Brasile: il giudice Sergio Moro ha diretto la strategia mediatica contro Lula

Nuove rivelazioni di The Intercept

Brasile: il giudice Sergio Moro ha diretto la strategia mediatica contro Lula

L’attuale ministro della Giustizia, Sergio Moro, mentre era giudice nell’inchiesta Lava Jato ha diretto la strategia mediatica dei procuratori contro l’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva. A renderlo noto è ancora una volta The Intercept.

Subito dopo aver interrogato Lula per più di cinque ore, Moro, ordina rapidamente di andare all’attacco facendo passare la linea che le dichiarazioni dell’ex presidente siano piene di contraddizioni.

“Forse, domani, dovresti preparare un comunicato stampa che spieghi le contraddizioni tra la sua testimonianza e il resto delle prove o con la sua testimonianza precedente”, dice Moro a Carlos Fernando dos Santos Lima, procuratore capo che si occupa del caso.

Sotto il sistema giudiziario brasiliano, il giudice e l’accusa sono tenuti a operare in modo indipendente per garantire un processo equo. Eppure Moro interferisce direttamente sul caso dettando la strategia mediatica dei pubblici ministeri.

Immediatamente il pubblico ministero invia un messaggio al suo team dei media suggerendo un drastico cambiamento nella strategia tipica della comunicazione della squadra. Fino a quel momento, non avevano mai commentato pubblicamente il processo.

 

 

Mentre l’ufficio stampa sconsiglia di adottare questa strategia, il procuratore capo della task force Lava Jato, Deltan Dallagnol, interviene per sostenere il piano.
Il giorno successivo tutte le principali testate brasiliane riportano la dichiarazione esatta che spingeva l’agenda di Moro al pubblico sulle presunte “contraddizioni” nelle risposte di Lula.

Inoltre The Intercept rivela che Moro parla con Dallagnol per impedire le indagini sull’ex presidente di destra Fernando Henrique Cardoso, ignorando le prove che la sua fondazione ha raccolto tangenti dalla controllata di Odebrecht Braskem. L’obiettivo di Moro è quello di non “rovinare qualcuno il cui sostegno è importante”.

Le nuove rivelazioni irrompono in un Brasile già in subbuglio politicamente dopo che la prima inchiesta di The Intercept ha mostrato come tutta la vicenda che coinvolge Lula sia stata pianificata per impedire che l’ex presidente e il suo partito potessero tornare al potere. Una strategia che ha poi spianato la strada al fascio-liberista Jair Bolsonaro. Il giudice Sergio Moro sarebbe poi entrato nella squadra di governo di Bolsonaro in qualità di ministro della Giustizia.

Notizia del: 19/06/2019

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Il filtro delle ‘Fake news’ NewsGuard sotto inchiesta per legami con azienda promoter della propaganda saudita

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© Reuters/Suhaib Salem

Una nuova App, che pretende di servire da baluardo contro la “disinformazione” aggiungendo “classifiche di fiducia” ai siti di notizie, ha collegamenti a una società di pubbliche relazioni che ha ricevuto quasi 15 milioni di dollari per promuovere informazione pro-Saudita nei media americani, riporta Breitbart.

NewsGuard e il suo losco comitato consultivo – composto da amanti della verità come Tom Ridge, il primo capo della sicurezza nazionale, ed ex direttore della CIA Michael Haydenè stato sottoposto a verifica dopo che Microsoft ha annunciato che l’applicazione sarebbe stata integrata nei suoi browser mobili. Un esame più attento degli investitori quotati in borsa della società, tuttavia, ha rivelato nuove ragioni per essere sospettosi di questo autodichiarata crociata contro la propaganda. Come ha scoperto Breitbart, il terzo investitore di NewsGuard, Publicis Groupe, possiede una società di pubbliche relazioni che ha ripetutamente operato con l’Arabia Saudita.

Dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, Riyadh ha arruolato Qorvis Group, una sussidiaria di Publicis, nella speranza di smentire le accuse che il regno avesse chiuso un occhio – o addirittura promosso – al terrorismo. Tra marzo e settembre 2002, l’Ambasciata Reale dell’Arabia Saudita ha pagato Qorvis 14,7 milioni di dollari, per far partire una aggressiva campagna mediatica per prendere di mira i consumatori americani. Come parte della campagna, Qorvis ha impiegato una litania di tattiche discutibili, compresa l’esecuzione di annunci pro-Saudi sotto il nome di un gruppo di attivisti, Alliance for Peace and Justice. Successivamente, l’FBI ha fatto irruzione negli uffici dell’azienda nel 2004, dopo che Qorvis era sospettato di aver violato le leggi sul lobbismo estero.

Tra il 2010 e il 2015, si ritiene che Qorvis abbia ricevuto milioni di dollari per continuare a ripulire l’immagine del regno saudita negli Stati Uniti. L’accelerazione è arrivata proprio quando i sauditi hanno lanciato la loro guerra devastante contro lo Yemen. Infatti, Qorvis ha creato un intero sito web – operationrenewalofhope.com – per promuovere la guerra guidata dai sauditi nello Yemen, secondo il sito di notizie The Intercept.

L’azienda ha anche inserito con successo storie Riyadh-friendly in importanti pubblicazioni americane, tra cui un op-ed del 2016 del ministro degli esteri saudita Adel al-Jubeir, che è stato pubblicato da Newsweek. Il titolo gridava spavaldamente: “I sauditi combattono il terrorismo, non credere al contrario”.

Tutto questo è piuttosto straordinario, considerando che NewsGuard si propone come un’applicazione che aiuta i consumatori di notizie a determinare “se un sito web sta cercando di fare la cosa giusta o se invece ha un’agenda nascosta o pubblica consapevolmente falsità o propaganda”.

Gli utenti dei social media hanno rapidamente seguito la storia, evidenziando i molteplici livelli di ironia e umorismo.

Mi chiedevo perché il loro slogan fosse “decapitare coloro che diciamo vendere notizie false”, ha scherzato un utente di Twitter.

Eppure, il co-fondatore di NewsGuard Steven Brill ha insistito sul fatto che Qorvis e la sua casa madre non hanno alcun controllo sull’applicazione.

“Publicis non ha nulla a che fare con il contenuto o le operazioni di NewsGuard e ha una piccola partecipazione nell’azienda”, ha detto Brill a Breitbart.

Se guidare l’applicazione è una responsabilità riservata esclusivamente al comitato consultivo, NewsGuard probabilmente non andrà molto meglio: Uno dei membri del consiglio, Richard Stengel, è un ex redattore capo della rivista Time e un ex funzionario del Dipartimento di Stato che è stato soprannominato il “capo propagandista” del governo degli Stati Uniti..

Fedele alla forma, Stengel ha ammesso apertamente durante una tavola rotonda l’anno scorso che “Non sono contro la propaganda”, e “Ogni paese la fa e la deve esercitare sulla propria popolazione e non penso necessariamente che sia così terribile”.

Preso da: https://it.sott.net/article/2042-Il-filtro-delle-Fake-news-NewsGuard-sotto-inchiesta-per-legami-con-azienda-promoter-della-propaganda-saudita

Mohamed al Gali parla dei video con Mahmoud al Werfalli e sfida la CPI, “Collabora con i terroristi”

Di Vanessa Tomassini.

Bengasi, 5 giugno 2019 – “Ho iniziato a pubblicare le notizie riguardanti gruppi estremisti e terroristi su Facebook e Twitter a partire dal 2012, quando la città era sotto il controllo dei jihadisti. Ho sempre utilizzato fonti locali, rispettando l’anonimato, perché in quel periodo non potevo espormi in prima persona. Nel 2014 hanno anche provato ad uccidermi, nessuno poteva mettere nemmeno un mi piace su Facebook perché sarebbe stato ammazzato. Ho documentato l’operazione dignità, al-Karama, fin dal suo lancio da parte del comando generale del Libyan National Army (LNA), lavorando come giornalista indipendente attraverso i social network. A partire dal 15 ottobre 2014, quando l’esercito è entrato ufficialmente qui a Bengasi, ho cominciato a lavorare come cronista con l’LNA per documentare quanto stava accadendo considerando che non era presente alcun canale che supportasse le operazioni militari. I miei account social sono diventati dei mezzi di informazione, fino a quando nel 2015 abbiamo creato un giornale chiamato Alwaqt News, a cui collaboravano redattori, fotografi e grafici. Abbiamo fatto tutto ciò volontariamente, senza venir retribuiti, solamente per mostrare al mondo con chi stavamo combattendo. Ho sempre rifiutato di collaborare con qualsiasi agenzia. Ho sempre raccontato tutto ciò che accadeva, compresi gli aspetti negativi, anche ciò che l’opinione pubblica non accettava. La maggior parte della gente sa che io supporto l’esercito, ma ho sempre documentato la verità anche quando alcuni canali affermavano che l’esercito perdeva questa o quella zona. Per questo la gente si è fidata di me. Dopo che la guerra è terminata ho ricevuto una mail nel mio account Yahoo dalla cancelleria della Corte Penale Internazionale (CPI)”.
A parlare è Mohamed al-Gali, capelli neri ed occhi penetranti. Il 29 enne originario di Bengasi, sospettato dalla CPI di aver filmato le esecuzioni sommarie di diversi terroristi da parte di Mahmoud al-Werfalli per il quale la corte ha emesso un mandato di arresto e consegna, è la prima volta che accetta di parlare con una giornalista.
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-Cosa voleva da te la Corte Internazionale?
“Mi hanno detto di avere informazioni che Mahmoud al-Werfalli è un mio amico”.
-Hai pubblicato tu il video di Mahmoud al-Werfalli?
Sì, io l’ho pubblicato come notizia, non per accusarlo di essere un criminale”.
-Quindi era un tuo amico?
“Conosco Mahmoud al-Werfalli. Io a Bengasi durante la guerra avevo rapporti con tutti gli ufficiali dell’esercito”.
-Ma tu su Facebook come immagine di copertina hai una foto con un gruppo di ragazzi. Tra questi c’è anche Mahmoud al-Werfalli, giusto?
“Sì”.
-Quindi cosa ti ha chiesto la CPI?
“Dopo la pubblicazione del video delle esecuzioni, mi volevano come testimone nel caso contro Mahmoud al-Werfalli. Quando ho ricevuto la mail, non ho risposto subito ed ho informato prima l’esercito. Quando la corte ha emesso il mandato di cattura per al-Werfalli, anche io sono stato fermato e ci hanno fissato un appuntamento presso il tribunale militare. Quando la gente lo ha saputo, mi ha difeso. Le persone hanno iniziato una campagna a mio favore, dicendo che io non ho fatto niente”.
-Ma chi ha girato questo video?
“La Corte pensava che io fossi con Mahmoud al-Werfalli al momento dell’esecuzione, ma io l’ho solamente condiviso. Non ho girato nessun video sanguinario”.
-Da chi l’hai ricevuto?
“Quei video erano già online. Erano reperibili da chiunque sui social networks”.
-Lo hai spiegato alla CPI?
“Quando sono stato assolto dal tribunale di Bengasi, ho ricevuto una telefonata internazionale da una persona egiziana che faceva da traduttore ad un ufficiale della CPI che sosteneva che io avessi ripreso quelle scene. Gli ho detto di averlo solamente pubblicato in qualità di giornalista”.
-Facciamo un passo indietro. Tu sei amico di Mahmoud al-Werfalli, hai anche la foto su Facebook con lui. Perché hai pubblicato il video?
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“Sì siamo amici. Questa foto di copertina è stata scattata quando la guerra è terminata, ma ci sono anche altre foto con lui. Ho pubblicato il video come reazione alle tantissime uccisioni perpetrate dai terroristi. Con un attacco terroristico hanno massacrato 42 persone. È stato un modo per me di reagire ai loro crimini. A livello internazionale questi video erano inutili, ma hanno significato tanto per la gente del posto”.
-Cosa intendi per reazione?
“Come ho detto al traduttore egiziano, negli attacchi terroristici sono morti tantissimi miei amici. Credevo che pubblicare questi video sarebbe servito da avvertimento per i militanti di Daesh, all’epoca forte ed organizzato. Volevo far loro paura anche se sapevo che era inutile. Ora questi gruppi terroristici, fuggiti da Bengasi e che stanno combattendo a Tripoli contro l’LNA, utilizzano questi video per spaventare i cittadini nella capitale, dicendo guardate cosa farà se arriverà Haftar”.
-Sei mai andato di persona all’Aia?
“Quando ho affermato di non avere il passaporto, mi hanno riposto che avrebbero provveduto loro a fornirmi i documenti per uscire dalla Libia. C’è un’agenzia che si chiama Tadamol che dice di essere attiva nella difesa dei diritti umani e sarebbe stata questa a preparare i miei documenti. Tadamol è presente a Tripoli ed in Turchia ed è conosciuta per i suoi collegamenti con la galassia jihadista. Tali connessioni sono state dimostrate anche da un documentario trasmesso dal canale Al-Jazeera. Così ho domandato alla persona della CPI come fosse possibile che un tribunale internazionale collabori con gli estremisti. Mi hanno detto: ‘Come?’ E io ho detto loro di essere stato contattato da Moftah al-Sallak, noto per essere un terrorista. In un messaggio su Facebook, Sallak mi avvertiva che avrebbe preparato un documento per la CPI”.
-Cosa ti hanno risposto?
“Non hanno risposto ed abbiamo cambiato discorso. Così ho chiesto perché volessero che comparissi di fronte alla Corte, considerando che ci sono diverse foto del momento delle esecuzioni compiute da Mahmoud al-Werfalli ed io non compaio in nessuna di queste. Ho poi riferito loro del messaggio di Moftah. Così hanno accettato di raccogliere la mia deposizione per telefono. In una seconda telefonata ho risposto alle loro domande. Mi hanno chiesto quali programmi usavo, da quando caricavo certi video ed ho inviato una serie di link con i filmati dei crimini commessi da Ansar al-Sharia e della guerra contro l’esercito libico, compreso un video del 2013 della telecamera di un negozio che mostrava Ansara al-Sharia uccidere diverse persone. Ho continuato a chiedere perché fossero in contatto con i terroristi e non mi hanno mai risposto”.
-Come puoi essere sicuro che la CPI collabori con i terroristi?
“Perché quando Moftah el-Sallak mi ha inviato il messaggio, nessuno sapeva che ero stato contattato dalla CPI. Non lo avevo detto a nessuno. E poi perché si sono concentrati sull’esecuzioni compiute da Werfalli, ma non hanno mai indagato sui tanti filmati dei crimini commessi da Ansar al-Sharia? Quello che voglio dire è che nel 2012, 2013, 2014 e 2015, ci sono stati crimini documentati con immagini e video compiuti dai terroristi. Hanno massacrato soldati, civili e donne. La CPI non è intervenuta, né se ne è interessata. Ho detto loro tutto questo, ma la loro risposta è stata che non hanno visto nulla e non erano a conoscenza di cosa è successo qui in quegli anni. Per questo la gente vede al-Werfalli come un salvatore e non crede nella corte internazionale, né alle organizzazioni per i diritti umani che ci hanno abbandonato in quegli anni bui. Continuo attraverso i miei account Facebook e Twitter a trasmettere la verità alla gente ea coloro che stanno combattendo qui in Libia contro l’esercito, specialmente a Tripoli. Ho pubblicato molti nomi, dichiarazioni e immagini che dimostrano il coinvolgimento dei sostenitori della Sharia nella guerra contro l’esercito a Tripoli. Continuerò, non mi fermerò. So di non aver fatto nulla di sbagliato in passato e spero che la verità emergerà e rivelerà i terroristi che cercano di far tacere la mia voce attraverso la CPI”.

Preso da: https://specialelibia.it/2019/06/06/esclusiva-mohamed-al-gali-parla-dei-video-con-mahmoud-al-werfalli-e-sfida-la-cpi-collabora-con-i-terroristi/

Tre italiani al Bilderberg, anche il vicedirettore del Fatto Quotidiano

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Renzi al Bilderberg con Gruber, ma il vero potere è altrovetratto dal sito libreidee
La 67ma riunione del gruppo Bilderberg si terrà a Montreux, in Svizzera, dal 30 maggio al 2 giugno. Politica, economia, industria, finanza e media: tra i circa 130 partecipanti, nella “delegazione” italiana ci saranno Matteo Renzi, Stefano Feltri del “Fatto Quotidiano” e Lilli Gruber.
Lo conferma, in una nota, l’“Huffington Post”. Saranno trattati 11 grandi temi globali in quattro giorni, tra questi anche ambiente e futuro: “Un ordine strategico stabile”, “Quale futuro per l’Europa?”, “Cambiamenti climatici e sostenibilità”.
E poi “Cina”, “Russia”, “Il futuro del capitalismo”, “Brexit”. E ancora: “L’etica dell’intelligenza artificiale”, “I social media come arma”, “L’importanza dello spazio”, “Le minacce cyber”.

L’inizio del Bildelberg

«A iniziare le conferenze del gruppo – scrive l’“Huffington” – fu un’idea del magnate statunitense David Rockefeller. La prima riunione si tenne il 29 maggio del 1954 all’Hotel Bilderberg nei Paesi Bassi e il punto focale dell’incontro fu la crescita dell’antiamericanismo che si respirava in Europa occidentale».
Lo stesso Bilderberg oggi spiega che a Montreux è invitato «un gruppo eterogeneo di leader politici ed esperti dell’industria, della finanza, del mondo accademico, del lavoro e dei media».
Fondato nel 1954, il Bilderberg Meeting è una conferenza annuale «progettata per favorire il dialogo tra Europa e Nord America», spiega lo stesso club sul proprio sito.
Ogni anno, tra 120-140 leader politici ed esperti dell’industria, della finanza, del lavoro, del mondo accademico e dei media sono invitati a prendere parte al Meeting.
Circa due terzi dei partecipanti provengono dall’Europa e il resto dal Nord America; circa un quarto dalla politica e dal governo e il resto da altri campi.
Il Bilderberg si definisce «un forum per discussioni informali su questioni importanti». Gli incontri «si svolgono secondo la Chatham House Rule, che stabilisce che i partecipanti sono liberi di utilizzare le informazioni ricevute, ma né l’identità né l’affiliazione degli oratori o di altri partecipanti possono essere rivelate».
Grazie alla natura privata del Meeting, i partecipanti «prendono parte come individui piuttosto che in qualsiasi veste ufficiale, e quindi non sono vincolati dalle convenzioni del proprio ufficio o da posizioni prestabilite».
In quanto tali, «possono prendere tempo per ascoltare, riflettere e raccogliere idee». Non vi è alcun ordine del giorno dettagliato, non vengono proposte risoluzioni, non vengono votate né emesse dichiarazioni politiche.
Da anni, il Bilderberg fa parlare di sé lasciando trapelare (o addirittura presentando apertamente) la lista degli invitati.
«Tanta sovraesposizione – sostiene il saggista Gianfranco Carpeoro, acuto analista delle dinamiche del potere – sembra fatta apposta per lasciare al riparo, nell’ombra, i veri centri di potere».
Gioele Magaldi, autore del bestseller “Massoni”, spiega che il Bilderberg (come la Trilaterale e la Chatham House inglese, il Council on Foreign Relations statunitense, il Gruppo dei Trenta, la stessa Bce) sono in realtà istituzioni “paramassoniche”, cioè progettate da massoni ma aperte a “profani”.

Il potere occulto di 36 superlogge

In pratica, cinghie di trasmissione del vero potere, che per Magaldi è esercitato – in modo occulto – dalle 36 superlogge sovranazionali che hanno in mano governi, finanza e geopolitica.
Fanno parte di questa categoria i think-tanks come l’Aspen Institute, il Forum di Davos, il Club di Roma.
Sono gli incubatori dell’attuale mondialismo, che le Ur-Lodges di segno neo-conservatore hanno sostanzialmente imposto al pianeta dopo il crollo dell’Urss, al termine di una lunga preparazione avviata nel 1971 con il Memorandum neoliberista di Lewis Powell (Wall Street) e completata nel 1975 con il manifesto “La crisi della democrazia”, saggio firmato da Samuel Huntington, Michel Crozier e Joji Watanuki su commissione della Trilaterale (di Gianni Agnelli l’introduzione all’edizione italiana).
Attraverso l’analisi della massoneria di potere, nel suo lavoro editoriale Magaldi sintetizza la traiettoria dell’Occidente nell’ultimo mezzo secolo: l’espansione del progressismo varato da Roosevelt in base alla dottrina economica di Keynes (benessere diffuso) proseguì fino alla presidenza di Lyndon Johnson, ma – dopo l’omicidio di Jfk – fu brutalmente fermata da altri due delitti politici, l’assassinio di Bob Kennedy e Martin Luther King.

In Italia

In Europa, l’Italia fu il campo di battaglia che vide opporsi le due anime della supermassoneria: un funzionario kennediano come Arthur Schlesinger jr. fu determinante nel neutralizzare i tre tentativi di golpe condotti nella penisola.
E al colpo di Stato dei colonnelli in Grecia, i progressisti risposero nel ‘74 con la Rivoluzione dei Garofani in Portogallo, fatta scattare non a caso il 25 aprile, per ricordare la liberazione antifascista dell’Italia.
Quattro anni dopo fu rapito e ucciso Aldo Moro, politico che intendeva preservare la sovranità italiana di fronte al nuovo globalismo che stava già progettando l’Ue.
Poco prima del sequestro, Moro fu minacciato e intimidito a Washington da Kissinger: fu lo stratega del golpe cileno ad “avvertire” il leader democristiano che avrebbe rischiato la vita, insistendo con l’alleanza con il Pci di Berlinguer.
Nel suo libro, Magaldi rivela che Kissinger è stato l’eminenza grigia della “Three Eyes”, la superloggia che più di ogni altra, prima dell’11 Settembre, si è impegnata per fermare l’avanzata dei diritti sociali in Occidente.

La P2 di Gelli

Sempre Magaldi sostiene che la P2 di Gelli non era che il braccio operativo italiano della “Three Eyes”. In un recente convegno a Milano, il Movimento Roosevelt – di cui Magaldi è presidente – ha ricordato le figure di Olof Palme e Thomas Sankara.
Due massoni progressisti, assassinati nella seconda metà negli anni ‘80 alla vigilia dell’avvento della globalizzazione neoliberista del pianeta, che avrebbe incluso anche la Cina e che oggi colpisce duramente l’Africa: lo stesso Sankara, leader carismatico del Burkina Faso, si era opposto alla schiavitù finanziaria del debito.
Palme, unico premier europeo ucciso mentre era in carica, fu freddato a Stoccolma nel 1986. Un uomo scomodo: fautore del miglior welfare europeo e dell’impegno diretto dello Stato nell’economia sociale, avrebbe ostacolato la nascita di questa Ue, di segno oligarchico.
Un anno dopo l’omicidio Palme scomparve da Roma il professor Federico Caffè: era considerato il maggior economista keynesiano d’Europa, capace di fornire agli Stati gli strumenti per consentire ai governi di sostenere finanziariamente le economie, puntando al benessere dei cittadini.

Gruber, Renzi e Mattia Feltri

Il neoliberismo è oggi la nuova religione universale: ne fanno professione anche Lilli Gruber, Matteo Renzi e lo stesso Mattia Feltri, ospiti del Bilderberg.
La teologia neoliberale prevede che siano gli attori finanziari a decidere le politiche degli Stati, a prescindere dalle elezioni: i governi sono ricattati dal debito statale, che si chiama ancora “pubblico” ma è stato privatizzato, essendo detenuto da fondi d’investimento privati.
Di qui il dogma dello “Stato minimo”: obbligo di tagliare la spesa pubblica, fino a ridurre a zero il ruolo sociale dello Stato con il pareggio di bilancio.
Una linea politica risultata disastrosamente evidente in Italia con l’avvento di Monti nel 2011, fedele esecutore dell’austerity imposta da Bruxelles.
Nel frattempo, alla crisi sociale determinata dal rigore finanziario si è accompagnata l’esplosione del caos geopolico planetario, innescato dal crollo dell’Urss e deflagrato con l’attentato del 2001 alle Torri Gemelle, per arrivare fino al terrorismo targato Isis.
Una dinamica infernale, che Magaldi riconduce alla Ur-Lodge “Hathor Pentalpha” creata dai Bush per esportare in tutto il mondo la strategia della tensione.
Obiettivo: imporre a mano armata la globalizzazione neoliberista. Una narrazione, questa, da cui restano lontanissimi politici come Renzi e giornalisti come Mattia Feltri e Lilli Gruber, che non ha mai neppure citato il libro di Magaldi (ben noto invece ai signori del Bilderberg e a tutti i veri potenti di questi anni, da Napolitano a Draghi). Fonte: libreidee

Preso da: https://informarexresistere.fr/bilderberg-renzi-gruber-svizzera/

Prove di guerra: sventato dalla Russia il golpe in Venezuela

2/5/19
La spallata finale di Juan Guaidó non c’è stata, la rivolta non è andata oltre qualche immagine sui social. Nicólas Maduro è ancora al potere, appoggiato dalla gran parte delle forze armate. A poche ore dall’annuncio della sua liberazione dai domiciliari, scrive Rocco Cotroneo sul “Corriere della Sera”, il leader oppositore Leopoldo López è dovuto correre a rinchiudersi nuovamente, stavolta nell’ambasciata spagnola con moglie e figlia, per evitare la quasi certa vendetta del chavismo. Intanto a Caracas si sono verificati nuovi scontri tra manifestanti e la Guardia Nazionale Bolivariana, mentre sono in corso le marce contrarie di sostenitori di Maduro e oppositori. Anche per Guaidó non sono ore tranquille, aggiunge il “Corriere”: l’autoproclamato presidente ad interim potrebbe essere arrestato in qualsiasi momento, e vive in una sorta di semiclandestinità. Ma perché la giornata della rivolta finale (o del golpe, secondo il regime) si è afflosciata nel giro di poche ore? Chi ha sbagliato? O meglio: come ha fatto Maduro a liquidare la questione senza nemmeno aver bisogno di una forte repressione? Se fossero vere le parole di John Bolton, il consigliere per la Sicurezza Nazionale Usa, ci troveremmo di fronte ad una vera e propria stangata ai danni di Guaidó. «C’era un accordo dietro le quinte», ha detto Bolton: «Alcuni uomini chiave del regime avrebbero dovuto disertare, spianando la strada alla caduta di Maduro».
Il ministro degli esteri russo Sergej LavrovParole rafforzate dalla ricostruzione dei fatti (anch’essa da prendere con le pinze) del segretario di Stato Mike Pompeo: «Maduro era pronto a salire su un aereo, per scappare a Cuba. Poi è stato fermato dai russi». Secondo Cotroneo siamo di fronte «a uno scenario da post guerra fredda, in grado di far impallidire quella vera, con tutto il contorno dei film di spionaggio». Se così fosse, prosegue il giornalista del “Corriere”, gli Usa avrebbero erroneamente dato il via libera all’operazione finale di Guaidó e López, fornendo loro però informazioni fasulle: non esisteva uno scenario di deposizione di Maduro all’interno del regime stesso. E alla “fregatura” avrebbero partecipato attivamente uomini di Mosca. I militari venezuelani infatti non si sono spaccati, tranne poche diserzioni di soldati semplici. «Il quadro del fallimento era già chiaro nel primo pomeriggio ora di Caracas, a otto ore dall’inizio dell’operazione. A quel punto – e Maduro non era nemmeno apparso in pubblico – López aveva già deciso di chiedere aiuto diplomatico (prima al Cile, infine alla Spagna) e una ventina di militari ribelli avevano fatto lo stesso con il Brasile».

VenezuelaNon secondaria, infine, la mancata risposta della piazza, osserva il “Corriere”: «C’erano poche migliaia di manifestanti nelle strade, i venezuelani sono esausti. Fine della sfida». Non per questo, però, gli Usa molleranno la presa sul Venezuela: la decisione dell’amministrazione Trump di non desistere dalla partita venezuelana resta chiara. «Pur preferendo una transizione democratica, l’opzione militare resta in piedi», ha insistito  Pompeo. È stato un fallimento o una prova generale? Se lo domanda, sul suo blog, un analista geopolitico come Gennaro Carotenuto: «Intorno all’autoproclamato Juan Guaidó – scrive – è come se si svolgessero da mesi dei ripetuti “stress test”, dove quello che non si vede è ben maggiore di quello che è visibile in superficie. Se così non fosse, a cento giorni di distanza dalla giocata, vorrebbe dire che davvero l’opposizione non abbia la forza né politica né militare per rovesciare il governo di Nicolás Maduro». Quello di martedì 30 aprile «è stato uno stress test sull’esercito per vedere, come già a Cúcuta a fine febbraio, se c’è un punto d’inflessione oltre il quale un numero decisivo di esponenti degli stati maggiori possano rivoltarsi, giocando con una guerra civile dietro l’angolo».
GuaidòSecondo Carotenuto, è stato uno stress test anche per la società civile, che è servito – come per i blackout di marzo – a misurare chi scende in piazza, e chi tra i leader dell’opposizione è coerente e accetta l’attuale leadership, che ora sembra «tornata ufficialmente a Leopoldo López, al quale Guaidó scaldava il posto». Aggiunge Carotenuto: il “golpetto” di fine aprile è piaciuto «alla parte destra dell’opposizione», pronta alla violenza. Ma gli scontri sono spenti velocemente, come già nel 2014 e nel 2017: «Ancora una volta – per fortuna – la società civile, chavista e anti-chavista, polarizzata quanto si vuole, si è tenuta lontana dalla violenza». Ogni attore ha la sua agenda, scrive Carotenuto. Ma di agende, in Venezuela, sembrano essercene troppe, in queste ore: da una parte gli Usa, la Colombia e il Brasile, dall’altra Cuba, la Russia e la Cina. L’Europa? Pressoché assente. «L’unica soluzione non drammatica e non violenta, in Venezuela, l’aveva sfiorata Zapatero col tavolo fatto inopinatamente saltare ad accordo fatto, prima delle presidenziali di maggio 2018. Tanto c’è Maduro, al quale si possono dare tutte le colpe».
Il mondo, riassume Carotenuto, ha guardato per 24 ore al Venezuela per la diserzione di una trentina di soldati di grado medio, con alla testa un solo generale di peso, Manuel Ricardo Figueroa, subito rimosso. E tutto soltanto per liberare Leopoldo López dai domiciliari? Troppo poco per essere vero: «Il senatore Marco Rubio, già protagonista del disastro di febbraio a Cúcuta, per giorni ha chiamato le Forze Armate Nazionali Bolivariane, Fanb, al golpe. Lo ha fatto con un discorso a metà strada tra l’invito, la minaccia e la promessa. Invito a restaurare la democrazia, minaccia di far passare l’esercito a essere parte del problema in caso di intervento esterno, promessa di prebende infinite e amnistia tombale in caso di golpe». Il problema, aggiunge Carotenuto, è che minacce e promesse non possono ripetersi all’infinito: «A Cúcuta, le poche decine di militari che disertarono, lamentarono che Marco Rubio in persona avesse promesso loro 20.000 dollari a testa. Ovviamente mai visti». La realtà è che gli Usa non sono affatto onnipotenti, come spesso vengono rappresentati (da amici e nemici). Cose simili a quelle di Rubio le ha dette il “miles gloriosus” Mike Pompeo, «sempre con la mano alla pistola», e così John Bolton e lo stesso Elliott Abrams, «il più sinistro dei personaggi coinvolti, conclamato terrorista di Stato, massacratore delle guerre in Centroamerica, che ha sostenuto che i presunti militari golpisti avrebbero a un certo punto spento i cellulari».
Leopoldo LopezCertamente a Pompeo, Bolton e Abrams «la soluzione militare piace», ma – di fronte alla fallito golpe – non sanno più cosa tentare, sostiene Carotenuto, secondo cui si sta ripetendo la stessa situazione di Cúcuta, «altro stress test», quando si scomodò il vice del presidente brasiliano Jair Bolsonaro, il generale Hamilton Mourão, per chiarire oltre ogni ragionevole dubbio che il Brasile non accetta interventi esterni. Non saranno né statunitensi né colombiani a intervenire in quello che Brasilia considera il proprio spazio strategico amazzonico. «Diverso è solo il caso dei 5.000 mercenari che Blackwater avrebbe reclutato, pagati da prominenti multimilionari venezuelani, sui quali molto ha scritto la “Reuters”». I mercenari «potrebbero infiltrarsi in mille modi e commettere le più odiose delle azioni terroristiche, sabotaggi, assassinii». Aggiunge Carotenuto: «Se c’è qualche liberaldemocratico che, pur di liberarsi di Chávez, fa il tifo perfino per i tagliagole che già agirono in Iraq, alzo le mani». E’ grave che ora i disertori avessero alla loro testa Manuel Ricardo Figueroa, il capo del Sebin (i servizi venezuelani). Doveva essere un’azione suicida, oppure la partita è davvero sul terreno militare come in Cile nel 1973? Altra domanda: la liberazione di Leopoldo López è servita più che altro a tamponare il declino dell’insignificante leadership di Guaidó?
Carotenuto ricorda che, durante il fallito colpo di Stato del 2002, proprio López condusse l’assalto all’ambasciata di Cuba. «Da allora dosa il ruolo di oppositore tra violenza e politica, contando sulla connivenza dei media che continuano a rappresentarlo come una specie di John Kennedy caraibico e di perseguitato politico. Pensa di essere più utile dall’estero che ai domiciliari?». E Guaidó? Adesso chiama a uno sciopero generale, ma scaglionato: «Tutt’altro che la spallata finale a un regime descritto nuovamente sul predellino dell’aereo che deve portarlo in esilio». Può Maduro fare ancora finta di niente o si caricherà del costo politico di arrestarlo, con la grande stampa internazionale pronta a considerare Guaidó un martire? «In vent’anni di rivoluzione bolivariana, con una buona dozzina di crisi maggiori, abbiamo visto che sul breve termine l’opposizione ha grande capacità di convocazione, ma col passare delle settimane sono i chavisti quelli che restano in piazza a difendere quello che continuano a considerare il governo popolare e il mandato di quello che è stato il più popolare e amato leader latinoamericano degli ultimi decenni». Anche stvolta i chavisti stanno dimostrando compattezza, scendendo in piazza in numeri almeno comparabili a quelli dell’opposizione. «Il golpetto di Caracas lascia più domande che risposte – conclude Carotenuto – ma che i chavisti esistano e continuino e continueranno a resistere è una delle poche certezze che questi tre mesi ci hanno donato».

Preso da: http://www.libreidee.org/2019/05/prove-di-guerra-sventato-dalla-russia-il-golpe-in-venezuela/

“Senza disinformazione, la NATO crollerebbe”

Michel Chossudovsky trae le conclusioni del colloquio internazionale tenutosi a Firenze in occasione dell’anniversario della NATO, sottolineando come l’opinione pubblica ignori la natura di questa sedicente alleanza, i suoi reali obiettivi, il suo funzionamento nonché i suoi crimini.

| Roma (Italia)

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Da sinistra a destra: il generale Fabio Mini, interprete, Michel Chossudovsky (in piedi), Vladimir Kozyn, interprete, Giulietto Chiesa, Manlio Dinucci (in piedi).
Q : Qual è stato il risultato del Convegno di Firenze?

Michel Chossudovsky : È stato un evento di massimo successo, con la partecipazione di qualificati relatori provenienti da Stati uniti, Europa e Russia. È stata presentata la storia della Nato. Sono stati identificati e attentamente documentati i crimini contro l’umanità. Al termine del Convegno è stata presentata la «Dichiarazione di Firenze» per uscire dal sistema della guerra.
Q : Nella sua relazione introduttiva lei ha affermato che l’Alleanza atlantica non è un’alleanza…
Michel Chossudovsky : Sotto la sembianza di un’alleanza militare multinazionale è invece il Pentagono a dominare il meccanismo decisionale della Nato. Gli Usa controllano le strutture di comando della Nato, che sono incorporate in quelle statunitensi. Il Comandante Supremo Alleato in Europa (Saceur) è sempre un generale statunitense nominato da Washington. Il Segretario generale, attualmente Jens Stoltenberg, è essenzialmente un burocrate addetto a pubbliche relazioni. Non ha alcun ruolo decisionale.
Q : Un altro tema da lei sollevato è quello delle basi militari Usa in Italia e in altri paesi europei, anche a est, nonostante il Patto di Varsavia non esista più dal1991 e nonostante la promessa fatta a Gorbaciov che nessun allargamento a est ci sarebbe stato. A che servono?
Michel Chossudovsky : Il tacito obiettivo della Nato – tema rilevante del nostro dibattito a Firenze – è stato quello di attuare, sotto diversa denominazione, «l’occupazione militare» de facto dell’Europa occidentale. Gli Stati uniti non solo continuano a «occupare» gli ex «paesi dell’Asse» della Seconda guerra mondiale (Italia, Germania), ma hanno usato l’emblema della Nato per installare basi militari Usa in tutta l‘Europa occidentale e, successivamente, nell’Europa Orientale sulla scia della guerra fredda e nei Balcani sulla scia della guerra Nato contro la Jugoslavia (Serbia-Montenegro).
Q : Cos’è cambiato riguardo a un possibile uso di armi nucleari?
Michel Chossudovsky : Subito dopo la guerra fredda è stata formulata una nuova dottrina nucleare, focalizzata sull’uso preventivo di armi nucleari, cioè sul first strike nucleare quale mezzo di autodifesa. Nel quadro degli interventi Usa-Nato, presentati quali azioni per il mantenimento della pace, è stata creata una nuova generazione di armi nucleari di «bassa potenza» e «più utilizzabili», descritte come «innocue per i civili». I responsabili politici statunitensi le considerano «bombe per la pacificazione». Gli accordi della guerra fredda, che stabilivano alcune salvaguardie, sono stati cancellati. Il concetto di «Mutua Distruzione Assicurata», relativo all’uso delle armi nucleari, è stato sostituito dalla dottrina della guerra nucleare preventiva.
Q : La Nato era «obsoleta» nel primo tempo della presidenza Trump ma ora è rilanciata dalla Casa bianca. Che relazione c’è tra corsa agli armamenti e crisi economica?
Michel Chossudovsky : Guerra e globalizzazione vanno di pari passo. La militarizzazione sostiene l’imposizione della ristrutturazione macro-economica nei paesi bersaglio. Impone la spesa militare per sostenere l’economia di guerra a detrimento dell’economia civile. Porta alla destabilizzazione economica e alla perdita di potere delle istituzioni nazionali. Un esempio: ultimamente il presidente Trump ha proposto grossi tagli a sanità, istruzione e infrastrutture sociali, mentre richiede un grosso aumento per il budget del Pentagono. All’inizio della sua amministrazione, il presidente Trump ha confermato l’aumento della spesa per il programma nucleare militare, varato da Obama, da 1.000 a 1.200 miliardi di dollari, sostenendo che ciò serve a mantenere il mondo più sicuro. In tutta l’Unione europea l’aumento della spesa militare, abbinato a misure di austerità, sta portando alla fine di quello che veniva definito «welfare state». Ora la Nato è impegnata sotto pressione statunitense ad aumentare la spesa militare e il segretario generale Jens Stoltenberg dichiara che questa è la cosa giusta da fare per «mantenere la sicurezza della nostra popolazione». Gli interventi militari sono abbinati a concomitanti atti di sabotaggio economico e manipolazione finanziaria. Obiettivo finale è la conquista delle risorse sia umane che materiali e delle istituzioni politiche. Gli atti di guerra sostengono un processo di completa conquista economica. Il progetto egemonico degli Stati uniti è di trasformare i paesi e le istituzioni internazionali sovrane in territori aperti alla loro penetrazione. Uno degli strumenti è l’imposizione di pesanti vincoli ai paesi indebitati. Ad impoverire vasti settori della popolazione mondiale concorre l’imposizione di letali riforme macro-economiche.
Q : Qual è e quale dovrebbe essere il ruolo dei media?
Michel Chossudovsky : Senza la disinformazione attuata, in genere, da quasi tutti i media, l’agenda militare Usa-Nato crollerebbe come castello di carte. I pericoli incombenti di una nuova guerra con i più moderni armamenti e del pericolo atomico, non sono notizie da prima pagina. La guerra è rappresentata quale azione di pacificazione. I criminali di guerra sono dipinti come pacificatori. La guerra diviene pace. La realtà è capovolta. Quando la menzogna diviene verità, non si può tornare indietro.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

Greta e il complotto massonico sul clima: la dittatura invisibile

di Gianmarco Landi 27 marzo 2019.


Accingendomi a scrivere questo pezzo ho deciso, sin da subito, che nel titolo avrei usato parole ingombranti molto care ai pappagallini dell’establishment, parole atte a porgere il fianco alla banalizzazione altrui con le solite etichette sarcastiche radical chic, tipo ‘Gomblotto’, ‘Rettiliani’,  ‘Terra piatta’ etc…
Qui parlerò di argomenti molto  concreti e verificabili, che solo il blaterare spocchioso dei portatori delle ‘scienze’ infuse dall’alto dei media potrebbe disconoscere. Inizierò constatando la vergogna di una minore, peraltro contraddistinta da sindrome di Asperger, che è stata strumentalizzata per fini economici e politici. Poi spiegherò la totale corruzione sedimentatasi nell’ONU e nel suo luogo di pertinenza alla questione clima, l’IPCC,  un organismo che ha curvato la verità per il fine di spacciare una teoria totalmente falsa. Ma soprattutto volgerò lo sguardo alla luce dei vari consessi di ‘illuminati’, cioè a quelle muscolose braccia  organizzative della massoneria, e più in particolare su quella che ha originato la truffa dell’allarme climatico, l’oggetto centrale della mia riflessione.

Lo so, alcuni di voi penseranno che posso mettermi nei guai e scivolare  su terreni  sdrucciolevoli parlando di complotti e massoneria, peraltro su Imola Oggi, uno dei massimi portali odiati dall’industria dei media tradizionali e dai partiti politici di loro riferimento. Pensereste molto male però,  perché mi accingo a lanciare questa sfida portando un pensiero molto preciso e puntuale in senso di riferimenti fattuali,  arricchendolo con quella dovizia di particolari che renderà rigoroso un discorso comunque scorrevole e fruibile da tutti.

Noi dobbiamo essere consapevoli che i complotti non sono superstizioni, bensì un paradigma della lotta politica tanto che basterebbe richiamare i grandi autori classici, come ad esempio Tucidide, per comprendere come la politica e la storia si scandiscano attraverso il susseguirsi di complotti. Chiedo a tutti voi: sarebbe possibile capire la Roma antica negando il complotto dei primi triumviri contro il Senato, o il successivo complotto di Giulio Cesare contro la Repubblica, o le Idi di marzo? Potremmo capire l’avvento del Rinascimento e il fiorire dei commerci, del proto capitalismo e delle attività bancarie, senza vederli in conseguenza del complotto ordito dalla famiglia Pazzi, appoggiata dal Papa, contro Lorenzo e Giuliano dei Medici, il cui fallimento determinò gli equilibri in Italia stagliando il Mondo di quel tempo, e così delineando alcuni tratti dell’attuale Occidente?
E infatti,  evidenzio, come sia proprio il grande Nicolò Machiavelli a conferire il riconoscimento scientifico al concetto di complotto, un elemento assolutamente necessario all’analisi della politica e della storia. Il più importante scienziato politico dell’Umanità nei suoi ‘i Discorsi’ dedica un lungo capitolo intitolato ‘Sulle Congiure’, in cui classifica i complotti  individuando le diverse varianti, mettendo in luce le dimensioni tecnico-operative, soffermandosi sulle fasi e sulle modalità di svolgimento, sulle giustificazioni di natura venale, sociologica o in ragione ai particolari slanci ideali dei congiuranti.
Perciò tutti quelli che in Tv e sui Social ci raccontano quanto sia stupido provare a capire l’attualità che ci porta un danno scorgendo un complotto alla base, ci stanno  bellamente mentendo! Così come pure ci racconta bugie, e vi invito perciò a disprezzarlo in malo modo, chi disconosce i  possenti input inferti alle Istituzioni democratiche da parte delle  varie strutture massoniche internazionali, di cui dirò nel seguito.
Forte di questi ancoraggi, io affermo che così come il complottismo ossessivo è un disturbo che pregiudica un approccio critico equilibrato, allo stesso modo il negazionismo dei complotti è un atteggiamento altrettanto disturbato nel senso di sortire una capacità critica inetta, ingenua e senza alcuna logica razionale.  Perciò, sebbene qui  parlerò apertamente di complotto massonico dietro a Greta e all’allarme Clima, non avrò da temere nessuna critica, nessuna risatina,  nessun giudizio apriori da parte di chi, senza chiavi di lettura di impronta machiavellica,  può solo assorbire la narrazione di fanfaluche mediatiche per  beoti, non certo un  punto di vista ragionato.

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Ma veniamo al complotto sull’allarme climatico che ci è stato ammannito ben incorniciato dalle dolci treccine svedesi atte a suscitare in noi tenerezze e sensi di colpa, e così condurci nella direzione del We Don’t Have Time, cioè del Non c’è più tempo, lo slogan terroristico psicologico adottato. L’imbroglio consiste nel mischiare le fave con le foglie, cioè l’inquinamento che sicuramente dovremo  meglio gestire in ragione del nostro preciso interesse ad avere un habitat più pulito e sano, con il riscaldamento del Pianeta a causa degli idrocarburi, che invece è una colossale baggianata.

L’esposizione mediatica di Greta Thunberg  è stata davvero un ‘cinema’ impressionante, narrando della  “piccola ragazza solitaria”  in lotta per salvare il Pianeta moribondo a causa dalla nostra strafottente ignoranza. La maniacale regia di questo show ‘cinematografico’ è tuttora curata da un potente PR svedese, tale  Ingmar Rentzhog, realizzatore di questo Kolossal fantastico finalizzato al regresso emozionale adolescenziale di tutti i cervelli più piccoli e fragili del popolo occidentale, un ‘film’ già visto in passato e in diretta prosecuzione, come vedremo nel seguito,  del Climate Project Reality  di Al Gore, quindi ‘prodotto’ politicamente dai  Democratici Usa.

 Come sono arrivato a questa conclusione?

Greta e Al Gore

Ci sono arrivato  grazie agli articoli di inchiesta dello Svenska Dagbladet e dello  Spiegel, ed in particolare grazie al lavoro del giornalista svedese Andreas Henriksson e della canadese Cory Morningstar, una specie di Milena Gabbanelli dell’America Settentrionale. I giornalisti investigativi sono partiti dalla constatazione degli account twitter utilizzati e dall’uso dei caratteri e delle strategie comunicative, tutto esattamente equivalente al  People’s Climate Strike di Gore, l’ex vicepresidente di Bill Clinton.  Perciò la macchina dietro a Greta Thunberg già  appariva sin dalle prime inchieste giornalistiche un plagio del lavoro dei Democratici Statunitensi a partire dai primi anni del 2000 all’insegna di Al Gore, ma in realtà non è stato un plagio, come si è oggi capito,  bensì il proseguimento.
Il regista di Greta, questo Ingmar Rentzhog PR di Greta, è proprietario di Laika (www.laika.se)  un’importante società di  servizi all’industria bancaria. Costui è pure presidente del think tank Global Utmaning, in cui Greta risulta essere attivista, e i cui fondatori danarosissimi sono i membri della famiglia di multimiliardari svedesi Persson, impegnati in vari business di dimensione globale (per esempio, un ramo Persson ha la catena di negozi H&M). La fondatrice del Think Tank in cui Greta risulta essere attivista e il suo PR ne è il Presidente,  è la settantenne Kristina Persson, la quale oltre ad essere plurimiliardaria, è esponente politico di primissimo piano dei Social Democratici svedesi,  ed è stata ministro equivalente del nostro ministro allo sviluppo economico fino al 2016.  Ma la signora Kristina Persson non è solo miliardaria e uno dei leader nazionale del primo partito di Svezia, quindi pure colei che in realtà conta nel  Think Tank di cui Greta è attivista, ma è anche molto più forte di quello che sembra. Kristina Persson, figlia dell’uomo più ricco di Svezia nel secolo scorso,  è membro di un importantissimo cenacolo massonico internazionale, il Gruppo di Roma, fondato da giganti del potere su input dei vertici della massoneria mondiale, il Comitato dei 300, di cui  suo padre Sven Persson  negli anni 50 fu tra i fondatori.
Tutto questo i Media italiani non ce lo dicono, e le fanfaluche raccontate da Tv e giornali ci vogliono propinare un’altra  storia, quella della piccola Greta Thunberg che, una mattina del 20 di agosto di ritorno dalle vacanze scolastiche,  decideva uno sciopero in totale autonomia, buttandosi a terra ai piedi del Parlamento svedese con un cartello.
Il PR svedese che fotografa e posta sui Social la tenera scenetta, è il professore Rentzhog, il PR con i Media, il presidente del Think Tank ambientalista e l’imprenditore del settore finanziario legato a Kristina Persson. Costui avrebbe incontrato  per puro caso Greta al suo primo giorno di sciopero proprio quella mattina, pubblicando  il post della soprastante scenetta strappalacrime che sulla sua pagina Facebook  avrebbe scatenato il fenomeno spontaneo, così come narratoci dai nostri Media. Quattro giorni più tardi però (il 24/8), sempre per puro caso, uscì  un libro in un massivo numero di copie a firma dei genitori di Greta, Scenes from the Heart’, che ci racconta i dettagli della vita privata della coppia e della loro figlia prodigiosa che tanto ha a cuore le sorti del Pianeta.
Le presenze in Tv, le notizie e gli articoli su Greta non si contano più, perché da quel momento in poi la ragazzina è diventata una diva più famosa di Greta Garbo. La storiellina, come una palla di neve che rotola si è ingrossata,  e tutti i Media e think tank del Mondo, tutti  i giornalisti e tutti i politici di sinistra,  hanno alimentato il Kolossal dal titolo Greta salva il Mondo da tutti noi.
Oggi sappiamo che, a pochi mesi dal primo ciak a Stoccolma il 20 di agosto 2018, la ragazzetta si è pure presentata a Davos facendo tremare i potenti della Terra, come i giornalisti benpensanti ci hanno raccontato,  a cui avrebbe dettato la linea politica mondiale e tutti i potenti sarebbero stati mazziati, persuasi, felici e contenti! Proprio così:  io non riesco praticamente mai a convincere un ufficiale bancario di 12° livello di una Top Bank ad appoggiarmi in alcune perfette operazioni da pochi milioni,  e questa ragazzina di 15 anni avrebbe in sé il potere di  impartire  a tutti i banchieri e tutti i CEO delle multinazionali della Terra, una svolta da 90 Trillioni  di dollari con implicazioni geopolitiche enormi. Chi è che può credere a questa panzana?  Chi si può imboccare questa gigantesca balla?
AI racconto dei media potrebbe crederci solo un imbecille, o far finta di crederci chi è in assoluta malafede, come la massa di giornalisti e politici di sedicente sinistra ansiosi di recuperare consensi e stabilità lavorative, minate dalla Brexit, da Trump e dal dilagare delle richieste democratiche dei popoli denominati, in forza di un arbitrio offensivo di TV e giornali,  fenomeni di moderno Nazi-fascismo.

Ma qual è il fine di questo ‘cinema’ allestito con evidente allaccio alle lobby degli yankee Democratici?   Il fine è ovviamente duplice: economico e politico.
Il fine economico del global warming climatico  attiene il perpetrarsi di una bugia che alimenta grossi settori industriali inefficienti, nonché quelle banche già malmesse i cui bilanci sono poggiati su contratti derivati applicati al vasto settore delle tecnologie alternative (migliaia sono i brevetti, a cui sono stati regalati miliardi,  che non servirebbero a nulla senza una cogenza politica al loro impiego).
Il fine politico, invece,  attiene sia il produrre una qualche nuova narrazione emotiva radical chic per consentire  alla Sinistra cameriera dell’Alta Finanza di prendere voti e continuare ad esistere, sia soprattutto creare un meccanismo capestro globale per impedire che alcuni paesi poveri si possano sviluppare e uscire dai cascami delle logiche coloniali Nord europee e Statunitensi, cosa che potrebbe avvenire solo con gli idrocarburi, come la storia di Mattei e dell’Italia post bellica ci insegna.
La cosa importante da far comprendere a tutti, è che l’allarme sul clima è strumentale alla demonizzazione degli idrocarburi, che in realtà è una pantomima a cui gli stessi petrolieri e  banchieri non credono, in quanto sono loro stessi che l’alimentano. Costoro sono interessati a propugnare il ritorno ad energie arcaiche, come il sole e il vento, così come Totò interpretando la parte del valoroso comandante in guerra incitava le truppe con il suo:
armiamoci e partite !
Il machiavellico scopo è quello di controllare la quantità di offerta mondiale del petrolio, quindi il prezzo e perciò anche lo sviluppo di molte nazioni sottosviluppate che potrebbero sottrarsi  a certi gioghi predatori in essere tra Nord e Sud del Mondo, un’eredità di antica concezione colonialista mitteleuropea tipica di tutti i popoli a tradizione protestante.
La Comunità scientifica, infatti, ha stabilito da oltre un decennio che non c’è nessuno riscaldamento globale antropico e che la correlazione tra emissioni di CO2 e rialzo di temperature è inesistente. Ciononostante il braccio delle Nazioni Unite sul Global Warming, l’IPCC,  non risponde alle evidenze della Scienza  in quanto è un carrozzone burocratico di elargizioni per una buona metà, dei suoi 2500 membri tutti cooptati, composto da giornalisti, mentre per l’altra metà da politicanti vestiti  da scienziati.
La truffa sull’allarme del clima, quindi, è un interesse dell’ONU alla diffusione di una menzogna.  Chi volesse capire nel dettaglio di cosa sto parlando può documentarsi facilmente o può vedere il documentario in lingua inglese dell’emittente britannica Channel 4 “The Great Global Warming Swindle”,  realizzato da importanti scienziati britannici e statunitensi (sottotitolato in lingua italiana; dura 1 ora e 15 minuti).  Di seguito il link del documentario, anche se molto brevemente esporrò il succo evidenziato dagli scienziati.
https://www.youtube.com/watch?v=1YxmOpRAT4g
Gli scienziati affermano che il riscaldamento globale per cause umane è una teoria mai dimostrata, perciò è assolutamente falsa, e  chi ci crede fa un semplice atto di fede rispetto a quello che i Media affermano. Diciotto anni fa circa, si diceva che non c’era più tempo per salvare il pianeta (Greta riprende le stesse parole), che restavano solo 5-6 anni e addirittura nel 2007 Al Gore diceva  che il Polo Nord già nel 2015 sarebbe stato completamente disciolto. Ovviamente l’ex vice di Clinton ha fatto la  figura del grandissimo cazzaro di marca Democratica, poiché il Polo Nord è tutto ancora lì al Polo Nord, e continua a presentare delle zone in cui il mare si ghiaccia e delle altre in cui il ghiaccio si scioglie, così come avviene da centinaia di milioni di anni.
Il punto ben argomentato con almeno 30 buoni motivi dagli scienziati di primissimo livello del summenzionato documentario, è che non è in atto un riscaldamento del pianeta per i livelli di C02.  L’anidride carbonica è un elemento naturale ininfluente sulle temperature, infatti questo riscaldamento in atto è cominciato molto lentamente  intorno al 1650, quando si era al minimo della piccola era glaciale, quindi le temperature sono salite quando le attività umane connesse al carbone e al petrolio erano totalmente assenti.
Il punto cruciale è che il clima cambia da sempre e l’uomo non può farci nulla, ammesso che debba fare per forza qualcosa, perché il clima dipende dalle attività del Sole. L’abbigliamento invernale degli antichi romani è assimilabile a quello primaverile attuale, segno che 2000 anni fa faceva molto più caldo di oggi.  Se consideriamo le  chiese britanniche  medievali poco dopo l’anno 1000, alcune di esse ci raffigurano vigne in pitture e sculture, così abbiamo conferma che in Gran Bretagna si faceva il vino bianco, cosa peraltro che i cronisti medievali ci raccontano.

Londra, Inverno 1680 – Pattinatori sul Tamigi ghiacciato

Sempre ad esempio, ma di valenza opposta, molti   dipinti ritraggono nel 1600  il Tamigi e la Senna  ghiacciati con tanto di pattinatori, e ciò  testimonia gli sbalzi climatici naturali che hanno visto il nostro Paese solo negli ultimi 2000 anni. Circa 700 anni fa ci fu l’apice del cosiddetto periodo caldo medievale, quando le temperature erano di un paio di gradi superiori a quelle di oggi, perciò  per circa 500-600 anni le temperature sono passate dal caldo medievale al minimo della piccola era glaciale, con una variazione media di circa 5 gradi.
Ora, negli ultimi 150 anni all’insegna dello sfruttamento degli idrocarburi, la temperatura è aumentata mediamente solo di 0,8 gradi !   In un sistema come il nostro pianeta che ha variazioni di 100 gradi, una variazione di 0,8 gradi significa un clima straordinariamente stabile, cioè il contrario di quanto dicono le previsioni delle fanfare dell’IPCC.  Peraltro la C02 (anidride carbonica) non è un veleno, ma è un elemento gassoso della vita e il fatto che la combustione degli idrocarburi la immetta nell’ambiente  non è assolutamente dannoso né significativo. La quantità di C02 del totale dei gas serra costituisce appena lo 0,004%, e le immissioni  umane  di C02 ammontano a massimo al 5% del totale di tutta la C02 immessa nell’ambiente dalla Natura, cioè dagli oceani e dalle sconfinate distese di piante e foreste.

Perché si racconta questa palese bugia allora?

Per tanti pessimi motivi. Innanzi tutto perché l’industria nata dalla coscienza ambientalista sessantottina che basa l’identità culturale di tutte le sinistre occidentali, deve vendere nel Mondo, in Africa e in alcune zone dell’America latina, ma anche in Asia mediorientale, impianti  di energia da fonti alternative, in pratica devono rifilare delle truffe ai più poveri in modo che rimangano sempre poveri e sfruttati. Il fine, quindi,  è quello di impoverire i poveri e deindustrializzare quei Paesi di difficoltoso controllo massonico, primo tra tutti l’Italia, ma se potessero lo farebbero anche con la Russia, la Cina, l’Iran e alcuni altri in varia misura refrattari al governo unico globale, per ragioni di forte carattere identitario nazionale.  Ci sono molti paesi poveri ma ricchi di giacimenti di idrocarburi, e in  questo modo coartando al non utilizzo del petrolio o del carbone (i paesi ricchi continuerebbero a usarli in realtà),  i cartelli petroliferi e finanziari possono esercitare un controllo sulle quantità e quindi sul prezzo dei prodotti basici fondamentali al capitalismo.
 
Questi impianti fotovoltaici o eolici, ad esempio,  sono un fallimento risaputo perché non sono adatti alla produzione di energia elettrica in quantità e per l’uso che occorre ad un paese industrializzato e per giunta, alla fine dei conti sono anche molto più inquinanti degli idrocarburi. I pannelli fotovoltaici, ad ulteriore esempio, contengono elementi altamente cancerogeni come il cadmio, quindi il loro deterioramento in forza dell’azione degli agenti atmosferici in 25 anni di utilizzo sotto grandinate, incendi o bufere, eventi distruttivi ordinari in ¼ di secolo di vita dei pannelli, disperdono nell’ambiente polveri e materiali inquinanti molto  dannosi, specie in campagna per le produzioni agricole. Questi inutili feticci di mera masturbazione intellettuale ambientalista,  si sono diffusi fortemente in Italia, il Paese più fesso tra tutti quelli molto ricchi che compongono l’Occidente.

A chi dobbiamo attribuire l’invasione di queste idiozie in Italia?

Nominalmente  all’ex ministro Pecoraro Scanio che nel 2007 ha portato l’Italia da zero watt di fotovoltaico a 20 giga watt. L’Italia si è castrata impegnandosi con 200 miliardi sul fotovoltaico e questa cifra è un peso enorme scaricato sulle nostre bollette elettriche familiari e industriali, che non a caso sono le più elevate al Mondo. In realtà Pecoraro Scanio è un poveretto che non sa, né sapeva quello che faceva, essendo vittima di un complotto più grande di lui, ovviamente di ordine massonico internazionale, finalizzato a deindustrializzare l’Italia anche   attraverso il peso di queste involuzione indotteci nel comparto energetico, al fine palese di mangiarsi il succulento comparto industriale italiano scaturito dal boom economico post bellico. Ma questo è però un altro discorso.
Tuttavia giova sapere che l’unico Paese al Mondo che supera l’Italia sul settore del fotovoltaico è la Germania, ma essa ne sopporta lo spreco  perché produce il 50% della sua energia elettrica dal carbone (ma no era obsoleto???), il 25%  dal nucleare, un altro 20% dal gas, un 5% da idroelettrico e, a conti fatti, la percentuale dedicata ad eolico e fotovoltaico è uno ZERO virgola qualcosa, cioè lo spazio per il gioco di hippy adolescenti molto over 18. La Germania ha fortemente promosso il  settore dei pannelli fotovoltaici e delle pale eoliche per un banale motivo: essa è leader mondiale di queste tecnologie che si producono ben sapendo che sono antieconomiche e dannose. Lo spirito con cui i tedeschi spingono su questo settore è proteso a rinforzare la loro produzione di manufatti assimilabili al modellismo o al collezionismo, cioè il benessere che ne deriva al consumatore dal possesso, è di tipo emozionale e psicologico, non certamente razionale, pratico ed oggettivo. Quello che invece è grave è il modo con cui l’Italia ha approcciato a questi giocattoli assecondando masturbazioni ambientaliste di sinistra,  in realtà subendo  le pressioni insane  del Club di Roma, cioè quello stesso cenacolo massonico che manipola i fili della piccola Greta Thunberg.
Le  informazioni che seguiranno sono strettamente necessarie a capire in che modo si inserisce il personaggio mediatico Greta e la truffa su clima, e sono state da me reperite dalle interviste e da due  saggi del dott. Coleman, un agente segreto britannico M16, poi stabilitosi in Usa, che da pensionato in procinto di morire rese pubblici i suoi scritti. Coleman ha relazionato al Mondo una serie di dettagli sulle organizzazioni massoniche internazionali, ambiti che aveva spiato per conto del Governo Britannico durante la Guerra Fredda. Molto utile ad approfondire  l’argomento sono stati  anche il libro  ‘Le società segrete e il loro potere nel Ventesimo secolo’ di Jan van Helsing, e ‘Rothschild e gli altri’ di  Pietro Ratto.
Parlare di massoneria è assolutamente necessario perché corrisponde ad un suo alto disegno negli anni 90 scorsi l’alleanza tra l’alta  borghesia e la Sinistra  rivoluzionaria più nota come la Sinistra dei figli di papà o dei figli di ndrocchia. La base su cui essa si è poggiata è stato un sistema di pensiero e di interessi in comune: il materialismo assoluto contro i valori del  cattolicesimo, e  le elite intellettuali razionaliste contro il ceto medio popolare piccolo borghese, molto forte ed esteso in Italia,  allergico ai dogmatismi illuminati e alla Sinistra in generale. Chi comprende quanto segue, comprenderà quasi tutto lo scibile politico del Mondo in cui oggi viviamo. Ma chi non comprende questo, non capirà mai nulla. Lo Scriveva sin dagli anni sessanta un docente universitario americano, Kenneth Boulding, un delirante economista ambientalista di sinistra: “Si può perfettamente concepire un mondo dominato da una dittatura invisibile nel quale tuttavia siano state mantenute le forme esteriori del governo democratico’.
E veniamo ora a scoprire le colonne su cui poggia la dittatura invisibile.
Sappiamo chiaramente che i vertici dell’Umanità si ritrovano nel Comitato dei Trecento, e soprattutto nella sua cerchia più ristretta ed elevata, i 33, essenzialmente egemonizzati dai membri di tre grandi famiglie ebraiche:  Warburg (egemoni nelle industrie chimiche e farmaceutiche), Rockfeller (egemoni nel Petrolio) e soprattutto Rothschild (egemoni nella finanza) che nel Consiglio dei 33, l’apice del Comitato dei 300,  pesano più di tutti con il consiglio dei 13, tavolo unicamente dominato dalle loro espressioni. Il Comitato dei 300 fu fondato in origine senza famiglie ebraiche dalla nobiltà denominata Nera, cioè quelle famiglie resesi ricche correlandosi alle attività commerciali soprattutto di Venezia e Genova in epoca medievale, e fu creato  dai nobili europei nel 1729, per occuparsi dei problemi legati al commercio e perciò della finanza, illo tempore controllati dalla Corona britannica. E’ questo uno dei motivi per cui la principale lingua oggi è l’inglese, e tutti i testi attraverso cui le banche oggi si trasferiscono i patrimoni  sono in inglese ma con tutte le più importanti parole di origine italiana ( come transfert, debit, credit etc…), in lingua fiorentina rinascimentale per l’esattezza.
Il Comitato dei 300 nei 3 secoli si è evoluto ed ha visto dal secolo  800 in poi  l’entrata e  la crescita in una posizione oggi assolutamente dominante delle summenzionate famiglie ebraiche. La più vasta e potente fra tutte  è quella dei Rothschild, con le loro banche e compagnie assicurative. Essi  sussistono anche con altri cognomi ‘mascherati’ dato che tra i 10 figli del capostipite di Francoforte,  Mayer Amschel, 5 erano femmine che hanno avuto 5 ottimi matrimoni, dando luogo a 5 diverse dinastie solo apparentemente non riconducibili ai Rothschild.  Se pensiamo alla prima multinazionale al Mondo nel settore assicurativo, la tedesca Alliance, sappiamo che essa ha come fondatore la famiglia  ebraica Montefiore ma il capostipite dell’impero partito dal nulla sposò la prima delle 5 figlie femmine di Mayer Amschel Rothschild, che era sorella di Nathan, capostipite dell’impero finanziario del ramo di famiglia in Regno Unito, e sorella di James, capostipite del ramo di famiglia in Francia, quello più potente, che essenzialmente domina la Francia  da Napoleone in poi. Tutte le banche del Mondo sono collegate ai Rothschild attraverso il Comitato dei Trecento, e tutte le Banche Centrali, ancorché formalmente di diritto pubblico nazionale, dipendono dal viluppo dei regolamenti finanziari e dalle complesse dinamiche delle Banche centrali.
Dal Comitato dei 300, fermo restano la cupola dei 33 di cui ho già detto, discendono tutte le braccia organizzative della grande massoneria internazionale. Lasciando stare l’ONU e L’UE di ordine governativo pubblico, ancorché entrambe generate dalla Massoneria per il fine di un Governo Unico Globale, quattro sono le più importanti organizzazioni private che orientano tutto, cioè sia le istituzioni democratiche, sia le Banche e le Multinazionali:

  • Council on Foreign Relations (cfr.org);
  • Bilderberg (bilderbergmeetings.org);
  • Trilateral (http://trilateral.org/ );
  • Club of Rome (clubofrome.org).

Ognuna di queste organizzazioni massoniche fa Capo al Comitato dei 300  e riverbera input di sua pertinenza concettuale,  in armonia con quelli delle altre, agendo  prima di tutto nelle varie organizzazioni dell’ONU, poi nella UE, e poi sui vari governi nazionali più o meno eterodiretti o come minimo fortemente condizionati.
Non si capisce il complotto sul Clima e il senso dell’operazione Greta se non si conosce un minimo l’architettura pratica e visibile della Massoneria mondiale, quindi brevemente consideriamo le 4 organizzazioni una per una, e alla fine più in particolare il Club di Roma, che più ci interessa essendo l’ambito massonico artefice dell’operazione allarme clima e Greta, ancora prima di Al Gore, ovviamente anche egli una marionetta del Club di Roma equivalente alla piccola svedese.

  • Il Council on Foreign Relations (CFR) è l’organizzazione più importante in senso di governo della geopolitica, e fu costituito nel 1921 dal gruppo “l’establishment”, conosciuto anche con “il governo invisibile” o “il ministero degli esteri dei 33”. Da sempre questa organizzazione semisegreta è una delle associazioni più influenti negli USA e la più influente fuori, con tutti i suoi membri che sono cittadini statunitensi senza eccezioni, molti dei quali non sono diretta espressione delle famiglie più ricche al Mondo, ma sono professoroni di politologia o raffinati diplomatici assolutamente trasversali ai Repubblicani e ai Democratici. Il CFR esercita la propria autorità/autorevolezza sulle nazioni del mondo occidentale letteralmente imperversando dal 1945 in poi.  Dalla fondazione del CFR tutti i presidenti americani eccetto Ronald Reagan e Donald Trump,  sono stati membri illustri del CFR prima della loro elezione.  Il vice presidente di Reagan, George Bush (ex direttore CFR), così come quello di Trump, Mike Pence,  ne sono però stati membri influenti. Il CFR è prevalentemente controllato dal clan dei  Rockefeller, maggiormente internazionalizzato in aree non occidentali per ragioni di business petrolifero. In seno al CFR si distingue un gruppo denominato ‘Teschio e Tibie’  che fu creato prima del CFR all’università di Yale nel 1833 da William Huntington e Alfonso Taft, e infatti  l’élite politica e politologica degli Usa è in una grossa parte sortita da questa confraternita giovanile della Yale University, che ha espresso i Rockefeller (Petrolio), gli Harriman (Ferrovie), gli Weyerhaeuser (Legname), i Davison (J.P.Morgan bank) e ultimamente anche i Bush (Petrolio).
  • La seconda organizzazione, ma oggi non certo per importanza, è il Bilderberger, costituita nel maggio 1954 all’Hotel de Bilderberger a Oosterbeek in Olanda dal Comitato dei Trecento. Il Bilderberg è un gruppo di circa 120 persone interdipendenti agli interessi dell’alta finanza dell’Europa occidentale, degli USA e del Canada. I loro principali obiettivi sono il governo mondiale dall’anno 2000, la costituzione dell’esercito mondiale sotto l’egemonia dell’ONU, e la standardizzazione delle differenze per favorire processi di verticismo economico e politico. Un gruppo di consiglieri composto da un comitato di direzione (24 europei e 15 americani) decide chi deve essere invitato alle riunioni, ma non tutti i partecipanti sono degli “iniziati” come nel CFR o nel Comitato dei 300, dato che il gruppo può rappresentare dei gruppi d’interesse o altre personalità strumentali agli scopi dell’Organizzazione massonica, ma che non sono massoni. Membri molto importanti sono stati, oltre che tutti i maschi alfa di casa Rothschild ( in questo ambito dominante), Warburg e Rockfeller, George Bush, Bill Clinton, Felipe Gonzales, Zbigniew Brezinski, Robert Mc Namara, Wilfried Martens, Olof Palm, gli italiani Gianni Agnelli e Carlo De Benedetti, e ovviamente molte figure apicali della Unione Europea.
  • La Trilateral è un’altra organizzazione ancora più potente delle altre due, fondata nel giugno 1973 da David Rockefeller e Zbigniew Brezinski per il Comitato dei Trecento, mettendosi al lavoro perché le organizzazioni esistenti come l’ONU e il CFR non portavano avanti la costituzione di un governo mondiale unico in modo soddisfacente. Questa organizzazione elitaria mira a riunire i massimi dirigenti dei giganti industriali e commerciali, cioè delle nazioni trilaterali – gli USA, il Giappone e l’Europa occidentale – per imporre il “Nuovo Ordine Mondiale”. L’organizzazione ha circa 200 membri che, al contrario dei Bilderberger, lo sono a vita. In realtà la Trilateral è meno conosciuta del Bilderberg, ma è la più importante tra le quattro più importanti organizzazioni massoniche internazionali, essendo una sorta di braccio destro ben visibile del Comitato dei 300. La Commissione Trilaterale controlla tramite i membri del CFR l’intera economia degli USA con le lobby per la politica, i militari, il petrolio, l’energia e i media. I membri sono espressioni dirette del comitato dei  300, e sono direttori d’azienda, banchieri, economisti, esperti di scienze politiche, avvocati, editori, politici, dirigenti sindacali, presidenti di fondazioni e giornalisti, che ovviamente attaccano l’asino dove vuole il padrone. Il Membro della Trilateral più conosciuto e potente del passato è stato Henry Kissinger, il cardinale Richelieu della Guerra fredda, così come George Soros è una figura emblematica della Trilateral dagli anni 90 in poi. Con l’esito della Brexit e soprattutto con la vittoria di Donald Trump, la Trilater ha perso temporaneamente saldezza nella detenzione del manico del potere.
  • Ed infine veniamo al Club di Roma, un gruppo di membri internazionali dell’establishment il cui principale obiettivo è il governo mondiale riferito alla cultura e di riflesso alla morale occidentale.  Il Club di Roma è meno importante rispetto agli altri tre in senso immediatamente tangibile, ma sostanzialmente ha un’importanza forse anche maggiore, proiettando l’esercizio del potere massonico sul Mondo in un orizzonte di lungo periodo. Peraltro la cultura e la morale sono ‘asset’ cruciali della dimensione massonica, ed è per questo che il carisma naturale che le genti della penisola italiana esercitano in tutto il Mondo da 2000 anni, in forme e misure non ben controllate dalle elite, sono per il Comitato dei 300 un ‘pain in the ass’ (patimento all’ano). Fenomeni come Mattei e l’ENI, Gardini e la grande Chimica italiana, o il cavallo matto Berlusconi che irrompe proprio negli anni di Bill Clinton, cioè uomini che diventano dominus, colossi e  modelli mondiali (Trump si è ispirato a Berlusconi) senza chiedere alcun permesso ai cenacoli illuminati, anzi finanche arrivando a disprezzarli, ribadiscono una stranezza e un’imprevedibilità tipicamente italiana che suscita molto fastidio, grande attenzione e forse anche volontà di sottile persecuzione, specie da parte di famiglie che hanno origini storiche e morali  divaricate rispetto a quelle radici culturali della Chiesa Cattolica. Il Club di Roma è composto dalle elite provenienti da circa 25 paesi, particolarmente relazionati ai business e alle attività di impatto culturale, come ad esempio il conferimento di premi nobel, premi letterari, musicali, cinematografici con risvolti materiali e venali annessi. Il Club di Roma è composto da circa 50 persone e fu fondato con l’impulso del clan Rockefeller dal loro podere a Bellago, qui in Italia,  su decisione ovviamente del Comitato dei 300. Il Club di Roma nacque per elaborare una specie di religione mondiale laica, a cui noi  gente comune del popolo oggi ci riferiamo con il termine ‘politicamente corretto’, cioè una sorta di nuova ridefinizione della cultura, della tradizione, e della morale  in chiara discontinuità dalla tradizione cristiano cattolica. Il Club perse un po’ di slancio nei primi anni 80, sia perché con Reagan fu stroncata la marionetta Carter il grande intellettuale ( uno dei motivi per cui i Dem americani detestano l’Iran solo poco meno dell’Italia, è la crisi dei prigionieri che diede il colpo di grazia al povero Carter), sia perché il Club di Roma negli anni 70 supportò l’opinione rivelatasi sbagliatissima di una crisi energetica petrolifera.

Il Gruppo di Roma è infatti notissimo per un suo testo che suggestionò molto negli anni 70, il rapporto sui limiti dello sviluppo, in cui venne introdotto il concetto dell’economia sostenibile, tanto caro ai verdi, ai pauperisti e ai sinistroidi. Qui si devono scorgere le basi dell’operazione di Greta.  Il rapporto fu redatto  su input del Club di Roma nel 1972 dal Massachussets Institute  per studiare il problema della scarsità e del limite dello sviluppo. Lo studio dimostrò molto arbitrariamente e con modelli matematici strampalati, esattamente come quelli che provano il riscaldamento climatico, che un eccessivo tasso di crescita demografica porta a scontrarsi con il limite delle risorse naturali, disponibili in quantità finite in natura e non incrementabili. Tesi, ipotesi e dimostrazioni erano ovviamente tutte false e finanche ridicole. Con questo studio,  a cui tentarono di attribuire un carattere scientifico, furono accreditati scenari catastrofici annunciando la fine delle riserve petrolifere già negli anni 90, una previsione falsa, perché oggi sappiamo che di posti in cui c’è tanto petrolio è pieno il Mondo, soprattutto potendo scavare ancora più sotto terra o in mare, grazie alle nuove tecnologie più avanzate, che inducono alcuni ad ipotizzare una quantità di petrolio inestimabile e teoricamente infinita in rapporto alla dimensione del consumo umano anche per i prossimi secoli.
Con la stessa identica  logica del 1972, assolutamente imbecille nonché  in totale malafede, i massoni del Club di Roma stanno ribadendo l’urlo catastrofista che sappiamo non aver alcun fondamento, sfruttando Greta. Nel 72 il Club di Roma con una colossale balla riuscì a   porre le basi per introdurre il concetto di porre un limite allo sviluppo economico (altrui ovviamente), e così aprire la strada  all’uso delle fonti energetiche rinnovabili o alternative a scapito delle risorse fossili, ma solo da parte di quei paesi che nei disegni massonici globali devono rimanere poveri o comunque almeno un po’ sottomessi, così come è per la nostro Italia.
Teniamo tutto quanto qui ho raccontato in qualche considerazione, quando prossimamente figli e nipoti  vorranno fare un altro sciopero per salvare il Mondo.  Sarebbe molto meglio se i nostri ragazzi, onorando la discendenza da un grande popolo di santi, poeti, navigatori e geni,  imparassero a uscire dal gregge così salvando sé stessi e la propria Libertà, dalle grinfie di un’orda elitaria dal pesante afflato totalitario.
Ricordiamo anche a tutti gli italiani, pure a quelli che hanno votato il PD,  che nel segreto dell’urna Dio ci vede,  ma Greta, il Club di Roma,  il Bilderberg o Soros, invece no!

Preso da: https://www.imolaoggi.it/2019/03/27/greta-e-il-complotto-massonico-sul-clima-la-dittatura-invisibile/

Perchè il Franco CFA è una moneta coloniale

Cottarelli, Repubblica, Sole24ore, salotti televisivi, politici di destra e sinistra ed “esperti” vari dicono in coro: “gli africani lo hanno scelto liberamente, garantisce stabilità”. Si dimenticano però di dire che qualsiasi leader africano avesse provato a sostituirlo è stato ammazzato dai governi francesi. Il CFA uccide le economie dei 15 paesi africani che lo adottano. Come?

sankara
Sul franco CFA Carlo Cottarelli ci dice che “alcuni paesi africani hanno liberamente scelto di usarlo come propria moneta” ed insieme a lui Repubblica, Sole24ore, salotti televisivi, politici di destra e sinistra ed “esperti” vari dicono in coro: “gli africani lo hanno scelto liberamente, garantisce stabilità”.
Si dimenticano però di dire che qualsiasi leader africano avesse provato a sostituirlo è stato ammazzato dai governi francesi, e mi riferisco a Lumumba, Sankara, Gbabo, Gheddafi. Il CFA uccide le economie dei 15 paesi africani che lo adottano. Come? Questi sono costretti a depositare il 65% delle loro riserve di valuta estera (il guadagno dalle loro esportazioni) presso banche francesi. Incredibile. A ciò si aggiunga che gli “oligarchi” francesi che operano in paesi africani (es. Bolloré), portano i guadagni dei loro monopoli in Francia convertendo il CFA in Euro. Quello stesso CFA che dovrà essere riacquistato dalle banche centrali dei paesi africani. Il tutto per avere una valuta a cambio fisso troppo forte per le proprie economie e sul quale non si ha alcun potere di decisione sulle politiche monetarie (il CDA delle banche che utilizzano il CFA è composto per metà da francesi e per metà da africani e le decisioni vanno prese all’unanimità). Caro Cottarelli questa è stabilità? No questo è colonialismo

Preso da: https://www.ilmediterraneo.org/24/01/2019/perche-il-franco-cfa-e-una-moneta-coloniale/

I Tabligh, islamici: il terrorismo Isis viene da massoni Usa

Hamid25/2/19.
Date retta: il terrorismo islamico è roba americana, fabbricata da massoni. Chi lo dice? Un musulmano integralista, Jaouad, intervistato da Giuseppe De Lorenzo sul “Giornale”, nell’ambito di un report esclusivo sui Tabligh Eddawa, frati missionari itineranti. E’ la prima volta, a quanto pare, che sulla stampa italiana compare una denuncia simile. Le comunità islamiche hanno regolarmente condannato il terrorismo condotto in nome di Allah, sia che si trattasse di Al-Qaeda che poi dell’Isis. Ma non si erano mai spinte – sui giornali, almeno – a denunciare direttamente settori della massoneria atlantica. I grandi media, certo, evitano di ricordare che lo stesso Osama Bin Laden fu reclutato da Zbigniew Brzezinski, stratega della Casa Bianca, per guidare i muhajeddin in Afghanistan contro l’Urss. C’è voluto Gioele Magaldi per spiegare – nel saggio “Massoni” – che Brzezinski, pezzo da novanta della massoneria mondiale nonché della Commissione Trilaterale, non si limitò a ingaggiare Bin Laden come pedina strategica: il leader della futura Al-Qaeda venne “iniziato” alla superloggia “Three Eyes” (che poi abbadonò, dice sempre Magaldi, per passare coi Bush nella “Hathor Pentalpha”, una Ur-Lodge sospettata di aver ispirato il maxi-attentato dell’11 Settembre).

Le prove? Magaldi dichiara di disporre di 6.000 pagine di documenti da poter esibire. Ma nessuno, dal 2014, si è mai fatto avanti per contestare le sue rivelazioni, secondo cui alla “Three Eyes” apparterrebbero personaggi di primissimo piano, daHenry Kissinger a Giorgio Napolitano. Quanto all’Isis, è illuminante il saggio “Dalla massoneria al terrorismo” firmato da Gianfranco Carpeoro nel 2016: un libro che analizza il retroterra simbolico – non islamico, ma interamente massonico e “templarista” – dei sanguinosi attentati condotti in Europa negli ultimi anni. Stragi affidate a manovalanza islamista e finite tutte nello stesso modo, con l’uccisione dei killer da parte della polizia, prima che un interrogatorio potesse consentire agli inquirenti di risalire agli eventuali mandanti. Ora, a confermare che sarebbe stato il braccio oscuro dell’Occidente a passare “dalla massoneria al terrorismo” sono i Tabligh Eddawa, asceti islamici che battono anche le nostre strade, di moschea in moschea. «Gli studiosi – scrive De Lorenzo, sul “Giornale” – li chiamano i “testimoni di Geova dell’Islam”. E forse i Tabligh Eddawa lo sono. O se volete sono i “frati di Maometto” che islamizzano l’Italia».
Tabligh Eddawa in preghieraMissionari, itineranti e radicali. «Predicano il vero Islam, vivono imitando lo stile di vita del Profeta e su questa strada cercano di riportare tutti i musulmani dalla fede affievolita». Il movimento nacque cent’anni fa in Pakistan dall’idea di Muhammad Ilyas Kandhalawi. «Da allora si sono diffusi in tutto il mondo, Italia compresa».  Ogni membro, spiega De Lorenzo, deve seguire sei principi fondamentali: la preghiera, il ricordo continuo di Dio, lo studio, la generosità, la predicazione e la missione. «Ognuno deve sforzarsi in un percorso di auto-riforma verso il “vero”, unico Islam». “Eddawa” significa “parlare di Dio”, “Tabligh” invece “andare a portare il messaggio”: per questo, il loro obiettivo ultimo è la predicazione. Nel mondo, ricorda il “Giornale”, ci sono tra i 70 e gli 80 milioni di musulmani itineranti. Ma di loro si sa poco: non ci sono elenchi ufficiali dei membri e non esistono bilanci scritti. Non esiste una sede centrale italiana, ma solo cellule – in ogni moschea – che scelgono i responsabili «in base alla saggezza e al percorso di crescita personale». Durante le missioni i partecipanti si auto-tassano per sostenere le attività e gli spostamenti. «Il più delle volte dormono a terra, nelle moschee delle città dove si recano a predicare».
Di loro, l’antiterrorismo italiano sa molto: anche se rifiutano categoricamente la violenza, sono strettamente monitorati dall’apparato di sicurezza che finora ha impedito che in Italia si verificassero gravi fatti di sangue, come invece è accaduto nel resto d’Europa. Nel suo pregevolissimo reportage, Giuseppe De Lorenzo restituisce perfettamente il clima dei colloqui intrapresi durante i tre giorni trascorsi insieme ai Tabligh Eddawa. «Uccidere è il più grande dei peccati», spiega Maufakir: un fedele può impugnare le armi solo per «combattere chi ci impedisce di professare la nostra fede». E poiché in Italia non è vietato praticare il Ramadan, non è lecito sposare la causa terrorista. L’atteggiamento del gruppo islamico radicale è duplice, osserva De Lorenzo: da una parte condannano senza mezzi termini gli attentati, dall’altra non nascondono una vena di complottismo sull’origine del jihadismo. «Un comportamento – annota il reporter – che tende a spostare le responsabilità dal mondo islamico a quello occidentale. Negano, infatti, che le bombe siano diretta espressione di una ideologia che trova nel Corano il suo testo di riferimento». Lo confermano le parole di alcuni di loro, come Jaouad: «Gli attacchi non sono opera dei musulmani. È tutto costruito: c’è qualcuno dietro».
Un giovane TablighDi fronte ai microfoni, scrive De Lorenzo, nessuno si sbilancia sugli autori di questo presunto complotto. E l’attenzione si sposta sui media, accusati dai Tabligh di falsificare i video degli attentati. Un altro esponente della comunità, Hamid, ripete che le eventuali colpe dei singoli non possono ricadere sulle spalle di tutta la religione. L’Isis? Secondo i Tabligh Eddawa non è opera di Allah, ma del demonio. Abu-Bakr Al-Bahdadi? Per Magadi è un supermassone, esponente – come già Bin Laden – della “Hathor Pentalpha”. «Un criminale da sconfiggere», lo giudicano i “frati di Maometto”. Osserva De Lorenzo: «Daesh non è visto come metastasi di un tumore nato all’interno dell’Islam, ma come qualcosa di eterodiretto». Letteralmente: una pedina politica delle potenze straniere. «Per me – sentenzia Jaouad – l’Isis è una organizzazione criminale organizzata da qualche furbetto che cerca di sporcare la faccia dei musulmani». Furbetto manovrato da chi? «Dovreste indagare», risponde con sicurezza Jaouad: «Daesh è una cellula americana». Tombola: così si spiegano meglio anche le foto che, qualche anno fa in Siria, ritraevano Al-Baghdadi con l’inviato di Obama, John McCain.
E’ comunque la prima volta – grazie al quotidiano milanese diretto da Alessandro Sallusti – che i media italiani registrano la denuncia del complotto, per bocca di esponenti musulmani radicali: si scrive Isis, ma si legge massoneria Usa. O meglio: spezzoni occulti della massoneria di potere di stampo reazionario, quella che alimenta il Deep State e la strategia della tensione internazionale, con il terrorismo “false flag”, sotto falsa bandiera, regolarmente proposto al pubblico occidentale sotto mentite spoglie, a colpi di “fake news”. Al “Giornale” ha collaborato a lungo Marcello Foa, la cui elezione alla presidenza della Rai – sostiene Gianfranco Carperoro – è stata a lungo ostacolata dal supermassone francese Jacques Attali, “padrino” di Macron. Ad Attali, addirittura Napolitano avrebbe consigliato di premere su Berlusconi, attraverso Tajani, per far mancare a Foa i numeri necessari. Nel saggio “Gli stregoni della notizia”, lo stesso Foa spiega come la verità venga sistematicamente deformata. Non è un caso, probabilmente, che sia proprio il “Giornale” a firmare lo scoop che accusa di terrorismo la massoneria atlantica, attraverso la voce dei “missionari del Profeta”.

Preso da: http://www.libreidee.org/2019/02/i-tabligh-islamici-il-terrorismo-isis-viene-da-massoni-usa/

Social network come arma non convenzionale: il caso della Libia

Con Stefano Mele (Comitato Atlantico Italiano) parliamo dell’uso dei social network a fini bellici
Un fattore interessante, portato in luce da un articolo del “New York Times”, è il ruolo che i social network hanno avuto nel corso di questa violenta battaglia. Nei giorni degli scontri, le pagine dei principali social network, sono state utilizzate dai membri delle diverse fazioni in lotta per lanciare minacce contro gli avversari al fine di galvanizzare i propri sostenitori, diffondere notizie false che esacerbassero gli animi della popolazione civile, comunicare le coordinate di obiettivi militari, individuare personalità da colpire e, infine, vendere ed acquistare armi da guerra. A ben vedere, non si tratta di vere e proprie novità: già nella lunga guerra in Siria o durante la crisi in Ucraina si erano avuti esempi simili di utilizzo dei social network, sia da parte dei Governi, che da parte delle milizie che combattevano dall’una e dall’altra parte.

Dalla diffusione a fini propagandistici di notizie, spesso fabbricate ad arte, all’incitamento all’odio nei confronti del nemico, per galvanizzare i propri soldati ed abbattere il morale degli avversari, l’utilizzo che si fa dei social network in tempo di guerra non è molto differente da quelle che, nel corso di tutto il XX secolo si è fatto di altri mezzi di comunicazione di massa, dai giornali alla radio, dal cinema alla televisione. Una novità abbastanza rilevante, invece, è stata l’effetto ‘trappola’ che i social network hanno rappresentato per molti oppositori: affascinati dalla possibilità di esprimersi aggirando la censura di Stato, molti giovani oppositori si sono incautamente esposti pubblicamente cadendo poi vittime della repressione da parte di quelli che erano stati i loro obiettivi: fin dai primi giorni della Guerra Civile Siriana, gli studenti che, tramite social network, si erano esposti nel sostenere la rivolta contro il Presidente Bashar al-Assad sono stati i primi a cadere sotto i colpi della repressioni.
In Libia, nonostante l’assenza quasi totale di potere centrale, le milizie che controllano larghe aree del Paese hanno iniziato ad utilizzare i social network esattamente allo stesso modo in cui questi vengono utilizzati dai Governi autoritari. La milizia Special Deterrence Force, ad esempio, si ispira ad una visione radicale dell’Islam e svolge un’attività di controllo sui social network, individuando i soggetti che, dal loro punto di vista, diffondono modelli morali negativi ed intervenendo per punirli (in molti casi facendoli sparire).
In un contesto di guerra, dunque, il social network diviene uno strumento di lotta, andando a coprire gli ambiti della propaganda, della guerra psicologica e dello spionaggio, nelle mani di Governi o di gruppi paramilitari particolari: un’arma non convenzionale, uno strumento bellico in piena regola.
Il caso libico ci offre la possibilità di una riflessione sul ruolo dei social network in tempo di guerra, un ruolo che certamente è destinato a divenire sempre più incisivo nei conflitti del futuro.
Per approfondire la questione, abbiamo parlato con l’Avvocato Stefano Mele, Presidente della Commissione Sicurezza Cibernetica del Comitato Atlantico Italiano.

Quale è il ruolo dei social network nell’attuale crisi libica?
Nella crisi libica, così come in qualsiasi altro caso di crisi diplomatica o di conflitto, i social network hanno ormai un ruolo molto rilevante soprattutto per l’acquisizione di informazioni su potenziali soggetti di interesse per il Governo o per i Governi che più o meno apertamente partecipano alla crisi o al conflitto. Infatti, in una società iper-connessa come quella attuale, in cui siamo sempre più portati a condividere informazioni, queste vengono sempre più massicciamente, e soprattutto inconsciamente, immesse all’interno di Internet e possono quindi rappresentare un asset molto rilevante per chi è in cerca di eventuali obiettivi.
Seppure la penetrazione dei social media in Libia è considerevolmente inferiore rispetto ai paesi limitrofi, come ad esempio l’Egitto, a causa del limitato accesso ad Internet da parte della popolazione, la crisi libica non rappresenta comunque un’eccezione a questa regola.
Contestualmente, un ulteriore ruolo dei social media può essere quello di fare da collettore ‘dal basso’ di segnalazioni e di informazioni utili per la popolazione. Proprio in Libia, ad esempio, i cittadini hanno creato gruppi su Facebook per scambiarsi informazioni su come e dove trovare stazioni di rifornimento, banche e medicine. In altri casi, vengono pubblicati post che informano la comunità su eventi pericolosi in atto e sulle aree in cui è opportuno avere maggiore cautela. Informazioni, queste, che spesso vengono aggiornate anche in tempo reale.
Quanto influisce il traffico illegale di armi ed esseri umani tramite social network sulla capacità dei gruppi armati libici di finanziarsi?
Il vero traffico di armi o peggio ancora di esseri umani difficilmente viaggia così apertamente attraverso i social network principali. Le pagine che proprio durante il conflitto libico sono state finora individuate, ammesso che fossero reali e non una semplice ‘esca’, sono state prontamente chiuse e oscurate da parte del gestore del social network. Maggiore attenzione, invece, deve essere posta sulle darknet. Semplificando, si tratta di reti virtuali private raggiungibili solo attraverso specifici software e reti, che permettono agli utenti di trasferire dati attraverso Internet in modo anonimo. Al loro interno si può trovare di tutto, dal lecito all’illecito, ivi comprese quindi droghe, armi, documenti falsi e ogni genere di attività criminale.
Quanto influisce la quasi totale assenza dello Stato sul potere che i gruppi armati possono ottenere tramite i social network?
In questo momento, i social network vengono utilizzati più come strumento di propaganda e di manipolazione delle informazioni che come strumento di potere, soprattutto in uno Stato come la Libia, che sicuramente non brilla per capacità tecnologiche e di penetrazione di Internet. Se guardiamo al contesto generale, invece, tutti gli Stati, soprattutto quelli meno democratici, hanno sviluppato delle capacità tecnologiche di sorveglianza del loro spazio Internet e quindi dei loro cittadini.
Quali sono le similitudini e quali le differenze tra l’utilizzo dei social network nel contesto libico e quello nei contesti, ad esempio, siriano ed ucraino?
Fondamentalmente non ci sono grandi differenze sul metodo, ma solo sulla capacità di utilizzarli e sull’efficacia. Se analizziamo i social network come uno strumento utile per un Governo all’interno di un conflitto, possiamo sicuramente collocarli nelle attività di information warfare, cioè di guerra dell’informazione. All’interno di questa macro-area, infatti, possiamo guardare ai social network come ad uno dei principali strumenti per svolgere oggigiorno attività di influenza, ingerenza, disinformazione e intossicazione informativa. Attività, queste, da sempre svolte all’interno conflitti: le tecnologie e la rete Internet le hanno solo amplificate e in alcuni casi facilitate.
Per quanto riguarda i dissidenti, così come i guerriglieri, i gruppi terroristici e così via, l’utilizzo dei social network riguarda soprattutto le attività di propria propaganda e di contro-propaganda nei confronti del ‘nemico’, di reclutamento, di scambio informativo, così come di pianificazione, preparazione e coordinamento operativo. In ogni caso, occorre precisare che l’utilizzo dipende molto dalle specificità del social network o dalle tecnologie utilizzate: alcuni, come ad esempio Facebook e Twitter, si prestano molto di più ad ospitare attività di propaganda e contro-propaganda; altri strumenti tecnologici, percepiti dagli utilizzatori come più sicuri e che si prestano maggiormente alle comunicazioni più riservate, vengono utilizzati per scambiare informazioni, documenti e per il coordinamento operativo.
Parlando più in generale, è possibile ritenere che oggi i social network adempiano ad una funzione di propaganda che un tempo era affidata a giornali, radio, cinema e televisione?
Non c’è dubbio. Ogni Governo, in qualsiasi parte del mondo, sia in tempo di pace che di guerra, li utilizza quantomeno per finalità di propaganda. Non sono ovviamente l’unico strumento, ovvero giornali, radio, cinema e televisione mantengono sempre la loro efficacia, ma indubbiamente i social network rappresentano sempre di più lo strumento più efficace e discreto. Quindi quello più utilizzato.
Quanto possono influire i social network sulla capacità di gruppi armati di esacerbare gli spiriti di alcuni gruppi sociali contro un nemico e, conseguentemente, di reclutare forze per le proprie battaglie?
I social network hanno un’influenza elevata: non sono decisivi, perché poi i conflitti si combattono sul territorio, però è chiaro che un’operazione di influenza e di propaganda può portare o ad esacerbare gli animi e quindi a spingere la popolazione ad agire, oppure a disinnescare eventuali tensioni sfruttando le bolle informative all’interno delle quali tutti noi viviamo.
Sul piano internazionale, quale è il ruolo dei social network? Trovare consenso? Confondere le idee agli osservatori?
Attraverso i social network si tenta di controllare l’informazione sul territorio attivamente, facendo ad esempio propaganda, oppure passivamente, cercando di comprendere ed intercettare il sentimento della popolazione. Oltre a ciò, ovviamente, si può tentare anche di sensibilizzare e sollecitare gli altri Governi a supportare le proprie attività o a contrastare le azioni di altri che si ritengono lesive.
Preso da: http://www.lindro.it/socal-network-come-arma-non-convenzionale-il-caso-della-libia/