Libia: da Gheddafi a “15.000 milizie”

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Foto: Newsweek (da Google)

Nel memorandum 1) sulla Libia in merito alle politiche di disinformazione dell’Occidente sullo stato e sull’esercito libico, prima e durante la guerra d’aggressione scatenata dalla Nato e soci a partire dal marzo del 2011, Saif al Islam Khaddafi calcola che siano operanti allo stato attuale circa 15.000 milizie, gran parte delle quali ben armate e ben addestrate.
Il figlio di Gheddafi 2) non cita, perché presumibilmente lo da per scontato. la penetrazione di truppe d’invasione statunitensi, inglesi, francesi, italiane (trecento, di cui cento paracadusti della Folgore). E non cita la “rinascita” del terrorismo jihadista in particolare a Sirte e a Bengasi in seguito al ritorno dalla Siria degli oppositori più o meno democratici al governo di Assad (terrorismo che suo padre e il regime della Giamahiria aveva saputo contenere).

Lo stato considerato “fallito” da uomini di grande spessore morale come Giorgio Napolitano, oltre che dalle sinistre umanitarie e pacifiste, desiderose di bombardare e di uccidere, ora è realmente “fallito”, o , detto meglio, si trova nella condizione ideale perché gli avvoltoi dell’Occidente imperiale e i tagliagole locali possano disporne a loro piacimento.

Il caos allarma coloro che l’hanno creato perché è andato ben oltre quello preventivato. In tali condizioni è difficile infatti avviare in sicurezza la produzione di petrolio e gas e difendere gli oleodotti e i gasdotti. Ricorrere alle milizie costituite da bande di mercenari per la protezione degli impianti e delle infrastrutture diventa irrinunciabile.
Da qui i grandi sforzi che i carnefici della Libia stanno compiendo per approdare alla unificazione politica e giuridica del grande Paese africano. Dopo gli incontri a Madrid e Ginevra sotto gli auspici dell’ONU, si è registrato a Shkirat, cittadina del Marocco, tra Casablanca e Rabat, un accordo 3) che è stato ritenuto dalle parti importante e positivo. Ma gli entusiasmi son durati ben poco.
L’accordo prevedeva che il parlamento di Tobruk conservasse la maggioranza dei suoi membri e accogliesse al suo interno quaranta rappresentanti del parlamento di Tripoli, diventando in tal modo il parlamento ufficiale della Libia. Il premierato del governo di unità nazionale sarebbe spettato a Fayez Al Serray, pedina farsesca dell’Occidente, arrivato dal mare a Tripoli con la protezione armata delle navi dell’Impero e talmente amato dai suoi connazionali che solo dopo alcuni mesi è riuscito ad insediarsi a Tripoli.
L’accordo non è stato gradito né a Tripoli né a Tobruk.
L’Occidente imperiale sembra sostenere il debole governo di Tripoli, più facilmente manipolabile (l’Italia è particolarmente interessata, con l’ineffabile Minniti, alla regolazione dei flussi immigratori anche con strumenti di detenzione criminale), 4) sebbene il fronte presenti vistose smagliature con la Francia che “tratta” con Haftar, mentre gli stessi Stati Uniti sembrano avvicinarsi all’uomo forte di Tobruk, il feldmaresciallo Haftar che a sua volta gode dell’appoggio della Russia, dell’Egitto,degli  Emirati Arabi.
In un articolo 5) avevo affermato che Haftar sembrava avviato verso il controllo pieno della LIbia. Certamente ha saputo conquistare, ponendola sotto il controllo del governo di Tobruk la ricchissima “Mezzaluna del petrolio”6), situata tra Bengasi e Sirte ma è anche vero che la sua marcia si è rallentata in Tripolitania. Infatti, in appoggio all’intervento militare del generale Usama Juwahili, comandante della zona militare occidentale contro bande di fuorilegge7), le Brigate di Zintan e la Brigata rivoluzionaria di Tripoli alleate un tempo a Khalifa Haftar, seppure indipendenti, hanno attaccato l’esercito nazionale libico (LNA), costretto ad abbandonare la sua posizione.
La Tripolitania sembra perduta per il momento per il feldmaresciallo Haftar, mentre si profilano nell’area nuove alleanze. Al servizio di Al-Serray ? Al momento è difficile fare previsioni.
In tale contesto non va trascurata la presenza e l’azione politica dei Gheddafiani e in particolare della figura di Sail-Al-Khaddafi, personalità di alto prestigio, già a suo tempo considerato l’architeto di una nuova Libia, capace di “parlare” con le tante tribù della sua terra e proporre una politica di unificazione. A suo vantaggio va ricordato il rapporto politico favorevole, lui e la sua gente, con Khalifa Haftar
NOTE
1) Saif al-Islam Khaddafi ” Memorandum sulla Libia: disinformazione contro Stato Guida ed Esercito” in “Voltaire” 30/10/17
2) Saif al-Islam Khaddafi è attualmente perseguito dalla Corte Penale internazionale, indecemente gestito dall’Occidente imperiale, per “presunti” crimini contro l’umanità. Richiesto l’arresto del figlio di Muammar Gheddafi alle autorità giudiziarie locali
3) Il Post “Cosa rimane della Libia” 1/12/17
4) Amnesty international ” Libia: i governi europei complici di torture e violenze” 12/12/17
5) A. B. ” Haftar si avvia…” in Cagliaripad e in l’Interferenza 5/8/17
6) Il post, art. cit. 1/12/17
7) Andrey Akulov ” Eventi recenti in Libia: una sfida…” In “The Saker Italia”

Preso da: http://www.linterferenza.info/esteri/libia-gheddafi-15-000-milizie/

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Rileggere Lenin per contrastare l’enfasi celebrativa, nazionalista e bellicista dei fascisti verso la Prima Guerra Mondiale

Rileggere Lenin per contrastare l'enfasi celebrativa, nazionalista e bellicista dei fascisti verso la Prima Guerra Mondiale
Contro l’enfasi celebrativa, nazionalista e bellicista, di cui si vuol circondare il “centenario della vittoria”, che i fascisti vorrebbero addirittura elevare a “principale festa nazionale”; contro l’esaltazione “guerriera” diffusa da un Ministero della difesa sempre all’attacco, qualunque sia lo schieramento politico impegnato a reclamizzare le armi italiane su tutti i fronti in cui USA e NATO portino la “democrazia” a suon di bombe; contro la retorica patriottarda, che equipara le odierne esaltazioni dei professionisti della guerra al sacrificio dei “nostri nonni”, obbligati ad andare al macello in un conflitto che essi non volevano; contro questo, proponiamo, per chi avrà la pazienza di leggerla, questa nota di Lenin, a proposito delle smanie interventiste italiane di cento anni fa e del ruolo dei riformisti nel voler trasformare le masse popolari in “lacchè della propria borghesia nazionale”, osservando come, sul fronte dell’ “imperialismo della povera gente”, le condizioni dei migranti italiani di un secolo fa non differissero da quelle inflitte oggi agli attuali migranti proprio da coloro che più esaltano la “vittoria indimenticabile”.

IMPERIALISMO E SOCIALISMO IN ITALIA
(Nota)

Per l’interpretazione di quelle questioni che l’attuale guerra imperialista ha posto di fronte al socialismo, non è superfluo gettare uno sguardo sui diversi paesi europei, per imparare a isolare le modificazioni nazionali e i dettagli del quadro complessivo, da ciò che è basilare e sostanziale. Dal di fuori, dicono, le cose sono più evidenti. Perciò, quante meno analogie tra Italia e Russia, tanto più interessante, sotto certi aspetti, è paragonare imperialismo e socialismo in entrambi i paesi.

Nella presente nota abbiamo intenzione soltanto di evidenziare il materiale che offrono su questa questione le opere, uscite dopo l’inizio della guerra, del professore borghese Roberto Michels: “L’imperialismo italiano” e del socialista T. Barboni: “Internazionalismo o nazionalismo di classe?” (Il proletariato d’Italia e la guerra europea ). Il ciarliero Michels, rimasto superficiale come nelle altre sue opere, sfiora appena il lato economico dell’imperialismo, ma nel suo libro è raccolto un materiale di valore sulle origini dell’imperialismo italiano e su quel passaggio che costituisce la sostanza dell’epoca contempo­ranea e che, in Italia, ha un particolare risalto e precisamente: il passaggio dall’epoca delle guerre di liberazione nazionale all’epoca delle guerre imperialiste di rapina e reazionarie. L’Italia democratico-rivoluzionaria, vale a dire rivoluzionaria-borghese che abbatteva il giogo dell’Austria, l’Italia dell’epoca di Garibaldi, si trasforma definitivamente sotto i nostri occhi nell’Italia che opprime altri popoli, che saccheggia Turchia e Austria, nell’Italia di una borghesia rozza, reazionaria in misura rivoltante, sporca, che sbava per la soddisfazione di esser stata ammessa alla spartizione del bot­tino. Michels, come ogni altro decoroso pro­fessore, reputa, s’intende, “obiettività scientifica”, il suo servilismo di fronte alla borghesia e definisce questa divisione del bottino una “spartizione di quella parte del mondo rimasta ancora nelle mani dei popoli deboli” ( p. 179). Respingendo in modo sprezzante, come “utopistico” il punto di vista di quei socialisti ostili a ogni politica coloniale, Michels ripete i ragionamenti di quanti ritengono che l’Italia “dovrebbe essere la seconda potenza coloniale”, cedendo il primato alla sola Inghilterra, per densità di popolazione e vigore del movimento migratorio. Per quanto riguarda il fatto che in Italia il 40% della popo­lazione sia analfabeta, che ancor oggi vi scoppino rivolte per il colera, ecc. ecc., questi argomenti vengono contestati basandosi sull’esempio dell’Inghilterra: non era forse essa il paese della incredibile desolazione, dell’abiezione, della morte per fame delle masse operaie, dell’alcolismo, della miseria e della sozzura mostruose nei quartieri poveri delle città, nella prima metà del XIX secolo, quando la borghesia inglese gettava con così grande successo le basi della propria attuale potenza coloniale?

E bisogna dire che, dal punto di vista borghese, questo ragionamento è inoppugnabile. Politica coloniale e imperialismo non sono affatto deviazioni morbose e curabili del capitalismo (come pen­sano i filistei, e Kautsky tra loro), ma una conseguenza inevitabile dei fondamenti stessi del capitalismo: la concorrenza tra singole imprese pone la questione solo in questo modo – andare in rovina o mandare in rovina gli altri; la concorrenza tra i diversi paesi pone la questione solo così – rimanere al nono posto e rischiare in eterno il destino del Belgio, oppure mandare in rovina e conquistare altri paesi, e farsi largo per un posticino tra le “grandi” potenze.

Hanno definito l’imperialismo italiano “l’imperialismo dei poveri” (l’imperialismo della po­vera gente –in italiano nel testo – ndt), avendo in mente la povertà dell’Italia e la desolante miseria delle masse degli emigranti italiani. Lo sciovinista italiano Arturo Labriola, che si distingue dal suo ex avversario G. Plekhanov solo per il fatto di aver reso patente un po’ prima il proprio social-sciovinismo e per esser giunto a questo social-sciovinismo attraverso il semianarchismo piccolo-borghese e non attraverso l’opportunismo pic­colo-borghese, questo Arturo Labriola ha scritto nel suo libello sulla guerra in Tripolitania (nel 1912):

” … È chiaro che noi combattiamo non soltanto contro i turchi… ma anche contro gli intrighi, le minacce, i soldi e gli eserciti dell’Europa plutocratica, che non può sopportare che le piccole nazioni ardiscano compiere foss’anche un solo gesto, pronunciare anche una sola parola, che comprometta la sua ferrea egemonia” (p. 92). E il capo dei nazionalisti italiani, Corradini, ha di­chiarato: “Come il socialismo fu il metodo di liberazione del proletariato dalla borghesia, così il nazionalismo sarà per noi, italiani, il metodo di liberazione da francesi, tedeschi, inglesi, ame­ricani del nord e sud, i quali, nei nostri confronti, rappresentano la borghesia”.

Ogni paese che ha più colonie, più capitali, più soldati del “nostro”, toglie a “noi” certi privilegi, un certo profitto o sopraprofitto. Come tra singoli capitalisti, ottiene un sopraprofitto quello che dispone di macchine migliori della media, o detiene certi monopoli, così anche tra i paesi ottiene un sopraprofitto quello che è in una condizione economicamente migliore degli altri. È affare della borghesia lottare per privilegi e superiorità del proprio capitale nazionale e imbrogliare il popolo o il popolino (con l’aiuto di Labriola e Plekhanov) presentando la lotta imperialista per il “diritto” a saccheggiare gli altri, come una guerra di liberazione nazionale.

Fino alla guerra di Tripolitania, l’Italia non aveva saccheggiato altri po­poli – quantomeno, non in grande misura. Non è forse questa un’offesa insopportabile all’orgoglio nazionale? Gli italiani sono oppressi e umiliati di fronte alle altre nazioni. L’emigrazione italiana contava circa 100.000 persone l’anno, negli anni ’70 del secolo scorso, mentre raggiunge ora una cifra da ½ milione a 1 milione, e sono tutti miserabili che la fame, nel significato letterale della parola, caccia dal loro paese, sono tutti fornitori di forza-lavoro per i settori peggio pagati dell’industria, è tutta una massa che popola i quartieri più densi, poveri e luridi delle città americane e europee. Il numero degli italiani che vivono all’estero, da 1 milione nel 1881 è cresciuto a 5,5 milioni nel 1910, e per di più l’enorme maggioranza si trova in ricchi e “grandi” paesi, in rapporto ai quali gli italiani costi­tuiscono la più rozza, più “materiale”, più misera e priva di diritti massa operaia. Ecco i principali paesi che utilizzano il lavoro italiano a buon mercato: Francia, 400.000 italiani nel 1910 (240.000 nel 1881); Svizzera, 135.000 (41) – (tra parentesi, il numero in migliaia, nel 1881) -; Austria, 80.000 (40); Ger­mania, 180.000 (7); Stati Uniti, 1.779.000 (170); Brasile, 1.500.000 (82); Argentina, 1.000.000 (254). La “brillante” Francia, che 125 anni fa lottava per la libertà e per questo definisce “di liberazione” la sua attuale guerra per il proprio, e dell’Inghilterra, schiavistico “diritto alle colonie”, questa Francia tiene centinaia di migliaia di operai italiani addirittura in speciali ghetti, dai quali la canaglia piccolo­ borghese della “grande” nazione cerca di separarsi quanto più possibile e che cerca di umiliare e offendere in ogni modo. Gli italiani vengono chiamati col nomignolo dispregiativo di “macaroni” (è bene che il lettore grande-russo ricordi quanti nomignoli spregiativi circolino nel nostro paese per gli “stranieri” che non hanno avuto la fortuna di nascere con il diritto a nobili privilegi imperiali, i quali servono ai Purishkevic quale strumento di oppressione sia del grande-russo, sia di tutti gli altri popoli della Russia). La grande Francia ha stipulato nel 1896 un accordo con l’Italia, in forza del quale quest’ultima si impegna a non aumentare il numero delle scuole italiane a Tunisi! Ma la popolazione italiana a Tunisi è cresciuta da allora di sei volte. Gli italiani a Tunisi sono 105.000, contro 35.000 francesi; ma tra i primi solo 1.167 sono proprietari fondiari, che possiedono 83.000 ettari, mentre tra i secondi ce ne sono 2.395, che hanno saccheggiato, nella “propria” colonia, 700.000 ettari. Dunque, come non esser d’accordo con Labriola e gli altri “plekhanovisti” ita­liani, sul fatto che l’Italia ha “diritto” a una propria colonia a Tripoli, all’oppressione degli slavi in Dalmazia, alla spartizione dell’Asia Mi­nore, ecc.!*

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NOTA * E’ in sommo grado istruttivo sottolineare il legame tra il passaggio dell’Italia al­l’imperialismo e l’assenso del governo alla riforma elettorale. Questa riforma ha elevato il numero di elettori da 3.219.000 a 8.562.000, vale a dire ha “quasi” concesso il suffragio universale. Fino alla guerra di Tripolitania, Io stesso Giolitti, che ha ora attuato la riforma, era decisamente contrario a essa. “La motivazione per il mutamento di linea da parte del governo” e dei partiti moderati – scrive Michels – è stata, per la sua essenza, patriottica. “Nonostante l’antico disgusto teorico verso la politica coloniale, gli operai industriali, e ancor più gli operai non qualificati, hanno combattuto contro i turchi in modo eccezionalmente disciplinato e ubbidiente, malgrado ogni previsione. Questo comportamento servile in rapporto alla politica governativa, meritava un riconoscimento, per spronare il proletariato a proseguire su questa nuova strada. In parlamento, il presidente del consiglio dei ministri ha dunque dichiarato che la classe operaia italiana, con il suo comportamento patriottico sui campi di battaglia in Libia, ha dimostrato di fronte alla patria di aver raggiunto d’ora innanzi il più alto grado di maturità politica. Chi è in grado di sacrificare la vita per un nobile scopo, è anche in grado di difendere gl’interessi della patria in qualità di elettore e ha perciò diritto a che lo Stato lo consideri degno della pienezza dei diritti politici”. (p. 177). Parlano bene i ministri italiani! Ma, ancora meglio i “radicali” tedeschi social-democratici, che ripetono ora questo ragionamento servile: “noi” abbiamo adempiuto il nostro dovere, abbiamo aiutato “voi” a saccheggiare paesi stranieri, ma “voi” non volete dare “a noi” il suffragio universale in Prussia …

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Come Plekhanov sostiene la guerra “di liberazione” della Russia contro la brama della Germania di trasformarla in una propria colonia, così il capo del partito dei riformisti, Leonida Bissolati, grida contro “l’inva­sione del capitale straniero in Italia” (p. 97): il capitale tedesco in Lom­bardia, quello inglese in Sicilia, il francese nel Piacentino, il belga nelle aziende tranviarie, ecc.
ecc. senza fine.

La questione è posta senza mezzi termini e non è possibile non riconoscere che la guerra europea ha recato all’umanità un enorme beneficio, avendo posto, effettivamente, in maniera risoluta, di fronte a centinaia di milioni di individui di nazioni diverse, la questione: o difendere, col fucile o con la penna, direttamente o indirettamente, in una qualsiasi forma, i pri­vilegi di grande potenza o nazionali in genere, o i vantaggi o le pretese della “propria” borghesia, e allora questo significa essere suoi seguaci o lacchè, oppure utilizzare ogni lotta, e soprattutto quella armata per i privi­legi di grande potenza, al fine di smascherare e rovesciare ogni governo, ma prima di tutti il proprio governo, servendosi delle azioni rivoluzionarie del prole­tariato solidale internazionalmente. Non c’è via di mezzo, o in altre pa­role: il tentativo di tenere una posizione mediana, significa di fatto il passaggio coperto dalla parte della borghesia imperialista.

Tutto il libello di Barboni è appunto dedicato, di fatto, proprio a questo, cioè a coprire questo passaggio. Barboni si presenta come internazionalista, perfettamente allo stesso modo del no­stro sig. Potresov; argomentando che, dal punto di vista internazionale, bisogna stabilire il successo di quale parte sia più vantaggioso, o non nocivo, per il proletariato, definisce tale questione, s’intende, contro… Austria e Germania. Barboni, pienamente nello spirito di Kautsky, propone al Partito socia­lista italiano di proclamare solennemente la solidarietà degli operai di tutti i paesi, – in primo luogo, naturalmente, di quelli belligeranti, – le convinzioni internazionaliste, un programma di pace sulla base del disarmo e dell’indipendenza nazionale di tutte le nazioni, con la costituzione di “una lega di tutte le nazioni per una reciproca garanzia di inviolabilità e indipendenza” (p. 126). E appunto nel nome di questi principi, Barboni dichiara che il militarismo è un fenomeno “parassitario” nel capitalismo e “niente affatto necessario”; che l’Austria e la Ger­mania sono impregnate di “imperialismo militaristico”, che la loro politica aggressiva è una “minaccia permanente alla pace europea”, che la Germania “ha respinto in permanenza le proposte di riduzione degli armamenti avanzate dalla Russia (sic!!) e dall’Inghilterra” ecc. ecc., e che il Partito socialista italiano, al momento opportuno, deve dichia­rarsi per l’intervento dell’Italia dalla parte della Triplice Intesa!

Resta ignoto, in forza di quali principi possa preferirsi, all’imperialismo borghese della Germania, che economicamente si è sviluppata nel secolo XX più velocemente degli altri paesi europei e che è rimasta particolarmente “offesa” nella spartizione delle colonie, l’impe­rialismo borghese dell’Inghilterra, che si è sviluppata molto più lenta­mente, ha saccheggiato una quantità di colonie, ricorrendo spesso là (lontano dall’Euro­pa) a metodi di repressione non meno bestiali dei tedeschi, e arruolando, con i propri miliardi, milioni di soldati di diverse potenze continentali, per il saccheggio di Austria e Turchia, ecc. L’internazionalismo di Barboni si esaurisce, in sostanza, come in Kautsky, nella difesa a parole dei principi socialisti, ma sotto la copertura di tale ipocrisia, viene di fatto condotta la difesa della propria borghesia, quella italiana. Non è possibile non sottolineare che Barboni, avendo pubblicato il suo libro nella libera Svizzera (la cui censura ha cancellato solo metà di una riga, a p. 75, dedicata evidentemente a una critica all’Austria), per tutte le 143 pagine non ha sentito il desiderio di riportare le tesi fondamentali del manifesto di Basilea e analizzarle coscienziosamente. In compenso, il nostro Barboni cita con grande simpatia (p.103) due ex rivoluzionari russi, reclamizzati ora da tutta la borghesia francofila, il piccolo-borghese anarchico Kropotkin e il filisteo social-democratico Plekhanov. Per forza! I sofismi di Plekhanov, nella sostanza, non si distinguono in niente dai sofismi di Barboni. Solo la libertà politica in Italia strappa meglio i veli da questi sofismi e smaschera più chiaramente l’autentica posizione di Barboni, quale agente della borghesia nel campo operaio.

Barboni si duole per “l’assenza di un vero e autentico spirito rivoluzionario” nella social-democrazia tedesca (del tutto come Plekhanov); saluta caldamente Karl Liebknecht (come Io salutano i social-sciovi­nisti francesi, che non vedono la trave nei loro occhi); ma egli dichiara deci­samente che “non si può affatto parlare di bancarotta dell’Interna­zionale” (p. 92), che i tedeschi “non hanno tradito lo spi­rito dell’Internazionale” (p. 111), in quanto hanno agito convinti “in buona fede” di difendere la patria. E Barboni, nello stesso untuoso spirito di Kautsky, ma con una certa oratoria da epoca romana, dichiara che l’In­ternazionale è pronta (dopo la vittoria sulla Germania) “a perdonare ai tedeschi, come Cristo perdonò a Pietro, l’attimo di sfiducia, guarire, dimenticando, le profonde ferite inferte dall’imperialismo militarista e tenderà la mano per una pace dignitosa e fraterna” (p. 113).

Un quadro toccante: Barboni e Kautsky – non senza la partecipazione, verosimilmente, dei nostri Kosovskij e Akselrod – si perdonano l’un l’altro!!

Pienamente soddisfatto di Kautsky e Guesde, di Plekhanov e Kropotkin, Barboni non è soddisfatto del suo partito socialista ope­raio, in Italia. In questo partito, che ha avuto la ventura, ancor prima della guerra, di liberarsi dei riformisti Bissolati e C°, si è creata, vedete, una tale “atmosfera, che è impossibile respirare” (p.7) per chi (come Barboni) non condivide lo slogan della “assoluta neutralità” (cioè della lotta decisa contro la difesa dell’en­trata in guerra dell’Italia). Il povero Barboni si lamenta amaramente che individui come lui vengano definiti, nel Partito socialista operaio ita­liano, “intellettuali”, “persone che hanno perso il contatto con le masse, fuorusciti dalla borghesia”, “individui che hanno deviato dalla strada diretta del socialismo e dell’internazionalismo” (p. 7). Il nostro partito – si indigna Barboni – “fanatizza le masse, più che educarle” (p. 4 ).

Vecchio motivo! Una variante italiana del noto ritornello dei liqui­datori russi e degli opportunisti contro la “demagogia” dei malvagi bolscevichi, che “aizzano” le masse contro gli ottimi socialisti della “Nasha Zarja”, del Comitato di Organizzazione e della frazione di Chkheidze! Ma quale preziosa ammissione del social-sciovinista italiano, che nell’unico paese in cui, per parecchi mesi, è stato possibile discutere liberamente sui programmi dei social-sciovinisti e degli internazionalisti rivoluzionari, proprio le masse operaie, proprio il proletariato cosciente si sono messi dalla parte di questi ultimi, mentre gli intellettuali piccolo-borghesi e gli opportunisti dalla parte dei primi!

La neutralità è gretto egoismo, incomprensione della situazione internazionale, infamia verso il Belgio, è “assenza” – e “gli assenti hanno sempre torto”, ragiona Barboni, del tutto nello spirito di Plekhanov e Akselrod. Ma, dato che in Italia ci sono due partiti legali, riformista e social-democratico operaio, dato che in questo paese non è possibile raggirare il pubblico, coprendo la nudità dei sigg. Potresov, Cerevanin, Levitskij e C°, con la foglia di fico della frazione di Chkheidze o del Comitato di Organizzazione, allora Barboni riconosce aper­tamente:

“Da questo punto di vista, vedo più rivoluzionarismo nelle azioni dei socialisti riformisti, che hanno compreso alla svelta quale immenso significato avrebbe per la futura lotta anticapitalista questo rin­novamento della situazione politica” (in conseguenza della vittoria sul militarismo tedesco) “e in piena coerenza, si sono messi dalla parte della Triplice Intesa, che non nella tattica dei socialisti rivoluzionari ufficiali che, precisamente come le tartarughe, si sono nascosti dietro lo scudo dell’assoluta neutralità” (p. 81).

A proposito di tale preziosa ammissione, a noi non rimane che esprimere l’augurio che qualcuno dei compagni che conoscono il movimento italiano, raccolga e elabori sistematicamente l’enorme e interessantissimo materiale fornito dai due partiti italiani, sulla questione di quali strati sociali, quali elementi, con l’appoggio di chi, con quali argomenti, abbiano difeso, da una parte, la politica rivoluzionaria del proletariato italiano, oppure, dall’altra, il servilismo nei confronti della borghesia imperialista italiana. Quanto più materiale verrà raccolto nei diversi paesi, tanto più chiara risulterà, per gli operai coscienti, la verità sulle cause e il significato della bancarotta della II Internazionale.

Osserviamo in conclusione, che Barboni, di fronte al partito operaio, fa di tutto, a forza di sofismi, per cercare di entrare nelle grazie degli istinti rivolu­zionari degli operai. Egli raffigura i socialisti-internazionalisti in Italia, avversi a una guerra che è di fatto condotta per gli interessi impe­rialisti della borghesia italiana, come sostenitori di una vile astensione, desiderosi egoisticamente di imboscarsi di fronte agli orrori della guerra. “Un popolo educato alla paura di fronte agli orrori della guerra, si spaventerà verosimilmente anche per gli orrori della rivoluzione” (p. 83). E a fianco di tale disgustoso tentativo di acconciarsi a rivoluzionario, il riferimento grezzo-mercantesco alle “chiare” parole del ministro Salandra: “l’or­dine sarà mantenuto costi quel che costi”, il tentativo di sciopero generale contro la mobilitazione condurrà solo a un “inutile macello”; “noi non fummo in grado di impedire la guerra libica (in Tripolitania), ancor meno potremmo impedire la guerra con l’Austria” ( p. 82).

Barboni, similmente a Kautsky, Cunow e a tutti gli opportunisti, consapevolmente, con il più infame calcolo di gabbare singoli elementi tra le masse, ascrive ai rivoluzionari lo stoltissimo piano di “far cessare” la guerra “d’un tratto” e di farsi prendere a fucilate dalla borghesia nel momento per essa più comodo – desiderando trovare una scappatoia dai compiti chiaramente posti a Stoccarda e a Basilea: servirsi della crisi rivoluzionaria per una sistematica propaganda rivoluzionaria e per la preparazione delle azioni rivoluzionarie delle masse. E che l’Europa stia ora vivendo un momento rivoluzionario, Barboni lo vede in modo perfettamente chiaro:

“… C’è un punto su cui ritengo necessario insistere, persino rischiando di annoiare il lettore, giacché non si può valutare correttamente l’attuale situazione politica, senza chiarire questo punto: il periodo che stiamo vivendo è un periodo catastrofico, un periodo d’azione, allorché la questione verte non sulla spiegazione delle idee, non sulla stesura di programmi, non sulla determinazione delle linee di condotta politica per il futuro, bensì sull’impiego delle forze vive e attive, per il raggiungimento del risultato nel corso di mesi, e forse addirittura solo di settimane. In tali condizioni non si tratta di filosofeggiare sul futuro del movimento proletario, ma di consolidare il punto di vista del prole­tariato di fronte al momento corrente” (pp. 87-88).

Ancora un sofisma spacciato per rivolu­zionario! 44 anni dopo la Comune, avendo attraversato quasi mezzo se­colo di raccolta e preparazione delle forze delle masse, nel momento in cui attraversa un periodo catastrofico, la classe rivoluzionaria d’Europa deve pensare a come diventare il più in fretta possibile lacchè della propria borghesia nazionale, a come aiutarla a saccheggiare, violentare, mandare in rovina, assoggettare popoli stranieri, invece che a dispiegare tra le masse una propaganda direttamente rivoluzionaria e la preparazione di azioni rivoluzionarie.

Pubblicato sul “Kommunist” N° 1-2, 1915

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-rileggere_lenin_per_contrastare_lenfasi_celebrativa_nazionalista_e_bellicista_dei_fascisti_verso_la_prima_guerra_mondiale/82_25938/

[LENIN, Polnoe sobranie socinenij, 5°ed., Moskva 1962; vol. 27, pagg.14-23 – traduzione di fp]

Notizia del:

In Italia la più grande polveriera Usa

Alla fine della seconda guerra mondiale le truppe alleate occuparono il continente europeo. Francia e Russia le hanno ritirate, Stati Uniti e Regno Unito invece continuano a mantenere parte delle loro forze armate in Europa. In previsione di una guerra mondiale contro Cina e Russia, il Pentagono utilizza da un anno le numerose basi statunitensi in Italia per incrementare in modo massiccio lo stoccaggio di armi in Europa, bombe atomiche incluse.

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Lewis Eisenberg era il presidente del Porto di New York che vendette il World Trade Center appena prima degli attentati dell’11 Settembre per renderne possibile l’organizzazione. Eisenberg è oggi ambasciatore degli Stati Uniti a Roma e sta trasformando la penisola in un arsenale USA.
L’8 agosto ha fatto scalo nel porto di Livorno la Liberty Passion (Passione per la Libertà) e il 2 settembre la Liberty Promise (Promessa di Libertà), che saranno seguite il 9 ottobre dalla Liberty Pride (Orgoglio di Libertà). Le tre navi ritorneranno quindi a Livorno, in successione, il 10 novembre, il 15 dicembre e il 12 gennaio.


Sono enormi navi Ro/Ro, lunghe 200 metri e con 12 ponti, capaci ciascuna di trasportare 6500 automobili. Non trasportano però automobili, ma carrarmati. Fanno parte di una flotta statunitense di 63 navi appartenenti a compagnie private che, per conto del Pentagono, trasportano in continuazione armi in un circuito mondiale tra i porti statunitensi, mediterranei, mediorientali e asiatici.
Il principale scalo mediterraneo è Livorno, perché il suo porto è collegato alla limitrofa base statunitense di Camp Darby. Quale sia l’importanza della base lo ha ricordato il colonnello Erik Berdy, comandante della guarnigione in Italia dello Us Army, in una recente visita al quotidiano «La Nazione» di Firenze.
La base logistica, situata tra Pisa e Livorno, costituisce il più grande arsenale Usa fuori dalla madrepatria. Il colonnello non ha specificato quale sia il contenuto dei 125 bunker di Camp Darby. Esso può essere stimato in oltre un milione di proiettili di artiglieria, bombe per aerei e missili, cui si aggiungono migliaia di carrarmati, veicoli e altri materiali militari. Non si può escludere che nella base vi siano state, vi siano o possano esservi in futuro anche bombe nucleari.
Camp Darby — ha sottolineato il colonnello — svolge un ruolo chiave, rifornendo le forze terrestri e aree statunitensi in tempi molto più brevi di quanto occorrerebbe se venissero rifornite direttamente dagli Usa. La base ha fornito la maggior parte delle armi per le guerre contro l’Iraq, la Jugoslavia, la Libia e l’Afghanistan. Dal marzo 2017, con le grandi navi che mensilmente fanno scalo a Livorno, le armi di Camp Darby vengono trasportate in continuazione nei porti di Aqaba in Giordania, Gedda in Arabia Saudita e altri scali mediorientali per essere usate dalle forze statunitesi e alleate nelle guerre in Siria, Iraq e Yemen.
Nel suo viaggio inaugurale la Liberty Passion ha sbarcato ad Aqaba, nell’aprile 2017, 250 veicoli militari e altri materiali. Tra le armi che ogni mese vengono trasportate via mare da Camp Darby a Gedda, vi sono certamente anche bombe Usa per aereo che l’aviazione saudita impiega (come risulta da prove fotografiche) per fare strage di civili nello Yemen. Vi sono inoltre seri indizi che, nel collegamento mensile tra Livorno e Gedda, le grandi navi trasportino anche bombe per aereo fornite dalla Rwm Italia di Domusnovas (Sardegna) all’Arabia Saudita per la guerra nello Yemen.
In seguito all’accresciuto transito di armi da Camp Darby, non basta più il collegamento via canale e via strada della base col porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa. È stata quindi decisa una massiccia riorganizzazione delle infrastrutture (confermata dal colonnello Berdy), comprendente una nuova ferrovia. Il piano comporta l’abbattimento di 1000 alberi in un’area protetta, ma è già stato approvato dalle autorità italiane. Tutto questo non basta.
Il presidente del Consiglio regionale toscano Giani (Pd), ricevendo il colonnello Berdy, si è impegnato a promuovere «l’integrazione tra la base militare Usa di Camp Darby e la comunità circostante». Posizione sostanzialmente condivisa dal sindaco di Pisa Conti (Lega) e da quello di Livorno Nogarin (M5S). Quest’ultimo, ricevendo il colonnello Berdy e poi l’ambasciatore Usa Eisenberg, ha issato sul Comune la bandiera a stelle e strisce.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

Preso da: http://www.voltairenet.org/article202893.html

Così l’amministrazione dell’ONU organizza la guerra

Il documento interno delle Nazioni Unite che pubblichiamo dimostra come l’amministrazione dell’ONU agisca in contrasto con le finalità dell’Organizzazione. La gravità della situazione è tale da rendere necessaria una spiegazione del segretario generale, António Guterres; spiegazione che il ministro degli Esteri russo, Sergueï Lavrov, ha già chiesto nei giorni scorsi. Se questo chiarimento non arriverà, gli Stati membri potrebbero rimettere in discussione l’ONU.

| Damasco (Siria)
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Nella foto, l’ex assistente di Hillary Clinton, Jeffrey Feltman, presta giuramento il 2 luglio 2012 sulla Carta delle Nazioni Unite, davanti al segretario generale, il corrottissimo Ban Ki-moon, e diventa il numero due dell’Organizzazione.
A ottobre 2017 il sottosegretario generale delle Nazioni Unite agli Affari Politici, Jeffrey Feltman, ha redatto in segreto un documento per istruire tutte le Agenzie dell’ONU sul comportamento da adottare rispetto al conflitto siriano.

Gli Stati membri dell’Organizzazione non ne sono mai stati informati, neppure quelli del Consiglio di Sicurezza, almeno fino a quando il ministro degli Esteri russo, Sergueï Lavrov, il 20 agosto scorso ne ha rivelato l’esistenza [1].
Ce ne siamo procurati una copia [2].

Il suo contenuto è un tradimento dello spirito della Carta delle Nazioni Unite [3], perché ne capovolge le priorità: per statuto, l’obiettivo fondamentale dell’ONU è «mantenere la pace e la sicurezza internazionale»; per contro, le istruzioni di Feltman gli antepongono il «rispetto dei diritti dell’uomo». Così la difesa dei diritti umani diviene strumento contro la pace.
L’espressione «diritti dell’uomo» esisteva molto prima della sua formulazione giuridica (ossia prima che tali diritti potessero essere fatti valere davanti a un giudice). Il ministero degli Esteri britannico ne fece ampio uso nel XIX secolo per giustificare alcune guerre del Regno Unito. Per esempio, assicurò che, in nome della difesa dei diritti umani, l’Inghilterra era pronta a combattere l’Impero Ottomano. Si trattava in realtà di uno scontro tra l’Impero britannico e la Sublime Porta. I popoli che Londra pretendeva aver liberato non furono certamente più felici ritrovandosi sottomessi al tiranno inglese piuttosto che ad altro tiranno. Nel XX secolo i «diritti dell’uomo» furono dapprima il marchio di fabbrica delle ONG «senza frontiere», poi lo slogan dei trotzkisti collegati alla CIA: i neoconservatori.
La Carta delle Nazioni Unite utilizza sei volte l’espressione «diritti dell’uomo», senza però farne un ideale in sé. Solo la pace può garantirne il rispetto. La guerra, è bene ricordarlo, è un periodo di sconvolgimenti in cui i diritti individuali sono messi da parte, è un contesto di ferocia dove può accadere che, per salvare un popolo, si sia costretti a scegliere di sacrificarne una parte.
Ed è per questo che si fa distinzione tra polizia ed esercito: la polizia protegge i diritti individuali, l’esercito quelli collettivi. La polizia deve rispettare i «diritti dell’uomo», l’esercito può essere costretto a ignorarli. Sembra che nell’epoca contemporanea gli individui, avvolti nel bozzolo della loro agiatezza, abbiano smarrito il senso di queste distinzioni elementari.
Se l’invocazione della difesa dei diritti umani è inizialmente servita da travestimento delle conquiste territoriali, ora, spinta all’estremo, è diventata l’ideologia per giustificare la distruzione delle strutture statali nazionali. Stanno tentando di convincerci che, affinché i nostri diritti vengano rispettati, dobbiamo essere «cittadini del mondo» e accettare una «società aperta», «senza frontiere», amministrata da un «governo mondiale».
Imporre a ognuno di questi «cittadini del mondo» quel che è bene per noi… e dunque per loro, significa disdegnare la storia e la loro cultura.
Nelle istruzioni alle agenzie ONU Feltman prende a pretesto per l’ennesima volta i «diritti dell’uomo». Proprio Feltman, personaggio che, in quanto membro dell’Autorità provvisoria della Coalizione — denominazione abusiva di una società privata, strutturata sul modello della Compagnia delle Indie —, ha governato l’Iraq [4] mostrando così poco rispetto per i diritti degli iracheni.
Ebbene, Feltman ha già esplicitato il suo reale obiettivo per la Siria in una serie di documenti, noti come Piano Feltman [5], ove si propone di abolire la sovranità del popolo siriano e di instaurare, come in Iraq, un’amministrazione straniera.
Nel documento alle Agenzie ONU Feltman, con sfacciataggine, scrive: «Il Piano di azione umanitaria deve continuare a essere umanitario per garantire all’ONU la possibilità di condurre in porto attività umanitarie essenziali per salvare vite e assicurare il soddisfacimento dei bisogni essenziali delle popolazioni. Attività di sviluppo e ricostruzione che vadano al di là dovranno essere trattate in ambiti diversi che, per natura, richiederanno negoziazioni di più lunga durata con i governi coinvolti. È essenziale, tenuto conto delle complesse questioni giuridiche e politiche in gioco». In altri termini, date da mangiare ai rifugiati, ma non combattete la carestia che li rode: si faccia in modo che la ragione del loro morir di fame rimanga uno strumento di cui disporre nei negoziati con il governo siriano.
Giordani, libanesi, turchi ed europei rimarranno sopresi leggendo: «L’ONU non favorirà il rientro dei rifugiati e dei profughi, sosterrà invece i rimpatriati per garantire loro un rientro e una reintegrazione sicuri, dignitosi, informati, volontari e duraturi, nonché il diritto dei siriani di chiedere asilo». Facendo propria la teoria del professor Kelly Greenhill [6], Feltman non vuole aiutare i siriani in esilio a ritornare nel loro Paese, ma intende utilizzare il loro esodo per indebolire la Siria.
«L’assistenza delle Nazioni Unite non deve aiutare chi ha commesso crimini di guerra o crimini contro l’umanità», precisa Feltman, vietando così a titolo cautelativo ogni aiuto a qualunque potere.
Feltman stabilisce anche che: «Solo dopo una transizione politica vera e inclusiva negoziata dalle parti l’ONU sarà disposto a favorire la ricostruzione». Siamo lontanissimi dall’ideale espresso dalla Carta delle Nazioni Unite.

[1] “Sergey Lavrov news conference with Gebran Bassil”, by Sergey Lavrov, Voltaire Network, 20 August 2018.
[2] “Parameters and Principles of UN assistance in Syria”, by Jeffrey D. Feltman, Voltaire Network, 3 September 2018.
[3] « Charte des Nations unies », Réseau Voltaire, 26 juin 1945.
[4] « Qui gouverne l’Irak ? », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 13 mai 2004.
[5] “Draft Geneva Communique Implementation Framework”, “Confidence Building Measures”, “Essential Principles”, “Representativness and Inclusivity”, “The Preparatory Phase”, “The Transitional Governing Body”, “The Joint Military Council and Ceasefire Bodies”, “The Invitation to the International Community to Help Combat Terrorist Organizations”, “The Syrian National Council and Legislative Powers during the Trasition”, “Transitional Justice”, “Local Governance”, “Preservation and Reform of State Institutions”, “Explanatory Memorandum”, “Key Principles revealed during Consultations with Syrian Stake-holders”, “Thematic Groups” (documents non publiés). “La Germania e l’ONU contro la Siria”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Al-Watan (Siria) , Rete Voltaire, 28 gennaio 2016.
[6] “Strategic Engineered Migration as a Weapon of War”, Kelly M. Greenhill, Civil War Journal, Volume 10, Issue 1, July 2008.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article202734.html

“Così gli 007 inglesi lasciarono tornare i jihadisti in Libia”

2 giugno 2017

di Lorenzo Forlani

Una politica della “porta girevole”, quella che secondo alcune rivelazioni fatte al quotidiano online Middle East Eye avrebbe adottato il Regno Unito nei confronti dei cittadini britannici di origine libica e dei libici in esilio in Gran Bretagna. A partire dal 2011 l’Mi5, il servizio di controspionaggio britannico, avrebbe permesso a questi ultimi di uscire ed entrare dal Paese per unirsi alle rivolte contro Gheddafi, nonostante su alcuni di loro pendessero sospetti su possibili attività terroristiche. Alcuni testimoni – combattenti ribelli attivi oggi in Libia, oppure rientrati in Regno Unito – avrebbero rivelato di essere partiti dall’Inghilterra per unirsi alle rivolte contro Gheddafi, senza essere soggetti ad alcun interrogatorio o indagine. Persone potenzialmente come Salman Abedi, il 22enne autore della strage di Manchester, la cui famiglia era rientrata in Libia per prendere parte alla rivoluzione contro il Rais.

Anche Abedi era rientrato nel Paese nordafricano nel 2011 per poi fare ritorno a Manchester in diverse occasioni. La polizia inglese è certa che Abedi sia parte di un più ampio network, certezza che ha portato all’arresto di numerose persone a lui collegate, incluso il fratello maggiore Ismail. Il fratello minore del kamikaze, Hashem, era stato arrestato invece dalle forze di sicurezza libiche poiché intendeva commettere attentati a Tripoli. In manette per presunti legami con jihadisti era stato anche il padre, Ramadan, uno dei tantissimi libici in esilio il cui rimpatrio sarebbe stato facilitato dal governo inglese per ingrossare le fila dei rivoltosi contro Gheddafi.

Da Londra a Tripoli, senza interrogatorio

Un cittadino britannico di origini libiche in condizioni di anonimato sostiene di essere rimasto sorpreso per il fatto di esser riuscito a volare facilmente in Libia nel 2011, nonostante fosse stato fino a pochi giorni prima agli arresti domiciliari per sospette attività terroristiche. “Mi hanno fatto partire, senza farmi alcuna domanda”, rivela, aggiungendo di aver incontrato nel 2011 a Londra molti altri cittadini britannici di origine libica, le cui ordinanze di custodia cautelare erano appena state rimosse, proprio in corrispondenza dell’inasprirsi della guerra contro Gheddafi, in cui Regno Unito, Francia e Stati Uniti in particolare sostenevano i ribelli con una campagna aerea.

“Le autorità britanniche sapevano”

“Si trattava di ragazzi dell’al Jama’a al Islamiyah al Muqatilah bi Lybia (Gruppo dei combattenti islamici libici, LIFG, fondato negli anni ’90 da veterani libici per combattere i sovietici in Afghanistan), e le autorità britanniche lo sapevano”. Il Regno Unito aveva inserito il LIFG tra le organizzazioni terroristiche nel 2005, descrivendoli come una formazione che vuole “stabilire uno Stato islamico radicale”, come “parte di un più ampio movimento estremista ispirato ad Al Qaeda”. Belal Younis, un altro cittadino britannico recatosi in Libia nel 2011, racconta di essere stato fermato al suo ritorno dalla Libia secondo il “programma 7”, che permette alla polizia e agli agenti dell’immigrazione di detenere e interrogare chiunque passi ai controlli di frontiera portuali o aeroportuali, per determinarne il possibile coinvolgimento in attività terroristiche. Younis poi aggiunge che le autorità, nel chiedergli se aveva intenzione di combattere in Libia, gli avevano chiaramente detto di non avere alcun problema con chi volesse andar a combattere contro Gheddafi. Younis conclude rivelando di aver addirittura intimidito due agenti dell’Mi5 che lo avevano fermato di nuovo al suo ritorno dalla Libia, confidando loro il nome e il numero dei loro colleghi che invece avevano quasi caldeggiato la sua partenza per la Libia.

Ma Abedi non c’entrava

“Gran parte dei ragazzi partiti per la Libia aveva circa vent’anni e veniva perlopiù da Manchester. Va precisato che secondo Younis questa politica della “porta girevole” adottata dal Regno Unito non avrebbe un ruolo nei fatti di Manchester, visto che nel 2011 l’Isis ancora non esisteva nella sua forma definitiva, e in ogni caso non c’era in Libia. “Io sono andato in Libia a combattere solo per la liberta’”, aggiunge.
La gran parte dei combattenti libici partiti dalla Gran Bretagna si recava prima in Tunisia, per poi passare il confine libico, oppure viaggiava passando da Malta. “Sono andato e tornato dalla Libia più volte nel 2011, e non sono mai stato né fermato né interrogato”, afferma un altro cittadino britannico di origine libica, che sostiene di aver incrociato Salman Abedi nella moschea di Didsbury e che però quest’ultimo “non era parte della comunità e rimaneva sulle sue”. “Un giorno sono spacciatori, il giorno dopo diventano musulmani”, sostiene un altro libico di Manchester, aggiungendo di essere quasi certo che Abedi fosse in contatto con Anil Khalil Raoufi, un reclutatore dell’Is proveniente dal quartiere di Manchester, morto in Siria nel 2014.

Miliziani minorenni con “un forte accento di Manchester”

Un altro testimone rivela di aver svolto un lavoro di “pubbliche relazioni” in Inghilterra per il fronte ribelle prima delle rivolte contro Gheddafi, occupandosi di montare i video che mostravano i programmi di addestramento dei ribelli da parte delle SAS britanniche e delle Forze speciali irlandesi. Poi aggiunge di aver incontrato una volta in un campo di addestramento di ribelli a Misurata un gruppo di circa otto britannici di origine libica come lui, che gli avrebbero confidato di non essere mai stati in Libia prima di quel momento. “Sembrava avessero 17-18 anni, forse 20. Avevano un forte accento di Manchester”.

Quel “patto nel deserto” tradito

Con l’inizio del ventunesimo secolo, molti libici in esilio in Regno Unito, che avevano legami con il LIFG, erano stati messi sotto sorveglianza in seguito alla firma di un accordo di collaborazione – il “patto nel deserto” – nel 2004 tra Tony Blair e Muammar Gheddafi. Poco prima dell’inizio delle rivolte contro Gheddafi, i servizi di sicurezza britannici avrebbero onorato l’accordo arrestando vari dissidenti libici sul suolo del Regno Unito, oltre a riconsegnare a Gheddafi due leader del LIFG, Abdel Hakim Belhaj e Sami al Saadi. Più avanti, Behlaj sarà uno dei leader della rivolta contro Gheddafi, mentre secondo alcune testimonianze un altro ex esiliato libico già segnalato dai servizi inglesi si occuperà addirittura dell’organizzazione della sicurezza per i dignitari in visita in Libia, come David Cameron, Nicolas Sarkozy e Hillary Clinton. Ziad Hashem, ex membro del LIFG a cui era stato dato asilo in Regno Unito, nel 2015 sosteneva di essere stato arrestato senza capi d’imputazione per 18 mesi prima del 2011, sulla base di informazioni fornite a Londra dai servizi libici. “Quando è iniziata la rivoluzione, le cose sono cambiate in Gran Bretagna”, spiega Hashem. “Le autorità hanno cambiato il loro modo di rivolgersi a me e mi trattavano diversamente, offrendomi benefit, o la possibilità di lasciare il Paese, o quella di rimanere e di ottenere la cittadinanza”.

Preso da: http://www.agi.it/estero/2017/06/02/news/libia_terrorismo_servizi_segreti_jihadisti-1838996/

Libia 2011: La sporca guerra in Libia, i gas democratici sui civili.

23 ottobre 2012.
Ci vorrebbero tomi interi per scrivere tutto quello che la stampa italiana occulta. Se continueremo a seguire le vicende della sporca guerra civile in Siria, di oggi le bombe ribelli sugli inermi civili cristiani, dall’altra parte del Mediterraneo un’altra sporca guerra è invece dimenticata: la guerra civile in Libia. I diritti umani, si sa, sono merce pregiata, pertanto vanno maneggiati con parsimonia.
Quindi sarebbe inutile versare pianti o rabbrividire per quello che stanno facendo i governativi sulla popolazione tripolitana. I governativi, cui è stata immediatamente data la patente di liberatori democratici, sono i “nostri alleati” (o meglio alleati della Francia, dell’Inghilterra e di quegli italiani, pacifisti o pacifinti fino al giorno prima, che tanto hanno premuto perché Berlusconi non bloccasse la guerra democratica a Gheddafi), quindi non è proprio il caso che i nostri mezzi di informazione ci informino di cosa stiano facendo quelli che Sarkozy e alleati vari hanno fatto vincere.


Di quello che sta succedendo a Bani Walid, ad esempio, nulla si sa, tranne qualche misero articoletto dove si spiega, con un disprezzo per la verità pari al disprezzo per la vita umana, che i governativi stanno piegando le ultime forze gheddafiane del paese: la realtà pare un po’ differente. E’ una realtà atroce di bombardamenti su civili inermi, sugli ospedali e bombardamenti a gas (già il gas, che bravi ragazzi questi democratici aiutati dall’occidente!).
Una delle testimonianze viene da un fotografo di Agence France Presse che si trovava nei paraggi di Bani Walid, il quale parla di almeno 20 morti e 200 feriti nella sola giornata di sabato oltre che di fiumane di civili che scappavano in preda al panico.
Non potendo contare sull’Europa premio nobel per la pace, i capitribù e i civili di Bani Walid, hanno postato i video delle atrocità (si vedono bimbi maciullati dalle bombe), le foto e le loro e mail al governo russo e a Russia Today, da cui traiamo una parte delle notizie, nella speranza che almeno i russi possano fare qualche cosa per salvare le loro vite.
Quello che scrivono è orribile: sono sotto assedio dall’inizio di ottobre, hanno elettricità per due tre ore al giorno, sono a corto di cibo, hanno finito il latte per i bambini, sono senza medicine e l’ospedale cittadino è sotto il fuoco dell’artiglieria.
Le testimonianze dall’interno parlano di attacchi coi gas da parte dei governativi sui civili e la prova che portano è nelle foto che ritraggono gli attaccanti con le maschere antigas (ci pare una prova credibile, perché mai gli attaccanti userebbero maschere antigas se non avessero usato il gas?).
Nella giornata di domenica centinaia di abitanti di Bani Walid erano andati a Tripoli per chiedere al neonato parlamento libico il cessate il fuoco, ma la risposta è stata a base di scariche di fucile da parte della polizia.
Il testimone intervistato da RT (con volto reso irriconoscibile per ovvi motivi) conclude dicendo che l’obbiettivo delle milizie è uno soltanto: far sparire dalla faccia della terra la tribù di Bani Walid.
Lasciando stare quello che gli ex ribelli, oggi governativi, stanno facendo al figlio del dittatore morto, Seif al Islam Gheddafi, da mesi prigioniero sotto tortura, l’Europa premio nobel per la pace (non carichiamo certo il professor Monti di queste incombenze, sarebbe già molto se ci riportasse i nostri marò dall’India) dopo aver imposto al paese questi ribelli potrebbe almeno fare finta di interessarsi del destino della popolazione libica. O almeno informare i cittadini di questa Europa di quello che succede.
Ma i diritti umani, si sa sono merce pregiata, pertanto vanno maneggiati con parsimonia.
articolo di Gianni Candotto – Qelsi

Fonte:http://www.blog.art17.it/2012/10/23/la-sporca-guerra-in-libia-i-gas-democratici-sui-civili/

Anche su: banihttp://marionessuno.blogspot.it/2013/03/la-sporca-guerra-in-libia-i-gas.html

Libia 2011, catturati 16 paracadutisti delle SAS e 44 uccisi

  • Libia,  catturati 16 paracadutisti delle SAS e 44 uccisi
    [11.10.2011] trad. di Vera Zasulich per GilGuySparks

Dopo che Mahmud Jibril ieri ha ritirato i combattenti a lui fedeli da Sirte, chiamando senza senso la morte di 200 combattenti per un 1 minuto di vittoria televisiva, l’irlandese Mahdi AL-Harati, il secondo in comando del consiglio militare di Tripoli, guidato da Abdelhakim Belhadj, ha lasciato il suo incarico. L’esaurimento dei combattenti del CNT di importazione, e la resistenza contro i pesanti attacchi sulla Sirte costringe la NATO ad incrementare l’utilizzo di unità di operazioni speciali. Stasera 16 paracadutisti delle SAS sono stati catturati e 44 uccisi durante un’operazione all’interno di Sirte.
dal Dott. Christof Lehmann

Il Consiglio Nazionale di transizione della Libia è nel caos. Nelle ultime settimane sono fuoriusciti il 90% dei suoi membri, e i tentativi di assassinio di entrambi, il presidente del CNT, Mahmud Jibril e il Comandante del Consiglio Militare di Tripoli (CMT), alias Gruppo combattente islamico libico, Abdelhakim Belhadj, sono stati seguiti dalle dimissioni del libico-irlandese Mahdi Al-Harati, secondo in comando presso il CMT. La decisione di al-Harati è tra i libici ampiamente percepita come il ratto proverbiale che abbandona la nave che affonda. E’ inoltre ancora una volta mette in luce che il racconto ufficiale della rivoluzione libica copre il fatto che la stragrande maggioranza di tutti i combattenti alleati della NATO sono reclutati da Al Qaeda, Talebani, e da varie organizzazioni terroristiche e dalle milizie dei signori della guerra nelle ex repubbliche sovietiche al confine con il Pakistan, Cina, Afghanistan e Russia.

Tripoli, la scorsa notte è stata scossa da pesanti scontri tra forze libiche [lealiste], combattenti popolari di liberazione, e le forze del CNT. Dopo, manifestazioni pacifiche contro il CNT e la NATO sono state disperse da due attacchi armati a terra, e da elicotteri Apache, da cui si è sparato in modo indiscriminato sui manifestanti. Un uomo, che sventolava una bandiera verde sulla Piazza Verde, che non ha avuto la fortuna di fuggire abbastanza velocemente, è stato bloccato e picchiato a morte dai mercenari per la democrazia. Dopo l’iniziale chock per l’assalto sui manifestanti, pesanti scontri sono scoppiati ad Hadbha, Arada, Abu Salim e in altre aree di Tripoli.

Dopo l’ultimo attacco su Sirte che ha provocato oltre 200 morti e oltre 1.000 combattenti feriti del CNT, e il ritiro dei  combattenti del CNT fedeli a Mahmud Jibril dall’offensiva contro Sirte, il CNT si arrampica per raggruppare, chiamare tutti i combattenti per la registrazione nel “nuovo esercito libico”.
La chiamata riflette sia il fatto che il CNT non ha leadership militare unificata, sia la lotta corpo a corpo tra Belhadj, Jibril e altre frazioni all’interno del CNT e del Consiglio Militare di Tripoli, e non ultimo il fatto che la NATO e il CNT sono a corto di riserve.
16 soldati SAS catturati e 44 uccisi a Sirte

Vi sono crescenti segnalazioni di forze speciali a terra della NATO, del Qatar, dell’Arabia, e degli israeliani. La scorsa notte un gruppo di 15 combattenti del CNT sono stati uccisi fuori da Bani Walid. Tutti loro portavano documenti di identità israeliana. Alle 03.15 di questa mattina, nsnbc ha ricevuto una relazione dalla Sirte. Paracadutisti delle SAS dal 22° Reggimento SAS di Credenhill, Regno Unito, erano entrati a Sirte per effettuare un’operazione speciale. 16 uomini della SAS sono stati catturati, e 44 dei soldati d’elite sono stati uccisi. Non è improbabile che l’operazione SAS fosse in preparazione di un attacco che potrebbe coincidere con un’operazione di aiuto umanitario e medico che è attualmente in preparazione nei negoziati tra le forze libiche all’interno di Sirte, il CNT e la Croce Rossa.

[N.B. L’immagine qui sopra è puramente illustrativa]

Russia e Cina hanno protestato contro l’abuso della risoluzione UNSC 1973 in termini più duri. Il rifiuto di qualsiasi risoluzione dell’ONU sulla Siria è una delle prime conseguenze evidenti di un riconoscimento russo e cinese del fatto che la campagna della NATO in Libia è in definitiva contro i [loro] due stati. Con la cattura di 16 soldati SAS a Sirte di questa sera c’è un altro pezzo a riprova del totale disprezzo degli Stati Uniti e della NATO per i principi delle Nazioni Unite, e un ulteriore esempio di totale disprezzo per i segnali russo e cinese che la NATO sta oltrepassando i limiti, le relazioni diplomatiche sono destinate a soffrirne. Sarà interessante osservare se il fatto che 15 combattenti uccisi fuori da Bani Walid avevano documenti di identità israeliani addosso, avrà delle conseguenze sulle relazioni russo-israeliane.

Dr. Christof Lehmann

Fonte: http://nsnbc.wordpress.com/2011/10/11/libya-16-captured-and-44-killed-sas-paratroopers/

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/10/11/libia-catturati-16-paracadutisti-delle-sas-e-44-uccisi/

Un documento segreto dell’intelligence britannica MI5 del 1995 rivela un piano per dividere la Libia in due stati più piccoli

GilGuySparks 11 agosto 2011

Il contenuto di un documento riservato, di un servizio di intelligence in Gran Bretagna, noto come ”MI5”, datato 1995, rivela il coinvolgimento del governo britannico in un complotto per imporre una nuova mappa nella regione del Maghreb, attraverso la divisione della Libia in diversi piccoli stati uniti nel quadro di un sistema federale.

Il documento identifica il giorno particolare nel quale l’Ufficio del Primo Ministro Tony Blair, a metà degli anni novanta, era pienamente consapevole del sistema sponsorizzato dai servizi segreti britannici per garantire l’attuazione del colpo di stato attraverso la collaborazione di 5 ufficiali dell’esercito libico, con il grado di colonnello.  Il documento di quattro pagine e che reca la data di dicembre 1995 dice, sotto il titolo “i piani per il rovesciamento di Gheddafi all’inizio del 1996 sono progrediti bene”, che 5 officiali con il rango di colonnelli, provenienti da diverse unità dell’esercito libico,  intendono lanciare un colpo di stato militare contro Gheddafi, aggiungendo che il colpo di stato previsto si terrà in concomitanza con il Congresso generale del popolo della Libia all’inizio nel 97 OtIron nel mese di febbraio.

Il rapporto, di cui venne informato Tunisi, il Cairo e Washington, mostra che il piano era quello di lanciare attacchi su una serie di installazioni militari e di sicurezza in Libia, come ad esempio una base militare nella città di Tarhunah, nonché ‘agitazioni civili’ provocate simultaneamente in diverse città, incluse Bengasi, Tripoli e Misurata. Ha anche parlato del documento, citando una fonte, un ufficiale dell’esercito libico il quale ha detto che secondo un documento classificato come fonte di nuove informazioni vicino ai cinque colonnelli, il colpo di stato aveva lo scopo di lanciare un attacco diretto a Gheddafi, per arrestarlo o ucciderlo.

In questo quadro, dice il rapporto dei servizi segreti britannici che i golpisti erano stati in grado di mobilitare circa 1.275 simpatizzanti, in gran parte dall’esercito e dalla polizia, il resto si sviluppava su diverse aree sociali in Libia, uomini d’affari, medici e studenti, insieme con un numero di lavoratori della televisione e della radio libica (a Tripoli 240 persone, a Benghasi 135, a Tobruk 114, a Misratah 148, a Sirte 40, ad Al-Zamiya 180, Al Zumarah 300, Al Khums 28, a Ghadamis 50). Il documento top secret aggiunge che un contingente di 20 militari e un ufficiale erano stati addestrati a quel tempo da un funzionario dei servizi inglesi che aveva provveduto a spiegare le tattiche e piani di attacco per l’assassinio del colonnello Gheddafi. Il documento rivela che il piano era quello di richiedere che venisse svolto un attacco al corteo di Gheddafi subito dopo che lo stesso aveva tenuto il suo discorso al Congresso generale del popolo (14.02.1996), sulla via del ritorno alla città di Sirte. Vengono così rivelati dettagli sul piano di colpo di stato e di assassinio di Gheddafi, i golpisti avevano pianificato di penetrare il convoglio di Gheddafi durante il tragitto.

Il documento, copie del quale sono state inviate all’Ufficio del Primo Ministro e al Ministero della Difesa e agli “interessati” e agli agenti dell’intelligence in Gran Bretagna, sostiene che i golpisti stavano cercando un riavvicinamento con i paesi occidentali, hanno distribuito grandi quantità di armi ai loro fedeli, 250 pistole modello Webley di fabbricazione inglese e oltre 500 mitragliatrici pesanti. (Tutto materiale datato e ufficialmente non più in uso dalle forze militari britanniche ma detenuto e perfettamente funzionante per utilizzi “ufficiosi”; basti ricordare il caso delle armi detenute dall’Italia nell’isola di S. Stefano, sequestrate durante le guerre balcaniche e tornate utili per foraggiare i ribelli golpisti del 2011 non ufficialmente e con tanto di segreto di stato). I golpisti del ’96 si aspettavano di prendere il completo controllo della Libia entro la fine di marzo dello stesso anno, avendo in progetto di dividere la Libia, previo accordo con i capi tribù, in due parti, ognuna con un governo e un parlamento “regolarmente eletto” che sarebbero dovute essere rette da un governo nazionale all’interno di un sistema federale.

by gilguy

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/08/11/un-documento-segreto-del-servizio-segreto-britannico-mi5-del-1995-rivela-un-piano-per-dividere-la-libia-i-due-stati-piu-piccoli/

Crimine contro l’Umanità: assetare il popolo libico.

28 luglio 2011

Siccome questa infame guerra contro la Libia sta languendo, le bombe a grappolo (cluster bombs) sono in esaurimento, i politicanti delle varie nazioni della coalizione belligerante hanno le pezze al culo, i finanziatori di questa infame guerra sono degli avvoltoi che si spostano da una carogna all’altra e Gheddafi non è ancora una carogna, allora, per mostrare al mondo la loro potenza distruttrice mostrano finalmente la vera faccia che nostro malgrado difficilmente potremo leggere sui media allineati.

Si legge infatti che la Nato con grande ed impetuosa forza, venerdì 22.07.2011, ha bombardato alcuni obbiettivi del vitale acquedotto libico: il Great Man Made River. Negli articoli Gheddafi: un sanguinario da Premio Nobel e in La vera ricchezza della Libia davo una breve e non esaustiva spiegazione del lavoro fatto da Gheddafi nella costruzione di questo faraonico progetto – non ancora completamente terminato – che portava a tutte le popolazione della Libia l’essenziale e vitale materia prima per tutte le attività dell’uomo: l’acqua.

Con questo mega-acquedotto la Libia si era affrancata dalla necessità di dove dipendere dalle nazioni esterne o dall’uso indiscriminato dei desalinizzatori per poter utilizzare l’acqua del mare. La Libia aveva scoperto e sfruttato per tutta la popolazione – anche quella ribelle della Cirenaica – degli immensi giacimenti di acqua nella parte più interna del paese. Oltre il 70% dell’acqua usata in Libia era di questo acquedotto e oltre l’80% dell’acqua utilizzata veniva prelevata per l’agricoltura e per dissetare la popolazione, Cirenaica compresa.

La Nato, agli ordini degli Usa, Francia, Inghilterra e basta, l’Italia conta come il 2 di picche, ha compiuto ancora una volta un crimine di guerra contro l’Umanità. D’altronde cosa possiamo aspettarci da quegli eredi dei bombardamenti a tappeto della seconda guerra mondiale, cosa possiamo aspettarci da quelli che in una sola notte distrussero Dresda, che annientarono migliai di persone con il Napalm in Cambogia, in Vietnam, nel Laos. Cosa possiamo aspettarci da quelli che finanziavano i tagliagole algerini degli anni 80/90. Tutta questa informe congrega di criminali sta compiendo esattamente quello che essi commisero anni fa, le stesse cose, gli stessi metodi: colpire la popolazione, agire direttamente sui civili, assetarli, condannarli a morte senza appello.

Infatti oltre al bombardamento dell’acquedotto, i suddetti criminali di guerra il giorno seguente hanno bombardato anche le fabbriche preposte alla riparazione delle condutture nella località di Al-Brega. Tutto pianificato! Ci si domanda se questi siano atti di guerra o più semplicemente dei veri e proprie azioni criminali da condannare e denunciare al Tribunale dell’Aia.

fonte: pravda.ruweeklyintercept.blogspot.com

Preso da: https://4realinf.wordpress.com/2011/07/28/crimine-contro-lumanita-assetare-il-popolo-libico/