Il ruolo della NATO nell’introduzione dei mercati di schiavi in Libia

di Ben Norton – 29 novembre 2017

Mercati di schiavi nel ventunesimo secolo. Esseri umani venduti per poche centinaia di dollari. Grandi proteste in tutto il mondo.
I media statunitensi e britannici si sono svegliati alla cupa realtà in Libia, dove profughi africani sono in vendita in mercati di schiavi all’aria aperta. Tuttavia un dettaglio cruciale di questo scandalo è stato minimizzato o persino ignorato in molti articoli della stampa dominante: il ruolo dell’Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO) nel portare lo schiavismo nella nazione nordafricana.
Nel marzo del 2011 la NATO ha lanciato una guerra in Libia espressamente mirata o rovesciare il governo del leader di lungo corso Muammar Gheddafi. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno attuato circa 26.000 missioni aeree sulla Libia e lanciato centinaia di missili da crociera, distruggendo la capacità del governo di opporsi alle forze ribelli.
Il presidente statunitense Barack Obama e il Segretario di Stato Hillary Clinton, assieme ai loro omologhi europei, hanno insistito che l’intervento militare era attuato per motivi umanitari. Ma il politologo Micah Zenko (Foreign Policy, 22 marzo 2016)  ha utilizzato materiali della stessa NATO per dimostrare come “l’intervento libico sia stato mirato sin dall’inizio al cambiamento di regime”.
La NATO ha appoggiato una molteplicità di gruppi ribelli in lotta sul campo in Libia, molti dei quali erano dominati da estremisti islamisti e che coltivano visione violentemente razziste. I militanti della roccaforte ribelle, appoggiata dalla NATO, di Misurata si riferivano addirittura a sé stessi nel 2011 come “la brigata per l’epurazione degli schiavi di pelle nera”, un’inquietante presagio di ciò che stava per accadere.

La guerra è finita nell’ottobre del 2011. L’aviazione statunitense ed europea ha attaccato il convoglio di Gheddafi ed egli è stato brutalmente assassinato da estremisti ribelli, sodomizzato con una baionetta. Il Segretario Clinton, che aveva avuto un ruolo decisivo nella guerra, ha dichiarato a CBS News (20 ottobre 2011) “Siamo venuti, abbiamo visto, lui è morto!” Il governo libico si è dissolto subito dopo.
Nei sei anni da allora la Libia è stata intorbidita da caos e bagni di sangue. Molti aspiranti governi sono in competizione per il controllo del paese ricco di petrolio e in alcune aree non c’è ancora nessuna autorità centrale funzionante. Sono morte molte migliaia di persone anche se i numeri reali sono impossibili da verificare. Milioni di libici sono finiti sfollati; un numero sbalorditivo, quasi un terzo della popolazione, era fuggito nella vicina Tunisia a tutto il 2014.
I media industriali, tuttavia, hanno in larga misura dimenticato il ruolo chiave svolto dalla NATO nel distruggere il governo della Libia, destabilizzando il paese e dando potere ai trafficanti di esseri umani.
Inoltre persino i pochi servizi giornalistici che in effetti riconoscono la complicità della NATO nel caos in Libia non fanno un passo ulteriore per dettagliare il violento razzismo, ben documentato, dei ribelli libici appoggiati dalla NATO che ha introdotto lo schiavismo dopo aver attuato la pulizia etnica e aver commesso crimini brutali contro i libici neri.

NATO, dove sei?
A metà novembre la CNN (14 novembre 2017) ha pubblicato un servizio esplosivo che ha offerto uno sguardo di prima mano sul mercato degli schiavi in Libia. La rete mediatica ha ottenuto un video terrificante che mostra giovani profughi africani messi all’asta, “ragazzi grandi e forti per lavoro contadino”, venduti per la ridicola cifra di 400 dollari.
Il vistoso rapporto multimediale della CNN includeva un’abbondanza di bonus: due video, due immagini animate, due fotografie e una mappa. Ma mancava qualcosa: la narrazione di mille parole non faceva alcuna menzione della NATO o della guerra del 2011 che aveva distrutto il governo libico, o Muammar Gheddafi, o di un qualunque contesto storico e politico.
Nonostante queste enormi carenze, il rapporto della CNN è stato diffusamente celebrato e ha avuto un impatto sull’apparato dei media industriale che diversamente si preoccupa poco dell’Africa del Nord. E’ seguito un turbine di servizi mediatici. Quei servizi hanno parlato in misura prevalente dello schiavismo in Libia come di un problema apolitico e immemorabile di diritti umani, non come di un problema politico radicato nella storia molto recente.
In narrazioni successive, quando dirigenti libici e delle Nazioni Unite hanno annunciato che avrebbero avviato un’indagine sulle aste di schiavi, la CNN (17 novembre 2017, 20 novembre 2017) ha nuovamente mancato di citare la guerra del 2011, per non parlare del ruolo della NATO in essa.
Un servizio della CNN (21 novembre 2017) su una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha segnalato: “Ambasciatori del Senegal e della Svezia hanno anche biasimato le cause alla radice del traffico: paesi instabili, povertà, profitti dal commercio di schiavi e assenza di forze dell’ordine”. Ma non ha spiegato perché la Libia è instabile.
Un altro articolo di approfondimento di 1.200 parole della CNN (23 novembre 2017) è stato altrettanto opaco.  Solo nel trentacinquesimo paragrafo di questo articolo di trentasei, il ricercatore di Human Rights Watch ha osservato: “Le autorità provvisorie libiche hanno menato il can per l’aia in virtualmente tutte le indagini supposte avviate da esse, e tuttavia mai concluse, dopo la rivolta del 2011”. La guida della NATO in quella rivolta del 2011 è stata tuttavia ignorata.
Un dispaccio dell’Agence France-Press pubblicato dalla Voice of America (17 novembre 2017) e da altri siti della rete ha analogamente mancato di fornire un contesto storico per la situazione politica in Libia. “Testimonianze raccolte da AFP in anni recenti hanno rivelato una litania di violazioni di diritti per mano di capi di bande, trafficanti di esseri umani e forze di polizia libiche”, diceva l’articolo, ma senza raccontare nulla di quanto avvenuto prima del 2017.
Anche servizi di BBC (18 novembre 2017), New York Times (20 novembre 2017), Deutsche Welle (ripresa da USA Today, 23 novembre 2017) e Associated Press (ripresa dal Washington Post, 23 novembre 2017) hanno mancato di citare la guerra del 2011, per non parlare del ruolo della NATO in essa.
Un altro articolo del New York Times (19 novembre 2017) ha in effetti fornito un po’ di contesto:
“Dopo che la rivolta della Primavera Araba del 2011 ha posto fine al dominio brutale del colonnello Muammar el-Gheddafi, la costa libica è diventata un centro di traffici e di contrabbando di esseri umani. Ciò ha alimentato la crisi dei migranti illegali che l’Europa si affanna a contenere dal 2014. La Libia, finita nel caos e nella guerra civile dopo la rivolta, è oggi divisa tra tre fazioni principali.
Tuttavia il Times ha continuato a cancellare il ruolo chiave della NATO nella rivolta del 2011.
In un resoconto delle vaste proteste scoppiate all’esterno di ambasciate libiche in Europa e Africa in reazione a notizie delle aste di schiavi la Reuters (20 novembre 2017) ha indicato: “Sei anni dopo la caduta di Muammar Gheddafi la Libia è ancora uno stato privo di legge dove gruppi armati competono per terre e risorse e reti di contrabbando di esseri umani operano impunemente”. Ma non ha fornito alcuna ulteriore informazione su come Gheddafi è stato rovesciato.
Un articolo dell’Huffington Post (22 novembre 2017), in seguito ripubblicato all’AOL (27 novembre 2017), ha in realtà ammesso che la Libia è “uno dei più instabili del mondo [sic], infangata in un conflitto da quando il dittatore Muammar Gheddafi è stato deposto e ucciso nel 2001”. Non ha fatto alcuna menzione della guida della NATO in tale deposizione e uccisione.
Parte del problema è stato l’indisponibilità di organizzazioni internazionali e segnalare la responsabilità di potenti governi occidentali. Nella sua dichiarazione sulle notizie di schiavismo in Libia, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres (20 novembre 2017)  non ha detto nulla riguardo a quanto è accaduto politicamente all’interno della nazione nordafricana negli ultimi sei anni. L’articolo del New Centre dell’ONU (20 novembre 2017) sui commenti di Guterres è stato semplicemente altrettanto privo di contesto e non informativo, così come il comunicato stampa (21 novembre 2017) sull’argomento dell’Organizzazione Internazionale per i Migranti (IOM).
Al Jazeera (26 novembre 2017) ha in effetti citato un dirigente dell’IOM che ha suggerito, nelle parole di Al Jazeera, che “la comunità internazionale dovrebbe dedicare più attenzione alla Libia post Gheddafi”. Ma il canale mediatico non ha fornito alcun contesto su come la Libia è diventata post Gheddafi, tanto per cominciare. In realtà la fonte di Al Jazeera ha fatto di tutto per rendere apolitico il tema: “Lo schiavismo del giorno d’oggi è diffuso in tutto il mondo e la Libia non è assolutamente un caso unico”.
Anche se è vero che lo schiavismo e il traffico di esseri umani sono attuati in altri paesi, questa diffusa narrativa mediatica depoliticizza il problema in Libia, che ha le sue radici in decisioni politiche esplicite prese da governi e dai loro leader: cioè la scelta di rovesciare lo stabile governo libico, trasformando la nazione nordafricana ricca di petrolio in uno stato fallito, governato da signori della guerra e milizie in competizione tra loro, alcune delle quali sono coinvolte nello schiavismo e nel traffico di esseri umani e ne lucrano.

Attenzione selettiva al dopo NATO in Libia
La copertura mediatica industriale sulla Libia rispecchia in larga misura quella sullo Yemen (FAIR.org, 20 novembre 2017, 31 agosto 2017, 27 febbraio 2017), sulla Siria (FAIR.org, 4 aprile 2017, 5 settembre 2017) e oltre: il ruolo del governo degli Stati Uniti e dei suoi alleati nel creare caos all’estero e minimizzato, se non del tutto ignorato.
Notevolmente, una delle sole eccezioni a questa prevalente tendenza dei media è arrivata in aprile dal, di tutti, comitato editoriale del New York Times. Il comitato editoriale del Times (14 aprile 2017) non ha usato mezzi termini nel collegare l’operazione militare appoggiata dagli USA alla catastrofe in corso:
“Nulla di tutto questo sarebbe possibile se non fosse per il caos politico in Libia dalla guerra civile nel 2011 quando, con il coinvolgimento della coalizione NATO comprendente gli Stati Uniti, è stato rovesciato il colonnello Muammar el-Gheddafi. I migranti sono diventati l’oro che finanzia le fazioni in guerra in Libia”.
Questa è una considerevole inversione di marcia. Immediatamente dopo l’avvio della guerra della NATO in Libia nel marzo del 2011 l’editoriale del Times (21 marzo 2011) aveva applaudito il bombardamento, sperticandosi: “Il colonnello Muammar el-Gheddafi è da molto un violento e un assassino che non ha mai pagato per i suoi crimini”. Aveva riversato poesia sullo “straordinario”, “sbalorditivo” intervento militare e sperava in una caduta imminente di Gheddafi.
L’editoriale del Times dell’aprile 2017 ha mancato poco di essere un mea culpa, tuttavia è rimasto una rara ammissione della verità.
All’epoca in cui era stato scritto questo editoriale sorprendentemente onesto, c’era stata brevemente un po’ di attenzione mediatica nei confronti della Libia. L’Organizzazione Internazionale per i Migranti aveva appena condotto un’inchiesta sullo schiavismo nel cambiamento della Libia post regime, determinando una serie di articoli giornalistici sul Guardian (10 aprile 2017) e altrove. In pratica non appena questa vicenda terribile aveva suscitato l’interesse dei media industriali, tuttavia, era presto scomparsa. L’attenzione era tornata alla Russia, alla Corea del Nord e allo spauracchio di turno.
Quando i governi occidentali speravano di intervenire militarmente nel paese nell’imminenza del 19 marzo 2011, ci fu un costante torrente di notizie mediatiche sulle malvagità di Gheddafi e del suo governo – compresa una sana dose di notizie false (Salon, 16 settembre 2016). I principali giornali appoggiarono devotamente l’intervento NATO e non fecero mistero delle loro linee editoriali favorevoli alla guerra.
Quando il governo statunitense e i suoi alleati si stavano preparando alla guerra, l’apparato mediatico industriale fece quello che sa fare meglio, e contribuì a spacciare al pubblico un altro intervento militare.
Negli anni da allora, d’altro canto, c’è stato un interesse esponenzialmente minore al disastroso seguito della guerra della NATO. Ci saranno brevi picchi d’interesse, com’è stato agli inizi del 2017. Il più recente spruzzo di copertura della stampa è stato ispirato dalle sconvolgenti riprese della CNN. Ma la copertura invariabilmente raggiunte un picco e poi svanisce.

L’estremo razzismo dei ribelli libici
La catastrofe che la Libia avrebbe potuto subire dopo il crollo del suo stato era prevedibile all’epoca. Lo stesso Gheddafi aveva avvertito i paesi membri della NATO, mentre stavano conducendo la guerra contro di lui, che avrebbero scatenato il caos in tutta la regione. Tuttavia i leader occidentali – Barack Obama e Hillary Clinton negli USA, David Cameron nel Regno Unito, Nicolas Sarkozy in Francia, Stephen Harper in Canada – ignorarono l’ammonimento di Gheddafi e rovesciarono il suo governo con la violenza.
Persino nel piccolo numero di servizi mediatici sullo schiavismo in Libia che riescono a riconoscere la responsabilità della NATO nella destabilizzazione del paese, tuttavia, manca ancora qualcosa.
Guardando indietro ai ribelli libici anti Gheddafi, sia durante sia dopo la guerra del 2011, è chiarissimo che un duro razzismo contro i neri era diffuso nell’opposizione appoggiata dalla NATO. Un’indagine del 2016 del Comitato Affari Esteri della Camera dei Comuni britannica (Salon, 16 settembre 2016) riconosceva che “milizie islamiste militanti hanno avuto un ruolo critico nella ribellione dal febbraio 2011 in poi”. Ma molti ribelli non erano solo fondamentalisti; erano anche violentemente razzisti.
Purtroppo non è una sorpresa che questi militanti libici estremisti abbiano successivamente schiavizzato profughi e migranti africani. Vi alludevano fin dall’inizio.
La maggior parte della copertura mediatica statunitense ed europea all’epoca dell’intervento militare della NATO era decisamente a favore dei ribelli. Quando i giornalisti arrivarono sul campo, tuttavia, cominciarono a pubblicare alcuni testi più sfumati che alludevano alla realtà dell’opposizione. Furono insignificanti come numero, ma sono illuminanti e meritano di essere rivisitati.
Tre mesi dopo l’inizio della guerra della NATO, nel giugno del 2011, Sam Dagher del Wall Street Journal (21 giugno 2011) scrisse da Misurata, la terza città più vasta della Libia e un importante centro dell’opposizione, dove segnalava di aver visto slogan dei ribelli quali “la brigata per purgare gli schiavi, i neri”.
Dagher segnalava che la roccaforte ribelle di Misurata era dominata da “famiglie strettamente collegate di mercanti bianchi”, mentre “il sud del paese, prevalentemente nero, principalmente sostiene il colonnello Gheddafi”.
Un altro graffito a Misurata diceva “Traditori state alla larga”. Con “traditori” i ribelli si riferivano ai libici della cittadina di Tawergha, che il Journal spiegava è “abitata prevalentemente da libici neri, un’eredità delle sue origini nel diciannovesimo secolo come città di transito del commercio degli schiavi”.
Dagher scriveva che alcuni leader libici ribelli stavano “sollecitando l’espulsione degli abitanti di Tawergha dall’area” e “la messa al bando dei nativi di Tawergha dal lavorare, risiedere o mandare i loro figli in scuole di Misurata”. Aggiungeva che i quartieri prevalentemente Tawergha di Misurata erano già stati svuotati. I libici neri erano “andati via o si erano nascosti, temendo attacchi vendicativi dai cittadini di Misurata, in mezzo a notizie di taglie per la loro cattura”.
Il comandante ribelle Ibrahim al-Halbous dichiarò al Journal: “Tawergha non esiste più; solo Misurata”.
Al-Halbous sarebbe in seguito ricomparso in un articolo del Sunday Telegraph (11 settembre 2011) ripetendo al giornale britannico: “Tawergha non esiste più”.  (Quando Halbous rimase ferito a settembre, il New York Times (20 settembre 2011) lo dipinse con simpatia come un martire dell’eroica lotta contro Gheddafi. La brigata Halbous negli anni da allora è diventata una milizia influente in Libia).
Come Dagher, Andrew Gilligan del Telegraph attirò l’attenzione sullo slogan dipinto sulla strada tra Misurata e Tawergha: “la brigata per purgare gli schiavi [e i] neri”.
Gilligan scriveva da Tawergha, o piuttosto di quel che restava della cittadina a maggioranza nera, che egli riferiva come “svuotata dalla sua popolazione, vandalizzata e in parte data alle fiamme da forze ribelli”. Un leader ribelle disse dei residenti dalla pelle nera: “Abbiamo detto che se non se ne fossero andati sarebbero stati conquistati e incarcerati. Ciascuno di loro se n’è andato e non permetteremo mai loro di tornare”.
Gilligan segnalava “un’avvisaglia razzista. Molti di Tawergha, anche se né immigrati né manifestamente mercenari di Gheddafi, sono discendenti di schiavi e hanno la pelle più scura della maggior parte dei libici”.
L’Organizzazione del Trattato Nord-atlantico ha assistito questi virulenti ribelli razzisti a Misurata. Forze della NATO hanno frequentemente lanciato attacchi aerei contro la città. Caccia da combattimento francesi hanno abbattuto aerei libici sopra Misurata. Gli USA e la Gran Bretagna hanno lanciato missili da crociera contro bersagli del governo libico e gli USA hanno lanciato attacchi di droni Predator. Anche l’aviazione canadese ha attaccato forze libiche, allontanandole da Misurata.
In un video di propaganda della NATO pubblicato nel maggio del 2011, agli inizi della guerra in Libia, l’alleanza militare occidentale ha ammesso apertamente di aver intenzionalmente permesso a “ribelli libici di trasportare armi da Bengasi a Misurata”. Il politologo Micah Zenko (Foreign Policy, 23 marzo 2016) ha segnalato le implicazioni di tale video: “Una nave NATO, di stazione nel Mediterraneo per forzare un embargo degli armamenti, ha fatto esattamente il contrario e la NATO si è sentita a proprio agio nel pubblicare un video che dimostrava la sua ipocrisia”.
Nel corso dell’intera guerra e dopo di essa ribelli libici hanno continuato a condurre attacchi settari razzisti contro i loro compatrioti neri. Tali attacchi sono stati ben documentati da organizzazioni prevalenti per i diritti umani.
Il direttore esecutivo di lungo corso di Human Rights Watch,  Kenneth Roth,  ha plaudito all’intervento della NATO in Libia nel 2011, definendo l’unanime avallo del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a una zona d’interdizione al volo, una “rimarchevole” conferma della dottrina della cosiddetta “responsabilità di proteggere”.
L’organizzazione di Roth, tuttavia, non ha potuto ignorare i crimini commessi dai militanti anti Gheddafi contro libici e migranti dalla pelle nera.
Nel settembre del 2011, quando la guerra era ancora in corso, Human Rights Watch riferì di “arresti arbitrari e violenze [di ribelli libici] contro lavoratori migranti africani e libici neri supposti mercenari [filo-Gheddafi]”.
Poi a ottobre la maggior organizzazione statunitense per i diritti umani ha segnalato che milizie libiche stavano “terrorizzando i residenti sfollati della città vicina di Tawergha”, la comunità a maggioranza nera che era stata una roccaforte a sostegno di Gheddafi. “L’intera cittadina di 30.000 persone è stata abbandonata – in parte saccheggiata e incendiata – e i comandanti della brigata di Misurata affermano che i residenti di Tawergha non dovrebbero tornare mai”, ha aggiunto HRW. Testimoni “hanno fornito resoconti credibili di alcune milizie di Misurata che hanno sparato contro abitanti disarmati di Tawergha e di arresti e maltrattamenti arbitrati di detenuti di Tawergha, in alcuni casi causa di morte”.
Nel 2013 HRW ha ulteriormente riferito sulla pulizia etnica della comunità nera di Tawergha. L’organizzazione per i diritti umani, il cui capo aveva così calorosamente appoggiato l’intervento militare, ha scritto: “La cacciata a forza di circa 40.000 persone, le detenzioni arbitrarie le torture e le uccisioni sono diffuse, sistematiche e sufficientemente organizzate da costituire crimini contro l’umanità”.
Tali atrocità sono innegabili e aprono una via diretta alla schiavizzazione di profughi e migranti africani. Ma per riconoscere la complicità della NATO nel dare potere a questi militanti estremisti razzisti i media dell’industria dovrebbero innanzitutto riconoscere il ruolo della NATO nella guerra del 2011 in Libia per il cambiamento del regime.
Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/nato-role-in-bringing-slave-markets-to-libya/
Originale: FAIR.org  
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

Preso da: http://znetitaly.altervista.org/art/23776

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Degenerazione e fondamentalismo nel controllo dei media occidentali

Non c’è nulla di più triste e patetico di un famigerato bugiardo che urla, sputa saliva, insulta le persone normali a destra e sinistra, mentre terrorizza coloro che stanno dicendo la verità.
Ultimamente, l’Occidente è diventato chiaramente furioso. Più ha paura di perdere il controllo sul cervello di miliardi di persone in tutti gli angoli del mondo, più aggressivamente urla, prende a calci e si prende gioco di se stesso.
Il Nuovo Ordine Mondiale non nasconde nemmeno più le sue intenzioni. Le intenzioni sono chiare: distruggere tutti i suoi avversari, siano essi in Russia, Cina, Iran o in qualsiasi altro stato patriottico e indipendente. Silenziare tutti i media che stanno dicendo la verità; non è la verità così come è definita a Londra, Washington, Parigi o Berlino, ma la verità è percepita a Mosca, Pechino, Caracas o Teheran; la verità che serve semplicemente la gente, non la falsa, pseudo-verità inventata per sostenere la supremazia dell’Impero occidentale.

Sono stati ora stanziati enormi fondi per l’assalto mortale della propaganda, originatosi prevalentemente a Londra e Washington. Milioni di sterline e dollari sono stati assegnati e spesi, ufficialmente e apertamente, per “contrastare” le voci di russi, cinesi, arabi, iraniani e latinoamericani; voci che stanno finalmente raggiungendo gli “Altri” – gli abitanti desolati del “sud globale”, gli abitanti delle colonie e delle neo-colonie; gli schiavi moderni che vivono negli stati “client”.
La maschera sta cadendo e la faccia cancrena della propaganda occidentale viene esposta nella sua realtà. È terribile, spaventosa, ma almeno è quello che è, perché tutti possano vederla. Niente più suspense, niente sorprese. All’improvviso è tutto allo scoperto. È spaventoso ma onesto. Questo è il nostro mondo Questo è quanto è diminuita la nostra umanità. Questo è il cosiddetto ordine mondiale, o più precisamente neocolonialismo.
L’Occidente degli imperialisti anglo-USA sa come massacrare milioni e sa come manipolare le masse. La sua propaganda è sempre stata dura (e ripetuta mille volte, non diversamente dalle pubblicità aziendali o dalle campagne di indottrinamento fascista della Seconda Guerra Mondiale) quando è originaria degli Stati Uniti, o brillantemente machiavellica e letalmente efficace quando viene dal Regno Unito. Non dimentichiamolo mai: il Regno Unito ha assassinato e ridotto in schiavitù centinaia di milioni di esseri umani innocenti e molto più avanzati, per molti lunghi secoli e in tutto il mondo. A causa del suo talento nel lavaggio del cervello e nella manipolazione delle masse, la Gran Bretagna ha fatto innumerevoli genocidi,
Il regime occidentale sa mentire, spudoratamente ma professionalmente, e soprattutto, perpetuamente. Ci sono migliaia di menzogne ​​accatastate l’una sull’altra, con perfetti accenti “educati” di classe superiore: bugie su Salisbury, sul comunismo, la Russia, la Cina, l’Iran, il Venezuela, Cuba, la Corea del Nord, la Siria, la Jugoslavia, il Ruanda, Sud Africa, Libia, rifugiati. Ci sono bugie sul passato, sul presente e persino sul futuro.
Nessuno ride, vedendo questi teppisti imperialisti come il Regno Unito e la Francia che predicano, in tutto il mondo e con la faccia seria, sia sulla libertà che sui diritti umani. Non ridere, ancora. Ma molti si stanno lentamente indignando.
Le persone in Medio Oriente, Africa, Asia e America Latina cominciano a rendersi conto di essere state ingannate, ingannate, mentite; che la cosiddetta ‘educazione’ e ‘informazione’ proveniente dall’Occidente non erano altro che spudorate campagne di indottrinamento. Per anni ho lavorato in tutti i continenti, compilando storie e testimonianze sui crimini dell’imperialismo e sul risveglio del mondo, “riassunti” nel mio libro di 840 pagine: ” Exposing Lies Of The Empire “.
Milioni di persone che ora possono vedere, per la prima volta, che i media, come BBC, DW, CNN, Voice of America, Radio Free Europe / Radio Liberty, li hanno codificati senza pietà e per anni e anni. Reuters, AP, AFP e diverse altre agenzie di stampa occidentali (Repubblica, La Stampa, RAI, Sky News, ecc..) sono riuscite a creare una narrativa in uniforme per l’intero pianeta, con giornali locali in tutto il mondo che pubblicano ora manipolazioni identiche che provengono da Washington, Londra, Parigi e altre capitali occidentali. Immagini totalmente false su argomenti così importanti come l’Unione Sovietica, il Comunismo, la Cina, ma anche la libertà e la democrazia sono state incise in miliardi di cervelli umani.
La ragione principale dell’apertura degli occhi di persone del mondo che è ancora oppressa dall’imperialismo occidentale, è il lavoro inarrestabile dei media come il New Eastern Outlook (NEO), RT e Sputnik, con sede in Russia, come Cina- ha sede la CGTN, China Radio International e China Daily, TeleSur con sede in Venezuela, Libanese Al-Mayadeen e Iranian Press TV. Certo, ci sono molti altri mezzi di comunicazione anti-imperialisti orgogliosi e determinati in varie parti del mondo, ma quelli sopra citati sono i veicoli più importanti della contro-propaganda proveniente dai paesi che hanno combattuto per la loro libertà e semplicemente hanno rifiutato essere conquistato, colonizzato,
Una potente coalizione anti-imperialista di stati veramente indipendenti si è formata e si è solidificata. Ora sta ispirando miliardi di esseri umani oppressi ovunque sulla Terra, dando loro speranza, promettendo un futuro migliore, ottimista e giusto. Essere all’avanguardia di molti cambiamenti positivi e aspettative è il “nuovo media”.
E l’Occidente sta guardando, inorridito, disperato e sempre più al vetriolo. È disposto a distruggere, uccidere e schiacciare, solo per fermare questa ondata di “ottimismo pericoloso” e lottare per una vera indipendenza e libertà.

Asse della resistenza

Ora ci sono attacchi costanti contro i nuovi media del mondo libero. In Occidente, la RT è minacciata di espulsione, di nuovi e sempre più popolari New Eastern Outlook (NEO), giunta di recente sotto un malvagio attacco informatico da, probabilmente, hacker occidentali professionisti. TeleSur viene periodicamente paralizzato da sanzioni vergognosamente scatenate contro il Venezuela, e lo stesso banditismo si rivolge alla TV della stampa iraniana.
Vedete, l’Occidente può essere responsabile di miliardi di vite in rovina in tutto il mondo, ma non è ancora in grado di affrontare sanzioni, azioni punitive. Mentre paesi come Russia, Iran, Cina, Cuba, Corea del Nord o Venezuela devono “affrontare le conseguenze” principalmente sotto forma di embargo, sanzioni, propaganda, intimidazione diretta, persino bullismo militare, semplicemente per aver rifiutato di accettare la folle dittatura globale occidentale, e per aver scelto la propria forma del governo e del sistema politico oltre che economico.
L’Occidente semplicemente non sembra in grado di tollerare il dissenso. Richiede obbedienza piena e incondizionata al “Pensiero Unico”, ai suoi dogmi, una sottomissione assoluta. Agisce sia come fondamentalista religioso che come teppista globale. E per peggiorare le cose, i suoi cittadini sembrano essere così programmati o così indifferenti o entrambi, che non sono in grado di comprendere ciò che i loro paesi e la loro “cultura” stanno facendo al resto del mondo.
Quando sono intervistato, mi viene spesso chiesto: “il mondo sta affrontando il vero maggiore pericolo dalla Seconda Guerra Mondiale?”
Rispondo sempre “sì”. È perché sembra che sia il Nord America che l’Europa non siano in grado di smettere di costringere il mondo all’obbedienza e alla schiavitù virtuale. Sembrano non voler accettare alcun accordo razionale e democratico sul nostro Pianeta. Sacrificerebbero uno, decine o centinaia di milioni di esseri umani, solo per mantenere il controllo dell’universo? Sicuramente lo farebbero! Hanno già, in diverse occasioni, senza pensarci due volte, senza rimpianti e senza pietà.
La scommessa dei fondamentalisti occidentali, dell’ideologia neoliberista dominante è quella per cui il resto del mondo è molto più decente e molto meno brutale, che non potrebbe sopportare un’altra guerra, un’altra carneficina, un altro bagno di sangue; che piuttosto si arrende, piuttosto rinuncia a tutti i suoi sogni per un futuro migliore, invece di combattere e difendersi da ciò che appare sempre più come un inevitabile attacco militare occidentale.
Tali calcoli e “speranze” dei fanatici occidentali sono falsi. I paesi che ora vengono affrontati e intimiditi sono ben consapevoli di cosa aspettarsi se si arrendono e si arrendono alla pazzia occidentale e ai modelli imperialisti.
La gente sa, si ricorda cosa vuol dire essere schiavi.
La Russia sotto Yeltsin, crollata, saccheggiata dalle multinazionali occidentali, sputata in faccia dai governi europeo e nordamericano; la sua aspettativa di vita era scesa ai livelli dell’Africa sub-sahariana.
La Cina a sua volta sopravvisse a un’agonia inimmaginabile di “periodo di umiliazione”, saccheggiata, saccheggiata e divisa da invasori francesi, britannici e statunitensi.
L’Iran derubato del suo governo legittimo e socialista, dovendo vivere per anni sotto un maniaco sadico, il burattino occidentale, lo scià.
L’intera America “latina“, con le sue venature aperte, con la cultura in rovina, con la religione occidentale costretta a chiudergli la gola; con letteralmente tutti i governi e leader socialisti e comunisti democraticamente eletti o rovesciati, o direttamente assassinati, o quantomeno manipolati dal potere da Washington e dai suoi lacchè.
La Corea del Nord, sopravvissuta a un genocidio bestiale contro i suoi civili, commessa dagli Stati Uniti e dai suoi alleati nella cosiddetta guerra coreana.
Vietnam e Laos, violentati e umiliati dai francesi, e poi bombardati nelle epoche della pietra dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
Sud Africa … Timor Est … Cambogia …
Ci sono carceri viventi, relitti di decomposizione, abbandonati dopo gli attacchi mortali occidentali “liberatori”: Libia e Iraq, Afghanistan e Honduras, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo, solo per citarne alcuni. Questi servono come avvertimenti per coloro che hanno ancora delle illusioni sulla “buona volontà” occidentale e sullo spirito di giustizia!
Siria … Oh, Siria! Guarda cosa ha fatto l’Occidente in un paese orgoglioso e bello che si è rifiutato di cadere in ginocchio e leccare i piedi di Washington e di Londra. Ma anche, guarda quanto è forte, quanto determinati possono essere coloro che amano veramente il loro paese. Contro ogni previsione, la Siria si è levata in piedi, ha combattuto i terroristi assoldati dall’estero, assieme con gli stranieri e ha vinto, circondato e sostenuto dalla grande coalizione internazionalista! L’Occidente aveva pensato di poter scatenare un altro scenario libico, ma invece ha incontrato un pugno di ferro, i nervi d’acciaio, un’altra Stalingrado. l’imperialissmo occidentale è stato identificato, affrontato e fermato. Ad un costo enorme, ma fermato!
L’intero Medio Oriente sta guardando.
Il mondo intero sta guardando.
Le persone ora vedono e ricordano. Stanno cominciando a ricordare chiaramente cosa è successo a loro. Stanno iniziando a capire. Sono incoraggiati. Comprendono chiaramente che la schiavitù non è l’unico modo di vivere le loro vite.
La coalizione anti-occidentale o più precisamente l’Asse della Resistenza anti-imperialista ed antisionista è ora solido come l’acciaio. Perché è una grande coalizione di vittime, di persone che sanno cos’è lo stupro e cos’è il saccheggio, e quale distruzione completa è. Sanno esattamente cosa viene amministrato dai sostenitori autoproclamati della libertà e della democrazia – dal fondamentalismo culturale ed economico occidentale.
Questa coalizione di nazioni indipendenti e orgogliose è qui per proteggersi, proteggersi a vicenda, così come il resto del mondo.

Manifestazione contro l’imperialismo e per la sovranità dei popoli

Non arrendersi mai, mai tornare indietro. Perché le persone hanno parlato e stanno inviando messaggi chiari ai loro leader: “Mai più! Non capitolare. Non cedere alle intimidazioni occidentali. Combatteremo se attaccati. E noi resteremo, orgogliosamente, con le nostre gambe, qualunque cosa, non importa quale forza brutale dobbiamo affrontare. Mai in ginocchio, fratelli! Non cadremo mai più in ginocchio di fronte a coloro che diffondono il terrore! ”
E i media in questi meravigliosi paesi che resistono all’imperialismo e al terrore occidentali diffondono innumerevoli messaggi ottimistici e coraggiosi.
E l’establishment occidentale imperialista sta osservando, agitandosi e sporcandosi i pantaloni.
Loro, gli imperialisti, sanno che la fine del loro brutale dominio sul mondo si sta avvicinando. Sanno che quei giorni di impunità stanno finendo. Sanno che il mondo giudicherà presto gli anglo-USA ed i loro lacchè , per i secoli di crimini che ha commesso contro l’umanità.
Sanno che la guerra dei media sarà vinta da “noi”, non da “loro”.
Il campo di battaglia è in via di definizione. Con alcune brillanti eccezioni, gli occidentali e i loro media stanno chiudendo le fila, attenendosi ai loro padroni. Come molti altri scrittori, ero stato senza tante cerimonie cacciato da Counterpunch, una delle pubblicazioni sempre più anticomuniste, anti-russi, anti-siriane e anti-cinesi degli Stati Uniti. Dal loro punto di vista, stavo scrivendo per diverse pubblicazioni “sbagliate”. Sono davvero orgoglioso che abbiano smesso di pubblicarmi. Sto bene dove sono: di fronte a loro, mentre sto affrontando altri mezzi di comunicazione di massa in Occidente.
L’estensione del controllo ideologico occidentale del mondo è degenerata, veramente perversa. I suoi media e gli sbocchi “educativi” sono pienamente al servizio del regime.
Ma il mondo si sta svegliando e si confronta con questo fondamentalismo culturale e politico mortale.
È in corso una grande battaglia ideologica. Questi sono tempi eccitanti e luminosi. Niente potrebbe essere peggio della schiavitù. Le catene si stanno rompendo. D’ora in poi, non ci sarà impunità per coloro che hanno torturato il mondo per secoli.
Le loro bugie, così come le loro armature, saranno affrontate e fermate!
*Andre Vltchek è filosofo, romanziere, regista e giornalista investigativo. È un creatore di Vltchek’s World in Word and Images , uno scrittore del romanzo rivoluzionario Aurora e diversi altri libri . Scrive in particolare per la rivista online “New Eastern Outlook”.
Traduzione: Luciano Lago
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via Controinformazione

Così i giornalisti provocano le guerre

Il bombardamento della Siria del 14 aprile 2018 resterà negli annali come esempio delle conseguenze del giornalismo scandalistico. Thierry Meyssan ritorna sull’uso del sensazionalismo nella propaganda di guerra.


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A dicembre 2016 i Caschi Bianchi apposero la propria firma sulla rivendicazione degli jihadisti che avevano assediato Damasco e tagliato i rifornimenti d’acqua. Impedire ai civili l’accesso all’acqua è un crimine di guerra.
Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno bombardato la Siria nella notte tra il 13 e il 14 aprile 2018. L’operazione, un’aggressione secondo il Diritto Internazionale, è stata presentata come risposta degli alleati al supposto utilizzo di armi chimiche da parte della Repubblica Araba Siriana.


Il segretario della Difesa statunitense, generale James Mattis, aveva dichiarato di non avere prova dell’accusa, ma di basarsi su «articoli di stampa credibili». Nel 2011, anche il procuratore della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno Ocampo, si fondò su articoli di stampa – oggi tutti smentiti – per emettere un mandato di arresto internazionale contro Muammar Gheddafi, e giustificare così l’intervento della NATO.
Nel 1898 il governo statunitense fece altrettanto: basandosi su «articoli di stampa credibili» dei giornali di William Randolph Hearst [1] scatenò la guerra ispano-americana. Gli articoli si rivelarono in seguito totalmente mendaci [2].
Gli «articoli di stampa credibili» cui, dal canto suo, Mattis si riferisce si basano sulle dichiarazioni dell’ONG britannica Caschi Bianchi (White Helmets). Quest’organizzazione, che si presenta come «associazione umanitaria», è in realtà coinvolta nel conflitto: ha ufficialmente partecipato a diverse operazioni di guerra, tra cui l’interruzione dei rifornimenti di acqua a 5,6 milioni di abitanti di Damasco per una quarantina di giorni [3].
Poche ore prima del bombardamento degli alleati, Russia e Siria avevano pubblicato le testimonianze di due persone che, al momento del presunto attacco, si trovavano all’ospedale di Duma e asseriscono essersi trattato di una messinscena e che non c’è stato attacco con armi chimiche [4].
Come già nel XIX secolo, anche nella nostra epoca accade che giornalisti riescano a manipolare Stati e un tribunale Internazionale, sospingendoli a rovesciare un regime o a bombardare Stati sovrani.
Per questo, in democrazia, parte della stampa può proclamarsi Quarto Potere. Un potere non eletto, quindi illegittimo.
I media che possiedono simili facoltà appartengono a grandi capitalisti, a loro volta strettamente legati a responsabili politici che non esitano a far credere di essere stati ammorbati da “articoli credibili”. William Randolph Hearst era, per esempio, molto vicino al presidente statunitense, William McKinley, che mirava a scatenare una guerra ispano-americana e che poi la dichiarò.
Alla fine della seconda guerra mondiale, Unione Sovietica e Francia fecero adottare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite numerose risoluzioni di condanna della propaganda di guerra [5]. Gli Stati membri le inglobarono nel loro diritto nazionale. In teoria, i giornalisti che praticano simile attività andrebbero perseguiti. Eppure non accade perché, di fatto, solo gli Stati hanno facoltà di avviare questo genere di azione giudiziaria. Dunque, la propaganda di guerra è vietata ma, al momento, possono essere ritenuti colpevoli, secondo il diritto internazionale, solo i giornalisti di opposizione, che certo non hanno il potere di scatenare guerre, ma non gli Stati che le fanno.

[1] Citizen Hearst: A Biography of William Randolph Hearst, W. A. Swanberg, Scribner’s, 1961.
[2] Public Opinion and the Spanish-American War: a Study in War Propaganda, Marcus Wilkerson, Russell and Russell, 1932. The Yellow Journalism USA, David R. Spencer, Northwestern University Press, 2007.
[3] “Una “ONG umanitaria” priva dell’acqua 5,6 milioni di civili”, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 7 gennaio 2017.
[4] “Le testimonianze che invalidano le accuse dei Caschi Bianchi”, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 15 aprile 2018.
[5] “I giornalisti che praticano la propaganda di guerra, dovranno risponderne”, di Thierry Meyssan, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 15 agosto 2011.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article200684.html

La super-arma del futuro? Uno sciame di mini-droni dotati di intelligenza artificiale

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Oltre due milioni di visualizzazioni in poche settimane, considerando solamente il canale YouTube. cSono questi i numeri ottenuti da Slaughterbots, il cortometraggio prodotto e distribuito da Future of Life, un’organizzazione sostenuta anche da Elon Musk e Stephen Hawking.
La scena shock arriva dopo 5 minuti dall’inizio colpendo dritto al cuore l’immaginazione di chi, fino a quel punto, credeva solo di assistere a un’affascinante presentazione commerciale di un CEO della Silicon Valley. Dal bagagliaio di un van esce uno sciame di mini droni, grandi quanto il palmo di una mano.
La destinazione finale dello stormo è un’università raggiunta in pochi minuti tramite un sistema GPS installato nei droni, capace anche di navigare all’interno dell’edificio grazie ad alcuni sensori (telecamere, radar, ecc.) e alla mappa precaricata della struttura.

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Il target dell’azione sono alcuni studenti che, loro malgrado, si sono “intromessi in questioni politiche”, diffondendo un video che condanna malaffare e corruzione. La loro attività sui social non è infatti sfuggita ad un software di monitoraggio capace di acquisire e processare post, tweet e altri contenuti social, filtrando i messaggi “scomodi” e risalendo all’autore attraverso le sue fotografie.
Le immagini vengono poi utilizzate dal sistema di riconoscimento facciale installato nel drone per portare a termine con precisione ed efficacia la sua missione, ovvero fare esplodere la carica di 3 grammi di esplosivo a pochi centimetri dalla fronte dei soli studenti target.
Un video davvero scioccante, almeno per due ragioni. In primo luogo i mini droni, anche se attualmente meno capaci e smart di quelli mostrati nel filmato, fanno già parte della nostra realtà consolidata. Lo testimonia un video pubblicato dalla Difesa americana che mostra un jet delle forze aeree americane liberare in volo un centinaio di droni che, secondo William Roper del DoD, “sono già capaci di operare collettivamente, condividendo scelte e decisioni, esattamente come uno sciame di insetti”.
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Parallelamente, la cronaca ci insegna che esistono già piattaforme di monitoraggio in grado di profilare gli utenti del web e dei social, come i software per il riconoscimento facciale e altre tecnologie presenti nel video.
In secondo luogo la disponibilità di queste tecnologie (drone, software di profilazione, ecc.) non costituisce certo una barriera di accesso insormontabile. In altri termini, presto non sarà prerogativa dei soli governi equipaggiarsi di armi infallibili da cui sarà molto difficile proteggersi. Anche un privato cittadino moderatamente danaroso potrà, in prospettiva, acquisire uno sciame di una decina di droni di pochi centimetri per neutralizzare anche le difese più efficaci, e colpire chiunque.
Quindi, se vi interessa conoscere le armi del prossimo futuro, il consiglio è di investire sette minuti del vostro tempo cliccando su questo link. Come accade in questi casi, è opportuno dire che la visione è vivamente sconsigliata a coloro che sono facilmente impressionabili.
Comprenderete anche perché la comunità scientifica ha avviato una campagna di sensibilizzazione contro la diffusione delle “autonomous weapons”, cioè armi dotate di intelligenza artificiale che possono decidere in autonomia quando e come agire. Buona visione, buona riflessione.
Foto: Youtube e Tech.co

Preso da: http://www.analisidifesa.it/2018/01/la-super-arma-del-futuro-uno-sciame-di-droni-di-5-centimetri-dotati-di-intelligenza-artificiale/

Saif Gheddafi: I crimini atroci contro il popolo libico//The atrocious crimes against the Libyan people



Saif è uno dei figli superstiti del colonnello Mu’ammar Gheddafi, Guida e Comandante della Rivoluzione della Libia. Quando Gheddafi prese il potere, instaurò dapprima una dittatura militare, poi si avvicinò al socialismo arabo ispirato da Gamāl ʿAbd al-Nāṣir Ḥusayn, politico, militare e Presidente della Repubblica egiziana.


Da sinistra Mu’ammar Gheddafi, Gamal Abd el-Nasser, Hafez al-Assad

Profondamente influenzato da Nasser [in arabo Nāṣir NDR], Gheddafi proclamò la “Repubblica delle Masse”, già teorizzata nel “Libro Verde” che, rifiutava sia il capitalismo che la lotta di classe, a favore di un socialismo identitario. L’idea della Repubblica socialista araba, laica e anti-capitalista, rivoluzionò il mondo musulmano, coinvolgendo Siria, Egitto, Libia: per decenni, la via araba al socialismo, fu un arginare contro l’oscurantismo estremista islamico.
Da quando è stato liberato, Saif Gheddafi continua a lanciare accuse contro la NATO, l’Occidente, terroristi e Salafiti che hanno distrutto la Libia. Saif è il figlio più intellettualmente preparato del colonnello Gheddafi e sfruttando l’impegno occidentale a democratizzare la Libia, sta tornando in politica nel suo paese e preparando una battaglia, un J’Accuse contro l’ipocrisia dell’Occidente, della NATO e soprattutto della Corte internazionale di giustizia, organo giudiziario delle Nazioni Unite con sede nel Palazzo della Pace dell’Aia nei Paesi Bassi.
Il memorandum si compone di tre sezioni, nella prima parte Saif fa luce sui disordini in Libia del febbraio 2011, manifestazioni infiltrate da agitatori jihadisti dell’LIFG, Libyan Islamic Fighting Group. Il LIFG è un’organizzazione terroristica fondata negli anni ottanta del XX secolo, volontari e mercenari mujaheddin libici, utilizzati dalla CIA nella guerra d’Afghanistan in chiave anti-Sovietica. Sarebbe interessante indagare sul ruolo di questi terroristi infiltrati nelle manifestazioni, unitamente alla campagna mediatica propagandistica distorta da CIA, NATO e dai francesi.

Terroristi del Libyan Islamic Fighting Group, LIFG

Infatti le manifestazioni in Libia furono: “…dirottate da elementi che facevano parte di gruppi jihadisti, come il Gruppo di Combattenti Islamici Libici ( Libyan Islamic Fighting Group, LIFG). Questi attaccarono le stazioni di polizia e le caserme dell’esercito di Derna, Benghazi, Misratah e Al-Zawayh, in modo da accumulare armi da utilizzare poi nella loro guerra pianificata contro il Governo legittimo. Questi eventi furono accompagnati da una macchina propagandistica lanciata da Al-Jazeera, BBC, France 24 e altri, i quali incoraggiavano il popolo libico a combattere contro la polizia di stato, la quale stava invece cercando di protegger le strutture governative e le proprietà dei civili dagli attacchi e dai saccheggi”.

Se poi si volesse indagare sulle Primavere Arabe, per coincidenza, noi siamo contro le fake news, Malik Obama, fratello dell’ex presidente Statunitense, è leader dei salafiti.

Ovviamente i nostri media manipolati ad arte, addossavano al colonnello Gheddafi la responsabilità dei massacri, nonostante le fonti indipendenti insistessero sul fatto che dietro vi fossero terroristi e salafiti. Riguardo ai presunti massacri attribuiti al governo, Saif Al-Islam possiede la prove che discolpano l’esercito libico dai massacri e paragona la situazione in Libia simile a quella in Iraq nel 2003, con false prove fabbricate ad hoc dagli USA.
Il figlio del colonnello Gheddafi presenta un parallelo tra Libia e l’Iraq, sostenendo che, come il Governo statunitense, inglese e australiano crearono false prove per giustificare l’intervento in Iraq, allo stesso modo sono state inventate prove contro il Governo Libico per giustificare l’intervento della NATO. L’occidente, con la scusa della stabilità, prosperità e di voler portare il Paese alla democrazia, è intervenuto in Libia basandosi su prove fittizie. In una seconda parte, Saif denuncia la negligenza della Corte di Giustizia internazionale, poiché come sempre, adotta metri di giudizio diversi, in parole povere: potente coi deboli e debole coi potenti!
Dunque l’Alta corte è stata intransigente contro Gheddafi, ma cieca sull’operato della NATO.
Nella terza parte del memorandum Saif Gheddafi accusa la NATO, per i suoi attacchi aerei che hanno raso al suolo intere città e massacrato la popolazione civile. Un’accusa pesante contro la negligenza della Corte di Giustizia Internazionale e all’Alleanza Atlantica, responsabile di massacri e barbarie in combutta con i terroristi locali e i salafiti infiltrati.

Il documento ha un peso talmente importante, che i nostri media lo hanno oscurato, e alle accuse gravissime, la Corte di Giustizia, organismo tanto importante quanto pilotato, dovrà rispondere. È una richiesta d’aiuto da parte di Saif Al-Islam che vuole ricostruire il suo Paese, un’accusa e nel contempo è una richiesta d’appoggio.
In base al memorandum di Saif Gheddafi, la Corte penale internazionale è un elemento essenziale delle Nazioni Unite e della NATO, uno strumento politico atto a giustificare o coprire i loro crimini di guerra. Le violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita e simili non vengono mai denunciate, nel caso di Jugoslavia, Iraq, Siria, Libia, i diritti umani vengono utilizzati al solo di ottenere vantaggi in termini di politica energetica. L’attacco alla Libia era volto ad appropriarsi del petrolio di Muammar al-Gheddafi, fregandosene delle disastrose conseguenze per il paese.
Luciano Bonazzi

Preso da: http://lucianobonazzi.altervista.org/saif-gheddafi-crimini-atroci-popolo-libico-the-atrocious-crimes-against-the-libyan-people/

Quei filmati di Al Qaeda? Li faceva il Pentagono

5 ottobre 2016

di MARCELLO FOA – I video di Al Qaeda? Così falsi da sembrare veri e commissionati non da Bin Laden, ma dal Pentagono, per il tramite dell’agenzia di PR britannica Bell Pottinger che per almeno cinque anni ha lavorato in Iraq su mandato del Dipartimento della difesa americano ottenendo un compenso di oltre 100 milioni di dollari all’anno. Totale: 540 milioni di dollari, una cifra esorbitante.
Sì, sì, avete letto bene: certi filmati di Al Qaeda erano “made in USA”. A rivelarlo è il Bureau of Investigative Journalism in un’ottima inchiesta appena pubblicata sul web, incentrata sulla testimonianza di un video editor, Martin Wells, che quei filmati li ha fatti in prima persona, e riscontri nei documenti ufficiali.

La storia è intrigante, quasi da film. Siamo a Londra. Wells, un video operatore free lance, nel maggio del 2006 viene contattato con la prospettiva di un contratto in Medio Oriente e al primo colloquio si accorge che il committente è molto particolare. Non è la solita società di produzione ma l’ambiente in cui viene accolto è militare; anzi di intelligence militare. Viene scortato da guardie armate all’ultimo piano di un palazzo. Il colloquio è breve e gli comunicano subito l’assunzione perché hanno fatto delle verifiche sul suo conto e lo hanno trovato «pulito». Tempo 48 ore e si trova a Baghdad in una base ultraprotetta, una centrale dove vengono pianificate operazioni di guerra psicologica, in gergo le psyops, alcune delle quali tradizionali. “Dovevamo produrre filmati “bianchi” ovvero nei quali la fonte era dichiarata, tendenzialmente si trattava di spot contro Al Qaeda”, spiega Wells.
Ma altre erano decisamente meno trasparenti. “La seconda tipologia era ‘grigia’: finti servizi giornalistici che poi venivano mandati alle Tv arabe”. E poi c’era quella “nera” in cui la paternità dei video era “falsamente attribuita”. Insomma false flag, che Wells spiega così: “Producevamo finti filmati di propaganda di Al Qaeda, secondo regole e tecniche precise; dovevano durare dieci minuti ed essere registrati su dei CD, che poi i marines lasciavano sul posto durante i loro raid, ad esempio durante un’incursione nelle case di persone sospettate di terrorismo. L’obiettivo era di disseminare questi video in più località, possibilmente lontani dal teatro di guerra” perché scoprire filmati di quel genere in località insospettabili avrebbe aumentato il clamore e l’interesse mediatico. Dunque non solo a Baghdad, ma anche “in Iran, in Siria (prima della guerra) e persino negli Stati Uniti”.
Capito? Certi angoscianti scoop che rimbalzavano sul web o in Tv in realtà erano fabbricati a tavolino da una società di PR britannica all’interno di una base statunitense in Iraq. E vien da sorridere pensando che poi erano la CIA o la Casa Bianca a certificarne l’autenticità.
Wells conferma modalità che gli esperti di spin conoscono bene. Il mandato viene affidato da un governo a società di consulenza esterne per aggirare la legge, evitare il controllo di commissioni parlamentari e proteggere le istituzioni nell’eventualità che queste operazioni vengano scoperte e denunciate dalla stampa, cosa che peraltro non accade quasi mai. I fatti svelati dal Bureau of Investigative Journalism infatti risalgono al periodo 2006-2011; nel frattempo la Bell Pottinger è passata di mano e le truppe americane si sono ufficialmente ritirate dall’Iraq. Lo scoop è sensazionale ma difficilmente assumerà rilevanza internazionale perché riguarda un passato lontano e infatti la maggior parte dei grandi media lo ha ignorato.
Intendiamoci. Il fatto che in un contesto di guerra, seppur particolare come quella al terrorismo, si possano concepire operazioni di questo tipo non sorprende. Lo insegnano, da secoli, Sun Tzu e Machiavelli. Il problema è che di solito sono limitate al teatro di guerra, mentre negli ultimi anni hanno assunto una valenza globale. Quella propaganda non è rivolta solo agli iracheni e agli attivisti di Al Qaeda ma anche ai cittadini del resto del mondo, persino agli americani nonostante la legge statunitense lo vieti espressamente. Ed è diventata sistematica. Sappiamo che la guerra in Iraq è stata proclamata su accuse inventate a tavolino. Sappiamo che i report sull’andamento della lotta ai telabani in Afghanistan sono stati falsificati per anni ingigantendo i successi dell’esercito americano, sappiamo delle manipolazioni mediatiche di alcuni drammatici episodi del conflitto in Siria e sappiamo anche che alcuni filmati dell’ISIS sono stati postprodotti e manipolati, in certi casi anche con risvolti comici, come quello in cui i terroristi scorrazzano per il deserto iracheno su un pick-up con le insegne di un idraulico del Texas.
La frequenza e l’opacità di questi episodi pone un problema di fondo, molto serio: quello dell’uso e soprattutto dell’abuso delle tecniche di psyops, che non può diventare un metodo implicito di governo attraverso il condizionamento subliminale ed emotivo delle masse. Non nelle nostre democrazie.

2017: Licenziata Dilyana Gaytandzhieva, la giornalista bulgara che sollevò il vespaio sulle forniture di armi USA ad Al Qaeda e ISIS

I media e gli orsi polari


I media internazionali, commentando uno studio scientifico, Orsi polari che attaccano gli umani: implicazione del cambiamento climatico [1], suonano l’allarme: spinti dal riscaldamento climatico, gli orsi polari attaccherebbero gli uomini [2].

Ebbene, non è questo il senso della ricerca che, in realtà, non studia i cambiamenti climatici, bensì il comportamento animale.
Per inciso, questo studio elenca i casi di attacco degli orsi polari agli umani verificatisi nell’ultimo secolo. L’attacco più recente risale a sei anni fa, nel 2011. La ricerca però non tiene conto dell’aumento esponenziale del rischio di attacchi di questo tipo, legato al numero di umani che ormai frequentano l’habitat naturale degli orsi polari.

Questa campagna si collega al ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima, ossia al ritiro degli americani dalla Borsa del carbone, che avrebbe dovuto continuare ad arricchirne gli inventori. La Borsa del carbone fu creata da David Blood (ex direttore della banca Goldman Sachs) e Al Gore (ex vicepresidente degli Stati Uniti); lo statuto fu redatto da Barack Obama (futuro presidente degli Stati Uniti) [3].

[1] «Polar bear attacks on humans: Implications of a changing climate», Wildlife Society Bulletin, 2 luglio 2017.
[2] Per esempio: «Polar bears hurt by climate change are more likely to turn to a new food source — humans», Cleve R. Wootson Jr., The Washington Post, 13 luglio 2017.
[3] «L’ecologia finanziaria (1997-2010)» di Thierry Meyssan, Rete Voltaire 6 giugno 2010, traduzione di Matteo Sardini.

I media e l’Antartide

 

 

Tra il 10 e il 12 luglio 2017 un gigantesco iceberg di 5.800 km di superficie si è staccato dall’Antartide. Fenomeni analoghi si sono verificati nel 1995 e nel 2002.

Secondo The New York Times l’evento conferma la previsione del ricercatore statunitense John H. Mercer, pubblicata su Nature nel 1978: la calotta polare (inlandsis) sta sciogliendosi per effetto del riscaldamento climatico. Molti media lanciano l’allarme, soprattutto dopo che il presidente Trump ha ritirato gli USA dall’Accordo di Parigi sul clima.
Quello che il New York Times non dice è che non si tratta affatto di un evento straordinario: nel 1956 e nel 1927 si sono staccati dall’Antartide iceberg di volume, rispettivamente, sei volte e quattro volte maggiore dell’attuale. Non ci sono dati per i secoli precedenti.

Del reso, Donald Trump ha ritirato il proprio Paese dall’Accordo di Parigi esclusivamente perché si oppone al sistema finanziario della Borsa del carbone [1]. La decisione di Trump non riguarda dunque l’ambiente. La Borsa del carbone è stata creata da David Blood (ex direttore della banca Goldman Sachs) e Al Gore (ex vicepresidente degli Stati Uniti). Lo statuto è stato redatto da Barack Obama (futuro presidente degli Stati Uniti).

[1] «L’ecologia finanziaria (1997-2010)» di Thierry Meyssan, Rete Voltaire 6 giugno 2010, traduzione di Matteo Sardini.

Preso da:  http://www.voltairenet.org/article197126.html

Il piano di Vogue che istiga i giovani alla perversione

di Roberto Marchesini20-07-2017
Mi è stato segnalato un articolo pubblicato da Teen Vogue che ha l’obiettivo di educare gli adolescenti al sesso anale (http://www.teenvogue.com/story/anal-sex-what-you-need-to-know). Cosa ne penso? Francamente? Penso che siamo oltre al disgustoso, oltre all’orripilante… siamo al ridicolo.
Partiamo dall’inizio, quando si spiega ai ragazzini che «non tutti fanno del sesso “pene nella vagina”». Eh, già: il sesso «in vasu naturale» si chiama «pene nella vagina», così risolviamo il problema di cosa sia naturale e cosa non lo sia. Dopo aver abolito la parola «naturale», l’articolo ci stupisce con ulteriori acrobazie lessicali. Non esistono maschi o femmine: esistono «possessori di prostata» e «non possessori di prostata». Dite la verità… non avreste mai potuto pensare ad una cosa simile, vero? Poi arriva la parte pratica, che consiste in tre punti: 1) «Andateci piano» (senza specificare perché); 2) «Il lubrificante è essenziale» (senza specificare perché); 3) «Si, potrebbe esserci della cacca. […] Aspettarsi di fare sesso anale e di non imbattersi nella cacca è irrealistico”. A questo punto… link ad un articolo sulla cacca (http://www.teenvogue.com/gallery/what-your-poop-says-about-your-health), rullo di tamburi ed ecco la bomba: «Tutti fanno la cacca». Non l’avreste mai detto, vero? Meno male che ci informa la stampa progressista, altrimenti saremmo rimasti nell’ignoranza.

Dulcis in fundo, un post-scriptum: «Questo articolo è stato aggiornato per includere l’importanza di utilizzare la protezione [il preservativo] durante il sesso anale». Capito? L’hanno aggiunto dopo. Ma a parte quest’aggiunta postuma, non c’è una sola parola riguardante i gravissimi rischi del sesso anale (malattie, lesioni e prolasso del retto). Questo articolo ha avuto diverse reazioni: dalla mamma che brucia la rivista (il cui video ha avuto più di un milione di visualizzazioni) al giornale che ha trovato l’articolo troppo poco progressista. Le donne sono infatti definite in base a cosa loro manca e l’uomo ha (non il pene… la prostata!), e nei disegni (si, ci sono anche le illustrazioni…) viene indicato l’organo del piacere maschile (nuovamente: la prostata!) e non quello femminile (il clitoride) (http://www.independent.co.uk/voices/teen-vogue-anal-sex-prostate-owner-sheila-michaels-feminism-teenagers-a7831671.html). Insomma: il mondo è bello perché è vario.
Fin qui non ci sarebbe molto da commentare, se non i soliti «Che tempi, signora mia…», «Dove andremo a finire…» e cose del genere. Ma allargando un po’ la visuale si scoprono alcune cose curiose, se non interessanti. Partiamo dall’autrice, Gigi Engle, presentata come «educatrice sessuale» (altrove si definisce «femminista»). Dalle foto che circolano in internet, più che «educatrice sessuale», si direbbe esperta di «oggetti sessuali», visto che ne ha sempre in mano uno. Per Teen Vogue (ricordiamolo: una rivista per adolescenti) ha scritto altri articoli con questi titoli: «Consenso e BDSM [Bondage, Dominazione, Sado-Maso]: cosa dovresti sapere»; «Come masturbarti se hai un pene»; «Come masturbarti se hai una vagina».
Di questa educatrice sessuale, però, sappiamo anche altro. Ad esempio, conosciamo la sua vita intima: «Sono una grande bugiarda e una nota traditrice. Credo che il mio passato impulso verso il tradimento sia dovuto al fatto che non ho mai davvero voluto impegnarmi in una relazione, nonostante egoisticamente desiderassi tutti i benefici di averne una». Inoltre sappiamo che… parla da sola. No, ci assicura, non è matta: «Pensare ad alta voce mi aiuta a […] dare un senso alle cose che dico». Forse è un po’ sorda…
Ma Gigi Engle non è l’unica responsabile per questo geniale articolo. La responsabilità è sicuramente della giovanissima direttrice della rivista, l’ebrea afro-americana Elaine Welteroth. Quando è stata nominata direttrice della versione giovanile di Vogue (fino ad allora dedita a moda e celebrità) la rivista stava attraversando un periodo di crisi. La Welteroth ha reagito trasformando un frivolo giornale per ragazzini in un manifesto di propaganda liberal. Lei stessa ha dichiarato: «Penso che i nostri lettori si considerino degli attivisti». Non è certo un caso se, nel dicembre scorso, la rivista ha ospitato un articolo che attaccava personalmente e direttamente Donald Trump, accusato di «risvegliare il bigottismo, incoraggiare l’odio e normalizzare la menzogna». E non è un caso nemmeno se, nell’agosto dello stesso anno, ha pubblicato un articolo firmato da Hillary Clinton.
Welteroth condivide la responsabilità con un’altra star del giornale, il direttore dell’edizione on-line Phillip Picardi. Difende a spada tratta l’articolo perché, gay cresciuto in una scuola cattolica, si lamenta di non aver ricevuto istruzioni adeguate sul sesso anale; ha trovato il modo di rimediare. In un suo tweet ha scritto: «La generazione Z sarà la più queer e la più coraggiosa di sempre». Grazie a Teen Vogue, ça va sans dire. Potremmo dire anche parecchio a proposito del gruppo editoriale che sostiene questo progetto, la Advance Publications della famiglia Newhouse (Neuhaus), proprietaria di un vero e proprio impero della carta stampata che comprende Vanity Fair e Wired, già noti ai lettori della Bussola per le posizioni ultra-liberal…Ma andremmo troppo lontano. Per ora fermiamoci qui… ce n’è pure d’avanzo.

Preso da: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-il-piano-di-vogue-che-istiga-i-giovani-alla-perversione-20517.htm