L’ONU è responsabile della Guerra Civile in Libia

27 ottobre 2015

Il Prof. Ibrahim Magdud, direttore dell’Accademia libica in Italia e docente di storia dei paesi islamici all’Università Niccolò Cusano, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “Il mondo è piccolo”, condotta da Fabio Stefanelli, su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano.
Il processo negoziale per un accordo di unità nazionale in Libia va avanti, ma il Parlamento di Tobruk non ha approvato il piano dell’inviato dell’Onu Bernardino Leon. “Non è che hanno rifiutato l’accordo –spiega Magdud-, hanno fatto le riserve senza fare la ratifica dell’accordo. Il Parlamento non ha voluto confermare quest’accordo sul governo di unità nazionale, perché non è stata rispettata la quarta bozza dove c’era la lista dei candidati al governo, su cui erano d’accordo sia quelli di Tripoli che di Tobruk. Leon ha presentato una lista al di fuori di quell’accordo. L’Onu ha voluto imporre un governo. E’ la stessa cosa che si è verificata in Afghanistan e in Iraq”.

“La questione è molto grande –prosegue Magdud-. Non c’è mai stato un discorso tra libici e libici, ci sono sempre state forti pressioni esterni, da Qatar, Turchia, Francia e Inghilterra. La notizia nuova è che si riuniranno il Parlamento di Tripoli e di Tobruk per fare in modo che si arrivi ad una soluzione che vada bene ad entrambe le parti libiche. La rappresentanza delle Nazioni Unite in Libia può solamente partecipare come consulente, non come parte in causa decisiva”.
“La maggior parte dei gruppi armati –afferma Magdud- sono finanziati da Paesi esteri e sottostanno all’accordo politico. Non è che sono proprio cani sciolti. I cani sciolti sono quelli delle bande criminali. Per quanto riguarda le minoranze, in Libia ce ne sono tre e ci sono delle dispute territoriali tra loro. Il problema sta al sud della Libia”.
“Il pericolo, con la pressione russa sulla Siria e con la convivenza della Turchia, è che molti dell’Isis potrebbero venire in Libia. La Libia potrebbe raccogliere tutti i fuggiaschi dalla Siria e diventare la culla dello Stato Islamico. Questo ovviamente diventerebbe un pericolo anche per l’Italia. Tutti quelli dell’Isis che vanno in Siria, prendono l’aereo dalla Tunisia per Istanbul e poi vanno in Siria. Questa è una situazione che conosce tutto il mondo arabo”.

Preso da: http://www.secolo-trentino.com/32648/esteri/lonu-e-responsabile-della-guerra-civile-in-libia.html

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ECCO GLI OBIETTIVI DELL’AGENDA DELLE NAZIONI UNITE PER IL NUOVO ORDINE MONDIALE

Postato il Martedì, 29 settembre @ 23:10:00 BST di davide

DI MICHAEL SNYDER
theeconomiccollapseblog.com
Avete sentito parlare di “obiettivi globali”? Se non ne avete sentito parlare, certamente ne sentirete parlare molto nei prossimi giorni. Il 25 settembre, le Nazioni Unite hanno lanciato una serie di 17 obiettivi ambiziosi che si prevede di poter raggiungere nel corso dei prossimi 15 anni. Un nuovo sito web per promuovere questo piano è stato stabilito, e si può trovare proprio qui. Il nome ufficiale di questo nuovo piano è “l’Agenda 2030“, ma le èlite hanno deciso che avevano bisogno di qualcosa di orecchiabile per promuovere queste idee alla popolazione in generale.

Le Nazioni Unite hanno dichiarato che questi nuovi “obiettivi globali” rappresentano una “nuova agenda universale” per l’umanità. Praticamente ogni nazione del pianeta ha volontariamente firmato per questo nuovo programma, a cui si dovrà attenere obtorto collo.
Alcune delle più grandi star in tutto il mondo sono state assunte per promuovere “gli obiettivi globali”. Basta controllare il video di YouTube che ho postato qui sotto. Questo è il genere di cose che ci si aspetta da un culto religioso fondamentalista…
Se si vive a New York City probabilmente si è consapevoli del “Global Citizen Festival” che si è tenuto a Central Park sabato scorso alla presenza di alcuni dei più grandi nomi nel settore della musica impegnati a promuovere questi nuovi “obiettivi globali”. Di seguito vediamo come il New York Daily News d ha descritto la riunione …
“E ‘stata una festa con uno scopo.
Una festa piena di vip e un appello appassionato a porre fine alla povertà hanno scosso il Great Lawn di Central Park. Più di 60.000 fan si sono riuniti sabato per la quarta edizione del Global Citizen Festival.
Nell’evento filantropico, in coincidenza con l’incontro annuale dei leader mondiali in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, si sono esibiti da Beyoncé, Pearl Jam, Ed Sheeran e Coldplay“.
E non era solo l’industria del divertimento che stava promuovendo il nuovo piano delle Nazioni Unite per un mondo unito. Papa Francesco si è recato a New York per leggere il discorso che ha dato il via alla conferenza in cui è stato presentata questa nuova agenda ….
Papa Francesco ha dato il suo appoggio alla nuova agenda per lo sviluppo in un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni affinchè i grandi del globo adottassero il piano di 17 punti, definendolo “un segno importante di speranza” in un momento molto travagliato in Medio Oriente e Africa .
Quando il primo ministro danese Lars Rasmussen ha colpito il suo martelletto per approvare la road map di sviluppo, i leader e diplomatici provenienti dai 193 Stati membri dell’ONU si sono alzati in piedi e hanno applaudito fragorosamente.
Poi, il vertice si rivolse immediatamente al vero e proprio business della riunione di tre giorni – l’attuazione degli obiettivi, che dovrebbe dai 3,5 trilioni ai 5 trilioni di dollari ogni anno (fino al 2030).
Wow.
Okay, allora dove saranno le migliaia di miliardi di dollari che sono necessari per attuare questi nuovi “obiettivi globali”
Permettetemi di darvi un suggerimento – non verranno dalle nazioni povere.
Quando si leggono questi “obiettivi globali“, molti di loro sono abbastanza buoni. Dopo tutto, chi non vorrebbe “porre fine alla fame”? So che mi piacerebbe “porre fine alla fame” se potessi.
La chiave è quella di guardare dietro le parole e capire che cosa realmente viene detto. E ciò che realmente stanno dicendo è che le élite vogliono rafforzare il loro sogno di un sistema unipolare e senza barriere.
L’elenco che segue viene da Truthstream Media, e penso che faccia un ottimo lavoro traducendo questi nuovi “obiettivi globali” in lingua che tutti possiamo capire …
Obiettivo 1: porre fine alla povertà in tutte le sue forme in tutto il mondo
Traduzione: Banche centrali, FMI, Banca Mondiale, potere della Fed di controllare tutte le finanze, valuta di un mondo digitale in una società senza contanti
Obiettivo 2: fine della fame, raggiungere la sicurezza alimentare e il miglioramento della nutrizione e promuovere l’agricoltura sostenibile
Traduzione: OGM
Obiettivo 3: Garantire una vita sana e promuovere il benessere di tutti a tutte le età
Traduzione: la vaccinazione di massa, il Codex Alimentarius
Obiettivo 4: Garantire un’istruzione di qualità inclusivo ed equo e promuovere le opportunità di apprendimento permanente per tutti
Traduzione: la propaganda delle Nazioni Unite, il lavaggio del cervello attraverso l’istruzione obbligatoria dalla culla alla tomba
Obiettivo 5: raggiungere la parità di genere e l’empowerment tutte le donne e le ragazze
Traduzione: Il controllo della popolazione attraverso la forzata “pianificazione familiare”:
Obiettivo 6: Garantire la disponibilità e la gestione sostenibile delle acque e di servizi igienico-sanitari per tutti
Traduzione: Privatizzare tutte le fonti d’acqua, non dimenticare di aggiungere fluoro
Obiettivo 7: Assicurare l’accesso a energia a prezzi accessibili, affidabile, sostenibile e moderna per tutti
Traduzione: Smart grid con contatori intelligenti su tutto, prezzi al massimo
Obiettivo 8: Promuovere la crescita sostenuta, inclusiva e sostenibile economica, l’occupazione piena e produttiva e il lavoro dignitoso per tutti
Traduzione: TPP, zone di libero scambio che favoriscono gli interessi delle megacorporate
Obiettivo 9: Costruire infrastrutture resilienti, promuovere l’industrializzazione inclusiva e sostenibile e promuovere l’innovazione
Traduzione: strade a pedaggio, buttare fuori il trasporto pubblico, rimuovere vincoli ambientali
Obiettivo 10: ridurre le disuguaglianze all’interno e fra i paesi
Traduzione: Più burocrazia governativa inutile
Obiettivo 11: Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivo, sicuri, flessibili e sostenibili
Traduzione: Stato di sorveglianza e Grande Fratello globale
Obiettivo 12: Garantire consumo produzione sostenibili
Traduzione: Austerity forzata
Obiettivo 13: Prendere misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze *
Traduzione: Nuove tasse di dubbia utilità (ad es. tasse sull’impronta ecologica)
Obiettivo 14: Conservare e sostenibile utilizzare gli oceani, i mari e le risorse marine per lo sviluppo sostenibile
Traduzione: restrizioni ambientali, controllare tutti gli oceani, tra cui i diritti minerari dei fondali oceanici
Obiettivo 15: proteggere, restaurare e promuovere l’uso sostenibile degli ecosistemi terrestri, in modo sostenibile gestire le foreste, la lotta alla desertificazione, e bloccare o invertire il degrado del suolo e arrestare la perdita di biodiversità
Traduzione: più vincoli ambientali, più risorse di controllo e diritti minerari
Obiettivo 16: promuovere società pacifiche e inclusive per lo sviluppo sostenibile, fornire l’accesso alla giustizia per tutti e costruire istituzioni efficaci, responsabili e inclusive a tutti i livelli
Traduzione: le missioni delle Nazioni Unite di “peacekeeping” (ex 1, ex 2), la Corte Internazionale (cieca) di Giustizia, costringere la gente ad emigrare attraverso crisi di rifugiati false e poi cercare la soluzione con più “peacekeeping delle Nazioni Unite”quando la tensione scoppia, rimuovere il secondo emendamento in USA
Obiettivo 17: rafforzare le modalità di attuazione e rivitalizzare il partenariato globale per lo sviluppo sostenibile
Traduzione: Rimuovere la sovranità nazionale in tutto il mondo, favorire la promozione del globalismo, ingrassare la burocrazia orwelliana delle Nazioni Unite
Se avete dei dubbi su tutto questo, è possibile trovare il documento ufficiale per questa nuova agenda delle Nazioni Unite proprio qui.. Quanto più si scava nei dettagli, più ci si rende conto di quanto siano insidiosi questi “obiettivi globali”.
Le élite vogliono un governo mondiale, un sistema economico-mondo e una religione mondiale. Ma non hanno intenzione di realizzare queste cose con la conquista. Piuttosto, vogliono che tutti firmino questi impegni pacificamente, usano il soft power.
Gli “obiettivi globali” sono un modello per un mondo unito. Per molti, l’ “utopia” suona abbastanza promettente. Ma per quelli che sanno in che situazione siamo, il presente invito a un “mondo unito” è molto, molto agghiacciante.

Michael Snyder
Fonte: http://theeconomiccollapseblog.com
Link: http://theeconomiccollapseblog.com/archives/this-happened-in-september-the-un-launched-the-global-goals-a-blueprint-for-a-united-world
28.0’9.2015

Traduzione per www.comedonchisciotteorg a cura del BUCANIERE

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15627

Stone sulla crisi dei rifugiati: “Ricordarsi chi ha destabilizzato il Medio Oriente”

NEW YORK – “Chi ha destabilizzato la Libia? Chi ha creato questo caos, forzando molti a partire verso Paesi come l’Italia? L’Italia era coinvolta nei bombardamenti? Era a favore dell’intervento militare? Sì? Allora ne sta raccogliendo i frutti, ma chi era al comando di questa linea?”: per Oliver Stone, tre volte premio Oscar per la regia di Platoon e Nato il quattro luglio e per la sceneggiatura non originale di Fuga di mezzanotte, non bisogna dimenticare le radici della crisi del rifugiati al centro del dibattito internazionale.
“Non vedo una fine a questo problema: abbiamo destabilizzato così tanti Paesi nel Medio Oriente che saremo inondati: toccherà prima all’Europa e se gli Stati Uniti fossero più generosi ospiterebbero un milione di rifugiati, ma non credo succederà”.

Il regista Oliver Stone e il presidente dell'associazione dei corrispondenti Onu, Giampaolo Pioli

Il regista Oliver Stone e il presidente dell’associazione dei corrispondenti Onu, Giampaolo Pioli

Nella conferenza stampa organizzata dall’associazione dei corrispondenti all’Onu e ospitata nel palazzo di Vetro, Stone, che nella sua carriera ha portato sul grande schermo temi caldi della politica americana – dalla guerra in Vietnam (a cui ha partecipato preso parte da ragazzo, “sono tornato disorientato”) ad alcuni presidenti USA, ma anche Wall street – è affiancato da Peter Kuznick. Col professore di storia presso l’American University e direttore dell’Istituto di studi nucleari, il regista ha realizzato a quattro mani il libro The Untold History of the United States e il documentario da 12 episodi che lo ha ispirato.
Per Kuznick, la crisi in Siria è fortemente legata oltre che al bombardamento, alla siccità che colpì il paese nel 2006, distruggendo l’agricoltura siriana, facendo perdere al 67% degli agricoltori i propri raccolti e portando le persone a trasferirsi nei centri urbani. “La città in cui è cominciata la rivolta era, infatti, quella maggiormente colpita da tutto questo flusso di migranti”, ha sottolineato il professore, secondo cui il cambiamento climatico potrebbe aprire ad altri fenomeni migratori: “bisogna fare qualcosa di serio per contrastare il cambiamento climatico: siamo di fronte a un problema reale che ci riguarda come specie, e questo è un altro motivo per occorre agire insieme a livello di Nazioni Unite o di altre organizzazioni”.

Professor

Professor Kuznick and UN correspondent Joe Lauria

Parlando con Onuitalia, aggiunge: “C’è bisogno che gli Stati Uniti e la Russia si incontrino e parlino, soprattutto della Siria. —– La brutalità di Assad in risposta alla rivolta è imperdonabile”, —- devi per forza parlare male di Assad, altrimenti non ti fanno parlare………….  ma la sostituzione con un governo di coalizione, che il professore auspica, in linea con altri analisti internazionali, “è un processo graduale” che dovrebbe avvenire “attraverso le negoziazioni, non con bombardamenti da parte americana, saudita o turca, o supportando gli estremisti. Passa attraverso gli Stati Uniti e la Russia che si siedono a tavolino, insieme alla Cina”. Il 28 settembre Barack Obama aprirà, con il Brasile, il dibattito annuale dell’Assemblea Generale. A seguire, prenderanno la parola dopo di lui – oltre all’iraniano Hassan Rouhani, al francese François Hollande e al cubano Raul Castro, il leader cinese Xi Jinping e il presidente russo Vladmir Putin che torna all’Onu dopo dieci anni. “Auspicherei un incontro prima dell’Assemblea Generale, ma non mi aspetto che succederà”, ha dichiarato Kuznick. (AS, 16 Settembre 2015)

Preso da:http://www.onuitalia.com/2015/09/17/stone-sulla-crisi-dei-rifugiati-ricordarsi-chi-ha-destabilizzato-il-medio-oriente/

Come un intellettuale da salotto ha portato la Libia nel caos

9 agosto 2015, adattamento di un articolo di Carlo Brenner

Tra il 2011 e il 2015 la Libia è passata da essere il primo Paese africano nell’indice di sviluppo umano (Human Development Index – Hdi), con cui le Nazioni Unite valutano lo standard di vita di una nazione, a essere uno stato fallito.

Due governi, uno islamico a Tripoli e l’altro secolare a Tobruk, una guerra civile che conta migliaia di vittime, la corte suprema privata della sua autorità, un ambasciatore americano ucciso fuori dal suo consolato in fiamme, tutte le ambasciate chiuse, ultima quella italiana, lo Stato islamico che imperversa liberamente per il Paese e addestra i suoi uomini minacciando l’Europa, e in particolare l’Italia, da molto vicino.

Solamente sei mesi dopo la fine della guerra – nell’ottobre del 2011 – con il potere nelle mani dei ribelli, Human Rights Whatch dichiarava che gli abusi apparivano “essere così diffusi e sistematici che potrebbero essere considerati crimini contro l’umanità”.

A ottobre 2013 l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha riportato che “la stragrande maggioranza degli 8.000 detenuti, per ragioni riguardanti il conflitto, sono trattenuti senza un regolare processo” in carceri dove Amnesty International ha scoperto che “sono soggetti a pestaggi prolungati con tubi di plastica, sbarre di metallo o cavi. In alcuni casi sono soggetti a shock elettrici, sospesi in posizioni contorte per ore, tenuti continuamente bendati e con le mani legate dietro la schiena o privati di acqua e cibo”.

In un video recentemente diffuso da un sito d’informazione libico, sono filmate le torture subite da Saadi Gheddafi, terzo figlio del raìs ma più noto a noi italiani per essere un ex calciatore di Perugia e Udinese.

Nella nuova Libia sognata da pensatori e politici occidentali, si stima che novantatré giornalisti siano stati attaccati, arbitrariamente arrestati, assassinati o picchiati solo nei primi nove mesi del 2014. Come conseguenza di quest’anarchia e delle violenze diffuse, le Nazioni Unite hanno calcolato che circa 400mila libici hanno lasciato le loro case e 100mila hanno lasciato del tutto il Paese. La Libia è in ginocchio. Molti oppositori del regime oggi rimpiangono l’ordine che questo, almeno un tempo, riusciva a garantire.

Secondo un’analisi di Alan J. Kuperman, professore presso The University of Texas at Austin, pubblicata sulla rivista americana Foreign Affairs nel marzo del 2015, prima dell’intervento occidentale la guerra civile libica era sul punto di concludersi con un costo complessivo di circa mille vite umane. Sul numero finale delle vittime le stime sono discordi: variano da 8mila a 30mila morti. Il dato più accreditato è fornito dal ministero per i Martiri e i Dispersi del governo post-Gheddafi, che ne conta 11.500.

L’intervento Nato avrebbe quindi aumentato le morti di almeno dieci volte. A questo dato vanno aggiunte le morti causate dalla guerra civile scoppiata al termine del conflitto: il sito internet Lybia Body Count stima che il numero delle vittime solamente nel 2014 sia stato di 2.825. Nel corso del 2015, fino al 30 luglio, sarebbero almeno 1.063.

Inoltre è riportato che le milizie che combattono oggi in Libia fanno un uso indiscriminato della forza: ad agosto del 2014 il Tripoli Medical Center ha calcolato che su cento morti nei recenti scontri, cinquanta erano donne o bambini. Al contrario di quanto sostenuto dalla propaganda dei ribelli, i dati dimostrano che il regime di Gheddafi si era invece dimostrato tollerante nei confronti dei ribelli che avessero deposto le armi, e che aveva anche cercato di evitare morti tra donne e bambini.

Non c’è dubbio che la Libia di Gheddafi, era molto meglio di quello che abbiamo oggi: un Paese nell’anarchia dove nessun diritto è rispettato. La responsabilità di questo disastro, costato migliaia di vite umane, è stata principalmente della Francia dell’ex presidente Nicolas Sarkozy.

In secondo luogo degli Stati Uniti e del Regno Unito che, stimolati dalla Francia, hanno visto non solo la “necessità ma anche la possibilità di intervenire”, come ha sostenuto il primo ministro britannico David Cameron. Ma quello che sorprende di più è la responsabilità da imputare a un solo uomo. Non è un politico né un militare, ma un filosofo francese: Bernard Henry Levy (BHL).

I fatti

Il 17 marzo del 2011 il consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vince finalmente le resistenze di Russia e Cina, e fa passare la risoluzione 1973 che autorizza l’intervento militare in Libia. Con la tradizionale retorica americana, il presidente statunitense Barack Obama spiega che l’intervento sarebbe servito a salvare la vita dei buoni democratici contro il cattivo dittatore. Un modo di ragionare per contrasti che, fortunatamente, non ha mai convinto gli italiani, consapevoli, per natura e tradizione, della complessità della realtà e della superficialità di tali giudizi.

Pochi giorni dopo la risoluzione, la Francia insieme ad alcuni Paesi della Nato istituisce una no-fly zone. Questo perché Gheddafi aveva suscitato il grande sdegno della comunità occidentale per aver “”impiegato l’aviazione nella repressione della rivolta””. L’obiettivo della no-fly zone doveva essere quello di impedire che i caccia del regime si alzassero in volo. Tuttavia, a un occhio neanche troppo attento, sarebbe bastato leggere un articolo del Corriere della Sera, firmato dal giornalista italiano Guido Olimpio nei primi giorni del conflitto, per rendersi conto che i velivoli dispiegati dalle varie forze militari coinvolte erano sia per il combattimento aria-aria che per quello aria-terra.

Sette mesi dopo, nell’ottobre del 2011, dopo una campagna militare intensa, i ribelli, grazie a un ampio sostegno delle forze armate francesi, americane e britanniche prendono il controllo del Paese. La guerra si conclude con la cattura di Gheddafi, in fuga verso la sua città natale, Sirte, seguito da un convoglio di fedelissimi, che non sarebbe mai stato raggiunto dai ribelli senza l’aiuto degli aerei Mirage francesi che l’hanno bombardato. Gheddafi è stato catturato, picchiato e ucciso come un cane. ( almeno è questo che noi DOBBIAMO credere, per volere dei media).Questo è stato il primo gesto della nuova, buona Libia, democratica e giusta.

L’uccisione di un leader politico che ha guidato un Paese per quarantadue anni è stata accolta con entusiasmo da tutti i governi occidentali. L’unico commento fuori dal coro è stato quello dell’allora premier italiano Silvio Berlusconi che usò il latino per dire “sic transit gloria mundi”. Un commento né positivo né negativo ma realista, machiavelliano, da uomo che proviene da una cultura più complessa, come la nostra. Fu ovviamente anche il commento di un uomo che pochi mesi prima aveva concluso accordi molto vantaggiosi con il regime e che si trovava nella situazione contraddittoria di fornire le sue basi per attaccare un alleato.

Una situazione come questa richiama alla memoria il giurista e filosofo politico tedesco Carl Schmitt, il quale sosteneva che il progresso non deve essere perseguito a ogni costo perché non sempre porta verso il meglio. Talvolta la società raggiunge risultati che possono essere già sufficientemente evoluti da non richiedere ulteriore progresso, che può anche trasformarsi in regresso. In questa situazione sembra che il regresso della nostra morale sia evidente.

Se 2.217 anni fa Scipione l’Africano e Annibale Barca, in guerra fra loro, potevano incontrarsi in mezzo al campo di battaglia di Zama per discutere con rispetto reciproco le sorti della guerra – guardandosi da nemici, ma soprattutto da uomo a uomo che rappresentano interessi diversi – oggi sembrerebbe che non siamo in grado di una simile raffinatezza morale. Sembra che non siamo capaci di vedere l’uomo oltre la maschera. Grazie alla narrativa americana, oggi ragioniamo solo attraverso la dicotomia cattivi-buoni e chiediamo la testa di quello scelto, di volta in volta, come il cattivo. Dobbiamo vederlo morto per essere soddisfatti. Una pratica barbara e intollerabile.

Il ruolo di un uomo

Nella vicenda è interessante esaminare il ruolo che un solo uomo ha avuto nella decisione di intraprendere una campagna militare in Libia. Bernard Henry Levy (BHL), celebre filosofo francese, personaggio televisivo e stimata firma di svariati giornali, viene tradotto e pubblicato anche in Italia dal Corriere della Sera. Il filosofo, per sua stessa ammissione e vanto, si è impegnato in prima persona a organizzare gli incontri tra il leader dei ribelli, Mahmoud Jibril, e il presidente francese Sarkozy che hanno convinto quest’ultimo della necessità di intervenire.

Il tutto è raccolto nell’autocelebrativo documentario Le Serment de Tobrouk, scritto, diretto e interpretato dallo stesso BHL e uscito nelle sale francesi il 6 giugno del 2012. Quando gli è stato chiesto perché avesse adottato questa causa, BHL ha risposto: “Perché? Non lo so! Certo era per i diritti umani, per prevenire un massacro e bla, bla, bla – ma volevo anche fargli vedere un ebreo che difendeva la lotta contro una dittatura, per dimostrare fratellanza. Volevo che i musulmani vedessero che un francese – occidentale ed ebreo – poteva essere dalla loro parte”.

Il filosofo francese aveva già cercato di rendersi protagonista della politica estera del suo Paese cercando di portare la voce del leader afghano Ahmad Shah Massoud, in lotta contro i Taliban, al presidente Jacques Chirac nel 2001, senza successo. Ha invece fortuna con il suo ruolo di mediatore a Bengasi nel 2011 quando, incontrando il leader dei ribelli Jibril, promise di farsi portavoce della sua causa presso il presidente Sarkozy.

È evidente che i momenti politici erano diversi: la causa anti-talebana di Massoud era troppo lontana dagli interessi francesi e occidentali prima dell’attacco alle Torri Gemelle, e Chirac era un presidente più attento alle sfumature rispetto a Sarkozy (come apparve evidente quando il suo ministro degli Esteri Dominique De Villepin si schierò contro l’intervento militare in Iraq nel 2003).

Al momento dell’intervento in Libia si presentava un panorama molto più allettante per Sarkozy: l’opportunità di mettersi in mostra come un sostenitore della primavera araba e la reimpostazione degli interessi economici, più favorevoli per l’Italia che per la Francia nel 2011.

Insomma, BHL in Libia è stato l’uomo giusto al momento giusto. Pensava probabilmente di essere il protagonista del supporto occidentale ai ribelli libici, ma allo stesso tempo si è ritrovato a essere una mascotte pubblicitaria di interessi più grandi e complessi. Il suo ruolo non è tuttavia da sottovalutare ma da condannare con forza: le avventure esotiche di un intellettuale mondano sono state concause della distruzione di un Paese e di migliaia di vittime che sognavano un futuro migliore. Come suggerisce il diplomatico italiano Roberto Toscano in un recente articolo, bisognerebbe attribuirgli il premio Nobel per la pace al contrario.

La Libia di domani

Oggi il futuro della Libia rimane incerto. Le fazioni in lotta di Alba Libica a Tripoli, vicina alla fratellanza musulmana, e Operazione Dignità a Tobruk, comandata dal laico Generale Haftar, non sembrano poter scendere a compromessi.
Sicuramente la situazione non può rimanere tale a lungo. L’anarchia imperante nel Paese ha ridotto il benessere della popolazione e la possibilità per qualsiasi partner commerciale di partecipare alla sua economia. Oggi in Libia le interruzioni energetiche sono la normalità, anche fino a 18 ore al giorno, e la sicurezza non è garantita da nessuna autorità centrale ma da milizie non organizzate e soprattutto non sottoposte a nessuna regola.

Anche l’economia è in ginocchio: se la Libia prima della guerra poteva contare su una produzione di 1,65 milioni di barili di petrolio al giorno, il dato è sceso a zero durante l’intervento Nato e oggi è al 30 per cento del periodo pre-guerra. Inoltre, a causa degli scontri continui, le due principali città, Tripoli e Bengasi, hanno dovuto chiudere sia i porti che gli aeroporti.

Anche l’economia è in ginocchio: se la Libia prima della guerra poteva contare su una produzione di 1,65 milioni di barili di petrolio al giorno, il dato è sceso a zero durante l’intervento Nato e oggi è al 30 per cento del periodo pre-guerra. Inoltre, a causa degli scontri continui, le due principali città, Tripoli e Bengasi, hanno dovuto chiudere sia i porti che gli aeroporti.

Questo ha portato a situazioni drammatiche come quella dei quattro italiani rapiti a luglio del 2015, dei quali non abbiamo notizie anche perché manca qualsiasi meccanismo d’intelligence unificato, efficiente e in grado di collaborare le nostre autorità. La recente condanna a morte emanata da un tribunale di Tripoli a Saif al-Islam, secondogenito di Muammar Gheddafi, con l’accusa di genocidio è un altro segnale dell’instabilità del Paese, ma potrebbe portare ad alcuni risvolti interessanti.

La sentenza non sarà eseguita perché Saif è nelle mani di una milizia della città di Zintan, nel nordovest della Libia, che si oppone al governo di Tripoli. Inoltre, il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, a Tobruk, reputa illegittimo il verdetto della corte perché il tribunale si trova in una città non controllata dallo stato. Saif potrebbe ora diventare una pedina molto importante dello scacchiere libico, vista la sua influenza e la sua reputazione di riformista.

Tra il 2009 e il 2010 Saif aveva anche, lentamente, convinto il padre a rilasciare quasi tutti i prigionieri politici ricevendo anche il plauso occidentale. Dato interessante è anche che molti leader della rivolta avevano precedentemente ricevuto incarichi di governo da Saif, tra cui anche il loro leader Mohmoud Jibril.

Insomma, la Libia merita di uscire da questa terribile impasse e ritrovare il suo posto nel mondo. Le soluzioni sono complesse ma possibili. La comunità internazionale non può lavarsi le mani dal disastro che ha creato e deve riconoscere le sue responsabilità aiutando il Paese a ritrovare l’ordine di cui l’ha privata.

L’Italia, in particolare, può e deve svolgere un ruolo importante in questa faccenda perché la Libia è un Paese che non possiamo ignorare, non solo per la vicinanza geografica e per ragioni storiche, ma anche per i risvolti sociali diretti che l’instabilità provoca: la tragedia dei migranti che intraprendono il viaggio della speranza verso le nostre coste e che sono tratti in salvo in mare dalla nostra Marina Militare ci impone di giocare un ruolo di primo piano.

Fino a oggi, anche grazie a operazioni congiunte con altri Paesi, abbiamo salvato 188mila vita umane. L’Italia, incapace di parlar bene di se stessa, deve rivendicare con orgoglio il grande ruolo che sta svolgendo in questa situazione: 188mila persone hanno visto la bandiera italiana come un segno di salvezza, e i nostri militari non hanno deluso le aspettative.

Purtroppo tutto lo sforzo non ha permesso di evitare la morte di 2mila esseri umani nel solo 2015: questo il dato drammatico comunicato dall’Organizzazione internazionale dei migranti (Oim). L’incontrollato flusso dei migranti è una diretta conseguenza dell’anarchia vigente in Libia, dove il traffico degli esseri umani è diventato una pratica diffusa.

Nell’affrontare la problematica libica, la lezione che dobbiamo trarre dagli errori commessi è che non ci si può far guidare dalle emozioni del momento e farsi trascinare dalla propaganda. L’interventismo va evitato, ma nel caso le circostanze lo rendessero inevitabile è necessario studiare a fondo la situazione interna e i possibili risvolti che la nostra ingerenza potrebbe provocare.

Molti governi destinano troppo poco tempo e fondi allo studio delle dinamiche interne degli altri Paesi oppure non hanno sviluppato una sana interazione tra la politica e le strutture di ricerca, come le università, i think tank e la diplomazia.

La politica estera è fatta da statisti, diplomatici e ricercatori, non da filosofi mondani alla ricerca di brividi.

Libero adattamento da: http://www.thepostinternazionale.it/mondo/libia/libia-intervento-sbagliato-bernard-henry-levy

Gheddafi lo aveva predetto:”Se vado via io Libia ai terroristi e Mediterraneo in caos”.

16 febbraio 2015

gheddafi libia profezie

Gheddafi lo aveva predetto:”Se vado via io Libia ai terroristi e Mediterraneo in caos”.Ecco di seguito la sua intervista UFFICIALE al Corriere Della Sera del 7/03/2011 ,la quale vi farà capire tante cose…

Cosa succede?

«Tutti hanno sentito parlare di Al Qaeda nel Maghreb islamico. In Libia c’erano cellule dormienti. Quando è esplosa la confusione in Tunisia e in Egitto, si è voluto approfittare della situazione e Al Qaeda ha dato istruzioni alle cellule dormienti affinché tornassero a galla. I membri di queste cellule hanno attaccato caserme e commissariati per prendere le armi. E’ successo a Bengasi e a Al-Baida, dove si è sparato. Vi sono stati morti da una parte e dall’altra. Hanno preso le armi, terrorizzando la gente di Bengasi che oggi non può uscir di casa e ha paura».
Da dove vengono queste cellule di Al Qaeda?

«I leader vengono dall’Iraq (ISIS), dall’Afghanistan o anche dall’Algeria. E dal carcere di Guantanamo sono stati rilasciati alcuni prigionieri».
Come possono convincere i giovani di Bengasi a seguirli?

«I giovani non conoscevano Al Qaeda. Ma i membri delle cellule forniscono loro pastiglie allucinogene, vengono ogni giorno a parlare con loro fornendo anche denaro. Oggi i giovani hanno preso gusto a quelle pastiglie e pensano che i mitra siano una sorta di fuoco d’artificio».
Pensa che tutto questo sia pianificato?

«Sì, molto. Purtroppo, gli eventi sono stati presentati all’estero in modo molto diverso. E’ stato detto che si sparava su manifestanti tranquilli… ma la gente di Al Qaeda non organizza manifestazioni! Non ci sono state manifestazioni in Libia! E nessuno ha sparato sui manifestanti! Ciò non ha niente a che vedere con quanto è successo in Tunisia o in Egitto! Qui, gli unici manifestanti sono quelli che sostengono la Jamahiriya».
Quando ha visto cadere, in poche settimane, i regimi di Tunisia e Egitto, non si è preoccupato?

«No, perché? La nostra situazione è molto diversa. Qui il potere è in mano al popolo. Io non ho potere, al contrario di Ben Ali o Mubarak. Sono solo un referente per il popolo. Oggi noi fronteggiamo Al Qaeda, siamo i soli a farlo, e nessuno vuole aiutarci».
Quali opzioni le si offrono?

«Le autorità militari mi dicono che è possibile accerchiare i gruppuscoli per lasciare che si dileguino e per portarli pian piano allo sfinimento. Questa è gente che sgozza le persone. Che ha tirato fuori i prigionieri dalle carceri, distribuendo loro le armi, perché andassero a saccheggiare le case, a violentare le donne, ad attaccare le famiglie. Gli abitanti di Bengasi hanno cominciato a telefonare per chiederci di bombardare quella gente».
Le inchieste delle organizzazioni umanitarie parlano di 6.000 morti. Contesta questa cifra?

(Risata). «Le porto un esempio. C’è un villaggio abitato da meno di mille persone, compreso il segretario del comitato popolare. E’ stato detto che lui era in fuga verso l’estero. Invece, era qui, con me, sotto la mia tenda! E’ stato detto che c’erano stati 3.000 morti in questo villaggio che ne conta 1.000, e resta un luogo tranquillo, dove la gente non guarda nemmeno la tv».
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha preso una risoluzione contro la Libia…

«Non è competente per gli affari interni di un Paese. Se vuole immischiarsi, che invii una commissione d’inchiesta. Io sono favorevole».
Dal 1969 lei ha conosciuto 8 presidenti americani. L’ultimo, Barack Obama, dice che lei deve «andarsene» e lasciare il Paese…

«Che io lasci cosa? Dove vuole che vada?».
Cosa si aspetta oggi?

«Che Paesi come la Francia si mettano al più presto a capo della commissione d’inchiesta, che blocchino la risoluzione dell’Onu al Consiglio di sicurezza e che facciano interrompere gli interventi esterni nella regione di Bengasi».
Quali interventi?

«So che esistono contatti semi-ufficiali, dei britannici o di altri europei, con personaggi di Bengasi. Abbiamo bloccato un elicottero olandese atterrato in Libia senza autorizzazione».
I piloti sono vostri prigionieri?

«Sì, ed è normale».
A sentir lei, tutto va bene».

«Il regime qui in Libia va bene. E’ stabile. Cerco di farmi capire: se si minaccia, se si cerca di destabilizzare, si arriverà alla confusione, a Bin Laden, a gruppuscoli armati. Migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia. Bin Laden verrà ad installarsi nel Nord Africa e lascerà il mullah Omar in Afghanistan e in Pakistan. Avrete Bin Laden alle porte». (nel 2001 la minaccia era Bin Laden,quindi Al Qaeda che oggi si è unita all’ ISIS)
Lei agita lo spettro della minaccia islamica…

«Ma è la realtà! In Tunisia e in Egitto c’è il vuoto politico. Gli estremisti islamici già possono passare di lì. Ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo. La Sesta Flotta americana sarà attaccata, si compiranno atti di pirateria qui, a 50 chilometri dalle vostre frontiere. Si tornerà ai tempi di Barbarossa, dei pirati, degli Ottomani che imponevano riscatti sulle navi.(*) Sarà una crisi mondiale, una catastrofe che dal Pakistan si estenderà fino al Nord Africa. Non lo consentirò!».

Come volevasi dimostrare: caduto Gheddafi la Libia è caduta nel caos, e oggi i terroristi dell’ISIS sono arrivati sino alle coste occidentali della regione.

E giusto per farvi capire quanto profetiche sono le parole di Gheddafi riportiamo una notizia di qualche giorno fa:
Degli uomini armati su un barchino hanno minacciato una motovedetta della Guardia Costiera italiana che stava soccorrendo un’imbarcazione con migranti a bordo, a circa 50 miglia da Tripoli. Gli uomini armati hanno intimato agli italiani di lasciare loro l’imbarcazione dopo il trasbordo dei migranti. E così è avvenuto. Il personale della Guardia Costiera a bordo delle motovedette che fanno operazioni di ricerca e soccorso migranti nel canale di Sicilia non è armato.

Gli ultimi italiani rimpatriati da Tripoli hanno dichiarato che a Tripoli l’ISIS c’è già da tempo. Ora fate uno più uno per capire chi fossero gli “uomini armati sul barchino”.

 L’ennesima politica disastrosa di un occidente imperialista ed assassino.

Da Mare Nostrum all’Unhcr Tutti i soldi buttati in Libia

L’Onu spende 19 milioni per i rifugiati ma non ferma i barconi

Molte parole, tanti fallimenti, troppi morti ma anche un sacco milioni di euro impiegati. L’emergenza immigrazione è dramma umano, tensione politica e sociale, inutili vertici europei, fantomatici piani B e invocazione continua della «comunità internazionale». Come se questa non fosse già presente, come se non avesse in mano i mezzi economici necessari per fare la sua parte sulle coste del Nord Africa utilizzando budget di tutto rispetto. E come se negli ultimi due anni non avesse già utilizzato centinaia di milioni di euro per operazioni che non hanno mai raggiunto il loro obiettivo. Sulla carta esistono almeno 12 missioni Onu che operano nel settore umanitario. Una di queste è coordinata sulle coste della Libia dall’Unhcr, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa della gestione dei rifugiati. Inutilmente. Eppure il budget dell’organizzazione per il 2015 rimane a livelli molto alti. I dati ufficiali riferiti al Nord Africa parlano di 180 milioni di dollari, 85 dei quali destinati al fronte “caldo” egiziano, dove si trova l’ufficio regionale dell’agenzia. Ci sono poi 33 milioni per l’Algeria, quasi 24 per la Mauritiana e “solo” 19.663.147 di dollari per la Libia. Di questi, poco più di 18 sono destinati al programma di aiuto ai rifugiati. Per far cosa rimane un mistero. Ma di soldi a disposizione ce ne sono stati e ce ne sono molti anche per l’operazione italiana Mare Nostrum e quella Triton targata Frontex (Agenzia europea per la protezione delle frontiere). Quelli finora utilizzati, infatti, sono 145 milioni di euro. A cui andrebbero aggiunti anche i soldi impiegati per tenere in piedi proprio Frontex: 5 milioni di euro all’anno solo per la sede, 114 milioni il budget per il 2015 e poco meno di 300 quello dei tre anni precedenti. Mare Nostrum, ad esempio, è partita nell’ottobre del 2013 subito dopo la strage di Lampedusa che costò la vita a 366 migranti. Obiettivo: soccorso in mare e arresto degli scafisti. La spesa complessiva è stata di circa 320mila euro al giorno, che significa 9,5 milioni al mese e dunque 115 milioni di euro in un anno. Mare Nostrum è stata abbandonata al suo destino nell’ottobre del 2014, sostituita da Triton, non più con il compito principale di salvare vite umane ma di pattugliare le frontiere. Inizialmente i costi sono stati inferiori: tre milioni di euro all’anno dal novembre 2014 all’aprile del 2015. Mese in cui, dopo l’ennesima strage con 900 morti, sono triplicati: non più 3 milioni al mese ma nove. Dunque circa 30 milioni di euro dal novembre scorso. A fine maggio Frontex ha però annunciato un ulteriore ampliamento della missione Triton e di conseguenza la Commissione europea, dunque i singoli Stati fra cui l’Italia, fornirà all’Agenzia europea 26,25 milioni di euro aggiuntivi per rafforzare Triton in Italia e Poseidon in Grecia. Ma quanto ci costa il “carrozzone” Frontex? I numeri parlano chiaro. Nel 2012 il budget è stato di 89.578.000, nel 2013 di 93.950.000, nel 2014 di 97.945.000 e infine 114 milioni nel 2015. Totale: circa 400 milioni di euro negli ultimi quattro anni. Ma da quando è nata, nel 2005, Frontex ha ricevuto dall’Unione più di 750 milioni di euro, molti dei quali utilizzati per tenere a galla un apparato elefantiaco formato da 317 persone. Mantenere la sede di Frontex, che si trova in Polonia, costa 5 milioni di euro all’anno, ma dieci anni fa, quando emise i primi vagiti, erano sufficienti 120mila euro.

Preso da: http://www.iltempo.it/cronache/2015/06/16/gallery/da-mare-nostrum-allunhcr-tutti-i-soldi-buttati-in-libia-979670/

Hilary Clinton rivela l’agenda occulta del Nuovo Ordine Mondiale

15 maggio 2015

di José Javier Esparza –

Uno scomodo velo di silenzio è stato calato sulle sorprendenti parole pronunciate di recente da Hilary Clinton. Forse la signora ha parlato più di quanto fosse conveniente.
“I codici culturali profondamente radicati, le credenze religiose e le fobie strutturali devono essere modificate. I governi devono utilizzare i loro strumenti e le risorse coercitive per ridefinire i dogmi religiosi tradizionali”.

Queste parole Hilary Clinton le ha pronunciate pubblicamente e senza sotterfugi, nel corso di un convegno pro abortista ed hanno lasciato più di una persona con la bocca aperta.

“Riformare coercitivamente le Religioni”? Dove rimarrebbe quindi la libertà religiosa? “Modificare le identità culturali”? Dove rimane quindi semplicemente la libertà di esistere? Simili intenzioni, messe in bocca a niente meno che alla principale candidata democratica alla presidenza degli Stati Uniti, avrebbero dovuto aprire un forte dibattito.

Non è stato così. Come un fatto molto significativo, i principali media in tutto l’Occidente hanno preferito silenziare le rivelazioni. Fatto rivelatore che i media non abbiano voluto dare risalto a queste dichiarazioni.

Quale significato dare alle dichiarazioni di Hillary Clinton?

Punto uno: che che i ” codici culturali profondamente radicati”, questi sono da intendere come le identità culturali tradizionali, che sono considerati in realtà nidi di “fobie strutturali”, vale a dire pregiudizi che deve essere giusto eliminare.

Punto due: che all’interno di queste “fobie strutturali” si trovano i “dogmi religiosi tradizionali”.

Punto tre: che i governo, ed il potere pubblico sono legittimati per utilizzare la loro forza coercitiva contro i dogmi religiosi e le identità culturali.

Quando si osserva in cosa consiste questa forza coercitiva, questa è, in soldoni, il “monopolio legale della violenza”, allora uno deve iniziare a preoccuparsi. Quando inoltre si constata che per le “fobie” o i “dogmi” si considerano quelli che sono i principi tradizionali della civilizzazione occidentale, vale a dire, la filosofia naturale, (per esempio il diritto alla vita), allora la preoccupazione ascende fino a tramutarsi in allarme. Quello che ha espresso sinteticamente la Hilary Clinton è un progetto politico totalitario di ingegneria sociale e culturale. Nè più nè meno.

Questo progetto è già in atto.

Sorprendente? In realtà non tanto. Questi luoghi comuni non sono affatto nuovi: essi sono già in circolazione nell’ideologia modernista dai tempi della Rivoluzione Francese. Dall’altro lato questi conservano una perfetta consonanza con quello che abbiamo visto crescere in Occidente negli ultimi venticinque anni, dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989: i programmi di ingegneria sociale dell’ONU- di frequente avallati dagli Stati Uniti-, le politiche abortiste ed omosessualiste adottate da quasi tutti i paesi europei e lo smantellamento delle identità etniche nell’area occidentale. Hilary Clinton di è di fatto limitata a rendere manifesto quello che già era latente.

Queste parole della Hilary Clinton sono state interpretate in chiave strettamente nordamericana: sono un progetto di ingegneria sociale- meglio si può dire spirituale- in un paese che si vanta di essere nato sulla base della libertà religiosa. Di sicuro nel contesto nordamericano, simili idee non smettono di essere una rettifica della propria identità delle origini del paese, di modo che potrebbe sembrare incomprensibile lo stupore di molti. Tuttavia i propositi di Clinton fanno parte delle tematiche abituali della sinistra USA dal 1968. Per dirlo così. quello che abbiamo visto fino ad ora è stata la sua “messa in pista”, la sua trasformazione in un programma politico senza camuffamenti.

Allo stesso modo, molti osservatori hanno visto nelle dichiarazioni della Clinton una specie di dichiarazione di guerra contro il Cristianesimo. Questa è una prospettiva corretta ma incompleta: la guerra non concerne soltanto le religioni tradizionali ma si estende anche, come dice la stessa signora Clinton, ai “codici culturali profondamente radicati”.

Questo significa che tutta l’identità culturale e storica, quale che sia stato il suo ambito e la sua natura, devono essere riformate coercitivamente dal potere politico. Non si tratta solo della religione che corre il pericolo: la minaccia si estende a qualsiasi tratto identitario che non coincida con il programma del “tempo nuovo” segnato dalla globalizzazione e dalla sua potenza egemone, che sono gli Stati Uniti d’America.

E noi europei cosa facciamo? In generale si segue la corrente. Bene, sembra sicuro che il percorso presenta delle complicazioni inaspettate e queste non hanno tardato a manifestarsi. Risulta francamente difficile mantenere la coesione sociale in un contesto di smantellamento dei “codici culturali profondamente radicati”.
A questo proposito l’esperienza francese è sommamente interessante : dagli anni ’80 la Francia ha vissuto un processo di costruzione di una nuova indentità sulla base di quella denominata “identità repubblicana” , che in pratica è consistita nella distruzione dei riferimenti classici della Nazione e la loro sostituzione con nuovi dogmi. “La Francia- diceva De Gaulle- è una Nazione europea di razza bianca e di religione cristiana”. Ha iniziato a smettere di essere tale poco dopo la morte del generale. L’europeismo si è convertito in una forma di cosmopolitismo che vedeva la Francia come protagonista in un mondo senza frontiere, in mondo in cui la stessa Europa non è altra cosa che una regione privilegiata in un contesto globale.

Allo stesso modo, qualsiasi fattore di carattere etnico – razziale, culturale, ecc.- ha iniziato ad essere un tabù a vantaggio di una società di nuovo conio edificata sull’affluenza massiccia di popolazione straniera. In quanto alla religione, questa andava ad essere sistematicamente posposta nella scia di un laicismo radicale che non è scemato neppure quando Sarkozy, a San Giovanni in Laterano, scoprì davanti al papa Benedetto XVI i valori del “laicismo positivo”.

Il risultato è stato quello di una Nazione disarticolata sul piano politico, su quello economico e sociale. Il discorso ufficiale continua ad incamminarsi verso il medesimo obiettivo, la realtà sociale già cammina per una strada diversa.

La crescita impetuosa del “Front National” non è un caso. I politici cercano di reagire adattandosi al terreno. L’ultimo è stato il primo ministro Valls, il quale l’anno scorso aveva aperto istituzionalmente il “Ramadan”, mentre adesso si affanna a rivendicare il carattere inequivocabilmente cristiano della Francia. Forse lo ha fatto troppo tardi.

Sia come sia, quello che ha esposto la candidata democratica alla presidenza degli Stati Uniti è molto di più che una dichiarazione di intenzioni: si tratta della trama occulta del programma del nuovo ordine mondiale, che per imporsi senza grandi resistenze necessita, precisamente, di demolire le radici culturali e le religioni tradizionali. Era inevitabile che qualcuno avrebbe prima o poi finito con l’invocare la forza dello Stato per mettere in esecuzione coercitivamente tale operazione. Hilary Clinton lo ha fatto.

La sinistra mondialista europea (e non solo quella), molto probabilmente è già salita sul carro. Così vedremo, alla nostra sinistra, appoggiare la politica mondialista in nome del progresso. Sono le svolte che avvengono nella Storia.

Fonte: La Gaceta.es

Traduzione: Luciano Lago per Controinformazione

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2015/05/15/hilary-clinton-rivela-lagenda-occulta-del-nuovo-ordine-mondiale/

BREKING: Serraji paga 50 milioni di dinar ai mercenari per attaccare Wershafana.

NOTA: Prima di proseguire è necessaria una premessa, al contrario di quanto accade nei media italiani, ed occidentali, ( silenzio di tomba), sui siti libici ed internazionali, in questi giorni sentirete che in Libia, uomini di Zintan hanno attaccato i “”criminali”” a Wershafana. SEMPLICEMENTE QUESTO é FALSO, questi non sono parte della tribù di Zintan, ma sono mercenari pagati dal governo di occupazione di Al Serraji, ( quello voluto dall’ ONU e sostenuto dall’ italia , per capirci). A cui si è aggiunta la cosiddetta Brigata rivoluzionaria di Tripoli

Il consiglio degli anziani della tribù Zintan si è dissociata da questi criminali guidati da Osama al-Juwaily, e non riconosce questi ratti come membri della tribù.

La notizia dei 50 milioni pagati si trova qui: http://www.libya24.tv/news/116779

Ecco uno dei pochi articoli in italiano:

Libia. Wearshefana sotto attacco, il leader Abu Amid lancia un appello all’Onu

di Vanessa Tomassini –

Dopo la pausa dei giorni scorsi, gli uomini del Consiglio militare di Zintan guidati da Osama al-Juwaily avrebbero ripreso la spedizione contro la città di Wearshefana. Una prima offensiva era partita mercoledì sera, causando la morte di alcuni bambini, ma senza grandi successi dal punto di vista militare. al-Juwaili avrebbe anche sferrato un attacco con gas tossici contro la tribù dei Mahashia. Abbiamo raggiunto il capo del Consiglio supremo delle tribù di Wearshefana, al-Mabrouk Abu Amid, con cui il nostro giornale è in contatto per seguire l’evoluzione della vicenda. “Wearshefana è stata esposta per quattro anni ad uccisioni e sequestri, dal 2011 ha subito crimini ingiustificati, immorali ed illegali con la distruzione e l’incendio di 7.500 case. La vera motivazione di questa guerra è quella ​​di cambiare l’assetto demografico della popolazione che ha un’importanza strategica. In questi giorni siamo stati attaccati con il pretesto di una campagna militare contro alcuni guerriglieri sospettati di criminalità e terrorismo, ma la vera ragione è quella di controllare la Quarta Brigata in Aziziyah, che appartiene all’esercito. Inoltre, siamo sotto attacco per via della presenza dei sostenitori di Gheddafi, usando il pretesto della presenza di bande responsabili di rapimenti e barbarie”, ci ha spiegato il capo del Consiglio supremo di Wearshefana. “Il responsabile di tutto ciò è il Consiglio presidenziale, che ha commissionato Osama al-Juwaily con la regione occidentale. Siamo sorpresi che l’arresto dei criminali venga compiuto con razzi, artiglieria pesante, carri armati e bombardamenti sui civili, su donne e bambini, rifiutando la collaborazione delle forze di sicurezza di Wearshefana”, ha proseguito. Poi lancia un monito tramite il nostro giornale all’occidente, in particolare alle Nazioni Unite: “Siamo sorpresi del fatto che per arrestare i criminali sostenuti da loro stessi, la regione debba essere svuotata delle banche e degli istituti che offrono educazione, salute e servizi alla popolazione. Siamo sorpresi – prosegue- del mancato arresto delle vere figure terroristiche che affrontano nei tribunali libici e nel Tribunale Penale Internazionale casi di rapimento, sequestri e distruzione di case. Siamo sorpresi che tutto ciò avvenga nel silenzio della Comunità Internazionale, del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che permette l’uccisione dei civili, di bambini innocenti, l’assedio e la fame della città di Wearshefana”. Infine al-Mabrouk Abu Amid ci dice che “Ci chiedono riconciliazione, riparazione e compensazione, ma le milizie che stanno controllando Tripoli ed altre aree sono sempre contro tutte le soluzioni e sappiamo che l’obiettivo finale, dopo Wearshefana, è proprio la capitale, per distruggerla. Abbiamo costituito un comitato giuridico per trascinare i vari casi davanti ai tribunali libici ed internazionali contro al-Serraj, il ministro della Difesa, il capo di Stato, il ministro dell’Interno e il comandante della regione occidentale, Osama al-Juwaily. Vi invieremo le immagini delle case distrutte, dei bambini, uomini e donne morti. Vi mostreremo le immagini della devastazione causata dai razzi. Invitiamo le organizzazioni dei diritti umani e i media a fare qualcosa per salvare mezzo milione di persone e fornire aiuto e medicinali e cure adeguate ai feriti”. Questo appello non deve passare inosservato, non è possibile fare finta di nulla, Notizie Geopolitiche si impegna a continuare ad informarvi su questa vicenda.

Preso da: http://www.notiziegeopolitiche.net/libia-wearshefana-sotto-attacco-il-leader-abu-amid-lancia-un-appello-allonu/

Per chi volesse sapere la verità invece, consiglio la lettura di alcuni articoli come QUESTO di Libyan war the truth 

Aggiornamenti su RCLM Libya 

Libya24

e non date ascolto alle bufale che appariranno sul Libya Herald, ed altri giornali dei RATTI.

LIBIA. Le 1.700 milizie che Occidente e Golfo hanno fatto proliferrare

21 aprile 2015

Un’Europa colpevole cerca a Tripoli la causa dell’emergenza rifugiati. Dietro, l’intervento militare in Libia, e l’armamento di centinaia di fazioni che puntano al potere. L’Onu annuncia il dialogo tra i parlamenti rivali, ma sul terreno è guerra civile.

Lib

 

della redazione

Roma, 21 aprile 2015, Nena News – La Libia torna sulla bocca di tutti insieme alla guerra civile che sta insanguinando il post-Gheddafi. Le autorità europee e i ministri degli Stati membri fanno a gara in questi giorni nell’indicare in Tripoli la causa delle stragi in mare, dopo il massacro di 900 migranti di domenica scorsa. Intervenire in Libia è il mantra, se non si risolve il conflitto interno a Tripoli l’emergenza rifugiati non cesserà.

Un modo colpevole di cancellare con un colpo di spugna le responsabilità occidentali. Se si volesse restare alla Libia, se si volessero davvero circoscrivere le ragioni dell’emergenza al paese nordafricano, allora si dovrebbe prima di tutto fare un esame di coscienza: la Libia di oggi è il frutto dell’attacco della Nato e del sostegno armato fornito ai cosiddetti ribelli, gruppi di miliziani anti-Gheddafi che prima hanno fatto il gioco occidentale e poi – come spesso è accaduto – non hanno abbandonato le armi.

Tra gli ultimi effetti dell’intervento occidentale c’è l’Isis, anche questo prodotto più o meno indiretto delle strategie statunitensi in Medio Oriente e degli interessi politici dei paesi del Golfo. Lo Stato Islamico è tornato a far parlare di sé in questi giorni, per le barbare uccisioni commesse: in un video di 29 minuti pubblicato domenica, si vedono miliziani islamisti sparare e decapitare trenta cristiani etiopi. Sarebbero stati catturati e uccisi nella provincia orientale di Barqa.

E ieri notte il califfato ha rivendicato su Twitter l’esplosione di fronte all’ambasciata spagnola a Tripoli. Nessun ferito, fa sapere il funzionario locale Issam Naas, che aggiunge: “Gli estremisti dello Stato Islamico hanno posto un ordigno esplosivo vicino alle mura esterne dell’ambasciata spagnola a Tripoli, che ha causato alcuni danni materiali agli edifici vicini”.

Da alcuni mesi gruppi che si richiamano allo Stato Islamico hanno preso la città orientale di Derna, facendone una sorta di loro roccaforte. Un’occupazione che ha fatto strepitare le cancellerie europee che hanno cominciato a discutere di un possibile intervento in Libia. A monte, però, sta la profonda divisione interna del paese, fisicamente diviso in due governi e due parlamenti (uno islamista a Tripoli, uno laico a Tobruk, sostenuto dall’Occidente), ma ulteriormente frammentato in poteri e autorità diverse, ognuna padrona di enclavi il cui controllo armato rappresenterebbe il modo per garantirsi una fetta di potere politico e economico.

Sarebbero almeno 1.700 i gruppi armati attivi in Libia, un proliferare di milizie tribali, laiche o islamiste che sotto il regime di Gheddafi erano state messe sotto silenzio o fatte partecipare al delicato equilibrio di spartizione del potere interno. La totale assenza dello Stato ha ucciso 2.800 persone nel 2014, provocato 400mila sfollati interni e trasformato le coste libiche nel regno di nessuno, o meglio nel regno dei trafficanti di uomini che controllano le vie di transito dei profughi africani e mediorientali, in fuga dalla fame o da conflitti armati.

L'Isis a Derna

L’Isis a Derna

Lo scorso fine settimana il presidente statunitense Obama ha chiesto ai paesi del Golfo di utilizzare la loro influenza per porre fine alla guerra civile: “Stiamo incoraggiando alcuni paesi del Golfo che hanno influenza su varie fazioni libiche”, ha detto Obama, dando un’ulteriore giustificazione alle petromonarchie alleate per infilare le mani nel più vasto conflitto mediorientale, dalla Siria allo Yemen.

Chi cerca ancora il dialogo politico sono le Nazioni Unite: l’inviato speciale per la Libia, Bernardino Leon, ha detto domenica che le fazioni rivali avrebbero raggiunto un accordo nell’ultimo round di negoziati nella città marocchina di Skhirat. Secondo Leon, l’80% dell’accordo è già pronto e entro due settimane si terrà l’ultima fase del negoziato. “Questa è la prima volta che gruppi armati, chi ha le armi e combatte sul terreno, si incontrano – ha detto l’inviato Onu – Vogliamo questo meeting faccia a faccia, un dialogo diretto, con il sostegno delle Nazioni Unite”.

Sullo sfondo restano però le divisioni interne e le reciproche accuse: il premier libico di Tobruk, Abdullah al-Thinni, ha accusato la Turchia e il Qatar di essere i principali sostenitori delle milizie islamiste che controllano Tripoli dallo scorso agosto. Un’accusa mossa anche dal generale Haftar, postosi a capo di un vero e proprio esercito in chiave anti-islamista e oggi considerato valido partner di Tobruk e dell’Occidente. E così il governo laico, che non ha ancora ottenuto dall’Onu (nonostante le pressioni) la fine dell’embargo sulle armi, si rivolge alla Russia per ottenere armi e addestramento. Nena News

Preso da: http://nena-news.it/libia-le-1-700-milizie-che-occidente-e-golfo-hanno-fatto-proliferare/

Libia 2015: Non solo jihadisti. Parla un leader della resistenza nazionale

mussa ibrahim

La testimonianza di Mussa Ibrahim, ultimo portavoce della Jamahiriya libica

Leonor Massanet Arbona | lahaine.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Ero a Tripoli, in Libia, come osservatrice straniera nel giugno 2011. Sono stata testimone della maggior parte delle cose esposte da Mussa Ibrahim e di molte altre che non spiega. Ho potuto constatare personalmente che là erano presenti i giornalisti dei media internazionali del mondo intero e che NON informavano su quanto stava accadendo. Erano testimoni diretti. Hanno fotografato, filmato e visto la realtà che però non hanno mai pubblicato.

Ho assistito a come ogni giorno gli aerei della Nato entravano in Libia, lanciavano bombe sulle città e poi se ne andavano. Non ricevevano la risposta libica e non so se sia possibile immaginare che cosa significa sganciare bombe su una città popolata come Tripoli, i morti, l’onda d’urto, la distruzione… ogni giorno gli aerei arrivavano su Tripoli all’alba per poi ritornavi all’inizio mattinata. Era impossibile per qualsiasi libico riposare per più di quattro ore consecutive.

Molte associazioni e gruppi internazionali giunsero in Libia per essere testimoni diretti di ciò che stava accadendo, come l’associazione degli avvocati del Mediterraneo. Dopo aver vissuto una aggressione come quella di cui sono stata testimone in Libia, non potrò più avere fiducia nei media, né nei politici e governi che hanno sostenuto e occultato qualcosa di così disumano, crudele e aberrante… Gli inviati di Rt e Telesur erano lì e posso attestare che informavano e per quanto ne so, hanno sempre detto la verità.

Conferenza stampa 2014

Parole di Mussa Ibrahim, ultimo portavoce della Jamahiriya libica, membro del Movimento nazionale popolare libico che lavora congiuntamente al Consiglio di tutte le tribù e città libiche per tentare di trovare una soluzione alla situazione libica successiva all’attacco della Nato e alle sue conseguenze. Parla in nome di 622 politici libici che si trovano in Libia e in esilio e che rappresentano la Resistenza verde, in difesa della riconciliazione di tutti i libici, dello sviluppo e dei diritti umani.

Apparteniamo a tutta la Libia e sosteniamo tutti i libici che non appoggiano la Nato, né i criminali, i fondamentalisti, gli assassini, coloro che stanno torturando, emarginando, cambiando le leggi per esiliare i libici…

Cerchiamo il vostro sostegno per estendere la nostra realtà. Nel 2011 sono stato il responsabile per la comunicazione con i media internazionali. Ho cercato di fare del mio meglio, ma i veri eroi sono coloro che hanno perso la vita sotto le bombe della Nato o nelle prigioni di al-Qaeda. La sofferenza della Libia ha avuto inizio con l’attacco straniero in seguito ad una risoluzione delle Nazioni Unite che si basava su cinque punti:

1. Secondo i documenti ufficiali dell’Onu, sarebbero stati 10.000 i manifestanti uccisi a Bengasi durante i primi giorni. Tuttavia, il Consiglio nazionale di transizione, con a capo Abdul Jalil, ha pubblicamente ammesso, e si possono anche ascoltare le sue parole su internet, che ciò non è corrisponte al vero. Era noto che il governo libico della Jamahiriya aveva dato ordine di non intervenire nelle manifestazioni.

2. Secondo i documenti ufficiali della Nato, Gheddafi avrebbe distrutto diverse aree di Tripoli come Suk al Juma, Fashlum ed altre. Più di un migliaio fra giornalisti e osservatori internazionali hanno visitato e visto con i loro occhi, potendo filmare e parlare con la gente e pertanto provare che ciò non era vero, che queste zone erano in condizioni del tutto normali.

3. Secondo i documenti ufficiali dell’Onu, più di 8.000 donne libiche sarebbero state violentate dall’esercito libico nelle prime tre settimane del conflitto, ma quando hanno cercato di dimostrarlo, non sono stati in grado di trovarne neanche una.

4. Secondo i documenti ufficiali dell’Onu, la Jamahiriya contava su 35.000 mercenari africani. Non era vero e non avrebbero mai potuto dimostrarlo. Tuttavia ciò è stato usato dalla Nato per uccidere migliaia e migliaia di libici neri e, ovviamente, una volta morti non hanno più potuto dichiarare nulla. Il massacro più terribile è stato compiuto nella città libica di Tawerga, dove i suoi cittadini che non sono stati uccisi ancora non possono tornare alle loro case.

5. Secondo i documenti ufficiali dell’Onu, l’esercito libico della Jamahiriya si attestava a Bengasi per prepararsi a placare le proteste con le armi e a radere al suolo la città. Secondo il documento ufficiale delle Nazioni Unite, la Nato doveva intervenire per fermare l’esercito e salvare la vita dei libici. Tuttavia la realtà è che il governo libico della Jamahiriya stava tenedo colloqui diretti con i rappresentanti di Francia e Stati Uniti per dimostrare e assicurare che l’esercito libico non sarebbe entrato a Bengasi. Il governo della Jamahiriya aveva ordinato all’esercito di non intervenire in alcun modo nelle manifestazioni. La Libia ha fatto l’errore di fidarsi della parola di Francia, Stati Uniti e Inghilterra che non sarebbero intervenuti. La Nato ha mentito. E’ entrata in Libia e per prima cosa ha attaccato ed eliminato le truppe che si erano accampate fuori Bengasi.

La Nato è intervenuta sulla base di queste cinque menzogne

La Jamahiriya libica ha cercato di organizzare una “Fact Finding Mission” (Commissione di studio dei fatti) e a tal scopo furono chiamati tutti i principali media del mondo come Bbc, New York Times, Rt, Telesur… Inoltre furono invitati osservatori internazionali provenienti da tutto il mondo affinché vedessero la realtà.

I media internazionali risposero di non essere in grado di compiere una ricerca sul campo (“fact finding mission”) perché:

1. Non avevano stanziamenti a questo scopo.
2. Non possedevano il materiale adeguato.

L’Unione africana cercò di creare una Commissione per la “Fact Finding Mission”, ma non le è stato consentito.

Tutti questi fatti sono stati ignorati dai media internazionali e dai politici.

Ora sappiamo perché siamo stati aggrediti: per la posizione che la Libia occupava in Africa, con il sostegno all’Unione africana, il lavoro per il Mercato comune africano e per l’Unione araba, con l’aiuto ai popoli oppressi…

Tutto questo ha portato all’attacco occidentale alla Libia, poiché essi non desiderano un’Africa indipendente.

In questo momento, il problema maggiore dei libici è rappresentato da:

1. Gli esuli. Secondo il governo tunisino vi sono 1,5 milioni di rifugiati libici in Tunisia. Il governo egiziano indica che nel paese sono presenti 1,25 milioni di rifugiati libici, oltre a tutti quelli in Algeria, Niger e in molti altri paesi.

Secondo le nostre stime tuttavia, ci sono approssimativamente 2 milioni di libici rifugiati all’estero. Ricordiamo che la Libia aveva una popolazione di 6 milioni di persone, il che significa che il 30% dei libici è stato costretto ad abbandonare il proprio paese e sta soffrendo.

2. Il controllo della Libia da parte di estremisti come quelli di al-Qaeda. Costoro hanno il denaro, le armi, contano sull’appoggio esterno e su migliaia di mercenari. In questo momento, i peggiori terroristi al mondo, ovvero le superstar del terrorismo mondiale sono in Libia.

Il più importante terrorista internazionale è Abdul Hakim Bilhaj. E’ stato in Somalia, Iraq, Afghanistan, in carcere a Guantanamo e in Libia. Nel settembre del 2011, quando la Nato entrò a Tripoli, Bilhaj fu messo a capo della sicurezza. E’ stato pagato dall’Occidente per lavorare in alcune imprese, diventando così milionario. Si è messo un vestito ed ora è ricevuto dai governi occidentali. Oltre a Abdul Hakim Bilhaj, in Libia è presente l’élite del terrorismo.

3. In questo momento ci sono 35.000 prigionieri politici, detenuti in carceri illegali e sconosciute. Sono stati torturati, maltrattati, in violazione di tutti i diritti umani. Ci sono anche intere famiglie imprigionate. Ogni settimana da queste carceri escono corpi senza vita. Alcuni sono direttamente sepolti, mentre altri vengono restituiti alle famiglie.

4. La balcanizzazione della Libia. Stanno cercando di dividere la Libia in tre parti. I fondamentalisti non ambiscono ad un paese forte, ma vogliono paesi piccoli e deboli per poter meglio agire.

Noi libici non solo piangiamo la Libia, ma cerchiamo soluzioni per non essere “colonizzati”. Ci affidiamo a un dialogo che includa tutti i libici, con l’eccezione di fondamentalisti e mercenari della Nato.

Il dialogo continua, lavoriamo duramente per questo. Sarebbe molto più facile se non ci fosse stato l’intervento occidentale.

La maggior parte dei libici sogna il ritorno di questi ultimi 42 anni di Jamahiriya. Questo non significa affermare che tutto era perfetto. C’erano molti problemi, ma li potevamo risolvere noi libici e stavamo lavorando per risolverli.

Conferenza stampa in inglese: