Intervista al Presidente del Consiglio Supremo delle Tribù, “ Si aggiunge una nuova guerra tra Italia e Francia”

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Di Vanessa Tomassini.
Dopo l’attacco da parte di Ibrahim Jadhran alla Mezzaluna petrolifera, avvenuto la settimana scorsa, malgrado l’esercito di Khalifa Haftar sia riuscito a ristabilire il controllo sulla regione, si rincorrono le voci di un intervento sul campo da parte delle Nazioni Unite. Mentre sui social si diffondono le immagini di miliziani ciadiani giunti a Misurata, c’è chi insinua anche che Jadhran avrebbe trovato ospitalità nella città dei Fratelli Musulmani, dove sorge l’ospedale da campo italiano. Diverse fonti sostengono perfino che Jadhran, aiutato forse da un esponente del Governo di Tripoli, sarebbe pronto a lasciare la Libia diretto verso la Turchia. Non è un caso che, già nel 2016, l’ex capo delle Petroleum Facility Guards incontrò, proprio ad Instanbul, i funzionari di USA e Regno Unito per discutere del sollevamento del blocco della mezzaluna petrolifera. Pur non essendoci elementi a sufficienza per stabilire se queste voci siano fondate, quel che è certo è che i libici iniziano ad essere sempre più insofferenti della politica straniera a casa loro, soprattutto se a tutto questo si aggiunge la spinosa questione “migranti” e centri di accoglienza. Per capire che aria tira, abbiamo incontrato il presidente del Consiglio Supremo delle Tribù di Warshefana, Abu Amid al-Mabrouk.
-In molti affermano che ci sia il coinvolgimento di Paesi stranieri nel disastro della Mezzaluna petrolifera, è così?
“Innanzitutto bisogna dire che il Governo di Accordo Nazionale, sotto la guida di Fayez al-Serraj e supportato dalla comunità internazionale, è coinvolto in quello che è successo nella Mezzaluna. Ci sono informazioni, anche se non ancora confermate, che alcuni italiani siano passati da Misurata per andare a Ras Lanuf. Penso che alla vecchia lotta per il potere, si sia aggiunto un altro tipo di guerra tra la Francia e l’Italia, quella attraverso le compagnie petrolifere italiane e la francese Total”.

-Crede che anche l’immigrazione clandestina faccia parte di questa guerra? Cosa ne pensa della proposta europea di aprire dei centri di accoglienza migranti in Libia?
“La questione dell’immigrazione clandestina e dei migranti è responsabilità dei paesi colonizzatori che hanno occupato l’Africa. Molti paesi africani ancora oggi sono economicamente e politicamente occupati, per questo i Paesi europei devono trovare soluzioni alla fonte, nei paesi di origine e non in Libia che, essendo il principale paese di transito, è la prima vittima del problema. Noi libici all’unanimità rifiutiamo la creazione di campi di accoglienza, non possiamo accettare che i migranti provenienti dal sud del continente vengano ammassati in Libia. L’unica soluzione è che l’Europa lavori sulle cause dell’immigrazione e soprattutto deve smettere di utilizzare il fascicolo umanitario politicamente ed investire i fondi per aiutare i migranti nelle loro patrie”.
-Dopo Derna, il terrorismo sarà stato sconfitto in Libia?
“In segreto il terrorismo è sostenuto ed è frutto dell’Occidente che lo utilizza per scopi specifici. Osama Bin Laden, ad esempio, è stato creato dall’America, gli ha fornito denaro ed armi per affrontare l’Unione Sovietica in Afghanistan. Dopo che la sua missione è finita, improvvisamente diventa un terrorista ed è stato ucciso dai suoi stessi creatori. Il vero Islam è una religione di pace che rifiuta la violenza e si basa sull’innocenza delle azioni”.
-Da giorni si vocifera un intervento delle Nazioni Unite in Libia, che cosa ne pensa?
“L’intervento delle Nazioni Unite è sul campo da quello militare della Nato del 2011 e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Ora la Libia, dopo sette anni, è stata distrutta diventando terreno fertile per il terrorismo, i trafficanti e l’immigrazione clandestina. È strano come la Libia sia riuscita a distruggere sé stessa sotto la guida delle Nazioni Unite…”.
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Preso da: https://specialelibia.it/2018/06/24/intervista-al-presidente-del-consiglio-supremo-delle-tribu-si-aggiunge-una-nuova-guerra-tra-italia-e-francia/

Libia, la guerra del petrolio e gli interessi dei Grandi

A cinque anni dalla caduta di Gheddafi vengono al pettine i nodi di un intervento voluto dai francesi e poi avallato dalla Nato e dagli Usa che hanno commesso un altro errore strategico: le frontiere libiche sono sprofondate per mille chilometri nel Sahara e il caos ha portato una destabilizzazione incontrollabile che con i jihadisti ha contagiato la Tunisia e i Paesi confinanti.

di Alberto Negri – 14 settembre 2016

«It’s the oil stupid», è il petrolio la posta in gioco in Libia, scrive Issandr Al Amrani, fondatore di The Arabist. E potremmo aggiungere anche il gas: il 60% del carburante pompato dall’Eni- ogni giorno 35 milioni di metri cubi – alimenta le centrali elettriche locali, sia in Tripolitania che in Cirenaica. In poche parole è la produzione dell’Eni che accende la luce ai libici.
Nel momento in cui si mandano un centinaio di medici a Misurata protetti da 200 parà della Folgore, questo aspetto di vitale importanza per la sopravvivenza dei libici non va sottovalutato. Anche il generale Khalifa Haftar e il governo di Tobruk forse dovrebbero pagare la bolletta ma hanno fatto una scelta diversa, ovvero impadronirsi dei principali terminali petroliferi della Cirenaica fino a Ras Lanuf, a ridosso della linea del fronte dove nella Sirte comincia la battaglia al Califfato, quasi passata in secondo piano davanti alle tensioni crescenti tra le fazioni libiche.
La guerra in Libia del 2011 per abbattere il Colonnello Gheddafi, come quella in Siria per far fuori Assad, si è trasformata quasi subito in un conflitto per procura con forti connotati economici e strategici. L’intervento francese a favore dei ribelli di Bengasi accompagnato da quello della Nato ha diviso il Paese tra le due regioni principali e l’unità libica, un eredità coloniale italiana, di fatto non si è più ricostituita.  In pratica ci sono due situazioni critiche derivanti dall’attacco alla Mezzaluna petrolifera libica condotto dal generale Khalifa Haftar, l’uomo forte di Tobruk e della Cirenaica. Una è lo scontro tra Tripoli, il governo internazionalmente riconosciuto, e quello di Tobruk; l’altra è quella meno visibile degli interessi contrastanti delle potenze in campo. Nonostante le notizie diffuse dalla stampa, Francia, Russia ed Egitto continuano ad appoggiare Haftar che conquistando porti e terminali minaccia anche gli interessi italiani. Gli americani bombardando l’Isis rafforzano Tripoli e Misurata contro Haftar, quindi, con qualche sfumatura, si schierano contro la Francia, l’Egitto e la Russia, con implicazioni anche sul fronte siriano. L’Italia, appoggiando Misurata e gli Stati Uniti, prende posizione contro l’Isis ma anche nei confronti delle milizie di Haftar, appoggiate dal Cairo e fino a ieri da Parigi.
A cinque anni dalla caduta di Gheddafi vengono al pettine i nodi di un intervento voluto dai francesi e poi avallato dalla Nato e dagli Usa che hanno commesso un altro errore strategico: le frontiere libiche sono sprofondate per mille chilometri nel Sahara e il caos ha portato una destabilizzazione incontrollabile che con i jihadisti ha contagiato la Tunisia e i Paesi confinanti. L’Italia, come ha ammesso l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini, fu costretta allora a partecipare ai raid dell’Alleanza perché i terminali dell’Eni risultavano tra i bersagli da colpire. Ora rimediare è complicato e la divisione tra Tripolitania e Cirenaica si è fatta sempre più aspra. In sostanza questa guerra per procura è interna al fronte occidentale, oltre che a quello arabo, e per l’Italia è un conflitto ultrasensibile perché dopo avere perso in Libia miliardi di euro, sfumati con gli accordi firmati con Gheddafi, si trova sull’altra sponda un trampolino di lancio per i migranti.
La comunità internazionale e anche la Francia ufficialmente si sono schierati contro Haftar ma il bottino libico, 140-150 miliardi di dollari, è troppo attraente per non essere diffidenti. Del bottino petrolifero la Cirenaica costituisce la parte più ricca perché custodisce circa il 70-80% delle riserve di oro nero. Non solo: la sua proiezione verso il Sahara la rende strategica per l’influenza nella fascia sub-saheliana dove i francesi sono attori di primo piano mentre l’Egitto è fortemente interessato a estendere il suo controllo in questa area di frontiera per evidenti ragioni economiche e di sicurezza. Prima della caduta di Gheddafi un milione di egiziani lavorava in Libia.  Quando si stava disgregando la Libia italiana lo stesso monarca egiziano Farouk nel 1944 rivendicò la Cirenaica: «Non mi risulta che vi sia mai appartenuta». fu la secca replica di Churchill in un burrascoso faccia a faccia con Farouk al Cairo. Oggi forse dovrebbero essere gli americani a pronunciare le stesse parole. Ma dopo quanto è accaduto negli ultimi anni tra il Maghreb e il Medio Oriente nessuno si fa illusioni. La Libia è una lezione sui tempi che corrono: concetti come “alleato” e “nemico” non spiegano più la realtà internazionale. E l’Italia nel caso libico ha avuto la prova di quanto gli alleati siano più concorrenti che amici.
Fonte: Il Sole 24 Ore
Preso da: http://www.lintellettualedissidente.it/rassegna-stampa/libia-la-guerra-del-petrolio-e-gli-interessi-dei-grandi/

2011: Come gli Usa nascondono le proprie perdite in Libia

Come gli Usa nascondono le proprie perdite in Libia
[12.10.2011] trad. Vera Zasulich per GilGuySparks

L’esercito americano subisce perdite in Libia, ma li nasconde sotto l’apparenza di incidenti durante esercitazioni.
Secondo esperti militari, il comando degli Stati Uniti nasconde le perdite in Libia sotto la maschera di incidenti nelle esercitazioni. Presumibilmente durante le recenti esercitazioni in Germania di paracadutismo avrebbero subito la perdita di oltre 50 soldati dell’82° divisione d’elite dell’esercito statunitense.  Tuttavia nessun militare delle Forze Armate della Germania, né di altri paesi NATO che hanno partecipato alle esercitazioni hanno subito la minima perdita. Secondo alcune fonti, questi 50 soldati e sergenti sono caduti durante un atterraggio fallito all’inizio di ottobre in Libia. Cercavano di prendere il controllo della raffineria di petrolio di Ras Lanuf.

http://www.argumenti.ru/world/n309/129812

(N.B. L’immagine è meramente illustrativa)

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/10/12/come-gli-usa-nascondono-le-proprie-perdite-in-libia/