I tentacoli di Israele si allungano

Strategic Culture, 6 agosto 2019 (trad. ossin)
I tentacoli di Israele si allungano
Brian Cougley
Il 23 luglio, alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, un voto schiacciante ha condannato il movimento BDS [Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni], che si propone di esercitare pressioni sul governo israeliano perché «rispetti il suo obbligo di riconoscere il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione e si conformi pienamente alle prescrizioni del diritto internazionale:
1. Mettendo fine all’occupazione e alla colonizzazione di tutte le terre arabe e smantellando il muro
2. Riconoscendo i diritti fondamentali dei cittadini arabo-palestinesi di Israele alla piena uguaglianza
3. Rispettando, proteggendo e promuovendo il diritto dei rifugiati palestinesi di ritornare nelle loro case e riacquistare i loro beni, come stabilito nella risoluzione 194 delle Nazioni Unite».
Il presidente Donald Trump, come lo erano stati tutti i suoi predecessori, è ospite fisso dei meeting dell’AIPAC
Non v’è nulla di moralmente o legalmente discutibile in alcuno di questi proponimenti. Ma il Congresso degli Stati Uniti non si preoccupa di moralità né di legalità, quando siano incompatibili con la loro politica verso Israele che, come ha chiarito il rappresentante Lee Zeldin a New York, si fonda sulla convinzione che «Israele è il nostro migliore alleato in Medio Oriente; un simbolo di speranza di libertà, circondata da minacce esistenziali». Fox News ha detto che la risoluzione di condanna «è stata sollecitata dall’AIPAC, l’influente lobby israeliana a Washington», cosa che spiega molte cose, giacché l’AIPAC, [American Israel Public Affairs Committee] è un’organizzazione potentissima, dotata di tasche profonde e mani prodighe.
A febbraio 2019, The Intercept notava che l’«AIPAC, sul suo sito Web, raccoglie adesioni al suo ‘Club del Congresso’, impegnandosi a versare almeno  5 000 dollari ogni tornata elettorale, in favore degli aderenti». Nel film intitolato The Lobby, Eric Gallagher, un alto responsabile dell’AIPAC dal 2010 al 2015, racconta a un giornalista di Al Jazeera che l’AIPAC ottiene risultati. Un’intercettazione segreta ha rivelato che «…riuscire a ottenere 38 miliardi di aiuti militari per Israele è importante, ed è quello che l’AIPAC riesce a fare. Tutto quello che l’AIPAC fa è finalizzato a influenzare il Congresso».
L’AIPAC influenza il Congresso e altre istituzioni in modo estremamente efficace, fino al punto di riuscire a ottenere che Al Jazeera non trasmettesse la versione inglese di The Lobby. Il direttore dei programmi di inchiesta di Al Jazeera, Clayton Swisher, ha detto che vi sono state pressioni «di lobbisti israeliani di Washington che minacciavano di fare in modo che il Congresso classificasse la rete Al Jazeera come  ‘agente straniero’ e di accusare falsamente di antisemitismo gli autori del documentario». E basta questo: la semplice accusa di antisemitismo costringe chiunque a grattarsi la testa, ruotare gli occhi, e a farsi da parte.
E’ accaduto così che il giorno prima che il Congresso condannasse un’iniziativa diretta a premere perché Israele riconosca i diritti dei Palestinesi e rispetti il diritto internazionale, gli Israeliani realizassero un’operazione di distruzione mirata specificamente contro i diritti dei palestinesi, e contraria al diritto internazionale. Secondo la BBC, 200 soldati israeliani e 700 poliziotti, carichi di armi pronte all’impiego, sono stati dispiegati nel villaggio palestinese di Wadi Houmous alle 22 del 22 luglio, con bulldozer e scavatrici che hanno proceduto alla distruzione di case palestinesi.
L’amministrazione USA non ha mosso obiezioni. Il suo twittatore in capo aveva chiaramente espresso il suo punto di vista su Israele il 16 luglio, quando aveva annunciato che le quattro deputate donna del Congresso, non bianche, ch’egli odia in modo addirittura nevrotico, sono «un gruppo di comuniste che odiano Israele», e che «parlano di Israele come se fosse uno Stato criminale e non una vittima in quella regione». Per contro, l’Unione europea ha stabilito che «la politica di colonizzazione, ivi comprese le iniziative prese in questo contesto, come i trasferimenti forzati, le espulsioni, le demolizioni e le confische di case, è illegale dal punto di vista del diritto internazionale. Conformemente alle posizioni assunte da lunga data dalla UE, attendiamo che le autorità israeliane fermino immediatamente le demolizioni in corso». Ma comunque non cambierà nulla, visto che non c’è alcuna possibilità che gli Stati Uniti o il Regno Unito sostengano delle azioni a tutela del diritto internazionale, quando questo viene violato da Israele.
La Gran Bretagna sta per uscire dalla Unione Europea, quindi non ha voce in capitolo nella politica europea, ma non può comunque accettare critiche a Israele, giacché il Partito conservatore al potere promuove un’organizzazione chiamata «gli amici conservatori di Israele» (CFI), che raggruppa circa l’80% dei deputati conservatori.
Boris Johnson, il nuovo Primo Ministro britannico discepolo di Trump, è un fervente militante del CFI che lo ha sostenuto nella sua candidatura alla testa del Partito conservatore. Il 23 luglio, i presidenti del CFI Stephen Crabb, deputato, e Lord Pickles, insieme al presidente onorario Lord Polak, hanno dichiarato: «Dalla sua opposizione al boicottaggio dei prodotti israeliani quando era sindaco di Londra, fino al ruolo determinante svolto, da ministro degli Esteri… Boris ha una lunga storia di amicizia con Israele e la comunità ebraica. Il signor Johnson ha continuamente mostrato il suo appoggio risoluto… reiterando il suo profondo attaccamento a Israele e impegnandosi a essere un campione degli ebrei in Gran Bretagna e nel mondo».
Uno dei primi incarichi ministeriali conferiti da Johnson è stato alla signora Priti Patel al posto di segretario agli Interni. Costei si era dovuta dimettere dal Gabinetto della prima ministra Theresa May nel novembre 2017 dopo essere stata colta in flagrante mendacio, cosa non inabituale per lei, ma stavolta particolarmente rilevante. Come ebbe ad annunciare la BBC: «Priti Patel si è dimessa a seguito delle polemiche a proposito di Israele», scusandosi con la Prima Ministra «per le riunioni non autorizzate tenute in agosto con alcuni politici israeliani – compreso il Primo Ministro Benjamin Netanyahu – di cui si è avuta successivamente notizia. Ma è emerso poi che aveva tenuto altre due riunioni in settembre non in presenza di funzionari governativi». Non solo questo, ma in una intervista alla stampa «aveva fatto falsamente intendere che il Ministro degli Affari esteri, Boris Johnson, e il Foreign Office erano al corrente delle sue riunioni in Israele».
E’ uno di quei fatti che hanno suscitato tante risate nel corso delle meravigliose serie della BBC «Yes Minister» e «Yes, Prime Minister» : Ho sbagliato; dà una falsa impressione; è in prigione per avere raccontato menzogne.
Ed è decisamente strano che l’insigne Lord Polak, quello stesso che ha dichiarato che Boris Johnson è «amico di Israele», abbia accompagnato Patel in tredici delle quattrodici riunioni coi responsabili israeliani ad agosto e settembre. Cosa diavolo avranno fatto?
Ovviamente lei non aveva alcun timore di doversi dimettere per avere raccontato bugie, dal momento che Boris Johnson aveva dichiarato alla BBC : «Priti Patel è da tempo un’ottima collega e amica, una segretaria di Stato di prima classe per lo sviluppo internazionale. Lavorare con lei è stato un vero piacere, e sono certo che abbia un grande futuro davanti a sé». L’uomo ha il dono della profezia.
Poi Johnson ha nominato Michael Gove cancelliere del ducato di Lancaster, che è una strana nomina che conferisce grande potere e quasi nessuna responsabilità. Gove era stato apertamente sleale con Johnson all’epoca della prima competizione per la leadership, in quello che il Daily Telegraph aveva definito un «tradimento spettacolare», ma tutto è stato perdonato giacché, come dicono «gli amici conservatori di Israele», egli ritiene che l’antisionismo e l’antisemitismo siano «due facce della stessa medaglia», che significa che chiunque critichi la persecuzione dei Palestinesi da parte dei nazionalisti di Israele è un antisemita. Egli ritiene che «il criterio che consente di giudicare un popolo civile è che esso sia al fianco del popolo ebraico e al fianco di Israele. E’ un piacere stare col popolo ebraico, E’ un dovere stare al fianco di Israele».
I Palestinesi non ottengono alcun sostegno dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna quando le loro case vengono rase al suolo dai bulldozer, Non possono aspettarsi alcuna critica da parte di Washington o di Londra quando i loro figli vengono uccisi a Gaza dai soldati israeliani.
La Cisgiordania, tra Israele e la Giordania, è stata conquistata da Israele nella guerra del 1967 in Medio Oriente. Poi è stata annessa Gerusalemme est. Il diritto internazionale definisce le due zone come territori occupati. Per quanto tale circostanza venga ignorata dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, è interessante constatare che il 30 luglio, in Canada, in una sentenza di portata minore, ma rivelatrice, un giudice ha deciso che il vino prodotto nelle colonie ebraiche della Cisgiordania non dovranno portare etichette con la menzione «prodotto in Israele» giacché, logicamente, le colonie si trovano in territorio palestinese.
Ma non servirà a niente dirlo a Donald Trump, esperto di vino israeliano, o al Congresso statunitense, o a qualsiasi membro del Partito conservatore britannico al potere, perché il diritto internazionale non ha alcun valore, quando si hanno altre priorità.

Un’unità israeliana segreta ha distrutto documenti sui massacri contro i palestinesi

Un rapporto rivela l’esistenza di un’unità segreta del Ministero della Difesa israeliano che per anni ha cercato e distrutto documenti che collegavano le forze ebraiche ai massacri commessi contro i palestinesi quando lo Stato di Israele fu fondato nel 1948.

Un'unità israeliana segreta ha distrutto documenti sui massacri contro i palestinesi

Il reportage è stato realizzato dal giornalista israeliano Hagar Shezaf e pubblicato oggi dal quotidiano Haaretz.L’inchiesta fornisce un gran numero di testimonianze sui massacri e l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro case in una vasta operazione di pulizia etnica.

Rivela, inoltre, anche l’esistenza di un’unità segreta del Ministero della Difesa che passa attraverso gli archivi di tutto il paese per rimuovere e distruggere sistematicamente tutti i tipi di documenti storici, e anche le copie di altri documenti, che hanno a che fare con la Nakba, “Catastrofe” causata dai paramilitari ebrei nel 1948.

Uno dei documenti rubati dall’unità segreta israeliana era una copia di un documento originale che lo storico israeliano Benny Morris citava in un articolo pubblicato nel 1986 che descriveva l’espulsione di massa dei palestinesi nel 1948.

Il documento in questione successivamente è scomparso dagli archivi in ??modo tale che in seguito gli storici non sono riuscite a trovarlo e di conseguenza la tesi dell’espulsione forzata dei palestinesi perse forza.

Questo documento compromettente, così come molti altri documenti, è stato rubato dall’unità segreta del Ministero della Difesa israeliano.

Yehiel Horev, il direttore della sicurezza del ministero, ha fatto riferimento alla distruzione da parte dell’esercito di documenti compromettenti, dicendo: “Il problema viene esaminato sulla base del fatto che [i documenti storici] possono danneggiare le relazioni e la difesa estera di Israele.

 

 

Questi sono i criteri ed è un problema che è ancora rilevante.”

Fonte: Haaretz
Notizia del:

Israele contro i venezuelani

Il 24 giugno 2019 in Venezuela hanno tentato un nuovo colpo di Stato. Thierry Meyssan rileva che era rivolto sia contro l’amministrazione di Nicolás Maduro sia contro il suo oppositore, il filo-USA Juan Guaidó. Inoltre, secondo le registrazioni di conversazioni fra i complottisti, il golpe era supervisionato dagli israeliani.

| Damasco (Siria)

JPEG - 46.8 Kb
Il 24 giugno 2019 Nicolás Maduro e Juan Guaidó avrebbero dovuto essere rovesciati a beneficio di Raúl Baduel.
Il 24 giugno 2019 in Venezuela c’è stato un ennesimo tentativo di colpo di Stato. Tutti i responsabili sono stati arrestati e il ministro dell’Informazione, Jorge Rodríguez, ha diffusamente spiegato in televisione annessi e connessi della vicenda. Sui media, il tentativo di sedizione è stato offuscato dal malore in tribunale di uno dei suoi capi e dalla successiva morte in ospedale. I fatti sono comunque particolarmente indicativi.


A differenza dei precedenti, questo complotto era da 14 mesi sorvegliato da un’unità dell’intelligence militare, formata dall’intelligence cubana. In questo lasso di tempo gli agenti venezuelani hanno infiltrato il gruppo e sorvegliato le comunicazioni audio e video. L’intelligence è in possesso di 56 ore di registrazioni, che sono inconfutabili prove.
Parecchie delle persone arrestate erano implicate in complotti precedenti, sicché è difficile ritenere quest’operazione separata dalle precedenti, sponsorizzate dalla CIA.

«Non c’è futuro né per l’opposizione né per il governo»

Il complotto era diretto sia contro il presidente costituzionale Nicolás Maduro sia contro l’autoproclamatosi presidente Juan Guaidó e finalizzato a portare al potere un terzo uomo, il generale Raúl Isaías Baduel.
Baduel, ex capo di stato-maggiore ed ex ministro della Difesa, fu sollevato dall’incarico dal presidente Hugo Chávez, cui si era ribellato, e nel 2009 si mise a capo dell’opposizione. Fu però accertato che aveva sottratto denaro pubblico. Giudicato colpevole, fu condannato a sette anni di reclusione, che ha scontato. Durante il mandato del presidente Maduro fu nuovamente messo in carcere, dove tutt’ora si trova. Un commando avrebbe dovuto liberarlo e portarlo alla televisione nazionale ad annunciare il cambio di regime.
Il fatto di promuovere un terzo presidente conferma la nostra analisi, pubblicata due anni fa [1]: il fine degli Stati Uniti non è rimpiazzare il regime bolivariano con uno più mansueto, ma distruggere le strutture statali del Paese. Secondo la prospettiva USA, né la maggioranza nazionalista né l’opposizione filo-USA possono sperare in un futuro.
I venezuelani che appoggiano Guaidó, sicuri che il sostegno statunitense li porterà alla vittoria, oggi devono ricredersi. L’iracheno Ahmed Chalabi e il libico Mahmoud Gibril sono stati rispediti nei loro Paesi con i bagagli dei GI’s. Non hanno mai sperimentato il destino cui speravano di essere destinati.
Allo stadio attuale del capitalismo finanziario transnazionale, le classiche analisi del XX secolo, secondo cui gli Stati Uniti preferiscono governi vassalli a governi loro pari, sono superate. È la dottrina Rumsfeld/Cebrowski che imperversa dal 2001 [2] e che ha già devastato il Medio Oriente Allargato e oggi si abbatte sul Bacino dei Caraibi.
Secondo le registrazioni dell’intelligence venezuelana, il complotto non era organizzato dagli Stati Uniti, benché probabilmente da loro sovrinteso, ma dagli israeliani. Negli ultimi 72 anni la CIA ha organizzato un incredibile numero di “cambiamenti di regime” per mezzo di “colpi di Stato” o “rivoluzioni colorate”. Per garantirne l’efficacia, l’Agenzia non esita ad affidare identiche missioni contemporaneamente a diverse unità, persino a subappaltare operazioni. È spesso il caso del Mossad, che a sua volta affida ad altri i propri servizi.
Quattro anni fa in Venezuela ci fu un altro tentativo di colpo di Stato. L’operazione prevedeva molti assassinii e una manifestazione che avrebbe dovuto assaltare il palazzo presidenziale di Miraflores. TeleSur dimostrò che il tentativo era inquadrato da stranieri appositamente arrivati la vigilia della manifestazione. Non parlavano spagnolo. Il percorso della manifestazione fu perciò misteriosamente disseminato di graffiti con la stella di Davide e istruzioni in ebraico.

Israele in America Latina

Il ministro Rodriguéz ha per prudenza evitato di pronunciarsi pubblicamente sui mandanti degli israeliani a capo del complotto del 24 giugno, ossia se agivano o meno in nome del proprio Paese. Numerosi precedenti dimostrano che si tratta di un’ipotesi plausibile.
I servizi segreti israeliani hanno iniziato a svolgere un ruolo in America Latina nel 1982. In Guatemala il presidente giudeo-cristiano Efraín Ríos Montt [3] massacrò 18 mila indiani. Mentre Ariel Sharon invadeva il Libano, nella sua ombra il Mossad proseguiva in Guatemala gli esperimenti sociali condotti dal 1975 nel Sudafrica dell’apartheid: creare bantustan per i maya; un modello che sarà applicato anche ai palestinesi, dopo gli Accordi di Oslo del 1994. Contrariamente a una lettura positiva degli accadimenti, il fatto che il primo ministro Yitzhak Rabin abbia sovrinteso agli esperimenti sociali in Sudafrica [4] non depone a favore della sua buona fede, quando a Oslo si è impegnato a riconoscere uno Stato palestinese demilitarizzato.
Negli ultimi dieci anni i servizi segreti israeliani: – hanno “autorizzato” la società “privata” israeliana Global CST a dirigere l’operazione “Jaque” (2008) per liberare Ingrid Betancourt, ostaggio delle FARC colombiane [5]; – hanno inviato cecchini in Honduras per assassinare i leader delle manifestazioni per la democrazia, seguite al colpo di Stato del 2009 contro il presidente costituzionale Manuel Zelaya [6]; – operando dall’intero della Banca Centrale, della Sicurezza dei Giochi Olimpici di Rio de Janeiro, nonché del Senato, hanno attivamente partecipato al rovesciamento della presidente del Brasile Dilma Rousseff (2016).
Inoltre, le Forze di Difesa israeliane hanno: – affittato una base sottomarina in Cile; – inviato migliaia di soldati nella proprietà di Joe Lewis nella Patagonia argentina per seguire stage di addestramento di due settimane [7].

Documenti allegati

Al-Watan #3181
(PDF – 177.9 Kb)
[1] Vídeo : « Thierry Meyssan : El plan de Estados Unidos contra America latina » (entrevista con Russia Today), 22 de Mayo de 2017.
[2] The Pentagon’s New Map, Thomas P. M. Barnett, Putnam Publishing Group, 2004. “Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 24 agosto 2017.
[3] Il generale Efraín Ríos Montt era evangelico. Non si definiva “cristiano”, bensì “giudeo-cristiano”. NdlR.
[4] “Mandela e Israele”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 9 dicembre 2013.
[5] “Israele aumenta la sua presenza militare in America Latina”, Traduzione Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 3 novembre 2009.
[6] « Le SouthCom prend le pouvoir dans un État membre de l’ALBA », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 29 juin 2009.
[7] “Qual è il progetto di Israele in Argentina?”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 16 dicembre 2017.Preso da: https://www.voltairenet.org/article206904.html

I Fratelli Mussulmani sono assassini

Continuiamo la pubblicazione del libro di Thierry Meyssan, “Sotto i nostri occhi”. In questo episodio l’autore narra la creazione di una società segreta egiziana, i Fratelli Mussulmani, nonché la rifondazione fattane dai servizi segreti britannici dopo la seconda guerra mondiale. Poi ci racconta come l’MI6 abbia usato i Fratelli Mussulmani per compiere assassinii politici in Egitto, ex colonia della Corona.

| Damasco (Siria)

Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi.
Si veda l’indice.

JPEG - 31 Kb
Hasan al-Banna, fondatore della società segreta dei Fratelli Mussulmani. Si hanno scarse notizie sulla sua famiglia; si sa solo che erano orologiai, mestiere in Egitto riservato alla comunità ebraica.

Le “Primavere arabe” vissute dai Fratelli musulmani

Nel 1951 i servizi segreti anglosassoni costituiscono, a partire dall’antica organizzazione omonima, una società politica segreta: i Fratelli musulmani, usati a più riprese per assassinare figure che si oppongono e poi, dal 1979, come mercenari contro i sovietici. Nei primi anni novanta sono integrati nella NATO e nel 2010 si tenta di metterli al potere nei paesi arabi. I Fratelli musulmani e l’ordine sufita della Naqshbandiyya sono finanziati – con almeno 80 miliardi di dollari l’anno – dalla famiglia regnante saudita, cosa che lo rende uno degli eserciti più importanti al mondo. Tutti i capi jihadisti, compresi quelli dell’ISIS, appartengono a questo apparato militare.

I Fratelli musulmani d’Egitto

Durante la prima guerra mondiale scompaiono quattro imperi: il Reich tedesco, l’Impero austro-ungarico, la Santa Russia zarista e la Sublime porta ottomana. I vincitori, del tutto privi del senso della misura, impongono ai vinti le loro condizioni. Così, in Europa, il Trattato di Versailles sancisce condizioni inaccettabili per la Germania, considerata l’unica colpevole del conflitto. In Oriente, lo smembramento del Califfato ottomano è destinato a originare conflitti: alla Conferenza di San Remo (1920), in base all’accordo segreto Sykes-Picot (1916), il Regno Unito è autorizzato a stabilire la patria ebraica della Palestina, mentre la Francia può colonizzare la Siria (che all’epoca comprendeva l’attuale Libano). Tuttavia, in ciò che resta dell’Impero ottomano, Mustafa Kemal Atatürk si ribella sia contro il Sultano che ha perso la guerra, sia contro gli occidentali che occupano il suo paese. Alla Conferenza di Sèvres (1920) il Califfato viene diviso, con la conseguente creazione di ogni genere di nuovo Stato, tra cui il Kurdistan. Ma la popolazione turco-mongola della Tracia e dell’Anatolia insorge, mettendo Kemal al potere. Alla fine, la Conferenza di Losanna (1923) traccia i confini odierni rinunciando al Kurdistan, organizzando l’esodo dei popoli e provocando così più di mezzo milione di morti.
Ma proprio come in Germania Adolf Hitler mette in discussione il destino del suo paese, in Medio Oriente un uomo si oppone alla nuova divisione della regione. Un insegnante egiziano fonda un movimento per ripristinare il Califfato che gli occidentali hanno sconfitto e smembrato. Quest’uomo è Hasan al-Banna, l’organizzazione i Fratelli musulmani (1928).
Il Califfo, in linea di principio, è il successore del Profeta cui tutti devono obbedire; un titolo molto ambito. Si succedono diversi importanti lignaggi di califfi: Omayyadi, Abbasidi, Fatimidi e Ottomani. Il futuro Califfo dovrà essere colui che conquisterà tale titolo, in questo caso la “Guida suprema” della Fratellanza che s’immagina padrone del mondo musulmano.
La società segreta si diffonde in fretta, proponendosi di lavorare dall’interno per ripristinare le istituzioni islamiche. Gli adepti devono giurare fedeltà al fondatore sul Corano e su una spada o una pistola. L’obiettivo della Fratellanza è puramente politico, benché espresso in termini religiosi. Né Hasan al-Banna, né i suoi successori si riferiranno mai all’Islam come una religione o evocheranno la spiritualità musulmana. Per loro l’Islam è solo un dogma, una sottomissione a Dio e un modo per esercitare il potere. Ma evidentemente gli egiziani che appoggiano la Fratellanza non la percepiscono in questi termini, la seguono perché sostiene di appellarsi a Dio.
Per Hasan al-Banna la legittimità di un governo non si misura in base alla sua rappresentatività – come si fa per i governi occidentali –, ma dalla capacità di difendere lo “stile di vita islamico”, ossia quello dell’Egitto ottomano del XIX secolo. I Fratelli non crederanno mai che l’Islam abbia una propria storia e che lo stile di vita dei musulmani possa variare sensibilmente da regione a regione e da epoca a epoca. Non penseranno mai neanche che il Profeta abbia rivoluzionato la società beduina e che lo stile di vita descritto nel Corano non rappresenti altro che una fase. Per loro le regole giuridiche del Corano – la Sharia – non corrispondono quindi a una determinata situazione, ma dettano le leggi immutabili su cui il potere può fondarsi.
Il fatto che la religione musulmana sia stata spesso trasmessa a colpi di spada giustifica – per la Fratellanza – l’uso della forza. I Fratelli non ammetteranno mai che l’Islam possa essere diffuso tramite l’esempio: ciò non impedisce comunque ad al-Banna e alla Fratellanza di concorrere alle elezioni, e perderle. Se condannano i partiti politici non è perché si oppongono al multipartitismo, ma perché, separando la religione dalla politica, cadrebbero nella corruzione.
La dottrina dei Fratelli musulmani corrisponde all’ideologia dell’“Islam politico”, che in francese – così come in italiano – si definisce “islamismo”, una parola che oggi va molto di moda.
Nel 1936 Hasan al-Banna scrive al primo ministro Mustafa al-Nahhas per chiedere: – “Una riforma della legislazione e l’unione di tutti i tribunali sotto la Sharia; – il reclutamento militare per istituire un servizio volontario sotto la bandiera del jihad; – il collegamento dei paesi musulmani e la preparazione per la restaurazione del Califfato, applicando l’unità richiesta dall’Islam”.
Durante la seconda guerra mondiale la Confraternita si dichiara neutrale, anche se in realtà si trasforma in un servizio d’intelligence del Reich. Ma con l’entrata in guerra degli Stati Uniti, quando le sorti del conflitto sembrano ribaltarsi, fa il doppio gioco e ottiene finanziamenti dagli inglesi per fornire informazioni sul “nemico” tedesco. In tal modo la Fratellanza si mostra completamente priva di principi e puramente opportunista a livello politico.
Il 24 febbraio 1945 i Fratelli sfidano la sorte e uccidono, in piena seduta parlamentare, il primo ministro egiziano. Ne consegue una violenta escalation: la repressione nei loro confronti e una serie di omicidi politici, fino ad arrivare all’uccisione del nuovo primo ministro – il 28 dicembre 1948 – e, per rappresaglia, dello stesso Hasan al-Banna, il 12 febbraio 1949. Poco tempo dopo una corte marziale condanna alla detenzione la maggior parte dei Fratelli e ne scioglie l’associazione.
Fondamentalmente, questa organizzazione segreta non era altro che una banda di assassini che aspirava a prendere il potere mascherando la propria cupidigia dietro il Corano. La sua storia avrebbe dovuto chiudersi qui.

La fratellanza riformata dagli Anglosassoni
e la pace separata con Israele

JPEG - 29.2 Kb
Nonostante lo abbia negato, Sayyd Qutb era massone. Il 23 arile 1943 ha pubblicato sulla rivista al-Taj al-Masri (la “Corona d’Egitto”) un articolo dal titolo Perché sono diventato massone.

La capacità della Confraternita di mobilitare le persone e di trasformarle in assassini non può che incuriosire le grandi potenze.
Due anni e mezzo dopo lo scioglimento, gli anglosassoni formano una nuova organizzazione riutilizzando il nome di “Fratelli musulmani”. Approfittando della detenzione dei capi storici, l’ex giudice Hasan al-Hudaybi viene eletto Guida suprema. Diversamente da quanto si possa credere, non vi è alcuna continuità storica tra la vecchia e la nuova Fratellanza, ma si viene a sapere che un’unità della vecchia società – l’“apparato segreto” – era stata accusata da Hasan al-Banna di perpetrare gli attentati di cui negava la responsabilità. Questa organizzazione dentro l’organizzazione era così segreta che non fu mai influenzata dalla dissoluzione della Fratellanza, restando quindi a disposizione del suo successore. Ma la Guida decide di disconoscerla, dichiarando di voler raggiungere gli obiettivi in modo pacifico. È difficile definire con esattezza cosa sia successo all’epoca tra gli anglosassoni – che volevano ricreare l’antica società segreta – e la Guida, che riteneva giusto riguadagnarsi il seguito delle masse. In ogni caso, l’“apparato segreto” è talmente forte che l’autorità della Guida viene spazzata via a favore di quella di altri capi della Fratellanza. Si apre una vera e propria guerra intestina: la CIA vi pone a capo Sayyid Qutb [1], il teorico del jihad, che la Guida ha condannato prima di concludere un accordo con l’MI6.
È impossibile definire con precisione i reciproci rapporti di subordinazione, in primo luogo perché ciascuna filiale estera ha autonomia propria, poi perché le unità segrete all’interno dell’organizzazione non dipendono più necessariamente né dalla Guida suprema né dalla Guida locale, ma talvolta direttamente da CIA e MI6.
Nel secondo dopoguerra, gli inglesi cercano di riorganizzare il mondo in modo da tenerlo fuori dalla portata dei sovietici. Nel settembre 1946, a Zurigo, Winston Churchill propone l’idea degli Stati Uniti d’Europa e, secondo lo stesso principio, lancia la Lega araba. In entrambi i casi, si tratta di unire una regione escludendo la Russia. Dall’inizio della Guerra fredda gli Stati Uniti d’America, a loro volta, creano associazioni per sostenere queste mosse a loro vantaggio: il Comitato americano per l’Europa unita e gli American Friends of the Middle East [2]. Nel mondo arabo, la CIA organizza due colpi di Stato, prima a Damasco a favore del generale Husni al-Za’im (marzo 1949) e poi con gli Ufficiali liberi al Cairo (luglio 1952). Si tratta di sostenere i nazionalisti che si presumono ostili ai comunisti, ed è con tale spirito che Washington invia in Egitto il generale delle SS Otto Skorzeny e in Iran il generale nazista Fazlollah Zahedi, accompagnati da centinaia di ex ufficiali della Gestapo per guidare la lotta al comunismo.
Skorzeny purtroppo modella la polizia egiziana nel solco di una tradizione di violenza: nel 1963 sceglierà CIA e Mossad per rovesciare Nasser. Zahedi creerà invece la SAVAK, la polizia politica più crudele a quel tempo.
Se Hasan al-Banna aveva disegnato l’obiettivo – ossia assumere il potere manipolando la religione – Qutb definisce il mezzo: il jihad. Dopo che i seguaci avranno ammesso la superiorità del Corano, si potrà contare su di lui per formare un esercito e mandarlo a combattere. Qutb sviluppa una teoria manichea, distinguendo ciò che è islamico rispetto a ciò che è “oscuro”. Per CIA e MI6 questa “operazione” può permettere di utilizzare i seguaci per controllare i governi nazionalisti arabi e poi destabilizzare le regioni musulmane dell’Unione Sovietica. La Fratellanza si trasforma in una fonte inesauribile di terroristi accomunati dallo slogan: “Allah è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad la nostra via. Il martirio la nostra suprema speranza”.
Il pensiero di Qutb è razionale, ma non ragionevole. Diffonde sempre la stessa retorica Allah/Profeta/Corano/jihad/martirio che non lascia spazio a discussioni, dunque impone la superiorità di tale logica sulla ragione.

JPEG - 28.8 Kb
Il presidente Eisenhower riceve alla Casa Bianca una delegazione della società segreta (23 settembre 1953).

Quando la CIA organizza un convegno presso l’Università di Princeton sulla “situazione dei musulmani in Unione Sovietica”, si presenta l’occasione per ricevere negli USA la delegazione guidata dal capo dell’ala militare dei Fratelli musulmani, Said Ramadan. Nel suo rapporto, l’agente della CIA incaricato di monitorarli rileva che Ramadan non è un estremista religioso, ma piuttosto un fascista; un modo per sottolineare il carattere esclusivamente politico dei Fratelli musulmani. Il convegno si conclude con un ricevimento alla Casa Bianca organizzato dal presidente Eisenhower, il 23 settembre 1953: l’alleanza tra Washington e il jihadismo viene così siglata.

JPEG - 27.5 Kb
Da sinistra a destra: Hassan al-Banna diede in sposa la propria figlia a Said Ramadan e designò quest’ultimo proprio successore. Dal matrimonio nacquero Hani (direttore del Centro Islamico di Ginevra) e Tariq Ramadan (che sarà titolare della cattedra di studi islamici contemporanei all’università di Oxford).

La CIA, che ha ricreato la Fratellanza contro i comunisti, la utilizza prima di tutto per aiutare i nazionalisti. Al tempo l’Agenzia è rappresentata in Medio Oriente da antisionisti del ceto medio che ben presto vengono estromessi a favore di alti funzionari anglosassoni e puritani, provenienti dalle grandi università e pro-Israele. Washington entra dunque in conflitto con i nazionalisti e la CIA mette la Fratellanza contro di loro.

JPEG - 14.2 Kb
Said Ramadan e Abdul Ala Mawdudi furono gli animatori di una trasmissione settimanale di Radio Pakistan, stazione creata dal britannico MI6.

Said Ramadan ha comandato alcuni combattenti della Fratellanza durante la breve guerra contro Israele nel 1948; inoltre, ha aiutato Abul Ala Maududi a creare l’organizzazione paramilitare del Jamaat-e-Islami in Pakistan: si è trattato allora di costruire un’identità islamica per gli indiani musulmani in modo che fosse fondato un nuovo Stato, ovvero il Pakistan. Il Jamaat-e-Islami redigerà anche la costituzione pakistana. A quel punto, Ramadan sposa la figlia di Hasan al-Banna e diventa il capo del braccio armato dei nuovi “Fratelli musulmani”.
Mentre in Egitto i Fratelli partecipano al colpo di Stato degli Ufficiali liberi del generale Muhammad Naguib – Sayyid Qutb è il loro agente di collegamento –, ricevono l’ordine di eliminare uno dei loro leader, Gamal Abd el-Nasser, entrato in contrasto con Naguib. Non solo falliscono, ma il 26 ottobre 1954 Nasser prende il potere, sopprimendo la Fratellanza e mettendo ai domiciliari Naguib. Sayyid Qutb sarà impiccato pochi anni dopo.
Vietata in Egitto, la Fratellanza si ritira nei regni wahhabiti (Arabia Saudita, Qatar ed Emirato di Sharja) e in Europa (Germania, Francia, Regno Unito e la neutrale Svizzera). Ogni volta vengono accolti come agenti occidentali che combattono contro l’alleanza nascente tra nazionalisti arabi e Unione Sovietica. Said Ramadan riceve un passaporto diplomatico giordano e si trasferisce a Ginevra nel 1958, da dove dirige la destabilizzazione del Caucaso e dell’Asia centrale (Pakistan, Afghanistan e valle di Fergana in Unione Sovietica). Prende il controllo della commissione per la costruzione di una moschea a Monaco di Baviera, che gli permette di sorvegliare quasi tutti i musulmani in Europa occidentale. Con l’aiuto del Comitato americano per la liberazione dei popoli della Russia – abbreviato con la sigla inglese AMCOMLIB –, cioè la CIA, crea Radio Free Europe/Radio Liberty, una stazione finanziata direttamente dal Congresso degli Stati Uniti per diffondere il pensiero della Fratellanza [3].
Dopo la crisi del Canale di Suez e il drastico cambio di alleanze di Nasser all’indirizzo dei sovietici, Washington decide di sostenere illimitatamente i Fratelli musulmani contro i nazionalisti arabi. A un alto dirigente della CIA, Miles Copeland, viene inutilmente assegnato il compito di scegliere una personalità della Fratellanza in grado di svolgere – nel mondo arabo – un ruolo equivalente a quello del pastore Billy Graham negli Stati Uniti. Bisognerà aspettare fino agli anni ottanta per trovare un predicatore di egual rilievo, l’egiziano Yusuf al-Qaradawi.
Nel 1961 la Fratellanza si collega a un’altra società segreta, l’Ordine Naqshbandı, una sorta di massoneria musulmana che mescola iniziazione sufi e politica. Uno dei suoi teorici, l’indiano Abu Hasan Ali al-Nadwi, pubblica un articolo sulla rivista dei Fratelli. L’Ordine è antico e presente in molti paesi: in Iraq il gran maestro non è altri che il futuro vicepresidente Izzat Ibrahim al-Douri, che sosterrà il tentato colpo di Stato della Fratellanza in Siria nel 1982 e la “campagna del ritorno alla fede” organizzata dal presidente Saddam Hussein per dare nuovamente un’identità al suo paese dopo l’istituzione della no-fly zone degli occidentali. In Turchia l’Ordine avrà un ruolo più complesso: responsabili saranno sia Fethullah Gülen (fondatore dell’Hizmet), sia il presidente Turgut Özal (1989-1993) e il primo ministro Necmettin Erbakan (1996-1997), a capo del Partito della Giustizia (1961) e del Millî Görüs¸ (1969). In Afghanistan, gran maestro sarà l’ex presidente Sibghatullah Mojaddedi (1992). In Russia, con l’aiuto dell’Impero ottomano, nel XIX secolo l’Ordine aveva fatto insorgere Crimea, Uzbekistan, Cecenia e Daghestan contro lo zar. Fino alla caduta dell’URSS non si avranno più notizie di questo ramo, come pure nel Xinjiang cinese. La vicinanza dei Fratelli e dei Naqshbandı viene studiata di rado, data l’opposizione di principio degli islamisti alla mistica e agli ordini sufi in generale.

JPEG - 27.8 Kb
La sede saudita della Lega Islamica Mondiale, il cui budget nel 2015 è stato superiore a quello del ministero saudita della Difesa. Primo acquirente mondiale di armi, l’Arabia Saudita le fa pervenire alle organizzazioni dei Fratelli Mussulmani e dei Naqshbandi attraverso la Lega.

Nel 1962 la CIA incoraggia l’Arabia Saudita a creare la Lega musulmana mondiale e a finanziare la Fratellanza e l’Ordine contro i nazionalisti e i comunisti [4]. Questa organizzazione viene inizialmente finanziata dall’ARAMCO (Arabian-American Oil Company). Tra i venti fondatori vi sono tre teorici islamici di cui abbiamo già parlato: l’egiziano Said Ramadan, il pakistano Sayyid Abul Ala Maududi e l’indiano Abu Nasal Ali al-Nadwi.
Di fatto i sauditi, che improvvisamente si ritrovano a possedere un’enorme liquidità grazie al commercio del petrolio, diventano gli sponsor dei Fratelli nel mondo. In loco la monarchia crea un sistema scolastico e universitario in un paese in cui quasi nessuno sa leggere e scrivere. I Fratelli si devono adattare alle tradizioni dei loro ospitanti. Infatti, la fedeltà al re impedisce loro di giurare davanti alla Guida suprema. In ogni caso si organizzano in due filoni attorno a Muhammad Qutb, fratello di Sayyid: i Fratelli sauditi da un lato e i “sururisti” dall’altro. Questi ultimi, sauditi, cercano di compiere una sintesi tra ideologia politica della Fratellanza e teologia wahhabita. Questa setta, cui aderisce la famiglia reale, segue un’interpretazione dell’Islam nata dal pensiero beduino, iconoclasta e antistorico. Finché Riad dispone di petrodollari, lancia anatemi contro le scuole musulmane tradizionali che, a loro volta, ritengono eretica tale sintesi.
In realtà, la politica dei Fratelli e la religione wahhabita non hanno nulla in comune, ma sono comunque compatibili. Sennonché il patto che lega la famiglia dei Saud ai predicatori wahhabiti non può esistere con la Fratellanza: l’idea della monarchia di diritto divino si scontra infatti con la brama di potere dei Fratelli. Si decide quindi che i Saud sosterranno i Fratelli di tutto il mondo, purché questi ultimi si astengano dal fare politica in Arabia Saudita.
L’appoggio dei wahhabiti sauditi alla Fratellanza inasprisce la rivalità tra l’Arabia Saudita e gli altri due Stati wahhabiti, il Qatar e l’Emirato di Sharja.
Dal 1962 al 1970 i Fratelli musulmani prendono parte alla guerra civile nello Yemen del Nord, tentando di restaurare la monarchia al fianco di Arabia Saudita e Regno Unito contro nazionalisti arabi, Egitto e URSS; un conflitto che anticipa ciò che avverrà nel mezzo secolo successivo.
Nel 1970 Gamal Abd el-Nasser giunge a un accordo tra le fazioni palestinesi e re Husayn di Giordania, ponendo fine al “settembre nero”. Però muore la sera del vertice della Lega araba, che ratifica l’accordo: ufficialmente per un attacco cardiaco, ma molto probabilmente per omicidio. Nasser ha tre vicepresidenti: uno di sinistra – estremamente popolare –, uno di centro – ben noto –, e un conservatore, scelto su richiesta di Stati Uniti e Arabia Saudita, Anwar al-Sadat. A seguito di pressioni enormi, il vicepresidente di sinistra si dichiara non meritevole della carica, il vicepresidente centrista preferisce rinunciare alla vita politica e al-Sadat viene così nominato candidato dei nasseriani. È un dramma per molti paesi: il presidente sceglie un vicepresidente tra i concorrenti per ampliare la base elettorale, ma se questi lo sostituisce quando muore, ne distrugge l’eredità.
Al-Sadat, che ha operato per conto del Reich durante la seconda guerra mondiale e professa grande ammirazione per il Führer, è un militare ultra-conservatore, un alter-ego di Sayyid Qutb in veste di intermediario tra la Fratellanza e gli Ufficiali liberi. Al momento della sua ascesa al potere, libera i Fratelli che Nasser ha imprigionato. Il “presidente credente” è alleato della Confraternita nell’islamizzazione della società – la “rivoluzione correttiva” –, ma suo rivale in caso di tensioni politiche. Questo rapporto ambiguo è dimostrato dalla creazione di tre gruppi armati che non nascono da scissioni della Fratellanza, ma sono unità esterne a essa obbedienti: il partito di liberazione islamica, il Jihad islamico (dello sceicco Omar Abdel Rahman) e il “Takfir” (letteralmente “scomunica e immigrazione”). Tutti affermano di applicare le istruzioni di Sayyid Qutb. Armato dai servizi segreti, il Jihad islamico sferra attacchi contro i cristiani copti: lungi dal calmare la situazione, “il presidente credente” accusa di sedizione gli stessi copti e ne imprigiona il papa insieme a otto vescovi. Alla fine, al-Sadat interviene nella guida della Confraternita e parteggia per il Jihad islamico contro la Guida suprema, che fa arrestare [5].
Su indicazione del segretario di Stato americano, Henry Kissinger, convince la Siria a unirsi all’Egitto per attaccare Israele e ripristinare i diritti dei palestinesi. Il 6 ottobre 1973 i due eserciti attaccano su due fronti Israele durante la festa dello Yom Kippur. L’esercito egiziano attraversa il Canale di Suez, mentre i siriani sferrano attacchi dalle alture del Golan. Tuttavia, al-Sadat non schiera che una parte della difesa antiaerea e arresta l’esercito a 15 chilometri a est del canale, mentre gli israeliani si avventano sui siriani che si ritrovano catturati e gridano al complotto. Soltanto quando le truppe israeliane sono mobilitate e l’esercito siriano circondato, al-Sadat ordina alla propria armata di riprendere l’avanzata, interrompendola poi per negoziare il cessate il fuoco. Considerando il tradimento egiziano, i sovietici – che hanno già perso un alleato con la morte di Nasser – minacciano gli Stati Uniti e chiedono il cessate il fuoco immediato.

JPEG - 25 Kb
Ex agente di collegamento tra gli “Ufficiali liberi” e la Confraternita, insieme a Sayyid Qutb, il “presidente credente” Anwar al-Sadat avrebbe dovuto essere proclamato dal parlamento egiziano “sesto califfo”. Nella foto, questo ammiratore di Adolf Hitler siede alla Knesset, a fianco dei partner Golda Meir e Shimon Peres.

Quattro anni dopo, seguendo il piano della CIA, al-Sadat si reca a Gerusalemme e decide di firmare una “pace separata” con Israele a scapito dei palestinesi. E così si sigla l’alleanza tra Fratellanza e Israele. Tutti i popoli arabi condannano il tradimento e la Lega araba estromette l’Egitto, trasferendo la sede ad Algeri.

JPEG - 21.7 Kb
Responsabile dell’“Apparato segreto” dei Fratelli Mussulmani, Ayman al-Zawahiri (capo attuale di Al Qaeda) organizza l’assassinio del presidente Sadat (6 ottobre 1981).

Washington decide di voltare pagina nel 1981. Il jihad islamico ha il compito di liquidare al-Sadat – diventato ormai inutile –, che viene assassinato durante una parata militare, mentre il Parlamento si prepara a proclamarlo “Sesto Califfo”. Nella tribuna d’onore, 7 persone rimangono uccise e 28 ferite ma, seduto accanto al presidente, il vicepresidente – il generale Mubarak – si salva. È l’unico nella tribuna d’onore a indossare un giubbotto antiproiettile. Succede al “presidente credente” e la Lega araba può così tornare al Cairo.
(segue…)

La traduzione italiana del libro è disponibile in versione cartacea.
[1] “Sayyd Qutb era massone”, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 29 maggio 2018.
[2] America’s Great Game: The CIA’s Secret Arabists and the Shaping of the Modern Middle East, Hugh Wilford, Basic Books (2013).
[3] A Mosque in Munich: Nazis, the CIA, and the Rise of the Muslim Brotherhood in the West, Ian Johnson, Houghton Mifflin Harcourt (2010).
[4] Dr. Saoud et Mr. Djihad. La diplomatie religieuse de l’Arabie saoudite, Pierre Conesa, préface d’Hubert Védrine, Robert Laffont (2016).
[5] Histoire secrète des Frères musulmans, Chérif Amir, préface d’Alain Chouet, Ellipses (2015).

The Muslim Brotherhood as Assassins

Thierry Meyssan

We are continuing publication of Thierry Meyssan’s book, “Before Our Eyes “. In this installment, he describes the creation of an Egyptian secret society, the Muslim Brotherhood, and its reactivation after the Second World War by the British secret services, and the use of this group by MI6 to carry out political assassinations in the former Crown colony.

In 1951, the Anglo-Saxon secret services formed, from the former homonymous organization, a political secret society: the Muslim Brotherhood. They used it first as an instrument to assassinate individuals who resisted them, and then from 1979 as mercenaries against the Soviets. In the early 1990s, they incorporated them into NATO and in the 1990s tried to bring them to power in Arab countries. Ultimately, the Muslim Brotherhood and the Sufi Order of the Naqchbandis were funded to the tune of $80 billion annually by the Saudi ruling family, making it one of the largest armies in the world. All jihadist leaders, including those of Daesh, belong to this military system.

1- The Egyptian Muslim Brotherhood

Four empires disappeared during the First World War: the Germanic Reich, the Austro-Hungarian Empire, Holy Tsarist Russia, and the Sublime Ottoman Gateway. The victors were completely unrestrained in imposing their conditions on the defeated. Thus, in Europe, the Treaty of Versailles established conditions that were unacceptable to Germany, and made Germany solely responsible for the conflict. In the East, the carving up of the Ottoman Caliphate was going badly: at the San Remo Conference (1920), in accordance with the Sykes-Picot-Sazonov secret agreements (1916), the United Kingdom was allowed to establish a Jewish homeland in Palestine, while France was allowed to colonize Syria (which at the time included the present-day Lebanon). However, in what remained of the Ottoman Empire, Mustafa Kemal revolted both against the Sultan who had lost the war and against the Westerners who were seizing his country. At the Sèvres conference (1920), the Caliphate was divided into sections to create a variety of new states, including Kurdistan. The Turkish-Mongolian population of Thrace and Anatolia rose up and brought Kemal to power. In the end, the Lausanne Conference (1923) drew the current borders, renounced Kurdistan and organised huge population transfers that left more than half a million people dead.

But, just as in Germany Adolf Hitler would challenge the fate of his country, in the Middle East, a man stood up against the new division of the region. An Egyptian teacher founded a movement to restore the Caliphate that the Westerners had defeated. This man is Hassan el-Banna and the organization was the Muslim Brotherhood (1928).

The Caliph was in principle the successor of the Prophet to whom all owed obedience; a highly coveted de facto title. Several great lines of caliphs followed one another: the Umayyads, the Abbasids, the Fatimids and the Ottomans. The next Caliph would be the one who would assume the title, in this case the “General Guide” of the Brotherhood, which would see itself as the master of the Muslim world.

The secret society developed very quickly. It intended to work from within the system to restore Islamic institutions. Applicants were required to swear loyalty to the founder on the Koran and on a sword, or on a revolver. The purpose of the Brotherhood was exclusively political, even if it was expressed in religious terms. Hassan el-Banna and his successors would never speak of Islam as a religion or evoke a Muslim spirituality. For them, Islam was no more than a dogma, a submission to God and a means of exercising power. Naturally, the Egyptians who support the Brotherhood do not perceive it as such. They follow them because they claim to follow God.

For Hassan el-Banna, the legitimacy of a government was not measured by its representativeness as assessed by Western governments, but by its ability to defend the “Islamic way of life”, that is, that of 19th century Ottoman Egypt. The Brothers would never consider that Islam has a History and that Muslim lifestyles vary considerably according to regions and times. Nor would they ever consider that the Prophet revolutionized Bedouin society and the way of life described in the Koran was a fixed stage for these men. For them, the penal rules of the Koran – the Shariah – did not therefore correspond to a given situation, but established the immutable laws on which an authority could base itself.

The fact that the Muslim religion had often spread by the sword justified the use of force for the Brotherhood. Never would the Brothers recognize that Islam could also have spread by example.This did not prevent Al-Banna and his Brothers from running for election – and losing. If they condemned political parties, it was not in opposition to a multi-party system, but because by separating religion from politics, they allegedly fell into corruption.

The doctrine of the Muslim Brotherhood was the ideology of “political Islam”, in French we say “Islamism”; a word that would become very popular.

In 1936, Hassan el-Banna wrote to Prime Minister Mustafa el-Nahhas Pasha. He demanded:

– a reform of the law and the union of all courts under Sharia law;
– recruitment into the armed forces by establishing a voluntary service under the banner of jihad;
– the connection of Muslim countries and the preparation of the restoration of the Caliphate, in accordance with the unity required by Islam.

During the Second World War, the Brotherhood declared itself neutral. In reality, it transformed into a German Reich Intelligence Service. But from the time the United States entered the war, when the fate of their weapons seemed to be reversed, they played a double game and were financed by the British to provide them with information on their first employer. In doing so, the Brotherhood demonstrated its total absence of principle and its pure political opportunism.

On February 24, 1945, the Brothers made their move and assassinated the Egyptian Prime Minister in the middle of a parliamentary session. This led to an escalation of violence: repression against them and a series of political assassinations, including that of the new Prime Minister on 28 December 1948 and retaliation by Hassan el-Banna himself on 12 February 1949. Shortly afterwards, a court instituted by martial law sentenced most of the Brothers to a term of detention and dissolved their association.

This secret organization was fundamentally a band of assassins who wanted to seize power by concealing its lust behind the Koran. Its story should have ended there. This was not the case.

2- The Brotherhood re-founded by the Anglo-Saxons
and separate peace with Israel

The Brotherhood’s ability to mobilize people and turn them into murderers intrigued the Great Powers.

Two and a half years after its dissolution, a new organization was formed by the Anglo-Saxons by reusing the name of “Muslim Brothers”. Taking advantage of the imprisonment of the historical leaders, former Judge Hassan Al-Hodeibi was elected General Guide. Contrary to an often accepted idea, there was no historical continuity between the old and the new brotherhood. It appeared that a unit of the former secret society, the “Secret Apparatus”, had been commissioned by Hassan el-Banna to carry out the attacks for which he denied responsibility. This organization within the organization was so secret that it was not affected by the dissolution of the Brotherhood and was now at the disposal of its successor. The Guide decided to disavow it and declared that it only wanted to achieve its objectives in a peaceful way. It is difficult to establish exactly what happened at that time between the Anglo-Saxons who wanted to recreate the old society and the Guide who believed he could obtain his audience back among the masses. In any case, the “Secret Apparatus” continued and the authority of the Guide had been erased in favour of that of other leaders of the Brotherhood opening a real internal war. The CIA introduced Freemason Sayyid Qutb[1], the jihad theorist, to their leadership, which the Guide condemned before concluding an agreement with MI6.

It is impossible to specify the internal subordination relationships of each other, on the one hand because each foreign branch has its own autonomy and on the other hand because the secret units within the organization no longer necessarily depend on either the General Guide or the Local Guide, but often directly on the CIA and the MI6.

In the period following the Second World War, the British tried to organize the world in such a way as to keep it out of the reach of the Soviets. In September 1946, in Zurich, Winston Churchill launched the idea of the United States of Europe. On the same principle, he launched the Arab League. In both cases, it was a question of uniting a region without Russia. At the beginning of the Cold War, the United States of America, for its part, created associations to support this movement for its benefit, the American Committee on United Europe and the American Friends of the Middle East[2]. In the Arab world, the CIA organized two coups d’état, first in favour of General Hosni Zaim in Damascus (March 1949), then with the Free Officers in Cairo (July 1952). It was a question of supporting nationalists who were supposed to be hostile to communists. It is in this spirit that Washington brings SS General Otto Skorzeny to Egypt and Nazi General Fazlollah Zahedi to Iran, accompanied by hundreds of former Gestapo officials to lead the anti-communist struggle. Unfortunately, Skorzeny fashioned the Egyptian police into a tradition of violence. In 1963, he chose the CIA and Mossad over Nasser. Zahedi created the SAVAK, the most cruel political police of the time.

If Hassan el-Banna had set the objective – to take power by manipulating religion – Qutb would define the means: jihad. Once the followers recognized the superiority of the Koran, it could be used to organize them into an army and send them into battle. Qutb developed a Manichean theory distinguishing between what was Islamist and what was “tenebrous”. For the CIA and MI6, this brainwashing allowed adepts to be used to control Arab nationalist governments and then to destabilize the Muslim regions of the Soviet Union. The Brotherhood became an inexhaustible reservoir of terrorists under the slogan: “Allah is our goal. The Prophet is our leader. The Koran is our law. Jihad is our way. Martyrdom, our vow”.

Qutb’s thinking was rational, but not reasonable. It deployed an invariable rhetoric of Allah/Prophet/Koran/Jihad/Martyrdom that left no opportunity for discussion at any time. He placed the superiority of his logic over human reason.

The CIA organized a symposium at Princeton University on “The Situation of Muslims in the Soviet Union”. It was an opportunity to receive a delegation of the Muslim Brotherhood in the United States led by one of the leaders of its armed wing, Said Ramadan. In his report, the CIA monitoring officer noted that Ramadan was not a religious extremist, but rather a fascist; a way of emphasizing the exclusively political nature of the Muslim Brotherhood. The symposium concluded with a reception at the White House by President Eisenhower on September 23, 1953. The alliance between Washington and jihadism is established.

The CIA, which had recreated the Brotherhood against the communists, first used it to help the nationalists. At that time the Agency was represented in the Middle East by anti-Zionists from the middle classes. They were quickly ousted in favour of senior officials of Anglo-Saxon and Puritan origin, who had graduated from the major universities and were in favour of Israel. Washington came into conflict with the nationalists and the CIA turned the Brotherhood against them.

Said Ramadan had commanded some of the Brotherhood’s fighters during the brief war against Israel in 1948, then helped Sayyid Abul Ala Maududi to create the paramilitary organization of the Jamaat-i-Islami in Pakistan. The idea was to create an Islamic identity for Muslim Indians so that they could form a new state, Pakistan. The Jamaat-i-Islami would also draft the Pakistani constitution. Ramadan married Hassan Al-Banna’s daughter and became the head of the armed wing of the new “Muslim Brotherhood”.

While in Egypt, the Brothers participated in the coup d’état of General Mohammed Naguib’s Free Officers – Sayyid Qutb was their liaison officer – they were responsible for eliminating one of their leaders, Gamal Abdel Nasser, who had come into conflict with Naguib. Not only did they fail, on October 26, 1954, but Nasser took power, repressed the Brotherhood and placed Naguib under house arrest. Sayyid Qutb was hanged a few years later.

Prohibited in Egypt, the Brothers withdrew to the Wahhabi states (Saudi Arabia, Qatar and the Sharjah Emirate) and to Europe (Germany, France and the United Kingdom, plus neutral Switzerland). Each time, they were welcomed as Western agents fighting against the emerging alliance between Arab nationalists and the Soviet Union. Said Ramadan received a Jordanian diplomatic passport and settled in Geneva in 1958, from where he led the destabilization of the Caucasus and Central Asia (both Pakistan/Afghanistan and the Soviet Ferghana Valley). He took control of the Commission for the construction of a mosque in Munich, which allowed him to supervise almost all Muslims in Western Europe. With the help of the American Committee for the Liberation of the Peoples of Russia (AmComLib), i. e. the CIA, he had at his disposal Radio Liberty/Radio Free Europe, a station directly financed by the United States Congress to disseminate the Brotherhood’s teachings.[3]

After the Suez Canal crisis and Nasser’s spectacular turnaround on the Soviet side, Washington decided to support the Muslim Brotherhood without limits against Arab nationalists. A senior CIA official, Miles Copeland, was asked – in vain – to select from the Brotherhood a personality who could play a role in the Arab world equivalent to that of Pastor Billy Graham in the United States. It was not until the 1980s that a preacher of this stature, the Egyptian Youssef Al-Qaradâwî, was found.

In 1961, the Brotherhood established a connection with another secret society, the Order of the Naqchbandis. It is a kind of Muslim Freemasonry mixing Sufi and political initiation. One of his Indian theorists, Abu Al-Hasan Ali Al-Nadwi, published an article in the Brothers’ journal. The Order was established and has a presence in many countries. In Iraq, the great master was none other than the future vice-president Ezzat Ibrahim Al-Douri. He supported the Brothers’ attempted coup d’état in Syria in 1982, and then the “return to faith campaign” organized by President Saddam Hussein to restore his country’s identity after the establishment of the no-fly zone by the West. In Turkey, the Order would play a more complex role. It would include leaders Fethullah Güllen (founder of Hizmet), President Turgut Özal (1989-93) and Prime Minister Necmettin Erbakan (1996-97), responsible for the Justice Party (1961) and Millî Görüs (1969). In Afghanistan, former President Sibghatullah Mojaddedi (1992) was its grand master. In Russia, with the help of the Ottoman Empire, the Order had raised Crimea, Uzbekistan, Chechnya and Dagestan against the Tsar in the 19th century. Until the fall of the USSR, there would be no news of this branch; the same would apply in China’s Xinjiang. The proximity of the Brothers and the Naqchbandis is very seldom studied in view of the Islamists’ opposition in principle to Sufi mysticism and orders in general.

The Saudi headquarters of the World Islamic League. By 2015, its budget was higher than that of the Saudi Ministry of Defence. As the world’s largest buyer of weapons, Saudi Arabia acquired weapons that the League distributed to the organizations of the Muslim Brotherhood and the Naqchbandis.

In 1962, the CIA encouraged Saudi Arabia to create the World Islamic League and to finance the Brotherhood and Order against nationalists and communists[4]. This structure was first financed by Aramco (Arabian-American Oil Company). Among its twenty or so founding members were three Islamist theorists we have already mentioned: the Egyptian Said Ramadan, the Pakistani Sayyid Abul Ala Maududi and the Indian Abu Al-Hasan Ali Al-Nadwi.

De facto Arabia, which suddenly had enormous liquidity thanks to the oil trade, became the godfather of the Brothers in the world. The Monarchy entrusted them with the school and university education system in a country where almost no one could read and write. The Brothers had to adapt to their hosts. Indeed, their allegiance to the king prevented them from lending loyalty to the General Guide. In any case, they organized themselves around Mohamed Qutb, Sayyid’s brother, in two directions: the Saudi Brothers on the one hand and the “Sourists” on the other. The latter, who are Saudi, attempted a synthesis between the political ideology of the Brotherhood and Wahhabi theology. This sect, of which the royal family is a member, has an understanding of Islam based on Bedouin, iconoclastic and antihistoric thought. Until Riyadh had petrodollars, it was anathema to traditional Muslim schools, which, in turn, considered it to be heretical.

In reality, the Brothers’ politics and the Wahhabi religion have nothing in common, but they are compatible. Except that the pact that links the Saud family to the Wahhabi preachers cannot exist with the Brotherhood: the idea of a monarchy of divine right clashed with the Brothers’ appetite for power. It was therefore agreed that the Saud people would support the Brothers all over the world, on the condition that they refrained from entering politics in Arabia.

The Saudi Wahhabi support for the Brothers provoked an additional rivalry between Arabia and the other two Wahhabi states of Qatar and the Emirate of Sharjah.

From 1962 to 1970, the Muslim Brotherhood participated in the civil war in North Yemen and tried to restore the monarchy alongside Saudi Arabia and the United Kingdom, against Arab nationalists, Egypt and the USSR; a conflict that foreshadowed what would follow for the next half-century.

In 1970, Gamal Abdel Nasser managed to reach an agreement between the Palestinian factions and King Hussein of Jordan that ended the “black September”. On the evening of the Arab League summit that endorsed the agreement, he died, officially of a heart attack, much more likely murdered. Nasser had three vice-presidents, one from the left – extremely popular -, one from the centre – well known -, and one conservative chosen at the request of the United States and Saudi Arabia: Anwar Sadat. Under pressure, the left-wing vice-president declared himself unworthy of the position. The centrist vice-president preferred to abandon politics. Sadat was nominated as a candidate of the Nasserians. This is the tragedy of many countries: the president chooses a vice-president from among his rivals in order to broaden his electoral base, but he replaces him when he dies and destroys his legacy.

Sadat, who had served the Reich during the Second World War and had great admiration for the Führer, was an ultra-conservative military man who served as Sayyid Qutb’s alter ego as a liaison between the Brotherhood and the Free Officers. As soon as he came to power, he freed the Brothers imprisoned by Nasser. The “Believing President” was the Brotherhood’s ally in the Islamization of society (the “rectification revolution”), but its rival when it derived political benefit from it. This ambiguous relationship was illustrated by the creation of three armed groups, which are not divisions of the Brotherhood but external units obeying it: the Islamic Liberation Party, Islamic Jihad (of Sheikh Omar Abdul Rahman), and Excommunication and Immigration (the “Takfir”). All of them declared that they were implementing Sayyid Qutb’s instructions. Armed by the secret services, Islamic Jihad launched attacks against Coptic Christians. Far from appeasing the situation, the “Believing President” accused the Copts of sedition and imprisoned their pope and eight of their bishops. In the end, Sadat intervened in the conduct of the Brotherhood and took a stand for Islamic Jihad against the General Guide, whom he had arrested[5].

On instructions from US Secretary of State Henry Kissinger, he convinced Syria to join Egypt in attacking Israel and restoring Palestinian rights. On October 6, 1973, the two armies took Israel in force during the Yom Kippur festival. The Egyptian army crossed the Suez Canal while the Syrian army attacked from the Golan Heights. However, Sadat only partially deployed his anti-aircraft cover and stopped his army 15 kilometres east of the canal, while the Israelis rushed to the Syrians who found themselves trapped and roared about the plot. It was only once the Israeli reservists had been mobilized and the Syrian army surrounded by Ariel Sharon’s troops that Sadat ordered his army to resume its progress and then to halt in order to negotiate a ceasefire. Observing the Egyptian betrayal, the Soviets, who had already lost an ally with Nasser’s death, threatened the United States and demanded an immediate end to the fighting.

Former liaison officer with Sayyid Qutb between the “Free Officers” and the Brotherhood, the “believing president” Anwar Sadat was to be proclaimed “sixth Caliph” by the Egyptian parliament. Here, the admirer of Adolf Hitler in the Knesset alongside his partners Golda Meïr and Shimon Peres.

Four years later – pursuing the CIA plan – President Sadat went to Jerusalem and decided to sign a separate peace with Israel at the expense of the Palestinians. From then on, the alliance between the Brothers and Israel was sealed. All Arab peoples were protesting this betrayal and Egypt was excluded from the Arab League, whose headquarters had been moved to Algiers.

Responsible for the Muslim Brotherhood’s “Secret Apparatus”, Ayman al-Zawahiri (current head of Al Qaeda) organized the assassination of President Sadat (October 6, 1981).

Washington decided to turn the page in 1981. Islamic Jihad was tasked with liquidating Sadat, no longer necessary. He was assassinated during a military parade, when Parliament was about to proclaim him “Sixth Caliph”. In the official gallery 7 people were killed and 28 wounded, but, sitting next to the President, his Vice-President General Mubarak escaped. He was the only person in the official gallery to wear a bullet-proof vest. He succeeded the “believing president” and the Arab League was repatriated to Cairo.

(To be continued…)

1] “Sayyid Qutb was a Freemason”, Voltaire Network, May 28, 2018.

2] America’s Great Game: The CIA’s Secret Arabists and the Shaping of the Modern Middle East, Hugh Wilford, Basic Books (2013).

3] A Mosque in Munich: Naz

Source: https://libya360.wordpress.com/2019/06/21/the-muslim-brotherhood-as-assassins/

In Italiano: https://www.voltairenet.org/article206792.html

Ucraina: la costituzione di uno stato ultranazionalista nel cuore dell’Europa

Un ottimo documentario pubblicato da VOXKOMM https://www.youtube.com/watch?v=l8HXoZwfp6o&bpctr=1542738812&fbclid=IwAR2D6EYUwZm1xFfZ_wfJggPzRPA7KSmDcqr1ZvCQ2AJbGBKvJFkCYsg34dE  ha messo in risalto le responsabilità degli imperialismi USA ed UE nel sostegno alle forze neonaziste ucraine con l’obiettivo (cito testualmente): ‘’La costituzione di uno Stato ultranazionalista nel cuore d’Europa’’ 1. Il tutto rappresenta ‘’una base di supporto e di addestramento per l’estrema destra di tutto il mondo ’’, operazione di sciacallaggio a cui hanno partecipato, spalleggiati dalla intelligence corrotta, anche i neofascisti italiani, con la presenza di Francesco Fontana, manutengolo del guru Gabriele Adinolfi e dello stragista Stefano delle Chiaie. L’organizzazione CasaPound si è confermata parte di una internazionale della criminalità organizzata, tollerata purtroppo aldilà di ogni limite legale. Su questi argomenti si è scritto in abbondanza (giustamente), la pecca, dal punto di vista dell’analisi inerisce al, troppe volte sottovalutato, ruolo di Israele nella costruzione di un regime ultranazionalista, baluardo del neocolonialismo occidentale in funzione antirussa. La presenza israeliana nel golpe ucraino e nei pogrom anti-russi è un elemento, a dir poco, decisivo.
Il canale russo Sputnik riporta lo sforzo di quaranta attivisti israeliani i quali si sono rivolti alle autorità giudiziaria per chiedere la fine delle esportazioni di armi al regime di Kiev: “Un gruppo di oltre 40 attivisti per i diritti umani ha presentato un esposto alla Corte Suprema, chiedendo lo stop alle esportazioni di armi israeliane verso l’Ucraina. Sostengono che le armi vengono usate da forze che elogiano apertamente l’ideologia neonazista,” — scrive Haaretz; “Sebbene queste armi siano ora puntate contro i russi, occorre tener conto della significativa probabilità che in futuro vengano utilizzate verso altri obiettivi, compresi attacchi ai membri delle minoranze in questo Paese”, si legge nell’esposto degli attivisti 2. La parte finale del testo mi sembra eloquente, rileggiamo: ‘’occorre tener conto della significativa probabilità che in futuro vengano utilizzate verso altri obiettivi, compresi attacchi ai membri delle minoranze in questo Paese’’. Tutto ciò potebbe lasciar presupporre un giro – illegale – di armi dai neonazisti ucraini ai coloni sionisti, con tanto di gemellaggio fra le due destre radicali: quella ucraina (nazifascista) e quella ebraica (sionista).

Uno squadrista di Settore Destro insieme ad una sostenitrice di Israele

La propaganda del Battaglione Azov mostra fucili Tavor, dalla licenza israeliana, nelle mani dei nazisti antisemiti di Settore Destro, malgrado le proteste dei pacifisti israeliani. Il governo israeliano trama sulla pelle degli ebrei anti-militaristi, appoggiando ‘’una base di supporto e di addestramento per l’estrema destra di tutto il mondo ’’, una estrema destra più nazista che fascista del tutto subalterna e funzionale alla geopolitica americana. La questione è diventata di pubblico dominio grazie ai giornalisti di The Electonic Intifada, quindi Asa Winstanley ha documentato come: ‘’La propaganda online di Azov Battalion mostra fucili Tavor dalla licenza israeliana nelle mani del gruppo fascista, mentre attivisti israeliani per i diritti umani protestavano contro le vendite di armi all’Ucraina che finirebbero alle milizie antisemite. In una lettera “sulle licenze per l’Ucraina” ottenuta da The Electronic Intifada, l’agenzia per le esportazioni di armi del ministero della Difesa israeliano afferma di “prestare attenzione alle licenze” agli esportatori di armi “in pieno coordinamento col ministero degli Esteri ed altre entità governative” 3. Sionismo e neofascismo hanno un orizzonte strategico comune, non si tratta di mera tattica politica. L’analista Max Blumenthal ha documentato, in modo estremamente dettagliato, l’antisemitismo dei golpisti ucraini: ‘’Secondo The Telegraph, Biletskij nel 2014 scrisse che “la missione storica della nostra nazione in questo momento critico è guidare le razze bianche del mondo in un’ultima crociata per la sopravvivenza. Una crociata contro gli untermenschen guidati dai semiti”. In un campo di addestramento militare per bambini l’anno scorso The Guardian notò diversi istruttori Azov con tatuaggi nazisti e razzisti, tra cui svastiche, il teschio delle SS e la scritta “White Pride”. Un miliziano di Azov spiegava a The Guardian che combatte la Russia perché “Putin è ebreo”. Parlando con The Telegraph, un altro elogiava Adolf Hitler, dicendo che l’omosessualità è una “malattia mentale” e la dimensione dell’Olocausto “è una grave domanda”’’. Ciononostante, Biletskij (fondatore del Battaglione Azov) riconosce al sionismo il merito di essersi “impegnato a ripristinare l’onore della razza bianca”, promulgando leggi che vietano di ‘‘mescolare le razze’’. Non soltanto gli USA, la Gran Bretagna e la UE, anche Israele è ossessionata dalla russofobia al punto da finanziare una ondata antisemita mondiale. I fascisti antisemiti italiani, a partire proprio da CasaPound, hanno legami di qualche tipo con il MOSSAD israeliano?

Grande Israele o Grande Khazaria?
Il giornale israeliano The Times of Israel, giornale di centro-sinistra con diversi giornalisti fuoriusciti da Haaretz, pubblicò nel 2014 un importante documento che rivela il sogno dell’estrema destra ebraica: ricostituire il Regno della Khazaria contro la Russia ortodossa.
Che cos’è la Khazaria? Ce lo spiega lo storico della sinistra ebraica (critica verso il sionismo), Shlomo Sand: ‘’Questo impero medievale dimenticato occupava un’area enorme, dal Volga alla Crimea e dal Don all’attuale Uzbekistan. Scomparve dalla Storia nel secolo XIII quando i Mongoli invasero l’Europa distruggendo tutto al loro passaggio. Migliaia di Khazari, fuggendo dalle orde di Batu Khan, si dispersero nell’Europa Orientale. La loro eredità culturale fu insperata’’ 4. Per altri storici come Marc Bloch ed Arthur Koestler i khazari vanno identificati con gli aschenaziti le cui comunità, differenziandosi dai sefarditi, ebbero un ruolo determinante nella pulizia etnica della Palestina storica. In questo modo, il sionismo aschenazita ha deturpato la storia ebraica spingendo le comunità giudaiche dell’est Europa su posizioni politiche intolleranti e proto-coloniali. Diversi studiosi – come ad esempio James Petras – definiscono lo Stato d’Israele uno Stato neofascista, alludendo a questa (triste) parabola.
Per il giornalista Wayne Madsen, Israele vorrebbe costituire uno Stato neo-ebraico, o meglio neo-sionista, nel cuore dell’Europa 5 e ideologicamente russofobo. Un progetto che cammina parallelamente alla sovversione neofascista sostenuta da USA ed UE. Ancora una volta, imperialismo e fondamentalismo religioso (evangelico e sionista) mettono a repentaglio la pace nel mondo. Un piano eversivo destinato, vista la portata della Resistenza filo-russa, al fallimento. Un fallimento che potrebbe portare ad un declino del mondo unipolare a dominio USA. La russofobia è una “malattia” dalle radici antiche che ha sempre portato conseguenze nefaste, come la storia insegna.

https://www.youtube.com/watch?v=l8HXoZwfp6o&fbclid=IwAR1iMnKhLetaNsiKpipd9k-I8z-DlrAAmhgMp_TW4fqfYQagTSYrhIWPezU&bpctr=1542904084
https://it.sputniknews.com/mondo/201807096216024-neonazismo-Azov-paramilitari-diritti-umani-Donbass/?fbclid=IwAR0wUWitwf7MSvKN1Ajsgmfg42K4CYF0qXx5aeePmgKmRM8N05Jx_sNbLsA
http://aurorasito.altervista.org/?p=1361&fbclid=IwAR0mCJXtUdxmMhEu-wFQ_ikRg6uLIdkaYuxdnZBmKfaz8UWPGcZHANRGsw4
http://unmondoimpossibile.blogspot.com/2016/06/linvenzione-del-popolo-ebraico-di.html
https://www.strategic-culture.org/news/2014/12/03/israel-secret-plan-for-second-israel-in-ukraine.html?fbclid=IwAR1_4gm4EyyzwdAg8jHs1pVdh5oifiell7l9dk0vr-LjG6vo3GAYZqgKF44

Origini della collusione wahhabita-sionista

Numidia
La Cause Du Peuple
gio, 22 nov 2012 09:34 UTC
saudisraele

Alla fine del XVIII.mo secolo, al culmine delle conquiste coloniali, gli imperialisti britannici crearono due forze distruttive apparentemente antagoniste, il sionismo da una parte, il wahhabismo o salafismo dall’altra. Applicavano così il motto “divide et impera”. Se i sionisti sono la spada dell’imperialismo, gli islamisti ne sono gli ausiliari, gli harkis. Il sionismo è una calamità imposta dall’esterno al mondo arabo. Il wahhabismo è una degenerazione endogena inoculata agli arabi in modo che per primo attacchino i musulmani sunniti: turchi e gli altri arabi. Rashid Ghannouchi ha detto che i salafiti sono i “suoi figli”, essendo il padre del salafismo in Tunisia. Quindi evitate di dover distinguere tra salafismo, wahabismo e islamismo: sono la stessa razza.

L’islamismo è per l’Islam ciò che è il sionismo per l’ebraismo: un’ideologia di conquista del potere in nome della religione a scapito del popolo. Allo stesso modo, come non dobbiamo confondere Islam e islamismo, non confondiamo sionismo ed ebraismo. Ma quando si sostiene di essere il protettore dei luoghi santi dell’Islam, come afferma la dinastia saudita, quando finanza e dirige gruppi islamisti, spesso terroristici, e poi nascondendo la propria origine ebraica, ne fa di fatto un “sottomarino” sionista. Secondo i documenti storici pubblicati di recente, questo sarebbe il caso del wahhabismo e della dinastia saudita.

Origini

Nel 1914 inizia la prima guerra mondiale. Avrà un impatto decisivo sul successo del sionismo e del wahhabismo. Gli ottomani entrarono in guerra a fianco della Germania e dell’Austria-Ungheria contro Francia, Regno Unito, Italia e Russia zarista. Ognuna di queste quattro potenze aveva ambizioni territoriali verso l’Impero ottomano che volevano smantellare e spartirsi. Nel 1915, il leader sionista inglese Chaim Weizmann s’impegnò a convincere l’amministrazione britannica dei vantaggi nel sostenere la causa sionista. Nel 1916, l’accordo segreto Sykes-Picot divideva tra la Francia e il Regno Unito l’impero ottomano, in caso di vittoria, assegnando ai britannici le aree che bramavano. Nel 1917, Lord Balfour, rappresentante del governo britannico, inviò a Lord Lionel Walter Rothschild una lettera, la “Dichiarazione Balfour”, in cui affermava che il Regno Unito era favorevole alla creazione di un “focolare nazionale ebraico” in Palestina.

I sauditi accettarono la creazione d’Israele

In occasione della Conferenza di pace di Parigi del 1919, venne firmato l’accordo Faisal-Weizmann il 3 gennaio 1919, tra l’emiro Feisal ibn Hussein (sceriffo della Mecca e re dell’Hijaz) e Chaim Weizmann (in seguito, nel 1949, primo presidente d’Israele). Grazie a questo accordo, Faisal ibn Hussein accettava, a nome degli arabi, i termini della Dichiarazione di Balfour. Questa affermazione è considerata de facto uno dei primi passi per la creazione dello Stato d’Israele. Nel marzo 1919, l’emiro Faisal inviò la seguente lettera a Felix Frankfurter, giudice statunitense e sionista sfegatato, insediato presso la Corte Suprema degli Stati Uniti. “… Il movimento ebraico è nazionale e non imperialista e il nostro movimento (wahhabismo) è nazionale e non imperialista. In Palestina c’è spazio sufficiente per entrambi i popoli. Penso che entrambi i popoli abbiano bisogno del sostegno dell’altro per avere successo. (…) Guardo con fiducia a un futuro in cui ci aiuteremo a vicenda, in modo che ogni Paese verso cui abbiamo un vivo interesse possa, ancora una volta, ritrovare il proprio posto nella comunità delle nazioni civili del mondo.” Vedasi Renee Neher-Bernheim, La Dichiarazione di Balfour, Julliard 1969.

In seguito, dopo gli accordi di Camp David, l’Arabia Saudita fu uno dei primi Paesi arabi a importare prodotti israeliani. Secondo al-Alam, l’Arabia Saudita ha importato da Israele le attrezzature necessarie per l’estrazione di petrolio, così come pezzi di ricambio per macchine agricole, frutta e verdura; è stato uno dei primi Paesi arabi ad avere forgiato legami economici e commerciali con il regime sionista. E come ben sanno i lavoratori della società “Aramco”, che è il principale operatore petrolifero saudita, in gran parte l’azienda utilizza il cosiddetto “Made in Israel”.

L’intelligence irachena svela le origini ebraiche dei wahhabiti sauditi

Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha pubblicato, di recente, le traduzioni di alcuni documenti dei servizi segreti iracheni risalenti al regime di Saddam. La relazione si basa sulle memorie di Hempher, che descrivono in dettaglio come questa spia britannica in Medio Oriente, alla metà del XVIII.mo secolo, fosse in contatto con Abdul Wahhab, per creare una versione sovversiva dell’Islam, il wahhabismo, divenendo il culto fondativo del regime saudita. Queste “Memorie di Hempher” sono state pubblicate a episodi sul giornale tedesco Der Spiegel.

Tra i vizi che gli inglesi volevano promuovere tra i musulmani attraverso la setta wahhabita, vi erano il razzismo e il nazionalismo, l’alcool, il gioco d’azzardo, la lussuria (difetti che si possono trovare negli emiri attuali). Ma la strategia più importante si basava sulla “diffusione delle eresie tra i credenti per poi criticare l’Islam come una religione di terroristi”. A tal fine, Hempher trovò in Muhammad Ibn Abdul Wahhab un individuo particolarmente recettivo. Il movimento wahhabita fu temporaneamente sconfitto dall’esercito ottomano a metà del XIX.mo secolo. Ma con l’aiuto degli inglesi, i wahhabiti sauditi tornarono al potere nel 1932. Da allora, i sauditi hanno collaborato strettamente con gli statunitensi, a cui devono la loro considerevole ricchezza petrolifera, che usano per finanziare diverse organizzazioni islamiche fondamentaliste statunitensi e arabe. Allo stesso tempo, i sauditi usarono la loro grande ricchezza per diffondere questa visione deviante e dirompente dell’Islam, in diverse parti del mondo. Questa campagna propagandistica è considerata dagli esperti la più grande campagna di propaganda della storia.

Queste sette wahhabite che vanno dai salafiti tunisini ai taliban afgani, spargono terrore ed orrore nel mondo islamico, sporcano l’Islam con il loro comportamento e le nefaste fatwa che pubblicano. Inoltre, un famoso scrittore, l’ammiraglio della flotta ottomana, che ha operato nella penisola arabica, Ayoub Sabri Pasha ha scritto la sua versione della storia, come l’ha vissuta nel 1888. Tra i suoi libri, “L’inizio e la diffusione del wahhabismo“, parla dell’associazione tra Abdul Wahhab e la spia inglese Hempher per complottare contro il governo turco-ottomano, al fine di smembrarlo a beneficio degli inglesi e della setta wahhabita. Il fatto che la spia britannica Hempher sia stata responsabile della concretizzazione dei principi estremistici del wahhabismo viene menzionato anche in “Mir’at al-Haramain“, un libro dello stesso Ayoub Sabri Pasha, del 1933-1938.

Abdul Wahhab era lo strumento con cui gli inglesi poterono insinuare una vile idea tra i musulmani dalla penisola arabica: è lecito uccidere altri musulmani con il pretesto dell’apostasia, bastò pubblicare una fatwa in tal senso. Sulla base di ciò, Wahhab sostenne l’idea che i loro fratelli musulmani turchi, offrendo preghiere ai santi, avessero tradito la loro fede e che era lecito ucciderli, e renderne schiavi le mogli e i figli. I wahhabiti distrussero anche tutte le tombe e i cimiteri sacri, tra La Mecca e Medina. Rubarono il tesoro del Profeta, che comprendeva libri sacri, opere d’arte e innumerevoli ex voto inviati alle città sante in mille anni. Il cuoio che rilegava i sacri libri islamici che avevano distrutto, venne utilizzato per farne sandali da parte dei criminali wahhabiti. Oltre a rivelare il contenuto delle memorie di Hempher, la relazione dell’intelligence irachena riporta rivelazioni inedite sulle origini ebraiche di Abdel Wahhab e della famiglia Saud.

Le origini ebraiche di Abdel Wahhab

Un altro scrittore, D. Mustafa Turan scrisse in “Gli ebrei donmeh“, che Muhammad ibn Abdul Wahhab era un discendente di una famiglia di ebrei donmeh turchi. I donmeh erano discendenti dei seguaci del famigerato falso messia dell’ebraismo Shabbatai Zevi, che scioccò il mondo ebraico nel 1666 con la sua conversione all’Islam. Considerato un sacro mistero, i seguaci di Zevi imitarono la sua conversione all’Islam, anche se questi ebrei mantennero in segreto le loro dottrine cabalistiche. Turan sostiene che il nonno di Abdul Wahhab, Sulayman, in realtà si chiamava Shulman e che apparteneva alla comunità ebraica di Bursa in Turchia. Da lì si trasferì a Damasco, dove fece finta di essere un musulmano, ma fu apparentemente espulso per aver praticato la magia cabalistica. Poi fuggì in Egitto, dove di nuovo affrontò un’altra condanna. Poi emigrò in Hijaz dove si sposò e nacque il figlio Abdul Wahhab. Secondo la relazione irachena, la stessa discendenza è confermata in un altro documento dal titolo “Gli ebrei donmeh e l’origine dei sauditi wahhabiti“, scritto da Salim Qabar Rifaat.

Le origini ebraiche della dinastia saudita

Il fatto che la famiglia saudita sia di origine ebraica è stato reso pubblico dal saudita Muhammad Saqir, che è stato poi eliminato dal regime saudita per aver osato pubblicare le sue rivelazioni. Inoltre, la relazione irachena fa riferimento ad una relazione simile alle rivelazioni di Muhammad Saqir, ma citando fonti diverse. Secondo “Il movimento wahabita: verità e origini“, di Abdul Wahhab Ibrahim al-Shammari, ibn Saud in realtà discende da Mordechai bin Ibrahim bin Mushi, un mercante ebreo di Bassora. Si unì ai membri della tribù araba degli Aniza e si recò con loro nel Najid affermando di essere un membro di questa tribù. Poi cambiò il suo nome in Ibrahim bin Mussa bin Marqan. Tuttavia, secondo Said Nasir, ambasciatore saudita a Cairo, nella sua “Storia della famiglia Saud“, Abdullah bin Ibrahim al-Mufaddal avrebbe dato a Muhammad al-Tamimi 35.000 junayh (sterline), nel 1943, per inventarsi gli alberi genealogici (1) della famiglia saudita e (2) di Abdul Wahhab, per poi fonderli in un unico albero risalente al profeta Maometto.

Nel 1960, la radiostazione “Sawt al-Arab” di Cairo, in Egitto e le trasmissioni della radiostazione di Sanaa, nello Yemen, confermarono l’origine ebraica della famiglia saudita. Infine, il 17 settembre 1969, il re Faisal al-Saud disse al Washington Post: “Noi, la famiglia saudita, siamo cugini dei giudei: non siamo assolutamente d’accordo con le autorità arabe o musulmane che mostrano antagonismo verso gli ebrei, dobbiamo vivere in pace con loro. Il nostro Paese (Arabia Saudita) è la prima sorgente da cui provenne il primo ebreo, i cui discendenti si sono sparsi nel mondo.

Altri esempi recenti

1) L’eroe del film anti-Islam è Mossaab, figlio di Hassan Yousef, un importante leader di Hamas

Il Partito della Liberazione egiziano ha detto che l’eroe del film blasfemo contro il Profeta, che la benedizione e la salvezza siano con lui, è Mossaab, figlio di un importante leader di Hamas, Hassan Youssef. Due anni prima, Mossaab era un agente del Mossad e fu responsabile dell’omicidio e dell’arresto dei dirigenti dei partiti, tra cui al-Rantisi, Yassin, Marwan al-Barghouthi, ha scritto il partito sul suo sito web. Quando Mossaab si convertì al cristianesimo, Hamas non lo condannò per tradimento, né per apostasia. Il movimento lo lasciò emigrare negli Stati Uniti e suo fratello si rifiutò di condannarlo. Mossaab svelò i segreti di suo padre e del movimento in un libro intitolato “Il figlio di Hamas“. Mossaab si recò ad al-Quds pochi mesi prima, per partecipare al film. Secondo Wikipedia, Mossaab ibn Hasan ibn Yusuf ibn Khalil, detto Josef, era un grande collaboratore dello Shabak. Riuscì a impedire l’assassinio di importanti personalità israeliane.

2) Rashid Ghannouchi e la lobby sionista

La visita del leader del partito islamico di Washington venne organizzata dal WINEP (Istituto di Washington per la Politica del Vicino Oriente), un think tank dipendente dall’AIPAC (The American Israel Public Affairs Committee: principale gruppo di pressione operante negli Stati Uniti su interesse della difesa d’Israele). Ricordiamo che i due pilastri che sostengono i sionisti negli Stati Uniti sono AIPAC e WINEP. Sul sito del WINEP, il tema della visita di Rashid Ghannouchi venne pubblicata in formato PDF. Ma ciò sembrò imbarazzante, e quindi venne rimosso 24 ore dopo esser stato inserito online. In occasione della cerimonia organizzata dalla rivista Foreign Policy, R. Ghannouchi ricevette il riconoscimento di uno dei più grandi intellettuali del 2011, assegnato dai più prestigiosi media statunitensi. È interessante notare che tra gli oltre 100 “intellettuali di spicco”, di cui fa parte Rashid Ghannouchi, vi sono anche i sinistri Dick Cheney, Condoleezza Rice, Hillary Clinton, Robert Gates, John McCain, Nicolas Sarkozy, Tayyip Erdogan e il sionista furioso Bernard Henri Levy, oltre a una lunga lista di valletti “arabo-musulmani”. Ghannouchi si trova nella stessa banda di assassini di milioni di iracheni, palestinesi, libici, afghani e altri.

Davanti ad un pubblico di giornalisti, politici e politici che, nella loro maggioranza, sono più interessati agli interessi d’Israele che di quelli degli Stati Uniti, per non parlare di quelli arabi, Rashid Ghannouchi aveva delineato la sua visione del futuro e del ruolo svolto dai Fratelli musulmani in Tunisia, Nord Africa, mondo arabo e della loro cooperazione con gli Stati Uniti. Non contento di mostrare fedeltà e sottomissione al governo degli Stati Uniti, Rashid Ghannouchi aveva rassicurato la lobby sionista sull’articolo secondo cui lui stesso aveva proposto l’inclusione nella Costituzione della Tunisia del rifiuto del governo tunisino a collaborare con Israele. Non sarà mai sancito nella Costituzione tunisina che la Tunisia non allaccerà eventuali rapporti con l’entità sionista. Il suo passaggio al WINEP non fu un momento divertente. Credendo di essere più furbo degli altri, il nostro gianburrasca nazionale-islamista s’è fatto immortalare in un video quando ha negato di aver definito gli Stati Uniti il “Grande Satana”, nel 1989. La vergognosa grossa menzogna di questo presunto grande intellettuale arabo. Con un minimo di orgoglio, chiunque altro avrebbe rinunciato al cosiddetto riconoscimento. Ma non lui. Si disprezza meglio ciò che è ridicolo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio per SitoAurora

Originale di Hannibal Genséric su Numidia

Preso da: https://it.sott.net/article/1960-Origini-della-collusione-wahhabita-sionista

Parla un giovane di Bengasi: “Gheddafi è nel cuore di milioni”.

“Scendo in strada a bruciare le bandiere italiane” il giovane Moneim ci racconta la sua rabbia.

Di Vanessa Tomassini.
“Tu sei una vera giornalista? Vorrei che tu scrivessi sul tuo giornale che Muammar Gheddafi resta nel cuore di milioni e milioni di persone, forse dire un milione è dire poco. Mi chiamo Moneim Ould Elfatih e sono di Bengasi. Visto che l’Italia è un paese democratico, voglio che scriva un messaggio agli agenti della Nato. ‘Vivo in un posto dove non possono raggiungermi e uccidermi – diceva Gheddafi – avrete ucciso il mio corpo, ma non sarete in grado di uccidere la mia anima che dimora nei cuori di milioni di persone’. Beh tutto questo era vero e non lo dimenticheremo mai. Ora noi sappiamo che l’Italia vuole la sua fetta di torta, ma non è questo il modo. Siamo molto arrabbiati ed è per questo che siamo scesi in piazza a bruciare il tricolore!”.
36823181_630524350648758_2052471532529123328_n

A dirci questo è un giovane di 27 anni che indossa una divisa militare e un foulard verde intorno al collo nelle sue foto, dove emula il saluto del rais, con il pugno chiuso verso il cielo. Occhi e capelli scuri, Moneim è arrabbiato, come molti altri, per il via via di politici dall’Italia alla Libia, e viceversa. “Difendiamo la nostra patria, come è accaduto nel secolo scorso. Rispettiamo il popolo italiano, ma non rispettiamo il vostro Governo corrotto che vuole mettere il naso su affari che non gli riguardano. Non vogliamo nemmeno assistenza, perché aprire la porta dell’aiuto significa aprire al colonialismo”. Proviamo a spiegargli che le voci di una missione militare italiana nel sud non sono vere e che l’Italia vuole solamente fermare l’immigrazione e aiutare la Libia a proteggere i suoi confini e che bruciare la bandiera italiana non risolverà poi molto. Lo lasciamo sfogare e così ci mostra i resti dei bombardamenti della Nato, città e strade di Sirte e Bengasi completamente distrutte e residui bellici abbandonati da anni.

36923506_632119630489230_4636073542813745152_n
Vedi questi? Sono i veicoli italiani del tempo del colonialismo, messi 
a Bengasi affinché il mondo non dimentichi”.

La visita del ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, a Tripoli, anziché calmare gli animi dopo le dichiarazioni, forse tradotte male del Ministro della Difesa e dell’Interno, ha fatto discutere ancora di più i libici per alcuni dettagli del protocollo diplomatico, come il Ministro italiano che lascia indietro il suo omologo libico.
Screenshot_20180710-193858_Twitter
Durante la sua missione, il capo della Farnesina ha parlato di voler riattivare l’accordo di amicizia tra la Libia e l’Italia, firmato da Gheddafi e Berlusconi nel 2008. Moneim quel giorno lo ricorda, come “uno dei momenti più belli per il popolo libico. Le scuse dell’Italia alla Libia ed il risarcimento per anni di colonizzazione erano un momento della storia che non avremmo mai potuto dimenticare”. Così mentre esperti ed analisti si interrogano se la rimessa in vigore del Trattato di amicizia possa dare i suoi frutti oggi, i libici si chiedono come possano fidarsi nuovamente dell’Italia dopo la sua partecipazione all’intervento della Nato nel 2011.

36923469_631462503888276_7630646538267525120_n
“Da questa strada, gli ultimi 200 uomini hanno lasciato la piazza di Izz al-Azz, con un totale di 43.000 saccheggiatori e 40 paesi crociati. Da qui le anime delle candele della resistenza si sono diffuse in fiamme in tutta la Libia”.

Muammar Gheddafi – prosegue –era la coscienza del mondo, seguito da tutte quelle persone che vogliono la gloria, la libertà e non vogliono la schiavitù, un simbolo che è difficile da dimenticare”. Poi ci confessa: “amo tutto del mio paese, perfino lo sporco su cui cammino perché è narrato dal sangue dei miei antenati. Questa è la gloria che non può essere sottovalutata”. Si rattrista al pensiero che “i soldati della NATO hanno visto con loro alcuni agenti libici ed arabi. Quando ho visto alcuni di loro tra le loro file, ho capito che Israele aveva raggiunto il suo obiettivo, quello di spegnere l’ultimo simbolo dell’islam arabo, Muammar Gheddafi. Questo è ciò che mi fa più male al cuore ogni giorno. Poi c’è il Qatar, sappiamo che Doha ha ancora il controllo della Libia e che insieme alla Turchia finanzia il terrorismo nel mondo”.
36725212_629354580765735_525476896339656704_n
Quando gli parliamo del futuro, Moneim ci dice che non ha speranze e che le elezioni potrebbero essere una soluzione solamente se vinte da Saif al-Islam, il figlio del rais. La cosa che ci sorprende è che indossa una divisa, “sì, sono un’agente di polizia, non ho mai ucciso nessuno ed il mio lavoro rappresenta un dovere nazionale nei confronti della Libia”.
36744283_630520870649106_9218828494031552512_n (1)

Preso da: https://specialelibia.it/2018/07/10/scendo-in-strada-a-bruciare-le-bandiere-italiane-il-giovane-moneim-ci-racconta-la-sua-rabbia/

Gamal Abd Al-Nasser: dalla rivoluzione egiziana al sogno infranto del panarabismo

di Roberto Cascio
https://i1.wp.com/www.istitutoeuroarabo.it/DM/wp-content/uploads/2017/04/copertina-Gamal-Abd-el-Nasser.jpg 

Nella storia contemporanea, risulta particolarmente complesso trovare un personaggio così controverso e discusso come il presidente egiziano Gamal Abd Al-Nasser. Sebbene siano ormai trascorsi più di 40 anni dalla sua morte, avvenuta nel 1970, Nasser divide tutt’oggi gli studiosi sulla reale portata delle sue politiche non solo in terra egiziana, ma nell’intero mondo arabo. Se da una parte si sostiene che Nasser «ha segnato la storia dei popoli arabi, per i quali ha rappresentato la “loro ora più bella”» (Bagozzi, 2011: 6), dall’altra parte, non sono pochi coloro che ritengono il presidente egiziano come colui «che ha collezionato soltanto sconfitte nella propria vita» (Minganti, 1979:109).
Da tali premesse, un tentativo di comprensione dell’opera e delle politiche del presidente egiziano non può fare a meno di ripercorrere i tratti biografici più salienti e i temi principali delle ideologie da lui abbracciate, in modo da sfuggire, per quanto possibile, a quel desiderio di incasellare e classificare l’intera politica di Nasser come quella, a seconda dei diversi punti di vista, di un «demagogo … bolscevico … militarista … anarchico … fascista …» (Daumal e Leroy, 1970: 9), mostrando invece, oggettivamente, l’evoluzione delle idee e dell’agire nasseriano.
La rivoluzione e l’avanguardia: il lungo cammino di Nasser 
Gamal Abd Al-Nasser nasce il 15 gennaio 1918 ad Alessandria d’Egitto; la sua famiglia è originaria di Beni-Morr, un piccolo paese non lontano da Assiout, da dove suo padre si spostò trasferendosi ad Alessandria per lavorare lì come funzionario delle poste. Durante la sua infanzia, Nasser cambia spesso città di residenza, fino a tornare nella sua città natale nel 1929, dove, giovanissimo, viene a contatto con le manifestazioni nazionaliste dell’estate 1930, duramente represse dalla monarchia egiziana. Il trasferimento al Cairo, nel 1933, vede il giovane Nasser ancora coinvolto nelle agitazioni studentesche e sempre più convinto della necessità di affrontare l’imperialismo britannico in nome di una patria libera e indipendente; notevoli sono le parole cariche di speranza rivolte ad un compagno di scuola in una lettera: «Dove sono coloro che offrivano la loro vita per liberare il Paese?…Dov’è la dignità? Dov’è la giovinezza ardente? (…) Scuoteremo la nazione, risveglieremo le energie nascoste nel cuore degli uomini …» (Daumal e Leroy, 1970: 32).

Sono anni in cui l’ardore giovanile di Nasser trova terreno fertile nelle continue manifestazioni studentesche, a sostegno della Costituzione del 1923 e in totale contrasto con una monarchia sempre più collusa con gli inglesi. In queste manifestazioni, alcune sfociate anche in duri scontri con la polizia egiziana, Nasser prende inoltre consapevolezza della difficoltà di superare le ritrosie delle masse di fronte alle loro rivendicazioni: «Mi sono messo alla testa dei manifestanti nel collegio in cui studiavo allora, gridando a pieni polmoni: Viva la completa indipendenza! Ma le nostre grida si smorzarono nell’indifferenza generale» (Daumal e Leroy, 1970: 33).
La sua vocazione militare lo porta ad entrare nel 1937 nell’accademia per ufficiali, dove si mostrerà come un allievo dalle grandi doti. Durante il secondo conflitto mondiale, il sotto-luogotenente Nasser comincia la sua opera di costituzione di quella associazione segreta che prenderà il nome di Movimento degli Ufficiali Liberi: fedele agli ideali della sua gioventù, Nasser tenta di unire intorno a questo Movimento gli ufficiali egiziani pronti a lottare per l’indipendenza totale dall’Inghilterra, il cui protettorato, anche dopo gli accordi del 1936, è rimasto sempre forte e opprimente nella vita politica e sociale egiziana. Il Movimento riesce a convergere su un unico obiettivo: «l’indipendenza della dignità, che comporta tre punti: cacciare gli inglesi, riedificare l’esercito, formare un governo onesto e competente» (Daumal e Leroy, 1970: 37).
Un evento decisivo per Nasser e per tutte le popolazioni arabe avviene nel maggio 1948, quando, a seguito del ritiro delle truppe inglesi in Palestina, viene proclamato lo Stato di Israele, dando immediatamente inizio alla prima guerra arabo-israeliana, che si concluderà solo nel gennaio 1949, con la sconfitta delle forze arabe unitesi contro Israele. Tra le cause della sonora sconfitta araba può essere annoverata anche la disorganizzazione delle truppe mandate al fronte; è un momento particolarmente importante per Nasser: tra le trincee, riemerge tra gli ufficiali il desiderio mai sopito di salvare la Patria dal potere corrotto, legato indissolubilmente all’imperialismo. Seguendo le stesse parole di Nasser, «combattevamo in Palestina, ma i nostri pensieri ed i nostri sogni volavano verso l’Egitto. Puntavamo le armi verso il nemico, acquattato là di fronte a noi nelle trincee, ma nei nostri cuori grande era la nostalgia per la Patria lontana, lasciata in preda ai lupi voraci che tentavano di dilaniarla» (Nasser, 2011: 27).
1952-anno-della-rivoluzione

1952, anno della rivoluzione
Di fronte a questa ennesima umiliazione, gli Ufficiali Liberi decidono di organizzare in maniera precisa e programmatica la rivoluzione che li porterà al potere. Nella notte tra il 22 e il 23 luglio 1952, gli Ufficiali Liberi occupano tutti i centri più importanti del Cairo, costringendo il re Farouk a dimettersi. Nasser è uno dei principali fautori di questa impresa, cosciente tuttavia di dover svolgere un ruolo di “avanguardia”, in un Paese dove le masse erano da tempo immemore indifferenti e scettiche di fronte ad ogni cambiamento.
Al potere sale una figura di conciliazione nazionale come Mohammed Neghib, colonnello dell’esercito molto apprezzato anche dai Fratelli Musulmani, dai nazionalisti del Wafd e dal piccolo partito comunista. Il nuovo presidente egiziano non ebbe tuttavia modo di arginare l’ala più dura del Movimento degli Ufficiali Liberi, capitanata da Nasser, che spingeva per un autoritarismo da imporre in nome della rivoluzione. Come ben descritto da Campanini,
«Anche se Neghib era Capo dello Stato, gli Ufficiali Liberi riconoscevano in Nasser la loro guida. I due uomini nutrivano una concezione politica opposta: mentre Neghib voleva che, portata a termine la rivoluzione, i militari tornassero nelle caserme e il governo passasse ai civili, Nasser era convinto che l’esercito fosse l’avanguardia cosciente delle masse egiziane e che dovesse assumersi le responsabilità del potere. Il contrasto, sotterraneo, divenne crisi aperta nel 1954» (Campanini, 2006: 125).
Lo stesso anno, Nasser diviene così Presidente egiziano esautorando la figura di Neghib, ma ciò portò inevitabilmente grandi malumori, specialmente tra i Fratelli Musulmani, che vedevano nel nuovo presidente una tendenza autoritaria decisamente pericolosa. Il culmine di questo scontro avrà luogo il 26 ottobre 1954 ad Alessandria, quando un membro dei Fratelli Musulmani spara sei colpi di pistola contro Nasser durante un suo comizio. Rimasto miracolosamente illeso, Nasser scatenerà l’esercito contro i Fratelli Musulmani, arrestandone migliaia e devastando le loro sedi. L’attentato può quindi definirsi come il punto di non-ritorno tra Nasser e l’associazione fondata da Hasan al-Banna.
Ormai leader indiscusso della politica egiziana, Nasser mostra grande abilità nella politica estera, destreggiandosi e sfruttando a suo favore lo scontro allora infuocato tra URSS e Stati Uniti d’America, proponendosi ad entrambe le parti come alleato in cambio di aiuti economici e militari a sostegno del suo Paese. Un’importante vetrina per Nasser sarà inoltre la conferenza dei Paesi non-allineati dell’aprile 1955, tenuta a Bandung, che si rivelerà un grande successo: Nasser si mostra carismatico, fermo nelle sue idee e pronto a sostenere l’idea di un “terzo blocco”, in posizione equidistante tra i contendenti della Guerra Fredda.
La politica estera nasseriana trova il suo corrispettivo in terra egiziana nel socialismo arabo, vera novità nello scenario mediorientale di metà Novecento, che vede in Nasser uno dei suoi principali fautori. Riforme agrarie, lotta all’analfabetismo, la nazionalizzazione del canale di Suez (che condurrà alla crisi del 1956) rappresentano i punti di forza dell’operare nasseriano. Al socialismo arabo (su cui si dovrà tornare) Nasser affianca un panarabismo che condurrà il presidente egiziano a tentare un progetto decisamente ambizioso: unire i diversi popoli arabi sotto la medesima bandiera. Sebbene Nasser si sia prodigato molto per tale obiettivo, non si può nascondere come ben deludente sia stato il risultato: la RAU (Repubblica Araba Unita), fusione di Egitto e Siria, durerà solamente dal 1958 al 1961. Fu questo un grave colpo per le speranze di Nasser, che accantonerà così in maniera definitiva il sogno panarabista.
Gli ultimi anni di Nasser sono decisamente complessi: sul fronte interno, i Fratelli Musulmani, ricostituitesi clandestinamente, vengono duramente repressi nel 1966, portando addirittura all’impiccagione di Sayyid Qutb, ideologo di punta dei Fratelli Musulmani. Ma ciò che probabilmente segna la fine del nasserismo è la pesante sconfitta subìta per mano di Israele nella Guerra dei Sei giorni. Nasser si assume le responsabilità del crollo delle difese egiziane e rassegna le sue dimissioni, respinte tuttavia a furor di popolo che, in un pellegrinaggio spontaneo, converge nelle strade del Cairo a sostegno del suo presidente. Commosso da tanta devozione, il presidente egiziano riprende il potere, tentando nuovamente di proporsi come attore politico di primo piano attraverso politiche distensive verso gli altri Stati arabi. Tali sforzi provano tuttavia gravemente la salute di Nasser, che morirà il 28 settembre del 1970. Una folla oceanica renderà il suo ultimo tributo a Nasser: sono infatti milioni gli egiziani che parteciperanno al suo funerale per le strade del Cairo.
neghib-e-nasser-in-uniforme-militare

Neghib e Nasser in uniforme militare
L’esercito come avanguardia delle masse 
Un interessante approfondimento sulla figura di Nasser non può prescindere dalle sue personali considerazioni intorno al ruolo dell’esercito nella vita politica egiziana. La posizione nasseriana è chiaramente esposta nel testo Filosofia della Rivoluzione, scritto dallo stesso leader degli Ufficiali Liberi, dove vengono descritte le cause, gli obiettivi e le vie per proseguire al meglio la rivoluzione avvenuta nel 1952. Questo piccolo testo, pubblicato nel 1953, mostra nelle sue prime pagine lo sconforto di Nasser per non poter contare su un popolo coeso e unito contro la monarchia filo-imperialista del re Farouk. Andando più nello specifico, Nasser ammette che l’esercito avrebbe dovuto avere un ruolo di avanguardia nella rivoluzione del 1952, avanguardia che avrebbe permesso in seguito alle masse di convogliare tutta la loro forza a sostegno della rivoluzione. Come si evince dalle deluse parole di Nasser, le masse non ebbero invece un ruolo ben definito nella rivoluzione, preferendo l’indifferenza di fronte ad un evento storico di importanza decisiva per la storia egiziana:
«Immaginavo, prima del 23 luglio, che tutta la nazione fosse preparata, stesse sul chi vive in attesa degli elementi di avanguardia, per scagliarsi compatta ed ordinata verso l’obiettivo finale. Credevo che il nostro compito si limitasse a quello dei commandos, che la nostra azione non avrebbe preceduto che di qualche ora l’assalto della nazione intera contro l’obiettivo (…). Ma la realtà fu diversa (…) Allora mi resi conto che la missione degli elementi di avanguardia non era terminata, ma anzi cominciava da quel momento» (Nasser, 2011: 31-32).
L’esercito assume dunque un ruolo di avanguardia che non si esaurisce con la cacciata del re Farouk, ponendosi invece l’obiettivo di condurre le masse, l’intera società egiziana, ad uscire da uno stato di commiserazione e impotenza, dovuto alle angherie che nei secoli si sono abbattute contro la parte più debole della popolazione, mostrando loro la strada corretta per lo sviluppo della nazione. Risulta ancora una volta illuminante leggere le stesse parole di Nasser: «E, dunque, qual è il cammino da seguire? Quale il nostro compito? La via da scegliere è l’indipendenza economica e politica. Il compito affidatoci né più né meno che quello di sentinella per un tempo limitato (…) La nostra azione si limiterà (…) a tracciare il cammino» (Nasser, 2011: 45).
L’allontanamento nel 1954 di Neghib dal comando del Paese e lo scioglimento di tutti i partiti mostrerà invece come tali affermazioni rimasero valide solo a livello teorico. Ciò che invece rimarrà valido a lungo nel pensiero nasseriano sarà la riflessione intorno al nazionalismo arabo e sul ruolo dell’Egitto nella seconda parte del Novecento, tematica con cui termina la terza ed ultima parte della Filosofia della Rivoluzione.
-nasser-e-gheddafi-1960

Nasser e Gheddafi, 1960
Un nazionalismo “in cerca d’autore”: origine e temi del panarabismo 
Singolare appare nell’ultima parte del testo nasseriano il riferimento alla commedia di Pirandello Sei Personaggi in cerca d’autore:
«Non so perché, ma arrivando a questo punto delle mie meditazioni, mi viene in mente una Commedia del grande scrittore italiano Luigi Pirandello: Sei Personaggi in cerca d’autore. Indubbiamente il palcoscenico della storia è pieno di atti intrepidi di cui si sono resi autori molti eroi, come pure è ricco di sublimi gesta che non hanno trovato gli eroi capaci di adempierle; io credo appunto che nella zona in cui viviamo ci sia un’importante missione “in cerca” di un personaggio che possa eseguirla: essa, esausta dalla lunga ricerca attraverso i vasti territori a noi contigui, ha fatto sosta alle frontiere del nostro Paese per invitarci all’azione, ad assumere “la parte”, a portarne il vessillo. Nessun altro avrebbe potuto farlo» (Nasser, 2011; 50-51).
La “parte” è evidentemente quella presa di coscienza di una missione, di un compito che travalica i confini egiziani. Di qui la consapevolezza di vivere in un Paese importante nello scacchiere internazionale, e che ogni isolazionismo risulterebbe non solo antistorico, ma impossibile da attuare  per la stessa posizione geografia del territorio egiziano.
Ciò che vale la pena approfondire è dunque la convinzione di Nasser che il nazionalismo egiziano debba lasciare spazio ad un panarabismo che rispecchi il nuovo ruolo dell’Egitto nel quadro geopolitico contemporaneo. Il nazionalismo egiziano si era infatti sviluppato nel contesto delle lotte per l’indipendenza dall’imperialismo britannico, avendo principalmente come obiettivo lo stravolgimento del potere monarchico colluso con l’elemento occidentale. Raggiunto l’obiettivo con la rivoluzione del 1952, si trattava adesso di condurre l’Egitto ad essere riconosciuto come Paese dominante nel panorama arabo, sia in modo da prevalere sugli stessi Stati arabi, sia per poter avere in ambito internazionale una forza che si ponesse in contrasto con i due blocchi della Guerra Fredda.
Relativamente agli elementi principali del nazionalismo arabo, occorre evidenziare il peso delle rivendicazioni arabe successive alla proclamazione dello Stato di Israele del 1948, che destano nei diversi Paesi arabi  sentimenti di comunione, di fratellanza che il presidente egiziano farà propri in molti dei suoi discorsi. Oltre a questo elemento etnico, che lega i territori del Nord-Africa e del Medio Oriente, un altro fattore importante del panarabismo risulta essere l’elemento religioso. Nasser ritiene difatti l’Islam fondamentale fattore di forza all’interno del nazionalismo arabo: «quando (…) la mia mente va a queste centinaia di milioni uniti dai vincoli di un’unica fede, mi convinco ancor più delle immense possibilità che nascerebbero dalla collaborazione di tutti i Musulmani» (Nasser, 2011: 61).
Nasser vede dunque nell’Egitto del Novecento il soggetto designato per portare l’ideologia del nazionalismo arabo ad essere riconosciuta dagli altri Paesi, in nome sia di una comune “coscienza” araba, sia per l’importanza della religione islamica come elemento aggregante e universale. Solo attraverso queste considerazioni può essere inteso gran parte dell’agire nasseriano, mai domo nel cercare e proporre diverse soluzioni di collaborazione e di unità tra i diversi Stati arabi; sebbene tali sforzi abbiano prodotto come massimo risultato la breve ed infelice esperienza della Repubblica Araba Unita (1958-1961), Nasser può essere considerato a buona ragione il più notevole esponente del nazionalismo arabo, «un patriota arabo tra milioni di patrioti arabi» (Daumal e Leroy, 1970: 173).
copertina-time-marzo-1963

Copertina Time, marzo 1963
Il socialismo arabo: l’Egitto come laboratorio politico 
Un ulteriore elemento da approfondire per comprendere la politica nasseriana è rappresentato dal socialismo arabo, che costituirà un momento fortemente innovativo nella storia egiziana, ben presto imitato anche da altri Capi di Stato arabi. A livello sociale, il socialismo arabo si è concretizzato in Egitto attraverso diverse misure tese a dare una forte scossa all’economia locale: esempi di queste misure possono essere i piani quinquennali pensati per lo sviluppo energetico-economico, le riforme agrarie del 1952, le nazionalizzazioni del 1961 e il controllo statale delle industrie produttive e delle banche del Paese. Lo Stato si assume quindi la piena responsabilità dei problemi principali di un Paese ancora poco sviluppato come quello egiziano, tentando, con ampie nazionalizzazioni e con un intervento a tutto campo nell’economi, di migliorare le condizioni di vita dei suoi cittadini, puntando così al superamento della divisioni in classi della società, piaga ormai secolare dell’Egitto.
Sebbene molti studiosi siano concordi nel definire il socialismo nasseriano molto pragmatico, un’ideologia delineata lungo il corso degli eventi, è possibile comunque fissarne analiticamente le principali istanze: «[1] il sentimento della collettività come di un organismo stabile e onnicomprensivo (…) [2] la centralità dell’esperienza religiosa (…) [3] l’importanza essenziale che il possesso della terra ha avuto per confermare un’autorità, e quindi per la gestione del potere» (Campanini, 1987: 42).
Il sentimento della collettività veniva letto da Nasser sotto la lente del panarabismo, ideologia che avrebbe permesso alle popolazioni arabe di unirsi nello scontro con il colonialismo occidentale. L’Egitto avrebbe dovuto assumere un ruolo guida nel portare le masse ad abbracciare le idee del panarabismo, e in effetti, come si è avuto modo di osservare, il leader degli Ufficiali Liberi si è particolarmente speso per tale causa. Ulteriore punto interessante risulta essere il terzo, in quanto esso richiama quell’esigenza di giustizia sociale che fu il grido rivoluzionario non solo dell’esercito, ma anche dei Fratelli Musulmani e, in generale, delle opposizioni al protettorato britannico: «La rivoluzione è stata fatta affinché la terra egiziana venga distribuita agli egiziani. L’Egitto per noi e noi per l’Egitto» (Campanini, 1987: 53).
L’elemento religioso si configura invece come una delle chiavi di volta per comprendere la distanza tra il socialismo europeo e quello nasseriano. Il marxismo, nella sua impostazione teorica, poggia infatti sulle basi del materialismo storico, ideologia che invece è rigettata da Nasser e dagli altri esponenti del socialismo arabo. La religione assume un ruolo centrale nel socialismo arabo, rappresentandone la base etica; tale concetto è bene espresso in un discorso del presidenze egiziano del 1966: «Il nostro problema è un’ingiusta redistribuzione (dei redditi) tra le classi. Dobbiamo far sì che il reddito nazionale venga suddiviso tra tutto il popolo. In questo modo avremo applicato i principi dell’Islam» (Campanini, 1987: 61).
Dalla base religiosa del socialismo arabo scaturiscono interessanti corollari, quali ad esempio l’attenzione verso l’individuo, la persona, che non deve risultare annullato nella collettività, e il rispetto della proprietà privata. Sono questi temi che lo stesso Nasser sottolinea nel rimarcare la distanza tra il comunismo e la sua politica sociale ed economica:
«I comunisti grazie al loro comunismo sono diventati delle macchine nell’apparecchio della produzione collettiva, mentre prima erano uomini dotati di una propria volontà! Hanno rinnegato la religione (…) hanno rinnegato la persona umana (…). La sola realtà è lo Stato; hanno rinnegato la libertà perché la libertà è una manifestazione della fiducia della persona umana nelle sue possibilità (…). Noi Egiziani … Noi Arabi … Noi musulmani e cristiani di questa parte del mondo … Noi abbiamo fede in Dio, nei suoi angeli, nei suoi libri, nei suoi profeti e nella risurrezione …(…). Quel che ci separa dal comunismo sia nella teoria del governo che nelle regole di vita, è che il comunismo è una religione … e noi abbiamo già la nostra religione. Non lasceremo mai la nostra religione per il comunismo» (Daumal e Leroy, 1970: 164-165).
Riepilogando: il materialismo storico, la lotta tra le classi come motore della storia, la collettivizzazione della proprietà privata sono elementi estranei al socialismo arabo, che invece poggia sui princìpi dell’Islam, ritenuti validi e fondamentali per la costituzione di una società progredita. È l’elemento religioso la vera molla della lotta per la giustizia sociale e distributiva.
Folla ai funerali-di-NasserAP-Photo-Eddie-Adams

Folla ai funerali di Nasser (ph. Eddie Adams)
La crisi del nasserismo e il riemergere dei movimenti islamisti 
I provvedimenti in campo sociale, le nazionalizzazioni attuate dal presidente egiziano riuscirono solo in parte nel loro intento di migliorare la situazione economico-sociale egiziana: i piani quinquennali non ebbero grandi risultati e la corruzione a livello burocratico raggiunse livelli più che allarmanti. La seconda durissima repressione dei Fratelli Musulmani tra il 1965 e il 1966 intaccò inoltre fortemente la figura di Nasser, ormai consapevole delle difficoltà di unire un intero popolo a sostegno dell’ormai datata rivoluzione del 1952. Ma il colpo più duro per il leader degli Ufficiali Liberi sarà la sconfitta nella Guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno 1967), dove le armate egiziane mostrarono un’imbarazzante disorganizzazione, non riuscendo ad arginare gli attacchi di Israele che, in pochi giorni, sbaragliò la coalizione formata dai diversi Paesi arabi. Crollò così drasticamente la popolarità di Nasser, provocando inoltre una grave crisi all’interno dell’intellettualità arabo-islamica: le ragioni della sconfitta vennero infatti additate nell’abbandono dei precetti islamici in nome del nazionalismo e del socialismo, concetti allogeni rispetto alla cultura e al mondo arabo. Si spalancheranno così le porte a quelle rivendicazioni islamiste che, rifiutando in toto la modernità di stampo occidentale, cercheranno nuovamente nella religione islamica le fondamenta per una ricostruzione della società, rivendicazioni che, nei casi più drammatici, sfoceranno nel terrorismo e nella lotta armata contro il potere costituito.
Dialoghi Mediterranei, n.25, maggio 2017
 Riferimenti bibliografici
Bagozzi M., La Rivoluzione panaraba di Gamal Abd al-Nasser, in Nasser, Filosofia della rivoluzione, All’insegna del Veltro, Parma, 2011
Campanini M., Socialismo arabo. La teoria del socialismo in Egitto, Centro Culturale Al Farabi, Palermo, 1987
Campanini M., Storia del Medio Oriente, Il Mulino, Bologna, 2006
Daumal J. e Leroy M., Nasser. La vita, il pensiero, i testi esemplari, Accademia-Sansoni, Milano, 1981
Minganti P., L’Egitto Moderno, Sansoni, Firenze, 1959
Minganti P., Vicino Oriente, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1979
Nasser G., Filosofia della rivoluzione, All’insegna del Veltro, Parma, 2011
 _______________________________________________________________
Roberto Cascio, ha conseguito la laurea Magistrale in Scienze Filosofiche presso l’Università degli Studi di Palermo, con una tesi dal titolo “Le Pietre Miliari di Sayyid Qutb. L’Islam tra fondamento e fondamentalismo”. Ha collaborato con la rivista Mediterranean  Society Sights e il suo campo di ricerca è l’Islamismo radicale nei Paesi arabi, con particolare riferimento all’Egitto.
Preso da: http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/gamal-abd-al-nasser-dalla-rivoluzione-egiziana-al-sogno-infranto-del-panarabismo/

Muammar Gheddafi presenta la soluzione al problema palestinese.

il 22 Ottobre 2007, Muammar Gheddafi parla della soluzione del problema palestinese in un discorso più ampio rivolto agli studenti dell’ università di Cambridge.
…….. Dovete sapere che questa terra e’ estremamente stretta.Vicino a Qalqiliya la distanza tra il fiume Giordano e il Mediterraneo non ci sono altro che 15 Km.Non posson esserci due Stati in quest’area.Non puo’ esserci uno Stato che sia largo solo 15 Km.Se lo stato Palestinese si stabilisse nella West Bank,Tel Aviv e tutte le citta’ litoranee sarebbero dentro la linea di fuoco delle sue mitragliatrici o dell’artiglieria di media misura.Lo spazio aereo sarebbe sotto il suo controllo.Se scoppiasse una guerra ,quello Stato sarebbe spaccato a meta’.E anche,meta’del proposto stato palestinese,la West Bank ,sarebbe completamente separate dalla Striscia di Gaza.Come sarebbe uno stato di cui, una parte e’ situate sul Mediterraneo, mentre l’altra parte e’ nella West Bank del Fiume Giordano?
Aggiungici la presenza di piu’ di un milione di Palestinesi dentro Israele.Essi sono aumentati velocemente.Il loro numero raddoppiera’.In futuro,ci saranno tre o quattro milioni di palestinesi in Israele.Allora,E’ impossibile chiedere di essere uno stato puramente Ebreo.Voi sapete che il numero dei palestinesi cresce piu’velocemente di quello degli Israeliani.Nello stato che loro chiamano Israele,ci sono un milione di Palestinesi che vive in pace e armonia con I loro vicini.Questo e’ un esempio dello singolo stato che deve costituire la soluzione di quell problema.ci deve essere un singolo stato in Palestina.Il nome non e’ importante .Potrebbe chiamarsi Isratina o Palestina.Qualunque il nome possa essere,cid eve essere un singolo stato per Israeliani e Palestinesi.Adesso c’e’ un esempio per tutti da vedere.Ci sono un milione di Palestinesi che hanno la cittadinanza israeliana e vivono con gli Israeliani senza problemi.La violenza non viene da loro ma da quelli che vivono fuori da Israele.Mettete semplicemente,quel pezzo di terra tra il Fiume e il Mare e’ pure limitato,stretto per due stati.La soluzione sta nella costituzione di un singolo stato democratico.Tutti noi nel mondo dobbiamo fare pressione sul partito che si aggrappa al razzismo religioso,razziale e linguistico.Queste sono nozioni antiquate che svaniranno a poco a poco col tempo.Queste nozioni non devono mai ostacolare gli effettivi di pace tra gli Israeliani e I Palestinesi.Essi possono coesistere.
Avete potuto essere consapevoli che Arabi e Ebrei hanno sempre convissuto.Quando gli Arabi sono stati espulsi dall’Andalusia,anche gli Ebrei sono stati espulsi.I Paesi Arabi hanno dato rifugio e protezione agli Ebrei.Parimenti quando I Romani distrussero Gerusalemme intorno all’anno 72,gli ebrei hanno cercato rifugio nella Penisola araba.Voglio dire che gli arabi hanno protetto gli ebrei per tutta la storia dalla persecuzione romana alla persecuzione gotica in Andalusia.I due gruppi sono cugini.Il profeta Abramo aveva due figli:Ismaele,antenato degli arabi e, Isacco,antenato degli ebrei.Giacobbe,anche conosciuto come Israele,era il figlio di Isacco.Lo stato e’ stato chiamato dopo di lui.Percio’,loro sono cugini e vicini l’uno con l’altro.Sono State altre potenze a creare animosita’ tra loro per trattare I loro interessi.Devono ancora una volta vivere insieme in uno stato.Ho pubblicato il mio Libro Bianco che chiede la costituzione di Isratina,uno stato con meta’ nome di Israele e meta’ nome della Palestina.Spero che voi abbiate la versione in inglese di questo .Il Libro chiede la costituzione di uno stato singolo e democratico.Le elezioni iniziali sarebbero supervisionatedalle Nazioni Unite.Dopo,I suoi cittadini coesisteranno.Non e’ importante se il presidente sia un ebreo o un palestinese musulmano o cristiano.Lasciate che ci sia la volonta’ e la scelta del popolo.Oggi ci sono partiti arabi in Israele.C’e’ un membro arabo nel Knesset.C’e’ un esempio da seguire.Sulla Riva Ovest ,Palestinesi e Israeliani sono parte di una singola struttura.Lo stesso vale per Gaza.Demograficamente,sono integrati.Le fabbriche israeline dipendono dalla manodopera palestinese dalla Riva Ovest a Gaza.C’e’ uno scambio di beni e servizi tra di loro.Sono completamente interdipendenti.Ci sono molte cose,come la cultura,che avvicinano Israeliani e Palestinesi gli uni agli altri.Io richiedo la costituzione di un singolo stato per far terminare questo conflitto.Tuttavia,certe condizioni devono essere affrontate.
Primo,I rifugiati espulsi nel 1948 devono ritornare alle loro case.E’ un loro diritto.Devono avere il permesso di ritornare in pace alle loro case,fattorie e villaggi.
Secondo,questo nuovo stato deve essere privo di armi di distruzione di massa.Nessuno stato nella regione deve possedere ADM(armi di distruzione di massa).Se fossero governati da Arafat o Abbas,dovrebbero essere privi di armi di distruzione di massa.Questo e’ cio’ che volevo dire sulla questione della Palestina.Vi invito a leggere il mio Libro Bianco intitolato Isratina.Avete chiesto la mia opinione sulla riforma delle Nazioni Unite.Abbiamo tutti sentito per anni di un forte desiderio di riforma delle Nazioni Unite.Comunque,tutto cio’ che e’stato rivolto in quell periodo e’ stato l’aumento nel permanente o non permanente numero di soci del Consiglio di Sicurezza.Questo sbaglia il punto,che deve essere nell’insieme la riforma delle Nazioni Unite.Le UN non sono solo il Consiglio di Sicurezza.Sono l’Assemblea Generale,la Corte Internazionale di Giustizia ,L’ECOSOC,il Consiglio d’Amministrazione fiduciaria,l’UNESCO,l’UNICEF,la FAO e tutte le altre componenti del Sistema delle Nazioni Unite.L’attuale stato degli affari non e’ democratico,illegale, e illegittimo.Il mondo deve cambiarlo.L’attuale stato e’ dittatoriale e non si presta per la causa di pace.Al contrario,e’ uno stato di terrore che minaccia la pace.
http://algaddafi.org/…/muammar-al-gheddafi-parla-italiano–…