L’impero colonialista francese in Africa

Quante volte abbiamo sentito dire, da parte dei politici occidentali riguardo al problema dell’immigrazione, che si devono aiutare i paesi africani al fine di poter gestire in loco una proficua crescita sociale, culturale ed economica di quei popoli?

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Da anni sentiamo i politici esternare questa lodevole idea, e in questo periodo sembra sia l’unica alternativa per riuscire ad arginare il problema migratorio che sta raggiungendo numeri da esodo biblico. Non tutti sanno però che ancora oggi molti paesi africani sono soggetti a leggi e tassazioni imposte da parte dei colonialisti di un tempo, come Francia e Gran Bretagna, ma anche Germania, Portogallo, Italia, Belgio, Olanda e Spagna, seppur in misura minore. Molti di questi paesi occidentali, come è capitato all’Italia per crimini di guerra con l’Etiopia e la Libia, sono stati condannati da tribunali internazionali a pagare i danni causati alle popolazioni.
Di contro, altri paesi, come la Francia o la Gran Bretagna, godono tuttora dei proventi di quei colonialismi.

L’oppressione africana nella storia contemporanea

Il colonialismo è una macchia storica infame in capo a chi l’ha perpetrata per secoli, purtroppo l’oppressione economica in Africa, da parte dei paesi occidentali, continua a esistere ancora oggi. Ci sono molti paesi africani costretti a pagare una tassa coloniale alla Francia che per questo, continua a prosperare sulle spalle di paesi poveri africani contando su introiti pari a circa 500 miliardi di dollari ogni anno.
Questa forma di tassazione è oltraggiosa, priva di fondi economici quei popoli che per loro sono più che necessari. Non solo, ma aggrava altresì il debito pubblico del paese. Ma gli svantaggi sono anche peggiori, oltre a essere un peso economico, i mali del colonialismo costringe intere popolazioni a un’interminabile schiavitù del debito, il che risulta devastante per la dignità e l’identità del popolo africano.

Guinea: un’indipendenza mai realizzata appieno

Nel 1958, quando la Guinea chiese l’indipendenza dal dominio coloniale francese, i francesi scatenarono una furia inumana. Causarono più di tremila morti e costrinsero migliaia di guineani a lasciare il paese, perdendo così le loro proprietà che vennero tutte saccheggiate dai francesi prima di ritirarsi. Inoltre, quel che non poteva essere depredato è stato distrutto: scuole, asili, edifici della pubblica amministrazione, automobili, libri, medicine, istituti di ricerca, e molto altro. Persino le macchine agricole, come i trattori, vennero distrutti o sabotati mentre furono sterminati animali e il cibo, stivato nei magazzini, venne o bruciato o avvelenato.
Fu una catastrofe per quel popolo, al pari di un genocidio. Mai nessuno condannò la Francia per questo, anzi, il colonialismo francese perdura attualmente.
La Guinea, distrutta dai francesi solo perché aveva ‘osato’ chiedere l’indipendenza, si trovò di fronte una sola alternativa, cioè quella di pagare una tassa alla Francia.

Il Togo ai tempi di De Gaulle

Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, per porre fine alla colonizzazione francese, firmò un patto con il presidente De Gaulle accettando di pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti “benefici della colonizzazione francese”. Questo patto ha impedito che i francesi distruggessero il paese, come prima era avvenuto in Guinea. L’importo richiesto e ottenuto dalla Francia era enorme, tanto che il cosiddetto “debito coloniale” era pari al 40% del bilancio del paese nel 1963.
Il sogno di Olympio, che rimase tale, era quello di costruire uno Stato indipendente e autosufficiente, ma i francesi avevano ormai ipotecato l’intero loro futuro.

La Legione Straniera e i colpi di stato

La storia ha dimostrato che, nonostante anni di lotta africana per liberarsi dagli oppressori, la Francia ha ripetutamente usato molti legionari per organizzare ed effettuare colpi di stato contro i presidenti democraticamente eletti. Ciò ha incluso Jean-Bedel Bokassa che assassinò David Dacko, il primo Presidente della Repubblica Centrafricana.
Negli ultimi cinquanta anni si contano un totale di ben 67 colpi di stato verificatisi in 26 paesi africani, di questi 16 sono ex colonie francesi. Ciò indica che la Francia ha continuamente cercato il modo di accaparrarsi il controllo, e la loro ‘povera’ ricchezza, di molti paesi africani.

Tasse coloniali per miliardi

Ma non è solo la Guinea o il Togo ad avere questo fardello, bensì, si badi bene, in tutto sono 14 i paesi africani dove tuttora viene applicata una tassazione da parte dei francesi.
franciafricaA gennaio 2014, 14 paesi africani sono obbligati dalla Francia, attraverso un patto coloniale, di pagare tasse pari all’85% delle loro riserve valutarie. Queste tassazioni vengono eseguite sotto il diretto controllo da parte della banca centrale francese e del ministero delle Finanze. Gli importi di questa tassazione vengono stimati in 500 miliardi di dollari ogni anno. I leader africani che rifiutano di pagare o sono stati uccisi o si sono ritrovati vittime di colpi di stato. I capi di stato che obbediscono vengono sostenuti politicamente e ricompensati dalla Francia, garantendo loro uno stile di vita sontuoso, mentre il loro popolo sopporta condizioni di estrema povertà e disperazione.
I patti di colonizzazione francese prevedono, a partire dal 1950, che i paesi africani devono depositare le loro riserve monetarie nazionali alla banca centrale della Francia. Negli anni la Francia ha continuato a trattenere le riserve nazionali di questi quattordici paesi africani: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e il Gabon.
La Francia consente loro di accedere solo al 15% del denaro ogni anno. Se hanno bisogno di più risorse, nessun problema, la Francia li ‘agevola’ in questo: presta loro il denaro extra necessario, da parte del Tesoro francese, applicando i normali ‘tassi commerciali’.
La Francia ha quindi indebitato e schiavizzato gli africani, appropriandosi di ogni ricchezza dell’Africa. Il cosiddetto sventurato ‘Terzo Mondo’, in realtà tanto povero non era. Ora quella popolazione fugge dalla carestia per raggiungere un’Europa ricca, senza pensare che molti paesi europei dove sono diretti, hanno determinato la carestia africana arricchendosi ancora oggi appropriandosi delle loro ricchezze.

Quindi, la prossima volta che sentiamo dire in TV che i migranti africani fuggono dalla carestia, pensiamo anche alla Francia.

Preso da: http://altritempi.info/limpero-colonialista-francese-in-africa/

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Dalla parte dei popoli africani contro l’imperialismo francese

Immigrazione, la grande farsa umanitaria

16 ottobre 2018

FARSA
Il libro ”Immigrazione la grande farsa umanitaria” rappresenta il seguito del fortunato Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere”, scritto per Aracne da Gian Carlo Blangiardo, Gianandrea Gaiani e Giuseppe Valditara.
Leggi la recensione
Gli stessi autori integrano e aggiornano il volume del dicembre 2016 con nuovi dati, riflessioni e analisi che non risparmiano la finta “svolta” dell’Italia che ha determinato un calo nei flussi migratori illegali dalla Libia (e marginalmente da Algeria e Tunisia) rispetto all’anno dei record, il 2016, con oltre 181mila sbarcati, ma non certo la fine dei traffici illegali nè dell’accoglienza indiscriminata a chiunque paghi criminali per attraversare il Mediterraneo.
L’immigrazione è una delle questioni cruciali nel mondo sviluppato. Quali sono i rischi e quali sono i vantaggi, quali i problemi che suscita e quali i falsi miti ad essa collegati? Esiste un’immigrazione positiva e una negativa e sul modello dell’antica Roma viene proposta una distinzione fra un’immigrazione utile, che va incoraggiata, e una che rischia di disintegrare le nostre società, che pertanto va contrastata. Il volume, che affronta il problema con uno sguardo alla storia, un’attenzione alla demografia e una prospettiva strategica, non si occupa solo di dati spesso allarmanti, ma anche di fornire soluzioni per governare un fenomeno che sarà sempre più decisivo per il destino delle generazioni presenti e future.
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Brano dal libro
La lotteria dei migranti
All’inizio di novembre 2017 la situazione è tuttavia nuovamente peggiorata proprio sul fronte libico: si è assistito infatti alla ripresa degli sbarchi di immigrati clandestini salpati dalla Libia con flussi provenienti in gran parte non più dalle coste vicine al confine tunisino, ma da quelle situate tra Tripoli e Misurata. Si sono così riaperti gli interrogativi circa l’efficacia delle misure adottate da Roma in accordo con il governo del premier libico riconosciuto, Fayez al-Sarraj, per contenere o “governare” i flussi dalla nostra ex colonia. Rispetto al 2016 i migranti illegali sbarcati nei primi 10 mesi del 2017 sono stati 111.397 contro 159.427, cioè il 30,1% in meno.
Le partenze dalle coste della Tripolitania Occidentale puntano a eludere le motovedette della Guardia Costiera libica addestrata, equipaggiata e finanziata dalla UE, ma soprattutto dall’Italia che però non rinuncia all’ambiguità nella lotta all’immigrazione illegale. Il sostegno alle attività della Guardia costiera libica, che riporta a Tripoli i migranti illegali intercettati in mare, ha dimostrato che la “rotta libica” può essere chiusa in tempi rapidissimi se venisse mantenuta un’iniziativa coerente mentre invece gli immigrati illegali diretti in Italia si sottopongono a una vera e propria lotteria. Se vengono intercettati dalle motovedette libiche, che tra l’estate e l’ottobre 2017 hanno bloccato e riportato a terra oltre 15mila persone, sono poi condotti in centri di detenzione o in campi gestiti dall’Unhcr in attesa che l’Organizzazione internazionale delle migrazioni li rimpatri nei Paesi di origine, come sta avvenendo con il decollo regolare di voli dall’aeroporto di Mitiga a Tripoli.
Se invece i clandestini riescono a superare il tratto di mare pattugliato dai libici, vengono soccorsi dalle navi militari italiane o europee, oppure da quelle delle ONG, che li portano in Italia, dove potranno chiedere asilo o far perdere le proprie tracce nella certezza quasi totale di non venire effettivamente espulsi. Logica e coerenza vorrebbero che lo stop dell’Italia ai flussi clandestini fosse totale e quindi che anche i migranti soccorsi in mare dalle navi italiane e UE venissero riconsegnati alle autorità libiche bloccando l’accesso ai porti italiani a navi straniere, militari e delle ONG, che intendano sbarcarvi clandestini.
Non si comprende infatti perché Roma addestri e finanzi governo e Guardia costiera di Tripoli, affinché blocchino i flussi, quando sono le stesse navi italiane e UE a incentivare i traffici (e le morti in mare) continuando a trasferire i clandestini in Italia. Un’incongruenza che ridicolizza l’annunciata “svolta” di Roma sull’immigrazione illegale evidenziando un’ambiguità che sembra trovare una spiegazione solo negli interessi politici ed elettorali. l’accoglienza indiscriminata di chiunque abbia pagato criminali per giungere in Italia ha creato un profondo solco tra le forze del centro-sinistra e il loro elettorato. Un solco, confermato dall’esito delle elezioni amministrative parziali di giugno e da quelle regionali siciliane del novembre 2017.
Anche il governo Gentiloni non sembra aver voluto bloccare definitivamente (come sarebbe agevole fare con i respingimenti in mare in cooperazione con i libici) quei flussi che consentono da anni stanziamenti pubblici miliardari a favore delle lobby del soccorso e dell’accoglienza di ONG, cooperative ed enti cattolici. Organismi strettamente legati alla politica che costituiscono un bacino di voti di grande rilevanza soprattutto per il PD.
Il governo Gentiloni sembra avere quindi la doppia e antitetica esigenza di rallentare i flussi ma senza interromperli per non scontentare le diverse anime del suo elettorato. Del resto come la ragioni elettorali influiscano sulla gestione del fenomeno dell’immigrazione illegale è apparso chiaro anche nei primi giorni di novembre in cui gli sbarchi di oltre 2mila migranti illegali da navi militari italiane, tedesche, spagnole e delle ONG sono stati dirottati dai soliti porti siciliani a quelli più distanti di Salerno, Vibo Valentia, Reggio Calabria, Crotone e Taranto. Una decisone legata al concomitante voto regionale siciliano.

G.Blangiardo G.Gaiani G Valdiara
Immigrazione, la grande farsa umanitaria
pagine:    152
formato:   14 x 21
ISBN:       978-88-255-0966-3
data pubblicazione: Dicembre 2017
editore:    Aracne
Euro 13
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Preso da: https://www.analisidifesa.it/2018/10/immigrazione-la-grande-farsa-umanitaria/

“Minimizziamo i reati degli immigrati”. La ricetta “geniale” dell’Unhcr

Roma, 15 set – Dopo le dichiarazioni dell’Alto Commissario Onu Michelle Bachelet in merito alle critiche rivolte all’Italia sull’incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, Melissa Fleming, portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), a seguito delle recenti vicende verificatesi a Chemnitz, dove un ragazzo tedesco è stato ucciso per mano di due afghani, è intervenuta sulla questione migranti al fine di esortare i Paesi europei a non alimentare quel clima di sospetto che, la portavoce dell’agenzia, ritiene sia ingiustificato.


Secondo Melissa Fleming, alcuni reati commessi dagli immigrati non devono favorire atteggiamenti o comportamenti che possano addurre a discriminazioni nei confronti delle minoranze linguistiche, visto,  continua la portavoce dell’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, “gli immigrati in Europa subiscono pressioni di ogni tipo affinché facciano ritorno nei Paesi di provenienza” e i reati commessi dagli immigrati assumono rilevanza nei confronti dell’opinione pubblica, poiché i mass media contribuiscono ad alimentare il clima di odio che si è generato ponendo “eccessiva attenzione” a quei reati commessi dai migranti, poiché tali reati persuadono lo Stato e il cittadino a “criminalizzare intere comunità” che cercano di avere il riconoscimento del diritto di asilo.
Questo clima di intolleranza nei confronti dei migranti, dovrebbe spingere gli Stati ad una maggiore tutela nei  confronti di chi, spiega la Fleming, non commette reato. Inoltre, sostiene la Fleming, i governi possono porre fine, o almeno ostacolare il crescente odio verso i migranti, attraverso processi che devono giudicare il migrante reo di aver commesso il reato senza imputare al caso questioni di natura migratoria o politica, che avrebbero eco sulla condizione sociale e giuridica di coloro che hanno ottenuto l’asilo politico.
Insomma, le dichiarazioni della Fleming sembrerebbero minimizzare i reati commessi dai migranti, sulla base di una considerazione “progressista” che ritiene basso il tasso di criminalità da parte degli immigrati.
Una considerazione che non trova conferma, come riportato dal sito de Il Giornale, sui dati elaborati da una ricerca effettuata dal centro di studi La Fondazione Hume, vicina a correnti progressiste, secondo la quale al contrario rileva un tasso di criminalità più alto per i migranti rispetto al resto della popolazione. Un dato allarmante se si guarda all’Italia che avrebbe il tasso più alto di crimini commessi rispetto agli altri partner europei, pertanto, le dichiarazioni fatte prima da Michelle Bachelet e poi da Melissa Fleming non riflettono quella che è la realtà. Forse dietro a queste dichiarazioni ci sono ragioni che a noi comuni mortali non è dato sapere.

Preso da: https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/minimizziamo-i-reati-degli-immigrati-la-ricetta-geniale-dellunhcr-92905/

ORRORI ERITREI O ORRORI COLONIALISTI? (Parte prima)

4/9/2018
C’erano tutti nell’abbordaggio politico-umanitario alla motovedetta della Guardia Costiera “Diciotti”, comandata dal signor Massimo Kothmeir (nomen omen) che alle sue virtù marinare e umanitarie aggiunge la rara perizia dell’arte marziale praticata dalle forze speciali di Israele e colà appresa. Ognuno ne tragga le conclusioni che vuole, alla luce del curiosissimo fatto che ha visto una quasi totalità di giovani maschi eritrei (otto donne) tra i 170 migranti raccolti da un barcone in perfetta efficienza in acque di spettanza maltese, trasportati verso Lampedusa e infine dirottati dal governo a Catania.

Tutti, vuol dire il fior fiore dei portatori dei migliori sentimenti umani, in Italia, Europa e sul pianeta, autentici o meno (ma questi ultimi i più accaniti e vociferanti): Ong umanitarie del giro Nato-Soros, giornale e televisione unici nazionali e internazionali, destri-sinistri (vale a dire: tutti destri), il papa, preti e suore, cooperative di Comunione e Liberazione (non importa se logorate da inchieste giudiziarie), renziani, franceschiniani, martiniani, bersaniani, fratoianniani, arancioni demagistriniani, spiaggiati rifondaroli, centri sociali affumicati, poterealpopulisti… Consacrati, tutti quanti, da una magistratura che, con un guizzo da centometrista, incrimina il ministro fellone per non aver scaricato subito quella fetta di dolente umanità. Una magistratura in cui, come suol dirsi, abbiamo tutti la massima fiducia, che si tratti di quelli che hanno inchiodato i Woodcock, i De Magistris, i Robledo, i De Matteo, le Raggi e hanno sorvolato sui Renzi del Consip, o di Banca Etruria.

Dall’altra parte, reietti, solo i populisti, la maggioranza di chi vota in Italia. Convitato di pietra, ma una pietra su cui erigere l’enorme cattedrale della solidarietà, l’UE e il suo rifiuto di filarsi le richieste di ricollocazione del governo italiano, enorme assist a quelli sotto la nave col cartello “welcome”.

Reduci dall’inferno, ma tonici e in gran forma

Tutto un gigantesco can can buonista, con passerella di Boldrini e boldriniani sotto gli occhi compiaciuti di capitan Kothmeir, alla faccia degli odiatori di professione, dei rancorosi, invidiosi e, naturalmente xenofobi e razzisti, senza dimenticare il vizio capitale del sovranismo. Perché non far scendere quei disperati eritrei, dare subito l’asilo politico, consolare e premiare per essere sfuggiti a un’orrenda dittatura e a quei campi libici davanti alle cui atrocità lo stesso pontefice, poverino, ha dovuto inorridire, costituiva certamente un crimine contro l’umanità (per inciso, a qualcuno è parso di aver già visto quelle immagini di africani neri legati e appesi. Era subito dopo l’occupazione della Libia da parte delle milizie dei Fratelli Musulmani, quando i prodi liberatori di Misurata, quelli pro-Nato e curati dai MSF, si impegnarono a far fare quella fine ai cittadini di Tawergha, abitata da africani neri. 100mila tra assassinii mirati, case bruciate, quartieri rasi al suolo, sequestrati in campi della tortura (questa, sì, vera).

Di Misurata, nel mio documentario ”MALEDETTA PRIMAVERA, Arabi tra rivoluzioni, controrivoluzioni e guerre Nato”, ho potuto intervistare un miliziano pentito. Se ne ascoltate il racconto agghiacciante di uccisioni e stupri di neri e soldati e civili gheddafiani, avrete un idea di cosa i nostri media umanitari hanno favorito e poi cancellato. Poi mettetelo al confronto con i latrati sulle infamie libiche e africane di oggi e traetene una valutazione su pesi e misure dei nostri media.
visionando@virgilio.it

Ma come, tutti eritrei? E dove li hanno trovati, tutta una brigata di giovanotti e giovinetti, tutti torturati, ma senza segni, tutti sfuggiti alla micidiale polizia segreta di Isaias Afewerki? Tutti integri, solo con un po’ di scabbia, dopo traversate di deserti e mari? Che mo’ in Libia si mettono a raggruppare sui barconi per nazionalità? O c’è stato una richiesta, una commissione, un appalto, un ordine di servizio? Forse quel don Mussa Zerai, quel prete che si dice eritreo, ma che gli eritrei dicono etiope e che, col suo telefono satellitare e relativo numero diffuso in tutto il Corno, governa “la fuga” degli scampati alla dittatura, da lui insistentemente definita la più orribile del mondo e che l’immancabile “manifesto” onora ogni tanto di interi paginoni?

Non ci sono stati ma conoscono crimini e criminali

Perché per questa sfida strategica agli ostacoli agli sbarchi decretata dal governo, visto che il resto dell’Europa se ne fotte e non ha neanche suddiviso per paesi, come promesso, quelli precedentemente sbarcati a Pozzallo? Per un semplice e inconfutabile motivo: degli eritrei nessuno può sfrucugliare l’accoglienza e a tutti va garantito l’asilo politico semplicemente in virtù del paese d’origine. Impedirne lo sbarco, l’accoglienza e l’occidentalizzazione (detta “integrazione”) sarebbe un crimine ancora più grave perché mai potrebbero essere definiti clandestini o illegali. Come mai questo privilegio garantito solo anche ai siriani perché fuggono dal loro paese massacrato anziché difenderlo e ricostruirlo? Per chiarire, dopo un assist fornito dal missionario comboniano Zanotelli relativo a un paese “orripilante”, ma di cui non ha mai visto neanche un’antilope, l’Avvenire, giornale dei vescovi esprime, in sostanza, questo giudizio:

L’Eritrea è governata da una delle dittature più spietate del mondo, che nega tutti i diritti pratica esecuzioni sommarie senza processo. Nel paese è in corso una tremenda carestia e vige il divieto assoluto di ottenere visti per lasciare il paese legalmente. I cittadini sono tenuti all’oscuro di quanto accade all’estero. Internet è pressochè inesistente e solo l’1% della popolazione ha accesso alla rete, i cui contenuti sono filtrati dal governo”. Analoga analisi, tanto diffamatoria quanto arbitraria e strumentale, è fatta da “Nigrizia”, organo dei missionari comboniani, quelli di padre Zanotelli.

Vaticano, foglio “comunista”, Cia: una sola voce

Questo lo dicono i vescovi e i missionari, da sempre rompighiaccio caritatevoli della penetrazione coloniale. E, se lo dicono i vescovi e i frati, in una monarchia assoluta come lo è la Chiesa cattolica, lo dice il papa. Ebbene, il papa mente. E non solo sui chierici omo e pedo. In positivo lo affermano i quasi diecimila eritrei della diaspora in Italia, i 40mila giunti da tutta Europa che hanno manifestato all’ONU di Ginevra contro le falsità diffuse dalle sue commissioni mai state in Eritrea, le migliaia in altre parti del mondo che tutti sono schierati con il loro governo e nel loro paese tornano regolarmente. In negativo lo dimostrano quei poveri eritrei della Diciotti che, ai “mediatori culturali” e agli interessatissimi dell’UNHCR, raccontano, bene istruiti, tutti esattamente la stessa storia, ridicolmente identica fin nei dettagli, dei soprusi e abusi subiti. Traversie e maltrattamenti per i quali qui avrebbero dovuto sbarcare relitti umani, non giovani dichiarati dai medici in carne e salute. Ho una bella intervista di uno di questi “mediatori culturali” che bene illustra le manipolazioni e i ricatti ai richiedenti asilo eritrei.

Eritrei a Ginevra

Naturalmente non poteva mancare “il manifesto”, sulla stessa linea dei preti, che poi è quella del governo Usa, ma anche più virulenta; che si fa per guadagnarsi una nicchia nel salotto buono! Del resto perché stupirsi con un giornale che imbratta la sua testatina schierandosi con la Cia in Nicaragua, con i latifondisti bianchi espropriati in Zimbabwe, con tutti i russofobi del regime-ombra Usa, con il PD, Juncker, McCain “destra perbene”, Fratelli Musulmani, Soros, Hillary, Amnesty. Sapete cosa è stato capace di scrivere nei titoli, a proposito dello scontro tra Roma e Parigi, su un presidente ex-bancario, uomo di tutte le lobby, combattuto da uno schieramento sociale come non lo si vedeva dai tempi del ’68, al 32% dei consensi, sepolto dagli scandali, tra cui quello di stretti collaboratori che pestano manifestanti, dal forfait dei suoi migliori ministri, che a Calais e Ventimiglia tratta i migranti come appestati? Ecco: “Macron sfida i sovranisti e prova a formare il fronte progressista”. Progressista! Macron!

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-orrori_eritrei_o_orrori_colonialisti_parte_prima/82_25272/

Clamoroso, Le foto delle torture sui migranti in Libia sono FALSE: ecco le prove

29 agosto 2018.
Il famoso blogger ed esperto di smascheramento di bufale David Puente ha portato alla luce una verità clamorosa in merito alle tanto discusse foto e video relative alle torture che i migranti libici subirebbero in cosiddetti lager nei quali vengono rinchiusi. Oggi molti giornali, primo fra tutti l’Avvenire e Repubblica. Quest’ultimo ieri titolava: “Libia, torture ai migranti. I terribili video che il Papa ha voluto vedere: “Ecco che succede a chi è rimandato indietro”. E il giorno prima Avvenire proponeva le stesse foto con questo titolo: “Migranti. «Riportarli indietro? Pensateci bene». I filmati che il Papa ha voluto vedere“.
Oggi David Puente spiega l’origine di quelle foto: “Veniamo alla foto dove tre uomini vengono appesi per i piedi a una finestra:

Secondo Avvenire è un “Fermo immagine dal video dei lager libici”

Questa foto venne usata già in passato, come possiamo vedere nell’articolo di Europa.today.it del 26 novembre 2017. In un articolo del sito Tori.ng del 25 ottobre 2017 viene attribuita a tre delinquenti catturati e torturati prima di essere consegnati alla polizia.
Per quanto riguarda l’immagine dell’uomo legato con una corda:

Avvenire: “Fermo immagine dal video dei lager libici”

Si tratta in realtà di una foto risalente a novembre 2017. David Puente ha cercato l’autore di questa foto, ma non si trova. Nessuno sa chi l’abbia fatta.
David Puente conclude: “Bisogna stare attenti a cosa si pubblica e a cosa viene fornito alle autorità, che sia un politico o meno, perché questo potrebbe amplificare il tutto e creare un danno ben maggiore per tutti (nessuno escluso)”.
L’Avvenire ha risposto spiegando di aver sbagliato ad usare due foto effettivamente non inerenti ai video ricevuti, ma ha confermato di avere in mano video che ritraggono le torture nei lager libici e rigetta fermamente le accuse di aver prodotto una fake news. “Nel creare la didascalia delle foto abbiamo erroneamente scritto che erano frame tratti dai filmati. Invece si tratta di foto, anche queste consegnate da alcuni richiedenti asilo. Cosa di cui ovviamente ci scusiamo. Ma i filmati esistono, sono drammatici e sono stati consegnati alla magistratura inquirente. Ed è di questi che parla il nostro articolo.” scrive Avvenire.

Le due immagini pubblicate da Avvenire non sono tratte da un video sui lager in Libia

L’immagine di quell’uomo di colore a torso nudo, legato, con la faccia stravolta, ha fatto il giro del mondo, suscitando commozione e rabbia contro i lager in Libia, dove i trafficanti di esseri umani torturano le loro vittime per ricattare le famiglie. E si è commosso anche il Papa che nelle scorse settimane aveva voluto vedere i video di questi lager e, di ritorno dall’Irlanda, aveva esortato a “pensarci bene” prima di rimandare indietro i migranti.

Di quei video ha dato notizia il quotidiano cattolico ‘Avvenire’, che ha pubblicato anche due fermo immagine. Proprio queste due immagini riappaiono in un pezzo del sito Snopes che analizza sette foto postate su Facebook alla fine del 2017 in relazione al traffico di schiavi in Libia. Secondo il sito che si occupa di fact-checking, cinque delle sette foto sicuramente non riguardano il traffico di schiavi in Libia nel 2017 e di due – quelle due che si vedono anche su Avvenire – non si riesce a risalire alla fonte e quindi a dare un’indicazione certa su dove sono state scattate e quando. Il fact-checking ha scatenato una bufera mediatica sul quotidiano della Cei, accusato di aver pubblicato un falso. In un secondo articolo Avvenire ha quindi ammesso che no, quelle foto non provengono dal video mostrato al Papa e le didascalie che lo sostenevano sono state un errore. Nondimeno, sostiene il giornale cattolico, quel video esiste eccome e le due foto incriminate (che pure secondo Snopes girano da un anno) sarebbero state consegnate da dei richiedenti asilo.
Il fact-checking di Snopes
L’analisi di Snopes parte dalle foto pubblicate su Facebook il 24 novembre 2017 da un utente, Rayon Pyne, che denunciava l’indifferenza di fronte al “commercio di schiavi attualmente in corso in Libia”. Nei mesi precedenti, l’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim) aveva rivelato l’esistenza di mercati per la vendita di schiavi in Libia e Niger; una notizia successivamente confermata dalla Cnn, che aveva mostrato un filmato con le aste in cui i migranti venivano acquistati e venduti tra indicibili sofferenze e torture.
Per la foto dell’uomo di colore a petto nudo e legato, Snopes non è riuscito a individuare la fonte originale: l’immagine è apparsa nel blog italiano Social Popular News due volte tra febbraio e marzo 2017, mentre ad agosto è stata postata nel blog Milano in Movimento che l’accreditava al fotografo italiano Alessio Romenzi, ma non sono state trovate prove a conferma.
La seconda immagine mostrata dall’Avvenire è quella di tre uomini seminudi, legati ai piedi e appesi a testa in giù contro un muro. Neanche di questa il sito è riuscito a individuare con precisione l’origine. La prima apparizione risalirebbe al 25 ottobre 2017 in un sito nigeriano: citando un utente Facebook, si sostiene che gli uomini siano stati attaccati da alcuni giovani dopo aver commesso un non meglio precisato crimine.

Riguardo a una terza foto in cui si vedono uomini ammucchiati per terra, con segni addosso di violenze, il sito sottolinea che non a niente a che vedere con la Libia o il commercio di schiavi, ma è stata scattata nella Costa d’Avorio nell’aprile 2011, durante le violenti proteste seguite alle elezioni presidenziali.
Una quarta immagine, in cui si vede un giovane di colore con una pistola alla testa mentre un uomo gli punta un dito in faccia, minacciandolo, è stata scattata sì in Libia ma nel 2011 durante i combattimenti contro il Leader  Muammar Gheddafi. La foto di Goran Tomasevic, pubblicata dalla Reuters il 3 marzo 2011, mostrava dei ribelli che avevano catturato un giovane ritenuto un miliziano governativo.
Nella quinta foto, le persone assiepate su un molo non sono in attesa di essere battute all’asta in un mercato degli schiavi ma migranti al porto di Tripoli dopo essere stati recuperati dalla Guardia costiera libica mentre la loro imbarcazione cominciava ad affondare. Il fotografo che l’aveva scattata era Mahmud Turkia e venne pubblicata sia da Getty Images che dalla Afp l’11 aprile 2016.
La sesta immagine, tratta sempre della guerra civile libica, ha vinto il primo premio nella sezione ‘stories’ del World Press Photo nel 2012. Il suo autore, il fotografo francese Remi Ochlik, è morto quell’anno a Homs mentre copriva il conflitto siriano. Nell’immagine, scattata a Tripoli il 25 settembre 2011, si vede un giovane di colore che cammina tra due uomini con una pistola puntata alla testa: sono ribelli anti-Gheddafi che hanno catturato un presunto “mercenario” di colore.
L’ultima immagine mostra un gruppo di uomini seduti per terra all’interno di una stanza sovraffollata, accasciati gli uni sugli altri: la fonte non è stata individuata da Snopes, ma è stata usata ripetutamente a corredo di articoli su incidenti in prigioni in Mali, Guinea, Camerun e Togo. La prima volta che è stata usata era il 2014, quindi non puo’ riflettere il traffico di esseri umani in Libia nel 2017.
“Non c’è dubbio – conclude Snopes – che il commercio di schiavi sia un fenomeno reale e inquietante in Libia e Niger nel 2017, con migranti che vengono dal resto dell’Africa che passano attraverso il Paese nel tentativo di raggiungere l’Europa”. Tuttavia, si aggiunge, “non ci sono prove che le foto nel post virale su Facebook di Rayon Pyne dipingano il commercio di schiavi. Cinque delle sette immagini sono definitivamente non legate” a questo.

La replica di Avvenire

Investito dalle accuse di aver pubblicato un falso, Avvenire ha replicato in un secondo articolo nel quale ammette l’errore e si scusa per le didascalie errate. Le due immagini (che secondo Snopes girano da circa un anno) non sono fermo immagine ma sarebbero state consegnate dai richiedenti asilo. Quel video però, prosegue il quotidiano cattolico, esiste, e gli accusatori sono invitati a venire a vederlo.
“Nel creare la didascalia delle foto abbiamo erroneamente scritto che erano frame tratti dai filmati. Invece si tratta di foto, anche queste consegnate da alcuni richiedenti asilo. Cosa di cui ovviamente ci scusiamo. Ma i filmati esistono, sono drammatici e sono stati consegnati alla magistratura inquirente. Ed è di questi che parla il nostro articolo”, scrive Avvenire, che poi si rivolge a chi ha ritenuto che “siccome le due foto non sono riconducili con certezza alla tratta dei migranti in Libia, allora tutto è falso. I filmati (che, ripetiamo, pochissimi hanno visto) sono «falsi» e così via col solito armamentario di offese e di ironie”.
“Meglio ribadirlo: sono state sbagliate due didascalie. Purtroppo succede di sbagliare anche a chi cerca di lavorare sempre col massimo dello scrupolo e facendo tutte le verifiche. Per la cronaca: alcuni giornalisti e blogger che stanno attaccando Avvenire sono stati invitati a visionare quei filmati, per rendersi conto di persona della gravità di ciò che contengono. Sinora non se la sono sentita di venire a vederli”, prosegue Avvenire, “una procura della Repubblica ha invece richiesto e acquisito i video dei lager libici mostrati al Papa e di cui Francesco aveva parlato in aereo durante il viaggio di ritorno da Dublino, a seguito dell’Incontro mondiale delle famiglie. «Ho visto un filmato in cui si vede cosa succede a coloro che sono mandati indietro. Sono ripresi i trafficanti, le torture più sofisticate. Prima di rimandarli in Libia bisogna pensarci bene». I reportage del nostro giornale del 2017 e del 2018 sui centri in Libia sono stati invece acquisiti dalla Corte Internazionale di giustizia dell’Aja”.

Fonte: AGI

Preso da: https://www.cagliaripad.it/332169/le-due-immagini-pubblicate-da-avvenire-non-sono-tratte-da-un-video-sui-lager-in-libia

Libia. Ma quali foto hanno mostrato al Pontefice?

29/8/2018

“Prima di mostrarli al Pontefice, i video sono stati (da noi) verificati”. Peccato che i redattori  de L’Avvenire,  prima di presentare come “autentici” i video (e/o i fotogrammi di questi)  a Papa Bergoglio non si siano degnati neanche di dare una occhiata a qualche sito italiano (ad esempio il blasonato Butac, che riprende una inchiesta del sito Snopes, corredata da un interessante video) che attesta come, ad esempio, la raccapricciante foto mostrata da L’Avvenire come (“Fermo immagine dal video dei lager libici”) e  sbandierata anche da Repubblica (foto n. 3), non rappresenti affatto “migranti torturati nei lager della Libiabensì tre presunti criminali catturati in Nigeria nel 2017 dalla folla prima di essere consegnati alla polizia. Del resto, non è questa l’unica immagine fake che dovrebbe documentare le torture a richiedenti asilo imprigionati in Libia. Ad esempio, quella, famosissima, dei segni delle frustate sulla schiena è stata creata da un intraprendente nigeriano, esperto in Makeup – tale Hakeem Onilogbo – che crediamo abbia fatto una fortuna vendendo foto raccapriccianti ai media occidentali. Media che si direbbero prendano per buona qualsiasi “documentazione dalla Libia”; come, ad esempio una fustigazione ripresa chissà dove e che viene presentata dalla RAI come “video girato con smartphone di profughi frustati e picchiati in lager libici” o addirittura il farlocchissimo video diffuso dalla CNN nel quale due tizi sorridenti (presunti “richiedenti asilo in Libia”) vengono venduti come “schiavi” da un tizio provvidenzialmente celato da un muro.

Ma tutto questo significa forse che i richiedenti asilo che si trovano in Libia non sono sottoposti a vessazioni, detenzioni arbitrarie, violenze? Assolutamente no. La loro condizione è drammatica, sopratutto quando chi viene incaricato di “provvedere ad essi” sono bande di criminali. Ad esempio, le sanguinarie “milizie di Misurata” alle quali, nel 2017 – verosimilmente per non turbare l’esito delle elezioni politiche dell’anno successivo – il ministro Minniti tentò di affidare (pare, in cambio di cinque milioni di dollari) il compito di non far sbarcare più richiedenti asilo in Italia. Oggi, le cose sono cambiate. In meglio, nonostante impazzi una campagna mediatica senza precedenti che accusa la Guardia costiera libica di riportare i migranti in “campi di tortura”. E chiunque si permette di mettere in dubbio questa vulgata finisce, ovviamente, per essere etichettato come “razzista” o, addirittura, “al soldo di Salvini”.

Intanto, una precisazione. Con la distruzione dello stato libico (nel quale, fino al 2011 lavoravano ben 1.800.000 migranti) moltissimi dipendenti pubblici, per sopravvivere, sono stati costretti a vendersi a qualche fazione o banda sponsorizzata dai padroni di turno. È stato questo anche il destino della Guardia costiera libica che, fino al 2017, si identificava con la cosiddetta Al-Bija, (dal nome del suo comandante). Nell’estate 2017 – con l’accordo tra Gentiloni e il “nostro” presidente libico Fayez al-Serraj – le cose cambiano. Viene estromessa la banda di Al-Bija e istituita una zona SAR (ricerca e salvataggio) di competenza della rinata Guardia costiera libica la quale, addestrata da personale della nostra Guardia costiera, riceve dall’Italia e dall’Unione Europea natanti e strumenti per potere operare. A questa situazione si accompagna un netto miglioramento dei centri dove venivano e vengono trattenuti i richiedenti asilo riportati in Libia dalla Guardia costiera. Centri che attualmente sono gestiti dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e , nonostante un patetico appello, con l’ausilio di ONG italiane vincitrici di una gara di appalto bandita dal Ministero dell’Interno. Nonostante l’indubbio miglioramento della situazione garantito da questi accordi, alla fine del 2017 parte una colossale campagna di demonizzazione della Guardia costiera libica basata su un dossier della sorosiana Open Migration che – sia detto en passant – mai aveva speso una parola contro la Milizia di Zawiya (forse perchè, come attestato da numerose inchieste, era quella che “riforniva” di richiedenti asilo le navi delle ONG dirette in Italia). Campagna che ora tocca l’apice (speriamo) con la presentazione delle fotografie al Papa.

Si rallegra, a tal riguardo L’Avvenire: “Prima di rimandarli indietro ci si deve pensare bene” ha affermato il Papa, proprio mentre in Italia la polemica sull’accoglienza ai migranti si fa sempre di più nodo dolente della politica. E se i racconti di chi sopravvive a tanta brutalità non bastano più, a parlare per loro ora ci sono le immagini. Bisogna avere stomaco per guardarle fino in fondo: il Papa, sempre vicino ai sofferenti, non ha esistato. Ha visto le prove: e sa di cosa parla.”

Ma, al di là delle macchinazioni de L’Avvenire – lo ripetiamo ancora una volta – la situazione dei richiedenti asilo in Libia (sia quelli riportati a terra dalla Guardia costiera sia quelli lì arrivati sperando di poter raggiungere l’Europa) resta drammatica; anche perché la Libia è costellata da “prigioni private” dove i trafficanti rinchiudono migranti per poi, tramite video-smartphone  chiedere soldi ai loro parenti. Una situazione determinata, principalmente dalla dissoluzione di uno Stato e, quindi, dalla guerra del 2011 (salutata come “umanitaria” da tanti allocchi della “sinistra antagonista” italiana).

Che fare per lenire questa situazione? “Aprire i porti italiani”, come viene incessantemente chiesto (certamente in buona fede) da tanti della “sinistra antagonista”? Di certo, garantire a chiunque mette piede in Libia di essere accolto in Italia e, quindi, in Europa farebbe crescere esponenzialmente l’afflusso di disperati in Libia con le conseguenze che è facile immaginare. E allora cosa concretamente fare? Ci auguriamo che la questione diventi, finalmente, argomento di dibattito e discussione per i tanti che oggi si limitano a salmodiare accuse di “razzismo”.

P.S. Dopo che il giornale Avvenire, aveva annunciato sul suo sito la disponibilità a far visionare – da giornalisti o blogger – i video di torture, ho contattato la redazione del giornale che mi ha dato il recapito telefonico di Nello Scavo, autore dell’articolo di cui sopra, il quale mi ha specificato che i video di torture NON SONO STATI RIPRESI all’interno di centri di detenzione gestiti dalla Guardia costiera o da altre strutture governative libiche.

Francesco Santoianni

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-libia_ma_quali_foto_hanno_mostrato_al_pontefice/6119_25219/

LE RAGAZZE RAPITE IN NIGERIA, L’ASSASSINIO DI GHEDDAFI, BIN LADEN E I BARCONI DEI MIGRANTI

Aggiornato
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Qualcuno forse si chiederà cosa lega tra loro gli argomenti apparentemente disparati citati nel titolo. Da parte nostra ci ripromettiamo di mostrare come la distruzione dello stato libico guidato per 42 anni da Gheddafi, programmata da tempo dall’Occidente e dalle monarchie arabe reazionarie, abbia creato un’area di instabilità che coinvolge tutta l’Africa occidentale e sub-sahariana: una situazione che fornisce agli stati imperialisti ed ex-coloniali (come USA e Francia) continue occasioni di intervento e ingerenza in Africa.

La rivoluzione del 1969, condotta da un gruppo di giovani ufficiali nazionalisti e laici guidato da Gheddafi sul modello del nazionalismo arabo di Nasser, aveva permesso alla Libia un lungo periodo di crescita economica e stabilità. Tutti gli accordi con le multinazionali del petrolio erano stati ricontrattati permettendo allo stato libico di incassare ingenti somme ed effettuare preziosi investimenti. Erano state valorizzate le grandi risorse d’acqua sotterranee presenti sotto il deserto del Sahara, permettendo alla Libia di raggiungere l’autonomia alimentare. Il reddito pro-capite della popolazione era diventato il più alto dell’Africa. Era stata anzi varata una Banca Africana che avrebbe permesso a molti stati africani di sfuggire ai ricatti del FMI e delle grandi banche occidentali. Nella sua visione di liberazione panafricana  Gheddafi aveva finanziato molti movimenti di liberazione, ed in particolare l’ANC di Nelson Mandela, protagonista della lotta contro l’Apartheid in Sud-Africa.

L’ostilità occidentale contro le politiche di Gheddafi si era esplicata già in precedenti bombardamenti aerei statunitensi (in uno di questi fu uccisa una figlia di Gheddafi) e sanzioni imposte al paese accusato (senza prove evidenti) di aver causato la caduta di un aereo di linea a Lockerbie. Molti ignorano che anche Bin Laden (già agente statunitense e dell’Arabia Saudita nella lotta contro i Comunisti e i Sovietici in Afghanistan) era stato inviato anche in Libia per organizzare un complotto contro il governo laico-nazionalista di Gheddafi. La congiura, appoggiata dall’esterno dai servizi segreti britannici, era basata su clan tribali e gruppi confessionali di fanatici islamici, forti soprattutto in Cirenaica, dove la setta dei Senussi aveva sostenuto il vecchio re Idriss, fantoccio dei colonialisti inglesi defenestrato dalla rivoluzione.
Costretto alla fuga Bin Laden dopo che il suo progetto era stato smascherato, il piano di destabilizzazione è andato comunque avanti e si è finalmente attuato nel 2011 grazie anche all’intervento militare diretto della NATO e del Qatar, protettore e finanziatore di gruppi estremisti islamici in Libia, così come in Siria e in altri paesi.
Oggi notoriamente la Libia è nel caos più completo. Non esiste un governo degno di questo nome. Le bande armate di fanatici controllano singole città o quartieri, o singole installazioni petrolifere, tentando persino di vendere petrolio per proprio conto. Ben nota è la vicenda della petroliera battente una falsa bandiera nordcoreana, che, dopo aver acquistato petrolio in Cirenaica, è stata poi abbordata in alto mare dalla marina statunitense. Bande di assassini razzisti, come i famigerati miliziani di Misurata, già noti per la pulizia etnica effettuata ai danni dei cittadini di pelle troppo scura di Tawerga, fanno continuamente irruzione a Tripoli, e nello stesso Parlamento libico, completamente esautorato.
Le conseguenza sui paesi limitrofi sono state devastanti perché la Libia, che era una volta un paese organizzato e laico che bloccava il passaggio delle milizie islamiche ed il traffico delle armi, oggi, al contrario, si è trasformata in un crocevia da cui transitano le bande armate ed i rifornimenti per i vari movimenti terroristi.
La prima vittima è stata il Mali, paese sahariano e sub-sahariano posto a sud dell’Algeria, dove l’attacco delle bande armate di fanatici, sovrappostesi alle antiche rivendicazioni autonomiste dei nomadi Tuareg, hanno portato il caos e permesso alla Francia di intervenire militarmente rimettendo piede nella ex-colonia ricca di minerali. Ma situazioni simili si stanno verificando in altri paesi come la Repubblica Centro-africana. Anche qui i conflitti tribali e confessionali tra islamici e cristiani hanno dato modo alla Francia di intervenire (per non parlare della Costa d’Avorio dove un colpo di stato sostenuto dalla truppe francesi ha posto al potere un fantoccio della Francia).
Il clamoroso caso delle ragazze rapite nella Nigeria settentrionale, essenzialmente colpevoli di essere troppo istruite, oltre che cristiane, si iscrive in questo quadro. L’azione dei terroristi islamici di Boko Haram ha permesso a squadre militari di “esperti” statunitensi ed inglesi di ingerirsi negli affari interni nigeriani, mentre l’agitazione si estende in tutta l’Africa sub-sahariana.
Un altro elemento destabilizzante è stato indubbiamente anche il progressivo collasso, in gran parte operato dall’esterno, di un altro grande paese considerato “stato-canaglia”come il Sudan. La parte meridionale di questo stato, resasi indipendente con l’aiuto occidentale, è preda di conflitti tribali sanguinosi, mentre altre agitazioni coinvolgono il Darfur, vasta zona occidentale ai confini con il Ciad, paese anch’esso coinvolto, così come il Niger. Anche la fuga dalla Libia di oltre un milione di lavoratori egiziani ha contribuito ai disordini ed alla crisi economica che perdura in Egitto.
Le conseguenze di queste destabilizzazioni programmate si avvertono anche attraverso un fenomeno che ci riguarda molto da vicino, quello di masse di esuli che tentano di raggiungere le nostre coste partendo da paesi devastati e dilaniati da crisi e conflitti. I barconi che affondano nel Mediterraneo coinvolgendo nel disastro profughi africani, o anche provenienti dalla Siria (altro paese destabilizzato da ingerenze esterne statunitensi, europee, turche, e dell’Arabia Saudita e del Qatar), sono fatti che testimoniano anche del nostro diretto coinvolgimento in queste tragedie.
E’ evidente che solo un (per ora improbabile) cambio di politica da parte dell’Europa (non più ingerenze militari finto-“umanitarie”, ma una reale politica di rispetto e buon vicinato) può cominciare ad invertire queste tendenze disastrose per l’Africa, per i paesi del Vicino Oriente, ma domani anche per l’Europa stessa.

Vincenzo Brandi
Preso da: http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=2454