L’Onu sta a guardare mentre Erdogan e i Fratelli Musulmani distruggono la Libia

8 Giugno 2020.

Di Vanessa Tomassini.

La Libia continua a precipitare in un vortice di morte e violenza dopo che il Governo di Accordo Nazionale (GNA), con base a Tripoli e sostenuto dalla Turchia di Recep Tayyip Erdogan, ha rifiutato qualsiasi accordo di cessate il fuoco nonostante numerosi appelli della Comunità internazionale per una tregua. Dopo il ritiro del Libyan National Army (LNA) dalla Libia occidentale per proteggere i civili dal fuoco indiscriminato delle milizie di Fayez al-Serraj e Fathi Pashagha, sabato il generale Khalifa Haftar ha inviato consistenti rinforzi dalle città di Bengasi e Marj, a Sirte, comprese le Forze Speciali, anche conosciute come la Brigata Al-Saiqa, guidata dal comandante Wanis Bukhamada.

Secondo militari di Sirte, più di 30 membri delle milizie del GNA sono stati uccisi nella periferia della città che ha dato i natali al colonnello Muammar Gheddafi. L’LNA guidato dal feldmaresciallo Haftar ha respinto le milizie di Tripoli e Misurata, costringendole a ritirarsi oltre l’area di Al-Washka sabato. L’LNA ha anche affermato di aver abbattuto due droni turchi, bruciando più di una dozzina di veicoli appartenenti alle milizie Al-Wefaq a causa dei bombardamenti aerei e alla prontezza dell’esercito libico sugli assi di Sirte.

Per trovare una soluzione pacifica alla crisi, dopo la ripresa dei colloqui del gruppo di contatto sponsorizzato dalle Nazioni Unite a Ginevra (5 + 5), il generale Haftar e il presidente del parlamento libico, Aquila Salah, sono arrivati al Cairo per colloqui di alto livello con il presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi. Durante una conferenza stampa congiunta, i tre hanno annunciato un nuovo piano per la Libia, che mira a consentire legittime elezioni presidenziali e parlamentari. Haftar ha accettato la nuova iniziativa politica che include un cessate il fuoco da lunedì e un piano di pace a lungo termine. La Comunità internazionale ha accolto con favore la “Dichiarazione del Cairo”, in particolare gli Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania e l’Ambasciata degli Stati Uniti in Libia; mentre l’Italia e la Turchia sono rimaste in silenzio, così come la Missione di Sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL).

Parlando a fianco di Haftar e Aquila Saleh, Sisi ha proposto un piano che prevede colloqui a Ginevra, l’elezione di un consiglio direttivo, lo scioglimento delle milizie e l’uscita di tutti i combattenti stranieri dalla Libia. Il GNA di Serraj e l’Alto Consiglio di Stato, guidato dall’esponente della Fratellanza Musulmana, Khaled al-Meshri, hanno respinto le proposte dell’Egitto. Mentre la maggior parte dei libici hanno criticato sui social network la posizione di UNSMIL, accusando in particolare la Rappresentante Speciale del Segretario Generale (SRSG), Stephanie Williams, di non essere neutrale, patteggiando per il GNA, in particolare per il ministro dell’Interno Fathi Pashagha. I libici hanno chiesto di nominare con urgenza un nuovo inviato dopo le dimissioni di Ghassan Salamé a marzo. Va detto che Francia e Italia, i principali attori europei coinvolti nel fascicolo libico, hanno precedentemente concordato di trovare un nuovo inviato delle Nazioni Unite nel Paese nordafricano.

La Missione ha perso qualsiasi credibilità ignorando i recenti crimini delle bande armate di al-Wefaq, nelle aree precedentemente controllate dall’esercito libico. Dieci civili sono stati uccisi in Qasr Bin Gashir, il 4 giugno, due famiglie sono state massacrate nei pressi della città di Sirte il giorno dopo. Le milizie di Tripoli e Misurata hanno bruciato e saccheggiato il centro commerciale della città di Tarhouna, devastato il cimitero come atto di vendetta contro i civili che sostengono l’LNA, oltre ad aver incendiato diverse case ed il parco naturale.

Nemmeno agli animali sono stati risparmiati dalla violenza delle milizie criminali e terroristiche di Serraj e Pashagha. Il leone del fratello al-Kani è stato ucciso, così come gazzelle e cervi del parco. Secondo quanto riferito dai civili, un uomo è stato ucciso da gruppi di al-Wefaq, a Bani Walid, con l’accusa di preparare i pasti per le truppe di Haftar, un altro giovane è stato trucidato per la sospetta affiliazione col Governo ad interim nell’est del Paese.

È chiaro a tutti che il conflitto libico è stato prolungato dall’interferenza turca. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha dispiegato migliaia di mercenari siriani in Libia dalla fine del 2019 fino ad oggi. Il popolo libico ha respinto il ruolo di Erdogan nel sostenere i Fratelli Musulmani, i suoi piani espansionistici nella regione e i suoi sogni per il ritorno dell’Impero ottomano. Il leader tunisino del partito politico Ennadha e capo del parlamento, Rashid Ghannouchi, insieme ai leader dell’ala libica della Fratellanza, Ali al-Salabi e Muhammad Sowan, hanno chiesto ad Erdogan di intervenire in Libia con il pretesto di “proteggere il governo legittimo e difendere lo stato civile contro i militari regolari”, ma la verità è che il loro progetto è vicino al collasso. Liberare Tripoli dalle milizie significa fermare i finanziamenti del gruppo ecco perché si oppongono così ferocemente all’istituzione dell’establishment militare.

Preoccupata per la sicurezza dei suoi Stati membri, anche l’Europa ha ripetutamente condannato la collaborazione turca e del GNA, a seguito di numerosi report che indicano elementi radicali siriani in Libia come difensori del Governo di Al-Sarraj. Erdogan mira a intimidire l’Europa e in particolare l’Italia mentre quegli estremisti si infiltrano tra i migranti in partenza dalla Libia occidentale verso le coste europee. Secondo quanto riferito, almeno 41 siriani sono arrivati ​​in Italia via mare, confermando che la prossima destinazione dei mercenari di Erdogan è l’Europa.

Erdogan ha avuto un ruolo distruttivo in Siria e sta ripetendo i suoi errori in Libia. L’intervento della Turchia aveva infranto il diritto internazionale e riacceso il conflitto. Il presidente turco Erdogan dovrebbe essere indagato e accusato di crimini di guerra nel corso dell’offensiva militare del suo paese in Siria, l’ex procuratore e investigatore delle Nazioni Unite, Carla Del Ponte, ha più volte detto, indicando che Erdogan invade il territorio siriano per distruggere i curdi.

Da ottobre 2019, i russi e le forze turche hanno iniziato a pattugliare la striscia di terra di 10km, nel nord-est della Siria, dove le truppe americane erano state dispiegate per anni accanto ai loro ex alleati curdi. Gli alleati NATO della Turchia, compresi gli Stati Uniti, hanno criticato la sua incursione militare nel nord-est della Siria, temendo che questa avrebbe minato la lotta contro i militanti dello Stato Islamico. Tuttavia le nazioni europee sono state riluttanti a confrontarsi con la Turchia per le sue azioni, dopo che Erdogan ha minacciato di “aprire le porte” ai rifugiati affinché in migliaia potessero dirigersi verso l’Europa. In Libia come in Siria, Erdogan usa i migranti come strumento di contrattazione.

Le folli missioni all’estero, il continuo sostegno militare e finanziario ai Fratelli Musulmani, il finanziamento dei gruppi terroristici e la campagna espansionistica coloniale hanno ridotto in povertà milioni di turchi. Nonostante la forte repressione contro la stampa per nascondere la cattiva gestione dell’emergenza COVID-19, la lira turca ha raggiunto i minimi storici nel tasso di cambio con il dollaro, portando alla fuga degli investitori stranieri.

Questo spiega perché il partito di Erdogan vede una crescente opposizione. Durante il mese sacro del Ramadan, al posto dell’adhan, la chiamata alla preghiera dell’Islam, diverse moschee di Smirne hanno sorprendentemente diffuso le note della canzone italiana “Bella Ciao”. Le parole “O partigiano, portami via”, sebbene nella versione “Cav Bella”, adattata in turco, suonavano come una gigantesca critica al regime di Erdogan, se non una vera beffa. Tanto che ha provocato la reazione del portavoce del partito islamista, un ex ministro turco. La gente in seguito ha capito che la canzone “Bella Ciao” in turco, diffusa dalle mosche di Smirne, era quella cantata da Grup Yorum, la band folk che ha visto la morte di tre dei suoi membri per via di uno sciopero della fame, dopo che Erdogan ha vietato loro di esibirsi in concerto usando la falsa accusa di collegamenti con il terrorismo.

La cantante Helin Bolek, il bassista Ibrahim Gokcek e il chitarrista Mustafa Kocak si sono lasciati morire dopo 300 giorni di digiuno volontario.  La band Grup Yorum è nata nel famoso quartiere di Istanbul che più si oppone al partito di Erdogan. Alla fine dei loro concerti, il gruppo era solito concludere l’esibizione in un grande abbraccio con il pubblico, cantando insieme “Bella Ciao” in turco. Una canzone cara anche ai guerriglieri curdi sia a Kobane, in Siria, sia nel PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan.

Preso da: https://specialelibia.it/2020/06/08/lonu-sta-a-guardare-mentre-erdogan-e-i-fratelli-musulmani-distruggono-la-libia/

The Libyan People Challenge the International Community’s Obsession with the “Legitimacy” of a Foreign- Imposed, Unelected Terrorist Regime

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The Libyan people are paying dearly for the dysfunctional balances of international legitimacy, and the blood of their children is sacrificed  to satisfy the whims of major powers and to achieve the ambitions of regional and international mafias that regard Libya only as a lake of oil, gas, frozen funds in foreign banks and vast land that can be turned into laboratories of creative chaos in the region.

The world is still deluding itself that there is legitimacy in Tripoli for the government of reconciliation that no one elected, without popular support or the recommendation of parliament, that also failed to implement its goals that it was established for, documented in the Skhirat agreement, serving only as a Brotherhood cell that executes orders from Qatar and Turkey,  and maintains power with hired armed  militia.

What happened in Skhirat in 2015 was a conspiracy in which regional and international actors tampered with the elected Parliament. While agendas and  interests played a major role,  intelligence services implemented their schemes to perpetuate crisis and enable the Brotherhood to overcome electoral defeat. The goal of the United Nations was to ease the pain without addressing the cause, and the result was that the government of reconciliation,  lacking any legitimacy,  has become a dictatorship. It is the caliphate operating under the dilapidated cloak of  international legitimacy, while before the eyes of the world, Erdogan transports thousands of mercenaries from northern Syria, the majority of whom are terrorists, to fight against the Libyan people and army, and from the Mediterranean Sea, Turkish  battleships are launched with NATO flags and missiles to bomb Libyan cities and villages.

Turks, Qataris, the Brotherhood, their trumpets benefited from the turbulent and shaky international reality caused by policies of leaders obsessed with competing to lead the world, and they spread their lies about Russian influence, mercenaries from Sudan, and aircraft from Egypt in the ranks of the national army, to incite  Western opposition against  the General Command of the Armed Forces.

The advocates of terrorism, warlords, human traffickers, public money robbers, al-Qaeda remnants and ISIS presented themselves as the protectors of the civil state, and huge sums were leaked from under the dialogue tables to purchase the conscience of influential political, human rights, and media actors, and the diplomacy of the Qatari and Brotherhood deals. In turn, Erdogan reaped the benefits. A blatant interference that challenges everyone and confirms for the millionth time that international legitimacy is nothing but a lie that destroys the homeland. The Security Council has not uttered a word about Turkish aggression, and the United Nations mission equates a regular army with militias, between documented facts and rumours. NATO finds in the Turkish adventure, an opportunity to penetrate the southern Mediterranean and open the way into the Sahara. The European Union faces internal divisions due t o the legacy of old colonial rivalries,  and Arab countries are unable to accept the painful truth that confirms that Libya is only an episode in a series of Erdogan ambitions to target them all, while the African Union is swayed by Qatari money and Turkish propaganda.

Who can face this reality? Some may be quick to say that it is the Libyan people. Indeed, it may take a long time for people to absorb the major issues concerning their destiny.  Even though the majority are supportive of the army and believe in their cause, what happened from 2011 to today has negatively affected the social fabric and has led to fractures even within the same family. Voices that have emerged during the past two days to divide the army ranks are only the latest expression of the lack of awareness of the fatefulness of the moment and the magnitude of the challenge.

The army leadership has made many mistakes since the launch of the Flood of Dignity to liberate Tripoli in April 2019, the most prominent of which is wasting time and not taking advantage of opportunities to enter the capital, not paying attention to the perpetuation of the war serving the militias and not fulfilling many of the promises made haphazardly, neglecting positions that were under the control of the army, starting from Gharyan, passing through Sorman, Sabratha, Ajilat, Al-Ajil, Al-Jameel, Tiji and Badr, resulting in crimes committed against those who supported this project, revealing military plans and locations of the army to be exploited by the opposite side, as  happened with the air defense platform at the base of al-Watiyah, the exclusion of leaders, poor media performance, with too much emphasis on  international public opinion through exposing the government of reconciliation and Turkish invaders.

Today, Libya is facing a fateful moment and its living, patriotic forces, against Turkish interference, Brotherhood crimes, militia rule, employment and treachery of the reconciliation government, must meet towards one goal which is the liberation of the country, by supporting the army and organizing effective popular resistance to the enemy,  transcending the topic of international legitimacy to one of popular legitimacy, assuring the world that the national army is  not a person (Haftar), but rather is a national institution with a regular hierarchy and military craftsmanship whose roots go back to1939 through the royal and mass covenants, up to the process of dignity and beyond.

The international community that has been behind the crisis since 2011,  has ignored terrorism, militia rule, and pillaged wealth, has closed its eyes to Turkish intervention and the transfer of thousands of mercenaries from northern Syria to western Libya, and from crimes against civilians. Now, they are either positioned  on the side of the people, the sole source of authority and legitimacy, or with terrorist groups and mercenaries strengthened through broad international recognition and entrenched with Turkish mercenaries.

Al Arab

Translation by Internationalist 360°

Ininterrotti crimini di guerra in Yemen dalla criminale coalizione saudita, in un vergognoso silenzio globale

A cura di Enrico Vigna

 

Mentre la coscienza della solidarietà internazionale è attenuata e l’attenzione internazionale langue, sepolta dalla disinformazione o peggio dall’indifferenza, quelle organizzazioni che affermano di essere impegnate per i “diritti umani”, si rivelano estranee o distratte  circa l’eccidio sistematico commesso dalla coalizione americano-saudita e loro complici, contro civili, donne e bambini, sistematicamente e ferocemente da cinque anni, ogni giorno nello Yemen.

 

Dove sono i cantori del “dirittoumanesimo” globale, gli accusatori di “regimi e stati canaglia” indicati da USA e Israele, i praticanti le varie  “rivoluzioni colorate” in ogni dove ci sono  ingiustizie…tranne dove possono infastidire o contrastare interessi NATO o statunitensi?

Perché non levano le loro voci influenti “mediaticamente ed economicamente”, perché tacciono?

Nello Yemen da cinque si attua anni una guerra soprattutto sulla popolazione che vive in prima linea, sottoposta a attacchi indiscriminati che continuano senza sosta, senza alcuna segnale di discontinuità.

Una guerra che ha prodotto finora 3 milioni 650.000 sfollati, continuamente in crescita.

Una aggressione spietata dove non esiste la parola umanitario, dove il cosiddetto diritto internazionale umanitario che dovrebbe proteggere i civili, all’interno di un conflitto è quotidianamente calpestato nel silenzio, letale, internazionale.

 

 

 

Secondo molti testimoni e denunce, la coalizione saudita utilizza armamenti USA, prodotti e forniti dalla società Gazal Dynamics, che è fornitrice del sistema aeronautico americano, il quale ha in dotazione  bombe e missili come l’Mk 82, un missile a caduta libera leggera.

La coalizione guidata da Arabia Saudita e Stati Uniti non rispetta i minimi obblighi ai sensi delle leggi di guerra, e utilizza l’armamento statunitense in attacchi palesemente sproporzionati e indiscriminati, che provocano migliaia di vittime civili e danni a strutture civili nel paese arabo.

Dal marzo 2015, la coalizione saudita, ha iniziato questa guerra contro lo Yemen con l’obiettivo dichiarato di schiacciare il movimento Houthi di Ansarullah, che aveva preso il potere e cacciato il fedele alleato di Riyadh, l’ex presidente fuggitivo Abd Rabbuh Mansur Hadi.

Ininterrotti crimini di guerra in Yemen dalla criminale coalizione saudita, in un vergognoso silenzio globale      
Anche secondo il quotidiano La Repubblica: “… Nello Yemen, negli ultimi mesi la crisi umanitaria si è ulteriormente aggravata, restando il punto del mondo dove si sta consumando la tragedia peggiore degli ultimi trent’anni. Un conflitto che, così come è avvenuto in Siria, colpisce soprattutto la popolazione civile, fin dall’inizio della guerra. Dallo scorso dicembre, infatti, nella sostanziale indifferenza della cosiddetta “comunità internazionale” e della maggior parte del sistema mediatico, qualcuno si è messo a calcolare che, di fatto, tre civili ogni giorno vengono uccisi, in media una vittima ogni 8 ore. ..Tre anni e oltre 600.000 persone yemenite morte e ferite, impedendo ai pazienti di recarsi all’estero per cure e bloccando l’ingresso delle medicine nel paese dilaniato dalla guerra…”.

Dopo gli innumerevoli bombardamenti sulle infrastrutture civili e gli ospedali, oggi sono oltre 2.400 i morti di colera e la crisi ha innescato quello che le Nazioni Unite hanno descritto come il peggior disastro umanitario del mondo.

Gli abitanti della provincia di Hodeidah hanno organizzato manifestazioni di protesta per le aggressioni criminali nel loro territorio contro la popolazione.
Una manifestazione di protesta è stata organizzata dagli  abitanti della provincia di Hodeidah per condannare l’ultimo crimine commesso dagli attacchi aerei sauditi contro i prigionieri nella provincia di Dhamar.
I partecipanti hanno lanciato slogan ed esposto  striscioni per denunciare i crimini del terribile massacro, che ha lasciato decine di prigionieri morti e feriti, che erano elencati nell’accordo di scambio firmato a Stoccolma.

La popolazione ha urlato il suo sdegno e ritiene le Nazioni Unite e la comunità internazionale pienamente responsabili degli atroci crimini commessi dall’aggressione contro il popolo yemenita.
Il 1° settembre l’aggressione aerea di USA-Arabia Saudita aveva lanciato sette incursioni su un edificio utilizzato per prigionieri di guerra a nord della provincia di Dhamar. Più di 150 persone sono state uccise e ferite nel massacro, mentre ancora continua il processo di recupero dei corpi delle vittime.      3 settembre 2019

 

A cura di Enrico Vigna, CIVG

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-ininterrotti_crimini_di_guerra_in_yemen_dalla_criminale_coalizione_saudita_in_un_vergognoso_silenzio_globale/24790_30674/

La Libia inquinata da mine, trappole esplosive e armi abbandonate

Un gigantesco supermercato di armi incustodite e l’ipocrisia dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu
[14 Febbraio 2020]
Il ministro degli esteri  Di Maio ieri era a Bengasi, per incontrare il capo della Libyan National Army (LNA), il generale Khalifa Haftar, che assedia Tripoli e che controlla gran parte della Libia grazie all’appoggio di Russia, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Francia. Di Maio ha ribadito ad Haftar (al fianco del quale combattono mercenari russi, ciadiani e sudanesi) che «L’Italia non accetta alcuna interferenza esterna e che bisogna lavorare con impegno per un cessate-il-fuoco permanente».
Il giorno prima il nostro ministro degli esteri era stato in missione a Tripoli, dove a aveva incontrato  il primo ministro Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj, premier del Governo di accordo nazionale (GNA), riconosciuto dalla comunità internazionale (e dall’Italia) e sostenuto dalla Turchia e dal Qatar, anche con armi e mercenari jihadisti siriani.

Lo stesso giorno in cui Di Maio a Tripoli rinnovava – con qualche buona intenzione umanitaria che non prevede però date e impegni certi – il patto anti-migranti con al-Sarrāj e per armare ancora di più le milizie che lo sostengono, il Consiglio di sicurezza dell’Onu adottava (con 14 voti a favore e l’astensione della Russia) l’ennesima risoluzione di condanna della recrudescenza delle violenze in Libia e reclamava l’attuazione del cessate il fuoco «secondo i termini convenuti dalla Commissione militare congiunta riunita la settimana scorsa a Ginevra sotto l’egida di Ghassan Salamé, il rappresentante speciale dell’Onu in Libia».
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Peccato che tra i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza ci siano 3 dei Paesi – ma c’era anche l’Italia per la gioia dell’allora ministro della guerra Ignazio La Russa – che Di Maio a Tripoli ha accusato (giustamente) di aver compiuto un grosso errore bombardando la Libia per far fuori il regime di Gheddafi (Francia, Gran Bretagna e Usa), mentre gli altri due, Russia e Cina, sostenevano l’ex Leader.
Il Consiglio di sicurezza ha anche condannato il recente blocco degli impianti petroliferi da parte di Haftar e ha sottolineato che «Le operazioni devono continuare senza ostacoli, a vantaggio di tutti i libici», quando è invece evidente che gran parte dei profitti del petrolio finiscono nelle mani delle milizie e dei trafficanti di armi e che sarà molto difficile far rispettare l’embargo delle importazioni di armi in Libia e che, anche se ci si riuscisse, il Paese pullula di armi disponibili ovunque e a costi bassissimi.
In una situazione del genere, suona ipocrita chiedere il ritiro di tutti i mercenari stranieri e che gli Stati membri dell’Onu non intervengano in un conflitto in cui molti paesi sono coinvolti fino al collo. E questa ipocrisia è resa ancora più evidente dall’appello lanciato dal 23esimo International Meeting of Mine Action National Directors and UN Advisers (NDM-UN23) che si conclude oggi all’ufficio Onu di Ginevra, secondo il quale «Le città libiche sono state “ricontaminate” da mesi di combattimenti». Gli esperti di sminamento delle mine antiuomo e l’UN Mine Action Service (Unmas) denunciano che «Le ostilità in corso in Libia hanno lasciato numerose città gravemente “ri-contaminate” con ordigni inesplosi, minacciando scuole, università e ospedali»
Un allarme sulla presenza di ordigni inesplosi e materiale militare abbandonato (Unexploded Ordnance – UXO) che è il risultato di mesi di guerra civile e per procura alla periferia di Tripoli tra le milizie dello GNA e quelle dell’LNA.
Qualche giorno fa, il negoziatore dell’Onu per un cessate il fuoco duraturo in Libia, Ghassan Salamé ha detto che in Libia ci sono almeno 20 milioni di UXO e Bob Seddon, threat mitigation officer dell’Unmas in Libia ha aggiunto che «La spesa per gli ordigni e la minaccia rappresentata dai resti della guerra esplosivi è aumentata e, purtroppo, molte delle aree che erano state precedentemente bonificate dagli UXO sono state nuovamente contaminate a seguito dei combattimenti. La Libia ha la più grande scorta di munizioni incontrollate al mondo. Si stima che in tutta la Libia ci siano tra le 150.000 e le 200.000 tonnellate di munizioni incustodite».
Si tratta di un gigantesco supermercato diffuso di armi – e in alcuni casi abbandonato – che ha creato un’enorme insicurezza all’interno della Libia e al di fuori dei suoi confini. A margine dell’ NDM-UN23 di Ginevra, Seddon ha spiegato che l’assedio di Tripoli ha distolto le forze di sicurezza libiche dalla guerra contro Al Qaeda e lo stato Islamico/Daesh e che questo «Ora sta causando un problema in tutta l’Africa. Non ho mai visto livelli così alti di contaminazione da armi in 40 anni di carriera».
Intanto, mentre il Consiglio di Sicurezza dell’Onu crede ancora alla favola del petrolio che va a bneficio di tutti i libici, nel 2019 il numero di sfollati interni in Libia ha raggiunto la cifra record di circa 343.000 persone, con un aumento dell’80% sul 2018, e Seddon cinferma he «E’ il popolo libico che sta affrontando in pieno l’impatto dell’insicurezza protratta che ha fatto seguito al rovesciamento dell’ex Il presidente Muammar Gheddafi, nel 2011».
Secondo l’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs dell’Onu (OCHA).Alla fine del 2019 in Libia risultavano uccisi o feriti almeno 647 civili, la maggioranza a Tripoli, ma nessuno sa cosa sia successo e stia succedendo davvero nelle altre aree del Paese e cosa succeda nelle aree controllate dalle milizie tribali e da Al Qaeda e dal Daesh.
A causa della guerra in corso, in Libia sono rimasti pochissimi uomini dell’Unmas il cui compito comporta anche un approccio molto più ampio rispetto al disinnesco di una mina o della rimozione di un altro dispositivo esplosivo artigianale (Improvised explosive device – IED).
Seddon spiega ancora: «Per essere davvero efficaci nella gestione degli IED … non si tratta solo di rimuovere gli IED che sono stati posati. Richiede forze di polizia efficaci, risposte efficaci agli incidenti IED, buone analisi forensi … Non è solo un problema militare, è anche un problema di polizia. Non vedo come, in una qualsiasi fase, possa diminuire la minaccia IED, semmai aumenterà perché è una forma di attacco davvero efficace. Se guardi agli Stati che sono stati efficaci nella gestione degli IED, hanno adottato questo approccio più ampio».
Come se non bastasse, l’United Nations mission in Libya (Unsmil) ha annunciato che il suo personale non era più in grado arrivare in Libia: «Le Nazioni Unite in Libia si rammaricano del fatto che i loro voli regolari, che trasportano il loro personale da e verso la Libia, non ottengano il permesso dall’LNA di sbarcare in Libia», aggiungendo che «Questo nelle ultime settimane si è ripetuto su diverse occasioni. Impedire ai voli dell’Onu di viaggiare dentro e fuori dalla Libia ostacolerà gravemente i suoi sforzi umanitari e di buona amministrazione in un momento in cui tutto il personale sta lavorando incessantemente per portare avanti il three-track intra-Libyan dialogue in corso e per fornire il necessario aiuto e l’assistenza umanitaria ai civili più vulnerabili ai conflitti».

Preso da: http://www.greenreport.it/news/geopolitica/la-libia-inquinata-da-mine-trappole-esplosive-e-armi-abbandonate/

Consiglio supremo delle tribù: “nessun processo politico senza la sconfitta di milizie e terroristi”

Di Vanessa Tomassini.

Il Consiglio Supremo delle Tribù e Città libiche ha emesso domenica 9 febbraio una dichiarazione con cui accusa il capo della Missione di Sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), Ghassan Salamé, di sostenere il Governo di Accordo Nazionale (GNA).

Dopo aver seguito il suo operato, il Consiglio “è arrivato alla convinzione che Ghassan Salamé lavora come capo della Comunità internazionale per sostenere il governo di Al-Sarraj e non per sostenere il popolo libico”. Afferma la dichiarazione aggiungendo che “l’inviato del Segretario Generale delle Nazioni Unite ha sempre pubblicato rapporti pieni di errori a favore del Governo di al-Wefaq, il che dimostra che non è neutrale”.

Il Consiglio Supremo delle Tribù e Città libiche rivela che la Fratellanza Musulmana “pur essendo una minoranza in Libia, vede assegnata la metà dei seggi all’incontro di Ginevra, mentre la stragrande maggioranza del popolo libico non è rappresentata affatto. Il che comporterà il riciclaggio dei Fratelli e delle organizzazioni terroristiche sulla scena dopo che i libici si sono pronunciati e li abbiano fatti uscire sconfitti alle elezioni tre volte di fila”.

La dichiarazione ricorda inoltre che i libici hanno affrontato i fratelli musulmani con la forza militare quando questi hanno rifiutato i risultati delle elezioni nel 2014, indicando che un “mistero” circonda il metodo del processo di pace nella scelta dei 14 mebri delle delegazioni a Ginevra, che escludono “le componenti attive e influenti che costituiscono la stragrande maggioranza della scena libica”.

La dichiarazione ha criticato la partecipazione degli ebrei in una seduta della riunione di Ginevra, “ignorando il fatto che gli ebrei se ne andarono volontariamente nel 1948 e l’ultimo se ne andò volontariamente più di mezzo secolo fa, in risposta alla chiamata della loro terra presunta, abbracciarono il pensiero sionista, rinunciando alla cittadinanza libica e occupando beni immobili dei palestinesi”.

“Ghassan Salamé ha risposto al desiderio di una persona che ha annunciato che avrebbe fatto lo sciopero della fame in un hotel e ha trascurato il desiderio di milioni di libici che avevano espresso i loro sentimenti nelle arene, nelle conferenze e negli incontri. Non ha prestato attenzione ai milioni di libici che erano stati tagliati fuori da cibo, acqua e medicine dalle milizie di Al-Sarraj che sostiene”. Aggiunge il documento riferendosi allo sciopero della fame annunciato nei giorni scorsi da Raphael Luzon, presidente dell’Unione ebrei di Libia, recentemente intervistato da Speciale Libia, prima di incontrare Ghassan Salamè e la sua vice Stephanie Williams.

Fatta questa ampia premessa, il Consiglio supremo delle tribù e delle città libiche annuncia quanto segue:

  • rifiuta categoricamente di partecipare o incontarare Louzon o qualsiasi altro sionista in qualsiasi riunione relativa alla questione libica.
  • non aderirà ai risultati di nessun incontro a cui partecipano persone come Raphael Louzon o qualsiasi altro sionista che afferma di rappresentare una componente che non esiste in Libia
  • le forze armate arabe libiche (LNA) sono lo strumento per attuare la volontà del popolo libico,
  • non si può parlare di un percorso politico o di una visione politica prima di disarmare le milizie, sconfiggere il terrorismo ed espellere i mercenari,
  • la soluzione deve essere libica e avvenire sul suolo libico, con l’amministrazione libica, attraverso un incontro globale a cui partecipino tutti i libici senza esclusione, emarginazione, favoritismo, intimidazione o ignoranza,
  • Annuncia una fase introduttiva che conduce a una fase permanente una volta che le forze armate arabe libiche hanno stabilito il controllo dell’intero territorio libico.

Preso da: https://specialelibia.it/2020/02/09/consiglio-supremo-delle-tribu-nessun-processo-politico-senza-la-sconfitta-di-milizie-e-terroristi/

Tribes of Libya Denounce UN Rep Gassan Salame’ for Breach of Trust, Theft and Collusion (Eng+Arab).

Submitted by JoanneM on

The Great tribes of Libya have demanded that the UN representative for Libya, Mr. Gassan Salame” of Lebanon, be removed from his representation of Libya. Mr. Salame” is not a Libyan and was appointed to purely help with the political solution for peace in Libya. He has overstepped his authority and has invited a man who lived in Libya some 50 + years ago and is a Khazarian Zionist. Mr Salame” introduced Mr. Raphael Luzon to speak for the people of Libya at the UN. Mr. Luzon claims he is a Libyan Jew and demands that he be recognized as a Libyan citizen.

According to his website, Mr. Luzon says about himself:

“Raphael N. Luzon I was born in Bengasi, Libya. Thrown out of Libya after a bloody progrom during the “Six Day War”, he moved in 1967 to Rome, Italy, where he lived for 27 years. He then moved to live in Israel for 6 years (1995-2001).”

Anybody who looks up or remembers the “6 day war” will remember that Israel did a sneak attack on Egypt destroying their air force – “The Egyptians were caught by surprise, and nearly the entire Egyptian air force was destroyed with few Israeli losses, giving the Israelis air supremacy. Simultaneously, the Israelis launched a ground offensive into the Gaza Strip and the Sinai, which again caught the Egyptians by surprise. After some initial resistance, Nasser ordered the evacuation of the Sinai. Israeli forces rushed westward in pursuit of the Egyptians, inflicted heavy losses, and conquered the Sinai.”

The reason Mr. Luzon chose to leave was because he supported Israel and their attack on Arab countries. He left voluntarily.

This man Mr. Luzon was invited back to Libya to view his families graves and home and was met by Ghadafi who treated him with respect. Today he is demanding that 3rd generations Jews born and living in Israel be allowed to come back visit Libya and he wants to be paid for any money that was lost by any Jew when they left Libya. He calls himself the Palestinians of Libya all the while defending Israel in their genocide and theft of Palestine and her people. Quote Mr. Luzon: “To this day, I do not know where my uncle and my grandmother were killed. They are buried somewhere, and we were never given a chance to say a prayer over their graves. What are you talking about? A passport? I don’t care about a passport. Give me my right! Afterwards, we will give the Palestinians their rights.”

Shame on you Mr. Luzon, it is no wonder the Libyan tribes have issued the following statement about you to Mr. Gassam Salame:
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To Mr. Ghassan Salama / Head of the International Support Committee for Libya

The Libyan people have been most offended by your suspicious actions by meeting Mr. Rafael Luzon stating he is the representative of the Libyan Jewish community.

Perhaps you are unaware that this sect left VOLUNTARILY from Libya, in stages, after the establishment of the Zionist entity (Israel) in 1948, and the last of them left after the Six-Day War, June 1967, at the instigation of the International Jewish Agency. And it is not as they falsely claim that their exit was the time of the late leader Muammar Gaddafi, – may God have mercy on him

And this sect denounced its Libyan nationality and acquired the nationality of the countries in which it resided, such as the Zionist entity (Israel), Italy and America. If this door opens to all entities that have origins in Libya, then be ready to meet representatives from many countries. Fayoum. And the lake. And Burj Al Arab is derived from the Arab Republic of Egypt. In addition to the south of Tunisia, southwestern Algeria, northern Niger and Chad..these number is estimated in millions.

What you have done is considered outside of your assigned tasks which are limited to providing support to solve the political problem in Libya.

And that solving the Jewish issue is the sole responsibility of the Libyans, it is possible to open its file and set controls for it after the stability of the state and building its constitutional institutions in the presence of a government and parliament elected by the people.

Finally, I warn you against the consequences of your provocative actions against the Libyan people. Their patience has reached its end. Specifically since you did not help the Libyan people, your actions worsened the situation throughout your appointment, which is close to three years . It is proven that you wasted the Libyan people’s money, estimated at 250 (two hundred and fifty million dollars) annually, and fortunately for you, you are the only one who lives in peace.

And peace be upon those who follow guidance

Ali musbah Abo Sobheah
Chairman of the Supreme Council of the tribes, cities and villages of Fezzan

Released to Mr. Gassan Salame’ UN representative
8/2/2020
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In Arabic:
على مصباح أبوصبيحة إجتهد و وصل إلى قرار قاطع مع المجلس الأعلى للقبائل الشريفة، و قرروا الأتي:-
—-رسالة مفتوحة—.
الى السيد غسان سلامة /رئيس لجنة الدعم الاممي لليبيا
بعد التحية.
ان اكثر ما أساء الشعب الليبي من اعمالك المشبوهة لقاؤك برفائيل لوزون بصفته كممثل لطائفة اليهود الليبين.
ولعلك تجهل ان هذه الطائفة خرجت من ليبيا طواعيةو على مراحل بعد انشاء الكيان الصهيوني سنة 1948 وآخرهم خرج بعد حرب الايام الستة يونيو 1967 بتحريض من الوكالة اليهودية العالمية. وليس كما يدعون زورا وبهتانا‘ ان خروجهم كان زمن الزعيم الراحل معمر القذافي رحمه الله
و هذه الطائفة تنازلت عن جنسيتها الليبية واكتسبت جنسية البلدان التي اقيمت بها مثل الكيان الصهيوني وإيطاليا وأمريكا.. واذا فتح هذا الباب لكل الكيانات التي لها اصول بليبيا فكن على استعداد لمقابلة ممثلين عن محافظات. الفيوم. والبحيرة. وبرج العرب ومطروح من جمهورية مصر العربية. بالاضافة الي الجنوب التونسي وجنوب غرب الجزائر وشمال النيجر وتشاد..وهؤلاء يقدر عددهم بالملايين..
*ان ماقمت به يعد خارجا عن اختصاصاتك المكلف بها والتي تنحصر في تقديم الدعم لحل المشكلة السياسية في ليبيا.- الا اذا كانت لك اختصاصات سرية غير معلنة-.. كما يعد ذلك تعد على السيادة الوطنية.. وزيادة في تأزيم المسالة الليبية وإطالة امد حلها..
وان حل ألمسألة اليهودية من اختصاص الليبيون وحدهم يمكن فتح ملفها ووضع ضوابط لها بعد استقرار الدولة وبناء مؤسساتها الدستورية في وجود حكومة وبرلمان منتخبين من الشعب..
* ختاما احذرك من مغبة تصرفاتك المستفزة للشعب الليبي. والتى بلغت منتهاها. خاصة وانك لم تزيد المسألة الليبية الا سوءا وطوال فترة وجودك التى قاربت على الثلاثة سنوات.. فيكفيك مااهدرته من اموال الشعب الليبي والمقدرة ب. 250 مائتي وخمسين مليون سنويا .. وغادر بسلام غير مأسوفا عليك.

والسلام على من اتبع الهدى

على مصباح ابوسبيحة
رئيس المجلس الاعلى لقبائل ومدن وقرى فزان

صدر بالشاطئ
8/2/2020

Full Audio – Dr. Moussa Ibrahim: “We are against the Berlin Conference, it is the game of chaos”

Submitted by JoanneM on

In the following interview of Dr. Moussa Ibrahim – he confirms all that the Libyan tribes have been telling me since 2011. The interview can be listened to in English here in the mp3 below the article.

By Vanessa Tomassini.

Berlin – Tunis, 19 January 2020. As the talks between the Libyan Prime Minister of the National Accord, Fayez al-Serraj, and the commander-in-chief of the Libyan National Army (LNA), Khalifa Haftar, continue in these hours heads of state and government who support them, we caught up with Moussa Ibrahim, Libyan politician appointed Minister of Information in March 2011 by Muammar Gaddafi and spokesman for pro-Gaddafi forces during the 2011 civil war

Comments of Moussa Ibrahim, Gaddafi Government Spokesperson in 2011, to speak about Libya in occasion of the Berlin Conference on Libya (ENG)

“We in Libya are against the Berlin conference because we believe it is only a game that the West is pursuing to prolong the crisis in Libya. The West is always playing the same game, introducing chaos into the country through military invasion or economic sanctions, or through political pressure, or by taking advantage of religious and tribal conflict. The West has worked for years to manage this crisis to save its agenda of political hegemony and economic exploitation. You can think of what happened in Iraq, Syria, Somalia, Venezuela and Libya. It is the same game everywhere. We called it the chaos game: introducing chaos and managing chaos . ” Said Moussa Ibrahim

Gaddafi’s government spokesman in 2011 added that “The Berlin Conference is nothing more than a chaos management technique. The West has had many other conferences in recent years, in Cairo, Palermo, Geneva, Skhirat in Morocco. On these occasions the West has always proposed democracy, human rights, peace, stability, economic development, but they have never delivered them because the chaos and fragility of Libya is what the West wants. Because when Libya is weak then the West can prey on its national wealth, that is diesel. He can be sure that Libya will never rise up against the plans of the West, as Gaddafi and his government have done for decades. He can be sure that the liberation of currents such as pan-Iranism, pan-Arabism, which had been flourishing under Gaddafi for decades, these cultures will no longer happen in Libya. So the West will be able to use Libya to extend its influence in the North African region, in the Mediterranean basin, as well as in the African region, considering that Libya has great influences in the depth of the African continent “.

Moussa Ibrahim also stressed during our meeting that “we of the Green Resistance Movement in Libya will not be satisfied with this game. The Berlin Conference is just another step in this chaotic direction. We believe that the solution must be intra-Libyan and conducted on Libyan soil, under the supervision of the African Union because we are African and the African Union does not have these imperialist agendas for Libya. We believe that locally in Libya there are credible institutions that can guarantee a solution such as the Libyan National Army, which has already freed most of Libyan territory and the Tribal Conference which includes the majority of Libyan tribes and cities. We also have a large number of politicians, the majority of whom agree on the basic terms of negotiation and dialogue. The West knows that an internal solution is possible and that’s why it is trying to prevent it, prolonging the crisis by intervening in Tripoli so that the Islamist militias survive the attack by the Libyan army and inventing these conferences to push away the solution and to make sure that the so-called solutions come from the outside. We, dear Vanessa, are resisting the Berlin Conference and reject any proposed solution, as they are not genuine proposals and do not represent the will, the aspirations and the needs of the Libyan people “.

As for Italy’s role, Moussa Ibrahim said: “Italy is another European power in search of Libyan national wealth, in search of political influence in Libya, and in search of competition with other European powers in the Mediterranean area, including gas and the migration issue in the Mediterranean. Italy has decided to stay, and this is important for the Italian people to know, with Islamist militias, the real terrorists who terrorize the world, the Europeans, everywhere, in any city and continent and in Europe itself. Because this is the side that was losing the battle. ”
Link: https://specialelibia.it/2020/01/19/moussa-ibrahim-siamo-contrari-alla-c…

Agela Algaml presidente del Consiglio sociale Werfalla: “La Libia non ha bisogno di una soluzione esterna”

Di Vanessa Tomassini.

“Ciò che è importante per i cittadini libici che soffrono delle complicazioni delle guerre, in particolare per coloro che sono stati costretti a lasciare le proprie case, è un cessate il fuoco di fatto. E’ importante l’impegno dei partiti nell’annunciare la loro decisione di cessare il fuoco. Crediamo in una soluzione raggiunta dai libici, dalla volontà libica, senza internazionalizzazione o dettatura di Paesi stranieri”. A dirci questo è Agela Algaml, presidente del Consiglio sociale della tribù Werfalla, una delle più grandi in Libia. Algaml parlando del vertice di Berlino ci dice: “Una soluzione che sia motivata dall’interesse libico e non basato sull’accordo e l’armonia degli interessi dei paesi stranieri. In ogni caso, speriamo che Berlino non sia un incontro come Roma e Parigi. Speriamo che riesca a frenare come minimo gli interventi stranieri, e che la Libia venga lasciata ai libici, e che non sarà limitato a coloro che si sono incontrati a Skhirat e nelle asce da combattimento altre volte, poiché un ampio segmento del popolo libico è stato assente a Skhirat ed è stato però gettato dai partecipanti nelle guerre e nel loro flagello”.

-Cosa ne pensa della decisione del presidete turco Recep Tayyip Erdogan di inviare truppe in Libia su richiesta del Governo di Accordo Nazionale?

“Il nostro rifiuto delle interferenze straniere è assoluto e riguarda qualsiasi Paese. La dichiarazione di intervento della Turchia sucita provocazione, condanna e scontro con essa. Tratteremo le truppe turche come forze invasori dei territori libici. Questa è la nostra prima e ultima parola, per quanto riguarda coloro che hanno preso questa decisione, si può dire molto, ad esempio, Erdogan ha potuto procedere verso l’attuazione di questa decisione solo dopo l’approvazione del Parlamento turco, il parlamento libico ha discusso questa domanda e ha presentato la sua approvazione per l’arrivo di queste forze?”.

Nei giorni scorsi è stata avanzata l’idea di una forza d’interposizione Onu a guida italiana in Libia. Come vede un’iniziativa simile?

“Vorremmo che il settimo oggetto venga rimosso dallo Stato libico, anzichè rafforzare la tutela con forze di monitoraggio esterne o internazionali perchè gli interventi codificati si trasformeranno come gli interventi stranieri del 2011”.

Il presidente del Parlamento libico aveva anche chiesto all’Egitto e ad altri Paesi arabi di intervenire. La Libia ha davvero bisogno di un intervento esterno per raggiungere una soluzione?

“La Libia non ha bisogno di un intervento esterno come soluzione, ma non ha bisogno di interferenze esterne da alcuni Paesi perchè questo è il principale problema, che separa e impedisce i comuni denominatori tra i libici divergendo i loro interessi poichè gli interessi nani dei partiti locali ruotano nell’orbita di quei Paesi”.

Qual’è la situazione sul terreno riguardo al processo di riconciliazione?

“La riconciliazione rimane un obiettivo da raggiungere inevitabilmente, non importa quanto gravi siano le crisi, e non importa quale intervento cerchi di renderlo un obiettivo impossibile o fantasioso. Ha i suoi tempi, i suoi strumenti e le sue fasi che lo precedono. Se verrà lasciato ai libici gestire i loro affari lontano da ogni interferenza negativa alla fine ci sarà la riconciliazione, che prevede diverse fasi dalla convivenza alla consegna in giudizio dei detenuti o il loro perdono per le riparazioni e via dicendo”.

Preso da: https://specialelibia.it/2020/01/20/agela-algaml-presidente-del-consiglio-sociale-werfalla-la-libia-non-ha-bisogno-di-una-soluzione-esterna/

La Francia manipolata

Proseguiamo la pubblicazione del libro di Thierry Meyssan, Sotto i nostri occhi. In questo episodio l’autore ci mostra come la Francia post-coloniale sia stata reclutata da Regno Unito e Stati Uniti per unirsi alle loro guerre contro Libia e Siria. Queste due potenze l’hanno però tenuta all’oscuro del progetto “primavera araba”. Troppo impegnati a sottrarre fondi, i dirigenti francesi non si sono accorti di nulla. Quando si sono resi conto di essere stati esclusi dalla progettazione, la loro reazione è stata puramente comunicazionale: hanno tentato di farsi passare per gli ammiragli dell’operazione, senza preoccuparsi delle conseguenze dei maneggi dei partner.

| Damasco (Siria)

Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi.
Si veda l’indice.

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Il Regno Unito ha manipolato la Francia trascinandola nelle proprie avventure in Medio Oriente Allargato, senza rivelarle che vi si stava preparando, insieme agli Stati Uniti, sin dal 2005.

LA PREPARAZIONE DELLE INVASIONI IN LIBIA E SIRIA

Ancor prima dell’ufficializzazione della nomina da parte del Senato, il futuro segretario di Stato Hillary Clinton contatta Londra e Parigi per condurre una doppia operazione militare nel “Grande Medio Oriente”. Dopo il fiasco in Iraq, Washington reputa impossibile utilizzare le proprie truppe per un’operazione del genere. Dal suo punto di vista, è giunto il momento di rimodellare la regione – ossia ridisegnare gli Stati i cui confini erano stati definiti nel 1916 dagli imperi inglese, francese e russo (la “Triplice Intesa”) – per imporre linee di demarcazione favorevoli agli interessi degli Stati Uniti. L’accordo è noto con il nome dei delegati inglese e francese Sykes e Picot (il nome dell’ambasciatore Sazonov è stato “dimenticato” a causa della rivoluzione russa). Ma come convincere Londra e Parigi a mettere in discussione il proprio patrimonio se non promettendo di concedere loro di ricolonizzare la regione? Da qui la teoria della “leadership da dietro le quinte” (leading from behind). Tale strategia viene confermata dall’ex ministro degli Esteri di Mitterrand, Roland Dumas, che dichiarerà in TV di essere stato contattato da inglesi e statunitensi, nel 2009, per sapere se l’opposizione in Francia fosse a favore di un nuovo piano coloniale.

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Su istigazione degli Stati Uniti, Francia e Regno Unito firmano gli accordi di Lancaster House. Una clausola segreta prevede la conquista di Libia e Siria. l’opinione pubblica tuttavia ignora l’accordo tra Londra e Washington sulle future “primavere arabe”.

Nel novembre 2010 – ossia prima della cosiddetta “Primavera araba” – David Cameron e Nicolas Sarkozy firmano a Londra gli accordi di Lancaster House [1]. Ufficialmente, è un modo per creare sinergie tra gli elementi della Difesa – anche nucleari – e poter realizzare economie di scala. Benché sia un’idea decisamente bizzarra, alla luce degli interessi divergenti dei due paesi, l’opinione pubblica non capisce cosa si stia tramando. Uno degli accordi riunisce le “forze di proiezione” – da intendersi come forze coloniali – delle due nazioni.

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Operazione “Southern Mistral”: lo strano logo del Comando delle operazioni aeree. Il reziario non protegge l’uccello della libertà, bensì lo imprigiona nella rete.

Un allegato agli accordi precisa che il corpo di spedizione franco-britannica avrebbe condotto la più grande esercitazione militare congiunta nella storia dei due paesi – tra il 15 e il 25 marzo 2011 – sotto il nome di “Southern Mistral”. Il sito web della Difesa specifica che lo scenario di guerra prevede un bombardamento a lungo raggio per aiutare le popolazioni minacciate da “due dittatori del Mediterraneo”.

È proprio il 21 marzo che AFRICOM e CENTCOM – comandi regionali delle forze armate statunitensi – scelgono come data per l’attacco congiunto di Francia e Regno Unito nei confronti di Libia e Siria [2]. È il momento giusto, gli eserciti anglo-francesi sono pronti. Visto che le cose non vanno mai come previsto, la guerra contro la Siria viene rimandata e Nicolas Sarkozy – nel tentativo di colpire per primo – ordina alle sue forze di attaccare solamente la Libia, il 19 marzo, con l’operazione “Harmattan” (traduzione in francese di “Southern Mistral”).

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L’ex compagno di Gheddafi, Nuri Massud El-Mesmari, ha disertato il 21 ottobre 2010. Si è messo sotto la protezione dei servizi segreti francesi.

La Francia crede di avere un asso nella manica: il capo del protocollo libico Nuri Masud al-Masmari, che ha disertato e chiesto asilo a Parigi. Sarkozy è convinto che l’uomo sia un confidente del colonnello Gheddafi e che possa aiutarlo a identificare chi è pronto a tradirlo. Purtroppo, il “chiacchierone” conosceva gli impegni del colonnello, ma non partecipava alle riunioni [3].

Pochi giorni dopo la firma degli accordi di Lancaster House, una delegazione commerciale francese si reca in visita alla Fiera di Bengasi con funzionari del Ministero dell’Agricoltura, i capi di France Export Céréales e France Agrimer, i dirigenti di Soufflet, Louis Dreyfus, Glencore, Cani Céréales, Cargill e Conagra. Lì gli agenti della DGSE che li accompagnano incontrano in segreto alcuni militari per preparare un colpo di Stato.

Avvertita dagli Stati Uniti, Tripoli arresta i traditori il 22 gennaio 2011. I libici credono di essere protetti dalla nuova alleanza con Washington, quando dall’America si stanno invece preparando a condannarli a morte. I francesi, dal canto loro, si ritrovano costretti a tornare all’ombra del Grande Fratello statunitense.

Mentre i francesi si adoperano per predisporre l’invasione della Libia, gli statunitensi avviano la loro operazione, di portata decisamente superiore rispetto a quanto comunicato al loro agente Sarkozy. Non si tratta soltanto di detronizzare Muammar Gheddafi e Bashar al-Assad – come in effetti gli avevano fatto credere –, ma tutti i governi laici in vista di una sostituzione con i Fratelli musulmani. Iniziano così dagli Stati amici (Tunisia ed Egitto), lasciando gli inglesi e i francesi a occuparsi dei nemici (Libia e Siria).

Il primo focolaio si accende in Tunisia. In risposta al tentato suicidio di un venditore ambulante – Mohamed Bouazizi, il 17 dicembre 2010 – esplodono proteste contro gli abusi della polizia e, successivamente, contro il governo. La Francia, che crede siano state spontanee, si offre di dotare la polizia tunisina di attrezzature antisommossa.

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Nicolas Sarkozy e Michèle Alliot-Marie, all’oscuro del progetto anglosassone delle “primavere arabe”, mentre in Tunisia sta iniziando la “rivoluzione dei gelsomini”, negoziano con la famiglia del presidente Ben Ali la vendita di un aereo ufficiale, di cui si sono appropriati.

Nicolas Sarkozy e il ministro degli Interni Michèle Alliot-Marie nutrono piena fiducia in Zine El-Abidine Ben Ali, con il quale intrattengono “affari” personali. Dopo essersi fatti costruire ed equipaggiare un Airbus A330 come aereo presidenziale, hanno rivenduto i due vecchi velivoli destinati ai viaggi ufficiali. Uno degli A319 CJ è stato oscuramente rimosso dagli inventari e ceduto alla società tunisina Karthago Airlines, di proprietà di Aziz Miled e Belhassen Trabelsi (fratello della moglie di Ben Ali) [4]. Nessuno sa chi sia stato il fortunato beneficiario della transazione. Dopo la fuga del presidente Ben Ali, il velivolo sarà recuperato e venduto a una società di Singapore e, successivamente, alla Turchia.

Mentre si occupano della sua protezione, Nicolas Sarkozy e la Alliot-Marie restano increduli quando ricevono la richiesta del presidente Ben Ali di atterrare e rifugiarsi a Parigi. L’Eliseo fa appena in tempo ad annullare l’invio di un aereo cargo per il trasporto delle attrezzature di polizia che sono state promesse – aereo che sta aspettando sulla pista a causa delle lungaggini burocratiche della dogana – e quindi ad allontanare l’aereo del presidente decaduto dal suo spazio aereo.

Nel frattempo, in Egitto, l’ingegnere informatico Ahmed Maher e la blogger islamista Esraa Abdel Fattah invitano a manifestare contro il presidente Hosni Mubarak il 25 gennaio 2011, “giorno della rabbia”. Subito sostenuti dalla televisione del Qatar, Al Jazeera, e dai Fratelli musulmani, danno il via a un movimento che, con l’aiuto delle ONG della CIA, destabilizza il regime. Le manifestazioni si svolgono ogni venerdì – all’uscita dalle moschee –, a partire dal 28 gennaio, sotto il comando dei serbi “addestrati” dal promotore delle “rivoluzioni colorate”, Gene Sharp. L’11 febbraio Nicolas Sarkozy scopre da una telefonata del proprio patrigno – l’ambasciatore statunitense Frank G. Wisner – che, su istruzione della Casa Bianca, ha convinto il generale Mubarak a ritirarsi.

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Arrivato per partecipare alla riunione di lancio delle “primavere arabe” di Libia e Siria, il

La CIA organizza allora un incontro segreto al Cairo dove il presidente Sarkozy invia una delegazione che comprende il lobbista Bernard-Henri Lévy, ex amante di Carla Bruni e Ségolène Royal. Il Fratello musulmano Mahmud Gibril, il secondo uomo del governo libico a entrare nel locale, ne esce come capo dell’“opposizione al tiranno”. Tra i siriani presenti si annoverano, in particolare, Malik al-Abdah (già della BBC, ha creato Barada TV con il denaro della CIA e del Dipartimento di Stato) e Ammar al-Qurabi (membro di una serie di associazioni di difesa dei diritti umani e fondatore di Orient TV) [5].

È appena iniziata la guerra contro Libia e Siria.

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Mostrandosi sulla piazza Verde di Tripoli il 25 febbraio 2011, Gheddafi denuncia un attacco alla Libia da parte dei terroristi di Al Qaeda e proclama fieramente che, insieme al popolo, si batterà fino alla fine, pronto a far scorrere “fiumi di sangue” e a sacrificare sé stesso. Annuncia che saranno distribuite armi ai cittadini per difendere la patria in pericolo. La propaganda atlantista lo accuserà di voler far scorrere il sangue del popolo libico.

L’INIZIO DELLA GUERRA CONTRO LA LIBIA

La stampa occidentale assicura che la polizia libica ha represso una manifestazione a Bengasi, il 16 febbraio 2011, sparando sulla folla. Così il paese insorge – riporta sempre la stampa – e le autorità sparano su qualsiasi cosa si muova. Dal paese cercano di fuggire circa 200 mila lavoratori immigrati, che le TV mostrano in attesa ai valichi di frontiera. Muammar Gheddafi – che appare tre volte sullo schermo – parla senza mezzi termini di un’operazione architettata da Al Qaida, dicendosi disposto a morire da martire. Poi denuncia la distribuzione di armi al popolo per versare “fiumi di sangue”, sterminare questi “ratti” e proteggere il paese. Le frasi, estrapolate dal contesto originale, vengono diffuse dalle reti occidentali, che le interpretano come un annuncio non della lotta al terrorismo, ma della repressione di una presunta rivoluzione.

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Presi dal panico, gli operai neri dell’Est della Libia cercano di fuggire prima che la Jamahiriya sia rovesciata. Sono convinti che, ove gli Occidentali ristabilissero il vecchio regime, sarebbero ridotti in schiavitù. Secondo l’ONU, si riversano alle frontiere in decine di migliaia.

A Ginevra, il 25 febbraio, il Consiglio delle Nazioni Unite ascolta con sgomento la testimonianza della Lega libica per i diritti umani. Il dittatore è impazzito e “massacra il suo popolo”. Anche l’ambasciatore del Pakistan ne denuncia la violenza. Di colpo, la delegazione ufficiale libica entra nella stanza, conferma le testimonianze e si dichiara solidale con i concittadini contro il dittatore. Viene approvata una risoluzione, poi trasmessa al Consiglio di sicurezza [6], che adotta nell’immediato la Risoluzione 1970 [7], sotto il capitolo VII della Carta che autorizza l’uso della forza, stranamente pronta da diversi giorni. La questione viene posta all’esame della Corte penale internazionale e la Libia finisce sotto embargo. Quest’ultima misura è immediatamente adottata ed estesa all’Unione Europea. In anticipo rispetto agli altri paesi occidentali, Sarkozy dichiara: “Gheddafi deve andarsene!”.

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L’ex ministro della Giustizia, Musfafa Abdel Gelil, (qui con BHL), che aveva fatto torturare le infermiere bulgare, diventa capo del governo provvisorio.

Il 27 febbraio gli insorti a Bengasi creano il Consiglio nazionale di transizione libico (CNLT), mentre, lasciando Tripoli, il ministro della Giustizia, Mustafa Abdel Gelil, crea un governo provvisorio. Entrambi gli organi, controllati dai Fratelli musulmani, si uniscono per dare un’apparenza di unità nazionale. Subito le bandiere dell’ex re Idris spuntano a Bengasi [8]. Da Londra, suo figlio S.A. Mohammed El Senussi si dice pronto a regnare.

Non riuscendo a convincere tutti i membri del CNLT ad appellarsi agli occidentali, Abdel Gelil nomina un Comitato di crisi che gode di pieni poteri ed è presieduto dall’ex numero due del governo di Gheddafi, Mahmud Gibril, di ritorno dal Cairo.

A Parigi si ammira il modo in cui Washington gestisce gli eventi. Eppure, contraddicendo le informazioni provenienti da Bengasi e dalle Nazioni Unite, diplomatici e giornalisti a Tripoli assicurano di non presagire nulla che possa far pensare a una rivoluzione. Ma poco importa la verità, se le apparenze sono propizie. E così il “filosofo” Bernard-Henri Lévy persuade i francesi che la causa è giusta, assicurandosi di aver convinto lo stesso presidente della Repubblica a impegnarsi per la libertà dopo l’incontro con i libici “rivoluzionari”.

L’esercito francese preleva Mahmud Gibril e lo conduce a Strasburgo, dove egli chiede al Parlamento europeo l’intervento “umanitario” occidentale. Il 10 marzo Nicolas Sarkozy e il premier inglese David Cameron scrivono al presidente dell’Unione Europea per chiedere di riconoscere il CNLT al posto del “regime” e per imporre una no-fly zone [9]. Con perfetta coordinazione, il deputato verde francese Daniel Cohn-Bendit – agente d’influenza degli Stati Uniti dal maggio ’68 – e il liberale belga Guy Verhofstadt, riescono – il giorno stesso – a far adottare dal Parlamento europeo una risoluzione che denuncia il “regime” di Gheddafi e invita a prendere il controllo dello spazio aereo libico per proteggere la popolazione civile dalla repressione del dittatore [10]. Sempre lo stesso giorno, il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, rende noto il lavoro in corso sugli strumenti tecnici necessari per l’attuazione della no-fly zone.

Il 12 marzo la Lega araba vota a favore della no-fly zone nonostante l’opposizione di Algeria e Siria.

Unica stonatura in questo concerto unanime è la Bulgaria che, memore del fatto che Abdel Gelil aveva coperto le torture alle infermiere bulgare e al medico palestinese, rifiuta di riconoscere il CNLT. Da parte sua, l’Unione africana è fortemente contraria a qualsiasi intervento militare straniero.

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Il Libro Verde di Muammar Gheddafi.

La Jamahiriya Araba Libica è organizzata secondo i principi del Libro Verde di Muammar Gheddafi, estimatore dei socialisti libertari francesi del XIX secolo, Charles Fourier e Pierre-Joseph Proudhon. Il colonnello ha così ipotizzato uno Stato minimo che si rivela però incapace di difendere il popolo dagli eserciti imperialisti. Inoltre, ha affidato allo Stato il compito di soddisfare le aspirazioni dei beduini: un mezzo di trasporto, casa e acqua gratis. Così ognuno possiede un’auto propria, mentre il trasporto pubblico è di fatto riservato agli immigrati. In occasione del matrimonio, a ciascuno viene donato un appartamento, ma talvolta è necessario aspettare tre anni prima che la casa sia costruita, per poi potersi sposare. Si eseguono enormi lavori per attingere acqua da falde millenarie nelle profondità del deserto. Nel paese regna la prosperità, il tenore di vita è il più alto rispetto a tutto il continente africano. Ma, in materia di istruzione, si fa molto poco: anche se le università sono gratuite, la maggior parte dei ragazzi lascia presto gli studi. Muammar Gheddafi ha sottovalutato l’influenza delle tradizioni tribali: tre milioni di libici conducono una vita agiata, mentre due milioni di immigrati africani e asiatici sono al loro servizio.

Il 19 marzo si incontrano a Parigi 18 nazioni (Germania, Belgio, Canada, Danimarca, Emirati Arabi Uniti, Spagna, Stati Uniti, Francia, Grecia, Italia, Iraq, Giordania, Marocco, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Qatar e Regno Unito) e 3 organizzazioni internazionali (Lega araba, Unione Europea e ONU) per annunciare l’intervento militare imminente [11]. Poche ore dopo, la Francia scavalca i partner e attacca per prima.

In Siria la situazione è diversa e procede più lentamente. Gli appelli a manifestare del 4, 11, 18 e 25 febbraio e del 4 e 11 marzo a Damasco non sortiscono alcun effetto. Anzi, è in Yemen e in Bahrein che il popolo scende in piazza senza alcun invito.

Nello Yemen i Fratelli musulmani – tra cui la giovane Tawakkul Karman, che in seguito vincerà il Nobel per la Pace – danno il via a una “rivoluzione”. Ma, come nel caso della Libia, il paese si fonda su un’organizzazione tribale, per cui non è possibile disporre di una lettura prettamente politica degli eventi.

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Nicolas Sarkozy dà istruzioni a Alain Bauer per contrastare la rivoluzione in Bahrein.

Su richiesta del re del Bahrein, l’esercito saudita arriva nel minuscolo regno che ospita la V Flotta statunitense per “ristabilire l’ordine”. Il Regno Unito invia il torturatore Ian Anderson, che aveva fatto meraviglie nella gestione della repressione in epoca coloniale – ossia, prima del 1971 – mentre, per riorganizzare la polizia, la Francia invia Alain Bauer, consigliere per la sicurezza del presidente Sarkozy ed ex responsabile per l’Europa della NSA statunitense in Europa ed ex gran maestro del Grand Orient de France [12].

Il caos si propaga per contagio, ma resta ancora da far credere che siano stati i popoli a ispirarlo e che l’obiettivo sia l’instaurazione della democrazia.

(Segue…)

Traduzione
Alice Zanzottera
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

La traduzione italiana del libro è disponibile in versione cartacea.

[1] « Déclaration franco-britannique sur la coopération de défense et de sécurité », Réseau Voltaire, 2 novembre 2010.

[2] “Washington cerca il sopravvento con “l’alba dell’odissea” Africana”, di Thierry Meyssan, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 20 marzo 2011.

[3] “Sarkozy manovra la rivolta libica”, di Franco Bechis, Libero, 23 marzo 2011.

[4] « Un avion présidentiel dans la 4e dimension », par Patrimoine du Peuple, Comité Valmy , Réseau Voltaire, 6 mars 2011.

[5] Rapporto dell’intelligence estera libica.

[6] « Résolution du Conseil des droits de l’homme sur la situation en Libye », Réseau Voltaire, 25 février 2011.

[7] « Résolution 1970 et débats sur la Libye », Réseau Voltaire, 26 février 2011.

[8] « Quand flottent sur les places libyennes les drapeaux du roi Idris », par Manlio Dinucci, Traduction Marie-Ange Patrizio, Réseau Voltaire, 1er mars 2011.

[9] « Lettre conjointe de Nicolas Sarkozy et David Cameron à Herman Van Rompuy sur la Libye », par David Cameron, Nicolas Sarkozy, Réseau Voltaire, 10 mars 2011.

[10] « Résolution du Parlement européen sur le voisinage sud, en particulier la Libye », Réseau Voltaire, 10 mars 2011.

[11] « Déclaration du Sommet de Paris pour le soutien au peuple libyen », Réseau Voltaire, 19 mars 2011.

[12] « La France impliquée dans la répression des insurrections arabes », Réseau Voltaire, 3 mars 2011.

L’inchiesta. Dalla Libia «libero» contrabbando di petrolio delle milizie verso l’Ue

Nello Scavo martedì 12 novembre 2019.
 

Prima puntata sulle esportazioni illegali di petrolio dalla Libia: giro di affari di 750 milioni. Tripoli ridimensiona il peso delle «intese segrete» con Malta sui respingimenti dei migranti
Un patto segreto tra Malta e Libia grazie al quale le forze armate maltesi si coordinerebbero con la guardia costiera libica per intercettare i migranti e respingerli in Libia. Paese che «sulla base delle attuali condizioni non può essere considerato un porto sicuro», ha ribadito la portavoce della Commissione europea, Mina Andreeva.
La Valletta non smentisce il negoziato. Tripoli prova a ridimensionare, parlando semmai di «cooperazione trasparente» e tirando in ballo anche «Italia e gli altri Paesi Ue».
Dalla Libia «libero» contrabbando di petrolio delle milizie verso l’Ue

Un nuovo caso, mentre vanno emergendo altre indicibili intese: esseri umani da tenere in catene, in cambio della libera circolazione del petrolio di contrabbando. Il giornale Times of Malta ha pubblicato alcune foto che mostrerebbero alcuni incontri riservati in vista di un accordo di «mutua cooperazione» siglato tra l’esercito de LaValletta e la cosiddetta Guardia costiera libica, con il funzionario governativo Neville Gafà, accusato in precedenza di comportamenti illeciti e controversi, tra cui, ricorda il giornale maltese, legami con un leader delle milizie libiche che gestisce estorsioni e centri di detenzione non ufficiali.
«Abbiamo raggiunto – ha detto al quotidiano una fonte maltese – quello che potreste chiamare un’intesa con i libici: quando c’è una nave diretta verso le nostre acque, le forze armate maltesi si coordinano con i libici che la prendono e la riportano in Libia prima che entri nelle nostre acque e diventi nostra responsabilità», ha dichiarato una fonte a Times of Malta.
Ma i misteri libici non si fermano al traffico di persone. Il capo della Noc, la compagnia nazionale petrolifera di Tripoli, continua a denunciare il furto di idrocarburi. Mustafa Sanalla, ha ripetutamente stimato in almeno 750 milioni di euro annuali il valore dei prodotti petroliferi trafugati ed esportati illegalmente all’estero. Furti che avvengono alla luce del sole. Solo nei dodici mesi tra giugno 2015 e 2016 sarebbero arrivati in Italia e poi immessi in Paesi come la Spagna oltre 82 milioni di chili di gasolio di contrabbando, per un valore d’acquisto pari a circa 27 milioni di euro, a fronte di un valore industriale di mercato pari a oltre 50 milioni. Solo la punta dell’iceberg, grazie al gioco delle tre scimmiette praticato dai governi Ue che hanno abbandonato il mare lasciando campo libero ai trafficanti di esseri umani che hanno allargato il giro d’affari trasformandosi anche nella principale multinazionale del contrabbando.
Il principale centro di approvigionamento è la ‘Azzawiya Oil Refinery Company’, la più grande raffineria statale controllata dalla Noc. A impedire i furti di petrolio dovrebbe pensarci la divisione di Zawyah della Petroleum facility guard (Pfg). Ma l’esercito privato incaricato di vigilare risponde agli ordini del clan guidato dai fratelli Koshlaf, i veri datori di lavoro di Abdurhaman al Milad, quel Bija che nel maggio del 2017 era in Italia durante quella che egli stesso ha definito «lunga trattativa» e che nonostante i provvedimenti Onu, con le accuse di essere uno dei boss del traffico di esseri umani, è stato riconfermato alla guida dei guardacoste di Zawyah.
Nei giorni scorsi Euronews ha pubblicato, senza riceverne alcuna smentita, la notizia secondo cui sarebbero 236 i vascelli cisterna a disposizione dei ladri di gasolio. Un vero intrigo internazionale: a settembre il governo maltese ha chiesto a Mosca di non porre il veto alla richiesta di sanzioni proposte dal Consiglio di sicurezza Onu per bloccare ovunque nel mondo i beni dei membri dell’organizzazione di maltesi, libici e italiani indagati nel 2017 nell’operazione “Dirty Oil” della procura di Catania. Tra questi alcuni mediatori considerati vicini al più potente clan mafioso della Sicilia orientale: la famiglia Santapaola-Ercolano.

(1- Continua su Avvenire)

Preso da: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/affari-accordi-e-migranti-ma-la-libia-non-sicura