Generazione Erasmus: cavie al servizio del MALE!

Interessante intervista a Paolo Borgognone, quella che riportiamo di seguito, sulla MERDOSA generazione Erasmus.
Un’ammasso di pupazzetti che tra un happy hours e qualche orgetta scolaresca credono di poter dare lezioni al resto del mondo su economia, immigrazione, integrazione, lavoro, democrazia, libertà, istruzione e chi più ne ha più ne metta.
Una generazione di merda al servizio del male assoluto: IL CAPITALE!!
Globalisti e neoliberisti, anche credono di lottarvi contro, che agevolano una società schiavistica di cui loro stessi saranno vittime dopo aver vissuto sulle spalle della collettività per gli anni di  “studio” all’estero. In realtà vanno a fare happy hour e fumarsi qualche canna sulla rambla  (Barcellona) e scopare come conigli negli angoli bui dei vicoli.
Una generazione inutile e fragilissima, come sostiene Paolo Borgognone, che verrà spazzata via dalla loro stessa non autosufficienza e nullità!
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L’analisi sulla Erasmus Generation di Paolo Borgognone.
Paolo Borgognone, giovane ma profondo analista dei fenomeni socioculturali contemporanei ha analizzato nel suo Generazione Erasmus. I cortigiani della società del capitale e la “guerra di classe” del XXI secolo la nuova generazione succube degli slogan della globalizzazione occidentale anche in riferimento a Paesi extraeuropei, compreso l’Iran.

Nei giorni scorsi abbiano visto in Iran scendere in piazza, a protestare contro il sistema di governo e potere post-rivoluzionario minoranze di vario tipo. Vogliamo mettere a fuoco la situazione con Borgognone scoprendo i nessi logici con ciò che sta accadendo anche in Europa, sia ad Ovest che a Est.
– A Teheran siamo di fronte a un flebile tentativo di “rivoluzione” da parte di minoranze particolarmente attive nel contesto metropolitano?
A Teheran, in particolare, la capitale definita “moderna” dell’Iran islamico, i quadri ideologici della protesta sono costituiti da giovani studenti nichilisti. Non mi importa, personalmente, se sono o meno pagati dalle Fondazioni americane per l’esportazione della “società aperta” all’estero. Per non simpatizzare con la loro causa mi è sufficiente costatare il fatto che gli studenti liberal iraniani siano nichilisti. E loro stessi affermano, con ostentato orgoglio, questa condizione ideologica degradante.
– Puoi fare un esempio?
Una delle rivoltose, tale Delaram, 20 anni, studentessa liberale al Politecnico di Teheran ha dichiarato al Corriere della Sera circa le ragioni che hanno innescato i riots dei giorni scorsi: «Non lo so e non mi interessa. Nel 2009, la gente aveva delle richieste specifiche, avevano un leader. Adesso consideriamo tutto problematico. Odio questo sistema e lo voglio cambiare». Gli studenti liberal iraniani, dunque, sono interpreti della “rivoluzione del disinteresse e del disimpegno”, dell’apatia.
– Devono però pur avere un modello di riferimento.
Il loro modello politico di riferimento è la società aperta, cioè il regime del vuoto esistenziale e del conformismo liberale. La società “aperta” al mercato dei desideri destabilizzanti e debilitanti. I giovani Erasmus Generation, cioè i giovani adepti della filosofia del disincanto e della compiuta irresponsabilità sono, a prescindere dalla loro nazionalità (il liberalismo è infatti, per vocazione, cosmopolita), dei rassegnati ritiratisi, spontaneamente, nel recinto dei “balocchi frustranti” del narcisismo: la società aperta popperiana e, ora, sorosiana.
– E come questo paradigma si declina in una società islamica sia pur complessa come l’Iran?
I giovani iraniani Erasmus Generation sono moltitudini spaesate, desiderose di “libero mercato” economico e “diritti civili” e il loro velleitarismo anarcoide (la “rivoluzione del disinteresse”) costituisce il brodo di coltura ideale in cui germoglieranno e prolificheranno, ben presto, le strategie d’azione, molto concrete, di quegli “investitori internazionali” che, diversamente dalle studentesse sedicenti glamour di Teheran, sapendo perfettamente cosa gli interessa (il petrolio iraniano) e come ottenerlo (regime change in Iran), intendono affondare i propri artigli sull’antica Persia innescando giganteschi processi di impoverimento e de-emancipazione.
– I giovani contestatori non si troveranno spiazzati da questo scenario imprevisto scenario di destabilizzazione?
È più probabile che quando si verificherà i giovani “agitatori” di oggi piagnucoleranno, lamentosi, dinnanzi alle telecamere occidentali, che la “rivoluzione” che avevano in mente era “diversa”, ovvero “egualitaria” e “democratica” e che anonimi e impersonali “poteri forti” gliel’hanno “rubata”.
– Parafrasando potremmo dire “è l’Occidente, bellezza!” In fondo nel “movimento” non serpeggia una simpatia occidentalista di fondo?
Una parte del movimento protestatario iraniano è infatti culturalmente filoccidentale poiché inalbera slogan del tipo: “No alla Siria, no al Libano, no a Gaza, la nostra vita è per l’Iran!” e “Morte alla Russia! Morte alla Cina!”. È chiaro che slogan come questi sono musica per il circo mediatico occidentale di complemento alle élite neocon che organizzano la strategia atlantista delle “rivoluzioni colorate”. Il circo mediatico liberal, infatti, definisce “massimalisti” e “black block” coloro i quali, nei Paesi occidentali, si battono contro le guerre americane, israeliane e Nato e nello stesso tempo elogiano con epiteti quali “giovani democratici” e “la parte migliore del Paese” chi, tra gli studenti glamour di Teheran, chiede la fine del sostegno iraniano alla resistenza libanese, palestinese e siriana.
– In questo scenario di destabilizzazione come si colloca il presidente americano Trump?
L’Iran è l’obiettivo privilegiato dell’amministrazione Trump che, lo sappiamo bene, lo scorso anno ha ricevuto 480 miliardi di dollari dall’Arabia Saudita in cambio di commesse militari fornite dagli Usa a Riyadh per combattere l’Iran ed Hezbollah. È chiaro che chi ha investito quella somma enorme in chiave anti-iraniana voglia, ora, incassare i dividendi.
– Poche ore prima del fuoco di paglia iraniano il laboratorio privilegiato dei nuovi scenari sembrava essere la Catalogna. In Catalogna si sta tentando di creare un nuovo Stato sul modello culturale dell’Erasmus Generation. Pensi che possa nascere questo Stato?
Non lo so. Quello che vedo è che in Catalogna siamo alle prese con un conflitto politico tutto interno alla galassia liberal che, di fatto, non mi appassiona poiché vede contrapporsi unionisti e secessionisti intenti a rivendicare, per legittimarsi a vicenda, la propria adesione ai principi della società aperta. Può sembrare paradossale, e invece non lo è affatto, ma in Catalogna la leader del principale partito unionista (Ciudadanos, in realtà liberale e filo-Ue), tale Inés Arrimadas, è lo stereotipo politico-antropologico per antonomasia della Erasmus Generation. Il padre di Inés Arrimadas era il governatore civile franchista delle province di Cuenca e Albacete. In questa singolare vicenda familiare c’è l’essenza della metamorfosi liberal della destra spagnola… Inés Arrimadas è una dirigente d’azienda privata, una manager transnazionale, che ha cominciato la sua esperienza politico-professionale proprio con il Programma Erasmus, a Nizza, in Francia.

 

Proteste in piazza a Barcelona
  • Una erasmiana di seconda generazione.
È ovvio che in Erasmus, nel mentre si viene istruiti, laddove si provenga da “buona famiglia” come si suol dire, a diventare manager internazionali (beneficiari di cospicua retribuzione) ai tempi del dominio dispotico dell’economia globalizzata, ci si sottoponga anche, tra una bevuta alcolica in discoteca e un party notturno in spiaggia, a un rito di iniziazione e di fedeltà, una catechesi, agli anti-valori del cosmopolitismo e del politically correct. Spiace costatare che, in Spagna, al culmine della vicenda catalana, la bandiera dell’unionismo sia stata impugnata da partiti, come Ciudadanos, che non sono unionisti ma liberali e dunque fedeli alle logiche di sradicamento proprie della società aperta piuttosto che alla tradizione della Spagna imperiale e originaria. Ciudadanos è un partito postmoderno che si è consolidato dopo la lunga stagione di disimpegno della Movida degli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso.
– Come gli studenti iraniani, i giovani dell’Erasmus Generation sono il soggetto di cambiamenti storici o figure passive teleguidate?
I giovani Erasmus Generation sono il prodotto politico-antropologico della rivoluzione passiva neoliberale degli ultimi trent’anni circa ma le radici storiche di questo agglomerato umano affondano nella cultura di massa mainstream, americana, veicolata dal Sessantotto. Non dimentichiamoci che gli ideali di “liberazione” cui si ispiravano i sessantottini erano di matrice prettamente americana, radical.
– Ma il ’68 non era nato per contestare…?
Il Sessantotto nacque, come movimento contestatario antiborghese ma ultracapitalistico proprio nei campus universitari americani della California (Berkeley), notoriamente i più liberal e “creativi”. Tornando all’oggi, va detto che il conformismo esistenziale dei teenager americanocentrici e nichilisti di nuovo conio è disarmante. Costoro, nella fascia “alta” (cioè gli “istruiti”, quelli che abitano nei quartieri bene delle città metropolitane più importanti del mondo occidentale e liberal), hanno recepito e accettato, senza colpo ferire, l’assunto secondo cui libertà e democrazia coincidano con il liberalismo economico-culturale e politico quando, in realtà, è vero l’opposto.
– Perché?
Perché libertà non significa, come vorrebbero l’élite intellettuali e i ceti manageriali di centrosinistra/centrodestra che ci “governano”, adattamento al liberalismo degli stili di vita collettivi e ripudio delle appartenenze pregresse. Libertà significa innanzitutto sovranità popolare. Democrazia significa potere popolare (non governo indiretto o diretto dei banchieri come invece va di moda sostenere oggi). Le fasce “basse”, cioè culturalmente più dozzinali invece, della Generazione Erasmus, non si pongono neppure i problemi di cui sopra e rivendicano, unicamente, il “diritto” di “divertirsi liberamente” (cioè, come la pubblicità induce a fare) senza doversi preoccupare di tutto ciò che non rientri, specificamente, nel novero della dimensione irreale cosiddetta “bolla degli espatriati”.
– Un “facciamo casino” abbastanza sterile in basso?
La Generazione Erasmus è comunque riuscita, e questo duole particolarmente ricordarlo, a imporre una propria morale, centrata sui dogmi identitari postmoderni del disinteresse e della stupidità sulle rovine della morale tradizionale, in Occidente spazzata via dalla società dei consumi e considerata, dai più, un retaggio premoderno, obsoleto e dunque “roba per vecchi”. Invece, a mio parere, i “vecchi” e i reazionari del tempo presente sono proprio i nuovi moralisti della Generazione Erasmus, chierichetti del Politicamente Corretto. I teenager della Generazione Erasmus sono la claque di cui gli strateghi, miliardari, della società del capitale necessitano per conferire una patina di “democraticità” ai loro piani centrati sull’omologazione al ribasso mediante precise strategie aziendali di sfruttamento, precarizzazione e delocalizzazione permanenti.
– Nell’Est Europa e in Russia si sta sviluppando qualcosa di simile agli Erasmiani?
Sì, certamente, una “giovane classe media” privata e occidentalizzata esiste anche nei Paesi dell’Est Europa e in Russia ed è proprio su questi attori sociali conformisti che la Ue punta per inscenare i processi di “rivoluzione colorata” volti a porre fine ai governi sovranisti di Viktor Orbán a Budapest e Vladimir Putin a Mosca. Per suscitare tentativi di “rivoluzione colorata” a Budapest e a Mosca, le fondazioni private euro-atlantiche per l’esportazione della società aperta all’estero hanno investito milioni di dollari, forgiando ad hoc gli armigeri e giannizzeri della destabilizzazione neoliberale proprio tra le fila della “giovane borghesia dei consumi e dello spettacolo.
– Però è difficile sovvertire presidenti come Putin che da anni godono di una vasto e comprovato consenso popolare…
Che Orbán e Putin godano, in patria, di un consenso popolare molto elevato e che siano, al contrario di Juncker e compari, stati eletti a seguito di un ineccepibile processo democratico, ai banchieri d’affari internazionali importa davvero nulla. Gli hedge funds vogliono che l’Ungheria e la Russia siano governate da comitati d’affari della borghesia cosmopolita loro fiduciari. Il processo democratico è accettabile per gli hedge funds soltanto nel momento in cui premia i candidati che si impegnano a tutelare gli interessi dei “mercati finanziari internazionali”. Chi considera “democrazia” e “capitalismo” sinonimi ha trovato nei ragazzi della Generazione Erasmus i propri gracili battaglioni.
– In Italia come valuti minoranze molto colorate come quelle del Comitato Ventotene o dei Pischelli In Cammino che fiancheggiano il PD?
Credo che siano gruppetti rientranti a pieno titolo, col ruolo di macchiette folkloristiche ma innocue. Questi gruppetti (reclutati perlopiù tra i “giovani bene” figli della neoborghesia privata, inserita e danarosa di Roma e Milano) non hanno alcun peso specifico o capacità di autonomia critica, sono posti in un determinato spazio politico e mediatico per fornire una legittimazione giovanilistica e cool a un regime, quello post-renziano, talmente decrepito da reggersi sui voti, determinanti per il PD, delle masse di pensionati tesserati. Io credo che questi prodotti politico-antropologici del pericolante regime globalista del PD siano piuttosto rumorosi su Facebook e Instagram ma del tutto innocui nel computo della dinamica politica reale.
– Certo non “moriranno per Renzi”… Ma si sta sviluppando nella fascia generazionale dei ventenni e dei millennials un modello alternativo a quello dei giovani Erasmus?
Sì, e ciò, personalmente, mi conforta. L’11 novembre 2017, a Varsavia, 60.000 manifestanti provenienti da tutta Europa, anche se in maggioranza si trattava di polacchi, marciarono per commemorare il Giorno dell’Indipendenza Nazionale in un raduno di massa che, in prospettiva, può essere interpretato come l’avanguardia ideologica di un possibile movimento patriottico, su scala europea, per la sovranità e la deglobalizzazione.
– Pero questi “marciatori” hanno il limite in quell’atlantismo russofobico che non aiuta a progettare uno scenario alternativo all’egemonia occidentale.
In verità la “marcia dei 60.000” di Varsavia fu organizzata da un partito polacco, la Falange Nazional-Radicale, che ha forse capito che lo sciovinismo etnocratico e la russofobia non portano le nazioni da alcuna parte, se non tra le fauci del globalismo e del liberalismo culturale (società aperta, droga libera, precarietà occupazionale, guerre Nato, dominio di aziende multinazionali private americane, migrazioni di massa, gay-friendly, ecc.).

 

Polonia Marcia per l’indipendenza contro l’islamizzazione

 

– Ritieni che allora possano anche superare i limiti intrinseci dei partitini della destra atlantista?
Nel momento in cui, in Europa, i movimenti patriottici e nazionali, rinunciando a dichiararsi tout court di destra ma abbracciando la causa del sovranismo e del socialismo identitario, cominciano a capire che l’alleanza naturale per chi intende contrastare le logiche sradicanti e omologanti imposte dalla globalizzazione liberale e dal regime bancocratico della Ue è quella con la Russia, allora ecco che la narrativa egemonica delle celebrities della società di mercato entra in crisi terminale. L’11 novembre 2017, A Varsavia, i patrioti nazionali di un’Europa sovrana e tradizionale, imperiale e antimoderna, e dunque comunitaria e solidale, hanno marciato sotto gli slogan “Europa bianca di nazioni fraterne” e “Noi vogliamo Dio”. Si tratta di spunti di riflessione fondamentali. “Europa bianca di nazioni fraterne” significa “no all’ideologia dei flussi migratori” che costituiscono l’esercito di riserva del capitale transnazionale e transgender ma, soprattutto, no ai particolarismi etnocratici (il nazionalismo borghese di ottocentesca memoria), settari e tra loro conflittuali, che fanno il gioco dell’imperialismo americano (fondato sulla logica divide et impera). “Noi vogliamo Dio” significa rifiuto sostanziale del capitalismo liberale e della società di mercato in nome non del materialismo di sinistra, totalmente inservibile e anzi controproducente in una fase di lotta contro una dinamica globalista che è a sua volta inconfutabilmente e rozzamente materialista, ma della Tradizione e dello scrupoloso rispetto delle differenze etniche e religiose dei popoli d’Europa.
– Avranno la capacità di capovolgere lo scenario oggi dominante in Europa?
La Generazione Erasmus, cioè i sostenitori della società aperta, può essere sconfitta, e piuttosto facilmente. Dal punto di vista politico e culturale. Si tratta, infatti, perlopiù di giovani snowflakes (delicati “fiocchi di neve”), ovvero attori sociali fragilissimi dal punto di vista psicologico e politicamente inoffensivi nel momento in cui si trovano, come avversari, forze organizzate e ideologicamente incisive. È interessante riportare, a riguardo, la testimonianza di uno studente Erasmus all’Università di Varsavia che, l’11 novembre 2017, di fronte alla “marcia dei 60.000” patrioti polacchi che sfilavano intonando slogan apertamente ostili alla società aperta, ha preferito, consigliato dai suoi professori liberali, «rimanere in casa» perché, in strada, quel giorno, gli anti-valori individualisti e neoborghesi e il way of life degli «studenti internazionali» promotori del cosmopolitismo di mercato e dell’ideologia del migrante erano stati messi in minoranza e ridotti alla marginalità.
– Non hanno propriamente l’animus dei resistenti!
Allorquando vedono insidiato il loro presunto primato ideologico, i giovani Erasmus Generation, confermando la propria natura e vocazione di snowflakes psicologizzati e medicalizzati, non combattono, non si confrontano con avversari di cui temono le parole d’ordine e l’energia ideologica, ma si ritirano tra le braccia dei loro professori liberal. La Generazione Erasmus ha bisogno, per sopravvivere, del bancomat dei genitori borghesi e della copertura politico-mediatica assicuratagli dalla Ue. I teenager di nuovo conio non sono autosufficienti, sono precari onnicomprensivi ed essendo il prodotto del nichilismo postmoderno e del pensiero debole verranno, inevitabilmente, travolti e sopraffatti dalle loro stesse fragilità.
Intervista di Alfonso Piscitelli

Preso da: https://disquisendo.wordpress.com/2018/01/08/generazione-erasmus-le-cavie-della-globalizzazione-al-servizio-del-male/

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Un altra vittoria di Muammar Gheddafi

L’ultima vittoria di Muammar Gheddafi

Il 6 marzo 2011 era chiaro che il regime libico aveva soppresso la rivolta interna e sospeso il caos nel mondo arabo. Una missione clandestina di un diplomatico inglese protetto da 8 ufficiali delle SAS nella base orientale dell’opposizione libica si concluse con la loro detenzione e “interrogatorio” da parte dei capi ribelli. L’articolo del Sunday Times fu la “bandiera bianca” issata dagli organizzatori delle proteste in Medio Oriente e Nord Africa del 2010-2011. Fin dall’inizio la catena di eventi in Libia ebbe una svolta inaspettata per le élite globali. Muammar Gheddafi si rifiutò di abbandonare Tripoli e, insieme alla famiglia e al clan, mantenne i contatti coi libici attraverso la TV nazionale e regolari apparizioni pubbliche. Nell’impressionante discorso del 22 febbraio 2011, ripristinò il sostegno pubblico ed incoraggiò i libici a resistere alla rivolta. Da allora i media mainstream internazionali diffusero bugie inaudite sugli eventi in Libia. Si sentì parlare di “mercenari stranieri che uccidono civili”, “attacchi aerei sui dimostranti”, “bombardamenti delle posizioni ribelli”, “grandi proteste contro Gheddafi a Tripoli”, “migliaia di rifugiati libici” e tanti altri annunci che, come risultò, non avevano nulla a che fare con la realtà.
Le fonti interne libiche, ad esempio del Centro di San Pietroburgo per il Medio Oriente moderno, descrivevano una realtà piuttosto diversa. Non c’erano proteste a Tripoli e dintorni. Pochi gruppi di emarginati operavano ad al-Zawiya (sobborgo occidentale di Tripoli) e al centro (l’incendio doloso della Sala del Popolo la notte del 21 febbraio è apparentemente l’atto più noto) furono prontamente neutralizzati dalla polizia municipale. Gli “attacchi aerei” dell’Aeronautica libica prendevano di mira depositi di munizioni nelle vicinanze di Bengasi, quando la minaccia che venissero catturati dai separatisti orientali era ancora alta. La questione dei “mercenari stranieri che proteggevano Gheddafi”, è apparentemente la più interessante. È chiaro che qualsiasi mercenario combatte per soldi. Quindi nel conflitto in cui sono coinvolti gli interessi delle mafie petrolifere internazionali, i mercenari sono la forza meno affidabile. Avrebbero tradito Gheddafi ben prima. Quindi Gheddafi è un uomo intelligente e ne è perfettamente consapevole. Non poteva arruolarli. Ma supponiamo che la loro presenza in Libia fosse un fatto provato. Potevano essere “gentilmente” proposti a Gheddafi dai vicini “simpatizzanti” africani? Si, perché no. Qual era la loro missione? Dovevano avere l’ordine dai loro veri padroni di essere spietati e feroci contro i “manifestanti” locali il più possibile per intensificare il conflitto. Non c’è da stupirsi che dopo i primi scontri con la loro partecipazione e annunci nel mondo dei media, i mercenari siano “scomparsi”. Certamente avremo modo di conoscere dettagli sorprendenti sulle operazioni militari dell’esercito libico contro i mercenari “alleati” di fine febbraio 2011. Guardando la CNN riportare la “guerra civile” in Libia va capito che ciò significa che le forze governative localizzavano ed eliminavano questi “alleati”.
Ora, perché tale scenario rischioso? Perché il regime di Gheddafi era il più stabile in Medio Oriente. Si noti che tutti i “dittatori arabi” andati al potere col sostegno degli Stati Uniti negli anni ’80 furono facilmente eliminati nel gennaio-febbraio 2011, prontamente “caduti in coma”. Non avevano l’autorità morale per combattere per un potere ottenuto illegittimamente. Qual era la componente chiave di tale illegittimità? Quando aspirarono al potere, si allearono segretamente con una nazione straniera che li sostenne completamente. Da allora non sono leader sovrani. Questo è il motivo per cui non possono sconfiggere la rivoluzione. Non possono dire la verità al popolo e alla comunità internazionale, perché iniziare a dire la verità significa dirla TUTTA. E TUTTA la verità include le circostanze della loro ascesa al potere… Ma c’è una soluzione per tale situazione di “stallo”. Se un leader politico riconosce i vergognosi rapporti clandestini con una potenza straniera, non sarà mai condannato ma PERDONATO e sostenuto dal popolo. Dopo di che lealtà e professionalità delle guardie del corpo impediranno che il futuro politico sia il caos. Le alternative sono la forca di Sadam, i letti da moribondi di Mubaraq e Ben Ali.
Torniamo alle “rivoluzioni popolari in Medio Oriente”. Vediamo che per avere successo c’era disperatamente bisogno di “masse infuriate”. Quindi qualcuno doveva infuriarle. Come in Iran nel giugno 2009? Cecchini sconosciuti uccisero astanti a Teheran durante le proteste (i dettagli sono nell’articolo “Cosa decidono i Bilderberger dell’Iran“). Cosa successe in Egitto nel gennaio 2011? Ancora una volta cecchini sconosciuti spararono alla folla dal tetto dell’edificio del Ministero degli Interni di Cairo. Si noti che in entrambi i casi fu fatto di tutto per convincere il pubblico che i perpetratori fossero le forze governative. Ma dov’era la prova? C’è qualche logica nei servizi di sicurezza che uccidono dimostranti per provocarli a commettere atti violenti? Al contrario, la loro missione è disperdere pacificamente la folla, identificare e arrestare le “teste calde” tra i manifestanti ed evitare vittime! Allora, chi sparava dal tetto del Ministero degli Interni egiziano? Non lo sappiamo ancora. Ma chi fece lo stesso in Tunisia durante l’agitazione pubblica fu catturato e mostrato da RT. Si guardi il seguente video:

Credete che costoro dai passaporti svedesi e inlgesi cacciassero davvero cinghiali per le strade di Tunisi?
Ora possiamo fare alcune conclusioni. Innanzitutto, non c’era nulla di spontaneo nell’ondata delle rivoluzioni del Nord Africa e Medio Oriente del 2011. I disordini popolari in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, ecc. furono accuratamente preparati, organizzati, finanziati e sostenuti dai media internazionali. Abbastanza sorprendentemente, al-Jazeera svolse un ruolo fondamentale nel sostenere i conflitti nelle società arabe diffondendo disinformazione e silenziando le voci della verità e sobrie. In secondo luogo, chi architettò tali insurrezioni, generalmente fallì. Non c’è dubbio che l’idea era organizzare caos e guerre civili nel mondo arabo, provocare imbarazzo nelle élite nazionali, imporre l’opposizione radicale anti-progressista al potere nei Paesi chiave della regione. Poi si aspettavano che, a tempo debito, standard sociali degradati e cattiva gestione del governo catalizzata dalla propaganda dei media internazionali creassero le condizioni per imporre il controllo estero su questi Stati islamici. La Libia con le sue ricche riserve naturali era il premio più ambito. Ma con Muammar Gheddafi ancora al potere che riacquistava sostegno pubblico e si sbarazzava dei rami “secchi” tra gli alti funzionari, gli attori globali soffrivano molto mentre il fantasma del presidente Bush Jr. si profila di nuovo al largo delle coste libiche. Apparentemente le élite non ebbero altra scelta che attivare le super-portaerei statunitensi. Messi all’angolo e sotto la pressione schiacciante della piramide del dollaro. Terzo e più importante, questi eventi rivelavano il legame occulto tra “islamisti” ed élite globali. Muammar Gheddafi combattendo gli islamisti di al-Qaida e allo stesso tempo sostituendo solennemente bin Ladin come incarnazione del “Male assoluto” nei media tradizionali, fu un cambiamento notevole. I radicali dovevano essere la nuova generazione di leader arabi. Non avrebbero portato prosperità o giustizia nelle loro società. La loro missione era stringere saldamente la pentola a pressione del mondo musulmano con regole e retorica pseudo-islamiche. Una volta esplosa, l’energia di milioni di giovani fanatici ignoranti che si diffondono nel mondo avrebbe aperto la strada allo scaltro Gran Pacificatore. I semi di tale misteriosa simbiosi furono piantati dall’intelligence inglese nel XIX secolo. Per esempio, se si segue la storia del fondatore della Fratellanza musulmana Hasan al-Bana, si vedrà che il “controllore generale” inglese in Egitto dal 1878 era Evelyn Baring, rampollo di una vecchia dinastia di banchieri che nominò lo sceicco Muhamad Abduh Gran Mufti d’Egitto. Non ne va sottovalutata l’importanza. Il Gran Mufti d’Egitto del tempo era la massima autorità spirituale nel mondo musulmano. Perché lo sceicco Abduh, noto salafita, fu scelto dal residente inglese? Perché lo scenario della falsa guida del mondo islamico delle élite globali era già stato scritto. Volevano che i musulmani fossero carne da cannone per imporre il loro dominio. Dovevano corrompere la fede islamica, sostituirla con un surrogato pseudo-islamico. Ecco perché Evelyn Baring scrisse dei salafiti: “Sono gli alleati naturali del riformatore europeo” (Goodgame, Peter. La Fratellanza Musulmana: l’arma segreta dei globalisti). A quel tempo Sheikh Adbuh divenne murshid (insegnante) di Muhamad al-Bana, padre di Hasan…
Quindi entriamo in tempi molto interessanti, forse decisivi. Muammar Gheddafi ha vinto la sua ultima battaglia nonostante vigore e pressione insolente da ogni parte. Ci saranno nuovi Gheddafi nati da madri musulmane che resisteranno al nuovo ordine mondiale? Speriamo e preghiamo di sì.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il “regime change” per John Mearsheimer

2 febbraio 2017

Nel mondo accademico americano, e più in generale quello occidentale, è raro trovare voci dissidenti con quella che è stata la pratica dell’esportazione della democrazia a stelle e strisce all’esterno del “mondo libero”. Una di queste voci è quella di John Mearsheimer, professore dell’Università di Chicago e padre della teoria delle relazioni internazionali del realismo offensivo, che ha avuto il coraggio di ammettere, senza alcuna vergogna o remora, che la politica statunitense del “regime change” (cambio di regime) si è rivelata un fallimento su tutti i fronti, dalla destabilizzazione di governi prima solidi, all’impossibilità di democratizzare i paesi vittima della loro politica, fino all’aver aggravato la minaccia terroristica dando vita allo Stato Islamico.
L’argomento è stato trattato, in particolare, in una serie di conferenze che il professore ha tenuto a MGIMO, l’Istituto Statale di Mosca di Relazioni Internazionali nell’ottobre del 2016. Dal 2011, ha spiegato, la politica estera statunitense nel Medio Oriente è stata caratterizzata da “un disastro dopo l’altro”, fallendo praticamente ogni volta che la pratica del regime change è stata applicata.

Mearsheimer individua tre aree strategiche per la sicurezza e l’azione estera degli Stati Uniti sempre tenendo ben presente che la più importante è ovviamente l’Emisfero occidentale, ovvero le Americhe, all’interno del quale non devono nascere altre grandi potenze o non deve esserci alcuna interferenza esterna, in base a quanto dichiarato unilateralmente con la Dottrina Monroe (alla quale il giurista Carl Schmitt si ispirò per spiegare il concetto di Grande Spazio): in ordine d’importanza abbiamo l’Europa occidentale, l’Asia nord orientale e il Golfo Persico.
Le ragioni sono presto dette: l’Europa occidentale è il luogo in cui le grandi potenze, almeno a partire dall’età moderna, si sono sempre concentrate; l’Asia nord orientale è dove grandi potenze in grado di competere con gli Stati Uniti ci sono state, ci sono ancora e continueranno ad esserci in futuro (URSS/Russia; Giappone; Cina); il Golfo Persico per una ragione semplicissima: il petrolio, di cui gli USA sono secondo produttore e primo consumatore mondiale, e il cui controllo risulta strategico per influenzare la sicurezza energetica del mondo intero e, in particolare, delle grandi potenze emergenti come Cina ed India che si riforniscono principalmente proprio da quell’area.
Il punto cruciale però qui è un altro: riconosciute queste aree strategiche, possiamo anche definire anche quali aree non sono strategiche per la sicurezza degli Stati Uniti. A conti fatti, secondo Mearsheimer, Siria, Egitto e Israele non sono aree d’interesse strategico per gli Stati Uniti. Inoltre, l’Europa occidentale è destinata a scendere al terzo posto quale area d’interesse strategico visto il declino endemico a cui le potenze europee sono sottoposte da circa un secolo a questa parte, mentre l’Asia, che a causa della Cina sarà coinvolta nella sua intera parte orientale, e non solo a nord, è destinata a salire al primo (la teoria del “pivot to Pacific” lo dimostra) e il Golfo Persico al secondo.
Le aree su cui, a nostro avviso, la stessa amministrazione Trump si concentrerà di più. Come già accennato, inoltre, l’area del Golfo Persico sarà d’importanza cruciale per gli Stati Uniti proprio per il rifornimento energetico della Cina stessa la quale, ad oggi, attinge il 25% delle proprie risorse petrolifere proprio da lì. E lo share è destinato ad aumentare. Allo stesso mondo l’India, mentre l’Europa sarà lasciata in disparte poiché non costituisce una minaccia competitiva agli USA in termini di sicurezza.
Le radici della politica del regime change sono individuabili sin dall’intervento americano in Afghanistan nel 2001. Da questo punto di vista non c’è differenza fra Bush figlio e Obama: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria ed Egitto si sono rivelati cinque fallimenti su cinque tentativi attivi compiuti. Quella in Afghanistan si è rivelata la guerra più lunga in cui gli Stati Uniti siano stati mai coinvolti: le finanze americane dissipate per questa guerra sono state persino superiori a quelle spese per attuare il Piano Marshall. Inoltre, i Talebani controllano ancora un settimo del territorio afghano, e lo Stato Islamico in Afghanistan sta diventando un attore non statale non trascurabile in questo scenario.
Per quanto riguarda l’Iraq sembra quasi inutile dirlo: prima che Saddam Hussein venisse estromesso dal potere non v’era alcuna forma di terrorismo nell’area, mentre il paese è oggi diviso in tre parti, ovvero l’area araba del Golfo a maggioranza sciita, il Kurdistan iracheno nel nord del paese e l’area a maggioranza sunnita governata dallo Stato Islamico, in cui buona parte degli ufficiali e dei funzionari di Saddam Hussein operano tutt’oggi al suo fianco.
In Siria gli Stati Uniti sono profondamente coinvolti nel tentativo di rovesciare Assad sin dal 2005 e le primavere arabe del 2011 sono state solo il momento in cui quest’ingerenza si è tradotta in una guerra aperta contro il governo damasceno attraverso l’addestramento e il finanziamento delle milizie ribelli alleate a gruppi islamisti locali o stranieri. Il risultato è stata la morte di moltissimi siriani, la crisi dei rifugiati con flussi consistenti sia verso l’Europa sia, soprattutto verso i paesi limitrofi (Giordania e Libano su tutti) e 7 milioni di rifugiati interni, per un paese che di popolazione conta 23 milioni di persone. A questi si aggiungono la persecuzione dei cristiani e delle altre minoranze etniche e religiose, prima tutelate dal regime, ad opera dei gruppi islamisti e dello Stato Islamico stesso, che dall’Iraq è penetrato in Siria grazie al vuoto di potere lasciato dal governo nell’area orientale del Paese.
Situazione simile, se non addirittura peggiore, in Libia, in cui il rovesciamento di Gheddafi ha determinato anarchia e caos in tutto il paese. Per quanto il piano per la Libia fosse principalmente opera degli anglo-francesi, interessati a spartirsi le risorse petrolifere del paese africano con l’indice di sviluppo umano più alto del continente nero (almeno fino ad allora) a scapito del tradizionale partner italiano, la ragione per cui gli Stati uniti supportarono l’intervento fu essenzialmente politica, per poter imporre la democrazia in un paese governato da un dittatore tanto odiato dall’allora Segretario di Stato Hillary Clinton almeno quanto Madeleine Albright aveva odiato, ai tempi della guerra del Kosovo, Slobodan Milosevic. Ironicamente, laddove gli Stati Uniti vollero imporre il rispetto delle norme e dei diritti sia internazionali sia umani, finirono per violarli entrambi, effettuando, come in Serbia, un intervento militare aereo mai autorizzato.
Vi è infine l’Egitto, dove dopo la cacciata di Mubarak, dittatore per altro filo-occidentale, venne democraticamente eletto il “faraone” Mohammed Morsi, vicino alla Fratellanza Musulmana, partito politico di chiara impostazione islamista e vicino a diverse milizie jihadiste e gruppi terroristici, a sua volta estromesso dal potere attraverso il colpo di Stato militare guidato dal generale Al-Sisi. In pratica la democrazia, in Egitto, non è mai pervenuta.
Il risultato è stato il fallimento di cinque obbiettivi su cinque, l’incremento della minaccia terroristica di matrice islamista, l’acuirsi del conflitto fra sciiti e sunniti nello scontro fra Arabia Saudita ed Iran per l’influenza della regione, la crisi dei rifugiati ed un altissimo numero di vittime. Tuttavia il puzzle non è ancora completo, poiché ci sono ancora tre attori da considerare: Israele, l’Iran e lo Stato Islamico.
Per quanto riguarda la prima, visto lo sviluppo delle politiche regionali, la debolezza dei suoi nemici e la lenta e inesorabile convergenza con le monarchie del Golfo su obbiettivi di politica estera, la soluzione che prevedeva la creazione di due Stati, con l’indipendenza di quello palestinese, è ormai da dimenticare: una “Grande Israele” è ormai una certezza, col completo controllo della Cisgiordania e, se necessario, della Striscia di Gaza da parte delle autorità israeliane. Israele si trasformerà in uno Stato in cui vigerà un regime di apartheid, e la minaccia terroristica non farà altro che incrementare a causa della ribellione interna palestinese.
L’Iran, il quale può essere considerato l’unico “successo” dell’amministrazione Obama visto il raggiungimento dell’accordo sul nucleare (che comunque il presidente Trump è intenzionato a smantellare), se oggi non è una minaccia per l’influenza degli Stati Uniti nel Golfo Persico, non è escluso che lo sia in futuro: se l’Iran non si sentirà sicuro dopo la scadenza dell’accordo, la Repubblica Islamica riprenderà lo sviluppo della propria deterrenza nucleare. E, visti i recenti sviluppi sul fronte americano e israeliano, questo futuro sembra quello più plausibile.
Infine, qual è il destino dello Stato Islamico? La strategia degli Stati Uniti rispetto al Daesh è stata, almeno fino all’elezione di Donald Trump, strettamente interconnessa con il rovesciamento di Assad, quasi che l’ISIS fosse un ingovernabile strumento per impedire al regime di acquistare forza. L’obbiettivo degli Stati Uniti è in realtà l’eliminazione di entrambi, ma vista il sostegno di Russia, Iran e Hezbollah (e di recente anche dell’Egitto) al presidente siriano, gli Stati Uniti dovranno rassegnarsi ad eliminare solo l’ISIS a meno che non vogliano giungere ad una guerra per procura con Mosca.
In ogni caso, anche con la sconfitta dello Stato Islamico, la minaccia terroristica rimarrà sempre presente, poiché questo si atomizzerà e si riorganizzerà in cellule o agirà attraverso lupi solitari, così come hanno fatto e fanno sia al-Qaida e che lo Stato Islamico stesso.

La liturgia della bugia

4 settembre 2016

di Luigi Bellazzi
“non possiamo ritornare quello che fummo, non possiamo restare quello che siamo”
Oggigiorno abbiamo la “fortuna” di vivere in un momento di crisi epocale.
Non solo dal punto di vista dell’economia: “oggi peggio di ieri e meno peggio di domani”, ma soprattutto dal punto di vista morale. Viviamo un momento storico in cui la regola è diventata: “fare apparire il bene, per fare passare il male“.
Adesso è possibile grazie alla gravità del momento, avere l’occasione di poter “trasformare la difficoltà in opportunità“.
Questo infatti non è solo il momento della crisi dell’economia, questa crisi è il sintomo del fallimento della democrazia.

Quando tutti rubano (ed è ladro anche chi tiene il sacco…) non è che tutti siano ladri, è il sistema democratico che costringe tutti ad essere “ladri “.
Ogni critica per essere credibile deve essere preceduta da una sincera autocritica. Sgombriamo quindi il campo da equivoci, dichiarare la morte della democrazia, non significa far risorgere il fascismo. Gli stati etici: fascismo, nazionalsocialismo, comunismo, sono tutti al momento irrimediabilmente defunti. La inevitabile guerra fratricida, tra comunismo e fascismi. L’Unione Sovietica già negli anni ’40 aveva un miliardo di cinesi alle spalle, sui 4 mila chilometri di confine con la Siberia che costringevano l’allora URSS ad espandersi in Europa. La guerra civile tra gli stati etici, almeno per qualche altra generazione, ne impedirà il risorgere. La domanda ora da porsi è: falliti i fascismi, fallito il comunismo, fallita la democrazia, che fare? La risposta potrebbe essere: una democrazia integrata da valori etici. Uno Stato che al proprio interno rispetti il principio di legalità, mentre per l’esterno affermi il principio dell’interesse nazionale.
L’Italia in politica estera non potrà che avere un ruolo ancillare (pagheremo per secoli la vigliaccheria dell’otto Settembre ‘43) rispetto ad una Grande Potenza (la grandezza di un popolo la si misura con la sua capacità di resistenza). Seguendone le sorti nel bene e soprattutto nel male. La Grande Potenza “mediterranea” che prenderà a breve il ruolo guida che era stato degli USA, piaccia o no, sarà lo stato ariano dell’Iran. Nelle scuole a partire dalle elementari, sarebbe bene abbandonare da subito l’insegnamento dell’inglese a favore della lingua farsi.
Ottanta milioni di iraniani, inseriti in un’area di mezzo miliardo di abitanti, sono il futuro dell’Italia, dobbiamo però scrollarci di dosso l’oceano di bugie imposti dai vincitori ai vinti.
É una strada nuova (la “democrazia corretta”) facile a dirsi, difficile a praticarsi.
Si dovrebbe tanto per iniziare, riconoscere storicamente l’Onore militare ai vinti, smetterla con la “menzogna di Ulisse” e con il “male assoluto”. Prevedere che non esista alcun diritto se prima non si sia adempiuto a tutti i propri doveri verso la Comunità di destino, la Patria. Farla finita con l’equivoco di essere socialisti per i diritti (diritto alla casa, diritto alla salute, diritto al lavoro, diritto di qua e diritto di là) e liberisti per i doveri (lavoro per quel che mi paghi…).
Termometro veronese per misurare la crisi dell’economia è la quotazione delle azioni del Banco Popolare (dal 1867 il salvadanaio dei risparmi per le famiglie veronesi). Otto anni fa le azioni del Banco valevano 38,7 Euri. Oggi poco meno, poco più di 20 centesimi (nel 2013 dieci azioni erano state accorpate in una, quindi gli odierni valori formali di borsa vanno divisi per dieci). Duecentomila risparmiatori italiani, di cui 50 mila veronesi, hanno visto polverizzati i risparmi di una vita. Un’ ottima occasione per fare una riflessione sul passato e inventarsi un nuovo modo di fare banca: “Banca che sia solo banca“.
Scrive Galli della Loggia su “il Corriere della Sera” 07/08/16: “…La crisi del nostro sistema bancario non è solo un fatto economico, è anche un capitolo di storia sociale… É una storia di gruppi di comando locali installatisi alla testa degli istituti… Sono in genere formati da qualche imprenditore non sempre brillantissimo… campioni del notabilato… (hanno n.d.r.) depredato decine di migliaia di loro più o meno incolpevoli concittadini… lo hanno fatto per arricchirsi sempre di più… Questa voglia mai sazia di potere.., l’ovvia convinzione dell’impunità… di farla franca in ogni caso…”.
Ci manca solo il codice fiscale e il numero di scarpe di Paolo Biasi e di Carlo Fratta Pasini poi il ritratto dei “campioni del notabilato” veronese è completo. Fratta e Biasi i “poteri forti”? Non esistono “poteri forti”, esistono solo uomini deboli che non hanno il coraggio di combatterli.
“Fare apparire il bene, per fare passare il male” è la parola d’ordine della dittatura democratica. Basti ricordare l’esempio dello scandalo del Mo.s.e. (Modulo sperimentale elettromeccanico). Ricordiamo tutti le grida di dolore di quel tempo: “Venezia che affonda”, “Venezia che muore” a causa delle maree. C’era forse qualche belva umana che allora volesse far scomparire Venezia sotto le maree? Venezia è il vero ed unico patrimonio mondiale dell’umanità. Ma certo che no, il mondo non poteva perdere Venezia sommersa dai capricci del mare. Subito fu pronta la soluzione per salvare Venezia: il M.o.s.e., (non c’era tempo nè per le gare, né per la trasparenza), ecco così far nascere dalla sera alla mattina la fabbrica per produrre tangenti col pretesto nobilissimo di salvare Venezia dalla catastrofe immaginaria, tappando la bocca a chiunque manifestasse dei dubbi sul “Mo.s.e.”
Nel frattempo tangenti a iosa per tutti, per tutti i partiti. Poi (sempre dopo) scoppiato lo scandalo, Cacciari, il Sacerdote della sinistra onesta, illuminata ed intelligente (si fa per dire), ci veniva a pontificare che le maree devastanti a Venezia erano quelle superiori al metro e sessanta. Aggiungeva poi (ancora poi, mai prima) il Divo Massimo che il M.o.s.e. avrebbe messo al riparo per le maree alte fino ad un metro e sessanta. Succo postumo di Massimo Cacciari: il M.o.s.e. per salvare Venezia, non serviva ad un cazzo (poteva gridarlo subito. O no?).
Altro “cavallo di troia”, l’immigrazione. Col pretesto del povero bambino che muore di fame, o annegato, del dovere di dare accoglienza e/o asilo politico a chi fugge da guerre (ma non si chiamavano disertori?), carestie (ma non dovrei rimanere a casa mia col mio badile e con la mia spada?) e persecuzioni (chi è perseguitato e chi è persecutore?), vengono oggi deportati (grazie alle sirene delle TV satellitari) interi popoli sradicandoli dalle loro terre, dalle loro tradizioni, dagli equilibri millenari con l’ambiente circostante, per portare quei popoli in Europa e trasformarli in torme di randagi consumatori. Ma quale asilo politico, l’unica persona in Europa effettivamente meritevole di asilo politico per essere stato perseguitato per le sole idee manifestate, è l’avvocato Horst Mahler. Mahler per avere sostenuto che storicamente l’olocausto (inteso come sterminio programmato di 6 milioni di ebrei) non è mai esistito, è stato messo in prigione.
Libertà di pensiero? Dieci anni di galera al vecchio Horst (Fondatore delle “Brigate rosse” tedesche)! A settanta e passa anni ad Horst Mahler è stata amputata una gamba in carcere.
Intanto abbiamo i nuovi “martiri”, gli affaristi che siedono nei Consigli di Amministrazione di Banche e Assicurazioni. Abbiamo gli attori che si esibiscono nella quotidiana ed ostentata recita di povertà e dolcezza francescane, per poi trasformarsi in docili e spietati strumenti della finanza internazionale ebraica, burattini del Burattinaio Larry Fink, Amministratore Delegato e “proprietario” di Black Rock, il fondo che gestisce un patrimonio di 4700 miliardi di dollari in partecipazioni (più del doppio del p.i.l. italiano!).
Fink è quel “Signore del denaro” che nel tempo di uno schiocco delle dita, fece scappare il Presidente del Consiglio Berlusconi da Palazzo Chigi dove si era barricato da mesi. Era bastato infatti che Black Rock iniziasse a svendere le sue partecipazioni in Fininvest e Berlusconi si sarebbe potuto trovare dopo poco ridotto sul lastrico.
Gli esempi del “bene peloso” che nasconde turpi interessi lo abbiamo visto in tutto il panorama politico con “Mafia Capitale”.
Con il pretesto di salvare dal naufragio i poveri migranti, la Marina Militare ha chiesto un finanziamento straordinario per varare una costosissima portaerei (non bastavano quattro gommoni da altura?) strumentalmente destinata a salvare i migranti ma di fatto destinata a varare tangenti per Ammiragli felloni.
Tanto varrebbe pagare a tutti i migranti il biglietto aereo classe affari per venire in Italia.
Certamente si risparmierebbero denaro e perdite di vite umane. Ma così facendo, i paladini dei poveri a braccetto con la Finanza dei ricchi perderebbero la spettacolarizzazione della tragedia: le migliaia di affogati, i bambini venduti dalle famiglie per contribuire allo spettacolo sempre più straziante dei naufragi andando così a tappare la bocca di chi si opponga all’immigrazione.
Gli imperi Coloniali un tempo privilegiavano le fonti di produzione (Colonie); poi gli Stati democratici hanno privilegiato le fonti di consumo (mercati); Adesso la finanza internazionale e mondialista per sostenere l’economia liberista basata sulla spesa e sui consumi, se vuole far crescere i consumi deve aumentare il numero dei consumatori. Con una Italia in pieno calo demografico. Nel n. 7 del 2016 di Limes, pag.12: “L’Italia sta cambiando pelle. Per la prima volta in 90 anni la popolazione residente è diminuita (- 130.061unità)… Seguendo le tendenze attuali, compresa un’immigrazione netta intorno alle 100 mila unità annue, nel 2050 ci ridurremo a circa 57 milioni (rispetto agli attuali 60.665.551 residenti n.d.r.)…”
Allora eccoti la ricetta per sostenere i consumi: gli immigrati. Due piccioni con una fava: la fava dell’immigrazione da un lato fa aumentare il numero dei consumatori, dall’altro lato contribuisce ad indebolire l’Europa attraverso la perdita della propria identità.
Nel frattempo gli Stati Uniti a casa loro tengono ben separato con muri e reticolati il confine con il Messico per impedire l’ingresso di clandestini.
C’era chi ammansiva gli schiavi di ieri per sostenere i Colonizzatori. Oggi i portatori del bene assoluto, continuano ad ammansire i nuovi schiavi di oggi (gli immigrati consumatori).
La felicità non la si misura in base al reddito pro capite, ma in base all’equilibrio dell’uomo con l’ambiente che lo circonda.
Non è un caso che la percentuale più alta di suicidi la si riscontra nelle società con i redditi più alti. Viceversa nelle comunità tribali, economicamente poverissime, il suicidio non esiste.
Quel carrozzone schifoso della F.A.O. spende più in stipendi che in erogazioni! Mica per niente la Boldrini faceva la strapagata portavoce della F.A.O.: alberghi a cinque stelle, telecamere al seguito, sguardo addolorato al momento delle riprese ed ecco confezionata la missione umanitaria del momento.
Noi viviamo quotidianamente la liturgia della bugia.
Strapagare chi fa politica, il costo della democrazia…. Tutte balle, pagare ai politici stipendi 8/9/10 volte superiori al reddito percepito prima di essere eletti significa renderli schiavi dell’incarico parlamentare. Quando il politico prima di essere eletto guadagnava 8/9/10 volte di meno era costretto a riciclare le scarpe dal figlio più vecchio a quello più giovane, vacanze nella pensione “Maria onta”, caffè contati, vestiti consunti. Poi, dopo l’elezione per quattro anni la famiglia può vivere senza problemi economici. Chi è quel marito, quel genitore, quel parlamentare o consigliere regionale che dopo 4 anni rinunci spontaneamente ad essere rieletto ed ha la forza d’animo per dire alla propria famiglia: ritorniamo poveri, torniamo a riciclare scarpe e vestiti?
Il pianto greco
Questa lagnanza insistente e molesta, questo chiedere ogni giorno più fondi, più mezzi. Non ci si vuole rendere conto che la situazione dell’economia è sempre: “oggi peggio di ieri e meno peggio di domani
Il perché è molto semplice, anche se fa ribrezzo a dirlo.
La prima economia in Italia era il “nero”, ovvero i denari sottratti allo stato con l’evasione fiscale. Con la ruberia in servizio permanente effettivo è una cialtronata affermare:” Se paghiamo tutti (le tasse), tutti pagheremo meno”.
Più democrazia, più eletti, regioni, circoscrizioni etc. etc. hanno comportato sempre più ruberie. Politici di destra, di centro come di sinistra. Basti vedere cosa sta accadendo a Roma tra i 5 Stelle e l’appena eletta Sindaca Virginia Raggi.
La democrazia è la sifilide dello spirito.
Fino ad una decina di anni fa, la regola nel privato era che le ore straordinarie venissero pagate in nero. Con quei compensi “esentasse”, marito e moglie pagavano le rate del mutuo per la casa, pagavano le vacanze, l’auto, la benzina etc. Non scordiamo che con quella economia “banditesca”, nei primi anni ’60 l’Italia realizzava 1.200 chilometri di Autostrada del sole. Adesso non abbiamo nemmeno i mezzi per ripararne le buche.
Non c’è dubbio che un’opera pubblica (es. un ponte, una strada) abbia un effetto moltiplicatore della ricchezza cento volte superiore rispetto ad un opera privata (es. una casa in proprietà), ma se quella strada dopo poco deve essere chiusa per le buche che si manifestano, o se il traffico sul ponte deve essere interrotto per minaccia di crollo del viadotto, beh allora l’effetto moltiplicatore si converte in demoltiplicatore (invece di ridurre i tempi di percorrenza, buche e crolli quei tempi li allungano!). Quindi l’opera pubblica invece di creare ricchezza produce “povertà”. E questo accade perché il politico (tutti i politici, nessuno escluso) per essere rieletto deve privilegiare la preferenza rispetto all’investimento nell’opera pubblica. Il consenso costa e allora via con le tangenti. Elementare, fin troppo elementare.
All’epoca del “nero diffuso”, i più onesti tra i “finanzieri” raddoppiavano lo stipendio con il secondo lavoro pomeridiano (ovviamente in nero), i poliziotti facevano i buttafuori nelle discoteche o i gorilla per le famiglie facoltose a rischio rapimento.
Questa però era l’Italia dell’Autostrada del Sole.

04/09/2016

Preso da: http://www.italiasociale.net/alzozero16/az16-09-04.html

Yemen, il genocidio e la vetrina Usa

16 dicembre 2016

La decisione dell’Arabia Saudita di iniziare una guerra contro il vicino Yemen, ha come pretesto quello di eliminare il movimento di Resistenza Ansarullah. Questa decisione arriva dopo che “mamma” Washington ha dato il suo benestare. La realtà, nel mondo arabo, è che nessuno possiede volontà indipendente nei confronti delle decisioni americane. La maggior parte degli Stati arabi, senza la coordinazione con Washington non hanno la capacità di cambiare una virgola sulla mappa politica.

 

 

Yemen

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli Stati Uniti stanno per costruire una base militare permanente, nella provincia meridionale di Lahij. Ciò significa che gli Usa cercano il pieno controllo del Golfo di Aden e dello stretto di Bab el-Mandeb. Questa è una zona strategica in quanto collegamento tra il mare di Oman ed il Mar Rosso. Se gli Stati Uniti riusciranno nel loro intento, oltre ad avere un netto dominio sulle attività marine e le annesse rotte marittime, possono aumentare il controllo e la sicurezza delle coste israeliane. Ecco una delle motivazioni principali.

La destabilizzazione dello Yemen è guidata da una mano americana che si muove alla ricerca di riserve petrolifere. Ci sono voci che danno le risorse yemenite vicine alla fine, ma un rapporto di Sky News riporta che lo Yemen ed in particolar modo le province di Al Jafw e Marib, ospitano ancora ricche riserve di petrolio.
Risultato di tutto ciò è che se Riyadh e Washington riuscissero a controllare lo Yemen, essi saranno in grado di mettere mano su un’arteria petrolifera che è considerata tra le più importanti al mondo.

In questo modo, lo Yemen ha assunto un ruolo “privilegiato” nell’orizzonte americano. Il governo Usa, però, non ha fatto i conti con la Resistenza di Ansarullah ed il sostegno popolare che si è mobilitato dinanzi alle ingerenze di Washington, rendendo i piani iniziali americani un bel po’ più difficili del previsto. Gli sviluppi che si sono avuti negli ultimi 20 mesi, dimostrano che Washington non intende condividere il prezzo della guerra con l’Arabia Saudita. Ciò si è capito quando, gli Usa, hanno evitato di fare pressione alle Nazioni Unite sulla Black List Araba Saudita che vedeva lo Stato alleato come violatore dei diritti dei bambini, facendo ciò si cercava di tenere le Nazioni Unite fuori dall’azione che avrebbero potuto intraprendere.

Riyadh è il miglior alleato arabo nella strategia statunitense di spostamento in Asia orientale. Gli Stati Uniti continuano a non prendere posizione e non attuano nessuna politica stabile neanche nello Yemen. Gli Usa cercano di rimanere in silenzio sulle misure intraprese dai sauditi, ed appare evidente che vogliano ridurre al minimo la loro presenza nei Paesi arabi del Golfo Persico.
Rimane il fatto che le prese di posizione degli Stati Uniti sulla guerra nello Yemen sono molto volubili e volatili, in quanto sono dipendenti dallo sviluppo delle battaglie che verranno.

di Sebastiano Lo Monaco

Preso da: https://www.ilfarosulmondo.it/yemen-genocidio-la-vetrina-usa/

Degenerazione e fondamentalismo nel controllo dei media occidentali

Non c’è nulla di più triste e patetico di un famigerato bugiardo che urla, sputa saliva, insulta le persone normali a destra e sinistra, mentre terrorizza coloro che stanno dicendo la verità.
Ultimamente, l’Occidente è diventato chiaramente furioso. Più ha paura di perdere il controllo sul cervello di miliardi di persone in tutti gli angoli del mondo, più aggressivamente urla, prende a calci e si prende gioco di se stesso.
Il Nuovo Ordine Mondiale non nasconde nemmeno più le sue intenzioni. Le intenzioni sono chiare: distruggere tutti i suoi avversari, siano essi in Russia, Cina, Iran o in qualsiasi altro stato patriottico e indipendente. Silenziare tutti i media che stanno dicendo la verità; non è la verità così come è definita a Londra, Washington, Parigi o Berlino, ma la verità è percepita a Mosca, Pechino, Caracas o Teheran; la verità che serve semplicemente la gente, non la falsa, pseudo-verità inventata per sostenere la supremazia dell’Impero occidentale.

Sono stati ora stanziati enormi fondi per l’assalto mortale della propaganda, originatosi prevalentemente a Londra e Washington. Milioni di sterline e dollari sono stati assegnati e spesi, ufficialmente e apertamente, per “contrastare” le voci di russi, cinesi, arabi, iraniani e latinoamericani; voci che stanno finalmente raggiungendo gli “Altri” – gli abitanti desolati del “sud globale”, gli abitanti delle colonie e delle neo-colonie; gli schiavi moderni che vivono negli stati “client”.
La maschera sta cadendo e la faccia cancrena della propaganda occidentale viene esposta nella sua realtà. È terribile, spaventosa, ma almeno è quello che è, perché tutti possano vederla. Niente più suspense, niente sorprese. All’improvviso è tutto allo scoperto. È spaventoso ma onesto. Questo è il nostro mondo Questo è quanto è diminuita la nostra umanità. Questo è il cosiddetto ordine mondiale, o più precisamente neocolonialismo.
L’Occidente degli imperialisti anglo-USA sa come massacrare milioni e sa come manipolare le masse. La sua propaganda è sempre stata dura (e ripetuta mille volte, non diversamente dalle pubblicità aziendali o dalle campagne di indottrinamento fascista della Seconda Guerra Mondiale) quando è originaria degli Stati Uniti, o brillantemente machiavellica e letalmente efficace quando viene dal Regno Unito. Non dimentichiamolo mai: il Regno Unito ha assassinato e ridotto in schiavitù centinaia di milioni di esseri umani innocenti e molto più avanzati, per molti lunghi secoli e in tutto il mondo. A causa del suo talento nel lavaggio del cervello e nella manipolazione delle masse, la Gran Bretagna ha fatto innumerevoli genocidi,
Il regime occidentale sa mentire, spudoratamente ma professionalmente, e soprattutto, perpetuamente. Ci sono migliaia di menzogne ​​accatastate l’una sull’altra, con perfetti accenti “educati” di classe superiore: bugie su Salisbury, sul comunismo, la Russia, la Cina, l’Iran, il Venezuela, Cuba, la Corea del Nord, la Siria, la Jugoslavia, il Ruanda, Sud Africa, Libia, rifugiati. Ci sono bugie sul passato, sul presente e persino sul futuro.
Nessuno ride, vedendo questi teppisti imperialisti come il Regno Unito e la Francia che predicano, in tutto il mondo e con la faccia seria, sia sulla libertà che sui diritti umani. Non ridere, ancora. Ma molti si stanno lentamente indignando.
Le persone in Medio Oriente, Africa, Asia e America Latina cominciano a rendersi conto di essere state ingannate, ingannate, mentite; che la cosiddetta ‘educazione’ e ‘informazione’ proveniente dall’Occidente non erano altro che spudorate campagne di indottrinamento. Per anni ho lavorato in tutti i continenti, compilando storie e testimonianze sui crimini dell’imperialismo e sul risveglio del mondo, “riassunti” nel mio libro di 840 pagine: ” Exposing Lies Of The Empire “.
Milioni di persone che ora possono vedere, per la prima volta, che i media, come BBC, DW, CNN, Voice of America, Radio Free Europe / Radio Liberty, li hanno codificati senza pietà e per anni e anni. Reuters, AP, AFP e diverse altre agenzie di stampa occidentali (Repubblica, La Stampa, RAI, Sky News, ecc..) sono riuscite a creare una narrativa in uniforme per l’intero pianeta, con giornali locali in tutto il mondo che pubblicano ora manipolazioni identiche che provengono da Washington, Londra, Parigi e altre capitali occidentali. Immagini totalmente false su argomenti così importanti come l’Unione Sovietica, il Comunismo, la Cina, ma anche la libertà e la democrazia sono state incise in miliardi di cervelli umani.
La ragione principale dell’apertura degli occhi di persone del mondo che è ancora oppressa dall’imperialismo occidentale, è il lavoro inarrestabile dei media come il New Eastern Outlook (NEO), RT e Sputnik, con sede in Russia, come Cina- ha sede la CGTN, China Radio International e China Daily, TeleSur con sede in Venezuela, Libanese Al-Mayadeen e Iranian Press TV. Certo, ci sono molti altri mezzi di comunicazione anti-imperialisti orgogliosi e determinati in varie parti del mondo, ma quelli sopra citati sono i veicoli più importanti della contro-propaganda proveniente dai paesi che hanno combattuto per la loro libertà e semplicemente hanno rifiutato essere conquistato, colonizzato,
Una potente coalizione anti-imperialista di stati veramente indipendenti si è formata e si è solidificata. Ora sta ispirando miliardi di esseri umani oppressi ovunque sulla Terra, dando loro speranza, promettendo un futuro migliore, ottimista e giusto. Essere all’avanguardia di molti cambiamenti positivi e aspettative è il “nuovo media”.
E l’Occidente sta guardando, inorridito, disperato e sempre più al vetriolo. È disposto a distruggere, uccidere e schiacciare, solo per fermare questa ondata di “ottimismo pericoloso” e lottare per una vera indipendenza e libertà.

Asse della resistenza

Ora ci sono attacchi costanti contro i nuovi media del mondo libero. In Occidente, la RT è minacciata di espulsione, di nuovi e sempre più popolari New Eastern Outlook (NEO), giunta di recente sotto un malvagio attacco informatico da, probabilmente, hacker occidentali professionisti. TeleSur viene periodicamente paralizzato da sanzioni vergognosamente scatenate contro il Venezuela, e lo stesso banditismo si rivolge alla TV della stampa iraniana.
Vedete, l’Occidente può essere responsabile di miliardi di vite in rovina in tutto il mondo, ma non è ancora in grado di affrontare sanzioni, azioni punitive. Mentre paesi come Russia, Iran, Cina, Cuba, Corea del Nord o Venezuela devono “affrontare le conseguenze” principalmente sotto forma di embargo, sanzioni, propaganda, intimidazione diretta, persino bullismo militare, semplicemente per aver rifiutato di accettare la folle dittatura globale occidentale, e per aver scelto la propria forma del governo e del sistema politico oltre che economico.
L’Occidente semplicemente non sembra in grado di tollerare il dissenso. Richiede obbedienza piena e incondizionata al “Pensiero Unico”, ai suoi dogmi, una sottomissione assoluta. Agisce sia come fondamentalista religioso che come teppista globale. E per peggiorare le cose, i suoi cittadini sembrano essere così programmati o così indifferenti o entrambi, che non sono in grado di comprendere ciò che i loro paesi e la loro “cultura” stanno facendo al resto del mondo.
Quando sono intervistato, mi viene spesso chiesto: “il mondo sta affrontando il vero maggiore pericolo dalla Seconda Guerra Mondiale?”
Rispondo sempre “sì”. È perché sembra che sia il Nord America che l’Europa non siano in grado di smettere di costringere il mondo all’obbedienza e alla schiavitù virtuale. Sembrano non voler accettare alcun accordo razionale e democratico sul nostro Pianeta. Sacrificerebbero uno, decine o centinaia di milioni di esseri umani, solo per mantenere il controllo dell’universo? Sicuramente lo farebbero! Hanno già, in diverse occasioni, senza pensarci due volte, senza rimpianti e senza pietà.
La scommessa dei fondamentalisti occidentali, dell’ideologia neoliberista dominante è quella per cui il resto del mondo è molto più decente e molto meno brutale, che non potrebbe sopportare un’altra guerra, un’altra carneficina, un altro bagno di sangue; che piuttosto si arrende, piuttosto rinuncia a tutti i suoi sogni per un futuro migliore, invece di combattere e difendersi da ciò che appare sempre più come un inevitabile attacco militare occidentale.
Tali calcoli e “speranze” dei fanatici occidentali sono falsi. I paesi che ora vengono affrontati e intimiditi sono ben consapevoli di cosa aspettarsi se si arrendono e si arrendono alla pazzia occidentale e ai modelli imperialisti.
La gente sa, si ricorda cosa vuol dire essere schiavi.
La Russia sotto Yeltsin, crollata, saccheggiata dalle multinazionali occidentali, sputata in faccia dai governi europeo e nordamericano; la sua aspettativa di vita era scesa ai livelli dell’Africa sub-sahariana.
La Cina a sua volta sopravvisse a un’agonia inimmaginabile di “periodo di umiliazione”, saccheggiata, saccheggiata e divisa da invasori francesi, britannici e statunitensi.
L’Iran derubato del suo governo legittimo e socialista, dovendo vivere per anni sotto un maniaco sadico, il burattino occidentale, lo scià.
L’intera America “latina“, con le sue venature aperte, con la cultura in rovina, con la religione occidentale costretta a chiudergli la gola; con letteralmente tutti i governi e leader socialisti e comunisti democraticamente eletti o rovesciati, o direttamente assassinati, o quantomeno manipolati dal potere da Washington e dai suoi lacchè.
La Corea del Nord, sopravvissuta a un genocidio bestiale contro i suoi civili, commessa dagli Stati Uniti e dai suoi alleati nella cosiddetta guerra coreana.
Vietnam e Laos, violentati e umiliati dai francesi, e poi bombardati nelle epoche della pietra dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
Sud Africa … Timor Est … Cambogia …
Ci sono carceri viventi, relitti di decomposizione, abbandonati dopo gli attacchi mortali occidentali “liberatori”: Libia e Iraq, Afghanistan e Honduras, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo, solo per citarne alcuni. Questi servono come avvertimenti per coloro che hanno ancora delle illusioni sulla “buona volontà” occidentale e sullo spirito di giustizia!
Siria … Oh, Siria! Guarda cosa ha fatto l’Occidente in un paese orgoglioso e bello che si è rifiutato di cadere in ginocchio e leccare i piedi di Washington e di Londra. Ma anche, guarda quanto è forte, quanto determinati possono essere coloro che amano veramente il loro paese. Contro ogni previsione, la Siria si è levata in piedi, ha combattuto i terroristi assoldati dall’estero, assieme con gli stranieri e ha vinto, circondato e sostenuto dalla grande coalizione internazionalista! L’Occidente aveva pensato di poter scatenare un altro scenario libico, ma invece ha incontrato un pugno di ferro, i nervi d’acciaio, un’altra Stalingrado. l’imperialissmo occidentale è stato identificato, affrontato e fermato. Ad un costo enorme, ma fermato!
L’intero Medio Oriente sta guardando.
Il mondo intero sta guardando.
Le persone ora vedono e ricordano. Stanno cominciando a ricordare chiaramente cosa è successo a loro. Stanno iniziando a capire. Sono incoraggiati. Comprendono chiaramente che la schiavitù non è l’unico modo di vivere le loro vite.
La coalizione anti-occidentale o più precisamente l’Asse della Resistenza anti-imperialista ed antisionista è ora solido come l’acciaio. Perché è una grande coalizione di vittime, di persone che sanno cos’è lo stupro e cos’è il saccheggio, e quale distruzione completa è. Sanno esattamente cosa viene amministrato dai sostenitori autoproclamati della libertà e della democrazia – dal fondamentalismo culturale ed economico occidentale.
Questa coalizione di nazioni indipendenti e orgogliose è qui per proteggersi, proteggersi a vicenda, così come il resto del mondo.

Manifestazione contro l’imperialismo e per la sovranità dei popoli

Non arrendersi mai, mai tornare indietro. Perché le persone hanno parlato e stanno inviando messaggi chiari ai loro leader: “Mai più! Non capitolare. Non cedere alle intimidazioni occidentali. Combatteremo se attaccati. E noi resteremo, orgogliosamente, con le nostre gambe, qualunque cosa, non importa quale forza brutale dobbiamo affrontare. Mai in ginocchio, fratelli! Non cadremo mai più in ginocchio di fronte a coloro che diffondono il terrore! ”
E i media in questi meravigliosi paesi che resistono all’imperialismo e al terrore occidentali diffondono innumerevoli messaggi ottimistici e coraggiosi.
E l’establishment occidentale imperialista sta osservando, agitandosi e sporcandosi i pantaloni.
Loro, gli imperialisti, sanno che la fine del loro brutale dominio sul mondo si sta avvicinando. Sanno che quei giorni di impunità stanno finendo. Sanno che il mondo giudicherà presto gli anglo-USA ed i loro lacchè , per i secoli di crimini che ha commesso contro l’umanità.
Sanno che la guerra dei media sarà vinta da “noi”, non da “loro”.
Il campo di battaglia è in via di definizione. Con alcune brillanti eccezioni, gli occidentali e i loro media stanno chiudendo le fila, attenendosi ai loro padroni. Come molti altri scrittori, ero stato senza tante cerimonie cacciato da Counterpunch, una delle pubblicazioni sempre più anticomuniste, anti-russi, anti-siriane e anti-cinesi degli Stati Uniti. Dal loro punto di vista, stavo scrivendo per diverse pubblicazioni “sbagliate”. Sono davvero orgoglioso che abbiano smesso di pubblicarmi. Sto bene dove sono: di fronte a loro, mentre sto affrontando altri mezzi di comunicazione di massa in Occidente.
L’estensione del controllo ideologico occidentale del mondo è degenerata, veramente perversa. I suoi media e gli sbocchi “educativi” sono pienamente al servizio del regime.
Ma il mondo si sta svegliando e si confronta con questo fondamentalismo culturale e politico mortale.
È in corso una grande battaglia ideologica. Questi sono tempi eccitanti e luminosi. Niente potrebbe essere peggio della schiavitù. Le catene si stanno rompendo. D’ora in poi, non ci sarà impunità per coloro che hanno torturato il mondo per secoli.
Le loro bugie, così come le loro armature, saranno affrontate e fermate!
*Andre Vltchek è filosofo, romanziere, regista e giornalista investigativo. È un creatore di Vltchek’s World in Word and Images , uno scrittore del romanzo rivoluzionario Aurora e diversi altri libri . Scrive in particolare per la rivista online “New Eastern Outlook”.
Traduzione: Luciano Lago
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via Controinformazione

controstoria di Saddam Hussein.

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Di Leonardo Olivetti

Quando si parla dell’Iraq contemporaneo non si può fare a meno di pensare alla controversa figura di Saddam Hussein. Il Raìs iracheno è uno dei massimi oggetti di demonizzazione dell’Occidente, accusato di ogni sorta di crimine e usato come archetipo della tirannide. Ma alle costruzioni propagandistiche degli agiografi dell’imperialismo americano, non corrispondono i fatti; Saddam Hussein fu uno dei più geniali e lungimiranti leader mediorientali degli ultimi anni, capace di guidare un paese dalla rovina alla prosperità, di non arrendersi alle minacce e all’arroganza stranieri, per nulla responsabile di quelle “atrocità” tanto vilmente accostate alla sua figura.

Quando Saddam Hussein prese in mano le redini del paese mediorientale, aveva di fronte a sé una situazione molto deteriorata, insicura e sottosviluppata economicamente, culturalmente e socialmente. Il Raìs iracheno risollevò l’Iraq dalla miseria, creando un regime prospero e culturalmente avanzato. L’alfabetizzazione, nel 1973, era solo il 35%; solo nove anni più tardi, le Nazioni Unite dichiararono l’Iraq “libero dall’analfabetismo”, con una popolazione alfabetizzata superiore al 90%, ed una percentuale del 100% di giovani che andavano a scuola. Due anni dopo, nel 1984, le stesse Nazioni Unite ammisero che “il sistema educativo dell’Iraq è il migliore mai visto in un paese in via di sviluppo”. Il sistema scolastico iracheno era anche tra i migliori al mondo per qualità; il tasso di studenti promossi era maggiore che negli altri paesi arabi, e il governo di Saddam, dal 1970 al 1984, spese solo per l’educazione il 6% del PIL, pari al 20% del reddito annuo del paese. In pratica, il governo di Baghdad spese per ogni singolo studente circa 620$, una cifra altissima per un paese in via di sviluppo. E questo dopo che Saddam Hussein era l’uomo forte di Baghdad da solo un decennio. Più tardi, dal 1976 al 1986, gli studenti delle scuole elementari crebbero del 30%, le studentesse femmine del 45%, sintomo della crescente emancipazione femminile, e il numero delle ragazze che studiavano era il 44% del totale, quasi in parità con il sesso maschile. Un altro risultato del fervore culturale importante nell’Iraq di Saddam Hussein è quello ottenuto nell’ambito universitario; l’Università di Baghdad, fondata nel 1957, ebbe oltre 33 mila studenti tra il 1983 e il 1984, l’Istituto Tecnico oltre 34 mila, l’Università di Mustansirya oltre 11 mila. Queste cifre altissime, che manifestano la fioritura culturale dell’Iraq ba’athista, portarono il New York Times, nel 1987, a battezzare Baghdad come “la Parigi del Medio Oriente”.

Dal 1973 al 1990 furono costruiti migliaia di chilometri di strade, si completò l’elettrificazione, e si istituirono un sistema sanitario ed un sistema scolastico completamente gratuiti. Le infrastrutture in Iraq sono tutte opera della leadership di Saddam Hussein; la maggior parte degli aeroporti ora operanti in Iraq sono stati costruiti da Saddam Hussein (l’aeroporto internazionale di Basra, quello internazionale di Erbil, quello di Baghdad), la maggiore autostrada del paese (la cosiddetta “Freeway 1”, lunga 1.200 chilometri) fu costruita a partire dal 1990. Saddam Hussein si è reso molto popolare in Iraq anche per i suoi continui viaggi, negli anni ‛70, in tutto il paese, per assicurarsi che ogni cittadino avesse a disposizione un frigorifero e l’elettricità, una delle basi ed una delle più grandi vittorie del Partito Ba’ath in Iraq. La sanità irachena era tra le migliori nella regione; la mortalità infantile passò da 80 persone ogni 1.000 abitanti nel 1974, a 60 ogni 1.000 nel 1982, fino a 40 ogni 1.000 nel 1989. La mortalità al di sotto dei cinque anni calò da 120 bambini ogni 1.000 nel 1974, a 60 ogni 1.000 nel 1989. Il sistema sanitario iracheno era anche tra i migliori qualitativamente: dicono l’UNICEF e l’Organizzazione Mondiale della Sanità che “a differenza di altri paesi più poveri, l’Iraq ha sviluppato un sistema occidentale di ospedali all’avanguardia che usa procedure mediche avanzate, e ha prodotto fisici specialisti”. Prima del 1990, sempre secondo i rapporti dell’OMS, avevano accesso a cure mediche gratuite e di alta qualità il 97% dei residenti urbani e oltre il 70% di quelli rurali, percentuali infinitamente alte se confrontate con quelle di altri paesi in via di sviluppo.

La distruzione dell’Iraq fu decisa al Pentagono e cominciò con le sanzioni economiche del 1990. Poco si parla degli effetti di queste sanzioni sul popolo iracheno. Parlando a livello di morti, si potrebbe dire che si trattò di un vero e proprio genocidio. Nel periodo 1991-1998, a causa delle fortissimi limitazioni  imposte dagli Stati Uniti e del conseguente fallimento dell’economia irachena, morirono circa mezzo milione di bambini, stima l’UNICEF. E non solo: sempre secondo l’UNICEF a causa delle sanzioni degli anni ‛90, la mortalità nei primi cinque anni di vita raddoppiò e raddoppiò anche quella infantile. Bellamy, funzionaria dell’organizzazione, ha constatato che “se la riduzione della mortalità infantile che si era verificata negli anni ‛80 fosse proseguita anche negli anni ‛90, ci sarebbero state mezzo milione di morti in meno”. Può essere certamente plausibile quanto scrissero John e Karl Müller nel 1999, cioè che le sanzioni economiche “possono aver contribuito a causare più morti durante il periodo post Guerra Fredda che tutte le armi di distruzione di massa nel corso della storia”. La sanità irachena calò in qualità, dicono sempre Müller, dato che, a causa delle sanzioni, “l’importazione di alcuni materiali disperatamente necessari era stata ritardata o negata a causa delle preoccupazioni che avrebbero potuto contribuire ai programmi di armamento di distruzione di massa dell’Iraq. Forniture di siringhe sospese a causa delle paure legate alle spore di antrace”. Sempre nel campo medico “le tecniche medico-diagnostiche che utilizzano le particelle radioattive, una volta comuni in Iraq, erano vietate per effetto delle sanzioni e i sacchetti di plastica necessari alle trasfusioni di sangue ristretti”. A definire queste tremende sanzioni come un “genocidio di fatto” ci ha pensato anche  Denis Halliday, coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Iraq. Questa gravissima tragedia voluta dall’amministrazione americana, fu, successivamente, anche considerata “giusta” da Madeleine Albright.
Nella sua più controversa intervista, il 12 maggio 1996, il Segretario di Stato è intervistato da Lesley Stahl al programma 60 minutes:
– «Abbiamo saputo che mezzo milione di bambini sono morti. Intendo dire, più bambini di quelli che morirono ad Hiroshima. E, pensa ne sia valsa la pena?»
– «Pensiamo che sia stato un prezzo giusto da pagare
Non contenta dell’apologia di un crimine contro l’umanità, Albright ha poi accusato l’intervistatrice di “fare propaganda irachena”. E tutti questi morti e questa miseria per delle armi che Saddam Hussein non aveva mai avuto. Il primo passo per distruggere il più progredito stato mediorientale si concluse con un prezzo di vite altissimo, ma non fece crollare l’Iraq ba’athista.

Saddam Hussein aveva ancora una forte base di potere e godeva di un ampio sostegno, anche se si è cercato di far credere che fosse “odiato dal popolo e prossimo al collasso”. Il leader iracheno sapeva bene che con l’inizio delle sanzioni “era iniziata la madre di tutte le battaglie”, come egli stesso proclamò al mondo il 17 gennaio 1991. Infatti, senza cedere alle pressioni americane, egli proseguì la sua battaglia per un Iraq indipendente fino a che l’America non fu costretta ad intervenire direttamente. Dopo la creazione della fasulla “Asse del male” iniziò una delle più grandi operazioni di false flag che la storia ricordi: George W. Bush inventò di sana pianta la storia dei legami con al-Qaida e delle armi di distruzione di massa, e mentre lanciava assurdi slogan bellici («Saddam merita questo!»), si creava anche la storia dei “massacri” attribuiti ai ba’athisti iracheni. Mentre la notizia delle armi di distruzioni di massa si è oramai rivelata una falsità, diverso è il caso per le notizie dei “massacri” e dell’uso di armi chimiche di Saddam, che ancora riscuotono un gran successo mediatico.

Si disse che Saddam Hussein perseguitò i curdi, e, nella sola città di Halabja, ne fece uccidere 5.000 o più, nel marzo del 1988. Tuttavia furono ritrovati solo 300 corpi, e la cosa è tutt’altro che sicura; si pensa che la storia dell’attacco chimico a Halabja sia “ormai appurata”, eppure è l’America stessa a fornire le prove che scagionano Saddam.
Il Dipartimento di Stato americano ha mostrato vari rapporti che mostrano che l’Iraq non ha mai posseduto quel gas, a base di cianuro; in tanti anni, la CIA non aveva mai reperito questa arma tra gli arsenali iracheni, mentre era presente nell’esercito iraniano. Il mondo non è mai stato convinto della storia: la CIA, l’US Army War CollegeGreenpeace, Stephen Pelletiere (principale analista della CIA del 1988), Jude Waniski (giornalista e prestigioso commentatore di notizie economiche), l’Historical Report del corpo dei Marines hanno tutti accusato l’Iran, ed hanno tutti ritenuto “infondata” l’accusa rivolta a Saddam Hussein.
Stephen Pelletiere scrisse a tal proposito: «Per quanto ne sappiamo noi, tutti i casi in cui il gas fu usato corrispondono ad una battaglia. Queste sono tragedie di guerra. Forse possono esserci giustificazioni per l’invasione dell’Iraq, ma Halabja non è tra queste», ed ebbe cura di precisare, nello stesso articolo, che apparve sul New York Times:
«…la verità è che tutto quello che sappiamo è che i curdi quel giorno ad Halabja furono bombardati con gas velenoso. Non possiamo dire con assoluta certezza che furono armi chimiche irachene ad uccidere i curdi. Questa non è la sola stortura della storia di Halabja.
Io lo so perché, come capo analista politico della CIA sull’Iraq durante la guerra Iran-Iraq, e come professore al Collegio Militare di Guerra dal 1988 al 2000, ero a conoscenza di molto del materiale segreto che fluiva attraverso Washington e che aveva a che vedere con il Golfo Persico. Inoltre ero a capo di una investigazione militare del 1991 sul come gli iracheni avrebbero combattuto una guerra contro gli Stati Uniti; la versione segreta di quel dossier esplorava con dovizia di dettagli l’affare Halabja.
Quello di cui siamo sicuri circa l’uso del gas ad Halabja è che successe durante una battaglia tra le truppe irachene ed iraniane. L’Iraq usò armi chimiche per ammazzare gli iraniani che avevano preso la città, che si trova nell’Iraq settentrionale, non lontano dal confine iraniano. I civili curdi che morirono ebbero la sfortuna di essere presi in quello scambio. Ma non erano loro il bersaglio degli iracheni.
Ma la storia si intorbidisce. Immediatamente dopo la battaglia la DIA investigò e produsse un resoconto segreto, che circolò per conoscenza tra la comunità dell’intelligence. Quello studio accertò che era stato il gas iraniano ad uccidere i curdi, non quello iracheno.
L’agenzia trovò che ambedue le parti usarono armi chimiche l’una contro l’altra nella battaglia di Halabja. Tuttavia lo stato in cui furono trovati i corpi dei curdi indicava che furono uccisi con un veleno che agiva sul sangue, cioè un gas a base di cianuro, che si sapeva veniva usato dalle truppe iraniane. Gli iracheni, che si pensa usassero l’iprite in battaglia, non erano soliti usare gas che agiva sul sangue, in quel periodo.
È da molto tempo che questi fatti sono di pubblico dominio, ma, stranamente, ogniqualvolta il caso Halabja è citato, di questo non se ne parla. Un articolo controverso apparso sul New Yorker lo scorso marzo non faceva alcun riferimento al resoconto della DIA, né considerava che potesse essere stato gas iraniano ad aver ucciso i curdi. Nelle rare occasioni in cui se ne parla, ci si specula sopra, senza prova alcuna, che fosse per favoritismo politico dell’America verso l’Iraq nella guerra contro l’Iran.»

Secondo la versione suggerita dal New Yorker, e data per vera da Bush, il generale Alì Hassan al-Majid avrebbe ordinato all’aviazione irachena di sganciare bombe chimiche su Halabja. Ma Patrick Lang, uno dei maggiori analisti della DIA (la Defense Intelligence Agency americana), confermò che i due schieramenti che si contendevano la città, quello iracheno e quello iraniano, si scambiano bombe chimiche con mortai, e che l’aviazione non fu mai chiamata in causa. All’inizio, l’intera amministrazione americana accusò l’Iran della responsabilità, dato che era in corso la guerra Iraq-Iran e gli Stati Uniti supportavano la prima fazione; tuttavia, quando il nuovo bersaglio divenne Saddam Hussein, la versione venne stravolta, e fu invece accusato Saddam Hussein, così da “provare” l’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq, far approvare le sanzioni, ed avere un qualche motivo propagandistico per invadere l’Iraq nel 2003.

Nel novembre del 2003, gli Stati Uniti dichiararono che erano stati rinvenuti 400.000 corpi in fosse comuni dell’Iraq del Sud, da attribuirsi a Saddam. Ma ci pensò Tony Blair, nel giugno del 2004, a dover ammettere che Bush “aveva parlato in modo inappropriato”, perché solo 5.000 corpi erano stati rinvenuti. Solo qualche tempo dopo, altre fonti dimostrarono che erano dei morti civili causati dall’aviazione statunitense durante l’operazione Desert Storm nel 1991. Purtroppo tutto questo cadde nell’oblìo, e si decise di non divulgare più niente su questo argomento.

Saddam Hussein non abbandonò mai il suo popolo come fu detto. Questa operazione propagandistica era volta a screditare Saddam agli occhi degli iracheni. Si disse che era stato trovato nascosto in un buco a Tikrit. In realtà questa storia è totalmente priva di fondamento. Un marine libanese che aveva preso parte all’operazione per catturare Saddam, Nadim Rabeh, dichiarò nel 2005 (anche se si cercò di coprire la sua versione) che Saddam fu ritrovato “in una modesta casa di un piccolo villaggio, non nel buco dove si disse. Lo catturammo dove una feroce resistenza, e fu ucciso anche un marine sudanese”. Rabeh disse che il Raìs iracheno in persona aveva iniziato a fare fuoco contro di loro dalla sua finestra, e che si fermò dopo che gli fu detto di arrendersi perché era circondato. Rabeh disse anche che “più tardi un team militare di tecnici di ripresa assemblò il film del buco in cui sarebbe stato catturato che era in realtà un pozzo abbandonato”.
Saddam, al suo processo, espresse una versione che combaciava con questa. Un colonnello dell’esercito iracheno a riposo che partecipò al processo disse, sulla sua cattura e sulla sua resistenza attiva:
«La biancheria di Saddam appariva molto pulita dando l’impressione che egli non avesse potuto stare in un buco. Nel periodo in cui avevano detto di averlo catturato non vi sono datteri, ma le palme che si vedevano nei filmati mostratici portavano datteri e questo non è possibile. La mia casa è nel quartiere di Adhamiya e io ho effettivamente visto Saddam nella sua ultima famosa apparizione pubblica dopo che Baghdad era già caduta: egli stava in piedi sul cofano di un’autovettura, sorrideva alla gente intorno a lui che lo incitava mostrandogli la fedeltà di sempre. Saddam era alla testa delle truppe durante la battaglia dell’aereoporto. Secondo quello che ho sentito aveva guidato molti attacchi contro gli americani.»

In realtà, Saddam Hussein combatté fino alla fine, non si arrese né si nascose, e godette sempre del sostegno del popolo iracheno. Il 9 aprile 2003, conosciuto come il giorno della “caduta di Baghdad”, egli fece la sua ultima apparizione pubblica, circondato da una folla in delirio, qualche decina di migliaia di persone che lo sollevò dal tettuccio della sua macchina affinché potesse parlare alla folla. Parla degli ultimi giorni di Baghdad e del ruolo di Saddam Hussein anche una ex Guardia Repubblicana, che disse:
«Mentre stavo sparando con i miei compagni, all’improvviso, trovammo Saddam Hussein con molti dei suoi assistenti dentro l’aeroporto. Fummo davvero sorpresi perché non ci aspettavamo una simile cosa, ma Saddam venne avanti e prese un RPG e se lo mise sulle spalle ed iniziò a sparare anche lui. Ci raccogliemmo intorno a lui e lo pregammo di mettersi da parte e lasciare noi a combattere perché se fossimo stati uccisi noi eravamo comuni ufficiali, ma se lui fosse stato ucciso avremmo perso il nostro leader. Saddam si rivolse a noi e disse, “Ascoltate, io non sono meglio di chiunque tra voi e questo è il momento supremo per difendere il nostro grande Iraq e sarebbe grandioso essere ucciso come martire per il futuro dell’Iraq”.»

In un sondaggio del novembre 2006, condotto dal Iraq Centre for Research and Strategic Studies e Gulf Research Center, alla domanda se “si stesse meglio con Saddam o ora”, il 90% disse che si stava meglio meglio prima, e solo il 5% disse di preferire la situazione odierna. Un vero e proprio plebiscito. Per descrivere l’Iraq invaso dagli yankee, l’Iraq ipocritamente definito “libero”, non ci sono parole più precise di quelle usate da Riverbend – Blog da Baghdad:
«Non esiste alcuna maniera per descrivere la perdita di cui abbiamo fatto esperienza con questa guerra e questa occupazione. Non esiste compensazione per la densa nube nera di paura che penzola sulla testa di ogni iracheno. Paura degli americani nei loro carri armati, paura delle pattuglie della polizia con le loro bandane nere, paura dei soldati iracheni che indossano le loro maschere nere ai checkpoint.»

Per quanto riguarda il processo di Saddam Hussein, una delle più grandi finzioni giudiziarie degli ultimi anni, sarebbe fin troppo lungo elencare gli errori, le mancanze giudiziarie e le assurdità. Basti ricordare che il primo giudice fu costretto a dimettersi perché permetteva a Saddam di parlare e sembrava troppo equo, e ne subentrò uno che mostrava una totale tendenziosità; molte volte Saddam fu allontanato dall’aula senza motivo, gli avvocati difensori espulsi, testimoni a difesa torturati, furono distrutti vari video mostrati dalla difesa, ed in soli due giorni la corte disse di aver letto le 1.500 pagine della deposizione della difesa. La condanna a Saddam Hussein fu nient’altro che una montatura, un processo politico per liquidare un uomo scomodo, umiliare fino in fondo quell’implacabile nemico dell’Occidente, accusato di ogni sorta di crimine e screditarlo agli occhi del suo popolo che, invece, era ancora affezionato a lui. Delle ottime parole per descrivere l’ultimo giorno di Saddam Hussein prima della sua impiccagione furono quelle usate da Malcolm Lagauche: «Oggi, Saddam Hussein è l’uomo più libero dell’Iraq, nonostante sia dietro le sbarre. La sua mente è limpida e la sua integrità incredibile. Attende la morte con dignità. Non una sola volta ha ceduto sotto tortura o pressione. Anche quando gli fu offerta dagli USA una tessera per “uscire gratis di prigione” se avesse fermato la resistenza, Saddam rifiutò di capitolare.»

Leonardo Olivetti

– Fonte: statopotenza.eu del 19 dicembre 2013
Link: http://www.statopotenza.eu/9765/controstoria-di-saddam-hussein

Fonte: visto su NOCENSURA del 112 agosto 2014
Link: http://www.nocensura.com/2014/08/controstoria-di-saddam-hussein-e.html

I piani deliranti di Clinton smascherano la sinistra social-colonialista

La sinistra italiana per cinque/sei anni ha indefessamente difeso l’operazione della CIA nota come ‘Primavera araba’ spacciandola da rivolta di popolo, e ancora oggi, come insegna la vicenda della spia anglo-statunitense Giulio Regeni, persegue l’obiettivo tracciato dalle centrali atlantiste di Washington, Londra, Parigi, Berlino e Ankara: distruggere gli Stati-nazioni arabi per sostituirli con califfati wahhabiti controllati dalle borghesie compradore allevate dalle ONG occidentali, o dominati dall’integralismo taqfirita, o Gladio-B, variante mediorientale della rete stragista nazista-atlantista nota come Gladio/Stay Behind. A tale operazione partecipano da destra organismi come Lega e Fratelli d’Italia, e a sinistra tutto lo spettro, da PD/ANPI e Italia dei Valori fino a sprofondare nell’estrema sinistra settaria anarcoide, post-piccista (contropiano e affini scalfariani), ‘post-henverista’ (Marco Rizzo), ‘trotskista’ o pseudotali, passando per le varie sfumature del grigiore rifondarolo o le varie tinte marroncine dei centri sociali (Wu Ming, Militant, e altro lerciume), senza ignorare il codazzo di finti intellettuali dalla fraseologia pseudo-marxista ma dagli intenti filo-imperialisti (Salucci, Ricci, Nachira, Moscato, Monti, Maestri, Ferrario e altro ciarpame), né i finti amici della Siria, che in realtà cercano il riconoscimento dalle sette taqfirite in altri ambiti (Libia o soprattutto Egitto post-Mursi). Tale fronte si è impegnato, con tutte le forze e tutte le risorse messigli a disposizione dai mass media di regime, di propagandare come rivolta popolare e addirittura come rivoluzione sociale, il gigantesco e ultimo tentativo dell’imperialismo di trasformare il Medio Oriente in una colonia della NATO controllata dal sicario sionista in combutta con gli ascari neo-ottomani e wahhabiti di Washington; e quindi, una volta completato tale passaggio, usare le forze taqfirite e islamiste radunate da Gladio-B per aggredire Iran, Federazione Russa e Cina popolare, assaltando l’Eurasia. In Italia, il tutto veniva e doveva essere ammantato da un’inesistente bandiera rossa da parte dei volonterosi kollabò di sinistra del Pentagono e di Langley.
La duplice sconfitta dei taqfiriti nell’Egitto di al-Sisi e nella Siria di al-Assad (e presto in Iraq) impedisce l’attuazione di tale piano delirante che vede tutta la sinistra italiana, partecipe collaborazionista.
Alessandro Lattanzio, 30/3/2016
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In effetti, nella primavera del 2012, l’allora segretaria di Stato degli USA, Hillary Clinton, nel documento datato 2000-12-31 22:00, declassificato nel 2015 e intestato “UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05794498 Date: 11/30/2015”, scrisse quanto segue:
“Il modo migliore per aiutare Israele verso la crescente capacità nucleare dell’Iran è aiutare il popolo della Siria a rovesciare il regime di Bashar Assad. I negoziati per limitare il programma nucleare iraniano non risolveranno il dilemma della sicurezza d’Israele. Né impediranno all’Iran di migliorare la parte fondamentale di qualsiasi programma per armi nucleari, la capacità di arricchire l’uranio. Nella migliore delle ipotesi, i colloqui tra grandi potenze e Iran iniziate ad Istanbul lo scorso aprile e che continueranno a Baghdad a maggio, permetteranno ad Israele di rinviare di qualche mese la decisione se lanciare un attacco contro l’Iran, che potrebbe provocare una guerra in Medio Oriente. Il programma nucleare iraniano e la guerra civile in Siria possono sembrare non collegati, ma lo sono. Per i capi israeliani, la vera minaccia di un Iran dotato di armi nucleari non è la prospettiva di un leader iraniano folle che lancia un attacco nucleare iraniano non provocato su Israele, che porterebbe alla distruzione di entrambi i paesi. Ciò che realmente preoccupa i capi militari israeliani, ma non possono dirlo, è che perdono il monopolio nucleare. Un Iran dotato di armi nucleari non solo porrà fine al monopolio nucleare, ma potrebbe anche incoraggiare altri avversari, come Arabia Saudita ed Egitto, ad adottare il nucleare. Il risultato sarebbe un equilibrio nucleare precaria in cui Israele non potrebbe rispondere alle provocazioni con attacchi militari convenzionali in Siria e Libano, come può oggi. Se l’Iran dovesse divenire uno Stato dotato di armi nucleari, Teheran troverebbe molto più facile incitare gli alleati Siria ed Hezbollah a colpire Israele, sapendo che le sue armi nucleari servirebbero da deterrente contro la risposto d’Israele contro l’Iran.
Tornando alla Siria. La relazione strategica tra Iran e il regime di Bashar Assad in Siria rende possibile all’Iran di minare la sicurezza d’Israele, non attraverso un attacco diretto, che in trent’anni di ostilità tra Iran e Israele non s’è mai verificato, ma attraverso il suo delegato in Libano, Hezbollah, sostenuto, armato e addestrati dall’Iran attraverso la Siria. La fine del regime di Assad porrebbe fine a questa alleanza pericolosa. La leadership d’Israele se bene che sconfiggere Assad è ora nel suo interesse. Parlando con Amanpour della CNN la scorsa settimana, il ministro della Difesa Ehud Barak ha sostenuto che “il rovesciamento di Assad sarà un duro colpo per l’asse radicale, un duro colpo per l’Iran….
E’ l’unico avamposto dell’influenza iraniana nella mondo arabo… e indebolirà drasticamente sia Hezbollah in Libano e Hamas e Jihad islamica a Gaza. Rovesciare Assad non solo sarebbe un vantaggio enorme per la sicurezza di Israele, ma anche allevierebbe la comprensibile paura di Israele di perdere il monopolio nucleare. Poi, Israele e Stati Uniti potrebbero sviluppare una visione comune quando il programma iraniano è così pericoloso che l’azione militare potrebbe essere giustificata. In quel momento, la combinazione tra alleanza strategica dell’Iran con la Siria e il costante progresso del programma di arricchimento nucleare iraniano hanno portato i capi israeliani a contemplare un attacco a sorpresa, se necessario, nonostante le obiezioni di Washington. Con Assad caduto e non più in grado di minacciare Israele attraverso i suoi agenti l’Iran, è possibile che Stati Uniti e Israele concordino le linee rosse quando il programma iraniano varcherà la soglia accettabile. In breve, la Casa Bianca può allentare la tensione che si sviluppata con Israele sull’Iran facendo la cosa giusta in Siria. La rivolta in Siria dura ormai da più di un anno. L’opposizione non cede, e il regime accetta una soluzione diplomatica dall’esterno. Con la vita e la famiglia a rischio, solo la minaccia o l’uso della forza convincerà il dittatore siriano Bashar Assad…
L’amministrazione Obama era comprensibilmente prudente ad impegnarsi in un’operazione aerea in Siria come quella condotta in Libia, per tre ragioni principali. A differenza delle forze di opposizione libiche, i ribelli siriani non sono uniti e non controllano alcun territorio. La Lega araba non ha chiesto l’intervento militare estero come fece in Libia. E i russi si oppongono.
Ma il successo in Siria sarebbe un evento che muterebbe il Medio Oriente. Non solo un altro dittatore spietato soccomberebbe all’opposizione di massa per le piazze, ma la regione cambierebbe in meglio, mentre l’Iran non avrebbe più un punto d’appoggio in Medio Oriente da cui minacciare Israele e minare la stabilità della regione. A differenza della Libia, un intervento di successo in Siria richiederebbe una sostanziale della leadership diplomatica e militare degli Stati Uniti. Washington dovrebbe iniziare ad esprimere la volontà di collaborare con gli alleati regionali Turchia, Arabia Saudita e Qatar ed organizzare, addestrare e armare le forze ribelli siriane. L’annuncio di tale decisione, di per sé, probabile causerebbe defezioni sostanziali nell’esercito siriano. Quindi, utilizzando il territorio in Turchia e, eventualmente, in Giordania, diplomatici statunitensi e ufficiali del Pentagono inizierebbero a rafforzare l’opposizione. Ci vorrà del tempo, ma la ribellione andrà avanti per molto tempo, con o senza il coinvolgimento degli Stati Uniti. Il secondo passo è sviluppare il sostegno internazionale per un’operazione aerea della coalizione. La Russia non potrà mai sostenere tale missione, quindi non c’è alcun punto che passi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Alcuni sostengono che il coinvolgimento degli Stati Uniti rischi la guerra con la Russia. Ma l’esempio del Kosovo dimostra il contrario. In tal caso, la Russia aveva legami etnici e politici con i serbi, che non esistono tra Russia e Siria, e anche allora la Russia fece poco più che lamentarsi. I funzionari russi hanno già riconosciuto che non si opporrebbero all’intervento.
Armare i ribelli siriani e usando la potenza aerea occidentale per tenere a terra gli elicotteri e gli aerei siriani è un approccio ad alto profitto e a basso costo. Fin quando i capi politici di Washington saranno decisi a che le truppe di terra statunitensi non siano impiegate, come in Kosovo e la Libia, i costi per gli Stati Uniti saranno limitati. La vittoria non si avrà rapidamente o facilmente, ma arriverà. E la vittoria sarà sostanziale. L’Iran sarebbe isolato strategico, incapace di influenzare il Medio Oriente. Il regime risultante in Siria vedrà gli Stati Uniti come amico, non un nemico. Washington otterrebbe il riconoscimento sostanziale dalla gente in lotta nel mondo arabo, non dai regimi corrotti. Per Israele, la razionale paura che spinge ad attaccare gli impianti nucleari iraniani verrebbe alleviata. E il nuovo regime siriano potrebbe anche essere aperto a un’azione tempestiva sui colloqui di pace congelati con Israele. Hezbollah in Libano verrebbe isolato dallo sponsor iraniano in quanto la Siria non sarebbe più via di transito per addestramento aiuto e missili iraniani.
Tutti questi vantaggi strategici e la prospettiva di salvare migliaia di civili dall’omicidio per mano del regime di Assad (10000 sono già stati uccisi nel primo anno di guerra civile). Togliendo il velo della paura al popolo siriano, che apparirebbe determinato a combattere per la libertà. Gli USA possono e devono aiutarlo, e così facendo aiuterà Israele e contribuire a ridurre il rischio di una grande guerra”.Hillary-Clinton-emails-arming-terrorists-Syria-Libya-middle-eastRiferimenti:
Grasset Philippe, Note su una nota di Hillary Clinton, Dedefensa, 24 marzo 2016

Originale su: https://aurorasito.wordpress.com/2016/03/30/i-piani-deliranti-di-clinton-smascherano-la-sinistra-social-colonialista/

NOTE A MARGINE DI ALCUNI ARTICOLI SUI CONFLITTI MEDIORIENTALI E SULL’ISIS

siria

 

Interessanti alcune osservazioni di Alberto Negri (1) in un articolo sul Sole 24 ore (del 25.11.2015):

<< Se nel Levante ognuno fa la sua guerra Al Baghdadi potrebbe persino dire la sua nella spartizione dell’Iraq e della Siria, un’ipotesi improponibile adombrata dalla Bbc ma non così remota se ciascuno vuole portarsi a casa un pezzo di Medio Oriente. Non sarebbe la prima volta: gli inglesi con Lawrence fomentarono una celebre rivolta araba per poi spartirsi la regione con i francesi. Ma questa volta né gli arabi anti-Isis né gli iraniani sono disposti a fare la fanteria dell’Occidente>>.

Lo stesso autore in un articolo del febbraio 2015 scriveva che, a tutti gli effetti, le forze impegnate a combattere il Califfato sul campo vedevano schierati i curdi, il fragile esercito iracheno con l’assistenza americana e dei pasdaran iraniani, gli Hezbollah libanesi alleati di Teheran e le forze di Assad. Giordania, Arabia Saudita, Barhein, Emirati Arabi Uniti e Qatar sarebbero stati, invece, i cinque paesi sunniti che si erano affiancati “politicamente” agli Usa e si erano dichiarati pronti a bombardare l’Isis, anche se in realtà le cose, già allora, si presentavano in maniera diversa e l’Arabia Saudita e il Qatar erano accusati di avere sostenuto i gruppi salafiti e jihadisti. In giugno gli organi di informazione (es. Il Fatto Quotidiano) riproponevano questo schieramento anche se si teneva a precisare che in Iraq:

<<le sole forze che combattono effettivamente sul terreno sono i curdi e le milizie sciite sostenute dall’Iran. Gli obiettivi di queste due forze, apparentemente comuni, sono però abbastanza divergenti. I primi combattono in quei territori che in futuro potrebbero aggregarsi alla formazione di uno Stato curdo; i secondi hanno mostrato che la loro lotta di liberazione anti-Isis ha riproposto comportamenti anti sunniti>>.

E ancora più chiaro e esemplificativo appare questo frammento di Roberto Bongiorni tratto dal Sole 24 ore del 25 giugno 2015:

<<In teoria, guardando i numeri, c’è da stupirsi su come lo Stato islamico riesca a mantenere il suo ampio territorio, in alcuni periodi perfino ad estenderlo (ormai controlla quasi metà della Siria e quasi un terzo dell’Iraq), con una “esercito” di gran lunga inferiore in quanto a mezzi, uomini e tecnologia militare a quello messo in campo da Iraq, Siria, Peshmerga kurdi, milizie filoiraniane sostenute da Teheran, oltre alla grande forza aerea messa in campo dalla coalizione internazionale. Forse il punto vulnerabile del fronte anti-Isis è proprio dato dal fatto della sua eterogeneità; un coacervo di soldati appartenenti a nazioni che spesso hanno interessi diametralmente opposti nello scacchiere politico mediorientale. E che quindi preferiscono spesso agire da soli, anziché coordinarsi. La notizia, subito smentita dalle autorità turche, secondo cui l’Isis sarebbe riuscita a penetrare a Kobane passando attraverso la Turchia, (storica nemica dei curdi) restituisce con efficacia la complessità della situazione. Ma è senza dubbio importantissimo il sostegno di parte della comunità sunnita irachena. Senza di loro l’Isis non può essere vinto. Discriminati dal Governo sciita di Baghdad per anni, i sunniti avevano già mostrato la loro insofferenza sollevandosi in diverse aree del Paese. L’avanzata dello Stato islamico è arrivata come una sorta di rivincita. Pur non condividendo né la violenta ideologia né i mezzi brutali dell’Isis, agli occhi di non pochi sunniti iracheni la bandiera nera dello Stato islamico rischia dunque di essere il male minore rispetto alle potenziali e feroci rappresaglie contro di loro da parte delle milizie sciite irachene. Una situazione che non lascia intravvedere sbocchi>>.

 

Ritornando ai sostenitori dell’Isis che lavorano sotto la precisa regia degli Usa, i quali con magnifica faccia tosta si presentano anche come la forza leader della coalizione “antiterrorismo”, abbiamo visto che era ormai noto da molto tempo quello che è riportato in un articolo del 01.12.2015 su “Il Giornale”:

<<E colpisce duro[V. Putin-N.d.r.].”Difendere i turcomanni – aggiunge a proposito della linea ufficiale della Turchia – è solo un pretesto”. Il Cremlino ha ricevuto “recentemente” nuovi rapporti d’intelligence che mostrerebbero un traffico di petrolio dai territori controllati dall’Isis alla Turchia “su scala industriale”. Le parole di Putin aprono un vaso di Pandora. Perché, se la Turchia protegge i jihadisti dello Stato islamico, ci sono Paesi come l’Arabia Saudita e il Qatar che li finanziano>>.

Ma nessun organo di informazione italiano potrà mai neanche lontanamente ammettere che alcuni gruppi con grandi risorse e potere facenti capo agli Usa costituiscono la vera direzione strategica di questo cosiddetto conflitto a bassa intensità (LIC)(2) e perciò il suddetto quotidiano riporta anche questa sorta di “denuncia” avanzata da un organismo governativo statunitense:

<<Nell’audizione dedicata al Terrorism Financing and the Islamic State, organizzata il 13 novembre 2014 dalla Commissione per i Servizi finanziari del Congresso americano, è emerso con chiarezza che “mentre al Qaeda poteva contare dopo l’attentato dell’11 settembre su circa mezzo milione di dollari di sostegni al giorno, l’Isis aveva introiti di 1-2 milioni di dollari al giorno attraverso la vendita di petrolio, i riscatti degli ostaggi e i sostegni da parte delle organizzazioni caritatevoli [??-N.d.r.] soprattutto dei Paesi del Golfo, a cominciare dal Qatar e dall’Arabia Saudita”>>.

Ma ritorniamo ora all’articolo da cui eravamo partiti. Nel 2011, l’anno della “primavera araba”, la rivolta in Siria era stata pensata, dalle potenze sunnite, dagli Usa e dai suoi alleati, anche “occidentali”, come una guerra per procura dall’esito scontato. Con ogni probabilità, però, almeno i principali centri strategici statunitensi erano consapevoli del pericolo insito nello scatenamento di un caos che aveva fatto “saltare“ anche regimi per nulla ostili alle potenze euro-atlantiche. Si pensava, poi, scrive Negri :

<< che le milizie islamiche sarebbero ricadute sotto il controllo di chi le sponsorizzava, Turchia e monarchie del Golfo. Ma i jihadisti sono confluiti nell’Isis, la cui intuizione strategica è stata quella di unire il campo di battaglia iracheno a quello siriano. Non bastava ancora: si è pensato che il Califfato potesse essere manovrato nella guerra tra sunniti e sciiti per disegnare nuovi confini ed equilibri. E ora che i jihadisti hanno portato il terrorismo in Europa, Turchia compresa, i leader protagonisti di questo disastro geopolitico […] reagiscono in maniera sconcertante per difendere dei calcoli sbagliati>>.

L’intervento di Putin contro l’Isis – anche se non sufficiente a rivitalizzare le esangui truppe del regime di Assad ormai guidate da Pasdaran iraniani ed Hezbollah libanesi – è apparso giustificato di fronte al fallimento delle potenze occidentali nel gestire la situazione. La prospettiva di un fronte comune, corroborata dall’accordo obamiano con l’Iran (alleato stretto della Russia in questa fase) sul nucleare, ha però trovato nella Turchia – nonostante che, almeno apparentemente, Erdogan tenti di evitare lo scontro dopo l’abbattimento del jet russo – un ostacolo importante. A questo proposito Negri osserva che la difficile situazione che si è venuta a creare ha fatto

<< perdere la testa a Erdogan, punto sul vivo da Putin nel cortile di casa, e ai suoi alleati del Golfo, che comunque qualche cosa da rimproverare agli Stati Uniti e agli europei ce l’hanno. Si sentono traditi. La Siria, a maggioranza sunnita, doveva essere l’ambito premio per avere perso l’Iraq nel 2003 con l’intervento americano contro Saddam. Allora la Turchia rifiutò il passaggio delle truppe Usa, applaudita dalla stessa Russia. Prima l’accordo sul nucleare con l’Iran, poi l’alleanza tra Mosca e Teheran e ora l’ipotesi che la Francia e gli europei concordino con Putin e gli ayatollah la strategia anti-Califfato: è troppo da sopportare per un fronte sunnita passato da una sconfitta all’altra>>.

Negri conclude il suo discorso accennando alla teoria, e alla pratica, Usa del doppio contenimento che sembrerebbe sostanzialmente un corollario alla più complessiva strategia del caos. I due esempi da lui riportati sono abbastanza chiari. Il primo partirebbe dal presunto errore di Bush junior – la “fallimentare” seconda guerra contro l’Iraq – che avrebbe portato, in funzione anti sciita e anti Iran, a scelte come quella del giugno dell’anno scorso, quando gli Usa hanno guardato, senza fare una piega, il Califfato conquistare Mosul, città di due milioni di abitanti, e arrivare a una trentina di chilometri da Baghdad. Come dire ai sunniti: accomodatevi pure e vendicatevi. Il secondo sarebbe il ben noto antecedente che negli anni’ 80 portò prima alla guerra Iran-Iraq (un milione di morti) e poi << a uno degli equivoci storici più sconcertanti, quando nell’estate del 1990 l’ambasciatrice Usa a Baghdad, April Glaspie, incontrando Saddam diede un implicito via libera all’occupazione del Kuwait. “Non potevamo sapere che gli iracheni si prendessero “tutto” il Kuwait”, fu la sua giustificazione. Sostituite Kuwait con Siria e avete l’equazione con il Califfato>>.

 

(1)Alberto Negri è nato a Milano nel 1956. Il suo primo viaggio in Iran e in Medio Oriente risale al 1980. È stato ricercatore all’Istituto di studi di politica internazionale e nel 1981 ha iniziato la carriera giornalistica. Autore del libro Il Turbante e la Corona – Iran, trent’anni dopo (Marco Tropea Editore, 2009), è giornalista del Sole 24 Ore, per cui ha seguito negli ultimi vent’anni i principali eventi politici e bellici in Medio Oriente, Africa, Balcani, Asia centrale.

(2) Nello US Army Field Manual, documento ufficiale statunitense, è contenuta la seguente definizione: « … un confronto politico-militare tra stati o gruppi contendenti, al di sotto della guerra convenzionale e oltre l’ordinaria, pacifica competizione tra stati. Spesso implica prolungate lotte di principi ed ideologie concorrenti fra loro. Il LIC spazia dalla sovversione all’uso delle forze armate. Si sostanzia di una combinazione di mezzi, adopera strumenti politici, economici, informativi e militari. I LIC sono spesso circoscritti a certe aree, generalmente nel Terzo Mondo, ma implicano questioni di sicurezza regionale e globale. »

Mauro Tozzato                       02.12.2015

Fonte: http://www.conflittiestrategie.it/note-a-margine-di-alcuni-articoli-sui-conflitti-mediorientali-e-sullisis

La vendetta del piano Yinon? Panorama di caos nel mondo arabo

30/6/2014

Global Research.

Il Medio Oriente e il Nordafrica sono stati trasformati in un arco d’instabilità, che parte dall’Iraq e dal Golfo Persico, e arriva fino alla Libia e la Tunisia. In quasi ogni angolo del mondo arabo e del Medio Oriente sembrano esserci caos e violenza, e il massacro non sembra aver fine.
C’è un Paese, nella regione, che però brilla di soddisfazione. Tel Aviv ha ottenuto carta bianca dall’instabilità di cui, insieme a Washington, è l’artefice. Il caos tutt’intorno ha permesso a Israele di procedere con ulteriori annessioni di territorio palestinese in Cisgiordania, mentre pretende di discutere di pace con l’Autorità palestinese dell’irrilevante Mahmoud Abbas. Ciò che gli serve, ora, è una guerra degli Stati Uniti contro l’Iran e i suoi alleati.

Gli sconvolgimenti attuali dimostrano una somiglianza clamorosa con gli obiettivi del piano Yinon del 1982, cui il Ministro israeliano per gli Affari Esteri diede il nome dal suo ideatore, Oded Yinon, e che invocava una frantumazione del Nord Africa e del Medio Oriente. «Frammentare l’Egitto in regioni geografiche separate è il fine politico di Israele», vi si legge. Rappresenta una continuazione del progetto coloniale degli inglesi nella regione, ed è stato trasmesso alla politica estera statunitense, il che spiega il punto di vista dei neocon e di Ralph Peters, e del «Nuovo Medio Oriente» che loro immaginano. Il rapporto noto come «Clean Break», preparato da Richard Perle per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si rifà anch’esso al piano Yinon, e forgia la posizione attuale dell’amministrazione Obama e del governo di Netanyahu sulla Siria.
Arabia antidemocratica
La penisola araba è una polveriera che sta per esplodere. Tutti i regimi sono fragili, e non possono sopravvivere senza l’appoggio degli Usa. La loro principale preoccupazione è la sopravvivenza, ma la mancanza di libertà e l’oppressione rappresentano la miccia che rischia di far bruciare l’intera Arabia. «La penisola araba intera è il candidato naturale alla dissoluzione, sia per pressioni interne che per pressioni esterne, e ciò è inevitabile, soprattutto in Arabia Saudita», secondo l’israeliano piano Yinon.
In genere gli Stati del litorale del Golfo Persico, a parte il sultanato dell’Oman, hanno attivamente istigato le divisioni interne e nella regione tra sciiti e sunniti, come piano per far guadagnare un po’ di legittimità alle dittature delle famiglie regnanti e alle gerarchie feudali. Ciò fa parte delle loro strategie di sopravvivenza, ma è una strategia nociva per loro stessi. L’esercito saudita è intervenuto sia in Bahrein che nello Yemen, e dichiara di voler combattere una cospirazione regionale iraniana e il tradimento dei musulmani sciiti. Oltre alla discriminazione che subiscono, i musulmani sciiti della penisola araba sono stati accusati di essere collegali all’Iran, e ciò è servito a giustificare la loro oppressione. L’ayatollah saudita Nimr Baqr An-Nimr, però, ha dichiarato che essi non hanno alcun collegamento con l’Iran, né con altri Stati, né hanno sviluppato forme di lealtà verso l’esterno.
Il mondo ha visto come il disarmato popolo del Bahrein ha affrontato la brutalità del regime della Casa Khalifa e del loro esercito, formato per lo più da reclute provenienti da posti come la Giordania, lo Yemen e il Pakistan. I bahreiniti, nello specifico gli indigeni Baharna, sono stati ulteriormente marginalizzati dal trasferimento di popolazione voluto dai Khalifa, e dai programmi di insediamento che naturalizzano gli stranieri, o li importano, al fine di disperdere i Baharna e altre comunità bahreinite. La maggior parte dei bahreiniti è stata sistematicamente discriminata e ghettizzata, tenuta lontana dalle migliori condizioni di impiego o da incarichi governativi affidati invece agli stranieri. Oltre a mantenere un regno del terrore e la polizia segreta, i Khalifa alimentano deliberatamente le tensioni tra sciiti e sunniti al fine di mantenere il Paese diviso, tenendosi il potere e tentando di legittimare sé stessi. Il Bahrein si trova, fondamentalmente, sotto occupazione straniera.
In Arabia Saudita, l’anacronistico regno della misoginia e dell’orrore, c’è stata agitazione, da parte della gente, nei confronti del regime dei Saud. Nonostante le repressioni brutali, dal 2011 si sono registrate consistenti proteste, nel Paese, per le libertà fondamentali, l’equità e l’habeas corpus. Ne sono seguite anche speculazioni e voci su colpi di palazzo in Arabia Saudita, l’ultimo dei quali avrebbe visto il re ‘Abdullah arrestare il principe Khalid bin Sultan subito dopo averlo destituito dalla carica di vice ministro saudita alla difesa.
In realtà gli sceiccati petroliferi arabi sono fragili costrutti dalle fondamenta malferme. I loro principi sono uniti dalle loro insicurezze, ma le animosità reciproche potrebbero esplodere nelle circostanze favorevoli. La sedizione e il terrorismo che i petro-sceiccati diffondono nella regione finiranno per esplodere loro addosso. Gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita già temono l’ascesa dei Fratelli musulmani nel Golfo Persico.
Nello Yemen, l’eccezione repubblicana alle monarchie arabe, c’è il rischio che il Paese ritorni alla separazione cui si era posta fine nel 1990, e cioè allo Yemen del Nord, o Repubblica araba dello Yemen, e allo Yemen del Sud, o Repubblica democratica popolare dello Yemen. Una insurrezione dei ribelli Houthi a nord, contro il governo yemenita assediato, accusato di discriminazione nei confronti dei musulmani sciiti Zaiti, e un forte movimento secessionista nelle zone meridionali hanno portato lo Stato vicino al crollo, e hanno permesso allo Yemen di diventare terreno di gioco per gli Stati Uniti e per il Consiglio di cooperazione del Golfo, cioè l’Arabia Saudita. Lo Yemen è diventato il poligono dei drone dell’amministrazione Obama.
Strage nel Mashreq: la Mesopotamia e il Levante
L’instabilità e il terrorismo si sono diffusi in Iraq. I gruppi ai quali ci si può riferire come Al-Qa’ida in Iraq stanno trasformando l’Iraq in un Paese rovinato, lavorando per aumentare la violenza e il terrore a Baghdad e nel resto dell’Iraq, per far crollare il governo iracheno. Questi attacchi terroristi fanno parte in realtà dell’agenda di cambio di regime di Stati Uniti, Regno Unito, Israele, Arabia Saudita, Qatar, e della Turchia in Siria. I gruppi terroristi hanno anche attraversato il confine dall’Iraq alla Siria, per raggiungere l’insurrezione e formare ciò che si definisce lo «Stato islamico dell’Iraq e del Levante» (Isis), gestendo una strategia comune in Iraq e in Siria.
L’Iraq è diviso in tre. Il governo regionale del Kurdistan in Iraq è virtualmente indipendente, mentre Paesi come l’Arabia Saudita e la Turchia approfittano del sentimento di perdita dei diritti civili tra gli arabi sunniti. Le potenze estere non fanno che alimentare le divisioni tra sciiti e sunniti e tra arabi e curdi in Iraq, proprio come alimentano le divisioni comunitarie in Siria.
Questo è quanto ha dichiarato Oden Yinon sull’Iraq:
«Ogni tipo di conflitto tra arabi ci gioverà a breve termine, e ci avvicinerà allo scopo più importante, la divisione confessionale come in Siria e in Libano. In Iraq una divisione in province su basi etnico-religiose, così come avvenne per la Siria nell’era ottomana, è possibile. Così esisteranno tre (o più) Stati attorno alle tre città principali: Bosra, Baghdad e Mosul. E le zone sciite a sud saranno separate dal nord sunnita e curdo».
La Siria è lacerata ancor più dell’Iraq. Analisti israeliani e americani, esperti e decisori politici insistono a dire che il Paese crollerà. Le forze anti governative sponsorizzate dall’estero uccidono i civili in base alla loro appartenenza comunitaria, in modo da diffondere l’odio e l’eversione.
Se torniamo al Piano Yinon di Israele, vi troviamo scritto:
«La dissoluzione della Siria e dell’Iraq in aree separate per etnia e religione, così come in Libano, è l’obiettivo principale, a lungo termine, di Israele, sul fronte orientale, e lo scioglimento del potere militare di quegli Stati rappresenta l’obiettivo principale a breve termine. La Siria si sgretolerà, conformemente alla sua struttura etnica e religiosa, in diversi Stati, come oggi è il Libano, e vi sarà uno Stato alawita sciita lungo la costa, uno Stato sunnita nella zona di Aleppo, un altro Stato sunnita a Damasco, ma ostile al suo vicino del nord, e i drusi fonderanno un loro Stato, forse anche nel nostro Golan, certamente nell’Hauran e nella Giordania settentrionale».
Nel piccolo Libano si sono alimentate le tensioni conseguentemente agli eventi in Siria, e con l’aiuto di potenze estere, nel tentativo di far deflagrare un’altra guerra civile libanese, nello specifico tra musulmani. Ci sono stati fermenti da parte di un rumoroso insieme di piccoli gruppi devianti che supportano le milizie anti governative in Siria e Al-Qa’ida, supportata a sua volta dall’Arabia Saudita e dal Consiglio di cooperazione del Golfo, fornito di copertura politica dal Partito del futuro di Sa’ad Hariri e dall’Alleanza 14 marzo. «La dissoluzione completa del Libano in cinque province fornisce un precedente per l’intero mondo arabo, compresi Egitto, Siriam Iraq e penisola araba», secondo il Piano Yinon.
Una nuova ondata di terrorismo in Libano è iniziata con l’attacco deliberato di due zone musulmane sciite a Beirut, e dei musulmani sunniti nel porto libanese di Tripoli. Lo scopo è far sembrare che sciiti e sunniti commettano atti di terrorismo gli uni contro gli altri, e che le esplosioni di Tripoli siano state la conseguenza degli attacchi di Beirut.
Nord Africa
La Tunisia sta affrontando una crisi crescente. Ci sono stati scontri tra le forze di sicurezza tunisine e gruppi militanti vicino al confine algerino. Due politici dell’opposizione, Chokri Belaid e Mohammed Brahmi del partito del Movimento del popolo, sono stati assassinati. Sono proliferate le proteste, e i partiti tunisini all’opposizione e gli unionisti hanno chiesto lo scioglimento del movimento governativo Ennahda, del Primo ministro ‘Ali Laarayedh.
La vicina Libia si trova in condizioni anche peggiori, e ha contrabbandato armi verso la Tunisia e altri Paesi dei dintorni. Si sono verificati scontri e scioperi ai terminali di petrolio, e il Paese è di fatto diviso. Il governo libico ha scarso controllo sul Paese: il controllo vero lo detengono le divisioni di milizie nelle strade. Aumenta la tensione e la paura che le milizie di Misurata possano tentare di controllare parti ancora più grandi di territorio sfidando Zintan.
Gli osservatori sostengono che il Sudan, diviso in due parti nel 2011, possa dover affrontare ulteriori violenze dovute a conflitti tribali e alla perdita di controllo da parte del governo di Khartoum. Sebbene il sud del Sudan sia diventato un paradiso neoliberale per gli investitori che ne sfruttano ricchezze e popolazione, esso soffre per la mancanza di leggi, per le tensioni etniche e le violenze. Il sud del Sudan era un posto migliore e più pacifico quando faceva parte del Sudan, bisognerebbe trarne una lezione.
Stanno ora emergendo notizie sulla fusione di due gruppi armati in nord Africa. Mokhtar Belmoktar, il leader di al-Qa’ida in Maghreb, ha annunciato una nuova coalizione con il Movimento per l’unicità e il Jihad in Africa occidentale. Questi gruppi sono stati attivi in luoghi come Algeria e Mali, ed hanno fornito degli ottimi pretesti per l’intervento di potenze straniere in Nord Africa. Ora essi dichiarano di programmare il proprio coinvolgimento in Egitto, in una nuova guerra che si estenda dalle coste atlantiche del Nord Africa al delta del Nilo.
Bagno di sangue in Egitto
La repubblica araba di Egitto, il più grande Paese arabo, sta seguendo il percorso dell’Algeria. L’esercito è determinato a mantenere il potere. L’Egitto è stato anche determinante nel mantenere gli arabi paralizzati davanti ai disegni di Israele. Yinon afferma questo, sull’Egitto.
«L’Egitto è diviso e lacerato in molti centri di autorità. Se l’Egitto crolla, Paesi come la Libia, il Sudan e anche Stati più lontani cesseranno di esistere nella loro forma attuale, e seguiranno il crollo e la dissoluzione dell’Egitto».
Il Piano Yinon dice due cose importanti sull’Egitto. La prima è questa:
«Milioni di persone stanno per morire di fame, metà della forza-lavoro è disoccupata e le abitazioni sono insufficienti in quest’area del mondo così densamente popolata. Tranne l’esercito, non c’è un altro settore efficiente, e lo Stato si trova in condizioni da bancarotta, dipendente completamente dall’aiuto americano dai tempi della pace».
Questa la seconda:
«Senza aiuti esteri la crisi arriverà domani».
Oded Yinon dev’essere gongolante, ovunque si trovi. Le cose sembrano andare nella direzione da lui indicata, almeno in certe parti del mondo arabo.
Traduzione di Stefano Di Felice

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