Crisi demografica planetaria, ma l’ordine costituito cerca di non farcelo sapere

 
  • di Robi Ronza

In queste settimane, sullo spunto della pubblicazione del Rapporto biennale dell’Onu sulla popolazione mondiale, si sono fatti i titoli sulla persistente crescita del numero degli abitanti dell’Africa. La vera notizia-chiave che si ricava dal Rapporto è però un’altra, di cui si parla poco o niente: nel suo insieme la popolazione mondiale declina smentendo tutte le catastrofiche previsioni da cui siamo stati sommersi sin dagli anni ’60 del secolo scorso.
In metà degli Stati del mondo il tasso di fertilità è oggi inferiore a due nati per donna, ovvero si situa al di sotto del cosiddetto “livello di sostituzione”. C’è poi da osservare che, pur restando ancora molto alto, il tasso di fertilità sta diminuendo pure in Africa. E’ sceso infatti da 5,1 nati per donna nel 2000-2005 ai 4,7 per cento nel 2010-2015.

Stiamo insomma andando incontro a una crisi demografica planetaria, ma l’ordine costituito cerca di non farcelo sapere. Avendo per decenni diffuso la paura di un boom demografico irrefrenabile, ammetterlo equivarrebbe infatti a riconoscere che i presunti esperti citati a sostegno di tale tesi si erano clamorosamente sbagliati; oppure (il che è peggio ancora) hanno voluto deliberatamente ingannare l’intero mondo.
L’infondatezza di tali previsioni era peraltro già stata denunciata da decenni (si veda tra gli altri Il complotto demografico di Riccardo Cascioli, edito da Piemme nel 1996), senza però sin qui trovare alcuna eco sulla stampa più diffusa. D’altra parte già nel 1951 nel suo magistrale Geopolítica da Fome (Geopolitica della fame) il brasiliano Josué De Castro aveva dimostrato che la fame nel mondo dipende non da insufficienza di risorse alimentari bensì da squilibri nella loro distribuzione. Ciononostante così forte è la pressione di quella che si potrebbe definire la lobby neo-malthusiana che tuttora il proverbiale “uomo della strada” è per lo più convinto che sulla terra siamo in troppi e troppo ingombranti, e dovremmo fare di tutto per diventare meno.
Tutta la storia dimostra che da un lato all’aumento della popolazione umana ha sempre corrisposto la scoperta e la valorizzazione di nuove risorse sia materiali che tecniche; e dall’altro che il rapporto tra popolazione e risorse può squilibrarsi localmente e nel breve periodo, ma ogni volta ben presto si riequilibra. Beninteso, l’uomo è un essere  consapevole e responsabile (unico in questo fra tutti i viventi); quindi tale occorre sia anche la sua procreazione. Dovrebbe però essere ovvio che gli uomini non sono numeri; non sono elementi perfettamente interscambiabili. Pretendere pertanto di fare demografia soltanto con la matematica è innanzitutto una colossale sciocchezza. Un infante non è intercambiabile con un ultraottantenne, né tanto meno ogni uomo o donna è una pedina in ogni momento spostabile da un punto all’altro della terra. Dovrebbe essere ovvio ma vale la pena di ridirlo: viviamo infatti in un’epoca in cui riaffermare le ovvietà diventa sempre più necessario.
L’esperienza dimostra che quando si prospettano squilibri tra popolazione e risorse il modo più efficiente per porvi rimedio consiste  nel tirare la leva dello sviluppo e non quella del blocco delle nascite. Occorre cioè  fare il contrario di ciò cui oggi sta puntando l’Onu, tramite lo UN Population Fund, con il sostegno della Bill and Melinda Gates Foundation. Il fatto che negli anni ’60-’90 del secolo scorso le “Tigri asiatiche” si siano sviluppate mentre applicavano politiche demografiche del genere viene spesso addotto come prova della giustezza di tale teoria. Varrebbe però la pena di considerare che in quei medesimi anni analoghe politiche non hanno sortito analoghi effetti in America Latina: un fatto  che mette in dubbio la sussistenza di un rapporto di causa/effetto tra i due fenomeni.
Non solo: da qualche tempo si moltiplicano gli studi da cui risultano gli effetti a lungo termine negativi di tali politiche anche sulle “Tigri asiatiche”, oggi tutte alle prese con il problema del declino demografico. Il Giappone vede la propria popolazione ridursi in valore assoluto già da otto anni, e le politiche messe in atto dal governo per invertire tale tendenza non hanno sin qui avuto alcun effetto. Il più grave di tutti, per le sue dimensioni ma non solo, è poi il caso della Cina, il Paese del mondo dove attualmente la popolazione sta invecchiando più rapidamente. In Cina infatti, dove non ci sono pensioni sociali, sono i figli o i nipoti a sostenere gli anziani: un onere che decenni di “politica del figlio unico” sta rendendo insostenibile con conseguenze sociali ed economiche che potranno essere drammatiche.
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
Preso da: https://www.informarexresistere.fr/crisi-demografica-planetaria-ma-lordine-costituito-cerca-di-non-farcelo-sapere/

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Libia, la vera emergenza nazionale oggi è la corruzione

di Alfredo Mantici
Dallo scoppio della rivoluzione che nel febbraio del 2011 ha portato alla sanguinosa caduta del regime del colonnello Muammar Gheddafi, la Libia è entrata in uno stato di instabilità e guerra civile tra milizie divise in varie fazioni e governi più o meno provvisori che hanno tentato, finora senza successo, di assumere il controllo del Paese.

A sei anni dal crollo del regime, tuttavia, la Libia non solo non è riuscita a darsi un governo unitario e a vedere le varie fazioni impegnarsi seriamente nella ricerca di uno sbocco politico alla rivolta, ma è stata infettata da un morbo che continuerà a minarne la salute sociale, politica ed economica negli anni a venire: la corruzione diffusa a tutti i livelli. Oggi il problema della Libia non è più lo Stato Islamico. Il vero problema nazionale è la corruzione istituzionalizzata che vede i politici di tutti i colori, così come le milizie e i nuovi oligarchi (dell’est e dell’ovest) arricchirsi illegalmente in una situazione di disordine istituzionale generalizzato che favorisce ruberie di fondi pubblici e affari illegali di ogni natura.

Secondo il Rapporto 2016 degli esperti sulla Libia delle Nazioni Unite «i gruppi armati e le reti criminali libici hanno diversificato le loro fonti di finanziamento e le loro attività includono non solo i rapimenti, il traffico di migranti, il contrabbando di petrolio e l’appropriazione di fondi di solidarietà provenienti dall’estero, ma anche enormi profitti da sofisticate manovre finanziarie valutarie».

Subito dopo la rivoluzione, nei giorni in cui l’Occidente guardava con inspiegabile ingenuità alle prospettive di nascita di una Libia libera e democratica, ( ” dimenticando” che la Libia democratica era solo quella che hanno distrutto), politicanti, capi delle milizie armate e leader tribali compresero che il collasso istituzionale avrebbe aperto di lì a poco strade insperate all’arricchimento illecito. Persino coloro che combatterono contro la rivoluzione capirono che stava arrivando il momento di “fare cassa”.

La corruzione a Tripoli e in Cirenaica

In migliaia, i lealisti cambiarono casacca e da strenui difensori del regime si arruolarono nelle milizie ribelli e iniziarono ad arricchirsi. Il sistema di corruzione non riguardava solo i gruppi armati ma anche le istituzioni post-rivoluzionarie sia in Cirenaica – dove detta legge il generale Khalifa Haftar – sia in Tripolitania, dove è al potere il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Fayez Al Serraj sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Secondo Khalid Shekshak, capo dell’Audit Bureau di Tripoli (l’organismo ispettivo governativo) il governo di Serraj «ha toccato il vertice della corruzione quando ha iniziato a pagare stipendi regolari anche ai membri delle milizie armate che controllano e proteggono le installazioni petrolifere e che praticano il contrabbando di petrolio».

Nell’ultimo biennio, i ranghi del corpo diplomatico libico si sono triplicati e si sono riempiti di personaggi che, nella maggioranza, non hanno alcuna esperienza nel settore e non parlano alcuna lingua straniera, ma ricevono ricchi stipendi grazie alla loro fedeltà ai nuovi governanti. I salari nel nuovo servizio diplomatico sono così appetibili che, secondo il Libyan Observer, il ministro della Sanità del governo Serraj ha nominato suo figlio attaché sanitario presso un’ambasciata libica in Europa, dalla quale il giovane può anche controllare il flusso dei fondi di solidarietà stanziati dall’Unione Europea per sostenere gli ospedali libici.

Anche il generale Haftar non sembra essersi fatto sfuggire l’occasione per un rapido arricchimento della sua famiglia. I suoi due figli sono stati elevati al rango di ufficiali superiori del Libyan National Army presso cui hanno il compito di gestire, senza alcuna supervisione, i rifornimenti militari e umanitari. Secondo l’ex portavoce di Haftar, intervistato dal Libyan Observer, i due giovani Haftar hanno aperto consistenti conti in banca in Egitto e negli Emirati.

La corruzione nelle banche e nei ministeri

Inoltre, pratica diffusa nei ministeri è quella degli “impiegati fantasma”. Secondo un’indagine dell’Audit Bureau, attualmente il ministero della Giustizia e quello della Sicurezza Nazionale hanno rispettivamente il 63% e il 51% di impiegati che non esistono, per i quali tuttavia vengono versati mensilmente regolari stipendi.

Anche le banche sono finite nelle mani dei capi delle milizie e dei loro alleati politici. Un “signore della guerra” molto noto a Tripoli, Haitam al Tajuri, secondo un rapporto delle Nazioni Unite ha recentemente preteso dalla Banca Centrale Libica una lettera di credito per una somma di 20 milioni di dollari, pari al cambio ufficiale a 15 milioni di dinari, e l’ha usata per rastrellare al mercato nero ben 80 milioni di dinari.

Il business dei migranti

Ma è il traffico di migranti che rappresenta una delle fonti di maggiore arricchimento delle milizie e dei politici compiacenti. Secondo i dati dell’International Organization for Migration (IOM), organizzazione intergovernativa fondata nel 1951 e alla quale aderiscono 166 stati, nel 2016 dalle coste libiche sono partiti verso l’Europa oltre 363mila migranti. I costi del trasporto clandestino variano da poche migliaia di dollari a testa a oltre 100mila dollari per le famiglie sufficientemente ricche, per le quali la traversata del Mediterraneo avviene su yacht confortevoli o su piccole navi sicure.

Il traffico avviene sotto la supervisione delle milizie che controllano i percorsi dei migranti dall’Africa Sub-sahariana fino alle coste libiche. Secondo la IOM, nel 2016 il traffico di esseri umani ha fruttato ai suoi controllori libici circa 346 milioni di dollari. Secondo fonti stampa internazionali, seppure continuano gli scontri tra le forze del generale Haftar e le milizie fedeli al governo di Al Serraj, stando ai numeri sul tasso di corruzione criminale e istituzionale presente nella Libia attuale, per risanare il Paese devastato da una falsa primavera occorrerà ben di più che una soluzione militare.

Preso da:  http://www.lookoutnews.it/libia-corruzione-banche-armi-migranti/

 

La carestia in quattro paesi africani è anche il risultato della guerra

14 aprile 2017

Davanti a una capanna con il tetto di paglia a Panyijiar, in Sud Sudan, Nyakor Matoap, di 25 anni, stringe il più piccolo dei suoi tre figli. Avvolta in uno scialle di seta color smeraldo, nasconde il piccolo Nyathol tra le sue pieghe. Gli altri figli le si affollano felici tra le gambe. Ma Nyathol sta male. Ha quasi un anno, ma è poco più grande di un neonato. La sua testa enorme oscilla con difficoltà sul suo corpo emaciato. Quando le chiediamo se sopravviverà, lei risponde “Non lo so”.
Profughi sudsudanesi ad Arua, in Uganda, febbraio 2017. - Dan Kitwood, Getty Images

Prima del 2013 Matoap coltivava un pezzo di terra nei pressi di Leer, 80 chilometri più a nord. Poi in Sud Sudan è esplosa la guerra civile e suo marito si è unito ai ribelli. Nell’agosto del 2016 le forze governative sono arrivate nel suo villaggio. Hanno costretto tutti gli uomini a uscire dalle capanne e li hanno uccisi. Le donne sono fuggite. Si è ritrovata nelle acque limacciose del Sudd, un enorme acquitrino che si allarga su entrambe le sponde del Nilo Bianco. Per sette mesi è sopravvissuta mangiando frutti selvatici e le radici delle ninfee.
L’ultima volta che ha visto suo marito è stato nel 2015, quando è stato concepito suo figlio. Anche se quello di Panyijiar è un territorio amico e ospita un campo di aiuti umanitari gestito dall’International rescue committee, teme che le sue peripezie non siano finite qui. “Pensavo che la guerra non ci avrebbe mai raggiunti a Leer”, dice, “perciò non posso dire con certezza che non arriverà qui”.
Il ritorno della carestia
A febbraio quella di Leer è stata una delle due province del Sud Sudan dov’è stato proclamato lo stato di carestia. Nei due territori abitano centomila persone. È la prima volta dal 2011 che viene usato di nuovo il termine carestia, e la seconda volta da quando le Nazioni Unite hanno adottato la scala Ipc, una valutazione scientifica dei livelli di insicurezza alimentare.
Altri 1,1 milioni di persone vivono in aree dove si registra una situazione di “emergenza”, uno scalino sotto la carestia, e dove comunque ci sono persone che muoiono per la fame. In tutto il Sud Sudan, secondo le Nazioni Unite, circa 250mila bambini al di sotto dei cinque anni soffrono di “grave” malnutrizione, e probabilmente moriranno in mancanza di un intervento. Quest’anno 5,8 milioni di persone dipenderanno da aiuti alimentari.
Oggi la carestia non è mai unicamente un disastro naturale,
è sempre un prodotto di scelte politiche
Il Sud Sudan non è l’unico paese in questa situazione. Secondo il Famine early warning systems network (Fews net), gestito dal governo statunitense, settanta milioni di persone in tutto il mondo avranno bisogno quest’anno di aiuti alimentari, un livello “senza precedenti negli ultimi anni”. Anche Nigeria, Somalia e Yemen sono a “rischio credibile di carestia”. Nei quattro paesi, venti milioni di persone rischiano di morire di fame. Come la povertà estrema, la carestia è stata eliminata dalla maggior parte delle regioni del mondo, ma si sta diffondendo in questi paesi.
Le agenzie umanitarie stanno facendo di tutto per raccogliere fondi. Secondo le Nazioni Unite, entro il mese di luglio sono necessari altri 4,4 miliardi di dollari. E tuttavia la penuria di fondi non è di certo l’unico problema. Quello che hanno in comune la Somalia, il Sud Sudan, la Nigeria nordorientale e lo Yemen è la guerra. Oggi la carestia non è mai unicamente un disastro naturale, è sempre un prodotto di scelte politiche.
Aiuti umanitari bloccati dal governo
In Sud Sudan l’insicurezza alimentare è in crescita dal dicembre 2013, quando è scoppiata una guerra civile tra diverse fazioni del Sudan people’s liberation army (Spla), il gruppo ribelle che ha portato all’indipendenza dal Sudan nel 2011 e che oggi è l’esercito regolare del Sud Sudan.
Da allora la guerra si è diffusa e il paese si è diviso su base etnica. Il governo, come già era accaduto con il precedente governo sudanese di Khartoum, tende a combattere prendendo di mira “nemici” civili. Dal 2013 più di tre milioni di sudsudanesi (su un totale di 11 milioni circa) sono stati costretti a lasciare le loro case per sfuggire ai massacri etnici. Le persone fuggite non possono coltivare i campi né lavorare per comprare qualcosa da mangiare. Come la signora Matoap, molti sono costretti a sopravvivere con quello che trovano nella boscaglia mentre cercano di raggiungere un luogo più sicuro.
Gran parte delle responsabilità sono da attribuirsi al governo. Non ha alcun interesse a far sì che gli aiuti arrivino a destinazione e spesso sembra determinato a ostacolarli. Secondo l’Onu, dall’inizio della guerra nel dicembre del 2016 sono stati opposti 967 rifiuti all’invio di aiuti umanitari, che hanno avuto un impatto sui bambini. In realtà i casi sono stati quasi sicuramente più numerosi.
Un funzionario delle Nazioni Unite spiega in che modo il governo usa i regolamenti per impedire le distribuzioni di cibo: “Una volta che hai riempito i 17 moduli necessari, all’improvviso se ne inventano un altro”. Un altro funzionario sottolinea che, in diverse occasioni, i convogli sono stati bloccati dai soldati dell’Spla che accusano gli autisti di nutrire i nemici. Pochi operatori umanitari pensano che il governo voglia davvero far morire di fame la gente. Ritengono però che preferirebbe far morire i bambini piuttosto che correre il rischio di far finire i rifornimenti nelle mani dei soldati nemici, che potrebbero venderli per comprare armi.
Lo Yemen affamato dal blocco navale
Nello Yemen le dinamiche politiche sono diverse, ma i risultati sono gli stessi. Secondo la Fews net, due milioni di persone sono in una situazione di “emergenza”. Altri 5-8 milioni non hanno da mangiare a sufficienza. Il motivo principale è che la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, che combatte contro i ribelli houthi, impedisce ai carichi di prodotti alimentari di superare il blocco navale in mancanza di un permesso che può essere ottenuto solo dopo un processo lunghissimo, al termine del quale gran parte del cibo è avariato.
Lo Yemen importa nove decimi del cibo che consuma, ma il porto di Hodeida, il più grande del paese, è stato distrutto dai bombardamenti. In un magazzino di Humanitarian city, un centro di stoccaggio utilizzato dalle agenzie umanitarie a Dubai, quattro nuove gru mobili sono in attesa di aiutare la struttura di Hodeida a scaricare le navi.
Quando le Nazioni Unite hanno cercato di installarle lo scorso mese di gennaio, la coalizione gli ha negato il permesso di entrare nelle acque territoriali yemenite. Potevano essere usate per scaricare le armi, ha spiegato un funzionario, o magari i ribelli potevano usarle per imporre delle tariffe e ricavarci dei soldi. Questo nonostante il fatto che le navi ancorate nel porto di Hodeida siano ispezionate dalle Nazioni Unite e le armi comunque entrino per altre vie nel paese, su piccole imbarcazioni o via terra.
La carestia taciuta della Nigeria
Quelle in Sud Sudan e nello Yemen sono le carestie che con maggiore evidenza si sarebbero potute evitare. Ma la Nigeria non è lontana. Già alla fine del 2016 in questo paese potrebbe esserci stata una carestia, ma nessuno può saperlo con certezza perché era troppo difficile raccogliere dati.
Negli ultimi due anni, a mano a mano che l’esercito nigeriano strappava il controllo delle città nel nordest del paese al gruppo terroristico Boko haram, dai villaggi vicini sono arrivate nelle città migliaia di persone affamate. La popolazione di Maiduguri, capitale dello stato di Borno, è raddoppiata dopo che quasi 800mila persone affamate vi si sono trasferite accampandosi in abitazioni di fortuna. Un numero forse altrettanto elevato resta ancora nelle aree che gli operatori umanitari non sono in grado di raggiungere. In parte questo accade perché l’esercito nigeriano non consente loro l’accesso.
Tuttavia, la maggior parte delle agenzie umanitarie è comunque riluttante all’idea di distribuire cibo nelle aree controllate dai jihadisti. “Non c’è nessuno con cui negoziare l’accesso”, afferma Peter Lundberg, vicecoordinatore degli interventi umanitari delle Nazioni Unite in Nigeria. E tuttavia nelle aree sotto il controllo dell’esercito la malnutrizione è crollata in modo sensibile.
I governi occidentali e le agenzie umanitarie hanno investito denaro nel fornire assistenza, ma hanno fatto poco o nulla per affrontare i problemi politici che provocano la fame
Solo in Somalia, che nel 2011 è stata l’ultimo paese a soffrire una carestia conclamata, il rischio di fame deriva in larga misura dal clima. Una siccità che affligge gran parte dell’Africa orientale ha distrutto i raccolti e ucciso gli animali. “Ho 73 anni ma ho una buona memoria e quello che dico risponde a verità: questa è la peggiore”, dice Mohamed Tahir, un agricoltore nella città sudoccidentale di Baidoa, che ha visto andare distrutti gli ultimi tre raccolti e morire tutti i suoi animali.
La carestia di quest’anno in Somalia è più facile da affrontare rispetto a quella del 2011, quando la violenta milizia estremista islamica di Al Shabaab controllava gran parte del paese. Adesso gli aiuti se non altro riescono ad arrivare. Si sentono tuttavia le conseguenze dei problemi del passato. In assenza di uno stato e con uomini armati ovunque, è ancora troppo pericoloso e costoso per le agenzie umanitarie far arrivare gli aiuti in ampie aree dell’entroterra somalo, dove sarebbero più necessari.
Una sfida per tutto il mondo
Cosa significa il ritorno della carestia per organizzazioni umanitarie internazionali come le Nazioni Unite e per i paesi occidentali che forniscono gran parte dei fondi per gli aiuti in caso di emergenza? Il coordinatore degli interventi umanitari delle Nazioni Unite Stephen O’Brien ha detto che quella di quest’anno è la “peggiore crisi umanitaria” dal 1945 a oggi. Non è così: la carestia cinese durante il grande balzo in avanti nel periodo tra il 1958 e il 1962 provocò tra i 20 e i 55 milioni di morti. La situazione nello Yemen e in Sud Sudan non è ancora così sconvolgente come la carestia del 1984 in Etiopia, quando centinaia di migliaia di persone morirono di fame anche perché il regime militare tassava gli aiuti umanitari e spendeva il ricavato per celebrare in modo sfarzoso il successo del marxismo.
E tuttavia le carestie di oggi sono reali e molto gravi. Purtroppo in tutti e quattro i paesi la risposta globale è stata inadeguata. I governi occidentali e le agenzie umanitarie hanno investito enormi quantità di denaro ed energia nel fornire assistenza, ma hanno fatto poco o nulla per affrontare i problemi politici che provocano la fame. In Sud Sudan e nello Yemen accettano gli ostacoli posti dai governi alla distribuzione di aiuti umanitari.
Un centro di distribuzione del cibo a Sanaa, in Yemen, il 21 marzo 2017. - Khaled Abdullah, Reuters/Contrasto

Un centro di distribuzione del cibo a Sanaa, in Yemen, il 21 marzo 2017. (Khaled Abdullah, Reuters/Contrasto)
Sebbene in Sud Sudan ci siano 17mila soldati delle forze di pace, con un mandato basato sul capitolo VII della carta delle Nazioni Unite (che autorizza l’uso della forza per proteggere i civili), l’Onu è restia a criticare il governo che ospita la sua missione. E tuttavia il governo è responsabile di gran parte delle violenze all’origine delle migrazioni forzate e della fame. “Vogliono che questa gente muoia”, sottolinea un funzionario delle Nazioni Unite che non si esprimerebbe mai così in pubblico. A dicembre, il capo del Norwegian refugee council è stato espulso. Sia l’Onu sia i governi occidentali hanno deciso che è meglio stare zitti piuttosto che essere allontanati e perdere l’accesso alle persone che tentano di aiutare.
Nello Yemen la situazione è ancora più grave. Lì le armi usate per bombardare i ribelli houthi sono fornite in gran parte dal Regno Unito e dagli Stati Uniti, e da due anni gli Stati Uniti forniscono supporto logistico e di intelligence alle operazioni militari dell’Arabia Saudita. Tuttavia i diplomatici si guardano bene dal criticare la coalizione guidata dai sauditi. Ribadiscono come stiano cercando di far entrare nel paese più aiuti, ma evitano le sanzioni che potrebbero costringere i leader della coalizione a collaborare. Un funzionario delle Nazioni Unite parla di una “cospirazione del silenzio” per descrivere la situazione nello Yemen.
Questo è in parte vero anche nel caso della Nigeria. Il rilascio di alcune delle ragazze rapite da Boko haram dimostra che è possibile negoziare con i jihadisti. Eppure, dice un operatore umanitario, la possibilità che gli aiuti superino le linee del fronte non viene nemmeno presa in considerazione. Le regole imposte dal governo nigeriano alle agenzie umanitarie circa le località in cui possono arrivare gli aiuti sono accettate senza discutere, anche se in Nigeria la morte per fame è stata un’arma scelta consapevolmente per sconfiggere le insurrezioni sin dalla guerra per la secessione del Biafra negli anni sessanta.
Senza un piano alternativo
Secondo Alex de Waal della Tuft university, dichiarare formalmente una carestia rappresenta un “atto politico” che dovrebbe produrre un’azione. “Adesso vedremo se funziona”, scrive. Nel 2011, l’ultima volta in cui la Somalia è stata colpita dalla siccità, la dichiarazione dello stato di carestia ha costretto gli Stati Uniti a cambiare le regole che impedivano alle agenzie umanitarie di fornire cibo nei territori controllati da Al Shabaab.
Tuttavia sono in pochi a voler intervenire. Nel 1992 George Bush senior aveva mandato truppe statunitensi in Somalia per costringere i signori della guerra locali a far arrivare gli aiuti umanitari. Bill Clinton aveva ritirato le truppe dopo l’uccisione di alcuni soldati e da allora l’intervento militare per porre fine a una carestia è passato di moda.
In Sud Sudan, un paese creato a seguito delle pressioni politiche statunitensi, si è rivelato impossibile persino introdurre un embargo sulle armi o delle sanzioni contro il presidente Salva Kiir. Analogamente, il Regno Unito e gli Stati Uniti non mostrano alcun segno di voler costringere l’Arabia Saudita o i suoi alleati a porre fine alla guerra nello Yemen. Però non c’è un piano alternativo. Così la carestia, che ormai sarebbe dovuta essere stata eliminata in tutto il mondo, adesso sta tornando.
(Traduzione di Giusy Muzzopappa)
Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.

Preso da: http://www.internazionale.it/notizie/2017/04/14/carestia-africa

Gheddafi aveva previsto la cecità dell’Occidente

Gheddafi aveva previsto la cecità dell’Occidente

di Massimo Fini

Martedì sera su Rai Storia nell’ambito della sezione Grandi discorsi della storia curata da Aldo Cazzullo, sono stati esaminati i discorsi di alcuni importanti leader contemporanei da Georges W. Bush a Hollande a Khomeini ad Al Baghdadi ad Arafat. A commentarli Domenico Quirico, Fausto Biloslavo, Gad Lerner e io stesso. Per esaminarne il linguaggio e la gestualità c’era la linguista ed esperta di comunicazione Flavia Trupia.
Una gran bella trasmissione, come del resto è nella tradizione di Rai Storia. Peccato che, suppongo per motivi di spazio, sia rimasto fuori un discorso che Muammar Gheddafi tenne all’Assemblea delle Nazioni Unite il 23 settembre 2009. Un discorso estremamente interessante. Innanzitutto perché, a differenza di quelli di Al Baghdadi e, parzialmente, di Khomeini, è un discorso assolutamente laico espresso con linguaggio laico come farebbe un qualsiasi leader occidentale. Poi per i contenuti. Gheddafi parte dal fatto che nonostante le solenni premesse della Carta dell’ONU gli Stati non sono affatto uguali. “Il Preambolo della Carta afferma che tutte le nazioni, piccole o grandi, sono uguali. Sono uguali quando si tratta di seggi permanenti? No, non sono uguali. Abbiamo il diritto di veto, siamo uguali? I seggi permanenti contraddicono la Carta”

. Il leader libico poi fa notare come i seggi permanenti nel Consiglio di Sicurezza appartengano a Paesi “che sono stati scelti perché hanno armi nucleari, grandi economie o tecnologie avanzate. Non possiamo permettere che il Consiglio di Sicurezza sia guidato da superpotenze, quello è terrorismo in sé e per sé…Il terrorismo non è solo Al Qaeda ma può assumere anche altre forme”. Gheddafi fa quindi notare come l’ONU non solo non sia riuscita a evitare le guerre di aggressione ma le sue risoluzioni siano state rispettate o non rispettate a seconda delle convenienze delle grandi potenze. E fa alcuni esempi. “Noi eravamo contro l’invasione del Kuwait, e i Paesi arabi hanno combattuto contro l’Iraq a fianco dei Paesi stranieri in nome della Carta delle Nazioni Unite. In un primo momento la Carta è stata rispettata. La seconda volta quando abbiamo deciso di utilizzare la Carta per fermare la guerra contro l’Iraq del 2003, nessuno l’ha usata e il documento è stato ignorato”. E così continua: “Se un Paese, la Libia per esempio, decidesse di aggredire la Francia, allora l’intera Organizzazione risponderebbe perché la Francia è uno Stato sovrano membro delle Nazioni Unite e noi tutti condividiamo la responsabilità collettiva di proteggere la sovranità di tutte le nazioni. Tuttavia 65 guerre di aggressione hanno avuto luogo (contro Stati sovrani, ndr) senza che le Nazioni Unite facessero nulla per prevenirle. Altre otto enormi e feroci guerre, le cui vittime ammontano a circa 2 milioni, sono state intraprese dagli Stati membri che godono di poteri di veto”.

Un passaggio particolarmente interessante è quello che il leader libico riserva all’Afghanistan: “Per quanto riguarda la guerra in Afghanistan, anche qui bisogna indagare. Perché siamo contro i Talebani? Perché siamo contro l’Afghanistan? Chi sono i Talebani? Se i Talebani vogliono uno Stato religioso, va bene…Se i Talebani vogliono creare un emirato islamico, chi dice che questo li rende un nemico? C’è qualcuno che sostiene che Bin Laden fa parte dei Talebani o che lui è afgano? Bin Laden è uno dei Talebani? No, non è dei Talebani e non è neppure afgano. I terroristi che hanno colpito New York City erano dei Talebani? Erano dell’Afghanistan? Non erano né Talebani né afgani. Allora qual era la ragione per la guerra all’Afghanistan?”.
Gheddafi poi, pensando all’Iraq e allo scontro fra sciiti e sunniti e forse premonendo qualcosa di simile per se stesso, contesta l’intromissione di potenze straniere nelle guerre civili altrui. “L’America ha avuto la sua guerra civile e nessuno ha interferito. Ci sono state guerre civili in Spagna, in Cina e nei Paesi di tutto il mondo. Lasciate che ci sia una guerra civile in Iraq. Se gli iracheni vogliono avere una guerra civile e lottare fra loro, va bene”.
Gheddafi non poteva avere in mente la guerra civile siriana che è cominciata nel 2011, ma se gli occidentali non fossero intervenuti in Iraq non si sarebbe creato l’Isis, se non fossero intervenuti in Siria, consentendo tra l’altro alla Russia di fare lo stesso, non avremmo avuto il macello di Aleppo.
Credo che a Muammar Gheddafi questo coraggioso, lucido e ineccepibile discorso sia costata la pelle. Nel 2011 francesi e americani si intromisero nella appena iniziata guerra civile in Libia, Gheddafi fu linciato in un modo inguardabile degno dell’Isis, e si è creato lo sconquasso che tutti oggi abbiamo sotto gli occhi.
Gli occidentali dovrebbero smetterla con la loro politica di potenza e prepotenza, non solo perché è sommamente ingiusta come notava il leader libico, ma finisce regolarmente per rivolgersi contro i nostri stessi interessi. Come è stato in Serbia, come è stato in Iraq, come è stato in Libia.
Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano, 4 febbraio 2017

I dieci miti che hanno più inciso sulla guerra contro la Libia

3 ottobre 1011

Di Maximilian C. Forte *
Dal momento che il colonnello Gheddafi ha perso il suo potere militare nella guerra contro la NATO e contro gli insorti / ribelli / nuovo regime, numerosi mezzobusti televisivi hanno preso a celebrare questa guerra come un “successo”.
Costoro ritengono che questa sia una “vittoria del popolo libico” e che tutti dovremmo festeggiare. Altri si gloriano della vittoria esaltando la “responsabilità di proteggere”, “l’interventismo umanitario”, e condannano la “sinistra antimperialista”.
Alcuni di coloro che affermano di essere “rivoluzionari”, o che credono di sostenere la “rivoluzione araba”, in qualche modo reputano opportuno porre su un piano secondario il ruolo della NATO nella guerra, invece esaltano le virtù democratiche degli insorti, magnificano il loro martirio, e assegnano un’importanza al loro ruolo oltre ogni limite.
Vorrei dissentire da questa cerchia di acclamanti, e ricordare ai lettori il ruolo di invenzioni di “verità” ideologicamente motivate, che sono state utilizzate per giustificare, motivare, attivare, rendere più efficace la guerra contro la Libia, e per sottolineare quanto dannosi sono stati gli effetti pratici di questi miti contro i Libici, e contro tutti coloro che favorivano soluzioni pacifiche, non-militariste.
Questi dieci miti più cruciali rientrano in alcune delle affermazioni maggiormente reiterate dagli insorti, e/o dalla NATO, dai leader europei, dall’amministrazione Obama, dai media di più alta diffusione, e perfino dalla cosiddetta “Corte penale internazionale”, i principali attori che hanno recitato nel corso della guerra contro la Libia.
D’altro canto, andiamo ad analizzare alcuni dei motivi per cui queste affermazioni sono considerate più giustamente come folklore imperiale, come miti pilastri del mito massimo – che questa guerra è stata scatenata come “intervento umanitario”, destinato soprattutto a “proteggere i civili”.
Ancora, l’importanza di questi miti risiede nella loro larga riproduzione, con scarsi interrogativi, fino a mortali conseguenze. Inoltre, essi minacciano di falsare gravemente per il futuro gli ideali dei diritti umani e la loro invocazione, aiutando così la costante militarizzazione della cultura e della società occidentale.

Genocidio

Appena pochi giorni dopo l’inizio delle “proteste di piazza” , il 21 febbraio, il Rappresentante permanente aggiunto della Libia presso le Nazioni Unite, Ibrahim Dabbashi, pronto all’immediata defezione, dichiarava: “A Tripoli, ci si attende un vero e proprio genocidio. Gli aerei stanno ancora trasportando mercenari agli aeroporti”. Questo è eccellente: un mito che si compone di miti.
Con questa affermazione, costui metteva insieme tre miti chiave, il ruolo degli aeroporti (quindi la necessità ossessionata di una porta di ingresso per un intervento militare: la “no-fly zone”), il ruolo dei “mercenari” (che significava, semplicemente, i neri), e la minaccia di “genocidio” (adeguata al linguaggio della dottrina delle Nazioni Unite sulla Responsabilità di fornire Protezione).
L’affermazione era tanto maldestra e totalmente priva di fondamento, quanto egli era stato abile nel mettere insieme alla meglio questi tre miti meschini, uno dei quali fondato su un discorso e una pratica razzista, che dura fino ad oggi, con le nuove atrocità riportate contro i migranti africani e i Libici di pelle nera, come pratica quotidiana.
Non è stato il solo a fare queste affermazioni. Tra gli altri come lui, Soliman Bouchuiguir, presidente della Lega libica per i diritti umani, il 14 marzo, dichiarava alla Reuters che se le forze di Gheddafi avessero raggiunto Bengasi, “avverrà un vero e proprio bagno di sangue, un massacro, come quello visto in Ruanda”.
Questa non è l’unica volta che qualcuno avrebbe deliberatamente fatto riferimento ai massacri in Ruanda.
C’è stato il tenente Gen. Roméo Dallaire, l’…eccellentissimo comandante delle forze canadesi della missione di peacekeeping delle Nazioni Unite per il Ruanda nel 1994, attualmente senatore eletto al Parlamento canadese e co-direttore del progetto “Will to Intervene – Volontà di interposizione” alla Concordia University.
Dallaire, in un precipitoso sprint ad emettere giudizi nel tentativo di valutare la situazione libica, non solo esternava ripetuti riferimenti al Ruanda, ma sottolineava come Gheddafi lanciasse “minacce di genocidio”, asserendo di “volere ripulire la Libia casa per casa”.
Questo è un esempio di come un’attenzione selettiva per gli eccessi retorici di Gheddafi prenda tutto sul serio, quando in altre occasioni i detentori del potere si erano invece affrettati a non tenerne conto: il portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Marco Toner, allontanava con cenni di mano, come scacciasse mosche, le presunte minacce di Gheddafi contro l’Europa, asserendo che Gheddafi è “uno che si compiace di una retorica esagerata”.
Invece, il 23 febbraio, il presidente Obama dichiarava che aveva dato istruzioni alla sua amministrazione di trovare una “gamma completa di opzioni” da applicare contro Gheddafi, …quanto più calmo, per contrasto, e quanto più “conveniente”!
Il crimine “genocidio” ha una consolidata definizione giuridica internazionale, come viene ribadito nella Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, in cui il genocidio comporta la persecuzione di un “gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. Non tutta la violenza è “genocida”. La violenza intestina, di reciproca distruzione, non è genocidio. Il genocidio non è nemmeno “l’eccesso di violenza”, né la violenza indifferenziata contro civili.
Quello che sia Dabbashi, che Dallaire, e altri non sono riusciti a fare è stato di identificare “il gruppo perseguitato nazionale, etnico, razziale o religioso”, e quanto il genocidio presuntivamente commesso differiva da questi termini. Costoro avrebbero dovuto veramente conoscere meglio la questione (e la conoscono!), uno come ambasciatore alle Nazioni Unite e l’altro come esperto di chiara fama e docente di genocidio.
Questo è il segnale che la creazione del mito era, o intenzionale, o fondata sul pregiudizio.
Quello che l’intervento militare straniero ha realizzato, però, è stato di consentire una violenza genocida reale, quella che è stata regolarmente applicata fino a solo poco tempo fa: l’orribile violenza contro i migranti africani e i Libici neri, presi di mira esclusivamente sulla base del colore della loro pelle. Questa violenza è stata esercitata senza impedimenti, senza giustificazioni, e fino a poco tempo fa, senza alcuna considerazione e senza darne risalto. Infatti, i media , che forniscono la loro collaborazione, sono stati rapidi ad affermare senza prove che ogni uomo catturato o morto di pelle nera doveva essere un “mercenario”.
Questo è il genocidio che il mondo occidentale, bianco, e tutti coloro che dominano la “narrazione” sulla Libia, hanno omesso (e non per caso).

Gheddafi sta “bombardando il suo popolo”

Dobbiamo ricordare che una delle ragioni iniziali nella corsa precipitosa per imporre una “no-fly zone” è stata quella di impedire a Gheddafi di usare la forza aerea per bombardare “il suo popolo”, una fraseologia ben definita, che richiama ciò che è stato tentato e testato con la demonizzazione di Saddam Hussein in Iraq.
Il 21 febbraio, quando i primi “avvertimenti” di “genocidio” venivano allarmisticamente diffusi da parte dell’opposizione libica, sia Al Jazeera che la BBC conclamavano che Gheddafi aveva schierato le sue forze aeree contro i manifestanti, come “segnalava” la BBC : “Testimonianze affermano che aerei militari hanno sparato contro i manifestanti nella città.”
Eppure, il 1 ° marzo, in una conferenza stampa del Pentagono, alle domande: “Avete a disposizione qualche prova che egli [Gheddafi] in realtà abbia sparato contro il suo popolo dal cielo? Ci sono state segnalazioni di questo, ma avete conferme indipendenti? In caso affermativo, in che misura?”, il Ministro della Difesa degli Stati Uniti Robert Gates rispondeva: “Abbiamo visto i comunicati stampa, ma non abbiamo conferme di questo”. Alle sue spalle stava l’ammiraglio Mullen: “Questo è del tutto corretto. Non abbiamo avuto nessun riscontro di sorta”.
In realtà, sostenere che Gheddafi utilizzava perfino gli elicotteri contro manifestanti disarmati era completamente infondato, una pura invenzione basata su affermazioni false.
Questo è tanto importante, dal momento che era il dominio dello spazio aereo libico da parte di Gheddafi che gli interventisti stranieri volevano annullare, e di conseguenza il mito delle atrocità perpetrate dal cielo produceva un valore aggiunto per fornire un buon motivo per un intervento militare straniero, che è andato ben oltre ogni mandato di “protezione di civili”.
David Kirpatrick del The New York Times, già il 21 marzo confermava questo, che “i ribelli sono indifferenti alla fedeltà alla verità nel plasmare la loro propaganda, sostenendo vittorie inesistenti sul campo di battaglia, affermando che stavano ancora combattendo in città importanti dopo essersi ritirati davanti alle forze di Gheddafi, e facendo asserzioni ampiamente gonfiate del comportamento barbarico di queste truppe”.
Le “asserzioni ampiamente gonfiate” sono ciò che è entrato a far parte del folklore imperialista che ha pervaso gli eventi in Libia, che ha fornito le giustificazioni dell’intervento occidentale.
Raramente la folla di giornalisti di stanza a Bengasi ha messo in dubbio o contraddetto i suoi ospiti.

Salvate Bengasi!

Il presente articolo è stato scritto quando le forze di opposizione libiche marciavano contro Sirte e Sabha, le due ultime roccaforti del governo di Gheddafi, con avvertimenti inquietanti alla popolazione che doveva arrendersi, e con altro di sinistro.
A quanto pare, Bengasi è diventata una specie di “città santa” nel discorso internazionale dominato dai leader dell’Unione Europea e della NATO. Bengasi è stata la sola città al mondo a non potere essere toccata. Rappresentava come una terra sacra.
Tripoli? Sirte? Sabha? Queste possono essere sacrificate, visto che tutti stanno a guardare, senza un accenno di protesta che sia da parte di qualcuno dei poteri forti, e visti i primi resoconti su come l’opposizione ha massacrato la gente a Tripoli.

Ma torniamo al mito Bengasi!

“Se aspettavamo un giorno di più,” Barack Obama ha dichiarato nel suo discorso del 28 marzo, “Bengasi, una città quasi delle stesse dimensioni di Charlotte, avrebbe potuto subire un massacro che si sarebbe riverberato in tutta la regione e avrebbe macchiato la coscienza del mondo”.
In una lettera firmata congiuntamente, Obama con il primo ministro britannico David Cameron e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno affermato: “Rispondendo immediatamente, i nostri paesi hanno bloccato l’avanzata delle forze di Gheddafi. Il bagno di sangue che aveva promesso di infliggere ai cittadini della città assediata di Bengasi è stato impedito. Decine di migliaia di vite sono state salvate”.
E allora, i jet francesi hanno bombardano una colonna in ritirata; si trattava, come abbiamo visto, di una colonna molto breve che comprendeva camion e ambulanze, che chiaramente non avrebbero potuto né distruggere né occupare Bengasi.
Oltre alla “retorica esagerata” di Gheddafi, che gli Stati Uniti si sono affrettati a non tenere in conto quando conveniva ai loro scopi, non vi è ad oggi ancora nessuna prova provata che dimostri come Bengasi avrebbe dovuto assistere alla perdita di “decine di migliaia” di vite, come proclamato da Obama, Cameron e Sarkozy.
Questo è stato meglio spiegato dal professor Alan J. Kuperman in “False pretense for war in Libya? – Falso pretesto per la guerra in Libia? :
“La prova migliore che Gheddafi non aveva un piano di genocidio contro Bengasi è che non lo ha perpetrato nelle altre città che in seguito ha ripreso integralmente o parzialmente – Zawiya, Misurata, e Ajdabiya, centri che insieme hanno una popolazione ben superiore a quella di Bengasi …Le azioni di Gheddafi sono state ben diverse dai massacri avvenuti in Ruanda, Darfur, Congo, Bosnia, e in altri campi di sterminio … Nonostante gli onnipresenti cellulari dotati di telecamere e video, non ci sono prove visive di massacri deliberati… Né Gheddafi ha mai minacciato di massacrare i civili di Bengasi, come Obama presumeva. L’avvertimento ‘nessuna pietà’, del 17 marzo, era rivolto solo ai ribelli, come riportato dal New York Times, che sottolineava come il leader della Libia avesse promesso l’amnistia per coloro ‘che deponevano le armi’. Inoltre Gheddafi aveva offerto ai ribelli una via di fuga e frontiera aperta verso l’Egitto, per evitare una lotta ‘dalla fine dolorosa’”.
Per amara ironia, le prove dell’esistenza di uccisioni, commesse da entrambe le parti, si possono riscontrare a Tripoli in questi ultimi giorni, mesi dopo che la NATO ha imposto le sue misure militari “salvavita”. Uccisioni per vendetta sono quotidianamente segnalate sempre con maggiore frequenza, tra cui il massacro di Libici e migranti africani di pelle nera da parte delle forze ribelli. Un’altra triste ironia: a Bengasi, che gli insorti hanno tenuto per mesi, anche dopo che le forze di Gheddafi sono state respinte, neppure qui è stata impedita la violenza: omicidi per vendetta sono stati segnalati anche in questa città, come trattato più avanti.

Mercenari africani.

Patrick Cockburn (giornalista irlandese, corrispondente in Medio Oriente per il Financial Times, attualmente, ricopre lo stesso incarico per l’Independent) ha sintetizzato l’utilità funzionale del mito del “mercenario africano” e il contesto in cui è sorto:
“Da febbraio, i ribelli, spesso sostenuti da potenze straniere, hanno affermato che lo scontro era tra Gheddafi e la sua famiglia da un lato, e il popolo libico dall’altro. La loro giustificazione per la presenza di forze così notevoli a fianco di Gheddafi era che si trattava di tanti mercenari, per lo più dall’Africa nera, il cui unico movente era il denaro”.
Come osserva il giornalista, i prigionieri di pelle nera sono stati messi in mostra per i media (cosa che costituisce una violazione della Convenzione di Ginevra), ma Amnesty International in seguito ha scoperto che tutti i prigionieri erano presumibilmente stati rilasciati, poiché non si trattava di combattenti, ma di lavoratori privi di documenti provenienti dal Mali, Ciad, e Africa occidentale.
Il mito era utile per l’opposizione, che insisteva che questa era una guerra tra “Gheddafi e tutto il popolo libico”, in definitiva come se Gheddafi non godesse di alcun sostegno interno: una montatura colossale e assoluta, tale da far pensare che solo dei bambini potevano credere ad una storia così fantastica.
Il mito è anche utile per cementare la rottura premeditata tra “la nuova Libia” e il Panafricanismo, riallineando così la Libia all’Europa e al “mondo moderno”, che alcuni dell’opposizione pretendevano con insistenza in modo esplicito.
Il mito del “mercenario africano”, indirizzato ad una pratica mortale, razzista, è un fatto che paradossalmente è stato sia documentato che ignorato.
Mesi fa, ho fornito un’ampia rassegna del ruolo dei media a grande diffusione, guidati da Al Jazeera, e del ruolo catalizzatore dei social media nella creazione del mito del mercenario africano.
I primi ad allontanarsi dalla norma di demonizzare gli Africani sub-sahariani e i Libici di pelle nera, invece documentando gli abusi contro questi civili, sono stati il Los Angeles Times e Human Rights Watch,che non avevano riscontrato alcuna prova documentata di mercenari presenti nella parte orientale della Libia (totalmente in contraddizione con le affermazioni presentate come una verità indiscutibile da Al Arabiya e da The Telegraph, tra gli altri, come il Time e The Guardian).
In un discostarsi estremamente raro dalla propaganda sulla minaccia dei mercenari neri, che Al Jazeera e i suoi giornalisti avevano contribuito a divulgare attivamente, la stessa Al Jazeera produceva un documento davvero unico, concentrandosi sulle rapine, sulle uccisioni, sui rapimenti di residenti neri nella parte orientale della Libia (ora che anche la CBS, Channel 4, e altri stanno puntando il dito contro il razzismo, Al Jazeera sta cercando di mostrare ambiguamente un certo interesse sull’argomento!).
Infine, sta spuntando un qualche accresciuto riconoscimento di questa collaborazione dei media nella denigrazione razzista delle vittime civili degli insorti – vedi Fair: “NYT Points Out ‘Racist Overtones’ in Libyan Disinformation It Helped Spread – Il New York Times mette in evidenza le ‘implicazioni razziste’ nella disinformazione sulla situazione in Libia, che ha contribuito a diffondere”.
Il prendere di mira e le uccisioni razziste di Libici neri e di Africani sub-sahariani continuano ancora oggi.
Patrick Cockburn e Kim Sengupta parlano della recente scoperta di un cumulo di “corpi in decomposizione di 30 uomini, quasi tutti neri e molti ammanettati, massacrati mentre giacevano su barelle e anche in ambulanza nel centro di Tripoli”.
E anche, mentre ci mostra il video di centinaia di cadaveri nell’ospedale Abu Salim, la BBC non osa rimarcare il fatto che la maggior parte di questi è chiaramente di pelle nera, e perfino si chiede con stupore anche chi poteva averli uccisi.
Questo non costituisce un problema per le forze anti-Gheddafi.
“Vieni e vedi. Questi sono neri, Africani, assunti da Gheddafi, mercenari”, urlava Ahmed Bin Sabri, intervistato da Sengupta, sollevando il lembo della tenda per mostrare il corpo di un paziente morto, la sua T-shirt grigia macchiata di rosso scuro di sangue, la flebo di soluzione salina ancora in esecuzione nel braccio nero coperto di mosche.
Perché un uomo ferito che stava ricevendo delle cure era stato giustiziato?
Recenti documenti rivelano che gli insorti sono impegnati in una pulizia etnica contro i Libici neri a Tawergha; questi insorti si definiscono “Brigate per la purificazione dagli schiavi, dalla pelle nera”, giurando che nella “nuova Libia” i neri di Tawergha sarebbero stati esclusi dall’assistenza sanitaria e scolastica nella vicina Misurata, da cui i Libici neri era già stati espulsi dagli insorti.
Attualmente, Human Rights Watch ha riferito: “Libici dalla carnagione nera e Africani sub-sahariani devono affrontare rischi particolari perché le forze ribelli e altri gruppi armati spesso li hanno considerati mercenari pro-Gheddafi provenienti da altri paesi africani. Siamo stati spettatori di violente aggressioni e uccisioni di queste persone in aree prese sotto controllo dal Consiglio Nazionale di Transizione”.
Amnesty International ha appena riferito sulla detenzione spropositata di neri Africani ad Az-Zawiya sotto controllo dei ribelli, e come lavoratori agricoli migranti, disarmati, siano presi di mira. Continuano ad aumentare le denuncie messe per scritto da altre organizzazioni per i diritti umani, che accusano con prove il fatto che gli insorti prendono di mira i lavoratori migranti dell’Africa sub-sahariana.
Anche il presidente dell’Unione africana, Jean Ping, ha recentemente dichiarato:
“Il Consiglio Nazionale di Transizione (NTC) sembra confondere la gente nera con mercenari. Tutti i neri sono mercenari. Se si fa così, significa che un terzo della popolazione della Libia, che è nero, è anche costituito da mercenari. Stanno uccidendo la gente, semplici lavoratori, li maltrattano.”
Il mito del “mercenario africano” continua ad essere il più immorale di tutti i miti, e il più razzista. Nei giorni scorsi, i giornali come il Boston Globe, acriticamente e incondizionatamente, mostrano ancora le fotografie delle vittime o dei detenuti di pelle nera, con l’affermazione immediata che deve trattarsi di mercenari, nonostante l’assenza di qualsiasi prova.
Anche noi usualmente abbiamo raccolto occasionali affermazioni che Gheddafi è “noto per avere” reclutato “nel passato” Africani provenienti da altre nazioni, senza nemmeno preoccuparsi di sapere se quelli mostrati nelle foto erano Libici neri.
I linciaggi sia di Libici neri che di lavoratori migranti dell’Africa sub-sahariana sono avvenuti di continuo, e a questo riguardo non si è sentita mai alcuna espressione di preoccupazione, anche puramente simbolica, dagli Stati Uniti e dai membri della NATO, e nemmeno hanno suscitato l’interesse del cosiddetto “Tribunale penale internazionale”.
Esiste una trascurabile possibilità che venga fatta giustizia per le vittime, in quanto non c’é nessuno che ponga fine a questi crimini efferati che costituiscono chiaramente un caso di pulizia etnica.
I media, solo ora e sempre più, si stanno rendendo conto della necessità di coprire questi crimini, avendoli nascosti per mesi.

Viagra – combustibile per lo stupro di massa

I delitti denunciati e le violazioni dei diritti umani da parte del regime di Gheddafi sono terribili abbastanza, che ci si deve chiedere perché qualcuno trovi la necessità di inventare storie, come quella delle truppe di Gheddafi, con erezioni procurate dal Viagra, che se ne vanno in giro in una baldoria di stupri.
Forse tutto ciò è stato spacciato perché rappresenta il tipo di storia che “cattura l’immaginazione dell’opinione pubblica, traumatizzandola”.
Questa storia è stata presa così sul serio che qualche persona ha iniziato a scrivere a Pfizer per farli smettere di vendere Viagra in Libia, visto che il loro prodotto presumibilmente veniva usato come “arma di guerra”.
D’altro canto, c’è gente che avrebbe dovuto sapere meglio come produrre disinformazione deliberata nei confronti dell’opinione pubblica internazionale.
La storia del Viagra è stata diffusa innanzitutto dall’emittente televisiva Al Jazeera, in collaborazione con i suoi partner ribelli, favorita dal regime del Qatar, che finanzia Al Jazeera. E poi ripresa da quasi tutti i principali mezzi di comunicazione dell’Occidente.
Luis Moreno-Ocampo, procuratore generale del Tribunale penale internazionale, si è presentato davanti ai media del mondo per dire che esistevano “prove” che Gheddafi distribuiva Viagra alle sue truppe in modo da “migliorare la potenzialità degli stupratori”, e che era Gheddafi ad ordinare lo stupro di centinaia di donne.
Moreno-Ocampo insisteva: “Stiamo ricevendo informazioni che è stato lo stesso Gheddafi a decidere sugli stupri” e che “noi abbiamo informazioni che in Libia era prassi la politica dello stupro contro gli oppositori del governo”. Perfino, esclamava che il Viagra è “come un machete”, e che “il Viagra è uno strumento per lo stupro di massa”.
In una dichiarazione sorprendente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, anche l’ambasciatrice degli Stati Uniti Susan Rice affermava che Gheddafi stava fornendo alle sue truppe il Viagra per incoraggiare lo stupro di massa. Non offriva alcuna prova per sostenere la sua denuncia. Infatti, le fonti militari e di intelligence statunitensi nettamente contraddicevano la Rice, comunicando alla NBC News che “non esistono prove che alle forze militari libiche venga dato il Viagra per impegnarle in stupri sistematici contro le donne nelle aree dei ribelli”.
La Rice è un’interventista liberale, una di coloro che hanno convinto Obama ad intervenire in Libia. Ha usato questo mito, perché il “mito del Viagra” l’ha aiutata a portare avanti alle Nazioni Unite la tesi che non c’era “equivalenza morale” tra gli abusi contro i diritti umani da parte di Gheddafi e quelli degli insorti.
Inoltre, la Segretaria di Stato degli Stati Uniti Hillary Clinton ha anche dichiarato che “le forze di sicurezza di Gheddafi e altri gruppi della regione stanno cercando di dividere il popolo, utilizzando la violenza contro le donne e lo stupro come strumenti di guerra, e gli Stati Uniti condannano questo nei termini più energici possibili”. Ha aggiunto di essere “profondamente preoccupata” per queste notizie di “stupri su larga scala”. (Lei, finora, non si è mai pronunciata riguardo i linciaggi razzisti perpetrati dai ribelli!)
Il 10 giugno, Cherif Bassiouni, che sta conducendo un’inchiesta delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti in Libia, ha suggerito che le affermazioni sul Viagra e lo stupro di massa facevano parte di una “isteria generalizzata”. Infatti, entrambe le parti in conflitto lanciavano le stesse accuse, gli uni contro gli altri.
Per di più, Bassiouni riferiva alla stampa di un caso di “una donna che sosteneva di avere inviato 70.000 questionari e di avere ricevuto 60.000 risposte, di cui 259 segnalavano abusi sessuali”.

[N.d.tr.: Si tratta della psicologa infantile, dottoressa Siham Sergewa di Bengasi, alla quale le ex guardie del corpo del Raìs avrebbero raccontato di essere state abusate non soltanto da lui, ma anche dai suoi figli. Questa signora era stata la fonte dell’accusa diffusa in tutto il mondo che i soldati libici governativi usavano lo stupro come arma di guerra. Quando Diana Eltahawy, di Amnesty International, le ha chiesto di poter incontrare alcune donne, la psicologa ha detto di aver perso i contatti.
Cherif Bassiouni ha sottolineato che, quando le è stata chiesta copia dei 60.000 questionari restituiti, non li ha mai inoltrati.]

Tuttavia, i gruppi di ricercatori di Bassiouni interrogati su tali questionari, hanno dichiarato di non averne visionato uno.
“Allora costei va in giro per il mondo raccontando a tutti di questo… ha fornito queste informazioni ad Ocampo, e Ocampo si è convinto che qui siamo in presenza di un gruppo impressionante di 259 donne che hanno risposto al fatto di avere subito abusi sessuali”, ha ribadito Bassiouni, che inoltre sottolineava: “Non sembra essere credibile che la donna sia stata in grado di inviare 70 mila questionari in marzo, quando il servizio postale non era più funzionante”.
Tuttavia, il team di Bassiouni ha “rilevato solo quattro presunti casi” di stupri e abusi sessuali:
“Da ciò è possibile trarre la conclusione che vi sia una politica sistematica dello stupro? A mio parere non si può!”
Oltre che alla commissione delle Nazioni Unite, Donatella Rovera di Amnesty International ha sostenuto in un’intervista al quotidiano francese Libération, che Amnesty “non aveva riscontrato casi di stupro…. Non solo non abbiamo incontrato alcuna vittima, ma nemmeno abbiamo ancora incontrato persone che hanno incontrato le vittime. Per quanto riguarda le scatole di Viagra, che si suppone siano state distribuite da Gheddafi, sono state rinvenute intatte… vicino a carri armati completamente bruciati”.
Nonostante ciò, questo non ha impedito ad alcuni manipolatori di notizie il tentativo di ribadire le accuse per gli stupri, in forma modificata.
La BBC è arrivata ad aggiungere un altro tassello, perfino pochi giorni dopo che Bassiouni aveva umiliato la Corte penale internazionale e i media: la BBC ora affermava che le vittime di stupro in Libia erano state oggetto di “delitti d’onore”. Questa è una novità per i pochi Libici che conosco, che non hanno mai sentito parlare di delitti d’onore nel loro paese.
La letteratura accademica sulla Libia tratta questo fenomeno poco o per nulla presente in Libia.
Il mito “delitti d’onore” ha l’utile scopo di mantenere viva la pretesa dello stupro di massa: esso suggerisce la giustificazione del perché le donne non si sarebbero fatte avanti a testimoniare, per la vergogna!
Anche pochi giorni dopo le dichiarazioni di Bassiouni, gli insorti libici, in collaborazione con la CNN, hanno fatto un ultimo disperato tentativo per salvare le accuse di stupro: “hanno presentato un telefono cellulare con un video di stupro”, sostenendo che apparteneva a un soldato governativo.
Gli uomini mostrati nel video sono in abiti civili. Non ci sono prove di Viagra. Non c’è una data sul video e non abbiamo idea di chi lo abbia registrato, o dove. Coloro che presentavano il cellulare affermavano che esistevano molti altri video di questo tipo, ma che avevano ritenuto opportuno distruggerli per preservare l’“onore” delle vittime.

Responsabilità di Proteggere (R2P).

L’aver affermato, a torto come abbiamo visto, che la Libia era in procinto di subire un imminente “genocidio” per mano delle forze di Gheddafi, ha reso più facile per le potenze occidentali invocare la dottrina delle Nazioni Unite del 2005 sulla “Responsabilità di Proteggere –R2P”.
Nel frattempo, non è affatto chiaro come, dal momento in cui il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato la Risoluzione 1973, la violenza in Libia abbia addirittura raggiunto i livelli constatati in Egitto, Siria e nello Yemen.
Il ritornello più comune utilizzato contro i critici della selettività di questo presunto “interventismo umanitario” si fonda solo sul fatto che, poiché l’Occidente non può intervenire “dappertutto”, questo non significa che non dovrebbe intervenire in Libia.
“Forse … ma questo ancora non spiega perché la Libia sia stata scelta come bersaglio”.
Questo è un punto dirimente, perché alcune delle prime critiche alla R2P espresse presso le Nazioni Unite avevano sollevato il problema della selettività, di chi deve decidere, e perché alcune crisi in cui sono presi di mira i civili (ad esempio, a Gaza) sono sostanzialmente ignorate, mentre altre ricevono la massima preoccupazione, e se la R2P possa servire come nuova foglia di fico per geopolitiche egemoniche.
Il mito messo qui in atto si fonda sul fatto che l’intervento militare straniero sarebbe guidato da preoccupazioni umanitarie.
Per rendere efficace il mito, si devono ignorare volontariamente almeno tre realtà fondamentali.
Quindi, si deve ignorare la nuova corsa all’Africa, in cui gli interessi della Cina appaiono in competizione con l’Occidente per l’accesso alle risorse e per le aree di influenza politica, qualcosa che è destinato a sfidare l’AFRICOM.

[N.d.tr.: L’Africa Command (AFRICOM) del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, formalmente attivo dall’ottobre 2008, è responsabile per le operazioni e relazioni militari con 53 paesi di tutta l’Africa, ad esclusione del solo Egitto.]

Gheddafi ha sfidato l’intento dell’AFRICOM di stabilire basi militari in Africa. Da allora, AFRICOM ha partecipato direttamente all’intervento in Libia e in particolare alla “Operation Odyssey Dawn – Operazione Alba dell’Odissea”.
Horace Campbell (docente universitario e attivista politico giamaicano) ha sostenuto che “il coinvolgimento degli Stati Uniti nel bombardare la Libia si è trasformato in una manovra di pubbliche relazioni in favore dell’AFRICOM”, e in “una opportunità per fornire credibilità all’AFRICOM, approfittando dell’intervento libico”.
Inoltre, il potere e l’influenza di Gheddafi sul continente africano stava sempre più diffondendosi, attraverso gli aiuti, gli investimenti, e una serie di progetti volti a diminuire la dipendenza dell’Africa dall’Occidente e a sfidare le istituzioni multilaterali occidentali con la costruzione dell’unità africana – presentandosi all’Africa come oppositore degli interessi degli Stati Uniti.
Secondariamente, non solo si deve ignorare l’inquietudine degli interessi petroliferi occidentali causata dal “nazionalismo delle risorse” propugnato da Gheddafi, (che minacciava di riprendere ciò che le compagnie petrolifere avevano guadagnato), ansietà ora chiaramente manifesta nella corsa delle compagnie europee in Libia per raccogliere il bottino della vittoria, ma si deve ignorare anche l’apprensione per quello che Gheddafi stava facendo con le entrate derivanti dal petrolio, per sostenere una maggiore indipendenza economica africana e per appoggiare storicamente i movimenti di liberazione nazionale che sfidavano l’egemonia occidentale.
In terzo luogo, si deve ignorare anche il timore a Washington che gli Stati Uniti stessero perdendo la presa sul corso della cosiddetta “rivoluzione araba”.
Quando si pongono una sull’altra queste realtà e le si mettono in relazione alle preoccupazioni ambigue e parzialmente “umanitarie”, e quindi si conclude che, sì, i diritti umani sono quelli che contano di più, questa conclusione sembra non plausibile e per nulla convincente, soprattutto visti gli atroci precedenti delle violazioni dei diritti umani da parte della NATO e degli Stati Uniti in Afghanistan, Iraq, e prima nel Kosovo e in Serbia.
Il punto di vista umanitario è semplicemente né credibile né minimamente logico.
Se la R2P risulta fondata su ipocrisia morale e contraddizioni – ormai definitivamente alla luce del sole – diventerà molto più difficile in futuro urlare ancora “al lupo, al lupo” e aspettarsi un’attenzione rispettosa.
È un fatto che poco si sia tentato in termini di trattative diplomatiche e pacifiche a precedere l’intervento militare, mentre addirittura Obama viene accusato da alcuni di essere stato lento a reagire, è stata piuttosto scatenata una corsa alla guerra su un ritmo che ha superato di molto i tempi dell’invasione dell’Iraq da parte di Bush.
Non solo sappiamo dall’Unione Africana come i suoi sforzi per creare una transizione pacifica siano stati ostacolati, ma Dennis Kucinich [politico ed ambientalista statunitense, esponente del Partito Democratico e membro della Camera dei Rappresentanti per lo stato dell’Ohio] rivela anche di aver ricevuto segnalazioni che una soluzione pacifica era a portata di mano, solo per essere “fatta naufragare da funzionari del Dipartimento di Stato”.
Si tratta di violazioni che mettono assolutamente in crisi la dottrina R2P, dimostrando invece come gli ideali di questa teoria sulla “protezione” possono essere utilizzati per una pratica che si è tradotta in una marcia impetuosa verso la guerra, una guerra volta a un cambio di regime (che è di per sé una violazione del diritto internazionale!).
Che la R2P sia servita come un mito per giustificare il risultato ottenuto spesso tutto all’opposto degli obiettivi dichiarati, non è più una sorpresa.
Non sto nemmeno parlando del ruolo sostenuto dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti nel bombardare la Libia e aiutare gli insorti, comunque hanno surrogato l’Arabia Saudita nell’intervento militare per schiacciare le proteste per la democrazia in Bahrein, né del velo di turpitudine steso su un intervento guidato da gente del calibro di coloro che hanno commesso abusi incontrastati contro i diritti umani, che hanno commesso crimini di guerra impunemente in Kosovo, Iraq e Afghanistan.
Invece, sto affrontando un argomento più ristretto, come, ad esempio, i casi documentati in cui la NATO non solo per sua volontà non è riuscita a proteggere i civili in Libia, ma anche deliberatamente e consapevolmente li ha assunti come bersagli, con modalità indicate come “terrorismo” dalla maggior parte delle definizioni ufficiali utilizzate dai governi occidentali.
La NATO ha ammesso di avere preso deliberatamente di mira la televisione di Stato della Libia, uccidendo tre giornalisti civili, in un’azione condannata dalle federazioni internazionali dei giornalisti come una violazione diretta di una risoluzione del 2006 del Consiglio di Sicurezza, che vieta assolutamente gli attacchi contro i giornalisti.
Un elicottero Apache statunitense, una riproduzione delle infami uccisioni viene mostrata nel video “Murder Collateral – Strage Collaterale”, ha fatto fuoco sui civili nella piazza centrale di Zawiya, uccidendo, tra gli altri, il fratello del Ministro dell’Informazione.
Applicando in modo piuttosto estensivo la nozione di ciò che costituisce “strutture e impianti di comando e controllo”, la NATO ha centrato con le bombe uno spazio civile residenziale causando la morte di alcuni membri della famiglia Gheddafi, tra cui tre nipoti.
Per proteggere il mito della “protezione dei civili” e la contraddizione irragionevole di una “guerra per i diritti umani”, i media principali hanno spesso sottaciuto sulle vittime civili causate dai bombardamenti NATO.
La R2P risulta invisibile quando si tratta di raccontare dei civili presi come obiettivi da parte della NATO.
Nell’ambito della mancata protezione dei civili, in un modo che è in realtà un reato penale internazionale, abbiamo a disposizione numerosi rapporti di navi NATO che hanno ignorato le invocazioni di soccorso di imbarcazioni di profughi nel Mediterraneo che fuggivano dalla Libia.
Nel mese di maggio, 61 rifugiati africani sono morti in un unico barcone, nonostante il contatto con navi appartenenti a stati membri della NATO.
In una macabra ripetizione di questa situazione, sono decine i morti ai primi di agosto su un’altra barca fatiscente. In realtà, su segnalazione della NATO, sono almeno 1.500 i rifugiati in fuga dalla Libia morti in mare dall’inizio della guerra. Si trattava per lo più di Africani sub-sahariani, e sono morti in numero ben superiore dei morti che Bengasi ha dichiarato di aver subito durante le proteste. La R2P, per queste persone, non veniva assolutamente applicata!
La NATO ha sviluppato una torsione terminologica particolare per la Libia, orientata ad assolvere i ribelli di qualsiasi risma nel loro perpetrare crimini contro i civili, ha abdicato così alla sua cosiddetta “responsabilità di proteggere”.
Nel corso del conflitto, i portavoce della NATO, degli Stati Uniti e dei governi europei costantemente dipingevano tutte le azioni delle forze di Gheddafi come “minacce ai civili”, anche quando queste forze erano impegnate o in azioni difensive, o combattevano contro avversari armati.
Per esempio, questa settimana il portavoce della NATO, Roland Lavoie, “ha dovuto sforzarsi per dare spiegazioni su come la NATO avesse protetto i civili a questo stadio della guerra. Interrogato sull’affermazione della NATO che asseriva di avere colpito 22 veicoli corazzati vicino a Sirte il lunedì, non è riuscito a dire quanto i veicoli risultassero minacciosi per i civili, e nemmeno se erano in movimento o in sosta”.
Proteggendo i ribelli, mentre allo stesso tempo si parla di protezione di civili, risulta evidente che la NATO si rivolge a noi in modo che possiamo considerare gli oppositori armati di Gheddafi come semplici civili.
È interessante notare come in Afghanistan, dove la NATO e gli Stati Uniti finanziano, contribuiscono ad armare e addestrare il regime di Karzai nelle aggressioni contro “il suo stesso popolo” (come viene fatto in Pakistan), gli oppositori armati vengono sempre etichettati come “terroristi” o “rivoltosi”, anche se la maggior parte di costoro sono civili che non hanno mai servito in alcun esercito ufficiale permanente.
In Afghanistan sono dei “rivoltosi”, e i loro decessi per mano della NATO sono elencati separatamente dai conteggi delle vittime civili. Con un colpo di magia, in Libia, gli oppositori sono tutti “civili”.
In risposta all’annuncio del voto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per un intervento militare, un traduttore volontario per i giornalisti occidentali a Tripoli ha fatto questa osservazione fondamentale: “I civili, che portano pistole, fucili ed armi varie; e voi volete proteggerli? Si tratta di uno scherzo. Siamo noi i civili! E cosa fate per noi?”
In Libia, la NATO ha fornito uno scudo per i rivoltosi, e ha reso vittime i civili disarmati nelle zone occupate dai ribelli. In questi casi, non si è vista traccia di alcuna “responsabilità di proteggere”. La NATO ha dato manforte ai ribelli nell’affamare Tripoli, sottoponendo la sua popolazione civile ad un assedio che ha privato cittadini disarmati di acqua, cibo, medicine e carburante.
Quando Gheddafi è stato accusato di fare questo a Misurata, i media internazionali si sono affrettati a citarlo come criminale di guerra.
“Salvate Misurata, ammazzate Tripoli!” – si voglia etichettare una qualsiasi cosa come “logica”, ebbene l’umanitarismo non è un’opzione accettabile.
Lasciando da parte i crimini documentati commessi dai ribelli contro i Libici neri e i lavoratori migranti africani, Human Rights Watch ha avuto riscontri che i rivoltosi hanno praticato “saccheggi, incendi dolosi, e hanno abusato dei civili in [quattro] città recentemente catturate nella parte occidentale della Libia”.
A Bengasi, che ora gli insorti hanno conquistato da mesi, non più tardi di questo mese di maggio il The New York Times ha denunciato omicidi per vendetta, e da Amnesty International a fine giugno, e biasimato il Consiglio nazionale di transizione degli insorti .
La “Responsabilità di Proteggere”? Sembra ormai una feroce presa in giro!

Gheddafi — il Demonio.

A seconda del punto di vista, o Gheddafi è un rivoluzionario eroico, e quindi la demonizzazione da parte dell’Occidente è grave ed estrema, o Gheddafi è un uomo veramente malvagio, nel qual caso la demonizzazione è inutile e assurda.
Qui il mito si concretizza nella storia del potere di Gheddafi, caratterizzata solo da atrocità – lui è completamente malvagio, senza alcuna qualità di riscatto, e chiunque sia accusato di essere un “sostenitore di Gheddafi” dovrebbe in qualche modo provare più vergogna rispetto a coloro che apertamente sostengono la NATO.
Questo è assolutismo binario, nella peggiore delle ipotesi – praticamente non viene presa in considerazione in nessun modo la possibilità che alcuni potrebbero non appoggiare né Gheddafi, né gli insorti, né la NATO. Ognuno deve essere costretto in uno di quei campi, senza eccezioni consentite. Quello che risulta è un dibattito ipocrita, dominato da fanatici da una parte o dall’altra. Perso nella discussione, il riconoscimento dell’ovvio: per quanto Gheddafi sia andato “a letto” con l’Occidente negli ultimi dieci anni, ora le sue forze stanno combattendo contro una NATO decisa ad impadronirsi del suo paese.
Altro risultato conseguito è stato l’impoverimento della consapevolezza storica, e il deterioramento delle più complesse valutazioni ad ampio raggio sull’operato di Gheddafi.
Questo potrebbe contribuire a spiegare perché alcuni non si sarebbero affrettati a condannare e sconfessare l’uomo (senza dover ricorrere a rozze e infantili caricature per le loro motivazioni). Mentre anche Glenn Greenwald (un giurista statunitense di area liberal) sente il bisogno deferente di mettere le mani avanti, “Nessun essere umano decente potrebbe nutrire simpatia per Gheddafi,” io ho conosciuto esseri umani decenti in Nicaragua, Trinidad, Repubblica Dominicana, e fra i Mohawk a Montreal, che apprezzano molto l’appoggio ricevuto da Gheddafi, per non parlare del suo sostegno ai vari movimenti di liberazione nazionale, non ultimo alla lotta contro l’apartheid in Sud Africa.
Il regime di Gheddafi ha molte facce: alcune sono giudicate dai suoi oppositori interni, altre lo sono dai beneficiari del suo aiuto, e altre sono state oggetto di sorrisi da parte di personaggi del calibro di Silvio Berlusconi, Nicolas Sarkozy, Condoleeza Rice, Hillary Clinton e Barack Obama.
Esistono molte facce, e tutte allo stesso tempo sono reali.
Alcuni si rifiutano di “rinnegare” Gheddafi, di “chiedere scusa” per la loro amicizia nei suoi confronti, non importa quanto sgradevole, indecente, imbarazzante altri, che sono “progressisti”, possano trovare in questo. Questo è degno di rispetto, non questo bullismo tanto di moda dell’ultima ora e nemmeno i colpi violenti di una banda che riduce una serie di posizioni ad un’unica accusa infantile: “Voi sostenete un dittatore!”. Ironia della sorte, noi sosteniamo molti dittatori, soprattutto con i nostri soldi delle tasse, e di solito non porgiamo le nostre scuse per questo fatto.
A proposito della valutazione complessiva sull’operato di Gheddafi, che dovrebbe resistere a semplificazioni revisioniste e semplicistiche, alcuni potrebbero aver cura di notare che, a tutt’oggi, la pagina web sulla Libia del Dipartimento di Stato statunitense rimanda ancora a uno “Studio sui Paesi” condotto dalla Biblioteca del Congresso, che presenta alcune delle molte realizzazioni di assistenza sociale del governo Gheddafi portate avanti nel corso degli anni nel campo delle cure mediche, degli alloggi pubblici, e dell’istruzione.
Inoltre, i Libici hanno il più alto tasso di alfabetizzazione in Africa (vedi UNDP, Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, p. 171) e la Libia è l’unica nazione dell’Africa continentale a classificarsi in “alto” nell’Indice di Sviluppo Umano dell’UNDP. Perfino la BBC ha riconosciuto questi risultati:
“Le donne in Libia sono libere di lavorare e vestirsi come vogliono, non sono assoggettate a vincoli familiari. L’aspettativa di vita media è di settant’anni. E il reddito annuo pro-capite – sebbene non così alto come ci si aspetterebbe, date le ricchezze petrolifere della Libia e la popolazione relativamente bassa di 6.5 milioni di abitanti – dalla Banca Mondiale viene stimato intorno ai 12.000 dollari (9.000 lire sterline).
L’analfabetismo è stato quasi del tutto debellato, così come il problema dei senza casa – un problema cronico nell’era pre-Gheddafi, quando baracche di lamiera ondulata punteggiavano molti centri urbani in tutto il paese”.
Dunque, se uno è a favore dell’assistenza sanitaria pubblica, significa che è automaticamente a favore della dittatura? E se “il dittatore” finanzia l’edilizia abitativa pubblica e sovvenziona i redditi, dobbiamo semplicemente cancellare questi fatti dalla nostra memoria?

Combattenti per la Libertà – gli Angeli

A complemento della demonizzazione di Gheddafi è arrivata la angelizzazione dei “ribelli”.
Il mio intervento non ha l’obiettivo di contrastare il mito invertendolo, quindi demonizzando tutti gli oppositori di Gheddafi, i quali hanno molti motivi di risentimento, gravi e legittimi, e molti di costoro hanno sicuramente dovuto subire più di quello che è possibile sopportare.
Sono invece interessato a come “noi”, che stiamo sul piatto nord-atlantico della bilancia, abbiamo costruito l’angelizzazione in modo tale da giustificare il nostro intervento.
Un metodo standard, ripetuto in diverse maniere attraverso una vasta schiera di mezzi di comunicazione e di portavoce del governo USA, che può essere sintetizzato in questa rappresentazione dei ribelli fatta del New York Times , come “professionisti dalla mentalità laica – avvocati, accademici, uomini d’affari – che parlano di democrazia, trasparenza, diritti umani, stato di diritto”.
Questo elenco di professioni familiari alla classe media statunitense, e da questa ritenute rispettabili, è fatto apposta per ispirare un senso condiviso di identificazione tra i lettori e gli oppositori libici, specialmente quando noi richiamiamo di continuo che è dalla parte di Gheddafi dove risiedono le forze del male: le principali “professioni” che troviamo da questa parte sono torturatori, terroristi, e mercenari africani.
Per molte settimane è stato quasi impossibile ottenere dai reporter vicini al Consiglio Nazionale di Transizione dei ribelli a Bengasi una seppur minima descrizione di chi costituisse il movimento anti-Gheddafi, se fosse un’unica organizzazione o più gruppi distinti, quale fosse la loro agenda, e così via.
Il leitmotiv delle cronache, abilmente condotto, assegnava alla ribellione la parte di un movimento interamente spontaneo e indigeno – il che può essere vero, in parte, ma può anche essere un’eccessiva semplificazione.
Tra le notizie, che complicavano il quadro in maniera significativa, vi erano quelle che denunciavano legami della CIA con gli insorti; altre mettevano in luce il ruolo del National Endowment for Democracy, dell’International Republican Institute, del National Democratic Institute, e dell’USAID (Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale), tutte agenzie attive in Libia dal 2005; altre analizzavano in dettaglio il ruolo dei vari gruppi di fuorusciti; e venivano diffusi rapporti sul ruolo attivo delle milizie “radicali Islamiste” inserite all’interno dell’insurrezione generale, ed alcuni indicavano legami con Al Qaeda.
Alcuni sentono il bisogno assoluto di essere dalla parte dei “bravi ragazzi”, soprattutto in quanto né l’Iraq né l’Afghanistan offrono una tale sensazione di giusta rivendicazione.
Gli Statunitensi vogliono che il mondo veda che stanno facendo una cosa giusta, e che consideri questa cosa non solo indispensabile, ma anche del tutto corretta. Non potrebbero sperare in niente di meglio che essere visti come coloro che così stanno espiando i loro peccati commessi in Iraq e in Afghanistan. Questo è un momento speciale, in cui la parte del cattivo può tornare ad essere sostenuta ancora una volta da altri. Un mondo, sicuro per gli Stati Uniti è un mondo insicuro per i malvagi.
Marcia banda, majorettes fate volteggiare i bastoni, Anderson Cooper, coriandoli – abbiamo capito!
[Anderson Cooper conduce uno show giornaliero sulla CNN ed è l’inviato di punta della tv americana]

Vittoria per il popolo della Libia

Dire che la svolta in corso in Libia rappresenta una vittoria per il popolo libico nel pianificare il proprio destino è, nel migliore dei casi, una semplificazione, che maschera la portata degli interessi in ballo fin dall’inizio nel dar forma e nel determinare il corso degli eventi sul campo, e che trascura il fatto che per gran parte del conflitto Gheddafi ha potuto contare su una solida base di appoggio popolare.
Fin dal 25 febbraio, solo una settimana dopo l’inizio delle prime proteste nelle strade, Nicolas Sarkozy aveva già stabilito che Gheddafi “doveva andarsene”.
Il 28 febbraio, David Cameron ha cominciato a lavorare su una proposta per una “no-fly zone” – queste dichiarazioni e decisioni sono state diffuse senza nessun tentativo di dialogo o di intervento diplomatico.
Il 30 marzo, il New York Times riportava che da “diverse settimane” operatori della CIA erano entrati in azione in Libia, il che significava che erano nel paese dalla metà di febbraio, cioè da quando erano iniziate le proteste – e a loro si erano uniti poi, all’interno della Libia, “decine di membri delle forze speciali britanniche e ufficiali dello spionaggio britannico dell’MI6”.
Inoltre, il NYT riportava nello stesso articolo che, “diverse settimane” prima (ancora una volta, intorno alla metà di febbraio), il Presidente Obama “aveva firmato un documento segreto che autorizzava la CIA a rifornire di armi e altre forme di supporto i ribelli libici”, intendendo con “altre forme di supporto” una serie di possibili “azioni sotto copertura”.
L’USAID aveva schierato in Libia un reparto già agli inizi di marzo. Alla fine di marzo, Obama dichiarava pubblicamente che l’obiettivo era quello di deporre Gheddafi.
Con una espressione terribilmente ambigua, “un alto funzionario degli Stati Uniti affermava che l’amministrazione aveva sperato che le sollevazioni in Libia si sarebbero evolute ‘organicamente’, come quelle in Tunisia e in Egitto, senza il bisogno di un intervento straniero” – il che suona esattamente come il tipo di affermazione che si fa quando qualcosa inizia in un modo che non è “organico”, e quando si confrontano gli eventi in Libia come caratterizzati da un potenziale deficit di legittimità rispetto a quelli di Tunisia ed Egitto.
Eppure, il 14 marzo, Abdel Hafeez Goga del Consiglio Nazionale di Transizione asseriva:
“Siamo in grado di controllare tutta la Libia, ma soltanto dopo che verrà imposta la no-fly zone” – ma non è ancora così, dopo sei mesi!
Di più, in giorni recenti è stato rivelato che ciò a cui la leadership dei ribelli aveva giurato si sarebbe opposta – “stivali stranieri sulla nostra terra” – è invece una realtà confermata dalla NATO: “Reparti delle forze speciali dalla Gran Bretagna, Francia, Giordania e Qatar, presenti sul suolo libico, hanno incrementato le operazioni a Tripoli e in altre città, di recente, per aiutare le forze ribelli, mentre queste dirigevano la loro avanzata finale contro il regime di Gheddafi”.
Questa, e altre sintesi, grattano soltanto la superficie dell’ampiezza dell’appoggio esterno fornito ai ribelli.
Qui, il mito è quello dei ribelli nazionalisti, autosufficienti, forniti totalmente di sostegno popolare. Al momento, i sostenitori della guerra stanno dichiarando che l’intervento è un “successo”. Bisognerebbe sottolineare come c’è già stato un altro caso in cui una campagna aerea, dispiegata a sostegno di milizie armate locali sul terreno, aiutate da consiglieri militari degli Stati Uniti sotto copertura, è riuscita a deporre un altro regime, e anche molto più velocemente. Questo è il caso dell’Afghanistan. Un successo!

Sconfitta per la “sinistra”

Ripetendo lo schema degli articoli di condanna alla “sinistra” pubblicati sulla scia delle proteste per le elezioni in Iran del 2009 (vedi ad esempio Hamid Dabashi e Slavoj Zizek), la guerra in Libia, ancora una volta è sembrata aver fornito l’opportunità di prendere di mira la sinistra, come se questo fosse il primo punto all’ordine del giorno – come se “la sinistra” fosse il problema da affrontare.
Ecco allora degli articoli, a vari livelli di sfacelo intellettuale e politico, di Juan Cole [vedi alcune delle confutazioni: “Il caso del Professor Juan Cole,” “Lettera aperta al professor Juan Cole: replica ad una calunnia,” “Il professor Cole ‘risponde’ a WSWS (World Socialist Web Site) sulla Libia: un’ammissione di fallimento politico e intellettuale”], Gilbert Achcar (questo in modo particolare), Immanuel Wallerstein, e Helena Sheehan, che sembra essere arrivata ad alcune delle sue conclusioni più critiche in aeroporto al termine dell’appena sua prima visita a Tripoli.
Sembra esserci un po’ di confusione sui ruoli e le identità.
Non esiste una sinistra omogenea, né un accordo ideologico tra gli anti-imperialisti (che comprendono conservatori e libertari, tra anarchici e marxisti).
Nemmeno, la “sinistra anti-imperialista” si è trovata mai in una posizione tale da fare un vero danno sul campo, come nel caso degli effettivi protagonisti. C’è stata poca possibilità per gli anti-interventisti di influenzare la politica estera, che aveva preso forma a Washington già prima che fosse pubblicata qualsiasi seria critica contro l’intervento.
Questi punti suggeriscono che almeno alcune delle critiche sono mosse da preoccupazioni che vanno oltre la Libia, e che in ultima istanza con la Libia hanno anche ben poco a che fare.
L’accusa più comune è che la sinistra anti-imperialista sta in qualche modo coccolando un dittatore. L’argomentazione si fonda su un’analisi viziata – nel criticare la posizione di Hugo Chávez, Wallerstein afferma che è l’analisi di Chávez ad essere profondamente viziata, e tra le sue critiche presenta la seguente:
“Il secondo punto sbagliato nell’analisi di Chávez è che non è previsto nessun coinvolgimento militare significativo del mondo occidentale in Libia” (sì, leggete questo di nuovo!).
Infatti, molte delle contro argomentazioni presentate contro la sinistra anti-interventista echeggiano o riproducono per intero tutti i miti che sono stati smantellati qui sopra, che rendono la loro analisi geopolitica quasi del tutto sbagliata, e che perseguono politiche incentrate in parte sui personaggi e gli eventi del giorno.
Questo ci dimostra anche l’estrema povertà della politica fondata pregiudizialmente soprattutto su idee semplicistiche e unilaterali rispetto ai “diritti umani” e alla “protezione” (vedi il saggio critico di Richard Falk), e il successo del nuovo umanesimo militare nell’appropriarsi delle energie della sinistra.
E una domanda persiste: se coloro che si sono opposti all’intervento sono stati stigmatizzati per aver fornito uno scudo morale alla “dittatura” (come se l’imperialismo non fosse già di per sé una dittatura globale), che dire di quegli umanitari che hanno sostenuto l’ascesa di militanti razzisti e xenofobi che, secondo fonti molteplici, sono impegnati in un’operazione di pulizia etnica? Significa che la folla a favore dell’intervento è razzista? Costoro si oppongono al razzismo? Fin qui, ho sentito solo silenzio da questa direzione.
Il programma di intimidire l’uomo di paglia anti-imperialista maschera lo sforzo di frenare il dissenso contro una guerra inutile, che ha prolungato e aumentato la sofferenza umana; che ha sostenuto la causa dei membri delle compagnie guerrafondaie, delle società multinazionali e dei neoliberisti; che ha distrutto la legittimità delle istituzioni multilaterali, che un tempo erano apertamente impegnate per la pace nelle relazioni internazionali; che ha violato le leggi internazionali e i diritti umani; che ha testimoniato l’ascesa della violenza razzista; che ha fornito potenza allo Stato imperialista nel giustificare la sua continua espansione; che ha violato le leggi interne e ha ridotto il discorso dell’umanitarismo nelle grinfie di slogan semplicistici, di impulsi reazionari e di formule politiche che privilegiano la guerra come prima opzione.
Davvero, è la sinistra il problema, a questo punto?

* Maximilian Forte è professore associato al dipartimento di Sociologia e Antropologia alla Concordia University di Montreal, Canada.
Il suo sito web può essere consultato a: http://openanthropology.org/ , dove si possono leggere suoi precedenti articoli sulla Libia ed altre osservazioni sull’imperialismo.

Preso da: http://it.cubadebate.cu/notizie/2011/10/03/i-dieci-miti-che-hanno-piu-inciso-sulla-guerra-contro-la-libia/

Nelle accademie militari di tutto il mondo si studia la RESISTENZA ASIMMETRICA della JAMAHIRYA LIBICA


spot-libro

DAR! DAR! ZENGA! ZENGA!.
Nelle accademie militari di tutto il mondo si studia la RESISTENZA ASIMMETRICA della JAMAHIRYA LIBICA di GHEDDAFI: 9 mesi da soli contro una COALIZIONE di 40 STATI-BANDITI. Una cosa mai vista.
L’OPERAZIONE della NATO “TRIDENT JUNCTUR” (SICILIA 2015) VENNE CONCEPITA PER “COLMARE LE LACUNE” emerse nel 2011: contro un piccolo Paese massacrato, anche dall’interno, da un GolpeGuerra garibaldesco…Un piccolo Paese privo di aviazione, viene seppellito di bombe -nell’ipocrisia della No Fly Zone onusiana e nelle nebbie spettacolari che capovolgevano la Realtà!.
Di quella immane RESISTENZA, un GRANDE COMBATTENTE anticolonialista ne fu GUIDA POLITICA e MILITARE. Fecero il possibile. Che se ne offenda tuttora la MEMORIA non ci sorprende. Cosa dovrebbero ammettere?. Che sono tutti BANDITI CRIMINALI?. E anche incapaci!. In una situazione analoga, un imperialismo straccione come quello italiano->crollerebbe in due settimane, forse meno (dipende dal Papa).
GHEDDAFI ha dato LEZIONI a tutti: anche ai vigliacchi e corrotti stati africani. Non possono amarlo, nè seguirne le orme.
Fra 100 anni si parlerà ancora di MUAMMAR GHEDDAFI. Non crediamo invece che qualcuno si ricorderà di Giorgio Napolitano nè del circo boldrinesco e arcobaleNATO.
DAR! DAR! ZENGA! ZENGA!.
@TERRAELIBERAZIONE.

fotoperblog30aprile

TESTAMENTO.

Per 40 anni, o forse di più, ho fatto tutto quello che ho potuto per dare al popolo case, ospedali, scuole. E quando avevano fame, gli ho dato cibo. Ho trasformato Bengasi da un deserto in terra fertile, ho resistito agli attacchi del cowboy Reagan quando, tentando di uccidermi, ha ucciso un’orfana, mia figlia adottiva, una povera bambina innocente. Ho aiutato i miei fratelli e le mie sorelle africani con denaro per l’Unione Africana. Ho fatto d i tutto per aiutare il popolo a comprendere il concetto di vera democrazia, nella quale comitati popolari governano il nostro paese. Per alcuni tutto questo non bastava mai, gente che aveva case di 10 stanze, abbigliamento e mobilio ricchi. Egoisti come sono, chiedevano sempre di più a spese degli altri, erano sempre insoddisfatti e dicevano agli Statunitensi e ad altri visitatori che volevano “democrazia” e “libertà”. Non si volevano rendere conto che si tratta di un sistema di tagliagole, dove il cane più grosso divora tutto. Si facevano incantare da queste parole, non rendendosi conto che negli Usa non c’erano medicine libere, ospedali liberi, case libere, istruzione libera, cibo garantito. Per costoro non bastava nulla che facessi, ma per gli altri ero il figlio di Gamal Abdel Nasser, l’unico vero leader arabo e musulmano che avessimo avuto dai tempi di Saladino, un uomo che restituì il Canale di Suez al suo popolo come io ho rivendicato la Libia per il mio popolo. Sono state le sue orme che ho cercato di seguire, per mantenere il mio popolo libero dal dominio coloniale, dai predoni che ci vorrebbero derubare…
Ora sono sotto attacco dalla più grande forza militare della storia. Il mio piccolo figlio africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, le nostre libere abitazioni, la nostra libera medicina, la nostra libera istruzione, il nostro cibo sicuro, e sostituirlo con il ladrocinio stile Usa chiamato “capitalismo”. Ma noi tutti, nel Terzo Mondo, sappiamo cosa ciò significhi. Significa che le imprese governano i paesi, il mondo, e che i popoli soffrono. Così per me non c’è alternativa, devo resistere e, se Allah vorrà, morirò seguendone la via, la via che ha arricchito il nostro paese di campi fertili, viveri, salute e ci ha perfino consentito di aiutare i nostri fratelli africani e arabi a lavorare qui con noi, nella Jamahiriya libica.
Non desidero morire, ma se dovessi arrivarci, per salvare questa terra, il mio popolo, le migliaia di miei figli, che allora sia.
Lasciate che questo testamento sia la mia voce al mondo. Dica che mi sono opposto agli attacchi dei crociati Nato, alla crudeltà, al tradimento, all’Occidente e alle sue ambizioni colonialiste. Che ho resistito insieme ai miei fratelli africani, ai miei veri fratelli arabi e musulmani. Ho cercato di fare luce, quando altrove si costruivano palazzi, ho vissuto in una casa modesta e in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non ho sprecato le nostre ricchezze nazionali e, come Saladino, il nostro grande condottiero musulmano che salvò Gerusalemme per l’Islam, ho preso poco per me…
In Occidente qualcuno mi ha definito “pazzo” e “demente”. Conoscono la verità, ma continuano a mentire. Sanno che la nostra terra è indipendente e libera, non soggetta al colonialismo. Sanno che la mia visione e il mio cammino sono sempre stati onesti e nell’interesse del mio popolo. Sanno che lotterò fino all’ultimo respiro per mantenerci liberi. Che Dio ci aiuti.
Muammar Gheddafi

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Preso da: https://terraeliberazione.wordpress.com/calendario/

Onu, la grande ipocrisia: l’Arabia Saudita nel Consiglio dei Diritti Umani( nel 2016), la Russia esclusa

Se Mosca ha perso il suo seggio al Consiglio dei Diritti Umani Onu, chi non si scolla dalla poltrona è l’Arabia Saudita. Che nel 2015 ha battuto il record di esecuzioni, e continua a bombardare lo Yemen
Perché l'Arabia Saudita è nel Consiglio dei Diritti Umani Onu? (© )
Perché l’Arabia Saudita è nel Consiglio dei Diritti Umani Onu? (© )
NEW YORK – Che la storia delle Nazioni Unite sia costellata di ambiguità e decisioni controverse non è affatto una novità. Ma il culmine del paradosso lo si raggiunge dando uno sguardo alla composizione del Consiglio Onu per i Diritti Umani. Che il 28 ottobre scorso ha «rinnovato» il suo aspetto, assegnando i 147 seggi disponibili eletti a scrutinio segreto. Ebbene, oggi nel Consiglio vediamo seduti due Paesi come l’Arabia Saudita e l’Egitto. Grande esclusa, invece, la Russia, bersagliata da mesi per il suo controverso intervento in Siria a fianco di Bashar al Assad.

Arabia Saudita nel 2016 ai vertici del Consiglio
Quanto all’Egitto, la sua elezione nel Consiglio ha fatto parecchio scalpore, soprattutto nel Belpaese. Perché il caso Regeni, caso sul quale ancora non si è fatta luce a causa dell’omertà del Cairo, è vivido nella memoria degli italiani tutti. Se possibile ancora più stupefacente la presenza dell’Arabia Saudita, il cui ambasciatore, Faisal bin Hassan Trad, è stato addirittura nominato a capo dello stesso Consiglio per l’anno 2016. Una decisione, presa nel settembre 2015, molto criticata dagli attivisti, visto che era appena stato condannato a morte il 20enne Ali Mohammed Al Nimr, arrestato a soli 17 anni per aver partecipato a una manifestazione contro il regno saudita. Senza contare che Riad era ed è attualmente impegnata, nel silenzio della comunità internazionale, a bombardare lo Yemen, causando migliaia di vittime.
Il record delle esecuzioni nel mondo
Il curriculum dell’Arabia Saudita parla da solo. I sauditi detengono il triste record delle esecuzioni nel mondo: sono centinaia i condannati uccisi dalla spada dei boia di Riad negli ultimi dieci anni. Dal 2011 le esecuzioni sono tornate a registrare numeri intorno al centinaio ogni anno, trend che non accenna a invertirsi: e il 2015 è stato l’anno che ha fatto segnare il maggior numero di esecuzioni dal 1995. Tra agosto 2014 e giugno 2015 sono state messe a morte almeno 175 persone, una media di un’esecuzione ogni due giorni.
Alla faccia dei diritti umani
Lapidazione, impiccagione e, soprattutto, decapitazione in pubblico sono le tecniche di esecuzione previste dalle leggi saudite. E tra i reati punibili con la pena di morte ci sono, oltre all’omicidio, anche adulterio, sodomia e omosessualità. Un’altra categoria a rischio è quella dei lavoratori provenienti dai Paesi più poveri dell’Asia Centrale e del sud-est asiatico, ridotti in schiavitù, costretti a lavorare in condizioni inumane, senza diritti, garanzie, privati di cibo e acqua e vittime di violenze. Anche per le donne, il cui processo di emancipazione procede decisamente a rilento, le discriminazioni di genere rimangono molto forti: possono studiare e laurearsi, ma spesso l’ostacolo più grande si ha al momento dell’accesso al lavoro. Ci sono donne che ricoprono anche incarichi di alto livello all’interno delle aziende del Paese, ma generalmente appartengono a un élite sociale ed economica.
Amici dei terroristi
Senza contare il supporto operativo ed economico che le petromonarchie del Golfo Persico forniscono al terrorismo che distrugge il Medio Oriente e minaccia l’Occidente (ASCOLTA ANCHE «Terrorismo, ‘Occidente complice perché è migliore amico dei migliori amici dei terroristi’»). Nonostante tutto questo, Riad rimane uno dei «migliori amici» dell’Occidente nella regione, e continua a essere foraggiata di armi dalle civili democrazie dell’Ovest (tra cui anche dall’Italia: LEGGI ANCHE: «Quelle bombe italiane all’Arabia Saudita, su cui indaga la procura di Brescia»). E soprattutto, conserva il suo seggio dorato nel Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, uno Stato che viola sistematicamente i diritti umani in patria e all’estero.
L’appello di Amnesty e di Human Rights Watch
Proprio per questo motivo, lo scorso giugno Amnesty International e Human Rights Watch hanno chiesto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di sospendere l’Arabia Saudita dal Consiglio dei Diritti Umani «fino a quando non cesserà gli attacchi illegali condotti nello Yemen dalla coalizione di cui è alla guida e tali attacchi non saranno oggetto di indagini credibili e imparziali». Secondo le due organizzazioni, Riad, nello scenario yemenita, si è macchiata di orribili crimini di guerra. «Le ampie prove disponibili sui crimini di guerra commessi dalla coalizione a guida saudita nello Yemen avrebbero dovuto essere indagate dal Consiglio dei diritti umani. Invece, l’Arabia Saudita ha sfruttato cinicamente la sua posizione all’interno dell’organismo per impedire una risoluzione che avrebbe avviato un’indagine internazionale e per far approvare un’inutile risoluzione per l’istituzione di una commissione d’inchiesta yemenita: commissione che, nove mesi dopo, non ha fatto nulla per indagare sulle denunce di crimini di guerra e altre gravi volazioni dei diritti umani», ha sottolineato Richard Bennet, direttore dell’ufficio di Amnesty International presso le Nazioni Unite.
Le pressioni di Riad
Ma come ha potuto l’Arabia Saudita mantenere il proprio ruolo nel Consiglio nonostante le evidenti e macroscopiche violazioni degli standard sui diritti umani? Semplice: facendo pressioni. Perchè Riad ha più volte evitato di essere chiamata a rispondere del suo operato, premendo sulle Nazioni Unite affinché la coalizione a guida saudita impegnata nel conflitto dello Yemen venisse tolta dall’elenco degli Stati e dei gruppi armati che nel 2015 hanno violato i diritti dei bambini nei conflitti armati. Per ottenere questo risultato, l’Arabia Saudita ha minacciato di ritirarsi dalle Nazioni Unite, di cessare di finanziare i progetti umanitari e di portare su queste posizioni i Paesi amici. E nonostante le numerose prove a disposizione sui crimini di guerra, i principali alleati dell’Arabia Saudita, tra cui Stati Uniti, Regno Unito e Italia, non hanno smesso di inviare armi da usare nello Yemen.
Il metodo di assegnazione dei seggi: Riad non aveva competitor, la Russia sì
Chi invece al Consiglio dei Diritti Umani non conserva più il suo seggio è la Russia. Che l’Occidente – impassibile davanti alla condotta dell’Arabia Saudita – ha spesso accusato platealmente di crimini di guerra in Siria, accuse sempre respinte da Mosca. I media russi hanno molto criticato tale decisione, inquadrandola nella «mania antirussa» degli ultimi tempi. C’è da dire che la stessa modalità in cui vengono assegnati i seggi è piuttosto controversa, ed è una delle ragioni per cui Riad è riuscita ad ottenerne uno mentre Mosca no. Perché l’assegnazione viene gestita sulla base di cinque gruppi regionali. Quest’anno, per quello asiatico c’erano 4 candidati per i 4 posti disponibili, conquistati quindi a mani basse da Arabia Saudita, Cina, Giappone e Iraq. Quanto al gruppo dell’Est Europa, Croazia, Russia e Ungheria si sono contesi i due posti disponibili. La Russia è rimasta esclusa.
La grande ipocrisia
Ora, se a seguito dell’intervento siriano per qualcuno sarà anche comprensibile l’esclusione della Russia (ma tanto ci sarebbe da dire sulle stesse civili democrazie occidentali), la presenza dell’Arabia Saudita rimane ad ogni modo inconcepibile. E rende evidente come tale meccanismo di assegnazione concorra a creare storture e a minare l’integrità di un organismo come il Consiglio dei Diritti Umani, dove i seggi dovrebbero essere assegnati innanzitutto sulla base del comportamento dei singoli candidati. Invece, gli Stati che conquistano il proprio seggio senza competizione – come accaduto per Riad – finiscono per non essere scrutinati in base al proprio curriculum. Secondo Human Rights Watch, ogni candidato dovrebbe guadagnarsi il proprio posto, indipendentemente da accordi dietro le quinte e equilibri prettamente numerici. Perché il fatto che il grande amico dell’Occidente Riad sieda in un organismo preposto alla tutela dei diritti umani (e ne sia stata anche ai vertici) è una insostenibile e inaccettabile ipocrisia.

Preso da: http://esteri.diariodelweb.it/esteri/articolo/?nid=20161104_395177

Perchè hanno ucciso Gheddafi 2.0

Oggi risulta difficile guardare con ottimismo tanto al futuro del progetto quanto a quello del popolo libico. Per la loro democrazia dovevano eliminare quel “cattivo dittatore” che sognava di dare acqua gratis a tutti per mille anni, a quel “cane rabbioso” che voleva rendere verde come la bandiera della Libia il deserto più arido al mondo, ed oggi, dopo le bombe di pace, dopo la morte di Mu’Ammar Gheddafi, la Libia è un inferno, e l’Africa ed il medioriente intero hanno perso quello straccio di stabilità che il Rais riusciva, nonostante tutto, a garantire.

di Luca Pinasco – 23 ottobre 2014

È doveroso dissociarsi dal delittuoso oblio della memoria promosso con le menzogne dalla propaganda nostrana, è doveroso riabilitare e mantenere vivo il ricordo di un leader che sognava libertà per il suo popolo, è doveroso raccontare le criminali azioni eseguite dalla NATO per impedirglielo. Ecco perchè dopo aver descritto i motivi che hanno spinto le nazioni alleate ad abbattere con la forza il regime di Mu’Ammar Gheddafi, tra i quali i suoi tentativi di liberare la Libia e l’Africa tutta dalle dipendenze occidentali nella politica, nell’economia e nella tecnologia, ho deciso di continuare con la serie di articoli “Perchè hanno ucciso Gheddafi?”.
Risale al lontano 1953, casualmente, durante la ricerca di giacimenti petroliferi nel deserto a sud della Libia, la scoperta di enormi bacini d’acqua fossile accumulati durante il periodo della glaciazione. Dopo il colpo di stato del 1 settembre 1969, ai danni di re Idris e Hasan, giudicati dal popolo libico troppo filo-occidentali e poco curanti del benessere della nazione, il nuovo governo Jamahiriyya guidato da Gheddafi ha avuto tra i primi obiettivi quello di nazionalizzare le compagnie petrolifere e di utilizzare i relativi proventi al fine di fornire l’ acqua potabile, considerata un diritto, a tutto il paese.
Così, nei primi anni di governo fu concepita la titanica opera “Great Man Made River” che vide luce nel 1984, quando Gheddafi pose la prima pietra per la costruzione del tubificio a Brega. Da allora iniziarono gli scavi per la costruzione di un enorme fiume artificiale con lo scopo di desalinizzare e trasportare 6.500.000 metri cubi di acqua potabile al giorno dai bacini del deserto fino alle città. Per realizzarlo furono costruiti più di 500.000 tubi in calcestruzzo, migliaia di chilometri di autostrade, sui quali i camion da trasporto hanno percorso in totale una distanza superiore al doppio di quella dalla terra al sole, per realizzare tutto ciò fu sostenuta dal governo libico una spesa totale di oltre 35 miliardi di dollari. Fu tale la maestosità di quest’opera che ancora oggi è definita dai libici “L’ottava meraviglia del mondo”. Il progetto si componeva di cinque fasi, tre delle quali sono state completate prima della guerra del 2011. Nel 1996 durante l’inaugurazione d’apertura della seconda fase Gheddafi disse: “Questa è la più grande risposta all’ America e tutte le forze del male che ci accusano di essere coinvolti con il terrorismo. Siamo preoccupati solo della pace e del progresso. L’America è contro la vita e spinge il mondo verso l’oscurità”.
Il Great Man Made River, non solo ha migliorato molto la qualità della vita di tutti i cittadini libici, fornendo acqua dolce in quantità in uno dei luoghi più aridi della terra, dunque la disponibilità di dissetare se stessi, il bestiame, di lavarsi e radersi quotidianamente, ma ha creato le condizioni per lo sviluppo e la diversificazione di un’economia basata soltanto sul commercio d’idrocarburi, favorendo la nascita di un ampissimo spazio di produzione alimentare, coltura di cereali, frutta, verdura, alimenti per animali, in pieno deserto, dando al paese sia la possibilità di sganciarsi dal fabbisogno esterno di acqua e alimenti, che un posto di primato nell’ agribusiness, diventando competitor di grandi multinazionali e di stati leader nel settore come Israele o California. Oltretutto grazie alle competenze specializzate sviluppate dai cittadini libici durante la costruzione del progetto, la Libia è diventata un paese leader anche nella progettazione idrogeologica, ed ha cercato di utilizzare tali competenze per favorire altri stati africani.
Invece di appoggiare questo progetto con tutti i vantaggi che ne derivavano per l’Africa, enti sovranazionali come la Banca Mondiale, le Nazioni Unite ed il Fondo monetario internazionale, sfruttando un contesto globale dove il fabbisogno di acqua è soddisfatto per poco più di metà della popolazione, il consumo aumenta più che proporzionalmente rispetto alla crescita demografica e le riserve d’acqua diminuiscono insieme ai terreni agricoli, a partire dagli anni 90, hanno spinto gli stati a forme sempre più aggressive di privatizzazione, monopolizzazione e conseguente tariffazione delle risorse idriche. Questo genere di politiche rientrano nello schema di asservire i popoli attraverso il controllo delle loro risorse, cosa al quale Gheddafi ha sempre cercato di opporsi in tutti i settori, dall’ energetico al finanziario, dal militare all’alimentare.
Il resto è storia. Il progetto ha raggiunto la sua terza fase quando, durante la guerra in Libia, nonostante il governo abbia avvertito che “se il Great Man Made River venisse danneggiato, sarebbe una catastrofe umanitaria ed ambientale”, il 22 luglio 2011, i padroni occidentali hanno effettuato gli ormai consueti “bombardamenti umanitari” a Berga, distruggendo il principale tubificio per la manutenzione delle strutture e un importante luogo di fornitura d’acqua attraverso gasdotto. Oggi risulta difficile guardare con ottimismo tanto al futuro del progetto quanto a quello del popolo libico. Per la loro democrazia dovevano eliminare quel “cattivo dittatore” che sognava di dare acqua gratis a tutti per mille anni, a quel “cane rabbioso” che voleva rendere verde come la bandiera della Libia il deserto più arido al mondo, ed oggi, dopo le bombe di pace, dopo la morte di Mu’Ammar Gheddafi, la Libia è un inferno, e l’Africa ed il medioriente intero hanno perso quello straccio di stabilità che il Rais riusciva, nonostante tutto, a garantire.

2016: L’Italia spende 160mila euro al giorno per occupare la Libia

Lo veniamo a sapere da un articolo preso dalla Repubblica
Ovviamente ti spiegano che è una missione umanitaria, non militare, certo, i militari che non fanno i militari, bene.

L’Italia spende 160mila euro al giorno per la missione in Libia

Stanziati 17,4 milioni dal 13 settembre a fine anno. I numeri emergono dal decreto fiscale collegato alla Manovra, i vertici di Esteri e Difesa: “E’ missione umanitaria e non militare”. Nel testo anche gli stipendi dei soldati: il generale di brigata prende per questa missione 7.180 euro al mese (escluso vitto e alloggio), al pari dei colonnelli


di VALENTINA CONTE  ROMA – L’operazione Ippocrate dei nostri militari in Libia costa 17 milioni e 388 mila euro per 109 giorni, dal 13 settembre (quando il ministro della Difesa Pinotti l’ha annunciata al Parlamento) al 31 dicembre prossimo. Cifra appena stanziata dal governo nel decreto fiscale che trasforma Equitalia in braccio dell’Agenzia delle entrate, rottama le cartelle esattoriali e riapre i termini della voluntary disclosure, la regolarizzazione dei capitali illegali, detenuti all’estero o in Italia.

Oltre 17 milioni di euro volano in Libia, dunque. Una cifra che equivale a circa 160 mila euro al giorno. Ovvero 528 euro in media al dì a persona. Parliamo di 302 uomini “on the ground”, sul terreno (in realtà due di questi sono impegnati nella missione delle Nazioni Unite Unsmil). Ma attenzione: non si tratta di “boots” (soldati), piuttosto di “meds on the ground”: 60 tra medici e infermieri, 135 per supporto logistico, 100 per la sicurezza. Insomma “stiamo mandando un ospedale, non una portaerei”, traduce il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

“Una missione umanitaria e non militare”, chiarisce anche la Pinotti. Che ruota tutta attorno all’ospedale da campo montato dagli italiani in stretta sinergia con l’ospedale civile di Misurata, come da richiesta del premier libico Serraj in una lettera al governo italiano dell’8 agosto scorso. Spigolando tra i numeri del decreto fiscale, si scopre che i 17 milioni e rotti si suddividono così: 4,8 milioni tra stipendi e indennità, 7,8 milioni per viveri, logistica, noleggi, interpreti, funzionamento dei mezzi (209 terrestri, una nave e due aerei), 4,8 milioni di “oneri una tantum”.

Militari operazione “Ippocrate” 300
Militari Unsmil 2
MEZZI E MATERIALI MILITARI IN TEATRO
terrestri 209
navali 1
aeromobili 2
SPESE DI PERSONALE mensili
Diaria, 185% indennità impiego operativo 1.329.219
SPESE DI FUNZIONAMENTO mensili
Viveri, supporto logistico, funzionamento mezzi militari 2.135.213
ONERI UNA TANTUM 4.800.565
spese di trasporto e rifornimenti anche con aerei militari 2.000.000
acquisto materiali speciali, dispositivi di auto protezione e tlc 800.000
spese pre e post impiego 1.500.000
canoni flussi satellitari 500.000
RIEPILOGO per 109 gg spesa per 109 gg
spese di personale 4.829.494
spese di funzionamento e una tantum 12.558.506
TOTALE ONERI MISSIONE 17.388.000

Cosa sono questi “oneri una tantum”? Due milioni se ne vanno per spese di trasporto e rifornimenti anche con aerei militari. Un altro milione e mezzo serve per le “spese pre e post impiego”: manutenzione e riparazione di mezzi, aerei e materiali, completamento delle dotazioni perdute o distrutte, contratti per mezzi speciali, esami del sangue per conseguire l’idoneità, addestramento. Infine mezzo milione di canoni per i flussi satellitari.

Quanto alle buste paga – fatte di diaria, maggiorazioni, compensi forfetari – la Ragioneria calcola che il generale di brigata prende per questa missione circa 7.180 euro al mese (escluso vitto e alloggio), al pari dei colonnelli. Un capitano viaggia attorno ai 6.500 euro. Un sergente se la cava con 4.600 euro. Capitani di fregata e di corvetta si assicurano un’indennità di quasi 3.200 euro al mese. 

Libia: nuove verità su una guerra sporca

6 ottobre 2016
MENZOGNE E BUONI PROPOSITI
Non abbiamo molto tempo. È una questione di giorni, forse di ore. Ogni ora e giorno che passano significano un ulteriore giro di vite e di repressione contro la popolazione civile che vuole la libertà; ogni ora e giorno che passano aumenta il peso della responsabilità sulle nostre spalle”.

Era il 17 marzo del 2011 quando davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel pieno della crisi libica, il Ministro degli Esteri francese Alain Juppè pronunciava queste parole con la determinazione ed il pathos tipici dell’uomo di governo quando mente.
La Comunità internazionale doveva decidere se accettare la Risoluzione 1973 voluta dalla Francia per imporre la no-fly zone alla Libia: di fatto autorizzare l’intervento militare occidentale al fianco dei ribelli anti-Gheddafi.
In Occidente la menzogna si motiva sempre di buoni propositi; e così mentre la Francia giurava solennemente a se stessa e al mondo che mai avrebbe abbandonato “le popolazioni civili e le vittime della brutale repressione, al loro destino” e mai avrebbe permesso “che lo stato di diritto e la morale internazionale venissero calpestati”, i dirigenti dei più importanti gruppi industriali francesi (Total, Eads e Thalys) si incontravano a Bengasi con i componenti del Consiglio Nazionale Libico, per spartirsi la preda; Consiglio composto da capi ribelli opportunamente selezionati ed istruiti da Parigi grazie all’attività frenetica di Bernard-Henry Levi il “filosofo” sodale di Sarkozy, esperto di manipolazioni mediatiche; giusto per capire quanto spontanea fu la “rivolta del popolo contro Gheddafi”.
UNA RELAZIONE SHOCK
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Che la guerra alla Libia sia stato tutto tranne un sussulto umanitario dell’Occidente, ormai è dominio comune (e non solo dei soliti complottisti che lo spiegavano già nel 2011). Gli ultimi ad ammetterlo sono gli inglesi in una relazione shock del Parlamento britannico che ovviamente invano cercherete sui media.

Nelle 46 pagine presentate dalla Commissione Affari Esteri si afferma che:
1) L’intervento britannico in Libia al seguito della Francia è avvenuto al buio senza le necessarie conoscenze di ciò che stava realmente accadendo in quel paese
2) La violazione dei diritti umani di massa da parte di Gheddafi (alla base dell’intervento) non è mai stata confermata; mentre è confermato che crimini (esecuzioni sommarie anche di civili e torture) furono compiuti da entrambe le parti, quindi anche dai ribelli che in Occidente venivano dipinti come pacifici e democratici
3) I Servizi d’intelligence britannici furono inadeguati a comprendere la misura della presenza islamista legata ad Al Qaeda all’interno dei famosi ribelli “moderati”
4) La risoluzione Onu prevedeva l’embargo della armi alle parti in guerra, ma molti paesi la violarono (dopo averla imposta) rifornendo di armi i ribelli anti-Gheddafi
5) La sconfitta militare del regime avvenne solo grazia alla “combinazione tra forza aerea della coalizione, fornitura di armi, di intelligence e di personale militare (anche da Turchia, Arabia Saudita e Qatar) garantito ai ribelli”. In altre parole senza l’intervento straniero Gheddafi non sarebbe caduto.
6) Vi erano disponibili almeno due opzioni politiche “se il governo britannico avesse aderito allo spirito della risoluzione 1973; ma non furono mai percorse.
UMANITARISMO????
La relazione parlamentare inoltre dà credito alle rivelazioni di Sidney Blumenthal, consigliere personale di Hillary Clinton (allora Segretario di Stato), che, in una mail a Hillary, spiegò le vere ragioni dell’attivismo francese:
A) ottenere una maggiore quota di produzione di petrolio (soppiantando il ruolo dell’Eni aggiungiamo noi)
B) Aumentare l’influenza francese in Nord Africa
C) Migliorare la sua situazione politica interna in Francia (in vista della scadenza elettorale)
D) Fornire ai militari francesi l’opportunità di riaffermare la propria posizione nel mondo
E) Scongiurare il progetto di Gheddafi di soppiantare la Francia come potenza dominante nell’Africa francofona (attraverso la creazione una moneta panafricana che avrebbe sostituito il Franco Francese Africano)
Altro che umanitarismo e difesa del diritto internazionale!
La guerra alla Libia rimane una delle più disastrose (e vergognose) pagine dell’Occidente e una delle cause dell’attuale disastro mediorientale. La distruzione della Libia ha consentito l’espansione del terrorismo jihadista nel Mediterraneo (come previsto dallo stesso Gheddafi) e generato il dramma dei profughi in Europa.
Un grazie sentito a chi di dovere.