Israele è responsabile della morte di centinaia di migranti

Il regime di Vichy non uccise gli ebrei, si “accontentò” di consegnarli ai loro carnefici tedeschi; Israele non uccide i richiedenti asilo, li manda a morte a centinaia, con la complicità attiva di Ruanda ed Uganda, rivela una lunga indagine del quotidiano Haaretz. Il sistema sviluppato dai leader dei tre Paesi per liberare Israele dai migranti privi di documenti, in particolare quelli che fuggono dalla dittatura in Eritrea, credendo di trovare la salvezza nella “Terra Promessa”, è intelligente. Innanzitutto, Israele ha adottato una legislazione che le consente di mantenere indefinitamente in detenzione i richiedenti asilo arrestati durante i raid di massa, come il sistema di detenzione amministrativa imposto a centinaia di palestinesi in modo permanente. Ma poi c’è il problema di rimandare questi sfortunati non nel loro Paese di origine, ma su una cosiddetta base “volontaria” in un altro Paese ospitante: questo è il contributo di Ruanda ed Uganda. Israele paga così 5000 dollari a questi due Paesi per ogni immigrato espulso “volontariamente”.
Per avere il “consenso” di questi ultimi, i servizi contro l’immigrazione clandestina vanno nei centri di detenzione e li ricattano: “O resti a tempo indeterminato in prigione, o vai in Ruanda dove ti verrà rilasciato un permesso di soggiorno e un permesso di lavoro“. Senza dare per scontato il discorso della polizia, centinaia di africani privi di documenti, rimasti in terra israeliana per anni, accettano la proposta, secondo il giornalista Lior Birger del quotidiano Haaretz. Dopo una lunga inchiesta sui sopravvissuti che l’ha portato per tutta Europa, Birger, in collaborazione con i colleghi Shahar Shoham e Liat Boltzman, ha scoperto che l’arrivo in Rwanda era il più delle volte l’inizio di un lungo calvario, segnato da traffico di carne umana, tortura e spesso morte, tra Libia e acque del Mediterraneo. “Appena arrivati all’aeroporto di Kigali in Ruanda, ai deportati confiscano l’unica documentazione in possesso, il lasciapassare datogli dagli israeliani all’imbarco. Sono rinchiusi in una stanza d’albergo. Quindi vengono informati che devono lasciare rapidamente il Paese. I ruandesi poi li consegnano ai contrabbandieri che li trasferiscono, contro il pagamento di centinaia o addirittura migliaia di dollari, in Uganda, poi nel Sud Sudan, in Sudan e da lì in Libia, da dove cercheranno di guadagnare l’Europa“, scrivono gli autori dell’inchiesta. “In considerazione delle decine di testimonianze che abbiamo raccolto e delle nostre ricerche, stimiamo che diverse centinaia di questi rifugiati siano morti per tortura e maltrattamenti in Libia, o siano annegati nel Mediterraneo”, aggiungono.

La testimonianza di Tesfay (nome di fantasia), espulso da Israele nel dicembre 2015 dopo aver lavorato per diversi anni come addetto alle pulizie in un hotel nella località turistica di Eilat, incontrava gli autori in una piccola città della Germania nell’estate del 2017: “La nostra barca lasciò la Libia verso le 4 del mattino; due ore dopo, il suo motore si fermò; dei 500 passeggeri, non più di 100 sopravvissero; in 10 eravamo da Israele, e siamo sopravvissuti solo tre. Perché? Non siamo anche noi esseri umani?” Dawit (nome di fantasia) fu trovato dai giornalisti israeliani a Berlino. Anche lui, prima di essere fermato, aveva trascorso 5 anni a Tel Aviv dove lavorava in un ristorante. “Se ne andò ‘volontariamente’ in Ruanda circa due anni fa. Alcuni mesi prima si era recato alla stazione di polizia per il rinnovo del permesso di soggiorno provvisorio e fu immediatamente inviato al centro di detenzione dell’immigrazione di Holot nel deserto del Negev; lì fu messo sotto pressione, lasciandogli la “scelta” tra anni di prigione o partenza per il Ruanda. Dawit cedette e se ne andò con la moglie incinta di due mesi“. In Libia, i contrabbandieri misero Dawit su una barca e la moglie su un’altra che affondò subito, affogando le centinaia di sfortunati a bordo. “I sopravvissuti all’azione del governo israeliano che abbiamo incontrato in Europa sono fortunati, ma c’è il dubbio che un giorno possano curare le conseguenze psicologiche del loro calvario. In Germania, dove finalmente arrivarono Tesfay e Dawit, il 99% degli eritrei ottiene il permesso di soggiorno e nel 2016 l’81% di loro ebbe riconosciuto lo status di rifugiato”. Ma Tesfay e Dawit esortano i compagni ancora in Israele a non accettare, se vengono arrestati, la deportazione “volontaria” in Ruanda, poiché il pericolo è grave.
Traduzione di Alessandro Lattanzio
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Libia: non solo petrolio e gas da depredare. La presunta tratta di schiavi copre altro?

(di Andrea Cucco)

 

23/11/17
Sulle macerie delle istituzioni libiche si stanno abbattendo diverse campagne mediatiche. Da vecchi e rodati lettori di Difesa Online, concorderete che nemmeno quattro manifestanti con una bandiera o un cartello si attivano “spontaneamente”…
L’ultimo caso che sta interessando da giorni la Libia riguarda una presunta “tratta di schiavi”: un commercio inaccettabile per qualsiasi essere umano.
Sull’attendibilità e fondatezza del caso alcuni lettori d’oltremare hanno già sollevato dubbi e perplessità (leggi la lettera a Difesa Online).
Ma a cosa mai potrebbe portare un attacco sul piano umanitario in un Paese già devastato, un failed state?

Proviamo a riflettere.
La prossima primavera in Libia, dopo anni di retorica, si terranno elezioni. Dopo oltre un lustro di sostanziale anarchia, potrebbe vedere la luce un governo nazionale effettivo. Diciamo “potrebbe” perché dopo il clamoroso broglio delle elezioni afghane (v.articolo), tutto è possibile anche – ma andrebbe detto “soprattutto” – in presenza di peacekeepers stranieri. Ed in fondo noi italiani figli e nipoti del referendum del ’46 cosa vogliamo insegnare agli altri?
I futuri protagonisti (lo sosteniamo controcorrente da tempo) saranno il generale Haftar e Saif al-Islam Mu’ammar Gheddafi, il secondogenito del deposto (e assassinato) raìs. Il primo per la forza militare e la credibilità acquisita in anni, anzi decenni, di contatti internazionali (oltre al recente cambio di partito al governo negli States…), il secondo per il semplice motivo che se nel nostro dopoguerra ci avessero ridotti come l’odierna Libia (al posto di far decollare la nostra economia, v. Piano Marshall) dopo pochi anni avremmo reindossato tutti il Fez. E solo chi fa qualche centinaio di metri dalla nostra ambasciata di Tripoli sa quanto la nostalgia del passato sia oramai forte ed inesorabile.
Dunque, fra sei mesi la Libia rischia seriamente di tornare ai libici. E con lei il controllo delle risorse. Gli accordi ufficiali ed ufficiosi con autorità fantoccio o con capi locali varranno ancora?
Siamo al punto. Da qualche tempo la Francia sta estraendo oro da ricchi giacimenti 70 chilometri a sud di Sebha, nel Fezzan. Senza troppa pubblicità. Un’area ricca anche di uranio…
“Famiglie” di Sebha sarebbero state da tempo corteggiate dai “cugini” con doni e concessione di cittadinanze europee in cambio della mano libera all’estrazione. Simili dinamiche sarebbero avvenute anche oltreconfine in Chad e Niger. Guarda caso proprio il presidente nigerino starebbe assecondando l’attacco mediatico contro la Libia… (v.articolo)
La presenza di riserve auree nel sud del Paese è poco nota ma reale (leggi). Un tema che nel recente passato non è passato inosservato secondo alcuni analisti… (v.articolo)
Quel che nessuno sembra essersi finora chiesto è se la campagna in corso contro l’intollerabile “tratta di schiavi” non abbia un secondo fine?
Dalla Libia ci giungono testimonianze di elicotteri da carico che fanno la spola tra una base militare francese non lontana dai giacimenti (inaccessibile agli stessi libici) ed i confini meridionali del Paese…
Secondo voi, in caso di intervento e relativo mandato dell’ONU – perché è questo evidentemente che si vuol provocare – a quale Paese apparterranno i caschi blu inviati nel Fezzan?

L’impero colonialista francese in Africa

Quante volte abbiamo sentito dire, da parte dei politici occidentali riguardo al problema dell’immigrazione, che si devono aiutare i paesi africani al fine di poter gestire in loco una proficua crescita sociale, culturale ed economica di quei popoli?

banconotafrica
Da anni sentiamo i politici esternare questa lodevole idea, e in questo periodo sembra sia l’unica alternativa per riuscire ad arginare il problema migratorio che sta raggiungendo numeri da esodo biblico. Non tutti sanno però che ancora oggi molti paesi africani sono soggetti a leggi e tassazioni imposte da parte dei colonialisti di un tempo, come Francia e Gran Bretagna, ma anche Germania, Portogallo, Italia, Belgio, Olanda e Spagna, seppur in misura minore. Molti di questi paesi occidentali, come è capitato all’Italia per crimini di guerra con l’Etiopia e la Libia, sono stati condannati da tribunali internazionali a pagare i danni causati alle popolazioni.
Di contro, altri paesi, come la Francia o la Gran Bretagna, godono tuttora dei proventi di quei colonialismi.

L’oppressione africana nella storia contemporanea

Il colonialismo è una macchia storica infame in capo a chi l’ha perpetrata per secoli, purtroppo l’oppressione economica in Africa, da parte dei paesi occidentali, continua a esistere ancora oggi. Ci sono molti paesi africani costretti a pagare una tassa coloniale alla Francia che per questo, continua a prosperare sulle spalle di paesi poveri africani contando su introiti pari a circa 500 miliardi di dollari ogni anno.
Questa forma di tassazione è oltraggiosa, priva di fondi economici quei popoli che per loro sono più che necessari. Non solo, ma aggrava altresì il debito pubblico del paese. Ma gli svantaggi sono anche peggiori, oltre a essere un peso economico, i mali del colonialismo costringe intere popolazioni a un’interminabile schiavitù del debito, il che risulta devastante per la dignità e l’identità del popolo africano.

Guinea: un’indipendenza mai realizzata appieno

Nel 1958, quando la Guinea chiese l’indipendenza dal dominio coloniale francese, i francesi scatenarono una furia inumana. Causarono più di tremila morti e costrinsero migliaia di guineani a lasciare il paese, perdendo così le loro proprietà che vennero tutte saccheggiate dai francesi prima di ritirarsi. Inoltre, quel che non poteva essere depredato è stato distrutto: scuole, asili, edifici della pubblica amministrazione, automobili, libri, medicine, istituti di ricerca, e molto altro. Persino le macchine agricole, come i trattori, vennero distrutti o sabotati mentre furono sterminati animali e il cibo, stivato nei magazzini, venne o bruciato o avvelenato.
Fu una catastrofe per quel popolo, al pari di un genocidio. Mai nessuno condannò la Francia per questo, anzi, il colonialismo francese perdura attualmente.
La Guinea, distrutta dai francesi solo perché aveva ‘osato’ chiedere l’indipendenza, si trovò di fronte una sola alternativa, cioè quella di pagare una tassa alla Francia.

Il Togo ai tempi di De Gaulle

Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, per porre fine alla colonizzazione francese, firmò un patto con il presidente De Gaulle accettando di pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti “benefici della colonizzazione francese”. Questo patto ha impedito che i francesi distruggessero il paese, come prima era avvenuto in Guinea. L’importo richiesto e ottenuto dalla Francia era enorme, tanto che il cosiddetto “debito coloniale” era pari al 40% del bilancio del paese nel 1963.
Il sogno di Olympio, che rimase tale, era quello di costruire uno Stato indipendente e autosufficiente, ma i francesi avevano ormai ipotecato l’intero loro futuro.

La Legione Straniera e i colpi di stato

La storia ha dimostrato che, nonostante anni di lotta africana per liberarsi dagli oppressori, la Francia ha ripetutamente usato molti legionari per organizzare ed effettuare colpi di stato contro i presidenti democraticamente eletti. Ciò ha incluso Jean-Bedel Bokassa che assassinò David Dacko, il primo Presidente della Repubblica Centrafricana.
Negli ultimi cinquanta anni si contano un totale di ben 67 colpi di stato verificatisi in 26 paesi africani, di questi 16 sono ex colonie francesi. Ciò indica che la Francia ha continuamente cercato il modo di accaparrarsi il controllo, e la loro ‘povera’ ricchezza, di molti paesi africani.

Tasse coloniali per miliardi

Ma non è solo la Guinea o il Togo ad avere questo fardello, bensì, si badi bene, in tutto sono 14 i paesi africani dove tuttora viene applicata una tassazione da parte dei francesi.
franciafricaA gennaio 2014, 14 paesi africani sono obbligati dalla Francia, attraverso un patto coloniale, di pagare tasse pari all’85% delle loro riserve valutarie. Queste tassazioni vengono eseguite sotto il diretto controllo da parte della banca centrale francese e del ministero delle Finanze. Gli importi di questa tassazione vengono stimati in 500 miliardi di dollari ogni anno. I leader africani che rifiutano di pagare o sono stati uccisi o si sono ritrovati vittime di colpi di stato. I capi di stato che obbediscono vengono sostenuti politicamente e ricompensati dalla Francia, garantendo loro uno stile di vita sontuoso, mentre il loro popolo sopporta condizioni di estrema povertà e disperazione.
I patti di colonizzazione francese prevedono, a partire dal 1950, che i paesi africani devono depositare le loro riserve monetarie nazionali alla banca centrale della Francia. Negli anni la Francia ha continuato a trattenere le riserve nazionali di questi quattordici paesi africani: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e il Gabon.
La Francia consente loro di accedere solo al 15% del denaro ogni anno. Se hanno bisogno di più risorse, nessun problema, la Francia li ‘agevola’ in questo: presta loro il denaro extra necessario, da parte del Tesoro francese, applicando i normali ‘tassi commerciali’.
La Francia ha quindi indebitato e schiavizzato gli africani, appropriandosi di ogni ricchezza dell’Africa. Il cosiddetto sventurato ‘Terzo Mondo’, in realtà tanto povero non era. Ora quella popolazione fugge dalla carestia per raggiungere un’Europa ricca, senza pensare che molti paesi europei dove sono diretti, hanno determinato la carestia africana arricchendosi ancora oggi appropriandosi delle loro ricchezze.

Quindi, la prossima volta che sentiamo dire in TV che i migranti africani fuggono dalla carestia, pensiamo anche alla Francia.

Preso da: http://altritempi.info/limpero-colonialista-francese-in-africa/

i “successi” dei sinistrati 2017: La mafia in Libia manovra gli sbarchi: con chi negozia Minniti?

23 agosto 2017

di Laura Ferrara, Efdd – MoVimento 5 Stelle Europa

 

“Un gruppo armato guidato da un ex boss della mafia decide se, quando, come e perché le imbarcazioni piene di migranti lasciano la Libia per dirigersi in Italia. Quanto emerge dalle testimonianze rese all’agenzia Reuters è scandaloso e avvalora quanto denunciamo da tempo.
Lo abbiamo scritto nero su bianco nella relazione del Parlamento europeo sulla tutela dei diritti fondamentali in Europa, lo abbiamo evidenziato anche nella relazione sulla lotta alla criminalità organizzata: la mafia si infiltra in tutte le fasi della gestione dell’immigrazione, dalle partenze in Libia agli sbarchi in Italia. Lo abbiamo visto con Mafia Capitale, ma anche con le recenti indagini sul Cara di Crotone. Dove non c’è lo Stato, ecco che subentra la mafia a colmare il vuoto.

Questa nuova testimonianza dell’agenzia Reuters è forse ancora più inquietante. Racconta come si sono momentaneamente fermate le partenze dalla Libia. Dopo l’accordo di collaborazione raggiunto dall’Italia con il governo di Tripoli di Fayez al-Sarraj, sulle spiagge libiche sono spuntati “centinaia di civili, poliziotti e membri dell’esercito” guidati da un “ex boss della mafia”. Sono loro a bloccare per il momento le partenze dei migranti. Cosa vogliono in cambio? C’era la mafia dietro l’ondata massiccia di migranti arrivati negli ultimi anni e c’è la mafia anche adesso che il flusso è momentaneamente rallentato. Chi finanzia e con quali soldi questo gruppo armato dai dubbi confini? Con chi ha negoziato Minniti? Con chi ha preso accordi?
Dobbiamo togliere alla mafia e a tutte le sue ramificazioni il business dell’immigrazione. Il nostro obiettivo è sbarchi zero grazie a una gestione europea e nazionale dell’immigrazione e a una politica che contribuisca a sradicare le cause profonde dell’immigrazione forzata”.

Preso da: http://www.movimento5stelle.it/parlamentoeuropeo/2017/08/la-mafia-in-libia-ma.html

La truffa della “protezione umanitaria”. Così (solo) in Italia ci accolliamo i “migranti economici”

Roma, 27 mar , Francesca Totolo.
– I dati sulle richieste di asilo in Italia del 2017 sono noti e pubblicati sul sito istituzionale del Ministero dell’Interno: solo l’8% dei richiedenti sono rifugiati, mentre l’8% ricevono la protezione sussidiaria e ben il 25% (in forte crescita rispetto al 2016) la protezione umanitaria.

Il 58% dei richiedenti asilo invece ottiene il “foglio di espulsione” dall’Italia, ma come ben sappiamo per la presunta indisponibilità di accordi con i Paesi di origine spesso rimango liberi di circolare sul territorio italiano, finendo spesso nelle mani della criminalità (ricordiamo la mafia nigeriana della prostituzione e della droga) o del caporalato agricolo. Inoltre nel 2017, ci sono stati 37.783 immigrati sbarcati nei porti italiani (ovviamente i dati non comprendono gli immigrati arrivati grazie agli “sbarchi fantasma” dalla Tunisia), ovvero il 32% del totale, che non hanno neppure presentato la richiesta di asilo. Quindi, nel solo 2017, gli immigrati irregolari, senza documenti e senza nessun diritto di rimanere nel nostro Paese sono 84.775.

Dall’inizio del flusso migratorio dalla Libia, la stima ottimistica degli irregolari presenti in Italia si aggira sulle 600.000 persone, ovvero l’intera popolazione di Genova. Una vera emergenza per la tenuta della sicurezza pubblica del nostro Paese. Per capire il motivo di una percentuale di diniego alla protezione internazionale così elevata, basta guardare le nazionalità dichiarate dei migranti arrivati in Italia.
richiedenti asilo immigrati
Ad esempio, la cittadinanza più numerosa è quella nigeriana (25.964 migranti). Il Paese è la prima economia dell’Africa per PIL totale e non sono presenti conflitti al suo interno; solo nel nord, nei villaggi per precisione, sono riscontrati attentati terroristici degli jihadisti di Boko Haram. La maggioranza però dei nigeriani arrivati in Italia sono del sud-est del Paese, esattamente della zona di Benin City, fatto facilmente riscontrabile dal dialetto parlato.
Dopo la Nigeria, i Paesi di origine degli immigrati più presenti negli sbarchi dalla Libia sono il Bangladesh e il Pakistan. I primi stati con reali problemi di instabilità e conflitti sono il Mali (ottava posizione con 7.757 migranti), la Siria (dodicesima posizione con soli 2.270 richiedenti asilo) e la Somalia (tredicesima posizione con 2.055). I dati sulle nazionalità dei richiedenti asilo fanno ben capire che sulle coste italiane, grazie alla rotta libica, sbarcano in maggioranza quelli che il politicamente corretto chiama “migranti economici”, che rimarranno poi imbottigliati in Italia con scarsa possibilità di venire rimpatriati.
Infatti, nel 2017, solo 6.340 migranti sono stati rimpatriati mentre nel 2016 ancora meno, 5.300. La IOM Libya è riuscita a rimpatriare più di 15 mila migranti in Libia in soli 3 mesi, grazie al programma “Assisted Voluntary Return and Reintegration”, in accordo con l’Unione Africana e con il supporto dell’Unione Europea.
Perché non avviare il medesimo programma anche in Italia?
E con i ricollocamenti in Europa non va certamente meglio: sono stati ricollocati solo 11.464 richiedenti asilo (dicembre 2017) mentre 698 erano in corso di trasferimento. Ovviamente, i ricollocamenti riguardano “solo persone in evidente necessità di protezione internazionale, appartenenti a nazionalità il cui tasso di riconoscimento di protezione sia pari o superiore al 75% sulla base dei dati Eurostat”. Quindi una percentuale esigua dei migranti arrivati nei porti italiani.
Approfondiamo ora il tema a proposito dei tre tipi di protezione concessi dalle Commissioni Territoriali italiane e dell’anomalia tutta italiana della protezione umanitaria.
La protezione internazionale è sancita dalla Convenzione di Ginevra del 1951 allo scopo di dare “una condizione giuridica più stabile a quegli stranieri o apolidi che restavano sfollati o fuggitivi perché temevano di rientrare in patria dopo gli sconvolgimenti politici, etnici e territoriali successivi alla Seconda Guerra Mondiale”. La Convenzione sancisce due tipi di status: lo status di rifugiato e lo status di protezione sussidiaria.
Lo status di rifugiato rientra nel concetto stesso di protezione internazionale sancito dalla Convenzione di Ginevra, mentre lo status di protezione sussidiaria è riconosciuto al cittadino straniero che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato, ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno (ad esempio una condanna a morte).
Quindi, secondo la Convenzione di Ginevra, solo il 16% dei richiedenti asilo in Italia avrebbero diritto alla protezione internazionale (l’8% status di rifugiato più l’8% status di protezione sussidiaria).
E quel 25% di richiedenti asilo a cui è stata concessa la protezione umanitaria?
Questa è un’anomalia tutta italiana: gli altri Paesi europei vi ricorrono solo in forma residuale e irrilevante in termini percentuali.
La stessa ASGI, associazione prettamente immigrazionista finanziata da George Soros, descrive così l’istituto italiano della protezione umanitaria: “Il permesso di soggiorno per motivi umanitari è un titolo di soggiorno previsto dall’ordinamento giuridico italiano con una norma di portata generale, posta a chiusura del sistema complessivo che disciplina l’ingresso e il soggiorno degli stranieri nel territorio italiano. A differenza della protezione internazionale è un istituto che non ha un proprio esplicito fondamento nell’obbligo di adeguamento a norme internazionali o dell’Unione europea, seppur dia attuazione anche ad obblighi internazionali, ma che in ogni caso è rintracciabile, seppur con differenti specificità, negli ordinamenti interni di taluni altri Stati membri. Con l’obiettivo di dare tutela delle situazioni concrete che non trovano compiuta corrispondenza in quelle astratte previste dal Testo Unico dell’Immigrazione, il Legislatore ha ritenuto utile inserire questa clausola di salvaguardia, utilizzabile qualora ricorrano situazioni meritevoli di tutela per seri motivi umanitari, o che impongono la necessità di adeguare la disciplina ordinaria a previsioni costituzionali o internazionali con particolare riguardo per quelle rilevanti in materia di diritti dell’uomo”.
L’istituto della protezione umanitaria è contenuto nel “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero” del Decreto Legislativo 25 luglio 1998. L’allora maggioranza era appartenente al centro sinistra e il Premier era Romano Prodi. Non male per un Governo rimasto in carica solo 2 anni.
La protezione umanitaria viene rilasciata dal Questore a seguito di raccomandazione della Commissione Territoriale in caso di diniego in prima istanza di giudizio, ha una durata di 2 anni, è rinnovabile, e può essere convertita in permesso di soggiorno per lavoro. Un vero salvacondotto per molti dei cosiddetti migranti economici.
Ricapitolando: il 25% dei richiedenti asilo sbarcati in Italia ha ottenuto la protezione umanitaria dalle varie Commissioni Territoriali. Lo stesso 25% negli altri Paesi dell’Unione Europea avrebbe ottenuto un diniego e quindi un foglio di via. Rimpatri definiti impossibili, ricollocamenti in Europa quasi inesistenti e l’assoluta generosità tutta italiana nella concessione della protezione umanitaria. Paradossi italici.

Prove (e foto) dei legami tra i trafficanti e le Ong “State pronti, arriva gente”

Le conversazioni a bordo della nave Iuventa registrate dall’agente infiltrato svelano le collusioni con gli scafisti. La corsa per cancellare immagini e video dei soccorsi: «Tenete tutto pulito»

Libia, la miopia di tutti quelli che gioivano per la caduta di Gheddafi

Dalla Libia alla Siria, la strana storia di un giornalista free-lance finanziato da George Soros

Dalla Libia alla Siria, la strana storia di un giornalista free-lance finanziato da un miliardario

I media mainstream italiani stanno dando grande enfasi in queste ore alla storia eroica di Gabriele Del Grande, 35 anni, giornalista mai iscrittosi all’Ordine dei Giornalisti italiano, originario di Lucca. E’ stato fermato in Turchia nella provincia sud-orientale di Hatay, al confine con la Siria e sarà espulso dal Paese. Fonti giornalistiche occidentali affermano che Del Grande sia stato preso in consegna dalle autorità turche perché sprovvisto del necessario permesso stampa, senza il quale non puoi esercitare come giornalista. Ma, forse, c’è dell’altro…
Un free-lance e un magnate
La fiaba di un free-lance idealista e di un magnate filantropo
Bisogna infatti sapere che Del Grande, che deve la sua popolarità ai flussi migratori, gestisce il blog Fortress Europe, creato nel 2006 come “osservatorio sulle vittime della frontiera”, il quale è stato finanziato nientemeno che dalla Open Society Foundation del miliardario George Soros. A confermarlo è anche la Agenzia Giornalistica Italiana (AGI) ma basterebbe navigare sul sito di Soros per scoprirlo (vedi). La Open Society Foundation è un ente che – stando anche a WikiLeaks – oltre a lucrare sull’emigrazione di massa, finanzia i partiti politici anti-russi e favorevoli all’Unione Europa, e gestisce una rete di think tank atti a influenzare l’opinione pubblica a favore del globalismo. In modo particolare Soros è ritenuto vicino ai movimenti eversivi filo-imperialisti, protagonisti ad esempio del colpo di stato fascista in Ucraina e delle cosiddette “primavere arabe” che hanno destabilizzato la Libia e la Siria facendo esplodere il dramma dei profughi. Insomma: con questi sponsor Del Grande non è propriamente l’immagine del free-lance indipendente e idealista di cui si parla e già nel 2013 la Radiotelevisione pubblica della Svizzera Italiana gli dava ampio spazio (link).
Prima di affrontare la guerra siriana questo strano free-lance ha raccontato il conflitto libico accusando i giornalisti della sinistra anti-imperialista di raccontare il falso: fra le vittime dei suoi anatemi non solo Valentino Parlato de “Il Manifesto”, ma anche “TeleSur”, il canale Tv latinoamericano promosso dal Venezuela di Hugo Chavez, definito in sostanza come poco affidabile. Insomma: solo Del Grande sapeva quello che accadeva davvero in Libia ed era naturalmente la solita retorica mielosa di una presunta rivolta di popolo per la libertà e la democrazia, senza alcuna ingerenza neo-coloniale estera. Basta vedere cosa è la Libia oggi per capire quali interessi rappresentava in realtà questo giornalista. Ma andiamo a leggere quale era l’accusa che Del Grande rivolgeva al governo libico di Muammer Al-Gheddafi: “l’unica forma di opposizione interna negli ultimi decenni è stata quella dell’islam politico. Represso durissimamente dalla dittatura!”. In pratica l’aver contrastato con forza il terrorismo di matrice islamista sarebbe stato …negativo!
Del Grande davanti a una bandiera dell'insurrezione filo-atlantica in Siria
Del Grande davanti a una bandiera dell’insurrezione filo-atlantica
Ma questa uscita quasi simpatetica nei confronti dell’eversione islamista non è una gaffe… in altre occasioni il nostro strano free-lance si è espresso in termini ambigui, tanto che sembra, secondo voci per ora non confermate, che il suo fermo sia avvenuto mentre tentava di entrare illegalmente in territorio siriano dalla Turchia in compagnia di miliziani jihadisti. Del Grande, in effetti, ha più volte parlato dell’aggressione ai danni della Siria come di un movimento “rivoluzionario” e ha definito i terroristi come dei “partigiani”. In un suo testo è arrivato persino a descrivere la bandiera nera delle bande armate integraliste come un “simbolo dell’internazionalismo islamista” (sic!) arrivando a spiegare che molti terroristi “sono venuti semplicemente per seguire un grande ideale di solidarietà con la comunità musulmana sunnita siriana, a cui sentono di appartenere al di là delle frontiere”. Solidarietà sì, ma per rovesciare un governo laico, instaurare un regime di terrore estremista dedito alle decapitazioni? Non mancano foto che lo ritraggono con la bandiera dei ribelli siriani, quelli armati dagli Stati Uniti, mentre fa il segno della vittoria. Anche qui: più che un reporter super partes, appare come un militante ben addentro a una dinamica di guerra.
“Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono” diceva Malcolm X

Ecco perché il capitale vuole l’immigrazione di massa

 

 

di Diego Fusaro
Lo spettacolo pornografico televisivo, la chiacchiera vacua giornalistica, l’opinare ortodosso con tratti di lirismo servile proprio dei chierici accademici hanno come obiettivo portante la distrazione di massa e la conservazione santificante dell’ordine simbolico che superstrutturalmente legittima l’ordine strutturale dei realissimi rapporti di forza. Distrazione di massa, giacché l’attenzione delle masse pauperizzate deve senza posa essere spostata dalla contraddizione economica classista. Conservazione dell’ordine simbolico dominante, in quanto le masse asservite devono accettare le categorie e i concetti che prevedono e legittimano il loro stesso asservimento. L’obiettivo è garantire che i servi lottino sempre solo in difesa delle proprie catene e contro ogni eventuale liberatore. Perché il Capitale vincente giubila all’arrivo dei migranti? Perché, pur potendo farlo, non ne regola i flussi? AGGIUNGO IO, ANZI LI CREA.

Non è difficile capirlo, per chi voglia procedere con la propria testa e senza seguire le correnti del politicamente corretto e del pensiero unico artatamente preordinato. Il Capitale ha bisogno di masse di schiavi ricattabili e senza diritti, disperati e disposti a tutto pur di sopravvivere. Ne ha bisogno per tre ragioni: 1) perché può sfruttarli senza riserve, nel modo più efficace, come materiale umano disponibile; 2) perché può usarli, nella lotta di classe, come strumenti per abbassare il costo della forza lavoro, costringendo il lavoratore italiano e francese a lavorare nelle stesse condizioni del migrante (è la marxiana legge dell’esercito industriale di riserva); 3) perché può far sì che prosperino le lotte tra gli ultimi (autoctoni contro immigrati) e che la lotta resti nel piano orizzontale dei servi in lotta con i servi e mai si verticalizzi nella forma del conflitto tra servo e signore.

Libia, la vera emergenza nazionale oggi è la corruzione

di Alfredo Mantici
Dallo scoppio della rivoluzione che nel febbraio del 2011 ha portato alla sanguinosa caduta del regime del colonnello Muammar Gheddafi, la Libia è entrata in uno stato di instabilità e guerra civile tra milizie divise in varie fazioni e governi più o meno provvisori che hanno tentato, finora senza successo, di assumere il controllo del Paese.

A sei anni dal crollo del regime, tuttavia, la Libia non solo non è riuscita a darsi un governo unitario e a vedere le varie fazioni impegnarsi seriamente nella ricerca di uno sbocco politico alla rivolta, ma è stata infettata da un morbo che continuerà a minarne la salute sociale, politica ed economica negli anni a venire: la corruzione diffusa a tutti i livelli. Oggi il problema della Libia non è più lo Stato Islamico. Il vero problema nazionale è la corruzione istituzionalizzata che vede i politici di tutti i colori, così come le milizie e i nuovi oligarchi (dell’est e dell’ovest) arricchirsi illegalmente in una situazione di disordine istituzionale generalizzato che favorisce ruberie di fondi pubblici e affari illegali di ogni natura.

Secondo il Rapporto 2016 degli esperti sulla Libia delle Nazioni Unite «i gruppi armati e le reti criminali libici hanno diversificato le loro fonti di finanziamento e le loro attività includono non solo i rapimenti, il traffico di migranti, il contrabbando di petrolio e l’appropriazione di fondi di solidarietà provenienti dall’estero, ma anche enormi profitti da sofisticate manovre finanziarie valutarie».

Subito dopo la rivoluzione, nei giorni in cui l’Occidente guardava con inspiegabile ingenuità alle prospettive di nascita di una Libia libera e democratica, ( ” dimenticando” che la Libia democratica era solo quella che hanno distrutto), politicanti, capi delle milizie armate e leader tribali compresero che il collasso istituzionale avrebbe aperto di lì a poco strade insperate all’arricchimento illecito. Persino coloro che combatterono contro la rivoluzione capirono che stava arrivando il momento di “fare cassa”.

La corruzione a Tripoli e in Cirenaica

In migliaia, i lealisti cambiarono casacca e da strenui difensori del regime si arruolarono nelle milizie ribelli e iniziarono ad arricchirsi. Il sistema di corruzione non riguardava solo i gruppi armati ma anche le istituzioni post-rivoluzionarie sia in Cirenaica – dove detta legge il generale Khalifa Haftar – sia in Tripolitania, dove è al potere il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Fayez Al Serraj sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Secondo Khalid Shekshak, capo dell’Audit Bureau di Tripoli (l’organismo ispettivo governativo) il governo di Serraj «ha toccato il vertice della corruzione quando ha iniziato a pagare stipendi regolari anche ai membri delle milizie armate che controllano e proteggono le installazioni petrolifere e che praticano il contrabbando di petrolio».

Nell’ultimo biennio, i ranghi del corpo diplomatico libico si sono triplicati e si sono riempiti di personaggi che, nella maggioranza, non hanno alcuna esperienza nel settore e non parlano alcuna lingua straniera, ma ricevono ricchi stipendi grazie alla loro fedeltà ai nuovi governanti. I salari nel nuovo servizio diplomatico sono così appetibili che, secondo il Libyan Observer, il ministro della Sanità del governo Serraj ha nominato suo figlio attaché sanitario presso un’ambasciata libica in Europa, dalla quale il giovane può anche controllare il flusso dei fondi di solidarietà stanziati dall’Unione Europea per sostenere gli ospedali libici.

Anche il generale Haftar non sembra essersi fatto sfuggire l’occasione per un rapido arricchimento della sua famiglia. I suoi due figli sono stati elevati al rango di ufficiali superiori del Libyan National Army presso cui hanno il compito di gestire, senza alcuna supervisione, i rifornimenti militari e umanitari. Secondo l’ex portavoce di Haftar, intervistato dal Libyan Observer, i due giovani Haftar hanno aperto consistenti conti in banca in Egitto e negli Emirati.

La corruzione nelle banche e nei ministeri

Inoltre, pratica diffusa nei ministeri è quella degli “impiegati fantasma”. Secondo un’indagine dell’Audit Bureau, attualmente il ministero della Giustizia e quello della Sicurezza Nazionale hanno rispettivamente il 63% e il 51% di impiegati che non esistono, per i quali tuttavia vengono versati mensilmente regolari stipendi.

Anche le banche sono finite nelle mani dei capi delle milizie e dei loro alleati politici. Un “signore della guerra” molto noto a Tripoli, Haitam al Tajuri, secondo un rapporto delle Nazioni Unite ha recentemente preteso dalla Banca Centrale Libica una lettera di credito per una somma di 20 milioni di dollari, pari al cambio ufficiale a 15 milioni di dinari, e l’ha usata per rastrellare al mercato nero ben 80 milioni di dinari.

Il business dei migranti

Ma è il traffico di migranti che rappresenta una delle fonti di maggiore arricchimento delle milizie e dei politici compiacenti. Secondo i dati dell’International Organization for Migration (IOM), organizzazione intergovernativa fondata nel 1951 e alla quale aderiscono 166 stati, nel 2016 dalle coste libiche sono partiti verso l’Europa oltre 363mila migranti. I costi del trasporto clandestino variano da poche migliaia di dollari a testa a oltre 100mila dollari per le famiglie sufficientemente ricche, per le quali la traversata del Mediterraneo avviene su yacht confortevoli o su piccole navi sicure.

Il traffico avviene sotto la supervisione delle milizie che controllano i percorsi dei migranti dall’Africa Sub-sahariana fino alle coste libiche. Secondo la IOM, nel 2016 il traffico di esseri umani ha fruttato ai suoi controllori libici circa 346 milioni di dollari. Secondo fonti stampa internazionali, seppure continuano gli scontri tra le forze del generale Haftar e le milizie fedeli al governo di Al Serraj, stando ai numeri sul tasso di corruzione criminale e istituzionale presente nella Libia attuale, per risanare il Paese devastato da una falsa primavera occorrerà ben di più che una soluzione militare.

Preso da:  http://www.lookoutnews.it/libia-corruzione-banche-armi-migranti/