Email di Hillary, dinari d’oro e Primavera araba

2 luglio 2016

F. William Engdahl, New Eastern Outlook 17 marzo 2016
Sepolto tra decine di migliaia di pagine e-mail segrete dell’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton, ora rese pubbliche dal governo degli Stati Uniti, c’è un devastante scambio di e-mail tra Clinton e il suo confidente Sid Blumenthal su Gheddafi e l’intervento degli Stati Uniti coordinato nel 2011 per rovesciare il governante libico. Si tratta dell’oro quale futura minaccia esistenziale al dollaro come valuta di riserva mondiale. Si trattava dei piani di Gheddafi per il dinaro-oro per l’Africa e il mondo arabo.golddinar6

Due paragrafi in una e-mail di recente declassificate dal server privato illegalmente utilizzato dall’allora segretaria di Stato Hillary Clinton durante la guerra orchestrata dagli Stati Uniti per distruggere la Libia di Gheddafi nel 2011, rivelano l’ordine del giorno strettamente segreto della guerra di Obama contro Gheddafi, cinicamente chiamata “Responsabilità di proteggere”. Barack Obama, presidente indeciso e debole, delegò tutte le responsabilità presidenziali della guerra in Libia alla segretaria di Stato Hillary Clinton, prima sostenitrice del “cambio di regime” arabo utilizzando in segreto i Fratelli musulmani ed invocando il nuovo bizzarro principio della “responsabilità di proteggere” (R2P) per giustificare la guerra libica, divenuta rapidamente una guerra della NATO. Con l’R2P, concetto sciocco promosso dalle reti dell’Open Society Foundations di George Soros, Clinton affermava, senza alcuna prova, che Gheddafi bombardasse i civili libici a Bengasi. Secondo il New York Times, citando fonti di alto livello dell’amministrazione Obama, fu Hillary Clinton, sostenuta da Samantha Power, collaboratrice di primo piano al Consiglio di Sicurezza Nazionale e oggi ambasciatrice di Obama alle Nazioni Unite, e Susan Rice, allora ambasciatrice di Obama alle Nazioni Unite, e ora consigliere per la Sicurezza Nazionale, che spinse Obama all’azione militare contro la Libia di Gheddafi. Clinton, affiancata da Powers e Rice, era così potente che riuscì a prevalere sul segretario alla Difesa Robert Gates, Tom Donilon, il consigliere per la sicurezza nazionale di Obama, e John Brennan, capo antiterrorismo di Obama ed oggi capo della CIA. La segretaria di Stato Clinton guidò la cospirazione per scatenare ciò che venne soprannominata “primavera araba”, l’ondata di cambi di regime finanziati dagli USA nel Medio Oriente arabo, nell’ambito del progetto del Grande Medio Oriente presentato nel 2003 dall’amministrazione Bush dopo l’occupazione dell’Iraq. I primi tre Paesi colpiti dalla “primavera araba” degli USA nel 2011, in cui Washington usò le sue ONG per i “diritti umani” come Freedom House e National Endowment for Democracy, in combutta come al solito con le Open Society Foundations dello speculatore miliardario George Soros, insieme al dipartimento di Stato degli Stati Uniti e ad agenti della CIA, furono la Tunisia di Ben Ali, l’Egitto di Mubaraq e la Libia di Gheddafi. Ora tempi e obiettivi di Washington della destabilizzazione via “primavera araba” del 2011 di certi Stati in Medio Oriente assumono nuova luce in relazione alle email declassificate sulla Libia di Clinton con il suo “consulente” e amico Sid Blumenthal. Blumenthal è l’untuoso avvocato che difese l’allora presidente Bill Clinton nello scandalo sessuale di Monika Lewinsky quando era Presidente e affrontava l’impeachment.

Il dinaro d’oro di Gheddafi
Per molti rimane un mistero perché Washington abbia deciso che Gheddafi dovesse essere ucciso, e non solo esiliato come Mubaraq. Clinton, quando fu informata del brutale assassinio di Gheddafi da parte dei terroristi di al-Qaida dell’”opposizione democratica” finanziata dagli USA, pronunciò alla CBS News una perversa parafrasi di Giulio Cesare, “Siamo venuti, l’abbiamo visto, è morto” con una fragorosa risata macabra. Poco si sa in occidente di ciò che Muammar Gheddafi fece in Libia o anche in Africa e nel mondo arabo. Ora, la divulgazione di altre e-mail di Hillary Clinton da segretaria di Stato, al momento della guerra di Obama a Gheddafi, getta nuova drammatica luce. Non fu una decisione personale di Hillary Clinton eliminare Gheddafi e distruggerne lo Stato. La decisione, è ormai chiaro, proveniva da ambienti molto potenti dell’oligarchia monetaria degli Stati Uniti. Era un altro strumento a Washington del mandato politico di tali oligarchi. L’intervento era distruggere i piani ben definiti di Gheddafi per creare una moneta africana e araba basata sull’oro per sostituire il dollaro nei traffici di petrolio. Da quando il dollaro USA ha abbandonato il cambio in oro nel 1971, il dollaro rispetto all’oro ha perso drammaticamente valore. Gli Stati petroliferi dell’OPEC hanno a lungo contestato il potere d’acquisto evanescente delle loro vendite di petrolio, che dal 1970 Washington impone esclusivamente in dollari, mentre l’inflazione del dollaro arrivava ad oltre il 2000% nel 2001. In una recentemente declassificata email di Sid Blumenthal alla segretaria di Stato Hillary Clinton, del 2 aprile 2011, Blumenthal rivela la ragione per cui Gheddafi andava eliminato. Utilizzando il pretesto citato da una non identificata “alta fonte”, Blumenthal scrive a Clinton, “Secondo le informazioni sensibili disponibili a questa fonte, il governo di Gheddafi detiene 143 tonnellate di oro e una quantità simile in argento… l’oro fu accumulato prima della ribellione ed era destinato a creare una valuta panafricana basata sul dinaro d’oro libico. Questo piano era volto a fornire ai Paesi africani francofoni un’alternativa al franco francese (CFA)“. Tale aspetto francese era solo la punta dell’iceberg del dinaro d’oro di Gheddafi.
Dinaro d’oro e molto altro ancora
Nel primo decennio di questo secolo, i Paesi OPEC del Golfo persico, tra cui Arabia Saudita, Qatar e altri, iniziarono seriamente a deviare una parte significativa dei ricavi delle vendite di petrolio e gas sui fondi sovrani, basandosi sul successo dei fondi petroliferi norvegesi. Il crescente malcontento verso la guerra al terrorismo degli Stati Uniti, con le guerre in Iraq e Afghanistan e la loro politica in Medio Oriente dal settembre 2001, portò la maggior parte degli Stati arabi dell’OPEC a deviare una quota crescente delle entrate petrolifere su fondi controllati dallo Stato, piuttosto che fidarsi delle dita appiccicose dei banchieri di New York e Londra, come era solito dagli anni ’70, quando i prezzi del petrolio schizzarono alle stelle creando ciò che Henry Kissinger affettuosamente chiamò “petrodollaro” per sostituire il dollaro-oro che Washington mollò il 15 agosto 1971. L’attuale guerra tra sunniti e sciiti o lo scontro di civiltà sono infatti il risultato delle manipolazioni degli Stati Uniti nella regione dal 2003, il “divide et impera”. Nel 2008 la prospettiva del controllo sovrano in un numero crescente di Stati petroliferi africani ed arabi dei loro proventi su petrolio e gas causava gravi preoccupazioni a Wall Street e alla City di Londra. Un’enorme liquidità, migliaia di miliardi, che potenzialmente non potevano più controllare. La primavera araba, in retrospettiva, appare sempre più sembra legata agli sforzi di Washington e Wall Street per controllare non solo gli enormi flussi di petrolio dal Medio Oriente arabo, ma ugualmente lo scopo era controllarne il denaro, migliaia di miliardi di dollari che si accumulavano nei nuovi fondi sovrani. Tuttavia, come confermato dall’ultimo scambio di email Clinton-Blumenthal del 2 aprile 2011, dal mondo petrolifero africano e arabo emergeva una nuova minaccia per gli “dei del denaro” di Wall Street e City di Londra. La Libia di Gheddafi, la Tunisia di Ben Ali e l’Egitto di Mubaraq stavano per lanciare la moneta islamica indipendente dal dollaro USA e basata sull’oro. Mi fu detto di questo piano nei primi mesi del 2012, in una conferenza finanziaria e geopolitica svizzera, da un algerino che sapeva del progetto. La documentazione era scarsa al momento e la storia mi passò di mente. Ora un quadro molto più interessante emerge indicando la ferocia della primavera araba di Washington e l’urgenza del caso della Libia.
‘Stati Uniti d’Africa’
Nel 2009 Gheddafi, allora Presidente dell’Unione africana, propose che il continente economicamente depresso adottasse il “dinaro d’oro”. Nei mesi precedenti la decisione degli Stati Uniti, col sostegno inglese e francese, di aver una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per aver la foglia di fico del diritto alla NATO di distruggere il regime di Gheddafi, Muammar Gheddafi organizzò la creazione del dinaro-oro che sarebbe stato utilizzato dagli Stati africani petroliferi e dai Paesi arabi dell’OPEC per vendere petrolio sul mercato mondiale. Al momento Wall Street e City di Londra erano sprofondati nella crisi finanziaria del 2007-2008, e la sfida al dollaro quale valuta di riserva l’avrebbe aggravata. Sarebbe stata la campana a morto per l’egemonia finanziaria statunitense e il sistema del dollaro. L’Africa è uno dei continenti più ricchi del mondo, con vaste inesplorate ricchezze in minerali ed oro, volutamente mantenuto per secoli sottosviluppato o preda di guerre per impedirne lo sviluppo. Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale negli ultimi decenni furono gli strumenti di Washington per sopprimere un vero sviluppo africano. Gheddafi invitò i Paesi produttori di petrolio africani dell’Unione africana e musulmani ad entrare nell’alleanza che avrebbe fatto del dinaro d’oro la loro valuta. Avrebbero venduto petrolio e altre risorse a Stati Uniti e resto del mondo solo in dinari d’oro. In qualità di Presidente dell’Unione africana, nel 2009 Gheddafi presentò all’Unione Africana la proposta di usare il dinaro libico e il dirham d’argento come unico denaro con cui il resto del mondo poteva comprare il petrolio africano. Insieme ai fondi sovrani arabi dell’OPEC, le altre nazioni petrolifere africane, in particolare Angola e Nigeria, creavano i propri fondi nazionali petroliferi quando nel 2011 la NATO bombardava la Libia. Quei fondi nazionali sovrani, legati al concetto del dinaro d’oro di Gheddafi, avrebbe realizzato il vecchio dell’Africa indipendente dal controllo monetario coloniale, che fosse sterlina, franco francese, euro o dollaro statunitense. Gheddafi attuava, come capo dell’Unione africana, al momento dell’assassinio, il piano per unificare gli Stati sovrani dell’Africa con una moneta d’oro negli Stati Uniti d’Africa. Nel 2004, il Parlamento panafricano di 53 nazioni aveva piani per la Comunità economica africana, con una moneta d’oro unica entro il 2023. Le nazioni africane produttrici di petrolio progettavano l’abbandono del petrodollaro e di chiedere pagamenti in oro per petrolio e gas; erano Egitto, Sudan, Sud Sudan, Guinea Equatoriale, Congo, Repubblica democratica del Congo, Tunisia, Gabon, Sud Africa, Uganda, Ciad, Suriname, Camerun, Mauritania, Marocco, Zambia, Somalia, Ghana, Etiopia, Kenya, Tanzania, Mozambico, Costa d’Avorio, oltre allo Yemen che aveva appena scoperto nuovi significativi giacimenti di petrolio. I quattro Stati africani nell’OPEC, Algeria, Angola, Nigeria, gigantesco produttore di petrolio e primo produttore di gas naturale in Africa dagli enormi giacimenti di gas, e la Libia dalle maggiori riserve, avrebbero aderito al nuovo sistema del dinaro d’oro. Non c’è da stupirsi che il presidente francese Nicolas Sarkozy, che da Washington ricevette il proscenio della guerra contro Gheddafi, arrivò a definire la Libia una “minaccia” alla sicurezza finanziaria del mondo .
I “ribelli” di Hillary creano una banca centrale
Una delle caratteristiche più bizzarre della guerra di Hillary Clinton per distruggere Gheddafi fu che i “ribelli” filo-USA di Bengasi, nella parte petrolifera della Libia, nel pieno della guerra, ben prima che fosse del tutto chiaro che avrebbero rovesciato il regime di Gheddafi, dichiararono di aver creato una banca centrale di tipo occidentale “in esilio”. Nelle prime settimane della ribellione, i capi dichiararono di aver creato una banca centrale per sostituire l’autorità monetaria dello Stato di Gheddafi. Il consiglio dei ribelli, oltre a creare la propria compagnia petrolifera per vendere il petrolio rubato, annunciò: “la nomina della Banca Centrale di Bengasi come autorità monetaria competente nelle politiche monetarie in Libia, e la nomina del governatore della Banca centrale della Libia, con sede provvisoria a Bengasi“. Commentando la strana decisione, prima che l’esito della battaglia fosse anche deciso, di creare una banca centrale per sostituire la banca nazionale sovrana di Gheddafi che emetteva dinari d’oro, Robert Wenzel del Economic Policy Journal, osservò, “non ho mai sentito parlare di una banca centrale creata poche settimane dopo una rivolta popolare. Ciò suggerisce che c’è qualcos’altro che non una banda di straccioni ribelli e che ci sono certe piuttosto sofisticate influenze“. È chiaro ora, alla luce dei messaggi di posta elettronica Clinton-Blumenthal, che tali “influenze abbastanza sofisticate” erano legate a Wall Street e City di Londra. La persona inviata da Washington a guidare i ribelli nel marzo 2011, Qalifa Haftar, aveva trascorso i precedenti venti anni in Virginia, non lontano dal quartier generale della CIA, dopo aver lasciato la Libia quando era uno dei principali comandante militari di Gheddafi. Il rischio per il futuro del dollaro come valuta di riserva mondiale, se Gheddafi avesse potuto procedere insieme a Egitto, Tunisia e altri Stati arabi di OPEC e Unione Africana, introducendo le vendite di petrolio in oro e non dollari, sarebbe stato chiaramente l’equivalente finanziario di uno tsunami.
La Nuova Via della Seta d’oro
Il sogno di Gheddafi di un sistema basato sull’oro arabo e africano indipendente dal dollaro, purtroppo è morto con lui. La Libia, dopo la cinica “responsabilità di proteggere” di Hillary Clinton che ha distrutto il Paese, oggi è lacerata da guerre tribali, caos economico, terroristi di al-Qaida e SIIL. La sovranità monetaria detenuta dal 100% dalle agenzie monetarie nazionali statali di Gheddafi e la loro emissione di dinari d’oro, è finita sostituita da una banca centrale “indipendente” legata al dollaro. Nonostante ciò, va notato che ora un nuovo gruppo di nazioni si unisce per costruire un sistema monetario basato sull’oro. Questo è il gruppo guidato da Russia e Cina, terzo e primo Paesi produttori di oro nel mondo. Questo gruppo è legato alla costruzione del grande progetto infrastrutturale eurasiatico della Nuova Via della Seta della Cina, comprendente 16 miliardi di fondi in oro per lo sviluppo della Cina, decisa a sostituire City di Londra e New York come centri del commercio mondiale dell’oro. L’emergente sistema d’oro eurasiatico pone ora una serie completamente nuova di sfide all’egemonia finanziaria statunitense. Questa sfida eurasiatica, riuscendo o fallendo, deciderà se la nostra civiltà potrà sopravvivere e prosperare in condizioni completamente diverse, o affondare con il fallimentare sistema del dollaro. 
F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
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Assange contro Clinton: “guerra in Libia come biglietto da visita per la presidenza”

Assange: Clinton ha voluto intervenzione in Libia
Il fondatore di Wikileaks, l’esperto informatico Julian Assange, ha rilasciato una intervista esclusiva a RT (Russia Today). L’australiano ha parlato delle presidenziali USA e della sua attuale situazione giuridica. Si autodefinisce come “prigioniero politico dell’occidente“. Assange non esce da ormai 4 anni dall’ambasciata dell’Ecuador, sita in Londra. In concomitanza con le elezioni americane e l’approssimarsi dell’election day, l’Ecuador ha deciso di ridurre la connessione di Assange, affinché “non intervenga nel processo democratico americano”.

Assange: “Clinton vincerà perché sostenuta dall’establishment”

Secondo il fondatore di Wikileaks, la Clinton avrà la meglio su Trump, in quanto è “sostenuta dall’establishment. Tutti i maggiori gruppi di potere (lobby) supportano e finanziano Hillary Clinton. I maggiori poteri economici e finanziari del Paese sono con lei. Clinton è il punto centrale delle operazioni di un sistema controllato da grandi entità bancarie (come Goldman Sachs). E ancora, dai grandi agenti di Wall Street, dall’intelligence, dal dipartimento di Stato, i Sauditi e altri ancora. Lei è il perno incaricato di collegare questi elementi.” Nel ‘leak’ di alcune settimane fa, si evidenziava la posizione di favore della Clinton verso le banche, affermando che ha sempre fatto il possibile per garantire i loro interessi.

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Assange: “distruzione della Libia fu voluta da Clinton. Sarebbe stato il suo ‘biglietto da visita’ come segretaria di Stato e per la futura corsa alla presidenza.”

Julian Assange continua a parlare delle imminenti elezioni e attaccando il banco democratico. L’australiano assicura che all’interno delle mail riservate, “si riscontra la volontà di Hillary di intervenire in Libia. Sarebbe stato il suo biglietto da visita come segretaria di Stato. La gestione della crisi le avrebbe aperto le porte della corsa alla presidenza nel 2016. Obama era contrario all’intervento militare. Clinton era favorevole. Come conseguenza della crisi libica e dell’intervento statunitense, morirono oltre 40.000 persone. Sono saltati fuori i terroristi, e lo Stato Islamico. Ovvero, ciò che ha provocato la più grave crisi europea legata a rifugiati e immigrazione.

Hillary Clinton sondaggi usa 2016 presidenziali mappa elettorale stato per stato swing states

Il legame tra Clinton e Arabia Saudita

Infine, Assange assicura – sempre attraverso il filtraggio delle mail – che Clinton ha strettissimi rapporti con i Sauditi. “È risaputo che Arabia Saudita e Qatar finanziano l’ISIS. Per comprenedre la Clinton bisogna conoscere i suoi interessi economici con l’Arabia.”
Assange ha attaccato frontalmente l’ex-first lady, nell’esclusiva intervista rilasciata per RT. Il messaggio del fondatore di Wikileaks sarà capace di spostare gli equilibri? A pochi giorni dall’election day, la Clinton deve affrontare l’ennesimo attacco, dopo la riapertura dell’indagine federale dell’FBI. Trump – dopo un periodo caratterizzato dalla fuoriuscita di scandali sessuali – sembra essere uscito dall’occhio del ciclone. Poco meno di 72 ore e sapremo se questa è stata solo l’ultima illusione del magnate di New York. Chi vincerà tra l’anarchico Donald Trump e il “perno dell’establishment”, Hillary Clinton?

Preso da:  http://www.termometropolitico.it/1234653_assange-clinton-libia-elezioni-usa.html

Assange: “La Libia è stata la guerra di Hillary Clinton”

Le mail di Hillary Clinton diffuse da Wikileaks “rivelano un piano generale messo a punto mesi già prima dell’intervento occidentale in Libia nel marzo del 2012, doveva essere il ‘suo’ conflitto durante il mandato come segretaria di Stato, il trampolino da cui realizzare i suoi sogni da presidente”. Lo dice Julian Assange in un’intervista all’emittente russa RT smentendo che Mosca sia la fonte delle mail diffuse da Wikileaks. Il fondatore di Wikileaks parla dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra dove è rifugiato dal 2012 per sfuggire a una richiesta di estradizione degli Stati Uniti.

La Libia è stata la guerra di Hillary Clinton, più che di qualunque altro. Barack Obama all’inizio si opponeva. Chi era che la sosteneva? Hillary Clinton. E’ documentato dalle mail”, sottolinea Assange denunciando che oltre 1.700 mail delle 33mila pubblicate dal suo sito sono dedicate alla Libia. A motivarla “non era il petrolio a basso prezzo. Percepiva la destituzione di Gheddafi e il rovesciamento del suo governo come un elemento da usare per le elezioni da presidente. Alla fine del 2011 è stato prodotto un documento interno per Hillary Clinton chiamato ‘Libya Tick Tock’ che è una descrizione cronologica di come Hillary Clinton sia stata la figura centrale della distruzione dello stato libico”. Assange parla di Hillary come di “una persona divorata dalle sue ambizioni, tormentata letteralmente al punto da ammalarsene”.
Poi il capitolo Fbi. E’ diventata a tutti gli effetti la polizia politica americana e facendo cadere l’ex capo della Cia John Petraeus ha dimostrato che nessuno è intoccabile, dice il fondatore di Wikileaks. Nell’intervista Assange sottolinea che la nuova inchiesta del ‘bureau’ su Hillary Clinton è la risposta alla resistenza opposta in modo manifesto dall’ex segretaria di Stato alla precedente inchiesta sull’uso del suo server privato.
Assange denuncia il ‘filo rosso’ che corre lungo tutte le mail di Hillary pubblicate dal sito che ha fondato, ovvero il ‘pay to play’, accesso in cambio di soldi per stati, individui e corporation, l’elemento che, a detta di Assange, insieme alla copertura delle mail quando era segretario di Stato, ha creato le condizioni per l’aumento delle pressioni sull’Fbi che ha “ragioni” per indagare su di lei. Lo stesso Barack Obama, dice Assange, è stato “molto vicino agli interessi delle banche” nella sua prima campagna elettorale nel 2008.
“Hillary ha provocato la reazione dell’Fbi, che sta venendo alla luce ora, quando ha ostruito i ‘federali’ che cercavano di investigare il suo server privato”, afferma Assange, sottolineando che “l’Fbi cerca sempre di dimostrare che ‘nessuno ci può resistere'”, ma con la resistenza opposta da Hillary ha provocato “rabbia all’interno del bureau, perché ha fatto apparire l’Fbi debole”.

Preso da: http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2016/11/05/assange-nuova-inchiesta-fbi-hillary-clinton-risposta-alla-sua-resistenza_6GHFEZVSXSfQ2Q1yONTIHL.html

Libro: Racconti dalla tenda di Muammar Gheddafi

novembre 7, 2016   
Titolo: Racconti dalla tenda e altre riflessioni
Autore: Muammar Gheddafi
ISBN: 9788874427246
Prezzo: € 12,00
Anno: 2016
Pagine: 120
Editore: Armando Siciliano

Nella sofisticazione della Realtà capovolta, il demenziale “ribelle colorato” devoto al Califfo anglo-amerikano – che in­scena sgozzamenti sacrificali in video hollywoodiani per lo spaccio occidentale – diventa alibi e spada parodistica nello scannamento del Cinghiale. Il Cinghiale è il ribelle vero, il dissidente, l’incontrollados, perfino il Capo di Stato che nello spet­tacolo imperialista è da decenni rappresentato come cane rabbioso e mente diabolica dell’Asse del Male! (Reagan dixit, l’attore-presidente Usa). Gheddafi era odiato dai banditi imperialisti e dalle mo­narchie arabe ubriache fradicie di petrodollari. Gheddafi fu sempre irriverente verso quei Potenti della Terra che «quasi giunsero al conflitto per la divisione delle risorse della Luna, specialmente le risorse marine…, come scrive in uno dei racconti che pubblichiamo in questo volumetto. Gheddafi, l’ultimo Re dell’Africa, il più grande, colto e longevo leader anticolonialista che l’Antico Continente abbia mai avuto, aveva appena coniato la Moneta Africana di Sviluppo. … ecco il Cinghiale da sacrificare sugli altari dell’Alleanza Blasfema che saccheggia Madre Africa da secoli e tormenta il Mediterraneo dal 2011, riportandone indietro la Storia di al­meno un secolo. Gheddafi deve morire!

Cosa ne sai di Gheddafi?
Testamento

Per 40 anni, o forse di più, ho fatto tutto quello che ho potuto per dare al popolo case, ospedali, scuole. E quando avevano fame, gli ho dato cibo. Ho trasformato Bengasi da un deserto in terra fertile, ho resistito agli attacchi del cowboy Reagan quando, tentando di uccidermi, ha ucciso un’orfana, mia figlia adottiva, una povera bambina innocente. Ho aiutato i miei fratelli e le mie sorelle africani con denaro per l’Unione Africana. Ho fatto d i tutto per aiutare il popolo a comprendere il concetto di vera democrazia, nella quale comitati popolari governano il nostro paese. Per alcuni tutto questo non bastava mai, gente che aveva case di 10 stanze, abbigliamento e mobilio ricchi. Egoisti come sono, chiedevano sempre di più a spese degli altri, erano sempre insoddisfatti e dicevano agli Statunitensi e ad altri visitatori che volevano “democrazia” e “libertà”. Non si volevano rendere conto che si tratta di un sistema di tagliagole, dove il cane più grosso divora tutto. Si facevano incantare da queste parole, non rendendosi conto che negli Usa non c’erano medicine libere, ospedali liberi, case libere, istruzione libera, cibo garantito. Per costoro non bastava nulla che facessi, ma per gli altri ero il figlio di Gamal Abdel Nasser, l’unico vero leader arabo e musulmano che avessimo avuto dai tempi di Saladino, un uomo che restituì il Canale di Suez al suo popolo come io ho rivendicato la Libia per il mio popolo. Sono state le sue orme che ho cercato di seguire, per mantenere il mio popolo libero dal dominio coloniale, dai predoni che ci vorrebbero derubare…
Ora sono sotto attacco dalla più grande forza militare della storia. Il mio piccolo figlio africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, le nostre libere abitazioni, la nostra libera medicina, la nostra libera istruzione, il nostro cibo sicuro, e sostituirlo con il ladrocinio stile Usa chiamato “capitalismo”. Ma noi tutti, nel Terzo Mondo, sappiamo cosa ciò significhi. Significa che le imprese governano i paesi, il mondo, e che i popoli soffrono. Così per me non c’è alternativa, devo resistere e, se Allah vorrà, morirò seguendone la via, la via che ha arricchito il nostro paese di campi fertili, viveri, salute e ci ha perfino consentito di aiutare i nostri fratelli africani e arabi a lavorare qui con noi, nella Jamahiriya libica.
Non desidero morire, ma se dovessi arrivarci, per salvare questa terra, il mio popolo, le migliaia di miei figli, che allora sia.
Lasciate che questo testamento sia la mia voce al mondo. Dica che mi sono opposto agli attacchi dei crociati Nato, alla crudeltà, al tradimento, all’Occidente e alle sue ambizioni colonialiste. Che ho resistito insieme ai miei fratelli africani, ai miei veri fratelli arabi e musulmani. Ho cercato di fare luce, quando altrove si costruivano palazzi, ho vissuto in una casa modesta e in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non ho sprecato le nostre ricchezze nazionali e, come Saladino, il nostro grande condottiero musulmano che salvò Gerusalemme per l’Islam, ho preso poco per me…
In Occidente qualcuno mi ha definito “pazzo” e “demente”. Conoscono la verità, ma continuano a mentire. Sanno che la nostra terra è indipendente e libera, non soggetta al colonialismo. Sanno che la mia visione e il mio cammino sono sempre stati onesti e nell’interesse del mio popolo. Sanno che lotterò fino all’ultimo respiro per mantenerci liberi. Che Dio ci aiuti.

Muammar Gheddafi – Terra e Liberazione

Terrorismo, «Occidente complice perché è migliore amico dei migliori amici dei terroristi»

3/11/2016
ROMA – Terrorismo islamico e responsabilità occidentali. E ancora, Siria, presidenza Obama, Trump vs. Clinton. Ci siamo fatti una chiacchierata con Fulvio Scaglione, già vicedirettore e attuale editorialista di «Famiglia Cristiana», fondatore dell’edizione online del giornale, che è stato a lungo corrispondente da Mosca e ha seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l’Afghanistan, l’Iraq e i temi del Medio Oriente. Nel suo ultimo libro «Il patto con il diavolo», testo per molti aspetti drammaticamente illuminante e quantomai attuale, Scaglione mette a fuoco il controverso ruolo dell’Occidente nella proliferazione del terrorismo islamico. Ed è proprio da qui che siamo partiti nella nostra intervista.

Scaglione, nel suo libro «Il patto con il diavolo» lei descrive le responsabilità occidentali nella proliferazione del jihadismo nelle terre mediorientali. Oltre e prima che vittime, siamo insomma complici?
Io penso assolutamente di sì, e per una ragione molto semplice: siamo i migliori amici dei migliori amici dei terroristi. In altre parole, tutto ciò che noi sappiamo della gran parte del terrorismo islamico ci dice che il luogo da cui escono le strategie e i soldi per tenere in attività i terroristi è il Golfo Persico e le sue petromonarchie. Lo dicono un’infinità di studi e di prove. Per chi non fosse convinto, invito a andare a vedere il documento pubblicato da Wikileaks nel 2010 del Dipartimento di Stato allora diretto da Hillary Clinton, catalogato con il numero 131.801, in cui Hillary Clinton afferma che l’Arabia Saudita è la principale finanziatrice del terrorismo, da Al Qaeda ad Hamas. Nel documento, la Clinton accusa le autorità saudite di far finta di nulla. Gli Usa sono i primi amici delle petromonarchie del Golfo Persico. Nel 2010, Barack Obama e Hillary Clinton controfirmarono una colossale vendita di armi, la più grande singola vendita di armi nella storia degli Usa, da 62 miliardi, indirizzate all’Arabia Saudita. Ma gli Stati Uniti sono in buona compagnia: l’Inghilterra ha 200 joint ventures con l’Arabia Saudita, l’esercito saudita è il primo cliente dell’industria delle armi britannica; Hollande nel 2015 è andato due volte in Arabia Saudita, tre volte il suo primo ministro Valls; nel marzo di quest’anno Hollande ha addirittura conferito la legione d’onore al ministro dell’Interno e principe ereditario al trono dell’Arabia Saudita; il premier Renzi è andato in Arabia Saudita a vendere la tecnologia italiana, e dall’Italia partono i rifornimenti di armi che l’Arabia Saudita usa in Yemen. Se noi siamo in amicizia e in affari da decenni con i Paesi che sono i principali sponsor del terrorismo, è ovvio che finiamo per essere complici del terrorismo.
Lei ha definito gli Stati del Golfo Persico, Arabia Saudita in primis, il «pozzo di San Patrizio» dei jihadisti. L’Occidente continua a sanzionare con severità la Russia, mentre non si è vista traccia di sanzioni verso chi finanzia il terrore. Come se lo spiega?
Questa è una storia che risale a quando, dopo il crollo del muro di Berlino, gli Usa, presieduti da George Bush padre, con segretario di Stato James Baker, proclamarono la politica della «esportazione della democrazia». Questa strategia è stata applicata ovunque ci fosse un interesse strategico. Quindi contro i nemici e gli avversari, non certo contro gli amici che pure erano totalmente non democratici. Dopo gli attentati del 2001, George Bush jr. fece l’elenco dei Paesi canaglia, che erano Iran, Siria e Iraq: nessuno che avesse qualcosa a che fare con gli attentati delle Torri Gemelle. Il che significa che la teoria dell’esportazione della democrazia è una truffa dove la democrazia c’entra ben poco.
Barack Obama ha ereditato dal suo predecessore una situazione mediorientale molto complicata e compromessa. Come lascia oggi quelle terre al suo successore? Qual è il bilancio di 8 anni di presidenza?
Sulla politica estera, credo che gli 8 anni di presidenza Obama siano costellati di scarse riuscite quando non di fallimenti. Il risultato positivo è l’accordo sul nucleare con l’Iran. Per il resto, il bilancio è negativo. Si era molto impegnato, con il discorso del Cairo nel 2009, per una risoluzione del problema tra israeliani e palestinesi  e la situazione semmai è peggiorata, e Obama è stato anche pubblicamente umiliato dal premier israeliano Netanyhau. In Afghanistan, quest’anno c’è stato il record di morti civili; in Iraq e in Siria abbiamo visto cos’è successo; nel 2011 gli Usa di Barack Obama parteciparono a quella disgraziatissima guerra per buttare giù Gheddafi, guerra che tanti danni ha fatto al Medio Oriente e all’Europa. Temo che non lascerà di sè un buon ricordo.
Sulla Siria, i media occidentali sono allineati su un’unica narrazione, che è poi quella che riassume la posizione statunitense. Accanto a questa, però, ce ne sono altre, meno note, come quella dei cristiani in Siria. Quali considerazioni si sente di fare su questo, e che ruolo ha avuto, a suo avviso, la Russia nello scenario?
La narrazione sulla Siria è influenzata dal fatto che siamo ancora addentrati nella mentalità dell’esportazione della democrazia, ed è quindi molto comodo prendersela con un personaggio come Bashar al Assad, che ha responsabilità evidenti. Va ricordato però che, se certamente non erano tipi simpatici né Gheddafi né Saddam Hussein, dopo le guerre cosiddette «democratizzatrici» la vita in quei Paesi è nettamente peggiorata o addirittura non è più degna di essere chiamata tale. Per il bene dei popoli del Medio Oriente, a volte è bene scegliere il meno peggio, e non il peggio sperando che poi arrivi il meglio, come è stato fatto in Iraq, Libia e ora in Siria. I cristiani, poi, sono in una posizione tragicamente paradossale: sono gli abitanti originari di quelle terre, e conoscono il Medio Oriente meglio di chiunque altro, anche dei musulmani. Da 1400 anni, i cristiani del Medio Oriente si barcamenano, riuscendo a sopravvivere e raggiungendo anche ruoli di livello, nonostante l’Islam sia una religione esclusivista. E poi sono i mediorientali più vicini a noi, perché hanno un set di valori molto simile ai nostri. Nonostante ciò, essi sono totalmente ignorati in Occidente, e questo perché la loro narrazione delle crisi mediorientali contrasta profondamente con la vulgata che circola da noi.

In America è tempo di elezioni. Che cosa dobbiamo aspettarci in caso di vittoria di Hillary Clinton o di Donald Trump?
Con Trump le previsioni sono molto difficili. Trump viene deriso e criticato, spesso anche giustamente, ma è un’incognita. Molti lo paragonano a Berlusconi: i due personaggi non c’entrano nulla se non per un aspetto, che anche Berlusconi veniva deriso quando scese in campo. Poi, abbiamo visto com’è andata. Della Clinton sappiamo di più, perché è un personaggio navigato, sulla scena da molti anni, ha ricoperto cariche importanti tra cui quella di segretario di Stato di Barack Obama: e quello che dobbiamo aspettarci, temo, è una politica americana ancora più aggressiva e muscolare.

Originale con audio: http://esteri.diariodelweb.it/esteri/audio/?nid=20161103_394968

L’Italia al guinzaglio della NATO

12 settembre 2016

La NATO cerca in tutti i modi di dividere l’Europa dalla Russia e tiene l’Italia al guinzaglio, coinvolgendola suo malgrado in una guerra fredda sempre più calda. Costellata di basi americane, l’Italia si ritrova così alla mercé degli Stati Uniti.

La NATO fa veramente gli interessi dell’Europa? Le continue esercitazioni militari ai confini con la Russia, le costose missioni di guerra in giro per il mondo non daranno poi evidentemente tanta stabilità e sicurezza ai Paesi europei. Dal canto suo l’Italia, sotto il controllo militare a stelle e strisce del suo territorio, si ritrova, mani legate, ad agire anche contro i propri interessi, continuando a sottoscrivere le sanzioni alla Russia. “Siamo vittime di un’autocastrazione nei confronti dei nostri stessi interessi. L’Europa si sta pestando i piedi, si sta mutilando”, ha sottolineato in un’intervista a Sputnik Italia il giornalista e documentarista Fulvio Grimaldi. — Fulvio, secondo lei che cosa vuol ottenere la NATO con la sua espansione nell’Europa orientale ai confini con la Russia?

— È un fenomeno estremamente preoccupante anche perché sta per arrivare probabilmente alla presidenza degli Stati Uniti Hillary Clinton, una persona che si è sempre dimostrata radicale nei rapporti con gli altri Paesi e in particolare con la Russia. C’è da avere molta paura su quello che succederà, sulla base di quanto è stato preparato dal presidente Obama. Si tratta di un progressivo assedio nei confronti della Russia, che si vede praticamente circondata da tutte le parti possibili e immaginabili da strutture militari sempre più robuste degli Stati Uniti e della NATO.

È un fenomeno preoccupante che non trova alcuna giustificazione, perché nessuno nell’opinione pubblica e in generale percepisce una minaccia da quella parte, percepisce semmai il pericolo di un’accentuazione della tensione a livello mondiale che non può portare a nulla di buono. Lo ribadisco alla luce del fatto che probabilmente verrà alla presidenza degli Stati Uniti una persona che si è dimostrata molto incline alla violenza, all’aggressività e alla guerra. — Con una possibile vittoria della Clinton secondo lei la NATO diventerà ancora più aggressiva e muscolare? — Non è un rischio, ma una certezza. Hillary Clinton è sostenuta dal settore politico Neocon, quello che da 15 anni ha impostato una politica, prima con Bush poi con Obama, che preme verso un conflitto sempre più acuto e intenso nei confronti di chiunque si opponga al dominino e alla globalizzazione militare, politica, economica neoliberista degli Stati Uniti. Figuriamoci se questo personaggio non rappresenterà un’accentuazione di tensione. Hillary si oppone ad un altro candidato, Trump, il quale ha dato segni di avere qualche perplessità su questo tipo di politica aggressiva e ha preso le distanze dal potenziamento della NATO e dalla necessità di pretendere una difesa dei Paesi del Baltico. La Clinton rappresenta l’ascesa del complesso militare industriale securitario americano. — La Polonia, dove si sono svolte recentemente la maxi esercitazioni NATO “Anaconda”, ha acquistato dall’americana Raytheon batterie di “Patriot”, una spesa militare importante. Nei Paesi Baltici a rotazione sono stanziati 4 battaglioni dell’Alleanza Atlantica. Per non parlare degli scudi missilistici in Romania. Questa tensione giova all’Europa stessa?

— All’Europa nulla di tutto questo giova. L’Europa segue questo carro di violenza e guerra fredda degli Stati Uniti, ma che diventa sempre più calda, una guerra che interessa certi settori della produzione di armi impostati sul mondialismo e il dominio della potenza unica. Questo non conviene certamente all’Europa che ha per situazione geografica, geopolitica, culturale un partner naturale che è l’Est europeo e l’Asia. Il concetto dell’Eurasia è profondamente radicato nella storia e nelle necessità economiche.

Per seguire gli interessi esclusivi degli Stati Uniti siamo costretti ad imporre delle sanzioni che danneggiano probabilmente meno la Russia di quanto non danneggino i produttori e gli agricoltori europei. Siamo vittime di un’autocastrazione nei confronti dei nostri stessi interessi. L’Europa si sta pestando i piedi, si sta mutilando. L’aveva già fatto al tempo della guerra contro la Jugoslavia, quando si distruggeva un pezzo d’Europa per gli interessi degli Stati Uniti. Ora l’Europa continua su questa strada in virtù del fatto che ha una classe dirigente totalmente asservita agli interessi statunitensi e che non bada agli interessi delle proprie popolazioni. In Italia la situazione è gravissima da questo punto di vista. — Cioè? — Abbiamo un Paese che è militarizzato a forza di circa 90 basi americane, inoltre ci sono tutte la basi italiane che sono anche basi NATO a disposizione degli Stati Uniti. Siamo un Paese costellato di basi militari, il che non soltanto è un peso economico finanziario pesantissimo, ci costa l’ira di Dio a scapito di ospedali, scuole, modifiche del territorio. È un fenomeno inoltre che ci mette a rischio facendo di noi un possibile bersaglio di qualcuno che vuole effettuare rappresaglie contro l’aggressività della NATO, di cui noi siamo membri. In Sicilia abbiamo la situazione del M.u.o.s che è la nuova base satellitare statunitense da dove l’America comanderà le varie guerre in Africa e in Medio Oriente. Per la Sicilia è un gravame da un punto di vista aziendale e civile. Ma questa è davvero l’Italia? © Sputnik. Vitaly Podvitsky Ma questa è davvero l’Italia? Abbiamo la Sardegna che è costellata di basi NATO utilizzate dagli Stati Uniti, dove tutte le industrie militari del mondo collegate all’Alleanza Atlantica fanno le proprie esercitazioni e i propri esperimenti su nuove armi. Tutto ciò avvelenando il territorio e nuocendo alla salute della popolazione. Stiamo soffrendo molto per questa schiavitù essendo membri della NATO. — Questa schiavitù di cui parla si riflette sull’economia, ma anche sulla politica dell’Italia? — Il peso economico è enorme. Le missioni militari che la NATO ci impone in giro per il mondo, costano circa 55 milioni al giorno. Con il contributo di altri ministeri si sale a 80 milioni al giorno per l’impegno militare di un Paese che non ha nessun interesse a fare operazioni militari nei confronti di nessuno, perché non è minacciato da nessuno. Questo controllo militare capillare sul nostro territorio, che si combina al controllo politico che è storico e nasce dalla fine della II Guerra Mondiale, quando siamo entrati in un rapporto di subalternità con gli Stati Uniti, ci pone alla mercé. Questo ci priva di qualsiasi possibilità di autodeterminazione. — Un esempio di questi condizionamenti politici è anche l’allontanamento dell’Europa dalla Russia, per via delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti?

— È un’assoluta certezza. Si cerca in tutte le maniere, attraverso la militarizzazione dei confini e il controllo politico economico, di impedire che ci sia uno sviluppo naturale, fisiologico, storico e culturale di un rapporto benefico fra l’Europa e l’Est, quindi con la Russia. Si cerca di allontanare l’Europa e la Russia anche attraverso una propaganda russofoba intollerabile che sta assumendo dei toni incredibili contro una Russia, che dopotutto si pone in difesa del diritto internazionale e in difesa dei popoli aggrediti.

— Che scenari futuri si immagina personalmente in questo complesso scenario geopolitico? — Purtroppo non vedo elementi che giustifichino ottimismo. Vedo qualche speranza nel fatto che ci sono sempre più evidenti manifestazioni di volontà popolare che si oppongono a questa strategia di scontro e delle sanzioni. Anche attraverso nuove organizzazioni politiche in vari Paesi europei credo ci sia una presa di coscienza che questo tipo di strategia aggressiva ci porta alla rovina. Spero questo sviluppo possa fermare la mano ai politici e impostare un altro tipo di politica. Si deve sperare in questo.

La Politica dell’Assassinio che Viene Condotta nel Nostro Nome

6 luglio 2016

Jemery Scahill, Simon e Schuster- Estratto dal libro “The Assassination Complex” di Jeremy Scahill
Come fa il Governo degli Stati Uniti a dare a se’ stesso il diritto di condannare gente a morte senza un dovuto processo, nel nome della sicurezza nazionale? Nel “The Assassination Complex”, Jeremy Scahilll e lo staff di The Intercept aprono una finestra su come  le catture e gli assassinii sanguinosi mirati dei militari USA vengono preparatiS dalla stanza dei bottoni, in Afganistan, Yemen e Somalia. Ordina questo libro rivelatore donando a Truthout oggi!
L’estratto che segue e’ da The Assassination Complex: Inside the Government’s Secret Drone Warfare Program:
Per Barak Obama, fin dal primo giorno come comandante in capo, il drone e’ stata l’arma di prima scelta, usata dai militari e dalla CIA per catturare e uccidere gente che la sua amministrazione ha dichiarato- attraverso un processo segreto, senza accusa o processo- come gente che  merita di essere uccisa. C’e’ stato un focus intenso sulla tecnologia delle uccisioni remote, ma quello appunto serve spesso come un surrogato per cio’ che dovrebbe essere un esame complessivo sul potere dello stato per quanto riguarda la vita e la morte.
I droni sono i mezzi, non la politica. La politica e’ l’assassinio. Mentre tutti i presidenti (degli USA, Ndt) dai tempi di Gerald Ford, hanno mantenuto un ordine esecutivo che vieta gli assassinii da parte del personale USA, il Congresso ha evitato di fare leggi sulla questione o persino di definire la parola “assassinio”. Questo ha dato la possibilita’ ai proponenti delle guerre con i droni di ridefinire gli assassinii con caratterizzazioni piu’ accettabili, come il “term du jour”, “uccisioni mirate”.

Quando l’amministrazione di Obama ha discusso i droni pubblicamente, ha assicurato che queste operazioni costituiscono un’alternativa piu’ precisa rispetto alle truppe inviate sul luogo e che vengono autorizzati solo quando ci sia una minaccia “imminente” e quando esista una “quasi certezza” che il target voluto venga eliminato. Questi termini tuttavia sembrano essere stati ridefiniti in maniera marcata cosi’ da portare quasi nessuna rassomiglianza ai significati comunemente accettati.
Il primo attacco con droni, condotto al di fuori di una zona di guerra dichiarata, fu condotto nel 2002, ma la Casa Bianca aspetto’ fino al Maggio 2013 per rilasciare una serie di standards e procedure per condurre questi attacchi. Queste direttive contengono pochissima specificita’, asserendo che gli Stati Uniti potrebbero portare a termine attacchi letali al di fuori di un’”area di ostilita’ attiva” solo se il target rappresenta una “minaccia continua e imminente a cittadini USA”, senza descrivere alcun senso del processo interno usato per determinare se un sospetto potrebbe essere ucciso senza essere accusato o guidicato. Il messaggio implicito per quanto riguarda gli attacchi con droni da parte dell’amministrazione Obama e’ stata “Fidati” ma non verificare.
Il 15 Ottobre 2015, The Intercept ha pubblicato una quantita’ di documenti segreti che aprono una finestra sul funzionamento intimo delle operazioni di cattura e uccisione dei militari USA durante un periodo chiave nell’evoluzione delle guerre con droni: tra il 2011 e il 2013. I documenti, che descrivono anche i punti di vista interni delle forze di operazioni speciali per quanto riguarda le mancanze e i difetti del programma dei droni, furono resi pubblici da una fonte che e’ dentro la comunita’ dello spionaggio e che lavoro’ sui tipi di operazioni e programmi descritti nelle diapositive. Noi abbiamo dovuto garantire l’anonimita’ perche’ il materiale e’ considerato segreto e anche perche’ il governo USA si e’ impegnato nel perseguimento aggressivo di coloro che rivelano segreti o suonano l’allarme. In tutto il libro, noi ci riferiremo a questa persona semplicemente come “la fonte”.
La fonte ci ha detto che lui decise di rendere pubblici questi documenti perche’ egli crede che il pubblico ha il diritto di capire il processo attraverso il quale alcune persone vengono messe nelle liste da uccidere e alla fine assassinate con ordini che arrivano dagli ufficiali piu’ in alto nel governo USA: “Questa esplosione oltraggiosa di fare liste di persone da guardare, di gente che dev’essere monitorata e il raccogliere i loro nomi e metterli nelle liste, assegnando loro un numero, assegnando loro una “figurina da calcio”, condannandoli a morte senza preavviso, in un campo di battaglia mondiale, era, fin dal primo momento, sbagliato.
“Noi stiamo facendo si’ che tutto questo avvenga. E con “noi” io intendo ogni cittadino Americano che ha accesso a questa informazione adesso, ma continua a far niente per esso”.
Il Pentagono, la Casa Bianca, e il Comando per le Operazioni Speciali, hanno declinato di commentare sui documenti. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha detto :” Noi non commentiamo sui dettagli di rapporti segreti”.
La CIA e il Comando militare USA delle Operazioni Speciali Congiunte (JSOC)
(JSOC) opera dei programmi di assassinio paralleli, con droni, e i documenti segreti dovrebbero essere analizzati nel contesto in un’intensa guerra interna su quale entita’ dovrebbe avere la supremazia in queste operazioni. Due gruppi di diapositive sono centrate sulle campagne militari ad alto valore in Somalia e Yemen come vennero attuate tra il 2011 e il 2013, specificamente le operazioni di una unita’ segreta, la Task Force 48-4. Documenti aggiuntivi di operazioni di alto valore di cattura e uccidi in Afghanistan supportano descrizioni precedenti di come l’amministrazione di Obama maschera il vero numero di civili uccisi negli attacchi con droni categorizzando le persone che non sono identificabili, uccise in un attacco, come nemici, anche se questi non erano i target voluti. Le diapositive dipingono anche un quadro di una campagna in Afghanistan diretta a eliminare non solo Al Qaeda e i Talebani operativi ma anche membri di altri gruppi armati locali.
Jeremy Scahill e’ uno dei tre editori fondatori di The Intercept. E’ un giornalista investigativo, corrispondente di guerra e autore dei libri bestselling internazionali Dirty Wars: The Worls is a Battlefield e Blackwater: The Rise of the World’s Most Powerful Mercenary Army. Scahill e’ stato il corrispondente per la sicurezza nazionale per The Nation e Democracy Now! e ha ricevuto due prestigiosi premi George Polk. Scahill e’ produttore e scrittore del film, vincitori di diversi premi, Dirty Wars.
Da Z Net- Lo Spirito Della Resistenza e’ Vivo
http://www.znetitaly.org
URL: truth-out.org/opinion/item/36280-a-policy-of-assassination-is-being-conducted-in-our-name
Traduzione di Francesco D’Alessandro
©2016 ZNet Italy-Licenza Creative Commons CC By NC-SA 3.0

Preso da: http://znetitaly.altervista.org/art/20375

Golpe 2011: una minestra riscaldata, servita quando fa comodo (Parte II)

Nella prima parte dell’analisi ci siamo concentrati sulle dinamiche e sulle responsabilità del golpe che nel novembre del 2011 portò alla caduta di Silvio Berlusconi. Sia Mario Monti che il suo successore, Enrico Letta, appartengono all’establishment finanziario “liberal”, di cui le riunioni del gruppo Bilderberg sono forse l’appuntamento più famoso. Nel frattempo gli stessi ambienti necon e del Likud israeliano che già sostenevano Silvio Berlusconi, scaldano il loro nuovo uomo: è Matteo Renzi, che nel dicembre 2013 conquista la segreteria del PD. Per convincere un riluttante Giorgio Napolitano alla seconda forzatura della prassi costituzionale in poco più di due anni, è rivangato una prima volta il golpe del 2011: il Presidente della Repubblica cede dopo pochi giorni. Infine, altre verità su quel colpo di Palazzo riaffiorano oggi, grazie a Wikileaks, quando Matteo Renzi è allo stremo e si respira aria dell’ennesimo cambio di regime: perché? E chi si cela dietro il sito di Julian Assange?

Ricordi, Giorgio Napolitano, quando nel novembre del 2011…

L’estromissione da Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi, vicino a quegli ambienti neoconservatori e del Likud israeliano che passano in minoranza con l’elezione di Barack Obama, è seguita dalla nomina a premier di Mario Monti. L’ex-consulente di Goldman Sachs è, come tutte le figure cresciute nell’orbita Fiat, espressione di quell’establishment finanziario, anglofono e liberal che sponsorizza sin dall’immediato dopoguerra l’integrazione europea e la moneta unica: figure simili a quelle di Mario Monti, con un passato ai vertici della casa automobilistica torinese e nelle grandi banche d’affari internazionali, sono, ad esempio, quella di Franco Bernabè, Tommaso Padoa Schioppa e Romano Prodi (il cui ruolo fu determinante per la vendita di Alfa Romeo al Lingotto anziché alla Ford).
Il collante di questa comunità, tanto devota alla finanza anglofona quanto alla causa europeista, è, come noto, il gruppo Bilderberg, di cui Mario Monti lascia il direttivo poco prima dell’ingresso a Palazzo Chigi.
Ai fini della nostra analisi è importante evidenziare come il milieu del gruppo Bilderberg si distingue dagli ambienti più marcatamente anti-arabi, al limite del segregazionismo, dei neocon e del Likud (vedi le legge approvata nel 2014 su iniziativa di Benyamin Netanyahu che definisce Israele “Stato della nazione ebraica1), arrivando a metterne in discussione alcune scelte come quella dell‘invasione dell’Iraq, da cui Barack Obama ritira formalmente le truppe a fine 2011 (a differenza dell’Afghanistan, il cui ruolo strategico in funzione anti-russa ed anti-cinese è riconosciuto anche dai liberal).
Si prenda ad esempio il dossier sul riconoscimento della Palestina come osservatore permanente all’Onu: Mario Monti e Giorgio Napolitano si “impongono” sul ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata che, supportato dai berlusconiani, propende per l’astensione, ed optano per il “sì” al Palazzo di Vetro2. La reazione del premier israeliano Benjamin Netanyahu è dura ed immediata (“non cambierà alcunché sul terreno, non avvicinerà la costituzione di uno Stato palestinese, ma anzi la allontanerà3), simile a quella del PDL di Silvio Berlusconi (“il voto dell’Italia sulla Palestina, voluto da Monti, è contrario alle posizioni molte volte assunte da Senato e Camera e non ha nulla a che fare con l’Unione Europea, che si è spaccata4) e delle firme israeliane che scrivono su Il Giornale (“Monti ha tradito Israele e la politica estera italiana” scrive Fiamma Nirenstein).
Per Tel Aviv conservare saldamente l’Italia tra la schiera dei Paesi “amici” (anche obtorto collo) è fondamentale, sin da quando, con la nascita dell’ENI nel 1953, il nostro Paese si riaffaccia sullo scacchiere mediorientale, con un politica estera talvolta in netto contrasto con quella angloamericana. Si prende ad esempio l’affaire Aldo Moro, ministro degli Esteri dal 1969 al 1974 e notoriamente filoarabo: è ormai assodato che un ruolo di primo piano nel rapimento e poi nell’omicidio del presidente della DC fu proprio giocato dal Mossad, quasi sicuramente attraverso le figure di Laura di Nola e del marito, presunto brigatista, Raffaele De Cosa5.
Come ovviare alla perdita di Silvio Berlusconi, “amico di Israele”, com’è tuttora solito autodefinirsi? I previdenti neocon e gli ambienti israeliani lavorano da tempo all’audace progetto di riproporre in Italia il modello Tony Blair, ossia un’infiltrazione da sinistra che, se coronata dal successo, ottiene un duplice risultato: seduce l’elettorato di destra e spiazza i progressisti. L’uomo su cui i neocon ed il Likud puntano è, ovviamente, Matteo Renzi, la cui “mente grigia” è quel Marco Carrai che lavora tra Italia ed Israele ed il cui mentore presso l’establishment americano6 è Michael Ledeen, figura di primo piano del pensatoio ultra-conversatore American Enterprise Institute.
Chi si cela dietro Matteo Renzi è, peraltro, perfettamente noto nel Partito Democratico, tanto che un dirigente autorevole come Ugo Sposetti, ultimo tesoriere dei DS, afferma: “dietro i finanziamenti milionari a Renzi c’è Israele e la destra americana7. Con un ultimo sussulto d’orgoglio, gli ex-PCI-PDS bloccano quindi l’avanzata di Matteo Renzi alle primarie del dicembre 2012, da cui emerge come candidato premier per le imminenti elezioni l’ex-comunista Pierluigi Bersani.
La tornata elettorale, fissata per il febbraio 2013, è decisiva per la tenuta dell’eurozona: il Partito Democratico, europeista ed incapace di esprimere una visione dell’economia diversa da quella dominante, non impensierisce le oligarchie atlantiche; il Movimento 5 Stelle è un prodotto degli angloamericani studiato per catalizzare e sterilizzare il dissenso, garantendo così la conservazione dello status quo; il Popolo della Libertà di Silvio Berlusconi propone invece una tanto irrealistica (dato il quadro generale) quanto accattivante cancellazione dell’Imu, che metterebbe in discussione l’intera austerità su cui è impostato il “risanamento” italiano. Per sabotare la rimonta di Silvio Berlusconi, che eccelle solo e sempre nella campagna elettorale, sono creati ad hoc due partiti, destinati non a caso a liquefarsi dopo le elezioni: Scelta Civica e Fare per Fermare il Declino (“se il Centro-destra ha perso le elezioni del 2013, la colpa è di Mario Monti, il quale se si fosse alleato con il Centro-destra come gli avevamo proposto, avrebbe cambiato l’esito delle urne”8 dice Berlusconi nel 2014).
Le elezioni, complice la leggerezza con cui Pierluigi Bersani affronta la sfida, sicuro com’è di vincere senza colpo ferire, si concludono con una sostanziale tripartizione del voto: PD al 29,5%, PDL al 29%, M5S al 25,5%.
Pierluigi Bersani esce parecchio malconcio dall’appuntamento elettorato e non sopravvive quando, nel successivo aprile, fallisce nell’impresa di eleggere Romano Prodi (storico ed acerrimo nemico di Silvio Berlusconi) al Quirinale, dove è riconfermato Giorgio Napolitano. Decisivo nella dinamica che porta alle dimissioni di Bersani dalla segreteria del PD è Matteo Renzi, il famoso “capo dei 1019 che affossano il professore di Bologna. Renzi e Berlusconi, i due esponenti della destra americana e del Likud israeliano, agiscono già all’unisono in quell’occasione?
Di certo c’è solo l’incontro riservato tra i due10 (non esistono foto che li ritraggono insieme, come se un eventuale scatto fosse compromettente), pochi giorni prima l’elezione del capo dello Stato: l’affondamento di Romano Prodi è probabilmente l’inizio di quella intesa che dura tutt’ora, palesata dall’ingresso in questi giorni dell’ex-berlusconiano di ferro, Denis Verdini, in maggioranza.
Non è trascorsa neppure una settimana dalla riconferma di Napolitano al Quirinale, quando nasce il governo di larghe intese presieduto da Enrico Letta: il neo-presidente del Consiglio è, analogamente al predecessore Monti, e a differenza di Berlusconi e Renzi, espressione dell’establishment finanziario liberal, come dimostrano le sue frequentazioni della gruppo Bilderberg, della Commissione Trilaterale e dell’Aspen Institute.
Letta è però una figura scialba, giudicato non all’altezza delle sfide che il Paese deve affrontare (il PIL del 2013 si chiude -1,8%) e non sufficientemente forte per l’attuazione di quelle ricette neoliberiste richieste dalla Troika, come l’abolizione dell’art.18 per i neo-assunti. Progressivamente anche l’establishment liberal, che inizialmente era scettico su Matteo Renzi o semplicemente lo ignorava (vedi Sergio Marchionne che nel 2012 lo apostrofa come “sindaco di una piccola e povera città11), converge sulla sua figura, tanto che persino il Financial Times (la voce per eccellenza delle finanza anglofona liberal) lo eleggerà ad un certo punto “the last hope for the italian elite12.
L’8 dicembre 2013 Matteo Renzi, ancora sindaco di Firenze, conquista la segreteria del PD, battendo alle primarie Gianni Cuperlo: possiede ora un titolo sufficientemente autorevole (non è neppure parlamentare) per insediarlo a Palazzo Chigi; Silvio Berlusconi è, ovviamente, della partita; l’establishment finanziario liberal, incarnato in Italia dalla galassia Fiat, ha anch’esso deciso di puntare sull’uomo dei neocon e del Likud, dopo aver prestato al Paese due (deludenti) primi ministri. Restano, a questo punto, solo due ostacoli: Enrico Letta e Giorgio Napolitano.
Il primo occupa da pochi mesi la poltrona di primo ministro ed è, ovviamente, restio ad abbandonarla: non è però nella sua indole disobbedire al Potere, né avrebbe in ogni caso la forza caratteriale e politica per farlo. Il secondo è invece un osso duro ed è piuttosto scettico, per non dire ostile, rispetto a quanto stanno per chiedergli: ripetere la stessa operazione del novembre 2011. Un presidente del Consiglio che sale al Quirinale per dare le dimissioni senza essere stato sfiduciato dalle Camere; un Parlamento scavalcato senza alcuna vergogna; l’assegnazione del mandato a formare il governo ad un personaggio che alle precedenti elezioni non figurava in nessuna circoscrizione elettorale. É, insomma, l’ennesimo strappo costituzionale, in una democrazia più svuotata che “sospesa”.
Come convincere Re Giorgio ad accettare?
Ma è semplicissimo, rinvangando per la prima volta il golpe del 2011, così da rinfacciare a Napolitano le sue responsabilità e convincerlo a ripetere l’operazione, mollando Enrico Letta al suo destino e spalancando le porte a Matteo Renzi. Come in quel fatidico novembre di tre anni prima, entra nuovamente in campo il gruppo RCS, che dà il benservito al fido, ma inconcludente, Enrico Letta ed interviene a gamba tesa sul Presidente della Repubblica, affinché assecondi il progetto “Matteo Renzi premier”.
L’operazione ruota attorno all’uscita del libro “Ammazziamo il gattopardo” (edito da Rizzoli, gruppo RCS) del giornalista americano Alan Friedman, già collaboratore di testate come il Financial Times ed il Wall Street Journal: ad essere più precisi, non è tanto il libro di per sé ad essere il fulcro della campagna politico-mediatica (il libro è un prodotto troppo elitario e sopratutto a scoppio ritardato), quanto i video che accompagnano il lancio pubblicitario: Friedman, raccogliendo materiale per la stesura della sua opera, incappa, ovviamente “casualmente”, in novello “scandalo Watergate”, come lo definisce lui stesso. Sono le interviste-confessioni durante cui gli illustri personaggi dall’establishment italiano13, sedotti ed ingannati dalle sopraffine abilità giornalistiche “anglosassoni” di Friedman, parlano come un fiume in piena. La reticenza di questi papaveri che si riuscono nei conciliaboli segreti del gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale, si scioglie come neve al sole, dinnanzi al genio giornalistico di Friedman.
Comincia l’ing. Carlo De Benedetti che ammette di aver cenato a Sankt Moritz nell’agosto 2011 con Mario Monti, dandogli consigli circa la sua possibile investitura a premier accennatagli da Napolitano; poi è la volta di Romano Prodi, che ricorda come Mario Monti si fosse consultato con lui sullo stesso dilemma, già nel giugno del 2011; infine è la volta di Mario Monti stesso che, circuito come un bambino dal mefistofelico Friedman, ammette: sì, Napolitano mi disse di tenermi pronto per la Presidenza del Consiglio già nel giugno 2011, quando il differenziale tra Btp e Bund era ancora a 150 punti base.
Che genio, Alan! Sei riuscito ad infinocchiarli tutti!
Il messaggio che De Benedetti (l’ingegnere investite su Matteo Renzi dai tempi sullo scandalo mediatico-giudiziario che elimina nel 2008 l’assessore Graziano Cioni, il sindaco di Firenze in pectore dopo Leonardo Domenici) ed il gruppo RCS inviano al Presidente della Repubblica è chiaro: ti ricordi, re Giorgio, che nel 2011 ti sporcasti e, tanto, le mani? Ti vuoi tirare indietro proprio adesso? Valuta attentamente le mosse…
La reazione della coppia Letta-Napolitano, vittima della manovra politico-mediatica, è ovviamente furiosa. Il premier, ormai agli sgoccioli, contrattacca14:

“Nei confronti delle funzioni di garanzia che il Quirinale ha svolto nel nostro Paese in questi anni, in particolare nel 2011, è in atto un vergognoso tentativo di mistificazione della realtà. Le strumentalizzazioni in corso tentano infatti di rovesciare ruoli e responsabilità in una crisi i cui contorni sono invece ben evidenti e chiari agli occhi dell’opinione pubblica italiana ed europea. Il Quirinale, di fronte a una situazione fuori controllo, si attivò con efficacia e tempestività per salvare il Paese ed evitare quel baratro verso il quale lo stavano conducendo le scelte di coloro che in queste ore si scagliano contro il presidente Napolitano.”

Più ancora inviperito il Presidente della Repubblica: prende carta e penna e scrive nientemeno che al Corriere della Sera (gruppo RCS), che lo ha assistito in quel golpe di cui ora gli rinfacciano le responsabilità. All’interno della lettera “Monti era una risorsa. Complotto? Solo fumo15, si legge:

“Gentile Direttore,
posso comprendere che l’idea di «riscrivere», o di contribuire a riscrivere, «la storia recente del nostro Paese» possa sedurre grandemente un brillante pubblicista come Alan Friedman. Ma mi sembra sia davvero troppo poco per potervi riuscire l’aver raccolto le confidenze di alcune personalità (Carlo De Benedetti, Romano Prodi) sui colloqui avuti dall’uno e dall’altro – nell’estate 2011 – con Mario Monti, ed egualmente l’avere intervistato, chiedendo conferma, lo stesso Monti. (…) Nel corso del così difficile – per l’Italia e per l’Europa – anno 2011, Monti era inoltre un prezioso punto di riferimento per le sue analisi e i suoi commenti di politica economico-finanziaria sulle colonne del Corriere della Sera. (…) Ma i veri fatti, i soli della storia reale del paese nel 2011, sono noti e incontrovertibili. Ed essi si riassumono in un sempre più evidente logoramento della maggioranza di governo uscita vincente dalle elezioni del 2008 (…) Mi scuso per aver assorbito spazio prezioso sul giornale da lei diretto per richiamare quel che tutti dovrebbero ricordare circa i fatti reali che costituiscono la sostanza della storia di un anno tormentato, mentre le confidenze personali e l’interpretazione che si pretende di darne in termini di «complotto» sono fumo, soltanto fumo.”

Il colpo è però troppo duro e la pressione troppo alta, perché Enrico Letta e Giorgio Napolitano possano resistere. Si notino le date: i video-confessioni registrati da Alan Friedman da Friedman escono il 12 febbraio, lo stesso giorno che è a Palazzo Chigi si è consumato un durissimo scontro tra Letta e Renzi, con il primo che afferma “Le dimissioni non si danno per dicerie, manovre di palazzo, o retroscena di giornali. Ognuno deve pronunciarsi, soprattutto chi vuole venire qui al posto mio. Ognuno deve giocare a carte scoperte16; il 13 febbraio Matteo Renzi “dà il benservito” al premier, durante la riunione della direzione nazionale del PD; il 14 febbraio, senza alcun passaggio in Parlamento o formalizzazione della crisi di governo, Enrico Letta sale al Quirinale per rassegnare le dimissioni; il 17 febbraio Giorgio Napolitano dà l’incarico per la formazione di un nuovo esecutivo a Matteo Renzi, il cui ultimo “bagno elettorale” risale alle elezioni comunali di Firenze del giugno 2009.
Siano ora al giorno 1, quando tutti, eccetto Napolitano e Letta, sono soddisfatti: l’establishment finanziario liberal della City-Wall Street-Fiat-Bilderberg ha un giovane e graffiante “rottamatore” cui è affidala la missione di attuare le ricette neoliberiste; l’establishment neocon-Likud ha il proprio uomo installato a Palazzo Chigi; Berlusconi ha un nuovo alleato alla Presidenza del Consiglio, con cui stringerà il Patto del Nazareno; il Movimento 5 Stelle può buttarla in caciara, così da non infastidire il “Potere” e galvanizzare gli utenti del blog (“E’ grave ed è incredibile che domani il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, senta di accogliere per le consultazioni Silvio Berlusconi che ha una condanna definitiva” per frode fiscale” dicono i grillini17).
La prima riesumazione del golpe del novembre 2011 ha assolto egregiamente alla sua funzione. Avrà lo stesso successo anche la seconda riesumazione?

Ricordi, Barack Obama, quando nel novembre 2011…

Tempi duri, durissimi, per l’Italia: dopo sette anni di depressione economica (2008-2014), l’Italia è cresciuta dello 0,8% nel 2015, percentuale che, depurata degli effetti del mini-greggio e del mini-euro, sarebbe probabilmente di nuovo negativa18. Peggio ancora, gli indicatori economici (vedi gli ordini ed il fatturato del mese di dicembre19) mostrano un Paese che flirta nuovamente con la recessione e, come se non bastasse, un anno di allentamento quantitativo da parte della BCE (con cui il venerabile Mario Draghi ha irrorato i mercati obbligazionari ed azionari, per la felicità dei suoi protettori) ha fallito l’obbiettivo di rianimare la dinamica dei prezzi: l’Italia, a febbraio, è di nuovo in deflazione (-0,2%), rendendo così de facto insolvibile il debito pubblico.
In un simile contesto la massima andreottiana “il potere logora chi non ce l’ha” perde la negazione e torna ad essere semplicemente “il potere logora”: tipico è l’esempio di Matteo Renzi che, partito per durare vent’anni, ha concluso i suoi primi 24 mesi di governo in grave, gravissimo, affanno.
Anziché imprimere una svolta al Paese, l’ex-sindaco di Firenze si è limitato all’abrogazione dell’art.18 ed alla vendita degli ultimi pezzi dell’argenteria rimasti (Poste, Fincantieri, Enav, Ferrovie dello Stato, etc.) per soddisfare gli appetiti della City e di Wall Street: decisamente troppo poco, per un Paese che si sta rapidamente avvicinando al carico di rottura.
Non solo, Matteo Renzi si è velocemente involuto agli occhi delle oligarchie anglofone, “berlusconizzandosi”: tipico in questo senso è l’abolizione dell’Imu sulla prima casa, “non in linea con le raccomandazioni della UE”, e l’ingresso in pianta stabile di Denis Verdini ed accoliti nella maggioranza di governo, a coronamento del celebre Patto del Nazareno. Infine, come si intuisce dal continuo stillicidio di notizie sull’argomento, c’è nuovamente una gran voglia di avventure neocoloniali in Libia e, proprio come nel 2011, angloamericani e francesi preferiscono che per l’occasione sia installato a Roma un governo di fedeli tecnici del gruppo Bilderberg (o, meglio ancora, nessun governo).
Cosa succede quindi nella politica italiana?
Succede che il sostegno monolitico di cui Matteo Renzi godeva agli esordi (establishment liberal della City e di Wall Street, pro-euro pro-Unione Europea, ed establishment neocon ed israeliano) si sfalda e, schierati a fianco del premier, rimangono solo i suoi amici iniziali, nonché “creatori”, del Likud e del destrorso American Enterprise Institute. I liberal delle grandi banchi d’affari inglesi, i tecnocrati di Bruxelles, i clan Obama/Clinton, la banda del gruppo Bilderberg, vorrebbe oggi sbarazzarsi dell’ex-sindaco di Firenze, mentre i suoi padrini israeliani si schierano in un’ultima, disperata, difesa. Riportiamo qualche esempio per corroborare la nostra tesi.
Il primo violento attacco delle oligarchie liberal parte a novembre 2015, dalle colonne del Financial Times, con l’editoriale “Italy’s economic recovery is not what it seems”, e culmina con l’articolo “Renzi’s luck runs out as problems mount at home and abroad” di metà febbraio. All’interno dell’articolo, alias pizzino mafioso, si legge20:

The self-congratulatory presentation seems to suggest that Italians have dozens of reasons to rejoice: unemployment has dropped; economic output is up; taxes are down; foreign investment has grown.But Mr Renzi’s slideshow carefully shields the harsher reality : luck recently seems to have turned against him. (…) Its relations with Egypt, a commercial and strategic relationship Mr Renzi has worked hard to cultivate, have been jeopardised by the mysterious murder of an Italian doctoral student who was studying trade unions in Cairo.(…) When Mr Renzi took office in February 2014, he had the aura of a young, charismatic leader with plans to remake Italy (…) But in response to growing adversity, he now resembles a more conventional and defensive politician — at risk both of domestic political rejection and greater international isolation.

Il più potente congiurato del golpe 2011, la finanza anglofona, sta nuovamente ordendo contro l’Italia, affilando il coltello per pugnalare il premier. Come abbiamo evidenziato nelle nostre analisi, lo scandalo banca Etruria ed il precipitare dei corsi azionari delle banche italiane sono il primo tentativo della City di spodestare Matteo Renzi.
Il secondo congiurato del 2011, la tecnocrazia di Bruxelles che risponde anch’essa agli ordini della City e di Wall Street, affila a sua volta il coltello attraverso il “Country Report” pubblicato il 26 febbraio, l’equivalente della lettera dalla BCE spedita il 5 agosto 2011. L’Italia, secondo Bruxelles, è “fonte di potenziali ricadute per gli altri Stati membri dell’Unione europea” mentre “la ripresa modesta e le debolezze strutturali del Paese influiscono negativamente sulla ripresa e sul potenziale di crescita dell’Europa21.
Il terzo congiurato del 2011, gli esponenti nostrani dei circoli massonici-finanziari della City, si avvicinano a loro volta al presidente del Consiglio, brandendo i coltelli. Mario Monti, il 17 febbraio, attacca frontalmente il premier a Palazzo Madama , lasciandogli intendere che ha varcato la linea rossa22:

“Presidente Renzi, lei non manca occasione per denigrare le modalità concrete di esistenza della Unione Europea, con la distruzione sistematica a colpi di clava e scalpello di tutto quello che la Ue ha significato finora. Questo sta introducendo negli italiani, soprattutto in quelli che la seguono, una pericolosissima alienazione nei confronti della Ue. Con il rischio di un benaltrismo su scala continentale molto pericoloso. In modo accorato dico che dovrebbe riflettere molto su questo.”

Oltre all’immarcescibile massone Giorgio Napolitano, anche le altre figure rimaste bruciate dal premier (Massimo D’Alema, Enrico Letta e Romano Prodi) starebbero lavorando, secondo le indiscrezioni di Palazzo23, per ripetere il copione del novembre 2011, giocando di sponda, come sempre, con la tecnocrazia brussellese e la finanza anglofona.
Attorno a Matteo Renzi si assiepano congiurati, pronti ad affondare il coltello. Come reagisce il premier, sempre più in difficoltà?
Il contrattacco, tutto verbale, è il discorso all’assemblea del PD del 21 febbraio, quando, con chiaro riferimento alle oligarchie liberal, afferma24:

“C’è una distanza siderale tra noi e una presunta classe dirigente che per decenni ha fatto la morale alla politica per apparire cool all’ora dell’aperitivo o del brunch. Non siamo dalla parte degli illuminati aristocratici con molti veti e pochi voti che ci fanno la morale, ma hanno dimostrato che non sempre con loro le cose vanno dalla direzione giusta. Fuori dai loro pregiudizi c’è un’Italia delle persone semplici che non meritano certi pregiudizi”.

Non è però chiamando direttamente in causa “gli illuminati” della City e di Bruxelles, che Renzi può sventare il complotto ai suoi danni. E, perciò, i suoi amici del Likud israeliano gli vengono in soccorso.
Quale miglior modo di impedire che i congiurati del 2011, Barack Obama in testa, ripetano il golpe del 2011, questa volta ai danni di Matteo Renzi, che rivelare al mondo le loro responsabilità nella defenestrazione di Silvio Berlusconi? Ecco, di conseguenza, che il 22 febbraio, il giorno dopo l’attacco di Renzi agli “illuminati”, appaiono provvidenzialmente su Wikileaks i cablo25 che dimostrano il coinvolgimento dei servizi americani e dell’amministrazione Obama nelle trame che portano alla caduta di Silvio Berlusconi.
Ne segue un gran polverone mediatico, dove Silvio Berlusconi si toglie qualche sassolino dalla scarpa (“Ecco come gli Stati Uniti spiavano Berlusconi” titola il Giornale26, mentre i suoi fedelissimi invocano una commissione parlamentare d’inchiesta), la Farnesina (gesto piuttosto inusuale per un Paese come il nostro) convoca l’ambasciatore americano John Phillips27 ed il braccio destro di Matteo Renzi, il ministro Maria Elena Boschi, dichiara28:

Sarebbe inaccettabile immaginare una attività intercettativa degli Stati Uniti verso un governo alleato”.

Ma come, diranno alcuni, dietro Wikileaks si nascondo gli israeliani del Likud, amici di Silvio Berlusconi, Matteo Renzi e Marco Carrai? Ma certo…
Senza entrare nel merito della figura di Julian Assange, che potrebbe essere un attore retribuito della commedia od un mitomane circuito, Wikileaks è la classifica valvola di sfogo, con cui si offre in pasto all’opinione pubblica qualche modesto arcano per tenerne celati di ben più grossi, oppure, ed è il nostro caso, si lascia trapelare al momento opportuno qualche segreto che può fare comodo come, appunto, il coinvolgimento dell’amministrazione Obama nel golpe del 2011.
Ecco cosa dice nel 2010, intervistato dalla Public Broadcasting Service, Zbigniew Brzezinski (consigliere per la sicurezza nazionale del presidente democratico di Jimmy Carter e membro dell’estabishement liberal, pro-Unione Europea) a proposito di Wikileaks29:

The real issue is, who is feeding Wikipedia on this issue — Wiki — Wiki — WikiLeaks on this issue? They’re getting a lot of information which seems trivial, inconsequential, but some of it seems surprisingly pointed. (…) The very pointed references to Arab leaders could have as their objective undermining their political credibility at home (…) It’s, rather, a question of whether WikiLeaks are being manipulated by interested parties that want to either complicate our relationship with other governments or want to undermine some governments (…) I have no doubt that WikiLeaks is getting a lot of the stuff from sort of relatively unimportant sources, like the one that perhaps is identified on the air. But it may be getting stuff at the same time from interested intelligence parties who want to manipulate the process and achieve certain very specific objectives.

Quali possono essere questi servizi segreti che manipolano Wikileaks? Magari quelli che hanno interesse a screditare i capi di Stato arabi, per fomentare disordini o rivoluzioni. Tiriamo ad indovinare: i servizi israeliani?
Non ci resta che fare la prova del nove. Qual è l’opinione di Wikileaks sull’Undici Settembre che, come disse30 Francesco Cossiga nel novembre 2007, è “stato pianificato e realizzato dalla CIA americana e dal Mossad con l’aiuto del mondo sionista per mettere sotto accusa i Paesi arabi ed indurre le potenze occidentali ad intervenire sia in Iraq sia in Afghanistan”?
Bé, Julian Assange dice di essere “costantemente seccato” dei complottisti dell’Undici Settembre, alla ricerca di un’inesistente verità alternativa a quella ufficiale31:

“I’m constantly annoyed that people are distracted by false conspiracies such as 9/11, when all around we provide evidence of real conspiracies, for war or mass financial fraud.”

Concludendo, l’Italia è teatro in questi giorni di una faida dentro l’establishment atlantico, tra liberal pro-euro, pro-Bilderberg e pro-Mario Monti e israeliani/neocon pro-Matteo Renzi: il nostro unico augurio è che si facciano vicendevolmente molto male. Al massimo, seppelliremo i morti.

cablo

5La storia di Igor Markevic, Giovanni Fasanella, Giuseppe Rocca, Chiarelettere, 2014, pag. 353

Golpe 2011: una minestra riscaldata, servita quando fa comodo (Parte I)

Obama peggio di Bush: tutte le guerre del Nobel per la Pace

obama-jokerRoma, 13 mag – Manca ormai solo qualche mese all’uscita di scena di Obama, la figura centrale di questi anni tormentati, caratterizzati da crisi economica e tensioni internazionali. Un presidente inevitabilmente “buono” per via del suo colore della pelle, come vuole il pensiero debole dei nostri tempi. Un idolo dei media e delle sinistre radical occidentali, di cui è stato simbolo incontrastato, tanto da meritare un Nobel per la Pace prima ancora di fare un passo in politica estera. Ma basta analizzare le sue mosse nel corso degli anni per capire come Obama abbia in realtà agito in continuità con l’istinto imperiale americano, riuscendo dove altri non erano arrivati grazie anche al pregiudizio favorevole che ha caratterizzato la sua amministrazione. I conflitti durante la sua presidenza si sono susseguiti senza sosta, mentre l’utilizzo dei droni, i sistemi a pilotaggio remoto con cui condurre attacchi aerei, si è addirittura sestuplicato rispetto al periodo Bush. Gli interventi di cui parliamo sono ben diversi dalle “guerre classiche”. Si tratta di azioni di destabilizzazione, manipolazione dell’opinione pubblica, finanziamento di gruppi eversivi e invio massiccio di contractors, cioè mercenari, attraverso le quali tentare di favorire il regime-change nei paesi di interesse geopolitico. Sul tema gli States hanno una lunga tradizione, di cui le “rivoluzioni colorate” sono la parte più nota.

Come inizio ci sono state le “primavere arabe” (2011), rivolte popolari che, accanto alle sacrosante proteste, hanno nascosto più d’una interferenza occidentale. Seguendo la bandiera propagandistica di libertà e diritti umani gli USA hanno contribuito alla distruzione delle realtà statuali esistenti, spianando la strada al fondamentalismo e gettando nel caos l’intero Nord Africa. La Libia è stata il caso esemplare: appoggiando Inghilterra e Francia, Obama ha detto che uccidere Gheddafi significava stare dalla «parte giusta della storia». Risultato: senza il collante del suo Leader

il paese è finito nell’inferno delle divisioni tribali, e inoltre l’IS (insieme ad altri gruppi fondamentalisti) imperversa nell’ex colonia italiana, minaccioso più che mai. Senza contare le falle che si sono inevitabilmente aperte nei confini, invasi da masse di disperati, che ora premono alle porte dell’Europa. Di pari gravità la situazione ucraina (2014). Anche qui, le proteste popolari contro l’allora governo di Kiev sono sfociate nella guerra civile, mentre gli USA soffiavano sul fuoco. McCain e una serie impressionante di ONG (con Soros in prima fila) i simboli della pesante ingerenza, per completare l’accerchiamento NATO ai danni della Russia. D’altro canto, Brzezinski ha da sempre descritto questa “terra di mezzo” come il passaggio chiave per minare alla base la forza di Mosca (che rimane uno dei nemici “geopolitici” principali) e per dividere Putin dall’Europa. Intento che in questo caso appare raggiunto, come testimoniano le “inique” sanzioni, che saranno rinnovate con la benedizione della Germania riavvicinatasi a Washington. Nel frattempo il nuovo governo ucraino è nato grazie alle indicazioni a stelle e strisce, come ha testimoniato il nome dell’americana Natalie Jaresco quale ministro delle Finanze, mentre il paese rimane diviso in due.
Ancor peggiore lo scenario siriano, dove gli USA si sono spesi in appoggio ai “ribelli moderati” in funzione anti – Assad. Peccato che dietro questi ribelli si nascondessero il più delle volte gruppi estremisti, foraggiati anche dalle petromonarchie del Golfo e dalla Turchia, tradizionali partners americani, sebbene ben più rigidi in materia religiosa rispetto alla Siria. All’Arabia Saudita, in nome della realpolitik, è stata concessa mano libera in Yemen senza batter ciglio. Gli stessi USA, quando si sono decisi sotto la pressione dell’opinione pubblica, hanno combattuto l’ISIS in maniera blanda per non smuovere troppo le acque (al contrario della Russia). Si è parlato di una strategia ispirata alla “geopolitica del caos”, per impedire l’ascesa di egemonie regionali, come ha più volte sottolineato l’analista Dario Fabbri di Limes. In buona sostanza quindi, l’inferno dell’estremismo islamico che agita l’Europa è in gran parte colpa occidentale e del suo presidente simbolo.
Altri venti di guerra, di tipo commerciale, hanno riguardato l’accelerazione dei trattati Ttp e Ttip, che mirano in primo luogo ad escludere i due grandi rivali (Cina e Russia) da accordi di portata storica per la liberalizzazione dei mercati. Nel caso del Ttip l’Europa diventerebbe definitivamente satellite statunitense, allineandosi agli standard sanitari e sociali a stelle e strisce e spianando la strada al predominio delle multinazionali sulla politica e sugli Stati. D’altronde, il rispetto verso gli europei non è stato una caratteristica dell’amministrazione Obama, come ha testimoniato lo scandalo Datagate riguardante lo spionaggio globale ai danni degli alleati oltreoceano, come l’Italia. Per chiudere, dobbiamo tornare sul nome di Brzezinski, centrale per capire le linee guida dell’amministrazione Obama e la sua continuità con la tradizione interventista democratica dei Wilson, Roosevelt e Clinton. Sin dalla candidatura del 2008 il giornalista Webster Griffin Tarpley denunciò le influenze nascoste dietro l’apparenza, i sorrisi e gli «yes we can» di Barack, tanto da definirlo «burattino di Brezinski» e delle sue spregiudicate teorie realiste. Non a caso, suo figlio Mark figurò tra i primi consiglieri politici del presidente, accanto a una folta schiera di banchieri, uomini dell’era – Clinton e residui neo-cons come Victoria Nuland. Per Tarpley, un personaggio costruito mediaticamente a tavolino, tramite qualcosa di somigliante a una vera e propria “rivoluzione colorata”.
Nel libro Obama the postmodern coup emerge la vera natura del presidente: «Obama si è messo al servizio dell’egemonia statunitense promossa dai finanzieri di Wall Street, agendo tra l’altro come affossatore di quei movimenti di protesta popolare emersi durante il regime di Bush e Cheney. Infatti, grazie a lui, ampie frange del movimento per la pace, del movimento per l’impeachment e del movimento per la verità sull’11 settembre hanno cessato semplicemente di esistere. La capacità di Obama di mobilitare persino la sinistra pacifista per i suoi disegni di aggressione si è vista soprattutto con l’attacco alla Libia, iniziato il 19 marzo 2011, ironicamente l’anniversario dell’aggressione di Bush contro l’Iraq otto anni prima. Gran parte della pseudo-sinistra, pagata dalle fondazioni reazionarie e nell’orbita dell’ala sinistra della CIA, ha agito come claque per questa nuova guerra imperialistica». Le prossime elezioni ci diranno se l’America continuerà a effettuare le sue ingerenze con la scusa dei “diritti umani” o prenderà una strada più isolazionista di cui potrebbero beneficiarne diversi attori, Europa in primis.
Francesco Carlesi

Preso da: http://www.ilprimatonazionale.it/esteri/obama-guerre-44905/#ZBlevJDVRt0sES77.99