clandestini di tutto il mondo unitevi e venite in Italia: tanto la politica estera la fanno i giudici.

Che bella cosa la “democrazia”: ti fanno credere che puoi votare chi preferisci, anche i cosiddetti sovranisti, tanto poi ci pensano loro a cambiare governo con le manovre di palazzo.
Puoi anche decidere che non vuoi immigrati e clandestini, poi ci pensano i giudici a cancellare le leggi: Uno dei tanti articoli trovati in rete su una sentenza scandalosa, guardate come la giustificano, e come ti spiegano che i giudici hanno ragione.

Storica sentenza: vietato respingere. Messi in discussione gli accordi con la Libia, le conseguenze per L’Italia

Con una sentenza del Tribunale civile di Roma è stato riconosciuto il diritto ad entrare in Italia a chi è stato respinto illegittimamente in Libia. Cosa può succedere

Il veliero Alex & Co di Mediterranea

Il veliero di soccorso Alex & Co di Mediterranea
La giustizia italiana è assai lenta, lo sappiamo tutti, ma a volte sa essere giusta. E una sentenza, per quanto relativa a fatti di dieci anni fa, può fare scuola e imporre un cambiamento clamoroso delle politiche del nostro Paese. È accaduto il 28 novembre scorso, e come spesso accade quando si tratta di buone notizie, la cosa rischia di passare in sordina.

Con una sentenza del Tribunale civile di Roma – infatti – è stato riconosciuto il diritto ad entrare in Italia a chi è stato respinto illegittimamente in Libia. Lo ha chiarito il 28 novembre 2019 il Tribunale di Roma che, applicando l’articolo 10 della Costituzione italiana, a seguito di un’azione legale promossa da Amnesty International Italia con il supporto di Asgi (l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) e curata da un collegio di difensori fra i quali gli avvocati Cristina Laura Cecchini e Salvatore Fachile.

Illegali e vietati i respingimenti collettivi

L’articolo 10 della Costituzione ci dice che: “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.
Sulla base di questo dettato costituzionale, il Tribunale civile di Roma ha accertato il diritto di entrare sul territorio dello Stato allo scopo di presentare domanda di riconoscimento della protezione internazionale. Vietati dunque, perché illegali, i respingimenti collettivi e in generale i respingimenti fatti senza prima aver accertato in modo approfondito se chi sta cercando di entrare nel nostro Paese ne abbia diritto perché in fuga da guerre o fame, perché perseguitato politico, perché perseguitato per la sua condizione di donna, di omosessuale, di credente una qualsiasi religione nel mirino di altro Stato o di gruppi terroristici.
La sentenza è stata emessa per 14 cittadini eritrei respinti in Libia il 1° luglio 2009 dalla Marina militare italiana, e ha stabilito anche che chi era stato respinto ha diritto al risarcimento dei danni subiti.

Nel mirino gli accordi con la Libia

La sentenza – dice Amnesty Italia – è estremamente rilevante e innovativa laddove riconosce la necessità di “espandere il campo di applicazione della protezione internazionale volta a tutelare la posizione di chi, in conseguenza di un fatto illecito commesso dall’autorità italiana si trovi nell’impossibilità di presentare la domanda di protezione internazionale in quanto non presente nel territorio dello Stato, avendo le autorità dello stesso Stato inibito l’ingresso, all’esito di un respingimento collettivo, in violazione dei principi costituzionali e della Carta dei diritti dell’Unione europea”. È evidente da tali poche righe la rilevanza e l’attualità della decisione e la sua potenziale ricaduta anche in termini numerici su tutti coloro a cui sia impedito nel proprio paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione.
Ancora una volta vengono messe in discussione le politiche di esternalizzazione delle frontiere, cioè gli accordi con la Libia per la gestione della rotta mediterranea che molte persone in fuga percorrono per venire in Europa e per la gestione dei centri di detenzione – sostenuti economicamente dall’Italia – da cui molti migranti e profughi (oltre ad essere torturati, stuprati, uccisi, venduti come schiavi) vengono rimpartiati nei paesi di origine senza la possibilità di chiedere asilo.

Possibili ricadute

Se dunque fosse accertata la responsabilità delle autorità italiane nell’attuazione dell’insieme di misure che ha trasformato i respingimenti in una progressiva delega alla Libia per il blocco dei migranti a cui viene impedito l’accesso alla protezione che la Costituzione Italiana e i trattati internazionali (entrambi sovraordinati alle leggi dello Stato) prevedono, migliaia di persone potrebbero essere interessate dai principi contenuti nella sentenza. E le stesse mosse dei ministri dell’Interno italiani (da Minniti in poi) che hanno affidato alla Libia la gestione dell’ingresso di potenziali richiedenti asilo nel nostro Paese sarebbero da ritenersi illegali.

L’inchiesta. Dalla Libia «libero» contrabbando di petrolio delle milizie verso l’Ue

Nello Scavo martedì 12 novembre 2019.
 

Prima puntata sulle esportazioni illegali di petrolio dalla Libia: giro di affari di 750 milioni. Tripoli ridimensiona il peso delle «intese segrete» con Malta sui respingimenti dei migranti
Un patto segreto tra Malta e Libia grazie al quale le forze armate maltesi si coordinerebbero con la guardia costiera libica per intercettare i migranti e respingerli in Libia. Paese che «sulla base delle attuali condizioni non può essere considerato un porto sicuro», ha ribadito la portavoce della Commissione europea, Mina Andreeva.
La Valletta non smentisce il negoziato. Tripoli prova a ridimensionare, parlando semmai di «cooperazione trasparente» e tirando in ballo anche «Italia e gli altri Paesi Ue».
Dalla Libia «libero» contrabbando di petrolio delle milizie verso l’Ue

Un nuovo caso, mentre vanno emergendo altre indicibili intese: esseri umani da tenere in catene, in cambio della libera circolazione del petrolio di contrabbando. Il giornale Times of Malta ha pubblicato alcune foto che mostrerebbero alcuni incontri riservati in vista di un accordo di «mutua cooperazione» siglato tra l’esercito de LaValletta e la cosiddetta Guardia costiera libica, con il funzionario governativo Neville Gafà, accusato in precedenza di comportamenti illeciti e controversi, tra cui, ricorda il giornale maltese, legami con un leader delle milizie libiche che gestisce estorsioni e centri di detenzione non ufficiali.
«Abbiamo raggiunto – ha detto al quotidiano una fonte maltese – quello che potreste chiamare un’intesa con i libici: quando c’è una nave diretta verso le nostre acque, le forze armate maltesi si coordinano con i libici che la prendono e la riportano in Libia prima che entri nelle nostre acque e diventi nostra responsabilità», ha dichiarato una fonte a Times of Malta.
Ma i misteri libici non si fermano al traffico di persone. Il capo della Noc, la compagnia nazionale petrolifera di Tripoli, continua a denunciare il furto di idrocarburi. Mustafa Sanalla, ha ripetutamente stimato in almeno 750 milioni di euro annuali il valore dei prodotti petroliferi trafugati ed esportati illegalmente all’estero. Furti che avvengono alla luce del sole. Solo nei dodici mesi tra giugno 2015 e 2016 sarebbero arrivati in Italia e poi immessi in Paesi come la Spagna oltre 82 milioni di chili di gasolio di contrabbando, per un valore d’acquisto pari a circa 27 milioni di euro, a fronte di un valore industriale di mercato pari a oltre 50 milioni. Solo la punta dell’iceberg, grazie al gioco delle tre scimmiette praticato dai governi Ue che hanno abbandonato il mare lasciando campo libero ai trafficanti di esseri umani che hanno allargato il giro d’affari trasformandosi anche nella principale multinazionale del contrabbando.
Il principale centro di approvigionamento è la ‘Azzawiya Oil Refinery Company’, la più grande raffineria statale controllata dalla Noc. A impedire i furti di petrolio dovrebbe pensarci la divisione di Zawyah della Petroleum facility guard (Pfg). Ma l’esercito privato incaricato di vigilare risponde agli ordini del clan guidato dai fratelli Koshlaf, i veri datori di lavoro di Abdurhaman al Milad, quel Bija che nel maggio del 2017 era in Italia durante quella che egli stesso ha definito «lunga trattativa» e che nonostante i provvedimenti Onu, con le accuse di essere uno dei boss del traffico di esseri umani, è stato riconfermato alla guida dei guardacoste di Zawyah.
Nei giorni scorsi Euronews ha pubblicato, senza riceverne alcuna smentita, la notizia secondo cui sarebbero 236 i vascelli cisterna a disposizione dei ladri di gasolio. Un vero intrigo internazionale: a settembre il governo maltese ha chiesto a Mosca di non porre il veto alla richiesta di sanzioni proposte dal Consiglio di sicurezza Onu per bloccare ovunque nel mondo i beni dei membri dell’organizzazione di maltesi, libici e italiani indagati nel 2017 nell’operazione “Dirty Oil” della procura di Catania. Tra questi alcuni mediatori considerati vicini al più potente clan mafioso della Sicilia orientale: la famiglia Santapaola-Ercolano.

(1- Continua su Avvenire)

Preso da: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/affari-accordi-e-migranti-ma-la-libia-non-sicura

Quanto spendiamo sulla Libia, esattamente

8/11/19.

No alla trasparenza sull’uso dei soldi italiani da parte dell’Oim

A fine ottobre, il Tar del Lazio ha respinto la richiesta di trasparenza dell’Associazione per gli studi giuridici sull’Immigrazione (Asgi), la quale aveva domandato al ministero degli Affari Esteri (Mae) e all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) una rendicontazione delle attività svolte in Libia e dei relativi costi.
L’Oim, agenzia collegata alle Nazioni Unite, ha beneficiato di 20 milioni di fondi pubblici italiani per operare in Libia supportando le comunità locali e facilitare i rimpatri volontari. Il sospetto di Asgi è che l’Italia abbia “affidato un cospicuo finanziamento ad OIM per lo svolgimento di attività generiche in Libia, senza aver richiesto un preciso piano di presentazione dell’azione, dei soggetti destinatari, dei luoghi dell’intervento e delle garanzie per l’espletamento delle stesse”.
La stessa Oim ha dato parere negativo alla richiesta di rendicontazione dettagliata alla luce delle “condizioni estremamente delicate” in Libia e la conseguente “sensibilità” delle informazioni richieste. Alla luce del no dell’Oim, anche il ministero degli Esteri italiano ha dato parere negativo e il tribunale amministrativo si è pronunciato in loro favore: la pubblicazione dei rendiconti, si legge nella sentenza, pregiudicherebbe le relazioni internazionali tra OIM e il governo italiano e, con esse, il regolare andamento delle attività che l’Organizzazione conduce in Libia”.

Una ricostruzione che potrebbe essere parziale

Ci dobbiamo affidare alle sole cifre pubblicate sui siti dei ministeri e ai bandi di gara, anche se questi numeri potrebbero raccontare solo una parte della storia.
Per esempio, “non sappiamo nulla dei trasferimenti offerti alle altre fazioni in campo, primo fra tutti il generale Khalifa Haftar e il suo Esercito Nazionale Libico, incontrato dall’allora ministro degli Esteri Marco Minniti nel settembre 2017”, indica il prof. Francesco Fasani del dipartimento di Economia e Finanza della Queen Mary University of London. Il governo, dal canto suo, nega di avere informazioni sull’esistenza di accordi con le milizie libiche. “In queste condizioni è impossibile aspettarsi che ci sia un controllo democratico sull’utilizzo di fondi pubblici”, aggiunge Fasani.
Lo schema che trovate in questa pagina – realizzato con il supporto dell’avv. Giulia Crescini di Asgi – cerca di sintetizzare i quattro modi in cui l’Italia investe, con il sostegno dell’Europa, nel progetto di esternalizzazione delle frontiere e delle responsabilità in Libia.

1. Dall’Europa alla Libia, passando per il Viminale

Dopo il vertice de La Valletta del 2015, è cambiata la strategia comunitaria in materia di politiche migratorie e la UE ha creato un fondo fiduciario di emergenza per l’Africa, raccogliendo dai paesi UE risorse destinate alle politiche di sviluppo. Salvo poi destinarle, in parte, “al finanziamento di una militarizzazione dei confini che non prevede alcuna garanzia sul rispetto dei diritti umani”, come scrive su L’Espresso l’eurodeputato PD, Pierfrancesco Maiorino, “e senza possibilità di controllo effettivo del parlamento europeo su come queste risorse siano concretamente impiegate”.
Degli attuali 4.1 miliardi dell’EU Trust Fund, alla voce “Libia” vengono allocati 327 milioni. Di questa somma, il ministero dell’Interno italiano ha ricevuto 46 milioni (che includono 2 milioni di co-finanziamento Italia-Ue, più altri 2 dal fondo di sicurezza europeo) nel 2017 e 45 milioni nel 2018.
Il Viminale li “gira” alla Guardia Costiera libica, che nel frattempo pattuglia la neonata zona SAR, sotto forma di gare d’appalto.
Dopo aver ricevuto i soldi europei, come riportato da AltraEconomia e da un’analisi Arci, il sito del ministero degli Interni ha bandito una gara d’appalto da oltre 9,3 milioni di euro per la fornitura di 20 battelli pneumatici da destinare alla polizia libica, coperti proprio dai fondi del finanziamento fiduciario UE. Sono quindi seguiti un bando per la fornitura di 30 fuoristrada e uno per 10 minibus.
Non solo risorse europee. Il ministero dell’Interno pesca anche dall’italianissimo fondo Africa, istituito nel 2017 con una dotazione di 200 milioni di euro: da qui sono stati presi i 2.5 milioni di euro per rimettere a nuovo quattro motovedette e destinarle alla Libia. Asgi ha impugnato il decreto per “sviamento” di fondi pubblici destinati a rilanciare il dialogo e la cooperazione con i paesi africani. Il ricorso è ancora pendente al Consiglio di stato, a settembre 2020 è prevista la sentenza.

2. I due tesoretti dell’AICS: fondo fiduciario UE e fondo Africa

C’è poi l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) che può contare su due tesoretti: il primo è formato dai 22 milioni di euro provenienti dal Trust Fund europeo; il secondo è costituito con soldi che provengono dal Fondo Africa, rinnovato anno dopo anno.
In Libia finanziamo il lavoro di meno di una decina di ong italiane con denaro proveniente dal fondo Africa. Tra i nomi delle organizzazioni presenti per portare avanti progetti in favore della popolazione migrante nel paese si trovano: Cefa, Cir, CCS, Cesvi, Emergenza Sorrisi, Terres des Hommes Italia, Helpcode, Emergenza Sorrisi.
Tre progetti che vedono impegnate tutte queste Ong costano rispettivamente 2 milioni, 500mila e 4.2 milioni di euro per un totale di 6.7 milioni di euro.
All’interno dei centri,in teoria, queste Ong svolgono attività di riduzione del danno, interventi strutturali (ad esempio ristrutturazione dei bagni, costruzione di servizi di areazione), fornitura di beni di prima necessità, fornitura di non food item (materassi, vestiario), servizi di supporto psico-sociale. Tuttavia, scrive Asgi che ne sta analizzando i rendiconti, per alcune associazioni non è stato possibile – dai documenti trasmessi – comprendere quali attività siano state effettuate nei singoli campi.

3. I finanziamenti (senza fare troppe domande) alle organizzazioni internazionali

Veniamo quindi ai quasi 30 milioni di euro provenienti sempre dal fondo Africa e versati alle grandi organizzazioni internazionali come Oim, Unhcr e Unicef. Dell’impossibilità per l’Alto Commissariato per i rifugiati in Libia di garantire il rispetto dei diritti umani in Libia abbiamo già parlato in questa inchiesta esclusiva, in cui emergono casi di discrimnazione, corruzione, cattiva gestione e acquisti a prezzi gonfiati.
Asgi ha riscontrato che, in fase di approvazione dei finanziamenti, l’Italia non ha chiesto ai soggetti implementatori una lista di attività da svolgere, né ha richiesto garanzie o valutazione dei rischi. Solo “sintentiche partnership” che non permettono di ricostruire il contenuto obbligazionale del finanziamento.
“Dagli accessi effettuati emerge che il Ministero conosce solo successivamente alla realizzazione del progetto le attività svolte e può quindi verificare il corretto utilizzo del finanziamento; i cittadini, al contrario, non conoscono nulla dell’utilizzo delle risorse laddove siano impiegate da una organizzazioni internazionale”.

4. Il capitolo più costoso: le missioni italiane in Libia

Grazie a Oxfam e al prof. Fasani abbiamo infine ricostruito quanto speso dall’Italia per le quattro operazioni civili e militari operanti in Libia dal 2017 ad oggi. Trattasi di:

  • Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (operazione Ippocrate): 400 militari e 150 mezzi terrestri;
  • Missione bilaterale di assistenza alla guardia costiera libica: 25 unità della Guardia di Finanza, 6 mezzi terrestri e 1 mezzo navale;
  • United Nations Support Mission in Libya (Unimil) per il ripristino della sicurezza e dell’ordine pubblico: 1 unità di personale militare;
  • EU Border Assistance Mission in Libya (Eubam), missione civile di supporto agli sforzi libici di stabilizzare il confine che opera non da Tripoli ma da Tunisi per motivi di sicurezza: vi partecipano 3 poliziotti;

Il conto totale di queste missioni è di 47.8 milioni per il 2017, 51.3 per il 2018 e 56.3 per il 2019. A cui si devono aggiungere i circa 85 milioni annui (per il 2018 e 2019) della missione aeronavale “Mare Sicuro“, al largo della coste libiche. Dal gennaio 2018 prevede anche il supporto alla guardia costiera libica. Un’unità ausiliaria è permanentemente dislocata nel porto di Tripoli.
Sommando tutte le spese per le missioni in Libia dal 2017 ad oggi si ottiene la ragguardevole cifra di 325 milioni di euro.
Correzioni? Segnalazioni? Ci siamo dimenticati qualcosa? Scrivete a lillo.montalto-monella@euronews.com

Preso da: https://it.euronews.com/2019/11/08/quanti-soldi-diamo-alla-libia-esattamente

Pusher nigeriano espulso nel 2015 torna in Italia sulla Alan Kurdi: arrestato






La nave Alan Kurdi dell’Ong tedesca Sea Eye è arrivata ieri smattina al porto di Taranto con il suo carico di 88 clandestini, recuperati circa una settimana fa in una missione che non ha mancato di creare tensioni con la Guardia costiera libica. Poche ore dopo l’inizio del trasbordo da un gommone in avaria, la Alan Kurdi era stata circondata da alcuni mezzi della Guardia Costiera libica. Ne è nato un momento di tensione, in cui i libici hanno esploso anche alcuni colpi di avvertimento in mare. Il Viminale aveva autorizzato lo sbarco questo sabato. Dopo i soccorsi, sono scattate le operazioni di identificazione che hanno quindi portato alla scoperta del pusher nigeriano espulso nel 2014. Non è la prima volta, e siamo certi che – purtroppo – non sarà nemmeno l’ultima.
Cristina Gauri

Preso da: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/pusher-nigeriano-espulso-nel-2015-torna-in-italia-sulla-alan-kurdi-arrestato-135739/

Sabha, una nuova alleanza minaccia il sud della Libia. Intervista all’On. Mohamed Ajdaied

“La sicurezza a Sabha vive una fase di deterioramento. Ci sono cellule dormienti di Daesh, sostenute dal Consiglio Presidenziale del Governo di Accordo Nazionale (GNA). Il problema principale, che la città e il sud in generale, stanno affrontando è l’alleanza tra l’opposizione chadiana, Isis ed al-Qaeda, che stanno formando una forza armata nella regione sotto il nome della tribù dei Tebu”. A parlare è l’On. Mohamed Ajdaied, membro del Parlamento libico, la Camera dei Rappresentanti, da Sabha.

On. Ajdaied dove sono questi gruppi?
“Nei quartieri nella periferia di Sabha – e la prova è il raid aereo condotto dal Comando degli Stati Uniti in Africa (AFRICOM) che ha ucciso comandanti e leader di Daesh alla compagnia Indiana, alla fine di Sabha – che sono in costruzione, dove i lavori si sono interrotti dal 2011. Qui vivono tutte le persone provenienti dall’esterno della Libia: Niger, Chad e Nigeria”.
Qual è la situazione del Sabha International Airport dopo la sua inaugurazione?
“C’è un problema di sicurezza relativo all’atterraggio e al decollo degli aerei, poichè devono sorvolare a bassa quota aree non sicure, come quella della compagnia Indiana, dove i jihadisti potrebbero prendere di mira i voli”.
Sabha resta ancora uno dei principali hub di migranti in Libia?
“Il sud e la Libia in generale sono considerate terre di passaggio. I migranti si trovano fuori dai confini amministrativi della giurisdizione di Sabha. Arrivano da Toum e Lawehr, ed attraversano Qatrun e Uhm al-Aranib. Girano intorno Sabha, cercando di raggiungere la costa”.

Quali sono i maggiori bisogni della gente di Sabha?
“Il bisogno principale è la sicurezza. L’ingresso del Libyan National Army (LNA) ha mutato gli equilibri perchè il sud della Libia, ad un certo punto, veniva considerato fuori dallo Stato libico, anche per via dell’arrivo degli africani (di migranti dal sud del Continente africano ndr), ma dopo la guerra a Tripoli, abbiamo assistito al nascere di una forte alleanza tra le forze africane e i gruppi terroristici, come Daesh ed al-Qaeda, con il sostegno del Consiglio presidenziale del GNA. Abbiamo perso Murzuq completamente e anche le aree circostanti sono sotto il controllo di questa nuova alleanza. Il sud della Libia ha bisogno di sicurezza”.
Come valuta l’intervento della Comunità internazionale?
“Il contributo internazionale è riprovevole, soprattutto per l’Unione Europea in quanto il sud della Libia è un elemento di comune interesse per l’UE e per la Libia. Se ci sono gruppi terroristici nel sud della Libia, questo riguarderà anche l’Europa. E’ questione di ore che questi gruppi compiano operazioni in territorio europeo. Noi non chiediamo all’Europa di aiutarci, ma si tratta di una responsabilità congiunta”.

Preso da: https://specialelibia.it/2019/10/17/sabha-una-nuova-alleanza-minaccia-il-sud-della-libia-intervista-allon-mohamed-ajdaied/

SOROS / 8 miliardi le elargizioni in Italia a varie entità: la maggior parte per promuovere le leggi italiane favorevoli all’immigrazione

Una barca di dollari elargita dalle generose casse della Open Society Foundations griffata George Soros ad associazioni e sigle italiane.
Il totale ammonta ad 8 miliardi e mezzo di dollari e concerne il biennio 2017-2018. A calcolarli l’Adn Kronos.
Ecco alcuni dettagli sui fortunati beneficiari.
In cima alla hit una misteriosa sigla, Purpose Europe Limited, che “non sembra riconducibile direttamente all’Italia – specifica l’agenzia – ma in riferimento al nostro Paese ha tra l’altro pubblicato nel luglio 2018 il rapporto ‘Attitudes towards National Identity, Immigration and Refugees in Italy”. Purpose Europe Ltd ha ricevuto, per questo suo impegno, la bella cifra di 1 milione di dollari. Un autentico terno al lotto.

Attestata al secondo posto, nella speciale classifica, ASGIl’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, che si è vista recapitare da Open Society un bel bonifico da quasi 400 mila dollari, per la precisione 385 mila per il solo 2018.
Al terzo posto – udite udite – i Radicali italiani, che hanno ricevuto un cadeau perfettamente infiocchettato: quasi 300 mila, 298 mila per la precisione. Ma la motivazione li giustifica tutti, fino all’ultimo dollaro: dovranno, infatti, impegnarsi a “promuovere un’ampia riforma delle leggi italiane sull’immigrazione, attraverso iniziative che puntino a fornire aiuto agli immigrati e avanzare il loro benessere sociale”.
Sorge spontaneo un interrogativo: come mai neanche una mancia a + Europa della fedelissima Emma Bonino, che siede nell’international board della Open Foundation?
Al quarto posto si colloca IAI, vale a dire l’Istituto Affari Internazionali, presieduto dall’ex commissario europeo Ferdinando Nelli Feroci. Una sigla che non ha bisogno di grossi aiuti, ed invece fa bingo con la non disprezzabile cifra di 230 mila dollari. Il motivo? Deve continuare nella sua fondamentale azione “per educare e favorire il dialogo con gli attori politici sui nuovi approcci all’immigrazione e alle politiche di asilo europee, a beneficio di migranti, rifugiati e società ospiti”. Menù ottimo e abbondante.
Passiamo agli spiccioli. Tra le prime a beneficiarne alcune università di casa nostra. Come quella di Urbino, alla quale vanno 25 mila dollari per un progetto riguardante la “mappatura dell’informazione politica sui media italiani in vista delle elezioni politiche nel 2018”. Non si capisce bene quale sia lo scopo di tale indagine, ma tant’è: le casse targate Open sono davvero “aperte”.
Lo stesso appannaggio, solo qualche dollaro in meno (24 mila 828) per il Dipartimento di Scienze Politiche dell’ateneo di Perugia, per l’allestimento di “un workshop dedicato ai social media e alla comunicazione politica”.
Una spiccata predilezione – quella dei Soros boys – per le politiche d’informazione, soprattutto in vista delle elezioni.
Last but not least, un pensierino per i cittadini di Ventimiglia, scelto fior tra fiori per un regalino da 83 mila 500 dollari, stanziati nel 2018: si tratta di “revitalizzare il parco pubblico”. All’epoca il sindaco della cittadina, Enrico Ioculano, indossava la casacca del Pd.
In totale, la Open Society che fa capo al magnate di origini ungheresi, ha finanziato nel biennio 70 progetti.
Un miliardario filantropo che nel corso degli anni ha tentato la scalata per comprare non pochi paesi ai “saldi”, prima soffocandoli nelle sue spire finanziarie. Cercò un’operazione del genere perfino con l’Inghilterra inizio anni ’90, che costrinse anche l’Italia alla manovra “lacrime e sangue” decisa dall’esecutivo guidato da Giuliano Amato.
La storia si è ripetuta nel tempo, fino agli ultimi tentativi d’assalto alla Macedonia, in forte difficoltà finanziaria.
Ma il pescecane Soros, a bordo della sua corazzata Open Society, è sempre pronto a soccorrere gli immigrati di ogni Paese. In nome della solidarietà…

autore:  MARIO AVENA
link fonte:http://www.lavocedellevoci.it

Preso da: https://www.vietatoparlare.it/soros-8-miliardi-le-elargizioni-in-italia-a-varie-entita-la-maggior-parte-per-promuovere-le-leggi-italiane-favorevoli-allimmigrazione/

Sui migranti illegali continuano gli annunci bluff del governo

Migrazioni e crisi economica. Così l’Impero romano cadde sotto le invasioni

Roma, 12 ott – Accostare l’ondata immigratoria iniziata nel 2015 alle invasioni barbariche che smantellarono l’Impero Romano non costituisce un accostamento storicamente privo di fondamento. Nonostante che da un punto di vista storico i mezzi con i quali i barbari penetrarono l’Impero Romano fossero certamente diversi, è tuttavia innegabile il fatto che anch’essi furono indotti a giungere alle porte di Roma da carestie e da fratricide lotte interne.

Impero Romano e migrazioni odierne: le analogie

Quei popoli – così come quelli attuali – approfittando dei confini enormi dell’impero e della loro impossibilità ad essere difesi vi penetrarono prima gradualmente e poi, attraverso conflitti militari, entrarono all’interno del territorio di Roma che fu costretta a venire a patti e a dover ammettere obtorto collo che i barbari erano ormai diventati una forza militare potente e temibile.
Anche le migrazioni attuali fanno leva proprio sulla labilità dei confini e soprattutto sul fatto che l’Europa si affaccia sul mare. Inoltre l’Europa di oggi, come l’Impero Romano di ieri, consentirono ai nuovi immigrati di penetrare all’interno dei loro confini partendo dal presupposto di potersene servire.
Visualizza immagine di origine

Ebbene i sedicenti “profughi” di oggi – che provengono dall’Africa e dall’Asia centrale – vengono aiutati a giungere in Europa attraverso programmi di salvataggio e attraverso rilevanti investimenti economici. E’ significativo il fatto che proprio uno storico romano, Ammiano Marcellino, narra che l’impero contribuì ad aiutare i nuovi barbari nell’attraversamento del Danubio. Inoltre Ammiano ricorda come l’imperatore Valente fosse convinto che i nuovi immigrati – costando poco per l’erario statale – potessero contribuire a rafforzare l’esercito che sarebbe diventato in questo modo invincibile. Ma come sappiamo la storia ebbe un esito diverso: l’esito conclusivo fu che le invasioni dei barbari portarono alla dissoluzione dell’Impero Romano.
Roberto Favazzo

Preso da: https://ilprimatonazionale.it/cultura/migrazioni-crisi-economica-impero-romano-invasioni-133445/

Accordi Italia-Libia, a un incontro del 2017 con gli 007 italiani c’era anche il boss libico Bija

Un’inchiesta esclusiva di ‘Avvenire’ mostra come nella trattativa Italia-Libia aperta nel 2017 per fermate i flussi migratori verso il nostro Paese i funzionari del governo italiano abbiano trattato anche con un pericoloso criminale, che già l’Onu aveva indicato come un boss mafioso libico, e trafficante di esseri umani.

4 ottobre 2019 12:26  di Annalisa Cangem
Uno scoop di ‘Avvenire’ mostra come, nel 2017, ci sia stato un incontro tra le autorità italiane e i libici per trovare un accordo sulle partenze dei migranti, al quale ha preso parte anche un noto trafficante di esseri umani, Abd al-Rahman al-Milad, conosciuto come Bija, entrato indisturbato nel Cara di Mineo, in Sicilia. L’incontro è avvenuto l’11 maggio 2017, in un momento in cui l’Italia – Minniti era il ministro degli Interni – stava discutendo con la Libia per arrivare a un accordo con il quale bloccare il flusso dei migranti verso il nostro Paese. ‘Avvenire’ ha pubblicato le foto della trattativa segreta, e nelle immagini, ottenute da una fonte ufficiale, si vede chiaramente Bija, seduto al tavolo.

Alla riunione, come spiega il quotidiano, c’erano “Anche delegati nordafricani di alcune agenzie umanitarie internazionali, probabilmente ignare di trovarsi seduti a fianco di un signore della guerra dedito alle violazioni dei diritti umani”. Anche all’epoca della trattativa il nome di Bija era famoso, e i dei suoi crimini si era occupata anche la stampa internazionale. Ma in quell’occasione venne presentato come ‘uno dei comandanti della Guardia costiera della Libia: “Sembra impossibile che le autorità italiane non sapessero chi era l’uomo seduto al tavolo dello strano convegno. Diversi mesi prima del suo arrivo in Italia, era finito nel mirino di una raffica di inchieste giornalistiche”, scrive Nello Scavo.

Il 14 febbraio 2017 The Times aveva pubblicato un video in cui si vede un uomo in divisa mimetica picchiare selvaggiamente un gruppo di migranti su un gommone. Ripreso di spalle, il miliziano appare con una menomazione alla mano destra, che fa pensare a quella di Bija, che durante i combattimenti contro Gheddafi del 2011 aveva perso alcune dita. Il 20 febbraio la giornalista italiana Nancy Porsia ha pubblicato un reportage in inglese per Trt World, proseguendo un’inchiesta apparsa già il 6 gennaio in italiano su ‘TPI’, in cui racconta che “Bija lavora sotto la protezione di Al Qasseb, nom de guerre di Mohamed Khushlaf, che è a capo del dipartimento di sicurezza della raffineria di Zawiyah. Supportato da suo cugino e avvocato Walid Khushlaf, Al Qasseb esercita il controllo totale sulla raffineria e sul porto di Zawiyah. I cugini Khushlaf fanno parte della potente tribù Abu Hamyra, così come Al Bija”. E altri articoli che parlavano del pericoloso trafficante furono pubblicati su ‘Il Messaggero’, ‘Il Mattino’, ‘la Repubblica’ e ‘l’Espresso’. E ancora nel 2016, ‘Panorama’ e ‘Il Giornale’ indicarono Abdou Rahman come uomo chiave del traffico di esseri umani. Di lui scrissero anche Francesca Mannocchi per l’Espresso, Sergio Scandura per Radio Radicale e altre testate estere.

Ma sono le stesse Nazioni Unite a scrivere in un rapporto che Bija è un boss a capo di una vera e propria cupola criminale, attiva nell’area di Zawyah, in Libia. Lo riconosce persino un migrante ospite della struttura, che commenta allarmato: “Mafia Libia, mafia Libia”.

Come ha spiegato la fonte, durante l’incontro Bija ascolta e prende appunti, e poi rivolge ai funzionari italiani alcune domande: “Quanto vi paga il governo italiano per ospitare ogni migrante qui? Quanto costa annualmente il Cara di Mineo?”. I libici presenti spiegano che ‘modello Mineo’, dal cui centro sono passati in questi anni oltre 30mila migranti, può essere trasferito anche in Libia, e che l’Italia potrebbe finanziare la costruzione di strutture simili per migranti in tutto il Paese. Di lì a poco sarebbe iniziata la campagna contro le ong e l’Italia e l’Europa iniziano a collaborare per la realizzazione di campi di raccolta in Libia.

Dopo l’inchiesta del quotidiano Riccardo Magi, deputato di +Europa su Facebook annuncia “un’interpellanza urgente per conoscere la composizione della delegazione italiana, gli obiettivi dell’incontro e quali contatti intrattengano le autorità italiane con con questo noto boss della mafia libica condannato dall’Onu. A fronte di queste clamorose rivelazioni – sottolinea Magi – è ancora più urgente istituire una commissione di inchiesta sugli accordi Italia-Libia, come ho chiesto attraverso una proposta di legge depositata lo scorso febbraio”.

Dopo lo scoop di ‘Avvenire’ interviene anche Matteo Orfini (Pd): “Ricordate quando tutti accusavano le ong di trattare coi trafficanti libici? Non solo non era vero, ma un’inchiesta di Nello Scavo oggi dimostra che a farlo davvero erano i servizi italiani. Una vergogna che rende ancora più urgente l’istituzione di una commissione d’inchiesta”.

“La straordinaria inchiesta di Nello Scavo pubblicata oggi sul quotidiano Avvenire rivela uno scenario tanto clamoroso quanto grave. La collaborazione che emerge tra il nostro governo e uno dei peggiori esponenti di quella criminalità libica che in questi anni è alla testa di una organizzazione dedita tanto al traffico di esseri umani che alla loro cattura, responsabile di torture e violenze indicibili, è assolutamente scandalosa”, dice Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana-Leu . “Ciò che abbiamo sempre denunciato rispetto alla cosiddetta ‘guardia costiera libica’ si conferma ancora una volta. E si conferma la necessità di chiudere la pagina vergognosa degli accordi con la Libia, in particolare in tema di politiche migratorie e di sostegno alla cosiddetta “guardia costiera libica. Per questo oltre a presentare nelle prossime ore ogni strumento di indagine parlamentare per chiedere al governo di fare luce sui fatti riportati nell’inchiesta di Avvenire, torniamo a porre la necessità, a questo punto non rinviabile, di istituire una Commissione di Inchiesta Parlamentare su tutte le vicende che circondano questa vergognosa pagina della nostra storia recente”.

Preso da: https://www.fanpage.it/politica/accordi-italia-libia-a-un-incontro-del-2017-con-gli-007-italiani-cera-anche-il-boss-libico-bija/

La Luiss, l’università della Confindustria, caccia un docente per un suo tweet “sovranista”.

Quella brutta aria di censura – di Marcello Veneziani – 25/09/2019
Ma che sta succedendo? La Luiss, l’università della Confindustria, non rinnova il contratto al professor Marco Gervasoni, docente ordinario e autore di molti saggi, per un suo tweet “sovranista”.

È ancora recente la “retata” con la generica accusa di istigare all’odio nei confronti non di una pagina precisa o di una persona, ma di varie persone legate a vario titolo a vari movimenti di estrema destra. È recente la censura alla pagina facebook che pubblica i miei scritti e la sospensione di Marco Di Eugenio, il curatore, per aver pubblicato 14 mesi prima un mio articolo ironico-politico tutt’altro che razzista, dal titolo Il prossimo segretario del Pd sarà negro. Dicono, ma è l’algoritmo che blocca automaticamente alla parola negro.
Peraltro è un’offesa alla negritudine, a Leopold Senghor, a chi rivendica di essere negro e un modo di censurare ignorando i contenuti e il senso dei testi. Ma non è questione di algoritmi. Censurare quattordici mesi dopo, e per giunta appena cambia un governo, non è un algoritmo ma è una deliberata censura. E che provenga da una delazione, rende ancora più sinistra l’opera dell’Ovra (oggi sta per Opera Vigilanza Repressione Antifascista).

Mi ferma un signore sul lungomare di Sanremo e mi dice che ha cercato ripetutamente di condividere un mio scritto apparso su La Verità e ripreso nella pagina facebook in cui si parla della sinistra come di un’associazione di stampo mafioso (lo diceva Pasolini a proposito della Democrazia Cristiana) e lo scritto è stato rimosso subito e sistematicamente. Analoghi riscontri ha avuto e ho avuto altrove. Ricevo ripetute segnalazioni di lettori, anche non politicamente schierati ma – guarda caso – di orientamento vagamente “sovranista”, che come è notorio allo stato attuale comprende un’infima…maggioranza del paese, che hanno ricevuto in vari luoghi, a partire dai social, censure, blocchi, oscuramenti.
Ma che sta succedendo? No, non siamo in dittatura, non esageriamo, non c’è carcere, e il fatto che io ve ne scriva lo può confermare. Non scherziamo col fuoco. Però la caccia al dissidente, ribattezzando razzista, fascista, nazista, sessista, xenofobo, omofobo, e via dicendo è aperta, e spesso viene istituzionalizzata in commissioni, osservatori e pressioni. E diventa minacciosa se si considera l’introduzione surrettizia di reati d’opinione, a livello nazionale e spesso a livello europeo; si comincia dalle frasi più sguaiate e dementi, tanto per gettare un po’ di fumo negli occhi ma poi si arriva alle opinioni divergenti, alle idee, alle culture non allineate al catechismo corrente.
Qualche fesso che si autodefinisce liberale, dice: ma i social sono gratuiti (ma sono poi veramente gratuiti, credete davvero che siano social di beneficenza?) e soprattutto sono privati, dunque possono ammettere ed escludere chi vogliono. No, signori, se voi entrate in qualunque esercizio privato, un negozio, un taxi o altro, non potete essere esclusi perché la pensate in modo diverso dal gestore o dal proprietario; tanto più se quel negozio è come i social, fondato sulla libera espressione e circolazione di opinioni. Se un social decide di schierarsi, come un giornale, lo dica espressamente e riconosca che è finita la sua missione social, universale, asettica, puramente tecnica ed è espressione di parte.
In secondo luogo, affidare a un gestore privato il compito giudiziario e ideologico di stabilire chi è nel giusto e chi no, è assai pericoloso. Zuckerberg annuncia di volerlo fare e riceve il plauso, guarda caso, del mondo progressista, liberal, radical. Ma un’azienda privata ha come suo primario, legittimo interesse il profitto e il vantaggio del proprietario o degli azionisti e dunque nel nome del profitto e dei suoi azionisti può ritenere conveniente o sconveniente secondo i governi e i poteri, valutando i casi in questione su quella base e magari nominando commissioni di vigilanza gradite ai potenti, che abbiano un orientamento prevalente anziché un altro o nessuno in particolare.
E poi i social sono sotto tiro dei governi e dei parlamenti nazionali che chiedono più tasse, controlli, limitazioni; dunque possono anche pensare a un baratto e non è da escludere che queste minacce politiche servano proprio a tenerli sotto schiaffo: noi chiudiamo un occhio ma voi addomesticate i vostri social, tappate la bocca ai dissidenti. Si chiama ricatto.
In passato abbiamo sentito anche da presidenti delle camere, parlamentari con ruoli significativi, auspicare commissioni, filtri, inquisizioni, insomma censura e “vigilanza democratica” contro il pericolo nero, artatamente mischiato con le fake news, per le quali non c’è bisogno di leggi speciali: se offendono qualcuno e sono infondate, ci sono i codici, c’è il reato di diffamazione, di calunnia, di notizie false e tendenziose atte a turbare, c’è la smentita… Non c’è bisogno di leggi speciali e connotate ideologicamente in modo unilaterale. Le leggi speciali in tema di opinione sono sempre restrizioni di diritti e libertà e anticamere di risvolti più inquietanti.
Dopo aver marcato un suo territorio virtuale, dopo aver emesso una sua moneta, ora il social annuncia che istituirà una corte, un suo tribunale, per dirimere questi casi. Non vi preoccupa che si crei uno Stato parallelo e sovrastante al nostro Stato, che non risponde pienamente a nessuno Stato e alle sue leggi, nel nome della sua extraterritorialità, del suo status sovranazionale e multinazionale?
Ogni singolo episodio non preoccuperebbe se non si inserisse in un contesto, un’escalation e una convergenza di poteri. Non sostengo affatto che le sparse denunce e limitazioni siano figlie di un Complotto ordito dall’alto e poi diramato. C’è però una preoccupante sintonia, uno squallido allinearsi, un pericoloso conformismo che mette in fila l’università pubblica e quella privata, l’ateneo della Confindustria, i social, i poteri mediatici e il mondo di sinistra, fino ai tribunali. Dai lib ai dem, dai padroni ai compagni, l’arco è vasto e variegato, ma quando si tratta d’impedire la circolazione di messaggi differenti, s’accodano, s’intruppano.

Preso da: https://www.vietatoparlare.it/la-luiss-luniversita-della-confindustria-caccia-un-docente-per-un-suo-tweet-sovranista/