descrittivismo e al realismo. Il dibattito non è più appropriato. Come affermato da R. di Lacharrière, “dobbiamo abituarci all’idea che le controversie dottrinarie appartengano al passato.”
La descrizione acritica e compiacente fatta dai giuristi della politica estera suppone una legittimità senza riserve. La dottrina detta “scientifica” molto “occidentalocéntrica” ​​è in sintonia con i media mainstream. Adottando la dottrina dei diritti umani e della sicurezza che vantano le potenze occidentali le quali violano il diritto internazionale, costruito nel suo complesso dopo il 1945 (31), i giuristi accettano l’auto-proclamata divisione funzionale della NATO e dei suoi membri, portatori di valori euro-statunitensi e “civilizzatori”.

Non è molto chiaro se si tratti di un “diritto” o di un “dovere” di ingerenza, ma calpesta il principio di non ingerenza proclamato dalle Nazioni Unite. Ci sono ancora delle esitazioni sul principio della sovranità (menzionato, per precauzione, in tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, comprese quelle che la violano), ma la “legittimità democratica”, di confusa definizione, è ciò che deve prevalere. Non ha senso discutere della creazione di neoprotettorati, poiché ciò che si ha, è ufficialmente l’assistenza ad una “transizione democratica”.

Con i movimenti popolari nel mondo arabo del 2011, gli esperti di diritto internazionale arrivano al punto di ammettere la “rivoluzione” (diffamata e tacciata come arcaica in altre circostanze) (32) come generatrice della democrazia stessa.

Si deve supporre che i giuristi non devono limitarsi a descrivere ciò che è auspicabile, ma è anche vero che essi sono tenuti a mettere in discussione il processo di regressione e ad essere “critici vigilanti”.

3. la spedizione franco-britannica: l’imposizione di una politica imperiale perentoria

La spedizione di Francia, Gran Bretagna e altri paesi in Libia, si aggiunge alla tradizione imperiale delle grandi potenze occidentali. Il sarkozismo cerca di creare l’illusione di un ritorno alla grandeur della Francia e dell’Europa. Ma, come nel periodo coloniale, il petrolio libico di eccezionale qualità e facile da estrarre, e il gas sono il motivo principale per il cambiamento di governo di Tripoli. Gli accordi tra la Libia e Francia, Italia e Stati Uniti negli ultimi anni sono stati considerati inattendibili. Parigi e Londra, ha anche sostenuto una nuova divisione, non avendo ottenuto le migliori concessioni. Cosa c’è di più, sapevano che il governo libico prevedeva di aumentare il coinvolgimento dello Stato nel settore del petrolio dal 30% al 51%. Esisteva anche l’intenzione di sostituire le imprese occidentali con altre cinesi, russe e indiane. Dopo un periodo di compromesso, Tripoli si stava preparando ad attuare una nuova politica (33).
L’intervento francese non era estraneo a certi affari interni. L’elezione presidenziale si stava avvicinando e, in maniera simile a Bush negli Stati Uniti, un presidente uscente, sfavorito nei sondaggi, ha scoperto che una politica estera rapida e brillante in Libia (che sembra confermata dalle richieste di un calendario molto breve, espresse in varioe occasioni) avrebbe compensato i fallimenti di politica interna. Abbiamo anche dovuto insabbiare la crisi causata dagli stretti legami della Francia con i regimi di Ben Alì e Mubarak.

Un altro fattore che senza dubbio accelerato l’intervento militare della Francia è stata la rivelazione, fatta da Tripoli, che nel 2007 campagna elettorale di Nicolas Sarkozy è stata finanziata con “bustarelle” libiche. Inoltre, gli Stati Uniti volevano da tempo che i paesi europei si facessero carico delle spese militari occidentali, in particolare per proteggersi” in Africa  dalle alternative che fornivano la Cina e le potenze emergenti a ciascuno dei paesi africani. In tal modo il ruolo della Francia in un attacco contro la Libia si inserisce perfettamente nei piani degli Stati Uniti. D’altra parte, questa potenza intende installare in Libia nel Golfo della Sirte, il comando unificato (Africom, la cui attuale ubicazione è Stoccarda) finora rifiutato da tutti i paesi africani. Una Libia sorvegliata permetterà l’installazione di questo comando 42 anni dopo che la rivoluzione di Gheddafi aveva espulso le basi americane dalla Libia.

Uno degli obiettivi maggiormente messo in sordina dell’operazione per liquidare il governo di Tripoli è stata la necessità di rafforzare la sicurezza di Israele. Israele ha bisogno di paesi arabi non solidali con i palestinesi, come lo è stato efficacemente l’Egitto di Mubarak. I movimenti popolari in Tunisia ed Egitto ha creato una pericolosa instabilità. Questa incertezza deve essere compensata dalla scomparsa di un governo libico radicalmente anti-sionista.

Anche la Francia era molto preoccupata per i tentativi di Gheddafi di unire l’Africa. Le esitazioni dell’Unione Africana nel corso della crisi in Costa d’Avorio hanno dimostrato che l’organizzazione africana era impantanata in contraddizioni e che l’influenza francese è stata ridotta. L’influenza di Gheddafi e dei mezzi finanziari a sua disposizione gareggiava fortemente con quelli della Francia. L’eliminazione del leader libico (che la Francia aveva già tentato varie volte a partire dal 1975 (34) si considerava, quindi, come un modo per proteggere gli interessi francesi in Africa umiliando la Libia, che stava sul punto di diventare il finanziatore alternativo del continente (35).

Questa guerra in Libia, che è riuscita per l’intervento in Costa d’Avorio e per le molte operazioni in Medio Oriente, ha un significato generale. I paesi occidentali sono in difficoltà. Incapaci di risolvere le loro grandi contraddizioni di natura economica e finanziaria, tendono a sviluppare una politica estera aggressiva, nonostante il suo alto costo, per recuperare il più possibile le risorse che essi non dispongono  e al tempo stesso per distrarre le loro opinioni pubbliche.

L’urgenza è dovuta anche all’irruzione delle potenze emergenti che pregiudicano gli interessi occidentali, non imponendo clausole politiche nei contratti e negli accordi che stipulano. Sembra che l’Occidente sia convinto che “domani sarà troppo tardi”.
Questa politica d’urgenza obbedisce ad un “modello” noto, le cui tappe sono ogni volta più brevi.

L’intervento militare è solo l’ultimo passo dell’ingerenza, il primo è un’operazione sistematica per screditare il governo che deve essere eliminato.
Il secondo passo è quello di sensibilizzare e mobilitare alla diaspora, in particolare con l’aiuto dei “nuovi media” (36): i libici con doppia nazionalità che vivono in Europa e negli Stati Uniti, che sembra abbiano giocato un ruolo decisivo contro Tripoli, in quanto hanno contribuito a mobilitare segmenti della popolazione, soprattutto giovani senza memoria politica (37) di fronte a un potere politico che consideravano “esaurito” (38).
Il terzo passo è quello di cercare il sostegno internazionale. La Francia, che ha condotto l’attacco contro la Libia, ha cercato non solo di formare una coalizione con i suoi alleati tradizionali (come l’Italia [39], anche se questo paese aveva dovuto rafforzare i suoi legami con Tripoli, nel periodo immediatamente precedente l’intervento militare), ma anche con i paesi del Sud, per poter contare sul loro avvallo. La partecipazione del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti, e l’appoggio dell’Arabia Saudita (principale fornitore di petrolio alla Cina), sono stati fondamentali per legittimare l’intervento militare e dissimulare formalmente il suo aspetto neocoloniale.
Il quarto passo è quello di ottenere la copertura delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti possono comodamente fare a meno dell’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, gli europei e soprattutto la Francia, al contrario, cercano di rimanere nel quadro delle procedure delle Nazioni Unite, sebbene violino senza scrupoli lo spirito e spesso le principali disposizioni delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza e della Carta stessa.
Infine, la quinta tappa è l’operazione militare, condotta con il consenso di una opinione pubblica prefabbricata. Questo ultimo passo dimostra che il Consiglio di Sicurezza è ormai un mero strumento di ingererenza e di guerra, tranne quando Russia e Cina, le cui priorità non sono politiche bensì fondamentalmente economiche, esercitano in forma aleatoria il loro diritto di veto. Ciò evidenzia il declino globale delle Nazioni Unite come struttura di riconciliazione e di pace, che può presagire la sua morte, così come la Società delle Nazioni. Quando c’è un conflitto interno in un paese che le potenze vogliono sanzionare, il capitolo VII della Carta pemette di liquidarne il governo. I diritti umani e la “legittimità democratica” sono argomenti semplici per legittimare la violenza armata. La “popolazione civile”, senza che nessuno verifichi con un procedimento contraddittorio chi è realmente e soprattutto se è disarmata o armata (e da chi), diventa un vero soggetto di diritto, inducendo l’ingerenza (40).

Per ultimo, la falsa giustificazione morale data per questa politica si caratterizza di un primitivismo di base e di una enorme volgarità ideologica (distinzione tra bene e male, tra democrazia e dittatura, ecc) .. Logicamente, include la violenza “solo” contro “il nemico” e si spinge fino ad ammettere l’omicidio per eliminare un leader indesiderato (41).

Durante la guerra di Libia, il bombardamento francese, citando la formula “distruzione dei centri di comando”, è andato più volte contro le persone vicine a Gheddafi (uccidendo molti dei suoi figli e nipoti) e contro lo stesso Gheddafi. Questi omicidi politici hanno reso evidente che la Francia non ha voluto una trattativa o una conciliazione, ma l’Onu lo ha ignorato. Per molte di quelle che sono peculiarità del conflitto libico, non si tratta di un caso sui generis.
Il significato generale è: la crisi globale che colpisce l’economia mondiale sotto l’egemonia occidentale provoca una fuga in avanti e può causare altre operazioni della stessa natura contro vari “nemici” già designati, se falliscono i tentativi di destabilizzazione interna, ma “assistiti “dall’esterno.
Le contraddizioni del sistema, premendo, impongono un ordine mondiale che escluda la coesistenza di diversi regimi e rispetti la sovranità di ciascuno.
Per le persone colpite questo significa, ancora una volta, la scomparsa della sovranità nazionale e l’indipendenza in nome di una “modernità” di tipo imperiale e di una sovranità ‘popolare’ formale; all’accaparramento dei clan seguirà un freno allo sviluppo a causa della distruzione e dell’organizzazione, e della corruzione speculativa.

Contro l’inerzia ideologica della maggior parte dei giuristi e dei politologi, di molti teorici indisturbati nel loro compiacimento, si può dire, senza peccare di esagerazione, che il diritto internazionale è andato in coma, le Nazioni Unite hanno fallito e, al posto della regolamentazione legale è emersa una dubbia “morale” internazionale, come l’ottocentesco periodo d’oro delle cannoniere. Si tratta di una nuova Conferenza di Berlino, 128 anni dopo la prima, il modello implicito della diplomazia internazionale?

Sarà la guerra in Libia un sintomo di un declino della civiltà?

[* Robert Charvin è un giurista internazionale, decano onorario della Facoltà di Giurisprudenza di Nizza.]

Note

(1) Y. Quiniou, “Retour sur la guerre à laquelle neocoloniale nous avons Assist”, L’Humanité, 24 ottobre 2011.

(2) Cfr. R. Dumas – J. Vergès, Sarkozy sous BHL, Edizioni P.G. De Roux, 2011.

(3) Cfr. p.m. Martin, che nel 2002 ha pubblicato “Le Droit internazionale Défaire: une politique américaine”, UTI Scienze Sociali di Tolosa, No. 3, 2002, pp 83 e segg. Nel 2011 le autorità francesi hanno preso il comando in questo processo di “smantellamento” del diritto internazionale.

(4) Cfr. R. Charvin, Costa d’Avorio 2011. La bataille di indépendance seconde, L’Harmattan, 2011.

(5) Cfr. Relazione della Commissione dei giuristi che possiede i diritti d’autore, che gli è valso il nuovo governo del presidente A. Ouattara “congelare i loro beni” in Costa d’Avorio.

(6) Le autorità francesi e i media mainstream hanno equiparato gli eventi in Tunisia, Egitto e Libia, creando una “morale”  conveniente agli interessi francesi per giustificare un’operazione militare contro il governo di Gheddafi. Tutto quello che avevano in comune era che i tre regimi si erano guadagnati le lodi dello stato francese poco prima di essere condannati per lo stesso stato.

(7) Al Jazeera, che da oltre 15 anni si era fatta strada nel mondo arabo come fonte primaria di informazioni, ha subìto una brusca virata e ha scatenato una feroce campagna contro il regime libico e siriano. Anche questo pregiudizio filo-occidentale della linea editoriale nel 2011 in seguito alla richiesta di un intervento armato del Gulf Cooperation Council e del Qatar, che ha portato alle dimissioni di vari giornalisti, è torbido. Tuttavia, la giornalista Marie Benilde (Le Monde Diplomatique, n. 117, giugno-luglio 2011), senza farsi più domande, scopre che Al Jazeera e Internet “hanno seminato la voce democratica nel vento della storia” (Quando la libertà profuma di Gelsomino, op .. cit. 49 ss.).

(8) La precipitazione stessa della Francia, che ha riconosciuto il CNT molto tempo prima che qualcuno avesse una responsabilità e il controllo effettivo di una parte considerevole del territorio libico.

(9) Il caso estremo è il conflitto israelo-palestinese: da più di mezzo secolo il Consiglio di Sicurezza non è riuscito a trovare una via d’uscita, nonostante le numerose risoluzioni dell’Assemblea Generale.

(10) Nelle città di Tripoli, Sirte e Sebha non vi fu alcuna aperta opposizione che portasse ad una forte repressione contro i civili. Ma queste città sono state pesantemente bombardate.

(11) In Bahrain, l’esercito saudita è intervenuto per reprimere una rivoluzione popolare e salvare il regime, con la piena approvazione dell’Occidente.

(12) L’unica cosa che è stata pubblicata dai media francesi circa lo status delle donne in Arabia Saudita è stato l’informazione, quasi elogiativa, del perdono di una saudita che aveva violato il divieto di guidare l’automobile, e l’annuncio che nel 2015 le donne potranno votare alle elezioni comunali.

(13) Il doppio gioco della Francia è proverbiale: votò a favore dell’incorporazione della Palestina presso l’UNESCO, e poi al Consiglio di Sicurezza contro la sua ammissione alle Nazioni Unite.

(14) Cfr. Quand la liberté du parfum Le Jasmin, op. cit., p. 32.

(15) il professor Pradelle Géraud denuncia il comportamento di alcuni giuristi occidentali che si son dedicati a spiegare agli stati maggiori degli eserciti e, a volte, agli ufficiali nel campo delle operazioni, come evitare gli ‘ostacoli’ del diritto umanitario che ostacolavano l’efficacia delle operazioni militari. Vedere “Des du droit international humanitaire faiblesses tiennent qui à sa natura” su Droit humanitaire. Mouvements puissants Etats et de résistance, D. Lagoto. (A cura di), L’Harmattan, 2010, pp 33 e segg.

(16) I media francesi, in particolare la televisione, hanno mostrato una mancanza di professionalità e di una enorme cattiva fede, propagandando ogni sorta di bugia sugli eventi legati al conflitto, mentre sono stati in silenzio sulla personalità dei membri del CNT (Mohamed Jibril, per esempio, ex ministro di Gheddafi, che era stato associato a diversi affari di B.-H. Lévy, come il commercio del legname in Malesia e in Australia). La stampa occidentale (con l’eccezione de l’Humanité in Francia) e le ONG umanitarie (eccetto MRAP) si sono mosse in punta di piedi sulle uccisioni razziste e xenofobe dei neri, sia libici che immigrati africani. Centinaia di migliaia di libici (ritenuti secondo un calcolo approssimativo 400.000) sono fuggiti nei paesi vicini, soprattutto in Tunisia. I bombardamenti della NATO hanno distrutto diversi ospedali e, recentemente, l’Ospedale Avicenna di Sirte, senza che si sollevasse il consueto coro di condanna delle organizzazioni umanitarie.

(17) L’esecuzione di Muammar Gheddafi era un’esigenza politica, giacché le autorità francesi e statunitensi consideravano “pericoloso”  un giudizio di fronte alla Corte Penale Internazionale. Il Centro di Pianificazione e di conduzione delle operazioni (CPCO), che dirige il Militaire Renseignement e il Service Action della DGSE, si incaricò di consigliare le unità del CNT di Sirte per “trattare la guida libica e la sua famiglia”, cioè eliminarli.

(18) Per esempio, a Tripoli, la Corte dei conti, nel Centro Anticorruzione, la Corte Suprema, diversi ospedali, mercati, sedi di diverse associazioni (come l’associazione per aiutare i disabili, il movimento delle donne, ecc) …

(19) 29-30 giugno 2011, l’Unione Africana ha dichiarato che i mandati di arresto emessi dalla Corte penale internazionale contro Gheddafi e i suoi soci non dovevano avere applicazione sul suolo africano. Jean Ping, Segretario generale dell’Unione africana, ha criticato aspramente Luis Moreno Ocampo, procuratore della Corte penale internazionale, definendolo uno ‘zimbello’ (un pagliaccio) e invitandolo mettere in pratica la legge, invece di sottomettersi alla politica occidentale.

(20) Citato da R. Charvin, “Le droit international enseigne tel qu’il uno été” in Mélanges Chaumont, Pedone, 1984, p. 138.

(21) Il professor Guilhaudis, per esempio, nel manuale Contemporaines Relations internationales, Litec, 2002, osa titolare una sezione:
“Infinito violento esplodere della Jugoslavia, a dispetto dell’ONU e della NATO’! (p. 730).

(22) Mario Bettati e Bernard Kouchner sono i teorici e i sostenitori della dottrina del “dovere di intervento umanitario” (NT).

(23) In Francia è stata presentata una denuncia contro l’esercito per “tentato omicidio di L. Gbagbo.” L’arresto del presidente della Costa d’Avorio è stato realizzato con la collaborazione delle forze francesi e della Costa d’Avorio, dopo un intenso bombardamento della residenza di Gbagbo dal francese Licorne.

(24) Cf. R. Charvin, «De le prudence doctrinale face aux nouveaux rapports internationaux», en Mélanges Touscoz, France Europe Éditions, 2007.

(25) L’impero ottomano, la monarchia assoluta di Francesco I di Francia e l’impero spagnolo avevano la stessa ambizione.

(26) Nel 1950, quando gli Stati Uniti e il Consiglio di sicurezza, nonostante le disposizioni della Carta e in assenza di un membro permanente, hanno deciso di intervenire militarmente in Corea, il professor Sibert, seguendo la tradizione accademica, ha emesso un visione positiva dell’ ” interpretazione liberale” e non “rigida” nella Carta.

(27) Stranamente, i giuristi accademici, nei loro insegnamenti, associano queste due categorie di “attori” alle multinazionali, come se il loro peso nella società internazionale fosse equivalente. Di contro non dice niente delle società militari private che presumibilmente lavorano per la sicurezza collettiva, come in Iraq per esempio.

(28) Doyen Moye, Le droit des gens moderne, Sirey, 1920, pp 219-220.

(29) Cfr. “Le droit international enseigne tel qu’il uno été. Critiche Note de lecture et Manuali Series (1850-1950) ‘, in Mélanges Chaumont, Pedone, 1994.

(30) R. Charvin, Costa d’Avorio 2011. La bataille di indépendance seconde, L’Harmattan, 2011.

(31) P. M. Martin, “le droit international Défaire: une politique américaine” droit écrit, UTI Sciences Sociales de Toulouse, No. 3, 2002, pp 83 e segg.

(32) ha anche osservato che la “rivoluzione” è stata accettata come un concetto perfettamente valido in alcune repubbliche ex sovietiche (come l’Ucraina e la Georgia).

(33) Questo cambiamento è paragonabile con quello del Presidente Gbagbo, che alla vigilia in cui gli occidentali lo rovesciavano si preparava ad uscire dal CFA-franco e a firmare accordi economici importanti con la Cina.

(34) Tra i tentativi di eliminazione di Muammar Gheddafi può essere citata l’operazione organizzata dal presidente francese Giscard d’Estaing nel 1975 (SDEC oltre a numerosi dissidenti militari), i commandos franco-egiziani (sotto il governo di Sadat nel 1977), un attentato nel 1979, del Servizio d’azione francese che ferì Gheddafi, nel 1980 l’SDC francese e gli egiziani falliscono nuovamente (cosa che portò alla destituzione del capo dei servizi segreti francesi, De Marenches), e nel 1980 un altro tentativo (rivelato dal Presidente della Repubblica Italiana Cossiga) di abbattere, con l’aiuto della NATO, l’aereo ufficiale di Gheddafi che volava a Varsavia, nel 1984 un tentativo di colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti, che coinvolgeva esuli e militari, e il bombardamento della residenza di Gheddafi nel 1986.

(35) Dai primi passi della rivoluzione libica, il mondo occidentale non perdona a Tripoli di usare gli stessi metodi, dell’Occidente per rafforzare la sua politica estera.

(36) Molti politologi sottolineano il ruolo politico svolto dalle nuove modalità di comunicazione nelle “rivoluzioni” nel sud. Questa analisi non tiene conto della gran parte della popolazione, di solito molto povera, che li ignora. Presumibilmente, una volta di più nella storia, si attribuisce grande importanza agli “strumenti” per non dover guardare più in profondità la realtà sociale. Molti politologi, inoltre, implicitamente lodano il ruolo della “classe media”, un ruolo a tempo indeterminato sempre sopravvalutato in politica, per la sua avversione, spesso esplicita, verso le classi popolari.

(37) Il governo di Gheddafi è durato 42 anni. I giovani, la maggioranza della popolazione libica, non sanno nulla della monarchia del re Idris, che regnò in uno dei paesi più poveri del mondo, e desiderava una normalità più sopportabile che la Rivoluzione della Jamahiriya, anche dopo gli impegni assunti da questa dal 2002 e nonostante il fatto che la Libia ha avuto il più alto tenore di vita in Africa.

(38) Nei paesi occidentali si osserva lo stesso fenomeno, ma non ci sono stimoli esterni che lo portano all’estremo.

(39) Tripoli, con la collaborazione di diverse personalità internazionali, ha creato il Premio Gheddafi per i diritti dell’uomo e dei popoli. Questo premio, il primo fornito da un paese del sud per non lasciare il monopolio dei diritti umani alle potenze occidentali, si chiamava Gheddafi non per decisione dei libici, ma per un’iniziativa di un francese, che era a Tripoli ed era stato Segretario generale della Federazione delle città, a seguito di una conferenza internazionale. Il primo destinatario del premio è stato Nelson Mandela quando era in carcere. L’ultimo premio è stato ricevuto nel 2010 dal presidente turco Erdogan per la sua politica di solidarietà con i palestinesi, ma pure Berlusconi era sul punto di vincerlo per il riconoscimento delle colpe coloniali italiane.

(40) I giuristi dovrebbero prendere in considerazione il concetto di “civili armati” e la loro condizione in un conflitto con le autorità, e il problema del movimento illecito di armi attraverso le frontiere.

(41) Grozio e Vattel, che sono considerati fondatori del diritto internazionale, hanno condannato l’assassinio dei leaders nel conflitto tra Stati.

http://www.afrique-asie.fr/maghreb/19-actualite/1014.html

http://www.lahaine.org/index.php?p=58566

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2012/01/08/lintervento-in-libia-e-la-negazione-della-legalita-internazionale/

Libia 2011 : il terrore corre sul filo

  • Telefonata intercettata tra il portavoce del CNT e il comandante dei ribelli di Misurata  trad. levred

Questa telefonata intercettata [18.09.2011] tra un leader ribelle di Misurata e il portavoce militare del CNT, il colonnello Ahmed Bani è una disputa che mostra le numerose bugie e l’ipocrisia dei ribelli. Essa conferma diversi fatti:

– Si parla della presenza delle truppe americane e francesi all’interno di Tripoli e Misurata, e ammettono chiaramente che le truppe straniere erano impegnate nell’attacco e nell’occupazione di Tripoli, e sono ancora lì.


– Un conflitto principale tra la Brigata di Misurata e il CNT a Bengasi, su come la Brigata di Misurata sia percepita da Bengasi, la riduzione al minimo del suo ruolo nei combattimenti. Il comandante di Misurata sembra davvero stanco di sentire il portavoce militare gongolante in televisione e nelle news, parlando di un cosiddetto nuovo esercito nazionale, mentre, senza l’aiuto di Bengasi, vengono schiacciati dalle truppe di Gheddafi. Dice “Il tuo cosiddetto Esercito Nazionale è stato completamente schiacciato a Dafniya dalle truppe di Gheddafi, e hanno preso tutte le armi e i veicoli blindati. Non esiste più un esercito nazionale. Dove si trova il tuo esercito nazionale a Sirte? Stai parlando di quelli fuori in attesa di sfilare per la TV e le fotografie? Un comandante come te dovrebbe venire sul campo di battaglia, non andare a sfilare in TV! Smettete di agire come gli americani e i francesi, come Sarkozy che fa la sfilata mentre la guerra è ancora in corso nel paese. Vieni sul campo di battaglia!

– Ahmed Bani, portavoce del CNT, gli risponde sul funzionamento dell’operazione psicologica e sulle sue intenzioni per l’uso del termine “nuovo esercito nazionale”, dice che il mondo intero sta temendo una situazione di guerriglia in Libia, teme Al Qaeda e lotte fratricide tra le diverse fazioni. La comunità internazionale non deve vedere i ribelli libici come un gruppo di diverse fazioni, milizie e brigate, per cui usa il termine “Esercito libico”, per far finta che la Libia è ok, che la situazione è sotto controllo, e che ci sono solo piccole sacche di combattenti pro-Gheddafi da sconfiggere.

Così cercano di convincere gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia che un esercito libico è in costruzione, blablabla …

– Il comandante di Misurata lo ferma, dicendogli che gli Stati Uniti e Francia sono molto ben informati sulla situazione sul terreno, dal momento che sono con loro sul campo. Essi erano a Tripoli durante l’assalto, e sono ancora lì. Dice che solo nella sua brigata, vi è un gruppo di intelligence straniero di 12 americani delle Operazioni Speciali e 6 francesi (spie?), che stanno dando tutte le informazioni, tramite internet e stampa (?). Quindi la situazione è piuttosto chiara per loro, non c’è bisogno di fingere che ci sia un nuovo esercito libico.

– Una disputa sulle armi e le “truppe” o i “mercenari” dal Qatar. “Dove sono le armi dal Qatar, dove sono le truppe quando ne abbiamo bisogno?“, Dice il ribelle di Misurata. Carenza di truppe di supporto e di armi da Bengasi, mentre hanno dato loro 150 milioni (?) per essa; Il comandante di Misurata dice che non hanno ottenuto le armi che erano state promesse mentre loro sanno che sono a Bengasi. Lui giura che ciascuno di questi a Bengasi che hanno tradito la brigata di Misurata pagherà un duro prezzo e che la ‘rivoluzione’ riuscirà, con o senza di loro. Lui dice che anche se il colonnello Bani finge di non aver tradito, deve sistemare la situazione e dare ciò che loro hanno promesso alla brigata di Misurata, mentre lui è al comando.

– Il comandante di Misurata dice che Bengasi deve loro dei soldi e rispetto per i ‘martiri’ di Misurata, i feriti e le amputazioni, per tutto quello che hanno fatto, compreso distruggere l’esercito di Gheddafi a Misurata e nelle aree vicine.
Pensa alle armate che abbiamo distrutto (?) o uomo, che abbiamo distrutto 16 battaglioni a Misurata, ci sono fosse comuni di militari di Gheddafi, ma non siamo tenuti a parlarne. Chi li ha distrutti? E si sta parlando di un esercito nazionale?! Dove si trova il vostro esercito nazionale di Bengasi? Stiamo ricevendo perdite importanti in questo momento. Le ambulanze e gli aerei sono pieni di nostri feriti; gli ospedali sono pieni di ribelli a Misurata! Dov’è l’aiuto proveniente dal Qatar? Dove sono le armi provenienti dal Qatar? Voi ragazzi ci state escludendo dalla Libia come se fossimo Bangladesh. State facendo peggio di Gheddafi, dimenticandovi di noi e mettendoci da parte.

Fonti: https://twitter.com/#!/MuammarLGaddafi/status/115408340133220352
http://justpaste.it/luzbek

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/09/23/il-terrore-corre-sul-filo/