La CIA trafficante d’armi tra Qatar, Libia e Siria

9 agosto 2013

Phil Greaves Global Research, 9 agosto 2013

Qatar-FSAUn articolo di Jake Tapper della CNN ha riportato il “Bengasi-Gate” sotto i riflettori dei media degli Stati Uniti. L’articolo afferma che “decine” di agenti della CIA erano a Bengasi la notte dell’attacco, e che la CIA fa di tutto per sopprimerne i dettagli o che siano resi pubblici. Il rapporto sostiene che la CIA è impegnata in tentativi “senza precedenti” di soffocare fughe di notizie e d’”intimidire” i dipendenti pur di tenere nascosti i segreti di Bengasi, presumibilmente arrivando a cambiare i nomi degli agenti della CIA e “disperdendoli” nel Paese. Si sospetta che ciò abbia un unico e definito scopo, nascondere la colpevolezza della CIA nel fornire armi a noti estremisti in Libia e Siria. Inoltre, l’articolo della CNN allude alla fornitura di “missili terra-aria” della CIA da Bengasi ai ribelli in Siria, ma questo potrebbe essere solo la punta dell’iceberg. L’articolo prosegue affermando: “Fonti della CNN ora dicono che decine di persone che lavorano per la CIA fossero presenti quella notte, e che l’agenzia fa di tutto per assicurarsi che qualsiasi cosa stesse facendo, rimanga un segreto. La CNN ha appreso che la CIA era coinvolta in quello che una fonte definisce un tentativo senza precedenti di far sì che i segreti di Bengasi dell’agenzia di spionaggio non siano mai resi pubblici. Da gennaio, alcuni agenti della CIA, coinvolti in missioni dell’agenzia in Libia, sono sottoposti a frequenti esami al poligrafo, anche mensili, secondo una fonte con profonda conoscenza del funzionamento dell’agenzia. L’obiettivo dell’esame, secondo le fonti, è scoprire se qualcuno ne parla ai media o al Congresso. Ciò viene descritto come pura intimidazione, con la minaccia che ogni fuga di notizie non autorizzata di un dipendente della CIA ne comporterebbe la fine della carriera. Speculazioni a Capitol Hill comprendono anche la possibilità che le agenzie statunitensi che operavano a Bengasi, stessero segretamente inviando missili terra-aria dalla Libia, attraverso la Turchia, ai ribelli siriani.
Anche se l’Arabia Saudita ha recentemente e gentilmente preso “la carta siriana” dagli Stati Uniti, tramite il principe Bandar, ancora una volta divenuto “principe della Jihad”, è risaputo che dall’inizio della crisi siriana, fosse il Qatar in prima linea nella fornitura di armi e fondi agli elementi politici e militanti della cosiddetta “opposizione”. Questo senza dubbio comprendeva il tacito appoggio degli elementi radicali dominanti nella pletora di brigate in Siria; con Jabhat al-Nusra sempre più evidente beneficiario della generosità del Qatar. All’inizio di quest’anno è stato riferito che la CIA avesse dirette “consultazioni” con la rete dei contrabbandieri di armi della monarchia qatariota, gestita principalmente dal palazzo dell’emiro di Doha. Di conseguenza, sembra certo che sia la CIA che l’intelligence del Qatar fossero coinvolte nella operazione per inviare scorte di armi dai “ribelli” in Libia ai “ribelli” in Siria: entrambi indissolubilmente legati ad al-Qaida e affiliati ai radicali salafiti jihadisti. Un articolo del New York Times del 30 marzo 2011 rivela che la CIA era attiva in Libia “da settimane” nel “raccogliere informazioni per gli attacchi aerei [della NATO] e nel contattare e ‘badare’ i ribelli che combattono “le forze di Gheddafi”. Il New York Times affermava anche che Obama aveva firmato un decreto presidenziale, nelle settimane precedenti, che dava l’autorità alla CIA di armare e finanziare i ribelli. Inoltre, The Independent rivelava nel marzo 2011 che Obama aveva chiesto all’Arabia Saudita di approvvigionare di armi i militanti libici. Obama aveva anche dato la sua benedizione a Qatar ed Emirati Arabi Uniti nell’inviare armi a Bengasi, chiedendogli di fornire armi non fabbricate negli USA per allontanare i sospetti; ciò in violazione della No-Fly Zone e dell’embargo sulle armi che contribuiva a far rispettare, e in totale violazione della Costituzione statunitense e delle leggi internazionali vigenti.
Le attuali autorità libiche hanno fatto pochi sforzi per smentire l’indicazione di suoi legami con grandi spedizioni di armi per la Siria, in partenza dal porto di Bengasi. Come affermato in un rapporto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’ampiezza, il costo e la logistica per organizzare tali invii quasi certamente richiederebbero almeno consapevolezza e assistenza locali, e un deputato libico l’ha ammesso apertamente. Inoltre, in un articolo del Telegraph del novembre 2011, si rivela che il comandante militare libico post-Gheddafi, Abdel Hakim Belhadj, riconosciuto ex leader di un ramo di al-Qaida: il Gruppo combattente islamico libico (LIFG) e figura guida nell’insurrezione islamista contro Gheddafi, aveva visitato in Turchia i membri del “Free Syrian Army” (FSA) dell’opposizione siriana, per discutere l’invio “di denaro e armi” e anche dell’”addestramento delle truppe da parte dei combattenti libici”. In un articolo di Fox News del dicembre 2012, un “International Cargo-Shipper” rivelava candidamente che l’invio di armi dalla Libia alla Siria iniziò “quasi subito dopo la caduta di Muammar Gheddafi” (ottobre 2011) e continuò su base settimanale da più porti, tra cui Misurata e Bengasi. Secondo alcune “fonti”, gli invii avrebbero superato le 600 tonnellate. L’articolo prosegue citando “fonti” anonime di Bengasi sostenere che: “Armi e combattenti erano assolutamente diretti in Siria, e che gli Stati Uniti sapevano assolutamente tutto, anche se la maggior parte delle spedizioni è stata sospesa dopo l’attacco al consolato statunitense.” Inoltre, un ampio rapporto del gruppo di esperti delle Nazioni Unite del Consiglio di sicurezza, dell’aprile 2013, evidenzia anche la diffusa proliferazione indiscriminata di armi in tutta la Libia, che filtrano oltre i confini. La relazione afferma che le armi alimentano i conflitti dalla Siria al Mali e che si diffondono dalla Libia a un “ritmo allarmante”. Qatar ed Emirati Arabi Uniti sono stati individuati, nella relazione delle Nazioni Unite, per le loro palesi violazioni dell’embargo sulle armi durante la “rivolta” contro Gheddafi del 2011; il rapporto ha rivelato che diversi invii di armi del Qatar hanno potuto fluire in Libia con la consapevolezza e la piena acquiescenza della NATO, più o meno nello stesso modo con cui furono autorizzate a fluire in Turchia dal Qatar, con la Siria quale destinazione finale.
Elementi della leadership “militare” libica hanno indubbiamente forti legami con gli ex affiliati di al-Qaida, e sono stati portati al potere grazie alla generosità e alle forze speciali del Qatar, al coordinamento della CIA e alla forza aerea della NATO. Considerando ciò, non è difficile immaginare che gli stessi attori sarebbero disposti almeno a “chiudere un occhio” in ciò che è diventato l’evidente e continuo contrabbando libico di armi in Siria, come dimostrato ancora una volta da un articolo del 18 giugno 2013 della Reuters, dal titolo: “Le avventure di un commerciante di armi libico in Siria”: “Abdul Basit Haroun (ex comandante della “Brigata 17 febbraio”) dice di essere dietro alcune delle più grandi spedizioni di armi dalla Libia alla Siria, che trasporta su voli charter verso i Paesi vicini e che poi contrabbanda oltre il confine… Un reporter della Reuters si è recato in una località segreta di Bengasi per vedere un container di armi in preparazione per l’invio in Siria. Vi si accatastarono scatole di munizioni, lanciarazzi e vari tipi di armamento leggero e medio. Haroun dice che può raccogliere armi da tutto il Paese e organizzarne la consegna ai ribelli siriani per via dei suoi contatti in Libia e all’estero. “Sanno che inviamo armi alla Siria”, ha detto Haroun. “Lo sanno tutti.” Le sue attività con le armi sembrano essere ben note, almeno nella Libia orientale. Alti funzionari dell’esercito e del governo della Libia hanno detto alla Reuters che  appoggiano le forniture di armi all’opposizione siriana, mentre un membro del congresso della Libia ha detto che Haroun svolge un grande lavoro aiutando i ribelli siriani.”
Inoltre, secondo un recente articolo del New York Times del 29 giugno 2013, il Qatar ha inviato  armi ai “ribelli” in Siria dalla Libia, nel momento stesso in cui “intensificava gli sforzi” per spodestare il Colonnello Gheddafi. Di conseguenza, ciò può essere interpretato solo che il Qatar ha iniziato l’invio di armi alla Siria, da Bengasi, prima che Gheddafi venisse ucciso, il che significa prima dell’ottobre 2011. È altamente plausibile che Bengasi sia davvero la ‘base’ del  programma di traffico d’armi della CIA, con l’ulteriore intento di “rendere possibile” inoltrare queste armi in Siria. Mentre il dipartimento di Stato ha confermato di aver stanziato 40 milioni di dollari per l’acquisto e la “collezione” di armi utilizzate durante il conflitto in Libia, compresa una riserva di 20.000 MANPADS “mancanti”, di cui almeno 15.000 ancora dispersi. Una relazione scritta da ex-operatori delle forze speciali statunitensi che hanno prestato servizio in Libia, dal titolo “Bengasi: il rapporto definitivo“, sostiene che il “consolato” e il programma sulle scorte di armi sono stati interamente gestiti da John Brennan, all’apoca Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Obama, e oggi direttore della CIA, al di fuori della solita catena di comando della CIA, con il solo scopo di “inviare le armi accumulate in un altro conflitto, forse la Siria“. Inoltre, si segnala che diverse figure di spicco del governo USA (Clinton, Brennan, Patreaus, e altri) incitavano apertamente tale precisa politica, ciò aggiunge la possibilità che certi elementi del governo o le tante fazioni del complesso militar-industriale possano aver agito al di fuori dello specifico consenso dell’amministrazione Obama, costruendo la logistica per soddisfare tale politica, in futuro. Così, una possibile spiegazione dell’attacco al “consolato”, che ora possiamo supporre essere un deposito di armi gestito dalla CIA, fosse la riluttanza pubblica dell’amministrazione Obama nel fornire MANPADS o altre specifiche armi pesanti ai ribelli che combattono in Siria. Inoltre, gli autori di “Bengasi: il rapporto definitivo“, sostengono che John Brennnan colpisse gli estremisti delle milizie islamiste in Libia attraverso attacchi dei droni ed operazioni speciali, potendo fornire un altro pretesto per l’attacco. Certe fazioni ribelli, i loro sostenitori regionali o i loro affiliati libici possono essersi offesi e deciso di agire contro la CIA, tentando di sequestrare le armi in suo controllo.
L’invio di armi libiche in Siria è molto probabilmente attuato dalle forze speciali del Qatar (e occidentali) e dai loro ascari libici affiliati ad al-Qaida, che controllano Bengasi. A loro volta le spedizioni in Siria sono progressivamente aumentate man mano che gli arsenali di Gheddafi si rendevano disponibili e l’assenza di leggi in Libia s’ampliava. Questi sviluppi potrebbero anche spiegare i combattenti libici che rappresentano una grande percentuale di combattenti stranieri nei ranghi dell’opposizione, con un recente studio che indica che i combattenti libici costituiscono oltre il venti per cento delle vittime straniere. Se il Qatar ha infatti coordinato l’invio di armi dalla Libia alla Siria durante la prime fasi della crisi siriana, nel 2011, e la CIA fungeva anche da “consulente” nelle spedizioni del Qatar e nel loro transito attraverso la Turchia, la semplicistica narrazione ufficiale e la cronologia del conflitto in Siria, che sarebbe dovuto a un’eruzione per la repressione di pacifici manifestanti, trascinando in una vera guerra civile, è ancora una volta messa in dubbio. Scoprendo la catena di eventi che ha portato all’attacco al “consolato” degli Stati Uniti, e la varietà di milizie che gli Stati Uniti e i loro alleati armano in Libia, si potrebbe svelare la vera dimensione del sostegno dell’amministrazione Obama alle forze estremiste fantoccio in Siria. Il che può spiegare i zelanti tentativi dell’amministrazione nel soffocare ogni dibattito o seria discussione sugli eventi riguardanti Bengasi.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2013/08/09/la-cia-trafficante-darmi-tra-qatar-libia-e-siria/

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Il cervello della ‘Primavera araba’: come venne sovvertita la Libia

La primavera araba: i cyber-collaborazionisti senza cervello dei vecchi cacicchi venduti
Ali al-Haj Tahar, Le Soir d’Algerie, 14 maggio 2013 – Tunisie-Secret.com

“Nella primavera araba, freddamente eseguita, anche giovani senza cervello che hanno scambiato per Che Guevara o Gandhi degli agenti al soldo degli USA, hanno svolto un ruolo importante”, ha scritto l’intellettuale algerino Ali al-Haj Tahar su Le Soir d’Algerie. Secondo lui, si tratta di colpi di Stato “fabbricati nell’ombra, molto discretamente in Egitto, ma in modo assai chiaro in Tunisia. Non per niente ministri e funzionari tunisini sono passati dal regime di Ben Ali al regime post-Ben Ali!” Ali al-Haj Tahar è scrittore, poeta e giornalista.

arab-spring-mapNella primavera araba, questa operazione sofisticata a lungo premeditata, pianificata con pazienza, freddamente e spietatamente eseguita, ha coinvolto giovani senza cervello che hanno scambiato per Che Guevara o Gandhi degli agenti al soldo degli USA, che vi hanno svolto un ruolo prezioso. Tra loro vi erano elementi interni al sistema vigente, vecchi militari, ministri e funzionari, così come esponenti dell’opposizione di tutti i colori e, infine, giovani traditori o collaborazionisti definiti  cyber-dissidenti, per riassumere. Tra tutti questi agenti molti erano elementi che vivevano all’estero, in possesso della doppia nazionalità, tra cui quelle statunitense e francese oltre alla nazionalità di origine. Ricordiamo che in Afghanistan, gli Stati Uniti hanno messo al potere Hamid Karzai e in Iraq Ibrahim al-Jaafari, Ahmed Chalabi e Ayad Allawi. Incaricati di far scendere i manifestanti in piazza, costoro apparvero sui social network come Facebook usandoli per creare una crisi e, soprattutto, per gettare polvere sugli occhi: i colpi di Stato furono eseguiti nell’ombra, con molta discrezione in Egitto, ma in modo assai chiaro in Tunisia. Non per niente ministri e funzionari tunisini sono passati dal regime di Ben Ali al regime post-Ben Ali!
I casi del vecchio cacicco Beji Caid al-Sebsi e del generale Ammar sono istruttivi, come vedremo nel prossimo studio. Molte personalità che hanno vissuto negli Stati Uniti o avevano dei legami comprovati con i loro servizi di intelligence, sono tra gli attuali leader della primavera araba. In Libia c’è Mohammad al-Magharyef, l’attuale presidente dell’Assemblea nazionale libica, un cittadino degli Stati Uniti e dipendente della CIA sin dal 1980. Khalifa Hifter, attuale capo dell’esercito ed ex colonnello dell’esercito libico di Gheddafi, ha vissuto per 15 anni negli Stati Uniti, vicino alla sede della CIA, dopo aver disertato e diretto un esercito di “contras” oppositori di Gheddafi basato in Ciad fino al 2000, composto da mercenari che hanno commesso assassini e sabotaggi in Libia. Il 19 marzo 2011 tornò segretamente a Bengasi, dove fu responsabile di “una certa coerenza tattica delle truppe ribelli sul campo.” Una delle menti del colpo di Stato contro Gheddafi, Nuri Mesmari, ex capo del protocollo del leader libico, disertò e fuggì a Parigi il 20 ottobre 2010 consegnando alla Francia i dati sulla sicurezza e militari per consentire la preparazione delle operazioni contro Gheddafi. Rendendosi conto della cospirazione, Gheddafi aveva arrestato il suo complice, il colonnello dell’aviazione Gehani, referente segreto dei francesi dal 18 novembre 2010. Il 23 dicembre, altri personaggi libici disertarono a Parigi: tra cui Fajr Sharrant, Fathi Buqris e Alunis Mansuri. Dopo il 17 febbraio, saranno proprio loro, assieme ad al-Haji, che guideranno la rivolta di Bengasi contro l’esercito libico unendosi al CNT.
In un video, Special Investigation di Canal+, l’uomo d’affari Ziad Takieddine, lo stesso che ha accusato Sarkozy di essere stato finanziato da Gheddafi durante la sua campagna elettorale, ha fatto rivelazioni importanti. Takieddine è soprattutto il boss della North Global Oil and Gas Company, una società associata alla Total presso un giacimento di petrolio in Libia (NC7), prima di consegnare alla compagnia petrolifera francese il 100% dei suoi diritti di sfruttamento per un importo di 140 milioni di dollari. Già azionista della Total (2%) e suo associato in Iran, il Qatar voleva la sua parte in Libia: riuscendo a riscattare una parte dei diritti di sfruttamento della Total del giacimento libico NC7, senza che Gheddafi ne fosse informato. Infuriato da ciò, il leader libico  minacciò di rompere ogni accordo con la Total. Ciò gli valse l’ira congiunta dell’emiro Hamad e di Sarkozy. Nel novembre 2010, la Francia e la Gran Bretagna si accordarono per condurre  le esercitazioni militari congiunte dal nome in codice “Southern Mistral 11“: il sito dell’aviazione francese annunciò che l’operazione sarebbe stata avviata tra il 21 e il 25 marzo 2011 e che il suo scopo era abbattere un dittatore che voleva mettere al potere suo figlio come proprio sostituto! Lo scenario di “Southern Mistral 11” si svolge a Southland (terra del sud ), “contro una dittatura responsabile degli attacchi contro gli interessi francesi“. Questa esercitazione militare pianificata in tre mesi, invece dei soliti sei, stranamente ricordava l’operazione Desert Storm contro l’Iraq (gennaio 1991), ci informa lo scrittore Gilles Munier.

Islamisti ed oppositori che vivono all’estero
Mahmoud Jibril si dimise dalla carica di ministro della Pianificazione e direttore della Development Authority (il numero due del presidenza del governo di Gheddafi) alla fine del 2010, prima di entrare nel CNT il 23 marzo 2011. Casualmente, Mahmoud Jibril aveva precedentemente vissuto per molti anni negli Stati Uniti e lavorato per al-Jazeera in Qatar… Il libico Mahmoud Shamman, futuro ministro dell’Informazione del CNT, è stato membro del Consiglio di al-Jazeera in Qatar. Abdel-Jalil, l’ex ministro della Giustizia, che sembrava fare di tutto per mettere nei guai Gheddafi, in particolare nel caso delle infermiere bulgare, si dimise nel gennaio 2011 non senza aver ottenuto il rilascio di più di 400 terroristi del LIFG che guidarono l’insurrezione armata che abbatterà  Gheddafi, ma non senza l’aiuto della NATO e di 5.000 soldati inviati dal Qatar di rinforzo. Ali al-Sawi, che fu ministro del Commercio e dell’Economia, poi ambasciatore in India, si dimise e si unì all’opposizione. Abdel Hafiz Ghoga, che sarà vicepresidente del CNT, avrà un ruolo importante contro Gheddafi.
In Tunisia, l’attuale presidente Marzuqi e il leader del primo partito tunisino, l’”islamista” Ghannuchi, hanno vissuto a lungo all’estero. L’attuale ministro degli Esteri Rafiq Abdessalem (genero di Rashid Ghannuchi), è stato direttore del dipartimento di studi di al-Jazeera, in Qatar. Non vi è dubbio che al-Jazeera sia collegata direttamente con la primavera araba che ha sostenuto. L’enorme manipolazione di massa è partita da al-Jazeera, cioè una copertura di Hamad e quindi della CIA che ha fatto della televisione un nido di “rivoluzionari” infiltrati da agenti statunitensi e israeliani. Peggio ancora, in Tunisia i principali leader dell’opposizione (Boshra Belhadj Yahia, Mustapha ben Jaafar, Ahmed Najib Shebbi) furono accuratamente ignorati dalla “rivoluzione” che installava al potere oppositori che hanno vissuto gran parte della loro vita all’estero: Rashid Ghannuchi e Moncef Marzuqi, l’attuale presidente della Tunisia. Marzuqi, capo della Lega tunisina per i diritti umani, era promossa dalla Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH), organizzazione finanziata dal NED e dalla Open Society del sionista George Soros.
Ghassan Hitto, presidente dell’opposizione siriana che ha vissuto 25 anni negli Stati Uniti, più di metà della propria vita, come Osama al-Qadi, dirigeva a Washington il Centro siriano per gli studi politici e strategici, una copertura legata al Pentagono e alla CIA. Inoltre, il Consiglio nazionale siriano (CNS) è composto essenzialmente da oppositori all’estero che, del resto, sono per lo più “islamisti”. Il primo presidente del CNS è stato Burhan Ghalyun, consigliere politico di Abassi Madani, ha vissuto per la maggior parte della propria vita in Francia come insegnante di sociologia, ma non è mai stato considerato un oppositore del regime siriano fin quando dovette essere lanciata la “primavera” in Siria: una rete in sonno serve un giorno o l’altro! Infatti oggi, tutti sanno che i componenti del CNS, anche chiamato “opposizione d’Istanbul” e “opposizione di Doha”, furono nominati da Hillary Clinton in queste due città. Inoltre, tutti i leader dell’opposizione della primavera araba fecero promesse a Israele. Infatti, Bassma Kodmani, membro del CNS, che aveva partecipato alla conferenza Bilderberg del 2012, dove il cambio di regime in Siria era all’ordine del giorno, aveva invocato relazioni amichevoli tra la Siria e Israele durante un talk-show francese, anche arrivando a dichiarare: “Abbiamo bisogno d’Israele nella regione.” Un altro membro del CNS, Ammar Abdulhamid, dichiarò il suo sostegno a relazioni amichevoli tra Israele e Siria, in un’intervista con il quotidiano israeliano Ynetnews, mentre trapelò una conversazione telefonica tra Radwan Ziyad del CNS e Mohammad Abdallah in cui volevano chiedere maggiore supporto dal ministro della Difesa israeliano Ehud Barak. Al di fuori del CNS, Ribal al-Assad e l’ex vicepresidente in esilio Rifaat al-Assad, dissero che la Siria voleva fare pace con Israele. Nofal al-Dawalibi, a sua volta disse in un’intervista a Radio Israele che il popolo siriano voleva la pace con Israele.

Revolution 2.0” per vecchi cacicchi
Per quanto riguarda la Libia, secondo il quotidiano israeliano Yediot Aharonot, venne firmato un accordo nel 2011 tra il Consiglio nazionale di transizione (CNT) e Tel Aviv per l’installazione di una base militare nelle montagne verdi della Libia, se i ribelli arrivavano al potere. Il documento recante l’intestazione “Israel Defense Forces”, rileva inoltre che in cambio Israele si impegna a fare incrementare gli attacchi aerei della NATO contro le forze del governo libico e di ottenere l’adesione dei Paesi arabi la causa del CNT. Ciò non suggerisce che elementi delle forze speciali israeliane abbiano dato una mano alla “rivoluzione” libica? Perché la “primavera” siriana arriva per ultima? Solo perché i pianificatori sapevano che per sconfiggerla era necessario che tutti i Paesi “rivoluzionari”, le loro armi, i loro mercenari e terroristi e persino di battaglioni di giovani jihadisti tunisini, di cui una dozzina avrebbe offerto i propri servigi, svolgessero il ruolo di coniglietti dei GI che combatterono in Vietnam.
Collaborazionisti arabi di tutte le età hanno beneficiato dell’addestramento, degli aiuti e delle sovvenzioni delle organizzazioni statunitensi che operano per conto della Casa Bianca, del Dipartimento di Stato e della CIA, essendo negli Stati Uniti sottili le frontiere tra organizzazioni civili e organizzazioni militari, dato che il patriottismo statunitense non ha limiti nel suo impegno.  Innumerevoli organizzazioni lavorano per la promozione dell’ideologia statunitense, anzi per  l’egemonia del Paese sul mondo. Freedom House ha anche svolto un ruolo importante nella primavera araba, questa fiera dei manipolati. Nel 2009 Freedom House pubblicò la “Mappa della Libertà” di ogni continente, differenziando i Paesi secondo il grado di democrazia assegnatogli da essa. La mappa diceva che l’unico Paese completamente libero nel Maghreb-Medio Oriente… era Israele. Cinque Paesi erano “parzialmente liberi”: Marocco, Giordania, Libano, Yemen, Bahrain. Tutti gli altri Paesi della regione erano considerati “non liberi”. E’ per questo motivo che le ONG come l’International Crisis Group di George Soros, cercano di portarli alla libertà sostenendone i traditori. Ciò non esclude che la Freedom House finanzi un gruppo di protesta in Marocco, il Movimento del 20 Febbraio!
Le ONG statunitensi hanno anche addestrato i giovani del Bahrein che iniziarono la loro Primavera araba. Non si sa se qualcuno di loro sia sciita, ma la Casa Bianca ha ordinato all’Arabia Saudita di aiutare il governo in carica a sedare la ribellione, che attualmente sembra essere composta da sciiti che chiedono diritti legittimi: scarsamente rappresentati nelle istituzioni del Paese, gli sciiti del Bahrein si scontrano negli ultimi due anni contro l’esercito e le forze dell’ordine sauditi inviati di rinforzo. Bahrain, che vuole finirla con gli sciiti, ha anche distrutto diverse moschee della comunità musulmana ora considerata il nemico numero uno dal wahhabismo internazionale. Accusati di adorare Ali al posto di Allah e di non riconoscere Muhammad (QSSL) come profeta, gli sciiti sono oggetto di molte altre perverse deviazioni diffuse dalla propaganda saudita.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2013/05/28/il-cervello-della-primavera-araba-come-venne-sovvertita-la-libia/

Cronache dalla Libia 12

  • Hollywoood is now in Libya  Proprio ciò che è stato detto dai tg italiani…Thierry Meyssan del Réseau Voltaire presente a Tripoli, tra l’altro minacciato di morte poichè giornalista indipendente, denuncia che la Nato fa strage bombardando di tutto e uccidendo 1.300 persone in poche ore ma Repubblica on line scrive che Gheddafi bombarda la folla. Tripoli e la Libia non si sono mai sollevati, semmai sono stati stremati dai bombardamenti degli aggressori.

 

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  • Giornalisti della CNN di grande coraggio
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  • La BBC mostra le manifestazioni di Tripoli per la rivoluzione…ops ma portano la bandiera dell’India, sono tutti indiani!

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  • Perla della CNN che colloca la libica Tripoli in Libano…
… irridente la scritta sottostante – Breaking News: I ribelli a Tripoli ignorano dove si trovi Gheddafi
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  • Herman Morris sulla situazione di Tripoli [27.08.2011]
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  • Senza un inchiesta internazionale indipendente come si fa ad affermare che anche queste morti sono a carico dell’esercito libico, dove sono le prove?
    I media italiani, salvo qualche condizionale e  salvo rettifiche, sono sicuri, quella strage è opera dell’essenza del male, Gheddafi… ma le prove non ci sono, e non ci saranno; indagini serie dimostrerebbero con tutta probabilità il contrario, cioè che a perpetrare quest’altro crimine sono stati ancora una volta i puri ribelli di Benghasi.
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  • La storica chiesa di San Giorgio che si trova in Libia, a Tripoli, risalente al 1647 è stata saccheggiata. La chiesa è la più antica chiesa ortodossa in Nord Africa. Il presidente della comunità greca, Dimitris Anastassiou ha trasmesso la notizia al Metropolita di Tripoli Mr. Teofilatto, che è stato in Grecia dalla fine del mese di giugno.
    “Mi sento il cuore spezzato per ciò che sta accadendo in Libia, questo bellissimo paese che è stato distrutto e le cui persone sono note per la loro ospitalità”, ha dichiarato il metropolita di Tripoli, che si insediò in Libia nel 1991. “Ero triste al sentire le notizie dal sig Anastassiou.
    I ladri hanno saccheggiato il santuario del nostro santo patrono che avevo portato dal Monte Athos. Antichi Vangeli, calici, cherubini, turiboli, uno dei quali ci era stato dato dal Patriarca ecumenico Bartolomeo. Chi ha rubato gli oggetti sacri ha contattato il presidente della comunità e hachiesto soldi per restituirli. Mr. Anastassiou segnalato l’incidente alla polizia, ma per come stanno le cose al momento, nessuno si occuperà di questo tema “, ha detto.
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  • Leonor informa che LIZZIE  Phelam, la giornalista indipendente di cui si erano perse le tracce la scorsa settimana, ha lasciato Tripoli e arriverà in barca nella mattina di domani a Malta. Lizzie dice: “Sono molto triste di lasciare Tripoli”.
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  • Il Repubblicano Ron Paul spiega come creda che la politica estera statunitense di intervento e di sostegno di fazioni crei un pantano. Il deputato Paul indica il rapporto degli Stati Uniti con il colonnello Gheddafi come prova di questo.
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    • Tripoli è ora come Bengasi. I neri libici vengono perseguitati per il colore della loro pelle e giustiziati dai ribelli della NATO.
      Dei 5.000 uomini di forze mercenarie inglesi, francesi e del Qatar circa mille sono decedute negli scontri e almeno 800 sono state gravemente ferite. Oltre 2000 i civili morti in questi giorni.

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FONTE:http://gilguysparks.wordpress.com/2011/08/28/libyan-chronicles-12-0-2/

PS: da notare come alcuni video, che erano nell’ articolo originale sono stati fatti sparire.

Nella guerra in Libia la prima vittima è l’informazione. Le bugie dei media e il conflitto dimenticato

di Luca Troiano
1. Da settimane media e politici giustificano l’intervento della Nato con la pur nobile intenzione di proteggere i civili dalla vendetta di Gheddafi. Ma dall’inizio delle ostilità, non poche voci hanno espresso dubbi e perplessità sulle notizie provenienti dal fronte. Smentendo molte verità finora date per acquisite.
Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes e non certo un complottista, parla in proposito di “collasso dell’informazione”, tante sono le distorsioni e le lacune che stanno alterando la nostra percezione degli eventi in corso[1].
La giornalista Marinella Correggia, in una succinta analisi sul sito di Famiglia Cristiana[2] segnala l’esistenza di una Fact Finding Commission (Commissione per l’accertamento dei fatti) fondata a Tripoli da una imprenditrice italiana, Tiziana Gamannossi, e da un attivista camerunese, il cui scopo è indagare sulla rispondenza dei fatti alle notizie diffuse dai media.
E le sorprese non mancano.

Lasciando da parte le ipotesi sulle reali motivazioni del conflitto[3], va evidenziato come i media hanno avuto gioco facile nel tratteggiare la situazione a tinte fosche. Non hanno esposto analisi, non hanno descritto fatti, luoghi e personaggi. Il più delle volte si sono limitati ad impiegare frasi forti e slogan intrisi di retorica, amplificando le pur terribili violenze che le milizie del Colonnello stavano compiendo nel Paese.
Innanzitutto, la storia dei bombardamenti sui manifestanti. L’annuncio fa inorridire il mondo. I politici nostrani la ripetono con enfasi. Il 23 febbraio le emittenti al-Jazeera e al-Arabiya, la cui presenza costante nei luoghi delle rivolte le ha rese agli occhi dei più come una colonna della primavera araba, parlano già di 10.000 morti e 55.000 feriti. La fonte è Sayed al-Shanuka, il quale riferisce da Parigi qualificandosi come membro libico della Corte penale internazionale[4]. In realtà la stessa Corte dichiara che il signor al-Shanuka non è membro non è in alcun modo legato ad essa, ma la smentita rimane pressoché ignorata dalla stampa internazionale[5].
A passare sotto silenzio è pure la notizia che i satelliti russi, che avevano monitorato la situazione su Tripoli fin dall’inizio della rivolta, non hanno rilevato alcun segno di distruzione[6]. La giornalista Irina Galushko, corrispondente di Russia Today, ha riferito che i supposti raid del 22 febbraio su Bengasi e Tripoli, ampiamente enfatizzati da BBC e al-Jazeera, non sono stati registrati dai servizi militari che esaminavano le immagini raccolte dai satelliti. Peraltro, non c’è alcun filmato o testimonianza dei presunti raid aerei sulla capitale.
A scanso di equivoci, è innegabile che Gheddafi abbia usato anche bombardamenti aerei nelle operazioni militari contro le milizie ribelli; ciò che si sottolinea è che non ci sono prove circa analoghi attacchi nei confronti dei civili manifestanti, che è diverso. Le uniche immagini fin qui mostrate sono state quelle relative alla presenza di fosse comuni in riva al mare, che in realtà si tratta di filmati di repertorio del cimitero (con fosse individuali) di Sidi Hamed e del cimitero di Tagura, dove periodicamente si provvede allo spostamento dei resti.
A mettere in dubbio i numerici catastrofici sulla repressione libica ci ha pensato anche il Prof. Jean-Paul Pougala, esperto di geopolitica e docente a Ginevra, il quale ha riportato che per ricoverare una moltitdine di 55.000 feriti non sarebbero bastati gli ospedali di tutta l’Africa, dove solo un decimo dei posti letto è riservato alle emergenze[7].
C’è poi la storia degli stupri di massa a Misurata, con annesso il tragicomico dettaglio del Viagra in dotazione alle truppe del Colonnello. Un’inchiesta di tre mesi condotta da Amnesty international non ha riscontrato alcuna prova di queste violenze e abusi dei diritti umani, aggiungendo altresì che in alcuni casi i ribelli di Bengasi avevano dichiarato il falso o manipolato prove. In tre mesi non è stato possibile trovare alcuna prova o una singola vittima di violenze sessuali, o un medico che ne fosse al corrente[8]. Gli stupri di massa commessi dalle forze del Colonnello, utilizzati per giustificare l’attacco Nato e l’incriminazione di Gheddafi davanti alla Corte Penale Internazionale, potrebbero (potrebbero) non essere mai avvenuti.
Quanto al Viagra, l’inviata di Amnesty Donatella Rovera scrive che la fonte erano i ribelli di Bengasi, che avevano mostrato ai giornalisti stranieri alcuni pacchetti di Viagra trovati su carri armati andati a fuoco, ma che i pacchetti stessi non mostravano bruciature.
Poi, le bombe a grappolo. Si tratta di ordigni espressamente vietati da una Convenzione internazionale. Quando sono stati trovati a Misurata il 15 aprile, il loro uso è stato subito imputato alle forze di Gheddafi, in quanto la Libia non ha mai firmato l’anzidetta Convenzione. Tanto che alla notizia il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha subito ribadito la necessità dei bombardamenti Nato per assicurare la protezione dei civili.
Ma la Convenzione che vieta gli armamenti a grappolo non l’hanno mai firmata neppure gli Usa, che considerano legittimo di tali armi in operazioni militari. Secondo le ricerche del gruppo Human Rights Investigation, le sottomunizioni mostrate a Misurata che testimonierebbero l’utilizzo di bombe a grappolo sarebbero da attribuire non all’esercito libico, bensì alla Nato[9], la quale ha ammesso di disporre di tali armamenti nei propri arsenali.
Vi infine uno dei primi discorsi di Gheddafi, il cui messaggio è stato manipolato e stravolto nella sua traduzione. La versione da noi riportata è: “Se il popolo non ama Gheddafi, deve morire”; il messaggio originale era: “Se il popolo non ama Gheddafi, Gheddafi deve morire”[10]. Nelle sue parole, il Colonnello intendeva rafforzare il consenso intorno a sé in Tripolitania, non minacciare la Cirenaica.
In definitiva, la distanza tra le affermazioni più ricorrenti sulla guerra in Libia e le verifiche sul campo si è dimostrata massima.
2. Bugie a parte, fin dalle prime battute l’informazione si è mostrata insufficiente anche solo nel rappresentare i fatti e i volti che caratterizzavano l’evolversi dello scenario libico.
A partire dalle manifestazioni di protesta di metà febbraio e dalla conseguente repressione, la guerra civile in Libia è stata analizzata sotto la lente della struttura tribale del Paese. La genesi delle violenze viene individuata nella rottura del patto tra Gheddafi e i capi tribù. Soprattutto i Warfalla, la più numerosa tribù libica con oltre un milione di abitanti, che per bocca dello sceicco Akram al-Warfalli aveva invitato il qa’id di Tripoli ad andarsene. Qui nasce il primo equivoco. Al-Warfalli è solo uno dei tanti capi dei clan in cui è suddivisa la tribù, e nemmeno uno dei più importanti. Bastava recarsi nella città d’origine della tribù, Bani Walid, per rendersi conto che il sostegno dei Warfalla al regime è tutt’altro che vacillante. Ma i media avevano creduto acriticamente allo sceicco, senza neppure domandarsi quale fosse il suo ruolo all’interno della gerarchia tribale.
Così come in pochi si sono domandati chi siano realmente i ribelli di Bengasi. Per i media sarebbero i “buoni” perché lottano contro il Colonnello. In realtà non sono altro che pezzi del suo stesso regime, passati dall’altra parte della barricata per convenienz a.
A cominciare da Mustafa Abd al-Jalil, segretario del Consiglio Nazionale di Transizione libico. Ex giudice, quando era a capo della Corte d’Appello di Bengasi fu lui a pronunciare per due volte la sentenza a morte nei confronti di cinque infermiere bulgare accusate di aver infetto 400 bambini con il virus Hiv, poi risultate innocenti[11]. Divenuto Ministro della Giustizia nel 2007, ha avuto per quattro anni in mano l’agenda riformatrice nel Paese senza apportare alcun cambiamento significativo. La riforma del codice penale richiesta da più parti non è mai stata neppure avviata. Jalil è stato anche messo sotto accusa da Amnesty International e da Human Rights Watch per i metodi di arresto, la mancanza di garanzie di difesa nei processi e i prolungati periodi di detenzione. Il suo passaggio dalla parte dei ribelli è repentino: nel mese di febbraio, Gheddafi lo manda a Bengasi per trattare il rilascio di alcuni prigionieri, ma lui cambia bandiera e accusa il qa’id per le eccessive violenze sui civili. Ben presto diventa un esponente di punta del CNT, nonché uno degli interlocutori privilegiati dell’Occidente.
Un altro esponente di primo piano del CNT è Abd al-Fattah Farag al-’Ubaydi, ex Ministro dell’Interno. Anche lui compartecipe nel mantenimento dell’”ordine” nel Paese a suon di arresti e misure repressive. Ancora, alcuni membri del Consiglio sono ex appartenenti al Lybian Islamic Fighters Group (Lifg), gruppo terroristico formato nel 1995 che negli anni ha avuto rapporti anche con al-Qa’ida. Alcuni dei suoi miliziani hanno operato (e operano) in Iraq e Afghanistan. È ben noto che nei mesi seguenti all’invasione americana in Mesopotamia, la Cirenaica, in tutto il mondo arabo, fu la regione da cui partì per l’Iraq il maggior numero di combattenti jihadisti in rapporto alla popolazione.
Sorprende la facilità con cui tali personaggi siano divenuti i nuovi interlocutori della Libia verso il mondo[12].
3. Nelle fasi più concitate delle rivolte in Egitto e Tunisia prima, e della guerra in Libia poi, un ruolo di primo piano è stato occupato dalle emittenti satellitari al-Jazeera e al-Arabiya, tanto da diventare le fonti privilegiate per tutti coloro che desiderano approfondire la complessa realtà del mondo arabo.
Molte delle notizie lanciate da tali network si sono rivelate, in seconda battuta, false. Ed è incredibile come i grandi media internazionali abbiano ripreso buona parte di tali bufale, salvo poi omettere le doverose rettifiche. Oltre alle già citate storie dei 10.000 morti e delle fosse comuni, valga un caso su tutti: la caduta di Sirte.
La mattina del 25 marzo al-Jazeera annuncia che Sirte, la città natale di Gheddafi, è stata presa dai ribelli. La BBC diffonderà la notizia di lì a poco. Le immagini mostrano i pesanti bombardamenti a cui la zona è stata sottoposta da parte degli caccia anglo-francesi. La città è praticamente deserta e c’è ancora da capire cosa sia realmente successo. Ma la notizia viene ripresa dalle maggiori agenzie di stampa internazionali che sottolineano la portata simbolica della conquista.
In realtà né al-Jazeera e né la BBC hanno giornalisti sul posto. Sono presenti solo la Reuters e AFP, che esprimono dubbi[13[. Pochi giorni dopo si scoprirà che la verità è ben diversa: Sirte, in realtà, non è mai caduta[14]. Ma tutti ci avevano (ci avevamo) creduto.
La copertura full time 24 ore su 24, l’utilizzo dei social network come Facebook e Twitter, la continua citazione di testimoniane dirette avevano convinto tutti della genuinità del servizio delle due emittenti panarabe. In realtà ben poco di ciò che riportano è oggettivamente verificabile. Al-Jazeera ha anche attivato una chat aperta alle testimonianze dal posto e un blog, aggiornato minuto per minuto, sugli accadimenti in corso dal fronte[15] . Sorpresa: quasi tutti i partecipanti alla chat risiedono all’estero e chiunque metta in dubbio le testimonianze viene tacciato di essere una spia ed espulso. La maggior parte delle informazioni riportate proviene dal sito dei ribelli http://www.lybia17february.com, anch’esso basato all’estero e precisamente a Londra.
D’altronde, la difficoltà di fare informazione a Tripoli e nelle altre zone calde richiede la necessità di stabilire una rete di relazioni dalla quale attingere. Il problema è che in tal modo scompare il fatto e domina l’opinione. Ciascuno ha le sue fonti dirette e poco importa se i fatti possano essere provati o meno. Non potendo stare sul posto, ci si accontenta del “sentito dire”.
C’è una domanda che sorge a questo punto. Come mai al-Jazeera e al-Arabiya abbiano messo da parte ogni deontologia e imparzialità per fornire un’informazione partigiana, tendenziosa, se non addirittura falsa e manipolata?
Soprattutto la prima rappresenta uno strano paradosso.
A lungo al-Jazeera è stata considerata un network autorevole, libera, internazionale, professionale e credibile, libera nel guardare il mondo e nel raccontarlo. Negli anni Duemila è stata l’occhio più diretto sui controversi scenari di Iraq e Afghanistan, criticando apertamente l’operato delle forze americane. Nei primi mesi del 2011 è stata elevata a paladina dei popoli arabi per i suoi costanti reportage da Tunisi e da Piazza Tahrir. Ha seguito le rivoluzioni in Medio Oriente con grande empatia e attenzione, divenendo così il punto di riferimento dell’Occidente verso il mondo arabo e del mondo arabo verso l’Occidente.
Ma al Jazeera è gestita e finanziata dall’emiro del Qatar, il più autocratico dei monarchi del Golfo. Parla di libertà e democrazia, purché a debita distanza dal proprio Paese. Denuncia i soprusi dei satrapi mediorientali, senza poter spendere una parola sull’assenza di diritti civili a Doha.
Una contraddizione spiegata dalla volontà dello stesso emiro del Qatar di farne uno strumento di leverage politico per garantirsi maggiori opportunità nel mondo globalizzato. Non è un caso se la partecipazione del network a favore delle manifestazioni è stata contestuale alla decisione di Doha di assumere un ruolo più attivo nella gestione delle proteste. La convergenza tra l’agenda politica estera del Paese e l’enfasi data alle ragioni dei manifestanti palesa con tutta evidenza le sottese aspirazioni geopolitiche del piccolo Stato del Golfo.
Nel tentativo di rilanciare la propria credibilità, l’emittente ha recentemente trasmesso un servizio sui lavoratori stranieri in Qatar[16]. Ovviamente costellato di omissioni circa le reali condizioni degli operai.
In questo contesto, la Libia rappresenta una buona occasione per guadagnare consensi presso le cancellerie di Europa e Usa, accettando di sostenere la propaganda della “missione umanitaria” in difesa dei civili al punto da piegare gli avvenimenti agli interessi dei governi occidentali.
4. La guerra in Libia non si combatte solo a Misurata o lungo le strade che conducono a Tripoli. Anzi, il più delle volte qui non si combatte proprio. I ribelli hanno scarsi mezzi e nessun addestramento militare. Attendono che i raid della Nato facciano da apripista e poi avanzano. E quando le forze di Gheddafi riprendono vigore, arretrano. Quasi mai combattono davvero. Sparacchiano davanti alle telecamere, simulando operazioni posticce in cambio di quale dollaro, ma quasi mai combattono.
Tanto i media si spendono nel raccontare cosa accade sulle vie per Tripoli quanto invece  si disinteressano dei combattimenti (veri) nelle zone montuose al confine con la Tunisia, dove vi è il fronte dimenticato della guerra [17]. “Dimenticato” nonostante la violenza quotidiana degli scontri.
Mark Doyle, corrispondente della BBC, è andato a Nalut, un’ora di macchina dal confine, per raccontare la guerra che non viene raccontata[18]. Gli edifici sventrati dai missili Grad lanciati dai lealisti, gli ospedali gravati da centinaia di feriti, il sospetto che il governo algerino fornisca armi al Colonnello, il sacrificio di tanti giovani (berberi) per mantenere il controllo delle città assediate. E quella frase pronunciata da uno di loro: “Ci affidiamo il nostro coraggio e alla Nato“.
Ma da noi non se ne parla abbastanza. Ci si concentra sui messaggi del Colonnello, sui bisticci diplomatici dei membri dell’Alleanza, sulle uscite dei politicanti di casa nostra, sugli “effetti collaterali” della guerra – i migranti di Lampedusa, arbitrariamente ripartiti in “profughi”, “clandestini” e “rifugiati” a seconda delle convenienze di turno[19]. Nella Libia dove le parole volano più in alto degli aerei e le bugie colpiscono più delle bombe, la prima vittima è l’informazione.
1http://temi.repubblica.it/limes/il-collasso-dellinformazione/22590

12L’elenco degli Stati che riconoscono il Consiglio di Bengasi: http://it.wikipedia.org/wiki/Consiglio_nazionale_di_transizione#Relazioni_internazionali

E da: http://marionessuno.blogspot.it/2012/07/nella-guerra-in-libia-la-prima-vittima.html