I droni dei serial killer

L’arte della guerra
By Manlio Dinucci
Global Research, April 30, 2015
ilmanifesto.info

A Washington ormai è un «macabro rituale»: una volta al mese membri del Congresso, facenti parte delle commissioni sull’intelligence, vanno al quartier generale della Cia a «visionare i filmati di persone che saltano in aria, colpite dagli attacchi dei droni in Pakistan e altri paesi». Lo riporta «The New York Times» (25 aprile), sottolineando che questa «parvenza di supervisione» serve a far apparire «un rigoroso controllo, da parte del Congresso, sul programma di uccisioni mirate». Programma che «la Casa Bianca continua a sostenere», promovendo ai più alti ranghi i funzionari della Cia che lo hanno costruito dieci anni fa, «alcuni dei quali sono stati anche alla guida dei programmi sull’uso della tortura nelle prigioni segrete».
 I droni killer sono ormai «integrati nel modo americano di fare la guerra». Questo resoconto del «New York Times» conferma che il presidente Obama, quando ha incontrato il premier Renzi, non poteva non essere a conoscenza dell’uccisione di Lo Porto con un drone Cia, avvenuta tre mesi prima. Dimostra che il «tremendo dolore», da lui tardivamente espresso, non implica un cambio di politica sull’uso dei droni killer. È lo stesso Presidente degli Stati uniti (riportavamo sul «manifesto» il 12 giugno 2012 in base a un’inchiesta del «New York Times») ad approvare la «kill list», aggiornata di continuo, comprendente persone di tutto il mondo che, giudicate nocive per gli Stati uniti e i loro interessi, sono condannate segretamente a morte con l’accusa di terrorismo. Soprattutto quando «insieme al terrorista, che verrà colpito dal drone, c’è la famiglia», spetta al Presidente «la valutazione morale finale». Giunto il nullaosta del Presidente, l’operatore, comodamente seduto alla consolle di comando del drone negli Stati uniti a 10mila km di distanza, lancia i missili contro quella casa in Pakistan o in un altro paese indicata come rifugio del terrorista. È stata soprattutto la Cia a usare i droni killer in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Yemen, Somalia e diversi altri paesi. Il Comando per le operazioni speciali del Pentagono, che effettua azioni parallele a quelle Cia, ha cercato nel 2013 di assumere il controllo di tutte le operazioni dei droni, ma non c’è riuscito. La Cia continua ad operare con un numero imprecisato di droni killer. Si aggiungono a questi circa 250 droni da attacco della U.S. Air Force, parte di una flotta di circa 7500 droni di tutti i tipi gestiti dal Pentagono. Il loro numero è in aumento, tanto che scarseggiano i piloti di droni. Quelli in servizio sono costretti a turni stressanti, che accrescono i «danni collaterali». Ma l’alto numero di vittime civili è dovuto soprattutto al fatto che la maggior parte degli attacchi dei droni (oltre il 60% in Pakistan) è diretta contro case abitate anche da donne e bambini. Il numero di vittime civili è destinato ad aumentare con l’uso di velivoli robotici in grado di decollare, attaccare e rientrare alla base autonomamente. Tra questi il nEUROn, costruito da un consorzio europeo di cui fa parte Alenia Aermacchi, che sarà capace di «effettuare automaticamente il riconoscimento del bersaglio». In attesa della guerra robotizzata, Roberta Pinotti (che come Renzi ha iniziato da caposcout) è decisa a far partecipare l’Italia alla guerra dei droni: ha chiesto a Washington di poter armare gli MQ-9 Reaper, i droni killer Usa acquistati dall’Italia, ciascuno capace di lanciare 14 missili «Fuoco dell’inferno». Ottimi per distruggere in Libia i barconi dei trafficanti di essere umani. Salvo il «danno collaterale» di qualche altra strage di innocenti.

Manlio Dinucci

http://ilmanifesto.info/i-droni-dei-serial-killer/

Fonte: http://www.globalresearch.ca/i-droni-dei-serial-killer/5446490

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LE GUERRE DELL’OCCIDENTE HANNO UCCISO QUATTRO MILIONI DI MUSULMANI DAL 1990

Postato il Giovedì, 16 aprile @ 12:55:00 BST di davide

DI NAFEEZ MASSADEQ AHMED

middleeasteye.net/columns

Il mese scorso la PRS (Physicians for Social Responsibility) di Washington ha pubblicato uno studio secondo il quale dieci anni di “guerra al terrore” dal 9/11 ad oggi, è costato la vita a circa 1,3 milioni di persone, forse anche 2 milioni.
Il rapporto di 97 pagine del gruppo di medici premi Nobel per la Pace è il primo che cerca di calcolare il numero delle vittime civili degli interventi statunitensi in Iraq, Afganistan e Pakistan nel quadro delle operazioni contro il terrorismo.

Il rapporto PSR è stato realizzato da un team interdisciplinare di esperti in salute pubblica, tra cui il Dr. Robert Gould, direttore del Centro Medico di educazione e ricerca medica dell’ Università della California, e il Prof. Tim Takaro della Facoltà di Scienze Mediche della Simon Fraser University.

Eppure, è stato praticamente oscurato dai canali anglofoni d’informazione, nonostante sia stato il primo sforzo di un’organizzazione internazionale di medici sanità pubblica nel produrre un calcolo scientificamente provato del numero delle persone uccise nella “guerra al Terrore” condotta da USA e UK.

ATTENTI AI DIVARI

Il Dr. Hans von Sponeck, ex vice segretario generale delle Nazioni Unite, descrive il rapporto PSR come “un contributo importante nel coprire il divario che esiste tra il numero reale delle vittime civili della guerra in Iraq, Afganistan e Pakistan e le cifre fittizie, manipolate e talvolta anche fraudolente che vengono fatte circolare”.

Il rapporto esegue una revisione critica delle stime precedenti delle vittime civili della guerra al terrore. Esprime una forte critica della cifra più citata dai maggiori canali d’informazione, come il IBC (Iraq-Body-Count/Conta dei morti in Iraq) di 110.000 persone decedute. Si tratta di una cifra desunta mettendo insieme le varie notizie di stampa sulle uccisioni di civili; tuttavia il rapporto PSR individua gravi lacune e problemi di metodo in tale approccio.

Ad esempio, a Najaf sono stati seppelliti 40,000 corpi fin dall’inizio della ‘Guerra’: l’IBC registra solo 1,354 morti nello stesso periodo. E’ un esempio che mostra chiaramente quale sia il divario tra le cifre dell’IBC e quelle reali – in questo caso specifico di un fattore 1:30.

Divari di questo genere pullulano nel database di IBC. In un altro caso, IBC registrava solo tre attacchi aerei nel 2005, quando invece il numero reale degli attacchi aerei era salito a 120 in quell’anno. Ancora una volta un divario, e questa volta di un fattore 1:40.

Secondo lo studio PSR, il tanto contestato rapporto Lancet che ha stimato 655.000 morti iracheni fino al 2006 (e oltre un milione fino ad oggi per estrapolazione) era probabilmente molto più accurato dei dati forniti da IBC. Infatti, il rapporto PSR confermava un consenso virtuale tra epidemiologi sull’ affidabilità dello studio Lancet.

Nonostante le critiche legittime, la metodologia statistica applicata segue lo standard – universalmente accettato per determinare le morti nelle zone di conflitto – utilizzato dalle agenzie internazionali e dai governi.

NEGAZIONE POLITICIZZATA

Il PSR ha anche rivisto la metodologia di altri studi che indicavano cifre più basse, come il documento pubblicato dal New England Journal of Medicine, che mostrava diversi gravi limiti.

Il documento ignorava le aree colpite da maggiore violenza, come Baghdad, Anbar e Ninive, basandosi su dati inesatti di IBC ed estrapolando quelli di queste aree. Inoltre, indicava “restrizioni politicamente motivate” nella raccolta e nell’analisi dei dati – le interviste erano state condotte dal Ministero della Salute Iracheno, che era “completamente dipendente dal nuovo potere occupante” e si era rifiutato di fornire i dati esatti dei morti iracheni su sollecitazione degli Stati Uniti.

In particolare, il PSR ha analizzato le rivendicazioni fatte da Michael Spaget, John Sloboda ed altri a fronte dell’accusa di potenziale fraudolenza dei metodi di raccolta dei dati utilizzati dallo studio. Tali rivendicazioni sono risultate del tutto inconsistenti.

Le poche “critiche giustificate”, conclude il rapporto PSR, “non discutono i risultati dello studio Lancet nel loro insieme. Queste cifre rappresentano ancora “i dati più veritieri attualmente disponibili”. I risultati del Lancet sono anche confermati dai dati di un nuovo studio di PLOS Medicine, che indica 500,000 morti civili nella ‘guerra’. In generale, PSR conclude che il numero più vicino alla realtà dei civili morti in Iraq dal 2003 a oggi è di circa 1 milione.

A questi, lo studio PSR aggiunge circa 220,000 in Afganistan e 80,000 in Pakistan, uccisi direttamente o indirettamente nella ‘Guerra al Terrore’ condotta dagli USA: una cifra conservativa sarebbe 1,3 milioni di persone, ma la reale potrebbe anche raggiungere i 2 milioni.

Tuttavia, anche lo studio PSR presenta dei limiti. In primo luogo, la guerra al terrore lanciata dopo il 9/11 non era una cosa nuova, ma l’estensione di politiche interventiste precedenti sia in Iraq sia in Afganistan.

In secondo luogo, il numero piuttosto contenuto delle vittime civili afgane mostrato dal PSR, indica che questo ha probabilmente sottovalutato il prezzo umano degli scontri in Afganistan.

IRAQ

La guerra in Iraq non e’ iniziata nel 2003, ma nel 1991 con la prima Guerra del Golfo, seguita poi dal regime sanzionatorio delle Nazioni Unite.

Un precedente rapporto di Beth Daponte, allora demografa dell’ufficio censimenti del governo Americano, mostrava che le morti irachene causate direttamente e indirettamente dall’impatto della prima Guerra del Golfo, fossero intorno alle 200,000, di cui la maggior parte civili (1). Nel frattempo, quel suo studio fu fatto sparire dalla circolazione.

Dopo che le forze guidate dagli Stati Uniti si ritirarono, la guerra in Iraq proseguì in ogni caso sul fronte economico, con il regime di sanzioni imposte dalle N.U. su sollecitazione di USA e U.K., con il pretesto di dover negare a Saddam Hussein i beni e le materie prime necessarie per poter costruire armi di distruzione di massa. Molti prodotti inclusi nella lista delle materie negate comprendevano anche beni di prima necessità di uso quotidiano.

Cifre fornite dalle Nazioni Unite hanno mostrato che 1,7 milioni di civili iracheni sono morti come conseguenza del regime sanzionatorio importo dall’Occidente, e metà di questi erano bambini (2).

Queste eliminazioni di massa appaiono come intenzionali. Tra i prodotti inclusi nella lista delle sanzioni delle N.U. c’erano prodotti chimici ed attrezzature essenziali per la depurazione delle risorse idriche nazionali. Un documento segreto dell’agenzia d’intelligence del Ministero della Difesa statunitense, scoperto dal Prof. Thomas Nagy della School of Business della George Washington University, indicava chiaramente le “intenzioni di genocidio del popolo iracheno.”

In un suo documento per l’Associazione degli Studiosi di Genocidi della University of Manitoba, il Prof. Nagi spiegava che il documento DIA conteneva dettagli minuziosi di un metodo praticamente infallibile per far “degradare il sistema idrico di un’intera nazione” nel giro di una decina di anni. La politica sanzionatoria avrebbe creato le “condizioni per la diffusione delle malattie, comprese vere e proprie epidemie su vasta scala,” causando ”di conseguenza l’eliminazione di una vasta porzione della popolazione Irachena” (3).

Questo significa che solo in Iraq, la guerra condotta dagli USA dal 1991 al 2003 ha ucciso 1,9 milioni di iracheni; poi, dal 2003 ad oggi un altro milione circa: in totale, circa 3 milioni di iracheni morti nel giro di due decenni.

AFGANISTAN

In Afganistan, la stima del rapporto PSR delle morti totali potrebbe anche essere molto conservativa. Sei mesi dopo la campagna di bombardamenti successiva al 2001, il giornalista del Guardian Jonathan Steele rivelò che rimasero uccisi un numero tra i 1,300 e gli 8,000 afgani, ed altri 50,000 morirono come conseguenza indiretta della guerra. (4).

Nel suo libro “La conta dei morti: la mortalità che si sarebbe potuta evitare nel mondo dal 1950 ad oggi” (Body count: global avoidable mortality since 1950) del 2007, il Prof. Gideon Polya applicò la stessa metodologia utilizzata dal Guardian per i dati della Divisione Demografica delle Nazioni Unite sulla mortalità annuale per calcolare cifre plausibili delle morti in eccesso/evitabili (5). Biochimico in pensione della La Trobe University di Melbourne, Polya concluse che il totale delle uccisioni evitabili in Afganistan dal 2001 causate dalle privazioni imposte, ammontavano a circa 3 milioni di persone, di cui 900,000 bambini sotto i cinque anni.

Benchè i risultati del Prof. Polya non siano stati pubblicati in giornali accademici, il suo studio del 2007 ‘Body Count’ è stato raccomandato dalla sociologa Prof. Jacqueline Carrigan della California State University e definito “un profilo ad alto contenuto di dati sulla situazione della mortalità infantile nel mondo”, in una rivista pubblicata dal Routledge journal – Socialism and Democracy (6).

Come per l’Iraq, in Afganistan gli interventi statunitensi sono iniziati molto prima del 9/11, sotto forma di sostegno militare, logistico e finanziario segreto ai Talebani dal 1992 in poi. Questo supporto da parte degli Stati Uniti ha dato un forte impulso alla belligeranza talebana consentendogli di conquistare il 90% del territorio afgano.(7).

In un rapporto del 2001 della National Academy of Sciences su migrazioni forzate e mortalità, l’illustre epidemiologo Steven Hansch [8], direttore di Relief International, osservò che la mortalità evitabile totale in Afganistan causata dagli impatti indiretti delle guerra nel corso degli anni ’90 potrebbe attestarsi ovunque tra i 200.000 e i 2 milioni di morti.

Anche l’ Unione Sovietica, naturalmente, ne fu responsabile, per il suo ruolo nella distruzione intenzionale delle infrastrutture civili afgane, causando indirettamente moltissime morti.

Tutto questo suggerisce che, nel complesso, il numero totale di morti afgane conseguenza diretta e indiretta dell’intervento statunitense nel paese a partire dai primi anni ’90 fino ad oggi, potrebbe raggiungere i 3,5 milioni.

NEGAZIONE

Secondo i dati qui considerati, il numero totale di gente morta a causa degli interventi militari degli Stati Uniti in Iraq e in Afganistan dal 1990 – sia per uccisione diretta o per le conseguenze a lungo termine delle privazioni imposte – si aggira intorno ai 4 milioni (2 milioni in Iraq dal 1991 al 2003, più 2 milioni nella ‘guerra al terrore’) e potrebbe anche raggiungere i 6/8 milioni contabilizzando anche le stime superiori delle morti evitabili in Afganistan.

Sono cifre che probabilmente superano la realtà, ma questo non lo sapremo mai con certezza. Le forze armate degli Stati Uniti e del Regno Unito, per una questione di politica, si rifiutano di tenere traccia del numero di vittime civili nelle operazioni militari – considerate solo degli inconvenienti irrilevanti.

A causa della grave mancanza di dati certi in Iraq, della quasi totale assenza di informazioni per Afganistan e dell’indifferenza dei governi occidentali riguardo alle morti civili, è letteralmente impossibile determinare la reale portata delle perdite di vite umane.

In assenza anche della possibilità di conferme certe, queste cifre forniscono stime plausibili sulla base di metodologie statistiche standard, in mancanza di prove certe disponibili. Pur non fornendo un dato preciso, danno una chiara indicazione della portata della distruzione in queste aree.

Gran parte di queste morti viene giustificata nel contesto della lotta contro la tirannia e il terrorismo. Tuttavia, a causa del silenzio dei maggiori mezzi d’informazione, la maggior parte delle persone non ha idea della reale portata distruttiva della guerra al terrore protratta negli anni da USA e UK in Iraq e Afganistan.

Nafeez Mosaddeq Ahmed

Fonte: http://www.middleeasteye.net

Link: http://www.middleeasteye.net/columns/unworthy-victims-western-wars-have-killed-four-million-muslims-1990-39149394

13.04.2015

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

NOTE

[1] « La mortalità prima e dopo l’invasione dell’Iraq del 2003: indagine su campioni aggregati », di Les Roberts, Riyadh Lafta, Richard Garfield, Jamal Khudhairi, Gilbert Burnham, The Lancet, 11 Ottobre 2006.
[2] “Contando le vittime della Guerra” – Bloomberg Business, 5 Febbraio 2013.
[3]Dietro la Guerra al Terrore: la strategia segreta dell’Occidente e la lotta per l’Iraq – Nafeez M. Ahmed, New Society Publishers (1 Settembre 2003).
[4] “Il ruolo della vulnerabilità della depurazione delle acque in Iraq nell’impedire un genocidio e prevenirne altri” – Thomas J. Nagy, Association of Genocide Scholars,12 Giugno 2001.
[5] “Vittime dimenticate” – Jonathan Steele, The Guardian, 20 Maggio 2002.
[6] La conta dei morti – la mortalità evitabile dal 1950 – Gideon Polya, G.M. Polya, Melbourne (2007).
[7] La conta dei morti – la mortalità evitabile dal 1950 – Jacqueline Carrigan, Socialismo e Democrazia, 13 Aprile 2011.
[8] “Lo stato islamico è il cancro del moderno capitalismo”–Nafeez Ahmed, Middle East Eye, 27 Marzo 2015.
[9] Migrazioni forzate e mortalità – Holly E. Reed and Charles B. Keely, Editori; Tavola rotonda sulla demografia delle migrazioni forzate; Commissione sulla popolazione; Divisione sulle scienze sociali e comportamentali e istruzione; Consiglio Nazionale delle Ricerche – 2001.

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=14932

Con 10 anni di guerre segrete e operazioni speciali (SOF) sono nati l’ISIS e altre 36 sigle terroristiche

Con 10 anni di guerre segrete e operazioni speciali (SOF) sono nati l'ISIS e altre 36 sigle terroristiche

“Vogliamo essere ovunque”. Nel 2014 le forze delle operazioni speciali (SOF) statunitensi erano presenti in 133 Paesi e le forze d’élite in 150

Nel 2014, le forze delle operazioni speciali (SOF) statunitensi erano presenti in 133 paesi e le forze d’élite americane in 150. Praticamente una presenza nella quasi totalità del globo con i risultati che sono ormai evidenti. Dopo più di un decennio di guerre segrete, sorveglianza di massa, un numero imprecisato di incursioni notturne, detenzioni ed omicidi, per non parlare di miliardi su miliardi di dollari spesi, sono nati 36 nuovi gruppi terroristici, tra cui diverse succursali, propaggini e alleati di al-Qaida. Lo scrive Zero Hedge, citando Nick Turse sull’Huffington Post: The Golden Age of Black Ops.

Questi gruppi operano oggi in Afghanistan e Pakistan, dove ce ne sono 11 riconosciuti affiliati di al-Qaida, e altri in Mali, Tunisia, Libia, Marocco, Nigeria, Somalia, Libano e Yemen, tra gli altri Paesi. Uno dei rami nati con l’invasione dell’Iraq, alimentato da un campo di prigionia statunitense, ed ora è noto come Stato islamico che controlla una larga parte del Paese e della vicina Siria, un proto-califfato nel cuore del Medio Oriente che i jihadisti, nel 2001, potevano solo sognarsi. Solo quel gruppo, da solo, ha una forza stimata di circa 30.000 soldati che sono riusciti a conquistare grandi territori ed anche la seconda dell’Iraq, pur essendo incessantemente colpiti fin dall’inzio dal JSOC. E il tutto con il popolo americano che resta all’oscuro di tutto quello che gli operatori speciali statunitensi fanno e dove lo fanno, senza citare i fallimenti e le conseguenze che hanno prodotto. Ma se la storia è maestra, i blackout sulle Black Ops contribuiranno a garantire che continui ad esserci l’”età d’oro” dell’US Special Operations Command. 

Dall’articolo di Nick Turse sull’Huffington Post: The Golden Age of Black Ops:
Durante l’anno fiscale che si è concluso il 30 settembre 2014, le forze delle operazioni speciali (SOF) statunitensi erano presenti in 133 Paesi, circa il 70% delle nazioni del pianeta. Secondo il tenente-colonnello Robert Bockholt, ufficiale delle relazioni pubbliche del Comando Operazioni Speciali (SOCOM). Nell’arco di tre anni le forze d’élite del Paese erano attive in più di 150 Paesi nel mondo conducendo missioni che vanno dai raid notturni alle esercitazioni. E quest’anno potrebbe essere record. Solo un giorno prima del raid fallito che pose fine alla vita di Luke Somers, solo 66 giorni dall’inizio dell’anno fiscale 2015, le truppe d’élite statunitensi avevano già messo piede in 105 nazioni, circa l’80% del totale nel 2014.
Nonostante dimensioni e scopi, tale guerra segreta globale in gran parte del pianeta è ignota alla maggior parte degli statunitensi. A differenza della debacle di dicembre nello Yemen, la stragrande maggioranza delle Special Ops rimane completamente nell’ombra, nascosta al controllo esterno. In realtà, a parte modeste informazioni divulgate attraverso fonti altamente selezionate dai militari, fughe ufficiali della Casa Bianca, SEALs con qualcosa da vendere e qualche primizia raccolta da giornalisti fortunati, le operazioni speciali statunitensi sono mai sottoposte a un esame significativo, aumentando le probabilità di ripercussioni impreviste e conseguenze catastrofiche. “Il comando è allo zenit assoluto. Ed è davvero un periodo d’oro per le operazioni speciali“. 
Queste sono le parole del generale Joseph Votel III, laureato a West Point e Army Ranger, quando assunse il comando della SOCOM lo scorso agosto. E non credo che sia la fine, anzi. Come risultato della spinta di McRaven a creare “una rete globale interagenzie di alleati e partner delle SOF“, ufficiali di collegamento delle Operazioni Speciali, o SOLO, sono ora incorporati nelle 14 principali ambasciate degli USA per aiutare a consigliare le forze speciali di varie nazioni alleate. Già operano in Australia, Brasile, Canada, Colombia, El Salvador, Francia, Israele, Italia, Giordania, Kenya, Polonia, Perù, Turchia e Regno Unito, e il programma SOLO è pronto, secondo Votel, ad espandersi in 40 Paesi entro il 2019. Il comando, e soprattutto il JSOC, ha anche forgiato stretti legami con Central Intelligence Agency, Federal Bureau of Investigatione National Security Agency, tra gli altri. La portata globale del Comando Operazioni Speciali si estende anche oltre, con più piccoli ed più agili elementi che operano nell’ombra, dalle basi negli Stati Uniti alle regioni remote del sud est asiatico, dal Medio Oriente agli austeri avamposti nei campi africani. Dal 2002, SOCOM è stato anche autorizzato a creare proprie task force congiunte, una prerogativa normalmente limitata ai comandi combattenti più grandi come CENTCOM. Si prenda ad esempio la Joint Special Operations Task Force-Filippine (JSOTF-P) che, al suo apice, aveva circa 600 effettivi statunitensi a sostegno delle operazioni di controterrorismo dagli alleati filippini contro gruppi di insorti come Abu Sayyaf.
Dopo più di un decennio trascorso combattendo quel gruppo, i numeri sono diminuiti, ma continua ad essere attivo mentre la violenza nella regione rimane praticamente inalterata.
L’Africa è, infatti, diventato un luogo importante per le oscure missioni segrete degli operatori speciali statunitensi. “Questa particolare unità ha fatto cose impressionanti. Che si trattasse di Europa o Africa, assumendovi una serie di contingenze, avete tutti contribuito in modo assai significativo“, aveva detto il comandante del SOCOM, generale Votel, ai membri del 352.mo Gruppo Operazioni Speciali presso la loro base in Inghilterra, lo scorso autunno. Un’operazione di addestramento clandestina delle Special Ops in Libia implose quando milizie o “terroristi” fecero irruzione due volte nella base sorvegliata dai militari libici, e saccheggiarono grandi quantità di apparecchiature avanzate e centinaia di armi, tra cui pistole Glock e fucili M4 statunitensi, così come dispositivi di visione notturna e laser speciali che possono essere visti solo da tali apparecchiature. Di conseguenza, la missione fu abbandonata assieme alla base, che fu poi rilevata da una milizia.
Nel febbraio dello scorso anno, le truppe d’élite si recarono in Niger per tre settimane di esercitazioni militari nell’ambito di Flintlock 2014, una manovra antiterrorismo annuale che riuniva le forze di Niger, Canada, Ciad, Francia, Mauritania, Paesi Bassi, Nigeria, Senegal, Regno Unito e Burkina Faso. Diversi mesi dopo, un ufficiale del Burkina Faso, addestratosi all’antiterrorismo negli Stati Uniti nell’ambito del Joint Special Operations presso l’Università del SOCOM nel 2012, prese il potere con un colpo di Stato. Le operazioni delle forze speciali, invece, continuano. Alla fine dello scorso anno, per esempio, nell’ambito del SOC FWD dell’Africa occidentale, i membri del 5° battaglione del 19.mo Gruppo Forze Speciali collaboravano con le truppe d’élite marocchine per l’addestramento in una base presso Marrakesh. Lo schieramento in nazioni africane, però, avviene entro la rapida crescita delle operazione all’estero del Comando delle Operazioni Speciali. Negli ultimi giorni della presidenza Bush, sotto l’allora capo del SOCOM, ammiraglio Eric Olson, le forze speciali sarebbero state dispiegate in circa 60 Paesi. Nel 2010 in 75, secondo Karen DeYoung e Greg Jaffe del Washington Post. Nel 2011, il portavoce del SOCOM, colonnello Tim Nye, disse a TomDispatch che il totale sarebbe stato 120 Paesi entro la fine dell’anno. Con l’ammiraglio William McRaven, in carica nel 2013, l’allora maggiore Robert Bockholt disse a TomDispatch che il numero era salito a 134 Paesi. Sotto il comando di McRaven e Votel nel 2014, secondo Bockholt, il totale si ridusse leggermente a 133 Paesi. Il segretario alla Difesa Chuck Hagel aveva osservato, tuttavia, che sotto il comando di McRaven, dall’agosto 2011 all’agosto 2014, le forze speciali erano presenti in più di 150 Paesi. “In effetti, SOCOM e tutti i militari degli Stati Uniti sono più che mai impegnati a livello internazionale, in sempre più luoghi e in una sempre più ampia varietà di missioni“, ha detto in un discorso nell’agosto 2014.
Il SOCOM ha rifiutato di commentare la natura delle missioni o i vantaggi dell’operare in tante nazioni. Il comando non farà neanche il nome di un solo Paese in cui le forze delle operazioni speciali USA sono state dispiegate negli ultimi tre anni. Uno sguardo ad alcune operazioni, esercitazioni ed attività rese pubbliche, però, dipinge un quadro di un comando in costante ricerca di alleanze in ogni angolo del pianeta. A settembre, circa 1200 specialisti e personale di supporto statunitensi si unirono alle truppe d’élite di Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Finlandia, Gran Bretagna, Lituania, Norvegia, Polonia, Svezia, Slovenia nell’esercitazione Jackal Stone, dedicata a tutto, dai combattimenti ravvicinati alle tattiche da cecchino, dalle piccole operazioni su imbarcazione a missioni di salvataggio degli ostaggi.
Per i capi delle Black Ops degli USA, il mondo è tanto instabile quanto interconnesso. “Vi garantisco che ciò che succede in America Latina influisce su ciò che accade in Africa occidentale, ciò che interessa l’Europa meridionale riguarda ciò che accade nel sud-ovest asiatico“, ha detto l’anno scorso McRaven a Geolnt, un incontro annuale dei dirigenti dell’industria spionistica con i militari. La loro soluzione all’instabilità interconnessa? Più missioni in più nazioni, in più di tre quarti dei Paesi del mondo, sotto il mandato di McRaven. E la scena sembra destinata ad ulteriori operazioni simili in futuro. “Vogliamo essere ovunque“, ha detto Votel a Geolnt. Le sue forze sono già sulla buona strada nel 2015. “La nostra nazione ha aspettative molto alte dalle SOF“, ha detto agli operatori speciali in Inghilterra lo scorso autunno. “Si rivolgono a noi per missioni molto dure in condizioni molto difficili“. Natura e sorte della maggior parte di quelle “missioni dure” tuttavia, rimangono ignote agli statunitensi.