LONDON SCHOOL OF ECONOMICS: ”TRA DIECI ANNI, L’ITALIA NON ESISTERA’ PIU’, TOTALMENTE DISTRUTTA DALL’EURO E DALLA UE”

31 luglio 2015

“Gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in soli vent’anni in una condizione di desertificazione economica, di incapacità di gestione demografica, di rampante terzomondializzazione, di caduta verticale della produzione culturale e di un completo caos politico istituzionale. Lo scenario di un serio crollo delle finanze dello Stato italiano sta crescendo, con i ricavi dalla tassazione diretta diminuiti del 7% in luglio, un rapporto deficit/Pil maggiore del 3% e un debito pubblico ben al di sopra del 130%. E peggiorerà”.

Così Roberto Orsi, professore italiano emigrato a Londra per lavorare presso la London School of Economics, prevede il prossimo futuro del Belpaese.

Il termometro più indicativo della crisi italiana, secondo Orsi, è lo smantellamento del sistema manufatturiero, vera peculiarità del made in Italy a tutti i livelli: “Il 15% del settore manifatturiero in Italia, prima della crisi il più grande in Europa dopo la Germania, è stato distrutto e circa 32.000 aziende sono scomparse. Questo dato da solo dimostra l’immensa quantità di danni irreparabili che il Paese subisce. Questa situazione ha le sue radici nella cultura politica enormemente degradata dell’élite del Paese, che, negli ultimi decenni, ha negoziato e firmato numerosi accordi e trattati internazionali, senza mai considerare il reale interesse economico del Paese e senza alcuna pianificazione significativa del futuro della nazione”.

“L’Italia – prosegue lo studioso della prestigiosa London School of Economics – non avrebbe potuto affrontare l’ultima ondata di globalizzazione in condizioni peggiori. La leadership del Paese non ha mai riconosciuto che l’apertura indiscriminata di prodotti industriali a basso costo dell’Asia avrebbe distrutto industrie una volta leader in Italia negli stessi settori. Ha firmato i trattati sull’Euro promettendo ai partner europei riforme mai attuate, ma impegnandosi in politiche di austerità. Ha firmato il regolamento di Dublino sui confini dell’UE sapendo perfettamente che l’Italia non è neanche lontanamente in grado (come dimostra il continuo afflusso di immigrati clandestini a Lampedusa e gli inevitabili incidenti mortali) di pattugliare e proteggere i suoi confini. Di conseguenza, l’Italia si è rinchiusa in una rete di strutture giuridiche che rendono la scomparsa completa della nazione un fatto certo”.

Quando si tratta di individuare le responsabilità, Orsi non ha dubbi nel puntare il dito contro la politica: “L’Italia è entrata in un periodo di anomalia costituzionale. Perché i politici di partito hanno portato il Paese ad un quasi collasso nel 2011, un evento che avrebbe avuto gravi conseguenze a livello globale.

Il Paese è stato essenzialmente governato da tecnocrati provenienti dall’ufficio dell’ex Presidente Repubblica, i burocrati di diversi ministeri chiave e la Banca d’Italia. Il loro compito è quello di garantire la stabilità in Italia nei confronti dell’UE e dei mercati finanziari a qualsiasi costo. Questo è stato finora raggiunto emarginando sia i partiti politici sia il Parlamento a livelli senza precedenti, e con un interventismo onnipresente e costituzionalmente discutibile del Presidente della Repubblica , che ha esteso i suoi poteri ben oltre i confini dell’ordine repubblicano”.

“L’interventismo dell’ex Presidente << Napolitano, perchè non fare i nomi ? >> è stato particolarmente evidente – prosegue il professor Orsi – nella creazione del governo Monti e dei due successivi esecutivi, che sono entrambi espressione diretta del Quirinale. L’illusione ormai diffusa, che molti italiani coltivano, è credere che il Presidente, la Banca d’Italia e la burocrazia sappiano come salvare il Paese. Saranno amaramente delusi. L’attuale leadership non ha la capacità, e forse neppure l’intenzione, di salvare il Paese dalla rovina. Sarebbe facile sostenere che solo Monti ha aggravato la già grave recessione. Chi lo ha sostituito ha seguito esattamente lo stesso percorso: tutto deve essere sacrificato in nome della stabilità. I tecnocrati condividono le stesse origini culturali dei partiti politici e, in simbiosi con loro, sono riusciti ad elevarsi alle loro posizioni attuali: è quindi inutile pensare che otterranno risultati migliori, dal momento che non sono neppure in grado di avere una visione a lungo termine per il Paese. Sono in realtà i garanti della scomparsa dell’Italia”.

Micidiale.

Fonte: http://www.quifinanza.it – che ringraziamo.

Tratto da Il Nord

Nota: Questa volta non sono i “complottisti” a fare queste fosche previsioni ma gli esperti dei centri studi economici di Londra.

Preso da: http://www.controinformazione.info/london-school-of-economics-tra-dieci-anni-litalia-non-esistera-piu-totalmente-distrutta-dalleuro-e-dalla-ue/

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La Libia e le guerre occidentali

Il rapimento dei quattro italiani ha improvvisamente fatto scoprire a larga parte del Belpaese l’attuale situazione libica. Media, politici, esperti di non si sa bene cosa ma ospiti fissi dei talkshow, tutti a pontificare e giudicare. Dimenticandosi che la coscienza occidentale è tutt’altro che innocente. Le armi sono arrivate da Italia e altri paesi e la destabilizzazione, per esempio, son state portate da paesi europei …

24 luglio 2015
di Alessio Di Florio

Il principe Harry fu protagonista, poco più di otto anni fa, di un caso politico che fu al centro delle cronache britanniche per settimane. Il rampollo della casa reale inglese aveva deciso di voler andare a combattere in Iraq, ma la regale nonna e gli altissimi vertici militari si opposero decisamente. Dopo settimane e settimane di fiumi d’inchiostro dedicati (in Iraq erano quotidianità, così come ancora oggi ma ormai non “fa notizia”, attentati, bombardamenti, centinaia se non migliaia e migliaia di morti ma l’inchiostro non era attirato particolarmente…) fu trovato una sorta di reale compromesso: lo “scalpitante eroe” fu inviato in Afghanistan dove però non ebbe la possibilità di essere “parte attiva” nei combattimenti. Ricordate la retorica sulla civiltà minacciata, sulla Patria bella da difendere, sui nostri ragazzi che andavano a combattere “per tutti noi” e tutte quelle belle parole. Decine di migliaia di soldati vennero mandati al fronte, migliaia morirono per la Patria e le “missioni di Pace”. Erano vite che furono sacrificate, e mai lor signori dissero che sarebbe stato meglio fossero rimasti a casa piuttosto che andare a morire in Iraq o Afghanistan. Per il figlio della real casa invece si fece di tutto perché non partisse …

È un piccolo episodio (infinitamente minore rispetto a tantissimi altri) ma che svelò, se ce ne fosse ancora bisogno quanto alla vuota retorica sulla Patria, sul militarismo bello e glorioso, su democrazie, libertà e giustizie da esportare sulla punta delle baionette, in realtà non hanno mai creduto fino in fondo, sapendo benissimo di aver creato un mostro sporco e cruento, orrendo e disumano. Ma, come scrisse Ernest Hemingway, le guerre sono “provocate e iniziate da precise rivalità economiche” per il profitto di alcuni e quindi il mostro viene periodicamente alimentato.

La Libia non è da meno. In questi anni i pacifisti, gli antimilitaristi e gli antimperialisti hanno ben denunciato e documentato gli interessi economici e geopolitici che hanno portato a bombardarla Francia, Usa e altri Stati. Italia compresa, nonostante la “vicinanza” di Berlusconi a Gheddafi e i vari trattati degli anni precedenti. Trattati che hanno avuto conseguenze drammatiche, brutali e disumane anche su migliaia e migliaia di migranti. Ma se le Borse e le lobby sono ben ascoltate dal Palazzo, analogo trattamento sicuramente non viene riservato agli ultimi e agli impoveriti. Nel 2011 precisi interessi portarono a cambiare posizione su Gheddafi, riguardiamo oggi “Come un uomo sulla terra”. Tutto quello non esisteva per i Potenti e le loro corti…

Su PeaceLink abbiamo ampiamente criticato la gravità dell’appoggio di Berlusconi, Napolitano e Pd ai bombardamenti in Libia, nuovo gravissimo strappo all’articolo 11 della Costituzione italiana e al diritto internazionale, e denunciatone l’infinita scelleratezza e follia. Erano settimane con una dinamica non molto diversa da oggi: l’Italia scoprì che in Afghanistan si moriva ancora, che la guerra stava massacrando migliaia e migliaia di persone e che le roboanti promesse di democrazia e civiltà di Bush e della pomposa comunità internazionale erano state cancellate dai fatti. Lo scoprì solo con la morte di un soldato italiano. Oggi televisioni, giornali, politici, sapientoni e sapientini che ogni giorno pullulano su schermi, quotidiani, settimanali, mensili et similia hanno scoperto che la Libia è un paese totalmente destabilizzato (come accadde alla Somalia nel 1994…) dopo il rapimento dei quattro lavoratori italiani, che si muore e si viene uccisi, che le brutalità della guerra non sono mai cessate e la Pace è un miraggio sempre più lontano. Sono passati quattro anni e la Libia ha fatto capolino solo quando ci si è voluti “lamentare” del mancato stop alle partenze dei migranti verso l’Italia e l’Europa (nostalgici dei tempi andati denunciati da “Come un uomo sulla terra”?!). Ma ben poco in Occidente i “Potenti” della Terra possono lamentarsi. Quattro anni fa hanno voluto piegare ancora una volta il diritto e i trattati internazionali a ben altro che il “bene comune”, hanno sostenuto e armato (compresa l’Italia, che quasi certamente ha inviato armi sequestrate a trafficanti d’armi, detenute per anni nelle “riservette” della Maddalena e che una sentenza del Tribunale di Torino del 2006, mai applicata, imponeva venissero distrutte) i cosiddetti “insorti di Bengasi” senza porsi nessuna domanda su fondamentalismo islamico, tagliagole, bande armate, brutali criminali o altro.

Il meccanismo è sempre lo stesso, che sia l’Isis, la Libia, i migranti in fuga da schiavismo, guerre, sfruttamento, miseria, fame le cui responsabilità conducono dritti dritti ai centri del potere economico, finanziario, militare e politico mondiale con sede nel ricco, opulento e “civile” Occidente. E poi voler apparire come le “vittime” e i “buoni samaritani” che vogliono risolvere i problemi dell’umanità e portare il bene in ogni angolo della Terra. Ma, come già scritto sopra, è solo propaganda e retorica. La Libia di oggi (così come l’Afghanista, l’Iraq e prima ancora la Somalia) racconta l’arroganza, l’ipocrisia, la stupida e cieca violenza di un Occidente che si definisce civile e democratico e pretendere di insegnare agli altri popoli il progresso e la libertà. Nessun’altra specie animale ha ideato qualcosa anche solo lontanamente paragonabile alla guerra. È falso e ipocrita invocare il progresso, la civiltà, lo sviluppo, la democrazia, la libertà se realmente si pensa ancora che sia utile massacrare, uccidere, spargere sangue. L’unica verità della guerra è che uccide, la guerra è morte, dalla guerra nasce solo altra guerra. Oltre al fiorire di secondi, terzi e quarti fini economici, geo-politici, di dominio e di possesso.

Pubblicato anche su peacelink.it
preso da: http://comune-info.net/2015/07/libia-linfinita-scelleratezza-delle-guerre-occidentali/#

La copertura mediatica della crisi dei migranti in Europa ignora la causa del fenomeno: la NATO

La portata della crisi migratoria che Europa sta affrontando oggi non può essere sottovalutata. E’ veramente senza precedenti. Deve essere chiaro però che il numero di migranti che i paesi europei hanno accolto o si sono impegnati a ad accogliere è irrisorio rispetto ai numeri che sono ospitati in altri paesi del Medio Oriente. Il Libano, per esempio, ospita 1,1 milioni di rifugiati siriani. La Giordania ospita più di 600.000 rifugiati. L’Iraq ospita quasi 250mila. La Turchia ospita 1,6 milioni.

Ciò che è abitualmente sottovalutato, però – e di fatto quasi completamente ignorato dai media tradizionali – sono le vere radici della crisi, si legge su Russia Insider.

Il dibattito intorno alla migrazione nell’UE si sta sviluppando quasi interamente senza riferimento alle cause del recente afflusso di migranti dal Nord Africa e dal Medio Oriente. L’elefante nella stanza è la NATO e nessuno vuole davvero parlarne.

Il modus operandi della NATO è chiaro. Il modello, ripetuto più e più volte, comporta la completa destabilizzazione di una regione, che sarà rapidamente seguita con un’altra ‘soluzione’ NATO al problema.

Discutere della crisi dei migranti in Europa senza riconoscere il contesto in cui è nata è inutile. Sarebbe come chiedere agli americani di discutere la brutalità della polizia senza parlare di razza. Le due cose sono inevitabilmente interconnesse e qualsiasi “soluzione” proveniente da un dibattito incompleto alla fine fallirà.

Una soluzione più semplice, ovviamente, sarebbe che la NATO ponesse fine alla sua campagna di destabilizzazione in Medio Oriente e Nord Africa, ma questo richiederebbe l’accettazione e il riconoscimento di alcune verità molto dure.

In un articolo di Telesur – tradotto da Vocidallestero – che vi avevamo proposto lo scorso aprile si ricordava quello che spesso viene taciuto riguardo alle tragedie dei migranti nel Mediterraneo, ossia che i migranti che si imbarcano verso l’Europa “fuggendo da guerre e miseria” fuggono da guerre e da miseria che sono state causate in primo luogo dall’Occidente stesso, Europa inclusa.

“In Libia, Siria, Somalia ed Eritrea, l’Europa e in generale il mondo occidentale si è trovato davanti per decenni a una semplice scelta: sostenere la pace oppure incoraggiare il conflitto. In tutti e quattro i casi, il mondo occidentale è stato inequivocabilmente dalla parte della guerra, della sofferenza e della violazione dei più basilari diritti umani. Ora che questi paesi sono stati saccheggiati a sufficienza, l’UE lascia che i rifugiati prodotti dai tanti conflitti sostenuti dall’Occidente muoiano annegati in mare.

I politici possono dare la colpa agli scafisti, e possono parlare finché vogliono della “fortezza Europa”. Ma alla fine il solo modo che l’Occidente ha per fermare le navi dei migranti è di smetterla di sostenere la guerra e l’oppressione. Potrebbero iniziare col trattare con umanità i rifugiati che attraversano il Mediterraneo, invece che con quel disprezzo che l’Europa ha dimostrato verso l’Africa e il Medio Oriente per tutto il secolo passato”.

Per la traduzione completa dell’articolo di Telesur si ringrazia e si rimanda a Vocidallestero.it

Preso da: http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=11&pg=12082

Gheddafi lo aveva predetto:”Se vado via io Libia ai terroristi e Mediterraneo in caos”.

16 febbraio 2015

gheddafi libia profezie

Gheddafi lo aveva predetto:”Se vado via io Libia ai terroristi e Mediterraneo in caos”.Ecco di seguito la sua intervista UFFICIALE al Corriere Della Sera del 7/03/2011 ,la quale vi farà capire tante cose…

Cosa succede?

«Tutti hanno sentito parlare di Al Qaeda nel Maghreb islamico. In Libia c’erano cellule dormienti. Quando è esplosa la confusione in Tunisia e in Egitto, si è voluto approfittare della situazione e Al Qaeda ha dato istruzioni alle cellule dormienti affinché tornassero a galla. I membri di queste cellule hanno attaccato caserme e commissariati per prendere le armi. E’ successo a Bengasi e a Al-Baida, dove si è sparato. Vi sono stati morti da una parte e dall’altra. Hanno preso le armi, terrorizzando la gente di Bengasi che oggi non può uscir di casa e ha paura».
Da dove vengono queste cellule di Al Qaeda?

«I leader vengono dall’Iraq (ISIS), dall’Afghanistan o anche dall’Algeria. E dal carcere di Guantanamo sono stati rilasciati alcuni prigionieri».
Come possono convincere i giovani di Bengasi a seguirli?

«I giovani non conoscevano Al Qaeda. Ma i membri delle cellule forniscono loro pastiglie allucinogene, vengono ogni giorno a parlare con loro fornendo anche denaro. Oggi i giovani hanno preso gusto a quelle pastiglie e pensano che i mitra siano una sorta di fuoco d’artificio».
Pensa che tutto questo sia pianificato?

«Sì, molto. Purtroppo, gli eventi sono stati presentati all’estero in modo molto diverso. E’ stato detto che si sparava su manifestanti tranquilli… ma la gente di Al Qaeda non organizza manifestazioni! Non ci sono state manifestazioni in Libia! E nessuno ha sparato sui manifestanti! Ciò non ha niente a che vedere con quanto è successo in Tunisia o in Egitto! Qui, gli unici manifestanti sono quelli che sostengono la Jamahiriya».
Quando ha visto cadere, in poche settimane, i regimi di Tunisia e Egitto, non si è preoccupato?

«No, perché? La nostra situazione è molto diversa. Qui il potere è in mano al popolo. Io non ho potere, al contrario di Ben Ali o Mubarak. Sono solo un referente per il popolo. Oggi noi fronteggiamo Al Qaeda, siamo i soli a farlo, e nessuno vuole aiutarci».
Quali opzioni le si offrono?

«Le autorità militari mi dicono che è possibile accerchiare i gruppuscoli per lasciare che si dileguino e per portarli pian piano allo sfinimento. Questa è gente che sgozza le persone. Che ha tirato fuori i prigionieri dalle carceri, distribuendo loro le armi, perché andassero a saccheggiare le case, a violentare le donne, ad attaccare le famiglie. Gli abitanti di Bengasi hanno cominciato a telefonare per chiederci di bombardare quella gente».
Le inchieste delle organizzazioni umanitarie parlano di 6.000 morti. Contesta questa cifra?

(Risata). «Le porto un esempio. C’è un villaggio abitato da meno di mille persone, compreso il segretario del comitato popolare. E’ stato detto che lui era in fuga verso l’estero. Invece, era qui, con me, sotto la mia tenda! E’ stato detto che c’erano stati 3.000 morti in questo villaggio che ne conta 1.000, e resta un luogo tranquillo, dove la gente non guarda nemmeno la tv».
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha preso una risoluzione contro la Libia…

«Non è competente per gli affari interni di un Paese. Se vuole immischiarsi, che invii una commissione d’inchiesta. Io sono favorevole».
Dal 1969 lei ha conosciuto 8 presidenti americani. L’ultimo, Barack Obama, dice che lei deve «andarsene» e lasciare il Paese…

«Che io lasci cosa? Dove vuole che vada?».
Cosa si aspetta oggi?

«Che Paesi come la Francia si mettano al più presto a capo della commissione d’inchiesta, che blocchino la risoluzione dell’Onu al Consiglio di sicurezza e che facciano interrompere gli interventi esterni nella regione di Bengasi».
Quali interventi?

«So che esistono contatti semi-ufficiali, dei britannici o di altri europei, con personaggi di Bengasi. Abbiamo bloccato un elicottero olandese atterrato in Libia senza autorizzazione».
I piloti sono vostri prigionieri?

«Sì, ed è normale».
A sentir lei, tutto va bene».

«Il regime qui in Libia va bene. E’ stabile. Cerco di farmi capire: se si minaccia, se si cerca di destabilizzare, si arriverà alla confusione, a Bin Laden, a gruppuscoli armati. Migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia. Bin Laden verrà ad installarsi nel Nord Africa e lascerà il mullah Omar in Afghanistan e in Pakistan. Avrete Bin Laden alle porte». (nel 2001 la minaccia era Bin Laden,quindi Al Qaeda che oggi si è unita all’ ISIS)
Lei agita lo spettro della minaccia islamica…

«Ma è la realtà! In Tunisia e in Egitto c’è il vuoto politico. Gli estremisti islamici già possono passare di lì. Ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo. La Sesta Flotta americana sarà attaccata, si compiranno atti di pirateria qui, a 50 chilometri dalle vostre frontiere. Si tornerà ai tempi di Barbarossa, dei pirati, degli Ottomani che imponevano riscatti sulle navi.(*) Sarà una crisi mondiale, una catastrofe che dal Pakistan si estenderà fino al Nord Africa. Non lo consentirò!».

Come volevasi dimostrare: caduto Gheddafi la Libia è caduta nel caos, e oggi i terroristi dell’ISIS sono arrivati sino alle coste occidentali della regione.

E giusto per farvi capire quanto profetiche sono le parole di Gheddafi riportiamo una notizia di qualche giorno fa:
Degli uomini armati su un barchino hanno minacciato una motovedetta della Guardia Costiera italiana che stava soccorrendo un’imbarcazione con migranti a bordo, a circa 50 miglia da Tripoli. Gli uomini armati hanno intimato agli italiani di lasciare loro l’imbarcazione dopo il trasbordo dei migranti. E così è avvenuto. Il personale della Guardia Costiera a bordo delle motovedette che fanno operazioni di ricerca e soccorso migranti nel canale di Sicilia non è armato.

Gli ultimi italiani rimpatriati da Tripoli hanno dichiarato che a Tripoli l’ISIS c’è già da tempo. Ora fate uno più uno per capire chi fossero gli “uomini armati sul barchino”.

 L’ennesima politica disastrosa di un occidente imperialista ed assassino.

Da Mare Nostrum all’Unhcr Tutti i soldi buttati in Libia

L’Onu spende 19 milioni per i rifugiati ma non ferma i barconi

Molte parole, tanti fallimenti, troppi morti ma anche un sacco milioni di euro impiegati. L’emergenza immigrazione è dramma umano, tensione politica e sociale, inutili vertici europei, fantomatici piani B e invocazione continua della «comunità internazionale». Come se questa non fosse già presente, come se non avesse in mano i mezzi economici necessari per fare la sua parte sulle coste del Nord Africa utilizzando budget di tutto rispetto. E come se negli ultimi due anni non avesse già utilizzato centinaia di milioni di euro per operazioni che non hanno mai raggiunto il loro obiettivo. Sulla carta esistono almeno 12 missioni Onu che operano nel settore umanitario. Una di queste è coordinata sulle coste della Libia dall’Unhcr, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa della gestione dei rifugiati. Inutilmente. Eppure il budget dell’organizzazione per il 2015 rimane a livelli molto alti. I dati ufficiali riferiti al Nord Africa parlano di 180 milioni di dollari, 85 dei quali destinati al fronte “caldo” egiziano, dove si trova l’ufficio regionale dell’agenzia. Ci sono poi 33 milioni per l’Algeria, quasi 24 per la Mauritiana e “solo” 19.663.147 di dollari per la Libia. Di questi, poco più di 18 sono destinati al programma di aiuto ai rifugiati. Per far cosa rimane un mistero. Ma di soldi a disposizione ce ne sono stati e ce ne sono molti anche per l’operazione italiana Mare Nostrum e quella Triton targata Frontex (Agenzia europea per la protezione delle frontiere). Quelli finora utilizzati, infatti, sono 145 milioni di euro. A cui andrebbero aggiunti anche i soldi impiegati per tenere in piedi proprio Frontex: 5 milioni di euro all’anno solo per la sede, 114 milioni il budget per il 2015 e poco meno di 300 quello dei tre anni precedenti. Mare Nostrum, ad esempio, è partita nell’ottobre del 2013 subito dopo la strage di Lampedusa che costò la vita a 366 migranti. Obiettivo: soccorso in mare e arresto degli scafisti. La spesa complessiva è stata di circa 320mila euro al giorno, che significa 9,5 milioni al mese e dunque 115 milioni di euro in un anno. Mare Nostrum è stata abbandonata al suo destino nell’ottobre del 2014, sostituita da Triton, non più con il compito principale di salvare vite umane ma di pattugliare le frontiere. Inizialmente i costi sono stati inferiori: tre milioni di euro all’anno dal novembre 2014 all’aprile del 2015. Mese in cui, dopo l’ennesima strage con 900 morti, sono triplicati: non più 3 milioni al mese ma nove. Dunque circa 30 milioni di euro dal novembre scorso. A fine maggio Frontex ha però annunciato un ulteriore ampliamento della missione Triton e di conseguenza la Commissione europea, dunque i singoli Stati fra cui l’Italia, fornirà all’Agenzia europea 26,25 milioni di euro aggiuntivi per rafforzare Triton in Italia e Poseidon in Grecia. Ma quanto ci costa il “carrozzone” Frontex? I numeri parlano chiaro. Nel 2012 il budget è stato di 89.578.000, nel 2013 di 93.950.000, nel 2014 di 97.945.000 e infine 114 milioni nel 2015. Totale: circa 400 milioni di euro negli ultimi quattro anni. Ma da quando è nata, nel 2005, Frontex ha ricevuto dall’Unione più di 750 milioni di euro, molti dei quali utilizzati per tenere a galla un apparato elefantiaco formato da 317 persone. Mantenere la sede di Frontex, che si trova in Polonia, costa 5 milioni di euro all’anno, ma dieci anni fa, quando emise i primi vagiti, erano sufficienti 120mila euro.

Preso da: http://www.iltempo.it/cronache/2015/06/16/gallery/da-mare-nostrum-allunhcr-tutti-i-soldi-buttati-in-libia-979670/

LIBIA: LA LUCROSA CACCIA AL NEGRO PER MANDARCELO

Postato il Giovedì, 11 giugno @ 23:10:00 BST di davide

DI MAURIZIO BLONDET

effedieffe.com

«Siamo qui per essere venduti»: così i migranti – quasi tutti subsahariani – che sono parcheggiati nel centro di raccolta di Zaouia, in Libia, un 50 chilometri ad ovest di Tripoli. Due inviati di Le Monde sono riusciti a avvicinarli (non si conoscono i particolari): come risultati dai loro agghiaccianti racconti, diversi sono rimasti vittime di retate delle ‘autorità’ libiche della zona e del momento.

«Le autorità ci accusano di voler partire per l’acqua, ma è falso», dice uno (Le Monde lo mostra in video): «C’è chi viene preso in casa, negli appartamenti, altri sono presi per strada; come me, io sono stato preso per strada».

«I veri traghettatori sono loro», spiega un compagno. «Dicono agli europei che ci hanno catturato in mare ma è falso! Ci stanno vendendo. Sono loro che gestiscono la prigione e organizzano le partenze per andare in Italia. Sono padroni di appartamenti in riva all’acqua, raccolgono la gente nelle ‘connection houses’. La ‘connessione’ sono loro, la fanno tra di loro, è il loro business. Siamo qui per essere venduti, alcuni a quasi mille dinari (libici). Mangiamo pochissimo, Quando arrivate voi giornalisti, fanno finta, è organizzato».

«Mi chiamo Roland», interviene un terzo, «sono nigeriano. Siamo venuti qui per lavorare, io e i miei amici. Guarda, ho addosso ancora i miei abiti da lavoro. La polizia ci ha arrestato per la strada. Noi non siamo venuti per fare la traversata, siamo venuti per lavorare. Io lavo le auto, questo faccio. Non so più che fare. Tutti i miei soldi, il telefono… tutto! Mi hanno preso tutto, sono in piedi senza niente. Non abbiamo alcun contatto… il mio telefono, tutto! Tutto m’hanno preso. Guardami, sono davanti a te».

«Io mi chiamo Samir, sono somalo. Siamo rifugiati e adesso cerchiamo una vita migliore… ma siamo stati arrestati in Libia. Nove mesi in Libia, capisci, e tre mesi in questa prigione. Cerchiamo la libertà, chiediamo aiuto».

«Mi chiamo Fussa. Sono venuto in Libia tre mesi fa, vivo in Libia, io lavoro. Sono venuto con i miei amici. Ieri tornavamo dal lavoro quando ci hanno arrestati. Ci hanno preso tutti i nostri beni, non abbiamo più niente… e l’acqua qui, è acqua salata. Qui siamo perduti, non mangiamo bene, per favore, domandiamo al Governo di Questo paese di venire in nostro aiuto, e di lasciarci rientrare a casa, nel nostro Paese. Chiediamo la libertà. Prego il Governo di questo Paese di aiutarci. Per favore, chiediamo soccorso, per favore…».

«Se ho l’opportunità di lavorare ancora in Libia lo farò», dice un altro, «se ho questa possibilità lavoro: sono muratore, sono un buon lavoratore».

Un altro ancora: «La sola cosa che vogliamo è tornare al nostro Paese –– è tutto quello che si vuole perché ci hanno affaticato qui, non si mangia, non si beve, non si dorme. Ci sono molte persone malate qui. Abbiamo perduto tutto: il denaro, i nostri passaporti….».

«Ci sono persone che sono qui da più di sei mesi, sette mesi… altri quattro mesi… senza contatto coi parenti. Le nostre famiglie non sanno se siamo vivi o morti».

Il pezzo di Le Monde (qui) non dice molto di più, è costruito come un articolo «di colore», di impressioni e sentimenti (sarebbe come, ai tempi di Stalin, entrare in un Lager siberiano e fare del «colore»). Tuttavia, dal poco si ricava questa visione:

I prigionieri sono tutti negri dell’Africa nera, non vengono dal Medio Oriente, non fuggono le guerre e l’IS.

Molti di loro sostengono essere emigrati per lavoro nella Libia di Gheddafi; si dicono vittime di sistematiche retate da parte di poliziotti (o quel che sono) libici, comunque gente di un qualche «Governo» in combutta con i trafficanti, o trafficanti essi stessi, per essere mandati in Italia su barconi o gommoni.

In Libia c’è la caccia all’africano nero, perché il traffico rende. Siccome l’Italia li accoglie tutti (Manconi e Papa Francesco: «Accogliamoli tutti!») l’industria della tratta libica ce ne manda sempre di più. Se ne procura di sempre nuovi con arresti e retate, li caccia nei suoi campi, e li imbarca –– alcuni contro la loro volontà: quanti? Non sappiamo. Altri di sicuro si sono mossi per venire in Italia via mare. Sarebbe interessante sapere se il business li raccoglie nei loro Paesi, li attrae con la promessa: in Italia vi prendono tutti! Dateci tremila dollari.. .poi furto di denaro, dei passaporti, dei cellulari (tanto in Italia ve ne danno uno nuovo), in compenso un costoso satellitare sul barcone per chiamare i soccorritori italioti.

In un certo senso è una storia di razzismo libico che continua.

Cercando in archivio trovo un titolo del 2011: «È caccia all’africano nero in Libia, ma nessuno lo dice». È un comunicato dell’agenzia Habeshia per la comunicazione e lo sviluppo (un gruppo di eritrei), e parlava di un altro genere di caccia in voga allora: tutti i neri, per lo più immigrati lavoratori nella prospera Libia di Gheddafi (i libici si sa non lavorano; avevano – diciamo – il reddito di cittadinanza, potevano pagarsi i negri come servi e schiavi) quando Gheddafi è stato rovesciato sono stati presi di mira come «mercenari al soldo del colonnello, e per questo inseguiti, perseguitati e uccisi. (…)» . Vi si racconta di «una donna eritrea, picchiata e buttata fuori di casa dal proprietario, a Tripoli, zona Medina, perché nera. Voi neri africani, gli ha detto, siete mercenari del regime. E fatti di questo genere stanno accadendo ovunque, soprattutto di notte».

«A Bengasi due eritrei sono stati linciati e uccisi dalla folla mentre cercavano di portare assistenza a due connazionali gravemente feriti. I profughi rimasti in vita hanno chiesto aiuto ad una nave inglese, pregando che mettesse in salvo almeno i due feriti, ma hanno ricevuto un rifiuto secco».

A Tripoli, «le famiglie di origine sub-sahariana non possono uscire nemmeno a fare la spesa perché temono il linciaggio. Sono le vittime preferite degli sciacalli depredatori. Molti sono stati rapinati, altri sequestrati. È una persecuzione». «Centinaia di richiedenti asilo politico che erano tenuti nelle carceri libiche, con l’aggravarsi della crisi sono stati costretti dai loro carcerieri a imbracciare le armi per colpire la piazza. Chi si è rifiutato di farlo, è stato ucciso».

La pulsione del linciaggio razzista, la caccia al negro di allora, sembra adesso perfezionata in industria del rastrellamento e vendita del negro all’Italia, che li accoglie tutti.

«Dal gennaio 2015 la guardia costiera libica non salpa più in mare per pattugliamenti», scrive Deutsche Welle in un servizio di poche settimane fa. In aprile, Deutsche Welle non ha fatto un pezzo di colore, ha persino parlato col capo della guardia costiera libica, Mohamed Baithi: il marpione, pieno di compassione umana, gli ha detto che i migranti presi in mare «non vogliono tornare in Libia –– e non si fa fatica a crederlo. Sono loro che «vogliono andare in Europa. Certe volte quando li prendiamo e portiamo indietro, piangono o cercano di distruggere le nostre imbarcazioni».

Messe insieme, le asserzioni del brav’uomo con il servizio fotografico-impressionistico di Le Monde, si intuisce che è la guardia costiera libica a fare i business, o almeno a prenderci la sua parte. Infatti Baithi spiega a DW (qui) quel che già sappiamo: «I barconi mandano un messaggio di SOS, le navi mercantili o i pescherecci nelle vicinanze sono obbligati in base al diritto internazionale marittimo a soccorrerli. Devono prender tutta questa gente a bordo». E il gioco è fatto.

«Siamo qui per essere venduti», dicono i negri imprigionati, e gli impressionisti di Le Monde non chiedono dettagli: venduti da chi? E soprattutto: a chi? Chi vi vuole comprare? Per quanti soldi?

Allo stesso modo, i valorosi inchiestisti di DW non chiedono a Baithi: come mai la guardia costiera libica «non esce più in mare dal gennaio 2015»? Si capirebbe avesse detto: non usciamo più in mare dal 2011, perché l’apparato statale è collassato. Invece: dal gennaio 2015, ossia dall’inizio di quest’anno. Perché? E da allora che il numero dei migranti gettati sui barconi volenti o nolenti è aumentato in modo esponenziale. Ancor più dei 17 0 mila del 2014, che erano già quattro volte di più di quelli messi in mare nel 2013. Centinaia e centinaia arrivano ormai ogni giorno, immediatamente soccorsi dall’Italia e dalla UE, la cui operazione è stata potenziata.

Ad alimentare quella che anche Le Monde chiama «una cinica industria. Il numero degli annegati in mare è salito alle stelle: alla data del 7 maggio, 1829 affogati, nove volte di più del periodo corrispondente del 2014. Fanno economie, li gettano in galleggianti marci promessi a naufragio certo. Sulle coste libiche, i trafficanti li parcheggiano in stamberghe dopo averli spogliati, le autorità li arrestano per mostrare all’Europa che fanno qualcosa e mascherare le loro connivenze occulte».

La nostra carità senza limiti aumenta il numero degli annegati? È una modesta domanda. Tanto più urgente visto che anche da noi fiorisce il business sull’immigrato salvato-in-mare: con la differenza che a pagare il business criminale italiota siamo noi contribuenti italioti. Carità pelosa?

Da noi domina l’accoglienza totale, la carità senza limiti, e guai a chi storce il naso; che non sia quello il fomite dell’industria del negro con retate dall’altra sponda? Che più ne accogliamo e più loro ce ne trovano?

«Siamo qui per essere venduti»; dicono i poveri negri del campo di Zaouia: venduti a chi, precisamente? I trafficanti della loro carne hanno preso i 3-4 mila dollari a ciascuno di loro, li hanno depredati del cellulare e del soldino in tasca, li hanno già puliti e spolpati come ossi di seppia: da loro non possono certo prendere altro. E allora da chi aspettano altri soldi? A chi li hanno venduti o intendono venderli?

Chi li compra in Italia, in Europa, in Occidente?

Viene qualche dubbio: che ci siano organizzazioni occidentalissime che «comprano» i negri dai libici. I complottisti più fanatici (da cui mi dissocio) dicono che c’è un interesse globalista ad inondarci di immigrati, un progetto per affondarci nella destabilizzazione che l’Occidente ha portato in Libia, Siria, Iraq, Yemen. Perché «una fonte dell’intelligence di Londra» accredita la stima di “migliaia di migranti” in pericolo e rilancia l’allarme su possibili ulteriori partenzeimminenti, indicando in almeno “mezzo milione” le persone radunate sulle coste libiche in attesa di nuovi imbarchi? Come sanno quella cifra? E perché le navi inglesi che raccolgono gli immigrati dai barconi, prodigandosi in modo eccezionale, poi li sbarcano in Italia? Perché non se li prendono e se li portano? Dopotutto, le navi militari sono pezzi di territorio nazionale.

Maurizio Blondet

Fonte: www-effedieffe.com

8.06.2015

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15166

Era il 2015: Africa, Libia, europa, a grandi passi verso l’ attuazione del piano kalergi

in questi giorni l’ immigrazione è tornata di moda:vediamo uno dei tanti articoli in rete, e dopo facciamo qualche considerazione.

Immigrati: 6.500 clandestini salvati nel weekend al largo della Libia e trasportati in Italia
Migliaia di profughi sono stati tratti in salvo nel weekend e smistati in varie Regioni d’Italia; una maxi operazione coordinata dal Centro nazionale di soccorso della Guardia Costiera

8 giugno 2015 18:56 | Redazione StrettoWeb
Ancora una giornata di soccorsi e di sbarchi di migranti sulle coste italiane. Oggi sono stati quattro gli interventi di salvataggio compiuti dalla Guardia Costiera e da un mercantile: 447 le persone tratte in salvo. In particolare, il pattugliatore Dattilo delle Capitanerie di Porto ha raggiunto, in momenti diversi, tre gommoni a bordo dei quali vi erano rispettivamente 113, 110 e 127 migranti, per un totale di 350 persone. Il mercantile ha invece raggiunto una quarta imbarcazione ed ha tratto in salvo 97 migranti, che saranno anch’essi trasferiti sulla nave Dattilo e poi condotti in un porto della Sicilia. Durante il fine settimana i migranti soccorsi sono stati quasi 6.000: ieri 2.400 e sabato 3.500. Si è trattato di una maxi operazione – coordinata dal Centro nazionale di soccorso della Guardia Costiera – che ha visto coinvolte unità militari italiane e straniere del dispositivo Frontex, navi mercantili ed anche “civili”, come la “My Phoenix” del Moas, l’organizzazione umanitaria che ieri ha sbarcato ad Augusta 372 migranti dopo aver contribuito a salvarne 2.000, su cinque barconi. A fronte dei circa 450 immigrati soccorsi oggi, altre migliaia – recuperati in mare durante le operazioni dei giorni scorsi – sono sbarcati sulla terraferma. Nel porto di Catania è arrivata intorno alle 16 la nave della Marina militare britannica “Bulwark” con a bordo 1.143 migranti (tra cui nove donne incinte) tratti in salvo ieri in otto interventi, sette dei quali compiuti dall’unità britannica (a bordo della quale c’era anche il ministro della Difesa Michael Fallon) e uno dalla nave della Marina militare italiana “Fasan”. A Corigliano Calabro, la nave Driade della Marina Militare ha trasportato 475 migranti di varie nazionalità, tra cui 99 donne (nove incinte) e 94 minorenni, di cui 60 non accompagnati. I migranti verranno trasferiti nei centri di accoglienza di altre regioni, ma il sindaco di Corigliano protesta: “la situazione è diventata insostenibile, come Comune non riusciamo più a far fronte alle spese per garantire la prima accoglienza”.

Sempre in Calabria, a Crotone, sono 610 i migranti (99 donne e 63 minorenni) trasportati dalla nave Vega della Marina Militare. Al termine degli accertamenti resteranno in 160 nel centro di Isola Capo Rizzuto mentre gli altri saranno ripartiti in altre regioni. Nel porto di Reggio Calabria è infine arrivata la nave Rio Seguro, sempre del sistema Frontex, con a bordo 370 migranti (8 donne e 18 minori) di varie nazionalità. A Taranto la nave irlandese “Le Eithne” ha sbarcato 399 migranti (78 donne e 41 minorenni): dopo le procedure di identificazione, la maggior parte dei migranti è stata smistata con i bus verso altre località del nord Italia, ma 130 richiedenti asilo politico saranno ospitati in strutture di Martina Franca. Per quanto riguarda le regioni del nord, da Palermo sono giunti oggi in Liguria 150 immigrati, a bordo di tre pullmann: 81 sono stati sistemati a Genova; 20 a La Spezia e gli altri a Savona (20) e Imperia (29). In Piemonte, entro domani giungeranno 290 immigrati, mentre altri 178 sono arrivati nei giorni scorsi: si tratta di una parte dei 776 assegnati alla regione in questa nuova fase dell’emergenza. Sul versante del contrato ai trafficanti, la Squadra Mobile di Ragusa ha fermato il presunto scafista dello sbarco di 105 migranti arrivati sabato notte nel porto di Pozzallo: è un somalo di 27 anni. Solo a Pozzallo sono 54 gli scafisti arrestati dall’inizio dell’anno dalle forze dell’ordine.

Preso da: http://www.strettoweb.com/2015/06/immigrati-6-500-clandestini-salvati-nel-weekend-largo-libia-trasportati-in-italia/287989/

bene, ti dicono da dove arrivano, dove vanno, quante donne, quanti uomini, tra poco ti diranno anche che numero di scarpe portano. Saranno felici i leghisti che possono guadagnare qualche voto, al grido di cacciamoli tutti, basta clandestini, ecc.Sono felici anche i politicanti di destra, centro e sinistra che guadagnano lecitamente ed illecitamente con gli appalti dell’ assistenza, al grido di “accogliamoli tutti” anzi andiamo a prenderli in Libia.
Quello che non dicono è chi ha creato le guerre?, dalle quali fuggono queste migliaia di disperati? chi ha distrutto la Somalia (ad esempio), l Eritrea? e perchè?
ragionando sulle cose si capisce che distruggendo l’Africa, spopolandola, la si saccheggia meglio. Distruggendo la Libia, riducendola ad una terra di passaggio di immigrati, con bande di RATTI in lotta tra loro, la si saccheggia facilmente.
Tutto questo ha un nome: piano Kalergi; svuotare l’ Africa, portare milioni di disperati in europa, a fare i consumatori, creare un arazza mista, senza storia e senza futuro, e smettiamo di chiamarla europa, chiamatela con il vero nome Kalergi land.

La grande ipocrisia

22 aprile 2015 di Alain Goussot*

L’ipocrisia del cosiddetto mondo civilizzato è assoluta, le ‘buone coscienze’ si dicono dispiaciute oppure propongono soluzioni – vedi sparare sui barconi, combattere gli scafisti (come?) – che sono peggiori del dramma in atto. Quello che viene nascosto e non viene detto all’opinione pubblica europea e italiana è quali sono le cause di questa fuga dall’Africa e dal Medio-Oriente.

Basta vedere da dove provengono i profughi che tentano di arrivare sulle coste italiane e greche: Corno dell’Africa (Somalia, Eritrea e Etiopia), Sudan, Nigeria, Mali , Iraq, Siria, Palestina. Stupisce il fatto che nessuno giornalista italiano si ponga la domanda: ma in Somalia, Eritrea e Etiopia non ci siamo stati noi per quasi un secolo? E poi con il dittatore Siad Barre e i militari Etiopi non abbiamo fatto affari, e quali risultati ha avuto l’intervento militare americano in Somalia bel 1991/1992? Gli shabaab somali sono nati in quel caos provocato dall’intervento italo-americano! In Nigeria sappiamo che la questione della guerra civile e interetnica e di Boko Haram nasce anche dalla presenza del petrolio nel più grande paese dell’Africa nera, petrolio sfruttato dalle multinazionali euro-americane, eppure la popolazione vive in una povertà assoluta. In Mali c’è una guerra civile e la rivolta armata dei tuareg e dei gruppi islamisti provengono dalla Libia dopo la distruzione dello Stato libico in seguito ai bombardamenti francesi, inglesi e statunitensi. L’Iraq è stato distrutto dalle guerre Usa, la Siria è al collasso con milioni di profughi perché gli Stai uniti con i loro alleati sauditi hanno armato e finanziato i gruppi di opposizione armata, compreso l’Isis; per abbattere Assad e accerchiare ai suoi confini il ‘nemico’ russo.

Poi se a questo aggiungiamo i paesi dell’Africa centrale e centro-occidentale (dal Congo al Camerun, Costa d’Avorio e il Ghana) piegati, sfruttati e strangolati dalle politiche del Fondo monetario internazionale nonché da chi sfrutta l’oro, l’argento, il rame e il coltan – quello che fa funzionare le batterie dei nostri cellulari e computer (leggi anche Benvenuto coltan nell’Europa vigliacca ndr) – che si trovano soprattutto nella zona dei Grandi laghi della Repubblica democratica del Congo e in repubblica centrafricana, se vediamo il Sud del Sudan con le sue ricchezze in petrolio sfruttato dalle multinazionali euro-americane: se partiamo da questa analisi ci rendiamo conto che i veri responsabili di questo disastro umanitario, di questo vero genocidio si trovano nei governi Occidentali, nei consigli di amministrazione delle multinazionali e delle grandi società finanziarie euro-americane.

Con freddezza e in nome del profitto stanno uccidendo popoli interi. Questo con la complicità delle classi dirigenti corrotte di quei paesi dall’Europa all’Africa.

Se non si mette in discussione radicalmente il modello capitalistico di sviluppo umano il disastro continuerà e non potrà che produrre intolleranza, odio e violenza, cioè disumanità.

* Alain Goussot è docente di pedagogia speciale presso l’Università di Bologna. Pedagogista, educatore, filosofo e storico, collaboratore di diverse riviste, attento alle problematiche dell’educazione e del suo rapporto con la dimensione etico-politica, privilegia un approccio interdisciplinare (pedagogia, sociologia, antropologia, psicologia e storia). Ha pubblicato: La scuola nella vita. Il pensiero pedagogico di Ovide Decroly (Erickson); Epistemologia, tappe costitutive e metodi della pedagogia speciale (Aracneeditrice); L’approccio transculturale di Georges Devereux (Aracneeditrice); Bambini «stranieri» con bisogni speciali (Aracneeditrice); Pedagogie dell’uguaglianza (Edizioni del Rosone). Il suo ultimo libro è L’Educazione Nuova per una scuola inclusiva (Edizioni del Rosone)

Preso da: http://comune-info.net/2015/04/la-grande-ipocrisia-profughi/

LIBIA. Le 1.700 milizie che Occidente e Golfo hanno fatto proliferrare

21 aprile 2015

Un’Europa colpevole cerca a Tripoli la causa dell’emergenza rifugiati. Dietro, l’intervento militare in Libia, e l’armamento di centinaia di fazioni che puntano al potere. L’Onu annuncia il dialogo tra i parlamenti rivali, ma sul terreno è guerra civile.

Lib

 

della redazione

Roma, 21 aprile 2015, Nena News – La Libia torna sulla bocca di tutti insieme alla guerra civile che sta insanguinando il post-Gheddafi. Le autorità europee e i ministri degli Stati membri fanno a gara in questi giorni nell’indicare in Tripoli la causa delle stragi in mare, dopo il massacro di 900 migranti di domenica scorsa. Intervenire in Libia è il mantra, se non si risolve il conflitto interno a Tripoli l’emergenza rifugiati non cesserà.

Un modo colpevole di cancellare con un colpo di spugna le responsabilità occidentali. Se si volesse restare alla Libia, se si volessero davvero circoscrivere le ragioni dell’emergenza al paese nordafricano, allora si dovrebbe prima di tutto fare un esame di coscienza: la Libia di oggi è il frutto dell’attacco della Nato e del sostegno armato fornito ai cosiddetti ribelli, gruppi di miliziani anti-Gheddafi che prima hanno fatto il gioco occidentale e poi – come spesso è accaduto – non hanno abbandonato le armi.

Tra gli ultimi effetti dell’intervento occidentale c’è l’Isis, anche questo prodotto più o meno indiretto delle strategie statunitensi in Medio Oriente e degli interessi politici dei paesi del Golfo. Lo Stato Islamico è tornato a far parlare di sé in questi giorni, per le barbare uccisioni commesse: in un video di 29 minuti pubblicato domenica, si vedono miliziani islamisti sparare e decapitare trenta cristiani etiopi. Sarebbero stati catturati e uccisi nella provincia orientale di Barqa.

E ieri notte il califfato ha rivendicato su Twitter l’esplosione di fronte all’ambasciata spagnola a Tripoli. Nessun ferito, fa sapere il funzionario locale Issam Naas, che aggiunge: “Gli estremisti dello Stato Islamico hanno posto un ordigno esplosivo vicino alle mura esterne dell’ambasciata spagnola a Tripoli, che ha causato alcuni danni materiali agli edifici vicini”.

Da alcuni mesi gruppi che si richiamano allo Stato Islamico hanno preso la città orientale di Derna, facendone una sorta di loro roccaforte. Un’occupazione che ha fatto strepitare le cancellerie europee che hanno cominciato a discutere di un possibile intervento in Libia. A monte, però, sta la profonda divisione interna del paese, fisicamente diviso in due governi e due parlamenti (uno islamista a Tripoli, uno laico a Tobruk, sostenuto dall’Occidente), ma ulteriormente frammentato in poteri e autorità diverse, ognuna padrona di enclavi il cui controllo armato rappresenterebbe il modo per garantirsi una fetta di potere politico e economico.

Sarebbero almeno 1.700 i gruppi armati attivi in Libia, un proliferare di milizie tribali, laiche o islamiste che sotto il regime di Gheddafi erano state messe sotto silenzio o fatte partecipare al delicato equilibrio di spartizione del potere interno. La totale assenza dello Stato ha ucciso 2.800 persone nel 2014, provocato 400mila sfollati interni e trasformato le coste libiche nel regno di nessuno, o meglio nel regno dei trafficanti di uomini che controllano le vie di transito dei profughi africani e mediorientali, in fuga dalla fame o da conflitti armati.

L'Isis a Derna

L’Isis a Derna

Lo scorso fine settimana il presidente statunitense Obama ha chiesto ai paesi del Golfo di utilizzare la loro influenza per porre fine alla guerra civile: “Stiamo incoraggiando alcuni paesi del Golfo che hanno influenza su varie fazioni libiche”, ha detto Obama, dando un’ulteriore giustificazione alle petromonarchie alleate per infilare le mani nel più vasto conflitto mediorientale, dalla Siria allo Yemen.

Chi cerca ancora il dialogo politico sono le Nazioni Unite: l’inviato speciale per la Libia, Bernardino Leon, ha detto domenica che le fazioni rivali avrebbero raggiunto un accordo nell’ultimo round di negoziati nella città marocchina di Skhirat. Secondo Leon, l’80% dell’accordo è già pronto e entro due settimane si terrà l’ultima fase del negoziato. “Questa è la prima volta che gruppi armati, chi ha le armi e combatte sul terreno, si incontrano – ha detto l’inviato Onu – Vogliamo questo meeting faccia a faccia, un dialogo diretto, con il sostegno delle Nazioni Unite”.

Sullo sfondo restano però le divisioni interne e le reciproche accuse: il premier libico di Tobruk, Abdullah al-Thinni, ha accusato la Turchia e il Qatar di essere i principali sostenitori delle milizie islamiste che controllano Tripoli dallo scorso agosto. Un’accusa mossa anche dal generale Haftar, postosi a capo di un vero e proprio esercito in chiave anti-islamista e oggi considerato valido partner di Tobruk e dell’Occidente. E così il governo laico, che non ha ancora ottenuto dall’Onu (nonostante le pressioni) la fine dell’embargo sulle armi, si rivolge alla Russia per ottenere armi e addestramento. Nena News

Preso da: http://nena-news.it/libia-le-1-700-milizie-che-occidente-e-golfo-hanno-fatto-proliferare/

Assuefatti al male e alla menzogna, viviamo convinti del nulla dietro un branco di illusi

Lunedì,  Marzo 16th/ 2015

di Giuseppe Nazzaro, Vescovo emerito di Aleppo 

Redazione Quieuropa, Sergio Basile, ISIS, Vescovo di Aleppo, strategie mondialiste, Attacco degli Usa e delle forze alleate, Padre Georges Abou Khazen, schizofrenia di Obama e soci, Isis, tagliagole, presepe, rimozione della croce dagli edifici pubblici

Riflessioni su un anniversario – di Mons. Nazzaro,

Vescovo Emerito di Aleppo

Assuefatti al male e alla menzogna, viviamo convinti del

nulla, pronti a disfarci della nostra cultura e delle

nostre croci e presepi.

Pensate davvero che i tagliagole risparmieranno i complici

occidentali di queste nefandezze? Poveri illusi!!

 

di Giuseppe Nazzaro, Vescovo emerito di Aleppo

siria - primavera siriana - mons Nazzaro

Assuefatti al male e alle menzogne, lasciamo che un popolo muoia

Aleppo, Siria – di Giuseppe Nazzaro, Vescovo emerito di Aleppo, Siria  Il tempo scorre inesorabilmente, noi non ce ne rendiamo conto, purtroppo. Ieri 15 marzo, la triste “primavera siriana” ha compiuto quattro anni. Si dovrebbero tirare delle somme ma, avendola definita “triste”, si potrebbe pensare che abbia già detto tutto. Niente affatto vero! Perché, in realtà, il povero popolo siriano continua a soffrire ed a morire tanto che ormai tutto ciò che sta succedendo in quel paese non ci interessa più di tanto. La nostra insensibilità per la sofferenza di tanti nostri fratelli di fede e non, ha raggiunto forse l’apice, così che anche le stesse notizie falsificate o gonfiate per condannare soltanto una parte dei contendenti e che una volta i mass media ci davano con dovizia di falsi particolari, oggi non ci giungono quasi più o se qualcosa ci viene riferito si tratta di una cosa marginale, ormai ci siamo assuefatti. Lasciamo che un popolo muoia, noi stiamo bene. Invece non è affatto così!

 Profughi e terroristi tagliagole

Oggi a noi Occidentali due sole cose interessano e dobbiamo guardarcene: i Profughi che fuggono quella guerra ed arrivano sulle nostre coste, ed i terroristi del neo califfato governato dai tagliagole, laggiù convogliati da varie parti del mondo compresa la nostra “democratica Europa“. I Profughi sono persone che per salvare la propria vita hanno sacrificato tutto rischiando pure di perderla nella traversata delle infide acque del Mediterraneo. Le loro Odissee ci dovrebbero far riflettere: perché tutto questo? chi l’ha provocato? chi l’ha voluto e soprattutto, chi l’ha sostenuto? Sono domande che non ho mai letto sui giornali e tanto meno ho ascoltato in un TG.

siria - primavera siriana - mons Nazzaro

Viviamo convinti del nulla…

Queste domande non ce le poniamo, perché siamo convinti (?) che abbiamo aiutato un popolo a raggiungere la democrazia. E neppure qui ci siamo posti la domanda: quale democrazia? No. Non possiamo porci questa domanda perché siamo convinti che la democrazia sia la nostra. Ma cos’è per noi la democrazia? Faccio un esempio banale per spiegare a me e a chi legge cosa noi intendiamo per democrazia: la democrazia per noi è come l’andare da un sarto e farsi fare un bel vestito sulle proprie misure, una volta confezionato voglio che esso sia indossato (con le mie misure) da tutti, dal magrolino al medio, dal normale al super dotato ed anche da colui che misura di circonferenza 200-250 cm. Questa è la nostra democrazia. Bravi, bravissimi popoli democratici! Visto che la nostra democrazia ha fallito, non è riuscita ad eliminare colui che, pur non dichiarandosi campione democratico, governava il paese secondo un sistema laico applicato ai principi socio-morali di una società che egli conosceva. (Pardon! noi, però, la conoscevamo meglio perché avevamo già il vestito pronto da far indossare a tutti e valido per tutte le stagioni).

Teste tagliate di seria A e di serie B

Non abbiamo capito il pericolo dell’entrata in azione dei gruppi salafiti penetrati dalla vicina Giordania, che attaccarono subito la base di Banias sul Mediterraneo, non abbiamo neppure capito le formazioni terroristiche che convogliavano nel Nord della Siria via Turchia. Non abbiamo capito neppure la loro prima ‘dichiarazione del Califfato’ fatta nella città di Raqqa. Abbiamo cominciato a capire qualcosa quando ci sono state le prime teste tagliate, non ai siriani o agli irakeni, bensì ai nostri, ai due – tre – quattro americani, europei, ecc… (ferme restando tutte le riserve elepossibile commedie ben inscenate dai governi massonico-democratici occidentali – Ndrsolo in questo momento ci siamo resi conto di cosa siamo stati capaci di mettere in piedi, ma nessuno ha il coraggio di dire “mea culpa”. A noi non sono mai interessate le teste cadute dei siriani, degli irakeni, degli yazidi, dei curdi, ecc… erano cose che non ci toccavano, potevano farne cadere quante ne volevano, tanto per noi erano tutti….. animali da macello. Quando, poi, i tagliagole hanno minacciato anche l’Europa e l’Occidente… ci siamo svegliati quasi da un sogno. Abbiamo cominciato a pensare che bisogna essere attenti…. Ma signori, ci rendiamo conto che molti di questi tagliagole sono dei nostri paesi europei? Noi li abbiamo tenuti e coltivati finché si sono uniti al califfo ed alle sue masnade: tutto potenziale che un giorno ritornerà di diritto a casa propria perché nativi locali e nostri compatrioti.

siria - primavera siriana - mons Nazzaro

Croci divelte, croci abolite a casa nostra e battaglia contro il presepe

I TG spesso, però, ci han fatto vedere chiese distrutte o semplicemente croci divelte perché i tagliagole sono allergici ad essa. Noi, paladini della libertà ed in nome della democrazia, in varie zone d’Europa, non esclusa la nostra terra, abbiamo pensato bene di far scomparire la croce dagli edifici pubblici, dalle scuole; abbiamo fatto la battaglia contro il presepe (peraltro introdotto nella tradizione cristiana dal paladino della pace San Francesco d’Assisi). Tutto questo per non offendere la sensibilità di coloro che domani potrebbero essere i nostri aguzzini. La rimozione della croce, il non fare il presepe, a parte tutto, sono gesti stupidi e beceri da parte di chi pretende di essere democratico e propagatore della libertà di espressione.

La croce e il presepe

La croce ed il presepe sono parte integrante della nostra fede e della nostra cultura. L’Europa è nata sotto il segno della croce e nessun può scalfire questo segno impunemente. Chiudo queste riflessioni con un dubbio: quelli che han decretato la rimozione della croce dalle scuole o dagli edifici pubblici, che han proibito di fare il presepe a scuola, ecc… ritengono davvero che un giorno coloro per i quali hanno tradito la loro coscienza, calpestato quella dei loro padri che per generazioni e generazioni hanno creduto in questi due simboli religiosi che non hanno mai fatto male a nessuno, tutt’altro …  questi signori credono che riceveranno un trattamento di favore? Gli risparmieranno la testa?  Fin d’ora si mettano l’animo in pace perché i tagliagole hanno poca stima di gente che si vergogna della propria identità. Non si illudano che disprezzando le proprie radici salveranno la loro testa . Poveri illusi!!!

 

Giuseppe Nazzaro, Vescovo emerito di Aleppo

Partecipa al dibattito – Redazione Quieuropa – infounicz.europa@gmail.com

Preso da: http://www.quieuropa.it/assuefatti-al-male-e-alla-menzogna-viviamo-convinti-del-nulla-dietro-un-branco-di-illusi/