NEL 1947 UN OPERAIO GUADAGNAVA UN TERZO DELLO STIPENDIO DI UN POLITICO. OGGI NE GUADAGNA UN TREDICESIMO (QUANDO L’OPERAIO LAVORA)

Nel 1947 a Montecitorio si discuteva l’articolo 69 della Costituzione, quello relativo allo stipendio dei parlamentari. Allora i rappresentanti del popolo italiano guadagnavano il corrispettivo di un precario odierno: “25 mila lire al mese, circa 800 euro – racconta un articolo pubblicato sul sito dell’Espresso

Nel 1947 a Montecitorio si discuteva l’articolo 69 della Costituzione, quello relativo allo stipendio dei parlamentari. Allora i rappresentanti del popolo italiano guadagnavano il corrispettivo di un precario odierno: “25 mila lire al mese, circa 800 euro – racconta un articolo pubblicato sul sito dell’Espresso LINK. Più un gettone di presenza da 1.000 lire al giorno (30 euro), ma solo quando le commissioni si riunivano in giorni differenti rispetto all’Aula”. Il totale è presto fatto: i costituenti non riuscivano a portare a casa più di 1.300 euro al mese.

Certo, il Paese era nettamente più povero, ma sicuramente più equilibrato rispetto allo stato delle cose attuale. Un operaio di terzo livello guadagnava qualcosa come 13 mila lire al mese, un terzo di un deputato. Mentre 70 anni dopo, come dimostra la tabella elaborata dall’Espresso, chi siede in Parlamento guadagna quasi 10 volte di più di un impiegato e 13 più di una tuta blu.
Nel primo dopoguerra, il fatto che i parlamentari ricevessero un compenso per il loro operato era considerato una garanzia di indipendenza e democrazia. In questo modo anche i meno abbienti potevano partecipare alla vita politica. Ma vista la drammatica situazione in cui versava il Paese, nel 1946 la somma fu fissata alla modesta cifra di 25 mila lire al mese. L’aumento repentino dell’inflazione, però, fu tale che in pochi mesi lo stipendio toccò quota 50mila lire.
“La prima legge sul tema, varata nell’estate 1948 dal governo De Gasperi – racconta l’Espresso – è figlia di questa mentalità che allora ispirava la giovane e fragile democrazia italiana: ‘Ai membri del Parlamento è corrisposta una indennità mensile di L. 65.000, nonché un rimborso spese per i giorni delle sedute parlamentari alle quali essi partecipano’. Tradotto ai giorni nostri: 1.230 euro fissi più un gettone da 100 euro scarsi al giorno (5mila lire) legato alla presenza effettiva. Togliendo fine settimana più i lunedì e i venerdì, in cui le convocazioni sono rare, non più 2.500 euro al mese dunque”.

L’aria cambiò nettamente a partire dal 1955, quando il governo Segni emanò la legge sulle “Disposizioni per le concessioni di viaggio sulle ferrovie dello Stato”. “Un privilegio al quale, col passare del tempo si sarebbero aggiunti una innumerevole serie di altri benefit – molti ancora esistenti – dai biglietti aerei alla telefonia fissa (e poi mobile), dalle tessere autostradali agli sconti sui trasporti marittimi. E così nel 1963, in appena 15 anni, grazie ai bassi salari che furono alla base del miracolo economico, col suo mezzo milione al mese un parlamentare era già arrivato già a guadagnare il quintuplo di un impiegato (il cui salario si aggirava sulle 100 mila lire) e otto volte più di un operaio(poco sopra le 60 mila lire)”.
L’esplosione dei redditi dei nostri rappresentanti avvenne nel 1965, con presidente del Consiglio Aldo Moro e vicepresidente il socialista Pietro Nenni. Lo stipendio veniva infatti agganciato a quello dei presidenti di sezione della Cassazione (con imposta pari al solo 40%) e fu istituita per la prima volta la diaria (esentasse) per il rimborso delle spese di soggiorno nella capitale di 120 mila lire (1.250 euro di oggi) che, siccome la legge non lo specificava, fu accordata anche per chi risiedeva a Roma ed è così ancora oggi, sia pure con qualche modifica.
Un deciso “passo avanti” ci fu anche col governo Craxi e il taglio della scala mobile. È l’inizio della fine. Da allora sono passati circa 30 anni e il valore della busta paga dei politici è raddoppiato. Dai corrispettivi 7 mila euro degli anni ‘80, siamo giunti agli attuali 14 mila euro mensili, mentre lo stipendio medio di un impiegato ai giorni nostri è di 1.500 euro al mese e quello di un metalmeccanico non è mai cresciuto, restando intorno ai 1.110/1.200 euro al mese.
E non è tutto: ogni mese lo Stato spende quasi 8 milioni di euro per i vitalizi dei politici, tra cui quelli condannati. Per questo Riparte il futuro ha lanciato la campagna #stopvitalizio. Un condannato per mafia riceve ogni mese circa 4 mila euro. E se quel che guadagna un normale politico è incredibilmente eccessivo, questo è invece inaccettabile. Per questo bisogna essere sempre di più a pretendere che questa assurda pratica termini.
http://www.italiainmovimento.it/

Preso da: http://www.italianosveglia.com/nel_1947_un_operaio_guadagnava_un_terzo_dello_stipendio_di_un_politico_oggi_ne_guadagna_un_tredicesimo_quando_loperaio_lavora-b-96088.html

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Gheddafi, il Libro Verde e l’attualità del suo pensiero

 In questo mese di giugno, Mu’Ammar Gheddafi avrebbe compiuto 76 anni; precisamente il 7 giugno, se gli anglo-franco-statunitensi non avessero pianificato il suo massacro nell’ottobre del 2011. Dopo la sua morte, la Libia si è trasformata in un Paese atomizzato in brigate armate che si contendono il potere attraverso tre sistemi di governo, di cui uno solo riconosciuto dalla comunità internazionale, ovvero il governo di Tobruk, di tipo nazionalista nasseriano. Gli altri due sono il governo di Tripoli, diretto dai partiti islamici moderati, e lo Stato Islamico dell’ISIS a Sirte. Lo scenario che viene presentato in Libia è quello di una balcanizzazione del Paese dove ormai nel cielo non splende più il verde di una volta.
Il verde è il colore e il titolo del libro pubblicato da Gheddafi nel 1975: il Libro Verde in cui è racchiuso il suo pensiero politico. Sintetizziamo in questa sede i tratti salienti dell’opera del Raìs; il Libro Verde critica i sistemi di governo democratici composti da partiti e parlamenti. Il voto non rappresenta la volontà popolare, ma quella del partito che raccoglie più voti. Esso non rappresenta il popolo, ma solo una parte formata dai rappresentanti in parlamento che tutelano gli interessi economici del partito. Per il Raìs, il partito è come un clan, che persegue il suo “familismo amorale”. Per Gheddafi, la vittoria di un candidato che ha ottenuto il 51% dei voti, è una falsa democrazia, perché il restante 49% degli elettori sarà governato da un governo che non ha scelto. La vera democrazia è l’Agorà greca, fondata attraverso la partecipazione diretta del popolo.
Gheddafi, nella sua critica al sistema democratico, fondò la Jamahiriyya, un governo fondato dalle masse popolari attraverso Congressi e Comitati Popolari. Un tipo di governo conforme alla società libica basata sulle tribù. Il Libro Verde spiega la funzione dei Congressi e dei Comitati Popolari; il popolo si divide in Congressi Popolari eterogenei per classe sociale, quindi rappresentanti di tutta la società, e non di una parte di esso. I Congressi Popolari formano i Comitati Popolari che si occupano dell’amministrazione governativa, e dirigono i vari settori istituzionali della società. Essi sono responsabili del loro operato dinanzi ai Congressi Popolari che controllano le azioni dei comitati. Una volta all’anno si riunisce il Congresso Generale del Popolo, dove si riuniscono i direttivi dei Congressi Popolari e dei Comitati Popolari. Con la Jamahiriyya, il popolo esercita democraticamente il suo reale diritto di governo, invece dei politicanti di professione in parlamento.
Per quanto riguarda il sistema economico, il Libro Verde delinea i principi della Terza Teoria Universale, alternativa sia al capitalismo che al socialismo reale. Per il Gheddafi ogni lavoratore deve essere considerato non un salariato, ma un produttore del suo lavoro. Quindi ognuno deve lavorare per sé oppure in aziende autogestite dai lavoratori medesimi, ove ciascuno è produttore e socio alla pari. Le istituzioni hanno come scopo il soddisfare i bisogni della società. Inoltre il popolo non deve possedere più di quanto gli sia necessario per vivere, per eliminare ogni forma di ingiustizia sociale dovuta dall’accumulazione della ricchezza. Il Libro Verde specifica chiaramente che si può essere proprietari di una sola abitazione e di un mezzo di trasporto.
Il Libro Verde è senza dubbio un’opera panafricana. Propone infatti l’indipendenza del continente africano dall’imperialismo occidentale. Gheddafi si fece promotore di una possibile Unione Africana, un movimento panafricano avente come obiettivo una maggiore autonomia del continente nel contesto della geopolitica globale. Un progetto scomodo per chi considera l’Africa un territorio da controllare e sfruttare.
Il Libro Verde è un opera da annoverare tra quei testi politici utili per la costruzione dell’Eurasia comunitarista, insieme alla “Quarta Teoria Politica” di Dugin, il “Terzo Reich” di Moeller Van der Bruck, e “L’Europa: un impero di 400 milioni di uomini” di Jean Thiriart. Mu’Ammar Gheddafi è stato un leader che ha posto la sovranità nazionale della Libia al dì sopra della sua stessa vita, lottando con dignità fino agli ultimi istanti di lucidità; ferito al volto, braccato dalle orde selvagge, dagli sbandieratori delle “primavere arabe”, che hanno smembrato il verde della Jamahiriyya in un puzzle di sangue che rimarrà indelebile nella coscienza del popolo libico.

L’anticomunismo di Muamma’r Gheddafi

di Lorenzo Centini
Muammar Gheddafi (7 Giugno 1942 – 20 Ottobre 2011) è stato di sicuro una delle figure del mondo arabo più peculiari e più fondanti nella costruzione di una etica e pratica politica araba. Sia che lo si voglia inserire nelle categorie “personalistiche” del Nasserismo, sia che si voglia leggere la Jhamayryya come esperimento ideologico e politico a se stante, è indubbio che il regime di Gheddafi, al netto di contrapposte simpatie, sia diventato, e sia tutt’ora un punto di riferimento per molti antimperialisti nel mondo.
Salito al potere nel 1969 e rovesciato a seguito dei primi atti della Guerra Civile Libica iniziata nel 2011, Gheddafi ha pertanto vissuto gli ultimi 15 anni di contrapposizioni bipolare, disarmato tuttavia di una arma ideologica adoperata spesso da altri ideologi arabi, il panarabismo. Gheddafi sale al potere solo un anno prima della morte di Nasser (1970) e non fa in tempo a caldeggiare la solidarietà araba che prima il Settembre Nero (1970 – 1971) e dopo gli accordi di Camp David (17 Settembre 1978) rompono per sempre l’idillio di una unità araba effettivamente percorribile.
Di qui la “confusione” ideologica gheddafiana, diretta figlia della mancanza di punti di riferimento internazionali di Tripoli. Dopo aver vanamente sostituito il panarabismo col panafricanismo («Sono Asia, è un’altra cosa» disse negli anni ’90, riferendosi ai paesi Mediorientali con cui pure aveva imbastito la RAU, Repubblica Araba Unita) e a questo venature di panislamismo, Gheddafi dai primi duemila virò verso un gorbaciovismo che lo riabilitasse agli occhi dell’Occidente.

Muammar Gheddafi con Wojciech Jaruzelski (1923 – 2014)

L’ideologia di fondo che mosse Gheddafi e il suo regime, sviluppata sia negli anni della permanenza nell’esercito sia successivamente al 1969, e’ espressa soprattutto nel “Libro Verde”, edito in 3 parti nel 1975. In questo libro il Colonnello delinea quella che lui stesso definisce “Terza Teoria Universale”, e che nella volontà di Gheddafi doveva costituirsi come il terzo incomodo tra Comunismo Sovietico e Capitalismo Americano.
Il mondo arabo non era peraltro nuovo a queste sintesi provocatorie: la “Carta Nazionale” promulgata dal governo Nasseriano nel 1962 era chiaramente diretta a costruire un “Terzo Mondo arabo” opposto tanto all’URSS che agli USA. Così sintetizza il suo contenuto ideologico Albert Hourani:

Il programma di riforma sociale veniva giustificato alla luce dell’idea di uno specifico”socialismo arabo”, un sistema a metà tra il marxismo, che propugnava la lotta di classe, e il capitalismo, che voleva dire il primato degli interessi individuali e la dominazione delle classi che detenevano i mezzi di produzione. Nel “socialismo arabo” si pensava che la società nel suo complesso si raccogliesse intorno ad un governo che perseguisse gli interessi di tutti”[1]

 Tenendo presente l’influenza che la teoria nasseriana ebbe su quella di Gheddafi, ben si comprende come i germi di un “terzismo” ideologico già si potessero subodorare.

Gheddafi e la teoria del Partito

La presa del potere di Gheddafi avviene in una Libia monarchica fortemente puntellata dalle ex potenze coloniali. Come in tutte le altre società arabe il rapido inurbamento, la scoperta del petrolio come principale fonte di riscatto economico e l’accentramento delle terre coltivabili in poche mani, di solito quelle di capitalisti legati alla famiglia regnante e alle predette forze coloniali, anche in Libia  le sparute avanguardie sociali si concentrano nell’esercito. Con tempi e modalità differenti si può dire che Gheddafi segua gli exploit politici dei generali in Egitto, Siria, Iraq.
Tale velocità con cui la Libia è entrata nella periferia dello sviluppo industriale non disarticola, peraltro, l’impalcatura tribale della stessa, che resiste e si va a sommare, assieme alle differenze sociali, religiose, ortocentriche (campagna contro città), alle cause che rendono il popolo libico paricolarmente diviso, mancante di una etica nazionale e di una coscienza nazionale.
Proprio per reagire a tale condizione, Gheddafi prende di mira proprio il concetto di “Partito” come di entità di uguali dento allo stato, che implicitamente lo divide, lo indebolisce e lo blocca. L’organicismo panarabo e panislamico che già Gheddafi trova tanto nel Corano che nelle esperienze irachene e nasseriane impone alla sua riflessione di non concepire altro soggetto storico che “il popolo”, per antonomasia indivisibile e non frazionabile.
Questo lo porta a scrivere:

“Tutti i sistemi politici sono il risultato della lotta di vari apparati per giungere al potere. La lotta può essere pacifica od armata, come la lotta delle classi, delle sette, delle tribù dei partiti o degli individui. Il suo risultato è sempre la vittoria di uno strumento di governo, sia esso un individuo, un gruppo, una classe, un partito, e la sconfitta del popolo, od in altri terminila sconfitta della vera democrazia”[2]

e ancora:

“Quando una classe, un partito, una tribù od una setta domina la società, ci troviamo di fronte ad un regime dittatoriale. 
[…] Nessun partito o coalizione di partiti può tuttavia comprendere l’intero popolo; per questo il partito od una coalizione di partiti non è che una minoranza rispetto alla massa dei non aderenti”[3] 

 Da tali citazioni ben si comprende dove l’organicismo politico conduca la riflessione sullo Stato di Gheddafi. Egli, che si trova davanti una società largamente tribale e non urbanizzata (ne’, e si capisce, industrializzata) non concepisce alcuna rappresentanza democratica al di fuori del tutto, che è per sua natura quai ontologica trascendente dalla classe, o dalla religione o dalla “cricca”.
L’organicismo politico di Gheddafi risponde ad una società circondata dalla modernità ma che non ha i mezzi (come invece li aveva l’Egitto di Nasser, il quale, largamente urbanizzato, mostrava i segni dei conflitti di classe) per strutturarsi, se non richiamandosi alla “Unità”. Parole d’ordine simili, ma variate “a sinistra” si trovano, peraltro, anche nelle opere di Michel Aflaq (1910 – 1989)[4], padre ideologico del partito Ba’ath, o intese come antidoto al panarabismo (per il vero nazionalismo siriano) in Antun Saade (1904 – 1949)[5].
Partito, classe o setta sono per Gheddafi veri attentati alla vera democrazia, che per il Colonnello altro non può essere se non diretta (nelle fasi dal basso), vincolante e partecipata. Rifiutando di riconoscere l’esistenza di classi Gheddafi non riconosce quindi la base del marxismo come teoria sociale: in questo caso il suo rifiuto del marxismo è quindi il rifiuto della Teoria della Lotta di classe, la qual cosa lo accomuna al Fascismo della prima ora (che riconosceva l’esistenza delle classi ma che ne desiderava la collaborazione) e, appunto, al socialismo arabo non marxista.

Ancora sulla classe, Gheddafi adopera anche un frasario cinese per criticare la reale strutturazione classista sovietica, che lui considera appannagio di burocrati, intesi come nuova borghesia. In questo, appunto, Gheddafi utilizza una tematica della critica maoista a Breznev, ripendendo le tesi sulla “rinascita del conflitto di classe” anche dopo la fine del dominio borghese. Così si esprime Gheddafi:

“La base materiale della società è instabile perchè è anche sociale. Il sistema di governo di una base materiale unica potrà stabilirsi, forse, per un certo periodo di tempo, ma è destinato a scomparire non appena emergono , all’interno della base materiale unica, i nuovi livelli materiali e sociali.
Ogni società in cui vi è conflitto di classi è stata in passato una società composta da un’ unica classe; in seguito alla inevitabile evoluzione delle cose, questa classe ha generato le altre”[6]

e ancora:

“Ogni classe che diviene l’erede della società ne eredita allo stesso tempo le caratteristiche. Se, per esempio, la classe operai annientasse tutte le altre, diverrebbe l’erede della società; diverrebbe, cioè, la base materiale e sociale della società. 
[…] Con il passare del tempo,le caratteristiche delle classi eliminate emergono all’interno della classe operaia e a queste caratteristiche corrispondono determinate attitudini ed opinioni.
La classe operaia si trasformerebbe, a poco a poco, in una società diversa, avente le stesse contraddizioni della vecchia società”[7]

Gheddafi quindi adopera (non è dato sapere quanto coscientemente) mezzi ideologici maoisti per invalidare la stessa legittimità dello stato sovietico, vale a dire la finalità storica della vittoria del proletariato. Per Gheddafi questa vittoria non è ne’ finale ne’ positiva in se, dato che la vittoria di una classe su un’altra è comunque una sconfitta per la totalità del popolo.
Al contrario dei maoisti, tuttavia, tale contrasto non è sanabile: non auspica, come i maoisti, un approfondimento della lotta di classe dentro lo stato sovietico, dato che, al contrario dei maoisti, non accetta la natura di classe della società e della Storia.

Il tradizionalismo e l’Islam

Seppur fattivamente ispirato da esperienze laiche come quelle egiziane ed irachene, Gheddafi fonderà il nuovo stato su principi esplicitamente islamici.
Alla base di ciò sta ancora la nozione di “legittimità” di cui Gheddafi si fa partecipe. Egli dice:

“La vera legge di una società è costituita dalla tradizione e dalla religione. Ogni tentativo di elaborarla al di fuori di queste due fonti è inutile e illogico”[8]

Per il Rais, dunque, l’Islam non è un fondo culturale da cui attingere idee di ricostruzione etica in accordo con una forma socialista (o addirittura marxista) dell’economia, come invece proposto con accenti diversi da Ali Shariati od altri pensatori. Per Gheddafi la “Tradizione” (che è dei due lemmi quello più “a destra”) è l’unica fonte di potere legittima, ed essa è sempre in accordo con la religione islamica. Gheddafi quindi non intende l’Islam (e la tradizione) come possibile fondo culturale, ma, in senso radicale, come unico fondamento della società.
Ripete più avanti:

“La religione, quindi, è una conferma del diritto naturale. Le leggi non religiose sono creazioni dell’uomo contro l’uomo. Esse sono pertanto ingiuste, poichè non derivano da questa fonte naturale costituita dalla religione e della tradizione”[9]

Da sinistra a destra: Hedi Bacchouche, Ben Ali e Gheddafi

Fuori dalla normativa tradizional-religiosa sta quindi il caos e l’antiumanesimo. Non a caso il libello propagandistico pubblicato dallo Stato libico nel 1973 per commemorare il quarto anniversario della presa del potere di Gheddafi si intitoli “Holy war against Communism”. Quell’aggettivo, “Holy”, “Santo, sacro” è indicativo che il maggior problema che si ravvisa nel Comunismo Sovietico non è tanto una organizzazione economica radicale (che Gheddafi sostanzialmente insegue almeno fino alla Infitah del 1993) ma la totale negazione della continuità religione/tradizione – Diritto Naturale.

Nel solco del tradizionalismo, tuttavia, l’Islam di Gheddafi è comunque non reazionario e non conervatore, in termini sociali. Gheddafi adopera l’Islam in modo abbastanza disinvolto (tanto che i chierici meccani lo dichiareranno “kafir”, “infedele”) e ricorda che Islam è, in politica, prima i tutto generica giustizia sociale: if we were to restrict ourselves to the support of Muslims only, that would be an example of bigotry and selfishness: True Islam is the one that defends the weak, even if they are not Muslims”[10]
Gheddafi, col suo islam ex post, si troverà di fronte l’opposizione dell’islam radicale, promosso in Libia soprattutto da successive espressioni della Fratellanza Musulmana. Il moltiplicarsi delle sigle della resistenza radicale al regime di Gheddafi (su tutte lo scontro civile dal 1995 al 1998 tra le forze governative e la LIGC sui monti vicino a Derna) divenne consistente dopo l’esperienza antisovietica in Afghanistan negli anni ’80.
Ciò che differenzia l’Islam della Fratellanza (e di altre sigle) e quello di Gheddafi è il contenuto sociologico. Mentre per la Fratellanza, ispirata dalle teorie sociali di Sayyd Qutb (1906 – 1966) intendeva semplicemente, in una prospettiva etimologicamente reazionaria, riportare le condizioni sociali ad un passato legalitario individuato nei primi secoli dell’Islam, Gheddafi maneggia il messaggio coranico in senso progressivo e formalmente “democratico” per scardinare ciò che vi era di troppo retrivo nella società libica che bloccava la nazionalizzazione delle masse.

Si può quindi dire che Gheddafi si collochi tra una interpretazione “socialistica” (ma non socialista) dell’Islam, volto alla creazione di una nazione tradizionale ed etica, ed un islam conservatore “terzomondista”, volto soprattutto a formare una etica del terzo polo.

Conclusioni: Gheddafi era un antimperialista radicale

Come abbiamo visto Muamma’r Gheddafi ed il suo regime politico sono stati connotati da teorie e conclusioni del tutto anticomuniste nella teoria. Si potrebbe continuare questo novero aggiungendo alcune posizioni assunte dal regime gheddafiano, e li ricorda bene Fred Weston:

” During the same period, however, Gaddafi was very clear in expressing his anti-Communism. In 1971, he sent a plane full of Sudanese Communists back to Sudan where they were executed by Nimeiry[…]. 
The Nixon administration, in spite of Gaddafi having expelled US bases, saw him as a beneficial influence in the Arab world, precisely because of his anti-communism. This was expressed also on the international arena. Initially Gaddafi was not pleased at Egypt’s close relationship with the Soviet Union. In the Yemen he was for unification of the North and South, but on the basis that the South should abandon its pro-Moscow stance. He supported Pakistan against India in the 1971 war on the basis that India was aligned with the Soviet Union”[11]

 Il rifiuto del socialismo e del marxismo passa in Gheddafi quindi da questi nodi:

1) Il rifiuto di riconoscere la natura di classe delle relazioni interstatuali e l’adesione ad un organicismo politico formale e totale

2) L’adesione a principi religiosi e tradizionalistici esclusivi e rifiuto di letture radicali della tradizione politica islamica

3) Adesione alle teorie maoiste e postmaoiste sulla riproduzione delle classi sociali in condizione di socialismo e giustificazione in tal modo del proprio antisovietismo

Detto ciò si potrebbe concludere, come appunto fa Weston, che la missione imperialista in Libia nel 2011 non sia stata altro che la volontà dei centri di potere occidentali di replacing him with someone even more subservient they did not hesitate in seizing the opportunity”[12].

Anche ammettendo purtuttavia la natura piccolo-borghese e conservatrice, in termini idelogici, del regime gheddafiano, è impossibile non vederne gli oggettivi meriti antimperialistici. Il regime di Gheddafi, ha, negli anni, adempiuto ai doveri reali della sua posizione tra i “Non-allineati”: dalla difesa della causa palestinese, appoggio alle lotte di rivendicazione nazionale (ETA,IRA, ecc), unità con altri paesi arabi e islamici nella decostruzione delle narrazioni salafite e wahabbite, collegamento economico con il COMECON e disponibilità al commercio con l’Unione Sovietica.
Nella pratica il governo di Gheddafi garantì al popolo libico una libertà dallo sfruttamento neocoloniale, che, ad esempio, leader come Ben Alì o Anwar Sadat non hanno garantito. Seppur anticomunista Gheddafi non disdegnò mai la collaborazione paritaria con l’URSS, e si guadagnò sul campo la coerenza antimperialista con il bombardamento reaganiano del 1986.

La cecità ideologica dimostrata da alcuni marxisti nel supportare la destituzione violenta di Gheddafi o semplicemente nel non schierarsi col Colonello quando Londra, New York e Parigi si sono unite contro di lui è dovuta alla incapacità di vedere nel nazionalismo radicale, anche quando non socialista, un momentuum “progressivo”.
Una analisi a ritroso della ideologia gheddafiana dimostra che il nazionalismo radicale (quello cioè che rompe con le parole d’ordine della borghesia media e grande locale) ha in se le forze politiche di essere martire delle forze globali della sovversione capitalista. Il “totalitarismo spurio” (ben diverso dai “sultanismi” in cui pure i geopolitologi borghesi vorrebbero inserire la Libia di Gheddafi) è una forma politica che garantisce la sopravvivenza di una forza socialiste reale. Forza che è invece messa a repentaglio dalla imposizione dell’imperialismo.

Solo nell’involucro indipendente e nazionalista il socialismo può sopravvenire, altrimenti esso diventa immediatamente una forza antimperialista pura. Questo, spesso, i comunisti italiani non lo hanno capito.

[1] Albert Hourani, “Storia dei popoli arabi”, Londra, 1991 
[2] Muamma’r Gheddafi, “Il libro verde. Prima Parte: la soluzione del problema della democrazia”, Tripoli, 1975, Pg 8.
[3] Ibidem, Pg 19
[4] Michel Aflaq, “On the way of resurrection”, Damasco, 1943
[5] Antoun Sa’ade, “La genesi delle nazioni”, 1935
[6] Muamma’r Gheddafi, “Il libro verde. Prima Parte: la soluzione del problema della democrazia”, Tripoli, 1975, Pg 21
[7] Ibidem, Pg 20
[8] Ibidem, Pg 32
[9] Ibidem, Pg 34
[10] Riportato in “The situation in Lybia”, di Vladimir Kudelev, uscito su “Journal of Russia in Global Affairs”, 2007
[11] Fred Weston, “The nature of Gaddafi Regime – Historical Background Notes”, uscito su In defence of Marxism il 6/04/2011
[12] Ibidem

Preso da: http://ruberagmen.blogspot.it/2016/05/lanticomunismo-di-muammar-gheddafi.html