“La notizia dei missili contro l’Italia era falsa”. Come si costruì nel 1986 la campagna mediatica e militare contro la Libia

Gheddafi e i missili fantasma, un mistero internazionale
“La notizia dei missili contro l’Italia era falsa”. Come si costruì nel 1986 la campagna mediatica e militare contro la Libia
Vent’anni fa Italia in allarme per gli Scud libici su Lampedusa. L’ex capo dell’Aeronautica ora dice: “Era falso”
25 novembre 2005 – Gianluca Di Feo
Fonte: http://www.espressonline.it

Due boati, un rumore assordante che arrivava dal mare. Due esplosioni senza testimoni e l’Italia si ritrovò a un passo dalla guerra. Mancavano pochi minuti alle 17 del 15 aprile 1986. “È stato fortissimo, come una porta sbattuta violentemente. Sono uscita per strada, tutti siamo scesi lungo il corso. C’era chi gridava: ‘È scoppiata la guerra!'”. A Lampedusa tutti sentirono, nessuno vide. Il primo dispaccio di agenzia parlava di “cannonate sparate da una motovedetta libica”. Poi si pensò a un aereo. Intorno alle 18 le autorità americane informarono il ministro della Difesa Giovanni Spadolini: Gheddafi aveva scagliato due missili Scud contro l’isola, ordigni scoppiati a un paio di chilometri dalla costa. Il giorno dopo, il grido della gente di Lampedusa diventò il titolone dei quotidiani: ‘Ora l’Italia è in prima linea’. Quegli Scud sono diventati storia: l’unico attacco missilistico contro un paese occidentale. Due esplosioni che hanno troncato le relazioni tra Roma e Tripoli, spazzando via business lucrosi e portando la Fiat a riacquistare le azioni libiche. Eppure del lancio di quei missili non c’era nessuna prova. E ora, a quasi 20 anni di distanza, c’è chi comincia apertamente a parlare di finzione.

Il primo a farlo è l’uomo che in quei giorni avrebbe potuto ordinare la rappresaglia contro la Libia. Il generale Basilio Cottone, allora capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, oggi dichiara: “Non credo siano stati lanciati missili contro Lampedusa. Personalmente non l’ho mai creduto. La notizia dei missili per me era falsa e le azioni messe in atto volevano accreditarla. Molte organizzazioni extranazionali erano allora interessate al fatto che il governo italiano adottasse una politica di più forte chiusura nei confronti della Libia”.

Il generale Cottone ha concesso una lunga intervista alla rivista on line ‘Pagine di Difesa’, astro nascente della pubblicistica militare, in cui ricorda quelle giornate di fuoco. Non è un pensionato qualunque: ex pilota da caccia, ex comandante delle forze aeree Nato nel Mediterraneo, è stato al vertice dell’Aeronautica per tre anni. Dopo il congedo è diventato presidente dell’Agusta, il colosso degli elicotteri: adesso a 78 anni resta nel consiglio di amministrazione della società aerospaziale. “Dubbi su quella vicenda ci sono sempre stati. Non abbiamo mai trovato prove evidenti dell’attacco: nemmeno una scheggia”, spiega a ‘L’espresso’ il generale Mario Arpino, successore di Cottone alla guida dell’Arma azzurra. Che ricorda: “All’indomani del caso Lampedusa, Cottone mi incaricò per conto del governo di studiare una ritorsione contro la Libia nell’eventualità di altre azioni ostili. Noi preparammo una serie di piani”. Ma i nostri radar avvistarono gli Scud? “I nostri radar non erano in grado di scoprire missili di quel genere. Avevamo chiesto alla Nato di fornirci degli Awacs, radar volanti molto potenti, ma ci furono concessi mesi dopo”. Solo i satelliti Usa quindi potevano vedere gli Scud: solo gli occhi spaziali americani che in quel momento tenevano sotto controllo tutto il Canale di Sicilia. Ma Washington a chi trasmetteva i dati dei satelliti? “Gli americani non hanno mai interferito a livello operativo: io ero responsabile della sala di crisi e non mi comunicarono nulla. Se informavano qualcuno, lo facevano a livello politico. So con certezza che non venimmo nemmeno avvisati del raid contro Tripoli. Ricordo la sorpresa quella notte quando i nostri radar scoprirono gli aerei diretti in Libia”.

Erano le prime ore del 15 aprile. Squadriglie di bombardieri americani piombano sulla capitale libica e distruggono la residenza di Gheddafi. È un’operazione decisa da Ronald Reagan, che considera il leader libico uno dei grandi finanziatori del terrorismo e lo accusa dell’attentato contro una discoteca di Berlino frequentata dai soldati statunitensi. Il presidente della Jamairiah sfugge alle bombe, ma tra le macerie restano una delle figlie adottive e decine di vittime civili. Gli stormi erano decollati dalla Gran Bretagna: Francia e Italia, avvertite all’ultimo minuto, non permisero il sorvolo dello spazio aereo. Ma le tensioni più forti sono proprio con l’Italia.

Il nostro governo aveva una linea filo-araba: il premier Bettino Craxi manteneva ottimi rapporti con i palestinesi, il ministro degli Esteri Giulio Andreotti aveva creato legami forti con Tripoli. Sei mesi prima Reagan e Craxi erano arrivati allo scontro per il sequestro dell’Achille Lauro: la notte di Sigonella aveva segnato il momento più teso nelle relazioni tra i due Paesi. È chiaro che nel pianificare la campagna contro Gheddafi gli americani dovevano tenere conto del fattore Italia: Palazzo Chigi aveva più volte criticato le manovre-sfida della Sesta flotta nel Mediterraneo. Poi la mattina del 15 aprile dal governo arrivano parole molto dure nei confronti del raid Usa su Tripoli. Passano poche ore ed ecco i boati di Lampedusa.

Le esplosioni vengono sentite non lontano da una base della Guardia costiera americana, una stazione radio con 20 uomini di guarnigione che – ma si saprà solo mesi più tardi – era stata rafforzata da un contingente di marines nella seconda settimana di aprile. Dopo le detonazioni per un’ora nessuno capisce bene cosa sia accaduto. Poi la comunicazione degli Usa a Spadolini punta il dito sulla Libia: sono stati lanciati due Scud, l’arma più potente dell’arsenale della Jamairiah. Una versione mai più messa in discussione. Molti però hanno avuto dubbi. I pescatori di Lampedusa, per esempio, rimasero sorpresi dall’assenza di pesci morti. Una bomba a mano con pochi grammi di esplosivo, quelle usate per le battute di frodo, riempie cassette di pesce. Invece quegli Scud con due tonnellate di plastico non avevano infastidito la fauna ittica: neanche una sardina era venuta a galla. I missili poi sono lunghi più di 11 metri e lasciano rottami di grandi dimensioni. I nostri militari li hanno cercati per anni, anche con sonar speciali e mini-sottomarini: non è mai stato trovato nulla. Infine c’erano considerazioni tecniche: Lampedusa è al limite massimo della portata degli Scud. Più si spara lontano, meno l’arma è precisa: essere arrivati a 2-3 chilometri da una piccola stazione radio rappresenta un risultato eccezionale per soldati maldestri come i libici. Ricorda il generale Cottone: “L’unico ad aver avuto dubbi circa il lancio sono stato io. Ma poiché tutti lo credevano, ho ritenuto di operare di conserva”.

I libici d’altronde rivendicano l’attacco. Il primo a farlo, 24 ore dopo, è l’ambasciatore a Roma: “I missili sono venuti dalla Libia, non abbiamo cercato di colpire l’Italia ma una base Usa”. Perché dovrebbero attribuirsi un assalto che non hanno compiuto? “Hanno solo cavalcato gli eventi”, sostiene Cottone. Secondo questa ipotesi, a Gheddafi conviene stare al gioco: è nel momento più difficile, gli fa comodo fingere per non perdere la faccia davanti al mondo arabo.

Di “finzione” ha parlato nel 2003 anche Cesare Marini, senatore dello Sdi, ma in senso opposto. Secondo Marini, fu Craxi a informare Gheddafi dell’imminente blitz americano, permettendo al leader libico di salvarsi. I missili sarebbero stati un espediente per coprire ‘l’amico italiano’. Le dichiarazioni di Marini, all’epoca esponente di punta del Psi, non hanno trovato conferme. Gli analisti militari però sono scettici: si sarebbe trattato di una messinscena pericolosa, la partenza degli Scud avrebbe potuto scatenare una nuova ondata di bombe Usa. Invece gli americani non mossero un dito, nonostante le batterie di Scud fossero la minaccia più importante contro la Sesta Flotta. E il governo italiano? Fa il muso duro. Accusa Gheddafi, mobilita le forze armate ed espelle diplomatici. In realtà nessuno ha paura: “Di certo io non mi sono spaventato”, commenta Giulio Andreotti: “La mia sensazione è che i missili furono lanciati ma volutamente fuori bersaglio: non c’era nessuna volontà di causarci dei danni”. Anche Giuliano Amato, all’epoca sottosegretario a Palazzo Chigi, dichiara: “L’unica cosa che mi è rimasta in mente è che, se missili erano, di sicuro ‘si afflosciarono’ arrivando a Lampedusa”.

Nessun danno, ma un risultato enorme: gli Scud tagliano i legami tra Roma e Tripoli. Vanno in fumo affari per migliaia di miliardi, la Fiat mette i libici alla porta, scompare l’ultimo partner europeo disposto al dialogo. Insomma, un autogol per Gheddafi. Ma il generale Cottone offre un’analisi diversa: “Un insieme di nazioni occidentali non vedevano di buon occhio l’atteggiamento pro-arabo tenuto dall’Italia. Penso sia stata una azione di ‘servizi’ che hanno montato la cosa, però il fatto ha assunto credibilità internazionale ed è rimasto nell’immaginario collettivo il lancio concreto. Credo che l’Occidente in generale, intendo Europa ed America, era interessato che l’Italia non seguisse la politica di compromesso con la Libia”. A proposito, il nome Scud nasce dalla somiglianza tra la forma del missile e una specie di gamberi. E almeno di quelli le acque di Lampedusa sono sicuramente piene.

Note:
L’articolo è stato tratto dal sito on line dell’Espresso come appare oggi in home page, precisamente dalla pagina
http://www.espressonline.it/eol/free/jsp/detail.jsp?idCategory=4821&idContent=1181482&m2s=a
Il titolo è stato modificato da PeaceLink.
Preso da: http://www.peacelink.it/mediawatch/a/13715.html

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La guerra in casa! E’ vero? Ma in casa di chi?

Abbiamo la guerra in casa. Così dicono i nostri grandi giornalisti. Non so perché, ma in casa la guerra ci scoppia sempre per motivi che non conosciamo. L’undici settembre del 2001, per esempio, dopo che due aerei civili avevano “attaccato” inspiegabilmente New York e il Pentagono, scoprimmo che a Roma c’era la guerra. Quando una bomba fece una strage in una banca di Milano, nel 1969, non ci fu un americano che pensasse d’avere in casa la guerra; da noi, invece, le guerre scoppiano per qualunque guaio dell’Occidente. Anni fa, per una bomba alla metropolitana di Madrid, gli spagnoli chiusero i conti con un governo di destra, noi allertammo polizia, esercito e guardia forestale. Avevano colpito Madrid, ma la guerra era contro di noi. Ce l’avevamo in casa.
Non so chi li laurei, i grandi nomi della carta stampata e delle televisioni, ma qualcuno dovrebbe dirglielo come scoppiano le guerre e ricordargli che gli attacchi a giornali e giornalisti sono pagine feroci, ma frequenti. Come cerchi ci sbatti il naso. Il 22 luglio 2014, non cento anni fa, “Libero”, raccontando ai lettori la tragedia di Gaza, scrive di “un aereo da combattimento israeliano che ha bombardato l’ultimo piano di una torre residenziale nel Centro di Gaza, dove si trovano la sede di Al-Jazira e gli uffici dell’agenzia di notizie statunitense, Ap”. Naturalmente, racconta il giornale, gli israeliani sostengono che è “stato un errore”, ma ammoniscono i giornalisti: meglio stare alla larga. Se uno non si ferma qui e va avanti, scopre poi una dichiarazione ufficiale israeliana che definisce Al-Jazira “una colonna portante dell’apparato di propaganda di Hamas” e chiede che “le attività dell’emittente vengano bandite in Israele”.
E’ strano, ma così: nessun governo occidentale ha dichiarato in quei giorni che Israele fa “guerra alla democrazia”, nessuno si è scandalizzato per la libertà di stampa attaccata con le armi e la nostra “grande stampa”, che stava dormendo o era stata messa a nanna, non ha suonato l’allarme. La guerra a Gaza non è guerra di casa nostra, noi ci disinteressiamo degli occupati e abbiamo ottimi rapporti con gli occupanti perciò, se giocano a tiro a segno sui giornalisti, pazienza.
Rosa Schiano, che era a Gaza, pochi giorni prima dell’attacco ad Al-Jazira aveva descritto così l’esecuzione di Hamed Shehab, un giornalista che lavorava per Media24 news agency: “Lo scorso 9 luglio, è stato ucciso in un attacco mirato sull’auto che stava guidando in zona centrale nei pressi del parco di Al-Jundi al-Majhul in Gaza City. Il veicolo era contrassegnato dalla scritta “TV”. Il suo corpo è stato ridotto in pezzi dall’esplosione”.
L’Europa, preoccupata per la pazza estate e i rischi per la stagione turistica, era persa dietro i meteorologi e non si accorse di nulla, sicché invano il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi (PJS), affiliato alla Federazione Internazionale, chiese una commissione d’inchiesta indipendente sulla morte degli operatori.
Nel 2012, Reporters Senza Frontiere e il Comitato per la Protezione dei Giornalisti manifestarono il loro sdegno per l’aggressione israeliana ai media nella Striscia di Gaza e condannarono l’attacco notturno contro la torre dei giornalisti: “Questi attacchi costituiscono un ostacolo alla libertà di informazione – disse allora il segretario generale di Reporters Senza Frontiere, Christophe Deloire, ricordando “alle autorità israeliane che, secondo il diritto internazionale, i media godono della stessa protezione dei civili e non possono essere trattati come target militari”. Deloire chiese infine che i responsabili del bombardamento fossero identificati. Non se ne fece nulla. L’Occidente, che ha creato e tiene in vita l’orrore di Guantanamo, parla molto di civiltà e diritti, ma ricorre alla violenza e alla barbarie ogni volta che si tratta di lavoro, dissenso interno e conquista dei mercati.

Preso da: https://giuseppearagno.wordpress.com/2015/01/08/la-guerra-in-casa-e-vero-ma-in-casa-di-chi/

SARKHOLLANDE E GLI ALTRI PADRINI. 5 PUNTI DA GRIDARE DAI TETTI

Riassunto dei cinque punti. 1. Nato e Golfo hanno aiutato in tutti i modi l’ascesa dei terroristi in molti paesi. 2. Nato e Golfo hanno condotto guerre di aggressione dirette o indirette definibili come terrorismo. 3. Vittime di massa del terrorismo sedicente islamico sono popolazioni musulmane, e comunque popolazioni extraoccidentali. 4. Chi combatte di più e con più sacrificio contro il terrorismo sedicente islamico sono le popolazioni musulmane e comunque extraoccidentali, molti popoli e diversi governi del Sud del mondo. 5. Media e società civile d’Occidente sono colpevoli di ignavia rispetto all’intreccio guerre di aggressione-sostegno al terrorismo.

Il 2015 si è aperto all’insegna del terrorismo. In Nigeria centinaia o forse migliaia di persone in sedici villaggi sono state massacrate dai folli di Boko Haram, rafforzatisi grazie alla guerra della Nato in Libia che ha prodotto un proliferare di spore terroriste armatissime. In Yemen decine di morti e almeno 40 feriti in un attentato kamikaze compiuto a Sana’a in un’alba di morte. Diverse autobombe in Iraq, con molte vittime; succede tutti i giorni dal 2003 (invasione Usa). A Tripoli nove morti in un attentato compiuto da una delle bande nelle quali si è sciolto il paese, come nell’acido. Anche la fine dell’anno 2014 è stata un concentrato di terrore (*).

Dimenticavamo: il 7gennaio 2015 alcuni terroristi hanno ucciso 17 persone in Francia. Solo per queste ultime si sono mobilitati governi e popoli, media ufficiali e social network, associazioni e singoli. Con Sarkozy e Hollande e gli altri leader occidentali, Nato e petromonarchi in prima linea.

Gli stessi antirazzisti non islamofobi hanno peccato di razzismo inconscio. Il razzismo dei buoni? Il sangue europeo vale dunque di più, proprio in proporzione alle infinitamente maggiori possibilità economiche, per mantenere le quali si fanno le guerre?

Per questa ragione la Rete No War, bastian contrari, è andata a portare solidarietà all’ambasciata della Nigeria.

Contro l’orrore islamofobo e le prospettive di nuove guerre, cinque elementi devono essere ben chiari quanto ai veri colpevoli e alle vere vittime dei terroristi; e del terrorismo chiamato guerra.

Primo. Connivenze criminali. L’Occidente e i petromonarchi non combattono il terrorismo, anzi lo hanno fomentato permettendogli di conquistare interi paesi non occidentali prima in mano a governi laici. L’attentato a Parigi è frutto anche della politica francese in Siria (come ha ricordato l’ambasciatore siriano all’Onu Bashar al Jaafari in un’intervista a Presstv:). Nel dicembre 2012 a Marrakesh il ministro degli esteri francese Laurent Fabius aveva dichiarato che al Nusra (gruppo che fa parte della galassia armata a geometrie variabili al lavoro in Siria) faceva gli interessi della Francia (ecco il video:). E nel 2013 l’attuale primo ministro Manuel Valls aveva sostenuto di non potere, come ministro dell’interno, impedire a jihadisti francesi di andare a combattere in Siria.

Ma prima della Siria, la Libia. In questo articolo una breve storia di come fra il 2011 e il 2014 il governo francese sotto la guida di Nicholas Sarkozy e poi di François Hollande abbia perpetrato, insieme agli alleati della Nato e alle petromonarchie, una politica estera tale da provocare in Libia, Siria e non solo, massacri mille volte più grandi di quello visto a Parigi. Certo, quando fanno stragi in Occidente li chiamano terroristi; quando invece con i soldi occidentali fanno strage in Libia, Siria, Iraq, Afghanistan, ecc., li chiamano «combattenti per la libertà». In Libia la Nato con sette mesi di bombardamenti ha fatto letteralmente da aviazione ad Al Qaeda. E gruppi islamisti sono stati riforniti di armi grazie a una rete della Cia.

 

Vecchia storia, ben nota, della politica neocoloniale per la rapina delle risorse altrui e l’invasione di spazi. In Afghanistan si finanziarono i mujaidin. In Kosovo con la guerra Nato del 1999 fu portato al potere l’Uck (Esercito di liberazione del Kosovo), formazione di narcotrafficanti non estranea a spore terroriste . Nell’Iraq invaso i gruppi fanatici hanno prosperato, saldandosi poi a quelli fomentati in Libia e Siria per piani geostrategici.

 

In un’operazione a tenaglia, dalla Libia il terrorismo fanatico internazionale nutrito dalla guerra Nato ha infettato di armi e uomini intere porzioni di Africa subsahariana (Mali, Nigeria, Niger) oltre a dilagare in Siria, dove passano armi e uomini in funzione anti-Assad e anti-Iran. Paesi occidentali e petromonarchi insieme alla Turchia (riuniti nell’associazione a delinquere chiamata Amici della Siria”, poi diventata “Gruppo di Londra” e mai sciolta) hanno finanziato, armato, addestrato forze antigovernative composte da siriani e combattenti di molti altri paesi (e c’è ancora chi dice che l’Occidente non ha aiutato i «ribelli» e questi si sono dovuti rivolgere agli integralisti!). Il sistema a geometrie variabili dei “ribelli” è poi sfociato nei tagliagole di Daesh (Isis) andati alla conquista dell’Iraq. E alla fine «c’è un momento – successe anche ai gerarchi di Washington – che il mostro costruito con tanta applicazione e disciplina decide di camminare per conto proprio. Si è visto con i talebani in Afghanistan o con le milizie in Libia. Il sedicente Stato islamico è questo» . Il ragionamento vale sia che il gesto di Parigi, di «jihadisti autoctoni» sia stato una missione comandata dai capi, un’azione autonoma o un false flag pretesto per nuovi interventi bellici e nuove politiche «di sicurezza».

Uno scenario diverso ma stessa vergognosa connivenza è l’appoggio politico (e quanto alla Cia anche militare) dato al golpe neonazista in Ucraina, con seguito di terrorismo modello Inquisizione nel rogo a Odessa e molto altro. Ma nessuno è Odessa….

 

Secondo. L’Occidente ha praticato anche direttamente il terrorismo colpendo intere nazioni con le guerre di bombe e sanzioni. Perché si è parlato di stato di guerra a Parigi, dimenticando che Parigi e i suoi alleati della Nato e del Golfo hanno portato una guerra vera in molti paesi distruggendoli. Guerra e terrorismo: due orrori speculari. Crimini contro l’umanità. Del resto le guerre di aggressione sono terrorismo (magari al cielo) e il terrorismo è guerra. E’ incredibile che si parli di «noi occidentali tolleranti portatori di una cultura di pace e libertà». Dalla prima guerra del Golfo nel 1991, l’Occidente buono ha condotto cinque guerre devastanti a suon di bombe con pretesti umanitari (terrorismo dai cieli in Iraq, Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia), e ha fomentato guerre per procura come in Siria e Ucraina, per suoi interessi economici e geopolitici veri o presunti. Crimini su crimini, sempre impuniti. Intanto, in contemporanea con il massacro a Parigi, la Nato ha ucciso bambini afghani nella cosiddetta lotta al terrorismo. Non parliamo poi della perenne guerra economica, condotta anche a colpi di sanzioni, contro una miriade di paesi. Guerre per il petrolio si intrecciano a guerre del petrolio. Embarghi si accavallano a destabilizzazioni. E’ dunque legittimo dire che gli attentati «sono stati commessi da quella stessa rete che la nato aveva creato per combattere una sua sporca guerra».

Terzo.  La matrice non è islamica. Sono milioni le vittime non occidentali del terrorismo (e delle bombe occidentali): i popoli mediorientali e africani, e altri popoli a maggioranza musulmana. Giustamente al diluvio di twitter @iosonocharliehebdo, uno scrittore libanese ha reagito con il twitter @jesuisAhmed: il poliziotto musulmano ucciso da falsi musulmani e veri terroristi. Ma sarebbe più esatto dire @iosonoFatimaOmarHanaEliasYuri e milioni di uccisi da bombe e terroristi.

Rafa, Omar, Hana, Elias, Salah, Fatima, Aminullah…persone incontrate in Iraq, Siria, Libia, Afghanistan, Africa subsahariana. Popoli e nazioni annientate dal binomio bombe occidentali+terrorismo fomentato. Centinaia di migliaia di morti e amputati, infrastrutture distrutte, popolazioni sfollate o rifugiate. Il loro sangue, le loro disgrazie vanno pianti meno?

Quarto. I veri oppositori del terrorismo sedicente islamico sono proprio i popoli mediorientali e africani, gli altri popoli a maggioranza musulmana e i governi e popoli del Sud del mondo. I terroristi non sono affatto rappresentativi dell’islam e dei suoi fedeli. E non lo sono i loro padrini petromonarchi rispetto ai quali qualunque definizione sarebbe eufemistica. Proprio come non rappresentano l’Occidente i ragazzi di buona famiglia europei che buttano l’acido in faccia a qualcuno e i governanti occidentali che buttano bombe sulle teste altrui e fomentano il terrorismo.  Quando si parla di «musulmani moderati», magari aggiungendo che sono pochi, si dimentica che i musulmani non fanatici sono 1,57 miliardi e i fanatici terroristi (che si dicono musulmani) sono forse lo 0,00001…e oltretutto fanno vittime appunto soprattutto fra i musulmani e comunque fra non occidentali! E si fa anche un torto ai musulmani quando si dice che gli attentati terroristici sono una risposta asimmetrica alle aggressioni occidentali a suon di bombe sulla testa di donne e bambini. Non sono quelle donne e quei bambini a vendicarsi! Divulghiamo le parole dei giovani di Gaza ( Gaza Youth Breaks Out, li trovate qui: ) che lo spiegano per bene. Altro che «scontro di civiltà, noi contro di loro» (come le destre bombardano e come si dice nei bar sport). Sono infatti proprio quei popoli a resistere contro i tagliagole e massacratori. Resistono come possono, anche con le armi, si pensi appunto a Siria, Iraq, Kurdistan, Libia, Yemen. Quindi si fa un grosso torto a quei popoli quando, per giocare ai tolleranti, si sostiene che «se si offende l’Islam, poi c’è da aspettarselo».

E’ una farsa la lotta contro l’Isis da parte della «coalizione dei colpevoli» che sono stati parte del problema . Arabia saudita e dintorni hanno accettato di far parte della coalizione solo nella speranza che questo faccia cadere Assad. Non solo: la Turchia continua a far passare terroristi e armi in Siria e ad addestrare, con gli statunitensi, i cosiddetti ribelli siriani «moderati» da lanciare contro Damasco . Quegli stessi che – ci sono tutte le prove – funzionano in un sistema continuo di porte girevoli con al Nusra, al Qaeda e Isis.

Quinto. I popoli, i media e la società civile occidentale sono colpevoli di ignavia negli ultimi anni rispetto alle azioni dei loro governi. In questi ultimi anni è stata grande la responsabilità della stessa sinistra occidentale, per non dire dei media, perfino delle ex sigle storiche del movimento della pace. Non hanno fatto nulla o addirittura hanno espresso solidarietà ai «rivoluzionari» armati in Libia e Siria che hanno demolito i rispettivi paesi.

Un esempio…spaziale: nessuna delle tante grosse organizzazioni i cui vertici si sono recati all’ambasciata di Francia l’8 gennaio per portare solidarietà, erano là il 19 marzo 2011 alla manifestazione di realtà di base autoconvocatesi a poche ore dall’inizio della guerra contro la Libia, avviata in modo fraudolento dalla Francia approfittando lestamente dell’approvazione della  no fly zone sulla Libia da parte del Consiglio di sicurezza Onu.

Noi c’eravamo (resoconto sul manifesto di domenica 20 marzo, «E l’attacco al rais spacca i pacifisti»).

(*) Pakistan, metà dicembre: massacro in una scuola con 141 morti di cui 100 bambini. In Pakistan e Afghanistan, ripetutamente, sono i droni statunitensi antiterroristi a far strage di civili. Iraq, Siria, Kurdistan: sono continue le stragi compiute dal terrorismo del sedicente Stato islamico.

 

Marinella Correggia

Preso da: http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=2859

Gli amici di ieri e di domani: la corsa al petrolio della Libia

25 agosto 2011
Gheddafi non è stato ancora deposto e già è cominciato l’ “affaire”, quello grosso, che richiede l’intervento degli specialisti e dei superanalisti. Quelli come Luttwak che spiega con le mappe e il plastico, quelli che sino ad oggi non ne hanno azzeccata neanche una, ma sono super pagati dalla “Ditta”, l’Agenzia di Informazione e Sicurezza.
E’ una storia che si ripete, con i soldati che presidiano le raffinerie, i ribelli che sono vittime del regime e il “dittatore” che tiranneggia il suo popolo: oggi ci sono i Lealisti di Gheddafi, anni fa avevamo gli ultranazionalisti serbi. Insomma ogni guerra se la studiano bene per fare i loro ‘impicci e imbrogli’. Poi ci sono i giornalisti, come quelli italiani che vengono derubati e poi sequestrati, ma stranamente riescono a chiamare a casa per dire che stanno bene e li hanno messi al sicuro, ma restano sempre in ostaggio. Qualcosa non torna, anche perchè ‘ovviamente’ i sequestratori sono i soldati di Gheddafi e non i mercenari di Bengasi, che maltrattano questi eroici ‘inviati di guerra’. In realtà sono solo delle pedine della macchina mediatica che si è mossa per portare al mondo il messaggio del “nemico della democrazia”. Per far questo si sono mossi giornalisti e producer internazionali, quelli che si bazzicano i ministeri della difesa e le agenzie di stampa, che mandano così i loro fiduciari. Ex agenti ripudiati dalla Ditta, oppure agenti pizzicati a fare il doppio gioco, truffe o anche rapine. In quegli alberghi succede di tutto, prostituzione minorile, droga e alcool a non finire, traffici e affari meschini. C’è chi si fa rubare le telecamere e chi si vende le telefonate, chi si fa rapinare, e poi fatture su fatture, vari business per pareggiare i debito di gioco. Questo è il sottobosco della macchina della guerra, in cui i media sono più importanti degli stessi eserciti. In Libia hanno toccato livelli spettacolari, trasmettendo un film pseudo-realistico tanto per creare confusione tra il mondo arabo e quello occidentale, che deve essere convinto che bisogna combattere un altro “nemico della democrazia.

Assatanati si sono gettati su Tripoli come non mai, messi alle strette dal FMI e dallo spettro del default. Così di punto in bianco si sono mosse Inghilterra e Francia, entrambe ostaggio di un fallimento di fatto mai dichiarato, che vanno poi in giro a fare lezioni di finanza vantando il loro ‘illustre esempio’ di economia forte, quando poi stanno peggio di tutti. Contemporaneamente si muove L’Aja, un aggregato di falsi giudici, tra travestiti e scarsi attori a pagamento. Eppure, se facciamo un passo indietro, non si può negare che Gheddafi veniva accolto con tutti gli onori di Stato da ogni Governo Occidentale, in Italia e in Francia ha anche montato la sua tenda, con tanto di cavalli ed amazzoni. D’altro canto, l’ENI doveva tutelare i suoi interessi, mentre la Areva voleva costruire una centrale nucleare nel deserto. Chissà perchè, tutto d’un colpo il Rais è impazzito e ha cominciato ‘a sparare sulla folla’. O almeno questo è quello che ci hanno raccontato…

Infatti, mentre i soldi nelle casse francesi e britanniche finivano e le pressioni dell’effetto domino della crisi finanziaria si facevano sentire, cominciavano i primi scontri nel Nord Africa. Obiettivo nevralgico della ‘primavera araba’ era proprio scatenare la rivolta in Libia, le cui avvisaglie si erano percepite nelle speculazioni sul caso di Nouri Mesmari, capo del protocollo di Gheddafi, che fugge in Francia e collabora con i servizi segreti francesi per inscenare la rivolta di Bengasi. Questa città infatti costituisce la leva vincente per ribaltare il Colonnello e rimettere in discussione tutti i contratti energetici sottoscritti dalla Libia, che vedono l’Italia come grande partner di Tripoli. Nel capoluogo della Cirenaica ha sede infatti la Arabian Gulf Oil Company (Agoco), creata dalla National Oil Corporation (NOC), ma controllata da diversi mesi dall’opposizione. Essa sarà la prima a riprendere la produzione nelle prossime tre settimane, sfruttando così i giacimenti di Sarir e Mesle. L’Agoco dispone di otto pozzi di petrolio, di un terminal petrolifero e due raffinerie a Tobruk e Sarir, e aspira a divenire la compagnia petrolifera nazionale. Allo stato attuale, è la NOC a controllare il 50% della produzione nazionale, e nessuna azienda straniera può entrare sul suolo libico e intraprendere una qualsiasi attività petrolifera senza creare una filiale in cui la NOC detenga una quota di maggioranza attraverso una controllata, come ad esempio la Agoco. Quindi il primo passo è stato quello di decentrare il controllo dei pozzi petroliferi da Tripoli a Bengasi, per poi riaprire nella Cirenaica i tavoli dei negoziati con il Consiglio nazionale di transizione (CNT). Non a caso il Presidente del CNT, Mahmoud Jibril, è atteso in Europa per un tour destinato a ‘raccogliere’ sostegni al governo dei ribelli. Stranamente è atteso già domani a Roma, per incontrare il CEO ENI, Paolo Scaroni, e lo stesso Silvio Berlusconi, mentre in Francia sarà il prossimo 1° Settembre per partecipare alla Conferenza “Friends of Libya”. Forse sarebbe meglio dire “amici del petrolio della Libia”.

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La Libia ha le riserve petrolifere più grandi dell’Africa, con 1,55 milioni di barili di petrolio al giorno. Dopo ENI (270 mila barili al giorno) collegata con il gasdotto Greenstream, le principali compagnie straniere operanti in Libia sono: Total (60.000 barili), Wintershall (98.600), Marathon (45.800), Conoco (45.000), Repsol (36.000), Suncor (35.000), OMV (33.000 ), Hess (22.000), Occidental (6000) e Statoil (4500), BP (in fase di negoziati).

La Libia dispone di sei terminal petroliferi di esportazione: Es Sider (447.000 barili al giorno), Zoueitina (214 000), Zaouiah (199 000), Ras Lanouf (195 000), Marsa El Brega (51 000) et Tobrouk (51 000). Altri 333 mila barili sono esportati con altri terminal non specificati, mentre fondamentale è il gasdotto con l’Italia Greenstream.

Di fatti, se prima della guerra i principali clienti per il greggio libico erano Italia (28%), Francia (15%), Cina (11%), Germania (10%) e Spagna (10%), dopo la situazione sarà completamente diversa. Francia (la prima a riconoscere Bengasi), Regno Unito e Stati Uniti si lanciano per raccogliere i dividendi economici dei loro sforzi militari. Sarkozy ha già detto che vuole il 35% dei nuovi contratti petroliferi. L’emiro del Qatar, che ha fornito supporto militare e – noi diremmo – mediatico, non è stato dimenticato e avrà per la Qatar Petroleum un accordo commerciale preferenziale per la distribuzione del petrolio. L’olandese Vitol sarà ripagata per per aver assicurato le prime esportazioni di petrolio nel pieno della controversa guerra civile rimpinguando le casse del CNT già nell’aprile del 2011. Poi c’è la Germania, e infine l’Italia. Gli Stati Uniti, che al momento comprano solo il 3% del petrolio libico, sperano in una nuova cooperazione, ma non è da escludere che sarà proprio il Qatar la sua piattaforma commerciale. Per quanto riguarda Cina, Russia e Brasile, si vocifera che perderanno molto terreno, salvo concessioni di Bengasi e spiragli garantiti per vie traverse. Da questo punto di vista, Gazprom potrà sempre contare sull’Italia, visto che è riuscita ad entrare in Libia con l’operazione del giacimento Elephant poco prima dello scoppio del caos.

Fonte: http://etleboro.blogspot.it/2011/08/gli-amici-di-oggi-e-di-domani-la-corsa.html

Gli USA hanno creato il virus Ebola come arma biologica

Il post che vi proponiamo è la traduzione di un articolo comparso sulla Pravda (giornale russo) l’11 agosto 2014. L’autore insinua un terribile dubbio nella nostra mente: il virus Ebola è stato deliberatamente creato in qualche laboratorio statunitense come arma biologica? È un’ipotesi fondata, oppure si tratta dell’ennesimo colpo mediatico nella polemica tra Russia e Stati Uniti?
11 agosto 2014

[Articolo originale comparso sulla Pravda – 11 agosto 2014] L’epidemia del mortale virus Ebola, che nasce nel profondo della giungla, ultimamente si è diffusa in tutto il mondo con una velocità senza precedenti.

Il numero delle vittime, secondo i dati ufficiali, ha già superato il migliaio di persone. Il numero di persone infette sfiora i duemila. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato la malattia come minaccia di rilevanza mondiale. Ci sono modi per combattere la febbre?

Si scopre che c’è un vaccino contro Ebola. Gli scienziati del Pentagono lo stavano sviluppando da 30 anni, e tutti i diritti della cura appartengono al governo degli Stato Uniti. Due medici statunitensi infetti hanno ricevuto iniezioni di vaccino e hanno cominciato il recupero dalla malattia immediatamente.

Perchè questo è stato reso pubblico solo ora? Perchè gli Stati Uniti detengono tutti i diritti per l’uso del vaccino? Ci possono essere due risposte ovvie a queste domande.

Come si può vedere, Ebola è un’arma biologica perfetta: si diffonde rapidamente e provoca quasi il 100% di mortalità. Coloro che hanno il vaccino salvavita possono dettare le condizioni agli altri.

La seconda risposta risiede in un interesse puramente commerciale. È sufficiente disporre di panico alimentato con l’aiuto dei media, come è stato il caso di altre epidemie precedenti come l’influenza aviaria. Successivamente, sarà possibile vendere il farmaco salvavita a qualsiasi prezzo.

Tuttavia, gli scienziati russi dubitano che gli americani abbiano creato davvero la cura, anch’essi impegnati nella ricerca per studiare la natura del virus e creare un vaccino. Tra gli scienziati sovietici, per esempio, il professor Alexander Butenko, nel 1982 è stato membro di una spedizione sovietico-guinea, trascorrendo quasi un anno nelle foreste pluviali della Guinea, quando il virus sconosciuto era stato da poco scoperto.

Secondo Butenho, l’attuale distribuzione dell’infezione è la continuazione del focolaio scoppiato nel 1982. Gli scienziati russi hanno la più ampia base scientifica per la creazione del vaccino, dice Butenko, i cui materiali raccolti un quarto di secolo fa, dovrebbero aiutare l’attuale generazione di scienziati russi nello sviluppo di una cura.

Diversi ricercatori russi sono già in Guinea, tra cui il capo del Laboratorio di Ecologia del Virus Mikhail Shchelkanov. “Attualmente, il vaccino ha superato cinque prove abbastanza bene. Le prove del vaccino ora entrano nella fase finale, ma nessuno sa quando sarà completato”, ha detto Shchelkanov.

Preso da: http://www.ilnavigatorecurioso.it/2014/08/11/gli-usa-hanno-creato-il-virus-ebola-come-arma-biologica/

A chi avesse dei dubbi raccomando la lettura di questi 2 articoli (in inglese)http://jamahiriyanews.wordpress.com/2012/09/01/ebola-virus-october-2009-patent-by-the-us-government/

http://www.mathaba.net/news/?x=634091

Roberts: mentecatti europei, pagati per portarvi in guerra

Scritto il 25/9/14

Pagliacci pericolosi, pagati per mentire. Dal portoghese José Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea prima del degno sostituto Juncker, fino al danese Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato. Obbediscono agli ordini di chi li ha piazzati al vertice: gli Stati Uniti. E l’ordine è semplice: raccontare il contrario della verità, in modo da “orientare” l’opinione pubblica grazie ai media mainstream, anch’essi “zerbini” del super-potere come i loro editori, per nulla indipendenti. E’ la dura accusa lanciata sul blog “Counterpunch” da Paul Craig Roberts, già editor e viceministro di Reagan, indignato per la criminale manipolazione delle notizie sul fronte ucraino, orchestrata dallo staff di Obama. E perché gli europei non si ribellano, visto che hanno tutto da perdere in caso di un’escalation con la Russia? Perché noi americani li paghiamo, scrive Roberts: tutti i leader europei sono stati elevati a ruoli di comando dallo Zio Sam. Grazie agli Usa hanno fatto carriera e ricevuto denaro a palate. Per questo, sono pronti a dire (e fare) qualsiasi cosa. Anche la guerra, persino contro una superpotenza nucleare.

«Herbert E. Meyer, un pazzo che per un periodo aveva occupato il ruolo di assistente speciale del direttore della Cia durante l’amministrazione Reagan, Barroso e Junckerha scritto un articolo invitando all’assassinio del presidente russo Vladimir Putin», riferisce Craig Roberts in un post tradotto da “Come Don Chisciotte”. Dice l’ex uomo Cia: «Se dobbiamo farlo uscire dal Cremlino con i piedi in avanti e un foro di proiettile nella nuca, non avremmo problemi». Assassinare Putin? «Come il folle Meyer spiega – ribatte Roberts – il delirio che Washington ha diffuso nel mondo non ha limiti». Lo provano, su un altro piano, le bugie di Barroso, «messo alla presidenza della Commissione Europea come burattino degli Usa». Dopo una recente telefonata con Putin, Barroso ha raccontato ai media che il capo del Cremlino avrebbe espresso la seguente minaccia: «Se volessi, potrei prendermi Kiev in due settimane». C’è da mettersi a ridere, dice Roberts: «Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la disparità tra le forze russe e ucraine sa più che bene che alla Russia basterebbero 14 ore, e non 14 giorni, per prendersi l’Ucraina».

Basta ricordarsi cosa accadde all’armata georgiana «addestrata e armata da Usa e Israele quando Washington aveva piazzato i suoi bambolotti georgiani nell’Ossezia del Sud». Le forze georgiane, precisa Roberts, sono collassate sotto il contrattacco russo in appena 5 ore.  In ogni caso, «Putin non ha minacciato nessuno: una minaccia non sarebbe coerente con l’intero approccio attendista di Putin alla minaccia strategica che Washington e i suoi burattini della Nato hanno mosso alla Russia in Ucraina». Il rappresentante permanente della Russia all’Ue, Vladimir Chizhov, ha detto che se la menzogna di Barroso non verrà ritrattata, la Russia divulgherà la registrazione dell’intera conversazione. «La bugia che la marionetta di Washington Barroso ha raccontato non è degna di una persona rispettabile», scrive Roberts. «Ma dove, in Europa, c’è qualcuno di rispettabile al potere? Vladimir ChizhovDa nessuna parte. Le poche persone serie sono del tutto fuori dai centri di potere».

Al vertice c’è gente come Rasmussen: era solo il premier della piccola Danimarca, e un giorno capì che «avrebbe potuto salire oltre, diventando una marionetta degli Usa». Come? Per esempio supportando l’invasione illegale dell’Iraq. E quindi, mentendo: «Sappiamo – disse – che Saddam Hussein possiede armi di distruzione di massa». Il danese conosceva le regole: «Chi serve Washington fa carriera, e Rasmussen ne ha fatta». Osserva Craig Roberts: «Il problema del mettere in certe posizioni dei mentecatti è che essi rischierebbero il mondo per la loro carriera». Ora, secondo l’ex viceministro di Reagan, il segretario della Nato ha «messo a rischio la sopravvivenza di tutta l’Europa, occidentale e orientale», annunciando al vertice di Newport la creazione di una forza speciale di attacco capace di operazioni-lampo in Russia. Ciò che «il burattino di Washington chiama “piano di azione immediata”» è giustificato come una risposta al quello che viene definito «l’atteggiamento aggressivo della Russia in Ucraina». Tutto falso, ovviamente. Inoltre, la “forza d’attacco fulminea” di Rasmussen «verrà spazzata via così come ogni capitale europea». Aggiunge Roberts: «Che tipo di idiota provoca in questo modo una superpotenza nucleare?». Risposta: un “idiota” prezzolato, riempito di dollari e quindi ricattabile.

Racconta Craig Roberts: «Il mio professore di dibattito all’università, che è diventato un alto ufficiale del Pentagono con il compito di terminare la guerra in Vietnam, in risposta alla mia domanda su come Washington faccia sempre fare all’Europa ciò che vuole ha detto: “Soldi, diamo loro soldi”. “Aiuti stranieri?”, ho chiesto. “No, diamo ai politici europei un sacco di soldi. Loro sono in vendita. Noi li compriamo, e loro ci rendono conto”. Forse – aggiunge Roberts – questo spiega i 50 milioni di dollari guadagnati da Blair, in un anno, con il suo ufficio». Facile prendersela con Mosca, inventando di sana pianta ogni accusa: «La Russia se ne è stata in disparte mentre il governo-marionetta di Kiev ha accerchiato e bombardato insediamenti civili, ospedali, scuole, e lanciato una serie costante di bugie». Putin ha persino respinto le richieste delle province ora indipendenti del Sud e dell’Est dell’Ucraina, in passato territori russi, di venire nuovamente annesse. La verità è esattamente opposta: «Sono le milizie naziste ucraine ad attaccare i Un soldato ucraino con svastica, immagini del Tg2civili nei territori che appartenevano alla Russia». Infatti, «molti militari ucraini hanno disertato a favore delle repubbliche indipendenti».

A quei soldati disertori non piaceva l’idea di bombardare civili inermi e di combattere accanto a dei neonazisti, alcuni ripresi con la svastica stampata sull’elmetto. «L’Ucraina dell’Ovest – ricorda Craig Roberts – è la dimora delle divisioni ucraine delle SS che combatterono al fianco di Hitler. Oggi le milizie organizzate dal “Right Sector” e altri partiti politici di destra indossano la divisa delle divisioni ucraine delle SS. Queste sono le persone che Washington e l’Ue sostengono. Se i nazisti ucraini potessero vincere contro la Russia, e non possono, si rivolterebbero all’Occidente. Esattamente come l’Isis, creato da Washington, e che Washington ha sguinzagliato contro Siria e Libia. Ora l’Isis sta ricreando un Medio Oriente unito, e Washington non sembra in grado di reagire. William Binney, un ex ufficiale dell’Nsa, ha scritto alla cancelliera tedesca Angela Merkel avvertendola di difendersi dalle menzogne di Obama al summit della Nato in Galles. Gli ufficiali dell’intelligence statunitense avvertono la Merkel di ricordarsi delle “armi di distruzione di massa” irachene e di non farsi ingannare nuovamente, entrando stavolta in conflitto con la Russia».

La domanda è: chi rappresenta la Merkel? Washington o la Germania? «Fino ad ora», nella vertenza con Mosca sull’Ucraina, la cancelliera «ha rappresentato Washington, non gli interessi dell’economia tedesca, non il popolo tedesco, non la Germania come nazione», sostiene Roberts, ricordando che in una manifestazione di protesta, a Dresda, una folla ha ostacolato il discorso della Merkel gridandole “kriegstreiber” (guerrafondaia), “bugiarda” e “nessuna guerra contro la Russia”. Nulla, comunque, che abbia perforato il muro dei media mainstream, silenzio e menzogna. «I media occidentali, la più grande casa chiusa del mondo, agognano la guerra». Craig Roberts denuncia il “Washington Post”, «un giornale-trofeo nelle mani del proprietario miliardario di “Amazon.com”», divenuto «un zimbello mondiale» per «le bugie di Washington» su Putin, «sbrodolate» in editoriali come quello del 31 agosto. Putin avrenne «resuscitato la tirannia» per ricostituire l’impero russo. «Come ex editore del “Wall Street Journal” – replica Paul Craig Roberts – posso dire con Anders Fogh Rasmussenassoluta certezza che una propaganda di questo tipo, spacciata per editoriale, sarebbe conseguita nell’immediato licenziamento di tutte le persone coinvolte».

I nostri media evitando persino di riferire quello che Kiev racconta al Fmi: e cioè che l’Ucraina non è mai stata invasa. In caso di invasione, infatti, la guerra sarebbe conclamata. E una Ucraina ufficialmente in guerra con un paese straniero non potrebbe neppure ricevere le agognate sovvenzioni del Fondo Monetario. «Ma i media occidentali non si interessano ai fatti: bastano le bugie, solo le bugie. Il “Washington Post”, il “New York Times”, la “Cnn”, “Fox News”, “Die Welt”, la stampa francese e quella inglese pregano in coro: “Per favore, Washington, dacci altre bugie sensazionali da sbandierare. La nostra circolazione ne ha bisogno. Chissenefrega della guerra e della razza umana, se in cambio possiamo avere stabilità finanziaria”». Siamo seri, aggiunge Roberts: se unità militari russe fossero davvero in azione nell’Est del paese, l’Ucraina «non esisterebbe più» e sarebbe di nuovo «parte della Russia, come secoli prima che Washington sfruttasse il crollo dell’Unione Paul Craig RobertsSovietica per separarla».

Piuttosto, c’è da domandarsi «quanto durerà la pazienza russa di fronte alle continue bugie e provocazioni dell’Occidente», visto che «le menzogne di Washington, insieme a quelle dei suoi bambolotti europei e dei media occidentali, rendono inutili gli sforzi della Russia per risolvere la situazione con la diplomazia e un comportamento non aggressivo». Per Roberts,  «non c’è nulla che la Nato possa fare se la Russia decide che un’Ucraina nelle mani di Washington è una minaccia strategica troppo grande per i propri interessi». Niente da fare, se Mosca decissere davvero di “reincorporare” Kiev: «Qualsiasi forza d’intervento della Nato inizierebbe una guerra che non potrebbe vincere. E la popolazione tedesca, memore delle conseguenze della guerra contro la Russia, ribalterebbe il governo burattino di Washington». A quel punto, «la Nato e la Ue crollerebbero, se la Germania si staccasse dall’assurdo costrutto asservito agli interessi di Washington a spese dell’Europa». Solo allora, finalmente, «il mondo avrebbe pace».

Preso da: http://www.libreidee.org/2014/09/roberts-mentecatti-europei-pagati-per-portarvi-in-guerra/

Mancano solo 5 paesi ai Rothschild dove fondare una banca centrale

lunedì 4 febbraio 2013

Mancano solo 5 paesi ai Rothschild dove fondare una banca centrale

Rothschild è una famiglia di banchieri molto nota e facoltosa del XIX secolo, di origine Ashkenazi, che attraverso le sue sedi di Vienna, Parigi, Londra, Napoli e Francoforte controllava più o meno direttamente le politiche dei paesi che finanziava.
La famiglia Rothschild sta lentamente ma inesorabilmente fondando Banche Centrali che hanno la loro sede in ogni paese del mondo, dando loro quantità incredibile di ricchezza e potere. Nell’anno 2000 ci sono stati sette paesi senza una proprietà Rothschild Banca Centrale: Afghanistan, Iraq, Sudan, Siria, Libia, Cuba, Nord Corea, Iran.

E’ non è una coincidenza che questi paesi sopra elencati, sono stati e sono tuttora sotto attacco da parte dei media occidentali, dal momento che una delle ragioni principali per cui questi paesi sono stati sotto attacco, in primo luogo perché non hanno ancora un Rothschild di proprietà della Banca Centrale.

Il primo passo per stabilire se un paese può avere una Banca Centrale è quello di farli accettare un prestito scandaloso, che pone il paese in debito della Banca Centrale e sotto il controllo dei Rothschild. Se il paese non accetta il prestito, il leader di questo paese sarà assassinato e un leader Rothschild allineato sarà messo in posizione, e se l’omicidio non funziona, il paese sarà invaso per avere un’Istituto bancario Centrale, ottenendo così con la forza, sotto il nome di terrorismo. Le banche centrali sono create illegalmente e sono private, dove la famiglia di banchieri Rothschild hanno lo zampino. Il fondatore della famiglia è nato più di 230 anni fa (Mayer Amschel Rothschild 1743-1812) e scivolò piano piano sulla strada in ogni paese di questo pianeta, minacciato ogni leader e governi d’ogni parte del mondo, con la morte fisica, economica e distruzione, per poi piazzare su ogni popolo, queste banche centrali, per controllare e gestire il portafoglio di ciascun paese. Peggio ancora, i Rothschild controllano anche le macchinazioni di ogni governo, a livello macro, fregandosene delle vicende quotidiane delle vite individuali di ogni popolo.
Gli attacchi dell’11 settembre sono stati un lavoro interno per poter invadere l’Afghanistan e Iraq per stabilire poi una Banca Centrale in questi paesi, insieme al petrolio e all’oppio. A partire dal 2003, tuttavia, Afghanistan e Iraq sono stati inghiottiti dalla piovra Rothschild; dal 2011 la stessa sorte è toccata a Sudan e Libia. In Libia una banca dei Rothschild è stata istituita a Bengasi mentre ancora imperversava la guerra.
Il 9 luglio 2011 il Sud Sudan è diventato la 193.ma nazione del mondo. Ciò che è stata la più lunga guerra civile dell’Africa, alla fine terminò quando il presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir, sotto pressione, cedette la parte meridionale del suo paese ai vampiri bancari del FMI/Banca Mondiale, dopo un conflitto che ha lasciato più di 2 milioni di morti. Pochi giorni dopo essersi dichiarata nazione sovrana, la società petrolifera statale del Sud Sudan, la Nilepet, costituiva una joint venture con la Glencore International Plc., per commercializzare il suo petrolio. Glencore è controllata dai Rothschild. La joint venture sarà la PetroNile, con il 51 per cento controllato da Nilepet e il 49 per cento dalla Glencore.
Il nuovo presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit, ha firmato una legge che istituisce formalmente la Banca Centrale del Sud Sudan. Il Sudan è uno dei cinque paesi – insieme a Cuba, Corea del Nord, Siria e Iran – la cui banca centrale non è sotto il controllo del cartello delle otto famiglie di banchieri guidate dai Rothschild. Non è dunque un caso che la moneta di questo nuovo feudo petrolifero dei Rothschild, si chiami sterlina del Sud Sudan.
I paesi lasciati soli nel 2011 senza una banca centrale di proprietà della famiglia Rothschild sono: Sudan del Nord, Siria, Cuba, Corea del Nord ed Iran. Dopo le proteste ed istigazioni con le rivolte nei paesi arabi, i Rothschild hanno la strada spianata per stabilire anche là delle banche centrali, e sbarazzarsi di quei leaders, con forte carisma verso i loro popoli. Proprio questi paesi, se ci fate caso, vengono fatti passare dai media come gli ultimi stati “cattivi” che i “buoni” americani devono distruggere per fondare la democrazia e la libertà. Basta fare qualche ricerca per capire facilmente che gli Stati Uniti sono lo stato più autoritario presente al momento, vedete gli articoli nelle categorie “Controllo Globale” e “Finta Democrazia”.
AGGIORNAMENTO: A seguito di ulteriori approfondimenti ho trovato opinioni discordanti sull’effettiva appartenza della Banca Centrale d’Islanda (vedi: Iceland Says Goodbye To Rothschild e Iceland’s Viking Victory over the Banksters) e del Brasile (vedi: Only 3 countries left w/o ROTHSCHILD Central Bank!) alla famiglia Rothschild
Ecco lo spaventoso potere della famiglia ROTHSCHILD in the World:
L’elenco delle loro proprietà
Albania: Bank of Albania
Algeria: Bank of Algeria
Argentina: Central Bank of Argentina
Armenia: Central Bank of Armenia
Aruba: Central Bank of Aruba
Australia: Reserve Bank of Australia
Austria: Austrian National Bank
Azerbaijan: National Bank of Azerbaijan
Bahamas: Central Bank of The Bahamas
Bahrain: Bahrain Monetary Agency
Bangladesh: Bangladesh Bank
Barbados: Central Bank of Barbados
Belarus: National Bank of the Republic of Belarus
Belgium: National Bank of Belgium
Belize: Central Bank of Belize
Bermuda: Bermuda Monetary Authority
Bhutan: Royal Monetary Authority of Bhutan
Benin: Central Bank of West African States (BCEAO)
Bolivia: Central Bank of Bolivia
Bosnia: Central Bank of Bosnia and Herzegovina
Botswana: Bank of Botswana
Brazil: Central Bank of Brazil
Bulgaria: Bulgarian National Bank
Burkina Faso: Central Bank of West African States (BCEAO)
Cameroon: Bank of Central African States
Canada: Bank of Canada – Banque du Canada
Cayman Islands: Cayman Islands Monetary Authority
Central African Republic: Bank of Central African States
Chad: Bank of Central African States
Chile: Central Bank of Chile
China: The People’s Bank of China
Colombia: Bank of the Republic
Congo: Bank of Central African States
Costa Rica: Central Bank of Costa Rica
C?te d’Ivoire: Central Bank of West African States (BCEAO)
Croatia: Croatian National Bank
Cyprus: Central Bank of Cyprus
Czech Republic: Czech National Bank
Denmark: National Bank of Denmark
Dominican Republic: Central Bank of the Dominican Republic
East Caribbean area: Eastern Caribbean Central Bank
Ecuador: Central Bank of Ecuador
Egypt: Central Bank of Egypt
El Salvador: Central Reserve Bank of El Salvador
Equatorial Guinea: Bank of Central African States
Estonia: Bank of Estonia
Ethiopia: National Bank of Ethiopia
European Union: European Central Bank
Fiji: Reserve Bank of Fiji
Finland: Bank of Finland
France: Bank of France
Gabon: Bank of Central African States
The Gambia: Central Bank of The Gambia
Georgia: National Bank of Georgia
Germany: Deutsche Bundesbank
Ghana: Bank of Ghana
Greece: Bank of Greece
Guatemala: Bank of Guatemala
Guinea Bissau: Central Bank of West African States (BCEAO)
Guyana: Bank of Guyana
Haiti: Central Bank of Haiti
Honduras: Central Bank of Honduras
Hong Kong: Hong Kong Monetary Authority
Hungary: Magyar Nemzeti Bank
Iceland: Central Bank of Iceland
India: Reserve Bank of India
Indonesia: Bank Indonesia
Iraq: Central Bank of Iraq
Ireland: Central Bank and Financial Services Authority of Ireland
Israel: Bank of Israel
Italy: Bank of Italy
Jamaica: Bank of Jamaica
Japan: Bank of Japan
Jordan: Central Bank of Jordan
Kazakhstan: National Bank of Kazakhstan
Kenya: Central Bank of Kenya
Korea: Bank of Korea
Kuwait: Central Bank of Kuwait
Kyrgyzstan: National Bank of the Kyrgyz Republic
Latvia: Bank of Latvia
Lebanon: Central Bank of Lebanon
Lesotho: Central Bank of Lesotho
Libya: Central Bank of Libya
Lithuania: Bank of Lithuania
Luxembourg: Central Bank of Luxembourg
Macao: Monetary Authority of Macao
Macedonia: National Bank of the Republic of Macedonia
Madagascar: Central Bank of Madagascar
Malaysia: Central Bank of Malaysia
Malawi: Reserve Bank of Malawi
Mali: Central Bank of West African States (BCEAO)
Malta: Central Bank of Malta
Mauritius: Bank of Mauritius
Mexico: Bank of Mexico
Moldova: National Bank of Moldova
Mongolia: Bank of Mongolia
Morocco: Bank of Morocco
Mozambique: Bank of Mozambique
Namibia: Bank of Namibia
Nepal: Central Bank of Nepal
Netherlands: Netherlands Bank
Netherlands Antilles: Bank of the Netherlands Antilles
New Zealand: Reserve Bank of New Zealand
Nicaragua: Central Bank of Nicaragua
Niger: Central Bank of West African States (BCEAO)
Nigeria: Central Bank of Nigeria
Norway: Central Bank of Norway
Oman: Central Bank of Oman
Pakistan: State Bank of Pakistan
Papua New Guinea: Bank of Papua New Guinea
Paraguay: Central Bank of Paraguay
Peru: Central Reserve Bank of Peru
Philippines: Bangko Sentral ng Pilipinas
Poland: National Bank of Poland
Portugal: Bank of Portugal
Qatar: Qatar Central Bank
Romania: National Bank of Romania
Russia: Central Bank of Russia
Rwanda: National Bank of Rwanda
San Marino: Central Bank of the Republic of San Marino
Samoa: Central Bank of Samoa
Saudi Arabia: Saudi Arabian Monetary Agency
Senegal: Central Bank of West African States (BCEAO)
Serbia: National Bank of Serbia
Seychelles: Central Bank of Seychelles
Sierra Leone: Bank of Sierra Leone
Singapore: Monetary Authority of Singapore
Slovakia: National Bank of Slovakia
Slovenia: Bank of Slovenia
Solomon Islands: Central Bank of Solomon Islands
South Africa: South African Reserve Bank
Spain: Bank of Spain
Sri Lanka: Central Bank of Sri Lanka
South Sudan: Bank of South Sudan
Surinam: Central Bank of Suriname
Swaziland: The Central Bank of Swaziland
Sweden: Sveriges Riksbank
Switzerland: Swiss National Bank
Tajikistan: National Bank of the Republic of Tajikistan
Tanzania: Bank of Tanzania
Thailand: Bank of Thailand
Togo: Central Bank of West African States (BCEAO)
Tonga: National Reserve Bank of Tonga
Trinidad and Tobago: Central Bank of Trinidad and Tobago
Tunisia: Central Bank of Tunisia
Turkey: Central Bank of the Republic of Turkey
Uganda: Bank of Uganda
Ukraine: National Bank of Ukraine
United Arab Emirates: Central Bank of United Arab Emirates
United Kingdom: Bank of England
United States: Board of Governors of the Federal Reserve System (Washington)
Federal Reserve Bank of New York
Uruguay: Central Bank of Uruguay
Vanuatu: Reserve Bank of Vanuatu
Venezuela: Central Bank of Venezuela
Yemen: Central Bank of Yemen
Zambia: Bank of Zambia
Zimbabwe: Reserve Bank of Zimbabwe
Fonti

Le “sporche mani” dello Stato profondo sul Venezuela

Covert Geopolitics 21 maggio 2017Lo Stato profondo occidentale vuole introdurre la “democrazia” in Venezuela con sanzioni politiche, pirateria finanziaria e guerra religiosa per via del rifiuto del Paese a cedere il controllo delle risorse energetiche ai banchieri di Wall Street. Tali attacchi multipli dello Stato profondo al Venezuela sono molto persistenti nell’ultimo decennio. Come sempre, i media occidentali continuano ad essere strumento cruciale per demonizzare i leader latinoamericani che continuano ad esercitare i principi bolivariani. “Le accuse contro il Vicepresidente del Venezuela non avrebbero potuto essere più gravi. Annunciando sanzioni contro Tariq al-Aysami, il dipartimento del Tesoro degli USA lo descriveva da “noto narcotrafficante” che aveva vigilato e diretto l’invio di narcotici dal Venezuela agli Stati Uniti. Da governatore dello Stato di Aragua e Ministro degli Interni, presumibilmente controllava o inviava droga per più di una tonnellata dal Venezuela, e aveva incontrato gli Zetas del Messico e il colombiano Daniel El Loco Barrera. A gennaio fu promosso vicepresidente. Ma per quanto cattivo appaia, al-Aysami è solo l’ultimo, anche se di alto livello, della lunga lista di funzionari venezuelani o persone vicine al potere legate al traffico di droga”. (The Guardian)
La conseguenza di ciò che i media dicono è che il popolo del Venezuela è così immaturo da mettere al potere questi trafficanti e ciarlatani, e l’occidente è moralmente nel giusto introducendo nella regione la democrazia come in Libia.

Cosa c’è dietro gli attacchi al Venezuela?
ThePrisma 10 aprile 2017
Il piano destabilizzante non è nuovo. Perché tale insistenza ad impedire la rivoluzione bolivariana? Il Ministro degli Esteri venezuelano affermava che “mai prima nella storia delle organizzazioni internazionali si è visto un tale comportamento illegale, deviante, arbitrario e parziale”.
Caracas (PL) Il Venezuela ha vinto ancora una volta nell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) dopo che è riuscito a frenare l’interventismo e l’intromissione guidati dal segretario generale Luis Almagro. La diplomazia bolivariana ha battuto con dignità e integrità i piani di una potente alleanza guidata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti e sostenuta dai governi di destra nella regione. Perciò, Almagro ha agito come agente dell’alleanza allineandosi ai gruppi reazionari nel Paese. Il piano di destabilizzante del Venezuela non è nuovo. Nel giugno dello scorso anno, il capo del cosiddetto “ministero delle colonie”, come l’eminente Ministro degli Esteri di Cuba Raúl Roa García ha descritto l’OAS, cercava senza successo di attuare la Carta democratica interamericana come strumento di coercizione e ricatto sul governo bolivariano.

Il sogno di Almagro
Il 14 marzo Almagro presentava una relazione sul Venezuela finanziata dalla cosiddetta ONG Gruppo internazionale di crisi, sostenuta dalla società petrolifera statunitense Exxon Mobil e sponsorizzata dall’Istituto del Petrolio statunitense che ha interessi sulle risorse energetiche venezuelane. Tale passo venne preso un anno prima, nel giugno del 2016, e i risultati furono identici: non funzionò malgrado il sostegno politico di Washington. Ma alcuni si chiedono perché ci sia tale insistenza nel prevaricare la rivoluzione bolivariana in Venezuela. Secondo i resoconti dei poteri a Caracas, il segretario generale dell’OAS ha stretti legami con le fazioni dell’estrema destra in Venezuela e, tra il 2016 e il 2017 s’incontrò 26 volte con i rappresentanti di tali gruppi. È sorprendente che oltre il 70% dei suoi messaggi twitter attacchino il Venezuela, il suo governo e i suoi funzionari. Indubbiamente Almagro parteggia per la destra che combatte per il potere contro il governo di Nicolás Maduro, nonostante la vittoria di quest’ultimo nelle urne e il fatto che tali gruppi non siano inclini al dialogo come strumento per raggiungere accordi. Quindi le continue “relazioni” di Almagro, sono descritte dalla Ministra degli Esteri venezuelana Delcy Rodríguez “complessa strategia d’intervento a medio e breve termine”.

Perché insiste sulla Carta Democratica?
La Carta democratica interamericana, adottata l’11 settembre 2001 da una speciale sessione dell’Assemblea dell’OAS a Lima, Perù, è un meccanismo da applicare in caso di rottura del processo politico istituzionale democratico o del legittimo esercizio del potere di un governo eletto, in uno qualsiasi degli Stati membri dell’organizzazione. In tal modo, è possibile approvare la sospensione temporanea di uno Stato membro dell’OAS, anche se è necessaria una maggioranza di due terzi. L’esclusione dal processo regionale interamericano limita la capacità del governo sanzionato di agire che verrebbe anche isolato e sanzionato internazionalmente. L’applicazione della Carta Democratica Interamericana sul Venezuela, secondo il pensiero esposto e nell’ambito del piano orchestrato da Almagro, avrebbe conseguenze sulle altre organizzazioni regionali, come l’Alleanza Bolivariana per i Popoli dell’America, la Comunità dell’America Latina e degli Stati dei Caraibi, l’Unione delle nazioni sudamericane, Petrocaribe, che promuovono l’integrazione sociale nella regione. Ovviamente, tale compito fu affidato ad Almagro dal dipartimento di Stato degli USA che, se attuato, avrebbe portato alla pericolosa destabilizzazione dell’America Latina, paragonabile a quanto visto in Medio Oriente ed Europa orientale.

Il Venezuela continua a lottare
In una conferenza stampa, il Ministro degli Esteri venezuelano dichiarava che “mai prima nella storia delle organizzazioni internazionali si è visto un tale comportamento illegale, deviante, arbitrario e fazioso. Il comportamento verso il Venezuela è veramente senza precedenti ed inusuale, segnato da attacchi che articolano un piano d’intervento”. Per Rodríguez con tale atteggiamento interventista, “l’OAS torna alle pagine più cupe della storia“, come testimonia il vergognoso silenzio di fronte a colpi di Stato, violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali; sempre al servizio delle oligarchie e dei gruppi di potere più reazionari. Il funzionario spiegava che i piani volti contro la patria di Bolívar “tramite vile ricatto, pressione e estorsione” di Washington, sono noti. Aggiunse che due congressisti statunitensi minacciarono “in modo greve, volgare e brutale gli Stati membri dell’organizzazione, Stati fratelli che si oppongono a testa alta e con ampia moralità, difendendo dignità, sovranità e indipendenza della Patria Grande”. (PL)Alla fine dell’anno scorso, il sistema bancario del Venezuela fu sabotato quando il sistema di pagamento elettronico collassò. Il Presidente Maduro definì l’attacco un’aggressione internazionale al Venezuela, orchestrato per danneggiarne i cittadini. Il Presidente Nicolas Maduro annunciò l’arresto dei responsabili del sabotaggio del sistema bancario che causò il collasso del sistema di pagamenti elettronici nazionale. Cinque impiegati di Credicar, società responsabile delle operazioni di credito e debito nel Paese, furono arrestati. “È stata un’azione deliberata al Credicar, è confermato e i responsabili sono agli arresti“, aveva detto Maduro. (Tele Sur)
Mentre la formula dell’interventismo geopolitico ibrido è familiare ai lettori di questo sito, la maggior parte degli statunitensi deve ancora capire l’agenda occulta dei capi dietro le azioni delle masse, integrando la propaganda occidentale che alimenta le rivoluzioni colorate nel mondo e negli Stati Uniti. Tipicamente da Paesi religiosi, gli agenti del Vaticano hanno cercato di fare la loro parte nell’istigare la manifestazioni nella società venezuelana. I sacerdoti cattolici scatenavano la propaganda anti-Maduro sollecitando la risposta aggressiva dai sostenitori più duri. “I collettivi sono gruppi filo-governativi che organizzano eventi comunitari e progetti sociali, ma vengono accusati di intimidazione e violenze contro gli oppositori. “Hanno cominciato a gridare insulti, poi si calmavano e poi gridavano“, diceva Maria Cisneros che frequenta la chiesa da 20 anni. Ha chiesto che il suo nome venga cambiato per paura di rappresaglie. “Erano persone aggressive, con un vocabolario aggressivo, profanatori e volgari, ci sentivamo aggrediti”, aveva detto. (Cruxnow)
Lo Stato profondo inoltre evita una possibile ritorsione coordinata alle sanzioni contro il Paese preso di mira, perché solo il popolo degli Stati Uniti ne soffrirebbe, e non lo Stato profondo.Togli le tue zampacce dal Venezuela“, Maduro a Trump
20 maggio 2017
Gli Stati Uniti dovrebbero “andarsene dal Venezuela“, ha detto il leader del Paese Nicolas Maduro, dopo che Washington sanzionava i giudici venezuelani, per “sostenere” il popolo venezuelano. Le nuove sanzioni, contro il primo giudice e i sette membri della Corte suprema del Venezuela, sono imposte dal Tesoro statunitense per “far avanzare il governo democratico” del Paese. “Basta immischiarsi… vattene Donald Trump. Vai via dal Venezuela“, aveva detto Maduro in un discorso alla TV, secondo Reuters. “Togli le tue zampacce da qui”. La tirata del presidente venezuelano segue la dichiarazione del governo che accusa gli Stati Uniti d’interferire negli affari interni del Paese cercando di destabilizzarlo. “Le aggressioni del presidente Trump al popolo venezuelano, al suo governo e alle sue istituzioni hanno superato i limiti“, affermava la dichiarazione, esortando gli Stati Uniti a concentrarsi sulla risoluzione dei propri problemi interni, invece di immischiarsi negli affari del Venezuela. “Le posizioni estreme di un governo appena nato confermano la natura discriminatoria, razzista, xenofobica e genocida delle élite statunitense contro l’umanità e il loro popolo, ora accentuate dalla nuova amministrazione che asserisce la supremazia bianca anglosassone“, secondo la dichiarazione citata da Reuters. Le sanzioni imposte dal Tesoro statunitense includono il congelamento del patrimonio che gli otto giudici potrebbero avere negli Stati Uniti, divieto d’ingresso nel Paese e divieto ai cittadini statunitensi di farvi affari. La situazione in Venezuela “è una vergogna per l’umanità” e il Paese “è stato incredibilmente mal gestito“, aveva detto Donald Trump. “Non vediamo un tale problema, direi, da decenni“, aggiunse. Migliaia di manifestanti antigovernativi scesero per strada a Caracas e Christobal, nello Stato occidentale di Tachira, divenuto uno dei centri principali degli scontri. (RussiaToday)
Alla luce del peggioramento della carenza di cibo in Venezuela, Putin decideva d’inviare ogni mese 60mila tonnellate di grano nel Paese latinoamericano. Uno per uno, i Paesi dell’America latina come Brasile e Argentina, cedono alla volontà dello Stato profondo in parte per l’ignoranza della classe media, e in parte per i metodi utilizzati nella regione. Al momento, solo l’intervento combinato di Russia e Cina potrebbe ostacolare l’occupazione completa dell’America Latina, a meno che un miracolo non risvegli i “patrioti” statunitensi, sollevandoli in armi contro quest’ultima.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2017/05/23/le-mani-sporche-dello-stato-profondo-sul-venezuela/

I maggiori mezzi d’informazione hanno falsificato i rapporti sulla Libia

August 18th, 2011

by Stephen Lendman

Traduzione:levred

I principali media si specializzano in quello che sanno fare meglio: rovesciare la verità (sinonimo di cattiva fiction), non fare ciò che i giornalisti sono tenuti a fare, il loro lavoro, e in particolare coprire le guerre imperiali per il dominio e per le sostanziose spoliazioni.

Con il Consiglio nazionale di transizione (NTC) di Libya che cade a pezzi e le forze ribelli allo sbando, i titoli di oggi, riportati da una indipendente non-a-letto-con*  giornalisti ed altre fonti, smentiscono la verità  (*n.d.t. gioco di parole  un-bed-with con unbedded  giornalismo che compila i reports seguendo le veline rilasciate dalle unità  militari sul campo).
Il 16 agosto il diario libico di  Lizzie Phelan “ha chiarito le ultime notizie spazzatura dei media sulla Libia”, dicendo:

Le forze di Gheddafi hanno liberato la città di Misurata “finora in mano ai ribelli”. “La scorsa notte, l’esercito libico si è spostato nel centro della città, e ora i ribelli sono intrappolati fra Misurata e Tawergha”. Circa tre quarti della città  son al sicuro, compreso il suo porto, ” che è stato un’ancora di salvezza” per il trasporto ai ribelli di armi e di altre forniture.
Circa 200 tribù  (includendo le quattro più grandi che comprendono la metà della popolazione) hanno partecipato  ad una conferenza stampa, il portavoce dei media della Libia, il Dr. Ibrahim Moussa, lo ha confermato. Le quattro principali, tra cui Warfalla, Tarhouna, Zlitan e Washafana, tutte stanno in appoggio a Gheddafi.
“I leader tribali hanno inoltre hanno anche confermato che Zawiya e Sorman sono sicure, in contrasto con le asserzioni
(false)  dei giornalisti stranieri (un-bed-with)  a Tripoli e Djerba (Tunisia) che [hanno sostenuto] fossero state prese dai ribelli.”
Inoltre, le affermazioni che i ribelli controllino  Ghuriyan non sono vere. Scontri ancora in corso proseguono.

I principali reports dei media mentono, anche se sacche di resistenza dei ribelli rimangono. Tuttavia, sono “isolati e circondati dall’esercito libico e dalle tribù”.
I rapporti falsificati dei media  principali sono in netto contrasto alle affermazioni delle “tribù libiche  che,  naturalmente, conoscono la loro terra profondamente”.


E ‘chiaro che i boss dei media vogliono libici demoralizzati che pensino che tutto è perduto così che rinuncino.  Inoltre, la NATO sta “disperatamente cercando di ottenere qualche vittoria prima del 17 agosto (17 ° giorno di Ramadan), una data molto importante nel calendario islamico.
Il 17 ° giorno di Ramadan nel 624 d.C. nel calendario islamico, il Profeta Muhammad riportò un’importante vittoria a Badr, in Arabia Saudita ai giorni nostri. E ‘stato un punto di svolta fondamentale contro i suoi avversari.

Sull’avanzata veloce di oggi  le fonti dei maggiori media falsificano i rapporti “per creare confusione e panico sul terreno.”
In un discorso telefonico del 15 agosto inviato ai sostenitori ammassati in Piazza Verde, Gheddafi “, ha ribadito i suoi appelli per il popolo libico a rimanere saldi nello sconfiggere gli alleati della Nato a terra e della stessa  Nato.”
Phelan ha anche riportato notizie non confermate che dicono che sarebbe stato catturato il comandante ribelle Khalifa Hefter,  ex ufficiale dell’esercito [libico] trasformatosi in risorsa della CIA, che aveva precedentemente vissuto vicino a Langley, il quartier generale  della CIA in Virginia, a partire dai primi anni 1990.

Se fosse vero, creerebbe ancora più scompiglio tra i leader del Consiglio Nazionale di Transizione (TNC), forse sarebbe meglio descritto come la banda che non può sparare o procurarsi le proprie storie in maniera leale.

“Così la guerra mediatica va avanti”, ha detto Phelan, sul terreno a Tripoli, riportando importanti verità sul suo sito Lizzie’s Liberation, al quale si accede tramite il seguente link:

http://lizziesliberation.wordpress.com/

Contrastando i rapporti falsificati dei più grandi media

La volgarità del mentire non ha bisogno di commento. Farlo per una vita è più che una vergogna. Non scoraggia gli acquirenti, tuttavia, come titolano gli scrittori David Kirkpatrick e Kareem Fahim del New York Times, “Un alto funzionario libico sembra defezionare, come i ribelli difendono i recenti guadagni “, dicendo:

Il ministro Nassr al-Mabrouk “è atterrato al Cairo in un aereo privato con nove membri della famiglia che erano in viaggio con visti per turismo …. La defezione potrebbe segnalare una nuova crepa nel governo di Gheddafi ….”

Riscontro del fatto:

Al-Mabrouk non ha defezionato, come ampiamente riportato. Ha lasciato per un intervento al Cairo, dicendo che sta saldamente con Gheddafi. Non sorprende che volesse membri della famiglia con lui per un sostegno.

Kirkpatrick e Fahim hanno continuato dicendo: “i (R)ibelli, incoraggiati dai loro guadagni nei giorni scorsi, stanno perdendo la spinta a fare delle concessioni”.

Riscontro del fatto:

Le vittorie ribelli falsificate sono, infatti, sconfitte non dichiarate e confusione. Inoltre, senza il sostegno aereo della NATO, sarebbero stati sbaragliati mesi fa. La copertura aerea ha anche dato la possibilità  alla NATO di massacrare e ferire migliaia di civili libici, così come causare una distruzione di massa orribile, collegata ad obiettivi imperiali, non militari.
Entrambi gli scrittori del Times hanno anche riportato le pretese dei ribelli di avere circondato Tripoli così come di aver tagliato le linee di rifornimento chiave. Niente di tutto questo è vero, ma controllare i fatti non fa parte del lavoro di descrizione degli scrittori del Times – che riportano solo resoconti ordinati dai loro padroni.

Da Tripoli, una giornalista indipendente analista del Medio Oriente e Asia centrale, Mahdi Nazemroaya  ha spiegato in una e-mail questa mattina:

“L’insurrezione è stata  sconfitta a Misurata. La NATO ha risposto con bombardamenti massicci. Una via è controllata. Zawiya e Sorman non sono cadute. Ci sono stati attacchi lungo il percorso. Stanno cercando di tagliare le vie di approvvigionamento ma non ci sono riusciti.

Il 15 agosto, la scrittrice Leila Fadel del Washington Post non ha fatto meglio di altri resoconti titolando, “Gheddafi isolato, come avanzano i ribelli, aiutante vola al Cairo,” falsificando la stessa propaganda come le loro controparti del Times, e sostenendo che  i ribelli tengono “una morsa sulla capitale libica, Tripoli. ”

A Londra sono complici anche scrittori del Guardian , che titolano le seguenti storie del 15 agosto e 16 agosto, meglio chiamarle come menzogne ​​dei media:

15 agosto: “Il ministro dell’Interno della Libia vola in Egitto in un apparente defezione”
15 agosto: “ribelli libici entrano nella città petrolifera dove una battaglia decisiva può ancora essere combattuta”

Riscontro del fatto: Zawiya, fu riferito, era saldamente controllata dalle forze di Gheddafi.

15 agosto: “Nessuna situazione di stallo in Libia – la scritta è sul muro per Gheddafi”
16 agosto: “La Libia mostra segni di scivolare dalle mani di Muammar Gheddafi”
16 agosto: “Live Siria, Libia e Medio Oriente disordini – aggiornamenti in tempo reale,” molti, nei fatti, falsificati come gli altri.

Anche Al Jazeera è complice di dichiarazioni mistificate  sulla Libia. Il 16 agosto ha titolato, “ribelli libici spingono per isolare Tripoli,” suonando più come CNN, Fox News e New York Times che come [opera di] validi giornalisti.
Il rapporto, riguardo l’isolamento di Tripoli  che invece controlla la maggior parte di Zawiya, ha ripetuto la stessa disinformazione e altri fatti distorti.

Un precedente rapporto del 12 agosto ha sostenuto “Libici in fuga dicono che il regime di Gheddafi  è in pezzi”, come i ribelli avanzano verso la capitale.

Ancora una volta falsità.
Al Jazeera, ovviamente, ha sede, è  finanziata  ed è controllata dal Qatar, un partner di coalizione della Nato contro la Libia, le sue forze armate sostengono i ribelli a terra.
Come risultato, [Al Jazeera] riporta cose  prive di credibilità e deve essere evitata. Un arrabbiato editore arabo  As’ad AbuKhalil dice che è “come guardare MSNBC dopo che è stata acquistata da Murdoch”.
Naturalmente, [Al Jazeera] è priva di valore sotto il suo attuale proprietario, Comcast, e sotto quello precedente, General Electric, in particolare sulle questioni della guerra e della pace, così come sull’imperialismo senza legge statunitense.

Un commento finale

La battaglia per la Libia continua. Numeri schiaccianti sostengono Gheddafi e [i libici] vogliono il loro paese libero dal controllo imperiale. Sono anche pronti a lottare per esso, consapevoli dell’inaccettabile alternativa – colonizzazione, saccheggi, perdita della libertà, e forse della propria vita.

Quale migliore motivi per resistere a quelli!

Stephen Lendman vive a Chicago e può essere raggiunto a lendmanstephen@sbcglobal.net oppure visitare il suo blog  www.sjlendman.blogspot.com

Fonte: http://www.thepeoplesvoice.org/TPV3/Voices.php/2011/08/18/falsified-major-media-reports-on-libya

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/08/19/i-maggiori-mezzi-d%e2%80%99informazione-hanno-falsificato-i-rapporti-sulla-libia/

Libia: le menzogne di TV e Media/Networks

Testimoni che ci raccontano un’altra verità.

Marinella Correggia – JerbaNews – 24/08/2011
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Menzogne di una notte insonne (anche sotto il fortunato cielo italiano che nessuno bombarda dal 1945). Menzogne e arroganza fino all’ultimo in una guerra cominciata e continuata con notizie false, in cui i media hanno avuto il ruolo dell’aiuto carnefice. Solo la tivù russa Rt e quella venezuelana Telesur spiegano che è una vittoria dovuta alla carneficina compiuta dalla Nato anche con droni ed elicotteri Apache soprattutto negli ultimi giorni. L’obiettivo è è quella democrazia che il popolo libico merita, dice il premier britannico Cameron. Peccato che in tutti i mesi scorsi proprio la Nato e i “ribelli” avessero sempre lasciato cadere le proposte di libere elezioni con controllo internazionale avanzate dal governo libico.
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Cosa dicono i soliti media
La Nato fa strage a Tripoli bombardando di tutto e uccidendo 1.300 persone in poche ore come denuncia Tierry Meyssan del Réseau Voltaire; ma Repubblica on line scrive che Gheddafi bombarda la folla. Giusto un titolo, senza spiegazione, giusto un modo per non perdere l’allenamento. La stessaRepubblica che non si è mai degnata di chiamare soldati i membri – decimati — dell’esercito di un paese sovrano (erano sempre definiti “mercenari e miliziani”), adesso chiama “soldati del Cnt” i ribelli, tacciando invece di “pretoriani di Gheddafi” i superstiti soldati libici (quelli non decimati dalla Nato). (A proposito: uno del Cnt, Jibril, ha fatto appello ai suoi armatissimi “ragazzi” affinché diano prova di moderazione e non attacchino gli stranieri e chi non li appoggia (il rischio è certo visti i precedenti).
L’Unità scrive che Tripoli “è insorta”, quando in realtà è occupata dai cosiddetti ribelli con la copertura aerea della Nato e i civili cioè i disarmati se ne stanno rintanati nelle case (vedi le testimonianze ottenute al telefono).
Il Corsera con il suo embedded sceso dalle montagne insieme ai ribelli spiega enfatico che dopo la “liberazione” di Zawya, “Tripoli si è sollevata” quando in realtà è stata piuttosto atterrata dai bombardamenti.
Rai News 24? Peacelink protesta con la redazione: “Nel vostro servizio avete nascosto il ruolo dei bombardamenti Nato, presentando i ribelli che libravano la Libia soli e festanti, per acclamazione popolare; alterato il senso della risoluzione 1973 che non prevedeva l’appoggio militare Nato agli insorti; taciuto il massacro in corso a Tripoli; presentato prevalentemente il punto di vista Nato (e sempre ripetono la storia dei mercenari neri e dei cecchini).
Anche il Fatto ci casca: “L’avanzata del Cnt rallentata dal traffico e dal caos e da centinaia di libici che inneggiano alla fine del regime”; “I tripolini sono usciti per festeggiare l’arrivo dei ribelli”. Ma centinaia di persone sono tante, in una metropoli? E comunque la foto della festa viene da Bengasi…
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Tivù e media vari pubblicano foto di feste in piazza. Ma solo alcuni dicono che non si riferiscono a Tripoli ma a Bengasi appunto (da dove comunque decine di migliaia di abitanti sono fuggiti nei mesi scorsi e non più tornati nel regno degli uomini e dei bambini armati). Lo fa rilevare Peacelink osservando questa galleria.
A Tripoli, sono i soli armati ribelli a festeggiare. Ma il fatto che si mescolino le cose nella stessa galleria non è casuale.
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Per dare l’idea di festeggiamenti che non ci sono, Cnn mette foto di festeggiamenti non datati a Bengasi.Mentre la reporter dice “vedo strade vuote, le immagini sono di folle festanti con bandiera monarchica, però evocano Tripoli. In un altro collegamento, la elmettata reporter spiega – non senza ripetere la solfa del pericolo di cecchini di Gheddafi — che assolutamente nessun civile nelle strade…allora chi sta festeggiando? Gli armati. E sempre il titolo è “la Nato teme che Gheddafi possa colpire i civili”. Quindi pronti al tiro al piccione.
La cronista di Al Jazeera con elmetto dalla Piazza verde (il nome è già stato cancellato), parla di festa (e di paura per i soliti cecchini di Gheddafi…) del popolo libico, “vedete centinaia di persone” (in una città con milioni di abitanti)…alle sue spalle si pressano con la bandiera monarchica i ribelli armati, ma per lei sono i civili, il “popolo”, “you can see how people are excited, now they are in control of the capital”. La confusione voluta fra civili e amati ha fato da leit motiv di questa guerra. Anche a Baghdad, il giorno della caduta della statua di Saddam a opera di due marine Usa, gli iracheni presenti si contavano in qualche decina…Un film già visto.
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La mattina la Cnn parla al telefono con la solita plurintervistata ottimo inglese libica diciannovenne che dice che dopo 42 anni sono liberi di parlare al telefono (ricordo però che gli oppositori a Gheddafi più che la mancanza di libertà mi evocavano, settimane fa, “gli ospedali che non funzionano e le scuole dove non si studia bene l’inglese”!); la tivù le chiede: “ma non c’è gente in strada, solo fighters?” e lei conferma. Allora, le folle festanti?
Anche la Reuters scrive: “I ribelli entrano in Tripoli, la folla celebra”. Quale folla? Non c’è nessun video né foto!
Intanto nessuno parla degli ospedali, che dovrebbero essere al collasso per troppi clienti.
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Parlano i testimoni
Molti telefoni di persone incontrate a Tripoli poche settimane fa non rispondono (“out of order”). Per esempio Rafika, tunisina, ottimo italiano, che lavorava alla mensa dell’ospedale Tebbe, chissà quanti feriti ci sono adesso là.
Ma qualcuno risponde.
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Mohamed, giovane del Niger che vive a Tripoli da 3 anni (lavorava con i cinesi) e che si arrovellava settimane fa su come spiegare al mondo la verità, adesso è rintanato in casa: “Siamo impotenti anche noi. Chi è disarmato non può avventurarsi fuori, dove tutti sono armati e si combatte. E’ terribile ma non possiamo che aspettare. Spero che non ci sia un’altra carneficina”. Ieri diceva “hanno bombardato intensamente anche vicino a casa mia, si è levata una grande polvere, impossibile respirare. Stiamo in casa, e preghiamo, è il ramadan”. L’altro ieri, prima degli ultimi sviluppi, chiedeva: “MA si sono viste lì le immagini della strage di 85 civili a Mejer, sotto le bombe della Nato fra l’8 e il 9 agosto? Sono sconvolto, anche perché qui i media internazionali non ne hanno parlato”.
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Era impaurito sabato sera il cristiano pakistano Nathaniel, che già settimane fa si chiedeva dove sarebbe andato con la famiglia dopo 21 anni in Libia se gli islamisti fossero arrivati: “My sister qui bombardano di continuo, e sembra che i ribelli siano vicini… non so cosa fare, dove andare, chi ci proteggerà? Starò in contato con la cattedrale”. Oggi il suo cellulare non sembra aver copertura.
Se Nathaniel sapesse che forse è stata saccheggiata la chiesa a Dara (e monsignor Martinelli è in Italia).
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Così dice la statunitense JoAnne, da mesi a Tripoli con suo marito per documentare negli Usa i crimini di guerra della Nato e dei ribelli: “Siamo chiusi nell’hotel Corynthia, al centro di Tripoli. Nessuno si avventura fuori. Gli Apache hanno ucciso molte persone e i ribelli hanno armi pesanti… Doveva partire una nave proveniente da Malta, per evacuare gli stranieri ma i ribelli l’hanno bloccata”.
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Anche Hana, libica che lavorava per una compagnia petrolifera, è chiusa in casa, da parenti: “Ci siamo spostati perché la nostra casa è troppo vicina a Bab El Azyzya”, qui è tranquillo ma nelle strade non c’è nessuno. Mi hanno detto che volavano anche gli Apache, io non li ho visti vicino a casa. Sì, abbiamo l’acqua e la luce e cibo abbastanza. Stiamo ancora digiunando per il ramadan… fino a fine mese. Non avrei mai pensato che finisse così”.
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LizziePhelan, giovane giornalista inglese indipendente, aveva un blog che le è stato bloccato: “Poco prima avevo denunciato alla tivù russa RT il fatto che Al Qaeda sia ben presente fra i ribelli arrivati a Tripoli. Qui intorno al Rixos la situazione sembra adesso calma. Ma non si sa come evolverà. Aspettiamo di andare, noi stranieri, in un’ambasciata, forse quella russa”.
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Non risponde il telefono di Zinati, quarantenne libico che da mesi “abitava” con il suo computer su un tavolo all’hotel Rixos cercando di aiutare il portavoce Mussa Ibrahim nei difficili rapporti con i giornalisti e con le delegazioni: “Ero tornato qui in febbraio per sistemare delle cose e ripartire per il Canada dove vivo da anni; invece sono rimasto, non potevo lasciarli così” diceva settimane fa.
La guerra Nato in Libia, la quinta alla quale l’Italia ha partecipato in venti anni, a cento anni dall’avventura coloniale in Libia, continua com’è iniziata: con grandi menzogne e una continua mistificazione, anche grossolana. Ignorando le vere cause. E con nessun rispetto per le vittime, tante.La Norvegia — paese più civile — si è ritirata. L’Italia, serva in passato e ora, no.
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