Verita’ scomode

Pubblicato: Venerdì, 27 February 2015 09:22
Scritto da Nicola Gottardi

Sembra impossibile da capire per noi occidentali, ma Al Kattafy e’ stato anche “guida” di un governo che ha tentato di dare la Democrazia, con pieni Diritti, a tutti gli abitanti e di risollevare e unire l’Africa .

Cose che i nostri governanti, spacialmente gli oligarchi massonico-finanziari, non gradirono.
Tra i suoi successi , anche l’estrazione ( e la distribuzione) di acqua fossile, trovata sotto il deserto nell’interno della Libia, con conseguente diritto degli abitanti al terreno agricolo. Acquedotto pagato con la nazionalizazione del petrolio, cosa invisa a statunitensi e francesi.
Il governo precedente , infatti, viveva a Roma con i soldi ricevuti dagli USA per sfruttare il sottosuolo Libico.

La Libia, in quel periodo, era il paese piu’ povero dell’Africa e con Gheddafi divenne di gran lunga il piu’ ricco e il meglio governato di tutto il continente.

Il filosofo, autore del “libro Verde” che spiega come i nostri governi ci spremono, ha dovuto portare il peso di un infamia interminabile (e delle bombe) per aver dimostrato che i “banchieri”, i governi, i sindacati “occidentali”, ingannano e spolpano la popolazione.

Il crimine di Al Kattafy e’ stato costituire uno Stato che dava invece di prendere come i nostri.
La sua Jamahiriya non tassava, non faceva debito pubblico, dava reddito di cittadinanza, casa, aziende agricole, educazione e cure ospedaliere in qualsiasi luogo del mondo.

Ha comunque sbagliato su un punto, il voler lasciare sostanzialmente inalterata la vecchia cultura di zona. In sostanza molti libici hanno traversato i 42 anni del governo ispirato alle visioni di Al Kattafy senza capire quale privilegio stavano vivendo e quali responsabilita’ avevano acquisito. Questo anche perchè risultava difficile creare una cultura nuova ed unica in un territorio diviso in tribù beduine e molto vasto.

Negli ultimi anni tento’ di passare direttamente alla cittadinanza l’amministrazione del reddito del petrolio facendosi nemici tra i suoi burocrati.
E’ bene ricordare che nel rapinarlo i nostri governi, oltre a violare le leggi dell’ONU e ad impiegare i giornalisti come spie e calunniatori, hanno rubato, senza tante mascherature, le ingenti riserve di soldi e oro accantonate dal popolo Libico.

E continuano a predare nel caos costruito ad arte per assicurarsi petrolio e gasdotti, rischiando di creare una polveriera internazionale.

Ma la storia che vogliono insegnarci pare diversa, come sempre.

Verità scomode da nascondere.

Preso da:

http://www.trentino-suedtirol.ilfatto24ore.it/index.php/blogger/nicola-gottardi/2162-verita-scomode

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La Libia non era da liberare da un regime sanguinario ma è un prodotto da conquistare

La Libia non è da liberare da un regime sanguinario ma è un prodotto da conquistare

http://www.ecplanet.com/node/2655

By Edoardo Capuano – Posted on 26 agosto 2011

La verità è che la Libia non è una nazione da liberare dal regime sanguinario di Mouammar Gheddafi, ma un prodotto da conquistare! Avete ascoltato i telegiornali? È pronta l’invasione di terra e i grandi politici di tutta Europa si stanno spartendo la succulenta torta, come hanno sempre fatto.

Il pianeta è ormai in agonia, le sue risorse stanno scarseggiando. Per il regime globale non c’è più scelta: bisogna depredare il più possibile; bisogna demonizzare abbastanza una nazione per giustificare al gregge (la maggior parte della popolazione mondiale che non si pone mai domande di come mai certi eventi prendono forma) un dato intervento militare. Ricordatevi: dopo la Libia toccherà alla Siria e poi all’Iran, ma non per liberare le nazioni da fantomatici tiranni bensì per depredarli delle loro risorse ed avviare così anche un processo di ‘democratizzazione’ che vada bene non ai cittadini bensì ai grandi banchieri globali. Un po’ quello che sta succedendo con la frottola della grande crisi.

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Come è possibile che la maggior parte del popolo Libico continua a sostenere Mouammar Gheddafi con tanto fervore, e che quest’ultimo non si sia affievolito e continua a resistere, 4 mesi dopo l’inizio di una presunta “rivolta”, e dopo 3 mesi dall’inizio dei bombardamenti della Nato?

C’è da sapere che vi sono state 6 manifestazioni milionarie che hanno raccolto in totale 6 milioni di libici dall’inizio del mese di Luglio 2011.

Il 22 Luglio i libici hanno avuto l’idea di creare la più grande foto al mondo, quella di Mouammar Gheddafi che misura 180 metri di lunghezza e 60 metri di larghezza. Un popolo che non ama il suo leader farebbe tutto questo per lui? Perchè il numero d’immigrati libici in Francia, ma anche in altri paesi, come i paesi dell’Europa dell’est è infinitamente più basso di quello degli immigrati algerini, tunisini e marocchini?

La verità è semplicemente che la vita in Libia è molto lontana dall’inferno descritto dalla propaganda mediatica occidentale, e che la Libia di Gheddafi beneficia non solamente di un livello di vita molto superiore di quello dei paesi magrebini vicini, ma anche di un sistema sociale molto avanzato, su cui i paesi occidentali farebbero meglio a ispirarsi…

Negli esempi che seguono utilizzeremo le parole “stato” e “governo” solo per comodità, dal momento che, nel sistema politico libico, molto originale, non corrispondono esattamente al loro significato. Questo sistema organizzativo è chiamato “Jamahiriya”, un termine senza equivalenze in altre lingue, e che di solito è tradotto come “stato delle masse”, o “Repubblica delle masse”. Ecco dunque una lista non esaustiva che vi aiuterà a capire meglio perché la stra grande maggioranza del popolo libico resta attaccato a Gheddafi, e perché non lo considerano affatto un ignobile tiranno.

LA JAMAHIRIYA LIBICA:

Elettricità domestica gratuita per tutti
Acqua domestica gratuita per tutti
Il prezzo della benzina è di 0,08 euro al litro
Il costo della vita in Libia è molto meno caro di quello dei paesi occidentali. Per esempio il costo di una mezza baguette di pane in Francia costa più o meno 0,40 euro, quando in Libia costa solo 0,11 euro. Se volessimo comprare 40 mezze baguette si avrebbe un risparmio di 11,60 euro.
Le banche libiche accordano prestiti senza interessi
I cittadini non hanno tasse da pagaren e l’IVA non esiste.
Lo stato ha investito molto per creare nuovi posti di lavoro
La Libia non ha debito pubblico, quando la Francia aveva 223 miliardi di debito nel Gennaio 2011, che sarebbe il 6,7% del PIL. Questo debito per i paesi occidentali continua a crescere
Il prezzo delle vetture (Chevrolet, Toyota, Nissan, Mitsubishi, Peugeot, Renault…) è al prezzo di costo
Per ogni studente che vuole andare a studiare all’estero, il governo attribuisce una borsa di 1 627,11 Euro al mese.
Tutti gli studenti diplomati ricevono lo stipendio medio della professione scelta se non riescono a trovare lavoro
Quando una coppia si sposa, lo Stato paga il primo appartamento o casa (150 metri quadrati)
Ogni famiglia libica, previa presentazione del libretto di famiglia, riceve un aiuto di 300 euro al mese
Esistono dei posti chiamati « Jamaiya », dove si vendono a metà prezzo i prodotti alimentari per tutte le famiglie numerose, previa presentazione del libretto di famiglia
Tutti i pensionati ricevono un aiuto di 200 euro al mese, oltre la pensione.
Per tutti gli impiegati pubblici in caso di mobilità necessaria attraverso la Libia, lo Stato fornisce una vettura e una casa a titolo gratuito. Dopo qualche tempo questi beni diventano di proprietà dell’impiegato.
Nel servizio pubblico, anche se la persona si assenta uno o due giorni, non vi è alcuna riduzione di stipendio e non è richiesto alcun certificato medico
Tutti i cittadini della libia che non hanno una casa, possono iscriversi a una particolare organizzazione statale che gli attribirà una casa senza alcuna spesa e senza credito. Il diritto alla casa è fondamentale in Libia. E una casa deve essere di chi la occupa.
Tutti i cittadini libici che vogliono fare dei lavori nella propria casa possono iscriversi a una particolare organizzazione, e questi lavori saranno effettutati gratuitamente da aziende scelte dallo Stato.
L’eguaglianza tra uomo e donna è un punto cardine per la Libia, le donne hanno accesso a importanti funzioni e posizioni di responsabilità.
Ogni cittadino o cittadina della Libia si può investire nella vita politica e nella gestione degli affari pubblici, a livello locale, regionale e nazionale, in un sistema di DEMOCRAZIA DIRETTA (iniziando dal Congresso popolare di base, permanente, fino ad arrivare al Congresso generale del popolo, il grande Congresso nazionale che si riunisce una volta all’anno)
Citando Wikipedia:

La popolazione è in aumento, al ritmo del 1,9% annuo (1995-2008). Le condizioni socio-sanitarie sono migliorate: con una speranza di vita di 77 anni, una mortalità infantile dell’1,9% e un analfabetismo al 17,4% la Libia si colloca tra i paesi a sviluppo umanitario intermedio e, grazie al reddito relativamente elevato, davanti agli altri paesi nordafricani

In Francese:

La Libia è dotata di una struttura governamentale dualista. Il settore rivoluzionario comprende la guida della rivoluzione, Mouammar Gheddafi, i comitati rivoluzionari oltre que una dozina di membri del Consiglio della rivoluzione fondato nel 1969. Il leader della rivoluzione non è eletto e non può essere destituito legalmente. Il settore rivoluzionario definisce il potere di decisione del secondo settore, il settore della Jamahiriya. Il settore della Jamahiriya costituisce il settore legislativo del governo. È diviso in tre livelli, comunale, regionale e nazionale. A ogni corpo legislativo corrisponde un comitato esecutivo.

Il sistema politico della Libia è teoricamente basato sul Libro Verde di Gheddafi, che unisce delle teorie socialiste e islamiche e ripudia la democrazia parlamentare oltre che i partiti politici. La Libia applica ufficialmente la

democrazia diretta.

L’articolo 2 della costituzione del 1977 (detta Dichiarazione sull’avvento del Potere del Popolo) stipula che “Il Santo Corano è la Costituzione della Jamahiriya araba libica popolare socialista” e l’articolo 3, “La democrazia popolare diretta è la base del sistema politico della Jamahiriya araba libica popolare socialista, nella quale il potere è nelle mani del popolo”.

Inoltre citando i dati ONU:

la Libia aveva il più alto indice di sviluppo umano di qualsiasi paese del continente africano; la Libia ha una percentuale di persone che vivevano al di sotto della soglia di povertà inferiore ai Paesi Bassi; La Libia aveva un tasso di carcerazione inferiore alla Repubblica Ceca. (fonte: Global Research)

Ricapitolando, secondo gli indicatori ufficiali dell’ONU (più affidabili del PIL pro capite), in base all’Indice di Sviluppo Umano la Libia è al 55° posto, la Tunisia al 98°, l’Egitto al 123°.

In campo internazionale la Libia ha svolto (svolge) un importante ruolo: in Africa, essendo cofondatrice assieme al Sudafrica dell’Unione africana; in Europa e nel Mediterraneo quale filtro dell’immigrazione; nel mondo arabo arginando il “fondamentalismo”, quale fenomeno sociale e religioso reazionario.

Sta a voi di capire se i media occidentali dicono al verità a proposito del “regime di Gheddafi”, o se al contrario vi manipolano per giustificare l’attacco indiscriminato contro il popolo libico.

Dopo aver letto questo articolo vi potrebbe interessare anche questo, per capire di cosa ci stiamo rendendo complici.

fonte originale: http://www.facebook.com/pages/Jeunes-libye…189667824408959

Preso da: “http://indigesti.forumcommunity.net/?t=47564630″ target=”_blank”>http://indigesti.forumcommunity.net/?t=47564630

Fuga all’ inferno ed altre storie- di Muammar Gheddafi un brano 2

3. Fuga all’inferno e altre storie è indubbiamente un’opera letteraria e, io credo, di apprezzabile qualità. Ma si tratta di un’opera letteraria che insieme al più noto, istituzionale e utopico Libro verde7 costituisce il corpus del pensiero politico di Gheddafi. Il pastore del deserto – così talvolta si autodefinisce – parla di politica al suo popolo nella forma della favola, dell’apologo. I racconti hanno sempre un contenuto politico: si tratti dei problemi del potere e del difficile rapporto con le masse, dell’urbanesimo e del progresso, dell’alienazione della persona di fronte alla prepotenza della modernità. Il leader Gheddafi, come è versatile nell’abbigliamento, parla più di una lingua: quella asserverativa e utopica del Libro Verde, quella fluviale dei suoi discorsi e del suo sito (www.algathafi.org/akrad-fr.htm) e quella poetica di questi racconti, spesso drammatici, nei quali assume la semplicità di un nomade pastore del deserto. «Benedetta sia tu, oh carovana» esclama scaraventato dalle circostanze al cospetto di problemi ardui e terrificanti.
Tutto questo invita a sforzarsi di capire la personalità dell’autore: non sono frequenti i capi di stato che scrivano racconti e si concedano alla letteratura non per vanità salottiera. Dobbiamo partire dal dato di fatto che Gheddafi è un capo di stato a tutti gli effetti, sperimentato nelle avversità (oltre l’embargo, l’accusa di «stato canaglia» e anche un bombardamento Usa) e tra i più longevi (in durata credo lo batte solo Fidel Castro), ha trasformato la Libia in una nazione e governa senza alcun incarico ufficiale: è soltanto il leader, el quaid, ma qui il soltanto è più di un tutto. Ma proprio per questo diventa più stringente la domanda: perché scrive racconti? La risposta la si deve cercare nella personalità di Gheddafi, utopica e realista, capace di avere tutto il cinismo del potere e di soffrirne l’angoscia, al punto di scrivere che vorrebbe fuggire all’inferno, per essere più sereno, riposare dalle fatiche di quel vero inferno che si trova nell’aldiquà.
A chi voglia saperne di più raccomando la lettura di Gheddafi, una sfida dal deserto di Angelo Del Boca e anche Di fronte a Gheddafi di Luciana Anzalone 8. Del Boca dice a Gheddafi che dovrebbe essere deluso dall’accoglienza debole che il suo popolo ha riservato al Libro Verde. La risposta di Gheddafi è secca e di verità. «La sua interpretazione – dice – è corretta. Certamente, sono deluso. I principi contenuti nel Libro Verde sono, ovviamente, principi utopistici. Se però la mia gente li avesse adottati, oggi vivremmo in un mondo più felice, più verde. Ma è difficile, con la gente di oggi, conseguire tali risultati. Di conseguenza il nostro mondo è ancora, purtroppo, di colore nero». L’uomo è utopista e realista: nello stesso Libro verde nel quale esalta la democrazia attraverso il potere del popolo, poi scrive: «Questa è la vera democrazia dal punto di vista teorico; ma nella realtà, sono sempre i più forti che dominano, e la parte più forte nella società è quella che comanda».
Resistere alle delusioni è difficile, ma il leader di delusioni ne ha subite tante, e ha resistito, senza incagliarsi o asservirsi. Ha sostenuto movimenti radicali europei, forse assimilandoli alla tradizione anticolonialista, pensiamo all’Ira e ad altri movimenti, subendo l’accusa di essere sostenitore del terrorismo. Ha sostenuto, impegnando soldi e soldati, tutte le possibili unità arabe, ma sempre deluso dai fratelli arabi, tanto che oggi è in conflitto aperto con la Lega araba. Da tempo è impegnato per l’unità africana, con il sostegno forte, che non è mai venuto meno, di Mandela, ma anche qui con risultati precari. Ma nonostante tutte queste delusioni è ancora attivo e promuove iniziative dalle sue tende di guerriero nomade. Resistere alle delusioni non è da tutti: a me sembra segno di saggezza e di fedeltà ai propri ideali.
Se quest’uomo ha preso il potere, senza spargimento di sangue, a 27 anni e lo ha conservato per 36 anni, fino a oggi è anche perché ha cominciato a pensare e agire per la realizzazione del suo progetto fin da ragazzo, quando studiava nella scuola di Sebha, da dove la polizia di re Idriss lo cacciò perché già allora faceva agitazione politica. E perché poi, anche al potere, ha continuato a studiare, osservare, sforzarsi di capire, realizzando il miracolo di essere il leader indiscusso senza nessun potere formalizzato, ma senza esercitare gli arbitri di un tiranno. Se su un fronte Gheddafi ha avuto la mano dura è stato contro gli integralisti e i fondamentalisti (il primo mandato di cattura contro Bin Laden è di matrice libica), e di questo non possiamo non essergli grati. Certo non ci sono partiti di opposizione e neppure una stampa contraria. Non c’è la democrazia come la conosciamo in occidente, però le assemblee popolari contano e a Tripoli non hai affatto l’impressione di vivere in uno stato di polizia. Non c’è – diremmo noi – la libera stampa, ma sulle case e anche per strada c’è un pullulare di antenne paraboliche che consentono tutte le informazioni possibili. Vorrei aggiungere che nessun capo di stato ha avuto la sincerità e l’ardire di scrivere e pubblicare un testo in qualche modo avvicinabile a Fuga all’inferno. E aggiungo ancora il ritratto che ne ha fatto Guy Georgy, primo ambasciatore di Francia nella Jamhaiyyria, nel suo libro, Kadhafi, le berger des Syrtes: «In uno stile accorto e molto personale, egli maneggia con disinvoltura l’humour, il paradosso, il lato buffo, la riflessione e il dardo assassino. Se a volte gioca ad apparire ingenuo, lo fa per assestare meglio qualche verità ai suoi nemici: gli integralisti arabi, gli europei pusillanimi…». E aggiungo ancora qualche mia impressione avendolo incontrato e intervistato in una delle sue tende. È innanzitutto persona di molte letture, non solo del Corano, quasi sempre presente nei suoi discorsi, ma anche della letteratura occidentale. È un attento lettore di Rousseau e degli illuministi e ama Dickens. È particolarmente attento alla questione dell’ambiente e a quella della liberazione delle donne. Riporto qui la risposta a una mia domanda del dicembre del 1998: «Per quanto riguarda l’ambiente sono enormemente preoccupato per l’indifferenza con la quale il mondo procede verso la catastrofe ecologica. Il capitalismo va alla ricerca del profitto immediato e scava a tutti la terrà sotto i piedi. Grandissima è la responsabilità degli Usa per il buco dell’ozono. Io sono e mi dichiaro alleato di tutti i verdi alternativi. Per quanto concerne la donna dobbiamo dire chiaro e forte che il nostro è un mondo fatto dai maschi, per i maschi e dominato dai maschi. È il mondo che non ci piace e che vogliamo cambiare. La donna è oppressa in Oriente e anche in Occidente, dove, al massimo del buono, la si vuole mascolinizzare. Specialmente nel mondo moderno, capitalistico non si riconoscono alla donna le sue differenze (e quindi i suoi diritti) naturali per poi limitarne, di fatto, i diritti civili e sociali. L’ambiente e la donna sono le grandi questioni dell’avvenire, se vogliamo averne uno».
È un uomo seriamente impegnato, ma anche un grande attore, già nel modo di abbigliarsi a seconda delle occasioni e degli incontri. Il vestito tunica che indossava in occasione dell’incontro con Berlusconi era un capolavoro scenico: una grande tunica con sopra, a stampa, grandi ritratti dei protagonisti dell’indipendenza africana, Nelson Mandela in testa. In questo caso l’abito faceva il monaco, era già un messaggio chiaro.

4. Questi dodici racconti vanno letti con attenzione. Non solo per i continui riferimenti al Corano, ma anche perché questi riferimenti servono a dare forza alla polemica di Gheddafi contro la superstizione e soprattutto contro i fondamentalisti ai quali il leader non ha consentito di fare proseliti in Libia. Vanno letti con attenzione perché vi si ritrovano anche radici culturali occidentali, qualcuno parla di Nietzsche e Freud9, e perché l’autore, a suo modo, si batte su due fronti: contro l’alienazione della modernità capitalistica e insieme contro la superstizione, il fanatismo e il lasciar fare, il disimpegno.
Il primo di questi racconti – La città – è un violento atto di accusa, qualcuno può anche interpretarlo come anticapitalismo reazionario, luddista, ma è difficile contestare la verità della denunzia. È difficile contestare l’autore quanto scrive: «La città spintona, non dice, per piacere», oppure «Questa è la città, un mulino che macina i suoi abitanti», oppure ancora «i miseri passatempi imposti dalla città: si possono trovare migliaia di persone che si divertono ad assistere a un combattimento di galli! Per non parlare di quei milioni che alle volte seguono ventidue individui che non fanno altro che muoversi senza senso dietro un piccolo sacco rotondo pieno di semplice aria». E scrive così pur avendo figli appassionati del «piccolo sacco rotondo». L’alienazione della persona che vive in città, la sua solitudine, sono materia di scritti e canzoni diffuse in occidente. E non va dimenticato che Gheddafi vive non gli antichi e storici processi di urbanizzazione, ma la corsa disperata alla città di persone che fuggono dalla campagna o fuggono dal loro paese. Le rivolte delle periferie di Parigi nel 2005 ci dicono, o dovrebbero dirci, molto sullo stato attuale delle nostre città. «La città è nemica dell’agricoltura… e attrae a sé i contadini lusingandoli, affinché lascino la loro attività per trasferirsi sui marciapiedi della città a fare i mendicanti…».
I due racconti successivi – Il villaggio e La terra sono un seguito, in positivo, a quello sulla città. Ma, stiamo attenti, non si tratta di una esaltazione semplicistica e nostalgica della vita di campagna, del villaggio dove c’è comunicazione e solidarietà, dove nessuno rivendica la privacy cittadina che, per un verso è la difesa necessaria nella città competitiva, ma per l’altro è l’esaltazione acritica dell’isolamento di ciascuno. La privacy, la sua rivendicazione è la conferma della critica alla città. E, sulla terra, la prosa del leader è lirica: «Non caricatene il dorso di pesi, non pavimentate le costole di pietra o di argilla… alleggerite le vecchie spalle da quanto vi hanno gettato gli irriverenti».
Il suicidio dell’astronauta è, a mio parere, un capolavoro di arguzia e ironia. Per un verso ci dice che lo spazio è vuoto, non abitabile, non è una nuova frontiera per gli umani. Ma per l’altro ci dice come l’astronauta abbia ormai una nozione della terra extraterrena, inutile. Quando il contadino chiede all’astronauta che cosa sappia della terra, sulla quale pensa di farlo lavorare e l’astronauta sciorina tutte le sue conoscenze scientifiche, il contadino si addormenta, lo manda via, e l’astronauta si suicida. Insomma il famoso nostro progresso non è illimitato: l’illusione del progresso può stravolgere il nostro intelletto e, addirittura, indurci al suicidio. Ma questo non deve indurci a ritenere che egli sia contro il progresso: nel racconto su L’erba della debolezza e l’albero maledetto si dichiara assolutamente contrario agli imbrogli dei «guaritori» e del tutto a favore della industria farmaceutica: «In realtà – scrive ironicamente – non abbiamo necessità di una casa farmaceutica sita ad al Rabta o a ra’s Lanuf dato che al-Hajj Hasan (il fattucchiero guaritore con la sua erba, ndr.) ha raccolto per noi tutte le erbe che curano qualsiasi malattia, anche i morbi della mente, del cuore e della percezione… della vertebra e della dignità» 10.
Fuga all’inferno, il racconto che dà il titolo alla raccolta, è vero e drammatico, fa pensare a Rimbaud – e non solo per «una stagione all’inferno» – che è uno dei poeti più straordinari del nostro tempo. Il vero inferno è qui, sulla terra, dove anche chi ha il potere deve temere ogni giorno il potere della maggioranza: solo all’inferno, quello vero, forse, si potrà riposare. «Dal punto di vista umano non c’è niente di peggio della tirannia di una moltitudine»: lo scrive Gheddafi e non Tocqueville. E Gheddafi continua: «Così io amo le masse e le temo proprio come amo e temo il mio stesso padre. Nel momento della gioga, di quanta devozione esse sono capaci! E come abbracciano alcuni dei loro figli!! Hanno sostenuto Annibale, Pericle, Savonarola, Danton, Robespierre, Mussolini, Nixon e quanta crudeltà poi hanno dimostrato nel momento dell’ira». Un giorno sugli altari, un giorno nella polvere, diceva Manzoni. C’è la lucida coscienza della drammaticità del potere e se un giorno (che non mi auguro) Gheddafi fosse travolto da una protesta popolare sono sicuro che non si stupirebbe. Il beduino del deserto sa più cose dell’intellettuale di città: sa che la politica non è solo, non può essere, calcolo politico dei politicanti, ma è fatta di passioni e pulsioni di massa, che difficilmente un regista politico può orientare. Fortunatamente il «1984» di Orwell, che in molti temevamo, non si è realizzato.
L’altro racconto, drammatico e di non semplice lettura è La morte, dove – a mio parere – non è tanto da capire se la morte sia maschio o femmina, ma come noi, che siamo tutti mortali, affrontiamo la morte e la accettiamo o la respingiamo. Il racconto è drammatico perché protagonista di questo appuntamento con la morte è il padre, eroico combattente, amato e temuto dal figlio Gheddafi. E anche per questo c’è il peso, il ricordo, la sofferenza nella lotta contro l’oppressione dell’Italia. Quel che mi pare si debba concludere dal racconto è che alla fine ci voglia un consenso alla morte (noi cristiani diremmo rassegnazione) e che fino a quando non c’è questo consenso la morte (per noi maschi) è maschio e quindi non dobbiamo cedere alla sua forza. Quando, anche per nostro indebolimento, ci rassegnamo, allora ci rappresentiamo la morte nel sembiante di donna. Ma questo mi pare consolatorio e un po’ maschilista. E mi scuso con l’autore per questa mia lettura.
Gli altri racconti, da Maledetta sia la famiglia di Giacobbe… e benedetta sii tu, carovana fino all’An¬nun¬ciatore del sahur di mezzogiorno sono molto coranici, e pertanto molto significativi. Siamo su un terreno coranico biblico e dobbiamo stare molto attenti alla lettura, al messaggio che Gheddafi vuole trasmettere, tanto più che questi scritti hanno un più esplicito contenuto politico. Secondo Pierre Salinger in essi più stretto è l’intreccio delle tre fondamentali ispirazioni dell’autore e cioè: letture coraniche, cultura occidentale e nasserismo e più evidente la polemica contro superstizioni e fondamentalismo.
Rompete il digiuno alla sua vista, si sofferma, e con polemica ironia, sulle conseguenze religiose della guerra del Golfo nel 1991 e in particolare della data della fine del digiuno per il Ramadan, decisa quell’anno dal generale Schwarzkopf, comandante delle truppe dell’alleanza occidentale di stanza in Arabia saudita. La preghiera dell’ultimo venerdì prosegue nella polemica contro le superstizioni inutili (se sia meglio mangiare con tre dita o con cinque) e le fumisterie teologiche e fondamentaliste, che porterebbero a negare la scuola, la ricerca scientifica, l’industria. Questi medesimi temi vengono sviluppati ancora negli ultimi due racconti È passato il venerdì senza preghiera e L’annunciatore del sahûr di mezzogiorno.

5. Ma andiamo alle conclusioni. Perché la manifestolibri, componente importante della famiglia del manifesto pubblica questa raccolta di racconti? Non è solo per sanare un colpevole ritardo della grande editoria e della politichetta italiana, ma perché il tentativo gheddafiano ci interessa molto e perché nel suo piccolo (la Libia non è una grande potenza) può essere, può diventare una grande e positiva novità nell’epoca della globalizzazione, che, peraltro, la Libia ha già conosciuto con i fenici e soprattutto con i romani, con Settimio Severo e Leptis Magna.
Il Libro verde e questi racconti ci dicono che ci può essere una innovazione culturale e politica che interessa tutti e che «il matto» – così molti hanno definito Gheddafi – è persona saggia e paziente (ha subito bombardamenti, embarghi, accuse di essere «stato canaglia» senza mai cadere nella provocazione). E di fronte a tutto questo ha tenuto ferme le sue posizioni. Oggi in Europa e in Italia si parla di crisi della democrazia rappresentativa e lui, con tutta la sua autorità, sostiene l’obiettivo di una democrazia diretta e, allo stesso modo, di fronte alle violenze e alle crisi dell’economia capitalistica, lui, libico, nato molto più a sud di Treviri, insiste nella proposta di socialismo. Gheddafi che non è mai voluto entrare nell’orbita sovietica, a differenza non solo di Castro, ma dello stesso Nasser, tuttavia nel suo saggio Il comunismo è veramente morto, dopo una denuncia degli errori e delle colpe del comunismo realizzato, scrive: «Ma noi non diciamo che il comunismo è morto e la ragione è semplice: il comunismo deve ancora nascere». Scrivere che il comunismo deve ancora nascere non è parola al vento.
E, per tutto questo, bisogna tener conto che Muhammar el Gheddafi non è un fiore nel deserto. È un libico e la Libia pur nel suo piccolo ha una storia: fenici, romani, turchi, italiani, teatro decisivo degli scontri della seconda guerra mondiale, governo britannico, monarchia, petrolio, scarsa popolazione, rivoluzione gheddafiana, centralità e sconfitte dell’unità araba, tentativi (difficili) di unità africana, crescita di una gioventù acculturata, intensificazione dei contatti internazionali (anche con le università Usa), centralità della questione ambientale, e, oso aggiungere, laicizzazione del Corano o, più cautamente, lettura non bigotta del Corano. Anche la questione ebraica e quella dello stato di Israele, rimossa o nascosta in molti stati arabi, in Libia è molto presente e viene affrontata in termini di dichiarata tolleranza per le persone di religione ebraica, di contrarietà alla formazione di due stati, ebraico e palestinese, per uno stato unico che garantisca i diritti di tutti i suoi cittadini. E in Libia la questione ebraica non è proprio leggera. Da ragazzo, a 14 anni, sono stato testimone del pogrom del 1945, di inaudita ferocia e vale ancora ricordare che fu il re Idriss a ordinare la cacciata della comunità ebraica, che in Libia aveva più di mille anni di storia. Oggi gli ebrei possono andare in Libia e li incontri nei ricevimenti delle ambasciate libiche.
L’edizione di questi racconti vuole (vorrebbe) essere un messaggio, un appello a intellettuali e politici ad avere più attenzione per la Libia, che non ha solo il petrolio. Occuparsi della Libia è anche occuparsi di noi.

NOTE

1 ERIC SALERNO, Genocidio in Libia. Le atrocità nascoste dell’avventura coloniale italiana (1911-1931), Manifestolibri 2005; ANGELO DEL BOCA, Gli italiani in Libia. Dal fascismo a Gheddafi. Laterza. Bari, 1991; SALVATORE BONO, Tripoli bel suol d’amore, Istituto Italiano per l’Africa e l’oriente, 2005.
2 DONATA PIZZI, Città metafisiche, Skira 2005.
3 Già nel dicembre del 1940 le truppe inglesi fanno prigionieri più di 120 mila militari italiani e occupano la Cirenaica fino alla Sirte e i poveri coloni ebbero i loro primi guai.
4 KADHAFI, Escapade en enfer et autres recits. Stanké 1998.
5 È la giornata del ’26, che ricorda insieme «il lutto» per i massacri compiuti dagli italiani conquistatori e «la vendetta», cioè la cacciata dalla Libia di tutti gli italiani.
6 Il 9 luglio del 1998 fu resa pubblica una dichiarazione congiunta dei governi libico e italiano, con la quale l’Italia riconosceva «le sofferenze arrecate al popolo libico» e si impegnava a indennizzare i danni. Era una dichiarazione di pacificazione, ma fino a oggi nessuno di quegli impegni è stato rispettato da parte italiana.
7 MUHAMMAR EL GHEDDAFI, Il Libro Verde. Prima parte: la soluzione del problema della democrazia, «il potere del popolo»; seconda parte, soluzione del problema economico, «il socialismo»; terza parte, base sociale della «terza teoria universale». Tripoli 1984. In una conversazione Giulio Andreotti mi disse di aver offerto il Libro Verde a Reagan, che però non gradì. Vale ricordare che nel 1986 Reagan ordinò il bombardamento della residenza di Gheddafi a Tripoli. L’edificio è stato conservato nello stato in cui era ridotto dopo il bombardamento.
8 ANGELO DEL BOCA, Gheddafi, una sfida dal deserto, Laterza, Bari. LUCIANA ANZALONE, Di fronte a Gheddafi. Arabafenice.
9 Pierre Salinger nella citata edizione canadese di Escapade en enfer.
10 È un gioco di parole poiché in arabo «dignità» (karâmah) e «vertebra» (karûmah) hanno un suono assai simile.

Fonte:http://www.manifestolibri.it/vedi_brano.php?id=375

Il Fratello Guida incontra scrittori, letterati e parlamentari affiliati al Global Green Auditorium

19/9/2005

Il Leader: “Vi do il benvenuto in Libia e vi ringrazio di essere venuti. Mi sono rivolto ai professori del mondo, agli intellettuali, ai politici, ai parlamentari e ai membri dei centri di ricerca socio-economico-politica chiedendo loro di venire in Jamahirya e di entrare nel Green Auditorium per assistere a lezioni e vedere direttamente l’applicazione della democrazia popolare diretta. In effetti l’appello è stato raccolto da membri della Duma russa, da professori di università russe e da intellettuali da noi incontrati.

Sono venuti al Green Auditorium, dove abbiamo avuto un incontro come questo. Ora voi ci onorate della vostra presenza e della vostra risposta all’appello. Per questo vi ringrazio. Il fatto che siate venuti da regioni tanto remote indica la vostra onesta nel perseguire la conoscenza e nel cercare la verità.

Ciò è essenziale. Dobbiamo cercare la verità senza nozioni preconcette di ordine razziale, religioso o altro. Ritengo che il Libro Verde, che rappresenta una guida alla lotta dei popoli per raggiungere la democrazia popolare diretta e il socialismo popolare, sia oggetto di una posizione preconcetta, razzista e irrazionale da parte di parecchie società governate da regimi dittatoriali e arbitrari. Tale posizione è, naturalmente, non scientifica e irrazionale; è dovuta a ragioni politiche o a dispote tra stati, come l’antagonismo contro Alagathafi in merito alla causa della liberazione e così via.

Prendere posizioni ostili alla Terza Teoria Universale è la prassi dei governi e dei leader, ma voi avete fatto breccia nell’embargo. Eccovi in Libia e nel Green Auditorium. Ecco la differenza tra studiosi e intellettuali liberi da complessi razzisti, che vengono a cercare la verità e la giudicano in seguito dopo averla vista coi propri occhi e i capi che prendono posizioni ostili, razziste e colonialiste in totale contraddizione con la logica, la scienza e l’imparzialità.

Purtroppo è posizione dei governi arbitrari impedire alla gente di leggere il Libro Verde. Noi crediamo invece che il Libro Verde segnerà al mondo la via definitiva alla democrazia e alla soluzione dei problemi socio-economici attraverso l’istituzione di una democrazia diretta e popolare delle masse, cioè il sistema delle masse, il socialismo popolare. Lo studio mancato del Libro Verde, invece, metterà i popoli in errore e li costringerà a una via lunga e a una gran perdita di tempo prima di arrivare a una soluzione.

Raggiungeranno questa soluzione col Libro Verde o senza, perché è inevitabile. L’opposizione di massa sta prendendo sempre più piede e si sta diffondendo sempre più. Un tempo individuale e naturale, ora è diventata una grande opposizione di massa. Sembra una piramide la cui base si allarghi sempre più fino a diventare una linea orizzontale.

La marcia delle masse verso il potere e l’eliminazione dell’oppressione e dello sfruttamento non si fermerà a mezza strada, ma sicuramente arriverà a destinazione. Non può essere statica e ciò significa movimento continuo e incessante. È inevitabile: il quadro di fronte a nboi mostra che la base della piramide continua ad allargarsi fino a fare della piramide una linea orizzontale: tutte le masse arrivano al potere e alla loro parte di ricchezza. La questione del potere e della ricchezza è ben netta davanti a noi nel mondo.

Il potere è nelle mani del governo e non della gente; e la gente è comandata da un governo. Termini odiosi come “il governo” e “la gente”, il “governatore” e i “governati” stanno prendendo piede senza vergogna. Non c’è vergogna in alcun luogo al mondo. Ora si parla del “governatore” e dei “governati” e di chi è responsabile. In altre parole, c’è uno che è responsabile e uno che non lo è; e chi non lo è, allora è schiavo.

È ben noto anche nella schiavitù che lo schiavo non è responsabile, ma lo è invece il padrone. Ora si parla di funzionari responsabili; ma dove sono? Si vuol dire i capi. Bene; e la gente è responsabile? “No”, dicono. Non dicono: “Tu sei responsabile”, ma “Il capo è responsabile… il funzionario responsabile di questo stato… quelli che sono funzionari responsabili dello stato”. Però gli altri non sono responsabili, perché sono schiavi e, certo, quando si è schiavi, non si è responsabili. Il termine “responsabilità” non viene mai ascritto a uno schiavo, ma al suo padrone; è la ragione dietro i termini comuni nel mondo d’oggi.

Si dice: “Ho conosciuto tanti funzionari responsabili italiani… Ho conosciuto tanti funzionari responsabili indiani… ho conosciuto tanti funzionari responsabili di questo stato… ho conosciuto il primo funzionario responsabile di questo stato… ho conosciuto un funzionario responsabile di quello stato… ho conosciuto un funzionario responsabile di quell’altro stato…” Questi sono i padroni responsabili… Quando qualcuno si riferisce a un funzionario responsabile, vuol dire che ha conosciuto uno dei capi o il capo supremo ecc. … Però gli altri non sono responsabili perché sono cittadini, cioè schiavi.

Da ciò l’espressione “funzionari responsabili” e “funzionario responsabile”: qualcuno responsabile di gestire gli affari degli schiavi. Sono i suoi schiavi e lui è responsabile di loro. Ecco la verità che si scopre sollevando il camuffamento attuale. La verità è che oggi i cittadini sono schiavi in ogni parte del mondo e che c’è qualcuno sopra di loro che è il governo. Si scambiano cortesie, telegrammi, congratulazioni e via dicendo; e dicono: “Governo e popolo, governanti e governati”, che significa che la gente non è governante, ma governata; “Ringrazio il vostro governo e il vostro popolo per la vostra calorosa ospitalità… ringrazio il governo e il popolo per aver ospitato questo congresso”.

Questa è un’espressione orribile in quanto dittatoriale: perché priva il popolo di eguaglianza, di sovranità e di dignità e attribuisce tutto al governo e ai funzionari responsabili. E lo si fa senza vergogna, finché le forze ben piazzate sul trono dell’autorità nel mondo sono le forze che detengono le risorse di renderle minacciose, di mostrare i muscoli e di insultare.

È la teoria dittatoriale a prevalere oggi e viene chiamata democrazia moderna o democrazia rappresentativa, ma non è democrazia. È costituita da politici e uomini d’affari che sono in possesso della ricchezza. È la ricchezza che consente loro di mettere chiunque vogliano al potere. Perciò c’è un’alleanza tra chi detiene il potere finanziario e chi detiene il potere politico, mentre il popolo viene privato del suo potenziale politico ed economico.

Per esempio, si parla, specie nei paesi occidentali, di libertà di stampa e si dice che la stampa è libera. Ciò è un falso inganno fuorviante. È del tutto non vero, poiché non c’è stampa libera e i poveri non possono pubblicare un giornale. Un giornale è pubblicato dalla grande impresa e i giornali sono di proprietà dei ricchi. Questi giornali sono fondati da tale classe per servire i propri interessi. Quindi sono guidati, controllati, forzati a perseguire una certa politica. Perciò non sono liberi.

Essere liberi significa andare in qualsiasi direzione e dire qualsiasi cosa, ma questi giornali sono stati fondati da alcune forze per servire i loro interessi. Perciò sono servili e pagati dai loro padroni. Si dice anche che ci sono le elezioni e che il popolo elegge i suoi rappresentanti. Questa è una distorsione della verità e il popolo non ne ha colpa. Sono le imprese e i ricchi che creano i rappresentanti: un povero non può diventare membro del Congresso, del Parlamento o della Camera dei Lord in qualsiasi stato.

Un povero non può diventare membro del parlamento, pubblicare un giornale o diventare un capo. Questi sono monopoli del dittico politico-economico: i capitalisti e i politici creati dai capitalisti per loro comodità e servizio. I politici vengono diretti dai capitalisti che li hanno fatti, è chiaro.

Si dice che il Presidente Tal Dei Tali è sostenuto dalle imprese petrolifere, per esempio, che significa che, come politico, si è formato nelle imprese ed è diventato presidente per servire i loro interessi.

A volte si dice che il Presidente Tal Dei Tali è contro le imprese petrolifere e a favore dell’industria siderurgica; è perché quell’industria l’ha fatto arrivare alla presidenza per servire i loro interessi. Poi si dice che le industrie petrolifere sono sfortunate perché il vincitore è sostenuto dall’industria siderurgica; e a volte si dice il contrario. Qualsiasi attività economica con sufficiente potere finanziario può creare un presidente, un congresso, un parlamento o un governo orientato a suo favore per servire i suoi interessi. La classe capitalista è proprietaria della stampa, che viene falsamente detta libera quando non lo è: è schiava del capitalista proprietario. La stampa genera pubblicità e infulenza l’opinione pubblica in favore dell’uno o dell’altro candidato.

Nei fatti, tutto quanto è detto al mondo sull’esistenza delle democrazie e delle libertà è falso. Al contrario, tutte le società di oggi, specie quelle occidentali, sono pericolosamente dittatoriali. Perché? I partiti al momento al potere non sono veri partiti di cittadini, di gente comune. Sono una forza politica che gode di grandi ricchezze e ha tutti i mezzi di produzione. Controllano l’esercito, la polizia, la stampa e il capitale e, oltre a ciò, anche il potere decisionale.

In altri termini, è una delle dittature più odiose, che non lascia respiro a nessun tipo di libertà. Dappertutto, anno dopo anno, il popolo scopre la verità. Si impara, per esempio, che le percentuali del votanti negli anni passati erano il settanta per cento, per poi diventare il cinquanta per cento l’anno dopo e, un anno dopo ancora, il trenta per cento. Oggi, nelle elezioni svoltesi in alcuni stati, l’esito di alcuni distretti arrivava al tre per cento e, al massimo, raggiungeva il dieci per cento. Questo è il rifiuto di un sistema da parte del cittadino comune perché si tratta di un sistema arbitrario, dittatoriale e inutile.

(Il sistema) sfrutta il cittadino e legittima i dittatori, i capitalisti e gli sfruttatori. Quindi la sola funzione del cittadino è questa: sentirsi dire “Legittima il dittatore! Tutto quanto vogliamo da te è che tu prenda questo foglio di carta e lo metta qui” cosi che si possano legittimare; perché senza elezioni nessuno può rivendicare la presidenza o la direzione del governo, visto che gli verrà chiesto “Chi ti ha nominato?”

Oggi la gente non partecipa nella nomina del presidente o del primo ministro, ma è necessario dire che egli è stato eletto presidente. Quindi si rivolgono al popolo e gli chiedono di mettersi in coda in un certo giorno e di mettere la scheda di carta nelle casse designate allo scopo. Il cittadino consegna il foglio cosè come consegnerebbe un pezzo di carta igienica da mettere nel cestino o nel pattume dopo l’uso. Così mette il suo foglio nella cassa, urna o pattumiera che sia.

Alcuni vanno a voltare come andrebbero al mercato o a fare una passeggiata sulla spiaggia. Gli si dice: “Oggi è giorno di elezioni”. E allora risponde: “Bene. Passiamo un’ora o due con un pezzo di carta da mettere in un’urna”, come se andasse allo zoo, alla spiaggia o al caffè. Questo è, ormai. La maggioranza ora lo sa e non ci va. Nel terzo mondo si sa bene che il cittadino che vota è stato pagato per questo.

Se ci sono le elezioni, significa che hanno comprato i voti. “Prendi un dollaro e metti il voto nell’urna”. In altre parole, è una compravendita. Qualcuno pensa: “Oggi è giorno di elezioni. Quindi posso mettere un foglio di carta in un’urna e averne un dollaro in cambio invece di stare a casa a far niente”. La vendita dei voti è oggi ben notal. Chi non ha soldi non può contestare le elezioni.

Noi, proprietari delle imprese, che vogliamo questo presidente perché faccia i nostri interessi, copriamo i costi e dichiariamo di aver contribuito alla campagna elettorale. È sciocco per il candidato votare per se stesso e dire: “Mi sono autonominato”. È una delle farse della teoria della rappresentatività. Se il popolo è presente, perché dovrebbe avere rappresentanti?

Qual è la giustificazione per allontanare la gente apposta e chiamare i loro rappresentanti? Si dice: “Dove si può portare tutto il popolo, visto che abbiamo posto solo per cento? Se il popolo è di cento milioni, che ne scelgano cento per rappresentarli in quest’aula, perché quest’aula è troppo piccola per tutti e può contenere solo cento persone.”

Perciò ci si può incontrare a cento alla volta fino a quando non si passa tutti e centomila. Perché poi usare solo quest’aula? Costruiamone mille, in cui la gente possa sedersi e riunirsi e decidere ciò che vuole. Allora i segretari di queste assemblee potranno trovarsi e discutere le decisioni prese in questi congressi in cui tutti, uomini e donne, vengono rappresentati, e mettersi d’accordo sulle decisioni prese dal popolo e scritta in questi incontri.

A volte c’è confusione. A volte, parlando, ci si riferisce alle assemblee popolari e alla democrazia popolare diretta e ci si sente dire: “Abbiamo parlamenti come i vostri”. No: voglio spiegare la differenza capitale tra parlamenti e assemblee: i parlamenti sono composti dagli eletti dal popolo, mentre le assemblee sono composte dal popolo stesso. Quindi, quando si parla di parlamento si vuol dire un corpo eletto dal popolo. Se invece si parla di assemblea si parla del popolo, di tutto il popolo. Per esempio, nel sistema di massa del Jamahiry in Libia, l’assemblea popolare comprende tutto il popolo, donne e uomini adulti che siano legalmente responsabili; e a comandare sono loro.

L’assemblea popolare è come l’Assemblea. Mentre in un certo c’è solo un’assemblea, in Libia ce ne sono 400, a seconda del numero della popolazione, presente per intero nelle 400 assemblee. Immaginavete! In un paese c’è un solo parlamento e in Libia ce ne sono quattrocento. Perché mai?

Perché il popolo è fatto di membri di questi quattrocento parlamenti. Quindi ogni decisione viene presa dal popolo e non dai rappresentanti dello stesso. Naturalmente, in nome della rappresentatività, il popolo venne separato ed escluso lentamente dal governo e dalla gestione fino ad essere sostituito con altri mezzi che, come già indicato, si adattano al potere finanziario e così via.

Il pericolo non è, infatti, nell’esclusione dalla democrazia interna al paese e nella dittatorialità del regime arbitrario ecc., o che il cittadino non abbia autodeterminazione, ma nel fatto che c’è una cricca che governa in nome del popolo, siano governo o parlamento, e che sono stati costinuiti come ho già spiegato, che non costituisce minaccia a se stessa quanto al mondo intero.

Il pericolo è che un individuo solo decida di dichiarare guerra o pace, di distruggere o no il mondo, di invaderlo o di non invaderlo. Il pericolo è che questi governi alla Hitler ci minaccino nelle nostre vite. Minacciano la nostra pace e la nostra sicurezza così come Hitler ha mainacciato perché aveva la forza maggiore all’epoca. Era un individuo solo a governare da solo, che ha cominciato con una cricca, un ministro della propaganda e un ministro della difesa e alla fine ha messo in pericolo la pace e posto una minaccia reale.

Ora c’è gente con bombe, missili, aeroplani e armi chimiche e batteriologiche. È un problema serio perché queste armi di distruzione di massa sono controllate da un gruppo di individui. Dappertutto ci sono dimostrazioni contro la guerra; la gente non vuole la guerra, ma la pace. Però la guerra è scoppiata, gli eserciti si sono mossi e i bambini sono morti. Dov’è la democrazia, allora? Il popolo che è contro la guerra non ha i suoi rappresentanti?

Se i rappresentanti avessero davvero rappresentato il popolo, avrebbero fatto obiezione alla guerra; ma hanno invece sostenuto i capi e quindi non rappresentano il popolo. Quindi la rappresentanza è una frode. È stato provato che il rappresentante non rappresenta il popolo. I rappresentanti non agiscono dietro mandato del popolo, come è stato provato. In generale sono tutti vittime della crisi, la crisi del governo, della democrazia, del sistema economico.

Per quanti presidenti parlino, non diranno mai d’esser messi bene. Diranno di essere in mezzo a una crisi molto grave. Diranno: “Non sappiamo quali strumenti usare. La politica è in crisi. Non sappiamo come relazionarci ai cittadini e come gestire i nostri affari. Il cittadino comune rifiuta l’economia, la politica e tutti i processi attuali. Le masse esprimono le loro aspirazioni, i loro desideri e le loro prospettive, come nel caso di Seattle, in maniera isolata rispetto ai loro rappresentanti e ai loro governi.

Senza far caso a confini, in milioni hanno marciato e fatto sentire la propria voce per esprimere un netto rifiuto. I governanti sono perseguiti ovunque da dimostrazioni e i lavoratori organizzano scioperi per rivendicare i loro diritti. Per quanto riguarda l’economia, la crisi è talemnte esacerbata e ha messo in crisi l’intero sistema di produzione capitalista, che sta cercando di salvarsi, come è evidente. Di positivo c’è che l’impresa che un tempo era di una sola persona in Europa, negli Stati Uniti o in Canada ora è diventata pubblica. Come abbiamo detto, è una soluzione inevitabile.

Quanto è scritto nel Libro Verde è inevitabile. Senza leggere il Libro Verde, solo col passare del tempo e con la lotta si arriverà a questa soluzione. Sul fronte economico, le maggiori imprese capitaliste sono diventate pubbliche controvoglia; altrimenti sarebbe stata la loro morte. I lavoratori hanno cominciato a riventicare i loro diritti e ciò significa che stanno impedendo al padrone di far profitto a loro spese, anche se lui aveva fondato l’impresa per sfruttarli, pigliarsi i profitti e accumulare capitale.

Ciò porta direttamente a una soluzione, visto che i lavoratori stessi sono diventati azionisti dell’impresa. Se si va in borsa, si trova che le azioni di quest’impresa vengono trattate pubblicamente: è la stessa impresa che prima era di proprietà di un solo individuo e oggi è in mano a un milione di azionisti. Ciò significa che il socialismo è una soluzione che si impone da sola e non è affatto fallita o morente come si dice. Al contrario, è il capitalism che sta morendo; sta morendo ogni giorno…

Accanircisi è un esercizio di futilità e una perdita di tempo. È come mantenere una persona in vita attraverso un apparato meccanico. A che scopo accanirsi con l’apparato quando il paziente è clinicamente morto? È proprio il caso del capitalismo e della teoria della rappresentatività. Accanirvisi è come mantenere qualcuno in vita con un apparato meccanico.

Ora, le imprese private stanno cominciando a diventare imprese pubbliche e in ultima analisi si capirà che prevarrà solo il socialismo popolare, di cui si tratta nel secondo capitolo del Libro Verde. Però ora lo chiamano socialismo popolare, come lo chiamava la Thatcher, perché non amano il termine ‘socialismo’. Chiamarlo capitalismo popolare o socialismo popolare non importa. Anche in Libia si può parlare di capitalismo popolare. Ciò che importa è che il popolo sia proprietario del capitale e ciò significa socialismo.

Ciò non risolve il problema politico, visto che mantiene la rappresentatività popolare. Nel quadro generale, il problema politico non è stato risolto e la crisi continua. Abbiamo visto che i popoli e i parlamenti che i popoli eleggono non vanno al passo. C’è una grave crisi oggi nel mondo ed è la crisi dell’Iraq.

È una guerra di devastazione e genocidio ed è una miniaccia e uno sciupio di risorse mondiali; il petrolio viene bruciato tutti i giorni. È una guerra rifiutata dai popoli e decisa dai parlamenti. E allora a che scopo riunire un parlamento per questi popoli e istituire nuove elezioni per tale parlamento, visto che il parlamento non rappresenta il popolo? Dovremmo abolire il parlamento e sostenere il punto di vista del popolo. Ma come permettiamo al popolo di governare?

È chiaro che un popolo può governare attraverso le assemblee e i comitati popolari. Invece di avere un Congresso o un parlamento, ci saranno mille assemblee o mille parlamenti che riuniranno tutto il popolo. Le strutture in cui lavoriamo ora sono obsolete e non possono più far fronte alle nuove realtà. Il popolo marcia verso il potere e vuole governare.

La vecchia struttura del governo e del parlamento si sta sbriciolando di fronte a questa nuova realtà. Tutto il popolo entrerà in questa struttura, che è troppo stretta per un governo e un parlamento. Quindi questa struttura dovrà rompersi e si romperà. Anche la ricchezza era monopolizzata in una struttura ristretta a un pugno di capitalisti. Ora tutto il popolo avrà la sua parte di ricchezza e avrà accesso alla struttura e quindi la vecchia struttura del capitalismo individuale si spezzerà.

Un tempo un solo individuo era padrone di un’impresa e assumeva la forza lavoro di milioni di lavoratori per aumentare il proprio profitto e sfruttari e derubarli dei loro sforzi. Questa struttura si spezzerà, perché saranno milioni a volere azioni della loro ditta. Tutti queste sono profe materiali e pratiche della validità della teoria del Libro Verde, la terza teoria universale.

Siamo sicuri di conoscere che c’è una soluzione in un libro, il Libro Verde. Se lo studiamo e la gente lo impara, arriveremo presto a una soluzione e ci risparmieremo queste sofferenze prolungate. Comunque, se non lo studiamo, arriveremo comunque alle stesse soluzioni, ma con sofferenze e dopo un lungo percorso e a un caro prezzo. Ora il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, le cui riunioni sono aperte solo a quindici membri, si ritrova costretto a permettere a stati non membri di assistere ai dibattiti.

L’ultima segnalazione risale a questo mese in una riunione al vertice dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Naturalmente non sono stati d’accordo nell’estendere il Consiglio di Sicurezza con l’aggiunta di nuovi membri e hanno mantenuto la misura attuale, ma hanno chiesto al Consiglio di Sicurezza che continui a permettere la partecipazione del numero più ampio possibile di stati non membri alle sue riunioni perché il mondo non permette più a quindici membri soli di decidere del suo futuro, della guerra e della pace.

Hanno detto: “Vero. Consentiremo a un numero di stati non membri di assistere alle riunioni” Ciò dimostra che anche la vecchia struttura del Consiglio di Sicurezza sta cominciando a sgretolarsi perché tutti vogliono avere accesso a questa struttura ed è solo l’inizio. Un’aula come questa può contenere solo cento persone, ma sono in mille fuori a voler entrare… Bene, ne lasceremo entrare dieci, poi venti, poi trenta, perché vogliamo risolvere i problemi di chi resta fuori dall’aula. Perché se entrassero romperebbero tutto, frantumerebbero le finestre e farebbero una confusione tale che noi non potremmo lavorare.

Una volta che i mille entrano e distruggono l’aula, se ne farà una più grande per contenerne mille. Questo è quanto accade, che significa che le vecchie strutture cadranno di fronte alle nuove sfide poste dalle masse.

Clio Evans: “Cosa ho visto in Libia (e cosa i media hanno taciuto)”

28 settembre 2011
Clio Evans ha incontrato più volte la guida della Jamahiriya libica, Muammar el Gheddafi, e si è recata in Libia anche durante la guerra.

L’abbiamo incontrata per conoscere il suo parere sugli eventi in corso.
G.M.: Tanto per cominciare ci puoi raccontare come hai incontrato Gheddafi?
C.E.: Ho conosciuto Gheddafi alla fine del 2009, quando è venuto in Italia e ha tenuto una conferenza presso l’Accademia libica di Roma, a cui hanno assistito più di 500 persone. Avevo già lavorato come interprete con l’agenzia che ha organizzato l’evento e ricordo che per l’occasione, causa motivi di sicurezza, non ci fu chiarito chi avremmo incontrato. Ci fu detto solamente di indossare un abbigliamento sobrio ed elegante e che avremmo ricevuto un rimborso spese per il trasporto. Tutto mi aspettavo fuorché incontrare Gheddafi di persona. Io ero seduta proprio di fronte a lui. Parlava con pacatezza, con un tono di voce molto basso. Ma la sua personalità carismatica si percepiva in tutta la sala.


G.M.: Di cosa vi ha parlato Gheddafi?
C.E.: Sono stati due giorni in cui si è parlato della situazione della donna in Libia e dell’islam. Gheddafi oltre a spiegarci il contenuto del suo “Libro Verde”, ci raccontò di come era considerata la donna nel mondo musulmano in passato e della sua progressiva affermazione, grazie anche a dei cambiamenti che egli stesso aveva promosso. Poi ha affrontato il tema della religione. Nella sala parecchie persone avevano sguardi perplessi ma credo si trattasse di quella diffidenza che si ha verso una cosa che non si conosce. Per me è stata un’esperienza interessante ed ho ascoltato ogni parola con molta attenzione.
G.M.: Dalle tue visite in Libia che impressione hai avuto della Jamahiriya?
C.E.: Dopo la firma del trattato di amicizia tra l’Italia e la Libia è nata l’iniziativa di scambi culturali con la Libia e nel 2010 l’ho visitata almeno cinque volte. Sono stata a Tripoli, Sabratha, Leptis Magna, nel Sahara e a Sirte.
Il clima che si respirava era sereno. Per le strade molti libici, soprattutto i più anziani, parlavano un po’ di italiano. Mi ha colpito il fatto che non ci fossero manifesti pubblicitari e la cosa destava ai miei occhi un profondo senso di pace. Mancava quel bombardamento di immagini a cui siamo sottoposti qui in occidente e del quale non ci rendiamo più conto, forse perché ormai ci siamo ridotti a consumatori assuefatti di qualsiasi prodotto che le multinazionali mettano in commercio. Le uniche gigantografie erano alcune che ritraevano Gheddafi. L’unico ‘altro’ uomo che si vedeva, trionfante, sulla facciata di un palazzo mentre stringeva la mano al leader libico, era Berlusconi.
Le città erano piene di cantieri e di edifici in costruzione, con architetti e ingegneri stranieri. Non sembrava di stare in Africa. In precedenza avevo visitato altri paesi africani ed ero stata colpita dalla povertà dilagante, ma anche dall’inquinamento e dalla disorganizzazione che vi regnava. Quando sono arrivata in Libia mi sembrava di stare in una Svizzera nordafricana.
Sabratha e Leptis Magna sono due siti archeologici da fare invidia ai Fori Imperiali. Sirte invece ha una minore densità di popolazione e infrastrutture moderne destinate ad accogliere i capi di Stato esteri che si riuniscono per i convegni internazionali.
G.M.: E il deserto?
C.E.: Il Sahara è una cosa magnifica. La pace dei sensi. Costellazioni a volontà e un senso di libertà totale. Abbiamo incontrato una famiglia di tuareg che vive dentro le immense rocce al riparo dal sole, ci ha offerto del tè. Gli uomini che vivono nel deserto sono gente semplice, con un grande senso della dignità. Persone che si svegliano e si coricano secondo i ritmi del sole. Persone che si orientano con le stelle e che vivono seguendo valori e tradizioni tramandati di generazione in generazione.
G.M.: A Roma Gheddafi vi ha parlato della condizione femminile, qual era la condizione della donna in Libia?
C.E.: Una volta sono passata per Jedda (Arabia Saudita) e la maggior parte delle donne erano coperte dalla testa ai piedi, anche le mani erano coperte da guanti neri. In Libia invece ho visto donne dal viso, e spesso anche dai capelli, scoperti. All’università c’erano tanti studenti, maschi e femmine, tutti curiosi e con voglia di conoscere le nostre abitudini.
L’accademia militare femminile ci ha mostrato delle donne molto forti che simulavano la cattura di un ricercato e la fuga da un palazzo in fiamme. Fra loro c’erano donne che allo stesso tempo erano mamme, mogli e soldatesse, come alcune delle guardie del corpo di Gheddafi. Non dimentichiamoci che tutt’ora in alcune regioni dell’Africa le donne non hanno alcun diritto e viene ancora effettuata sulle bambine la pratica dell’infibulazione.
G.M.: Gheddafi è da diversi decenni una personalità che suscita opinioni divergenti. Alcuni lo considerano un criminale, tu che idea ti sei fatta del leader libico?
C.E.: Premetto dicendo che sono istintiva e mi baso su ciò che una persona mi trasmette a pelle e a livello umano. Prima di incontrarlo ne avevo sentite di tutti i colori su di lui ma non per questo mi sono lasciata intimorire. Tutt’altro. Quando l’ho visto ho provato un senso di sicurezza e tranquillità. Non potrei paragonarlo a nessuno dei nostri politici. Non ho mai scorto sul suo viso, neanche lontanamente, quell’espressione da uomo arrogante e fanfarone.
Mi è parso un uomo molto intelligente, che pensa prima di parlare e non vive nello sfarzo e nel lusso. Un uomo che si appresta a cominciare quella che è considerata la parte finale della vita. Un uomo che, nonostante abbia una cultura diversa dalla mia, ha dimostrato molta comprensione. Era interessato al dialogo e ad ascoltare altre opinioni. Quando gli ho detto che ero cristiana ha sorriso con benevolenza. Mi è sembrato un uomo consapevole del proprio potere, ma allo stesso tempo semplice e al passo coi tempi, capace di discutere con ironia di argomenti leggeri. Solo quando parlava del proprio paese e della sua gente diventava serio e orgoglioso.
G.M.: Che opinione aveva Gheddafi dell’Italia, ritieni che egli credesse veramente all’amicizia con l’Italia e con il presidente del consiglio Berlusconi?
C.E.: Si, penso che egli credesse davvero all’amicizia con l’Italia. Nelle nostre conversazioni spesso mi citava “il suo amico Silvio”. Sembrava interessato a sviluppare la cooperazione col mondo occidentale. Era curioso di sapere cosa si pensava in Italia di lui.
G.M.: Dall’inizio della guerra hai rilasciato diverse interviste a giornali italiani ed esteri, qual è la tua opinione sugli eventi in corso in Libia?
Credo che la Libia fosse un paese sano, avviato a dei cambiamenti, anche attraverso il figlio di Gheddafi, Saif al-Islam. Però ogni cosa sarebbe arrivata nel momento opportuno, gradualmente. Come in ogni paese ci sono persone che sostengono chi sta al potere e persone che si oppongono. Ma non per questo si fa un massacro. Quando la gente scende in piazza a Roma per manifestare contro Berlusconi si prende atto della cosa e magari si procede verso qualche legislazione o, come più spesso accade, resta tutto come prima. Cosa succederebbe se all’improvviso arrivassero delle forze straniere e dotassero la folla esaltata di un arsenale da guerra?! Sono contro la violenza e per me i cambiamenti si raggiungono con la diplomazia e con il dialogo, non certo con lo spargimento di sangue innocente.
G.M.: Dunque secondo te gli attori esterni alla Libia hanno avuto un ruolo determinante nello scatenare la guerra?
C.E.: Poco dopo le prime manifestazioni pacifiche, Gheddafi aveva parlato di elezioni, le cose stavano prendendo una svolta. E quando i media mondiali hanno diffuso le voci dei ‘massacri’, egli ha chiesto di far venire in Libia una commissione d’inchiesta per verificare lo stato attuale delle cose. Ma nessuno è arrivato e la Francia è entrata immediatamente in scena inviando apache e caccia bombardieri sul cielo libico.
La Nato fra l’altro ha palesemente violato la Carta delle Nazioni Unite. Esattamente l’art.2 dove si dice che “nessuna disposizione del presente Statuto autorizza le Nazioni Unite ad intervenire in questioni che appartengono alla competenza interna di uno Stato” e l’art.39 dove si dice che “ il Consiglio di Sicurezza autorizza l’uso della forza militare solo dopo aver accertato l’esistenza di una minaccia internazionale della pace, di una violazione della pace o di un atto di aggressione da parte di uno Stato contro un altro”. Mi sembra chiaro che in Libia la guerra sia motivata solo da interessi economici, volti alla colonizzazione di un paese ricchissimo e in via di sviluppo.
G.M.: Tu hai visitato la Libia durante la guerra, qual era lo scopo del tuo viaggio?
C.E.: Sono tornata dalla Libia il 4 agosto 2011 dove sono andata con un piccolo gruppo di amici ai quali, come me, sta molto a cuore la situazione libica. Siamo andati perché nei telegiornali italiani vedevamo delle cose, mentre al telefono gli amici libici ce ne dicevano altre e volevamo verificare con i nostri occhi cosa stesse realmente accadendo. Abbiamo raccolto in un dossier indipendente moltissimi giga di materiale con foto, documenti, filmati e interviste con lo scopo di divulgarle e far conoscere l’altro lato della medaglia.
G.M.: Come era la vita a Tripoli durante i bombardamenti?
C.E.: Molte infrastrutture erano crollate sotto i bombardamenti. I libici continuavano a vivere normalmente, ma la desolazione nei loro occhi era evidente. Ogni notte, nonostante l’inizio del ramadan, si sentivano le bombe e ogni volta le finestre dell’Hotel Rixos, dove alloggiavamo, rimbombavano e risuonavano. Lo stomaco ci si gelava. Una mattina ci siamo svegliate ed era tutto coperto da un fitto fumo bianco. Non si riusciva a vedere nemmeno ad un metro e mezzo di distanza, era la mattina in cui la Nato aveva bombardato le istallazione delle televisioni.
G.M.: Hai avuto paura?
C.E.: Si, ho avuto paura. Soprattutto durante il viaggio in macchina, durato dieci ore, da Djerba a Tripoli perché dalla frontiera tunisina alla capitale libica i posti di blocco erano tantissimi e ad ognuno c’erano giovani con mitragliatrici a chiedere i documenti. All’ospedale di Tripoli il personale continuava ad essere disponibile ma i civili colpiti dalle bombe erano troppi. Al suq le poche persone che continuavano a portare avanti il proprio spazio commerciale inneggiavano unanimi un coro che diceva “ Allah – Muammar – Libia – e basta!” Le donne piangevano e urlavano che Gheddafi era nelle loro vene, che se moriva lui sarebbero morte anche loro, che volevano risolvere le cose fra di loro, senza l’ingerenza di paesi stranieri e senza la morte di altri figli innocenti. Ci chiedevano “perché l’Italia ci attacca? Perché la Francia ci attacca? Che vi abbiamo fatto?” e tornavano a piangere. La chiesa cattolica di Monsignor Martinelli, che abbiamo intervistato, era ancora intatta. Anche la casa di una imprenditrice italiana, Tiziana Gamannossi, che non ha mai lasciato il paese e che è molto legata al popolo libico era ancora intatta.
G.M.: Durante il tuo soggiorno hai alloggiato nell’albergo dove risiedevano i giornalisti stranieri, ritieni che da noi la stampa abbia offerto una copertura adeguata degli eventi?
C.E.: Mi sono molto informata, ma di sicuro non ho letto tutti i giornali che sono usciti, né ho visto tutti i telegiornali del mondo. Certo è che i 10000 manifestanti che avrebbe ucciso Gheddafi non li ho mai visti. E non parliamo di un ventina di persona o di trecento vittime ma di 1 0 0 0 0 ! Poi con il mio gruppo siamo stati a Tajura (14 Km a est di Tripoli) e Janzour (12 Km da Tripoli) dove abbiamo visto grandi manifestazioni pacifiche, che abbiamo documentato con foto e video. La gente manifestava contro i bombardamenti della Nato e a favore di Gheddafi. Di manifestazioni di questo tipo ce ne sono state parecchie, ma da noi le televisioni e i giornali non ne hanno mai parlato.
Non faccio la giornalista e non mi permetto di giudicare il lavoro altrui, però ho notato una certa tendenza alla disinformazione.
Molte delle cose che ho visto con i miei occhi non sono mai arrivate nelle case degli italiani. Ad esempio le vittime civili della guerra. Noi in un ospedale abbiamo visto molti giovani con le gambe spappolate dalle bombe della Nato, alcuni li abbiamo anche intervistati. Oppure le immagini dei libici dalla pelle scura brutalmente deturpati e massacrati in pubblico dai ribelli, con l’accusa di essere mercenari stranieri. Di queste cose i principali media italiani non hanno mai parlato.
G.M.: Come italiana, cittadina cioè di un paese che partecipava ai bombardamenti, hai riscontrato sentimenti di avversione da parte dei libici?
C.E.: Il popolo libico ci ha dimostrato tolleranza e pazienza. Più che altro ci chiedeva aiuto e si aspettava delle risposte sul perché la Nato li stesse bombardando… risposte che purtroppo non avevamo.
G.M.: Gheddafi ha ripetuto più volte che non intende lasciare la Libia e che combatterà fino alla morte contro quella che considera un’aggressione coloniale mirante a impossessarsi del petrolio libico. Ritieni che terrà fede a questa proposito?
C.E.: Credo che terrà fede a questa promessa, anche se mi auguro che sia ancora vivo con la sua famiglia e che non muoia più nessuno. Anche perché mi piacerebbe, in futuro, poter leggere un libro intitolato “In verità vi dico…” in cui Gheddafi scrive tutto quello che ha passato in questo periodo, tutto quello che sapeva e che non ha mai rivelato sui meschini meccanismi che muovono la guerra.

preso da:http://www.eurasia-rivista.org/libia-intervista-a-clio-evans/11399/