Ininterrotti crimini di guerra in Yemen dalla criminale coalizione saudita, in un vergognoso silenzio globale

A cura di Enrico Vigna

 

Mentre la coscienza della solidarietà internazionale è attenuata e l’attenzione internazionale langue, sepolta dalla disinformazione o peggio dall’indifferenza, quelle organizzazioni che affermano di essere impegnate per i “diritti umani”, si rivelano estranee o distratte  circa l’eccidio sistematico commesso dalla coalizione americano-saudita e loro complici, contro civili, donne e bambini, sistematicamente e ferocemente da cinque anni, ogni giorno nello Yemen.

 

Dove sono i cantori del “dirittoumanesimo” globale, gli accusatori di “regimi e stati canaglia” indicati da USA e Israele, i praticanti le varie  “rivoluzioni colorate” in ogni dove ci sono  ingiustizie…tranne dove possono infastidire o contrastare interessi NATO o statunitensi?

Perché non levano le loro voci influenti “mediaticamente ed economicamente”, perché tacciono?

Nello Yemen da cinque si attua anni una guerra soprattutto sulla popolazione che vive in prima linea, sottoposta a attacchi indiscriminati che continuano senza sosta, senza alcuna segnale di discontinuità.

Una guerra che ha prodotto finora 3 milioni 650.000 sfollati, continuamente in crescita.

Una aggressione spietata dove non esiste la parola umanitario, dove il cosiddetto diritto internazionale umanitario che dovrebbe proteggere i civili, all’interno di un conflitto è quotidianamente calpestato nel silenzio, letale, internazionale.

 

 

 

Secondo molti testimoni e denunce, la coalizione saudita utilizza armamenti USA, prodotti e forniti dalla società Gazal Dynamics, che è fornitrice del sistema aeronautico americano, il quale ha in dotazione  bombe e missili come l’Mk 82, un missile a caduta libera leggera.

La coalizione guidata da Arabia Saudita e Stati Uniti non rispetta i minimi obblighi ai sensi delle leggi di guerra, e utilizza l’armamento statunitense in attacchi palesemente sproporzionati e indiscriminati, che provocano migliaia di vittime civili e danni a strutture civili nel paese arabo.

Dal marzo 2015, la coalizione saudita, ha iniziato questa guerra contro lo Yemen con l’obiettivo dichiarato di schiacciare il movimento Houthi di Ansarullah, che aveva preso il potere e cacciato il fedele alleato di Riyadh, l’ex presidente fuggitivo Abd Rabbuh Mansur Hadi.

Ininterrotti crimini di guerra in Yemen dalla criminale coalizione saudita, in un vergognoso silenzio globale      
Anche secondo il quotidiano La Repubblica: “… Nello Yemen, negli ultimi mesi la crisi umanitaria si è ulteriormente aggravata, restando il punto del mondo dove si sta consumando la tragedia peggiore degli ultimi trent’anni. Un conflitto che, così come è avvenuto in Siria, colpisce soprattutto la popolazione civile, fin dall’inizio della guerra. Dallo scorso dicembre, infatti, nella sostanziale indifferenza della cosiddetta “comunità internazionale” e della maggior parte del sistema mediatico, qualcuno si è messo a calcolare che, di fatto, tre civili ogni giorno vengono uccisi, in media una vittima ogni 8 ore. ..Tre anni e oltre 600.000 persone yemenite morte e ferite, impedendo ai pazienti di recarsi all’estero per cure e bloccando l’ingresso delle medicine nel paese dilaniato dalla guerra…”.

Dopo gli innumerevoli bombardamenti sulle infrastrutture civili e gli ospedali, oggi sono oltre 2.400 i morti di colera e la crisi ha innescato quello che le Nazioni Unite hanno descritto come il peggior disastro umanitario del mondo.

Gli abitanti della provincia di Hodeidah hanno organizzato manifestazioni di protesta per le aggressioni criminali nel loro territorio contro la popolazione.
Una manifestazione di protesta è stata organizzata dagli  abitanti della provincia di Hodeidah per condannare l’ultimo crimine commesso dagli attacchi aerei sauditi contro i prigionieri nella provincia di Dhamar.
I partecipanti hanno lanciato slogan ed esposto  striscioni per denunciare i crimini del terribile massacro, che ha lasciato decine di prigionieri morti e feriti, che erano elencati nell’accordo di scambio firmato a Stoccolma.

La popolazione ha urlato il suo sdegno e ritiene le Nazioni Unite e la comunità internazionale pienamente responsabili degli atroci crimini commessi dall’aggressione contro il popolo yemenita.
Il 1° settembre l’aggressione aerea di USA-Arabia Saudita aveva lanciato sette incursioni su un edificio utilizzato per prigionieri di guerra a nord della provincia di Dhamar. Più di 150 persone sono state uccise e ferite nel massacro, mentre ancora continua il processo di recupero dei corpi delle vittime.      3 settembre 2019

 

A cura di Enrico Vigna, CIVG

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-ininterrotti_crimini_di_guerra_in_yemen_dalla_criminale_coalizione_saudita_in_un_vergognoso_silenzio_globale/24790_30674/

La Libia inquinata da mine, trappole esplosive e armi abbandonate

Un gigantesco supermercato di armi incustodite e l’ipocrisia dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu
[14 Febbraio 2020]
Il ministro degli esteri  Di Maio ieri era a Bengasi, per incontrare il capo della Libyan National Army (LNA), il generale Khalifa Haftar, che assedia Tripoli e che controlla gran parte della Libia grazie all’appoggio di Russia, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Francia. Di Maio ha ribadito ad Haftar (al fianco del quale combattono mercenari russi, ciadiani e sudanesi) che «L’Italia non accetta alcuna interferenza esterna e che bisogna lavorare con impegno per un cessate-il-fuoco permanente».
Il giorno prima il nostro ministro degli esteri era stato in missione a Tripoli, dove a aveva incontrato  il primo ministro Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj, premier del Governo di accordo nazionale (GNA), riconosciuto dalla comunità internazionale (e dall’Italia) e sostenuto dalla Turchia e dal Qatar, anche con armi e mercenari jihadisti siriani.

Lo stesso giorno in cui Di Maio a Tripoli rinnovava – con qualche buona intenzione umanitaria che non prevede però date e impegni certi – il patto anti-migranti con al-Sarrāj e per armare ancora di più le milizie che lo sostengono, il Consiglio di sicurezza dell’Onu adottava (con 14 voti a favore e l’astensione della Russia) l’ennesima risoluzione di condanna della recrudescenza delle violenze in Libia e reclamava l’attuazione del cessate il fuoco «secondo i termini convenuti dalla Commissione militare congiunta riunita la settimana scorsa a Ginevra sotto l’egida di Ghassan Salamé, il rappresentante speciale dell’Onu in Libia».
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Peccato che tra i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza ci siano 3 dei Paesi – ma c’era anche l’Italia per la gioia dell’allora ministro della guerra Ignazio La Russa – che Di Maio a Tripoli ha accusato (giustamente) di aver compiuto un grosso errore bombardando la Libia per far fuori il regime di Gheddafi (Francia, Gran Bretagna e Usa), mentre gli altri due, Russia e Cina, sostenevano l’ex Leader.
Il Consiglio di sicurezza ha anche condannato il recente blocco degli impianti petroliferi da parte di Haftar e ha sottolineato che «Le operazioni devono continuare senza ostacoli, a vantaggio di tutti i libici», quando è invece evidente che gran parte dei profitti del petrolio finiscono nelle mani delle milizie e dei trafficanti di armi e che sarà molto difficile far rispettare l’embargo delle importazioni di armi in Libia e che, anche se ci si riuscisse, il Paese pullula di armi disponibili ovunque e a costi bassissimi.
In una situazione del genere, suona ipocrita chiedere il ritiro di tutti i mercenari stranieri e che gli Stati membri dell’Onu non intervengano in un conflitto in cui molti paesi sono coinvolti fino al collo. E questa ipocrisia è resa ancora più evidente dall’appello lanciato dal 23esimo International Meeting of Mine Action National Directors and UN Advisers (NDM-UN23) che si conclude oggi all’ufficio Onu di Ginevra, secondo il quale «Le città libiche sono state “ricontaminate” da mesi di combattimenti». Gli esperti di sminamento delle mine antiuomo e l’UN Mine Action Service (Unmas) denunciano che «Le ostilità in corso in Libia hanno lasciato numerose città gravemente “ri-contaminate” con ordigni inesplosi, minacciando scuole, università e ospedali»
Un allarme sulla presenza di ordigni inesplosi e materiale militare abbandonato (Unexploded Ordnance – UXO) che è il risultato di mesi di guerra civile e per procura alla periferia di Tripoli tra le milizie dello GNA e quelle dell’LNA.
Qualche giorno fa, il negoziatore dell’Onu per un cessate il fuoco duraturo in Libia, Ghassan Salamé ha detto che in Libia ci sono almeno 20 milioni di UXO e Bob Seddon, threat mitigation officer dell’Unmas in Libia ha aggiunto che «La spesa per gli ordigni e la minaccia rappresentata dai resti della guerra esplosivi è aumentata e, purtroppo, molte delle aree che erano state precedentemente bonificate dagli UXO sono state nuovamente contaminate a seguito dei combattimenti. La Libia ha la più grande scorta di munizioni incontrollate al mondo. Si stima che in tutta la Libia ci siano tra le 150.000 e le 200.000 tonnellate di munizioni incustodite».
Si tratta di un gigantesco supermercato diffuso di armi – e in alcuni casi abbandonato – che ha creato un’enorme insicurezza all’interno della Libia e al di fuori dei suoi confini. A margine dell’ NDM-UN23 di Ginevra, Seddon ha spiegato che l’assedio di Tripoli ha distolto le forze di sicurezza libiche dalla guerra contro Al Qaeda e lo stato Islamico/Daesh e che questo «Ora sta causando un problema in tutta l’Africa. Non ho mai visto livelli così alti di contaminazione da armi in 40 anni di carriera».
Intanto, mentre il Consiglio di Sicurezza dell’Onu crede ancora alla favola del petrolio che va a bneficio di tutti i libici, nel 2019 il numero di sfollati interni in Libia ha raggiunto la cifra record di circa 343.000 persone, con un aumento dell’80% sul 2018, e Seddon cinferma he «E’ il popolo libico che sta affrontando in pieno l’impatto dell’insicurezza protratta che ha fatto seguito al rovesciamento dell’ex Il presidente Muammar Gheddafi, nel 2011».
Secondo l’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs dell’Onu (OCHA).Alla fine del 2019 in Libia risultavano uccisi o feriti almeno 647 civili, la maggioranza a Tripoli, ma nessuno sa cosa sia successo e stia succedendo davvero nelle altre aree del Paese e cosa succeda nelle aree controllate dalle milizie tribali e da Al Qaeda e dal Daesh.
A causa della guerra in corso, in Libia sono rimasti pochissimi uomini dell’Unmas il cui compito comporta anche un approccio molto più ampio rispetto al disinnesco di una mina o della rimozione di un altro dispositivo esplosivo artigianale (Improvised explosive device – IED).
Seddon spiega ancora: «Per essere davvero efficaci nella gestione degli IED … non si tratta solo di rimuovere gli IED che sono stati posati. Richiede forze di polizia efficaci, risposte efficaci agli incidenti IED, buone analisi forensi … Non è solo un problema militare, è anche un problema di polizia. Non vedo come, in una qualsiasi fase, possa diminuire la minaccia IED, semmai aumenterà perché è una forma di attacco davvero efficace. Se guardi agli Stati che sono stati efficaci nella gestione degli IED, hanno adottato questo approccio più ampio».
Come se non bastasse, l’United Nations mission in Libya (Unsmil) ha annunciato che il suo personale non era più in grado arrivare in Libia: «Le Nazioni Unite in Libia si rammaricano del fatto che i loro voli regolari, che trasportano il loro personale da e verso la Libia, non ottengano il permesso dall’LNA di sbarcare in Libia», aggiungendo che «Questo nelle ultime settimane si è ripetuto su diverse occasioni. Impedire ai voli dell’Onu di viaggiare dentro e fuori dalla Libia ostacolerà gravemente i suoi sforzi umanitari e di buona amministrazione in un momento in cui tutto il personale sta lavorando incessantemente per portare avanti il three-track intra-Libyan dialogue in corso e per fornire il necessario aiuto e l’assistenza umanitaria ai civili più vulnerabili ai conflitti».

Preso da: http://www.greenreport.it/news/geopolitica/la-libia-inquinata-da-mine-trappole-esplosive-e-armi-abbandonate/

Consiglio supremo delle tribù: “nessun processo politico senza la sconfitta di milizie e terroristi”

Di Vanessa Tomassini.

Il Consiglio Supremo delle Tribù e Città libiche ha emesso domenica 9 febbraio una dichiarazione con cui accusa il capo della Missione di Sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), Ghassan Salamé, di sostenere il Governo di Accordo Nazionale (GNA).

Dopo aver seguito il suo operato, il Consiglio “è arrivato alla convinzione che Ghassan Salamé lavora come capo della Comunità internazionale per sostenere il governo di Al-Sarraj e non per sostenere il popolo libico”. Afferma la dichiarazione aggiungendo che “l’inviato del Segretario Generale delle Nazioni Unite ha sempre pubblicato rapporti pieni di errori a favore del Governo di al-Wefaq, il che dimostra che non è neutrale”.

Il Consiglio Supremo delle Tribù e Città libiche rivela che la Fratellanza Musulmana “pur essendo una minoranza in Libia, vede assegnata la metà dei seggi all’incontro di Ginevra, mentre la stragrande maggioranza del popolo libico non è rappresentata affatto. Il che comporterà il riciclaggio dei Fratelli e delle organizzazioni terroristiche sulla scena dopo che i libici si sono pronunciati e li abbiano fatti uscire sconfitti alle elezioni tre volte di fila”.

La dichiarazione ricorda inoltre che i libici hanno affrontato i fratelli musulmani con la forza militare quando questi hanno rifiutato i risultati delle elezioni nel 2014, indicando che un “mistero” circonda il metodo del processo di pace nella scelta dei 14 mebri delle delegazioni a Ginevra, che escludono “le componenti attive e influenti che costituiscono la stragrande maggioranza della scena libica”.

La dichiarazione ha criticato la partecipazione degli ebrei in una seduta della riunione di Ginevra, “ignorando il fatto che gli ebrei se ne andarono volontariamente nel 1948 e l’ultimo se ne andò volontariamente più di mezzo secolo fa, in risposta alla chiamata della loro terra presunta, abbracciarono il pensiero sionista, rinunciando alla cittadinanza libica e occupando beni immobili dei palestinesi”.

“Ghassan Salamé ha risposto al desiderio di una persona che ha annunciato che avrebbe fatto lo sciopero della fame in un hotel e ha trascurato il desiderio di milioni di libici che avevano espresso i loro sentimenti nelle arene, nelle conferenze e negli incontri. Non ha prestato attenzione ai milioni di libici che erano stati tagliati fuori da cibo, acqua e medicine dalle milizie di Al-Sarraj che sostiene”. Aggiunge il documento riferendosi allo sciopero della fame annunciato nei giorni scorsi da Raphael Luzon, presidente dell’Unione ebrei di Libia, recentemente intervistato da Speciale Libia, prima di incontrare Ghassan Salamè e la sua vice Stephanie Williams.

Fatta questa ampia premessa, il Consiglio supremo delle tribù e delle città libiche annuncia quanto segue:

  • rifiuta categoricamente di partecipare o incontarare Louzon o qualsiasi altro sionista in qualsiasi riunione relativa alla questione libica.
  • non aderirà ai risultati di nessun incontro a cui partecipano persone come Raphael Louzon o qualsiasi altro sionista che afferma di rappresentare una componente che non esiste in Libia
  • le forze armate arabe libiche (LNA) sono lo strumento per attuare la volontà del popolo libico,
  • non si può parlare di un percorso politico o di una visione politica prima di disarmare le milizie, sconfiggere il terrorismo ed espellere i mercenari,
  • la soluzione deve essere libica e avvenire sul suolo libico, con l’amministrazione libica, attraverso un incontro globale a cui partecipino tutti i libici senza esclusione, emarginazione, favoritismo, intimidazione o ignoranza,
  • Annuncia una fase introduttiva che conduce a una fase permanente una volta che le forze armate arabe libiche hanno stabilito il controllo dell’intero territorio libico.

Preso da: https://specialelibia.it/2020/02/09/consiglio-supremo-delle-tribu-nessun-processo-politico-senza-la-sconfitta-di-milizie-e-terroristi/

Tribes of Libya Denounce UN Rep Gassan Salame’ for Breach of Trust, Theft and Collusion (Eng+Arab).

Submitted by JoanneM on

The Great tribes of Libya have demanded that the UN representative for Libya, Mr. Gassan Salame” of Lebanon, be removed from his representation of Libya. Mr. Salame” is not a Libyan and was appointed to purely help with the political solution for peace in Libya. He has overstepped his authority and has invited a man who lived in Libya some 50 + years ago and is a Khazarian Zionist. Mr Salame” introduced Mr. Raphael Luzon to speak for the people of Libya at the UN. Mr. Luzon claims he is a Libyan Jew and demands that he be recognized as a Libyan citizen.

According to his website, Mr. Luzon says about himself:

“Raphael N. Luzon I was born in Bengasi, Libya. Thrown out of Libya after a bloody progrom during the “Six Day War”, he moved in 1967 to Rome, Italy, where he lived for 27 years. He then moved to live in Israel for 6 years (1995-2001).”

Anybody who looks up or remembers the “6 day war” will remember that Israel did a sneak attack on Egypt destroying their air force – “The Egyptians were caught by surprise, and nearly the entire Egyptian air force was destroyed with few Israeli losses, giving the Israelis air supremacy. Simultaneously, the Israelis launched a ground offensive into the Gaza Strip and the Sinai, which again caught the Egyptians by surprise. After some initial resistance, Nasser ordered the evacuation of the Sinai. Israeli forces rushed westward in pursuit of the Egyptians, inflicted heavy losses, and conquered the Sinai.”

The reason Mr. Luzon chose to leave was because he supported Israel and their attack on Arab countries. He left voluntarily.

This man Mr. Luzon was invited back to Libya to view his families graves and home and was met by Ghadafi who treated him with respect. Today he is demanding that 3rd generations Jews born and living in Israel be allowed to come back visit Libya and he wants to be paid for any money that was lost by any Jew when they left Libya. He calls himself the Palestinians of Libya all the while defending Israel in their genocide and theft of Palestine and her people. Quote Mr. Luzon: “To this day, I do not know where my uncle and my grandmother were killed. They are buried somewhere, and we were never given a chance to say a prayer over their graves. What are you talking about? A passport? I don’t care about a passport. Give me my right! Afterwards, we will give the Palestinians their rights.”

Shame on you Mr. Luzon, it is no wonder the Libyan tribes have issued the following statement about you to Mr. Gassam Salame:
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To Mr. Ghassan Salama / Head of the International Support Committee for Libya

The Libyan people have been most offended by your suspicious actions by meeting Mr. Rafael Luzon stating he is the representative of the Libyan Jewish community.

Perhaps you are unaware that this sect left VOLUNTARILY from Libya, in stages, after the establishment of the Zionist entity (Israel) in 1948, and the last of them left after the Six-Day War, June 1967, at the instigation of the International Jewish Agency. And it is not as they falsely claim that their exit was the time of the late leader Muammar Gaddafi, – may God have mercy on him

And this sect denounced its Libyan nationality and acquired the nationality of the countries in which it resided, such as the Zionist entity (Israel), Italy and America. If this door opens to all entities that have origins in Libya, then be ready to meet representatives from many countries. Fayoum. And the lake. And Burj Al Arab is derived from the Arab Republic of Egypt. In addition to the south of Tunisia, southwestern Algeria, northern Niger and Chad..these number is estimated in millions.

What you have done is considered outside of your assigned tasks which are limited to providing support to solve the political problem in Libya.

And that solving the Jewish issue is the sole responsibility of the Libyans, it is possible to open its file and set controls for it after the stability of the state and building its constitutional institutions in the presence of a government and parliament elected by the people.

Finally, I warn you against the consequences of your provocative actions against the Libyan people. Their patience has reached its end. Specifically since you did not help the Libyan people, your actions worsened the situation throughout your appointment, which is close to three years . It is proven that you wasted the Libyan people’s money, estimated at 250 (two hundred and fifty million dollars) annually, and fortunately for you, you are the only one who lives in peace.

And peace be upon those who follow guidance

Ali musbah Abo Sobheah
Chairman of the Supreme Council of the tribes, cities and villages of Fezzan

Released to Mr. Gassan Salame’ UN representative
8/2/2020
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In Arabic:
على مصباح أبوصبيحة إجتهد و وصل إلى قرار قاطع مع المجلس الأعلى للقبائل الشريفة، و قرروا الأتي:-
—-رسالة مفتوحة—.
الى السيد غسان سلامة /رئيس لجنة الدعم الاممي لليبيا
بعد التحية.
ان اكثر ما أساء الشعب الليبي من اعمالك المشبوهة لقاؤك برفائيل لوزون بصفته كممثل لطائفة اليهود الليبين.
ولعلك تجهل ان هذه الطائفة خرجت من ليبيا طواعيةو على مراحل بعد انشاء الكيان الصهيوني سنة 1948 وآخرهم خرج بعد حرب الايام الستة يونيو 1967 بتحريض من الوكالة اليهودية العالمية. وليس كما يدعون زورا وبهتانا‘ ان خروجهم كان زمن الزعيم الراحل معمر القذافي رحمه الله
و هذه الطائفة تنازلت عن جنسيتها الليبية واكتسبت جنسية البلدان التي اقيمت بها مثل الكيان الصهيوني وإيطاليا وأمريكا.. واذا فتح هذا الباب لكل الكيانات التي لها اصول بليبيا فكن على استعداد لمقابلة ممثلين عن محافظات. الفيوم. والبحيرة. وبرج العرب ومطروح من جمهورية مصر العربية. بالاضافة الي الجنوب التونسي وجنوب غرب الجزائر وشمال النيجر وتشاد..وهؤلاء يقدر عددهم بالملايين..
*ان ماقمت به يعد خارجا عن اختصاصاتك المكلف بها والتي تنحصر في تقديم الدعم لحل المشكلة السياسية في ليبيا.- الا اذا كانت لك اختصاصات سرية غير معلنة-.. كما يعد ذلك تعد على السيادة الوطنية.. وزيادة في تأزيم المسالة الليبية وإطالة امد حلها..
وان حل ألمسألة اليهودية من اختصاص الليبيون وحدهم يمكن فتح ملفها ووضع ضوابط لها بعد استقرار الدولة وبناء مؤسساتها الدستورية في وجود حكومة وبرلمان منتخبين من الشعب..
* ختاما احذرك من مغبة تصرفاتك المستفزة للشعب الليبي. والتى بلغت منتهاها. خاصة وانك لم تزيد المسألة الليبية الا سوءا وطوال فترة وجودك التى قاربت على الثلاثة سنوات.. فيكفيك مااهدرته من اموال الشعب الليبي والمقدرة ب. 250 مائتي وخمسين مليون سنويا .. وغادر بسلام غير مأسوفا عليك.

والسلام على من اتبع الهدى

على مصباح ابوسبيحة
رئيس المجلس الاعلى لقبائل ومدن وقرى فزان

صدر بالشاطئ
8/2/2020

Full Audio – Dr. Moussa Ibrahim: “We are against the Berlin Conference, it is the game of chaos”

Submitted by JoanneM on

In the following interview of Dr. Moussa Ibrahim – he confirms all that the Libyan tribes have been telling me since 2011. The interview can be listened to in English here in the mp3 below the article.

By Vanessa Tomassini.

Berlin – Tunis, 19 January 2020. As the talks between the Libyan Prime Minister of the National Accord, Fayez al-Serraj, and the commander-in-chief of the Libyan National Army (LNA), Khalifa Haftar, continue in these hours heads of state and government who support them, we caught up with Moussa Ibrahim, Libyan politician appointed Minister of Information in March 2011 by Muammar Gaddafi and spokesman for pro-Gaddafi forces during the 2011 civil war

Comments of Moussa Ibrahim, Gaddafi Government Spokesperson in 2011, to speak about Libya in occasion of the Berlin Conference on Libya (ENG)

“We in Libya are against the Berlin conference because we believe it is only a game that the West is pursuing to prolong the crisis in Libya. The West is always playing the same game, introducing chaos into the country through military invasion or economic sanctions, or through political pressure, or by taking advantage of religious and tribal conflict. The West has worked for years to manage this crisis to save its agenda of political hegemony and economic exploitation. You can think of what happened in Iraq, Syria, Somalia, Venezuela and Libya. It is the same game everywhere. We called it the chaos game: introducing chaos and managing chaos . ” Said Moussa Ibrahim

Gaddafi’s government spokesman in 2011 added that “The Berlin Conference is nothing more than a chaos management technique. The West has had many other conferences in recent years, in Cairo, Palermo, Geneva, Skhirat in Morocco. On these occasions the West has always proposed democracy, human rights, peace, stability, economic development, but they have never delivered them because the chaos and fragility of Libya is what the West wants. Because when Libya is weak then the West can prey on its national wealth, that is diesel. He can be sure that Libya will never rise up against the plans of the West, as Gaddafi and his government have done for decades. He can be sure that the liberation of currents such as pan-Iranism, pan-Arabism, which had been flourishing under Gaddafi for decades, these cultures will no longer happen in Libya. So the West will be able to use Libya to extend its influence in the North African region, in the Mediterranean basin, as well as in the African region, considering that Libya has great influences in the depth of the African continent “.

Moussa Ibrahim also stressed during our meeting that “we of the Green Resistance Movement in Libya will not be satisfied with this game. The Berlin Conference is just another step in this chaotic direction. We believe that the solution must be intra-Libyan and conducted on Libyan soil, under the supervision of the African Union because we are African and the African Union does not have these imperialist agendas for Libya. We believe that locally in Libya there are credible institutions that can guarantee a solution such as the Libyan National Army, which has already freed most of Libyan territory and the Tribal Conference which includes the majority of Libyan tribes and cities. We also have a large number of politicians, the majority of whom agree on the basic terms of negotiation and dialogue. The West knows that an internal solution is possible and that’s why it is trying to prevent it, prolonging the crisis by intervening in Tripoli so that the Islamist militias survive the attack by the Libyan army and inventing these conferences to push away the solution and to make sure that the so-called solutions come from the outside. We, dear Vanessa, are resisting the Berlin Conference and reject any proposed solution, as they are not genuine proposals and do not represent the will, the aspirations and the needs of the Libyan people “.

As for Italy’s role, Moussa Ibrahim said: “Italy is another European power in search of Libyan national wealth, in search of political influence in Libya, and in search of competition with other European powers in the Mediterranean area, including gas and the migration issue in the Mediterranean. Italy has decided to stay, and this is important for the Italian people to know, with Islamist militias, the real terrorists who terrorize the world, the Europeans, everywhere, in any city and continent and in Europe itself. Because this is the side that was losing the battle. ”
Link: https://specialelibia.it/2020/01/19/moussa-ibrahim-siamo-contrari-alla-c…

Agela Algaml presidente del Consiglio sociale Werfalla: “La Libia non ha bisogno di una soluzione esterna”

Di Vanessa Tomassini.

“Ciò che è importante per i cittadini libici che soffrono delle complicazioni delle guerre, in particolare per coloro che sono stati costretti a lasciare le proprie case, è un cessate il fuoco di fatto. E’ importante l’impegno dei partiti nell’annunciare la loro decisione di cessare il fuoco. Crediamo in una soluzione raggiunta dai libici, dalla volontà libica, senza internazionalizzazione o dettatura di Paesi stranieri”. A dirci questo è Agela Algaml, presidente del Consiglio sociale della tribù Werfalla, una delle più grandi in Libia. Algaml parlando del vertice di Berlino ci dice: “Una soluzione che sia motivata dall’interesse libico e non basato sull’accordo e l’armonia degli interessi dei paesi stranieri. In ogni caso, speriamo che Berlino non sia un incontro come Roma e Parigi. Speriamo che riesca a frenare come minimo gli interventi stranieri, e che la Libia venga lasciata ai libici, e che non sarà limitato a coloro che si sono incontrati a Skhirat e nelle asce da combattimento altre volte, poiché un ampio segmento del popolo libico è stato assente a Skhirat ed è stato però gettato dai partecipanti nelle guerre e nel loro flagello”.

-Cosa ne pensa della decisione del presidete turco Recep Tayyip Erdogan di inviare truppe in Libia su richiesta del Governo di Accordo Nazionale?

“Il nostro rifiuto delle interferenze straniere è assoluto e riguarda qualsiasi Paese. La dichiarazione di intervento della Turchia sucita provocazione, condanna e scontro con essa. Tratteremo le truppe turche come forze invasori dei territori libici. Questa è la nostra prima e ultima parola, per quanto riguarda coloro che hanno preso questa decisione, si può dire molto, ad esempio, Erdogan ha potuto procedere verso l’attuazione di questa decisione solo dopo l’approvazione del Parlamento turco, il parlamento libico ha discusso questa domanda e ha presentato la sua approvazione per l’arrivo di queste forze?”.

Nei giorni scorsi è stata avanzata l’idea di una forza d’interposizione Onu a guida italiana in Libia. Come vede un’iniziativa simile?

“Vorremmo che il settimo oggetto venga rimosso dallo Stato libico, anzichè rafforzare la tutela con forze di monitoraggio esterne o internazionali perchè gli interventi codificati si trasformeranno come gli interventi stranieri del 2011”.

Il presidente del Parlamento libico aveva anche chiesto all’Egitto e ad altri Paesi arabi di intervenire. La Libia ha davvero bisogno di un intervento esterno per raggiungere una soluzione?

“La Libia non ha bisogno di un intervento esterno come soluzione, ma non ha bisogno di interferenze esterne da alcuni Paesi perchè questo è il principale problema, che separa e impedisce i comuni denominatori tra i libici divergendo i loro interessi poichè gli interessi nani dei partiti locali ruotano nell’orbita di quei Paesi”.

Qual’è la situazione sul terreno riguardo al processo di riconciliazione?

“La riconciliazione rimane un obiettivo da raggiungere inevitabilmente, non importa quanto gravi siano le crisi, e non importa quale intervento cerchi di renderlo un obiettivo impossibile o fantasioso. Ha i suoi tempi, i suoi strumenti e le sue fasi che lo precedono. Se verrà lasciato ai libici gestire i loro affari lontano da ogni interferenza negativa alla fine ci sarà la riconciliazione, che prevede diverse fasi dalla convivenza alla consegna in giudizio dei detenuti o il loro perdono per le riparazioni e via dicendo”.

Preso da: https://specialelibia.it/2020/01/20/agela-algaml-presidente-del-consiglio-sociale-werfalla-la-libia-non-ha-bisogno-di-una-soluzione-esterna/

La Francia manipolata

Proseguiamo la pubblicazione del libro di Thierry Meyssan, Sotto i nostri occhi. In questo episodio l’autore ci mostra come la Francia post-coloniale sia stata reclutata da Regno Unito e Stati Uniti per unirsi alle loro guerre contro Libia e Siria. Queste due potenze l’hanno però tenuta all’oscuro del progetto “primavera araba”. Troppo impegnati a sottrarre fondi, i dirigenti francesi non si sono accorti di nulla. Quando si sono resi conto di essere stati esclusi dalla progettazione, la loro reazione è stata puramente comunicazionale: hanno tentato di farsi passare per gli ammiragli dell’operazione, senza preoccuparsi delle conseguenze dei maneggi dei partner.

| Damasco (Siria)

Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi.
Si veda l’indice.

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Il Regno Unito ha manipolato la Francia trascinandola nelle proprie avventure in Medio Oriente Allargato, senza rivelarle che vi si stava preparando, insieme agli Stati Uniti, sin dal 2005.

LA PREPARAZIONE DELLE INVASIONI IN LIBIA E SIRIA

Ancor prima dell’ufficializzazione della nomina da parte del Senato, il futuro segretario di Stato Hillary Clinton contatta Londra e Parigi per condurre una doppia operazione militare nel “Grande Medio Oriente”. Dopo il fiasco in Iraq, Washington reputa impossibile utilizzare le proprie truppe per un’operazione del genere. Dal suo punto di vista, è giunto il momento di rimodellare la regione – ossia ridisegnare gli Stati i cui confini erano stati definiti nel 1916 dagli imperi inglese, francese e russo (la “Triplice Intesa”) – per imporre linee di demarcazione favorevoli agli interessi degli Stati Uniti. L’accordo è noto con il nome dei delegati inglese e francese Sykes e Picot (il nome dell’ambasciatore Sazonov è stato “dimenticato” a causa della rivoluzione russa). Ma come convincere Londra e Parigi a mettere in discussione il proprio patrimonio se non promettendo di concedere loro di ricolonizzare la regione? Da qui la teoria della “leadership da dietro le quinte” (leading from behind). Tale strategia viene confermata dall’ex ministro degli Esteri di Mitterrand, Roland Dumas, che dichiarerà in TV di essere stato contattato da inglesi e statunitensi, nel 2009, per sapere se l’opposizione in Francia fosse a favore di un nuovo piano coloniale.

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Su istigazione degli Stati Uniti, Francia e Regno Unito firmano gli accordi di Lancaster House. Una clausola segreta prevede la conquista di Libia e Siria. l’opinione pubblica tuttavia ignora l’accordo tra Londra e Washington sulle future “primavere arabe”.

Nel novembre 2010 – ossia prima della cosiddetta “Primavera araba” – David Cameron e Nicolas Sarkozy firmano a Londra gli accordi di Lancaster House [1]. Ufficialmente, è un modo per creare sinergie tra gli elementi della Difesa – anche nucleari – e poter realizzare economie di scala. Benché sia un’idea decisamente bizzarra, alla luce degli interessi divergenti dei due paesi, l’opinione pubblica non capisce cosa si stia tramando. Uno degli accordi riunisce le “forze di proiezione” – da intendersi come forze coloniali – delle due nazioni.

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Operazione “Southern Mistral”: lo strano logo del Comando delle operazioni aeree. Il reziario non protegge l’uccello della libertà, bensì lo imprigiona nella rete.

Un allegato agli accordi precisa che il corpo di spedizione franco-britannica avrebbe condotto la più grande esercitazione militare congiunta nella storia dei due paesi – tra il 15 e il 25 marzo 2011 – sotto il nome di “Southern Mistral”. Il sito web della Difesa specifica che lo scenario di guerra prevede un bombardamento a lungo raggio per aiutare le popolazioni minacciate da “due dittatori del Mediterraneo”.

È proprio il 21 marzo che AFRICOM e CENTCOM – comandi regionali delle forze armate statunitensi – scelgono come data per l’attacco congiunto di Francia e Regno Unito nei confronti di Libia e Siria [2]. È il momento giusto, gli eserciti anglo-francesi sono pronti. Visto che le cose non vanno mai come previsto, la guerra contro la Siria viene rimandata e Nicolas Sarkozy – nel tentativo di colpire per primo – ordina alle sue forze di attaccare solamente la Libia, il 19 marzo, con l’operazione “Harmattan” (traduzione in francese di “Southern Mistral”).

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L’ex compagno di Gheddafi, Nuri Massud El-Mesmari, ha disertato il 21 ottobre 2010. Si è messo sotto la protezione dei servizi segreti francesi.

La Francia crede di avere un asso nella manica: il capo del protocollo libico Nuri Masud al-Masmari, che ha disertato e chiesto asilo a Parigi. Sarkozy è convinto che l’uomo sia un confidente del colonnello Gheddafi e che possa aiutarlo a identificare chi è pronto a tradirlo. Purtroppo, il “chiacchierone” conosceva gli impegni del colonnello, ma non partecipava alle riunioni [3].

Pochi giorni dopo la firma degli accordi di Lancaster House, una delegazione commerciale francese si reca in visita alla Fiera di Bengasi con funzionari del Ministero dell’Agricoltura, i capi di France Export Céréales e France Agrimer, i dirigenti di Soufflet, Louis Dreyfus, Glencore, Cani Céréales, Cargill e Conagra. Lì gli agenti della DGSE che li accompagnano incontrano in segreto alcuni militari per preparare un colpo di Stato.

Avvertita dagli Stati Uniti, Tripoli arresta i traditori il 22 gennaio 2011. I libici credono di essere protetti dalla nuova alleanza con Washington, quando dall’America si stanno invece preparando a condannarli a morte. I francesi, dal canto loro, si ritrovano costretti a tornare all’ombra del Grande Fratello statunitense.

Mentre i francesi si adoperano per predisporre l’invasione della Libia, gli statunitensi avviano la loro operazione, di portata decisamente superiore rispetto a quanto comunicato al loro agente Sarkozy. Non si tratta soltanto di detronizzare Muammar Gheddafi e Bashar al-Assad – come in effetti gli avevano fatto credere –, ma tutti i governi laici in vista di una sostituzione con i Fratelli musulmani. Iniziano così dagli Stati amici (Tunisia ed Egitto), lasciando gli inglesi e i francesi a occuparsi dei nemici (Libia e Siria).

Il primo focolaio si accende in Tunisia. In risposta al tentato suicidio di un venditore ambulante – Mohamed Bouazizi, il 17 dicembre 2010 – esplodono proteste contro gli abusi della polizia e, successivamente, contro il governo. La Francia, che crede siano state spontanee, si offre di dotare la polizia tunisina di attrezzature antisommossa.

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Nicolas Sarkozy e Michèle Alliot-Marie, all’oscuro del progetto anglosassone delle “primavere arabe”, mentre in Tunisia sta iniziando la “rivoluzione dei gelsomini”, negoziano con la famiglia del presidente Ben Ali la vendita di un aereo ufficiale, di cui si sono appropriati.

Nicolas Sarkozy e il ministro degli Interni Michèle Alliot-Marie nutrono piena fiducia in Zine El-Abidine Ben Ali, con il quale intrattengono “affari” personali. Dopo essersi fatti costruire ed equipaggiare un Airbus A330 come aereo presidenziale, hanno rivenduto i due vecchi velivoli destinati ai viaggi ufficiali. Uno degli A319 CJ è stato oscuramente rimosso dagli inventari e ceduto alla società tunisina Karthago Airlines, di proprietà di Aziz Miled e Belhassen Trabelsi (fratello della moglie di Ben Ali) [4]. Nessuno sa chi sia stato il fortunato beneficiario della transazione. Dopo la fuga del presidente Ben Ali, il velivolo sarà recuperato e venduto a una società di Singapore e, successivamente, alla Turchia.

Mentre si occupano della sua protezione, Nicolas Sarkozy e la Alliot-Marie restano increduli quando ricevono la richiesta del presidente Ben Ali di atterrare e rifugiarsi a Parigi. L’Eliseo fa appena in tempo ad annullare l’invio di un aereo cargo per il trasporto delle attrezzature di polizia che sono state promesse – aereo che sta aspettando sulla pista a causa delle lungaggini burocratiche della dogana – e quindi ad allontanare l’aereo del presidente decaduto dal suo spazio aereo.

Nel frattempo, in Egitto, l’ingegnere informatico Ahmed Maher e la blogger islamista Esraa Abdel Fattah invitano a manifestare contro il presidente Hosni Mubarak il 25 gennaio 2011, “giorno della rabbia”. Subito sostenuti dalla televisione del Qatar, Al Jazeera, e dai Fratelli musulmani, danno il via a un movimento che, con l’aiuto delle ONG della CIA, destabilizza il regime. Le manifestazioni si svolgono ogni venerdì – all’uscita dalle moschee –, a partire dal 28 gennaio, sotto il comando dei serbi “addestrati” dal promotore delle “rivoluzioni colorate”, Gene Sharp. L’11 febbraio Nicolas Sarkozy scopre da una telefonata del proprio patrigno – l’ambasciatore statunitense Frank G. Wisner – che, su istruzione della Casa Bianca, ha convinto il generale Mubarak a ritirarsi.

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Arrivato per partecipare alla riunione di lancio delle “primavere arabe” di Libia e Siria, il

La CIA organizza allora un incontro segreto al Cairo dove il presidente Sarkozy invia una delegazione che comprende il lobbista Bernard-Henri Lévy, ex amante di Carla Bruni e Ségolène Royal. Il Fratello musulmano Mahmud Gibril, il secondo uomo del governo libico a entrare nel locale, ne esce come capo dell’“opposizione al tiranno”. Tra i siriani presenti si annoverano, in particolare, Malik al-Abdah (già della BBC, ha creato Barada TV con il denaro della CIA e del Dipartimento di Stato) e Ammar al-Qurabi (membro di una serie di associazioni di difesa dei diritti umani e fondatore di Orient TV) [5].

È appena iniziata la guerra contro Libia e Siria.

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Mostrandosi sulla piazza Verde di Tripoli il 25 febbraio 2011, Gheddafi denuncia un attacco alla Libia da parte dei terroristi di Al Qaeda e proclama fieramente che, insieme al popolo, si batterà fino alla fine, pronto a far scorrere “fiumi di sangue” e a sacrificare sé stesso. Annuncia che saranno distribuite armi ai cittadini per difendere la patria in pericolo. La propaganda atlantista lo accuserà di voler far scorrere il sangue del popolo libico.

L’INIZIO DELLA GUERRA CONTRO LA LIBIA

La stampa occidentale assicura che la polizia libica ha represso una manifestazione a Bengasi, il 16 febbraio 2011, sparando sulla folla. Così il paese insorge – riporta sempre la stampa – e le autorità sparano su qualsiasi cosa si muova. Dal paese cercano di fuggire circa 200 mila lavoratori immigrati, che le TV mostrano in attesa ai valichi di frontiera. Muammar Gheddafi – che appare tre volte sullo schermo – parla senza mezzi termini di un’operazione architettata da Al Qaida, dicendosi disposto a morire da martire. Poi denuncia la distribuzione di armi al popolo per versare “fiumi di sangue”, sterminare questi “ratti” e proteggere il paese. Le frasi, estrapolate dal contesto originale, vengono diffuse dalle reti occidentali, che le interpretano come un annuncio non della lotta al terrorismo, ma della repressione di una presunta rivoluzione.

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Presi dal panico, gli operai neri dell’Est della Libia cercano di fuggire prima che la Jamahiriya sia rovesciata. Sono convinti che, ove gli Occidentali ristabilissero il vecchio regime, sarebbero ridotti in schiavitù. Secondo l’ONU, si riversano alle frontiere in decine di migliaia.

A Ginevra, il 25 febbraio, il Consiglio delle Nazioni Unite ascolta con sgomento la testimonianza della Lega libica per i diritti umani. Il dittatore è impazzito e “massacra il suo popolo”. Anche l’ambasciatore del Pakistan ne denuncia la violenza. Di colpo, la delegazione ufficiale libica entra nella stanza, conferma le testimonianze e si dichiara solidale con i concittadini contro il dittatore. Viene approvata una risoluzione, poi trasmessa al Consiglio di sicurezza [6], che adotta nell’immediato la Risoluzione 1970 [7], sotto il capitolo VII della Carta che autorizza l’uso della forza, stranamente pronta da diversi giorni. La questione viene posta all’esame della Corte penale internazionale e la Libia finisce sotto embargo. Quest’ultima misura è immediatamente adottata ed estesa all’Unione Europea. In anticipo rispetto agli altri paesi occidentali, Sarkozy dichiara: “Gheddafi deve andarsene!”.

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L’ex ministro della Giustizia, Musfafa Abdel Gelil, (qui con BHL), che aveva fatto torturare le infermiere bulgare, diventa capo del governo provvisorio.

Il 27 febbraio gli insorti a Bengasi creano il Consiglio nazionale di transizione libico (CNLT), mentre, lasciando Tripoli, il ministro della Giustizia, Mustafa Abdel Gelil, crea un governo provvisorio. Entrambi gli organi, controllati dai Fratelli musulmani, si uniscono per dare un’apparenza di unità nazionale. Subito le bandiere dell’ex re Idris spuntano a Bengasi [8]. Da Londra, suo figlio S.A. Mohammed El Senussi si dice pronto a regnare.

Non riuscendo a convincere tutti i membri del CNLT ad appellarsi agli occidentali, Abdel Gelil nomina un Comitato di crisi che gode di pieni poteri ed è presieduto dall’ex numero due del governo di Gheddafi, Mahmud Gibril, di ritorno dal Cairo.

A Parigi si ammira il modo in cui Washington gestisce gli eventi. Eppure, contraddicendo le informazioni provenienti da Bengasi e dalle Nazioni Unite, diplomatici e giornalisti a Tripoli assicurano di non presagire nulla che possa far pensare a una rivoluzione. Ma poco importa la verità, se le apparenze sono propizie. E così il “filosofo” Bernard-Henri Lévy persuade i francesi che la causa è giusta, assicurandosi di aver convinto lo stesso presidente della Repubblica a impegnarsi per la libertà dopo l’incontro con i libici “rivoluzionari”.

L’esercito francese preleva Mahmud Gibril e lo conduce a Strasburgo, dove egli chiede al Parlamento europeo l’intervento “umanitario” occidentale. Il 10 marzo Nicolas Sarkozy e il premier inglese David Cameron scrivono al presidente dell’Unione Europea per chiedere di riconoscere il CNLT al posto del “regime” e per imporre una no-fly zone [9]. Con perfetta coordinazione, il deputato verde francese Daniel Cohn-Bendit – agente d’influenza degli Stati Uniti dal maggio ’68 – e il liberale belga Guy Verhofstadt, riescono – il giorno stesso – a far adottare dal Parlamento europeo una risoluzione che denuncia il “regime” di Gheddafi e invita a prendere il controllo dello spazio aereo libico per proteggere la popolazione civile dalla repressione del dittatore [10]. Sempre lo stesso giorno, il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, rende noto il lavoro in corso sugli strumenti tecnici necessari per l’attuazione della no-fly zone.

Il 12 marzo la Lega araba vota a favore della no-fly zone nonostante l’opposizione di Algeria e Siria.

Unica stonatura in questo concerto unanime è la Bulgaria che, memore del fatto che Abdel Gelil aveva coperto le torture alle infermiere bulgare e al medico palestinese, rifiuta di riconoscere il CNLT. Da parte sua, l’Unione africana è fortemente contraria a qualsiasi intervento militare straniero.

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Il Libro Verde di Muammar Gheddafi.

La Jamahiriya Araba Libica è organizzata secondo i principi del Libro Verde di Muammar Gheddafi, estimatore dei socialisti libertari francesi del XIX secolo, Charles Fourier e Pierre-Joseph Proudhon. Il colonnello ha così ipotizzato uno Stato minimo che si rivela però incapace di difendere il popolo dagli eserciti imperialisti. Inoltre, ha affidato allo Stato il compito di soddisfare le aspirazioni dei beduini: un mezzo di trasporto, casa e acqua gratis. Così ognuno possiede un’auto propria, mentre il trasporto pubblico è di fatto riservato agli immigrati. In occasione del matrimonio, a ciascuno viene donato un appartamento, ma talvolta è necessario aspettare tre anni prima che la casa sia costruita, per poi potersi sposare. Si eseguono enormi lavori per attingere acqua da falde millenarie nelle profondità del deserto. Nel paese regna la prosperità, il tenore di vita è il più alto rispetto a tutto il continente africano. Ma, in materia di istruzione, si fa molto poco: anche se le università sono gratuite, la maggior parte dei ragazzi lascia presto gli studi. Muammar Gheddafi ha sottovalutato l’influenza delle tradizioni tribali: tre milioni di libici conducono una vita agiata, mentre due milioni di immigrati africani e asiatici sono al loro servizio.

Il 19 marzo si incontrano a Parigi 18 nazioni (Germania, Belgio, Canada, Danimarca, Emirati Arabi Uniti, Spagna, Stati Uniti, Francia, Grecia, Italia, Iraq, Giordania, Marocco, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Qatar e Regno Unito) e 3 organizzazioni internazionali (Lega araba, Unione Europea e ONU) per annunciare l’intervento militare imminente [11]. Poche ore dopo, la Francia scavalca i partner e attacca per prima.

In Siria la situazione è diversa e procede più lentamente. Gli appelli a manifestare del 4, 11, 18 e 25 febbraio e del 4 e 11 marzo a Damasco non sortiscono alcun effetto. Anzi, è in Yemen e in Bahrein che il popolo scende in piazza senza alcun invito.

Nello Yemen i Fratelli musulmani – tra cui la giovane Tawakkul Karman, che in seguito vincerà il Nobel per la Pace – danno il via a una “rivoluzione”. Ma, come nel caso della Libia, il paese si fonda su un’organizzazione tribale, per cui non è possibile disporre di una lettura prettamente politica degli eventi.

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Nicolas Sarkozy dà istruzioni a Alain Bauer per contrastare la rivoluzione in Bahrein.

Su richiesta del re del Bahrein, l’esercito saudita arriva nel minuscolo regno che ospita la V Flotta statunitense per “ristabilire l’ordine”. Il Regno Unito invia il torturatore Ian Anderson, che aveva fatto meraviglie nella gestione della repressione in epoca coloniale – ossia, prima del 1971 – mentre, per riorganizzare la polizia, la Francia invia Alain Bauer, consigliere per la sicurezza del presidente Sarkozy ed ex responsabile per l’Europa della NSA statunitense in Europa ed ex gran maestro del Grand Orient de France [12].

Il caos si propaga per contagio, ma resta ancora da far credere che siano stati i popoli a ispirarlo e che l’obiettivo sia l’instaurazione della democrazia.

(Segue…)

Traduzione
Alice Zanzottera
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

La traduzione italiana del libro è disponibile in versione cartacea.

[1] « Déclaration franco-britannique sur la coopération de défense et de sécurité », Réseau Voltaire, 2 novembre 2010.

[2] “Washington cerca il sopravvento con “l’alba dell’odissea” Africana”, di Thierry Meyssan, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 20 marzo 2011.

[3] “Sarkozy manovra la rivolta libica”, di Franco Bechis, Libero, 23 marzo 2011.

[4] « Un avion présidentiel dans la 4e dimension », par Patrimoine du Peuple, Comité Valmy , Réseau Voltaire, 6 mars 2011.

[5] Rapporto dell’intelligence estera libica.

[6] « Résolution du Conseil des droits de l’homme sur la situation en Libye », Réseau Voltaire, 25 février 2011.

[7] « Résolution 1970 et débats sur la Libye », Réseau Voltaire, 26 février 2011.

[8] « Quand flottent sur les places libyennes les drapeaux du roi Idris », par Manlio Dinucci, Traduction Marie-Ange Patrizio, Réseau Voltaire, 1er mars 2011.

[9] « Lettre conjointe de Nicolas Sarkozy et David Cameron à Herman Van Rompuy sur la Libye », par David Cameron, Nicolas Sarkozy, Réseau Voltaire, 10 mars 2011.

[10] « Résolution du Parlement européen sur le voisinage sud, en particulier la Libye », Réseau Voltaire, 10 mars 2011.

[11] « Déclaration du Sommet de Paris pour le soutien au peuple libyen », Réseau Voltaire, 19 mars 2011.

[12] « La France impliquée dans la répression des insurrections arabes », Réseau Voltaire, 3 mars 2011.

L’inchiesta. Dalla Libia «libero» contrabbando di petrolio delle milizie verso l’Ue

Nello Scavo martedì 12 novembre 2019.
 

Prima puntata sulle esportazioni illegali di petrolio dalla Libia: giro di affari di 750 milioni. Tripoli ridimensiona il peso delle «intese segrete» con Malta sui respingimenti dei migranti
Un patto segreto tra Malta e Libia grazie al quale le forze armate maltesi si coordinerebbero con la guardia costiera libica per intercettare i migranti e respingerli in Libia. Paese che «sulla base delle attuali condizioni non può essere considerato un porto sicuro», ha ribadito la portavoce della Commissione europea, Mina Andreeva.
La Valletta non smentisce il negoziato. Tripoli prova a ridimensionare, parlando semmai di «cooperazione trasparente» e tirando in ballo anche «Italia e gli altri Paesi Ue».
Dalla Libia «libero» contrabbando di petrolio delle milizie verso l’Ue

Un nuovo caso, mentre vanno emergendo altre indicibili intese: esseri umani da tenere in catene, in cambio della libera circolazione del petrolio di contrabbando. Il giornale Times of Malta ha pubblicato alcune foto che mostrerebbero alcuni incontri riservati in vista di un accordo di «mutua cooperazione» siglato tra l’esercito de LaValletta e la cosiddetta Guardia costiera libica, con il funzionario governativo Neville Gafà, accusato in precedenza di comportamenti illeciti e controversi, tra cui, ricorda il giornale maltese, legami con un leader delle milizie libiche che gestisce estorsioni e centri di detenzione non ufficiali.
«Abbiamo raggiunto – ha detto al quotidiano una fonte maltese – quello che potreste chiamare un’intesa con i libici: quando c’è una nave diretta verso le nostre acque, le forze armate maltesi si coordinano con i libici che la prendono e la riportano in Libia prima che entri nelle nostre acque e diventi nostra responsabilità», ha dichiarato una fonte a Times of Malta.
Ma i misteri libici non si fermano al traffico di persone. Il capo della Noc, la compagnia nazionale petrolifera di Tripoli, continua a denunciare il furto di idrocarburi. Mustafa Sanalla, ha ripetutamente stimato in almeno 750 milioni di euro annuali il valore dei prodotti petroliferi trafugati ed esportati illegalmente all’estero. Furti che avvengono alla luce del sole. Solo nei dodici mesi tra giugno 2015 e 2016 sarebbero arrivati in Italia e poi immessi in Paesi come la Spagna oltre 82 milioni di chili di gasolio di contrabbando, per un valore d’acquisto pari a circa 27 milioni di euro, a fronte di un valore industriale di mercato pari a oltre 50 milioni. Solo la punta dell’iceberg, grazie al gioco delle tre scimmiette praticato dai governi Ue che hanno abbandonato il mare lasciando campo libero ai trafficanti di esseri umani che hanno allargato il giro d’affari trasformandosi anche nella principale multinazionale del contrabbando.
Il principale centro di approvigionamento è la ‘Azzawiya Oil Refinery Company’, la più grande raffineria statale controllata dalla Noc. A impedire i furti di petrolio dovrebbe pensarci la divisione di Zawyah della Petroleum facility guard (Pfg). Ma l’esercito privato incaricato di vigilare risponde agli ordini del clan guidato dai fratelli Koshlaf, i veri datori di lavoro di Abdurhaman al Milad, quel Bija che nel maggio del 2017 era in Italia durante quella che egli stesso ha definito «lunga trattativa» e che nonostante i provvedimenti Onu, con le accuse di essere uno dei boss del traffico di esseri umani, è stato riconfermato alla guida dei guardacoste di Zawyah.
Nei giorni scorsi Euronews ha pubblicato, senza riceverne alcuna smentita, la notizia secondo cui sarebbero 236 i vascelli cisterna a disposizione dei ladri di gasolio. Un vero intrigo internazionale: a settembre il governo maltese ha chiesto a Mosca di non porre il veto alla richiesta di sanzioni proposte dal Consiglio di sicurezza Onu per bloccare ovunque nel mondo i beni dei membri dell’organizzazione di maltesi, libici e italiani indagati nel 2017 nell’operazione “Dirty Oil” della procura di Catania. Tra questi alcuni mediatori considerati vicini al più potente clan mafioso della Sicilia orientale: la famiglia Santapaola-Ercolano.

(1- Continua su Avvenire)

Preso da: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/affari-accordi-e-migranti-ma-la-libia-non-sicura

Ucraina, Polonia, e Romania aumentano il budget militare. Con chi hanno intenzione di fare la guerra?

Scritto da Enrico Vigna

In questo articolo si connotano moltochiaramentealcuni aspetti che potrebbero portare, ad una lettura che vada al di là delle situazioni di realtà contingenti, a intravedere futuri sviluppi, che non sono certo portatori di pace e comprensione tra i paesi, ma al contrario di possibili nuove conflittualità, anche militari; che per ora non sono evidenti anche se già presenti, pur se a    bassa intensità, nella realtà politica dell’est Europa. Il primo aspetto è la pressione al riarmo dei governi che sono sotto il controllo politico della NATO e degli USA, che incrementano politiche aggressive. Ciò avviene con un’aperta e  rischiosa strategia, fatta di ostilità politiche, culturali e storiche, che si configura come “russofobia”. Questo accade utilizzando spregiudicatamente le forze neonaziste e fasciste lì presenti.

Il secondo aspetto si verifica a causa delle contraddizioni esistenti in questi paesi tra le forze nazionaliste più radicali; tali forze si ispirano ad una forma di neonazismo, che portano i vari governi, per tenerle alleate, a spingerle su temi identitari nazionali e sciovinisti, anche se nella storia, queste posizione sono sempre state responsabili di conflitti e guerre.

 

Nel caso di Ucraina e Polonia, citato specificatamente nell’articolo, vi è il caso del Kresy orientale: il 15 luglio 2009 il Parlamento, polacco saldamente legato a logiche nazionaliste identitarie, adottò una risoluzione sul “Tragico destino dei polacchi del Kresy orientale”, dove è usata la definizione di “genocida” in relazione al “massacro di Volyn”, nella Galizia orientale. In questa regione, tra marzo e luglio del 1943, l’esercito collaborazionista ucraino dell’UPA- OUN (i cui banditi, oggi sono riconosciuti istituzionalmente come eroi dell’Ucraina), massacrò la popolazione civile polacca con decapitazioni, impiccagioni, stupri ed esecuzioni di massa; si trattò di quasi 60.000 uccisi, tra cui vecchi, donne e bambini. Contemporaneamente operarono  una spietata pulizia etnica tesa a cacciare i polacchi lì residenti.

Questo massacro da parte dei nazisti ucraini, provocò, di conseguenza, rappresaglie in Polonia contro la popolazione ucraina lì stanziata, che vennero compiute dall’esercito di Craiova (AK) e da altre organizzazioni nazionaliste polacche ad esso alleate.Военно-политическое руководство АК считало Западную Украину «исконно польскими землями» и стремилось создать там относительно сильные структуры, для того, чтобы встретить Красную армию.La leadership militare-politica dell’AK considerava l’Ucraina occidentale come una “terra primordialmente polacca” e riteneva l’UPA-OUN il principale nemico della Polonia, persino più dell’Armata Rossa.

 . 

 квалифицирует Волынскую резню как польского населения

Ecco, in questo caso, oggi  di fronte alle politiche scioviniste polacche (ispirate a letture che ideologicamente dovrebbero essergli vicine: anticomunismo, russofobia, neonazismo, aspirazioni al totalitarismo), Volodymyr Viatrovych, una delle figure politiche più rilevanti del nazionalismo radicale ucraino, direttore dell’Istituto ucraino del ricordo nazionale,(un ente che ha il compito di propagandare sotto il profilo accademico nel paese, le letture più estreme e  scioviniste della storia ucraina), rispecchia una profonda contraddizione. Su chi può contare l’Ucraina del golpe di Maidan e dei Battaglioni neonazisti ATO? 

Ma questa contraddizione, propria di tutte le politiche identitarie e scioviniste nazionali, per l’Ucraina di oggi, investe anche le relazioni con la Romania (per via della minoranza rumena nella Bucovina), e con l’Ungheria in Transcarpazia, ed anche il nodo con Moldova e Pridnestrovie. Stessi protagonisti, stesse esplosive contraddizioni.

L’ultimo dato che emerge dall’articolo (che rappresenta anche un seme di speranza per il popolo ucraino soggiogato dagli eventi, per una ripresa del suo futuro nelle proprie mani), è che tutto questo groviglio di contraddizioni ideologiche e politiche, potrebbe portare a intravedere un processo crescente di conflittualità interne alle forze radicali e neonaziste, che combinate al costante impoverimento economico e alla distruzione delle condizioni di vita degli ucraini, potrebbe causare processi di riorganizzazione e di lotta degli strati popolari contro questi falsi patrioti, in realtà utili idioti e servi delle politiche straniere imperialiste di NATO, USA e UE.

Alla faccia delle dichiarazioni dei nazionalisti radicali e neonazi che si dicono difensori degli interessi nazionali e di indipendenza del proprio paese e Patria.    

UCRAINA

Le priorità del nuovo budget statale dell’Ucraina saranno per la Difesa e la sicurezza.

Per i bisogni dei combattenti saranno stanziati un quarto delle spese dello stato: 245 miliardi di grivnie (9,9 miliardi di dollari). Rispetto al 2019, le spese militari aumentano del 16%.

Kiev continua ad aumentare le spese per l’esercito, la polizia e i servizi speciali del MAI ( Ministero degli Affari Interni), nonostante la debolissima economia e l’alto livello del debito pubblico, rilevano gli esperti. Tale politica concernente l’intento di spesa dichiarata, dimostra il desiderio del governo di Vladimir Zelenskij di continuare le scelte di guerra nel Donbass, nonostante le sue dichiarazioni  ufficiali fossero di: “finire la guerra e attivare trattative di pace”, come ha indicato il portale russo RT.

Il Governo di Kiev ha aumentato le spese per la sicurezza e la difesa.

Nel 2020 per le spese delle Forze Armate saranno destinati 245,8 mlrd di grivnie (9,9mlrd di dollari), più di 33,8 mlrd di grivnie (1,3 mlrd di $) rispetto di 2019.

La priorità del governo di Kiev saranno la liquidazione del debito pubblico ed i pagamenti relativi agli accordi internazionali; per questo necessiterà di 438 mlrd. di grivnie (17,7mlrd.$), questa cifra è quasi la meta del profitto interno lordo.

I progetti di spesa sociale del governo attuale sono i seguenti:

Per il fondo pensionistico prevede una spesa di 172,6 mlrd. di grivnie (6,9 mlrd.$)

Per l’istruzione 136,4 mlrd. di grivnie (5,5mlrd.$)

Per la Sanità 108 mlrd. di grivnie (4,3mlrd.$).

In intervista con RT, il politologo ed economista ucraino  A. Dudchak, ha dichiarato che il nuovo governo di Kiev, conduce una politica di autodistruzione del budget. Kiev, infatti, non può continuare ad aumentare le spese per le strutture militari, in presenza del forte debito pubblico e della sempre più grave situazione economica.

Questo è un ennesimo budget per la guerra. Le forze politiche del periodo post Majdan,  concordano nuovamente per spese militari esagerate (rapportate alla propria economia), per ciò che essi chiamano “difesa”. Kiev, fra l’altro, non riesce a onorare nemmeno i debiti astronomici con i creditori occidentali. “Evidente che stante queste scelte, siano tagliate le spese sociali con il conseguente attacco alle condizioni di vita della popolazione più bisognosa”, ha fatto osservare Dubchak.

Come ha spiegato alla conferenza di presentazione a Kiev il Ministro delle Finanze ucraino, O. Markarova, nel budget il governo ha pianificato prestiti per 380 mlrd. di grivnie (15,3mlrd.$)

Il Ministero delle Finanze ucraino vede i pericoli della continua crescita delle spese militari. Come suppongono nel Ministero, la sicurezza economica è danneggiata della corruzione dilagante ai più alti livelli,  ed i tempi a rilento delle riforme ” intensificano i pericoli alla sicurezza nazionale”, conseguentemente, il deficit dei finanziamenti causano una “restrizione delle possibilità di accesso ai mercati internazionali dei capitali”.

Ancora oggi non si sa, come saranno distribuiti i fondi per le Forze armate. In accordo con le ultime correzioni alla legge ucraina, il ruolo principale in questo processo lo avrà il Consiglio della Sicurezza Nazionale della Difesa, guidato da A. Daniliuk.

Normalmente i soldi di questo capitolo di spesa, sono usati:

per mantenere le Forze Armate della Ucraina

per il Ministero degli Interni

per la Guardia Nazionale

per la Polizia Nazionale

per i Servizi Segreti ucraini

per l’Intelligence

per i Servizi della Emigrazione.

Nel 2019 metà delle risorse del budget per la sicurezza nazionale, lo ha ricevuto il Ministero della Difesa.

Vediamo come sono cresciute dal 2014 ad oggi le spese per le Forze Armata in Ucraina:

nel 2014 erano stati spesi 48mlrd. di grivnie (1,9 mlrd. $)

nel 2017 poco più di 60 mlrd. di grivnie (2,4mlrd.$)

nel 2018 ben 86mlrd. di grivnie (3,4mlrd.$)

nel 2019  si è giunti a 108 mlrd. di grivnie (4,3mlrd.$)

Solo una piccola parte di questa spesa, è utilizzata per il rinnovamento degli armamenti e per la creazione di nuova tecnologia.

Nell’aprile 2019 il consigliere del presidente, I. Arshyn ha dichiarato che le risorse destinate al Ministero della Difesa sono insufficienti. Secondo le sue parole, l’80% delle risorse stanziate, servono solamente per coprire il costo degli stipendi, dei sussidi vari e del normale rifornimento di  materiale tecnico per l’esercito.

Arshyn sostiene che la crescita della spesa militare è necessaria oltre che per il rinnovo degli armamenti, anche per aumentare  gli stipendi ai soldati, ed ha promesso che i militari semplici avranno uno stipendio equivalente a  1000 euro mensili, mentre per gli ufficiali saranno di 2500 euro mensili.

Le sue affermazioni sono in sintonia con le dichiarazioni di Vladimir Zelenskij, che ha spiegato come deve essere la ripartizione della spesa militare e cioè: il 30% sarà destinato per il rinnovamento degli armamenti dell’esercito, il 20% per la preparazione dei militari, il restante 50%  per il mantenimento delle Forze Armate della Ucraina.

In un’intervista con RT, l’esperto della rivista “Arsenale della Patria”, D. Drozdenko  ha dichiarato che le ambizioni politico militari di Kiev sono “estremamente lontane” dalle possibilità finanziarie. Secondo la sua opinione, la maggior parte dei soldi finiscono nelle tasche degli uomini d’affari, dei burocrati e dei deputati, che gestiscono il complesso militare.

Queste di seguito riportate sono le precise affermazioni di Drozdenko:

A Kiev mancano i soldi per lo sviluppo delle Forze Armate dell’Ucraina. La pratica ci insegna che più aumentano i finanziamenti e più aumentano le ruberie!  Durante il periodo dell’indipendenza, l’Ucraina non ha acquistato alcuna nuova tecnologia militare, ma ha semplicemente riadattato i vecchi armamenti ereditati dall’Unione Sovietica, e questo non sempre ha avuto senso“.

Gli esperti, intervistati da RT, pensano che questa corsa all’aumento delle spese militari, potrebbe influenzare negativamente l’immagine di Zelenskij, che ama essere rappresentato , come il “presidente della pace“. Occorre ricordare, che la promessa politica principale della sua campagna elettorale, era fondata sull’obiettivo di una pacifica reintegrazione del Donbass.

Finora Zelenskij ha fatto riattivare il lavoro dl gruppo trilaterale del contatto, il quale ha stabilito una “tregua per la pace“. Era stato anche raggiunto un accordo per il ritiro delle truppe armate nella regione di Staniza Lugovskaja. Adesso, vicino all’abitato, si è avviata la ricostruzione del ponte che era stato distrutto durante gli scontri, sul fiume Severnyj Donets.

In settembre Mosca e Kiev si sono scambiati dei prigionieri secondo la formula “35 per 35″.

Ora a  Kiev si aspetta lo svolgimento dell’incontro “Formato Normandia“, e il “ritorno di tutti i  connazionali“. Nello stesso tempo, i poteri di Kiev rifiutano il graduale rispetto dei punti politici degli accordi di Minsk e il dialogo con le repubbliche Popolari di Donetsk e di Lugansk.

  1. Bondarenko, direttore del “Fondo della Politica Progressista”,nella rubbrica dei commenti di RT,

a proposito dell’operato di Zelenskij, afferma che, nonostante alcune cose buone fatte e pur tenendo conto delle promesse dichiarate, nei fatti continua ad operare secondo il  “paradigma di Petr Poroshenko” e cioè che Kiev non ha alcuna intenzione di rispettare” Minsk-2“.

La crescita delle spese militari è indicativa delle reali intenzioni del nuovo governo di Kiev.

Su questo tema, l’analista di politica internazionale ed economista ucraino, A.Dudchak, ha ricordato che anche Poroshenko, dopo le elezioni del 2014 si era presentato come “presidente della pace”, ma poi si era rifiutato di avere colloqui con le Repubbliche Popolari autoproclamate nel DONBASS

ed era intervenuto usando la forza militare contro le locali forze di autodifesa.

Riportiamo le parole di A.Dudchak:

”Finora per l’affermazione della pace, Zelenskij non ha fatto nulla, nonostante sia sostenuto dalla maggioranza dei deputati e della popolazione. La scelta dell’aumento del budget militare  dell’Ucraina, di sicuro farà intimorire  i poteri e la popolazione del territori non  controllati. Nella sua opzione questo significa una prospettiva di continuità con una logica di conflitto..io non riesco a vedere che Zelenskij e il suo governo, davvero vogliono finire questa guerra”.

Polonia

Contemporaneamente, alle frontiere occidentali dell’Ucraina, anche in Polonia cresce notevolmente il processo di militarizzazione, uno dei pochi paesi membri della Nato, che ubbidendo all’ordine di Washington, ha portato le spese militari oltre il 2% del prodotto nazionale lordo.

A settembre del 2019 il Governo polacco ha ratificato un accordo commerciale per la somma di 6,5 mlrd. $, che prevede l’acquisto e l’importazione di 32 caccia invisibili F-35, sia di servizio che per  addestramento.

Le scelte ricorrenti del presidente A. Duda, hanno portato al raffreddamento delle relazioni tra Polonia e gli altri paesi dell’Est Europa, la destra polacca è molto vicina a Washington e ritiene che la Russia sia la più  grande minaccia. Con questa posizione, scrive l’agenzia di stampa americana “The National Interest”: ” Non solo F-35, la Polonia ha grandi piani di preparazione per una guerra con la Russia”.

“…Varsavia con grandi difficoltà cerca di modernizzare la sua tecnologia militare, nella quale, ci sono le rimanenze dei caccia-bombardiere Cy-22 e i carri armati T-72 dell’epoca sovietica. Oltre ai  più moderni caccia bombardieri F-16c/D “Dalkon” e i carri armati Leopard-, e gli elicotteri W-3 “Sokol” e i carri armati PT-91, di produzione nazionale.

Gli F35 USA potranno migliorare le Forze Aeree Polacche, e gli daranno più possibilità di  contrastare i sistemi anti-aerei russi. Però, possono essere utili solo nel caso, che non vengano  liquidati a terra dai missili balistici russi…”,ha scritto l’agenzia statunitense.

Ecco perché la Polonia spende 4,7 mlrd.$, questa sarà la più grande trattativa per acquisto di  tecnologia militare, insieme all’acquisto di 2 batterie dei complessi missilistici per i “Patriot”PAC-3, dei 4 PLC, con 16 installazioni di lancio e 218 missili.

Nell’esercito polacco questo complesso sarà denominato “Visla”.

L’analista militare polacco Krysztof Kuska ha fatto notare, che “i più famosi esemplari della tecnologia militare, come il sistema “Patriot” e quello PC30 M142 e gli aerei F-35, non

risolveranno il problema. Questo sono pezzi di un rebus, pezzi molto importanti, però, ci sono tanti altri sistemi che necessitano attenzione

Poi, sottolinea ancora l’analista polacco, con alcuni contratti chiave per l’importazione dei complessi della Difesa antiaerea e di elicotteri combattenti, molto non è chiaro.

Così conclude l’articolo del “The National Interest” statunitense:” “Le trattative  sono avviate, però è difficile indovinare cosa succederà, se, ad esempio, crescerà la crisi finanziaria, potrà la Polonia, in questo caso, continuare la modernizzazione, o rimarrà solo con qualche buon sistema, i quali non sono in grado di chiudere tutte le falle?”,

Romania

La Romania ha problemi economici e notevoli difficoltà rispetto alle esigenze sociali della sua popolazione, la quale  si è vista ridurre gli stipendi di fronte ad un costo della vita che, al contrario, ha subito un aumento vertiginoso. C’è quindi una grande quantità di persone che versano in condizioni di vita molto precarie, di fronte ad un esiguo numero di cittadini che si è arricchito.

Questo problema è presente sia in Romania, che in Polonia, che in Ucraina, ma in tutti e tre i paesi, le riduzioni delle spese sociali va di pari passo con l’aumento delle spese militari; possiamo affermare che è una costante che si presenta immancabilmente soprattutto quando questi paesi hanno deciso, in particolare, di aderire all’alleanza atlantica (NATO) e da ex appartenenti al vecchio patto di Varsavia, si sono caratterizzati nei più agguerriti contestatori dell’attuale Russia.

Ora anche in Romania gli Usa  impongono l’incremento delle spese militari, ormai obbligatorie, come forma di collaborazione per essere adeguatamente membri della NATO ed allora ecco che devono essere acquistati, come per la Polonia, il complesso dei PAC-3 per il costo di 3,9 mlrd.$ ed anche i PLC “Idgis Ashor” assieme agli anti missili SM-3. Insomma spese in uscita che alimentano la grande industria bellica statunitense e impoveriscono oggettivamente la Romania.

Noi, come sanno i nostri lettori, non facciamo ideologia, ma presentiamo “fatti”, ed i fatti sono questi: più armi, meno sanità; più armi, meno pensioni; più armi più contraddizioni, ed anche la Romania è ricca di tensioni con gli stati confinanti, pur se uniti da ideologie simili; tensioni con l’Ucraina a proposito delle minoranze rumene che vivono nella Bucovina, tensioni con Moldavia, rispetto al nodo della Moldova e pure Pridnestrovie. Del resto a Bucarest è sufficiente, per esempio, semplicemente guardare negli archivi del loro Ministero dell’Interno, dove sono già registrate le migliaia di ucraini che hanno già i passaporti rumeni e glieli  si possono levare solo usando le forze armate!

CHE DIRE! Solo alcune riflessioni sulle contraddizioni del passato che riemergono.

Con le continue e insistenti pressioni della Casa Bianca verso i paesi dell’Est Europa, cresce visibilmente una nuova corsa degli armamenti. I budget dei nuovi paesi della Nato, certamente sono piccoli, ma le armi le devono comperarle dalla “guida” americana.

Però, con la destabilizzazione, e la già molto difficile situazione in Ucraina, nessuno può garantire che a Varsavia, per esempio, non si ricorderanno dei Kresi Orientali ( territori di confine con la Polonia, dell’Ucraina occidentale, che dal 1918 al 1939 facevano parte della Polonia, ndt) .Specialmente, quando le forze neonaziste e nazionaliste più radicali di Kiev, guidate da V. Viatrovich impongono ad ogni angolo, di installare monumenti ai “veri patrioti“, il merito dei quali più rilevante fu che, durante la 2° guerra mondiale, massacrarono e sterminarono i contadini polacchi di Volyn ( storicamente conosciuto come il massacro di Volyn, ndt).

18/09/2019    da ucraina.ru    Traduzione di Larissa L. per SOS UcrainaResistente/CIVG

Preso da: http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1633:ucraina-polonia-e-romania-aumentano-il-budget-militare-con-chi-hanno-intenzione-di-fare-la-guerra&catid=2:non-categorizzato

Ad otto anni dall’assassinio di Muammar Gheddafi

Scritto da Enrico Vigna

20 OTTOBRE 2011 – 20 OTTOBRE 2019  –   Per NON dimenticare

 

“Il Colonnello Gheddafi e’ stato il piu’ grande combattente per la liberta’ dei popoli, del nostro tempo”. Nelson Mandela, un uomo che di liberta’…se ne intendeva!

Le sue ULTIME VOLONTA’

In nome di Dio clemente e misericordiosoQuesta è la mia volontà. Io, Muammar bin Mohammad bin Abdussalam bi Humayd bin Abu Manyar bin Humayd bin Nayil al Fuhsi Gaddafi, giuro che non c’è altro Dio che Allah e che Maometto è il suo profeta, la pace sia con lui. Mi impegno a morire come un musulmano.

Se dovessi essere ucciso, vorrei:

Non essere lavato alla mia morte ed essere interrato secondo il rito islamico ed i suoi insegnamenti, con i vestiti che portavo al momento della mia morte. Essere sepolto nel cimitero di Sirte, a fianco della mia Famiglia e della mia Tribù. Vorrei che la mia famiglia, soprattutto donne e bambini, fossero trattati bene dopo la mia morte. Vorrei che il Popolo Libico salvaguardi la propria identità, le sue realizzazioni, la sua storia e l’immagine onorevole dei suoi antenati e dei suoi eroi, e che non sia intaccato nell’essenza di Uomini Liberi.

Il popolo libico non dovrebbe dimenticare i sacrifici delle persone libere e migliori. Invito i miei sostenitori a continuare la resistenza, e a combattere qualsiasi aggressore straniero della Libia, oggi, domani e sempre.

I popoli liberi del mondo devono sapere che avremmo potuto contrattare e svendere la nostra causa in cambio di una vita personale sicura e agiata. Abbiamo ricevuto molte offerte in questo senso, ma abbiamo scelto di essere al nostro posto, al fronte a combattere, come simboli del dovere e dell’onore. Anche se noi non vinceremo oggi, offriremo una lezione alle generazioni future perche’ esse possano vincere domani, perchè la scelta di proteggere la nazione è un onore e la sua svendita sarebbe il più grande tradimento, che la storia ricorderebbe per sempre.

Che sia trasmesso il mio saluto ad ogni membro della mia famiglia ed ai fedeli della Jamahiriya, nonché ai fedeli che ovunque nel mondo ci hanno sostenuti con il loro cuore.

Che la pace sia con voi tutti.         

Mouammar El Kadhafi          

Sirte, 17/10/2011

–  ( da BBC )  –

                                                                                                             

Muammar Gheddafi, Leader della Rivoluzione: un testamento storico e politico

“ In nome di Allah, il Benevolo, il Misericordioso …

 Per 40 anni, o magari di più, non ricordo, ho fatto tutto il possibile per dare alla gente case, ospedali, scuole, e quando aveva fame, gli ho dato da mangiare convertendo anche il deserto di Bengasi in terra coltivata.

 Ho resistito agli attacchi di quel cowboy di nome Reagan, anche quando uccise mia figlia, orfana adottata, mentre in realtà cercando di uccidere me, tolse la vita a quella povera ragazza innocente.

Successivamente aiutai i miei fratelli e le mie sorelle d’Africa soccorrendo economicamente l’Unione africana, ho fatto tutto quello che potevo per aiutare la gente a capire il concetto di vera democrazia in cui i Comitati Popolari guidavano il nostro paese; ma non era mai abbastanza, qualcuno me lo disse, tra loro persino alcuni che possedevano case con dieci camere, nuovi vestiti e mobili, non erano mai soddisfatti, così egoisti che volevano di più, dicendo agli statunitensi e ad altri visitatori che avevano bisogno di “democrazia” e “libertà”, senza rendersi conto che era un sistema crudele, dove il cane più grande mangia gli altri.

Ma quelle parole piacevano, e non si resero mai conto che negli Stati Uniti, non c’erano medicine gratuite, né ospedali gratuiti, nessun alloggio gratuito, nè l’istruzione gratuita o pasti gratuiti, tranne quando le persone devono chiedere l’elemosina formando lunghe file per ottenere un zuppa; no, non era importante quello che facevo, per alcuni non era mai abbastanza.

Altri invece, sapevano che ero il figlio di Gamal Abdel Nasser, l’unico vero leader arabo e musulmano che abbiamo avuto dai tempi di Saladino, che rivendicò il Canale di Suez per il suo popolo come io rivendicai la Libia per il mio; sono stati i suoi passi quelli che ho provato a seguire per mantenere il mio popolo libero dalla dominazione coloniale, dai ladri che volevano derubarci.

Adesso la maggiore forza nella storia militare mi attacca; il mio figliuolo africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, prendere le nostre case gratuite, la nostra medicina gratuita, la nostra istruzione gratuita, il nostro cibo gratuito e sostituirli con il saccheggio in stile statunitense, chiamato “capitalismo”, ma tutti noi del Terzo Mondo sappiamo cosa significa: significa che le corporation governano i paesi, governano il mondo, e la gente soffre, quindi non mi rimangono alternative, devo resistere.

E se Allah vuole, morirò seguendo la sua via, la via che ha arricchito il nostro paese con terra coltivabile, cibo e salute e ci ha permesso di aiutare anche i nostri fratelli e sorelle africani ed arabi a lavorare con noi nella Jamahiriya libica.

Non voglio morire, ma se succede per salvare questo paese, il mio popolo e tutte le migliaia che sono i miei figli, così sia.

 

Che questo testamento sia la mia voce di fronte al mondo: che ho combattuto contro gli attacchi dei crociati della NATO, che ho combattuto contro la crudeltà, contro il tradimento, che ho combattuto l’Occidente e le sue ambizioni coloniali, e che sono rimasto con i miei fratelli africani, i miei veri fratelli arabi e musulmani, come un faro di luce, quando gli altri stavano costruendo castelli.

Ho vissuto in una casa modesta ed in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non spesi follemente il nostro tesoro nazionale, e, come Saladino, il nostro grande leader musulmano che riscattò Gerusalemme all’Islam, presi poco per me.

In Occidente, alcuni mi hanno chiamato “pazzo”, “demente”, però conoscono la verità, ma continuano a mentire ; sanno che il nostro paese è indipendente e libero, che non è in mani coloniali, che la mia visione, il mio percorso è, ed è stato chiaro per il mio popolo : lotterò fino al mio ultimo respiro per mantenerci liberi, che Allah Onnipotente ci aiuti a rimanere fedeli e liberi,                                           

Colonnello Muammar Gheddafi, 5 aprile 2011

 

(Tradotto dal Professor Sam Hamod – Information Clearing House)  –  5 aprile 2011

         

Libia: a otto anni dalla “liberazione”. Cosa ha portato la guerra della NATO?           

A otto anni dalla “liberazione” dal “regime” di Gheddafi, imposta dalla cosiddetta “ coalizione dei volonterosi” occidentale ( leggasi, al di là di retoriche e demagogie, paesi aggressori e NATO) può essere illuminante, per capire di quante menzogne e falsità mediatiche ci nutrono, fare un punto sulla situazione nel paese e sul livello di violenza e terrore nella realtà della vita quotidiana del popolo libico. Soprattutto può aiutare a riflettere sulle manipolazioni usate per fare le “guerre umanitarie” e per i diritti umani, e appurarne i risultati nel concreto della vita dei popoli.

Un paese in una situazione di caos generalizzato e caduto in una devastazione sociale che Gheddafi aveva predetto, scivolato inesorabilmente verso la guerra civile.
La Libia di oggi è un territorio senza più alcuna legalità, sprofondato in una logorante guerra civile, controllato da attori esterni. Questo a detta di osservatori  internazionali, esperti, giornalisti, testimoni sul campo e persino ONG come Human Right Watch, anche l’ONU negli ultimi rapporti redatti dalla sua missione in Libia (UNSMIL), ha denunciato l’uso sistematico della tortura, dello stupro, di omicidi, di indicibili e feroci atrocità perpetrate nelle prigioni e nei siti a disposizione delle milizie e delle bande criminali che controllano il paese, usati. Un paese teatro di una guerra tra un governo fantasma, quello di Al Sarraj, posizionato su una portaerei, stante l’insicurezza della capitale, e sostenuto da bande criminali jiahdiste che si sono insediate in alcune aree e non sono disposte a cedere i loro poteri banditeschi, e il governo di Tobruk in Cirenaica, guidato dal generale Haftar col suo Esercito Nazionale Libico e un governo laico, che da alcuni mesi ha circondato la capitale libica, ma ancora non è riuscito a spazzare via il governo tripolino, anche a causa del sostegno internazionale delle potenze occidentali che lo sostengono.

Ogni milizia ha creato una ”giustizia privata”, ogni gruppo di mercenari possiede una prigione privata dove rinchiudere e torturare i propri detenuti, oltre a sfruttare le risorse libiche di cui si sono impadronite.

Queste centinaia di piccole bande e milizie che gestiscono il potere anche solo su quartieri o piccoli villaggi rendono la vita alla popolazione un inferno. Infatti impongono leggi loro, vessazioni, tassazioni inique, violenze sistematiche. Si può immaginare la quotidianità e la vita dei civili e delle famiglie libiche.

Altrochè diritti umani, libertà o democrazia, l’unico obiettivo della NATO e dell’occidente era la distruzione della Jamahiriya araba, libica e socialista e del suo leader, non assoggettati agli interessi economici e militari occidentali; la loro vera colpa  era di cominciare a richiedere il pagamento del petrolio non più in dollari ma in oro; cercare di fondare una nuova moneta comune africana aurea, chiamata “Dinaro africano; oppure il finanziamento con i guadagni del petrolio libico, di un Fondo Monetario Africano, liberando così i paesi africani e poveri del mondo, dallo strozzinaggio del Fondo Monetario Internazionale? O forse la continua e intensa campagna gheddafiana che era intesa a rafforzare e consolidare sotto tutti gli aspetti ( politici, economici, militari e culturali) l’Unità Africana come strumento fondamentale di difesa e di emancipazione dei paesi africani?

 

Una vera e propria balcanizzazione e parcellizzazione della Libia, senza regole o leggi statali rispettate da alcuno, un paese dove non si è potuto varare neanche una Costituzione.

Dalle donne alla popolazione nera, dai lealisti della Jamahiriya ai cristiani, dagli stranieri ai non praticanti dell’islam più fondamentalista, tutti loro oggi in Libia sono perseguiti, vessati, possibili obiettivi di queste bande che hanno in mano la nuova Libia, sotto la copertura “legale” di governo fantasma. Ma tutto questo ormai non interessa più a nessuno, in primis a coloro che premevano sul governo italiano di allora, della assoluta necessità di intervenire per “liberare” il popolo libico, come in Afghanistan, in Iraq, in Jugoslavia, in Somalia, in Yemen, poi in Siria. Da buoni “grilli parlanti”, vivono tranquilli una vita al caldo, con internet, vacanze, crisi personali o psicologiche passeggere, qualche problema di denaro, mai abbastanza per loro vite agiate. Come mi disse una vecchia amica jugoslava: “ma perchè si occupano di noi, del nostro paese, dei nostri problemi, dei nostri governi…sono un problema nostro, non di intellettuali, giornalisti, politici o pacifisti italiani o occidentali. Forse non avete  problemi e cercate una occupazione?”.

Il 17 marzo 2011, il Consiglio di sicurezza, con la risoluzione 1973, aveva autorizzato la NATO ad intervenire “per proteggere i civili e le aree civili sotto minaccia di attacco in Libia.”

Misuriamo il successo della missione della NATO consultando i dati:

Nel 2010, sotto il “regime di Muammar al-Gaddafi” c’erano in Libia:
3.800.000 libici
2,5 milioni di lavoratori stranieri
6,3 milioni di abitanti.

Oggi,
1.900.000 di libici sono in esilio mentre ,
2,5 milioni di immigrati hanno lasciato il paese per sfuggire alle aggressioni razziste.
Sono rimaste circa 1,8 milioni di persone.  

Secondo il  Rapporto annuale Mondiale sulla schiavitù “ Slavery Global Index “, in Libia nel 2018  sono documentati  i casi di 48.000 persone che vivono come schiavi moderni nel paese, quasi 100.000 sono in una condizione di semi o probabile schiavitù. Secondo questo Rapporto oggi la Libia è classificata come il paese dove si ha la maggiore presenza di  “schiavitù” di tutto il  Nord Africa. Questo rapporto annuale è prodotto dalla “Walk Free Foundation” una fondazione antischiavista, che ha collocato la Libia al 68° posto in una lista di 162 paesi inclusi nello studio, che definisce anche la figura delle moderne figure di schiavitù di una popolazione. Essa assume molte forme ed è conosciuta con molti nomi, spiegano i responsabili del rapporto. “Sia che si tratti di traffico di esseri umani o di lavoro forzato, di schiavitù o pratiche simili alla schiavitù, le vittime della schiavitù moderna vedono negata la propria libertà e sono usati, controllati e sfruttati da un’altra persona o organizzazione a scopo di lucro, di sesso  o per l’esercizio del dominio o del potere

 

Ma in Libia, dopo oltre otto anni è ancora ben presente il fantasma di Gheddafi e le radici della Jamahiriya

Quando la NATO ha ucciso Gheddafi e occupato il paese nel 2011, speravano che il potere socialista della Jamahiriya che l’aveva guidata sarebbe morto e sepolto. Una speranza che presto sarebbe stata smantellata.
Ci sono stati diversi momenti durante la distruzione della Libia da parte della NATO che avrebbero dovuto coronare simbolicamente la supremazia occidentale sulla Libia e le sue istituzioni e, di conseguenza, su tutti i popoli africani e arabi: ad esempio la “caduta di Tripoli” nel mese di agosto 2011. Cameron e Sarkozy facevano discorsi di vittoria il mese successivo; il linciaggio di Muammar Gheddafi è venuta subito dopo. Oltre a questo, la condanna a morte che fu emessa contro il figlio di Gheddafi,  Saif al-Gheddafi nel 2015. Ma questa mossa è rimasta insoluta, dopo che Saif era stato catturato dalla milizia di  Zintan, poco dopo che suo padre e suo fratello erano stati uccisi dagli squadroni della morte della NATO alla fine del 2011. Ma il 12 aprile 2016 Saif fu liberato in conformità con una legge di amnistia approvata dal parlamento di Tobruk l’anno precedente. E da allora Saif al Gheddafi, successore politico designato di Muammar Gheddafi e riconosciuto da tutte le grandi Tribù libiche come un leader in grado di ricomporre e unire la Libia e far cessare l’occupazione straniera e la guerra civile, compito al quale da allora si è dedicato, girando in clandestinità le varie regioni libiche per ottenere il mandato di guidare una nuova Libia, riscattando questa realtà di oggi devastata e cruenta.
La cosa più importante circa la sua liberazione, favorita e possibile grazie al generale Haftar, e (questo è innegabile e non va nascosto) al di là di tutte le altre contraddizioni rappresentate dal capo dell’ENL, è quello che essa rappresenta: il riconoscimento, da parte delle nuove autorità elette della Libia, che non c’è futuro per la Libia senza il coinvolgimento del movimento della Jamahiriya e dei suoi legami profondi nella popolazione libica. E infatti se ci saranno future elezioni Saif si è già detto disposto a presentarsi alle elezioni.

 

 

Noi non ci arrenderemo. Noi vinceremo o moriremo, perché questa non è la fine! Voi ci combatterete, ma dovrete combattere anche le nostre future generazioni,fino a che la Libia non sarà libera!     

A cura di Enrico Vigna /CIVG

Preso da: http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1628:ad-otto-anni-dall-assassinio-di-muammar-gheddafi&catid=2:non-categorizzato