Gli USA hanno fallito la loro strategia per destabilizzare il Libano

Di Elijah J. Magnier 12 dicembre 2019.
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Per diverse settimane, gran parte della popolazione libanese ha attaccato i leader politici tradizionali e messo in discussione il sistema politico corrotto del paese. Coloro che hanno gestito il paese per decenni hanno fatto poche riforme, non hanno mantenuto le infrastrutture e hanno fatto poco o nulla per creare posti di lavoro al di fuori della loro cerchia di sostegno.
I manifestanti sono stati anche spinti in piazza dalle misure statunitensi, che hanno strangolato l’economia libanese, inclusi ostacoli per la maggioranza dei 7-8 milioni di espatriati libanesi nel trasferire denaro ai loro cari nel loro paese d’origine. L’amministrazione americana ha preso queste misure per cercare, invano, di mettere in ginocchio l’Iran e i suoi alleati.
Gli Stati Uniti sembrano credere che seminando il caos nei paesi in cui opera l’Asse della Resistenza, possa costringere l’Iran a cadere tra le braccia dell’amministrazione statunitense. Gli Stati Uniti vogliono piegare l’Iran e i suoi alleati e imporre le loro condizioni e la loro egemonia in Medio Oriente.


In Libano, dall’inizio delle manifestazioni, il prezzo delle merci è salito alle stelle. Nel mercato mancano medicinali e beni di consumo e la sterlina libanese ha perso oltre il 40% del suo valore rispetto al dollaro USA. Molti libanesi hanno perso il lavoro o sono finiti con un taglio di metà stipendio. Il Libano si è avvicinato alla guerra civile quando i partiti politici filoamericani hanno chiuso le strade principali e hanno cercato di bloccare le linee di comunicazione dal sud sciita del Libano alla capitale e da Beirut alla valle della Bekaa.
La guerra è stata evitata perché Hezbollah ha emanato una direttiva che ordinava a tutti i suoi membri e sostenitori di tornare alle loro case. Le istruzioni erano chiare: “Se qualcuno ti schiaffeggia sulla guancia destra, presenta l’altra guancia.”
Hezbollah aveva capito cosa nascondevano i blocchi di Beirut: un invito a iniziare una guerra. Le prove: per più di un mese, l’esercito libanese ha rifiutato di riaprire le strade principali, lasciando non solo i legittimi manifestanti, ma anche i criminali a fare ciò che volevano.
La situazione è cambiata oggi: l’esercito ha revocato i blocchi e il presidente libanese usa la Costituzione a suo vantaggio, così come il primo ministro dimesso, che non ha una scadenza per formare un governo. Il presidente Michel Aoun ha restituito ai cristiani ciò che avevano perso dopo l’accordo di Taif: prima di chiedere a un membro del gabinetto candidato alla carica di primo ministro di formare un nuovo governo, vuole assicurarsi che sia efficace ed equilibrato, sostenuto per tutti i partiti politici e hanno un’alta probabilità di successo.
Aoun non offrirà il mandato al nuovo candidato, Samir al Jatib, perché il Primo Ministro sunnita Saad Hariri, che inizialmente ha nominato Jatib, gli ha chiesto all’ultimo momento di ritirarsi e ha chiesto all’ex Primo Ministro, l’autorità religiosa sunnita e ai partiti politici che lo sosterranno per il nuovo primo ministro saranno nominati da lui di persona e da nessun altro. È probabile che la nomina del primo ministro venga posticipata a una data sconosciuta e potrebbe persino essere lo stesso Hariri a ricoprire la carica.
Comunque sia, i manifestanti non hanno ottenuto molto perché i partiti politici tradizionali manterranno la loro influenza. Il nuovo governo, una volta formato, non sarà in grado di revocare le sanzioni statunitensi per facilitare l’economia nazionale. Al contrario, l’amministrazione americana intende reimpostare le sue sanzioni contro il Libano e imporne di nuove su altre personalità, come ha affermato il segretario di Stato Mike Pompeo alcuni mesi fa.
Oggi, nessun cittadino libanese può disporre dei propri risparmi o dei suoi beni nelle banche a causa delle restrizioni sui prelievi di denaro, un vero “controllo del capitale”. Puoi ottenere solo piccole quantità di denaro, da $ 150 a $ 300 a settimana, in un paese in cui paghi principalmente in contanti. Nessuno è autorizzato a trasferire denaro all’estero, ad eccezione delle tasse universitarie o di ordini speciali per beni essenziali.

Sostenitori di Hezbollah

Tuttavia, Hezbollah, il principale obiettivo dell’accordo tra Stati Uniti e Israele, non è stato direttamente interessato dalle sanzioni statunitensi o da nuove restrizioni finanziarie. I combattenti venivano pagati, come ogni mese, in dollari USA con un aumento del 40% (a causa della svalutazione della valuta locale).
Hezbollah non solo ha evitato la guerra civile, ma è riuscito anche a rafforzare la posizione dei suoi alleati. Il presidente Aoun e il leader della Free Patriotic Current (CPL), il ministro degli Esteri Gebran Bassil, erano in uno stato di confusione durante le prime settimane di proteste. Hezbollah è stato fedele ai suoi alleati e li ha supportati. Oggi la situazione è di nuovo sotto controllo e il presidente e il leader della CPL sono un passo avanti rispetto ai loro avversari politici.
Hezbollah farà parte del nuovo governo. L’Asse della Resistenza ha affermato che se la presenza di Hezbollah nel nuovo governo disturba l’amministrazione americana, questo non è un motivo per cui il partito dovrebbe piegarsi e andarsene. … Al contrario. Devi rimanere nel gabinetto o nominare ministri per tuo conto. Hezbollah ha il diritto legittimo di essere rappresentato nel governo perché, insieme al Movimento Amal, rappresenta più di un terzo della popolazione libanese e il governo è il risultato di una grande coalizione in Parlamento.
Chi impedirà agli Stati Uniti di approvare l’intenzione di Israele per annettere le acque marittime in disputa sul Libano? Chi farà una campagna per il ritorno dei rifugiati siriani nel loro paese di origine? Chi può impedire, come vogliono gli Stati Uniti, che le forze delle Nazioni Unite siano schierate ai confini tra Libano e Siria?
Hezbollah ha un ampio sostegno popolare e una base sociale che soffre, come tutti gli altri nel paese, della corruzione del sistema libanese. Nonostante ciò, le basi sociali di Hezbollah sono vicine all’Asse della Resistenza e ai suoi sforzi per neutralizzare le sanzioni statunitensi.
L’amministrazione americana non ha raggiunto il suo obiettivo, anche navigando nell’onda delle legittime richieste dei manifestanti. Né poteva spingere Hezbollah in una rissa di strada. Non sarà in grado di portare Hezbollah e i suoi alleati all’ostracismo, che sono determinati a far parte del nuovo governo. Gli Stati Uniti non sono riusciti a isolare Hezbollah, come ha fatto con Hamas, perché il Libano è aperto alla Siria e da lì all’Iraq e all’Iran. Il Libano è aperto anche al mondo esterno grazie alla sua costa mediterranea e può importare le merci necessarie. Nonostante tutto, l’Asse della Resistenza ha chiesto ai suoi amici e seguaci di coltivare la terra per limitare l’aumento dei prezzi del cibo.
L’Asse della Resistenza è aperto anche a Russia e Cina. Hezbollah continua a cercare di convincere i partiti politici a diversificare le relazioni e smettere di fare affidamento esclusivamente sugli Stati Uniti e sull’Europa. La Russia ha una comprovata esperienza nell’arena politica internazionale, anche se non ha ancora molta influenza in Libano e può far fronte all’egemonia americana.
L’Europa è anche felice di vedere Hezbollah e i suoi alleati al potere perché teme l’afflusso di milioni di rifugiati siriani e libanesi. La Cina è pronta ad aprire una banca in Libano, raccogliere e riciclare rifiuti, fornire acqua pulita e costruire generatori elettrici e anche investire circa 12.500 milioni in Libano, molto più degli 11.000 milioni offerti dalla Conferenza degli amici del Libano del CEDRE da Parigi,
Le porte del Libano sono aperte a un’alternativa agli Stati Uniti. Pertanto, più Washington cerca di sottomettere il governo libanese e i suoi abitanti, più si avvicineranno alla Russia e alla Cina.
I libanesi hanno perso molto dall’inizio delle manifestazioni. Ma tutto quello che Washington ha ottenuto è che la società libanese nel suo insieme ora vuole sfuggire alla sua egemonia, per non parlare del fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati non sono riusciti a isolare Hezbollah. Tuttavia, i manifestanti sono riusciti a dare l’allarme e avvertire i politici che la loro corruzione non può durare per sempre e che potrebbero finire in tribunale. Ancora una volta, gli agenti del caos hanno fallito e l’Asse della Resistenza ha ampliato la sua influenza in Libano.
Fonte: Global Research.ca

Traduzione: Luciano Lago

Preso da: https://www.controinformazione.info/gli-usa-hanno-fallito-la-loro-strategia-per-destabilizzare-il-libano/

Iraq allo sbando dopo 400 morti in piazza e le dimissioni del premier

L’inviata Onu: la repressione delle manifestazioni pacifiche non può costituire una strategia
[4 Dicembre 2019]

Secondo il canale televisivo libanese al-Mayadeen, che cita fonti irachene, ieri pomeriggio 5 razzi hanno colpito l’importante base aerea statunitense di Ain al Asad, nella  provincia occidentale irachena di al-Anbar, non ci sarebbero vittime. Ain al Asad è la seconda base aerea dell’Iraq dopo quella di Balad ed è il quartier generale della Settima divisione dell’Esercito iracheno.
E’ la dimostrazione del fallimento della confusa operazione di 2controllo” dell’Iraq dopo le q guerre petrolifere statunitensi alle quali ha partecipato (e partecipa) anche l’Italia e che in Iraq si è creata una situazione insurrezionale della quale sono protagonisti i giovani – sia sciiti che sunniti – che è già costata centinaia di vittime, che non ha nel mirino solo l’ingerenza iraniana in Iraq, ma anche quella occidentale e che apre la strada a ritorni sia di forze oscure, come i vecchi quadri del partito Baath di Saddam Hussein – che hanno sempre operato nel Paese dopo la caduta della dittatura, che delle cellule rimaste dello Stato Islamico/Daesh che era arrivato a Mosul e quasi fino alle porte di Bagdad.
Continuano comunque le proteste anti-iraniane e il primo dicembre è stata assaltato per la seconda volta il consolato iraniano di Najaf, nell’Iraq meridionale-.
Secondo il canale in lingua araba della TV iraniana Al-Alam in lingua araba «domenica sera gli assalitori che coprivano il volto con una maschera e secondo le testimoni locali non erano residenti di Najaf, hanno preso d’assalto e bruciato il consolato iraniano in questa città santa. Secondo le autorità irachene tali attacchi mirano a creare scissione tra i due Paesi vicini».
Il 2 dicembre la Camera dei rappresentanti, il parlamento monocamerale iracheno, ha accettato le dimissioni del primo ministro, Adel Abdul-Mahdi, che il 29 novembre aveva deciso di lasciare il suo incarico a causa delle durissime proteste in corso in Iraq e all’appello dell’ayatollah Ali al Sistani, massima autorità dell’Islam sciita iracheno, che chiedeva ai deputati di sfiduciarlo. Ora il presidente della Repubblica, il kurdo Bahram Salih, dovrà nominare entro 15 giorni il nuovo primo ministro che – entro 30 giorni – dovrà ottenere la fiducia con 164 voti, cosa difficilissima con un Parlamento diviso per Partiti settari ed etnici a loro volta divisi in fazioni nemiche (e spesso armate). SE il nuovo governo non ottenesse la fiducia, il presidente Salih avrà altri 15 giorni di tempo per incaricare un altro premier e se non ci sarà una nuova maggioranza, sarà lui ad assumere anche la carica di premier reggente, cosa impensabile per un kurdo in un Paese a maggioranza sciita e che fino alla caduta di Saddam Hussein era stato dominato dai sunniti.
Nonostante i giovani dicano che la loro rivolta non è settaria e che nasce dalla protesta per la corruzione dilagante, il furto delle risorse petrolifere nazionali, le occupazioni straniere, nella politica irakena le divisioni religiose contano molto e lo ha ammesso lo stesso Mahdi quando nel comunicato nel quale annunciava le sue dimissioni, citando un passaggio chiave dell’appello di Al Sistani al Parlamento, ha scritto: »Ho ascoltato molto attentamente il discorso della suprema autorità religiosa».
Ieri, intervenendo al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Jeanine Hennis-Plasschaert, l’inviata dell’Onu in Iraq, ha avvertito che «La repressione delle manifestazioni pacifiche da parte delle autorità non può costituire una strategia. Bisogna ascoltare la frustrazione e la collera espresse dai manifestanti.
Secondo la Hennis-Plasschaert il movimento di contestazione che scuote l’Iraq dal primo di ottobre «E’ dovuto a un accumulo di frustrazione riguardante una mancanza di progressi da numerosi annii».
I manifestanti, che sfidano apertamente la polizia e le milizie confessionali e dei Partiti (che spesso sono la stessa cosa) denunciano l’incompetenza e la corruzione dei leader politici e le decadenza dei servizi pubblici essenziali in un Paese che nuota letteralmente su un mare di petrolio e gas ormai nelle mani delle multinazionali straniere e di una classe politico7religiosa corrotta e rapace.
La Hennis-Plasschaert ha sottolineato che questi giovani disperati e pronti a farsi ammazzare «chiedono che il loro Paese possa realizzare tutto il suo potenziale a vantaggio di tutti gli irakeni. Questi giovani non hanno nessun ricordo del carattere orribile della vita per molti irakeni al tempo di Saddam Hussein. Però sono molto coscienti della vita promessa dopo Saddam Hussein».
L’inviata dell’Onu ha ricordato al Consiglio di sicurezza che «In questi ultimi due mesi sono state uccise più di 400 persone e più di altre 19.000 sono state ferite nel quadro del movimento di contestazione. I manifestanti sembrano determinati a perseverare per tutto il tempo in cui le loro richieste resteranno ignorate. La situazione non può essere risolta dalle autorità irakene guadagnando tempo con misure puntuali e utilizzando la repressione. Questo approccio non farà che alimentare maggiormente la collera e la sfiducia tra la popolazione. Perseguire interessi di parte o la repressione brutale di manifestazioni pacifiche non costituiscono delle strategie. Ma l’Iraq non è una causa persa e da questa crisi potrebbero emergere nuove possibilità. La sfida consiste nel cogliere queste opportunità e costruire uno Stato sovrano, stabile, inclusivo e prospero in Iraq. E’ arrivato il momento di agire. La speranze immense di molti irakeni chiamano a una riflessione audace e volta al futuro».
L’Iran, nel mirino dei manifestanti accusa altri Paesi di voler destabilizzare l’Iraq: «E’ chiaro che gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita e sullo sfondo Israele, che sono le menti di questi giorni di disordini e instabilità in Iraq, vogliono che la situazione attuale prosegua e che persino il Parlamento iracheno venga prosciolto – scve l’agenzia ufficiale iraniana Pars Today – Gli attuali membri del Parlamento, infatti, non opteranno per un nuovo premier filo-statunitense e per questo, è prevedibile che le proteste ed il caos proseguano per mettere pressione al Parlamento di Baghdad. In queste condizioni, sembra più che mai pesante la responsabilità dei politici iracheni che mettendo da parte le divergenze, devono cercare di impedire che la loro nazione cada in una situazione di totale vuoto di potere».
Teheran, che ha appena duramente represso manifestazioni contro il carovita e i costi umani ed economici della partecipazione dell’Iran alla guerra sirana (e irakena) teme un contagio ancora più forte. «Gli organizzatori degli attuali disordini in Iraq, non a caso hanno cercato di introdurre tra gli slogan delle proteste, anche l’Iran – si legge ancora su Pars Today – È chiaro che la popolazione irachena, per il 60% sciita e per lo più imparentata con la popolazione iraniana, non può nutrire odio per la nazione vicina; Teheran è stata l’unica capitale islamica ad aiutare militarmente gli iracheni negli anni di battaglia contro l’Isis, ed è il principale partner economico di Baghdad. Gli Stati Uniti, che ritengono una minaccia per la loro influenza la collaborazione dell’Iraq con l’Iran, stanno cercando di colpire anche questo aspetto, attraverso le rivolte».
In realtà i manifestanti sono sia sciiti che sunniti e chiedono anche la fine dell’occupazione statunitense e che tutte le truppe straniere abbandonino l’Iraq, restituendo agli irakeni le risorse delle quali si sono appropriati.
Comunque, anche secondo Par Today «La classe politica irachena, che ora deve dare la risposta. Gli sviluppi dei prossimi giorni serviranno a capire se il fronte guidato dagli Usa, dopo le dimissioni di Al Mahdi, otterrà pure il proscioglimento del Parlamento, o sarà quest’ultimo a designare il futuro della nazione, utilizzando i poteri democratici conferitigli dalla Costituzione».
Teheran si allinea ancora di più con Russia e Cina – il 27 dicembre i tre Paesi effettueranno un’esercitazione militare congiunta nell’Oceano Indiano – ed evoca anche i disordini a Hong Kong, nel Xinjiang e nei Paesi dell’ex Unione Sovietica quando sottolinea che quello in Iraq «Sarà uno scrutinio importante anche perché rivelerà se gli Stati Uniti, che sul piano militare e politico sono stati sconfitti nella regione, sono ancora in grado di cambiare a proprio favore gli equilibri nelle nazioni, grazie a rivolte, rivoluzioni colorate e sommosse la cui dinamica è ormai ben nota, in tutto il mondo».
Pars Today semplifica e riduce le rivolte popolari mediorientali a pure manovre di ingegneria geopolitica: «Anche in Libano, altra nazione considerata nella sfera d’influenza di Teheran, si sta sviluppando una situazione simile, e i criminali comuni che guidano le proteste violente, hanno inserito negli slogan dichiarazioni contro Hezbollah, che a detta di sostenitori e nemici di questa formazione, è e rimane il principale partito libanese e il più impegnato nel sociale, a favore dei ceti bisognosi. Anche lì, è chiara la presenza della regia statunitense».
Una tesi che permette a Teheran di spiegare con l’ennesimo complotto anche le proteste interne. «Persino in Iran, nelle settimane scorse, c’è stato un tentativo simile, fallito miseramente in 48 ore, e solo in questi giorni, l’arresto di individui coinvolti nelle azioni violente, che erano in collegamento con la Cia, sta confermando ulteriormente che si tratta di un grande piano destabilizzante».
Ma così non si affrontano le reali questioni messe violentemente sul piatto della storia dalle proteste di popolo in Iraq, Libano e Iran, che sono poi le stesse che, ignorate e represse in Siria e Yemen, hanno portato guerre infinite, all’infiltrazione jihadista, alla guerra etnica, alle invasioni turca e saudita, a milioni di profughi e a sofferenze infinite.
Chiudere gli occhi e tapparsi gli orecchi di fronte alle rivolte e alle sofferenze di popoli interi, come hanno fatto e continuano a fare Occidente e Oriente in Medio Oriente, mettere gli interessi petroliferi e geopolitici davanti a quelli dei popoli, porta solo al sanguinoso disastro al quale stiamo assistendo da anni.

Preso da: http://www.greenreport.it/news/geopolitica/iraq-allo-sbando-dopo-400-morti-in-piazza-e-le-dimissioni-del-premier/

Manifestazioni in Libano contro le interferenze statunitensi

25 novembre 2019.
Diverse manifestazioni hanno avuto luogo negli ultimi due giorni in Libano per protestare contro le interferenze degli Stati Uniti negli affari interni libanesi.
L’ultima è avvenuta questa domenica 24 novembre, con migliaia di persone radunate non lontano dall’ambasciata americana, ad Awkar, a est di Beirut.
Nel corso della protesta, i manifestanti hanno bruciato bandiere americane e israeliane, oltre alla foto di Jeffrey Feltman, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Libano.
Durante un’audizione di martedì 19 novembre, davanti alla sottocommissione parlamentare per gli affari esteri per il Medio Oriente, il Nord Africa e il terrorismo internazionale, Jeffrey Feltman aveva lasciato intendere che i libanesi devono affrontare due opzioni: seguire la politica di allineamento agli USA o affrontare il caos sobillato da Washington.
Jeffrey Feltman, sottosegretario del Dipartimento di Stato americano che fungeva anche da ambasciatore di Washington in Libano, aveva recentemente parlato di una possibile guerra civile se le forze armate libanesi avessero fatto ricorso al disarmo del movimento di resistenza di Hezbollah con la forza.
Durante la dimostrazione svoltasi ad Awkar, i seguenti slogan sono stati notati sugli striscioni contrassegnati o cantati dalla folla, tra cui:
“Gli Stati Uniti e Israele sono una cosa sola
“Smettete di interferire nei nostri affari, dannati imperialisti americani.”
“Non c’è modo di vivere nell’umiliazione. Rivoluzione contro gli Stati Uniti ”.
“Non rinunceremo al nostro paese per Israele”, recitava un cartello;
“Palestina, ti supporteremo a morte.”
“No alle interferenze nel mio paese”.
“Feltamn, stai zitto.”
Venerdì, in un’intervista con Reuters, il vice segretario generale di Hezbollah, lo sceicco Naim Qassem, ha affermato che gli Stati Uniti rappresentano l’ostacolo più importante per la formazione di un governo in Libano.

Libano Manifestazioni

“Il primo ostacolo nella formazione del governo sono gli Stati Uniti, perché vorrebebro un governo che sui allineato a loro e noi vogliamo invece un governo che sia in linea con il popolo libanese”, ha detto.
Funzionari statunitensi sono stati in diretto contatto con politici e funzionari libanesi, ha dichiarato lo sceicco Qassem, dicendo: “Lasciamoci soli in modo da poter giungere a un’intesa tra di noi. Più intervengono, più tempo richiederà la soluzione. “
Un altro dirigente del consiglio esecutivo di Hezbollah, lo sceicco Ali Damoush, ha affermato che il movimento di resistenza distingue tra le giuste richieste dei manifestanti e gli schemi politici di coloro che stanno sfruttando il movimento di protesta di massa per raggiungere i propri obiettivi.
“Ora è chiaro che gli Stati Uniti e i loro alleati si sono infiltrati nei ranghi del movimento di protesta e stanno cercando di guidarlo. Loro stanno sostenendo un complotto politico che vogliono imporre al Libano. Le questioni economiche e di corruzione in Libano sono le loro ultime preoccupazioni “, ha detto Damoush.

Hezbollah, reparti in parata

La crescita in Libano è precipitata a seguito di un interminabile stallo politico e di una crisi economica negli ultimi anni.
Il paese ospita 1,5 milioni di rifugiati siriani e la loro presenza è spesso accusata di aver fatto pressioni sull’economia già in difficoltà.
La disoccupazione si attesta a oltre il 20 percento, secondo i dati ufficiali.
Questo ha determinato le proteste in cui si sono inseriti agitatori infiltrati dai servizi di intelligence di Stati Uniti e Arabia Saudita.
https://www.presstv.com/Detail/2019/11/24/612027/Lebanese-protesters-rally-against-US-intervention-in-their-domestic-affairs
Fonti: sito Al Manar Press Tv
Traduzione: Luciano Lago

Preso da: https://www.controinformazione.info/manifestazioni-in-libano-contro-le-interferenze-statunitensi/

LOTTA DI CLASSE E “RIVOLUZIONI COLORATE” di Moreno Pasquinelli

[ martedì 5 novembre 2019 ]

 

I fatti….

Iraq: il 1 ottobre scoppia a Bagdad, una rivolta popolare, coi giovani in prima fila, contro il carovita, la disoccupazione, l’endemica corruzione. Dopo pochi giorni i rivoltosi, sempre più numerosi malgrado il coprifuoco e le prime vittime, chiedono che il governo se ne vada a casa. Nei giorni successivi la sollevazione si estende al sud, travolgendo proprio le città a maggioranza shiita: Basra, Nassiyia, Najaf, Kerbala. Decine i morti ammazzati dalle forze di sicurezza e da milizie filo-governative, più di mille i feriti.

Ecuador: il 3 ottobre il popolo si solleva contro il paquetazo, il pacchetto di misure anti-sociali sollecitato dal Fondo monetario internazionale che prevede, tra l’altro, l’eliminazione dei sussidi statali ai combustibili e la liberalizzazione del prezzo della benzina e del diesel.

Libano: 13 ottobre, si svolgono enormi manifestazioni inter-confessionali e spontanee contro le misure liberiste di austerità (più tasse e aumento dei prezzi tra cui i combustibili) chieste da FMI e Banca Mondiale quindi adottate dal governo di coalizione presieduto da Hariri e sostenuto anche da Hezbollah. Diventano ben presto proteste politiche contro il regime, la corruzione. Malgrado le dimissioni di Hariri il 29 ottobre, le proteste continuano

Cile: 18 ottobre: la scintilla che ha scatenato la più grande rivolta popolare (anche qui giovani protagonisti) dalla fine degli anni ’60 è scattata subito dopo la legge che aumentava il prezzo del biglietto della metropolitana della capitale, Santiago. Dopo due settimane è diventata una mobilitazione politica per cacciare il il regime neoliberista di Piñera e una nuova costituzione

Egitto: 26 ottobre, al Sisi, dopo la repressione violenta delle proteste di strada, proroga per la decima volta consecutiva lo Stato d’emergenza.

Il giudizio

 

Domanda: al di là di affinità evidenti, c’è qualcosa di fondo, di universale, che accomuna la grande sollevazione popolare cilena, il successo elettorale dei peronisti in Argentina, le violente rivolte che scuotono il mondo islamico dall’Egitto all’Iraq, passando per il Libano?

I tratti comuni di queste rivolte, a dispetto dei differenti contesti nazionali, saltano tuttavia agli occhi: la scintilla che da fuoco alle polveri sono le misure austeritarie di impronta neoliberista. I settori popolari che ne vengono colpiti si ribellano, contestano la corruzione delle classi dominanti e dei loro servi politici, velocemente diventano

Bagdad, ottobre 2019

mobilitazioni politiche che chiedono non solo le dimissioni dei governi ma un vero e proprio cambio di regime.

E da che dipende questa affinità? Viene dal fatto la globalizzazione neoliberista ha ornai afferrato ogni Paese nella sua spirale distruttiva, che essa, come uno rullo compressore, ovunque schiaccia chi sta in basso fino al punto limite oltre il quale non può esserci che la sollevazione generale.

C’è di più, quindi, c’è proprio la dinamica simile. Piccoli fuochi di rivolta urbana, coi giovani come punta di lancia, tendono ad estendersi velocemente a macchia d’olio trascinando nelle strade i ceti sociali oppressi fino alla rivolta popolare generale che ben presto, da difensiva, diventa politica e offensiva.

V’è infine un’altra caratteristica comune ed un segno che contraddistingue il tempo che viviamo: il simbolo che dappertutto queste masse utilizzano ed in cui si riconoscono è la rispettiva bandiera nazionale.

Impossibile non vedere l’elemento di fondo, universale, che accomuna tutti quanti questi tumulti: la lotta di classe, quella per quel cane-mai-morto di Carlo Marx rappresentava, in ultima istanza, la forza motrice della storia. E la storia in effetti si va rimettendo in moto, con la differenza che il ritmo della sua danza ricomincia ad essere dettato non da chi sta in alto bensì da chi sta in basso.
Giusto discutere di cosa sia ancora vivo e cosa sia morto della teoria marxista. Di sicuro è morta la tesi operaista che per lotta di classe intendeva solo quella tra operai salariati (metafisicamente portatori di progresso) e capitale (ontolgicamente parassita). La lotta di classe, invece, è un fenomeno per sua natura polimorfa, che quindi può assumere, a seconda del momento storico, della struttura sociale e delle tradizioni spirituali di un dato Paese, aspetti, dinamiche e modi di essere anche molto diversi, ma sempre essa ha la medesima sostanza: i dominati si ribellano ai dominanti e premono per la loro emancipazione.

Malgrado questa verità sia evidente v’è chi si ostina a negarla.

Beirut, ottobre 2019
Non parliamo qui dei liberali o dei fascisti, per i quali il rifiuto della lotta di classe è punto dogmatico di dottrina. Entrambi sono infatti, non solo geneticamente anti-egualitari. Entrambi sono accomunati dalla medesima idea per cui la storia non la fai mai la “plebaglia”, bensì i grandi condottieri, le élite aristocratiche degli ottimati, o le grandi potenze.

Parliamo di diversi amici i quali inneggiano a queste rivolte fino a quando puntano contro quelli che considerano “governi nemici”, e le condannano come “rivoluzioni colorate” quando esse contestano “governi amici”. Viva la sollevazione cilena o ecuadoregna dunque, ma abbasso quella irachena o libanese. Essi equiparano infatti le rivolte in Iraq e Libano a quelle di Hong Kong o alle mobilitazioni contro Maduro in Venezuela o contro Evo Morales in Bolivia, addirittura ad EuroMaidan in Ucraina.

Entra quindi in ballo la geopolitica, con tutti i suoi accecanti automatismi.

Facciamo degli esempi. Dal fatto che si debba difendere la Russia putiniana dalle evidenti provocazioni USA-NATO se ne deduce che ogni protesta sociale che avvenga in Russia non solo sia per sua natura disdicevole, è pressoché scontato che dietro vi siano gli americani, e che i sobillatori siano al soldo della CIA. Non conta, agli occhi dei geopoliticisti, che chi protesta rivendichi legittimi diritti, non conta che la situazione per le classi subalterne sia intollerabile, non conta che il governo putiniano segua una politica sociale sostanzialmente liberista. Essi vedono solo un aspetto della politica putiniana, dimenticando tutti gli altri. Con queste lenti distorte non vogliono vedere le intollerabili ingiustizie sociali, rifiutano di considerare l’esistenza di un’oligarchia capitalista che fa il bello e il cattivo tempo.

Dicendo questo noi vogliamo forse negare che nell’opposizione al putinismo vi siano forze al soldo dei nemici imperialisti occidentali della Russia? Ovviamente no, diciamo che va fatta un’analisi concreta della situazione concreta, che è doveroso distinguere il grano dal loglio, ovvero stabilire quale sia la “natura di classe”, sociale e politica, di una data protesta, di una data opposizione. La geopolitica, le dinamiche ed i conflitti internazionali, non possono cancellare quelli interni ad ogni singolo paese. Non geopolitica o lotta di classe, bensì geopolitica e lotta di classe. L’uno aspetto non sopprime l’altro.

Così ad esempio non ci sfugge affatto che le violente rivolte a Hong Kong, iniziate a maggio contro il governo locale sostenuto da Pechino, per quanto massicce, siano di

Santiago, ottobre 2019

natura reazionaria e filo-imperialista. E poco importa stabilire se i suoi leader siano o meno su libro paga della CIA; parlano le loro rivendicazioni separatiste, parlano i simboli, parla il fatto che esse siano animate non dai subalterni ma dai pupilli della borghesia della ex-colonia inglese.

Di converso sono chiare le cause sociali delle rivolte di massa in Iraq e in Libano. Negare la loro genuinità e la loro legittimità, giungendo addirittura a giustificare la repressione (sanguinosa nel caso iracheno), fallita in quello libanese, è cosa inaccettabile. Anche in questo caso l’argomento di chi condanna le rivolte popolari in Iraq e Libano usa un solo argomento: siccome l’Iran svolge una funzione positiva di contrasto all’imperialismo nordamericano, e dal momento che l’indegno e corrotto governo di Bagdad è sostenuto da Tehran e che il governo  governo Hariri c’è Hezbollah, ogni sollevazione sociale delle classi subalterne è illegittima, peggio, ogni sollevazione sarebbe una “rivoluzione colorata al servizio dei nemici dell’Iran”.

Ci viene alla mente quanto Mao Zedong disse, se non erro nel 1955, a proposito della frazione filo-sovietica avversaria nel suo partito: “Per questi compagni le scoregge dei russi profumano”. Per i filo-iraniani il fatto che Teheran sotto la minaccia di aggressione, giustifica ogni porcheria politica del regime.

Chi afferma oggi queste posizioni sono gli stessi che al tempo (2011-12) liquidò le “primavere arabe” come “rivoluzioni colorate”. Tra questi si annoverava il compianto Costanzo Preve, che in quel frangente abbracciò in toto i paradigmi del geopoliticismo.

Ne nacque una polemica  teorica — GEOPOLITICA E ANTIMPERIALISMO: LA POLEMICA TRA COSTANZO PREVE E MORENO PASQUINELLI — che alla luce degli odierni accadimenti riteniamo valga la pena di essere segnalata.

Preso da: https://sollevazione.blogspot.com/2019/11/lotta-di-classe-e-rivoluzioni-colorate.html

Hannibal Gheddafi: arrestato perchè figlio di Muammar Gheddafi

4/2/19
Hannibal Gheddafi (foto d'archivio)

Lo scandalo per il vilipendio della bandiera libica a Beirut e il successivo rifiuto alla Libia di partecipare al forum economico della Lega Araba in Libano, come molti anni fa ha provocato una crisi nelle relazioni tra i due Paesi.

L’influente partito sciita libanese Amal non vuole vedere un solo rappresentante libico mettere piede a Beirut finché le autorità nazionali non otterranno informazioni affidabili sul destino del suo leader, l’imam Musa al-Sadr e dei suoi due accompagnatori scomparsi diversi decenni fa a Tripoli in circostanze ancora oscure. Le tensioni tra Libia e Libano hanno convogliato l’attenzione sulla situazione capitata ad Hannibal Gheddafi, uno dei figli dell’ex leader libico Muammar Gheddafi. Dal 2015 è rinchiuso in una prigione libanese. È accusato di nascondere informazioni sulla scomparsa di Musa al-Sadr. Per la prima volta dalla sua detenzione Hannibal Gheddafi ha accettato di rispondere a diverse domande dei media. In un’intervista con il corrispondente di RIA Novosti Rafael Daminov ha raccontato come è finito nel carcere libanese e se conosce davvero i dettagli della scomparsa del predicatore sciita.

Si trova agli arresti in Libano con l’accusa di aver nascosto informazioni sul caso di Musa al-Sadr. C’è qualche indagine ufficiale su questo caso, il processo è iniziato? Ha davvero qualche informazione sulla scomparsa dell’imam Musa al-Sadr e dei suoi due accompagnatori?
— Nel 2008 mio padre Muammar Gheddafi è stato accusato di aver rapito Musa al-Sadr ed i suoi accompagnatori. Tuttavia, in questo caso iniziato nel 1981 non sono mai stato coinvolto, né come sospetto, né come testimone, né come imputato. In altre parole il motivo del mio arresto non ha nulla a che fare con questa vicenda, sono stato arrestato solo perché ero il figlio di Muammar Gheddafi.

Dopo aver detto al giudice impegnato nelle indagini sulla scomparsa di Musa al-Sadr che non ho alcuna informazione sulla scomparsa dell’imam, sono stato accusato di aver nascosto informazioni sul caso. Il fatto è che quando questi eventi si sono verificati nel 1978 avevo solo due anni.

Ha in programma di prender parte alla vita politica dopo che tornerà libero?
— È troppo presto per parlarne ora, non posso discutere questo argomento o prendere una decisione.
Voglio sottolineare che negli anni del mio lavoro in Libia, non ho mai ricoperto incarichi nelle forze di sicurezza. Ero solo un consulente nel campo del trasporto marittimo.
Contiamo sul ruolo importante della Russia, in quanto grande Stato in questi casi. La ringrazio per gli sforzi che sta facendo per la mia liberazione.

Preso da: https://it.sputniknews.com/mondo/201902047212910-Libano-Libia-Musa-al-Sadr-Hannibal-Gheddafi-Muammar-Gheddafi-Lega-Araba/?fbclid=IwAR17WESLVZseG-F4btiLSEAkT7DGwwv9ddO3eSaPILsyc4xig1XoaFbYx10

Il ciclo della menzogna

Quando vogliono condannare un sospettato, gli occidentali lo accusano di ogni sorta di crimine, fino a creare le condizioni per poter emettere la sentenza. Verità e Giustizia non hanno importanza, quel che conta è salvaguardare il potere. Ritornando sull’accusa alla Siria di far uso di armi chimiche, Thierry Meyssan ricorda che, sebbene essa risalga ad alcuni anni fa, il principio secondo cui la Siria è designata colpevole è vecchio di oltre duemila anni.

| Damasco (Siria)
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Gli occidentali affermano che nel 2011 è iniziata in Siria una «guerra civile». Eppure, nel 2003 il Congresso USA adottò, e il presidente George W. Bush firmò, una dichiarazione di guerra a Siria e Libano (il Syria Accountability and Lebanese Sovereignty Restoration Act [1], Legge sulle responsabilità della Siria e per il ripristino della sovranità libanese).

Dopo il vano tentativo del segretario di Stato Colin Powell, che nel 2004 avrebbe voluto trasformare la Lega Araba in tribunale regionale (vertice di Tunisi), l’aggressione occidentale poté iniziare grazie all’assassinio nel 2005 dell’ex primo ministro libanese, Rafic Hariri.

L’ambasciatore americano a Beirut, Jeffrey Feltman — che probabilmente organizzò in prima persona il crimine —, accusò immediatamente i presidenti Bashar al-Assad ed Émile Lahoud. L’ONU inviò in Libano una commissione d’inchiesta. Successivamente, gli organi esecutivi dell’ONU e del Libano istituirono, senza ratifica dell’Assemblea Generale dell’ONU né del parlamento libanese, uno pseudo-tribunale internazionale, che da subito ebbe a disposizione testimonianze e prove convincenti. Data per scontata e imminente la condanna, Assad e Lahoud furono messi al bando dal consorzio delle nazioni, alcuni generali furono arrestati dall’ONU e tenuti in carcere per anni, senza nemmeno essere messi in stato d’accusa. Ciononostante, i falsi testimoni furono smascherati, le prove persero fondatezza e l’accusa andò in frantumi. I generali furono messi in libertà, con tante scuse. Bashar al-Assad ed Émile Lahoud furono di nuovo considerati personalità frequentabili.
Tredici anni sono trascorsi, Jeffrey Feltman è il numero due delle Nazioni Unite e l’avvenimento del giorno è il pretestuoso attacco chimico della Ghuta. Ora come allora ci sono testimonianze (i Caschi Bianchi) e prove (foto e video) che si pretenderebbero convincenti. E, come al solito, il presunto colpevole è il presidente al-Assad. L’accusa è stata preparata con cura, sulla base di voci che circolano dal 2013. Senza aspettare che l’OPAC accertasse i fatti, gli occidentali si sono eretti a giudici e boia, hanno condannato la Siria e l’hanno punita, bombardandola.
Senonché la Russia è oggi ridiventata una super-potenza, parigrado con gli Stati Uniti, e ha potuto pretendere il rispetto delle procedure internazionali e l’invio di una commissione dell’OPAC a Damasco. Ed è sempre la Russia che ha portato all’Aia 17 testimoni oculari del presunto attacco chimico per comprovare la manipolazione mediatica dei Caschi Bianchi.
Come hanno reagito i 17 Paesi dell’Alleanza Occidentale presenti all’Aia? Si sono rifiutati di ascoltare i testimoni e di metterli a confronto con i Caschi Bianchi. Hanno pubblicato un breve comunicato per denunciare lo show russo [2]. Immemori di aver già giudicato e punito la Siria, hanno sottolineato che l’audizione dei testimoni era lesiva dell’autorità dell’OPAC. Hanno ricordato che il direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva già confermato l’attacco chimico e che era indecente rimetterlo in discussione. Ovviamente, hanno richiamato la Russia al rispetto di quel Diritto Internazionale che essi violano senza tregua.
Si dà il caso che la dichiarazione dell’OMS contravvenga alle sue prerogative; che non sia stata assertiva, bensì condizionale; che non si sia fondata su rapporti di funzionari, bensì unicamente su testimonianze di ONG, sue partner, che riportavano le accuse… dei Caschi Bianchi [3].
Sono duemila anni che l’occidente scandisce «Carthago delenda est!» (Cartagine deve essere distrutta!) [4], sebbene nessuno sappia cosa si rimproverasse a quest’equivalente tunisina dell’odierna Siria. In Occidente, questo sinistro slogan è diventato un riflesso condizionato.
In ogni angolo del mondo la saggezza popolare assicura che «Il più forte ha sempre ragione». È la morale delle favole dei Panchatantra indiani, del greco Esopo, del francese Jean de La Fontaine e del russo Ivan Krilov, ma proviene forse dall’antico saggio siriano Ahiqar.
Ebbene, la buffonata del fallito bombardamento del 14 aprile ha reso gli occidentali “i più forti”, ma solo nelle menzogne.

[1] The Syria Accountability and Lebanese Sovereignty Restauration Act, H.R. 1828, S. 982, Voltaire Network, 12 December 2003.
[2] « Déclaration conjointe de l’Allemagne, l’Australie, la Bulgarie, le Canada, le Danemark, l’Estonie, des Etats-Unis d’Amérique, de la France, l’Islande, l’Italie, la Lettonie, la Lituanie, des Pays-Bas, de la Pologne, la République tchèque, du Royaume-Uni de Grande-Bretagne et d’Irlande du Nord et de la Slovaquie », Réseau Voltaire, 26 avril 2018.
[3] « L’OMS s’inquiète de la suspicion d’attaques chimiques en Syrie », Réseau Voltaire, 11 avril 2018.
[4] Cathargo delenda est è uno slogan reso popolare da Catone il Vecchio. Il senatore lo pronunciava al termine di ogni suo discorso. Il solo crimine di Cartagine sembra fosse essere più fiorente di Roma.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article200977.html