Mentre tutti se ne contendono il petrolio, la Libia rischia di rimanere senz’acqua

3/7/2019,
Di Vanessa Tomassini.

Infrastrutture danneggiate, centrali elettriche prese di mira dai razzi indiscrimati hanno lasciato vaste aree intorno alla capitale Tripoli, senza elettricità e mezzi di comunicazione per giorni. “Il drastico impatto della battaglia per Tripoli è persino visibile dallo spazio, con immagini satellitari che mostrano grandi fasce della città ora ammantate nell’oscurità. Nel frattempo, le riprese e le prove fotografiche che abbiamo raccolto e verificato dal terreno mostrano che le aree, le case e le infrastrutture civili stanno subendo il peso maggiore del danno”.
Ha denunciato Magdalena Mughrabi, Vice Direttore Medio Oriente e Nord Africa presso Amnesty International. Ma a spaventare maggiormente è la possibilità che i libici possano rimanere senz’acqua, mentre gli attori internazionali se ne contendono il petrolio, beffandosi dell’embargo delle armi imposto dalle Nazioni Unite. L’allarme è stato lanciato martedì dall’amministrazione del grande fiume artificiale, che ha avvertito di una grande falla nel tratto di canale di Jafara lungo il canale che conduce l’acqua a Tripoli. Per riparare la falla, secondo l’amministrazione, saranno necessari un paio di giorni per via anche dei numerosi allacci illegali lungo il percorso del Great Man Made River. “Circa 4 milioni di persone sono deprivate dell’accesso all’acqua”, è il terribile dato citato da Mostafa Omar, portavoce dell’Unicef in Libia. Il portavoce ha anche confermato che nella Libia occidentale trovare acqua pulita sta diventando sempre più difficile, dopo il danneggiamento di centrali elettriche e dei sistemi di controllo dell’acqua.

Preso da: https://specialelibia.it/2019/07/03/mentre-tutti-se-ne-contendono-il-petrolio-la-libia-rischia-di-rimanere-senzacqua/

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Quella nuova base degli Usa per sfidare la Russia nell’Artico

L’Artico ha rappresentato, durante la Guerra fredda, una lunghissima regione di confine tra due blocchi contrapposti, così come lo è stata l’Europa attraversata dalla Cortina di Ferro; a differenza di quest’ultima, però, la regione artica, col suo clima estremo, è sempre stata più una zona di passaggio: passaggio per i sottomarini atomici che potevano navigare agevolmente sotto la calotta polare, e passaggio per i bombardieri strategici e per i missili balistici intercontinentali.
Per questo durante tutto l’arco della contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, tra Nato e Patto di Varsavia, la regione artica, o meglio la sua periferia composta dalle terre emerse che vi rientrano, ha visto la nascita di basi per la sorveglianza radar – la famosa catena Dew Line americana ad esempio – e di altre installazioni militari come porti e aeroporti.
Questo confine, questo limes non meglio definito tra i più sorvegliati al mondo, fu gradatamente abbandonato a partire dal 1990 con il collasso del sistema sovietico: non essendoci più “un nemico” la sorveglianza fu ridotta al minimo, e da parte russa possiamo dire che fu praticamente abbandonata.

La riscoperta dell’Artico: tra rotte commerciali e sfruttamento minerario

Il riscaldamento globale che sta caratterizzando il clima terrestre ha portato ad una graduale riduzione della copertura dei ghiacci nell’Artico: il mare è il termometro principale che misura “la febbre” della Terra, ed il raffronto dei dati degli ultimi 40 anni ci dice che l’estensione stagionale del pack è arrivata ad un punto tale da permettere la navigazione marittima anche durante i mesi invernali attreverso quello che viene comunemente chiamato “Passaggio a Nord Est”, una rotta, ricercata sin dall’1700, che mette in comunicazione l’Atlantico col Pacifico passando per il Mar Glaciale Artico antistante la Siberia.
Non è questa la sede per discutere quanto di questo riscaldamento sia imputabile all’attività antropica: una parte della comunità scientifica, anche italiana, è fortemente dubbiosa in merito come riportato da Roberto Vivaldelli in un recente articolo. Quello che è certo, il dato di fatto, è che il pianeta si è riscaldato e che porzioni di mare (o di terra) un tempo inaccessibili perché perennemente ricoperte dai ghiacci ora non lo sono più, aprendo la strada al loro possibile sfruttamento economico, minerario, militare.
La Russia da questo punto di vista parte sicuramente in vantaggio: il suo confine nord, lungo più di 11mila chilometri, si affaccia proprio sulla regione artica, anzi ne fa parte quasi interamente, pertanto la maggiore accessibilità ai mari e a quei territori un tempo perennemente ghiacciato ha liberato non solo una nuova arteria per il commercio marittimo, il “Passaggio a Nord Est” già citato e noto come “Rotta Nord” in Russia, ma anche un immenso serbatoio di risorse minerarie da sfruttare.
Non è infatti un caso che, da più di un decennio, siano cominciate le diatribe sulla sovranità della piattaforma continentale artica che vedono coinvolti, oltre alla Russia, Stati Uniti, Canada, Norvegia, Danimarca, Islanda. Nella piattaforma continentale artica, ovvero la porzione di crosta terrestre sommersa e che poi si inabissa precipitando verso i più alti fondali oceanici delle piane abissali, sono custodite immense risorse minerarie: non solo idrocarburi, ma anche noduli di manganese e altri metalli preziosi.
Mosca pertanto da qualche anno ha iniziato a “riaprire” le sue vecchie basi artiche e a costruirne di nuove tornando a rimilitarizzare l’area per avere un controllo strategico sia sulle risorse minerarie – e sulle rivendicazioni territoriali – sia sulle rotte est-ovest che passano dall’ormai (quasi sempre) navigabile Mar Glaciale Artico.

Mosca blinda l’Artico

90 miliardi di barili di petrolio, 44 miliardi di barili di condensati e la cifra astronomica di 47mila miliardi di metri cubi di gas naturale. Queste sono le stime fornite dall’Usgs, il servizio geologico degli Stati Uniti, nel lontano 2008, delle riserve di idrocarburi in tutta la regione; una regione enorme, il cui offshore,, calcolato sino alla profondità massima dei 200 metri, misura 1.191.000 km quadrati, quasi 4 volte la superficie totale dell’Italia per intenderci.
La Russia pertanto, in forza della sua nuova dottrina militare strategica, sta letteralmente blindando l’Artico per poter proteggere queste enormi riserve minerarie.
La “Nuova Dottrina Navale della Federazione Russa”, risalente al 2010 ma aggiornata nel 2015, ha previsto infatti la creazione di un comando interforze per l’Artico: al momento questo comando dispone di due brigate motorizzate (la 200esima e la 80esima dislocate a Pechenga e Alakurtii) che sono adibite al supporto delle attività di ricerca che i russi stanno effettuando nell’area. A queste due brigate di fanteria, i cui elementi però provengono dagli Specnaz, si aggiungono varie unità aeree e sistemi di difesa antiaerei basati a terra che, unitamente alle unità navali della Flotta del Nord, attivano una bolla A2/AD quasi pari a quelle viste in Siria, Crimea o Kaliningrad. Oltre a questo, ovviamente, c’è stata una implementazione dei sistemi di sorveglianza, monitoraggio, tracciamento dei bersagli a medio, lungo e lunghissimo raggio. Tutte queste unità sono poste sotto il nuovo comando interforze creato a Severomorsk che ha assorbito interamente le funzioni di comando della Flotta del Nord e della Prima Divisione Difesa Aerea.
Da questo comando dipende quindi il totale controllo delle attività militari e di ricerca nella zona dell’Artico. In dettaglio dispone di: 120 velivoli tra ala fissa e rotante suddivisi in 6 reggimenti e uno squadrone (dotati di Su-33, Su-25, Mig-29K, Mig-31, Su-24, Tu-22M più vari elicotteri e aerei da trasporto), 4 reggimenti missilistici antiaerei (tutti dotati dei moderni sistemi S-400 Triumf), 4 reggimenti EW/SIGINT, la totalità del naviglio in forza alla Flotta del Nord, la più importante della Russia (41 sommergibili e due divisioni di navi di superficie con comando a Poljarniy).
Ovviamente questo nuovo dispiegamento di forze ha creato investimenti in infrastrutture. La Russia. infatti. negli ultimi quattro anni ha svolto enormi interventi per la creazione di nuove strutture e per il ripristino di quelle vecchie. Oltre alla riattivazione di 13 piste che sono diventate operative nel 2018, sono state costruite nuove infrastrutture per permettere la presenza costante, a rotazione, delle truppe della Task Force Artica divisa tra il Mar di Barents, quello di Kara e di Laptev, oltre a tutta una serie di installazioni minori che corrono da Murmansk sino alle Curili.
I centri nevralgici però sono siti nelle isole della Novaya ZemljaKotelny e Zemlja Aleksandry dove è stato costruito il nuovo complesso chiamato “Trifoglio Artico” in grado di accogliere 150 uomini in modo permanente e con una nuovissima pista di atterraggio già divenuta operativa che vedrà anche arrivare il sistema S-300 a integrazione del già presente sistema a corto raggio Pantsir-S1. Sull’isola di Kotelny invece è sito il complesso “Severny Klever” in grado di ospitare 250 uomini e sede dalla Task Force Artica, anche questo dotato di pista di atterraggio e sistemi di difesa antiaerea come quelli presenti a Zemlja Aleksandry. Le due brigate artiche ( forti di 9mila uomini) hanno in dotazione, oltre a vari mezzi cingolati tipo MT-LB/B, un totale di 71 carri tra T-72B3 e T-80 oltre a vari veicoli su ruota tipo BTR-80 e, ovviamente, agli eccellenti sistemi antiaerei tipo ZSU-23.

La risposta Usa: polar pivot?

Washington, sebbene molto di recente – e capiremo perché più avanti – sembra essersi decisa a rispondere a questo spiegamento di forze dettato dalla volontà di Mosca di sfruttare la regione Artica a proprio vantaggio facendone una sorta di “giardino di casa”.
Il 2020 National Defense Authorization Act che è emerso dalla recente commissione senatoriale sui servizi armati, ha dato indicazioni al Segretario della Difesa di costituire una “task force” col il Capo di Stato Maggiore, il Genio dell’Esercito e la Guardia Costiera che individui dei potenziali siti per la costruzione di almeno un porto militare nella zona dell’Artico di competenza americana.
Il Congresso Usa, infatti, come riporta Defense News, sembra molto preoccupato per lo scioglimento dei ghiacci del Polo Nord e la conseguente fervente attività militare e commerciale che abbiamo già evidenziato. In particolare si lamenta la carenza non solo di infrastrutture atte a sostenere logisticamente il naviglio militare Usa, ma anche la stessa carenza di mezzi speciali come le navi rompighiaccio: gli Stati Uniti ne dispongono solo due, di cui una usata praticamente per fornire pezzi di ricambio, a fronte della dozzina – di cui alcuni a propulsione atomica – posseduti dalla Russia.
L’opinione degli esperti americani, ancora una volta, è divisa non solo sulla possibile localizzazione del nuovo porto militare – alcuni lo vorrebbero a Nome, altri più a nord nella baia di Prudhoe, ma anche sulla reale necessità di contrastare la presenza russa nell’Artico con nuove infrastrutture.
Per alcuni impegnare le risorse per costruire una base ex novo nel Grande Nord sarebbe uno spreco di soldi: la base sarebbe poco sfruttabile a causa delle condizioni meteo avverse e per lo scioglimento del permafrost durante la stagione estiva, che trasforma il terreno in un pantano, pertanto consigliano, semmai, l’adeguamento delle infrastrutture di Nome, un piccolo insediamento nel Mare di Bering non lontano dalle coste della Russia.
Secondariamente la stessa geografia, diversa tra Russia e Usa, della regione Artica impone una riflessione più accurata: al contrario della Russia, che come abbiamo visto ha più di 11 mila chilometri di costa continua sul Mar Glaciale Artico, gli Stati Uniti ne condividono solo una piccola frazione, in quanto la maggior parte appartiene al Canada, pertanto militarizzare l’Artico così come stanno facendo i russi sarebbe solo uno spreco di soldi e di risorse: la vulnerabilità di quella frontiera, per gli Stati Uniti, sarebbe un “non problema” al contrario di quanto pensano a Mosca.
Altri invece ritengono che una politica di militarizzazione spinta dell’Artico americano costringa la Russia in uno scenario “da Guerra Fredda” ovvero incastrandola in un meccanismo di simmetria della minaccia: investire risorse in un fronte, se pur secondario, come l’Artico, costringerebbe Mosca a impegnarne di più per mantenere il predominio, distogliendo così soldi, uomini e mezzi da altri fronti importanti, come quello europeo o mediorientale. Una sorta di strategia delle “Guerre Stellari” degli anni ’80 rivisitata e corretta per adattarsi al quadro tattico attuale; strategia che, allora, fu una concausa del collasso del sistema sovietico.
Una base di certo non significa una corsa all’Artico, almeno non allo stesso livello di quella russa, ma il solo fatto che il Congresso si stia finalmente chiedendo come fare per arginare la presenza di Mosca in quel fondamentale scacchiere globale lascia presagire che il Pentagono potrebbe richiedere all’esecutivo maggiori fondi da destinare al pattugliamento e al rinforzo della, se pur piccola in confronto a quella russa, frontiera nord statunitense.

Preso da: https://it.insideover.com/guerra/quella-nuova-base-degli-usa-per-sfidare-la-russia-nellartico.html

LA PERFETTA TEMPISTICA DELL’ATTACCO ALLE PETROLIERE NEL GOLFO PERSICO. Neanche con il cronometro si poteva fare meglio

14 giugno 2019.
Due petroliere in fiamme nel Golfo Persico, appena fuori lo stretto di Hormuz, sembrano un perfetto incidente “Golfo del Tonchino” che ricorda altri momenti. Due navi cisterna, entrambe destinate al Giappone, sono in fiamme, a seguito di attacchi avvenuti con, si presume, siluri-drone autoguidati.

L’attacco cade ad un mese da un altro episodio che ha colpito, con minore potenza, 4 petroliere al largo degli  Emirati Arabi. In questo caso l’attacco è avvenuto invece appena fuori dalle acque territoriali iraniane, tanto che sono state queste, con navi USA, ad intervenire in soccorso degli equipaggi.
Il Segretario di Stato USA e l’Arabia Saudita hanno incolpato dell’attacco l’Iran, che proprio in questi giorni sta ospitando il primo ministro giapponese Shinzo Abe che sta cercando di trovare una base di mediazione fra Iran e Stati Uniti. Curiosamente le navi colpite avevano carichi destinati a Tokio, cosa che potrebbe essere voluta o causale, dato il grande traffico di navi dirette nel Sol Levante dal Golfo Persico. Inoltre questo incidente è accaduto all’indomani di un attacco Houti ad un aeroporto saudita, con una sorta di “Missile Cruise”, che ha ferito 23 persone.

Abbiamo già due coincidenze, ma poi ce ne sono altre. Il prezzo del petrolio, sia WTI sia Brent, era ai minimi, dopo notizie di calo nei consumi e  di aumento delle scorte, ed in questo momento, precisamente, avviene un evento in grado di farlo rimbalzare verso l’alto ed eventualmente di far proseguire la crescita, se l’evoluzione futura fosse verso un cammino bellico.

Se esistesse la Spectre, quella dei film di James Bond, sarebbe l”organizzazione perfetta per questo piano diabolico: si specula su un rialzo del petrolio in un momento in cui nessuno ci crede e, magicamente, avviene un evento che ne provoca il rialzo, e che può agire anche in futuro.
Ora se un conflitto limitato può essere nell’interesse di entrambe i contraenti, dell’Iran per mostrare di poter veramente controllare lo strategico Stretto di Hormuz, dei Sauditi per dimostrare di poter strozzare l’Iran se fosse necessario e se proseguissero gli attacchi degli Houthi  alle proprie infrastrutture. Un conflitto su larga scala non è nell’interesse di nessuno, ma ci sono due incertezze:

  • non si ha nessuna idea di chi veramente abbia compiuto l’attacco;
  • non si sa che strada possano prendere gli eventi.

Per essere chiari, possiamo avere una vera riedizione del Golfo del Tonchino, oppure un’accelerazione delle trattative, dopo aver raggiunto l’orlo del baratro. Nei prossimi giorni vedremo quale strada verrà presa dalle varie parti.
Ora la Kokukai Corageous sta andando alla deriva verso le acque iraniare e potrebbe essere una nuova ragione del contendere, dato che gli USA vogliono controllare direttamente le prove.

PS: gli usa asseriscono di avere un video che mostra una motovedetta iraniana rimuovere una mila dallo scalo di una petroliera. In realtà il video è molto confuso.

Preso da: https://scenarieconomici.it/la-perfetta-tempistica-dellattacco-alle-petroliere-nel-golfo-persico-neanche-con-il-cronometro-si-poteva-fare-meglio/

La NATO in Jugoslavia. Perché?

di Sean Gervasi
Praga, 13-14 gennaio 1996

Introduzione

L’organizzazione del Trattato del Nord Atlantico ha mandato recentemente in Jugoslavia una ingente forza militare per imporre l’accordo raggiunto a Dayton, Ohio, alla fine del 1995 sulla guerra in Bosnia. Le forze impiegate sono valutate nell’ordine dei 6 0.000 uomini, equipaggiati con carri armati, blindati e artiglieria. Le truppe di terra sono sostenute da un formidabile schieramento aereo e navale. In effetti, se si considera il totale delle forze di appoggio impegnate, comprese quelle dislocate nei paesi vicini, si vede che vengono impegnati almeno 200.000 uomini. Sono cifre confermate da fonti della difesa USA (1).

Da qualsiasi punto di vista lo si voglia considerare, l’invio di ingenti forze militari occidentali nell’Europa centro-orientale e’ un fatto che desta sorpresa, anche nella situazione fluida creata dalla pretesa fine della guerra fredda. Il corpo di spedi zione nei Balcani costituisce la prima vasta operazione militare della NATO, ed e’ un’operazione “fuori area”, cioe’ fuori dall’ambito geografico originariamente stabilito per l’azione militare della NATO.

L’invio di forze NATO nei Balcani e’ pero’ il risultato delle enormi pressioni per un’estensione generale della NATO verso est. E se l’impresa jugoslava e’ il primo passo concreto nell’espansione della NATO, altri passi si prevede seguiranno in un futuro assai ravvicinato. Alcuni paesi occidentali premono infatti perche’ i paesi di Visegrad diventino membri a pieno titolo della NATO entro la fine del secolo. Altri paesi occidentali per un po’ hanno resistito alle pressioni in favore dell’estensione, ma i recalcitranti sono stati costretti ad accettare la pretesa necessita’ di allargamento della NATO.

 

Qual’e’ la ragione che spinge le potenze occidentali a premere per l’espansione della NATO? Perche’ rinnovare e allargare la NATO se la “minaccia sovietica” e’ scomparsa? E’ chiaro che c’e’ in gioco assai piu’ di quel che appare dalle dichiarazioni uffici ali. L’imposizione di una pace precaria in Bosnia non e’ che il pretesto per mandare le forze NATO nei Balcani.

Le ragioni che portano a dislocare forze NATO nei Balcani e soprattutto ad estendere la NATO in tempi relativamente rapidi alla Polonia, alla Repubblica Ceca e all’Ungheria sono assai piu’ profonde. Si tratta di ragioni legate a una scelta strategica che si sta delinenado per controllare le risorse della regione intorno al Mar Caspio e per “stabilizzare” i paesi dell’Europa Orientale e in ultima analisi per “stabilizzare” la Russia e i paesi della Comunita’ degli Stati Indipendenti. Si tratta, per dirla con qualche eufemismo, di una politica estremamente ambiziosa e potenzialmente contraddittoria. E’ importante che ci si interroghi a fondo sulle ragioni che vengono addotte per giustificarla.

Perche’ l’idea di “stabilizzare” i paesi che facevano parte del blocco socialista in Europa non significa semplicemente assicurare la stabilita’ politica di quei paesi, facendo rimanere in sella i regimi che hanno liquidato il socialismo, ma significa far e in modo che rimangano immutate le condizioni politiche e sociali. E poiche’ la cosiddetta transizione alla democrazia nei paesi colpiti ha prodotto un’incipiente deindustrializzazione e un crollo del tenore di vita della maggioranza della popolazione, e ‘ lecito chiedersi se un obiettivo di questo genere sia auspicabile che venga raggiunto.

La questione e’ tanto piu’ pertinente dato che nell’accezione occidentale della parola, “stabilizzazione” significa riprodurre nei paesi dell’ex blocco socialista condizioni economiche e sociali simili a quelle attualmente prevalenti in occidente. Le economie dei paesi industriali dell’occidente in effetti sono in uno stato di semicollasso e, anche se i rispettivi governi non accetterebbero mai di riconoscerlo, qualsiasi analisi ragionevolmente obiettiva della situazione economica dell’occidente porta a q uesta conclusione, suffragata dalle statistiche ufficiali e dalla maggior parte degli studi prodotti dagli economisti piu’ quotati.

E’ chiaro inoltre che il tentativo di “stabilizzare” i paesi dell’ex blocco socialista crea grosse tensioni con la Russia e potenzialmente con altri paesi. Non pochi commentatori si sono spinti fino ad affermare che le iniziative occidentali per l’allarga mento della NATO accrescerebbero i rischi di un conflitto nucleare (2).

Basta accennare a questi problemi per vedere che l’allargamento della NATO, iniziato di fatto in Jugoslavia e proposto per altri paesi, si basa in larga misura su ragionamenti confusi e persino irrazionali. Si sarebbe tentati di dire che esso e’ il frutto delle paure e dell’ostinazione di certi gruppi dirigenti. Per dirlo con schiettezza, non si vede proprio per quale ragione il mondo dovrebbe augurarsi l’estensione forzata ad altri paesi del caos economico e sociale che domina l’occidente, tanto piu’ che si tratta di un processo che accresce i rischi di guerra nucleare.

Questa relazione si propone di descrivere i retroscena degli attuali tentativi di allargamento della NATO e di sollevare alcuni interrogativi di fondo circa la logica e la sensatezza di questa operazione.  

La NATO in Jugoslavia

La NATO fu fondata nel 1949. Lo scopo dichiarato era proteggere l’Europa Occidentale da una possibile aggressione militare da parte dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati. Con la dissoluzione nel 1990 e ’91 dei regimi comunisti nell’ex blocco socialista , la possibilita’ di una tale aggressione, se mai era esistita, veniva a cadere completamente. I cambiamenti nei paesi ex comunisti rendevano inutile la NATO. La sua ragion d’essere era venuta meno. Ciononostante, determinati gruppi nei paesi della NATO i ncominciarono quasi subito a premere per il “rinnovamento” dell’organizzazione e anche per il suo allargamento all’Europa centrale e orientale. Questi gruppi iniziatrono ad elaborare nuove idee, che consentissero di continuare ad operare come se niente fosse.

La piu’ importante fu l’idea che, nonostante tutti cambiamenti determinati dalla fine della guerra fredda, i paesi occidentali dovevano affrontare nuovi “problemi di sicurezza” fuori dall’ambito geografico tradizionale della NATO, tali da giustificare il permanere dell’organizzazione. La NATO, sostenevano gli interpreti di questo punto di vista, doveva trovare nuovi compiti che ne giustificassero l’esistenza.

La premessa implicita era che la NATO doveva rimanere in piedi per assicurare la leadership americana negli affari europei e mondiali. Questa fu certo una delle ragioni che portarono al massiccio intervento occidentale nel Kuwait e in Iraq nel ’90 e ’91, in cui la partecipazione degli alleati NATO degli USA fu relativamente modesta. La coalizione che doveva prender parte alla guerra contro l’Iraq era stata messa insieme con grande difficolta’, ma il governo degli Stati Uniti la considerava necessaria per la credibilita’ degli USA all’interno dell’Alleanza occidentale e sulla scena mondiale.

«NATO: fuori area o fuori servizio». Questo slogan avanzato dai primi sostenitori dell’allargamento della NATO, centrava in modo esplicito la questione, anche se lasciava in ombra le motivazioni (3).

Anche la Jugoslavia e’ stata un banco di prova e naturalmente assai piu’ importante. La crisi jugoslava era esplosa in Europa e i paesi dell’Europa occidentale dovevano affrontarla in un modo o nell’altro. La Germania e gli Stati Uniti pero’, che sembrava no auspicare la fine delle guerre civili in Jugoslavia, nei fatti fecero quanto era in loro potere per prolungarle, soprattutto per la guerra in Bosnia. Le loro iniziative ebbero l’effetto di perpetuare e approfondire vieppiu’ la crisi jugoslava

E’ importante osservare che la NATO ha cercato di inserirsi nella crisi jugoslava fin dall’inizio. L’intervento divenne del tutto manifesto nel 1993, quando la NATO incomincio’ ad appoggiare le operazioni dell’UNPROFOR in Jugoslavia, soprattutto con il blocco contro la Repubblica Federale di Jugoslavia e l’imposizione di una zona di interdizione dei voli nello spazio aereo bosniaco.

L’intervento tuttavia ha inizi assai meno appariscenti e bisogna ricordare che la NATO in quanto tale fu implicata nella guerra in Bosnia gia’ nei suoi primissimi stadi. Nel 1992, la NATO aveva inviato in Bosnia-Erzegovina un gruppo di circa 100 ef fettivi col compito di organizzare un centro militare a Kiseljak, non lontano da Sarajevo. La missione ufficiale era appoggiare le forze ONU in Bosnia.

Si capiva benissimo pero’ che la missione aveva un altro scopo. Ecco come un diplomatico della NATO descriveva all’epoca quell’operazione a «Intelligence Digest»:

«Si tratta di un primo passo assai cauto e stiamo cercando di non fare troppo rumore, ma potrebbe essere l’inizio di qualcosa di assai piu’ grosso… Si potrebbe dire che adesso la NATO ha messo un piede nella porta. Non sappiamo se potremo apri rla quella porta, ma abbiamo incominciato» (4).

E’ evidente che i comandi NATO stavano gia’ anticipando la possibilita’ che le resistenze alle pressioni USA e tedesche fossero superate e che l’impegno della NATO in Jugoslavia venisse gradualmente accresciuto.

La NATO dunque ha incominciato a lavorare per una vasta operazione “fuori area” praticamente fin dall’inizio della guerra in Bosnia-Erzegovina. La dislocazione recente di decine di migliaia di soldati in Bosnia, Austria, Ungheria, Croazia e Serbia non e’ che il culmine di un processo iniziato quasi quattro ani fa. Altro che proposte e conferenze. Il vero problema era concepire un’operazione che, con l’appoggio di alcuni paesi chiave, portasse alla fine all’impegno attivo della NATO “fuori area”, rinnovando in questo modo l’organizzazione.

L’espansione della NATO verso Est

La NATO non ha prodotto studi ufficiali sull’allargamento dell’alleanza fino a una fase assai recente, quando e’ stata pubblicata la relazione del Gruppo di Lavoro sull’Allargamento della NATO. Sicuramenti ci sono stati studi di carattere riservato, ma al l’esterno nulla e’ dato sapere circa il loro contenuto.

Pur in assenza di chiare analisi pero’ la macchina per spingere in avanti la situazione lavorava a tutto vapore fin dalla fine del 1991. Alla fine di quell’ano la NATO creo’ il Consiglio di Cooperazione Nord Atlantico (NACC). I paesi membri della NATO inv itarono 9 paesi dell’Europa centrale e orientale a entrare nel NACC per dare impulso alla cooperazione tra le potenze della NATO e gli ex membri del Patto di Varsavia.

Si trattava di un primo passo per offrire qualcosa ai paesi dell’Europa orientale che volevano entrare nella NATO. Il NACC pero’ non rispondeva alle aspettative di quei paesi, percio’ all’inizio del ’94 gli USA lanciarono l’idea della Partnership for Peac e. La PFP dava agli stati che volevano far parte della NATO la possibilita’ di partecipare a varie attivita’ della NATO, comprese esercitazioni militari e operazioni di “peacekeeping”. Piu’ di 20 paesi, compresa la Russia, fanno attualmente parte della PFP.

Molti di questi paesi vogliono arrivare allo status di membri effettivi della NATO, ma non naturalmente la Russia, che ritiene che la NATO non dovrebbe espandersi verso est. Secondo il Center for Defense Information di Washington, che e’ un autorevole cen tro di ricerca indipendente sui problemi militari, la Russia parteciperebbe alla Partnership «per non essere tagliata fuori del tutto dal sistema della sicurezza europea» (5).

Il movimento per l’allargamento della NATO ha acquistato percio’ un peso sempre crescente. La creazione del Consiglio di Cooperazione Nord Atlantico era gia’ espressione di simpatia e apertura verso i paesi che aspiravano a divenire membri della NATO, ma non porto’ molto lontano. La creazione della Partnership for Peace era un fatto piu’ concreto, perche’ coinvolgeva nella NATO paesi che avevano appartenuto al Patto di Varsavia e iniziava una politica di “doppio binario” verso la Russia, a cui veniva offerto un rapporto con la NATO praticamente inconsistente, che aveva pero’ lo scopo di calmare le sue apprensioni per l’espansione della NATO.

Eppure, nonostante questo incessante sviluppo, la logica addotta a sostegno dell’espansione poggiava quasi sempre su presupposti piuttosto vaghi. Tutto cio’ porta a chiedersi quali siano le motivazioni effettive che hanno spinto negli ultimi quattro anni per l’espansione della NATO. La questione va posta relativamente a due aree: quella balcanica e quella dei paesi dell’Europa centrale. I Balcani infatti sono il teatro di una lotta importante, in particolare per la supremazia nei Balcani meridionali, in cui ora e’ coinvolta anche la NATO. Chiaramente poi alcuni paesi occidentali stanno ritornando alle politiche della Guerra Fredda ed e’ proprio questo che porta la NATO nell’Europa centrale.

La lotta per il controllo dei Balcani

E’ dal 1990 che assistiamo all’agonia e alla lunga crisi della Jugoslavia che ha causato decine di migliaia di morti, ha costretto qualcosa come due milioni di persone a lasciare la propria casa e ha sconvolto la regione balcanica. Nei paesi occidentali l ‘opinione comune e’ che questa crisi, comprese le guerre civili in Croazia e Bosnia-Erzegovina, sia il risultato di conflitti interni jugoslavi, in particolare tra Croati, Serbi e musulmani Bosniaci. Ma questa spiegazione e’ ben lungi dal cogliere l’essen za del problema.

Sin dall’inizio il problema principale in Jugoslavia e’ stato l’intervento straniero nelle affari interni del paese. Due potenze occidentali, gli Stati Uniti e la Germania, hanno deliberatamente indirizzato i loro sforzi a destabilizzare e smantellare il paese. Il processo, gia’ in pieno svolgimento negli anni ’80, (6) e’ stato ulteriormente accelerato all’inizio dell’attuale decennio. Le due potenze hanno accuratamente pianificato, preparato e assistito le secessioni che hanno mandato in pezzi la Jugosl avia e hanno fatto il possibile per allargare e prolungare le guerre civili iniziate in Croazia e continuate poi in Bosnia Erzegovina. Dietro le quinte il loro coinvolgimento non e’ mai venuto meno in nessuna delle fasi della crisi.

L’intervento straniero doveva servire a creare quegli stessi conflitti che le potenze occidentali tanto deprecavano perche’ quei conflitti, una volta innescate le guerre civili, fornivano i migliori pretesti per intervenire apertamente.

Le affermazioni di questo tipo, naturalmente, sono accolte con sdegno nei paesi occidentali. Ma cio’ avviene solo perche’ l’opinione pubblica occidentale e’ stata sistematicamente disinformata dalla propoganda di guerra e ha accettato praticamente fin dal primo momento la versione dei fatti fornita dai governi e diffusa dai mass media. Rimane il fatto inoppugnabile che la Germania e gli USA sono stati i principali responsabili dello smantellamento della Jugoslavia e della diffusione del caos nel paese.

Si tratta di un fatto terribile che segna la nuova fase di real-politik e di lotte per l’egemonia seguita all’ordine della Guerra Fredda. Recentemente alcune fonti dei servizi segreti hanno incominciato ad accennare a questi fatti in maniera sorprenden temente chiara. Nell’estate del ’95, per esempio, un’autorevole rivista pubblicata in Inghilterra, l’ «Intelligence Digest» riferiva che: «Il disegno originale tedesco-americano per la ex Jugoslavia [prevedeva] una Bosnia-Erzegovina indipendente dominata dai musulmani e dai croati, alleata a una Croazia indipendente accanto a una Serbia fortemente indebolita» (6).

Non c’e’ alto funzionario della maggior parte dei governi occidentali che non sappia che questa descrizione e’ assolutamente esatta. Naturalmente questo vuol dire che i discorsi correnti sulla «aggressione serba» come causa scatenante di tutti i problemi o sulla «nuova democrazia» croata non sono solo falsi, ma sono fatti apposta per trarre in inganno.

Ma perche’? Che ragione avevano i mass media di cercare di ingannare l’opinione pubblica occidentale? Certo, l’intervento flagrante e su larga scala negli affari jugoslavi doveva essere nascosto agli occhi del pubblico. Ma questa non era la sola ragione. Il fatto e’ che la gente si sarebbe chiesta come mai la Germania e gli stati Uniti stessero deliberatamente cercando di creare il caos nei Balcani e inevitabilmente avrebbe voluto conoscere le ragioni di quelle iniziative. Ma queste dovevano essere tenute nascoste con piu’ cura delle attivita’ disgregatrici delle grandi potenze.

In sostanza, il problema vero stava nei piani estremamente ambiziosi degli stati Uniti per tutto il continente europeo. Gli Stati Uniti si considerano, come vien detto ormai senza nessuna reticenza, «una potenza europea». Negli anni ’80 un’affe rmazione di questo genere non avrebbe potuto esser fatta con altrettanta facilita’, perche’ avrebbe sollevato troppi dissensi tra gli alleati occidentali, ma la spinta a stabilire il dominio americano in Europa era comunque un dato di fatto e gli Stati Un iti stavano gia’ preparando quello che oggi e’ di dominio comune.

Di recente Richard Holbrook, vicesegretario di stato per gli affari europei, scrivendo sull’influente rivista «Foreign Affairs», ha reso esplicita la posizione ufficiale. Nell’articolo Holbrook non si limita a parlare degli Stati Uniti come “pot enza europea”, ma delinea i piani ambiziosi del suo governo per l’insieme del continente europeo. Riferendosi al sistema di sicurezza collettiva, comprendente la NATO, creato dagli Stati Uniti e dai loro alleati dopo la seconda guerra mondiale, Egli scriv e: «Questa volta gli Stati Uniti devono esercitare la loro leadership per creare un’architettura di sicurezza che comprenda e percio’ stabilizza tutta l’Europa – quella occidentale, gli ex satelliti sovietici dell’Europa centrale e, cosa piu’ diffic ile, la Russia e le ex repubbliche sovietiche» (7).

Insomma adesso e’ la politica ufficiale: bisogna puntare all’integrazione di tutto il continente europeo in un sistema politico ed economico occidentale, e farlo mediante l’esercizio della leadership americana. Questo non e’ che un modo gentile e fuorvian te di parlare dell’incorporazione degli ex paesi socialisti in un nuovo vasto impero (8).

Non c’e’ da stupirsi se il resto dell’articolo di Holbrook parla della necessita’ di allargare la NATO, soprattutto nell’Europa centrale, per garantire la “stabilita’” di tutto il continente europeo. Per Holbrook «l’allargamento della NATO e’ una conseguenza essenziale della caduta della Cortina di Ferro» (9).

Dietro i ripetuti interventi nella crisi jugoslava ci sono dunque i piani strategici a lungo termine per tutto il continente europeo.

Nel quadro dell’evoluzione di queste linee strategiche, la Germania e gli Stati Uniti dapprima decisero di dar vita nei Balcani a un nuovo ordine basato sull’organizzazione di mercato delle economie e sulla democrazia parlamentare. L’obiettivo era la liqu idazione definitiva del socialismo nei Balcani (10). La posizione ufficiale era che, incoraggiando dichiarazioni di indipendenza come quella croata, si voleva “far crescere la democrazia”. La realo’ta’ era quella di un complotto per dividere l’area balcan ica in staterelli minuscoli e vulnerabili. Sotto la maschera della “promozione della democrazia” veniva in realta’ aperta la strada alla ricolonizzazione dei Balcani.

Col 1990 la maggior parte dei paesi dell’Europa orientale si era piegata alle pressioni occidentali per avviare quelle che, con espressione assai fuorviante, venivano definite “riforme”. Alcuni aveva accettato interamente le condizioni poste dagli occiden tali per gli aiuti e il commercio. Altri, e in particolare la Bulgaria e la Romania, le avevano accettate solo parzialmente.

In Jugoslavia pero’ c’era una certa resistenza. Le elezioni del 1990 in Serbia e Montenegro avevano mantenuto al potere un partito socialista o socialdemocratico. Il governo della Federazione restava pertanto nelle mani di politici che, pur cedendo di vol ta in volta alle pressioni per le “riforme”, si opponevano pero’ alla ricolonizzazione dei Balcani. E molti di loro si opponevano alla frammentazione della Jugoslavia. La terza Jugoslavia, formata nella primavera del 1992, disponeva di una base industrial e e di un grosso esercito: per questo il paese doveva essere distrutto.

Dal punto di vista tedesco, questa non era altro che la continuazione di una politica portata avanti gia’ dal Kaiser e poi dai nazisti.

Una volta disintegrata e gettata nel caos la Jugoslavia, si poteva incominciare a riorganizzare questa area centrale dei Balcani. La Slovenia, la Croazia e la Bosnia-Erzegovina dovevano entrare nella sfera di interessi tedesca. La Germania otteneva l’acce sso al mare sull’Adriatico e in prospettiva, se si fosse riusciti a piegare totalmente i Serbi, al nuovo canale Reno-Danubio, una via d’acqua che puo’ trasportare navi da 3.000 tonnellate dal Mare del Nord al Mar Nero. Le parti meridionali della Jugoslavi a dovevano cadere in una sfera di interessi americana. La Macedonia, che controlla gli unici valichi tra est e ovest e tra nord e sud nelle montagne dei Balcani doveva essere il centro di una regione americana. Ma la sfera americana doveva includere anche l’Albania e, se si fosse riusciti a strappare quelle regioni alla Serbia, anche il Sangiaccato e il Kosovo. Alcuni esperti americani hanno parlato anche dell’emergere eventuale di una Grande Albania sotto tutela USA e turca, comprendente una serie di sta terelli musulmani, compresa se possibile la Bosnia-Erzegovina, con accesso all’Adriatico.

Non c’e’ da stupirsi se la Germania e gli USA, pur avendo lavorato di concerto per la disintegrazione della Jugoslavia, sono ora in competizione per il controllo di varie parti del paese, specialmente la Croazia e la Bosnia-Erzegovina. In effetti in tutta l’area balcanica c’e’ un grosso scontro per l’influenza e i vantaggi commerciali (11). I contendenti principali sono la Germania e gli Stati Uniti, le due potenze responsabili della disintegrazione della Jugoslavia. Alla corsa partecipano pero’ anche imp ortanti societa’ e banche di altri paesi europei. La situazione e’ simile a quella creata in Cecoslovacchia dall’accordo di Monaco del 1938, raggiunto per dividersi le spoglie in modo da evitare scontri che avrebbero condotto immediatamente alla guerra.

La nuova «Grande Partita» nel Mar Caspio

La Jugoslavia e’ importante non solo per la posizione che occupa sulla carta geografica, ma anche per le regioni a cui consente l’accesso. Influenti analisti americani la considerano adiacente a un’area di interesse vitale per gli USA, quella del Mar Nero e del Caspio.

Questa potrebbe essere la vera ragione della presenza NATO in Jugoslavia.

Gli Stati Uniti stanno cercando attualmente di consolidare un nuovo blocco di paesi tra l’Europa e il Medio Oriente e si presentano come leader di un gruppo informale di paesi musulmani che vanno dal Golfo Persico ai Balcani. Questo gruppo comprende la Tu rchia, che e’ di importanza cruciale nel nuovo blocco emergente. La Turchia fa parte della regione balcanica meridionale ed e’ una potenza dell’Egeo, ma confina anche con l’Iraq, l’Iran e la Siria, unendo cosi’ l’Europa meridionale e il Medio Oriente, dov e gli USA ritengono di avere interessi vitali.

Gli USA sperano di allargare questa alleanza informale di stati musulmani del Medio Oriente e dell’Europa meridionale fino a comprendere alcuni dei nuovi paesi del margine meridionale dell’ex Unione Sovietica.

Non e’ difficile capirne le ragioni. Gli USA si sentono impegnati in una nuova competizione per il controllo delle risorse mondiali, in cui il petrolio riveste particolare importanza. Con la guerra contro l’Iraq, gli USA si sono insediati piu’ forti che m ai nel Medio Oriente. La disintegrazione quasi simultanea dell’Unione Sovietica ha aperto le porte allo sfruttamento occidentale delle risorse petrolifere della regione del Mar Caspio.

Si tratta di una regione assai ricca di petrolio e di gas. Alcuni esperti occidentali ritengono che potrebbe avere per l’occidente un’importanza pari a quella del Golfo Persico.

Paesi come il Kazakistan dispongono di riserve petrolifere enormi, probabilmente piu’ di 9 miliardi di barili. Si ritiene che il Kazakistan possa estrarre 700.000 barili al giorno. Come per altri paesi dell’area, il problema, dal punto di vista dei paesi occidentali, e’ far viaggiare il petrolio e i gas verso l’occidente per vie sicure. E non e’ solo un problema tecnico, ma anche politico.

Per gli Stati Uniti e per altri paesi occidentali nella situazione attuale mantenere buoni rapporti con paesi come il Kazakistan e’ di importanza cruciale. Soprattutto quello che piu’ importa e’ la certezza che i diritti acquisiti per l’estrazione del pet rolio o per la costruzione degli oleodotti per trasportarlo verranno comunque rispettati, perche’ le somme che si prospettano per gli investimenti nella regione sono enormi.

Insomma le imprese occidentali, le banche, le societa’ proprietarie degli oleodotti, vogliono avere la certezza che la regione sia “politicamente stabile”, che non ci siano cio’ in futuro cambiamenti politici che possano minacciare i loro nuovi o potenzia li interessi.

Recentemente un importante articolo del «New York Times» forniva il quadro di quella che viene definita la nuova «grande partita» nella regione facendo un’analogia con la contesa tra Russia e Gran Bretagna alla frontiera nordoccidental e del suncontinente indiano nel XIX secolo. Gli autori dell’articolo scrivevano che: «Adesso, negli anni post guerra fredda, gli Stati Uniti stanno nuovamente assumendo il controllo dell’impero di un ex nemico. La disintegrazione dell’Unione Sovietica ha indotto gli Stati Uniti ad allargare l’area della loro egemonia militare nel l’Europa orientale (tramite la NATO) e nella gia’ neutrale Jugoslavia, e – cio’ che piu’ conta – ha consentito all’America di impegnarsi piu’ a fondo nel Medio Oriente» (12).

Naturalmente le ragioni che hanno spinto i leaders occidentali in direzione dell’allargamento della NATO sono piu’ d’una, ma una ragione importante e’ chiaramente di carattere economico.

La cosa appare in piena evidenza se si guarda piu’ attentamente al parallelismo tra lo sviluppo dello sfruttamento commerciale nella regione del Mar Caspio e la penetrazione della NATO nei Balcani.

Il 22 maggio del 1992 la NATO rilasciava una dichiarazione davvero stupefacente riguardo ai combattimenti allora in corso nella Transcaucasia. In essa si diceva. «Gli alleati esprimono grave preoccupazione per il perdurare del conflitto e le perdite di vite umane. Il problema del Nagorno Karabak, con le tendioni che ha prodotto tra l’Armenia e l’Azerbaijan, non puo’ essere risolto mediante la forza. Quals iasi azione contro l’integrita’ territoriale dell’Azerbaijan o di qualunque altro stato, o mirante al raggiungimento di obiettivi politici con l’uso della forza, rappresenterebbe una violazione flagrante e inaccettabile del diritto internazionale. In part icolare noi [la NATO] non potremmo accettare che lo status riconosciuto del Nagorno Karabak o del Nakicevan venga cambiato unilateralmente con la forza» (13).

Si tratta di una dichiarazione notevole da tutti i punti di vista, dato che di fatto la NATO faceva una velata minaccia di prendere “misure” adeguate a impedire iniziative dei governi della regione del Mar Caspio supposte lesive degli interessi occidenta li.

Due giorni prima che la NATO rilasciasse questa dichiarazione d’interessamento per le questioni transcaucasiche, una societa’ petrolifera americana, la Chevron, aveva firmato un accordo col governo del Kazakistan per lo sfruttamento dei giacimenti petrol iferi di Tengiz e Korolev nella parte occidentale del paese. I negoziati per questo accordo erano andati avanti per due anni prima della firma e, come riferiscono fonti attendibili, si era corso il rischio di rottura perche’ la Chevron temeva l’instabilit a’ politica nella regione (14).

All’epoca della dichiarazione, comunque, la NATO avrebbe avuto ben scarse possibilita’ di dar seguito ai suoi moniti. In primo luogo perche’ non esisteva alcun precedente di interventi NATO su vasta scala fuori area e, in secondo luogo, perche’ le forze N ATO erano assai lontane dalla Transcaucasia. Basta uno sguardo alla carta dei Balcani, del Mar Nero e del Mar Caspio per capire che la situazione sta cambiando.

Il passo successivo: la “stabilizzazione” dell’est

La pressione attuale per l’allargamento della NATO nell’Europa centrale e orientale si inserisce nei tentativi di dar vita al preteso “nuovo ordine mondiale” e costituisce il complemento politico-militare delle politiche economiche avviate dalle maggiori potenze occidentali allo scopo di trasformare le societa’ dell’Europa centrale e orientale.

Gli Stati Uniti, la Germania e alcuni loro alleati cercano di costruire intorno all’economia del bacino nordatlantico un sistema veramente globale. A dire il vero, il tipo di ordine che vogliono imporre non presenta grandi novita’: esso dovra’ basarsi sul le istituzioni del capitalismo. Il fatto nuovo e’ il tentativo di estendere “il vecchio ordine” ai vasti territori gettati nel caos in seguito alla disintegrazione del comunismo e di incorporarvi paesi che in precedenza non ne avevano fatto pienamente par te.

Insomma, stanno cercando di creare un sistema capitalista funzionante in paesi che per decenni hanno vissuto in regime socialista o che, come nel caso dell’Angola, hanno provato a liberarsi dal sistema capitalista.

Visto che vogliono costruire un “nuovo ordine mondiale”, le potenze occidentali devono anche pensare a come difenderlo. Da qui nasce l’idea di estendere il controllo militare alle nuove regioni europee che cercano di agganciare al bacino nord atlantico e quindi il ruolo che la NATO dovrebbe assumere nel nuovo ordine europeo.

I due maggiori architetti della futura nuova Europa capitalista integrata, sono gli USA e la Germania, che lavorano con un coordinamento particolarmente stretto sulle questioni dell’est europeo e hanno formato di fatto una stretta alleanza, nell’ambito de lla quale gli USA si aspettano la collaborazione tedesca nella gestione degli affari non solo dell’Europa occidentale ma anche di quella orientale. Per usare le parole di George Bush a Mainz nel 1989, la Germania e’ «associata nell’esercizio della leadership».

Questa stretta collaborazione lega gli USA al punto di vista tedesco su quella che gli esperti tedeschi e americani chiamano ora Europa centrale. E’ un punto di vista che prevede: 1) l’espansione dell’Unione Europea verso est; 2) una leadership tedesca in Europa; e 3) una nuova divisione del lavoro in Europa.

Proprio l’idea di una nuova divisione del lavoro in Europa riveste particolare importanza. Nella visione tedesca, l’Europa in futuro sara’ organizzata in cerchi concentrici intorno a un centro costituito dalla Germania. Il centro sara’ la regione piu’ svi luppata da tutti i punti di vista: sara’ la piu’ avanzata tecnologicamente e la piu’ ricca; avra’ i livelli salariali piu’ alti e i redditi pro capite maggiori; si dedichera’ esclusivamente alle attivita’ economiche piu’ profittevoli, quelle che la pongon o in posizione di comando del sistema. La Germania si occupera’ percio’ di pianificazione industriale, progettazione, sviluppo tecnologico, ecc., di tutte le attivita’ insomma di programmazione e coordinamento dell’economia delle altre regioni.

Via via che ci si allontana dal centro, i vari cerchi concentrici avranno livelli di sviluppo, ricchezza e redditi piu’ bassi. L’anello immediatamente adiacente la Germania dovrebbe essere caratterizzato da molteplici attivita’ produttive e di servizio ad elevato profitto e comprenderebbe parte della Gran Bretagna, la Francia, il Belgio, l’Olanda e l’Italia settentrionale. Il livello generale del reddito vi sarebbe alto, ma inferiore a quello tedesco. L’anello successivo comprenderebbe le parti piu’ pover e dell’Europa occidentale e parti dell’Europa orientale, con alcune produzioni, assemblaggio, produzioni alimentari. I livelli stipendiali e salariali vi sarebbero considerevolmente piu’ bassi che al centro.

Inutile dire che in questo schema la maggior parte delle regioni dell’Europa orientale apparterrebbero a un anello periferico. L’Europa orientale sarebbe tributaria del centro. Produrrebbe alcuni generi di merci, ma non primariamente per il proprio consum o. Una parte considerevole della produzione, con el materie prime e anche i generi alimentari, verrebbe destinata all’estero. Anche l’industria pagherebbe inoltre stipendi e salari bassi e il livello generale di stipendi e salari, e dunque dei redditi, sa rebbe piu’ basso che in passato.

Insomma, nel nuovo sistema integrato la maggior parte dell’Europa orientale sara’ piu’ povera di quanto non sarebbe stata se i paesi dell’Europa orientale avessero potuto decidere autonomamente quale tipo di sviluppo perseguire. Il solo sviluppo perseguib ile in societa’ esposte alla potente penetrazione del capitale estero e bloccate dalle regole del Fondo Monetario Internazionale e’ lo sviluppo dipendente.

Cio’ vale anche per la Russia e gli altri paesi della Comunita’ degli Stati Indipendenti. Anch’essi diverrebbero tributari del centro e la Riussia non avrebbe nessuna possibilita’ di perseguire una via di sviluppo indipendente. In Russia rimarranno benint eso alcune produzioni industriali, ma senza la minima possibilita’ di uno sviluppo industriale equilibrato, perche’ le priorita’ dello sviluppo saranno dettate sempre piu’ dall’esterno. Le societa’ occidentali, come dimostrano i dati sugli investimenti es teri, non hanno nessun interesse a promuovere lo sviluppo industriale della Russia.

L’interesse principale dell’occidente nella Comunita’ degli Stati Indipendenti sta nello sfruttamento delle sue risorse. La disintegrazione dell’Unione Sovietica ha rappresentato un passaggio decisivo per aprire le possibilita’ di un tale sfruttamento, pe rche’ le repubbliche ex sovietiche, una volta indipendenti sono divenute assai piu’ vulnerabili. Le societa’ occidentali, inoltre, non hanno interesse a sviluppare le risorse della CSI per l’uso locale, ma sono interessate alle esportazioni verso occident e. Cio’ vale in particolare per il gas e il petrolio. Buona parte dei benefici delle esportazioni di materie prime andrebbero percio’ ad arricchire paesi stranieri. Gran parte dell’ex Unione Sovietica si verra’ percio’ quasi sicuramente a trovare in una s ituazione simile a quella dei paesi del terzo mondo.

La Germania dunque, coll’appoggio degli Stati Uniti, punta a una razionalizzazione capitalista di tutta l’economia europea intorno a un potente nucleo tedesco. La crescita e gli alti livelli di ricchezza del nucleo devono essere sostenuti dalle attivita’ subordinate della periferia. La periferia deve produrre generi alimentari, materie prime e prodotti industriali per l’esportazione verso il nucleo e i mercati d’oltremare. L’Europa del futuro, se la si paragona all’Europa, tanto occidentale che orientale, degli anni ’80, dovra’ essere ristrutturata da cima a fondo, con livelli di sviluppo sempre piu’ bassi via via che ci si allontana dal centro tedesco.

Gran parte dell’Europa orientale e dell’ex Unione Sovietica e’ dunque destianata a rimanere un’area permanentemente arretrata o relativamente sottosviluppata. Realizzare la nuova divisione del lavoro in Europa significa vincolare per sempre queste regioni a una condizione di arretratezza economica.

Per l’Europa orientale e per i paesi della CSI la creazione di un’Europa “integrta” in un quadro capitalista comporta dunque un’ampia ristrutturazione. Questa ristrutturazione puo’ risultare assai vantaggiosa per la Germania e per gli USA, ma per le parti dell’Europa che verranno collegate all’occidente significhera’ una retrocessione.

La natura dei cambiamenti in corso e’ gia’ stata prefigurata dagli effetti delle “riforme” attuate in Russia dai primi anni ’90. Naturalmente si e’ detto che quelle riforme avrebbero finito per portare la prosperita’. Ma questa era un’affermazione falsa f in dal principio, perche’ le “riforme” attuate su insistenza occidentale non erano nient’altro cge le solite ristrutturazioni imposte dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale ai paesi del terzo mondo, e hanno anche avuto gli stessi effett i.

Il piu’ appariscente e’ la caduta verticale del livello di vita. Un terzo della popolazione della Russia sta cercando ora di sopravvivere con redditi al di sotto del livello ufficiale di poverta’. Dal 1991 la produzione e’ caduta di piu’ della meta’. L’in flazione corre a un tasso annuale del 200%. La speranza di vita di un maschio russo e’ caduta da 64,9 anni nel 1987 a 57,3 nel 1994 (15). Sono cifre paragonabili a quelle di paesi come l’Egitto e il Bangladesh. E, nelle circostanze attuali, non c’e’ assol utamente nessuna prospettiva di miglioramento delle condizioni economiche e sociali in Russia. Il livello di vita continuera’ anzi quasi certamente a scendere.

Chiaramente c’e’ un sentimento assai diffuso e giustificato di rabbia in Russia e in altri paesi per il crollo dei livelli di vita che ha accompagnato le prime fasi della ristrutturazione, e cio’ ha contribuito a una crescente reazione politica, in Russia e in altri paesi, la cui manifestazione piu’ evidente la si e’ potuta vedere nei risultati delle elezioni parlamentari di dicembre in Russia. E’ chiaro altresi’ che l’ulteriore caduta dei livelli di vita in futuro creera’ nuove reazioni di rabbia.

L’estensione del vecchio ordine mondiale all’Europa orientale e alla CSI e’ un’operazione delicata, piena di incertezze e di rischi. Le maggiori potenze occidentali sono molto ansiose di realizzarla con successo, anche perche’ in quel successo, definibile in termini di sfruttamento efficiente di queste nuove regioni, vedono una soluzione parziale dei loro stessi gravi problemi economici. C’e’ una tendenza sempre piu’ marcata nei paesi occidentali a dislocare i loro problemi e a vedere nell’attuale concorr enza internazionale per lo sfruttamento dei niuovi territori una qualche possibilita’ di superamento della stagnazione economica mondiale.

Gli esperti occidentali giustamente prevedono che il futuro sara’ portatore di instabilita’ politica. Per dirla con le parole recenti del senatore Bradley, «il problema della Russia e’ sapere se le riforme siano reversibili o meno» (16) . Gli esperti militari traggono le conseguenze logiche: maggiore sara’ la potenza miliater che puo’ esser concentrata potenzialmente contro la Russia, minore sara’ la possibilita’ di ritorno indietro rispetto alle “riforme”. Questo e’ il segno di questa a ffermazione davvero notevole del Gruppo di Lavoro sull’Allargamento della NATO: «I compiti di sicurezza della NATO non sono piu’ limitati al mantenimento di una posizione difensiva rispetto a una forza contrapposta. Non ci sono minacce immediate alla sicurezza militare dell’Europa occidentale, ma l’instabilita’ politica e l’ insicurezza nell’Europa centrale ed orientale ha conseguenze gravi per la sicurezza dell’area NATO. La NATO dovrebbe rispondere ai bisogni di sicurezza e di integrazione nelle strutture occidentali dell’Europa centrale e orientale, e in questo modo servir ebbe gli interessi di sicurezza dei propri membri» (17).

Si tratta di una posizione del tutto nuova da parte della NATO, una posizione che alcuni paesi NATO ritenevano imprudente non molto tempo fa. Ed e’ una posizione allarmante, perché non affronta le vere ragioni che stanno dietro l’attuale pressione per l’ allargamento della NATO. Nonostante i ragionamenti sfumati e capziosi del Gruppo di Lavoro, sembra che il dibattito in molti paesi sia ormai chiuso. Sarebbe assai preferibile, naturalmente, che le questioni vere fossero discusse pubblicamente. Ma per il m omento questa possibilita’ non esiste e la pressione per l’allargamento della NATO e’ destinata a continuare

I pericoli dell’allargamento della NATO

L’attuale proposta di allargare la NATO verso est crea molti pericoli. C’e’ da dire che molte voci influenti nei paesi occidentali sono contrarie all’allargamento della NATO e hanno spesso spiegato quali ne sarebbero i rischi. E’ importante osservare che, nonostante la posizione ufficiale della NATO e la relazione recente de l Gruppo di Lavoro, l’allargamento della NATO verso est incontra forte opposizione, anche se, per ora, le tesi favorevoli all’allargamento hanno avuto il sopravvento.

Quattro pericoli insiti nell’allargamento della NATO devono essere discussi in particolare in questa sede.       Il primo consiste nel fatto che l’allargamento portera’ nuovi membri sotto “l’ombrello” NATO. Cio’ significa, per fare un esempio, che gli Stati Uniti e altri membri occidentali sarebbero obbligati a difendere mettiamo la Slovacchia contro un attacco. Ma da dove potrebbe venire un attacco? E davvero la NATO sarebbe pronta a difendere la Slovacchia in caso di conflitto con un altro paese dell’Europa orientale?

  In un paese come gli Stati Uniti sarebbe una cosa assai impopolare. Come diceva nell’ottobre scorso il senatore Kassebaum: «Sarebbe disposto il popolo americano, a norma del Trattato Nordatlantico, a impegnarsi a considerare un attacco contro uno o piu’ di questi nuovi possibili membri come un attacco contro tutti?» (18).

La questione dell’estensione dell’ “ombrello” e’ assai delicata, perche’ le potenze NATO sono potenze nucleari. La relazione del Gruppo di Lavoro afferma che, in determinate circostanze, le forze degli alleati NATO potranno essere dislocate nei territori dei nuovi membri e il Gruppo di Lavoro non ha affatto escluso, come avrebbe dovuto, la dislocazione in quesi territori di armi nucleari. La mancata esclusione di questa possibilita’ significa che la NATO sta imboccando una strada pericolosa, una strada ch e accresce i rischi di guerra nucleare.

Il silenzio del Gruppo di Lavoro su questa questione non puo’ non suonare minaccioso per i paesi che non entreranno nella NATO, tra i quali il piu’ importante e’ chiaramente la Russia, che possiede anch’essa armi nucleari, cosi’ come l’Ucraina e il Kazaki stan.

Il secondo pericolo e’ che l’allargamento metta in crisi i rapporti tra gli Stati Uniti e la Russia e produca una seconda guerra fredda. I paesi della NATO presentano l’organizzazione come un’alleanza difensiva, ma la Russia la vede in modo assai diverso. Per piu’ di 40 anni la Russia ha visto nella NATO un’alleanza offensiva diretta contro tutti i paesi del Patto di Varsavia. E’ ancora opinione generale in Russia che la NATO sia un’alleanza offensiva. L’ex ministro degli esteri, Kozyrev, lo aveva detto e splicitamente ai paesi della NATO. Potra’ la Russia cambiare opinione in futuro?

E’ inevitabile che l’allargamento della NATO sia visto in Russia come accerchiamento, il cui tacito presupposto e’ la previsione occidentale di una Russia nuovamente aggressiva. Ma la conseguenza pressoche’ certa di questo presupposto non potra’ essere ni ent’altro che una nuova risposta di carattere militare. Esso non e’ certo fatto per calmare le apprensioni russe sugli obiettivi della penetrazione NATO nell’Europa orientale. A proposito della decisione della NATO sull’allargamento, ecco come si esprimev a recentemente il direttore dell’Istituto di Studi sugli USA e il Canada dell’Accademia delle Scienze russa: «La Russia e’ ancora una superpotenza militare, con un’enorme estensione territoriale e una popolazione numerosa. E’ un paese con enormi capacita’ economiche, che ha un potenziale straordinario, nel bene o nel male. Ma attualmente e’ un paese umi liato, in cerca di identita’ e di orientamento. L’occidente, con la posizione che prendera’ sull’allargamento della NATO, puo’ in certa misura determinare la direzione che la Russia prendera’. Il futuro della sicurezza europea dipende da questa decisione » (19).

Il terzo pericolo che l’allargamento della NATO comporta e’ che mette a repentaglio l’adempimento del Trattato START I e la ratifica dello START II, come pure altri trattati sul controllo e la limitazione degli armamenti miranti ad accrescere la sicurezza in Europa. I russi, per esempio, hanno detto chiaramente che andranno avanti nell’adempimento del trattato sulle armi convenzionali in Europa (CFE) «se la situazione in Europa rimarra’ stabile». Ma l’allargamento della NATO nell’Europa oriental e cambia in modo significativo l’attuale equilibrio in Europa. I paesi della NATO mettono percio’ a repentaglio molti dei risultati raggiunti negli ultimi 25 anni nel campo del disarmo. Alcuni sostengono anche, con argomenti convincenti, che l’allargamen to della NATO metterebbe a rischio il trattato di non proliferazione nucleare.

Queste conseguenze non renderanno certo piu’ sicura in futuro l’Europa ne’ il mondo.

Il quarto pericolo insito nell’allargamento della NATO e’ che esso puo’ determinare una situazione di instabilita’ nell’Europa orientale. La NATO sostiene che l’allargamento contribuirebbe a garantire la stabilita’, ma l’Europa orientale e’ gia’ un’area i nstabile, soprattutto dopo i cambiamenti degli ultimi anni. Allargare la NATO aggiungendovi un pezzo dopo l’altro non potra’ che accrescere le tensioni tra i nuovi membri e i paesi che rimangono fuori. E’ inevitabile che sia cosi’. I paesi che rimarranno fuori, una volta che la NATO si sia insediata in un paese confinante non potranno che sentirsi piu’ insicuri. Verrebbero a trovarsi in mezzo tra la NATO che si espande e la Russia e le loro reazioni non potranno essere che di paura e anche di ostilita’. L ‘espansione della NATO pezzo dopo pezzo potrebbe anche scatenare una corsa agli armamenti nell’Europa orientale.

La debolezza della posizione occidentale

A un’analisi piu’ attenta, la proposta di allargare la NATO verso est non e’ soltanto pericolosa, ma ha anche le caratteristiche di un gesto disperato. Ed e’ manifestamente irrazionale, perche’ puo’ evocare l’oggetto stesso dei suoi timori, provocando una seconda guerra fredda tra le potenze NATO ela Russia o addirittura innescando una guerra nucleare. C’e’ da ritenere che nessuno si auguri un esito di questo tipo.

Ma allora perche’ i paesi della NATO insistono in questa direzione? Perche’ appaiono incapaci di soppesare oggettivamente la pericolosita’ delle loro azioni?

Una risposta parziale potrebbe essere che la decisione e’ stata presa da gente che ha considerato il problema in una prospettiva assai ristretta, senza guardare al contesto piu’ ampio entro il quale l’allargamento della NATO verrebbe a collocarsi. Se si c onsidera il contesto piu’ ampio, la proposta di allargamento della NATO appare chiaramente irrazionale.

Consideriamo questo contesto piu’ ampio. La NATO propone di ammettere presto come membri a pieno titolo dell’alleanza alcuni paesi dell’Europa centrale. Altri paesi dell’Europa orientale potranno essere ammessi in una fase successiva. L’allargamento ha du e possibili obiettivi: il primo e’ impedire il “fallimento della democrazia in Russia”, cioe’ garantire la continuazione dell’attuale regime o di qualcosa di simile in Russia. Il secondo e’ mettere la NATO in una posizione favorevole nel caso scoppi una g uerra tra la Russia e l’occidente.

In un’epoca di armi nucleari, perseguire il secondo scopo e’ forse ancor piu’ pericoloso di quanto non lo fosse negli anni della guerra fredda, perche’ ora ci sono vari paesi dotati di armi nucleari che potenzialmente sarebbero schierati contro la NATO. L ‘argomento che la NATO va allargata verso est per assicurare all’occidente un vantaggio in caso di guerra nucleare non e’ molto convincente e certo, se fosse esplicitato, non suonerebbe convincente per i paesi centroeuropei che sarebbero le piu’ probabili vittime nelle prime fasi di tale guerra. La loro situazione somiglierebbe a quella della Germania nella guerra fredda, come ben comincio’ a comprendere il movimento per la pace tedesco negli anni ’80.

L’obiettivo principale dell’allargamento della NATO, come viene quasi universalmente riconosciuto, e’ garantire che i cambiamenti introdotti in Russia negli ultimi cinque anni non vengano rimessi in discussione. Cio’ porrebbe termine al sogno di un’Europa a tre stadi, unita sotto le insegne del capitalismo, e chiuderebbe i nuovi vasti spazi apertisi alle iniziative del capitale occidentale. La presenza della NATO nell’Europa centro-orientale non e’ altro che un modo per esercitare una maggiore pressione s u chi volesse tentare di cambiare la situazione attuale in Russia.

Come abbiamo visto, pero’, cio’ significa bloccare la Russia e gli altri paesi della CSI in una situazione di sottosviluppo e di crisi economica e sociale permanente, in cui milioni di persone sono condannati a terribili privazioni senza che ci sia alcuna possibilita’ per la societa’ di cercare una via di sviluppo economico e sociale in cui le priorita’ economiche siano dettate dai bisogni dell’uomo.

L’amara ironia della situazione sta nel fatto che i paesi occidentali offrono il loro modello di organizzazione economica per risolvere il problema della Russia. Chi analizza la situazione con realismo si rende pero’ perfettamente conto che il punto e’ un altro. Il loro unico interesse e’ l’ulteriore estensione del dominio occidentale verso est e se propongono la loro esperienza come modello per altri e’ solo per ingannarli. L’idea della “transizione alla democrazia”, come spesso viene chiamata l’instaura zione di regole di mercato, ha la sua importanza pero’ nella battaglia mondiale per guadagnare l’opinione pubblica ed e’ servita a giustificare e sostenere le politiche che l’occidente ha iniziato a perseguire verso i paesi della CSI.

I paesi occidentali sono pero’ preda essi stessi di una crisi economica che non riescono a padroneggiare. A incominciare dai primi anni ’70 i profitti sono caduti, la produzione ha incominciato a vacillare, la disoccupazione di lungo periodo ha iniziato a crescere, i livelli di vita hanno incominciato a scendere. Ci sono stati naturalmente gli alti e bassi del ciclo economico, ma la cosa importante e’ la tendenza di fondo. E la tendenza nella crescita del PIL nei maggiori paesi industrializzati e’ stata n egativa a partire dalla grande recessione del 1973 – 1975. Negli Stati Uniti per esempio il tasso di crescita e’ caduto da circa 4% all’anno negli anni ’50 e ’60 a 2,9% negli anni ’70, fino a 2,4% circa negli anni ’80 e le proiezioni attuali di crescita s ono ancora piu’ basse.

Ne’ la situazione e’ stata assai diversa in alttri paesi occidentali, in cui il ritmo di crescita e’ stato si’ un po’ piu’ rapido, mala disoccupazione e’ stata parecchio piu’ alta. I tassi attuali di disoccupazione nell’Europa occidentale sono in media de ll’11%, e le statistiche nascondono in parte la disoccupazione a causa dei vari piani governativi di pseudolavori.

Tanto l’Europa occidentale quanto il Nordamerica hanno conosciuto una prolungata stagnazione economica, e le economie capitalistiche non possono sostenere l’occupazione e i livelli di vita se non in presenza di una crescita relativamente rapida. Nei 25 an ni che seguirono la seconda guerra mondiale, la maggior parte dei paesi occidentali conobbe una crescita rapida, dell’ordine del 4 e 5% all’anno. Fu quella crescita che rese possibile il mantenimento di alti livelli di occupazione, la crescita dei salari e il miglioramento del tenore di vita. Larghi strati delle classi lavoratrici ebbero la possibilita’ di raggiungere livelli di vita dignitosi, mentre le classi medie e alte conobbero un periodo di prosperita’ e raggiunsero spesso livelli di vita che si po ssono senz’altro considerare di lusso.

Adesso pero’ quel periodo e’ chiaramente tramontato. La grande “rivoluzione capitalisa” strombazzata dai Rockefeller non esiste piu’. Il “capitalismo dal volto umano” non esiste piu’. La crescita sempre piu’ contenuta ci ha ripiombati nel “capitalismo sel vaggio” e ha innescato una crisi economica e sociale in tutti i paesi occidentali, mettendo in forse tutte le conquiste del periodo postbellico. In Europa sono gia’ 15 anni che lo stato sociale subisce l’attacco di chi vorrebbe spostare il peso della cris i sulle spalle dei meno fortunati. Negli Stati Uniti una “rete sociale” di protezione dei poveri relativamente modesta viene fatta a pezzi dai difensori aggressivi e gretti degli interessi dei proprietari, decisi a far si’ che l’impatto della crisi di sta gnazione del sistema vada a colpire quelli che meno sono attrezzati a sostenerlo.

L’occidente dunque e’ esso stesso in preda a una crisi. E non e’ una crisi transeunte o un “ciclo lungo”, come direbbero gli apologeti accademici, ma una crisi di sistema. Il sistema di mercato non puo’ piu’ assicurare neanche una parvenza di prosperita’. I mercati che avevano trainato l’economia capitalista nel dopoguerra – automobili, beni di consumo durevole, costruzioni, ecc. – sono tutti saturi, come dimostrano sfilze di statistiche governative in tutti i paesi. Il sistema non ha trovato nuovi mercat i che possano creare una ondata di prosperita’ di quellivello. Inoltre l’accelerazione del progresso tecnico negli ultimi anni ha incominciato a eliminare dappertutto posti di lavoro a un ritmo stupefacente. Non c’e’ nessuna possibilita’ di compensare que sto effetto creando nuova occupazione in quantita’ sufficiente e a livelli alti di salario.

Da un certo punto di vista coloro che dirigono i governi e le economie occidentali sono perfettamente consapevoli della situazione. Conoscono le statistiche; sanno quali sono i problemi. Ma non sono in grado di capire che il problema sta nell’attuale sist ema capitalista che, dopo aver raggiunto altissimi livelli di produzione, reddito e ricchezza, non ha piu’ sbocchi. Soluzioni di compromesso beninteso si potrebbero trovare, ma i leaders occidentali non sono disposti a fare le concessioni politiche che es se richiederebbero. In particolare, le grandi concentrazioni di capitale dei paesi occidentali sono guidate da persone costituzionalmente incapaci di capire che c’e’ un vizio di fondo nel sistema. Sarebbe come chiedere loro di consentire a una diminuzione del loro potere.

Per questo gli uomini che dirigono governi e industrie continuano ad andare avanti alla cieca, indisponibili ad accettare politiche che potrebbero avviare l’attuale sistema sulla via di una transizione a modi piu’ razionali e umani di organizzare la vita economica. E’ questa cecita’, basata su confusione e paura, che ha offuscato la capacita’ dei leaders occidentali di inquadrare con chiarezza i rischi dell’allargamento della NATO nell’Europa orientale. Il sistema occidentale sta vivendo una profonda cris i economica, sociale e politica, e i leaders dell’occidente, a quanto pare, vedono nello sfruttamento dell’est il solo grande progetto a portata di mano per poter stimolare la crescita, specie nell’Europa occidentale.

Per questo sono pronti ad affrontare grossi rischi. Il problema e’ se il mondo sara’ disposto ad affrontare i rischi di conflitto est – ovest e di guerra nucleare per congelare per sempre in una regione del globo un tipo di relazioni economiche che stanno gia’ crollando altrove.

Sean Gervasi

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NOTE

 

1. DEFENSE NEWS, 25 novembre 1995; vedi anche Gary Wilson, “Anti‑War Activists Demand: No More US Troops to the Balkans”, Workers World News Service, 7 dicembre 1995.

2. Vedi per esempio: “NATO Expansion, Flirting with Disaster”, THE DEFENSE MONITOR, Novembre/Dicembre 1995, Center for Defense Information, Washington, D.C.

3. Senatore Richard Lugar, “NATO: Out of Area or Out of Business”, Note consegnate all’Open Forum del Dipartimento di Stato USA il 2 agosto 1993, Washington, D.C.

4. “Changing Nature of NATO”, INTELLIGENCE DIGEST, 16 ottobre 1992.

5. THE DEFENSE MONITOR, loc. cit., pag.2.

6. “Bonn’s Balkans-to-Teheran Policy”, INTELLIGENCE DIGEST, 11 – 25 agosto 1995.

7. Richard Holbrooke, “America, A European Power”, FOREIGN AFFAIRS, Marzo/Aprile l995, pag.39.

8. II punto fondamentale è che l’Europa Orientale e i paesi dell’ex Unione Sovietica dovranno adottare le istituzioni prevalenti nell’Europa Occidentale, cioè capitalismo e democrazia parlamentare.

  1. Holbrooke, loc. cit., pag.43.
  2. Si veda la Direttiva di Sicurezza Nazionale “United States Policy toward Yugoslavia”, segreta, declassificata, Casa Bianca, Washington D.C., marzo 1984.
  3. Joan Hoey,”The U.S.’Great Game’ in Bosnia”, THENATION, 30gennaio 1995.
  4. Jacob Heilbrunn e Michael Lind, “The Third American Empire”, THE NEW YORK TIMES, 2 gennaio 1996.
  5. “The Commercial Factor Behind NATO’s Extended Remit”, INTELLIGENCE DIGEST, 29 maggio 1992.
  6. Idem.
  7. Senatore Bill Bradley, “Eurasia Letter: A Misguided Russia Policy”, FOREIGN POLICY, inverno 1995-1996, pag.89.
  8. Ibid. pag. 93.
  9. Draft Special Report of the Working Group on NATO Enlargement, maggio 1995.
  10. Citato in THE DEFENSE MONITOR, loc. cit., pag. 5.
  11. Dr. Sergei Rogov, direttore dell’Istituto per gli Studi su Stati Uniti e Canada dell’Accademia delle Scienze Russa, citato in DEFENSE MONITOR, loc. cit. pag.4

   

[tratto dal sito Internet della Fondazione Pasti – http://www.mclink.it/assoc/fondpasti%5D

Preso da: http://www.fisicamente.net/GUERRA/index-791.htm

Perché la Libia non sta né con Serraj né con Haftar

dicembre 2018

di Barbara Ciolli

Libia guerra dopo Gheddafi Derna Haftar Bengasi
Libia guerra dopo Gheddafi Derna

 Il premier della Fayyez al Serraj e il generale Haftar si contendono il Paese alla vigilia del voto.
  Il premier della Fayyez al Serraj e il generale Haftar si contendono il Paese 
 
È diventata una consuetudine che quando il premier Fayyez al Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale come primo interlocutore politico della Libia, va all’estero si tentano assalti ai palazzi delle istituzioni di Tripoli. Ogni occasione è buona per rovesciare l’assetto di comando, vista la fragilità dell’esecutivo che di fatto governa – e detta legge attraverso le sue milizie di un cartello ormai criminale – solo la capitale: le brigate escluse dalla torta non aspettano altro ed è forte ormai, per le ristrettezze vissute ormai da anni da una parte crescente della popolazione, anche il malcontento popolare. L’ultima sommossa è stata più civile, perché a rompere il cordone di sicurezza e a entrare nel palazzo del Consiglio presidenziale di al Serraj non sono stati gruppi armati con mitragliatori e bombe, ma centinaia di manifestanti, cittadini arrabbiati che hanno vandalizzato il palazzo del governo.

IL CONFLITTO TRA ISLAMISTI

A calmare le famiglie dei veterani e dei feriti di guerra che protestano per il ritardo nel pagamento dei sussidi e per la mancanza di assistenza medica, mentre al Serraj era in visita di Stato in Giordania, è stato il vice premier Ahmed Maitig, noto per parlare bene l’italiano e dialogare molto con Roma e, in Libia, anche per essere stato bersagliato anni fa con dei lanciarazzi in casa. Nei mesi scorsi sono state attaccate anche le residenze di altri vice di al Serraj e dello stesso premier, mentre a Tripoli esplodevano a più riprese scontri tra milizie per divisioni ormai non solo tra il blocco sommariamente definito laico del generale Khalifa Haftar, che comanda di fatto il Sud e l’Est della Libia, e il blocco sommariamente definito islamista che formò il governo di al Serraj. Il conflitto ora è soprattutto interno agli islamisti: Misurata e altri Comuni che nel 2014 erano nel movimento Alba libica sono sempre più insofferenti verso le ruberie e lo strapotere dei tripolini.
Libia guerra dopo Gheddafi Derna Serraj © GETTY Libia guerra dopo Gheddafi Derna Serraj

I SOLDI DEL PETROLIO ALLE LOBBY

Tra i manifestanti che hanno assaltato la sede del governo c’erano anche diversi ex combattenti di Alba libica. La disaffezione verso la politica è forte, perché, spiega a Lettera43.it lo scrittore e giornalista libico Farid Adly, «una parte ingente dei grandi introiti del petrolio, attraverso la Banca centrale libica che non a caso dal 2011 non ha mai messo di funzionare, va a finire ogni mese in sussidi e lauti stipendi pubblici a cittadini libici legati al governo o alle milizie rispondenti ai ministeri». Un fiume di soldi, oltre ai gruppi armati, raggiunge «tanti libici che vivono all’estero senza lavorare». Mentre in Libia sempre più famiglie comuni sono costrette, ormai da anni perché dal 2016 il governo di al Serraj non ha risolto nulla, a fare la fila ai bancomat per prelevare il corrispondente di poche centinaia di euro a settimana. Non c’è liquidità, i prezzi del pane e di altri beni di prima necessità sono alle stelle e la corrente elettrica salta per ore.

LA PIAGA DEL CONTRABBANDO

Diverse attività legali si sono dovute fermare, a causa della penuria e della mancanza di sicurezza, anche a Tripoli. Mentre in Cirenaica «a Derna i problemi sono tutt’altro che risolti e anche Bengasi resta colpita dal terrorismo. In Libia», precisa Adly, «ci sono ancora dei rapiti dell’Isis». Nell’Est e nel Sud della Libia Haftar ha insediato giunte militari, ma lo Stato rimane assente. Nella regione del Sahara c’è da sempre la piaga dei traffici illeciti, la sola forma di economia reale della zona, intensificati dalla caduta del regime. Tra questi, con il proliferare di vari capimilizie foraggiati dalle potenze straniere, di pari passo con il traffico di esseri umani e altri business del mercati nero, è gonfiato anche sulla costa il contrabbando del petrolio. Attraverso Malta arriva “lavato” anche in Italia: una fuga di greggio che costa alla Compagnia nazionale del petrolio (Noc) libica – attaccata a settembre 2018 dall’Isis – milioni di dollari al giorno di mancati incassi.
© GETTY Libia guerra dopo Gheddafi Derna Haftar Bengasi

L’EMBARGO FITTIZIO SULLE ARMI

Non di meno l’ex colonia italiana non collassa, lo status quo fa comodo a chi drena liquidità dalle risorse, «la loro redistribuzione non è equa» commenta Adly. La situazione è grave – sempre più grave – ma non è seria. Un altro carburante delle divisioni e della criminalità sono le armi che continuano ad arrivare dall’estero alla Libia, in violazione dell’embargo dell’Onu (rinnovato con la Risoluzione 2420 del 2018 ma lettera morta) e i finanziamenti stranieri alle milizie che taglieggiano i politici e impongono il racket nei quartieri di Tripoli. Per bloccare i migranti in Libia e tutelare lo stabilimento dell’Eni a Mellitah, con Marco Minniti ministro dell’Interno e il generale Paolo Serra consigliere militare per la Libia, fino al dicembre 2017, l’Onu, l‘Italia e di riflesso le istituzioni Ue hanno stretto un patto soprattutto con il governo di Tripoli, che intanto si isolava nel cartello di milizie della capitale.

I PASSI AVANTI VERSO IL VOTO

Misurata, capofila delle rivolte del 2011 e unico centro, in Libia, dove è a garantita una certa sicurezza, è in rotta con al Serraj e si sta avvicinando ai francesi che, rovesciato Gheddafi, tentano, con qualsiasi alleato, di allargare la loro influenza. Dopo il flop del vertice di Palermo sulla Libia, qualche timido progresso per il voto nazionale, rimandato al 2019, potrebbe venire dai contatti in Giordania tra il premier di Tripoli in visita dal re Abdullah II e gli emissari di Haftar che fa spesso base ad Amman. La Camera dei rappresentati di Tobruk, nell’Est, che fa capo ad Haftar e non riconosce il governo di al Serraj, alla fine di novembre in accordo con la controparte del Consiglio di Stato di Tripoli ha approvato il referendum per la costituzione e la riforma della composizione del Consiglio presidenziale di al Serraj, in favore di Haftar. Resta il nodo dell’incarico a capo dell’esercito, bramato dal generale di Tobruk.
© GETTY Libia guerra dopo Gheddafi Derna

LA SOCIETÀ CIVILE ALL’ESTERO

Come se agli elettori importasse delle poltrone delle milizie e dei movimenti più finanziati dall’estero che, dalle rivolte del 2011, hanno approfittato del vuoto di potere. Gli interlocutori di Tripoli e Tobruk hanno tentato o compiuto golpe e non possono essere considerati affidabili. L’affluenza alle ultime Legislative del 2014 fu del 30% e la Fratellanza musulmana alla quale fa riferimento, attraverso gli sponsor della Turchia e del Qatar, il blocco islamista di al Serraj firmatario dei negoziati di pace in Marocco dell’Onu, le perse. Il suo consenso è all’11%, una decina di altri partiti e sigle democratiche non partecipa alla politica interna, i suoi leader e intellettuali sono riparati all’estero e non vengono invitati agli incontri internazionali. La società civile è uscita dalla Libia e i leader del mondo preferiscono trattare con le milizie che stanno depredando il Paese.

Preso da: https://www.msn.com/it-it/notizie/mondo/perch%c3%a9-la-libia-non-sta-n%c3%a9-con-serraj-n%c3%a9-con-haftar/ar-BBQsEvU?fullscreen=true#image=1

2011: Perché Gheddafi dava fastidio

LA LIBIA IN GUERRA, L’OCCIDENTE NEL PALLONE

Perché Gheddafi dava fastidio
 
di Peter Dale Scott*

La campagna attuale della NATO contro Gheddafi in Libia ha dato luogo a una grande confusione, sia tra coloro che conducono questa inefficace campagna, sia tra gli osservatori. Molte persone, la cui opinione io di solito rispetto, vedono questa guerra come una guerra necessaria contro un criminale – anche se per alcuni il cattivo è Gheddafi, e per altri Obama.
Il mio parere su questa guerra, d’altra parte, è che essa sia tanto mal concepita quanto pericolosa – una minaccia per gli interessi dei libici, degli americani, del Medio Oriente e in teoria per tutto il mondo. Sotto la dichiarata preoccupazione per la sicurezza dei civili libici c’è un timore malcelato e più profondo: la difesa da parte dell’Occidente dell’attuale economia globale dei petrodollari, ormai in declino…

La confusione a Washington, di pari passo con l’assenza di discussione sul motivo strategico prioritario alla base del coinvolgimento americano, è sintomatica del fatto che il secolo americano sta finendo, e termina in un modo che è contemporaneamente prevedibile nel lungo periodo, quanto irregolare e fuori controllo nei dettagli.

Confusione a Washington e nella NATO

Rispetto al coinvolgimento nella questione libica, le opinioni a Washington spaziano da quella di John McCain, che ha chiesto alla NATO di fornire “ogni possibile mezzo di soccorso, con la sola esclusione delle truppe di terra”, per rovesciare Gheddafi[1] al congressista repubblicano Mike Rogers, che ha espresso profonda preoccupazione sul fatto di fornire armi a un gruppo di combattenti di cui si sa ben poco[2].

Abbiamo visto la stessa confusione su tutto il Medio Oriente. In Egitto una coalizione di elementi non-governativi ha contribuito a preparare la rivoluzione non violenta, mentre l’ex ambasciatore U. S. Frank Wisner Jr., è volato in Egitto per convincere Mubarak a rimanere al potere. Nel frattempo, in paesi solitamente di grande interesse per gli Stati Uniti, come la Giordania e lo Yemen, è difficile individuare una politica americana coerente.

Anche nella NATO c’è una confusione che a volte rischia di trasformarsi in aperta discordia. Dei 28 membri della NATO, solo 14 sono del tutto coinvolti nella campagna di Libia, e solo sei sono coinvolti nella guerra aerea. Solo tre di questi paesi, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia, stanno offrendo supporto aereo tattico ai ribelli a terra. Quando molti Paesi della NATO hanno congelato i conti bancari di Gheddafi e dei suoi sostenitori immediati, gli USA, con una mossa non pubblicizzata e discutibile, hanno congelato i 30 miliardi di dollari di fondi del governo libico. (su questo, torniamo più avanti). La Germania, la più potente nazione della NATO dopo l’America, si è astenuta sulla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, e il Ministro degli Esteri, Guido Westerwelle, ha dichiarato: “Non appoggiamo una soluzione militare, ma una soluzione politica”[3].

Un tale caos sarebbe stato impensabile nel periodo forte del dominio degli Stati Uniti. Obama sembra paralizzato dal divario tra il suo obiettivo dichiarato – la rimozione dal potere di Gheddafi – e i mezzi a sua disposizione, dato il coinvolgimento del paese in due guerre costose, e le sue priorità all’interno.

Per capire la confusione dell’America e della NATO sulla Libia, bisogna guardare ad altre questioni:

• l’allarme di Standard & Poor’s su un imminente downgrade del rating degli Stati Uniti

• l’aumento senza precedenti del prezzo dell’oro a oltre 1.500 dollari l’oncia

• lo stallo nella politica americana sul deficit federale e statale e su ciò che bisogna fare in proposito.

Nel bel mezzo della sfida libica a ciò che resta dell’egemonia americana, e in parte come conseguenza diretta della confusa strategia Americana in Libia, il prezzo del petrolio ha toccato i 112 dollari al barile. Questo aumento dei prezzi rischia di rallentare o addirittura invertire l’incerta ripresa economica americana, e costituisce una delle molte ragioni che dimostrano che la guerra di Libia non serve gli interessi nazionali americani.

La confusione sulla Libia è stata evidente sin dall’inizio a Washington, particolarmente da quando il Segretario di Stato Clinton ha auspicato la politica della no-fly zone, il presidente Obama ha detto che la considerava una opzione, e il Segretario alla Difesa Gates ha messo in guardia contro di essa. Il risultato è stato una serie di provvedimenti provvisori, durante i quali Obama ha giustificato la limitata risposta degli Stati Uniti con gli impegni americani in Iraq e in Afghanistan.

Eppure, con la situazione di stallo prevalente in Libia, una serie di escalation graduali sono ulteriomente contemplate, dalla fornitura di armi, fondi e consulenti per i ribelli, all’introduzione di mercenari o addirittura truppe straniere. Lo scenario americano comincia ad assomigliare sempre di più al Vietnam, dove la guerra, anche lì, cominciò modestamente con operazioni segrete seguite da consiglieri militari.

Devo confessare che il 17 marzo ero incerto sulla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU n. 1973, che apparentemente istituiva la no-fly zone in Libia per la protezione dei civili. Ma da allora è diventato evidente che questa minaccia ai ribelli da parte delle truppe di Gheddafi e tutta la retorica in proposito è in realtà molto minore di quanto venisse percepito in quel momento. Per citare il prof Alan J. Kuperman:

. . . Il Presidente Barack Obama ha grossolanamente esagerato la minaccia umanitaria per giustificare l’azione militare in Libia. Il Presidente ha affermato che l’intervento che era necessaria per impedire “un bagno di sangue” a Bengasi, la seconda città più grande della Libia e ultima roccaforte dei ribelli. Ma Human Rights Watch ha pubblicato dei dati su Misurata, la città più grande dopo Bengasi, scena di prolungate battaglie, i quali rivelano che Muammar Gheddafi non sta volutamente massacrando civili, ma piuttosto restringe l’obiettivo ai ribelli armati che combattono contro il suo governo. La città di Misurata conta 400.000 persone. In quasi due mesi di guerra, là sono morte solo 257 persone – inclusi i combattenti. Dei 949 feriti, solo 22 – meno del 3 per cento – sono donne …. Né mai Gheddafi ha minacciato un massacro di civili a Bengasi, come dichiarato da Obama. La minaccia che “non ci sarebbe stata pietà” del 17 marzo, aveva come unico obiettivo i ribelli, come riportato dal New York Times, secondo cui il leader della Libia aveva promesso l’amnistia per coloro che “avrebbero gettato via le armi”. Gheddafi aveva anche offerto una via di fuga ai ribelli aprendo la frontiera verso l’Egitto, per evitare una lotta “all’ultimo sangue”[5]
Il record di interventi militari statunitensi in corso in Iraq e in Afghanistan suggerisce che dovremmo aspettarci un pesante tributo umano, se l’attuale situazione di stallo in Libia va avanti o se ci sarà un’escalation.

Il ruolo del petrolio e degli interessi finanziari nella guerra
Nella Macchina da Guerra Americana, ho scritto come:

… Con una dialettica apparentemente inevitabile,… la prosperità in alcuni grandi stati ha favorito l’espansione, e l’espansione negli Stati dominanti ha creato crescenti disparità di reddito[6]. In questo processo lo stato dominante stesso è cambiato, sono stati progressivamente impoveriti i servizi pubblici, al fine di rafforzare le misure di sicurezza a beneficio di pochi, opprimendo la maggioranza.(7)
Così, come per molti anni gli affari esteri dell’Inghilterra in Asia hanno finito per essere condotti in gran parte dalla Compagnia delle Indie. … allo stesso modo, la società americana Aramco, che rappresenta un consorzio delle grandi compagnie petrolifere Exxon, Mobil, Socal, e Texaco, ha condotto la sua propria politica estera in Arabia, con collegamenti privati con la CIA e l’FBI.(8) …
In questo modo la Gran Bretagna e l’America hanno ereditato delle politiche che, una volta adottate dagli Stati metropolitani, sono diventate contrastanti con l’ordine pubblico e la sicurezza.(9)

Nelle fasi finali di una potenza egemone, vengono messi sempre più a nudo i ristretti interessi che guidano gli interventi, e i precedenti tentativi di creare stabili istituzioni internazionali vengono abbandonati. Consideriamo il ruolo della cospirazione nota come Jameson Raid nella repubblica Boera del Sud Africa alla fine del 1895, un raid condotto per sostenere gli interessi economici di Cecil Rhodes, che ha contribuito a provocare la Seconda Guerra Boera(10). O consideriamo il complotto anglo-francese con Israele del 1956, nel vano tentativo di mantenere il controllo del Canale di Suez.

Quindi prendiamo in considerazione le pressioni delle majors del petrolio come fattori della guerra degli USA in Vietnam (1961), in Afghanistan (2001), e in Iraq (2003).(11) Anche se il ruolo delle compagnie petrolifere americane nella guerra libica resta oscuro, è una virtuale certezza che negli Energy Task Force Meetings di Cheney si discutesse delle riserve di petrolio non solo dell’Iraq, ma anche della Libia, stimate a circa 41 miliardi di barili, ovvero circa un terzo di quelle dell’Iraq.(12)

Inoltre alcuni a Washington si aspettavano una rapida vittoria in Iraq che sarebbe stata seguita da un analogo attacco americano sulla Libia e l’Iran. Il generale Wesley Clark ha dichiarato ad Amy Goodman su Democracy Now quattro anni fa, che poco dopo l’11 Settembre un generale del Pentagono lo aveva informato che diversi paesi sarebbero stati attaccati dalle forze armate statunitensi. La lista comprendeva Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran.(13) Nel maggio del 2003 John Gibson, amministratore delegato di Halliburton Energy Service Group, ha detto a International Oil Daily, in un’intervista, “Ci auguriamo che l’Iraq sarà la prima tessera del domino e che la Libia e l’Iran seguiranno. Non ci piace essere tenuti fuori dai mercati perché dà un vantaggio ingiusto ai nostri concorrenti.”(14)

E’ anche una questione di pubblico dominio che la risoluzione ONU sulla no-fly zone n. 1973 del 17 marzo è avvenuta dopo poco tempo dalla minaccia pubblica di Gheddafi, del 2 marzo, di buttar fuori le compagnie petrolifere occidentali dalla Libia, e dal suo invito del 14 marzo a imprese cinesi, russe e indiane a produrre petrolio al loro posto.(15) Significativamente Cina, Russia e India (insiema al Brasile loro alleato nel BRIC), tutti si sono astenuti sulla risoluzione ONU 1973.

La questione del petrolio si intreccia strettamente con quella del dollaro, perché lo status del dollaro di valuta di riserva mondiale dipende in gran parte dalle decisioni dell’OPEC di denominare in dollari le transazioni di petrolio dell’OPEC. L’economia dei petrodollari di oggi risale a due accordi segreti con la Saudisin negli anni ’70 per il riciclaggio dei petrodollari all’interno dell’economia americana. Il primo di questi accordi assicurava un sostegno speciale e continuo dell’Arabia Saudita al dollaro USA; il secondo assicurava il mantenimento del sostegno saudita per la determinazione del prezzo del petrolio dell’OPEC in dollari. Questi due accordi assicuravano che l’economia americana non sarebbe stata impoverita dagli aumenti del prezzo del petrolio dell’OPEC. Da allora il fardello più pesante invece è stato imposto ai paesi economicamente meno sviluppati, che hanno bisogno di dollari per i loro rifornimenti di petrolio.(16)

Come ha sottolineato Ellen Brown, in primo luogo l’Iraq e poi la Libia avevano deciso di sfidare il sistema dei petrodollari smettendo di vendere tutto il loro petrolio in dollari, giusto poco prima di essere attaccati:

Kenneth Schortgen Jr., scrivendo su su Examiner.com, ha osservato che “sei mesi prima che gli U.S.A. muovessero contro l’Iraq per abbattere Saddam Hussein, il paese petrolifero aveva fatto la mossa di accettare euro anziché dollari per il petrolio, e questo era diventato una minaccia al dominio globale del dollaro come valuta di riserva, e al suo dominio in petrodollari .. ”

Secondo un articolo russo dal titolo “Bombardamento sulla Libia – Punizione per il tentativo di Gheddafi di rifiutare il Dollaro USA”, Gheddafi aveva fatto una simile mossa coraggiosa: aveva intrapreso una politica di rifiuto del dollaro e dell’euro, invitando i paesi arabi ed africani ad utilizzare invece una nuova moneta, il dinaro d’oro. Gheddafi suggeriva di istituire un continente unito africano, 200 milioni di persone con una moneta unica. … L’iniziativa è stata letta negativamente dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, con il Presidente francese Nicolas Sarkozy che ha definito la Libia una minaccia per la sicurezza finanziaria del genere umano; ma Gheddafi ha continuato a spingere per la creazione di un’Africa unita.
E questo ci riporta al puzzle della Banca Centrale Libica. In un articolo pubblicato su Market Oracle, Eric Encina ha osservato:

Un fatto raramente menzionato dai politici e dai media occidentali: la Banca Centrale della Libia è al 100% di proprietà statale …. Attualmente, il governo libico crea la propria moneta, il dinaro libico, tramite le strutture della sua propria banca centrale. Alcuni sostengono che la Libia è una nazione sovrana con grandi risorse proprie, in grado di sostenere il suo destino economico. Uno dei problemi principali per i cartelli bancari globalisti, al fine di fare affari con la Libia, è che devono passare attraverso la Banca Centrale Libica e la sua moneta nazionale, luogo in cui il loro dominio o potere contrattuale sono assolutamente pari a zero. Quindi, buttare giù la Central Bank of Libya (CBL) può non comparire nei discorsi di Obama, Cameron e Sarkozy, ma certamente è in cima all’agenda mondialista di assorbire la Libia nell’alveo delle nazioni compiacenti.(17)
La Libia non ha solo il petrolio. Secondo il FMI, la sua banca centrale ha circa 144 tonnellate di oro nei suoi caveaux. Con una base patrimoniale del genere, che bisogno può avere della BIS [Banca dei regolamenti internazionali], del FMI e delle loro regole?(18)
La recente proposta di Gheddafi di introdurre il dinaro d’oro per l’Africa ripropone la questione di un dinaro d’oro islamico lanciata nel 2003 dal Primo Ministro malese Mahathir Mohamad, così come da alcuni movimenti islamici.(19) Il disegno, che viola le regole del FMI ed è progettato per superarle, aveva avuto delle difficoltà a partire. Ma oggi i Paesi che accumulano sempre più oro piuttosto che dollari includono non solo la Libia e l’Iran, ma anche Cina, Russia, e India. (20)

Il Ruolo della Francia nel Porre Termine alle Iniziative Africane di Gheddafi
L’iniziativa degli attacchi aerei sembra essere inizialmente partita dalla Francia, con il sostegno precoce dalla Gran Bretagna. Se Gheddafi fosse riuscito nel suo intento di creare un’Unione Africana sostenuta dalla valuta e dalle riserve d’oro della Libia, la Francia, ancora potenza economica dominante nella maggior parte delle sue ex colonie africane, sarebbe stata la maggiore “perdente”. Infatti, un report di Dennis Kucinich in America ha confermato l’affermazione di Franco Bechis in Italia, trasmessa da VoltaireNet in Francia, che ” piani per suscitare la rivolta di Bengasi sono stati avviati dai servizi segreti francesi nel novembre 2010.” (21)

Se l’idea di attaccare la Libia è nata in Francia, Obama si è mosso rapidamente per sostenere i piani francesi di vanificare l’iniziativa africana di Gheddafi, con la sua dichiarazione unilaterale di emergenza nazionale, e il congelamento di tutti i 30 miliardi di dollari della Banca di Libia, fondi ai quali l’America aveva accesso. Questo è stato erroneamente riportato dalla stampa USA come il congelamento dei fondi del “Colonnello Gheddafi, dei suoi figli e della famiglia, e di alti membri del governo libico.” (22) Ma in realtà la seconda sezione del decreto di Obama in modo esplicito mira a “Tutti i beni e interessi … del governo della Libia, delle sue agenzie, strumenti e soggetti controllati, e della Banca Centrale di Libia.”(23) Benché gli Stati Uniti abbiano attivamente utilizzato armi finanziarie negli ultimi anni, la confisca di $ 30 miliardi,”la più grande quantità che sia mai stata congelata da un ordine degli Stati Uniti”, aveva un precedente, la confisca cospiratoria e illegale dei beni iraniani nel 1979 per conto della Chase Manhattan Bank.(24)

Le conseguenze del blocco dei 30 miliardi di dollari per l’Africa, così come per la Libia, sono state analizzate da un osservatore africano:

I 30 miliardi di dollari congelati da parte di Obama appartengono alla Banca Centrale libica ed erano stati assegnati come contributo libico a tre progetti chiave che avrebbero dato il tocco finale alla Federazione Africana – la African Investment Bank nella Sirte, in Libia, l’istituzione nel 2011 del Fondo Monetario Africano con sede a Yaoundée un fondo di 42 miliardi dollari di capitale e la Banca Centrale Africana con sede ad Abuja in Nigeria, che quando avesse iniziato a stampare moneta africana avrebbe suonato la campana a morto per il franco CFA ( moneta utilizzata da 14 paesi africani ex colonie francesi, ndt) attraverso il quale Parigi è stata in grado di mantenere il suo peso su alcuni paesi africani negli ultimi cinquant’anni. E’ facile comprendere la collera francese contro Gaddafi. (25)
Lo stesso osservatore ha motivi per credere che i piani di Gheddafi per l’Africa fossero più benevoli di quelli dell’Occidente:

E ‘iniziato nel 1992, quando 45 nazioni africane istituirono il Rascom (Regional African Satellite Communication Organization), in modo che l’Africa potesse avere le proprie comunicazioni via satellite abbattendo i costi delle comunicazioni nel continente. A quel tempo le telefonate da e verso l’Africa erano le più costose del mondo a causa della tassa annuale di 500 milioni di dollari intascati dall’Europa per l’uso di suoi satelliti, come Intelsat, per le conversazioni telefoniche, comprese quelle all’interno dello stesso paese.
Un satellite africano ha un costo unico di 400 milioni di dollari, e il continente non deve più pagare i 500 milioni dollari di locazione annuale. Quali banchieri avrebbero finanziato un progetto del genere? Era un problema – come possono gli schiavi che cercano di liberarsi dallo sfruttamento del loro padrone, chiedere allo stesso padrone di aiutarli a conquistare la libertà? Non sorprende che la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, gli Stati Uniti e l’Europa per 14 anni facessero solo vaghe promesse. Gheddafi aveva messo fine a questi vani appelli ai ‘benefattori’ occidentali, con i loro tassi di interesse esorbitanti. La guida Libica ha messo 300 milioni di dollari sul tavolo; la African Development Bank ha aggiunto 50 milioni di dollari e la West African Development Bank ha messo gli altri 27 milioni di dollari – ed è così che l’Africa ha avuto il suo primo satellite di comunicazioni, il 26 dicembre 2007. (26)
Io non sono in grado di confermare queste affermazioni. Ma, per queste ed altre ragioni, sono convinto che le azioni occidentale in Libia sono state progettate per frustrare i piani di Gheddafi per un’Africa autenticamente post-coloniale, non a causa della sua repressione contro i ribelli a Bengasi.

Conclusione

Da tutta questa confusione e false dichiarazioni io concluderei che l’America ha perso la sua capacità di mantenere e imporre la pace, da sola o con i suoi alleati nominali. Vorrei far presente che sarebbe nel migliore interesse dell’America, anche se solo per stabilizzare e ridurre i prezzi del petrolio, unirsi ora alle pressioni di Ban Ki-Moon e del Papa per un immediato cessate-il-fuoco in Libia. Negoziare il cessate il fuoco creerà certamente problemi, ma l’alternativa è l’incubo di vedere una inesorabile escalation del conflitto. L’America ha già avuto conseguenze tragiche per questo tipo di politiche. Non vogliamo avere altre perdite per lo scopo di sostenere il sistema iniquo dei petrodollari, che ha comunque i giorni contati.

In gioco non c’è solo la relazione dell’America con la Libia, ma con la Cina. L’Africa intera è una zona dove l’Occidente e i Paesi del BRIC investiranno entrambi. La sola Cina, avida di risorse, si prevede che investirà nell’ordine di 50 miliardi di dollari all’anno entro il 2015, una cifra (finanziata dal deficit commerciale americano con la Cina) con cui l’Occidente non può competere.(27) Se l’Occidente e l’Oriente potranno convivere pacificamente in Africa nel futuro dipenderà dalla capacità dell’Occidente di accettare la graduale diminuzione della sua influenza, senza ricorrere a ingannevoli stratagemmi (come lo stratagemma anglo-francese di Suez del 1956) per cercare di mantenerla.

Le precedenti transizioni nel dominio globale sono state segnate da guerre, rivoluzioni, o da entrambe. La nascita dell’egemonia americana attraverso le ultime due guerre mondiali dopo l’egemonia britannica è stata una transizione tra due potenze che erano sostanzialmente affini, e culturalmente vicine. Il mondo intero ha un immenso interesse a che la difficile transizione verso un nuovo ordine dopo l’egemonia statunitense sia raggiunto il più pacificamente possibile.


Peter Dale Scott, ex Diplomatico Canadese e Professore alla University of California, Berkeley, autore di Drugs Oil and War, The Road to 9/11, The War Conspiracy: JFK, 9/11, and the Deep Politics of War. Il suo libro più recente è American War Machine: Deep Politics, the CIA Global Drug Connection and the Road to Afghanistan. Collabora con il Centre for Research on Globalization (CRG). Questo articolo è pubblicato in partnership con il Asia Pacific Journal.

NOTE

1 “McCain calls for stronger NATO campaign,” monstersandcritics.com, April 22, 2011, link.

2 Ed Hornick, “Arming Libyan Rebels: Should U.S. Do It?” CNN, March 31, 2011.

3 “Countries Agree to Try to Transfer Some of Qaddafi’s Assets to Libyan Rebels,” New York Times, April 13, 2011, link.

4 “President Obama Wants Options as Pentagon Issues Warnings About Libyan No-Fly Zone,” ABC News, March 3, 2011, link. Earlier, on February 25, Gates warned that the U.S. should avoid future land wars like those it has fought in Iraq and Afghanistan, but should not forget the difficult lessons it has learned from those conflicts.
“In my opinion, any future Defense secretary who advises the president to again send a big American land army into Asia or into the Middle East or Africa should ‘have his head examined,’ as General MacArthur so delicately put it,” Gates said in a speech to cadets at West Point” (Los Angeles Times, February 25, 2011, link).

5 Alan J. Kuperman, “False Pretense for War in Libya?” Boston Globe, April 14, 2011.

6 America’s income disparity, as measured by its Gini coefficient, is now among the highest in the world, along with Brazil, Mexico, and China. See Phillips, Wealth and Democracy, 38, 103; Greg Palast, Armed Madhouse (New York: Dutton, 2006), 159.

7 This is the subject of my book The Road to 9/11, 4–9.

8 Anthony Cave Brown, Oil, God, and Gold (Boston: Houghton Mifflin, 1999), 213.

9 Peter Dale Scott, American War Machine: Deep Politics, the CIA Global Drug Connection, and the Road to Afghanistan (Berkeley: University of California Press, 2010), 32. One could cite also the experience of the French Third Republic and the Banque de l’Indochine or the Netherlands and the Dutch East India Company.

10 Elizabeth Longford, Jameson’s Raid: The Prelude to the Boer War (London: Weidenfeld and Nicolson, 1982); The Jameson Raid: a centennial retrospective (Houghton, South Africa: Brenthurst Press, 1996).

11 Wikileak documents from October and November 2002 reveal that Washington was making deals with oil companies prior to the Iraq invasion, and that the British government lobbied on behalf of BP’s being included in the deals (Paul Bignell, “Secret memos expose link between oil firms and invasion of Iraq,” Independent (London), April 19, 2011).

12 Reuters, March 23, 2011.

13 Saman Mohammadi, “The Humanitarian Empire May Strike Syria Next, Followed By Lebanon And Iran,” OpEdNews.com, March 31, 2011.

14 “Halliburton Eager for Work Across the Mideast,” International Oil Daily, May 7, 2003.

15 “Gaddafi offers Libyan oil production to India, Russia, China,” Agence France-Presse, March 14, 2011, link.

16 Peter Dale Scott, “Bush’s Deep Reasons for War on Iraq: Oil, Petrodollars, and the OPEC Euro Question”; Peter Dale Scott, Drugs, Oil, and War (Lanham, MD: Rowman & Littlefield, 2003), 41-42: “From these developments emerged the twin phenomena, underlying 9/11, of triumphalist US unilateralism on the one hand, and global third-world indebtedness on the other. The secret deals increased US-Saudi interdependence at the expense of the international comity which had been the base for US prosperity since World War II.” Cf. Peter Dale Scott, The Road to 9/11 (Berkeley: University of California Press, 2007), 37.

17 “Globalists Target 100% State Owned Central Bank of Libya.” Link.

18 Ellen Brown, “Libya: All About Oil, or All About Banking,” Reader Supported News, April 15, 2011.

19 Peter Dale Scott, “Bush’s Deep Reasons for War on Iraq: Oil, Petrodollars, and the OPEC Euro Question”; citing “Islamic Gold Dinar Will Minimize Dependency on US Dollar,” Malaysian Times, April 19, 2003.

20 “Gold key to financing Gaddafi struggle,” Financial Times, March 21, 2011, link.

21 Franco Bechis, “French plans to topple Gaddafi on track since last November,” VoltaireNet, March 25, 2011. Cf. Rep. Dennis J. Kucinich, “November 2010 War Games: ‘Southern Mistral’ Air Attack against Dictatorship in a Fictitious Country called ‘Southland,’” Global Research, April 15, 2011, link; Frankfurter Allgemeine Zeitung, March 19, 2011.

22 New York Times, February 27, 2011.

23 Executive Order of February 25, 2011, citing International Emergency Economic Powers Act (50 U.S.C. 1701 et seq.) (IEEPA), the National Emergencies Act (50 U.S.C. 1701 et seq.) (NEA), and section 301 of title 3, United States Code, seizes all Libyan Govt assets, February 25, 2011, link. The authority granted to the President by the International Emergency Economic Powers Act “may only be exercised to deal with an unusual and extraordinary threat with respect to which a national emergency has been declared for purposes of this chapter and may not be exercised for any other purpose” (50 U.S.C. 1701).

24 “Billions Of Libyan Assets Frozen,” Tropic Post, March 8, 2011, link (“largest amount”); Peter Dale Scott, The Road to 9/11: Wealth, Empire, and the Future of America (Berkeley and Los Angeles: University of California Press, 2007), 80-89 (Iranian assets).

25 “Letter from an African Woman, Not Libyan, On Qaddafi Contribution to Continent-wide African Progress , Oggetto: ASSOCIAZIONE CASA AFRICA LA LIBIA DI GHEDDAFI HA OFFERTO A TUTTA L’AFRICA LA PRIMA RIVOLUZIONE DEI TEMPI MODERNI,” Vermont Commons, April 21, 2011, link. Cf. Manlio Dinucci, “Financial Heist of the Century: Confiscating Libya’s Sovereign Wealth Funds (SWF),” Global Research, April 24, 2011, link.

26 Ibid. Cf. “The Inauguration of the African Satellite Control Center,” Libya Times, September 28, 2009, link; Jean-Paul Pougala, “The lies behind the West’s war on Libya,” Pambazuka.org, April 14, 2011.

27 Leslie Hook, “China’s future in Africa, after Libya,” blogs.ft.com, March 4, 2011 ($50 billion). The U.S trade deficit with China in 2010 was $273 billion.

* Fonte: vocidall’estero (originale in: Global Research, 29 Aprile, 2011)

Libia: il volto coloniale di Francia e Italia

di Pressenza – International Press Agency 
giovedì 6 settembre 2018
Sulla questione libica, Francia e Italia si guardano di traverso non solo perché si contendono il ruolo di pacieri nella speranza di assicurarsi un posto a tavola nella Libia che verrà, ma anche perché si rapportano in maniera diversa nei confronti dei due governi presenti in Libia. L’Italia collabora esclusivamente con Al-Serraj, capo di governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, che però controlla solo la Tripolitania e pochi altri territori della parte occidentale del paese. La Francia, invece, sostiene più volentieri il generale Haftar, capo militare che controlla non solo la Cirenaica ma tutta la parte centrale e orientale del paese. Due scelte di campo non casuali che fanno assumere ai due rivali non tanto il volto dei pacieri disinteressati, quanto delle potenze coloniali assetate di controllo.

di Francesco Gesualdi

Ovviamente la questione petrolifera è sempre in primo piano, considerato che la Libia possiede le maggiori riserve di petrolio dell’Africa, le none nel mondo, circa 48 miliardi di barili (il 3% circa dell’intero ammontare delle riserve mondiali). Prima del rovesciamento di Gheddafi, nel 2011, la Libia produceva 1,65 milioni di barili di petrolio al giorno e 17 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Le due risorse rappresentavano il 65% del prodotto lordo nazionale e contribuivano al 95% delle entrate governative. Ma dal 2013, la produzione si è praticamente dimezzata per l’attacco ai pozzi da parte delle innumerevoli milizie armate che tempestano la Libia.

Da un punto di vista operativo l’estrazione e la vendita degli idrocarburi è affidata alla National Oil Corporation (NOC), un’azienda di stato che opera non solo in proprio, ma anche per il tramite di società compartecipate da multinazionali, senza escludere la possibilità di permettere a quest’ultime di estrarre su licenza. Tra queste ENI che sotto varie forme societarie gestisce diversi giacimenti di gas e petrolio non solo onshore, ossia sulla terra ferma, ma anche offshore, ossia in mare, principalmente nella parte ovest del paese, quella sotto il controllo del governo Al-Serraj. Tuttavia la maggior parte del petrolio libico si trova nella parte centrale del paese, quella sotto comando del generale Haftar. Alcuni pozzi di questa zona sono gestiti dalla società Waha Concessions nel cui azionariato compare anche Total che da vari anni sta cercando una strategia per affermarsi in Libia. Con successo, dal momento che è presente anche in altre società che gestiscono altri due giacimenti: l’uno nel Mar Mediterraneo, l’altro nel Fezzan, la regione più a sud del paese.
Ma la difesa delle proprie imprese è solo uno dei temi che divide Francia e Italia. L’altro è il controllo del territorio su cui i due paesi sono di nuovo concorrenti. L’obiettivo principale dell’Italia è fermare l’arrivo di migranti attraverso il Mar Mediterraneo e poiché gli imbarchi avvengono nella parte occidentale della Libia, i legami sono stati stretti con Al-Serraj a cui è stata offerta amicizia e sostegno economico, in cambio del controllo dei flussi migratori. Così fece il governo Renzi e poi il governo Gentiloni per continuare col governo Conte.
Ovviamente l’Italia sa che una politica efficace contro flussi migratori richiede un blocco dei passaggi più a sud, già nel Niger, per cui vorrebbe avere più influenza nelle regioni del Sahel. Ma l’Africa sahariana ha una storia coloniale con la Francia e in questi paesi non si muove foglia senza che la Francia non voglia. E la volontà della Francia è di non avere altre presenze straniere all’infuori di lei o dei suoi stretti alleati, per cui l’Italia non ha grandi prospettive di poter inviare propri contingenti.
Ma dopo il Niger la rotta dei migranti passa per la Libia e qui l’Italia potrebbe essere facilitata in nome dei trascorsi coloniali. Ma il territorio libico a ridosso del Niger è il Fezzan ormai una terra di nessuno dove decine di gruppi armati si fronteggiano per il controllo di porzioni di territorio. Una situazione di anarchia che ha facilitato il proliferare di varie altre anomalie.
Non solo l’esplosione di ogni forma di traffico illegale, dal passaggio clandestino dei migranti al contrabbando di armi, droghe e oro, ma anche l’insediamento di gruppi armati islamisti che fanno da spalla a gruppi analoghi presenti in altri paesi del Sahel. Ed è proprio quest’ultimo aspetto che più preoccupa la Francia inducendola a perseguire scelte di politica estera che le assicurino non solo la stabilizzazione del Fezzan, ma anche la possibilità di avere una presenza nella regione. Fra i due governi oggi presenti in Libia, quello che ha più probabilità di prendere il controllo del Fezzan non è Al Serraj, ma Haftar che gode di maggiori simpatie da parte dei gruppi locali. Di qui la seconda ragione che spinge la Francia a stringere amicizia con Haftar in aperto contrasto con l’Italia che almeno nel Fezzan vorrebbe insediarcisi lei. Vecchie logiche coloniali avanzano.

Preso da: https://www.agoravox.it/Libia-il-volto-coloniale-di.html

Intervista al Presidente del Consiglio Supremo delle Tribù, “ Si aggiunge una nuova guerra tra Italia e Francia”

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Pubblicato il
Di Vanessa Tomassini.
Dopo l’attacco da parte di Ibrahim Jadhran alla Mezzaluna petrolifera, avvenuto la settimana scorsa, malgrado l’esercito di Khalifa Haftar sia riuscito a ristabilire il controllo sulla regione, si rincorrono le voci di un intervento sul campo da parte delle Nazioni Unite. Mentre sui social si diffondono le immagini di miliziani ciadiani giunti a Misurata, c’è chi insinua anche che Jadhran avrebbe trovato ospitalità nella città dei Fratelli Musulmani, dove sorge l’ospedale da campo italiano. Diverse fonti sostengono perfino che Jadhran, aiutato forse da un esponente del Governo di Tripoli, sarebbe pronto a lasciare la Libia diretto verso la Turchia. Non è un caso che, già nel 2016, l’ex capo delle Petroleum Facility Guards incontrò, proprio ad Instanbul, i funzionari di USA e Regno Unito per discutere del sollevamento del blocco della mezzaluna petrolifera. Pur non essendoci elementi a sufficienza per stabilire se queste voci siano fondate, quel che è certo è che i libici iniziano ad essere sempre più insofferenti della politica straniera a casa loro, soprattutto se a tutto questo si aggiunge la spinosa questione “migranti” e centri di accoglienza. Per capire che aria tira, abbiamo incontrato il presidente del Consiglio Supremo delle Tribù di Warshefana, Abu Amid al-Mabrouk.
-In molti affermano che ci sia il coinvolgimento di Paesi stranieri nel disastro della Mezzaluna petrolifera, è così?
“Innanzitutto bisogna dire che il Governo di Accordo Nazionale, sotto la guida di Fayez al-Serraj e supportato dalla comunità internazionale, è coinvolto in quello che è successo nella Mezzaluna. Ci sono informazioni, anche se non ancora confermate, che alcuni italiani siano passati da Misurata per andare a Ras Lanuf. Penso che alla vecchia lotta per il potere, si sia aggiunto un altro tipo di guerra tra la Francia e l’Italia, quella attraverso le compagnie petrolifere italiane e la francese Total”.

-Crede che anche l’immigrazione clandestina faccia parte di questa guerra? Cosa ne pensa della proposta europea di aprire dei centri di accoglienza migranti in Libia?
“La questione dell’immigrazione clandestina e dei migranti è responsabilità dei paesi colonizzatori che hanno occupato l’Africa. Molti paesi africani ancora oggi sono economicamente e politicamente occupati, per questo i Paesi europei devono trovare soluzioni alla fonte, nei paesi di origine e non in Libia che, essendo il principale paese di transito, è la prima vittima del problema. Noi libici all’unanimità rifiutiamo la creazione di campi di accoglienza, non possiamo accettare che i migranti provenienti dal sud del continente vengano ammassati in Libia. L’unica soluzione è che l’Europa lavori sulle cause dell’immigrazione e soprattutto deve smettere di utilizzare il fascicolo umanitario politicamente ed investire i fondi per aiutare i migranti nelle loro patrie”.
-Dopo Derna, il terrorismo sarà stato sconfitto in Libia?
“In segreto il terrorismo è sostenuto ed è frutto dell’Occidente che lo utilizza per scopi specifici. Osama Bin Laden, ad esempio, è stato creato dall’America, gli ha fornito denaro ed armi per affrontare l’Unione Sovietica in Afghanistan. Dopo che la sua missione è finita, improvvisamente diventa un terrorista ed è stato ucciso dai suoi stessi creatori. Il vero Islam è una religione di pace che rifiuta la violenza e si basa sull’innocenza delle azioni”.
-Da giorni si vocifera un intervento delle Nazioni Unite in Libia, che cosa ne pensa?
“L’intervento delle Nazioni Unite è sul campo da quello militare della Nato del 2011 e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Ora la Libia, dopo sette anni, è stata distrutta diventando terreno fertile per il terrorismo, i trafficanti e l’immigrazione clandestina. È strano come la Libia sia riuscita a distruggere sé stessa sotto la guida delle Nazioni Unite…”.
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Preso da: https://specialelibia.it/2018/06/24/intervista-al-presidente-del-consiglio-supremo-delle-tribu-si-aggiunge-una-nuova-guerra-tra-italia-e-francia/

Non le tangenti ma altro determinò quel 2011 in Libia

di · Pubblicato 23 marzo 2018
di OLTRE FRONTIERA (Lorenzo Nannetti)

Non le tangenti ma altro determinò quel 2011 in Libia
Molte delle ricostruzioni del 2011 a partire dall’inchiesta recente su Sarkozy soffrono di un problema: i giornalisti hanno la memoria corta e/o non sono mai stati al corrente di tutti i fatti. Sarkozy non ha lanciato l’attacco per quelle tangenti. Per lo meno, non è quello il motivo principale.
In quel periodo, Paesi come Libia e Venezuela, a causa degli alti proventi del petrolio (si era in periodo di prezzi alti), decisero di rivedere gran parte dei contratti petroliferi ed energetici in genere con le grandi compagnie internazionali che garantivano a queste ultime forti proventi ma non altrettanti ai Paesi dove operavano. In quel momento i governi di quei Paesi si ritenevano sufficientemente forti da poterlo imporre. In breve, e senza entrare nei dettagli caso per caso, venne posto una sorta di ultimatum: accettate nuove condizioni contrattuali, oppure siete fuori, e per “fuori” si intendeva la nazionalizzazione dei giacimenti e la cacciata delle stesse compagnie.

In genere le compagnie USA, inglesi e francesi risposero “no” e ne subirono le conseguenze. L’ENI fece una scelta diversa: disse “sì, ma a condizione di poter ottenere contratti più lunghi”. La scelta era intelligente: la società italiana accettava di guadagnare meno nel breve termine riducendo i propri proventi e aumentando quelli per lo Stato ospite, ma al tempo stesso otteneva licenze e contratti più lunghi che avrebbero permesso un guadagno più duraturo. Inoltre, così facendo l’Eni si poneva come partner privilegiato e, proprio per questo, avrebbe goduto di altri vantaggi.

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Questa situazione ovviamente non andava bene agli altri competitor. La Libia all’epoca era già in preda a problematiche sociali, demografiche ed economiche che stavano portando allo scoppiare della rivolta: la sua origine, infatti, non è esterna, al massimo le pressioni francesi l’hanno fatta scoppiare prima del previsto. L’intervento militare è partito solo quando Gheddafi si stava avvicinando ad attaccare Bengasi, roccaforte ribelle. È vero che la Francia ha favorito quell’intervento e che voleva trarne i vantaggi, in primis sostituire gli investimenti italiani nel Paese con i propri. La Gran Bretagna si è accodata, un po’ tirata dalla giacca dalla Francia ma comunque altrettanto desiderosa di ristabilire i propri investimenti in Libia.
Del resto quando scoppiò la questione dei contratti energetici, Gheddafi minacciò anche di creare una moneta alternativa per i Paesi della Françafrique: difficile dire quanto tale proposta fosse reale, ma essa fu una conseguenza, e non una causa come alcuni suppongono, della crisi.
Infine, le tangenti: non sono sufficienti a giustificare l’azione francese (cose simili accadono di frequente) ma forse indicano anche come, una volta sconfitto Gheddafi, la sua morte sia stata considerata utile a Parigi.

Fonte: https://www.oltrefrontieranews.it/sarkozy-gheddafi-intervento-militare-francia/

Preso da: http://appelloalpopolo.it/?p=40179

La vera ragione del golpe in Venezuela: l’opposizione ha offerto agli USA il 50% dell’industria petrolifera nazionale

Il primo golpe in Venezuela ordito in quel di Washington risale al 2002. Fallì miseramente con il Comandante Chavez che torna in sella a furor di popolo. Le ingerenze di Washington sono state e rimangono una costante nella politica di Caracas. La ricchezza di petrolio e risorse naturali fanno troppo gola all’ingombrante vicino di casa nordamericano che vorrebbe tornare ad avere in quel di Caracas delle figure fantoccio che rispondono agli ordini USA.

Possiamo così spiegare brevemente la grottesca autoproclamazione di Juan Guaidò a presidente ad interim e il tentativo di rovesciare il governo Maduro. Trump, insieme ai falchi stunitensi, ha deciso di impossessarsi del petrolio venezuelano. Costi quel che costi. Con il beneplacito dell’opposizione venezuelana.

Anzi, quest’ultima vista l’incapacità di raggiungere il potere per via democratica è giunta ad offrire il 50% dell’industria petrolifera di Caracas agli USA.

Il ministro del Potere Popolare per il Petrolio e presidente di PDVSA, Manuel Quevedo, ha accusato le forze di opposizione di aver offerto il 50% dell’industria petrolifera nazionale agli Stati Uniti. «L’opposizione vuole mettere in vendita tutte le risorse del popolo venezuelano. Hanno offerto il 50% del settore petrolifero agli Stati Uniti», ha denunciato ai microfoni dell’emittente Venezolana de Televisión (VTV).

Quevedo è intervenuto a una mobilitazione organizzata dai lavoratori del settore petrolifero presso la sede della compagnia statale PDVSA, dove ha sottolineato che l’opposizione di concerto con il presidente statunitense Donald Trump cerca di montare in Venezuela uno scenario simile a quello già visto in Libia.

«Vogliono che la gestione di tutte le risorse sia dell’amministrazione Trump. Vogliono applicare lo stesso copione della Libia, nominare un governo parallelo, intervenire e appropriarsi delle risorse».


Il ministro ha inoltre evidenziato che l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), riconosce il termine 2019-2025 presidenziale del presidente Nicolas Maduro: «L’OPEC ci riconosce, così come molti di quei paesi che hanno ricevuto sanzioni ingiuste dagli Stati Uniti, che perseguono come obiettivo la distruzione economica e l’appropriazione delle loro risorse».

La mossa del congelamento dei conti bancari all’estero di PDVSA e Citgo oltre ad attivi e beni per 7 miliardi di dollari rappresenta un «furto palese» nei confronti del popolo venezuelano. Lo stesso che Stati Uniti e opposizione dicono di voler difendere dal tiranno Maduro.

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