La Libia, gli Stati Uniti e l’Islamismo

Washington provera’ a indurre i futuri governi islamisti nordafricani a confermare l’allineamento dei precedenti. E gli islamisti potrebbero garantire un consenso sociale che né Ben Ali né Mubarak potevano assicurare.

6 dicembre 2011

Durante gli anni in cui è stato al potere, contro Muhammar el Gheddafi e la sua Giamahiria è stata formulata ogni sorta di accusa; come osservò Andreotti “la demonizzazione di Gheddafi è (…) quasi universale. Non c’è avvenimento al mondo e specialmente in Africa -salvo forse i terremoti- che non si attribuisca all’azione diretta o indiretta del Colonnello [1]. L’unica accusa che, forse, non è stata formulata contro Gheddafi è quella di essere un integralista islamico. Di sicuro il Colonnello ha combattuto gli integralisti, che da parte loro hanno fieramente ricambiato l’inimicizia. Più volte durante la guerra il Colonnello ha individuato in gruppi islamisti sostenuti dall’esterno il vero motore della rivolta di Bengasi e già nel 1997 egli aveva affermato che “se la rivoluzione libica cadesse nelle mani degli islamisti, i fondamentalisti potrebbero dominare tutto il Nord Africa”, aggiungendo che a suo giudizio non era interesse degli europei favorire un tale esito [2].

I media europei hanno derubricato come semplice propaganda l’idea di una prevalenza islamista tra i ribelli libici, eppure diversi indizi supportano questa tesi. Innanzitutto la rivolta è scoppiata a Derna e a Bengasi, i centri dove storicamente è più radicato l’islamismo libico [3] e che hanno fornito un gran numero di combattenti all’insurrezione islamica in Irak. Secondo stime statunitensi, la Libia è, dopo l’Arabia Saudita, il paese da cui proveniva il maggior numero di islamisti stranieri impegnati in Irak. Ma se in numeri assoluti la Libia è seconda, essa è il primo paese per numero di combattenti in rapporto alla popolazione totale e questo primato lo deve proprio alla Cirenaica [4].

Quale ruolo i ribelli intendono attribuire alla religione è indicato dagli atti normativi e dalle dichiarazioni del Cnt. Il progetto costituzionale elaborato dal Cnt prevede, all’articolo 1, che l’islam sia la religione di stato e che la sharia sia la principale fonte del diritto. L’importanza della sharia è stata ribadita dal presidente del Cnt Jalil, noto per il suo conservatorismo religioso anche quando era ministro della giustizia della Giamahiria. Jalil ha più volte dichiarato che la religione islamica sarà la base del nuovo governo e che ogni legge in contrasto con la legge coranica verrà abrogata, citando esplicitamente le norme che impongono restrizioni alla poligamia e quelle che disciplinano il divorzio.

Ma l’influenza dell’islamismo non è limitata a Jalil. Se non fosse stato per i miliziani di Abdel Hakim Belhaj (e per le forze speciali straniere) Tripoli non sarebbe stata conquistata. Attualmente comandante militare della capitale libica, Belhaj ha un curriculum non indifferente: ha combattuto la jihad in Afganistan e Irak, ha fondato il Gruppo islamico combattente libico, organizzazione affiliata alla rete al Qaeda, e con l’accusa di terrorismo internazionale è stato quindi catturato e torturato dagli Usa [5].

Gli integralisti secondo Gheddafi

A guardia delle installazioni
petrolifere

Sembra dunque che in Libia la Nato abbia favorito il rovesciamento di un governo laico e l’ascesa degli islamisti, un’eventualità che non deve aver colto di sorpresa Gheddafi. Il Colonnello infatti aveva combattuto gli islamisti non solo nella misura in cui essi rappresentavano una minaccia alla sicurezza del suo paese, ma anche sul piano politico e culturale. Per Gheddafi l’integralismo aiutava i nemici degli arabi, provocando infinite divisioni settarie e ostacolando quel progresso sociale, scientifico e tecnologico che solo avrebbe permesso agli arabi di “assumersi la responsabilità della liberazione di una nazione esposta al pericolo e all’umiliazione [6]. Anzi, per il Colonnello i gruppi integralisti non erano altro che “organizzazioni eretiche, sostenute finanziariamente e moralmente dall’Occidente e, in particolare, dai servizi segreti sionisti e americani [7]. Essi rappresentavano ai suoi occhi “la destra reazionaria, i nemici del progresso, del socialismo, dell’unità araba”, e Gheddafi aggiungeva che “tutto ciò ha fatto di loro i servi dell’America” [8].

L’alleanza realizzatasi in Libia tra gli Usa e i paesi europei da una parte e islamisti dall’altra, può sorprendere chi consideri la cosa alla luce dell’era di George W. Bush, durante la quale gli Usa e l’islamismo sembravano nemici irriducibili. Eppure non è stato sempre così, non è stato dovunque così, come mostra l’alleanza strategica di Washington con l’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo Persico. La dinastia dei Saud è il più duraturo alleato degli Usa nel mondo arabo, disponibile ad assecondare le politiche degli Usa e, quando serve, ad aumentare la produzione del greggio per evitare l’aumento del prezzo del petrolio. Ma la monarchia saudita è anche il principale sostenitore dell’interpretazione integralista dell’islam, di quel wahabismo che in fin dei conti è l’ideologia di riferimento dei gruppi integralisti e della rete creata dal saudita Bin Laden. All’interno del regno dei Saud vige la sharia, sulla cui applicazione vigila il Comitato per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, dotato di una polizia religiosa pronta a infliggere pene corporali ai trasgressori. Con le rendite del petrolio i Saud sostengono la diffusione del wahabismo in tutto il mondo islamico, finanziando moschee e scuole coraniche dall’Asia meridionale ai Balcani, dall’Africa alla Penisola Arabica. E non a caso l’Arabia Saudita era uno dei tre stati, insieme a Emirati Arabi Uniti e Pakistan, che riconoscevano il governo talebano dell’Afganistan.

Negli anni cinquanta l’alleanza tra Washington e i Saud è stata cementata, oltre che dal petrolio, dalla comune avversione all’Egitto di Nasser e al panarabismo. Anzi, il conservatorismo islamico è stato in quel periodo uno strumento utile per contrastare ideologicamente il nazionalismo arabo, di impronta laica e socialista; non a caso furono proprio gli integralisti i principali avversari di Nasser. Da allora l’intesa tra Washington e Riyad è stata consolidata in numerosi fronti e oggi trova la sua espressione più visibile nella comune avversione all’Iran, che sarà pure una repubblica islamica, ma per i sunniti Saud rimane pur sempre sciita, oltre che un concorrente all’egemonia regionale. Inoltre i Saud e le monarchie del Golfo offrono un essenziale contributo all’influenza di Washington nella regione, offrendo il loro territorio per la creazione di basi militari statunitensi. Parallelamente il potere mediatico delle televisioni Al Jazeera e Al Arabiya è stato essenziale per gonfiare la rivolta della Cirenaica e ridimensionare agli occhi dell’opinione pubblica araba e internazionale l’ampiezza delle rivolte nei paesi ‘amici’, come il Bahrein e lo Yemen.

Federico II e gli integralisti

L’alleanza di ferro con l’Arabia Saudita mostra chiaramente che tra gli Usa e l’integralismo islamico non c’è un’incompatibilità strutturale. E tuttavia nella politica internazionale raramente l’amicizia è un valore assoluto: come diceva Federico II di Prussia, “un’alleanza è come un matrimonio: uno ha sempre il diritto di divorziare”. Così le milizie jihadiste che negli anni ottanta combattevano contro il governo laico dell’Afganistan e i suoi sostenitori sovietici si sono in seguito rivolte contro gli ex alleati. Ma il ribaltamento di fronte può avvenire anche nel senso opposto e i nemici di ieri possono diventare gli amici di oggi. Così il jihadista Belhaj, veterano dell’Afganistan e dell’Irak, per sua stessa ammissione torturato dagli Usa, è divenuto un importante alleato degli Usa e della Nato nella guerra di Libia.

Per gli Usa, semmai, la vera questione è rendere duratura la convergenza con gli islamisti e impedire che gli amici di oggi possano ridiventare i nemici di domani. Per quanto riguarda la Libia, questo pericolo non sembra imminente poiché come diceva Machiavelli, chi giunge al potere con le armi altrui non può prescindere dalla “voluntà e fortuna” di chi le ha fornite, almeno fino al momento in cui non sia in grado di reggersi sulle proprie forze [9]. I ribelli libici avranno anche fornito la fanteria, ma la guerra è stata vinta dalla Nato [10] e secondo l’ex premier del Cnt Jibril, perfino l’ordine di uccidere Gheddafi è provenuto da una “entità straniera” [11].

Ma il tentativo di Washington di ricercare il consenso degli islamisti interessa anche la Tunisia e l’Egitto, dove gli Usa vorrebbero indurre i nuovi governi a confermare l’allineamento politico dei precedenti. Da questo punto di vista, gli islamisti potrebbero anzi garantire ai loro governi una base di consenso sociale che né Ben Ali né Mubarak potevano assicurare. In Tunisia questa prospettiva sembra più semplice e, in fin dei conti, il paese non è ricco di risorse energetiche, né ha un ruolo geopolitico essenziale. Le eventuali conseguenze negative di un esecutivo islamista sarebbero dunque limitate all’Algeria e, forse, ai paesi dell’Europa meridionale.

In Egitto le aperture degli Usa ai Fratelli Musulmani hanno garantito un atteggiamento bonario nei loro confronti da parte dell’esercito egiziano, che è il cardine del potere in Egitto e che da trent’anni riceve generosi finanziamenti da Washington. Ma probabilmente ciò non basterà a farli sentire debitori in caso di successo e, a differenza della Tunisia, l’Egitto ha un ruolo di primo piano nel mondo arabo. Inoltre sembra francamente troppo chiedere ai Fratelli Musulmani egiziani di continuare la politica di Mubarak, cooperare con Israele e boicottare Hamas, anche perché Hamas non è altri che l’emanazione del ramo palestinese dei Fratelli Musulmani.

Giordano Merlicco
Nena News, 6 dicembre 2011.

 


[1Giulio Andreotti, Visti da vicino. Terza serie, Rizzoli, Milano 1985, p. 14.

[2Citato in: Angelo Del Boca, Gheddafi. Una sfida dal deserto. Laterza, Roma-Bari 2010, p. 318.

[3Del Boca, pp. 272-6.

[4Joseph Felter and Brian Fishman, Al Qa’ida’s Foreign Fighters in Iraq: A First Look at the Sinjar Records. West Point, NY: Harmony Project, Combating Terrorism Center, Department of Social Sciences, US Military Academy, December 2007.
http://www.ctc.usma.edu/posts/al-qaidas-foreign-fighters-in-iraq-a-first-look-at-the-sinjar-records

[5The Guardian, MI6 knew I was tortured, says Libyan rebel leader, 5 September 2011.
http://www.guardian.co.uk/world/2011/sep/05/abdul-hakim-belhaj-libya-mi6-torture?intcmp=239

[6Muhammar Gheddafi, La preghiera dell’ultimo venerdì, p. 97. In: Muhammar Gheddafi, Fuga all’inferno e altre storie. Manifestolibri, Roma 2005.

[7Cit. in: Del Boca, p. 275.

[8Cit. in: Del Boca, pp. 269-70.

[9Niccolò Machiavelli, Il principe. Cap. VII, De’ principati nuovi che s’acquistano con le armi e fortuna di altri.

[10Interessante in proposito la testimonianza dell’inviato del Corriere della Sera Lorenzo Cremonesi: “I gheddafiani sono stati grandi combattenti. Avevano contro la Nato, una coalizione fortissima col controllo aereo totale. (…) Hanno sempre combattuto molto bene. Non c’è confronto tra le forze lealiste e quelle ribelli che non avrebbero fatto nulla se non ci fosse stata la Nato.”

Secondo la stessa testimonianza i ribelli spiccavano per altre caratteristiche, non certo per le loro doti militari: “la battaglia è stata condotta dai ribelli in modo banditesco. Sirte, Bani Walid e tutti i villaggi circostanti sono stati saccheggiati. I ribelli entrano nelle case e portano via mobili e macchine. Le rapine sono all’ordine del giorno. (..) C’è Atawarga, una cittadina vicino a Misurata, dove c’è stata la pulizia etnica e i ribelli hanno fatto sparire 40 mila persone con il colore della pelle diverso”. Cremonesi smentisce inoltre due luoghi comuni: la preponderanza di mercenari tra le forze di Gheddafi e il loro disinteresse per le vittime civili, che egli imputa piuttosto ai ribelli: “C’erano 50 colpi sparati dai ribelli a casaccio che causavano distruzioni gigantesche e poi una risposta precisissima di un cecchino che colpiva, feriva, e faceva paura.” “Le ultime ore del Raiss”. Il racconto di Lorenzo Cremonesi, http://www.grandemedioriente.it/le-ultime-ore-del-raiss-il-racconto-di-lorenzo-cremonesi-5640. versione audio reperibile sul sito di Radio Radicale; http://www.radioradicale.it/scheda/338631/le-ultime-ore-di-gheddafi-il-racconto-di-lorenzo-cremonesi.

Preso da: http://www.silviacattori.net/article2512.html

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Notizie Non Allineate Sull’Occupazione Della Libia (Febbraio 2013)

Postato il 02/02/2013 di cdcnet

8-10 Febbraio 2013

da LibyaSOS
La resistenza cresce e cerca nuove vittorie. In un comunicato ratifica la fedeltà a Mohamar Gadafi, esprime la vontà di liquidare tutti i “traditori” e “mercenari” per affermare la legittimità del governo della Jamahiriya. Annuncia che tutte le attuali azioni militari, in tutti i fronti della battaglia, sono state previste dal leader Mohamar Gadafi quando disse che la lotta sarà lunga e dura.
Tripoli: Il “traditore e terrorista” Mahmoud Jibril è sfuggito ad un tentativo di omicidio mentre saliva in casa. Carri armati si spostano per le strade probabilmente a causa dei timori per il sollevamento popolare del 15 febbraio. I “banditi” della NATO hanno intenzione di chiudere il carcere e di trasferire i detenuti in sedi sconosciute in previsione del 15 febbraio.
Aerei israeliani violano lo spazio aereo della Libia senza che i “mafiosi” del governo facciano alcunchè, confermando che Israele fu una parte della cospirazione internazionale contro la Libia.
I lavoratori egiziani in Libia sono oggetto di abusi da parte delle milizie armate e di confisca dei loro beni.
Il fondatore del partito della Coalizione Repubblicana è stato sequestrato.
I “banditi” del governo “mafioso” libico espellono i libanesi con l’accusa di essere gli autori della diffusione dello sciismo in Libia e di questo accusano l’Iran.
La città di Prairie appoggia la separazione della regione della Cirenaica e la rivoluzione del 15/2/2013.
Ghadames: Innalzata la bandiera verde mentre in un cassetto del Consiglio Locale è stata fata trovare un immagine del leader Gheddafi.
Derna: 3 membri del Comitato del governo locale si sono dimessi nel timore di essere liquidati dalla rivolta programmata il 15 febbraio. Nel frattempo ci sono stati duri combattimenti tra resistenza e “banditi al servizio della NATO.
Attentato contro la sede dello Stato Maggiore Generale.
Misurata: Un convoglio di decine di veicoli è uscito dalla città per dirigersi verso Tripoli con l’ordine di reprimere qualunque rivolta il 15 febbraio.
Ubari: Scontri tra Tabu e forze libiche, non è noto il motivo.
Altrettanto sconosciuti sono i motivi degli scontri a Tajoura, zona “periferica est di Tripoli”.
Sirte: Arrestato il comandante militare di Sirte, “Colonnello” Omar al-Abelsalam Nasnavi.
Sabha: 23 civili torturati sono riusciti a fuggire dal carcere.
Zintan: Una numerosa delegazione di comandanti “ribelli” e “notabili” civili si sono recati in Algeria, il motivo non è noto, ma si ritiene che cerchino di negoziare con la forza verde, in quanto consapevoli del fatto di come sia impossibile governare sotto l’egida della NATO e dei suoi mercenari.

2-7 Febbraio 2013

da LibyaSOS, AlgeriaISP, Lybiaagainstsuperpower
In Bengasi, i residenti sono minacciati e spinti ad aderire ad una nuova rivoluzione che preveda il federalismo in Libia. Esplodono scontri in vicinanza del battaglione Buamr. Nasser Al-Amari si dà fuoco in protesta contro il nuovo regime, i medici ritengono che non sia possibile salvarlo.
Tripoli: Individui sconosciuti assaltano la sede del Progetto Nazionale. Gruppi di “ribelli” entrano nella sede del Congresso nazionale, esigendo somme di denaro.
La resistenza ha pubblicato i nomi di 3000 “ratti” inviati nei bar, sui taxi, ec. per spiare la resistenza verde e catturarne gli uomini.
I responsabili dei Consigli Locali si stanno dimettendo in previsione della rivolta del 15 febbraio.
La Lufthansa sospende i voli su Tripoli a causa del deteriorarsi della sicurezza.
Zliten: Rivolta nella prigione militare con spari all’esterno e all’interno.
Sirte: Trovati i corpi di 2 giovani che erano stati imprigionati e torturati dai “banditi” di Misurata.
Zawiya: Bloccate le entrate e le uscite dalla città.
Kufra: Ucciso un giovane della tribù Toubu.
Comunicato: “Il 15 febbraio la Jamahiriya libica è pronta a sollevarsi e ritrovare la sua dignità e sovranità. Caro popolo della Jamahiriya libica libera … In questo momento storico della nostra nazione, siamo pronti a colpire i burattini e i traditori che hanno portato alla rovina della Libia….”
Scontri tra i “ribelli” del Souk Jomoa e quelli di Misurata posizionati nella base militare di Maetika, 3 feriti.
Comunicati della resistenza verde sono stati distribuiti nella città di Tarhouna per una sollevazione popolare contro il governo della NATO.
Nave italiana attracca a Tripoli con un carico di veicoli armati e, secondo alcune fonti, mercenari.
Elicotteri sorvolano la città di Tripoli.
I “ribelli” hanno preso d’assalto una banca a Sirte, prelevata una grande somma di denaro.
Nel sud della Libia, a Oubary, sono scoppiati scontri tra la tribù di Toubous e gli “ex-ribelli” di Darae Libya. Un ribelle è stato ucciso.
Il “primo ministro” Ali Zidane ha chiesto aiuto alla NATO contro gli islamisti. Sarà organizzata una riunione tra governo francese, Qatar e NATO a Parigi martedì prossimo, poco prima della data prevista per la sollevazione popolare del 15 febbraio.

1 Febbraio 2013

da LibyaSOS
Tripoli: Le strade sono piene di veicoli militari, di mercenari e ‘terroristi’ che sono in allerta dopo che il ‘traditore’ che si fa chiamare Ali Zaidan, primo ministro, ha denunciato la possibilità di una insurrezione “illegale” per il 15 febbraio organizzata dalle masse popolari della parte orientale. Rapito fuori della sede della Conferenza Nazionale il colonnello ‘traditore’ Musa Abdul Salam, coordinatore del ‘cosiddetto’ Ministero dell’Interno e le istituzioni della società civile. La sede dell’ONU è stata attaccata con lancio di bombe a mano al suo interno, feriti e danni materiali. Esplode autobomba al ponte Qurgi.
Il tribunale militare ha condannato a morte il figlio del leader libico, Seif al-Islam, e il capo dei servizi segreti, Abdullah al-Senussi. L’udienza si è tenuta in segreto, e la sentenza è stata pronunciata a porte chiuse. La corte ha ordinato l’esecuzione di Saif al-Islam a Bengasi, e di Senussi a Tripoli il 17 febbraio, secondo anniversario della rivoluzione libica.
Bengasi: Un altro dipendente del Servizio dela Sicurezza Nazionale, Salah al-Mufti Vazri, è morto nella sua casa a seguito dell’esplosione di un’autobomba. Trovate 4 autobombe poco prima dell’esplosione. Ordigno al Museo Archeologico. Scontri in piazza Quiche. Lanciata una bomba a mano contro un veicolo della polizia, muore l’autista. Dieci giorni fa, il corpo di un ufficiale della polizia, Nasser Al-Moghrabi, è stato ritrovato con una ferita d’arma da fuoco alla testa, tre giorni dopo il suo rapimento. Un altro poliziotto è stato rapito la scorsa settimana.
I residenti della zona Aldjaafarh condannano l’incendio delle loro case da parte dei ‘terroristi’ di Gharyan.
Tentativo di assassinare il capo della polizia investigativa nella città di Prairie.
Derna: Uccisi 2 cittadini.
Scontri alla base aerea di Mitiga.
Kufra: Fatta sventolare la bandiera verde sopra l’edificio del Comitato Supremo della Sicurezza.
Tobruk: La delegazione coreana è venuta sotto il fuoco durante il viaggio da Bengasi a Tobruk, nella zona di Umm.
Misurata: Lo sceicco Mohammed bin Othman è stato eliminato, era il leader dei Fratelli musulmani, organizzatore e membro del consiglio locale di Misurata. Uccisa una guardia carceraria da una granata lanciata da Libia Libera.
Naji al-Hariri è stato ucciso colpito da sei proiettili davanti alla propria casa, la vittima collaborava con i battaglioni delle milizie armate ed era direttore dell’ufficio del cugino, il generale Omar al-Hariri.
Segnalati scontri a Ajeelat Balqguadf dopo la morte di un giovane di una famiglia Brich.

NOTIZIE NON ALLINEATE SULL’OCCUPAZIONE DELLA LIBIA (gennaio 2013)

14/1/2013
da Libyasos
Benghazi: Attentato contro il console italiano, salvato dall’auto blindata. Manifestazione per chiedere all’emiro del Qatar: “Chi ha ucciso il generale Younes Abdelfateh?”. Violenti scontri nelle vie della città. I cittadini chiedono un esercito e una forza di polizia. Ordigno contro “stazione di polizia”, quattro feriti. Un giocatore della selezione è stato trovato morto in circostanze misteriose. Un mercenario libico originario della città è stato ucciso ad Aleppo, aveva 21 anni e studiava ingegneria.
Tripoli: Miliziani di Zintan hanno attaccato la sede del centro ippico.
Derna: Saccheggiato l’edificio della Libyan Airlines.
Bani Walid: La tribù Warfala ha inviato un documento al “ministro degli interni e della difesa” chiedendo che i “mercenari” e i “terroristi” “ribelli della NATO” si ritirino dalla città.
Zawiya: “Ribelli della NATO” hanno distrutto l’auto di una studentessa che si dichiarava leale alla Libia verde. La raffineria è chiusa a causa di uno sciopero dei dipendenti pubblici. “Ribelli della NATO” hanno fatto un sit nella città di Zawiya, chiedendo vestiti.
Tunez – Libia: Chiuso il valico di frontiera al confine tra Tunisia e Libia, dove i tunisini lanciano pietre contro i libici e i loro veicoli.
Alcuni “ribelli della NATO” si disperano per la loro rivoluzione, gridando contro il Qatar e la Francia e chiedendosi come un paese piccolo come il Qatar possa controllare la Libia.
Controversie tra bande di Misurata e Cirenaica, alcuni vogliono avere tutto il potere e il controllo della Libia, gli altri sono accusati di consegnare il paese al Qatar.
Il “traditore” Moussa Koussa, ex Ministro degli Esteri di Muammar Gaddafi, che disertò per fuggire a Londra, che si trasformò in un informatore chiave per la NATO/Qatar/CNT, ha visto il Qatar recepire un ordine di cattura tramite l’Interpol.
Nuovo video dei combattenti della resistenza verde.

La bandiera verde è la bandiera dei combattenti libici. Nel periodico «La Domenica del Corriere» del 12/11/1911 è descritta la battaglia tra i muyahidin libici musulmani e l’84° Reggimento di Fanteria dell’esercito italiano: come si vede nell’illustrazione e come si legge nella didascalia [Battaglia del 26 ottobre nell’oasi di Tripoli: l’8° compagnia del dell’84° fanteria conquista agli arabi la bandiera verde del profeta], i Mujahideen innalzavano la bandiera verde.

8-9/1/13
Da libia-sos.blogspot.ch
Tripoli: Scontri a Tripoli oggi (9/1/13), uccise 5 persone [breakingnews.sy]. Assalto alla residenza del premier a Tripoli, dopo una manifestazione violenta di un gruppo armato che ha attaccato la sede del ministero degli Interni, le strade di accesso all’edificio sono chiuse. Scontri in altre zone della città, bruciati pneumatici nelle strade, interruzione di energia elettrica in vari quartieri. Rapito il capo della sicurezza colonnello Mohammed Hadi Agayloshi.
Sabha: un capo dei “ribelli” Mohammed Maqrif fugge ad un attentato predisposto dalla resistenza. Segnalata la mancanza di bombole di gas, che sono vendute solo dai mercenari a 25-30 dinari l’una.
Ajdabiya: Un gruppo di giovani ha distribuito volantini che annunciano una rivolta a Bengasi, Derna e Tobruk per il giorno 15/2/13.
Tayhunah: Morti quattro membri dell’”Esercito” sulla strada tra Bani Walid e Tarhunah per incidente stradale.
Bengasi: Rapito il colonnelo Abdul Qadir Bahour (che era passato con i “ribelli”). Lunedì una forte esplosione ha scosso la città di Bengasi, l’esplosione è avvenuta nei pressi della casa di uno dei sospettati dell’attacco all’ambasciatore USA, il comandante della disciolta brigata “Obaid Abi”.
Misurata: Ritrovati circa 400 corpi di giovani arrestati e condotti nelle carceri di Misurata, presumibilmente uccisi dalle torture inflitte in carcere.
Kufra: Morte 3 persone Tabu dopo la sparatoria da una macchina sconosciuta. Scontri tra giovani Tabu e Azwaip, due morti.
Tunisia-Libia: Scontri al confine tra esercito tunisino e milizie armate libiche presso il valico di frontiera di Ras Jedir. Mustafa Abdul Jalil, ex presidente del “Consiglio nazionale di transizione” è scappato in Tunisia, nonostante il divieto ordinato da un tribunale militare che lo indaga per l’omicidio del generale Abdel-Fattah Younis.
Sirte: Uomini armati di Misurata hanno cercato di entrare a Sirte sul lato sud, ma sono stati sorpresi da un altro battaglione della Brigata dei Martiri. Un’autobomba è esplosa all’esterno di una radio popolare locale.
Sabratha: Uditi colpi di mortaio.

1-4/1/2013
da somaliasupport3
L’intero sud della Libia è stato dichiarato zona militare. Segnalati massacri compiuti nella Libia meridionale e scontri al confine, impiego di aerei per bombardare spostamenti di persone o supposti sostenitori della resistenza.
Bani Walid: La resistenza della Jamahiriya ha attaccato Al-Madar Telecoms.
Bengasi: Abdelsalam al-Mahdawi, comandante della polizia, è stato sequestrato da uomini armati il 3/1. Un corpo ritrovato successivamente faceva pensare all’uccisione del capo della polizia ma la notizia è stata negata dalla procura.
Combattimenti tribali continuano su base giornaliera a Sabha, Zawiyah, Nafusa, Zintan, Zliten e Ajdabiyah.
Sabha: Un massacro è in corso a Menshiyah, dove missili RPG sono lanciati contro le abitazioni civili. 6 persone uccise durante scontri. Ucciso dalla resistenza verde un terrorista legato ad Al Qaeda. Pesanti combattimenti tra la tribù Awlad Suleiman da un lato e le tribù Gaddafa, Tabu e Tawaragah, dall’altro. Un bambino di 4 anni portato a Tripoli in coma colpito da un proiettole nel quartiere Gorda di Sabha. 3 civili assassinati vicino alle loro abitazioni.
A Nafusa le milizie Zintan si sono scontrate con tribù vicine, segnali morti e feriti.
A Zawiyah le raffinerie rimangono chiuse in seguito a proteste. Manca carburante a Tripoli.
Ajaylat: Una persona è rimasta uccisa in scontri tra miliziani e popolazione della città, molti cittadini arrestati (sequestrati) dalle milizie.
A Kufra le milizie hanno sostenuto di aver attaccato anche con gli aerei i fedeli a Gheddafi.
Scontri vicino al confine con il Chad, uccisi molti miliziani, si accusano i fedeli a Gheddafi.
Le milizie passano al setaccio vecchie registrazioni di manifestazioni a favore di Gheddafi per cercare e colpire i partecipanti.
Sono molte le famiglie che non mandano a scuola o in altri luoghi le ragazze e temono per la loro vita anche facendole restare a casa. Molti sono rimasti senza denaro e senza lavoro, perla paura di uscire e rimanere uccisi.
Attaccato edificio del GNC dopo la richiesta alle milizie di entrare nel corpo della polizia.
Spari contro un’auto di funzionari del GNC a Tripoli.
Si dimette il “ministro degli esteri”: “non vivrò in Libia a causa della cattiva sicurezza nel paese”.

La Libia dei RATTI: spari, mine, schiave, miseria

LIBIA “NOSTRA”: spari, mine, schiave, miseria

10 gennaio 2012

Anche coloro che furono favorevoli alla No Fly Zone dovrebbero cominciare a ricredersi ora che i media dipingono, sottovoce, la Libia che “noi” abbiamo sostituito a quella del “dittatore” Gheddafi.  In realtà LA Libia non esiste più. E’ una zona franca che potrebbe finire a brandelli anche formalmente. Quattro o cinque grandi partizioni a dominanza tribale secondo  questa  che è l’ultima mappa di cui sono a conoscenza

ARMI & BANDE

Ultimatum e lusinghe del Governo non vanno a segno. Le bande non disarmano per non perdere il vantaggio di combattersi e prendere il sopravvento per ottenere più lauti dividendi concreti e politici.  Recentemente   Mustafa Abdel Jalil ha ammesso l’evidenza, che era prevedibile fin da marzo

TRIPOLI (Reuters) – La Libia rischia di scivolare in una vera e propria guerra civile se non riporta sotto controllo le milizie rivali che hanno riempito il vuoto lasciato dalla caduta di Muammar Gheddafi.
Lo ha detto Mustafa Abdel Jalil, presidente del Consiglio nazionale di transizione, dopo l’esplosione di violenza ieri nella Capitale, che ha provocato la morte di 4 combattenti di milizie in uno scontro nel centro città.
“Ora ci troviamo tra due opzioni amare”, ha detto ieri sera Jalil a una folla a Bengasi. “Affrontiamo con severità queste violazioni (gli scontri tra le milizie) e mettiamo i libici di fronte a uno scontro militare che non accettiamo, oppure ci dividiamo, e allora sarà guerra civile”.
“Se non c’è sicurezza, non ci sarà legge, né sviluppo né elezioni“, ha detto Jalil.
Il Cnt ha iniziato a muoversi per creare una forza di polizia e un esercito che funzionino pienamente e sostituiscano le milizie, ma Jalil ha ammesso che i progressi sono ancora troppo lenti
.

Inquietante il “niente elezioni”. Realistica ammissione di sconfitta del governo o un modo per preparare un’occupazione straniera, che sarebbe  chiamata peace keeping, e attuare o scongiurare (questo lo sanno solo Sarkozy, Cameron e Obama) la frantumazione del paese? 
Intanto, poichè la  recente nomina  a capo di stato maggiore del generale in pensione Youssef al-Mankouch non piace: chi la rifiuta, chi pone condizioni, chi si prepara ad attaccare Tripoli per far fuori la brigata predominante, Jalil fa leva sull’avidità. Propone – a gente che non ha avuto la paga promessa – un bonus di 500 $ a persona per chi consegna le armi. 

BAMBINI & BOMBE

A novembre scrivevo L’emergenza sono gli ordigni inesplosi. A Sirte e a Bani Walid soprattutto, i civili continuano a morire. Croce Rossa e Mezzaluna Rossa cercano di informare, ma come si fa ad informare i bambini? Una piccola di otto anni è rimasta uccisa in Sirte.”   L’aggiornamento è questo

Louise Skilling, direttrice di una comunità locale, ha detto: “c’è un’enorme  contaminazione nelle case e zone residenziali. “Gli incidenti  principalmente  coinvolgono i bambini – ragazzi adolescenti in particolare – che non capiscono il pericolo “Stiamo cercando di cambiare il comportamento tra ragazzi giovani e il modo migliore per farlo è attraverso loro madri. “Stiamo lavorando attraverso le scuole, gruppi di donne e
a domicilio nelle aeree contaminate”. Ha aggiunto: “il numero di incidenti è aumentato dalla fine della guerra  perché le persone  sfollate stanno tornando alle loro case  cercando di riavere indietro  la loro vita normale.

DONNE: le MANIFESTANTI & le SCOMPARSE

Franklin Lamb, attivista dei diritti umani da sempre impegnato per la pace in M.O.,  con  il suo report del 4 gennaio da Tripoli ci offre  degli  spiragli significativi, a volte anche ironici. In estate, dice, incappando in una banda armata bastava dire “Allah, Muhammar, Libia al bas (è tutto ciò di cui abbiamo bisogno)” e si era ben accolti, ora bisogna memorizzare i nomi delle bande e la dislocazione per non pronunciare un saluto che faccia finire nei guai.

Riferisce di dimostrazioni guidate da donne. Una di queste manifestazioni era apertamente pro-gheddafiana.  Parlando con una delle attiviste,  avvocatessa,  della stupefacente scarsità di donne in giro per Tripoli  è emersa una tragica possibilità.
Ogni residenza  lussuosa della città e dei dintorni è stata razziata e sequestrata dai ribelli. Il bottino  si trova in vendita nel suk, nelle case  si sono installati i ribelli chiamando a sè la famiglia. Perché tornare al paese se si può vivere nel lusso? Si teme che molte donne, personale di servizio dei funzionari del regime , vivano sequestrate come schiave. Aggiunge l’avvocatessa “temiamo anche che rapiscano le donne per strada e le portino nei loro quartieri.”  
La donna libica “liberata”  .. deve stare tappata in casa!

Ma tutto questo non viene fuori nei media, spiega Lamb:

Quel che è notevole nella “nuova libera Libia,  nuovi liberi media” è che il 100% dei media è pro “nuovo governo”. Mi si dice che solo in parte ciò si deve alla paura di sforare il supporto al CNT.  Un’altra ragione, secondo un ambasciatore occidentale che ha ripreso il suo posto,  è che i nuovi media sono nati dalla milizia e hanno un problema psicologico nel criticare  uno qualsiasi degli evidenti problemi che sembrano espandersi di giorno in giorno. Ahmad concorda. “Erano così coinvolti con la NATO e i suoi ribelli che non vogliono ammettere di esseri sbagliati in molti modi, così ignorano ciò che sta realmente accadendo davanti ai loro occhi”.

Non è lo stesso anche per i media e l’opinione pubblica italiana?
Continua Lamb 

Altri conflitti  vengono dai  problemi  derivanti dall’aumento dei prezzi , su tutto tranne che l’energia elettrica che nessuno ha pagato in tutto il paese, secondo le mie fonti, fin dal febbraio scorso. Ma i tagli di elettricità sono simili a quelli che avvenivano durante i bombardamenti della NATO.
La mancanza di soldi è un problema anche perché i cittadini non sono autorizzati a  prelevare più di 750 dinari ogni mese. La liquidità è scarsa, considerando che 7 miliardi sono stati prelevati dalle banche libiche da ex funzionari libici e uomini d’affari all’inizio della primavera scorsa e più di 8 miliardi ritirati dai cittadini in preda al panico la scorsa estate prima che il limite di 500 dinari al mese fosse imposto dal governo Gheddafi.

In un settore almeno ci sono dei lavoratori che dimostrano una consapevolezza che non restringe le richieste alla pura sopravivenza. Da Globalist Syndication 

Domenica scorsa, circa 300 dei 1800 lavoratori  [del porto ] si sono riuniti presso il cancello principale per inscenare una manifestazione: “Non stiamo chiedendo più soldi”, ha dichiarato Adel al-Tomi, 43 anni, un impiegato amministrativo che lavora al porto da 15 anni. “Vogliamo che l’azienda [statale] si prenda cura del porto. Vogliamo i nostri diritti di lavoratori, vogliamo un posto dove ripararci dal freddo e dal caldo “.

VITA da BUSINESS MAN

 A fine novembre scrivevo che agli uomini d’affari stranieri  era consigliato girare accompagnati da un libico, stante la situazione turbolenta e pericolosa.
Morte misteriosa, titola il Figaro, di un ex colonnello francese, nonchè ex-legionario.  Hugues de Samie era a Tripoli per  dare consiglio e protezione alle imprese francesi che operano in Libia. Secondo le autorità locali, il contractor sarebbe stato ucciso da un teppista drogato.
Quando il “consulente d’affari” austriaco autore del  WD in Tripolis  scriveva il post di cui traduco un brano, non sapeva ancora della brutta fine del suo collega francese. Iniziava l’articolo lamentando la mancanza di energia elettrica, i collegamenti Internet  lenti e spesso del tutto assenti, i cellulari senza copertura, poi:

  […]  non il giorno migliore per la Libia oggi: durante un meeting all’hotel Radisson, uno scontro a fuoco ha eruttato, abbiamo scherzato bevendo il caffè su tutti gli “spari celebrativi” in questi giorni. Tornavo al mio ufficio, mi sono imbattuto in dimostranti davanti all’ambasciata di Tunisia che chiedevano l’estradizione dell’ex primo ministro Baghdadi in Libia (attualmente è detenuto  a Tunisi). Non vorrei commentare questioni politiche e militari, ma oggi mi hanno incasinato davvero : incontri che avrei avuto nel pomeriggio sono stati cancellati. Guidavo verso casa e la pioggia scendeva a scrosci, la strada allagata come il solito, ma la cosa buona quando piove è che non si sentono colpi di fucile.

… quando piove,
non si sentono colpi di fucile.
Questo il bello della nuova Tripoli.

Preso da: https://mcc43.wordpress.com/2012/01/10/libia-nostra-spari-mine-schiave-miseria/

Muʿammar Abū Minyar ʿAbd al-Salām al-Qadhdhāfī

  • Muʿammar Abū Minyar ʿAbd al-Salām al-Qadhdhāfī
    (Orazione funebre di Chavez a Mu’ammar dal Giulio Cesare)
    [24.10.2011] di GilguySparks

Amici, libici, compagni, prestatemi orecchio; io vengo a seppellire Muʿammar, non a lodarlo. Il male che gli uomini fanno sopravvive loro; il bene è spesso sepolto con le loro ossa; e così sia per Muʿammar. Il nobile Jalil v’ha detto che Muʿammar era ambizioso: se così era, fu un ben grave difetto: e gravemente Muʿammar ne ha pagato il fio. Qui, col permesso di Jalil e degli altri – perché Jalil è uomo d’onore; così sono tutti, tutti uomini d’onore – io vengo a parlare al funerale di Muʿammar. Egli fu mio amico, fedele e giusto verso di me: ma Jalil dice che fu ambizioso; e Jalil è uomo d’onore. Molti prigionieri islamisti egli ha riportato a Tripoli, il prezzo del cui riscatto ha riempito il pubblico tesoro: sembrò questo atto ambizioso in Muʿammar?
Quando i poveri hanno pianto, Muʿammar ha versato lacrime: l’ambizione dovrebbe essere fatta di più rude stoffa; eppure Jalil dice ch’egli fu ambizioso; e Jalil è uomo d’onore. Tutti vedeste come tre volte gli presentai una corona di re ch’egli tre volte rifiutò: fu questo atto di ambizione?
Eppure Jalil dice ch’egli fu ambizioso; e, invero, Jalil è uomo d’onore. Non parlo, no, per smentire ciò che Jalil ha detto, ma qui io sono per dire ciò che io so.
Tutti lo amaste una volta, né senza ragione: qual ragione vi trattiene dunque dal piangerlo? Oh senno, tu sei fuggito tra gli animali bruti e gli uomini hanno perduto la ragione. Scusatemi; il mio cuore giace là nella bara con Muʿammar e debbo tacere sinché non ritorni a me.
Perché se io fossi Jalil e Jalil Chavez, qui ora ci sarebbe un Chavez che squasserebbe i vostri spiriti e che ad ognuna delle ferita di Muʿammar donerebbe una lingua così eloquente da spingere fin le pietre di Tripoli a sollevarsi, a rivoltarsi.
Soltanto ieri la parola di Muʿammar poteva opporsi al mondo intero: ora egli giace là, e non v’è alcuno, per quanto basso, che gli renda onore.
O signori, se io fossi disposto ad eccitarvi il cuore e la mente alla ribellione ed al furore, farei un torto a Jalil e un torto a Jibril, i quali, lo sapete tutti, sono uomini d’onore: e non voglio far loro torto: preferisco piuttosto far torto al defunto, far torto a me stesso e a voi, che far torto a sì onorata gente.
Ma qui ho una pergamena col sigillo di Muʿammar – l’ho trovata nel suo studio, è il suo testamento: che voi, popolo, udiate soltanto questo testamento, che, perdonatemi, io non intendo leggere, e andreste a baciar le ferite del morto Muʿammar, ed immergereste i vostri panni nel suo sacro sangue; anzi, chiedereste un capello per ricordo e, morendo, ne fareste menzione nel vostro testamento, lasciandolo, come un ricco lascito, alla prole.
Pazienza, gentili amici, non debbo leggerlo; non è bene che voi sappiate quanto Muʿammar vi ha amato. Non siete di legno, non siete di pietra, ma uomini, e essendo uomini, e udendo il testamento di Muʿammar, esso v’infiammerebbe, vi farebbe impazzire: è bene che non sappiate che siete i suoi eredi; ché, se lo sapeste oh, che ne seguirebbe!
Se avete lacrime, preparatevi a spargerle adesso.
Tutti conoscete questo mantello: io ricordo la prima volta che Muʿammar lo indossò: era una serata estiva, nella sua tenda, il giorno in cui sconfisse re Idris: guardate, qui il pugnale di Jibril l’ha trapassato: mirate lo strappo che Belhaji nel suo odio vi ha fatto: attraverso questo il ben amato Jalil l’ha trafitto; e quando tirò fuori il maledetto acciaio, guardate come il sangue di Muʿammar lo seguì, quasi si precipitasse fuori di casa per assicurarsi se fosse o no Jalil che così rudemente bussava; perché Jalil, come sapete, era l’angelo di Muʿammar: giudica, o Allah, quanto caramente Muʿammar lo amava! Questo fu il più crudele colpo di tutti, perché quando il nobile Muʿammar lo vide che feriva, l’ingratitudine, più forte delle braccia dei traditori, completamente lo sopraffece: allora si spezzò il suo gran cuore; e, nascondendo il volto nel mantello che tutto il tempo s’irrorava di sangue, il gran Muʿammar cadde. Oh, qual caduta fu quella, miei compagni!

Allora io e voi e tutti noi cademmo, mentre il sanguinoso tradimento trionfava sopra di noi. Oh, ora voi piangete; e, m’accorgo, voi sentite il morso della pietà: queste son generose gocce. Anime gentili, come?
Piangete quando non vedete ferita che la veste di Muʿammar? Guardate qui, eccolo lui stesso, straziato come vedete, dai traditori.
Buoni amici, dolci amici, che io non vi sproni a così subitanea ondata di ribellione. Coloro che han commesso questa azione sono uomini d’onore; quali private cause di rancore essi avessero, ahimè, io ignoro, che li abbiano indotti a commetterla; essi sono saggi ed uomini d’onore, e, senza dubbio, con ragioni vi risponderanno. Non vengo, amici, a rapirvi il cuore. Non sono un oratore com’è Jalil; bensì, quale tutti mi conoscete, un uomo semplice e franco, che ama il suo amico; e ciò ben sanno coloro che mi han dato il permesso di parlare in pubblico di lui: perché io non ho né l’ingegno, né la facondia, né l’abilità, né il gesto, né l’accento, né la potenza di parola per scaldare il sangue degli uomini: io non parlo che alla buona, vi dico ciò che voi stessi sapete, vi mostro le ferite del dolce Muʿammar, povere, povere bocche mute, e chiedo loro di parlare per me: ma se io fossi Jalil, e Jalil Chavez, allora vi sarebbe un Chavez che sommoverebbe gli animi vostri e porrebbe una lingua in ogni ferita di Muʿammar, così da spingere anche le pietre di Tripoli a insorgere e a ribellarsi.

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/10/24/mu%ca%bfammar-abu-minyar-%ca%bfabd-al-salam-al-qadhdhafi/

Armi alla Libia: confermato lo scoop di Globalist

Il governo mette il segreto di Stato alla magistratura che indaga sulla scomparsa di un carico di armi dalla Sardegna. [Ennio Remondino]

L’inchiesta della magistratura sarda sul mistero dei missili e delle armi scomparse dalla Maddalena su cui il governo ha apposto il segreto di Stato, rappresenta la conferma dello scoop di Globalist sulle spedizioni di materiale bellico che il governo italiano ha fatto ai ribelli libici fin da inizio marzo. Infatti la scomparsa di quel materiale riguarda proprio la Libia e non altro.
Oggi siamo in grado di rivelare il retroscena politico che ha portato a questa operazione: nell’ultima parte del mese di febbraio, quando la posizione del governo Berlusconi (in questo appoggiato dalla Lega) di continuare ad appoggiare Gheddafi era diventata insostenibile, il ministro Frattini e il sottosegretario Gianni Letta, sono riusciti a organizzare una operazione congiunta con l’ambasciatore libico a Roma, il potentissimo Abdulhafed Gaddur, che nel frattempo aveva annunciato di aver abbandonato Gheddafi per schierarsi con gli insorti.
Gaddur si è fatto garante di un accordo con Mustafa Abdel Jalil, ex ministro della giustizia di Gheddafi diventato presidente del Consiglio Nazionale di Transizione libico.
Il “prezzo” da pagare per dimostrare il vero cambio di campo da parte del governo Berlusconi erano diversi aiuti. Tra cui una sostanziosa fornitura di armi di cui gli insorti avevano grandi necessità.
Nel “pacchetto” ci sarebbero state anche garanzie personali ed economiche a favore di alcuni alti papaveri degli insorti. Ma di questo, semmai, se ne parlerà un’altra volta.
Fatto sta che a inizio marzo un primo carico di armi è arivato a Bengasi con la nave Libra della Marina Militare. Ma le consegne sono state diverse. Su una di queste è stata aperta l’inchiesta della magistratura che ha consentito di confermare quello che già era stato scritto.


di Ennio Remondino
Lo “Scoop” a scoppio ritardato. La solita scoperta che l’acqua calda brucia e l’effetto diventa titolo sui giornali dell’ovvio. Gli “aiuti” italiani ai ribelli libici di Bengasi, nuovi amici da conquistare agli interessi nazionali e petroliferi italiani, erano anche armi. Soprattutto armi. Dovevamo mandare forse latte liofilizzato e pannolini per neonati? Neanche le imbarazzanti piroette politico-dialettiche del ministro degli esteri Franco Frattini erano arrivate a tanto. Prima la difesa fuori tempo massimo di Gheddafi, poi la rincorsa a cancellare le tracce delle imbarazzanti ruffianate e mettere a frutto, con i probabili futuri nuovi padroni della Libia, il nostro capitale di rapporti interni, certamente privilegiato. Vuoi sul fronte diplomatico, vuoi imprenditoriale, vuoi di “intelligence”, che poi traduci in spie. Per non lasciare campo a francesi ed inglesi, che la democrazia in Libia la pesano a barili di petrolio.
Quando il Segreto è legittimo? Né potevamo pretendere che lo stesso ex magistrato Frattini venisse a raccontarci che, per fornire quelle armi sottobanco a dei “ribelli”, si doveva “forzare” qualche legge. Quelle che valgono per i comuni mortali. Salvo eccezioni, nell’interesse dello Stato, da tutelare appunto col “Segreto di Stato”.Globalist aveva lanciato il sasso, volutamente ignorato da alcune agenzie di stampa nostrane su “consiglio” della Farnesina. Armi che ufficialmente non esistevano in Italia e che quindi potevano tranquillamente viaggiare e cambiare destinatario e utilizzo. Noi sapevamo, con dettagli, del vecchio arsenale ex Gladio uscito da Capo Marrargiu e sbarcato a Bengasi. Oggi, grazie all’intervento di una Procura della Repubblica, veniamo a sapere di un’altra spedizione della stessa partita. Altro materiale non inventariato, quindi “inesistente” e spendibile.
Due spedizioni e il resto. Sempre dalla Sardegna, questa volta i sotterranei dell’ex base navale Usa della Maddalena. Merce militarmente più pregiata per i “consumatori finali”, come direbbe Ghedini. Armamento ex URSS finito nelle guerre balcaniche e sequestrato dalla Nato nel 1994. Un cargo fermato al largo di Otranto mentre navigava verso la Croazia. L’armamento, un bel po’ di arnesi destinati alla “reconquista” delle krajne serbe, finisce in “custodia” dentro un magazzino delle forze armate italiane. Non inventariato ufficialmente, esattamente come le armi più obsolete e di marca occidentale dei vecchi “Nasco” della Stay Behind italiana. Il meglio per i combattenti libici che il servizio militare lo hanno fatto usando gli AK-47, gli ormai inflazionati Kalashnikov, e non certo le bifilari Beretta ormai adottate come arma di ordinanza persino dagli ex Cow Boy della Colt.
Segreto buono, segreto sporco. Due spedizioni clandestine d’armi verso la Libia, quelle svelate sino ad oggi. Una non nega l’altra ma, anzi, la conferma. Con due dettagli da sottolineare. Il primo riguarda il modello informativo italiano: non quello di Aisi o Aise, ma quello dei giornali. Certe notizie, se non obbligate da evidenze ufficiali, non trovano l’attenzione e l’impegno di verifica per la diffusione “alta”. Salvo chiedere alla Farnesina se è vero che Frattini ha detto una bugia e gli “aiuti umanitari italiani” ai ribelli libici prevedevano qualcosa in più di alimenti e medicinali. Come chiedere a Riina se esiste la mafia. Due: la stessa magistratura ordinaria insegue oggi le armi ex balcaniche per un eventuale trasporto occulto su navi “civili”, con rischio per i passeggeri. Più o meno come valutare la punizione per guida senza patente all’autore di una strage.
“Deviato” sarà Lei! Per essere seri e realisti occorre innanzitutto prendere atto che esiste il “Segreto di Stato” garantito ad operazioni di intelligence legate alla sicurezza: attive, passive, preventive. Poi uno può porsi il problema se quelle operazioni erano realmente nell’interesse della Stato, se l’input era istituzionale, corretto, preveggente o sbagliato. Responsabilità politiche, insomma. Sempre. Dove, a grattare sino in fondo, rischi di scoprire che una intera generazione di giornalismo pistaiolo, a caccia dei rami “deviati dei Servizi”, ha sbagliato semplicemente albero. Sempre e soltanto quello dell’indirizzo politico, salvo non lievi intromissioni di “suggeritori politici” ufficialmente non autorizzati. Ufficialmente, ripeto, e non certo per fare un favore ai “Fratelli” delle varie “P” diversamente numerate che lo Stato avevano infiltrato. Semplice presa d’atto, analisi senza moralismi di una realtà planetaria diffusa. La politica, sempre, soltanto e soprattutto. Se poi la politica non è mirata all’interesse collettivo ma di una parte, non è colpa né del cronista né dello “spedizioniere” di armi verso la Libia.
fonte: Globalist

Articolo preso da:http://www.blog.art17.it/2011/07/21/armi-alla-libia-confermato-lo-scoop-di-globalist/

Altro articolo che è stato fatto sparire, per fortuna lo avevo ripubblicato qui: http://marionessuno.blogspot.it/2012/07/armi-alla-libia-confermato-lo-scoop-di.html