“SOVRAPPOPOLAZIONE” E IL FINANZIAMENTO DELLA 3° GUERRA MONDIALE – L’OPERAZIONE ‘BARBAROSSA 2’

Postato il Mercoledì, 16 marzo @ 23:10:00 GMT di davide

DI PETER KOENIG
Information Clearing House
“Le guerre sono orribili. L’unica cosa buona delle guerre è che contribuiscono a ridurre la popolazione mondiale”.
Ho sentito poco fa questa frase pronunciata da una persona che consideravo migliore. Ne sono rimasto scioccato e gli ho chiesto cosa intendesse.
“Beh, non pensi anche tu che il mondo sia sovrappopolato?”

Stentavo a credere che quelli fossero i pensieri di una persona che rispettavo. Potrebbero anche essere i pensieri di altre persone intorno a me. Aprendo gli occhi su una dimensione che finora avevo ignorato, i pensieri e i sogni segreti della gente iniziavano a rivelarsi; pensieri che normalmente si confidano in un ambiente familiare o quando si è indotti a rivelarli, quando cioè vengono alla luce le verità più nascoste.

La sovrappopolazione è una fantasia egocentrica tipicamente occidentale. I “Comodoni Occidentali” temono di dover condividere alcuni dei loro eccessi con i poveri sotto-umani dei paesi cosiddetti in via di sviluppo dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina – quei continenti lentamente emergenti che per centinaia di anni sono stati violati proprio dagli stessi colonialisti occidentali che oggi paventano sovrappopolazione e guerra mondiale, come fosse una nuova forma di colonialismo.
Secondo la FAO – l’ Organizzazione Mondiale per l’ Alimentazione delle Nazioni Unite – l’attuale potenziale agricolo mondiale potrebbe alimentare almeno 12 miliardi di persone, se solo il cibo non fosse soggetto a speculazioni e fosse distribuito in modo corretto. Cosa che non é. Gli speculatori agroalimentari Statunitensi ed Europei controllano i prezzi – controllano cioè letteralmente chi può vivere e chi deve morire (di fame).
Secondo la Banca Mondiale, l’80% dell’impennata dei prezzi alimentari ha indotto nel 2008/2009 fame e carestia che ha causato la morte di due milioni di persone in Asia e in Africa, il risultato di speculazioni alimentari. Tre settimane fa, il governo Svizzero ha raccomandato al suo elettorato di respingere un’iniziativa popolare del partito socialista contro la speculazione alimentare. L’argomento principale del governo era la negazione del fatto che fame e carestia fossero il prodotto di speculazioni alimentari: “Se proibiamo la speculazione alimentare, gli speculatori lasceranno la Svizzera e andranno a fare i loro utili altrove”. Con il pensiero neoliberista dominante e dilagante – Profit über Alles – non c’è spazio per l’etica. Infatti, la popolazione Svizzera ha respinto l’iniziativa con un margine di quasi 2:3. I centri finanziari della Svizzera a Zurigo e Ginevra controllano alcuni dei più grandi speculatori alimentari in tutto il mondo. Le pratiche nefaste di natura speculativa di Place Finance Suisse sono vive e vegete.
Pensieri e desideri clandestini di riduzione della popolazione e di guerre lontane, sono probabilmente il risultato inconscio di decenni di un’orrenda propaganda occidentale che cerca, in un modo o nell’altro, di guadagnare il consenso popolare sul fatto che le guerre sono necessarie, sono normali, sono quello che l’uomo ha sempre fatto fin dall’inizio dei tempi. L’inizio? Quale inizio? Di certo parliamo di seimila anni fa, con l’avvento dell’ era Giudaico/Cristiana, violenta, sanguinaria e mossa dall’avidità.
Le guerre sono la quintessenza della nostra esistenza occidentale, la ricerca estrema del potere su tutto l’universo. Le guerre sono essenziali per la sopravvivenza del nostro sistema economico occidentale fondato sulla crescita. Le guerre creano l’esigenza di nuove guerre. Da sempre le guerre alimentano un circolo vizioso di dipendenza da se stesse. Nelle nostre economie occidentali abbiamo raggiunto un tale grado di dipendenza dalla guerra che, ad esempio, l’economia Statunitense (una a caso) non potrebbe più sussistere senza di essa. Le guerre uccidono e distruggono, e la ricostruzione crea crescita. Le uccisioni di massa aiutano a controllare la popolazione mondiale, uno degli obiettivi chiave delle élite mondiali, come i Rockfeller, fondatori di organizzazioni semi-segrete come…la Bilderberg Society.
La giustificazione per conflitti e uccisioni continue, è esattamente quello che i media occidentale diffondono ogni giorno – il terrorismo deve essere combattuto con la guerra. Se non c’è abbastanza terrorismo intorno da poter giustificare una guerra, se ne produce di nuovo, sotto una falsa bandiera. E l’Occidente ha messo a punto una scienza esatta – e molto credibile – nella costruzione di false bandiere; tanto che le masse protestano e chiedono più polizia e più protezione militare; tanto che la gente chiede più guerre all’estero per la loro protezione, per la tutela delle sue comodità; tanto che la gente è disposta a rinunciare ai propri diritti e libertà civili pur di avere intorno più polizia e più soldati. A titolo di esempio, sopo gli attacchi ‘terroristici’ a Parigi di gennaio e novembre 2015, il presidente Hollande ha tentato di tutto per introdurre tra le norme della Costituzione Francese lo stato di emergenza nazionale permanente. Finora il Parlamento lo ha bloccato.
La propaganda, come ha sempre fatto e come ancora fa, diffonde la paura. Quando un uomo ha paura, è più vulnerabile e più facilmente manipolabile.
Traendo spunto dall’eccellente analisi di Christopher Black su come l’Occidente si stia preparando ad attaccare la Russia – ovvero a dare inizio ad una Terza Guerra Mondiale – quella che lui chiama “Operazione Barbarossa 2: la Mossa Baltica” (pubblicato da NEO e Global Research), ecco alcune riflessioni aggiuntive sulle forti analogie tra questa operazione e l’originale Operazione Barbarossa – il nome in codice per l’attacco di Hitler alla Russia nella Seconda Guerra Mondiale.
Oggi abbondano le somiglianze tra quello che Chris Black chiama Operazione Barbarossa 2 e l’originale Operazione Barbarossa: a cominciare dal modo in cui Corporate Big Business (CBB) e Wall Street (WS) sostengono l’azione fascista di dominio mondiale, continuando con la propaganda bugiarda da parte di sei megagruppi d’informazione sinoisti/anglosassoni, fino ad arrivare al finanziamento diretto di operazioni di guerra.
La Seconda Guerra Mondiale ha ucciso più di 50 milioni di persone, di cui circa la metà Russi ed é stata finanziata dalla FED tramite Wall Street e la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) di Basilea – Svizzera. Il libro su cui si basa questo articolo di giornale Tedesco – “Bankgeschäfte mit dem Feind – Die Bank für Internationalen Zahlungsausgleich im Zweiten Weltkrieg” (1997), di Gian Trepp, descrive in dettaglio tutte le transazioni finanziarie avvenute all’epoca, ma purtroppo non è più disponibile e pare non sia stato mai tradotto in inglese. (Tuttavia, “La Torre di Basilea”  è un ottimo complemento del racconto di Gian Trepp.)
Sia la Prima sia la Seconda Guerra Mondiale – e Dio non voglia, anche la Terza – sono state (e potrebbe ancora essere) contro l’est. Il primo obiettivo è la Russia. La Cina è già da un pezzo nel mirino di attacco e di conquista delle élite mondiali. L’élite CBB sta già manovrando il Pentagono e – per estensione – i vassalli NATO di Washington. Questi gruppi élitari intenzionati a dominare il mondo, si nascondono dietro quelle nefaste organizzazioni come la Bilderberg Society, la Commissione Trilaterale, il Council on Foreign Relations (CFR), la Chatham House, il World Economic Forum – e altre ancora.
I Clinton, i Kerry, gli Obama, gli Hollande e i Cameron del mondo, i leader del Consenso Washington, la FED, la Banca Mondiale, il FMI, la Banca Centrale Europea, i CEO di Wall Street, il complesso industriale militare, i grandi gruppo d’informazione e i gruppi farmaceutici – per nominarne solo alcuni – sono membri della maggior parte di queste organizzazioni semi-occulte strettamente interconnesse.
Molti tra questi leader sono Sionisti o comunque sostenitori del sionismo mondiale. E confluiscono tutti al vertice attraverso uno dei patti più oscuri e sinistri mai esistiti: i Massoni, simboleggiati da triangolo e occhio che guarda, come raffigurati sulla banconota del dollaro. E’ ai Massoni che dobbiamo la creazione della FED e del nostro sistema monetario occidentale fraudolento e fuorilegge. Già governano il mondo. La loro morsa si fa sempre più stretta ogni giorno che passa fino a un punto di non ritorno, se Noi, la Gente, glielo consentiamo.
Ed ecco le analogie tra la Seconda Guerra Mondiale e gli attuali preparativi alla Terza. Negli anni ’30 e durante la Seconda Guerra Mondiale, l’IBM, allora una delle maggiori società Americane, collaborò strettamente con Hitler nell’organizzazione dell’Olocausto: contando, registrando e infine trasportando gli Ebrei ai campi di concentramento di Auschwitz ed altri, grazie ai primi computer a schede perforate.
(http://www.amazon.com/IBM-Holocaust-Strategic-Alliance-Corporation-Expanded/dp/0914153277/).
Hitler insignì il fondatore dell’IBM, Thomas Watson, con la Croce al Merito (la seconda più importante onorificenza Tedesca).
Altri collaboratori furono la Ford e la General Motors, la DuPont (il gigante chimico) e l’impero mediatico Randolph Hearst, per elencarne solo alcuni, che ammiravano il rigore della leadership del Fuhrer. Con la prospettiva di un ricco e sicuro profitto, tutti chiusero un occhio di fronte alle atrocità naziste. Le grandi imprese Americane, quindi, contribuirono a creare l’arsenale del Nazismo di Hitler.
Oggi, come ieri, le grandi aziende Americane ed Europe e i grandi gruppi mediatici, mano nella mano, promuovono e sostengono un approccio fascista per denigrare e schiacciare la Russia, indipendente e non allineata, e la Cina – e tutto questo con l’obiettivo del PNAC (Plan for a New American Century) di dominare a tutto campo le risorse naturali e le popolazioni del pianeta.
Uno dei più recenti attacchi sanguinari ha avuto inizio con il colpo di stato nazista (che poi si è dimostrato essere stato provocato dall’Occidente) contro il leader Ucraino democraticamente eletto, Viktor Yanukovich, sostituendolo con un governo fascista, durante il sanguinoso colpo di stato di Maidan a Kiev nel febbraio del 2014 – e accusando poi la Russia della conseguente guerra civile; in realtà il massacro del Donbass, in Ucraina orientale, è stata una strage ordita dalla NATO nella quale sono rimaste uccise almeno 40.000 persone, per lo più civili, causando circa 2 milioni di profughi. L’iniziativa occidentale aveva un duplice obiettivo: far guadagnare terreno alla NATO verso Mosca e privatizzare i ricchi terreni agricoli e minerari dell’Ucraina con capitali occidentali.
CHI FINANZIA “BARBAROSSA 2” – UN’IMPRESA USA/NATO IN PREPARAZIONE DI UNA TERZA GUERRA MONDIALE?
I costi sono difficili da valutare, ma è molto probabile che possano raggiungere il trilione di dollari USA, o anche più. E’ qui che entrano in gioco la FED e la BCE – ecco l’analogia con l’Operazione Barbarossa, quando la FED, tramite Wall Street e la BRI, finanziò l’Olocausto e la guerra di Hitler contro la Russia. E’ forse questa la ragione della tolleranza mostrata dalla BCE nei confronti di alcuni paesi dell’eurozona – Francia, Italia, Polonia e altri – che negli ultimi due anni hanno stampato più Euro di quanto fosse consentito dalla regole BCE? Questo denaro ‘nuovo’, prodotto a un ritmo di quasi 500 miliardi di euro BCE (in eccesso rispetto alle quote stabilite per l’Eurozona), è stato utilizzato per acquistare titoli di Stato, per finanziare cioè il debito governativo.
Conoscendo quindi il modo in cui è stata finanziata la Seconda Guerra Mondiale, non sarebbe una sorpresa scoprire che la BCE – pilotata da FED e Wall Street (ricordiamoci che Mario Draghi è un ex funzionario di Goldman Sachs) ha seguito le istruzioni di Washington chiudendo un occhio sulle limitazioni monetarie dell’eurozona, allo scopo di produrre, cosi’ come la FED a suo tempo con i dollari, euro senza valore per finanziare un nuovo conflitto mondiale. Sarebbe una replica di quanto avvenuto nella Seconda Guerra Mondiale, con FED/Wall Street e BRI. Come al solito, l’Impero del Caos tiene banco su due tavoli: da una parte briga per finanziare una nuova guerra contro la Russia, attraverso il debito imposto da Washington ai suoi alleati/vassalli Europei, sanzionando la Russia sempre attraverso il suoi alleati/vassalli Europei che accettano di buon grado di subirne le nefaste conseguenze economiche; mentre dall’altra parte l’eccezionale macchina da guerra Statunitense raccoglie i frutti della sua industria bellica nazionale; e nel frattempo Obama consente tranquillamente ai rappresentanti delle imprese Americane di partecipare all’International Business Forum dello scorso giugno a San Pietroburgo.
Ma quando arriverà il giorno in cui “Noi, la Gente” apriremo finalmente gli occhi sulle indicibili atrocità ed inganni perpetrati dalle élite manipolatrici?
Peter Koenig è un economista e analista geopolitico. Ha lavorato per molto tempo all’estero per la Banca Mondiale, occupandosi di ambiente e risorse idriche. Scrive regolarmente per Global Research, ICH, RT, Sputnik, PressTV, CounterPunch, TeleSur, per il Blog The Vineyard of The Saker e altri siti internet. E’ autore di : Implosione – un Thriller Economico su Guerra, Distruzione Ambientale e Avidità Imprenditoriale – un racconto basato su fatti reali e sulla sua esperienza trentennale per la Banca Mondiale in giro per il mondo. E’ anche co-autore di Ordine Mondiale e Rivoluzione! – Saggi dalla Resistenza.

Fonte: www.informationclearinghouse.info
Link: http://www.informationclearinghouse.info/article44423.htm
14.03.2016
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=16350

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L’ONU VUOLE L’IDENTIFICATIVO BIOMETRICO UNIVERSALE ENTRO IL 2030

Pubblicato il: 29/02/2016

Grazie all’abile uso di trattati e accordi internazionali, il dominio su questo pianeta sta diventando sempre più globalizzato e centralizzato, eppure la maggior parte della gente non sembra preoccuparsene.
Fra il 25 e il 27 settembre, le Nazioni Unite hanno dato l’avvio a un nuovo “piano universale” per l’umanità. Il discorso inaugurale della conferenza è stato pronunciato dal Papa, in visita a New York, che ha così offerto il suo prezioso appoggio al nuovo piano. Praticamente ogni nazione dell’intero pianeta ha volontariamente sottoscritto i 17 obiettivi inclusi nel piano, eppure questo evento di immensa portata non figurava su nessuna prima pagina.

Uno dei 17 obiettivi è che ogni uomo, donna o bambino del pianeta disponga entro il 2030 di un documento d’identità biometrico. Le Nazioni Unite stanno già lavorando per l’attuazione di questo progetto, in particolare fra le popolazioni di rifugiati. L’ONU sta implementando con la collaborazione di Accenture un sistema d’identificazione biometrica che rimandi le informazioni “a un database centrale a Ginevra”. La cosiddetta iniziativa Identification for Development (ID4D) era stata originariamente lanciata dalla Banca Mondiale, che è orgogliosa di lavorare fianco a fianco con l’ONU affinché tutti siano in possesso della “identità legale”.
Per il momento questa viene inquadrata come “iniziativa umanitaria”, ma sarà sempre così?

* * *

Tratto da Nexus New Times n. 119, dicembre 2015 – gennaio 2016
(Fonte della notizia in inglese: ActivistPost.com, 1 novembre 2015)


Preso da: http://www.nexusedizioni.it/it/CT/lonu-vuole-lidentificativo-biometrico-universale-entro-il-2030-5015

Libia. 7 anni dopo la RATSvoluzione Macron parla di “errore”: cosa ne pensa il cugino di Gheddafi

di Vanessa Tomassini
Popolo di Bengasi, abbiamo in costruzione 500mila unità abitative, abbiamo 7 nuove università, 7 nuovi aeroporti sui quali è iniziata la costruzione. Fratelli ci sono più di 200 miliardi di dollari di progetti in gioco. Ricordate le mie parole, non saranno finiti, saranno distrutti!”.
I media occidentali e i soliti esperti da salotto hanno definito nel 2011 queste parole di Saif al-Islam Gheddafi le solite minacce di un leader che non aveva via di uscita, ma a riascoltare il discorso del figlio del rais oggi più che minacce sembrano delle vere e proprie rivelazioni. Mentre le Nazioni Unite e la comunità internazionale continuano a spingere per le elezioni, nel paese nordafricano aumentano scontri tra milizie, esplosioni di autobombe, attacchi terroristici, rapimenti e insicurezza. Se il capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron, sabato scorso ha definito l’intervento militare in Libia “un grande errore”, un esponente politico libico della Camera dei Rappresentanti del popolo Tawergha – che ancora non riesce a far ritorno nella sua città – ha definito la Rivoluzione di Febbraio, “un disastro”, scatenando diverse e contrastanti reazioni. Ma come dargli torto?

La verità la dimostrano i fatti che si stanno verificando in Libia ogni giorno, che confermano che quanto accaduto è un complotto tra Obama, il Parlamento britannico e Berlusconi che ha seguito il governo francese; sono gli stessi leader che hanno predisposto i missili della Nato ad ammetterlo ora. Lo hanno confessato gli stessi leader che oggi sono fuggiti lasciando la Libia nel doloroso risultato di carceri, uccisioni, distruzione, saccheggi e la situazione degli sfollati. Gli stessi leader politivi hanno trasformato il paese in un punto focale per terrorismo e gruppi criminali organizzati, che sfruttano il contrabbando e la vendita di esseri umani”.
A dirci queste parole amare è il cugino del rais, Ahmed Gaddaf Addam, il maggiore esponente del passato regime a fianco di Muhammar Gheddafi per oltre mezzo secolo, che abbiamo abbiamo imparato a conoscere in precedenti occasioni. L’ex generale ci risponde così quanto gli chiediamo se l’allora presidente Silvio Berlusconi abbia sbagliato a seguire Francia e Stati Uniti, sottolineando che “sono tutti questi risultati a rispondere a questo interrogativo. Il presidente Berlusconi ha ammesso la sua cospirazione che ha messo a rischio i suoi distinti rapporti con la Libia e la storica convenzione firmata con Gheddafi (Trattato di Bengasi del 2008 ndr.) per compensare gli orrori della dolorosa storia del colonialismo”.
– Gheddafi diceva che l’occidente non conosce il significato della parola amicizia, lo pensa anche lei?
Gheddafi ha sempre stretto relazioni con l’occidente, nonostante il passato coloniale lo portasse a pensare che l’occidente non conoscesse l’amicizia e il rispetto per gli altri, considerandoli schiavi o nemici e questo è stato effettivamente confermato se analizziamo i fatti. Quando la Nato nel 2011 ha deciso di attaccare la Libia, avevamo accordi di strategie con l’Italia, con il Regno Unito e la Francia, accordi che sono andati persi nella distruzione, facendo evaporare centinaia di milioni di progetti e compagnie che lavoravano in Libia, trasformata in un luogo di minaccia alla sicurezza dell’area del Mediterraneo, di diffusione di criminalità e terrorismo verso l’Europa. Spero che questo serva da lezione per il futuro”.
– Di recente è stato pubblicato un libro in francese che svela un “segreto tra Sarkozy e Gheddafi”, ne sa qualcosa? Ci sono altre cose non dette sulla Rivoluzione di Febbraio?
Sono state pubblicate una serie di bugie a partire dal 2011, come parte di una campagna psicologica contro i libici e per convincere l’opinione pubblica occidentale che l’azione contro la Libia tutelasse i loro interessi. Questa deliberata campagna fu accompagnata dall’attacco di flotte, aerei e decine di migliaia di soldati e mercenari che parteciparono alla distruzione della Libia. Il governo libico non aveva segreti e tutto quello che avevamo era un annuncio. Gheddafi era chiaro e non nascondeva né armi né complotti. Sarkozy e la sua amministrazione volevano accrescere il peso della Francia in Africa per ostacolare i nostri sforzi di trasformare il continente in un’unica entità che porta il nome degli Stati Uniti d’Africa. Penso che sia stata proprio questa la ragione principale per l’uccisione di Gheddafi, per distruggere il sogno degli africani, che comunque non smetteranno di inseguire e di portare questo stendardo che rappresenta la voglia di vita per l’Africa”.
– Allo scoppiare della rivoluzione abbiamo visto tanti esponenti politici del regime abbracciarla. Se li ricorda? Che fine hanno fatto?
Quanto accaduto in Libia non è stato per opera di rivoluzionari, ma di leader che sono stati supportati dall’intelligence occidentale come al-Muqarif, Zidane ed altri. La loro missione è finita e sono tornati da dove sono venuti, lasciando la Libia in una guerra devastante. Sette anni dopo non abbiamo visto ancora alcuna scusa o indagine reale in Libia. Sono serio riguardo ai politici e cerco di correggere le loro politiche, ma ripetono costantemente gli stessi errori. Condivido i suoi dubbi e il fatto che si meravigli: dov’è la libertà? Dove sono i diritti umani? Dov’è finita la decantata democrazia in Libia? Non sentiamo più nulla a riguardo, ma si continua a cercare di legittimare la menzogna, si continua a dialogare con questi criminali e a proteggerli sfortunatamente. Nonostante le manomissioni e le distruzioni che hanno afflitto la nostra gente durante questi sette anni, si continua a cercare di convertirli per soddisfare i loro crimini internazionali e quel che è più grave viene fornito loro supporto politico e militare, minacciando il futuro delle relazioni tra la Libia e questi paesi”.

-Veniamo a suo nipote. Saif al-Islam Gheddafi rappresenta oggi più che mai una speranza per molti libici per uscire da questa situazione di caos, tuttavia qualcuno lo accusa che è colpa sua se la Libia ha fatto questa fine, per aver liberato gli islamisti dalle carceri del padre. È andata davvero così?
La cosa ha aiutato Saif al-Islam nella sua assemblea, ma la decisione è stata richiesta dal suo paese, promettendo di fermare il terrorismo e di non usare le armi per otto mesi, durante i quali è stata lanciata la guerra in Libia. Senza questo non ci sarebbe stato il sostegno per la caduta del regime di Gheddafi in Libia. Guardi, la maggioranza del popolo libico è ancora responsabile della sicurezza, della legalità, della dignità e del rispetto e quindi, nonostante tutto, l’occidente ha il dovere di armarli e fornire loro supporto militare, logistico e aereo”.
– Ci parla con suo nipote? Siamo sicuri che Saif leggerà questa intervista? Cosa vorrebbe dirgli?
Non vi può essere alcun contatto diretto in quanto Saif è ancora soggetto a molte restrizioni e sanzioni internazionali, ma non c’è alcun motivo o giustificazione e penso che la revoca delle restrizioni su di lui contribuirà al progetto di dialogo e pace. Purtroppo Saif come tutti i prigionieri politici soffre doppiamente non solo per la condanna internazionale, ma soprattutto per il fatto che la sua patria sta bruciando e viene sparso altro sangue. Per questo facciamo nuovamente appello alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale affinchè queste restrizioni vengano sollevate. Oggi dobbiamo parlare di un nuovo Stato per tutti i libici. L’amnistia, un governo neutrale e le elezioni sono sotto gli auspici delle Nazioni Unite. Serve una bandiera bianca, il ritorno degli sfollati, il rilascio di tutti i prigionieri del passato regime, il ritorno dell’esercito, della polizia e della magistratura, solo così si potrà costruire un nuovo Stato. Invito i paesi occidentali a correggere i loro errori aiutandoci, e questo è ciò che cerchiamo di fare con gli avversari di ieri. Quello che stiamo vedendo è che il conflitto non è più per il potere decisionale, ma per salvare una patria di cui siamo tutti partner. Dolo così la Libia tornerà ad essere un’oasi di pace”.

Preso da: http://www.notiziegeopolitiche.net/libia-7-anni-dopo-la-rivoluzione-macron-parla-di-errore-cosa-ne-pensa-il-cugino-di-gheddafi/

Libia – Le chiavi del potere finanziario: la Libyan Investment Authority

9 novembre 2015

(di Daniel Pescini) La Libia occupa l’agenda dei governi mondiali e le pagine degli organi di informazione globale per la grave crisi che il paese stra attraversando dal 2011. In Libia non esiste una stato centrale, le forze armate sono polverizzate in milizie o in forze più o meno regolari al servizio dei due parlamenti e dei due governi che si contendono la legittimità di rappresentare il popolo libico. Un popolo che dalla Tripolitania alla Cirenaia soffre per primo i disagi del conflitto. E’ nota la situazione drammatica di Bengasi, dove dopo un anno di combattimenti la città è quasi rasa al suolo e ci sono circa 100mila sfollati che hanno urgente bisogno di aiuto (Unsmil Press Release, 20 settembre 2015). Ma è quasi tutta la popolazione libica ad essere in stato di forte disagio. Le Nazioni unite hanno calcolato che su una popolazione di 6,3 milioni di abitanti, 3 milioni di persone stiano patendo in modo più o meno rilevante le conseguenze negative della crisi politico-istituzionale e di sicurezza del paese, e 2,44 milioni (tra cui 1,35 milioni sono donne e bambini) hanno bisogno di assistenza umanitaria (Libya Humanitarian Needs Summary, settembre 2015).

Eppure, in questi anni, la Libia non ha smesso di essere un paese ricco. I dati della Banca mondiale rivelano che nel 2010 il prodotto interno lordo procapite della Libia era più alto di quello della Russia, quasi il triplo di quello dell’Algeria, il triplo di quello della Tunisia, quattro volte quello del Marocco e cinque volte quello dell’Egitto. Anche dopo la guerra civile e il pil procapite della Libia è rimasto il più alto di tutti i paesi arabi nordafricani (vedi grafico).

Confronto Pil procapite tra i paesi arrabi del Nord Africa (2006-2014)
Confronto Pil procapite tra i paesi arabi del Nord Africa (2006-2014)

c US$)

Tra il 2010 e il 2013, nonostante la guerra civile e lo stallo istituzionale, la bilancia commerciale della Libia è sempre rimasta in attivo: +18,8 miliardi di dollari nel 2010, + 11,6 miliardi nel 2011, addirittura + 38,5 miliardi nel 2012, poi + 17,8 miliardi nel 2013. Preoccupano invece i dati del 2014, che evidenziano un deciso calo sia del pil pro capite, sia dell’attivo della bilancia commerciale, pari a 3,7 miliardi. Dati sintomatici del fatto che il paese rischia il collasso se perdurerà l’assenza di stabilità politica e istituzionale.

Ma che fine ha fatto tutta questa ricchezza finanziaria, comunque accumulata anche durante gli anni della guerra civile? A custodirla sono due istituzioni che, nonostante la guerra civile, nonostante il paese conosca la minaccia permanente dei gruppi jihadisti salafiti, nonostante sia attraversato da traffici illeciti di armi e uomini, non hanno mai smesso di funzionare e di amministrare le entrate derivanti dalle esportazioni di petrolio e gas: la Banca centrale (Central Bank of Libya o CBL) e l’Autorità libica d’investimenti (Libyan Investment Authority o LIA).

Non è un caso che già nel maggio 2015 i governi di Francia, Germania, Italia, Regno unito, Spagna e Stati uniti, in una dichiarazione congiunta, abbiano ribadito l’aspettativa che tutte le parti che rappresentano le istituzioni indipendenti della Libia, vale a dire la Central Bank of Libya, la Libyan Investment Authority, la National Oil Corporation (NOC) e la Libyan Post Telecommunications and Information technology company (LPTIC ) continueranno ad agire nell’interesse a lungo termine del popolo libico in attesa di un governo di accordo nazionale.

In questo post analizzeremo la situazione in cui si trova la LIA il fondo di investimento sovrano. In un post successivo analizzeremo le condizion in cui si trovano la Banca centrale e NOC.

Il logo della Libyan Investment authority a Malta
Il logo della Libyan Investment authority a Malta

La Libyan Investment Authority (LIA) è il fondo sovrano libico. Ha sede a Malta e uffici a Tripoli. E’ finanziato con le entrate delle esportazioni di petrolio. Gli investimenti della LIA coprono diversi settori industriali: trasporti,comunicazioni, turismo edilizia, infrastrutture, agricoltura e sono indirizzati in particolare, oltre che in Libia, in Africa e in Europa. La Lia investe anche in numerosi prodotti finanziari (private equity funds, derivati, hedge funds e prodotti strutturati), in azioni delle compagnie a maggior capitalizzazone azionaria mondiale, in bond governativi e nei mercati monetari (Bloomberg.com).

La LIA ha un portafoglio azionario di 8,6 miliardi di dollari di cui 2,46 miliardi investiti in Italia, dove detiene l’1,25% di UniCredit, il 2% di Eni, Enel, Finmeccanica e Fca (D’Ascenzo-Mangano, Il Sole 24 Ore, 1 ottobre 2015, p. 2; Gulf News, 1 ottobre 2015 ). La Lia partecipa per il 3,2% a Pearson PLC (gruppo proprietario del Financial Times e co-proprietario dell’ Economist), ha quote nelle società statunitensi Halliburton (difesa), Chevron e Exxon Mobil (petrolio). In Francia è presente nel gruppo della difesa-aerospazio Lagardère.La LIA è poi è azionista del gruppo milanese di tecnologie e telecomunicazioni Retelit e ha una quota di circa il 2% della Juventus (Fubini, La Repubblica, 5 marzo 2015). Altre partecipazioni della LIA sono nella Royal Bank of Scotland e nella multinazionale russa dell’alluminio Rusal (Braw, The National Interest, 10 ottobre 2015).

Nel 2013 la Deloittle, società di consulenza statunistense, ha valutato tutti gli asset dalla Lia in 67 miliardi di dollari, ma l’Autorità ritiene che gli esperti di Deloitte siano riusciti a valutare solo l’80 per cento del patrimonio totale, con 13 miliardi di dollari che risulterebbero irrintracciabili a partire dalla morte di Gheddafi (Agenzia Nova, 29 luglio 2015; Townsend, Arabianbussiness.com, 1 agosto 2015). Un terzo degli asset della LIA sono congelati dal febbraio 2011 quando il Consiglo di sicurezza delle Nazioni unite, con la risoluzione 1970, ha chiesto a tutti gli stati di bloccare i beni della famiglia Gheddafi all’estero.

All’interno della LIA è poi in corso una lotta di potere tra l’attuale presidente e amministatore delegato, Hassan Bouhadi, e il suo precedessore, Abdul Magid Breish. Breish nel giugno del 2014 fu costretto a farsi da parte per una indagine volta ad accertare se nei suoi confronti dovesse valere la cosidetta “Legge sull’isolamento politico”, approvata nel 2013 dal Congresso generale nazionale libico per escludere i vecchi funzionari del regime di Gheddafi dalla vita politica. Nello stesso il mese la vittoria delle forze nazionaliste e moderate alle elezioni politiche spacca il paese in due governi, quello di Tripoli, islamista, e quello di Tobruk, nazionalista. Passano pochi mesi e a ottobre 2014 il consiglio di amministrazione della LIA, sostenuto dal governo di Tobruk, nomina Hassan Ahmed Bouhadi nuovo presidente e amministratore delegato. Ma nell’aprile 2015 si conclude l’indagine a carico di Breish: la legge sull’isolamento politico non si applica nel caso dell’ex numero uno della LIA e Breish reclama il proprio posto dagli uffici della LIA a Tripoli, sotto controllo del governo islamista. Da quel momento Breish e  Bouhadi (che opera da Malta), si contendono pezzi di potere all’interno del fondo sovrano. Mentre il primo ha richiesto che gli asset restino congelati fino alla costituzione di un governo di unità nazionale, come quello porposto dalle Nazioni unite, il secondo propugna un parziale sblocco degli stessi (Braw, The National Interest, 10 ottobre 2015 – Gulf News, 21 luglio 2015 – Libya Bussinessnews, 20 ottobre 2015).

Lo scontro in corso non ha però impedito alle due parti, nel luglio 2015, di trovare un comune accordo per incaricare la britannica BDO (azienda di consulenza contabile) di gestire la causa intentata dalal LIA contro Goldman Sachs e Société Générale. Nel 2014, infatti, il fondo ha citato in giudizio la prima banca per 1,2 miliardi di dollari e la seconda per 2,1 miliardi sostenendo che i due istituti abbiano consigliato al fondo investimenti sbagliati abusando della propria posizione (Wallace, The Telegraph, 2 luglio 2015). La Corte di Londra competente a decidere sulla causa ha ammesso la discussione alla condizione che sia stabilito chi sia il legittimo presdiente della LIA. A settembre Bouhadi ha annunciato di aver iniziato, presso la London Commercial Court, il procedimento per determinare chi ha l’autorità per nominare il consiglio di amministrazione degli asset detenuti dal fondo nel Regno unito (George, Reuters, 3 settemmbre 2015; Croft, Financial Times, 7 settembre 2015) e ad ottobre la Corte si è riunita per dirimere la questione (Lia.com.mt). La Corte ha stabilito che occorre una consulenza del Foreign and Commonwealth Office, e che comunque una decisione deve essere presa entro il marzo 2016 (Libya Bussiness News, 12 ottobre 2015).

La lotta di potere per controllare il fondo sovrano libico ha dirette conseguenze anche sugli assetti finanziari italiani. A fine settembre 2015, Bouhadi ha partecipato all’International forum of sovereign wealth funds di Milano, dove ha incontrato anche Pier Carlo Padoan, ministro dell’economia italiano. Alla domanda se la Lia fosse disposta a sostenere un eventuale aumento di capitale di Unicredit, Bouhadi e il chief investment officer Ahmed Amoush hanno risposto in modo affermativo, ricordando che il fondo aveva seguito le ultime due ricapitalizzazioni (Arosio-Jewkes, Reuters, 30 settembre 2015).Dichiarazioni ottimistiche, che però devono fare i conti con la realtà. E la realtà è quella di un fondo che sebbene cerchi di accreditarsi come super partes rispetto al conflitto in corso in Libia, nè è invece profondamente condizionato e continuerà ad esserlo almeno fino a quando non sarà costituito un governo di unità nazionale libico.

Preso da: https://geopoliticaitaliana.wordpress.com/2015/11/09/libia-le-chiavi-del-potere-finanziario-parte-1-la-libyan-investment-authority/

RATTI senza vergogna, Leon prendeva 50000 euro al mese dagli Emirati

Cè poco da dire, lo veniamo a sapere da uno dei tanti articoli in rete, ovviamente adesso Leon ha terminato il suo mandato, il suo “piano di riconciliazione” è fallito, entrambi i “parlamenti” dei RATTI lo hanno respinto, il popolo libico intero, ha manifestato contro,  ma questo la dice lunga sulla gente che dovrebbe decidere le sorti del popolo Libico?  ( ANCORA PER POCO)

5 Nov 2015 16.39

All’inviato dell’Onu in Libia un lavoro da 50mila euro al mese negli Emirati

L’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia, Bernardino León, dirigerà un centro governativo di studi diplomatici negli Emirati Arabi Uniti, i cui vertici politici sono coinvolti nella crisi libica come sostenitori delle autorità di Tobruk, riconosciute dalla comunità internazionale. La notizia è uscita sul Guardian, che denuncia un possibile conflitto d’interesse rispetto all’attività di mediatore che l’ex ministro degli esteri spagnolo ha portato avanti nell’ultimo anno.
Secondo il quotidiano britannico, León ha discusso l’estate scorsa i termini del suo nuovo contratto da circa 50mila euro al mese. Il mandato come negoziatore delle Nazioni Unite terminerà venerdì 6 novembre, quando León sarà sostituito dal diplomatico tedesco Martin Kobler. León ha negato qualsiasi conflitto di interessi, sottolineando che aveva comunicato la propria intenzione di lasciare l’incarico all’Onu prima dell’inizio di settembre.
Le linee guida per i mediatori internazionali delle Nazioni Unite stabiliscono che i diplomatici con questo tipo di ruolo non devono “accettare forme di sostegno da parte di attori esterni che potrebbero influenzare l’imparzialità del processo di mediazione” e che dovrebbero “cedere l’incarico nel caso in cui sentano di non poter mantenere un approccio imparziale”.
Le forze in campo in Libia. Dal 2011 il paese nordafricano è diviso tra diverse fazioni in guerra per il potere e al momento ha due governi e due parlamenti. Gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto appoggiano il governo di Tobruk che controlla l’est del paese ed è riconosciuto dalla comunità internazionale. Il parlamento di Tobruk è stato eletto il 25 giugno 2014, ma la corte costituzionale di Tripoli, dove ha sede l’altro governo, ha dichiarato incostituzionali le elezioni il 6 novembre 2014 – che hanno registrato un’affluenza del 18 per cento. Turchia e Qatar, sospettati di aiutare i gruppi di jihadisti, sostengono il governo di Tripoli, dove si riunisce ancora il vecchio parlamento libico, in cui c’è una forte presenza di Fratelli musulmani e che è appoggiato dai miliziani islamici della coalizione Alba libica.
Le email sulla Libia tra León e il ministro degli Emirati. I giornalisti del Guardian sono entrati in possesso di diverse email di León. Cinque mesi dopo l’inizio del suo incarico in Libia il diplomatico spagnolo ha scritto un messaggio dal suo indirizzo personale al ministro degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Abdullah bin Zayed. León riferisce che i governi europei e gli Stati Uniti insistono perché si tenga una conferenza di pace sulla Libia e aggiunge: “Questa opzione a mio parere è peggiore del dialogo politico perché metterebbe sullo stesso piano entrambi gli attori”. Nel messaggio, León illustra un piano per mettere fine all’alleanza tra gli islamisti che sostengono il governo di Tripoli e i ricchi commercianti di Misurata e ribadisce la necessità di appoggiare il parlamento di Tobruk.
Nella stessa email León ammette che non sta lavorando a “un piano politico che coinvolga tutte le parti”, citando una strategia per “delegittimare completamente” il parlamento di Tripoli. L’ex ministro spagnolo ammette che tutte le sue proposte sono sempre state discusse con Tobruk, con l’ambasciatore libico negli Emirati, Aref Nayed, e con Mahmud Gibril, ex primo ministro della Libia. León conclude l’email scrivendo: “Posso controllare il processo finché sono qui. Tuttavia non penso di restare a lungo, sono visto come uno sponsor del parlamento di Tobruk. Ho consigliato agli Stati Uniti, al Regno Unito e all’Unione europea di lavorare con voi”.
Chiamato a commentare questo scambio di informazioni dal Guardian, León ha negato di aver favorito una delle parti protagoniste del conflitto e ha detto di aver avuto corrispondenze simili anche con paesi che appoggiavano Tripoli “in uno spirito simile” con l’obiettivo di costruire un rapporto di fiducia.
La proposta di lavoro. León ha ricevuto la proposta di lavoro dagli Emirati nel giugno scorso e per tutta l’estate ha contrattato le condizioni per il nuovo impiego, in particolare la questione delle spese dell’alloggio ad Abu Dhabi. In un’email tra il sottosegretario alla presidenza Ahmed al Jaber e il ministro Abdullah bin Zayed si legge che León non riesce a trovare una sistemazione per sé e per la famiglia che rientri nel budget di 90mila euro l’anno previsti dal contratto, e per questo vorrebbe circa il doppio della somma per una casa dello stesso livello di quella dove vive a Madrid.
In agosto León ha scritto al ministro degli esteri degli Emirati per avvertirlo di essere in lizza per un importante incarico dell’Onu dando piena disponibilità a rifiutare il ruolo nel caso in cui l’impegno con il centro studi governativo lo richiedesse.
Il 2 novembre León, contattato dal Guardian, ha scritto di non aver accettato il lavoro negli Emirati Arabi Uniti, precisando di non aver ancora firmato nessun contratto: ha proposto un’intervista al quotidiano per spiegare le sue ragioni, ma prima che fosse possibile realizzarla è arrivato l’annuncio ufficiale sul suo incarico da parte delle autorità di Abu Dhabi. Il diplomatico ha anche dichiarato che le email pubblicate sono state manipolate e gettano una luce parziale sul suo operato.

 http://marionessuno.blogspot.it/2015/11/ratti-senza-vergogna-leon-prende-50000.html

L’ONU è responsabile della Guerra Civile in Libia

27 ottobre 2015

Il Prof. Ibrahim Magdud, direttore dell’Accademia libica in Italia e docente di storia dei paesi islamici all’Università Niccolò Cusano, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “Il mondo è piccolo”, condotta da Fabio Stefanelli, su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano.
Il processo negoziale per un accordo di unità nazionale in Libia va avanti, ma il Parlamento di Tobruk non ha approvato il piano dell’inviato dell’Onu Bernardino Leon. “Non è che hanno rifiutato l’accordo –spiega Magdud-, hanno fatto le riserve senza fare la ratifica dell’accordo. Il Parlamento non ha voluto confermare quest’accordo sul governo di unità nazionale, perché non è stata rispettata la quarta bozza dove c’era la lista dei candidati al governo, su cui erano d’accordo sia quelli di Tripoli che di Tobruk. Leon ha presentato una lista al di fuori di quell’accordo. L’Onu ha voluto imporre un governo. E’ la stessa cosa che si è verificata in Afghanistan e in Iraq”.

“La questione è molto grande –prosegue Magdud-. Non c’è mai stato un discorso tra libici e libici, ci sono sempre state forti pressioni esterni, da Qatar, Turchia, Francia e Inghilterra. La notizia nuova è che si riuniranno il Parlamento di Tripoli e di Tobruk per fare in modo che si arrivi ad una soluzione che vada bene ad entrambe le parti libiche. La rappresentanza delle Nazioni Unite in Libia può solamente partecipare come consulente, non come parte in causa decisiva”.
“La maggior parte dei gruppi armati –afferma Magdud- sono finanziati da Paesi esteri e sottostanno all’accordo politico. Non è che sono proprio cani sciolti. I cani sciolti sono quelli delle bande criminali. Per quanto riguarda le minoranze, in Libia ce ne sono tre e ci sono delle dispute territoriali tra loro. Il problema sta al sud della Libia”.
“Il pericolo, con la pressione russa sulla Siria e con la convivenza della Turchia, è che molti dell’Isis potrebbero venire in Libia. La Libia potrebbe raccogliere tutti i fuggiaschi dalla Siria e diventare la culla dello Stato Islamico. Questo ovviamente diventerebbe un pericolo anche per l’Italia. Tutti quelli dell’Isis che vanno in Siria, prendono l’aereo dalla Tunisia per Istanbul e poi vanno in Siria. Questa è una situazione che conosce tutto il mondo arabo”.

Preso da: http://www.secolo-trentino.com/32648/esteri/lonu-e-responsabile-della-guerra-civile-in-libia.html

ECCO GLI OBIETTIVI DELL’AGENDA DELLE NAZIONI UNITE PER IL NUOVO ORDINE MONDIALE

Postato il Martedì, 29 settembre @ 23:10:00 BST di davide

DI MICHAEL SNYDER
theeconomiccollapseblog.com
Avete sentito parlare di “obiettivi globali”? Se non ne avete sentito parlare, certamente ne sentirete parlare molto nei prossimi giorni. Il 25 settembre, le Nazioni Unite hanno lanciato una serie di 17 obiettivi ambiziosi che si prevede di poter raggiungere nel corso dei prossimi 15 anni. Un nuovo sito web per promuovere questo piano è stato stabilito, e si può trovare proprio qui. Il nome ufficiale di questo nuovo piano è “l’Agenda 2030“, ma le èlite hanno deciso che avevano bisogno di qualcosa di orecchiabile per promuovere queste idee alla popolazione in generale.

Le Nazioni Unite hanno dichiarato che questi nuovi “obiettivi globali” rappresentano una “nuova agenda universale” per l’umanità. Praticamente ogni nazione del pianeta ha volontariamente firmato per questo nuovo programma, a cui si dovrà attenere obtorto collo.
Alcune delle più grandi star in tutto il mondo sono state assunte per promuovere “gli obiettivi globali”. Basta controllare il video di YouTube che ho postato qui sotto. Questo è il genere di cose che ci si aspetta da un culto religioso fondamentalista…
Se si vive a New York City probabilmente si è consapevoli del “Global Citizen Festival” che si è tenuto a Central Park sabato scorso alla presenza di alcuni dei più grandi nomi nel settore della musica impegnati a promuovere questi nuovi “obiettivi globali”. Di seguito vediamo come il New York Daily News d ha descritto la riunione …
“E ‘stata una festa con uno scopo.
Una festa piena di vip e un appello appassionato a porre fine alla povertà hanno scosso il Great Lawn di Central Park. Più di 60.000 fan si sono riuniti sabato per la quarta edizione del Global Citizen Festival.
Nell’evento filantropico, in coincidenza con l’incontro annuale dei leader mondiali in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, si sono esibiti da Beyoncé, Pearl Jam, Ed Sheeran e Coldplay“.
E non era solo l’industria del divertimento che stava promuovendo il nuovo piano delle Nazioni Unite per un mondo unito. Papa Francesco si è recato a New York per leggere il discorso che ha dato il via alla conferenza in cui è stato presentata questa nuova agenda ….
Papa Francesco ha dato il suo appoggio alla nuova agenda per lo sviluppo in un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni affinchè i grandi del globo adottassero il piano di 17 punti, definendolo “un segno importante di speranza” in un momento molto travagliato in Medio Oriente e Africa .
Quando il primo ministro danese Lars Rasmussen ha colpito il suo martelletto per approvare la road map di sviluppo, i leader e diplomatici provenienti dai 193 Stati membri dell’ONU si sono alzati in piedi e hanno applaudito fragorosamente.
Poi, il vertice si rivolse immediatamente al vero e proprio business della riunione di tre giorni – l’attuazione degli obiettivi, che dovrebbe dai 3,5 trilioni ai 5 trilioni di dollari ogni anno (fino al 2030).
Wow.
Okay, allora dove saranno le migliaia di miliardi di dollari che sono necessari per attuare questi nuovi “obiettivi globali”
Permettetemi di darvi un suggerimento – non verranno dalle nazioni povere.
Quando si leggono questi “obiettivi globali“, molti di loro sono abbastanza buoni. Dopo tutto, chi non vorrebbe “porre fine alla fame”? So che mi piacerebbe “porre fine alla fame” se potessi.
La chiave è quella di guardare dietro le parole e capire che cosa realmente viene detto. E ciò che realmente stanno dicendo è che le élite vogliono rafforzare il loro sogno di un sistema unipolare e senza barriere.
L’elenco che segue viene da Truthstream Media, e penso che faccia un ottimo lavoro traducendo questi nuovi “obiettivi globali” in lingua che tutti possiamo capire …
Obiettivo 1: porre fine alla povertà in tutte le sue forme in tutto il mondo
Traduzione: Banche centrali, FMI, Banca Mondiale, potere della Fed di controllare tutte le finanze, valuta di un mondo digitale in una società senza contanti
Obiettivo 2: fine della fame, raggiungere la sicurezza alimentare e il miglioramento della nutrizione e promuovere l’agricoltura sostenibile
Traduzione: OGM
Obiettivo 3: Garantire una vita sana e promuovere il benessere di tutti a tutte le età
Traduzione: la vaccinazione di massa, il Codex Alimentarius
Obiettivo 4: Garantire un’istruzione di qualità inclusivo ed equo e promuovere le opportunità di apprendimento permanente per tutti
Traduzione: la propaganda delle Nazioni Unite, il lavaggio del cervello attraverso l’istruzione obbligatoria dalla culla alla tomba
Obiettivo 5: raggiungere la parità di genere e l’empowerment tutte le donne e le ragazze
Traduzione: Il controllo della popolazione attraverso la forzata “pianificazione familiare”:
Obiettivo 6: Garantire la disponibilità e la gestione sostenibile delle acque e di servizi igienico-sanitari per tutti
Traduzione: Privatizzare tutte le fonti d’acqua, non dimenticare di aggiungere fluoro
Obiettivo 7: Assicurare l’accesso a energia a prezzi accessibili, affidabile, sostenibile e moderna per tutti
Traduzione: Smart grid con contatori intelligenti su tutto, prezzi al massimo
Obiettivo 8: Promuovere la crescita sostenuta, inclusiva e sostenibile economica, l’occupazione piena e produttiva e il lavoro dignitoso per tutti
Traduzione: TPP, zone di libero scambio che favoriscono gli interessi delle megacorporate
Obiettivo 9: Costruire infrastrutture resilienti, promuovere l’industrializzazione inclusiva e sostenibile e promuovere l’innovazione
Traduzione: strade a pedaggio, buttare fuori il trasporto pubblico, rimuovere vincoli ambientali
Obiettivo 10: ridurre le disuguaglianze all’interno e fra i paesi
Traduzione: Più burocrazia governativa inutile
Obiettivo 11: Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivo, sicuri, flessibili e sostenibili
Traduzione: Stato di sorveglianza e Grande Fratello globale
Obiettivo 12: Garantire consumo produzione sostenibili
Traduzione: Austerity forzata
Obiettivo 13: Prendere misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze *
Traduzione: Nuove tasse di dubbia utilità (ad es. tasse sull’impronta ecologica)
Obiettivo 14: Conservare e sostenibile utilizzare gli oceani, i mari e le risorse marine per lo sviluppo sostenibile
Traduzione: restrizioni ambientali, controllare tutti gli oceani, tra cui i diritti minerari dei fondali oceanici
Obiettivo 15: proteggere, restaurare e promuovere l’uso sostenibile degli ecosistemi terrestri, in modo sostenibile gestire le foreste, la lotta alla desertificazione, e bloccare o invertire il degrado del suolo e arrestare la perdita di biodiversità
Traduzione: più vincoli ambientali, più risorse di controllo e diritti minerari
Obiettivo 16: promuovere società pacifiche e inclusive per lo sviluppo sostenibile, fornire l’accesso alla giustizia per tutti e costruire istituzioni efficaci, responsabili e inclusive a tutti i livelli
Traduzione: le missioni delle Nazioni Unite di “peacekeeping” (ex 1, ex 2), la Corte Internazionale (cieca) di Giustizia, costringere la gente ad emigrare attraverso crisi di rifugiati false e poi cercare la soluzione con più “peacekeeping delle Nazioni Unite”quando la tensione scoppia, rimuovere il secondo emendamento in USA
Obiettivo 17: rafforzare le modalità di attuazione e rivitalizzare il partenariato globale per lo sviluppo sostenibile
Traduzione: Rimuovere la sovranità nazionale in tutto il mondo, favorire la promozione del globalismo, ingrassare la burocrazia orwelliana delle Nazioni Unite
Se avete dei dubbi su tutto questo, è possibile trovare il documento ufficiale per questa nuova agenda delle Nazioni Unite proprio qui.. Quanto più si scava nei dettagli, più ci si rende conto di quanto siano insidiosi questi “obiettivi globali”.
Le élite vogliono un governo mondiale, un sistema economico-mondo e una religione mondiale. Ma non hanno intenzione di realizzare queste cose con la conquista. Piuttosto, vogliono che tutti firmino questi impegni pacificamente, usano il soft power.
Gli “obiettivi globali” sono un modello per un mondo unito. Per molti, l’ “utopia” suona abbastanza promettente. Ma per quelli che sanno in che situazione siamo, il presente invito a un “mondo unito” è molto, molto agghiacciante.

Michael Snyder
Fonte: http://theeconomiccollapseblog.com
Link: http://theeconomiccollapseblog.com/archives/this-happened-in-september-the-un-launched-the-global-goals-a-blueprint-for-a-united-world
28.0’9.2015

Traduzione per www.comedonchisciotteorg a cura del BUCANIERE

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15627

Stone sulla crisi dei rifugiati: “Ricordarsi chi ha destabilizzato il Medio Oriente”

NEW YORK – “Chi ha destabilizzato la Libia? Chi ha creato questo caos, forzando molti a partire verso Paesi come l’Italia? L’Italia era coinvolta nei bombardamenti? Era a favore dell’intervento militare? Sì? Allora ne sta raccogliendo i frutti, ma chi era al comando di questa linea?”: per Oliver Stone, tre volte premio Oscar per la regia di Platoon e Nato il quattro luglio e per la sceneggiatura non originale di Fuga di mezzanotte, non bisogna dimenticare le radici della crisi del rifugiati al centro del dibattito internazionale.
“Non vedo una fine a questo problema: abbiamo destabilizzato così tanti Paesi nel Medio Oriente che saremo inondati: toccherà prima all’Europa e se gli Stati Uniti fossero più generosi ospiterebbero un milione di rifugiati, ma non credo succederà”.

Il regista Oliver Stone e il presidente dell'associazione dei corrispondenti Onu, Giampaolo Pioli

Il regista Oliver Stone e il presidente dell’associazione dei corrispondenti Onu, Giampaolo Pioli

Nella conferenza stampa organizzata dall’associazione dei corrispondenti all’Onu e ospitata nel palazzo di Vetro, Stone, che nella sua carriera ha portato sul grande schermo temi caldi della politica americana – dalla guerra in Vietnam (a cui ha partecipato preso parte da ragazzo, “sono tornato disorientato”) ad alcuni presidenti USA, ma anche Wall street – è affiancato da Peter Kuznick. Col professore di storia presso l’American University e direttore dell’Istituto di studi nucleari, il regista ha realizzato a quattro mani il libro The Untold History of the United States e il documentario da 12 episodi che lo ha ispirato.
Per Kuznick, la crisi in Siria è fortemente legata oltre che al bombardamento, alla siccità che colpì il paese nel 2006, distruggendo l’agricoltura siriana, facendo perdere al 67% degli agricoltori i propri raccolti e portando le persone a trasferirsi nei centri urbani. “La città in cui è cominciata la rivolta era, infatti, quella maggiormente colpita da tutto questo flusso di migranti”, ha sottolineato il professore, secondo cui il cambiamento climatico potrebbe aprire ad altri fenomeni migratori: “bisogna fare qualcosa di serio per contrastare il cambiamento climatico: siamo di fronte a un problema reale che ci riguarda come specie, e questo è un altro motivo per occorre agire insieme a livello di Nazioni Unite o di altre organizzazioni”.

Professor

Professor Kuznick and UN correspondent Joe Lauria

Parlando con Onuitalia, aggiunge: “C’è bisogno che gli Stati Uniti e la Russia si incontrino e parlino, soprattutto della Siria. —– La brutalità di Assad in risposta alla rivolta è imperdonabile”, —- devi per forza parlare male di Assad, altrimenti non ti fanno parlare………….  ma la sostituzione con un governo di coalizione, che il professore auspica, in linea con altri analisti internazionali, “è un processo graduale” che dovrebbe avvenire “attraverso le negoziazioni, non con bombardamenti da parte americana, saudita o turca, o supportando gli estremisti. Passa attraverso gli Stati Uniti e la Russia che si siedono a tavolino, insieme alla Cina”. Il 28 settembre Barack Obama aprirà, con il Brasile, il dibattito annuale dell’Assemblea Generale. A seguire, prenderanno la parola dopo di lui – oltre all’iraniano Hassan Rouhani, al francese François Hollande e al cubano Raul Castro, il leader cinese Xi Jinping e il presidente russo Vladmir Putin che torna all’Onu dopo dieci anni. “Auspicherei un incontro prima dell’Assemblea Generale, ma non mi aspetto che succederà”, ha dichiarato Kuznick. (AS, 16 Settembre 2015)

Preso da:http://www.onuitalia.com/2015/09/17/stone-sulla-crisi-dei-rifugiati-ricordarsi-chi-ha-destabilizzato-il-medio-oriente/

Come un intellettuale da salotto ha portato la Libia nel caos

9 agosto 2015, adattamento di un articolo di Carlo Brenner

Tra il 2011 e il 2015 la Libia è passata da essere il primo Paese africano nell’indice di sviluppo umano (Human Development Index – Hdi), con cui le Nazioni Unite valutano lo standard di vita di una nazione, a essere uno stato fallito.

Due governi, uno islamico a Tripoli e l’altro secolare a Tobruk, una guerra civile che conta migliaia di vittime, la corte suprema privata della sua autorità, un ambasciatore americano ucciso fuori dal suo consolato in fiamme, tutte le ambasciate chiuse, ultima quella italiana, lo Stato islamico che imperversa liberamente per il Paese e addestra i suoi uomini minacciando l’Europa, e in particolare l’Italia, da molto vicino.

Solamente sei mesi dopo la fine della guerra – nell’ottobre del 2011 – con il potere nelle mani dei ribelli, Human Rights Whatch dichiarava che gli abusi apparivano “essere così diffusi e sistematici che potrebbero essere considerati crimini contro l’umanità”.

A ottobre 2013 l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha riportato che “la stragrande maggioranza degli 8.000 detenuti, per ragioni riguardanti il conflitto, sono trattenuti senza un regolare processo” in carceri dove Amnesty International ha scoperto che “sono soggetti a pestaggi prolungati con tubi di plastica, sbarre di metallo o cavi. In alcuni casi sono soggetti a shock elettrici, sospesi in posizioni contorte per ore, tenuti continuamente bendati e con le mani legate dietro la schiena o privati di acqua e cibo”.

In un video recentemente diffuso da un sito d’informazione libico, sono filmate le torture subite da Saadi Gheddafi, terzo figlio del raìs ma più noto a noi italiani per essere un ex calciatore di Perugia e Udinese.

Nella nuova Libia sognata da pensatori e politici occidentali, si stima che novantatré giornalisti siano stati attaccati, arbitrariamente arrestati, assassinati o picchiati solo nei primi nove mesi del 2014. Come conseguenza di quest’anarchia e delle violenze diffuse, le Nazioni Unite hanno calcolato che circa 400mila libici hanno lasciato le loro case e 100mila hanno lasciato del tutto il Paese. La Libia è in ginocchio. Molti oppositori del regime oggi rimpiangono l’ordine che questo, almeno un tempo, riusciva a garantire.

Secondo un’analisi di Alan J. Kuperman, professore presso The University of Texas at Austin, pubblicata sulla rivista americana Foreign Affairs nel marzo del 2015, prima dell’intervento occidentale la guerra civile libica era sul punto di concludersi con un costo complessivo di circa mille vite umane. Sul numero finale delle vittime le stime sono discordi: variano da 8mila a 30mila morti. Il dato più accreditato è fornito dal ministero per i Martiri e i Dispersi del governo post-Gheddafi, che ne conta 11.500.

L’intervento Nato avrebbe quindi aumentato le morti di almeno dieci volte. A questo dato vanno aggiunte le morti causate dalla guerra civile scoppiata al termine del conflitto: il sito internet Lybia Body Count stima che il numero delle vittime solamente nel 2014 sia stato di 2.825. Nel corso del 2015, fino al 30 luglio, sarebbero almeno 1.063.

Inoltre è riportato che le milizie che combattono oggi in Libia fanno un uso indiscriminato della forza: ad agosto del 2014 il Tripoli Medical Center ha calcolato che su cento morti nei recenti scontri, cinquanta erano donne o bambini. Al contrario di quanto sostenuto dalla propaganda dei ribelli, i dati dimostrano che il regime di Gheddafi si era invece dimostrato tollerante nei confronti dei ribelli che avessero deposto le armi, e che aveva anche cercato di evitare morti tra donne e bambini.

Non c’è dubbio che la Libia di Gheddafi, era molto meglio di quello che abbiamo oggi: un Paese nell’anarchia dove nessun diritto è rispettato. La responsabilità di questo disastro, costato migliaia di vite umane, è stata principalmente della Francia dell’ex presidente Nicolas Sarkozy.

In secondo luogo degli Stati Uniti e del Regno Unito che, stimolati dalla Francia, hanno visto non solo la “necessità ma anche la possibilità di intervenire”, come ha sostenuto il primo ministro britannico David Cameron. Ma quello che sorprende di più è la responsabilità da imputare a un solo uomo. Non è un politico né un militare, ma un filosofo francese: Bernard Henry Levy (BHL).

I fatti

Il 17 marzo del 2011 il consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vince finalmente le resistenze di Russia e Cina, e fa passare la risoluzione 1973 che autorizza l’intervento militare in Libia. Con la tradizionale retorica americana, il presidente statunitense Barack Obama spiega che l’intervento sarebbe servito a salvare la vita dei buoni democratici contro il cattivo dittatore. Un modo di ragionare per contrasti che, fortunatamente, non ha mai convinto gli italiani, consapevoli, per natura e tradizione, della complessità della realtà e della superficialità di tali giudizi.

Pochi giorni dopo la risoluzione, la Francia insieme ad alcuni Paesi della Nato istituisce una no-fly zone. Questo perché Gheddafi aveva suscitato il grande sdegno della comunità occidentale per aver “”impiegato l’aviazione nella repressione della rivolta””. L’obiettivo della no-fly zone doveva essere quello di impedire che i caccia del regime si alzassero in volo. Tuttavia, a un occhio neanche troppo attento, sarebbe bastato leggere un articolo del Corriere della Sera, firmato dal giornalista italiano Guido Olimpio nei primi giorni del conflitto, per rendersi conto che i velivoli dispiegati dalle varie forze militari coinvolte erano sia per il combattimento aria-aria che per quello aria-terra.

Sette mesi dopo, nell’ottobre del 2011, dopo una campagna militare intensa, i ribelli, grazie a un ampio sostegno delle forze armate francesi, americane e britanniche prendono il controllo del Paese. La guerra si conclude con la cattura di Gheddafi, in fuga verso la sua città natale, Sirte, seguito da un convoglio di fedelissimi, che non sarebbe mai stato raggiunto dai ribelli senza l’aiuto degli aerei Mirage francesi che l’hanno bombardato. Gheddafi è stato catturato, picchiato e ucciso come un cane. ( almeno è questo che noi DOBBIAMO credere, per volere dei media).Questo è stato il primo gesto della nuova, buona Libia, democratica e giusta.

L’uccisione di un leader politico che ha guidato un Paese per quarantadue anni è stata accolta con entusiasmo da tutti i governi occidentali. L’unico commento fuori dal coro è stato quello dell’allora premier italiano Silvio Berlusconi che usò il latino per dire “sic transit gloria mundi”. Un commento né positivo né negativo ma realista, machiavelliano, da uomo che proviene da una cultura più complessa, come la nostra. Fu ovviamente anche il commento di un uomo che pochi mesi prima aveva concluso accordi molto vantaggiosi con il regime e che si trovava nella situazione contraddittoria di fornire le sue basi per attaccare un alleato.

Una situazione come questa richiama alla memoria il giurista e filosofo politico tedesco Carl Schmitt, il quale sosteneva che il progresso non deve essere perseguito a ogni costo perché non sempre porta verso il meglio. Talvolta la società raggiunge risultati che possono essere già sufficientemente evoluti da non richiedere ulteriore progresso, che può anche trasformarsi in regresso. In questa situazione sembra che il regresso della nostra morale sia evidente.

Se 2.217 anni fa Scipione l’Africano e Annibale Barca, in guerra fra loro, potevano incontrarsi in mezzo al campo di battaglia di Zama per discutere con rispetto reciproco le sorti della guerra – guardandosi da nemici, ma soprattutto da uomo a uomo che rappresentano interessi diversi – oggi sembrerebbe che non siamo in grado di una simile raffinatezza morale. Sembra che non siamo capaci di vedere l’uomo oltre la maschera. Grazie alla narrativa americana, oggi ragioniamo solo attraverso la dicotomia cattivi-buoni e chiediamo la testa di quello scelto, di volta in volta, come il cattivo. Dobbiamo vederlo morto per essere soddisfatti. Una pratica barbara e intollerabile.

Il ruolo di un uomo

Nella vicenda è interessante esaminare il ruolo che un solo uomo ha avuto nella decisione di intraprendere una campagna militare in Libia. Bernard Henry Levy (BHL), celebre filosofo francese, personaggio televisivo e stimata firma di svariati giornali, viene tradotto e pubblicato anche in Italia dal Corriere della Sera. Il filosofo, per sua stessa ammissione e vanto, si è impegnato in prima persona a organizzare gli incontri tra il leader dei ribelli, Mahmoud Jibril, e il presidente francese Sarkozy che hanno convinto quest’ultimo della necessità di intervenire.

Il tutto è raccolto nell’autocelebrativo documentario Le Serment de Tobrouk, scritto, diretto e interpretato dallo stesso BHL e uscito nelle sale francesi il 6 giugno del 2012. Quando gli è stato chiesto perché avesse adottato questa causa, BHL ha risposto: “Perché? Non lo so! Certo era per i diritti umani, per prevenire un massacro e bla, bla, bla – ma volevo anche fargli vedere un ebreo che difendeva la lotta contro una dittatura, per dimostrare fratellanza. Volevo che i musulmani vedessero che un francese – occidentale ed ebreo – poteva essere dalla loro parte”.

Il filosofo francese aveva già cercato di rendersi protagonista della politica estera del suo Paese cercando di portare la voce del leader afghano Ahmad Shah Massoud, in lotta contro i Taliban, al presidente Jacques Chirac nel 2001, senza successo. Ha invece fortuna con il suo ruolo di mediatore a Bengasi nel 2011 quando, incontrando il leader dei ribelli Jibril, promise di farsi portavoce della sua causa presso il presidente Sarkozy.

È evidente che i momenti politici erano diversi: la causa anti-talebana di Massoud era troppo lontana dagli interessi francesi e occidentali prima dell’attacco alle Torri Gemelle, e Chirac era un presidente più attento alle sfumature rispetto a Sarkozy (come apparve evidente quando il suo ministro degli Esteri Dominique De Villepin si schierò contro l’intervento militare in Iraq nel 2003).

Al momento dell’intervento in Libia si presentava un panorama molto più allettante per Sarkozy: l’opportunità di mettersi in mostra come un sostenitore della primavera araba e la reimpostazione degli interessi economici, più favorevoli per l’Italia che per la Francia nel 2011.

Insomma, BHL in Libia è stato l’uomo giusto al momento giusto. Pensava probabilmente di essere il protagonista del supporto occidentale ai ribelli libici, ma allo stesso tempo si è ritrovato a essere una mascotte pubblicitaria di interessi più grandi e complessi. Il suo ruolo non è tuttavia da sottovalutare ma da condannare con forza: le avventure esotiche di un intellettuale mondano sono state concause della distruzione di un Paese e di migliaia di vittime che sognavano un futuro migliore. Come suggerisce il diplomatico italiano Roberto Toscano in un recente articolo, bisognerebbe attribuirgli il premio Nobel per la pace al contrario.

La Libia di domani

Oggi il futuro della Libia rimane incerto. Le fazioni in lotta di Alba Libica a Tripoli, vicina alla fratellanza musulmana, e Operazione Dignità a Tobruk, comandata dal laico Generale Haftar, non sembrano poter scendere a compromessi.
Sicuramente la situazione non può rimanere tale a lungo. L’anarchia imperante nel Paese ha ridotto il benessere della popolazione e la possibilità per qualsiasi partner commerciale di partecipare alla sua economia. Oggi in Libia le interruzioni energetiche sono la normalità, anche fino a 18 ore al giorno, e la sicurezza non è garantita da nessuna autorità centrale ma da milizie non organizzate e soprattutto non sottoposte a nessuna regola.

Anche l’economia è in ginocchio: se la Libia prima della guerra poteva contare su una produzione di 1,65 milioni di barili di petrolio al giorno, il dato è sceso a zero durante l’intervento Nato e oggi è al 30 per cento del periodo pre-guerra. Inoltre, a causa degli scontri continui, le due principali città, Tripoli e Bengasi, hanno dovuto chiudere sia i porti che gli aeroporti.

Anche l’economia è in ginocchio: se la Libia prima della guerra poteva contare su una produzione di 1,65 milioni di barili di petrolio al giorno, il dato è sceso a zero durante l’intervento Nato e oggi è al 30 per cento del periodo pre-guerra. Inoltre, a causa degli scontri continui, le due principali città, Tripoli e Bengasi, hanno dovuto chiudere sia i porti che gli aeroporti.

Questo ha portato a situazioni drammatiche come quella dei quattro italiani rapiti a luglio del 2015, dei quali non abbiamo notizie anche perché manca qualsiasi meccanismo d’intelligence unificato, efficiente e in grado di collaborare le nostre autorità. La recente condanna a morte emanata da un tribunale di Tripoli a Saif al-Islam, secondogenito di Muammar Gheddafi, con l’accusa di genocidio è un altro segnale dell’instabilità del Paese, ma potrebbe portare ad alcuni risvolti interessanti.

La sentenza non sarà eseguita perché Saif è nelle mani di una milizia della città di Zintan, nel nordovest della Libia, che si oppone al governo di Tripoli. Inoltre, il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, a Tobruk, reputa illegittimo il verdetto della corte perché il tribunale si trova in una città non controllata dallo stato. Saif potrebbe ora diventare una pedina molto importante dello scacchiere libico, vista la sua influenza e la sua reputazione di riformista.

Tra il 2009 e il 2010 Saif aveva anche, lentamente, convinto il padre a rilasciare quasi tutti i prigionieri politici ricevendo anche il plauso occidentale. Dato interessante è anche che molti leader della rivolta avevano precedentemente ricevuto incarichi di governo da Saif, tra cui anche il loro leader Mohmoud Jibril.

Insomma, la Libia merita di uscire da questa terribile impasse e ritrovare il suo posto nel mondo. Le soluzioni sono complesse ma possibili. La comunità internazionale non può lavarsi le mani dal disastro che ha creato e deve riconoscere le sue responsabilità aiutando il Paese a ritrovare l’ordine di cui l’ha privata.

L’Italia, in particolare, può e deve svolgere un ruolo importante in questa faccenda perché la Libia è un Paese che non possiamo ignorare, non solo per la vicinanza geografica e per ragioni storiche, ma anche per i risvolti sociali diretti che l’instabilità provoca: la tragedia dei migranti che intraprendono il viaggio della speranza verso le nostre coste e che sono tratti in salvo in mare dalla nostra Marina Militare ci impone di giocare un ruolo di primo piano.

Fino a oggi, anche grazie a operazioni congiunte con altri Paesi, abbiamo salvato 188mila vita umane. L’Italia, incapace di parlar bene di se stessa, deve rivendicare con orgoglio il grande ruolo che sta svolgendo in questa situazione: 188mila persone hanno visto la bandiera italiana come un segno di salvezza, e i nostri militari non hanno deluso le aspettative.

Purtroppo tutto lo sforzo non ha permesso di evitare la morte di 2mila esseri umani nel solo 2015: questo il dato drammatico comunicato dall’Organizzazione internazionale dei migranti (Oim). L’incontrollato flusso dei migranti è una diretta conseguenza dell’anarchia vigente in Libia, dove il traffico degli esseri umani è diventato una pratica diffusa.

Nell’affrontare la problematica libica, la lezione che dobbiamo trarre dagli errori commessi è che non ci si può far guidare dalle emozioni del momento e farsi trascinare dalla propaganda. L’interventismo va evitato, ma nel caso le circostanze lo rendessero inevitabile è necessario studiare a fondo la situazione interna e i possibili risvolti che la nostra ingerenza potrebbe provocare.

Molti governi destinano troppo poco tempo e fondi allo studio delle dinamiche interne degli altri Paesi oppure non hanno sviluppato una sana interazione tra la politica e le strutture di ricerca, come le università, i think tank e la diplomazia.

La politica estera è fatta da statisti, diplomatici e ricercatori, non da filosofi mondani alla ricerca di brividi.

Libero adattamento da: http://www.thepostinternazionale.it/mondo/libia/libia-intervento-sbagliato-bernard-henry-levy

Gheddafi lo aveva predetto:”Se vado via io Libia ai terroristi e Mediterraneo in caos”.

16 febbraio 2015

gheddafi libia profezie

Gheddafi lo aveva predetto:”Se vado via io Libia ai terroristi e Mediterraneo in caos”.Ecco di seguito la sua intervista UFFICIALE al Corriere Della Sera del 7/03/2011 ,la quale vi farà capire tante cose…

Cosa succede?

«Tutti hanno sentito parlare di Al Qaeda nel Maghreb islamico. In Libia c’erano cellule dormienti. Quando è esplosa la confusione in Tunisia e in Egitto, si è voluto approfittare della situazione e Al Qaeda ha dato istruzioni alle cellule dormienti affinché tornassero a galla. I membri di queste cellule hanno attaccato caserme e commissariati per prendere le armi. E’ successo a Bengasi e a Al-Baida, dove si è sparato. Vi sono stati morti da una parte e dall’altra. Hanno preso le armi, terrorizzando la gente di Bengasi che oggi non può uscir di casa e ha paura».
Da dove vengono queste cellule di Al Qaeda?

«I leader vengono dall’Iraq (ISIS), dall’Afghanistan o anche dall’Algeria. E dal carcere di Guantanamo sono stati rilasciati alcuni prigionieri».
Come possono convincere i giovani di Bengasi a seguirli?

«I giovani non conoscevano Al Qaeda. Ma i membri delle cellule forniscono loro pastiglie allucinogene, vengono ogni giorno a parlare con loro fornendo anche denaro. Oggi i giovani hanno preso gusto a quelle pastiglie e pensano che i mitra siano una sorta di fuoco d’artificio».
Pensa che tutto questo sia pianificato?

«Sì, molto. Purtroppo, gli eventi sono stati presentati all’estero in modo molto diverso. E’ stato detto che si sparava su manifestanti tranquilli… ma la gente di Al Qaeda non organizza manifestazioni! Non ci sono state manifestazioni in Libia! E nessuno ha sparato sui manifestanti! Ciò non ha niente a che vedere con quanto è successo in Tunisia o in Egitto! Qui, gli unici manifestanti sono quelli che sostengono la Jamahiriya».
Quando ha visto cadere, in poche settimane, i regimi di Tunisia e Egitto, non si è preoccupato?

«No, perché? La nostra situazione è molto diversa. Qui il potere è in mano al popolo. Io non ho potere, al contrario di Ben Ali o Mubarak. Sono solo un referente per il popolo. Oggi noi fronteggiamo Al Qaeda, siamo i soli a farlo, e nessuno vuole aiutarci».
Quali opzioni le si offrono?

«Le autorità militari mi dicono che è possibile accerchiare i gruppuscoli per lasciare che si dileguino e per portarli pian piano allo sfinimento. Questa è gente che sgozza le persone. Che ha tirato fuori i prigionieri dalle carceri, distribuendo loro le armi, perché andassero a saccheggiare le case, a violentare le donne, ad attaccare le famiglie. Gli abitanti di Bengasi hanno cominciato a telefonare per chiederci di bombardare quella gente».
Le inchieste delle organizzazioni umanitarie parlano di 6.000 morti. Contesta questa cifra?

(Risata). «Le porto un esempio. C’è un villaggio abitato da meno di mille persone, compreso il segretario del comitato popolare. E’ stato detto che lui era in fuga verso l’estero. Invece, era qui, con me, sotto la mia tenda! E’ stato detto che c’erano stati 3.000 morti in questo villaggio che ne conta 1.000, e resta un luogo tranquillo, dove la gente non guarda nemmeno la tv».
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha preso una risoluzione contro la Libia…

«Non è competente per gli affari interni di un Paese. Se vuole immischiarsi, che invii una commissione d’inchiesta. Io sono favorevole».
Dal 1969 lei ha conosciuto 8 presidenti americani. L’ultimo, Barack Obama, dice che lei deve «andarsene» e lasciare il Paese…

«Che io lasci cosa? Dove vuole che vada?».
Cosa si aspetta oggi?

«Che Paesi come la Francia si mettano al più presto a capo della commissione d’inchiesta, che blocchino la risoluzione dell’Onu al Consiglio di sicurezza e che facciano interrompere gli interventi esterni nella regione di Bengasi».
Quali interventi?

«So che esistono contatti semi-ufficiali, dei britannici o di altri europei, con personaggi di Bengasi. Abbiamo bloccato un elicottero olandese atterrato in Libia senza autorizzazione».
I piloti sono vostri prigionieri?

«Sì, ed è normale».
A sentir lei, tutto va bene».

«Il regime qui in Libia va bene. E’ stabile. Cerco di farmi capire: se si minaccia, se si cerca di destabilizzare, si arriverà alla confusione, a Bin Laden, a gruppuscoli armati. Migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia. Bin Laden verrà ad installarsi nel Nord Africa e lascerà il mullah Omar in Afghanistan e in Pakistan. Avrete Bin Laden alle porte». (nel 2001 la minaccia era Bin Laden,quindi Al Qaeda che oggi si è unita all’ ISIS)
Lei agita lo spettro della minaccia islamica…

«Ma è la realtà! In Tunisia e in Egitto c’è il vuoto politico. Gli estremisti islamici già possono passare di lì. Ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo. La Sesta Flotta americana sarà attaccata, si compiranno atti di pirateria qui, a 50 chilometri dalle vostre frontiere. Si tornerà ai tempi di Barbarossa, dei pirati, degli Ottomani che imponevano riscatti sulle navi.(*) Sarà una crisi mondiale, una catastrofe che dal Pakistan si estenderà fino al Nord Africa. Non lo consentirò!».

Come volevasi dimostrare: caduto Gheddafi la Libia è caduta nel caos, e oggi i terroristi dell’ISIS sono arrivati sino alle coste occidentali della regione.

E giusto per farvi capire quanto profetiche sono le parole di Gheddafi riportiamo una notizia di qualche giorno fa:
Degli uomini armati su un barchino hanno minacciato una motovedetta della Guardia Costiera italiana che stava soccorrendo un’imbarcazione con migranti a bordo, a circa 50 miglia da Tripoli. Gli uomini armati hanno intimato agli italiani di lasciare loro l’imbarcazione dopo il trasbordo dei migranti. E così è avvenuto. Il personale della Guardia Costiera a bordo delle motovedette che fanno operazioni di ricerca e soccorso migranti nel canale di Sicilia non è armato.

Gli ultimi italiani rimpatriati da Tripoli hanno dichiarato che a Tripoli l’ISIS c’è già da tempo. Ora fate uno più uno per capire chi fossero gli “uomini armati sul barchino”.

 L’ennesima politica disastrosa di un occidente imperialista ed assassino.