La macchina sovversiva di Soros esposta al pubblico

Lo speculatore globale ha fatto il lavaggio del cervello a un’intera generazione. Legioni di giornalisti e movimenti comprati in una raffinata manipolazione di massa
10 maggio 2017

 

di Phil Butler.
Molti esperti politici sono consci della forte influenza esercitata dal miliardario George Soros. Ma ormai anche i cittadini comuni associano il suo nome al controllo e alle speculazioni di borsa. L’uomo dietro il caos anti-Trump, l’oligarca dei fondi speculativi, il bizzarro filantropo: Soros è l’equivalente del dottor Male nel mondo reale. Ma, fino ad ora, le sue macchinazioni sono state generalmente tollerate, e il mondo non è riuscito a vedere chiaramente quanto i miliardi di Soros abbiano portato miseria e sofferenza a un miliardo di persone.
Un mio collega, l’analista politico olandese Hoger Eekhof, recentemente mi ha telefonato in preda ad un forte stato di incredulità. Me lo ricordo esclamare al telefono, qualche tempo prima: “Phil, fughe di notizie dalle organizzazioni di Soros confermano la sua complicità nel controllo delle politiche europee!“. Dopodiché, essendo lui stato sulle tracce di Soros per qualche anno, sono stato ansioso di sapere cosa aveva scoperto. Sorprendentemente, sembra che le prove schiaccianti su Soros e la sua Open Society Foundations si trovino alla luce del giorno, tra alcune recenti intercettazioni su DC Leaks delle ONG del miliardario. Di sicuro alcuni lettori saranno stupiti nel non trovare da nessuna parte queste intercettazioni [in inglese] nei media mainstream. Le rivelazioni che ne derivano sono talmente sconvolgenti che non so da dove cominciare a raccontare: forse è meglio iniziare con Soros che si compra i media europei!
Edizione straordinaria! Soros paga per le elezioni europee!
Uno dei documenti (PDF) tratti dal fiume di intercettazioni su DC Leaks riguardanti l’OSIFE (Open Society Initiative for Europe) spiega in dettaglio i programmi e i piani per influenzare le elezioni europee del 2014. Non solo: il documento fornisce le quantità di denaro e i relativi beneficiari che l’ungherese pagò per “creare” la politica d’Europa e gli uomini politici per attuarla. Tra i programmi citati, uno in particolare mi ha sconvolto da giornalista e analista mediatico: l’ente non profit EUobserver è stato creato e finanziato da Soros per “comprare” i media europei. Cito dagli obiettivi del programma:
Questo progetto usa le notizie per incoraggiare il dibattito su come i valori della società aperta siano minacciati durante la corsa alle elezioni europee. Gli argomenti includono il sorgere dello “hate speech” [“discorsi di odio”] da parte dell’estrema destra europea, l’uso crescente di retorica dell’intolleranza dei politici mainstream, e l’aumento dei crimini legati all’odio nelle strade d’Europa. EUobserver ha reclutato giornalisti locali esperti per assistere agli eventi legati alle campagne elettorali, per condurre interviste e scrivere editoriali di alto livello in 16 Stati. Con questa strategia di infiltrarsi nel giornalismo locale, EUobserver è stato in grado di indicare i preoccupanti trend internazionali, piuttosto che limitarsi a riportare incidenti isolati. Hanno pubblicato un totale di 128 articoli nel periodo che va da febbraio a maggio 2014.
Ciò significa che Soros ha finanziato il piano dell’EUobserver con 130.922 dollari, permettendo la pubblicazione di 128 influenti articoli che sono stati poi letti in tutto il Continente. Approssimativamente si parla di 1000 dollari per articolo, che è abbastanza per influenzare il 90% dei giornalisti europei di mia conoscenza. Il documento arriva a definire l’area territoriale per cui questi articoli sono stati intesi, che include: Austria, Belgio, Bulgaria, Danimarca, Spagna, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Romania, Svezia, Olanda, Polonia e Regno Unito. L’acquisto di spazio mediatico da parte dell’EUobserver è stato esteso ad ulteriori 32 articoli, sempre a 1000 dollari l’uno, nel periodo immediatamente precedente le elezioni. Analizziamo questi dati.
La Open Society Foundations ha finanziato l’EUobserver per “reclutare un network di giornalisti indipendenti nelle capitali europee allo scopo di evidenziare l’impatto di queste politiche e sottolineare importanti eventi locali“. Questo aspetto del controllo e della manipolazione dei media è stato finanziato con 75mila dollari, ma non c’è indicazione su quanti giornalisti siano stati effettivamente reclutati.
Attizzare l’inquietudine marginalizzata dei giovani
Per quanto inquietanti siano queste rivelazioni di DC Leaks sulla corruzione dei media, la manipolazione sociale da parte delle varie ONG di Soros è scioccante. All’interno dello stesso documento trapelato dalla Open Society Foundations, è mostrata chiaramente la “assunzione” e manipolazione delle politiche neo-liberali. Un altro programma finanziato dalla Open Society è stato quello dell’European Alternatives, nello specifico la branca italiana. Questo aspetto ha come obiettivo di “amplificare le voci di coloro che si trovano lontani dai centri di potere europei, includendo chi si trova in situazioni vulnerabili, come migranti e giovani“. Attraverso una serie di meccanismi di supporto, Soros ha cercato di convertire la gioventù italiana, la comunità LGBT [Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender] e praticamente ogni gruppetto anti-conservatore su cui riuscisse ad arrivare, tramite l’uso di “humour e satira” dei media. È stata creata una entità web, Voice of the Voiceless EU, ora non più attiva. È qui che vediamo Soros utilizzare le armi affilate dei segmenti più esuberanti e aggressivi della società. Voice of the Voiceless si è trasformata in un movimento molto più ampio che si è ora trasferito nei media, nelle università e più in generale nella società europea. Lo European Youth Portal [in inglese] è un meccanismo per la standardizzazione degli ideali giovanili.
Questo aspetto della macchinazione di Soros è parecchio brillante. Ciò che potrebbe sembrare un supporto dal basso per movimenti legati all’attivismo LGBT e ai matrimoni omosessuali, è in realtà nient’altro che una delle tante ricette preparate da gente come Soros per deviare i giovani nel pentolone del globalismo ultraliberale. Fuor di metafora, Soros ha fatto il lavaggio del cervello ad una generazione vulnerabile affinché credesse in ideali e obiettivi anti-conservatori. La gioventù di Europa e Stati Uniti sarebbe potuta essere predisposta, in caso contrario, a ideali di estrema destra, per esempio. Ma il denaro di Soros è giunto fin nel profondo della sottocultura delle organizzazioni giovanili, e la sua “macchina” è molto più potente di qualsiasi altro segmento.
Controlliamo la società – Controlliamo la vostra cultura
Devo ammettere di aver sottovalutato quanto realmente potente sia George Soros. Scoprire la profondità e l’ampiezza del machiavellismo di Soros nelle intercettazioni di DC Leaks è stata una rivelazione sconvolgente. Sì, le intercettazioni dimostrano inequivocabilmente che io e i miei colleghi avevamo sempre avuto ragione. Ma non vogliamo nessun premio: queste rivelazioni dimostrano anche quanto poco si sappia delle macchinazioni di Soros, delle sue connessioni, nonché da dove derivi questo immenso potere. Non si può sbagliare: nessuno potrebbe nasconderlo così bene, eppure.
Un altro programma fondato con quasi 300mila dollari dalla Open Society fu il cosiddetto “Radical Democracy for Europe“. Ancora una volta cito direttamente dai documenti: questo programma nacque
“per coinvolgere la comunità di media-making creativo (tra cui artisti video e d’animazione) nel dibattito sulle elezioni e sulle politiche europee, in linea con gli obiettivi generali della Open Society, connettendosi ai social network e alle piattaforme digitali e usando i film come uno strumento di incremento della consapevolezza, allo scopo di raggiungere un’ampia audience e massimizzare l’impatto”.
Leggendo questo passaggio è facile immaginarsi George Soros come il “Grande Fratello” di Orwell. La lista di programmi e di obiettivi per sovvertire e incanalare il libero pensiero coerentemente con gli ideali di Soros è lunghissima. Alcuni degli altri programmi erano:
  • Elezioni Europee 2014: contrastare il sorgere dello “hate speech” – Questo ha aiutato ad uniformare la comunità LGBT, i Rom e le donne in uno strumento politico manipolabile
  • La campagna internazionale #DON’TmasturHATE – Questa iniziativa della Open Society di Bratislava illustra come gli sforzi dal basso sono stati creati per contrastare i punti di vista opposti
Gli sforzi volti ad influenzare le elezioni europee si sono spinti al punto di raggiungere, nella sfera digitale, segmenti di società in precedenza irraggiungibili. Attraverso la creazione e manipolazione di app e altri strumenti tecnologici, Soros cerca di “acchiappare” chiunque possa sostenere i suoi obiettivi. Da piccoli programmi come iChange Europe a innovazioni come Vote Match Europe, gli scagnozzi di Soros hanno impiantato sistemi di controllo in ogni angolo dell’Unione. SPIOR in Olanda, Transparency International in Lettonia, l’European Youth ForumMigrant Voice. la lista di strumenti dell’Open Society per influenzare le elezioni del 2014 è impressionante. Soros ha lanciato una campagna di massa per trasformare l’Europa con queste elezioni. Ciò che mi sconvolge è che ha poi effettivamente raggiunto questi obiettivi preliminari. Tre anni dopo l’Europa è un pentolone politico pronto a bollire.
Il quadro generale
Altri documenti dell’archivio “Soros” di DC Leaks dimostrano inequivocabilmente che il miliardario è il vero “cattivo” nell’attuale catastrofe europea. Quantomeno, è il più potente tra gli antagonisti visibili. C’è ampia evidenza che George Soros sia l’architetto e il dittatore dell’intera situazione migratoria che sta distruggendo l’Europa. Attraverso meccanismi di controllo acquisiti o influenzati ad ogni livello, non è irragionevole pensare che Soros diriga le leadership dell’Unione Europea alla stregua di un burattinaio. Ogni dogma, obiettivo, retorica, tono, e direzione della documentazione dell’Open Society che DC Leaks ha svelato mette le attività di Soros al centro del reticolo. Da Medici Senza Frontiere a misconosciute organizzazioni come la Federazione delle Organizzazioni Greche per Persone con Disabilità, Soros fa leva su qualsiasi cosa e qualsiasi persona capace di aiutarlo nei suoi obiettivi.
In prospettiva più ampia, la fondazione di Soros ricorda più un’organizzazione di stampo mafioso che una tipica struttura affaristica o filantropica. All’interno di queste intercettazioni ci sono prove che suggeriscono che Soros eserciti influenza non solo su leader come Angela Merkel e le sue controparti dell’Est Europa, ma anche sulle organizzazioni deputate alla mediazione dei conflitti. Dall’OSCE ad un’ampia gamma di cosiddette “ONG dei diritti umani”, Soros si comporta come una specie di “Padrino”. Le sue offerte, che nessuno sembra capace di rifiutare, ora si estendono molto più in là della mera offerta di denaro. Posso solo immaginare il livello di ricatto e di bullismo che un uomo come Soros può esercitare. Oggi, ogniqualvolta un governo minaccia dissenso contro il movimento liberal-globalista, Soros raduna (ad esempio: OSCE e ONG contro l’Ungheria) un potentissimo esercito di collaboratori.
Noi continueremo ad analizzare e studiare questi documenti di DC Leaks riguardanti Soros, e ne scriveremo. Non so da dove cominciare ad esprimere la mia sorpresa sulla poca risonanza mediatica di queste intercettazioni. Forse, come noi, altri analisti sono stati impegnati a seguire le faccende legate alla candidatura e all’elezione di Donald Trump. Ciò che si delinea sempre più è l’enigma chiamato George Soros, un uomo che esercita un’influenza tremenda sulle nostre vite.
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Articolo di Phil Butler pubblicato su New Eastern Outlook il 19 aprile 2017
Traduzione in italiano a cura di barg per SakerItalia.it
 
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FIUMI DI LETAME dai media di regime. “1984” di George Orwell, è già tra noi. Il pericolo nr. 1 della nostra società sono i GIORNALISTI!!

8 febbraio 2017
Il livello raggiunto oggi dai media di regime non solo è imbarazzante ma fa davvero molta paura. Difficilmente seguo i loro notiziari o leggo la loro merda. Ieri, per caso, facendo un po’ di zapping,  a causa del dominante vuoto della televisione, mi sono soffermato su tgcom24.
C’era davvero da rabbrividire nell’ascoltare le montagne di menzogne che sono riusciti a raccontare. I loro notiziari e giornali sono pura propaganda. Non si fa altro che gettare MERDA su Putin, su Trump, su Marine Le Pen e su tutti gli avversari del loro criminale europeismo/globalismo!
Non ho mai visto nulla del genere!
Mi chiedo, la gente normale, si porrà qualche domanda quando ascolta/legge queste notizie?
Cioè l’Italia è oramai con la merda alla bocca e questi assassini di giornalisti parlano quasi esclusivamente di Trump, di Putin e di Marine Le Pen? E poi che razza di giornalismo è mai questo? Questi balordi dovrebbero raccontare i fatti in maniera obiettiva senza alcun indirizzo. Ed invece attaccano:
    • Marine Le Pen mettendole in bocca parole che non ha mai pronunciato.
    • Difendono Emmanuel Macron, l’altro candidato francese alle prossime presidenziali, dicendo che hacker russi hanno pronto un dossier sulla sua vita privata, sostenendo addirittura che oggi ha un’indice di gradimento del 65%. Senza citare la fonte di questa baggianata. Macron, in Francia, praticamente manco lo conoscono. Proviene dalla Banca dei Rothschild ed ha fatto il ministro delle finanze per qualche mese nel governo Hollande, oggi con un gradimento al di sotto del 10%. Oltre ad aver disprezzato la classe operaia e i meno abbienti non si hanno altre notizie di rilievo.
    • François Fillon, il candidato della destra francese, sempre per le solite coincidenze pre-elettorali, lo stanno massacrando, dal punto di vista mediatico, perché non è gradito al potere mondialista per la sua voglia di ristabilire i rapporti con la Russia.
    • Ogni cosa che fa Donald Trump viene attaccato in maniera becera. Senza parlare delle continue proteste contro la sua elezione. Non si è mai vista una cosa del genere.
    • Il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, che insieme all’Iran, al legittimo governo siriano, ad Hezbollah, alla Cina e all’Iraq stanno sconfiggendo il terrorismo wahabita creato, finanziato ed armato da Arabia Saudita, Petro-monarchie, israele, nato ed europa, viene accusato di uccidere civili e di ingerenze nelle elezioni tedesche e francesi, dopo le infondate accuse su quelle americane.
Siamo a livelli davvero pericolosissimi. Soprattutto perché a livello occidentale i media di regime si sono accordati nel creare uno strumento per segnalare una notizia come falsa.
Ci vogliono imporre la loro verità!
Solo questo basterebbe per comprendere il livello allarmante raggiunto. Sempre più persone vengono perseguite per aver esposto il proprio pensiero o per divulgare verità scomode al potere assassino.
Siamo in balia di colpa di coda di un sistema sofferente, ferito profondamente e impaurito! Abbiamo il dovere di reagire al più presto prima di soccombere definitivamente!
Questi personaggi mentono sapendo di mentire macchiandosi di crimini contro l’umanità! Dobbiamo agire al più presto. Quanto riportato in “1984” di George Orwell è già tra noi. Teniamo sempre bene a mente le parole di Giovanna Botteri corrispondente Rai da New York dopo l’elezione di Trump. Riflettiamo su queste parole tanto importanti quanto inquietanti

 

E dell’invito fatto dalla giornalista Letizia Leviti ai suoi colleghi prima di morire
«Il nostro lavoro è dire la verità. Abbiamo un debito nei confronti di chi ci ascolta. Ci credono a quello che noi raccontiamo e noi dobbiamo raccontare la verità ed essere onesti intellettualmente».

 

SIAMO IN PERICOLO!! La VIOLENTA magistratura NAZISIONISTA di Francia ha arrestato Alain Soral per DIFFAMAZIONE! Bienvenue à la Dictature!
“Dossier russi contro Macron”… il Corriere della Sera e il “continuare a fare bene il proprio mestiere”
Rapporto Intelligence tedesca – “nessuna prova della campagna russa contro Angela Merkel”
Le fake news provengono dai media più prestigiosi. Oliver Stone
“Fake news”, il Documento-diktat della Boldrini e la battaglia per la libertà d’espressione in rete
Da Brividi. Accordo Facebook-corporazioni mediatiche francesi per il controllo preventivo delle notizie

SPEGNETE LA TV, NON LEGGETE PIU’ I GIORNALI E LE LORO MERDATE. Boicottate questi infami TRADITORI e MANIPOLATORI. Informatevi in rete.  
AGGIORNAMENTO 09.02.2017
Interessante articolo
AGGIORNAMENTO 10.02.2017
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2017: Scribacchini e pennivendoli cercano ancora una volta di infangare il Leader Muammar Gheddafi

Quella di cercare di gettare merda su Gheddafi, è una moda, periodicamente ci provano, inventando qualcosa di nuovo. Questa volta hanno affidato il compito a quello che il sistema stesso ha eletto a scrittore di grande “successo”.
Vediamo uno dei tanti articoli, fotocopia l’uno dell’ altro e poi facciamo qualche considerazione.

Gaddafi, annunciata la serie tv scritta da Roberto Saviano e Nadav Schirman e prodotta da eOne e Palomar

eOne e Palomar annunciano di lavorare a Gaddafi, serie tv scritta da Roberto Saviano e Nadav Schirman che racconterà la storia di Mu’ammar Gheddafi

Roberto Saviano
Un’altra co-produzione che coinvolge l’Italia si prepara a conquistare il mercato internazionale: è di pochi minuti fa, infatti, l’annuncio che la casa di produzione eOne e l’italiana Palomar produrranno Gaddafi, una serie tv basata sulla vita del leader della Libia Mu’ammar Gheddafi. Italiano anche il nome di chi sarà alla sceneggiatura di questa produzione, ovvero Roberto Saviano, che ha co-creato la serie con Nadav Schirman, autore del documentario “The Green Prince”. I due saranno anche produttori esecutivi.

Gaddafi viene presentato come “una storia epica, crudele e contemporanea su un uomo con un desiderio senza fondo per il potere e che voleva una rivoluzione mondiale. Un uomo caduto in rovina, travolto dai suoi più terribili vizi. Un tiranno. Gheddafi è stato un leader enigmatico arrivato dal deserto che ha provato a conquistare il mondo. Un uomo che ha creduto nella sua visione per la Libia, ma che è stato ucciso dal suo stesso popolo”.
Ancora non sono stati resi noti il numero di episodi prodotti nè il cast o, soprattutto, dove questa serie tv andrà in onda all’estero (i diritti per la distribuzione sono di eOne) ed in Italia. Resta comunque il fatto che Gaddafi si preannuncia come una serie ambiziosa che racconterà la vita del militare che per 42 anni è stato la massima autorità libica, per poi essere deposto dal Consiglio Nazionale di Transizione durante la guerra scoppiata nel Paese sei anni fa, che ha portato alla sua cattura ed alla sua esecuzione.
“E’ una serie tv su un guerriero, un sognatore che è diventato un tiranno selvaggio e senza pietà”, ha commentato Saviano. “Un tycoon multimilionario del petrolio ed un oppressore perfido. E’ la storia di un avventuriero del deserto, un tiranno che si auto-assegnato attacchi terroristici che non aveva organizzato e che si è auto-associato a gruppi terroristici che non conosceva in modo da avere il monopolio di una delle sue più importanti risorse, la paura”.
“Siamo entusiasti di collaborare con Palomar, che condivide con noi la passione per i drama audaci”, ha invece detto il presidente della eOne Pancho Mansfield. “Siamo contenti di avere Roberto e Nadav a bordo di questo grande progetto. L’impegno di Roberto nella ricerca e la sua abilità nell’intrecciare le informazioni sull’ascesa e caduta di Gheddafi in un racconto accattivante porterà ad un prodotto di grande televisione”.
“Stiamo iniziando un nuovo incredibile progetto e siamo molto orgogliosi di farlo con eOne”, ha aggiunto Carlo Degli Esposti, presidente di Palomar, a cui si devono anche Il Commissario Montalbano e Braccialetti Rossi. “Condividiamo con Saviano e Nadav l’entusiasmo nel creare una grande storia per la televisione che esplora a fondo il nostro recente passato e che ci aiuterà a capire il presente ed il futuro”, ha infine detto Nicola Serra, direttore generale di Palomar.
Un nuovo impegno che mette la produzione italiana a fianco di un partner internazionale, dopo I Medici ed il recente annuncio della partership tra la Rai e la Hbo per la trasposizione in tv de L’amica geniale. Gaddafi riporta inoltre Saviano a lavorare sulla serialità, dopo il successo di Gomorra-La serie.

Articolo preso da: http://www.tvblog.it/post/1450876/gaddafi-serie-tv-roberto-saviano-palomar?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+tvblog%2Fit+%28tvblog.it%29

Ora, vorrei solo dire, parlare di Saviano oggi, in questo paese così “democratico” è pericoloso, ci hanno spiegato che Saviano combatte la mafia. Quindi se critichi il DIO Saviano sei mafioso.
Guardacaso Saviano è di origini ebraiche, ( sono dapertutto, peggio delle mosche), se critichi un ebreo sei antisemita.

Ma Saviano è mai stato in Libia?, se uno scrive su qualcosa o qualcuno dovrebbe prima documentarsi, lui può viaggiare, lui ha i soldi.
Che qualcuno spieghi a Saviano le conquiste sociali della Libia sotto il “” dittatore””, paragoanatele alla situazione attuale con i RATTI “democratici”.
Si potrebbe dire tanto altro, le sue affermazioni sono false e possono essere smontate punto per punto, ma poi penso, questi personaggi in realtà sono il nulla, vivono perchè la gente parla di loro,è il sistema che ha deciso il loro “successo”, adesso Saviano e tanti altri servono al sistema, quibdi ecco il successo, quando non serviranno più la loro caduta sarà velocissima e rovinosa, in pochi giorni la gente dirà: saviano? ma chi cazzo è ?

Come Soros controlla la censura sulle ‘Fake News’

Thibault Kerlirzin Soros Connection 18 febbraio 2017

L’articolo di Jerome Corsi d’Infowars può sembrare incompleto per il lettore italiano, in genere meno informato di quello di Infowars su George Soros, le sue azioni e reti. Definiamo alcuni punti sui nomi citati. Qui, First Draft (Prima bozza).
L’articolo d’Infowars riporta la partnership tra Google News Lab e First Draft (First Draft News): “In un comunicato stampa del 6 febbraio 2017, Google annuncia a Parigi la partnership tra Google News Lab e First Draft per aiutarel’elettorato francese a capire a chi e cosa credere nel flusso sui loro social network, ricerche sul web e consumo di notizie in generale nei prossimi mesi“. First Draft è una società di tecnologia, finanziata da Google News Lab dal giugno 2015, con l’obiettivo di monitorare le informazioni on-line “per sensibilizzare l’opinione pubblica e far fronte alle sfide a fiducia e verità nell’informazione digitale”. E’ interessante, soprattutto se ci si riferisce (a condizione d’integrarlo sistematicamente) alla rete dei partner di First Draft. [1] Il lettore curioso sarà interpellato dalla presenza dei decoder, iniziativa censorea (con il loro “Decodex” lungi dal rispettare il Codice Etico del Giornalismo del 2011), già colti a spacciare “notizie false”, officianti nel giornale Le Monde, la cui sezione africana, si ricordi, è un partner dell’Iniziativa Open Society per l’Africa occidentale (OSIWA). [2] Vi sono inclusi anche AFP e France Télévisions. In altre parole: fino a che punto il “giornalismo” francese è in combutta con la rete di Soros, e quanto rischierà d’influenzare la campagna presidenziale? Se non si abbiamo la pretesa di rispondere, segnaliamo la presenza di organizzazioni partner di First Draft legate all’Open Society, che non fa parte della rete di First Draft. Tuttavia, vi sono diverse organizzazioni sorosiane o finanziate da George Soros (alcune possono esserci sfuggite).


1) IFCN (International Fact-Checking Network) è un ramo dell’Istituto per gli studi dei media Poynter, finanziato da alcuni attori influenti come Fondazione Bill & Melinda Gates, Google, spie della NED (National Endowment for Democracy), Omidyar Network, il solito partner di Soros (nel 2008, Google, Omidyar e Fondo Soros lo sviluppo economico investirono 17 milioni di dollari in India per lanciarvi la “Compagnia d’investimento per le piccole e medie imprese” [3]) e ben inteso la stessa Open Society. [4]
2) Global Voices ha diversi donatori, tra cui Open Society e Google. [5] Ci sono anche la Fondazione Ford, Omidyar Network e il Fondo per l’investimento per lo sviluppo dei media, che a sua volta riceve sussidi dall’Open Society. [6] Il direttore di Global Voices è Ivan Sigal. [7] La sua breve presentazione sul sito non lo dice, ma presiede il comitato consultivo del progetto fotografico documentario dell’Open Society. [8] Sempre su Global Voices, rivela nella presentazione che ha trascorso “10 anni di lavoro per sviluppare i media nell’ex-Unione Sovietica (mettendo una pulce nell’orecchio, cf. Underwriting Democracy du Soros) e in Asia“, senza fornire ulteriori dettagli. La biografia sul sito dell’Open Society segnala che in questi anni ha lavorato per Internews. I donatori e partner attuali d’Internews (e quindi di NewsThatMoves) sono quasi esclusivamente anglo-statunitensi: Open Society e Google, naturalmente, John e Catherine MacArthur Foundation, Rockefeller (Brothers Fund, Family&Associates, Fondazione), IOM, NED, National Democratic Institute (NDI), l’influente think-tank Freedom House, i quattro rami di USAID (USAID classico, Ufficio gestione dei conflitti e mitigazione, Ufficio di assistenza nei disastri esteri e Ufficio iniziative di transizione), tre rami del dipartimento di Stato Stati Uniti, Banca mondiale, OMS e nove filiali delle Nazioni Unite. [9] In altre parole: probabilmente l’organizzazione strategica di certi interessi. Notiamo anche che Internews è dietro il blog NewsThatMove[10], dedicato all’assistenza attiva ai migranti e dai contenuti simili al blog W2EU.

Ivan Sigal

Ivan Sigal
3) Politifact. La sezione Global News è di fatto un partenariato con Africa Check. Questa ONG, il cui slogan è, non ridete, “separare i fatti dalla finzione”, ha l’Open Society Foundations tra i suoi partner. [11] Vi sono sempre ONG di Soros tra i donatori di Africa Check, attraverso vari capitoli: FOSI (Foundation Open Society Institute), OSF-SA (Open Society Foundation Sud Africa), OSISA (Iniziativa Open Society per l’Africa del Sud) e OSIWA (Iniziativa Open Society per l’Africa occidentale). [12] Google e Omidyar Network sono sempre presenti.
4) Il “giornalismo cittadino” Rappler. Soros ha chiaramente finanziato tale organizzazione. Tuttavia, nel 2015, Rappler Holdings Corporation (società madre) ottenne un investimento dal North Base Media, un “Fondo per il giornalismo indipendente” creato da tre giornalisti, tra cui Sasa Vucinic “fondatore ed ex-direttore del Fondo d’investimento per sviluppare i media, finanziato da Soros“. [13]
Sasa Vucinic

Sasa Vucinic
5) FakeNews.org è diventato PR Watch [14], del Centro per i media e la democrazia di cui Open Society è stato uno dei finanziatori [15]; 200000 dollari in due anni nel 2010. [16] Dei quattro finanziatori attuali di PR Watch, va segnalata la Fondazione Rockefeller Family.
6) Reveal, un progetto del Center for Investigative Reporting, finanziato da un gran numero di persone ed organizzazioni, tra cui Open Society e Google News Lab. [17]
7) Amnesty International. Open Society ha finanziato tale ONG ripetutamente. Nel 2008, gli diede una borsa di studio di 750000 dollari per tre anni [18]; nel 2009, 125000 dollari [19]; nel 2013, 500000 dollari [20]; 250000 nel 2014. [21] Ma si nota soprattutto il gran numero di ex-membri di Amnesty International ora passati all’Open Society, e viceversa: James Logan [22], Michael Heflin [23], Erica Razook [24], Jamie Wood [25], Catherine Pellegrino [26], Anna Neistat (non n’è membro, ma è la direttrice sororisana dei programmi di Human Rights Watch per tredici anni ed oggi è la direttrice per la ricerca di Amnesty international) [27], Duncan Wilson [28], Eleanor Nolan [29], Rachel Bugler [30], Rosalind McKenna [31], Eric Ferrero [32], Deborah Guidetti (passata anche da EPIM) [33], Christina Zampas [34], Deprose Muchena (ex dell’USAID) [35], Widney Brown [36]… la lista sembra infinita.
Anna Neistat
8) Witness. Nota: l’ex-direttrice esecutiva (dal marzo 1998 al novembre 2007 [37] ) non è altri che Gillian Caldwell, l’attuale CEO sorosiano di Global Witness [38], di cui abbiamo già ricordato che Open Society è il più generoso finanziatore. Caldwell ha lavorato a lungo con le reti di Soros come partner dell’Open Society Institute in Global Survival Network, di cui fu co-direttrice dall’agosto 1995 al maggio 1998 (il 20-24 giugno 1998, Open Society Institute/Soros Foundation e Global Survival Network organizzarono una conferenza insieme [39]), e direttrice esecutiva dell’ONG Witness (sempre finanziata da Open Society e Google News Lab [40]). La presentazione di Gillian Caldwell descrive Witness come “co-fondata dal musicista Peter Gabriel che usa il potere del video per aprire gli occhi del mondo sugli abusi dei diritti umani“. Questa ONG ringrazia i suoi generosi donatori, come Open Society Foundations (e Fondazione Ford, Fondazione MacArthur e Fondazione Oak). [41] In parallelo, diversi membri, presenti o passati, di Witness lavorano o hanno lavorato per l’Open Society: Cwinston [42], Kasia Malinowska-Sempruch [43], Sameer Padania [44], Bryan Nunez [45]… e l’ONG ha già organizzato eventi con membri dell’organizzazione di Soros o direttamente con essa: Alison Cole [46], Eyewitness Media Hub [47], il gruppo di lavoro “Linee guida dell’ONG per l’accertamento dei fatti” [48], ecc. Nel 2009, anche Witness e Open Society Justice Initiative produssero un cortometraggio, Il dovere di proteggere, sul processo a Lubanga Dyilo. [49] Tuttavia, le relazioni sulle attività (l’ultima risale al 2013 [50]) non menzionano sovvenzioni dall’Open Society, che quindi saranno posteriori.
Gillian Caldwell
9) ProPublica, società di giornalismo sempre finanziata da Open Society. [51] L’ONG di Soros è particolarmente oscura e non ha detto nulla sulle sovvenzioni per ProPublica, ma è il modulo IRS 990 (modulo fiscale) a cui riferirsi per la lista completa delle donazioni ricevute da Soros: 250000 nel 2010 [52]; 125000 nel 2011 [53]; 300000 nel 2012. [54] Le relazioni annuali dell’organizzazione confermano anche il sostegno di Open Society nel 2014 [55] e nel 2015. [56] Inoltre, ProPublica è un membro del Global Investigative Journalism Network (Gijn) finanziato da Open Society e Google. [57] Il presidente e fondatore di ProPublica è Herbert Sandler [58], generoso mecenate dei sorosiani di Human Rights Watch [59] e MoveOn.org. [60]
Herbert Sandler
10) The Associated Press è influenzato dai sorosiani tramite una partnership con ProPublica, “Associated Press ha annunciato oggi un programma per promuovere il giornalismo investigativo senza scopo di lucro, con articoli dei membri di ProPublica da ripubblicare. Il contenuto sarà distribuito ai membri dell’Associated Press, cioè sostanzialmente a tutti i maggiori quotidiani nazionali, tramite il sistema di distribuzione AP Exchange. I membri di AP potranno usare liberamente gli articoli che, oltre che da ProPublica, proverranno da Center for Investigative Reporting, Center for Public Integrity ed Investigative Report Workshop“. [61] Queste tre organizzazioni sono sempre finanziate da Open Society.
11) Facebook, di cui Soros è azionista attraverso il suo Soros Fund Management, ne ha appena acquisito 353686 azioni (oltre ad aumentare la quota al 59,1% di Alphabet, la società che gestisce Youtube ed altro partner di First Draft, e di Gmail di Google). [62]
Riguardo i partner donatori di First Draft:
12) Eyewitness Media Hub è stato partner più volte di Open Society. [63][64]
Per scopi pratici, ancora una volta.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I dieci miti che hanno più inciso sulla guerra contro la Libia

3 ottobre 1011

Di Maximilian C. Forte *
Dal momento che il colonnello Gheddafi ha perso il suo potere militare nella guerra contro la NATO e contro gli insorti / ribelli / nuovo regime, numerosi mezzobusti televisivi hanno preso a celebrare questa guerra come un “successo”.
Costoro ritengono che questa sia una “vittoria del popolo libico” e che tutti dovremmo festeggiare. Altri si gloriano della vittoria esaltando la “responsabilità di proteggere”, “l’interventismo umanitario”, e condannano la “sinistra antimperialista”.
Alcuni di coloro che affermano di essere “rivoluzionari”, o che credono di sostenere la “rivoluzione araba”, in qualche modo reputano opportuno porre su un piano secondario il ruolo della NATO nella guerra, invece esaltano le virtù democratiche degli insorti, magnificano il loro martirio, e assegnano un’importanza al loro ruolo oltre ogni limite.
Vorrei dissentire da questa cerchia di acclamanti, e ricordare ai lettori il ruolo di invenzioni di “verità” ideologicamente motivate, che sono state utilizzate per giustificare, motivare, attivare, rendere più efficace la guerra contro la Libia, e per sottolineare quanto dannosi sono stati gli effetti pratici di questi miti contro i Libici, e contro tutti coloro che favorivano soluzioni pacifiche, non-militariste.
Questi dieci miti più cruciali rientrano in alcune delle affermazioni maggiormente reiterate dagli insorti, e/o dalla NATO, dai leader europei, dall’amministrazione Obama, dai media di più alta diffusione, e perfino dalla cosiddetta “Corte penale internazionale”, i principali attori che hanno recitato nel corso della guerra contro la Libia.
D’altro canto, andiamo ad analizzare alcuni dei motivi per cui queste affermazioni sono considerate più giustamente come folklore imperiale, come miti pilastri del mito massimo – che questa guerra è stata scatenata come “intervento umanitario”, destinato soprattutto a “proteggere i civili”.
Ancora, l’importanza di questi miti risiede nella loro larga riproduzione, con scarsi interrogativi, fino a mortali conseguenze. Inoltre, essi minacciano di falsare gravemente per il futuro gli ideali dei diritti umani e la loro invocazione, aiutando così la costante militarizzazione della cultura e della società occidentale.

Genocidio

Appena pochi giorni dopo l’inizio delle “proteste di piazza” , il 21 febbraio, il Rappresentante permanente aggiunto della Libia presso le Nazioni Unite, Ibrahim Dabbashi, pronto all’immediata defezione, dichiarava: “A Tripoli, ci si attende un vero e proprio genocidio. Gli aerei stanno ancora trasportando mercenari agli aeroporti”. Questo è eccellente: un mito che si compone di miti.
Con questa affermazione, costui metteva insieme tre miti chiave, il ruolo degli aeroporti (quindi la necessità ossessionata di una porta di ingresso per un intervento militare: la “no-fly zone”), il ruolo dei “mercenari” (che significava, semplicemente, i neri), e la minaccia di “genocidio” (adeguata al linguaggio della dottrina delle Nazioni Unite sulla Responsabilità di fornire Protezione).
L’affermazione era tanto maldestra e totalmente priva di fondamento, quanto egli era stato abile nel mettere insieme alla meglio questi tre miti meschini, uno dei quali fondato su un discorso e una pratica razzista, che dura fino ad oggi, con le nuove atrocità riportate contro i migranti africani e i Libici di pelle nera, come pratica quotidiana.
Non è stato il solo a fare queste affermazioni. Tra gli altri come lui, Soliman Bouchuiguir, presidente della Lega libica per i diritti umani, il 14 marzo, dichiarava alla Reuters che se le forze di Gheddafi avessero raggiunto Bengasi, “avverrà un vero e proprio bagno di sangue, un massacro, come quello visto in Ruanda”.
Questa non è l’unica volta che qualcuno avrebbe deliberatamente fatto riferimento ai massacri in Ruanda.
C’è stato il tenente Gen. Roméo Dallaire, l’…eccellentissimo comandante delle forze canadesi della missione di peacekeeping delle Nazioni Unite per il Ruanda nel 1994, attualmente senatore eletto al Parlamento canadese e co-direttore del progetto “Will to Intervene – Volontà di interposizione” alla Concordia University.
Dallaire, in un precipitoso sprint ad emettere giudizi nel tentativo di valutare la situazione libica, non solo esternava ripetuti riferimenti al Ruanda, ma sottolineava come Gheddafi lanciasse “minacce di genocidio”, asserendo di “volere ripulire la Libia casa per casa”.
Questo è un esempio di come un’attenzione selettiva per gli eccessi retorici di Gheddafi prenda tutto sul serio, quando in altre occasioni i detentori del potere si erano invece affrettati a non tenerne conto: il portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Marco Toner, allontanava con cenni di mano, come scacciasse mosche, le presunte minacce di Gheddafi contro l’Europa, asserendo che Gheddafi è “uno che si compiace di una retorica esagerata”.
Invece, il 23 febbraio, il presidente Obama dichiarava che aveva dato istruzioni alla sua amministrazione di trovare una “gamma completa di opzioni” da applicare contro Gheddafi, …quanto più calmo, per contrasto, e quanto più “conveniente”!
Il crimine “genocidio” ha una consolidata definizione giuridica internazionale, come viene ribadito nella Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, in cui il genocidio comporta la persecuzione di un “gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. Non tutta la violenza è “genocida”. La violenza intestina, di reciproca distruzione, non è genocidio. Il genocidio non è nemmeno “l’eccesso di violenza”, né la violenza indifferenziata contro civili.
Quello che sia Dabbashi, che Dallaire, e altri non sono riusciti a fare è stato di identificare “il gruppo perseguitato nazionale, etnico, razziale o religioso”, e quanto il genocidio presuntivamente commesso differiva da questi termini. Costoro avrebbero dovuto veramente conoscere meglio la questione (e la conoscono!), uno come ambasciatore alle Nazioni Unite e l’altro come esperto di chiara fama e docente di genocidio.
Questo è il segnale che la creazione del mito era, o intenzionale, o fondata sul pregiudizio.
Quello che l’intervento militare straniero ha realizzato, però, è stato di consentire una violenza genocida reale, quella che è stata regolarmente applicata fino a solo poco tempo fa: l’orribile violenza contro i migranti africani e i Libici neri, presi di mira esclusivamente sulla base del colore della loro pelle. Questa violenza è stata esercitata senza impedimenti, senza giustificazioni, e fino a poco tempo fa, senza alcuna considerazione e senza darne risalto. Infatti, i media , che forniscono la loro collaborazione, sono stati rapidi ad affermare senza prove che ogni uomo catturato o morto di pelle nera doveva essere un “mercenario”.
Questo è il genocidio che il mondo occidentale, bianco, e tutti coloro che dominano la “narrazione” sulla Libia, hanno omesso (e non per caso).

Gheddafi sta “bombardando il suo popolo”

Dobbiamo ricordare che una delle ragioni iniziali nella corsa precipitosa per imporre una “no-fly zone” è stata quella di impedire a Gheddafi di usare la forza aerea per bombardare “il suo popolo”, una fraseologia ben definita, che richiama ciò che è stato tentato e testato con la demonizzazione di Saddam Hussein in Iraq.
Il 21 febbraio, quando i primi “avvertimenti” di “genocidio” venivano allarmisticamente diffusi da parte dell’opposizione libica, sia Al Jazeera che la BBC conclamavano che Gheddafi aveva schierato le sue forze aeree contro i manifestanti, come “segnalava” la BBC : “Testimonianze affermano che aerei militari hanno sparato contro i manifestanti nella città.”
Eppure, il 1 ° marzo, in una conferenza stampa del Pentagono, alle domande: “Avete a disposizione qualche prova che egli [Gheddafi] in realtà abbia sparato contro il suo popolo dal cielo? Ci sono state segnalazioni di questo, ma avete conferme indipendenti? In caso affermativo, in che misura?”, il Ministro della Difesa degli Stati Uniti Robert Gates rispondeva: “Abbiamo visto i comunicati stampa, ma non abbiamo conferme di questo”. Alle sue spalle stava l’ammiraglio Mullen: “Questo è del tutto corretto. Non abbiamo avuto nessun riscontro di sorta”.
In realtà, sostenere che Gheddafi utilizzava perfino gli elicotteri contro manifestanti disarmati era completamente infondato, una pura invenzione basata su affermazioni false.
Questo è tanto importante, dal momento che era il dominio dello spazio aereo libico da parte di Gheddafi che gli interventisti stranieri volevano annullare, e di conseguenza il mito delle atrocità perpetrate dal cielo produceva un valore aggiunto per fornire un buon motivo per un intervento militare straniero, che è andato ben oltre ogni mandato di “protezione di civili”.
David Kirpatrick del The New York Times, già il 21 marzo confermava questo, che “i ribelli sono indifferenti alla fedeltà alla verità nel plasmare la loro propaganda, sostenendo vittorie inesistenti sul campo di battaglia, affermando che stavano ancora combattendo in città importanti dopo essersi ritirati davanti alle forze di Gheddafi, e facendo asserzioni ampiamente gonfiate del comportamento barbarico di queste truppe”.
Le “asserzioni ampiamente gonfiate” sono ciò che è entrato a far parte del folklore imperialista che ha pervaso gli eventi in Libia, che ha fornito le giustificazioni dell’intervento occidentale.
Raramente la folla di giornalisti di stanza a Bengasi ha messo in dubbio o contraddetto i suoi ospiti.

Salvate Bengasi!

Il presente articolo è stato scritto quando le forze di opposizione libiche marciavano contro Sirte e Sabha, le due ultime roccaforti del governo di Gheddafi, con avvertimenti inquietanti alla popolazione che doveva arrendersi, e con altro di sinistro.
A quanto pare, Bengasi è diventata una specie di “città santa” nel discorso internazionale dominato dai leader dell’Unione Europea e della NATO. Bengasi è stata la sola città al mondo a non potere essere toccata. Rappresentava come una terra sacra.
Tripoli? Sirte? Sabha? Queste possono essere sacrificate, visto che tutti stanno a guardare, senza un accenno di protesta che sia da parte di qualcuno dei poteri forti, e visti i primi resoconti su come l’opposizione ha massacrato la gente a Tripoli.

Ma torniamo al mito Bengasi!

“Se aspettavamo un giorno di più,” Barack Obama ha dichiarato nel suo discorso del 28 marzo, “Bengasi, una città quasi delle stesse dimensioni di Charlotte, avrebbe potuto subire un massacro che si sarebbe riverberato in tutta la regione e avrebbe macchiato la coscienza del mondo”.
In una lettera firmata congiuntamente, Obama con il primo ministro britannico David Cameron e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno affermato: “Rispondendo immediatamente, i nostri paesi hanno bloccato l’avanzata delle forze di Gheddafi. Il bagno di sangue che aveva promesso di infliggere ai cittadini della città assediata di Bengasi è stato impedito. Decine di migliaia di vite sono state salvate”.
E allora, i jet francesi hanno bombardano una colonna in ritirata; si trattava, come abbiamo visto, di una colonna molto breve che comprendeva camion e ambulanze, che chiaramente non avrebbero potuto né distruggere né occupare Bengasi.
Oltre alla “retorica esagerata” di Gheddafi, che gli Stati Uniti si sono affrettati a non tenere in conto quando conveniva ai loro scopi, non vi è ad oggi ancora nessuna prova provata che dimostri come Bengasi avrebbe dovuto assistere alla perdita di “decine di migliaia” di vite, come proclamato da Obama, Cameron e Sarkozy.
Questo è stato meglio spiegato dal professor Alan J. Kuperman in “False pretense for war in Libya? – Falso pretesto per la guerra in Libia? :
“La prova migliore che Gheddafi non aveva un piano di genocidio contro Bengasi è che non lo ha perpetrato nelle altre città che in seguito ha ripreso integralmente o parzialmente – Zawiya, Misurata, e Ajdabiya, centri che insieme hanno una popolazione ben superiore a quella di Bengasi …Le azioni di Gheddafi sono state ben diverse dai massacri avvenuti in Ruanda, Darfur, Congo, Bosnia, e in altri campi di sterminio … Nonostante gli onnipresenti cellulari dotati di telecamere e video, non ci sono prove visive di massacri deliberati… Né Gheddafi ha mai minacciato di massacrare i civili di Bengasi, come Obama presumeva. L’avvertimento ‘nessuna pietà’, del 17 marzo, era rivolto solo ai ribelli, come riportato dal New York Times, che sottolineava come il leader della Libia avesse promesso l’amnistia per coloro ‘che deponevano le armi’. Inoltre Gheddafi aveva offerto ai ribelli una via di fuga e frontiera aperta verso l’Egitto, per evitare una lotta ‘dalla fine dolorosa’”.
Per amara ironia, le prove dell’esistenza di uccisioni, commesse da entrambe le parti, si possono riscontrare a Tripoli in questi ultimi giorni, mesi dopo che la NATO ha imposto le sue misure militari “salvavita”. Uccisioni per vendetta sono quotidianamente segnalate sempre con maggiore frequenza, tra cui il massacro di Libici e migranti africani di pelle nera da parte delle forze ribelli. Un’altra triste ironia: a Bengasi, che gli insorti hanno tenuto per mesi, anche dopo che le forze di Gheddafi sono state respinte, neppure qui è stata impedita la violenza: omicidi per vendetta sono stati segnalati anche in questa città, come trattato più avanti.

Mercenari africani.

Patrick Cockburn (giornalista irlandese, corrispondente in Medio Oriente per il Financial Times, attualmente, ricopre lo stesso incarico per l’Independent) ha sintetizzato l’utilità funzionale del mito del “mercenario africano” e il contesto in cui è sorto:
“Da febbraio, i ribelli, spesso sostenuti da potenze straniere, hanno affermato che lo scontro era tra Gheddafi e la sua famiglia da un lato, e il popolo libico dall’altro. La loro giustificazione per la presenza di forze così notevoli a fianco di Gheddafi era che si trattava di tanti mercenari, per lo più dall’Africa nera, il cui unico movente era il denaro”.
Come osserva il giornalista, i prigionieri di pelle nera sono stati messi in mostra per i media (cosa che costituisce una violazione della Convenzione di Ginevra), ma Amnesty International in seguito ha scoperto che tutti i prigionieri erano presumibilmente stati rilasciati, poiché non si trattava di combattenti, ma di lavoratori privi di documenti provenienti dal Mali, Ciad, e Africa occidentale.
Il mito era utile per l’opposizione, che insisteva che questa era una guerra tra “Gheddafi e tutto il popolo libico”, in definitiva come se Gheddafi non godesse di alcun sostegno interno: una montatura colossale e assoluta, tale da far pensare che solo dei bambini potevano credere ad una storia così fantastica.
Il mito è anche utile per cementare la rottura premeditata tra “la nuova Libia” e il Panafricanismo, riallineando così la Libia all’Europa e al “mondo moderno”, che alcuni dell’opposizione pretendevano con insistenza in modo esplicito.
Il mito del “mercenario africano”, indirizzato ad una pratica mortale, razzista, è un fatto che paradossalmente è stato sia documentato che ignorato.
Mesi fa, ho fornito un’ampia rassegna del ruolo dei media a grande diffusione, guidati da Al Jazeera, e del ruolo catalizzatore dei social media nella creazione del mito del mercenario africano.
I primi ad allontanarsi dalla norma di demonizzare gli Africani sub-sahariani e i Libici di pelle nera, invece documentando gli abusi contro questi civili, sono stati il Los Angeles Times e Human Rights Watch,che non avevano riscontrato alcuna prova documentata di mercenari presenti nella parte orientale della Libia (totalmente in contraddizione con le affermazioni presentate come una verità indiscutibile da Al Arabiya e da The Telegraph, tra gli altri, come il Time e The Guardian).
In un discostarsi estremamente raro dalla propaganda sulla minaccia dei mercenari neri, che Al Jazeera e i suoi giornalisti avevano contribuito a divulgare attivamente, la stessa Al Jazeera produceva un documento davvero unico, concentrandosi sulle rapine, sulle uccisioni, sui rapimenti di residenti neri nella parte orientale della Libia (ora che anche la CBS, Channel 4, e altri stanno puntando il dito contro il razzismo, Al Jazeera sta cercando di mostrare ambiguamente un certo interesse sull’argomento!).
Infine, sta spuntando un qualche accresciuto riconoscimento di questa collaborazione dei media nella denigrazione razzista delle vittime civili degli insorti – vedi Fair: “NYT Points Out ‘Racist Overtones’ in Libyan Disinformation It Helped Spread – Il New York Times mette in evidenza le ‘implicazioni razziste’ nella disinformazione sulla situazione in Libia, che ha contribuito a diffondere”.
Il prendere di mira e le uccisioni razziste di Libici neri e di Africani sub-sahariani continuano ancora oggi.
Patrick Cockburn e Kim Sengupta parlano della recente scoperta di un cumulo di “corpi in decomposizione di 30 uomini, quasi tutti neri e molti ammanettati, massacrati mentre giacevano su barelle e anche in ambulanza nel centro di Tripoli”.
E anche, mentre ci mostra il video di centinaia di cadaveri nell’ospedale Abu Salim, la BBC non osa rimarcare il fatto che la maggior parte di questi è chiaramente di pelle nera, e perfino si chiede con stupore anche chi poteva averli uccisi.
Questo non costituisce un problema per le forze anti-Gheddafi.
“Vieni e vedi. Questi sono neri, Africani, assunti da Gheddafi, mercenari”, urlava Ahmed Bin Sabri, intervistato da Sengupta, sollevando il lembo della tenda per mostrare il corpo di un paziente morto, la sua T-shirt grigia macchiata di rosso scuro di sangue, la flebo di soluzione salina ancora in esecuzione nel braccio nero coperto di mosche.
Perché un uomo ferito che stava ricevendo delle cure era stato giustiziato?
Recenti documenti rivelano che gli insorti sono impegnati in una pulizia etnica contro i Libici neri a Tawergha; questi insorti si definiscono “Brigate per la purificazione dagli schiavi, dalla pelle nera”, giurando che nella “nuova Libia” i neri di Tawergha sarebbero stati esclusi dall’assistenza sanitaria e scolastica nella vicina Misurata, da cui i Libici neri era già stati espulsi dagli insorti.
Attualmente, Human Rights Watch ha riferito: “Libici dalla carnagione nera e Africani sub-sahariani devono affrontare rischi particolari perché le forze ribelli e altri gruppi armati spesso li hanno considerati mercenari pro-Gheddafi provenienti da altri paesi africani. Siamo stati spettatori di violente aggressioni e uccisioni di queste persone in aree prese sotto controllo dal Consiglio Nazionale di Transizione”.
Amnesty International ha appena riferito sulla detenzione spropositata di neri Africani ad Az-Zawiya sotto controllo dei ribelli, e come lavoratori agricoli migranti, disarmati, siano presi di mira. Continuano ad aumentare le denuncie messe per scritto da altre organizzazioni per i diritti umani, che accusano con prove il fatto che gli insorti prendono di mira i lavoratori migranti dell’Africa sub-sahariana.
Anche il presidente dell’Unione africana, Jean Ping, ha recentemente dichiarato:
“Il Consiglio Nazionale di Transizione (NTC) sembra confondere la gente nera con mercenari. Tutti i neri sono mercenari. Se si fa così, significa che un terzo della popolazione della Libia, che è nero, è anche costituito da mercenari. Stanno uccidendo la gente, semplici lavoratori, li maltrattano.”
Il mito del “mercenario africano” continua ad essere il più immorale di tutti i miti, e il più razzista. Nei giorni scorsi, i giornali come il Boston Globe, acriticamente e incondizionatamente, mostrano ancora le fotografie delle vittime o dei detenuti di pelle nera, con l’affermazione immediata che deve trattarsi di mercenari, nonostante l’assenza di qualsiasi prova.
Anche noi usualmente abbiamo raccolto occasionali affermazioni che Gheddafi è “noto per avere” reclutato “nel passato” Africani provenienti da altre nazioni, senza nemmeno preoccuparsi di sapere se quelli mostrati nelle foto erano Libici neri.
I linciaggi sia di Libici neri che di lavoratori migranti dell’Africa sub-sahariana sono avvenuti di continuo, e a questo riguardo non si è sentita mai alcuna espressione di preoccupazione, anche puramente simbolica, dagli Stati Uniti e dai membri della NATO, e nemmeno hanno suscitato l’interesse del cosiddetto “Tribunale penale internazionale”.
Esiste una trascurabile possibilità che venga fatta giustizia per le vittime, in quanto non c’é nessuno che ponga fine a questi crimini efferati che costituiscono chiaramente un caso di pulizia etnica.
I media, solo ora e sempre più, si stanno rendendo conto della necessità di coprire questi crimini, avendoli nascosti per mesi.

Viagra – combustibile per lo stupro di massa

I delitti denunciati e le violazioni dei diritti umani da parte del regime di Gheddafi sono terribili abbastanza, che ci si deve chiedere perché qualcuno trovi la necessità di inventare storie, come quella delle truppe di Gheddafi, con erezioni procurate dal Viagra, che se ne vanno in giro in una baldoria di stupri.
Forse tutto ciò è stato spacciato perché rappresenta il tipo di storia che “cattura l’immaginazione dell’opinione pubblica, traumatizzandola”.
Questa storia è stata presa così sul serio che qualche persona ha iniziato a scrivere a Pfizer per farli smettere di vendere Viagra in Libia, visto che il loro prodotto presumibilmente veniva usato come “arma di guerra”.
D’altro canto, c’è gente che avrebbe dovuto sapere meglio come produrre disinformazione deliberata nei confronti dell’opinione pubblica internazionale.
La storia del Viagra è stata diffusa innanzitutto dall’emittente televisiva Al Jazeera, in collaborazione con i suoi partner ribelli, favorita dal regime del Qatar, che finanzia Al Jazeera. E poi ripresa da quasi tutti i principali mezzi di comunicazione dell’Occidente.
Luis Moreno-Ocampo, procuratore generale del Tribunale penale internazionale, si è presentato davanti ai media del mondo per dire che esistevano “prove” che Gheddafi distribuiva Viagra alle sue truppe in modo da “migliorare la potenzialità degli stupratori”, e che era Gheddafi ad ordinare lo stupro di centinaia di donne.
Moreno-Ocampo insisteva: “Stiamo ricevendo informazioni che è stato lo stesso Gheddafi a decidere sugli stupri” e che “noi abbiamo informazioni che in Libia era prassi la politica dello stupro contro gli oppositori del governo”. Perfino, esclamava che il Viagra è “come un machete”, e che “il Viagra è uno strumento per lo stupro di massa”.
In una dichiarazione sorprendente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, anche l’ambasciatrice degli Stati Uniti Susan Rice affermava che Gheddafi stava fornendo alle sue truppe il Viagra per incoraggiare lo stupro di massa. Non offriva alcuna prova per sostenere la sua denuncia. Infatti, le fonti militari e di intelligence statunitensi nettamente contraddicevano la Rice, comunicando alla NBC News che “non esistono prove che alle forze militari libiche venga dato il Viagra per impegnarle in stupri sistematici contro le donne nelle aree dei ribelli”.
La Rice è un’interventista liberale, una di coloro che hanno convinto Obama ad intervenire in Libia. Ha usato questo mito, perché il “mito del Viagra” l’ha aiutata a portare avanti alle Nazioni Unite la tesi che non c’era “equivalenza morale” tra gli abusi contro i diritti umani da parte di Gheddafi e quelli degli insorti.
Inoltre, la Segretaria di Stato degli Stati Uniti Hillary Clinton ha anche dichiarato che “le forze di sicurezza di Gheddafi e altri gruppi della regione stanno cercando di dividere il popolo, utilizzando la violenza contro le donne e lo stupro come strumenti di guerra, e gli Stati Uniti condannano questo nei termini più energici possibili”. Ha aggiunto di essere “profondamente preoccupata” per queste notizie di “stupri su larga scala”. (Lei, finora, non si è mai pronunciata riguardo i linciaggi razzisti perpetrati dai ribelli!)
Il 10 giugno, Cherif Bassiouni, che sta conducendo un’inchiesta delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti in Libia, ha suggerito che le affermazioni sul Viagra e lo stupro di massa facevano parte di una “isteria generalizzata”. Infatti, entrambe le parti in conflitto lanciavano le stesse accuse, gli uni contro gli altri.
Per di più, Bassiouni riferiva alla stampa di un caso di “una donna che sosteneva di avere inviato 70.000 questionari e di avere ricevuto 60.000 risposte, di cui 259 segnalavano abusi sessuali”.

[N.d.tr.: Si tratta della psicologa infantile, dottoressa Siham Sergewa di Bengasi, alla quale le ex guardie del corpo del Raìs avrebbero raccontato di essere state abusate non soltanto da lui, ma anche dai suoi figli. Questa signora era stata la fonte dell’accusa diffusa in tutto il mondo che i soldati libici governativi usavano lo stupro come arma di guerra. Quando Diana Eltahawy, di Amnesty International, le ha chiesto di poter incontrare alcune donne, la psicologa ha detto di aver perso i contatti.
Cherif Bassiouni ha sottolineato che, quando le è stata chiesta copia dei 60.000 questionari restituiti, non li ha mai inoltrati.]

Tuttavia, i gruppi di ricercatori di Bassiouni interrogati su tali questionari, hanno dichiarato di non averne visionato uno.
“Allora costei va in giro per il mondo raccontando a tutti di questo… ha fornito queste informazioni ad Ocampo, e Ocampo si è convinto che qui siamo in presenza di un gruppo impressionante di 259 donne che hanno risposto al fatto di avere subito abusi sessuali”, ha ribadito Bassiouni, che inoltre sottolineava: “Non sembra essere credibile che la donna sia stata in grado di inviare 70 mila questionari in marzo, quando il servizio postale non era più funzionante”.
Tuttavia, il team di Bassiouni ha “rilevato solo quattro presunti casi” di stupri e abusi sessuali:
“Da ciò è possibile trarre la conclusione che vi sia una politica sistematica dello stupro? A mio parere non si può!”
Oltre che alla commissione delle Nazioni Unite, Donatella Rovera di Amnesty International ha sostenuto in un’intervista al quotidiano francese Libération, che Amnesty “non aveva riscontrato casi di stupro…. Non solo non abbiamo incontrato alcuna vittima, ma nemmeno abbiamo ancora incontrato persone che hanno incontrato le vittime. Per quanto riguarda le scatole di Viagra, che si suppone siano state distribuite da Gheddafi, sono state rinvenute intatte… vicino a carri armati completamente bruciati”.
Nonostante ciò, questo non ha impedito ad alcuni manipolatori di notizie il tentativo di ribadire le accuse per gli stupri, in forma modificata.
La BBC è arrivata ad aggiungere un altro tassello, perfino pochi giorni dopo che Bassiouni aveva umiliato la Corte penale internazionale e i media: la BBC ora affermava che le vittime di stupro in Libia erano state oggetto di “delitti d’onore”. Questa è una novità per i pochi Libici che conosco, che non hanno mai sentito parlare di delitti d’onore nel loro paese.
La letteratura accademica sulla Libia tratta questo fenomeno poco o per nulla presente in Libia.
Il mito “delitti d’onore” ha l’utile scopo di mantenere viva la pretesa dello stupro di massa: esso suggerisce la giustificazione del perché le donne non si sarebbero fatte avanti a testimoniare, per la vergogna!
Anche pochi giorni dopo le dichiarazioni di Bassiouni, gli insorti libici, in collaborazione con la CNN, hanno fatto un ultimo disperato tentativo per salvare le accuse di stupro: “hanno presentato un telefono cellulare con un video di stupro”, sostenendo che apparteneva a un soldato governativo.
Gli uomini mostrati nel video sono in abiti civili. Non ci sono prove di Viagra. Non c’è una data sul video e non abbiamo idea di chi lo abbia registrato, o dove. Coloro che presentavano il cellulare affermavano che esistevano molti altri video di questo tipo, ma che avevano ritenuto opportuno distruggerli per preservare l’“onore” delle vittime.

Responsabilità di Proteggere (R2P).

L’aver affermato, a torto come abbiamo visto, che la Libia era in procinto di subire un imminente “genocidio” per mano delle forze di Gheddafi, ha reso più facile per le potenze occidentali invocare la dottrina delle Nazioni Unite del 2005 sulla “Responsabilità di Proteggere –R2P”.
Nel frattempo, non è affatto chiaro come, dal momento in cui il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato la Risoluzione 1973, la violenza in Libia abbia addirittura raggiunto i livelli constatati in Egitto, Siria e nello Yemen.
Il ritornello più comune utilizzato contro i critici della selettività di questo presunto “interventismo umanitario” si fonda solo sul fatto che, poiché l’Occidente non può intervenire “dappertutto”, questo non significa che non dovrebbe intervenire in Libia.
“Forse … ma questo ancora non spiega perché la Libia sia stata scelta come bersaglio”.
Questo è un punto dirimente, perché alcune delle prime critiche alla R2P espresse presso le Nazioni Unite avevano sollevato il problema della selettività, di chi deve decidere, e perché alcune crisi in cui sono presi di mira i civili (ad esempio, a Gaza) sono sostanzialmente ignorate, mentre altre ricevono la massima preoccupazione, e se la R2P possa servire come nuova foglia di fico per geopolitiche egemoniche.
Il mito messo qui in atto si fonda sul fatto che l’intervento militare straniero sarebbe guidato da preoccupazioni umanitarie.
Per rendere efficace il mito, si devono ignorare volontariamente almeno tre realtà fondamentali.
Quindi, si deve ignorare la nuova corsa all’Africa, in cui gli interessi della Cina appaiono in competizione con l’Occidente per l’accesso alle risorse e per le aree di influenza politica, qualcosa che è destinato a sfidare l’AFRICOM.

[N.d.tr.: L’Africa Command (AFRICOM) del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, formalmente attivo dall’ottobre 2008, è responsabile per le operazioni e relazioni militari con 53 paesi di tutta l’Africa, ad esclusione del solo Egitto.]

Gheddafi ha sfidato l’intento dell’AFRICOM di stabilire basi militari in Africa. Da allora, AFRICOM ha partecipato direttamente all’intervento in Libia e in particolare alla “Operation Odyssey Dawn – Operazione Alba dell’Odissea”.
Horace Campbell (docente universitario e attivista politico giamaicano) ha sostenuto che “il coinvolgimento degli Stati Uniti nel bombardare la Libia si è trasformato in una manovra di pubbliche relazioni in favore dell’AFRICOM”, e in “una opportunità per fornire credibilità all’AFRICOM, approfittando dell’intervento libico”.
Inoltre, il potere e l’influenza di Gheddafi sul continente africano stava sempre più diffondendosi, attraverso gli aiuti, gli investimenti, e una serie di progetti volti a diminuire la dipendenza dell’Africa dall’Occidente e a sfidare le istituzioni multilaterali occidentali con la costruzione dell’unità africana – presentandosi all’Africa come oppositore degli interessi degli Stati Uniti.
Secondariamente, non solo si deve ignorare l’inquietudine degli interessi petroliferi occidentali causata dal “nazionalismo delle risorse” propugnato da Gheddafi, (che minacciava di riprendere ciò che le compagnie petrolifere avevano guadagnato), ansietà ora chiaramente manifesta nella corsa delle compagnie europee in Libia per raccogliere il bottino della vittoria, ma si deve ignorare anche l’apprensione per quello che Gheddafi stava facendo con le entrate derivanti dal petrolio, per sostenere una maggiore indipendenza economica africana e per appoggiare storicamente i movimenti di liberazione nazionale che sfidavano l’egemonia occidentale.
In terzo luogo, si deve ignorare anche il timore a Washington che gli Stati Uniti stessero perdendo la presa sul corso della cosiddetta “rivoluzione araba”.
Quando si pongono una sull’altra queste realtà e le si mettono in relazione alle preoccupazioni ambigue e parzialmente “umanitarie”, e quindi si conclude che, sì, i diritti umani sono quelli che contano di più, questa conclusione sembra non plausibile e per nulla convincente, soprattutto visti gli atroci precedenti delle violazioni dei diritti umani da parte della NATO e degli Stati Uniti in Afghanistan, Iraq, e prima nel Kosovo e in Serbia.
Il punto di vista umanitario è semplicemente né credibile né minimamente logico.
Se la R2P risulta fondata su ipocrisia morale e contraddizioni – ormai definitivamente alla luce del sole – diventerà molto più difficile in futuro urlare ancora “al lupo, al lupo” e aspettarsi un’attenzione rispettosa.
È un fatto che poco si sia tentato in termini di trattative diplomatiche e pacifiche a precedere l’intervento militare, mentre addirittura Obama viene accusato da alcuni di essere stato lento a reagire, è stata piuttosto scatenata una corsa alla guerra su un ritmo che ha superato di molto i tempi dell’invasione dell’Iraq da parte di Bush.
Non solo sappiamo dall’Unione Africana come i suoi sforzi per creare una transizione pacifica siano stati ostacolati, ma Dennis Kucinich [politico ed ambientalista statunitense, esponente del Partito Democratico e membro della Camera dei Rappresentanti per lo stato dell’Ohio] rivela anche di aver ricevuto segnalazioni che una soluzione pacifica era a portata di mano, solo per essere “fatta naufragare da funzionari del Dipartimento di Stato”.
Si tratta di violazioni che mettono assolutamente in crisi la dottrina R2P, dimostrando invece come gli ideali di questa teoria sulla “protezione” possono essere utilizzati per una pratica che si è tradotta in una marcia impetuosa verso la guerra, una guerra volta a un cambio di regime (che è di per sé una violazione del diritto internazionale!).
Che la R2P sia servita come un mito per giustificare il risultato ottenuto spesso tutto all’opposto degli obiettivi dichiarati, non è più una sorpresa.
Non sto nemmeno parlando del ruolo sostenuto dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti nel bombardare la Libia e aiutare gli insorti, comunque hanno surrogato l’Arabia Saudita nell’intervento militare per schiacciare le proteste per la democrazia in Bahrein, né del velo di turpitudine steso su un intervento guidato da gente del calibro di coloro che hanno commesso abusi incontrastati contro i diritti umani, che hanno commesso crimini di guerra impunemente in Kosovo, Iraq e Afghanistan.
Invece, sto affrontando un argomento più ristretto, come, ad esempio, i casi documentati in cui la NATO non solo per sua volontà non è riuscita a proteggere i civili in Libia, ma anche deliberatamente e consapevolmente li ha assunti come bersagli, con modalità indicate come “terrorismo” dalla maggior parte delle definizioni ufficiali utilizzate dai governi occidentali.
La NATO ha ammesso di avere preso deliberatamente di mira la televisione di Stato della Libia, uccidendo tre giornalisti civili, in un’azione condannata dalle federazioni internazionali dei giornalisti come una violazione diretta di una risoluzione del 2006 del Consiglio di Sicurezza, che vieta assolutamente gli attacchi contro i giornalisti.
Un elicottero Apache statunitense, una riproduzione delle infami uccisioni viene mostrata nel video “Murder Collateral – Strage Collaterale”, ha fatto fuoco sui civili nella piazza centrale di Zawiya, uccidendo, tra gli altri, il fratello del Ministro dell’Informazione.
Applicando in modo piuttosto estensivo la nozione di ciò che costituisce “strutture e impianti di comando e controllo”, la NATO ha centrato con le bombe uno spazio civile residenziale causando la morte di alcuni membri della famiglia Gheddafi, tra cui tre nipoti.
Per proteggere il mito della “protezione dei civili” e la contraddizione irragionevole di una “guerra per i diritti umani”, i media principali hanno spesso sottaciuto sulle vittime civili causate dai bombardamenti NATO.
La R2P risulta invisibile quando si tratta di raccontare dei civili presi come obiettivi da parte della NATO.
Nell’ambito della mancata protezione dei civili, in un modo che è in realtà un reato penale internazionale, abbiamo a disposizione numerosi rapporti di navi NATO che hanno ignorato le invocazioni di soccorso di imbarcazioni di profughi nel Mediterraneo che fuggivano dalla Libia.
Nel mese di maggio, 61 rifugiati africani sono morti in un unico barcone, nonostante il contatto con navi appartenenti a stati membri della NATO.
In una macabra ripetizione di questa situazione, sono decine i morti ai primi di agosto su un’altra barca fatiscente. In realtà, su segnalazione della NATO, sono almeno 1.500 i rifugiati in fuga dalla Libia morti in mare dall’inizio della guerra. Si trattava per lo più di Africani sub-sahariani, e sono morti in numero ben superiore dei morti che Bengasi ha dichiarato di aver subito durante le proteste. La R2P, per queste persone, non veniva assolutamente applicata!
La NATO ha sviluppato una torsione terminologica particolare per la Libia, orientata ad assolvere i ribelli di qualsiasi risma nel loro perpetrare crimini contro i civili, ha abdicato così alla sua cosiddetta “responsabilità di proteggere”.
Nel corso del conflitto, i portavoce della NATO, degli Stati Uniti e dei governi europei costantemente dipingevano tutte le azioni delle forze di Gheddafi come “minacce ai civili”, anche quando queste forze erano impegnate o in azioni difensive, o combattevano contro avversari armati.
Per esempio, questa settimana il portavoce della NATO, Roland Lavoie, “ha dovuto sforzarsi per dare spiegazioni su come la NATO avesse protetto i civili a questo stadio della guerra. Interrogato sull’affermazione della NATO che asseriva di avere colpito 22 veicoli corazzati vicino a Sirte il lunedì, non è riuscito a dire quanto i veicoli risultassero minacciosi per i civili, e nemmeno se erano in movimento o in sosta”.
Proteggendo i ribelli, mentre allo stesso tempo si parla di protezione di civili, risulta evidente che la NATO si rivolge a noi in modo che possiamo considerare gli oppositori armati di Gheddafi come semplici civili.
È interessante notare come in Afghanistan, dove la NATO e gli Stati Uniti finanziano, contribuiscono ad armare e addestrare il regime di Karzai nelle aggressioni contro “il suo stesso popolo” (come viene fatto in Pakistan), gli oppositori armati vengono sempre etichettati come “terroristi” o “rivoltosi”, anche se la maggior parte di costoro sono civili che non hanno mai servito in alcun esercito ufficiale permanente.
In Afghanistan sono dei “rivoltosi”, e i loro decessi per mano della NATO sono elencati separatamente dai conteggi delle vittime civili. Con un colpo di magia, in Libia, gli oppositori sono tutti “civili”.
In risposta all’annuncio del voto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per un intervento militare, un traduttore volontario per i giornalisti occidentali a Tripoli ha fatto questa osservazione fondamentale: “I civili, che portano pistole, fucili ed armi varie; e voi volete proteggerli? Si tratta di uno scherzo. Siamo noi i civili! E cosa fate per noi?”
In Libia, la NATO ha fornito uno scudo per i rivoltosi, e ha reso vittime i civili disarmati nelle zone occupate dai ribelli. In questi casi, non si è vista traccia di alcuna “responsabilità di proteggere”. La NATO ha dato manforte ai ribelli nell’affamare Tripoli, sottoponendo la sua popolazione civile ad un assedio che ha privato cittadini disarmati di acqua, cibo, medicine e carburante.
Quando Gheddafi è stato accusato di fare questo a Misurata, i media internazionali si sono affrettati a citarlo come criminale di guerra.
“Salvate Misurata, ammazzate Tripoli!” – si voglia etichettare una qualsiasi cosa come “logica”, ebbene l’umanitarismo non è un’opzione accettabile.
Lasciando da parte i crimini documentati commessi dai ribelli contro i Libici neri e i lavoratori migranti africani, Human Rights Watch ha avuto riscontri che i rivoltosi hanno praticato “saccheggi, incendi dolosi, e hanno abusato dei civili in [quattro] città recentemente catturate nella parte occidentale della Libia”.
A Bengasi, che ora gli insorti hanno conquistato da mesi, non più tardi di questo mese di maggio il The New York Times ha denunciato omicidi per vendetta, e da Amnesty International a fine giugno, e biasimato il Consiglio nazionale di transizione degli insorti .
La “Responsabilità di Proteggere”? Sembra ormai una feroce presa in giro!

Gheddafi — il Demonio.

A seconda del punto di vista, o Gheddafi è un rivoluzionario eroico, e quindi la demonizzazione da parte dell’Occidente è grave ed estrema, o Gheddafi è un uomo veramente malvagio, nel qual caso la demonizzazione è inutile e assurda.
Qui il mito si concretizza nella storia del potere di Gheddafi, caratterizzata solo da atrocità – lui è completamente malvagio, senza alcuna qualità di riscatto, e chiunque sia accusato di essere un “sostenitore di Gheddafi” dovrebbe in qualche modo provare più vergogna rispetto a coloro che apertamente sostengono la NATO.
Questo è assolutismo binario, nella peggiore delle ipotesi – praticamente non viene presa in considerazione in nessun modo la possibilità che alcuni potrebbero non appoggiare né Gheddafi, né gli insorti, né la NATO. Ognuno deve essere costretto in uno di quei campi, senza eccezioni consentite. Quello che risulta è un dibattito ipocrita, dominato da fanatici da una parte o dall’altra. Perso nella discussione, il riconoscimento dell’ovvio: per quanto Gheddafi sia andato “a letto” con l’Occidente negli ultimi dieci anni, ora le sue forze stanno combattendo contro una NATO decisa ad impadronirsi del suo paese.
Altro risultato conseguito è stato l’impoverimento della consapevolezza storica, e il deterioramento delle più complesse valutazioni ad ampio raggio sull’operato di Gheddafi.
Questo potrebbe contribuire a spiegare perché alcuni non si sarebbero affrettati a condannare e sconfessare l’uomo (senza dover ricorrere a rozze e infantili caricature per le loro motivazioni). Mentre anche Glenn Greenwald (un giurista statunitense di area liberal) sente il bisogno deferente di mettere le mani avanti, “Nessun essere umano decente potrebbe nutrire simpatia per Gheddafi,” io ho conosciuto esseri umani decenti in Nicaragua, Trinidad, Repubblica Dominicana, e fra i Mohawk a Montreal, che apprezzano molto l’appoggio ricevuto da Gheddafi, per non parlare del suo sostegno ai vari movimenti di liberazione nazionale, non ultimo alla lotta contro l’apartheid in Sud Africa.
Il regime di Gheddafi ha molte facce: alcune sono giudicate dai suoi oppositori interni, altre lo sono dai beneficiari del suo aiuto, e altre sono state oggetto di sorrisi da parte di personaggi del calibro di Silvio Berlusconi, Nicolas Sarkozy, Condoleeza Rice, Hillary Clinton e Barack Obama.
Esistono molte facce, e tutte allo stesso tempo sono reali.
Alcuni si rifiutano di “rinnegare” Gheddafi, di “chiedere scusa” per la loro amicizia nei suoi confronti, non importa quanto sgradevole, indecente, imbarazzante altri, che sono “progressisti”, possano trovare in questo. Questo è degno di rispetto, non questo bullismo tanto di moda dell’ultima ora e nemmeno i colpi violenti di una banda che riduce una serie di posizioni ad un’unica accusa infantile: “Voi sostenete un dittatore!”. Ironia della sorte, noi sosteniamo molti dittatori, soprattutto con i nostri soldi delle tasse, e di solito non porgiamo le nostre scuse per questo fatto.
A proposito della valutazione complessiva sull’operato di Gheddafi, che dovrebbe resistere a semplificazioni revisioniste e semplicistiche, alcuni potrebbero aver cura di notare che, a tutt’oggi, la pagina web sulla Libia del Dipartimento di Stato statunitense rimanda ancora a uno “Studio sui Paesi” condotto dalla Biblioteca del Congresso, che presenta alcune delle molte realizzazioni di assistenza sociale del governo Gheddafi portate avanti nel corso degli anni nel campo delle cure mediche, degli alloggi pubblici, e dell’istruzione.
Inoltre, i Libici hanno il più alto tasso di alfabetizzazione in Africa (vedi UNDP, Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, p. 171) e la Libia è l’unica nazione dell’Africa continentale a classificarsi in “alto” nell’Indice di Sviluppo Umano dell’UNDP. Perfino la BBC ha riconosciuto questi risultati:
“Le donne in Libia sono libere di lavorare e vestirsi come vogliono, non sono assoggettate a vincoli familiari. L’aspettativa di vita media è di settant’anni. E il reddito annuo pro-capite – sebbene non così alto come ci si aspetterebbe, date le ricchezze petrolifere della Libia e la popolazione relativamente bassa di 6.5 milioni di abitanti – dalla Banca Mondiale viene stimato intorno ai 12.000 dollari (9.000 lire sterline).
L’analfabetismo è stato quasi del tutto debellato, così come il problema dei senza casa – un problema cronico nell’era pre-Gheddafi, quando baracche di lamiera ondulata punteggiavano molti centri urbani in tutto il paese”.
Dunque, se uno è a favore dell’assistenza sanitaria pubblica, significa che è automaticamente a favore della dittatura? E se “il dittatore” finanzia l’edilizia abitativa pubblica e sovvenziona i redditi, dobbiamo semplicemente cancellare questi fatti dalla nostra memoria?

Combattenti per la Libertà – gli Angeli

A complemento della demonizzazione di Gheddafi è arrivata la angelizzazione dei “ribelli”.
Il mio intervento non ha l’obiettivo di contrastare il mito invertendolo, quindi demonizzando tutti gli oppositori di Gheddafi, i quali hanno molti motivi di risentimento, gravi e legittimi, e molti di costoro hanno sicuramente dovuto subire più di quello che è possibile sopportare.
Sono invece interessato a come “noi”, che stiamo sul piatto nord-atlantico della bilancia, abbiamo costruito l’angelizzazione in modo tale da giustificare il nostro intervento.
Un metodo standard, ripetuto in diverse maniere attraverso una vasta schiera di mezzi di comunicazione e di portavoce del governo USA, che può essere sintetizzato in questa rappresentazione dei ribelli fatta del New York Times , come “professionisti dalla mentalità laica – avvocati, accademici, uomini d’affari – che parlano di democrazia, trasparenza, diritti umani, stato di diritto”.
Questo elenco di professioni familiari alla classe media statunitense, e da questa ritenute rispettabili, è fatto apposta per ispirare un senso condiviso di identificazione tra i lettori e gli oppositori libici, specialmente quando noi richiamiamo di continuo che è dalla parte di Gheddafi dove risiedono le forze del male: le principali “professioni” che troviamo da questa parte sono torturatori, terroristi, e mercenari africani.
Per molte settimane è stato quasi impossibile ottenere dai reporter vicini al Consiglio Nazionale di Transizione dei ribelli a Bengasi una seppur minima descrizione di chi costituisse il movimento anti-Gheddafi, se fosse un’unica organizzazione o più gruppi distinti, quale fosse la loro agenda, e così via.
Il leitmotiv delle cronache, abilmente condotto, assegnava alla ribellione la parte di un movimento interamente spontaneo e indigeno – il che può essere vero, in parte, ma può anche essere un’eccessiva semplificazione.
Tra le notizie, che complicavano il quadro in maniera significativa, vi erano quelle che denunciavano legami della CIA con gli insorti; altre mettevano in luce il ruolo del National Endowment for Democracy, dell’International Republican Institute, del National Democratic Institute, e dell’USAID (Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale), tutte agenzie attive in Libia dal 2005; altre analizzavano in dettaglio il ruolo dei vari gruppi di fuorusciti; e venivano diffusi rapporti sul ruolo attivo delle milizie “radicali Islamiste” inserite all’interno dell’insurrezione generale, ed alcuni indicavano legami con Al Qaeda.
Alcuni sentono il bisogno assoluto di essere dalla parte dei “bravi ragazzi”, soprattutto in quanto né l’Iraq né l’Afghanistan offrono una tale sensazione di giusta rivendicazione.
Gli Statunitensi vogliono che il mondo veda che stanno facendo una cosa giusta, e che consideri questa cosa non solo indispensabile, ma anche del tutto corretta. Non potrebbero sperare in niente di meglio che essere visti come coloro che così stanno espiando i loro peccati commessi in Iraq e in Afghanistan. Questo è un momento speciale, in cui la parte del cattivo può tornare ad essere sostenuta ancora una volta da altri. Un mondo, sicuro per gli Stati Uniti è un mondo insicuro per i malvagi.
Marcia banda, majorettes fate volteggiare i bastoni, Anderson Cooper, coriandoli – abbiamo capito!
[Anderson Cooper conduce uno show giornaliero sulla CNN ed è l’inviato di punta della tv americana]

Vittoria per il popolo della Libia

Dire che la svolta in corso in Libia rappresenta una vittoria per il popolo libico nel pianificare il proprio destino è, nel migliore dei casi, una semplificazione, che maschera la portata degli interessi in ballo fin dall’inizio nel dar forma e nel determinare il corso degli eventi sul campo, e che trascura il fatto che per gran parte del conflitto Gheddafi ha potuto contare su una solida base di appoggio popolare.
Fin dal 25 febbraio, solo una settimana dopo l’inizio delle prime proteste nelle strade, Nicolas Sarkozy aveva già stabilito che Gheddafi “doveva andarsene”.
Il 28 febbraio, David Cameron ha cominciato a lavorare su una proposta per una “no-fly zone” – queste dichiarazioni e decisioni sono state diffuse senza nessun tentativo di dialogo o di intervento diplomatico.
Il 30 marzo, il New York Times riportava che da “diverse settimane” operatori della CIA erano entrati in azione in Libia, il che significava che erano nel paese dalla metà di febbraio, cioè da quando erano iniziate le proteste – e a loro si erano uniti poi, all’interno della Libia, “decine di membri delle forze speciali britanniche e ufficiali dello spionaggio britannico dell’MI6”.
Inoltre, il NYT riportava nello stesso articolo che, “diverse settimane” prima (ancora una volta, intorno alla metà di febbraio), il Presidente Obama “aveva firmato un documento segreto che autorizzava la CIA a rifornire di armi e altre forme di supporto i ribelli libici”, intendendo con “altre forme di supporto” una serie di possibili “azioni sotto copertura”.
L’USAID aveva schierato in Libia un reparto già agli inizi di marzo. Alla fine di marzo, Obama dichiarava pubblicamente che l’obiettivo era quello di deporre Gheddafi.
Con una espressione terribilmente ambigua, “un alto funzionario degli Stati Uniti affermava che l’amministrazione aveva sperato che le sollevazioni in Libia si sarebbero evolute ‘organicamente’, come quelle in Tunisia e in Egitto, senza il bisogno di un intervento straniero” – il che suona esattamente come il tipo di affermazione che si fa quando qualcosa inizia in un modo che non è “organico”, e quando si confrontano gli eventi in Libia come caratterizzati da un potenziale deficit di legittimità rispetto a quelli di Tunisia ed Egitto.
Eppure, il 14 marzo, Abdel Hafeez Goga del Consiglio Nazionale di Transizione asseriva:
“Siamo in grado di controllare tutta la Libia, ma soltanto dopo che verrà imposta la no-fly zone” – ma non è ancora così, dopo sei mesi!
Di più, in giorni recenti è stato rivelato che ciò a cui la leadership dei ribelli aveva giurato si sarebbe opposta – “stivali stranieri sulla nostra terra” – è invece una realtà confermata dalla NATO: “Reparti delle forze speciali dalla Gran Bretagna, Francia, Giordania e Qatar, presenti sul suolo libico, hanno incrementato le operazioni a Tripoli e in altre città, di recente, per aiutare le forze ribelli, mentre queste dirigevano la loro avanzata finale contro il regime di Gheddafi”.
Questa, e altre sintesi, grattano soltanto la superficie dell’ampiezza dell’appoggio esterno fornito ai ribelli.
Qui, il mito è quello dei ribelli nazionalisti, autosufficienti, forniti totalmente di sostegno popolare. Al momento, i sostenitori della guerra stanno dichiarando che l’intervento è un “successo”. Bisognerebbe sottolineare come c’è già stato un altro caso in cui una campagna aerea, dispiegata a sostegno di milizie armate locali sul terreno, aiutate da consiglieri militari degli Stati Uniti sotto copertura, è riuscita a deporre un altro regime, e anche molto più velocemente. Questo è il caso dell’Afghanistan. Un successo!

Sconfitta per la “sinistra”

Ripetendo lo schema degli articoli di condanna alla “sinistra” pubblicati sulla scia delle proteste per le elezioni in Iran del 2009 (vedi ad esempio Hamid Dabashi e Slavoj Zizek), la guerra in Libia, ancora una volta è sembrata aver fornito l’opportunità di prendere di mira la sinistra, come se questo fosse il primo punto all’ordine del giorno – come se “la sinistra” fosse il problema da affrontare.
Ecco allora degli articoli, a vari livelli di sfacelo intellettuale e politico, di Juan Cole [vedi alcune delle confutazioni: “Il caso del Professor Juan Cole,” “Lettera aperta al professor Juan Cole: replica ad una calunnia,” “Il professor Cole ‘risponde’ a WSWS (World Socialist Web Site) sulla Libia: un’ammissione di fallimento politico e intellettuale”], Gilbert Achcar (questo in modo particolare), Immanuel Wallerstein, e Helena Sheehan, che sembra essere arrivata ad alcune delle sue conclusioni più critiche in aeroporto al termine dell’appena sua prima visita a Tripoli.
Sembra esserci un po’ di confusione sui ruoli e le identità.
Non esiste una sinistra omogenea, né un accordo ideologico tra gli anti-imperialisti (che comprendono conservatori e libertari, tra anarchici e marxisti).
Nemmeno, la “sinistra anti-imperialista” si è trovata mai in una posizione tale da fare un vero danno sul campo, come nel caso degli effettivi protagonisti. C’è stata poca possibilità per gli anti-interventisti di influenzare la politica estera, che aveva preso forma a Washington già prima che fosse pubblicata qualsiasi seria critica contro l’intervento.
Questi punti suggeriscono che almeno alcune delle critiche sono mosse da preoccupazioni che vanno oltre la Libia, e che in ultima istanza con la Libia hanno anche ben poco a che fare.
L’accusa più comune è che la sinistra anti-imperialista sta in qualche modo coccolando un dittatore. L’argomentazione si fonda su un’analisi viziata – nel criticare la posizione di Hugo Chávez, Wallerstein afferma che è l’analisi di Chávez ad essere profondamente viziata, e tra le sue critiche presenta la seguente:
“Il secondo punto sbagliato nell’analisi di Chávez è che non è previsto nessun coinvolgimento militare significativo del mondo occidentale in Libia” (sì, leggete questo di nuovo!).
Infatti, molte delle contro argomentazioni presentate contro la sinistra anti-interventista echeggiano o riproducono per intero tutti i miti che sono stati smantellati qui sopra, che rendono la loro analisi geopolitica quasi del tutto sbagliata, e che perseguono politiche incentrate in parte sui personaggi e gli eventi del giorno.
Questo ci dimostra anche l’estrema povertà della politica fondata pregiudizialmente soprattutto su idee semplicistiche e unilaterali rispetto ai “diritti umani” e alla “protezione” (vedi il saggio critico di Richard Falk), e il successo del nuovo umanesimo militare nell’appropriarsi delle energie della sinistra.
E una domanda persiste: se coloro che si sono opposti all’intervento sono stati stigmatizzati per aver fornito uno scudo morale alla “dittatura” (come se l’imperialismo non fosse già di per sé una dittatura globale), che dire di quegli umanitari che hanno sostenuto l’ascesa di militanti razzisti e xenofobi che, secondo fonti molteplici, sono impegnati in un’operazione di pulizia etnica? Significa che la folla a favore dell’intervento è razzista? Costoro si oppongono al razzismo? Fin qui, ho sentito solo silenzio da questa direzione.
Il programma di intimidire l’uomo di paglia anti-imperialista maschera lo sforzo di frenare il dissenso contro una guerra inutile, che ha prolungato e aumentato la sofferenza umana; che ha sostenuto la causa dei membri delle compagnie guerrafondaie, delle società multinazionali e dei neoliberisti; che ha distrutto la legittimità delle istituzioni multilaterali, che un tempo erano apertamente impegnate per la pace nelle relazioni internazionali; che ha violato le leggi internazionali e i diritti umani; che ha testimoniato l’ascesa della violenza razzista; che ha fornito potenza allo Stato imperialista nel giustificare la sua continua espansione; che ha violato le leggi interne e ha ridotto il discorso dell’umanitarismo nelle grinfie di slogan semplicistici, di impulsi reazionari e di formule politiche che privilegiano la guerra come prima opzione.
Davvero, è la sinistra il problema, a questo punto?

* Maximilian Forte è professore associato al dipartimento di Sociologia e Antropologia alla Concordia University di Montreal, Canada.
Il suo sito web può essere consultato a: http://openanthropology.org/ , dove si possono leggere suoi precedenti articoli sulla Libia ed altre osservazioni sull’imperialismo.

Preso da: http://it.cubadebate.cu/notizie/2011/10/03/i-dieci-miti-che-hanno-piu-inciso-sulla-guerra-contro-la-libia/

BHL è il suggeritore di Sarkozy nell’abbattimento di Gheddafi. E, strapagato, predica in Italia

Va in pagina Henry-Lèvi, il grande imbonitore francese, quello che ha creato il caso della Libia a danno soprattutto dell’Italia

 di Mario Sechi Il Foglio – List.it 

L’assemblea del Pd. Due settimane dopo il 4 dicembre, Renzi continua a fare Renzi. Irride gli avversari come se fosse arrivato primo; propone sistemi elettorali senza aver esplorato prima un minimo consenso parlamentare; dice un’ovvietà («ho perso») e svolge un trattatello di sociologia della sconfitta preso dalla libreria delle sedute di autocoscienza del Pd; parla di periferie prendendo in giro quelli che lo facevano prima di lui; naturalmente si discute di Sud con tono grave e pensoso; i ggiovani no, non ci hanno votato proprio; è tutta colpa del webbe ‘che l’abbiamo lasciato agli altri; dai che rifacciamo il Mattarellum, cribbio; ripete di fronte al pubblico le sciocchezze che i suoi collaboratori gli scrivono sull’America; si avvia al finale e dalla sala arriva un monito, un memento, un’intimazione, la cosa che se fai un’allegra riunione della sezione Rosa Luxemburg con l’iPhone 7 proletario non può essere taciuta: l’ambiente! urlano dalla sala e lui, nel pieno della fase 3×2, rassicura: parlo volentieri anche di quello. Una sana coscienza verde ci vuole.

L’assemblea del Pd. Un funerale retorico che ha avuto un solo gigantesco acuto: Giachetti che ritrova per un attimo il fu Giachetti pannelliano e con una manovra di puro dadaismo radicale spara a vocali larghe un profondo «avete la faccia come il culo!» rivolto alla minoranza dem. È stato il momento politico più alto e significativo dell’assemblea del Pd. Il lutto c’è, l’elaborazione no, la sconfitta resta. Il futuro? È sempre domani. Buona giornata.
Da non perdere. Cosa c’è di imperdibile sui quotidiani? In prima pagina quelli di via Solferino hanno rotativizzato il filosofo del conflitto, Bernard-Henry Lèvi, quello che si immagina infallibile spettrografo dei nostri tempi, quello che comincia il suo ennesimo definitivo articolo sul nostro tempo citando un poeta che egli sente vicino a se stesso (René Char, un combattente) e sulla mattanza di Aleppo lancia la sua vibrante protesta. Perché lui, il grande filosofo, questo separatore di ioni dello zeitgeist, si vergogna di tutto e tutti per noi, che altruismo. Non risparmia nessuno, l’indignato, neppure la scrittura che espone così brillantemente il suo pensiero. Bombardano Aleppo.
Ecco un passaggio che testimonia l’originalità della sua prosa: «Effetto della «de-realtà»? Alla fine ci siamo assuefatti alla sofferenza degli altri? O ci troviamo forse ai giochi circensi? L’inconfessabile compiacimento nel veder agonizzare degli omuncoli laggiù, mentre noi, dalle tribune, ci dimentichiamo di alzare il pollice?». Il compiacimento è tutto suo, in questo do di petto che sale dalla sofferenza dei caffé di Saint-Germain-des-Prés, Paris.
Felix Roma. Titolo su Repubblica: «Corruzione per appalti scuole e strade in due municipi: arresti e perquisizioni a Roma». Che fare? Niente, rileggere Flaiano: «Gli italiani sono irrimediabilmente fatti per la dittatura».
Auto di lusso. Sul Corriere l’articolo interessante lo scrive Federico Fubini. Mettete in fila i redditi oltre i 120000 euro e le auto di lusso, scoprirete il magico mondo dell’Italia in supercar: «Il ritratto di un paese nel quale i modelli di auto in circolazione dal costo di almeno 100 mila euro risultano di un terzo più numerosi dei redditi Irpef di fascia alta: sono 349.453 mila contro 269.093 dichiarazioni dei redditi elevate. In alcune regioni, specie nel Mezzogiorno e a Nord-Est, il surplus di modelli di lusso rispetto ai redditi di livello più alto è addirittura fuori da ogni scala spiegabile in un sistema dove prevale l’applicazione della legge».

Preso da: http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=2140648&codiciTestate=1&sez=notfoundG&testo=libia&titolo=Va%20in%20pagina%20Henry-Lèvi,%20il%20grande%20imbonitore%20francese,%20quello%20che%20ha%20creato%20il%20caso%20della%20Libia%20a%20danno%20soprattutto%20dell%27Italia

Le fake news come arma al servizio del potere

5 gennaio 2017

da Zenit
L’anno nuovo sembra essersi aperto con una sindrome che sta contagiando diversi ambienti, quella delle cosiddette “fake news”, le notizie false.

Il leader del M5S, Beppe Grillo, invoca la necessità di formare improbabili giurie popolari con il compito di controllare la veridicità delle notizie diffuse da stampa e tv. Facebook ha elaborato un software che avrebbe la capacità di segnalare agli utenti le notizie ritenute inattendibili. C’è poi chi, come il presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, propone un’agenzia statale di vigilanza.
Quest’ultima idea ha suscitato diverse critiche. Molti la paragonano a quegli uffici statali, tipici dei totalitarismi, che hanno il compito di controllare ogni pubblicazione e sequestrare quelle potenzialmente pericolose o esplicitamente ostili al potere. Altri ancora, più in vena letteraria, agitano l’accostamento con il ministero della Verità del libro 1984, di George Orwell.
Tra questi c’è Vladimiro Giacchè, economista e filosofo, presidente del Centro Europa Ricerche, autore de La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea (nuova ed. aggiornata 2016). ZENIT lo ha intervistato.

***
Cosa non la convince della proposta di Pitruzzella?

Mi sembra una proposta sbagliata e pericolosa. Sbagliata per molti motivi. Perché oggi le fake news non passano soltanto attraverso la rete ma anche attraverso i media tradizionali. Perché la menzogna veramente pericolosa non è il singolo enunciato falso, ma la falsa cornice interpretativa generale che viene offerta per certi fatti. E perché spesso la menzogna non si presenta come tale: pensiamo alle mezze verità (per cui ti parlo degli atti di violenza dell’aggredito, ma non ti dico che si sta difendendo da un aggressore), a quello che non ci viene detto (pochi giorni fa un rapporto sulla povertà in Germania è stato depurato dal governo di alcune frasi “spiacevoli”), agli eufemismi che consentono di rendere la verità meno brutta (“uso della forza” per parlare della guerra, “interrogatori rafforzati” al posto di “tortura”, e così via). Ma è anche una proposta pericolosa, perché adombra una sorta di controllo governativo o paragovernativo sulla rete, che può facilmente tradursi nella chiusura di siti non graditi a chi è al potere.
Qualcuno sta coniando un nuovo termine per indicare la nostra epoca: post-verità. Di orwelliano c’è anche la neo-lingua? Quanto è importante il potere delle parole?

Le parole sono importantissime. Harold Pinter diceva che “il linguaggio viene adoperato per tenere a distanza il pensiero”. Questo avviene tutti i giorni, e proprio attraverso i termini chiave del nostro lessico politico. Basti pensare alla metamorfosi che hanno conosciuto parole come democrazia o riforma. Quanti ancora associano al termine democrazia il concetto di “potere del popolo”, che poi dovrebbe essere il suo significato letterale? Angelo Panebianco ha denunciato anni fa che la stessa “democrazia rappresentativa” (concetto comunque già più ristretto di quello di democrazia) “a voler essere realisti, è poco più di un sistema di oligarchie in competizione”. Ancora più clamoroso il caso di una parola come “riforma”. Un tempo le “riforme” indicavano provvedimenti di legge per migliorare la condizione delle persone. Oggi le “riforme” indicano tagli allo Stato sociale e alle pensioni.
Anche complottista è un termine coniato in modo artificiale? Magari per screditare chi la pensa in modo non allineato…

I complottisti ci sono davvero, e ci sono sempre stati. Ma spesso hanno lavorato al servizio del potere: ad esempio i Protocolli dei savi di Sion, un documento falso costruito per dimostrare un presunto complotto degli ebrei, fu opera della polizia segreta zarista. Oggi spesso si usa il termine contro chi mette in dubbio che alcune “verità” del potere siano realmente tali. Anni fa si diede del complottista a chi sosteneva che la famosa fialetta con le armi chimiche di Saddam agitata da Powell all’assemblea dell’Onu fosse una messinscena. All’epoca tutti i principali giornali, anche in Italia, presero per buono quel falso vergognoso. È chiaro che in rete girano molte notizie inventate di sana pianta, ma in genere si attirano il discredito che meritano. E comunque la pericolosità delle sciocchezze sulle scie chimiche è ben diversa da quella delle menzogne sulle armi di distruzione di massa di Saddam, che sono servite a scatenare una guerra in cui sono morte centinaia di migliaia di persone.

Nel libro “La fabbrica del falso” afferma che “la menzogna è il grande protagonista del discorso pubblico contemporaneo”. Lei ha citato le fialette di antrace agitate da Colin Powell. Qualche altro eclatante esempio?

C’è l’imbarazzo della scelta. Praticamente tutte le più recenti guerre sono state giustificate e vendute all’opinione pubblica attraverso la costruzione di fake news e la loro diffusione attraverso i grandi media. A sostegno della prima guerra in Iraq si disse che i soldati di Saddam aveva staccato la corrente alle incubatrici degli ospedali di Kuwait City, per giustificare la seconda – come abbiamo detto – si tirarono fuori le armi di distruzione di massa, in Libia ci hanno fatto vedere fosse comuni che erano normali cimiteri, per di più fotografati mesi prima. È importante capire che in tutti questi casi la falsa notizia è funzionale a costruire una cornice interpretativa (il dittatore cattivo, pericolo per l’umanità, ecc.): una volta recepita questa interpretazione, le persone collocheranno entro di essa le altre notizie che ricevono, dando meno importanza – o non prendendo in considerazione – quelle che la contraddicono. Ad esempio, nel caso della Siria, i monasteri e le chiese distrutti dai cosiddetti “ribelli” e non dalle truppe governative.
Facebook ha elaborato un software per individuare e segnalare agli utenti le notizie inattendibili. Questo lavoro di vigilanza è affidato alla Poynter Institute, società finanziata dalla fondazione Open Society di George Soros. C’è il rischio che il controllore non sia propriamente super partes…

Sarebbe divertente applicare il software alla notizia che Facebook ha elaborato un software per segnalare le notizie inattendibili: se il software è ben fatto, dovrebbe segnalarla come inattendibile. Scherzi a parte, trovo molto significativo che fondazioni nate (a loro dire) per diffondere gli ideali delle “società aperte” contro i “totalitarismi” finiscano poi per farsi promotrici… della chiusura delle società aperte. E per di più facendo uso di algoritmi e altri strumenti automatici. Non mi sembra un passo avanti. Più in generale, credo che lo stato di salute dei paesi del “libero Occidente” sia ben definito dal ruolo conferito a uno speculatore di borsa che, dopo aver tratto profitto per decenni dalla destabilizzazione dei mercati finanziari, ora con i soldi così guadagnati si dedica a destabilizzare regimi che non gli piacciono e a promuovere “rivoluzioni colorate”.
Eppure fino a ieri ci era stato insegnato che la verità non esiste, che è un retaggio oscurantista medievale, che tutte le opinioni sono uguali e relative. Non evince anche Lei una contraddizione?

La contraddizione c’è eccome. Ma entrambi gli atteggiamenti rappresentano una scorciatoia. Quando si è in difficoltà perché non si riesce a confutare le argomentazioni di qualcuno, spesso si gioca la carta del relativismo, mettendo sullo stesso piano tutte le opinioni (la propria, infondata, e quella altrui, più fondata). Ma anche l’accusa di costruire fake news o di credere ad esse è una via di fuga: in questo caso, dal fatto che non si riesce ad imporre il proprio punto di vista, pur avendo dalla propria parte tutti o quasi gli organi di informazione “ufficiali”. Questo apre un problema gigantesco: chi è legittimato a decidere se una notizia è vera o falsa, e a comminare sanzioni su questa base? In realtà, il fatto di ritenere che non esista qualcosa come la Verità assoluta non impedisce di demistificare un enunciato falso. Ma a mio giudizio questo può e deve emergere dal libero confronto delle opinioni. E deve riguardare tutti i media.
Chi può decidere quando una notizia è falsa?

Ciascuno di noi, se è posto in condizione di esercitare il ragionamento e di verificare contenuti e contesto della presunta notizia. Però, per chi non si occupa professionalmente di queste cose, la possibilità di ragionare è resa complicata dalla velocità con cui le notizie si susseguono e la verifica dei contenuti dalla difficoltà di accesso alle fonti. Precisamente a questo dovrebbero servire i professionisti dell’informazione: a renderci disponibili notizie quanto più possibili verificate, basate su fonti attendibili e riferite con onestà. Come sappiamo, purtroppo le cose spesso non vanno così. È per questo che occorre che ciascuno di noi eserciti in prima persona il proprio senso critico. Nella “Fabbrica del falso” parlo di “strategie di resistenza”, che vanno dalle demistificazione del linguaggio usato per dare certe notizie all’utilizzo delle incongruenze presenti nel discorso ufficiale. Meglio adoperare queste strategie che far decidere a un’agenzia statale se una notizia è vera o falsa.

Preso da: http://www.complottisti.com/le-fake-news-arma-al-servizio-del-potere/#

Stragi “islamiche”. Per marketing israeliano

Mentre i media sollevano il polverone  utile ai mandanti, e sviluppano la “narrativa”  conseguente , mi limito a sottolineare solo tre o quattro dati  su Amri.

  1. Il calibro ridicolo, un .22, della sua arma. Con  la quale il terrorista ritiene opportuno sparare ai due agenti, dando così loro la  motivazione   legale per “rispondere al fuoco” (capirai, ne ha”ferito uno”) e freddarlo immediatamente. Nemmeno ferirlo, ma farlo secco subito.
    L'orrendo squarcio prodotto sulla giacca dell'agente ferito dal cal.22.
    L’orrendo squarcio prodotto sulla giacca dell’agente ferito dal cal.22.
  2. Il piazzale Primo Maggio dove è stato fulminato è a 300 metri dal Centro Islamico di via Tasso, dove c’è movimento continuo giorno e notte. Ma soprattutto, dove probabilmente il tunisino ha bussato o provato a bussare ad alcune porte che conosceva e riteneva ‘sicure’ (non aveva nemmeno ricambi d’abito), e che può aver trovato “chiuse”.
  3. Il TIR polacco – mi indica un amico – prima di andarsi a schiantare a Berlino aveva fatto un carico alla OMM srl. In  via Cesare Cantù 8, a Cinisello. Ossia a un chilometro dal piazzale della Stazione di Sesto dove Amri ha trovato la morte.
  4. Dunque, Amri si è fatto ammazzare là dove il camion polacco era partito  per il suo ultimo viaggio; e forse dal punto in cui anche lui era  venuto.  Siamo sicuri che all’andata, oltre alle merci da portare a Berlino, il polacco non portasse anche Amri, caricato anche lui a Cinisello? Spesso i guidatori di TIR caricano clandestini dietro compenso.


(un amico, Nuke the Whales, mi fa notare quanto segue:
Caro Blondet, e se la realtà fosse che il buon Samri non si sia mai mosso da Milano? Questo spiegherebbe molte cose, magari è rimasto rinatato in un buco per poi scoprire di essere accusato di essere un terrorista. per poi incappare “casualmente” in un controllo.
Sì, mi sembra più plaudibile. A “viaggiare ” e giungere a Berlino possono essere stati i suoi documenti di identità,  per  incastrarlo.  Come ho fatto  a non pensarci ?)
Infine il video in cui Amri si dichiara vendicatore dell’IS e bla bla bla. E’   firmato dalla solita e nota sigla  (che i media hanno generalmente nascosto):SITE di  Rita Katz.amri-site
A mio parere è una firma. Secondo me, bisognerebbe indagare se l’organizzazione che sta dietro la sigla  SITE fa’ fare questi video a gente che ha condannato alla morte jihadista, e che convince con qualche soldo. Compito facile, si tratta di marginali
Da  valutare insieme alle altre  che rendono la strage di Berlino così simile a quella di Nizza il 14 luglio.
Anche qui, alla strage è presente un israeliano, Shlomo Shpiro. Un esperto di terrorismo, docente di “terrorismo” (sic) nell’università Bar-Illan di Tel Aviv, uomo dei servizi, decorato per non si sa quali meriti da Shimon Peres nel 2010.
Naturalmente i nostri  quattro lettori ricordano che a Nizza, proprio nel momento, si trovava il fortunato giornalista tedesco Richard Gutjahr,  marito di Einat Wilf, deputata israeliana, estremista e interna ai servizi.  Ma non basta: colui che ha fatto il video più completo sulla sparatoria degli agenti francesi che, di notte, circondano il camion del terrorista, è un ebreo:  Ynet News (l’agenzia dei coloni)  lo chiama Silvan Ben Weiss.  Il suo vero nome (o il  suo altro nome) è Sylvain Ben-ouaich.  Uno che ha lavorato  come uomo della security per la ditta vinicola Baron Edmond de Rotschild, nonché, per 12 anni, per lo Israel Export Institute, una agenzia del governo sionista, che è stata a lungo diretta da Rafi Eitan, un leggendario dirigente del Mossad.
(Per vedere il suo video e il suo profilo di fanatico israeliano, qui:
http://www.egaliteetreconciliation.fr/Nice-l-homme-qui-a-filme-l-assaut-des-policiers-est-issu-d-une-agence-gouvernementale-israelienne-40567.html).
Ricordo   che anche il giorno della strage “islamista” di Charlie Hebdo, il primo video col telefonino fu preso – da chi? Nelle prime ore, si disse: da Amchai Stein. Nientemeno che il vicedirettore della tv israeliana Channel 1, che si disse, s’era rifugiato sul  tetto. Poi la notizia è scomparsa, e si è dichiarato autore del video tale Martin Boudot, giornalista di agenzia, precario,  che dice di essere andato a trovare quel giorno l’agente di guardia a Charlie Hebdo, suo amico di sempre . Che  quel giorno  non c’era.

Anche al Bataclàn

bataclan
Il sangue è ancor fresco quando la foto è stata scattata

Anche nella spaventosa strage del Bataclàn  c’è stata una “firma”  israeliana. E’in quella che pare esser l’unica foto dell’interno  del teatro, sparso di cadaveri tra fiumi di sangue, un’immagine orrenda che, dopo, è  stata mostrata solo sfocata.  Chi ha diffuso per primo quella foto? La fonte più strana: Israel Hatzolah, il gruppo  – con sede a Gerusalemme –  di soccorritori ultra-sionisti che, spesso, vediamo intervenire (con la kippah e i cernecchi) a portare i feriti in attentati in Israele.  Ma come mai uno dei volontari si trovava all’interno del Bataclàn subito dopo la strage?
israeel-hatzolah
(per tutti i particolari  vedere qui: http://www.panamza.com/151215-bataclan-jerusalem/).

Così informati, torniamo al nostro esperto che era a Breitscheidplatz  pochi minuti prima che avvenisse la strage.   Lo ha raccontato il Juedische Allgemeine, giornale ebraico di Berlino:
http://www.juedische-allgemeine.de/article/view/id/27336
Lo stesso giornale poi intervista l’esperto, e gli chiede: “Cosa la Germania può imparare da Israele” nella lotta al terrorismo islamico?

Shlomo Shpiro - consulente anche della NATO per il terrorismo (come farlo?).
Shlomo Shpiro – consulente anche della NATO per il terrorismo (come farlo?).

http://www.juedische-allgemeine.de/article/view/id/27345
“Fare  come Israele”,   “impariamo da Israele”, è il leitmotiv  che è risonato anche dopo la strage di Nizza.
“Facciamo come in Israele. Ognuno diventi sentinella “ Dureghello  (presidente della Comunità ebraica romana). Civiltà in pericolo. Va > alzata l’attenzione da parte di tutti” di Filippo Caleri (Il Tempo, > 18 luglio 2016)_
“Finalmente, con anni di ritardo, molti comprendono in Italia e in   Europa che l’unico modo per ridurre – non per annullare – la minaccia terroristica è imparare dagli israeliani, che convivono da sempre con  un terrorismo islamico feroce, ma sanno contrastarlo e contenerlo come  nessuno al mondo” (Meno comfort e privacy valgono il prezzo della  libertà”  Carlo Panella (il  famoso neocon)  (Libero, 21 luglio 2016):
“Dovete tutti sentirvi parte di un esercito in guerra di Fausto  Carioti (Libero, 21 luglio 2016): «…
“Sicurezza negli aeroporti: perché adottare il sistema israeliano ”  di  Gabriele Mirabella (Voci di Città, 22 luglio 2016).
Sono solo alcuni dei titoli che sono apparsi sui media italici subito dopo l’attentato di Nizza  (potrei mettercene dozzine).  Quanto agli articoli, il tono è- come definirlo? – pubblicitario.  Sono  consigli per  gli  acquisti della   insuperabile security che Israele ha sviluppato nella repressione alla resistenza palestinese. Ecco un esempio di pubblicità.
L’efficacia di questo sistema risiede principalmente nell’abilità di  un personale di sicurezza altamente qualificato più che nell’utilizzo  accentuato dei body scanner o di qualche altro macchinario  all’avanguardia. Poco importa se i passeggeri sono costretti ad   attendere tre ore prima di imbarcarsi, passando attraverso ben cinque  livelli di sicurezza, se ciò significa assicurare l’incolumità  fisica di fronte alla minaccia globale del terrorismo…”.
E pullulano   ditte (start up) che vendono la sicurezza  alla israeliana con grande successo, tutte fatte da ex militari o mossadiani. Una di queste   appartiene a Marco Carrai,  l’amico israeliano di Matteo Renzi, o il suo “controllo”….   Ma non precorriamo i  tempi.
E’ certo che  la  security israeliana  – ovviamente creata e gestita da “ex” agenti del Mossad  dotati di esperienza  repressiva –   è un gran business. O può esserlo, se nell’opinione pubblica  europea si crea un  sufficiente allarme per il terrorismo. “Dovete tutti sentirvi parte di un esercito in guerra”, e allora chiederete al governo di comprare  il know how israeliano.  A caro  prezzo, ma che importa? Ne va  della  vostra vita.
Ora non fatemi dire che coloro che  propongono la rinomata juden-security  possono benissimo anche provocare gli attentati terroristici – come forma di marketing.  E che il Mossad lo sa e può fare senza il minimo scrupolo, come ha già dimostrato più volte nella storia.  Se avete questa idea, io me ne dissocio con forza.
Mi limito a ricordare  che pochi mesi prima della strage islamica del 14 luglio,  Olivier Rafowic, colonnello della riserva di Tsahal,   si trovava a Nizza con una “equipe  israeliana” proprio per “valutare”  la sicurezza della città; l’ha trovata scarsa, e quindi ha proposto al Comune  un  ottimo sistema di juden-security chiavi-in-mano.
L’ha spiegato lo stesso colonnello   Rafowic alla tv i24, israeliana- francese:
http://www.egaliteetreconciliation.fr/Un-colonel-de-Tsahal-et-son-equipe-ont-evalue-la-securite-de-Nice-il-y-a-quelques-mois-40565.html

Si doveva anche tenere un congresso di israeliani, proprio a Nizza. Un convegno internazionale sulla sicurezza  e le sue falle, più volte rimandato, e infine cancellato dopo la strage del 14 luglio. Guardate qui gli organizzatori:
http://niceglobalforum.org/
Boaz Ganor, il rettore della Lauder School of Government and Diplomacy at the Interdisciplinary Center.   Fondatore e direttore esecutivo International Policy Institute for Counter-Terrorism,  è anche membro della  Israel’s National Committee for Homeland Security Technologies.
Un lettore del sito  francese  ha commentato: “Sembra la Mafia che propone ‘protezione’ a  un commerciante,   che se non paga il pizzo  trova le vetrine del negozio rotte…”.  Ma è un’idea mostruosamente cospirativa e antisemita, da cui tutti noi  ci dissociamo con forza.
Forse  questo articolo richiederà un’altra puntata, sul lato  italiano della cyber security.
Per intanto buon Natale  a tutti, e godetevi la narrativa mediatica.

Originale, con video: http://www.maurizioblondet.it/stragi-islamiche-marketing-israeliano/

Il maggiore propalatore di ‘notizie fasulle’ è la CIA

29 novembre 2016

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 28/11/2016
I media corporativi statunitensi, manovrati dall’ultima versione della vecchia operazione d’influenza dei media della CIA Mockingbird, ridicolmente accusano la Russia di generare “false notizie” per influenzare le elezioni presidenziali degli USA. In un articolo sul Washington Post collegato alla CIA, del 24 novembre 2016, il giornalista Craig Timberg affermava: “la sempre più sofisticata macchina della propaganda della Russia, tra cui migliaia di botnet, squadre di ‘troll’ e reti di siti web e account sui social-media, ripresa e amplificata dai siti di destra su Internet, ritrae Clinton come una criminale affetta da problemi di salute potenzialmente fatali che si preparava a cedere il comando della nazione a un’oscura cabala di finanzieri globali”. L’articolo del Post è degno della propaganda della CIA generata al culmine dell’operazione Mockingbird, durante la Guerra Fredda. Contrariamente a ciò che il Post riferiva sugli account di destra sui legami di Hillary Clinton con “un’oscura cabala di finanzieri globali”, la candidata democratica alla presidenza e suo marito, tramite il fondo oscuro noto come Fondazione Clinton, è strettamente legata a vari “oscuri finanzieri globali”, tra cui dirigenti di Goldman Sachs e JP Morgan Chase. La cabala dei Clinton era più a suo agio nelle riunioni segrete di gruppi come Bilderberg, Bohemian Club e Council on Foreign Relations, di quanto non lo fosse con i sindacati e gli studenti. Il Post chiaramente alimenta il suo scadente articolo sulle “notizie false” russe con i soliti noti detrattori della Russia e bocchini della CIA, tra cui The Daily Beast; l’ex-ambasciatore a Mosca Michael McFaul; Rand Corporation (per cui scriveva ponderose analisi un certo Giulietto Chiesa. NdT); Elliott School of International Affairs della George Washington University; Foreign Policy Research Institute di Philadelphia e un sito chiamato “PropOrNot.com”, o “Is It Propaganda o no?”, collegato non solo ai siti russofobi finanziati da George Soros, ma anche ad agenti della disinformazione della CIA come Snopes.com (il sito-faro del CICAP e dei “cacciatori di bufale” in Italia. NdT). L’articolo del Post non è altro che pubblicità per PropOrNot.com, che si autodefinisce “Servizio d’identificazione della Propaganda dal 2016”.
L’operazione d’influenza dei media contro la Russia sembra una creazione del team di contro-informazione dell’Ufficio dei programmi d’informazione internazionali del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. La squadra, istituita dall’amministrazione di George W. Bush, è la risurrezione dell’US Information Agency (USIA) dalla Guerra Fredda; l’ufficio d’informazione creato per contrastare la disinformazione “sovietica”. La verità della questione è che molte delle notizie di TASS, Radio Mosca e Novosti, marchiate “disinformazione sovietica” dall’USIA, nei fatti erano rapporti genuini sulle operazioni segrete della CIA, tra cui omicidi politici, guerra biologica e contrabbando di armi e droga. Oggi, i megafoni multimediali della CIA e di Soros sostituiscono i media sovietici, nello scopo di discreditarli, con RT e Sputnik News. Nel 2013, Amazon firmò un contratto da 600000000 di dollari con la CIA per fornire servizi di cloud computing all’agenzia. Il proprietario di Amazon, Jeff Bezos, è anche il proprietario di The Washington Post. Considerando la lunga stretta relazione tra il giornale e la CIA, il Post è l’ultimo media che dovrebbe scrivere sulle notizie false. Nel 1981, il Post pubblicò una notizia falsa sul tossicodipendente di 7 anni “Jimmy”. Non solo la storia era falsa, ma il vicecaporedattore del Post, Bob Woodward, dell’infame Watergate, presentò la storiella di Jimmy al comitato del Premio Pulitzer. La giornalista del Post che scrisse il pezzo, Janet Cooke, ricevette il Pulitzer, per poi restituirlo dopo che la storia fu scopert a falsa. Cooke fu licenziata, ma Woodward, da tempo propalatore dell’intelligence degli Stati Uniti, la mantenne al posto. E questo su Washington Post e notizie false.
Nel suo pezzo sulle “notizie false”, il Post riporta una “lista nera” di presunti “siti di notizie false” creata dalla misteriosa PropOrNot.com. L’articolo sulla rivista Fortune di Mathew Ingram, del 25 novembre 2016, giustamente critica l’acriticità del Post verso PropOrNot.com. Ingram ha scritto: “l’account Twitter di PropOrNot, che twitta e ritwitta russofobia da varie fonti, esiste solo da agosto. E un articolo che annuncia il lancio del gruppo sul suo sito web è dello scorso mese”. E’ molto probabile che PropOrNot.com sia una creazione del socio del cloud computing del padrone del Washington Post, la CIA. PropOrNot.com si autodefinisce un gruppo di “cittadini americani che si occupa di varie questioni e dalle varie competenze, tra cui esperienza professionale in informatica, statistica, ordine pubblico ed affari per la sicurezza nazionale”. Vi sono più che sufficienti dipendenti della CIA che possiedono tale “esperienza professionale”. PropOrNot.com ha pubblicato un elenco che avrebbe fatto sentire il decaduto senatore Joseph McCarthy, il fornitore delle “liste rosse” di comunisti negli anni ’50, molto orgoglioso. PropOrNot.com elenca 200 siti che definisce “notori spacciatori di propaganda russa”. Nella lista vi sono StrategicCulture.org, Globalresearch.ca, Drudgereport.com, Counterpunch.com, Wikileaks.com, Wikileaks.org, Wikispooks.com, Zerohedge.com e Truthdig.com. RT.com e Sputniknews.com appaiono pure. Ma non ci sono sulla lista i media notoriamente dediti a diffondere falsità come New York Times, USA Today, NBC News, CBS News, The New Republic, CNN e Atlanta Journal-Constitution. Scandalosamente, la lista nera include UssLibertyVeterans.org, un sito web gestito dai sopravvissuti dell’attacco aeronavale israeliano, intenzionale e non provocato nel 1967, alla nave dell’intelligence degli Stati Uniti “USS Liberty”, nel Mediterraneo orientale. L’attacco uccise 34 marinai e personale dell’intelligence statunitensi, alla cui memoria il sito web, in parte, è dedicato. L’inclusione del sito dei veterani “suggerisce fortemente il coinvolgimento dei vari agenti filo-israeliani e neo-con che prosperano nei numerosi think tank non-profit di Washington DC e che possono essere associati a PropOrNot.com”.
L’inclusione di alcuni “siti di odio” suprematisti nella lista PropOrNot.com ricorda la tattica dell’ingannevole “Southern Poverty Law Center” (SPLC) di Montgomery, Alabama. Il centro che non è né del “sud”, né dedito ai poveri, avendo 175 milioni di dollari in banca e due edifici a Montgomery, definiti dai critici “Palazzi sulla povertà”. Il Washington Post cita spesso i funzionari del SPLC quando attaccano il neopresidente Donald Trump e i suoi consiglieri. PropOrNot.com utilizza una metodologia molto soggettiva per la sua lista nera: “non importa se i siti elencati di seguito sono stati consapevolmente diretti e pagati da agenti dei servizi segreti russi, o se addirittura sapevano di riecheggiare la propaganda russa in ogni aspetto: se soddisfano tali criteri, sono per lo meno degli ‘utili idioti’ in buona fede dei servizi segreti russi, e sono degni di ulteriore esame”. E per chi PropOrNot.com propone l’immissione sulla sua lista nera e loro “ulteriore esame”? Forse vuole che CIA, National Security Agency, Federal Bureau of Investigation o US Cyber Command li molestino violando il primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti. Altri presunti siti di “propaganda” russa della lista nera sono Infowars.com, Intrepidreport.com, Intellihub.com, Informationclearinghouse.info, Corbettreport.com, Moonofalabama.org, Floridasunpost.com, Opednews.com, Oilgeopolitics.com, Gatesofvienna.net, Blackagendareport.com, Mintpressnews.com, AHTribune.com, Thefreethoughtproject.com, Consortiumnews.com, Washingtonsblog.com, Asia-pacificresearch.com, Filmsforaction.com (che sostiene i diritti dei nativi americani), Thirdworldtraveler.com ed Activistpost.com. Molti siti hanno qualcosa in comune: hanno sostenuto Trump presidente. Il Washington Post sosteneva appieno Hillary Clinton, il che rende la lista nera, in parte, niente di più che l’uva acerba del Post e dei suoi “esperti” anonimi di PropOrNot.com. PropOrNot.com ha anche inserito nella lista alcuni noti siti di disinformazione, come superstation95.com, che pretende di essere una stazione radio di New York; baltimoregazette.com e veteranstoday.com. Questo con l’effetto d’infangare i siti legittimi associandoli a cazzari e cyber-truffatori. Due membri dell’amministrazione Reagan, il direttore dell’Ufficio Gestione e Bilancio David Stockman (Davidstockmanscontracorner.com) e l’assistente per la politica economica del segretario al Tesoro Paul Craig Roberts (Paulcraigroberts.org) ritrovano i loro siti sulla lista nera, oltre all’ex-candidato presidenziale repubblicano Ron Paul (Ronpaulinstitute.org).
La lista nera evidenziata dal Washington Post sembra essere più l’elenco della censura creata dalla mancata amministrazione di Hillary Clinton. Che il Post si accanisca a censurare altri media semplicemente ignorandone il contenuto, è vergognoso oltre ogni immaginazione. Se un qualsiasi media debba chiudere per via delle azioni contrarie al pubblico interesse, è il Washington Post per aver grossolanamente distorto le notizie e ingannato il pubblico dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi. Se si cercano “notizie false” si vada dal complesso d’intelligence-aziendale. Dalle notizie ufficialiste sulle fasulle armi di distruzione di massa irachene all’assunzione dal Pentagono della società di pubbliche relazioni inglese Bell Pottinger, per creare notizie false sugli attacchi terroristici in Iraq, all’uso del gruppo dei “caschi bianchi” per pompare storie fasulle sul governo siriano, i grandi media rigurgitano “notizie false” alimentate dall’onnipresente infrastruttura da guerra psicologica dell’intelligence degli Stati Uniti.
Jeff Bezos, padrone di Amazon e Washington Post

Jeff Bezos, padrone di Amazon e Washington Post: Per 600 milioni di dollari, Amazon va a letto con la CIA
La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Pronto il piano Macron-Sanchez contro l’Italia

di  Luciano Lago

Gli esponenti della finanza mondialista preparano un piano per contrastare l’ascesa dei governi populisti in Europa.
In queste settimane sembra certo che i maggiori esponenti del mondo finanziario stiano pianificando le loro mosse per contrastare l’ascesa dei movimenti populisti in Europa ed in particolare per erodere il consenso del nuovo governo italiano Conte/Salvini e del governo austriaco, che sono quelli di recente saliti alla ribalta in Europa grazie all’ondata populista/sovranista che ha scosso le acque ferme della sinistra egemone, ribaltando la situazione politica europea.

La stessa Germania corre il rischio di tornare alle elezioni e vedere una ascesa della AfD che ricalca i temi sovranisti ed anti immigrazione del partito dell’Austria e della Lega in Italia. Una situazione di “allarme rosso” per le centrali mondialiste.
L’idea è quella di correre ai ripari e utilizzare le grandi leve finanziarie e mediatiche di cui dispongono i sostenitori del gobalismo per rovesciare la situazione.

Non è un caso che si siano incontrati riservatamente il 27 Giugno  il nuovo primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez, con il finanziere speculatore George Soros per discutere di questa situazione.  Vedi: Encuentro secreto: Para que se reuniò Pedro Sanchez…

Non è un mistero che sono allo studio misure  prese in sintonia fra i governi di Spagna e Francia  per mettere in minoranza il Governo Italiano ed evitare che venga fermato il piano di migrazioni accuratamente seguito e finanziato da Soros e dalle sue organizzazioni. Emmanuel Macron è il perno di questo piano, l’uomo dei Rothshild vuole essere al centro dell’attenzione, il solerte esecutore.
In questo momento le navi delle ONG stanno predisponendo una raccolta straordinaria di profughi sulle coste libiche per mettere in difficoltà le guardia coste della Marina Libica ed obbligare le navi della Marina Militare italiana ad intervenire.

Non è escluso che si vada predisponendo un apposito naufragio di qualche barcone, con relativo bilancio di affogati, per responsabilizzare il governo italiano del mancato intervento e gettare una campagna di discredito sul governo e sul minstro Salvini, facendo appello alla violazione dei diritti umanitari.

Il controllo dei media di cui dispongono le centrali mondialiste permette loro di focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica e distorcere i fatti. Si preparano gruppi di giornalisti da imbarcare per documentare la inumanità del governo italiano ed creare la campagna di accuse. Saranno in prima fila Repubblica, Il Corriere della Sera, La Stampa e gli inviati della RAI. Mentana farà una trasmissione straordinaria sulla 7 ed in TV appariranno Roberto Saviano, ospite di “Che Tempo Fa” di Fabio Fazio, per lanciare le sue invettive contro Salvini. Non mancheranno Formigli, la Gruber, Furio Colombo, Vittorio Zucconi e altri “prestigiosi” opinionisti nel partecipare al coro di accuse contro Salvini ed il Governo.

Il ministro Matteo Salvini dovrà andare in Parlamento per giustificarsi di fronte agli attacchi concentrici di tutte le oppposizioni e non mancherà anche un “alto” messaggio di Papa Bergoglio incentrato su necessità di accoglienza ed integrazione delle masse dei migranti.
Tutto sarà come da copione per mettere il nuovo governo sulla graticola delle accuse e si cercherà di creare un cuneo fra la Lega ed i 5 Stelle, facendo affidamento sull’anima mondialista del movimento. Possiamo scommetterci che questo sarà il prossimo sviluppo degli avvenimenti.

Naturalmente sembra escluso che, nel dibattito e nelle analisi, qualcuno voglia realmente fare luce su chi muove queste masse di migranti dall’Africa incentivando gli spostamenti, perchè lo fa e quali siano le sue finalità.
Non si tratta soltanto di business e della catena di interessi che lega le varie mafie, le ONG, gli scafisti e le Cooperative allo sfruttamento del fenomeno.

Macron con Attali

Parlare solo di questo aspetto è riduttivo e non offre un quadro completo della situazione. Non si spiegherebbe perchè personaggi come Soros o come Attali (gruppo Rothshild) siano interessati di per se stessi a favorire il fenomento del business delle migrazioni, vista la enorme disponibilità finanziaria di cui dispongono.

Lo abbiamo scritto altre volte: le migrazioni sono un’arma di utilizzo per finalità geopolitiche che consentono una destabilizzazione silenziosa e graduale dell’assetto sociale di alcuni paesi. Le migrazioni permettono di sradicare le culture autoctone, sostituire popolazioni originarie, creare una società multiculturale, abolire il sentimento identitario e di appartenenza di una popolazione. In prospettiva di deve andare verso una abolizione degli Stati Nazionali e la creazione di un nuovo Ordine Mondiale gestito da acumi organismi sovranazionali.

Gli esponenti dell’ideologia mondialista come Macron e come Attali, come Soros, sono ben consapevoli di questo e lo hanno anche dichiarato in vari discorsi pubblici, il superamento della cultura francese, di quella italiana o spagnola, l’avvento di una nuova morale relativista, l’obiettivo della società multiculturale, lo sradicamento della famiglia e dei valori tradizionali. Vedi: Jacques Attali e il Nuovo Ordine Mondiale

Le oligarchie mondialiste non nascondono i loro obiettivi, i discorsi sono chiari ed evidenti basta andare a leggerseli.

Fonte:https://www.controinformazione.info/pronto-il-piano-macron-sanchez-contro-litalia/