Prove di guerra: sventato dalla Russia il golpe in Venezuela

2/5/19
La spallata finale di Juan Guaidó non c’è stata, la rivolta non è andata oltre qualche immagine sui social. Nicólas Maduro è ancora al potere, appoggiato dalla gran parte delle forze armate. A poche ore dall’annuncio della sua liberazione dai domiciliari, scrive Rocco Cotroneo sul “Corriere della Sera”, il leader oppositore Leopoldo López è dovuto correre a rinchiudersi nuovamente, stavolta nell’ambasciata spagnola con moglie e figlia, per evitare la quasi certa vendetta del chavismo. Intanto a Caracas si sono verificati nuovi scontri tra manifestanti e la Guardia Nazionale Bolivariana, mentre sono in corso le marce contrarie di sostenitori di Maduro e oppositori. Anche per Guaidó non sono ore tranquille, aggiunge il “Corriere”: l’autoproclamato presidente ad interim potrebbe essere arrestato in qualsiasi momento, e vive in una sorta di semiclandestinità. Ma perché la giornata della rivolta finale (o del golpe, secondo il regime) si è afflosciata nel giro di poche ore? Chi ha sbagliato? O meglio: come ha fatto Maduro a liquidare la questione senza nemmeno aver bisogno di una forte repressione? Se fossero vere le parole di John Bolton, il consigliere per la Sicurezza Nazionale Usa, ci troveremmo di fronte ad una vera e propria stangata ai danni di Guaidó. «C’era un accordo dietro le quinte», ha detto Bolton: «Alcuni uomini chiave del regime avrebbero dovuto disertare, spianando la strada alla caduta di Maduro».
Il ministro degli esteri russo Sergej LavrovParole rafforzate dalla ricostruzione dei fatti (anch’essa da prendere con le pinze) del segretario di Stato Mike Pompeo: «Maduro era pronto a salire su un aereo, per scappare a Cuba. Poi è stato fermato dai russi». Secondo Cotroneo siamo di fronte «a uno scenario da post guerra fredda, in grado di far impallidire quella vera, con tutto il contorno dei film di spionaggio». Se così fosse, prosegue il giornalista del “Corriere”, gli Usa avrebbero erroneamente dato il via libera all’operazione finale di Guaidó e López, fornendo loro però informazioni fasulle: non esisteva uno scenario di deposizione di Maduro all’interno del regime stesso. E alla “fregatura” avrebbero partecipato attivamente uomini di Mosca. I militari venezuelani infatti non si sono spaccati, tranne poche diserzioni di soldati semplici. «Il quadro del fallimento era già chiaro nel primo pomeriggio ora di Caracas, a otto ore dall’inizio dell’operazione. A quel punto – e Maduro non era nemmeno apparso in pubblico – López aveva già deciso di chiedere aiuto diplomatico (prima al Cile, infine alla Spagna) e una ventina di militari ribelli avevano fatto lo stesso con il Brasile».

VenezuelaNon secondaria, infine, la mancata risposta della piazza, osserva il “Corriere”: «C’erano poche migliaia di manifestanti nelle strade, i venezuelani sono esausti. Fine della sfida». Non per questo, però, gli Usa molleranno la presa sul Venezuela: la decisione dell’amministrazione Trump di non desistere dalla partita venezuelana resta chiara. «Pur preferendo una transizione democratica, l’opzione militare resta in piedi», ha insistito  Pompeo. È stato un fallimento o una prova generale? Se lo domanda, sul suo blog, un analista geopolitico come Gennaro Carotenuto: «Intorno all’autoproclamato Juan Guaidó – scrive – è come se si svolgessero da mesi dei ripetuti “stress test”, dove quello che non si vede è ben maggiore di quello che è visibile in superficie. Se così non fosse, a cento giorni di distanza dalla giocata, vorrebbe dire che davvero l’opposizione non abbia la forza né politica né militare per rovesciare il governo di Nicolás Maduro». Quello di martedì 30 aprile «è stato uno stress test sull’esercito per vedere, come già a Cúcuta a fine febbraio, se c’è un punto d’inflessione oltre il quale un numero decisivo di esponenti degli stati maggiori possano rivoltarsi, giocando con una guerra civile dietro l’angolo».
GuaidòSecondo Carotenuto, è stato uno stress test anche per la società civile, che è servito – come per i blackout di marzo – a misurare chi scende in piazza, e chi tra i leader dell’opposizione è coerente e accetta l’attuale leadership, che ora sembra «tornata ufficialmente a Leopoldo López, al quale Guaidó scaldava il posto». Aggiunge Carotenuto: il “golpetto” di fine aprile è piaciuto «alla parte destra dell’opposizione», pronta alla violenza. Ma gli scontri sono spenti velocemente, come già nel 2014 e nel 2017: «Ancora una volta – per fortuna – la società civile, chavista e anti-chavista, polarizzata quanto si vuole, si è tenuta lontana dalla violenza». Ogni attore ha la sua agenda, scrive Carotenuto. Ma di agende, in Venezuela, sembrano essercene troppe, in queste ore: da una parte gli Usa, la Colombia e il Brasile, dall’altra Cuba, la Russia e la Cina. L’Europa? Pressoché assente. «L’unica soluzione non drammatica e non violenta, in Venezuela, l’aveva sfiorata Zapatero col tavolo fatto inopinatamente saltare ad accordo fatto, prima delle presidenziali di maggio 2018. Tanto c’è Maduro, al quale si possono dare tutte le colpe».
Il mondo, riassume Carotenuto, ha guardato per 24 ore al Venezuela per la diserzione di una trentina di soldati di grado medio, con alla testa un solo generale di peso, Manuel Ricardo Figueroa, subito rimosso. E tutto soltanto per liberare Leopoldo López dai domiciliari? Troppo poco per essere vero: «Il senatore Marco Rubio, già protagonista del disastro di febbraio a Cúcuta, per giorni ha chiamato le Forze Armate Nazionali Bolivariane, Fanb, al golpe. Lo ha fatto con un discorso a metà strada tra l’invito, la minaccia e la promessa. Invito a restaurare la democrazia, minaccia di far passare l’esercito a essere parte del problema in caso di intervento esterno, promessa di prebende infinite e amnistia tombale in caso di golpe». Il problema, aggiunge Carotenuto, è che minacce e promesse non possono ripetersi all’infinito: «A Cúcuta, le poche decine di militari che disertarono, lamentarono che Marco Rubio in persona avesse promesso loro 20.000 dollari a testa. Ovviamente mai visti». La realtà è che gli Usa non sono affatto onnipotenti, come spesso vengono rappresentati (da amici e nemici). Cose simili a quelle di Rubio le ha dette il “miles gloriosus” Mike Pompeo, «sempre con la mano alla pistola», e così John Bolton e lo stesso Elliott Abrams, «il più sinistro dei personaggi coinvolti, conclamato terrorista di Stato, massacratore delle guerre in Centroamerica, che ha sostenuto che i presunti militari golpisti avrebbero a un certo punto spento i cellulari».
Leopoldo LopezCertamente a Pompeo, Bolton e Abrams «la soluzione militare piace», ma – di fronte alla fallito golpe – non sanno più cosa tentare, sostiene Carotenuto, secondo cui si sta ripetendo la stessa situazione di Cúcuta, «altro stress test», quando si scomodò il vice del presidente brasiliano Jair Bolsonaro, il generale Hamilton Mourão, per chiarire oltre ogni ragionevole dubbio che il Brasile non accetta interventi esterni. Non saranno né statunitensi né colombiani a intervenire in quello che Brasilia considera il proprio spazio strategico amazzonico. «Diverso è solo il caso dei 5.000 mercenari che Blackwater avrebbe reclutato, pagati da prominenti multimilionari venezuelani, sui quali molto ha scritto la “Reuters”». I mercenari «potrebbero infiltrarsi in mille modi e commettere le più odiose delle azioni terroristiche, sabotaggi, assassinii». Aggiunge Carotenuto: «Se c’è qualche liberaldemocratico che, pur di liberarsi di Chávez, fa il tifo perfino per i tagliagole che già agirono in Iraq, alzo le mani». E’ grave che ora i disertori avessero alla loro testa Manuel Ricardo Figueroa, il capo del Sebin (i servizi venezuelani). Doveva essere un’azione suicida, oppure la partita è davvero sul terreno militare come in Cile nel 1973? Altra domanda: la liberazione di Leopoldo López è servita più che altro a tamponare il declino dell’insignificante leadership di Guaidó?
Carotenuto ricorda che, durante il fallito colpo di Stato del 2002, proprio López condusse l’assalto all’ambasciata di Cuba. «Da allora dosa il ruolo di oppositore tra violenza e politica, contando sulla connivenza dei media che continuano a rappresentarlo come una specie di John Kennedy caraibico e di perseguitato politico. Pensa di essere più utile dall’estero che ai domiciliari?». E Guaidó? Adesso chiama a uno sciopero generale, ma scaglionato: «Tutt’altro che la spallata finale a un regime descritto nuovamente sul predellino dell’aereo che deve portarlo in esilio». Può Maduro fare ancora finta di niente o si caricherà del costo politico di arrestarlo, con la grande stampa internazionale pronta a considerare Guaidó un martire? «In vent’anni di rivoluzione bolivariana, con una buona dozzina di crisi maggiori, abbiamo visto che sul breve termine l’opposizione ha grande capacità di convocazione, ma col passare delle settimane sono i chavisti quelli che restano in piazza a difendere quello che continuano a considerare il governo popolare e il mandato di quello che è stato il più popolare e amato leader latinoamericano degli ultimi decenni». Anche stvolta i chavisti stanno dimostrando compattezza, scendendo in piazza in numeri almeno comparabili a quelli dell’opposizione. «Il golpetto di Caracas lascia più domande che risposte – conclude Carotenuto – ma che i chavisti esistano e continuino e continueranno a resistere è una delle poche certezze che questi tre mesi ci hanno donato».

Preso da: http://www.libreidee.org/2019/05/prove-di-guerra-sventato-dalla-russia-il-golpe-in-venezuela/

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“Senza disinformazione, la NATO crollerebbe”

Michel Chossudovsky trae le conclusioni del colloquio internazionale tenutosi a Firenze in occasione dell’anniversario della NATO, sottolineando come l’opinione pubblica ignori la natura di questa sedicente alleanza, i suoi reali obiettivi, il suo funzionamento nonché i suoi crimini.

| Roma (Italia)

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Da sinistra a destra: il generale Fabio Mini, interprete, Michel Chossudovsky (in piedi), Vladimir Kozyn, interprete, Giulietto Chiesa, Manlio Dinucci (in piedi).
Q : Qual è stato il risultato del Convegno di Firenze?

Michel Chossudovsky : È stato un evento di massimo successo, con la partecipazione di qualificati relatori provenienti da Stati uniti, Europa e Russia. È stata presentata la storia della Nato. Sono stati identificati e attentamente documentati i crimini contro l’umanità. Al termine del Convegno è stata presentata la «Dichiarazione di Firenze» per uscire dal sistema della guerra.
Q : Nella sua relazione introduttiva lei ha affermato che l’Alleanza atlantica non è un’alleanza…
Michel Chossudovsky : Sotto la sembianza di un’alleanza militare multinazionale è invece il Pentagono a dominare il meccanismo decisionale della Nato. Gli Usa controllano le strutture di comando della Nato, che sono incorporate in quelle statunitensi. Il Comandante Supremo Alleato in Europa (Saceur) è sempre un generale statunitense nominato da Washington. Il Segretario generale, attualmente Jens Stoltenberg, è essenzialmente un burocrate addetto a pubbliche relazioni. Non ha alcun ruolo decisionale.
Q : Un altro tema da lei sollevato è quello delle basi militari Usa in Italia e in altri paesi europei, anche a est, nonostante il Patto di Varsavia non esista più dal1991 e nonostante la promessa fatta a Gorbaciov che nessun allargamento a est ci sarebbe stato. A che servono?
Michel Chossudovsky : Il tacito obiettivo della Nato – tema rilevante del nostro dibattito a Firenze – è stato quello di attuare, sotto diversa denominazione, «l’occupazione militare» de facto dell’Europa occidentale. Gli Stati uniti non solo continuano a «occupare» gli ex «paesi dell’Asse» della Seconda guerra mondiale (Italia, Germania), ma hanno usato l’emblema della Nato per installare basi militari Usa in tutta l‘Europa occidentale e, successivamente, nell’Europa Orientale sulla scia della guerra fredda e nei Balcani sulla scia della guerra Nato contro la Jugoslavia (Serbia-Montenegro).
Q : Cos’è cambiato riguardo a un possibile uso di armi nucleari?
Michel Chossudovsky : Subito dopo la guerra fredda è stata formulata una nuova dottrina nucleare, focalizzata sull’uso preventivo di armi nucleari, cioè sul first strike nucleare quale mezzo di autodifesa. Nel quadro degli interventi Usa-Nato, presentati quali azioni per il mantenimento della pace, è stata creata una nuova generazione di armi nucleari di «bassa potenza» e «più utilizzabili», descritte come «innocue per i civili». I responsabili politici statunitensi le considerano «bombe per la pacificazione». Gli accordi della guerra fredda, che stabilivano alcune salvaguardie, sono stati cancellati. Il concetto di «Mutua Distruzione Assicurata», relativo all’uso delle armi nucleari, è stato sostituito dalla dottrina della guerra nucleare preventiva.
Q : La Nato era «obsoleta» nel primo tempo della presidenza Trump ma ora è rilanciata dalla Casa bianca. Che relazione c’è tra corsa agli armamenti e crisi economica?
Michel Chossudovsky : Guerra e globalizzazione vanno di pari passo. La militarizzazione sostiene l’imposizione della ristrutturazione macro-economica nei paesi bersaglio. Impone la spesa militare per sostenere l’economia di guerra a detrimento dell’economia civile. Porta alla destabilizzazione economica e alla perdita di potere delle istituzioni nazionali. Un esempio: ultimamente il presidente Trump ha proposto grossi tagli a sanità, istruzione e infrastrutture sociali, mentre richiede un grosso aumento per il budget del Pentagono. All’inizio della sua amministrazione, il presidente Trump ha confermato l’aumento della spesa per il programma nucleare militare, varato da Obama, da 1.000 a 1.200 miliardi di dollari, sostenendo che ciò serve a mantenere il mondo più sicuro. In tutta l’Unione europea l’aumento della spesa militare, abbinato a misure di austerità, sta portando alla fine di quello che veniva definito «welfare state». Ora la Nato è impegnata sotto pressione statunitense ad aumentare la spesa militare e il segretario generale Jens Stoltenberg dichiara che questa è la cosa giusta da fare per «mantenere la sicurezza della nostra popolazione». Gli interventi militari sono abbinati a concomitanti atti di sabotaggio economico e manipolazione finanziaria. Obiettivo finale è la conquista delle risorse sia umane che materiali e delle istituzioni politiche. Gli atti di guerra sostengono un processo di completa conquista economica. Il progetto egemonico degli Stati uniti è di trasformare i paesi e le istituzioni internazionali sovrane in territori aperti alla loro penetrazione. Uno degli strumenti è l’imposizione di pesanti vincoli ai paesi indebitati. Ad impoverire vasti settori della popolazione mondiale concorre l’imposizione di letali riforme macro-economiche.
Q : Qual è e quale dovrebbe essere il ruolo dei media?
Michel Chossudovsky : Senza la disinformazione attuata, in genere, da quasi tutti i media, l’agenda militare Usa-Nato crollerebbe come castello di carte. I pericoli incombenti di una nuova guerra con i più moderni armamenti e del pericolo atomico, non sono notizie da prima pagina. La guerra è rappresentata quale azione di pacificazione. I criminali di guerra sono dipinti come pacificatori. La guerra diviene pace. La realtà è capovolta. Quando la menzogna diviene verità, non si può tornare indietro.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

Greta e il complotto massonico sul clima: la dittatura invisibile

di Gianmarco Landi 27 marzo 2019.


Accingendomi a scrivere questo pezzo ho deciso, sin da subito, che nel titolo avrei usato parole ingombranti molto care ai pappagallini dell’establishment, parole atte a porgere il fianco alla banalizzazione altrui con le solite etichette sarcastiche radical chic, tipo ‘Gomblotto’, ‘Rettiliani’,  ‘Terra piatta’ etc…
Qui parlerò di argomenti molto  concreti e verificabili, che solo il blaterare spocchioso dei portatori delle ‘scienze’ infuse dall’alto dei media potrebbe disconoscere. Inizierò constatando la vergogna di una minore, peraltro contraddistinta da sindrome di Asperger, che è stata strumentalizzata per fini economici e politici. Poi spiegherò la totale corruzione sedimentatasi nell’ONU e nel suo luogo di pertinenza alla questione clima, l’IPCC,  un organismo che ha curvato la verità per il fine di spacciare una teoria totalmente falsa. Ma soprattutto volgerò lo sguardo alla luce dei vari consessi di ‘illuminati’, cioè a quelle muscolose braccia  organizzative della massoneria, e più in particolare su quella che ha originato la truffa dell’allarme climatico, l’oggetto centrale della mia riflessione.

Lo so, alcuni di voi penseranno che posso mettermi nei guai e scivolare  su terreni  sdrucciolevoli parlando di complotti e massoneria, peraltro su Imola Oggi, uno dei massimi portali odiati dall’industria dei media tradizionali e dai partiti politici di loro riferimento. Pensereste molto male però,  perché mi accingo a lanciare questa sfida portando un pensiero molto preciso e puntuale in senso di riferimenti fattuali,  arricchendolo con quella dovizia di particolari che renderà rigoroso un discorso comunque scorrevole e fruibile da tutti.

Noi dobbiamo essere consapevoli che i complotti non sono superstizioni, bensì un paradigma della lotta politica tanto che basterebbe richiamare i grandi autori classici, come ad esempio Tucidide, per comprendere come la politica e la storia si scandiscano attraverso il susseguirsi di complotti. Chiedo a tutti voi: sarebbe possibile capire la Roma antica negando il complotto dei primi triumviri contro il Senato, o il successivo complotto di Giulio Cesare contro la Repubblica, o le Idi di marzo? Potremmo capire l’avvento del Rinascimento e il fiorire dei commerci, del proto capitalismo e delle attività bancarie, senza vederli in conseguenza del complotto ordito dalla famiglia Pazzi, appoggiata dal Papa, contro Lorenzo e Giuliano dei Medici, il cui fallimento determinò gli equilibri in Italia stagliando il Mondo di quel tempo, e così delineando alcuni tratti dell’attuale Occidente?
E infatti,  evidenzio, come sia proprio il grande Nicolò Machiavelli a conferire il riconoscimento scientifico al concetto di complotto, un elemento assolutamente necessario all’analisi della politica e della storia. Il più importante scienziato politico dell’Umanità nei suoi ‘i Discorsi’ dedica un lungo capitolo intitolato ‘Sulle Congiure’, in cui classifica i complotti  individuando le diverse varianti, mettendo in luce le dimensioni tecnico-operative, soffermandosi sulle fasi e sulle modalità di svolgimento, sulle giustificazioni di natura venale, sociologica o in ragione ai particolari slanci ideali dei congiuranti.
Perciò tutti quelli che in Tv e sui Social ci raccontano quanto sia stupido provare a capire l’attualità che ci porta un danno scorgendo un complotto alla base, ci stanno  bellamente mentendo! Così come pure ci racconta bugie, e vi invito perciò a disprezzarlo in malo modo, chi disconosce i  possenti input inferti alle Istituzioni democratiche da parte delle  varie strutture massoniche internazionali, di cui dirò nel seguito.
Forte di questi ancoraggi, io affermo che così come il complottismo ossessivo è un disturbo che pregiudica un approccio critico equilibrato, allo stesso modo il negazionismo dei complotti è un atteggiamento altrettanto disturbato nel senso di sortire una capacità critica inetta, ingenua e senza alcuna logica razionale.  Perciò, sebbene qui  parlerò apertamente di complotto massonico dietro a Greta e all’allarme Clima, non avrò da temere nessuna critica, nessuna risatina,  nessun giudizio apriori da parte di chi, senza chiavi di lettura di impronta machiavellica,  può solo assorbire la narrazione di fanfaluche mediatiche per  beoti, non certo un  punto di vista ragionato.

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Ma veniamo al complotto sull’allarme climatico che ci è stato ammannito ben incorniciato dalle dolci treccine svedesi atte a suscitare in noi tenerezze e sensi di colpa, e così condurci nella direzione del We Don’t Have Time, cioè del Non c’è più tempo, lo slogan terroristico psicologico adottato. L’imbroglio consiste nel mischiare le fave con le foglie, cioè l’inquinamento che sicuramente dovremo  meglio gestire in ragione del nostro preciso interesse ad avere un habitat più pulito e sano, con il riscaldamento del Pianeta a causa degli idrocarburi, che invece è una colossale baggianata.

L’esposizione mediatica di Greta Thunberg  è stata davvero un ‘cinema’ impressionante, narrando della  “piccola ragazza solitaria”  in lotta per salvare il Pianeta moribondo a causa dalla nostra strafottente ignoranza. La maniacale regia di questo show ‘cinematografico’ è tuttora curata da un potente PR svedese, tale  Ingmar Rentzhog, realizzatore di questo Kolossal fantastico finalizzato al regresso emozionale adolescenziale di tutti i cervelli più piccoli e fragili del popolo occidentale, un ‘film’ già visto in passato e in diretta prosecuzione, come vedremo nel seguito,  del Climate Project Reality  di Al Gore, quindi ‘prodotto’ politicamente dai  Democratici Usa.

 Come sono arrivato a questa conclusione?

Greta e Al Gore

Ci sono arrivato  grazie agli articoli di inchiesta dello Svenska Dagbladet e dello  Spiegel, ed in particolare grazie al lavoro del giornalista svedese Andreas Henriksson e della canadese Cory Morningstar, una specie di Milena Gabbanelli dell’America Settentrionale. I giornalisti investigativi sono partiti dalla constatazione degli account twitter utilizzati e dall’uso dei caratteri e delle strategie comunicative, tutto esattamente equivalente al  People’s Climate Strike di Gore, l’ex vicepresidente di Bill Clinton.  Perciò la macchina dietro a Greta Thunberg già  appariva sin dalle prime inchieste giornalistiche un plagio del lavoro dei Democratici Statunitensi a partire dai primi anni del 2000 all’insegna di Al Gore, ma in realtà non è stato un plagio, come si è oggi capito,  bensì il proseguimento.
Il regista di Greta, questo Ingmar Rentzhog PR di Greta, è proprietario di Laika (www.laika.se)  un’importante società di  servizi all’industria bancaria. Costui è pure presidente del think tank Global Utmaning, in cui Greta risulta essere attivista, e i cui fondatori danarosissimi sono i membri della famiglia di multimiliardari svedesi Persson, impegnati in vari business di dimensione globale (per esempio, un ramo Persson ha la catena di negozi H&M). La fondatrice del Think Tank in cui Greta risulta essere attivista e il suo PR ne è il Presidente,  è la settantenne Kristina Persson, la quale oltre ad essere plurimiliardaria, è esponente politico di primissimo piano dei Social Democratici svedesi,  ed è stata ministro equivalente del nostro ministro allo sviluppo economico fino al 2016.  Ma la signora Kristina Persson non è solo miliardaria e uno dei leader nazionale del primo partito di Svezia, quindi pure colei che in realtà conta nel  Think Tank di cui Greta è attivista, ma è anche molto più forte di quello che sembra. Kristina Persson, figlia dell’uomo più ricco di Svezia nel secolo scorso,  è membro di un importantissimo cenacolo massonico internazionale, il Gruppo di Roma, fondato da giganti del potere su input dei vertici della massoneria mondiale, il Comitato dei 300, di cui  suo padre Sven Persson  negli anni 50 fu tra i fondatori.
Tutto questo i Media italiani non ce lo dicono, e le fanfaluche raccontate da Tv e giornali ci vogliono propinare un’altra  storia, quella della piccola Greta Thunberg che, una mattina del 20 di agosto di ritorno dalle vacanze scolastiche,  decideva uno sciopero in totale autonomia, buttandosi a terra ai piedi del Parlamento svedese con un cartello.
Il PR svedese che fotografa e posta sui Social la tenera scenetta, è il professore Rentzhog, il PR con i Media, il presidente del Think Tank ambientalista e l’imprenditore del settore finanziario legato a Kristina Persson. Costui avrebbe incontrato  per puro caso Greta al suo primo giorno di sciopero proprio quella mattina, pubblicando  il post della soprastante scenetta strappalacrime che sulla sua pagina Facebook  avrebbe scatenato il fenomeno spontaneo, così come narratoci dai nostri Media. Quattro giorni più tardi però (il 24/8), sempre per puro caso, uscì  un libro in un massivo numero di copie a firma dei genitori di Greta, Scenes from the Heart’, che ci racconta i dettagli della vita privata della coppia e della loro figlia prodigiosa che tanto ha a cuore le sorti del Pianeta.
Le presenze in Tv, le notizie e gli articoli su Greta non si contano più, perché da quel momento in poi la ragazzina è diventata una diva più famosa di Greta Garbo. La storiellina, come una palla di neve che rotola si è ingrossata,  e tutti i Media e think tank del Mondo, tutti  i giornalisti e tutti i politici di sinistra,  hanno alimentato il Kolossal dal titolo Greta salva il Mondo da tutti noi.
Oggi sappiamo che, a pochi mesi dal primo ciak a Stoccolma il 20 di agosto 2018, la ragazzetta si è pure presentata a Davos facendo tremare i potenti della Terra, come i giornalisti benpensanti ci hanno raccontato,  a cui avrebbe dettato la linea politica mondiale e tutti i potenti sarebbero stati mazziati, persuasi, felici e contenti! Proprio così:  io non riesco praticamente mai a convincere un ufficiale bancario di 12° livello di una Top Bank ad appoggiarmi in alcune perfette operazioni da pochi milioni,  e questa ragazzina di 15 anni avrebbe in sé il potere di  impartire  a tutti i banchieri e tutti i CEO delle multinazionali della Terra, una svolta da 90 Trillioni  di dollari con implicazioni geopolitiche enormi. Chi è che può credere a questa panzana?  Chi si può imboccare questa gigantesca balla?
AI racconto dei media potrebbe crederci solo un imbecille, o far finta di crederci chi è in assoluta malafede, come la massa di giornalisti e politici di sedicente sinistra ansiosi di recuperare consensi e stabilità lavorative, minate dalla Brexit, da Trump e dal dilagare delle richieste democratiche dei popoli denominati, in forza di un arbitrio offensivo di TV e giornali,  fenomeni di moderno Nazi-fascismo.

Ma qual è il fine di questo ‘cinema’ allestito con evidente allaccio alle lobby degli yankee Democratici?   Il fine è ovviamente duplice: economico e politico.
Il fine economico del global warming climatico  attiene il perpetrarsi di una bugia che alimenta grossi settori industriali inefficienti, nonché quelle banche già malmesse i cui bilanci sono poggiati su contratti derivati applicati al vasto settore delle tecnologie alternative (migliaia sono i brevetti, a cui sono stati regalati miliardi,  che non servirebbero a nulla senza una cogenza politica al loro impiego).
Il fine politico, invece,  attiene sia il produrre una qualche nuova narrazione emotiva radical chic per consentire  alla Sinistra cameriera dell’Alta Finanza di prendere voti e continuare ad esistere, sia soprattutto creare un meccanismo capestro globale per impedire che alcuni paesi poveri si possano sviluppare e uscire dai cascami delle logiche coloniali Nord europee e Statunitensi, cosa che potrebbe avvenire solo con gli idrocarburi, come la storia di Mattei e dell’Italia post bellica ci insegna.
La cosa importante da far comprendere a tutti, è che l’allarme sul clima è strumentale alla demonizzazione degli idrocarburi, che in realtà è una pantomima a cui gli stessi petrolieri e  banchieri non credono, in quanto sono loro stessi che l’alimentano. Costoro sono interessati a propugnare il ritorno ad energie arcaiche, come il sole e il vento, così come Totò interpretando la parte del valoroso comandante in guerra incitava le truppe con il suo:
armiamoci e partite !
Il machiavellico scopo è quello di controllare la quantità di offerta mondiale del petrolio, quindi il prezzo e perciò anche lo sviluppo di molte nazioni sottosviluppate che potrebbero sottrarsi  a certi gioghi predatori in essere tra Nord e Sud del Mondo, un’eredità di antica concezione colonialista mitteleuropea tipica di tutti i popoli a tradizione protestante.
La Comunità scientifica, infatti, ha stabilito da oltre un decennio che non c’è nessuno riscaldamento globale antropico e che la correlazione tra emissioni di CO2 e rialzo di temperature è inesistente. Ciononostante il braccio delle Nazioni Unite sul Global Warming, l’IPCC,  non risponde alle evidenze della Scienza  in quanto è un carrozzone burocratico di elargizioni per una buona metà, dei suoi 2500 membri tutti cooptati, composto da giornalisti, mentre per l’altra metà da politicanti vestiti  da scienziati.
La truffa sull’allarme del clima, quindi, è un interesse dell’ONU alla diffusione di una menzogna.  Chi volesse capire nel dettaglio di cosa sto parlando può documentarsi facilmente o può vedere il documentario in lingua inglese dell’emittente britannica Channel 4 “The Great Global Warming Swindle”,  realizzato da importanti scienziati britannici e statunitensi (sottotitolato in lingua italiana; dura 1 ora e 15 minuti).  Di seguito il link del documentario, anche se molto brevemente esporrò il succo evidenziato dagli scienziati.
https://www.youtube.com/watch?v=1YxmOpRAT4g
Gli scienziati affermano che il riscaldamento globale per cause umane è una teoria mai dimostrata, perciò è assolutamente falsa, e  chi ci crede fa un semplice atto di fede rispetto a quello che i Media affermano. Diciotto anni fa circa, si diceva che non c’era più tempo per salvare il pianeta (Greta riprende le stesse parole), che restavano solo 5-6 anni e addirittura nel 2007 Al Gore diceva  che il Polo Nord già nel 2015 sarebbe stato completamente disciolto. Ovviamente l’ex vice di Clinton ha fatto la  figura del grandissimo cazzaro di marca Democratica, poiché il Polo Nord è tutto ancora lì al Polo Nord, e continua a presentare delle zone in cui il mare si ghiaccia e delle altre in cui il ghiaccio si scioglie, così come avviene da centinaia di milioni di anni.
Il punto ben argomentato con almeno 30 buoni motivi dagli scienziati di primissimo livello del summenzionato documentario, è che non è in atto un riscaldamento del pianeta per i livelli di C02.  L’anidride carbonica è un elemento naturale ininfluente sulle temperature, infatti questo riscaldamento in atto è cominciato molto lentamente  intorno al 1650, quando si era al minimo della piccola era glaciale, quindi le temperature sono salite quando le attività umane connesse al carbone e al petrolio erano totalmente assenti.
Il punto cruciale è che il clima cambia da sempre e l’uomo non può farci nulla, ammesso che debba fare per forza qualcosa, perché il clima dipende dalle attività del Sole. L’abbigliamento invernale degli antichi romani è assimilabile a quello primaverile attuale, segno che 2000 anni fa faceva molto più caldo di oggi.  Se consideriamo le  chiese britanniche  medievali poco dopo l’anno 1000, alcune di esse ci raffigurano vigne in pitture e sculture, così abbiamo conferma che in Gran Bretagna si faceva il vino bianco, cosa peraltro che i cronisti medievali ci raccontano.

Londra, Inverno 1680 – Pattinatori sul Tamigi ghiacciato

Sempre ad esempio, ma di valenza opposta, molti   dipinti ritraggono nel 1600  il Tamigi e la Senna  ghiacciati con tanto di pattinatori, e ciò  testimonia gli sbalzi climatici naturali che hanno visto il nostro Paese solo negli ultimi 2000 anni. Circa 700 anni fa ci fu l’apice del cosiddetto periodo caldo medievale, quando le temperature erano di un paio di gradi superiori a quelle di oggi, perciò  per circa 500-600 anni le temperature sono passate dal caldo medievale al minimo della piccola era glaciale, con una variazione media di circa 5 gradi.
Ora, negli ultimi 150 anni all’insegna dello sfruttamento degli idrocarburi, la temperatura è aumentata mediamente solo di 0,8 gradi !   In un sistema come il nostro pianeta che ha variazioni di 100 gradi, una variazione di 0,8 gradi significa un clima straordinariamente stabile, cioè il contrario di quanto dicono le previsioni delle fanfare dell’IPCC.  Peraltro la C02 (anidride carbonica) non è un veleno, ma è un elemento gassoso della vita e il fatto che la combustione degli idrocarburi la immetta nell’ambiente  non è assolutamente dannoso né significativo. La quantità di C02 del totale dei gas serra costituisce appena lo 0,004%, e le immissioni  umane  di C02 ammontano a massimo al 5% del totale di tutta la C02 immessa nell’ambiente dalla Natura, cioè dagli oceani e dalle sconfinate distese di piante e foreste.

Perché si racconta questa palese bugia allora?

Per tanti pessimi motivi. Innanzi tutto perché l’industria nata dalla coscienza ambientalista sessantottina che basa l’identità culturale di tutte le sinistre occidentali, deve vendere nel Mondo, in Africa e in alcune zone dell’America latina, ma anche in Asia mediorientale, impianti  di energia da fonti alternative, in pratica devono rifilare delle truffe ai più poveri in modo che rimangano sempre poveri e sfruttati. Il fine, quindi,  è quello di impoverire i poveri e deindustrializzare quei Paesi di difficoltoso controllo massonico, primo tra tutti l’Italia, ma se potessero lo farebbero anche con la Russia, la Cina, l’Iran e alcuni altri in varia misura refrattari al governo unico globale, per ragioni di forte carattere identitario nazionale.  Ci sono molti paesi poveri ma ricchi di giacimenti di idrocarburi, e in  questo modo coartando al non utilizzo del petrolio o del carbone (i paesi ricchi continuerebbero a usarli in realtà),  i cartelli petroliferi e finanziari possono esercitare un controllo sulle quantità e quindi sul prezzo dei prodotti basici fondamentali al capitalismo.
 
Questi impianti fotovoltaici o eolici, ad esempio,  sono un fallimento risaputo perché non sono adatti alla produzione di energia elettrica in quantità e per l’uso che occorre ad un paese industrializzato e per giunta, alla fine dei conti sono anche molto più inquinanti degli idrocarburi. I pannelli fotovoltaici, ad ulteriore esempio, contengono elementi altamente cancerogeni come il cadmio, quindi il loro deterioramento in forza dell’azione degli agenti atmosferici in 25 anni di utilizzo sotto grandinate, incendi o bufere, eventi distruttivi ordinari in ¼ di secolo di vita dei pannelli, disperdono nell’ambiente polveri e materiali inquinanti molto  dannosi, specie in campagna per le produzioni agricole. Questi inutili feticci di mera masturbazione intellettuale ambientalista,  si sono diffusi fortemente in Italia, il Paese più fesso tra tutti quelli molto ricchi che compongono l’Occidente.

A chi dobbiamo attribuire l’invasione di queste idiozie in Italia?

Nominalmente  all’ex ministro Pecoraro Scanio che nel 2007 ha portato l’Italia da zero watt di fotovoltaico a 20 giga watt. L’Italia si è castrata impegnandosi con 200 miliardi sul fotovoltaico e questa cifra è un peso enorme scaricato sulle nostre bollette elettriche familiari e industriali, che non a caso sono le più elevate al Mondo. In realtà Pecoraro Scanio è un poveretto che non sa, né sapeva quello che faceva, essendo vittima di un complotto più grande di lui, ovviamente di ordine massonico internazionale, finalizzato a deindustrializzare l’Italia anche   attraverso il peso di queste involuzione indotteci nel comparto energetico, al fine palese di mangiarsi il succulento comparto industriale italiano scaturito dal boom economico post bellico. Ma questo è però un altro discorso.
Tuttavia giova sapere che l’unico Paese al Mondo che supera l’Italia sul settore del fotovoltaico è la Germania, ma essa ne sopporta lo spreco  perché produce il 50% della sua energia elettrica dal carbone (ma no era obsoleto???), il 25%  dal nucleare, un altro 20% dal gas, un 5% da idroelettrico e, a conti fatti, la percentuale dedicata ad eolico e fotovoltaico è uno ZERO virgola qualcosa, cioè lo spazio per il gioco di hippy adolescenti molto over 18. La Germania ha fortemente promosso il  settore dei pannelli fotovoltaici e delle pale eoliche per un banale motivo: essa è leader mondiale di queste tecnologie che si producono ben sapendo che sono antieconomiche e dannose. Lo spirito con cui i tedeschi spingono su questo settore è proteso a rinforzare la loro produzione di manufatti assimilabili al modellismo o al collezionismo, cioè il benessere che ne deriva al consumatore dal possesso, è di tipo emozionale e psicologico, non certamente razionale, pratico ed oggettivo. Quello che invece è grave è il modo con cui l’Italia ha approcciato a questi giocattoli assecondando masturbazioni ambientaliste di sinistra,  in realtà subendo  le pressioni insane  del Club di Roma, cioè quello stesso cenacolo massonico che manipola i fili della piccola Greta Thunberg.
Le  informazioni che seguiranno sono strettamente necessarie a capire in che modo si inserisce il personaggio mediatico Greta e la truffa su clima, e sono state da me reperite dalle interviste e da due  saggi del dott. Coleman, un agente segreto britannico M16, poi stabilitosi in Usa, che da pensionato in procinto di morire rese pubblici i suoi scritti. Coleman ha relazionato al Mondo una serie di dettagli sulle organizzazioni massoniche internazionali, ambiti che aveva spiato per conto del Governo Britannico durante la Guerra Fredda. Molto utile ad approfondire  l’argomento sono stati  anche il libro  ‘Le società segrete e il loro potere nel Ventesimo secolo’ di Jan van Helsing, e ‘Rothschild e gli altri’ di  Pietro Ratto.
Parlare di massoneria è assolutamente necessario perché corrisponde ad un suo alto disegno negli anni 90 scorsi l’alleanza tra l’alta  borghesia e la Sinistra  rivoluzionaria più nota come la Sinistra dei figli di papà o dei figli di ndrocchia. La base su cui essa si è poggiata è stato un sistema di pensiero e di interessi in comune: il materialismo assoluto contro i valori del  cattolicesimo, e  le elite intellettuali razionaliste contro il ceto medio popolare piccolo borghese, molto forte ed esteso in Italia,  allergico ai dogmatismi illuminati e alla Sinistra in generale. Chi comprende quanto segue, comprenderà quasi tutto lo scibile politico del Mondo in cui oggi viviamo. Ma chi non comprende questo, non capirà mai nulla. Lo Scriveva sin dagli anni sessanta un docente universitario americano, Kenneth Boulding, un delirante economista ambientalista di sinistra: “Si può perfettamente concepire un mondo dominato da una dittatura invisibile nel quale tuttavia siano state mantenute le forme esteriori del governo democratico’.
E veniamo ora a scoprire le colonne su cui poggia la dittatura invisibile.
Sappiamo chiaramente che i vertici dell’Umanità si ritrovano nel Comitato dei Trecento, e soprattutto nella sua cerchia più ristretta ed elevata, i 33, essenzialmente egemonizzati dai membri di tre grandi famiglie ebraiche:  Warburg (egemoni nelle industrie chimiche e farmaceutiche), Rockfeller (egemoni nel Petrolio) e soprattutto Rothschild (egemoni nella finanza) che nel Consiglio dei 33, l’apice del Comitato dei 300,  pesano più di tutti con il consiglio dei 13, tavolo unicamente dominato dalle loro espressioni. Il Comitato dei 300 fu fondato in origine senza famiglie ebraiche dalla nobiltà denominata Nera, cioè quelle famiglie resesi ricche correlandosi alle attività commerciali soprattutto di Venezia e Genova in epoca medievale, e fu creato  dai nobili europei nel 1729, per occuparsi dei problemi legati al commercio e perciò della finanza, illo tempore controllati dalla Corona britannica. E’ questo uno dei motivi per cui la principale lingua oggi è l’inglese, e tutti i testi attraverso cui le banche oggi si trasferiscono i patrimoni  sono in inglese ma con tutte le più importanti parole di origine italiana ( come transfert, debit, credit etc…), in lingua fiorentina rinascimentale per l’esattezza.
Il Comitato dei 300 nei 3 secoli si è evoluto ed ha visto dal secolo  800 in poi  l’entrata e  la crescita in una posizione oggi assolutamente dominante delle summenzionate famiglie ebraiche. La più vasta e potente fra tutte  è quella dei Rothschild, con le loro banche e compagnie assicurative. Essi  sussistono anche con altri cognomi ‘mascherati’ dato che tra i 10 figli del capostipite di Francoforte,  Mayer Amschel, 5 erano femmine che hanno avuto 5 ottimi matrimoni, dando luogo a 5 diverse dinastie solo apparentemente non riconducibili ai Rothschild.  Se pensiamo alla prima multinazionale al Mondo nel settore assicurativo, la tedesca Alliance, sappiamo che essa ha come fondatore la famiglia  ebraica Montefiore ma il capostipite dell’impero partito dal nulla sposò la prima delle 5 figlie femmine di Mayer Amschel Rothschild, che era sorella di Nathan, capostipite dell’impero finanziario del ramo di famiglia in Regno Unito, e sorella di James, capostipite del ramo di famiglia in Francia, quello più potente, che essenzialmente domina la Francia  da Napoleone in poi. Tutte le banche del Mondo sono collegate ai Rothschild attraverso il Comitato dei Trecento, e tutte le Banche Centrali, ancorché formalmente di diritto pubblico nazionale, dipendono dal viluppo dei regolamenti finanziari e dalle complesse dinamiche delle Banche centrali.
Dal Comitato dei 300, fermo restano la cupola dei 33 di cui ho già detto, discendono tutte le braccia organizzative della grande massoneria internazionale. Lasciando stare l’ONU e L’UE di ordine governativo pubblico, ancorché entrambe generate dalla Massoneria per il fine di un Governo Unico Globale, quattro sono le più importanti organizzazioni private che orientano tutto, cioè sia le istituzioni democratiche, sia le Banche e le Multinazionali:

  • Council on Foreign Relations (cfr.org);
  • Bilderberg (bilderbergmeetings.org);
  • Trilateral (http://trilateral.org/ );
  • Club of Rome (clubofrome.org).

Ognuna di queste organizzazioni massoniche fa Capo al Comitato dei 300  e riverbera input di sua pertinenza concettuale,  in armonia con quelli delle altre, agendo  prima di tutto nelle varie organizzazioni dell’ONU, poi nella UE, e poi sui vari governi nazionali più o meno eterodiretti o come minimo fortemente condizionati.
Non si capisce il complotto sul Clima e il senso dell’operazione Greta se non si conosce un minimo l’architettura pratica e visibile della Massoneria mondiale, quindi brevemente consideriamo le 4 organizzazioni una per una, e alla fine più in particolare il Club di Roma, che più ci interessa essendo l’ambito massonico artefice dell’operazione allarme clima e Greta, ancora prima di Al Gore, ovviamente anche egli una marionetta del Club di Roma equivalente alla piccola svedese.

  • Il Council on Foreign Relations (CFR) è l’organizzazione più importante in senso di governo della geopolitica, e fu costituito nel 1921 dal gruppo “l’establishment”, conosciuto anche con “il governo invisibile” o “il ministero degli esteri dei 33”. Da sempre questa organizzazione semisegreta è una delle associazioni più influenti negli USA e la più influente fuori, con tutti i suoi membri che sono cittadini statunitensi senza eccezioni, molti dei quali non sono diretta espressione delle famiglie più ricche al Mondo, ma sono professoroni di politologia o raffinati diplomatici assolutamente trasversali ai Repubblicani e ai Democratici. Il CFR esercita la propria autorità/autorevolezza sulle nazioni del mondo occidentale letteralmente imperversando dal 1945 in poi.  Dalla fondazione del CFR tutti i presidenti americani eccetto Ronald Reagan e Donald Trump,  sono stati membri illustri del CFR prima della loro elezione.  Il vice presidente di Reagan, George Bush (ex direttore CFR), così come quello di Trump, Mike Pence,  ne sono però stati membri influenti. Il CFR è prevalentemente controllato dal clan dei  Rockefeller, maggiormente internazionalizzato in aree non occidentali per ragioni di business petrolifero. In seno al CFR si distingue un gruppo denominato ‘Teschio e Tibie’  che fu creato prima del CFR all’università di Yale nel 1833 da William Huntington e Alfonso Taft, e infatti  l’élite politica e politologica degli Usa è in una grossa parte sortita da questa confraternita giovanile della Yale University, che ha espresso i Rockefeller (Petrolio), gli Harriman (Ferrovie), gli Weyerhaeuser (Legname), i Davison (J.P.Morgan bank) e ultimamente anche i Bush (Petrolio).
  • La seconda organizzazione, ma oggi non certo per importanza, è il Bilderberger, costituita nel maggio 1954 all’Hotel de Bilderberger a Oosterbeek in Olanda dal Comitato dei Trecento. Il Bilderberg è un gruppo di circa 120 persone interdipendenti agli interessi dell’alta finanza dell’Europa occidentale, degli USA e del Canada. I loro principali obiettivi sono il governo mondiale dall’anno 2000, la costituzione dell’esercito mondiale sotto l’egemonia dell’ONU, e la standardizzazione delle differenze per favorire processi di verticismo economico e politico. Un gruppo di consiglieri composto da un comitato di direzione (24 europei e 15 americani) decide chi deve essere invitato alle riunioni, ma non tutti i partecipanti sono degli “iniziati” come nel CFR o nel Comitato dei 300, dato che il gruppo può rappresentare dei gruppi d’interesse o altre personalità strumentali agli scopi dell’Organizzazione massonica, ma che non sono massoni. Membri molto importanti sono stati, oltre che tutti i maschi alfa di casa Rothschild ( in questo ambito dominante), Warburg e Rockfeller, George Bush, Bill Clinton, Felipe Gonzales, Zbigniew Brezinski, Robert Mc Namara, Wilfried Martens, Olof Palm, gli italiani Gianni Agnelli e Carlo De Benedetti, e ovviamente molte figure apicali della Unione Europea.
  • La Trilateral è un’altra organizzazione ancora più potente delle altre due, fondata nel giugno 1973 da David Rockefeller e Zbigniew Brezinski per il Comitato dei Trecento, mettendosi al lavoro perché le organizzazioni esistenti come l’ONU e il CFR non portavano avanti la costituzione di un governo mondiale unico in modo soddisfacente. Questa organizzazione elitaria mira a riunire i massimi dirigenti dei giganti industriali e commerciali, cioè delle nazioni trilaterali – gli USA, il Giappone e l’Europa occidentale – per imporre il “Nuovo Ordine Mondiale”. L’organizzazione ha circa 200 membri che, al contrario dei Bilderberger, lo sono a vita. In realtà la Trilateral è meno conosciuta del Bilderberg, ma è la più importante tra le quattro più importanti organizzazioni massoniche internazionali, essendo una sorta di braccio destro ben visibile del Comitato dei 300. La Commissione Trilaterale controlla tramite i membri del CFR l’intera economia degli USA con le lobby per la politica, i militari, il petrolio, l’energia e i media. I membri sono espressioni dirette del comitato dei  300, e sono direttori d’azienda, banchieri, economisti, esperti di scienze politiche, avvocati, editori, politici, dirigenti sindacali, presidenti di fondazioni e giornalisti, che ovviamente attaccano l’asino dove vuole il padrone. Il Membro della Trilateral più conosciuto e potente del passato è stato Henry Kissinger, il cardinale Richelieu della Guerra fredda, così come George Soros è una figura emblematica della Trilateral dagli anni 90 in poi. Con l’esito della Brexit e soprattutto con la vittoria di Donald Trump, la Trilater ha perso temporaneamente saldezza nella detenzione del manico del potere.
  • Ed infine veniamo al Club di Roma, un gruppo di membri internazionali dell’establishment il cui principale obiettivo è il governo mondiale riferito alla cultura e di riflesso alla morale occidentale.  Il Club di Roma è meno importante rispetto agli altri tre in senso immediatamente tangibile, ma sostanzialmente ha un’importanza forse anche maggiore, proiettando l’esercizio del potere massonico sul Mondo in un orizzonte di lungo periodo. Peraltro la cultura e la morale sono ‘asset’ cruciali della dimensione massonica, ed è per questo che il carisma naturale che le genti della penisola italiana esercitano in tutto il Mondo da 2000 anni, in forme e misure non ben controllate dalle elite, sono per il Comitato dei 300 un ‘pain in the ass’ (patimento all’ano). Fenomeni come Mattei e l’ENI, Gardini e la grande Chimica italiana, o il cavallo matto Berlusconi che irrompe proprio negli anni di Bill Clinton, cioè uomini che diventano dominus, colossi e  modelli mondiali (Trump si è ispirato a Berlusconi) senza chiedere alcun permesso ai cenacoli illuminati, anzi finanche arrivando a disprezzarli, ribadiscono una stranezza e un’imprevedibilità tipicamente italiana che suscita molto fastidio, grande attenzione e forse anche volontà di sottile persecuzione, specie da parte di famiglie che hanno origini storiche e morali  divaricate rispetto a quelle radici culturali della Chiesa Cattolica. Il Club di Roma è composto dalle elite provenienti da circa 25 paesi, particolarmente relazionati ai business e alle attività di impatto culturale, come ad esempio il conferimento di premi nobel, premi letterari, musicali, cinematografici con risvolti materiali e venali annessi. Il Club di Roma è composto da circa 50 persone e fu fondato con l’impulso del clan Rockefeller dal loro podere a Bellago, qui in Italia,  su decisione ovviamente del Comitato dei 300. Il Club di Roma nacque per elaborare una specie di religione mondiale laica, a cui noi  gente comune del popolo oggi ci riferiamo con il termine ‘politicamente corretto’, cioè una sorta di nuova ridefinizione della cultura, della tradizione, e della morale  in chiara discontinuità dalla tradizione cristiano cattolica. Il Club perse un po’ di slancio nei primi anni 80, sia perché con Reagan fu stroncata la marionetta Carter il grande intellettuale ( uno dei motivi per cui i Dem americani detestano l’Iran solo poco meno dell’Italia, è la crisi dei prigionieri che diede il colpo di grazia al povero Carter), sia perché il Club di Roma negli anni 70 supportò l’opinione rivelatasi sbagliatissima di una crisi energetica petrolifera.

Il Gruppo di Roma è infatti notissimo per un suo testo che suggestionò molto negli anni 70, il rapporto sui limiti dello sviluppo, in cui venne introdotto il concetto dell’economia sostenibile, tanto caro ai verdi, ai pauperisti e ai sinistroidi. Qui si devono scorgere le basi dell’operazione di Greta.  Il rapporto fu redatto  su input del Club di Roma nel 1972 dal Massachussets Institute  per studiare il problema della scarsità e del limite dello sviluppo. Lo studio dimostrò molto arbitrariamente e con modelli matematici strampalati, esattamente come quelli che provano il riscaldamento climatico, che un eccessivo tasso di crescita demografica porta a scontrarsi con il limite delle risorse naturali, disponibili in quantità finite in natura e non incrementabili. Tesi, ipotesi e dimostrazioni erano ovviamente tutte false e finanche ridicole. Con questo studio,  a cui tentarono di attribuire un carattere scientifico, furono accreditati scenari catastrofici annunciando la fine delle riserve petrolifere già negli anni 90, una previsione falsa, perché oggi sappiamo che di posti in cui c’è tanto petrolio è pieno il Mondo, soprattutto potendo scavare ancora più sotto terra o in mare, grazie alle nuove tecnologie più avanzate, che inducono alcuni ad ipotizzare una quantità di petrolio inestimabile e teoricamente infinita in rapporto alla dimensione del consumo umano anche per i prossimi secoli.
Con la stessa identica  logica del 1972, assolutamente imbecille nonché  in totale malafede, i massoni del Club di Roma stanno ribadendo l’urlo catastrofista che sappiamo non aver alcun fondamento, sfruttando Greta. Nel 72 il Club di Roma con una colossale balla riuscì a   porre le basi per introdurre il concetto di porre un limite allo sviluppo economico (altrui ovviamente), e così aprire la strada  all’uso delle fonti energetiche rinnovabili o alternative a scapito delle risorse fossili, ma solo da parte di quei paesi che nei disegni massonici globali devono rimanere poveri o comunque almeno un po’ sottomessi, così come è per la nostro Italia.
Teniamo tutto quanto qui ho raccontato in qualche considerazione, quando prossimamente figli e nipoti  vorranno fare un altro sciopero per salvare il Mondo.  Sarebbe molto meglio se i nostri ragazzi, onorando la discendenza da un grande popolo di santi, poeti, navigatori e geni,  imparassero a uscire dal gregge così salvando sé stessi e la propria Libertà, dalle grinfie di un’orda elitaria dal pesante afflato totalitario.
Ricordiamo anche a tutti gli italiani, pure a quelli che hanno votato il PD,  che nel segreto dell’urna Dio ci vede,  ma Greta, il Club di Roma,  il Bilderberg o Soros, invece no!

Preso da: https://www.imolaoggi.it/2019/03/27/greta-e-il-complotto-massonico-sul-clima-la-dittatura-invisibile/

Perchè il Franco CFA è una moneta coloniale

Cottarelli, Repubblica, Sole24ore, salotti televisivi, politici di destra e sinistra ed “esperti” vari dicono in coro: “gli africani lo hanno scelto liberamente, garantisce stabilità”. Si dimenticano però di dire che qualsiasi leader africano avesse provato a sostituirlo è stato ammazzato dai governi francesi. Il CFA uccide le economie dei 15 paesi africani che lo adottano. Come?

sankara
Sul franco CFA Carlo Cottarelli ci dice che “alcuni paesi africani hanno liberamente scelto di usarlo come propria moneta” ed insieme a lui Repubblica, Sole24ore, salotti televisivi, politici di destra e sinistra ed “esperti” vari dicono in coro: “gli africani lo hanno scelto liberamente, garantisce stabilità”.
Si dimenticano però di dire che qualsiasi leader africano avesse provato a sostituirlo è stato ammazzato dai governi francesi, e mi riferisco a Lumumba, Sankara, Gbabo, Gheddafi. Il CFA uccide le economie dei 15 paesi africani che lo adottano. Come? Questi sono costretti a depositare il 65% delle loro riserve di valuta estera (il guadagno dalle loro esportazioni) presso banche francesi. Incredibile. A ciò si aggiunga che gli “oligarchi” francesi che operano in paesi africani (es. Bolloré), portano i guadagni dei loro monopoli in Francia convertendo il CFA in Euro. Quello stesso CFA che dovrà essere riacquistato dalle banche centrali dei paesi africani. Il tutto per avere una valuta a cambio fisso troppo forte per le proprie economie e sul quale non si ha alcun potere di decisione sulle politiche monetarie (il CDA delle banche che utilizzano il CFA è composto per metà da francesi e per metà da africani e le decisioni vanno prese all’unanimità). Caro Cottarelli questa è stabilità? No questo è colonialismo

Preso da: https://www.ilmediterraneo.org/24/01/2019/perche-il-franco-cfa-e-una-moneta-coloniale/

I Tabligh, islamici: il terrorismo Isis viene da massoni Usa

Hamid25/2/19.
Date retta: il terrorismo islamico è roba americana, fabbricata da massoni. Chi lo dice? Un musulmano integralista, Jaouad, intervistato da Giuseppe De Lorenzo sul “Giornale”, nell’ambito di un report esclusivo sui Tabligh Eddawa, frati missionari itineranti. E’ la prima volta, a quanto pare, che sulla stampa italiana compare una denuncia simile. Le comunità islamiche hanno regolarmente condannato il terrorismo condotto in nome di Allah, sia che si trattasse di Al-Qaeda che poi dell’Isis. Ma non si erano mai spinte – sui giornali, almeno – a denunciare direttamente settori della massoneria atlantica. I grandi media, certo, evitano di ricordare che lo stesso Osama Bin Laden fu reclutato da Zbigniew Brzezinski, stratega della Casa Bianca, per guidare i muhajeddin in Afghanistan contro l’Urss. C’è voluto Gioele Magaldi per spiegare – nel saggio “Massoni” – che Brzezinski, pezzo da novanta della massoneria mondiale nonché della Commissione Trilaterale, non si limitò a ingaggiare Bin Laden come pedina strategica: il leader della futura Al-Qaeda venne “iniziato” alla superloggia “Three Eyes” (che poi abbadonò, dice sempre Magaldi, per passare coi Bush nella “Hathor Pentalpha”, una Ur-Lodge sospettata di aver ispirato il maxi-attentato dell’11 Settembre).

Le prove? Magaldi dichiara di disporre di 6.000 pagine di documenti da poter esibire. Ma nessuno, dal 2014, si è mai fatto avanti per contestare le sue rivelazioni, secondo cui alla “Three Eyes” apparterrebbero personaggi di primissimo piano, daHenry Kissinger a Giorgio Napolitano. Quanto all’Isis, è illuminante il saggio “Dalla massoneria al terrorismo” firmato da Gianfranco Carpeoro nel 2016: un libro che analizza il retroterra simbolico – non islamico, ma interamente massonico e “templarista” – dei sanguinosi attentati condotti in Europa negli ultimi anni. Stragi affidate a manovalanza islamista e finite tutte nello stesso modo, con l’uccisione dei killer da parte della polizia, prima che un interrogatorio potesse consentire agli inquirenti di risalire agli eventuali mandanti. Ora, a confermare che sarebbe stato il braccio oscuro dell’Occidente a passare “dalla massoneria al terrorismo” sono i Tabligh Eddawa, asceti islamici che battono anche le nostre strade, di moschea in moschea. «Gli studiosi – scrive De Lorenzo, sul “Giornale” – li chiamano i “testimoni di Geova dell’Islam”. E forse i Tabligh Eddawa lo sono. O se volete sono i “frati di Maometto” che islamizzano l’Italia».
Tabligh Eddawa in preghieraMissionari, itineranti e radicali. «Predicano il vero Islam, vivono imitando lo stile di vita del Profeta e su questa strada cercano di riportare tutti i musulmani dalla fede affievolita». Il movimento nacque cent’anni fa in Pakistan dall’idea di Muhammad Ilyas Kandhalawi. «Da allora si sono diffusi in tutto il mondo, Italia compresa».  Ogni membro, spiega De Lorenzo, deve seguire sei principi fondamentali: la preghiera, il ricordo continuo di Dio, lo studio, la generosità, la predicazione e la missione. «Ognuno deve sforzarsi in un percorso di auto-riforma verso il “vero”, unico Islam». “Eddawa” significa “parlare di Dio”, “Tabligh” invece “andare a portare il messaggio”: per questo, il loro obiettivo ultimo è la predicazione. Nel mondo, ricorda il “Giornale”, ci sono tra i 70 e gli 80 milioni di musulmani itineranti. Ma di loro si sa poco: non ci sono elenchi ufficiali dei membri e non esistono bilanci scritti. Non esiste una sede centrale italiana, ma solo cellule – in ogni moschea – che scelgono i responsabili «in base alla saggezza e al percorso di crescita personale». Durante le missioni i partecipanti si auto-tassano per sostenere le attività e gli spostamenti. «Il più delle volte dormono a terra, nelle moschee delle città dove si recano a predicare».
Di loro, l’antiterrorismo italiano sa molto: anche se rifiutano categoricamente la violenza, sono strettamente monitorati dall’apparato di sicurezza che finora ha impedito che in Italia si verificassero gravi fatti di sangue, come invece è accaduto nel resto d’Europa. Nel suo pregevolissimo reportage, Giuseppe De Lorenzo restituisce perfettamente il clima dei colloqui intrapresi durante i tre giorni trascorsi insieme ai Tabligh Eddawa. «Uccidere è il più grande dei peccati», spiega Maufakir: un fedele può impugnare le armi solo per «combattere chi ci impedisce di professare la nostra fede». E poiché in Italia non è vietato praticare il Ramadan, non è lecito sposare la causa terrorista. L’atteggiamento del gruppo islamico radicale è duplice, osserva De Lorenzo: da una parte condannano senza mezzi termini gli attentati, dall’altra non nascondono una vena di complottismo sull’origine del jihadismo. «Un comportamento – annota il reporter – che tende a spostare le responsabilità dal mondo islamico a quello occidentale. Negano, infatti, che le bombe siano diretta espressione di una ideologia che trova nel Corano il suo testo di riferimento». Lo confermano le parole di alcuni di loro, come Jaouad: «Gli attacchi non sono opera dei musulmani. È tutto costruito: c’è qualcuno dietro».
Un giovane TablighDi fronte ai microfoni, scrive De Lorenzo, nessuno si sbilancia sugli autori di questo presunto complotto. E l’attenzione si sposta sui media, accusati dai Tabligh di falsificare i video degli attentati. Un altro esponente della comunità, Hamid, ripete che le eventuali colpe dei singoli non possono ricadere sulle spalle di tutta la religione. L’Isis? Secondo i Tabligh Eddawa non è opera di Allah, ma del demonio. Abu-Bakr Al-Bahdadi? Per Magadi è un supermassone, esponente – come già Bin Laden – della “Hathor Pentalpha”. «Un criminale da sconfiggere», lo giudicano i “frati di Maometto”. Osserva De Lorenzo: «Daesh non è visto come metastasi di un tumore nato all’interno dell’Islam, ma come qualcosa di eterodiretto». Letteralmente: una pedina politica delle potenze straniere. «Per me – sentenzia Jaouad – l’Isis è una organizzazione criminale organizzata da qualche furbetto che cerca di sporcare la faccia dei musulmani». Furbetto manovrato da chi? «Dovreste indagare», risponde con sicurezza Jaouad: «Daesh è una cellula americana». Tombola: così si spiegano meglio anche le foto che, qualche anno fa in Siria, ritraevano Al-Baghdadi con l’inviato di Obama, John McCain.
E’ comunque la prima volta – grazie al quotidiano milanese diretto da Alessandro Sallusti – che i media italiani registrano la denuncia del complotto, per bocca di esponenti musulmani radicali: si scrive Isis, ma si legge massoneria Usa. O meglio: spezzoni occulti della massoneria di potere di stampo reazionario, quella che alimenta il Deep State e la strategia della tensione internazionale, con il terrorismo “false flag”, sotto falsa bandiera, regolarmente proposto al pubblico occidentale sotto mentite spoglie, a colpi di “fake news”. Al “Giornale” ha collaborato a lungo Marcello Foa, la cui elezione alla presidenza della Rai – sostiene Gianfranco Carperoro – è stata a lungo ostacolata dal supermassone francese Jacques Attali, “padrino” di Macron. Ad Attali, addirittura Napolitano avrebbe consigliato di premere su Berlusconi, attraverso Tajani, per far mancare a Foa i numeri necessari. Nel saggio “Gli stregoni della notizia”, lo stesso Foa spiega come la verità venga sistematicamente deformata. Non è un caso, probabilmente, che sia proprio il “Giornale” a firmare lo scoop che accusa di terrorismo la massoneria atlantica, attraverso la voce dei “missionari del Profeta”.

Preso da: http://www.libreidee.org/2019/02/i-tabligh-islamici-il-terrorismo-isis-viene-da-massoni-usa/

Social network come arma non convenzionale: il caso della Libia

Con Stefano Mele (Comitato Atlantico Italiano) parliamo dell’uso dei social network a fini bellici
Un fattore interessante, portato in luce da un articolo del “New York Times”, è il ruolo che i social network hanno avuto nel corso di questa violenta battaglia. Nei giorni degli scontri, le pagine dei principali social network, sono state utilizzate dai membri delle diverse fazioni in lotta per lanciare minacce contro gli avversari al fine di galvanizzare i propri sostenitori, diffondere notizie false che esacerbassero gli animi della popolazione civile, comunicare le coordinate di obiettivi militari, individuare personalità da colpire e, infine, vendere ed acquistare armi da guerra. A ben vedere, non si tratta di vere e proprie novità: già nella lunga guerra in Siria o durante la crisi in Ucraina si erano avuti esempi simili di utilizzo dei social network, sia da parte dei Governi, che da parte delle milizie che combattevano dall’una e dall’altra parte.

Dalla diffusione a fini propagandistici di notizie, spesso fabbricate ad arte, all’incitamento all’odio nei confronti del nemico, per galvanizzare i propri soldati ed abbattere il morale degli avversari, l’utilizzo che si fa dei social network in tempo di guerra non è molto differente da quelle che, nel corso di tutto il XX secolo si è fatto di altri mezzi di comunicazione di massa, dai giornali alla radio, dal cinema alla televisione. Una novità abbastanza rilevante, invece, è stata l’effetto ‘trappola’ che i social network hanno rappresentato per molti oppositori: affascinati dalla possibilità di esprimersi aggirando la censura di Stato, molti giovani oppositori si sono incautamente esposti pubblicamente cadendo poi vittime della repressione da parte di quelli che erano stati i loro obiettivi: fin dai primi giorni della Guerra Civile Siriana, gli studenti che, tramite social network, si erano esposti nel sostenere la rivolta contro il Presidente Bashar al-Assad sono stati i primi a cadere sotto i colpi della repressioni.
In Libia, nonostante l’assenza quasi totale di potere centrale, le milizie che controllano larghe aree del Paese hanno iniziato ad utilizzare i social network esattamente allo stesso modo in cui questi vengono utilizzati dai Governi autoritari. La milizia Special Deterrence Force, ad esempio, si ispira ad una visione radicale dell’Islam e svolge un’attività di controllo sui social network, individuando i soggetti che, dal loro punto di vista, diffondono modelli morali negativi ed intervenendo per punirli (in molti casi facendoli sparire).
In un contesto di guerra, dunque, il social network diviene uno strumento di lotta, andando a coprire gli ambiti della propaganda, della guerra psicologica e dello spionaggio, nelle mani di Governi o di gruppi paramilitari particolari: un’arma non convenzionale, uno strumento bellico in piena regola.
Il caso libico ci offre la possibilità di una riflessione sul ruolo dei social network in tempo di guerra, un ruolo che certamente è destinato a divenire sempre più incisivo nei conflitti del futuro.
Per approfondire la questione, abbiamo parlato con l’Avvocato Stefano Mele, Presidente della Commissione Sicurezza Cibernetica del Comitato Atlantico Italiano.

Quale è il ruolo dei social network nell’attuale crisi libica?
Nella crisi libica, così come in qualsiasi altro caso di crisi diplomatica o di conflitto, i social network hanno ormai un ruolo molto rilevante soprattutto per l’acquisizione di informazioni su potenziali soggetti di interesse per il Governo o per i Governi che più o meno apertamente partecipano alla crisi o al conflitto. Infatti, in una società iper-connessa come quella attuale, in cui siamo sempre più portati a condividere informazioni, queste vengono sempre più massicciamente, e soprattutto inconsciamente, immesse all’interno di Internet e possono quindi rappresentare un asset molto rilevante per chi è in cerca di eventuali obiettivi.
Seppure la penetrazione dei social media in Libia è considerevolmente inferiore rispetto ai paesi limitrofi, come ad esempio l’Egitto, a causa del limitato accesso ad Internet da parte della popolazione, la crisi libica non rappresenta comunque un’eccezione a questa regola.
Contestualmente, un ulteriore ruolo dei social media può essere quello di fare da collettore ‘dal basso’ di segnalazioni e di informazioni utili per la popolazione. Proprio in Libia, ad esempio, i cittadini hanno creato gruppi su Facebook per scambiarsi informazioni su come e dove trovare stazioni di rifornimento, banche e medicine. In altri casi, vengono pubblicati post che informano la comunità su eventi pericolosi in atto e sulle aree in cui è opportuno avere maggiore cautela. Informazioni, queste, che spesso vengono aggiornate anche in tempo reale.
Quanto influisce il traffico illegale di armi ed esseri umani tramite social network sulla capacità dei gruppi armati libici di finanziarsi?
Il vero traffico di armi o peggio ancora di esseri umani difficilmente viaggia così apertamente attraverso i social network principali. Le pagine che proprio durante il conflitto libico sono state finora individuate, ammesso che fossero reali e non una semplice ‘esca’, sono state prontamente chiuse e oscurate da parte del gestore del social network. Maggiore attenzione, invece, deve essere posta sulle darknet. Semplificando, si tratta di reti virtuali private raggiungibili solo attraverso specifici software e reti, che permettono agli utenti di trasferire dati attraverso Internet in modo anonimo. Al loro interno si può trovare di tutto, dal lecito all’illecito, ivi comprese quindi droghe, armi, documenti falsi e ogni genere di attività criminale.
Quanto influisce la quasi totale assenza dello Stato sul potere che i gruppi armati possono ottenere tramite i social network?
In questo momento, i social network vengono utilizzati più come strumento di propaganda e di manipolazione delle informazioni che come strumento di potere, soprattutto in uno Stato come la Libia, che sicuramente non brilla per capacità tecnologiche e di penetrazione di Internet. Se guardiamo al contesto generale, invece, tutti gli Stati, soprattutto quelli meno democratici, hanno sviluppato delle capacità tecnologiche di sorveglianza del loro spazio Internet e quindi dei loro cittadini.
Quali sono le similitudini e quali le differenze tra l’utilizzo dei social network nel contesto libico e quello nei contesti, ad esempio, siriano ed ucraino?
Fondamentalmente non ci sono grandi differenze sul metodo, ma solo sulla capacità di utilizzarli e sull’efficacia. Se analizziamo i social network come uno strumento utile per un Governo all’interno di un conflitto, possiamo sicuramente collocarli nelle attività di information warfare, cioè di guerra dell’informazione. All’interno di questa macro-area, infatti, possiamo guardare ai social network come ad uno dei principali strumenti per svolgere oggigiorno attività di influenza, ingerenza, disinformazione e intossicazione informativa. Attività, queste, da sempre svolte all’interno conflitti: le tecnologie e la rete Internet le hanno solo amplificate e in alcuni casi facilitate.
Per quanto riguarda i dissidenti, così come i guerriglieri, i gruppi terroristici e così via, l’utilizzo dei social network riguarda soprattutto le attività di propria propaganda e di contro-propaganda nei confronti del ‘nemico’, di reclutamento, di scambio informativo, così come di pianificazione, preparazione e coordinamento operativo. In ogni caso, occorre precisare che l’utilizzo dipende molto dalle specificità del social network o dalle tecnologie utilizzate: alcuni, come ad esempio Facebook e Twitter, si prestano molto di più ad ospitare attività di propaganda e contro-propaganda; altri strumenti tecnologici, percepiti dagli utilizzatori come più sicuri e che si prestano maggiormente alle comunicazioni più riservate, vengono utilizzati per scambiare informazioni, documenti e per il coordinamento operativo.
Parlando più in generale, è possibile ritenere che oggi i social network adempiano ad una funzione di propaganda che un tempo era affidata a giornali, radio, cinema e televisione?
Non c’è dubbio. Ogni Governo, in qualsiasi parte del mondo, sia in tempo di pace che di guerra, li utilizza quantomeno per finalità di propaganda. Non sono ovviamente l’unico strumento, ovvero giornali, radio, cinema e televisione mantengono sempre la loro efficacia, ma indubbiamente i social network rappresentano sempre di più lo strumento più efficace e discreto. Quindi quello più utilizzato.
Quanto possono influire i social network sulla capacità di gruppi armati di esacerbare gli spiriti di alcuni gruppi sociali contro un nemico e, conseguentemente, di reclutare forze per le proprie battaglie?
I social network hanno un’influenza elevata: non sono decisivi, perché poi i conflitti si combattono sul territorio, però è chiaro che un’operazione di influenza e di propaganda può portare o ad esacerbare gli animi e quindi a spingere la popolazione ad agire, oppure a disinnescare eventuali tensioni sfruttando le bolle informative all’interno delle quali tutti noi viviamo.
Sul piano internazionale, quale è il ruolo dei social network? Trovare consenso? Confondere le idee agli osservatori?
Attraverso i social network si tenta di controllare l’informazione sul territorio attivamente, facendo ad esempio propaganda, oppure passivamente, cercando di comprendere ed intercettare il sentimento della popolazione. Oltre a ciò, ovviamente, si può tentare anche di sensibilizzare e sollecitare gli altri Governi a supportare le proprie attività o a contrastare le azioni di altri che si ritengono lesive.
Preso da: http://www.lindro.it/socal-network-come-arma-non-convenzionale-il-caso-della-libia/

Clamoroso, Le foto delle torture sui migranti in Libia sono FALSE: ecco le prove

29 agosto 2018.
Il famoso blogger ed esperto di smascheramento di bufale David Puente ha portato alla luce una verità clamorosa in merito alle tanto discusse foto e video relative alle torture che i migranti libici subirebbero in cosiddetti lager nei quali vengono rinchiusi. Oggi molti giornali, primo fra tutti l’Avvenire e Repubblica. Quest’ultimo ieri titolava: “Libia, torture ai migranti. I terribili video che il Papa ha voluto vedere: “Ecco che succede a chi è rimandato indietro”. E il giorno prima Avvenire proponeva le stesse foto con questo titolo: “Migranti. «Riportarli indietro? Pensateci bene». I filmati che il Papa ha voluto vedere“.
Oggi David Puente spiega l’origine di quelle foto: “Veniamo alla foto dove tre uomini vengono appesi per i piedi a una finestra:

Secondo Avvenire è un “Fermo immagine dal video dei lager libici”

Questa foto venne usata già in passato, come possiamo vedere nell’articolo di Europa.today.it del 26 novembre 2017. In un articolo del sito Tori.ng del 25 ottobre 2017 viene attribuita a tre delinquenti catturati e torturati prima di essere consegnati alla polizia.
Per quanto riguarda l’immagine dell’uomo legato con una corda:

Avvenire: “Fermo immagine dal video dei lager libici”

Si tratta in realtà di una foto risalente a novembre 2017. David Puente ha cercato l’autore di questa foto, ma non si trova. Nessuno sa chi l’abbia fatta.
David Puente conclude: “Bisogna stare attenti a cosa si pubblica e a cosa viene fornito alle autorità, che sia un politico o meno, perché questo potrebbe amplificare il tutto e creare un danno ben maggiore per tutti (nessuno escluso)”.
L’Avvenire ha risposto spiegando di aver sbagliato ad usare due foto effettivamente non inerenti ai video ricevuti, ma ha confermato di avere in mano video che ritraggono le torture nei lager libici e rigetta fermamente le accuse di aver prodotto una fake news. “Nel creare la didascalia delle foto abbiamo erroneamente scritto che erano frame tratti dai filmati. Invece si tratta di foto, anche queste consegnate da alcuni richiedenti asilo. Cosa di cui ovviamente ci scusiamo. Ma i filmati esistono, sono drammatici e sono stati consegnati alla magistratura inquirente. Ed è di questi che parla il nostro articolo.” scrive Avvenire.

Le due immagini pubblicate da Avvenire non sono tratte da un video sui lager in Libia

L’immagine di quell’uomo di colore a torso nudo, legato, con la faccia stravolta, ha fatto il giro del mondo, suscitando commozione e rabbia contro i lager in Libia, dove i trafficanti di esseri umani torturano le loro vittime per ricattare le famiglie. E si è commosso anche il Papa che nelle scorse settimane aveva voluto vedere i video di questi lager e, di ritorno dall’Irlanda, aveva esortato a “pensarci bene” prima di rimandare indietro i migranti.

Di quei video ha dato notizia il quotidiano cattolico ‘Avvenire’, che ha pubblicato anche due fermo immagine. Proprio queste due immagini riappaiono in un pezzo del sito Snopes che analizza sette foto postate su Facebook alla fine del 2017 in relazione al traffico di schiavi in Libia. Secondo il sito che si occupa di fact-checking, cinque delle sette foto sicuramente non riguardano il traffico di schiavi in Libia nel 2017 e di due – quelle due che si vedono anche su Avvenire – non si riesce a risalire alla fonte e quindi a dare un’indicazione certa su dove sono state scattate e quando. Il fact-checking ha scatenato una bufera mediatica sul quotidiano della Cei, accusato di aver pubblicato un falso. In un secondo articolo Avvenire ha quindi ammesso che no, quelle foto non provengono dal video mostrato al Papa e le didascalie che lo sostenevano sono state un errore. Nondimeno, sostiene il giornale cattolico, quel video esiste eccome e le due foto incriminate (che pure secondo Snopes girano da un anno) sarebbero state consegnate da dei richiedenti asilo.
Il fact-checking di Snopes
L’analisi di Snopes parte dalle foto pubblicate su Facebook il 24 novembre 2017 da un utente, Rayon Pyne, che denunciava l’indifferenza di fronte al “commercio di schiavi attualmente in corso in Libia”. Nei mesi precedenti, l’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim) aveva rivelato l’esistenza di mercati per la vendita di schiavi in Libia e Niger; una notizia successivamente confermata dalla Cnn, che aveva mostrato un filmato con le aste in cui i migranti venivano acquistati e venduti tra indicibili sofferenze e torture.
Per la foto dell’uomo di colore a petto nudo e legato, Snopes non è riuscito a individuare la fonte originale: l’immagine è apparsa nel blog italiano Social Popular News due volte tra febbraio e marzo 2017, mentre ad agosto è stata postata nel blog Milano in Movimento che l’accreditava al fotografo italiano Alessio Romenzi, ma non sono state trovate prove a conferma.
La seconda immagine mostrata dall’Avvenire è quella di tre uomini seminudi, legati ai piedi e appesi a testa in giù contro un muro. Neanche di questa il sito è riuscito a individuare con precisione l’origine. La prima apparizione risalirebbe al 25 ottobre 2017 in un sito nigeriano: citando un utente Facebook, si sostiene che gli uomini siano stati attaccati da alcuni giovani dopo aver commesso un non meglio precisato crimine.

Riguardo a una terza foto in cui si vedono uomini ammucchiati per terra, con segni addosso di violenze, il sito sottolinea che non a niente a che vedere con la Libia o il commercio di schiavi, ma è stata scattata nella Costa d’Avorio nell’aprile 2011, durante le violenti proteste seguite alle elezioni presidenziali.
Una quarta immagine, in cui si vede un giovane di colore con una pistola alla testa mentre un uomo gli punta un dito in faccia, minacciandolo, è stata scattata sì in Libia ma nel 2011 durante i combattimenti contro il Leader  Muammar Gheddafi. La foto di Goran Tomasevic, pubblicata dalla Reuters il 3 marzo 2011, mostrava dei ribelli che avevano catturato un giovane ritenuto un miliziano governativo.
Nella quinta foto, le persone assiepate su un molo non sono in attesa di essere battute all’asta in un mercato degli schiavi ma migranti al porto di Tripoli dopo essere stati recuperati dalla Guardia costiera libica mentre la loro imbarcazione cominciava ad affondare. Il fotografo che l’aveva scattata era Mahmud Turkia e venne pubblicata sia da Getty Images che dalla Afp l’11 aprile 2016.
La sesta immagine, tratta sempre della guerra civile libica, ha vinto il primo premio nella sezione ‘stories’ del World Press Photo nel 2012. Il suo autore, il fotografo francese Remi Ochlik, è morto quell’anno a Homs mentre copriva il conflitto siriano. Nell’immagine, scattata a Tripoli il 25 settembre 2011, si vede un giovane di colore che cammina tra due uomini con una pistola puntata alla testa: sono ribelli anti-Gheddafi che hanno catturato un presunto “mercenario” di colore.
L’ultima immagine mostra un gruppo di uomini seduti per terra all’interno di una stanza sovraffollata, accasciati gli uni sugli altri: la fonte non è stata individuata da Snopes, ma è stata usata ripetutamente a corredo di articoli su incidenti in prigioni in Mali, Guinea, Camerun e Togo. La prima volta che è stata usata era il 2014, quindi non puo’ riflettere il traffico di esseri umani in Libia nel 2017.
“Non c’è dubbio – conclude Snopes – che il commercio di schiavi sia un fenomeno reale e inquietante in Libia e Niger nel 2017, con migranti che vengono dal resto dell’Africa che passano attraverso il Paese nel tentativo di raggiungere l’Europa”. Tuttavia, si aggiunge, “non ci sono prove che le foto nel post virale su Facebook di Rayon Pyne dipingano il commercio di schiavi. Cinque delle sette immagini sono definitivamente non legate” a questo.

La replica di Avvenire

Investito dalle accuse di aver pubblicato un falso, Avvenire ha replicato in un secondo articolo nel quale ammette l’errore e si scusa per le didascalie errate. Le due immagini (che secondo Snopes girano da circa un anno) non sono fermo immagine ma sarebbero state consegnate dai richiedenti asilo. Quel video però, prosegue il quotidiano cattolico, esiste, e gli accusatori sono invitati a venire a vederlo.
“Nel creare la didascalia delle foto abbiamo erroneamente scritto che erano frame tratti dai filmati. Invece si tratta di foto, anche queste consegnate da alcuni richiedenti asilo. Cosa di cui ovviamente ci scusiamo. Ma i filmati esistono, sono drammatici e sono stati consegnati alla magistratura inquirente. Ed è di questi che parla il nostro articolo”, scrive Avvenire, che poi si rivolge a chi ha ritenuto che “siccome le due foto non sono riconducili con certezza alla tratta dei migranti in Libia, allora tutto è falso. I filmati (che, ripetiamo, pochissimi hanno visto) sono «falsi» e così via col solito armamentario di offese e di ironie”.
“Meglio ribadirlo: sono state sbagliate due didascalie. Purtroppo succede di sbagliare anche a chi cerca di lavorare sempre col massimo dello scrupolo e facendo tutte le verifiche. Per la cronaca: alcuni giornalisti e blogger che stanno attaccando Avvenire sono stati invitati a visionare quei filmati, per rendersi conto di persona della gravità di ciò che contengono. Sinora non se la sono sentita di venire a vederli”, prosegue Avvenire, “una procura della Repubblica ha invece richiesto e acquisito i video dei lager libici mostrati al Papa e di cui Francesco aveva parlato in aereo durante il viaggio di ritorno da Dublino, a seguito dell’Incontro mondiale delle famiglie. «Ho visto un filmato in cui si vede cosa succede a coloro che sono mandati indietro. Sono ripresi i trafficanti, le torture più sofisticate. Prima di rimandarli in Libia bisogna pensarci bene». I reportage del nostro giornale del 2017 e del 2018 sui centri in Libia sono stati invece acquisiti dalla Corte Internazionale di giustizia dell’Aja”.

Fonte: AGI

Preso da: https://www.cagliaripad.it/332169/le-due-immagini-pubblicate-da-avvenire-non-sono-tratte-da-un-video-sui-lager-in-libia

Libia. Ma quali foto hanno mostrato al Pontefice?

29/8/2018

“Prima di mostrarli al Pontefice, i video sono stati (da noi) verificati”. Peccato che i redattori  de L’Avvenire,  prima di presentare come “autentici” i video (e/o i fotogrammi di questi)  a Papa Bergoglio non si siano degnati neanche di dare una occhiata a qualche sito italiano (ad esempio il blasonato Butac, che riprende una inchiesta del sito Snopes, corredata da un interessante video) che attesta come, ad esempio, la raccapricciante foto mostrata da L’Avvenire come (“Fermo immagine dal video dei lager libici”) e  sbandierata anche da Repubblica (foto n. 3), non rappresenti affatto “migranti torturati nei lager della Libiabensì tre presunti criminali catturati in Nigeria nel 2017 dalla folla prima di essere consegnati alla polizia. Del resto, non è questa l’unica immagine fake che dovrebbe documentare le torture a richiedenti asilo imprigionati in Libia. Ad esempio, quella, famosissima, dei segni delle frustate sulla schiena è stata creata da un intraprendente nigeriano, esperto in Makeup – tale Hakeem Onilogbo – che crediamo abbia fatto una fortuna vendendo foto raccapriccianti ai media occidentali. Media che si direbbero prendano per buona qualsiasi “documentazione dalla Libia”; come, ad esempio una fustigazione ripresa chissà dove e che viene presentata dalla RAI come “video girato con smartphone di profughi frustati e picchiati in lager libici” o addirittura il farlocchissimo video diffuso dalla CNN nel quale due tizi sorridenti (presunti “richiedenti asilo in Libia”) vengono venduti come “schiavi” da un tizio provvidenzialmente celato da un muro.

Ma tutto questo significa forse che i richiedenti asilo che si trovano in Libia non sono sottoposti a vessazioni, detenzioni arbitrarie, violenze? Assolutamente no. La loro condizione è drammatica, sopratutto quando chi viene incaricato di “provvedere ad essi” sono bande di criminali. Ad esempio, le sanguinarie “milizie di Misurata” alle quali, nel 2017 – verosimilmente per non turbare l’esito delle elezioni politiche dell’anno successivo – il ministro Minniti tentò di affidare (pare, in cambio di cinque milioni di dollari) il compito di non far sbarcare più richiedenti asilo in Italia. Oggi, le cose sono cambiate. In meglio, nonostante impazzi una campagna mediatica senza precedenti che accusa la Guardia costiera libica di riportare i migranti in “campi di tortura”. E chiunque si permette di mettere in dubbio questa vulgata finisce, ovviamente, per essere etichettato come “razzista” o, addirittura, “al soldo di Salvini”.

Intanto, una precisazione. Con la distruzione dello stato libico (nel quale, fino al 2011 lavoravano ben 1.800.000 migranti) moltissimi dipendenti pubblici, per sopravvivere, sono stati costretti a vendersi a qualche fazione o banda sponsorizzata dai padroni di turno. È stato questo anche il destino della Guardia costiera libica che, fino al 2017, si identificava con la cosiddetta Al-Bija, (dal nome del suo comandante). Nell’estate 2017 – con l’accordo tra Gentiloni e il “nostro” presidente libico Fayez al-Serraj – le cose cambiano. Viene estromessa la banda di Al-Bija e istituita una zona SAR (ricerca e salvataggio) di competenza della rinata Guardia costiera libica la quale, addestrata da personale della nostra Guardia costiera, riceve dall’Italia e dall’Unione Europea natanti e strumenti per potere operare. A questa situazione si accompagna un netto miglioramento dei centri dove venivano e vengono trattenuti i richiedenti asilo riportati in Libia dalla Guardia costiera. Centri che attualmente sono gestiti dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e , nonostante un patetico appello, con l’ausilio di ONG italiane vincitrici di una gara di appalto bandita dal Ministero dell’Interno. Nonostante l’indubbio miglioramento della situazione garantito da questi accordi, alla fine del 2017 parte una colossale campagna di demonizzazione della Guardia costiera libica basata su un dossier della sorosiana Open Migration che – sia detto en passant – mai aveva speso una parola contro la Milizia di Zawiya (forse perchè, come attestato da numerose inchieste, era quella che “riforniva” di richiedenti asilo le navi delle ONG dirette in Italia). Campagna che ora tocca l’apice (speriamo) con la presentazione delle fotografie al Papa.

Si rallegra, a tal riguardo L’Avvenire: “Prima di rimandarli indietro ci si deve pensare bene” ha affermato il Papa, proprio mentre in Italia la polemica sull’accoglienza ai migranti si fa sempre di più nodo dolente della politica. E se i racconti di chi sopravvive a tanta brutalità non bastano più, a parlare per loro ora ci sono le immagini. Bisogna avere stomaco per guardarle fino in fondo: il Papa, sempre vicino ai sofferenti, non ha esistato. Ha visto le prove: e sa di cosa parla.”

Ma, al di là delle macchinazioni de L’Avvenire – lo ripetiamo ancora una volta – la situazione dei richiedenti asilo in Libia (sia quelli riportati a terra dalla Guardia costiera sia quelli lì arrivati sperando di poter raggiungere l’Europa) resta drammatica; anche perché la Libia è costellata da “prigioni private” dove i trafficanti rinchiudono migranti per poi, tramite video-smartphone  chiedere soldi ai loro parenti. Una situazione determinata, principalmente dalla dissoluzione di uno Stato e, quindi, dalla guerra del 2011 (salutata come “umanitaria” da tanti allocchi della “sinistra antagonista” italiana).

Che fare per lenire questa situazione? “Aprire i porti italiani”, come viene incessantemente chiesto (certamente in buona fede) da tanti della “sinistra antagonista”? Di certo, garantire a chiunque mette piede in Libia di essere accolto in Italia e, quindi, in Europa farebbe crescere esponenzialmente l’afflusso di disperati in Libia con le conseguenze che è facile immaginare. E allora cosa concretamente fare? Ci auguriamo che la questione diventi, finalmente, argomento di dibattito e discussione per i tanti che oggi si limitano a salmodiare accuse di “razzismo”.

P.S. Dopo che il giornale Avvenire, aveva annunciato sul suo sito la disponibilità a far visionare – da giornalisti o blogger – i video di torture, ho contattato la redazione del giornale che mi ha dato il recapito telefonico di Nello Scavo, autore dell’articolo di cui sopra, il quale mi ha specificato che i video di torture NON SONO STATI RIPRESI all’interno di centri di detenzione gestiti dalla Guardia costiera o da altre strutture governative libiche.

Francesco Santoianni

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-libia_ma_quali_foto_hanno_mostrato_al_pontefice/6119_25219/

2018: Vergognosa speculazione: il mainstream utilizza il terremoto per diffondere fake news sul Venezuela

23/8/2018

Una vera e propria opera di speculazione e sciacallaggio portata avanti dal circuito informativo mainstream italico, proprio in una fase dove il governo Maduro è impegnato nell’implementazione di importanti misure in campo economico

Vergognosa speculazione: il mainstream utilizza il terremoto per diffondere fake news sul Venezuela

di Fabrizio Verde
Il Venezuela è stato colpito da un forte terremoto, di intensità 7.7 della scala Richter, avvertito in diverse zone del paese e finanche nel nord della Colombia. L’evento naturale ha dato la stura a tutta una serie di fake news volte a colpire il governo bolivariano. Una vera e propria opera di speculazione e sciacallaggio portata avanti dal circuito informativo mainstream italico, proprio in una fase dove il governo Maduro è impegnato nell’implementazione di importanti misure in campo economico volte a superare l’assedio finanziario, aggirare le sanzioni statunitensi, portare il paese al completo recupero della propria economia. Insomma, vincere la guerra economica.

Quello che una volta veniva ritenuto il maggiore notiziario televisivo italiano dopo aver dedicato qualche secondo al terremoto, passa subito ad occuparsi del versante economico. Le nuove misure messe in campo dal governo bolivariano vengono presentate come sostanzialmente inutili per far fronte alla crisi economica che affligge il paese sudamericano. Ovviamente neanche un minimo accenno al fatto che l’inflazione venga utilizzata come arma principale della guerra economica condotta contro Caracas senza esclusione dei colpi.

Leggi anche: L’inflazione come arma di guerra in Venezuela

Inoltre, viene riferito dello sciopero generale convocato da alcuni settori dell’opposizione. Miseramente fallito. Nessuna immagine viene mostrata. Forse perché avrebbero dovuto mostrare una Caracas impegnata nelle normali attività quotidiane. Come mostra in questo video, tramite Twitter, il giornalista Oswaldo Rivero.

Invece i media di tendenza liberale e liberista, da Il Post a il Sole 24 Ore, puntano su alcune foto dove si possono vedere beni di prima necessità e il corrispettivo in banconote necessario per acquistarli. Immagini di forte impatto. Che hanno il pregio, ad avviso di chi scrive, di mostrare l’ampiezza della guerra scatenata contro il governo bolivariano.

L’intento malcelato è quello di mostrare una presunta inadeguatezza delle politiche di stampo socialista adottate da Caracas che avrebbero fatto piombare il paese in una situazione disperata a livello economico. Nulla di più falso e lontano dalla realtà. Curioso notare come questi censori del sistema socialista venezuelano, per oltre vent’anni, non si siano accorti degli enormi guasti causati dal neoliberismo in Italia e nell’Europa intera.

Sul tema inflazione, invece, la questione è stata ben chiarita dall’economista Alfredo Serrano Mancilla, in questo articolo (Manuale di stupidaggini sull’inflazione in Venezuela), tradotto in italiano da l’AntiDiplomatico.

Ancora una volta, il circuito informativo mainstream, ha mostrato tutta la propria malafede nei confronti di un governo e di un popolo che resistono agli assalti dell’impero. A costo di sacrifici immensi.

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-vergognosa_speculazione_il_mainstream_utilizza_il_terremoto_per_diffondere_fake_news_sul_venezuela/5694_25160/