La guerra infinita del Medio Oriente. Il caos come ultimo ordine possibile

Il caos totale avanza in Medio Oriente. E sarà un caos stabile, con periodi di forte tensione seguiti da tempi di improvvisa traquillità. E’ questa l’unica pace possibile per quelle terre?

BAGHDAD – Il caos totale avanza in Medio Oriente. Sarà, però, un caos stabile, in cui a periodi di forte tensione bellica seguiranno improvvisi tempi di tranquillità, e poi ancora guerra e calma. Per un periodo molto lungo, probabilmente anni.
La battaglia di Mosul e il dopo che nessuno vuole governare
La caduta di Mosul, ormai prossima, potrebbe innescare una pesante crisi diplomatica, e non solo, tra l’Iraq e la Turchia. I guerriglieri dell’Isis stanno per capitolare, peraltro senza aver opposto una dura resistenza: situazione che mette in evidenza come in questi anni gli sia stato lasciato campo libero. Chi gli ha permesso di governare indisturbati, vista l’evidente incapacità militare che stanno dimostrando? Almeno questo è ciò che traspare in queste ore, che vedono un’evoluzione sul campo molto veloce. L’aviazione statunitense sta bombardando duramente la città – oltre tremila ordigni sono stati sganciati – e i miliziani indietreggiano sempre più, chiudendosi nel centro storico. Dove potrebbero alzare il livello dello scontro con tecniche di guerriglia, anche sporche. Scenario scontato, quasi da copione.

I dubbi sul futuro di Mosul
Intorno a Mosul, e intorno al suo futuro, rimangono invece molti dubbi. Perché non è chiaro quale ruolo la Turchia stia giocando in questa guerra, come non è chiaro cosa voglia e con chi si stia coordinando. Il presidente Erdgann, come noto, ha più volte sostenuto che Mosul è un territorio perduto dell’ex impero ottomano, facendo così intendere che sulla seconda città più importante dell’Iraq ha delle mire precise. Il suo scopo è quello di contenere la spinta indipendentista kurda e prendere possesso dei ricchi giacimenti petroliferi della zona. E così, più la guerra prosegue, più i piani turchi potrebbero concretizzarsi. Per questa ragione, probabilmente, l’avanzata verso il cuore della città, e la radicale bonifica dei jihadisti che in esso ancora si rifugiano, procedono molto più rapidi di quanto preventivato. Il governo iracheno, con il prezioso alleato peshmerga, non vuole lasciare alcuno spazio di manovra all’esercito turco che sta ammassano uomini e mezzi poco al di là del confine con la Siria. Ma paradossalmente – situazione non nuova in questi territori – i miliziani potrebbero essere sostenuti proprio dai turchi, interessati al perdurare della battaglia che potrebbe portarli a dire il fatidico «interveniamo anche noi per risolvere la situazione». Una condizione fantapolitica, ma il medio oriente, come affonda la sua storia nel doppio gioco dei suoi governanti.
Turchia mina vagante
Il ministro turco della difesa, Fikri Isik, ha detto chiaramente che Ankara mantiene a Bashiqa, 35 km da Mosul, un folto avamposto militare sempre pronto ad intervenire. Condizione che fa infuriare il governo di Baghdad, ma non fa indietreggiare di un passo le truppe turche. Oltre mille miliziani sunniti delle Forze di mobilitazione nazionale (Hashid al Watani) sono pronti per marciare su Mosul. La ragione ufficiale che verrebbe utilizzata è classica: proteggere i civili sunniti, nonché i turcomanni, da possibili aggressioni delle milizie sciite delle Unità di mobilitazione popolare. L’esercito iracheno oggi è composto prettamente da soldati di fede sciita, che hanno rimpiazzato i sunniti del tempo di Saddam Hussein. Senza dimenticare i peshmerga. Non solo: la Turchia sostiene che l’avanzata, coperta e integrata anche da truppe iraniane, potrebbe raggiungere la Siria e agganciare l’assedio di Aleppo. Alterando un equilibrio che deve rimanere tale ancora per molto tempo. Nonostante i buoni rapporti che intercorrono tra la Turchia e il governo autonomo del Kurdistan, dovuti alla comune visione anti Pkk, i kurdi iracheni rimangono sospettosi sulle reali intenzioni del presidente Erdgan.
Russia e Turchia, quale alleanza?
Il «problema» sul terreno rimane sempre la presenza della Russia di Putin. Alleata della Turchia e alleata della Siria. Ma il Paese di Erdogan un tempo nemmeno troppo lontano sosteneva l’Isis. Quanto è probabile che la Turchia stia facendo il doppio gioco? Probabilmente, al termine degli assedi di Mosul e Aleppo avanzerà sul Nord della Siria e la occuperà militarmente. Sarà la contropartita per aver cessato di rifornire l’Isis di dollari e armi, nonché per aver chiuso un patto di non aggressione con la Russia di Putin? La Russia lascerà fare, facendo pagare ad Assad questo prezzo? Sarebbe il primo passo verso la ricostruzione dell’Impero ottomano, crollato al termine della prima guerra mondiale. Ma se l’avanzata turca sul Nord della Siria può ottenere un temporaneo il via libera russo,  questo non sarà possibile da parte dell’Iran, che pretende la totale integrità siriana. Per ragioni energetiche, dato che l’oleodotto che proviene dalla Persia per giungere allo sbocco sul mar Mediterraneo necessita di integrità territoriale.
Si sta quindi costituendo il califfato degli sciiti?
Da sempre oppressi, oggetto di repressione, gli sciiti stanno costituendo un immenso Stato che va dal Golfo Persico al mar Mediterraneo? La Siria rappresenta un’eccezione, perché la popolazione è prevalentemente sunnita ma l’èlite e sciita. Si tratterebbe quindi di un territorio immenso, avente come capitale Teheran. Questa situazione non può avverarsi ovviamente. Significherebbe portare il petrolio dell’Iran, nonché dall’Iraq ad esso politicamente e culturalmente vicino, in Europa senza passare dal canale di Suez. Non solo: si tratterebbe di portare un esercito molto forte direttamente al confine con Israele. Condizione inaccettabile sia per lo Stato ebraico che per gli Stati Uniti e la comunità internazionale.
La guerra infinita è l’unica pace possibile?
Solo guardando in prospettiva si può capire perché la guerra in Medio Oriente non finirà nel breve tempo, e probabilmente nemmeno nel lungo periodo. Perché ogni scenario successivo è ben peggiore di quello attuale. Gli Stati Uniti, quando decisero di invadere l’Iraq probabilmente non immaginavano quale disastro stavano costruendo. Una guerra a bassa intensità, come quella attuale, ha molteplici «vantaggi»: rende ancora competitivo sul  mercato il petrolio saudita, mantiene il potere geopolitico dell’Egitto grazie al canale di Suez, per altro di fresco raddoppio, mantiene la sicurezza di Israele, mantiene impegnata le forze armate della Russia, contiene le mire espansionistiche turche. E’ la «guerra infinita» di cui parlava George Bush, probabilmente la locuzione più incompresa della storia.

Preso da: http://esteri.diariodelweb.it/esteri/articolo/?nid=20161103_395072

Nel governo invisibile: guerra, propaganda, Clinton e Trump

John Pilger, Mondialisation, 29 ottobre 2016
Il giornalista statunitense Edward Bernays viene spesso presentato come l’inventore della propaganda moderna. Nipote di Sigmund Freud, il pioniere della psicoanalisi, Bernays inventò il termine “relazioni pubbliche” quale eufemismo per manipolazione e inganno. Nel 1929 convinse le femministe a promuovere le sigarette con donne che fumavano durante una parata a New York, un comportamento visto allora come assurdo. Una femminista, Ruth Booth, disse “Le donne! Devono accendere la nuova torcia della libertà! Combattere contro un altro tabù sessista!” L’influenza di Bernays va ben oltre la pubblicità. Il suo più grande successo fu convincere il pubblico statunitense ad entrare nella grande strage della prima guerra mondiale. Il segreto, disse, era “produrre il consenso” del popolo per “controllarlo e dirigerlo secondo la nostra volontà a sua insaputa“. Lo descrisse come “il vero potere decisionale nella nostra società” e lo chiamò “governo invisibile“. Oggi, il governo invisibile non è mai stato così potente e così poco compreso.

Nella mia carriera di giornalista e regista non ho mai visto tale dilagante propaganda influenzare la nostra vita oggi, e così poco contestata. Immaginate due città. Entrambe sotto assedio da parte delle forze governative di questi Paesi. Le due città sono occupate da fanatici che commettono atrocità come le decapitazioni. Ma vi è una differenza essenziale. In una delle città, i giornalisti occidentali embedded coi soldati governativi li descrivono come liberatori e con entusiasmo annunciano battaglie e attacchi aerei. Ci sono immagini da prima pagina di questi eroici soldati che fanno la V di vittoria. C’è poca menzione di vittime civili. Nella seconda città, in un Paese vicino, accade quasi esattamente lo stesso. Le forze governative assediano una città controllata dagli stessi fanatici. La differenza è che questi fanatici sono supportati, attrezzati e armati da “noi”, Stati Uniti e Gran Bretagna. Hanno anche un centro mediatico finanziato da Gran Bretagna e Stati Uniti. Un’altra differenza è che le truppe governative che assediano questa città sono i cattivi, condannati per aver aggredito e bombardato la città, esattamente ciò che fanno i soldati buoni nella prima città. Confusione? Non proprio. È il doppio standard, essenza della propaganda. Parlo, naturalmente, dell’assedio di Mosul da parte delle forze governative irachene appoggiate da Stati Uniti e Gran Bretagna e dell’assedio di Aleppo da parte delle forze del governo della Siria, sostenute dalla Russia. Uno è buono; l’altro è cattivo. Ciò che viene raramente riportato è che entrambe le città non sarebbero state occupate da fanatici e devastate dalla guerra se Gran Bretagna e Stati Uniti non avessero invaso l’Iraq nel 2003. Tale crimine fu avviato da bugie sorprendentemente simili alla propaganda che ora distorce il quadro della guerra in Siria. Senza tale propaganda rullante travestita da informazioni, i mostruosi SIIL, al-Qaida, al-Nusra e il resto dei jihadisti non esisterebbero, e il popolo siriano non lotterebbe per la sopravvivenza.

Alcuni possono ricordare quei giornalisti della BBC che nel 2003 sfilavano davanti le telecamere per spiegare che l’iniziativa di Blair era “giustificata” da ciò che divenne il crimine del secolo. Le reti televisive degli Stati Uniti diffusero le stesse giustificazioni di George W. Bush. Fox News invitò Henry Kissinger a dissertare sulle menzogne di Colin Powell. Lo stesso anno, poco dopo l’invasione, ripresi un colloquio a Washington con Charles Lewis, il celebre giornalista investigativo. Gli chiesi: “Cosa sarebbe successo se i media più liberi del mondo avessero seriamente messo in discussione ciò che si è rivelata una rozza propaganda?” Disse che se i giornalisti avessero fatto il loro lavoro, “molto probabilmente non saremmo entrati in guerra con l’Iraq“. Fu una dichiarazione scioccante, confermata da altri giornalisti famosi a cui posi la stessa domanda, Dan Rather della CBS, David Rose dell’Observer e giornalisti e produttori della BBC, che vollero rimanere anonimi. In altre parole, se i giornalisti avessero fatto il loro lavoro, se avessero sfidato e studiato la propaganda invece di amplificarla, centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sarebbero vivi oggi, e non ci sarebbero SIIL e assedi ad Aleppo e Mosul. Non ci sarebbe stata alcun atrocità nella metropolitana di Londra il 7 luglio 2005, né milioni di rifugiati in fuga e né campi miserabili. Quando l’atrocità terroristica ebbe luogo a Parigi a novembre, il presidente François Hollande inviò immediatamente aerei a bombardare la Siria, creando altro terrorismo, prevedibilmente prodotto dalla magniloquenza di Hollande sulla Francia “in guerra” e “spietata”. La violenza dello Stato e la violenza jihadista si nutrono a vicenda, un dato di fatto che nessun leader nazionale ha il coraggio di affrontare. “Quando la verità viene sostituita dal silenzio“, disse il dissidente sovietico Evtushenko, “il silenzio è una bugia”. L’attacco a Iraq, Libia, Siria si verificò perché i capi di ciascuno di questi Paesi non erano fantocci dell’occidente. Il record dei diritti umani di un Sadam o Gheddafi era irrilevante. Disobbedivano agli ordini e non cedettero il controllo del loro Paese. Lo stesso destino attese Slobodan Milosevic dopo aver rifiutato di firmare un “accordo” che richiedeva l’occupazione della Serbia e la conversione ad un’economia di mercato. I suoi abitanti furono bombardati e perseguiti a L’Aia. Tale indipendenza è intollerabile. Come ha rivelato WikLeaks, quando il leader siriano Bashar al-Assad nel 2009 respinse il gasdotto dal Qatar all’Europa, fu attaccato. Da quel momento la CIA programmò la distruzione del governo della Siria con fanatici jihadisti, gli stessi che attualmente tengono in ostaggio il popolo di Mosul e dei quartieri di Aleppo. Perché i media non ne parlano? Un ex-funzionario degli Esteri inglese, Carne Ross, responsabile delle sanzioni operative all’Iraq, disse, “Abbiamo fornito ai giornalisti pezzi accuratamente ordinati e li tenevamo a bada. Ecco come funzionava“.
L’alleata medievale dell’occidente, l’Arabia Saudita, a cui Stati Uniti e Gran Bretagna vendono miliardi di dollari in armi, attualmente distrugge lo Yemen, un Paese povero che nel migliore dei casi ha la metà dei bambini malnutrita. Guardate su YouTube e vedrete il tipo di bombe enormi, le “nostre” bombe, che i sauditi usano contro i villaggi della terra martoriata e contro matrimoni e funerali. Le esplosioni sembrano piccole bombe atomiche. Coloro che sganciano queste bombe dall’Arabia Saudita collaborano con ufficiali inglesi. Non se ne sente parlare al telegiornale della sera. La propaganda è più efficace quando il nostro consenso è prodotto da élite istruite ad Oxford, Cambridge, Harvard, Columbia e che fanno carriera nella BBC, The Guardian, New York Times, Washington Post. Tali media si presentano progressisti, illuminati, tribune progressive della moralità. Sono antirazzisti, ambientalisti, femministi e pro-LGBT. E amano la guerra. Allo stesso tempo difendono il femminismo e sostengono le guerre rapaci che negano i diritti a innumerevoli donne, anche alla vita. Nel 2011 la Libia, uno Stato moderno, fu distrutta con la scusa che Gheddafi compisse un genocidio contro il proprio popolo. Le informazioni fluivano, ma non vi era alcuna prova. Erano menzogne. In realtà, Gran Bretagna, Europa e Stati Uniti volevano ciò che amano chiamare “cambio di regime” in Libia, il più grande produttore di petrolio in Africa. L’influenza di Gheddafi sul continente e, in particolare, la sua indipendenza erano intollerabili. Così fu ucciso pugnalato alla schiena da fanatici sostenuti da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Davanti le telecamere Hillary Clinton ne applaudì la morte orribile, dicendo: “Siamo venuti, abbiamo visto ed è morto!” La distruzione della Libia fu un trionfo mediatico. Mentre rullavano i tamburi di guerra, Jonathan Freedland scrisse sul Guardian: “Anche se i rischi sono reali, il caso d’intervento rimane forte“. Intervento. Una parola educata, benigna, molto “Guardian“, il cui vero significato per la Libia fu morte e distruzione. Secondo i propri dati, la NATO lanciò 9700 “attacchi aerei contro la Libia”, di cui oltre un terzo su obiettivi civili. Tra questi, missili con testate all’uranio. Vedasi le foto delle macerie a Misurata e Sirte, e le fosse comuni individuate dalla Croce Rossa. Il rapporto dell’UNICEF sui bambini uccisi dice “la maggior parte aveva meno di dieci anni“. Risultato diretto, Sirte è diventata la capitale dello Stato Islamico. L’Ucraina è un altro trionfo mediatico. I rispettabili giornali liberal come New York Times, Washington Post e The Guardian, ed emittenti tradizionali come BBC, NBC, CBS e CNN, hanno svolto un ruolo cruciale nel fare accettare al loro pubblico una nuova e pericolosa guerra fredda. Tutti hanno distorto gli eventi in Ucraina per mostrare una Russia malvagia, mentre in realtà il colpo di Stato in Ucraina nel 2014 fu opera degli Stati Uniti, aiutati da Germania e NATO. Tale sovversione della realtà è così pervasiva che le minacce militari di Washington alla Russia vengono ignorate; tutto è oscurato da una campagna di denigrazione e paura come quella che vissi durante la prima guerra fredda. Ancora una volta, i Russkoffs cercano d’infastidirci guidati da un nuovo Stalin, che The Economist raffigura come il diavolo. L’occultamento della verità sull’Ucraina è uno delle più totali censura che abbia mai visto. Fascisti che hanno progettato il colpo di Stato a Kiev, dello stesso stampo di coloro che sostennero l’invasione nazista dell’Unione Sovietica nel 1941. Mentre si hanno timori sull’avanzata dell’antisemitismo fascista in Europa, alcun capo menziona i fascisti in Ucraina, ad eccezione di Vladimir Putin, ma non conta. Molti media occidentali lavorano duramente per presentare la popolazione russofona dell’Ucraina come stranieri nel proprio Paese, come agenti di Mosca, quasi mai come gli ucraini che vogliono la federazione dell’Ucraina, come cittadini ucraini che resistono a un colpo di Stato orchestrato dall’estero contro il governo legittimo. Tra i guerrafondai regna quasi la stessa eccitazione dell’assemblea di classe. I banditori del Washington Post incitano alla guerra contro la Russia sono gli stessi che pubblicarono le menzogne sulle armi di distruzione di massa di Sadam Husayn.
Per la maggior parte di noi, la campagna presidenziale degli Stati Uniti è un fenomeno da baraccone in cui Donald Trump interpreta il ruolo del cattivo. Ma Trump è odiato da chi è al potere negli Stati Uniti per ragioni che hanno poco a che fare con il suo comportamento e le opinioni odiosi. Per il governo invisibile di Washington, l’imprevedibile Trump è un ostacolo al piano statunitense per il 21° secolo, mantenere il dominio degli Stati Uniti ed attaccare la Russia e forse la Cina. Per i militaristi di Washington, il vero problema con Trump è che nei suoi momenti di lucidità non vuole la guerra con la Russia; vuole parlare con il presidente russo, non combatterlo; dice che vuole parlare con il presidente della Cina. Nel primo dibattito con Hillary Clinton, Trump ha promesso di non essere il primo ad usare le armi nucleari in un conflitto. Ha detto: “Io certamente non effettuerei il primo colpo. Dopo aver scelto l’opzione nucleare, è finita“. I media non ne hanno parlato. In realtà che pensa? Chi lo sa? Si contraddice più volte. Ma ciò che è chiaro è che Trump è considerato una grave minaccia allo status quo dall’ampio apparato della sicurezza nazionale che guida gli Stati Uniti, a prescindere dall’inquilino della Casa Bianca. La CIA vuole vederlo sconfitto. Il Pentagono vuole vederlo sconfitto. I media vogliono vederlo sconfitto. Anche il suo partito vuole vederlo sconfitto. È una minaccia per i capi mondiali, a differenza di Clinton che non lascia alcun dubbio di esser pronta alla guerra contro la Russia e la Cina, due Paesi che possiedono armi nucleari. La Clinton ha l’esperienza, come si vanta spesso. In effetti, non ha più nulla da dimostrare. Come senatrice ha sostenuto lo spargimento di sangue in Iraq. Quando concorreva contro Obama nel 2008 minacciò di “distruggere completamente” l’Iran. Come segretaria di Stato, ha voluto distruggere i governi di Libia e Honduras e provocò la Cina. Ha promesso la no-fly zone in Siria, una provocazione diretta alla Russia. Clinton potrebbe diventare il presidente più pericoloso degli Stati Uniti della mia vita, un titolo dalla dura concorrenza. Senza alcuna prova, ha accusato la Russia di sostenere Trump e piratare le sue e-mail. Pubblicate da Wikileaks, le e-mail rivelano ciò che ha detto in privato, nel suo discorso ai ricchi e potenti, il contrario di ciò che dice in pubblico. Ecco perché è così importante mettere a tacere e minacciare Julian Assange. A capo di Wikileaks, Julian Assange sa la verità. E permettetemi di rassicurare tutti gli interessati, sta bene e Wikileaks funziona a pieno.
Oggi c’è la maggiore corsa agli armamenti degli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale, nel Caucaso e in Europa orientale, al confine con la Russia, in Asia e Pacifico, dove la Cina è il bersaglio. Ricordatelo quando il circo delle elezioni presidenziali si concluderà l’8 novembre, se Clinton vincesse, un coro di commentatori senza cervello ne celebrerà l’incoronazione come importante passo avanti per le donne. Nessuno ricorda le vittime di Clinton: donne siriane, donne irachene, donne libiche. Nessuno menziona le esercitazioni della protezione civile in Russia. Nessuno ricorda la “torcia della libertà” di Edward Bernays. Un giorno, il portavoce presso la stampa di George Bush definì i media “utili complici”. Venendo da un alto funzionario di un’amministrazione le cui bugie, aiutate dai media, causarono tanta sofferenza, tale descrizione è un avvertimento dalla storia. Nel 1946, il procuratore del Tribunale di Norimberga disse dei media tedeschi: “Prima di ogni grande aggressione avviarono campagne stampa volte ad indebolire le vittime e a preparare psicologicamente il popolo tedesco all’attacco. Nel sistema di propaganda, la stampa quotidiana e la radio furono le armi più importanti“.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo strano parco macchine dell’Isis

24 ottobre 2016

toyota788«Raid e bombe americane su Mosul». Così il titolo di un articolo di Alberto Stabile sulla Stampa del 24 ottobre fotografa l’avanzata della coalizione anti-Isis a Mosul. Nell’articolo, Stabile dettaglia che sono entrati in azione gli F 16 dell’U.s. Air force, i quali stanno bersagliando la zona d’attacco per aprire la strada alle truppe di terra.

Nello stesso articolo si ripete la nota quanto tragica situazione dei civili, che l’Isis tiene in ostaggio. Mentre in altro articolo, stavolta di Paolo Mieli sul Corriere della Sera dello stesso giorno, si riferisce dei festeggiamenti della popolazione civile perché finalmente, dopo due anni, qualcuno attacca i terroristi che li opprimono.

Le stesse cose avvengono in Aleppo: i siriani festeggiano quando dei quartieri sono strappati al Terrore, e salutano con sollievo l’offensiva del governo contro le zone ancora occupate. Non solo, anche in Aleppo Est i civili sono ostaggio delle milizie jihadiste guidate da al Nusra (al Qaeda), le quali controllano questa parte della città. Tanto che i corridoi umanitari lasciati aperti da Damasco per consentir loro di fuggire non hanno avuto alcun esito: nessuno li ha utilizzati. Gli jihadisti lo impediscono, come a Mosul.

Eppure i bombardamenti russi e siriani, a differenza di quelli americani, sono cattivi. Questa la narrazione ufficiale, alquanto bizzarra.
Non siamo fan delle bombe, né delle guerre. E sappiamo bene che questa guerra potrebbe finire senza altro spargimento di sangue: basterebbe lasciare gli jihadisti senza soldi, ché senza pecunia non si comprano armi e munizioni, né si pagano i tanti costosi mercenari assoldati dalle Agenzie del Terrore in tutto il mondo.

Tagliati i fondi, anche le varie Agenzie del Terrore sarebbero costrette a chiudere i battenti, a Mosul come ad Aleppo come nel resto del mondo.
Ma evidentemente è rimasto lettera morta il suggerimento di John Potesta all’allora Segretario di Stato (e sembra futuro presidente Usa) Hillary Clinton di far «pressioni sui governi di Qatar e Arabia Saudita, che stanno fornendo supporto finanziario e logistico clandestino all’ISIL [Isis ndr.] e ad altri gruppi sunniti radicali nella regione» (mail rivelata da wikileaks; sul punto vedi nota precedente).

Significativo anche l’accenno agli altri «gruppi radicali sunniti» della mail, che indica come gli stessi ambiti che sostengono l’Isis supportano, ovviamente allo stesso scopo, anche i miliziani di Aleppo Est, beneamini dell’Occidente.

Tale sostegno si realizza in tanti modi: a parte le armi e le munizioni, ci sono gli aiuti di natura umanitaria e sanitaria (i gruppi terroristi godono di servizi sanitari di altissimo livello, assicurati loro da diverse ong internazionali che operano sul loro territorio in cambio del placet all’assistenza dei civili). E altro.

Su un piccolo aspetto di tale ausilio ha fatto chiarezza la Toyota. Interpellata da russi e siriani sui veicoli forniti all’Isis, la casa automobilistica giapponese ha svolto una indagine interna i cui risultati sono poi stati comunicati agli interessati: in effetti «migliaia di veicoli Toyota» sono finiti nelle mani dell’Isis.

Giunti loro tramite queste vie: 22.500 veicoli sono stati acquistati da una società dell’Arabia Saudita; 32.000 sono stati acquistati dal Qatar; 4.500 sono pervenuti all’Isis tramite l’esercito della Giordania, al quale ha fatto da garante una banca dello stesso Paese.

Si tratta delle automobili immortalate nelle foto che pubblichiamo in questa pagina: veicoli nuovi fiammanti, scenografici con la loro bandiera nera che garrisce al vento quanto invisibili a droni e aerei della coalizione anti-Isis, nonostante il deserto iracheno offra invero poche opportunità mimetiche.

Val la pena accennare a questo proposito anche alle parole dell’ex ambasciatore americano alle Nazioni Unite Mark Wallace il quale ha definito la Toyota Hilux e la Toyota Land Cruiser un marchio di identificazione dell’Isis.

Non si tratta di criminalizzare la Toyota, che alla fine comunque ha risposto a una richiesta specifica sul tema, ma di notare come tale richiesta non sia mai stata avanzata prima dai volenterosi e coalizzati anti-Isis, nonostante fosse facile, come visto, porre domande e ottenere risposte.

Tale acquisto di automobili nuove peraltro è transitato tramite vie ufficiali. Si tratta di operazioni commerciali su larga scala: servono navi, banche, reti logistiche. Eppure l’intelligence occidentale non ha visto niente di niente…

Il parco macchine del Califfato è ovviamente solo una piccola parte dei tanti “aiutini” che giungono all’Agenzia del Terrore da ogni dove. Ma ha un suo significato e aiuta a intuire altro e ben più importante (qui i riferimenti, in arabo, sulla vicenda).

Preso da: http://piccolenote.ilgiornale.it/30043/lo-strano-parco-macchine-dellisis

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Libia: i tragici “errori” di Cameron

14 settembre 2016

Una relazione del parlamento britannico inchioda Cameron alle sue responsabilità: il suo ruolo nello scatenare la guerra in Libia che rovesciò il Colonnello Muammar Gheddafi è stato «decisivo» e se ne deve assumere la responsabilità.

Infatti, nel rapporto si legge che la politica britannica riguardo la Libia «prima e dopo l’intervento di marzo 2011 è stata fondata su presupposti errati e su una comprensione incompleta del Paese e della situazione».


In particolare, sintetizza la Reuters del 14 settembre, il governo Cameron non ha recepito dai rapporti forniti dall’«intelligence che la minaccia per i civili è stata sopravvalutata e che le forze ribelli comprendevano un elemento islamista significativo».

Nota a margine. Così, dopo aver stigmatizzato i tragici errori compiuti da Tony Blair in Iraq, il parlamento britannico mette all’angolo anche David Cameron per la Libia. Destini incrociati, quelli dei due leader, i cui governi si sono succeduti nel segno della continuità, al di là delle differenze di partito (laburista il primo, Tory il secondo). Classico esempio di alternanza nella continuità.

Dove la continuità, almeno quella più importante per il destino del mondo, è data dall’adesione aprioristica alle dottrine neocon. 
Ma al di là della variegata continuità britannica, resta un dato inquietante implicito nell’accusa di aver «sopravvalutato» la minaccia che il “regime” costituiva per i civili: tante tragiche boutade girarono allora sulla “sanguinaria” repressione operata da Gheddafi. Abilmente usate per giustificare una guerra che si poteva e doveva evitare.

Né era difficile immaginare che i cosiddetti ribelli erano per gran parte jihadisti. Gli stessi che hanno poi portato il terrore in Siria e nel mondo. Non serviva una particolare intelligence, bastava un po’ di intelligenza.

Ma o il governo Cameron (come i suoi sodali occidentali) è stato poco dotato sotto questo profilo, o ha scientemente ignorato i rischi, in particolare quello della diffusione dell’islamismo radicale, pur di conseguire suoi obiettivi (leggi petrolio e altro). Per tacere di altre eventualità, più oscure e inquietanti.

La denuncia, che tale resterà nonostante sia atto di accusa, dei parlamentari britannici non aiuta solo a guardare il passato. Ma anche a capire il presente: gli stessi identici errori si stanno commettendo in Siria: identica la sottovalutazione dell’elemento jihadista tra le fila dei cosiddetti ribelli, identica la demonizzazione del governo di Assad, il quale, come Gheddafi allora, costituisce un argine al dilagare del terrorismo internazionale. Una coazione a ripetere certi errori che ha del diabolico.

Preso da: http://piccolenote.ilgiornale.it/29781/libia-tragici-errori-cameron

L’Isis e il traffico di organi

6 ottobre 2016

siria
«L’Isis ha creato un mercato in Turchia nel quale sono venduti organi umani presi dai corpi degli iracheni rapiti dai gruppi terroristici». A dare la notizia è l’Agenzia Fars il 6 ottobre.

Secondo l’Agenzia stampa iraniana, gli organi vengono portati «congelati» a «Mosul a Tal Afar a Ninive e a Raqqa in Siria» dove vengono poi rivenduti alla «mafia turca».


In particolare, a interessare i trafficanti sono i reni e il cuore. La fonte dettaglia anche i prezzi: «il rene è venduto ad un prezzo di 5.000 dinari iracheni (4.000 dollari), mentre un cuore vale la bellezza di 6.000 dollari».

Secondo l’agenzia stampa, dall’inizio di questo mese l’Isis sta «mutilando e vendendo gli organi del corpo dei bambini iracheni per compensare le perdite finanziarie».

Anche lo spagnolo el Mundo, ricorda ancora Fars, aveva riportato la notizia, accennando al «redditizio business» che l’Isis ha così creato a livello internazionale.

L’Agenzia iraniana ricorda come lo scorso anno, l’ambasciatore iracheno presso le Nazioni Unite, Mohamed Alhakim, aveva già denunciato l’orrendo traffico, spiegando che i militari di Baghdad, dissotterrando i cadaveri di vittime dell’Isis sepolti in fosse comuni, avevano trovato corpi ai quali erano stati espiantati gli organi.

Nota a margine. Non si tratta solo di denunciare un altro orrore made in Isis il cui catalogo è alquanto variegato. Quanto di denunciare un crimine cui di certo non sono estranei compratori occidentali. 

Se il traffico di reperti archeologici depredati dall’Isis da Iraq e Siria ha portato tali manufatti sui mercati europei (leggi Nota precedente), possiamo immaginare dove finiscono gli organi di cui alla nota.  

Non è la prima volta che si scopre un traffico di organi collegato a una guerra. Era già successo per la guerra nell’ex Jugoslavia, protagonisti i guerriglieri dell’Uck, ai quali l’Occidente aveva dato il compito di “liberare” il Kosovo (analogamente a quel che accade in Siria con i miliziani anti-Assad, anche loro pare dediti a tale lucroso commercio).

Danni collaterali di conflitti nati per portare la “democrazia e la libertà” nel mondo…

Preso da: http://piccolenote.ilgiornale.it/29933/lisis-traffico-organi

15 anni di crimini

Gli Stati Uniti e i loro alleati commemorano il 15° anniversario dell’11 settembre. Per Thierry Meyssan è l’occasione per fare il punto sulla politica di Washington, a partire da quella data; un bilancio particolarmente cupo. Delle due l’una: o la versione degli attentati da parte della Casa Bianca è autentica, e in tal caso la sua risposta agli attacchi è particolarmente controproducente; o è menzognera e, in questo caso, è riuscita a saccheggiare il Medio Oriente allargato.

| Damasco (Siria)

15 anni fa, negli Stati Uniti, l’11 settembre 2001, il «piano di continuità del governo» è stato attivato verso le ore 10 del mattino dal coordinatore nazionale per la sicurezza, la protezione delle infrastrutture e il controterrorismo, Richard Clarke [1]. Secondo lui, si trattava di rispondere alla situazione eccezionale di due aerei che avevano colpito il World Trade Center di New York e un di terzo che avrebbe colpito il Pentagono. Tuttavia, questo piano doveva essere utilizzato solo in caso di distruzione delle istituzioni democratiche, ad esempio da un attacco nucleare. Non si era mai previsto di attivarlo fintantoché il presidente, il vicepresidente e i presidenti delle Assemblee fossero vivi e in grado di adempiere alle loro funzioni.


L’attivazione di questo piano ha trasferito le responsabilità del presidente degli Stati Uniti a un’autorità militare alternativa collocata nel Mount Weather [2]. Questa autorità ha restituito le sue funzioni al presidente George W. Bush solo a fine giornata. Fino ad oggi, la composizione di questa autorità e le decisioni che ha potuto prendere sono rimaste segrete.
Poiché il presidente era stato esonerato dalle sue funzioni durante un periodo di circa dieci ore, l’11 settembre 2001, in violazione della Costituzione degli Stati Uniti, è tecnicamente esatto parlare di un “colpo di Stato”. Naturalmente questa espressione risulta scioccante perché si tratta degli Stati Uniti, perché tutto ciò ha avuto luogo in circostanze eccezionali, perché le autorità militari non l’hanno mai rivendicato, e perché è stato restituito il potere senza problemi al presidente costituzionale. Resta il fatto che questo sia in senso stretto un “colpo di Stato”.
In un famoso libro, pubblicato nel 1968, ma ristampato e diventato il libro preferito dei neo-conservatori durante la campagna elettorale del 2000, lo storico Edward Luttwak spiegava che un colpo di Stato è ancora più riuscito se nessuno si rende conto che ha avuto luogo, e dunque non gli si oppone [3].
Sei mesi dopo questi eventi, ho pubblicato un libro sulle conseguenze politiche di questa giornata [4]. I media si sono intrattenuti soltanto sui primi quattro capitoli, nei quali mostravo l’impossibilità della versione ufficiale di questi eventi. Sono stato spesso criticato per non offrire la mia versione di quella giornata, ma non ne avevo, e rimango ancora oggi con in mano più domande che risposte.
In ogni caso, i quindici anni trascorsi ci illuminano su quanto è accaduto quel giorno.

Dall’11 settembre, il governo federale è fuori della Costituzione

In primo luogo, anche se alcune disposizioni sono state sospese per un attimo nel 2015, gli Stati Uniti vivono ancora sotto l’imperio del Patriot Act. Adottato nell’emergenza, 45 giorni dopo il colpo di Stato, questo testo costituisce una risposta al terrorismo. Dato il suo volume, sarebbe più corretto parlare di Codice antiterrorismo più che di semplice legge. Il testo era stato preparato nel corso degli ultimi due anni da parte della Federalist Society. Solo quattro deputati vi si opposero.
Questo testo sospende le limitazioni costituzionali, formulate dalla “Dichiarazione dei diritti” – cioè i primi 10 emendamenti della Costituzione – per tutte le iniziative dello Stato miranti a combattere il terrorismo. È il principio dello stato di emergenza permanente. Lo Stato federale può così praticare la tortura fuori del suo territorio e spiare la propria popolazione in maniera massiccia. Dopo quindici anni di queste pratiche, non è tecnicamente più possibile per gli Stati Uniti presentarsi come uno “Stato di diritto”.
Per applicare il Patriot Act, il governo federale ha prima ha creato un nuovo dipartimento per la sicurezza interna (Homeland Security). Il titolo di questa amministrazione è così sconvolgente che lo si traduce in tutto il mondo con “Sicurezza interna”, il che è falso. Poi, il governo federale si è dotato di un insieme di polizie politiche che, secondo un ampio studio del Washington Post nel 2010, impiegava all’epoca almeno 850 000 nuovi funzionari per spiare 315 milioni di abitanti [5].
La grande innovazione istituzionale di questo periodo è la rilettura della separazione dei poteri. Fino ad allora si riteneva, dando seguito a Montesquieu, che essa permettesse di mantenere un equilibrio tra l’Esecutivo, il Legislativo e il Giudiziario indispensabile per il buon funzionamento e la conservazione della democrazia. Gli Stati Uniti potevano vantarsi di essere l’unico Stato al mondo a metterla in pratica rigorosamente. Ma ormai, al contrario, la separazione dei poteri significa che il Legislativo e il Giudiziario non hanno più la possibilità di controllare l’esecutivo. È d’altronde in virtù di questa nuova interpretazione che il Congresso non è stato autorizzato a discutere le condizioni del colpo di Stato dell’11 settembre.
Contrariamente a quello che scrivevo nel 2002, gli Stati dell’Europa occidentale hanno resistito a questa evoluzione. È solo da un anno e mezzo in qua che la Francia ha ceduto e ha adottato il principio dello stato di emergenza permanente, in occasione dell’assassinio dei redattori di Charlie Hebdo. Questa sua trasformazione interna va di pari passo con un cambiamento radicale della politica estera.

Dall’11 settembre, il governo federale, che sta al di fuori della costituzione, ha saccheggiato il Medio Oriente allargato

Nei giorni che seguirono, George W. Bush – di nuovo presidente degli Stati Uniti dopo l’11 settembre alla sera – dichiarò alla stampa: «Per questa crociata, questa guerra al terrorismo ci vorrà del tempo» [6]. Sebbene abbia dovuto chiedere scusa per essersi espresso in quei termini, la scelta presidenziale delle parole indicava chiaramente che il nemico si richiamava all’Islam e che questa guerra sarebbe stata lunga.
Infatti, per la prima volta nella loro storia, gli Stati Uniti sono in guerra ininterrotta da 15 anni. Hanno definito la propria Strategia contro il terrorismo [7] che l’Unione europea si è affrettata a copiare. [8]
Se le successive amministrazioni statunitensi hanno presentato questa guerra come un inseguimento trafelato dall’Afghanistan all’Iraq, dall’Iraq all’Africa, al Pakistan e alle Filippine, poi in Libia e in Siria, l’ex comandante supremo della NATO, il Generale Wesley Clark, al contrario, ha confermato l’esistenza di un piano a lungo termine. L’11 settembre, gli autori del colpo di Stato hanno deciso di cambiare tutti i governi amici del “Medio Oriente allargato” e di fare la guerra con i sette governi che resistevano loro in questa regione. L’ordine è stato registrato ufficialmente dal presidente Bush quattro giorni più tardi, nel corso di un incontro a Camp David. È chiaro che questo programma è stato messo in opera e non è finito.
Questi cambiamenti dei regimi amici tramite rivoluzioni colorate e queste guerre contro i regimi che resistevano non avevano come scopo la conquista di quei paesi secondo il senso imperiale classico (Washington già controllava i suoi alleati) bensì il loro saccheggio. In questa regione del mondo, in particolare nel Levante, lo sfruttamento di questi paesi si scontrava non solo con la resistenza delle popolazioni, ma anche con la presenza – assolutamente ovunque – delle rovine di antiche civiltà. Non sarebbe stato dunque possibile fare bottino senza “rompere le uova”.
Secondo il presidente Bush, gli attentati dell’11 settembre sarebbero stati perpetrati da Al-Qa’ida, cosa che meglio giustificava l’attacco all’Afghanistan che la rottura dei negoziati petroliferi con i taliban, nel luglio 2001. La teoria di Bush è stata sviluppata dal suo segretario di Stato, il generale Colin Powell, che promise di presentare una relazione in materia al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Non solo gli Stati Uniti non hanno trovato il tempo di redigere questo rapporto negli ultimi 15 anni, ma il 4 giugno scorso, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha affermato che il suo omologo statunitense gli aveva chiesto di non colpire i suoi alleati di al-Qa’ida in Siria; una dichiarazione sconcertante che non è stata smentita.
In un primo tempo, il governo federale incostituzionale ha proseguito il suo programma mentendo spudoratamente al resto del mondo. Dopo aver promesso una relazione sul ruolo dell’Afghanistan nell’11 settembre, lo stesso Powell mentì frase per frase in occasione di un lungo discorso al Consiglio di sicurezza che puntava a collegare il governo iracheno agli attentati e ad accusarlo di volerli continuare con armi di distruzione di massa [9].
Il governo federale uccise in pochi giorni la maggior parte dell’esercito iracheno, saccheggiò i sette principali musei e bruciò la Biblioteca Nazionale [10]. Installò al potere l’Autorità provvisoria della Coalizione, che non era un organo della Coalizione di Stati contro il presidente Hussein, ma una società privata, controllata dalla Kissinger Associates, sul modello della lugubre Compagnia delle Indie [11]. Per un anno, questa azienda ha saccheggiato a più non posso. In definitiva, restituì il potere a un governo iracheno fantoccio, non senza avergli fatto firmare che non avrebbe mai chiesto delle riparazioni e che non avrebbe sfidato per un secolo le leggi commerciali leonine redatte dall’Autorità Provvisoria.
In 15 anni, gli Stati Uniti hanno sacrificato più di 10.000 loro connazionali, mentre la loro guerra ha provocato oltre due milioni di morti nel “Medio Oriente allargato” [12]. Per aver ragione di quelli che designano come i loro nemici, hanno speso oltre 3,5 mila miliardi di dollari [13]. E annunciano che il massacro e il caos continueranno.
Stranamente, queste migliaia di miliardi di dollari non hanno indebolito economicamente gli Stati Uniti. Si trattava di un investimento che ha permesso loro di saccheggiare un’intera regione del mondo; di rubare per somme ancora ben più elevate.
A differenza della retorica dell’11 settembre, quella della guerra al terrorismo ha un senso. Ma essa si appoggia su quantità di bugie presentate come realtà. Ad esempio, viene spiegata la filiazione tra Daesh (ISIS) e al Qa’ida tramite la personalità di Abu Musab al-Zarqawi, al quale il generale Powell aveva dedicato gran parte del suo discorso al Consiglio di Sicurezza nel febbraio 2003. Tuttavia, lo stesso Powell ha ammesso di aver mentito spudoratamente in quel discorso, ed è impossibile verificare il minimo elemento della biografia di Zarqawi secondo la CIA.
Se ammettiamo che Al-Qa’ida è la continuazione della Legione Araba di bin Laden, integrata in quanto truppa supplementare nella NATO durante le guerre della Jugoslavia [14] e della Libia, dobbiamo parimenti ammettere che al Qa’ida in Iraq, diventata Stato islamico in Iraq, poi Daesh, è la sua continuazione.
Poiché il saccheggio e la distruzione del patrimonio storico sono illegali secondo il diritto internazionale, il governo federale incostituzionale ha dapprima subappaltato il suo lavoro sporco a degli eserciti privati come la Blackwater [15]. Ma la sua responsabilità era ancora troppo visibile [16]. Lo ha anche subappaltato al suo nuovo braccio armato, i jihadisti. Ormai il saccheggio del petrolio – consumato in Occidente – è attribuibile a questi estremisti e la distruzione del patrimonio al loro fanatismo religioso.
Per comprendere la collaborazione della NATO e dei jihadisti, dobbiamo chiederci che ne sarebbe oggi dell’influenza degli Stati Uniti se non ci fossero i jihadisti. Il mondo sarebbe diventato multipolare e Washington avrebbe chiuso la maggior parte delle sue basi militari in tutto il mondo. Gli Stati Uniti sarebbero tornati a essere una potenza tra le altre.
Questa collaborazione della NATO e dei jihadisti sconvolge molti alti responsabili statunitensi come il generale Carter Ham, comandante di AfriCom, che ha rifiutato nel 2011 di lavorare con Al-Qa’ida e ha dovuto rinunciare a comandare l’attacco alla Libia; o il generale Michael T. Flynn, comandante della Defense Security Agency, che ha rifiutato di approvare la creazione di Daesh ed è stato costretto a dimettersi nel 2014 [17].
Questo è diventato il vero soggetto della campagna elettorale presidenziale: da un lato Hillary Clinton, un membro di The Family, la setta dei capi di Stato Maggiore [18], dall’altro Donald Trump, consigliato da Michael T. Flynn e 88 alti ufficiali [19].
Proprio come durante la guerra fredda Washington controllava i suoi alleati europei tramite “Gli eserciti segreti della NATO”, ossia Gladio [20], allo stesso modo oggi controlla il Medio Oriente allargato, il Caucaso, la valle del Ferghana e va fin nello Xinjiang con la “Gladio B” [21].
15 anni dopo, le conseguenze del colpo di Stato dell’11 settembre non provengono affatto dai musulmani, né dal popolo statunitense, ma da coloro che lo hanno perpetrato e dai loro alleati. Sono loro che hanno banalizzato la tortura, le esecuzioni extragiudiziali ovunque nel mondo, indebolito le Nazioni Unite, ucciso più di due milioni di persone, saccheggiato e distrutto l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia e Siria.

Traduzione
Matzu Yagi
[1] Against All Enemies, Inside America’s War on Terror, Richard Clarke, Free Press, 2004, Si ved il primo capitolo, «Evacuate the White House».
[2] A Pretext for War, James Bamford, Anchor Books, 2004, si veda il capitolo 4 «Site R».
[3] Coup d’État: A Practical Handbook, Edward Luttwak, Allen Lane, 1968. Luttwak costituiva con Richard Perle, Peter Wilson e Paul Wolfowitz i «Quattro moschettieri» di Dean Acheson.
[4] L’Effroyable imposture, Thierry Meyssan, Carnot, 2002. Réédition avec Le Pentagate, Demi-Lune. Edizioni italiane: L’incredibile menzogna, Thierry Meyssan, Fandango, 2002; Il Pentagate. Altri documenti sull’11 settembre, Thierry Meyssan, Fandango, 2003.
[5] Top Secret America: The Rise of the New American Security State, Dana Priest & William M. Arkin, Little, Brown and Company, 2011.
[6] «A Fight vs. Evil, Bush and Cabinet Tell U.S.», Kenneth R. Bazinet, Daily News, September 17th, 2001.
[7] National Strategy for Combating Terrorism, The White House, February 2003.
[8] Strategia europea in materia di sicurezza, Javier Solana, Consiglio europeo, 8 dicembre 2003.
[9] “Colin Powell Speech at the UN Security Council”, Colin L. Powell, Voltaire Network, 11 February 2003.
[10] « Discours du directeur général de l’Unesco», Koïchiro Matsuura, 6 juin 2003, Réseau Voltaire, 6 juin 2003.
[11] The Coalition Provisional Authority (CPA): Origin, Characteristics, and Institutional Authorities, Congressional Research Service, L. Elaine Halchin, April 29, 2004.
[12] Body Count, Casualty Figures after 10 Years of the “War on Terror”, Physicians for Social Responsibility (PSR), March 2015.
[13] The Three Trillion Dollar War, Joseph Stiglitz & Linda Bilmes, W. W. Norton, 2008.
[14] Wie der Dschihad nach Europa Kam, Jürgen Elsässer, NP Verlag, 2005.
[15] Blackwater: The Rise of the World’s Most Powerful Mercenary Army, Jeremy Scahill, Avalon Publishing Group/Nation Books, 2007.
[16] The Powers of War and Peace: The Constitution and Foreign Affairs after 9 11; War by Other Means: An Insider’s Account of the War on Terror, John Yoo, University Of Chicago Press, Atlantic Monthly Press, 2006.
[17] DIA Declassified Report on ISIS, August 12, 2012.
[18] The Family: The Secret Fundamentalism at the Heart of American Power, Jeff Sharlet, Harper, 2008.
[19] “Open Letter From Military Leaders Supporting Donald Trump”, Voltaire Network, 9 September 2016.
[20] Nato’s Secret Armies : Operation Gladio and Terrorism in Western Europe, Daniele Ganser, Frank Cass, 2004. Versione italiana : Gli eserciti segreti della NATO. Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Fazi, 2008.
[21] Classified Woman, The Sibel Edmonds Story: A Memoir, Sibel D. Edmonds, SE 2012.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article193214.html

Occidente fariseo

Molte sono state e sono le bugie degli organi d’informazione circa la situazione in Siria. L’obiettivo? Sempre il solito. La conquista delle coscienze e del consenso. E a riguardo non si può dire che questo: il nostro è un Occidente fariseo, dove la menzogna tiene banco di prova. Sta alla vera stampa invertire la narrativa Neocon della guerra.

di Claudio Davini – 10 settembre 2016 

Narrativa manichea: ecco il marchio di fabbrica di certa stampa occidentale. Soprattutto per quel che riguarda l’apologetica dei conflitti scatenati dagli Stati Uniti. Non sono trascorsi troppi anni da quando Colin Powell, segretario di Stato Usa nel 2003, agitava in mondovisione una boccettina da un grammo d’antrace per mostrare come la guerra d’Iraq fosse l’impresa dei giusti contro il male. Sappiamo tutti com’è andata a finire: armi di distruzione di massa inesistenti e Paese devastato. Storia simile per la Siria. Sin dall’inizio del conflitto, Bashar al-Assad – legittimo Presidente della Nazione – è stato dipinto come il diavolo fatto persona, mentre i cosiddetti ribelli moderati sono stati presentati nelle vesti della bontà più sincera. E forse a nulla vale ricordare ciò che la Decima Brigata ha fatto al pilota russo atterrato col paracadute su suolo siriano dopo che il suo caccia era stato abbattuto da un F-16 turco.

Molte sono state le bugie degli organi d’informazione circa la situazione in Siria, tanto che farne una lista completa richiederebbe battute per un saggio più che per un articolo. Escludendo il ritornello sulle armi chimiche – il cui utilizzo da parte del Governo non è mai stato provato, mentre è stato dimostrato l’uso che ne hanno fatto i ribelli qaedisti – alcune delle più clamorose menzogne riguardano la battaglia di Aleppo, decisiva per l’esito della guerra e per lo stesso futuro di Bashar al-Assad, che vincendo si ritroverebbe in una posizione di forza nei negoziati internazionali. Si è scritto ovunque che il secondogenito di Hafiz al-Asad sta assediando la sua capitale, ma questo non è vero che in parte: se fino a luglio erano le forze governative con l’aiuto dei Russi a bloccare completamente l’accesso ai quartieri est della città lardellati di terroristi, non si può certo dire che ad assediare Aleppo siano state le stesse forze governative. Sono stati invero i ribelli jihadisti ad aver circondato la Bigia, dopo esser penetrati in Siria dal confine turco nell’estate del 2012. Si sono poi accusati i Russi di aver impedito la fuga dei civili dai quartieri est: un’altra frottola. Infatti, prima che i ribelli qaedisti rompessero a luglio l’accerchiamento dei quartieri est – come ha ricordato Gian Micalessin su IlGiornale.it – sia i Russi che i soldati della Repubblica garantivano il libero passaggio a tutti i civili che desiderassero abbandonare la zona ribelle e a tutti quei militanti che fossero pronti ad arrendersi. Per non parlare dell’accusa, rivolta al Presidente Bashar al-Assad, di tenere sotto scacco un’intera città d’oppositori sostenuti dalla maggioranza sunnita del Paese. Se così fosse, Aleppo, città di quasi due milioni di abitanti in larga parte sunniti, sarebbe dovuta cadere ormai da un pezzo.
Detto questo, non resta che compatire l’ipocrisia dei MogheBoys: di coloro che hanno pianto lacrime di coccodrillo sulla foto di Omran Daqneesh – il piccoletto siriano coperto di sangue e polverume. E non solo in quanto zimbelli del pietismo mediatico degli Organi d’Infarinatura McMondiani. Ma anche perché incapaci d’avvedersi della burla quotidiana dei vari Teletruffa e FuffaPost, e quindi d’affrancarsene. Poveri piccini, vittime della guerra! Ecco il ritornello che i Me(r)dia fischiettano quotidianamente. Il motivetto col quale i creduloni sciacquano la loro buona coscienza. Nondimeno, dobbiamo domandarci: chi beneficia di questa fantasiosa della guerra in Siria? Di certo ne traggono vantaggio Arabia Saudita, Qatar e Stati Uniti, che dopo aver finanziato i ribelli jihadisti e non esser però riusciti a rovesciare il legittimo governo del Presidente Bashar al-Assad non possono vendere al mondo la versione del vincitore, e debbono quindi distogliere l’attenzione dalle loro gravi responsabilità. Per farlo, come s’è visto, non esitano ad imbracciare le armi della guerra mediatica, una guerra per la conquista delle coscienze e del consenso. E a riguardo non si può dire che questo: il nostro è un Occidente fariseo, dove la menzogna tiene banco di prova. Sta dunque alla vera stampa sbugiardare le miriadi di non banali verità sulla situazione in Siria, condite d’un voluto pressappochismo circa i risultati conseguiti dalle Forze Armate della Federazione Russa e dalle Forze Armate siriane contro l’Isis. Sta dunque alla vera stampa evitare che si butti giù la pillolina lava panni dell’antiputinismo aprioristico e dei posatissimi gentilissimi pacatissimi ribelli moderati. Sta dunque alla vera stampa invertire la narrativa Neocon della guerra in Siria. E questo, in nome della verità.

Preso da: http://www.lintellettualedissidente.it/esteri-3/occidente-fariseo/

Fare dell’Algeria un’altra Libia. Lo comanda il philosophe

venerdì, maggio 20, 2016

Nel febbraio 1982,  la rivista del sionismo mondiale, Kivunim (Direttive, in ebraico) pubblicava un  approfondito  studio dal titolo “Una strategia per Israele negli anni ‘80”.  Firmato dall’agente israeliano Oded Yinon, l’articolo notava come tutti i paesi islamici potenziali nemici di Israele fossero, al loro interno, minati da divisioni religiose ed etiche; e proponeva di istigare le discordie e le fratture, onde destabilizzare i paesi e spezzarli in piccoli stati settari, in lotta perpetua tra loro. Anzitutto, il piano Yinon citava l’Irak di Saddam: “l’Iraq, ricco di petrolio e lacerato internamente, è sicuramente un candidato degli obiettivi  d’Israele. La sua dissoluzione è ancora più importante per noi di quella della Siria. L’Iraq è più forte della Siria. (…)  l’obiettivo più importante, spezzare l’Iraq in domini come Siria e Libano. In Iraq, la divisione in province lungo linee etno-religiose, come in Siria durante il periodo ottomano, è possibile. Così esisteranno almeno tre Stati attorno alle tre principali città: Bassora, Baghdad e Mosul, e le aree sciite del sud si separeranno dal nord sunnita e curdo”.  Ma anche Siria, Libano, Egitto, ed altri stati erano passati in rassegna come candidati alla destabilizzazione e frammentazione.

(Qui sotto il testo integrale del Piano:
Bisognò attendere l’occasione propizia, che si presentò con l’attentato  di Al Qaeda del 11 settembre 2001  il Piano Kivunim, con le armi americane, l’espansione della democrazia o l’intervento umanitario,  la formazione di gruppi jhadisti,  Al Qaeda, ISIS, primavere arabe complicità europee, nonché l’aiuto di volonterosi sayanim,   è in via di puntuale realizzazione.  Irak, Afghanistan, Siria, Egitto, Tunisia  sono stati sovvertiti, ridotti in macerie e guerra intestina, messi in mano a terroristi di un estremismo islamico folle.  Pochi paesi  sono rimasti (per ora) indenni dall’azione destabilizzatrice.  Fra questi, il più importante economicamente  l’Algeria, resiste  – perché il regime ha combattuto negli anni ’90 una guerra di eradicazione dell’islamismo, e  veglia con estrema attenzione alle infiltrazioni di jihadisti  da oltre confine.
Adesso è scoccata l’ora per lo smembramento anche dell’Algeria. Il segnale viene da Bernard Henry Lévy  (d’ora poi  BHL) , l’ex “Nouveau philosophe” ora incartapecorito neocon. Il 17 aprile scorso, sulla   sua rivista di lusso La Régle du Jeu,  ha espresso il suo sostegno al MAK (Movimento di  Autonomia della Kabila), un gruppo berbero indipendentista che da tempo conduce attentati  ed attacchi ai militari algerini.  “Kabili, un popolo senza riconoscimento in Algeria”, esordisce BHL; “come i curdi”, e  dà il suo appoggio al preteso “governo provvisorio della Kabila”  formato dal MAK (un movimento che è ben lungi dall’avere il sostegno della popolazione kabila), che secondo il philosophe lotta “per una società libera, aperta, democratica e laica”.  BHL ha appoggiato una manifestazione del MAK che si è tenuta a  Parigi il 17 aprile,  dove si sono celebrate le vittime  della  “repressione” contro i kabili, e si sono invitate  le organizzazioni per i diritti  umani a interessarsi alle rivendicazioni dei  kabili.
express
Ciò che rende pericoloso questo appello è il fatto che BHL,  come personaggio televisivo   di una certa “cultura” francese, e agente di una lobby,  ha avuto una parte fondamentale nell’incitare  Sarkozy a intervenire in Libia per rovesciare Gheddafi  nel 2011. Oggi,  ad anni di  distanza, in occasione del suo ultimo libro (ne sforna uno all’anno: questo si chiama L’esprit du judaïsme)  ha ribadito  la sua  ideologia di bellicista  per i diritti umani:  “Il ruolo degli intellettuali è dire che ci sono situazioni in cui la pace è peggio della guerra”.  E quanto al fatto che la Libia è piombata nel caos più sanguinoso, ha detto di non avere “alcun” ripensamento: “Una democrazia  non si costruisce in un giorno.  Ci vuole tempo e pazienza. Ciò comporta sangue, lacrime, a  volte dei ritorni indietro….”, ha detto filosoficamente il philosophe .
Benché sia un  personaggio macchiettistico, BHL  è anche un insuperabile promotore di sé stesso, e sa essere onnipresente sui media. Al festival di Cannes ha presentato perfino un su film, Peshmerga: girato  fra Mossul ed Erbil, perché  sì, BHL l’anno scorso è stato sul posto per dare appoggio con la sua luminosa presenza ai combattenti curdi che si battono per la democrazia e l’indipendenza.  Ed  ha inondato  i media francesi di foto sue: mentre  parla col comandante Barzani nascosto dietro una trincea di sacchetti di sabbia   sempre esibendo la costosa camicia bianca aperta sul petto avvizzito; lui alla testa delle ragazze combattenti….
Senza paura
Senza paura
Con Barzani in trincea
 
Perché sono  decenni che accorre dovunque nel mondo sia necessario il suo sostegno  per la democrazia e la civiltà contro la barbarie; naturalmente con un intero ufficio-stampa e propaganda al seguito, che diffonde le sue immagini ed esalta il suo mito, promuovendo i suoi libri.
E’ stato a Kiev, a sostenere i nazi contro  Mosca….Non senza qualche cedimento alla “narrativa”, una specialità ebraica: come nel 1982 quando raccontò di essere arrivato, con marce forzate in Afghanistan, fino al covo del generale Massoud per consegnargli delle radio-trasmittenti: una balla. O quando nel ’93  si fece intervistare e fotografare mentre stava accovacciato dietro un muro,  come fosse sotto il tiro dei cecchini; poi il Canard Enchainé mostrò la foto non tagliata, e fece vedere che dall’altra parte del muro passavano delle persone tranquille, perché nessuno stava sparando.
canard
Sarajevo, sotto il fuoco….
Apparentemente da quarant’anni BHL si  reca nei luoghi delle guerre civili più sanguinose (in parte provocate da lui, o dal Piano Kivunim) allo scopo di farsi del  selfie.  In Francia è diventato lo zimbello dei vignettisti.
...alle Termopili
BHL  alle Termopili
Ma sarebbe un errore sottovalutarne la pericolosità.  L’accerchiamento dell’Algeria si stringe: la Tunisia, che aveva negato agli Usa una base militare sul suo territorio,  dopo i sanguinosi attentati di “Al Qaeda” sulle spiagge che hanno rovinato per sempre il turismo, unica  risorsa, ha capito la lezione ed adesso gli americani hanno la loro base. Nel Sud,  guerriglieri berberi o “Al Qaeda” sono armati ed addestrati da chissà chi nell’amplissimo, incontrollabile spazio nord-sahariano.
E soprattutto, il fondatore del MAK, il movimento indipendentista kabilo appoggiato da  BHL – si chiama Ferhat Mehenni, è esiliato in Canada  –    nel 2015  ha chiesto ufficialmentel’aiuto di Israele per “i diritti del popolo kabilo, una  regione berbera occupata dagli Arabi”.  Il sito ultra-sionista  e neocon “EuropeIsrael” ha accolto e promosso con entusiasmo la richiesta.
Del resto sono anni che Israele coltiva le relazioni col MAK,  opportuno  strumento di sovversione. Nel maggio 2012 una delegazione di Movimento è  stata ricevuta in visita ufficiale, su invito del capo delle relazioni estere del Likud, Jacques Kopfer. Ovviamente ciò ha suscitato i più vivi sospetti ad Algeri.   Il portavoce del ministero degli esteri di Algeri disse allora: sappiamo che esiste “un tracciato di rotta”   di “ progetti scellerati per attentare all’unità nazionale”. Un’allusione al Piano Kivunim. Adesso, BHL ha dato il segnale: dopo la Siria, la Libia, l’Irak, tocca all’Algeria?
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Nella Libia da lui liberata

 

 

Le rivoluzioni colorate sono un’aggressione estera con mezzi non militari

Rivoluzione colorata

controstoria di Saddam Hussein.

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Di Leonardo Olivetti

Quando si parla dell’Iraq contemporaneo non si può fare a meno di pensare alla controversa figura di Saddam Hussein. Il Raìs iracheno è uno dei massimi oggetti di demonizzazione dell’Occidente, accusato di ogni sorta di crimine e usato come archetipo della tirannide. Ma alle costruzioni propagandistiche degli agiografi dell’imperialismo americano, non corrispondono i fatti; Saddam Hussein fu uno dei più geniali e lungimiranti leader mediorientali degli ultimi anni, capace di guidare un paese dalla rovina alla prosperità, di non arrendersi alle minacce e all’arroganza stranieri, per nulla responsabile di quelle “atrocità” tanto vilmente accostate alla sua figura.

Quando Saddam Hussein prese in mano le redini del paese mediorientale, aveva di fronte a sé una situazione molto deteriorata, insicura e sottosviluppata economicamente, culturalmente e socialmente. Il Raìs iracheno risollevò l’Iraq dalla miseria, creando un regime prospero e culturalmente avanzato. L’alfabetizzazione, nel 1973, era solo il 35%; solo nove anni più tardi, le Nazioni Unite dichiararono l’Iraq “libero dall’analfabetismo”, con una popolazione alfabetizzata superiore al 90%, ed una percentuale del 100% di giovani che andavano a scuola. Due anni dopo, nel 1984, le stesse Nazioni Unite ammisero che “il sistema educativo dell’Iraq è il migliore mai visto in un paese in via di sviluppo”. Il sistema scolastico iracheno era anche tra i migliori al mondo per qualità; il tasso di studenti promossi era maggiore che negli altri paesi arabi, e il governo di Saddam, dal 1970 al 1984, spese solo per l’educazione il 6% del PIL, pari al 20% del reddito annuo del paese. In pratica, il governo di Baghdad spese per ogni singolo studente circa 620$, una cifra altissima per un paese in via di sviluppo. E questo dopo che Saddam Hussein era l’uomo forte di Baghdad da solo un decennio. Più tardi, dal 1976 al 1986, gli studenti delle scuole elementari crebbero del 30%, le studentesse femmine del 45%, sintomo della crescente emancipazione femminile, e il numero delle ragazze che studiavano era il 44% del totale, quasi in parità con il sesso maschile. Un altro risultato del fervore culturale importante nell’Iraq di Saddam Hussein è quello ottenuto nell’ambito universitario; l’Università di Baghdad, fondata nel 1957, ebbe oltre 33 mila studenti tra il 1983 e il 1984, l’Istituto Tecnico oltre 34 mila, l’Università di Mustansirya oltre 11 mila. Queste cifre altissime, che manifestano la fioritura culturale dell’Iraq ba’athista, portarono il New York Times, nel 1987, a battezzare Baghdad come “la Parigi del Medio Oriente”.

Dal 1973 al 1990 furono costruiti migliaia di chilometri di strade, si completò l’elettrificazione, e si istituirono un sistema sanitario ed un sistema scolastico completamente gratuiti. Le infrastrutture in Iraq sono tutte opera della leadership di Saddam Hussein; la maggior parte degli aeroporti ora operanti in Iraq sono stati costruiti da Saddam Hussein (l’aeroporto internazionale di Basra, quello internazionale di Erbil, quello di Baghdad), la maggiore autostrada del paese (la cosiddetta “Freeway 1”, lunga 1.200 chilometri) fu costruita a partire dal 1990. Saddam Hussein si è reso molto popolare in Iraq anche per i suoi continui viaggi, negli anni ‛70, in tutto il paese, per assicurarsi che ogni cittadino avesse a disposizione un frigorifero e l’elettricità, una delle basi ed una delle più grandi vittorie del Partito Ba’ath in Iraq. La sanità irachena era tra le migliori nella regione; la mortalità infantile passò da 80 persone ogni 1.000 abitanti nel 1974, a 60 ogni 1.000 nel 1982, fino a 40 ogni 1.000 nel 1989. La mortalità al di sotto dei cinque anni calò da 120 bambini ogni 1.000 nel 1974, a 60 ogni 1.000 nel 1989. Il sistema sanitario iracheno era anche tra i migliori qualitativamente: dicono l’UNICEF e l’Organizzazione Mondiale della Sanità che “a differenza di altri paesi più poveri, l’Iraq ha sviluppato un sistema occidentale di ospedali all’avanguardia che usa procedure mediche avanzate, e ha prodotto fisici specialisti”. Prima del 1990, sempre secondo i rapporti dell’OMS, avevano accesso a cure mediche gratuite e di alta qualità il 97% dei residenti urbani e oltre il 70% di quelli rurali, percentuali infinitamente alte se confrontate con quelle di altri paesi in via di sviluppo.

La distruzione dell’Iraq fu decisa al Pentagono e cominciò con le sanzioni economiche del 1990. Poco si parla degli effetti di queste sanzioni sul popolo iracheno. Parlando a livello di morti, si potrebbe dire che si trattò di un vero e proprio genocidio. Nel periodo 1991-1998, a causa delle fortissimi limitazioni  imposte dagli Stati Uniti e del conseguente fallimento dell’economia irachena, morirono circa mezzo milione di bambini, stima l’UNICEF. E non solo: sempre secondo l’UNICEF a causa delle sanzioni degli anni ‛90, la mortalità nei primi cinque anni di vita raddoppiò e raddoppiò anche quella infantile. Bellamy, funzionaria dell’organizzazione, ha constatato che “se la riduzione della mortalità infantile che si era verificata negli anni ‛80 fosse proseguita anche negli anni ‛90, ci sarebbero state mezzo milione di morti in meno”. Può essere certamente plausibile quanto scrissero John e Karl Müller nel 1999, cioè che le sanzioni economiche “possono aver contribuito a causare più morti durante il periodo post Guerra Fredda che tutte le armi di distruzione di massa nel corso della storia”. La sanità irachena calò in qualità, dicono sempre Müller, dato che, a causa delle sanzioni, “l’importazione di alcuni materiali disperatamente necessari era stata ritardata o negata a causa delle preoccupazioni che avrebbero potuto contribuire ai programmi di armamento di distruzione di massa dell’Iraq. Forniture di siringhe sospese a causa delle paure legate alle spore di antrace”. Sempre nel campo medico “le tecniche medico-diagnostiche che utilizzano le particelle radioattive, una volta comuni in Iraq, erano vietate per effetto delle sanzioni e i sacchetti di plastica necessari alle trasfusioni di sangue ristretti”. A definire queste tremende sanzioni come un “genocidio di fatto” ci ha pensato anche  Denis Halliday, coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Iraq. Questa gravissima tragedia voluta dall’amministrazione americana, fu, successivamente, anche considerata “giusta” da Madeleine Albright.
Nella sua più controversa intervista, il 12 maggio 1996, il Segretario di Stato è intervistato da Lesley Stahl al programma 60 minutes:
– «Abbiamo saputo che mezzo milione di bambini sono morti. Intendo dire, più bambini di quelli che morirono ad Hiroshima. E, pensa ne sia valsa la pena?»
– «Pensiamo che sia stato un prezzo giusto da pagare
Non contenta dell’apologia di un crimine contro l’umanità, Albright ha poi accusato l’intervistatrice di “fare propaganda irachena”. E tutti questi morti e questa miseria per delle armi che Saddam Hussein non aveva mai avuto. Il primo passo per distruggere il più progredito stato mediorientale si concluse con un prezzo di vite altissimo, ma non fece crollare l’Iraq ba’athista.

Saddam Hussein aveva ancora una forte base di potere e godeva di un ampio sostegno, anche se si è cercato di far credere che fosse “odiato dal popolo e prossimo al collasso”. Il leader iracheno sapeva bene che con l’inizio delle sanzioni “era iniziata la madre di tutte le battaglie”, come egli stesso proclamò al mondo il 17 gennaio 1991. Infatti, senza cedere alle pressioni americane, egli proseguì la sua battaglia per un Iraq indipendente fino a che l’America non fu costretta ad intervenire direttamente. Dopo la creazione della fasulla “Asse del male” iniziò una delle più grandi operazioni di false flag che la storia ricordi: George W. Bush inventò di sana pianta la storia dei legami con al-Qaida e delle armi di distruzione di massa, e mentre lanciava assurdi slogan bellici («Saddam merita questo!»), si creava anche la storia dei “massacri” attribuiti ai ba’athisti iracheni. Mentre la notizia delle armi di distruzioni di massa si è oramai rivelata una falsità, diverso è il caso per le notizie dei “massacri” e dell’uso di armi chimiche di Saddam, che ancora riscuotono un gran successo mediatico.

Si disse che Saddam Hussein perseguitò i curdi, e, nella sola città di Halabja, ne fece uccidere 5.000 o più, nel marzo del 1988. Tuttavia furono ritrovati solo 300 corpi, e la cosa è tutt’altro che sicura; si pensa che la storia dell’attacco chimico a Halabja sia “ormai appurata”, eppure è l’America stessa a fornire le prove che scagionano Saddam.
Il Dipartimento di Stato americano ha mostrato vari rapporti che mostrano che l’Iraq non ha mai posseduto quel gas, a base di cianuro; in tanti anni, la CIA non aveva mai reperito questa arma tra gli arsenali iracheni, mentre era presente nell’esercito iraniano. Il mondo non è mai stato convinto della storia: la CIA, l’US Army War CollegeGreenpeace, Stephen Pelletiere (principale analista della CIA del 1988), Jude Waniski (giornalista e prestigioso commentatore di notizie economiche), l’Historical Report del corpo dei Marines hanno tutti accusato l’Iran, ed hanno tutti ritenuto “infondata” l’accusa rivolta a Saddam Hussein.
Stephen Pelletiere scrisse a tal proposito: «Per quanto ne sappiamo noi, tutti i casi in cui il gas fu usato corrispondono ad una battaglia. Queste sono tragedie di guerra. Forse possono esserci giustificazioni per l’invasione dell’Iraq, ma Halabja non è tra queste», ed ebbe cura di precisare, nello stesso articolo, che apparve sul New York Times:
«…la verità è che tutto quello che sappiamo è che i curdi quel giorno ad Halabja furono bombardati con gas velenoso. Non possiamo dire con assoluta certezza che furono armi chimiche irachene ad uccidere i curdi. Questa non è la sola stortura della storia di Halabja.
Io lo so perché, come capo analista politico della CIA sull’Iraq durante la guerra Iran-Iraq, e come professore al Collegio Militare di Guerra dal 1988 al 2000, ero a conoscenza di molto del materiale segreto che fluiva attraverso Washington e che aveva a che vedere con il Golfo Persico. Inoltre ero a capo di una investigazione militare del 1991 sul come gli iracheni avrebbero combattuto una guerra contro gli Stati Uniti; la versione segreta di quel dossier esplorava con dovizia di dettagli l’affare Halabja.
Quello di cui siamo sicuri circa l’uso del gas ad Halabja è che successe durante una battaglia tra le truppe irachene ed iraniane. L’Iraq usò armi chimiche per ammazzare gli iraniani che avevano preso la città, che si trova nell’Iraq settentrionale, non lontano dal confine iraniano. I civili curdi che morirono ebbero la sfortuna di essere presi in quello scambio. Ma non erano loro il bersaglio degli iracheni.
Ma la storia si intorbidisce. Immediatamente dopo la battaglia la DIA investigò e produsse un resoconto segreto, che circolò per conoscenza tra la comunità dell’intelligence. Quello studio accertò che era stato il gas iraniano ad uccidere i curdi, non quello iracheno.
L’agenzia trovò che ambedue le parti usarono armi chimiche l’una contro l’altra nella battaglia di Halabja. Tuttavia lo stato in cui furono trovati i corpi dei curdi indicava che furono uccisi con un veleno che agiva sul sangue, cioè un gas a base di cianuro, che si sapeva veniva usato dalle truppe iraniane. Gli iracheni, che si pensa usassero l’iprite in battaglia, non erano soliti usare gas che agiva sul sangue, in quel periodo.
È da molto tempo che questi fatti sono di pubblico dominio, ma, stranamente, ogniqualvolta il caso Halabja è citato, di questo non se ne parla. Un articolo controverso apparso sul New Yorker lo scorso marzo non faceva alcun riferimento al resoconto della DIA, né considerava che potesse essere stato gas iraniano ad aver ucciso i curdi. Nelle rare occasioni in cui se ne parla, ci si specula sopra, senza prova alcuna, che fosse per favoritismo politico dell’America verso l’Iraq nella guerra contro l’Iran.»

Secondo la versione suggerita dal New Yorker, e data per vera da Bush, il generale Alì Hassan al-Majid avrebbe ordinato all’aviazione irachena di sganciare bombe chimiche su Halabja. Ma Patrick Lang, uno dei maggiori analisti della DIA (la Defense Intelligence Agency americana), confermò che i due schieramenti che si contendevano la città, quello iracheno e quello iraniano, si scambiano bombe chimiche con mortai, e che l’aviazione non fu mai chiamata in causa. All’inizio, l’intera amministrazione americana accusò l’Iran della responsabilità, dato che era in corso la guerra Iraq-Iran e gli Stati Uniti supportavano la prima fazione; tuttavia, quando il nuovo bersaglio divenne Saddam Hussein, la versione venne stravolta, e fu invece accusato Saddam Hussein, così da “provare” l’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq, far approvare le sanzioni, ed avere un qualche motivo propagandistico per invadere l’Iraq nel 2003.

Nel novembre del 2003, gli Stati Uniti dichiararono che erano stati rinvenuti 400.000 corpi in fosse comuni dell’Iraq del Sud, da attribuirsi a Saddam. Ma ci pensò Tony Blair, nel giugno del 2004, a dover ammettere che Bush “aveva parlato in modo inappropriato”, perché solo 5.000 corpi erano stati rinvenuti. Solo qualche tempo dopo, altre fonti dimostrarono che erano dei morti civili causati dall’aviazione statunitense durante l’operazione Desert Storm nel 1991. Purtroppo tutto questo cadde nell’oblìo, e si decise di non divulgare più niente su questo argomento.

Saddam Hussein non abbandonò mai il suo popolo come fu detto. Questa operazione propagandistica era volta a screditare Saddam agli occhi degli iracheni. Si disse che era stato trovato nascosto in un buco a Tikrit. In realtà questa storia è totalmente priva di fondamento. Un marine libanese che aveva preso parte all’operazione per catturare Saddam, Nadim Rabeh, dichiarò nel 2005 (anche se si cercò di coprire la sua versione) che Saddam fu ritrovato “in una modesta casa di un piccolo villaggio, non nel buco dove si disse. Lo catturammo dove una feroce resistenza, e fu ucciso anche un marine sudanese”. Rabeh disse che il Raìs iracheno in persona aveva iniziato a fare fuoco contro di loro dalla sua finestra, e che si fermò dopo che gli fu detto di arrendersi perché era circondato. Rabeh disse anche che “più tardi un team militare di tecnici di ripresa assemblò il film del buco in cui sarebbe stato catturato che era in realtà un pozzo abbandonato”.
Saddam, al suo processo, espresse una versione che combaciava con questa. Un colonnello dell’esercito iracheno a riposo che partecipò al processo disse, sulla sua cattura e sulla sua resistenza attiva:
«La biancheria di Saddam appariva molto pulita dando l’impressione che egli non avesse potuto stare in un buco. Nel periodo in cui avevano detto di averlo catturato non vi sono datteri, ma le palme che si vedevano nei filmati mostratici portavano datteri e questo non è possibile. La mia casa è nel quartiere di Adhamiya e io ho effettivamente visto Saddam nella sua ultima famosa apparizione pubblica dopo che Baghdad era già caduta: egli stava in piedi sul cofano di un’autovettura, sorrideva alla gente intorno a lui che lo incitava mostrandogli la fedeltà di sempre. Saddam era alla testa delle truppe durante la battaglia dell’aereoporto. Secondo quello che ho sentito aveva guidato molti attacchi contro gli americani.»

In realtà, Saddam Hussein combatté fino alla fine, non si arrese né si nascose, e godette sempre del sostegno del popolo iracheno. Il 9 aprile 2003, conosciuto come il giorno della “caduta di Baghdad”, egli fece la sua ultima apparizione pubblica, circondato da una folla in delirio, qualche decina di migliaia di persone che lo sollevò dal tettuccio della sua macchina affinché potesse parlare alla folla. Parla degli ultimi giorni di Baghdad e del ruolo di Saddam Hussein anche una ex Guardia Repubblicana, che disse:
«Mentre stavo sparando con i miei compagni, all’improvviso, trovammo Saddam Hussein con molti dei suoi assistenti dentro l’aeroporto. Fummo davvero sorpresi perché non ci aspettavamo una simile cosa, ma Saddam venne avanti e prese un RPG e se lo mise sulle spalle ed iniziò a sparare anche lui. Ci raccogliemmo intorno a lui e lo pregammo di mettersi da parte e lasciare noi a combattere perché se fossimo stati uccisi noi eravamo comuni ufficiali, ma se lui fosse stato ucciso avremmo perso il nostro leader. Saddam si rivolse a noi e disse, “Ascoltate, io non sono meglio di chiunque tra voi e questo è il momento supremo per difendere il nostro grande Iraq e sarebbe grandioso essere ucciso come martire per il futuro dell’Iraq”.»

In un sondaggio del novembre 2006, condotto dal Iraq Centre for Research and Strategic Studies e Gulf Research Center, alla domanda se “si stesse meglio con Saddam o ora”, il 90% disse che si stava meglio meglio prima, e solo il 5% disse di preferire la situazione odierna. Un vero e proprio plebiscito. Per descrivere l’Iraq invaso dagli yankee, l’Iraq ipocritamente definito “libero”, non ci sono parole più precise di quelle usate da Riverbend – Blog da Baghdad:
«Non esiste alcuna maniera per descrivere la perdita di cui abbiamo fatto esperienza con questa guerra e questa occupazione. Non esiste compensazione per la densa nube nera di paura che penzola sulla testa di ogni iracheno. Paura degli americani nei loro carri armati, paura delle pattuglie della polizia con le loro bandane nere, paura dei soldati iracheni che indossano le loro maschere nere ai checkpoint.»

Per quanto riguarda il processo di Saddam Hussein, una delle più grandi finzioni giudiziarie degli ultimi anni, sarebbe fin troppo lungo elencare gli errori, le mancanze giudiziarie e le assurdità. Basti ricordare che il primo giudice fu costretto a dimettersi perché permetteva a Saddam di parlare e sembrava troppo equo, e ne subentrò uno che mostrava una totale tendenziosità; molte volte Saddam fu allontanato dall’aula senza motivo, gli avvocati difensori espulsi, testimoni a difesa torturati, furono distrutti vari video mostrati dalla difesa, ed in soli due giorni la corte disse di aver letto le 1.500 pagine della deposizione della difesa. La condanna a Saddam Hussein fu nient’altro che una montatura, un processo politico per liquidare un uomo scomodo, umiliare fino in fondo quell’implacabile nemico dell’Occidente, accusato di ogni sorta di crimine e screditarlo agli occhi del suo popolo che, invece, era ancora affezionato a lui. Delle ottime parole per descrivere l’ultimo giorno di Saddam Hussein prima della sua impiccagione furono quelle usate da Malcolm Lagauche: «Oggi, Saddam Hussein è l’uomo più libero dell’Iraq, nonostante sia dietro le sbarre. La sua mente è limpida e la sua integrità incredibile. Attende la morte con dignità. Non una sola volta ha ceduto sotto tortura o pressione. Anche quando gli fu offerta dagli USA una tessera per “uscire gratis di prigione” se avesse fermato la resistenza, Saddam rifiutò di capitolare.»

Leonardo Olivetti

– Fonte: statopotenza.eu del 19 dicembre 2013
Link: http://www.statopotenza.eu/9765/controstoria-di-saddam-hussein

Fonte: visto su NOCENSURA del 112 agosto 2014
Link: http://www.nocensura.com/2014/08/controstoria-di-saddam-hussein-e.html