Sfruttamento sessuale, minori un quarto delle vittime

E’ quanto emerge dalla XIII edizione del rapporto ‘Piccoli schiavi invisibili 2019’ di Save the Children, pubblicato a pochi giorni dalla Giornata internazionale contro la tratta di esseri umani.
fonte: per la pace
da: ADN Kronos
Il business dello sfruttamento sessuale nel nostro Paese recluta le sue vittime in Nigeria, Romania, Bulgaria e Albania, e cambia modalità operative per rimanere sommerso. Un quarto delle vittime di tratta presunte o identificate in Europa sono minorenni e l’obiettivo principale dei trafficanti di esseri umani è lo sfruttamento sessuale. E’ quanto emerge dalla XIII edizione del rapporto ‘Piccoli schiavi invisibili 2019’ di Save the Children, una fotografia aggiornata della tratta e dello sfruttamento dei minori in Italia, ed in particolare del sistema dello sfruttamento sessuale e della specifica vulnerabilità delle sue vittime, in larga maggioranza di origine straniera.
In base al rapporto, diffuso a pochi giorni dalla Giornata internazionale contro la tratta di esseri umani, sulle 20.500 vittime di uno dei sistemi più violenti e senza scrupoli che si conoscano, registrate nell’Unione nel biennio 2015-16, il 56% dei casi riguarda la tratta a scopo di sfruttamento sessuale. Un pur consistente 26% è legato allo sfruttamento lavorativo, una vittima su 4 ha meno di 18 anni, due su tre sono donne o ragazze.
Il numero delle vittime di tratta minori e neo-maggiorenni intercettate in sole 5 regioni dagli operatori del progetto Vie d’Uscita di Save the Children è cresciuto del 58%, passando dalle 1.396 vittime del 2017 alle 2.210 nel 2018, mentre i Paesi di origine sono per il 64% la Nigeria e per il 34% Romania, Bulgaria e Albania.

“Un fenomeno di questa gravità e di queste proporzioni – ha dichiarato Raffaela Milano, direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children – necessita di un intervento nazionale coordinato tra tutti gli attori, in grado di garantire gli standard necessari ad una vera e propria azione di prevenzione, che deve scattare con tempestività appena le potenziali vittime entrano nel nostro Paese, e deve anche fornire i mezzi più efficaci per promuovere la fuoriuscita delle vittime e il loro percorso di integrazione”.

Per avvicinare tutti in modo semplice e coinvolgente al dramma dello sfruttamento sessuale collegato alla tratta, ‘Piccoli Schiavi Invisibili’ propone quest’anno al suo interno la graphic novel ‘Storia di Sophia. Una vittima di tratta. Una ragazza’  ( nella FOTO) illustrata dal fumettista Roberto Cavone, che racconta la storia vera di un’adolescente nigeriana.
In Italia le vittime di tratta accertate sono 1.660, con un numero sempre maggiore di minorenni coinvolti, cresciuti in un anno dal 9% al 13%. La sempre più giovane età delle vittime e la prevalenza dello sfruttamento di tipo sessuale trova conferma anche tra i 74 nuovi casi di minori che sono riusciti a uscire dal sistema di sfruttamento nel 2018 nel nostro Paese e sono stati presi in carico dai programmi di protezione istituzionale, soprattutto in Piemonte (18) e Sicilia (16). Uno su 5, infatti, non supera in età i 15 anni e lo sfruttamento sessuale riguarda quasi 9 casi su 10. In base al rapporto, anche se non rappresenta il principale obiettivo del sistema della tratta, lo sfruttamento lavorativo in Italia è in crescita e nel 2018 gli illeciti registrati con minori vittime, sia italiani che stranieri, sono stati 263, per il 76% nel settore terziario.
Le ragazze e le donne nigeriane, una volta giunte in Italia, dopo un viaggio attraverso la Libia e via mare dove subiscono abusi e violenze, devono restituire alla ‘maman’, la figura femminile che gestisce il loro sfruttamento, un debito di viaggio che raggiunge i 30mila euro e sono costrette a ”lavorare” fino a 12 ore tutte le notti, anche per 10-20 euro a prestazione, raccogliendo dai 300 ai 700 euro al giorno. Buona parte dei soldi servono però per pagare vitto, alloggio e vestiti, spesso anche per l’affitto del posto in strada dove si prostituiscono e l’estinzione del debito diventa così quasi irraggiungibile. Sulle nostre strade, sottolinea ‘Save the Children’, è rimasta invece costante la presenza di ragazze di origine rumena o bulgara, ma si segnala un aumento delle ragazze di origine albanese, un ritorno, che riguarda anche i gruppi criminali albanesi in Italia, secondi solo a quelli nigeriani.
Il reclutamento delle vittime nei Paesi di origine avviene con metodi sempre più efficaci, come ad esempio in Romania, dove diverse testimonianze di vittime raccolte in Italia hanno rilevato l’esistenza di ”sentinelle” dei trafficanti che individuano in anticipo negli orfanotrofi le ragazze che stanno per lasciare le strutture al compimento dei 18 anni, e mettono in atto un adescamento basato – come per tutte le connazionali – su finte promesse d’amore e di un futuro felice in Italia, facendo leva sulla loro condizione di deprivazione affettiva. Secondo ‘Save the Children’ finti lover boy che sono affiancati ad ogni ragazza lungo tutto il periodo di sfruttamento in Italia, che può durare anni, ne controllano l’attività, ma esercitano un controllo totale e violento, come nel caso, riportato dagli operatori, di una ragazza rimasta incinta indotta ad entrare in una vasca riempita di cubetti di ghiaccio per indurre l’aborto per shock termico. ‘
‘Un sistema di tratta degli esseri umani così forte e spietato nei confronti di ragazze quasi bambine e giovani donne, in grado di adattarsi e modificare il proprio operato per rimanere sommerso, rende più che mai necessario incentivare e rafforzare la cooperazione con i Paesi di origine e di transito, al fine di rafforzare la lotta alla tratta in quanto crimine internazionale e transnazionale – sottolinea Antonella Inverno, Responsabile Politiche per l’Infanzia di Save the Children Italia – In Italia occorre intensificare l’azione congiunta, anche promuovendo la definizione e adozione di protocolli e convenzioni per l’individuazione precoce delle vittime di tratta, sulla base di un approccio multi-agenzia che coinvolga tutti gli attori territoriali interessati”.
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”IL CARA DI MINEO ERA UNA BASE OPERATIVA DELLA MAFIA NIGERIANA”. MA SUI GIORNALONI NON C’È TRACCIA DELLA NOTIZIA

”IL CARA DI MINEO ERA UNA BASE OPERATIVA DELLA MAFIA NIGERIANA”. MA SUI GIORNALONI NON C’È TRACCIA DELLA NOTIZIA – 10 ARRESTI DI LATITANTI IN FRANCIA E GERMANIA, CON L’AGGRAVANTE DELL’ASSOCIAZIONE DI STAMPO MAFIOSA. LA LORO BASE ERA IL CENTRO SICILIANO PER I MIGRANTI – SE NE PARLA SU ‘GIORNALE’, ‘LIBERO’, VERITA” E ‘QN’. ZERO SU ‘REPUBBLICA’, ‘CORRIERE’, ‘STAMPA’, ‘MESSAGGERO’ ECC. FORSE PERCHÉ L’ULTIMA CIRCOLARE BUONISTA IMPONE DI DERUBRICARE LA MAFIA NIGERIANA A ”FAKE NEWS INVENTATA DAGLI XENOFOBI”?


31.03.2019

1. DIECI LATITANTI NIGERIANI ARRESTATI IN FRANCIA E GERMANIA

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 (ANSA) – Una decina di cittadini nigeriani, tutti latitanti in Italia e considerati appartenenti ad un’organizzazione criminale che per diverso tempo ha operato in Sicilia, sono stati arrestati in Francia e Germania dalla Polizia in collaborazione con le forze di polizia francesi e tedesche. Il soggetto ritenuto a capo dell’organizzazione, Happy Uwaya, e un’altra persona, sono stati arrestati a Parigi, mentre gli altri sono stati bloccati a Nancy, Marsiglia, Nizza e, in Germania, a Ratisbona.

I nigeriani sono tutti destinatari di un mandato di arresto europeo in seguito all’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Catania il 26 gennaio scorso perché ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione di stampo mafioso, associazione finalizzata al traffico illecito di droga, violenza sessuale e violenza sessuale di gruppo.

intorno al cara di mineo intorno al cara di mineo

Secondo le indagini della squadra mobile di Catania e dello Sco apparterrebbero ad un’organizzazione criminale nigeriana diffusa in vari paesi europei ed extraeuropei, di matrice cultista chiamata ‘Vkings’ o ‘Supreme Vikings Confraternity’. I dieci avrebbero tutti fatto parte della cellula siciliana che operava a Catania e nella provincia e aveva la base nel Cara di Mineo. Nel centro, stando alle indagini, più volte ci sarebbero stati degli scontri con altri gruppi per mantenere il predominio tra le comunità straniere.
2. I TENTACOLI DELLA MAFIA NIGERIANA SULL’ ITALIA
C’è un capo pentito dei Maphite – gang tra le più organizzate e pericolose in Italia, chiamata anche famiglia vaticana – che quando decide di pentirsi vive a Bologna, ha un regolare permesso e fa il commerciante. Ma un giorno si confida con il suo pastore – così racconta agli investigatori dell’ inchiesta Athenaeum di Torino – e rinnega il passato. Rinnega l’ appartenenza alla mafia nigeriana, rischiando la vita.
Era nel Cop, Council of professors, uno degli organismi di vertice del secret cult. Svela riti, gerarchie e affari della cupola nera. Padrona del traffico di droga – dalla cocaina alla marijuana, scambiata con gli albanesi -, della prostituzione e della tratta di esseri umani, della clonazione di carte di credito e della falsificazione di documenti. Uomini di strada e colletti bianchi. Machete e iPhone. I vertici di solito sono immigrati in regola.

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Scopri don, forum e famiglie, un linguaggio che pare copiato da noi. E un legame storico delle confraternite – nate nelle università nigeriane, c’ è chi si spinge indietro fino agli anni Cinquanta – con la politica, in Africa. La crudeltà come metodo per avere rispetto. Riti violenti e simboli, i nuovi affiliati dei Maphite – gli Omi brother, che per entrare pagano e in cambio devono incassare pestaggi e torture – si vestono di verde. Si combattono o si alleano con gli altri: Supreme Eiye, Vikings, Black Axe, tra i piccoli Blue Queen, al femminile.
Tutti sono tenuti al vincolo del segreto. La casa madre è in Nigeria.
È una rete mondiale. Muove un fiume di denaro, che torna in patria fuori dai circuiti bancari, ad esempio con l’ hawala, noi traduciamo avallo, la parola in arabo significa trasferimento. È un antichissimo sistema musulmano codificato nel Corano e parente delle nostre lettere di cambio, privati che si accordano con altri privati in ogni parte del mondo, così si possono trasferire capitali in un giorno.

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Sotto i riflettori Castel Volturno (Caserta) – ‘capitale’ di valenza europea – e il centro richiedenti asilo di Mineo (Catania), base operativa dei Vikings. Quel che ti aspetti di meno, invece, è l’ insediamento nel centro-nord, dalle Marche al Piemonte, dall’ Emilia Romagna alla Lombardia al Veneto. Fenomeno invece descritto perfettamente nelle indagini dell’ operazione Athenaeum, centinaia di pagine d’ inchiesta che scandagliano la presenza della piovra nera in Italia. Gianni Tonelli, oggi parlamentare della Lega, torna agli inizi della sua carriera di poliziotto. Quando da giovane agente a Ferrara si trovò a indagare su una certa ‘madame’ che gestiva un traffico di ragazze. Allora il fenomeno era ignorato, «m’ immaginavo che quel nome indicasse reverenza e rispetto.
Invece è un ruolo ben definito nell’ organizzazione. Erano i primi segnali, era l’ 88. Compresi che c’ era una rotazione, venivano sequestrati i passaporti. La madame viveva a Firenze, faceva la spola con la Nigeria. I colleghi della Toscana arrivarono in fondo, ma l’ indagine era sempre per sfruttamento della prostituzione. Quindi la conclusione è questa: la mafia nigeriana opera da trent’ anni in Italia. Non abbiamo voluto vederla.

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E questa miopia si è ripetuta anche a Castel Volturno. Abbiamo considerato i nigeriani coinvolti vittime della camorra, invece era una guerra tra i nostri e la nuova organizzazione che voleva conquistare fette di territorio».
In effetti. La piovra ha messo radici, da nord a sud, spesso derubricata a problema di ordine pubblico, la polemica politica ha annebbiato i fatti. Perché, come chiariva fin dal 2016 la relazione della Dia, «i gruppi criminali nigeriani operano su buona parte del territorio nazionale, comprese le regioni ove risulta forte il controllo della criminalità endogena, come nel caso della Campania e della Sicilia».
Già allora si annotava che a Palermo «sono state registrate cointeressenze tra gruppi criminali ed esponenti di Cosa Nostra finalizzati alla gestione del narcotraffico». Questo è quello che gli investigatori hanno accertato fino ad oggi. Ma un’ organizzazione così imponente, dove sarà arrivata, nel frattempo? Qual è la parte di questa storia che ancora ignoriamo?

AFFILIATI ALLA MAFIA NIGERIANA AFFILIATI ALLA MAFIA NIGERIANA

3. «DROGA E PROSTITUZIONE, IL BUSINESS NERO»
Rita Bartolomei per ”il Giorno – la Nazione – il Resto del Carlino”
Lotito, commissario, dirige la squadra anti tratta della polizia locale in Procura a Torino, realtà unica in Italia. Appena nominato consulente nella Commissione Bicamerale antimafia come esperto della cupola nera.
«Abbiamo iniziato a indagare su questo fenomeno nel 2012, quando è partita l’ operazione Athenaeum. Siamo all’ appello, la sentenza di primo grado ha comprovato il 416 bis».
L’ associazione mafiosa.
«Il punto vero. Perché prima di usare questa parola, mafia nigeriana, bisogna arrivare al giudizio, altrimenti sono solo ipotesi investigative, a volte può essere uno scontro tra gruppi. Vedo due rischi, quello di banalizzare ma anche di generalizzare».
Che cosa ha accertato l’ inchiesta?

AFFILIATI ALLA MAFIA NIGERIANA AFFILIATI ALLA MAFIA NIGERIANA

«Una guerra tra due gruppi mafiosi, si chiamano secret cults, Eiye e Maphite. Abbiamo intercettato 500mila telefonate. Si scontrano per il dominio del territorio.
Ognuna ha capi, vice, in un’ organizzazione piramidale».
Cambiano gli affari?
«No, tutte si occupano più o meno delle stesse cose: tratta di esseri umani, prostituzione, traffico internazionale di droga, truffe su carte di credito clonate. Ma sono in conflitto tra loro, per la supremazia».
La prima volta che è stata riconosciuta la mafia nigeriana in Italia.
«Nel 2006, l’ indagine era sempre della procura di Torino, riguardava i Black Axe e gli Eiye, sentenza passata in giudicato. Nel 2008 l’ aggiunta di ‘mafia straniera’ nel codice».
La mappa della piovra nera in Italia.

AFFILIATO ALLA MAFIA NIGERIANA AFFILIATO ALLA MAFIA NIGERIANA

«Non è concentrata solo al sud come si pensa, ma molto radicata anche dal centro al nord. Bologna, Ravenna, Milano, Padova, Verona, Torino… Diciamo che dall’ Emilia in su, tutte le regioni.
A Bologna i Maphite facevano le riunioni più importanti, in alberghi a 4-5 stelle».
I riti di affiliazione.
«Cruenti. Bastonate, calci, pugni…Chi resiste, deve bere pozioni, gin, sangue, erbe. Sono miscugli, intrugli. È una loro usanza tribale».
Gli omicidi.
«Stanno bene attenti a non commetterne. Le ritorsioni più importanti, le fanno nel loro Paese d’ origine. Si ricordano di essere in Europa. Poi certo, ci può essere qualche scheggia impazzita».
C’ è una parte che ancora dobbiamo capire?
«Più passa il tempo e sono radicati, più possono avere contatti con le nostre mafie autoctone. O allargarsi ad esempio al traffico delle armi. Ma queste sono solo ipotesi».
Chi arriva sui barconi è mosso anche dalla mafia nigeriana?
«Sicuramente in parte sì. Poi c’ è il poveretto che decide di scappare.

BLITZ CONTRO LA MAFIA NIGERIANA BLITZ CONTRO LA MAFIA NIGERIANA

Non è così scontato che tutto sia collegato. Sicuramente gran parte delle persone arrivano qui perché la mafia nigeriana le fa arrivare.
Le madame fanno venire le giovani. Poi ci sono i ragazzi, magari occupati nello spaccio della droga al minuto».
Un esercito: quanti sono?
«Dalle nostre indagini, solo gli affiliati ai Maphite sono tra le 4 e le 5mila persone».
Fenomeno sottovalutato?
«Penso di sì. Bisogna colpire i capi. Forse solo così si riesce a debellare un’ organizzazione che non è italiana, è mondiale».

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Dalla parte dei popoli africani contro l’imperialismo francese

Il Boom dei contractors in Africa

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L’Africa ha sempre rappresentato un teatro d’operazioni e banco di prova per mercenari e Compagnie Militari e di Sicurezza Private (PMSC). Negli ultimi mesi ed anni, però le loro gesta sono trapelate da ogni angolo del continente, a ritmi sempre più incalzanti.
Si pensi alla Nigeria e alla guerra contro Boko Haram, alla Libia e confronto tra milizie locali, all’antiterrorismo nel Sahel, agli addestratori russi in Repubblica Centrafricana e Sudan, cinesi per la “One Belt One Road” (la via della Seta), ai  tedeschi in Ruanda ed ucraini un po’ dappertutto.
Per concludere: Erik Prince, presumibilmente al servizio di ENI ed Exxonmobil in Mozambico (che però hanno smentito categoricamente). Questi alcuni dei tasselli dell’attuale “Scramble for Africa” privato – o meglio, ibrido.

Il ritorno dei sudafricani: caccia a Boko Haram
 Qualche settimana fa il capo di stato maggiore dell’esercito nigeriano, tenente generale Tukur Burat ha dichiarato che “la guerra terrestre contro Boko Haram è stata vinta.
 Gli ha fatto eco il presidente Buhari ringraziando le forze armate per aver sconfitto i jihadisti. Nonostante il nord-est del Paese sia ancora teatro di scontri, tali affermazioni sono state possibili grazie a contractors stranieri che hanno ribaltato le sorti del conflitto.
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Un gruppo di 100-300 tra sudafricani, britannici, indiani e di Paesi dell’Est – Georgia ed Ucraina –  inquadrati tra le fila della STTEP International Ltd di Eeben Barlow.
Ex ufficiale delle Forze Armate sudafricane Barlow è il fondatore di Executives Outcomes, una delle più famose compagnie militari privata di tutti i tempi.
Grazie alla loro consulenza, supporto e perfino intervento diretto l’Aeronautica nigeriana ha potuto martellare senza tregua il nemico. A terra, invece hanno operato convogli di una trentina di veicoli, in maniera indipendente dalle truppe di Abuja. E così, dopo continue débâcles governative, sono finalmente arrivati inaspettati e decisivi successi sul campo.

I russi: addestratori e pretoriani
 Particolarmente attivi in terra africana si sono rivelati i russi. Dai primi mesi dell’anno hanno preso possesso del palazzo di Berengo, Repubblica Centrafricana per addestrarvi gli effettivi del ricostituito esercito nazionale.
Il contingente russo sarebbe composto da 175 uomini di cui solo 5 membri delle forze armate. Gli altri apparterrebbero al Gruppo Wagner, PMC coinvolta nelle operazioni militari in Donbass e Siria ormai da anni.
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Il proprietario ed il comandante della Wagner, rispettivamente Yevgeny Prigozhin – soprannominato lo “chef” di Putin per le società di catering e gli stretti rapporti con il Cremlino – e Dmitry Utkin, ex ufficiale del GRU – servizi segreti militari – si sarebbero aggiudicati il contratto. Alla Wagner sarebbe stata affidata anche la protezione del presidente della Repubblica Centrafricana, Faustin-Archange Touadéra. Egli è infatti apparso in pubblico con un seguito di “guardie bianche”, oltre alle solite ruandesi affidategli dall’ONU.
Un dispositivo di quaranta operatori delle forze speciali russe oppure private. Valery Zakharov, presumibilmente anch’egli dell’entourage di Prigozhin, è stato inoltre nominato consigliere per la sicurezza nazionale di Touadéra. Nello specifico soprassederà i negoziati coi vari gruppi armati, sia alla ricerca di una soluzione pacifica, sia a garanzia dello sfruttamento delle risorse naturali.
A riprova delle proprie attività nel Paese, Prigozhin vi avrebbe registrato due società nel 2017: Lobaye Invest, compagnia mineraria controllata dalla pietroburghese M Invest – anch’essa di sua proprietà – e la PSC Sewa Security Service. Grazie ai suoi uomini sono riprese le estrazioni di diamanti, oro ed uranio.
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Da gennaio la Wagner opererebbe anche in Sudan. Secondo Stratfor, infatti anche il presidente Omar al-Bashir le avrebbe  affidato la protezione di diverse miniere, nonché incarichi di consulenza ai vertici delle forze armate impegnate contro il Sudan del Sud.
Per quanto riguarda la Libia, il The Sun ha in questi giorni rivelato la presenza di due basi russe nei pressi di Tobruk e Bengazi, sotto stretta vigilanza della Wagner che, nel Paese, aveva da tempo stabilito delle teste di ponte a supporto delle forze del generale Khalifa Haftar.
Tra il 2016 ed il 2017, la Reuters aveva già parlato di operazioni della PSC russa RSB-group: un centinaio di uomini tra sminatori e relativa scorta al servizio di Khalifa Haftar a Bengazi. I contractors russi avrebbero addestrato anche gli uomini del generale nella base egiziana di Sidi Barrani, a ridosso della frontiera libica.

Gruppo Wagner: Parlarne nuoce gravemente alla salute
Reporters e giornalisti stanno imparando che occuparsi di PMC russe può risultare mortale! Il primo a farne le spese Maksim Borodin, impegnato ad indagare sugli uomini della Wagner in Siria. Egli sarebbe “caduto” dal balcone del proprio appartamento di Ekaterinburg, ad aprile.
La porta chiusa dall’interno ha spinto le autorità a propendere sbrigativamente per un incidente o suicidio. Tuttavia, un amico ha rivelato di aver ricevuto una sua telefonata, il giorno prima di morire, in cui raccontava di aver trovato un uomo armato sul balcone ed altri appostati sulle scale. Borodin aveva successivamente ritrattato dicendo di essersi sbagliato e che quegli uomini stavano partecipando ad un’esercitazione.
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E’ stata poi la volta di Kirill Radchenko, Alexander Rastorguyev e Orkhan Dzemhal uccisi il 30 luglio nei pressi di Sibut, Repubblica Centrafricana. Un commando di 10 uomini armati, inturbantati e parlanti esclusivamente arabo li avrebbe catturati e giustiziati, risparmiando solo l’autista. Dipendenti dell’Investigations Management Centre (ICM) dell’oligarca russo in esilio Mikhail Khodorkovsky, i tre giornalisti sarebbero stati impegnati nella ricerca di materiale per un documentario sulla presenza russa e della PMC di bandiera nel Paese: il Gruppo Wagner.
Il giorno precedente avrebbero cercato, infatti di entrare in una base militare dove i contractors russi starebbero addestrando le truppe di Bangui. Mosca ha immediatamente parlato di loro incoscienza per esser entrati nel Paese con un semplice visto turistico, senza seguire i warnings emanati dalle rappresentanze diplomatiche.
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Secondo l’esperto militare ucraino, Oleksandr Kovalenko la morte dei giornalisti russi potrebbe esser ricondotta ad una guerra tra oligarchi russi per il controllo delle PMC e relativi lucrosi contratti. Da una parte Prigozhin che avrebbe mostrato interesse per una miniera d’oro nei pressi di Ndassima, nel sud della Republica Centrafricana; dall’altra i vertici della Difesa ancora infuriati per l’iniziativa del patron della Wagner di attaccare l’oleodotto “curdo-americano” in Siria, senza consultarli e rischiando una pericolosa escalation.
E così i giornalisti, che sarebbero stati al servizio del Ministero della Difesa, sarebbero stati in viaggio verso la miniera per indagare e screditare le attività della Wagner e del suo proprietario. Comunque, “lo chef di Putin” non cederà facilmente ed i cadaveri dei tre giornalisti potrebbero esserne la dimostrazione.
Esiste tuttavia una differente e più recente versione sull’assassinio dei tre cronisti. Essi infatti avrebbero indagato sull’afflusso di armi russe in Repubblica Centrafricana. Armi che, attraverso le PMC russe nel Paese, sarebbero poi state trasferite sia alle truppe regolari che agli oppositori. Questo sia per mettere pressione a Bangui che garantirsi dai ribelli zone ricche di risorse.

PMSC nel Sahel
Gruppi jihadisti nel Sahel vi hanno favorito lo sviluppo e presenza di società di sicurezza private. Alle spalle di ogni soldato delle varie forze internazionali presenti nella regione –  americani, francesi, tedeschi, (italiani?) –  troviamo infatti un operatore di sicurezza o un addetto alla logistica privato.
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AFRICOM, il comando americano per l’Africa affida ai contractors operazioni d’intelligence e raccolta d’informazioni, trasporti tattici, MEDEVAC ed anche operazioni più da “dito sul grilletto.”
Durante l’imboscata di ottobre ai Berretti Verdi in Niger era presente anche un contractor che si occupava d’intelligence, così come le operazioni di soccorso ed evacuazione sono state compiute da velivoli della Erickson Inc. e Berry Aviation.
Basti pensare che, solo per AFRICOM, vi sono 21 società private americane fornitrici di servizi in Africa settentrionale e Sahel; ad esse si aggiungano dozzine di altre compagnie francesi, britanniche ed ucraine che partecipano alla “spartizione” di un budget annuale multimilionario.

Contractors “Made in China”
 Nell’ambito della “Nuova Via della Seta” e della sua protezione, l’Africa rappresenta un teatro fondamentale. Solo una ventina delle 5.000 società di sicurezza private presenti in Cina nel 2017 – con più di 4,3 milioni di operatori – è presente a livello internazionale, schierando 3.200 uomini.
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Oltre a quelle che scortano le imbarcazioni di bandiera al largo della Somalia, ve ne sono altre sul continente a protezione di assets e personale di grandi gruppi industriali.
Una delle più attive è la DeWe Security Services Co., Ltd di Pechino assunta per proteggere la linea ferroviaria Nairobi-Mombasa da 3,2 miliardi di dollari e l’impianto di liquefazione del gas naturale della Poly-GCL Petroleum Group Holdings in Etiopia. Tale investimento da 4 miliardi di dollari è ritenuto il più grande incarico affidato ad una PSC cinese.
Più di recente la DeWe ha annunciato il progetto di costruzione di due campi base in Repubblica Centrafricana e Sudan del Sud. Ed è proprio in Sudan del Sud che la società ha dovuto affrontare uno dei suoi momenti più delicati. A partire dall’8 luglio 2016, per ben 50 ore ha dovuto gestire l’evacuazione di 300 dipendenti della China National Petroleum Corp, bloccati a Juba dagli scontri tra forze governative e ribelli.

Piloti ucraini per attacco e MEDEVAC
 Anche gli ucraini si stanno facendo largo nell’affollato mercato africano della sicurezza privata. Dopo l’indipendenza negli anni 90, grazie ai suoi porti sul Mar Nero, l’Ucraina è diventata un punto di transito conveniente per equipaggiamenti e personale di sicurezza. Da lì numerose società di sicurezza private hanno “preso il largo” alla volta di numerosi teatri operativi; l’Africa ne rappresenta un’opzione preferenziale. Nel Sahel numerose società ucraine sono direttamente impegnate a fianco di organizzazioni internazionali.
Si pensi agli elicotteri per il MEDEVAC in Mali, nell’ambito della missione MINUSMA. Oppure ad altre società operanti in Sudan, Congo e Costa d’Avorio. La Omega Consulting Group reclutava ad esempio operatori francofoni dalla consolidata esperienza di combattimento, attraverso la sua pagina Facebook.
Il dirigente, Andrei Kekbalo ha parlato di salari di 1700-4300 euro al mese. In Burkina Faso, invece fino a 12.000 per chi ha nel proprio cv operazioni in Irak, Jugoslavia od Afghanistan.
Un incarico particolarmente caro ai contractors di Kiev è quello del pilota d’elicottero; soprattutto d’attacco. Tra coloro che hanno addestrato i piloti nigeriani e colpito direttamente Boko Haram vi erano almeno tre ucraini. Uno di questi, il capitano Chup Vasyl, dopo tre mesi di raid è precipitato e morto.


PSC tedesche in Ruanda
 A fine maggio una delegazione di 12 PSC tedesche si è recata in Ruanda, manifestando l’intenzione d’investire nel Paese e collaborare con partners locali. La Rwanda Private Security Industry Association (RPSIA) sta infatti progettando la realizzazione di un centro d’addestramento congiunto, nel distretto di Gasabo, per elevare i propri standard qualitativi.
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Quello della sicurezza privata ruandese è un settore promettente che è cresciuto del 1500% dal 1997: da una alle attuali sedici società registrate, con più di 14.000 operatori.
Nonostante ciò, come spesso accade nei Paesi in via di sviluppo, il boom della sicurezza privata è accompagnato dallo sfruttamento degli operatori e dalla concorrenza di organizzazioni senza licenza né principi etici o professionali.
Ogni dipendente frutta alla propria società 135 euro al mese, a fronte di uno stipendio mensile di 27 euro. Retribuzioni che, oltretutto, vengono corrisposte con ritardi fino a tre mesi e, in diversi casi, prevedono addirittura la decurtazione dei costi delle uniformi di servizio.
I turni sono di 12 ore, sette giorni alla settimana, senza il pagamento di straordinari. Il clima di terrore instaurato a suon di licenziamenti sommari ha fatto sì che solo due società consentano ai propri dipendenti di rivolgersi ai sindacati e che le donne siano vittime di soprusi/abusi da parte di colleghi e superiori maschi.


Prince a “pesca” in Mozambico?
Erik Prince, fondatore di Blackwater, ha recentemente fatto affari in Mozambico. La sua Frontier Services Group (FSG) ha rilevato a dicembre Ematum, impresa ittica in bancarotta, rinominandola Tunamar. Un’altra sua società – Lancaster Six Group (L6G) di Dubai – ha creato una joint venture con la Proindicus, anch’essa mozambicana ed in fallimento. L’obiettivo di Pro6 – così è stata chiamata – è quello di fornire servizi di sicurezza in una regione ricca di petrolio e gas.
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Secondo Africa Monitor Intelligence (AMI), Pro6 avrebbe stipulato contratti con diverse società nel corso dell’anno; tra di esse ENI ed il gigante americano Exxonmobil. Tuttavia, l’agenzia di stampa Zitamar ha riportato le smentite di entrambe le società.
ENI aveva già smentito dichiarazioni simili nel 2016, quando l’allora presidente di Proindicus, Antonio do Rosario riferì alla commissione parlamentare d’inchiesta sui debiti occulti di Ematum, Proindicus e MAM (Mozambique Asset Management) di aver già ottenuto l’incarico di fornire sicurezza al consorzio a guida del gruppo italiano.
AMI ha riportato anche che Pro6 avrebbe assicurato alle autorità di Maputo di poter metter fine agli attacchi islamici a Cabo Delgado in 90 giorni.

Qualche considerazione
 Il Sudafrica ha una consolidata tradizione d’esportazione di combattenti a pagamento. Molti di essi appartengono ad una generazione di militari messa da parte con la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’Apartheid; quando insomma il fabbisogno militare sudafricano si è drasticamente ridotto.
Il loro impiego contro terroristi o guerriglieri sanguinari come Boko Haram ha concretizzato quello che molti, Erik Prince in primis, auspicavano mentre gli assassini dello Stato Islamico imperversavano indisturbati in Siria ed Iraq.
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Sebbene il loro ruolo tra il passivo – addestramento e logistica – e l’attivo – partecipazione diretta alle ostilità – possa apparire controverso, davanti all’immobilismo delle organizzazioni internazionali i contractors sono stati gli unici ansiosi d’intervenire.
Il loro operato ha puntualmente ripresentato l’annosa questione della definizione e differenze tra mercenari, PMC e PSC nonché il diverso trattamento legale che debba esser loro riservato.
Secondo Eeben Barlow, proprietario di STTEP, l’intervento della sua società non è stato di tipo mercenario, bensì un regolare rapporto di lavoro col Governo nigeriano. Di parere opposto i Ministri di Esteri e Difesa sudafricani che hanno deplorato vivamente l’azione, definendo i soggetti coinvolti “mercenari” e passibili di arresto una volta in patria.
I progressi dei nigeriani contro Boko Haram porteranno sicuramente alla fine dei contratti a tempo determinato – perché di questo si tratta – di numerosi contractors.
Molti di loro potrebbero quindi passare al servizio delle PMC russe in Africa. Già dall’intervento in Sierra Leone nel 1995, infatti si sono trovati ad operare con armi, equipaggiamenti e personale dell’Est Europa.
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Per quanto riguarda la Russia, rispetto al passato dove comunque realtà come RSB Group, Moran Security ed Antiterror-Oryol sono riuscite ad ottenere contratti, le PMSC russe non sono più abbandonate dalle proprie istituzioni. Anzi, da esse ricevono supporto nell’ottica di un nuovo modello d’interazione: Mosca garantisce sicurezza e stabilità, mentre i Paesi fruitori concessioni estrattive, commerciali ed il rafforzamento della propria influenza sulla regione.
Il tradizionale approccio adottato dal presidente Putin nelle relazioni internazionali è quindi evoluto, comprendendo sempre più le PMSC di bandiera. Tra le leve commerciali che hanno permesso loro di erodere quote di mercato alle concorrenti occidentali vi è l’economicità dei servizi offerti e, soprattutto, la mancanza di uno scomodo passato coloniale – come Francia e Gran Bretagna –  o di un presente neoimperialista – come Cina e Stati Uniti.
Condizioni tali da far ottenere a Mosca anche una legittimazione in sede ONU – vedasi l’emendamento all’embargo internazionale di armi imposto alla Repubblica Centrafricana – e da parte di altri Paesi africani.
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Inoltre, molti Paesi occidentali sono sempre più riluttanti ad intervenire in Stati fallitti – come la Repubblica Centrafricana – od oggetto di condanne e sanzioni internazionali – come il Sudan –  mentre la Russia di Putin vi si lancia a capofitto, con operazioni manifeste o coperte.
Da una parte le truppe regolari danno dimostrazioni di forza e capacità di proiettarla, dall’altra il basso profilo dei contractors consente  affari con scomodi interlocutori, nella più completa aderenza ai propri interessi.
In merito alla Cina, le PSC assumono preferibilmente ex agenti di polizia o militari. Tuttavia, ciò non costituisce necessariamente una garanzia di qualità. Le forze armate cinesi, infatti non hanno avuto esperienza di combattimento sostanzialmente dalla guerra con il Vietnam del 1979, così come lo schieramento di alcune società in Iraq, a protezione di pozzi petroliferi e gasiferi, è avvenuto in zone relativamente tranquille.
Le PSC cinesi e loro operatori, salvo alcune eccezioni, risultano pertanto poco esperti e preparati. Uno dei loro principali limiti è il divieto d’utilizzo di armi da fuoco. Pechino, fedele alla sua politica estera di non ingerenza e per evitare un “effetto Blackwater” che possa danneggiare le relazioni con altri Paesi è riluttante ad armare i propri contractors. Perciò, quando all’estero, non portano armi e sono principalmente impegnati in attività di consulenza.
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Data l’elevata pericolosità dei contesti in cui sono chiamati ad operare, l’utilizzo delle armi da fuoco risulta imprescindibile. In caso d’emergenza, si deve quindi contare su forze di sicurezza od operatori locali risaputamente inaffidabili, oppure procurarsi armi sul mercato nero e far da sé.
Oltre ai rischi per chi si trova sul campo, il divieto alle armi si traduce sempre più in un freno alla crescita delle PSC cinesi, regalando clienti, nonostante le barriere linguisticoculturali e di prezzo, a concorrenti stranieri…armati.
Se pensiamo infatti che un team di 12 contractors cinesi costa mediamente quanto un singolo operatore britannico o statunitense e che la Cina non si pone particolari problemi a servire Paesi sulle blacklists occidentali, le prospettive di crescita delle PSC sono enormi.
Sebbene sulla terra ferma l’impiego di armi sia argomento tabù, in ambito di antipirateria i contractors cinesi sono ben armati ed autorizzati all’uso della forza letale.
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Infine, sugli interessi di Erik Prince in Mozambico, due riflessioni sorgono spontanee. La prima: a meno che Prince non abbia deciso di buttarsi nel business della pesca al tonno, i 24 pescherecci della flotta di Ematum possono risultare molto utili e redditizi nel canale di Mozambico, sempre teatro di attacchi di pirati nonostante l’Operazione Copper della Marina sudafricana ed i nuovi mezzi navali donati dal Portogallo a Maputo. Non dimentichiamoci della McArthur, nave oceanografica acquistata dalla Blackwater ed allestita per supportare operazioni militari, di law enforcement ed antipirateria.
La seconda: come può la Proindicus, le cui principali risorse sono motoscafi, contrastare ed eventualmente porre fine ad un’insorgenza prevalentemente terrestre come quella di Cabo Delgado? E’ atteso qualche genere di rinforzo di terra o si tratta davvero di una notizia infondata?
Foto:  NEstudio/Shutterstock.com,  AFP, AP, GidiPost, TASS, Twitter, Shutterstock, Cyril Ndegeya,  KT Press, SOFX,  e Zitamar

Preso da: https://www.analisidifesa.it/2018/10/il-boom-dei-contractors-in-africa/

Shell: i crimini commessi in Nigeria per silenziare le proteste contro l’inquinamento

di La bottega dei Barbieri (sito)
lunedì 4 dicembre 2017 
 
Amnesty International ha chiesto a Nigeria, Regno Unito e Olanda di aprire indagini sul ruolo avuto dal gigante petrolifero anglo-olandese Shell in una serie di orribili crimini commessi dal governo militare nigeriano nella regione petrolifera dell’Ogoniland negli anni Novanta.
La richiesta è stata fatta da Amnesty International in occasione del lancio di un suo rapporto che esamina migliaia di pagine di documenti interni della Shell, dichiarazioni di testimoni e denunce presentate, all’epoca dei fatti, dalla stessa organizzazione per i diritti umani.


La campagna del governo militare nigeriano per ridurre al silenzio le proteste degli ogoni contro l’inquinamento prodotto dalla Shell causò gravi e diffuse violazioni dei diritti umani, molte delle quali costituiscono anche precise fattispecie di reato penale.

“Le prove che abbiamo esaminato mostrano che la Shell incoraggiò ripetutamente i militari nigeriani ad affrontare le proteste locali, pur sapendo l’orrore che questo avrebbe procurato: uccisioni illegali, stupri, torture e villaggi dati alle fiamme”, ha dichiarato Audrey Gaughran, direttrice del programma Temi globali di Amnesty International.
“In questa brutale repressione la Shell arrivò persino a fornire ai militari sostegno materiale, come i mezzi di trasporto, e in almeno un caso pagò un comandante militare noto per aver violato i diritti umani. Il fatto che la compagnia petrolifera non sia mai stata chiamata a risponderne è un oltraggio”, ha aggiunto Gaughran.
“Non c’è dubbio che la Shell abbia giocato un ruolo chiave negli eventi che devastarono l’Ogoniland negli anni Novanta. Crediamo che vi siano ragioni per aprire indagini penali. Presentare l’enorme quantità di prove raccolte è stato il primo passo per portare la Shell di fronte alla giustizia. Ora stiamo preparando una denuncia penale da inoltrare alle autorità competenti”, ha spiegato Gaughran.
La campagna del governo nigeriano nell’Ogoniland culminò nell’impiccagione, 22 anni fa, di nove leader ogoni tra cui Ken Saro-Wiwa, lo scrittore e attivista che guidava le proteste. Le esecuzioni, al termine di un processo clamorosamente irregolare, provocarono uno scandalo internazionale. Nel giugno 2017 le vedove di quattro degli impiccati hanno denunciato la Shell alla giustizia olandese, accusando la compagnia petrolifera di complicità nella loro morte.

Un individuo o una compagnia possono essere chiamati a rispondere sul piano penale per un reato che abbiano incoraggiato, favorito, facilitato o esacerbato, pur non essendone stati gli autori materiali. Ad esempio, può comportare una responsabilità penale il fatto di essere consapevoli che la propria condotta o un rapporto di stretta vicinanza con gli autori materiali possano contribuire a un reato. Il nuovo rapporto di Amnesty International, intitolato “Un’impresa criminale?” afferma che la Shell è stata coinvolta con queste modalità nei reati commessi nell’Ogoniland negli anni Novanta.
In quel periodo la Shell era la più importante compagnia petrolifera attiva in Nigeria. Durante la crisi dell’Ogoniland, la Shell e il governo nigeriano operavano come partner in affari e s’incontravano regolarmente per discutere come proteggere i loro interessi.
Memorandum interni e appunti relativi agli incontri mostrano come la Shell abbia fatto pressioni su alti funzionari del governo per ottenere appoggio militare, anche dopo che le forze di sicurezza avevano compiuto uccisioni di massa di dimostranti. Le stesse fonti confermano che la Shell fornì assistenza logistica e finanziaria alle forze armate o alla polizia nigeriana, pur essendo a conoscenza che esse erano coinvolte in assalti mortali contro civili inermi.
La Shell ha sempre negato di essere stata coinvolta in violazioni dei diritti umani ma non c’è mai stata un’indagine sulle accuse nei suoi confronti.
La Shell sapeva
Le proteste contro la devastazione dell’Ogoniland causata dalle fuoriuscite di petrolio dagli impianti della Shell erano guidate dal Movimento per la sopravvivenza del popolo ogoni (Mosop).
Nel gennaio 1993, dopo che il Mosop aveva dichiarato che la Shell non era più benvenuta nella regione, la compagnia sospese temporaneamente le attività adducendo motivi di sicurezza.
Secondo i documenti interni analizzati da Amnesty International, mentre la Shell pubblicamente cercava di minimizzare i danni causati all’ambiente, suoi alti dirigenti riconoscevano che le proteste del Mosop erano legittime ed erano fortemente preoccupati per le cattive condizioni degli oleodotti.
Il 29 ottobre 1990 la Shell chiese a un reparto speciale paramilitare della polizia, chiamato Polizia mobile, “protezione per la sicurezza” dei suoi impianti nel villaggio di Umuechem, dove erano in corso proteste pacifiche. Nel giro di due giorni, la Polizia mobile attaccò il villaggio con fucili e granate, uccidendo almeno 80 persone e dando fuoco a 595 abitazioni. Molti dei corpi vennero gettati in un fiume vicino.
Almeno da quel momento in poi, i dirigenti della Shell sarebbero stati consapevoli dei rischi associati alle richieste d’intervento delle forze di sicurezza. Ciò nonostante, la Shell continuò a invocarlo.
Ad esempio nel 1993, poco dopo aver lasciato l’Ogoniland, la Shell chiese ripetutamente al governo nigeriano di dispiegare l’esercito nella regione per proteggere un nuovo oleodotto che era in corso di realizzazione da parte di un’azienda appaltatrice. Il risultato furono 11 morti il 30 aprile nel villaggio di Biara e un morto il 4 maggio nel villaggio di Nonwa.
Meno di una settimana dopo l’incursione nel villaggio di Nonwa, funzionari della Shell ebbero una serie di incontri con alti funzionari del governo e della sicurezza della Nigeria.
Gli appunti di questi incontri mostrano che, invece di esprimere preoccupazione per l’uccisione di dimostranti inermi, la Shell fece pressioni per poter tornare a operare nell’Ogoniland offrendo in cambio aiuto “logistico”.
Sostegno finanziario
La Shell offrì anche sostegno finanziario. Un suo documento interno mostra che il 3 marzo 1994 la Shell versò oltre 900 dollari all’Istf, un’unità speciale creata per “ripristinare l’ordine” nell’Ogoniland. Solo 10 giorni prima il comandante di quell’unità aveva ordinato di aprire il fuoco contro una manifestazione di fronte al quartier generale della Shell di Port Harcourt. Il documento spiega che quel pagamento era “un segno di gratitudine e di incentivo per una futura attitudine positiva [verso la Shell]”.
“In un certo numero di occasioni, le richieste fatte dalla Shell al governo nigeriano affinché contribuisse ad affrontare quella che la compagnia chiamava ‘la questione degli ogoni’ vennero seguite da una nuova ondata di violazioni dei diritti umani nell’Ogoniland. È difficile non vedere il rapporto causale o immaginare che la Shell non sapesse come le sue richieste in quel periodo sarebbero state interpretate”, ha commentato Gaughran.
“In alcuni casi la Shell ebbe un ruolo più diretto nei bagni di sangue, ad esempio trasportando sui suoi mezzi le forze armate nei luoghi ove erano in corso proteste, persino quando divenne chiaro quali sarebbero state le conseguenze di tale comportamento. Questo equivale chiaramente a rendere possibili o facilitare i crimini orribili che ne seguirono”, ha aggiunto Gaughran.
Indicare le comunità delle proteste
Il 13 dicembre 1993, poco dopo il colpo di stato che aveva portato al potere il generale Sani Abacha, la Shell scrisse al nuovo amministratore militare dello Stato dei Fiumi, facendo i nomi delle comunità in cui erano in corso le proteste contro la compagnia e richiedendo assistenza.
Un mese dopo, nel gennaio 1994, il governo istituì l’Istf. Nel corso dell’anno la violenza contro gli ogoni raggiunse picchi terrificanti e l’Istf si rese responsabile di raid nei villaggi ogoni, arresti, stupri, torture e uccisioni.
Secondo un rapporto di Amnesty International pubblicato il 24 giugno 1994, in quel periodo vennero attaccati oltre 30 villaggi e “più di 50 membri del gruppo etnico ogoni furono vittime di esecuzioni extragiudiziali”. Il comandante dell’Istf si vantò in televisione di queste operazioni, che ebbero dunque una notevole risonanza. Nel luglio dello stesso anno l’ambasciatore olandese fece sapere alla Shell che l’esercito aveva ucciso circa 800 ogoni.
Ken Saro-Wiwa nel mirino
I documenti interni mostrano che nel 1994-95, proprio al culmine della crisi degli ogoni, l’allora presidente della Shell in Nigeria, Brian Anderson, ebbe almeno tre incontri col generale Sani Abacha. Il 30 aprile 1994 Anderson sollevò “il problema degli ogoni e di Ken Saro-Wiwa”, descrivendo i riflessi economici derivanti alla compagnia dalle attività portate avanti dal Mosop.
Ken Saro-Wiwa era già nel mirino del governo e, parlando di lui nel corso di quell’incontro, Anderson incoraggiò irresponsabilmente un’azione contro di lui. Anderson riferì di essere uscito da quell’incontro con la sensazione che Abacha “[sarebbe intervenuto] o con l’esercito o con la polizia”.
Infatti, nel giro di un mese Ken Saro-Wiwa e altri leader del Mosop vennero arrestati e accusati, senza alcuna prova, di partecipazione all’omicidio di quattro noti leader tradizionali. Vennero posti in isolamento e torturati, per poi essere sottoposti a un processo-farsa e impiccati nel novembre 1995.
I documenti analizzati da Amnesty International mostrano che la Shell sapeva che sarebbe stato assai probabile che Ken Saro-Wiwa venisse giudicato colpevole e messo a morte. Tuttavia, continuò a discutere col governo su come affrontare “la questione degli ogoni”. È davvero difficile immaginare che la Shell non abbia incoraggiato, e persino condiviso, l’azione del governo contro Ken Saro-Wiwa e gli altri leader ogoni.
Amnesty International chiede che le indagini siano avviate nelle tre giurisdizioni competenti: in Nigeria, dove si verificarono i reati, e in Gran Bretagna e Olanda, dove la Shell ha sede.
“Nelle sue parole finali di fronte al tribunale che lo aveva condannato a morte, Ken Saro-Wiwa ammonì che un giorno sarebbe stato il turno della Shell a essere processata. Vogliamo che ciò accada”, ha annunciato Gaughran.
“Giustizia dev’essere fatta: per Ken Saro-Wiwa e per le migliaia di altre persone le cui vite sono state rovinate dalla distruzione dell’Ogoniland da parte della Shell”, ha concluso Gaughran.
Ulteriori informazioni
I documenti interni della compagnia – tra cui fax, lettere ed e-mail tra i suoi vari uffici – evidenziano che le responsabilità per l’operato della Shell durante la crisi degli ogoni non riguardarono solo il personale presente in Nigeria e che in ogni momento i vertici della Shell all’Aja e a Londra erano pienamente a conoscenza di quanto stesse accadendo nel paese africano.
Un memorandum fa riferimento all’approvazione da parte dei vertici di una dettagliata strategia elaborata nel dicembre 1994 dalla Shell Nigeria su come rispondere alle critiche dopo le proteste degli ogoni. Nel marzo 1995 i vertici della Shell di Londra ebbero un incontro con un rappresentante dell’esercito nigeriano, concordando di “vedersi periodicamente” per scambiare informazioni.
Amnesty International ha chiesto alla Royal Dutch Shell e alla Shell Nigeria di commentare le sue conclusioni. Questa è la risposta della Shell Nigeria:
“Le denunce citate nella vostra lettera sono false e prive di merito. [La Shell Nigeria] non ha colluso con le autorità militari per sopprimere le proteste delle comunità e non ha in alcun modo incoraggiato o invocato l’uso di qualsivoglia atto di violenza in Nigeria. La compagnia ritiene che il dialogo sia il mezzo migliore per risolvere le dispute. Abbiamo sempre respinto tali denunce, nel modo più netto possibile”.
FINE DEL COMUNICATO
Roma, 28 novembre 2017
Il rapporto “Un’impresa criminale?” è disponibile online all’indirizzo:
https://www.amnesty.org/en/documents/AFR44/7393/2017/en/
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La truffa della “protezione umanitaria”. Così (solo) in Italia ci accolliamo i “migranti economici”

Roma, 27 mar , Francesca Totolo.
– I dati sulle richieste di asilo in Italia del 2017 sono noti e pubblicati sul sito istituzionale del Ministero dell’Interno: solo l’8% dei richiedenti sono rifugiati, mentre l’8% ricevono la protezione sussidiaria e ben il 25% (in forte crescita rispetto al 2016) la protezione umanitaria.

Il 58% dei richiedenti asilo invece ottiene il “foglio di espulsione” dall’Italia, ma come ben sappiamo per la presunta indisponibilità di accordi con i Paesi di origine spesso rimango liberi di circolare sul territorio italiano, finendo spesso nelle mani della criminalità (ricordiamo la mafia nigeriana della prostituzione e della droga) o del caporalato agricolo. Inoltre nel 2017, ci sono stati 37.783 immigrati sbarcati nei porti italiani (ovviamente i dati non comprendono gli immigrati arrivati grazie agli “sbarchi fantasma” dalla Tunisia), ovvero il 32% del totale, che non hanno neppure presentato la richiesta di asilo. Quindi, nel solo 2017, gli immigrati irregolari, senza documenti e senza nessun diritto di rimanere nel nostro Paese sono 84.775.

Dall’inizio del flusso migratorio dalla Libia, la stima ottimistica degli irregolari presenti in Italia si aggira sulle 600.000 persone, ovvero l’intera popolazione di Genova. Una vera emergenza per la tenuta della sicurezza pubblica del nostro Paese. Per capire il motivo di una percentuale di diniego alla protezione internazionale così elevata, basta guardare le nazionalità dichiarate dei migranti arrivati in Italia.
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Ad esempio, la cittadinanza più numerosa è quella nigeriana (25.964 migranti). Il Paese è la prima economia dell’Africa per PIL totale e non sono presenti conflitti al suo interno; solo nel nord, nei villaggi per precisione, sono riscontrati attentati terroristici degli jihadisti di Boko Haram. La maggioranza però dei nigeriani arrivati in Italia sono del sud-est del Paese, esattamente della zona di Benin City, fatto facilmente riscontrabile dal dialetto parlato.
Dopo la Nigeria, i Paesi di origine degli immigrati più presenti negli sbarchi dalla Libia sono il Bangladesh e il Pakistan. I primi stati con reali problemi di instabilità e conflitti sono il Mali (ottava posizione con 7.757 migranti), la Siria (dodicesima posizione con soli 2.270 richiedenti asilo) e la Somalia (tredicesima posizione con 2.055). I dati sulle nazionalità dei richiedenti asilo fanno ben capire che sulle coste italiane, grazie alla rotta libica, sbarcano in maggioranza quelli che il politicamente corretto chiama “migranti economici”, che rimarranno poi imbottigliati in Italia con scarsa possibilità di venire rimpatriati.
Infatti, nel 2017, solo 6.340 migranti sono stati rimpatriati mentre nel 2016 ancora meno, 5.300. La IOM Libya è riuscita a rimpatriare più di 15 mila migranti in Libia in soli 3 mesi, grazie al programma “Assisted Voluntary Return and Reintegration”, in accordo con l’Unione Africana e con il supporto dell’Unione Europea.
Perché non avviare il medesimo programma anche in Italia?
E con i ricollocamenti in Europa non va certamente meglio: sono stati ricollocati solo 11.464 richiedenti asilo (dicembre 2017) mentre 698 erano in corso di trasferimento. Ovviamente, i ricollocamenti riguardano “solo persone in evidente necessità di protezione internazionale, appartenenti a nazionalità il cui tasso di riconoscimento di protezione sia pari o superiore al 75% sulla base dei dati Eurostat”. Quindi una percentuale esigua dei migranti arrivati nei porti italiani.
Approfondiamo ora il tema a proposito dei tre tipi di protezione concessi dalle Commissioni Territoriali italiane e dell’anomalia tutta italiana della protezione umanitaria.
La protezione internazionale è sancita dalla Convenzione di Ginevra del 1951 allo scopo di dare “una condizione giuridica più stabile a quegli stranieri o apolidi che restavano sfollati o fuggitivi perché temevano di rientrare in patria dopo gli sconvolgimenti politici, etnici e territoriali successivi alla Seconda Guerra Mondiale”. La Convenzione sancisce due tipi di status: lo status di rifugiato e lo status di protezione sussidiaria.
Lo status di rifugiato rientra nel concetto stesso di protezione internazionale sancito dalla Convenzione di Ginevra, mentre lo status di protezione sussidiaria è riconosciuto al cittadino straniero che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato, ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno (ad esempio una condanna a morte).
Quindi, secondo la Convenzione di Ginevra, solo il 16% dei richiedenti asilo in Italia avrebbero diritto alla protezione internazionale (l’8% status di rifugiato più l’8% status di protezione sussidiaria).
E quel 25% di richiedenti asilo a cui è stata concessa la protezione umanitaria?
Questa è un’anomalia tutta italiana: gli altri Paesi europei vi ricorrono solo in forma residuale e irrilevante in termini percentuali.
La stessa ASGI, associazione prettamente immigrazionista finanziata da George Soros, descrive così l’istituto italiano della protezione umanitaria: “Il permesso di soggiorno per motivi umanitari è un titolo di soggiorno previsto dall’ordinamento giuridico italiano con una norma di portata generale, posta a chiusura del sistema complessivo che disciplina l’ingresso e il soggiorno degli stranieri nel territorio italiano. A differenza della protezione internazionale è un istituto che non ha un proprio esplicito fondamento nell’obbligo di adeguamento a norme internazionali o dell’Unione europea, seppur dia attuazione anche ad obblighi internazionali, ma che in ogni caso è rintracciabile, seppur con differenti specificità, negli ordinamenti interni di taluni altri Stati membri. Con l’obiettivo di dare tutela delle situazioni concrete che non trovano compiuta corrispondenza in quelle astratte previste dal Testo Unico dell’Immigrazione, il Legislatore ha ritenuto utile inserire questa clausola di salvaguardia, utilizzabile qualora ricorrano situazioni meritevoli di tutela per seri motivi umanitari, o che impongono la necessità di adeguare la disciplina ordinaria a previsioni costituzionali o internazionali con particolare riguardo per quelle rilevanti in materia di diritti dell’uomo”.
L’istituto della protezione umanitaria è contenuto nel “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero” del Decreto Legislativo 25 luglio 1998. L’allora maggioranza era appartenente al centro sinistra e il Premier era Romano Prodi. Non male per un Governo rimasto in carica solo 2 anni.
La protezione umanitaria viene rilasciata dal Questore a seguito di raccomandazione della Commissione Territoriale in caso di diniego in prima istanza di giudizio, ha una durata di 2 anni, è rinnovabile, e può essere convertita in permesso di soggiorno per lavoro. Un vero salvacondotto per molti dei cosiddetti migranti economici.
Ricapitolando: il 25% dei richiedenti asilo sbarcati in Italia ha ottenuto la protezione umanitaria dalle varie Commissioni Territoriali. Lo stesso 25% negli altri Paesi dell’Unione Europea avrebbe ottenuto un diniego e quindi un foglio di via. Rimpatri definiti impossibili, ricollocamenti in Europa quasi inesistenti e l’assoluta generosità tutta italiana nella concessione della protezione umanitaria. Paradossi italici.

2017: Nell’ultimo paese liberato dall’America da un “malvagio dittatore” si commerciano schiavi

21/4/2017

È ben noto che l’intervento NATO a guida USA del 2011 in Libia, con lo scopo di rovesciare Muammar Gheddafi, ha portato ad un vuoto di potere che ha permesso a gruppi terroristici come l’ISIS di prendere piede nel paese.

Nonostante le conseguenze devastanti dell’invasione del 2011, l’Occidente è oggi lanciato sulla stessa traiettoria nei riguardi della Siria. Proprio come l’amministrazione Obama ha stroncato Gheddafi nel 2011, accusandolo di violazione dei diritti umani e insistendo che doveva essere rimosso dal potere al fine di “proteggere il popolo libico”, così l’amministrazione Trump sta oggi puntando il dito contro le politiche “repressive” di Bashar al-Assad in Siria e lanciando l’avvertimento che il suo regime è destinato a terminare presto — tutto ovviamente in nome della protezione dei civili siriani.
Ma mentre gli Stati Uniti e i loro alleati si dimostrano effettivamente incapaci di fornire una qualsiasi base legale a giustificazione dei loro recenti attacchi aerei —figurarsi poi fornire una qualsiasi evidenza concreta a dimostrazione del fatto che Assad sia effettivamente responsabile dei mortali attacchi chimici della scorsa settimana — emergono sempre più chiaramente i pericoli connessi all’invasione di un paese straniero e alla rimozione dei suoi leader politici.

Questa settimana abbiamo avuto nuove rivelazioni sugli effetti collaterali degli “interventi umanitari”: la crescita del mercato degli schiavi.


Il Guardian ha riportato che sebbene “la violenza, l’estorsione e il lavoro in schiavitù” siano stati già in passato una realtà per le persone che transitavano attraverso la Libia, recentemente il commercio degli schiavi è aumentato. Oggi la compravendita di esseri umani come schiavi viene fatta apertamente, alla luce del sole.

Gli ultimi report sul ‘Mercato degli schiavi’ a cui sono sottoposti i migranti si possono aggiungere alla lunga lista di atrocità [che avvengono il Libia]” ha detto Mohammed Abdiker, capo delle operazioni di emergenza dell’International Office of Migration, un’organizzazione intergovernativa che promuove “Migrazioni ordinate e più umane a beneficio di tutti“, secondo il suo stesso sito seb. “La situazione è tragica. Più l’IOM si impegna in Libia, più ci rendiamo conto come questo paese sia una valle di lacrime per troppi migranti“.

Il paese nordafricano viene usato spesso come punto di uscita per i rifugiati che arrivano da altre parti del continente. Ma da quando Gheddafi è stato rovesciato nel 2011 “il paese, che è ampio e poco densamente popolato, è piombato nel caos della violenza, e i migranti, che hanno poco denaro e di solito sono privi di documenti, sono particolarmente vulnerabili“, ha spiegato il Guardian.
Un sopravvissuto del Senegal ha raccontato che stava attraversando la Libia, proveniendo dal Niger, assieme ad un gruppo di altri migranti che cercavano di scappare dai loro paesi di origine. Avevano pagato un trafficante perché li trasportasse in autobus fino alla costa, dove avrebbero corso il rischio di imbarcarsi per l’Europa. Ma anziché portarli sulla costa il trafficante li ha condotti in un’area polverosa presso la cittadina libica di Sabha. Secondo quanto riportato da Livia Manente, la funzionaria dell’IOM che intervista i sopravvissuti, “il loro autista gli ha detto all’improvviso che gli intermediari non gli avevano passato i pagamenti dovuti e ha messo i passeggeri in vendita“. La Manente ha anche dichiarato:

Molti altri migranti hanno confermato questa storia, descrivendo indipendentemente [L’uno dall’altro] i vari mercati degli schiavi e le diverse prigioni private che si trovano in tutta la Libia“, aggiungendo che la OIM-Italia ha confermato di aver raccolto simili testimonianze anche dai migranti nell’Italia del Sud.

Il sopravvissuto senegalese ha detto di essere stato portato in una prigione improvvisata che, come nota il Guardian, è cosa comune in Libia.

I detenuti all’interno sono costretti a lavorare senza paga, o in cambio di magre razioni di cibo, e i loro carcerieri telefonano regolarmente alle famiglie a casa chiedendo un riscatto. Il suo carceriere chiese 300.000 franchi CFA (circa 450 euro), poi lo vendette a un’altra prigione più grossa dove la richiesta di riscatto raddoppiò senza spiegazioni“.
Quando i migranti sono detenuti troppo a lungo senza che il riscatto venga pagato, vengono portati via e uccisi. “Alcuni deperiscono per la scarsità delle razioni e le condizioni igieniche miserabili, muoiono di fame o di malattie, ma il loro numero complessivo non diminuisce mai“, riporta il Guardian. “Se il numero di migranti scende perché qualcuno muore o viene riscattato, i rapitori vanno al mercato e ne comprano degli altri“, ha detto Manente. Giuseppe Loprete, capo della missione IOM del Niger, ha confermato questi inquietanti resoconti. “È assolutamente chiaro che loro si vedono trattati come schiavi“, ha detto. Loprete ha gestito il rimpatrio di 1500 migranti nei soli primi tre mesi dell’anno, e teme che molte altre storie e incidenti del genere emergeranno man mano che altri migranti torneranno dalla Libia.”Le сondizioni stanno peggiorando in Libia, penso che ci possiamo aspettare molti altri casi nei mesi a venire“, ha aggiunto.

Ora, mentre il governo degli Stati Uniti sta insistendo nell’idea che un cambio di regime in Siria sia la soluzione giusta per risolvere le molte crisi di quel paese, è sempre più evidente che la cacciata dei “dittatori” — per quanto detestabili possano essere — non è una soluzione efficace. Rovesciare Saddam Hussein non ha portato solo alla morte di molti civili e alla radicalizzazione della società, ma anche all’ascesa dell’ISIS.
Mentre la Libia, che un tempo era un modello di stabilità nella regione, continua a precipitare nel baratro in cui l’ha gettata “l’intervento umanitario” dell’Occidente — e gli esseri umani vengono trascinati nel nuovo mercato della schiavitù, e gli stupri e i rapimenti affliggono la popolazione — è sempre più ovvio che altre guerre non faranno altro che provocare ulteriori inimmaginabili sofferenze.
Fonte: www.sapereeundovere.com

Preso da:  https://it.sputniknews.com/punti_di_vista/201704214392203-ultimo-paese-liberato-america-malvaggio-dittatore-si-commerciano-schiavi/

 

La carestia in quattro paesi africani è anche il risultato della guerra

14 aprile 2017

Davanti a una capanna con il tetto di paglia a Panyijiar, in Sud Sudan, Nyakor Matoap, di 25 anni, stringe il più piccolo dei suoi tre figli. Avvolta in uno scialle di seta color smeraldo, nasconde il piccolo Nyathol tra le sue pieghe. Gli altri figli le si affollano felici tra le gambe. Ma Nyathol sta male. Ha quasi un anno, ma è poco più grande di un neonato. La sua testa enorme oscilla con difficoltà sul suo corpo emaciato. Quando le chiediamo se sopravviverà, lei risponde “Non lo so”.
Profughi sudsudanesi ad Arua, in Uganda, febbraio 2017. - Dan Kitwood, Getty Images

Prima del 2013 Matoap coltivava un pezzo di terra nei pressi di Leer, 80 chilometri più a nord. Poi in Sud Sudan è esplosa la guerra civile e suo marito si è unito ai ribelli. Nell’agosto del 2016 le forze governative sono arrivate nel suo villaggio. Hanno costretto tutti gli uomini a uscire dalle capanne e li hanno uccisi. Le donne sono fuggite. Si è ritrovata nelle acque limacciose del Sudd, un enorme acquitrino che si allarga su entrambe le sponde del Nilo Bianco. Per sette mesi è sopravvissuta mangiando frutti selvatici e le radici delle ninfee.
L’ultima volta che ha visto suo marito è stato nel 2015, quando è stato concepito suo figlio. Anche se quello di Panyijiar è un territorio amico e ospita un campo di aiuti umanitari gestito dall’International rescue committee, teme che le sue peripezie non siano finite qui. “Pensavo che la guerra non ci avrebbe mai raggiunti a Leer”, dice, “perciò non posso dire con certezza che non arriverà qui”.
Il ritorno della carestia
A febbraio quella di Leer è stata una delle due province del Sud Sudan dov’è stato proclamato lo stato di carestia. Nei due territori abitano centomila persone. È la prima volta dal 2011 che viene usato di nuovo il termine carestia, e la seconda volta da quando le Nazioni Unite hanno adottato la scala Ipc, una valutazione scientifica dei livelli di insicurezza alimentare.
Altri 1,1 milioni di persone vivono in aree dove si registra una situazione di “emergenza”, uno scalino sotto la carestia, e dove comunque ci sono persone che muoiono per la fame. In tutto il Sud Sudan, secondo le Nazioni Unite, circa 250mila bambini al di sotto dei cinque anni soffrono di “grave” malnutrizione, e probabilmente moriranno in mancanza di un intervento. Quest’anno 5,8 milioni di persone dipenderanno da aiuti alimentari.
Oggi la carestia non è mai unicamente un disastro naturale,
è sempre un prodotto di scelte politiche
Il Sud Sudan non è l’unico paese in questa situazione. Secondo il Famine early warning systems network (Fews net), gestito dal governo statunitense, settanta milioni di persone in tutto il mondo avranno bisogno quest’anno di aiuti alimentari, un livello “senza precedenti negli ultimi anni”. Anche Nigeria, Somalia e Yemen sono a “rischio credibile di carestia”. Nei quattro paesi, venti milioni di persone rischiano di morire di fame. Come la povertà estrema, la carestia è stata eliminata dalla maggior parte delle regioni del mondo, ma si sta diffondendo in questi paesi.
Le agenzie umanitarie stanno facendo di tutto per raccogliere fondi. Secondo le Nazioni Unite, entro il mese di luglio sono necessari altri 4,4 miliardi di dollari. E tuttavia la penuria di fondi non è di certo l’unico problema. Quello che hanno in comune la Somalia, il Sud Sudan, la Nigeria nordorientale e lo Yemen è la guerra. Oggi la carestia non è mai unicamente un disastro naturale, è sempre un prodotto di scelte politiche.
Aiuti umanitari bloccati dal governo
In Sud Sudan l’insicurezza alimentare è in crescita dal dicembre 2013, quando è scoppiata una guerra civile tra diverse fazioni del Sudan people’s liberation army (Spla), il gruppo ribelle che ha portato all’indipendenza dal Sudan nel 2011 e che oggi è l’esercito regolare del Sud Sudan.
Da allora la guerra si è diffusa e il paese si è diviso su base etnica. Il governo, come già era accaduto con il precedente governo sudanese di Khartoum, tende a combattere prendendo di mira “nemici” civili. Dal 2013 più di tre milioni di sudsudanesi (su un totale di 11 milioni circa) sono stati costretti a lasciare le loro case per sfuggire ai massacri etnici. Le persone fuggite non possono coltivare i campi né lavorare per comprare qualcosa da mangiare. Come la signora Matoap, molti sono costretti a sopravvivere con quello che trovano nella boscaglia mentre cercano di raggiungere un luogo più sicuro.
Gran parte delle responsabilità sono da attribuirsi al governo. Non ha alcun interesse a far sì che gli aiuti arrivino a destinazione e spesso sembra determinato a ostacolarli. Secondo l’Onu, dall’inizio della guerra nel dicembre del 2016 sono stati opposti 967 rifiuti all’invio di aiuti umanitari, che hanno avuto un impatto sui bambini. In realtà i casi sono stati quasi sicuramente più numerosi.
Un funzionario delle Nazioni Unite spiega in che modo il governo usa i regolamenti per impedire le distribuzioni di cibo: “Una volta che hai riempito i 17 moduli necessari, all’improvviso se ne inventano un altro”. Un altro funzionario sottolinea che, in diverse occasioni, i convogli sono stati bloccati dai soldati dell’Spla che accusano gli autisti di nutrire i nemici. Pochi operatori umanitari pensano che il governo voglia davvero far morire di fame la gente. Ritengono però che preferirebbe far morire i bambini piuttosto che correre il rischio di far finire i rifornimenti nelle mani dei soldati nemici, che potrebbero venderli per comprare armi.
Lo Yemen affamato dal blocco navale
Nello Yemen le dinamiche politiche sono diverse, ma i risultati sono gli stessi. Secondo la Fews net, due milioni di persone sono in una situazione di “emergenza”. Altri 5-8 milioni non hanno da mangiare a sufficienza. Il motivo principale è che la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, che combatte contro i ribelli houthi, impedisce ai carichi di prodotti alimentari di superare il blocco navale in mancanza di un permesso che può essere ottenuto solo dopo un processo lunghissimo, al termine del quale gran parte del cibo è avariato.
Lo Yemen importa nove decimi del cibo che consuma, ma il porto di Hodeida, il più grande del paese, è stato distrutto dai bombardamenti. In un magazzino di Humanitarian city, un centro di stoccaggio utilizzato dalle agenzie umanitarie a Dubai, quattro nuove gru mobili sono in attesa di aiutare la struttura di Hodeida a scaricare le navi.
Quando le Nazioni Unite hanno cercato di installarle lo scorso mese di gennaio, la coalizione gli ha negato il permesso di entrare nelle acque territoriali yemenite. Potevano essere usate per scaricare le armi, ha spiegato un funzionario, o magari i ribelli potevano usarle per imporre delle tariffe e ricavarci dei soldi. Questo nonostante il fatto che le navi ancorate nel porto di Hodeida siano ispezionate dalle Nazioni Unite e le armi comunque entrino per altre vie nel paese, su piccole imbarcazioni o via terra.
La carestia taciuta della Nigeria
Quelle in Sud Sudan e nello Yemen sono le carestie che con maggiore evidenza si sarebbero potute evitare. Ma la Nigeria non è lontana. Già alla fine del 2016 in questo paese potrebbe esserci stata una carestia, ma nessuno può saperlo con certezza perché era troppo difficile raccogliere dati.
Negli ultimi due anni, a mano a mano che l’esercito nigeriano strappava il controllo delle città nel nordest del paese al gruppo terroristico Boko haram, dai villaggi vicini sono arrivate nelle città migliaia di persone affamate. La popolazione di Maiduguri, capitale dello stato di Borno, è raddoppiata dopo che quasi 800mila persone affamate vi si sono trasferite accampandosi in abitazioni di fortuna. Un numero forse altrettanto elevato resta ancora nelle aree che gli operatori umanitari non sono in grado di raggiungere. In parte questo accade perché l’esercito nigeriano non consente loro l’accesso.
Tuttavia, la maggior parte delle agenzie umanitarie è comunque riluttante all’idea di distribuire cibo nelle aree controllate dai jihadisti. “Non c’è nessuno con cui negoziare l’accesso”, afferma Peter Lundberg, vicecoordinatore degli interventi umanitari delle Nazioni Unite in Nigeria. E tuttavia nelle aree sotto il controllo dell’esercito la malnutrizione è crollata in modo sensibile.
I governi occidentali e le agenzie umanitarie hanno investito denaro nel fornire assistenza, ma hanno fatto poco o nulla per affrontare i problemi politici che provocano la fame
Solo in Somalia, che nel 2011 è stata l’ultimo paese a soffrire una carestia conclamata, il rischio di fame deriva in larga misura dal clima. Una siccità che affligge gran parte dell’Africa orientale ha distrutto i raccolti e ucciso gli animali. “Ho 73 anni ma ho una buona memoria e quello che dico risponde a verità: questa è la peggiore”, dice Mohamed Tahir, un agricoltore nella città sudoccidentale di Baidoa, che ha visto andare distrutti gli ultimi tre raccolti e morire tutti i suoi animali.
La carestia di quest’anno in Somalia è più facile da affrontare rispetto a quella del 2011, quando la violenta milizia estremista islamica di Al Shabaab controllava gran parte del paese. Adesso gli aiuti se non altro riescono ad arrivare. Si sentono tuttavia le conseguenze dei problemi del passato. In assenza di uno stato e con uomini armati ovunque, è ancora troppo pericoloso e costoso per le agenzie umanitarie far arrivare gli aiuti in ampie aree dell’entroterra somalo, dove sarebbero più necessari.
Una sfida per tutto il mondo
Cosa significa il ritorno della carestia per organizzazioni umanitarie internazionali come le Nazioni Unite e per i paesi occidentali che forniscono gran parte dei fondi per gli aiuti in caso di emergenza? Il coordinatore degli interventi umanitari delle Nazioni Unite Stephen O’Brien ha detto che quella di quest’anno è la “peggiore crisi umanitaria” dal 1945 a oggi. Non è così: la carestia cinese durante il grande balzo in avanti nel periodo tra il 1958 e il 1962 provocò tra i 20 e i 55 milioni di morti. La situazione nello Yemen e in Sud Sudan non è ancora così sconvolgente come la carestia del 1984 in Etiopia, quando centinaia di migliaia di persone morirono di fame anche perché il regime militare tassava gli aiuti umanitari e spendeva il ricavato per celebrare in modo sfarzoso il successo del marxismo.
E tuttavia le carestie di oggi sono reali e molto gravi. Purtroppo in tutti e quattro i paesi la risposta globale è stata inadeguata. I governi occidentali e le agenzie umanitarie hanno investito enormi quantità di denaro ed energia nel fornire assistenza, ma hanno fatto poco o nulla per affrontare i problemi politici che provocano la fame. In Sud Sudan e nello Yemen accettano gli ostacoli posti dai governi alla distribuzione di aiuti umanitari.
Un centro di distribuzione del cibo a Sanaa, in Yemen, il 21 marzo 2017. - Khaled Abdullah, Reuters/Contrasto

Un centro di distribuzione del cibo a Sanaa, in Yemen, il 21 marzo 2017. (Khaled Abdullah, Reuters/Contrasto)
Sebbene in Sud Sudan ci siano 17mila soldati delle forze di pace, con un mandato basato sul capitolo VII della carta delle Nazioni Unite (che autorizza l’uso della forza per proteggere i civili), l’Onu è restia a criticare il governo che ospita la sua missione. E tuttavia il governo è responsabile di gran parte delle violenze all’origine delle migrazioni forzate e della fame. “Vogliono che questa gente muoia”, sottolinea un funzionario delle Nazioni Unite che non si esprimerebbe mai così in pubblico. A dicembre, il capo del Norwegian refugee council è stato espulso. Sia l’Onu sia i governi occidentali hanno deciso che è meglio stare zitti piuttosto che essere allontanati e perdere l’accesso alle persone che tentano di aiutare.
Nello Yemen la situazione è ancora più grave. Lì le armi usate per bombardare i ribelli houthi sono fornite in gran parte dal Regno Unito e dagli Stati Uniti, e da due anni gli Stati Uniti forniscono supporto logistico e di intelligence alle operazioni militari dell’Arabia Saudita. Tuttavia i diplomatici si guardano bene dal criticare la coalizione guidata dai sauditi. Ribadiscono come stiano cercando di far entrare nel paese più aiuti, ma evitano le sanzioni che potrebbero costringere i leader della coalizione a collaborare. Un funzionario delle Nazioni Unite parla di una “cospirazione del silenzio” per descrivere la situazione nello Yemen.
Questo è in parte vero anche nel caso della Nigeria. Il rilascio di alcune delle ragazze rapite da Boko haram dimostra che è possibile negoziare con i jihadisti. Eppure, dice un operatore umanitario, la possibilità che gli aiuti superino le linee del fronte non viene nemmeno presa in considerazione. Le regole imposte dal governo nigeriano alle agenzie umanitarie circa le località in cui possono arrivare gli aiuti sono accettate senza discutere, anche se in Nigeria la morte per fame è stata un’arma scelta consapevolmente per sconfiggere le insurrezioni sin dalla guerra per la secessione del Biafra negli anni sessanta.
Senza un piano alternativo
Secondo Alex de Waal della Tuft university, dichiarare formalmente una carestia rappresenta un “atto politico” che dovrebbe produrre un’azione. “Adesso vedremo se funziona”, scrive. Nel 2011, l’ultima volta in cui la Somalia è stata colpita dalla siccità, la dichiarazione dello stato di carestia ha costretto gli Stati Uniti a cambiare le regole che impedivano alle agenzie umanitarie di fornire cibo nei territori controllati da Al Shabaab.
Tuttavia sono in pochi a voler intervenire. Nel 1992 George Bush senior aveva mandato truppe statunitensi in Somalia per costringere i signori della guerra locali a far arrivare gli aiuti umanitari. Bill Clinton aveva ritirato le truppe dopo l’uccisione di alcuni soldati e da allora l’intervento militare per porre fine a una carestia è passato di moda.
In Sud Sudan, un paese creato a seguito delle pressioni politiche statunitensi, si è rivelato impossibile persino introdurre un embargo sulle armi o delle sanzioni contro il presidente Salva Kiir. Analogamente, il Regno Unito e gli Stati Uniti non mostrano alcun segno di voler costringere l’Arabia Saudita o i suoi alleati a porre fine alla guerra nello Yemen. Però non c’è un piano alternativo. Così la carestia, che ormai sarebbe dovuta essere stata eliminata in tutto il mondo, adesso sta tornando.
(Traduzione di Giusy Muzzopappa)
Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.

Preso da: http://www.internazionale.it/notizie/2017/04/14/carestia-africa

UNA VITA PER L’EUROPA (E L’ALTA FINANZA), UN LIBRO DI COUDENHOVE-KALERGI

Postato il Giovedì, 01 ottobre @ 11:20:00 BST di davide

DI FEDERICO DEZZANI
federicodezzani.altervista.org
In concomitanza alla recente esplosione di flussi migratori, è stato spesso citato dalla pubblicistica non ufficiale il cosiddetto “piano Kalergi”, l’inondazione programmata del Vecchio Continente da parte di popolazioni allogene. Il piano deve il suo nome al conte Richard Coudenhove-Kalergi che nel libro del 1925 “Praktischer Idealismus” ragiona sul futuro dell’umanità e sulla scomparsa delle razze. Le idee di questo padre nobile dell’Unione Europea, più che il frutto di riflessioni personali, germinano dall’humus dell’alta finanza anglofona di cui Coudenhove-Kalergi è un semplice alfiere: dalla sua biografia emergono il machiavellismo e la tenacia con cui i banchieri internazionali inseguono nei secoli gli Stati Uniti d’Europa.

Richard Coudenhove-Kalergi, un Mario Draghi ante litteram
Si riversano incessantemente flussi di immigrati in Europa, prima introdotti solo attraverso la “tratta mediterranea” che li ammassava essenzialmente in Italia e Grecia e ora anche lungo la “via balcanica” che li conduce fino in Germania, sinora protetta dai rilievi alpini dalle destabilizzazioni angloamericane in Medio Oriente. È un flusso apparentemente senza sosta, di cui nessuno giornalista, intellettuale o politico (tranne Vladimir Putin, ma siamo già fuori dal regime UE/NATO) indaga sulle lapalissiane cause, ovvero la scientifica somalizzazione di Libia, Siria, Iraq e Nigeria. Si preferisce piuttosto venderlo come ineluttabile, come l’alternarsi del dì e della notte, dell’inverno e dell’estate.
Si direbbe che i nostri politici recitino addirittura un copione, perché il vocabolario è piuttosto monotono e ricorrono spesso le stesse parole per commentare le migrazioni in atto, tra cui la più gettonata è senza dubbio “epocale”: la UE deve “decidere come affrontare questa emergenza che probabilmente tale non la si può chiamare perché in realtà rappresenta qualcosa di epocale”, esorta il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nell’estate del 20141; “la crisi delle migrazioni rappresenta un’urgenza epocale per le dimensioni del fenomeno e per la sua drammaticità su cui l’Europa sta solo adesso iniziando a sviluppare una politica comune” ammonisce nella primavera del 2015 il neo presidente Sergio Mattarella2, ospite della London School of Economics (e la sede è tutto fuorché causale, essendo il LSE uno dei santuari della finanza anglofona che dai tempi del conte Coudenhove-Kalergi sovraintende all’unificazione europea).
Nel pieno dell’emergenza non solo poi i governi europei evitano di risolvere alla radice il problema, contribuendo alla pacificazione di quei paesi dove gli angloamericani e gli israeliani seminano tempesta, ma addirittura esecutivi più o meno legittimati, tipico è l’esempio italiano, si industriano per incentivare l’immigrazione, prima recependo le sentenze della Corte UE che aboliscono il reato di clandestinità e poi sostituendo lo ius sanguinis (retaggio dell’Europa delle nazioni che si vuole cancellare) con lo ius soli (tradizione delle costituzioni di matrice massonica come quella americana e francese).
A dare manforte alla politica è ancora la finanza internazionale che, in stretta coordinazione con i media, accompagna le recenti ondate di profughi e clandestini profondendosi in elogi per le politiche di accoglienza.
L’eurozona galleggia a stento sui marosi dell’economia internazionale? La crisi economica ha causato un crollo delle nascite che in Italia non si registrava dalla Prima Guerra Mondiale3? La disoccupazione si attesta a livelli record e le fasce più giovani e dinamiche del Sud Europa lasciano a frotte i loro Paesi?  Non ha nessuna importanza: secondo un rapporto di Bloomberg dei primi di settembre, cui i media danno grande eco, servono 40 milioni di “nuovi europei” entro il 2020 e 250 milioni entro il 2060 per garantire l’attuale benessere europeo4. Se i lavoratori europei sono costretti a tagliare persino sul concepimento dei figli a causa dell’eurocrisi e, da vere anticaglie dell’Ottocento, pretendono ancora salari decenti per mantenere la famiglia, è molto più economico sostituirli con una giovane forza lavoro abituata a standard di vita africani (qualcuno ha forse promesso che l’universalismo massonico si realizzi secondo stili di vita occidentali?).
Di fronte alle palesi responsabilità dell’establishment euro-atlantico nell’innescare i flussi migratori, alla passività dei governi europei di fronte al fenomeno ed al palese appoggio di certi ambienti finanziari, in questi ultimi mesi è stato più volte citato il piano Kalergi, ovvero il progetto di sostituire le attuali nazionalità europee con un meticciato di più razze.
Il nome deriva dal conte Richard Coudenhove-Kalergi (1894-1972) che nella sua opera filosofica “Praktischer Idealismus” del 1925 (consultabile in tedesco5 ed in una più abbordabile versione francese6) discetta sul futuro dell’Europa e del mondo.Da questa opera è tratto il passo addotto da chi vuole dimostrare come l’attuale immigrazione in massa verso l’Europa corrisponda allo scopo ben preciso di cancellare le nazionalità:

L’humain du lointain futur sera un métis. Les races et les castes d’aujourd’hui seront victimes du dépassement toujours plus grand de l’espace, du temps et des préjugés. La race du futur, négroïdo-eurasienne, d’apparence semblable à celle de l’Egypte ancienne, remplacera la multiplicité des peuples par une multiplicité des personnalités. (…) L’humain noble du futur ne sera ni féodal ni juif, ni bourgeois ni prolétaire : il sera synthétique. Les races et les classes, dans le sens d’aujourd’hui, disparaîtront, les personnalités demeureront (le personalità sopravviveranno – NDR).

Niente razze, niente classi sociali, niente confessioni, una lingua comune, un governo universale, una moneta mondiale ed in cambio la personalità dell’uomo “neutro” declinata in tutte le sfaccettature possibili (dalle enne sessualità agli stili di vita più disparati): il classico universalismo massonico di cui Coudenhove-Kalergi si fa interprete.
Il fatto che l’autore sia stato uno dei più infaticabili ed energici sostenitori dell’unificazione dell’Europa e degli Stati Uniti d’Europa, nel primo e nel secondo dopoguerra, non deve trarre in inganno: ad essere implementati oggi non sono i disegni del conte Coudenhove-Kalergi, quanto piuttosto i disegni massonici di cui il nobiluomo è venuto a conoscenza e, dopo averli assimilati, ne è diventato un fervente alfiere.
Coudenhove-Kalergi scrive nel 1923 il celebre libro Paneuropa, assorto rapidamente a fulcro della sua attività politica-lobbistica, tanto che tutti i libelli e le opere divulgative del conte e dal suo entourage sono prodotte dalla casa editrice Paneuropa Verlag; con lo stesso nome di Paneuropa è chiamato anche  il movimento dove confluiscono i primi sostenitori e fondi per l’Europa unita.
Di Paneuropa e della propria rutilante vita, Coudenhove-Kalergi discetta nell’autobiografia “Una vita per l’Europa” (Ferro Edizioni 1965, edizione originale Verlag Kurt Desch 1958), facilmente consultabile presso qualche biblioteca civica o nazionale (noi l’abbiamo letta con grande interesse). L’opera è fonte di curiose informazioni sia per quanto concerne la sfarzosa, cosmopolita e mondana esistenza del conte, sia per quanto riguarda gli interessi che guidano l’unificazione europea, culminata nel 2002 coll’introduzione della moneta unica e la seguente, prevedibile, crisi dell’euro, che avrebbe dovuto sfociare negli Stati Uniti d’Europa: è di questi giorni l’ennesimo appello del venerabile governatore della BCE Mario Draghi per la creazione di “un centro politico”, di un “Tesoro europeo7, indispensabile per uscire dai marosi dell’eurocrisi.
Leggendo la biografia si può affermare che Coudenhove-Kalergi , lungi dall’essere l’uomo mefistofelico che progetta di sommergere l’Europa con orde di africani e asiatici, è piuttosto un Mario Draghi ante-litteram: un ambizioso uomo di mondo, con una naturale predisposizione agli intrighi, massone di alto grado, dotato di ottime entrature nella finanza anglofona, con una certa familiarità con l’esoterismo e felicemente appagato dai suoi servigi al Potere.
Perché il vero potere non è certo in mano ai vari Coudenhove-Kalergi, Mario Monti o Mario Draghi, semplici esecutori di direttive: la forma di potere più pura e concentrata, per quanto ci è dato di sapere, è emanata dal cosiddetto Round Table, l’organizzazione che, racchiudendo i papaveri i papaveri della City e di Wall Street fautori di un governo sinarchico, controlla a catena il Council on Foreign Relations, il Royal Institute of International Affairs, il Gruppo Bilderberg, la Commissione Trilaterale, l’Istituto Affari Internazionali, il Club di Roma, il London School of Economics, l’European Council on Foreign Relations etc. etc.: scopo di questa organizzazione è la creazione della cosiddetta Terza Europa (dopo l’impero romano ed il Sacro romano impero) sotto l’egemonia della finanza anglofona.
Nell’autunno del 1940, ospite in America del Council on Foreign Relations (lo stesso dinnanzi cui il premier Matteo Renzi ha sfoggiato8 il suo inglese da “Totò, Peppino e la malafemmena”), il conte Coudenhove-Kalergi espone le sue idee sulla guerra in corso:

Se vincerà Hitler, ci sarà un’Europa fascista sotto un regime tedesco; se vincerà Stalin, l’Europa sarà bolscevica sotto un regime sovietico; se vincerà Churchill, ci sarà un’Europa democratica sotto un regime anglosassone.

Hitler è sconfitto nel 1945, l’URSS si dissolve nel 1991 e con la firma del Trattato di di Maastricht nel 1992 inizia ufficialmente l’Europa unita sotto il regime anglosassone. Leggere Una vita per l’Europa di Coudenhove-Kalergi consente quindi di capire gli interessi dietro l’attuale processo di unificazione del continente, i meccanismi impiegati per raggiungere l’obbiettivo e le difficoltà che rendono tuttora problematica la nascita degli Stati Uniti d’Europa, nonostante gli sforzi dei vari Draghi o Mattarella.
Una vita per l’Europa (a spese dei Rothschild)
I primi capitoli di “Una vita per l’Europa” sono quelli meno interessanti dal punto di vista politico ma permettono di inquadrare bene Coudenhove-Kalergi sotto il profilo sociale e culturale.
Sua madre è figlia di un mercante d’arte giapponese in affari con gli occidentali, il padre, Heinrich Coudenhove-Kalergi, è incaricato d’affari presso l’ambasciata dell’Austria-Ungheria: così portato per le lingue da conoscerne diciotto, Heinrich è l’ultimo discente di un nobile casato dalle mille ramificazioni, austro-olandesi per quanto concerne i Coudenhove e bizantino-veneziane per quanto riguarda i Kalergi.
Secondo di sette figli, Richard Coudenhove-Kalergi nasce nel 1894 a Tokyo, ma i suoi legami con il Sol Levante sono piuttosto labili, tanto che non imparerà mai la lingua materna: trasferitosi con la famiglia in Europa all’età di due anni, il giovane è Richard è educato secondo l’etichetta della nobiltà austriaca. Il padre rinuncia alla carriera diplomatica per dedicarsi alla famiglia ed alla gestione della tenuta di Ronsperg (ora in Repubblica Ceca), oltre che agli amati studi storico-filosofici: al figlio trasmette in particolare la grande passione per l’ebraismo che, absit iniuria verbis, faciliterà non poco l’emergere di Richard nell’ambiente della finanza anglofona.
Morto il padre nel 1906, Richard si trasferisce per qualche tempo a Bressanone per frequentare il ginnasio degli Agostiniani: ospite col fratello presso amici di famiglia, il giovane conte inizia il suo personale percorsonell’occultismo (“In quegli anni appresi molto delle cose tra cielo e terra delle quali non si parla a scuola: di oroscopi e sedute spiritiche, di chiaroveggenza e apparizioni di spiriti, di chiromanzia e grafologia. Un mondo nuovo si schiudeva davanti a noi”) che culmina nel 1921 con l’iniziazione alle loggia massonica Humanitas di Vienna.
Entrato nel 1908 all’Accademia Teresiana, Richard cresce tra i futuri dirigenti dell’Austria-Ungheria, impero, peraltro, verso cui l’autore del libro non nutre particolare affezione (ma forse hanno inciso ex-post le sue amicizie massoniche) nonostante i Coudenhove-Kalergi abbiano accumulato le proprie fortune servendo per secoli gli Asburgo: mentre i proletari di Vienna e Budapest muoiono per difendere la corona imperiale, Richard, esonerato dal servizio militare grazie ad una provvidenziale (e sospetta) malattia polmonare, trascorre amenamente la guerra tra villeggiature sulle Alpi e gli spettacoli teatrali della moglie, la famosa attrice Ida Roland.
Il suo interesse per l’andamento del conflitto è ravviato solo dalla comparsa sulla scena del presidente Woodrow Wilson e del suo misterioso braccio destro, il colonnello Edward M. House, che attraverso i famosi 14 punti e la fondazione della Società delle Nazioni, guidano il primo tentativo di riassetto globale secondo i principi della sinarchia.
Tra il 1919 ed il 1923 (in concomitanza alla sua iniziazione alla loggia Humanitas), Richard partorisce l’idea di una federazione dell’Europa, idea peraltro che i frammassoni coltivano dagli anni delle guerre napoleoniche: ispirato dall’opera Pan-Amerika del Nobel per la pace Alfred Hermann Fried, Coudenhove-Kalergi dà alla propria iniziativa il nome di Paneuropa, temendo che la dicitura Stati Uniti d’Europa impaurisca le cancellerie, evocando un governo centrale troppo prematuro.
Non c’è però alcun dubbio che l’obbiettivo ultimo sia quello di ottenere nel minore tempo possibile un governo federale simile a quello statunitense: moneta unica, abbattimento delle dogane, esercito federale per fronteggiare la Russa sovietica (“Il minaccioso pericolo russo era il terzo argomento a favore di Paneruropa. (…) Soltanto l’unione dei trecento milioni di europei in un comune sistema di difesa poteva salvare la pace di fronte ai centocinquanta milioni di sovietici).
Nell’estate del 1922 Coudenhove-Kalergi scrive il primo articolo sulla questione europea e nei primi anni del 1923, ritiratosi in un castello dell’alta Austria, concepisce il libro Paneuropa che appare al pubblico nell’ottobre seguente: sulla copertina della prima edizione troneggia il simbolo del movimento, la “croce solare”. La pubblicazione del libro coincide con l’avvio dell’attività di proselitismo per la costituzione degli Stati Uniti d’Europa: la diffusione dei libri, l’attività di lobby, i frequenti viaggi e l’organizzazione di manifestazioni, però, costano, e tanto.
Chi finanzia il neonato movimento Unione Paneuropa? Risponde lo stesso Coudenhove-Kalergi:

“Nel 1924 ricevemmo un appello telefonico del barone Louis Rothschild: un suo amico, Max Warburg di Amburgo, aveva letto il mio libro e voleva conoscerci. Con mia grande meraviglia Warburg mi offrì spontaneamente sessantamila marchi oro per dare avvio al movimento nei primi tre anni”.

Il 40enne Coudenhove-Kalergi, l’aristocratico che frequenta i salotti buoni di Vienna e si diletta in opere filosofiche, parrebbe inserito (la biografia glissa sul come) ai massimi livelli della finanza anglofona, in diretto contatto con le più prestigiose famiglie che siedono nel Round Table, vero motore dell’unificazione europea sin dalle origini: un membro austriaco della famiglia Rothschild, Louis Nathaniel (1882-1955), introduce Richard al banchiere Max Moritz (1867-1946) della celebre famiglia Warburg, che ha costruito una fortuna tra la Germania e gli Stati Uniti. Quando l’anno successivo, nell’autunno del 1925, Coudenhove-Kalergi si reca negli USA per sensibilizzare l’establishment statunitense sulla necessità di fondare gli Stati Uniti d’Europa, è sempre Max Warburg a finanziare ed organizzare la trasferta:

“Max Warburg, servizievole come sempre, s’incaricò egli stesso dei preparativi del viaggio. Due dei suoi fratelli erano diventati influenti cittadini americani e godevano di molta stima: Felix, il filantropo ben noto, e Paolo, il creatore del “Federal Reserve System” della banca nazionale americana. Entrambi facevano parte del comitato di presidenza della “Foreign Policy Association” (organizzazione nata per sostenere l’attuazione dei 14 punti di Woodrow Wilson – NDR).

L’interesse dell’alta finanza angloamericana per la nascita degli Stati Uniti d’Europa è quindi molto datato e la frammassoneria è solo un mezzo per raggiungere lo scopo: non si può che ammirare la perseveranza e la dedizione con cui le grandi famiglie della City e di Wall Street inseguono nei secoli i loro obbiettivi di potere.
Sintomatiche sono anche le personalità che Coudenhove-Kalergi incontra in Regno Unito, il cui beneplacito è fondamentale per la costituzione degli USE:

“Mi rivolsi in primo luogo all’ex-capo redattore del Times (giornale controllato dal Round Table – NDR), Wickham Steed. (…) Mi mise subito in contatto con gli uomini più in vista della Gran Bretagna, Ramsay Macdonald, Sir Robert Cecil, Lord Balfour, Lord Reading, Sir Robert Horne, Philip Kerr, Gilbert Murray, Lionel Curtis, Bernard Shaw, H.G. Wells, Sir Walter Layton.”

Tra questi altisonanti nomi, meritano in particolare di essere evidenziati il professore Lionel Curtis (1872–1955), sostenitore di un governo mondiale e tra i padri fondatori del Royal Institute of International Affairs, e lo scrittore Bernard Shaw, cofondatore della London School of Economics sopra citata nonché accesso ammiratore della Russia staliniana: la classe dirigente inglese non è infatti aprioristicamente ostile ad un’Europa federale, purché essa essa sia compressa tra il gigante sovietico da una parte ed il blocco anglofono (l’impero britannico e gli USA) dall’altro.
Se gli USE saranno una costruzione continentale, allora il loro nocciolo non possono che essere Parigi e Berlino, il famoso “motore franco-tedesco” oggi in panne. Sconfitta la Germania nel 1918, è la Francia a guidare l’iniziativa e Coudenhove-Kalergi trova l’uomo adatto per implementare i progetti di Paneuropa: è il premier francese Aristide Briand (1862-1932) che, giocando di sponda col ministro degli esteri tedesco Gustav Stresemann (1878-1929), si fa promotore dell’unificazione europea, assumendo la carica di presidente onorario dell’Unione Paneuropea.
Tra il settembre del 1929 ed il maggio del 1930 si tengono i primi due congressi paneuropei presieduti da Briand: grazie all’incredibile eco dei media, l’opinione pubblica famigliarizza con gli Stati Uniti d’Europa la cui costituzione, per un breve lasso di tempo, sembra imminente.
Tre però sono i fattori, strettamente collegati tra di loro, che causano l’improvviso arenarsi del progetto: il crollo di Wall Street, l’improvvisa ostilità inglese all’iniziativa di Briand ed alla costituzione di un’Europa federale (Quel governo non voleva che l’Inghilterra fosse esclusa dall’Europa né che vi fosse inclusa. Voleva impedire una federazione di Stati Europei”) e la netta affermazione del partito nazionalsocialista di Adolf Hitler alle elezioni tedesche del settembre 1930.
In un’Europa prostrata dalla crisi economica, piegata, in Regno Unito come in Germania, dalla deflazione che è incentivata anziché combattuta dalla banche centrali, l’establishment anglofono cambia idea: anziché sostenere il progetto di Coudenhove-Kalergi come ha fatto sino a quel momento, scommette su una svolta autoritaria in Germania, sulla falsariga della marcia di Roma del 1922 che ha aperto le porte al regime fascista, e sull’espansionismo tedesco per contenere la minaccia sovietica.
Le medesime figure che fino a quel momento avevano parteggiato per Paneuropa, ora sostengono la scalata al potere di Adolf Hitler: tipico in questo senso è l’atteggiamento del presidente della Reichbank, nonché massone, Hjalmar Schacht (1877-1970), che da sostenitore di Paneuropa dal lontano 1924 (“Fra i democratici che parteggiavano per Paneuropa c’era anche Hjalmar Schacht. Costui era estremamente popolare a quel tempo perché, quale presidente della Reichsbank, aveva fermato l’inflazione e stabilizzato il marco”) si trasforma all’inizio del 1933 in un convinto partigiano di Hitler, a sua detta il solo capace di realizzare Paneuropa (“Hjalmar Schacht fece un altro pronostico. Gli era riuscito il tour de force di restare seguace di Paneuropa nonostante la sua ammirazione per Hitler. Con la sua abituale vivacità mi disse:-In tre mesi Hitler è cancelliere del Reich. Ma non si preoccupi, Hitler è l’unico capace di riappacificare la Germania con le potenze occidentali. Hitler creerà Paneuropa!- (…) -Soltanto Hitler può creare Paneuropa- mi ripeté con profonda convinzione- perché lui non ha da temere un’opposizione delle destre. Stresemann e Bruning hanno fallito perché gli ambienti di destra mettevano loro i bastoni tra le ruote. Hitler non ha bisogno di tener conto di quest’opposizione; pertanto sarà lui, e solo lui, che potrà assicurare definitivamente la pace e la collaborazione dell’Europa-).
Scrive asciutto Coudenhove-Kalergi:

“La prima parte della profezia di Schacht doveva avverarsi rapidamente. Alcuni giorni dopo il nostro colloquio, giunse da Colonia la notizia che Hitler e von Papen, che erano nemici, si erano incontrati a casa del banchiere Schroeder e si erano alleati contro il governo del Reich”

Chi è il banchiere che ospita l’incontro? È Kurt von Schroeder, (1889-1966), membro della potente famiglia di banchieri di origine anseatica che, partendo da Amburgo, ha costruito un impero finanziario tra la Germania, l’Inghilterra ed gli Stati Uniti: mentre il ramo tedesco lavora per la salita al potere di Hitler, negli uffici newyorchesi della banca Schroeder lavorano i fratelli John Foster e Allen Welsh, Dulles, rispettivamente futuro segretario di Stato e direttore della CIA, nonché tra i principali sponsor americani dell’Europa unita dopo la guerra.
La strategia dell’establishment anglofono è quindi mutata: non più gli Stati Uniti d’Europa di Coudenhove-Kalergi ma un’Europa sotto l’egemonia tedesca che arresti l’avanzata dell’URSS e consenta agli USA ed all’impero britannico di concentrarsi sugli oceani.
Che i regimi fascisti abbiamo familiarità con l’ambiente che ha partorito Paneuropa, è testimoniato dal fatto che Coudenhove-Kalergi continua la sua opera di proselitismo anche sotto le dittature fasciste: a due riprese, nel 1933 e nel 1936, il conte è ospite a Palazzo Venezia di Benito Mussolini.
Se durante il primo colloquio il duce si dice disponibile a Paneuropa (“Questo ci portò finalmente a parlare di politica e di Paneuropa. Era favorevole all’idea di un’unione latina con la Francia, quale baluardo contro il Terzo Reich, era pure favorevole all’idea paneuropea. Durante la conversazione, Mussolini divenne più amabile, più cordiale e naturale. Il dittatore era scomparso, restava l’intellettuale”), durante la seconda audizione, che segue le sanzioni per la guerra in Etiopia e la vittoria di Léon Blum in Francia, Mussolini sostiene rammaricato che Paneuropa, benché apprezzabile, è ormai inattuabile (“Inoltre- aggiunse- l’Inghilterra non permetterà mai un’unione tra la Francia e l’Italia”).
Anche i nazisti non sono ostili a Paneuropa, purché a fungere da polo aggregante sia ovviamente il Terzo Reich (“Nel 1932 Goering fu intervistato da un giornale svedese che gli chiese che cosa pensava di Paneuropa: – Io sono per Paneuropa- fu la sua sorprendente risposta- ma non per la Paneuropa di Coudenhove-Kalergi-).
L’invasione della Polonia nel settembre del 1939 ed il mancato raggiungimento di un compromesso con le potenze occidentali nei mesi della “strana guerra”, inducono Hitler a invadere la Francia nel maggio del 1940: Coudenhove-Kalergi fugge velocemente a Lisbona dove, ospite dell’ambasciatore inglese, riesce ad ottenere velocemente visti e biglietti per gli Stati Uniti grazie ad una corsia preferenziale. Il gigantesco aereo sui cui si imbarcano, dopo uno scalo alle Azzorre e 26 ore di viaggio, atterra all’aeroporto di La Guardia mentre in Europa infuriano i combattimenti.
I ricordi di quei giorni di Coudenhove-Kalergi confermano la comune matrice di Paneuropa e dei regimi fascisti:

“Vivevo nel continuo timore che Hitler, consigliato da Schacht, adottasse ad un tratto l’idea paneuropea; che potesse formare, assieme a Mussolini, Pétain e Franco, una dittatura europea per l’unione ed il rinnovamento del continente, per l’abolizione delle frontiere doganali e per l’attuazione di grandiose riforme sociali. Se avesse seguito questa via, accompagnata da una politica pacifista nei confronti della Russia e dell’America, l’Inghilterra sarebbe stata costretta, presto o tardi, a concludere la pace e a riconoscere il dominio di Hitler sull’Europa”.

Anche se momentaneamente esiliato negli USA, Coudenhove-Kalergi non rinuncia all’attività politica, sfruttando tutte le sue conoscenze per rientrare nei giochi: attraverso il potente uomo d’affari Henry Morgenthau (1856-1946) che ha contribuito all’elezione di Franklin D. Roosvelt, Coudenhove-Kalergi sollecita al presidente l’occupazione dell’Islanda per rendere sicuri i rifornimenti tra USA e Regno Unito, poi effettivamente realizzata dagli americani nel luglio del 1941.
Divenuto insegnate alla New York University grazie ad una borsa di studio del Carnegie Endowment for International Peace, Coudenhove-Kalergi può riprendere la sua attività di propaganda per gli Stati Uniti d’Europa, sicuro com’è che la vittoria finale arriderà agli angloamericani: è proprio nelle sale dell’università di New York che si svolge nel marzo del 1943 il grande congresso paneuropeo dove è rilanciata l’idea di un’Europa federale, da realizzare nell’immediato dopoguerra. Come esperti finanziari intervengono il banchiere francese André Istel, consigliere economico di De Gaulle, e l’austriaco Ludwig von Mises (1881-1973), padre nobile del neoliberismo che imperversa attualmente in Europa.
Il congresso paneuropeo riceve enorme pubblicità grazie al giornalista Walter Lippmann (1889-1974), uomo di fiducia del Round Table nonché partecipante con il sullodato Ludwig von Mises alla conferenza “Colloque Lippmann” del 1938 dove sono gettati i semi del neoliberismo, ed alle testate controllate dall’establishment finanziario: il New York Times, Herlad Tribune, Washington Post, Life, Time, Fortune, etc etc.
Con il profilarsi della sconfitta di Hitler, la politica europea è ormai scritta negli USA, obbligati a scendere a compromessi soltanto con l’URSS, sospettosa dei disegni angloamericani in Europa (“Dopo la disfatta di Hitler, Stalin era diventato il nemico numero uno dell’idea paneuropea. Gli era riuscito di guadagnare Roosevelt alle proprio idee. Agenti dell’Unione Sovietica si erano infiltrati alla Casa Bianca e nel dipartimento di Stato”).
Nell’estate del 1946 Coudenhove-Kalergi rientra in Europa sul piroscafo francese Oregon.
Le stelle sembrano essere allineate correttamente per la nascita degli USE: il pieno supporto americano (John Foster Dulles tiene nel 1947 una perorazione all’hotel Waldorf Astoria di New York per l’unificazione dell’Europa), la disponibilità inglese ad un’Europa unita ed un continente prostrato da cinque anni di guerra e desideroso solo di pace.
Il 7 maggio del 1948 si tiene il congresso europeo all’Aja che mette al centro del tavolo l’unità del continente: ironicamente il conte Coudenhove-Kalergi, che da vent’anni si spende per quest’obbiettivo, non è invitato (“Mi stupì che prima del congresso né l’Unione dei parlamentari europei, né io avessi ricevuto inviti per il congresso dell’Aja. Soltanto dopo che io ebbi scritto a Churchill, ricevemmo inviti al congresso con una cordiale lettera di accompagnamento di Sandys”) probabilmente perché la sua immagine è ritenuta compromessa a causa delle vecchie frequentazioni fasciste.
Perché gli Stati Uniti d’Europa non nascono nell’immediato dopoguerra, quando le condizioni sono più propizie? Cosa impedisce il coronamento dei sogni di Coudenhove-Kalergi?
Subito emerge lo scontro che paralizza tutt’ora l’Unione Europea e ne impedisce la trasformazione in USE, cioè l’opposizione tra federalisti (cui ascrivono oggi i vari Matteo Renzi, Mario Draghi e Laura Boldrini che chiedono la fondazione degli Stati Uniti d’Europa) e unionisti, che preferiscono un consiglio di governi ad un esecutivo centralizzato.
I primi a schierarsi su posizioni unioniste sono Wiston Churchill ed il genero Duncan Sandys (“La Gran Bretagna si ribellava al pensiero di essere legata al continente mediante una costituzione scritta e di dover obbedire a leggi che vengono approvate da una maggioranza continentale contro i voti britannici. Pertanto desiderava un’unione europea di Stati indipendenti, non uno Stato federale”) seguito a distanza di un decennio dal generale Charles De Gaulle (“La sua meta era anzitutto una lega di Stati sovrani, la cui politica coordini in tutti in campi gli interessi comuni: un’Europa delle patrie. (…) Molti dei migliori europei vedevano in questo programma una regressione in confronto agli sforzi di integrazione europea di Robert Schuman, Paul Henri Spaak, Jean Monnet e Konrad Adenauer (…) Desiderano anzitutto la caduta di De Gaulle. La loro propaganda tendeva ad accelerare questa caduta, come premessa per l’unione dell’Europa”).
Charles De Gaulle cade ed è sostituito dall’ex-direttore della banca Rothschild, George Pompidou: trascorrono però altri 20 anni prima che il collasso dell’URSS nel 1991 offra l’occasione idonea a rinvigorire il processo di unificazione.
L’anno successivo, con il trattato di Maastricht, sono poste le basi dell’euro, moneta che, presto o tardi, avrebbe prodotto la crisi che stiamo vivendo, indispensabile per svuotare i parlamenti nazionali e creare gli Stati Uniti d’Europa: qualcosa però, tra il 2011 ed il 2012, va storto ed a prevalere sono ancora gli unionisti (i governi e le burocrazie francesi e tedesche) che rifiutano di cedere poterea organi federali. Benché Mario Draghi invochi ancora un Tesoro comune, anche questa volta il sogno dell’establishment anglofono per la costituzione degli USE sembra sfumato e la “missione storica” di Paneuropa arenatasi nelle sabbie dell’eurocrisi.
Sono passati 90 anni dalla fondazione del movimento Paneuropa e di Coudenhove-Kalergi si è persa quasi memoria: eppure gli interessi che finanziano Paneuropa nel 1923 e la scalata al potere di Hitler nel 1933, sono quelli che sopraintendono all’attuale processo di unificazione europea. Che si tratti di politiche economiche o flussi migratori, l’Europa dipende oggi da questa questa ristretta cerchia di banchieri internazionali suddivisi tra la City e Wall Street: i loro obbiettivi sono chiari (la cancellazione degli Stati nazionali e l’accentramento del potere in strutture sovranazionali via via più estese così da ampliare la sinarchia) ed a stupire è piuttosto l’incredibile machiavellismo che li caratterizza. Un Coudenhove-Kalergi od un Adolf Hitler, un Mario Draghi od un Beppe Grillo, sono pedine interscambiabili secondo le esigenze del momento.

Federico Dezzani
Fonte: http://federicodezzani.altervista.org
Link: http://federicodezzani.altervista.org/vita-leuropa-lalta-finanza-un-libro-coudenhove-kalergi/
30.09.015

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