11 Settembre: l’uomo di Washington accusa Israele

Maurizio Blondet, 29 aprile 2016

Accusa   i neocon con nomi e  cognomi:  Paul Wolfowitz allora  viceministro al Pentagono, l’israelo-americano Michael Chertoff, il rabbino Dov Zakheim (numero 3 al Pentagono) di essersi infiltrati nel governo Bsh jr. e di aver organizzato, su istigazione di Israele,  il mega attentato dell’11 Settembre 2001.
E non è un complottista marginale: è stato  un alto funzionario del Dipartimento di Stato da Nixon a Carter a Bush-padre, esperto in guerra psicologica,  attore in operazioni coperte (come l’uccisione di Moro) per conto degli Stati Uniti. Membro fino al 2012 del Council on Foreign Relations, quindi dell’élite dell’Establisment.  Né lo si può accusare di avere come motivazione l’antisemitismo: i suoi genitori erano ebrei russo-polacchi fuggiti alla Shoah, lui ha scritto persino una biografia di sua “mamma yiddish”, Teodora.  E’ Steve Pieczenik.
Una vecchia conoscenza  anche per l’Italia, come vedremo.
Steve Pieczenik ha detto tutto il 21 aprile 2016, intervistato da Alex Jones, creatore del sito InfoWars: il video-intervista, di 47 minuti, è stato diffuso, probabilmente non a caso,  nel pieno  della campagna  americana  per incolpare la monarchia saudita del mega-attentato dell’11 Settembre, con la minaccia di pubblicare le 28 pagine del  rapporto della Commissione Senatoriale  sul 9/11, segretate da Bush jr. proprio perché mostrerebbero il coinvolgimento dei sauditi ai più alti livelli.
Steve Pieczenik corregge: sì, c’è stato la cooperazione di “agenti sauditi”, ma il mandante principale è Israele,  insiste nell’intervista.  Egli si dichiara disposto a testimoniare sotto giuramento davanti a un tribunale federale e rivelare lì le sue fonti, fra cui (dice) “un generale”.

Preferisce vecchie foto...
Preferisce  sue vecchie foto…

L’importanza del testimone non può essere sottovalutata. Il dottor Pieczenik  (è psichiatra)  fu in Italia nel marzo del 1978  e per tutti i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro da parte delle BR; speditovi dall’allora segretario di Stato Cyrus Vance,   si inserì nel Comitato di Crisi allestito da Cossiga allora  ministro dell’Interno (a fianco del criminologo Franco Ferracuti, l’esperto in difesa e sicurezza Stefano Silvestri, una grafologa e il magistrato Renato Squillante); ufficialmente per dare la sua esperta assistenza al salvataggio del politico italiano e negoziare con le Brigate Rosse. In realtà, come a rivelato in un libro nel 2008,  per assicurarsi che Moro non ne uscisse vivo: gli Usa avevano deciso che Moro doveva essere “sacrificato” per garantire “la stabilità dell’Italia” (nella Nato).

“Sacrificammo Aldo Moro”

Intervistato da France 5, e  poi da Gianni Minoli a Mixer 24 nel novembre 2013, Steve  Pieczenik ,  ha confermato tutto: per esempio raccontando che silurò l’iniziativa di Paolo VI di raccogliere una grossa somma ( pare di dieci miliardi di lire), per pagare un riscatto. “Stavamo chiudendo tutti i possibili canali attraverso cui Moro avrebbe potuto essere rilasciato. Non era per Aldo Moro in quanto uomo: la posta in gioco erano le Brigate rosse e il processo di destabilizzazione dell’Italia”. Chiese Minoli: ‘Sostanzialmente, lei fin dal primo giorno ha pensato e ha detto a Cossiga: Moro deve morire’. “Evidente – rispose il consulente – Cossiga se ne rese conto solo nelle ultime settimane. Aldo Moro era il fulcro da sacrificare attorno al quale ruotava la salvezza dell’Italia”. Sic.
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-11-07/caso-moro-ladu-steve-pieczenik-mix24-radio24-fino-fine-ho-temuto-che-liberassero-moro-125143.shtml?uuid=ABh3D6b
Per questo la Procura di Roma, nel 2014, ha accusato l’americano di concorso in omicidio. E Gero Grassi, vicepresidente dei deputati PD che voleva una nuova commissione d’indagine sul caso, disse:  “Steve Pieczenik stava al ministero dell’Interno per manipolare le Brigate rosse e arrivare all’omicidio di Aldo Moro“.
http://www.ilgiornale.it/news/cronache/consulente-usa-accusato-concorso-omicidio-nel-sequestro-aldo-1067254.html
Non è stata la sua unica impresa.  Nel Dipartimento di Stato ai tempi di Reagan,   il dottore è stato incaricato di architettare il “cambio di regime” a Panama, ossia il rovesciamento di Noriega (che lo accusò apertamenTe di essere “un assassino” che aveva ucciso vari suoi collaboratori). Ufficialmente capo-negoziatore in una quantità di prese di ostaggi e dirottamenti (ad opera di FARC colombiane, Abu Nidal, Idi Amin, OLP) ha contribuito a creare la Delta Force  il gruppo di teste di cuoio di intervento rapido in situazioni di crisi. Ha dato le dimissioni quando fallì il tentativo di liberare gli ostaggi americani nell’ambasciata di Teheran; decisione del presidente Carter , ma probabilmente scacco suo, del dottor Pieczenik.  S’è rifatto però  una carriera di successo ideando trame di thriller per Tom Clancy.

“Il vero Bin Laden è morto dal 2001”

Nel 2011 è tornato sotto i riflettori per denunciare che la “cattura di Bin Laden”  messa a segno ad Abbottabad in Pakistan e  passata come un grande successo del presidente Obama, era stata tutta una messinscena (ne abbiamo avuto tutti il sospetto):  il vero Bin Laden, secondo lui, è morto fin dal 2001, di sindrome di Marfan.
Non può esser casuale il fatto che adesso, a 72 anni e a 15 dal mega-attentato, il vecchio agente del Dipartimento di Stato con le mani in pasta in tante storie oscure di destabilizzazione e sovversione, esca ad accusare Israele mentre tutta la grancassa politico-mediatica sta additando gli spregevoli sauditi. Una campagna a cui partecipa stranamente anche Seymour Hersh, il grande giornalista investigativo con “gole profonde” nel settore militare,   che ha condotto inchieste scomode per lo “stato profondo” americano.. Pochi giorni fa, intervistato da Alternet,  Hersh ha raccontato: nel 2011  “i sauditi hanno pagato i pakistani perché non ci dicessero [che Bin Laden si trovava ad Abbottabad, sotto la loro protezione] perché non volevano che noi (americani) interrogassimo Bin Laden perché  ci avrebbe parlato – è la mia ipotesi – del loro coinvolgimento [nell’11 Settembre]”. Ma  quale Bin Laden nascondevano i pakistani  nel 2011, se Pieczenik dice (confermando versioni solide  del tempo)  che è morto nel 2001, pochi mesi dopo l’attentato alle Towers e al Pentagono?
Può esserci una lotta di informazione e contro-informazione all’interno stesso dello “Stato profondo” americano? Certo è che i media  americani sono scatenati in esibizioni di spregio  verso i monarchi wahabiti: “Royal Scum”,  feccia regale, titolava il New York Daily News qualche giorno fa.  Tanto insolito “coraggio” deve essere autorizzato.
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Naturalmente la “rivelazione” delle 28 pagine colpisce anche il presidente Bush jr.,  e la sua amministrazione, perché è evidente che se hanno coperto la parte avuta dai sauditi, sono  colpevoli.  Lo scandalo anti-saudita  va accuratamente controllato, perché è facile che debordi e i suoi liquami schizzino a colpire proprio gli israeliani o con doppio passaporto che erano al Pentagono ai tempi di Bush jr., e additati dall’agente Pieczenik: Paul Wolfowitz,  rabbi Dov Zakhiem (e il terzo , ebreo anche lui, era Douglas Feith) più Michael Chertoff,  capo dell’Homeland Security  e grande insabbiatore-depistatore delle  indagini.

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L’11 Settembre sorprese in USA anche la famiglia Bin Laden. Bush jr. la fece volar via.

Questo scontro interno è senza dubbio in relazione con l’ascesa del candidato imprevedibile, Donald Trump, nella lizza presidenziale.  Dopo il suo discorso sul suo programma in politica estera – liquidato con rabbia dal New York Times,  perché propone fra l’altro un accordo con Putin e la fine dell’interventismo   –  “gli americano sentono di avere, per la prima volta dopo molto tempo,  una alternativa sobria e basata sull’interesse nazionale alle disastrose politiche dei neocon”, ha detto Jim Jatras, l’ex consigliere repubblicano del Senato.
Con grande dispetto dell’Establishment, Trump non raccoglie  voti solo tra i rozzi arretrati operai  bianchi  di basso reddito che odiano  gli immigrati messicani  e lo sentono volgare come loro.  Negli exit polls delle primarie in  Pennsylvania, Maryland, Delaware, Connecticut   e  Rhode Island – dove ha trionfato  –  s’è visto che hanno scelto lui la metà degli elettori repubblicani con alto titolo di studio e con reddito di 100 mila dollari annui:  il suo discorso di politica estera ha convinto proprio la classe media benestante.  Questo per l’elettorato repubblicano. Quanto a quello democratico: “Continuo a incontrare gente che non sa decidere se votare Bernie Sander oppure Donald Trump”, ha confessato al Baltimore Sun Robert Reich, ex ministro del lavoro sotto Bill Clinton e uomo molto di sinistra (nella misura statunitense).  L’elettorato di “sinistra”, quello che ha favorito Sanders il “socialista”, sta pensando di votare Trump, non Hillary.  Forse è proprio  la grande liberazione  da Israel….

Nota
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Paul Wolfowitz, vice-segretario alla Difesa dal gennaio 2001al giugno 2005, è  stato l‘allievo di Leo Strauss, il filosofo dei neocon,  un  interessante mix di Nietzsche e di Talmud; ha elaborato la “dottrina Wolfowitz”, che promoveva il riarmo totale della unica superpotenza rimasta ee  preconizzava le guerre sferrate dopo l’11 Settembre fino ad oggi.  Dov Zakheim,  oltre che rabbino, è stato amministratore delegato della ditta di armamenti System Planning Corporation, che fornisce radar militari, e droni da usare come bersaglio durante le esercitazioni dei caccia.  Se gli aerei che si avventarono sulle Twin Tower erano teleguidati, come si è ipotizzato,  erano usciti dalla sua fabbrica.  Michael Chertoff, drigeva la divisione penale del Dipartimento della Giustizia Usa al momento dell’attentato dell’11 Settembre. Fu quindi lui a condurre, pilotare e “controllare” le indagini.

Originale con video: http://www.maurizioblondet.it/11-settembre-luomo-washington-accusa-israele/

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L’ATTACCO USA ALLA LIBIA NEL 1986 FU CREATO ATTRAVERSO UNA FALSE FLAG

15 agosto 2015

Premessa: l’articolo e’ stato pubblicato nel 1998 ma il suo reale scopo e’ quello di far capire come vengono create false flag per giustificare aggressioni nei confronti dei paesi sovrani.

Nel 1998 un documentario tedesco trasmesso in televisione ha mostrato prove convincenti che alcuni dei principali sospettati nel bombardamento della discoteca a Berlino nel 1986, evento che forni’ il pretesto per un attacco aereo statunitense in Libia, hanno fatto parte della CIA e del Mossad.
Il 15 aprile 1986 aerei da guerra USA hanno bombardato le citta’ libiche di Tripoli e Bengasi distruggendo la casa di Gheddafi ed ucciso almeno 30 civili tra cui molti bambini.
Due ore piu’ tardi il presidente Ronald Reagan ha giustificato l’attacco senza precedenti contro un paese sovrano, in un discorso televisivo nazionale. Sostenendo di avere la prova diretta, precisa ed inconfutabile che la Libia era responsabile di aver fatto esplodere una bomba in una discoteca di Berlino Ovest. L’esplosione avvenuta 10 giorni prima nella discoteca La Belle, un locale preferito dai soldati americani, aveva ucciso tre persone e ferito 200.
Da novembre del 1997 cinque imputati sono stati processati in un tribunale di Berlino per il presunto coinvolgimento nell’attacco alla discoteca. Ma nel corso di oltre un anno e mezzo il caso e’ proceduto molto lentamente. La televisione ZDF che ha effettuato una propria indagine sul caso ha spiegato il motivo, attraverso il magazine politico Frontal, arrivando alle seguenti conclusioni :

1)l’imputato principale attualmente sotto processo, Yasser Chraidi, e’ molto probabilmente innocente, e viene utilizzato come capro espiatorio dai servizi segreti tedeschi ed americani.
2)almeno un degli imputati, Musbah Eter, ha lavorato per la CIA nel corso di molti anni
3)alcuni dei principali indagati non sono apparsi in tribunale, perche’ sono protetti dai servizi segreti occidentali
4)almeno uno di questi, Mohammed Amaidi, e’ un agente del Mossad, il servizio segreto israeliano
L’uomo accusato di essere la mente degli attacchi alla discoteca La Belle, Yasser Chraidi, 38 anni, era un autista presso l’ambasciata libica a Berlino Est nel 1986. Successivamente si trasferi’
in Libano, da dove e’ stato estradato in Germania nel maggio 1996.
Il magazine Frontal ha intervistato i due libanesi responsabili per l’estradimento di Chraidi : l’ex-procuratore Mounif Oueidat ed il suo vicee Mrad Azoury.
Entrambi confermano che le autorita’ tedesche hanno usato l’inganno per estradare Chraidi.
Secondo Azoury non ha ricevuto prove che Chraidi era effettivamente coinvolto nell’attacco; ci sono stati solo ‘suggerimenti’. Oueidat afferma che i tedeschi hanno mostrato grande interesse ad avere Chraidi. ”Gli americani erano dietro questa richiesta” dice.”Questo e’ stato evidente. Hanno spronato i tedeschi per accellerare l’estradizione”
Alla fine Chraidi, etichettato come ‘terrorista top’, viene trasferito in Germania in un’operazione spettacolare di sicurezza.
Ma un giudice di Berlino ha trovato le prove, presentate dal pubblico ministero, cosi’ deboli. Minacciando di rilasciare Chraidi entro tre settimane se non vengono presentate maggiori prove.
A questo punto un altro uomo entra in scena che, secondo Frontal, doveva essere risparmiato dal pubblico ministero fino ad allora.
Il 9 settembre 1996 lo stesso giorno in cui il giudice di Berlino ha minacciato di rilasciare Chraidi, il procuratore di Berlino Detlev Mehlis, l’ispettore di polizia di Berliono Uwe Wihelms e Winterstein dei servizi segreti tedeschi (BND) incontrano Musbah Eter nell’isola di Malta.

Coinvolgimento della CIA
L’incontro e’ stato preparato dai servizi segreti tedeschi (BND) che mantengono stretti rapporti con la CIA.
Musbah Eter era impegnato in un business internazionale a Malta e serviva come copertura per vaste operazioni di intelligence per conto della CIA.
Le autorita’ tedesche lo volevano con l’accusa di omicidio. Ma nella riunione di Malta venne raggiunto un accordo. ”Immunita’ per Eter se incrimina Chraidi per il bombardamento della discoteca. Il giorno dopo Eter andava in Germania all’ambasciata tedesca per testimoniare. Di conseguenza il mandato contro di lui era demolito e gli fu permesso di recarsi in Germania.
Secondo Frontal, Eter e’ la figura chiave nel processo La Belle. Al momento del bombardamento della discoteca lavorava per l’ambasciata libica a Berlino Est ed inoltre visitava regolarmente l’ambasciata americana, Secondo Christian Strobele, l’avvocato per Chraidi, questo fatto estremamente insolito e’ dimostrato da ampie note della polizia segreta della Germania dell’Est, che hanno tenuto d’occhio Eter molto attentamente in quel momento.
Ci sono molte indicazioni che Eter era attivamente coinvolto nel bombardamento della discoteca La Belle. Secondo la trascrizione degli interrogatori studidati da Frontal, aveva le conoscenze dettagliate di uno dei partecipanti. Ha anche ammesso di aver portato le istruzioni operative per la bomba al piano di un coimputato.
Frontal asserisce che oltre gli imputati al presente processo, un altro gruppo era coinvolto nel bombardamento della discoteca, un gruppo di terroristi professionisti che lavoravano per qualcuno che li pagava, un certo ‘Mahmoud’ Abu Jaber.
Membri di questo gruppo, secondo Frontal, ”sono stati appena disturbati dal pubblico ministero e vivono in modo sicuro in altri paesi”
Nei mesi precedenti all’attacco alla discoteca La Belle essi vivevano a Berlino Est e si incontravano, quasi quotidianamente, con gli attuali imputati. Ore prima dell’attacco si trasferirono a Berlino Ovest, dove e’ esposta una bomba. I loro movimenti sono stati monitorati dalla Germania dell’Est ed i servizi segreti russi che hanno concluso che stavano lavorando per i servizi segreti occidentali
Secondo il KGB russo, in un documento citato da Frontal, il controspionaggio americano pianificava di usare ‘Mahmoud’ per inventare un caso di coinvolgimento di terroristi libici nell’attacco alla discoteca. Secondo lo stesso documento del KGB, Mahmoud aveva messo in guardia l’intelligence di Berlino Ovest due giorni prima dell’esplosione.
Frontal ha seguito le tracce di Mohammed Amairi, il braccio destro di ‘Mahmoud’ Abu Jaber che, secondo documenti che ha studiato, e’ stato particolarmente impegnato nella preparazione dell’attacco alla discoteca.

Un agente del Mossad
Amairi lascio’ la Germania per la Norvegia nel 1990, quando un mandato e’ stato emesso per il suo arresto. Ora vive nella citta’ norvegese di Bergen dove Frontal lo ha trovato ed intervistato.
Egli ha bloccato l’intervista quando gli fu chiesto per quale servizio segreto aveva lavorato. Il suo avvocato Odd Drevland poi racconta la storia.
Quando Amairi si e’ trasferito in Norvegia e’ stato arrestato e marchiato come ‘un pericolo per il suo paese’ sulla prima pagina dei giornali.
Ma poi il Mossad ha preso cura di lui e tutto e’ cambiato.”Amairi era un agente Mossad?’ chiese Frontal. ”Era un uomo Mossad’ rispose Drevland.
Nel frattempo la Norvegia concesse asilo ad Amairi e presto ricevera’ la cittadinanza norvegese.
Il pubblico ministero di Berlino ha tolto il mandato contro di lui.
”Questi intrighi dei servizi segreti presentano un compito per il Tribunale di Berlino che e’ quasi insolubile” concluse il rapporto Frontal-
”Ma una cosa e’ certa, la leggende americana del terrorismo di stato libico non puo’ reggere, non puo’ piu’ essere mantenuta’

Fonte :

http://100777.com/node/101

Prima dell’attentato alla discoteca, il Mossad aveva messo un trasmettitore sul suolo libico che ha fatto sembrare che la Libia stesse mandando ordini terroristici alle sue varie ambasciate che gli americani creduloni hanno pensato fossero vero

Fonte :

https://www.radioislam.org/islam/english/terror/ostrov3.htm

Preso da: http://nomassoneriamacerata.blogspot.it/2015/08/lattacco-usa-alla-libia-nel-1986-fu.html

Cose che NON è dato sapere sulla Libia: 2016, La resistenza antimperialista libica alza le bandiere della Jamahirija

La resistenza antimperialista libica alza le bandiere della Jamahirija

I mass media europei, per ciò che riguarda la Libia, si sono sempre premurati di occultare la presenza di un vasto movimento anti-NATO ispirato all’esperienza della Jamahirija del colonello Gheddafi.
L’eclettico leader libico dopo il 1969 avviò una profonda modernizzazione che trasformò un agglomerato di tribù in uno Stato indipendente e sovrano. Il suo governo – utilizzando categorie più comuni per noi occidentali – poteva essere definito come progressista, e per molto tempo fu giustamente ostile all’imperialismo nord-americano.
Gheddafi, forte del sostegno dei popoli africani, voleva fare della Libia un modello efficace per tutti i paesi del martoriato continente nero. L’imperialismo statunitense – seguito a ruota da quello britannico e francese – non poteva tollerare tale ambizioso e progressista progetto. L’Africa – seppur in una prospettiva a metà strada fra il democratico-borghese e il (sia pun bon certo compiutamente) socialista – seguendo il percorso tracciato dal Colonnello, si sarebbe finalmente emancipata dalla morsa colonialista.

Il fatto che la figlia del colonnello, Aisha Gheddafi, sia a capo del movimento anti-NATO è eloquente: il popolo libico conserva un buon ricordo del suo leader storico ed è pronto a battersi con le armi in pugno per riconquistare l’unità e l’indipendenza perdute. Le parole di Aisha non lasciano spazio al dubbio ‘Il mio nome mi da il dovere ed il diritto di essere all’avanguardia di questa guerra’ 1. Eancora ‘Siamo pronti per combattere fino alla morte e in questa battaglia i terroristi dovranno affrontare tutta la nazione’. Questa donna coraggiosa è disposta ad andare fino in fondo raccogliendo la bandiera della Jamahirija; per quanto ci riguarda non possiamo fare altro che appoggiarla con gli esigui mezzi di cui disponiamo.
Ovviamente, in una situazione come questa, la sinistra ‘’made in Usa’’ è solita nascondersi dietro i media di regime: in Italia, da SeL fino ai falsi trotskisti del PCL, forze politiche ambigue ed opportuniste, hanno appoggiato i ‘’ribelli’’ armati dalla CIA e dalle petromonarchie spacciando per ‘’rivoluzione sociale’’ una aggressione imperialista subappaltata ai collaborazionisti e ai vassalli locali.
Dall’altra parte, i gruppetti vetero stalinisti così come i velenosi rossobruni, esaltano il regime mercenario di Tobruk, vera garanzia per gli Usa ed i governi europei. I campisti fuori tempo massimo e i rossobruni sono troppo inclini al collaborazionismo per compromettersi e stare dalla parte di un autentico movimento di liberazione nazionale, quindi optano per la scelta del ‘’meno peggio’’ all’interno del campo borghese. Questa volta però gli è andata male: il duo Khalifa Haftar-El Sisi ( il dittatore egiziano che gli fa da garante ), paiono dei perfetti cani da guardia al seervizio dell’imperialismo e non certo dei ‘’nazionalisti indipendenti’’.
Nessun giornalista ‘’di regime’’ italiano ha descritto l’opposizione dei libici alla divisione, su basi etniche, della propria nazione. Il giornalista di sinistra Enrico Vigna scrive: ‘’Da Bani Walid, al Golfo della Sirte, a Sabha, la Resistenza Verde guida e organizza il popolo libico perché si ribelli di fronte alle sentenze di morte della cricca islamista tripolina’’ 2. Fra le richieste dei dimostranti c’è il rilascio di Saif al-Islam condannato a morte da un Tribunale fantoccio instaurato a Tripoli.
Continua Vigna: ‘’I video diffusi in rete da un sito di informazione della Resistenza verde libica, mostrano Saadi Gheddafi, figlio del defunto Colonnello Muammar, mentre viene torturato in un carcere delle milizie islamiste di Tripoli. Le immagini mostrano Saadi, ex calciatore, vestito con una tuta verde mentre bendato in una stanza del carcere di Al Hadba ascolta spaventato le urla di alcuni detenuti provenire da un’altra stanza. Poi viene schiaffeggiato e torturato con colpi sulle piante dei piedi’’ 3. E’ questa la democrazia che la sinistra europea vuole ? 4
Il progetto degli Usa e dei suoi alleati è chiaro: dividere la Libia in tanti mini-Stati su basi etniche e religiose. Nel fare ciò, gli imperialismi statunitense ed israeliano ( come sempre Israele entra in gioco ), hanno accolto un inaspettato alleato: le popolazioni berbere.
Israele appoggia il separatismo etnico dei berberi
I popoli berberi, storicamente, si sono sempre schierati con l’imperialismo israeliano e la destra sionista contro gli Stati arabi indipendenti. In Algeria, i Makisti affermano che la politica algerina sia ‘’imperialistica’’ a partire dal periodo successivo alla Rivoluzione guidata dal grande leader anticolonialista, Ben Bella. Questa pagina di storia è alquanto scomoda per la ‘falsa sinistra’ occidentale che ha sostituito la lotta di classe coi particolarismi (a) etnici, (b) religiosi e (c) di genere, cedendo alle mode culturali atlantiche.
Nella regione della Cabilia nel 2012 le iniziative congiunte ‘’berbero-sioniste’’ furono di grande interesse. Leggiamo un Comunicato di Makhlouf Idri, portavoce di Anavad – Martedì 22 maggio 2012, riportato dall’Osservatorio internazionale per i diritti.
‘’Il presidente del Governo provvisorio della Cabilia (regione dell’Algeria, abitata soprattutto da berberi, ndt), Mehenni Ferhat, accompagnato dal Ministro delle relazioni internazionali, Lyazid Abid, sono in visita ufficiale dal 20.5.2012 in Israele.
E’ in corso una agenda fittissima di incontri politici e diplomatici. Fin dal suo arrivo a Gerusalemme, la maratona della delegazione della Cabilia è cominciata con l’accoglienza da parte dell’ambasciatore israeliano in Mauritania, Ygal Carmon, nella sede del MEMRI (Middle East Media Research Institute).
Stamattina la delegazione è stata ricevuta dalla Knesset dal suo vice presidente Danny Danon, col quale vi è stata uno scambio di idee sulla situazione in Cabilia e la condizione in cui è costretto il popolo della Cabilia da parte del regime razzista di Algeri.
La reazione del portavoce del Ministero degli Esteri algerino mal nasconde la negazione da parte del regime algerino della nazione Cabila che aspira ad essere padrona del proprio destino ed alla libertà.
La missione in Israele proseguirà fino al 25 maggio 2012’’
Come da copione i berberi hanno appoggiato attivamente la distruzione della Libia popolare del Colonnello Gheddafi: ‘’I Makisti, dopo avere sostenuto l’aggressione USA-arabo-sionista della Libia, aiutati da un “CNT” composto da rinnegati la maggior parte dei quali viene dalla NED/CIA – e adesso il medesimo complotto è contro la Siria – ecco i nostri apprendisti traditori, futuri CNA, adottare gli stessi atteggiamenti e tattiche, ricorrendo per ingannare ai falsi alibi “identitari” come strumento di sovversione, eseguendo le direttive dei loro padroni, per seminare il caos e la divisione, spingere alla sollevazione e al disordine la categoria più patriottica della popolazione’’ 5
Il MAK ha invitato i berberi libici a lottare contro il governo ‘’gheddafiano’’ definendolo ‘’infame dittatura’’, eppure l’OSSIN ci aveva messi in guardia ( Osservatorio internazionale dei diritti ): ‘’Il MAK vive e dipende dal sionismo. I Makisti appoggiano i traditori del CNT libico perché assomigliano loro. Il MAK è filo-sionista per interesse, ma anche per convinzione nel caso di alcuni leader, e per ignoranza nel caso dei seguaci’’. Questi mercenari chiamano ‘’infame dittatura’’ un governo che ha accolto oltre due milioni di migranti africani, dandogli casa e lavoro. Quale dittatura si premura di edificare uno Stato sociale ed antirazzista?
Arrivati a questo punto dobbiamo chiederci qual è il ruolo delle organizzazioni berbere che operano culturalmente in Europa, essendo, quest’ultime, da molti anni, distanti anni luce dalle legittime istanze del martoriato popolo palestinese. Dietro la valorizzazione della ‘’cultura autoctona’’, dei particolarismi filosofici e della ‘’lingua degli antenati’’ si cela lo spettro del separatismo etnico?
La poetessa berbera Malika Mazan che ha pubblicamente esaltato il sionismo, con spirito islamofobo ed arabofobo – “Sono i sionisti che sono ostili agli arabi, o sono gli arabi che sono ostili a tutti i popoli liberi?” – ha voluto esprimere una opinione comune ai vertici delle organizzazioni berbere, ben finanziate ed inserite nelle lobby ‘’culturali’’ ed accademiche? Purtroppo pare proprio che il filosionismo sia una tendenza diffusa fra questi cultori della libera espressione artistica e filosofica, i cantori dei particolarismi ( etnici ) pronti a fare da megafono ad un violento Stato imperialista.
La formazione del movimento antimperialista guidato da Aisha Gheddafi, è una garanzia contro tutti i piani imperialisti e razzisti che minano alle fondamenta il progetto unitario già a suo tempèo intrapreso da statisti come Ben Bella, Nasser e, che piaccia o no, anche dal fondatore della Jamahirija un’ esperienza, tutto sommato, positiva e da rivendicare.
http://www.controinformazione.info/aisha-gheddafi-si-schiera-a-capo-della-resistenza-in-libia-contro-la-nato-e-contro-i-terroristi/
http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=833:libia-i-libici-manifestano-nelle-strade-in-solidarieta-con-gli-eroi-della-jamahirija-e-della-rivoluzione-verde-condannati-a-morte-dal-tribunale-delle-milizie-terroriste-a-tripoli&catid=2:non-categorizzato
http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=834:appello-di-safia-farkash-vedova-di-muammar-gheddafi-sulle-torture-di-suo-figlio-saadi-gheddafi&catid=2:non-categorizzato
http://www.ossin.org/algeria/1176-la-cabilia-e-la-strategia-sionista

Preso da: http://www.linterferenza.info/esteri/3419/

I piani deliranti di Clinton smascherano la sinistra social-colonialista

La sinistra italiana per cinque/sei anni ha indefessamente difeso l’operazione della CIA nota come ‘Primavera araba’ spacciandola da rivolta di popolo, e ancora oggi, come insegna la vicenda della spia anglo-statunitense Giulio Regeni, persegue l’obiettivo tracciato dalle centrali atlantiste di Washington, Londra, Parigi, Berlino e Ankara: distruggere gli Stati-nazioni arabi per sostituirli con califfati wahhabiti controllati dalle borghesie compradore allevate dalle ONG occidentali, o dominati dall’integralismo taqfirita, o Gladio-B, variante mediorientale della rete stragista nazista-atlantista nota come Gladio/Stay Behind. A tale operazione partecipano da destra organismi come Lega e Fratelli d’Italia, e a sinistra tutto lo spettro, da PD/ANPI e Italia dei Valori fino a sprofondare nell’estrema sinistra settaria anarcoide, post-piccista (contropiano e affini scalfariani), ‘post-henverista’ (Marco Rizzo), ‘trotskista’ o pseudotali, passando per le varie sfumature del grigiore rifondarolo o le varie tinte marroncine dei centri sociali (Wu Ming, Militant, e altro lerciume), senza ignorare il codazzo di finti intellettuali dalla fraseologia pseudo-marxista ma dagli intenti filo-imperialisti (Salucci, Ricci, Nachira, Moscato, Monti, Maestri, Ferrario e altro ciarpame), né i finti amici della Siria, che in realtà cercano il riconoscimento dalle sette taqfirite in altri ambiti (Libia o soprattutto Egitto post-Mursi). Tale fronte si è impegnato, con tutte le forze e tutte le risorse messigli a disposizione dai mass media di regime, di propagandare come rivolta popolare e addirittura come rivoluzione sociale, il gigantesco e ultimo tentativo dell’imperialismo di trasformare il Medio Oriente in una colonia della NATO controllata dal sicario sionista in combutta con gli ascari neo-ottomani e wahhabiti di Washington; e quindi, una volta completato tale passaggio, usare le forze taqfirite e islamiste radunate da Gladio-B per aggredire Iran, Federazione Russa e Cina popolare, assaltando l’Eurasia. In Italia, il tutto veniva e doveva essere ammantato da un’inesistente bandiera rossa da parte dei volonterosi kollabò di sinistra del Pentagono e di Langley.
La duplice sconfitta dei taqfiriti nell’Egitto di al-Sisi e nella Siria di al-Assad (e presto in Iraq) impedisce l’attuazione di tale piano delirante che vede tutta la sinistra italiana, partecipe collaborazionista.
Alessandro Lattanzio, 30/3/2016
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In effetti, nella primavera del 2012, l’allora segretaria di Stato degli USA, Hillary Clinton, nel documento datato 2000-12-31 22:00, declassificato nel 2015 e intestato “UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05794498 Date: 11/30/2015”, scrisse quanto segue:
“Il modo migliore per aiutare Israele verso la crescente capacità nucleare dell’Iran è aiutare il popolo della Siria a rovesciare il regime di Bashar Assad. I negoziati per limitare il programma nucleare iraniano non risolveranno il dilemma della sicurezza d’Israele. Né impediranno all’Iran di migliorare la parte fondamentale di qualsiasi programma per armi nucleari, la capacità di arricchire l’uranio. Nella migliore delle ipotesi, i colloqui tra grandi potenze e Iran iniziate ad Istanbul lo scorso aprile e che continueranno a Baghdad a maggio, permetteranno ad Israele di rinviare di qualche mese la decisione se lanciare un attacco contro l’Iran, che potrebbe provocare una guerra in Medio Oriente. Il programma nucleare iraniano e la guerra civile in Siria possono sembrare non collegati, ma lo sono. Per i capi israeliani, la vera minaccia di un Iran dotato di armi nucleari non è la prospettiva di un leader iraniano folle che lancia un attacco nucleare iraniano non provocato su Israele, che porterebbe alla distruzione di entrambi i paesi. Ciò che realmente preoccupa i capi militari israeliani, ma non possono dirlo, è che perdono il monopolio nucleare. Un Iran dotato di armi nucleari non solo porrà fine al monopolio nucleare, ma potrebbe anche incoraggiare altri avversari, come Arabia Saudita ed Egitto, ad adottare il nucleare. Il risultato sarebbe un equilibrio nucleare precaria in cui Israele non potrebbe rispondere alle provocazioni con attacchi militari convenzionali in Siria e Libano, come può oggi. Se l’Iran dovesse divenire uno Stato dotato di armi nucleari, Teheran troverebbe molto più facile incitare gli alleati Siria ed Hezbollah a colpire Israele, sapendo che le sue armi nucleari servirebbero da deterrente contro la risposto d’Israele contro l’Iran.
Tornando alla Siria. La relazione strategica tra Iran e il regime di Bashar Assad in Siria rende possibile all’Iran di minare la sicurezza d’Israele, non attraverso un attacco diretto, che in trent’anni di ostilità tra Iran e Israele non s’è mai verificato, ma attraverso il suo delegato in Libano, Hezbollah, sostenuto, armato e addestrati dall’Iran attraverso la Siria. La fine del regime di Assad porrebbe fine a questa alleanza pericolosa. La leadership d’Israele se bene che sconfiggere Assad è ora nel suo interesse. Parlando con Amanpour della CNN la scorsa settimana, il ministro della Difesa Ehud Barak ha sostenuto che “il rovesciamento di Assad sarà un duro colpo per l’asse radicale, un duro colpo per l’Iran….
E’ l’unico avamposto dell’influenza iraniana nella mondo arabo… e indebolirà drasticamente sia Hezbollah in Libano e Hamas e Jihad islamica a Gaza. Rovesciare Assad non solo sarebbe un vantaggio enorme per la sicurezza di Israele, ma anche allevierebbe la comprensibile paura di Israele di perdere il monopolio nucleare. Poi, Israele e Stati Uniti potrebbero sviluppare una visione comune quando il programma iraniano è così pericoloso che l’azione militare potrebbe essere giustificata. In quel momento, la combinazione tra alleanza strategica dell’Iran con la Siria e il costante progresso del programma di arricchimento nucleare iraniano hanno portato i capi israeliani a contemplare un attacco a sorpresa, se necessario, nonostante le obiezioni di Washington. Con Assad caduto e non più in grado di minacciare Israele attraverso i suoi agenti l’Iran, è possibile che Stati Uniti e Israele concordino le linee rosse quando il programma iraniano varcherà la soglia accettabile. In breve, la Casa Bianca può allentare la tensione che si sviluppata con Israele sull’Iran facendo la cosa giusta in Siria. La rivolta in Siria dura ormai da più di un anno. L’opposizione non cede, e il regime accetta una soluzione diplomatica dall’esterno. Con la vita e la famiglia a rischio, solo la minaccia o l’uso della forza convincerà il dittatore siriano Bashar Assad…
L’amministrazione Obama era comprensibilmente prudente ad impegnarsi in un’operazione aerea in Siria come quella condotta in Libia, per tre ragioni principali. A differenza delle forze di opposizione libiche, i ribelli siriani non sono uniti e non controllano alcun territorio. La Lega araba non ha chiesto l’intervento militare estero come fece in Libia. E i russi si oppongono.
Ma il successo in Siria sarebbe un evento che muterebbe il Medio Oriente. Non solo un altro dittatore spietato soccomberebbe all’opposizione di massa per le piazze, ma la regione cambierebbe in meglio, mentre l’Iran non avrebbe più un punto d’appoggio in Medio Oriente da cui minacciare Israele e minare la stabilità della regione. A differenza della Libia, un intervento di successo in Siria richiederebbe una sostanziale della leadership diplomatica e militare degli Stati Uniti. Washington dovrebbe iniziare ad esprimere la volontà di collaborare con gli alleati regionali Turchia, Arabia Saudita e Qatar ed organizzare, addestrare e armare le forze ribelli siriane. L’annuncio di tale decisione, di per sé, probabile causerebbe defezioni sostanziali nell’esercito siriano. Quindi, utilizzando il territorio in Turchia e, eventualmente, in Giordania, diplomatici statunitensi e ufficiali del Pentagono inizierebbero a rafforzare l’opposizione. Ci vorrà del tempo, ma la ribellione andrà avanti per molto tempo, con o senza il coinvolgimento degli Stati Uniti. Il secondo passo è sviluppare il sostegno internazionale per un’operazione aerea della coalizione. La Russia non potrà mai sostenere tale missione, quindi non c’è alcun punto che passi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Alcuni sostengono che il coinvolgimento degli Stati Uniti rischi la guerra con la Russia. Ma l’esempio del Kosovo dimostra il contrario. In tal caso, la Russia aveva legami etnici e politici con i serbi, che non esistono tra Russia e Siria, e anche allora la Russia fece poco più che lamentarsi. I funzionari russi hanno già riconosciuto che non si opporrebbero all’intervento.
Armare i ribelli siriani e usando la potenza aerea occidentale per tenere a terra gli elicotteri e gli aerei siriani è un approccio ad alto profitto e a basso costo. Fin quando i capi politici di Washington saranno decisi a che le truppe di terra statunitensi non siano impiegate, come in Kosovo e la Libia, i costi per gli Stati Uniti saranno limitati. La vittoria non si avrà rapidamente o facilmente, ma arriverà. E la vittoria sarà sostanziale. L’Iran sarebbe isolato strategico, incapace di influenzare il Medio Oriente. Il regime risultante in Siria vedrà gli Stati Uniti come amico, non un nemico. Washington otterrebbe il riconoscimento sostanziale dalla gente in lotta nel mondo arabo, non dai regimi corrotti. Per Israele, la razionale paura che spinge ad attaccare gli impianti nucleari iraniani verrebbe alleviata. E il nuovo regime siriano potrebbe anche essere aperto a un’azione tempestiva sui colloqui di pace congelati con Israele. Hezbollah in Libano verrebbe isolato dallo sponsor iraniano in quanto la Siria non sarebbe più via di transito per addestramento aiuto e missili iraniani.
Tutti questi vantaggi strategici e la prospettiva di salvare migliaia di civili dall’omicidio per mano del regime di Assad (10000 sono già stati uccisi nel primo anno di guerra civile). Togliendo il velo della paura al popolo siriano, che apparirebbe determinato a combattere per la libertà. Gli USA possono e devono aiutarlo, e così facendo aiuterà Israele e contribuire a ridurre il rischio di una grande guerra”.Hillary-Clinton-emails-arming-terrorists-Syria-Libya-middle-eastRiferimenti:
Grasset Philippe, Note su una nota di Hillary Clinton, Dedefensa, 24 marzo 2016

Originale su: https://aurorasito.wordpress.com/2016/03/30/i-piani-deliranti-di-clinton-smascherano-la-sinistra-social-colonialista/

Microchip neurale: Italia, Germania e Israele in prima linea per il Nuovo Ordine Mondiale

Inarrestabile! Il progetto di impiantare un microchip nella nostra testa continua ad appassionare l’élite illuminata e l’impressione che se ne ricava è che costoro abbiano anche una certa fretta. Non c’è verso: prima o poi troveranno la scusa giusta per impiantarci questo benedetto – o maledetto – chip

Non è una caso che per giustificare l’impianto del piccolo marchingegno vengano carezzate le corde più sensibili dell’animo umano: una volta è per tenere sotto controllo la salute, un’altra volta è per garantire la sicurezza e l’impegno scolastico degli studenti, un’altra volta ancora per consentirci di comunicare con una sorta di telefono cellulare impiantato nel nostro corpo.

Questa volta tocca di nuovo alla medicina. Come riportano i maggiori siti di informazione italiana (La Stampa, Ansa, Libero, ecc..), un consorzio tra scienziati italiani, israeliani e tedeschi coordinato da Stefano Vassanelli, neurofisiologo al Dipartimento di Scienze biomediche dell’Università di Padova, ha sviluppato un microchip di silicio impiantabile nel cervello e capace di stabilire una comunicazione bi-direzionale e ad alta risoluzione con neuroni cerebrali – alquanto inquietante.

Nelle intenzioni dichiarate dai ricercatori, la nuova tecnologia sviluppata in CyberRat rappresenta la base di partenza per lo sviluppo di nuovi sofisticati strumenti sperimentali utili a capire come le reti complesse che i neuroni creano nel cervello interconnettendosi sono in grado di elaborare le informazioni e, meraviglie delle meraviglie, in futuro l’applicazione di questa tecnologia sarà utilizzata per la creazione di neuroprotesi “intelligenti”, capaci di registrare l’attività cerebrale ad alta risoluzione, elaborare delle risposte mediante microelaboratori su chip e stimolare il cervello in un circuito ibrido neuro-elettronico (stronzate tecnicomediche, n.d.r.). Questo approccio sarà di grande aiuto per la terapia di malattie neurologiche, tra cui il Parkinson e l’epilessia. Non è chiaro se l’impianto del microchip è definitivo o temporaneo. Non sono chiare le controindicazioni per una tecnologia così invasiva, che, come dichiarato dai ricercatori, è in grado di “stabilire una comunicazione bi-direzionale”, cioè il chip è in grado sia di trasmettere dati che di riceverli. Ricevare dati per fare cosa? Manipolare le aree del cervello colpite dal Parkinson? E se fosse possibile manipolare le aree del cevello sane? Ai posteri l’ardua sentenza.

fonte: segretiemisteri.com

Preso da: http://ilquieora.blogspot.it/2014/03/microchip-neurale-italia-germania-e-israele-in-prima-linea-per-il-nuovo-ordine-mondiale.html

Il nuovo ascaro degli USA in Medio Oriente: l’ISIS

Scritto il febbraio 16, 2015 by Federico Dezzani

Questa settimana ci occuperemo ovviamente di Libia e lo faremo con due articoli in successione. Nel primo studieremo l’origine dell’ISIS, secondo mostruoso parto dell’intelligence americana dopo Al Qaida, mentre il secondo ripartirà dal nostro pezzo “Libia: sfida Russia-USA?” pubblicato nel novembre 2014, proseguendo sino ai velleitari piani bellici di oggi.

Italiani, all’armi!

L’ISIS infatti rafforza le sue posizioni sulle coste libiche e, stando al piano strategico “The Islamic State 2015” redatto in inglese ad uso e consumo del pubblico occidentale, intende trasformare la “quarta sponda” in una base di lancio missilistica per colpire l’Italia in vista di un’invasione da sud del continente. Roma esce dal letargo libico in cui era caduta e, per bocca dei ministri Roberta Pinotti e Paolo Gentiloni, azzarda l’invio di almeno 5.000 uomini e chiede per sé la guida di una coalizione internazionale.

L’ultima volta che un presunto missile libico colpì l’Italia fu nel 1986 quando secondo i media il Colonnello Gheddafi avrebbe lanciato due missili balistici a corto raggio Scud contro Lampedusa, in risposta ai raid aerei americani con cui il presidente americano Ronald Reagan aveva cercato di liquidarlo: che l’episodio, come afferma l’allora capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare Basilio Cottone1, fosse una montura di servizi segreti stranieri finalizzata a compromettere le relazioni italo-libiche, ci ricorda che il terrorismo è lo strumento di manipolazione dell’opinione pubblica per eccellenza.

Il modus operandi dell’ISIS è talmente efferato ed amorale che obbliga a chiedersi se il suo obbiettivo sia effettivamente l’instaurazione del Califfato Islamico oppure sia l’ennesima sigla dietro cui si nascondo determinati interessi: si può fare proselitismo sgozzando cooperanti inglesi, decapitando i copti egiziani, crocifiggendo i cristiani siriani, seppellendo vivi i bambini iracheni o facendo saltare in aria le mura di Ninive?

Se l’Università cairota di Al-Azhar, una delle massime autorità dell’islam sunnita cui pretende di appartenere anche l’ISIS, ha fermamente condannato l’organizzazione terroristica e ha invocato pene esemplari per i suoi membri2, ad Occidente c’è invece chi ha interesse nel proliferare dello Stato Islamico, perché alimenta quello stato di assedio nato dopo la strage di Charlie Hebdo (“Prendere atto della Terza Guerra Mondiale” scriveva il 9 gennaio Lucia Annunziata) e consente di mettere a ferro e fuoco quegli Stati (Siria, Libano, Iraq) dove è forte l’influenza iraniana e russa.

La sua apparizione sul palcoscenico internazionale l’ISIS ( Islamic State of Iraq and al-Sham noto anche come ISIL, Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) la fa proprio in Siria nella primavera del 2013 quando l’opposizione al regime di Bashar Assad (il Free Syrian Army e l’organizzazione terroristica Fronte al-Nusra, finanziati ed equipaggiati da Turchia, Qatar, Arabia Saudita, NATO ed Israele) subisce una sconfitta strategica nella battaglia di Al-Qusayr3, la “Stalingrado” dell’insurrezione siriana.

Se un tentativo di ribaltare la situazione del campo sarà abbozzato pochi mesi dopo dal trio Washington-Londra-Parigi che cercheranno invano di bombardare l’Esercito Arabo Siriano sull’onda del falso attacco chimico di Damasco, il capo di Al Qaida, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, anticipa tutti lanciando nell’aprile del 2013 un provvidenziale appello per l’unità delle milizie sunnite e l’instaurazione di uno Stato Islamico4. Risponde pochi giorni dopo lo sceicco Abu Bakr al-Husseini al-Baghdadi che in un messaggio video proclama che l’organizzazione terroristica di cui è capo, lo Stato Islamico operante in Iraq, estenderà il suo raggio d’azione alla Siria, prendendo il nome d’ora in vanti di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante5. Così facendo l’ISIS entra in diretta concorrenza con il Fronte al-Nusra, anch’esso riconducibile all’estremismo sunnita, ed inizia un processo di inglobamento del secondo, accompagnato da saltuarie ma sanguinose faide6: a facilitare l’integrazione però concorre la reciproca presunta conoscenza tra il capo dell’ISIS, Al-Baghdadi, e quello di al-Nusra, Abu Muhammad al-Golani, entrambi veterani di Al Qaida in Iraq ed ex-camerati7.

L’ISIS sembra eclissare in questi ultimi mesi la stessa Al Qaida (l’ultima azione significativa rivendicata da quest’ultima è la strage di Charlie Hebdo) seguendo quel tipico percorso di progressiva sostituzione delle organizzazione terroristiche man mano che si usurano. Anche l’Italia ha vissuto durante gli anni della strategia della tensione una simile esperienza con l’avvidendarsi del terrorismo nero, quindi rosso ed infine mafioso.

Chi è Abu Bakr al-Baghdadi, l’enigmatico capo dell’ISIS

La voce dello sceicco Al-Baghdadi è stata diffusa pochi giorni fa dalle stazioni radio di Sirte, Libia, quando l’ISIS ha preso possesso della città: il messaggio di Al-Baghdadi, dato significativo, non è stato registrato per l’occasione ma è stato estrapolato da un sermone di diversi mesi prima dove si profetizzava l’avvento del Califfato8. Chi è dunque Al-Baghdadi e come ha creato questo temibile strumento di terrore che semina morte da Tripoli al Kurdistan iracheno? Esistono sul suo contro tre versioni, dalla più estrema alla più conservativa: le riportiamo tutte dal momento che spesso le menzogne sono deformazioni della verità.

In base alla prima tesi Abu Bakr al-Baghdadi non sarebbe nato nel 1971 a Samarra, Iraq, né sarebbe uno sceicco/emiro/califfo a capo di una brigata internazionale di islamici fanatici, bensì un prodotto di marketing simile ai cantati plasmati da zero nei reality televisivi: sarebbe infatti un agente del Mossad o secondo un’altra variante avrebbe ricevuto una formazione dal Mossad in materia di teologia islamica ed oratoria9. Di certo possiamo dire che l’ISIS non ha mai costituito una seria minaccia per Israele ma al contrario un vantaggio tattico: l’organizzazione terroristica ha messo a ferro e fuoco la Siria di Assad e l’Iraq di Maliki mentre ha indotto Giordania ed Egitto a collaborare con Tel Aviv in materia di sicurezza10.

La seconda tesi prende spunto da un articolo apparso nel 2007 sull’autorevole New York Times: Al-Baghdadi sarebbe un personaggio fittizio, interpretato dall’attore Abu Adullah al-Naima e commissionato da “Al Qaida in Iraq” per leggere i suoi sermoni affinché la rete terroristica sembrasse guidata da un iracheno e non da stranieri come in realtà era. L’articolo riportava inoltre notizie di una possibile uccisione di Al-Baghdadi per mano delle truppe americane già nel 2007. Ricordiamo che Al Qaida non esisteva in Iraq prima dell’invasione anglo-americana e che la disfatta militare della coalizione non è stata opera dell’organizzazione di Bin Laden, ma dei sunniti epurati dall’esercito dopo l’abbattimento del regime di Saddam Hussein e degli sciiti della milizia Jaish al-Mahdi.

La terza tesi, quella più conservativa, ruota attorno ad un articolo del dicembre 2014 apparso su The Guardian11 secondo cui Al-Baghdadi, terrorista in carne ed ossa, sarebbe stato catturato dagli americani poco dopo l’invasione e rinchiuso nel carcere di Bucca: qui il “califfo” avrebbe fatto conoscenza con gli altri detenuti e forgiato le basi ideologiche del futuro ISIS fino alla sua provvidenziale scarcerazione del dicembre del 2004 (secondo altri sarebbe stato scarcerato nel 200912).

In definitiva, Al-Baghdadi esiste oppure no? È vivo oppure è morto nel 2007 o nel settembre 2014 sotto i bombardamenti americani su Mosul13? Sono quesiti che possono rimanere senza risposta: è importante focalizzarsi su ciò che l’ISIS fa e riflettere sul “cui prodest”.

ISIS: forza e composizione

L’ISIS è una brigata internazionale del terrorismo i cui effettivi variano, a seconda delle stime, dai 7.00014 ai 30.00015 miliziani, con una forte presenza di stranieri (circa 3.000 nel teatro iracheno e siriano16). Tranne l’uso sporadico di qualche aereo o carrarmato, dispongono delle tradizionali armi della guerriglia, alcune di fabbricazione americana paracadutate in loco direttamente dalla US Air Force17 ed alcune abbandonate dall’esercito iracheno in ritirata18.

Come nel caso di Al-Nusra in Siria, anche le milizie islamiste autoctone che controllano Tripoli, riunite sotto la sigla Fajr Lybia, hanno patito l’arrivo dell’ISIS che prende velocemente il sopravvento e marginalizza le organizzazioni islamiste locali fino alla cancellazione/inglobamento19.

A cosa serve l’ISIS

L’ISIS ha guadagno le prime pagine dei giornali quando, nella tarda primavera del 2014, esce dalle sue consolidate basi lungo la valle dell’Eufrate (Raqqa, Deir Ez-Zor, Abu Kamal) e penetra a fondo in Iraq, in direzione nord (Kurdistan iracheno) e sud (Baghdad): verso al fine di giugno la caduta della capitale sembra imminente20 ed il premier filo-iraniano Nuri Al-Maliki è costretto alle dimissioni a metà agosto, con grande gioia di Washinton.

Nel settembre gli USA ed i loro tradizionali alleati (UK, Francia, Giordania, Arabia Saudita, Kuwait, etc.) avviano una lunga serie di raid aerei contro l’ISIS dai dubbi risultati, mentre sul lato opposto l’Iran incrementa l’invio di addestratori ed ufficiali per ricostruire da zero l’esercito iracheno21 e la Russia mantiene fede ai contratti precedentemente firmati inviando a Baghdad gli elicotteri d’attacco Mi-35 ed i caccia Su-2522.

Sottolineiamo come chi avesse tutto da perdere dall’avanzata dell’ISIS fossero il governo centrale di Baghdad e l’Iran che, attraverso un Iraq unito, riusciva a proiettarsi sino alla Siria ed al Libano. Chi ha tutto da guadagnare salla politica destabilizzante dell’ISIS sono invece quei paesi (USA, UK, Francia, Israele in testa) interessati alla cancellazione delle vecchie frontiere coloniali ed alla sostituzione degli Stati attuali con una miriade di “cantoni svizzeri” diversi per etnia e religione.

L’agenda dell’ISIS (il Califfato sunnita, l’espulsione del Kurdistan dall’Iraq, lo sbarco a Tripoli,etc.) ricalca infatti punto per punto i piani per un “Nuovo Medio Oriente” che sono stati fatti trapelare dal 2006 od oggi e che, anno dopo anno, profetizzano una sembra maggiore balcanizzazione della regione e la sua divisione secondo linee etniche e religiose. Il processo, lo vediamo ogni giorno, è accompagnato da una sempre più efferata pulizia etnica di cui le prime vittime sono le minoranze religiose, specialmente quelle cristiane.

Alleghiamo una mappa che esemplifica la spartizione cui si sta sottoponendo il Medio Oriente: la carta è apparsa nel settembre del 2013 sul New York Times23 e l’autrice, Robin Wright, è un membro del pensatoio Carnegie Endowment for International Peace.

Conclusione: l’ISIS è uno strumento della politica estera americana

L’ISIS è un esercito itinerante di mercenari e tagliagole, spostato dagli USA in tutto il Medio Oriente con finalità di destabilizzazione: scopo dell’organizzazione terroristica è portare la guerra dentro ai confini degli stati ostili a Washington, dilaniandoli con guerre a sfondo pseudo-religioso fino allo smembramento.

Pensare di debellare l’ISIS è ingenuo come sarebbe stato credere di eliminare in Italia, durante gli anni di piombo, i vertici delle Brigate Rosse, di Ordine Nuovo o di Avanguardia Nazionale (vedi omicidio Calabresi): la simbiosi tra il terrorismo ed establishment è tale da rendere superfluo ogni tentativo.

L’Italia deve tremare per l’arrivo dell’ISIS in Libia non perché la esponga a improbabili lanci di missili, quanto piuttosto perché è il segnale che Washington ha avviato una nuova campagna di destabilizzazione in tutto il Nord Africa, a quattro anni dalla “Primavera araba” targata CIA.

Salvare la Libia dal caos è possibile ma la soluzione non passa per le velleitarie ipotesi di un intervento terrestre italiano in territorio libico, bensì nel supporto illimitato a tutte quelle forze interne ed esterne alla Libia interessate a fermare la politica destabilizzatrice di Washington.

Ce ne occuperemo nel prossimo articolo.

1http://www.paginedidifesa.it/2005/salpietro_050920.html

2http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/grande-imam-di-al-azhar-attacca-l-isis-i-terroristi-andrebbero-crocifissi-_2093784-201502a.shtml

3http://www.lastampa.it/2013/05/20/esteri/la-battaglia-di-qusayr-assad-scacco-ai-ribelli-con-l-aiuto-di-hezbollah-1cTkwynoTagFEZT3ZqGVDJ/pagina.html

4http://rt.com/news/zawahiri-qaeda-islamic-state-469/

5http://www.washingtoninstitute.org/policy-analysis/view/al-qaeda-announces-an-islamic-state-in-syria

6http://syriahr.com/en/2015/01/isis-clashes-with-jabhat-al-nusra-and-islamic-battalions-around-mare-town/

7http://www.repubblica.it/esteri/2015/01/01/news/al_nusra_scheda-104138230/

8http://www.adnkronos.com/aki-it/sicurezza/2015/02/13/alla-conquista-della-libia-controlla-radio-sirte-ordina-alla-popolazione-sottomettersi_w06Sn0G8Q5SsU9Ar6rkGMN.html

9http://www.agoravox.it/Il-Califfo-del-Mossad.html

10http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/.premium-1.641497

11http://www.theguardian.com/world/2014/dec/11/-sp-isis-the-inside-story

12http://www.politifact.com/punditfact/statements/2014/jun/19/jeanine-pirro/foxs-pirro-obama-set-isis-leader-free-2009/

13http://www.iraqinews.com/iraq-war/urgent-isis-leader-abu-bakr-al-baghdadi-allegedly-killed-us-airstrikes/

14http://www.theguardian.com/world/2014/jun/12/how-battle-ready-isis-iraqi-army-peshmerga

15http://www.vox.com/2014/9/12/6138977/isis-iraq-numbers

16http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21604230-extreme-islamist-group-seeks-create-caliphate-and-spread-jihad-across

17http://www.theguardian.com/world/2014/oct/22/isis-us-airdrop-weapons-pentagon

18http://www.alternet.org/world/how-isis-ended-stocked-american-weapons

19http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2015/02/15/lisis-avanza-in-libia.-gentiloni-pronti-a-combattere-con-onu_9fdcefab-3ef5-443b-b48c-3ba44c71d74d.html

20http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2014/06/28/ARjQLPx-arrivano_qaedisti_periferia.shtml

21http://www.bloombergview.com/articles/2015-02-03/exclusive-iran-s-militias-are-taking-over-iraq-s-army

22http://english.alarabiya.net/en/News/2014/07/24/Russia-delivering-weapons-to-Iraq.html

Preso da: http://federicodezzani.altervista.org/libia1-il-nuovo-ascaro-degli-usa-mo-lisis/

Il piano sionista per il Medio Oriente

Tradotto e curato da
Israel Shahak
L’Israele di Theodore Herzl (1904) e di Rabbi Fischmann (1947)
Nei suoi diari complete, vol. II. p. 711, Theodore Herzl, fondatore del sionismo, dice che l’area dello Stato ebraico si estende: “. Dal torrente d’Egitto al fiume Eufrate”
Rabbi Fischmann, membro dell’Agenzia Ebraica per la Palestina, ha dichiarato nella sua testimonianza al comitato speciale delle Nazioni Unite su richiesta del 9 luglio 1947 “La Terra Promessa si estende dal fiume d’Egitto fino all’Eufrate, include parti di Siria e Libano. ”
da
Oded Yinon di
“Una strategia per Israele negli anni Ottanta”
Pubblicato dalla
Associazione di arabo-americano Laureati, Inc.
Belmont, Massachusetts, 1982
Speciale Documento n ° 1 (ISBN 0-937694-56-8)

Indice dei contenuti
Publisher non e1
L’Associazione di arabo-americano Laureati lo trova irresistibile per inaugurare la sua nuova serie di pubblicazioni, documenti particolari, con l’articolo di Oded Yinon, che è apparso in Kivunim (Indicazioni), la rivista del Dipartimento di Informazione dell’Organizzazione Sionista Mondiale. Oded Yinon è un giornalista israeliano ed era precedentemente assegnato al ministero degli Esteri di Israele. A nostra conoscenza, questo documento è la dichiarazione più esplicita, dettagliata e inequivocabile alla data della strategia sionista in Medio Oriente. Inoltre, si distingue come una rappresentazione accurata della “visione” per l’intero Medio Oriente del regime sionista attualmente sentenza di Begin, Sharon e Eitan. La sua importanza, quindi, non risiede nel suo valore storico, ma nell’incubo che essa presenta.
2
Il piano opera su due premesse fondamentali. Per sopravvivere, Israele deve 1) diventare una potenza regionale imperiale, e 2) deve effettuare la divisione di tutta l’area in piccoli stati con la dissoluzione di tutti gli stati arabi esistenti. Piccola qui dipenderà dalla composizione etnica o settaria di ogni stato. Di conseguenza, la speranza sionista è che gli stati su base settaria diventano satelliti di Israele e, ironia della sorte, la sua fonte di legittimazione morale.
3
Questa non è una nuova idea, né superficie per la prima volta nel pensiero strategico sionista. Infatti, frammentando tutti gli stati arabi in unità più piccole è stato un tema ricorrente. Questo tema è stato documentato in una scala molto modesta nella pubblicazione AAUG, Sacro Terrorismo di Israele(1980), da Livia Rokach. Sulla base delle memorie di Moshe Sharett, ex primo ministro di Israele, documenti di studio di Rokach, con dettagli convincenti, il piano sionista in quanto si applica al Libano e, come è stato preparato nella metà degli anni Cinquanta.
4
La prima massiccia invasione israeliana del Libano nel 1978 portava questo piano fuori nei minimi dettagli. Il secondo e più barbara e totalizzante invasione israeliana del Libano il 6 giugno 1982, si propone di effettuare alcune parti di questo piano, che spera di vedere non solo il Libano, la Siria e la Giordania, ma anche, in frammenti. Questo dovrebbe fare beffa di crediti pubblici israeliani quanto riguarda il loro desiderio di un governo centrale libanese forte e indipendente. Più precisamente, vogliono un governo centrale libanese che sancisce i loro disegni imperialisti regionali con la firma di un trattato di pace con loro. Essi cercano anche acquiescenza nei loro disegni dal siriano, iracheno, giordano e altri governi arabi, nonché dal popolo palestinese. Quello che vogliono e che cosa stanno progettando per non è un mondo arabo, ma un mondo di frammenti arabi che è pronto a soccombere all’egemonia israeliana. Quindi, Oded Yinon nel suo saggio, “Una strategia per Israele negli anni 1980,” parla “di vasta portata opportunità per la prima volta dal 1967” che vengono creati dal “situazione molto burrascoso [che] circonda Israele.”
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La politica sionista di spostare i palestinesi dalla Palestina è molto più di una politica attiva, ma viene perseguita con più forza nei momenti di conflitto, come nella guerra del 1947-1948 e nella guerra del 1967. Un’appendice intitolato “Israele parla di un nuovo esodo” è incluso in questa pubblicazione per dimostrare ultimi dispersioni sionisti dei palestinesi dalla loro patria e per mostrare, oltre al documento principale sionista si presenti, altre forme di programmazione sionista per la de-palestinizzazione della Palestina.
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E ‘chiaro dal documento Kivunim, pubblicato nel febbraio del 1982, che le “ampie opportunità” di cui strateghi sionisti hanno pensato sono le stesse “opportunità” di cui stanno cercando di convincere il mondo e che a loro parere sono stati generati dal loro giugno del 1982 invasione. E ‘anche chiaro che i palestinesi non sono mai stati l’unico obiettivo dei piani sionisti, ma l’obiettivo prioritario in quanto la loro presenza vitale e indipendente come popolo nega l’essenza dello Stato sionista. Ogni stato arabo, tuttavia, in particolare quelli con le direzioni nazionaliste coesa e chiara, è un vero e proprio bersaglio prima o poi.
7
Contrastava con la strategia dettagliata e inequivocabile sionista chiarito in questo documento, la strategia araba e palestinese, purtroppo, soffre di ambiguità e incoerenza. Non vi è alcuna indicazione che gli strateghi arabi hanno interiorizzato il piano sionista nella sua piena ramificazioni.Invece, essi reagiscono con incredulità e shock ogni volta che una nuova fase di esso si svolge.Questo è evidente nella reazione araba, seppur in sordina, per l’assedio israeliano di Beirut. Il fatto triste è che, fintanto che la strategia sionista per il Medio Oriente non è preso sul serio reazione araba a qualsiasi futura assedio di altre capitali arabe sarà la stessa.
Khalil Nakhleh
23 luglio 1982
Prefazione
di Israel Shahak
1
Il seguente saggio rappresenta, a mio parere, il piano preciso e dettagliato del presente regime sionista (di Sharon ed Eitan) per il Medio Oriente che si basa sulla divisione di tutta l’area in piccolistati, e la dissoluzione di tutto l’esistente Stati arabi. Vorrei commentare l’aspetto militare di questo piano in una nota conclusiva. Qui vorrei richiamare l’attenzione dei lettori di alcuni punti importanti:
2
1. L’idea che tutti gli stati arabi dovrebbero essere suddivisi, da Israele, in piccole unità, si verifica di nuovo e di nuovo nel pensiero strategico israeliano. Ad esempio, Ze’ev Schiff, il corrispondente militare di Ha’aretz (e probabilmente il più esperto in Israele, su questo argomento) scrive a proposito del “migliore” che può accadere per gli interessi israeliani in Iraq: “La dissoluzione dell’Iraq in un sciita di stato, uno stato sunnita e la separazione della parte kurda “( Ha’aretz 1982/06/02). In realtà, questo aspetto del piano è molto vecchio.
3
2. Il forte legame con il pensiero neo-conservatore negli Stati Uniti è molto importante, soprattutto nelle note dell’autore. Tuttavia, mentre a parole è pagato per l’idea della “difesa dell’Occidente” dal potere sovietico, il vero scopo del suo autore, e dell’attuale establishment israeliano è chiaro: per fare un Israele imperiale in una potenza mondiale. In altre parole, l’obiettivo di Sharon è ingannare americani dopo aver ingannato tutto il resto.
4
3. E ‘ovvio che gran parte dei dati rilevanti, sia nelle note e nel testo, è alterata o omessa, come ad esempio l’aiuto finanziario degli Stati Uniti a Israele . Gran parte di essa è pura fantasia. Tuttavia , il piano non deve essere considerato non influente, o come non in grado di realizzare per un breve periodo. Il piano segue fedelmente le idee geopolitiche attuali in Germania del 1890-1933, che sono state ingerite intere da Hitler e del movimento nazista, e determinato i loro obiettivi per l’Europa orientale . Tali obiettivi, in particolare la divisione degli stati esistenti, sono state effettuate nel 1939-1941, e solo un’alleanza su scala globale impedito loro consolidamento per un periodo di tempo.
5
Le note dell’autore seguono il testo. Per evitare confusione, non volevo aggiungere eventuali note di mio, ma ho messo la sostanza di loro in questa prefazione e la conclusione alla fine. Ho, tuttavia, sottolineato alcune parti del testo.
Israel Shahak
13 giugno 1982

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Una strategia per Israele negli anni Ottanta
da Oded Yinon
Questo articolo è originariamente apparso in ebraico in Kivunim (Direzioni) , Un Giornale per il Giudaismo e il Sionismo, nessun problema, 14-Inverno, 5742, febbraio 1982 Editore: Yoram Beck.Comitato Editoriale: Eli Eyal, Yoram Beck, Amnon Hadari, Yohanan Manor, Elieser Schweid.Pubblicato dal Dipartimento di Pubblicità / L’Organizzazione Sionista Mondiale , Gerusalemme.
1
All’inizio degli anni ottanta lo Stato di Israele ha bisogno di una nuova prospettiva per il suo posto, i suoi scopi e gli obiettivi nazionali, in patria e all’estero. Questa esigenza è diventata ancora più importante a causa di una serie di processi centrali che il paese, la regione e il mondo stanno attraversando. Oggi viviamo in fasi iniziali di una nuova epoca nella storia umana, che non è del tutto simile al suo predecessore, e le sue caratteristiche sono totalmente diverse da quello che abbiamo finora conosciuto. Ecco perché abbiamo bisogno di una comprensione dei processi centrali che caratterizzano questa epoca storica, da un lato, e dall’altro lato abbiamo bisogno di una visione del mondo e una strategia operativa in conformità con le nuove condizioni. L’esistenza, la prosperità e la fermezza dello Stato ebraico dipenderà dalla sua capacità di adottare un nuovo quadro di riferimento per i suoi affari interni ed esteri.
2
Questa epoca è caratterizzata da numerosi tratti che possiamo già diagnosticare, e che simboleggiano una vera e propria rivoluzione nel nostro stile di vita attuale. Il processo dominante è la ripartizione del, prospettiva umanista razionalista come la pietra angolare di supporto alla vita e conquiste della civiltà occidentale a partire dal Rinascimento. Le opinioni politiche, sociali ed economiche che hanno emanati da questo fondamento si sono basate su diverse “verità” che sono attualmente scomparendo, per esempio, l’idea che l’uomo come individuo è il centro dell’universo e di tutto ciò che esiste al fine di realizzare il suo bisogni materiali di base. Questa posizione viene invalidata nel presente, quando è diventato chiaro che la quantità di risorse nel cosmo non soddisfa i requisiti di uomo, i suoi bisogni economici o di suoi vincoli demografici. In un mondo in cui ci sono quattro miliardi di esseri umani e di risorse economiche e di energia che non crescono in proporzione per soddisfare le necessità degli uomini, non è realistico aspettarsi di soddisfare il requisito principale della società occidentale, 1 cioè, il desiderio e l’aspirazione per consumo illimitato. Il punto di vista che l’etica non ha alcun ruolo nel determinare la direzione Uomo prende, ma piuttosto i suoi bisogni materiali fai da questo punto di vista sta diventando prevalente oggi come vediamo un mondo in cui quasi tutti i valori stanno scomparendo. Stiamo perdendo la capacità di valutare le cose più semplici, soprattutto se riguardano la semplice questione di ciò che è bene e ciò che è male.3
La visione delle aspirazioni illimitate dell’uomo e abilità si restringe a fronte dei fatti tristi della vita, in cui si assiste alla disgregazione dell’ordine del mondo che ci circonda. La vista che promette la libertà e la libertà al genere umano sembra assurdo alla luce del triste fatto che tre quarti del genere umano vive sotto regimi totalitari. I punti di vista riguardanti l’uguaglianza e la giustizia sociale sono stati trasformati dal socialismo e soprattutto dal comunismo in uno zimbello. Non vi è alcun argomento per la verità di queste due idee, ma è chiaro che non sono stati messi in pratica correttamente e la maggioranza del genere umano ha perso la libertà, la libertà e la possibilità per l’uguaglianza e la giustizia. In questo mondo nucleare in cui siamo (ancora) vivere in relativa pace per 30 anni, il concetto di pace e la convivenza tra le nazioni non ha significato quando una superpotenza come l’URSS detiene una dottrina militare e politica del genere non ha: che non è solo una guerra nucleare possibile e necessario per conseguire le estremità di marxismo, ma che è possibile sopravvivere dopo, per non parlare del fatto che si può essere vittorioso in esso. 2
4
I concetti fondamentali della società umana, soprattutto quelli d’Occidente, stanno subendo un cambiamento a causa di trasformazioni politiche, militari ed economiche. Così, la potenza nucleare e convenzionale dell’Urss ha trasformato l’epoca che si è appena concluso in ultima tregua prima della grande saga che sarà demolire gran parte del nostro mondo in una guerra globale multidimensionale, rispetto a cui il mondo passato guerre saranno stati un gioco da ragazzi. Il potere del nucleare e delle armi convenzionali, la loro quantità, la loro precisione e la qualità si trasformerà la maggior parte del nostro mondo a testa in giù nel giro di pochi anni, e noi dobbiamo allinearci in modo da affrontare che in Israele. Che è, poi, la principale minaccia per la nostra esistenza e quella del mondo occidentale. 3 La guerra per le risorse del mondo, il monopolio arabo sul petrolio, e la necessità dell’Occidente di importare la maggior parte delle materie prime dal terzo mondo , stanno trasformando il mondo che conosciamo, dato che uno degli obiettivi principali dell’Unione Sovietica è quello di sconfiggere l’Occidente da ottenere il controllo sulle risorse gigantesche nel Golfo Persico e nella parte meridionale dell’Africa, in cui la maggior parte dei minerali mondiali sono trova.Possiamo immaginare le dimensioni del confronto globale, che ci dovrà affrontare in futuro.5
La dottrina Gorshkov richiede il controllo sovietico degli oceani e zone ricche di minerali del Terzo Mondo. Che insieme con l’attuale dottrina nucleare sovietica che sostiene che è possibile gestire, vincere e sopravvivere a una guerra nucleare, nel corso della quale militare dell’Occidente potrebbe benissimo essere distrutta ed i suoi abitanti fece schiavi al servizio del marxismo-leninismo, è il principale pericolo per la pace nel mondo e per la nostra stessa esistenza. Dal 1967, i sovietici hanno trasformato dictum Clausewitz ‘in “La guerra è la continuazione della politica con mezzi nucleari”, e ne ha fatto il motto che guida tutte le loro politiche. Già oggi sono occupati di effettuare i loro obiettivi nella nostra regione e in tutto il mondo, e la necessità di affrontarli diventa l’elemento importante nella politica di sicurezza del nostro paese e, naturalmente, quella del resto del mondo libero. Questa è la nostra grande sfida straniera. 4
6
Il mondo arabo musulmano, quindi, non è il principale problema strategico che dovremo affrontare negli anni Ottanta, nonostante il fatto che essa eserciti la principale minaccia contro Israele, a causa della sua crescente potenza militare. Questo mondo, con le sue minoranze etniche, le fazioni e le crisi interne, che è sorprendentemente autodistruttivo, come possiamo vedere in Libano, in Iran non arabo e ora anche in Siria, è in grado di affrontare con successo i problemi fondamentali e fa Non quindi costituire una minaccia reale contro lo Stato di Israele, nel lungo periodo, ma solo nel breve periodo in cui il suo potere militare immediato ha grande importanza. Nel lungo periodo, questo mondo non sarà in grado di esistere nel suo quadro presente nelle zone intorno a noi, senza dover passare per veri cambiamenti rivoluzionari. Il musulmano arabo mondo è costruito come una casa temporanea di carte messe insieme dagli stranieri (Francia e Gran Bretagna negli anni Venti), senza che i desideri ei desideri degli abitanti essendo stati presi in considerazione. E ‘stato arbitrariamente diviso in 19 stati, tutti in combinazioni di Minori e gruppi etnici che sono ostili l’uno all’altro, in modo che ogni stato arabo musulmano al giorno d’oggi deve affrontare la distruzione sociale etnico dal di dentro, e in alcuni una guerra civile è già scatenato. 5 La maggior parte degli arabi, 118 milioni su 170 milioni, vivono in Africa, soprattutto in Egitto (45 milioni di oggi).7
A parte l’Egitto, tutti gli stati del Maghreb sono costituiti da un misto di arabi e berberi non arabi. In Algeria vi è già una guerra civile infuria in montagna Kabile tra le due nazioni nel paese. Marocco e Algeria sono in guerra tra di loro sul Sahara spagnolo, oltre alla lotta interna in ciascuno di essi.L’Islam militante mette in pericolo l’integrità della Tunisia e Gheddafi organizza le guerre che sono distruttivi dal punto di vista arabo, da un paese che è scarsamente popolata e che non può diventare una nazione potente. È per questo che egli ha tentato unificazioni in passato con gli stati che sono più genuini, come l’Egitto e la Siria. Sudan, lo Stato più lacerato nel mondo musulmano arabo di oggi è costruito su quattro gruppi ostili gli uni agli altri, un musulmano sunnita, minoranza araba che governa la maggioranza degli africani non arabi, Pagani e cristiani. In Egitto c’è una maggioranza sunnita musulmano di fronte a una grande minoranza di cristiani che è dominante in Alto Egitto: circa 7 milioni di loro, in modo che anche Sadat, nel suo intervento, l’8 maggio, ha espresso il timore che vorranno un loro stato proprio, qualcosa come un “secondo” cristiana del Libano in Egitto.
8
Tutti gli Stati arabi est di Israele sono lacerata, spezzata e crivellato di conflitto interiore ancor più di quelli del Maghreb. La Siria è fondamentalmente non differisce da Libano salvo in forte regime militare che governa. Ma la vera e propria guerra civile che si svolgono al giorno d’oggi tra la maggioranza sunnita e la sciita alawita minoranza dominante (un mero 12% della popolazione), testimonia la gravità del problema nazionale.
9
L’Iraq è, ancora una volta, non è diverso nella sostanza dai suoi vicini, anche se la sua maggioranza è sciita e la minoranza sunnita dominante. Il sessantacinque per cento della popolazione non ha voce in politica, in cui una élite di 20 per cento detiene il potere. Inoltre c’è una grande minoranza curda nel nord, e se non fosse per la forza del regime al potere, l’esercito e le entrate petrolifere, futuro stato iracheno non sarebbe diverso da quello del Libano, in passato o della Siria oggi. I semi del conflitto interiore e della guerra civile sono evidenti già oggi, soprattutto dopo l’ascesa di Khomeini al potere in Iran, un leader che gli sciiti in Iraq vista come il loro leader naturale.
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Tutti i principati del Golfo e in Arabia Saudita sono costruiti su un delicato casa di sabbia in cui vi è solo olio. In Kuwait, i kuwaitiani costituiscono solo un quarto della popolazione. In Bahrain, gli sciiti sono la maggioranza, ma sono privi di potere. Negli Emirati Arabi Uniti, gli sciiti sono ancora una volta la maggioranza, ma i sunniti sono al potere. Lo stesso è vero di Oman e Yemen del Nord.Anche nella marxista del Sud Yemen c’è una considerevole minoranza sciita. In Arabia Saudita la metà della popolazione è straniera, egiziana e yemenita, ma una minoranza saudita detiene il potere.
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La Giordania è in realtà palestinese, governato da un Trans-Giordania beduino minoranza, ma la maggior parte delle forze armate e di certo la burocrazia è ora palestinese. È un dato di fatto Amman è come palestinese Nablus. Tutti questi paesi hanno eserciti potenti, relativamente parlando. Ma c’è un problema anche lì. L’esercito siriano è oggi per lo più sunniti con un corpo ufficiali alawita, l’esercito iracheno sciita con sunnita comandanti. Questo ha un grande significato nel lungo periodo, ed è per questo che non sarà possibile conservare la fedeltà dell’esercito per un lungo periodo a meno che si tratta del solo comune denominatore: l’ostilità nei confronti di Israele, e oggi anche questo è insufficiente .
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Accanto gli arabi, divisi come sono, l’altro musulmano Uniti condividono una situazione simile. La metà della popolazione dell’Iran è costituito da un gruppo di lingua persiana e l’altra metà di un gruppo etnico turco. Popolazione della Turchia dispone di un turco musulmano sunnita maggioranza, circa il 50%, e due grandi minoranze, 12 milioni di sciiti alawiti ei 6 milioni sunniti curdi. In Afghanistan ci sono 5 milioni di euro
Sciiti, che costituiscono un terzo della popolazione. In sunnita Pakistan ci sono 15 milioni di sciiti, che mettono in pericolo l’esistenza di quello stato.
13
Questa immagine nazionale minoranza etnica che si estende dal Marocco all’India e dalla Somalia alla Turchia punta alla mancanza di stabilità e di una rapida degenerazione in tutta la regione.Quando questo quadro si aggiunge a quello economico, vediamo come l’intera regione è costruito come un castello di carte, incapace di sopportare i suoi gravi problemi.
14
In questo mondo gigantesco e fratturati ci sono alcuni gruppi di ricchi e una massa enorme di persone povere. La maggior parte degli arabi hanno un reddito medio annuo di 300 dollari. Questa è la situazione in Egitto, nella maggior parte dei paesi del Maghreb, tranne per la Libia, e in Iraq. Libano è lacerato e la sua economia sta cadendo a pezzi. E ‘uno stato in cui non vi è alcun potere centralizzato, ma solo 5 de facto autorità sovrane (cristiano nel nord, sostenuta dai siriani e sotto il dominio del clan Franjieh, in Oriente una zona di conquista siriana diretta, nel centro di un falangista enclave controllata cristiana, nel sud e fino al fiume Litani una regione prevalentemente palestinese controllato dall’OLP e lo stato dei cristiani del maggiore Haddad e mezzo milione di sciiti). La Siria è in una situazione ancora più grave e anche l’assistenza che otterrà in futuro, dopo l’unificazione con la Libia non sarà sufficiente per affrontare i problemi fondamentali dell’esistenza e il mantenimento di un grande esercito. L’Egitto è nella situazione peggiore: Milioni sono sull’orlo della fame, la metà della forza lavoro è disoccupata, e l’alloggio è scarsa in questa zona più densamente popolata del mondo.Fatta eccezione per l’esercito, non vi è un singolo reparto operativo in modo efficiente e lo Stato è in uno stato permanente di fallimento e dipende interamente dall’assistenza estera americana concessa in quanto la pace. 6
15
Negli Stati del Golfo, l’Arabia Saudita, la Libia e l’Egitto non vi è la più grande accumulazione di denaro e di petrolio al mondo, ma quelli goderne sono piccole élites che non hanno una base larga di sostegno e di fiducia in se stessi, qualcosa che nessun esercito può garantire. 7 L’esercito saudita con tutta la sua attrezzatura non può difendere il regime da pericoli reali a casa o all’estero, e ciò che ha avuto luogo a La Mecca nel 1980, è solo un esempio. Una situazione triste e molto burrascoso circonda Israele e crea sfide per esso, i problemi, i rischi , ma anche ampie opportunità per la prima volta dal 1967 . Le probabilità sono che occasioni perse in quel momento diventerà realizzabile negli anni Ottanta in misura e secondo le dimensioni che non possiamo nemmeno immaginare oggi.16
La politica di “pace” e la restituzione dei territori, attraverso una dipendenza degli Stati Uniti, preclude la realizzazione della nuova opzione creato per noi. Dal 1967, tutti i governi di Israele hanno legato i nostri obiettivi nazionali fino a restringere esigenze politiche, da un lato, e dall’altro a distruttivo pareri a casa che neutralizzate le nostre capacità, sia in patria che all’estero. Non riuscendo a prendere provvedimenti nei confronti della popolazione araba nei nuovi territori, acquisiti nel corso di una guerra forzata su di noi, è il grande errore strategico commesso da Israele, la mattina dopo la Guerra dei Sei Giorni. Avremmo potuto salvare noi stessi tutto il conflitto aspro e pericoloso da allora, se avessimo dato la Giordania per i palestinesi che vivono a ovest del fiume Giordano. Così facendo avremmo neutralizzato il problema palestinese che abbiamo oggi di fronte, e al quale abbiamo trovato soluzioni che sono davvero nessuna soluzione a tutti, come il compromesso territoriale o di autonomia che ammontano, infatti, per la stessa cosa. 8 Oggi, abbiamo improvvisamente affrontare immense opportunità per trasformare a fondo e questo dobbiamo fare nel prossimo decennio la situazione, altrimenti non potremo sopravvivere come stato.17
Nel corso degli anni Ottanta, lo Stato di Israele dovrà passare attraverso i cambiamenti di vasta portata nel suo regime politico ed economico nazionale, insieme a cambiamenti radicali nella sua politica estera, al fine di resistere alle sfide globali e regionali di questa nuova epoca. La perdita dei campi petroliferi del Canale di Suez, l’immenso potenziale delle altre risorse naturali, petrolio, gas e nella penisola del Sinai, che è geomorfologicamente identici ai ricchi paesi produttori di petrolio della regione, si tradurrà in una perdita di energia nel prossimo futuro e distruggere la nostra economia nazionale: un quarto del nostro presente PIL così come un terzo del budget viene utilizzato per l’acquisto di petrolio. 9 La ricerca di materie prime nel Neghev e sulla costa non saranno, in un prossimo futuro , servono a modificare tale stato di cose.18
(Riconquistare) la penisola del Sinai con le sue risorse attuali e potenziali è dunque una priorità politica che è ostacolata dal Camp David e gli accordi di pace . La colpa per che si trova, naturalmente, con l’attuale governo israeliano e dei governi che ha aperto la strada alla politica di compromesso territoriale, i governi di allineamento dal 1967. Gli egiziani non avrà bisogno di mantenere il trattato di pace dopo la restituzione del Sinai, e faranno tutto il possibile per tornare all’ovile del mondo arabo e per l’URSS al fine di ottenere il sostegno e l’assistenza militare. Aiuti americani è garantita solo per un breve periodo, per i termini della pace e l’indebolimento degli Stati Uniti, sia in patria che all’estero porterà a una riduzione degli aiuti. Senza olio e il reddito da esso, con il presente enormi spese, non saremo in grado di ottenere fino al 1982 nelle condizioni attuali e dovremo agire per return la situazione allo status quo che esisteva in Sinai prior di Sadat di visita e l’accordo di pace firmato con lui erronea marzo 1979 . 1 019
Israele ha due vie principali attraverso cui realizzare questo scopo, uno diretto e l’altro indiretto.L’opzione diretta è quella meno realistico a causa della natura del regime e di governo in Israele, così come la saggezza di Sadat, che ha ottenuto il nostro ritiro dal Sinai, che era, accanto alla guerra del 1973, il suo successo importante da quando ha preso il potere . Israele non unilateralmente rompere il trattato, né oggi, né nel 1982, a meno che sia molto fatica economicamente e politicamente ed Egitto fornisce Israele con la scusa di prendere il nuovo Sinai nelle nostre mani per la quarta volta nella nostra breve storia. Cosa è rimasto dunque, è l’opzione indiretta. La situazione economica in Egitto, la natura del regime e la sua pan-
Politica araba, porterà a una situazione dopo l’aprile 1982, alla quale Israele sarà costretto ad agire direttamente o indirettamente, al fine di riprendere il controllo del Sinai come riserva strategica, economica ed energetica per il lungo periodo . Egitto non costituisce un problema strategico militare a causa di conflitti interni e che potrebbe essere guidato indietro al post 1967 situazione di guerra in non più di un giorno. 1 120
Il mito dell’Egitto come leader forte del mondo arabo è stata demolita nel 1956 e sicuramente non è sopravvissuto del 1967, ma la nostra politica, come nel ritorno del Sinai, è servito a trasformare il mito in “realtà.” In realtà, però , il potere dell’Egitto in proporzione sia al solo Israele e per il resto del mondo arabo è sceso di circa il 50 per cento dal 1967. L’Egitto non è più il principale potere politico nel mondo arabo ed è economicamente sull’orlo di una crisi. Senza assistenza straniera la crisi arriverà domani. 12 Nel breve periodo, a causa del ritorno del Sinai, Egitto guadagnerà parecchi vantaggi a nostre spese, ma solo nel breve periodo fino al 1982, e che non cambierà gli equilibri di potere a suo vantaggio, e sarà eventualmente causare la sua rovina. Egitto, nella sua attuale quadro politico interno, è già un cadavere, tanto più se si tiene conto della crescente spaccatura musulmano-cristiano. Rompere Egitto giù territorialmente in regioni geografiche distinte è l’obiettivo politico di Israele negli anni Ottanta sulla sua fronte occidentale .21
Egitto è diviso e lacerato in molti focolai di autorità. Se l’Egitto va in pezzi, paesi come la Libia, il Sudan o anche gli Stati più lontani non continueranno ad esistere nella forma attuale e si uniranno ilcrollo e la dissoluzione di Egitto. La visione di uno Stato cristiano copto in Egitto insieme a un certo numero di stati deboli con potenza molto localizzato e senza un governo centralizzato, come fino ad oggi, è la chiave per uno sviluppo storico che è stato solo arretrato con l’accordo di pace, ma che sembra inevitabile in lungo periodo . 1 322
Il fronte occidentale, che in superficie appare più problematica, è di fatto meno complicato di fronte orientale, in cui la maggior parte degli eventi che fanno i titoli dei giornali hanno avuto luogo recentemente. Dissoluzione totale del Libano in cinque province serve da precendent per tutto il mondo arabo tra cui l’Egitto, la Siria, l’Iraq e la penisola arabica e sta già seguendo quella traccia. La dissoluzione della Siria e Iraq in seguito in aree etnicamente o religiosamente unqiue come in Libano, è l’obiettivo primario di Israele sul fronte orientale nel lungo periodo, mentre la dissoluzione del potere militare di questi stati costituisce l’obiettivo primario a breve termine. Siria cadrà a pezzi, in conformità con la sua struttura etnica e religiosa, in diversi stati, come in oggi il Libano, in modo che non ci sarà uno stato sciita alawita lungo la sua costa, uno stato sunnita nella zona di Aleppo, un altro stato sunnita a Damasco ostile al suo vicino del nord, e le drusi che sarà istituito uno stato , magari anche nel nostro Golan, e certamente nel dell’Hauran e nel nord della Giordania . Questo stato di cose sarà la garanzia per la pace e la sicurezza nella zona, a lungo termine, e questo obiettivo è già alla nostra portata oggi . 1 423
Iraq, ricco di petrolio, da una parte e lacerato internamente, dall’altra, è garantito come candidato pergli obiettivi di Israele . La sua dissoluzione è ancora più importante per noi di quella di Siria. L’Iraq è più forte di Siria. Nel breve periodo è il potere iracheno che costituisce la più grande minaccia per Israele. Una guerra Iraq-Iran si strappa a pezzi l’Iraq e provocare la sua caduta a casa anche prima che sia in grado di organizzare una lotta su un ampio fronte contro di noi. Ogni tipo di confronto inter-araba ci aiuterà nel breve periodo e sarà accorciare la strada per l’obiettivo più importante di rompere l’Iraq in denominazioni come in Siria e in Libano . In Iraq, una divisione in province lungo linee etniche / religiose, come in Siria durante il periodo ottomano è possibile. Così, tre (o più) stati esisteranno attorno alle tre principali città: Bassora, Baghdad e Mosul, e le zone sciite nel sud separerà dal sunnita e curda a nord. E ‘possibile che l’attuale scontro iraniano-iracheno approfondirà questa polarizzazione. 1 524
L’intera penisola arabica è un candidato naturale per la dissoluzione a causa di pressioni interne ed esterne, e la questione è inevitabile soprattutto in Arabia Saudita. Indipendentemente dal fatto che la sua forza economica a base di olio rimane intatto o se invece è diminuita nel lungo periodo, le divisioni interne e le disaggregazioni sono uno sviluppo chiaro e naturale alla luce della attuale struttura politica. 1 625
Giordania costituisce un obiettivo strategico immediato nel breve periodo ma non nel lungo periodo, in quanto non costituisce una minaccia reale nel lungo periodo dopo il suo scioglimento , la cessazione del lungo dominio del re Hussein e il trasferimento del potere ai palestinesi nel breve periodo.
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Non vi è alcuna possibilità che la Giordania continuerà ad esistere nella sua struttura attuale per molto tempo, e la politica di Israele, sia in guerra che in pace, deve essere orientata alla liquidazione di Giordano sotto l’attuale regime e il trasferimento del potere al maggioranza palestinese. Modifica del regime est del fiume causerà anche la risoluzione del problema dei territori densamente popolati con gli arabi ad ovest del Giordano. Sia in guerra o in condizioni di pace, l’emigrazione dai territori e congelare economica demografico in loro, sono le garanzie per il prossimo cambiamento su entrambe le rive del fiume, e noi dobbiamo essere attivi al fine di accelerare questo processo nel prossimo futuro . Il piano di autonomia dovrebbe anche essere respinta, così come ogni compromesso o la divisione dei territori per, dato i piani del PLO e quelli degli arabi israeliani stessi, il piano Shefa’amr di settembre del 1980, non è possibile andare a vivere in questo paese nella situazione attuale, senza separare le due nazioni, gli arabi in Giordania e gli ebrei per le zone ad ovest del fiume . Coesistenza genuina e la pace regnerà sulla terra solo quando gli arabi capire che senza dominio ebraico tra il Giordano e il mare non avranno né l’esistenza né la sicurezza. Una nazione di loro e di sicurezza sarà loro solo in Giordania. 1 727
All’interno di Israele, la distinzione tra le aree del ’67 e dei territori al di là di loro, quelli del ’48, è sempre stato privo di significato per gli arabi e al giorno d’oggi non ha più alcun significato per noi. Il problema deve essere visto nella sua interezza, senza divisioni del ’67. Dovrebbe essere chiaro, in ogni futura costellazione situazione politica o militare, che la soluzione del problema degli arabi indigeni arriverà solo quando riconoscono l’esistenza di Israele nei confini sicuri fino al fiume Giordano e al di là di esso, come il nostro bisogno esistenziale in questa difficile epoca, l’epoca nucleare che ci deve presto entrare. Non è più possibile vivere con tre quarti della popolazione ebraica sulla battigia denso che è così pericoloso in un epoca nucleare.
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Dispersione della popolazione è quindi un obiettivo strategico nazionale di primissimo ordine, in caso contrario, dovremo cessare di esistere entro i confini. Giudea, Samaria e la Galilea sono la nostra unica garanzia per l’esistenza nazionale, e se non diventiamo la maggior parte nelle zone di montagna, non ci devono governare nel paese e ci devono essere come i Crociati, che ha perso questo paese che non era loro in ogni caso, e in cui sono stati gli stranieri a cominciare.Riequilibrare il paese demograficamente, strategicamente ed economicamente è l’obiettivo più alto e più centrale di oggi. Prendendo in mano il spartiacque montagna da Bersabea a Alta Galilea è l’obiettivo nazionale generato dal maggiore considerazione strategica che sta sistemando la parte montuosa del paese, che è vuota di ebrei oggi . l 829
Realizzando i nostri obiettivi sul fronte orientale dipende in primo luogo la realizzazione di questo obiettivo strategico interno. La trasformazione della struttura politica ed economica, in modo da consentire la realizzazione di questi obiettivi strategici, è la chiave per raggiungere l’intera variazione. Abbiamo bisogno di cambiare da una economia centralizzata in cui il governo è ampiamente coinvolto, per un mercato aperto e libero, nonché di passare dalla funzione del contribuente degli Stati Uniti per lo sviluppo, con le nostre mani, di una vera e propria infrastruttura economica produttiva. Se non siamo in grado di fare questo cambiamento liberamente e volontariamente, saremo costretti in esso dagli sviluppi mondiali, in particolare in materia di economia, energia, e la politica, e dal nostro isolamento crescente. l 930
Da un punto di vista militare e strategico, l’Occidente guidato dagli Stati Uniti non è in grado di resistere alle pressioni globali dell’URSS in tutto il mondo, e Israele deve quindi stare da solo negli anni Ottanta, senza alcuna assistenza estera, militare o economica, e questo è alla nostra capacità di oggi, senza compromessi. 20 I rapidi cambiamenti del mondo sarà anche portare un cambiamento nella condizione della comunità ebraica mondiale a cui Israele diventerà non solo in ultima istanza, ma l’unica opzione esistenziale. Non possiamo supporre che gli ebrei degli Stati Uniti, e le comunità di Europa e America Latina continuerà ad esistere nella forma attuale nel futuro . 2 131
La nostra esistenza in questo paese si è certo, e non vi è alcuna forza che potrebbe togliere a noi da qui o con forza o con inganno (metodo di Sadat). Nonostante le difficoltà della politica sbagliata “pace” e il problema degli arabi israeliani e quelli dei territori, siamo in grado di affrontare efficacemente questi problemi nel prossimo futuro.
Conclusione
1
Tre punti importanti devono essere chiariti in modo da essere in grado di comprendere le possibilità significative di realizzazione di questo piano sionista per il Medio Oriente, e anche per questo ha dovuto essere pubblicato.
2
La formazione militare del Piano
Le condizioni militari di questo piano non sono stati menzionati sopra, ma sulle molte occasioni in cui qualcosa di molto simile è “spiegato” in riunioni a porte chiuse per i membri dell’establishment israeliano, questo punto è chiarito. Si presume che le forze militari israeliane, in tutti i loro rami, sono insufficienti per il lavoro effettivo di occupazione di tali territori ampi come discusso sopra. Infatti, anche in tempi di intensa palestinese “disordini” in Cisgiordania, le forze dell’esercito israeliano sono allungati troppo. La risposta a questo è il metodo di governare per mezzo di “forze Haddad” o di “Associazioni Village” (noto anche come “Leghe di Villaggio”): forze locali sotto “leader” del tutto dissociate dalla popolazione, non avendo nemmeno alcun feudale o Struttura parti (come i falangisti hanno, per esempio). Il “stati” proposto da Yinon sono “Haddadland” e “Associazioni villaggio”, e le loro forze armate sarà, senza dubbio, molto simili. Inoltre, la superiorità militare israeliana in una tale situazione sarà molto più grande di quanto lo sia anche ora, in modo che qualsiasi movimento di rivolta sarà “punito” sia per l’umiliazione di massa come in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, o da bombardamento e la cancellazione di città, come in Libano oggi (giugno 1982), o da entrambi. Per garantire questo, il piano , come spiegato oralmente, chiede l’istituzione di presidi israeliani in luoghi focali tra il mini-stati, attrezzate con le forze distruttive mobili necessari. Infatti, si è visto qualcosa di simile in Haddadland e noi quasi certamente vedere presto il primo esempio di questo sistema di funzionamento sia nel Sud del Libano o in tutto il Libano.
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E ‘evidente che le ipotesi militari di cui sopra, e l’intero piano di troppo, dipendono anche gli arabi continuano a essere ancora più diviso di quanto lo siano ora, e sulla mancanza di un movimento veramente progressista massa tra di loro. Può essere che queste due condizioni saranno rimossi solo quando il piano sarà a buon punto, con conseguenze che non si possono prevedere.
4
Perché è necessario pubblicare questo in Israele?
La ragione per la pubblicazione è la duplice natura della società israeliana-ebraica: una molto grande misura di libertà e di democrazia, specialmente per gli ebrei, in combinazione con l’espansionismo e la discriminazione razzista. In una tale situazione l’elite israeliana-ebraica (per le masse seguono la TV e discorsi di Begin) deve essere persuaso . I primi passi nel processo di persuasione sono orale, come indicato sopra, ma una volta viene in cui diventa scomodo. Materiale scritto deve essere prodotto a beneficio dei più stupide “persuasori” e “animatori” (ad esempio gli ufficiali di medio rango, che sono, di solito, straordinariamente stupido). Hanno poi “imparano”, più o meno, e di predicare agli altri. Va osservato che Israele, e anche il dell’Yishuv dagli anni Venti, ha sempre funzionato in questo modo. Io stesso bene ricordare come (prima ero “in opposizione”) la necessità della guerra con stato spiegato a me e ad altri un anno prima della guerra 1956, e la necessità di conquistare “il resto della Palestina occidentale in cui avremo l’opportunità” è stato spiegato negli anni 1965-1967.
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Perché si presume che non vi è alcun rischio di speciale da fuori nella pubblicazione di tali piani?
Tali rischi possono provenire da due fonti, a patto che l’opposizione di principio all’interno di Israele è molto debole (una situazione che potrebbe cambiare in conseguenza della guerra al Libano): il mondo arabo, compresi i palestinesi, e gli Stati Uniti. Il mondo arabo si è dimostrato finora incapace di un’analisi dettagliata e razionale della società israeliana-ebraica, ei palestinesi sono stati, in media, non è migliore rispetto al resto. In una tale situazione, anche quelli che urlano circa i pericoli di espansionismo israeliano (che sono abbastanza reale) stanno facendo questo non a causa della conoscenza fattuale e dettagliate, ma a causa della credenza nel mito. Un buon esempio è la credenza molto persistente nella scrittura inesistente sul muro della Knesset del versetto biblico circa il Nilo e l’Eufrate. Un altro esempio sono le dichiarazioni persistenti, e completamente falsa, che sono state fatte da alcuni dei più importanti leader arabi, che le due strisce blu della bandiera israeliana simboleggiano il Nilo e l’Eufrate, mentre in realtà essi sono tratti dalle strisce della ebreo che prega scialle (Talit). Gli specialisti israeliani assumono che, nel complesso, gli arabi non badare a loro discussioni serie del futuro, e la guerra in Libano le ha dato ragione. Quindi perché non dovrebbe continuare con i loro vecchi metodi di persuadere altri israeliani?
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Negli Stati Uniti una situazione molto simile esiste, almeno fino ad ora. I commentatori più o meno gravi prendono le loro informazioni su Israele, e molto del loro opinioni su di esso, da due fonti. Il primo è da articoli del “liberale” stampa americana, scritto quasi completamente da ammiratori ebrei di Israele che, anche se sono critica di alcuni aspetti dello stato di Israele, praticano fedelmente ciò che Stalin chiamava “la critica costruttiva.” ( In realtà quelli tra loro che pretendono anche di essere “anti-stalinista” sono in realtà più stalinista di Stalin, con Israele che è il loro dio che non è ancora riuscito). Nel quadro di tale culto critico si dovrà ritenere che Israele ha sempre “buone intenzioni” e solo “sbaglia”, e quindi un tale piano non sarebbe una questione di discussione, esattamente come i genocidi biblici commessi da ebrei non sono menzionati . L’altra fonte di informazione, il Jerusalem Post , ha politiche simili. Così a lungo, quindi, come esiste la situazione in cui Israele è in realtà una “società chiusa” per il resto del mondo, perché il mondo vuole chiudere i suoi occhi , la pubblicazione e anche l’inizio della realizzazione di un tale piano è realistico e fattibile.
Israel Shahak
17 Giugno 1982 Gerusalemme
A proposito del traduttore
Israel Shahak è un professore di chemistly organica presso l’Università Ebraica di Gerusalemme e il presidente della Lega israeliana per i diritti umani e civili. Ha pubblicato Le carte Shahak , raccolte di articoli chiave della stampa ebraica, ed è autore di numerosi articoli e libri, tra i quali non-Ebreo nello Stato ebraico . Il suo ultimo libro è globale il ruolo di Israele: le armi per la repressione , pubblicato dalla AAUG nel 1982. Israel Shahak: (1933-2001)
Note
1. americano università personale di campo. Segnala No.33, 1979. Secondo questa ricerca, la popolazione del mondo sarà di 6 miliardi nel 2000. Popolazione mondiale di oggi può essere suddiviso come segue: Cina, 958 milioni; India, 635 milioni; URSS, 261 milioni di euro, degli Stati Uniti, 218 milioni in Indonesia, 140 milioni, Brasile e Giappone, 110 milioni ciascuno. Secondo i dati del Fondo della Popolazione delle Nazioni Unite per il 1980, ci sarà, nel 2000, 50 città con una popolazione di oltre 5 milioni di euro ciascuno. Il ofthp popolazione; Terzo Mondo sarà poi l’80% della popolazione mondiale. Secondo Justin Blackwelder, US Census capo dell’Ufficio, la popolazione mondiale non raggiungerà i 6 miliardi di euro a causa della fame.
2. Politica nucleare sovietico è stato ben sintetizzato da due sovietologi americani: Joseph D. Douglas e Amoretta M. Hoeber, strategia sovietica per la guerra nucleare , (Stanford, Ca, Hoover Institute Press, 1979..).Nelle decine Unione Sovietica e centinaia di articoli e libri sono pubblicati ogni anno, che dettaglio la dottrina sovietica per la guerra nucleare e non vi è una grande quantità di documentazione tradotto in inglese e pubblicato dalla US Air Force, tra USAF: il marxismo-leninismo in guerra e l’esercito: The View sovietica , Mosca, 1972, USAF: Le Forze Armate dello Stato sovietico . Mosca, 1975, dal maresciallo A. Grechko.L’approccio sovietico di base per la materia è presentata nel libro dal maresciallo Sokolovski pubblicato nel 1962 a Mosca: il maresciallo VD Sokolovski, strategia militare, sovietica Dottrina e concetti (New York, Praeger, 1963).
3. Una foto di intenzioni sovietiche in varie aree del mondo si può trarre dal libro di Douglas e Hoeber, ibid. Per materiale aggiuntivo vedere: Michael Morgan, “Minerali di URSS come arma strategica per il futuro,” Difesa e degli Affari Esteri , a Washington, DC, dicembre 1979.
4. Ammiraglio della Flotta Sergei Gorshkov, Sea Power e lo Stato , London, 1979. Morgan, loc. cit. Generale George S. Brown (USAF) C-JCS, Dichiarazione al Congresso sulla postura Difesa degli Stati Uniti per l’anno fiscale 1979 , pag. 103; del Consiglio di Sicurezza Nazionale, revisione della politica di minerali non combustibile , (Washington, DC 1979), Drew Middleton, The New York Times , (9/15/79); Tempo , 9/21/80.
5. Elie Kedourie, “La fine dell’Impero Ottomano,” Giornale di storia contemporanea , vol. 3, n ° 4, 1968.
6. Al-Thawra , Siria 12/20/79, Al-Ahram , 12/30/79, Al Baath , Siria, 5/6/79. 55% degli arabi sono 20 anni e più giovani, il 70% degli arabi vivono in Africa, il 55% degli arabi under 15 è disoccupato, il 33% vive in aree urbane, Oded Yinon, “problema della popolazione egiziana,” The Jerusalem Quarterly , n ° 15, primavera 1980.
7. E. Kanovsky, “chi arabi e non abbienti,” The Jerusalem Quarterly , n ° 1, Autunno 1976 Al Baath , Siria, 5/6/79.
8. Nel suo libro, l’ex primo ministro Yitzhak Rabin ha detto che il governo israeliano è infatti responsabile per la progettazione della politica americana in Medio Oriente, dopo il giugno del ’67, a causa della sua indecisione per il futuro dei territori e l’incoerenza le sue posizioni in quanto ha istituito il fondo per la Risoluzione 242 e certamente dodici anni dopo gli accordi di Camp David e il trattato di pace con l’Egitto. Secondo Rabin, il 19 giugno del 1967, il presidente Johnson ha inviato una lettera al primo ministro Eshkol in cui egli non ha menzionato nulla di ritiro dai territori nuovi, ma esattamente lo stesso giorno il governo ha deciso di tornare territori in cambio della pace. Dopo le risoluzioni arabi a Khartoum (9/1/67) il governo ha modificato la sua posizione, ma in contrasto con la sua decisione del 19 giugno, non ha notificato gli USA dell’alterazione e gli Stati Uniti ha continuato a sostenere 242 del Consiglio di sicurezza sulla base di la sua precedente conoscenza che Israele è pronto a tornare territori. A quel punto era già troppo tardi per cambiare la posizione degli Stati Uniti e la politica di Israele. Da qui la strada è stata aperta al accordi di pace sulla base della 242, come è stato successivamente concordato a Camp David. Vedere Yitzhak Rabin. Pinkas Sherut , ( Ma’ariv 1979) pp 226-227.
9. Esteri e della Difesa Presidente del Comitato Prof. Moshe Arens hanno sostenuto in una intervista ( Ma ‘ARIV , 10/3/80) che il governo israeliano non è riuscito a preparare un piano economico prima degli accordi di Camp David ed era esso stesso sorpreso dal costo degli accordi, anche se già nel corso dei negoziati è stato possibile calcolare il prezzo pesante e l’errore grave coinvolti nel non aver preparato i motivi economici per la pace.
L’ex ministro del Tesoro, il signor Yigal Holwitz, ha dichiarato che se non fosse per il ritiro dai campi di petrolio, Israele avrebbe un saldo positivo dei pagamenti (9/17/80). Quella stessa persona che ha detto due anni prima che il governo di Israele (da cui si ritirò) aveva messo un cappio intorno al collo. Si riferiva al accordi di Camp David ( Ha’aretz , 11/3/78). Nel corso di tutto il negoziato di pace né un esperto né un consulente economia è stata consultata, e il primo ministro stesso, che manca di conoscenze e competenze in economia, in un’iniziativa sbagliata, ha chiesto agli Stati Uniti di darci un prestito piuttosto che una sovvenzione, a causa del suo desiderio di mantenere il nostro rispetto e il rispetto degli Stati Uniti nei confronti di noi. Vedere Ha’aretz1/5/79. Jerusalem Post , 9/7/79. Prof Asaf Razin, ex consulente senior nel Tesoro, fortemente criticato la condotta dei negoziati; Ha’aretz ., 5/5/79 Ma’ariv , 9/7/79. Per quanto riguarda le questioni concernenti i campi di petrolio e la crisi energetica di Israele, vedi l’intervista con il Sig. Eitan Eisenberg, un consulente del governo su questi temi, Ma’arive Weekly , 12/12/78. Il ministro dell’Energia, che ha personalmente firmato gli accordi di Camp David e l’evacuazione di Sdeh Alma, da allora ha sottolineato la gravità della nostra condizione dal punto di vista delle forniture di petrolio più di una volta … vedi Yediot Ahronot , 7/20/79. Energia ministro Modai anche ammesso che il governo non lo ha consultato a tutti sul tema del petrolio durante il Camp David e Blair negoziati casa. Ha’aretz , 8/22/79.
1 0. Molte fonti riportano sulla crescita del bilancio armamenti in Egitto e sulle intenzioni di dare la preferenza esercito in un bilancio un’epoca di pace sui bisogni nazionali che, una pace sarebbe stato ottenuto. Vedere l’ex primo ministro Salam Mamduh in un’intervista 12/18/77, ministro del Tesoro Abd El Sayeh in un’intervista 7/25/78, e la carta di Al Akhbar , 12/2/78 che ha chiaramente sottolineato che il bilancio militare riceverà prima priorità, nonostante la pace. Questo è ciò che l’ex primo ministro Mustafa Khalil ha dichiarato nel documento programmatico del suo gabinetto che è stata presentata al Parlamento, 11/25/78. Vedere traduzione in inglese, ICA, FBIS, 27 novembre 1978, pp D 1-10.
Secondo queste fonti, il bilancio militare egiziano è aumentata del 10% tra il bilancio 1977 e 1978, e il processo continua. Una fonte saudita divulgato che il piano di egiziani per aumentare il loro budget militmy del 100% nei prossimi due anni, Ha’aretz , 2/12/79 e il Jerusalem Post , 1/14/79.
1 1. La maggior parte delle stime economiche gettato dubbi sulla capacità dell’Egitto di ricostruire la sua economia dal 1982. Vedere Unità di Intelligenza Economica , 1978 Supplement, “La Repubblica Araba d’Egitto”; E. Kanovsky, “Recenti economiche sviluppi in Medio Oriente “, Occasional Papers , l’istituzione Siloe giugno 1977; Kanovsky, “L’economia egiziana sin dalla metà degli Sixties, i settori Micro “, Occasional Paper , giugno 1978, Robert McNamara, presidente della Banca Mondiale, come riportato in tempi , Londra, 1/24/78.
1 2. Vedere il paragone fatto dal researeh dell’Istituto di Studi Strategici di Londra, e la ricerca camed nel Centro di studi strategici dell’Università di Tel Aviv, così come la ricerca dallo scienziato britannico, Denis Champlin, militare Review , novembre 1979 , ISS: The Military Balance 1979-1980, CSS; accordi di sicurezza inSinai … da Briga. Gen. (Res.) A Shalev, No. 3.0 CSS; The Military Balance e le opzioni militari, dopo il trattato di pace con l’Egitto , da Briga. Gen. (Res.) Y. ​​Raviv, n.4, dicembre 1978, così come molti articoli di stampa tra cui El Hawadeth , Londra, 3/7/80; El Watan El Arabi , Parigi, 12/14/79.
1 3. Quanto fermento religioso in Egitto e le relazioni tra copti e musulmani vedere la serie di articoli pubblicati sul giornale kuwaitiano, El Qabas , 9/15/80. L’autore Irene rapporti inglesi Beeson sulla spaccatura tra musulmani e copti, vedi: Irene Beeson, Guardiano , Londra, 6/24/80, e Desmond Stewart, Medio OrienteInternmational , Londra 6/6/80. Per le altre segnalazioni vedi Pamela Ann Smith, Guardiano , Londra, 12/24/79;The Christian Science Monitor 12/27/79 così come Al Dustour , Londra, 10/15/79; El Kefah El Arabi, 10/15 / 79.
1 4. Press Service Araba , Beirut, 8/6-13/80. The New Republic , 8/16/80, Der Spiegel , come citato daHa’aretz , 3/21/80, e 4/30-5/5 / 80, The Economist , 3/22/80; Robert Fisk, Volte , Londra, 3/26/80; Ellsworth Jones, Times Domenica , 3/30/80.
1 5. JP Peroncell Hugoz, Le Monde , Parigi 4/28/80; Dr. Abbas Kelidar, Middle East Review , estate 1979;
Conflict Studies , ISS, luglio 1975; Andreas Kolschitter, Der Zeit , ( Ha’aretz , 9/21/79) Economist Foreign Report , 10/10/79, affari afro-asiatico , Londra, luglio 1979.
1 6. Arnold Hottinger, “Gli Stati arabi ricchi di Trouble,” The New York Review of Books , 5/15/80; stampa araba servizio , Beirut, 6/25-7/2/80; US News and World Report , 11/5 / 79 così come El Ahram , 11/9/79; El Nahar El Arabi Wal Duwali , Parigi 9/7/79; El Hawadeth , 11/9/79; David Hakham, Monthly Review , IDF, gennaio-febbraio 79.
1 7. Per quanto riguarda le politiche ei problemi della Giordania vedere El Nahar El Arabi Wal Duwali , 4/30/79, 7/2/79; Prof. Elie Kedouri, Ma’ariv 6/8/79; Prof. Tanter, Davar 7/12/79 , A. Safdi, Jerusalem Post , 5/31/79; El Watan El Arabi 11/28/79; El Qabas , 11/19/79. Sulle posizioni dell’OLP vedere: Le risoluzioni del Quarto Congresso di Fatah, Damasco, agosto 1980. Il programma Shefa’amr degli arabi israeliani è stato pubblicato nelHa’aretz , 9/24/80, e dalla Relazione stampa araba 6/18 / 80. Per i fatti e cifre in materia di immigrazione di arabi in Giordania, vedere Amos Ben Vered, Ha’aretz , 2/16/77; Yossef Zuriel, Ma’ariv 1/12/80. Per quanto riguarda la posizione della OLP verso Israele vedi Shlomo Gazit, Monthly Review , luglio 1980; Hani El Hasan in una intervista, Al Rai Al’Am , Kuwait 4/15/80; Avi Plaskov, “Il problema palestinese,” Sopravvivenza , ISS, Londra Gen. Feb. 78, David Gutrnann, “Il mito palestinese,” Commentario , ottobre 75, Bernard Lewis, “I palestinesi e l’OLP,” Commentario gennaio 75; Lunedi Mattina , Beirut, 8/18-21/80; Journal of Palestine Studies, Inverno 1980.
1 8. Prof. Yuval Neeman, “Samaria-la base per la sicurezza di Israele,” Ma’arakhot 272-273, maggio / giugno 1980; Ya’akov Hasdai, “La pace, la Via e il diritto di conoscere,” Dvar Hashavua , 2/23 / 80. Aharon Yariv, “Depth-An strategico punto di vista israeliano,” Ma’arakhot 270-271, ottobre 1979, Yitzhak Rabin, “Problemi di Difesa di Israele negli anni Ottanta,” Ma’arakhot ottobre 1979.
1 9. Ezra Zohar, In Pinze del regime (Shikmona, 1974); Motti Heinrich, abbiamo a Chance Israele, VeritàVersus Leggenda (Reshafim, 1981).
2 0. Henry Kissinger, “Le lezioni del passato,” The Washington Review Vol. 1, gennaio 1978; Arthur Ross, “Sfida dell’OPEC verso l’Occidente,” The Washington Quarterly , Inverno, 1980; Walter Levy, “Il petrolio e il declino della Occidente “, Affari Esteri , estate 1980; Special Report “La nostra armata Forees-Ready or Not?”US News and World Report 10/10/77; Stanley Hoffman, “Riflessioni sul Present Danger,” The New York Review of Books 3/6/80; Tempo 4/3/80; Leopold Lavedez “Le illusioni di sale” Commento settembre 79; Norman Podhoretz, “The Present Danger,” Commentario marzo 1980; Robert Tucker, “Oil and American Power Sei anni più tardi,” Commentario settembre 1979 Norman Podhoretz, “l’abbandono di Israele,” Commentario ° luglio 1976; Elie Kedourie, “Fraintendimento il Medio Oriente,” Commentario luglio 1979.
2 1. Secondo i dati pubblicati da Ya’akov Karoz, Yediot Ahronot , 10/17/80, la somma totale di episodi di antisemitismo registrati nel mondo nel 1979 è stato il doppio del valore registrato nel 1978. In Germania, Francia e Gran Bretagna il numero di episodi di antisemitismo era molte volte più grande in quell’anno. Negli Stati Uniti e si è registrato un forte aumento di episodi di antisemitismo che sono stati riportati in questo articolo. Per l’antisemitismo nuovo, vedi L. Talmon, “Il nuovo antisemitismo,” The New Republic , 1976/09/18, Barbara Tuchman, “Hanno avvelenato i pozzi,” Newsweek 2/3/75.

Fonte: http://sadefenza.blogspot.it/2013/08/grande-israele-il-piano-sionista-per-il.html

“Grande Israele”: Il piano sionista per il Medio Oriente Il famigerato “Piano di Oded Yinon”.

Torna ad essere di interesse generale conoscere la storia del medio oriente, per tutte le guerre che ivi sono combattute sia per interessi economici (petrolio e gas) ma in particolare per le diatribe tra le regioni ed etnie e religioni.
Proponiamo una lettura de “Il piano sionista per il Medio Oriente” curato dallo studioso Israel Shahak e tradotto con l’ausilio di google

Sa Defenza

Storia Ebraica e Giudaismo: il peso di tre millenni
“Shahak è il più recente, se non l’ultimo, dei grandi profeti”

Alla fine degli Anni Cinquanta, quel grande pettegolo e storico dilettante che era John F. Kennedy mi disse che nel 1948 Harry Truman, proprio quando si presentò candidato alle elezioni presidenziali, era stato praticamente abbandonato da tutti. Fu allora che un sionista americano andò a trovarlo sul treno elettorale e gli consegnò una valigetta con due milioni di dollari in contanti. Ecco perché gli Stati Uniti riconobbero immediatamente lo Stato d’Israele.

A differenza di suo padre, il vecchio Joe, e di mio nonno, il senatore Gore, né io né Jack eravamo antisemiti e così commentammo quell’episodio come una delle tante storielle divertenti che circolavano sul conto di Truman e sulla corruzione tranquilla e alla luce del sole della politica americana.

Purtroppo, quell’affrettato riconoscimento dello Stato d’Israele ha prodotto quarantacinque anni di confusione e di massacri oltre alla distruzione di quello che i compagni di strada sionisti credevano sarebbe diventato uno stato pluralistico, patria dei musulmani, dei cristiani e degli ebrei nati in Palestina e degli immigrati europei e americani, compreso chi era convinto che il grande agente immobiliare celeste avesse dato loro, per l’eternità, il possesso delle terre della Giudea e della Samaria. Poiché molti di quegli immigrati, quando erano in Europa, erano stati sinceri socialisti, noi confidavamo che non avrebbero mai permesso che il nuovo stato diventasse una teocrazia e che avrebbero saputo vivere, fianco a fianco, da eguali, con i nativi palestinesi

Disgraziatamente, le cose non andarono così. Non intendo passare ancora una volta in rassegna le guerre e le tensioni che hanno funestato e funestano quella infelice regione. Mi basterà ricordare che quella frettolosa invenzione dello Stato d’Israele ha avvelenato la vita politica e intellettuale degli Stati Uniti, questo improbabile patrono d’Israele. Dico improbabile perché, nella storia degli Stati Uniti, nessun’altra minoranza ha mai estorto tanto denaro ai contribuenti americani per Investirlo nella “propria patria”. E’ stato come se noi contribuenti fossimo stati costretti a finanziare il Papa per la riconquista degli Stati della Chiesa semplicemente perché un terzo degli abitanti degli Stati Uniti sono di religione cattolica.

Se si fosse tentata una cosa simile, ci sarebbe stata una reazione violentissima e il Congresso si sarebbe subito opposto decisamente. Nel caso degli ebrei, invece, una minoranza che rappresenta meno del due per cento della popolazione ha comprato o intimidito settanta senatori, i due terzi necessari per anullare un comunque improbabile veto presidenziale, e si è valsa del massiccio appoggio dei media.

In un certo senso, ammiro il modo in cui la lobby ebraica è riuscita a far sì che, da allora, miliardi e miliardi di dollari andassero ad Israele “baluardo contro il comunismo”. In realtà, la presenza dell’URSS e il peso del comunismo sono stati, in quelle regioni, men che rilevanti e l’unica cosa che noi americani siamo riusciti a fare è stato di attirarci l’ostilità del mondo arabo che prima ci era amico
.Ancora più clamorosa è la disinformazione su tutto quanto avviene nel Medio Oriente e se la prima vittima di quelle sfacciate menzogne è il contribuente americano, all’opposto lo sono anche gli ebrei degli Stati Uniti che sono continuamente ricattati da terroristi di professione come Begin o Shamir. Peggio ancora, salvo poche onorevoli eccezioni, gli intellettuali ebrei americani hanno abbandonato il liberalismo per stipulare demenziali alleanze con la destra politico religiosa cristiana, antisemita, e con il complesso militare-industriale del Pentagono. Nel 1985, uno di quegli intellettuali dichiarò apertamente che quando gli ebrei erano arrivati negli Stati Uniti avevano trovato «più congeniali l’opinione pubblica e i politici liberali ma che, ora, è interesse dell’ebraismo allearsi ai fondamentalisti protestanti perché, dopo tutto, ‘Vè forse qualche ragione per cui noi ebrei dobbiamo restar fedeli, dogmaticamente e con l’ipocrisia, alle idee che condividevamo ieri?».

A questo punto, la sinistra americana si è divisa e quelli di noi che criticano i nostri ex-alleati ebrei per questo loro insensato opportunismo vengono subito bollati con i rituali epiteti di “antisemita” o di “odiatori di se stessi”.

Per fortuna, la voce della ragione è ancora viva e forte e viene proprio dalla stessa Israele. Da Gerusalemme, Israel Shahak, con le sue continue e sistematiche analisi, smaschera la sciagurata politica israeliana e lo stesso Talmùd, in altre parole l’effetto che ha tutta la tradizione rabbinica sul piccolo Stato d’Israele che i rabbini di estrema destra di oggi vogliono trasformare in una teocrazia riservata ai soli ebrei.

Shahak guarda con l’occhio della satira tutte le religioni che pretendono di razionalizzare l’irrazionale e, da studioso, fa risaltare le contraddizioni contenute nei testi. E’ un vero piacere leggere, con la sua guida, quel grande odiatore dei gentili che fu il dottor Maimonide!

Inutile dire che le autorità israeliane deplorano l’opera di Shahak ma non possono far nulla contro un docente universitario di chimica in pensione, nato a Varsavia nel 1933 che ha passato alcuni anni della sua infanzia nel campo di concentramento nazista di Belsen. Nel 1945 Shahak andò in Israele; ha prestato servizio nell’esercito israeliano e non è diventato marxista negli anni in cui essere marxisti era di gran moda. Shahak era, ed è, un umanista che detesta l’imperialismo sia che si manifesti come il Dio di Abramo che come la politica di George Bush e, con lo stesso vigore, la stessa ironia e competenza, si oppone al nocciolo totalitario del giudaismo.

Israel Shahak è un Thomas Paine più colto che continua a ragionare e, di anno in anno, ci rivela le propsepttive che abbiamo e ci dà gli strumenti per chiarirci la lunga storia che sta alle nostre spalle.

Coloro che si preoccupano per lui saranno forse più saggi o, – devo proprio dirlo? – migliori, ma Shahak è il più recente, se non l’ultimo, dei grandi profeti.

globalresearch.ca
Introduzione di Michel Chossudovsky

Il seguente documento di pertinenza della formazione della “Grande Israele” costituisce la pietra angolare di potenti fazioni sioniste all’interno dell’attuale governo Netanyahu, il Likud, e all’interno i militari israeliani e istituzione di intelligence.
Secondo il padre fondatore del sionismo Theodor Herzl, “l’area dello Stato ebraico si estende:”. Dal torrente d’Egitto al fiume Eufrate “Secondo Rabbi Fischmann,” la terra promessa si estende dal fiume d’Egitto fino all’Eufrate, Comprende parti di Siria e Libano. ”

Se visti nel contesto attuale, la guerra in Iraq, la guerra del 2006 in Libano, la guerra 2011 sulla Libia, la guerra in corso in Siria, per non parlare del processo di cambiamento di regime in Egitto, deve essere inteso in relazione al Piano Sionista per il Medio Oriente. Quest’ultimo consiste in indebolimento e infine fratturazione stati arabi confinanti, come parte di un progetto espansionista israeliana.
“Grande Israele” consiste in un’area che si estende dalla Valle del Nilo all’Eufrate.
Il progetto sionista appoggia il movimento insediamento ebraico. Più in generale si tratta di una politica di escludere i palestinesi dalla Palestina portando alla eventuale annessione sia della Cisgiordania e di Gaza allo Stato di Israele.
Grande Israele avrebbe creato un certo numero di membri del proxy. Esso dovrebbe includere parti del Libano, la Giordania, la Siria, il Sinai, così come le parti di Iraq e Arabia Saudita. (Vedi mappa).
Secondo Mahdi Darius Nazemroaya in un articolo di Global Research 2011, Il Piano Yinon era una continuazione di design coloniale della Gran Bretagna in Medio Oriente:
“[Il piano Yinon] è un piano strategico di Israele per garantire la superiorità regionale israeliana.Insiste e stabilisce che Israele deve riconfigurare il suo ambiente geo-politico attraverso la balcanizzazione degli stati arabi circostanti in stati più piccoli e più deboli.
Strateghi israeliani hanno l’Iraq come la loro più grande sfida strategica da uno stato arabo. È per questo che l’Iraq è stato delineato come il fulcro per la balcanizzazione del Medio Oriente e del mondo arabo. In Iraq, sulla base dei concetti del Piano Yinon, gli strateghi israeliani hanno chiesto la divisione dell’Iraq in uno stato curdo e due stati arabi, uno per i musulmani sciiti e l’altro per i musulmani sunniti. Il primo passo verso la creazione di questa era una guerra tra Iraq e Iran, che il Piano Yinon discute.
The Atlantic, nel 2008, e Armed Forces Journal delle forze armate degli Stati Uniti, nel 2006, entrambi pubblicati mappe ampiamente diffuse che seguivano da vicino lo schema del Piano Yinon. A parte un Iraq diviso, che il Piano Biden chiede anche, il Piano Yinon chiede un Libano diviso, l’Egitto e la Siria. Il partizionamento di Iran, Turchia, Somalia e Pakistan anche tutti rientrano in linea con questi punti di vista. Il Piano Yinon chiede anche la dissoluzione del Nord Africa e prevede come partenza dall’Egitto per poi riversarsi in Sudan, Libia, e il resto della regione.
Grande Israele “richiede la rottura degli Stati arabi esistenti in piccoli stati.
“Il piano opera su due premesse fondamentali. Per sopravvivere, Israele deve 1) diventare una potenza regionale imperiale , e 2) deve effettuare la divisione di tutta l’area in piccoli stati con la dissoluzione di tutti gli stati arabi esistenti. Piccola qui dipenderà dalla composizione etnica o settaria di ogni stato. Di conseguenza, la speranza sionista è che gli stati settario basata diventano satelliti di Israele e, ironia della sorte, la sua fonte di legittimazione morale … Questa non è un’idea nuova, né di superficie per la prima volta in sionista pensiero strategico. Infatti, frammentando tutti gli stati arabi in unità più piccole è stato un tema ricorrente. “(Piano Yinon, vedi sotto)
Visto in questo contesto, la guerra alla Siria è parte del processo di espansione territoriale israeliana.Intelligence israeliana a doppio filo a lavorare con gli Stati Uniti, la Turchia e la NATO è direttamente solidale di Al Qaeda mercenari terroristi all’interno della Siria.
Il progetto sionista richiede anche la destabilizzazione dell’Egitto, la creazione di divisioni tra fazioni all’interno Egitto come strumentato dalla “primavera araba”, che porta alla formazione di uno Stato basato settaria dominato dai Fratelli Musulmani.

Preso da: http://sadefenza.blogspot.it/2013/08/grande-israele-il-piano-sionista-per-il.html

La vendetta del piano Yinon? Panorama di caos nel mondo arabo

30/6/2014

Global Research.

Il Medio Oriente e il Nordafrica sono stati trasformati in un arco d’instabilità, che parte dall’Iraq e dal Golfo Persico, e arriva fino alla Libia e la Tunisia. In quasi ogni angolo del mondo arabo e del Medio Oriente sembrano esserci caos e violenza, e il massacro non sembra aver fine.
C’è un Paese, nella regione, che però brilla di soddisfazione. Tel Aviv ha ottenuto carta bianca dall’instabilità di cui, insieme a Washington, è l’artefice. Il caos tutt’intorno ha permesso a Israele di procedere con ulteriori annessioni di territorio palestinese in Cisgiordania, mentre pretende di discutere di pace con l’Autorità palestinese dell’irrilevante Mahmoud Abbas. Ciò che gli serve, ora, è una guerra degli Stati Uniti contro l’Iran e i suoi alleati.

Gli sconvolgimenti attuali dimostrano una somiglianza clamorosa con gli obiettivi del piano Yinon del 1982, cui il Ministro israeliano per gli Affari Esteri diede il nome dal suo ideatore, Oded Yinon, e che invocava una frantumazione del Nord Africa e del Medio Oriente. «Frammentare l’Egitto in regioni geografiche separate è il fine politico di Israele», vi si legge. Rappresenta una continuazione del progetto coloniale degli inglesi nella regione, ed è stato trasmesso alla politica estera statunitense, il che spiega il punto di vista dei neocon e di Ralph Peters, e del «Nuovo Medio Oriente» che loro immaginano. Il rapporto noto come «Clean Break», preparato da Richard Perle per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si rifà anch’esso al piano Yinon, e forgia la posizione attuale dell’amministrazione Obama e del governo di Netanyahu sulla Siria.
Arabia antidemocratica
La penisola araba è una polveriera che sta per esplodere. Tutti i regimi sono fragili, e non possono sopravvivere senza l’appoggio degli Usa. La loro principale preoccupazione è la sopravvivenza, ma la mancanza di libertà e l’oppressione rappresentano la miccia che rischia di far bruciare l’intera Arabia. «La penisola araba intera è il candidato naturale alla dissoluzione, sia per pressioni interne che per pressioni esterne, e ciò è inevitabile, soprattutto in Arabia Saudita», secondo l’israeliano piano Yinon.
In genere gli Stati del litorale del Golfo Persico, a parte il sultanato dell’Oman, hanno attivamente istigato le divisioni interne e nella regione tra sciiti e sunniti, come piano per far guadagnare un po’ di legittimità alle dittature delle famiglie regnanti e alle gerarchie feudali. Ciò fa parte delle loro strategie di sopravvivenza, ma è una strategia nociva per loro stessi. L’esercito saudita è intervenuto sia in Bahrein che nello Yemen, e dichiara di voler combattere una cospirazione regionale iraniana e il tradimento dei musulmani sciiti. Oltre alla discriminazione che subiscono, i musulmani sciiti della penisola araba sono stati accusati di essere collegali all’Iran, e ciò è servito a giustificare la loro oppressione. L’ayatollah saudita Nimr Baqr An-Nimr, però, ha dichiarato che essi non hanno alcun collegamento con l’Iran, né con altri Stati, né hanno sviluppato forme di lealtà verso l’esterno.
Il mondo ha visto come il disarmato popolo del Bahrein ha affrontato la brutalità del regime della Casa Khalifa e del loro esercito, formato per lo più da reclute provenienti da posti come la Giordania, lo Yemen e il Pakistan. I bahreiniti, nello specifico gli indigeni Baharna, sono stati ulteriormente marginalizzati dal trasferimento di popolazione voluto dai Khalifa, e dai programmi di insediamento che naturalizzano gli stranieri, o li importano, al fine di disperdere i Baharna e altre comunità bahreinite. La maggior parte dei bahreiniti è stata sistematicamente discriminata e ghettizzata, tenuta lontana dalle migliori condizioni di impiego o da incarichi governativi affidati invece agli stranieri. Oltre a mantenere un regno del terrore e la polizia segreta, i Khalifa alimentano deliberatamente le tensioni tra sciiti e sunniti al fine di mantenere il Paese diviso, tenendosi il potere e tentando di legittimare sé stessi. Il Bahrein si trova, fondamentalmente, sotto occupazione straniera.
In Arabia Saudita, l’anacronistico regno della misoginia e dell’orrore, c’è stata agitazione, da parte della gente, nei confronti del regime dei Saud. Nonostante le repressioni brutali, dal 2011 si sono registrate consistenti proteste, nel Paese, per le libertà fondamentali, l’equità e l’habeas corpus. Ne sono seguite anche speculazioni e voci su colpi di palazzo in Arabia Saudita, l’ultimo dei quali avrebbe visto il re ‘Abdullah arrestare il principe Khalid bin Sultan subito dopo averlo destituito dalla carica di vice ministro saudita alla difesa.
In realtà gli sceiccati petroliferi arabi sono fragili costrutti dalle fondamenta malferme. I loro principi sono uniti dalle loro insicurezze, ma le animosità reciproche potrebbero esplodere nelle circostanze favorevoli. La sedizione e il terrorismo che i petro-sceiccati diffondono nella regione finiranno per esplodere loro addosso. Gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita già temono l’ascesa dei Fratelli musulmani nel Golfo Persico.
Nello Yemen, l’eccezione repubblicana alle monarchie arabe, c’è il rischio che il Paese ritorni alla separazione cui si era posta fine nel 1990, e cioè allo Yemen del Nord, o Repubblica araba dello Yemen, e allo Yemen del Sud, o Repubblica democratica popolare dello Yemen. Una insurrezione dei ribelli Houthi a nord, contro il governo yemenita assediato, accusato di discriminazione nei confronti dei musulmani sciiti Zaiti, e un forte movimento secessionista nelle zone meridionali hanno portato lo Stato vicino al crollo, e hanno permesso allo Yemen di diventare terreno di gioco per gli Stati Uniti e per il Consiglio di cooperazione del Golfo, cioè l’Arabia Saudita. Lo Yemen è diventato il poligono dei drone dell’amministrazione Obama.
Strage nel Mashreq: la Mesopotamia e il Levante
L’instabilità e il terrorismo si sono diffusi in Iraq. I gruppi ai quali ci si può riferire come Al-Qa’ida in Iraq stanno trasformando l’Iraq in un Paese rovinato, lavorando per aumentare la violenza e il terrore a Baghdad e nel resto dell’Iraq, per far crollare il governo iracheno. Questi attacchi terroristi fanno parte in realtà dell’agenda di cambio di regime di Stati Uniti, Regno Unito, Israele, Arabia Saudita, Qatar, e della Turchia in Siria. I gruppi terroristi hanno anche attraversato il confine dall’Iraq alla Siria, per raggiungere l’insurrezione e formare ciò che si definisce lo «Stato islamico dell’Iraq e del Levante» (Isis), gestendo una strategia comune in Iraq e in Siria.
L’Iraq è diviso in tre. Il governo regionale del Kurdistan in Iraq è virtualmente indipendente, mentre Paesi come l’Arabia Saudita e la Turchia approfittano del sentimento di perdita dei diritti civili tra gli arabi sunniti. Le potenze estere non fanno che alimentare le divisioni tra sciiti e sunniti e tra arabi e curdi in Iraq, proprio come alimentano le divisioni comunitarie in Siria.
Questo è quanto ha dichiarato Oden Yinon sull’Iraq:
«Ogni tipo di conflitto tra arabi ci gioverà a breve termine, e ci avvicinerà allo scopo più importante, la divisione confessionale come in Siria e in Libano. In Iraq una divisione in province su basi etnico-religiose, così come avvenne per la Siria nell’era ottomana, è possibile. Così esisteranno tre (o più) Stati attorno alle tre città principali: Bosra, Baghdad e Mosul. E le zone sciite a sud saranno separate dal nord sunnita e curdo».
La Siria è lacerata ancor più dell’Iraq. Analisti israeliani e americani, esperti e decisori politici insistono a dire che il Paese crollerà. Le forze anti governative sponsorizzate dall’estero uccidono i civili in base alla loro appartenenza comunitaria, in modo da diffondere l’odio e l’eversione.
Se torniamo al Piano Yinon di Israele, vi troviamo scritto:
«La dissoluzione della Siria e dell’Iraq in aree separate per etnia e religione, così come in Libano, è l’obiettivo principale, a lungo termine, di Israele, sul fronte orientale, e lo scioglimento del potere militare di quegli Stati rappresenta l’obiettivo principale a breve termine. La Siria si sgretolerà, conformemente alla sua struttura etnica e religiosa, in diversi Stati, come oggi è il Libano, e vi sarà uno Stato alawita sciita lungo la costa, uno Stato sunnita nella zona di Aleppo, un altro Stato sunnita a Damasco, ma ostile al suo vicino del nord, e i drusi fonderanno un loro Stato, forse anche nel nostro Golan, certamente nell’Hauran e nella Giordania settentrionale».
Nel piccolo Libano si sono alimentate le tensioni conseguentemente agli eventi in Siria, e con l’aiuto di potenze estere, nel tentativo di far deflagrare un’altra guerra civile libanese, nello specifico tra musulmani. Ci sono stati fermenti da parte di un rumoroso insieme di piccoli gruppi devianti che supportano le milizie anti governative in Siria e Al-Qa’ida, supportata a sua volta dall’Arabia Saudita e dal Consiglio di cooperazione del Golfo, fornito di copertura politica dal Partito del futuro di Sa’ad Hariri e dall’Alleanza 14 marzo. «La dissoluzione completa del Libano in cinque province fornisce un precedente per l’intero mondo arabo, compresi Egitto, Siriam Iraq e penisola araba», secondo il Piano Yinon.
Una nuova ondata di terrorismo in Libano è iniziata con l’attacco deliberato di due zone musulmane sciite a Beirut, e dei musulmani sunniti nel porto libanese di Tripoli. Lo scopo è far sembrare che sciiti e sunniti commettano atti di terrorismo gli uni contro gli altri, e che le esplosioni di Tripoli siano state la conseguenza degli attacchi di Beirut.
Nord Africa
La Tunisia sta affrontando una crisi crescente. Ci sono stati scontri tra le forze di sicurezza tunisine e gruppi militanti vicino al confine algerino. Due politici dell’opposizione, Chokri Belaid e Mohammed Brahmi del partito del Movimento del popolo, sono stati assassinati. Sono proliferate le proteste, e i partiti tunisini all’opposizione e gli unionisti hanno chiesto lo scioglimento del movimento governativo Ennahda, del Primo ministro ‘Ali Laarayedh.
La vicina Libia si trova in condizioni anche peggiori, e ha contrabbandato armi verso la Tunisia e altri Paesi dei dintorni. Si sono verificati scontri e scioperi ai terminali di petrolio, e il Paese è di fatto diviso. Il governo libico ha scarso controllo sul Paese: il controllo vero lo detengono le divisioni di milizie nelle strade. Aumenta la tensione e la paura che le milizie di Misurata possano tentare di controllare parti ancora più grandi di territorio sfidando Zintan.
Gli osservatori sostengono che il Sudan, diviso in due parti nel 2011, possa dover affrontare ulteriori violenze dovute a conflitti tribali e alla perdita di controllo da parte del governo di Khartoum. Sebbene il sud del Sudan sia diventato un paradiso neoliberale per gli investitori che ne sfruttano ricchezze e popolazione, esso soffre per la mancanza di leggi, per le tensioni etniche e le violenze. Il sud del Sudan era un posto migliore e più pacifico quando faceva parte del Sudan, bisognerebbe trarne una lezione.
Stanno ora emergendo notizie sulla fusione di due gruppi armati in nord Africa. Mokhtar Belmoktar, il leader di al-Qa’ida in Maghreb, ha annunciato una nuova coalizione con il Movimento per l’unicità e il Jihad in Africa occidentale. Questi gruppi sono stati attivi in luoghi come Algeria e Mali, ed hanno fornito degli ottimi pretesti per l’intervento di potenze straniere in Nord Africa. Ora essi dichiarano di programmare il proprio coinvolgimento in Egitto, in una nuova guerra che si estenda dalle coste atlantiche del Nord Africa al delta del Nilo.
Bagno di sangue in Egitto
La repubblica araba di Egitto, il più grande Paese arabo, sta seguendo il percorso dell’Algeria. L’esercito è determinato a mantenere il potere. L’Egitto è stato anche determinante nel mantenere gli arabi paralizzati davanti ai disegni di Israele. Yinon afferma questo, sull’Egitto.
«L’Egitto è diviso e lacerato in molti centri di autorità. Se l’Egitto crolla, Paesi come la Libia, il Sudan e anche Stati più lontani cesseranno di esistere nella loro forma attuale, e seguiranno il crollo e la dissoluzione dell’Egitto».
Il Piano Yinon dice due cose importanti sull’Egitto. La prima è questa:
«Milioni di persone stanno per morire di fame, metà della forza-lavoro è disoccupata e le abitazioni sono insufficienti in quest’area del mondo così densamente popolata. Tranne l’esercito, non c’è un altro settore efficiente, e lo Stato si trova in condizioni da bancarotta, dipendente completamente dall’aiuto americano dai tempi della pace».
Questa la seconda:
«Senza aiuti esteri la crisi arriverà domani».
Oded Yinon dev’essere gongolante, ovunque si trovi. Le cose sembrano andare nella direzione da lui indicata, almeno in certe parti del mondo arabo.
Traduzione di Stefano Di Felice

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Il piano di “balcanizzazione” del Medio Oriente conforme al progetto della “Grande Israele”

Dal piano Yinon allo schema  Yaalon: balcanizzazione della Libia, dell’Iraq, della Siria, secondo Israele

di  Alfredo Jalife-Rahme

Nel corso del suo viaggio di cinque giorni negli Stati Uniti, il ministro della Difesa israeliano, Moshe Yaalon, ha dichiarato, in una intervista con Steve Inskeep, nella edizione del mattino, del canale NPR , che “le frontiere del Medio Oriente sono instradate verso un cambiamento definitivo” (sic). Yaalon segue alla lettera il piano di balcanizzazione del Medio Oriente elaborato nel 1982  nel “Plan Yinon” (il piano conosciuto come quello della “grande Israele”).Vedi: Greater Israel”: The Zionist Plan for the Middle East

Yinon era stato un precedente funzionario della cancelleria di Tel Aviv:  “le frontiere sono già in corso di cambiamento, visto che la Siria non può essere riunificata dal suo Presidente Bashar Al Assad, il quale controlla soltanto una parte del territorio, un conflitto nel quale anche Israele dovrà combattere”, ha detto Yaalon.


Secondo la visione paleo biblica di Yaalon, esistono paesi con una storia differente ed altri le cui frontiere furono tracciate artificialmente dalla Francia e dalla Gran Bretagna ( le potenze coloniali) con riferimento agli accordi di Sykes-Picot del 1916 per spartirsi quello che rimaneva dell’Impero Ottomanno.

Moshe Yaalon esterna verità lapalissiane in modo perentorio: l’Egitto ha continuato ad essere l’Egitto, tuttavia “la Libia fu una nuova creazione, una creazione occidentale come risultato della Prima Guerra Mondiale: La Siria, l’Iraq, lo stesso-furono Stati nazione artificiali (sic!!) e quello che vediamo adesso è il collasso dell’idea occidentale”

Non sappiamo se per caso risulti, a questo eminente funzionario israeliano, che Israele è stata una creazione dei banchieri schiavisti Rothschild e lo studio di avvocati del Lloyd George, quello che poi sarà un premier della Gran Bretagna.

Dopo  una sua incrostazione  e l’ulteriore persecuzione subita in Russia nel 1883, ancora nel 1903 il sionismo errante titubava con la possibilità di un insediamento ufficiale esogeno nei paesi dell’anglosfera: si guardava al Canada, all’Australia, all’Africa orientale, alla parte sud occidentale del Texas (sic!!), all’Angola ed all’Uganda (quest’ultima proposta come terra per l’insediamento dal Congresso Sionista del 1903).

Great Israel

Non avrà forse ottenuto, il sionismo finanziario – più letale che non il suo irredentismo territoriale- di incorporare i citati paesi della sfera anglofona nella loro totalità nel secolo XXI, attraverso la deregolamentazione della globalizzazione bancaria?
In un’altra intervista con Charlie Rose, Yalon si è scagliato contro il presidente turco Erdogan, che ha qualificato come “un conosciuto sostenitore della Fratellanza Mussulmana”.

Il quotidiano israeliano Haaretz ha commentato che Yaalon non ha discusso se le frontiere di Israele, che furono determinate dalle potenze occidentali dopo la Prima Guerra Mondiale, dovranno cambiare.

Yaalon si aspetta altre aggressioni razziste contro i palestinesi, arrivando all’oltraggio di considerare un trasferimento etnico di tutta la popolazione.

Il giro di Yaalon negli USA è stato fatto  per riappacificare gli animi con l’equipe di Obama dopo gli affronti tossici fatti da Naftali Bennet- leader del partito religioso fondamentalista dell’ultra destra “The Jewish Home-, contro John Kerry, segretario di Stato USA, che aveva collegato il sorgere dello Stato Islamico (ISIS) con la mancata risoluzione del conflitto Israel- palestinese.

Poco prima Kerry aveva osservato che Israele è quasi da considerare uno “Stato paria”. Quasi?

Il quotidiano Haaretz manifesta che Yaalon era stato umiliato pubblicamente dagli USA, che gli hanno negato una udienza per riunirsi con gli alti funzionari dell’Amministrazioe Obama: il vice presidente Joe Biden, John Kerry e la consigliera per la Sicurezza Nazionale, Susan Rice.

In una abituale convergenza con il piano di Israele, la rivista “The Economist”- di proprietà, assieme al Financial Times, del gruppo Pearson, che controlla la maggiore Banca d’Affari del Mondo, la Black Rock che dirige l’israeliano statunitense Larry Fink- stabilisce che la maggior parte dei 3 milioni circa di rifugiati siriani contemplano la perdita del loro paese.

Il governo di Bashar Assad  controlla circa un 25% della Siria (secondo Haaretz) e la maggior parte del restante territorio si trova nelle mani degli jihadisti del Califfato Islamico (ISIS) (la cui capitale è la città di Racka, si trova oggi sotto il controllo dall’esercito mercenario transnazionale di incappucciati telediretti), mentre una relativa piccola porzione del territorio al nord este, si trova nelle mani dei curdi- siriani nella frontiera della Turchia- il cui simbolo si è trasformato nella città martire d Kobani, dove forse i miliziani hanno lanciato armi chimiche, cosa che è stata stranamente occultata dalla macchina della propaganda nera degli USA ed Israele.

Esistono altre enclave ad Aleppo, fuori da Damasco, e sulle alture del Golan (dove Israele gioca la carte di Al-Nusra) nelle mani della bizzarra coalizione cucinata in Occidente: l’Esercito Libero della Siria/Al Nusra/Al Quaeda/gli Jihadist dell’ISIS.

Lo schema balcanizzatore degli israeliani Yinon e Yaalon fa rapidamente progressi grazie all’illusione del califfato dell’ISIS, i cui tentacoli emergono nel Magreb (nella parte occidentale e nord africana del mondo arabo) per la sua balcanizzazione il cui paradigma è la Libia.

Saranno forse gli jihadisti dell’ISIS  il “coltello nel burro” per tagliare in forma squisita e selettiva il mondo arabo, in accordo con gli schemi dei funzionari israeliani Yinon e Yaalon, i cui obiettivi arrivano fino allo Yemen?

Ad un innocente pensiero lineare, non abituato ai marchingegni Israel -anglosassoni, potrebbe stupire il fatto che gli aerei degli USA si siano sbagliati nella consegna di armi destinate ai curdi-siriani assediati a Kobani, armi che sono finite nelle mani degli jihadisti dell’ISIS.

Nessuno conosce meglio la perfidia degli schemi di balcanizzazione- del  duo Yinon/Yaalon,  passando per gli jihadisti dell’ISIS  fino ai geostrateghi degli USA (la formula Brzezinski/Rice/Peters/Clark/Whright) – che il rude presidente turco Erdogan- con il suo proprio programma in relazione ai kurdi (appoggiati da Israele e dalla NATO) che costituiscono tra il 15 ed il 25% della popolazione turca al limite dell’implosione-,    ha frustrato i piani dei nuovi Lawrence d’Arabia, per inciso una spia della Gran Bretagna e massimo esperto dell’epoca  in processi di balcanizzazione.

Israele si prepara alla sua ennesima guerra contro gli Hezbollah in Libano al limite dell’implosione, mentre,  in un escalation strategicamente più alta, la convergenza verso la balcanizzazione di tutto l’arsenale propagandistico di Tel Aviv  viene propalata dal centro di propaganda sionista MERI . Un centro  con sede in Washington e fondato da Yigal Carmon, una spia militare israeliana, e da Meyrav Wurmser, una amazzone dell’Hudson Insitute collegata con il partito fondamentalista sionista Likud- che programma i 4 assi del Nuovo Ordine Mondiale in Medio Oriente secondo la convenienza unilaterale del Grande Israele, grazie all’avanzata folgorante degli Jihadisti dell’SIS:

1) un contenzioso nucleare con l’Iran (senza diritto a disporre di armi atomiche in contrasto con quanto dispone il “popolo eletto”); 2) Il conflitto arabo -israeliano (congelato); 3) il processo turco-kurdo (implosione della Turchia ed espansione del Gran Kurdistan?); 4) il conflitto sciita-sunnita (da prolungare teologicamente in una nuova Guerra dei 30 anni?).

Per un fatto di estetica, lasciamo da parte la gravissima accusa fatta dal Presidente Putin:  che gli USA promuovono il terrorismo con il loro finanziamento agli jihadisti dello Stato Islamico.

La balcanizzazione del grande Medio Oriente ed il suo “Nuovo Ordine” si inserisce nei piani della accoppiata israeliana Yinon/Yaalon, incastrati con la formula Brzezinski/Rice/Peters/Clark/Wrighty nell’avanzata selettiva dei suoi “Pulcinella” jihadisti?

Fonte: Alfredo Jalife.com

Traduzione: Luciano Lago

Nella foto in alto: i terroristi dell’ISIS

Nella foto al centro: una mappa del progetto della “grande Israele”

Preso da: http://www.controinformazione.info/il-piano-di-balcanizzazione-del-medio-oriente-conforme-al-progetto-della-grande-israele/