L’Italia al guinzaglio della NATO

12 settembre 2016

La NATO cerca in tutti i modi di dividere l’Europa dalla Russia e tiene l’Italia al guinzaglio, coinvolgendola suo malgrado in una guerra fredda sempre più calda. Costellata di basi americane, l’Italia si ritrova così alla mercé degli Stati Uniti.

La NATO fa veramente gli interessi dell’Europa? Le continue esercitazioni militari ai confini con la Russia, le costose missioni di guerra in giro per il mondo non daranno poi evidentemente tanta stabilità e sicurezza ai Paesi europei. Dal canto suo l’Italia, sotto il controllo militare a stelle e strisce del suo territorio, si ritrova, mani legate, ad agire anche contro i propri interessi, continuando a sottoscrivere le sanzioni alla Russia. “Siamo vittime di un’autocastrazione nei confronti dei nostri stessi interessi. L’Europa si sta pestando i piedi, si sta mutilando”, ha sottolineato in un’intervista a Sputnik Italia il giornalista e documentarista Fulvio Grimaldi. — Fulvio, secondo lei che cosa vuol ottenere la NATO con la sua espansione nell’Europa orientale ai confini con la Russia?

— È un fenomeno estremamente preoccupante anche perché sta per arrivare probabilmente alla presidenza degli Stati Uniti Hillary Clinton, una persona che si è sempre dimostrata radicale nei rapporti con gli altri Paesi e in particolare con la Russia. C’è da avere molta paura su quello che succederà, sulla base di quanto è stato preparato dal presidente Obama. Si tratta di un progressivo assedio nei confronti della Russia, che si vede praticamente circondata da tutte le parti possibili e immaginabili da strutture militari sempre più robuste degli Stati Uniti e della NATO.

È un fenomeno preoccupante che non trova alcuna giustificazione, perché nessuno nell’opinione pubblica e in generale percepisce una minaccia da quella parte, percepisce semmai il pericolo di un’accentuazione della tensione a livello mondiale che non può portare a nulla di buono. Lo ribadisco alla luce del fatto che probabilmente verrà alla presidenza degli Stati Uniti una persona che si è dimostrata molto incline alla violenza, all’aggressività e alla guerra. — Con una possibile vittoria della Clinton secondo lei la NATO diventerà ancora più aggressiva e muscolare? — Non è un rischio, ma una certezza. Hillary Clinton è sostenuta dal settore politico Neocon, quello che da 15 anni ha impostato una politica, prima con Bush poi con Obama, che preme verso un conflitto sempre più acuto e intenso nei confronti di chiunque si opponga al dominino e alla globalizzazione militare, politica, economica neoliberista degli Stati Uniti. Figuriamoci se questo personaggio non rappresenterà un’accentuazione di tensione. Hillary si oppone ad un altro candidato, Trump, il quale ha dato segni di avere qualche perplessità su questo tipo di politica aggressiva e ha preso le distanze dal potenziamento della NATO e dalla necessità di pretendere una difesa dei Paesi del Baltico. La Clinton rappresenta l’ascesa del complesso militare industriale securitario americano. — La Polonia, dove si sono svolte recentemente la maxi esercitazioni NATO “Anaconda”, ha acquistato dall’americana Raytheon batterie di “Patriot”, una spesa militare importante. Nei Paesi Baltici a rotazione sono stanziati 4 battaglioni dell’Alleanza Atlantica. Per non parlare degli scudi missilistici in Romania. Questa tensione giova all’Europa stessa?

— All’Europa nulla di tutto questo giova. L’Europa segue questo carro di violenza e guerra fredda degli Stati Uniti, ma che diventa sempre più calda, una guerra che interessa certi settori della produzione di armi impostati sul mondialismo e il dominio della potenza unica. Questo non conviene certamente all’Europa che ha per situazione geografica, geopolitica, culturale un partner naturale che è l’Est europeo e l’Asia. Il concetto dell’Eurasia è profondamente radicato nella storia e nelle necessità economiche.

Per seguire gli interessi esclusivi degli Stati Uniti siamo costretti ad imporre delle sanzioni che danneggiano probabilmente meno la Russia di quanto non danneggino i produttori e gli agricoltori europei. Siamo vittime di un’autocastrazione nei confronti dei nostri stessi interessi. L’Europa si sta pestando i piedi, si sta mutilando. L’aveva già fatto al tempo della guerra contro la Jugoslavia, quando si distruggeva un pezzo d’Europa per gli interessi degli Stati Uniti. Ora l’Europa continua su questa strada in virtù del fatto che ha una classe dirigente totalmente asservita agli interessi statunitensi e che non bada agli interessi delle proprie popolazioni. In Italia la situazione è gravissima da questo punto di vista. — Cioè? — Abbiamo un Paese che è militarizzato a forza di circa 90 basi americane, inoltre ci sono tutte la basi italiane che sono anche basi NATO a disposizione degli Stati Uniti. Siamo un Paese costellato di basi militari, il che non soltanto è un peso economico finanziario pesantissimo, ci costa l’ira di Dio a scapito di ospedali, scuole, modifiche del territorio. È un fenomeno inoltre che ci mette a rischio facendo di noi un possibile bersaglio di qualcuno che vuole effettuare rappresaglie contro l’aggressività della NATO, di cui noi siamo membri. In Sicilia abbiamo la situazione del M.u.o.s che è la nuova base satellitare statunitense da dove l’America comanderà le varie guerre in Africa e in Medio Oriente. Per la Sicilia è un gravame da un punto di vista aziendale e civile. Ma questa è davvero l’Italia? © Sputnik. Vitaly Podvitsky Ma questa è davvero l’Italia? Abbiamo la Sardegna che è costellata di basi NATO utilizzate dagli Stati Uniti, dove tutte le industrie militari del mondo collegate all’Alleanza Atlantica fanno le proprie esercitazioni e i propri esperimenti su nuove armi. Tutto ciò avvelenando il territorio e nuocendo alla salute della popolazione. Stiamo soffrendo molto per questa schiavitù essendo membri della NATO. — Questa schiavitù di cui parla si riflette sull’economia, ma anche sulla politica dell’Italia? — Il peso economico è enorme. Le missioni militari che la NATO ci impone in giro per il mondo, costano circa 55 milioni al giorno. Con il contributo di altri ministeri si sale a 80 milioni al giorno per l’impegno militare di un Paese che non ha nessun interesse a fare operazioni militari nei confronti di nessuno, perché non è minacciato da nessuno. Questo controllo militare capillare sul nostro territorio, che si combina al controllo politico che è storico e nasce dalla fine della II Guerra Mondiale, quando siamo entrati in un rapporto di subalternità con gli Stati Uniti, ci pone alla mercé. Questo ci priva di qualsiasi possibilità di autodeterminazione. — Un esempio di questi condizionamenti politici è anche l’allontanamento dell’Europa dalla Russia, per via delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti?

— È un’assoluta certezza. Si cerca in tutte le maniere, attraverso la militarizzazione dei confini e il controllo politico economico, di impedire che ci sia uno sviluppo naturale, fisiologico, storico e culturale di un rapporto benefico fra l’Europa e l’Est, quindi con la Russia. Si cerca di allontanare l’Europa e la Russia anche attraverso una propaganda russofoba intollerabile che sta assumendo dei toni incredibili contro una Russia, che dopotutto si pone in difesa del diritto internazionale e in difesa dei popoli aggrediti.

— Che scenari futuri si immagina personalmente in questo complesso scenario geopolitico? — Purtroppo non vedo elementi che giustifichino ottimismo. Vedo qualche speranza nel fatto che ci sono sempre più evidenti manifestazioni di volontà popolare che si oppongono a questa strategia di scontro e delle sanzioni. Anche attraverso nuove organizzazioni politiche in vari Paesi europei credo ci sia una presa di coscienza che questo tipo di strategia aggressiva ci porta alla rovina. Spero questo sviluppo possa fermare la mano ai politici e impostare un altro tipo di politica. Si deve sperare in questo.

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La Politica dell’Assassinio che Viene Condotta nel Nostro Nome

6 luglio 2016

Jemery Scahill, Simon e Schuster- Estratto dal libro “The Assassination Complex” di Jeremy Scahill
Come fa il Governo degli Stati Uniti a dare a se’ stesso il diritto di condannare gente a morte senza un dovuto processo, nel nome della sicurezza nazionale? Nel “The Assassination Complex”, Jeremy Scahilll e lo staff di The Intercept aprono una finestra su come  le catture e gli assassinii sanguinosi mirati dei militari USA vengono preparatiS dalla stanza dei bottoni, in Afganistan, Yemen e Somalia. Ordina questo libro rivelatore donando a Truthout oggi!
L’estratto che segue e’ da The Assassination Complex: Inside the Government’s Secret Drone Warfare Program:
Per Barak Obama, fin dal primo giorno come comandante in capo, il drone e’ stata l’arma di prima scelta, usata dai militari e dalla CIA per catturare e uccidere gente che la sua amministrazione ha dichiarato- attraverso un processo segreto, senza accusa o processo- come gente che  merita di essere uccisa. C’e’ stato un focus intenso sulla tecnologia delle uccisioni remote, ma quello appunto serve spesso come un surrogato per cio’ che dovrebbe essere un esame complessivo sul potere dello stato per quanto riguarda la vita e la morte.
I droni sono i mezzi, non la politica. La politica e’ l’assassinio. Mentre tutti i presidenti (degli USA, Ndt) dai tempi di Gerald Ford, hanno mantenuto un ordine esecutivo che vieta gli assassinii da parte del personale USA, il Congresso ha evitato di fare leggi sulla questione o persino di definire la parola “assassinio”. Questo ha dato la possibilita’ ai proponenti delle guerre con i droni di ridefinire gli assassinii con caratterizzazioni piu’ accettabili, come il “term du jour”, “uccisioni mirate”.

Quando l’amministrazione di Obama ha discusso i droni pubblicamente, ha assicurato che queste operazioni costituiscono un’alternativa piu’ precisa rispetto alle truppe inviate sul luogo e che vengono autorizzati solo quando ci sia una minaccia “imminente” e quando esista una “quasi certezza” che il target voluto venga eliminato. Questi termini tuttavia sembrano essere stati ridefiniti in maniera marcata cosi’ da portare quasi nessuna rassomiglianza ai significati comunemente accettati.
Il primo attacco con droni, condotto al di fuori di una zona di guerra dichiarata, fu condotto nel 2002, ma la Casa Bianca aspetto’ fino al Maggio 2013 per rilasciare una serie di standards e procedure per condurre questi attacchi. Queste direttive contengono pochissima specificita’, asserendo che gli Stati Uniti potrebbero portare a termine attacchi letali al di fuori di un’”area di ostilita’ attiva” solo se il target rappresenta una “minaccia continua e imminente a cittadini USA”, senza descrivere alcun senso del processo interno usato per determinare se un sospetto potrebbe essere ucciso senza essere accusato o guidicato. Il messaggio implicito per quanto riguarda gli attacchi con droni da parte dell’amministrazione Obama e’ stata “Fidati” ma non verificare.
Il 15 Ottobre 2015, The Intercept ha pubblicato una quantita’ di documenti segreti che aprono una finestra sul funzionamento intimo delle operazioni di cattura e uccisione dei militari USA durante un periodo chiave nell’evoluzione delle guerre con droni: tra il 2011 e il 2013. I documenti, che descrivono anche i punti di vista interni delle forze di operazioni speciali per quanto riguarda le mancanze e i difetti del programma dei droni, furono resi pubblici da una fonte che e’ dentro la comunita’ dello spionaggio e che lavoro’ sui tipi di operazioni e programmi descritti nelle diapositive. Noi abbiamo dovuto garantire l’anonimita’ perche’ il materiale e’ considerato segreto e anche perche’ il governo USA si e’ impegnato nel perseguimento aggressivo di coloro che rivelano segreti o suonano l’allarme. In tutto il libro, noi ci riferiremo a questa persona semplicemente come “la fonte”.
La fonte ci ha detto che lui decise di rendere pubblici questi documenti perche’ egli crede che il pubblico ha il diritto di capire il processo attraverso il quale alcune persone vengono messe nelle liste da uccidere e alla fine assassinate con ordini che arrivano dagli ufficiali piu’ in alto nel governo USA: “Questa esplosione oltraggiosa di fare liste di persone da guardare, di gente che dev’essere monitorata e il raccogliere i loro nomi e metterli nelle liste, assegnando loro un numero, assegnando loro una “figurina da calcio”, condannandoli a morte senza preavviso, in un campo di battaglia mondiale, era, fin dal primo momento, sbagliato.
“Noi stiamo facendo si’ che tutto questo avvenga. E con “noi” io intendo ogni cittadino Americano che ha accesso a questa informazione adesso, ma continua a far niente per esso”.
Il Pentagono, la Casa Bianca, e il Comando per le Operazioni Speciali, hanno declinato di commentare sui documenti. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha detto :” Noi non commentiamo sui dettagli di rapporti segreti”.
La CIA e il Comando militare USA delle Operazioni Speciali Congiunte (JSOC)
(JSOC) opera dei programmi di assassinio paralleli, con droni, e i documenti segreti dovrebbero essere analizzati nel contesto in un’intensa guerra interna su quale entita’ dovrebbe avere la supremazia in queste operazioni. Due gruppi di diapositive sono centrate sulle campagne militari ad alto valore in Somalia e Yemen come vennero attuate tra il 2011 e il 2013, specificamente le operazioni di una unita’ segreta, la Task Force 48-4. Documenti aggiuntivi di operazioni di alto valore di cattura e uccidi in Afghanistan supportano descrizioni precedenti di come l’amministrazione di Obama maschera il vero numero di civili uccisi negli attacchi con droni categorizzando le persone che non sono identificabili, uccise in un attacco, come nemici, anche se questi non erano i target voluti. Le diapositive dipingono anche un quadro di una campagna in Afghanistan diretta a eliminare non solo Al Qaeda e i Talebani operativi ma anche membri di altri gruppi armati locali.
Jeremy Scahill e’ uno dei tre editori fondatori di The Intercept. E’ un giornalista investigativo, corrispondente di guerra e autore dei libri bestselling internazionali Dirty Wars: The Worls is a Battlefield e Blackwater: The Rise of the World’s Most Powerful Mercenary Army. Scahill e’ stato il corrispondente per la sicurezza nazionale per The Nation e Democracy Now! e ha ricevuto due prestigiosi premi George Polk. Scahill e’ produttore e scrittore del film, vincitori di diversi premi, Dirty Wars.
Da Z Net- Lo Spirito Della Resistenza e’ Vivo
http://www.znetitaly.org
URL: truth-out.org/opinion/item/36280-a-policy-of-assassination-is-being-conducted-in-our-name
Traduzione di Francesco D’Alessandro
©2016 ZNet Italy-Licenza Creative Commons CC By NC-SA 3.0

Preso da: http://znetitaly.altervista.org/art/20375

Golpe 2011: una minestra riscaldata, servita quando fa comodo (Parte II)

Nella prima parte dell’analisi ci siamo concentrati sulle dinamiche e sulle responsabilità del golpe che nel novembre del 2011 portò alla caduta di Silvio Berlusconi. Sia Mario Monti che il suo successore, Enrico Letta, appartengono all’establishment finanziario “liberal”, di cui le riunioni del gruppo Bilderberg sono forse l’appuntamento più famoso. Nel frattempo gli stessi ambienti necon e del Likud israeliano che già sostenevano Silvio Berlusconi, scaldano il loro nuovo uomo: è Matteo Renzi, che nel dicembre 2013 conquista la segreteria del PD. Per convincere un riluttante Giorgio Napolitano alla seconda forzatura della prassi costituzionale in poco più di due anni, è rivangato una prima volta il golpe del 2011: il Presidente della Repubblica cede dopo pochi giorni. Infine, altre verità su quel colpo di Palazzo riaffiorano oggi, grazie a Wikileaks, quando Matteo Renzi è allo stremo e si respira aria dell’ennesimo cambio di regime: perché? E chi si cela dietro il sito di Julian Assange?

Ricordi, Giorgio Napolitano, quando nel novembre del 2011…

L’estromissione da Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi, vicino a quegli ambienti neoconservatori e del Likud israeliano che passano in minoranza con l’elezione di Barack Obama, è seguita dalla nomina a premier di Mario Monti. L’ex-consulente di Goldman Sachs è, come tutte le figure cresciute nell’orbita Fiat, espressione di quell’establishment finanziario, anglofono e liberal che sponsorizza sin dall’immediato dopoguerra l’integrazione europea e la moneta unica: figure simili a quelle di Mario Monti, con un passato ai vertici della casa automobilistica torinese e nelle grandi banche d’affari internazionali, sono, ad esempio, quella di Franco Bernabè, Tommaso Padoa Schioppa e Romano Prodi (il cui ruolo fu determinante per la vendita di Alfa Romeo al Lingotto anziché alla Ford).
Il collante di questa comunità, tanto devota alla finanza anglofona quanto alla causa europeista, è, come noto, il gruppo Bilderberg, di cui Mario Monti lascia il direttivo poco prima dell’ingresso a Palazzo Chigi.
Ai fini della nostra analisi è importante evidenziare come il milieu del gruppo Bilderberg si distingue dagli ambienti più marcatamente anti-arabi, al limite del segregazionismo, dei neocon e del Likud (vedi le legge approvata nel 2014 su iniziativa di Benyamin Netanyahu che definisce Israele “Stato della nazione ebraica1), arrivando a metterne in discussione alcune scelte come quella dell‘invasione dell’Iraq, da cui Barack Obama ritira formalmente le truppe a fine 2011 (a differenza dell’Afghanistan, il cui ruolo strategico in funzione anti-russa ed anti-cinese è riconosciuto anche dai liberal).
Si prenda ad esempio il dossier sul riconoscimento della Palestina come osservatore permanente all’Onu: Mario Monti e Giorgio Napolitano si “impongono” sul ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata che, supportato dai berlusconiani, propende per l’astensione, ed optano per il “sì” al Palazzo di Vetro2. La reazione del premier israeliano Benjamin Netanyahu è dura ed immediata (“non cambierà alcunché sul terreno, non avvicinerà la costituzione di uno Stato palestinese, ma anzi la allontanerà3), simile a quella del PDL di Silvio Berlusconi (“il voto dell’Italia sulla Palestina, voluto da Monti, è contrario alle posizioni molte volte assunte da Senato e Camera e non ha nulla a che fare con l’Unione Europea, che si è spaccata4) e delle firme israeliane che scrivono su Il Giornale (“Monti ha tradito Israele e la politica estera italiana” scrive Fiamma Nirenstein).
Per Tel Aviv conservare saldamente l’Italia tra la schiera dei Paesi “amici” (anche obtorto collo) è fondamentale, sin da quando, con la nascita dell’ENI nel 1953, il nostro Paese si riaffaccia sullo scacchiere mediorientale, con un politica estera talvolta in netto contrasto con quella angloamericana. Si prende ad esempio l’affaire Aldo Moro, ministro degli Esteri dal 1969 al 1974 e notoriamente filoarabo: è ormai assodato che un ruolo di primo piano nel rapimento e poi nell’omicidio del presidente della DC fu proprio giocato dal Mossad, quasi sicuramente attraverso le figure di Laura di Nola e del marito, presunto brigatista, Raffaele De Cosa5.
Come ovviare alla perdita di Silvio Berlusconi, “amico di Israele”, com’è tuttora solito autodefinirsi? I previdenti neocon e gli ambienti israeliani lavorano da tempo all’audace progetto di riproporre in Italia il modello Tony Blair, ossia un’infiltrazione da sinistra che, se coronata dal successo, ottiene un duplice risultato: seduce l’elettorato di destra e spiazza i progressisti. L’uomo su cui i neocon ed il Likud puntano è, ovviamente, Matteo Renzi, la cui “mente grigia” è quel Marco Carrai che lavora tra Italia ed Israele ed il cui mentore presso l’establishment americano6 è Michael Ledeen, figura di primo piano del pensatoio ultra-conversatore American Enterprise Institute.
Chi si cela dietro Matteo Renzi è, peraltro, perfettamente noto nel Partito Democratico, tanto che un dirigente autorevole come Ugo Sposetti, ultimo tesoriere dei DS, afferma: “dietro i finanziamenti milionari a Renzi c’è Israele e la destra americana7. Con un ultimo sussulto d’orgoglio, gli ex-PCI-PDS bloccano quindi l’avanzata di Matteo Renzi alle primarie del dicembre 2012, da cui emerge come candidato premier per le imminenti elezioni l’ex-comunista Pierluigi Bersani.
La tornata elettorale, fissata per il febbraio 2013, è decisiva per la tenuta dell’eurozona: il Partito Democratico, europeista ed incapace di esprimere una visione dell’economia diversa da quella dominante, non impensierisce le oligarchie atlantiche; il Movimento 5 Stelle è un prodotto degli angloamericani studiato per catalizzare e sterilizzare il dissenso, garantendo così la conservazione dello status quo; il Popolo della Libertà di Silvio Berlusconi propone invece una tanto irrealistica (dato il quadro generale) quanto accattivante cancellazione dell’Imu, che metterebbe in discussione l’intera austerità su cui è impostato il “risanamento” italiano. Per sabotare la rimonta di Silvio Berlusconi, che eccelle solo e sempre nella campagna elettorale, sono creati ad hoc due partiti, destinati non a caso a liquefarsi dopo le elezioni: Scelta Civica e Fare per Fermare il Declino (“se il Centro-destra ha perso le elezioni del 2013, la colpa è di Mario Monti, il quale se si fosse alleato con il Centro-destra come gli avevamo proposto, avrebbe cambiato l’esito delle urne”8 dice Berlusconi nel 2014).
Le elezioni, complice la leggerezza con cui Pierluigi Bersani affronta la sfida, sicuro com’è di vincere senza colpo ferire, si concludono con una sostanziale tripartizione del voto: PD al 29,5%, PDL al 29%, M5S al 25,5%.
Pierluigi Bersani esce parecchio malconcio dall’appuntamento elettorato e non sopravvive quando, nel successivo aprile, fallisce nell’impresa di eleggere Romano Prodi (storico ed acerrimo nemico di Silvio Berlusconi) al Quirinale, dove è riconfermato Giorgio Napolitano. Decisivo nella dinamica che porta alle dimissioni di Bersani dalla segreteria del PD è Matteo Renzi, il famoso “capo dei 1019 che affossano il professore di Bologna. Renzi e Berlusconi, i due esponenti della destra americana e del Likud israeliano, agiscono già all’unisono in quell’occasione?
Di certo c’è solo l’incontro riservato tra i due10 (non esistono foto che li ritraggono insieme, come se un eventuale scatto fosse compromettente), pochi giorni prima l’elezione del capo dello Stato: l’affondamento di Romano Prodi è probabilmente l’inizio di quella intesa che dura tutt’ora, palesata dall’ingresso in questi giorni dell’ex-berlusconiano di ferro, Denis Verdini, in maggioranza.
Non è trascorsa neppure una settimana dalla riconferma di Napolitano al Quirinale, quando nasce il governo di larghe intese presieduto da Enrico Letta: il neo-presidente del Consiglio è, analogamente al predecessore Monti, e a differenza di Berlusconi e Renzi, espressione dell’establishment finanziario liberal, come dimostrano le sue frequentazioni della gruppo Bilderberg, della Commissione Trilaterale e dell’Aspen Institute.
Letta è però una figura scialba, giudicato non all’altezza delle sfide che il Paese deve affrontare (il PIL del 2013 si chiude -1,8%) e non sufficientemente forte per l’attuazione di quelle ricette neoliberiste richieste dalla Troika, come l’abolizione dell’art.18 per i neo-assunti. Progressivamente anche l’establishment liberal, che inizialmente era scettico su Matteo Renzi o semplicemente lo ignorava (vedi Sergio Marchionne che nel 2012 lo apostrofa come “sindaco di una piccola e povera città11), converge sulla sua figura, tanto che persino il Financial Times (la voce per eccellenza delle finanza anglofona liberal) lo eleggerà ad un certo punto “the last hope for the italian elite12.
L’8 dicembre 2013 Matteo Renzi, ancora sindaco di Firenze, conquista la segreteria del PD, battendo alle primarie Gianni Cuperlo: possiede ora un titolo sufficientemente autorevole (non è neppure parlamentare) per insediarlo a Palazzo Chigi; Silvio Berlusconi è, ovviamente, della partita; l’establishment finanziario liberal, incarnato in Italia dalla galassia Fiat, ha anch’esso deciso di puntare sull’uomo dei neocon e del Likud, dopo aver prestato al Paese due (deludenti) primi ministri. Restano, a questo punto, solo due ostacoli: Enrico Letta e Giorgio Napolitano.
Il primo occupa da pochi mesi la poltrona di primo ministro ed è, ovviamente, restio ad abbandonarla: non è però nella sua indole disobbedire al Potere, né avrebbe in ogni caso la forza caratteriale e politica per farlo. Il secondo è invece un osso duro ed è piuttosto scettico, per non dire ostile, rispetto a quanto stanno per chiedergli: ripetere la stessa operazione del novembre 2011. Un presidente del Consiglio che sale al Quirinale per dare le dimissioni senza essere stato sfiduciato dalle Camere; un Parlamento scavalcato senza alcuna vergogna; l’assegnazione del mandato a formare il governo ad un personaggio che alle precedenti elezioni non figurava in nessuna circoscrizione elettorale. É, insomma, l’ennesimo strappo costituzionale, in una democrazia più svuotata che “sospesa”.
Come convincere Re Giorgio ad accettare?
Ma è semplicissimo, rinvangando per la prima volta il golpe del 2011, così da rinfacciare a Napolitano le sue responsabilità e convincerlo a ripetere l’operazione, mollando Enrico Letta al suo destino e spalancando le porte a Matteo Renzi. Come in quel fatidico novembre di tre anni prima, entra nuovamente in campo il gruppo RCS, che dà il benservito al fido, ma inconcludente, Enrico Letta ed interviene a gamba tesa sul Presidente della Repubblica, affinché assecondi il progetto “Matteo Renzi premier”.
L’operazione ruota attorno all’uscita del libro “Ammazziamo il gattopardo” (edito da Rizzoli, gruppo RCS) del giornalista americano Alan Friedman, già collaboratore di testate come il Financial Times ed il Wall Street Journal: ad essere più precisi, non è tanto il libro di per sé ad essere il fulcro della campagna politico-mediatica (il libro è un prodotto troppo elitario e sopratutto a scoppio ritardato), quanto i video che accompagnano il lancio pubblicitario: Friedman, raccogliendo materiale per la stesura della sua opera, incappa, ovviamente “casualmente”, in novello “scandalo Watergate”, come lo definisce lui stesso. Sono le interviste-confessioni durante cui gli illustri personaggi dall’establishment italiano13, sedotti ed ingannati dalle sopraffine abilità giornalistiche “anglosassoni” di Friedman, parlano come un fiume in piena. La reticenza di questi papaveri che si riuscono nei conciliaboli segreti del gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale, si scioglie come neve al sole, dinnanzi al genio giornalistico di Friedman.
Comincia l’ing. Carlo De Benedetti che ammette di aver cenato a Sankt Moritz nell’agosto 2011 con Mario Monti, dandogli consigli circa la sua possibile investitura a premier accennatagli da Napolitano; poi è la volta di Romano Prodi, che ricorda come Mario Monti si fosse consultato con lui sullo stesso dilemma, già nel giugno del 2011; infine è la volta di Mario Monti stesso che, circuito come un bambino dal mefistofelico Friedman, ammette: sì, Napolitano mi disse di tenermi pronto per la Presidenza del Consiglio già nel giugno 2011, quando il differenziale tra Btp e Bund era ancora a 150 punti base.
Che genio, Alan! Sei riuscito ad infinocchiarli tutti!
Il messaggio che De Benedetti (l’ingegnere investite su Matteo Renzi dai tempi sullo scandalo mediatico-giudiziario che elimina nel 2008 l’assessore Graziano Cioni, il sindaco di Firenze in pectore dopo Leonardo Domenici) ed il gruppo RCS inviano al Presidente della Repubblica è chiaro: ti ricordi, re Giorgio, che nel 2011 ti sporcasti e, tanto, le mani? Ti vuoi tirare indietro proprio adesso? Valuta attentamente le mosse…
La reazione della coppia Letta-Napolitano, vittima della manovra politico-mediatica, è ovviamente furiosa. Il premier, ormai agli sgoccioli, contrattacca14:

“Nei confronti delle funzioni di garanzia che il Quirinale ha svolto nel nostro Paese in questi anni, in particolare nel 2011, è in atto un vergognoso tentativo di mistificazione della realtà. Le strumentalizzazioni in corso tentano infatti di rovesciare ruoli e responsabilità in una crisi i cui contorni sono invece ben evidenti e chiari agli occhi dell’opinione pubblica italiana ed europea. Il Quirinale, di fronte a una situazione fuori controllo, si attivò con efficacia e tempestività per salvare il Paese ed evitare quel baratro verso il quale lo stavano conducendo le scelte di coloro che in queste ore si scagliano contro il presidente Napolitano.”

Più ancora inviperito il Presidente della Repubblica: prende carta e penna e scrive nientemeno che al Corriere della Sera (gruppo RCS), che lo ha assistito in quel golpe di cui ora gli rinfacciano le responsabilità. All’interno della lettera “Monti era una risorsa. Complotto? Solo fumo15, si legge:

“Gentile Direttore,
posso comprendere che l’idea di «riscrivere», o di contribuire a riscrivere, «la storia recente del nostro Paese» possa sedurre grandemente un brillante pubblicista come Alan Friedman. Ma mi sembra sia davvero troppo poco per potervi riuscire l’aver raccolto le confidenze di alcune personalità (Carlo De Benedetti, Romano Prodi) sui colloqui avuti dall’uno e dall’altro – nell’estate 2011 – con Mario Monti, ed egualmente l’avere intervistato, chiedendo conferma, lo stesso Monti. (…) Nel corso del così difficile – per l’Italia e per l’Europa – anno 2011, Monti era inoltre un prezioso punto di riferimento per le sue analisi e i suoi commenti di politica economico-finanziaria sulle colonne del Corriere della Sera. (…) Ma i veri fatti, i soli della storia reale del paese nel 2011, sono noti e incontrovertibili. Ed essi si riassumono in un sempre più evidente logoramento della maggioranza di governo uscita vincente dalle elezioni del 2008 (…) Mi scuso per aver assorbito spazio prezioso sul giornale da lei diretto per richiamare quel che tutti dovrebbero ricordare circa i fatti reali che costituiscono la sostanza della storia di un anno tormentato, mentre le confidenze personali e l’interpretazione che si pretende di darne in termini di «complotto» sono fumo, soltanto fumo.”

Il colpo è però troppo duro e la pressione troppo alta, perché Enrico Letta e Giorgio Napolitano possano resistere. Si notino le date: i video-confessioni registrati da Alan Friedman da Friedman escono il 12 febbraio, lo stesso giorno che è a Palazzo Chigi si è consumato un durissimo scontro tra Letta e Renzi, con il primo che afferma “Le dimissioni non si danno per dicerie, manovre di palazzo, o retroscena di giornali. Ognuno deve pronunciarsi, soprattutto chi vuole venire qui al posto mio. Ognuno deve giocare a carte scoperte16; il 13 febbraio Matteo Renzi “dà il benservito” al premier, durante la riunione della direzione nazionale del PD; il 14 febbraio, senza alcun passaggio in Parlamento o formalizzazione della crisi di governo, Enrico Letta sale al Quirinale per rassegnare le dimissioni; il 17 febbraio Giorgio Napolitano dà l’incarico per la formazione di un nuovo esecutivo a Matteo Renzi, il cui ultimo “bagno elettorale” risale alle elezioni comunali di Firenze del giugno 2009.
Siano ora al giorno 1, quando tutti, eccetto Napolitano e Letta, sono soddisfatti: l’establishment finanziario liberal della City-Wall Street-Fiat-Bilderberg ha un giovane e graffiante “rottamatore” cui è affidala la missione di attuare le ricette neoliberiste; l’establishment neocon-Likud ha il proprio uomo installato a Palazzo Chigi; Berlusconi ha un nuovo alleato alla Presidenza del Consiglio, con cui stringerà il Patto del Nazareno; il Movimento 5 Stelle può buttarla in caciara, così da non infastidire il “Potere” e galvanizzare gli utenti del blog (“E’ grave ed è incredibile che domani il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, senta di accogliere per le consultazioni Silvio Berlusconi che ha una condanna definitiva” per frode fiscale” dicono i grillini17).
La prima riesumazione del golpe del novembre 2011 ha assolto egregiamente alla sua funzione. Avrà lo stesso successo anche la seconda riesumazione?

Ricordi, Barack Obama, quando nel novembre 2011…

Tempi duri, durissimi, per l’Italia: dopo sette anni di depressione economica (2008-2014), l’Italia è cresciuta dello 0,8% nel 2015, percentuale che, depurata degli effetti del mini-greggio e del mini-euro, sarebbe probabilmente di nuovo negativa18. Peggio ancora, gli indicatori economici (vedi gli ordini ed il fatturato del mese di dicembre19) mostrano un Paese che flirta nuovamente con la recessione e, come se non bastasse, un anno di allentamento quantitativo da parte della BCE (con cui il venerabile Mario Draghi ha irrorato i mercati obbligazionari ed azionari, per la felicità dei suoi protettori) ha fallito l’obbiettivo di rianimare la dinamica dei prezzi: l’Italia, a febbraio, è di nuovo in deflazione (-0,2%), rendendo così de facto insolvibile il debito pubblico.
In un simile contesto la massima andreottiana “il potere logora chi non ce l’ha” perde la negazione e torna ad essere semplicemente “il potere logora”: tipico è l’esempio di Matteo Renzi che, partito per durare vent’anni, ha concluso i suoi primi 24 mesi di governo in grave, gravissimo, affanno.
Anziché imprimere una svolta al Paese, l’ex-sindaco di Firenze si è limitato all’abrogazione dell’art.18 ed alla vendita degli ultimi pezzi dell’argenteria rimasti (Poste, Fincantieri, Enav, Ferrovie dello Stato, etc.) per soddisfare gli appetiti della City e di Wall Street: decisamente troppo poco, per un Paese che si sta rapidamente avvicinando al carico di rottura.
Non solo, Matteo Renzi si è velocemente involuto agli occhi delle oligarchie anglofone, “berlusconizzandosi”: tipico in questo senso è l’abolizione dell’Imu sulla prima casa, “non in linea con le raccomandazioni della UE”, e l’ingresso in pianta stabile di Denis Verdini ed accoliti nella maggioranza di governo, a coronamento del celebre Patto del Nazareno. Infine, come si intuisce dal continuo stillicidio di notizie sull’argomento, c’è nuovamente una gran voglia di avventure neocoloniali in Libia e, proprio come nel 2011, angloamericani e francesi preferiscono che per l’occasione sia installato a Roma un governo di fedeli tecnici del gruppo Bilderberg (o, meglio ancora, nessun governo).
Cosa succede quindi nella politica italiana?
Succede che il sostegno monolitico di cui Matteo Renzi godeva agli esordi (establishment liberal della City e di Wall Street, pro-euro pro-Unione Europea, ed establishment neocon ed israeliano) si sfalda e, schierati a fianco del premier, rimangono solo i suoi amici iniziali, nonché “creatori”, del Likud e del destrorso American Enterprise Institute. I liberal delle grandi banchi d’affari inglesi, i tecnocrati di Bruxelles, i clan Obama/Clinton, la banda del gruppo Bilderberg, vorrebbe oggi sbarazzarsi dell’ex-sindaco di Firenze, mentre i suoi padrini israeliani si schierano in un’ultima, disperata, difesa. Riportiamo qualche esempio per corroborare la nostra tesi.
Il primo violento attacco delle oligarchie liberal parte a novembre 2015, dalle colonne del Financial Times, con l’editoriale “Italy’s economic recovery is not what it seems”, e culmina con l’articolo “Renzi’s luck runs out as problems mount at home and abroad” di metà febbraio. All’interno dell’articolo, alias pizzino mafioso, si legge20:

The self-congratulatory presentation seems to suggest that Italians have dozens of reasons to rejoice: unemployment has dropped; economic output is up; taxes are down; foreign investment has grown.But Mr Renzi’s slideshow carefully shields the harsher reality : luck recently seems to have turned against him. (…) Its relations with Egypt, a commercial and strategic relationship Mr Renzi has worked hard to cultivate, have been jeopardised by the mysterious murder of an Italian doctoral student who was studying trade unions in Cairo.(…) When Mr Renzi took office in February 2014, he had the aura of a young, charismatic leader with plans to remake Italy (…) But in response to growing adversity, he now resembles a more conventional and defensive politician — at risk both of domestic political rejection and greater international isolation.

Il più potente congiurato del golpe 2011, la finanza anglofona, sta nuovamente ordendo contro l’Italia, affilando il coltello per pugnalare il premier. Come abbiamo evidenziato nelle nostre analisi, lo scandalo banca Etruria ed il precipitare dei corsi azionari delle banche italiane sono il primo tentativo della City di spodestare Matteo Renzi.
Il secondo congiurato del 2011, la tecnocrazia di Bruxelles che risponde anch’essa agli ordini della City e di Wall Street, affila a sua volta il coltello attraverso il “Country Report” pubblicato il 26 febbraio, l’equivalente della lettera dalla BCE spedita il 5 agosto 2011. L’Italia, secondo Bruxelles, è “fonte di potenziali ricadute per gli altri Stati membri dell’Unione europea” mentre “la ripresa modesta e le debolezze strutturali del Paese influiscono negativamente sulla ripresa e sul potenziale di crescita dell’Europa21.
Il terzo congiurato del 2011, gli esponenti nostrani dei circoli massonici-finanziari della City, si avvicinano a loro volta al presidente del Consiglio, brandendo i coltelli. Mario Monti, il 17 febbraio, attacca frontalmente il premier a Palazzo Madama , lasciandogli intendere che ha varcato la linea rossa22:

“Presidente Renzi, lei non manca occasione per denigrare le modalità concrete di esistenza della Unione Europea, con la distruzione sistematica a colpi di clava e scalpello di tutto quello che la Ue ha significato finora. Questo sta introducendo negli italiani, soprattutto in quelli che la seguono, una pericolosissima alienazione nei confronti della Ue. Con il rischio di un benaltrismo su scala continentale molto pericoloso. In modo accorato dico che dovrebbe riflettere molto su questo.”

Oltre all’immarcescibile massone Giorgio Napolitano, anche le altre figure rimaste bruciate dal premier (Massimo D’Alema, Enrico Letta e Romano Prodi) starebbero lavorando, secondo le indiscrezioni di Palazzo23, per ripetere il copione del novembre 2011, giocando di sponda, come sempre, con la tecnocrazia brussellese e la finanza anglofona.
Attorno a Matteo Renzi si assiepano congiurati, pronti ad affondare il coltello. Come reagisce il premier, sempre più in difficoltà?
Il contrattacco, tutto verbale, è il discorso all’assemblea del PD del 21 febbraio, quando, con chiaro riferimento alle oligarchie liberal, afferma24:

“C’è una distanza siderale tra noi e una presunta classe dirigente che per decenni ha fatto la morale alla politica per apparire cool all’ora dell’aperitivo o del brunch. Non siamo dalla parte degli illuminati aristocratici con molti veti e pochi voti che ci fanno la morale, ma hanno dimostrato che non sempre con loro le cose vanno dalla direzione giusta. Fuori dai loro pregiudizi c’è un’Italia delle persone semplici che non meritano certi pregiudizi”.

Non è però chiamando direttamente in causa “gli illuminati” della City e di Bruxelles, che Renzi può sventare il complotto ai suoi danni. E, perciò, i suoi amici del Likud israeliano gli vengono in soccorso.
Quale miglior modo di impedire che i congiurati del 2011, Barack Obama in testa, ripetano il golpe del 2011, questa volta ai danni di Matteo Renzi, che rivelare al mondo le loro responsabilità nella defenestrazione di Silvio Berlusconi? Ecco, di conseguenza, che il 22 febbraio, il giorno dopo l’attacco di Renzi agli “illuminati”, appaiono provvidenzialmente su Wikileaks i cablo25 che dimostrano il coinvolgimento dei servizi americani e dell’amministrazione Obama nelle trame che portano alla caduta di Silvio Berlusconi.
Ne segue un gran polverone mediatico, dove Silvio Berlusconi si toglie qualche sassolino dalla scarpa (“Ecco come gli Stati Uniti spiavano Berlusconi” titola il Giornale26, mentre i suoi fedelissimi invocano una commissione parlamentare d’inchiesta), la Farnesina (gesto piuttosto inusuale per un Paese come il nostro) convoca l’ambasciatore americano John Phillips27 ed il braccio destro di Matteo Renzi, il ministro Maria Elena Boschi, dichiara28:

Sarebbe inaccettabile immaginare una attività intercettativa degli Stati Uniti verso un governo alleato”.

Ma come, diranno alcuni, dietro Wikileaks si nascondo gli israeliani del Likud, amici di Silvio Berlusconi, Matteo Renzi e Marco Carrai? Ma certo…
Senza entrare nel merito della figura di Julian Assange, che potrebbe essere un attore retribuito della commedia od un mitomane circuito, Wikileaks è la classifica valvola di sfogo, con cui si offre in pasto all’opinione pubblica qualche modesto arcano per tenerne celati di ben più grossi, oppure, ed è il nostro caso, si lascia trapelare al momento opportuno qualche segreto che può fare comodo come, appunto, il coinvolgimento dell’amministrazione Obama nel golpe del 2011.
Ecco cosa dice nel 2010, intervistato dalla Public Broadcasting Service, Zbigniew Brzezinski (consigliere per la sicurezza nazionale del presidente democratico di Jimmy Carter e membro dell’estabishement liberal, pro-Unione Europea) a proposito di Wikileaks29:

The real issue is, who is feeding Wikipedia on this issue — Wiki — Wiki — WikiLeaks on this issue? They’re getting a lot of information which seems trivial, inconsequential, but some of it seems surprisingly pointed. (…) The very pointed references to Arab leaders could have as their objective undermining their political credibility at home (…) It’s, rather, a question of whether WikiLeaks are being manipulated by interested parties that want to either complicate our relationship with other governments or want to undermine some governments (…) I have no doubt that WikiLeaks is getting a lot of the stuff from sort of relatively unimportant sources, like the one that perhaps is identified on the air. But it may be getting stuff at the same time from interested intelligence parties who want to manipulate the process and achieve certain very specific objectives.

Quali possono essere questi servizi segreti che manipolano Wikileaks? Magari quelli che hanno interesse a screditare i capi di Stato arabi, per fomentare disordini o rivoluzioni. Tiriamo ad indovinare: i servizi israeliani?
Non ci resta che fare la prova del nove. Qual è l’opinione di Wikileaks sull’Undici Settembre che, come disse30 Francesco Cossiga nel novembre 2007, è “stato pianificato e realizzato dalla CIA americana e dal Mossad con l’aiuto del mondo sionista per mettere sotto accusa i Paesi arabi ed indurre le potenze occidentali ad intervenire sia in Iraq sia in Afghanistan”?
Bé, Julian Assange dice di essere “costantemente seccato” dei complottisti dell’Undici Settembre, alla ricerca di un’inesistente verità alternativa a quella ufficiale31:

“I’m constantly annoyed that people are distracted by false conspiracies such as 9/11, when all around we provide evidence of real conspiracies, for war or mass financial fraud.”

Concludendo, l’Italia è teatro in questi giorni di una faida dentro l’establishment atlantico, tra liberal pro-euro, pro-Bilderberg e pro-Mario Monti e israeliani/neocon pro-Matteo Renzi: il nostro unico augurio è che si facciano vicendevolmente molto male. Al massimo, seppelliremo i morti.

cablo

5La storia di Igor Markevic, Giovanni Fasanella, Giuseppe Rocca, Chiarelettere, 2014, pag. 353

Golpe 2011: una minestra riscaldata, servita quando fa comodo (Parte I)

Obama peggio di Bush: tutte le guerre del Nobel per la Pace

obama-jokerRoma, 13 mag – Manca ormai solo qualche mese all’uscita di scena di Obama, la figura centrale di questi anni tormentati, caratterizzati da crisi economica e tensioni internazionali. Un presidente inevitabilmente “buono” per via del suo colore della pelle, come vuole il pensiero debole dei nostri tempi. Un idolo dei media e delle sinistre radical occidentali, di cui è stato simbolo incontrastato, tanto da meritare un Nobel per la Pace prima ancora di fare un passo in politica estera. Ma basta analizzare le sue mosse nel corso degli anni per capire come Obama abbia in realtà agito in continuità con l’istinto imperiale americano, riuscendo dove altri non erano arrivati grazie anche al pregiudizio favorevole che ha caratterizzato la sua amministrazione. I conflitti durante la sua presidenza si sono susseguiti senza sosta, mentre l’utilizzo dei droni, i sistemi a pilotaggio remoto con cui condurre attacchi aerei, si è addirittura sestuplicato rispetto al periodo Bush. Gli interventi di cui parliamo sono ben diversi dalle “guerre classiche”. Si tratta di azioni di destabilizzazione, manipolazione dell’opinione pubblica, finanziamento di gruppi eversivi e invio massiccio di contractors, cioè mercenari, attraverso le quali tentare di favorire il regime-change nei paesi di interesse geopolitico. Sul tema gli States hanno una lunga tradizione, di cui le “rivoluzioni colorate” sono la parte più nota.

Come inizio ci sono state le “primavere arabe” (2011), rivolte popolari che, accanto alle sacrosante proteste, hanno nascosto più d’una interferenza occidentale. Seguendo la bandiera propagandistica di libertà e diritti umani gli USA hanno contribuito alla distruzione delle realtà statuali esistenti, spianando la strada al fondamentalismo e gettando nel caos l’intero Nord Africa. La Libia è stata il caso esemplare: appoggiando Inghilterra e Francia, Obama ha detto che uccidere Gheddafi significava stare dalla «parte giusta della storia». Risultato: senza il collante del suo Leader

il paese è finito nell’inferno delle divisioni tribali, e inoltre l’IS (insieme ad altri gruppi fondamentalisti) imperversa nell’ex colonia italiana, minaccioso più che mai. Senza contare le falle che si sono inevitabilmente aperte nei confini, invasi da masse di disperati, che ora premono alle porte dell’Europa. Di pari gravità la situazione ucraina (2014). Anche qui, le proteste popolari contro l’allora governo di Kiev sono sfociate nella guerra civile, mentre gli USA soffiavano sul fuoco. McCain e una serie impressionante di ONG (con Soros in prima fila) i simboli della pesante ingerenza, per completare l’accerchiamento NATO ai danni della Russia. D’altro canto, Brzezinski ha da sempre descritto questa “terra di mezzo” come il passaggio chiave per minare alla base la forza di Mosca (che rimane uno dei nemici “geopolitici” principali) e per dividere Putin dall’Europa. Intento che in questo caso appare raggiunto, come testimoniano le “inique” sanzioni, che saranno rinnovate con la benedizione della Germania riavvicinatasi a Washington. Nel frattempo il nuovo governo ucraino è nato grazie alle indicazioni a stelle e strisce, come ha testimoniato il nome dell’americana Natalie Jaresco quale ministro delle Finanze, mentre il paese rimane diviso in due.
Ancor peggiore lo scenario siriano, dove gli USA si sono spesi in appoggio ai “ribelli moderati” in funzione anti – Assad. Peccato che dietro questi ribelli si nascondessero il più delle volte gruppi estremisti, foraggiati anche dalle petromonarchie del Golfo e dalla Turchia, tradizionali partners americani, sebbene ben più rigidi in materia religiosa rispetto alla Siria. All’Arabia Saudita, in nome della realpolitik, è stata concessa mano libera in Yemen senza batter ciglio. Gli stessi USA, quando si sono decisi sotto la pressione dell’opinione pubblica, hanno combattuto l’ISIS in maniera blanda per non smuovere troppo le acque (al contrario della Russia). Si è parlato di una strategia ispirata alla “geopolitica del caos”, per impedire l’ascesa di egemonie regionali, come ha più volte sottolineato l’analista Dario Fabbri di Limes. In buona sostanza quindi, l’inferno dell’estremismo islamico che agita l’Europa è in gran parte colpa occidentale e del suo presidente simbolo.
Altri venti di guerra, di tipo commerciale, hanno riguardato l’accelerazione dei trattati Ttp e Ttip, che mirano in primo luogo ad escludere i due grandi rivali (Cina e Russia) da accordi di portata storica per la liberalizzazione dei mercati. Nel caso del Ttip l’Europa diventerebbe definitivamente satellite statunitense, allineandosi agli standard sanitari e sociali a stelle e strisce e spianando la strada al predominio delle multinazionali sulla politica e sugli Stati. D’altronde, il rispetto verso gli europei non è stato una caratteristica dell’amministrazione Obama, come ha testimoniato lo scandalo Datagate riguardante lo spionaggio globale ai danni degli alleati oltreoceano, come l’Italia. Per chiudere, dobbiamo tornare sul nome di Brzezinski, centrale per capire le linee guida dell’amministrazione Obama e la sua continuità con la tradizione interventista democratica dei Wilson, Roosevelt e Clinton. Sin dalla candidatura del 2008 il giornalista Webster Griffin Tarpley denunciò le influenze nascoste dietro l’apparenza, i sorrisi e gli «yes we can» di Barack, tanto da definirlo «burattino di Brezinski» e delle sue spregiudicate teorie realiste. Non a caso, suo figlio Mark figurò tra i primi consiglieri politici del presidente, accanto a una folta schiera di banchieri, uomini dell’era – Clinton e residui neo-cons come Victoria Nuland. Per Tarpley, un personaggio costruito mediaticamente a tavolino, tramite qualcosa di somigliante a una vera e propria “rivoluzione colorata”.
Nel libro Obama the postmodern coup emerge la vera natura del presidente: «Obama si è messo al servizio dell’egemonia statunitense promossa dai finanzieri di Wall Street, agendo tra l’altro come affossatore di quei movimenti di protesta popolare emersi durante il regime di Bush e Cheney. Infatti, grazie a lui, ampie frange del movimento per la pace, del movimento per l’impeachment e del movimento per la verità sull’11 settembre hanno cessato semplicemente di esistere. La capacità di Obama di mobilitare persino la sinistra pacifista per i suoi disegni di aggressione si è vista soprattutto con l’attacco alla Libia, iniziato il 19 marzo 2011, ironicamente l’anniversario dell’aggressione di Bush contro l’Iraq otto anni prima. Gran parte della pseudo-sinistra, pagata dalle fondazioni reazionarie e nell’orbita dell’ala sinistra della CIA, ha agito come claque per questa nuova guerra imperialistica». Le prossime elezioni ci diranno se l’America continuerà a effettuare le sue ingerenze con la scusa dei “diritti umani” o prenderà una strada più isolazionista di cui potrebbero beneficiarne diversi attori, Europa in primis.
Francesco Carlesi

Preso da: http://www.ilprimatonazionale.it/esteri/obama-guerre-44905/#ZBlevJDVRt0sES77.99

Il sostegno occidentale ai ribelli in Libia è stato un appoggio diretto e deliberato ad al Qaeda

10 marzo 2016

Si parla molto della Libia in questi giorni ma ancora oggi non vengono chiarite le motivazioni che nel 2011 hanno condotto all’intervento Nato in Libia. Cosa è accaduto, perché ci troviamo oggi in questa situazione di caos nel paese nord-africano?… Balbettando i leader occidentali dicono che bisogna completare la democrazia in Libia , che l’intervento armato dell’occidente fu ‘un errore’, ma non un errore in sè: fu un errore ‘non aver accompagnato i libici nel ‘periodo di transizione’, di averli lasciati soli’.
Vedremo di seguito che questo non sarebbe stato comunque possibile, giacchè il consiglio Nazionale di Transizione libico era formato da membri di al Qaeda ed affiliati e l’occidente ne era perfettamente a conoscenza perchè li aveva scelti.
Già da all’ora lo dicevamo a seguito di numerose eclatanti evidenze che venivano colpevolmente sottaciute dai media mainstream di intattenimento.
Già da allora lo diceva uno studio condotto di J.FELTER e B. Fishman,  due analisti dell’Accademia Militare di West Point. Lo studio si chiama Al Aa’ida Foreign Fighter in Iraq. A first Look at the Sinjar Record (Harmony Project, Combating Terrorism Center, Department of Social Science, US Academy, West Point, NY, December 2007)
Ve ne proponiamo alcuni contenuti da una sintesi scritta sempre nel 2011 dal giornalista investigativo G.Tarpley che riprendende lo studio di West Point.
Vietato Parlare – Patrizio Ricci

 

The CIA’s Libya Rebels: The Same Terrorists who Killed US, NATO Troops in Iraq

Webster G. Tarpley, Ph.D. TARPLEY.net 24 Marzo 2011
Washington DC, 24 marzo 2011 –
L’attacco militare in corso in Libia è stato motivato dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1973 con l’esigenza di proteggere i civili. Le dichiarazioni del presidente Obama, del primo ministro britannico Cameron, del presidente francese Sarkozy, e di altri leader hanno sottolineato la natura umanitaria dell’intervento, che si dice mirare a prevenire un massacro delle forze pro-democrazia e difensori dei diritti umani da parte del regime di Gheddafi.
Ma allo stesso tempo, molti commentatori hanno espresso l’ansia a causa del mistero che circonda il governo di transizione anti-Gheddafi che è emerso a inizio marzo, nella città di Bengasi, che si trova nel quartiere Cirenaica del nord-est della Libia.
Questo governo è già stato riconosciuto dalla Francia e Portogallo come unico rappresentante legittimo del popolo libico. Il consiglio dei ribelli sembra essere composto da poco più di 30 delegati, molti dei quali sono avvolti nell’oscurità. Inoltre, i nomi di più di una dozzina di membri del consiglio dei ribelli sono stati tenuti segreti, presumibilmente per proteggerli dalla vendetta di Gheddafi. Ma ci possono essere altre ragioni per l’anonimato di queste figure.
Nonostante molta incertezza, le Nazioni Unite e suoi numerosi paesi – chiave nella NATO, tra cui gli Stati Uniti, si sono precipitati in avanti per assistere le forze armate di questo regime ribelle con attacchi aerei, che ha portato alla perdita di uno o due aerei della coalizione e la prospettiva di pesanti perdite a venire, soprattutto se ci sarà una invasione. E ‘giunto il momento che il pubblico americano ed europeo impari qualcosa in più su questi ribelli che dovrebbero rappresentare un’alternativa democratica e umanitaria a Gheddafi.

I ribelli sono chiaramente non i civili, ma una forza armata. Che tipo di forza armata?

Dal momento che molti dei capi dei ribelli sono così difficili da identificare da lontano, e da un profilo sociologico dei ribelli non può essere fatto nel bel mezzo di una guerra, forse i metodi tipici della storia sociale ci possono essere d’ aiuto. C’è un modo per noi di ottenere utili informazioni più in precise nel clima di opinione prevalente in queste città libiche nord-orientali come Bengasi, Tobruk e Derna, i principali centri abitati dala ribellione?
wp
Scarica West Point Studio (pdf)
Si scopre che queste informazioni ci sono, sono presentate nella forma di uno studio di West Point del dicembre 2007 che esamina a fondo i combattenti guerriglieri stranieri jihadisti – o mujahedin, tra cui gli attentatori suicidi – che attraversavano il confine siriano in Iraq durante il lasso di tempo tra 2006 ed il 2007, con l’appoggio dell’organizzazione terroristica internazionale al Qaeda.
Questo studio si basa su sull’esame di circa 600 fascicoli di personale appartenente ad  Al Qaeda, catturato dalle forze statunitensi nell’autunno del 2007, e analizzati a West Point utilizzando una metodologia di cui parleremo dopo aver presentato i principali risultati.
Lo studio risultante (1) ci permette di fare importanti scoperte circa la mentalità , le credenze e la struttura sociale della popolazione libica nord-orientale che è la base per l’organizzazione della ribellione, permettendo importanti conclusioni circa la natura politica della rivolta anti-Gheddafi in queste aree.

Derna, est Libia: Capitale Mondiale dei jihadisti

Il risultato più sorprendente che emerge dallo studio West Point è che il corridoio che va da Bengasi a Tobruk, passando per la città di Derna (traslitterato anche come Derna) rappresenta una delle più grandi concentrazioni di terroristi jihadisti che si possano trovare al mondo, e in gran misura può essere considerata come la principale fonte di kamikaze per qualsiasi punto del pianeta. Un combattente terrorista ogni 1.000 a 1.500 persone della popolazione di Derna, è stato mandato in Iraq per uccidere gli americani con attacchi suicidi, questa misura supera di molto il concorrente più vicino, che è Riyad, Arabia Saudita.
libyaSecondo gli analisti Joseph Felter e Brian Fishman di West Point, l’Arabia Saudita è al primo per  quanto riguarda il numero assoluto di jihadisti inviati per combattere gli Stati Uniti e gli altri membri della coalizione in Iraq (durante il periodo di tempo in questione).
La Libia, un paese meno di un quarto come popoloso, è al secondo posto. L’Arabia Saudita ha inviato 41% dei combattenti. Secondo Felter e Fishman, “la Libia è stato il successivo paese di origine più comune tra i terroristi, con il 18,8% (112) dei combattenti catturati per quando riguarda la propria nazionalità ha affermato di essere libici.” Altri paesi molto più grandi erano molto meno rappresentati ed indietro nella classifica: “Siria, Yemen, e Algeria sono stati i paesi di origine più comuni dei jadisti con 8,2% (49), 8,1% (48), e del 7,2% (43), rispettivamente. Marocchini hanno rappresentato il 6,1% (36) del totale seguiti dai giordani 1,9% (11). ” (2)
Ciò significa che quasi un quinto dei combattenti stranieri che sono entrati in Iraq attraverso il confine siriano è venuto dalla Libia, un paese di poco più di 6 milioni di persone.
La maggiore percentuale era costituita da libici interessati a combattere in Iraq rispetto a qualsiasi altro paese che che fornisce mujahedin. Felter e Fishman sottolineano: “Quasi il 19 per cento dei combattenti nei registri Sinjar è venuto dalla sola Libia.
Inoltre, la Libia ha contribuito molto più di combattenti pro capite di qualsiasi altra nazionalità (fascicoli Sjniar), tra cui l’Arabia Saudita. “(Vedi il grafico dal rapporto di West Point, pagina 9) (3)
Ma dal momento che i fascicoli del personale di Al Qaeda contengono la residenza o il paese natale dei combattenti stranieri in questione, possiamo determinare WestPointStudy-p9che il desiderio di recarsi in Iraq per uccidere gli americani non è distribuita uniformemente in tutta la Libia, ma è stato molto concentrato proprio in quelle zone intorno Bengasi, che sono oggi gli epicentri della rivolta contro il colonnello Gheddafi, che gli Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, e altri stanno così avidamente sostenendo.
Così Daya Gamage dell’ Asia Tribune ha commentato in un recente articolo sullo studio di West Point, “… in modo allarmante per i politici occidentali, la maggior parte dei combattenti è venuto dalla Libia orientale, il centro della rivolta in corso contro Muammar el-Gheddafi.
La città libica orientale di Derna ha inviato più combattenti in Iraq rispetto a qualsiasi altra città o paese unico, secondo il rapporto di West Point. Ha rilevato che 52 militanti sono venuti in Iraq da Derna, una città di appena 80.000 persone (la seconda più grande fonte di combattenti era Riyadh, in Arabia Saudita, che ha una popolazione di oltre 4 milioni).
Bengasi, la capitale del governo provvisorio della Libia dichiarata dai ribelli anti-Gheddafi, ha inviato in 21 combattenti, di nuovo un numero del tutto sproporzionato. ” (4) La sconosciuta Darnah ha battuto la metropolitana  Riyadh di 52 combattenti a 51. La roccaforte di Gheddafi di Tripoli, al contrario, si mostra a malapena nelle statistiche. (Vedi la tabella dalla relazione di West Point, pagina 12)
Come si spiega questa straordinaria concentrazione di combattenti anti-americani a Bengasi e Derna? La risposta sembra legato alle scuole di estremismo politico-religioso fiorite in queste aree. Come la relazione di West Point fa notare: “Sia Derna e Bengasi sono state a lungo associate con la militanza islamica in Libia.”
Queste aree sono in conflitto teologico e tribale con il governo centrale del colonnello Gheddafi, oltre ad essere politicamente opposte a lui. Che un conflitto teologico del genere merita la morte di soldati americani ed europei è una questione che ha urgente bisogno di essere risolta.
Felter e Fishman osservazione che “La stragrande maggioranza dei combattenti libici che comprendeva la loro città natale nel fascicolo Sinjar risiedeva nel nord-est del paese, in particolare le città costiere di Derna 60,2% (52) e Bengasi 23,9% (21). Sia Derna e Bengasi sono stati a lungo associati con la militanza islamica in Libia, in particolare per una rivolta da parte di organizzazioni islamiste a metà degli anni 1990. Il governo libico ha accusato che la rivolta è stata causata da ‘infiltrati provenienti dal Sudan e l’Egitto’ e da un gruppo di combattenti  libici del Gruppo (Jama-ah al-libiyah al-muqatilah) –che ha veterani afghani nei suoi ranghi. Le rivolte libiche sono diventate straordinariamente violenta. ” (5)

Northeastern Libia: Massima densità dei kamikaze

Un’altra caratteristica notevole del contributo libico per la guerra contro le forze Usa in Iraq è la spiccata propensione dei libici nord-est di scegliere il ruolo di attentatore suicida come metodo preferito di lotta.
Come afferma lo studio West Point, “dei 112 libici nelle registrazioni, il 54,4% (61) lo ha elencato come il proprio ‘lavoro’. Completamente 85,2% (51) di questi combattenti libici erano elencati come “kamikaze”: era il loro compito in Iraq “. (6)
Ciò significa che i libici nordorientali erano molto più inclini a scegliere il ruolo del kamikaze di quelli provenienti da qualsiasi altro paese:”i  combattenti libici erano molto più probabili come attentatori suicidi che quelli altre nazionalità per essere incluso (85% per i libici, 56% per tutti gli altri). “ 7
Il gruppo anti-Gheddafi  ‘ Libyan Islamic Fighting’ (LIFG) si fonde con al Qaeda nel 2007
La base istituzionale specifica per il reclutamento di guerriglieri nel nord-est della Libia è associata ad una organizzazione che in precedenza si chiamava il Gruppo combattente islamico libico (LIFG). Nel corso del 2007, il LIFG si è dichiarato un’affiliato ufficiale di al Qaeda, in seguito ha ssunto  il nome di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM).
Come risultato di questa fusione del 2007, un aumento del numero di guerriglieri è arrivato in Iraq dalla Libia. Secondo Felter e Fishman, “L’aumento vistoso di reclute libiche in viaggio verso l’Iraq può essere collegato al  rapporto sempre più cooperativo dell’ LIFG con al-Qaeda, che culminò nell’ufficiale adesione del Gruppo combattente islamico libico (LIFG) con al-Qaeda il 3 novembre 2007.. ” (8)Questa fusione è confermata da altre fonti: un comunicato del 2008 attribuito a Ayman al-Zawahiri ha affermato che il Gruppo combattente islamico libico è unito al Qaeda ( al Jazeera ).

 Il ruolo chiave di Bengasi, Derna a al Qaeda nell’Emirato terrorista.

Lo studio West Point rende chiaro che i principali baluardi del LIFG e del tardo AQIM sono state le città gemelle di Bengasi e Derna. Questo è documentato in una dichiarazione da Abu Layth al-Libi, il sedicente “emiro” del LIFG, che in seguito divenne un alto funzionario di al Qaeda. Al momento della fusione del 2007, “Abu Layth al-Libi, Emiro del LIFG, ha rinforzato l’importanza di Bengasi e Derna agli occhi dei  jihadisti libici con il suo annuncio che LIFG si è unito con al-Qaeda, dicendo:

‘E’ con la grazia di Dio che abbiamo sollevato la bandiera della jihad contro questo regime apostata sotto la guida del Gruppo combattente islamico libico, che ha sacrificato l’elite dei suoi figli e dei comandanti nella lotta contro questo regime il cui sangue è stato versato sulle montagne di Derna, per le strade di Bengasi, la periferia di Tripoli, il deserto di Sabha, e la sabbia del mare ‘ ” (9).

Questa fusione avvenuta nel 2007 ha fatto sì che le reclute libiche di Al Qaeda sono diventate una parte sempre più importante dell’attività di questa organizzazione nel suo complesso, spostando in una certa misura  il centro di gravità lontano dai sauditi e gli egiziani che è stato in precedenza più cospicuo. Come Felter e Fishman hanno commentato, le “fazioni libiche (in primo luogo il Gruppo combattente islamico libico) sono sempre più importanti  dentro al-Qaeda. I ‘Sinjar Records’ offrono qualche evidenza che la presenza libica è cominciata ad aumentare in Iraq più sensibilmente  a partire da maggio 2007. La maggior parte delle reclute libiche provenivano da città a nord-est della Libia, una zona nota da tempo per la militanza ‘jihadista-linked’. ” 11
Lo studio West Point dicembre del 2007 conclude formulando alcune opzioni politiche per il governo degli Stati Uniti. Un approccio, gli autori suggeriscono, sarebbe per gli Stati membri di cooperare con i governi arabi esistenti contro i terroristi.
Come scrivono Felter e Fishman,

“I governi di Siria e Libia condividono le preoccupazioni degli Stati Uniti ‘circa la violenta ideologia salafita-jihadista e la violenza perpetrata dai suoi aderenti. Questi governi, come altri in Medio Oriente, hanno paura della violenza all’interno dei propri confini e preferiscono che gli elementi più radicali vadano in Iraq, piuttosto che causino disordini in Libia. Gli sforzi degli Stati Uniti e della Coalizione per arginare il flusso di combattenti in Iraq  sarà rafforzata se si rivolgono contro l’intera catena logistica in grado di supportare il movimento di questi individui-inizio nei loro paesi d’origine – e non solo contro i punti di ingresso siriani. Per arginare il flusso dei combattenti in Iraq, gli Stati Uniti dovrebbero aumentare la cooperazione con i governi dei paesi di partenza affrontando le loro preoccupazioni per la violenza jihadista domestica. ” 12

Dato il corso degli eventi successivi, possiamo concludere con certezza che questa opzione non era quella selezionata, né negli anni di chiusura  dell’amministrazione Bush né durante la prima metà dell’ amministrazione Obama.
Lo studio West Point offre anche un altra, prospettiva più sinistra. Felter e Fishman suggeriscono che potrebbe essere possibile utilizzare gli ex componenti LIFG di Al Qaeda contro il governo del colonnello Gheddafi in Libia, in sostanza la creazione di un’alleanza de facto tra gli Stati Uniti e un segmento dell’organizzazione terroristica.
Il rapporto fa notare: “l’unificazione Islamica del Gruppo combattente libico con al-Qaeda e la sua apparente decisione di dare priorità nel fornire supporto logistico per lo Stato Islamico dell’Iraq è probabile anche se  controverso all’interno dell’organizzazione.
E ‘probabile che alcune fazioni LIFG ancora vogliano dare priorità alla lotta contro il regime libico, piuttosto che alla lotta in Iraq. Potrebbe essere possibile aggravare scismi all’interno LIFG, e tra i leader del LIFG e la tradizionale alimentazione dalla base egiziana e saudita di al-Qaeda “. 13 Ciò suggerisce la politica degli Stati Uniti che vediamo oggi, quella di allearsi con le forze fanatiche oscurantiste e reazionarie di al Qaeda in Libia contro il nasseriano modernizzatore Gheddafi.

Armare i ribelli: l’esperienza dell’Afghanistan

Guardando indietro alla tragica esperienza degli sforzi degli Stati Uniti per incitare la popolazione dell’Afghanistan contro l’occupazione sovietica negli anni dopo il 1979, dovrebbe essere chiaro che la politica della Casa Bianca di Reagan di armare i mujaheddin afghani con missili Stinger e altre armi moderne, torni per essere altamente distruttiva per gli Stati Uniti. Come il segretario alla Difesa Robert Gates corrente si è avvicinato ad ammettere nelle sue memorie, Al Qaeda è stato creato in quegli anni dagli Stati Uniti come una forma di Legione Araba contro la presenza sovietica, con risultati a lungo termine che sono stati fortemente lamentati.
Oggi, è chiaro che gli Stati Uniti stanno fornendo armi moderne per i ribelli libici attraverso l’Arabia Saudita e attraverso il confine egiziano con l’assistenza attiva dell’esercito egizianano e della Giunta militare pro-USA egiziana appena installata. 14Questa è una diretta violazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 1973, che prevede un embargo completo sulle armi alla Libia. Il presupposto è che queste armi saranno usate contro Gheddafi nelle prossime settimane. Ma, data la natura violentemente anti-americana della popolazione del nord-est della Libia, che ora viene armata, non vi è alcuna certezza che queste armi non saranno presto attivate ​​nei confronti di coloro che le hanno fornite.
Un problema più ampio è rappresentato dal comportamento del futuro governo libico dominato dal consiglio dei ribelli corrente con la sua attuale grande maggioranza di islamisti del nord-est, o di un governo simile di un futuro stato Cirenaico. Nella misura in cui tali regimi avranno accesso ai proventi del petrolio, porranno  evidenti problemi di sicurezza internazionale. Gamage si chiede: “Se la ribellione riesce a rovesciare il regime di Gheddafi si avrà accesso diretto alle decine di miliardi di dollari che Gheddafi si crede abbia depositato in conti all’estero durante il suo governo di 4 decenni”. 15 Data la mentalità libica dell’est , possiamo immaginare come tali soldi potrebbero essere utilizzati.

Chi è al Qaeda e perché la CIA l’ha usata

Al Qaeda non è un’organizzazione centralizzata, ma piuttosto un insieme di fanatici, psicopatici, disadattati, doppi agenti, provocatori, mercenari, e altri elementi. Come notato, Al Qaeda è stata fondata dagli Stati Uniti e dagli inglesi durante la lotta contro i sovietici in Afghanistan. Molti dei suoi leader, come il secondo in comando di fama mondiale Ayman Zawahiri e l’astro nascente corrente Anwar Awlaki, sono evidentemente doppi agenti del MI-6 e / o della CIA.
La struttura di Al Qaeda si basa sulla convinzione che tutti i governi arabi e musulmani esistenti sono illegittimi e devono essere distrutti, perché non rappresentano il califfato, che Al Qaeda afferma, è descritto dal Corano. Ciò significa che l’ideologia di Al Qaeda offre un modo pronto e facile per le agenzie di intelligence segrete anglo-americane per attaccare e destabilizzare i governi arabo e musulmani esistenti come parte della necessità incessante di imperialismo e di colonialismo teso a saccheggiare e attaccare le nazioni in via di sviluppo. Questo è esattamente ciò che sta facendo in Libia oggi.
Al Qaeda è emerso dal contesto culturale e politico della Fratellanza musulmana o Ikhwan , essa stessa una creazione dei servizi segreti britannici in Egitto alla fine del 1920. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna ha usato Fratelli Musulmani egiziani per opporsi alle politiche anti-imperialiste del presidente egiziano Nasser, che ha conseguito immensi vantaggi per il suo paese con la nazionalizzazione del Canale di Suez e la costruzione della diga di Assuan, senza le quali il moderno Egitto sarebbe semplicemente impensabile . La Fratellanza Musulmana ha fornito una quinta colonna attiva e capace di mobilitare agenti stranieri contro Nasser, nello stesso modo che il sito ufficiale di Al Qaeda nel Maghreb islamico è strombazza il suo sostegno alla ribellione contro il colonnello Gheddafi.
Ho discusso la natura di Al Qaeda ad una certa lunghezza nel mio recente libro dal titolo ‘9/11 sintetic terrorism: Made in USA’ , ma  l’analisi non può essere ripetuta qui. E ‘sufficiente dire che non abbiamo bisogno di credere in tutto il fantastico della mitologia, che il governo degli Stati Uniti ha tessuto intorno al nome di Al Qaeda al fine di riconoscere il fatto fondamentale che i militanti o capri espiatori che spontaneamente si uniscono al Qaeda sono spesso sinceramente motivati da un profondo odio per gli Stati Uniti e un ardente desiderio di uccidere gli americani, così come gli europei.
La politica dell’amministrazione Bush ha usato la presunta presenza di Al Qaeda come pretesto per attacchi militari diretti in Afghanistan e in Iraq. L’amministrazione Obama ora sta facendo qualcosa di diverso, intervenendo sul lato di una ribellione in cui Al Qaeda e dei suoi co-pensatori sono molto rappresentati mentre attacca il governo autoritario secolare del colonnello Gheddafi. Entrambe queste politiche sono in bancarotta e devono essere abbandonate.

I leader ribelli Jalil e Younis, più la maggior parte dei ribelli sono membri di al Qaeda o legati alla tribù Harabi.

Il risultato della presente indagine è che la filiale libica di Al Qaeda rappresenta un continuum con il Gruppo combattente islamico libico centrato in Derna e Bengasi. La base etnica del gruppo combattente islamico libico è apparentemente da trovare nel campo anti-Gheddafi della tribù Harabi, la tribù che costituisce la stragrande maggioranza del Consiglio dei ribelli tra cui i due leader ribelli dominanti, Abdul Fatah Younis e Mustafa Abdul Jalil.
L’evidenza suggerisce in tal modo che il Gruppo combattente islamico libico, l’elite della tribù Harabi, e il consiglio dei ribelli supportato da Obama tutto si sovrappongono a tutti gli effetti. Come alla fine del Ministro degli Esteri della Guyana Fred Wills, un vero combattente contro l’imperialismo e il neocolonialismo, mi ha insegnato molti anni fa, le formazioni politiche nei paesi in via di sviluppo (e non solo lì) sono spesso una maschera per le rivalità etniche e religiose; così è in Libia. La ribellione contro Gheddafi è una miscela tossica composta da odio fanatico contro Gheddafi, l’islamismo, il tribalismo, e il localismo. Da questo punto di vista, Obama ha stupidamente scelto di schierarsi in una guerra tribale.
Quando Hillary Clinton è andata a Parigi per essere introdotta ai ribelli libici dal presidente francese Sarkozy, ha incontrato il leader dell’opposizione libica appoggiato dagli USA, Mahmoud Jibril, già noto ai lettori di Wikileaks. 16
Mentre Jibril potrebbe essere considerato presentabile a Parigi, i veri capi dell’insurrezione libica sembrano essere Jalil e Younis, entrambi ex ministri sotto Gheddafi. Jalil sembra essere il primus inter pares , almeno per il momento: “Mustafa Abdul Jalil o Abdul-Jalil (arabo: مصطفى عبد الجليل, anche trascritto Abdul-Jelil, Abd-al-Jalil, Abdel-Jalil o Abdeljalil, e spesso ma erroneamente come Abud al Jeleil) (nato nel 1952) è un politico libico. E ‘stato il ministro della Giustizia (non ufficialmente, il Segretario del Comitato generale del popolo) sotto il colonnello Muammar al-Gheddafi …. Abdul Jalil è stato identificato come il presidente del Consiglio nazionale di transizione con sede a Bengasi … anche se questa posizione è contestata da altri in rivolta a causa delle sue connessioni passate con il regime di Gheddafi. ” 17
Per quanto riguarda Younis, è stato strettamente associato con Gheddafi da quando la 1968-9 ha preso del potere: “Abdul Fatah Younis (in arabo: عبد الفتاح يونس) è un alto ufficiale militare in Libia. Ha tenuto il grado di generale e la carica di ministro degli Interni, ma si dimise data 22 febbraio 2011 …. ” 18
Quello che dovrebbe interessare di più a noi è che sia Jalil e Younis provengono dalla tribù Haribi, quella dominante nel nord-est della Libia, e quella tribù che si sovrappone con al Qaeda. Secondo Stratfor, la “… Harabi tribù è una potente tribù storicamente ‘ombrello’ (di al Qaeda ndr) situata nella parte orientale della Libia che ha visto il suo declino sotto l’influenza del colonnello Gheddafi.
Il leader libico ha confiscato distese di terreni dei soci tribali e ridistribuito a tribù più deboli e più fedeli …. Molti dei leader che stanno emergendo nella parte orientale della Libia dalla tribù Harabi, tra cui il capo del governo provvisorio istituito a Bengasi, Abdel Mustafa Jalil, e Abdel Fatah Younis, che hanno assunto un ruolo fondamentale di leadership sui militari , hanno disertato i ranghi nelle prime fasi del rivolta. ” 19 Questo è come un biglietto presidenziale in cui entrambi i candidati sono dello stesso stato, tranne che le feroci rivalità tribali della Libia rendono il problema infinitamente peggiore di come si rappresenta.

Il Consiglio dei Ribelli: La metà dei nomi sono tenuti segreti; Perché?

Questa immagine di una base tribale , settaria e strettamente regionale, non migliora quando si guarda al consiglio dei ribelli nel suo complesso. Secondo una versione recente, il consiglio dei ribelli è “presieduto dall’ex ministro della giustizia libico, Mustafa Abdul Jalil, [e] si compone di 31 membri, apparentemente rappresentanti provenienti da tutta la Libia, molti dei quali non possono essere nominati per” motivi di sicurezza”…. “Gli attori chiave del Consiglio, almeno quelli che conosciamo apartengono tutti alla confederazione nord-orientale delle tribù Harabi. Queste tribù hanno forti affiliazioni con Bengasi che risalgono a prima della rivoluzione del 1969 che hanno portato Gheddafi al potere “. 20
Altre considerazioni sul resto dei rappresentanti:” Il Consiglio ha 31 membri; l’ identità dei diversi membri, non è stata resa pubblica per proteggere la propria sicurezza. ” 21 Dato ciò che sappiamo circa la straordinaria densità di LIFG e tutti i fanatici di Qaeda nel nord-est della Libia, siamo autorizzati ad interrogarci  se così tanti membri del consiglio vengono tenuti segreti al fine di proteggerli da Gheddafi, o se l’obiettivo è quello di impedire loro di essere riconosciuto in Occidente come terroristi di al Qaeda o simpatizzanti. Quest’ultima ipotesi sembra essere la sintesi più precisa del reale stato delle cose.
I nomi rilasciati finora includono: Mustafa Abduljaleel; Ashour Hamed Bourashed della città di Darna; Othman Suleiman El-Megyrahi dell’area Batnan; Al Butnan del confine Egitto e Tobruk; Ahmed Al-Abduraba Abaar della città di Bengasi; Fathi Mohamed Baja della città di Bengasi; Abdelhafed Abdelkader Ghoga della città di Bengasi; Mr. Omar al-Hariri per gli affari militari; e il dottor Mahmoud Jibril, Ibrahim El-Werfali e il dottor Ali Aziz Al-Eisawi per gli affari esteri.22
Il Dipartimento di Stato ha bisogno di domandarsi su questi dati, a partire magari da Ashour Hamed Bourashed, il delegato terrorista della roccaforte di Derna.

Riferimenti:
1 Joseph Felter e Brian Fishman, “Fighter Esteri di Al Qaeda in Iraq: un primo sguardo i record Sinjar,” (West Point, NY: Progetto Armonia, Combating Terrorism Center, Dipartimento di Scienze Sociali, US Military Academy, Dicembre 2007 ). Citato come West Point Studio.
2 Joseph Felter e Brian Fishman, “Fighter Esteri di Al Qaeda in Iraq: un primo sguardo i record Sinjar,” (West Point, NY: Progetto Armonia, Combating Terrorism Center, Dipartimento di Scienze Sociali, US Military Academy, Dicembre 2007 ). Citato come West Point Studio.
3 West Point Studio, pp. 8-9.
4 Daya Gamage, “ribellione libica ha radicale fervore islamista: Bengasi link alla militanza islamica, Documento militare ci rivela,” Asian Tribune , il 17 marzo 2011, at http://www.asiantribune.com/news/2011/03/17/libyan-rebellion-has-radical-islamist-fervor-benghazi-link-islamic-militancyus-milit
5 West Point Studio, p. 12.
6 West Point Studio, p. 19.
7 West Point Studio, p. 27.
8 West Point Studio, p. 9.
9 http://english.aljazeera.net/news/africa/2008/04/200861502740131239.html ; http://www.adnkronos.com/AKI/English/Security/?id=1.0.2055009989 ;
10 West Point Studio, p. 12.
11 West Point Studio, p. 27.
12 West Point Studio, p. 29.
13 West Point Studio, p. 28.
14 Vedere “Egitto disse braccio Ribelli Libia, Wall Street Journal , il 17 marzo 2011, a http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704360404576206992835270906.html ; si veda anche Robert Fisk, “piano segreto americano per armare i ribelli libici,” Independent , Mach 7, 2011,
15 Cramer.
16 http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-12741414
17 http://en.wikipedia.org/wiki/Mustafa_Abdul_Jalil
18 http://en.wikipedia.org/wiki/Mustafa_Abdul_Jalil
19 Stratfor, “della Libia Tribal Dyanmics, 25 febbraio 2011, disponibile all’indirizzo http://redstomp.org/forums/showthread.php?1109-Libya-s-Tribal-Dyanmics
20 Venetia Rainey: “Chi sono i ribelli che si battono per la protezione,” The First Post , http://www.thefirstpost.co.uk/76660,news-comment,news-politics,who-are-the-rebels-we-are-fighting-to-protect#ixzz1HMRIrUP9
21 http://en.wikipedia.org/wiki/National_Transitional_Council
22 Dichiarazione del “Transizione Consiglio Nazionale,” Bengasi, il 5 marzo 2011 alle http://www.libyanmission-un.org/tnc.pdf ; http://en.wikipedia.org/wiki/National_Transitional_Council

Preso da: http://www.vietatoparlare.it/il-sostegno-occidentale-ai-ribelli-in-libia-e-stato-un-appoggio-diretto-e-deliberato-ad-al-qaeda/

Libia: Vera storia della jihadista Hillary Clinton, mezzana del caos.

9 marzo 2016

Da qualche settimana il Washington Post e il New York Times stanno conducendo con grandi mezzi una sottile operazione: scagionare Hillary Clinton, allora segretaria di Stato, di quel che ha fatto in Libia. Hillary è la candidata preferita dell’Establishment, specie ora che si deve assolutamente evitare che alla Casa Bianca vada Trump.   Se le cose sono andate così male e la Libia è oggi uno stato fallito, è colpa di una serie di fortuite e sfortunate circostanze; lei, la Cltinon, ha deciso l’intervento per proteggere i civili libici dalla strage che stava compiendo il loro dittatore.
Per fortuna s’è formata in Usa un gruppo civico di base, la Citizen Commission on Benghazi (CCB). Lo scopo di questi cittadini: stabilire la verità su quanto accadde a Bengasi l’11 settembre 2012, quando fu attaccata la sede distaccata dell’ambasciata americana e i terroristi massacrarono l’ambasciatore Chris Stevens e tre difensori, Marines. La loro indagine (cito) “ha dimostrato che Gheddafi era un nostro alleato di fatto nella guerra al terrorismo islamico…e come l’amministrazione Obama e Hillary Clinton decisero di sostenere  ribelli legati ad Al Qaeda, invece che tenere negoziati di tregua con Gheddafi,  ciò che avrebbe portato alla sua abdicazione e alla transizione pacifica del potere”.

Sotto, i morti di Bengasi
Sotto, i morti di Bengasi

Fu il figlio del Leader, Saif, a cercare contatti con gli occidentali dopo che questi avevano ottenuto dall’Onu il mandato per l’intervento militare (17 marzo 2011) col pretesto che Gheddafi “stava massacrando il suo stesso popolo” (la guerriglia scatenata dagli islamisti era in corso). I “cittadini per Bengasi” hanno raccolto nel 2014 la testimonianza giurata del vice ammiraglio Chuck Kubik, che in quei giorni mise in contatto i rappresentanti di Gheddafi con il generale Carter Ham, il capo dell’AFRICOM (il comando supremo Usa in Africa). Kubik ha testimoniato: noi americani chiedemmo agli emissari una prova per dimostrare che chi li mandava era il loro capo: per esempio, ritirare le truppe alla periferia di Bengasi. Poche ore dopo, vedemmo che le truppe si ritiravano da Bengasi e da Misurata; fu concordata una tregua di 72 ore. Era l’inizio di una trattativa, e la controparte dimostrava la sua serietà. Gheddafi offriva d dimettersi. Gli alti ufficiali Usa si approntavano a trattare. “E allora ci è arrivata quella telefonata; l’idea fu silurata sopra la testa dell’AFRICOM”. Obama e la sua segretaria di stato Hillary volevano non solo rovesciare Gheddafi, ma erano ben consci che stavano dando il potere a terroristi di Al Qaeda. Il Katar e gli Emirati Arabi stavano spedendo armamento pesante ai ‘ribelli’ islamisti “sotto la protezione e supervisione Usa e NATO”: questo si deduce da un’altra testimonianza giurata raccolta dall’organizzazione civica CCB , la ex dirigente della CIA Clare Lopez. Gheddafi, racconta la Lopez, “collaborava da anni a tener sotto Al Qaeda nel Maghreb Islamico. Nelle sue prigioni c’erano i jihadisti di AL Qaeda”. Il governo del dittatore era riuscito anche a intercettare parte delle forniture di armamenti che Katar e Emirati mandavano ai wahabiti libici. Enormi forniture, come ha raccontato la Lopez, evocando “una visita a Tripoli dei delegati (degli Emirati)”, dove questi “scoprirono che metà del carico di armamenti del valore di un miliardo di dollari (!) che avevano pagato per i ribelli,   era stato deviato da Mustafa Abdul Jalil, i capo dei Fratelli Musulmani nel Comitato di Transizione Nazionale Libico, che l’aveva venduto a Gheddafi”: uno squarcio illuminante sul livello patriottico del personaggio, ma anche dei doppi e tripli giochi che avvenivano in quel vero nido di vipere e scorpioni che risulta essere il Comitato di Transizione, da cui – secondo la narrativa – era la opposizione moderata anti-Gheddafi,   che preparava l’instaurazione della demokràtia. Tant’è vero che Jalil, il suddetto rappresentante del Brothers, organizzò l’assassinio del general maggiore Abdel Fatah Younis, ex ministro dell’interno di Gheddafi passato all’opposizione, perché aveva scoperto che metà delle armi passavano nelle mani di Gheddafi; e incaricò dell’assassinio Mohamed Abu Khattala: il personaggio che, secondo gli americani, ha guidato l’assalto alla sede diplomatica quell’altro fatale 11 Settembre (2012) in cui i suoi uomini hanno ucciso (e sodomizzato da morto) l’ambasciatore.
Per questo motivo gli americani hanno catturato Abu Khattala e lo tengono prigioniero, senza precisa accusa, fuori dalla circolazione. Personaggi istruttivo, Abu Khattala era stato liberato dalle galere di Gheddafi nei primi giorni della “primavera libica”pagata dal Katar su supervisione NATO; aveva formato una sua milizia islamista chiamandola dal nome di uno dei compagni del Profeta “ Obeida Ibn Al Jarra” (una ventina di individui), ovviamente intruppandosi con Ansar Al Sharia (alias AL Qaeda) e il Comitato Supremo di Sicurezza,   che – sotto lo stentoreo nome – era l’apparato di sicurezza rivoluzionario creato dallo Stesso Comitato di Transizione Nazionale per propria autodifesa, nel vuoto i potere determinato dalla caduta di Gheddafi. Criminalità comune, qaedismo, buoi affari sporchi, islamismo e affarismo uniti nella lotta, Fratelli Musulmani che stanno con Al Qaeda ma la tradiscono per denaro, eccetera. Il New York Times ha dipinto una Clinton costretta a armare jihadisti perché “sempre più preoccupata che il KAtar stava fornendo armi soltanto e certe fazioni di ribelle, milizie di Misurata e brigate islamiste selezionate”. Insomma: ha davuto armare l’ISIS perché il Katar, disubbidiente come sempre ai voleri americani, armava Al Qaeda.

Abu Khattala
Abu Khattala

In realtà il giudice Andrew Napolitano, dopo inchiesta, ritiene che quelle armi che il Katar spediva ai suoi ribelli preferiti in Libia, erano armi che gli Usa avevano venduto al Katar, su specifico mandato di Hillary Clinton, la quale al proposito ha mentito sotto giuramento durante l’audizione al Senato sulla tragedia dell’ambasciatore inLibia.   Le armi erano lanciarazzi kalashnikov, missili a spalla dell’Est Europa, e delle spedizioni si occupavano ditte Usa, autorizzate legalmente al traffico di armamenti, che non hanno mai fatto mistero di   lavorare coi sevizi e il Dipartimento di Stato. Le autorizzazioni rilasciate a queste ditte dal Dipartimento di Stato sono aumentate vistosamente mentre sulla poltrona sedeva la Clinton: “Oltre 86 mila licenze per il valore di 44,3 miliardi di dollari sono state concesse nel 2011 – un aumento di oltre 10 miliardi di dollari rispetto all’anno prima”.
Uno di questi commercianti, Marc Turi, ha aggiunto: “Quando il materiale atterrava in Libia, metà andava da una parte, metà dall’altra:   questa metà è quella che è ricomparsa in Siria”: In Mano al Califfato. Risultato, Marc Turi è stato arrestato per traffico d’armi.
http://www.foxnews.com/opinion/2015/10/29/cannot-allow-hillary-clinton-midwife-to-chaos-and-public-liar-to-be-our-next-president.print.html
Turi ha detto: “Obama ha incriminato me per proteggere Hillary”. Chissà perché se l’è messo in testa.
Come tocco finale, c’è da ricordare che quell’11 Settembre, quando i comandi americani potevano intervenire rapidamente da Sigonella per salvare l’ambasciatore e i Marines che lo stavano difendendo – per radio udivano le loro richieste disperate di aiuto – qualcuno ordinò ai militari di non far nulla, to stand down: i servitori dello Stato erano diventati testimoni di un mercato losco diventato un disastro criminale, su cui era meglio tacessero per sempre.
Questa è la Libia dove adesso Obama vuole che mandiamo cinquemila italiani. Così ha ridotta lui e la sua segretaria di Stato, che adesso po’ andare alla Casa Bianca.  Il giudice Napolitano: “Non possiamo permettere che Hillary Clinton, questa mezzana del caos e pubblica mentitrice, sia il prossimo presidente”.
http://www.foxnews.com/opinion/2015/10/29/cannot-allow-hillary-clinton-midwife-to-chaos-and-public-liar-to-be-our-next-president.print.html
Per fortuna noi qui abbiamo il Corriere della Sera, a scriverci sopra abbiamo il columnist principe, Angelo Panebianco, che titola: “All’Europa conviene Hillary” alla Casa Bianca. Perché – spiega l’alto analista – la vittoria di Trump “sarebbe positiva per Vladimir Putin e i suoi amici” europei, mentre “Hillary Clinton promette una continuità con il passato che sarebbe seppellito, se vincesse Trump”.
La continuità con questo passato è quel che vuole Panebianco e chi gli suggerisce.
E anche da noi è cominciata la campagna di mostrificazione di Donald. Con una strana aggiunta: improvvisamente, grandi media, Confindustria ed ebrei vari attaccano Renzi con gli stessi toni con cui attaccano Trump. Perché non vuole è cascato nella trappola.

Fonte: http://ww.maurizioblondet.it

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2016/03/09/libia-vera-storia-della-jihadista-hillary-clinton-mezzana-del-caos/

Anno 2011: Hillary Clinton, l’oro di Gheddafi, la crisi del “petroldollaro” e le “primavere arabe”

All’indomani dell’inserimento del governo di unità nazionale guidato dal Premier designato Fayez al-Serraj, frutto delle lunghe mediazioni dell’Onu ad opera di Bernardino Leon e di Martin Kobler, la Libia si conferma essere l’epicentro, unitamente ad alcune aree del Medio Oriente e del Nord Africa, dei futuri equilibri geopolitici. Il Paese, successivamente alla deposizione di Gheddafi, è stato caratterizzato da un caos che ha favorito l’avanzata del Jihad, come aveva annunciato anche l’ex Presidente venezuelano Hugo Chavez in una sua memorabile intervista dell’Ottobre 2012, in cui parlava proprio di “crisi programmate” sia in Libia, che in Siria.
Eppure, a distanza di anni dal 2011, anno della sua deposizione, la figura di Gheddafi torna ad essere centrale per poter comprendere il progressivo avanzare del caos in Libia. Un valido supporto in tutto ciò ci arriva dalla declassificazione delle email scambiata tra Hillary Clinton, allora Segretaria di Stato degli USA, ed il suo consigliere di fiducia, Sid Blumenthal: da questa fitta corrispondenza si riesce a comprendere meglio le reali ragioni per cui USA, Francia e Regno Unito diedero il via, nel 2011, a quella missione di guerra finalizzata alla deposizione, o meglio all’uccisione di Gheddafi.
Un’interessante ricostruzione di quanto documentato in questa corrispondenza intercettata e successivamente declassificata [interamente visionabile al link https://wikileaks.org/clinton-emails/?q=Sid+Blumenthal&mfrom=&mto=&title=&notitle=&date_from=&date_to=&nofrom=&noto=&count=50&sort=0#searchresult] ci arriva da una pubblicazione di F. William Engdahl, noto esperto di geopolitica, datata 17 Marzo 2016 [visionabile al link http://journal-neo.org/2016/03/17/hillary-emails-gold-dinars-and-arab-springs/ e tradotta in italiano dalla redazione dell’Osservatorio Internazionale per i Diritti al link http://www.ossin.org/rubriche/206-le-schede-di-ossin/1952-il-caso-gheddafi], da cui emerge come alla base di quella guerra ci sarebbe stato “ l’oro e una minaccia potenzialmente esistenziale per il futuro del dollaro USA come moneta di riserva mondiale. Riguarda i piani di Gheddafi di quel tempo, per un dinaro convertibile in oro per l’Africa e il mondo arabo produttore di petrolio.”
Ritengo pertanto opportuno riportare quasi integralmente la pubblicazione di Engdahl su questa “guerra menata dall’amministrazione Obama contro Gheddafi, cinicamente battezzata ‘La responsabilità di proteggere’”:
“Barack Obama, un presidente indeciso e debole, aveva delegato tutte le responsabilità per la guerra in Libia al suo segretario di Stato, Hillary Clinton, che era una sostenitrice della prima ora di un ‘cambio dei regimi arabi’, da realizzare con la collaborazione dell’organizzazione segreta dei Fratelli Mussulmani e invocando il recente curioso principio della “responsabilità di proteggere” (R2P) per giustificare la guerra in Libia, che si è rapidamente trasformata in una guerra della NATO. Invocando la R2P, una nozione idiota promossa dalle reti della Fondazione Open Society di George Soros, Clinton ha sostenuto, senza prove affidabili, che Gheddafi bombardava i civili innocenti nella regione di Bengasi. Stando ad un resoconto dell’epoca del New York Times, che citava importanti fonti dell’amministrazione Obama, Hillary Clinton componeva (con Samatha Power, allora assistente senior nel Consiglio Nazionale per la Sicurezza, oggi ambasciatrice di Obama, e con Susan Rice, all’epoca ambasciatrice alle Nazioni Unite, attualmente consigliera per la sicurezza nazionale) la triade che spinse Obama all’intervento militare in Libia.
Clinton, spalleggiata da Power e Rice, riuscì a prendere il sopravvento sul segretario alla Difesa Robert Gates, su Tom Donilon, il consigliere per la sicurezza nazionale di Obama, e su John Brennan, capo della lotta contro il terrorismo, oggi alla testa della CIA. La Segretaria di Stato Hillary Clinton è anche invischiata fino al collo nel complotto diretto a scatenare quella che è stata chiamata ‘primavera araba’, l’ondata di rovesciamenti di governi nel Medio Oriente arabo, finanziata dagli Stati Uniti, e parte del progetto del ‘Grande Medio Oriente’ inaugurato nel 2003 dall’amministrazione Bush con l’occupazione dell’Iraq. I primi tre paesi presi di mira da questa azione USA – la “primavera araba nel 2011, nella quale Washington si è servita delle sue ONG per i ‘diritti dell’uomo’ come Freedom House e National Endowment for Democracy, come sempre in complicità con le Open Society Foundations dello speculatore miliardario George Soros, oltre che coi servizi operativi del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e della CIA – erano la Tunisia di Ben Ali, l’Egitto di Mubarak e la Libia di Gheddafi. Adesso la ragione di questa scelta e l’individuazione da parte di Washington nel 2011, quali obiettivi della destabilizzazione da prodursi con la ‘Primavera araba’, di taluni paesi del Medio Oriente, comincia ad apparire più chiara, in virtù delle recenti declassificazioni delle email scambiate da Clinton con il suo ‘consigliere’ privato per la Libia nonché amico, Sid Blumenthal. Quest’ultimo è stato l’avvocato che ha difeso Bill Clinton nell’affaire Monika Lewinsky e negli altri scandali a base di sesso, quando Bill era presidente ed era sotto minaccia di impeachment.
Il dinaro-oro di Gheddafi
Per molti resta ancora un vero e proprio mistero la ragione per la quale Washington decise che Gheddafi dovesse essere personalmente eliminato, assassinato, e non solo mandato in esilio come Mubarak. Clinton, quando venne informata del brutale assassinio di Gheddafi da parte dei terroristi della ‘opposizione democratica’ di Al Qaeda, finanziati dagli Stati Uniti, dichiarò a CBS news, ricorrendo ad una scherzosa parafrasi di dubbio gusto di Giulio Cesare: ‘Venni, Vidi, lui è morto’, con accompagnamento di macabre e copiose risatine. Poco si sa in Occidente di quanto Muammar Gheddafi ha fatto in Libia o, per quel che conta, in Africa e nel mondo arabo. Adesso la declassificazione di un nuovo lotto di email di Hillary Clinton come Segretaria di Stato nel momento in cui guidava la guerra dell’amministrazione Obama contro Gheddafi, getta una nuova drammatica luce sui retroscena. Non si trattò di una decisione personale di Hillary Clinton, quella di eliminare Gheddafi e di distruggere tutta l’infrastruttura del suo Stato. La decisione, la cosa è oramai chiara, fu presa dai più alti circoli dell’oligarchia monetaria statunitense. Si è trattato di un ennesimo strumento della politica di Washington per attuare il mandato ricevuto da quegli oligarchi. L’intervento aveva per obiettivo di seppellire i piani a stadio avanzato di Gheddafi per creare una moneta africana ed araba che rimpiazzasse il dollaro nel commercio del petrolio. Da quando la moneta USA ha abbandonato il sistema di convertibilità con l’oro nel 1971, essa ha perso molto del suo valore in rapporto all’oro. Gli Stati produttori di petrolio arabi e africani dell’OPEP da tempo lamentavano la riduzione di valore delle loro entrate petrolifere, fissate per volontà di Washington, dal 1970, in dollari statunitensi, mentre l’inflazione del dollaro è cresciuta più del 2000% dal 2011. In una email recentemente declassificata inviata a Clinton da Sid Blumenthal in data 2 aprile 2011, quest’ultimo rivela la ragione per la quale Gheddafi doveva essere eliminato. Col pretesto di citare una fonte di non meglio identificate ‘alte sfere’, Blumethal scrive a Clinton: ‘Secondo le informazioni sensibili in possesso di questa fonte, il governo di Gheddafi dispone di 143 tonnellate di oro e una pari quantità d’argento…’ L’oro è stato accumulato prima dell’attuale ribellione ed era destinato ad essere utilizzato per istituire una moneta panafricana basata sul dinaro-oro libico. Si tratta di un piano destinato a fornire ai paesi africani francofoni una alternativa al franco francese (CFA). ‘Il riferimento al franco francese costituiva solo la punta dell’iceberg del dinaro-oro di Gheddafi’.

Dinaro d’oro e più
Nel corso del primo decennio di questo secolo, i paesi dell’OPEP del Golfo Arabo, come l’Arabia Saudita, il Qatar ed altri, hanno seriamente cominciato a investire una parte importante delle loro rilevanti entrate petrolifere in Fondi sovrani, influenzati in ciò dal grande successo che avevano avuto i Fondi petroliferi della Norvegia. Il crescente malcontento per la guerra statunitense contro il terrorismo, per le guerre in Iraq e in Afghanistan, e in generale per le politiche degli Stati Uniti in Medio Oriente dopo l’11 settembre 2001, ha indotto la maggior parte dei paesi arabi a investire una parte crescente delle entrate petrolifere nei ricchi fondi controllati dagli Stati, piuttosto che affidarli alle viscide mani dei banchieri di New York e Londra, come era diventato d’abitudine dopo gli anni 1970, quando il prezzo del petrolio salì alle stelle, dando vita a quel che Henry Kissinger chiamava affettuosamente i ‘petrodollari’, per rimpiazzare il dollaro convertibile in oro abbandonato da Washington il 15 agosto 1971. L’attuale guerra sunnita-sciita o lo scontro di civiltà costituiscono infatti il risultato delle manovre statunitensi dopo il 2003 nel quadro della politica del “dividere per il controllo” regionale. Nel 2008, la prospettiva di un controllo sovrano da parte di un numero crescente di Stati petroliferi arabi e africani delle loro entrate petrolifere suscitò gravi preoccupazioni a Wall Street e nella City di Londra. Si trattava di enormi liquidità, di miliardi e miliardi, che potenzialmente avrebbero potuto sfuggire al loro controllo. Il cronoprogramma della primavera araba appare retrospettivamente sempre più collegato al tentativo di Washington e di Wall Street di mantenere il controllo, non solo degli immensi flussi di petrolio provenienti dal Medio Oriente arabo. E’ oramai chiaro che in ballo c’era anche il controllo del loro denaro, i loro miliardi e miliardi di dollari che si andavano accumulando nei ricchi fondi sovrani. Tuttavia, come risulta adesso confermato negli ultimi mail scambiati tra Clinton e Blumenthal il 2 aprile 2011, vi era un’altra minaccia qualitativamente nuova, che si profilava all’orizzonte per il ‘Dio denaro’ di Wall Street e della City di Londra. La Libia di Gheddafi, la Tunisia di Ben Ali e l’Egitto di Mubarak stavano per varare una moneta d’oro islamica, indipendente dal dollaro USA. Io ho sentito per la prima volta parlare di questo piano agli inizi del 2012, durante una conferenza finanziaria e geopolitica svizzera, da un Algerino che aveva una conoscenza approfondita del progetto. All’epoca la documentazione era modesta e la storia è rimasta confinata in un angolo della mia memoria. Attualmente viene fuori un’immagine estremamente più interessante, che fornisce nuovi elementi per valutare la ferocia della ‘primavera araba’ di Washington e la sua fretta nel caso libico.
Gli ‘Stati Uniti d’Africa’
Nel 2009, Gheddafi, all’epoca presidente dell’Unione africana, propose che il continente economicamente depresso adottasse il ‘dinaro-oro‘. Nei mesi che precedettero la decisione degli Stati Uniti, con il sostegno britannico e francese, di ottenere una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che costituisse la foglia di fico giuridica per la distruzione da parte della NATO del regime di Gheddafi, Muammar Gheddafi stava appunto lavorando alla realizzazione di una moneta, il dinaro-oro, che servisse agli Stati petroliferi africani e dai paesi dell’OPEP nelle transazioni petrolifere sul mercato mondiale. Se questo progetto si fosse realizzato, in un momento in cui Wall Street e la City di Londra erano sprofondati nella crisi finanziaria del 2007-2008, sarebbe stato assai arduo mantenere il dollaro come moneta di riserva mondiale, e questo sarebbe stata la fine dell’egemonia finanziaria statunitense e del sistema del Dollaro. L’Africa è uno dei continenti più ricchi del mondo, con vasti giacimenti di oro e risorse minerarie inesplorate, che è stato mantenuto per secoli deliberatamente in condizioni di sottosviluppo o soffocato da guerre che dovevano impedirne lo sviluppo. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale negli ultimi decenni sono stati gli strumenti di Washington per reprimere lo sviluppo reale dell’Africa. Gheddafi aveva rivolto un appello ai produttori africani di petrolio dell’Unione africana e mussulmani ad aderire ad un accordo che facesse del dinaro-oro la principale moneta da utilizzare negli scambi con l’estero. Avrebbero dovuto vendere il petrolio e le altre risorse agli Stati Uniti e al resto del mondo soltanto in dinari-oro. In qualità di presidente dell’Unione africana, nel 2009, Gheddafi propose di usare il dinaro libico e il dirham d’argento quali uniche monete che il resto del mondo avrebbe potuto utilizzare per comprare il petrolio africano. Oltre ai ricchi fondi sovrani dei paesi arabi dell’OPEP, anche altri paesi produttori di petrolio dell’Africa, in particolare l’Angola e la Nigeria, lavoravano alla creazione di propri fondi di ricchezza petrolifera nazionale nel momento in cui cominciarono i bombardamenti della NATO in Libia nel 2011. Questi fondi, collegati all’idea di Gheddafi di realizzare il dinaro-oro, avrebbero dovuto realizzare l’antico sogno africano di emanciparsi dal controllo monetario coloniale, della lira sterlina, del franco francese, dell’euro o del dollaro USA. Al momento del suo assassinio, Gheddafi stava lavorando, in qualità di presidente dell’Unione africana, ad un piano di unificazione dei paesi africani con una moneta d’oro, negli Stati Uniti dell’Africa. Nel 2004, un Parlamento panafricano composto da 53 nazioni aveva posto le premesse per una Comunità economica africana, con un’unica moneta d’oro entro il 2023. Le nazioni africane produttrici di petrolio avevano intenzione di abbandonare il petrodollaro e cominciare ad esigere il pagamento in oro. La lista comprendeva l’Egitto, il Sudan, il Sud-Sudan, la Guinea Equatoriale, il Congo, la Repubblica Democratica del Congo, la Tunisia, il Gabon, l’Africa del Sud, l’Uganda, il Ciad, il Suriname, il Camerun, la Mauritania, il Marocco, lo Zambia, la Somalia, il Ghana, l’Etiopia, il Kenya, la Tanzania, il Mozambico, la Costa d’Avorio, più lo Yemen che aveva appena fatto nuove importanti scoperte petrolifere. I quattro membri africani dell’OPEP – l’Algeria, l’Angola, la Nigeria, un enorme produttore, il maggiore produttore di gas naturale in Africa con immense risorse, e la Libia, depositaria delle maggiori riserve – sarebbero entrate a far parte del nuovo sistema del dinaro-oro. Non meraviglia che il presidente francese Nicolas Sarkozy, cui Washington aveva affidato un ruolo di primo piano nella guerra contro Gheddafi, fosse giunto al punto di trattare la Libia come una “minaccia” per la sicurezza finanziaria del mondo.

I ‘ribelli’ di Hillary creano una banca centrale
Una delle cose più curiose che ha caratterizzato la guerra di Hillary Clinton per uccidere Gheddafi fu il fatto che i ‘ribelli’ sostenuti dagli Stati Uniti a Bengasi, nel ricco di petrolio est della Libia, abbiano annunciato, nel pieno della guerra, ben prima che fosse completamente chiaro che l’esito fonale sarebbe stato il rovesciamento del regime di Gheddafi, di avere fondato una banca centrale di stile occidentale ‘in esilio’. Nelle prime settimane della ribellione, i capi ribelli hanno dichiarato di avere fondato una banca centrale per sostituirsi all’autorità monetaria dello Stato di Gheddafi. Il consiglio dei ribelli, oltre a fondare la sua propria compagnia petrolifera per vendere il petrolio del quale si erano impadroniti, hanno annunciato la ‘Designazione della Banca centrale di Bengasi come autorità monetaria competente nelle politiche monetarie in Libia e la nomina di un governatore della Banca centrale libica, con sede provvisoria a Bengasi‘. Commentando questa strana decisione di fondare una banca centrale di stile occidentale, per rimpiazzare la banca nazionale sovrana di Gheddafi che aveva emesso il dinaro oro, prima ancora che l’esito della guerra fosse ancora deciso, Robert Wenzel in The Economic Policy Journal, scrisse: ‘Non ho mai assistito prima allo spettacolo di una banca centrale fondata dopo solo poche settimane da una sollevazione popolare. Ciò induce a pensare che in campo vi sia ben più di un gruppetto di ribelli e che essi subiscano influenze abbastanza sofisticate’. Risulta adesso chiaro, alla luce delle email Clinton-Blumenthal, che queste ‘influenze abbastanza sofisticate’ erano quelle di Wall Street e della City di Londra. La persona mandata da Washington a guidare i ribelli nel marzo 2011, Khalifa Hifter, aveva passato gli ultimi venti anni della sua vita nel sobborgo di Virginia, poco lontano dalla sede della CIA, dopo avere rotto con la Libia, quando era primo comandante militare di Gheddafi. Il rischio per il futuro del dollaro USA come moneta di riserva mondiale, se a Gheddafi fosse stato permesso di portare avanti, con l’Egitto, la Tunisia e altri paesi arabi dell’OPEP e membri dell’Unione africana – il processo di conversione delle vendite di petrolio contro oro dalle precedenti negoziazioni in dollari, sarebbe stato l’equivalente finanziario di uno tsunami. Il sogno di Gheddafi di un sistema di oro arabo e africano indipendente dal dollaro, malauguratamente è morto con lui. La Libia, dopo la cinica ‘responsabilità di proteggere’ di Hillary Clinton è stata distrutta, e oggi è in totale disordine, dilaniata dalla guerra tribale, dal caos economico, e dai terroristi di Al Qaeda e Daesh o ISIS. La sovranità monetaria dell’agenzia monetaria nazionale appartenente per il 100% allo Stato di Gheddafi e le loro emissioni in dinari d’oro sono venute meno, rimpiazzate da una banca centrale ‘indipendente’ legata al dollaro.
La nuova via della seta in oro
Nonostante questo rovescio, è più che significativo che attualmente un del tutto diverso gruppo di nazioni si proponga oggi di costruire un simile sistema monetario basato sull’oro. Un gruppo guidato dalla Russia e dalla Cina, i paesi produttori di oro, rispettivamente numero tre e numero uno mondiali. Questo progetto è legato all’idea di realizzare colossali infrastrutture, la Nuova Via della Seta, un progetto. Comporta la nascita di un Fondo di sviluppo per 16 miliardi in moneta cinese e misure assai ferme della Cina per rimpiazzare la City di Londra e New York come centro del commercio mondiale dell’oro. Il sistema d’oro euroasiatico oggi emergente pone delle sfide di nuova qualità all’egemonia finanziaria USA. Il suo successo o il suo fallimento potranno ben decidere se potremmo sopravvivere e prosperare in condizioni ben diverse, o se dovremo colare a picco insieme al sistema del dollaro in fallimento.”
Dati innegabili e certi, che dimostrano per l’ennesima volta come, indipendentemente dall’opinione positiva o negativa su un dittatore come Gheddafi, le teorie sulle “crisi programmate” della Libia e di altri Paesi facciano parte di un preciso disegno geopolitico ispirato da politiche macro-economiche e da interessi sovrastrutturali. Si assiste troppo spesso poi a quella triste massificazione dettata da una minuziosa e diabolica opera di propaganda occidentale e filo-lobbysta, che prevede anche il bollare con l’infame marchio della “cospirazione” o del “complottismo” chiunque voglia analizzare la realtà da più punti di vista, compresi quelli contrari o che mettono in discussione quanto diffuso da un elefantiaco numero di media. E’ innegabile che a volte certe teorie enunciate sono talmente assurde da suscitare gravi risate; ma è altrettanto vero che chi spesso è stato etichettato come cospirativo o addirittura sovversivo aveva in realtà semplicemente previsto cosa sarebbe accaduto, diventando una tragica attualità. Verità troppo scomode per gli “evoluti” alleati degli “esportatori di democrazia”.

Originale, con video: https://lpiersantelli.wordpress.com/2016/04/05/anno-2011-hillary-clinton-loro-di-gheddafi-la-crisi-del-petroldollaro-e-le-primavere-arabe/

Giorgio Napolitano, il vergognoso silenzio dopo l’arresto di Nicolas Sarkozy: cosa tace sugli attacchi in Libia

21 Marzo 2018

Nicolas  Sarkozy, Giorgio Napolitano
Nessuna dichiarazione è ancora arrivata dall’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dopo l’arresto di Nicolas Sarkozy. Eppure una parola di chiarimento, magari un mea culpa, sarebbe stato più che gradito, considerando i legami strettissimi che l’ex Capo dello Stato ha avuto con l’omologo francese durante la guerra in Libia del 2011, oltre alle responsabilità politiche e storiche dietro il coinvolgimento dell’Italia in quel tragico conflitto.
I fatti sono ormai pezzi di Storia nota, riportati nei dettagli sia nella biografia di Silvio Berlusconi scritta da Alan Friedman che dal racconto al Giornale dell’ex presidente del Senato, Renato Schifani. La pressione da parte di Napolitano sul premier dell’epoca, appunto Berlusconi, perché l’Italia concedesse il suo sostegno per abbattere il regime di Gheddaffi era diventata enorme. A marzo 2011, aveva raccontato Schifani, Napolitano convocò un vertice durante l’intervallo del Nabucco all’Opera di Roma: “L’Italia – disse davanti a Schifani, Gianni Letta e Berlusconi – non può restare fuori”.

Eppure non è ancora troppo tardi per le scuse. Ci sono riusciti a distanza di anni anche l’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, coinvolto in quella guerra sotto l’egida della Nato. Proprio l’ex presidente aveva rimarcato come Sarkozy “voleva vantarsi di tutti gli aerei abbattuti, nonostante il fatto che avessimo distrutto noi tutte le difese aree”. L’Italia con la Libia aveva firmato un trattato amicizia, abbattuto Gheddaffi l’immigrazione clandestina ha raggiunto i livelli di emergenza che oggi tutti conosciamo.

Preso da: http://www.liberoquotidiano.it/news/esteri/13320639/giorgio-napolitano-arrestato-nicolas-sarkozy-guerra-libia-emergenza-immigrazione-non-chiede-scusa.html

Dietro la maschera «anti-Isis»