2016: L’Italia spende 160mila euro al giorno per occupare la Libia

Lo veniamo a sapere da un articolo preso dalla Repubblica
Ovviamente ti spiegano che è una missione umanitaria, non militare, certo, i militari che non fanno i militari, bene.

L’Italia spende 160mila euro al giorno per la missione in Libia

Stanziati 17,4 milioni dal 13 settembre a fine anno. I numeri emergono dal decreto fiscale collegato alla Manovra, i vertici di Esteri e Difesa: “E’ missione umanitaria e non militare”. Nel testo anche gli stipendi dei soldati: il generale di brigata prende per questa missione 7.180 euro al mese (escluso vitto e alloggio), al pari dei colonnelli


di VALENTINA CONTE  ROMA – L’operazione Ippocrate dei nostri militari in Libia costa 17 milioni e 388 mila euro per 109 giorni, dal 13 settembre (quando il ministro della Difesa Pinotti l’ha annunciata al Parlamento) al 31 dicembre prossimo. Cifra appena stanziata dal governo nel decreto fiscale che trasforma Equitalia in braccio dell’Agenzia delle entrate, rottama le cartelle esattoriali e riapre i termini della voluntary disclosure, la regolarizzazione dei capitali illegali, detenuti all’estero o in Italia.

Oltre 17 milioni di euro volano in Libia, dunque. Una cifra che equivale a circa 160 mila euro al giorno. Ovvero 528 euro in media al dì a persona. Parliamo di 302 uomini “on the ground”, sul terreno (in realtà due di questi sono impegnati nella missione delle Nazioni Unite Unsmil). Ma attenzione: non si tratta di “boots” (soldati), piuttosto di “meds on the ground”: 60 tra medici e infermieri, 135 per supporto logistico, 100 per la sicurezza. Insomma “stiamo mandando un ospedale, non una portaerei”, traduce il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

“Una missione umanitaria e non militare”, chiarisce anche la Pinotti. Che ruota tutta attorno all’ospedale da campo montato dagli italiani in stretta sinergia con l’ospedale civile di Misurata, come da richiesta del premier libico Serraj in una lettera al governo italiano dell’8 agosto scorso. Spigolando tra i numeri del decreto fiscale, si scopre che i 17 milioni e rotti si suddividono così: 4,8 milioni tra stipendi e indennità, 7,8 milioni per viveri, logistica, noleggi, interpreti, funzionamento dei mezzi (209 terrestri, una nave e due aerei), 4,8 milioni di “oneri una tantum”.

Militari operazione “Ippocrate” 300
Militari Unsmil 2
MEZZI E MATERIALI MILITARI IN TEATRO
terrestri 209
navali 1
aeromobili 2
SPESE DI PERSONALE mensili
Diaria, 185% indennità impiego operativo 1.329.219
SPESE DI FUNZIONAMENTO mensili
Viveri, supporto logistico, funzionamento mezzi militari 2.135.213
ONERI UNA TANTUM 4.800.565
spese di trasporto e rifornimenti anche con aerei militari 2.000.000
acquisto materiali speciali, dispositivi di auto protezione e tlc 800.000
spese pre e post impiego 1.500.000
canoni flussi satellitari 500.000
RIEPILOGO per 109 gg spesa per 109 gg
spese di personale 4.829.494
spese di funzionamento e una tantum 12.558.506
TOTALE ONERI MISSIONE 17.388.000

Cosa sono questi “oneri una tantum”? Due milioni se ne vanno per spese di trasporto e rifornimenti anche con aerei militari. Un altro milione e mezzo serve per le “spese pre e post impiego”: manutenzione e riparazione di mezzi, aerei e materiali, completamento delle dotazioni perdute o distrutte, contratti per mezzi speciali, esami del sangue per conseguire l’idoneità, addestramento. Infine mezzo milione di canoni per i flussi satellitari.

Quanto alle buste paga – fatte di diaria, maggiorazioni, compensi forfetari – la Ragioneria calcola che il generale di brigata prende per questa missione circa 7.180 euro al mese (escluso vitto e alloggio), al pari dei colonnelli. Un capitano viaggia attorno ai 6.500 euro. Un sergente se la cava con 4.600 euro. Capitani di fregata e di corvetta si assicurano un’indennità di quasi 3.200 euro al mese. 

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Libia: nuove verità su una guerra sporca

6 ottobre 2016
MENZOGNE E BUONI PROPOSITI
Non abbiamo molto tempo. È una questione di giorni, forse di ore. Ogni ora e giorno che passano significano un ulteriore giro di vite e di repressione contro la popolazione civile che vuole la libertà; ogni ora e giorno che passano aumenta il peso della responsabilità sulle nostre spalle”.

Era il 17 marzo del 2011 quando davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel pieno della crisi libica, il Ministro degli Esteri francese Alain Juppè pronunciava queste parole con la determinazione ed il pathos tipici dell’uomo di governo quando mente.
La Comunità internazionale doveva decidere se accettare la Risoluzione 1973 voluta dalla Francia per imporre la no-fly zone alla Libia: di fatto autorizzare l’intervento militare occidentale al fianco dei ribelli anti-Gheddafi.
In Occidente la menzogna si motiva sempre di buoni propositi; e così mentre la Francia giurava solennemente a se stessa e al mondo che mai avrebbe abbandonato “le popolazioni civili e le vittime della brutale repressione, al loro destino” e mai avrebbe permesso “che lo stato di diritto e la morale internazionale venissero calpestati”, i dirigenti dei più importanti gruppi industriali francesi (Total, Eads e Thalys) si incontravano a Bengasi con i componenti del Consiglio Nazionale Libico, per spartirsi la preda; Consiglio composto da capi ribelli opportunamente selezionati ed istruiti da Parigi grazie all’attività frenetica di Bernard-Henry Levi il “filosofo” sodale di Sarkozy, esperto di manipolazioni mediatiche; giusto per capire quanto spontanea fu la “rivolta del popolo contro Gheddafi”.
UNA RELAZIONE SHOCK
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Che la guerra alla Libia sia stato tutto tranne un sussulto umanitario dell’Occidente, ormai è dominio comune (e non solo dei soliti complottisti che lo spiegavano già nel 2011). Gli ultimi ad ammetterlo sono gli inglesi in una relazione shock del Parlamento britannico che ovviamente invano cercherete sui media.

Nelle 46 pagine presentate dalla Commissione Affari Esteri si afferma che:
1) L’intervento britannico in Libia al seguito della Francia è avvenuto al buio senza le necessarie conoscenze di ciò che stava realmente accadendo in quel paese
2) La violazione dei diritti umani di massa da parte di Gheddafi (alla base dell’intervento) non è mai stata confermata; mentre è confermato che crimini (esecuzioni sommarie anche di civili e torture) furono compiuti da entrambe le parti, quindi anche dai ribelli che in Occidente venivano dipinti come pacifici e democratici
3) I Servizi d’intelligence britannici furono inadeguati a comprendere la misura della presenza islamista legata ad Al Qaeda all’interno dei famosi ribelli “moderati”
4) La risoluzione Onu prevedeva l’embargo della armi alle parti in guerra, ma molti paesi la violarono (dopo averla imposta) rifornendo di armi i ribelli anti-Gheddafi
5) La sconfitta militare del regime avvenne solo grazia alla “combinazione tra forza aerea della coalizione, fornitura di armi, di intelligence e di personale militare (anche da Turchia, Arabia Saudita e Qatar) garantito ai ribelli”. In altre parole senza l’intervento straniero Gheddafi non sarebbe caduto.
6) Vi erano disponibili almeno due opzioni politiche “se il governo britannico avesse aderito allo spirito della risoluzione 1973; ma non furono mai percorse.
UMANITARISMO????
La relazione parlamentare inoltre dà credito alle rivelazioni di Sidney Blumenthal, consigliere personale di Hillary Clinton (allora Segretario di Stato), che, in una mail a Hillary, spiegò le vere ragioni dell’attivismo francese:
A) ottenere una maggiore quota di produzione di petrolio (soppiantando il ruolo dell’Eni aggiungiamo noi)
B) Aumentare l’influenza francese in Nord Africa
C) Migliorare la sua situazione politica interna in Francia (in vista della scadenza elettorale)
D) Fornire ai militari francesi l’opportunità di riaffermare la propria posizione nel mondo
E) Scongiurare il progetto di Gheddafi di soppiantare la Francia come potenza dominante nell’Africa francofona (attraverso la creazione una moneta panafricana che avrebbe sostituito il Franco Francese Africano)
Altro che umanitarismo e difesa del diritto internazionale!
La guerra alla Libia rimane una delle più disastrose (e vergognose) pagine dell’Occidente e una delle cause dell’attuale disastro mediorientale. La distruzione della Libia ha consentito l’espansione del terrorismo jihadista nel Mediterraneo (come previsto dallo stesso Gheddafi) e generato il dramma dei profughi in Europa.
Un grazie sentito a chi di dovere.

Grazie agli ASSASSINI, ONU NATO/RATTI in Libia oltre 2,4 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria”

LIBIA, 20 AGOSTO2016  – Sembra non finire più il caos della Libia, che, a sei anni dalla caduta del governo legittimo di  Muhammar Gheddafi, è ancora nel disordine più totale.

Nell’allarme lanciato recentemente dall’inviato libico dell’Onu Martin Kobler, egli denuncia: “oltre 2,4 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria”, lamentando il fatto che “manchino medicine, vaccini ed i servizi ospedalieri siano pessimi. Oltre 300.000 bambini non vanno a scuola e quasi 350.000 libici sono sfollati nel Paese”.

Già lo scorso aprile il generale militare Paolo Serra, nonché consigliere militare di Kobler, al Comitato Schengen aveva dichiarato: “In Libia ci sono un milione di potenziali migranti. Aiutando il Paese a ricostruire il tessuto economico, agricolo, industriale, queste persone non avranno più ragione di muoversi”, evidenziando sia l’aumento delle partenze nell’ultimo anno, sia i numeri dell’estrazione petrolifera in Libia, che sono scesi da 1,8 milioni a trecentomila barili al giorno, con un conseguente danno per i lavoratori del settore.Il generale Serra aveva sottolineato come la presenza di flussi migratori potesse significare “una minaccia alla sicurezza: all’interno potrebbero esserci infatti cellule dormienti. […
] Solo a Tripoli ci sono 41 milizie: 4.000 uomini sono passati dalla parte del futuro governo di al Sarraj, mentre 2.000 sono fedeli al precedenti organismo. La sfida del futuro è quella di creare un esercito ed una polizia veramente statuali. Ci saranno aree di addestramento e si cercherà di riassorbire le milizie in forze armate normali, nonché di facilitare l’ingresso di nuovi ragazzi e ragazze che vogliono partecipare alla nuova Libia. […] Ci sono due entità: il Lybian national army del generale Haftar a Tobruk ed il governo di Tripoli. È un problema politico che devono risolvere i libici: da una parte Haftar si dice disponibile ad avere cariche nel futuro Governo, dall’altra i sostenitori del nuovo Governo dicono che lui non dovrà avere cariche”.
Il pericolo era ancora maggiore se si considerava che: “Fonti aperte statunitensi riportano un incremento della popolazione Isis da 3000 a 6000 persone anche se non ci sono evidenze che lo confermano” aveva annunciato Serra, e poi: “non ci sono prove che l’Isis partecipi allo sfruttamento del traffico dei migranti”.
Il generale aveva riportato poi i numeri dei migranti approdati sulle coste Italiane, dando anche un pronostico: “Nel 2015 i migranti dalla Libia all’Italia furono 120mila. Nel mese di gennaio 2016 i migranti sono aumentati dai 3mila dell’anno precedente a 5200. Se le cose continueranno così, possiamo immaginare che nel 2016 avremo circa 250mila arrivi dalla Libia”.
E proprio in questi giorni Kobler ha lanciato un’emergenza che riguarda indirettamente l’Italia, perché oltre 270 000 migranti vivono in condizioni di miseria e sono potenziali vittime del traffico di esseri umani, i cui aguzzini li spingono con ogni mezzo verso le coste italiane.
Elenora Ranelli

Tutti migranti, come merce dentro ai pacchi: le nuove direttive UE e Onu contro ogni sovranità

L’Europa e l’ONU si accingono a mettere nero su bianco le regole definitive sull’immigrazione, che saranno valide per tutti i Paesi. E’ la costruzione di un vero sistema per la mobilità umana, che prevede società aperte, accoglienza, e zero respingimenti. Lo scopo? Nel mondo globalizzato anche  gli esseri umani devono essere rapidamente spostabili come le merci. Opporsi? Non è previsto.
di Francesca Totolo
Partiamo dall’ultima trovata che arriva dalla Commissione Europea. I Paesi membri dell’Unione Europea che hanno mostrato più solidarietà nell’accoglienza dei migranti, come Grecia e Italia, saranno premiati dai fondi strutturali del prossimo budget UE 2021-2027. Chi invece si mostrerà refrattario a fare la sua parte a favore degli immigranti e sul rispetto dello stato di diritto, come Ungheria e Polonia, si troverà penalizzato. Continue promesse da Jean-Claude Juncker e Frans Timmermans, sempre disattese, che sembrano piuttosto voler colpire gli Stati Visegrad e l’Austria, rei di voler difendere gli interessi dei propri connazionali invece di aprire le frontiere agli stranieri indiscriminatamente.
Le dichiarazioni della Commissione Europea arrivano in seguito all’incontro pubblico del 16 aprile scorso voluto da George Soros. Durante il meeting, lo speculatore ungherese ha esposto le sue ragioni a Timmermans (Vice Presidente della Commissione Europea) contro il governo ungherese guidato dal Premier Viktor Orbán a proposito del pacchetto legislativo “StopSoros” che ha portato alla chiusura della sede della Open Society Foundations di Budapest e a quella, che sarà definitiva nel 2021, della Central European University fondata e finanziata dalla fondazione di Soros.

I legami di amicizia e stima personale che legano George Soros, Jean-Claude Juncker e Frans Timmermans sono chiari e noti da tempo. Lo stesso Vice Presidente della Commissione Europea parla di un rapporto che lo lega al magnate da più di vent’anni e di condividere il suo impegno a favore della “società aperta”. Come sono noti i pranzi informali, che si svolgono mensilmente a Bruxelles, dove i tre e Martin Schulz condividono le proprie opinioni e le possibili soluzioni da portare in Commissione.
L’Unione Europea, sembra seguendo le direttive del consulente George Soros, sta cercando di correre ai ripari a causa della crescente “minaccia populista” dilagante in ogni Stato membro, delle sempre crescenti percentuali di cittadini europei che chiedono lo stop all’immigrazione (ora il 78%), e in vista delle elezioni del 2019.
Gli eurocrati, quindi, sembrano sempre più convinti che si debba intervenire sulla questione migratoria per quietare l’opinione pubblica, ovviamente senza nessuna intenzione di arrestare il flusso costante e continuo grazie a opportuni accordi con i Paesi di origine e attraverso una seria ridiscussione della cooperazione internazionale.
Dal 2016, come sancito dal Migration Partnership Framework redatto dalla Commissione Europea e come suggerito dall’ispiratore degli Stati Uniti d’Europa, George Soros, la UE sta tentando di riprendere il controllo dei suoi confini e si sta impegnando nel costruire meccanismi comuni per proteggere le frontiere, per determinare le richieste di asilo e per trasferire i rifugiati.
Questo piano della Commissione Europea non è altro che un’ulteriore perdita di sovranità degli Stati membri; si parla della gestione centralizzata dei confini dell’Unione attraverso il rafforzamento del coinvolgimento delle agenzie europee, come Frontex e EUROPOL, che andranno di fatto a coordinare le autorità nazionali, di uffici della UE dislocati nei Paesi di transito per una comune amministrazione delle procedure delle richieste di asilo, e di una maggiore partecipazione delle organizzazioni del settore privato. Ovviamente nel piano, non potevano mancare i corridoi umanitari gestiti centralmente dalla Commissione Europea con ricollocamento obbligatorio negli Stati membri.
Quando tutte le operazioni comprese nel Migration Partnership Framework saranno implementate, l’Italia non avrà più nessun potere e controllo a proposito delle politiche migratorie. In cambio il nostro Paese forse riceverà due denari in fondi strutturali che saranno chiaramente destinati alla formazione e all’inclusione sociale degli immigrati arrivati.
E a livello internazionale non va meglio. Nel dicembre del 2018, sarà pubblicato il Global Compact on Migration, documento delle Nazioni Unite che segnerà un punto di svolta per l’immigrazione e traccerà le linee guida che le singole nazioni e l’Unione Europea dovranno seguire.
Possiamo affermare che il tweet pubblicato a Pasqua di IOM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), agenzia collegata alle Nazioni Unite, non promette nulla di buono.
Per IOM, “l’immigrazione è inevitabile, desiderabile e necessaria”. Quindi nessuna intenzione di intervenire, come si dovrebbe, nei Paesi di origine, perché l’immigrazione è un fenomeno auspicabile per l’occidente. Alla Boeri, insomma.
Il 4 aprile scorso, alti funzionari dell’Unione Europea e della IOM si sono incontrati a Bruxelles per discutere sui contenuti del futuro Global Compact on Migration. Il direttore generale dell’IOM, William Lacy Swing, ha dichiarato: “Abbiamo un’opportunità storica per costruire un sistema per la mobilità umana in cui le persone possano muoversi in sicurezza, legalmente e volontariamente, nel pieno rispetto dei loro diritti umani. Abbiamo particolarmente bisogno di fare progressi nell’affrontare il movimento dei migranti più vulnerabili con esigenze di protezione specifiche.(…) Siamo ottimisti sul fatto che con i leader dell’Unione Europea, raggiungeremo un accordo che fornisca un quadro unificante di principi comuni, degli impegni e di comprensione tra gli Stati membri su tutti gli aspetti della migrazione”.
Sono state pubblicate varie bozze sul futuro Global Compact on Migration, e sono perfettamente in linea con la nuova direzione, di sorosiana ispirazione, presa dalla Commissione Europea. Prenderemo in esame l’ultima versione stilata il 26 marzo scorso.
Già il preambolo svela il contenuto che sarà sviluppato nel documento: “Questo Global Compact esprime il nostro impegno collettivo a migliorare la cooperazione sull’immigrazione (il termine utilizzato è migrazione ma gli uccelli migrano, non le persone) internazionale. L’immigrazione ha fatto parte dell’esperienza umana nel corso di tutta la sua storia, e riconosciamo che è una fonte di prosperità, innovazione e sviluppo sostenibile del nostro mondo globalizzato. La maggior parte dei migranti di tutto il mondo oggi viaggia, vive e lavora in modo sicuro, ordinato e regolare. Ma la migrazione incide indubbiamente sui nostri Paesi in modo molto diverso e a volte in modi imprevedibili. È fondamentale che l’immigrazione internazionale ci unisca piuttosto che dividerci. Questo Global Compact definisce la nostra comprensione comune, le responsabilità condivise e l’unità di intenti in merito all’immigrazione in modo tale che funzioni per tutti”.
Nel Global Compact, si continua a parlare di canali legali per l’immigrazione. Le Nazioni Unite si impegneranno a migliorare la disponibilità e la flessibilità dei percorsi per l’immigrazione regolare, basandosi sulle realtà demografiche e globali del mercato del lavoro per “massimizzare l’impatto socioeconomico degli immigranti”. Ovvero i mondialisti delle Nazioni Unite continuano a spingere verso la costituzione di quello che Karl Marx ne Il Capitale chiamava l’esercito industriale di riserva.
L’obiettivo 8 riguarda molto da vicino l’Italia: “Ci impegniamo a collaborare a livello internazionale per salvare vite umane e prevenire morti e feriti tra i migranti, attraverso operazioni congiunte di ricerca e soccorso, raccolta e scambio standardizzati di informazioni. Per questo impegno dovremo sviluppare procedure e accordi sulla ricerca e il salvataggio con l’obiettivo primario di proteggere il diritto alla vita dei migranti che è negato dai respingimenti alle frontiere terrestri e marittime”.
Questo significa che le Nazioni Unite e l’Unione Europea non permetteranno, dopo l’introduzione del Global Compact, i respingimenti assistiti dei barconi partiti dalla Libia, punto inserito nel programma elettorale della coalizione del centro destra e sviluppato da Gianandrea Gaiani.
L’obiettivo 11 ”Gestire i confini in modo integrato, sicuro e coordinato” auspica dichiaratamente un coordinamento centrale delle frontiere, in piena sintonia con il piano europeo: “Impegno a gestire i confini nazionali in modo coordinato che garantisca la sicurezza e faciliti i movimenti regolari di persone, nel pieno rispetto dei diritti umani di tutti i migranti, indipendentemente dal loro status”. Quindi libero accesso a tutti i migranti, senza alcuna distinzione tra i reali beneficiari della protezione internazionale e i migranti economici.
Rafforzare la certezza e la prevedibilità nelle procedure di immigrazione” è l’obiettivo 12, e prevede la standardizzazione a livello internazionale delle metodologie riguardanti la gestione nazionale degli immigrati (identificazione, valutazione, assistenza, etc). Gli Stati avranno dei protocolli operativi forniti dalle Nazioni Unite, e non godranno più di nessun tipo di libertà nelle procedure di smistamento e riconoscimento degli immigrati.
La detenzione degli immigrati sarà usata solo limitatamente, e questo varrà sia al momento dell’ingresso sia nel procedimento di rimpatrio. Quindi in Italia, saranno pressoché aboliti i CIE (Centri di identificazione ed espulsione), mentre gli Hotspot e i CARA saranno regolamentati per non ledere i diritti degli immigrati che, come documentato, spesso fanno resistenze, anche violente, nelle procedure di identificazione.
L’obiettivo 16 prevede l’impegno dello Stato, che accoglie gli immigrati, di “promuovere società inclusive e coese”, riducendo al minimo le disparità, cercando di aumentare la fiducia dell’opinione pubblica a proposito delle politiche migratorie applicate e facendo comprendere ai cittadini che gli stranieri contribuiscono positivamente alla prosperità del Paese. Le famose “risorse” di boldriniana memoria.
E questi sono solo gli obiettivi più prevaricanti delle sovranità nazionali. Il Global Compact on Migration delle Nazioni Unite, al momento della sua sottoscrizione a fine anno, toglierà ogni tipo di libertà di azione ai governi dei Paesi di transito e/o di arrivo dei migranti. Tutte le procedure saranno standardizzate, realizzando in un prossimo futuro un occidente “no border” dove vigerà la libertà totale di mobilità delle persone oltre a quello delle merci.
E così sarà il vero globalismo voluto dal capitale, con gli orwelliani maiali della Fattoria degli animali al potere.

I collegamenti dell’Arabia Saudita con il peggiore terrorismo mondiale

Arabia Saudita: stato terrorista

di Juanlu González
L’ONU ha accusato di recente l’Arabia Saudita di aver assassinato più di 500 bambini e di averne ferito 667 nella guerra di aggressione contro lo Yemen che è i niziata nel 2015.
Da  parte sua, il Fondo ONU per l’Infanzia, UNICEF, ha denunciato che gli attacchi militari uccidono o feriscono per lo meno 6 bambini ogni giorno in quello che è il paese più povero del Medio Oriente, lo Yemen. E non si tratta di imperdonabili errori nè di danni collaterali attribuibili ad ogni guerra; si dispone di prove costanti di mezzo centinaio di bombardamenti fatti sulle scuole in poco più di un anno , per quanto il Centro Yemenita dei Diritti Umani lo quantifica in circa un migliaio di centri educativi distrutti. Il Ministero della Saute dello Yemen contabilizza oltre 7.000 morti ed un totale di 40.000 vittime in questa guerra dimenticata dal mondo e dai media occidentali.


La maggior parte di questi attacchi si realizzano con gli aerei da guerra ma neppure si possono trascurare i bombardamenti fatti dalle navi militari che si utilizzano per appoggiare  le incursioni aeree, a volte per mantenere un durissimo blocco navale che ha anche osato impedire l’arrivo di aiuti umanitari dell’ONU alla impoverita società civile yemenita. Secondo i dati dell’unica ONGeuropea, una organizzazione spagnola che opera nel paese, “Solidarios sin Fronteras”, lo Yemen sta attraversando una emergenza umanitaria tanto grave che 21 milioni di abitanti dei 26 che ha il paese dipendono dagli aiuti umanitari per bere, mangiare o avere accesso ai medicinali.
Tuttavia la cosa non finisce lì, la più prestigiosa rivista di geopolitica dell’establishment Foreign Policy, riconosce che Rijad si è alleata on organizzazioni terroristiche nello Yemen per contrarrestare la spinta della organizzazione populista Ansarullah. La pubblicazione afferma che i bombardamenti hanno sempre rispettato le posizioni di Al Qaeda sul terreno, ma le tre fonti regionali abbondano  nel riferire che la cooperazione va molto più in là,  mediante la fornituira di armi e di veicoli ed incluso addestramento dei terroristi.
E’ noto che il supporto ideologico e religioso dei Al Qaeda e dell’ISI si basa sulla corrente fondamentalista saudita conosciuta come wahabismo. Tanto è così che, fino a che l’ISIS non ha stampato i propri libri per le scuole coraniche che controllava in Siria ed in Iraq, aveva utilizzato i libri di testo ufficiali dell’Arabia Saudita. Sono molti quelli che pensano che la maggiore conquista dello Stato Islamico non è stata Raqqa o Mosul, ma piuttosto l’Arabia Saudita.
Potremmo seguire all’infinito riferendo dei collegamenti di Rijad con il peggio del terrorismo mondiale. In certe occasioni, come nel caso dell’Afghanistan, è stato lo stesso ministero dell’Interno che ha riconosciuto – niente meno che la BBC – che il sistema finanziario saudita è stato profusamente utilizzato per finanziare Al Qaeda. Senza il finanziamento ai gruppi terroristi che operano in Siria, da tempo che la guerra sarebbe terminata e si sarebbe impedito il flusso di rifugiati verso l’Europa. Distanziatisi pubblicamente dall’ISIS, gli sforzi ufficiali di Rijad si sono focalizzati su Al Qaeda e sui suoi alleati, i gruppi Ahrar al Sham e Yaish al Islam, anche questi fondamentalisti e abituati alle esecuzioni sommarie ed ai massacri di civili alle loro spalle.
Neppure  nella politica interna  la cosa migliora, Tutti sanno che l’Arabia Saudita è uno dei paesi più retrogradi del mondo. Senza libertà di espressione, senza diritti civili elementari, nè libertà politiche, dove si considera la donna poco più che un animale e dove gli intellettuali nazionali ancora discutono se la donna ha un anima, come viene attribuita agli uomini.
In Arabia Saudita puoi marcire in un carcere per aver pubblicato un blog, ti possono letteralmente tagliare la testa per aver assistito ad una manifeerstazione pacifica, possono lapidare a pietrate una donna, semplicemente per aver guardato il telefono mobile  del suo marito, possono comprarsi bambine siriane rapite dai terorristi o si svolgono sub aste pubbliche di futuri terroristi suicidi o feste per recuperare denaro per le loro famiglie.
La maggiorparte delle ONG internazionali, ancora le più proclivi al regime stabilito, chiedono insistemtemente l’embargo di armi contro Rijad, senza dubbio una delle maggiori minace per la pace e la stabilità mondiale. Non si può sentire niente altro che vergogna quando eminenti membri dei Partiti Europei, prendono le difese dei contratti di fornitura di navi da guerra o di bombe all’Arabia Saudita per dare lavoro alle maestranze europee. In qusto caso non si tratta di vendere lattughe ad un paese scarso di prodotti ortofrutticoli; neppure di modernizzare le infrastrutture di trasporto ferroviario tra le sabbie del deserto. Si tratta di vendere armi ad un paese che le sta utilizzando in questi stessi giorni per massacrare bambini e civili disarmati, un paese che ha invaso due nazioni, considerando anche il Bahrein – e che si trova coinvolto in altre guerre in cui addestra e finanzia gruppi terroristi perchè facciano il loro sinistro lavoro.
Si forniscono armi ad un paese che non rispetta i diritti umani , che invade i suoi vicini e che finanzia il terrorismo nel mondo, per i molti miliardi di petroldollari che tenga, questo paese non può essere oggetto di trasferimenti di tecnolgia militare di alcun tipo. Quelli che lo stanno difendendo (Obama, Canmeron, Hollande, Renzi) sono complici dei massacri attuali e futuri dell’Arabia Saudita e dello Stato Islamico. Un embargo effettivo delle armi sarebbe il miglior modo di fermare le guerre in cui si trova coinvolta e responsabile la Monarchia Wahabita e di lanciare un messagio inequivocabile sull’impegno di voler sdradicare qualsiasi tipo di terrorismo nella regione.
Non serve e non è moralmente accettabile mantenere tutto questo per alcuni posti di lavoro nelle industrie degli armamenti. Che potrebbero dire ai lavoratori europei di Cagliari o della Navarra le famiglie degli assassinatri da parte dell’Arabia Saudita? Che dovevano forse salvaguardarsi il posto di lavoro mandando armi per uccidere altre persone innocenti? Naturalmente la responsabilità non deve essere assunta dalla parte più debole dell’equazione.
Ovviamente questo compito spetta ai governi europei di trovare lavoro per gli operai delle fabbriche d’armi ma che questo non contravvenga alle elementari norme del diritto internazionale e del senso comune. Non si può ammettere il ricatto dei posti di lavoro in cambio del traffico di armi per dare la morte a persone innocenti. Purtroppo assistiamo al comportamento ipocrita dei Governi europei che, a prescindere dai partiti di destra o sinistra che governino, mantengono alleanze tanto esecrabili con certi regimi come quello saudita mentre si riempiono la bocca di tutele adei “diritti umani”, di democrazia e di altri concetti utilizzati per una falsa propaganda.
Fonte: Hispan Tv
Traduzione:  Manuel De Silva

Preso da: http://www.controinformazione.info/i-collegamenti-dellarabia-saudita-con-il-peggiore-terrorismo-mondiale/

i ratti, la cassaforte e gli scassinatori

Uno dei due “governi”  della Libia ha assunto degli scassinatori

 

Il loro compito è forzare una cassaforte di cui solo l’altro governo, riconosciuto dalla comunità internazionale, ha la combinazione: è una storia esemplare delle nuove divisioni e confusioni
22 maggio 2016

L banca centrale fa capo al “governo” di Tobruk, uno dei due che si dividono il controllo della Libia, ha assunto due scassinatori professionisti per aprire una cassaforte che contiene più di 150 milioni di euro in monete d’oro e argento. Soltanto i funzionari della banca centrale fedeli al governo rivale, quello di Tripoli appoggiato dalla comunità internazionale, conoscono la combinazione di cinque numeri che apre la cassaforte: e ovviamente non hanno nessuna intenzione di consegnarla ai loro nemici.
gheddaficoinIl Wall Street Journal è riuscito a intervistare i due scassinatori, conosciuti soltanto come “Khaled”, un ingegnere, e “al Fitouri”, un fabbro. I due progettano di aprire un buco nella parete di cemento del caveau e quindi di mettersi al lavoro sulla cassaforte utilizzando alcune tecniche che preferiscono non divulgare. Il Wall Street Journal ha intervistato i due lo scorso 13 maggio e non è chiaro se nell’ultima settimana siano riusciti a portare a termine il loro piano. Le monete custodite nella cassaforte hanno l’effigedel Leader Muammar Gheddafi, e probabilmente per utilizzarle sarebbe necessario coniarle una seconda volta.

La storia degli scassinatori è solo un esempio delle divisioni, anche economiche, che attraversano il paese. Nella capitale Tripoli si è insediato il cosiddetto governo di unità nazionale, frutto degli accordi raggiunti con l’aiuto dell’ONU tra numerosi politici e leader delle milizie che controllano diverse aree del paese. Questo governo ha l’appoggio della comunità internazionale, che proprio questa settimana ha promesso l’invio di armi e addestratori militari per aiutarlo a combattere l’ISIS. Ma nell’est del paese un governo rivale con sede a Tobruk si è rifiutato di riconoscere il governo di Tripoli e ora sta cercando di entrare in possesso delle risorse finanziarie necessarie a mantenere la sua indipendenza.
Mentre il governo di Tripoli è appoggiato dalla comunità internazionale, quello di Tobruk è di fatto controllato dal generale Khalifa Haftar.
Negli anni Ottanta, Haftar tentò senza successo di rimuovere Gheddafi con un colpo di stato per poi fuggire negli Stati Uniti. Dopo la caduta del regime nel 2011 è ritornato in Libia dove è diventato uno dei signori della guerra più potenti. Le sue milizie, che Haftar definisce “l’esercito regolare libico”, sono appoggiate dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti. Molti esperti considerano la presenza di Haftar il principale ostacolo alla riunificazione del paese e al ritorno a una parvenza di normalità.
Negli ultimi anni l’economia libica si è quasi del tutto bloccata a causa della divisione del paese tra i due governi rivali e del sorgere di dozzine di milizie più o meno autonome, tra cui la più forte, l’ISIS libica, è riuscita a occupare la città di Sirte e una fascia costiera lunga decine di chilometri. Entrambi i governi e le relative banche centrali sono in difficoltà nel pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici e nell’assicurare servizi di base alla popolazione, come la distribuzione di corrente elettrica. La produzione di petrolio e gas, la principale risorsa del paese, è crollata a quasi un decimo dei livelli prima della guerra.
Per far fronte alle numerose spese, le due banche centrali hanno immesso nel paese grosse quantità di denaro liquido, cioè di banconote. Quella di Tripoli ha recentemente acquistato banconote del valore di un miliardo di dinari (circa 700 milioni di euro) da uno stampatore inglese, mentre il governo di Tobruk dice di averne messo in commercio altri quattro miliardi (circa 2,8 miliardi di euro) grazie all’aiuto della Russia. Questo afflusso di banconote ha fatto sì che oggi in Libia siano in circolo quattro volte più contanti per persona che nel Regno Unito, ha scritto il Guardian. Il rischio adesso è che il paese precipiti in una spirale di inflazione e che il dinaro libico perda completamente il suo valore.

Adattamento dall’ originale: http://www.ilpost.it/2016/05/22/libia-tobruk-scassinatori/

Un imbroglio non poi così complicato

(Gabriele Adinolfi) – Libia: il nostro governo tergiversa e forse nasconde qualche non piacevole fatto compiuto.
Cosa è avvenuto e che sta accadendo nel Paese che fu di Balbo?
Semplicemente che nel 2011, a cento anni esatti dalla nostra vittoriosa impresa coloniale, Napolitano e la sua cerchia hanno rovesciato gli equilibri consolidati e consegnato quelle terre a chi prima di noi su di esse esercitava le mire.
La Libia è stata dapprima destabilizzata, tanto dal produrre almeno due governi ufficiali. Già, destabilizzata e incontrollabile. Quanto?
Le milizie armate si computano intorno al migliaio, tutte armate fino ai denti, e sono espressioni di clan e fazioni: quindi ci sembra che domini il caos. Peccato però che i fondi con cui sono stipendiati i miliziani vengano tutti erogati dalla Banca Centrale che è quindi in condizione di paralizzarle ma non lo fa.
C’è di più: l’equivalente locale dell’Isis (ovvero dei contractors che controllano i pozzi e liberano così il mercato del petrolio senza che si passi necessariamente per lo Stato) si chiama PFG ed è stipendiato sia dalla Banca Centrale che dai petrolieri.
Questo “caos” profitta dunque agli speculatori privati, lì, e a quelli di carne umana, qui, perché ha contribuito a far cadere il blocco dell’emigrazione accelerandone anzi il processo per via del terrore e dell’instabilità.


L’ordine rinnovato
Ora si parla d’imporre una stabilità nuova. Apparente, in realtà, perché l’instabilità di oggi, come abbiamo visto, è stabile eccome. Ma è ormai tempo di ripartire i dividendi e una nuova mascherata ci vuole.
L’uomo su cui abbiamo scommesso – in Italia abbiamo la caratteristica cialtronesca di fingere di essere vittoriosi in tutte le disfatte – si chiama Fayez Al Serraj. A lanciarlo in orbita è stato l’Onu con l’appoggio immediato italiano e tedesco. Che il sostegno sia tedesco può farci piacere perché indica che c’è quantomeno una prospettiva politica possibile, tuttavia non ci dobbiamo dimenticare che, all’epoca della spedizione in Libia, Berlino ci osteggiò perché i nostri interessi erano divergenti dai suoi e questo contribuì non poco al rovesciamento di alleanze che si sarebbe verificato poco dopo, nella Grande Guerra.
A prescindere dal calcolo forse europeo di Berlino, l’ultima capitale Ue in cui si ragiona in modo sensato, la scelta assume anche altri aspetti.
Vi è un placet americano abbastanza chiaro. Sono loro che ci chiedono di metterci la faccia perché intendono guadagnare, mediante noi, quote sugli anglofrancesi che si sono rafforzati un po’ troppo.
Ma sulla stabilizzazione istituzionale convergono anche i francesi e soprattutto i turchi, quelli contro cui ci sparammo centocinque anni fa per contenderci il territorio libico.

Che ruolo avremo
In sostanza il nostro ruolo si ridurrebbe a quello di truppe di complemento utili agli americani solo per la ridistribuzione di quote. Preziose poi, sicuramente, per la conoscenza del territorio, per le capacità militari che, per quanto si abbia noi la tendenza al denigrarci per principio preso, sono notevoli e, infine, per il calore umano.
Non potremo però che essere usati da altri.
Salvo se ragioniamo in ottica di equilibri europei e speriamo in Berlino. Ma che questo sia possibile o no dipende ben poco da noi.
Quindi in Libia non ha senso combattere?

Fronteggiare lo jihadismo
Resta l’argomento della necessità di fronteggiare lo jihadismo. Facciamolo lì, si dice, prima che arrivino qui.
Giustissimo ma è difficile sostenere che questo lo si possa fare insieme a inglesi, americani, francesi e turchi.
D’altra parte su chi dovremmo contare per combattere il fanatismo islamico? È vero che i pozzi libici non li controlla l’Isis ma la forza para-istituzionale che li domina fa capo ad Al Qaeda. Quella che, ufficialmente, avrebbe abbattuto le Due Torri. In realtà quell’organizzazione è, storicamente e non solo, un’articolazione della Cia ma, come accadde in tutte le esperienze precedenti – si pensi alle bande bolsceviche – è anche impregnata di un’ideologia e di un progetto che difficilmente possono essere spacciati per anti-jihadisti. Dunque anche questa ragione d’intervento è quantomeno zoppa.

Sciuscià dei liberatori
Il guaio maggiore è che noi siamo in sovraesposizione e sembra che in qualche modo dominiamo la scena o siamo in grado di farlo, ma la realtà non è propriamente quella che ci raccontiamo.
Per farla breve, oggi operiamo lì, magari da protagonisti sul terreno ma di fatto da semplici pedine altrui sulla scacchiera. In una Libia in cui, grazie a Napolitano e compagnia bella, abbiamo rimesso in sella tutti quelli contro cui combattemmo nel 1911. Se non si chiama tradimento si chiamerà come? Liberazione?

Le rivoluzioni colorate sono un’aggressione estera con mezzi non militari

Rivoluzione colorata

“SOVRAPPOPOLAZIONE” E IL FINANZIAMENTO DELLA 3° GUERRA MONDIALE – L’OPERAZIONE ‘BARBAROSSA 2’

Postato il Mercoledì, 16 marzo @ 23:10:00 GMT di davide

DI PETER KOENIG
Information Clearing House
“Le guerre sono orribili. L’unica cosa buona delle guerre è che contribuiscono a ridurre la popolazione mondiale”.
Ho sentito poco fa questa frase pronunciata da una persona che consideravo migliore. Ne sono rimasto scioccato e gli ho chiesto cosa intendesse.
“Beh, non pensi anche tu che il mondo sia sovrappopolato?”

Stentavo a credere che quelli fossero i pensieri di una persona che rispettavo. Potrebbero anche essere i pensieri di altre persone intorno a me. Aprendo gli occhi su una dimensione che finora avevo ignorato, i pensieri e i sogni segreti della gente iniziavano a rivelarsi; pensieri che normalmente si confidano in un ambiente familiare o quando si è indotti a rivelarli, quando cioè vengono alla luce le verità più nascoste.

La sovrappopolazione è una fantasia egocentrica tipicamente occidentale. I “Comodoni Occidentali” temono di dover condividere alcuni dei loro eccessi con i poveri sotto-umani dei paesi cosiddetti in via di sviluppo dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina – quei continenti lentamente emergenti che per centinaia di anni sono stati violati proprio dagli stessi colonialisti occidentali che oggi paventano sovrappopolazione e guerra mondiale, come fosse una nuova forma di colonialismo.
Secondo la FAO – l’ Organizzazione Mondiale per l’ Alimentazione delle Nazioni Unite – l’attuale potenziale agricolo mondiale potrebbe alimentare almeno 12 miliardi di persone, se solo il cibo non fosse soggetto a speculazioni e fosse distribuito in modo corretto. Cosa che non é. Gli speculatori agroalimentari Statunitensi ed Europei controllano i prezzi – controllano cioè letteralmente chi può vivere e chi deve morire (di fame).
Secondo la Banca Mondiale, l’80% dell’impennata dei prezzi alimentari ha indotto nel 2008/2009 fame e carestia che ha causato la morte di due milioni di persone in Asia e in Africa, il risultato di speculazioni alimentari. Tre settimane fa, il governo Svizzero ha raccomandato al suo elettorato di respingere un’iniziativa popolare del partito socialista contro la speculazione alimentare. L’argomento principale del governo era la negazione del fatto che fame e carestia fossero il prodotto di speculazioni alimentari: “Se proibiamo la speculazione alimentare, gli speculatori lasceranno la Svizzera e andranno a fare i loro utili altrove”. Con il pensiero neoliberista dominante e dilagante – Profit über Alles – non c’è spazio per l’etica. Infatti, la popolazione Svizzera ha respinto l’iniziativa con un margine di quasi 2:3. I centri finanziari della Svizzera a Zurigo e Ginevra controllano alcuni dei più grandi speculatori alimentari in tutto il mondo. Le pratiche nefaste di natura speculativa di Place Finance Suisse sono vive e vegete.
Pensieri e desideri clandestini di riduzione della popolazione e di guerre lontane, sono probabilmente il risultato inconscio di decenni di un’orrenda propaganda occidentale che cerca, in un modo o nell’altro, di guadagnare il consenso popolare sul fatto che le guerre sono necessarie, sono normali, sono quello che l’uomo ha sempre fatto fin dall’inizio dei tempi. L’inizio? Quale inizio? Di certo parliamo di seimila anni fa, con l’avvento dell’ era Giudaico/Cristiana, violenta, sanguinaria e mossa dall’avidità.
Le guerre sono la quintessenza della nostra esistenza occidentale, la ricerca estrema del potere su tutto l’universo. Le guerre sono essenziali per la sopravvivenza del nostro sistema economico occidentale fondato sulla crescita. Le guerre creano l’esigenza di nuove guerre. Da sempre le guerre alimentano un circolo vizioso di dipendenza da se stesse. Nelle nostre economie occidentali abbiamo raggiunto un tale grado di dipendenza dalla guerra che, ad esempio, l’economia Statunitense (una a caso) non potrebbe più sussistere senza di essa. Le guerre uccidono e distruggono, e la ricostruzione crea crescita. Le uccisioni di massa aiutano a controllare la popolazione mondiale, uno degli obiettivi chiave delle élite mondiali, come i Rockfeller, fondatori di organizzazioni semi-segrete come…la Bilderberg Society.
La giustificazione per conflitti e uccisioni continue, è esattamente quello che i media occidentale diffondono ogni giorno – il terrorismo deve essere combattuto con la guerra. Se non c’è abbastanza terrorismo intorno da poter giustificare una guerra, se ne produce di nuovo, sotto una falsa bandiera. E l’Occidente ha messo a punto una scienza esatta – e molto credibile – nella costruzione di false bandiere; tanto che le masse protestano e chiedono più polizia e più protezione militare; tanto che la gente chiede più guerre all’estero per la loro protezione, per la tutela delle sue comodità; tanto che la gente è disposta a rinunciare ai propri diritti e libertà civili pur di avere intorno più polizia e più soldati. A titolo di esempio, sopo gli attacchi ‘terroristici’ a Parigi di gennaio e novembre 2015, il presidente Hollande ha tentato di tutto per introdurre tra le norme della Costituzione Francese lo stato di emergenza nazionale permanente. Finora il Parlamento lo ha bloccato.
La propaganda, come ha sempre fatto e come ancora fa, diffonde la paura. Quando un uomo ha paura, è più vulnerabile e più facilmente manipolabile.
Traendo spunto dall’eccellente analisi di Christopher Black su come l’Occidente si stia preparando ad attaccare la Russia – ovvero a dare inizio ad una Terza Guerra Mondiale – quella che lui chiama “Operazione Barbarossa 2: la Mossa Baltica” (pubblicato da NEO e Global Research), ecco alcune riflessioni aggiuntive sulle forti analogie tra questa operazione e l’originale Operazione Barbarossa – il nome in codice per l’attacco di Hitler alla Russia nella Seconda Guerra Mondiale.
Oggi abbondano le somiglianze tra quello che Chris Black chiama Operazione Barbarossa 2 e l’originale Operazione Barbarossa: a cominciare dal modo in cui Corporate Big Business (CBB) e Wall Street (WS) sostengono l’azione fascista di dominio mondiale, continuando con la propaganda bugiarda da parte di sei megagruppi d’informazione sinoisti/anglosassoni, fino ad arrivare al finanziamento diretto di operazioni di guerra.
La Seconda Guerra Mondiale ha ucciso più di 50 milioni di persone, di cui circa la metà Russi ed é stata finanziata dalla FED tramite Wall Street e la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) di Basilea – Svizzera. Il libro su cui si basa questo articolo di giornale Tedesco – “Bankgeschäfte mit dem Feind – Die Bank für Internationalen Zahlungsausgleich im Zweiten Weltkrieg” (1997), di Gian Trepp, descrive in dettaglio tutte le transazioni finanziarie avvenute all’epoca, ma purtroppo non è più disponibile e pare non sia stato mai tradotto in inglese. (Tuttavia, “La Torre di Basilea”  è un ottimo complemento del racconto di Gian Trepp.)
Sia la Prima sia la Seconda Guerra Mondiale – e Dio non voglia, anche la Terza – sono state (e potrebbe ancora essere) contro l’est. Il primo obiettivo è la Russia. La Cina è già da un pezzo nel mirino di attacco e di conquista delle élite mondiali. L’élite CBB sta già manovrando il Pentagono e – per estensione – i vassalli NATO di Washington. Questi gruppi élitari intenzionati a dominare il mondo, si nascondono dietro quelle nefaste organizzazioni come la Bilderberg Society, la Commissione Trilaterale, il Council on Foreign Relations (CFR), la Chatham House, il World Economic Forum – e altre ancora.
I Clinton, i Kerry, gli Obama, gli Hollande e i Cameron del mondo, i leader del Consenso Washington, la FED, la Banca Mondiale, il FMI, la Banca Centrale Europea, i CEO di Wall Street, il complesso industriale militare, i grandi gruppo d’informazione e i gruppi farmaceutici – per nominarne solo alcuni – sono membri della maggior parte di queste organizzazioni semi-occulte strettamente interconnesse.
Molti tra questi leader sono Sionisti o comunque sostenitori del sionismo mondiale. E confluiscono tutti al vertice attraverso uno dei patti più oscuri e sinistri mai esistiti: i Massoni, simboleggiati da triangolo e occhio che guarda, come raffigurati sulla banconota del dollaro. E’ ai Massoni che dobbiamo la creazione della FED e del nostro sistema monetario occidentale fraudolento e fuorilegge. Già governano il mondo. La loro morsa si fa sempre più stretta ogni giorno che passa fino a un punto di non ritorno, se Noi, la Gente, glielo consentiamo.
Ed ecco le analogie tra la Seconda Guerra Mondiale e gli attuali preparativi alla Terza. Negli anni ’30 e durante la Seconda Guerra Mondiale, l’IBM, allora una delle maggiori società Americane, collaborò strettamente con Hitler nell’organizzazione dell’Olocausto: contando, registrando e infine trasportando gli Ebrei ai campi di concentramento di Auschwitz ed altri, grazie ai primi computer a schede perforate.
(http://www.amazon.com/IBM-Holocaust-Strategic-Alliance-Corporation-Expanded/dp/0914153277/).
Hitler insignì il fondatore dell’IBM, Thomas Watson, con la Croce al Merito (la seconda più importante onorificenza Tedesca).
Altri collaboratori furono la Ford e la General Motors, la DuPont (il gigante chimico) e l’impero mediatico Randolph Hearst, per elencarne solo alcuni, che ammiravano il rigore della leadership del Fuhrer. Con la prospettiva di un ricco e sicuro profitto, tutti chiusero un occhio di fronte alle atrocità naziste. Le grandi imprese Americane, quindi, contribuirono a creare l’arsenale del Nazismo di Hitler.
Oggi, come ieri, le grandi aziende Americane ed Europe e i grandi gruppi mediatici, mano nella mano, promuovono e sostengono un approccio fascista per denigrare e schiacciare la Russia, indipendente e non allineata, e la Cina – e tutto questo con l’obiettivo del PNAC (Plan for a New American Century) di dominare a tutto campo le risorse naturali e le popolazioni del pianeta.
Uno dei più recenti attacchi sanguinari ha avuto inizio con il colpo di stato nazista (che poi si è dimostrato essere stato provocato dall’Occidente) contro il leader Ucraino democraticamente eletto, Viktor Yanukovich, sostituendolo con un governo fascista, durante il sanguinoso colpo di stato di Maidan a Kiev nel febbraio del 2014 – e accusando poi la Russia della conseguente guerra civile; in realtà il massacro del Donbass, in Ucraina orientale, è stata una strage ordita dalla NATO nella quale sono rimaste uccise almeno 40.000 persone, per lo più civili, causando circa 2 milioni di profughi. L’iniziativa occidentale aveva un duplice obiettivo: far guadagnare terreno alla NATO verso Mosca e privatizzare i ricchi terreni agricoli e minerari dell’Ucraina con capitali occidentali.
CHI FINANZIA “BARBAROSSA 2” – UN’IMPRESA USA/NATO IN PREPARAZIONE DI UNA TERZA GUERRA MONDIALE?
I costi sono difficili da valutare, ma è molto probabile che possano raggiungere il trilione di dollari USA, o anche più. E’ qui che entrano in gioco la FED e la BCE – ecco l’analogia con l’Operazione Barbarossa, quando la FED, tramite Wall Street e la BRI, finanziò l’Olocausto e la guerra di Hitler contro la Russia. E’ forse questa la ragione della tolleranza mostrata dalla BCE nei confronti di alcuni paesi dell’eurozona – Francia, Italia, Polonia e altri – che negli ultimi due anni hanno stampato più Euro di quanto fosse consentito dalla regole BCE? Questo denaro ‘nuovo’, prodotto a un ritmo di quasi 500 miliardi di euro BCE (in eccesso rispetto alle quote stabilite per l’Eurozona), è stato utilizzato per acquistare titoli di Stato, per finanziare cioè il debito governativo.
Conoscendo quindi il modo in cui è stata finanziata la Seconda Guerra Mondiale, non sarebbe una sorpresa scoprire che la BCE – pilotata da FED e Wall Street (ricordiamoci che Mario Draghi è un ex funzionario di Goldman Sachs) ha seguito le istruzioni di Washington chiudendo un occhio sulle limitazioni monetarie dell’eurozona, allo scopo di produrre, cosi’ come la FED a suo tempo con i dollari, euro senza valore per finanziare un nuovo conflitto mondiale. Sarebbe una replica di quanto avvenuto nella Seconda Guerra Mondiale, con FED/Wall Street e BRI. Come al solito, l’Impero del Caos tiene banco su due tavoli: da una parte briga per finanziare una nuova guerra contro la Russia, attraverso il debito imposto da Washington ai suoi alleati/vassalli Europei, sanzionando la Russia sempre attraverso il suoi alleati/vassalli Europei che accettano di buon grado di subirne le nefaste conseguenze economiche; mentre dall’altra parte l’eccezionale macchina da guerra Statunitense raccoglie i frutti della sua industria bellica nazionale; e nel frattempo Obama consente tranquillamente ai rappresentanti delle imprese Americane di partecipare all’International Business Forum dello scorso giugno a San Pietroburgo.
Ma quando arriverà il giorno in cui “Noi, la Gente” apriremo finalmente gli occhi sulle indicibili atrocità ed inganni perpetrati dalle élite manipolatrici?
Peter Koenig è un economista e analista geopolitico. Ha lavorato per molto tempo all’estero per la Banca Mondiale, occupandosi di ambiente e risorse idriche. Scrive regolarmente per Global Research, ICH, RT, Sputnik, PressTV, CounterPunch, TeleSur, per il Blog The Vineyard of The Saker e altri siti internet. E’ autore di : Implosione – un Thriller Economico su Guerra, Distruzione Ambientale e Avidità Imprenditoriale – un racconto basato su fatti reali e sulla sua esperienza trentennale per la Banca Mondiale in giro per il mondo. E’ anche co-autore di Ordine Mondiale e Rivoluzione! – Saggi dalla Resistenza.

Fonte: www.informationclearinghouse.info
Link: http://www.informationclearinghouse.info/article44423.htm
14.03.2016
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=16350

L’ONU VUOLE L’IDENTIFICATIVO BIOMETRICO UNIVERSALE ENTRO IL 2030

Pubblicato il: 29/02/2016

Grazie all’abile uso di trattati e accordi internazionali, il dominio su questo pianeta sta diventando sempre più globalizzato e centralizzato, eppure la maggior parte della gente non sembra preoccuparsene.
Fra il 25 e il 27 settembre, le Nazioni Unite hanno dato l’avvio a un nuovo “piano universale” per l’umanità. Il discorso inaugurale della conferenza è stato pronunciato dal Papa, in visita a New York, che ha così offerto il suo prezioso appoggio al nuovo piano. Praticamente ogni nazione dell’intero pianeta ha volontariamente sottoscritto i 17 obiettivi inclusi nel piano, eppure questo evento di immensa portata non figurava su nessuna prima pagina.

Uno dei 17 obiettivi è che ogni uomo, donna o bambino del pianeta disponga entro il 2030 di un documento d’identità biometrico. Le Nazioni Unite stanno già lavorando per l’attuazione di questo progetto, in particolare fra le popolazioni di rifugiati. L’ONU sta implementando con la collaborazione di Accenture un sistema d’identificazione biometrica che rimandi le informazioni “a un database centrale a Ginevra”. La cosiddetta iniziativa Identification for Development (ID4D) era stata originariamente lanciata dalla Banca Mondiale, che è orgogliosa di lavorare fianco a fianco con l’ONU affinché tutti siano in possesso della “identità legale”.
Per il momento questa viene inquadrata come “iniziativa umanitaria”, ma sarà sempre così?

* * *

Tratto da Nexus New Times n. 119, dicembre 2015 – gennaio 2016
(Fonte della notizia in inglese: ActivistPost.com, 1 novembre 2015)


Preso da: http://www.nexusedizioni.it/it/CT/lonu-vuole-lidentificativo-biometrico-universale-entro-il-2030-5015