controstoria di Saddam Hussein.

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Di Leonardo Olivetti

Quando si parla dell’Iraq contemporaneo non si può fare a meno di pensare alla controversa figura di Saddam Hussein. Il Raìs iracheno è uno dei massimi oggetti di demonizzazione dell’Occidente, accusato di ogni sorta di crimine e usato come archetipo della tirannide. Ma alle costruzioni propagandistiche degli agiografi dell’imperialismo americano, non corrispondono i fatti; Saddam Hussein fu uno dei più geniali e lungimiranti leader mediorientali degli ultimi anni, capace di guidare un paese dalla rovina alla prosperità, di non arrendersi alle minacce e all’arroganza stranieri, per nulla responsabile di quelle “atrocità” tanto vilmente accostate alla sua figura.

Quando Saddam Hussein prese in mano le redini del paese mediorientale, aveva di fronte a sé una situazione molto deteriorata, insicura e sottosviluppata economicamente, culturalmente e socialmente. Il Raìs iracheno risollevò l’Iraq dalla miseria, creando un regime prospero e culturalmente avanzato. L’alfabetizzazione, nel 1973, era solo il 35%; solo nove anni più tardi, le Nazioni Unite dichiararono l’Iraq “libero dall’analfabetismo”, con una popolazione alfabetizzata superiore al 90%, ed una percentuale del 100% di giovani che andavano a scuola. Due anni dopo, nel 1984, le stesse Nazioni Unite ammisero che “il sistema educativo dell’Iraq è il migliore mai visto in un paese in via di sviluppo”. Il sistema scolastico iracheno era anche tra i migliori al mondo per qualità; il tasso di studenti promossi era maggiore che negli altri paesi arabi, e il governo di Saddam, dal 1970 al 1984, spese solo per l’educazione il 6% del PIL, pari al 20% del reddito annuo del paese. In pratica, il governo di Baghdad spese per ogni singolo studente circa 620$, una cifra altissima per un paese in via di sviluppo. E questo dopo che Saddam Hussein era l’uomo forte di Baghdad da solo un decennio. Più tardi, dal 1976 al 1986, gli studenti delle scuole elementari crebbero del 30%, le studentesse femmine del 45%, sintomo della crescente emancipazione femminile, e il numero delle ragazze che studiavano era il 44% del totale, quasi in parità con il sesso maschile. Un altro risultato del fervore culturale importante nell’Iraq di Saddam Hussein è quello ottenuto nell’ambito universitario; l’Università di Baghdad, fondata nel 1957, ebbe oltre 33 mila studenti tra il 1983 e il 1984, l’Istituto Tecnico oltre 34 mila, l’Università di Mustansirya oltre 11 mila. Queste cifre altissime, che manifestano la fioritura culturale dell’Iraq ba’athista, portarono il New York Times, nel 1987, a battezzare Baghdad come “la Parigi del Medio Oriente”.

Dal 1973 al 1990 furono costruiti migliaia di chilometri di strade, si completò l’elettrificazione, e si istituirono un sistema sanitario ed un sistema scolastico completamente gratuiti. Le infrastrutture in Iraq sono tutte opera della leadership di Saddam Hussein; la maggior parte degli aeroporti ora operanti in Iraq sono stati costruiti da Saddam Hussein (l’aeroporto internazionale di Basra, quello internazionale di Erbil, quello di Baghdad), la maggiore autostrada del paese (la cosiddetta “Freeway 1”, lunga 1.200 chilometri) fu costruita a partire dal 1990. Saddam Hussein si è reso molto popolare in Iraq anche per i suoi continui viaggi, negli anni ‛70, in tutto il paese, per assicurarsi che ogni cittadino avesse a disposizione un frigorifero e l’elettricità, una delle basi ed una delle più grandi vittorie del Partito Ba’ath in Iraq. La sanità irachena era tra le migliori nella regione; la mortalità infantile passò da 80 persone ogni 1.000 abitanti nel 1974, a 60 ogni 1.000 nel 1982, fino a 40 ogni 1.000 nel 1989. La mortalità al di sotto dei cinque anni calò da 120 bambini ogni 1.000 nel 1974, a 60 ogni 1.000 nel 1989. Il sistema sanitario iracheno era anche tra i migliori qualitativamente: dicono l’UNICEF e l’Organizzazione Mondiale della Sanità che “a differenza di altri paesi più poveri, l’Iraq ha sviluppato un sistema occidentale di ospedali all’avanguardia che usa procedure mediche avanzate, e ha prodotto fisici specialisti”. Prima del 1990, sempre secondo i rapporti dell’OMS, avevano accesso a cure mediche gratuite e di alta qualità il 97% dei residenti urbani e oltre il 70% di quelli rurali, percentuali infinitamente alte se confrontate con quelle di altri paesi in via di sviluppo.

La distruzione dell’Iraq fu decisa al Pentagono e cominciò con le sanzioni economiche del 1990. Poco si parla degli effetti di queste sanzioni sul popolo iracheno. Parlando a livello di morti, si potrebbe dire che si trattò di un vero e proprio genocidio. Nel periodo 1991-1998, a causa delle fortissimi limitazioni  imposte dagli Stati Uniti e del conseguente fallimento dell’economia irachena, morirono circa mezzo milione di bambini, stima l’UNICEF. E non solo: sempre secondo l’UNICEF a causa delle sanzioni degli anni ‛90, la mortalità nei primi cinque anni di vita raddoppiò e raddoppiò anche quella infantile. Bellamy, funzionaria dell’organizzazione, ha constatato che “se la riduzione della mortalità infantile che si era verificata negli anni ‛80 fosse proseguita anche negli anni ‛90, ci sarebbero state mezzo milione di morti in meno”. Può essere certamente plausibile quanto scrissero John e Karl Müller nel 1999, cioè che le sanzioni economiche “possono aver contribuito a causare più morti durante il periodo post Guerra Fredda che tutte le armi di distruzione di massa nel corso della storia”. La sanità irachena calò in qualità, dicono sempre Müller, dato che, a causa delle sanzioni, “l’importazione di alcuni materiali disperatamente necessari era stata ritardata o negata a causa delle preoccupazioni che avrebbero potuto contribuire ai programmi di armamento di distruzione di massa dell’Iraq. Forniture di siringhe sospese a causa delle paure legate alle spore di antrace”. Sempre nel campo medico “le tecniche medico-diagnostiche che utilizzano le particelle radioattive, una volta comuni in Iraq, erano vietate per effetto delle sanzioni e i sacchetti di plastica necessari alle trasfusioni di sangue ristretti”. A definire queste tremende sanzioni come un “genocidio di fatto” ci ha pensato anche  Denis Halliday, coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Iraq. Questa gravissima tragedia voluta dall’amministrazione americana, fu, successivamente, anche considerata “giusta” da Madeleine Albright.
Nella sua più controversa intervista, il 12 maggio 1996, il Segretario di Stato è intervistato da Lesley Stahl al programma 60 minutes:
– «Abbiamo saputo che mezzo milione di bambini sono morti. Intendo dire, più bambini di quelli che morirono ad Hiroshima. E, pensa ne sia valsa la pena?»
– «Pensiamo che sia stato un prezzo giusto da pagare
Non contenta dell’apologia di un crimine contro l’umanità, Albright ha poi accusato l’intervistatrice di “fare propaganda irachena”. E tutti questi morti e questa miseria per delle armi che Saddam Hussein non aveva mai avuto. Il primo passo per distruggere il più progredito stato mediorientale si concluse con un prezzo di vite altissimo, ma non fece crollare l’Iraq ba’athista.

Saddam Hussein aveva ancora una forte base di potere e godeva di un ampio sostegno, anche se si è cercato di far credere che fosse “odiato dal popolo e prossimo al collasso”. Il leader iracheno sapeva bene che con l’inizio delle sanzioni “era iniziata la madre di tutte le battaglie”, come egli stesso proclamò al mondo il 17 gennaio 1991. Infatti, senza cedere alle pressioni americane, egli proseguì la sua battaglia per un Iraq indipendente fino a che l’America non fu costretta ad intervenire direttamente. Dopo la creazione della fasulla “Asse del male” iniziò una delle più grandi operazioni di false flag che la storia ricordi: George W. Bush inventò di sana pianta la storia dei legami con al-Qaida e delle armi di distruzione di massa, e mentre lanciava assurdi slogan bellici («Saddam merita questo!»), si creava anche la storia dei “massacri” attribuiti ai ba’athisti iracheni. Mentre la notizia delle armi di distruzioni di massa si è oramai rivelata una falsità, diverso è il caso per le notizie dei “massacri” e dell’uso di armi chimiche di Saddam, che ancora riscuotono un gran successo mediatico.

Si disse che Saddam Hussein perseguitò i curdi, e, nella sola città di Halabja, ne fece uccidere 5.000 o più, nel marzo del 1988. Tuttavia furono ritrovati solo 300 corpi, e la cosa è tutt’altro che sicura; si pensa che la storia dell’attacco chimico a Halabja sia “ormai appurata”, eppure è l’America stessa a fornire le prove che scagionano Saddam.
Il Dipartimento di Stato americano ha mostrato vari rapporti che mostrano che l’Iraq non ha mai posseduto quel gas, a base di cianuro; in tanti anni, la CIA non aveva mai reperito questa arma tra gli arsenali iracheni, mentre era presente nell’esercito iraniano. Il mondo non è mai stato convinto della storia: la CIA, l’US Army War CollegeGreenpeace, Stephen Pelletiere (principale analista della CIA del 1988), Jude Waniski (giornalista e prestigioso commentatore di notizie economiche), l’Historical Report del corpo dei Marines hanno tutti accusato l’Iran, ed hanno tutti ritenuto “infondata” l’accusa rivolta a Saddam Hussein.
Stephen Pelletiere scrisse a tal proposito: «Per quanto ne sappiamo noi, tutti i casi in cui il gas fu usato corrispondono ad una battaglia. Queste sono tragedie di guerra. Forse possono esserci giustificazioni per l’invasione dell’Iraq, ma Halabja non è tra queste», ed ebbe cura di precisare, nello stesso articolo, che apparve sul New York Times:
«…la verità è che tutto quello che sappiamo è che i curdi quel giorno ad Halabja furono bombardati con gas velenoso. Non possiamo dire con assoluta certezza che furono armi chimiche irachene ad uccidere i curdi. Questa non è la sola stortura della storia di Halabja.
Io lo so perché, come capo analista politico della CIA sull’Iraq durante la guerra Iran-Iraq, e come professore al Collegio Militare di Guerra dal 1988 al 2000, ero a conoscenza di molto del materiale segreto che fluiva attraverso Washington e che aveva a che vedere con il Golfo Persico. Inoltre ero a capo di una investigazione militare del 1991 sul come gli iracheni avrebbero combattuto una guerra contro gli Stati Uniti; la versione segreta di quel dossier esplorava con dovizia di dettagli l’affare Halabja.
Quello di cui siamo sicuri circa l’uso del gas ad Halabja è che successe durante una battaglia tra le truppe irachene ed iraniane. L’Iraq usò armi chimiche per ammazzare gli iraniani che avevano preso la città, che si trova nell’Iraq settentrionale, non lontano dal confine iraniano. I civili curdi che morirono ebbero la sfortuna di essere presi in quello scambio. Ma non erano loro il bersaglio degli iracheni.
Ma la storia si intorbidisce. Immediatamente dopo la battaglia la DIA investigò e produsse un resoconto segreto, che circolò per conoscenza tra la comunità dell’intelligence. Quello studio accertò che era stato il gas iraniano ad uccidere i curdi, non quello iracheno.
L’agenzia trovò che ambedue le parti usarono armi chimiche l’una contro l’altra nella battaglia di Halabja. Tuttavia lo stato in cui furono trovati i corpi dei curdi indicava che furono uccisi con un veleno che agiva sul sangue, cioè un gas a base di cianuro, che si sapeva veniva usato dalle truppe iraniane. Gli iracheni, che si pensa usassero l’iprite in battaglia, non erano soliti usare gas che agiva sul sangue, in quel periodo.
È da molto tempo che questi fatti sono di pubblico dominio, ma, stranamente, ogniqualvolta il caso Halabja è citato, di questo non se ne parla. Un articolo controverso apparso sul New Yorker lo scorso marzo non faceva alcun riferimento al resoconto della DIA, né considerava che potesse essere stato gas iraniano ad aver ucciso i curdi. Nelle rare occasioni in cui se ne parla, ci si specula sopra, senza prova alcuna, che fosse per favoritismo politico dell’America verso l’Iraq nella guerra contro l’Iran.»

Secondo la versione suggerita dal New Yorker, e data per vera da Bush, il generale Alì Hassan al-Majid avrebbe ordinato all’aviazione irachena di sganciare bombe chimiche su Halabja. Ma Patrick Lang, uno dei maggiori analisti della DIA (la Defense Intelligence Agency americana), confermò che i due schieramenti che si contendevano la città, quello iracheno e quello iraniano, si scambiano bombe chimiche con mortai, e che l’aviazione non fu mai chiamata in causa. All’inizio, l’intera amministrazione americana accusò l’Iran della responsabilità, dato che era in corso la guerra Iraq-Iran e gli Stati Uniti supportavano la prima fazione; tuttavia, quando il nuovo bersaglio divenne Saddam Hussein, la versione venne stravolta, e fu invece accusato Saddam Hussein, così da “provare” l’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq, far approvare le sanzioni, ed avere un qualche motivo propagandistico per invadere l’Iraq nel 2003.

Nel novembre del 2003, gli Stati Uniti dichiararono che erano stati rinvenuti 400.000 corpi in fosse comuni dell’Iraq del Sud, da attribuirsi a Saddam. Ma ci pensò Tony Blair, nel giugno del 2004, a dover ammettere che Bush “aveva parlato in modo inappropriato”, perché solo 5.000 corpi erano stati rinvenuti. Solo qualche tempo dopo, altre fonti dimostrarono che erano dei morti civili causati dall’aviazione statunitense durante l’operazione Desert Storm nel 1991. Purtroppo tutto questo cadde nell’oblìo, e si decise di non divulgare più niente su questo argomento.

Saddam Hussein non abbandonò mai il suo popolo come fu detto. Questa operazione propagandistica era volta a screditare Saddam agli occhi degli iracheni. Si disse che era stato trovato nascosto in un buco a Tikrit. In realtà questa storia è totalmente priva di fondamento. Un marine libanese che aveva preso parte all’operazione per catturare Saddam, Nadim Rabeh, dichiarò nel 2005 (anche se si cercò di coprire la sua versione) che Saddam fu ritrovato “in una modesta casa di un piccolo villaggio, non nel buco dove si disse. Lo catturammo dove una feroce resistenza, e fu ucciso anche un marine sudanese”. Rabeh disse che il Raìs iracheno in persona aveva iniziato a fare fuoco contro di loro dalla sua finestra, e che si fermò dopo che gli fu detto di arrendersi perché era circondato. Rabeh disse anche che “più tardi un team militare di tecnici di ripresa assemblò il film del buco in cui sarebbe stato catturato che era in realtà un pozzo abbandonato”.
Saddam, al suo processo, espresse una versione che combaciava con questa. Un colonnello dell’esercito iracheno a riposo che partecipò al processo disse, sulla sua cattura e sulla sua resistenza attiva:
«La biancheria di Saddam appariva molto pulita dando l’impressione che egli non avesse potuto stare in un buco. Nel periodo in cui avevano detto di averlo catturato non vi sono datteri, ma le palme che si vedevano nei filmati mostratici portavano datteri e questo non è possibile. La mia casa è nel quartiere di Adhamiya e io ho effettivamente visto Saddam nella sua ultima famosa apparizione pubblica dopo che Baghdad era già caduta: egli stava in piedi sul cofano di un’autovettura, sorrideva alla gente intorno a lui che lo incitava mostrandogli la fedeltà di sempre. Saddam era alla testa delle truppe durante la battaglia dell’aereoporto. Secondo quello che ho sentito aveva guidato molti attacchi contro gli americani.»

In realtà, Saddam Hussein combatté fino alla fine, non si arrese né si nascose, e godette sempre del sostegno del popolo iracheno. Il 9 aprile 2003, conosciuto come il giorno della “caduta di Baghdad”, egli fece la sua ultima apparizione pubblica, circondato da una folla in delirio, qualche decina di migliaia di persone che lo sollevò dal tettuccio della sua macchina affinché potesse parlare alla folla. Parla degli ultimi giorni di Baghdad e del ruolo di Saddam Hussein anche una ex Guardia Repubblicana, che disse:
«Mentre stavo sparando con i miei compagni, all’improvviso, trovammo Saddam Hussein con molti dei suoi assistenti dentro l’aeroporto. Fummo davvero sorpresi perché non ci aspettavamo una simile cosa, ma Saddam venne avanti e prese un RPG e se lo mise sulle spalle ed iniziò a sparare anche lui. Ci raccogliemmo intorno a lui e lo pregammo di mettersi da parte e lasciare noi a combattere perché se fossimo stati uccisi noi eravamo comuni ufficiali, ma se lui fosse stato ucciso avremmo perso il nostro leader. Saddam si rivolse a noi e disse, “Ascoltate, io non sono meglio di chiunque tra voi e questo è il momento supremo per difendere il nostro grande Iraq e sarebbe grandioso essere ucciso come martire per il futuro dell’Iraq”.»

In un sondaggio del novembre 2006, condotto dal Iraq Centre for Research and Strategic Studies e Gulf Research Center, alla domanda se “si stesse meglio con Saddam o ora”, il 90% disse che si stava meglio meglio prima, e solo il 5% disse di preferire la situazione odierna. Un vero e proprio plebiscito. Per descrivere l’Iraq invaso dagli yankee, l’Iraq ipocritamente definito “libero”, non ci sono parole più precise di quelle usate da Riverbend – Blog da Baghdad:
«Non esiste alcuna maniera per descrivere la perdita di cui abbiamo fatto esperienza con questa guerra e questa occupazione. Non esiste compensazione per la densa nube nera di paura che penzola sulla testa di ogni iracheno. Paura degli americani nei loro carri armati, paura delle pattuglie della polizia con le loro bandane nere, paura dei soldati iracheni che indossano le loro maschere nere ai checkpoint.»

Per quanto riguarda il processo di Saddam Hussein, una delle più grandi finzioni giudiziarie degli ultimi anni, sarebbe fin troppo lungo elencare gli errori, le mancanze giudiziarie e le assurdità. Basti ricordare che il primo giudice fu costretto a dimettersi perché permetteva a Saddam di parlare e sembrava troppo equo, e ne subentrò uno che mostrava una totale tendenziosità; molte volte Saddam fu allontanato dall’aula senza motivo, gli avvocati difensori espulsi, testimoni a difesa torturati, furono distrutti vari video mostrati dalla difesa, ed in soli due giorni la corte disse di aver letto le 1.500 pagine della deposizione della difesa. La condanna a Saddam Hussein fu nient’altro che una montatura, un processo politico per liquidare un uomo scomodo, umiliare fino in fondo quell’implacabile nemico dell’Occidente, accusato di ogni sorta di crimine e screditarlo agli occhi del suo popolo che, invece, era ancora affezionato a lui. Delle ottime parole per descrivere l’ultimo giorno di Saddam Hussein prima della sua impiccagione furono quelle usate da Malcolm Lagauche: «Oggi, Saddam Hussein è l’uomo più libero dell’Iraq, nonostante sia dietro le sbarre. La sua mente è limpida e la sua integrità incredibile. Attende la morte con dignità. Non una sola volta ha ceduto sotto tortura o pressione. Anche quando gli fu offerta dagli USA una tessera per “uscire gratis di prigione” se avesse fermato la resistenza, Saddam rifiutò di capitolare.»

Leonardo Olivetti

– Fonte: statopotenza.eu del 19 dicembre 2013
Link: http://www.statopotenza.eu/9765/controstoria-di-saddam-hussein

Fonte: visto su NOCENSURA del 112 agosto 2014
Link: http://www.nocensura.com/2014/08/controstoria-di-saddam-hussein-e.html

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I piani deliranti di Clinton smascherano la sinistra social-colonialista

La sinistra italiana per cinque/sei anni ha indefessamente difeso l’operazione della CIA nota come ‘Primavera araba’ spacciandola da rivolta di popolo, e ancora oggi, come insegna la vicenda della spia anglo-statunitense Giulio Regeni, persegue l’obiettivo tracciato dalle centrali atlantiste di Washington, Londra, Parigi, Berlino e Ankara: distruggere gli Stati-nazioni arabi per sostituirli con califfati wahhabiti controllati dalle borghesie compradore allevate dalle ONG occidentali, o dominati dall’integralismo taqfirita, o Gladio-B, variante mediorientale della rete stragista nazista-atlantista nota come Gladio/Stay Behind. A tale operazione partecipano da destra organismi come Lega e Fratelli d’Italia, e a sinistra tutto lo spettro, da PD/ANPI e Italia dei Valori fino a sprofondare nell’estrema sinistra settaria anarcoide, post-piccista (contropiano e affini scalfariani), ‘post-henverista’ (Marco Rizzo), ‘trotskista’ o pseudotali, passando per le varie sfumature del grigiore rifondarolo o le varie tinte marroncine dei centri sociali (Wu Ming, Militant, e altro lerciume), senza ignorare il codazzo di finti intellettuali dalla fraseologia pseudo-marxista ma dagli intenti filo-imperialisti (Salucci, Ricci, Nachira, Moscato, Monti, Maestri, Ferrario e altro ciarpame), né i finti amici della Siria, che in realtà cercano il riconoscimento dalle sette taqfirite in altri ambiti (Libia o soprattutto Egitto post-Mursi). Tale fronte si è impegnato, con tutte le forze e tutte le risorse messigli a disposizione dai mass media di regime, di propagandare come rivolta popolare e addirittura come rivoluzione sociale, il gigantesco e ultimo tentativo dell’imperialismo di trasformare il Medio Oriente in una colonia della NATO controllata dal sicario sionista in combutta con gli ascari neo-ottomani e wahhabiti di Washington; e quindi, una volta completato tale passaggio, usare le forze taqfirite e islamiste radunate da Gladio-B per aggredire Iran, Federazione Russa e Cina popolare, assaltando l’Eurasia. In Italia, il tutto veniva e doveva essere ammantato da un’inesistente bandiera rossa da parte dei volonterosi kollabò di sinistra del Pentagono e di Langley.
La duplice sconfitta dei taqfiriti nell’Egitto di al-Sisi e nella Siria di al-Assad (e presto in Iraq) impedisce l’attuazione di tale piano delirante che vede tutta la sinistra italiana, partecipe collaborazionista.
Alessandro Lattanzio, 30/3/2016
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In effetti, nella primavera del 2012, l’allora segretaria di Stato degli USA, Hillary Clinton, nel documento datato 2000-12-31 22:00, declassificato nel 2015 e intestato “UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05794498 Date: 11/30/2015”, scrisse quanto segue:
“Il modo migliore per aiutare Israele verso la crescente capacità nucleare dell’Iran è aiutare il popolo della Siria a rovesciare il regime di Bashar Assad. I negoziati per limitare il programma nucleare iraniano non risolveranno il dilemma della sicurezza d’Israele. Né impediranno all’Iran di migliorare la parte fondamentale di qualsiasi programma per armi nucleari, la capacità di arricchire l’uranio. Nella migliore delle ipotesi, i colloqui tra grandi potenze e Iran iniziate ad Istanbul lo scorso aprile e che continueranno a Baghdad a maggio, permetteranno ad Israele di rinviare di qualche mese la decisione se lanciare un attacco contro l’Iran, che potrebbe provocare una guerra in Medio Oriente. Il programma nucleare iraniano e la guerra civile in Siria possono sembrare non collegati, ma lo sono. Per i capi israeliani, la vera minaccia di un Iran dotato di armi nucleari non è la prospettiva di un leader iraniano folle che lancia un attacco nucleare iraniano non provocato su Israele, che porterebbe alla distruzione di entrambi i paesi. Ciò che realmente preoccupa i capi militari israeliani, ma non possono dirlo, è che perdono il monopolio nucleare. Un Iran dotato di armi nucleari non solo porrà fine al monopolio nucleare, ma potrebbe anche incoraggiare altri avversari, come Arabia Saudita ed Egitto, ad adottare il nucleare. Il risultato sarebbe un equilibrio nucleare precaria in cui Israele non potrebbe rispondere alle provocazioni con attacchi militari convenzionali in Siria e Libano, come può oggi. Se l’Iran dovesse divenire uno Stato dotato di armi nucleari, Teheran troverebbe molto più facile incitare gli alleati Siria ed Hezbollah a colpire Israele, sapendo che le sue armi nucleari servirebbero da deterrente contro la risposto d’Israele contro l’Iran.
Tornando alla Siria. La relazione strategica tra Iran e il regime di Bashar Assad in Siria rende possibile all’Iran di minare la sicurezza d’Israele, non attraverso un attacco diretto, che in trent’anni di ostilità tra Iran e Israele non s’è mai verificato, ma attraverso il suo delegato in Libano, Hezbollah, sostenuto, armato e addestrati dall’Iran attraverso la Siria. La fine del regime di Assad porrebbe fine a questa alleanza pericolosa. La leadership d’Israele se bene che sconfiggere Assad è ora nel suo interesse. Parlando con Amanpour della CNN la scorsa settimana, il ministro della Difesa Ehud Barak ha sostenuto che “il rovesciamento di Assad sarà un duro colpo per l’asse radicale, un duro colpo per l’Iran….
E’ l’unico avamposto dell’influenza iraniana nella mondo arabo… e indebolirà drasticamente sia Hezbollah in Libano e Hamas e Jihad islamica a Gaza. Rovesciare Assad non solo sarebbe un vantaggio enorme per la sicurezza di Israele, ma anche allevierebbe la comprensibile paura di Israele di perdere il monopolio nucleare. Poi, Israele e Stati Uniti potrebbero sviluppare una visione comune quando il programma iraniano è così pericoloso che l’azione militare potrebbe essere giustificata. In quel momento, la combinazione tra alleanza strategica dell’Iran con la Siria e il costante progresso del programma di arricchimento nucleare iraniano hanno portato i capi israeliani a contemplare un attacco a sorpresa, se necessario, nonostante le obiezioni di Washington. Con Assad caduto e non più in grado di minacciare Israele attraverso i suoi agenti l’Iran, è possibile che Stati Uniti e Israele concordino le linee rosse quando il programma iraniano varcherà la soglia accettabile. In breve, la Casa Bianca può allentare la tensione che si sviluppata con Israele sull’Iran facendo la cosa giusta in Siria. La rivolta in Siria dura ormai da più di un anno. L’opposizione non cede, e il regime accetta una soluzione diplomatica dall’esterno. Con la vita e la famiglia a rischio, solo la minaccia o l’uso della forza convincerà il dittatore siriano Bashar Assad…
L’amministrazione Obama era comprensibilmente prudente ad impegnarsi in un’operazione aerea in Siria come quella condotta in Libia, per tre ragioni principali. A differenza delle forze di opposizione libiche, i ribelli siriani non sono uniti e non controllano alcun territorio. La Lega araba non ha chiesto l’intervento militare estero come fece in Libia. E i russi si oppongono.
Ma il successo in Siria sarebbe un evento che muterebbe il Medio Oriente. Non solo un altro dittatore spietato soccomberebbe all’opposizione di massa per le piazze, ma la regione cambierebbe in meglio, mentre l’Iran non avrebbe più un punto d’appoggio in Medio Oriente da cui minacciare Israele e minare la stabilità della regione. A differenza della Libia, un intervento di successo in Siria richiederebbe una sostanziale della leadership diplomatica e militare degli Stati Uniti. Washington dovrebbe iniziare ad esprimere la volontà di collaborare con gli alleati regionali Turchia, Arabia Saudita e Qatar ed organizzare, addestrare e armare le forze ribelli siriane. L’annuncio di tale decisione, di per sé, probabile causerebbe defezioni sostanziali nell’esercito siriano. Quindi, utilizzando il territorio in Turchia e, eventualmente, in Giordania, diplomatici statunitensi e ufficiali del Pentagono inizierebbero a rafforzare l’opposizione. Ci vorrà del tempo, ma la ribellione andrà avanti per molto tempo, con o senza il coinvolgimento degli Stati Uniti. Il secondo passo è sviluppare il sostegno internazionale per un’operazione aerea della coalizione. La Russia non potrà mai sostenere tale missione, quindi non c’è alcun punto che passi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Alcuni sostengono che il coinvolgimento degli Stati Uniti rischi la guerra con la Russia. Ma l’esempio del Kosovo dimostra il contrario. In tal caso, la Russia aveva legami etnici e politici con i serbi, che non esistono tra Russia e Siria, e anche allora la Russia fece poco più che lamentarsi. I funzionari russi hanno già riconosciuto che non si opporrebbero all’intervento.
Armare i ribelli siriani e usando la potenza aerea occidentale per tenere a terra gli elicotteri e gli aerei siriani è un approccio ad alto profitto e a basso costo. Fin quando i capi politici di Washington saranno decisi a che le truppe di terra statunitensi non siano impiegate, come in Kosovo e la Libia, i costi per gli Stati Uniti saranno limitati. La vittoria non si avrà rapidamente o facilmente, ma arriverà. E la vittoria sarà sostanziale. L’Iran sarebbe isolato strategico, incapace di influenzare il Medio Oriente. Il regime risultante in Siria vedrà gli Stati Uniti come amico, non un nemico. Washington otterrebbe il riconoscimento sostanziale dalla gente in lotta nel mondo arabo, non dai regimi corrotti. Per Israele, la razionale paura che spinge ad attaccare gli impianti nucleari iraniani verrebbe alleviata. E il nuovo regime siriano potrebbe anche essere aperto a un’azione tempestiva sui colloqui di pace congelati con Israele. Hezbollah in Libano verrebbe isolato dallo sponsor iraniano in quanto la Siria non sarebbe più via di transito per addestramento aiuto e missili iraniani.
Tutti questi vantaggi strategici e la prospettiva di salvare migliaia di civili dall’omicidio per mano del regime di Assad (10000 sono già stati uccisi nel primo anno di guerra civile). Togliendo il velo della paura al popolo siriano, che apparirebbe determinato a combattere per la libertà. Gli USA possono e devono aiutarlo, e così facendo aiuterà Israele e contribuire a ridurre il rischio di una grande guerra”.Hillary-Clinton-emails-arming-terrorists-Syria-Libya-middle-eastRiferimenti:
Grasset Philippe, Note su una nota di Hillary Clinton, Dedefensa, 24 marzo 2016

Originale su: https://aurorasito.wordpress.com/2016/03/30/i-piani-deliranti-di-clinton-smascherano-la-sinistra-social-colonialista/

NOTE A MARGINE DI ALCUNI ARTICOLI SUI CONFLITTI MEDIORIENTALI E SULL’ISIS

siria

 

Interessanti alcune osservazioni di Alberto Negri (1) in un articolo sul Sole 24 ore (del 25.11.2015):

<< Se nel Levante ognuno fa la sua guerra Al Baghdadi potrebbe persino dire la sua nella spartizione dell’Iraq e della Siria, un’ipotesi improponibile adombrata dalla Bbc ma non così remota se ciascuno vuole portarsi a casa un pezzo di Medio Oriente. Non sarebbe la prima volta: gli inglesi con Lawrence fomentarono una celebre rivolta araba per poi spartirsi la regione con i francesi. Ma questa volta né gli arabi anti-Isis né gli iraniani sono disposti a fare la fanteria dell’Occidente>>.

Lo stesso autore in un articolo del febbraio 2015 scriveva che, a tutti gli effetti, le forze impegnate a combattere il Califfato sul campo vedevano schierati i curdi, il fragile esercito iracheno con l’assistenza americana e dei pasdaran iraniani, gli Hezbollah libanesi alleati di Teheran e le forze di Assad. Giordania, Arabia Saudita, Barhein, Emirati Arabi Uniti e Qatar sarebbero stati, invece, i cinque paesi sunniti che si erano affiancati “politicamente” agli Usa e si erano dichiarati pronti a bombardare l’Isis, anche se in realtà le cose, già allora, si presentavano in maniera diversa e l’Arabia Saudita e il Qatar erano accusati di avere sostenuto i gruppi salafiti e jihadisti. In giugno gli organi di informazione (es. Il Fatto Quotidiano) riproponevano questo schieramento anche se si teneva a precisare che in Iraq:

<<le sole forze che combattono effettivamente sul terreno sono i curdi e le milizie sciite sostenute dall’Iran. Gli obiettivi di queste due forze, apparentemente comuni, sono però abbastanza divergenti. I primi combattono in quei territori che in futuro potrebbero aggregarsi alla formazione di uno Stato curdo; i secondi hanno mostrato che la loro lotta di liberazione anti-Isis ha riproposto comportamenti anti sunniti>>.

E ancora più chiaro e esemplificativo appare questo frammento di Roberto Bongiorni tratto dal Sole 24 ore del 25 giugno 2015:

<<In teoria, guardando i numeri, c’è da stupirsi su come lo Stato islamico riesca a mantenere il suo ampio territorio, in alcuni periodi perfino ad estenderlo (ormai controlla quasi metà della Siria e quasi un terzo dell’Iraq), con una “esercito” di gran lunga inferiore in quanto a mezzi, uomini e tecnologia militare a quello messo in campo da Iraq, Siria, Peshmerga kurdi, milizie filoiraniane sostenute da Teheran, oltre alla grande forza aerea messa in campo dalla coalizione internazionale. Forse il punto vulnerabile del fronte anti-Isis è proprio dato dal fatto della sua eterogeneità; un coacervo di soldati appartenenti a nazioni che spesso hanno interessi diametralmente opposti nello scacchiere politico mediorientale. E che quindi preferiscono spesso agire da soli, anziché coordinarsi. La notizia, subito smentita dalle autorità turche, secondo cui l’Isis sarebbe riuscita a penetrare a Kobane passando attraverso la Turchia, (storica nemica dei curdi) restituisce con efficacia la complessità della situazione. Ma è senza dubbio importantissimo il sostegno di parte della comunità sunnita irachena. Senza di loro l’Isis non può essere vinto. Discriminati dal Governo sciita di Baghdad per anni, i sunniti avevano già mostrato la loro insofferenza sollevandosi in diverse aree del Paese. L’avanzata dello Stato islamico è arrivata come una sorta di rivincita. Pur non condividendo né la violenta ideologia né i mezzi brutali dell’Isis, agli occhi di non pochi sunniti iracheni la bandiera nera dello Stato islamico rischia dunque di essere il male minore rispetto alle potenziali e feroci rappresaglie contro di loro da parte delle milizie sciite irachene. Una situazione che non lascia intravvedere sbocchi>>.

 

Ritornando ai sostenitori dell’Isis che lavorano sotto la precisa regia degli Usa, i quali con magnifica faccia tosta si presentano anche come la forza leader della coalizione “antiterrorismo”, abbiamo visto che era ormai noto da molto tempo quello che è riportato in un articolo del 01.12.2015 su “Il Giornale”:

<<E colpisce duro[V. Putin-N.d.r.].”Difendere i turcomanni – aggiunge a proposito della linea ufficiale della Turchia – è solo un pretesto”. Il Cremlino ha ricevuto “recentemente” nuovi rapporti d’intelligence che mostrerebbero un traffico di petrolio dai territori controllati dall’Isis alla Turchia “su scala industriale”. Le parole di Putin aprono un vaso di Pandora. Perché, se la Turchia protegge i jihadisti dello Stato islamico, ci sono Paesi come l’Arabia Saudita e il Qatar che li finanziano>>.

Ma nessun organo di informazione italiano potrà mai neanche lontanamente ammettere che alcuni gruppi con grandi risorse e potere facenti capo agli Usa costituiscono la vera direzione strategica di questo cosiddetto conflitto a bassa intensità (LIC)(2) e perciò il suddetto quotidiano riporta anche questa sorta di “denuncia” avanzata da un organismo governativo statunitense:

<<Nell’audizione dedicata al Terrorism Financing and the Islamic State, organizzata il 13 novembre 2014 dalla Commissione per i Servizi finanziari del Congresso americano, è emerso con chiarezza che “mentre al Qaeda poteva contare dopo l’attentato dell’11 settembre su circa mezzo milione di dollari di sostegni al giorno, l’Isis aveva introiti di 1-2 milioni di dollari al giorno attraverso la vendita di petrolio, i riscatti degli ostaggi e i sostegni da parte delle organizzazioni caritatevoli [??-N.d.r.] soprattutto dei Paesi del Golfo, a cominciare dal Qatar e dall’Arabia Saudita”>>.

Ma ritorniamo ora all’articolo da cui eravamo partiti. Nel 2011, l’anno della “primavera araba”, la rivolta in Siria era stata pensata, dalle potenze sunnite, dagli Usa e dai suoi alleati, anche “occidentali”, come una guerra per procura dall’esito scontato. Con ogni probabilità, però, almeno i principali centri strategici statunitensi erano consapevoli del pericolo insito nello scatenamento di un caos che aveva fatto “saltare“ anche regimi per nulla ostili alle potenze euro-atlantiche. Si pensava, poi, scrive Negri :

<< che le milizie islamiche sarebbero ricadute sotto il controllo di chi le sponsorizzava, Turchia e monarchie del Golfo. Ma i jihadisti sono confluiti nell’Isis, la cui intuizione strategica è stata quella di unire il campo di battaglia iracheno a quello siriano. Non bastava ancora: si è pensato che il Califfato potesse essere manovrato nella guerra tra sunniti e sciiti per disegnare nuovi confini ed equilibri. E ora che i jihadisti hanno portato il terrorismo in Europa, Turchia compresa, i leader protagonisti di questo disastro geopolitico […] reagiscono in maniera sconcertante per difendere dei calcoli sbagliati>>.

L’intervento di Putin contro l’Isis – anche se non sufficiente a rivitalizzare le esangui truppe del regime di Assad ormai guidate da Pasdaran iraniani ed Hezbollah libanesi – è apparso giustificato di fronte al fallimento delle potenze occidentali nel gestire la situazione. La prospettiva di un fronte comune, corroborata dall’accordo obamiano con l’Iran (alleato stretto della Russia in questa fase) sul nucleare, ha però trovato nella Turchia – nonostante che, almeno apparentemente, Erdogan tenti di evitare lo scontro dopo l’abbattimento del jet russo – un ostacolo importante. A questo proposito Negri osserva che la difficile situazione che si è venuta a creare ha fatto

<< perdere la testa a Erdogan, punto sul vivo da Putin nel cortile di casa, e ai suoi alleati del Golfo, che comunque qualche cosa da rimproverare agli Stati Uniti e agli europei ce l’hanno. Si sentono traditi. La Siria, a maggioranza sunnita, doveva essere l’ambito premio per avere perso l’Iraq nel 2003 con l’intervento americano contro Saddam. Allora la Turchia rifiutò il passaggio delle truppe Usa, applaudita dalla stessa Russia. Prima l’accordo sul nucleare con l’Iran, poi l’alleanza tra Mosca e Teheran e ora l’ipotesi che la Francia e gli europei concordino con Putin e gli ayatollah la strategia anti-Califfato: è troppo da sopportare per un fronte sunnita passato da una sconfitta all’altra>>.

Negri conclude il suo discorso accennando alla teoria, e alla pratica, Usa del doppio contenimento che sembrerebbe sostanzialmente un corollario alla più complessiva strategia del caos. I due esempi da lui riportati sono abbastanza chiari. Il primo partirebbe dal presunto errore di Bush junior – la “fallimentare” seconda guerra contro l’Iraq – che avrebbe portato, in funzione anti sciita e anti Iran, a scelte come quella del giugno dell’anno scorso, quando gli Usa hanno guardato, senza fare una piega, il Califfato conquistare Mosul, città di due milioni di abitanti, e arrivare a una trentina di chilometri da Baghdad. Come dire ai sunniti: accomodatevi pure e vendicatevi. Il secondo sarebbe il ben noto antecedente che negli anni’ 80 portò prima alla guerra Iran-Iraq (un milione di morti) e poi << a uno degli equivoci storici più sconcertanti, quando nell’estate del 1990 l’ambasciatrice Usa a Baghdad, April Glaspie, incontrando Saddam diede un implicito via libera all’occupazione del Kuwait. “Non potevamo sapere che gli iracheni si prendessero “tutto” il Kuwait”, fu la sua giustificazione. Sostituite Kuwait con Siria e avete l’equazione con il Califfato>>.

 

(1)Alberto Negri è nato a Milano nel 1956. Il suo primo viaggio in Iran e in Medio Oriente risale al 1980. È stato ricercatore all’Istituto di studi di politica internazionale e nel 1981 ha iniziato la carriera giornalistica. Autore del libro Il Turbante e la Corona – Iran, trent’anni dopo (Marco Tropea Editore, 2009), è giornalista del Sole 24 Ore, per cui ha seguito negli ultimi vent’anni i principali eventi politici e bellici in Medio Oriente, Africa, Balcani, Asia centrale.

(2) Nello US Army Field Manual, documento ufficiale statunitense, è contenuta la seguente definizione: « … un confronto politico-militare tra stati o gruppi contendenti, al di sotto della guerra convenzionale e oltre l’ordinaria, pacifica competizione tra stati. Spesso implica prolungate lotte di principi ed ideologie concorrenti fra loro. Il LIC spazia dalla sovversione all’uso delle forze armate. Si sostanzia di una combinazione di mezzi, adopera strumenti politici, economici, informativi e militari. I LIC sono spesso circoscritti a certe aree, generalmente nel Terzo Mondo, ma implicano questioni di sicurezza regionale e globale. »

Mauro Tozzato                       02.12.2015

Fonte: http://www.conflittiestrategie.it/note-a-margine-di-alcuni-articoli-sui-conflitti-mediorientali-e-sullisis

La vendetta del piano Yinon? Panorama di caos nel mondo arabo

30/6/2014

Global Research.

Il Medio Oriente e il Nordafrica sono stati trasformati in un arco d’instabilità, che parte dall’Iraq e dal Golfo Persico, e arriva fino alla Libia e la Tunisia. In quasi ogni angolo del mondo arabo e del Medio Oriente sembrano esserci caos e violenza, e il massacro non sembra aver fine.
C’è un Paese, nella regione, che però brilla di soddisfazione. Tel Aviv ha ottenuto carta bianca dall’instabilità di cui, insieme a Washington, è l’artefice. Il caos tutt’intorno ha permesso a Israele di procedere con ulteriori annessioni di territorio palestinese in Cisgiordania, mentre pretende di discutere di pace con l’Autorità palestinese dell’irrilevante Mahmoud Abbas. Ciò che gli serve, ora, è una guerra degli Stati Uniti contro l’Iran e i suoi alleati.

Gli sconvolgimenti attuali dimostrano una somiglianza clamorosa con gli obiettivi del piano Yinon del 1982, cui il Ministro israeliano per gli Affari Esteri diede il nome dal suo ideatore, Oded Yinon, e che invocava una frantumazione del Nord Africa e del Medio Oriente. «Frammentare l’Egitto in regioni geografiche separate è il fine politico di Israele», vi si legge. Rappresenta una continuazione del progetto coloniale degli inglesi nella regione, ed è stato trasmesso alla politica estera statunitense, il che spiega il punto di vista dei neocon e di Ralph Peters, e del «Nuovo Medio Oriente» che loro immaginano. Il rapporto noto come «Clean Break», preparato da Richard Perle per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si rifà anch’esso al piano Yinon, e forgia la posizione attuale dell’amministrazione Obama e del governo di Netanyahu sulla Siria.
Arabia antidemocratica
La penisola araba è una polveriera che sta per esplodere. Tutti i regimi sono fragili, e non possono sopravvivere senza l’appoggio degli Usa. La loro principale preoccupazione è la sopravvivenza, ma la mancanza di libertà e l’oppressione rappresentano la miccia che rischia di far bruciare l’intera Arabia. «La penisola araba intera è il candidato naturale alla dissoluzione, sia per pressioni interne che per pressioni esterne, e ciò è inevitabile, soprattutto in Arabia Saudita», secondo l’israeliano piano Yinon.
In genere gli Stati del litorale del Golfo Persico, a parte il sultanato dell’Oman, hanno attivamente istigato le divisioni interne e nella regione tra sciiti e sunniti, come piano per far guadagnare un po’ di legittimità alle dittature delle famiglie regnanti e alle gerarchie feudali. Ciò fa parte delle loro strategie di sopravvivenza, ma è una strategia nociva per loro stessi. L’esercito saudita è intervenuto sia in Bahrein che nello Yemen, e dichiara di voler combattere una cospirazione regionale iraniana e il tradimento dei musulmani sciiti. Oltre alla discriminazione che subiscono, i musulmani sciiti della penisola araba sono stati accusati di essere collegali all’Iran, e ciò è servito a giustificare la loro oppressione. L’ayatollah saudita Nimr Baqr An-Nimr, però, ha dichiarato che essi non hanno alcun collegamento con l’Iran, né con altri Stati, né hanno sviluppato forme di lealtà verso l’esterno.
Il mondo ha visto come il disarmato popolo del Bahrein ha affrontato la brutalità del regime della Casa Khalifa e del loro esercito, formato per lo più da reclute provenienti da posti come la Giordania, lo Yemen e il Pakistan. I bahreiniti, nello specifico gli indigeni Baharna, sono stati ulteriormente marginalizzati dal trasferimento di popolazione voluto dai Khalifa, e dai programmi di insediamento che naturalizzano gli stranieri, o li importano, al fine di disperdere i Baharna e altre comunità bahreinite. La maggior parte dei bahreiniti è stata sistematicamente discriminata e ghettizzata, tenuta lontana dalle migliori condizioni di impiego o da incarichi governativi affidati invece agli stranieri. Oltre a mantenere un regno del terrore e la polizia segreta, i Khalifa alimentano deliberatamente le tensioni tra sciiti e sunniti al fine di mantenere il Paese diviso, tenendosi il potere e tentando di legittimare sé stessi. Il Bahrein si trova, fondamentalmente, sotto occupazione straniera.
In Arabia Saudita, l’anacronistico regno della misoginia e dell’orrore, c’è stata agitazione, da parte della gente, nei confronti del regime dei Saud. Nonostante le repressioni brutali, dal 2011 si sono registrate consistenti proteste, nel Paese, per le libertà fondamentali, l’equità e l’habeas corpus. Ne sono seguite anche speculazioni e voci su colpi di palazzo in Arabia Saudita, l’ultimo dei quali avrebbe visto il re ‘Abdullah arrestare il principe Khalid bin Sultan subito dopo averlo destituito dalla carica di vice ministro saudita alla difesa.
In realtà gli sceiccati petroliferi arabi sono fragili costrutti dalle fondamenta malferme. I loro principi sono uniti dalle loro insicurezze, ma le animosità reciproche potrebbero esplodere nelle circostanze favorevoli. La sedizione e il terrorismo che i petro-sceiccati diffondono nella regione finiranno per esplodere loro addosso. Gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita già temono l’ascesa dei Fratelli musulmani nel Golfo Persico.
Nello Yemen, l’eccezione repubblicana alle monarchie arabe, c’è il rischio che il Paese ritorni alla separazione cui si era posta fine nel 1990, e cioè allo Yemen del Nord, o Repubblica araba dello Yemen, e allo Yemen del Sud, o Repubblica democratica popolare dello Yemen. Una insurrezione dei ribelli Houthi a nord, contro il governo yemenita assediato, accusato di discriminazione nei confronti dei musulmani sciiti Zaiti, e un forte movimento secessionista nelle zone meridionali hanno portato lo Stato vicino al crollo, e hanno permesso allo Yemen di diventare terreno di gioco per gli Stati Uniti e per il Consiglio di cooperazione del Golfo, cioè l’Arabia Saudita. Lo Yemen è diventato il poligono dei drone dell’amministrazione Obama.
Strage nel Mashreq: la Mesopotamia e il Levante
L’instabilità e il terrorismo si sono diffusi in Iraq. I gruppi ai quali ci si può riferire come Al-Qa’ida in Iraq stanno trasformando l’Iraq in un Paese rovinato, lavorando per aumentare la violenza e il terrore a Baghdad e nel resto dell’Iraq, per far crollare il governo iracheno. Questi attacchi terroristi fanno parte in realtà dell’agenda di cambio di regime di Stati Uniti, Regno Unito, Israele, Arabia Saudita, Qatar, e della Turchia in Siria. I gruppi terroristi hanno anche attraversato il confine dall’Iraq alla Siria, per raggiungere l’insurrezione e formare ciò che si definisce lo «Stato islamico dell’Iraq e del Levante» (Isis), gestendo una strategia comune in Iraq e in Siria.
L’Iraq è diviso in tre. Il governo regionale del Kurdistan in Iraq è virtualmente indipendente, mentre Paesi come l’Arabia Saudita e la Turchia approfittano del sentimento di perdita dei diritti civili tra gli arabi sunniti. Le potenze estere non fanno che alimentare le divisioni tra sciiti e sunniti e tra arabi e curdi in Iraq, proprio come alimentano le divisioni comunitarie in Siria.
Questo è quanto ha dichiarato Oden Yinon sull’Iraq:
«Ogni tipo di conflitto tra arabi ci gioverà a breve termine, e ci avvicinerà allo scopo più importante, la divisione confessionale come in Siria e in Libano. In Iraq una divisione in province su basi etnico-religiose, così come avvenne per la Siria nell’era ottomana, è possibile. Così esisteranno tre (o più) Stati attorno alle tre città principali: Bosra, Baghdad e Mosul. E le zone sciite a sud saranno separate dal nord sunnita e curdo».
La Siria è lacerata ancor più dell’Iraq. Analisti israeliani e americani, esperti e decisori politici insistono a dire che il Paese crollerà. Le forze anti governative sponsorizzate dall’estero uccidono i civili in base alla loro appartenenza comunitaria, in modo da diffondere l’odio e l’eversione.
Se torniamo al Piano Yinon di Israele, vi troviamo scritto:
«La dissoluzione della Siria e dell’Iraq in aree separate per etnia e religione, così come in Libano, è l’obiettivo principale, a lungo termine, di Israele, sul fronte orientale, e lo scioglimento del potere militare di quegli Stati rappresenta l’obiettivo principale a breve termine. La Siria si sgretolerà, conformemente alla sua struttura etnica e religiosa, in diversi Stati, come oggi è il Libano, e vi sarà uno Stato alawita sciita lungo la costa, uno Stato sunnita nella zona di Aleppo, un altro Stato sunnita a Damasco, ma ostile al suo vicino del nord, e i drusi fonderanno un loro Stato, forse anche nel nostro Golan, certamente nell’Hauran e nella Giordania settentrionale».
Nel piccolo Libano si sono alimentate le tensioni conseguentemente agli eventi in Siria, e con l’aiuto di potenze estere, nel tentativo di far deflagrare un’altra guerra civile libanese, nello specifico tra musulmani. Ci sono stati fermenti da parte di un rumoroso insieme di piccoli gruppi devianti che supportano le milizie anti governative in Siria e Al-Qa’ida, supportata a sua volta dall’Arabia Saudita e dal Consiglio di cooperazione del Golfo, fornito di copertura politica dal Partito del futuro di Sa’ad Hariri e dall’Alleanza 14 marzo. «La dissoluzione completa del Libano in cinque province fornisce un precedente per l’intero mondo arabo, compresi Egitto, Siriam Iraq e penisola araba», secondo il Piano Yinon.
Una nuova ondata di terrorismo in Libano è iniziata con l’attacco deliberato di due zone musulmane sciite a Beirut, e dei musulmani sunniti nel porto libanese di Tripoli. Lo scopo è far sembrare che sciiti e sunniti commettano atti di terrorismo gli uni contro gli altri, e che le esplosioni di Tripoli siano state la conseguenza degli attacchi di Beirut.
Nord Africa
La Tunisia sta affrontando una crisi crescente. Ci sono stati scontri tra le forze di sicurezza tunisine e gruppi militanti vicino al confine algerino. Due politici dell’opposizione, Chokri Belaid e Mohammed Brahmi del partito del Movimento del popolo, sono stati assassinati. Sono proliferate le proteste, e i partiti tunisini all’opposizione e gli unionisti hanno chiesto lo scioglimento del movimento governativo Ennahda, del Primo ministro ‘Ali Laarayedh.
La vicina Libia si trova in condizioni anche peggiori, e ha contrabbandato armi verso la Tunisia e altri Paesi dei dintorni. Si sono verificati scontri e scioperi ai terminali di petrolio, e il Paese è di fatto diviso. Il governo libico ha scarso controllo sul Paese: il controllo vero lo detengono le divisioni di milizie nelle strade. Aumenta la tensione e la paura che le milizie di Misurata possano tentare di controllare parti ancora più grandi di territorio sfidando Zintan.
Gli osservatori sostengono che il Sudan, diviso in due parti nel 2011, possa dover affrontare ulteriori violenze dovute a conflitti tribali e alla perdita di controllo da parte del governo di Khartoum. Sebbene il sud del Sudan sia diventato un paradiso neoliberale per gli investitori che ne sfruttano ricchezze e popolazione, esso soffre per la mancanza di leggi, per le tensioni etniche e le violenze. Il sud del Sudan era un posto migliore e più pacifico quando faceva parte del Sudan, bisognerebbe trarne una lezione.
Stanno ora emergendo notizie sulla fusione di due gruppi armati in nord Africa. Mokhtar Belmoktar, il leader di al-Qa’ida in Maghreb, ha annunciato una nuova coalizione con il Movimento per l’unicità e il Jihad in Africa occidentale. Questi gruppi sono stati attivi in luoghi come Algeria e Mali, ed hanno fornito degli ottimi pretesti per l’intervento di potenze straniere in Nord Africa. Ora essi dichiarano di programmare il proprio coinvolgimento in Egitto, in una nuova guerra che si estenda dalle coste atlantiche del Nord Africa al delta del Nilo.
Bagno di sangue in Egitto
La repubblica araba di Egitto, il più grande Paese arabo, sta seguendo il percorso dell’Algeria. L’esercito è determinato a mantenere il potere. L’Egitto è stato anche determinante nel mantenere gli arabi paralizzati davanti ai disegni di Israele. Yinon afferma questo, sull’Egitto.
«L’Egitto è diviso e lacerato in molti centri di autorità. Se l’Egitto crolla, Paesi come la Libia, il Sudan e anche Stati più lontani cesseranno di esistere nella loro forma attuale, e seguiranno il crollo e la dissoluzione dell’Egitto».
Il Piano Yinon dice due cose importanti sull’Egitto. La prima è questa:
«Milioni di persone stanno per morire di fame, metà della forza-lavoro è disoccupata e le abitazioni sono insufficienti in quest’area del mondo così densamente popolata. Tranne l’esercito, non c’è un altro settore efficiente, e lo Stato si trova in condizioni da bancarotta, dipendente completamente dall’aiuto americano dai tempi della pace».
Questa la seconda:
«Senza aiuti esteri la crisi arriverà domani».
Oded Yinon dev’essere gongolante, ovunque si trovi. Le cose sembrano andare nella direzione da lui indicata, almeno in certe parti del mondo arabo.
Traduzione di Stefano Di Felice

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DROGA, PETROLIO E GUERRA

:::: Peter Dale Scott :::: 7 luglio, 2013 ::::
Peter Dale Scott prosegue la sua analisi del sistema di dominazione statunitense. Durante una conferenza tenutasi a Mosca, ha riassunto i risultati delle sue ricerche sul finanziamento di questo sistema attraverso il traffico di droghe e gli idrocarburi. Sebbene tutto ciò sia risaputo, la verità è ancora oggi difficile da ammettere.

Ho pronunciato questo discorso nel corso di una conferenza anti-NATO, tenutasi l’anno scorso a Mosca. Sono stato l’unico relatore statunitense invitato all’evento. Sono stato ospitato in concomitanza della pubblicazione in Russia del mio libro Drugs, oil and war, – un’opera mai tradotta in francese, contrariamente a La Route vers le nouveau désordre mondial e al libro precedente (1).

Da vecchio diplomatico preoccupato per la pace, sono stato felice di parteciparvi. In effetti ho l’impressione che il dialogo tra gli intellettuali statunitensi e russi sia meno serio oggi rispetto al periodo della Guerra Fredda.

Ciononostante, i pericoli di un conflitto che coinvolga le due principali potenze nucleari evidentemente non sono ancora scomparsi.

In riferimento al problema di crisi strettamente interconnesse, quali la produzione di droga afgana e il jihadismo salafita narcofinanziato, e contrariamente alle posizioni degli altri intervenuti, con il mio discorso ho inteso esortare la Russia a cooperare in un contesto multilaterale con gli Stati Uniti, in virtù della condivisione di volontà simili – malgrado le attività violente della CIA, della NATO e del SOCOM (il Comando Statunitense per le Operazioni Speciali) in Asia centrale.

Dopo la conferenza, ho continuato ad approfondire le riflessioni sui rapporti che si sono deteriorati nel tempo tra Russia e Stati Uniti e sulle mie speranze quasi utopistiche di restaurazione. Malgrado i differenti punti di vista dei partecipanti alla conferenza, c’è stata la tendenza a condividere una profonda inquietudine per le intenzioni statunitensi nei riguardi della Russia e degli ex-stati dell’URSS. Questa preoccupazione comune era fondata sulle conosciute azioni passate degli Stati Uniti, e dei loro impegni non mantenuti. In effetti, contrariamente alla maggior parte dei cittadini americani, loro sono ben informati riguardo la faccenda.

L’assicurazione che la NATO non approfitterà della distensione per espandersi nell’Europa dell’Est è un valido esempio di promessa non mantenuta. Evidentemente la Polonia e altri ex-membri del Patto di Varsavia al giorno d’oggi sono integrati nell’Alleanza Atlantica, insieme alle ex-Repubbliche Socialiste Sovietiche del Baltico. Peraltro, alcune proposte che mirano a far entrare nella NATO l’Ucraina – vero cuore della vecchia Unione Sovietica – sono ancora attuali. Questa tendenza ad estendersi verso est è stata accompagnata da attività e operazioni congiunte tra le truppe USA e le forze armate di sicurezza dell’Uzbekistan – alcune delle quali sono state certamente organizzate dalla NATO. (Queste due iniziative sono cominciate nel 1997, con l’amministrazione Clinton).

Potremmo citare altre inadempienze a impegni presi in precedenza, come la conversione non autorizzata di una forza delle Nazioni Uniti in Afghanistan (approvata nel 2001 dalla Russia) in una coalizione militare gestita dalla NATO. Due relatori hanno criticato la determinazione degli Stati Uniti nel voler installare nell’Europa dell’Est uno scudo antimissile contro l’Iran, rifiutando i suggerimenti russi di posizionarlo in Asia. Secondo loro, questa intransigenza costituirebbe «una minaccia per la pace mondiale».

I partecipanti alla conferenza hanno percepito queste misure come delle estensioni aggressive del movimento che, da Washington, ha mirato a distruggere l’URSS durante il mandato di Reagan. Alcuni dei relatori con i quali ho potuto scambiare opinioni ritenevano che durante i due decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, la Russia è stata minacciata da alcuni piani operativi degli Stati Uniti e della NATO per un primo attacco nucleare contro l’URSS. Sarebbe stato possibile mettere in pratica questi piani solo prima che la parità nucleare fosse raggiunta, ma evidentemente non sono mai stati realizzati. Malgrado tutto, i miei interlocutori erano convinti che gli estremisti che hanno appoggiato questi piani non hanno mai abbandonato il loro desiderio di umiliare la Russia e di ridurla al rango di terza potenza. Non posso negare questa preoccupazione. In effetti, il mio libro precedente, intitolato La machine de guerre américaine, descrive allo stesso modo le pressioni continue volte a stabilire e a mantenere la supremazia degli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale.

I discorsi pronunciati a questa conferenza non si sono limitati in alcun caso a criticare gli intrighi politici degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica. In effetti, i relatori si sono opposti con una certa veemenza all’appoggio di Vladimir Putin per la campagna militare della NATO in Afghanistan, avvenuto l’11 Aprile 2012. Loro si sono risentiti in particolare per il fatto che Putin abbia approvato l’installazione di una base dell’Alleanza Atlantica a Ulianovsk, situato a 900 km a est di Mosca. Sebbene questa base sia stata «venduta» all’opinione pubblica russa come un mezzo per facilitare la ritirata statunitense dall’Afghanistan, un relatore ci ha garantito che l’avamposto di Ulianovsk è stato presentato nei documenti della NATO come una base militare. Infine gli intervenuti si sono mostrati contrari alle sanzioni ONU contro l’Iran, che sono state favorite dagli Stati Uniti. Al contrario loro considerano questo Paese come un alleato naturale contro i tentativi statunitensi di concretizzare il progetto di dominazione globale di Washington.

Accantonate le osservazioni successive, io sono rimasto in silenzio per la maggior parte della conferenza. Ciononostante la mia mente, perfino la mia coscienza si sono sentite turbate, quando ho pensato alle recenti rivelazioni su Donald Rumsfeld e Dick Cheney. In effetti, immediatamente dopo l’11 settembre, questi ultimi hanno realizzato un progetto con l’obiettivo di far cadere numerosi governi amici della Russia – tra i quali l’Iraq, la Libia, la Siria e l’Iran (2). Dieci anni prima, al Pentagono, il neoconservatore Paul Wolfowitz ha dichiarato al generale Wesley Clark che gli Stati Uniti disponevano di una finestra di opportunità per liberarsi di questi alleati della Russia, nel periodo di ristrutturazione russa dopo il crollo dell’URSS (3). Questo progetto non è ancora stato portato a termine in Siria e Iran.

Ciò che abbiamo potuto osservare durante il governo Obama assomiglia molto alla messa in atto progressiva del suddetto piano. Tuttavia, bisogna ammettere che in Libia, e attualmente in Siria, Obama ha mostrato ben più profonde reticenze rispetto ai suoi predecessori nell’inviare dei soldati sul posto. (È stato altrettanto riportato che, sotto la sua presidenza, un numero ristretto di forze speciali statunitensi hanno operato in questi due Paesi, per incitare la resistenza contro Gheddafi, e più recentemente contro Assad).

Più in particolare, ciò che mi preoccupa è la mancanza di reazione da parte dei cittadini degli Stati Uniti di fronte all’egemonismo militare aggressivo del loro Paese. Questo bellicismo continuo, che chiamerei «dominazionismo», è previsto nei piani a lungo termine del Pentagono e della CIA (4).

Senza alcun dubbio, numerosi americani potrebbero pensare che una Pax Americana globale assicurerebbe un’era di pace, sulla falsa riga della Pax Romana risalente a due millenni fa. Io sono convinto del contrario. In effetti, seguendo l’esempio della Pax Britannica del XIX secolo, questo dominazionismo condurrà inevitabilmente a un conflitto più ampio, potenzialmente a una guerra nucleare. In verità, la chiave di volta della Pax Romana era racchiusa nel fatto che Roma, sotto il regno di Adriano, si fosse ritirata dalla Mesopotamia. Inoltre, Roma accettava delle limitazioni rigorose al proprio potere nelle regioni nelle quali esercitava la sua egemonia. La Gran Bretagna ha dato prova di una saggezza simile, ma troppo tardi. Finora, gli Stati uniti non si sono mostrati così ragionevoli.

Peraltro, in questo Paese troppo pochi sembrano interessarsi al progetto di dominazione globale di Washington, almeno a partire dal fallimento delle manifestazioni di massa per impedire la guerra in Iraq. Abbiamo potuto constatare un gran numero di analisi critiche sulle ragioni di impegno militare degli Stati Uniti in Vietnam, e anche l’implicazione statunitense in atrocità come il massacro indonesiano del 1965.

Autori come Noam Chomsky e William Blum (5) hanno analizzato gli atti criminali degli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, hanno potuto studiare la recente accelerazione dell’espansionismo militare statunitense. Solo una minoranza di autori, come Chalmer Johnson e Andrew Bacevich hanno analizzato il rinforzamento della macchina da guerra americana che domina al giorno d’oggi lo sviluppo politico degli Stati Uniti.

Inoltre, è sorprendente constatare che il recente movimento Occupy, si sia potuto esprimere sulle guerre di aggressione condotte dal Paese. Dubito che siano stati ugualmente denunciati la militarizzazione di sorveglianza e di mantenimento dell’ordine, così come i campi di detenzione. Ora, queste misure sono il cuore del dispositivo di espressione interiore che minaccia la propria sopravvivenza (6). Faccio qui riferimento a ciò che viene chiamato il programma «di continuità di governo» (COG per «Continuity of Government»), misure attraverso le quali i pianificatori militari statunitensi hanno sviluppato dei mezzi per neutralizzare definitivamente tutti i movimenti contrari alla guerra efficaci negli Stati Uniti (7).

Da ex diplomatico canadese, se dovessi ritornare in Russia auspicherei di nuovo una collaborazione tra gli Stati Uniti e quel Paese al fine di affrontare i più urgenti problemi mondiali. La sfida è di superare questo rudimentale compromesso, che è la cosiddetta «coesistenza pacifica» tra le superpotenze. In realtà, questo intento vecchio di mezzo secolo ha permesso – e ugualmente incoraggiato – le violente atrocità dei dittatori alleati, come Suharto in Indonesia o Mohammed Siad Barre in Somalia.

È probabile che l’alternativa alla distensione, che sarà una rottura completa dei rapporti, possa portare a dei confronti sempre più pericolosi in Asia – molto certamente in Iran.

Tuttavia, questa rottura potrebbe essere evitata? Ecco, io mi domando se non abbia minimizzato l’intransigenza egemonica degli Stati Uniti (8). A Londra ho recentemente discusso con un vecchio amico, che ho conosciuto durante la mia carriera diplomatica. Si tratta di un diplomatico britannico di alto rango, grande esperto della Russia. Speravo che mitigasse la mia valutazione negativa delle intenzioni di Stati Uniti e NATO nei confronti di questo Paese. Invece, non ha fatto altro che rinforzarla.

Così, ho deciso di pubblicare il mio discorso corredato da questa prefazione, destinato tanto ai cittadini statunitensi quanto al resto del pubblico internazionale. Ritengo che al giorno d’oggi la soluzione più urgente per preservare la pace mondiale sia quella di limitare i movimenti degli Stati Uniti verso un’egemonia incontrastata. In nome della coesistenza in un mondo pacifico e multilaterale, occorre dunque rinforzare la proibizione all’ONU di guerre preventive e unilaterali.

A questo scopo, spero che i cittadini americani si mobiliteranno contro il dominazionismo del loro paese, e che pretenderanno una dichiarazione politica da parte dell’amministrazione o del Congresso, che preveda:

1.La rinuncia esplicita alle precedenti richieste del Pentagono, che fanno della «supremazia totale» (full spectrum dominance) un obiettivo militare peculiare nella politica estera degli Stati Uniti (9);
2.Il rifiuto in quanto inaccettabile della pratica delle guerre preventive oggi profondamente radicata;
3.L’astensione categorica da tutti i progetti statunitensi di utilizzo permanente delle basi militari in Iraq, Afghanistan o Kirghizistan;
4.Il ritorno, da parte degli Stati Uniti, alla conduzione delle loro future operazioni militari in accordo con le procedure stabilite dalla Carta delle Nazioni Unite.
Incoraggio i miei concittadini a seguirmi al fine di esortare il Congresso ad introdurre una risoluzione per questo scopo. Come soluzione potrebbe all’inizio non avere successo. Ciononostante, è possibile che contribuirà a riportare il dibattito politico statunitense verso un argomento secondo me urgente e poco dibattuto: l’espansionismo degli Stati Uniti, e la minaccia della pace globale, da esso derivante.

Traduzione di Lorena Orio

(1) Anche il ricercatore svizzero Daniele Ganser – autore del libro intitolato Gli eserciti segreti della NATO. Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale (Fazi Editore, Roma, 2008), e l’uomo politico italiano Pino Arlacchi, in passato direttore dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (ONUDC), sono stati invitati a questa conferenza.

(2) Inizialmente, Donald Rumsfeld volle rispondere all’11 settembre attaccando non l’Afghanistan, ma l’Iraq. Secondo lui, non ci sarebbero stati «obiettivi interessanti in Afghanistan» (Richard Clarke, Contro tutti i nemici, p. 31).

(3) Wolfowitz disse a Clark “abbiamo circa cinque o dieci anni per ripulire i vecchi regimi alleati sovietici – Siria, Iran, Iraq – prima che la prossima grande superpotenza ci metta alla prova” (Wesley Clark, Discorso al San Francisco Commonwealth Club, 3 Ottobre 2007). Dieci anni dopo, nel novembre 2001, Clark venne a conoscenza al Pentagono che i piani per attaccare l’Iraq sarebbero stati discussi come parte di una campagna quinquennal, […] che sarebbe iniziata in Iraq, e proseguita in seguito in Siria, Libano, Libia, Iran, Somalia e Sudan (Wesley Clark, Vincere le Guerre Moderne [New York, Affari Pubblici, 2003], p. 130).

(4) Il termine «egemonia» potrebbe avere un significato blando, connotante una relazione amichevole in una confederazione, oppure un significato ostile. Il movimento degli Stati Uniti verso l’egemonia globale, irremovibile e unilaterale è senza precedenti, e merita di avere un proprio appellativo. «Dominazionismo» è un termine orribile, avente una forte connotazione sessuale e perversa. Questo è il motivo per il quale l’ho scelto.

(5) I libri più recenti di William Blum sono Speranza di uccidere: gli interventi dell’Esercito statunitense e della CIA a partire dalla Seconda Guerra Mondiale (2003) e Liberare il mondo fino alla sua rovina: saggi sull’Impero Americano (2004).

(6) Paul Joseph Watson, «Leaked U.S. Army Document Outlines Plan For Re-Education Camps in America», 3 maggio 2012: Il manuale enuncia chiaramente che queste misure si applicano ugualmente sul territorio degli Stati Uniti, sotto la direzione del [Dipartimento della Sicurezza nazionale] e della FEMA. Questo documento aggiunge che le operazioni per un nuovo insediamento possono necessitare l’alloggiamento temporaneo (meno di 6 mesi) o semi permanente (più di 6 mesi) di importanti gruppi di civili».

(7) Vedere Peter Dale Scott, «Stati Uniti: lo stato di emergenza soppianta la Costituzione?», Peter Dale Scott, «Continuity of Goverment Planning: War, Terror and the Supplanting of the U.S. Constitution».

(8) Due notti fa ho fatto un sogno intenso e inquietante, nel quale alla fine ho visto l’apertura di una conferenza, dove io dovevo ancora parlare, come è accaduto a Mosca. Immediatamente dopo il mio discorso, il programma dell’evento prevedeva una discussione sulla possibilità che «Peter Dale Scott» fosse un personaggio inventato che offriva una conclusione segreta nefasta, e che in realtà non esistesse alcun «Peter Dale Scott».

(9) «Con ’La supremazia totale’ (‘full-spectrum dominance’) si intende la capacità delle forze statunitensi, agendo sole o con forze alleate, di combattere contro non importa quale nemico e di controllare non importa quale situazione annoverabile nella categoria delle operazioni militari.» (Joint Vision 2020, Dipartimento della Difesa, 30 maggio 2000; cf. «Joint Vision 2020 Emphasizes Full-spectrum Dominance», Dipartimento della Difesa).

Fonte: http://www.voltairenet.org/article178702.html
Preso da:

http://www.eurasia-rivista.org/droga-petrolio-e-guerra/19806/

La Libia non era da liberare da un regime sanguinario ma è un prodotto da conquistare

La Libia non è da liberare da un regime sanguinario ma è un prodotto da conquistare

http://www.ecplanet.com/node/2655

By Edoardo Capuano – Posted on 26 agosto 2011

La verità è che la Libia non è una nazione da liberare dal regime sanguinario di Mouammar Gheddafi, ma un prodotto da conquistare! Avete ascoltato i telegiornali? È pronta l’invasione di terra e i grandi politici di tutta Europa si stanno spartendo la succulenta torta, come hanno sempre fatto.

Il pianeta è ormai in agonia, le sue risorse stanno scarseggiando. Per il regime globale non c’è più scelta: bisogna depredare il più possibile; bisogna demonizzare abbastanza una nazione per giustificare al gregge (la maggior parte della popolazione mondiale che non si pone mai domande di come mai certi eventi prendono forma) un dato intervento militare. Ricordatevi: dopo la Libia toccherà alla Siria e poi all’Iran, ma non per liberare le nazioni da fantomatici tiranni bensì per depredarli delle loro risorse ed avviare così anche un processo di ‘democratizzazione’ che vada bene non ai cittadini bensì ai grandi banchieri globali. Un po’ quello che sta succedendo con la frottola della grande crisi.

————————

Come è possibile che la maggior parte del popolo Libico continua a sostenere Mouammar Gheddafi con tanto fervore, e che quest’ultimo non si sia affievolito e continua a resistere, 4 mesi dopo l’inizio di una presunta “rivolta”, e dopo 3 mesi dall’inizio dei bombardamenti della Nato?

C’è da sapere che vi sono state 6 manifestazioni milionarie che hanno raccolto in totale 6 milioni di libici dall’inizio del mese di Luglio 2011.

Il 22 Luglio i libici hanno avuto l’idea di creare la più grande foto al mondo, quella di Mouammar Gheddafi che misura 180 metri di lunghezza e 60 metri di larghezza. Un popolo che non ama il suo leader farebbe tutto questo per lui? Perchè il numero d’immigrati libici in Francia, ma anche in altri paesi, come i paesi dell’Europa dell’est è infinitamente più basso di quello degli immigrati algerini, tunisini e marocchini?

La verità è semplicemente che la vita in Libia è molto lontana dall’inferno descritto dalla propaganda mediatica occidentale, e che la Libia di Gheddafi beneficia non solamente di un livello di vita molto superiore di quello dei paesi magrebini vicini, ma anche di un sistema sociale molto avanzato, su cui i paesi occidentali farebbero meglio a ispirarsi…

Negli esempi che seguono utilizzeremo le parole “stato” e “governo” solo per comodità, dal momento che, nel sistema politico libico, molto originale, non corrispondono esattamente al loro significato. Questo sistema organizzativo è chiamato “Jamahiriya”, un termine senza equivalenze in altre lingue, e che di solito è tradotto come “stato delle masse”, o “Repubblica delle masse”. Ecco dunque una lista non esaustiva che vi aiuterà a capire meglio perché la stra grande maggioranza del popolo libico resta attaccato a Gheddafi, e perché non lo considerano affatto un ignobile tiranno.

LA JAMAHIRIYA LIBICA:

Elettricità domestica gratuita per tutti
Acqua domestica gratuita per tutti
Il prezzo della benzina è di 0,08 euro al litro
Il costo della vita in Libia è molto meno caro di quello dei paesi occidentali. Per esempio il costo di una mezza baguette di pane in Francia costa più o meno 0,40 euro, quando in Libia costa solo 0,11 euro. Se volessimo comprare 40 mezze baguette si avrebbe un risparmio di 11,60 euro.
Le banche libiche accordano prestiti senza interessi
I cittadini non hanno tasse da pagaren e l’IVA non esiste.
Lo stato ha investito molto per creare nuovi posti di lavoro
La Libia non ha debito pubblico, quando la Francia aveva 223 miliardi di debito nel Gennaio 2011, che sarebbe il 6,7% del PIL. Questo debito per i paesi occidentali continua a crescere
Il prezzo delle vetture (Chevrolet, Toyota, Nissan, Mitsubishi, Peugeot, Renault…) è al prezzo di costo
Per ogni studente che vuole andare a studiare all’estero, il governo attribuisce una borsa di 1 627,11 Euro al mese.
Tutti gli studenti diplomati ricevono lo stipendio medio della professione scelta se non riescono a trovare lavoro
Quando una coppia si sposa, lo Stato paga il primo appartamento o casa (150 metri quadrati)
Ogni famiglia libica, previa presentazione del libretto di famiglia, riceve un aiuto di 300 euro al mese
Esistono dei posti chiamati « Jamaiya », dove si vendono a metà prezzo i prodotti alimentari per tutte le famiglie numerose, previa presentazione del libretto di famiglia
Tutti i pensionati ricevono un aiuto di 200 euro al mese, oltre la pensione.
Per tutti gli impiegati pubblici in caso di mobilità necessaria attraverso la Libia, lo Stato fornisce una vettura e una casa a titolo gratuito. Dopo qualche tempo questi beni diventano di proprietà dell’impiegato.
Nel servizio pubblico, anche se la persona si assenta uno o due giorni, non vi è alcuna riduzione di stipendio e non è richiesto alcun certificato medico
Tutti i cittadini della libia che non hanno una casa, possono iscriversi a una particolare organizzazione statale che gli attribirà una casa senza alcuna spesa e senza credito. Il diritto alla casa è fondamentale in Libia. E una casa deve essere di chi la occupa.
Tutti i cittadini libici che vogliono fare dei lavori nella propria casa possono iscriversi a una particolare organizzazione, e questi lavori saranno effettutati gratuitamente da aziende scelte dallo Stato.
L’eguaglianza tra uomo e donna è un punto cardine per la Libia, le donne hanno accesso a importanti funzioni e posizioni di responsabilità.
Ogni cittadino o cittadina della Libia si può investire nella vita politica e nella gestione degli affari pubblici, a livello locale, regionale e nazionale, in un sistema di DEMOCRAZIA DIRETTA (iniziando dal Congresso popolare di base, permanente, fino ad arrivare al Congresso generale del popolo, il grande Congresso nazionale che si riunisce una volta all’anno)
Citando Wikipedia:

La popolazione è in aumento, al ritmo del 1,9% annuo (1995-2008). Le condizioni socio-sanitarie sono migliorate: con una speranza di vita di 77 anni, una mortalità infantile dell’1,9% e un analfabetismo al 17,4% la Libia si colloca tra i paesi a sviluppo umanitario intermedio e, grazie al reddito relativamente elevato, davanti agli altri paesi nordafricani

In Francese:

La Libia è dotata di una struttura governamentale dualista. Il settore rivoluzionario comprende la guida della rivoluzione, Mouammar Gheddafi, i comitati rivoluzionari oltre que una dozina di membri del Consiglio della rivoluzione fondato nel 1969. Il leader della rivoluzione non è eletto e non può essere destituito legalmente. Il settore rivoluzionario definisce il potere di decisione del secondo settore, il settore della Jamahiriya. Il settore della Jamahiriya costituisce il settore legislativo del governo. È diviso in tre livelli, comunale, regionale e nazionale. A ogni corpo legislativo corrisponde un comitato esecutivo.

Il sistema politico della Libia è teoricamente basato sul Libro Verde di Gheddafi, che unisce delle teorie socialiste e islamiche e ripudia la democrazia parlamentare oltre che i partiti politici. La Libia applica ufficialmente la

democrazia diretta.

L’articolo 2 della costituzione del 1977 (detta Dichiarazione sull’avvento del Potere del Popolo) stipula che “Il Santo Corano è la Costituzione della Jamahiriya araba libica popolare socialista” e l’articolo 3, “La democrazia popolare diretta è la base del sistema politico della Jamahiriya araba libica popolare socialista, nella quale il potere è nelle mani del popolo”.

Inoltre citando i dati ONU:

la Libia aveva il più alto indice di sviluppo umano di qualsiasi paese del continente africano; la Libia ha una percentuale di persone che vivevano al di sotto della soglia di povertà inferiore ai Paesi Bassi; La Libia aveva un tasso di carcerazione inferiore alla Repubblica Ceca. (fonte: Global Research)

Ricapitolando, secondo gli indicatori ufficiali dell’ONU (più affidabili del PIL pro capite), in base all’Indice di Sviluppo Umano la Libia è al 55° posto, la Tunisia al 98°, l’Egitto al 123°.

In campo internazionale la Libia ha svolto (svolge) un importante ruolo: in Africa, essendo cofondatrice assieme al Sudafrica dell’Unione africana; in Europa e nel Mediterraneo quale filtro dell’immigrazione; nel mondo arabo arginando il “fondamentalismo”, quale fenomeno sociale e religioso reazionario.

Sta a voi di capire se i media occidentali dicono al verità a proposito del “regime di Gheddafi”, o se al contrario vi manipolano per giustificare l’attacco indiscriminato contro il popolo libico.

Dopo aver letto questo articolo vi potrebbe interessare anche questo, per capire di cosa ci stiamo rendendo complici.

fonte originale: http://www.facebook.com/pages/Jeunes-libye…189667824408959

Preso da: “http://indigesti.forumcommunity.net/?t=47564630″ target=”_blank”>http://indigesti.forumcommunity.net/?t=47564630

Mancano solo 5 paesi ai Rothschild dove fondare una banca centrale

lunedì 4 febbraio 2013

Mancano solo 5 paesi ai Rothschild dove fondare una banca centrale

Rothschild è una famiglia di banchieri molto nota e facoltosa del XIX secolo, di origine Ashkenazi, che attraverso le sue sedi di Vienna, Parigi, Londra, Napoli e Francoforte controllava più o meno direttamente le politiche dei paesi che finanziava.
La famiglia Rothschild sta lentamente ma inesorabilmente fondando Banche Centrali che hanno la loro sede in ogni paese del mondo, dando loro quantità incredibile di ricchezza e potere. Nell’anno 2000 ci sono stati sette paesi senza una proprietà Rothschild Banca Centrale: Afghanistan, Iraq, Sudan, Siria, Libia, Cuba, Nord Corea, Iran.

E’ non è una coincidenza che questi paesi sopra elencati, sono stati e sono tuttora sotto attacco da parte dei media occidentali, dal momento che una delle ragioni principali per cui questi paesi sono stati sotto attacco, in primo luogo perché non hanno ancora un Rothschild di proprietà della Banca Centrale.

Il primo passo per stabilire se un paese può avere una Banca Centrale è quello di farli accettare un prestito scandaloso, che pone il paese in debito della Banca Centrale e sotto il controllo dei Rothschild. Se il paese non accetta il prestito, il leader di questo paese sarà assassinato e un leader Rothschild allineato sarà messo in posizione, e se l’omicidio non funziona, il paese sarà invaso per avere un’Istituto bancario Centrale, ottenendo così con la forza, sotto il nome di terrorismo. Le banche centrali sono create illegalmente e sono private, dove la famiglia di banchieri Rothschild hanno lo zampino. Il fondatore della famiglia è nato più di 230 anni fa (Mayer Amschel Rothschild 1743-1812) e scivolò piano piano sulla strada in ogni paese di questo pianeta, minacciato ogni leader e governi d’ogni parte del mondo, con la morte fisica, economica e distruzione, per poi piazzare su ogni popolo, queste banche centrali, per controllare e gestire il portafoglio di ciascun paese. Peggio ancora, i Rothschild controllano anche le macchinazioni di ogni governo, a livello macro, fregandosene delle vicende quotidiane delle vite individuali di ogni popolo.
Gli attacchi dell’11 settembre sono stati un lavoro interno per poter invadere l’Afghanistan e Iraq per stabilire poi una Banca Centrale in questi paesi, insieme al petrolio e all’oppio. A partire dal 2003, tuttavia, Afghanistan e Iraq sono stati inghiottiti dalla piovra Rothschild; dal 2011 la stessa sorte è toccata a Sudan e Libia. In Libia una banca dei Rothschild è stata istituita a Bengasi mentre ancora imperversava la guerra.
Il 9 luglio 2011 il Sud Sudan è diventato la 193.ma nazione del mondo. Ciò che è stata la più lunga guerra civile dell’Africa, alla fine terminò quando il presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir, sotto pressione, cedette la parte meridionale del suo paese ai vampiri bancari del FMI/Banca Mondiale, dopo un conflitto che ha lasciato più di 2 milioni di morti. Pochi giorni dopo essersi dichiarata nazione sovrana, la società petrolifera statale del Sud Sudan, la Nilepet, costituiva una joint venture con la Glencore International Plc., per commercializzare il suo petrolio. Glencore è controllata dai Rothschild. La joint venture sarà la PetroNile, con il 51 per cento controllato da Nilepet e il 49 per cento dalla Glencore.
Il nuovo presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit, ha firmato una legge che istituisce formalmente la Banca Centrale del Sud Sudan. Il Sudan è uno dei cinque paesi – insieme a Cuba, Corea del Nord, Siria e Iran – la cui banca centrale non è sotto il controllo del cartello delle otto famiglie di banchieri guidate dai Rothschild. Non è dunque un caso che la moneta di questo nuovo feudo petrolifero dei Rothschild, si chiami sterlina del Sud Sudan.
I paesi lasciati soli nel 2011 senza una banca centrale di proprietà della famiglia Rothschild sono: Sudan del Nord, Siria, Cuba, Corea del Nord ed Iran. Dopo le proteste ed istigazioni con le rivolte nei paesi arabi, i Rothschild hanno la strada spianata per stabilire anche là delle banche centrali, e sbarazzarsi di quei leaders, con forte carisma verso i loro popoli. Proprio questi paesi, se ci fate caso, vengono fatti passare dai media come gli ultimi stati “cattivi” che i “buoni” americani devono distruggere per fondare la democrazia e la libertà. Basta fare qualche ricerca per capire facilmente che gli Stati Uniti sono lo stato più autoritario presente al momento, vedete gli articoli nelle categorie “Controllo Globale” e “Finta Democrazia”.
AGGIORNAMENTO: A seguito di ulteriori approfondimenti ho trovato opinioni discordanti sull’effettiva appartenza della Banca Centrale d’Islanda (vedi: Iceland Says Goodbye To Rothschild e Iceland’s Viking Victory over the Banksters) e del Brasile (vedi: Only 3 countries left w/o ROTHSCHILD Central Bank!) alla famiglia Rothschild
Ecco lo spaventoso potere della famiglia ROTHSCHILD in the World:
L’elenco delle loro proprietà
Albania: Bank of Albania
Algeria: Bank of Algeria
Argentina: Central Bank of Argentina
Armenia: Central Bank of Armenia
Aruba: Central Bank of Aruba
Australia: Reserve Bank of Australia
Austria: Austrian National Bank
Azerbaijan: National Bank of Azerbaijan
Bahamas: Central Bank of The Bahamas
Bahrain: Bahrain Monetary Agency
Bangladesh: Bangladesh Bank
Barbados: Central Bank of Barbados
Belarus: National Bank of the Republic of Belarus
Belgium: National Bank of Belgium
Belize: Central Bank of Belize
Bermuda: Bermuda Monetary Authority
Bhutan: Royal Monetary Authority of Bhutan
Benin: Central Bank of West African States (BCEAO)
Bolivia: Central Bank of Bolivia
Bosnia: Central Bank of Bosnia and Herzegovina
Botswana: Bank of Botswana
Brazil: Central Bank of Brazil
Bulgaria: Bulgarian National Bank
Burkina Faso: Central Bank of West African States (BCEAO)
Cameroon: Bank of Central African States
Canada: Bank of Canada – Banque du Canada
Cayman Islands: Cayman Islands Monetary Authority
Central African Republic: Bank of Central African States
Chad: Bank of Central African States
Chile: Central Bank of Chile
China: The People’s Bank of China
Colombia: Bank of the Republic
Congo: Bank of Central African States
Costa Rica: Central Bank of Costa Rica
C?te d’Ivoire: Central Bank of West African States (BCEAO)
Croatia: Croatian National Bank
Cyprus: Central Bank of Cyprus
Czech Republic: Czech National Bank
Denmark: National Bank of Denmark
Dominican Republic: Central Bank of the Dominican Republic
East Caribbean area: Eastern Caribbean Central Bank
Ecuador: Central Bank of Ecuador
Egypt: Central Bank of Egypt
El Salvador: Central Reserve Bank of El Salvador
Equatorial Guinea: Bank of Central African States
Estonia: Bank of Estonia
Ethiopia: National Bank of Ethiopia
European Union: European Central Bank
Fiji: Reserve Bank of Fiji
Finland: Bank of Finland
France: Bank of France
Gabon: Bank of Central African States
The Gambia: Central Bank of The Gambia
Georgia: National Bank of Georgia
Germany: Deutsche Bundesbank
Ghana: Bank of Ghana
Greece: Bank of Greece
Guatemala: Bank of Guatemala
Guinea Bissau: Central Bank of West African States (BCEAO)
Guyana: Bank of Guyana
Haiti: Central Bank of Haiti
Honduras: Central Bank of Honduras
Hong Kong: Hong Kong Monetary Authority
Hungary: Magyar Nemzeti Bank
Iceland: Central Bank of Iceland
India: Reserve Bank of India
Indonesia: Bank Indonesia
Iraq: Central Bank of Iraq
Ireland: Central Bank and Financial Services Authority of Ireland
Israel: Bank of Israel
Italy: Bank of Italy
Jamaica: Bank of Jamaica
Japan: Bank of Japan
Jordan: Central Bank of Jordan
Kazakhstan: National Bank of Kazakhstan
Kenya: Central Bank of Kenya
Korea: Bank of Korea
Kuwait: Central Bank of Kuwait
Kyrgyzstan: National Bank of the Kyrgyz Republic
Latvia: Bank of Latvia
Lebanon: Central Bank of Lebanon
Lesotho: Central Bank of Lesotho
Libya: Central Bank of Libya
Lithuania: Bank of Lithuania
Luxembourg: Central Bank of Luxembourg
Macao: Monetary Authority of Macao
Macedonia: National Bank of the Republic of Macedonia
Madagascar: Central Bank of Madagascar
Malaysia: Central Bank of Malaysia
Malawi: Reserve Bank of Malawi
Mali: Central Bank of West African States (BCEAO)
Malta: Central Bank of Malta
Mauritius: Bank of Mauritius
Mexico: Bank of Mexico
Moldova: National Bank of Moldova
Mongolia: Bank of Mongolia
Morocco: Bank of Morocco
Mozambique: Bank of Mozambique
Namibia: Bank of Namibia
Nepal: Central Bank of Nepal
Netherlands: Netherlands Bank
Netherlands Antilles: Bank of the Netherlands Antilles
New Zealand: Reserve Bank of New Zealand
Nicaragua: Central Bank of Nicaragua
Niger: Central Bank of West African States (BCEAO)
Nigeria: Central Bank of Nigeria
Norway: Central Bank of Norway
Oman: Central Bank of Oman
Pakistan: State Bank of Pakistan
Papua New Guinea: Bank of Papua New Guinea
Paraguay: Central Bank of Paraguay
Peru: Central Reserve Bank of Peru
Philippines: Bangko Sentral ng Pilipinas
Poland: National Bank of Poland
Portugal: Bank of Portugal
Qatar: Qatar Central Bank
Romania: National Bank of Romania
Russia: Central Bank of Russia
Rwanda: National Bank of Rwanda
San Marino: Central Bank of the Republic of San Marino
Samoa: Central Bank of Samoa
Saudi Arabia: Saudi Arabian Monetary Agency
Senegal: Central Bank of West African States (BCEAO)
Serbia: National Bank of Serbia
Seychelles: Central Bank of Seychelles
Sierra Leone: Bank of Sierra Leone
Singapore: Monetary Authority of Singapore
Slovakia: National Bank of Slovakia
Slovenia: Bank of Slovenia
Solomon Islands: Central Bank of Solomon Islands
South Africa: South African Reserve Bank
Spain: Bank of Spain
Sri Lanka: Central Bank of Sri Lanka
South Sudan: Bank of South Sudan
Surinam: Central Bank of Suriname
Swaziland: The Central Bank of Swaziland
Sweden: Sveriges Riksbank
Switzerland: Swiss National Bank
Tajikistan: National Bank of the Republic of Tajikistan
Tanzania: Bank of Tanzania
Thailand: Bank of Thailand
Togo: Central Bank of West African States (BCEAO)
Tonga: National Reserve Bank of Tonga
Trinidad and Tobago: Central Bank of Trinidad and Tobago
Tunisia: Central Bank of Tunisia
Turkey: Central Bank of the Republic of Turkey
Uganda: Bank of Uganda
Ukraine: National Bank of Ukraine
United Arab Emirates: Central Bank of United Arab Emirates
United Kingdom: Bank of England
United States: Board of Governors of the Federal Reserve System (Washington)
Federal Reserve Bank of New York
Uruguay: Central Bank of Uruguay
Vanuatu: Reserve Bank of Vanuatu
Venezuela: Central Bank of Venezuela
Yemen: Central Bank of Yemen
Zambia: Bank of Zambia
Zimbabwe: Reserve Bank of Zimbabwe
Fonti

Documenti trafugati da hackers dimostrano che il Qatar é coinvolto nel contrabbando di armi chimiche dalla Libia alla Siria.

Documenti trafugati da hackers dimostrano che il Qatar é coinvolto nel contrabbando di armi chimiche dalla Libia alla Siria. (ita/eng) 30/1/2013

Il sito web Russia Today ha pubblicato documenti riservati nei quali é dimostrato che il Qatar ha proposto il contrabbando di armi chimiche dalla Libia a Homs in Siria ed il loro utilizzo per incastrare l’esercito siriano, oltre ad alludere alla preparazione occidentale per l’invasione militare dell’Iran.
I documenti che sono stati hackerati dal sito della società britannica Britam, una società specializzata nella protezione di strutture in aree sensibili, nell’addestramento delle forze di sicurezza, e per fornire consiglieri di guerra, ha anche detto che il Qatar ha proposto l’impiego di mercenari ucraini, per essere filmati fingendo di essere russi catturati dal FSA, per mettere in imbarazzo la Russia.
Queste informazioni sono parte di un messaggio del 24/12/2012, che è la data in cui alcuni media hanno affermato che la Siria avrebbe usato armi chimiche a Homs, mostrando la correlazione tra questi documenti ed i piani messi atto.

I documenti alludono anche alla possibilità di far comparire personaggi russofoni  pretendendo di spacciarli come esperti militari russi, per cercare di creare problemi con cui incastrare Damasco e Mosca. In pratica si sarebbero dovuti pubblicare video raffiguranti presunto personale militare russo combattente al fianco dell’esercito arabo siriano, catturati dal FSA, quando in realtà sono solo mercenari di origine slava.
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hacked-emails-us-plan-to-stage-chemical-weapons-attack-in-syria
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Traduzione e adattamento italiano a cura di  FFP per
SyrianFreePress.net & TG24Siria.com Network at

Qatar Involved in Smuggling Chemical Weapons from Libya to Syria ~ Qatar Coinvolto in Contrabbando Armi Chimiche da Libia a Siria ~ (Eng-Ita +Video)

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Leaked Documents Show Qatar Involved in Smuggling Chemical Weapons from Libya to Syria

MOSCOW – Jan 28, 2013 – Russia Today website published leaked documents which show that Qatar suggested smuggling chemical weapons from Libya to Homs in Syria and using them to frame the Syrian Army, in addition to alluding to western preparations for military invasion of Iran.
The documents that were hacked from the website of the British company Britam Defence, a company which specializes in protecting facilities in hotspots, training security forces, and providing consultations, also said that Qatar suggested employing Ukrainian mercenaries to be filmed and pretend to be Russians who were captured by the so-called Free Army to embarrass Russia.
This information was included in a message dated December 24th, 2012, which is the date when certain media outlets claimed that Syria used chemical weapons in Homs, showing correlation between the document and the plans that were set up.
The documents also alluded to the possibility of the appearance of Russian-speaking individuals who claim to be Russian military experts who will attempt to entangle Damascus and Moscow in problems, and the possibility of publishing videos depicting alleged Russian military personnel fighting alongside the Syrian Army who were captured by the Free Army, when in fact they’re mercenaries of Slavic descent.
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Syria terrorist militias possess chemical arms

Il film su Maometto del 2012 ? Un’operazione dei servizi segreti”

di Aldo Giannuli28 Settembre 2012

Tre copti di origine egiziana dietro il film su Maometto? Non diciamo sciocchezze. Per com’è stata concepita e per la raffinatissima sensibilità psicologica dimostrata, si tratta quasi certamente di un’operazione da Servizi Segreti

 

Aldo Giannuli Riporto anche qui l’intervista che ho rilasciato a Micromega, a cura di Michele Marelli.

Nella misteriosa vicenda che riguarda il film blasfemo sul Profeta Maometto, le cose che non tornano sono parecchie. La sensazione che si sia cercato di provocare una reazione a tutti i costi è forte…
Camilleri definirebbe l’autore di questo film ‘mastro d’opra fina’. Come prodotto artistico è una schifezza irripetibile, ma come operazione di guerra psicologica è assolutamente impeccabile, da manuale direi.

Stando alla versione ufficiale, dietro a questo film ci sarebbero unicamente tre copti di origine egiziana – Nakoula Basseley Nakoula, Nasrallah Abdelmasih e Morris Sadek. Le sembra un’ipotesi credibile?
Non diciamo cazzate. Per com’è stata concepita e per la raffinatissima sensibilità psicologica dimostrata, si tratta quasi certamente di un’operazione da Servizi Segreti. Quei tre cretini dovrebbero innanzitutto spiegare dove hanno trovato i soldi per fare questo film; ma, in ogni caso, se io – insieme a dieci amici – trovassi dei soldi per girare un cortometraggio con l’obiettivo di prendere a pesci in faccia l’Islam, potrei pure metterlo su YouTube ma non è che automaticamente tutti se ne accorgerebbero. Se aspettassi il passaparola, forse in cinque anni… Se una cosa del genere scoppia in modo così repentino, significa che qualcuno, oltre ad averci messo dei soldi, ha organizzato alla perfezione il lancio del film via web proprio allo scopo di ottenere un’eco mediatica come quella che abbiamo visto.

Pare che il film fosse in rete già dallo scorso giugno e che solo con la comparsa – circa due settimane fa – di una versione sottotitolata in arabo si sia giunti allo scoppio, decisamente repentino, di questa crisi. Strano, se si pensa che in Paesi come la Libia e lo Yemen l’alfabetizzazione si attesta intorno al 50%…
Cerchiamo di capire, innanzitutto, chi ci guadagna. Non può non colpire la coincidenza fra questa crisi e l’avvicinarsi della possibile azione militare israeliana contro l’Iran. Diciamo che la ‘minestra’ era preparata da un po’. Se è vero che il film era stato caricato su YouTube già lo scorso giugno, probabilmente questa cosa era ‘in viaggio’ già dalla scorsa primavera, se non addirittura da prima. Qualche tempo tecnico per preparare questa porcheria ci sarà pure voluto…

Tra l’altro pare che questo misterioso produttore, Nakoula, si sia recato in Egitto alla ricerca di fondi. Sarà un caso, ma la presenza dei Servizi Segreti israeliani in Egitto è un fatto assodato…
Si può dire che lì stiano di casa… L’interesse è chiaramente di chi auspica una frattura fra il Mondo islamico e l’Occidente. È per questo che mi viene da pensare più agli israeliani che agli americani. Questi ultimi puntano, semmai, più a una rottura fra l’Iran e il Mondo arabo, giocando – con l’appoggio dell’Arabia Saudita – sul crinale sunniti-sciiti. Qui invece l’operazione ha mirato a spostare la spaccatura sulla contrapposizione Occidente-Islam: l’intento è inequivocabilmente quello di impedire un ponte col mondo islamico. Per quanto possa sembrare paradossale, gli israeliani sono più interessati a un Medio Oriente fondamentalista che non a un Medio Oriente che evolva verso forme di democrazia più o meno simili a quelle occidentali. In un Medio Oriente tendenzialmente filo-occidentale, democratizzato e secolarizzato, infatti, Israele perderebbe gran parte della sua ragione d’essere.

Quando parla di un coinvolgimento israeliano in questa vicenda, a chi si riferisce?
Parlare di Israele in toto sarebbe un errore. Ho in mente alcuni circoli di destra che, per esempio, non vogliono saperne di alcun processo di distensione coi palestinesi e che premono per un’operazione in Iran. Consideriamo poi un altro fatto: la destra israeliana non ama Obama. Non le sembra strano che questa crisi in Nordafrica e in Medio Oriente sia scoppiata a poco più di un mese dalle Presidenziali americane? Di colpo Obama si è trovato tra le mani, oltre a un Ambasciatore ucciso in un modo a dir poco atroce, una situazione delicatissima: se non reagisce trasmette un’immagine di debolezza, ma può forse reagire bombardando a cuor leggero le città di un Paese che lui stesso ha contribuito a liberare da una dittatura?

Eppure, stando ai primi sondaggi, sembra che Romney non abbia guadagnato terreno su Obama in questa fase. Anzi, sembra che ci stia addirittura rimettendo…
Romney ci sta rimettendo perché è un inetto. Però, obiettivamente, lo ‘scherzo’ a Obama non è stato carino…

In questa operazione, secondo lei, quali altri attori potrebbero essere in gioco?
Io non escluderei l’ipotesi di una ‘manina’ americana riconducibile a quei settori legati ai petrolieri. L’idea che abbiano dato una mano o che siano essi stessi i ‘committenti’ non è campata per aria. Non vedo, viceversa, la possibilità di coinvolgimenti di altri Servizi Segreti. Nessun Servizio europeo, in un momento di crisi come questo, si prenderebbe la briga di far scoppiare un simile caos. I cinesi? Che interesse vuole che abbiano… I russi? Quelli hanno già tanti problemi coi ceceni e la creazione del nemico americano è roba da URSS, non da Russia di Putin… Gli iraniani…?

Trova così improbabile l’ipotesi di un coinvolgimento dei Servizi Segreti iraniani? In effetti, questa crisi sembra aver ricompattato l’opinione pubblica musulmana contro il comune nemico americano, indipendentemente dalle divisioni fra sunniti e sciiti…
Sì, è vero. Ma un’operazione simile, a tre settimane da un possibile attacco israeliano in Iran, non avrebbe alcun senso. Il tempismo fa pensare agli israeliani, non agli iraniani.

Ha in mente altre possibili ‘regie’?
Si potrebbe anche pensare a un’operazione dei Fratelli Musulmani egiziani organizzata per mettere in crisi l’Esercito e per mobilitare le masse verso un fondamentalismo religioso lontano da uno sbocco di tipo democratico-occidentale. Ma è un’ipotesi poco probabile…

La ‘pista egiziana’ non la convince?
Non è una pista campata per aria, intendiamoci. Tuttavia, i Servizi Segreti egiziani – i cosiddetti Mukhabarat – sono roba seria e, a quanto ne so io, sono controllati dall’Esercito. Se i Fratelli Musulmani si fossero mossi in questo senso (e dubito che siano così ‘raffinati’), i Mukhabarat l’avrebbero scoperto e, a quel punto, l’obiettivo dell’operazione sarebbe stato chiarissimo. Il piano, le garantisco, non sarebbe andato in porto.

Un gioco di sponda fra alcune frange dei Servizi Segreti americani e l’Intelligence israeliana legata alla destra, dunque?
È sicuramente un’ipotesi molto più convincente.

Quando parla di Servizi Segreti israeliani a chi allude?
È sbagliato pensare necessariamente al Mossad. Esistono altri Servizi, come quello dell’Esercito, decisamente più ‘cattivelli’. A confronto, quelli del Mossad sono i ‘buoni’ (quant’è difficile usare quest’espressione…). È l’Esercito che in questa storia ha un interesse maggiore a mantenere una tensione permanente, in modo da restare un’istituzione intoccabile. Fino a quando permarrà una situazione d’emergenza, infatti, l’Esercito potrà fare ciò che vuole.

Torniamo ai tre copti che avrebbero prodotto il film blasfemo su Maometto. È probabile che siano stati usati e che non abbiano la minima idea di chi siano in realtà le persone per cui stanno lavorando?
Quando dico che il regista di questa operazione è ‘mastro d’opra fina’ penso anche alla scelta della ‘faccia’. Tra tutti i possibili ‘candidati’ chi si è deciso di usare per un’operazione di questo tipo? Tre copti. Così magari ci scappa pure un bel massacro dei cristiani in Egitto. Ulteriore motivo per poter dire: «Guardate i musulmani che carogne che sono»… Probabilmente si tratta di tre imbecilli reclutati per l’occasione. Qualcuno avrà detto loro: «Facciamo una cosa contro Maometto» e quelli ci sono cascati in pieno. Se si fosse voluto creare un caos simile in Turchia, a metterci la faccia sarebbero stati sicuramente tre armeni… Sotto questo punto di vista, ripeto, è stata un’operazione perfetta.

Colpisce anche un altro fatto, tralasciato dai più. Si parla di rivolte in tutto il mondo islamico, eppure nella Penisola Arabica – ad eccezione dello Yemen – sembra che non stia succedendo niente. In Arabia Saudita, in Qatar, negli Emirati Arabi Uniti e in Oman nessuno si muove in difesa del Profeta…?
Questo ha colpito anche me. Tuttavia, l’Arabia Saudita è un Paese poco popoloso, molto più controllato anche per ciò che riguarda Internet e colpito solo in misura ridottissima dalla Primavera Araba, mentre Qatar ed Emirati sono Paesi ad alto reddito. In più, non dimentichiamo che in quella zona ci sono le basi americane… Diciamo che le condizioni e gli interessi per tenere sotto controllo la cosa ci sono. È la dimostrazione di un fatto: se non si crea un ‘ponte’, la notizia non passa. A colpirmi è anche un altro fatto: a muoversi maggiormente sono stati, guarda caso, i Paesi colpiti dalla Primavera. L’impressione è che si tratti proprio di un’operazione mirata…

Fonte:http://www.cadoinpiedi.it/2012/09/28/il_film_su_maometto_unoperazione_dei_servizi_segreti.html

Oggi Tripoli, ieri Bucarest: singolari parallelismi

Pubblicato il: 27 novembre, 2011
Esteri | Di Luca Bistolfi

Oggi Tripoli, ieri Bucarest: singolari parallelismi

In questo momento mi trovo in Romania e ricevo la notizia, attraverso la Rete, dell’uccisione, o per meglio dire, dell’assassinio del Presidente Gheddafi. Nonostante i pur legittimi dubbi che circolano sulla sua morte, simili a quelli che tuttora aleggiano sulla fine di Osama Bin Laden, dobbiamo dare per scontato che la morte del capo libico sia autentica. E questo perché troppe sono le solite cosiddette “coincidenze” e troppi, soprattutto, i parallelismi con altre luride situazioni simili.
Dicevo che sto trascorrendo qualche giorno in Romania non per mettere a parte i lettori dei fatti miei, bensì perchè la notizia della morte del Colonnello mi ha immediatamente riportato a un’altra morte, avvenuta vent’anni fa qui nel Paese carpatico. Il lettore si sarà subito avveduto che sto parlando di Nicolae Ceausescu.

Il parallelismo, ben lungi da essere una semplice suggestione, ha diverse ragioni d’essere.
Primo. In Romania la morte di Ceausescu fu preceduta da quella che ancora molti storici (soprattutto occidentali, ivi compresi i cosiddetti romenisti dei miei stivali), seguitano con ostinata ignoranza a chiamare “rivoluzione”. Ossia da un vastissimo movimento di piazza “spontaneo” sopraggiunto per saturazione causata dall’abuso del potere politico da parte del dittatore. La stessa cosa hanno detto e scritto, e diranno e scriveranno negli annali ufficiali, per quanto riguarda la Libia. Solo i più ottusi sostenitori della democrazia american style e del politicamente corretto fanno finta di non sapere che ciò che accadde in Romania nel 1989 non fu affatto una rivoluzione, bensì un colpo di Stato. Ci sono molti documenti pubblicati in questi anni nel Paese danubiano che, al di sopra di ogni ragionevole sospetto o dubbio, dimostrano questo. La “rivolta” di Timisoara e i “massacri” di civili per opera dell’esercito su ordine diretto di Ceausescu, seguitano a scrivere e a ripretere storici, giornalisti e la mia portinaia: nessun massacro. Parlavano e scrivevano in tutto il mondo di 60mila morti ammazzati a Timisoara, quando questa città all’epoca aveva circa… 60mila abitanti. Poi la fuga in elicottero: altri documenti dimostrano che Ceausescu non scappò, bensì fu costretto a salire sul velivolo dal generale Stanculescu, una delle menti di quel colpo di Stato; egli stesso ne ha più volte parlato, ammettendo con chiarezza il suo ruolo in quella vicenda. (Tra le altre cose, il reverendo Lazlo Tokes, il pastore protestante ungherese che avrebbe dato l’abbrivio alla rivolta di Timisoara ora è vicepresidente del Parlamento europeo…). La lista delle “stranezze” è parecchio lunga, ma qui non posso dilungarmi oltremodo, ma altrove le ho scritte.
Secondo. Gli esperti di questioni arabe hanno in questi mesi, tra le altre cose, sottolineato la volontà autonomista di Gheddafi, la sua politica non disposta a piegarsi agli interessi privati del mondialismo e dell’atlantismo; in più la sua perfetta coscienza di capo politico, la quale gli suggeriva senza dubbio di mantenere posizioni tanto radicali quanto di evidente buon senso in relazione alle libertà economiche e politiche della Libia rispetto ai radioattivi invasori occidentali. La stesso principio automista e antioccidentale – ancorché non isolazionista, beninteso – può e deve essere applicato alla politica di Ceausescu, il quale, a principiare dal 1968 nei confronti dell’invasione sovietica in Cecoslovacchia, ha, da una parte, sempre rivendicato il diritto all’autonomia e alla libertà della Romania rispetto a Mosca (non a caso per il regime di Ceausescu si deve parlare di nazionalcomunismo), mentre, dall’altra, ha sempre denunciato i tentativi di ingerenza non tanto da parte sovietica, quanto soprattutto da parte occidentale, e questo in particolare negli anni Ottanta. Per chi conosce il romeno suggerisco di ascoltare ciò il Conducator disse in più di un’occasione pubblica, ivi compreso un discorso del luglio 1989 e soprattutto quello del 21 dicembre dello stesso anno, il suo ultimo (http://www.youtube.com/watch?v=VyqGpO8-RBM e HYPERLINK “http://www.youtube.com/watch?v=YV6v2Hwe3Fs”http://www.youtube.com/watch?v=YV6v2Hwe3Fs). Era evidente la sua consapevolezza circa l’ingerenza da parte di forze straniere, che ieri come oggi sono ben identificabili. E con questo passiamo all’altro parallelismo, forse il più interessante.
Terzo. Come ormai è noto, pochi giorni prima di essere catturato e ammazzato, Ceausescu si era recato a Teheran. Pochi tuttavia conoscono il motivo di questo viaggio, che è il seguente. All’epoca era in progetto la costituzione di una banca per i Paesi in via di sviluppo, che prestasse soldi a questi ultimi con tassi di interesse che andavano dal 3% al 5%, a fronte di tassi di interesse quattro o piu’ volte maggiori applicati dalle banche private. Ogni Stato avrebbe dovuto contribuire all’istituzione di questa banca (che nulla avrebbe avuto a che fare con, ad esempio, il Fondo Monetario Internazione, la Banca Mondiale e i loro accoliti) con 5 miliardi di dollari. Ebbene, i primi tre sostenitori di un progetto che avrebbe messo i bastoni tra le ruote alle banche private mondialiste, erano: l’Iran, la Romania e, guarda caso, la Libia. Proprio così. Gheddafi, gli ayatollah iraniani e il governo nazionalcomunista di Bucarest si erano alleati al fine di rompere il monopolio usurocratico bancario, almeno in relazione ai loro interessi e a quelli di quanti si sarebbero uniti per questo progetto. La Romania, sin dal giorno dopo la caduta di Ceausescu, cadde nelle mani del Fmi. Ion Iliescu, emblema per eccellenza del “nuovo corso” politico romeno, gia’ due volte presidente del Paese carpatico e oggi “grande vecchio” della politica romena – in particolare del Partidul social-democrat, vasta camera di riciclaggio degli ex comunisti e degli (ex?) agenti della Securitate, la polizia segreta del precedente regime – è di fatto uno degli uomini di maggior fiducia del Fmi in Romania.
Quelle che molti non vedono oppure, peggio, chiamano “coincidenze” sono puri e semplici fatti, puri e semplici punti di partenza, ovvero di arrivo, che spiegano alla perfezione non solo ciò che è accaduto vent’anni fa e ciò che è accaduto poche ore fa in Libia, ma altresì ciò che accadrà presto in un Paese a qualche migliaio di chilometri dalla Siria.
Né Gheddafi né Ceausescu hanno voluto capitolare davanti ai ricatti, non hanno voluto darsela per inteso, non hanno voluto cedere la loro legittima sovranità. E per questo l’hanno pagata cara. È il destino di uomini come questi.Preso da:http://www.statopotenza.eu/344/oggi-tripoli-ieri-bucarest-singolari-parallelismi