La macchina americana della guerra sta accelerando

20 agosto 2018
Di Vijay Prashad
18 agosto 2018

La settimana scorsa, il 26 luglio, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato la Legge di Autorizzazione della Difesa Nazionale del 2019, che passerà poi al Senato e alla fine al Presidente degli Stati Uniti. Vale la pena notare che 139 Democratici, compresa l’intera dirigenza del Partito Democratico, ha votato a favore di questa legge che fornisce al governo degli Stati Uniti 717 miliardi di dollari per le spese militari di un anno. Questo vuol dire 100 miliari in più di rispetto a quanto è stato speso l’anno scorso (questo è di per sé più della metà del bilancio militare della Cina). Nessun paese spende tanto denaro per le sue forze armate come gli Stati Uniti. Ci manca poco ora prima che il bilancio statunitense per le spese militari supererà il limite di 1 miliardo di dollari.
Di fatto, molti suggeriscono che se vengono aggiunte le parti nascoste del bilancio – per la CIA, per l’intelligence militare, per l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale e per le guerre in corso, la soglia di 1 miliardo di dollari, è stata già superata.

Jack Ma, il miliardario cinese ha dichiarato di recente al canale televisivo CNBC, che gli Stati Uniti hanno sprecato 14 trilioni di dollari negli scorsi 30 anni per le loro moltissime guerre. Una stima modesta indica che la guerra degli Stati Uniti all’Afghanistan, che va avanti dal 2001, è costata oltre 1 trilione di dollari. Dopo tutto questo tempo e tutto questo denaro speso, e dopo tutte le sofferenze umane, è ora sicuro che gli Stati Uniti, il governo di Imran Khan in Pakistan e i Cinesi cercheranno un compromesso con i Talebani. L’affermazione di Ma sullo “spreco” dovrebbe essere presa molto sul serio. Un politica estera che semina disordine e caos , che aumenta la sofferenza umana, è uno spreco – indipendentemente dai benefici che può produrre per i commercianti di armi.
Il potere ottenuto con la canna di un fucile
Questa settimana, il 30 luglio, il Comando Africano degli Stati Uniti (Africom) ha ammesso di aver fatto decollare dei droni armati dalla base americana di Niamey, la capitale del Niger. La portavoce di Africom, Samatha Reho, ha detto che il governo del Niger nel novembre del 2017 ha dato il permesso agli Stati Uniti di fare questo, e che essi hanno iniziato a fare decollare questi droni armati all’inizio del 2018. Non c’è stata alcuna ammissione che gli Stati Uniti abbiano colpito alcuni di questi droni.
Molto presto, questi droni letali verranno spostati dalla Base 101 di Niamey alla Base Aerea  201 di recente costruita ad Agadez. Questa base è una delle più grandi basi del mondo per i droni che possono viaggiare da un’estremità dell’Africa Occidentale per coprire la maggior parte del Nord Africa. Un’altra base americana per i droni, a Gibuti, è in grado di inviare le sue macchine letali in tutta l’Africa Orientale e nel mezzo dell’Africa Centrale. Insomma, con queste due basi, gli Stati Uniti sono in grado di colpire obiettivi nelle maggior parte del continente africano. Tutto questo, senza alcun dibattito al Congresso degli Stati Uniti e con poca preoccupazione per la sensibilità degli Africani.
Non si dovrebbe storcere il naso davanti al problema della sensibilità. Alla fine di marzo, il governo del Ghana ha firmato un accordo militare con gli Stati Uniti. Le forze armate del Ghana riceverebbero la misera somma di 20 milioni di dollari per addestrare le truppe, mentre gli Stati Uniti otterrebbero l’accesso agli aeroporti del Ghana e alle radiofrequenze del Ghana, e gli Stati Uniti sarebbero in grado di far entrare materiale militare fuori dogana. Ansiosi di installare una base militare in Ghana, gli Stati Uniti hanno calcolato male il residuo del sentimento anti-coloniale nel paese.  Questo sentimento è il motivo per cui il Commando Africano degli Stati Uniti ha la sua base a Stoccarda, in Germania, invece che in qualche paese africano. Nessun leader si può permettere di essere considerato come una persona che permette agli Stati Uniti di violare senza vergogna la sovranità di un paese africano.
E’ importante sottolineare il fatto che il quartier generale di nessun Commando statunitense è situato fuori dall’Europa Occidentale e dagli Stati Uniti. Il Commando meridionale che sovraintende alle operazioni militari statunitensi in America Latina, è stato di base a Panama dal 1963 al 1997. Ora è di base a Doral, in Florida, dopo essere stato mandato via dai governi seguiti all’espulsione della vecchia  risorsa della CIA, Manuel Noriega. Il quartiere generale del Commando Centrale che controlla e dirige le operazioni degli Stati Uniti in Medio Oriente, è situato a 200 miglia a nord di Tampa, in Florida. Il quartiere generale del Commando Statunitense Indo-Pacifico, che sovraintende alle operazioni in Asia, è situato alle Hawaii. La gente dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, non vuole che l’orma degli Stati Uniti venga mesa così pesantemente sul loro suolo. Una cosa è dover sopportare le basi e le relative esercitazioni, Un’altra è permettere tutto il peso dell’imperialismo statunitense sul proprio terreno.
Minacce di vari tipi
C’è un vecchio proverbio che dice: se hai un martello ogni cosa sembra un chiodo. La pura e semplice portata dell’arsenale militare statunitense dà  un senso di piacere ai loro leader politici. Sentono che possono minacciare il resto del pianeta per soddisfare le loro necessità. La pace non definisce la politica estera degli Statti Uniti. Tutto viene orientato verso l’intimidazione e la guerra. Ecco    delle recenti manovre a opera dell’amministrazione Trump che sono contrarie a una politica che persegua la pace.
Corea. Un grande sforzo di umanità ha spinto le due Coree a rinnovare il loro dialogo verso un futuro normale. Gli Stati Uniti hanno coerentemente tentato di rovinare questo processo in cui Trump è stato volgare circa l’empatia tra Kin Jong-un della Corea del Nord e Moon Jae-in, della Corea del Sud. Il Segretario di Stato Mike Pompeo è in marcia attraverso l’Asia Sudorientale, spingendo i paesi dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico) a continuare a imporre sanzioni alla Corea del Nord, malgrado il consenso, all’interno dell’ASEAN, di alleggerire il peso sul Nord, come modo di aprire la strada verso la pace. Gli Stati Uniti hanno indicato che la Corea del Nord sta continuando con il suo programma di missili, proprio quando i capi militari della Corea del Nord si incontravano al confine il 31 luglio. Queste affermazioni maliziose da parte degli Stati Uniti non hanno scoraggiato i Coreani. Il Luogotenente Generale An Ik San della Corea del Nord, e Kim Do-gyun della Corea del Sud, hanno continuato con il loro dialogo. L’artiglieria verrà ritirata dalle spiagge del Mare Occidentale e le esercitazioni militari finiranno. “La gente del Nord e del Sud considerano importanti i nostri colloqui,” ha detto il Luogotenente Generale An. I leader militari si impegnano per la pace e non vogliono che la Corea sia il campo di battaglia per un’aggressione degli Stati Uniti.
Iran. Il 22 luglio Trump si è svegliato e ha scritto un tweet tutto in lettere maiuscole: NON MINACCIATE MAI, MAI GLI STATI UNITI DI NUOVO O SOFFRIRETE CONSEGUENZE DI UN GENERE CHE POCHI IN TUTTA LA STORIA HANNO MAI SOFFERTO PRIMA.” Minacce del genere sono di routine. La dirigenza iraniana le ha ignorate. Nella legge per le spese militari che è stata appena approvata dalla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, c’è una frase che richiede attenzione: “nulla in  questa legge può essere costruito?? Per autorizzare l’uso della forza contro l’Iran.” In un’altra parte della legge, però, c’è l’autorizzazione per l’amministrazione Trump di perseguire la guerra cibernetica contro l’Iran, la Corea del Nord, la Russia e la Cina. La legge dà carta bianca a Trump di intensificare le azioni contro questi quattro paesi.
Queste sono le drammatiche minacce. Nell’ombra indugiano  atrocità peggiori che sono diventate normali. La base statunitense di droni a Salak, nel nord del Camerun, ospita un battaglione di Intervento Rapido – un distaccamento camerunense – il quale è stato filmato mentre giustiziava dei civili. L’anno scorso, The Intercept * ha riferito che operatori statunitensi di vari tipi  avevano torturato dei prigionieri in questa base. Qui non esiste alcuna agenda per i diritti umani.
Minacce dell’immaginazione
Gli Stati Uniti dichiarano che serve loro un massicce dispiegamento di forze armate
e un dispiegamento in luoghi come il Niger, a causa delle minacce non soltanto agli Stati Uniti, ma al mondo. Nella cintura di paesi che costituiscono la regione  africana del Sahel, con il Niger al suo centro – c’è una rivendicazione fatta dall’Occidente circa le minacce di al-Qaida e di altri svariati gruppi. Molti di essi sono davvero una minaccia alla gente della regione, ma molti sono semplicemente formati da malviventi (al- Qaida fa, per lo più, traffico di sigarette e di armi in tutto il Deserto del Sahara). Le minacce reali che hanno coinvolto gli Stati Uniti e la Francia sono altrove. Vale la pena fare un elenco di queste (in base ai miei resoconti dell’anno scorso).
Cina. Gli Stati Uniti hanno chiarito che la presenza della Cina in Africa è inaccettabile. Incapaci di superare la Cina in un’offerta chiara per risorse e mercati, gli Stati Uniti sono ricorsi all’uso della forza e dell’intimidazione per minacciare i paesi per fornire vantaggi alle ditte occidentali meno flessibili. L’anello di basi che circonda il Sahel e giù verso il Sudafrica serve semplicemente a soffocare gli interessi della Cina sul continente.
Risorse. I paesi del Sahel hanno risorse importantissime :—oro nel Burkina Faso e in  Mali, Niger e ferro in Mauritania, così come  risorse verificate di carbone, cobalto, diamanti,  manganese, platino, minerali di terre rare, e moltissimi altri minerali. Le compagnie minerarie europee ed americane che hanno vecchie radici coloniali, sono ansiose di proteggere i loro investimenti qui e di proteggere i loro profitti futuri, dato che le leggi minerarie in questa regione si stanno lentamente annullando a favore  delle grandi aziende.
Droghe. E’ ora chiaro che i trafficanti sudamericani di droga, sfiniti dalle difficoltà create lungo il confine tra Stati Uniti e Messico e lungo la costa degli Stati Uniti, si rivolgono ora all’Africa come strada verso gli Stati Uniti. Grosse quantità di cocaina vengono spedite per via aerea nel Sahel, dove vengono trasportate, con notevole rischio, in Europa, attraverso il Sahara. Dall’Europa questa droga viene trasportata via mare attraverso l’Atlantico, negli Sati Uniti e in Canada. L’applicazione della legge contro la droga  è compito di una falange di soldati che sono ora nella regione.
Emigrazione. L’Europa è stata entusiasta di spostare il suo confine dal margine settentrionale del Mediterraneo al margine meridionale del deserto del Sahara. Le truppe francesi e i finanziamenti dell’Unione Europea, insieme alla presenza degli Stati Uniti sono un’operazione per bloccare il traffico di migranti che stanno fuggendo dalle economie distrutte dalle politiche guidate dal Fondo Monetario Internazionale.
C’è della bruttezza in questo. Logore motivazioni liberali si allontanano nell’ombra
mentre fioriscono motivazioni più forti: controllo e appropriazione. Questo è il nostro mondo, ma sotto questo mondo ci sono persone che hanno idee migliori, sogni migliori.
https://it.wikipedia.org/wiki/The_Intercept
Questo articolo è opera di Globetrotter, un progetto dell’Istituto dei Media  Independenti.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/american-war-machine-is-ramping-up
Originale: Alternet
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

Preso da: http://znetitaly.altervista.org/art/25636

LE VERE CAUSE DELL’EMIGRAZIONE Niger, la maledizione dell’uranio

by · Giu 3, 2018
https://i1.wp.com/ontheworldmap.com/niger/niger-location-on-the-africa-map.jpg
Sapete cosa è il Niger? No, tanti di voi non lo sanno. Eppure lo conoscono molto bene. Ricordate le immagini dei bambini scheletriti trasmesse dalle televisioni sotto Natale con la richiesta di donazioni per salvar loro la vita? Quelle creature a un passo dalla morte sono per la gran parte figlie e figli del Niger, uno dei paesi più poveri del mondo dove, un anno si, un altro no, una terribile carestia falcia migliaia di vite umane.
Il Niger è l’emblema dell’ingiustizia e della prepotenza che domina i nostri tempi.
Sì, perché il Niger è ricco, anzi ricchissimo. E’ tra i primi produttori mondiali di una materia prima strategica, l’uranio. Questo paese dovrebbe essere una Svizzera africana. Soffre invece il più terribile dei mali, la fame. Perché?
Facciamo un passo indietro. Tutti sappiamo cosa è la Francia. Un paese grande più o meno come l’Italia, privo di materie prime, eppure dotato di un potere enorme. La Francia siede nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dispone del diritto di veto. Se tutto il mondo pensa di affrontare un problema in un certo modo e la Francia dice no, la proposta del mondo intero viene accantonata. Perché tanto potere per un piccolo paese?

La Francia è una potenza nucleare. Il suo sottosuolo, però, non contiene un milligrammo di uranio. Ad alimentare le centrali nucleari e il potere dei francesi è l’uranio del Niger che invece ne è ricchissimo.
Il Niger è stato colonia francese fino al 1960 quando finalmente divenne indipendente. Nelle clausole inflitte dalla madre patria coloniale per concedere quell’indipendenza era però scritto a caratteri cubitali che le materie prime del paese potevano essere commerciate solo con la Francia. L’uranio del Niger è insomma rimasto nelle mani dei francesi. L’Areva, multinazionale dell’energia di Parigi, ne ha praticamente il monopolio. E paga, in cambio di esso, tasse al governo del Niger per appena un 5%, una miseria.
La Francia è così una potenza e il Niger muore di fame.
Ogni volta che un governo nigerino ha provato a chiedere un aumento delle royalties, stranamente nel paese, in cui non c’è una sola fabbrica di armi, è scoppiata una guerra civile o si è verificato un colpo di stato. Al potere sono finiti governanti corrotti amici di Parigi. E l’elemosina pagata dai francesi, il loro controllo sui giacimenti, sono rimasti intatti e uguali nel tempo.

Preso da: https://raiawadunia.com/le-vere-cause-dellimmigrazione-niger-la-maledizione-delluranio/

Politica in Africa e caos in Libia, tutte le colpe della Francia

Per il generale MARCO BERTOLINI bisogna insistere a bloccare ogni rotta via mare dalla Libia, perché al momento non è possibile inviare forze militari ai confini subsahariani

Circa l’80% del patrimonio economico dei paesi cosiddetti subsahariani, le ex colonie francesi come il Niger, la Repubblica Centrafricana, il Ghana, il Senegal, il Mali, è gestito direttamente da Parigi in cambio di pseudoaiuti economici. La moneta di riferimento è il franco, cosa che li assoggetta economicamente ancor di più a Parigi. Qui, ci ha detto il generale Marco Bertolini (ex comandante del Coi, a capo di operazioni speciali in Libano, Somalia, Balcani e Afghanistan), la Francia ha migliaia di soldati impegnati in azioni di guerra a favore di una parte piuttosto che l’altra. Per Parigi basta che rimanga il predominio francese: “Qui la Francia non ha mai fatto niente per bloccare i flussi di migranti che si recano in Libia, dopo aver fatto saltare quel tappo che si chiamava Gheddafi e che teneva lontani questi flussi”.

Per Bertolini, un blocco delle frontiere libiche del sud da parte di contingenti militari è praticamente impossibile, l’unica maniera è aumentare il blocco fino a farlo diventare totale delle rotte via mare.

Generale, in un modo o nell’altro, prima con Minniti adesso con Salvini, ci si sta avvicinando a un blocco dei flussi migratori via mare verso l’Italia. Il problema però è che i migranti continuano ad arrivare in Libia attraverso la frontiera sud, quella del Sahara. Bloccare quell’ingresso con contingenti di polizia militare sarebbe fattibile?
Il termine polizia militare è un termine poco corretto. Può essere utile spostare forze militari sia nei paesi subsahariani che in Libia per cercare di contenere lì sul posto i flussi migratori. Questo però non può prescindere da accordi con paesi che hanno una loro sovranità, indipendenza, una loro dignità. Accettare forze straniere non tutti sono disposti a farlo, altrimenti saremmo già presenti.
Basterebbe tenere le forze militari dentro i confini libici, o no?
E a chi chiediamo l’autorizzazione? Ad Haftar, a Serraj, ai tuareg del Sahara? Non possiamo andare senza permessi e imporre la nostra presenza, ci possiamo andare se siamo richiesti e accettati. Non vedo uno qualunque dei due attuali governi libici disposti ad accettare una presenza militare italiana. Noi abbiamo già a Misurata dei militari, un ospedale da campo e dei consiglieri militari ma sono presenze poco significative. L’idea di bloccare i confini sahariani è interessante ma al momento del tutto teorica.
Già ai tempi del ministro Pinotti il parlamento con accordo bipartisan si era detto disposto a togliere truppe italiane da paesi come l’Afghanistan o il Kosovo e mandarli in Africa.
Si era pianificato di andare in Niger, ma solo per addestrare le loro forze militari contro i jihadisti. Il ministro della Difesa nigerino aveva detto sì ma quello degli Esteri no e tutto è finito lì.
Quindi considera questa strada del tutto impraticabile?
La nostra presenza sarebbe importante in quei paesi per rinsaldare vincoli economici e diplomatici, ma al momento la strada da percorrere è ancora quella di togliere quel magnete che c’è in mare, le navi Ong e di altri paesi europei, che danno ai trafficanti la certezza che il loro carico sarà preso da qualcuno. Ci vuole dello stomaco almeno all’inizio, possono esserci anche incidenti ma a lungo andare si risparmiano vite. Una volta che non ci fosse più nessuno in mare pronto a portare i migranti in Italia, questo mercato dovrebbe finire. Navi Ong che operano sottocosta alla Libia sono un obiettivo facilissimo da raggiungere per chiunque dopo poche miglia in gommone.
Potrebbero volerci anni, non crede? Intanto la Libia continuerebbe a riempirsi di migranti fino a diventare una sorta di bomba che implode su se stessa.
Certamente, infatti questa azione sul mare va integrata anche da misure come quelle che ha detto lei, va fatta una pressione molto forte sui governi africani, dobbiamo pretendere che blocchino questo traffico, usando armi economiche e diplomatiche, mettendo in gioco quel po’ di forza se ancora l’abbiamo.
C’è poi la presenza francese in questa parte dell’Africa che è totalizzante, difficilmente accetterebbe la presenza su territori da cui ha vantaggi economici enormi di altre nazioni, non crede?
Infatti, a maggior ragione. In quei paesi la Francia sì che ha voce in capitolo, ha in mano l’economia, le monete locali hanno come riferimento il franco, ma non ha mai fatto niente per aiutare a interrompere il flusso che la Francia stessa ha innescato togliendo il tappo che si chiamava Gheddafi. La Francia ha nel Subsahara  migliaia di soldati, se volesse fare qualcosa lo potrebbe fare. Se parlasse con quei governi si otterrebbero risultati. Noi possiamo farlo con la Libia ma al momento manca un interlocutore.

(Paolo Vites) 

Corsa all’oro in Libia e Ciad: ecco come si finanziano i trafficanti

 

Giordano Stabile 3 luglio 2017

Roma – C’è anche una disperata corsa all’oro dietro il caos nel Sud della Libia e nei Paesi confinanti che spinge centinaia di migliaia di migranti verso le coste del Mediterraneo. La corsa è iniziata poco prima dell’inizio della guerra civile, nel 2011, ma col collasso dello Stato libico ha creato un calderone dove si mischiano milizie jihadiste, trafficanti e cercatori che inseguono una ricchezza impossibile nel deserto.
E che quando la vena si esaurisce si ritrovano senza mezzi, cibo, acqua in città fantasma sorte dal nulla. Conflitti tribali e lotta per l’arricchimento hanno creato una terra di nessuno che abbraccia la Libia meridionale, il Nord del Ciad e del Niger, l’Est del Sudan, il Darfur. Sono tutte regioni investite da guerre civili e che hanno anche altri due fattori in comune: il dominio dei Tebu, una popolazione africana in continuo attrito con le tribù arabe e Tuareg, e la presenza di centinaia di piccole miniere d’oro che attirano immigrati dai Paesi dell’Africa nera confinante.

Con il collasso della Libia, e in parte anche di Sudan, Ciad e Niger, la gestione del territorio è passata alle tribù Tebu, che non conoscono confini e gestiscono i traffici. L’oro viene esportato attraverso le stesse rotte dei trafficanti di uomini e di armi, verso Nord, i porti libici e poi in Europa. Le «città dell’oro», sorte dal nulla, arrivano a contare anche 10 mila abitanti, ma spariscono quando la vena si esaurisce e i cercatori allo sbando alimentano le colonne di migranti.
Le miniere del Ciad
Il boom delle scoperte si è avuto fra il 2011 e il 2013, soprattutto nel Tibesti, l’estrema regione settentrionale del Ciad. Ma i mezzi per sostentare i cercatori arrivano dalla Libia: cibo, generatori per la corrente elettrica, gasolio, metal detector, mercurio per separare la sabbia dall’oro, piccole escavatrici. Due grandi gruppi dei Tebu, i Teda e i Dazagada, spesso in lotta fra loro, si contendono il business e forniscono parte dei minatori, anche se la maggior parte sono nigeriani e maliani.
Ma le tensioni fra le diverse tribù hanno portato a stragi silenziose nel deserto. Una delle crisi peggiori è avvenuta nell’estate del 2015, quando il flusso di rifornimenti si è improvvisamente interrotto nell’area di Kori Bokadi, a cavallo fra Libia e Ciad. Diecimila cercatori sono rimasti senza acqua nel giro di pochi giorni, con scorte di «bibite e succhi di frutta», e hanno lanciato appelli attraverso le radio locali, alcune sudanesi. La maggior parte alla fine è stata soccorsa a partire dal Sudan ma non si sa quanti sono morti di sete.
Il ruolo dei mercenari
Altri cercatori vengono uccisi dai residuati bellici: la zona è disseminata di mine anti-uomo, per via della guerra fra Ciad e Libia, durata dal 1973 al 1994. Le conseguenze si sentono ancora oggi. I Tebu, soprattutto ciadiani, appoggiano le milizie della Tripolitania contro il generale Khalifa Haftar, considerato l’erede di Gheddafi: almeno 1000 mercenari a maggio hanno partecipato al massacro dei militari di Haftar nella base aerea di Albouyusuf vicino a Sebha, nel Fezzan.
Altri 1500 mercenari, provenienti da tribù sudanesi ostili ai Tebu, sono andati invece a rafforzare le file dell’esercito del generale. Ciadiani e sudanesi sono schierati ora gli uni contro gli altri nella zona dell’oasi di Jufra, una tappa della marcia di Haftar verso Tripoli. I traffici di armi, migranti, e oro, servono anche ad alimentare queste milizie e all’acquisto di equipaggiamento militare. Ma soprattutto hanno fatto saltare le frontiere fra gli Stati nel Sahel orientale. Sono le tribù Tebu a gestire entrate e uscite.
L’assenza degli Stati
È la tappa finale di un processo cominciato con la guerra fra la Libia di Gheddafi e il Ciad, che si è poi trasformato in guerra tribale fra Tuareg, Tebu e popolazioni africane. I migranti che arrivano da Nigeria, Mali, Burkina Faso sono attratti nella trappola delle miniere d’oro. I soldi ricavati non bastano a coprire le spese di cibo, acqua e macchinari. Nel giro di pochi mesi finiscono nella mani delle milizie o dei trafficanti. Il fattore «oro» è stato sottolineato anche in un rapporto del Centro studi Small arms surveys, dal titolo «Tebu Trouble». «La crisi libica – puntualizza il rapporto – e la presenza di gruppi jihadisti non può essere risolta solo da un intervento militare o dal dispiegamento di soldati occidentali su confini porosi e di fatto inesistenti». Occorre riportare la presenza degli Stati locali, Libia, Ciad, Niger, nelle regioni remote e «non solo militarmente ma con servizi e sviluppo».
© Riproduzione riservata