QASEM SOLEIMANI MARTIRE DEL MONDO MULTIPOLARE E LA NUOVA GEOGRAFIA DELLA GRANDE GUERRA DEI CONTINENTI

14.01.2020

L’assassinio del generale Soleimani nel contesto dell’Apocalisse

L’assassinio del generale Qasem Soleimani, comandante delle forze speciali di Al-Quds del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche, avvenuto il 3 gennaio 2020 per mezzo di missili americani, rappresenta un momento decisivo che segna una situazione completamente nuova nell’allineamento delle forze in Medio Oriente.

Nella misura in cui il Medio Oriente è lo specchio dei mutamenti globali nel panorama geopolitico mondiale, questo evento assume una dimensione ancora più ampia che interessa l’ordine mondiale nel suo complesso. Non è un caso che molti osservatori abbiano interpretato la morte del generale Soleimani, eroe della lotta contro l’ISIL in Siria e in Iraq, come l’inizio di una terza guerra mondiale o quantomeno di una guerra degli Stati Uniti contro l’Iran. L’attacco missilistico iraniano a due basi militari americane in Iraq l’8 gennaio 2020 sembra confermare questa analisi: la morte di Soleimani è il punto di inizio della «battaglia finale». È esattamente in questo modo che tale evento è stato percepito nel mondo sciita, dove le aspettative sulla fine del mondo e sulla venuta del Mahdi, il Salvatore promesso alla fine dei tempi, sono così forti da influenzare non solo la loro visione religiosa del mondo, ma anche l’analisi degli eventi politici e internazionali di tutti i giorni. Gli sciiti vedono la fine del mondo come una «battaglia finale» tra i sostenitori del Mahdi e i suoi avversari, le forze di Dajjal.

I sostenitori del Mahdi si ritiene siano i musulmani (sia sciiti che sunniti, ma con l’eccezione di correnti come i wahhabiti e i salafiti, riconosciuti come estremisti, «eretici» e «takfiri»), mentre Dajjal, l’anticristo islamico, è costantemente associato all’Occidente, in primo luogo agli Stati Uniti d’America. La maggior parte delle profezie sostiene che la battaglia finale avrà luogo in Medio Oriente e che il Mahdi stesso apparirà a Damasco. La figura del Mahdi può essere individuata anche tra i sunniti, ma se gli sciiti ritengono che tale figura coincida con l’apparizione dell’«imam nascosto» che rimane vivo ma «occultato» a tutt’oggi, i sunniti interpretano il Mahdi come il leader del mondo islamico che apparirà alla fine dei tempi per intraprendere una battaglia decisiva contro Dajjal, in cui la maggioranza dei sunniti vede la civiltà materialista e atea dell’Occidente moderno e, di conseguenza, l’egemonia americana come l’avanguardia più aggressiva dell’Occidente.

Questa regione è anche direttamente legata ad altri racconti apocalittici specifici di altre religioni. I religiosi israeliani (Haredim), per esempio, si aspettano l’arrivo del Messia in Israele, con il quale sarà ricostruito il Tempio di Gerusalemme, il Terzo Tempio. La comparsa di quest’ultimo è ostacolata dalla Moschea al-Aqsa, situata a Gerusalemme nel luogo dove si trovava il Secondo Tempio. Sette ebraiche estremiste, come i «Fedeli del Monte del Tempio», hanno ripetutamente tentato di costruire tunnel sotto il Monte Santo per far saltare in aria al-Aqsa. Ciò naturalmente conferisce al conflitto arabo-israeliano una dimensione particolare. A quanto si apprende, il generale assassinato Soleimani era a capo della divisione del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche chiamato «Al-Quds», che significa «Gerusalemme» e il cui obiettivo principale è quello di impedire agli israeliani di iniziare a costruire il Terzo Tempio, e di liberare la Terra Santa dai sionisti. Questo, a sua volta, secondo le credenze dei musulmani, dovrebbe avvenire proprio alla vigilia della fine dei tempi.

Negli Stati Uniti, un’enorme influenza viene esercitata da sette evangeliche estremiste che, nello spirito del «sionismo cristiano», interpretano gli eventi della politica mediorientale come un preludio alla «Seconda venuta di Cristo», dove i «nemici di Cristo» sono considerati essere gli «eserciti del Re Gog» del «Paese del Nord», che gli evangelicalisti tradizionalmente associano alla Russia. La Russia, infatti, sta operando attivamente in Siria e sta rafforzando la sua influenza in tutta la regione.

Se mettiamo tutto questo insieme, il quadro che ne esce appare estremamente nefasto: l’assassinio di Soleimani ricade in un contesto di aspettative apocalittiche e viene interpretato da molti come il punto di partenza dell’Armageddon, o per lo meno come un analogo dell’assassinio dell’arciduca Ferdinando a Sarajevo che ha innescato la prima guerra mondiale.

Così, l’assassinio del generale Soleimani e gli attacchi di ritorsione dell’Iran contro le basi americane costituiscono eventi estremamente radicali, carichi di significati fondamentali e gravidi di conseguenze difficili da prevedere.

Multipolarismo contro Unipolarismo

Data l’ampiezza del significato degli eventi che si sono già verificati all’inizio del 2020, è importante iniziare la loro analisi tenendo presente il più ampio contesto generale. Tale contesto è definito dal passaggio del sistema mondiale dal mondo unipolare formatosi alla fine del XX secolo sotto il dominio inequivocabile dell’Occidente (nello specifico degli Stati Uniti) a quello multipolare, i cui contorni sono diventati sempre più chiari in relazione al ritorno sull’arena storica della Russia di Putin come potenza sovrana e indipendente e al deteriorarsi delle relazioni sino-americane fino alla guerra commerciale.

Nella sua campagna elettorale del 2016, lo stesso presidente Trump aveva promesso agli elettori che avrebbe rifiutato l’interventismo e avrebbe limitato le politiche neoimperialiste e globaliste, cosa che lo aveva reso un potenziale sostenitore della transizione pacifica verso il multipolarismo. Ma con la sua decisione di assassinare Soleimani, Trump ha completamente negato questa possibilità e ha confermato ancora una volta il posizionamento degli Stati Uniti nel campo di quelle forze che combatteranno disperatamente per preservare il mondo unipolare. In queste azioni, alle spalle di Trump, hanno fatto capolino i neoconservatori americani e i sionisti cristiani che conducono gli eventi verso la battaglia finale. Ma questa battaglia – che inizi ora o in un secondo momento – si svolgerà già in nuove condizioni: i successi della Russia nella politica internazionale, l’impressionante ascesa dell’economia cinese, così come il graduale riavvicinamento tra Mosca e Pechino hanno reso il mondo multipolare una realtà, presentando così a tutti gli altri Paesi e civiltà – compresi quelli grandi come l’India così come leader regionali quali l’Iran, la Turchia, il Pakistan, i Paesi del mondo arabo, ma anche l’America Latina e l’Africa – la possibilità di decidere la propria posizione in questa costruzione antagonista: o posizionarsi (rimanere) come satelliti dell’Occidente (cioè giurare fedeltà all’agonizzante unipolarità), o schierarsi dalla parte del mondo multipolare e cercare il proprio futuro in questo contesto.

Il suicidio di Donald Trump 

Una situazione fondamentalmente nuova si è venuta a creare intorno ai tragici eventi in Iraq del 3 gennaio 2020: il generale Soleimani, assassinato dagli americani, costituiva una componente organica del mondo multipolare e rappresentava in questo equilibrio di forze non solo la Guardia Rivoluzionaria Islamica o addirittura l’Iran nel suo complesso, ma tutti i sostenitori del multipolarismo. Al suo posto avrebbe potuto benissimo esserci un soldato russo accusato infondatamente dagli Stati Uniti di aver partecipato alla riunificazione con la Crimea o al conflitto nel Donbass, un generale turco che ha dato prova di sé nella lotta contro i terroristi curdi, o un banchiere cinese macchiatosi di gravi danni al sistema finanziario americano. Soleimani era una figura simbolica del multipolarismo, ucciso dai sostenitori dell’unipolarismo in spregio a qualsiasi norma del diritto internazionale.

Decidendo di liquidare Soleimani, Trump ha agito dalla posizione di forza puramente unipolare – «così ho deciso, così sarà» – senza tener conto delle conseguenze, del rischio di guerra, o delle proteste di tutte le altre controparti. Come i precedenti presidenti statunitensi, Trump ha agito secondo la seguente logica: esclusivamente gli Stati Uniti possono da soli etichettare i «cattivi» o i «buoni» e agire nei confronti dei «cattivi» come meglio credono. Teoricamente, Putin, Xi Jinping o Erdogan potrebbero benissimo essere considerati «cattivi», e allora l’unica domanda sarebbe se sono in grado di difendersi con i mezzi di difesa a loro disposizione, anche contro i colpi di stato (come quello che ha già affrontato Erdogan) o le «rivoluzioni colorate» (che l’Iran si trova costantemente a fronteggiare e che, con l’aiuto della «quinta colonna» dei liberali, l’Occidente cerca continuamente di incitare in Russia). Trump stesso aveva criticato in modo convinto e severo tali politiche da parte delle precedenti amministrazioni, sia repubblicane che democratiche, ma nel decidere di assassinare Soleimani, ha dimostrato di non essere diverso da loro.

Quello che stiamo vivendo è un momento molto importante nella transizione dall’unipolarismo al multipolarismo. Trump rappresentava la speranza che questa transizione potesse realizzarsi pacificamente, nel qual caso gli Stati Uniti non sarebbero stati il nemico di tale passaggio, ma un suo partecipante a pieno titolo, una posizione che avrebbe teoricamente permesso loro di rafforzare significativamente il proprio ruolo di forza di primo piano nel contesto della multipolarità e di assicurarsi un posto privilegiato nel club multipolare nel suo complesso. Queste speranze si sono frantumate il 3 gennaio 2020, dopo di che Trump è diventato un normale presidente americano come tutti gli altri – né peggiore, né migliore. Egli ha confermato lo status degli Stati Uniti di un agonizzante drago imperialista folle, malvagio e ancora pericoloso, ma che non ha alcuna possibilità di evitare la «battaglia finale». A seguito di ciò, Trump ha cancellato sia il suo futuro che quello degli Stati Uniti come polo nel mondo multipolare. Così facendo, ha firmato la condanna a morte dell’America nel futuro.

Per il mondo multipolare in via di consolidamento, gli Stati Uniti non sono più un soggetto del processo, ma un oggetto, proprio come Trump, assassinando Soleimani, ha trattato non solo Teheran ma anche Baghdad, Ankara, Mosca e Pechino come «oggetti» rappresentanti meri ostacoli al rafforzamento dell’egemonia americana. Questo significa guerra, dal momento che lo scontro tra unipolarismo e multipolarismo è una battaglia per lo status di soggetto. Oggi non possono esserci due soggetti di questo tipo; può essercene uno solo, come Trump ha cercato di ribadire, o più di due, il che è alla base delle strategie della Russia, della Cina, dell’Iran, della Turchia e di tutti gli altri attori che accettano il multipolarismo.

Il successo delle potenze multipolari e il nuovo equilibrio di forze: la fine dell’America

Questa analisi dell’equilibrio globale delle forze rende estremamente più nitida l’intera struttura della politica mondiale, perché riporta la situazione indietro alla politica nello spirito di George W. Bush, Obama o Hillary Clinton. Trump, che scherniva in modo così sarcastico Hillary, oggi è apparso nei panni nel ruolo di sanguinaria strega globalista. Ma gli eventi degli ultimi anni – il rafforzamento delle posizioni della Russia in Medio Oriente e i suoi successi particolarmente rilevanti in Siria, il riavvicinamento di Russia e Cina e la convergenza tra il progetto di integrazione One Belt One Roadcon la strategia eurasiatica di Putin, e persino i precedenti passi di Trump volti ad evitare uno scontro diretto che ha permesso il rafforzamento delle forze multipolari nel Mediterraneo (dove il ruolo più importante è stato giocato dal riavvicinamento delle posizioni tra Putin ed Erdogan) – hanno già cambiato in modo irreversibile l’equilibrio delle forze. In primo luogo, questo vale per il territorio strettamente adiacente al regno dell’Armageddon come unanimemente, seppur con segni diversi, viene riconosciuto da ogni tipo di apocalittismo politico.

Lo sviluppo degli eventi che inevitabilmente seguiranno all’assassinio del generale Soleimani vedrà la contrapposizione tra, da un lato, gli Stati Uniti e l’Occidente a fianco dei loro mandatari regionali come Israele, l’Arabia Saudita e alcuni Stati del Golfo, e dall’altro le potenze multipolari di Russia, Cina, Iran, Turchia e altri, portarsi ad un nuovo livello. Gli Stati Uniti stanno usando la politica delle sanzioni e della guerra commerciale contro i loro avversari in modo tale che una percentuale sempre maggiore dell’umanità sta finendo sotto le sanzioni americane, e non solo in Asia, ma anche in Europa, dove le aziende europee (soprattutto quelle tedesche) sono state sanzionate per la partecipazione al progetto Nord Stream. Questa è una manifestazione dell’arroganza dell’egemonia americana, che tratta i suoi «sostenitori» come lacchè e li gestisce mediante punizioni fisiche. Gli Stati Uniti non hanno amici, hanno solo schiavi e nemici. In questo stato, la «superpotenza solitaria» si sta dirigendo verso uno scontro, questa volta virtualmente con tutto il resto del mondo. Ad ogni occasione, gli «schiavi» di oggi cercheranno, indubbiamente, di sottrarsi all’inevitabile resa dei conti per il loro collaborazionismo unipolare.

Washington non ha imparato alcuna lezione dalla volontà del popolo americano che ha eletto Trump. Il popolo non ha votato a favore della continuazione delle politiche di Bush/Obama, ma contro di esse, per il loro radicale rifiuto. Le élite americane (e, più in generale, quelle globaliste) non ne hanno tenuto conto, liquidando invece il tutto come macchinazioni di «hacker russi» e «blogger». E ora, con Trump che ancora una volta tende parzialmente la mano verso l’aggressiva élite globalista che ha perso ogni senso di razionalità, alla «maggioranza silenziosa» americana non rimane che una opzione: voltare totalmente le spalle al governo americano. Se anche Trump ha finito per diventare un giocattolo nelle mani dei globalisti, allora questo significa che i metodi legali di lotta politica si sono esauriti. In una prospettiva di medio termine, l’assassinio del generale Soleimani si ripercuoterà nell’inizio di una vera e propria guerra civile negli stessi Stati Uniti. Se nessuno esprime la volontà della società, allora la società stessa entrerà in una speciale modalità di sabotaggio passivo. Se non Trump, se il popolo americano, nello spirito delle sue tradizioni culturali e politiche, sceglie il multipolarismo, allora esso non starà con lo Stato, ma contro lo Stato «dirottato» dall’élite globalista che nemmeno la prima persona della Casa Bianca è in grado di contrastare. L’assassinio di Soleimani significa la fine dell’America.

Il campo unipolare è in profonda crisi 

I partner europei degli Stati Uniti non sono affatto pronti a un brusco scontro con il club multipolare. Né la Merkel, che ha ricevuto un altro schiaffo per il Nord Stream, né Macron assediato dai Gilet Gialli e che ora capisce in un modo o nell’altro che il populismo dovrà essere affrontato (da qui la sua «posizione speciale» nei confronti della Russia e i progetti per la creazione di un esercito europeo), né Boris Johnson, che è appena riuscito a strappare la Gran Bretagna dalla palude soffocante dell’UE liberale (ed è difficile che possa scambiare così rapidamente la sua duramente conquistata, seppur relativa sovranità, con una nuova schiavitù in favore dei pazzi americani che hanno perso ogni senso di realismo), stanno bruciando dalla voglia di buttarsi nel fuoco di una terza guerra mondiale, alimentata da Washington, e di esservi inceneriti senza lasciare traccia. La Nato si sta sgretolando davanti ai nostri occhi attorno alla Turchia, che non sostiene più gli Stati Uniti in pressoché tutto il Medio Oriente o nel Mediterraneo orientale (che i turchi chiamano la «Patria blu», Mavi Vatan), ovvero la propria area di controllo sovrano. Altrettanto incondizionato e completamente irrazionale – o, si potrebbe dire, disperato e persino provocatorio – è il sostegno di Washington a Israele nel minare le relazioni con il mondo arabo e, più in generale, con il mondo islamico. Allo stesso tempo, Trump sta ridimensionando l’alleanza degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita ad un accordo finanziario, che non costituisce una base promettente per una vera e propria alleanza, per la quale gli Stati Uniti sono del geneticamente tutto incapaci.

Così, gli Stati Uniti stanno entrando in una terza guerra mondiale tra l’agonizzante unipolarismo e un multipolarismo in costante irrobustimento, in condizioni molto peggiori anche rispetto a quelle della precedente amministrazione. In queste circostanze, Trump deve ancora farsi rieleggere, mentre chi lo ha spinto a uccidere Soleimani cercherà ugualmente di farlo fuori per esserne stato responsabile. Dopo l’assassinio di Soleimani, sia la guerra che la pace non fanno che minare la posizione di Trump. L’assassinio di Soleimani è stata una decisione fatale che lo distruggerà. Anche le posizioni di quei populisti di destra europei che hanno sostenuto questo gesto suicida di Trump sono state sostanzialmente indebolite. Il punto non è nemmeno che hanno scelto di schierarsi dalla parte dell’America, ma che si sono schierati a favore del moribondo unipolarismo – e questo può rovinare chiunque.

Le nuove prospettive del mondo multipolare

In questo contesto, i Paesi che sono stati oggetto di sanzioni, in primo luogo la Russia, la Cina e lo stesso Iran, hanno già imparato a vivere in queste condizioni e hanno risposto con lo sviluppo delle proprie armi strategiche (Russia), della propria struttura economica (Cina, anche al di là del proprio territorio nel contesto dell’enorme spazio coinvolto nel progetto One Belt One Road), dell’energia indipendente (Iran) e della geopolitica regionale indipendente (Turchia). Ora non resta che ridistribuire le carte vincenti più forti tra i membri del club multipolare, e il multipolarismo diventerà un avversario veramente serio e relativamente invulnerabile. Più forte sarà questo avversario, maggiori saranno le possibilità di evitare una terza guerra mondiale nella sua fase calda e di aspettare il crollo dell’unipolarismo, che verrà inevitabilmente da sé.

Alcune delle conseguenze dell’assassinio del generale Soleimani sono già chiare. L’Iran ha dichiarato il Pentagono un’organizzazione terroristica alla stessa stregua dell’ISIL, e questo significa che ciò che è successo al generale Soleimani potrebbe accadere a qualsiasi soldato americano. Non essendoci stata risposta all’attacco missilistico contro le basi americane in Iraq, l’Iran avrà piena fiducia nella sua efficacia di combattimento e comincerà a sviluppare armi con rinnovato vigore, contando soprattutto sulla Russia. È importante che in queste circostanze l’Iran abbia già dichiarato il suo ritiro dal trattato sul suo sviluppo di armi nucleari – dopo tutto, non ha nulla da perdere. Un altro Stato islamico, il Pakistan, ha già armi nucleari. Così come le possiede un altro antagonista regionale dell’Iran: Israele. Teheran non ha più motivo di trattare ulteriormente con coloro che considera ufficialmente «terroristi».

Importante è anche la posizione dell’Iraq, dove gli sciiti costituiscono la maggioranza. Per tutto il mondo sciita, il generale Qasem Soleimani era un eroe indiscusso. Da qui la richiesta del parlamento iracheno di ritirare immediatamente tutte le truppe americane dal territorio del Paese. Naturalmente, una decisione parlamentare democratica non è assolutamente sufficiente per i cinici assassini americani – essi andranno ovunque lo riterranno necessario e ovunque avranno qualcosa da guadagnare. Ma questo significa l’inizio di una mobilitazione generale antiamericana della popolazione irachena – non solo degli sciiti, ma anche dei sunniti, che sono radicalmente antiamericani (da qui il motivo per cui molti sostenitori sunniti di Saddam Hussein si sono uniti all’ISIS, credendo di combattere contro gli americani con cui gli sciiti erano arrivati a stringere un accordo). Ora tutti, sia gli sciiti iracheni che i sunniti iracheni, chiedono il ritiro delle truppe americane, poiché ormai praticamente tutta la popolazione dell’Iraq, esclusi alcuni curdi che gli Usa hanno a loro volta di recente cinicamente tradito, è pronta a iniziare una lotta armata contro gli occupanti. Questo è già molto, ma l’Iraq potrebbe contare nella sua guerra antiamericana anche sulla Russia e in parte sulla Cina, che insieme rappresentano le colonne portanti del multipolarismo, oltre che sull’Iran e sulla Turchia.

In questa situazione, la posizione della Russia è fondamentale: da un lato, la Russia non è coinvolta in contrasti regionali tra Stati, etnie e correnti religiose, il che rende la sua posizione obiettiva e la sua aspirazione alla pace e al ripristino della sovranità dell’Iraq sincera e coerente; dall’altro, la Russia detiene un livello significativo di armamenti per sostenere la guerra per la libertà e l’indipendenza degli iracheni (come è stato fatto in Siria, dove la Russia ha dimostrato tutta la sua efficacia, o come sta accadendo ora in Libia). L’Iraq sta diventando la principale arena della politica mondiale, e ancora una volta abbiamo a che fare con una civiltà antichissima, con il cuore del Medio Oriente, con quella terra che, secondo la geografia biblica, un tempo era «il paradiso in terra» e oggi è stata trasformata nel suo opposto.

Ora, la cosa più importante in queste circostanze è approfittare di quello che, da un punto di vista globale, potrebbe essere considerato «l’errore fatale di Trump». L’assassinio del generale Soleimani non migliora la posizione degli Stati Uniti, ma esclude uno scenario pacifico di transizione verso la multipolarità e priva Trump di qualsiasi possibilità di successo per la riforma a lungo termine della politica americana. La situazione di Israele, tenuto in ostaggio da un odio totale verso tutti i popoli circostanti, sta diventando estremamente problematica. Nel momento in cui l’esistenza di Israele non dipende da un complesso equilibrio di forze, ma da un solo campo che sta rapidamente perdendo il suo predominio, la sua situazione diventa estremamente rischiosa. Israele, in quanto progetto troppo avventato e pseudo-messianico creato da nazionalisti filo-occidentali che hanno deciso di non aspettare il Messia ma di sostituire il suo arrivo con il loro volontarismo, rischia di cadere vittima della morte dell’ordine mondiale unipolare – e per questo deve «ringraziare» Trump e l’estrema destra israeliana che lo ha spinto verso tali passi suicidi.

La Russia è perseverante e vincente 

E la Russia? La Russia non aveva alcuna fretta di schierarsi inequivocabilmente dalla parte dell’Iran, mentre nello stesso Iran una parte dell’élite preferiva negoziare con gli Stati Uniti ed evitare il riavvicinamento a Mosca. In entrambe le potenze, Russia e Iran, la «sesta colonna» ha agito in tandem nel tentativo di rompere con ogni mezzo l’asse Mosca-Teheran e impedire una stretta alleanza russo-sciita che, nonostante tutto, ha preso forma in Siria, dove gli iraniani (sotto il generale Soleimani) e i russi hanno combattuto fianco a fianco contro estremisti che oggettivamente fanno il gioco del mondo unipolare. Tali tentativi continueranno sicuramente, e i globalisti cercheranno di usare la «quinta colonna» in Iran in una strategia di «rivoluzione colorata» volta a rovesciare i conservatori e a far sprofondare il Paese nel caos della guerra civile. L’Occidente è certamente pronto a scatenare lo stesso scenario anche in Russia, e questo sta diventando sempre più rilevante man mano che ci avviciniamo alla fine dell’ultimo mandato di Putin, il quale rappresenta la principale promessa di una politica sovrana e multipolare della Russia.

Il mondo unipolare è condannato, ma sarebbe sciocco sperare che esso si arrenda senza combattere. Inoltre, l’assassinio del generale Soleimani esclude uno scenario pacifico per il futuro, poiché non ci si può più aspettare che Trump e Washington acconsentano volontariamente a questo mutamento dell’ordine mondiale e, di conseguenza, accettino di riconoscere la soggettività di qualsiasi potenza al di fuori degli Stati Uniti.

L’unica cosa che resta alle potenze del mondo multipolare – Russia, Cina, Iran, Turchia, Iraq e tutti gli altri – è di spingere tutti coloro che si oppongono disperatamente al multipolarismo ad accettarlo. Dopo tutto, questo non significa costringere nessuno ad accettare la dominazione russa o cinese. È proprio questo che differenzia il multipolarismo dall’unipolarismo. Il mondo multipolare lascia a tutti il diritto di costruire la società che vogliono con i valori che scelgono. Qui non esistono criteri universali; nessuno deve niente a nessuno se non il rispetto del proprio diritto a consolidare la propria identità, a costruire la propria civiltà (che piaccia o meno a qualcuno) e a partecipare al proprio futuro (non a quello di qualcun altro). Le spinte verso la multipolarità sacrificano solo il mondo unipolare, l’egemonia americana, l’ideologia liberale totalitaria e il suo sistema capitalistico intesi come universali. L’Occidente può rimanere liberale e capitalista quanto vuole, ma i confini di questa ideologia e di questo sistema economico, così tossici per le altre culture, dovrebbero essere rigorosamente delimitati. Ecco a cosa è finalizzata la lotta in corso – la lotta in nome della quale il martire del mondo multipolare, l’eroe della Resistenza, il grande generale iraniano Qasem Soleimani, ha dato la vita.

Traduzione di Donato Mancuso

Preso da: https://www.geopolitica.ru/it/article/qasem-soleimani-martire-del-mondo-multipolare-e-la-nuova-geografia-della-grande-guerra-dei

Bufale mainstream sull’epidemia di coronavirus in Iran

Contropiano
L’epidemia di coronavirus sta mettendo a nudo, in maniera obiettiva e senza alcuna possibilità di replica, i danni apportati dalle privatizzazioni ai Sistemi Sanitari Nazionali, la debolezza della narrazione dell’utilità pubblica del “privato” e la natura antipopolare e speculativa che ha assunto l’Unione Europea. Solo pericolosi estremisti del Libero Mercato possono continuare a sostenere privatizzazioni e/o l’utilità della UE.

Ci hanno raccontato per anni, da Berlusconi in poi, che gli ospedali erano un ricettacolo di nullafacenti, una spesa inutile, un costo che non potevamo più permetterci. Ed allora, tutti si sono scagliati sul Sistema Sanitario Nazionale, tagliando, regionalizzando, privatizzando, convenzionando e chiudendo. Il risultato è che quella che fino a 20 anni fa era tra le migliori Sanità del Mondo adesso registra la mortalità più alta per Coronavirus.
Bufale mainstream sull'epidemia di coronavirus in Iran

Nessuna scusante, nessun appello. L’unica sarebbe requisire la Sanità privata, ri-statalizzare il servizio sanitaria, assumere in massa e nazionalizzare la produzione di farmaci e macchinari. Ma purtroppo non sembra quella la strada intrapresa, al contrario si procede ancora sulla via del privato che continuerà a fare affari sulla salute dei cittadini.

E poi c’è l’UE che anche in questo caso, da questo orecchio non ci sente. Non darà alcun aiuto vero. Nessuna agevolazione, nessuna concessione a sforamenti: l’ideologia dell’ultraliberismo e del rigore europeista non deve essere messa in discussione per qualche migliaio di morti!

Ancor più se di un paese “cicala” come l’Italia, dove si campa anche troppo per i gusti della BCE.

Come se non bastasse, nel bel mezzo dell’epidemia in Europa, gli Stati Uniti inviano 30.000 soldati e centinaia di carri armati, per l’esercitazione NATO “Defend Europe 20”, in chiave anti-russa.

Come se non bastasse ancora arriva l’aiuto cinese: respiratori, mascherine e medici super specializzati. Si inizia a rompere un po’ il pregiudizio che si ha sulla Cina e sui cinesi, popolo che secondo alcuni governatori ed alcuni giornalisti con l’alito di grappa alle 9 di mattina, mangiano topi vivi, dormono in stanza con i maiali, buttano i morti nell’immondizia.

Lo smacco c’è, inutile negarlo. Ed allora si deve stroncare sul nascere qualunque “prurito”. Il messaggio che deve passare tra i cittadini è che non bisogna azzardarsi nemmeno a pensare di poter uscire dalla UE, perché fuori c’è solo morte e fame. E se si bazzica con la Cina si fa la fine… dell’Iran!

E’ infatti iniziata una campagna di denigrazione mainstream di questo paese mediorientale.

Non stiamo parlando di personaggi del bar prestati alla politica o al giornalismo. Ma di televisioni nazionali, di giornalisti “di sinistra” e di giornali di primo piano. La tesi, “accreditata” dalle testimonianze di oppositori al “regime” iraniano che dal loro salotto a Londra o New York riescono ad avere un punto di vista privilegiato sulla situazione del loro Paese d’origine, è di un “Olocausto”. Si presenta uno scenario di fosse comuni, di morti ammassati su una superficie pari a due campi da calcio (precisione incredibile) e di gente che muore sul marciapiede di fronte all’ospedale senza essere soccorsa, nemmeno si trattasse degli Stati Uniti!

Eppure i numeri ufficiali dicono di un numero di contagiati in calo, che la mortalità non è in situazione critica e, soprattutto, che i guariti sono 5.400 contro i 2.800 italiani. “E allora il regime mente!”.

E non basta constatare che nemmeno i media dei più acerrimi nemici dell’Iran (BBC e CNN) ne facciano menzione: gli italiani ci credono, quasi ad “autoconsolarsi” del fatto che siamo il Paese che probabilmente avrà più contagiati e più morti a fine epidemia, purtroppo.

In realtà la situazione, a quanto vedono con i propri occhi amici e parenti iraniani residenti a Teheran, Karaj, Shiraz (informazioni di prima mano di persone non legate agli Ayatollah), è ben diversa.

Certo, ci può essere un modo diverso e meno esteso per fare tamponi, dunque i numeri potrebbero essere più alti, come altrove del resto, ed i decessi di pazienti con pesanti patologie pregresse potrebbero anche essere ascritti alle patologie principali. Forse. Sicuramente anche lì, principalmente nel focolaio di Gilan, come tra l’altro in Lombardia, la Sanità sta avendo grossi problemi di intasamento. Ma una cosa è certa: lo Stato sta provando a contenere l’epidemia impiegando tutte le sue forze e certo non sta facendo morire per strada i cittadini.

Lo Stato iraniano, tramite polizia e pasdaran distribuisce gratuitamente in strada mascherine e guanti monouso, ci sono sanificazioni notturne, con soluzioni di acqua ed ipoclorito sparate sui muri, sui bancomat, ovunque. C’è un servizio di call center pubblico che chiama a casa i cittadini chiedendo se qualcuno in famiglia presenta sintomi, dando consigli e se necessario visitando a domicilio. Alcuni ospedali sono stati completamente evacuati dai pazienti normali che sono stati sistemati in altri ospedali, anche privati, precettati dallo Stato che contribuisce alle spese del paziente e sono stati istituti ospedali pubblici solo per pazienti affetti da coronavirus.

C’è da notare che i pazienti di Coronavirus sono curati gratuitamente a spese dello Stato in controtendenza al fatto che la Sanità iraniana prevede un contribuito molto elevato da parte del cittadino anche per i salva-vita (e questo è uno dei paradossi in un Paese in cui è tutto nazionalizzato, dalle pompe di benzina ai negozi di tappeti) il che si spiega anche col fatto che le sanzioni non hanno permesso all’Iran di acquistare brevetti e farmaci a prezzi accessibili dall’estero.

Non è stato necessario dichiarare il lockdown perché i cittadini hanno autonomamente deciso di mettersi in quarantena per contenere il virus e chi necessita di andare a lavorare, specialmente nei posti pubblici, vengono monitorati con la misurazione della temperatura all’entrata ed all’uscita dal posto di lavoro.

C’è inoltre un piccolo indennizzo per le famiglie che hanno un familiare che si è ammalato di Coronavirus. Si è anche concesso i domiciliari a molti detenuti che rischiavano di essere contagiati. Iran: 70.000 indultati. Italia: 0 indultati, 14 morti e centinaia di feriti dalla repressione statale.

Insomma, per quanto si possa concordare o dissentire con le misure intraprese dal governo iraniano, non si può certo pensare ad un paese che scava fosse per ammonticchiarci i morti. Questa è una narrazione utile a chi vuole spostare l’attenzione dal problema italiano e da quello della UE. E l’immaginario collettivo, di molti occidentali (anche di parecchi compagni), vede l’Iran come una sorta di retaggio del medioevo islamico.

In realtà si tratta di un Paese, certo, in sofferenza, ma anche industrializzato, con uno stato sociale, con un sistema pensionistico (vige “Quota 90”, 60 anni di età, 30 di contributi) con le parabole a vista che trasmettono la tv americana con tolleranza delle autorità nonostante lo stato di assedio, con un diritto e con delle garanzie per i detenuti, con dei partiti politici di centro, di destra e di “sinistra” (virgolette sono d’obbligo dato che la sinistra iraniana è per l’occidentalizzazione dei costumi e per concessioni sull’hijab, ma è anche per capitolare all’egemonia della UE e degli USA e per le privatizzazioni selvagge. Da questo punto di vista tutto il Mondo è Paese per le “sinistre”).

L’Iran è inoltre un Paese dove la condizione della donna, è molto migliore di quello che si possa pensare. Le donne iraniane sono libere ed emancipate, lavorano quasi tutte e tutte hanno una istruzione. Nulla a che vedere con il vero medioevo islamico, l’Arabia Saudita, che invece ci teniamo stretta come alleato politico e militare.

Sarebbe probabilmente il caso per gli italiani di smetterla di abboccare ai diversivi diffusi a piene mani da chi ci ha ridotto alla condizione attuale e di concentrarsi su quello che tra l’altro la Storia dimostra riuscirci meglio: riuscire ad invertire la tendenza nel momento in cui sembriamo più deboli.

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-bufale_mainstream_sullepidemia_di_coronavirus_in_iran/82_33704/

Iraq allo sbando dopo 400 morti in piazza e le dimissioni del premier

L’inviata Onu: la repressione delle manifestazioni pacifiche non può costituire una strategia
[4 Dicembre 2019]

Secondo il canale televisivo libanese al-Mayadeen, che cita fonti irachene, ieri pomeriggio 5 razzi hanno colpito l’importante base aerea statunitense di Ain al Asad, nella  provincia occidentale irachena di al-Anbar, non ci sarebbero vittime. Ain al Asad è la seconda base aerea dell’Iraq dopo quella di Balad ed è il quartier generale della Settima divisione dell’Esercito iracheno.
E’ la dimostrazione del fallimento della confusa operazione di 2controllo” dell’Iraq dopo le q guerre petrolifere statunitensi alle quali ha partecipato (e partecipa) anche l’Italia e che in Iraq si è creata una situazione insurrezionale della quale sono protagonisti i giovani – sia sciiti che sunniti – che è già costata centinaia di vittime, che non ha nel mirino solo l’ingerenza iraniana in Iraq, ma anche quella occidentale e che apre la strada a ritorni sia di forze oscure, come i vecchi quadri del partito Baath di Saddam Hussein – che hanno sempre operato nel Paese dopo la caduta della dittatura, che delle cellule rimaste dello Stato Islamico/Daesh che era arrivato a Mosul e quasi fino alle porte di Bagdad.
Continuano comunque le proteste anti-iraniane e il primo dicembre è stata assaltato per la seconda volta il consolato iraniano di Najaf, nell’Iraq meridionale-.
Secondo il canale in lingua araba della TV iraniana Al-Alam in lingua araba «domenica sera gli assalitori che coprivano il volto con una maschera e secondo le testimoni locali non erano residenti di Najaf, hanno preso d’assalto e bruciato il consolato iraniano in questa città santa. Secondo le autorità irachene tali attacchi mirano a creare scissione tra i due Paesi vicini».
Il 2 dicembre la Camera dei rappresentanti, il parlamento monocamerale iracheno, ha accettato le dimissioni del primo ministro, Adel Abdul-Mahdi, che il 29 novembre aveva deciso di lasciare il suo incarico a causa delle durissime proteste in corso in Iraq e all’appello dell’ayatollah Ali al Sistani, massima autorità dell’Islam sciita iracheno, che chiedeva ai deputati di sfiduciarlo. Ora il presidente della Repubblica, il kurdo Bahram Salih, dovrà nominare entro 15 giorni il nuovo primo ministro che – entro 30 giorni – dovrà ottenere la fiducia con 164 voti, cosa difficilissima con un Parlamento diviso per Partiti settari ed etnici a loro volta divisi in fazioni nemiche (e spesso armate). SE il nuovo governo non ottenesse la fiducia, il presidente Salih avrà altri 15 giorni di tempo per incaricare un altro premier e se non ci sarà una nuova maggioranza, sarà lui ad assumere anche la carica di premier reggente, cosa impensabile per un kurdo in un Paese a maggioranza sciita e che fino alla caduta di Saddam Hussein era stato dominato dai sunniti.
Nonostante i giovani dicano che la loro rivolta non è settaria e che nasce dalla protesta per la corruzione dilagante, il furto delle risorse petrolifere nazionali, le occupazioni straniere, nella politica irakena le divisioni religiose contano molto e lo ha ammesso lo stesso Mahdi quando nel comunicato nel quale annunciava le sue dimissioni, citando un passaggio chiave dell’appello di Al Sistani al Parlamento, ha scritto: »Ho ascoltato molto attentamente il discorso della suprema autorità religiosa».
Ieri, intervenendo al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Jeanine Hennis-Plasschaert, l’inviata dell’Onu in Iraq, ha avvertito che «La repressione delle manifestazioni pacifiche da parte delle autorità non può costituire una strategia. Bisogna ascoltare la frustrazione e la collera espresse dai manifestanti.
Secondo la Hennis-Plasschaert il movimento di contestazione che scuote l’Iraq dal primo di ottobre «E’ dovuto a un accumulo di frustrazione riguardante una mancanza di progressi da numerosi annii».
I manifestanti, che sfidano apertamente la polizia e le milizie confessionali e dei Partiti (che spesso sono la stessa cosa) denunciano l’incompetenza e la corruzione dei leader politici e le decadenza dei servizi pubblici essenziali in un Paese che nuota letteralmente su un mare di petrolio e gas ormai nelle mani delle multinazionali straniere e di una classe politico7religiosa corrotta e rapace.
La Hennis-Plasschaert ha sottolineato che questi giovani disperati e pronti a farsi ammazzare «chiedono che il loro Paese possa realizzare tutto il suo potenziale a vantaggio di tutti gli irakeni. Questi giovani non hanno nessun ricordo del carattere orribile della vita per molti irakeni al tempo di Saddam Hussein. Però sono molto coscienti della vita promessa dopo Saddam Hussein».
L’inviata dell’Onu ha ricordato al Consiglio di sicurezza che «In questi ultimi due mesi sono state uccise più di 400 persone e più di altre 19.000 sono state ferite nel quadro del movimento di contestazione. I manifestanti sembrano determinati a perseverare per tutto il tempo in cui le loro richieste resteranno ignorate. La situazione non può essere risolta dalle autorità irakene guadagnando tempo con misure puntuali e utilizzando la repressione. Questo approccio non farà che alimentare maggiormente la collera e la sfiducia tra la popolazione. Perseguire interessi di parte o la repressione brutale di manifestazioni pacifiche non costituiscono delle strategie. Ma l’Iraq non è una causa persa e da questa crisi potrebbero emergere nuove possibilità. La sfida consiste nel cogliere queste opportunità e costruire uno Stato sovrano, stabile, inclusivo e prospero in Iraq. E’ arrivato il momento di agire. La speranze immense di molti irakeni chiamano a una riflessione audace e volta al futuro».
L’Iran, nel mirino dei manifestanti accusa altri Paesi di voler destabilizzare l’Iraq: «E’ chiaro che gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita e sullo sfondo Israele, che sono le menti di questi giorni di disordini e instabilità in Iraq, vogliono che la situazione attuale prosegua e che persino il Parlamento iracheno venga prosciolto – scve l’agenzia ufficiale iraniana Pars Today – Gli attuali membri del Parlamento, infatti, non opteranno per un nuovo premier filo-statunitense e per questo, è prevedibile che le proteste ed il caos proseguano per mettere pressione al Parlamento di Baghdad. In queste condizioni, sembra più che mai pesante la responsabilità dei politici iracheni che mettendo da parte le divergenze, devono cercare di impedire che la loro nazione cada in una situazione di totale vuoto di potere».
Teheran, che ha appena duramente represso manifestazioni contro il carovita e i costi umani ed economici della partecipazione dell’Iran alla guerra sirana (e irakena) teme un contagio ancora più forte. «Gli organizzatori degli attuali disordini in Iraq, non a caso hanno cercato di introdurre tra gli slogan delle proteste, anche l’Iran – si legge ancora su Pars Today – È chiaro che la popolazione irachena, per il 60% sciita e per lo più imparentata con la popolazione iraniana, non può nutrire odio per la nazione vicina; Teheran è stata l’unica capitale islamica ad aiutare militarmente gli iracheni negli anni di battaglia contro l’Isis, ed è il principale partner economico di Baghdad. Gli Stati Uniti, che ritengono una minaccia per la loro influenza la collaborazione dell’Iraq con l’Iran, stanno cercando di colpire anche questo aspetto, attraverso le rivolte».
In realtà i manifestanti sono sia sciiti che sunniti e chiedono anche la fine dell’occupazione statunitense e che tutte le truppe straniere abbandonino l’Iraq, restituendo agli irakeni le risorse delle quali si sono appropriati.
Comunque, anche secondo Par Today «La classe politica irachena, che ora deve dare la risposta. Gli sviluppi dei prossimi giorni serviranno a capire se il fronte guidato dagli Usa, dopo le dimissioni di Al Mahdi, otterrà pure il proscioglimento del Parlamento, o sarà quest’ultimo a designare il futuro della nazione, utilizzando i poteri democratici conferitigli dalla Costituzione».
Teheran si allinea ancora di più con Russia e Cina – il 27 dicembre i tre Paesi effettueranno un’esercitazione militare congiunta nell’Oceano Indiano – ed evoca anche i disordini a Hong Kong, nel Xinjiang e nei Paesi dell’ex Unione Sovietica quando sottolinea che quello in Iraq «Sarà uno scrutinio importante anche perché rivelerà se gli Stati Uniti, che sul piano militare e politico sono stati sconfitti nella regione, sono ancora in grado di cambiare a proprio favore gli equilibri nelle nazioni, grazie a rivolte, rivoluzioni colorate e sommosse la cui dinamica è ormai ben nota, in tutto il mondo».
Pars Today semplifica e riduce le rivolte popolari mediorientali a pure manovre di ingegneria geopolitica: «Anche in Libano, altra nazione considerata nella sfera d’influenza di Teheran, si sta sviluppando una situazione simile, e i criminali comuni che guidano le proteste violente, hanno inserito negli slogan dichiarazioni contro Hezbollah, che a detta di sostenitori e nemici di questa formazione, è e rimane il principale partito libanese e il più impegnato nel sociale, a favore dei ceti bisognosi. Anche lì, è chiara la presenza della regia statunitense».
Una tesi che permette a Teheran di spiegare con l’ennesimo complotto anche le proteste interne. «Persino in Iran, nelle settimane scorse, c’è stato un tentativo simile, fallito miseramente in 48 ore, e solo in questi giorni, l’arresto di individui coinvolti nelle azioni violente, che erano in collegamento con la Cia, sta confermando ulteriormente che si tratta di un grande piano destabilizzante».
Ma così non si affrontano le reali questioni messe violentemente sul piatto della storia dalle proteste di popolo in Iraq, Libano e Iran, che sono poi le stesse che, ignorate e represse in Siria e Yemen, hanno portato guerre infinite, all’infiltrazione jihadista, alla guerra etnica, alle invasioni turca e saudita, a milioni di profughi e a sofferenze infinite.
Chiudere gli occhi e tapparsi gli orecchi di fronte alle rivolte e alle sofferenze di popoli interi, come hanno fatto e continuano a fare Occidente e Oriente in Medio Oriente, mettere gli interessi petroliferi e geopolitici davanti a quelli dei popoli, porta solo al sanguinoso disastro al quale stiamo assistendo da anni.

Preso da: http://www.greenreport.it/news/geopolitica/iraq-allo-sbando-dopo-400-morti-in-piazza-e-le-dimissioni-del-premier/

LIBIA E IRAN, L’IRRESISTIBILE LEGGEREZZA DEI MEDIA: Alberto Negri arrabbiato

Iran e Libia. Ecco chi ci minaccia davvero: le bufale dell’informazione manipolata. Se ne sono accorti anche i maggiori giornali americani, non i nostri. Oggi paghiamo pesantemente il prezzo dei nostri errori: ma i nostri media fanno finta di ignorarli.
Alberto Negri a raffica tra Fb e il Manifesto e Remocontro pestando duro come al suo solito.

Assaggio. Perché l’Italia non
ci becca mai in politica estera

Il motivo è semplice: vengono accreditati come esperti persone mai viste da nessuna parte in 30 e passa anni di guerre. Ma come fanno a conoscere i posti, cosa pensa la gente, l’indole degli abitanti? Mistero. E i politici, di solito sprovveduti mai stati oltre i confini nazionali, gli danno pure retta, senza nemmeno leggere i rapporti degli ambasciatori, relegando la Farnesina a una scatola vuota guidata da un ectoplasma. I modesti risultati, Libia compresa, li vedono tutti.

Inganno e memoria labile

L’irresistibile leggerezza dei media. Alla fine la gente ci crede pure che sia l’Iran ad avere violato l’accordo sul nucleare del 2015. Come ripetono ogni giorno tv e giornali in un bombardamento mediatico pari a quello che investe la tragedia libica dei migranti con affermazioni tendenziose. Teheran ha violato ora l’intesa in maniera quasi simbolica -dopo anni in cui 15 rapporti dell’Aiea ne hanno confermato la piena adesione- per lanciare un avvertimento all’Europa che lascia colpevolmente nelle mani di Trump le chiavi della pace e della guerra.

L’insostenibile leggerezza dei media

L’insostenibile leggerezza dei media è inaccettabile. L’Iran minaccia di uscire dell’accordo sul nucleare: questo è il ritornello. È stato Donald Trump non solo a rendere carta straccia l’accordo ma anche ad applicare sanzioni all’Europa e a tutti coloro che commerciano con Teheran.
All’Iran hanno fatto la guerra nel 1980 (un milione di morti) e quando nel 2014 è comparso l’Isis a combattere i jihadisti in Siria e Iraq c’erano gli iraniani (e i curdi) non gli americani e gli europei che con le monarchie del Golfo usavano gli estremisti contro Assad. Chi ha fatto gli attentati in Europa? Non gli iraniani ma i jihadisti ispirati dall’ideologia retrograda degli alleati dell’Occidente.

E ora per coprire questi fallimenti e tenere in piedi le monarchie del Golfo e Israele bisogna fare la guerra all’Iran. Ecco chi ci minaccia davvero: le bufale dell’informazione manipolata. Se ne sono accorti anche i maggiori giornali americani, non i nostri.
«Vista la politica americana degli ultimi decenni i leader iraniani sono stati matti a non sviluppare un armamento nucleare come deterrenza», scrive sul New York Times John Mearsheimer, professore di scienze politiche all’Università di Chicago, conosciuto per un saggio sulla lobby israeliana negli Stati uniti e per un altro dedicato alla grande illusione del liberismo.

In realtà oggi Trump e il suo cerchio magico, il segretario di Stato Pompeo e quello alla sicurezza Bolton, stanno minacciando l’esistenza stessa dell’Iran come stato sovrano, scrive Mearsheimer. Mentre lo strangolano economicamente e impongono a tutto il mondo le sanzioni contro Teheran, i bravi ragazzi della Casa Bianca si vantano di negoziare con la Corea del Nord e Trump, attraversando il confine del 38° parallelo, non ha fatto altro che legittimare l’arsenale atomico di Kim Jong-un. Una mossa che serve a un’altra legittimazione: quella per l’Arabia saudita del principe assassino Mohammed bin Salman di possedere la sua atomica, un arsenale limitato ma di “prestigio” da far convivere accanto alle testate di Israele. È lo schema di “pace” cui vogliono arrivare gli Stati uniti: un terrore generalizzato sui cui regnare sovrani.

In fondo alla scala i sovranisti italiani

In fondo alla scala, ultime ruote del carro, vengono i sovranisti italiani, cittadini di un protettorato americano che promette di durare all’infinito. Sono i più beceri di tutti perché si stanno allineando sulle posizioni Usa contro l’Iran dopo che Teheran aveva promesso nel 2015, 30 miliardi di euro di commesse all’Italia. L’idea è che gli Stati uniti di Trump li sosterranno in Europa se schiereremo le navi militari a «difesa» dei porti. Anche se tutti ritengono assai improbabile che affonderemo gommoni di migranti e navi delle Ong. I nostri militari non sono così stupidi.

Paghiamo però pesantemente il prezzo dei nostri errori. Ma i nostri media fanno finta di ignorarli. All’errore di non dissociarsi dal bombardamento contro Gheddafi nel 2011 ne abbiamo aggiunto un altro ancora più esiziale. Abbiamo concesso le nostre basi a francesi, inglesi e americani e poi ci siamo uniti ai raid. Bombardavamo il nostro maggiore alleato, sperando forse che gli altri, come accadde già nei Balcani nel ’99, non se ne accorgessero: stavamo andando incontro alla peggiore sconfitta dalla seconda guerra mondiale con un altro storico tradimento. La decisione fu presa dal presidente Napolitano mentre il premier Berlusconi, allora indebolito e incerto, si affidò al Quirinale.

La guerra a Gheddafi ha avuto due conseguenze. La prima è che nessuno stato europeo e del Mediterraneo ha più creduto a una sola parola dell’Italia in politica estera: abbiamo perso ogni credibilità. E infatti ci hanno trattato a pesci in faccia, dalla Francia all’Egitto, agli Usa. La seconda conseguenza è stata che in sede internazionale non abbiamo potuto reclamare ad alta voce contro i responsabili della disgregazione della Libia. Mentre la Germania, dopo avere accolto un milione di profughi siriani, spingeva l’Europa a pagare Erdogan per tenersi 3 milioni di rifugiati, la Libia veniva lasciata nel caos.

Quindi abbiamo subito un altro contraccolpo. I nostri alleati hanno sostenuto il generale Haftar che si oppone al governo di Tripoli: un’altra fregatura perché di fatto l’Italia appoggia i Fratelli Musulmani che tutti osteggiano, tranne Turchia e Qatar. Altro che navi da guerra, è venuta l’ora di autoaffondarci nel Mediterraneo in un dignitoso silenzio dei politici e dei media.

 

Libia e Iran, l’irresistibile leggerezza dei media: Alberto Negri arrabbiato

Libia e Iran, l’irresistibile leggerezza dei media: Alberto Negri arrabbiato

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LA PERFETTA TEMPISTICA DELL’ATTACCO ALLE PETROLIERE NEL GOLFO PERSICO. Neanche con il cronometro si poteva fare meglio

14 giugno 2019.
Due petroliere in fiamme nel Golfo Persico, appena fuori lo stretto di Hormuz, sembrano un perfetto incidente “Golfo del Tonchino” che ricorda altri momenti. Due navi cisterna, entrambe destinate al Giappone, sono in fiamme, a seguito di attacchi avvenuti con, si presume, siluri-drone autoguidati.

L’attacco cade ad un mese da un altro episodio che ha colpito, con minore potenza, 4 petroliere al largo degli  Emirati Arabi. In questo caso l’attacco è avvenuto invece appena fuori dalle acque territoriali iraniane, tanto che sono state queste, con navi USA, ad intervenire in soccorso degli equipaggi.
Il Segretario di Stato USA e l’Arabia Saudita hanno incolpato dell’attacco l’Iran, che proprio in questi giorni sta ospitando il primo ministro giapponese Shinzo Abe che sta cercando di trovare una base di mediazione fra Iran e Stati Uniti. Curiosamente le navi colpite avevano carichi destinati a Tokio, cosa che potrebbe essere voluta o causale, dato il grande traffico di navi dirette nel Sol Levante dal Golfo Persico. Inoltre questo incidente è accaduto all’indomani di un attacco Houti ad un aeroporto saudita, con una sorta di “Missile Cruise”, che ha ferito 23 persone.

Abbiamo già due coincidenze, ma poi ce ne sono altre. Il prezzo del petrolio, sia WTI sia Brent, era ai minimi, dopo notizie di calo nei consumi e  di aumento delle scorte, ed in questo momento, precisamente, avviene un evento in grado di farlo rimbalzare verso l’alto ed eventualmente di far proseguire la crescita, se l’evoluzione futura fosse verso un cammino bellico.

Se esistesse la Spectre, quella dei film di James Bond, sarebbe l”organizzazione perfetta per questo piano diabolico: si specula su un rialzo del petrolio in un momento in cui nessuno ci crede e, magicamente, avviene un evento che ne provoca il rialzo, e che può agire anche in futuro.
Ora se un conflitto limitato può essere nell’interesse di entrambe i contraenti, dell’Iran per mostrare di poter veramente controllare lo strategico Stretto di Hormuz, dei Sauditi per dimostrare di poter strozzare l’Iran se fosse necessario e se proseguissero gli attacchi degli Houthi  alle proprie infrastrutture. Un conflitto su larga scala non è nell’interesse di nessuno, ma ci sono due incertezze:

  • non si ha nessuna idea di chi veramente abbia compiuto l’attacco;
  • non si sa che strada possano prendere gli eventi.

Per essere chiari, possiamo avere una vera riedizione del Golfo del Tonchino, oppure un’accelerazione delle trattative, dopo aver raggiunto l’orlo del baratro. Nei prossimi giorni vedremo quale strada verrà presa dalle varie parti.
Ora la Kokukai Corageous sta andando alla deriva verso le acque iraniare e potrebbe essere una nuova ragione del contendere, dato che gli USA vogliono controllare direttamente le prove.

PS: gli usa asseriscono di avere un video che mostra una motovedetta iraniana rimuovere una mila dallo scalo di una petroliera. In realtà il video è molto confuso.

Preso da: https://scenarieconomici.it/la-perfetta-tempistica-dellattacco-alle-petroliere-nel-golfo-persico-neanche-con-il-cronometro-si-poteva-fare-meglio/

Venezuela, Iran: Trump e lo Stato Profondo

Gli accadimenti in Venezuela e l’escalation della tensione fra Washington e Teheran sono stati presentati dalla stampa USA in modo fallace. Le dichiarazioni contraddittorie delle diverse parti negano ogni comprensione degli eventi. Per cui è importante approfondire l’analisi dopo aver verificato i fatti e completare il quadro con la disamina della contrapposizione fra le diverse correnti politiche dei Paesi coinvolti.

| Damasco (Siria)

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La nuova situazione alla Casa Bianca e al Pentagono

Con le elezioni parlamentari del 6 novembre 2018 il presidente Donald Trump ha perso la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e il Partito Democratico ne ha dato per scontata la destituzione.

Sicuramente a Trump non può essere imputato nulla che ne giustifichi la rimozione, ma un clima isterico ha alimentato lo scontro fra le due componenti degli Stati Uniti, proprio come accadde per la guerra di secessione [1]. Da due anni i partigiani della globalizzazione economica inseguivano la pista russa e aspettavano che il procuratore Robert Mueller sancisse il preteso alto tradimento del presidente.
Mueller è noto per anteporre sempre l’interesse dello Stato federale alla verità e al diritto. Fu lui a inventarsi la pista libica per l’attentato Lockerbie, basandosi su una prova che più tardi la giustizia scozzese invalidò [2]. Sempre lui affermò che, negli attentati dell’11 settembre 2001, tre aerei furono dirottati da 19 pirati dell’aria mussulmani, nessuno dei quali però risultava nelle liste d’imbarco [3]. Si conoscevano le conclusioni della sua inchiesta sulle interferenze russe ancor prima che fosse iniziata.
Trump è stato quindi costretto a negoziare con lo Stato Profondo la propria sopravvivenza politica [4]. Non aveva scelta. L’accordo cui è sceso prevede l’attuazione del piano Rumsfeld-Cebrowski [5], a condizione però che il Paese non s’imbarchi in una grande guerra. In cambio, il procuratore Mueller ha voltato gabbana e assolto Trump da ogni accusa di tradimento [6].
Nella foga del momento, i falchi hanno imposto il rientro a Palazzo dei neo-conservatori: un gruppuscolo trotskista newyorkese, formatosi attorno all’American Jewish Committee (AJC) e reclutato da Ronald Reagan, che ha trasformato l’ideale della «Rivoluzione mondiale» nel credo dell’«imperialismo USA mondiale». Da Reagan in poi i neo-conservatori hanno fatto parte di tutte le amministrazioni, democratiche o repubblicane, secondo il colore politico del presidente al potere. Per il momento, fa eccezione l’amministrazione Trump, che tuttavia non li ha estromessi dalle agenzie riservate, la NED (National Endowment for Democracy) e l’USIP (United States Institute of Peace).
Questi sono gli antefatti che hanno indotto la segreteria di Stato ad affidare, il 25 gennaio 2019, il dossier venezuelano a Elliott Abrams, il cui nome è associato a ogni genere di menzogna di Stato e di manipolazione [7]. Abrams fu uno degli ideatori dell’operazione Iran-Contras del 1981-85 e della guerra contro l’Iraq del 2003. Immediatamente dopo la nomina, Abrams si è messo al lavoro con il Comando militare USA per l’America del Sud (SouthCom) per rovesciare il presidente Nicolás Maduro.
Ebbene, conosciamo la strategia Rumsfeld-Cebrowski – che abbiamo visto dispiegata per 15 anni nel Grande Medio Oriente – nonché la declinazione del SouthCom [8], contenuta nel documento del 23 febbraio 2018, redatto dall’ammiraglio Kurt Tidd e rivelato da Stella Calloni a maggio dell’anno scorso [9]. Quel che sta accadendo oggi ne è la flagrante applicazione.

Il fiasco venezuelano

Lo smacco dell’operazione USA, con la scoperta del tradimento del direttore del SEBIN, generale Manuel Figuera, e il colpo di Stato da lui avventatamente improvvisato il 30 aprile, prima di essere arrestato, attesta l’impreparazione del SouthCom, o meglio la sua scarsa conoscenza della società venezuelana. L’apparato di Stato USA, che ha avuto tempo un semestre, non è stato in grado di coordinare le diverse agenzie e gli uomini sul territorio. Tant’è vero che l’esercito bolivariano, pur nella disorganizzazione, era preparato a difendere il Paese.
Il riconoscimento anticipato di Washington e dei suoi alleati, nonché del Gruppo di Lima (con l’eccezione del Messico), di Juan Guaidó quale presidente del Venezuela al posto di Nicolás Maduro, pone lo schieramento USA di fronte a problemi insolubili. Già ora la Spagna si preoccupa della mancanza di interlocutori per i venezuelani ospitati e per gli spagnoli che risiedono in Venezuela. Mai, nemmeno durante una guerra, è accaduto che non fosse riconosciuta la legittimità di un presidente costituzionalmente eletto e della sua amministrazione.
In poche settimane Washington ha rubato l’essenziale dei capitali esteri venezuelani [10], esattamente come fece nel 2003 con il Tesoro iracheno, nel 2005 con il Tesoro iraniano e nel 2011 con quello libico: soldi mai recuperati dalle popolazioni, legittime proprietarie, con l’eccezione dell’Iran, che concluse l’accordo sul nucleare, JCPOA. I regimi iracheno e libico sono stati rovesciati e i successori si sono ben guardati dal ricorrere alla giustizia. Questa volta però la Repubblica Bolivariana ha tenuto duro e la situazione USA è indifendibile.
Su un piano minore sarà interessante vedere come Washington gestirà il caso dell’ambasciata venezuelana a Washington, dove dei poliziotti si sono presentati per mandar via il personale e sostituirlo con l’équipe designata da Guaidó. Gli occupanti legittimi si sono però rifiutati di andarsene e hanno resistito, benché privati di elettricità e acqua. Sono stati sostenuti da molti, fra gli altri dal pastore afro-americano Jesse Jackson, che li ha riforniti di generi alimentari. Alla fine sono stati espulsi. Ora però Washington non sa come giustificarsi.

La diversione iraniana

Fischiando la fine del match, Trump ha richiamato le truppe all’ordine: rovesciare Maduro “sì”, impegnarsi in una guerra classica “no”. Il presidente Trump è jacksoniano; il suo consigliere per la sicurezza, John Bolton, è eccezionalista [11]; Elliott Abrams, che ha fatto propaganda contro i primi due, è invece neo-conservatore: tre ideologie che altrove non esistono – tranne i neoconservatori in Israele. Con ogni evidenza un simile fronte non può durare.
Nel tentativo di respingere la responsabilità dello smacco in Venezuela, lo Stato Profondo ha immediatamente avviato una diversione contro l’Iran, per salvare così Abrams e sbarazzarsi di Bolton. La stampa USA protegge il primo e accusa il secondo [12].
Senza indugio, constatando la frattura fra Pentagono e Casa Bianca, i Democratici hanno rilanciato la pista dell’ingerenza russa, questa volta prendendosela con il figlio maggiore del presidente, Donald Jr.
Il dossier iraniano differisce molto da quello venezuelano. Sin dal 2002 gli Stati Uniti hanno compiuto in Venezuela molte operazioni contro il modello bolivariano e l’aura di cui godeva in America Latina; ma soltanto dal 2018 hanno cominciato ad agire direttamente contro il popolo venezuelano.
Invece il popolo iraniano ha dovuto fronteggiare il colonialismo sin dagli inizi del XX secolo. Durante l’occupazione britannica della prima guerra mondiale, fame e malattie hanno ucciso otto milioni di iraniani [13]. Sono largamente conosciuti il rovesciamento, nel 1953, del primo ministro nazionalista Mohammad Mossadeq a opera di Stati Uniti e Regno Unito e la sua sostituzione con il generale nazista Fazlollah Zahedi, responsabile della terribile repressione della Savak. L’arresto di agenti CIA sorpresi in flagrante delitto in un settore riservato dell’ambasciata USA continua a essere presentato in Occidente come una “presa in ostaggio di diplomatici” (1979-1981), sebbene Washington non abbia mai fatto ricorso alla giustizia internazionale e due marines liberati abbiano confermato la versione iraniana. Nel 1980 gli Occidentali hanno chiesto all’Iraq di entrare in guerra contro l’Iran. Hanno venduto armi a entrambe le parti perché si uccidessero tra loro, ma, quando le sorti della guerra stavano per girare, si sono battuti a fianco degli iracheni. Una portaerei francese partecipò persino ai combattimenti senza che i francesi ne fossero informati. Una guerra che ha fatto 600 mila morti sul fronte iraniano. Nel 1988 l’esercito USA abbatté un volo commerciale di Iran Air, causando 290 vittime civili; non furono mai presentare le benché minime scuse. E cosa dire della stupidità delle pesantissime sanzioni per il nucleare? Stati Uniti e Israele affermano che Teheran prosegue il programma atomico dello scià. Ma i documenti più recenti, resi pubblici da Benjamin Netanyahu, dimostrano che si tratta di un’estrapolazione. I Guardiani della Rivoluzione stavano cercando solo di costruire un generatore di onde d’urto [14], che certo potrebbe servire a costruire una bomba, ma che di per sé non è un’arma di distruzione di massa.
È in questo contesto che l’Iran ha annunciato di non rispettare più una clausola dell’accordo sul nucleare (JCPOA), come del resto prevede lo stesso trattato qualora una delle due parti – in questo caso gli Stati Uniti – non rispetti gli obblighi. Teheran ha inoltre concesso due mesi di tempo all’Unione Europea per decidere se intende o no rispettare i propri impegni. Da ultimo, un’agenzia dell’intelligence USA ha lanciato un allarme, sostenendo che una nota della Guida Suprema, ayatollah Ali Khamenei, fa supporre siano in preparazione attentati contro diplomatici USA a Erbil e a Bagdad.
In risposta,
- 1. Washington ha inviato nel Golfo la squadra militare navale dell’USS Abraham Lincoln e ha ritirato dall’Iraq il personale diplomatico non indispensabile.
- 2. L’Arabia Saudita, che accusa Teheran di aver sabotato i propri impianti petroliferi, esorta Washington ad attaccare l’Iran. Il Bahrein ha chiesto ai propri cittadini di lasciare immediatamente Iran e Iraq. ExxonMobil ha richiamato il proprio personale dal sito iracheno di West Qurna 1.
- 3. Il comandante del CentCom, generale Kenneth McKenzie Jr, ha chiesto rinforzi.
- 4. Il New York Times ha rivelato un piano d’invasione dell’Iran con 120 mila soldati statunitensi, immediatamente smentito da Trump, che ha invitato Teheran alla discussione.
Tutto questo non è molto serio.
Contrariamente alle valutazioni della stampa:
- 1. Il rapporto dell’intelligence USA su un possibile attacco a diplomatici si fonda su una nota della Guida, Ali Khamenei. Gli analisti però concordano sulla possibilità di una diversa interpretazione del documento [15].
- 2. La squadra navale USA non è andata nel Golfo per minacciare l’Iran. Era previsto da tempo che vi si recasse per testare il sistema antimissili navali AEGIS. Una nave spagnola, la fregata Méndez Núñez, che faceva parte del trasferimento, ha rifiutato di proseguire la missione per non essere coinvolta in questo pasticcio. Non ha passato lo stretto d’Ormuz ed è rimasta in quello di Bab el Mandeb [16].
- 3. Il ritiro del personale diplomatico dall’Iraq rientra nel movimento di brusco ritiro del personale diplomatico dall’Afghanistan di marzo e aprile scorsi [17]. Questa riorganizzazione delle sedi diplomatiche non è foriera di guerra, è stata al contrario concordata con la Russia.
- 4. Tanto più che, senza il sostegno delle milizie irachene pro-Iran, gli Stati Uniti perderebbero il loro puntello in questo Paese.
Disgraziatamente, il governo iraniano rifiuta qualunque contatto con il presidente Trump e la sua amministrazione. È bene ricordare che l’allora parlamentare iraniano Hassan Rohani fu il primo contatto degli Occidentali nell’affare Iran-Contras. Rohani conosce personalmente Elliott Abrams. Mise in relazione lo Stato Profondo USA e l’ayatollah Achemi Rafsandjani che, grazie a questo traffico d’armi, divenne il miliardario più ricco d’Iran. È grazie ai servizi resi da Rohani che gli Stati Uniti favorirono la sua vittoria su Mahmoud Ahamadinejad, cui fu impedito di candidarsi alle elezioni e i cui principali collaboratori sono oggi in prigione. A torto o a ragione, Rohani ritiene che il ritiro di Trump dall’accordo sul nucleare miri a sfruttare il malcontento popolare, manifestato a dicembre 2017, per rovesciarlo. Insiste anche a ritenere che l’Unione Europea gli sia favorevole, benché il Trattato di Maastricht, nonché i successivi, impediscano a Bruxelles di sganciarsi dalla NATO. Dal suo punto di vista, risponde alla logica aver respinto per due volte l’invito di Trump a trattare e aspettare il rientro dei globalisti alla Casa Bianca.
Naturalmente, con un casting così mediocre non si può escludere che la messinscena sfugga al controllo e provochi una guerra, anche se Casa Bianca e Cremlino in realtà si parlano. Né il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, né l’omologo russo, Sergueï Lavrov, desiderano lasciarsi travolgere da questo ingranaggio.

[1] “Gli Stati Uniti si riformeranno o si lacereranno?”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 26 ottobre 2016.
[2] « Lockerbie : vers une réouverture de l’enquête », Réseau Voltaire, 29 août 2005. “L’AFP riscrive il caso Lockerbie”, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 28 maggio 2012.
[3] «Listes des passagers et membres d’équipage des quatre avions détournés le 11 septembre 2001», Réseau Voltaire, 12 septembre 2001.
[4] The American Deep State: Big Money, Big Oil, and the Struggle for U.S. Democracy, Peter Dale Scott, Rowman & Littlefield (2017). Version française : L’État profond américain : La finance, le pétrole et la guerre perpétuelle, Demi-Lune, 2019.
[5] “Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 24 agosto 2017.
[6] Report On The Investigation Into Russian Interference In The 2016 Presidential Election, Special Counsel Robert S. Mueller III, March 2019.
[7] « Elliott Abrams, le “gladiateur” converti à la “théopolitique” », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 14 février 2005.
[8] “Plan to overthrow the Venezuelan Dictatorship – “Masterstroke””, Admiral Kurt W. Tidd, Voltaire Network, 23 February 2018.
[9] “Il “colpo da maestro” degli Stati Uniti contro il Venezuela”, di Stella Calloni, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 13 maggio 2018.
[10] #Trump desbloquea Venezuela, Gabinete de Ministros de Venezuela, 2019.
[11] “L’ONU fatto a pezzi dall’“eccezionalismo” statunitense”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 2 aprile 2019.
[12] “White House Reviews Military Plans Against Iran, in Echoes of Iraq War”, Eric Schmitt and Julian E. Barnes, New York Times, May 13, 2009. “Trump, frustrated by advisers, is not convinced the time is right to attack Iran”, John Hudson & Shane Harris & Josh Dawsey & Anne Gearan, Washington Post, May 15, 2019.
[13] The Great Famine and Genocide in Persia, 1917–1919, Majd, Mohammad Gholi, University Press of America (2003).
[14] Shock Wave Generator for Iran’s Nuclear Weapons Program: More than a Feasibility Study David Albright & Olli Heinonen, Fondation for the Defense of Democracies, May 7, 2019. (PDF – 4.3 Mo)
[15] “Intelligence Suggests U.S., Iran Misread Each Other, Stoking Tensions”, Warren P. Strobel & Nancy A. Youssef & Vivian Salama, The Wall Street Journal, May 16, 2019.
[16] «España retira la fragata ‘Méndez Núñez’ del grupo de combate de EE UU en el golfo Pérsico», Miguel González, El País, 14 de Mayo de 2019.
[17] “Beijing, Mosca e Washington di accordano in segreto sull’Afghanistan”, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 27 aprile 2019.

La strategia del caos guidato

Come un rullo compressore, Stati Uniti e Nato estendono al mondo la strategia Rumsfeld/Cebrowski di demolizione delle strutture statali dei Paesi non integrati nella globalizzazione economica. Per farlo strumentalizzano gli europei, convincendoli dell’esistenza una presunta “minaccia russa” e rischiando di scatenare una guerra generale.

| Roma (Italia)
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Il presidente rumeno Klaus Iohannis dichiara aperte le manovre NATO “Scudo del mare 2019”.

Tutti contro tutti: è l’immagine mediatica del caos che si allarga a macchia l’olio sulla sponda sud del Mediterraneo, dalla Libia alla Siria. Una situazione di fronte alla quale perfino Washington sembra impotente. In realtà Washington non è l’apprendista stregone incapace di controllare le forze messe in moto. È il centro motore di una strategia – quella del caos – che, demolendo interi Stati, provoca una reazione a catena di conflitti da utilizzare secondo l’antico metodo del «divide et impera».
Usciti vincitori dalla guerra fredda nel 1991, gli Usa si sono autonominati «il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali», proponendosi di «impedire che qualsiasi potenza ostile domini una regione – l’Europa Occidentale, l’Asia Orientale, il territorio dell’ex Unione Sovietica e l’Asia Sud-Occidentale (il Medio Oriente) – le cui risorse sarebbero sufficienti a generare una potenza globale» [1]. Da allora gli Stati uniti l’Alleanza atlantica sotto loro comando hanno frammentato o demolito con la guerra, uno dopo l’altro, gli Stati ritenuti di ostacolo al piano di dominio globale – Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria e altri – mentre altri ancora (tra cui l’Iran e il Venezuela) sono nel mirino.
Nella stessa strategia rientra il colpo di stato in Ucraina sotto regia Usa/Nato, al fine di provocare in Europa una nuova guerra fredda per isolare la Russia e rafforzare l’influenza degli Stati uniti in Europa. Mentre si concentra l’attenzione politico-mediatica sul conflitto in Libia, si lascia in ombra lo scenario sempre più minaccioso della escalation Nato contro la Russia. Il meeting dei 29 ministri degli Esteri, convocato il 4 aprile a Washington per celebrare i 70 anni della Nato, ha ribadito, senza alcuna prova, che «la Russia viola il Trattato Inf schierando in Europa nuovi missili a capacità nucleare». Una settimana dopo, l’11 aprile, la Nato ha annunciato che questa estate sarà effettuato «l’aggiornamento» del sistema Usa Aegis di «difesa missilistica» schierato a Deveselu in Romania, assicurando che ciò «non fornirà alcuna capacità offensiva al sistema». Tale sistema, installato in Romania e Polonia, e a bordo di navi, può invece lanciare non solo missili intercettori ma anche missili nucleari.
Mosca ha avvertito che, se gli Usa schiereranno in Europa missili nucleari, la Russia schiererà sul proprio territorio analoghi missili puntati sulle basi europee. Aumenta di conseguenza la spesa Nato per la «difesa»: i bilanci militari degli alleati europei e del Canada cresceranno nel 2020 di 100 miliardi di dollari. I ministri degli Esteri Nato, riuniti a Washington il 4 aprile, si sono impegnati in particolare ad «affrontare le azioni aggressive della Russia nella regione del Mar Nero», stabilendo «nuove misure di appoggio ai nostri stretti partner, Georgia e Ucraina».
Il giorno dopo, decine di navi e cacciabombardieri di Stati uniti, Canada, Grecia, Olanda, Turchia, Romania e Bulgaria hanno iniziato nel Mar Nero una esercitazione Nato – tuttora in corso – di guerra aeronavale a ridosso delle acque territoriali russe, servendosi dei porti di Odessa (Ucraina) e Poti (Georgia).
Contemporaneamente oltre 50 cacciabombardieri di Stati uniti, Germania, Gran Bretagna, Francia e Olanda, decollando da un aeroporto olandese e riforniti in volo, si esercitavano a «missioni aeree offensive di attacco a obiettivi su terra o in mare». Cacciabombardieri Eurofighter italiani saranno invece inviati dalla Nato a pattugliare di nuovo la regione baltica contro la «minaccia» degli aerei russi.
La corda è sempre più tesa e può rompersi (o essere rotta) in qualsiasi momento, trascinandoci in un caos ben più pericoloso di quello libico.

Quando si vogliono sanzionare Stati, li si definisce “terroristi”

Le nuove sanzioni unilaterali degli Stati Uniti contro Iran, Russia e Siria si sommano alle precedenti. L’insieme di queste misure costituisce l’embargo più duro della storia. Per di più, la maniera in cui sono state strutturate vìola la Carta delle Nazioni Unite: sono armi da guerra concepite per uccidere.

| Damasco (Siria)
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Il segretario della Difesa, James Mattis, applaudito dal segretario del Tesoro, Steven Mnuchin.
La missione a Mosca dell’8 novembre dell’ambasciatore James Jeffrey era spiegare la preoccupazione degli Stati Uniti per il progressivo espandersi dell’influenza persiana nel mondo arabo (Arabia Saudita, Bahrein, Iraq, Libano, Siria, Yemen). Ora, proprio mentre Teheran sta organizzando la propria difesa attorno ad avamposti sciiti arabi, Washington pone il problema in termini geostrategici, invece che religiosi (sciiti/sunniti).


Mosca ha quindi creduto di poter negoziare l’allentamento delle sanzioni unilaterali USA contro l’Iran in cambio del ritiro militare di Teheran dalla Siria. Nell’incontro a Parigi dell’11 novembre, in occasione del centenario della fine della prima guerra mondiale, il presidente Vladimir Putin ha ribadito la proposta all’omologo USA, nonché al primo ministro israeliano.
Putin ha tentato di convincere gli Occidentali che sarebbe preferibile che in Siria rimanesse la Russia da sola invece del tandem Iran-Russia. Putin ha però precisato di non poter garantire di avere un’autorità sufficiente sullo Hezbollah per ordinargli il ritiro, come invece pretendono Washington e Tel Aviv.
La risposta di Washington è arrivata nove giorni dopo con l’annuncio dell’undicesima serie di sanzioni unilaterali contro la Russia da inizio agosto, accompagnato da un discorso ridicolo secondo cui Russia e Iran avrebbero congiuntamente messo in atto un vasto traffico per mantenere al potere il presidente Assad e allargare il dominio persiano nel mondo arabo.
Questa retorica, che si pensava desueta, paragona tre Stati (Federazione di Russia, Repubblica Araba Siriana e Repubblica Islamica d’Iran) a congegni al servizio di tre uomini, Bashar al-Assad, Ali Khamenei e Vladimir Putin, accomunati dall’odio per i rispettivi popoli, trascurando il fatto che i tre sono sostenuti da un massiccio appoggio popolare, mentre gli Stati Uniti sono profondamente dilaniati.
Sorvoliamo sull’affermazione stupida che la Russia aiuterebbe la Persia a conquistare il mondo arabo.
Secondo quanto affermato dal segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Steven Mnuchin, presentando il 20 novembre le sanzioni unilaterali, queste ritorsioni non costituiscono l’aspetto economico della guerra in corso, ma puniscono le «atrocità» di questi tre «regimi». Ebbene, con l’inverno alle porte, esse riguardano principalmente l’approvvigionamento di petrolio raffinato che serve al popolo siriano per illuminare e scaldarsi.
È superfluo rilevare che i tre Stati nel mirino negano le “atrocità” di cui sono accusati, mentre gli Stati Uniti pretendono di proseguire di fatto la guerra che hanno scatenato in Afganistan, Iraq, Libia e Siria.

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Le sanzioni USA non sono state decise dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, bensì unilateralmente dagli Stati Uniti. Secondo il diritto internazionale non sono legali perché per renderle devastanti Washington cerca di costringere Stati terzi ad associarsi, il che costituisce una minaccia agli Stati bersaglio, dunque una violazione della Carta delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti hanno il diritto sovrano di rifiutarsi di commerciare con altri Stati, ma non di esercitare pressione su Stati terzi al fine di colpire i propri bersagli. Un tempo il Pentagono affermava che infliggere un trattamento punitivo a una particolare nazione avrebbe indotto la popolazione di quella nazione a rovesciare il governo. Questo ragionamento servì da giustificazione teorica al bombardamento di Dresda durante la seconda guerra mondiale e all’embargo infinito contro Cuba, iniziato con la guerra fredda. Ebbene, in 75 anni mai, assolutamente mai, questa teoria è stata confermata dai fatti. Ora invece il Pentagono considera i trattamenti punitivi contro un Paese armi al pari delle altre. Gli embargo sono voluti per uccidere i civili.
Il complesso delle ritorsioni contro Iran, Russia e Siria costituisce il più vasto sistema di assedio della storia [1]. Non si tratta di misure economiche, bensì, indubbiamente, di azioni militari in campo economico. Con il tempo dovrebbero condurre nuovamente a una divisione del mondo in due, come al tempo della rivalità USA-URSS.
Il segretario del Tesoro Mnuchin ha insistito a lungo sul fatto che le sanzioni mirano innanzitutto a interrompere la vendita di idrocarburi, ossia a privare questi Paesi, soprattutto esportatori, della loro principale risorsa finanziaria.
Il meccanismo descritto da Mnuchin è questo:
-  La Siria non può più raffinare petrolio da quando gli impianti sono stati distrutti da Daesh, nonché dai bombardamenti della Coalizione Internazionale contro Daesh.
-  Da quattro anni l’Iran fornisce petrolio raffinato alla Siria, in violazione di precedenti sanzioni unilaterali USA. Questo petrolio è trasportato da compagnie occidentali che operano per la società pubblica russa Promsyrioimport. Questa società è remunerata dalla compagnia privata siriana Global Vision Group, a sua volta sovvenzionata dalla società iraniana Tair Kish Medical and Pharmaceutical.
-  Infine, Global Vision Group versa parte di quanto riceve allo Hezbollah e a Hamas.
È una storia che non sta né in cielo né in terra:
-  L’obiettivo della Coalizione Internazionale è lottare contro Daesh. Negli ultimi quattro anni numerose testimonianze attestano che essa ha in modo alterno bombardato lo Stato Islamico quando debordava dalla zona assegnatagli dal Pentagono (piano Wright) e gli ha, al contrario, paracadutato armi per poter restare nella zona assegnata. Coalizione Internazionale e Daesh hanno lavorato di concerto per distruggere le raffinerie siriane.
-  Perché coinvolgere il governo russo in trasferimenti di petrolio dalle raffinerie iraniane verso i porti siriani?
-  Perché l’Iran all’improvviso avrebbe bisogno della Siria per far arrivare denaro allo Hezbollah e a Hamas?
-  Perché la Siria farebbe avere denaro ad Hamas quando l’organizzazione palestinese, i cui dirigenti sono membri della Confraternita dei Fratelli Mussulmani, le fa la guerra?
Mnuchin non si addentra in complicate spiegazioni. Il suo ragionamento è semplice: la Siria è un Paese criminale e la Russia è suo complice; Iran, Hezbollah e Hamas sono tutti quanti “terroristi”. “Terroristi” è la parola magica che taglia corto ed evita ogni ragionamento complesso.
Un proverbio francese dice che «Quando si vuole annegare il proprio cane, si dice che ha la rabbia». Non bisogna perciò sperare che la risposta del segretario Mnuchin alla proposta di mediazione di Putin sia conforme alla logica.
Gli Stati Uniti stanno gradualmente ritirando le truppe dai conflitti in cui le avevano impegnate, sostituendole con mercenari sul campo (gli jihadisti) e con sanzioni economiche, moderna versione dell’assedio medievale.

[1] Nel Medioevo la cristianità ammetteva guerre tra eserciti di sovrani cattolici, condannava però le azioni militari deliberate contro civili. Per questo motivo nel XIII secolo la Chiesa Cattolica condannò tutti gli assedi che riguardavano, oltre ai soldati, anche popolazioni. Questa è ancor oggi l’etica della Santa Sede. Per esempio, papa Giovanni Paolo II si oppose agli Stati Uniti che, al tempo di Saddam Hussein, adottarono sanzioni economiche contro gli iracheni. Il papa attuale, Francesco, sull’argomento tace.
Thierry Meyssan

Thierry Meyssan Consulente politico, presidente-fondatore della Rete Voltaire. Ultima opera in francese: Sous nos yeux – Du 11-Septembre à Donald Trump (“Sotto i nostri occhi. Dall’11 settembre a Donald Trump”).

La macchina americana della guerra sta accelerando

20 agosto 2018
Di Vijay Prashad
18 agosto 2018

La settimana scorsa, il 26 luglio, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato la Legge di Autorizzazione della Difesa Nazionale del 2019, che passerà poi al Senato e alla fine al Presidente degli Stati Uniti. Vale la pena notare che 139 Democratici, compresa l’intera dirigenza del Partito Democratico, ha votato a favore di questa legge che fornisce al governo degli Stati Uniti 717 miliardi di dollari per le spese militari di un anno. Questo vuol dire 100 miliari in più di rispetto a quanto è stato speso l’anno scorso (questo è di per sé più della metà del bilancio militare della Cina). Nessun paese spende tanto denaro per le sue forze armate come gli Stati Uniti. Ci manca poco ora prima che il bilancio statunitense per le spese militari supererà il limite di 1 miliardo di dollari.
Di fatto, molti suggeriscono che se vengono aggiunte le parti nascoste del bilancio – per la CIA, per l’intelligence militare, per l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale e per le guerre in corso, la soglia di 1 miliardo di dollari, è stata già superata.

Jack Ma, il miliardario cinese ha dichiarato di recente al canale televisivo CNBC, che gli Stati Uniti hanno sprecato 14 trilioni di dollari negli scorsi 30 anni per le loro moltissime guerre. Una stima modesta indica che la guerra degli Stati Uniti all’Afghanistan, che va avanti dal 2001, è costata oltre 1 trilione di dollari. Dopo tutto questo tempo e tutto questo denaro speso, e dopo tutte le sofferenze umane, è ora sicuro che gli Stati Uniti, il governo di Imran Khan in Pakistan e i Cinesi cercheranno un compromesso con i Talebani. L’affermazione di Ma sullo “spreco” dovrebbe essere presa molto sul serio. Un politica estera che semina disordine e caos , che aumenta la sofferenza umana, è uno spreco – indipendentemente dai benefici che può produrre per i commercianti di armi.
Il potere ottenuto con la canna di un fucile
Questa settimana, il 30 luglio, il Comando Africano degli Stati Uniti (Africom) ha ammesso di aver fatto decollare dei droni armati dalla base americana di Niamey, la capitale del Niger. La portavoce di Africom, Samatha Reho, ha detto che il governo del Niger nel novembre del 2017 ha dato il permesso agli Stati Uniti di fare questo, e che essi hanno iniziato a fare decollare questi droni armati all’inizio del 2018. Non c’è stata alcuna ammissione che gli Stati Uniti abbiano colpito alcuni di questi droni.
Molto presto, questi droni letali verranno spostati dalla Base 101 di Niamey alla Base Aerea  201 di recente costruita ad Agadez. Questa base è una delle più grandi basi del mondo per i droni che possono viaggiare da un’estremità dell’Africa Occidentale per coprire la maggior parte del Nord Africa. Un’altra base americana per i droni, a Gibuti, è in grado di inviare le sue macchine letali in tutta l’Africa Orientale e nel mezzo dell’Africa Centrale. Insomma, con queste due basi, gli Stati Uniti sono in grado di colpire obiettivi nelle maggior parte del continente africano. Tutto questo, senza alcun dibattito al Congresso degli Stati Uniti e con poca preoccupazione per la sensibilità degli Africani.
Non si dovrebbe storcere il naso davanti al problema della sensibilità. Alla fine di marzo, il governo del Ghana ha firmato un accordo militare con gli Stati Uniti. Le forze armate del Ghana riceverebbero la misera somma di 20 milioni di dollari per addestrare le truppe, mentre gli Stati Uniti otterrebbero l’accesso agli aeroporti del Ghana e alle radiofrequenze del Ghana, e gli Stati Uniti sarebbero in grado di far entrare materiale militare fuori dogana. Ansiosi di installare una base militare in Ghana, gli Stati Uniti hanno calcolato male il residuo del sentimento anti-coloniale nel paese.  Questo sentimento è il motivo per cui il Commando Africano degli Stati Uniti ha la sua base a Stoccarda, in Germania, invece che in qualche paese africano. Nessun leader si può permettere di essere considerato come una persona che permette agli Stati Uniti di violare senza vergogna la sovranità di un paese africano.
E’ importante sottolineare il fatto che il quartier generale di nessun Commando statunitense è situato fuori dall’Europa Occidentale e dagli Stati Uniti. Il Commando meridionale che sovraintende alle operazioni militari statunitensi in America Latina, è stato di base a Panama dal 1963 al 1997. Ora è di base a Doral, in Florida, dopo essere stato mandato via dai governi seguiti all’espulsione della vecchia  risorsa della CIA, Manuel Noriega. Il quartiere generale del Commando Centrale che controlla e dirige le operazioni degli Stati Uniti in Medio Oriente, è situato a 200 miglia a nord di Tampa, in Florida. Il quartiere generale del Commando Statunitense Indo-Pacifico, che sovraintende alle operazioni in Asia, è situato alle Hawaii. La gente dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, non vuole che l’orma degli Stati Uniti venga mesa così pesantemente sul loro suolo. Una cosa è dover sopportare le basi e le relative esercitazioni, Un’altra è permettere tutto il peso dell’imperialismo statunitense sul proprio terreno.
Minacce di vari tipi
C’è un vecchio proverbio che dice: se hai un martello ogni cosa sembra un chiodo. La pura e semplice portata dell’arsenale militare statunitense dà  un senso di piacere ai loro leader politici. Sentono che possono minacciare il resto del pianeta per soddisfare le loro necessità. La pace non definisce la politica estera degli Statti Uniti. Tutto viene orientato verso l’intimidazione e la guerra. Ecco    delle recenti manovre a opera dell’amministrazione Trump che sono contrarie a una politica che persegua la pace.
Corea. Un grande sforzo di umanità ha spinto le due Coree a rinnovare il loro dialogo verso un futuro normale. Gli Stati Uniti hanno coerentemente tentato di rovinare questo processo in cui Trump è stato volgare circa l’empatia tra Kin Jong-un della Corea del Nord e Moon Jae-in, della Corea del Sud. Il Segretario di Stato Mike Pompeo è in marcia attraverso l’Asia Sudorientale, spingendo i paesi dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico) a continuare a imporre sanzioni alla Corea del Nord, malgrado il consenso, all’interno dell’ASEAN, di alleggerire il peso sul Nord, come modo di aprire la strada verso la pace. Gli Stati Uniti hanno indicato che la Corea del Nord sta continuando con il suo programma di missili, proprio quando i capi militari della Corea del Nord si incontravano al confine il 31 luglio. Queste affermazioni maliziose da parte degli Stati Uniti non hanno scoraggiato i Coreani. Il Luogotenente Generale An Ik San della Corea del Nord, e Kim Do-gyun della Corea del Sud, hanno continuato con il loro dialogo. L’artiglieria verrà ritirata dalle spiagge del Mare Occidentale e le esercitazioni militari finiranno. “La gente del Nord e del Sud considerano importanti i nostri colloqui,” ha detto il Luogotenente Generale An. I leader militari si impegnano per la pace e non vogliono che la Corea sia il campo di battaglia per un’aggressione degli Stati Uniti.
Iran. Il 22 luglio Trump si è svegliato e ha scritto un tweet tutto in lettere maiuscole: NON MINACCIATE MAI, MAI GLI STATI UNITI DI NUOVO O SOFFRIRETE CONSEGUENZE DI UN GENERE CHE POCHI IN TUTTA LA STORIA HANNO MAI SOFFERTO PRIMA.” Minacce del genere sono di routine. La dirigenza iraniana le ha ignorate. Nella legge per le spese militari che è stata appena approvata dalla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, c’è una frase che richiede attenzione: “nulla in  questa legge può essere costruito?? Per autorizzare l’uso della forza contro l’Iran.” In un’altra parte della legge, però, c’è l’autorizzazione per l’amministrazione Trump di perseguire la guerra cibernetica contro l’Iran, la Corea del Nord, la Russia e la Cina. La legge dà carta bianca a Trump di intensificare le azioni contro questi quattro paesi.
Queste sono le drammatiche minacce. Nell’ombra indugiano  atrocità peggiori che sono diventate normali. La base statunitense di droni a Salak, nel nord del Camerun, ospita un battaglione di Intervento Rapido – un distaccamento camerunense – il quale è stato filmato mentre giustiziava dei civili. L’anno scorso, The Intercept * ha riferito che operatori statunitensi di vari tipi  avevano torturato dei prigionieri in questa base. Qui non esiste alcuna agenda per i diritti umani.
Minacce dell’immaginazione
Gli Stati Uniti dichiarano che serve loro un massicce dispiegamento di forze armate
e un dispiegamento in luoghi come il Niger, a causa delle minacce non soltanto agli Stati Uniti, ma al mondo. Nella cintura di paesi che costituiscono la regione  africana del Sahel, con il Niger al suo centro – c’è una rivendicazione fatta dall’Occidente circa le minacce di al-Qaida e di altri svariati gruppi. Molti di essi sono davvero una minaccia alla gente della regione, ma molti sono semplicemente formati da malviventi (al- Qaida fa, per lo più, traffico di sigarette e di armi in tutto il Deserto del Sahara). Le minacce reali che hanno coinvolto gli Stati Uniti e la Francia sono altrove. Vale la pena fare un elenco di queste (in base ai miei resoconti dell’anno scorso).
Cina. Gli Stati Uniti hanno chiarito che la presenza della Cina in Africa è inaccettabile. Incapaci di superare la Cina in un’offerta chiara per risorse e mercati, gli Stati Uniti sono ricorsi all’uso della forza e dell’intimidazione per minacciare i paesi per fornire vantaggi alle ditte occidentali meno flessibili. L’anello di basi che circonda il Sahel e giù verso il Sudafrica serve semplicemente a soffocare gli interessi della Cina sul continente.
Risorse. I paesi del Sahel hanno risorse importantissime :—oro nel Burkina Faso e in  Mali, Niger e ferro in Mauritania, così come  risorse verificate di carbone, cobalto, diamanti,  manganese, platino, minerali di terre rare, e moltissimi altri minerali. Le compagnie minerarie europee ed americane che hanno vecchie radici coloniali, sono ansiose di proteggere i loro investimenti qui e di proteggere i loro profitti futuri, dato che le leggi minerarie in questa regione si stanno lentamente annullando a favore  delle grandi aziende.
Droghe. E’ ora chiaro che i trafficanti sudamericani di droga, sfiniti dalle difficoltà create lungo il confine tra Stati Uniti e Messico e lungo la costa degli Stati Uniti, si rivolgono ora all’Africa come strada verso gli Stati Uniti. Grosse quantità di cocaina vengono spedite per via aerea nel Sahel, dove vengono trasportate, con notevole rischio, in Europa, attraverso il Sahara. Dall’Europa questa droga viene trasportata via mare attraverso l’Atlantico, negli Sati Uniti e in Canada. L’applicazione della legge contro la droga  è compito di una falange di soldati che sono ora nella regione.
Emigrazione. L’Europa è stata entusiasta di spostare il suo confine dal margine settentrionale del Mediterraneo al margine meridionale del deserto del Sahara. Le truppe francesi e i finanziamenti dell’Unione Europea, insieme alla presenza degli Stati Uniti sono un’operazione per bloccare il traffico di migranti che stanno fuggendo dalle economie distrutte dalle politiche guidate dal Fondo Monetario Internazionale.
C’è della bruttezza in questo. Logore motivazioni liberali si allontanano nell’ombra
mentre fioriscono motivazioni più forti: controllo e appropriazione. Questo è il nostro mondo, ma sotto questo mondo ci sono persone che hanno idee migliori, sogni migliori.
https://it.wikipedia.org/wiki/The_Intercept
Questo articolo è opera di Globetrotter, un progetto dell’Istituto dei Media  Independenti.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/american-war-machine-is-ramping-up
Originale: Alternet
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

Preso da: http://znetitaly.altervista.org/art/25636

Degenerazione e fondamentalismo nel controllo dei media occidentali

Non c’è nulla di più triste e patetico di un famigerato bugiardo che urla, sputa saliva, insulta le persone normali a destra e sinistra, mentre terrorizza coloro che stanno dicendo la verità.
Ultimamente, l’Occidente è diventato chiaramente furioso. Più ha paura di perdere il controllo sul cervello di miliardi di persone in tutti gli angoli del mondo, più aggressivamente urla, prende a calci e si prende gioco di se stesso.
Il Nuovo Ordine Mondiale non nasconde nemmeno più le sue intenzioni. Le intenzioni sono chiare: distruggere tutti i suoi avversari, siano essi in Russia, Cina, Iran o in qualsiasi altro stato patriottico e indipendente. Silenziare tutti i media che stanno dicendo la verità; non è la verità così come è definita a Londra, Washington, Parigi o Berlino, ma la verità è percepita a Mosca, Pechino, Caracas o Teheran; la verità che serve semplicemente la gente, non la falsa, pseudo-verità inventata per sostenere la supremazia dell’Impero occidentale.

Sono stati ora stanziati enormi fondi per l’assalto mortale della propaganda, originatosi prevalentemente a Londra e Washington. Milioni di sterline e dollari sono stati assegnati e spesi, ufficialmente e apertamente, per “contrastare” le voci di russi, cinesi, arabi, iraniani e latinoamericani; voci che stanno finalmente raggiungendo gli “Altri” – gli abitanti desolati del “sud globale”, gli abitanti delle colonie e delle neo-colonie; gli schiavi moderni che vivono negli stati “client”.
La maschera sta cadendo e la faccia cancrena della propaganda occidentale viene esposta nella sua realtà. È terribile, spaventosa, ma almeno è quello che è, perché tutti possano vederla. Niente più suspense, niente sorprese. All’improvviso è tutto allo scoperto. È spaventoso ma onesto. Questo è il nostro mondo Questo è quanto è diminuita la nostra umanità. Questo è il cosiddetto ordine mondiale, o più precisamente neocolonialismo.
L’Occidente degli imperialisti anglo-USA sa come massacrare milioni e sa come manipolare le masse. La sua propaganda è sempre stata dura (e ripetuta mille volte, non diversamente dalle pubblicità aziendali o dalle campagne di indottrinamento fascista della Seconda Guerra Mondiale) quando è originaria degli Stati Uniti, o brillantemente machiavellica e letalmente efficace quando viene dal Regno Unito. Non dimentichiamolo mai: il Regno Unito ha assassinato e ridotto in schiavitù centinaia di milioni di esseri umani innocenti e molto più avanzati, per molti lunghi secoli e in tutto il mondo. A causa del suo talento nel lavaggio del cervello e nella manipolazione delle masse, la Gran Bretagna ha fatto innumerevoli genocidi,
Il regime occidentale sa mentire, spudoratamente ma professionalmente, e soprattutto, perpetuamente. Ci sono migliaia di menzogne ​​accatastate l’una sull’altra, con perfetti accenti “educati” di classe superiore: bugie su Salisbury, sul comunismo, la Russia, la Cina, l’Iran, il Venezuela, Cuba, la Corea del Nord, la Siria, la Jugoslavia, il Ruanda, Sud Africa, Libia, rifugiati. Ci sono bugie sul passato, sul presente e persino sul futuro.
Nessuno ride, vedendo questi teppisti imperialisti come il Regno Unito e la Francia che predicano, in tutto il mondo e con la faccia seria, sia sulla libertà che sui diritti umani. Non ridere, ancora. Ma molti si stanno lentamente indignando.
Le persone in Medio Oriente, Africa, Asia e America Latina cominciano a rendersi conto di essere state ingannate, ingannate, mentite; che la cosiddetta ‘educazione’ e ‘informazione’ proveniente dall’Occidente non erano altro che spudorate campagne di indottrinamento. Per anni ho lavorato in tutti i continenti, compilando storie e testimonianze sui crimini dell’imperialismo e sul risveglio del mondo, “riassunti” nel mio libro di 840 pagine: ” Exposing Lies Of The Empire “.
Milioni di persone che ora possono vedere, per la prima volta, che i media, come BBC, DW, CNN, Voice of America, Radio Free Europe / Radio Liberty, li hanno codificati senza pietà e per anni e anni. Reuters, AP, AFP e diverse altre agenzie di stampa occidentali (Repubblica, La Stampa, RAI, Sky News, ecc..) sono riuscite a creare una narrativa in uniforme per l’intero pianeta, con giornali locali in tutto il mondo che pubblicano ora manipolazioni identiche che provengono da Washington, Londra, Parigi e altre capitali occidentali. Immagini totalmente false su argomenti così importanti come l’Unione Sovietica, il Comunismo, la Cina, ma anche la libertà e la democrazia sono state incise in miliardi di cervelli umani.
La ragione principale dell’apertura degli occhi di persone del mondo che è ancora oppressa dall’imperialismo occidentale, è il lavoro inarrestabile dei media come il New Eastern Outlook (NEO), RT e Sputnik, con sede in Russia, come Cina- ha sede la CGTN, China Radio International e China Daily, TeleSur con sede in Venezuela, Libanese Al-Mayadeen e Iranian Press TV. Certo, ci sono molti altri mezzi di comunicazione anti-imperialisti orgogliosi e determinati in varie parti del mondo, ma quelli sopra citati sono i veicoli più importanti della contro-propaganda proveniente dai paesi che hanno combattuto per la loro libertà e semplicemente hanno rifiutato essere conquistato, colonizzato,
Una potente coalizione anti-imperialista di stati veramente indipendenti si è formata e si è solidificata. Ora sta ispirando miliardi di esseri umani oppressi ovunque sulla Terra, dando loro speranza, promettendo un futuro migliore, ottimista e giusto. Essere all’avanguardia di molti cambiamenti positivi e aspettative è il “nuovo media”.
E l’Occidente sta guardando, inorridito, disperato e sempre più al vetriolo. È disposto a distruggere, uccidere e schiacciare, solo per fermare questa ondata di “ottimismo pericoloso” e lottare per una vera indipendenza e libertà.

Asse della resistenza

Ora ci sono attacchi costanti contro i nuovi media del mondo libero. In Occidente, la RT è minacciata di espulsione, di nuovi e sempre più popolari New Eastern Outlook (NEO), giunta di recente sotto un malvagio attacco informatico da, probabilmente, hacker occidentali professionisti. TeleSur viene periodicamente paralizzato da sanzioni vergognosamente scatenate contro il Venezuela, e lo stesso banditismo si rivolge alla TV della stampa iraniana.
Vedete, l’Occidente può essere responsabile di miliardi di vite in rovina in tutto il mondo, ma non è ancora in grado di affrontare sanzioni, azioni punitive. Mentre paesi come Russia, Iran, Cina, Cuba, Corea del Nord o Venezuela devono “affrontare le conseguenze” principalmente sotto forma di embargo, sanzioni, propaganda, intimidazione diretta, persino bullismo militare, semplicemente per aver rifiutato di accettare la folle dittatura globale occidentale, e per aver scelto la propria forma del governo e del sistema politico oltre che economico.
L’Occidente semplicemente non sembra in grado di tollerare il dissenso. Richiede obbedienza piena e incondizionata al “Pensiero Unico”, ai suoi dogmi, una sottomissione assoluta. Agisce sia come fondamentalista religioso che come teppista globale. E per peggiorare le cose, i suoi cittadini sembrano essere così programmati o così indifferenti o entrambi, che non sono in grado di comprendere ciò che i loro paesi e la loro “cultura” stanno facendo al resto del mondo.
Quando sono intervistato, mi viene spesso chiesto: “il mondo sta affrontando il vero maggiore pericolo dalla Seconda Guerra Mondiale?”
Rispondo sempre “sì”. È perché sembra che sia il Nord America che l’Europa non siano in grado di smettere di costringere il mondo all’obbedienza e alla schiavitù virtuale. Sembrano non voler accettare alcun accordo razionale e democratico sul nostro Pianeta. Sacrificerebbero uno, decine o centinaia di milioni di esseri umani, solo per mantenere il controllo dell’universo? Sicuramente lo farebbero! Hanno già, in diverse occasioni, senza pensarci due volte, senza rimpianti e senza pietà.
La scommessa dei fondamentalisti occidentali, dell’ideologia neoliberista dominante è quella per cui il resto del mondo è molto più decente e molto meno brutale, che non potrebbe sopportare un’altra guerra, un’altra carneficina, un altro bagno di sangue; che piuttosto si arrende, piuttosto rinuncia a tutti i suoi sogni per un futuro migliore, invece di combattere e difendersi da ciò che appare sempre più come un inevitabile attacco militare occidentale.
Tali calcoli e “speranze” dei fanatici occidentali sono falsi. I paesi che ora vengono affrontati e intimiditi sono ben consapevoli di cosa aspettarsi se si arrendono e si arrendono alla pazzia occidentale e ai modelli imperialisti.
La gente sa, si ricorda cosa vuol dire essere schiavi.
La Russia sotto Yeltsin, crollata, saccheggiata dalle multinazionali occidentali, sputata in faccia dai governi europeo e nordamericano; la sua aspettativa di vita era scesa ai livelli dell’Africa sub-sahariana.
La Cina a sua volta sopravvisse a un’agonia inimmaginabile di “periodo di umiliazione”, saccheggiata, saccheggiata e divisa da invasori francesi, britannici e statunitensi.
L’Iran derubato del suo governo legittimo e socialista, dovendo vivere per anni sotto un maniaco sadico, il burattino occidentale, lo scià.
L’intera America “latina“, con le sue venature aperte, con la cultura in rovina, con la religione occidentale costretta a chiudergli la gola; con letteralmente tutti i governi e leader socialisti e comunisti democraticamente eletti o rovesciati, o direttamente assassinati, o quantomeno manipolati dal potere da Washington e dai suoi lacchè.
La Corea del Nord, sopravvissuta a un genocidio bestiale contro i suoi civili, commessa dagli Stati Uniti e dai suoi alleati nella cosiddetta guerra coreana.
Vietnam e Laos, violentati e umiliati dai francesi, e poi bombardati nelle epoche della pietra dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
Sud Africa … Timor Est … Cambogia …
Ci sono carceri viventi, relitti di decomposizione, abbandonati dopo gli attacchi mortali occidentali “liberatori”: Libia e Iraq, Afghanistan e Honduras, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo, solo per citarne alcuni. Questi servono come avvertimenti per coloro che hanno ancora delle illusioni sulla “buona volontà” occidentale e sullo spirito di giustizia!
Siria … Oh, Siria! Guarda cosa ha fatto l’Occidente in un paese orgoglioso e bello che si è rifiutato di cadere in ginocchio e leccare i piedi di Washington e di Londra. Ma anche, guarda quanto è forte, quanto determinati possono essere coloro che amano veramente il loro paese. Contro ogni previsione, la Siria si è levata in piedi, ha combattuto i terroristi assoldati dall’estero, assieme con gli stranieri e ha vinto, circondato e sostenuto dalla grande coalizione internazionalista! L’Occidente aveva pensato di poter scatenare un altro scenario libico, ma invece ha incontrato un pugno di ferro, i nervi d’acciaio, un’altra Stalingrado. l’imperialissmo occidentale è stato identificato, affrontato e fermato. Ad un costo enorme, ma fermato!
L’intero Medio Oriente sta guardando.
Il mondo intero sta guardando.
Le persone ora vedono e ricordano. Stanno cominciando a ricordare chiaramente cosa è successo a loro. Stanno iniziando a capire. Sono incoraggiati. Comprendono chiaramente che la schiavitù non è l’unico modo di vivere le loro vite.
La coalizione anti-occidentale o più precisamente l’Asse della Resistenza anti-imperialista ed antisionista è ora solido come l’acciaio. Perché è una grande coalizione di vittime, di persone che sanno cos’è lo stupro e cos’è il saccheggio, e quale distruzione completa è. Sanno esattamente cosa viene amministrato dai sostenitori autoproclamati della libertà e della democrazia – dal fondamentalismo culturale ed economico occidentale.
Questa coalizione di nazioni indipendenti e orgogliose è qui per proteggersi, proteggersi a vicenda, così come il resto del mondo.

Manifestazione contro l’imperialismo e per la sovranità dei popoli

Non arrendersi mai, mai tornare indietro. Perché le persone hanno parlato e stanno inviando messaggi chiari ai loro leader: “Mai più! Non capitolare. Non cedere alle intimidazioni occidentali. Combatteremo se attaccati. E noi resteremo, orgogliosamente, con le nostre gambe, qualunque cosa, non importa quale forza brutale dobbiamo affrontare. Mai in ginocchio, fratelli! Non cadremo mai più in ginocchio di fronte a coloro che diffondono il terrore! ”
E i media in questi meravigliosi paesi che resistono all’imperialismo e al terrore occidentali diffondono innumerevoli messaggi ottimistici e coraggiosi.
E l’establishment occidentale imperialista sta osservando, agitandosi e sporcandosi i pantaloni.
Loro, gli imperialisti, sanno che la fine del loro brutale dominio sul mondo si sta avvicinando. Sanno che quei giorni di impunità stanno finendo. Sanno che il mondo giudicherà presto gli anglo-USA ed i loro lacchè , per i secoli di crimini che ha commesso contro l’umanità.
Sanno che la guerra dei media sarà vinta da “noi”, non da “loro”.
Il campo di battaglia è in via di definizione. Con alcune brillanti eccezioni, gli occidentali e i loro media stanno chiudendo le fila, attenendosi ai loro padroni. Come molti altri scrittori, ero stato senza tante cerimonie cacciato da Counterpunch, una delle pubblicazioni sempre più anticomuniste, anti-russi, anti-siriane e anti-cinesi degli Stati Uniti. Dal loro punto di vista, stavo scrivendo per diverse pubblicazioni “sbagliate”. Sono davvero orgoglioso che abbiano smesso di pubblicarmi. Sto bene dove sono: di fronte a loro, mentre sto affrontando altri mezzi di comunicazione di massa in Occidente.
L’estensione del controllo ideologico occidentale del mondo è degenerata, veramente perversa. I suoi media e gli sbocchi “educativi” sono pienamente al servizio del regime.
Ma il mondo si sta svegliando e si confronta con questo fondamentalismo culturale e politico mortale.
È in corso una grande battaglia ideologica. Questi sono tempi eccitanti e luminosi. Niente potrebbe essere peggio della schiavitù. Le catene si stanno rompendo. D’ora in poi, non ci sarà impunità per coloro che hanno torturato il mondo per secoli.
Le loro bugie, così come le loro armature, saranno affrontate e fermate!
*Andre Vltchek è filosofo, romanziere, regista e giornalista investigativo. È un creatore di Vltchek’s World in Word and Images , uno scrittore del romanzo rivoluzionario Aurora e diversi altri libri . Scrive in particolare per la rivista online “New Eastern Outlook”.
Traduzione: Luciano Lago
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via Controinformazione