Chimere atlantiste

Pubblicato il: 24 marzo, 2012
Analisi / Cultura | Di Fabio Falchi

Chimere atlantiste

In un articolo pubblicato il 20 marzo scorso, Manlio Dinucci, uno dei pochi giornalisti degni di questo nome, ha voluto ricordare come sia stato passato «sotto silenzio il fatto che un anno fa, il 19 marzo, iniziava il bombardamento aeronavale della Libia, formalmente “per proteggere i civili”. In sette mesi, l’aviazione Usa/Nato effettuava 30mila missioni, di cui 10mila di attacco, con impiego di oltre 40mila bombe e missili». (1) Facendo leva sulla tradizionale ostilità della Cirenaica nei confronti della Tripolitania e sulle divisioni tra le differenti tribù libiche, gli anglofrancesi, con il consenso e l’appoggio di Washington (che dirigeva l’intera operazione, come ha esplicitamente dichiarato l’ambasciatore statunitense presso la Nato) infiltravano forze speciali nel Paese, in particolare islamisti al soldo del Qatar, per metter fine alla Giamahiria, all’esistenza cioè di uno Stato sovrano, socialista e popolare, con un Welfare che non aveva nulla da invidiare al “modello sociale” europeo (quello, per intendersi, che i “mercati” stanno distruggendo, al fine di imporre la nuova modernizzazione “made in Usa”).
D’altronde, i media hanno passato sotto silenzio pure che il 19 marzo di nove anni fa si iniziava aggressione contro un altro Stato sovrano da parte degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, per liquidare definitivamente il regime di Saddam Hussein. Approfittando della debolezza della Russia , gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, attaccarono l’Iraq senza l’autorizzazione dell’Onu e senza farsi scrupolo di mentire all’opinione pubblica internazionale. E Colin Powell, che allora ricopriva la carica di Segretario di Stato degli Stati Uniti, si inventò addirittura che Saddam disponeva di armi batteriologiche con le quali minacciava l’intera umanità. (Tra l’altro, Powell fu imitato da una schiera di “replicanti”, sedicenti esperti di terrorismo internazionale, tra cui il “nostro” Enrico Jacchia, che in una trasmissione televisiva terrorizzò il giornalista che lo intervistava, mostrando una fiala, il cui contenuto avrebbe potuto uccidere centinaia di migliaia di persone, e sostenendo che tale arma terribile era, in grande quantità, nelle mani del “tiranno di Baghdad”, pronto a sterminare donne, vecchi e bambini di serie A, ossia israeliani e angloamericani, di serie B, ossia degli altri Paesi “(filo)occidentali”, nonché altri meno importanti, di serie C).
Una guerra, la Seconda Guerra del Golfo, che ha causato centinaia di migliaia di vittime, che ha “sfregiato” irrimediabilmente la vita di milioni di iracheni, che ha visto gli angloamericani non solo dare sfogo ad un razzismo ripugnante, ma compiere massacri, torture, abusi e nefandezze di ogni genere, spesso facendo fare il lavoro sporco agli stessi iracheni e generando così una spirale di odio e di terrore che ha fatto precipitare l’Iraq in un girone infernale dal quale non riesce a risalire. Una guerra però che con il passare del tempo ha anche visto l’opinione pubblica occidentale dimenticare o perfino giustificare i crimini degli angloamericani, considerati a priori i “paladini dell’umanità” e quindi legittimati di fatto a commettere qualsiasi violenza, compresa quella di bruciare vivi i civili, e qualsiasi violazione del diritto internazionale per far trionfare la libertà e la democrazia. Ovverosia quella libertà e quella democrazia che sono fondate sui “mercati sovrani” e sull’ideologia della merce, come ormai è chiaro a chiunque viva e lavori in Occidente.
Si comprende allora il silenzio dei media mainstream, anche perché, se in Iraq si susseguono attentati terroristici, assassinii e scontri tra gruppi rivali, la Libia è stata trasformata dalle milizie armate filo-occidentali in un campo di battaglia. Tanto è vero che, pur essendo impegnati in torture ed esecuzioni extragiudiziarie, i “ribelli libici” hanno trovato il tempo di allestire, presso Tripoli, un campo di addestramento per i “ribelli siriani” – anche se a giudizio dei “democratici” quest’ultimo servirebbe alle “masse libiche” per insegnare alle “masse siriane” a fare la rivoluzione con armi, equipaggiamenti e istruttori forniti dallo “zio Sam”, dagli anglofrancesi e dal Qatar. Il che, in verità, è difficile da sostenere anche per i professionisti della disinformazione, senza che per questo si debba negare che in Siria vi sia una guerra civile o addirittura affermare che la Siria di Assad è un Paese perfetto. Un Paese tuttavia (e non lo si dovrebbe dimenticare) ben diverso dall’Iraq di Saddam e che da decenni si contrappone ad Israele e appoggia con coerenza e notevole coraggio sia la causa palestinese che Hezbollah.
Peraltro, il fatto che l’Occidente sia in grado di sfruttare con notevole abilità le contraddizioni e le “ferite” presenti nel mondo musulmano conferma naturalmente che tali contraddizioni e “ferite” esistono (si pensi, ad esempio, a quanto accadde nella città di Hama nel 1982), ma che non possono essere spiegate senza tener conto della particolare struttura sociale di un Paese, della sua storia, della sua cultura e soprattutto delle “ragioni” e degli “interessi” che sono alla base dei conflitti politici. Pertanto, anziché ritenere che il mondo sia popolato da ” masse rivoluzionarie” oppresse da “unicorni rossobruni”, sarebbe opportuno comprendere che il significato di termini come libertà e democrazia varia al variare del contesto storico-politico e che nella attuale fase storica l’attacco dei “mercati” contro i diritti sociali ed economici dei popoli passa anche attraverso la distruzione della sovranità di quegli Stati che, in qualche modo, ostacolano la volontà di potenza dell’Occidente, oppure, se si preferisce, della società di mercato occidentale. Sotto questo profilo, è decisivo – sia pure tenendo presente la complessità dei sistemi sociali contemporanei – il modo in cui la lotta geopolitica articola la stessa lotta sociale.
Certo la geopolitica la si può ignorare e certamente non può spiegare tutto (né vi è chi lo sostenga); ma chi la ignora, ammesso (e non concesso) che sia in buonafede, sarebbe meglio che non si occupasse di politica. Del resto, con buona pace dei “rivoluzionari da salotto” occidentali, i russi (e i cinesi) non la ignorano e sembra che siano determinati a farla comprendere, con le buone o con le cattive, anche a chi la ignora o forse fa finta di ignorarla. Una determinazione che a giudizio di alcuni sarà pure “preoccupante”, ma di cui non se ne possono dolere coloro che credono non solo che le “ragioni” e gli “interessi” dei popoli non siano rappresentati dai “mercati”, ma anche e soprattutto che, senza il riconoscimento dei “diritti dei popoli”, i cosiddetti “diritti umani”, esattamente come la libertà e la democrazia di mercato, non siano altro che “chimere atlantiste”.
Note:

(1) M Dinucci “Libia un anno fa: memoria corta” (http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in edicola /manip 2n1 /20120320 /manip2pg /14/ manip2pz/ 319871/.

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La storia di Halla El-Mesrati, paradigma della barbarie Nato in Libia

Questo articolo usciva nel febbraio 2012. Da allora qualcosa è cambiato, per fortuna la LEONESSA VERDE, HALLA EL MESRATI è libera. Purtroppo l’ articolo è ancora attuale. Le violenze, gli stupri sono considerati normali, le donne sono tenute prigioniere nelle loro stesse case, dai ratti, e qui sistematicamente torturate e violentate. MA NOI NON DOBBIAMO SAPERLO !!

Pubblicato il: 25 febbraio, 2012
Analisi / Esteri | Di Filippo Bovo

La storia di Halla El-Mesrati, paradigma della barbarie Nato in Libia

Sicuramente molti lettori si ricorderanno di Halla el Mesrati: era la giornalista della televisione di Stato libica Al Libya che, nelle drammatiche ore della presa di Tripoli da parte dei mercenari NATO, esibiva in diretta una pistola affermando che nulla avrebbe potuto eliminare la Jamahiriya e che gli svendipatria del CNT e i loro scherani atlantici avrebbero trovato pane per i loro denti. Caduta Tripoli, di lei non s’era saputo più nulla: alcune fonti autorevoli, a distanza di settimane, avevano ventilato l’ipotesi che Halla el Mesrati avesse trovato ospitalità in Algeria o, molto più probabilmente, in Tunisia. Purtroppo, considerata la sorte a cui è andata incontro, veniamo ora a sapere che non era così.
Al pari di molte altre donne libiche (come quelle della guardia femminile di Gheddafi, alcune delle quali imprigionate, umiliate e vessate dai ribelli, per non parlare di quelle che addirittura sono state trucidate; oppure le tante ragazze che sono state violentate, mutilate ed uccise fin dai primi giorni della “rivoluzione colorata” di Bengasi) Halla el Mesrati ha tenuto fede alla fierezza e all’amor di patria della stragrande maggioranza dei suoi connazionali e non s’è data alla fuga, attendendo veramente al varco i nemici per combatterli a viso scoperto. Catturata dai ribelli, dalla fine di agosto è loro prigioniera; dalle poche notizie che trapelano, si sa che è incinta ed è stata finora violentata non meno di diciassette volte. E’ possibile che anche la sua gravidanza sia frutto delle ripetute violenze a cui è stata sottoposta da parte dei “portatori di democrazia”.
La drammatica vicenda personale di Halla el Mesrati può essere assurta a paradigma delle barbarie che la NATO e i suoi proconsoli del CNT da mesi perpetrano a danno della Libia e della sua popolazione. Halla el Mesrati era una donna emancipata, una femminista, giornalista e scrittrice di successo: aveva pubblicato libri dallo spirito tutt’altro che castigato e per queste ragioni agli occhi dei ribelli, legati al fondamentalismo del Libyan Islamic Fighting Group, doveva essere distrutta nel corpo e nello spirito. Sotto il governo dei ribelli la Libia ha visto ripristinare la Sharia come legge fondante dello Stato e ristabilire la diseguaglianza fra uomo e donna: pertanto l’emancipazione femminile incarnata da donne come Halla el Mesrati, frutto della rivoluzione socialista gheddafiana, è considerata un sacrilegio da rimuoversi dalla società libica secondo le modalità più brutali, ricorrendo ai coltelli, allo stupro, alle percosse ed alla segregazione.
Ogni giorno uomini e donne vengono massacrati dai ribelli, dai soldati di ventura al soldo del Qatar e dai consiglieri militari americani (seimila già presenti sul posto più altri seimila in dirittura d’arrivo, per un totale di dodicimila) nel tentativo di domare una nazione che non si rassegna al furto della propria identità laica e socialista, della propria sovranità e del proprio benessere da parte dell’imperialismo americano, europeo e arabo-qatarino. Sono noti i massacri di cui sono stati vittime gli immigrati e le minoranze di colore della Libia: Tawergha, dove risiedeva buona parte dei neri di Libia, è città martire esattamente come Sirte e Bani Walid. Recentemente sono uscite immagini di cadaveri di uomini torturati ed uccisi dai ribelli del CNT: in bocca avevano i genitali che erano stati loro recisi mentre erano ancora in vita. Anche questi sono esempi della “civiltà” e della “democrazia”, certamente sconosciute sotto Gheddafi, di cui adesso i libici potranno fruire ed avvantaggiarsi grazie agli squadroni della morte della NATO e del CNT.
Viene spontaneo chiedersi, di fronte a tutte queste atrocità, dove si trovino adesso i “dirittoumanisti” occidentali, sempre pronti a levare gli scudi per le balle mediatiche usate contro i gheddafiani e gli assadiani; e a gridare contro stupri, uccisioni, torture e repressioni che alla prova dei fatti risultano essere soltanto speculazioni partorite dalla fantasia dei nostri politici e giornalisti. Di fronte alla pulizia etnica attuata dai ribelli contro i neri di Libia, dove sono adesso quei benpensanti che s’indignavano per “fora de ball” di bossiana memoria o per i campi di detenzione degli immigrati in Libia di cui è stata poi sfatata l’esistenza? E di fronte alla tragedia di Halla el Mesrati, dove si trovano ora quelle “femministe” che all’unisono con la loro beniamina Hillary Clinton sbraitavano alla notizia, poi risultata completamente infondata, dei mercenari gheddafiani che s’imbottivano di Viagra per violentare le donne libiche?
Sulla coscienza di tutte queste persone grava il peso della loro ipocrisia.

Geopolitica del caos

Pubblicato il: 13 dicembre, 2011
Esteri / Opinioni | Di Fabio Falchi

Geopolitica del caos

Quel che si temeva, allorché alcuni mesi fa s’iniziò la vergognosa aggressione alla Libia da parte della Nato e dei suoi tagliagole bengasini, purtroppo si sta verificando, grazie anche all’opera di mistificazione dei media mainstream occidentali, veri e propri portavoce di una macchina criminogena, che pretende di esportare i diritti umani in ogni angolo della terra, sebbene in Occidente generi miseria, disperazione e devianza(1). Ci riferiamo naturalmente a quanto sta accadendo in Siria. L’incendio che ha appena distrutto la Giamahiria, alimentato anche da vari gruppi e associazioni per i diritti umani e dai servizi di diversi paesi, si è rapidamente spostato dall’Africa Settentrionale verso il Vicino e Medio Oriente. Un “arco di fuoco” che si estende dalla Libia al Pakistan e che minaccia di mutare la mappa geopolitica di una regione che è tra le più importanti del pianeta. Di conseguenza, in Siria, si è venuta a creare una situazione così fluida che ogni analisi rischia di essere superata dal corso degli eventi, anche se è da immaginare che dietro le quinte siano in molti a tirare le fila di quelli che i pennivendoli italiani – che non hanno nemmeno più il senso del ridicolo – si ostinano a definire “attivisti” o “manifestanti”. In realtà, una delle poche certezze è che il Presidente Assad deve fronteggiare una insurrezione armata, il cui scopo consiste nel rovesciare, con l’aiuto di forze straniere, il legittimo governo siriano, che pure gode di un forte e vasto consenso popolare.

Tuttavia, la vera posta in gioco pare essere la distruzione dell’asse Iran-Hezbollah, come ha esplicitamente dichiarato il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak. Se così fosse si sarebbe in presenza non solo di una rivolta degli “islamisti” contro il regime di Assad, ma di una iniziativa strategica sionista e atlantista per “pilotare” la rivolta, offrendo alla Turchia la possibilità di svolgere un ruolo di potenza regionale. La cosiddetta “primavera araba” da potenziale pericolo per lo Stato sionista diventerebbe un inconsapevole strumento della politica israeliana, in quanto quella geopolitica del caos che permette agli Stati Uniti di evitare che si formi un’alternativa multipolare, verrebbe ad essere parte integrante della stessa strategia di Tel Aviv. D’altra parte è logico supporre che Israele non sia stato in questi ultimi mesi, solo ad osservare quel che accadeva nel mondo arabo (quasi che la Palestina fosse in Oceania…) e non si sia preoccupato, dopo il grave incidente della Navi Marmara, di ridefinire, tramite gli Stati Uniti, le proprie relazioni con la Turchia. Di fatto, tutto lascia pensare che tra israeliani ed americani si sia raggiunto un accordo (nonostante non sia un mistero che tra Washington e Tel Aviv vi sono divergenze non affatto marginali) per impedire la formazione di un “polo regionale”, costituito da Ankara, Tehran e Damasco, tanto più pericoloso dopo la caduta di Mubarak – una caduta che sembra anche favorire la nascita di un particolare “asse politico” tra Il Cairo ed Ankara. D’altronde, di deve riconoscere che, se gli Stati Uniti sono di vitale importanza per Israele, anche Washington difficilmente pare poter fare a meno dell’intelligence e dell’apparato bellico di Tel Aviv, se vuole continuare a perseguire il suo disegno di egemonia planetaria.
Comunque sia, è innegabile che si debba pure tener conto dell’incognita rappresentata dalla galassia “islamista”. Una galassia che potrebbe riservare brutte sorprese tanto ad Israele che agli Stati Uniti. Anche questo però sembra essere un “fattore” che i circoli atlantisti e sionisti possono controllare, in virtù di un’immensa superiorità in un settore decisivo, che viene invece trascurato da paesi del Terzo Mondo o in via di sviluppo (ma stranamente anche da molti europei). Vale a dire quel soft power che consente di condizionare lo stile di vita dei ceti medi e, in particolare, delle nuove generazioni, al punto tale che Zbigniew Brzezinski sostiene che l’american way of live sia ormai accettato non solo dalla quasi totalità degli “attori politici”, ma soprattutto da coloro che fanno professione di antiamericanismo. Peraltro – oltre al fatto che Hezbollah ed Hamas possono contare proprio sul sostegno dell’Iran e della Siria – non è una novità né il fatto che molti esponenti di movimenti “islamisti” (malgrado la retorica antisionista ed antiamericana) abbiano rapporti di ogni specie con i servizi israeliani ed anglo-americani, né il fatto che i musulmani sono talmente divisi tra di loro da lasciarsi accecare dall’odio, come dimostra l’ostilità dell’Iran nei confronti di Gheddafi, che non è venuta meno neanche quando i “cirenaici” si sono ribellati contro il governo di Tripoli, sebbene fossero evidenti tanto il loro ruolo di traditori disposti a vendere il proprio paese allo straniero, quanto il fatto che senza la potenza di fuoco occidentale sarebbero stati sconfitti rapidamente dalle forze governative del leader libico. Inoltre, è da rilevare il ruolo sempre maggiore delle monarchie petrolifere nella destabilizzazione del mondo arabo – come prova anche il loro ruolo nell’aggressione alla Libia ed ora contro la Siria – in modo del tutto funzionale agli interessi dell’oligarchia atlantista. In quest’ottica, acquisiscono un’importanza decisiva il comportamento della Russia e quello della Cina. Un altro “passo falso”, dopo l’annientamento della sovranità della Libia – che indirettamente ha “ridimensionato” il significato politico della presenza cinese nel continente africano e mostrato i gravi limiti del raggio di azione della potenza russa – comporterebbe un “arretramento” geopolitico di queste due potenze, tale da rendere meno credibile l’opposizione della Russia allo scudo antimissile americano nell’Europa orientale e, in ogni caso, tale da porre le premesse per un accerchiamento della massa eurasiatica da parte degli Stati Uniti che, avvalendosi dell’appoggio di nuovi partner geostrategici, potrebbero con più facilità superare gli ostacoli che incontrano nello svolgere il ruolo di gendarme del mondo. In sostanza, sembra che si stia passando dall’unipolarismo statunitense, che ha caratterizzato l’ultimo scorcio del Novecento e i primi dieci anni del Duemila, ad un modello internazionale contraddistinto da una geopolitica del caos che avvantaggia la potenza capitalistica occidentale dominante, ma solo in quanto si permette a determinati paesi o gruppi subdominanti di partecipare in misura maggiore alla “spartizione della torta”, anche ai danni di altri “alleati” più deboli.
Sotto questo profilo, si tratta di comprendere allora se vi sia un relazione tra la destabilizzazione dell’intera area mediterranea e medio-orientale e il terremoto finanziario che ha messo in ginocchio i paesi dell’Europa meridionale. Non perché si debba sospettare che vi sia “dietro” un unico disegno strategico, ma perché ci si deve domandare se vi sia una griglia strutturale in grado di spiegare diversi fenomeni come effetti di un unico processo di “occidentalizzazione” a guida statunitense. In tal caso, l’attenzione, per così dire, dovrebbe spostarsi dalla superficie al sottosuolo, onde rilevare il “soggetto impersonale” di tale processo, ovvero la funzione strategica che articola le diverse espressioni (politiche, militari, economiche, sociali e culturali) dell’Occidente, nell’attuale fase storica, che si suole definire come “postmoderna”.
Nondimeno, non v’è dubbio che, se le interpretazioni economicistiche sono del tutto obsolete e fuorvianti, anche un’analisi geopolitica (pur se necessaria, come del resto un’analisi di carattere socio-economico) sia insufficiente, se non si prendono parimenti in esame quei fattori geoculturali (soft-power incluso), indispensabili per capire i fenomeni politici. Perciò sembrerebbe che la cosiddetta “geopolitica del caos” sia da intendere anche nel significato di un “caos” che, in qualche modo, si organizza – che prova ad essere “soggetto” – posto che sia lecito ritenere che il termine “caos”, in un contesto geopolitico, denoti e connoti l’agire strategico e comunicativo che si può giustificare soltanto nella prospettiva ideologica del “politicamente corretto”. Al riguardo, Alain de Benoist osserva giustamente che «non può non essere motivo di preoccupazione il vedere che le società occidentali, pur facendo vistoso riferimento ai diritti dell’uomo, non cessano di mettere in opera procedure di controllo generalizzato e di sorveglianza totale che evidentemente ledono le libertà, grazie a tecniche sempre più sofisticate che i regimi totalitari del secolo scorso avrebbero potuto solo sognare»[2]. E non pare neanche un caso che l’affermazione di de Benoist (che indubbiamente presuppone la riflessione di Heidegger sulla tecnica nell’epoca del nichilismo) possa, in un certo senso, riferirsi alla politica sociale ed economica dell’Occidente, ma anche e soprattutto al modo in cui le forze occidentali agiscono sul piano internazionale, tanto che si è addirittura giunti a considerare l’alienazione dei propri diritti sociali e culturali come sinonimo di “libertà” ed una guerra d’aggressione come un intervento umanitario – a patto, ovviamente, che il fine sia quello di difendere la “libertà” di essere (come gli) occidentali. Peraltro, ci si può meravigliare del fatto che non solo ogni specie di contraffazione spirituale ma anche e soprattutto la stessa economia libidinale delle macchine desideranti e delle moltitudini deterritorializzate postmoderne sia necessariamente connessa con l’organizzazione totale della società e del mondo? E non si dovrebbe quindi vedere in tutti quei fenomeni che si contrappongono al “caos globale”, indipendentemente da ogni altra considerazione, l’azione di una diversa “ragione (meta)politica”, veramente capace di contrastare la barbarie occidentale?

Note:

1. Negli Stati Uniti, alla fine del 2005, circa sette milioni di persone si trovavano in carcere o erano libere sulla parola; nel 2010, i detenuti erano circa due milioni e mezzo; mentre i poveri o “quasi poveri” durante la presidenza di Obama hanno raggiunto la cifra di cento milioni. Vedi http://saluteinternazionale.info/2011/10/la-salute-in-carcere-problema-globale-e-italiano/;http://www.ilpost.it/2010/07/24/prigione-stati-uniti-economist/;http://www.liberoquotidiano.it/news/872944/In-America-100-milioni-di-poveri-Il-merito-Di-Obama.html.
2. Intervista ad Alain de Benoist e Danilo Zolo sui temi del libro di A. de Benoist “Oltre i diritti dell’uomo. Per difendere la libertà”. A cura di Maurizio Messina (http://www.movimentozero.org/index.phpoption=com_content&task=view&id=183&Itemid=53).
Fonte:http://www.statopotenza.eu/1039/geopolitica-del-caos

Disponibile anche su: http://marionessuno.blogspot.it/2013/03/geopolitica-del-caos.html

Intervista a Lizzie Phelan

Lizzie Phelan, londinese, 25 anni, è una giornalista inglese – anche se ci tiene a specificare le sue marcate origini irlandesi – divenuta nota al pubblico per le sue attività di corrispondente di guerra per i network internazionali Russia Today e Press TV, dal teatro di conflitto libico nei mesi della drammatica contrapposizione interna e dei bombardamenti della Nato sul Paese mediterraneo.
8 marzo 2012
Contestata da alcuni colleghi per aver riportato verità evidentemente non in linea con il quadro (poi effettivamente dimostratosi distorto e manipolato) degli eventi, fornito dai principali canali informativi occidentali, Lizzie Phelan è tutt’ora impegnata in prima linea per cercare di informarci sui fatti che stanno agitando la Siria. L’abbiamo contattata per alcune domande e per conoscerla meglio.
Lizzie Phelan

Andrea Fais: Durante i duri mesi della Guerra in Libia, sei stata accusata dai più famosi media occidentali di non essere obiettiva nei tuoi reportage e addirittura di essere una specie di attivista in favore della Jamahiriya di Gheddafi. Un trattamento simile è stato riservato ad altri giornalisti indipendenti come Mahdi Darius Nazemroaya o Thierry Meyssan. Cosa hai visto esattamente in quel teatro di guerra e, secondo te, perché i mezzi di comunicazione accusano tutti i giornalisti che provano a riportare un’altra versione dei fatti, diversa da quella dominante in Occidente?
Lizzie Phelan: Steve Biko disse una volta: “Il più grande mezzo nelle mani degli oppressori, è la mente degli oppressi”. Questa domanda riguarda l’imperialismo culturale che risulta incomprensibile senza fare riferimento al suo ruolo nella storia. Ciò che la Libia ha subito ad opera delle strumentazioni culturali dell’imperialismo non è differente da ciò che hanno subito le vittime delle aggressioni imperialiste, come per esempio i Celti sino a giungere all’Iran, la Russia e la Cina al giorno d’oggi, e continuerà ad essere così fin quando l’imperialismo continuerà a piegare l’umanità. L’imperialismo occidentale è un sistema che avvantaggia solo una piccola percentuale della popolazione mondiale e inoltre è un sistema di assoluta ingiustizia. E così, in modo che l’imperialismo allontani l’inevitabilità di una effettiva resistenza ad esso, è essenziale che esso taccia sui suoi crimini alle proprie popolazioni, che nella storia saranno a quel punto giudicate come complici. L’imperialismo raggiunge questo promuovendo il sostegno all’egemonia occidentale quasi completamente attraverso le sue risorse mediatiche, che nel contesto attuale avviene tramite il sistema educazionale e i mezzi di comunicazione (compresa la musica, il cinema, i giornali, le mode e le produzioni). E attraverso tali mezzi, storicamente la sua tattica più efficace è stata quella di creare divergenze reali e percepite, tra la maggioranza mondiale che opprime e controlla più brutalmente, come recita il famoso ordine del divide et impera. Una delle differenze più importanti nel contesto dell’imperialismo occidentale è quella della razza, che per semplificare posso definire come una nozione in base a cui vi sono differenze innate tra persone di diverso colore della pelle e per cui le maggiori differenze sono tra persone che hanno colori della pelle più dissimili. La gente oggi spesso giustifica la propria ignoranza razzista sostenendo che non esiste una cosa come il razzismo perché non esiste qualcosa come la razza. Dunque l’analisi della supremazia dei bianchi abbandona questo tipo di persone, perché questa gente mente a sé stessa sul fatto che la supremazia bianca sia confinata nella storia, quando può soltanto esserlo una volta che l’imperialismo occidentale lo sia. Questo avviene perché se è vero che le razze non esistono, esiste pur sempre una netta percezione delle razze e questo è il più efficace strumento per raccogliere la complicità popolare della minoranza nel controllo dell’elite globale occidentale sulla maggioranza non bianca.
Le radici del razzismo contro i popoli di colore sono remote, ma soprattutto durante il commercio schiavistico transatlantico, sul quale le moderne nazioni imperialiste – specialmente la Gran Bretagna e gli Stati Uniti – furono costruite, il modo più diretto per quelle elite nel Nord America di prevenire le rivolte nel proprio giardino di casa era quello di fornire qualche piccolo e miserevole privilegio alle popolazioni povere bianche rispetto alla minoranza degli schiavi di colore. Questo aveva l’effetto duplice di creare tra le classi bianche meno abbienti la percezione che sotto quel sistema essi erano superiori alla popolazione di colore così come il timore che avrebbero potuto peggiorare le loro condizioni rispetto a quel che già erano. L’elite vuole sempre tanto per se stessa, ma i privilegi pietosi che hanno dato ai bianchi erano un investimento per rafforzare la loro posizione dominante non solo per impedire che i poveri bianchi si coalizzassero con i poveri di colore per rovesciare il dominio dell’elite una volta per tutte, ma anche per garantirsi che agissero efficacemente con una propria forza di sicurezza informale per reprimere le rivolte delle popolazioni di colore. C’è una stretta analogia con ciò che dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’elite britannica fece per reprimere ogni effettiva resistenza del popolo britannico contro questa e i suoi crimini, persino più gravi contro le popolazioni del Sud del pianeta, introducendo il welfare state.
Questo fu rafforzato attraverso la propaganda che promuoveva la criminalizzazione e dunque la paura per la popolazione di colore – una psicologia sotterranea spiegata in profondità da Frantz Fanon. E ovviamente non sono soltanto i popoli bianchi ad essere bombardati con l’informazione manipolata dall’elite imperialista bianca, ma tutti i popoli e dunque la percezione della supremazia bianca è estesa a i popoli non-bianchi al punto che ha condotto a presumere il concetto che più attributi “bianchi” si hanno, maggiori sono i vantaggi. Questo ha creato divisioni non solo tra i bianchi e i non-bianchi, ma all’interno persino delle stesse popolazioni non-bianche che sono stato ugualmente plagiate nel pensare che le loro sofferenze non siano causate dall’elite imperialista ma da quelli che sono maggiormente schiacciati da quel sistema. L’imperialismo occidentale ha assicurato l’espansione di questa strategia in tutti gli angoli del mondo, con l’Africa e i suoi popoli che sono i più colpiti. È importante per questo comprendere ed essere in grado di spiegare perché la versione degli eventi in relazione alla Libia come riportata dai principali canali di comunicazione occidentali è opposta alla realtà. Muammar Gheddafi è stato il più bistrattato tra tutti i leader del Nord Africa, perché a differenza delle altre nazioni nord-africane giunte ad annoverare popolazioni a maggioranza nettamente araba, sotto la leadership di Gheddafi la Libia era più vicina al continente africano, e ricercava concretamente l’indipendenza dell’Africa dagli interessi dell’imperialismo occidentale. L’Africa è il granaio dell’imperialismo e i passi efficaci di Gheddafi per arrestare il neo-colonialismo sul continente costituivano il principale fattore che lo rendevano la pià grande minaccia per l’egemonia occidentale nel futuro prossimo. Lungo gli anni del potere di Gheddafi, la fraseologia spesso utilizzata per descriverlo tra i media imperialisti e addomesticati dall’elite occidentale, era tipica della terminologia razzista che è stata storicamente usata per descrivere i popoli d’Africa. Per esempio, Gheddafi qualora avesse indossato costumi tradizionali, parallelamente per descriverlo venivano usate espressioni come “eccentrico” o “cane matto”. Questo è solo un esempio di come la demonizzazione della Libia di Gheddafi è inziata prima che la Nato bombardasse a cominciare dal marzo dell’anno scorso.
Un tale ritratto era accompagnato da una totale assenza di documentazione delle realtà del Paese. La più importante era che nonostante i sofferti anni delle sanzioni occidentali, la Libia raggiunse il più alto livello nella classifica dello sviluppo umano in Africa, nell’educazione pubblica e nella sanità e bassissimi tassi di criminalità per citare solo alcuni obiettivi centrati. Finché la Nato non ha sostenuto il colpo di Sato dello scorso anno, la popolazione libica di colore si attestava a un terzo della popolazione complessiva e la maggioranza di essa sosteneva inevitabilmente Gheddafi. C’erano anche quasi un milione di lavoratori immigrati da altri Paesi africani che vivevano in Libia perché la Jamahiriyah (regime delle masse) garantiva a queste persone una vita migliore. Non è una coincidenza che i delegati a terra della Nato, i “ribelli”, fossero profondamente ispirati da sentimenti di odio razziale verso l’Africa nera, un fattore essenziale per l’Occidente in modo da distruggere tutte le conquiste che erano state costruire da Gheddafi per distruggere il nuovo colonialismo.
Questa strategia duale di divulgare bugie riguardo la Jamahiriyah – ad esempio che fosse una dittatura responsabile di sistematici crimini contro il suo popolo – e al contempo censurare ogni versione alternativa è diventata più violenta quando la crisi è esplosa nel Paese, e ormai non c’era alcuno spazio di diffusione per quest’ultima tra i media imperialisti.
Con davvero poche eccezioni, le sole persone nel mondo che hanno parlato riguardo simili risultati e la verità sulla crisi in Libia, sono state quelle legate ai movimenti rivoluzionari nel Sud del Mondo come quelli sud-africani, latino americani e afro-americani. Come per tutti coloro che si oppongo a chi resiste all’imperialismo, questi movimenti e i loro argomenti sono stati sempre trattati come nemici e demonizzati dai media imperialisti. Così la sola versione esposta alle masse è quella che promuove la supremazia occidentale e demonizza chiunque ad essa provi ad opporsi.
Uno degli esempi più limpidi di questo è la dottrina del “non ci sono alternative” promossa durante la premiership britannica di Margaret Tatcher. Non c’è alternativa al sistema occidentale di globalizzazione capitalista. Il musicista e scrittore Akala nel suo nuovo libro “Doublethoughts” elabora una analisi eccellente della nostra società ma meritoriamente presenta quella società, che lui colloca in un continente chiamato Ignorantia, come una finzione. Spiega in quale modo in Ignorantia, che è un sinonimo per indicare le nazioni imperialiste, la società sia completamente indottrinata per mantenere questa ignoranza, la violenza e il controllo come le tre maggiori virtù morali. Aggiunge che l’ignoranza è la punta della lancia di questo indottrinamento e che noi siamo educati dalla nascita a sottovalutare tutti i più oppressi dal sistema. Egli scrive: “[La] persistenza nel nostro sistema si basa sul fatto che noi accettiamo interamente, abbracciamo e incoraggiamo la sincera verità che l’uomo è ignorante, che tale ignoranza genera violenza e se non controllata quella violenza può seriamente essere usata e forse addirittura abusata [diretta verso un membro di una classe sociale inferiore ad esempio]”.
Nel caso della Libia, con l’ignoranza sul Paese diffusa con successo nella mente delle persone, gli imperialisti sono stati capaci di cavarsela con le masse che hanno accettato, ad esempio non resistendo, la loro versione per cui essi avrebbero monitorato tutto il territorio per proteggere la popolazione civile!
Il fatto che le masse non possano accorgersi di una simile follia, malgrado questa strategia sia vecchia di secoli, è un esempio piuttosto recente di quanto siamo ignoranti e quanto sia facile per gli imperialisti stabilire il controllo di chi si oppone all’agenda dell’egemonia occidentale o dell’unipolarismo. È come se i soli a cui viene mostrata la più devastante faccia dell’imperialismo possano vedere la verità, e quando ero in Libia e in Siria mi capitava spesso di sentire come in Occidente, quando parli della verità vieni trattato come un “cospirazionista”, mentre in quei luoghi la verità è la loro realtà e l’esistenza giornaliera.
Andrea Fais: Il tuo lavoro di corrispondente di guerra è molto complesso, e forse uno dei più pericolosi in generale. In un teatro di guerra, le regole della normale vita consuetudinaria spariscono e la realtà diventa completamente diversa dalla routine quotidiana: niente è sicuro e garantito, come era nel tuo Paese o nella vita di tutti i giorni di prima. E per una donna, tutto questo è forse anche più impegnativo che per un uomo. Perché hai scelto questo tipo di carriera?
Lizzie Phelan: In qualche modo, non ho scelto io questa carriera ma è lei ad aver scelto me. Vengo da una famiglia di sinistra che nelle sue origini è la mia famiglia irlandese, la quale fu attiva in prima fila nella estenuante e sanguinosa battaglia contro i britannici, e il nome “Phelan” è il nome originario della mia nonna irlandese, proveniente da una famiglia dei clan McAteer e Phelan, entrambi fortemente impegnati in quella battaglia. Suo padre, William Phelan, wea un membro dell’Esercito Civile Irlandese – uno dei reparti guida della Pasqua di sangue del 1916 contro il dominio di Londra. Fu imprigionato e torturato dai britannici nel 1920. Tra la famiglia McAteer, il mio parente Michael McAteer era nel secondo battaglione dell’IRA e fu coinvolto nell’assalto alle Quattro Corti che innescò la Battaglia di Dublino del 1922. Perciò, sono stata cresciuta con una consapevolezza su cosa sia l’imperialismo, perché sarà sempre contrastato con ogni mezzo possibile dai più oppressi e perché chiunque vi si opponga deve sostenere in maniera incondizionata coloro che combattono sulla linea del fronte.
Inoltre, prima io sono una giornalista, sono una sostenitrice della giustizia, e si può solo e veramente essere un tale sostenitore se ci si oppone al più iniquo sistema mai visto nella storia, l’imperialismo occidentale. Potrei essere accusata di abusare di questa citazione ma per me è molto importante. Malcolm X disse: “Se non state attenti i media vi faranno amare gli oppressori e odiare gli oppressi”. Questa è la verità e così io vedo il mio ruolo, in base ai mezzi che ho a disposizione per sfidare questa realtà, che è ciò per cui scelgo di raccontare gli eventi relativi ai fronti di guerra dai quali si resiste contro l’imperialismo e i suoi peggiori crimini. La sicurezza del mio Paese a cui fai riferimento non finisce quando lascio l’Inghilterra, bensì mi segue ovunque io vada. Questo non è per dire che sono assicurata dalla totale protezione, ovviamente potrei essere colpita dalle mitragliatrici o sfiorata dai proiettili, come qualsiasi altro civile. Ma a differenza di ogni altro civile, avendo un passaporto britannico, le probabilità di essere colpita penso siano davvero poche. È perché gli abusi contro un occidentale sono considerati con maggior gravità dai media imperialisti e dalle istituzioni politiche occidentali. Infatti, mentre ero in Libia durante l’invasione di Tripoli da parte dei ribelli sostenuta dalla Nato, un britannico che ho molta ragione di credere vicino ai soldati britannici, mi guardò e disse: “Quel passaporto britannico che tu odi è ciò che porterà in salvo la tua pelle”. Ovviamente aveva ragione, e fu quello a salvarmi. Se io fossi stata una giornalista libica, sarei stata subito uccisa o peggio quando i ribelli sarebbero entrati in città. Analogamente, i fatti che ho riportato riguardo la crisi libica non sono diversi da quello che le masse libiche stanno dicendo. Ma solo perché sono britannica, posso godere di una più grande “credibilità”. Questo rimanda chiaramente alla gerarchia dei privilegi stabilita dall’imperialismo, i maggiori di cui sono riservati a bianchi occidentali, come ti dicevo poc’anzi. Le persone che dispongono di tali privilegi, o negano di averli, sapendo di averli e non facendo niente per cambiare le cose, o usano l’accesso a questi privilegi come un viatico per sfidare il sistema che li ha creati. Come internazionalista, considero il mio ruolo orientato verso quest’ultima scelta. I potenziali sacrifici a cui questa scelta mi espone, sono nulla se paragonati ai sacrifici fatti da chi si trova sul fronte a difendere sé stesso e l’umanità dai brutali metodi imperialisti.
Andrea Fais: Un nuovo mondo sembra arrivare. L’ordine unipolare sorto nel 1991, dalle rovine della Guerra Fredda, giorno dopo giorno, sta scomparendo, lentamente sostituito da un nuovo ordine internazionale multipolare composto da nuove potenze emergenti come la Federazione Russa e la Cina, e nuove promettenti economie come l’India o il Brasile. Questo fenomeno ha dato a tali Paesi un impulso a formare nuove alleanze come il gruppo BRICS o l’Organizzazione per l Cooperazione di Shanghai. Quanto alto è il livello di allerta nelle stanze del Dipartimento americano alla Difesa?
Lizzie Phelan: Il nuovo mondo multipolare in arrivo è la continuazione delle grandi lotte secolari dei popoli del Sud del Mondo contro l’imperialismo ed è la prima fase della costruzione di un pianeta giusto che anziché incoraggiare l’autodistruzione, ponga le fondamenta per un progresso dell’umanità. Questo nuovo mondo verrà comunque, solo se le previsioni di Fidel Castro a proposito dei reali pericoli di una catastrofe ambientale o nucleare che distruggerebbe il mondo saranno neutralizzate. Il fallimento dell’unipolarismo dell’Occidente ha aumentato le possibilità di una catastrofe nucleare, e possiamo vedere che la recente intensificazione dell’aggressione militare cominciata con la distruzione atlantica della Libia è un segnale che l’Occidente è attanagliato dal panico nel tentativo di scatenarsi per recuperare la sua egemonia. Sia la Siria che la Libia sono importanti in quest’ottica per una serie di motivi. Anzitutto, ambedue gli Stati sono nell’area del Mediterraneo che l’Europa occidentale vede come il proprio cortile, e sia Muammar Gheddafi, sia Bashar al-Assad rifiutarono gli inviti della Francia a formare un’”Unione Mediterranea” che avrebbe incluso Israele. In un’epoca in cui l’Occidente sta innescando la competizione con Russia e Cina, è fondamentale che si assicuri in questa regione quella dominazione militare che ha, nel breve periodo, raggiunto già in Libia. Considerando la Siria parte dell’asse di resistenza ad Israele formato da Hezbollah, Siria e Iran, l’Occidente ritiene che è essenziale rovesciare la Siria di Assad, così che Hezbollah possa facilmente cadere e di conseguenza l’Iran possa essere facilmente aggredito. Questo lascerebbe inoltre sia la Russia, sia la Cina privi di alleati che potrebbero sfidare Israele.
Chiaramente questo è ciò che l’Occidente vorrebbe per tirarsi fuori ma un tentativo ancora più violento di distruggere la Siria, dacché il sistema dell’imperialismo stesso è irrazionale, potrebbe innescare una rappresaglia da parte dell’asse contro Israele, per ciò la mossa dell’Occidente è difficile da intuire. Questo avviene perché ci sono contraddizioni tra gli imperialisti, i liberali e i fanatici, che hanno stessi obiettivi, ma i primi hanno una più larga visione di lungo-termine che i secondi, rappresentati da figure come Netanyahu, non possiedono e sono dunque suicidi.
Credo sia inevitabile che una rappresaglia – che sarebbe una rappresaglia controproducente – arriverà molto presto da parte della resistenza all’imperialismo.
Ancora, citando Malcolm X: “Non ritengo che quando un uomo viene trattato in maniera criminale, quel criminale abbia il diritto di dire a quell’uomo che tattiche utilizzare per liberarsi del criminale. Quando un criminale comincia ad abusare di me, io userò tutto ciò che è necessario per liberarmene”.
Andrea Fais
Eurasia, 6 marzo, 2012.

Clio Evans: “Cosa ho visto in Libia (e cosa i media hanno taciuto)”

28 settembre 2011
Clio Evans ha incontrato più volte la guida della Jamahiriya libica, Muammar el Gheddafi, e si è recata in Libia anche durante la guerra.

L’abbiamo incontrata per conoscere il suo parere sugli eventi in corso.
G.M.: Tanto per cominciare ci puoi raccontare come hai incontrato Gheddafi?
C.E.: Ho conosciuto Gheddafi alla fine del 2009, quando è venuto in Italia e ha tenuto una conferenza presso l’Accademia libica di Roma, a cui hanno assistito più di 500 persone. Avevo già lavorato come interprete con l’agenzia che ha organizzato l’evento e ricordo che per l’occasione, causa motivi di sicurezza, non ci fu chiarito chi avremmo incontrato. Ci fu detto solamente di indossare un abbigliamento sobrio ed elegante e che avremmo ricevuto un rimborso spese per il trasporto. Tutto mi aspettavo fuorché incontrare Gheddafi di persona. Io ero seduta proprio di fronte a lui. Parlava con pacatezza, con un tono di voce molto basso. Ma la sua personalità carismatica si percepiva in tutta la sala.


G.M.: Di cosa vi ha parlato Gheddafi?
C.E.: Sono stati due giorni in cui si è parlato della situazione della donna in Libia e dell’islam. Gheddafi oltre a spiegarci il contenuto del suo “Libro Verde”, ci raccontò di come era considerata la donna nel mondo musulmano in passato e della sua progressiva affermazione, grazie anche a dei cambiamenti che egli stesso aveva promosso. Poi ha affrontato il tema della religione. Nella sala parecchie persone avevano sguardi perplessi ma credo si trattasse di quella diffidenza che si ha verso una cosa che non si conosce. Per me è stata un’esperienza interessante ed ho ascoltato ogni parola con molta attenzione.
G.M.: Dalle tue visite in Libia che impressione hai avuto della Jamahiriya?
C.E.: Dopo la firma del trattato di amicizia tra l’Italia e la Libia è nata l’iniziativa di scambi culturali con la Libia e nel 2010 l’ho visitata almeno cinque volte. Sono stata a Tripoli, Sabratha, Leptis Magna, nel Sahara e a Sirte.
Il clima che si respirava era sereno. Per le strade molti libici, soprattutto i più anziani, parlavano un po’ di italiano. Mi ha colpito il fatto che non ci fossero manifesti pubblicitari e la cosa destava ai miei occhi un profondo senso di pace. Mancava quel bombardamento di immagini a cui siamo sottoposti qui in occidente e del quale non ci rendiamo più conto, forse perché ormai ci siamo ridotti a consumatori assuefatti di qualsiasi prodotto che le multinazionali mettano in commercio. Le uniche gigantografie erano alcune che ritraevano Gheddafi. L’unico ‘altro’ uomo che si vedeva, trionfante, sulla facciata di un palazzo mentre stringeva la mano al leader libico, era Berlusconi.
Le città erano piene di cantieri e di edifici in costruzione, con architetti e ingegneri stranieri. Non sembrava di stare in Africa. In precedenza avevo visitato altri paesi africani ed ero stata colpita dalla povertà dilagante, ma anche dall’inquinamento e dalla disorganizzazione che vi regnava. Quando sono arrivata in Libia mi sembrava di stare in una Svizzera nordafricana.
Sabratha e Leptis Magna sono due siti archeologici da fare invidia ai Fori Imperiali. Sirte invece ha una minore densità di popolazione e infrastrutture moderne destinate ad accogliere i capi di Stato esteri che si riuniscono per i convegni internazionali.
G.M.: E il deserto?
C.E.: Il Sahara è una cosa magnifica. La pace dei sensi. Costellazioni a volontà e un senso di libertà totale. Abbiamo incontrato una famiglia di tuareg che vive dentro le immense rocce al riparo dal sole, ci ha offerto del tè. Gli uomini che vivono nel deserto sono gente semplice, con un grande senso della dignità. Persone che si svegliano e si coricano secondo i ritmi del sole. Persone che si orientano con le stelle e che vivono seguendo valori e tradizioni tramandati di generazione in generazione.
G.M.: A Roma Gheddafi vi ha parlato della condizione femminile, qual era la condizione della donna in Libia?
C.E.: Una volta sono passata per Jedda (Arabia Saudita) e la maggior parte delle donne erano coperte dalla testa ai piedi, anche le mani erano coperte da guanti neri. In Libia invece ho visto donne dal viso, e spesso anche dai capelli, scoperti. All’università c’erano tanti studenti, maschi e femmine, tutti curiosi e con voglia di conoscere le nostre abitudini.
L’accademia militare femminile ci ha mostrato delle donne molto forti che simulavano la cattura di un ricercato e la fuga da un palazzo in fiamme. Fra loro c’erano donne che allo stesso tempo erano mamme, mogli e soldatesse, come alcune delle guardie del corpo di Gheddafi. Non dimentichiamoci che tutt’ora in alcune regioni dell’Africa le donne non hanno alcun diritto e viene ancora effettuata sulle bambine la pratica dell’infibulazione.
G.M.: Gheddafi è da diversi decenni una personalità che suscita opinioni divergenti. Alcuni lo considerano un criminale, tu che idea ti sei fatta del leader libico?
C.E.: Premetto dicendo che sono istintiva e mi baso su ciò che una persona mi trasmette a pelle e a livello umano. Prima di incontrarlo ne avevo sentite di tutti i colori su di lui ma non per questo mi sono lasciata intimorire. Tutt’altro. Quando l’ho visto ho provato un senso di sicurezza e tranquillità. Non potrei paragonarlo a nessuno dei nostri politici. Non ho mai scorto sul suo viso, neanche lontanamente, quell’espressione da uomo arrogante e fanfarone.
Mi è parso un uomo molto intelligente, che pensa prima di parlare e non vive nello sfarzo e nel lusso. Un uomo che si appresta a cominciare quella che è considerata la parte finale della vita. Un uomo che, nonostante abbia una cultura diversa dalla mia, ha dimostrato molta comprensione. Era interessato al dialogo e ad ascoltare altre opinioni. Quando gli ho detto che ero cristiana ha sorriso con benevolenza. Mi è sembrato un uomo consapevole del proprio potere, ma allo stesso tempo semplice e al passo coi tempi, capace di discutere con ironia di argomenti leggeri. Solo quando parlava del proprio paese e della sua gente diventava serio e orgoglioso.
G.M.: Che opinione aveva Gheddafi dell’Italia, ritieni che egli credesse veramente all’amicizia con l’Italia e con il presidente del consiglio Berlusconi?
C.E.: Si, penso che egli credesse davvero all’amicizia con l’Italia. Nelle nostre conversazioni spesso mi citava “il suo amico Silvio”. Sembrava interessato a sviluppare la cooperazione col mondo occidentale. Era curioso di sapere cosa si pensava in Italia di lui.
G.M.: Dall’inizio della guerra hai rilasciato diverse interviste a giornali italiani ed esteri, qual è la tua opinione sugli eventi in corso in Libia?
Credo che la Libia fosse un paese sano, avviato a dei cambiamenti, anche attraverso il figlio di Gheddafi, Saif al-Islam. Però ogni cosa sarebbe arrivata nel momento opportuno, gradualmente. Come in ogni paese ci sono persone che sostengono chi sta al potere e persone che si oppongono. Ma non per questo si fa un massacro. Quando la gente scende in piazza a Roma per manifestare contro Berlusconi si prende atto della cosa e magari si procede verso qualche legislazione o, come più spesso accade, resta tutto come prima. Cosa succederebbe se all’improvviso arrivassero delle forze straniere e dotassero la folla esaltata di un arsenale da guerra?! Sono contro la violenza e per me i cambiamenti si raggiungono con la diplomazia e con il dialogo, non certo con lo spargimento di sangue innocente.
G.M.: Dunque secondo te gli attori esterni alla Libia hanno avuto un ruolo determinante nello scatenare la guerra?
C.E.: Poco dopo le prime manifestazioni pacifiche, Gheddafi aveva parlato di elezioni, le cose stavano prendendo una svolta. E quando i media mondiali hanno diffuso le voci dei ‘massacri’, egli ha chiesto di far venire in Libia una commissione d’inchiesta per verificare lo stato attuale delle cose. Ma nessuno è arrivato e la Francia è entrata immediatamente in scena inviando apache e caccia bombardieri sul cielo libico.
La Nato fra l’altro ha palesemente violato la Carta delle Nazioni Unite. Esattamente l’art.2 dove si dice che “nessuna disposizione del presente Statuto autorizza le Nazioni Unite ad intervenire in questioni che appartengono alla competenza interna di uno Stato” e l’art.39 dove si dice che “ il Consiglio di Sicurezza autorizza l’uso della forza militare solo dopo aver accertato l’esistenza di una minaccia internazionale della pace, di una violazione della pace o di un atto di aggressione da parte di uno Stato contro un altro”. Mi sembra chiaro che in Libia la guerra sia motivata solo da interessi economici, volti alla colonizzazione di un paese ricchissimo e in via di sviluppo.
G.M.: Tu hai visitato la Libia durante la guerra, qual era lo scopo del tuo viaggio?
C.E.: Sono tornata dalla Libia il 4 agosto 2011 dove sono andata con un piccolo gruppo di amici ai quali, come me, sta molto a cuore la situazione libica. Siamo andati perché nei telegiornali italiani vedevamo delle cose, mentre al telefono gli amici libici ce ne dicevano altre e volevamo verificare con i nostri occhi cosa stesse realmente accadendo. Abbiamo raccolto in un dossier indipendente moltissimi giga di materiale con foto, documenti, filmati e interviste con lo scopo di divulgarle e far conoscere l’altro lato della medaglia.
G.M.: Come era la vita a Tripoli durante i bombardamenti?
C.E.: Molte infrastrutture erano crollate sotto i bombardamenti. I libici continuavano a vivere normalmente, ma la desolazione nei loro occhi era evidente. Ogni notte, nonostante l’inizio del ramadan, si sentivano le bombe e ogni volta le finestre dell’Hotel Rixos, dove alloggiavamo, rimbombavano e risuonavano. Lo stomaco ci si gelava. Una mattina ci siamo svegliate ed era tutto coperto da un fitto fumo bianco. Non si riusciva a vedere nemmeno ad un metro e mezzo di distanza, era la mattina in cui la Nato aveva bombardato le istallazione delle televisioni.
G.M.: Hai avuto paura?
C.E.: Si, ho avuto paura. Soprattutto durante il viaggio in macchina, durato dieci ore, da Djerba a Tripoli perché dalla frontiera tunisina alla capitale libica i posti di blocco erano tantissimi e ad ognuno c’erano giovani con mitragliatrici a chiedere i documenti. All’ospedale di Tripoli il personale continuava ad essere disponibile ma i civili colpiti dalle bombe erano troppi. Al suq le poche persone che continuavano a portare avanti il proprio spazio commerciale inneggiavano unanimi un coro che diceva “ Allah – Muammar – Libia – e basta!” Le donne piangevano e urlavano che Gheddafi era nelle loro vene, che se moriva lui sarebbero morte anche loro, che volevano risolvere le cose fra di loro, senza l’ingerenza di paesi stranieri e senza la morte di altri figli innocenti. Ci chiedevano “perché l’Italia ci attacca? Perché la Francia ci attacca? Che vi abbiamo fatto?” e tornavano a piangere. La chiesa cattolica di Monsignor Martinelli, che abbiamo intervistato, era ancora intatta. Anche la casa di una imprenditrice italiana, Tiziana Gamannossi, che non ha mai lasciato il paese e che è molto legata al popolo libico era ancora intatta.
G.M.: Durante il tuo soggiorno hai alloggiato nell’albergo dove risiedevano i giornalisti stranieri, ritieni che da noi la stampa abbia offerto una copertura adeguata degli eventi?
C.E.: Mi sono molto informata, ma di sicuro non ho letto tutti i giornali che sono usciti, né ho visto tutti i telegiornali del mondo. Certo è che i 10000 manifestanti che avrebbe ucciso Gheddafi non li ho mai visti. E non parliamo di un ventina di persona o di trecento vittime ma di 1 0 0 0 0 ! Poi con il mio gruppo siamo stati a Tajura (14 Km a est di Tripoli) e Janzour (12 Km da Tripoli) dove abbiamo visto grandi manifestazioni pacifiche, che abbiamo documentato con foto e video. La gente manifestava contro i bombardamenti della Nato e a favore di Gheddafi. Di manifestazioni di questo tipo ce ne sono state parecchie, ma da noi le televisioni e i giornali non ne hanno mai parlato.
Non faccio la giornalista e non mi permetto di giudicare il lavoro altrui, però ho notato una certa tendenza alla disinformazione.
Molte delle cose che ho visto con i miei occhi non sono mai arrivate nelle case degli italiani. Ad esempio le vittime civili della guerra. Noi in un ospedale abbiamo visto molti giovani con le gambe spappolate dalle bombe della Nato, alcuni li abbiamo anche intervistati. Oppure le immagini dei libici dalla pelle scura brutalmente deturpati e massacrati in pubblico dai ribelli, con l’accusa di essere mercenari stranieri. Di queste cose i principali media italiani non hanno mai parlato.
G.M.: Come italiana, cittadina cioè di un paese che partecipava ai bombardamenti, hai riscontrato sentimenti di avversione da parte dei libici?
C.E.: Il popolo libico ci ha dimostrato tolleranza e pazienza. Più che altro ci chiedeva aiuto e si aspettava delle risposte sul perché la Nato li stesse bombardando… risposte che purtroppo non avevamo.
G.M.: Gheddafi ha ripetuto più volte che non intende lasciare la Libia e che combatterà fino alla morte contro quella che considera un’aggressione coloniale mirante a impossessarsi del petrolio libico. Ritieni che terrà fede a questa proposito?
C.E.: Credo che terrà fede a questa promessa, anche se mi auguro che sia ancora vivo con la sua famiglia e che non muoia più nessuno. Anche perché mi piacerebbe, in futuro, poter leggere un libro intitolato “In verità vi dico…” in cui Gheddafi scrive tutto quello che ha passato in questo periodo, tutto quello che sapeva e che non ha mai rivelato sui meschini meccanismi che muovono la guerra.

preso da:http://www.eurasia-rivista.org/libia-intervista-a-clio-evans/11399/

Notizie Non Allineate Sull’Occupazione Della Libia (Febbraio 2013)

Postato il 02/02/2013 di cdcnet

8-10 Febbraio 2013

da LibyaSOS
La resistenza cresce e cerca nuove vittorie. In un comunicato ratifica la fedeltà a Mohamar Gadafi, esprime la vontà di liquidare tutti i “traditori” e “mercenari” per affermare la legittimità del governo della Jamahiriya. Annuncia che tutte le attuali azioni militari, in tutti i fronti della battaglia, sono state previste dal leader Mohamar Gadafi quando disse che la lotta sarà lunga e dura.
Tripoli: Il “traditore e terrorista” Mahmoud Jibril è sfuggito ad un tentativo di omicidio mentre saliva in casa. Carri armati si spostano per le strade probabilmente a causa dei timori per il sollevamento popolare del 15 febbraio. I “banditi” della NATO hanno intenzione di chiudere il carcere e di trasferire i detenuti in sedi sconosciute in previsione del 15 febbraio.
Aerei israeliani violano lo spazio aereo della Libia senza che i “mafiosi” del governo facciano alcunchè, confermando che Israele fu una parte della cospirazione internazionale contro la Libia.
I lavoratori egiziani in Libia sono oggetto di abusi da parte delle milizie armate e di confisca dei loro beni.
Il fondatore del partito della Coalizione Repubblicana è stato sequestrato.
I “banditi” del governo “mafioso” libico espellono i libanesi con l’accusa di essere gli autori della diffusione dello sciismo in Libia e di questo accusano l’Iran.
La città di Prairie appoggia la separazione della regione della Cirenaica e la rivoluzione del 15/2/2013.
Ghadames: Innalzata la bandiera verde mentre in un cassetto del Consiglio Locale è stata fata trovare un immagine del leader Gheddafi.
Derna: 3 membri del Comitato del governo locale si sono dimessi nel timore di essere liquidati dalla rivolta programmata il 15 febbraio. Nel frattempo ci sono stati duri combattimenti tra resistenza e “banditi al servizio della NATO.
Attentato contro la sede dello Stato Maggiore Generale.
Misurata: Un convoglio di decine di veicoli è uscito dalla città per dirigersi verso Tripoli con l’ordine di reprimere qualunque rivolta il 15 febbraio.
Ubari: Scontri tra Tabu e forze libiche, non è noto il motivo.
Altrettanto sconosciuti sono i motivi degli scontri a Tajoura, zona “periferica est di Tripoli”.
Sirte: Arrestato il comandante militare di Sirte, “Colonnello” Omar al-Abelsalam Nasnavi.
Sabha: 23 civili torturati sono riusciti a fuggire dal carcere.
Zintan: Una numerosa delegazione di comandanti “ribelli” e “notabili” civili si sono recati in Algeria, il motivo non è noto, ma si ritiene che cerchino di negoziare con la forza verde, in quanto consapevoli del fatto di come sia impossibile governare sotto l’egida della NATO e dei suoi mercenari.

2-7 Febbraio 2013

da LibyaSOS, AlgeriaISP, Lybiaagainstsuperpower
In Bengasi, i residenti sono minacciati e spinti ad aderire ad una nuova rivoluzione che preveda il federalismo in Libia. Esplodono scontri in vicinanza del battaglione Buamr. Nasser Al-Amari si dà fuoco in protesta contro il nuovo regime, i medici ritengono che non sia possibile salvarlo.
Tripoli: Individui sconosciuti assaltano la sede del Progetto Nazionale. Gruppi di “ribelli” entrano nella sede del Congresso nazionale, esigendo somme di denaro.
La resistenza ha pubblicato i nomi di 3000 “ratti” inviati nei bar, sui taxi, ec. per spiare la resistenza verde e catturarne gli uomini.
I responsabili dei Consigli Locali si stanno dimettendo in previsione della rivolta del 15 febbraio.
La Lufthansa sospende i voli su Tripoli a causa del deteriorarsi della sicurezza.
Zliten: Rivolta nella prigione militare con spari all’esterno e all’interno.
Sirte: Trovati i corpi di 2 giovani che erano stati imprigionati e torturati dai “banditi” di Misurata.
Zawiya: Bloccate le entrate e le uscite dalla città.
Kufra: Ucciso un giovane della tribù Toubu.
Comunicato: “Il 15 febbraio la Jamahiriya libica è pronta a sollevarsi e ritrovare la sua dignità e sovranità. Caro popolo della Jamahiriya libica libera … In questo momento storico della nostra nazione, siamo pronti a colpire i burattini e i traditori che hanno portato alla rovina della Libia….”
Scontri tra i “ribelli” del Souk Jomoa e quelli di Misurata posizionati nella base militare di Maetika, 3 feriti.
Comunicati della resistenza verde sono stati distribuiti nella città di Tarhouna per una sollevazione popolare contro il governo della NATO.
Nave italiana attracca a Tripoli con un carico di veicoli armati e, secondo alcune fonti, mercenari.
Elicotteri sorvolano la città di Tripoli.
I “ribelli” hanno preso d’assalto una banca a Sirte, prelevata una grande somma di denaro.
Nel sud della Libia, a Oubary, sono scoppiati scontri tra la tribù di Toubous e gli “ex-ribelli” di Darae Libya. Un ribelle è stato ucciso.
Il “primo ministro” Ali Zidane ha chiesto aiuto alla NATO contro gli islamisti. Sarà organizzata una riunione tra governo francese, Qatar e NATO a Parigi martedì prossimo, poco prima della data prevista per la sollevazione popolare del 15 febbraio.

1 Febbraio 2013

da LibyaSOS
Tripoli: Le strade sono piene di veicoli militari, di mercenari e ‘terroristi’ che sono in allerta dopo che il ‘traditore’ che si fa chiamare Ali Zaidan, primo ministro, ha denunciato la possibilità di una insurrezione “illegale” per il 15 febbraio organizzata dalle masse popolari della parte orientale. Rapito fuori della sede della Conferenza Nazionale il colonnello ‘traditore’ Musa Abdul Salam, coordinatore del ‘cosiddetto’ Ministero dell’Interno e le istituzioni della società civile. La sede dell’ONU è stata attaccata con lancio di bombe a mano al suo interno, feriti e danni materiali. Esplode autobomba al ponte Qurgi.
Il tribunale militare ha condannato a morte il figlio del leader libico, Seif al-Islam, e il capo dei servizi segreti, Abdullah al-Senussi. L’udienza si è tenuta in segreto, e la sentenza è stata pronunciata a porte chiuse. La corte ha ordinato l’esecuzione di Saif al-Islam a Bengasi, e di Senussi a Tripoli il 17 febbraio, secondo anniversario della rivoluzione libica.
Bengasi: Un altro dipendente del Servizio dela Sicurezza Nazionale, Salah al-Mufti Vazri, è morto nella sua casa a seguito dell’esplosione di un’autobomba. Trovate 4 autobombe poco prima dell’esplosione. Ordigno al Museo Archeologico. Scontri in piazza Quiche. Lanciata una bomba a mano contro un veicolo della polizia, muore l’autista. Dieci giorni fa, il corpo di un ufficiale della polizia, Nasser Al-Moghrabi, è stato ritrovato con una ferita d’arma da fuoco alla testa, tre giorni dopo il suo rapimento. Un altro poliziotto è stato rapito la scorsa settimana.
I residenti della zona Aldjaafarh condannano l’incendio delle loro case da parte dei ‘terroristi’ di Gharyan.
Tentativo di assassinare il capo della polizia investigativa nella città di Prairie.
Derna: Uccisi 2 cittadini.
Scontri alla base aerea di Mitiga.
Kufra: Fatta sventolare la bandiera verde sopra l’edificio del Comitato Supremo della Sicurezza.
Tobruk: La delegazione coreana è venuta sotto il fuoco durante il viaggio da Bengasi a Tobruk, nella zona di Umm.
Misurata: Lo sceicco Mohammed bin Othman è stato eliminato, era il leader dei Fratelli musulmani, organizzatore e membro del consiglio locale di Misurata. Uccisa una guardia carceraria da una granata lanciata da Libia Libera.
Naji al-Hariri è stato ucciso colpito da sei proiettili davanti alla propria casa, la vittima collaborava con i battaglioni delle milizie armate ed era direttore dell’ufficio del cugino, il generale Omar al-Hariri.
Segnalati scontri a Ajeelat Balqguadf dopo la morte di un giovane di una famiglia Brich.

La Libia aggredita per favorire Israele.

di Corrado Belli

Si scopre che anche Israele ha aveva tanto bisogno che la Libia venisse aggredita, uno dei tanti motivi validi oltre al Petrolio e altri risorse che si trovano nel sottosuolo della Libia, ..esatto.. l’ACQUA, la Libia ha una immensa riserva di acqua nel suo sottosuolo, con i ricavati dalla vendita del Petrolio e altre risorse commerciali aveva quasi ultimato il progetto che da decenni porta avanti per rendere il deserto in una terra fertile per poter vendere i suoi prodotti a tutta l’Africa senza che ci sia stato bisogno di “aiuti umanitari” all’Americana o all’Inglese come Francese, naturalmente sarebbe stato un duro colpo per Israele non poter fare affaroni con gli stati Africani alla quale gli è stato pure negato il far da sé nell’agricoltura, naturalmente imposto dalla Monsanto.

La Libia ha una riserva di acqua pari a 35.000 Kilometri cubi a 100 metri di profondità, una gigantesca riserva di acqua che copre un’area grande quanto tutta la Germania, un valore inestimabile che avrebbe assicurato ai cittadini acqua per i prossimi 50 anni e anche di più al costo zero, mentre per avere acqua dolce la Libia doveva dissalare l’acqua di mare al costo di 3,75 Dollari al metro cubo.
La realizzazione di questo immaginabile progetto cominciò nel 1980 ed è durato 30 anni, era quasi al completamento e ciò avrebbe significato una “Rivoluzione verde” oltre che a un pericolo per lo più inesistente per Israele, con questo progetto la Libia non avrebbe più avuto bisogno di importare generi alimentari, sarebbe stata capace di autogestirsi e non solo, avrebbe rifornito altri stati africani e ad un costo molto minore, Gheddafi sarebbe uscito dal controllo della Banca Mondiale e dal “IWF” che controllano tutta l’economia mondiale.

Ma adesso la Libia è vittima di una crociata dei ladroni Occidentali come Sarkozy, Obama, Cameron & Co., naturalmente per ottenere ciò hanno da anni movimentato alcune tribù del luogo, la Francia ha avuto un ruolo determinante assieme all’Inghilterra, mentre davanti facevano bella faccia, da didietro davano pugnalate, anche la UE ha approfittato del “Dittatore“ Gheddafi per ampliare la sua politica di corruzione nei Paesi Arabi “traditori” che adesso si sono schierati dalla parte del potente, ma non capiscono che sono dei perdenti dal momento che i portatori di pace e democrazia entreranno nei loro paesi e in Libia per piantare le loro basi con nuovi Tiranni e Dittatori vistiti con la bandiera Multicolore e la scritta “PEACE”.

Non per caso Israele ha annunciato di fabbricare altri 500 case in Palestina e guarda caso proprio il giorno che la Libia è stata aggredita, ora il Primo ministro Netajihau chiede con spavalderia che la stessa aggressione venga fatta nei confronti dell’IRAN, poi sarà la volta dell’Europa e statene ben certi che lo farà, lui stesso ha detto che vuole l’Islamizzazione dell’europa cosi come vuole che la Libia venga data in mano ai Radicali Islamisti, con questa scusa ha un motivo in più di portare avanti il progetto della Grande Israele, naturalmente il mister Sarkozy è d’accordo essendo figlio di Zingaro Sionista Ungherese, agente della CIA e presidente della Grande Nation, non per questo sin dal primo giorno dall’aggressione alla Libia i Talebani assoldati dagli Inglesi/USA e Francia sventolavano la bandiera Francese gridando… Viva la Francia, certo ..la Francia viva e loro a breve morti perché non capiscono quanto siano Criminali coloro che li hanno spronati alla “loro” rivoluzione.

Nel frattempo lo sterminio dei Palestinesi è ricominciato alla chetichella, tanto sono tutti impegnati con la Libia, cosa volete che siano 10/100/1000 o 5000 morti in più… sono arabi cari meschini politici che dichiarate.. non siamo in guerra, stiamo solo facendo le prove per la Pasquetta sganciando Uova di Pasqua ai civili Libici.

Passiamo alla Libia nei fatti concreti.

La stessa ONU dichiarava nel 2010 che la Libia ha la più alta aspettativa di vita in tutta l’Africa, ”Human Development Index”, che le sue ricchezze venivano distribuite alla popolazione in pari parti, ha un’assistenza Medica gratis per i suoi cittadini, la migliore e organizzata assistenza medica e sociale del continente, sia le vedove che gli orfani percepiscono la Pensione, ha un sistema veramente Sociale, si basa sulla Costituzione fatta nel 1977, questa Costituzione viene chiamata “la Grande Libica –Arabica Socialista popolare – Jamahirija”, il 97% della popolazione si riconosce all’Islam.

Tutto questo vuol dire Dittatura? Quale Stato in Europa non avrebbe difeso la sua costituzione se messa a repentaglio da una piccola parte della Popolazione e per giunta finanziata da qualche Nazione Estera? L’Italia di sicuro NO.

L’aggressione alla Libia ha carattere Politico, privato e depravato capitanata da un Criminale come Sarkozy per favorire lo Stato di Israele ormai fuori controllo grazie ai sciacalli Occidentali che aspettano di sbrandellare chi veramente vuole essere libero e fuori dal loro controllo.

INDEX delle Nazioni UNITE sullo standard di vita in Africa.

Da notare che l’Inghilterra non stà tanto meglio della Libia e nemmeno il Portogallo che è la patria di Barroso, tanto ci tiene ai suoi connazionali.

Inoltre stiamo assistendo alla più schifosa e abominevole PROPAGANDA PRO_GUERRA DA PARTE DEI MEDIA EUROPEI, SEMBRA CHE SIAMO RITORNATI NEL 1939/1945.

NON STIAMO IN GUERRA … signor Napolitano, ci dica dove stiamo, sia lei che il guerrafondaio La Russa e il Sionista Frattini.

Corrado Belli

Fonte:http://www.mentereale.com/articoli/la-libia-aggredita-per-favorire-israele

Pubblicato anche su: http://marionessuno.blogspot.it/2013/02/la-libia-aggredita-per-favorire-israele.html

Un progetto grandioso per l’acqua nei villaggi della Libia

Un progetto grandioso per l’acqua nei villaggi della Libia
[18.10.2011] trad. di Vera Zasulich per GilGuySparks

 

Il grande fiume artificiale, il più grande e ambizioso progetto della Jamahiriya, è una rete di condotte che rifornisce aree che prima ne erano prive e la parte settentrionale industriale, dell’acqua potabile più pura della Libia attraverso serbatoi di acque sotterranee dalle oasi, situate nella parte meridionale del paese. Secondo gli esperti indipendenti, è il più grande progetto di ingegneria del mondo attualmente esistente. Misconosciuto progetto, dovuto al fatto che i media occidentali difficilmente hanno riferito su di esso, e nel frattempo, il progetto è giunto al costo di costruzione più grande del mondo: il progetto al termine costerà 25 miliardi di dollari.
File:Great Manmade River. Libya.jpg

Gheddafi iniziò a lavorare sul progetto negli anni 80, e all’inizio dei combattimenti attuali, egli lo stava praticamente implementando.

E questo fatto suggerisce certamente un pensiero,  il controllo sulle risorse idriche sta diventando il fattore più importante nella politica mondiale. L’attuale guerra in Libia è la prima guerra per l’acqua potabile?

Il funzionamento del fiume artificiale si basa sulla raccolta dell’acqua in 4 serbatoi di acqua enormi situati ad Hamada, nelle oasi di Kufra, Morzuk e Sirt e contenenti circa 35000 chilometri cubi di acqua artesiana. Il volume d’acqua potrebbe coprire completamente il territorio di un paese come la Germania, con la profondità dei serbatoi sarebbe di circa 100 metri. E, secondo studi recenti, l’acqua dalle fonti libiche artesiane sarà sufficiente per quasi 5000 anni.

Грандиозный водный проект Каддафи

Inoltre, questo progetto di acqua in scala può essere giustamente chiamato “l’ottava meraviglia del mondo”, perché fornisce il trasporto di 6,5 milioni di metri cubi di acqua al giorno attraverso il deserto.
Il progetto “fiume artificiale” non è paragonabile a quello fornito dai leader sovietici in Asia centrale per irrigare i campi di cotone e che ha portato al disastro del lago Aral. La differenza fondamentale con il progetto di irrigazione libica è che per l’irrigazione dei terreni agricoli è utilizzato praticamente l’inesauribile vena sotterranea piuttosto che una fonte d’acqua superficiale, facilmente soggetta a notevoli danni in un breve periodo di tempo. I tunnel di trasporto dell’acqua sono stati costruiti attraverso l’uso di 4 mila chilometri di tubi di acciaio, seppelliti nel profondo della terra. L’acqua dai bacini artesiani viene pompata da 270 falde a diverse centinaia di metri di profondità. Un metro cubo di acqua cristallina delle cisterne sotterranee libiche, considerando tutti i costi di produzione e trasporto e deposito allo stato libico costa solo 35 centesimi, che è all’incirca paragonabile con il costo di un metro cubo di acqua fredda in delle principali città della Russia, ad esempio a Mosca. Se, tuttavia, si prende in considerazione il prezzo di un metro cubo di acqua potabile nei paesi europei (circa 2 euro), si stima che il valore delle scorte di acqua artesiana nei serbatoi sotterranei libici è complessivamente di quasi 60 miliardi di euro. Se si considera che tale importo continua a salire, come prezzo di risorsa, può essere di interesse addirittura più importante del petrolio; tenendo conto che al petrolio si può studiare un’alternativa.

 

Грандиозный водный проект Каддафи

Qui ci sono le date chiave nella storia dell’irrigazione libica del progetto “grande fiume artificiale”, nel 2008, il Guinness lo ha riconosciuto come il più grande del mondo:

• 3 Ottobre 1983 — è stato convocato il Congresso generale del popolo della Libia e ha tenuto una sessione straordinaria, nel quale è stato annunciato dell’inizio del finanziamento del progetto.
• 28 Agosto 1984 — il leader della Libia depone nell’iniziare la costruzione del progetto, la prima pietra.
• 26 Agosto 1989 — inizia la seconda fase di costruzione del sistema d’irrigazione.
• 11 Settembre 1989 — l’ acqua entra nel serbatoio di Agedabia.
• 28 Settembre 1989 — l’ acqua entra nel serbatoio Grand Omar Muktar.
• 4 Settembre  1991 — l’ acqua entra nel serbatoio Gardabiya.
• Agosto 28, 1996 — inizio della distribuzione quotidiana dell’acqua dal fiume artificiale a Tripoli.
• 28 Settembre 2007 — l’acqua arriva a Gariân.

Грандиозный водный проект Каддафи

È interessante notare che, parlando a una commemorazione dell’anniversario dell’inizio della costruzione del fiume, il 1 ° settembre 2010, Al-Gheddafi disse:
Ora che questo risultato del popolo libico è diventato chiaro, la minaccia degli Stati Uniti contro il nostro paese doppia!
Inoltre, alcuni anni fa, Gheddafi aveva dichiarato che il progetto di irrigazione libico sarebbe stato “la risposta più grave all’America, che accusa costantemente la Libia del terrorismo islamista.

[liberamente tratto da http://topwar.ru/7735-grandioznyy-vodnyy-proekt-kaddafi.html]

e preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/10/19/un-progetto-grandioso-per-lacqua-nei-villaggi-della-libia/

quello che ho visto in Libia nel 2011

Le vere ragioni della guerra alla Libia

Testimonianza di Paolo Sensini – fine aprile 2011

«La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza»
George Orwell, La teoria e la pratica del collettivismo oligarchico,
in 1984 (parte ii, capitolo 9)
Sono ormai trascorsi più di due mesi da quando è scoppiata la cosiddetta «rivolta delle popolazioni libiche». Poco prima, il 14 gennaio, a seguito di ampi sollevamenti popolari nella vicina Tunisia, veniva deposto il presidente Zine El-Abidine Ben Ali, al potere dal 1987.
È stata poi la volta dell’Egitto di Hosni Mubarak, spodestato anch’egli l’11 febbraio dopo esser stato, ininterrottamente per oltre trent’anni, il dominus incontrastato del suo paese, tanto da guadagnarsi l’appellativo non proprio benevolo di «faraone». Eventi che la stampa occidentale ha subito definito, con la consueta dose di sensazionalismo spettacolare, come «rivoluzione gelsomino» e «rivoluzione dei loti».
La rivolta passa quindi dalla Giordania allo Yemen, dall’Algeria alla Siria. E inaspettatamente si propaga a macchia d’olio anche in Oman e Barhein, dove i rispettivi regimi, aiutati in quest’ultimo caso dall’intervento oltre confine di reparti dell’esercito dell’Arabia Saudita, reagiscono molto violentemente contro il dissenso popolare senza che questo, tuttavia, si tramuti in una ferma condanna dei governi occidentali nei loro confronti. Solo il re del Marocco sembra voler prevenire il peggio e il 10 marzo propone la riforma della costituzione.
Due mesi in cui, una volta poste in standby le vicende di Tunisia ed Egitto, tutti i grandi media internazionali hanno concentrato il loro focus sull’«evidente e sistematica violazione dei diritti umani» (Risoluzione 1970 adottata dal Consiglio di Sicurezza dell’onu il 26 febbraio 2011) e sui «crimini contro l’umanità» (Risoluzione 1973 adottata dal Consiglio di Sicurezza il 17 marzo 2011) perpetrati da Gheddafi contro il «suo stesso popolo».

Una risoluzione, quest’ultima, priva di ogni fondamento giuridico e che viola in maniera patente la Carta dell’onu. Si tratta insomma di un vero e proprio pateracchio giurisprudenziale in cui una violazione ne richiama un’altra: la «delega» agli Stati membri delle funzioni del Consiglio di Sicurezza è a sua volta collegata alla «no-fly zone», che è anch’essa illegittima al di là di come viene applicata, perché l’onu può intervenire ai sensi dell’articolo 2 e dello stesso Capitolo vii della Carta di San Francisco solo in conflitti tra Stati, e non in quelli interni agli Stati membri, che appartengono al loro «dominio riservato». Ma questa è storia vecchia: la prima no-fly zone (anch’essa illegale) risale al 1991, dopo la prima guerra all’Iraq, da cui si può far decorrere la crisi verticale del vecchio Diritto Internazionale sostanzialmente garantito dal bipolarismo Est-Ovest scomparso a cavallo tra i decenni Ottanta e Novanta del secolo scorso.
Ma torniamo ai momenti salienti della cosiddetta «primavera araba». Se nel caso tunisino ed egiziano le cancellerie occidentali si erano dimostrate molto prudenti circa i possibili sviluppi politici, economici e militari di questi paesi, con il riacutizzarsi dell’antagonismo storico tra la Cirenaica da un lato, dove si concentrano le maggiori ricchezze petrolifere della Libia, e la Tripolitania e il Fezzan dall’altro, potenze come Francia, Stati Uniti e Regno Unito si trovano subito concordi nel sostenere «senza se e senza ma» i rivoltosi in buona parte composti da islamisti radicali (particolarmente numerosi sarebbero i «fratelli musulmani» provenienti dall’Egitto, gli jihadisti algerini e gli afghani) capeggiati da due alti dignitari del passato governo libico come l’ex ministro della Giustizia Mustafa Mohamed Abud Al Jeleil e dall’ex ministro dell’Interno, il generale Abdul Fatah Younis, oltre che da nostalgici di re Idris i, deposto militarmente da Gheddafi e dagli ufficiali nasseriani il 1° settembre 1969.
O, per essere ancora più precisi, come continua sistematicamente a ripetere il colonnello fin dall’inizio nei suoi accalorati speech alla nazione, una rivolta monopolizzata in gran parte da appartenenti ad «Al-Qāʿida». Già prima che l’insurrezione infiammasse la Cirenaica, tuttavia, manipoli di truppe scelte occidentali, con alla testa gli inglesi dei sas, operavano segretamente in loco, con lo scopo di addestrare e organizzare militarmente le fila dei ribelli. Contemporaneamente, in maniera non ufficiale, alcuni paesi occidentali, Francia e Gran Bretagna in primis, rifornivano gli insorti di armi e automezzi che avrebbero dovuto consentire loro di marciare vittoriosamente fino a Tripoli.
Così, subito dopo i primi momenti in cui filtrano notizie piuttosto confuse e contraddittorie circa gli sviluppi della situazione sul campo, la Francia, alle ore 17,45 di sabato 19 marzo, due giorni dopo la promulgazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza onu 1973, rompe gli indugi e anticipa le mosse della «Coalizione dei volenterosi», in accordo con usa e Gran Bretagna, cui si aggiungono presto Spagna, Qatar, Emirati, Giordania, Belgio, Norvegia, Danimarca e Canada.
Per «proteggere la popolazione civile» di Bengasi e Tripoli dalle «stragi del pazzo sanguinario Gheddafi», il presidente francese Nicolas Sarkozy impone una no-fly zone ma – per carità, questo no – senza alcuna intenzione di detronizzare il «dittatore», ponendosi così di fatto come il capofila con l’operazione «Alba dell’Odissea», che ha portato finora a compimento più di ottocento missioni d’attacco.
È quanto assevera anche l’ammiraglio americano William Gortney, secondo cui il colonnello «non è nella lista dei bersagli della coalizione» pur non escludendo che possa venire colpito «a nostra insaputa». Anche il capo di stato maggiore britannico, sir David Richards, nega che l’uccisione di Gheddafi sia un obiettivo della coalizione perché la risoluzione dell’onu «non lo consentirebbe».
La scelta degli alleati non può dunque che essere per i «ribelli», così fotogenici nelle riprese mentre sparacchiano in aria con i loro mitragliatori pesanti montati su pick-up a beneficio delle telecamere. Tuttavia la loro entità si è mostrata subito risibile, limitata e di poco peso nel Paese. Anche addestrata e armata fino ai denti, quella degli insorti rischia di rimanere un’armata Brancaleone che continuerà a infrangersi contro lo scoglio rappresentato dall’esercito fedele a Gheddafi, senza oltretutto godere dell’appoggio di larga parte della popolazione. E portare a termine una «rivolta popolare», senza essere sostenuti dall’appoggio del popolo, risulta impresa assai ostica oltre che originale.
Anche l’istituzione su loro richiesta di un fantomatico governo ombra denominato pomposamente Consiglio nazionale di transizione (cnt) e prontamente riconosciuto come legittimo dal ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, ha fatto sì che alcuni stati occidentali inviassero ufficialmente elementi di spicco dei propri eserciti con il compito di «addestrare gli insorti». Inoltre è stato reso ufficiale anche il rifornimento di armi e mezzi contro pagamento in petrolio, che prima avveniva segretamente.
La loro forza, come hanno scritto giornalisti inglesi, «sta interamente nel sostegno, politico e militare, di cui godono sul piano internazionale». Quanto a formare un governo funzionante, e soprattutto a conquistare qualche parvenza di vittoria – anche sotto il riparo della no-fly zone – ne sono del tutto incapaci.
Insomma, un’operazione dal sapore epico e romantico soltanto nel nome, ma nella sostanza un attacco militare in piena regola alla sovranità della Gran Jamahiriya Araba Libica Socialista.
 I motivi della guerra raccontati dai grandi mezzi di comunicazione
Ma che cosa ha potuto realmente giustificare, al di là delle fumisterie mediatiche che sono state riversate in grandi dosi sulla pubblica opinione, la pretesa di una simile ingerenza armata contro il governo di Tripoli travestita da «intervento umanitario»?
Come sempre accade in simili casi, il tutto ha preso l’abbrivio da una potente campagna mediatica in cui, senza alcuna evidenza di prove ma solo in virtù di una ripetizione a nastro dello stesso messaggio, si è stabilito fin dal principio che «Gheddafi aveva fatto bombardare gli insorti a Tripoli» uccidendo «più di 10.000 persone». Una «notizia» di cui inizialmente si sono fatti latori i due più importanti media del mondo arabo: Al Jazeera e Al Arabiya, considerati una sorta di cnn del Vicino e Medio Oriente. Parliamo quindi d’informazioni provenienti direttamente dall’interno di quel mondo arabo controllato rispettivamente dalle aristocrazie sunnite del Qatar e di Dubai.
Dopo l’iniziale lancio informativo, il numero di «10.000 persone fatte bombardare da Gheddafi» è immediatamente rimbalzato su tutti i media internazionali fino a diventare un «fatto» indiscutibile quasi per postulato, anche se non vi era nessuna immagine o prova tangibile che potesse suffragare una simile carneficina. A supporto di tale onirismo informativo venivano poi presentate le immagini di supposte «fosse comuni» in cui erano stati seppelliti nottetempo, sempre secondo i corifei della disinformazione di massa, coloro che erano periti sotto i bombardamenti ordinati dal «dittatore pazzo e sanguinario». Tuttavia, com’è poi emerso quasi subito, si trattava d’immagini fuorvianti e decontestualizzate, visto che ciò che si mostrava al pubblico occidentale erano le riprese di un cimitero di Tripoli dove si espletavano le normali operazioni di inumazione dei deceduti.
Ma come ogni spin doctor sa benissimo, ciò che conta per plasmare l’opinione pubblica è la prima impressione che essa ne riceve, e che imprime il messaggio nel cervello in maniera indelebile. È successo per le narrazioni degli eventi storici più importanti, ultimo dei quali è senz’ombra di dubbio il capolavoro spettacolare passato alla storia come gli «attentati terroristici di Al-Qāʿida dell’11 settembre 2001».
Non poteva dunque che essere così anche in questo caso, dove la prima versione mediatica propalata con solerzia gobbelsiana ha ripetuto in continuazione la favola dei «10.000 morti» e del «genocidio» compiuto dal «dittatore pazzo e sanguinario» senza nessuna evidenza di prove, ma facendo leva unicamente sulla pura e ininterrotta circolazione dello stesso messaggio.
Fin da quei primi momenti, il mantra recitato infinite volte nelle redazioni del Big Brother è stato unicamente questo, diventando da subito la Versione Ufficiale. Non vi era più dunque nessuno spazio residuo per il dubbio, almeno sui grandi circuiti dell’informazione, giacché il fatto conclamato s’imponeva da sé, quasi per motu proprio. Il resto era solo dietrologia o, horribile dictu, nient’altro che «complottismo».
Un altro elemento che ha giocato un ruolo decisivo, anche in termini di avallo dei conflitti bellici degli anni passati, è stata poi la pressoché totale adesione della «sinistra» in quasi tutte le sue declinazioni – da quella moderata fino alle propaggini più estreme – alla Versione Mediatica Ufficiale, che nel caso italiano comprendeva anche la voce infondata su ipotetici «campi di concentramento» o «lager» destinati agli immigrati neri provenienti dalle zone subsahariane. Una specie di riflesso pavloviano che ha portato, senza alcun tipo di vaglio o discernimento critico e, cosa ancora più grave, senza neppure porsi la questione di chi fossero realmente «gli insorti di Bengasi», a fornire una sorta di tacito avallo alle operazioni dei manovratori. Il che, di fatto, ha agevolato la strada a quei poteri internazionali che lavoravano da tempo per un intervento militare contro la Libia.
Partenza per la Libia
Per tutte queste ragioni, o forse sarebbe meglio dire per la mancanza di esse, una volta offertami la possibilità dal tenore Joe Fallisi di recarmi a Tripoli per verificare insieme a un gruppo di autentici «volenterosi» denominati The Non-Governmental Fact Finding Commission on the Current Events in Libya come stavano realmente le cose, non ci ho pensato due volte e ho deciso immediatamente di prender parte alla spedizione.
Dopo essere arrivati nel tardo pomeriggio del 15 aprile a Djerba con un volo da Roma in ritardo di più di tre ore sull’orario prefissato, il viaggio in territorio libico ci ha presentato subito la dura realtà di uno scenario militare costellato da centinaia di posti di blocco che coprivano l’intero tracciato dal confine tunisino fino a Tripoli. Ma una volta giunti alle porte della capitale il contesto che si profilava angoscioso in quelle prime lunghe ore di viaggio muta di colpo in uno scenario di piena normalità. E anzi troviamo una metropoli perfettamente in ordine, bella, molto ben tenuta e senza alcun segno tipico di uno stato di guerra incipiente. Già questo primo impatto contraddiceva in nuce i racconti dei giornalisti embedded che avevano descritto con sussiego gli scenari caotici, foschi e sanguinolenti delle «stragi» volute dal raìs.
La prima sensazione che ho avuto la mattina del 16 aprile mentre attraversavamo le strade di Tripoli diretti verso il Sud-Est del paese, è stata quella di un forte appoggio popolare nei confronti di Gheddafi, un appoggio pieno, passionale e incondizionato, e non certo di «risentimento e ostilità della popolazione» nei suoi confronti come strillavano da settimane i media. Del resto, come fa giustamente rilevare l’analista politico Mustafà Fetouri, «una delle conseguenze inattese dell’intervento militare in Libia è quella di aver rafforzato la credibilità del regime conferendogli ancora più forza e legittimità nelle zone sotto il suo controllo. In più ora, dopo l’aggressione, ha ripreso massicciamente a battere il vecchio tasto sull’antimperialismo».
Arrivati nella città di Bani Waled, a circa 125 km a sud di Tripoli all’interno di un vasto distretto montagnoso, la nostra delegazione viene accolta calorosamente dai responsabili della locale Facoltà di ingegneria elettronica. Questo territorio ospita la più grande Tribù della Libia, i Warfalla o Warfella, che con i suoi 52 Clan e all’incirca un milione e cinquecentomila effettivi rappresenta la più grande Tribù della Tripolitania, dove si trova il 66 per cento della popolazione libica (nella Cirenaica vive il 26-27 per cento, il resto è nel Fezzan), estendendosi anche nel distretto di Misratah (Misurata) e, in parte, in quello di Sawfajjn.
Ci rechiamo poi nella piazza centrale della città, dov’è in corso una manifestazione contro l’aggressione della Coalizione occidentale nei confronti della Libia. Qui la sensazione avvertita qualche ora prima attraversando la capitale diventa realtà palpabile, e le dimostrazioni d’appoggio incondizionato a favore del leader libico non danno adito ad alcun possibile fraintendimento. Lo slogan che ci accompagna lungo tutto il nostro percorso è Allah – Muʿammar – ua Libia – ua bas! (Allah, Gheddafi, Libia e basta!), che è diventata una specie di colonna sonora scandita un po’ dovunque. Mentre, tra i nemici della Libia, Sarkozy è senz’altro quello più preso di mira e contro il quale si indirizzano la maggior parte degli sberleffi («Down, down Sarkozy!»). Seguono poi gli altri leaders occidentali che si sono distinti nell’aggressione «umanitaria», come il surrealistico Premio Nobel Barck Obama, soprannominato per l’occasione U-Bomba, e via via tutti gli altri.
Veniamo poi condotti in un ampio complesso abitativo circondato da mura, dove siamo accolti dai capi Tribù dei Warfalla, tutti quanti fasciati nei loro tradizionali abiti. Aiutati da interpreti ma anche da un anziano capo clan che parla un buon italiano, ci viene ribadita la stretta alleanza della tribù con Gheddafi e la loro completa determinazione a lottare, nel caso malaugurato fossero invasi militarmente, «fino alla fine». «Se decidessero di invadere la Libia, sapremo noi come rispondere», ci dice uno dei capo tribù brandendo in alto con le sue nodose mani un fiammante kalashnikov. Non c’è nessuna tracotanza nelle sue parole, ma solo la fermissima determinazione a non permettere che il loro paese venga gettato nel caos così com’è avvenuto per il Kosovo, l’Afghanistan e l’Iraq, che dall’occupazione militare anglo-americana sono diventati forse i luoghi più pericolosi della terra e in cui si può morire semplicemente andando al mercato, a un ristorante, in banca o anche solo camminando per strada. Questi i «risultati» a quasi un decennio dai primi interventi umanitari e dalle conseguenti operazioni di Peacekeeping, che oggi qualche zelante «esportatore di democrazia» vorrebbe replicare pure in Libia…
Dovunque ci si muova, sia a Tripoli che nelle sue immediate periferie, la domanda che ci viene continuamente rivolta dalle persone con cui veniamo in contatto è la seguente: «Perché Francia, Inghilterra e Stati Uniti ci bombardano? Che cosa gli abbiamo fatto? Perché l’Italia, dopo aver stipulato col nostro paese un trattato di amicizia e di non aggressione, ci ha fatto questo?». Domande sacrosante, a cui le aggressioni militari anglo-americane degli anni scorsi forniscono una risposta fin troppo scontata.
Nei giorni successivi continuiamo le nostre esplorazioni visitando scuole di vario ordine e grado a Tripoli e dintorni, dove ritroviamo le stesse manifestazioni di appoggio e partecipazione. Ciò che stupisce in questi ragazzi, che la stampa occidentale vorrebbe dipingere come scarsamente «emancipati» rispetto ai nostri selvaggi con telefonino, è la piena consapevolezza di ciò che sta avvenendo ai danni del loro paese e il pericolo che incombe sulle sorti della Libia nel caso venisse invasa militarmente. Ma nei loro volti non vi è nessuna arrendevolezza o rassegnazione al fato, quanto invece una ferma volontà di resistere «con ogni mezzo». E anche la voglia di tramutare la pesantezza delle circostanze, per quanto possibile, in momenti di passione condivisa.
Dai sobborghi di Tripoli, dove incontriamo le persone sulle strade, nelle loro abitazioni o sui luoghi di lavoro, passando per i medici feriti durante i bombardamenti e attualmente degenti in ospedale fino agli assembramenti nel cuore pulsante della città, dovunque è la stessa disposizione d’animo verso la leadership del proprio paese e la situazione che, giorno dopo giorno, viene angosciosamente profilata dai bollettini radio-televisivi.
Unico elemento davvero anomalo e per molti versi stupefacente, soprattutto perché stiamo parlando di uno dei grandi paesi produttori di petrolio al mondo, sono le file di chilometri e chilometri di automobili incolonnate ai bordi delle strade, e che cominciano già a formarsi nelle prime ore della notte, in attesa del proprio turno di rifornimento alle stazioni di servizio. Anche questo è un paradosso, uno dei tanti paradossi insensati di cui ogni guerra è prodiga.
Muovendoci in lungo e in largo per la capitale non riscontriamo nessun segno di bombardamenti contro la popolazione libica da parte di Gheddafi, che è poi il motivo scatenante per cui sono state promulgate le due Risoluzioni onu che hanno di fatto aperto la strada all’aggressione militare. Eppure per fare più di «10.000 morti», soprattutto quando si parla di bombardamenti in una grande città come Tripoli, bisogna necessariamente aver prodotto gravi danni urbanistici e lasciato quantità e quantità di indizi disseminati per le strade. Ma questo è un dettaglio che poco importa ai signori dell’informazione: ciò che conta è il panico virtuale creato ad arte, che però sta già sortendo effetti concretissimi.
Gli unici riscontri tangibili di bombardamenti li troviamo invece in alcune località non distanti dai sobborghi di Tripoli, a Tajoura, Suk Jamal e Fajlum, dove a seguito di ripetuti bombardamenti nato hanno trovato la morte oltre quaranta civili. Lo verifichiamo direttamente in loco, quando ci rechiamo nella fattoria in cui sono state sganciate alcune bombe che hanno causato ingenti danni agli edifici prospicienti, e in cui sono ancor ben visibili i frammenti degli ordigni deflagrati. Ne avremo convalida all’ospedale civile di Tajoura, dove ci vengono mostrati dalle autorità mediche i documenti ufficiali che attestano i decessi causati dalle bombe sganciate dalla Coalizione.
La conferma ufficiale della situazione che si è venuta determinando sul terreno ce la fornisce in un incontro all’Hotel Rixos anche Moussa Ibrahim, portavoce del governo libico, che ci illustra la posizione del governo a questo proposito. Dopo aver tracciato un quadro sugli sviluppi bellici e diplomatici negli ultimi due mesi, Ibrahim si domanda perché gli organismi internazionali preposti non abbiamo consentito, prima di dare inizio ai bombardamenti, l’invio in Libia di una missione d’inchiesta per verificare i fatti, come richiesto da Gheddafi a più riprese, e accertare di persona i seguenti punti: 1) la reale dinamica dei fatti su come è nata la ribellione, fin da subito armata; 2) quali sono i suoi veri obbiettivi, se per caso anche secessionisti al di là della bandiera prescelta e del suo apparente leader, l’ex ministro della Giustizia libico Jelil; 3) chi ha bombardato cosa; 4) fino a che punto e attraverso quali canali i ribelli si sono armati; 5) quante sono le vittime civili dei presunti bombardamenti di Gheddafi e di quelle dei cosiddetti “volenterosi”, e così via.
«Eppure – insiste Ibrahim – l’invio in Libia di una simile delegazione per verificare come stanno veramente le cose avrebbe avuto un costo inferiore a quello di un singolo missile da crociera Tomahawk, e di questi missili ne sono stati gettati oltre 250 in questi giorni. Perché questa ipocrisia dell’Occidente nei nostri confronti? Perché non è stata imposta una no-fly zone anche a Israele quando ha bombardato Gaza per oltre un mese senza che nessun paese avesse nulla da eccepire? Perché due pesi e due misure, quando è ormai stato appurato che non abbiamo mai bombardato, e lo ribadisco in maniera fermissima, la nostra popolazione».
Ma una commissione internazionale di osservatori, nonostante le reiterate richieste da parte delle autorità libiche, non è mai stata inviata e si è continuato a salmodiare l’ormai trita versione del «dittatore sanguinario Gheddafi» bombardatore e oppressore del «suo stesso popolo». L’Occidente, o quel ristretto novero di paesi che si è arrogato abusivamente il diritto di parlare a nome del mondo intero, ha anche rifiutato l’offerta di Chavez di fare da mediatore per la Libia, nonostante essa fosse sostenuta da molti paesi latino-americani e dalla stessa Unione Africana.
Possiamo verificare di persona la sera del 17 aprile a Bāb al ‘Azīzīyah, la residenza-bunker di Gheddafi, quanto siano fuorvianti le informazioni che circolano sui grandi media occidentali a proposito della popolarità di Gheddafi tra la gente di Tripoli e più in generale della Libia; nonostante gli strettissimi controlli delle forze di sicurezza, siamo gli unici occidentali a poter aver accesso al parco antistante il bunker del raìs. Lo spettacolo che si apre davanti ai nostri occhi entrando nel parco dove si trova la vecchia abitazione di Gheddafi bombardata dagli americani il 15 aprile 1986 – in cui tra l’altro perse la vita sua figlia adottiva Hana – e lasciata volutamente in quello stato a mo’ di testimonianza storica, contraddice al primo colpo d’occhio le versioni propagandistiche circolanti in Occidente. Qui ogni sera, da quando sono iniziati i «bombardamenti umanitari» contro la Jamahiriya Araba Libica, va in scena un grande happening animato da migliaia di persone, dai neonati per cui è approntato un ampio kindergarten fino agli anziani che si ritrovano con i loro narghilè sotto una tenda ricolma di cuscini e tappeti. Un grande palco montato davanti alla vecchia casa del colonnello è il proscenio sul quale si alternano musica, parole, proclami e intrattenimento per riscaldare un’atmosfera che si fa di giorno in giorno sempre più plumbea.
Il senso vero di questo assembramento, di cui i mezzi di comunicazione occidentale si guardano bene dal dare conto, «è la vicinanza e l’affetto dei libici nei confronti di brother Gheddafi», come mi spiega un giovane e colto ingegnere elettronico che ci guida lungo tutta la nostra visita; un «fratello e un padre» verso il quale è percepibile l’affetto che gli è tributato dalla sua gente. Per questo si ritrovano lì tutte le sere, per fargli sentire con la loro viva presenza tutto il calore e far scudo con i loro stessi corpi a nuove possibili incursioni dopo quella del 21 marzo 2011, incursioni ripetute anche la sera del 25 aprile, quando un edificio adibito ad uso uffici situato nel complesso di Bāb al ‘Azīzīyah è stato distrutto da un missile da crociera Tomahawk lanciato da un sottomarino della Royal Navy su coordinate fornite dalle forze speciali di Londra infiltrate anche nella capitale.
L’ultimo appuntamento con membri del governo è con il vice ministro degli Esteri, Khaled Kaim, che con grande dovizia di particolari ripercorre istante per istante gli sviluppi della crisi, dalla presenza riscontrata fin dall’inizio dalle autorità libiche di vari elementi dei «fratelli musulmani» e altri jihadisti stranieri tra i «rivoltosi di Bengasi», alla strana sincronia con cui, il 26 febbraio, il personale di diverse ambasciate presenti a Tripoli è partito senz’alcuna spiegazione plausibile, fino alle ragioni geopolitiche che hanno fatto sì che la Libia diventasse un obbiettivo appetibile per le mire occidentali già da molti anni.
Kaim ci mette anche a disposizione tutto il materiale video e le rassegne stampa internazionali che coprono interamente la sequenza temporale presa in esame, in modo da poterle vagliare nella sua ampiezza per poi emettere un giudizio obiettivo sui fatti. Il suo auspicio, rivolto idealmente all’opinione pubblica occidentale, è quello di non farsi ipnotizzare dall’informazione ad usum delphini diffusa in questi mesi dai grandi media, ma di guardare la sostanza del contenzioso tra governo e «ribelli» che comunque, secondo la sua valutazione dell’intervento militare nato nelle questioni interne libiche, ha reso più complicato e dilazionato nel tempo un possibile processo di pacificazione nazionale.
Non ci resta, prima di congedarci, che incontrare l’ultima personalità di rilievo in programma sulla nostra agenda, Monsignor Giovanni Martinelli, il vescovo di Tripoli, uno degli ultimi tra gli italiani rimasti in città dopo l’esplosione della crisi che, insieme alla combattiva rappresentante di import-export italo-libica Tiziana Gamannossi, ci conferma nel corso del colloquio quanto già avevamo accertato durante la nostra missione d’indagine: ossia che «il governo libico non ha bombardato la sua popolazione, ma che gli unici morti a causa dei bombardamenti sono stati provocati dalla nato a Tajoura; che l’unica possibile soluzione del contenzioso è il dialogo, non le bombe»; che «i ‘ribelli di Bengasi’ si sono macchiati di gravi crimini gettando il paese nel caos».
Martinelli aggiunge anche che l’attacco militare alleato nei confronti della Libia è ingiusto e sbagliato sia da un punto di vista tattico che da quello strategico, perché «le bombe rafforzeranno Gheddafi e gli permetteranno di vincere». Il suo è un giudizio ponderato e sofferto, espresso tra l’altro da un uomo che non nutre nessun favore aprioristico nei confronti del colonnello, ma del quale riconosce con equilibrio meriti e demeriti nella sua conduzione del paese. «Un uomo dal carattere fortissimo e deciso – soggiunge padre Martinelli – che ha favorito, da quando ha iniziato la sua opera di governo, la libertà di movimento, la libertà politica, la libertà religiosa e che ha permesso che in Libia convivessero pacificamente ben cinque confessioni religiose». «In oltre quarant’anni – conclude il vescovo di Tripoli congedandosi da noi –, non ho mai subito alcuna provocazione da parte di nessuno, e la nostra comunità convive serenamente con tutte le altre. Trovatemi un altro luogo in cui tutto ciò sia possibile». E come dargli torto, visto il panorama attuale del Vicino Oriente.
Se in effetti vogliamo guardare la sostanza e non la propaganda bellica che alligna stabilmente sui media ai danni della Libia, l’aspettativa di vita dei suoi abitanti si aggira intorno ai 75 anni di età, un vero record considerando che in alcuni paesi del continente africano la media si aggira intorno ai 40 anni. Quando Gheddafi prese il potere, il livello di analfabetismo in Libia era del 94 per cento, mentre oggi oltre il 76 per cento dei libici sono alfabetizzati e sono parecchi i giovani che frequentano università straniere. La popolazione del paese, al contrario dei vicini egiziani e tunisini, non manca di alimenti e servizi sociali indispensabili. Prima dell’attacco franco-britannico, inoltre, era stato varato dal governo libico un programma di edilizia popolare agevolata in cui erano stati investiti oltre due miliardi di dinari, che doveva portare alla costruzione di circa 647 mila case in tutto il paese per una popolazione complessiva di sei milioni di abitanti. Un progetto che naturalmente ora è fermo, e che verrà riavviato – se mai lo sarà – chissà quando.
A questo punto il quadro che abbiamo davanti ai nostri occhi ha assunto dei contorni piuttosto delineati; sarebbe interessante proseguire verso la parte orientale del paese, dove si stanno consumando gli scontri più aspri, ma per ragioni di sicurezza ci viene vivamente sconsigliato di intraprendere un simile viaggio. Anche così, tuttavia, vi sono gli elementi necessari per capire che le Risoluzioni 1970 e 1973 promulgate dal Consiglio di Sicurezza sono destituite di ogni fondamento. E dunque che le ragioni di questo intervento armato vanno ricercate altrove.
L’incarico di riferire minuziosamente tutto ciò che è stato raccolto nel corso della missione viene affidato a David Roberts, portavoce del British Civilians For Peace in Libya, durante la conferenza stampa aperta a tutti i media internazionali presenti a Tripoli che si tiene nel lussuoso Hotel Rixos, in cui viene anche proiettato sullo schermo un documentario montato a tempo di record dal bravo videoreporter e attivista inglese Ishmahil Blagrove; la conferenza stampa è anche l’occasione per rendere noti ai media tutti i documenti, i riscontri probatori e le evidenze raccolti dalla «Fact Finding Commission» durante le sue indagini. Dopo l’esposizione dei risultati cui la commissione è pervenuta, si procede a evidenziare tutte le omissioni e le manipolazioni vere e proprie compiute dai media fin dall’inizio della guerra.
La cosa non è affatto gradita ad alcuni giornalisti e mezzobusti delle grandi testate inglesi e americane presenti in sala, i quali sentendosi chiamati in causa per le evidenti distorsioni a cui si erano prestati durante i loro servizi informativi e che le nostre ricerche sul campo mettevano giustamente a nudo, reagiscono in maniera indispettita e rabbiosa negando di aver compiuto un «lavoro sporco» e assicurando anzi di aver scrupolosamente fornito tutte le informazioni in loro possesso.
Una patente menzogna, visto e considerato che con i nostri pochi mezzi a disposizione avevamo quasi totalmente decostruito il castello montato per aria, è proprio il caso di dire, nei mesi precedenti. E che per un attimo, ancora infervorato da ciò che avevo visto e udito in quei giorni, ho pensato di comunicare alla zelante bombardatrice della Libia Anna Finocchiaro, capogruppo al Senato del pd, che sedeva una fila dietro di me sull’aereo che mi riconduceva da Tunisi a Roma. Ma sarebbe stata tutta fatica inutile, mi sono poi subito detto, vista la determinazione assunta in prima persona dalla “sinistra” etimologica nel condurre a un punto di non ritorno questa sporca guerra.
Come notava invero il grande scrittore Mario Mariani, «i giornalisti e i politici non debbono intendersi di niente e debbono far conto d’intendersi di tutto». L’unica cosa che davvero conta per essi, è quella di possedere un buon fiuto per sapere in quale direzione is Blowing the Wind
Le vere ragioni della guerra alla Libia
Ecco che così, a poco a poco, dopo aver verificato in prima persona come stavano realmente le cose sul posto, e grazie alla rete e ai molteplici siti o blog interessati a fare vera informazione e non propaganda, incominciavano a farsi largo analisi serie e documentate sull’eziologia dei fatti libici. E si facevano sempre più strada quelli che, verosimilmente, sembravano i reali motivi di un intervento occidentale contro la Libia pianificato da tempo. Ossia, in primo luogo, impossessarsi degli enormi giacimenti di petrolio libici, stimati in circa 60 miliardi di barili e i cui costi di estrazione sono tra i più bassi del mondo, senza contare le enormi riserve di gas naturale valutate in circa 1.500 miliardi di metri cubi.
Ma non è tutto. Dal momento in cui Washington ha cancellato la Libia dalla lista di proscrizione degli «Stati canaglia», Gheddafi ha cercato di ricavarsi uno spazio diplomatico internazionale con ripetuti incontri in patria e nelle maggiori capitali europee. Nel 2004, per esempio, Tony Blair, allora Primo Ministro britannico, è stato il primo leader occidentale a recarsi in Libia, divenuta così frequentabile. E nel dicembre 2007 Parigi si è presa la briga di stendere il tappeto rosso nel parco del Marigny Hotel, dove il colonnello aveva piantato la sua tenda. Cosa è cambiato da allora per giustificare l’accanimento di Gran Bretagna e Francia contro il regime di Tripoli quando prima andavano d’amore e d’accordo?
La risposta è stata data dal quotidiano statunitense «The Washington Times». Questo stesso giornale ha rivelato lo scorso marzo che sono i 200 miliardi di dollari dei fondi sovrani libici a fare andare in fibrillazione gli occidentali. Perché tale è il denaro che circola nelle banche centrali, in particolare in quelle britanniche, statunitensi e francesi. In preda a una crisi finanziaria senza precedenti, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti vogliono a tutti i costi impossessarsi di questi fondi sovrani. «Queste sono le vere ragioni dell’intervento della nato in Libia», afferma Nouredine Leghliel, analista borsistico algerino trasferitosi in Svezia, che è stato uno dei primi esperti a sollevare la questione. Questi 200 miliardi di dollari, di cui gli occidentali non parlano che a mezza voce, sono al momento «congelati» nelle banche centrali europee. Il motivo? Che questa vera e propria montagna di denaro sia associata alla famiglia Gheddafi, «cosa che è totalmente falsa», come sottolinea Leghliel, il che però autorizza i pescecani della finanza decotta internazionale a voler stornare il gruzzolo nei loro caveau.
«Più continua il caos, più la guerra dura e più gli occidentali traggono profitto da questa situazione che torna a loro vantaggio», chiarisce ancora Leighliel. Il caos nella regione farebbe comodo a tutto l’Occidente. I britannici, soffocati dalla crisi della finanza, troverebbero così le risorse necessarie. Gli statunitensi, per mire squisitamente militari, si installerebbero in modo definitivo nella fascia del Sahel e la Francia potrà ricoprire il ruolo di subappaltatore in questa regione da lei considerata come una sua appendice.
L’assalto ai fondi sovrani libici, com’è facilmente prevedibile, avrà un impatto particolarmente forte in Africa. Qui la Libyan Arab African Investment Company ha effettuato investimenti in oltre 25 paesi, 22 dei quali nell’Africa subsahariana, programmando di accrescerli nei prossimi cinque anni soprattutto nei settori minerario, manifatturiero, turistico e in quello delle telecomunicazioni. Gli investimenti libici sono stati decisivi nella realizzazione del primo satellite di telecomunicazioni della Rascom (Regional African Satellite Communications Organization) che, entrato in orbita nell’agosto 2010, permette ai paesi africani di cominciare a rendersi indipendenti dalle reti satellitari statunitensi ed europee, con un risparmio annuo di centinaia di milioni di dollari.
Ancora più importanti sono stati gli investimenti libici nella realizzazione dei tre organismi finanziari varati dall’Unione africana: la Banca africana d’investimento, con sede a Tripoli; il Fondo monetario africano (fma), con sede a Yaoundé, la capitale del Camerun; la Banca centrale africana ad Abuja, la capitale nigeriana. Il Fondo sarà finanziato principalmente da Paesi africani e, a quanto si è appreso, l’Algeria darà 14,8 miliardi di dollari usa, la Libia 9,33, la Nigeria 5,35, l’Egitto 3,43 e il Sud Africa 3,4.
La creazione del nuovo organismo è (o era) ritenuta una tappa cruciale verso l’autonomia monetaria del continente. Infatti, secondo le Nazioni Unite per l’Africa, il peso sulla bilancia commerciale mondiale africana si è contratto notevolmente negli ultimi venticinque anni, passando dal 6 al 2 per cento; effetto dovuto, sempre secondo le Nazioni Unite, alla presenza di una cinquantina di monete nazionali non convertibili tra di loro. Ciò rappresenterebbe un freno agli scambi commerciali tra gli stati africani, perciò il principale compito del fma è promuovere gli scambi commerciali creando il mercato comune africano. Un passo necessario alla stabilità finanziaria e al progresso dell’economia del continente che decreterebbe inoltre la fine del franco cfa, la moneta che sono costretti a usare 14 paesi, ex-colonie francesi.
Quanto appena esposto potrebbe essere la vera ragione, o una delle maggiori motivazioni, che hanno causato l’intervento armato, occulto prima, dichiarato ed esplicito dopo, delle vecchie potenze coloniali del Continente Nero: Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Comunque sia, il congelamento dei fondi libici e la conseguente guerra assestano un colpo durissimo all’intero progetto.
Ma se l’Occidente vuole veramente cacciare Gheddafi per appropriarsi della Libia e delle sue risorse, dovrà rassegnarsi presto a cambiare strategia. In altre parole dovrà far scendere i propri eroici soldati dagli aerei e dalle navi, dove bombardano comodamente seduti con in mano il joystick della playstation e mandarli in terra di Libia, a combattere, ammazzare e venire a loro volta ammazzati. A quel punto sarà tuttavia necessario gettare la maschera, evitare di nascondersi dietro il pretesto di «interventi umanitari», manifestare apertamente le proprie ambizioni e accettare la fila di bare che tornano a casa ogni settimana. Ma ne saranno capaci, dopo che il mondo assiste sbigottito all’impantanamento a cui sono costrette le più grandi potenze militari della storia dopo un conflitto che dura da più di dieci in Afghanistan e Iraq?
testimonianza di Paolo Sensini – fine aprile 2011