Geopolitica, quello che i media non dicono – Guerra del Gas: il caso Libia

di Naman Tarcha 2 aprile 2015
Nel mondo della geopolitica nulla avviene per caso: potrebbe anche sembrare una coincidenza, ma è certo che tutte le crisi e i conflitti avvengono in paesi con enormi risorse energetiche, produttori ed esportatori, oppure posizionati sulle vie di passaggio dell’energia. Se un giorno i cartelli dei pacifisti inascoltati contro le guerre portavano la scritta No Oil War, oggi tutti sanno (e pochi ne parlano) che siamo nell’era del Gas War.
Siamo di fronte ad una guerra mondiale a puntate, in zone che sembrano scollegate ma che in realtà compongono un mosaico di un nuovo equilibrio energetico mondiale, che riguarda da un lato riserve e giacimenti di gas e dall’altro i gasdotti e le vie di commercializzazione ed esportazione. Diversi obiettivi che riflettono gli interessi dei paesi coinvolti.
Partiamo dalla Libia. La scusa è sempre la stessa: aiutare il popolo libico sostenendo i ribelli, liberatori della Libia, ma è il gas il vero motore.
La Libia rischia di frantumarsi: è divisa tra due governi, uno legittimo riconosciuto dalla comunità internazionale, e uno guidato dal movimento dei Fratelli Musulmani legato alla Turchia e sponsorizzato dal Qatar. La questione principale resta quella delle fonti energetiche controllate da questi governi, che potrà avere effetti sulla spartizione delle riserve economiche. Le conseguenze di ciò che sta accadendo oggi sono un diverso assetto del paese, che ne faciliti il controllo, dividendolo per ridistribuire i contratti di petrolio, fermando però i progetti e gli scavi di gas, sotto le minaccia dell’IS.
Resta finora sulla carta invece la risoluzione contro le fonti di finanziamento del cosiddetto “stato islamico” e di altre organizzazioni jihadiste approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la possibilità di infliggere sanzioni economiche a chi non la rispetta. La risoluzione proibisce, oltre al saccheggio, il contrabbando del patrimonio culturale di Siria e Iraq, esorta gli Stati membri a non pagare riscatti per gli ostaggi, e vieta il commercio del petrolio da cui l’IS ricaverebbe circa 900mila euro.
Infatti i sospetti sui traffici turchi riguardano i diversi siti delle industrie petrolifere nelle mani dei vari gruppi armati del cosiddetto Stato Islamico che gestiscono la rivendita illegale del petrolio e dei suoi derivati finanziando direttamente il terrorismo. Le milizie islamiche Alba Libica, nemiche del governo libico, contano pare sull’appoggio di Ankara, grazie ad un intenso traffico di aeri passeggeri e cargo fuori controllo.
Il governo libico non usa mezzi termini e punta il dito contro la Turchia, escludendola dai contratti petroliferi: “Sebbene nel recente passato abbiamo prove che Sudan e Qatar abbiano sostenuto gruppi terroristici, oggi è dalla Turchia che arriva un impatto negativo sulla sicurezza e sulla stabilità della Libia”. Il capo di governo Al Thani con queste parole accusa dichiaratamente questi due paesi di ingerenze attraverso il sostegno al governo parallelo di Tripoli guidato dai Fratelli musulmani e ai gruppi armati.
Nella guerra della Libia , dichiarata in tre giorni, finanziata e guidata direttamente dal Qatar con l’esecuzione della Francia, l’unico piano effettivo stabilito era che il Qatar si impegnava a commercializzare ed esportare l’energia libica.
In Libia si ripete lo stesso film dell’Afganistan, ma con attori diversi. Il Qatar, il primo paese al mondo per riserve di gas naturale, guardava in realtà con attenzione la Libia e le sue risorse energetiche, per la sua posizione geografica molto più strategica nei confronti delle’Europa. Shell, dopo due contratti, uno nel 2005 e un’altro nel 2008, stranamente aveva bloccato temporaneamente suoi progetti di esplorazione nei giacimenti di gas in Libia dichiarando che non avevano dato buoni risultati.
Secondo fonti americane il Qatar ha saldato il conto della guerra in Libia, costata 200 milioni di dollari ogni giorno: soldi spesi bene per l’obbiettivo finale di bloccare il flusso di gas libico in Europa.
Gli Usa in effetti non erano molto entusiasti per la guerra in Libia: otto società americane avevano già contratti petroliferi vantaggiosi. La Francia invece, ignorando gli interessi dell’Italia, con la pressione del Qatar che controlla l’economia francese e ne detta le regole e la politica estera, aveva invece grande interesse.Cosa guadagnano gli Stati Uniti? Bloccare intanto la Russia e il suo potere crescente che, insieme al gruppo del BRICS, potrebbe danneggiare gli interessi americani e l’alleanza Nato, confermandosi come unico produttore energetico mondiale.
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Verita’ scomode

Pubblicato: Venerdì, 27 February 2015 09:22
Scritto da Nicola Gottardi

Sembra impossibile da capire per noi occidentali, ma Al Kattafy e’ stato anche “guida” di un governo che ha tentato di dare la Democrazia, con pieni Diritti, a tutti gli abitanti e di risollevare e unire l’Africa .

Cose che i nostri governanti, spacialmente gli oligarchi massonico-finanziari, non gradirono.
Tra i suoi successi , anche l’estrazione ( e la distribuzione) di acqua fossile, trovata sotto il deserto nell’interno della Libia, con conseguente diritto degli abitanti al terreno agricolo. Acquedotto pagato con la nazionalizazione del petrolio, cosa invisa a statunitensi e francesi.
Il governo precedente , infatti, viveva a Roma con i soldi ricevuti dagli USA per sfruttare il sottosuolo Libico.

La Libia, in quel periodo, era il paese piu’ povero dell’Africa e con Gheddafi divenne di gran lunga il piu’ ricco e il meglio governato di tutto il continente.

Il filosofo, autore del “libro Verde” che spiega come i nostri governi ci spremono, ha dovuto portare il peso di un infamia interminabile (e delle bombe) per aver dimostrato che i “banchieri”, i governi, i sindacati “occidentali”, ingannano e spolpano la popolazione.

Il crimine di Al Kattafy e’ stato costituire uno Stato che dava invece di prendere come i nostri.
La sua Jamahiriya non tassava, non faceva debito pubblico, dava reddito di cittadinanza, casa, aziende agricole, educazione e cure ospedaliere in qualsiasi luogo del mondo.

Ha comunque sbagliato su un punto, il voler lasciare sostanzialmente inalterata la vecchia cultura di zona. In sostanza molti libici hanno traversato i 42 anni del governo ispirato alle visioni di Al Kattafy senza capire quale privilegio stavano vivendo e quali responsabilita’ avevano acquisito. Questo anche perchè risultava difficile creare una cultura nuova ed unica in un territorio diviso in tribù beduine e molto vasto.

Negli ultimi anni tento’ di passare direttamente alla cittadinanza l’amministrazione del reddito del petrolio facendosi nemici tra i suoi burocrati.
E’ bene ricordare che nel rapinarlo i nostri governi, oltre a violare le leggi dell’ONU e ad impiegare i giornalisti come spie e calunniatori, hanno rubato, senza tante mascherature, le ingenti riserve di soldi e oro accantonate dal popolo Libico.

E continuano a predare nel caos costruito ad arte per assicurarsi petrolio e gasdotti, rischiando di creare una polveriera internazionale.

Ma la storia che vogliono insegnarci pare diversa, come sempre.

Verità scomode da nascondere.

Preso da:

http://www.trentino-suedtirol.ilfatto24ore.it/index.php/blogger/nicola-gottardi/2162-verita-scomode

ANALISI. Il processo di disintegrazione della Libia

Il rafforzamento delle compagini islamiste, l’intraprendenza egiziana ed algerina e le bandiere dello Stato Islamico che sventolavano a Derna durante l’avanzata del califfato in Iraq e Siria hanno riacceso l’interesse europeo per la questione libica. Ma non per i diritti del popolo libico

di Francesca La Bella

Roma, 21 gennaio 2015, Nena News – Ormai da molto tempo, a cadenza regolare, riaffiora nel dibattito internazionale la questione libica. Molte volte, in questi anni, gli analisti hanno dichiarato che la Libia era giunta ad un punto di svolta nel suo destino, che da quel momento in avanti tutto sarebbe stato diverso. L’intervento internazionale, la caduta di Gheddafi, il caos del dopo-Gheddafi, gli attentati contro le ambasciate e i rapimenti, le minacce di un un nuovo intervento internazionale e gli scontri tra le diverse fazioni etniche, religiose e politiche interne al Paese: tutte fasi di un processo di disintegrazione della Libia come Stato, come comunità e come soggetto internazionale.

Questa condizione di conflitto latente ha avuto anche un ulteriore risvolto. La problematica libica, essendo uscita dall’eccezionalità del momento, ritorna all’attenzione della comunità internazionale laddove altre questioni non vengano considerate più “urgenti” o nel caso la questione libica si ricolleghi ad esse. Il rafforzamento delle compagini islamiste ha così rinnovato l’intraprendenza egiziana ed algerina nelle questioni di politica interna del vicino d’area e le bandiere dello Stato Islamico che sventolavano a Derna durante l’avanzata del califfato in Iraq e Siria hanno riacceso l’interesse europeo per la questione libica.

A questo si aggiunga che il Paese, per molto tempo, è stato considerato strategico soprattutto dal punto di vista economico/energetico per l’Europa in generale e per l’Italia in particolare. La lunga fase di ostilità ha, però, indebolito enormemente le capacità di estrazione ed esportazione degli idrocarburi libici, unico settore ancora produttivo in un sistema economico pressocchè distrutto. In questo senso bisogna, quindi, leggere le dichiarazioni degli ultimi giorni di rappresentanti europei in merito alla questione libica. L’impegno delle Nazioni Unite per avviare i colloqui a Ginevra tra le diverse parti in conflitto, la disponibilità della Missione di supporto alla Libia di valutare la possibilità di trasferire i colloqui nel territorio libico in condizioni di sicurezza e le dichiarazioni del Governo italiano sono le evidenze di questa rinnovata intraprendenza. Per bocca del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti, Marco Minniti è stata, infatti, palesata la disponibilità dell’Italia a intervenire in Libia sotto egida ONU perchè “la Libia è lo specchio dell’Italia e dell’Europa, se la Libia va bene, va bene l’Italia e l’Europa, se la Libia va male […] saranno problemi non solo per l’Italia, ma anche per l’Europa”.

La prospettiva di una pacificazione è, però, ben lontana e la percezioni di insicurezza rimane molto forte nel Paese. L’amministrazione statunitense ha invitato i suoi cittadini ad abbandonare il suolo libico ed è di ieri la notizia del probabile rapimento a Tripoli del numero due della rappresentanza della Libia presso l’Opec, Samir Salem Kamal. Gli ostacoli al raggiungimento di una qualsivolglia forma di equilibrio interno sono, dunque, ancora molti ed attengono a diverse sfere di azione. Se dal punto di vista militare, il cessate il fuoco dichiarato da Libya Dawn potrebbe essere un primo passo in direzione distensiva, dal punto di vista politico molte sono le incognite.

A questo proposito sembra doveroso sottolineare un aspetto. Il dibattito internazionale si è concentrato su una rappresentazione parzialmente semplificata della questione libica. In Libia esisterebbero due forze contrapposte, una con base a Tobruk, perlopiù laica e legittimata a livello internazionale, ed una con base Tripoli vagamente assimilabile all’opposizione islamista, che dovrebbero essere aiutate dalla comunità internazionale a giungere ad un accordo per la ricostruzione del Paese. La realtà è, però, ben più articolata ed esistono attori fondamentali le cui scelte non possono essere chiaramente assimilate a quelle delle coalizioni alle quali, formalmente, apparterrebbero: dai gruppi ribelli dello Zintan alla coalizione di Misurata, dalle brigate di Khalifa Haftar agli irriducibili di Ansar al Sharia.

In questo senso, gli incontri di Ginevra potrebbero diventare solamente l’ennesimo atto di una tragedia ormai infinita. Questo è ancor più vero se si considera che il Paese, statualmente fallito, non riesce a garantire i servizi primari alla popolazione che, laddove non sia coinvolta direttamente nei combattimenti, cerca la fuga via mare verso l’Europa con drammatiche conseguenze. Al momento, dunque, nonostante i segnali di apertura per un Governo di unità nazionale non sembrano esserci le premesse per una reale soluzione di lungo termine per la Libia. Nena News

Fonte: http://nena-news.it/analisi-il-processo-di-disintegrazione-della-libia/

Gli amici di ieri e di domani: la corsa al petrolio della Libia

25 agosto 2011
Gheddafi non è stato ancora deposto e già è cominciato l’ “affaire”, quello grosso, che richiede l’intervento degli specialisti e dei superanalisti. Quelli come Luttwak che spiega con le mappe e il plastico, quelli che sino ad oggi non ne hanno azzeccata neanche una, ma sono super pagati dalla “Ditta”, l’Agenzia di Informazione e Sicurezza.
E’ una storia che si ripete, con i soldati che presidiano le raffinerie, i ribelli che sono vittime del regime e il “dittatore” che tiranneggia il suo popolo: oggi ci sono i Lealisti di Gheddafi, anni fa avevamo gli ultranazionalisti serbi. Insomma ogni guerra se la studiano bene per fare i loro ‘impicci e imbrogli’. Poi ci sono i giornalisti, come quelli italiani che vengono derubati e poi sequestrati, ma stranamente riescono a chiamare a casa per dire che stanno bene e li hanno messi al sicuro, ma restano sempre in ostaggio. Qualcosa non torna, anche perchè ‘ovviamente’ i sequestratori sono i soldati di Gheddafi e non i mercenari di Bengasi, che maltrattano questi eroici ‘inviati di guerra’. In realtà sono solo delle pedine della macchina mediatica che si è mossa per portare al mondo il messaggio del “nemico della democrazia”. Per far questo si sono mossi giornalisti e producer internazionali, quelli che si bazzicano i ministeri della difesa e le agenzie di stampa, che mandano così i loro fiduciari. Ex agenti ripudiati dalla Ditta, oppure agenti pizzicati a fare il doppio gioco, truffe o anche rapine. In quegli alberghi succede di tutto, prostituzione minorile, droga e alcool a non finire, traffici e affari meschini. C’è chi si fa rubare le telecamere e chi si vende le telefonate, chi si fa rapinare, e poi fatture su fatture, vari business per pareggiare i debito di gioco. Questo è il sottobosco della macchina della guerra, in cui i media sono più importanti degli stessi eserciti. In Libia hanno toccato livelli spettacolari, trasmettendo un film pseudo-realistico tanto per creare confusione tra il mondo arabo e quello occidentale, che deve essere convinto che bisogna combattere un altro “nemico della democrazia.

Assatanati si sono gettati su Tripoli come non mai, messi alle strette dal FMI e dallo spettro del default. Così di punto in bianco si sono mosse Inghilterra e Francia, entrambe ostaggio di un fallimento di fatto mai dichiarato, che vanno poi in giro a fare lezioni di finanza vantando il loro ‘illustre esempio’ di economia forte, quando poi stanno peggio di tutti. Contemporaneamente si muove L’Aja, un aggregato di falsi giudici, tra travestiti e scarsi attori a pagamento. Eppure, se facciamo un passo indietro, non si può negare che Gheddafi veniva accolto con tutti gli onori di Stato da ogni Governo Occidentale, in Italia e in Francia ha anche montato la sua tenda, con tanto di cavalli ed amazzoni. D’altro canto, l’ENI doveva tutelare i suoi interessi, mentre la Areva voleva costruire una centrale nucleare nel deserto. Chissà perchè, tutto d’un colpo il Rais è impazzito e ha cominciato ‘a sparare sulla folla’. O almeno questo è quello che ci hanno raccontato…

Infatti, mentre i soldi nelle casse francesi e britanniche finivano e le pressioni dell’effetto domino della crisi finanziaria si facevano sentire, cominciavano i primi scontri nel Nord Africa. Obiettivo nevralgico della ‘primavera araba’ era proprio scatenare la rivolta in Libia, le cui avvisaglie si erano percepite nelle speculazioni sul caso di Nouri Mesmari, capo del protocollo di Gheddafi, che fugge in Francia e collabora con i servizi segreti francesi per inscenare la rivolta di Bengasi. Questa città infatti costituisce la leva vincente per ribaltare il Colonnello e rimettere in discussione tutti i contratti energetici sottoscritti dalla Libia, che vedono l’Italia come grande partner di Tripoli. Nel capoluogo della Cirenaica ha sede infatti la Arabian Gulf Oil Company (Agoco), creata dalla National Oil Corporation (NOC), ma controllata da diversi mesi dall’opposizione. Essa sarà la prima a riprendere la produzione nelle prossime tre settimane, sfruttando così i giacimenti di Sarir e Mesle. L’Agoco dispone di otto pozzi di petrolio, di un terminal petrolifero e due raffinerie a Tobruk e Sarir, e aspira a divenire la compagnia petrolifera nazionale. Allo stato attuale, è la NOC a controllare il 50% della produzione nazionale, e nessuna azienda straniera può entrare sul suolo libico e intraprendere una qualsiasi attività petrolifera senza creare una filiale in cui la NOC detenga una quota di maggioranza attraverso una controllata, come ad esempio la Agoco. Quindi il primo passo è stato quello di decentrare il controllo dei pozzi petroliferi da Tripoli a Bengasi, per poi riaprire nella Cirenaica i tavoli dei negoziati con il Consiglio nazionale di transizione (CNT). Non a caso il Presidente del CNT, Mahmoud Jibril, è atteso in Europa per un tour destinato a ‘raccogliere’ sostegni al governo dei ribelli. Stranamente è atteso già domani a Roma, per incontrare il CEO ENI, Paolo Scaroni, e lo stesso Silvio Berlusconi, mentre in Francia sarà il prossimo 1° Settembre per partecipare alla Conferenza “Friends of Libya”. Forse sarebbe meglio dire “amici del petrolio della Libia”.

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La Libia ha le riserve petrolifere più grandi dell’Africa, con 1,55 milioni di barili di petrolio al giorno. Dopo ENI (270 mila barili al giorno) collegata con il gasdotto Greenstream, le principali compagnie straniere operanti in Libia sono: Total (60.000 barili), Wintershall (98.600), Marathon (45.800), Conoco (45.000), Repsol (36.000), Suncor (35.000), OMV (33.000 ), Hess (22.000), Occidental (6000) e Statoil (4500), BP (in fase di negoziati).

La Libia dispone di sei terminal petroliferi di esportazione: Es Sider (447.000 barili al giorno), Zoueitina (214 000), Zaouiah (199 000), Ras Lanouf (195 000), Marsa El Brega (51 000) et Tobrouk (51 000). Altri 333 mila barili sono esportati con altri terminal non specificati, mentre fondamentale è il gasdotto con l’Italia Greenstream.

Di fatti, se prima della guerra i principali clienti per il greggio libico erano Italia (28%), Francia (15%), Cina (11%), Germania (10%) e Spagna (10%), dopo la situazione sarà completamente diversa. Francia (la prima a riconoscere Bengasi), Regno Unito e Stati Uniti si lanciano per raccogliere i dividendi economici dei loro sforzi militari. Sarkozy ha già detto che vuole il 35% dei nuovi contratti petroliferi. L’emiro del Qatar, che ha fornito supporto militare e – noi diremmo – mediatico, non è stato dimenticato e avrà per la Qatar Petroleum un accordo commerciale preferenziale per la distribuzione del petrolio. L’olandese Vitol sarà ripagata per per aver assicurato le prime esportazioni di petrolio nel pieno della controversa guerra civile rimpinguando le casse del CNT già nell’aprile del 2011. Poi c’è la Germania, e infine l’Italia. Gli Stati Uniti, che al momento comprano solo il 3% del petrolio libico, sperano in una nuova cooperazione, ma non è da escludere che sarà proprio il Qatar la sua piattaforma commerciale. Per quanto riguarda Cina, Russia e Brasile, si vocifera che perderanno molto terreno, salvo concessioni di Bengasi e spiragli garantiti per vie traverse. Da questo punto di vista, Gazprom potrà sempre contare sull’Italia, visto che è riuscita ad entrare in Libia con l’operazione del giacimento Elephant poco prima dello scoppio del caos.

Fonte: http://etleboro.blogspot.it/2011/08/gli-amici-di-oggi-e-di-domani-la-corsa.html

Libia, l’esempio per eccellenza delle crisi senza fine

16 gennaio 2014
dopo tre anni dall’invasione NATO la Libia racchiude due esempi estremamente significativi.

Il primo riguarda la deriva reazionaria e caotica che hanno intrapreso le Primavere Arabe del Nord Africa, dove movimenti islamici più o meno moderati hanno sfruttato l’ondata rivoluzionaria per accedere al potere e immediatamente dopo trasformarsi in nuovi regimi di repressione, rulli compressori degli spazi democratici faticosamente conquistati.

In Egitto un anno di mandato presidenziale di Morsi e della Fratellanza Islamica é stato sufficiente a trasformare l’esercito nell’apparente unico salvatore della nazione dal caos e dal pericolo teocratico. Il recente annuncio del Generale Sisi riguardante la sua volontà di partecipare alle prossime elezioni Presidenziali é stato accolto con entusiasmo dalla metà della popolazione che teme lo scoppio della guerra civile, compresi i movimenti più radicali e di sinistra che si posero alla guida dell’ondata di cambiamento democratico nei primi giorni della rivoluzione.

Il secondo esempio ci illustra esaurientemente come le interferenze della Francia, costantemente attuate nel Continente, aumentano invece di risolvere l’instabilità nei paesi africani.

La Libia é l’esempio più maturo storicamente del caos prodotto dalla politica estera del Presidente Francois Hollande che supera in ambizione, arroganza e aggressività persino quella intrapresa dal suo predecessore Sarkozy. Al paese nord africano sono seguiti Mali e Repubblica Centroafricana.

Mentre in Libia la France-Afrique ha preferito adottare una strategia indiretta attraverso la NATO e supportando gruppi ribelli che inevitabilmente ora sono la principale fonte di instabilità nel paese, in Mali e RCA, “Pays des Negres” la Francia ha inviato le sue forze armate, liberando gli antichi spettri delle truppe coloniali.

Il risultato é evidente. Un Mali instabile e profondamente diviso su basi geografiche: nord e sud e su basi religiose: mussulmani e cristiani. La Repubblica Centroafricana sta vivendo le peggiori pulizie etniche della sua fragile e contraddittoria storia post indipendenza.

Le milizie cristiane, formate da brutali bande di disoccupati e analfabeti reclutati nei sobborghi più poveri di Bangui e nei villaggi all’interno del paese ma senza alcun apparente appoggio del clero cattolico, seminano terrore e morte nelle comunità mussulmane sia autoctone che straniere (Ciad, Senegal, Mali) in rivincita dei massacri precedetemene compiuti dalla coalizione ribelle dei Séléka. Massacri che sono stati superati, per ampiezza e organizzazione, dagli attuali compiuti da queste milizie cristiane sotto gli occhi indifferenti dei soldati francesi.

Prime timide voci di dissenso internazionale si arrischiano ad affermare che l’esercito francese non solo é indifferente, ma favorisce queste milizie. Secondo il parere di questi osservatori le milizie sarebbero state utilizzate come forma di pressione per costringere il Presidente ad Interim Michel Djotodia a dimettersi. Ora raggiunto l’obiettivo molti si pongono seri dubbi su un loro reale disarmo. Per la prima volta dai tempi del terrore dell’Imperatore Bokassa, in Centroafrica é ritornato il cannibalismo come forma rituale di sterminio totale del nemico.

Ritorniamo alla Libia. Quale é la situazione del paese nel 2014? Il bilancio é così deprimente che molti investitori e governi occidentali iniziano a rimpiangere i “bei tempi” del Colonnello Gaddafi.

Delle milizie tribali dal luglio 2013 controllano le istallazioni petrolifere dell’est del paese. La conseguenza diretta é il crollo della produzione petrolifera. Oggi la Libia riesce ad estrarre 250.000 barili giornalieri di greggio. Quantità ridicola se paragonata alla produzione giornaliera di 1,5 milioni di barili dell’ultimo periodo del regime di Gaddafi.

La Libia dipende esclusivamente dai profitti sui idrocarburi che rappresentano il 95% del Prodotto Lordo Interno. La scarsa produzione ha causato una perdita annuale di 9 miliardi di dollari, secondo le stime “approssimative” del Ministero del Petrolio, facendo sprofondare il paese in una povertà sperimentata dalla popolazione solo nel infausto periodo coloniale italiano. La perdita giornaliera di 1.250.000 barili di greggio sta mettendo a rischio gli approvvigionamenti energetici dell’Europa, tradizionale sbocco commerciale del petrolio libico, creando non poche difficoltà nel reperire fonti di approvvigionamento alternative.

La situazione economica diventa sempre più critica. Il Governo é costretto a ricorrere sempre più a dei prestiti per far fronte ai suoi impegni, ipotecando la futura produzione petrolifera.

L’occupazione dei giacimenti petroliferi all’est del paese é stata originata dalle accuse mosse dalla popolazione locale al governo di corruzione e malversazione economica. Accuse non del tutto infondate, che hanno costretto il Governo ad aprire un’inchiesta ufficiale di facciata.

Una decisione che ha acceso la miccia ai bellicosi sentimenti delle tribù del est che hanno reclamato l’autonomia della Cirenaica inserita in un sistema federale, dando vita ad un movimento armato in cui si é imposto Ibrahim Jodhrane, autoproclamatosi nell’agosto 2013 Presidente del Consiglio Politico della Cirenaica.

Dalla richiesta di autonomia a quella di indipendenza il passo é stato breve. Nel ottobre 2013 la Cirenaica ha annunciato la formazione del proprio Governo a causa del ostentato e miope rifiuto del Primo Ministro Ali Zeidan di negoziare con il movimento locale e concedere l’autonomia in una quadro istituzionale federalistico. La sua dichiarazione del settembre 2013 di illegalità del Consiglio Politico della Cirenaica ha distrutto ogni possibilità di mediazione del Consiglio Generale Nazionale con questo movimento armato e le tribù locali.

Ora il Primo Ministro Zeidan moltiplica le minacce al ricorso della forza contro le tribù dell’est senza però passare all’azione.

“Se il governo dovesse scegliere l’opzione militare per controllare il movimento indipendentista della Cirenaica, rischierebbe di complicare la situazione e far precipitare il paese in una fase estremamente critica”, ci spiega Khalled Al-Ballab, professore di scienze politiche presso l’Università Al-Margab.

Il Governo della Cirenaica si é imposto come entità politica separata dal resto della Libia, tentando di trattare con le multinazionali straniere, tra le quali la francese Total, per la vendita diretta del greggio, attirandosi le ire del Governo Centrale che ha definito il tentativo come un attentato alla sovranità nazionale.

Il Governo Libico é arrivato a minacciare di affondare le navi cisterna che trasporteranno il greggio venduto dai ribelli. Minaccia che evidenzia a che punto é giunto il Consiglio Generale Nazionale che ora nutre forti dubbi sulla lealtà dei suoi alleati occidentali.

Dubbi motivati dalla base di questa alleanza che spodestò il Colonnello Gaddafi: la possibilità di ottenere il greggio libico a prezzi scontati.

Se questa possibilità ora viene offerta da dei ribelli che controllano saldamente la Cirenaica e i giacimenti petroliferi perché le multinazionali europee e americane dovrebbero rinunciare? In nome di una lealtà al Governo Transitorio e dell’obbligo morale di onorare accordi che potrebbero rischiare di non essere più praticabili?

L’atteggiamento di queste multinazionali, che hanno fortemente influenzato le scelte dei governi europei e della Casa Bianca durante la guerra civile libica, dimostra che l’Occidente non era minimamente interessato alla caduta di un regime dittatoriale per instaurare la democrazia in Libia.

Una verità di pulcinella conosciuta fin dall’inizio nonostante le patetiche motivazioni di assistenza umanitaria e ripristino della pace che non fanno più leva nemmeno su mio figlio di 16 anni. Le stesse motivazioni adottate per la Repubblica Centrafricana per assicurarsi la continuità dei rifornimenti di uranio, che rappresentano il 40% dell’energia prodotta in Francia tramite le centrali nucleari.

La ribellione della Cirenaica rischia di portare altra instabilità a quella già presente nel paese.

Varie correnti all’interno del Consiglio Generale Nazionale stanno approfittando della situazione per indebolire il potere del Primo Ministro Zeidan, accusato di essere troppo debole dinnanzi ai ribelli e di non possedere la volontà necessaria per ristabilire la sicurezza nel paese, ormai sprofondato nell’anarchia delle varie milizie che parteciparono alla rivoluzione e che dovevano armoniosamente unirsi in un Governo Transitorio in attesa di elezioni democratiche secondo i rosei scenari dell’Eliseo.

Per tutto il dicembre 2013 vari deputati hanno tentato di far cadere il governo, senza riuscirci. Essi sono principalmente guidati dai Fratelli Mussulmani.

“Il Parlamento non é in misura di provocare la caduta del Governo per la semplice ragione che é incapace di rimpiazzarlo”, afferma l’analista politico libico Farj Najm.

Mentre all’interno del Consiglio Generale Nazionale si consuma il dibattito e il Primo Ministro Zeidan lotta disperatamente per mantenere il potere di quello che gli resta della Libia, la Cirenaica aumenta la sua determinazione all’indipendenza economica e politica mentre il resto del paese progressivamente si disintegra.

Nelle prime settimane del gennaio 2014 due stranieri, di nazionalità Inglese e Neozelandese, sono stati uccisi vicino ad un pozzo di gas a ovest di Tripoli cogestito da ENI e la National Oil Company compagnia statale libica. Vice Ministro dell’Industria, Hassan al-Droui, membro del Governo di Transizione fin dalla caduta di Gaddafi é stato abbattuto durante la visita ai suoi familiari a Sirte.

Violenti scontri sono scoppiati a Sebha tra le tribù arabe locali e i Toubous provocando un bilancio provvisorio di 19 morti e 20 feriti a causa dell’assassinio del Signore della guerra Awled Sleiman. Gli scontri hanno preoccupato il Governo ancora memore della guerra tribale del marzo 2012 dove perirono oltre 150 persone.

I Tobous é una tribù africana transfrontaliera dedita all’agricoltura che vive nel sud della Libia e nel nord del Ciad e Niger. Nel passato sono state vittime di tentativi di pulizie etnica attuati dalle tribù arabe.

I negoziati con le tribù Berbere sono falliti e la milizia berbera ha ripreso le ostilità contro il Governo Centrale rivendicando la partecipazione ai profitti derivanti dalla vendita dei idrocarburi.

Purtroppo l’esperienza della Libia non sembra essere stata seriamente analizzata dall’Eliseo che ora rispolvera il desiderio di regolare i conti con il Rwanda, paese satellite della France-Afrique perduto durante il genocidio del 1994; sostituirsi al Governo della Repubblica Democratica del Congo per le decisioni chiave politiche ed economiche approfittando del coma istituzionale volutamente creato dalla Famiglia Kabila per meglio depredare le risorse naturali del paese e… dulcis in fundis, appoggiare un’accozzaglia di ribelli che si combattono tra di loro contro il regime siriano, supportando a fior di centinaia di miglia di euro un fantomatico Coordinamento rivoluzionario nato e mantenuto a Parigi e Ankara di cui legalitá é confinata unicamente nelle azioni di marketing attuate dai media occidentali e da Al-Jazzera. Un Coordinamento che non ha il minino supporto non solo tra la popolazione siriana ma sopratutto tra la miriade di milizie ribelli che questo ente empirico afferma di rappresentare.

Good Job dear Hollande!

Fulvio Beltrami

Kigali, Rwanda.

adattamento da: https://africanvoicess.wordpress.com/2014/01/16/libia-lesempio-per-eccellenza-delle-crisi-senza-fine/

DROGA, PETROLIO E GUERRA

:::: Peter Dale Scott :::: 7 luglio, 2013 ::::
Peter Dale Scott prosegue la sua analisi del sistema di dominazione statunitense. Durante una conferenza tenutasi a Mosca, ha riassunto i risultati delle sue ricerche sul finanziamento di questo sistema attraverso il traffico di droghe e gli idrocarburi. Sebbene tutto ciò sia risaputo, la verità è ancora oggi difficile da ammettere.

Ho pronunciato questo discorso nel corso di una conferenza anti-NATO, tenutasi l’anno scorso a Mosca. Sono stato l’unico relatore statunitense invitato all’evento. Sono stato ospitato in concomitanza della pubblicazione in Russia del mio libro Drugs, oil and war, – un’opera mai tradotta in francese, contrariamente a La Route vers le nouveau désordre mondial e al libro precedente (1).

Da vecchio diplomatico preoccupato per la pace, sono stato felice di parteciparvi. In effetti ho l’impressione che il dialogo tra gli intellettuali statunitensi e russi sia meno serio oggi rispetto al periodo della Guerra Fredda.

Ciononostante, i pericoli di un conflitto che coinvolga le due principali potenze nucleari evidentemente non sono ancora scomparsi.

In riferimento al problema di crisi strettamente interconnesse, quali la produzione di droga afgana e il jihadismo salafita narcofinanziato, e contrariamente alle posizioni degli altri intervenuti, con il mio discorso ho inteso esortare la Russia a cooperare in un contesto multilaterale con gli Stati Uniti, in virtù della condivisione di volontà simili – malgrado le attività violente della CIA, della NATO e del SOCOM (il Comando Statunitense per le Operazioni Speciali) in Asia centrale.

Dopo la conferenza, ho continuato ad approfondire le riflessioni sui rapporti che si sono deteriorati nel tempo tra Russia e Stati Uniti e sulle mie speranze quasi utopistiche di restaurazione. Malgrado i differenti punti di vista dei partecipanti alla conferenza, c’è stata la tendenza a condividere una profonda inquietudine per le intenzioni statunitensi nei riguardi della Russia e degli ex-stati dell’URSS. Questa preoccupazione comune era fondata sulle conosciute azioni passate degli Stati Uniti, e dei loro impegni non mantenuti. In effetti, contrariamente alla maggior parte dei cittadini americani, loro sono ben informati riguardo la faccenda.

L’assicurazione che la NATO non approfitterà della distensione per espandersi nell’Europa dell’Est è un valido esempio di promessa non mantenuta. Evidentemente la Polonia e altri ex-membri del Patto di Varsavia al giorno d’oggi sono integrati nell’Alleanza Atlantica, insieme alle ex-Repubbliche Socialiste Sovietiche del Baltico. Peraltro, alcune proposte che mirano a far entrare nella NATO l’Ucraina – vero cuore della vecchia Unione Sovietica – sono ancora attuali. Questa tendenza ad estendersi verso est è stata accompagnata da attività e operazioni congiunte tra le truppe USA e le forze armate di sicurezza dell’Uzbekistan – alcune delle quali sono state certamente organizzate dalla NATO. (Queste due iniziative sono cominciate nel 1997, con l’amministrazione Clinton).

Potremmo citare altre inadempienze a impegni presi in precedenza, come la conversione non autorizzata di una forza delle Nazioni Uniti in Afghanistan (approvata nel 2001 dalla Russia) in una coalizione militare gestita dalla NATO. Due relatori hanno criticato la determinazione degli Stati Uniti nel voler installare nell’Europa dell’Est uno scudo antimissile contro l’Iran, rifiutando i suggerimenti russi di posizionarlo in Asia. Secondo loro, questa intransigenza costituirebbe «una minaccia per la pace mondiale».

I partecipanti alla conferenza hanno percepito queste misure come delle estensioni aggressive del movimento che, da Washington, ha mirato a distruggere l’URSS durante il mandato di Reagan. Alcuni dei relatori con i quali ho potuto scambiare opinioni ritenevano che durante i due decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, la Russia è stata minacciata da alcuni piani operativi degli Stati Uniti e della NATO per un primo attacco nucleare contro l’URSS. Sarebbe stato possibile mettere in pratica questi piani solo prima che la parità nucleare fosse raggiunta, ma evidentemente non sono mai stati realizzati. Malgrado tutto, i miei interlocutori erano convinti che gli estremisti che hanno appoggiato questi piani non hanno mai abbandonato il loro desiderio di umiliare la Russia e di ridurla al rango di terza potenza. Non posso negare questa preoccupazione. In effetti, il mio libro precedente, intitolato La machine de guerre américaine, descrive allo stesso modo le pressioni continue volte a stabilire e a mantenere la supremazia degli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale.

I discorsi pronunciati a questa conferenza non si sono limitati in alcun caso a criticare gli intrighi politici degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica. In effetti, i relatori si sono opposti con una certa veemenza all’appoggio di Vladimir Putin per la campagna militare della NATO in Afghanistan, avvenuto l’11 Aprile 2012. Loro si sono risentiti in particolare per il fatto che Putin abbia approvato l’installazione di una base dell’Alleanza Atlantica a Ulianovsk, situato a 900 km a est di Mosca. Sebbene questa base sia stata «venduta» all’opinione pubblica russa come un mezzo per facilitare la ritirata statunitense dall’Afghanistan, un relatore ci ha garantito che l’avamposto di Ulianovsk è stato presentato nei documenti della NATO come una base militare. Infine gli intervenuti si sono mostrati contrari alle sanzioni ONU contro l’Iran, che sono state favorite dagli Stati Uniti. Al contrario loro considerano questo Paese come un alleato naturale contro i tentativi statunitensi di concretizzare il progetto di dominazione globale di Washington.

Accantonate le osservazioni successive, io sono rimasto in silenzio per la maggior parte della conferenza. Ciononostante la mia mente, perfino la mia coscienza si sono sentite turbate, quando ho pensato alle recenti rivelazioni su Donald Rumsfeld e Dick Cheney. In effetti, immediatamente dopo l’11 settembre, questi ultimi hanno realizzato un progetto con l’obiettivo di far cadere numerosi governi amici della Russia – tra i quali l’Iraq, la Libia, la Siria e l’Iran (2). Dieci anni prima, al Pentagono, il neoconservatore Paul Wolfowitz ha dichiarato al generale Wesley Clark che gli Stati Uniti disponevano di una finestra di opportunità per liberarsi di questi alleati della Russia, nel periodo di ristrutturazione russa dopo il crollo dell’URSS (3). Questo progetto non è ancora stato portato a termine in Siria e Iran.

Ciò che abbiamo potuto osservare durante il governo Obama assomiglia molto alla messa in atto progressiva del suddetto piano. Tuttavia, bisogna ammettere che in Libia, e attualmente in Siria, Obama ha mostrato ben più profonde reticenze rispetto ai suoi predecessori nell’inviare dei soldati sul posto. (È stato altrettanto riportato che, sotto la sua presidenza, un numero ristretto di forze speciali statunitensi hanno operato in questi due Paesi, per incitare la resistenza contro Gheddafi, e più recentemente contro Assad).

Più in particolare, ciò che mi preoccupa è la mancanza di reazione da parte dei cittadini degli Stati Uniti di fronte all’egemonismo militare aggressivo del loro Paese. Questo bellicismo continuo, che chiamerei «dominazionismo», è previsto nei piani a lungo termine del Pentagono e della CIA (4).

Senza alcun dubbio, numerosi americani potrebbero pensare che una Pax Americana globale assicurerebbe un’era di pace, sulla falsa riga della Pax Romana risalente a due millenni fa. Io sono convinto del contrario. In effetti, seguendo l’esempio della Pax Britannica del XIX secolo, questo dominazionismo condurrà inevitabilmente a un conflitto più ampio, potenzialmente a una guerra nucleare. In verità, la chiave di volta della Pax Romana era racchiusa nel fatto che Roma, sotto il regno di Adriano, si fosse ritirata dalla Mesopotamia. Inoltre, Roma accettava delle limitazioni rigorose al proprio potere nelle regioni nelle quali esercitava la sua egemonia. La Gran Bretagna ha dato prova di una saggezza simile, ma troppo tardi. Finora, gli Stati uniti non si sono mostrati così ragionevoli.

Peraltro, in questo Paese troppo pochi sembrano interessarsi al progetto di dominazione globale di Washington, almeno a partire dal fallimento delle manifestazioni di massa per impedire la guerra in Iraq. Abbiamo potuto constatare un gran numero di analisi critiche sulle ragioni di impegno militare degli Stati Uniti in Vietnam, e anche l’implicazione statunitense in atrocità come il massacro indonesiano del 1965.

Autori come Noam Chomsky e William Blum (5) hanno analizzato gli atti criminali degli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, hanno potuto studiare la recente accelerazione dell’espansionismo militare statunitense. Solo una minoranza di autori, come Chalmer Johnson e Andrew Bacevich hanno analizzato il rinforzamento della macchina da guerra americana che domina al giorno d’oggi lo sviluppo politico degli Stati Uniti.

Inoltre, è sorprendente constatare che il recente movimento Occupy, si sia potuto esprimere sulle guerre di aggressione condotte dal Paese. Dubito che siano stati ugualmente denunciati la militarizzazione di sorveglianza e di mantenimento dell’ordine, così come i campi di detenzione. Ora, queste misure sono il cuore del dispositivo di espressione interiore che minaccia la propria sopravvivenza (6). Faccio qui riferimento a ciò che viene chiamato il programma «di continuità di governo» (COG per «Continuity of Government»), misure attraverso le quali i pianificatori militari statunitensi hanno sviluppato dei mezzi per neutralizzare definitivamente tutti i movimenti contrari alla guerra efficaci negli Stati Uniti (7).

Da ex diplomatico canadese, se dovessi ritornare in Russia auspicherei di nuovo una collaborazione tra gli Stati Uniti e quel Paese al fine di affrontare i più urgenti problemi mondiali. La sfida è di superare questo rudimentale compromesso, che è la cosiddetta «coesistenza pacifica» tra le superpotenze. In realtà, questo intento vecchio di mezzo secolo ha permesso – e ugualmente incoraggiato – le violente atrocità dei dittatori alleati, come Suharto in Indonesia o Mohammed Siad Barre in Somalia.

È probabile che l’alternativa alla distensione, che sarà una rottura completa dei rapporti, possa portare a dei confronti sempre più pericolosi in Asia – molto certamente in Iran.

Tuttavia, questa rottura potrebbe essere evitata? Ecco, io mi domando se non abbia minimizzato l’intransigenza egemonica degli Stati Uniti (8). A Londra ho recentemente discusso con un vecchio amico, che ho conosciuto durante la mia carriera diplomatica. Si tratta di un diplomatico britannico di alto rango, grande esperto della Russia. Speravo che mitigasse la mia valutazione negativa delle intenzioni di Stati Uniti e NATO nei confronti di questo Paese. Invece, non ha fatto altro che rinforzarla.

Così, ho deciso di pubblicare il mio discorso corredato da questa prefazione, destinato tanto ai cittadini statunitensi quanto al resto del pubblico internazionale. Ritengo che al giorno d’oggi la soluzione più urgente per preservare la pace mondiale sia quella di limitare i movimenti degli Stati Uniti verso un’egemonia incontrastata. In nome della coesistenza in un mondo pacifico e multilaterale, occorre dunque rinforzare la proibizione all’ONU di guerre preventive e unilaterali.

A questo scopo, spero che i cittadini americani si mobiliteranno contro il dominazionismo del loro paese, e che pretenderanno una dichiarazione politica da parte dell’amministrazione o del Congresso, che preveda:

1.La rinuncia esplicita alle precedenti richieste del Pentagono, che fanno della «supremazia totale» (full spectrum dominance) un obiettivo militare peculiare nella politica estera degli Stati Uniti (9);
2.Il rifiuto in quanto inaccettabile della pratica delle guerre preventive oggi profondamente radicata;
3.L’astensione categorica da tutti i progetti statunitensi di utilizzo permanente delle basi militari in Iraq, Afghanistan o Kirghizistan;
4.Il ritorno, da parte degli Stati Uniti, alla conduzione delle loro future operazioni militari in accordo con le procedure stabilite dalla Carta delle Nazioni Unite.
Incoraggio i miei concittadini a seguirmi al fine di esortare il Congresso ad introdurre una risoluzione per questo scopo. Come soluzione potrebbe all’inizio non avere successo. Ciononostante, è possibile che contribuirà a riportare il dibattito politico statunitense verso un argomento secondo me urgente e poco dibattuto: l’espansionismo degli Stati Uniti, e la minaccia della pace globale, da esso derivante.

Traduzione di Lorena Orio

(1) Anche il ricercatore svizzero Daniele Ganser – autore del libro intitolato Gli eserciti segreti della NATO. Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale (Fazi Editore, Roma, 2008), e l’uomo politico italiano Pino Arlacchi, in passato direttore dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (ONUDC), sono stati invitati a questa conferenza.

(2) Inizialmente, Donald Rumsfeld volle rispondere all’11 settembre attaccando non l’Afghanistan, ma l’Iraq. Secondo lui, non ci sarebbero stati «obiettivi interessanti in Afghanistan» (Richard Clarke, Contro tutti i nemici, p. 31).

(3) Wolfowitz disse a Clark “abbiamo circa cinque o dieci anni per ripulire i vecchi regimi alleati sovietici – Siria, Iran, Iraq – prima che la prossima grande superpotenza ci metta alla prova” (Wesley Clark, Discorso al San Francisco Commonwealth Club, 3 Ottobre 2007). Dieci anni dopo, nel novembre 2001, Clark venne a conoscenza al Pentagono che i piani per attaccare l’Iraq sarebbero stati discussi come parte di una campagna quinquennal, […] che sarebbe iniziata in Iraq, e proseguita in seguito in Siria, Libano, Libia, Iran, Somalia e Sudan (Wesley Clark, Vincere le Guerre Moderne [New York, Affari Pubblici, 2003], p. 130).

(4) Il termine «egemonia» potrebbe avere un significato blando, connotante una relazione amichevole in una confederazione, oppure un significato ostile. Il movimento degli Stati Uniti verso l’egemonia globale, irremovibile e unilaterale è senza precedenti, e merita di avere un proprio appellativo. «Dominazionismo» è un termine orribile, avente una forte connotazione sessuale e perversa. Questo è il motivo per il quale l’ho scelto.

(5) I libri più recenti di William Blum sono Speranza di uccidere: gli interventi dell’Esercito statunitense e della CIA a partire dalla Seconda Guerra Mondiale (2003) e Liberare il mondo fino alla sua rovina: saggi sull’Impero Americano (2004).

(6) Paul Joseph Watson, «Leaked U.S. Army Document Outlines Plan For Re-Education Camps in America», 3 maggio 2012: Il manuale enuncia chiaramente che queste misure si applicano ugualmente sul territorio degli Stati Uniti, sotto la direzione del [Dipartimento della Sicurezza nazionale] e della FEMA. Questo documento aggiunge che le operazioni per un nuovo insediamento possono necessitare l’alloggiamento temporaneo (meno di 6 mesi) o semi permanente (più di 6 mesi) di importanti gruppi di civili».

(7) Vedere Peter Dale Scott, «Stati Uniti: lo stato di emergenza soppianta la Costituzione?», Peter Dale Scott, «Continuity of Goverment Planning: War, Terror and the Supplanting of the U.S. Constitution».

(8) Due notti fa ho fatto un sogno intenso e inquietante, nel quale alla fine ho visto l’apertura di una conferenza, dove io dovevo ancora parlare, come è accaduto a Mosca. Immediatamente dopo il mio discorso, il programma dell’evento prevedeva una discussione sulla possibilità che «Peter Dale Scott» fosse un personaggio inventato che offriva una conclusione segreta nefasta, e che in realtà non esistesse alcun «Peter Dale Scott».

(9) «Con ’La supremazia totale’ (‘full-spectrum dominance’) si intende la capacità delle forze statunitensi, agendo sole o con forze alleate, di combattere contro non importa quale nemico e di controllare non importa quale situazione annoverabile nella categoria delle operazioni militari.» (Joint Vision 2020, Dipartimento della Difesa, 30 maggio 2000; cf. «Joint Vision 2020 Emphasizes Full-spectrum Dominance», Dipartimento della Difesa).

Fonte: http://www.voltairenet.org/article178702.html
Preso da:

http://www.eurasia-rivista.org/droga-petrolio-e-guerra/19806/

L’altra verità su Muammar Gheddafi

23 ottobre 2011

«Faceva gli interessi del suo popolo, e per questo dava fastidio ai Paesi occidentali, che hanno colto il momento per toglierselo di mezzo». E l’opinione “fuori dal coro” di Michele Bella, laureando in Scienze Politiche di Fiumefreddo di Sicilia

     La recente e cruenta eliminazione fisica del rais libico Muammar Gheddafi non è ancora storia, bensì cronaca, “fumante” e grondante di sangue. Ci vorranno, dunque, parecchi anni per appurare (anche sulla base dell’operato di coloro che lo sostituiranno alla guida del Paese africano) se si era di fronte ad un despota o ad un illuminato governante.

E sì: perché potrebbe pure essere che il cosiddetto “dittatore” sia un individuo che ama svisceratamente lo Stato che si trova ad amministrare, e pur di realizzare i suoi “sogni” per quella terra dà anche vita ad atti qualificati “antidemocratici” (in pratica la cosiddetta “ragion di Stato” di cui scrisse Giovanni Botero e poi ripresa dal Machiavelli). Questo è quanto sostanzialmente sostiene Michele Bella, un brillante giovane laureando in Scienze Politiche di Fiumefreddo di Sicilia, già presente su questo sito Internet per via dei suoi trascorsi nei mondi del cinema e della tv.

     Bella è uno che non ci sta ad omologarsi alla massa di politici, intellettuali e giornalisti che in questi giorni (ma anche da diversi anni…) demonizzano il regime di Gheddafi ed “esultano” di fronte alla sua barbara uccisione; e lo fa sulla base delle conoscenze da lui acquisite attraverso i suoi studi universitari e le ricerche che ha autonomamente condotto, spinto dall’interesse verso i meccanismi politici e socioeconomici che determinano le sorti dell’umanità.

Poiché anche noi non abbiamo interessi da difendere né pregiudizi da alimentare ed, in più, ci piace dare voce a chi si colloca “fuori dal coro” delle opinioni dominanti e scontate (che non è detto siano sinonimo di “assoluta verità”…), abbiamo ritenuto doveroso intervistarlo.

– Ed allora: perché è crollato il regime di Gheddafi?
«Perché la cosiddetta “Primavera Araba” ha “scioccamente” contagiato anche la Libia».

– Perché usa l’avverbio “scioccamente”?
«Perché in Libia non si stava bene, ma… benissimo! Non si è capito, dunque, perché il Governo Gheddafi bisognava rimuoverlo. E per di più macchiandosi di un efferato omicidio (le cui raccapriccianti immagini hanno fatto il giro del mondo) perpetrato nei confronti di un essere umano che amava a tal punto la propria terra da non volersi mai distaccare da essa, nemmeno per salvarsi la pelle».

– Nella Libia di Gheddafi, dunque, si viveva benissimo?
«Altro che! Basti pensare che lo Stato assicurava ad ogni cittadino il diritto ad avere una casa, non si pagava alcuna tassa, la benzina costava appena otto centesimi al litro, agli studenti diplomati veniva assicurato uno stipendio medio fino a quando non trovavano lavoro, chi metteva su famiglia riceveva significative agevolazioni (300 euro al mese e l’acquisto della prima casa a carico dello Stato), a tutti i pensionati venivano corrisposti duecento euro al mese oltre ai rispettivi emolumenti, ai giovani che volevano studiare all’estero venivano concesse borse di studio mensili di oltre 1.600 euro, i pubblici impiegati che si assentavano dal lavoro per un paio di giorni non venivano “tartassati” con richieste di presentazione di certificati medici e diminuzioni di stipendio, le banche erogavano finanziamenti senza chiedere interessi, ecc. Infine un ultimo, ma non insignificante, particolare: in Libia, forse anche grazie al benessere di cui godevano tutti i suoi abitanti, non esisteva criminalità. La Libia di Gheddafi, insomma, era uno Stato ideale che tutti gli Stati del mondo, perennemente “impantanati” in ipocriti discorsi teorici e demagogici di democrazia e libertà, dovrebbero prendere a modello. Magari in Italia si stesse come si stava in Libia sotto la presunta “tirannia” di Gheddafi!… ».

– E come mai il fautore di questo sistema socioeconomico “perfetto” ha fatto una fine così atroce?
«Come lui stesso ha spiegato in uno dei suoi ultimi interventi in video, la cosiddetta “Primavera Araba” si è estesa, quasi fosse una “moda”, anche alla Libia, con la particolare “benevolenza” delle potenze mondiali che hanno fatto leva sull’esuberanza di giovani scapestrati, animati solo dalla voglia di contestazione tipica della loro età».

– Vuole dire, in pratica, che gli Stati Uniti e diversi Paesi europei hanno sfruttato la “Primavera Araba” per rimuovere Gheddafi: ma per quale motivo?
«Il discorso è sempre quello: ci sono Stati governati da efferati dittatori che osano calpestare i più elementari diritti umani, ma in cui la Nato non si “sogna” mai di ficcare il naso; ci si appunta, invece, su quelli dove si possono ricavare interessi. E la Libia, a parte il petrolio, ultimamente era diventata “interessante” (o “inquietante”…) anche per un altro fattore, di cui l`opinione pubblica non è a conoscenza: i tentativi di Gheddafi di dotare il continente africano di una moneta unica, che avrebbe sconvolto gli equilibri economici mondiali. Si trattava del “dinaro d’oro”, in grado di mettere in ginocchio il dollaro e l’euro. Questa sua “idea” (scaturita anche dal fatto che la Libia possiede ben 144 tonnellate del preziosissimo metallo) aveva già fatto parecchi proseliti tra i governanti dell’Africa, e ciò cominciava a far “paura” alle banche del resto del mondo. E, guarda caso, i Paesi più favorevoli a tale progetto erano l’Egitto, la Tunisia e la Siria, ossia quelli dove sono scoppiate le recenti rivolte della “Primavera Araba”… Perché, soprattutto nelle contrattazioni petrolifere, la ricchezza di una Nazione sarebbe dipesa da quanto oro essa avrebbe avuto e non da quanti dollari o euro avrebbe scambiato. Gheddafi, dunque, non faceva altro che gli interessi del suo Paese, così come dovrebbe fare qualsiasi altro governante al mondo. Tutto ciò gli ha attirato delle “antipatie” che gli sono costate care: le “bestie” che lo hanno ucciso e fatto scempio del suo corpo non sarebbero giunte a così tanta barbarie se non avessero goduto del sostegno di coloro che si fanno definire “paladini della democrazia e della libertà”, ma che, in realtà, sono solo degli squallidi affaristi protesi ad impinguare i loro portafogli ed i loro consensi elettorali».

– Mi sembra di capire che, risultando piuttosto “impopolare” sul piano internazionale, Gheddafi si è anche visto costretto a cautelarsi imponendo censure e limiti alla libertà di espressione del popolo libico, che è forse il maggior motivo di malcontento dei suoi oppositori…
«Certamente! Oltre che dalle notorie turbolenze delle “irrequiete” tribù interne, Gheddafi si doveva guardare le spalle anche dall’ostilità di tanti Paesi occidentali, con in testa gli Stati Uniti. Ma mettiamoci nei suoi panni con un banalissimo esempio: se un padre si accorge che il figlio utilizza il personal computer di casa in maniera impropria (ossia aprendo i file personali degli altri membri della famiglia, inviando e-mail volgari o connettendosi a siti diseducativi), cosa è naturale e giusto che faccia? Semplice: impedirgli l’accesso a quel computer o dotare quest’ultimo di programmi e dispositivi atti a limitare l’operatività su di esso da parte del ragazzo. Questo per dire che oggi la comunicazione è un fattore fondamentale di civiltà e progresso (anch’io non posso rinunciare alla mia “brava” pagina su Facebook), ma bisogna capire che ci rende anche più vulnerabili; ed in un contesto delicato come quello libico, piuttosto inviso alla comunità internazionale, chi si trova a governare è comprensibile che in qualche modo si cauteli onde evitare fenomeni di spionaggio oltre che manifestazioni “indisciplinate” della libertà di pensiero».

– Gheddafi, comunque, non si poteva di certo considerare un “amico” del popolo italiano: pensiamo all’ingente risarcimento che si fece liquidare dal nostro Stato, ai missili verso Lampedusa ed all’emergenza immigrati…
«Non era un amico del popolo italiano semplicemente perché, nella stupida corsa al colonialismo, l’Italia si era ingiustamente impadronita del territorio libico con la forza. Ma per il suo popolo, il colonnello Gheddafi non è stato il dittatore “cattivo” dipintoci dai mass media: è stato, invece, colui che, nel 1969, ha liberato la Libia da una monarchia particolarmente corrotta e si è subito prodigato, con risultati concreti e positivi, a modernizzarne le infrastrutture e ad elevarne il Prodotto Interno Lordo ed il tenore di vita degli abitanti».

– Per concludere: se fosse chiamato a difendere il colonnello Gheddafi di fronte al cosiddetto “Tribunale della Storia”, cosa direbbe nella sua “arringa”?
«Che ci troviamo al cospetto di un autentico rivoluzionario che è morto combattendo. Con il benessere, i servizi e le opportunità che ha garantito al popolo libico si è rivelato una guida illuminata, al punto da far “impallidire” le socialdemocrazie nordeuropee e far “vergognare” gli ipocriti capi di Stato occidentali, buoni solo a riempirsi la bocca di “democrazia e libertà” senza far nulla per assicurare dignitose condizioni di vita alla gente che amministrano. Gheddafi, invece, non prendeva in giro la gente con slogan populistici, ma anzi diceva pubblicamente che “l’Africa non necessita di democrazia, bensì di pompe d’acqua, cibo e medicine”. Certo: la democrazia e la libertà sono concetti sublimi, ma rischiano di rimanere mera utopia e di lasciare il tempo che trovano se alle persone, nessuna esclusa, non si dà innanzi tutto la possibilità di vivere dignitosamente ed in piena sicurezza. Se qualche volta Gheddafi ha fatto ricorso alla violenza, bisogna tener conto dell’accesa conflittualità tra le varie tribù libiche e della conseguente necessità di garantire l’ordine pubblico. Ma da qui a dire che era un tiranno o un despota sanguinario ce ne corre. Sicuramente era un dittatore; ma molto meglio una “buona dittatura” che delle democrazie irrimediabilmente “malate” come quelle italiana ed americana. Ed, in ogni caso, il modo in cui Gheddafi è stato fatto uscire di scena è stato a dir poco abominevole, perché nemmeno il più infimo degli animali avrebbe meritato una morte così atroce».

Ringraziamo questo “coraggioso” giovane intellettuale di Fiumefreddo di Sicilia per averci fornito un’interessante visione alternativa ed anticonformista del “Caso Gheddafi”. Per il resto non ci resta che attendere l’azione di governo delle democratiche personalità che s’insedieranno quanto prima alla guida del nuovo Stato libico: solo allora potremo verificare se sia possibile conciliare il benessere socioeconomico dei tempi del “rais” con le istanze di libertà e democrazia.

RODOLFO AMODEO

Preso da: http://www.rodolfoamodeo.it/docsDetail-notizie-3/2-personaggi/237-laltra-verita-su-muammar-gheddafi

Toh, chi si vede. La “Nuova” Libia.

Libia. Certamente non è stato un argomento – come dire? – “sviscerato” dalle ‘autorevoli’ corrispondenze da Lough Erne, l’amena località del Nord Irlanda (occupato da Sua Maestà britannica) teatro del G8.
Ma qualche riga, una mezza frase, è stata ripresa su quanto sussurrato in merito da Obama al suo nuovo palafreniere d’Italia, Enrico Letta. In sintesi è stato richiesto a Roma di prodursi in buoni uffici mediatori con il nuovo regime tricefalo Tripoli-Bengasi-Fezzan.Toh, chi si vede. La Nuova Libia
Qualcuno degli acuti commentatori si è sprofondato anche in dotte reminiscenze storiche sul “ruolo mediterraneo dell’Italia” e sui suoi “incancellabili legami storici con la quarta sponda”.
In realtà, dopo aver aperto il vaso di Pandora a suon di bombe Nato per esportare “democrazia” e assassinare Gheddafi e parte del suo popolo, gli angloamericani hanno palesemente lì, nel loro dopoguerra, trovato “qualche difficoltà”. Compresa qualche morte eccellente. E’ vero che i pozzi petroliferi sono stati comunque spartiti tra i Lords Protettori (Francia inclusa) ma la situazione, su quella sponda del Mediterraneo è oggi tutt’altro che “normalizzata”.
Di qui la “delega politica” al fedele governo coloniale Letta.

Che tenterà pure di obbedire ai comandi imperiali con qualche mossa “diplomatica”, ma che non potrà che innalzare, e molto presto, bandiera bianca.
E’ un fatto che dopo più di due anni dalla vera e propria guerra del Pentagono e della Nato contro lo Stato nordafricano della Libia, il regime da loro imposto come “Congresso Nazionale Generale” oggi stia chiedendo aiuto ai suoi padroni neo-coloniali.
Lo stesso segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, aveva di recente dichiarato che il governo filo-occidentale di Tripoli ha richiesto assistenza sulla sicurezza. E un gruppo di sedicenti “esperti” si è subito recato in Libia e riferirà al Comando Nato a fine mese “il modo e la via da seguire”. Così Rasmussen ha spiegato la sua “delega militare” chiamata a ipotizzare formule di “addestramento di forze di sicurezza libiche” sotto l’egida occidentale.
Il contesto è quello di un continuo aggravarsi della stabilità “atlantica” in Libia e, da lì, in tutto il Nord ed Ovest Africa. Un lascito della guerra scatenata da Usa, Francia e Nato nel febbraio 2011 e partecipata dall’Italia e da altre nazioni ascare occidentali. La Libia di Gheddafi, strade e città modello, ora trasformate in rovine, ha ceduto il passo ad uno Stato tribale governato da vari gruppi armati molto virtualmente legati all’ectoplasma Cng. Di fatto milizie che cercano di frantumare l’unità libica in tre “entità” territoriali diverse a Est, a Sud e a Ovest. I massacri (l’ultimo a Bengasi, l’8 giugno, tra civili e miliziani fondamentalisti dello “Scudo della Libia”) e le guerre per procura (mercenari in Siria, integralisti in Mali) sono all’ordine del giorno.
Ed è lì che il governo Letta è stato chiamato a intervenire.
In un altro Afghanistan.
Preso da:http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=21624&utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Rinascita-Tutti+%28Rinascita+-+Tutti%29

Libia 2011: Dichiarazione del Movimento Donne Coscienza della Serbia (Zenes)

14 marzo 2011.
Il Movimento Zenes, che segue con un’attenzione particolare la situazione in Libia, denuncia il flusso di disinformazione e di menzogna che si abbatte su questo paese e sui suoi dirigenti. Un’odiosa campagna di stampa scatenata dai grandi media dei paesi della NATO e dalle petromonarchie arabe deforma da tre settimane la realtà, demonizza la Guida libica Mouhammar Gheddafi e getta infamia sulle sue strutture di difesa.
Per la sua ampiezza e il suo stile, questa campagna di stampa rilanciata da alcune ONG ad hoc, ricorda quella scatenata qualche anno fa dagli stessi soggetti contro la Repubblica Federale di Jugoslavia e la Serbia.
In parallelo a questo bombardamento mediatico, in effetti, sono stati messi in piazza con una estrema rapidità a New York, Londra e Bruxelles gli stessi strumenti di “diplomazia coercitiva” volti ad isolare, indebolire, demonizzare e abbattere uno Stato indipendente e sovrano e i suoi dirigenti.

La rapidità con la quale le decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e degli Stati e organismi sotto l’influenza degli Anglosassoni sono state prese (come l’esclusione dal Consiglio dei Diritti Umani, l’indagine della Corte Penale Internazionale e il “blocco dei beni” libici) così come la presenza attestata delle forze speciali occidentali che addestrano i ribelli, indicano che i tumulti non hanno nulla di spontaneo come si è preteso di far credere. Come si è fatto ieri in Jugoslavia la “comunità internazionale” ha sostenuto i suoi spioni reazionari e islamisti in un paese che vuole occupare.
Seguendo il copione di un film già visto in Jugoslavia, gli Anglosassoni e il loro seguito ci vogliono convincere che i rivoltosi della Cirenaica sono dei “resistenti alla dittatura” di Mohuammar Gheddafi che “ha massacrato dei civili”, al punto che BBC e CNN fanno parlare dei diplomatici di ritorno eretti quali “soli rappresentanti legittimi” e mettono in scena il “flusso di rifugiati” alle frontiere.
Vero atto di guerra contro uno Stato sovrano la “zona di esclusione aerea” che la NATO vuole instaurare non è per proteggere dei “manifestanti” ma per aiutare dei ribelli armati, dopo che i portavoce del Dipartimento di Stato e del Foreign Office hanno pubblicato delle notizie fantasiose e dei bilanci menzogneri. All’inizio del film, le ONG di Soros, Human Rights Watch e International Crisis Group, si sono precipitate per avanzare la tesi che bisognasse urgentemente portare “assistenza ai civili” per impedire un “genocidio” e un “disastro umanitario”. La “responsabilità di proteggere”, variante semantica del “dovere d’ingerenza” e maschera dell’ “imperialismo umanitario”, serve una volta di più da pretesto allo scatenamento di una scellerata spedizione militare americano-occidentale con la complicità delle Nazioni Unite.
Già impiegate nei Balcani e in Mesopotamia, queste dichiarazioni e misure sono quelle che precedono le aggressioni di grande portata. All’opposto di questa propaganda formattata la verità è che i resistenti sono coloro che resistono all’aggressione dei media, degli organismi di spioni azionati da un Impero americano che si nutre di guerre.
Per questo motivo, nelle circostanze drammatiche attuali, il Movimento Zenes:

  • Accusa gli Angloamericani e la loro fanteria coloniale araba e europea di condurre una nuova guerra d’aggressione contro uno Stato indipendente e sovrano in una zona strategica del Sahara che dispone d’importanti risorse in petrolio e gas.
  • Denuncia l’atteggiamento spregevole del Governo allineato della Serbia che fino a ieri ancora si pavoneggiava in Libia e che, al fischio degli Stati Uniti, si è allineato servilmente sulle posizioni della cosiddetta comunità internazionale.
  • Manifesta la sua intera solidarietà con la Jamahirya Araba Socialista libica, al suo popolo e alla sua Guida nella situazione drammatica in cui sono stati messi e cui i colpevoli sono, una volta di più, gli Occidentali.
  • Ricorda il suo estremo attaccamento alle donne e agli uomini liberi di Libia odiosamente aggredita dall’imperialismo americano e dai suoi valletti.
  • Lancia un appello alle organizzazioni nazionali progressiste e non allineate di Serbia, dei Balcani e d’Eurasia a mobilitarsi per difendere, qualunque cosa accada, la giustizia e la libertà. Queste ultime non consistono, in effetti, nella difesa virtuale d’individui e di gruppi spinti contro la loro patria dall’ingegneria dei centri finanziari imperialisti ma nell’affermazione viva e dinamica di Stati e di nazioni indipendenti e sovrane in seno ad un mondo multipolare nel quale i popoli uniti e solidali possano trovare pienamente l’espressione della loro identità e della loro libertà.

Belgrado, 7 marzo 2011
Il Presidente del Movimento Zenes: Dr. Mila Aleckovic Nikolic
javljamse@zenes.org

Fonte: http://www.eurasia-rivista.org/libia-%E2%80%93-dichiarazione-del-movimento-donne-coscienza-della-serbia-zenes/8675/

“Primavera Araba, dopo le rivoluzioni la crisi economica”

Non solo i rischi dell’integralismo religioso

26 Aprile 2013 – 06:00

Sono passati più di due anni da quando, il 17 dicembre 2010, il venditore di strada tunisino Mohamed Bouazizi si uccise dandosi fuoco. Dal suo gesto prese il via la Rivoluzione dei Gelsomini e che si diffuse poi all’intero mondo arabo dando il via all’ondata di proteste, rivolte e rivoluzioni comunemente chiamata Primavera Araba.
Da allora, l’assetto politico ed economico del mondo arabo sta subendo profonde trasformazioni e dovrà passare qualche anno prima di capire i risultati profondi della Primavera Araba. Dal punto di vista politico, quattro regimi sono stati rovesciati (Tunisia, Egitto, Yemen, Libia), molti governi sono caduti (Bahrein, Kuwait, Libano, Oman, Giordania), sono scoppiate tre guerre civili (Libia, Bahrein, Siria), due stati hanno modificato la loro costituzione (Marocco, Giordania) e innumerevoli proteste e rivolte hanno scosso e tuttora continuano a interessare tutti i paesi dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente ad eccezione del Qatar e degli Emirati Arabi.

Dal punto di vista economico è possibile identificare le traiettorie percorse dalle economie dai paesi coinvolti e i fattori chiave su cui possono far leva per superare i tradizionali problemi che affliggono la regione. Le economie arabe vengono generalmente classificate in due categorie a seconda della presenza o meno del petrolio nel paese. I paesi che dispongono di giacimenti di idrocarburi, detti “esportatori di petrolio”, sono tipicamente più ricchi e l’andamento delle loro economie è strettamente collegato al prezzo del greggio. Quelli che non ne hanno, sono definiti paesi “importatori di petrolio”. La mappa mostra tale suddivisione della regione tra paesi importatori (oil importer) ed esportatori di petrolio (oil exporter), specifica il numero di abitanti e il livello di PIL pro-capite di ogni paese.

Fmi Primavera ArabaIn giallo chiaro i paesi importatori, in beige i paesi esportatori di petrolio

Le performance economiche dei due gruppi sono state molto diverse negli ultimi anni. I paesi esportatori di petrolio hanno tratto vantaggio dall’aumento dei prezzi del greggio e hanno continuato a crescere a tassi elevati, nonostante il contesto di instabilità politica che ha coinvolto la regione e l’ambiente economico mondiale sfavorevole. Secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), nel 2012 le economie di questi paesi sono cresciute mediamente del 6,5 per cento.

Al contrario, nei paesi importatori di petrolio la crescita stagnante esibita nel 2011 si è protratta nel 2012. I governi sono riusciti a mantenere una certa stabilità macroeconomica, ma al contempo sia i bilanci statali sia le bilance commerciali si sono deteriorate. L’instabilità politica, l’aumento del prezzo del petrolio e dei beni di prima necessità, il crollo del turismo, il deterioramento dei rapporti economici con i partner esteri, soprattutto quelli europei, il tutto unito alla debolezza dell’economia mondiale, ha determinato una crescita media del 2% nel 2012.

Nel Regional Economic Outlook del 2012, il Fondo Monetario Internazionale ha concentrato la sua attenzione su un nuovo sottogruppo di economie della regione: gli Arab Countries in Transition (ACTs). I paesi arabi in transizione sono quelli in cui gli effetti Primavera Araba sono stati più dirompenti e che stanno affrontando un periodo di transizione politica. In questo gruppo sono raggruppati Egitto, Libia, Tunisia e Yemen, i cui regimi sono stati ribaltati, e Giordania, Marocco, in cui sono state introdotte riforme costituzionali. Questi paesi sono quelli che più hanno risentito dell’ondata rivoluzionaria del 2011 e le cui economie stanno attraversando una fase di contrazione ed esibiscono debolezza macroeconomica. L’unica eccezione è rappresentata dalla Libia, come si evince dal grafico che mostra la variazione percentuale del PIL dei ACTs nel periodo 2010-2012 e le proiezioni per il 2013.

Grafico2Crescita del PIL nei ACTs (Percentuale)

Mentre le economie dei paesi importatori di petrolio esibiscono andamenti di crescita stagnanti a causa dalle trasformazioni politiche in atto, il PIL della Libia, dopo una caduta del 60% nel 2011, è cresciuto del 122% nel 2012. La forte ripresa libica è connessa al fatto che l’economia della Libia, in quanto paese esportatore di petrolio, è strettamente connessa alla produzione di idrocarburi che è salita a 1,52 milioni di barili al giorno nel 2012 dopo la caduta a 166.000 nel 2011.

Grafico2Produzione di greggio in Libia, gennaio 2000-giugno 2012 (migliaia di barili al giorno)

 

Per meglio spiegare la reazione di Egitto, Tunisia, Yemen, Giordania e Marocco alle transizioni politiche in atto, il FMI ha comparato gli andamenti delle loro economie a quelli di altri paesi che hanno affrontato trasformazioni politiche di simili intensità. In particolare sono stati identificati 11 precedenti episodi di transizioni dovuti a instabilità politica causati da fenomeni di proteste sociali e avvenuti in paesi a medio e basso reddito.

Grafico3Crescita media dei PIL di Egitto, Tunisia, Yemen, Giordania e Marocco; 5 anni prima e 5 anni dopo lo scoppio delle rivolte (Percentuale)

I risultati dello studio mostrano che, nei precedenti episodi di transizione politica, si è verificata una forte contrazione di produzione e investimenti. In particolare nell’anno di massima instabilità politica, il Pil si contrae mediamente del 4% e rimane stagnante per i due anni successivi, la disoccupazione aumenta tra 1 e 1,5% e gli investimenti crollano del 20 per cento. Un simile andamento si è manifestato anche nei Pil dei paesi arabi in transizione. Infatti nel 2011, il Pil di Egitto, Tunisia e Yemen ha subito una forte contrazione, mentre quello di Giordania e Marocco si è mantenuto più stabile sebbene stagnante. Il FMI prevede che il sentiero di crescita di lungo periodo verrà ripreso solo in 4 o 5 anni.

Grafico4Crescita del PIL in Egitto, Tunisia, Yemen, Giordania e Marocco, 2010-2013 (Percentuale)

Questi paesi mostrano anche segni d’instabilità macroeconomica. In particolare la bilancia fiscale, già in forte crisi prima dello scoppio delle proteste, è ulteriormente peggiorata e lo stesso è accaduto al deficit corrente. Un’altra evidenza emersa da questo studio è che gli episodi d’instabilità politica sono spesso ricorrenti, ossia è molto probabile che “scosse di assestamento” occorrano in seguito allo scoppio di un evento d’instabilità ma questa probabilità diminuisce se l’evento è seguito da riforme economiche e un buon sistema di governance.

Se da un lato le riforme potranno aiutare i paesi ad evitare nuove crisi, dall’altro la crisi che questi paesi stanno affrontando offre una grande occasione per attuare riforme strutturali per correggere quei problemi che da anni affliggono la regione. Due saranno gli obiettivi da perseguire: creare una crescita più inclusiva, necessaria a combattere il problema della disuguaglianza economica e ridurre la disoccupazione strutturale che da anni affligge la regione.

Nonostante i paesi arabi presentino caratteristiche molto diverse, per storie e assetti economici, è possibile identificare alcuni problemi strutturali comuni a tutta la regione. L’alto tasso di disoccupazione e la bassa partecipazione alla forza-lavoro indicano un basso dinamismo di queste economie. La crescita pro-capite è inferiore a tutti gli altri paesi in via di sviluppo. La reattività dell’occupazione alla crescita economica è tra le più basse del mondo. La pressione demografica sta diventando un problema sempre più stringente: secondo le stime del FMI, entro il 2015 dovranno essere creati 81,2 milioni di posti di lavoro per assorbire l’attuale disoccupazione e i nuovi entranti nella forza lavoro; ma date le attuali stime di crescita, si prevede meno della metà di quei posti saranno creati lasciando 42,3 milioni di persone senza lavoro. La percentuale degli occupati nel settore pubblico sul totale degli occupati rimane fra le più alte del mondo.

Le imprese operano in un sistema molto burocratizzato e per aprire un’impresa bisogna affrontare procedure lunghissime ed estremamente costose. La corruzione rimane uno dei problemi più drammaticamente diffusi della regione: secondo il World Bank Enterprise Surveys, più di metà delle imprese operanti nella regione hanno avuto esperienze di tangenti, un valore molto più alto che in ogni altra regione del mondo. L’accesso al credito è uno dei principali ostacoli allo sviluppo economico: nella regione, solo il 10% delle imprese usa le banche per finanziare i propri investimenti. In particolare le piccole e medie imprese sono quelle che più di tutte sono escluse dall’acceso al credito bancario e si devono affidare alle risorse interne all’azienda per i loro piani d’investimenti.

Per correggere questi problemi e stimolare una crescita inclusiva e trainata dal settore privato, le riforme economiche si dovranno focalizzare su tre macro-aree: la riforma del mercato del lavoro e del sistema educativo; riformare le legislazioni d’impresa vigenti in questi paesi rendendole più semplici e trasparenti; migliorare l’accesso al credito per catalizzare l’imprenditorialità locale e stimolare gli investimenti privati.

Preso da: http://www.linkiesta.it/it/article/2013/04/26/primavera-araba-dopo-le-rivoluzioni-la-crisi-economica/14437/#ixzz2VWxoS5A6