Venezuela, Iran: Trump e lo Stato Profondo

Gli accadimenti in Venezuela e l’escalation della tensione fra Washington e Teheran sono stati presentati dalla stampa USA in modo fallace. Le dichiarazioni contraddittorie delle diverse parti negano ogni comprensione degli eventi. Per cui è importante approfondire l’analisi dopo aver verificato i fatti e completare il quadro con la disamina della contrapposizione fra le diverse correnti politiche dei Paesi coinvolti.

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La nuova situazione alla Casa Bianca e al Pentagono

Con le elezioni parlamentari del 6 novembre 2018 il presidente Donald Trump ha perso la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e il Partito Democratico ne ha dato per scontata la destituzione.

Sicuramente a Trump non può essere imputato nulla che ne giustifichi la rimozione, ma un clima isterico ha alimentato lo scontro fra le due componenti degli Stati Uniti, proprio come accadde per la guerra di secessione [1]. Da due anni i partigiani della globalizzazione economica inseguivano la pista russa e aspettavano che il procuratore Robert Mueller sancisse il preteso alto tradimento del presidente.
Mueller è noto per anteporre sempre l’interesse dello Stato federale alla verità e al diritto. Fu lui a inventarsi la pista libica per l’attentato Lockerbie, basandosi su una prova che più tardi la giustizia scozzese invalidò [2]. Sempre lui affermò che, negli attentati dell’11 settembre 2001, tre aerei furono dirottati da 19 pirati dell’aria mussulmani, nessuno dei quali però risultava nelle liste d’imbarco [3]. Si conoscevano le conclusioni della sua inchiesta sulle interferenze russe ancor prima che fosse iniziata.
Trump è stato quindi costretto a negoziare con lo Stato Profondo la propria sopravvivenza politica [4]. Non aveva scelta. L’accordo cui è sceso prevede l’attuazione del piano Rumsfeld-Cebrowski [5], a condizione però che il Paese non s’imbarchi in una grande guerra. In cambio, il procuratore Mueller ha voltato gabbana e assolto Trump da ogni accusa di tradimento [6].
Nella foga del momento, i falchi hanno imposto il rientro a Palazzo dei neo-conservatori: un gruppuscolo trotskista newyorkese, formatosi attorno all’American Jewish Committee (AJC) e reclutato da Ronald Reagan, che ha trasformato l’ideale della «Rivoluzione mondiale» nel credo dell’«imperialismo USA mondiale». Da Reagan in poi i neo-conservatori hanno fatto parte di tutte le amministrazioni, democratiche o repubblicane, secondo il colore politico del presidente al potere. Per il momento, fa eccezione l’amministrazione Trump, che tuttavia non li ha estromessi dalle agenzie riservate, la NED (National Endowment for Democracy) e l’USIP (United States Institute of Peace).
Questi sono gli antefatti che hanno indotto la segreteria di Stato ad affidare, il 25 gennaio 2019, il dossier venezuelano a Elliott Abrams, il cui nome è associato a ogni genere di menzogna di Stato e di manipolazione [7]. Abrams fu uno degli ideatori dell’operazione Iran-Contras del 1981-85 e della guerra contro l’Iraq del 2003. Immediatamente dopo la nomina, Abrams si è messo al lavoro con il Comando militare USA per l’America del Sud (SouthCom) per rovesciare il presidente Nicolás Maduro.
Ebbene, conosciamo la strategia Rumsfeld-Cebrowski – che abbiamo visto dispiegata per 15 anni nel Grande Medio Oriente – nonché la declinazione del SouthCom [8], contenuta nel documento del 23 febbraio 2018, redatto dall’ammiraglio Kurt Tidd e rivelato da Stella Calloni a maggio dell’anno scorso [9]. Quel che sta accadendo oggi ne è la flagrante applicazione.

Il fiasco venezuelano

Lo smacco dell’operazione USA, con la scoperta del tradimento del direttore del SEBIN, generale Manuel Figuera, e il colpo di Stato da lui avventatamente improvvisato il 30 aprile, prima di essere arrestato, attesta l’impreparazione del SouthCom, o meglio la sua scarsa conoscenza della società venezuelana. L’apparato di Stato USA, che ha avuto tempo un semestre, non è stato in grado di coordinare le diverse agenzie e gli uomini sul territorio. Tant’è vero che l’esercito bolivariano, pur nella disorganizzazione, era preparato a difendere il Paese.
Il riconoscimento anticipato di Washington e dei suoi alleati, nonché del Gruppo di Lima (con l’eccezione del Messico), di Juan Guaidó quale presidente del Venezuela al posto di Nicolás Maduro, pone lo schieramento USA di fronte a problemi insolubili. Già ora la Spagna si preoccupa della mancanza di interlocutori per i venezuelani ospitati e per gli spagnoli che risiedono in Venezuela. Mai, nemmeno durante una guerra, è accaduto che non fosse riconosciuta la legittimità di un presidente costituzionalmente eletto e della sua amministrazione.
In poche settimane Washington ha rubato l’essenziale dei capitali esteri venezuelani [10], esattamente come fece nel 2003 con il Tesoro iracheno, nel 2005 con il Tesoro iraniano e nel 2011 con quello libico: soldi mai recuperati dalle popolazioni, legittime proprietarie, con l’eccezione dell’Iran, che concluse l’accordo sul nucleare, JCPOA. I regimi iracheno e libico sono stati rovesciati e i successori si sono ben guardati dal ricorrere alla giustizia. Questa volta però la Repubblica Bolivariana ha tenuto duro e la situazione USA è indifendibile.
Su un piano minore sarà interessante vedere come Washington gestirà il caso dell’ambasciata venezuelana a Washington, dove dei poliziotti si sono presentati per mandar via il personale e sostituirlo con l’équipe designata da Guaidó. Gli occupanti legittimi si sono però rifiutati di andarsene e hanno resistito, benché privati di elettricità e acqua. Sono stati sostenuti da molti, fra gli altri dal pastore afro-americano Jesse Jackson, che li ha riforniti di generi alimentari. Alla fine sono stati espulsi. Ora però Washington non sa come giustificarsi.

La diversione iraniana

Fischiando la fine del match, Trump ha richiamato le truppe all’ordine: rovesciare Maduro “sì”, impegnarsi in una guerra classica “no”. Il presidente Trump è jacksoniano; il suo consigliere per la sicurezza, John Bolton, è eccezionalista [11]; Elliott Abrams, che ha fatto propaganda contro i primi due, è invece neo-conservatore: tre ideologie che altrove non esistono – tranne i neoconservatori in Israele. Con ogni evidenza un simile fronte non può durare.
Nel tentativo di respingere la responsabilità dello smacco in Venezuela, lo Stato Profondo ha immediatamente avviato una diversione contro l’Iran, per salvare così Abrams e sbarazzarsi di Bolton. La stampa USA protegge il primo e accusa il secondo [12].
Senza indugio, constatando la frattura fra Pentagono e Casa Bianca, i Democratici hanno rilanciato la pista dell’ingerenza russa, questa volta prendendosela con il figlio maggiore del presidente, Donald Jr.
Il dossier iraniano differisce molto da quello venezuelano. Sin dal 2002 gli Stati Uniti hanno compiuto in Venezuela molte operazioni contro il modello bolivariano e l’aura di cui godeva in America Latina; ma soltanto dal 2018 hanno cominciato ad agire direttamente contro il popolo venezuelano.
Invece il popolo iraniano ha dovuto fronteggiare il colonialismo sin dagli inizi del XX secolo. Durante l’occupazione britannica della prima guerra mondiale, fame e malattie hanno ucciso otto milioni di iraniani [13]. Sono largamente conosciuti il rovesciamento, nel 1953, del primo ministro nazionalista Mohammad Mossadeq a opera di Stati Uniti e Regno Unito e la sua sostituzione con il generale nazista Fazlollah Zahedi, responsabile della terribile repressione della Savak. L’arresto di agenti CIA sorpresi in flagrante delitto in un settore riservato dell’ambasciata USA continua a essere presentato in Occidente come una “presa in ostaggio di diplomatici” (1979-1981), sebbene Washington non abbia mai fatto ricorso alla giustizia internazionale e due marines liberati abbiano confermato la versione iraniana. Nel 1980 gli Occidentali hanno chiesto all’Iraq di entrare in guerra contro l’Iran. Hanno venduto armi a entrambe le parti perché si uccidessero tra loro, ma, quando le sorti della guerra stavano per girare, si sono battuti a fianco degli iracheni. Una portaerei francese partecipò persino ai combattimenti senza che i francesi ne fossero informati. Una guerra che ha fatto 600 mila morti sul fronte iraniano. Nel 1988 l’esercito USA abbatté un volo commerciale di Iran Air, causando 290 vittime civili; non furono mai presentare le benché minime scuse. E cosa dire della stupidità delle pesantissime sanzioni per il nucleare? Stati Uniti e Israele affermano che Teheran prosegue il programma atomico dello scià. Ma i documenti più recenti, resi pubblici da Benjamin Netanyahu, dimostrano che si tratta di un’estrapolazione. I Guardiani della Rivoluzione stavano cercando solo di costruire un generatore di onde d’urto [14], che certo potrebbe servire a costruire una bomba, ma che di per sé non è un’arma di distruzione di massa.
È in questo contesto che l’Iran ha annunciato di non rispettare più una clausola dell’accordo sul nucleare (JCPOA), come del resto prevede lo stesso trattato qualora una delle due parti – in questo caso gli Stati Uniti – non rispetti gli obblighi. Teheran ha inoltre concesso due mesi di tempo all’Unione Europea per decidere se intende o no rispettare i propri impegni. Da ultimo, un’agenzia dell’intelligence USA ha lanciato un allarme, sostenendo che una nota della Guida Suprema, ayatollah Ali Khamenei, fa supporre siano in preparazione attentati contro diplomatici USA a Erbil e a Bagdad.
In risposta,
- 1. Washington ha inviato nel Golfo la squadra militare navale dell’USS Abraham Lincoln e ha ritirato dall’Iraq il personale diplomatico non indispensabile.
- 2. L’Arabia Saudita, che accusa Teheran di aver sabotato i propri impianti petroliferi, esorta Washington ad attaccare l’Iran. Il Bahrein ha chiesto ai propri cittadini di lasciare immediatamente Iran e Iraq. ExxonMobil ha richiamato il proprio personale dal sito iracheno di West Qurna 1.
- 3. Il comandante del CentCom, generale Kenneth McKenzie Jr, ha chiesto rinforzi.
- 4. Il New York Times ha rivelato un piano d’invasione dell’Iran con 120 mila soldati statunitensi, immediatamente smentito da Trump, che ha invitato Teheran alla discussione.
Tutto questo non è molto serio.
Contrariamente alle valutazioni della stampa:
- 1. Il rapporto dell’intelligence USA su un possibile attacco a diplomatici si fonda su una nota della Guida, Ali Khamenei. Gli analisti però concordano sulla possibilità di una diversa interpretazione del documento [15].
- 2. La squadra navale USA non è andata nel Golfo per minacciare l’Iran. Era previsto da tempo che vi si recasse per testare il sistema antimissili navali AEGIS. Una nave spagnola, la fregata Méndez Núñez, che faceva parte del trasferimento, ha rifiutato di proseguire la missione per non essere coinvolta in questo pasticcio. Non ha passato lo stretto d’Ormuz ed è rimasta in quello di Bab el Mandeb [16].
- 3. Il ritiro del personale diplomatico dall’Iraq rientra nel movimento di brusco ritiro del personale diplomatico dall’Afghanistan di marzo e aprile scorsi [17]. Questa riorganizzazione delle sedi diplomatiche non è foriera di guerra, è stata al contrario concordata con la Russia.
- 4. Tanto più che, senza il sostegno delle milizie irachene pro-Iran, gli Stati Uniti perderebbero il loro puntello in questo Paese.
Disgraziatamente, il governo iraniano rifiuta qualunque contatto con il presidente Trump e la sua amministrazione. È bene ricordare che l’allora parlamentare iraniano Hassan Rohani fu il primo contatto degli Occidentali nell’affare Iran-Contras. Rohani conosce personalmente Elliott Abrams. Mise in relazione lo Stato Profondo USA e l’ayatollah Achemi Rafsandjani che, grazie a questo traffico d’armi, divenne il miliardario più ricco d’Iran. È grazie ai servizi resi da Rohani che gli Stati Uniti favorirono la sua vittoria su Mahmoud Ahamadinejad, cui fu impedito di candidarsi alle elezioni e i cui principali collaboratori sono oggi in prigione. A torto o a ragione, Rohani ritiene che il ritiro di Trump dall’accordo sul nucleare miri a sfruttare il malcontento popolare, manifestato a dicembre 2017, per rovesciarlo. Insiste anche a ritenere che l’Unione Europea gli sia favorevole, benché il Trattato di Maastricht, nonché i successivi, impediscano a Bruxelles di sganciarsi dalla NATO. Dal suo punto di vista, risponde alla logica aver respinto per due volte l’invito di Trump a trattare e aspettare il rientro dei globalisti alla Casa Bianca.
Naturalmente, con un casting così mediocre non si può escludere che la messinscena sfugga al controllo e provochi una guerra, anche se Casa Bianca e Cremlino in realtà si parlano. Né il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, né l’omologo russo, Sergueï Lavrov, desiderano lasciarsi travolgere da questo ingranaggio.

[1] “Gli Stati Uniti si riformeranno o si lacereranno?”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 26 ottobre 2016.
[2] « Lockerbie : vers une réouverture de l’enquête », Réseau Voltaire, 29 août 2005. “L’AFP riscrive il caso Lockerbie”, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 28 maggio 2012.
[3] «Listes des passagers et membres d’équipage des quatre avions détournés le 11 septembre 2001», Réseau Voltaire, 12 septembre 2001.
[4] The American Deep State: Big Money, Big Oil, and the Struggle for U.S. Democracy, Peter Dale Scott, Rowman & Littlefield (2017). Version française : L’État profond américain : La finance, le pétrole et la guerre perpétuelle, Demi-Lune, 2019.
[5] “Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 24 agosto 2017.
[6] Report On The Investigation Into Russian Interference In The 2016 Presidential Election, Special Counsel Robert S. Mueller III, March 2019.
[7] « Elliott Abrams, le “gladiateur” converti à la “théopolitique” », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 14 février 2005.
[8] “Plan to overthrow the Venezuelan Dictatorship – “Masterstroke””, Admiral Kurt W. Tidd, Voltaire Network, 23 February 2018.
[9] “Il “colpo da maestro” degli Stati Uniti contro il Venezuela”, di Stella Calloni, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 13 maggio 2018.
[10] #Trump desbloquea Venezuela, Gabinete de Ministros de Venezuela, 2019.
[11] “L’ONU fatto a pezzi dall’“eccezionalismo” statunitense”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 2 aprile 2019.
[12] “White House Reviews Military Plans Against Iran, in Echoes of Iraq War”, Eric Schmitt and Julian E. Barnes, New York Times, May 13, 2009. “Trump, frustrated by advisers, is not convinced the time is right to attack Iran”, John Hudson & Shane Harris & Josh Dawsey & Anne Gearan, Washington Post, May 15, 2019.
[13] The Great Famine and Genocide in Persia, 1917–1919, Majd, Mohammad Gholi, University Press of America (2003).
[14] Shock Wave Generator for Iran’s Nuclear Weapons Program: More than a Feasibility Study David Albright & Olli Heinonen, Fondation for the Defense of Democracies, May 7, 2019. (PDF – 4.3 Mo)
[15] “Intelligence Suggests U.S., Iran Misread Each Other, Stoking Tensions”, Warren P. Strobel & Nancy A. Youssef & Vivian Salama, The Wall Street Journal, May 16, 2019.
[16] «España retira la fragata ‘Méndez Núñez’ del grupo de combate de EE UU en el golfo Pérsico», Miguel González, El País, 14 de Mayo de 2019.
[17] “Beijing, Mosca e Washington di accordano in segreto sull’Afghanistan”, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 27 aprile 2019.
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La strategia del caos guidato

Come un rullo compressore, Stati Uniti e Nato estendono al mondo la strategia Rumsfeld/Cebrowski di demolizione delle strutture statali dei Paesi non integrati nella globalizzazione economica. Per farlo strumentalizzano gli europei, convincendoli dell’esistenza una presunta “minaccia russa” e rischiando di scatenare una guerra generale.

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Il presidente rumeno Klaus Iohannis dichiara aperte le manovre NATO “Scudo del mare 2019”.

Tutti contro tutti: è l’immagine mediatica del caos che si allarga a macchia l’olio sulla sponda sud del Mediterraneo, dalla Libia alla Siria. Una situazione di fronte alla quale perfino Washington sembra impotente. In realtà Washington non è l’apprendista stregone incapace di controllare le forze messe in moto. È il centro motore di una strategia – quella del caos – che, demolendo interi Stati, provoca una reazione a catena di conflitti da utilizzare secondo l’antico metodo del «divide et impera».
Usciti vincitori dalla guerra fredda nel 1991, gli Usa si sono autonominati «il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali», proponendosi di «impedire che qualsiasi potenza ostile domini una regione – l’Europa Occidentale, l’Asia Orientale, il territorio dell’ex Unione Sovietica e l’Asia Sud-Occidentale (il Medio Oriente) – le cui risorse sarebbero sufficienti a generare una potenza globale» [1]. Da allora gli Stati uniti l’Alleanza atlantica sotto loro comando hanno frammentato o demolito con la guerra, uno dopo l’altro, gli Stati ritenuti di ostacolo al piano di dominio globale – Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria e altri – mentre altri ancora (tra cui l’Iran e il Venezuela) sono nel mirino.
Nella stessa strategia rientra il colpo di stato in Ucraina sotto regia Usa/Nato, al fine di provocare in Europa una nuova guerra fredda per isolare la Russia e rafforzare l’influenza degli Stati uniti in Europa. Mentre si concentra l’attenzione politico-mediatica sul conflitto in Libia, si lascia in ombra lo scenario sempre più minaccioso della escalation Nato contro la Russia. Il meeting dei 29 ministri degli Esteri, convocato il 4 aprile a Washington per celebrare i 70 anni della Nato, ha ribadito, senza alcuna prova, che «la Russia viola il Trattato Inf schierando in Europa nuovi missili a capacità nucleare». Una settimana dopo, l’11 aprile, la Nato ha annunciato che questa estate sarà effettuato «l’aggiornamento» del sistema Usa Aegis di «difesa missilistica» schierato a Deveselu in Romania, assicurando che ciò «non fornirà alcuna capacità offensiva al sistema». Tale sistema, installato in Romania e Polonia, e a bordo di navi, può invece lanciare non solo missili intercettori ma anche missili nucleari.
Mosca ha avvertito che, se gli Usa schiereranno in Europa missili nucleari, la Russia schiererà sul proprio territorio analoghi missili puntati sulle basi europee. Aumenta di conseguenza la spesa Nato per la «difesa»: i bilanci militari degli alleati europei e del Canada cresceranno nel 2020 di 100 miliardi di dollari. I ministri degli Esteri Nato, riuniti a Washington il 4 aprile, si sono impegnati in particolare ad «affrontare le azioni aggressive della Russia nella regione del Mar Nero», stabilendo «nuove misure di appoggio ai nostri stretti partner, Georgia e Ucraina».
Il giorno dopo, decine di navi e cacciabombardieri di Stati uniti, Canada, Grecia, Olanda, Turchia, Romania e Bulgaria hanno iniziato nel Mar Nero una esercitazione Nato – tuttora in corso – di guerra aeronavale a ridosso delle acque territoriali russe, servendosi dei porti di Odessa (Ucraina) e Poti (Georgia).
Contemporaneamente oltre 50 cacciabombardieri di Stati uniti, Germania, Gran Bretagna, Francia e Olanda, decollando da un aeroporto olandese e riforniti in volo, si esercitavano a «missioni aeree offensive di attacco a obiettivi su terra o in mare». Cacciabombardieri Eurofighter italiani saranno invece inviati dalla Nato a pattugliare di nuovo la regione baltica contro la «minaccia» degli aerei russi.
La corda è sempre più tesa e può rompersi (o essere rotta) in qualsiasi momento, trascinandoci in un caos ben più pericoloso di quello libico.

Quando si vogliono sanzionare Stati, li si definisce “terroristi”

Le nuove sanzioni unilaterali degli Stati Uniti contro Iran, Russia e Siria si sommano alle precedenti. L’insieme di queste misure costituisce l’embargo più duro della storia. Per di più, la maniera in cui sono state strutturate vìola la Carta delle Nazioni Unite: sono armi da guerra concepite per uccidere.

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Il segretario della Difesa, James Mattis, applaudito dal segretario del Tesoro, Steven Mnuchin.
La missione a Mosca dell’8 novembre dell’ambasciatore James Jeffrey era spiegare la preoccupazione degli Stati Uniti per il progressivo espandersi dell’influenza persiana nel mondo arabo (Arabia Saudita, Bahrein, Iraq, Libano, Siria, Yemen). Ora, proprio mentre Teheran sta organizzando la propria difesa attorno ad avamposti sciiti arabi, Washington pone il problema in termini geostrategici, invece che religiosi (sciiti/sunniti).


Mosca ha quindi creduto di poter negoziare l’allentamento delle sanzioni unilaterali USA contro l’Iran in cambio del ritiro militare di Teheran dalla Siria. Nell’incontro a Parigi dell’11 novembre, in occasione del centenario della fine della prima guerra mondiale, il presidente Vladimir Putin ha ribadito la proposta all’omologo USA, nonché al primo ministro israeliano.
Putin ha tentato di convincere gli Occidentali che sarebbe preferibile che in Siria rimanesse la Russia da sola invece del tandem Iran-Russia. Putin ha però precisato di non poter garantire di avere un’autorità sufficiente sullo Hezbollah per ordinargli il ritiro, come invece pretendono Washington e Tel Aviv.
La risposta di Washington è arrivata nove giorni dopo con l’annuncio dell’undicesima serie di sanzioni unilaterali contro la Russia da inizio agosto, accompagnato da un discorso ridicolo secondo cui Russia e Iran avrebbero congiuntamente messo in atto un vasto traffico per mantenere al potere il presidente Assad e allargare il dominio persiano nel mondo arabo.
Questa retorica, che si pensava desueta, paragona tre Stati (Federazione di Russia, Repubblica Araba Siriana e Repubblica Islamica d’Iran) a congegni al servizio di tre uomini, Bashar al-Assad, Ali Khamenei e Vladimir Putin, accomunati dall’odio per i rispettivi popoli, trascurando il fatto che i tre sono sostenuti da un massiccio appoggio popolare, mentre gli Stati Uniti sono profondamente dilaniati.
Sorvoliamo sull’affermazione stupida che la Russia aiuterebbe la Persia a conquistare il mondo arabo.
Secondo quanto affermato dal segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Steven Mnuchin, presentando il 20 novembre le sanzioni unilaterali, queste ritorsioni non costituiscono l’aspetto economico della guerra in corso, ma puniscono le «atrocità» di questi tre «regimi». Ebbene, con l’inverno alle porte, esse riguardano principalmente l’approvvigionamento di petrolio raffinato che serve al popolo siriano per illuminare e scaldarsi.
È superfluo rilevare che i tre Stati nel mirino negano le “atrocità” di cui sono accusati, mentre gli Stati Uniti pretendono di proseguire di fatto la guerra che hanno scatenato in Afganistan, Iraq, Libia e Siria.

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Le sanzioni USA non sono state decise dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, bensì unilateralmente dagli Stati Uniti. Secondo il diritto internazionale non sono legali perché per renderle devastanti Washington cerca di costringere Stati terzi ad associarsi, il che costituisce una minaccia agli Stati bersaglio, dunque una violazione della Carta delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti hanno il diritto sovrano di rifiutarsi di commerciare con altri Stati, ma non di esercitare pressione su Stati terzi al fine di colpire i propri bersagli. Un tempo il Pentagono affermava che infliggere un trattamento punitivo a una particolare nazione avrebbe indotto la popolazione di quella nazione a rovesciare il governo. Questo ragionamento servì da giustificazione teorica al bombardamento di Dresda durante la seconda guerra mondiale e all’embargo infinito contro Cuba, iniziato con la guerra fredda. Ebbene, in 75 anni mai, assolutamente mai, questa teoria è stata confermata dai fatti. Ora invece il Pentagono considera i trattamenti punitivi contro un Paese armi al pari delle altre. Gli embargo sono voluti per uccidere i civili.
Il complesso delle ritorsioni contro Iran, Russia e Siria costituisce il più vasto sistema di assedio della storia [1]. Non si tratta di misure economiche, bensì, indubbiamente, di azioni militari in campo economico. Con il tempo dovrebbero condurre nuovamente a una divisione del mondo in due, come al tempo della rivalità USA-URSS.
Il segretario del Tesoro Mnuchin ha insistito a lungo sul fatto che le sanzioni mirano innanzitutto a interrompere la vendita di idrocarburi, ossia a privare questi Paesi, soprattutto esportatori, della loro principale risorsa finanziaria.
Il meccanismo descritto da Mnuchin è questo:
-  La Siria non può più raffinare petrolio da quando gli impianti sono stati distrutti da Daesh, nonché dai bombardamenti della Coalizione Internazionale contro Daesh.
-  Da quattro anni l’Iran fornisce petrolio raffinato alla Siria, in violazione di precedenti sanzioni unilaterali USA. Questo petrolio è trasportato da compagnie occidentali che operano per la società pubblica russa Promsyrioimport. Questa società è remunerata dalla compagnia privata siriana Global Vision Group, a sua volta sovvenzionata dalla società iraniana Tair Kish Medical and Pharmaceutical.
-  Infine, Global Vision Group versa parte di quanto riceve allo Hezbollah e a Hamas.
È una storia che non sta né in cielo né in terra:
-  L’obiettivo della Coalizione Internazionale è lottare contro Daesh. Negli ultimi quattro anni numerose testimonianze attestano che essa ha in modo alterno bombardato lo Stato Islamico quando debordava dalla zona assegnatagli dal Pentagono (piano Wright) e gli ha, al contrario, paracadutato armi per poter restare nella zona assegnata. Coalizione Internazionale e Daesh hanno lavorato di concerto per distruggere le raffinerie siriane.
-  Perché coinvolgere il governo russo in trasferimenti di petrolio dalle raffinerie iraniane verso i porti siriani?
-  Perché l’Iran all’improvviso avrebbe bisogno della Siria per far arrivare denaro allo Hezbollah e a Hamas?
-  Perché la Siria farebbe avere denaro ad Hamas quando l’organizzazione palestinese, i cui dirigenti sono membri della Confraternita dei Fratelli Mussulmani, le fa la guerra?
Mnuchin non si addentra in complicate spiegazioni. Il suo ragionamento è semplice: la Siria è un Paese criminale e la Russia è suo complice; Iran, Hezbollah e Hamas sono tutti quanti “terroristi”. “Terroristi” è la parola magica che taglia corto ed evita ogni ragionamento complesso.
Un proverbio francese dice che «Quando si vuole annegare il proprio cane, si dice che ha la rabbia». Non bisogna perciò sperare che la risposta del segretario Mnuchin alla proposta di mediazione di Putin sia conforme alla logica.
Gli Stati Uniti stanno gradualmente ritirando le truppe dai conflitti in cui le avevano impegnate, sostituendole con mercenari sul campo (gli jihadisti) e con sanzioni economiche, moderna versione dell’assedio medievale.

[1] Nel Medioevo la cristianità ammetteva guerre tra eserciti di sovrani cattolici, condannava però le azioni militari deliberate contro civili. Per questo motivo nel XIII secolo la Chiesa Cattolica condannò tutti gli assedi che riguardavano, oltre ai soldati, anche popolazioni. Questa è ancor oggi l’etica della Santa Sede. Per esempio, papa Giovanni Paolo II si oppose agli Stati Uniti che, al tempo di Saddam Hussein, adottarono sanzioni economiche contro gli iracheni. Il papa attuale, Francesco, sull’argomento tace.
Thierry Meyssan

Thierry Meyssan Consulente politico, presidente-fondatore della Rete Voltaire. Ultima opera in francese: Sous nos yeux – Du 11-Septembre à Donald Trump (“Sotto i nostri occhi. Dall’11 settembre a Donald Trump”).

La macchina americana della guerra sta accelerando

20 agosto 2018
Di Vijay Prashad
18 agosto 2018

La settimana scorsa, il 26 luglio, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato la Legge di Autorizzazione della Difesa Nazionale del 2019, che passerà poi al Senato e alla fine al Presidente degli Stati Uniti. Vale la pena notare che 139 Democratici, compresa l’intera dirigenza del Partito Democratico, ha votato a favore di questa legge che fornisce al governo degli Stati Uniti 717 miliardi di dollari per le spese militari di un anno. Questo vuol dire 100 miliari in più di rispetto a quanto è stato speso l’anno scorso (questo è di per sé più della metà del bilancio militare della Cina). Nessun paese spende tanto denaro per le sue forze armate come gli Stati Uniti. Ci manca poco ora prima che il bilancio statunitense per le spese militari supererà il limite di 1 miliardo di dollari.
Di fatto, molti suggeriscono che se vengono aggiunte le parti nascoste del bilancio – per la CIA, per l’intelligence militare, per l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale e per le guerre in corso, la soglia di 1 miliardo di dollari, è stata già superata.

Jack Ma, il miliardario cinese ha dichiarato di recente al canale televisivo CNBC, che gli Stati Uniti hanno sprecato 14 trilioni di dollari negli scorsi 30 anni per le loro moltissime guerre. Una stima modesta indica che la guerra degli Stati Uniti all’Afghanistan, che va avanti dal 2001, è costata oltre 1 trilione di dollari. Dopo tutto questo tempo e tutto questo denaro speso, e dopo tutte le sofferenze umane, è ora sicuro che gli Stati Uniti, il governo di Imran Khan in Pakistan e i Cinesi cercheranno un compromesso con i Talebani. L’affermazione di Ma sullo “spreco” dovrebbe essere presa molto sul serio. Un politica estera che semina disordine e caos , che aumenta la sofferenza umana, è uno spreco – indipendentemente dai benefici che può produrre per i commercianti di armi.
Il potere ottenuto con la canna di un fucile
Questa settimana, il 30 luglio, il Comando Africano degli Stati Uniti (Africom) ha ammesso di aver fatto decollare dei droni armati dalla base americana di Niamey, la capitale del Niger. La portavoce di Africom, Samatha Reho, ha detto che il governo del Niger nel novembre del 2017 ha dato il permesso agli Stati Uniti di fare questo, e che essi hanno iniziato a fare decollare questi droni armati all’inizio del 2018. Non c’è stata alcuna ammissione che gli Stati Uniti abbiano colpito alcuni di questi droni.
Molto presto, questi droni letali verranno spostati dalla Base 101 di Niamey alla Base Aerea  201 di recente costruita ad Agadez. Questa base è una delle più grandi basi del mondo per i droni che possono viaggiare da un’estremità dell’Africa Occidentale per coprire la maggior parte del Nord Africa. Un’altra base americana per i droni, a Gibuti, è in grado di inviare le sue macchine letali in tutta l’Africa Orientale e nel mezzo dell’Africa Centrale. Insomma, con queste due basi, gli Stati Uniti sono in grado di colpire obiettivi nelle maggior parte del continente africano. Tutto questo, senza alcun dibattito al Congresso degli Stati Uniti e con poca preoccupazione per la sensibilità degli Africani.
Non si dovrebbe storcere il naso davanti al problema della sensibilità. Alla fine di marzo, il governo del Ghana ha firmato un accordo militare con gli Stati Uniti. Le forze armate del Ghana riceverebbero la misera somma di 20 milioni di dollari per addestrare le truppe, mentre gli Stati Uniti otterrebbero l’accesso agli aeroporti del Ghana e alle radiofrequenze del Ghana, e gli Stati Uniti sarebbero in grado di far entrare materiale militare fuori dogana. Ansiosi di installare una base militare in Ghana, gli Stati Uniti hanno calcolato male il residuo del sentimento anti-coloniale nel paese.  Questo sentimento è il motivo per cui il Commando Africano degli Stati Uniti ha la sua base a Stoccarda, in Germania, invece che in qualche paese africano. Nessun leader si può permettere di essere considerato come una persona che permette agli Stati Uniti di violare senza vergogna la sovranità di un paese africano.
E’ importante sottolineare il fatto che il quartier generale di nessun Commando statunitense è situato fuori dall’Europa Occidentale e dagli Stati Uniti. Il Commando meridionale che sovraintende alle operazioni militari statunitensi in America Latina, è stato di base a Panama dal 1963 al 1997. Ora è di base a Doral, in Florida, dopo essere stato mandato via dai governi seguiti all’espulsione della vecchia  risorsa della CIA, Manuel Noriega. Il quartiere generale del Commando Centrale che controlla e dirige le operazioni degli Stati Uniti in Medio Oriente, è situato a 200 miglia a nord di Tampa, in Florida. Il quartiere generale del Commando Statunitense Indo-Pacifico, che sovraintende alle operazioni in Asia, è situato alle Hawaii. La gente dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, non vuole che l’orma degli Stati Uniti venga mesa così pesantemente sul loro suolo. Una cosa è dover sopportare le basi e le relative esercitazioni, Un’altra è permettere tutto il peso dell’imperialismo statunitense sul proprio terreno.
Minacce di vari tipi
C’è un vecchio proverbio che dice: se hai un martello ogni cosa sembra un chiodo. La pura e semplice portata dell’arsenale militare statunitense dà  un senso di piacere ai loro leader politici. Sentono che possono minacciare il resto del pianeta per soddisfare le loro necessità. La pace non definisce la politica estera degli Statti Uniti. Tutto viene orientato verso l’intimidazione e la guerra. Ecco    delle recenti manovre a opera dell’amministrazione Trump che sono contrarie a una politica che persegua la pace.
Corea. Un grande sforzo di umanità ha spinto le due Coree a rinnovare il loro dialogo verso un futuro normale. Gli Stati Uniti hanno coerentemente tentato di rovinare questo processo in cui Trump è stato volgare circa l’empatia tra Kin Jong-un della Corea del Nord e Moon Jae-in, della Corea del Sud. Il Segretario di Stato Mike Pompeo è in marcia attraverso l’Asia Sudorientale, spingendo i paesi dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico) a continuare a imporre sanzioni alla Corea del Nord, malgrado il consenso, all’interno dell’ASEAN, di alleggerire il peso sul Nord, come modo di aprire la strada verso la pace. Gli Stati Uniti hanno indicato che la Corea del Nord sta continuando con il suo programma di missili, proprio quando i capi militari della Corea del Nord si incontravano al confine il 31 luglio. Queste affermazioni maliziose da parte degli Stati Uniti non hanno scoraggiato i Coreani. Il Luogotenente Generale An Ik San della Corea del Nord, e Kim Do-gyun della Corea del Sud, hanno continuato con il loro dialogo. L’artiglieria verrà ritirata dalle spiagge del Mare Occidentale e le esercitazioni militari finiranno. “La gente del Nord e del Sud considerano importanti i nostri colloqui,” ha detto il Luogotenente Generale An. I leader militari si impegnano per la pace e non vogliono che la Corea sia il campo di battaglia per un’aggressione degli Stati Uniti.
Iran. Il 22 luglio Trump si è svegliato e ha scritto un tweet tutto in lettere maiuscole: NON MINACCIATE MAI, MAI GLI STATI UNITI DI NUOVO O SOFFRIRETE CONSEGUENZE DI UN GENERE CHE POCHI IN TUTTA LA STORIA HANNO MAI SOFFERTO PRIMA.” Minacce del genere sono di routine. La dirigenza iraniana le ha ignorate. Nella legge per le spese militari che è stata appena approvata dalla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, c’è una frase che richiede attenzione: “nulla in  questa legge può essere costruito?? Per autorizzare l’uso della forza contro l’Iran.” In un’altra parte della legge, però, c’è l’autorizzazione per l’amministrazione Trump di perseguire la guerra cibernetica contro l’Iran, la Corea del Nord, la Russia e la Cina. La legge dà carta bianca a Trump di intensificare le azioni contro questi quattro paesi.
Queste sono le drammatiche minacce. Nell’ombra indugiano  atrocità peggiori che sono diventate normali. La base statunitense di droni a Salak, nel nord del Camerun, ospita un battaglione di Intervento Rapido – un distaccamento camerunense – il quale è stato filmato mentre giustiziava dei civili. L’anno scorso, The Intercept * ha riferito che operatori statunitensi di vari tipi  avevano torturato dei prigionieri in questa base. Qui non esiste alcuna agenda per i diritti umani.
Minacce dell’immaginazione
Gli Stati Uniti dichiarano che serve loro un massicce dispiegamento di forze armate
e un dispiegamento in luoghi come il Niger, a causa delle minacce non soltanto agli Stati Uniti, ma al mondo. Nella cintura di paesi che costituiscono la regione  africana del Sahel, con il Niger al suo centro – c’è una rivendicazione fatta dall’Occidente circa le minacce di al-Qaida e di altri svariati gruppi. Molti di essi sono davvero una minaccia alla gente della regione, ma molti sono semplicemente formati da malviventi (al- Qaida fa, per lo più, traffico di sigarette e di armi in tutto il Deserto del Sahara). Le minacce reali che hanno coinvolto gli Stati Uniti e la Francia sono altrove. Vale la pena fare un elenco di queste (in base ai miei resoconti dell’anno scorso).
Cina. Gli Stati Uniti hanno chiarito che la presenza della Cina in Africa è inaccettabile. Incapaci di superare la Cina in un’offerta chiara per risorse e mercati, gli Stati Uniti sono ricorsi all’uso della forza e dell’intimidazione per minacciare i paesi per fornire vantaggi alle ditte occidentali meno flessibili. L’anello di basi che circonda il Sahel e giù verso il Sudafrica serve semplicemente a soffocare gli interessi della Cina sul continente.
Risorse. I paesi del Sahel hanno risorse importantissime :—oro nel Burkina Faso e in  Mali, Niger e ferro in Mauritania, così come  risorse verificate di carbone, cobalto, diamanti,  manganese, platino, minerali di terre rare, e moltissimi altri minerali. Le compagnie minerarie europee ed americane che hanno vecchie radici coloniali, sono ansiose di proteggere i loro investimenti qui e di proteggere i loro profitti futuri, dato che le leggi minerarie in questa regione si stanno lentamente annullando a favore  delle grandi aziende.
Droghe. E’ ora chiaro che i trafficanti sudamericani di droga, sfiniti dalle difficoltà create lungo il confine tra Stati Uniti e Messico e lungo la costa degli Stati Uniti, si rivolgono ora all’Africa come strada verso gli Stati Uniti. Grosse quantità di cocaina vengono spedite per via aerea nel Sahel, dove vengono trasportate, con notevole rischio, in Europa, attraverso il Sahara. Dall’Europa questa droga viene trasportata via mare attraverso l’Atlantico, negli Sati Uniti e in Canada. L’applicazione della legge contro la droga  è compito di una falange di soldati che sono ora nella regione.
Emigrazione. L’Europa è stata entusiasta di spostare il suo confine dal margine settentrionale del Mediterraneo al margine meridionale del deserto del Sahara. Le truppe francesi e i finanziamenti dell’Unione Europea, insieme alla presenza degli Stati Uniti sono un’operazione per bloccare il traffico di migranti che stanno fuggendo dalle economie distrutte dalle politiche guidate dal Fondo Monetario Internazionale.
C’è della bruttezza in questo. Logore motivazioni liberali si allontanano nell’ombra
mentre fioriscono motivazioni più forti: controllo e appropriazione. Questo è il nostro mondo, ma sotto questo mondo ci sono persone che hanno idee migliori, sogni migliori.
https://it.wikipedia.org/wiki/The_Intercept
Questo articolo è opera di Globetrotter, un progetto dell’Istituto dei Media  Independenti.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/american-war-machine-is-ramping-up
Originale: Alternet
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

Preso da: http://znetitaly.altervista.org/art/25636

Degenerazione e fondamentalismo nel controllo dei media occidentali

Non c’è nulla di più triste e patetico di un famigerato bugiardo che urla, sputa saliva, insulta le persone normali a destra e sinistra, mentre terrorizza coloro che stanno dicendo la verità.
Ultimamente, l’Occidente è diventato chiaramente furioso. Più ha paura di perdere il controllo sul cervello di miliardi di persone in tutti gli angoli del mondo, più aggressivamente urla, prende a calci e si prende gioco di se stesso.
Il Nuovo Ordine Mondiale non nasconde nemmeno più le sue intenzioni. Le intenzioni sono chiare: distruggere tutti i suoi avversari, siano essi in Russia, Cina, Iran o in qualsiasi altro stato patriottico e indipendente. Silenziare tutti i media che stanno dicendo la verità; non è la verità così come è definita a Londra, Washington, Parigi o Berlino, ma la verità è percepita a Mosca, Pechino, Caracas o Teheran; la verità che serve semplicemente la gente, non la falsa, pseudo-verità inventata per sostenere la supremazia dell’Impero occidentale.

Sono stati ora stanziati enormi fondi per l’assalto mortale della propaganda, originatosi prevalentemente a Londra e Washington. Milioni di sterline e dollari sono stati assegnati e spesi, ufficialmente e apertamente, per “contrastare” le voci di russi, cinesi, arabi, iraniani e latinoamericani; voci che stanno finalmente raggiungendo gli “Altri” – gli abitanti desolati del “sud globale”, gli abitanti delle colonie e delle neo-colonie; gli schiavi moderni che vivono negli stati “client”.
La maschera sta cadendo e la faccia cancrena della propaganda occidentale viene esposta nella sua realtà. È terribile, spaventosa, ma almeno è quello che è, perché tutti possano vederla. Niente più suspense, niente sorprese. All’improvviso è tutto allo scoperto. È spaventoso ma onesto. Questo è il nostro mondo Questo è quanto è diminuita la nostra umanità. Questo è il cosiddetto ordine mondiale, o più precisamente neocolonialismo.
L’Occidente degli imperialisti anglo-USA sa come massacrare milioni e sa come manipolare le masse. La sua propaganda è sempre stata dura (e ripetuta mille volte, non diversamente dalle pubblicità aziendali o dalle campagne di indottrinamento fascista della Seconda Guerra Mondiale) quando è originaria degli Stati Uniti, o brillantemente machiavellica e letalmente efficace quando viene dal Regno Unito. Non dimentichiamolo mai: il Regno Unito ha assassinato e ridotto in schiavitù centinaia di milioni di esseri umani innocenti e molto più avanzati, per molti lunghi secoli e in tutto il mondo. A causa del suo talento nel lavaggio del cervello e nella manipolazione delle masse, la Gran Bretagna ha fatto innumerevoli genocidi,
Il regime occidentale sa mentire, spudoratamente ma professionalmente, e soprattutto, perpetuamente. Ci sono migliaia di menzogne ​​accatastate l’una sull’altra, con perfetti accenti “educati” di classe superiore: bugie su Salisbury, sul comunismo, la Russia, la Cina, l’Iran, il Venezuela, Cuba, la Corea del Nord, la Siria, la Jugoslavia, il Ruanda, Sud Africa, Libia, rifugiati. Ci sono bugie sul passato, sul presente e persino sul futuro.
Nessuno ride, vedendo questi teppisti imperialisti come il Regno Unito e la Francia che predicano, in tutto il mondo e con la faccia seria, sia sulla libertà che sui diritti umani. Non ridere, ancora. Ma molti si stanno lentamente indignando.
Le persone in Medio Oriente, Africa, Asia e America Latina cominciano a rendersi conto di essere state ingannate, ingannate, mentite; che la cosiddetta ‘educazione’ e ‘informazione’ proveniente dall’Occidente non erano altro che spudorate campagne di indottrinamento. Per anni ho lavorato in tutti i continenti, compilando storie e testimonianze sui crimini dell’imperialismo e sul risveglio del mondo, “riassunti” nel mio libro di 840 pagine: ” Exposing Lies Of The Empire “.
Milioni di persone che ora possono vedere, per la prima volta, che i media, come BBC, DW, CNN, Voice of America, Radio Free Europe / Radio Liberty, li hanno codificati senza pietà e per anni e anni. Reuters, AP, AFP e diverse altre agenzie di stampa occidentali (Repubblica, La Stampa, RAI, Sky News, ecc..) sono riuscite a creare una narrativa in uniforme per l’intero pianeta, con giornali locali in tutto il mondo che pubblicano ora manipolazioni identiche che provengono da Washington, Londra, Parigi e altre capitali occidentali. Immagini totalmente false su argomenti così importanti come l’Unione Sovietica, il Comunismo, la Cina, ma anche la libertà e la democrazia sono state incise in miliardi di cervelli umani.
La ragione principale dell’apertura degli occhi di persone del mondo che è ancora oppressa dall’imperialismo occidentale, è il lavoro inarrestabile dei media come il New Eastern Outlook (NEO), RT e Sputnik, con sede in Russia, come Cina- ha sede la CGTN, China Radio International e China Daily, TeleSur con sede in Venezuela, Libanese Al-Mayadeen e Iranian Press TV. Certo, ci sono molti altri mezzi di comunicazione anti-imperialisti orgogliosi e determinati in varie parti del mondo, ma quelli sopra citati sono i veicoli più importanti della contro-propaganda proveniente dai paesi che hanno combattuto per la loro libertà e semplicemente hanno rifiutato essere conquistato, colonizzato,
Una potente coalizione anti-imperialista di stati veramente indipendenti si è formata e si è solidificata. Ora sta ispirando miliardi di esseri umani oppressi ovunque sulla Terra, dando loro speranza, promettendo un futuro migliore, ottimista e giusto. Essere all’avanguardia di molti cambiamenti positivi e aspettative è il “nuovo media”.
E l’Occidente sta guardando, inorridito, disperato e sempre più al vetriolo. È disposto a distruggere, uccidere e schiacciare, solo per fermare questa ondata di “ottimismo pericoloso” e lottare per una vera indipendenza e libertà.

Asse della resistenza

Ora ci sono attacchi costanti contro i nuovi media del mondo libero. In Occidente, la RT è minacciata di espulsione, di nuovi e sempre più popolari New Eastern Outlook (NEO), giunta di recente sotto un malvagio attacco informatico da, probabilmente, hacker occidentali professionisti. TeleSur viene periodicamente paralizzato da sanzioni vergognosamente scatenate contro il Venezuela, e lo stesso banditismo si rivolge alla TV della stampa iraniana.
Vedete, l’Occidente può essere responsabile di miliardi di vite in rovina in tutto il mondo, ma non è ancora in grado di affrontare sanzioni, azioni punitive. Mentre paesi come Russia, Iran, Cina, Cuba, Corea del Nord o Venezuela devono “affrontare le conseguenze” principalmente sotto forma di embargo, sanzioni, propaganda, intimidazione diretta, persino bullismo militare, semplicemente per aver rifiutato di accettare la folle dittatura globale occidentale, e per aver scelto la propria forma del governo e del sistema politico oltre che economico.
L’Occidente semplicemente non sembra in grado di tollerare il dissenso. Richiede obbedienza piena e incondizionata al “Pensiero Unico”, ai suoi dogmi, una sottomissione assoluta. Agisce sia come fondamentalista religioso che come teppista globale. E per peggiorare le cose, i suoi cittadini sembrano essere così programmati o così indifferenti o entrambi, che non sono in grado di comprendere ciò che i loro paesi e la loro “cultura” stanno facendo al resto del mondo.
Quando sono intervistato, mi viene spesso chiesto: “il mondo sta affrontando il vero maggiore pericolo dalla Seconda Guerra Mondiale?”
Rispondo sempre “sì”. È perché sembra che sia il Nord America che l’Europa non siano in grado di smettere di costringere il mondo all’obbedienza e alla schiavitù virtuale. Sembrano non voler accettare alcun accordo razionale e democratico sul nostro Pianeta. Sacrificerebbero uno, decine o centinaia di milioni di esseri umani, solo per mantenere il controllo dell’universo? Sicuramente lo farebbero! Hanno già, in diverse occasioni, senza pensarci due volte, senza rimpianti e senza pietà.
La scommessa dei fondamentalisti occidentali, dell’ideologia neoliberista dominante è quella per cui il resto del mondo è molto più decente e molto meno brutale, che non potrebbe sopportare un’altra guerra, un’altra carneficina, un altro bagno di sangue; che piuttosto si arrende, piuttosto rinuncia a tutti i suoi sogni per un futuro migliore, invece di combattere e difendersi da ciò che appare sempre più come un inevitabile attacco militare occidentale.
Tali calcoli e “speranze” dei fanatici occidentali sono falsi. I paesi che ora vengono affrontati e intimiditi sono ben consapevoli di cosa aspettarsi se si arrendono e si arrendono alla pazzia occidentale e ai modelli imperialisti.
La gente sa, si ricorda cosa vuol dire essere schiavi.
La Russia sotto Yeltsin, crollata, saccheggiata dalle multinazionali occidentali, sputata in faccia dai governi europeo e nordamericano; la sua aspettativa di vita era scesa ai livelli dell’Africa sub-sahariana.
La Cina a sua volta sopravvisse a un’agonia inimmaginabile di “periodo di umiliazione”, saccheggiata, saccheggiata e divisa da invasori francesi, britannici e statunitensi.
L’Iran derubato del suo governo legittimo e socialista, dovendo vivere per anni sotto un maniaco sadico, il burattino occidentale, lo scià.
L’intera America “latina“, con le sue venature aperte, con la cultura in rovina, con la religione occidentale costretta a chiudergli la gola; con letteralmente tutti i governi e leader socialisti e comunisti democraticamente eletti o rovesciati, o direttamente assassinati, o quantomeno manipolati dal potere da Washington e dai suoi lacchè.
La Corea del Nord, sopravvissuta a un genocidio bestiale contro i suoi civili, commessa dagli Stati Uniti e dai suoi alleati nella cosiddetta guerra coreana.
Vietnam e Laos, violentati e umiliati dai francesi, e poi bombardati nelle epoche della pietra dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
Sud Africa … Timor Est … Cambogia …
Ci sono carceri viventi, relitti di decomposizione, abbandonati dopo gli attacchi mortali occidentali “liberatori”: Libia e Iraq, Afghanistan e Honduras, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo, solo per citarne alcuni. Questi servono come avvertimenti per coloro che hanno ancora delle illusioni sulla “buona volontà” occidentale e sullo spirito di giustizia!
Siria … Oh, Siria! Guarda cosa ha fatto l’Occidente in un paese orgoglioso e bello che si è rifiutato di cadere in ginocchio e leccare i piedi di Washington e di Londra. Ma anche, guarda quanto è forte, quanto determinati possono essere coloro che amano veramente il loro paese. Contro ogni previsione, la Siria si è levata in piedi, ha combattuto i terroristi assoldati dall’estero, assieme con gli stranieri e ha vinto, circondato e sostenuto dalla grande coalizione internazionalista! L’Occidente aveva pensato di poter scatenare un altro scenario libico, ma invece ha incontrato un pugno di ferro, i nervi d’acciaio, un’altra Stalingrado. l’imperialissmo occidentale è stato identificato, affrontato e fermato. Ad un costo enorme, ma fermato!
L’intero Medio Oriente sta guardando.
Il mondo intero sta guardando.
Le persone ora vedono e ricordano. Stanno cominciando a ricordare chiaramente cosa è successo a loro. Stanno iniziando a capire. Sono incoraggiati. Comprendono chiaramente che la schiavitù non è l’unico modo di vivere le loro vite.
La coalizione anti-occidentale o più precisamente l’Asse della Resistenza anti-imperialista ed antisionista è ora solido come l’acciaio. Perché è una grande coalizione di vittime, di persone che sanno cos’è lo stupro e cos’è il saccheggio, e quale distruzione completa è. Sanno esattamente cosa viene amministrato dai sostenitori autoproclamati della libertà e della democrazia – dal fondamentalismo culturale ed economico occidentale.
Questa coalizione di nazioni indipendenti e orgogliose è qui per proteggersi, proteggersi a vicenda, così come il resto del mondo.

Manifestazione contro l’imperialismo e per la sovranità dei popoli

Non arrendersi mai, mai tornare indietro. Perché le persone hanno parlato e stanno inviando messaggi chiari ai loro leader: “Mai più! Non capitolare. Non cedere alle intimidazioni occidentali. Combatteremo se attaccati. E noi resteremo, orgogliosamente, con le nostre gambe, qualunque cosa, non importa quale forza brutale dobbiamo affrontare. Mai in ginocchio, fratelli! Non cadremo mai più in ginocchio di fronte a coloro che diffondono il terrore! ”
E i media in questi meravigliosi paesi che resistono all’imperialismo e al terrore occidentali diffondono innumerevoli messaggi ottimistici e coraggiosi.
E l’establishment occidentale imperialista sta osservando, agitandosi e sporcandosi i pantaloni.
Loro, gli imperialisti, sanno che la fine del loro brutale dominio sul mondo si sta avvicinando. Sanno che quei giorni di impunità stanno finendo. Sanno che il mondo giudicherà presto gli anglo-USA ed i loro lacchè , per i secoli di crimini che ha commesso contro l’umanità.
Sanno che la guerra dei media sarà vinta da “noi”, non da “loro”.
Il campo di battaglia è in via di definizione. Con alcune brillanti eccezioni, gli occidentali e i loro media stanno chiudendo le fila, attenendosi ai loro padroni. Come molti altri scrittori, ero stato senza tante cerimonie cacciato da Counterpunch, una delle pubblicazioni sempre più anticomuniste, anti-russi, anti-siriane e anti-cinesi degli Stati Uniti. Dal loro punto di vista, stavo scrivendo per diverse pubblicazioni “sbagliate”. Sono davvero orgoglioso che abbiano smesso di pubblicarmi. Sto bene dove sono: di fronte a loro, mentre sto affrontando altri mezzi di comunicazione di massa in Occidente.
L’estensione del controllo ideologico occidentale del mondo è degenerata, veramente perversa. I suoi media e gli sbocchi “educativi” sono pienamente al servizio del regime.
Ma il mondo si sta svegliando e si confronta con questo fondamentalismo culturale e politico mortale.
È in corso una grande battaglia ideologica. Questi sono tempi eccitanti e luminosi. Niente potrebbe essere peggio della schiavitù. Le catene si stanno rompendo. D’ora in poi, non ci sarà impunità per coloro che hanno torturato il mondo per secoli.
Le loro bugie, così come le loro armature, saranno affrontate e fermate!
*Andre Vltchek è filosofo, romanziere, regista e giornalista investigativo. È un creatore di Vltchek’s World in Word and Images , uno scrittore del romanzo rivoluzionario Aurora e diversi altri libri . Scrive in particolare per la rivista online “New Eastern Outlook”.
Traduzione: Luciano Lago
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via Controinformazione

Generazione Erasmus: cavie al servizio del MALE!

Interessante intervista a Paolo Borgognone, quella che riportiamo di seguito, sulla MERDOSA generazione Erasmus.
Un’ammasso di pupazzetti che tra un happy hours e qualche orgetta scolaresca credono di poter dare lezioni al resto del mondo su economia, immigrazione, integrazione, lavoro, democrazia, libertà, istruzione e chi più ne ha più ne metta.
Una generazione di merda al servizio del male assoluto: IL CAPITALE!!
Globalisti e neoliberisti, anche credono di lottarvi contro, che agevolano una società schiavistica di cui loro stessi saranno vittime dopo aver vissuto sulle spalle della collettività per gli anni di  “studio” all’estero. In realtà vanno a fare happy hour e fumarsi qualche canna sulla rambla  (Barcellona) e scopare come conigli negli angoli bui dei vicoli.
Una generazione inutile e fragilissima, come sostiene Paolo Borgognone, che verrà spazzata via dalla loro stessa non autosufficienza e nullità!
erasmus-2
L’analisi sulla Erasmus Generation di Paolo Borgognone.
Paolo Borgognone, giovane ma profondo analista dei fenomeni socioculturali contemporanei ha analizzato nel suo Generazione Erasmus. I cortigiani della società del capitale e la “guerra di classe” del XXI secolo la nuova generazione succube degli slogan della globalizzazione occidentale anche in riferimento a Paesi extraeuropei, compreso l’Iran.

Nei giorni scorsi abbiano visto in Iran scendere in piazza, a protestare contro il sistema di governo e potere post-rivoluzionario minoranze di vario tipo. Vogliamo mettere a fuoco la situazione con Borgognone scoprendo i nessi logici con ciò che sta accadendo anche in Europa, sia ad Ovest che a Est.
– A Teheran siamo di fronte a un flebile tentativo di “rivoluzione” da parte di minoranze particolarmente attive nel contesto metropolitano?
A Teheran, in particolare, la capitale definita “moderna” dell’Iran islamico, i quadri ideologici della protesta sono costituiti da giovani studenti nichilisti. Non mi importa, personalmente, se sono o meno pagati dalle Fondazioni americane per l’esportazione della “società aperta” all’estero. Per non simpatizzare con la loro causa mi è sufficiente costatare il fatto che gli studenti liberal iraniani siano nichilisti. E loro stessi affermano, con ostentato orgoglio, questa condizione ideologica degradante.
– Puoi fare un esempio?
Una delle rivoltose, tale Delaram, 20 anni, studentessa liberale al Politecnico di Teheran ha dichiarato al Corriere della Sera circa le ragioni che hanno innescato i riots dei giorni scorsi: «Non lo so e non mi interessa. Nel 2009, la gente aveva delle richieste specifiche, avevano un leader. Adesso consideriamo tutto problematico. Odio questo sistema e lo voglio cambiare». Gli studenti liberal iraniani, dunque, sono interpreti della “rivoluzione del disinteresse e del disimpegno”, dell’apatia.
– Devono però pur avere un modello di riferimento.
Il loro modello politico di riferimento è la società aperta, cioè il regime del vuoto esistenziale e del conformismo liberale. La società “aperta” al mercato dei desideri destabilizzanti e debilitanti. I giovani Erasmus Generation, cioè i giovani adepti della filosofia del disincanto e della compiuta irresponsabilità sono, a prescindere dalla loro nazionalità (il liberalismo è infatti, per vocazione, cosmopolita), dei rassegnati ritiratisi, spontaneamente, nel recinto dei “balocchi frustranti” del narcisismo: la società aperta popperiana e, ora, sorosiana.
– E come questo paradigma si declina in una società islamica sia pur complessa come l’Iran?
I giovani iraniani Erasmus Generation sono moltitudini spaesate, desiderose di “libero mercato” economico e “diritti civili” e il loro velleitarismo anarcoide (la “rivoluzione del disinteresse”) costituisce il brodo di coltura ideale in cui germoglieranno e prolificheranno, ben presto, le strategie d’azione, molto concrete, di quegli “investitori internazionali” che, diversamente dalle studentesse sedicenti glamour di Teheran, sapendo perfettamente cosa gli interessa (il petrolio iraniano) e come ottenerlo (regime change in Iran), intendono affondare i propri artigli sull’antica Persia innescando giganteschi processi di impoverimento e de-emancipazione.
– I giovani contestatori non si troveranno spiazzati da questo scenario imprevisto scenario di destabilizzazione?
È più probabile che quando si verificherà i giovani “agitatori” di oggi piagnucoleranno, lamentosi, dinnanzi alle telecamere occidentali, che la “rivoluzione” che avevano in mente era “diversa”, ovvero “egualitaria” e “democratica” e che anonimi e impersonali “poteri forti” gliel’hanno “rubata”.
– Parafrasando potremmo dire “è l’Occidente, bellezza!” In fondo nel “movimento” non serpeggia una simpatia occidentalista di fondo?
Una parte del movimento protestatario iraniano è infatti culturalmente filoccidentale poiché inalbera slogan del tipo: “No alla Siria, no al Libano, no a Gaza, la nostra vita è per l’Iran!” e “Morte alla Russia! Morte alla Cina!”. È chiaro che slogan come questi sono musica per il circo mediatico occidentale di complemento alle élite neocon che organizzano la strategia atlantista delle “rivoluzioni colorate”. Il circo mediatico liberal, infatti, definisce “massimalisti” e “black block” coloro i quali, nei Paesi occidentali, si battono contro le guerre americane, israeliane e Nato e nello stesso tempo elogiano con epiteti quali “giovani democratici” e “la parte migliore del Paese” chi, tra gli studenti glamour di Teheran, chiede la fine del sostegno iraniano alla resistenza libanese, palestinese e siriana.
– In questo scenario di destabilizzazione come si colloca il presidente americano Trump?
L’Iran è l’obiettivo privilegiato dell’amministrazione Trump che, lo sappiamo bene, lo scorso anno ha ricevuto 480 miliardi di dollari dall’Arabia Saudita in cambio di commesse militari fornite dagli Usa a Riyadh per combattere l’Iran ed Hezbollah. È chiaro che chi ha investito quella somma enorme in chiave anti-iraniana voglia, ora, incassare i dividendi.
– Poche ore prima del fuoco di paglia iraniano il laboratorio privilegiato dei nuovi scenari sembrava essere la Catalogna. In Catalogna si sta tentando di creare un nuovo Stato sul modello culturale dell’Erasmus Generation. Pensi che possa nascere questo Stato?
Non lo so. Quello che vedo è che in Catalogna siamo alle prese con un conflitto politico tutto interno alla galassia liberal che, di fatto, non mi appassiona poiché vede contrapporsi unionisti e secessionisti intenti a rivendicare, per legittimarsi a vicenda, la propria adesione ai principi della società aperta. Può sembrare paradossale, e invece non lo è affatto, ma in Catalogna la leader del principale partito unionista (Ciudadanos, in realtà liberale e filo-Ue), tale Inés Arrimadas, è lo stereotipo politico-antropologico per antonomasia della Erasmus Generation. Il padre di Inés Arrimadas era il governatore civile franchista delle province di Cuenca e Albacete. In questa singolare vicenda familiare c’è l’essenza della metamorfosi liberal della destra spagnola… Inés Arrimadas è una dirigente d’azienda privata, una manager transnazionale, che ha cominciato la sua esperienza politico-professionale proprio con il Programma Erasmus, a Nizza, in Francia.

 

Proteste in piazza a Barcelona
  • Una erasmiana di seconda generazione.
È ovvio che in Erasmus, nel mentre si viene istruiti, laddove si provenga da “buona famiglia” come si suol dire, a diventare manager internazionali (beneficiari di cospicua retribuzione) ai tempi del dominio dispotico dell’economia globalizzata, ci si sottoponga anche, tra una bevuta alcolica in discoteca e un party notturno in spiaggia, a un rito di iniziazione e di fedeltà, una catechesi, agli anti-valori del cosmopolitismo e del politically correct. Spiace costatare che, in Spagna, al culmine della vicenda catalana, la bandiera dell’unionismo sia stata impugnata da partiti, come Ciudadanos, che non sono unionisti ma liberali e dunque fedeli alle logiche di sradicamento proprie della società aperta piuttosto che alla tradizione della Spagna imperiale e originaria. Ciudadanos è un partito postmoderno che si è consolidato dopo la lunga stagione di disimpegno della Movida degli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso.
– Come gli studenti iraniani, i giovani dell’Erasmus Generation sono il soggetto di cambiamenti storici o figure passive teleguidate?
I giovani Erasmus Generation sono il prodotto politico-antropologico della rivoluzione passiva neoliberale degli ultimi trent’anni circa ma le radici storiche di questo agglomerato umano affondano nella cultura di massa mainstream, americana, veicolata dal Sessantotto. Non dimentichiamoci che gli ideali di “liberazione” cui si ispiravano i sessantottini erano di matrice prettamente americana, radical.
– Ma il ’68 non era nato per contestare…?
Il Sessantotto nacque, come movimento contestatario antiborghese ma ultracapitalistico proprio nei campus universitari americani della California (Berkeley), notoriamente i più liberal e “creativi”. Tornando all’oggi, va detto che il conformismo esistenziale dei teenager americanocentrici e nichilisti di nuovo conio è disarmante. Costoro, nella fascia “alta” (cioè gli “istruiti”, quelli che abitano nei quartieri bene delle città metropolitane più importanti del mondo occidentale e liberal), hanno recepito e accettato, senza colpo ferire, l’assunto secondo cui libertà e democrazia coincidano con il liberalismo economico-culturale e politico quando, in realtà, è vero l’opposto.
– Perché?
Perché libertà non significa, come vorrebbero l’élite intellettuali e i ceti manageriali di centrosinistra/centrodestra che ci “governano”, adattamento al liberalismo degli stili di vita collettivi e ripudio delle appartenenze pregresse. Libertà significa innanzitutto sovranità popolare. Democrazia significa potere popolare (non governo indiretto o diretto dei banchieri come invece va di moda sostenere oggi). Le fasce “basse”, cioè culturalmente più dozzinali invece, della Generazione Erasmus, non si pongono neppure i problemi di cui sopra e rivendicano, unicamente, il “diritto” di “divertirsi liberamente” (cioè, come la pubblicità induce a fare) senza doversi preoccupare di tutto ciò che non rientri, specificamente, nel novero della dimensione irreale cosiddetta “bolla degli espatriati”.
– Un “facciamo casino” abbastanza sterile in basso?
La Generazione Erasmus è comunque riuscita, e questo duole particolarmente ricordarlo, a imporre una propria morale, centrata sui dogmi identitari postmoderni del disinteresse e della stupidità sulle rovine della morale tradizionale, in Occidente spazzata via dalla società dei consumi e considerata, dai più, un retaggio premoderno, obsoleto e dunque “roba per vecchi”. Invece, a mio parere, i “vecchi” e i reazionari del tempo presente sono proprio i nuovi moralisti della Generazione Erasmus, chierichetti del Politicamente Corretto. I teenager della Generazione Erasmus sono la claque di cui gli strateghi, miliardari, della società del capitale necessitano per conferire una patina di “democraticità” ai loro piani centrati sull’omologazione al ribasso mediante precise strategie aziendali di sfruttamento, precarizzazione e delocalizzazione permanenti.
– Nell’Est Europa e in Russia si sta sviluppando qualcosa di simile agli Erasmiani?
Sì, certamente, una “giovane classe media” privata e occidentalizzata esiste anche nei Paesi dell’Est Europa e in Russia ed è proprio su questi attori sociali conformisti che la Ue punta per inscenare i processi di “rivoluzione colorata” volti a porre fine ai governi sovranisti di Viktor Orbán a Budapest e Vladimir Putin a Mosca. Per suscitare tentativi di “rivoluzione colorata” a Budapest e a Mosca, le fondazioni private euro-atlantiche per l’esportazione della società aperta all’estero hanno investito milioni di dollari, forgiando ad hoc gli armigeri e giannizzeri della destabilizzazione neoliberale proprio tra le fila della “giovane borghesia dei consumi e dello spettacolo.
– Però è difficile sovvertire presidenti come Putin che da anni godono di una vasto e comprovato consenso popolare…
Che Orbán e Putin godano, in patria, di un consenso popolare molto elevato e che siano, al contrario di Juncker e compari, stati eletti a seguito di un ineccepibile processo democratico, ai banchieri d’affari internazionali importa davvero nulla. Gli hedge funds vogliono che l’Ungheria e la Russia siano governate da comitati d’affari della borghesia cosmopolita loro fiduciari. Il processo democratico è accettabile per gli hedge funds soltanto nel momento in cui premia i candidati che si impegnano a tutelare gli interessi dei “mercati finanziari internazionali”. Chi considera “democrazia” e “capitalismo” sinonimi ha trovato nei ragazzi della Generazione Erasmus i propri gracili battaglioni.
– In Italia come valuti minoranze molto colorate come quelle del Comitato Ventotene o dei Pischelli In Cammino che fiancheggiano il PD?
Credo che siano gruppetti rientranti a pieno titolo, col ruolo di macchiette folkloristiche ma innocue. Questi gruppetti (reclutati perlopiù tra i “giovani bene” figli della neoborghesia privata, inserita e danarosa di Roma e Milano) non hanno alcun peso specifico o capacità di autonomia critica, sono posti in un determinato spazio politico e mediatico per fornire una legittimazione giovanilistica e cool a un regime, quello post-renziano, talmente decrepito da reggersi sui voti, determinanti per il PD, delle masse di pensionati tesserati. Io credo che questi prodotti politico-antropologici del pericolante regime globalista del PD siano piuttosto rumorosi su Facebook e Instagram ma del tutto innocui nel computo della dinamica politica reale.
– Certo non “moriranno per Renzi”… Ma si sta sviluppando nella fascia generazionale dei ventenni e dei millennials un modello alternativo a quello dei giovani Erasmus?
Sì, e ciò, personalmente, mi conforta. L’11 novembre 2017, a Varsavia, 60.000 manifestanti provenienti da tutta Europa, anche se in maggioranza si trattava di polacchi, marciarono per commemorare il Giorno dell’Indipendenza Nazionale in un raduno di massa che, in prospettiva, può essere interpretato come l’avanguardia ideologica di un possibile movimento patriottico, su scala europea, per la sovranità e la deglobalizzazione.
– Pero questi “marciatori” hanno il limite in quell’atlantismo russofobico che non aiuta a progettare uno scenario alternativo all’egemonia occidentale.
In verità la “marcia dei 60.000” di Varsavia fu organizzata da un partito polacco, la Falange Nazional-Radicale, che ha forse capito che lo sciovinismo etnocratico e la russofobia non portano le nazioni da alcuna parte, se non tra le fauci del globalismo e del liberalismo culturale (società aperta, droga libera, precarietà occupazionale, guerre Nato, dominio di aziende multinazionali private americane, migrazioni di massa, gay-friendly, ecc.).

 

Polonia Marcia per l’indipendenza contro l’islamizzazione

 

– Ritieni che allora possano anche superare i limiti intrinseci dei partitini della destra atlantista?
Nel momento in cui, in Europa, i movimenti patriottici e nazionali, rinunciando a dichiararsi tout court di destra ma abbracciando la causa del sovranismo e del socialismo identitario, cominciano a capire che l’alleanza naturale per chi intende contrastare le logiche sradicanti e omologanti imposte dalla globalizzazione liberale e dal regime bancocratico della Ue è quella con la Russia, allora ecco che la narrativa egemonica delle celebrities della società di mercato entra in crisi terminale. L’11 novembre 2017, A Varsavia, i patrioti nazionali di un’Europa sovrana e tradizionale, imperiale e antimoderna, e dunque comunitaria e solidale, hanno marciato sotto gli slogan “Europa bianca di nazioni fraterne” e “Noi vogliamo Dio”. Si tratta di spunti di riflessione fondamentali. “Europa bianca di nazioni fraterne” significa “no all’ideologia dei flussi migratori” che costituiscono l’esercito di riserva del capitale transnazionale e transgender ma, soprattutto, no ai particolarismi etnocratici (il nazionalismo borghese di ottocentesca memoria), settari e tra loro conflittuali, che fanno il gioco dell’imperialismo americano (fondato sulla logica divide et impera). “Noi vogliamo Dio” significa rifiuto sostanziale del capitalismo liberale e della società di mercato in nome non del materialismo di sinistra, totalmente inservibile e anzi controproducente in una fase di lotta contro una dinamica globalista che è a sua volta inconfutabilmente e rozzamente materialista, ma della Tradizione e dello scrupoloso rispetto delle differenze etniche e religiose dei popoli d’Europa.
– Avranno la capacità di capovolgere lo scenario oggi dominante in Europa?
La Generazione Erasmus, cioè i sostenitori della società aperta, può essere sconfitta, e piuttosto facilmente. Dal punto di vista politico e culturale. Si tratta, infatti, perlopiù di giovani snowflakes (delicati “fiocchi di neve”), ovvero attori sociali fragilissimi dal punto di vista psicologico e politicamente inoffensivi nel momento in cui si trovano, come avversari, forze organizzate e ideologicamente incisive. È interessante riportare, a riguardo, la testimonianza di uno studente Erasmus all’Università di Varsavia che, l’11 novembre 2017, di fronte alla “marcia dei 60.000” patrioti polacchi che sfilavano intonando slogan apertamente ostili alla società aperta, ha preferito, consigliato dai suoi professori liberali, «rimanere in casa» perché, in strada, quel giorno, gli anti-valori individualisti e neoborghesi e il way of life degli «studenti internazionali» promotori del cosmopolitismo di mercato e dell’ideologia del migrante erano stati messi in minoranza e ridotti alla marginalità.
– Non hanno propriamente l’animus dei resistenti!
Allorquando vedono insidiato il loro presunto primato ideologico, i giovani Erasmus Generation, confermando la propria natura e vocazione di snowflakes psicologizzati e medicalizzati, non combattono, non si confrontano con avversari di cui temono le parole d’ordine e l’energia ideologica, ma si ritirano tra le braccia dei loro professori liberal. La Generazione Erasmus ha bisogno, per sopravvivere, del bancomat dei genitori borghesi e della copertura politico-mediatica assicuratagli dalla Ue. I teenager di nuovo conio non sono autosufficienti, sono precari onnicomprensivi ed essendo il prodotto del nichilismo postmoderno e del pensiero debole verranno, inevitabilmente, travolti e sopraffatti dalle loro stesse fragilità.
Intervista di Alfonso Piscitelli

Preso da: https://disquisendo.wordpress.com/2018/01/08/generazione-erasmus-le-cavie-della-globalizzazione-al-servizio-del-male/

Un altra vittoria di Muammar Gheddafi

L’ultima vittoria di Muammar Gheddafi

Il 6 marzo 2011 era chiaro che il regime libico aveva soppresso la rivolta interna e sospeso il caos nel mondo arabo. Una missione clandestina di un diplomatico inglese protetto da 8 ufficiali delle SAS nella base orientale dell’opposizione libica si concluse con la loro detenzione e “interrogatorio” da parte dei capi ribelli. L’articolo del Sunday Times fu la “bandiera bianca” issata dagli organizzatori delle proteste in Medio Oriente e Nord Africa del 2010-2011. Fin dall’inizio la catena di eventi in Libia ebbe una svolta inaspettata per le élite globali. Muammar Gheddafi si rifiutò di abbandonare Tripoli e, insieme alla famiglia e al clan, mantenne i contatti coi libici attraverso la TV nazionale e regolari apparizioni pubbliche. Nell’impressionante discorso del 22 febbraio 2011, ripristinò il sostegno pubblico ed incoraggiò i libici a resistere alla rivolta. Da allora i media mainstream internazionali diffusero bugie inaudite sugli eventi in Libia. Si sentì parlare di “mercenari stranieri che uccidono civili”, “attacchi aerei sui dimostranti”, “bombardamenti delle posizioni ribelli”, “grandi proteste contro Gheddafi a Tripoli”, “migliaia di rifugiati libici” e tanti altri annunci che, come risultò, non avevano nulla a che fare con la realtà.
Le fonti interne libiche, ad esempio del Centro di San Pietroburgo per il Medio Oriente moderno, descrivevano una realtà piuttosto diversa. Non c’erano proteste a Tripoli e dintorni. Pochi gruppi di emarginati operavano ad al-Zawiya (sobborgo occidentale di Tripoli) e al centro (l’incendio doloso della Sala del Popolo la notte del 21 febbraio è apparentemente l’atto più noto) furono prontamente neutralizzati dalla polizia municipale. Gli “attacchi aerei” dell’Aeronautica libica prendevano di mira depositi di munizioni nelle vicinanze di Bengasi, quando la minaccia che venissero catturati dai separatisti orientali era ancora alta. La questione dei “mercenari stranieri che proteggevano Gheddafi”, è apparentemente la più interessante. È chiaro che qualsiasi mercenario combatte per soldi. Quindi nel conflitto in cui sono coinvolti gli interessi delle mafie petrolifere internazionali, i mercenari sono la forza meno affidabile. Avrebbero tradito Gheddafi ben prima. Quindi Gheddafi è un uomo intelligente e ne è perfettamente consapevole. Non poteva arruolarli. Ma supponiamo che la loro presenza in Libia fosse un fatto provato. Potevano essere “gentilmente” proposti a Gheddafi dai vicini “simpatizzanti” africani? Si, perché no. Qual era la loro missione? Dovevano avere l’ordine dai loro veri padroni di essere spietati e feroci contro i “manifestanti” locali il più possibile per intensificare il conflitto. Non c’è da stupirsi che dopo i primi scontri con la loro partecipazione e annunci nel mondo dei media, i mercenari siano “scomparsi”. Certamente avremo modo di conoscere dettagli sorprendenti sulle operazioni militari dell’esercito libico contro i mercenari “alleati” di fine febbraio 2011. Guardando la CNN riportare la “guerra civile” in Libia va capito che ciò significa che le forze governative localizzavano ed eliminavano questi “alleati”.
Ora, perché tale scenario rischioso? Perché il regime di Gheddafi era il più stabile in Medio Oriente. Si noti che tutti i “dittatori arabi” andati al potere col sostegno degli Stati Uniti negli anni ’80 furono facilmente eliminati nel gennaio-febbraio 2011, prontamente “caduti in coma”. Non avevano l’autorità morale per combattere per un potere ottenuto illegittimamente. Qual era la componente chiave di tale illegittimità? Quando aspirarono al potere, si allearono segretamente con una nazione straniera che li sostenne completamente. Da allora non sono leader sovrani. Questo è il motivo per cui non possono sconfiggere la rivoluzione. Non possono dire la verità al popolo e alla comunità internazionale, perché iniziare a dire la verità significa dirla TUTTA. E TUTTA la verità include le circostanze della loro ascesa al potere… Ma c’è una soluzione per tale situazione di “stallo”. Se un leader politico riconosce i vergognosi rapporti clandestini con una potenza straniera, non sarà mai condannato ma PERDONATO e sostenuto dal popolo. Dopo di che lealtà e professionalità delle guardie del corpo impediranno che il futuro politico sia il caos. Le alternative sono la forca di Sadam, i letti da moribondi di Mubaraq e Ben Ali.
Torniamo alle “rivoluzioni popolari in Medio Oriente”. Vediamo che per avere successo c’era disperatamente bisogno di “masse infuriate”. Quindi qualcuno doveva infuriarle. Come in Iran nel giugno 2009? Cecchini sconosciuti uccisero astanti a Teheran durante le proteste (i dettagli sono nell’articolo “Cosa decidono i Bilderberger dell’Iran“). Cosa successe in Egitto nel gennaio 2011? Ancora una volta cecchini sconosciuti spararono alla folla dal tetto dell’edificio del Ministero degli Interni di Cairo. Si noti che in entrambi i casi fu fatto di tutto per convincere il pubblico che i perpetratori fossero le forze governative. Ma dov’era la prova? C’è qualche logica nei servizi di sicurezza che uccidono dimostranti per provocarli a commettere atti violenti? Al contrario, la loro missione è disperdere pacificamente la folla, identificare e arrestare le “teste calde” tra i manifestanti ed evitare vittime! Allora, chi sparava dal tetto del Ministero degli Interni egiziano? Non lo sappiamo ancora. Ma chi fece lo stesso in Tunisia durante l’agitazione pubblica fu catturato e mostrato da RT. Si guardi il seguente video:

Credete che costoro dai passaporti svedesi e inlgesi cacciassero davvero cinghiali per le strade di Tunisi?
Ora possiamo fare alcune conclusioni. Innanzitutto, non c’era nulla di spontaneo nell’ondata delle rivoluzioni del Nord Africa e Medio Oriente del 2011. I disordini popolari in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, ecc. furono accuratamente preparati, organizzati, finanziati e sostenuti dai media internazionali. Abbastanza sorprendentemente, al-Jazeera svolse un ruolo fondamentale nel sostenere i conflitti nelle società arabe diffondendo disinformazione e silenziando le voci della verità e sobrie. In secondo luogo, chi architettò tali insurrezioni, generalmente fallì. Non c’è dubbio che l’idea era organizzare caos e guerre civili nel mondo arabo, provocare imbarazzo nelle élite nazionali, imporre l’opposizione radicale anti-progressista al potere nei Paesi chiave della regione. Poi si aspettavano che, a tempo debito, standard sociali degradati e cattiva gestione del governo catalizzata dalla propaganda dei media internazionali creassero le condizioni per imporre il controllo estero su questi Stati islamici. La Libia con le sue ricche riserve naturali era il premio più ambito. Ma con Muammar Gheddafi ancora al potere che riacquistava sostegno pubblico e si sbarazzava dei rami “secchi” tra gli alti funzionari, gli attori globali soffrivano molto mentre il fantasma del presidente Bush Jr. si profila di nuovo al largo delle coste libiche. Apparentemente le élite non ebbero altra scelta che attivare le super-portaerei statunitensi. Messi all’angolo e sotto la pressione schiacciante della piramide del dollaro. Terzo e più importante, questi eventi rivelavano il legame occulto tra “islamisti” ed élite globali. Muammar Gheddafi combattendo gli islamisti di al-Qaida e allo stesso tempo sostituendo solennemente bin Ladin come incarnazione del “Male assoluto” nei media tradizionali, fu un cambiamento notevole. I radicali dovevano essere la nuova generazione di leader arabi. Non avrebbero portato prosperità o giustizia nelle loro società. La loro missione era stringere saldamente la pentola a pressione del mondo musulmano con regole e retorica pseudo-islamiche. Una volta esplosa, l’energia di milioni di giovani fanatici ignoranti che si diffondono nel mondo avrebbe aperto la strada allo scaltro Gran Pacificatore. I semi di tale misteriosa simbiosi furono piantati dall’intelligence inglese nel XIX secolo. Per esempio, se si segue la storia del fondatore della Fratellanza musulmana Hasan al-Bana, si vedrà che il “controllore generale” inglese in Egitto dal 1878 era Evelyn Baring, rampollo di una vecchia dinastia di banchieri che nominò lo sceicco Muhamad Abduh Gran Mufti d’Egitto. Non ne va sottovalutata l’importanza. Il Gran Mufti d’Egitto del tempo era la massima autorità spirituale nel mondo musulmano. Perché lo sceicco Abduh, noto salafita, fu scelto dal residente inglese? Perché lo scenario della falsa guida del mondo islamico delle élite globali era già stato scritto. Volevano che i musulmani fossero carne da cannone per imporre il loro dominio. Dovevano corrompere la fede islamica, sostituirla con un surrogato pseudo-islamico. Ecco perché Evelyn Baring scrisse dei salafiti: “Sono gli alleati naturali del riformatore europeo” (Goodgame, Peter. La Fratellanza Musulmana: l’arma segreta dei globalisti). A quel tempo Sheikh Adbuh divenne murshid (insegnante) di Muhamad al-Bana, padre di Hasan…
Quindi entriamo in tempi molto interessanti, forse decisivi. Muammar Gheddafi ha vinto la sua ultima battaglia nonostante vigore e pressione insolente da ogni parte. Ci saranno nuovi Gheddafi nati da madri musulmane che resisteranno al nuovo ordine mondiale? Speriamo e preghiamo di sì.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il “regime change” per John Mearsheimer

2 febbraio 2017

Nel mondo accademico americano, e più in generale quello occidentale, è raro trovare voci dissidenti con quella che è stata la pratica dell’esportazione della democrazia a stelle e strisce all’esterno del “mondo libero”. Una di queste voci è quella di John Mearsheimer, professore dell’Università di Chicago e padre della teoria delle relazioni internazionali del realismo offensivo, che ha avuto il coraggio di ammettere, senza alcuna vergogna o remora, che la politica statunitense del “regime change” (cambio di regime) si è rivelata un fallimento su tutti i fronti, dalla destabilizzazione di governi prima solidi, all’impossibilità di democratizzare i paesi vittima della loro politica, fino all’aver aggravato la minaccia terroristica dando vita allo Stato Islamico.
L’argomento è stato trattato, in particolare, in una serie di conferenze che il professore ha tenuto a MGIMO, l’Istituto Statale di Mosca di Relazioni Internazionali nell’ottobre del 2016. Dal 2011, ha spiegato, la politica estera statunitense nel Medio Oriente è stata caratterizzata da “un disastro dopo l’altro”, fallendo praticamente ogni volta che la pratica del regime change è stata applicata.

Mearsheimer individua tre aree strategiche per la sicurezza e l’azione estera degli Stati Uniti sempre tenendo ben presente che la più importante è ovviamente l’Emisfero occidentale, ovvero le Americhe, all’interno del quale non devono nascere altre grandi potenze o non deve esserci alcuna interferenza esterna, in base a quanto dichiarato unilateralmente con la Dottrina Monroe (alla quale il giurista Carl Schmitt si ispirò per spiegare il concetto di Grande Spazio): in ordine d’importanza abbiamo l’Europa occidentale, l’Asia nord orientale e il Golfo Persico.
Le ragioni sono presto dette: l’Europa occidentale è il luogo in cui le grandi potenze, almeno a partire dall’età moderna, si sono sempre concentrate; l’Asia nord orientale è dove grandi potenze in grado di competere con gli Stati Uniti ci sono state, ci sono ancora e continueranno ad esserci in futuro (URSS/Russia; Giappone; Cina); il Golfo Persico per una ragione semplicissima: il petrolio, di cui gli USA sono secondo produttore e primo consumatore mondiale, e il cui controllo risulta strategico per influenzare la sicurezza energetica del mondo intero e, in particolare, delle grandi potenze emergenti come Cina ed India che si riforniscono principalmente proprio da quell’area.
Il punto cruciale però qui è un altro: riconosciute queste aree strategiche, possiamo anche definire anche quali aree non sono strategiche per la sicurezza degli Stati Uniti. A conti fatti, secondo Mearsheimer, Siria, Egitto e Israele non sono aree d’interesse strategico per gli Stati Uniti. Inoltre, l’Europa occidentale è destinata a scendere al terzo posto quale area d’interesse strategico visto il declino endemico a cui le potenze europee sono sottoposte da circa un secolo a questa parte, mentre l’Asia, che a causa della Cina sarà coinvolta nella sua intera parte orientale, e non solo a nord, è destinata a salire al primo (la teoria del “pivot to Pacific” lo dimostra) e il Golfo Persico al secondo.
Le aree su cui, a nostro avviso, la stessa amministrazione Trump si concentrerà di più. Come già accennato, inoltre, l’area del Golfo Persico sarà d’importanza cruciale per gli Stati Uniti proprio per il rifornimento energetico della Cina stessa la quale, ad oggi, attinge il 25% delle proprie risorse petrolifere proprio da lì. E lo share è destinato ad aumentare. Allo stesso mondo l’India, mentre l’Europa sarà lasciata in disparte poiché non costituisce una minaccia competitiva agli USA in termini di sicurezza.
Le radici della politica del regime change sono individuabili sin dall’intervento americano in Afghanistan nel 2001. Da questo punto di vista non c’è differenza fra Bush figlio e Obama: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria ed Egitto si sono rivelati cinque fallimenti su cinque tentativi attivi compiuti. Quella in Afghanistan si è rivelata la guerra più lunga in cui gli Stati Uniti siano stati mai coinvolti: le finanze americane dissipate per questa guerra sono state persino superiori a quelle spese per attuare il Piano Marshall. Inoltre, i Talebani controllano ancora un settimo del territorio afghano, e lo Stato Islamico in Afghanistan sta diventando un attore non statale non trascurabile in questo scenario.
Per quanto riguarda l’Iraq sembra quasi inutile dirlo: prima che Saddam Hussein venisse estromesso dal potere non v’era alcuna forma di terrorismo nell’area, mentre il paese è oggi diviso in tre parti, ovvero l’area araba del Golfo a maggioranza sciita, il Kurdistan iracheno nel nord del paese e l’area a maggioranza sunnita governata dallo Stato Islamico, in cui buona parte degli ufficiali e dei funzionari di Saddam Hussein operano tutt’oggi al suo fianco.
In Siria gli Stati Uniti sono profondamente coinvolti nel tentativo di rovesciare Assad sin dal 2005 e le primavere arabe del 2011 sono state solo il momento in cui quest’ingerenza si è tradotta in una guerra aperta contro il governo damasceno attraverso l’addestramento e il finanziamento delle milizie ribelli alleate a gruppi islamisti locali o stranieri. Il risultato è stata la morte di moltissimi siriani, la crisi dei rifugiati con flussi consistenti sia verso l’Europa sia, soprattutto verso i paesi limitrofi (Giordania e Libano su tutti) e 7 milioni di rifugiati interni, per un paese che di popolazione conta 23 milioni di persone. A questi si aggiungono la persecuzione dei cristiani e delle altre minoranze etniche e religiose, prima tutelate dal regime, ad opera dei gruppi islamisti e dello Stato Islamico stesso, che dall’Iraq è penetrato in Siria grazie al vuoto di potere lasciato dal governo nell’area orientale del Paese.
Situazione simile, se non addirittura peggiore, in Libia, in cui il rovesciamento di Gheddafi ha determinato anarchia e caos in tutto il paese. Per quanto il piano per la Libia fosse principalmente opera degli anglo-francesi, interessati a spartirsi le risorse petrolifere del paese africano con l’indice di sviluppo umano più alto del continente nero (almeno fino ad allora) a scapito del tradizionale partner italiano, la ragione per cui gli Stati uniti supportarono l’intervento fu essenzialmente politica, per poter imporre la democrazia in un paese governato da un dittatore tanto odiato dall’allora Segretario di Stato Hillary Clinton almeno quanto Madeleine Albright aveva odiato, ai tempi della guerra del Kosovo, Slobodan Milosevic. Ironicamente, laddove gli Stati Uniti vollero imporre il rispetto delle norme e dei diritti sia internazionali sia umani, finirono per violarli entrambi, effettuando, come in Serbia, un intervento militare aereo mai autorizzato.
Vi è infine l’Egitto, dove dopo la cacciata di Mubarak, dittatore per altro filo-occidentale, venne democraticamente eletto il “faraone” Mohammed Morsi, vicino alla Fratellanza Musulmana, partito politico di chiara impostazione islamista e vicino a diverse milizie jihadiste e gruppi terroristici, a sua volta estromesso dal potere attraverso il colpo di Stato militare guidato dal generale Al-Sisi. In pratica la democrazia, in Egitto, non è mai pervenuta.
Il risultato è stato il fallimento di cinque obbiettivi su cinque, l’incremento della minaccia terroristica di matrice islamista, l’acuirsi del conflitto fra sciiti e sunniti nello scontro fra Arabia Saudita ed Iran per l’influenza della regione, la crisi dei rifugiati ed un altissimo numero di vittime. Tuttavia il puzzle non è ancora completo, poiché ci sono ancora tre attori da considerare: Israele, l’Iran e lo Stato Islamico.
Per quanto riguarda la prima, visto lo sviluppo delle politiche regionali, la debolezza dei suoi nemici e la lenta e inesorabile convergenza con le monarchie del Golfo su obbiettivi di politica estera, la soluzione che prevedeva la creazione di due Stati, con l’indipendenza di quello palestinese, è ormai da dimenticare: una “Grande Israele” è ormai una certezza, col completo controllo della Cisgiordania e, se necessario, della Striscia di Gaza da parte delle autorità israeliane. Israele si trasformerà in uno Stato in cui vigerà un regime di apartheid, e la minaccia terroristica non farà altro che incrementare a causa della ribellione interna palestinese.
L’Iran, il quale può essere considerato l’unico “successo” dell’amministrazione Obama visto il raggiungimento dell’accordo sul nucleare (che comunque il presidente Trump è intenzionato a smantellare), se oggi non è una minaccia per l’influenza degli Stati Uniti nel Golfo Persico, non è escluso che lo sia in futuro: se l’Iran non si sentirà sicuro dopo la scadenza dell’accordo, la Repubblica Islamica riprenderà lo sviluppo della propria deterrenza nucleare. E, visti i recenti sviluppi sul fronte americano e israeliano, questo futuro sembra quello più plausibile.
Infine, qual è il destino dello Stato Islamico? La strategia degli Stati Uniti rispetto al Daesh è stata, almeno fino all’elezione di Donald Trump, strettamente interconnessa con il rovesciamento di Assad, quasi che l’ISIS fosse un ingovernabile strumento per impedire al regime di acquistare forza. L’obbiettivo degli Stati Uniti è in realtà l’eliminazione di entrambi, ma vista il sostegno di Russia, Iran e Hezbollah (e di recente anche dell’Egitto) al presidente siriano, gli Stati Uniti dovranno rassegnarsi ad eliminare solo l’ISIS a meno che non vogliano giungere ad una guerra per procura con Mosca.
In ogni caso, anche con la sconfitta dello Stato Islamico, la minaccia terroristica rimarrà sempre presente, poiché questo si atomizzerà e si riorganizzerà in cellule o agirà attraverso lupi solitari, così come hanno fatto e fanno sia al-Qaida e che lo Stato Islamico stesso.

La liturgia della bugia

4 settembre 2016

di Luigi Bellazzi
“non possiamo ritornare quello che fummo, non possiamo restare quello che siamo”
Oggigiorno abbiamo la “fortuna” di vivere in un momento di crisi epocale.
Non solo dal punto di vista dell’economia: “oggi peggio di ieri e meno peggio di domani”, ma soprattutto dal punto di vista morale. Viviamo un momento storico in cui la regola è diventata: “fare apparire il bene, per fare passare il male“.
Adesso è possibile grazie alla gravità del momento, avere l’occasione di poter “trasformare la difficoltà in opportunità“.
Questo infatti non è solo il momento della crisi dell’economia, questa crisi è il sintomo del fallimento della democrazia.

Quando tutti rubano (ed è ladro anche chi tiene il sacco…) non è che tutti siano ladri, è il sistema democratico che costringe tutti ad essere “ladri “.
Ogni critica per essere credibile deve essere preceduta da una sincera autocritica. Sgombriamo quindi il campo da equivoci, dichiarare la morte della democrazia, non significa far risorgere il fascismo. Gli stati etici: fascismo, nazionalsocialismo, comunismo, sono tutti al momento irrimediabilmente defunti. La inevitabile guerra fratricida, tra comunismo e fascismi. L’Unione Sovietica già negli anni ’40 aveva un miliardo di cinesi alle spalle, sui 4 mila chilometri di confine con la Siberia che costringevano l’allora URSS ad espandersi in Europa. La guerra civile tra gli stati etici, almeno per qualche altra generazione, ne impedirà il risorgere. La domanda ora da porsi è: falliti i fascismi, fallito il comunismo, fallita la democrazia, che fare? La risposta potrebbe essere: una democrazia integrata da valori etici. Uno Stato che al proprio interno rispetti il principio di legalità, mentre per l’esterno affermi il principio dell’interesse nazionale.
L’Italia in politica estera non potrà che avere un ruolo ancillare (pagheremo per secoli la vigliaccheria dell’otto Settembre ‘43) rispetto ad una Grande Potenza (la grandezza di un popolo la si misura con la sua capacità di resistenza). Seguendone le sorti nel bene e soprattutto nel male. La Grande Potenza “mediterranea” che prenderà a breve il ruolo guida che era stato degli USA, piaccia o no, sarà lo stato ariano dell’Iran. Nelle scuole a partire dalle elementari, sarebbe bene abbandonare da subito l’insegnamento dell’inglese a favore della lingua farsi.
Ottanta milioni di iraniani, inseriti in un’area di mezzo miliardo di abitanti, sono il futuro dell’Italia, dobbiamo però scrollarci di dosso l’oceano di bugie imposti dai vincitori ai vinti.
É una strada nuova (la “democrazia corretta”) facile a dirsi, difficile a praticarsi.
Si dovrebbe tanto per iniziare, riconoscere storicamente l’Onore militare ai vinti, smetterla con la “menzogna di Ulisse” e con il “male assoluto”. Prevedere che non esista alcun diritto se prima non si sia adempiuto a tutti i propri doveri verso la Comunità di destino, la Patria. Farla finita con l’equivoco di essere socialisti per i diritti (diritto alla casa, diritto alla salute, diritto al lavoro, diritto di qua e diritto di là) e liberisti per i doveri (lavoro per quel che mi paghi…).
Termometro veronese per misurare la crisi dell’economia è la quotazione delle azioni del Banco Popolare (dal 1867 il salvadanaio dei risparmi per le famiglie veronesi). Otto anni fa le azioni del Banco valevano 38,7 Euri. Oggi poco meno, poco più di 20 centesimi (nel 2013 dieci azioni erano state accorpate in una, quindi gli odierni valori formali di borsa vanno divisi per dieci). Duecentomila risparmiatori italiani, di cui 50 mila veronesi, hanno visto polverizzati i risparmi di una vita. Un’ ottima occasione per fare una riflessione sul passato e inventarsi un nuovo modo di fare banca: “Banca che sia solo banca“.
Scrive Galli della Loggia su “il Corriere della Sera” 07/08/16: “…La crisi del nostro sistema bancario non è solo un fatto economico, è anche un capitolo di storia sociale… É una storia di gruppi di comando locali installatisi alla testa degli istituti… Sono in genere formati da qualche imprenditore non sempre brillantissimo… campioni del notabilato… (hanno n.d.r.) depredato decine di migliaia di loro più o meno incolpevoli concittadini… lo hanno fatto per arricchirsi sempre di più… Questa voglia mai sazia di potere.., l’ovvia convinzione dell’impunità… di farla franca in ogni caso…”.
Ci manca solo il codice fiscale e il numero di scarpe di Paolo Biasi e di Carlo Fratta Pasini poi il ritratto dei “campioni del notabilato” veronese è completo. Fratta e Biasi i “poteri forti”? Non esistono “poteri forti”, esistono solo uomini deboli che non hanno il coraggio di combatterli.
“Fare apparire il bene, per fare passare il male” è la parola d’ordine della dittatura democratica. Basti ricordare l’esempio dello scandalo del Mo.s.e. (Modulo sperimentale elettromeccanico). Ricordiamo tutti le grida di dolore di quel tempo: “Venezia che affonda”, “Venezia che muore” a causa delle maree. C’era forse qualche belva umana che allora volesse far scomparire Venezia sotto le maree? Venezia è il vero ed unico patrimonio mondiale dell’umanità. Ma certo che no, il mondo non poteva perdere Venezia sommersa dai capricci del mare. Subito fu pronta la soluzione per salvare Venezia: il M.o.s.e., (non c’era tempo nè per le gare, né per la trasparenza), ecco così far nascere dalla sera alla mattina la fabbrica per produrre tangenti col pretesto nobilissimo di salvare Venezia dalla catastrofe immaginaria, tappando la bocca a chiunque manifestasse dei dubbi sul “Mo.s.e.”
Nel frattempo tangenti a iosa per tutti, per tutti i partiti. Poi (sempre dopo) scoppiato lo scandalo, Cacciari, il Sacerdote della sinistra onesta, illuminata ed intelligente (si fa per dire), ci veniva a pontificare che le maree devastanti a Venezia erano quelle superiori al metro e sessanta. Aggiungeva poi (ancora poi, mai prima) il Divo Massimo che il M.o.s.e. avrebbe messo al riparo per le maree alte fino ad un metro e sessanta. Succo postumo di Massimo Cacciari: il M.o.s.e. per salvare Venezia, non serviva ad un cazzo (poteva gridarlo subito. O no?).
Altro “cavallo di troia”, l’immigrazione. Col pretesto del povero bambino che muore di fame, o annegato, del dovere di dare accoglienza e/o asilo politico a chi fugge da guerre (ma non si chiamavano disertori?), carestie (ma non dovrei rimanere a casa mia col mio badile e con la mia spada?) e persecuzioni (chi è perseguitato e chi è persecutore?), vengono oggi deportati (grazie alle sirene delle TV satellitari) interi popoli sradicandoli dalle loro terre, dalle loro tradizioni, dagli equilibri millenari con l’ambiente circostante, per portare quei popoli in Europa e trasformarli in torme di randagi consumatori. Ma quale asilo politico, l’unica persona in Europa effettivamente meritevole di asilo politico per essere stato perseguitato per le sole idee manifestate, è l’avvocato Horst Mahler. Mahler per avere sostenuto che storicamente l’olocausto (inteso come sterminio programmato di 6 milioni di ebrei) non è mai esistito, è stato messo in prigione.
Libertà di pensiero? Dieci anni di galera al vecchio Horst (Fondatore delle “Brigate rosse” tedesche)! A settanta e passa anni ad Horst Mahler è stata amputata una gamba in carcere.
Intanto abbiamo i nuovi “martiri”, gli affaristi che siedono nei Consigli di Amministrazione di Banche e Assicurazioni. Abbiamo gli attori che si esibiscono nella quotidiana ed ostentata recita di povertà e dolcezza francescane, per poi trasformarsi in docili e spietati strumenti della finanza internazionale ebraica, burattini del Burattinaio Larry Fink, Amministratore Delegato e “proprietario” di Black Rock, il fondo che gestisce un patrimonio di 4700 miliardi di dollari in partecipazioni (più del doppio del p.i.l. italiano!).
Fink è quel “Signore del denaro” che nel tempo di uno schiocco delle dita, fece scappare il Presidente del Consiglio Berlusconi da Palazzo Chigi dove si era barricato da mesi. Era bastato infatti che Black Rock iniziasse a svendere le sue partecipazioni in Fininvest e Berlusconi si sarebbe potuto trovare dopo poco ridotto sul lastrico.
Gli esempi del “bene peloso” che nasconde turpi interessi lo abbiamo visto in tutto il panorama politico con “Mafia Capitale”.
Con il pretesto di salvare dal naufragio i poveri migranti, la Marina Militare ha chiesto un finanziamento straordinario per varare una costosissima portaerei (non bastavano quattro gommoni da altura?) strumentalmente destinata a salvare i migranti ma di fatto destinata a varare tangenti per Ammiragli felloni.
Tanto varrebbe pagare a tutti i migranti il biglietto aereo classe affari per venire in Italia.
Certamente si risparmierebbero denaro e perdite di vite umane. Ma così facendo, i paladini dei poveri a braccetto con la Finanza dei ricchi perderebbero la spettacolarizzazione della tragedia: le migliaia di affogati, i bambini venduti dalle famiglie per contribuire allo spettacolo sempre più straziante dei naufragi andando così a tappare la bocca di chi si opponga all’immigrazione.
Gli imperi Coloniali un tempo privilegiavano le fonti di produzione (Colonie); poi gli Stati democratici hanno privilegiato le fonti di consumo (mercati); Adesso la finanza internazionale e mondialista per sostenere l’economia liberista basata sulla spesa e sui consumi, se vuole far crescere i consumi deve aumentare il numero dei consumatori. Con una Italia in pieno calo demografico. Nel n. 7 del 2016 di Limes, pag.12: “L’Italia sta cambiando pelle. Per la prima volta in 90 anni la popolazione residente è diminuita (- 130.061unità)… Seguendo le tendenze attuali, compresa un’immigrazione netta intorno alle 100 mila unità annue, nel 2050 ci ridurremo a circa 57 milioni (rispetto agli attuali 60.665.551 residenti n.d.r.)…”
Allora eccoti la ricetta per sostenere i consumi: gli immigrati. Due piccioni con una fava: la fava dell’immigrazione da un lato fa aumentare il numero dei consumatori, dall’altro lato contribuisce ad indebolire l’Europa attraverso la perdita della propria identità.
Nel frattempo gli Stati Uniti a casa loro tengono ben separato con muri e reticolati il confine con il Messico per impedire l’ingresso di clandestini.
C’era chi ammansiva gli schiavi di ieri per sostenere i Colonizzatori. Oggi i portatori del bene assoluto, continuano ad ammansire i nuovi schiavi di oggi (gli immigrati consumatori).
La felicità non la si misura in base al reddito pro capite, ma in base all’equilibrio dell’uomo con l’ambiente che lo circonda.
Non è un caso che la percentuale più alta di suicidi la si riscontra nelle società con i redditi più alti. Viceversa nelle comunità tribali, economicamente poverissime, il suicidio non esiste.
Quel carrozzone schifoso della F.A.O. spende più in stipendi che in erogazioni! Mica per niente la Boldrini faceva la strapagata portavoce della F.A.O.: alberghi a cinque stelle, telecamere al seguito, sguardo addolorato al momento delle riprese ed ecco confezionata la missione umanitaria del momento.
Noi viviamo quotidianamente la liturgia della bugia.
Strapagare chi fa politica, il costo della democrazia…. Tutte balle, pagare ai politici stipendi 8/9/10 volte superiori al reddito percepito prima di essere eletti significa renderli schiavi dell’incarico parlamentare. Quando il politico prima di essere eletto guadagnava 8/9/10 volte di meno era costretto a riciclare le scarpe dal figlio più vecchio a quello più giovane, vacanze nella pensione “Maria onta”, caffè contati, vestiti consunti. Poi, dopo l’elezione per quattro anni la famiglia può vivere senza problemi economici. Chi è quel marito, quel genitore, quel parlamentare o consigliere regionale che dopo 4 anni rinunci spontaneamente ad essere rieletto ed ha la forza d’animo per dire alla propria famiglia: ritorniamo poveri, torniamo a riciclare scarpe e vestiti?
Il pianto greco
Questa lagnanza insistente e molesta, questo chiedere ogni giorno più fondi, più mezzi. Non ci si vuole rendere conto che la situazione dell’economia è sempre: “oggi peggio di ieri e meno peggio di domani
Il perché è molto semplice, anche se fa ribrezzo a dirlo.
La prima economia in Italia era il “nero”, ovvero i denari sottratti allo stato con l’evasione fiscale. Con la ruberia in servizio permanente effettivo è una cialtronata affermare:” Se paghiamo tutti (le tasse), tutti pagheremo meno”.
Più democrazia, più eletti, regioni, circoscrizioni etc. etc. hanno comportato sempre più ruberie. Politici di destra, di centro come di sinistra. Basti vedere cosa sta accadendo a Roma tra i 5 Stelle e l’appena eletta Sindaca Virginia Raggi.
La democrazia è la sifilide dello spirito.
Fino ad una decina di anni fa, la regola nel privato era che le ore straordinarie venissero pagate in nero. Con quei compensi “esentasse”, marito e moglie pagavano le rate del mutuo per la casa, pagavano le vacanze, l’auto, la benzina etc. Non scordiamo che con quella economia “banditesca”, nei primi anni ’60 l’Italia realizzava 1.200 chilometri di Autostrada del sole. Adesso non abbiamo nemmeno i mezzi per ripararne le buche.
Non c’è dubbio che un’opera pubblica (es. un ponte, una strada) abbia un effetto moltiplicatore della ricchezza cento volte superiore rispetto ad un opera privata (es. una casa in proprietà), ma se quella strada dopo poco deve essere chiusa per le buche che si manifestano, o se il traffico sul ponte deve essere interrotto per minaccia di crollo del viadotto, beh allora l’effetto moltiplicatore si converte in demoltiplicatore (invece di ridurre i tempi di percorrenza, buche e crolli quei tempi li allungano!). Quindi l’opera pubblica invece di creare ricchezza produce “povertà”. E questo accade perché il politico (tutti i politici, nessuno escluso) per essere rieletto deve privilegiare la preferenza rispetto all’investimento nell’opera pubblica. Il consenso costa e allora via con le tangenti. Elementare, fin troppo elementare.
All’epoca del “nero diffuso”, i più onesti tra i “finanzieri” raddoppiavano lo stipendio con il secondo lavoro pomeridiano (ovviamente in nero), i poliziotti facevano i buttafuori nelle discoteche o i gorilla per le famiglie facoltose a rischio rapimento.
Questa però era l’Italia dell’Autostrada del Sole.

04/09/2016

Preso da: http://www.italiasociale.net/alzozero16/az16-09-04.html

Yemen, il genocidio e la vetrina Usa

16 dicembre 2016

La decisione dell’Arabia Saudita di iniziare una guerra contro il vicino Yemen, ha come pretesto quello di eliminare il movimento di Resistenza Ansarullah. Questa decisione arriva dopo che “mamma” Washington ha dato il suo benestare. La realtà, nel mondo arabo, è che nessuno possiede volontà indipendente nei confronti delle decisioni americane. La maggior parte degli Stati arabi, senza la coordinazione con Washington non hanno la capacità di cambiare una virgola sulla mappa politica.

 

 

Yemen

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli Stati Uniti stanno per costruire una base militare permanente, nella provincia meridionale di Lahij. Ciò significa che gli Usa cercano il pieno controllo del Golfo di Aden e dello stretto di Bab el-Mandeb. Questa è una zona strategica in quanto collegamento tra il mare di Oman ed il Mar Rosso. Se gli Stati Uniti riusciranno nel loro intento, oltre ad avere un netto dominio sulle attività marine e le annesse rotte marittime, possono aumentare il controllo e la sicurezza delle coste israeliane. Ecco una delle motivazioni principali.

La destabilizzazione dello Yemen è guidata da una mano americana che si muove alla ricerca di riserve petrolifere. Ci sono voci che danno le risorse yemenite vicine alla fine, ma un rapporto di Sky News riporta che lo Yemen ed in particolar modo le province di Al Jafw e Marib, ospitano ancora ricche riserve di petrolio.
Risultato di tutto ciò è che se Riyadh e Washington riuscissero a controllare lo Yemen, essi saranno in grado di mettere mano su un’arteria petrolifera che è considerata tra le più importanti al mondo.

In questo modo, lo Yemen ha assunto un ruolo “privilegiato” nell’orizzonte americano. Il governo Usa, però, non ha fatto i conti con la Resistenza di Ansarullah ed il sostegno popolare che si è mobilitato dinanzi alle ingerenze di Washington, rendendo i piani iniziali americani un bel po’ più difficili del previsto. Gli sviluppi che si sono avuti negli ultimi 20 mesi, dimostrano che Washington non intende condividere il prezzo della guerra con l’Arabia Saudita. Ciò si è capito quando, gli Usa, hanno evitato di fare pressione alle Nazioni Unite sulla Black List Araba Saudita che vedeva lo Stato alleato come violatore dei diritti dei bambini, facendo ciò si cercava di tenere le Nazioni Unite fuori dall’azione che avrebbero potuto intraprendere.

Riyadh è il miglior alleato arabo nella strategia statunitense di spostamento in Asia orientale. Gli Stati Uniti continuano a non prendere posizione e non attuano nessuna politica stabile neanche nello Yemen. Gli Usa cercano di rimanere in silenzio sulle misure intraprese dai sauditi, ed appare evidente che vogliano ridurre al minimo la loro presenza nei Paesi arabi del Golfo Persico.
Rimane il fatto che le prese di posizione degli Stati Uniti sulla guerra nello Yemen sono molto volubili e volatili, in quanto sono dipendenti dallo sviluppo delle battaglie che verranno.

di Sebastiano Lo Monaco

Preso da: https://www.ilfarosulmondo.it/yemen-genocidio-la-vetrina-usa/