Wall Street is War Street, il Governo Ombra degli USA

DI ROSANNA SPADINI
comedonchisciotte.org
Alla fine degli anni ’80 il disegno imperialista della triade USA, Vaticano e Israele, contribuì fortemente alla demolizione dell’URSS, non tanto per esportare la “libertà” come andavano blaterando, ma per catturare nuovi territori di conquista per gli oligarchi. Sotto l’ombrello del “neoliberismo armato” che abbiamo conosciuto bene, così come avevano fatto con Pinochet in Cile o Videla in Argentina e in tutta l’America Latina. Caduto quindi l’URSS, l’imperialismo americano si è scatenato prima contro la ex Jugoslavia, e poi contro l’Albania, il Medio Oriente (Iraq, Afganistan, Libia) per affermare così il proprio piano criminale.

Tuttavia, è senza dubbio vero che le spese per la corsa agli armamenti dell’URSS contribuirono al suo dissesto finanziario … ma il grande paradosso odierno è che questa volta la nuova corsa agli armamenti, per la rinascita della guerra fredda, potrebbe spezzare l’economia degli Stati Uniti, piuttosto che quella russa. Gli Stati Uniti infatti superano di gran lunga tutte le altre nazioni in spesa militare, tanto da rappresentare il 37% del totale della spesa mondiale. Il grafico seguente mostra come il Congresso abbia stanziato la cifra di 1.11 trilioni di dollari di spesa discrezionale per l’anno fiscale 2015, per un totale di $ 598.500.000.000 di spesa militare, pari al 54% del totale. La spesa militare comprende tutte le attività regolari del Dipartimento della Difesa: spese di guerra, armi nucleari, assistenza militare internazionale, e la spesa del Pentagono con altri correlati.

Se poi facciamo il confronto con la spesa militare del resto del mondo, ci rendiamo conto che il militarismo Usa supera di gran lunga quello degli altri paesi, tanto che gli Stati Uniti spendono circa tre volte più della Cina, e circa 10 volte di più della sola Russia. Il grafico però segnala anche la debolezza degli States, perché non vi è dubbio che, benché gli USA spendano nominalmente molto di più di Cina e Russia, sussiste anche una mera perdita di risorse che danneggia lo sviluppo della difesa. Per di più una parte enorme di spesa militare serve a mantenere le basi militari in tutto il mondo. Secondo alcune stime gli Stati Uniti hanno 800 basi nel mondo, e soprattutto militari e marines in 160 Paesi … nell’insieme mezzo milione di soldati con famiglia è all’estero. Russia e Cina non hanno alcun onere corrispondente per mantenere una forza imperiale così estesa e ramificata a livello globale.
Però il sistema della macchina da guerra permanente USA è talmente marcio che progetta spesso programmi di ricerca troppo costosi e farraginosi. Un esempio è dato dal fatto che le bombe di ferro “stupide” russe sembrano essere quasi altrettanto precise delle bombe “intelligenti” statunitensi se sganciate da 5000 metri. La Russia insomma sembra vincere anche per il suo sistema economico e politico più sano.
Che poi la Russia manchi di tecnologia per competere con l’Occidente nello sviluppo di armi è stato un tema costante dal 1930 ad oggi. In realtà la storia dimostra il contrario, e gli esempi sono innumerevoli:

– i tedeschi hanno sperimentato nel 1941 quanto i carri armati russi, come il KV1 e il T34, fossero più avanzati dei loro;
– gli Stati Uniti lo hanno sperimentato nel 1949, quando l’URSS ha fatto esplodere la prima bomba nucleare;
– l’aviazione degli Stati Uniti ha perso nel 1950, quando si è scontrata con il MiG-15 in Corea;
– nel 1957 l’URSS ha lanciato il primo satellite artificiale del mondo, dimostrando che aveva la capacità di colpire gli Stati Uniti con missili intercontinentali;
– nel 1960 l’aviazione statunitense scopre che l’aeronautica nordvietnamita dotata di combattenti addestrati dai russi era in grado di raggiungere una posizione aerea dominante sopra Hanoi;
– nel 1973 gli israeliani subirono molte perdite durante la guerra dello Yom Kippur contro i missili russi anticarro e antiaerei.
E poi la U.S. Air Force sembra essere talmente gelosa dei successi dell’Aviazione Russa che in Siria ha colorato dello stesso colore dei jet russi alcuni dei propri aerei … Qual è il senso? Semplice esercitazione di guerra o l’ennesima cospirazione dei russi?
Quindi fatte le dovute considerazioni, sembra che Russia e Cina, anche se non sono in testa alle spese militari, tuttavia trarrebbero vantaggio dall’efficienza della loro razionalizzazione dei progetti di difesa, e invece gli Stati Uniti sembra che stiano perdendo la nuova corsa agli armamenti per gli stessi motivi per cui l’URSS crollò a suo tempo, dato che possiedono oggi un sistema economico troppo monopolistico e poco competitivo, volto più a soddisfare le esigenze di una piccola élite corrotta, anziché le esigenze dell’intero corpo sociale.
Al contrario il sistema della Russia ad economia di mercato con significativa componente statale, soprattutto nel settore militare, sembra di gran lunga superiore al diabolico capitalismo monopolistico e oligarchico governato dal “Governo Ombra” degli USA. Lo dice Mike Lofgren, nel suo libro “Stato profondo: la caduta della Costituzione e l’ascesa del governo ombra”, cui si deve la lucida definizione di “Wall Street is War Street”. Mike Lofgren, un ex membro dello staff del Congresso, ha descritto alla perfezione come il governo ombra americano comporti un consenso trasversale su questioni politiche d’impatto nazionale.
Infatti un funesto contributo al bilancio della difesa USA deriva proprio dalla profonda simbiosi del complesso militare-industriale con la finanza, “Wall Street con War Street”. I principali appaltatori del complesso militare-industriale degli Stati Uniti sono tutti quotati in borsa e quindi i contratti della difesa risentono di enormi margini di profitto per soddisfare le esigenze del mercato azionario.
I contratti non sono aperti a qualsiasi tipo di gara, ma assegnati dalle macchinazioni dello Stato profondo, dunque è assai probabile che circa il 30% del bilancio militare degli Stati Uniti finisca in tali margini di profitto, poi riversati come dividendi, o peggio, pagamenti dei profitti di giochi azionari. Aspetto interessante e cruciale di questa condizione oligarchica sono i contributi elettorali che scendono dai fornitori della difesa ai membri del Congresso per mantenere in vita il giocattolo. Considerando tutto ciò, il denaro reale rimasto per lo sviluppo e la produzione militare è di gran lunga inferiore a quello che Cina e Russia destinano.
Uno studio condotto da ricercatori della Princeton University, ampiamente documentato “Testing Theories of American Politics: Elites, Interest Groups, and Average Citizens”, dimostra come gli Stati Uniti si stiano evolvendo da parecchio tempo in un’oligarchia, e rivela le “verità difficili ” del sistema politico: “Dietro un’apparente democrazia si nasconde il governo di pochi che se ne infischiano delle scelte della gente”. Il governo USA non rappresenta gli interessi dei cittadini, ma è governato dall’oligarchia dei potentati d’interesse.  I ricercatori Martin Gilens e Benjamin I. Page hanno condotto il loro studio analizzando i dati tratti da oltre 1.800 diverse iniziative politiche tra 1981 e il 2002, e deducendone che gli Stati Uniti sono nelle mani di lobby di potere che controllano anche il sistema economico ed orientano le direzioni del paese, indipendentemente o anche contro la volontà della maggioranza degli elettori.
In maniera anche molto significativa l’ex-presidente Jimmy Carter s’è espresso in tal senso contro un flagello di questo genere, durante un programma radiofonico a diffusione nazionale, dicendo chiaramente che gli Stati Uniti sono completamente sovvertiti dagli oligarchi, e sono diventati un Paese in cui una “corruzione politica illimitata” ha travolto la corretta conduzione del potere.
President Jimmy Carter: The United States is an Oligarchy…

Ecco perché la voracità del lobbismo americano incide negativamente sull’efficienza della produzione di armi, infatti se si confrontano i top-of-the-line caccia dei due Paesi, l’F-35 caccia-jet prodotto dalla società statunitense Lockheed Martin, contro il Su-35 fighter jet prodotto da parte del governo russo (Sukhoi Company è interamente controllata) … l’F-35 costa circa 100 milioni di dollari, il Su-35 costa circa 65 milioni di dollari.
Un episodio significativo che dimostra l’efficienza della produzione militare russa risale al 13 settembre 2014, ed è stato raccontato da Voltairenet, sulla base di un incidente in cui il cacciatorpediniere USS Donald Cook Aegis, entrato nel Mar Nero per minacciare la Russia, venne disattivato nei dispositivi elettrici da un Su-24 russo.

Sta di fatto che per l’industria bellica Usa la guerra è un affare molto redditizio, sancito chiaramente dalla legge, per la quale «la vendita di articoli da difesa e servizi a Stati stranieri viene finalizzata quando il presidente ritiene che serva a rafforzare la sicurezza dello Stato e a promuovere la pace globale», e garantito dal Secondo Emendamento della Costituzione « Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, non potrà essere infranto il diritto dei cittadini di detenere e portare armi. »
Ad esempio la lista dei contractor beneficiari per la guerra in Iraq è stata piuttosto lunga: la General Atomics per i droni Predator, la Northrop Grumman per i droni Global Hawk, la AeroVironment per i minuscoli droni di sorveglianza Nano Hummingbird, la DigitalGlobe per il satellite, la Lockhed Martin per i missili Hellfire, la Raytheon per i missili a lungo raggio Tomahawk. Dopo i primi raid contro postazioni islamiste in Iraq e le dichiarazioni del presidente di un conflitto a lungo termine, i prezzi delle armi delle compagnie private lievitarono, insieme alle quotazioni in borsa. (Chiara Cruciati, Il Manifesto)
A far lievitare i profitti c’è poi l’addestramento: sono le stesse compagnie private ad insegnare ai soldati americani e iracheni a utilizzare i nuovi sistemi. Un esempio: nel contratto per la vendita di carri armati, una clausola prevede che «5 rappresentati del governo Usa e 100 rappresentanti del contractor privato raggiungano l’Iraq per un periodo massimo di 5 mesi per consegnare il materiale, verificarne la funzionalità e addestrare».
L’assetto militare degli USA fu giustificato in chiave imperialistica perfino dallo stesso presidente Eisenhower nel suo discorso di congedo, rivolto alla Nazione, il 17 gennaio 1961, in cui veniva così sancita la nascita del più potente Stato del pianeta, che aveva la responsabilità di “difendere la civiltà” nel mondo. Ma il presidente Dwight Eisenhower avvertiva anche il popolo degli Stati Uniti riguardo al pericolo costituito dal “complesso militare-industriale”, che celava un manifesto intreccio di affarismo politico tra gruppi industriali, politici rappresentanti del Congresso, e direzione delle forze armate degli Stati Uniti d’America.
“Sono passati dieci anni dalla metà di quel secolo che è stato testimone di quattro principali guerre combattute tra Stati potenti. Tre di queste hanno coinvolto il nostro Paese. Nonostante questi olocausti l’America è oggi la nazione più forte, più influente e più produttiva del mondo. Comprensibilmente orgogliosi di tale supremazia, ci rendiamo conto che il nostro prestigio e la nostra leadership non dipendono solamente dal progresso materiale, dalle ricchezze e dall’impareggiabile forza militare, ma da come usiamo il potere nell’interesse della pace mondiale e del miglioramento dell’umanità … Fino all’ultimo conflitto mondiale gli Stati Uniti non disponevano di una industria degli armamenti. Per la difesa militare spendiamo ogni anno una cifra superiore alle entrate nette di tutte le corporazioni degli Stati Uniti messe insieme. Questo collegamento fra un’immensa struttura militare e una grande industria bellica è nuovo nel bagaglio di esperienze del nostro Paese, e ne avvertiamo l’influenza complessiva -economica, politica, perfino spirituale- in ogni città, in ogni sede dell’amministrazione, in ogni ufficio del governo federale.”
Insomma l’esistenza stessa dell’industria bellica USA esige una produzione continua di guerre, l’urgenza di portare avanti una politica aggressiva e di belligeranza persistente. L’industria bellica non rappresenta un corollario dell’economia statunitense, al contrario è diventata uno dei pilastri produttivi portanti del sistema economico USA. Per non parlare delle armi di distruzione di massa, a partire dal napalm usato in Vietnam, grandi quantità di defolianti per privare i guerriglieri vietcong della copertura naturale del terreno, per irrorare foreste di mangrovie e campi di riso, al fine di comprometterne le riserve di cibo. Si calcola che dal 1961 al 1971 siano stati utilizzati 72 milioni di litri di erbicidi e 400.000 bombe al napalm, le cui tossine hanno inquinato per decenni il suolo del Sud del paese … e poi le armi chimiche e batteriologiche fornite a Saddam per gasare i Kurdi, armi al fosforo bianco usate in Iraq.
Il governo degli USA ha assunto dunque il ruolo di gendarme del pianeta e contribuisce alla creazione di un’industria bellica dinamica e altamente produttiva, un’industria che trova la propria giustificazione nella difesa della pace nel mondo e nella diffusione della democrazia. E il frankenstein così prodotto vede la confluenza di più scambi: la permutazione di armi con il petrolio di contrabbando dell’Iraq, con i pani di oppio dell’Afghanistan e dell’America Latina, con l’oro della Liberia, con i brillanti grezzi della Costa d’Avorio. Secondo dati ufficiali del Pentagono fra il 1990 e il 1996 il commercio delle armi aveva dato un risultato attivo di bilancio di oltre 100 miliardi di dollari …” (dal 1997 i bilanci del Pentagono sono stati secretati per ragioni di sicurezza nazionale)
(V. Chalmers Johnson, Blowback: Costs and Consequences of American Empire, New York and London 2000) .

Rosanna Spadini
Fonte: http://www.comedonchisciotte.org
14.10.2016

Originale, con video: http://comedonchisciotte.org/wall-street-is-war-street-governo-ombra-degli-usa/

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Fare dell’Algeria un’altra Libia. Lo comanda il philosophe

venerdì, maggio 20, 2016

Nel febbraio 1982,  la rivista del sionismo mondiale, Kivunim (Direttive, in ebraico) pubblicava un  approfondito  studio dal titolo “Una strategia per Israele negli anni ‘80”.  Firmato dall’agente israeliano Oded Yinon, l’articolo notava come tutti i paesi islamici potenziali nemici di Israele fossero, al loro interno, minati da divisioni religiose ed etiche; e proponeva di istigare le discordie e le fratture, onde destabilizzare i paesi e spezzarli in piccoli stati settari, in lotta perpetua tra loro. Anzitutto, il piano Yinon citava l’Irak di Saddam: “l’Iraq, ricco di petrolio e lacerato internamente, è sicuramente un candidato degli obiettivi  d’Israele. La sua dissoluzione è ancora più importante per noi di quella della Siria. L’Iraq è più forte della Siria. (…)  l’obiettivo più importante, spezzare l’Iraq in domini come Siria e Libano. In Iraq, la divisione in province lungo linee etno-religiose, come in Siria durante il periodo ottomano, è possibile. Così esisteranno almeno tre Stati attorno alle tre principali città: Bassora, Baghdad e Mosul, e le aree sciite del sud si separeranno dal nord sunnita e curdo”.  Ma anche Siria, Libano, Egitto, ed altri stati erano passati in rassegna come candidati alla destabilizzazione e frammentazione.

(Qui sotto il testo integrale del Piano:
Bisognò attendere l’occasione propizia, che si presentò con l’attentato  di Al Qaeda del 11 settembre 2001  il Piano Kivunim, con le armi americane, l’espansione della democrazia o l’intervento umanitario,  la formazione di gruppi jhadisti,  Al Qaeda, ISIS, primavere arabe complicità europee, nonché l’aiuto di volonterosi sayanim,   è in via di puntuale realizzazione.  Irak, Afghanistan, Siria, Egitto, Tunisia  sono stati sovvertiti, ridotti in macerie e guerra intestina, messi in mano a terroristi di un estremismo islamico folle.  Pochi paesi  sono rimasti (per ora) indenni dall’azione destabilizzatrice.  Fra questi, il più importante economicamente  l’Algeria, resiste  – perché il regime ha combattuto negli anni ’90 una guerra di eradicazione dell’islamismo, e  veglia con estrema attenzione alle infiltrazioni di jihadisti  da oltre confine.
Adesso è scoccata l’ora per lo smembramento anche dell’Algeria. Il segnale viene da Bernard Henry Lévy  (d’ora poi  BHL) , l’ex “Nouveau philosophe” ora incartapecorito neocon. Il 17 aprile scorso, sulla   sua rivista di lusso La Régle du Jeu,  ha espresso il suo sostegno al MAK (Movimento di  Autonomia della Kabila), un gruppo berbero indipendentista che da tempo conduce attentati  ed attacchi ai militari algerini.  “Kabili, un popolo senza riconoscimento in Algeria”, esordisce BHL; “come i curdi”, e  dà il suo appoggio al preteso “governo provvisorio della Kabila”  formato dal MAK (un movimento che è ben lungi dall’avere il sostegno della popolazione kabila), che secondo il philosophe lotta “per una società libera, aperta, democratica e laica”.  BHL ha appoggiato una manifestazione del MAK che si è tenuta a  Parigi il 17 aprile,  dove si sono celebrate le vittime  della  “repressione” contro i kabili, e si sono invitate  le organizzazioni per i diritti  umani a interessarsi alle rivendicazioni dei  kabili.
express
Ciò che rende pericoloso questo appello è il fatto che BHL,  come personaggio televisivo   di una certa “cultura” francese, e agente di una lobby,  ha avuto una parte fondamentale nell’incitare  Sarkozy a intervenire in Libia per rovesciare Gheddafi  nel 2011. Oggi,  ad anni di  distanza, in occasione del suo ultimo libro (ne sforna uno all’anno: questo si chiama L’esprit du judaïsme)  ha ribadito  la sua  ideologia di bellicista  per i diritti umani:  “Il ruolo degli intellettuali è dire che ci sono situazioni in cui la pace è peggio della guerra”.  E quanto al fatto che la Libia è piombata nel caos più sanguinoso, ha detto di non avere “alcun” ripensamento: “Una democrazia  non si costruisce in un giorno.  Ci vuole tempo e pazienza. Ciò comporta sangue, lacrime, a  volte dei ritorni indietro….”, ha detto filosoficamente il philosophe .
Benché sia un  personaggio macchiettistico, BHL  è anche un insuperabile promotore di sé stesso, e sa essere onnipresente sui media. Al festival di Cannes ha presentato perfino un su film, Peshmerga: girato  fra Mossul ed Erbil, perché  sì, BHL l’anno scorso è stato sul posto per dare appoggio con la sua luminosa presenza ai combattenti curdi che si battono per la democrazia e l’indipendenza.  Ed  ha inondato  i media francesi di foto sue: mentre  parla col comandante Barzani nascosto dietro una trincea di sacchetti di sabbia   sempre esibendo la costosa camicia bianca aperta sul petto avvizzito; lui alla testa delle ragazze combattenti….
Senza paura
Senza paura
Con Barzani in trincea
 
Perché sono  decenni che accorre dovunque nel mondo sia necessario il suo sostegno  per la democrazia e la civiltà contro la barbarie; naturalmente con un intero ufficio-stampa e propaganda al seguito, che diffonde le sue immagini ed esalta il suo mito, promuovendo i suoi libri.
E’ stato a Kiev, a sostenere i nazi contro  Mosca….Non senza qualche cedimento alla “narrativa”, una specialità ebraica: come nel 1982 quando raccontò di essere arrivato, con marce forzate in Afghanistan, fino al covo del generale Massoud per consegnargli delle radio-trasmittenti: una balla. O quando nel ’93  si fece intervistare e fotografare mentre stava accovacciato dietro un muro,  come fosse sotto il tiro dei cecchini; poi il Canard Enchainé mostrò la foto non tagliata, e fece vedere che dall’altra parte del muro passavano delle persone tranquille, perché nessuno stava sparando.
canard
Sarajevo, sotto il fuoco….
Apparentemente da quarant’anni BHL si  reca nei luoghi delle guerre civili più sanguinose (in parte provocate da lui, o dal Piano Kivunim) allo scopo di farsi del  selfie.  In Francia è diventato lo zimbello dei vignettisti.
...alle Termopili
BHL  alle Termopili
Ma sarebbe un errore sottovalutarne la pericolosità.  L’accerchiamento dell’Algeria si stringe: la Tunisia, che aveva negato agli Usa una base militare sul suo territorio,  dopo i sanguinosi attentati di “Al Qaeda” sulle spiagge che hanno rovinato per sempre il turismo, unica  risorsa, ha capito la lezione ed adesso gli americani hanno la loro base. Nel Sud,  guerriglieri berberi o “Al Qaeda” sono armati ed addestrati da chissà chi nell’amplissimo, incontrollabile spazio nord-sahariano.
E soprattutto, il fondatore del MAK, il movimento indipendentista kabilo appoggiato da  BHL – si chiama Ferhat Mehenni, è esiliato in Canada  –    nel 2015  ha chiesto ufficialmentel’aiuto di Israele per “i diritti del popolo kabilo, una  regione berbera occupata dagli Arabi”.  Il sito ultra-sionista  e neocon “EuropeIsrael” ha accolto e promosso con entusiasmo la richiesta.
Del resto sono anni che Israele coltiva le relazioni col MAK,  opportuno  strumento di sovversione. Nel maggio 2012 una delegazione di Movimento è  stata ricevuta in visita ufficiale, su invito del capo delle relazioni estere del Likud, Jacques Kopfer. Ovviamente ciò ha suscitato i più vivi sospetti ad Algeri.   Il portavoce del ministero degli esteri di Algeri disse allora: sappiamo che esiste “un tracciato di rotta”   di “ progetti scellerati per attentare all’unità nazionale”. Un’allusione al Piano Kivunim. Adesso, BHL ha dato il segnale: dopo la Siria, la Libia, l’Irak, tocca all’Algeria?
libia
Nella Libia da lui liberata

 

 

Golpe 2011: una minestra riscaldata, servita quando fa comodo (Parte II)

Nella prima parte dell’analisi ci siamo concentrati sulle dinamiche e sulle responsabilità del golpe che nel novembre del 2011 portò alla caduta di Silvio Berlusconi. Sia Mario Monti che il suo successore, Enrico Letta, appartengono all’establishment finanziario “liberal”, di cui le riunioni del gruppo Bilderberg sono forse l’appuntamento più famoso. Nel frattempo gli stessi ambienti necon e del Likud israeliano che già sostenevano Silvio Berlusconi, scaldano il loro nuovo uomo: è Matteo Renzi, che nel dicembre 2013 conquista la segreteria del PD. Per convincere un riluttante Giorgio Napolitano alla seconda forzatura della prassi costituzionale in poco più di due anni, è rivangato una prima volta il golpe del 2011: il Presidente della Repubblica cede dopo pochi giorni. Infine, altre verità su quel colpo di Palazzo riaffiorano oggi, grazie a Wikileaks, quando Matteo Renzi è allo stremo e si respira aria dell’ennesimo cambio di regime: perché? E chi si cela dietro il sito di Julian Assange?

Ricordi, Giorgio Napolitano, quando nel novembre del 2011…

L’estromissione da Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi, vicino a quegli ambienti neoconservatori e del Likud israeliano che passano in minoranza con l’elezione di Barack Obama, è seguita dalla nomina a premier di Mario Monti. L’ex-consulente di Goldman Sachs è, come tutte le figure cresciute nell’orbita Fiat, espressione di quell’establishment finanziario, anglofono e liberal che sponsorizza sin dall’immediato dopoguerra l’integrazione europea e la moneta unica: figure simili a quelle di Mario Monti, con un passato ai vertici della casa automobilistica torinese e nelle grandi banche d’affari internazionali, sono, ad esempio, quella di Franco Bernabè, Tommaso Padoa Schioppa e Romano Prodi (il cui ruolo fu determinante per la vendita di Alfa Romeo al Lingotto anziché alla Ford).
Il collante di questa comunità, tanto devota alla finanza anglofona quanto alla causa europeista, è, come noto, il gruppo Bilderberg, di cui Mario Monti lascia il direttivo poco prima dell’ingresso a Palazzo Chigi.
Ai fini della nostra analisi è importante evidenziare come il milieu del gruppo Bilderberg si distingue dagli ambienti più marcatamente anti-arabi, al limite del segregazionismo, dei neocon e del Likud (vedi le legge approvata nel 2014 su iniziativa di Benyamin Netanyahu che definisce Israele “Stato della nazione ebraica1), arrivando a metterne in discussione alcune scelte come quella dell‘invasione dell’Iraq, da cui Barack Obama ritira formalmente le truppe a fine 2011 (a differenza dell’Afghanistan, il cui ruolo strategico in funzione anti-russa ed anti-cinese è riconosciuto anche dai liberal).
Si prenda ad esempio il dossier sul riconoscimento della Palestina come osservatore permanente all’Onu: Mario Monti e Giorgio Napolitano si “impongono” sul ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata che, supportato dai berlusconiani, propende per l’astensione, ed optano per il “sì” al Palazzo di Vetro2. La reazione del premier israeliano Benjamin Netanyahu è dura ed immediata (“non cambierà alcunché sul terreno, non avvicinerà la costituzione di uno Stato palestinese, ma anzi la allontanerà3), simile a quella del PDL di Silvio Berlusconi (“il voto dell’Italia sulla Palestina, voluto da Monti, è contrario alle posizioni molte volte assunte da Senato e Camera e non ha nulla a che fare con l’Unione Europea, che si è spaccata4) e delle firme israeliane che scrivono su Il Giornale (“Monti ha tradito Israele e la politica estera italiana” scrive Fiamma Nirenstein).
Per Tel Aviv conservare saldamente l’Italia tra la schiera dei Paesi “amici” (anche obtorto collo) è fondamentale, sin da quando, con la nascita dell’ENI nel 1953, il nostro Paese si riaffaccia sullo scacchiere mediorientale, con un politica estera talvolta in netto contrasto con quella angloamericana. Si prende ad esempio l’affaire Aldo Moro, ministro degli Esteri dal 1969 al 1974 e notoriamente filoarabo: è ormai assodato che un ruolo di primo piano nel rapimento e poi nell’omicidio del presidente della DC fu proprio giocato dal Mossad, quasi sicuramente attraverso le figure di Laura di Nola e del marito, presunto brigatista, Raffaele De Cosa5.
Come ovviare alla perdita di Silvio Berlusconi, “amico di Israele”, com’è tuttora solito autodefinirsi? I previdenti neocon e gli ambienti israeliani lavorano da tempo all’audace progetto di riproporre in Italia il modello Tony Blair, ossia un’infiltrazione da sinistra che, se coronata dal successo, ottiene un duplice risultato: seduce l’elettorato di destra e spiazza i progressisti. L’uomo su cui i neocon ed il Likud puntano è, ovviamente, Matteo Renzi, la cui “mente grigia” è quel Marco Carrai che lavora tra Italia ed Israele ed il cui mentore presso l’establishment americano6 è Michael Ledeen, figura di primo piano del pensatoio ultra-conversatore American Enterprise Institute.
Chi si cela dietro Matteo Renzi è, peraltro, perfettamente noto nel Partito Democratico, tanto che un dirigente autorevole come Ugo Sposetti, ultimo tesoriere dei DS, afferma: “dietro i finanziamenti milionari a Renzi c’è Israele e la destra americana7. Con un ultimo sussulto d’orgoglio, gli ex-PCI-PDS bloccano quindi l’avanzata di Matteo Renzi alle primarie del dicembre 2012, da cui emerge come candidato premier per le imminenti elezioni l’ex-comunista Pierluigi Bersani.
La tornata elettorale, fissata per il febbraio 2013, è decisiva per la tenuta dell’eurozona: il Partito Democratico, europeista ed incapace di esprimere una visione dell’economia diversa da quella dominante, non impensierisce le oligarchie atlantiche; il Movimento 5 Stelle è un prodotto degli angloamericani studiato per catalizzare e sterilizzare il dissenso, garantendo così la conservazione dello status quo; il Popolo della Libertà di Silvio Berlusconi propone invece una tanto irrealistica (dato il quadro generale) quanto accattivante cancellazione dell’Imu, che metterebbe in discussione l’intera austerità su cui è impostato il “risanamento” italiano. Per sabotare la rimonta di Silvio Berlusconi, che eccelle solo e sempre nella campagna elettorale, sono creati ad hoc due partiti, destinati non a caso a liquefarsi dopo le elezioni: Scelta Civica e Fare per Fermare il Declino (“se il Centro-destra ha perso le elezioni del 2013, la colpa è di Mario Monti, il quale se si fosse alleato con il Centro-destra come gli avevamo proposto, avrebbe cambiato l’esito delle urne”8 dice Berlusconi nel 2014).
Le elezioni, complice la leggerezza con cui Pierluigi Bersani affronta la sfida, sicuro com’è di vincere senza colpo ferire, si concludono con una sostanziale tripartizione del voto: PD al 29,5%, PDL al 29%, M5S al 25,5%.
Pierluigi Bersani esce parecchio malconcio dall’appuntamento elettorato e non sopravvive quando, nel successivo aprile, fallisce nell’impresa di eleggere Romano Prodi (storico ed acerrimo nemico di Silvio Berlusconi) al Quirinale, dove è riconfermato Giorgio Napolitano. Decisivo nella dinamica che porta alle dimissioni di Bersani dalla segreteria del PD è Matteo Renzi, il famoso “capo dei 1019 che affossano il professore di Bologna. Renzi e Berlusconi, i due esponenti della destra americana e del Likud israeliano, agiscono già all’unisono in quell’occasione?
Di certo c’è solo l’incontro riservato tra i due10 (non esistono foto che li ritraggono insieme, come se un eventuale scatto fosse compromettente), pochi giorni prima l’elezione del capo dello Stato: l’affondamento di Romano Prodi è probabilmente l’inizio di quella intesa che dura tutt’ora, palesata dall’ingresso in questi giorni dell’ex-berlusconiano di ferro, Denis Verdini, in maggioranza.
Non è trascorsa neppure una settimana dalla riconferma di Napolitano al Quirinale, quando nasce il governo di larghe intese presieduto da Enrico Letta: il neo-presidente del Consiglio è, analogamente al predecessore Monti, e a differenza di Berlusconi e Renzi, espressione dell’establishment finanziario liberal, come dimostrano le sue frequentazioni della gruppo Bilderberg, della Commissione Trilaterale e dell’Aspen Institute.
Letta è però una figura scialba, giudicato non all’altezza delle sfide che il Paese deve affrontare (il PIL del 2013 si chiude -1,8%) e non sufficientemente forte per l’attuazione di quelle ricette neoliberiste richieste dalla Troika, come l’abolizione dell’art.18 per i neo-assunti. Progressivamente anche l’establishment liberal, che inizialmente era scettico su Matteo Renzi o semplicemente lo ignorava (vedi Sergio Marchionne che nel 2012 lo apostrofa come “sindaco di una piccola e povera città11), converge sulla sua figura, tanto che persino il Financial Times (la voce per eccellenza delle finanza anglofona liberal) lo eleggerà ad un certo punto “the last hope for the italian elite12.
L’8 dicembre 2013 Matteo Renzi, ancora sindaco di Firenze, conquista la segreteria del PD, battendo alle primarie Gianni Cuperlo: possiede ora un titolo sufficientemente autorevole (non è neppure parlamentare) per insediarlo a Palazzo Chigi; Silvio Berlusconi è, ovviamente, della partita; l’establishment finanziario liberal, incarnato in Italia dalla galassia Fiat, ha anch’esso deciso di puntare sull’uomo dei neocon e del Likud, dopo aver prestato al Paese due (deludenti) primi ministri. Restano, a questo punto, solo due ostacoli: Enrico Letta e Giorgio Napolitano.
Il primo occupa da pochi mesi la poltrona di primo ministro ed è, ovviamente, restio ad abbandonarla: non è però nella sua indole disobbedire al Potere, né avrebbe in ogni caso la forza caratteriale e politica per farlo. Il secondo è invece un osso duro ed è piuttosto scettico, per non dire ostile, rispetto a quanto stanno per chiedergli: ripetere la stessa operazione del novembre 2011. Un presidente del Consiglio che sale al Quirinale per dare le dimissioni senza essere stato sfiduciato dalle Camere; un Parlamento scavalcato senza alcuna vergogna; l’assegnazione del mandato a formare il governo ad un personaggio che alle precedenti elezioni non figurava in nessuna circoscrizione elettorale. É, insomma, l’ennesimo strappo costituzionale, in una democrazia più svuotata che “sospesa”.
Come convincere Re Giorgio ad accettare?
Ma è semplicissimo, rinvangando per la prima volta il golpe del 2011, così da rinfacciare a Napolitano le sue responsabilità e convincerlo a ripetere l’operazione, mollando Enrico Letta al suo destino e spalancando le porte a Matteo Renzi. Come in quel fatidico novembre di tre anni prima, entra nuovamente in campo il gruppo RCS, che dà il benservito al fido, ma inconcludente, Enrico Letta ed interviene a gamba tesa sul Presidente della Repubblica, affinché assecondi il progetto “Matteo Renzi premier”.
L’operazione ruota attorno all’uscita del libro “Ammazziamo il gattopardo” (edito da Rizzoli, gruppo RCS) del giornalista americano Alan Friedman, già collaboratore di testate come il Financial Times ed il Wall Street Journal: ad essere più precisi, non è tanto il libro di per sé ad essere il fulcro della campagna politico-mediatica (il libro è un prodotto troppo elitario e sopratutto a scoppio ritardato), quanto i video che accompagnano il lancio pubblicitario: Friedman, raccogliendo materiale per la stesura della sua opera, incappa, ovviamente “casualmente”, in novello “scandalo Watergate”, come lo definisce lui stesso. Sono le interviste-confessioni durante cui gli illustri personaggi dall’establishment italiano13, sedotti ed ingannati dalle sopraffine abilità giornalistiche “anglosassoni” di Friedman, parlano come un fiume in piena. La reticenza di questi papaveri che si riuscono nei conciliaboli segreti del gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale, si scioglie come neve al sole, dinnanzi al genio giornalistico di Friedman.
Comincia l’ing. Carlo De Benedetti che ammette di aver cenato a Sankt Moritz nell’agosto 2011 con Mario Monti, dandogli consigli circa la sua possibile investitura a premier accennatagli da Napolitano; poi è la volta di Romano Prodi, che ricorda come Mario Monti si fosse consultato con lui sullo stesso dilemma, già nel giugno del 2011; infine è la volta di Mario Monti stesso che, circuito come un bambino dal mefistofelico Friedman, ammette: sì, Napolitano mi disse di tenermi pronto per la Presidenza del Consiglio già nel giugno 2011, quando il differenziale tra Btp e Bund era ancora a 150 punti base.
Che genio, Alan! Sei riuscito ad infinocchiarli tutti!
Il messaggio che De Benedetti (l’ingegnere investite su Matteo Renzi dai tempi sullo scandalo mediatico-giudiziario che elimina nel 2008 l’assessore Graziano Cioni, il sindaco di Firenze in pectore dopo Leonardo Domenici) ed il gruppo RCS inviano al Presidente della Repubblica è chiaro: ti ricordi, re Giorgio, che nel 2011 ti sporcasti e, tanto, le mani? Ti vuoi tirare indietro proprio adesso? Valuta attentamente le mosse…
La reazione della coppia Letta-Napolitano, vittima della manovra politico-mediatica, è ovviamente furiosa. Il premier, ormai agli sgoccioli, contrattacca14:

“Nei confronti delle funzioni di garanzia che il Quirinale ha svolto nel nostro Paese in questi anni, in particolare nel 2011, è in atto un vergognoso tentativo di mistificazione della realtà. Le strumentalizzazioni in corso tentano infatti di rovesciare ruoli e responsabilità in una crisi i cui contorni sono invece ben evidenti e chiari agli occhi dell’opinione pubblica italiana ed europea. Il Quirinale, di fronte a una situazione fuori controllo, si attivò con efficacia e tempestività per salvare il Paese ed evitare quel baratro verso il quale lo stavano conducendo le scelte di coloro che in queste ore si scagliano contro il presidente Napolitano.”

Più ancora inviperito il Presidente della Repubblica: prende carta e penna e scrive nientemeno che al Corriere della Sera (gruppo RCS), che lo ha assistito in quel golpe di cui ora gli rinfacciano le responsabilità. All’interno della lettera “Monti era una risorsa. Complotto? Solo fumo15, si legge:

“Gentile Direttore,
posso comprendere che l’idea di «riscrivere», o di contribuire a riscrivere, «la storia recente del nostro Paese» possa sedurre grandemente un brillante pubblicista come Alan Friedman. Ma mi sembra sia davvero troppo poco per potervi riuscire l’aver raccolto le confidenze di alcune personalità (Carlo De Benedetti, Romano Prodi) sui colloqui avuti dall’uno e dall’altro – nell’estate 2011 – con Mario Monti, ed egualmente l’avere intervistato, chiedendo conferma, lo stesso Monti. (…) Nel corso del così difficile – per l’Italia e per l’Europa – anno 2011, Monti era inoltre un prezioso punto di riferimento per le sue analisi e i suoi commenti di politica economico-finanziaria sulle colonne del Corriere della Sera. (…) Ma i veri fatti, i soli della storia reale del paese nel 2011, sono noti e incontrovertibili. Ed essi si riassumono in un sempre più evidente logoramento della maggioranza di governo uscita vincente dalle elezioni del 2008 (…) Mi scuso per aver assorbito spazio prezioso sul giornale da lei diretto per richiamare quel che tutti dovrebbero ricordare circa i fatti reali che costituiscono la sostanza della storia di un anno tormentato, mentre le confidenze personali e l’interpretazione che si pretende di darne in termini di «complotto» sono fumo, soltanto fumo.”

Il colpo è però troppo duro e la pressione troppo alta, perché Enrico Letta e Giorgio Napolitano possano resistere. Si notino le date: i video-confessioni registrati da Alan Friedman da Friedman escono il 12 febbraio, lo stesso giorno che è a Palazzo Chigi si è consumato un durissimo scontro tra Letta e Renzi, con il primo che afferma “Le dimissioni non si danno per dicerie, manovre di palazzo, o retroscena di giornali. Ognuno deve pronunciarsi, soprattutto chi vuole venire qui al posto mio. Ognuno deve giocare a carte scoperte16; il 13 febbraio Matteo Renzi “dà il benservito” al premier, durante la riunione della direzione nazionale del PD; il 14 febbraio, senza alcun passaggio in Parlamento o formalizzazione della crisi di governo, Enrico Letta sale al Quirinale per rassegnare le dimissioni; il 17 febbraio Giorgio Napolitano dà l’incarico per la formazione di un nuovo esecutivo a Matteo Renzi, il cui ultimo “bagno elettorale” risale alle elezioni comunali di Firenze del giugno 2009.
Siano ora al giorno 1, quando tutti, eccetto Napolitano e Letta, sono soddisfatti: l’establishment finanziario liberal della City-Wall Street-Fiat-Bilderberg ha un giovane e graffiante “rottamatore” cui è affidala la missione di attuare le ricette neoliberiste; l’establishment neocon-Likud ha il proprio uomo installato a Palazzo Chigi; Berlusconi ha un nuovo alleato alla Presidenza del Consiglio, con cui stringerà il Patto del Nazareno; il Movimento 5 Stelle può buttarla in caciara, così da non infastidire il “Potere” e galvanizzare gli utenti del blog (“E’ grave ed è incredibile che domani il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, senta di accogliere per le consultazioni Silvio Berlusconi che ha una condanna definitiva” per frode fiscale” dicono i grillini17).
La prima riesumazione del golpe del novembre 2011 ha assolto egregiamente alla sua funzione. Avrà lo stesso successo anche la seconda riesumazione?

Ricordi, Barack Obama, quando nel novembre 2011…

Tempi duri, durissimi, per l’Italia: dopo sette anni di depressione economica (2008-2014), l’Italia è cresciuta dello 0,8% nel 2015, percentuale che, depurata degli effetti del mini-greggio e del mini-euro, sarebbe probabilmente di nuovo negativa18. Peggio ancora, gli indicatori economici (vedi gli ordini ed il fatturato del mese di dicembre19) mostrano un Paese che flirta nuovamente con la recessione e, come se non bastasse, un anno di allentamento quantitativo da parte della BCE (con cui il venerabile Mario Draghi ha irrorato i mercati obbligazionari ed azionari, per la felicità dei suoi protettori) ha fallito l’obbiettivo di rianimare la dinamica dei prezzi: l’Italia, a febbraio, è di nuovo in deflazione (-0,2%), rendendo così de facto insolvibile il debito pubblico.
In un simile contesto la massima andreottiana “il potere logora chi non ce l’ha” perde la negazione e torna ad essere semplicemente “il potere logora”: tipico è l’esempio di Matteo Renzi che, partito per durare vent’anni, ha concluso i suoi primi 24 mesi di governo in grave, gravissimo, affanno.
Anziché imprimere una svolta al Paese, l’ex-sindaco di Firenze si è limitato all’abrogazione dell’art.18 ed alla vendita degli ultimi pezzi dell’argenteria rimasti (Poste, Fincantieri, Enav, Ferrovie dello Stato, etc.) per soddisfare gli appetiti della City e di Wall Street: decisamente troppo poco, per un Paese che si sta rapidamente avvicinando al carico di rottura.
Non solo, Matteo Renzi si è velocemente involuto agli occhi delle oligarchie anglofone, “berlusconizzandosi”: tipico in questo senso è l’abolizione dell’Imu sulla prima casa, “non in linea con le raccomandazioni della UE”, e l’ingresso in pianta stabile di Denis Verdini ed accoliti nella maggioranza di governo, a coronamento del celebre Patto del Nazareno. Infine, come si intuisce dal continuo stillicidio di notizie sull’argomento, c’è nuovamente una gran voglia di avventure neocoloniali in Libia e, proprio come nel 2011, angloamericani e francesi preferiscono che per l’occasione sia installato a Roma un governo di fedeli tecnici del gruppo Bilderberg (o, meglio ancora, nessun governo).
Cosa succede quindi nella politica italiana?
Succede che il sostegno monolitico di cui Matteo Renzi godeva agli esordi (establishment liberal della City e di Wall Street, pro-euro pro-Unione Europea, ed establishment neocon ed israeliano) si sfalda e, schierati a fianco del premier, rimangono solo i suoi amici iniziali, nonché “creatori”, del Likud e del destrorso American Enterprise Institute. I liberal delle grandi banchi d’affari inglesi, i tecnocrati di Bruxelles, i clan Obama/Clinton, la banda del gruppo Bilderberg, vorrebbe oggi sbarazzarsi dell’ex-sindaco di Firenze, mentre i suoi padrini israeliani si schierano in un’ultima, disperata, difesa. Riportiamo qualche esempio per corroborare la nostra tesi.
Il primo violento attacco delle oligarchie liberal parte a novembre 2015, dalle colonne del Financial Times, con l’editoriale “Italy’s economic recovery is not what it seems”, e culmina con l’articolo “Renzi’s luck runs out as problems mount at home and abroad” di metà febbraio. All’interno dell’articolo, alias pizzino mafioso, si legge20:

The self-congratulatory presentation seems to suggest that Italians have dozens of reasons to rejoice: unemployment has dropped; economic output is up; taxes are down; foreign investment has grown.But Mr Renzi’s slideshow carefully shields the harsher reality : luck recently seems to have turned against him. (…) Its relations with Egypt, a commercial and strategic relationship Mr Renzi has worked hard to cultivate, have been jeopardised by the mysterious murder of an Italian doctoral student who was studying trade unions in Cairo.(…) When Mr Renzi took office in February 2014, he had the aura of a young, charismatic leader with plans to remake Italy (…) But in response to growing adversity, he now resembles a more conventional and defensive politician — at risk both of domestic political rejection and greater international isolation.

Il più potente congiurato del golpe 2011, la finanza anglofona, sta nuovamente ordendo contro l’Italia, affilando il coltello per pugnalare il premier. Come abbiamo evidenziato nelle nostre analisi, lo scandalo banca Etruria ed il precipitare dei corsi azionari delle banche italiane sono il primo tentativo della City di spodestare Matteo Renzi.
Il secondo congiurato del 2011, la tecnocrazia di Bruxelles che risponde anch’essa agli ordini della City e di Wall Street, affila a sua volta il coltello attraverso il “Country Report” pubblicato il 26 febbraio, l’equivalente della lettera dalla BCE spedita il 5 agosto 2011. L’Italia, secondo Bruxelles, è “fonte di potenziali ricadute per gli altri Stati membri dell’Unione europea” mentre “la ripresa modesta e le debolezze strutturali del Paese influiscono negativamente sulla ripresa e sul potenziale di crescita dell’Europa21.
Il terzo congiurato del 2011, gli esponenti nostrani dei circoli massonici-finanziari della City, si avvicinano a loro volta al presidente del Consiglio, brandendo i coltelli. Mario Monti, il 17 febbraio, attacca frontalmente il premier a Palazzo Madama , lasciandogli intendere che ha varcato la linea rossa22:

“Presidente Renzi, lei non manca occasione per denigrare le modalità concrete di esistenza della Unione Europea, con la distruzione sistematica a colpi di clava e scalpello di tutto quello che la Ue ha significato finora. Questo sta introducendo negli italiani, soprattutto in quelli che la seguono, una pericolosissima alienazione nei confronti della Ue. Con il rischio di un benaltrismo su scala continentale molto pericoloso. In modo accorato dico che dovrebbe riflettere molto su questo.”

Oltre all’immarcescibile massone Giorgio Napolitano, anche le altre figure rimaste bruciate dal premier (Massimo D’Alema, Enrico Letta e Romano Prodi) starebbero lavorando, secondo le indiscrezioni di Palazzo23, per ripetere il copione del novembre 2011, giocando di sponda, come sempre, con la tecnocrazia brussellese e la finanza anglofona.
Attorno a Matteo Renzi si assiepano congiurati, pronti ad affondare il coltello. Come reagisce il premier, sempre più in difficoltà?
Il contrattacco, tutto verbale, è il discorso all’assemblea del PD del 21 febbraio, quando, con chiaro riferimento alle oligarchie liberal, afferma24:

“C’è una distanza siderale tra noi e una presunta classe dirigente che per decenni ha fatto la morale alla politica per apparire cool all’ora dell’aperitivo o del brunch. Non siamo dalla parte degli illuminati aristocratici con molti veti e pochi voti che ci fanno la morale, ma hanno dimostrato che non sempre con loro le cose vanno dalla direzione giusta. Fuori dai loro pregiudizi c’è un’Italia delle persone semplici che non meritano certi pregiudizi”.

Non è però chiamando direttamente in causa “gli illuminati” della City e di Bruxelles, che Renzi può sventare il complotto ai suoi danni. E, perciò, i suoi amici del Likud israeliano gli vengono in soccorso.
Quale miglior modo di impedire che i congiurati del 2011, Barack Obama in testa, ripetano il golpe del 2011, questa volta ai danni di Matteo Renzi, che rivelare al mondo le loro responsabilità nella defenestrazione di Silvio Berlusconi? Ecco, di conseguenza, che il 22 febbraio, il giorno dopo l’attacco di Renzi agli “illuminati”, appaiono provvidenzialmente su Wikileaks i cablo25 che dimostrano il coinvolgimento dei servizi americani e dell’amministrazione Obama nelle trame che portano alla caduta di Silvio Berlusconi.
Ne segue un gran polverone mediatico, dove Silvio Berlusconi si toglie qualche sassolino dalla scarpa (“Ecco come gli Stati Uniti spiavano Berlusconi” titola il Giornale26, mentre i suoi fedelissimi invocano una commissione parlamentare d’inchiesta), la Farnesina (gesto piuttosto inusuale per un Paese come il nostro) convoca l’ambasciatore americano John Phillips27 ed il braccio destro di Matteo Renzi, il ministro Maria Elena Boschi, dichiara28:

Sarebbe inaccettabile immaginare una attività intercettativa degli Stati Uniti verso un governo alleato”.

Ma come, diranno alcuni, dietro Wikileaks si nascondo gli israeliani del Likud, amici di Silvio Berlusconi, Matteo Renzi e Marco Carrai? Ma certo…
Senza entrare nel merito della figura di Julian Assange, che potrebbe essere un attore retribuito della commedia od un mitomane circuito, Wikileaks è la classifica valvola di sfogo, con cui si offre in pasto all’opinione pubblica qualche modesto arcano per tenerne celati di ben più grossi, oppure, ed è il nostro caso, si lascia trapelare al momento opportuno qualche segreto che può fare comodo come, appunto, il coinvolgimento dell’amministrazione Obama nel golpe del 2011.
Ecco cosa dice nel 2010, intervistato dalla Public Broadcasting Service, Zbigniew Brzezinski (consigliere per la sicurezza nazionale del presidente democratico di Jimmy Carter e membro dell’estabishement liberal, pro-Unione Europea) a proposito di Wikileaks29:

The real issue is, who is feeding Wikipedia on this issue — Wiki — Wiki — WikiLeaks on this issue? They’re getting a lot of information which seems trivial, inconsequential, but some of it seems surprisingly pointed. (…) The very pointed references to Arab leaders could have as their objective undermining their political credibility at home (…) It’s, rather, a question of whether WikiLeaks are being manipulated by interested parties that want to either complicate our relationship with other governments or want to undermine some governments (…) I have no doubt that WikiLeaks is getting a lot of the stuff from sort of relatively unimportant sources, like the one that perhaps is identified on the air. But it may be getting stuff at the same time from interested intelligence parties who want to manipulate the process and achieve certain very specific objectives.

Quali possono essere questi servizi segreti che manipolano Wikileaks? Magari quelli che hanno interesse a screditare i capi di Stato arabi, per fomentare disordini o rivoluzioni. Tiriamo ad indovinare: i servizi israeliani?
Non ci resta che fare la prova del nove. Qual è l’opinione di Wikileaks sull’Undici Settembre che, come disse30 Francesco Cossiga nel novembre 2007, è “stato pianificato e realizzato dalla CIA americana e dal Mossad con l’aiuto del mondo sionista per mettere sotto accusa i Paesi arabi ed indurre le potenze occidentali ad intervenire sia in Iraq sia in Afghanistan”?
Bé, Julian Assange dice di essere “costantemente seccato” dei complottisti dell’Undici Settembre, alla ricerca di un’inesistente verità alternativa a quella ufficiale31:

“I’m constantly annoyed that people are distracted by false conspiracies such as 9/11, when all around we provide evidence of real conspiracies, for war or mass financial fraud.”

Concludendo, l’Italia è teatro in questi giorni di una faida dentro l’establishment atlantico, tra liberal pro-euro, pro-Bilderberg e pro-Mario Monti e israeliani/neocon pro-Matteo Renzi: il nostro unico augurio è che si facciano vicendevolmente molto male. Al massimo, seppelliremo i morti.

cablo

5La storia di Igor Markevic, Giovanni Fasanella, Giuseppe Rocca, Chiarelettere, 2014, pag. 353

11 Settembre: l’uomo di Washington accusa Israele

Maurizio Blondet, 29 aprile 2016

Accusa   i neocon con nomi e  cognomi:  Paul Wolfowitz allora  viceministro al Pentagono, l’israelo-americano Michael Chertoff, il rabbino Dov Zakheim (numero 3 al Pentagono) di essersi infiltrati nel governo Bsh jr. e di aver organizzato, su istigazione di Israele,  il mega attentato dell’11 Settembre 2001.
E non è un complottista marginale: è stato  un alto funzionario del Dipartimento di Stato da Nixon a Carter a Bush-padre, esperto in guerra psicologica,  attore in operazioni coperte (come l’uccisione di Moro) per conto degli Stati Uniti. Membro fino al 2012 del Council on Foreign Relations, quindi dell’élite dell’Establisment.  Né lo si può accusare di avere come motivazione l’antisemitismo: i suoi genitori erano ebrei russo-polacchi fuggiti alla Shoah, lui ha scritto persino una biografia di sua “mamma yiddish”, Teodora.  E’ Steve Pieczenik.
Una vecchia conoscenza  anche per l’Italia, come vedremo.
Steve Pieczenik ha detto tutto il 21 aprile 2016, intervistato da Alex Jones, creatore del sito InfoWars: il video-intervista, di 47 minuti, è stato diffuso, probabilmente non a caso,  nel pieno  della campagna  americana  per incolpare la monarchia saudita del mega-attentato dell’11 Settembre, con la minaccia di pubblicare le 28 pagine del  rapporto della Commissione Senatoriale  sul 9/11, segretate da Bush jr. proprio perché mostrerebbero il coinvolgimento dei sauditi ai più alti livelli.
Steve Pieczenik corregge: sì, c’è stato la cooperazione di “agenti sauditi”, ma il mandante principale è Israele,  insiste nell’intervista.  Egli si dichiara disposto a testimoniare sotto giuramento davanti a un tribunale federale e rivelare lì le sue fonti, fra cui (dice) “un generale”.

Preferisce vecchie foto...
Preferisce  sue vecchie foto…

L’importanza del testimone non può essere sottovalutata. Il dottor Pieczenik  (è psichiatra)  fu in Italia nel marzo del 1978  e per tutti i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro da parte delle BR; speditovi dall’allora segretario di Stato Cyrus Vance,   si inserì nel Comitato di Crisi allestito da Cossiga allora  ministro dell’Interno (a fianco del criminologo Franco Ferracuti, l’esperto in difesa e sicurezza Stefano Silvestri, una grafologa e il magistrato Renato Squillante); ufficialmente per dare la sua esperta assistenza al salvataggio del politico italiano e negoziare con le Brigate Rosse. In realtà, come a rivelato in un libro nel 2008,  per assicurarsi che Moro non ne uscisse vivo: gli Usa avevano deciso che Moro doveva essere “sacrificato” per garantire “la stabilità dell’Italia” (nella Nato).

“Sacrificammo Aldo Moro”

Intervistato da France 5, e  poi da Gianni Minoli a Mixer 24 nel novembre 2013, Steve  Pieczenik ,  ha confermato tutto: per esempio raccontando che silurò l’iniziativa di Paolo VI di raccogliere una grossa somma ( pare di dieci miliardi di lire), per pagare un riscatto. “Stavamo chiudendo tutti i possibili canali attraverso cui Moro avrebbe potuto essere rilasciato. Non era per Aldo Moro in quanto uomo: la posta in gioco erano le Brigate rosse e il processo di destabilizzazione dell’Italia”. Chiese Minoli: ‘Sostanzialmente, lei fin dal primo giorno ha pensato e ha detto a Cossiga: Moro deve morire’. “Evidente – rispose il consulente – Cossiga se ne rese conto solo nelle ultime settimane. Aldo Moro era il fulcro da sacrificare attorno al quale ruotava la salvezza dell’Italia”. Sic.
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-11-07/caso-moro-ladu-steve-pieczenik-mix24-radio24-fino-fine-ho-temuto-che-liberassero-moro-125143.shtml?uuid=ABh3D6b
Per questo la Procura di Roma, nel 2014, ha accusato l’americano di concorso in omicidio. E Gero Grassi, vicepresidente dei deputati PD che voleva una nuova commissione d’indagine sul caso, disse:  “Steve Pieczenik stava al ministero dell’Interno per manipolare le Brigate rosse e arrivare all’omicidio di Aldo Moro“.
http://www.ilgiornale.it/news/cronache/consulente-usa-accusato-concorso-omicidio-nel-sequestro-aldo-1067254.html
Non è stata la sua unica impresa.  Nel Dipartimento di Stato ai tempi di Reagan,   il dottore è stato incaricato di architettare il “cambio di regime” a Panama, ossia il rovesciamento di Noriega (che lo accusò apertamenTe di essere “un assassino” che aveva ucciso vari suoi collaboratori). Ufficialmente capo-negoziatore in una quantità di prese di ostaggi e dirottamenti (ad opera di FARC colombiane, Abu Nidal, Idi Amin, OLP) ha contribuito a creare la Delta Force  il gruppo di teste di cuoio di intervento rapido in situazioni di crisi. Ha dato le dimissioni quando fallì il tentativo di liberare gli ostaggi americani nell’ambasciata di Teheran; decisione del presidente Carter , ma probabilmente scacco suo, del dottor Pieczenik.  S’è rifatto però  una carriera di successo ideando trame di thriller per Tom Clancy.

“Il vero Bin Laden è morto dal 2001”

Nel 2011 è tornato sotto i riflettori per denunciare che la “cattura di Bin Laden”  messa a segno ad Abbottabad in Pakistan e  passata come un grande successo del presidente Obama, era stata tutta una messinscena (ne abbiamo avuto tutti il sospetto):  il vero Bin Laden, secondo lui, è morto fin dal 2001, di sindrome di Marfan.
Non può esser casuale il fatto che adesso, a 72 anni e a 15 dal mega-attentato, il vecchio agente del Dipartimento di Stato con le mani in pasta in tante storie oscure di destabilizzazione e sovversione, esca ad accusare Israele mentre tutta la grancassa politico-mediatica sta additando gli spregevoli sauditi. Una campagna a cui partecipa stranamente anche Seymour Hersh, il grande giornalista investigativo con “gole profonde” nel settore militare,   che ha condotto inchieste scomode per lo “stato profondo” americano.. Pochi giorni fa, intervistato da Alternet,  Hersh ha raccontato: nel 2011  “i sauditi hanno pagato i pakistani perché non ci dicessero [che Bin Laden si trovava ad Abbottabad, sotto la loro protezione] perché non volevano che noi (americani) interrogassimo Bin Laden perché  ci avrebbe parlato – è la mia ipotesi – del loro coinvolgimento [nell’11 Settembre]”. Ma  quale Bin Laden nascondevano i pakistani  nel 2011, se Pieczenik dice (confermando versioni solide  del tempo)  che è morto nel 2001, pochi mesi dopo l’attentato alle Towers e al Pentagono?
Può esserci una lotta di informazione e contro-informazione all’interno stesso dello “Stato profondo” americano? Certo è che i media  americani sono scatenati in esibizioni di spregio  verso i monarchi wahabiti: “Royal Scum”,  feccia regale, titolava il New York Daily News qualche giorno fa.  Tanto insolito “coraggio” deve essere autorizzato.
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Naturalmente la “rivelazione” delle 28 pagine colpisce anche il presidente Bush jr.,  e la sua amministrazione, perché è evidente che se hanno coperto la parte avuta dai sauditi, sono  colpevoli.  Lo scandalo anti-saudita  va accuratamente controllato, perché è facile che debordi e i suoi liquami schizzino a colpire proprio gli israeliani o con doppio passaporto che erano al Pentagono ai tempi di Bush jr., e additati dall’agente Pieczenik: Paul Wolfowitz,  rabbi Dov Zakhiem (e il terzo , ebreo anche lui, era Douglas Feith) più Michael Chertoff,  capo dell’Homeland Security  e grande insabbiatore-depistatore delle  indagini.

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L’11 Settembre sorprese in USA anche la famiglia Bin Laden. Bush jr. la fece volar via.

Questo scontro interno è senza dubbio in relazione con l’ascesa del candidato imprevedibile, Donald Trump, nella lizza presidenziale.  Dopo il suo discorso sul suo programma in politica estera – liquidato con rabbia dal New York Times,  perché propone fra l’altro un accordo con Putin e la fine dell’interventismo   –  “gli americano sentono di avere, per la prima volta dopo molto tempo,  una alternativa sobria e basata sull’interesse nazionale alle disastrose politiche dei neocon”, ha detto Jim Jatras, l’ex consigliere repubblicano del Senato.
Con grande dispetto dell’Establishment, Trump non raccoglie  voti solo tra i rozzi arretrati operai  bianchi  di basso reddito che odiano  gli immigrati messicani  e lo sentono volgare come loro.  Negli exit polls delle primarie in  Pennsylvania, Maryland, Delaware, Connecticut   e  Rhode Island – dove ha trionfato  –  s’è visto che hanno scelto lui la metà degli elettori repubblicani con alto titolo di studio e con reddito di 100 mila dollari annui:  il suo discorso di politica estera ha convinto proprio la classe media benestante.  Questo per l’elettorato repubblicano. Quanto a quello democratico: “Continuo a incontrare gente che non sa decidere se votare Bernie Sander oppure Donald Trump”, ha confessato al Baltimore Sun Robert Reich, ex ministro del lavoro sotto Bill Clinton e uomo molto di sinistra (nella misura statunitense).  L’elettorato di “sinistra”, quello che ha favorito Sanders il “socialista”, sta pensando di votare Trump, non Hillary.  Forse è proprio  la grande liberazione  da Israel….

Nota
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Paul Wolfowitz, vice-segretario alla Difesa dal gennaio 2001al giugno 2005, è  stato l‘allievo di Leo Strauss, il filosofo dei neocon,  un  interessante mix di Nietzsche e di Talmud; ha elaborato la “dottrina Wolfowitz”, che promoveva il riarmo totale della unica superpotenza rimasta ee  preconizzava le guerre sferrate dopo l’11 Settembre fino ad oggi.  Dov Zakheim,  oltre che rabbino, è stato amministratore delegato della ditta di armamenti System Planning Corporation, che fornisce radar militari, e droni da usare come bersaglio durante le esercitazioni dei caccia.  Se gli aerei che si avventarono sulle Twin Tower erano teleguidati, come si è ipotizzato,  erano usciti dalla sua fabbrica.  Michael Chertoff, drigeva la divisione penale del Dipartimento della Giustizia Usa al momento dell’attentato dell’11 Settembre. Fu quindi lui a condurre, pilotare e “controllare” le indagini.

Originale con video: http://www.maurizioblondet.it/11-settembre-luomo-washington-accusa-israele/

L’ATTACCO USA ALLA LIBIA NEL 1986 FU CREATO ATTRAVERSO UNA FALSE FLAG

15 agosto 2015

Premessa: l’articolo e’ stato pubblicato nel 1998 ma il suo reale scopo e’ quello di far capire come vengono create false flag per giustificare aggressioni nei confronti dei paesi sovrani.

Nel 1998 un documentario tedesco trasmesso in televisione ha mostrato prove convincenti che alcuni dei principali sospettati nel bombardamento della discoteca a Berlino nel 1986, evento che forni’ il pretesto per un attacco aereo statunitense in Libia, hanno fatto parte della CIA e del Mossad.
Il 15 aprile 1986 aerei da guerra USA hanno bombardato le citta’ libiche di Tripoli e Bengasi distruggendo la casa di Gheddafi ed ucciso almeno 30 civili tra cui molti bambini.
Due ore piu’ tardi il presidente Ronald Reagan ha giustificato l’attacco senza precedenti contro un paese sovrano, in un discorso televisivo nazionale. Sostenendo di avere la prova diretta, precisa ed inconfutabile che la Libia era responsabile di aver fatto esplodere una bomba in una discoteca di Berlino Ovest. L’esplosione avvenuta 10 giorni prima nella discoteca La Belle, un locale preferito dai soldati americani, aveva ucciso tre persone e ferito 200.
Da novembre del 1997 cinque imputati sono stati processati in un tribunale di Berlino per il presunto coinvolgimento nell’attacco alla discoteca. Ma nel corso di oltre un anno e mezzo il caso e’ proceduto molto lentamente. La televisione ZDF che ha effettuato una propria indagine sul caso ha spiegato il motivo, attraverso il magazine politico Frontal, arrivando alle seguenti conclusioni :

1)l’imputato principale attualmente sotto processo, Yasser Chraidi, e’ molto probabilmente innocente, e viene utilizzato come capro espiatorio dai servizi segreti tedeschi ed americani.
2)almeno un degli imputati, Musbah Eter, ha lavorato per la CIA nel corso di molti anni
3)alcuni dei principali indagati non sono apparsi in tribunale, perche’ sono protetti dai servizi segreti occidentali
4)almeno uno di questi, Mohammed Amaidi, e’ un agente del Mossad, il servizio segreto israeliano
L’uomo accusato di essere la mente degli attacchi alla discoteca La Belle, Yasser Chraidi, 38 anni, era un autista presso l’ambasciata libica a Berlino Est nel 1986. Successivamente si trasferi’
in Libano, da dove e’ stato estradato in Germania nel maggio 1996.
Il magazine Frontal ha intervistato i due libanesi responsabili per l’estradimento di Chraidi : l’ex-procuratore Mounif Oueidat ed il suo vicee Mrad Azoury.
Entrambi confermano che le autorita’ tedesche hanno usato l’inganno per estradare Chraidi.
Secondo Azoury non ha ricevuto prove che Chraidi era effettivamente coinvolto nell’attacco; ci sono stati solo ‘suggerimenti’. Oueidat afferma che i tedeschi hanno mostrato grande interesse ad avere Chraidi. ”Gli americani erano dietro questa richiesta” dice.”Questo e’ stato evidente. Hanno spronato i tedeschi per accellerare l’estradizione”
Alla fine Chraidi, etichettato come ‘terrorista top’, viene trasferito in Germania in un’operazione spettacolare di sicurezza.
Ma un giudice di Berlino ha trovato le prove, presentate dal pubblico ministero, cosi’ deboli. Minacciando di rilasciare Chraidi entro tre settimane se non vengono presentate maggiori prove.
A questo punto un altro uomo entra in scena che, secondo Frontal, doveva essere risparmiato dal pubblico ministero fino ad allora.
Il 9 settembre 1996 lo stesso giorno in cui il giudice di Berlino ha minacciato di rilasciare Chraidi, il procuratore di Berlino Detlev Mehlis, l’ispettore di polizia di Berliono Uwe Wihelms e Winterstein dei servizi segreti tedeschi (BND) incontrano Musbah Eter nell’isola di Malta.

Coinvolgimento della CIA
L’incontro e’ stato preparato dai servizi segreti tedeschi (BND) che mantengono stretti rapporti con la CIA.
Musbah Eter era impegnato in un business internazionale a Malta e serviva come copertura per vaste operazioni di intelligence per conto della CIA.
Le autorita’ tedesche lo volevano con l’accusa di omicidio. Ma nella riunione di Malta venne raggiunto un accordo. ”Immunita’ per Eter se incrimina Chraidi per il bombardamento della discoteca. Il giorno dopo Eter andava in Germania all’ambasciata tedesca per testimoniare. Di conseguenza il mandato contro di lui era demolito e gli fu permesso di recarsi in Germania.
Secondo Frontal, Eter e’ la figura chiave nel processo La Belle. Al momento del bombardamento della discoteca lavorava per l’ambasciata libica a Berlino Est ed inoltre visitava regolarmente l’ambasciata americana, Secondo Christian Strobele, l’avvocato per Chraidi, questo fatto estremamente insolito e’ dimostrato da ampie note della polizia segreta della Germania dell’Est, che hanno tenuto d’occhio Eter molto attentamente in quel momento.
Ci sono molte indicazioni che Eter era attivamente coinvolto nel bombardamento della discoteca La Belle. Secondo la trascrizione degli interrogatori studidati da Frontal, aveva le conoscenze dettagliate di uno dei partecipanti. Ha anche ammesso di aver portato le istruzioni operative per la bomba al piano di un coimputato.
Frontal asserisce che oltre gli imputati al presente processo, un altro gruppo era coinvolto nel bombardamento della discoteca, un gruppo di terroristi professionisti che lavoravano per qualcuno che li pagava, un certo ‘Mahmoud’ Abu Jaber.
Membri di questo gruppo, secondo Frontal, ”sono stati appena disturbati dal pubblico ministero e vivono in modo sicuro in altri paesi”
Nei mesi precedenti all’attacco alla discoteca La Belle essi vivevano a Berlino Est e si incontravano, quasi quotidianamente, con gli attuali imputati. Ore prima dell’attacco si trasferirono a Berlino Ovest, dove e’ esposta una bomba. I loro movimenti sono stati monitorati dalla Germania dell’Est ed i servizi segreti russi che hanno concluso che stavano lavorando per i servizi segreti occidentali
Secondo il KGB russo, in un documento citato da Frontal, il controspionaggio americano pianificava di usare ‘Mahmoud’ per inventare un caso di coinvolgimento di terroristi libici nell’attacco alla discoteca. Secondo lo stesso documento del KGB, Mahmoud aveva messo in guardia l’intelligence di Berlino Ovest due giorni prima dell’esplosione.
Frontal ha seguito le tracce di Mohammed Amairi, il braccio destro di ‘Mahmoud’ Abu Jaber che, secondo documenti che ha studiato, e’ stato particolarmente impegnato nella preparazione dell’attacco alla discoteca.

Un agente del Mossad
Amairi lascio’ la Germania per la Norvegia nel 1990, quando un mandato e’ stato emesso per il suo arresto. Ora vive nella citta’ norvegese di Bergen dove Frontal lo ha trovato ed intervistato.
Egli ha bloccato l’intervista quando gli fu chiesto per quale servizio segreto aveva lavorato. Il suo avvocato Odd Drevland poi racconta la storia.
Quando Amairi si e’ trasferito in Norvegia e’ stato arrestato e marchiato come ‘un pericolo per il suo paese’ sulla prima pagina dei giornali.
Ma poi il Mossad ha preso cura di lui e tutto e’ cambiato.”Amairi era un agente Mossad?’ chiese Frontal. ”Era un uomo Mossad’ rispose Drevland.
Nel frattempo la Norvegia concesse asilo ad Amairi e presto ricevera’ la cittadinanza norvegese.
Il pubblico ministero di Berlino ha tolto il mandato contro di lui.
”Questi intrighi dei servizi segreti presentano un compito per il Tribunale di Berlino che e’ quasi insolubile” concluse il rapporto Frontal-
”Ma una cosa e’ certa, la leggende americana del terrorismo di stato libico non puo’ reggere, non puo’ piu’ essere mantenuta’

Fonte :

http://100777.com/node/101

Prima dell’attentato alla discoteca, il Mossad aveva messo un trasmettitore sul suolo libico che ha fatto sembrare che la Libia stesse mandando ordini terroristici alle sue varie ambasciate che gli americani creduloni hanno pensato fossero vero

Fonte :

https://www.radioislam.org/islam/english/terror/ostrov3.htm

Preso da: http://nomassoneriamacerata.blogspot.it/2015/08/lattacco-usa-alla-libia-nel-1986-fu.html

Cose che NON è dato sapere sulla Libia: 2016, La resistenza antimperialista libica alza le bandiere della Jamahirija

La resistenza antimperialista libica alza le bandiere della Jamahirija

I mass media europei, per ciò che riguarda la Libia, si sono sempre premurati di occultare la presenza di un vasto movimento anti-NATO ispirato all’esperienza della Jamahirija del colonello Gheddafi.
L’eclettico leader libico dopo il 1969 avviò una profonda modernizzazione che trasformò un agglomerato di tribù in uno Stato indipendente e sovrano. Il suo governo – utilizzando categorie più comuni per noi occidentali – poteva essere definito come progressista, e per molto tempo fu giustamente ostile all’imperialismo nord-americano.
Gheddafi, forte del sostegno dei popoli africani, voleva fare della Libia un modello efficace per tutti i paesi del martoriato continente nero. L’imperialismo statunitense – seguito a ruota da quello britannico e francese – non poteva tollerare tale ambizioso e progressista progetto. L’Africa – seppur in una prospettiva a metà strada fra il democratico-borghese e il (sia pun bon certo compiutamente) socialista – seguendo il percorso tracciato dal Colonnello, si sarebbe finalmente emancipata dalla morsa colonialista.

Il fatto che la figlia del colonnello, Aisha Gheddafi, sia a capo del movimento anti-NATO è eloquente: il popolo libico conserva un buon ricordo del suo leader storico ed è pronto a battersi con le armi in pugno per riconquistare l’unità e l’indipendenza perdute. Le parole di Aisha non lasciano spazio al dubbio ‘Il mio nome mi da il dovere ed il diritto di essere all’avanguardia di questa guerra’ 1. Eancora ‘Siamo pronti per combattere fino alla morte e in questa battaglia i terroristi dovranno affrontare tutta la nazione’. Questa donna coraggiosa è disposta ad andare fino in fondo raccogliendo la bandiera della Jamahirija; per quanto ci riguarda non possiamo fare altro che appoggiarla con gli esigui mezzi di cui disponiamo.
Ovviamente, in una situazione come questa, la sinistra ‘’made in Usa’’ è solita nascondersi dietro i media di regime: in Italia, da SeL fino ai falsi trotskisti del PCL, forze politiche ambigue ed opportuniste, hanno appoggiato i ‘’ribelli’’ armati dalla CIA e dalle petromonarchie spacciando per ‘’rivoluzione sociale’’ una aggressione imperialista subappaltata ai collaborazionisti e ai vassalli locali.
Dall’altra parte, i gruppetti vetero stalinisti così come i velenosi rossobruni, esaltano il regime mercenario di Tobruk, vera garanzia per gli Usa ed i governi europei. I campisti fuori tempo massimo e i rossobruni sono troppo inclini al collaborazionismo per compromettersi e stare dalla parte di un autentico movimento di liberazione nazionale, quindi optano per la scelta del ‘’meno peggio’’ all’interno del campo borghese. Questa volta però gli è andata male: il duo Khalifa Haftar-El Sisi ( il dittatore egiziano che gli fa da garante ), paiono dei perfetti cani da guardia al seervizio dell’imperialismo e non certo dei ‘’nazionalisti indipendenti’’.
Nessun giornalista ‘’di regime’’ italiano ha descritto l’opposizione dei libici alla divisione, su basi etniche, della propria nazione. Il giornalista di sinistra Enrico Vigna scrive: ‘’Da Bani Walid, al Golfo della Sirte, a Sabha, la Resistenza Verde guida e organizza il popolo libico perché si ribelli di fronte alle sentenze di morte della cricca islamista tripolina’’ 2. Fra le richieste dei dimostranti c’è il rilascio di Saif al-Islam condannato a morte da un Tribunale fantoccio instaurato a Tripoli.
Continua Vigna: ‘’I video diffusi in rete da un sito di informazione della Resistenza verde libica, mostrano Saadi Gheddafi, figlio del defunto Colonnello Muammar, mentre viene torturato in un carcere delle milizie islamiste di Tripoli. Le immagini mostrano Saadi, ex calciatore, vestito con una tuta verde mentre bendato in una stanza del carcere di Al Hadba ascolta spaventato le urla di alcuni detenuti provenire da un’altra stanza. Poi viene schiaffeggiato e torturato con colpi sulle piante dei piedi’’ 3. E’ questa la democrazia che la sinistra europea vuole ? 4
Il progetto degli Usa e dei suoi alleati è chiaro: dividere la Libia in tanti mini-Stati su basi etniche e religiose. Nel fare ciò, gli imperialismi statunitense ed israeliano ( come sempre Israele entra in gioco ), hanno accolto un inaspettato alleato: le popolazioni berbere.
Israele appoggia il separatismo etnico dei berberi
I popoli berberi, storicamente, si sono sempre schierati con l’imperialismo israeliano e la destra sionista contro gli Stati arabi indipendenti. In Algeria, i Makisti affermano che la politica algerina sia ‘’imperialistica’’ a partire dal periodo successivo alla Rivoluzione guidata dal grande leader anticolonialista, Ben Bella. Questa pagina di storia è alquanto scomoda per la ‘falsa sinistra’ occidentale che ha sostituito la lotta di classe coi particolarismi (a) etnici, (b) religiosi e (c) di genere, cedendo alle mode culturali atlantiche.
Nella regione della Cabilia nel 2012 le iniziative congiunte ‘’berbero-sioniste’’ furono di grande interesse. Leggiamo un Comunicato di Makhlouf Idri, portavoce di Anavad – Martedì 22 maggio 2012, riportato dall’Osservatorio internazionale per i diritti.
‘’Il presidente del Governo provvisorio della Cabilia (regione dell’Algeria, abitata soprattutto da berberi, ndt), Mehenni Ferhat, accompagnato dal Ministro delle relazioni internazionali, Lyazid Abid, sono in visita ufficiale dal 20.5.2012 in Israele.
E’ in corso una agenda fittissima di incontri politici e diplomatici. Fin dal suo arrivo a Gerusalemme, la maratona della delegazione della Cabilia è cominciata con l’accoglienza da parte dell’ambasciatore israeliano in Mauritania, Ygal Carmon, nella sede del MEMRI (Middle East Media Research Institute).
Stamattina la delegazione è stata ricevuta dalla Knesset dal suo vice presidente Danny Danon, col quale vi è stata uno scambio di idee sulla situazione in Cabilia e la condizione in cui è costretto il popolo della Cabilia da parte del regime razzista di Algeri.
La reazione del portavoce del Ministero degli Esteri algerino mal nasconde la negazione da parte del regime algerino della nazione Cabila che aspira ad essere padrona del proprio destino ed alla libertà.
La missione in Israele proseguirà fino al 25 maggio 2012’’
Come da copione i berberi hanno appoggiato attivamente la distruzione della Libia popolare del Colonnello Gheddafi: ‘’I Makisti, dopo avere sostenuto l’aggressione USA-arabo-sionista della Libia, aiutati da un “CNT” composto da rinnegati la maggior parte dei quali viene dalla NED/CIA – e adesso il medesimo complotto è contro la Siria – ecco i nostri apprendisti traditori, futuri CNA, adottare gli stessi atteggiamenti e tattiche, ricorrendo per ingannare ai falsi alibi “identitari” come strumento di sovversione, eseguendo le direttive dei loro padroni, per seminare il caos e la divisione, spingere alla sollevazione e al disordine la categoria più patriottica della popolazione’’ 5
Il MAK ha invitato i berberi libici a lottare contro il governo ‘’gheddafiano’’ definendolo ‘’infame dittatura’’, eppure l’OSSIN ci aveva messi in guardia ( Osservatorio internazionale dei diritti ): ‘’Il MAK vive e dipende dal sionismo. I Makisti appoggiano i traditori del CNT libico perché assomigliano loro. Il MAK è filo-sionista per interesse, ma anche per convinzione nel caso di alcuni leader, e per ignoranza nel caso dei seguaci’’. Questi mercenari chiamano ‘’infame dittatura’’ un governo che ha accolto oltre due milioni di migranti africani, dandogli casa e lavoro. Quale dittatura si premura di edificare uno Stato sociale ed antirazzista?
Arrivati a questo punto dobbiamo chiederci qual è il ruolo delle organizzazioni berbere che operano culturalmente in Europa, essendo, quest’ultime, da molti anni, distanti anni luce dalle legittime istanze del martoriato popolo palestinese. Dietro la valorizzazione della ‘’cultura autoctona’’, dei particolarismi filosofici e della ‘’lingua degli antenati’’ si cela lo spettro del separatismo etnico?
La poetessa berbera Malika Mazan che ha pubblicamente esaltato il sionismo, con spirito islamofobo ed arabofobo – “Sono i sionisti che sono ostili agli arabi, o sono gli arabi che sono ostili a tutti i popoli liberi?” – ha voluto esprimere una opinione comune ai vertici delle organizzazioni berbere, ben finanziate ed inserite nelle lobby ‘’culturali’’ ed accademiche? Purtroppo pare proprio che il filosionismo sia una tendenza diffusa fra questi cultori della libera espressione artistica e filosofica, i cantori dei particolarismi ( etnici ) pronti a fare da megafono ad un violento Stato imperialista.
La formazione del movimento antimperialista guidato da Aisha Gheddafi, è una garanzia contro tutti i piani imperialisti e razzisti che minano alle fondamenta il progetto unitario già a suo tempèo intrapreso da statisti come Ben Bella, Nasser e, che piaccia o no, anche dal fondatore della Jamahirija un’ esperienza, tutto sommato, positiva e da rivendicare.
http://www.controinformazione.info/aisha-gheddafi-si-schiera-a-capo-della-resistenza-in-libia-contro-la-nato-e-contro-i-terroristi/
http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=833:libia-i-libici-manifestano-nelle-strade-in-solidarieta-con-gli-eroi-della-jamahirija-e-della-rivoluzione-verde-condannati-a-morte-dal-tribunale-delle-milizie-terroriste-a-tripoli&catid=2:non-categorizzato
http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=834:appello-di-safia-farkash-vedova-di-muammar-gheddafi-sulle-torture-di-suo-figlio-saadi-gheddafi&catid=2:non-categorizzato
http://www.ossin.org/algeria/1176-la-cabilia-e-la-strategia-sionista

Preso da: http://www.linterferenza.info/esteri/3419/

I piani deliranti di Clinton smascherano la sinistra social-colonialista

La sinistra italiana per cinque/sei anni ha indefessamente difeso l’operazione della CIA nota come ‘Primavera araba’ spacciandola da rivolta di popolo, e ancora oggi, come insegna la vicenda della spia anglo-statunitense Giulio Regeni, persegue l’obiettivo tracciato dalle centrali atlantiste di Washington, Londra, Parigi, Berlino e Ankara: distruggere gli Stati-nazioni arabi per sostituirli con califfati wahhabiti controllati dalle borghesie compradore allevate dalle ONG occidentali, o dominati dall’integralismo taqfirita, o Gladio-B, variante mediorientale della rete stragista nazista-atlantista nota come Gladio/Stay Behind. A tale operazione partecipano da destra organismi come Lega e Fratelli d’Italia, e a sinistra tutto lo spettro, da PD/ANPI e Italia dei Valori fino a sprofondare nell’estrema sinistra settaria anarcoide, post-piccista (contropiano e affini scalfariani), ‘post-henverista’ (Marco Rizzo), ‘trotskista’ o pseudotali, passando per le varie sfumature del grigiore rifondarolo o le varie tinte marroncine dei centri sociali (Wu Ming, Militant, e altro lerciume), senza ignorare il codazzo di finti intellettuali dalla fraseologia pseudo-marxista ma dagli intenti filo-imperialisti (Salucci, Ricci, Nachira, Moscato, Monti, Maestri, Ferrario e altro ciarpame), né i finti amici della Siria, che in realtà cercano il riconoscimento dalle sette taqfirite in altri ambiti (Libia o soprattutto Egitto post-Mursi). Tale fronte si è impegnato, con tutte le forze e tutte le risorse messigli a disposizione dai mass media di regime, di propagandare come rivolta popolare e addirittura come rivoluzione sociale, il gigantesco e ultimo tentativo dell’imperialismo di trasformare il Medio Oriente in una colonia della NATO controllata dal sicario sionista in combutta con gli ascari neo-ottomani e wahhabiti di Washington; e quindi, una volta completato tale passaggio, usare le forze taqfirite e islamiste radunate da Gladio-B per aggredire Iran, Federazione Russa e Cina popolare, assaltando l’Eurasia. In Italia, il tutto veniva e doveva essere ammantato da un’inesistente bandiera rossa da parte dei volonterosi kollabò di sinistra del Pentagono e di Langley.
La duplice sconfitta dei taqfiriti nell’Egitto di al-Sisi e nella Siria di al-Assad (e presto in Iraq) impedisce l’attuazione di tale piano delirante che vede tutta la sinistra italiana, partecipe collaborazionista.
Alessandro Lattanzio, 30/3/2016
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In effetti, nella primavera del 2012, l’allora segretaria di Stato degli USA, Hillary Clinton, nel documento datato 2000-12-31 22:00, declassificato nel 2015 e intestato “UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05794498 Date: 11/30/2015”, scrisse quanto segue:
“Il modo migliore per aiutare Israele verso la crescente capacità nucleare dell’Iran è aiutare il popolo della Siria a rovesciare il regime di Bashar Assad. I negoziati per limitare il programma nucleare iraniano non risolveranno il dilemma della sicurezza d’Israele. Né impediranno all’Iran di migliorare la parte fondamentale di qualsiasi programma per armi nucleari, la capacità di arricchire l’uranio. Nella migliore delle ipotesi, i colloqui tra grandi potenze e Iran iniziate ad Istanbul lo scorso aprile e che continueranno a Baghdad a maggio, permetteranno ad Israele di rinviare di qualche mese la decisione se lanciare un attacco contro l’Iran, che potrebbe provocare una guerra in Medio Oriente. Il programma nucleare iraniano e la guerra civile in Siria possono sembrare non collegati, ma lo sono. Per i capi israeliani, la vera minaccia di un Iran dotato di armi nucleari non è la prospettiva di un leader iraniano folle che lancia un attacco nucleare iraniano non provocato su Israele, che porterebbe alla distruzione di entrambi i paesi. Ciò che realmente preoccupa i capi militari israeliani, ma non possono dirlo, è che perdono il monopolio nucleare. Un Iran dotato di armi nucleari non solo porrà fine al monopolio nucleare, ma potrebbe anche incoraggiare altri avversari, come Arabia Saudita ed Egitto, ad adottare il nucleare. Il risultato sarebbe un equilibrio nucleare precaria in cui Israele non potrebbe rispondere alle provocazioni con attacchi militari convenzionali in Siria e Libano, come può oggi. Se l’Iran dovesse divenire uno Stato dotato di armi nucleari, Teheran troverebbe molto più facile incitare gli alleati Siria ed Hezbollah a colpire Israele, sapendo che le sue armi nucleari servirebbero da deterrente contro la risposto d’Israele contro l’Iran.
Tornando alla Siria. La relazione strategica tra Iran e il regime di Bashar Assad in Siria rende possibile all’Iran di minare la sicurezza d’Israele, non attraverso un attacco diretto, che in trent’anni di ostilità tra Iran e Israele non s’è mai verificato, ma attraverso il suo delegato in Libano, Hezbollah, sostenuto, armato e addestrati dall’Iran attraverso la Siria. La fine del regime di Assad porrebbe fine a questa alleanza pericolosa. La leadership d’Israele se bene che sconfiggere Assad è ora nel suo interesse. Parlando con Amanpour della CNN la scorsa settimana, il ministro della Difesa Ehud Barak ha sostenuto che “il rovesciamento di Assad sarà un duro colpo per l’asse radicale, un duro colpo per l’Iran….
E’ l’unico avamposto dell’influenza iraniana nella mondo arabo… e indebolirà drasticamente sia Hezbollah in Libano e Hamas e Jihad islamica a Gaza. Rovesciare Assad non solo sarebbe un vantaggio enorme per la sicurezza di Israele, ma anche allevierebbe la comprensibile paura di Israele di perdere il monopolio nucleare. Poi, Israele e Stati Uniti potrebbero sviluppare una visione comune quando il programma iraniano è così pericoloso che l’azione militare potrebbe essere giustificata. In quel momento, la combinazione tra alleanza strategica dell’Iran con la Siria e il costante progresso del programma di arricchimento nucleare iraniano hanno portato i capi israeliani a contemplare un attacco a sorpresa, se necessario, nonostante le obiezioni di Washington. Con Assad caduto e non più in grado di minacciare Israele attraverso i suoi agenti l’Iran, è possibile che Stati Uniti e Israele concordino le linee rosse quando il programma iraniano varcherà la soglia accettabile. In breve, la Casa Bianca può allentare la tensione che si sviluppata con Israele sull’Iran facendo la cosa giusta in Siria. La rivolta in Siria dura ormai da più di un anno. L’opposizione non cede, e il regime accetta una soluzione diplomatica dall’esterno. Con la vita e la famiglia a rischio, solo la minaccia o l’uso della forza convincerà il dittatore siriano Bashar Assad…
L’amministrazione Obama era comprensibilmente prudente ad impegnarsi in un’operazione aerea in Siria come quella condotta in Libia, per tre ragioni principali. A differenza delle forze di opposizione libiche, i ribelli siriani non sono uniti e non controllano alcun territorio. La Lega araba non ha chiesto l’intervento militare estero come fece in Libia. E i russi si oppongono.
Ma il successo in Siria sarebbe un evento che muterebbe il Medio Oriente. Non solo un altro dittatore spietato soccomberebbe all’opposizione di massa per le piazze, ma la regione cambierebbe in meglio, mentre l’Iran non avrebbe più un punto d’appoggio in Medio Oriente da cui minacciare Israele e minare la stabilità della regione. A differenza della Libia, un intervento di successo in Siria richiederebbe una sostanziale della leadership diplomatica e militare degli Stati Uniti. Washington dovrebbe iniziare ad esprimere la volontà di collaborare con gli alleati regionali Turchia, Arabia Saudita e Qatar ed organizzare, addestrare e armare le forze ribelli siriane. L’annuncio di tale decisione, di per sé, probabile causerebbe defezioni sostanziali nell’esercito siriano. Quindi, utilizzando il territorio in Turchia e, eventualmente, in Giordania, diplomatici statunitensi e ufficiali del Pentagono inizierebbero a rafforzare l’opposizione. Ci vorrà del tempo, ma la ribellione andrà avanti per molto tempo, con o senza il coinvolgimento degli Stati Uniti. Il secondo passo è sviluppare il sostegno internazionale per un’operazione aerea della coalizione. La Russia non potrà mai sostenere tale missione, quindi non c’è alcun punto che passi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Alcuni sostengono che il coinvolgimento degli Stati Uniti rischi la guerra con la Russia. Ma l’esempio del Kosovo dimostra il contrario. In tal caso, la Russia aveva legami etnici e politici con i serbi, che non esistono tra Russia e Siria, e anche allora la Russia fece poco più che lamentarsi. I funzionari russi hanno già riconosciuto che non si opporrebbero all’intervento.
Armare i ribelli siriani e usando la potenza aerea occidentale per tenere a terra gli elicotteri e gli aerei siriani è un approccio ad alto profitto e a basso costo. Fin quando i capi politici di Washington saranno decisi a che le truppe di terra statunitensi non siano impiegate, come in Kosovo e la Libia, i costi per gli Stati Uniti saranno limitati. La vittoria non si avrà rapidamente o facilmente, ma arriverà. E la vittoria sarà sostanziale. L’Iran sarebbe isolato strategico, incapace di influenzare il Medio Oriente. Il regime risultante in Siria vedrà gli Stati Uniti come amico, non un nemico. Washington otterrebbe il riconoscimento sostanziale dalla gente in lotta nel mondo arabo, non dai regimi corrotti. Per Israele, la razionale paura che spinge ad attaccare gli impianti nucleari iraniani verrebbe alleviata. E il nuovo regime siriano potrebbe anche essere aperto a un’azione tempestiva sui colloqui di pace congelati con Israele. Hezbollah in Libano verrebbe isolato dallo sponsor iraniano in quanto la Siria non sarebbe più via di transito per addestramento aiuto e missili iraniani.
Tutti questi vantaggi strategici e la prospettiva di salvare migliaia di civili dall’omicidio per mano del regime di Assad (10000 sono già stati uccisi nel primo anno di guerra civile). Togliendo il velo della paura al popolo siriano, che apparirebbe determinato a combattere per la libertà. Gli USA possono e devono aiutarlo, e così facendo aiuterà Israele e contribuire a ridurre il rischio di una grande guerra”.Hillary-Clinton-emails-arming-terrorists-Syria-Libya-middle-eastRiferimenti:
Grasset Philippe, Note su una nota di Hillary Clinton, Dedefensa, 24 marzo 2016

Originale su: https://aurorasito.wordpress.com/2016/03/30/i-piani-deliranti-di-clinton-smascherano-la-sinistra-social-colonialista/

Microchip neurale: Italia, Germania e Israele in prima linea per il Nuovo Ordine Mondiale

Inarrestabile! Il progetto di impiantare un microchip nella nostra testa continua ad appassionare l’élite illuminata e l’impressione che se ne ricava è che costoro abbiano anche una certa fretta. Non c’è verso: prima o poi troveranno la scusa giusta per impiantarci questo benedetto – o maledetto – chip

Non è una caso che per giustificare l’impianto del piccolo marchingegno vengano carezzate le corde più sensibili dell’animo umano: una volta è per tenere sotto controllo la salute, un’altra volta è per garantire la sicurezza e l’impegno scolastico degli studenti, un’altra volta ancora per consentirci di comunicare con una sorta di telefono cellulare impiantato nel nostro corpo.

Questa volta tocca di nuovo alla medicina. Come riportano i maggiori siti di informazione italiana (La Stampa, Ansa, Libero, ecc..), un consorzio tra scienziati italiani, israeliani e tedeschi coordinato da Stefano Vassanelli, neurofisiologo al Dipartimento di Scienze biomediche dell’Università di Padova, ha sviluppato un microchip di silicio impiantabile nel cervello e capace di stabilire una comunicazione bi-direzionale e ad alta risoluzione con neuroni cerebrali – alquanto inquietante.

Nelle intenzioni dichiarate dai ricercatori, la nuova tecnologia sviluppata in CyberRat rappresenta la base di partenza per lo sviluppo di nuovi sofisticati strumenti sperimentali utili a capire come le reti complesse che i neuroni creano nel cervello interconnettendosi sono in grado di elaborare le informazioni e, meraviglie delle meraviglie, in futuro l’applicazione di questa tecnologia sarà utilizzata per la creazione di neuroprotesi “intelligenti”, capaci di registrare l’attività cerebrale ad alta risoluzione, elaborare delle risposte mediante microelaboratori su chip e stimolare il cervello in un circuito ibrido neuro-elettronico (stronzate tecnicomediche, n.d.r.). Questo approccio sarà di grande aiuto per la terapia di malattie neurologiche, tra cui il Parkinson e l’epilessia. Non è chiaro se l’impianto del microchip è definitivo o temporaneo. Non sono chiare le controindicazioni per una tecnologia così invasiva, che, come dichiarato dai ricercatori, è in grado di “stabilire una comunicazione bi-direzionale”, cioè il chip è in grado sia di trasmettere dati che di riceverli. Ricevare dati per fare cosa? Manipolare le aree del cervello colpite dal Parkinson? E se fosse possibile manipolare le aree del cevello sane? Ai posteri l’ardua sentenza.

fonte: segretiemisteri.com

Preso da: http://ilquieora.blogspot.it/2014/03/microchip-neurale-italia-germania-e-israele-in-prima-linea-per-il-nuovo-ordine-mondiale.html

Il nuovo ascaro degli USA in Medio Oriente: l’ISIS

Scritto il febbraio 16, 2015 by Federico Dezzani

Questa settimana ci occuperemo ovviamente di Libia e lo faremo con due articoli in successione. Nel primo studieremo l’origine dell’ISIS, secondo mostruoso parto dell’intelligence americana dopo Al Qaida, mentre il secondo ripartirà dal nostro pezzo “Libia: sfida Russia-USA?” pubblicato nel novembre 2014, proseguendo sino ai velleitari piani bellici di oggi.

Italiani, all’armi!

L’ISIS infatti rafforza le sue posizioni sulle coste libiche e, stando al piano strategico “The Islamic State 2015” redatto in inglese ad uso e consumo del pubblico occidentale, intende trasformare la “quarta sponda” in una base di lancio missilistica per colpire l’Italia in vista di un’invasione da sud del continente. Roma esce dal letargo libico in cui era caduta e, per bocca dei ministri Roberta Pinotti e Paolo Gentiloni, azzarda l’invio di almeno 5.000 uomini e chiede per sé la guida di una coalizione internazionale.

L’ultima volta che un presunto missile libico colpì l’Italia fu nel 1986 quando secondo i media il Colonnello Gheddafi avrebbe lanciato due missili balistici a corto raggio Scud contro Lampedusa, in risposta ai raid aerei americani con cui il presidente americano Ronald Reagan aveva cercato di liquidarlo: che l’episodio, come afferma l’allora capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare Basilio Cottone1, fosse una montura di servizi segreti stranieri finalizzata a compromettere le relazioni italo-libiche, ci ricorda che il terrorismo è lo strumento di manipolazione dell’opinione pubblica per eccellenza.

Il modus operandi dell’ISIS è talmente efferato ed amorale che obbliga a chiedersi se il suo obbiettivo sia effettivamente l’instaurazione del Califfato Islamico oppure sia l’ennesima sigla dietro cui si nascondo determinati interessi: si può fare proselitismo sgozzando cooperanti inglesi, decapitando i copti egiziani, crocifiggendo i cristiani siriani, seppellendo vivi i bambini iracheni o facendo saltare in aria le mura di Ninive?

Se l’Università cairota di Al-Azhar, una delle massime autorità dell’islam sunnita cui pretende di appartenere anche l’ISIS, ha fermamente condannato l’organizzazione terroristica e ha invocato pene esemplari per i suoi membri2, ad Occidente c’è invece chi ha interesse nel proliferare dello Stato Islamico, perché alimenta quello stato di assedio nato dopo la strage di Charlie Hebdo (“Prendere atto della Terza Guerra Mondiale” scriveva il 9 gennaio Lucia Annunziata) e consente di mettere a ferro e fuoco quegli Stati (Siria, Libano, Iraq) dove è forte l’influenza iraniana e russa.

La sua apparizione sul palcoscenico internazionale l’ISIS ( Islamic State of Iraq and al-Sham noto anche come ISIL, Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) la fa proprio in Siria nella primavera del 2013 quando l’opposizione al regime di Bashar Assad (il Free Syrian Army e l’organizzazione terroristica Fronte al-Nusra, finanziati ed equipaggiati da Turchia, Qatar, Arabia Saudita, NATO ed Israele) subisce una sconfitta strategica nella battaglia di Al-Qusayr3, la “Stalingrado” dell’insurrezione siriana.

Se un tentativo di ribaltare la situazione del campo sarà abbozzato pochi mesi dopo dal trio Washington-Londra-Parigi che cercheranno invano di bombardare l’Esercito Arabo Siriano sull’onda del falso attacco chimico di Damasco, il capo di Al Qaida, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, anticipa tutti lanciando nell’aprile del 2013 un provvidenziale appello per l’unità delle milizie sunnite e l’instaurazione di uno Stato Islamico4. Risponde pochi giorni dopo lo sceicco Abu Bakr al-Husseini al-Baghdadi che in un messaggio video proclama che l’organizzazione terroristica di cui è capo, lo Stato Islamico operante in Iraq, estenderà il suo raggio d’azione alla Siria, prendendo il nome d’ora in vanti di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante5. Così facendo l’ISIS entra in diretta concorrenza con il Fronte al-Nusra, anch’esso riconducibile all’estremismo sunnita, ed inizia un processo di inglobamento del secondo, accompagnato da saltuarie ma sanguinose faide6: a facilitare l’integrazione però concorre la reciproca presunta conoscenza tra il capo dell’ISIS, Al-Baghdadi, e quello di al-Nusra, Abu Muhammad al-Golani, entrambi veterani di Al Qaida in Iraq ed ex-camerati7.

L’ISIS sembra eclissare in questi ultimi mesi la stessa Al Qaida (l’ultima azione significativa rivendicata da quest’ultima è la strage di Charlie Hebdo) seguendo quel tipico percorso di progressiva sostituzione delle organizzazione terroristiche man mano che si usurano. Anche l’Italia ha vissuto durante gli anni della strategia della tensione una simile esperienza con l’avvidendarsi del terrorismo nero, quindi rosso ed infine mafioso.

Chi è Abu Bakr al-Baghdadi, l’enigmatico capo dell’ISIS

La voce dello sceicco Al-Baghdadi è stata diffusa pochi giorni fa dalle stazioni radio di Sirte, Libia, quando l’ISIS ha preso possesso della città: il messaggio di Al-Baghdadi, dato significativo, non è stato registrato per l’occasione ma è stato estrapolato da un sermone di diversi mesi prima dove si profetizzava l’avvento del Califfato8. Chi è dunque Al-Baghdadi e come ha creato questo temibile strumento di terrore che semina morte da Tripoli al Kurdistan iracheno? Esistono sul suo contro tre versioni, dalla più estrema alla più conservativa: le riportiamo tutte dal momento che spesso le menzogne sono deformazioni della verità.

In base alla prima tesi Abu Bakr al-Baghdadi non sarebbe nato nel 1971 a Samarra, Iraq, né sarebbe uno sceicco/emiro/califfo a capo di una brigata internazionale di islamici fanatici, bensì un prodotto di marketing simile ai cantati plasmati da zero nei reality televisivi: sarebbe infatti un agente del Mossad o secondo un’altra variante avrebbe ricevuto una formazione dal Mossad in materia di teologia islamica ed oratoria9. Di certo possiamo dire che l’ISIS non ha mai costituito una seria minaccia per Israele ma al contrario un vantaggio tattico: l’organizzazione terroristica ha messo a ferro e fuoco la Siria di Assad e l’Iraq di Maliki mentre ha indotto Giordania ed Egitto a collaborare con Tel Aviv in materia di sicurezza10.

La seconda tesi prende spunto da un articolo apparso nel 2007 sull’autorevole New York Times: Al-Baghdadi sarebbe un personaggio fittizio, interpretato dall’attore Abu Adullah al-Naima e commissionato da “Al Qaida in Iraq” per leggere i suoi sermoni affinché la rete terroristica sembrasse guidata da un iracheno e non da stranieri come in realtà era. L’articolo riportava inoltre notizie di una possibile uccisione di Al-Baghdadi per mano delle truppe americane già nel 2007. Ricordiamo che Al Qaida non esisteva in Iraq prima dell’invasione anglo-americana e che la disfatta militare della coalizione non è stata opera dell’organizzazione di Bin Laden, ma dei sunniti epurati dall’esercito dopo l’abbattimento del regime di Saddam Hussein e degli sciiti della milizia Jaish al-Mahdi.

La terza tesi, quella più conservativa, ruota attorno ad un articolo del dicembre 2014 apparso su The Guardian11 secondo cui Al-Baghdadi, terrorista in carne ed ossa, sarebbe stato catturato dagli americani poco dopo l’invasione e rinchiuso nel carcere di Bucca: qui il “califfo” avrebbe fatto conoscenza con gli altri detenuti e forgiato le basi ideologiche del futuro ISIS fino alla sua provvidenziale scarcerazione del dicembre del 2004 (secondo altri sarebbe stato scarcerato nel 200912).

In definitiva, Al-Baghdadi esiste oppure no? È vivo oppure è morto nel 2007 o nel settembre 2014 sotto i bombardamenti americani su Mosul13? Sono quesiti che possono rimanere senza risposta: è importante focalizzarsi su ciò che l’ISIS fa e riflettere sul “cui prodest”.

ISIS: forza e composizione

L’ISIS è una brigata internazionale del terrorismo i cui effettivi variano, a seconda delle stime, dai 7.00014 ai 30.00015 miliziani, con una forte presenza di stranieri (circa 3.000 nel teatro iracheno e siriano16). Tranne l’uso sporadico di qualche aereo o carrarmato, dispongono delle tradizionali armi della guerriglia, alcune di fabbricazione americana paracadutate in loco direttamente dalla US Air Force17 ed alcune abbandonate dall’esercito iracheno in ritirata18.

Come nel caso di Al-Nusra in Siria, anche le milizie islamiste autoctone che controllano Tripoli, riunite sotto la sigla Fajr Lybia, hanno patito l’arrivo dell’ISIS che prende velocemente il sopravvento e marginalizza le organizzazioni islamiste locali fino alla cancellazione/inglobamento19.

A cosa serve l’ISIS

L’ISIS ha guadagno le prime pagine dei giornali quando, nella tarda primavera del 2014, esce dalle sue consolidate basi lungo la valle dell’Eufrate (Raqqa, Deir Ez-Zor, Abu Kamal) e penetra a fondo in Iraq, in direzione nord (Kurdistan iracheno) e sud (Baghdad): verso al fine di giugno la caduta della capitale sembra imminente20 ed il premier filo-iraniano Nuri Al-Maliki è costretto alle dimissioni a metà agosto, con grande gioia di Washinton.

Nel settembre gli USA ed i loro tradizionali alleati (UK, Francia, Giordania, Arabia Saudita, Kuwait, etc.) avviano una lunga serie di raid aerei contro l’ISIS dai dubbi risultati, mentre sul lato opposto l’Iran incrementa l’invio di addestratori ed ufficiali per ricostruire da zero l’esercito iracheno21 e la Russia mantiene fede ai contratti precedentemente firmati inviando a Baghdad gli elicotteri d’attacco Mi-35 ed i caccia Su-2522.

Sottolineiamo come chi avesse tutto da perdere dall’avanzata dell’ISIS fossero il governo centrale di Baghdad e l’Iran che, attraverso un Iraq unito, riusciva a proiettarsi sino alla Siria ed al Libano. Chi ha tutto da guadagnare salla politica destabilizzante dell’ISIS sono invece quei paesi (USA, UK, Francia, Israele in testa) interessati alla cancellazione delle vecchie frontiere coloniali ed alla sostituzione degli Stati attuali con una miriade di “cantoni svizzeri” diversi per etnia e religione.

L’agenda dell’ISIS (il Califfato sunnita, l’espulsione del Kurdistan dall’Iraq, lo sbarco a Tripoli,etc.) ricalca infatti punto per punto i piani per un “Nuovo Medio Oriente” che sono stati fatti trapelare dal 2006 od oggi e che, anno dopo anno, profetizzano una sembra maggiore balcanizzazione della regione e la sua divisione secondo linee etniche e religiose. Il processo, lo vediamo ogni giorno, è accompagnato da una sempre più efferata pulizia etnica di cui le prime vittime sono le minoranze religiose, specialmente quelle cristiane.

Alleghiamo una mappa che esemplifica la spartizione cui si sta sottoponendo il Medio Oriente: la carta è apparsa nel settembre del 2013 sul New York Times23 e l’autrice, Robin Wright, è un membro del pensatoio Carnegie Endowment for International Peace.

Conclusione: l’ISIS è uno strumento della politica estera americana

L’ISIS è un esercito itinerante di mercenari e tagliagole, spostato dagli USA in tutto il Medio Oriente con finalità di destabilizzazione: scopo dell’organizzazione terroristica è portare la guerra dentro ai confini degli stati ostili a Washington, dilaniandoli con guerre a sfondo pseudo-religioso fino allo smembramento.

Pensare di debellare l’ISIS è ingenuo come sarebbe stato credere di eliminare in Italia, durante gli anni di piombo, i vertici delle Brigate Rosse, di Ordine Nuovo o di Avanguardia Nazionale (vedi omicidio Calabresi): la simbiosi tra il terrorismo ed establishment è tale da rendere superfluo ogni tentativo.

L’Italia deve tremare per l’arrivo dell’ISIS in Libia non perché la esponga a improbabili lanci di missili, quanto piuttosto perché è il segnale che Washington ha avviato una nuova campagna di destabilizzazione in tutto il Nord Africa, a quattro anni dalla “Primavera araba” targata CIA.

Salvare la Libia dal caos è possibile ma la soluzione non passa per le velleitarie ipotesi di un intervento terrestre italiano in territorio libico, bensì nel supporto illimitato a tutte quelle forze interne ed esterne alla Libia interessate a fermare la politica destabilizzatrice di Washington.

Ce ne occuperemo nel prossimo articolo.

1http://www.paginedidifesa.it/2005/salpietro_050920.html

2http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/grande-imam-di-al-azhar-attacca-l-isis-i-terroristi-andrebbero-crocifissi-_2093784-201502a.shtml

3http://www.lastampa.it/2013/05/20/esteri/la-battaglia-di-qusayr-assad-scacco-ai-ribelli-con-l-aiuto-di-hezbollah-1cTkwynoTagFEZT3ZqGVDJ/pagina.html

4http://rt.com/news/zawahiri-qaeda-islamic-state-469/

5http://www.washingtoninstitute.org/policy-analysis/view/al-qaeda-announces-an-islamic-state-in-syria

6http://syriahr.com/en/2015/01/isis-clashes-with-jabhat-al-nusra-and-islamic-battalions-around-mare-town/

7http://www.repubblica.it/esteri/2015/01/01/news/al_nusra_scheda-104138230/

8http://www.adnkronos.com/aki-it/sicurezza/2015/02/13/alla-conquista-della-libia-controlla-radio-sirte-ordina-alla-popolazione-sottomettersi_w06Sn0G8Q5SsU9Ar6rkGMN.html

9http://www.agoravox.it/Il-Califfo-del-Mossad.html

10http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/.premium-1.641497

11http://www.theguardian.com/world/2014/dec/11/-sp-isis-the-inside-story

12http://www.politifact.com/punditfact/statements/2014/jun/19/jeanine-pirro/foxs-pirro-obama-set-isis-leader-free-2009/

13http://www.iraqinews.com/iraq-war/urgent-isis-leader-abu-bakr-al-baghdadi-allegedly-killed-us-airstrikes/

14http://www.theguardian.com/world/2014/jun/12/how-battle-ready-isis-iraqi-army-peshmerga

15http://www.vox.com/2014/9/12/6138977/isis-iraq-numbers

16http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21604230-extreme-islamist-group-seeks-create-caliphate-and-spread-jihad-across

17http://www.theguardian.com/world/2014/oct/22/isis-us-airdrop-weapons-pentagon

18http://www.alternet.org/world/how-isis-ended-stocked-american-weapons

19http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2015/02/15/lisis-avanza-in-libia.-gentiloni-pronti-a-combattere-con-onu_9fdcefab-3ef5-443b-b48c-3ba44c71d74d.html

20http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2014/06/28/ARjQLPx-arrivano_qaedisti_periferia.shtml

21http://www.bloombergview.com/articles/2015-02-03/exclusive-iran-s-militias-are-taking-over-iraq-s-army

22http://english.alarabiya.net/en/News/2014/07/24/Russia-delivering-weapons-to-Iraq.html

Preso da: http://federicodezzani.altervista.org/libia1-il-nuovo-ascaro-degli-usa-mo-lisis/

Il piano sionista per il Medio Oriente

Tradotto e curato da
Israel Shahak
L’Israele di Theodore Herzl (1904) e di Rabbi Fischmann (1947)
Nei suoi diari complete, vol. II. p. 711, Theodore Herzl, fondatore del sionismo, dice che l’area dello Stato ebraico si estende: “. Dal torrente d’Egitto al fiume Eufrate”
Rabbi Fischmann, membro dell’Agenzia Ebraica per la Palestina, ha dichiarato nella sua testimonianza al comitato speciale delle Nazioni Unite su richiesta del 9 luglio 1947 “La Terra Promessa si estende dal fiume d’Egitto fino all’Eufrate, include parti di Siria e Libano. ”
da
Oded Yinon di
“Una strategia per Israele negli anni Ottanta”
Pubblicato dalla
Associazione di arabo-americano Laureati, Inc.
Belmont, Massachusetts, 1982
Speciale Documento n ° 1 (ISBN 0-937694-56-8)

Indice dei contenuti
Publisher non e1
L’Associazione di arabo-americano Laureati lo trova irresistibile per inaugurare la sua nuova serie di pubblicazioni, documenti particolari, con l’articolo di Oded Yinon, che è apparso in Kivunim (Indicazioni), la rivista del Dipartimento di Informazione dell’Organizzazione Sionista Mondiale. Oded Yinon è un giornalista israeliano ed era precedentemente assegnato al ministero degli Esteri di Israele. A nostra conoscenza, questo documento è la dichiarazione più esplicita, dettagliata e inequivocabile alla data della strategia sionista in Medio Oriente. Inoltre, si distingue come una rappresentazione accurata della “visione” per l’intero Medio Oriente del regime sionista attualmente sentenza di Begin, Sharon e Eitan. La sua importanza, quindi, non risiede nel suo valore storico, ma nell’incubo che essa presenta.
2
Il piano opera su due premesse fondamentali. Per sopravvivere, Israele deve 1) diventare una potenza regionale imperiale, e 2) deve effettuare la divisione di tutta l’area in piccoli stati con la dissoluzione di tutti gli stati arabi esistenti. Piccola qui dipenderà dalla composizione etnica o settaria di ogni stato. Di conseguenza, la speranza sionista è che gli stati su base settaria diventano satelliti di Israele e, ironia della sorte, la sua fonte di legittimazione morale.
3
Questa non è una nuova idea, né superficie per la prima volta nel pensiero strategico sionista. Infatti, frammentando tutti gli stati arabi in unità più piccole è stato un tema ricorrente. Questo tema è stato documentato in una scala molto modesta nella pubblicazione AAUG, Sacro Terrorismo di Israele(1980), da Livia Rokach. Sulla base delle memorie di Moshe Sharett, ex primo ministro di Israele, documenti di studio di Rokach, con dettagli convincenti, il piano sionista in quanto si applica al Libano e, come è stato preparato nella metà degli anni Cinquanta.
4
La prima massiccia invasione israeliana del Libano nel 1978 portava questo piano fuori nei minimi dettagli. Il secondo e più barbara e totalizzante invasione israeliana del Libano il 6 giugno 1982, si propone di effettuare alcune parti di questo piano, che spera di vedere non solo il Libano, la Siria e la Giordania, ma anche, in frammenti. Questo dovrebbe fare beffa di crediti pubblici israeliani quanto riguarda il loro desiderio di un governo centrale libanese forte e indipendente. Più precisamente, vogliono un governo centrale libanese che sancisce i loro disegni imperialisti regionali con la firma di un trattato di pace con loro. Essi cercano anche acquiescenza nei loro disegni dal siriano, iracheno, giordano e altri governi arabi, nonché dal popolo palestinese. Quello che vogliono e che cosa stanno progettando per non è un mondo arabo, ma un mondo di frammenti arabi che è pronto a soccombere all’egemonia israeliana. Quindi, Oded Yinon nel suo saggio, “Una strategia per Israele negli anni 1980,” parla “di vasta portata opportunità per la prima volta dal 1967” che vengono creati dal “situazione molto burrascoso [che] circonda Israele.”
5
La politica sionista di spostare i palestinesi dalla Palestina è molto più di una politica attiva, ma viene perseguita con più forza nei momenti di conflitto, come nella guerra del 1947-1948 e nella guerra del 1967. Un’appendice intitolato “Israele parla di un nuovo esodo” è incluso in questa pubblicazione per dimostrare ultimi dispersioni sionisti dei palestinesi dalla loro patria e per mostrare, oltre al documento principale sionista si presenti, altre forme di programmazione sionista per la de-palestinizzazione della Palestina.
6
E ‘chiaro dal documento Kivunim, pubblicato nel febbraio del 1982, che le “ampie opportunità” di cui strateghi sionisti hanno pensato sono le stesse “opportunità” di cui stanno cercando di convincere il mondo e che a loro parere sono stati generati dal loro giugno del 1982 invasione. E ‘anche chiaro che i palestinesi non sono mai stati l’unico obiettivo dei piani sionisti, ma l’obiettivo prioritario in quanto la loro presenza vitale e indipendente come popolo nega l’essenza dello Stato sionista. Ogni stato arabo, tuttavia, in particolare quelli con le direzioni nazionaliste coesa e chiara, è un vero e proprio bersaglio prima o poi.
7
Contrastava con la strategia dettagliata e inequivocabile sionista chiarito in questo documento, la strategia araba e palestinese, purtroppo, soffre di ambiguità e incoerenza. Non vi è alcuna indicazione che gli strateghi arabi hanno interiorizzato il piano sionista nella sua piena ramificazioni.Invece, essi reagiscono con incredulità e shock ogni volta che una nuova fase di esso si svolge.Questo è evidente nella reazione araba, seppur in sordina, per l’assedio israeliano di Beirut. Il fatto triste è che, fintanto che la strategia sionista per il Medio Oriente non è preso sul serio reazione araba a qualsiasi futura assedio di altre capitali arabe sarà la stessa.
Khalil Nakhleh
23 luglio 1982
Prefazione
di Israel Shahak
1
Il seguente saggio rappresenta, a mio parere, il piano preciso e dettagliato del presente regime sionista (di Sharon ed Eitan) per il Medio Oriente che si basa sulla divisione di tutta l’area in piccolistati, e la dissoluzione di tutto l’esistente Stati arabi. Vorrei commentare l’aspetto militare di questo piano in una nota conclusiva. Qui vorrei richiamare l’attenzione dei lettori di alcuni punti importanti:
2
1. L’idea che tutti gli stati arabi dovrebbero essere suddivisi, da Israele, in piccole unità, si verifica di nuovo e di nuovo nel pensiero strategico israeliano. Ad esempio, Ze’ev Schiff, il corrispondente militare di Ha’aretz (e probabilmente il più esperto in Israele, su questo argomento) scrive a proposito del “migliore” che può accadere per gli interessi israeliani in Iraq: “La dissoluzione dell’Iraq in un sciita di stato, uno stato sunnita e la separazione della parte kurda “( Ha’aretz 1982/06/02). In realtà, questo aspetto del piano è molto vecchio.
3
2. Il forte legame con il pensiero neo-conservatore negli Stati Uniti è molto importante, soprattutto nelle note dell’autore. Tuttavia, mentre a parole è pagato per l’idea della “difesa dell’Occidente” dal potere sovietico, il vero scopo del suo autore, e dell’attuale establishment israeliano è chiaro: per fare un Israele imperiale in una potenza mondiale. In altre parole, l’obiettivo di Sharon è ingannare americani dopo aver ingannato tutto il resto.
4
3. E ‘ovvio che gran parte dei dati rilevanti, sia nelle note e nel testo, è alterata o omessa, come ad esempio l’aiuto finanziario degli Stati Uniti a Israele . Gran parte di essa è pura fantasia. Tuttavia , il piano non deve essere considerato non influente, o come non in grado di realizzare per un breve periodo. Il piano segue fedelmente le idee geopolitiche attuali in Germania del 1890-1933, che sono state ingerite intere da Hitler e del movimento nazista, e determinato i loro obiettivi per l’Europa orientale . Tali obiettivi, in particolare la divisione degli stati esistenti, sono state effettuate nel 1939-1941, e solo un’alleanza su scala globale impedito loro consolidamento per un periodo di tempo.
5
Le note dell’autore seguono il testo. Per evitare confusione, non volevo aggiungere eventuali note di mio, ma ho messo la sostanza di loro in questa prefazione e la conclusione alla fine. Ho, tuttavia, sottolineato alcune parti del testo.
Israel Shahak
13 giugno 1982

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Una strategia per Israele negli anni Ottanta
da Oded Yinon
Questo articolo è originariamente apparso in ebraico in Kivunim (Direzioni) , Un Giornale per il Giudaismo e il Sionismo, nessun problema, 14-Inverno, 5742, febbraio 1982 Editore: Yoram Beck.Comitato Editoriale: Eli Eyal, Yoram Beck, Amnon Hadari, Yohanan Manor, Elieser Schweid.Pubblicato dal Dipartimento di Pubblicità / L’Organizzazione Sionista Mondiale , Gerusalemme.
1
All’inizio degli anni ottanta lo Stato di Israele ha bisogno di una nuova prospettiva per il suo posto, i suoi scopi e gli obiettivi nazionali, in patria e all’estero. Questa esigenza è diventata ancora più importante a causa di una serie di processi centrali che il paese, la regione e il mondo stanno attraversando. Oggi viviamo in fasi iniziali di una nuova epoca nella storia umana, che non è del tutto simile al suo predecessore, e le sue caratteristiche sono totalmente diverse da quello che abbiamo finora conosciuto. Ecco perché abbiamo bisogno di una comprensione dei processi centrali che caratterizzano questa epoca storica, da un lato, e dall’altro lato abbiamo bisogno di una visione del mondo e una strategia operativa in conformità con le nuove condizioni. L’esistenza, la prosperità e la fermezza dello Stato ebraico dipenderà dalla sua capacità di adottare un nuovo quadro di riferimento per i suoi affari interni ed esteri.
2
Questa epoca è caratterizzata da numerosi tratti che possiamo già diagnosticare, e che simboleggiano una vera e propria rivoluzione nel nostro stile di vita attuale. Il processo dominante è la ripartizione del, prospettiva umanista razionalista come la pietra angolare di supporto alla vita e conquiste della civiltà occidentale a partire dal Rinascimento. Le opinioni politiche, sociali ed economiche che hanno emanati da questo fondamento si sono basate su diverse “verità” che sono attualmente scomparendo, per esempio, l’idea che l’uomo come individuo è il centro dell’universo e di tutto ciò che esiste al fine di realizzare il suo bisogni materiali di base. Questa posizione viene invalidata nel presente, quando è diventato chiaro che la quantità di risorse nel cosmo non soddisfa i requisiti di uomo, i suoi bisogni economici o di suoi vincoli demografici. In un mondo in cui ci sono quattro miliardi di esseri umani e di risorse economiche e di energia che non crescono in proporzione per soddisfare le necessità degli uomini, non è realistico aspettarsi di soddisfare il requisito principale della società occidentale, 1 cioè, il desiderio e l’aspirazione per consumo illimitato. Il punto di vista che l’etica non ha alcun ruolo nel determinare la direzione Uomo prende, ma piuttosto i suoi bisogni materiali fai da questo punto di vista sta diventando prevalente oggi come vediamo un mondo in cui quasi tutti i valori stanno scomparendo. Stiamo perdendo la capacità di valutare le cose più semplici, soprattutto se riguardano la semplice questione di ciò che è bene e ciò che è male.3
La visione delle aspirazioni illimitate dell’uomo e abilità si restringe a fronte dei fatti tristi della vita, in cui si assiste alla disgregazione dell’ordine del mondo che ci circonda. La vista che promette la libertà e la libertà al genere umano sembra assurdo alla luce del triste fatto che tre quarti del genere umano vive sotto regimi totalitari. I punti di vista riguardanti l’uguaglianza e la giustizia sociale sono stati trasformati dal socialismo e soprattutto dal comunismo in uno zimbello. Non vi è alcun argomento per la verità di queste due idee, ma è chiaro che non sono stati messi in pratica correttamente e la maggioranza del genere umano ha perso la libertà, la libertà e la possibilità per l’uguaglianza e la giustizia. In questo mondo nucleare in cui siamo (ancora) vivere in relativa pace per 30 anni, il concetto di pace e la convivenza tra le nazioni non ha significato quando una superpotenza come l’URSS detiene una dottrina militare e politica del genere non ha: che non è solo una guerra nucleare possibile e necessario per conseguire le estremità di marxismo, ma che è possibile sopravvivere dopo, per non parlare del fatto che si può essere vittorioso in esso. 2
4
I concetti fondamentali della società umana, soprattutto quelli d’Occidente, stanno subendo un cambiamento a causa di trasformazioni politiche, militari ed economiche. Così, la potenza nucleare e convenzionale dell’Urss ha trasformato l’epoca che si è appena concluso in ultima tregua prima della grande saga che sarà demolire gran parte del nostro mondo in una guerra globale multidimensionale, rispetto a cui il mondo passato guerre saranno stati un gioco da ragazzi. Il potere del nucleare e delle armi convenzionali, la loro quantità, la loro precisione e la qualità si trasformerà la maggior parte del nostro mondo a testa in giù nel giro di pochi anni, e noi dobbiamo allinearci in modo da affrontare che in Israele. Che è, poi, la principale minaccia per la nostra esistenza e quella del mondo occidentale. 3 La guerra per le risorse del mondo, il monopolio arabo sul petrolio, e la necessità dell’Occidente di importare la maggior parte delle materie prime dal terzo mondo , stanno trasformando il mondo che conosciamo, dato che uno degli obiettivi principali dell’Unione Sovietica è quello di sconfiggere l’Occidente da ottenere il controllo sulle risorse gigantesche nel Golfo Persico e nella parte meridionale dell’Africa, in cui la maggior parte dei minerali mondiali sono trova.Possiamo immaginare le dimensioni del confronto globale, che ci dovrà affrontare in futuro.5
La dottrina Gorshkov richiede il controllo sovietico degli oceani e zone ricche di minerali del Terzo Mondo. Che insieme con l’attuale dottrina nucleare sovietica che sostiene che è possibile gestire, vincere e sopravvivere a una guerra nucleare, nel corso della quale militare dell’Occidente potrebbe benissimo essere distrutta ed i suoi abitanti fece schiavi al servizio del marxismo-leninismo, è il principale pericolo per la pace nel mondo e per la nostra stessa esistenza. Dal 1967, i sovietici hanno trasformato dictum Clausewitz ‘in “La guerra è la continuazione della politica con mezzi nucleari”, e ne ha fatto il motto che guida tutte le loro politiche. Già oggi sono occupati di effettuare i loro obiettivi nella nostra regione e in tutto il mondo, e la necessità di affrontarli diventa l’elemento importante nella politica di sicurezza del nostro paese e, naturalmente, quella del resto del mondo libero. Questa è la nostra grande sfida straniera. 4
6
Il mondo arabo musulmano, quindi, non è il principale problema strategico che dovremo affrontare negli anni Ottanta, nonostante il fatto che essa eserciti la principale minaccia contro Israele, a causa della sua crescente potenza militare. Questo mondo, con le sue minoranze etniche, le fazioni e le crisi interne, che è sorprendentemente autodistruttivo, come possiamo vedere in Libano, in Iran non arabo e ora anche in Siria, è in grado di affrontare con successo i problemi fondamentali e fa Non quindi costituire una minaccia reale contro lo Stato di Israele, nel lungo periodo, ma solo nel breve periodo in cui il suo potere militare immediato ha grande importanza. Nel lungo periodo, questo mondo non sarà in grado di esistere nel suo quadro presente nelle zone intorno a noi, senza dover passare per veri cambiamenti rivoluzionari. Il musulmano arabo mondo è costruito come una casa temporanea di carte messe insieme dagli stranieri (Francia e Gran Bretagna negli anni Venti), senza che i desideri ei desideri degli abitanti essendo stati presi in considerazione. E ‘stato arbitrariamente diviso in 19 stati, tutti in combinazioni di Minori e gruppi etnici che sono ostili l’uno all’altro, in modo che ogni stato arabo musulmano al giorno d’oggi deve affrontare la distruzione sociale etnico dal di dentro, e in alcuni una guerra civile è già scatenato. 5 La maggior parte degli arabi, 118 milioni su 170 milioni, vivono in Africa, soprattutto in Egitto (45 milioni di oggi).7
A parte l’Egitto, tutti gli stati del Maghreb sono costituiti da un misto di arabi e berberi non arabi. In Algeria vi è già una guerra civile infuria in montagna Kabile tra le due nazioni nel paese. Marocco e Algeria sono in guerra tra di loro sul Sahara spagnolo, oltre alla lotta interna in ciascuno di essi.L’Islam militante mette in pericolo l’integrità della Tunisia e Gheddafi organizza le guerre che sono distruttivi dal punto di vista arabo, da un paese che è scarsamente popolata e che non può diventare una nazione potente. È per questo che egli ha tentato unificazioni in passato con gli stati che sono più genuini, come l’Egitto e la Siria. Sudan, lo Stato più lacerato nel mondo musulmano arabo di oggi è costruito su quattro gruppi ostili gli uni agli altri, un musulmano sunnita, minoranza araba che governa la maggioranza degli africani non arabi, Pagani e cristiani. In Egitto c’è una maggioranza sunnita musulmano di fronte a una grande minoranza di cristiani che è dominante in Alto Egitto: circa 7 milioni di loro, in modo che anche Sadat, nel suo intervento, l’8 maggio, ha espresso il timore che vorranno un loro stato proprio, qualcosa come un “secondo” cristiana del Libano in Egitto.
8
Tutti gli Stati arabi est di Israele sono lacerata, spezzata e crivellato di conflitto interiore ancor più di quelli del Maghreb. La Siria è fondamentalmente non differisce da Libano salvo in forte regime militare che governa. Ma la vera e propria guerra civile che si svolgono al giorno d’oggi tra la maggioranza sunnita e la sciita alawita minoranza dominante (un mero 12% della popolazione), testimonia la gravità del problema nazionale.
9
L’Iraq è, ancora una volta, non è diverso nella sostanza dai suoi vicini, anche se la sua maggioranza è sciita e la minoranza sunnita dominante. Il sessantacinque per cento della popolazione non ha voce in politica, in cui una élite di 20 per cento detiene il potere. Inoltre c’è una grande minoranza curda nel nord, e se non fosse per la forza del regime al potere, l’esercito e le entrate petrolifere, futuro stato iracheno non sarebbe diverso da quello del Libano, in passato o della Siria oggi. I semi del conflitto interiore e della guerra civile sono evidenti già oggi, soprattutto dopo l’ascesa di Khomeini al potere in Iran, un leader che gli sciiti in Iraq vista come il loro leader naturale.
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Tutti i principati del Golfo e in Arabia Saudita sono costruiti su un delicato casa di sabbia in cui vi è solo olio. In Kuwait, i kuwaitiani costituiscono solo un quarto della popolazione. In Bahrain, gli sciiti sono la maggioranza, ma sono privi di potere. Negli Emirati Arabi Uniti, gli sciiti sono ancora una volta la maggioranza, ma i sunniti sono al potere. Lo stesso è vero di Oman e Yemen del Nord.Anche nella marxista del Sud Yemen c’è una considerevole minoranza sciita. In Arabia Saudita la metà della popolazione è straniera, egiziana e yemenita, ma una minoranza saudita detiene il potere.
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La Giordania è in realtà palestinese, governato da un Trans-Giordania beduino minoranza, ma la maggior parte delle forze armate e di certo la burocrazia è ora palestinese. È un dato di fatto Amman è come palestinese Nablus. Tutti questi paesi hanno eserciti potenti, relativamente parlando. Ma c’è un problema anche lì. L’esercito siriano è oggi per lo più sunniti con un corpo ufficiali alawita, l’esercito iracheno sciita con sunnita comandanti. Questo ha un grande significato nel lungo periodo, ed è per questo che non sarà possibile conservare la fedeltà dell’esercito per un lungo periodo a meno che si tratta del solo comune denominatore: l’ostilità nei confronti di Israele, e oggi anche questo è insufficiente .
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Accanto gli arabi, divisi come sono, l’altro musulmano Uniti condividono una situazione simile. La metà della popolazione dell’Iran è costituito da un gruppo di lingua persiana e l’altra metà di un gruppo etnico turco. Popolazione della Turchia dispone di un turco musulmano sunnita maggioranza, circa il 50%, e due grandi minoranze, 12 milioni di sciiti alawiti ei 6 milioni sunniti curdi. In Afghanistan ci sono 5 milioni di euro
Sciiti, che costituiscono un terzo della popolazione. In sunnita Pakistan ci sono 15 milioni di sciiti, che mettono in pericolo l’esistenza di quello stato.
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Questa immagine nazionale minoranza etnica che si estende dal Marocco all’India e dalla Somalia alla Turchia punta alla mancanza di stabilità e di una rapida degenerazione in tutta la regione.Quando questo quadro si aggiunge a quello economico, vediamo come l’intera regione è costruito come un castello di carte, incapace di sopportare i suoi gravi problemi.
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In questo mondo gigantesco e fratturati ci sono alcuni gruppi di ricchi e una massa enorme di persone povere. La maggior parte degli arabi hanno un reddito medio annuo di 300 dollari. Questa è la situazione in Egitto, nella maggior parte dei paesi del Maghreb, tranne per la Libia, e in Iraq. Libano è lacerato e la sua economia sta cadendo a pezzi. E ‘uno stato in cui non vi è alcun potere centralizzato, ma solo 5 de facto autorità sovrane (cristiano nel nord, sostenuta dai siriani e sotto il dominio del clan Franjieh, in Oriente una zona di conquista siriana diretta, nel centro di un falangista enclave controllata cristiana, nel sud e fino al fiume Litani una regione prevalentemente palestinese controllato dall’OLP e lo stato dei cristiani del maggiore Haddad e mezzo milione di sciiti). La Siria è in una situazione ancora più grave e anche l’assistenza che otterrà in futuro, dopo l’unificazione con la Libia non sarà sufficiente per affrontare i problemi fondamentali dell’esistenza e il mantenimento di un grande esercito. L’Egitto è nella situazione peggiore: Milioni sono sull’orlo della fame, la metà della forza lavoro è disoccupata, e l’alloggio è scarsa in questa zona più densamente popolata del mondo.Fatta eccezione per l’esercito, non vi è un singolo reparto operativo in modo efficiente e lo Stato è in uno stato permanente di fallimento e dipende interamente dall’assistenza estera americana concessa in quanto la pace. 6
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Negli Stati del Golfo, l’Arabia Saudita, la Libia e l’Egitto non vi è la più grande accumulazione di denaro e di petrolio al mondo, ma quelli goderne sono piccole élites che non hanno una base larga di sostegno e di fiducia in se stessi, qualcosa che nessun esercito può garantire. 7 L’esercito saudita con tutta la sua attrezzatura non può difendere il regime da pericoli reali a casa o all’estero, e ciò che ha avuto luogo a La Mecca nel 1980, è solo un esempio. Una situazione triste e molto burrascoso circonda Israele e crea sfide per esso, i problemi, i rischi , ma anche ampie opportunità per la prima volta dal 1967 . Le probabilità sono che occasioni perse in quel momento diventerà realizzabile negli anni Ottanta in misura e secondo le dimensioni che non possiamo nemmeno immaginare oggi.16
La politica di “pace” e la restituzione dei territori, attraverso una dipendenza degli Stati Uniti, preclude la realizzazione della nuova opzione creato per noi. Dal 1967, tutti i governi di Israele hanno legato i nostri obiettivi nazionali fino a restringere esigenze politiche, da un lato, e dall’altro a distruttivo pareri a casa che neutralizzate le nostre capacità, sia in patria che all’estero. Non riuscendo a prendere provvedimenti nei confronti della popolazione araba nei nuovi territori, acquisiti nel corso di una guerra forzata su di noi, è il grande errore strategico commesso da Israele, la mattina dopo la Guerra dei Sei Giorni. Avremmo potuto salvare noi stessi tutto il conflitto aspro e pericoloso da allora, se avessimo dato la Giordania per i palestinesi che vivono a ovest del fiume Giordano. Così facendo avremmo neutralizzato il problema palestinese che abbiamo oggi di fronte, e al quale abbiamo trovato soluzioni che sono davvero nessuna soluzione a tutti, come il compromesso territoriale o di autonomia che ammontano, infatti, per la stessa cosa. 8 Oggi, abbiamo improvvisamente affrontare immense opportunità per trasformare a fondo e questo dobbiamo fare nel prossimo decennio la situazione, altrimenti non potremo sopravvivere come stato.17
Nel corso degli anni Ottanta, lo Stato di Israele dovrà passare attraverso i cambiamenti di vasta portata nel suo regime politico ed economico nazionale, insieme a cambiamenti radicali nella sua politica estera, al fine di resistere alle sfide globali e regionali di questa nuova epoca. La perdita dei campi petroliferi del Canale di Suez, l’immenso potenziale delle altre risorse naturali, petrolio, gas e nella penisola del Sinai, che è geomorfologicamente identici ai ricchi paesi produttori di petrolio della regione, si tradurrà in una perdita di energia nel prossimo futuro e distruggere la nostra economia nazionale: un quarto del nostro presente PIL così come un terzo del budget viene utilizzato per l’acquisto di petrolio. 9 La ricerca di materie prime nel Neghev e sulla costa non saranno, in un prossimo futuro , servono a modificare tale stato di cose.18
(Riconquistare) la penisola del Sinai con le sue risorse attuali e potenziali è dunque una priorità politica che è ostacolata dal Camp David e gli accordi di pace . La colpa per che si trova, naturalmente, con l’attuale governo israeliano e dei governi che ha aperto la strada alla politica di compromesso territoriale, i governi di allineamento dal 1967. Gli egiziani non avrà bisogno di mantenere il trattato di pace dopo la restituzione del Sinai, e faranno tutto il possibile per tornare all’ovile del mondo arabo e per l’URSS al fine di ottenere il sostegno e l’assistenza militare. Aiuti americani è garantita solo per un breve periodo, per i termini della pace e l’indebolimento degli Stati Uniti, sia in patria che all’estero porterà a una riduzione degli aiuti. Senza olio e il reddito da esso, con il presente enormi spese, non saremo in grado di ottenere fino al 1982 nelle condizioni attuali e dovremo agire per return la situazione allo status quo che esisteva in Sinai prior di Sadat di visita e l’accordo di pace firmato con lui erronea marzo 1979 . 1 019
Israele ha due vie principali attraverso cui realizzare questo scopo, uno diretto e l’altro indiretto.L’opzione diretta è quella meno realistico a causa della natura del regime e di governo in Israele, così come la saggezza di Sadat, che ha ottenuto il nostro ritiro dal Sinai, che era, accanto alla guerra del 1973, il suo successo importante da quando ha preso il potere . Israele non unilateralmente rompere il trattato, né oggi, né nel 1982, a meno che sia molto fatica economicamente e politicamente ed Egitto fornisce Israele con la scusa di prendere il nuovo Sinai nelle nostre mani per la quarta volta nella nostra breve storia. Cosa è rimasto dunque, è l’opzione indiretta. La situazione economica in Egitto, la natura del regime e la sua pan-
Politica araba, porterà a una situazione dopo l’aprile 1982, alla quale Israele sarà costretto ad agire direttamente o indirettamente, al fine di riprendere il controllo del Sinai come riserva strategica, economica ed energetica per il lungo periodo . Egitto non costituisce un problema strategico militare a causa di conflitti interni e che potrebbe essere guidato indietro al post 1967 situazione di guerra in non più di un giorno. 1 120
Il mito dell’Egitto come leader forte del mondo arabo è stata demolita nel 1956 e sicuramente non è sopravvissuto del 1967, ma la nostra politica, come nel ritorno del Sinai, è servito a trasformare il mito in “realtà.” In realtà, però , il potere dell’Egitto in proporzione sia al solo Israele e per il resto del mondo arabo è sceso di circa il 50 per cento dal 1967. L’Egitto non è più il principale potere politico nel mondo arabo ed è economicamente sull’orlo di una crisi. Senza assistenza straniera la crisi arriverà domani. 12 Nel breve periodo, a causa del ritorno del Sinai, Egitto guadagnerà parecchi vantaggi a nostre spese, ma solo nel breve periodo fino al 1982, e che non cambierà gli equilibri di potere a suo vantaggio, e sarà eventualmente causare la sua rovina. Egitto, nella sua attuale quadro politico interno, è già un cadavere, tanto più se si tiene conto della crescente spaccatura musulmano-cristiano. Rompere Egitto giù territorialmente in regioni geografiche distinte è l’obiettivo politico di Israele negli anni Ottanta sulla sua fronte occidentale .21
Egitto è diviso e lacerato in molti focolai di autorità. Se l’Egitto va in pezzi, paesi come la Libia, il Sudan o anche gli Stati più lontani non continueranno ad esistere nella forma attuale e si uniranno ilcrollo e la dissoluzione di Egitto. La visione di uno Stato cristiano copto in Egitto insieme a un certo numero di stati deboli con potenza molto localizzato e senza un governo centralizzato, come fino ad oggi, è la chiave per uno sviluppo storico che è stato solo arretrato con l’accordo di pace, ma che sembra inevitabile in lungo periodo . 1 322
Il fronte occidentale, che in superficie appare più problematica, è di fatto meno complicato di fronte orientale, in cui la maggior parte degli eventi che fanno i titoli dei giornali hanno avuto luogo recentemente. Dissoluzione totale del Libano in cinque province serve da precendent per tutto il mondo arabo tra cui l’Egitto, la Siria, l’Iraq e la penisola arabica e sta già seguendo quella traccia. La dissoluzione della Siria e Iraq in seguito in aree etnicamente o religiosamente unqiue come in Libano, è l’obiettivo primario di Israele sul fronte orientale nel lungo periodo, mentre la dissoluzione del potere militare di questi stati costituisce l’obiettivo primario a breve termine. Siria cadrà a pezzi, in conformità con la sua struttura etnica e religiosa, in diversi stati, come in oggi il Libano, in modo che non ci sarà uno stato sciita alawita lungo la sua costa, uno stato sunnita nella zona di Aleppo, un altro stato sunnita a Damasco ostile al suo vicino del nord, e le drusi che sarà istituito uno stato , magari anche nel nostro Golan, e certamente nel dell’Hauran e nel nord della Giordania . Questo stato di cose sarà la garanzia per la pace e la sicurezza nella zona, a lungo termine, e questo obiettivo è già alla nostra portata oggi . 1 423
Iraq, ricco di petrolio, da una parte e lacerato internamente, dall’altra, è garantito come candidato pergli obiettivi di Israele . La sua dissoluzione è ancora più importante per noi di quella di Siria. L’Iraq è più forte di Siria. Nel breve periodo è il potere iracheno che costituisce la più grande minaccia per Israele. Una guerra Iraq-Iran si strappa a pezzi l’Iraq e provocare la sua caduta a casa anche prima che sia in grado di organizzare una lotta su un ampio fronte contro di noi. Ogni tipo di confronto inter-araba ci aiuterà nel breve periodo e sarà accorciare la strada per l’obiettivo più importante di rompere l’Iraq in denominazioni come in Siria e in Libano . In Iraq, una divisione in province lungo linee etniche / religiose, come in Siria durante il periodo ottomano è possibile. Così, tre (o più) stati esisteranno attorno alle tre principali città: Bassora, Baghdad e Mosul, e le zone sciite nel sud separerà dal sunnita e curda a nord. E ‘possibile che l’attuale scontro iraniano-iracheno approfondirà questa polarizzazione. 1 524
L’intera penisola arabica è un candidato naturale per la dissoluzione a causa di pressioni interne ed esterne, e la questione è inevitabile soprattutto in Arabia Saudita. Indipendentemente dal fatto che la sua forza economica a base di olio rimane intatto o se invece è diminuita nel lungo periodo, le divisioni interne e le disaggregazioni sono uno sviluppo chiaro e naturale alla luce della attuale struttura politica. 1 625
Giordania costituisce un obiettivo strategico immediato nel breve periodo ma non nel lungo periodo, in quanto non costituisce una minaccia reale nel lungo periodo dopo il suo scioglimento , la cessazione del lungo dominio del re Hussein e il trasferimento del potere ai palestinesi nel breve periodo.
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Non vi è alcuna possibilità che la Giordania continuerà ad esistere nella sua struttura attuale per molto tempo, e la politica di Israele, sia in guerra che in pace, deve essere orientata alla liquidazione di Giordano sotto l’attuale regime e il trasferimento del potere al maggioranza palestinese. Modifica del regime est del fiume causerà anche la risoluzione del problema dei territori densamente popolati con gli arabi ad ovest del Giordano. Sia in guerra o in condizioni di pace, l’emigrazione dai territori e congelare economica demografico in loro, sono le garanzie per il prossimo cambiamento su entrambe le rive del fiume, e noi dobbiamo essere attivi al fine di accelerare questo processo nel prossimo futuro . Il piano di autonomia dovrebbe anche essere respinta, così come ogni compromesso o la divisione dei territori per, dato i piani del PLO e quelli degli arabi israeliani stessi, il piano Shefa’amr di settembre del 1980, non è possibile andare a vivere in questo paese nella situazione attuale, senza separare le due nazioni, gli arabi in Giordania e gli ebrei per le zone ad ovest del fiume . Coesistenza genuina e la pace regnerà sulla terra solo quando gli arabi capire che senza dominio ebraico tra il Giordano e il mare non avranno né l’esistenza né la sicurezza. Una nazione di loro e di sicurezza sarà loro solo in Giordania. 1 727
All’interno di Israele, la distinzione tra le aree del ’67 e dei territori al di là di loro, quelli del ’48, è sempre stato privo di significato per gli arabi e al giorno d’oggi non ha più alcun significato per noi. Il problema deve essere visto nella sua interezza, senza divisioni del ’67. Dovrebbe essere chiaro, in ogni futura costellazione situazione politica o militare, che la soluzione del problema degli arabi indigeni arriverà solo quando riconoscono l’esistenza di Israele nei confini sicuri fino al fiume Giordano e al di là di esso, come il nostro bisogno esistenziale in questa difficile epoca, l’epoca nucleare che ci deve presto entrare. Non è più possibile vivere con tre quarti della popolazione ebraica sulla battigia denso che è così pericoloso in un epoca nucleare.
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Dispersione della popolazione è quindi un obiettivo strategico nazionale di primissimo ordine, in caso contrario, dovremo cessare di esistere entro i confini. Giudea, Samaria e la Galilea sono la nostra unica garanzia per l’esistenza nazionale, e se non diventiamo la maggior parte nelle zone di montagna, non ci devono governare nel paese e ci devono essere come i Crociati, che ha perso questo paese che non era loro in ogni caso, e in cui sono stati gli stranieri a cominciare.Riequilibrare il paese demograficamente, strategicamente ed economicamente è l’obiettivo più alto e più centrale di oggi. Prendendo in mano il spartiacque montagna da Bersabea a Alta Galilea è l’obiettivo nazionale generato dal maggiore considerazione strategica che sta sistemando la parte montuosa del paese, che è vuota di ebrei oggi . l 829
Realizzando i nostri obiettivi sul fronte orientale dipende in primo luogo la realizzazione di questo obiettivo strategico interno. La trasformazione della struttura politica ed economica, in modo da consentire la realizzazione di questi obiettivi strategici, è la chiave per raggiungere l’intera variazione. Abbiamo bisogno di cambiare da una economia centralizzata in cui il governo è ampiamente coinvolto, per un mercato aperto e libero, nonché di passare dalla funzione del contribuente degli Stati Uniti per lo sviluppo, con le nostre mani, di una vera e propria infrastruttura economica produttiva. Se non siamo in grado di fare questo cambiamento liberamente e volontariamente, saremo costretti in esso dagli sviluppi mondiali, in particolare in materia di economia, energia, e la politica, e dal nostro isolamento crescente. l 930
Da un punto di vista militare e strategico, l’Occidente guidato dagli Stati Uniti non è in grado di resistere alle pressioni globali dell’URSS in tutto il mondo, e Israele deve quindi stare da solo negli anni Ottanta, senza alcuna assistenza estera, militare o economica, e questo è alla nostra capacità di oggi, senza compromessi. 20 I rapidi cambiamenti del mondo sarà anche portare un cambiamento nella condizione della comunità ebraica mondiale a cui Israele diventerà non solo in ultima istanza, ma l’unica opzione esistenziale. Non possiamo supporre che gli ebrei degli Stati Uniti, e le comunità di Europa e America Latina continuerà ad esistere nella forma attuale nel futuro . 2 131
La nostra esistenza in questo paese si è certo, e non vi è alcuna forza che potrebbe togliere a noi da qui o con forza o con inganno (metodo di Sadat). Nonostante le difficoltà della politica sbagliata “pace” e il problema degli arabi israeliani e quelli dei territori, siamo in grado di affrontare efficacemente questi problemi nel prossimo futuro.
Conclusione
1
Tre punti importanti devono essere chiariti in modo da essere in grado di comprendere le possibilità significative di realizzazione di questo piano sionista per il Medio Oriente, e anche per questo ha dovuto essere pubblicato.
2
La formazione militare del Piano
Le condizioni militari di questo piano non sono stati menzionati sopra, ma sulle molte occasioni in cui qualcosa di molto simile è “spiegato” in riunioni a porte chiuse per i membri dell’establishment israeliano, questo punto è chiarito. Si presume che le forze militari israeliane, in tutti i loro rami, sono insufficienti per il lavoro effettivo di occupazione di tali territori ampi come discusso sopra. Infatti, anche in tempi di intensa palestinese “disordini” in Cisgiordania, le forze dell’esercito israeliano sono allungati troppo. La risposta a questo è il metodo di governare per mezzo di “forze Haddad” o di “Associazioni Village” (noto anche come “Leghe di Villaggio”): forze locali sotto “leader” del tutto dissociate dalla popolazione, non avendo nemmeno alcun feudale o Struttura parti (come i falangisti hanno, per esempio). Il “stati” proposto da Yinon sono “Haddadland” e “Associazioni villaggio”, e le loro forze armate sarà, senza dubbio, molto simili. Inoltre, la superiorità militare israeliana in una tale situazione sarà molto più grande di quanto lo sia anche ora, in modo che qualsiasi movimento di rivolta sarà “punito” sia per l’umiliazione di massa come in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, o da bombardamento e la cancellazione di città, come in Libano oggi (giugno 1982), o da entrambi. Per garantire questo, il piano , come spiegato oralmente, chiede l’istituzione di presidi israeliani in luoghi focali tra il mini-stati, attrezzate con le forze distruttive mobili necessari. Infatti, si è visto qualcosa di simile in Haddadland e noi quasi certamente vedere presto il primo esempio di questo sistema di funzionamento sia nel Sud del Libano o in tutto il Libano.
3
E ‘evidente che le ipotesi militari di cui sopra, e l’intero piano di troppo, dipendono anche gli arabi continuano a essere ancora più diviso di quanto lo siano ora, e sulla mancanza di un movimento veramente progressista massa tra di loro. Può essere che queste due condizioni saranno rimossi solo quando il piano sarà a buon punto, con conseguenze che non si possono prevedere.
4
Perché è necessario pubblicare questo in Israele?
La ragione per la pubblicazione è la duplice natura della società israeliana-ebraica: una molto grande misura di libertà e di democrazia, specialmente per gli ebrei, in combinazione con l’espansionismo e la discriminazione razzista. In una tale situazione l’elite israeliana-ebraica (per le masse seguono la TV e discorsi di Begin) deve essere persuaso . I primi passi nel processo di persuasione sono orale, come indicato sopra, ma una volta viene in cui diventa scomodo. Materiale scritto deve essere prodotto a beneficio dei più stupide “persuasori” e “animatori” (ad esempio gli ufficiali di medio rango, che sono, di solito, straordinariamente stupido). Hanno poi “imparano”, più o meno, e di predicare agli altri. Va osservato che Israele, e anche il dell’Yishuv dagli anni Venti, ha sempre funzionato in questo modo. Io stesso bene ricordare come (prima ero “in opposizione”) la necessità della guerra con stato spiegato a me e ad altri un anno prima della guerra 1956, e la necessità di conquistare “il resto della Palestina occidentale in cui avremo l’opportunità” è stato spiegato negli anni 1965-1967.
5
Perché si presume che non vi è alcun rischio di speciale da fuori nella pubblicazione di tali piani?
Tali rischi possono provenire da due fonti, a patto che l’opposizione di principio all’interno di Israele è molto debole (una situazione che potrebbe cambiare in conseguenza della guerra al Libano): il mondo arabo, compresi i palestinesi, e gli Stati Uniti. Il mondo arabo si è dimostrato finora incapace di un’analisi dettagliata e razionale della società israeliana-ebraica, ei palestinesi sono stati, in media, non è migliore rispetto al resto. In una tale situazione, anche quelli che urlano circa i pericoli di espansionismo israeliano (che sono abbastanza reale) stanno facendo questo non a causa della conoscenza fattuale e dettagliate, ma a causa della credenza nel mito. Un buon esempio è la credenza molto persistente nella scrittura inesistente sul muro della Knesset del versetto biblico circa il Nilo e l’Eufrate. Un altro esempio sono le dichiarazioni persistenti, e completamente falsa, che sono state fatte da alcuni dei più importanti leader arabi, che le due strisce blu della bandiera israeliana simboleggiano il Nilo e l’Eufrate, mentre in realtà essi sono tratti dalle strisce della ebreo che prega scialle (Talit). Gli specialisti israeliani assumono che, nel complesso, gli arabi non badare a loro discussioni serie del futuro, e la guerra in Libano le ha dato ragione. Quindi perché non dovrebbe continuare con i loro vecchi metodi di persuadere altri israeliani?
6
Negli Stati Uniti una situazione molto simile esiste, almeno fino ad ora. I commentatori più o meno gravi prendono le loro informazioni su Israele, e molto del loro opinioni su di esso, da due fonti. Il primo è da articoli del “liberale” stampa americana, scritto quasi completamente da ammiratori ebrei di Israele che, anche se sono critica di alcuni aspetti dello stato di Israele, praticano fedelmente ciò che Stalin chiamava “la critica costruttiva.” ( In realtà quelli tra loro che pretendono anche di essere “anti-stalinista” sono in realtà più stalinista di Stalin, con Israele che è il loro dio che non è ancora riuscito). Nel quadro di tale culto critico si dovrà ritenere che Israele ha sempre “buone intenzioni” e solo “sbaglia”, e quindi un tale piano non sarebbe una questione di discussione, esattamente come i genocidi biblici commessi da ebrei non sono menzionati . L’altra fonte di informazione, il Jerusalem Post , ha politiche simili. Così a lungo, quindi, come esiste la situazione in cui Israele è in realtà una “società chiusa” per il resto del mondo, perché il mondo vuole chiudere i suoi occhi , la pubblicazione e anche l’inizio della realizzazione di un tale piano è realistico e fattibile.
Israel Shahak
17 Giugno 1982 Gerusalemme
A proposito del traduttore
Israel Shahak è un professore di chemistly organica presso l’Università Ebraica di Gerusalemme e il presidente della Lega israeliana per i diritti umani e civili. Ha pubblicato Le carte Shahak , raccolte di articoli chiave della stampa ebraica, ed è autore di numerosi articoli e libri, tra i quali non-Ebreo nello Stato ebraico . Il suo ultimo libro è globale il ruolo di Israele: le armi per la repressione , pubblicato dalla AAUG nel 1982. Israel Shahak: (1933-2001)
Note
1. americano università personale di campo. Segnala No.33, 1979. Secondo questa ricerca, la popolazione del mondo sarà di 6 miliardi nel 2000. Popolazione mondiale di oggi può essere suddiviso come segue: Cina, 958 milioni; India, 635 milioni; URSS, 261 milioni di euro, degli Stati Uniti, 218 milioni in Indonesia, 140 milioni, Brasile e Giappone, 110 milioni ciascuno. Secondo i dati del Fondo della Popolazione delle Nazioni Unite per il 1980, ci sarà, nel 2000, 50 città con una popolazione di oltre 5 milioni di euro ciascuno. Il ofthp popolazione; Terzo Mondo sarà poi l’80% della popolazione mondiale. Secondo Justin Blackwelder, US Census capo dell’Ufficio, la popolazione mondiale non raggiungerà i 6 miliardi di euro a causa della fame.
2. Politica nucleare sovietico è stato ben sintetizzato da due sovietologi americani: Joseph D. Douglas e Amoretta M. Hoeber, strategia sovietica per la guerra nucleare , (Stanford, Ca, Hoover Institute Press, 1979..).Nelle decine Unione Sovietica e centinaia di articoli e libri sono pubblicati ogni anno, che dettaglio la dottrina sovietica per la guerra nucleare e non vi è una grande quantità di documentazione tradotto in inglese e pubblicato dalla US Air Force, tra USAF: il marxismo-leninismo in guerra e l’esercito: The View sovietica , Mosca, 1972, USAF: Le Forze Armate dello Stato sovietico . Mosca, 1975, dal maresciallo A. Grechko.L’approccio sovietico di base per la materia è presentata nel libro dal maresciallo Sokolovski pubblicato nel 1962 a Mosca: il maresciallo VD Sokolovski, strategia militare, sovietica Dottrina e concetti (New York, Praeger, 1963).
3. Una foto di intenzioni sovietiche in varie aree del mondo si può trarre dal libro di Douglas e Hoeber, ibid. Per materiale aggiuntivo vedere: Michael Morgan, “Minerali di URSS come arma strategica per il futuro,” Difesa e degli Affari Esteri , a Washington, DC, dicembre 1979.
4. Ammiraglio della Flotta Sergei Gorshkov, Sea Power e lo Stato , London, 1979. Morgan, loc. cit. Generale George S. Brown (USAF) C-JCS, Dichiarazione al Congresso sulla postura Difesa degli Stati Uniti per l’anno fiscale 1979 , pag. 103; del Consiglio di Sicurezza Nazionale, revisione della politica di minerali non combustibile , (Washington, DC 1979), Drew Middleton, The New York Times , (9/15/79); Tempo , 9/21/80.
5. Elie Kedourie, “La fine dell’Impero Ottomano,” Giornale di storia contemporanea , vol. 3, n ° 4, 1968.
6. Al-Thawra , Siria 12/20/79, Al-Ahram , 12/30/79, Al Baath , Siria, 5/6/79. 55% degli arabi sono 20 anni e più giovani, il 70% degli arabi vivono in Africa, il 55% degli arabi under 15 è disoccupato, il 33% vive in aree urbane, Oded Yinon, “problema della popolazione egiziana,” The Jerusalem Quarterly , n ° 15, primavera 1980.
7. E. Kanovsky, “chi arabi e non abbienti,” The Jerusalem Quarterly , n ° 1, Autunno 1976 Al Baath , Siria, 5/6/79.
8. Nel suo libro, l’ex primo ministro Yitzhak Rabin ha detto che il governo israeliano è infatti responsabile per la progettazione della politica americana in Medio Oriente, dopo il giugno del ’67, a causa della sua indecisione per il futuro dei territori e l’incoerenza le sue posizioni in quanto ha istituito il fondo per la Risoluzione 242 e certamente dodici anni dopo gli accordi di Camp David e il trattato di pace con l’Egitto. Secondo Rabin, il 19 giugno del 1967, il presidente Johnson ha inviato una lettera al primo ministro Eshkol in cui egli non ha menzionato nulla di ritiro dai territori nuovi, ma esattamente lo stesso giorno il governo ha deciso di tornare territori in cambio della pace. Dopo le risoluzioni arabi a Khartoum (9/1/67) il governo ha modificato la sua posizione, ma in contrasto con la sua decisione del 19 giugno, non ha notificato gli USA dell’alterazione e gli Stati Uniti ha continuato a sostenere 242 del Consiglio di sicurezza sulla base di la sua precedente conoscenza che Israele è pronto a tornare territori. A quel punto era già troppo tardi per cambiare la posizione degli Stati Uniti e la politica di Israele. Da qui la strada è stata aperta al accordi di pace sulla base della 242, come è stato successivamente concordato a Camp David. Vedere Yitzhak Rabin. Pinkas Sherut , ( Ma’ariv 1979) pp 226-227.
9. Esteri e della Difesa Presidente del Comitato Prof. Moshe Arens hanno sostenuto in una intervista ( Ma ‘ARIV , 10/3/80) che il governo israeliano non è riuscito a preparare un piano economico prima degli accordi di Camp David ed era esso stesso sorpreso dal costo degli accordi, anche se già nel corso dei negoziati è stato possibile calcolare il prezzo pesante e l’errore grave coinvolti nel non aver preparato i motivi economici per la pace.
L’ex ministro del Tesoro, il signor Yigal Holwitz, ha dichiarato che se non fosse per il ritiro dai campi di petrolio, Israele avrebbe un saldo positivo dei pagamenti (9/17/80). Quella stessa persona che ha detto due anni prima che il governo di Israele (da cui si ritirò) aveva messo un cappio intorno al collo. Si riferiva al accordi di Camp David ( Ha’aretz , 11/3/78). Nel corso di tutto il negoziato di pace né un esperto né un consulente economia è stata consultata, e il primo ministro stesso, che manca di conoscenze e competenze in economia, in un’iniziativa sbagliata, ha chiesto agli Stati Uniti di darci un prestito piuttosto che una sovvenzione, a causa del suo desiderio di mantenere il nostro rispetto e il rispetto degli Stati Uniti nei confronti di noi. Vedere Ha’aretz1/5/79. Jerusalem Post , 9/7/79. Prof Asaf Razin, ex consulente senior nel Tesoro, fortemente criticato la condotta dei negoziati; Ha’aretz ., 5/5/79 Ma’ariv , 9/7/79. Per quanto riguarda le questioni concernenti i campi di petrolio e la crisi energetica di Israele, vedi l’intervista con il Sig. Eitan Eisenberg, un consulente del governo su questi temi, Ma’arive Weekly , 12/12/78. Il ministro dell’Energia, che ha personalmente firmato gli accordi di Camp David e l’evacuazione di Sdeh Alma, da allora ha sottolineato la gravità della nostra condizione dal punto di vista delle forniture di petrolio più di una volta … vedi Yediot Ahronot , 7/20/79. Energia ministro Modai anche ammesso che il governo non lo ha consultato a tutti sul tema del petrolio durante il Camp David e Blair negoziati casa. Ha’aretz , 8/22/79.
1 0. Molte fonti riportano sulla crescita del bilancio armamenti in Egitto e sulle intenzioni di dare la preferenza esercito in un bilancio un’epoca di pace sui bisogni nazionali che, una pace sarebbe stato ottenuto. Vedere l’ex primo ministro Salam Mamduh in un’intervista 12/18/77, ministro del Tesoro Abd El Sayeh in un’intervista 7/25/78, e la carta di Al Akhbar , 12/2/78 che ha chiaramente sottolineato che il bilancio militare riceverà prima priorità, nonostante la pace. Questo è ciò che l’ex primo ministro Mustafa Khalil ha dichiarato nel documento programmatico del suo gabinetto che è stata presentata al Parlamento, 11/25/78. Vedere traduzione in inglese, ICA, FBIS, 27 novembre 1978, pp D 1-10.
Secondo queste fonti, il bilancio militare egiziano è aumentata del 10% tra il bilancio 1977 e 1978, e il processo continua. Una fonte saudita divulgato che il piano di egiziani per aumentare il loro budget militmy del 100% nei prossimi due anni, Ha’aretz , 2/12/79 e il Jerusalem Post , 1/14/79.
1 1. La maggior parte delle stime economiche gettato dubbi sulla capacità dell’Egitto di ricostruire la sua economia dal 1982. Vedere Unità di Intelligenza Economica , 1978 Supplement, “La Repubblica Araba d’Egitto”; E. Kanovsky, “Recenti economiche sviluppi in Medio Oriente “, Occasional Papers , l’istituzione Siloe giugno 1977; Kanovsky, “L’economia egiziana sin dalla metà degli Sixties, i settori Micro “, Occasional Paper , giugno 1978, Robert McNamara, presidente della Banca Mondiale, come riportato in tempi , Londra, 1/24/78.
1 2. Vedere il paragone fatto dal researeh dell’Istituto di Studi Strategici di Londra, e la ricerca camed nel Centro di studi strategici dell’Università di Tel Aviv, così come la ricerca dallo scienziato britannico, Denis Champlin, militare Review , novembre 1979 , ISS: The Military Balance 1979-1980, CSS; accordi di sicurezza inSinai … da Briga. Gen. (Res.) A Shalev, No. 3.0 CSS; The Military Balance e le opzioni militari, dopo il trattato di pace con l’Egitto , da Briga. Gen. (Res.) Y. ​​Raviv, n.4, dicembre 1978, così come molti articoli di stampa tra cui El Hawadeth , Londra, 3/7/80; El Watan El Arabi , Parigi, 12/14/79.
1 3. Quanto fermento religioso in Egitto e le relazioni tra copti e musulmani vedere la serie di articoli pubblicati sul giornale kuwaitiano, El Qabas , 9/15/80. L’autore Irene rapporti inglesi Beeson sulla spaccatura tra musulmani e copti, vedi: Irene Beeson, Guardiano , Londra, 6/24/80, e Desmond Stewart, Medio OrienteInternmational , Londra 6/6/80. Per le altre segnalazioni vedi Pamela Ann Smith, Guardiano , Londra, 12/24/79;The Christian Science Monitor 12/27/79 così come Al Dustour , Londra, 10/15/79; El Kefah El Arabi, 10/15 / 79.
1 4. Press Service Araba , Beirut, 8/6-13/80. The New Republic , 8/16/80, Der Spiegel , come citato daHa’aretz , 3/21/80, e 4/30-5/5 / 80, The Economist , 3/22/80; Robert Fisk, Volte , Londra, 3/26/80; Ellsworth Jones, Times Domenica , 3/30/80.
1 5. JP Peroncell Hugoz, Le Monde , Parigi 4/28/80; Dr. Abbas Kelidar, Middle East Review , estate 1979;
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1 6. Arnold Hottinger, “Gli Stati arabi ricchi di Trouble,” The New York Review of Books , 5/15/80; stampa araba servizio , Beirut, 6/25-7/2/80; US News and World Report , 11/5 / 79 così come El Ahram , 11/9/79; El Nahar El Arabi Wal Duwali , Parigi 9/7/79; El Hawadeth , 11/9/79; David Hakham, Monthly Review , IDF, gennaio-febbraio 79.
1 7. Per quanto riguarda le politiche ei problemi della Giordania vedere El Nahar El Arabi Wal Duwali , 4/30/79, 7/2/79; Prof. Elie Kedouri, Ma’ariv 6/8/79; Prof. Tanter, Davar 7/12/79 , A. Safdi, Jerusalem Post , 5/31/79; El Watan El Arabi 11/28/79; El Qabas , 11/19/79. Sulle posizioni dell’OLP vedere: Le risoluzioni del Quarto Congresso di Fatah, Damasco, agosto 1980. Il programma Shefa’amr degli arabi israeliani è stato pubblicato nelHa’aretz , 9/24/80, e dalla Relazione stampa araba 6/18 / 80. Per i fatti e cifre in materia di immigrazione di arabi in Giordania, vedere Amos Ben Vered, Ha’aretz , 2/16/77; Yossef Zuriel, Ma’ariv 1/12/80. Per quanto riguarda la posizione della OLP verso Israele vedi Shlomo Gazit, Monthly Review , luglio 1980; Hani El Hasan in una intervista, Al Rai Al’Am , Kuwait 4/15/80; Avi Plaskov, “Il problema palestinese,” Sopravvivenza , ISS, Londra Gen. Feb. 78, David Gutrnann, “Il mito palestinese,” Commentario , ottobre 75, Bernard Lewis, “I palestinesi e l’OLP,” Commentario gennaio 75; Lunedi Mattina , Beirut, 8/18-21/80; Journal of Palestine Studies, Inverno 1980.
1 8. Prof. Yuval Neeman, “Samaria-la base per la sicurezza di Israele,” Ma’arakhot 272-273, maggio / giugno 1980; Ya’akov Hasdai, “La pace, la Via e il diritto di conoscere,” Dvar Hashavua , 2/23 / 80. Aharon Yariv, “Depth-An strategico punto di vista israeliano,” Ma’arakhot 270-271, ottobre 1979, Yitzhak Rabin, “Problemi di Difesa di Israele negli anni Ottanta,” Ma’arakhot ottobre 1979.
1 9. Ezra Zohar, In Pinze del regime (Shikmona, 1974); Motti Heinrich, abbiamo a Chance Israele, VeritàVersus Leggenda (Reshafim, 1981).
2 0. Henry Kissinger, “Le lezioni del passato,” The Washington Review Vol. 1, gennaio 1978; Arthur Ross, “Sfida dell’OPEC verso l’Occidente,” The Washington Quarterly , Inverno, 1980; Walter Levy, “Il petrolio e il declino della Occidente “, Affari Esteri , estate 1980; Special Report “La nostra armata Forees-Ready or Not?”US News and World Report 10/10/77; Stanley Hoffman, “Riflessioni sul Present Danger,” The New York Review of Books 3/6/80; Tempo 4/3/80; Leopold Lavedez “Le illusioni di sale” Commento settembre 79; Norman Podhoretz, “The Present Danger,” Commentario marzo 1980; Robert Tucker, “Oil and American Power Sei anni più tardi,” Commentario settembre 1979 Norman Podhoretz, “l’abbandono di Israele,” Commentario ° luglio 1976; Elie Kedourie, “Fraintendimento il Medio Oriente,” Commentario luglio 1979.
2 1. Secondo i dati pubblicati da Ya’akov Karoz, Yediot Ahronot , 10/17/80, la somma totale di episodi di antisemitismo registrati nel mondo nel 1979 è stato il doppio del valore registrato nel 1978. In Germania, Francia e Gran Bretagna il numero di episodi di antisemitismo era molte volte più grande in quell’anno. Negli Stati Uniti e si è registrato un forte aumento di episodi di antisemitismo che sono stati riportati in questo articolo. Per l’antisemitismo nuovo, vedi L. Talmon, “Il nuovo antisemitismo,” The New Republic , 1976/09/18, Barbara Tuchman, “Hanno avvelenato i pozzi,” Newsweek 2/3/75.

Fonte: http://sadefenza.blogspot.it/2013/08/grande-israele-il-piano-sionista-per-il.html