Quella nuova base degli Usa per sfidare la Russia nell’Artico

L’Artico ha rappresentato, durante la Guerra fredda, una lunghissima regione di confine tra due blocchi contrapposti, così come lo è stata l’Europa attraversata dalla Cortina di Ferro; a differenza di quest’ultima, però, la regione artica, col suo clima estremo, è sempre stata più una zona di passaggio: passaggio per i sottomarini atomici che potevano navigare agevolmente sotto la calotta polare, e passaggio per i bombardieri strategici e per i missili balistici intercontinentali.
Per questo durante tutto l’arco della contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, tra Nato e Patto di Varsavia, la regione artica, o meglio la sua periferia composta dalle terre emerse che vi rientrano, ha visto la nascita di basi per la sorveglianza radar – la famosa catena Dew Line americana ad esempio – e di altre installazioni militari come porti e aeroporti.
Questo confine, questo limes non meglio definito tra i più sorvegliati al mondo, fu gradatamente abbandonato a partire dal 1990 con il collasso del sistema sovietico: non essendoci più “un nemico” la sorveglianza fu ridotta al minimo, e da parte russa possiamo dire che fu praticamente abbandonata.

La riscoperta dell’Artico: tra rotte commerciali e sfruttamento minerario

Il riscaldamento globale che sta caratterizzando il clima terrestre ha portato ad una graduale riduzione della copertura dei ghiacci nell’Artico: il mare è il termometro principale che misura “la febbre” della Terra, ed il raffronto dei dati degli ultimi 40 anni ci dice che l’estensione stagionale del pack è arrivata ad un punto tale da permettere la navigazione marittima anche durante i mesi invernali attreverso quello che viene comunemente chiamato “Passaggio a Nord Est”, una rotta, ricercata sin dall’1700, che mette in comunicazione l’Atlantico col Pacifico passando per il Mar Glaciale Artico antistante la Siberia.
Non è questa la sede per discutere quanto di questo riscaldamento sia imputabile all’attività antropica: una parte della comunità scientifica, anche italiana, è fortemente dubbiosa in merito come riportato da Roberto Vivaldelli in un recente articolo. Quello che è certo, il dato di fatto, è che il pianeta si è riscaldato e che porzioni di mare (o di terra) un tempo inaccessibili perché perennemente ricoperte dai ghiacci ora non lo sono più, aprendo la strada al loro possibile sfruttamento economico, minerario, militare.
La Russia da questo punto di vista parte sicuramente in vantaggio: il suo confine nord, lungo più di 11mila chilometri, si affaccia proprio sulla regione artica, anzi ne fa parte quasi interamente, pertanto la maggiore accessibilità ai mari e a quei territori un tempo perennemente ghiacciato ha liberato non solo una nuova arteria per il commercio marittimo, il “Passaggio a Nord Est” già citato e noto come “Rotta Nord” in Russia, ma anche un immenso serbatoio di risorse minerarie da sfruttare.
Non è infatti un caso che, da più di un decennio, siano cominciate le diatribe sulla sovranità della piattaforma continentale artica che vedono coinvolti, oltre alla Russia, Stati Uniti, Canada, Norvegia, Danimarca, Islanda. Nella piattaforma continentale artica, ovvero la porzione di crosta terrestre sommersa e che poi si inabissa precipitando verso i più alti fondali oceanici delle piane abissali, sono custodite immense risorse minerarie: non solo idrocarburi, ma anche noduli di manganese e altri metalli preziosi.
Mosca pertanto da qualche anno ha iniziato a “riaprire” le sue vecchie basi artiche e a costruirne di nuove tornando a rimilitarizzare l’area per avere un controllo strategico sia sulle risorse minerarie – e sulle rivendicazioni territoriali – sia sulle rotte est-ovest che passano dall’ormai (quasi sempre) navigabile Mar Glaciale Artico.

Mosca blinda l’Artico

90 miliardi di barili di petrolio, 44 miliardi di barili di condensati e la cifra astronomica di 47mila miliardi di metri cubi di gas naturale. Queste sono le stime fornite dall’Usgs, il servizio geologico degli Stati Uniti, nel lontano 2008, delle riserve di idrocarburi in tutta la regione; una regione enorme, il cui offshore,, calcolato sino alla profondità massima dei 200 metri, misura 1.191.000 km quadrati, quasi 4 volte la superficie totale dell’Italia per intenderci.
La Russia pertanto, in forza della sua nuova dottrina militare strategica, sta letteralmente blindando l’Artico per poter proteggere queste enormi riserve minerarie.
La “Nuova Dottrina Navale della Federazione Russa”, risalente al 2010 ma aggiornata nel 2015, ha previsto infatti la creazione di un comando interforze per l’Artico: al momento questo comando dispone di due brigate motorizzate (la 200esima e la 80esima dislocate a Pechenga e Alakurtii) che sono adibite al supporto delle attività di ricerca che i russi stanno effettuando nell’area. A queste due brigate di fanteria, i cui elementi però provengono dagli Specnaz, si aggiungono varie unità aeree e sistemi di difesa antiaerei basati a terra che, unitamente alle unità navali della Flotta del Nord, attivano una bolla A2/AD quasi pari a quelle viste in Siria, Crimea o Kaliningrad. Oltre a questo, ovviamente, c’è stata una implementazione dei sistemi di sorveglianza, monitoraggio, tracciamento dei bersagli a medio, lungo e lunghissimo raggio. Tutte queste unità sono poste sotto il nuovo comando interforze creato a Severomorsk che ha assorbito interamente le funzioni di comando della Flotta del Nord e della Prima Divisione Difesa Aerea.
Da questo comando dipende quindi il totale controllo delle attività militari e di ricerca nella zona dell’Artico. In dettaglio dispone di: 120 velivoli tra ala fissa e rotante suddivisi in 6 reggimenti e uno squadrone (dotati di Su-33, Su-25, Mig-29K, Mig-31, Su-24, Tu-22M più vari elicotteri e aerei da trasporto), 4 reggimenti missilistici antiaerei (tutti dotati dei moderni sistemi S-400 Triumf), 4 reggimenti EW/SIGINT, la totalità del naviglio in forza alla Flotta del Nord, la più importante della Russia (41 sommergibili e due divisioni di navi di superficie con comando a Poljarniy).
Ovviamente questo nuovo dispiegamento di forze ha creato investimenti in infrastrutture. La Russia. infatti. negli ultimi quattro anni ha svolto enormi interventi per la creazione di nuove strutture e per il ripristino di quelle vecchie. Oltre alla riattivazione di 13 piste che sono diventate operative nel 2018, sono state costruite nuove infrastrutture per permettere la presenza costante, a rotazione, delle truppe della Task Force Artica divisa tra il Mar di Barents, quello di Kara e di Laptev, oltre a tutta una serie di installazioni minori che corrono da Murmansk sino alle Curili.
I centri nevralgici però sono siti nelle isole della Novaya ZemljaKotelny e Zemlja Aleksandry dove è stato costruito il nuovo complesso chiamato “Trifoglio Artico” in grado di accogliere 150 uomini in modo permanente e con una nuovissima pista di atterraggio già divenuta operativa che vedrà anche arrivare il sistema S-300 a integrazione del già presente sistema a corto raggio Pantsir-S1. Sull’isola di Kotelny invece è sito il complesso “Severny Klever” in grado di ospitare 250 uomini e sede dalla Task Force Artica, anche questo dotato di pista di atterraggio e sistemi di difesa antiaerea come quelli presenti a Zemlja Aleksandry. Le due brigate artiche ( forti di 9mila uomini) hanno in dotazione, oltre a vari mezzi cingolati tipo MT-LB/B, un totale di 71 carri tra T-72B3 e T-80 oltre a vari veicoli su ruota tipo BTR-80 e, ovviamente, agli eccellenti sistemi antiaerei tipo ZSU-23.

La risposta Usa: polar pivot?

Washington, sebbene molto di recente – e capiremo perché più avanti – sembra essersi decisa a rispondere a questo spiegamento di forze dettato dalla volontà di Mosca di sfruttare la regione Artica a proprio vantaggio facendone una sorta di “giardino di casa”.
Il 2020 National Defense Authorization Act che è emerso dalla recente commissione senatoriale sui servizi armati, ha dato indicazioni al Segretario della Difesa di costituire una “task force” col il Capo di Stato Maggiore, il Genio dell’Esercito e la Guardia Costiera che individui dei potenziali siti per la costruzione di almeno un porto militare nella zona dell’Artico di competenza americana.
Il Congresso Usa, infatti, come riporta Defense News, sembra molto preoccupato per lo scioglimento dei ghiacci del Polo Nord e la conseguente fervente attività militare e commerciale che abbiamo già evidenziato. In particolare si lamenta la carenza non solo di infrastrutture atte a sostenere logisticamente il naviglio militare Usa, ma anche la stessa carenza di mezzi speciali come le navi rompighiaccio: gli Stati Uniti ne dispongono solo due, di cui una usata praticamente per fornire pezzi di ricambio, a fronte della dozzina – di cui alcuni a propulsione atomica – posseduti dalla Russia.
L’opinione degli esperti americani, ancora una volta, è divisa non solo sulla possibile localizzazione del nuovo porto militare – alcuni lo vorrebbero a Nome, altri più a nord nella baia di Prudhoe, ma anche sulla reale necessità di contrastare la presenza russa nell’Artico con nuove infrastrutture.
Per alcuni impegnare le risorse per costruire una base ex novo nel Grande Nord sarebbe uno spreco di soldi: la base sarebbe poco sfruttabile a causa delle condizioni meteo avverse e per lo scioglimento del permafrost durante la stagione estiva, che trasforma il terreno in un pantano, pertanto consigliano, semmai, l’adeguamento delle infrastrutture di Nome, un piccolo insediamento nel Mare di Bering non lontano dalle coste della Russia.
Secondariamente la stessa geografia, diversa tra Russia e Usa, della regione Artica impone una riflessione più accurata: al contrario della Russia, che come abbiamo visto ha più di 11 mila chilometri di costa continua sul Mar Glaciale Artico, gli Stati Uniti ne condividono solo una piccola frazione, in quanto la maggior parte appartiene al Canada, pertanto militarizzare l’Artico così come stanno facendo i russi sarebbe solo uno spreco di soldi e di risorse: la vulnerabilità di quella frontiera, per gli Stati Uniti, sarebbe un “non problema” al contrario di quanto pensano a Mosca.
Altri invece ritengono che una politica di militarizzazione spinta dell’Artico americano costringa la Russia in uno scenario “da Guerra Fredda” ovvero incastrandola in un meccanismo di simmetria della minaccia: investire risorse in un fronte, se pur secondario, come l’Artico, costringerebbe Mosca a impegnarne di più per mantenere il predominio, distogliendo così soldi, uomini e mezzi da altri fronti importanti, come quello europeo o mediorientale. Una sorta di strategia delle “Guerre Stellari” degli anni ’80 rivisitata e corretta per adattarsi al quadro tattico attuale; strategia che, allora, fu una concausa del collasso del sistema sovietico.
Una base di certo non significa una corsa all’Artico, almeno non allo stesso livello di quella russa, ma il solo fatto che il Congresso si stia finalmente chiedendo come fare per arginare la presenza di Mosca in quel fondamentale scacchiere globale lascia presagire che il Pentagono potrebbe richiedere all’esecutivo maggiori fondi da destinare al pattugliamento e al rinforzo della, se pur piccola in confronto a quella russa, frontiera nord statunitense.

Preso da: https://it.insideover.com/guerra/quella-nuova-base-degli-usa-per-sfidare-la-russia-nellartico.html

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Siamo tutti bugiardi

Thierry Meyssan replica alle commemorazioni dello sbarco in Normandia e del massacro di Tienanmen, nonché alla propaganda elettorale per le recenti elezioni del parlamento europeo, mettendo l’accento sul fatto che continuiamo a mentire, persino rallegrandocene. Soltanto la verità può però renderci liberi.

| Damasco (Siria)

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La propaganda è un mezzo per diffondere idee, siano esse vere o false. Ma mentire a sé stessi significa non assumersi la responsabilità dei propri errori, convincersi di essere perfetti e passare oltre.

La Turchia è esempio estremo di questo atteggiamento. Insiste a negare di aver cercato di liberarsi delle minoranze non mussulmane, tentando di farle sparire a ondate per un’intera generazione, dal 1894 al 1923. Anche gli israeliani non se la cavano male: pretendono di aver creato il loro Stato allo scopo di offrire vita degna agli ebrei sopravvissuti allo sterminio nazista, quando invece già nel 1917 Woodrow Wilson si era impegnato a fondarlo, e nonostante oggi in Israele oltre 50.000 sopravvissuti ai campi della morte vivano in miseria, al di sotto della soglia di povertà. Ma gli occidentali provvedono da sé a costruire il consenso attorno alle proprie menzogne e le professano come fossero verità rivelate.

Lo sbarco in Normandia

Si festeggia il 75° anniversario dello sbarco in Normandia. Quasi unanimemente i media affermano che con questa operazione gli Alleati diedero inizio alla liberazione dell’Europa dal giogo nazista.
Ebbene, sappiamo tutti che è una menzogna.
-  Lo sbarco non fu opera degli Alleati, ma quasi esclusivamente dell’Impero britannico e del corpo di spedizione statunitense.
-  Non ebbe lo scopo di “liberare l’Europa”, bensì di precipitarsi su Berlino per strappare i brandelli del Terzo Reich alla vittoriosa armata sovietica.
-  I francesi non accolsero lo sbarco con gioia, ma con orrore: Robert Jospin, padre dell’ex primo ministro Lionel, sul suo giornale denunciava in prima pagina che gli anglosassoni avevano importato la guerra in Francia. I francesi seppellirono le 20 mila vittime dei bombardamenti anglosassoni unicamente per creare un diversivo. A Lione, un’immensa manifestazione si raccolse attorno al “capo dello Stato”, l’ex maresciallo Philippe Pétain, per respingere la dominazione anglosassone. E mai, assolutamente mai, il capo della Francia libera, il generale Charles De Gaulle, accettò di partecipare alla benché minima commemorazione di questo nefasto sbarco.
La storia è più complicata dei film western. Non ci sono “buoni” e “cattivi”, soltanto uomini che cercano di salvare parenti e amici con più o meno umanità. Almeno si sono evitate le stupidaggini di Tony Blair che, durante le commemorazioni del 60° anniversario dello sbarco, fece insorgere la stampa affermando nel suo discorso che il Regno Unito entrò in guerra per salvare gli ebrei dalla “shoah” ¬– non però i gitani vittime dello stesso massacro. Ebbene, la persecuzione degli ebrei d’Europa iniziò soltanto nel 1942, dopo la Conferenza di Wansee.

Il massacro di Tienanmen

Si celebra anche il triste anniversario del massacro di Tienanmen. Ovunque si legge che il crudele regime imperiale cinese massacrò migliaia di concittadini, pacificamente radunati nella principale piazza di Beijing, che chiedevano soltanto un po’ di libertà.
Ebbene, tutti sappiamo che è falso.
-  Il sit-in in piazza Tienanmen non fu un semplice raduno genuino di cittadini cinesi, bensì un tentativo di colpo di Stato da parte di partigiani dell’ex primo ministro Zhao Ziyang.
-  In piazza Tienanmen, “pacifici manifestanti” linciarono o bruciarono vivi soldati a decine e distrussero centinaia di veicoli militari, prima che intervenissero gli uomini di Deng Xiaoping a fermarli.
-  A organizzare gli uomini di Zhao Ziyang, sul posto c’erano gli specialisti USA delle “rivoluzioni colorate”, tra cui Gene Sharp.

L’Unione Europea

Abbiamo appena votato per eleggere i rappresentanti al parlamento europeo. Per settimane siamo stati abbeverati di slogan che ci garantivano che «l’Europa è la pace e la prosperità» e che l’Unione Europea è il compimento del sogno europeo.
Ebbene, tutti sappiamo che è falso.
-  L’Europa è insieme un continente – «da Brest a Vladivostok», secondo la definizione di De Gaulle – e una cultura di apertura e cooperazione; l’Unione Europea invece non è altro che un’amministrazione anti-Russia, in continuità con la corsa verso Berlino dello sbarco in Normandia.
-  L’Unione Europea non è pace: a Cipro è vigliaccheria di fronte all’occupazione militare turca. Non è prosperità, ma stagnazione economica quando il resto del mondo si sviluppa a gran velocità.
-  L’Unione Europea non è in rapporto alcuno con il sogno europeo del primo dopoguerra. L’ambizione dei nostri antenati era unificare i regimi politici nell’interesse generale – le Repubbliche, nel senso etimologico del termine – conformemente alla cultura europea, si trovassero o meno nel continente. Aristide Briand propugnava che l’Argentina, Paese di cultura europea dell’America Latina, facesse parte dell’Europa, ma non il Regno Unito, società di classe.
E così via…

Andiamo avanti come ciechi

Dobbiamo saper distinguere il vero dal falso. Possiamo rallegrarci della caduta del nazismo, senza tuttavia convincerci che gli anglosassoni ci hanno salvati. Possiamo denunciare la brutalità di Deng Xiaoping, senza tuttavia negare che ha salvato la Cina da un nuovo colonialismo. Possiamo essere contenti di non essere stati dominati dall’Unione Sovietica, senza tuttavia inorgoglirci di essere i lacchè degli anglosassoni.
Continuiamo a mentire a noi stessi per nascondere le nostre vigliaccherie e i nostri crimini. Ciononostante, ci meravigliamo di non riuscire a risolvere alcuno dei problemi dell’umanità.

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo  

 

Ma in Libia poi com’è finita?

Nonostante sia sparita dalle prime pagine dei giornali, la battaglia per il controllo di Tripoli sta continuando e sembra lontana dalla fine

Miliziani di Misurata a Tripoli, 9 aprile 2019 (Stringer/picture-alliance/dpa/AP Images) 

11 giugno 2019
Anche se la notizia è sparita dalle prime pagine dei giornali italiani, in Libia la battaglia per il controllo della capitale Tripoli, iniziata lo scorso aprile, non è finita. Le milizie che si stanno affrontando, riunite grossomodo attorno a due schieramenti principali, non riescono a imporsi le une sulle altre e da settimane c’è una specie di situazione di stallo che non sembra potersi sbloccare nel breve periodo. La battaglia a Tripoli non è il primo conflitto armato in Libia dalla fine del regime di Muammar Gheddafi, nel 2011, ma è di certo uno dei più rilevanti, che ha già provocato centinaia di morti e migliaia di sfollati, e che ha fatto parlare analisti ed esperti di una “nuova guerra civile“.
**IN realtà in Libia non cè una guerra civile, ma un popolo che combatte contro bande di terroristi pagati dall’ occidente, che sostengono Serraji **

Le violenze erano iniziate lo scorso aprile, in maniera piuttosto improvvisa. Il maresciallo Khalifa Haftar, il leader di fatto della Libia orientale e da qualche mese anche di quella meridionale, aveva attaccato Tripoli da sud, pochi giorni prima di un’importante conferenza internazionale di pace organizzata dall’ONU. L’obiettivo di Haftar era conquistare la capitale, sottraendola al controllo del governo guidato dal primo ministro Fayez al Serraj, riconosciuto dall’ONU come unico governo legittimo della Libia. Haftar, ha scritto tra gli altri Arturo Varvelli dell’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale), sperava di sfruttare il malcontento della popolazione verso le numerose e potenti milizie armate che operano nella capitale, e l’opposizione delle stesse milizie a un più ampio piano di riforme avviato dal governo di Serraj e finalizzato a ridurre la loro influenza in diversi ministeri del governo. Le cose però sono andate diversamente: le milizie e il governo di Tripoli si sono uniti contro il nemico comune, mettendo da parte almeno temporaneamente le loro differenze.

Le milizie fedeli ad Haftar non sono riuscite finora a imporsi su quelle schierate dalla parte di Serraj: sono rimaste bloccate nel sud di Tripoli e non sono mai riuscite ad arrivare a meno di dieci chilometri di distanza dal centro della capitale, dove sono concentrati tutti i ministeri e gli altri centri del potere.
Per il momento non sembra esserci una soluzione alla crisi libica, e in particolare alla battaglia di Tripoli, anche a causa delle influenze dei paesi stranieri che appoggiano l’una o l’altra parte. L’Italia è sempre stata apertamente schierata dalla parte di Serraj, che però nel corso degli ultimi anni non è riuscito a prendere il controllo di tutta la Libia e ha visto il suo ruolo indebolirsi sempre di più. Negli ultimi mesi anche il governo guidato da Giuseppe Conte sembra avere preso un po’ le distanze da Serraj, allineandosi a una politica meno schierata, come quella adottata dagli Stati Uniti di Donald Trump: questo non significa però che Serraj sia rimasto senza appoggi internazionali. Haftar ha potuto contare fin da subito sull’appoggio di Egitto ed Emirati Arabi Uniti, due paesi che sono schierati dalla stessa parte in diverse crisi del Medio Oriente (per esempio sul tema dell’embargo sul Qatar), e poi con il sostegno di Russia e Francia. Secondo alcuni analisti, la situazione a Tripoli potrebbe sbloccarsi solo con l’intervento e la mediazione di qualche potenza straniera in grado di influenzare le decisioni di Haftar, anche se non sarà facile: rinunciare all’operazione contro Tripoli significherebbe per il maresciallo una sconfitta politica enorme.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nei primi mesi della battaglia per il controllo di Tripoli sono state uccise più di 500 persone e 75mila sono state costrette a lasciare le proprie case. I feriti sono circa 2.500.

Preso da: https://www.ilpost.it/2019/06/11/guerra-libia-tripoli-haftar/

La locomotiva USA della spesa militare mondiale

L’arte della guerra

Venezuela, Iran: Trump e lo Stato Profondo

Gli accadimenti in Venezuela e l’escalation della tensione fra Washington e Teheran sono stati presentati dalla stampa USA in modo fallace. Le dichiarazioni contraddittorie delle diverse parti negano ogni comprensione degli eventi. Per cui è importante approfondire l’analisi dopo aver verificato i fatti e completare il quadro con la disamina della contrapposizione fra le diverse correnti politiche dei Paesi coinvolti.

| Damasco (Siria)

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La nuova situazione alla Casa Bianca e al Pentagono

Con le elezioni parlamentari del 6 novembre 2018 il presidente Donald Trump ha perso la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e il Partito Democratico ne ha dato per scontata la destituzione.

Sicuramente a Trump non può essere imputato nulla che ne giustifichi la rimozione, ma un clima isterico ha alimentato lo scontro fra le due componenti degli Stati Uniti, proprio come accadde per la guerra di secessione [1]. Da due anni i partigiani della globalizzazione economica inseguivano la pista russa e aspettavano che il procuratore Robert Mueller sancisse il preteso alto tradimento del presidente.
Mueller è noto per anteporre sempre l’interesse dello Stato federale alla verità e al diritto. Fu lui a inventarsi la pista libica per l’attentato Lockerbie, basandosi su una prova che più tardi la giustizia scozzese invalidò [2]. Sempre lui affermò che, negli attentati dell’11 settembre 2001, tre aerei furono dirottati da 19 pirati dell’aria mussulmani, nessuno dei quali però risultava nelle liste d’imbarco [3]. Si conoscevano le conclusioni della sua inchiesta sulle interferenze russe ancor prima che fosse iniziata.
Trump è stato quindi costretto a negoziare con lo Stato Profondo la propria sopravvivenza politica [4]. Non aveva scelta. L’accordo cui è sceso prevede l’attuazione del piano Rumsfeld-Cebrowski [5], a condizione però che il Paese non s’imbarchi in una grande guerra. In cambio, il procuratore Mueller ha voltato gabbana e assolto Trump da ogni accusa di tradimento [6].
Nella foga del momento, i falchi hanno imposto il rientro a Palazzo dei neo-conservatori: un gruppuscolo trotskista newyorkese, formatosi attorno all’American Jewish Committee (AJC) e reclutato da Ronald Reagan, che ha trasformato l’ideale della «Rivoluzione mondiale» nel credo dell’«imperialismo USA mondiale». Da Reagan in poi i neo-conservatori hanno fatto parte di tutte le amministrazioni, democratiche o repubblicane, secondo il colore politico del presidente al potere. Per il momento, fa eccezione l’amministrazione Trump, che tuttavia non li ha estromessi dalle agenzie riservate, la NED (National Endowment for Democracy) e l’USIP (United States Institute of Peace).
Questi sono gli antefatti che hanno indotto la segreteria di Stato ad affidare, il 25 gennaio 2019, il dossier venezuelano a Elliott Abrams, il cui nome è associato a ogni genere di menzogna di Stato e di manipolazione [7]. Abrams fu uno degli ideatori dell’operazione Iran-Contras del 1981-85 e della guerra contro l’Iraq del 2003. Immediatamente dopo la nomina, Abrams si è messo al lavoro con il Comando militare USA per l’America del Sud (SouthCom) per rovesciare il presidente Nicolás Maduro.
Ebbene, conosciamo la strategia Rumsfeld-Cebrowski – che abbiamo visto dispiegata per 15 anni nel Grande Medio Oriente – nonché la declinazione del SouthCom [8], contenuta nel documento del 23 febbraio 2018, redatto dall’ammiraglio Kurt Tidd e rivelato da Stella Calloni a maggio dell’anno scorso [9]. Quel che sta accadendo oggi ne è la flagrante applicazione.

Il fiasco venezuelano

Lo smacco dell’operazione USA, con la scoperta del tradimento del direttore del SEBIN, generale Manuel Figuera, e il colpo di Stato da lui avventatamente improvvisato il 30 aprile, prima di essere arrestato, attesta l’impreparazione del SouthCom, o meglio la sua scarsa conoscenza della società venezuelana. L’apparato di Stato USA, che ha avuto tempo un semestre, non è stato in grado di coordinare le diverse agenzie e gli uomini sul territorio. Tant’è vero che l’esercito bolivariano, pur nella disorganizzazione, era preparato a difendere il Paese.
Il riconoscimento anticipato di Washington e dei suoi alleati, nonché del Gruppo di Lima (con l’eccezione del Messico), di Juan Guaidó quale presidente del Venezuela al posto di Nicolás Maduro, pone lo schieramento USA di fronte a problemi insolubili. Già ora la Spagna si preoccupa della mancanza di interlocutori per i venezuelani ospitati e per gli spagnoli che risiedono in Venezuela. Mai, nemmeno durante una guerra, è accaduto che non fosse riconosciuta la legittimità di un presidente costituzionalmente eletto e della sua amministrazione.
In poche settimane Washington ha rubato l’essenziale dei capitali esteri venezuelani [10], esattamente come fece nel 2003 con il Tesoro iracheno, nel 2005 con il Tesoro iraniano e nel 2011 con quello libico: soldi mai recuperati dalle popolazioni, legittime proprietarie, con l’eccezione dell’Iran, che concluse l’accordo sul nucleare, JCPOA. I regimi iracheno e libico sono stati rovesciati e i successori si sono ben guardati dal ricorrere alla giustizia. Questa volta però la Repubblica Bolivariana ha tenuto duro e la situazione USA è indifendibile.
Su un piano minore sarà interessante vedere come Washington gestirà il caso dell’ambasciata venezuelana a Washington, dove dei poliziotti si sono presentati per mandar via il personale e sostituirlo con l’équipe designata da Guaidó. Gli occupanti legittimi si sono però rifiutati di andarsene e hanno resistito, benché privati di elettricità e acqua. Sono stati sostenuti da molti, fra gli altri dal pastore afro-americano Jesse Jackson, che li ha riforniti di generi alimentari. Alla fine sono stati espulsi. Ora però Washington non sa come giustificarsi.

La diversione iraniana

Fischiando la fine del match, Trump ha richiamato le truppe all’ordine: rovesciare Maduro “sì”, impegnarsi in una guerra classica “no”. Il presidente Trump è jacksoniano; il suo consigliere per la sicurezza, John Bolton, è eccezionalista [11]; Elliott Abrams, che ha fatto propaganda contro i primi due, è invece neo-conservatore: tre ideologie che altrove non esistono – tranne i neoconservatori in Israele. Con ogni evidenza un simile fronte non può durare.
Nel tentativo di respingere la responsabilità dello smacco in Venezuela, lo Stato Profondo ha immediatamente avviato una diversione contro l’Iran, per salvare così Abrams e sbarazzarsi di Bolton. La stampa USA protegge il primo e accusa il secondo [12].
Senza indugio, constatando la frattura fra Pentagono e Casa Bianca, i Democratici hanno rilanciato la pista dell’ingerenza russa, questa volta prendendosela con il figlio maggiore del presidente, Donald Jr.
Il dossier iraniano differisce molto da quello venezuelano. Sin dal 2002 gli Stati Uniti hanno compiuto in Venezuela molte operazioni contro il modello bolivariano e l’aura di cui godeva in America Latina; ma soltanto dal 2018 hanno cominciato ad agire direttamente contro il popolo venezuelano.
Invece il popolo iraniano ha dovuto fronteggiare il colonialismo sin dagli inizi del XX secolo. Durante l’occupazione britannica della prima guerra mondiale, fame e malattie hanno ucciso otto milioni di iraniani [13]. Sono largamente conosciuti il rovesciamento, nel 1953, del primo ministro nazionalista Mohammad Mossadeq a opera di Stati Uniti e Regno Unito e la sua sostituzione con il generale nazista Fazlollah Zahedi, responsabile della terribile repressione della Savak. L’arresto di agenti CIA sorpresi in flagrante delitto in un settore riservato dell’ambasciata USA continua a essere presentato in Occidente come una “presa in ostaggio di diplomatici” (1979-1981), sebbene Washington non abbia mai fatto ricorso alla giustizia internazionale e due marines liberati abbiano confermato la versione iraniana. Nel 1980 gli Occidentali hanno chiesto all’Iraq di entrare in guerra contro l’Iran. Hanno venduto armi a entrambe le parti perché si uccidessero tra loro, ma, quando le sorti della guerra stavano per girare, si sono battuti a fianco degli iracheni. Una portaerei francese partecipò persino ai combattimenti senza che i francesi ne fossero informati. Una guerra che ha fatto 600 mila morti sul fronte iraniano. Nel 1988 l’esercito USA abbatté un volo commerciale di Iran Air, causando 290 vittime civili; non furono mai presentare le benché minime scuse. E cosa dire della stupidità delle pesantissime sanzioni per il nucleare? Stati Uniti e Israele affermano che Teheran prosegue il programma atomico dello scià. Ma i documenti più recenti, resi pubblici da Benjamin Netanyahu, dimostrano che si tratta di un’estrapolazione. I Guardiani della Rivoluzione stavano cercando solo di costruire un generatore di onde d’urto [14], che certo potrebbe servire a costruire una bomba, ma che di per sé non è un’arma di distruzione di massa.
È in questo contesto che l’Iran ha annunciato di non rispettare più una clausola dell’accordo sul nucleare (JCPOA), come del resto prevede lo stesso trattato qualora una delle due parti – in questo caso gli Stati Uniti – non rispetti gli obblighi. Teheran ha inoltre concesso due mesi di tempo all’Unione Europea per decidere se intende o no rispettare i propri impegni. Da ultimo, un’agenzia dell’intelligence USA ha lanciato un allarme, sostenendo che una nota della Guida Suprema, ayatollah Ali Khamenei, fa supporre siano in preparazione attentati contro diplomatici USA a Erbil e a Bagdad.
In risposta,
- 1. Washington ha inviato nel Golfo la squadra militare navale dell’USS Abraham Lincoln e ha ritirato dall’Iraq il personale diplomatico non indispensabile.
- 2. L’Arabia Saudita, che accusa Teheran di aver sabotato i propri impianti petroliferi, esorta Washington ad attaccare l’Iran. Il Bahrein ha chiesto ai propri cittadini di lasciare immediatamente Iran e Iraq. ExxonMobil ha richiamato il proprio personale dal sito iracheno di West Qurna 1.
- 3. Il comandante del CentCom, generale Kenneth McKenzie Jr, ha chiesto rinforzi.
- 4. Il New York Times ha rivelato un piano d’invasione dell’Iran con 120 mila soldati statunitensi, immediatamente smentito da Trump, che ha invitato Teheran alla discussione.
Tutto questo non è molto serio.
Contrariamente alle valutazioni della stampa:
- 1. Il rapporto dell’intelligence USA su un possibile attacco a diplomatici si fonda su una nota della Guida, Ali Khamenei. Gli analisti però concordano sulla possibilità di una diversa interpretazione del documento [15].
- 2. La squadra navale USA non è andata nel Golfo per minacciare l’Iran. Era previsto da tempo che vi si recasse per testare il sistema antimissili navali AEGIS. Una nave spagnola, la fregata Méndez Núñez, che faceva parte del trasferimento, ha rifiutato di proseguire la missione per non essere coinvolta in questo pasticcio. Non ha passato lo stretto d’Ormuz ed è rimasta in quello di Bab el Mandeb [16].
- 3. Il ritiro del personale diplomatico dall’Iraq rientra nel movimento di brusco ritiro del personale diplomatico dall’Afghanistan di marzo e aprile scorsi [17]. Questa riorganizzazione delle sedi diplomatiche non è foriera di guerra, è stata al contrario concordata con la Russia.
- 4. Tanto più che, senza il sostegno delle milizie irachene pro-Iran, gli Stati Uniti perderebbero il loro puntello in questo Paese.
Disgraziatamente, il governo iraniano rifiuta qualunque contatto con il presidente Trump e la sua amministrazione. È bene ricordare che l’allora parlamentare iraniano Hassan Rohani fu il primo contatto degli Occidentali nell’affare Iran-Contras. Rohani conosce personalmente Elliott Abrams. Mise in relazione lo Stato Profondo USA e l’ayatollah Achemi Rafsandjani che, grazie a questo traffico d’armi, divenne il miliardario più ricco d’Iran. È grazie ai servizi resi da Rohani che gli Stati Uniti favorirono la sua vittoria su Mahmoud Ahamadinejad, cui fu impedito di candidarsi alle elezioni e i cui principali collaboratori sono oggi in prigione. A torto o a ragione, Rohani ritiene che il ritiro di Trump dall’accordo sul nucleare miri a sfruttare il malcontento popolare, manifestato a dicembre 2017, per rovesciarlo. Insiste anche a ritenere che l’Unione Europea gli sia favorevole, benché il Trattato di Maastricht, nonché i successivi, impediscano a Bruxelles di sganciarsi dalla NATO. Dal suo punto di vista, risponde alla logica aver respinto per due volte l’invito di Trump a trattare e aspettare il rientro dei globalisti alla Casa Bianca.
Naturalmente, con un casting così mediocre non si può escludere che la messinscena sfugga al controllo e provochi una guerra, anche se Casa Bianca e Cremlino in realtà si parlano. Né il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, né l’omologo russo, Sergueï Lavrov, desiderano lasciarsi travolgere da questo ingranaggio.

[1] “Gli Stati Uniti si riformeranno o si lacereranno?”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 26 ottobre 2016.
[2] « Lockerbie : vers une réouverture de l’enquête », Réseau Voltaire, 29 août 2005. “L’AFP riscrive il caso Lockerbie”, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 28 maggio 2012.
[3] «Listes des passagers et membres d’équipage des quatre avions détournés le 11 septembre 2001», Réseau Voltaire, 12 septembre 2001.
[4] The American Deep State: Big Money, Big Oil, and the Struggle for U.S. Democracy, Peter Dale Scott, Rowman & Littlefield (2017). Version française : L’État profond américain : La finance, le pétrole et la guerre perpétuelle, Demi-Lune, 2019.
[5] “Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 24 agosto 2017.
[6] Report On The Investigation Into Russian Interference In The 2016 Presidential Election, Special Counsel Robert S. Mueller III, March 2019.
[7] « Elliott Abrams, le “gladiateur” converti à la “théopolitique” », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 14 février 2005.
[8] “Plan to overthrow the Venezuelan Dictatorship – “Masterstroke””, Admiral Kurt W. Tidd, Voltaire Network, 23 February 2018.
[9] “Il “colpo da maestro” degli Stati Uniti contro il Venezuela”, di Stella Calloni, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 13 maggio 2018.
[10] #Trump desbloquea Venezuela, Gabinete de Ministros de Venezuela, 2019.
[11] “L’ONU fatto a pezzi dall’“eccezionalismo” statunitense”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 2 aprile 2019.
[12] “White House Reviews Military Plans Against Iran, in Echoes of Iraq War”, Eric Schmitt and Julian E. Barnes, New York Times, May 13, 2009. “Trump, frustrated by advisers, is not convinced the time is right to attack Iran”, John Hudson & Shane Harris & Josh Dawsey & Anne Gearan, Washington Post, May 15, 2019.
[13] The Great Famine and Genocide in Persia, 1917–1919, Majd, Mohammad Gholi, University Press of America (2003).
[14] Shock Wave Generator for Iran’s Nuclear Weapons Program: More than a Feasibility Study David Albright & Olli Heinonen, Fondation for the Defense of Democracies, May 7, 2019. (PDF – 4.3 Mo)
[15] “Intelligence Suggests U.S., Iran Misread Each Other, Stoking Tensions”, Warren P. Strobel & Nancy A. Youssef & Vivian Salama, The Wall Street Journal, May 16, 2019.
[16] «España retira la fragata ‘Méndez Núñez’ del grupo de combate de EE UU en el golfo Pérsico», Miguel González, El País, 14 de Mayo de 2019.
[17] “Beijing, Mosca e Washington di accordano in segreto sull’Afghanistan”, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 27 aprile 2019.

Prove di guerra: sventato dalla Russia il golpe in Venezuela

2/5/19
La spallata finale di Juan Guaidó non c’è stata, la rivolta non è andata oltre qualche immagine sui social. Nicólas Maduro è ancora al potere, appoggiato dalla gran parte delle forze armate. A poche ore dall’annuncio della sua liberazione dai domiciliari, scrive Rocco Cotroneo sul “Corriere della Sera”, il leader oppositore Leopoldo López è dovuto correre a rinchiudersi nuovamente, stavolta nell’ambasciata spagnola con moglie e figlia, per evitare la quasi certa vendetta del chavismo. Intanto a Caracas si sono verificati nuovi scontri tra manifestanti e la Guardia Nazionale Bolivariana, mentre sono in corso le marce contrarie di sostenitori di Maduro e oppositori. Anche per Guaidó non sono ore tranquille, aggiunge il “Corriere”: l’autoproclamato presidente ad interim potrebbe essere arrestato in qualsiasi momento, e vive in una sorta di semiclandestinità. Ma perché la giornata della rivolta finale (o del golpe, secondo il regime) si è afflosciata nel giro di poche ore? Chi ha sbagliato? O meglio: come ha fatto Maduro a liquidare la questione senza nemmeno aver bisogno di una forte repressione? Se fossero vere le parole di John Bolton, il consigliere per la Sicurezza Nazionale Usa, ci troveremmo di fronte ad una vera e propria stangata ai danni di Guaidó. «C’era un accordo dietro le quinte», ha detto Bolton: «Alcuni uomini chiave del regime avrebbero dovuto disertare, spianando la strada alla caduta di Maduro».
Il ministro degli esteri russo Sergej LavrovParole rafforzate dalla ricostruzione dei fatti (anch’essa da prendere con le pinze) del segretario di Stato Mike Pompeo: «Maduro era pronto a salire su un aereo, per scappare a Cuba. Poi è stato fermato dai russi». Secondo Cotroneo siamo di fronte «a uno scenario da post guerra fredda, in grado di far impallidire quella vera, con tutto il contorno dei film di spionaggio». Se così fosse, prosegue il giornalista del “Corriere”, gli Usa avrebbero erroneamente dato il via libera all’operazione finale di Guaidó e López, fornendo loro però informazioni fasulle: non esisteva uno scenario di deposizione di Maduro all’interno del regime stesso. E alla “fregatura” avrebbero partecipato attivamente uomini di Mosca. I militari venezuelani infatti non si sono spaccati, tranne poche diserzioni di soldati semplici. «Il quadro del fallimento era già chiaro nel primo pomeriggio ora di Caracas, a otto ore dall’inizio dell’operazione. A quel punto – e Maduro non era nemmeno apparso in pubblico – López aveva già deciso di chiedere aiuto diplomatico (prima al Cile, infine alla Spagna) e una ventina di militari ribelli avevano fatto lo stesso con il Brasile».

VenezuelaNon secondaria, infine, la mancata risposta della piazza, osserva il “Corriere”: «C’erano poche migliaia di manifestanti nelle strade, i venezuelani sono esausti. Fine della sfida». Non per questo, però, gli Usa molleranno la presa sul Venezuela: la decisione dell’amministrazione Trump di non desistere dalla partita venezuelana resta chiara. «Pur preferendo una transizione democratica, l’opzione militare resta in piedi», ha insistito  Pompeo. È stato un fallimento o una prova generale? Se lo domanda, sul suo blog, un analista geopolitico come Gennaro Carotenuto: «Intorno all’autoproclamato Juan Guaidó – scrive – è come se si svolgessero da mesi dei ripetuti “stress test”, dove quello che non si vede è ben maggiore di quello che è visibile in superficie. Se così non fosse, a cento giorni di distanza dalla giocata, vorrebbe dire che davvero l’opposizione non abbia la forza né politica né militare per rovesciare il governo di Nicolás Maduro». Quello di martedì 30 aprile «è stato uno stress test sull’esercito per vedere, come già a Cúcuta a fine febbraio, se c’è un punto d’inflessione oltre il quale un numero decisivo di esponenti degli stati maggiori possano rivoltarsi, giocando con una guerra civile dietro l’angolo».
GuaidòSecondo Carotenuto, è stato uno stress test anche per la società civile, che è servito – come per i blackout di marzo – a misurare chi scende in piazza, e chi tra i leader dell’opposizione è coerente e accetta l’attuale leadership, che ora sembra «tornata ufficialmente a Leopoldo López, al quale Guaidó scaldava il posto». Aggiunge Carotenuto: il “golpetto” di fine aprile è piaciuto «alla parte destra dell’opposizione», pronta alla violenza. Ma gli scontri sono spenti velocemente, come già nel 2014 e nel 2017: «Ancora una volta – per fortuna – la società civile, chavista e anti-chavista, polarizzata quanto si vuole, si è tenuta lontana dalla violenza». Ogni attore ha la sua agenda, scrive Carotenuto. Ma di agende, in Venezuela, sembrano essercene troppe, in queste ore: da una parte gli Usa, la Colombia e il Brasile, dall’altra Cuba, la Russia e la Cina. L’Europa? Pressoché assente. «L’unica soluzione non drammatica e non violenta, in Venezuela, l’aveva sfiorata Zapatero col tavolo fatto inopinatamente saltare ad accordo fatto, prima delle presidenziali di maggio 2018. Tanto c’è Maduro, al quale si possono dare tutte le colpe».
Il mondo, riassume Carotenuto, ha guardato per 24 ore al Venezuela per la diserzione di una trentina di soldati di grado medio, con alla testa un solo generale di peso, Manuel Ricardo Figueroa, subito rimosso. E tutto soltanto per liberare Leopoldo López dai domiciliari? Troppo poco per essere vero: «Il senatore Marco Rubio, già protagonista del disastro di febbraio a Cúcuta, per giorni ha chiamato le Forze Armate Nazionali Bolivariane, Fanb, al golpe. Lo ha fatto con un discorso a metà strada tra l’invito, la minaccia e la promessa. Invito a restaurare la democrazia, minaccia di far passare l’esercito a essere parte del problema in caso di intervento esterno, promessa di prebende infinite e amnistia tombale in caso di golpe». Il problema, aggiunge Carotenuto, è che minacce e promesse non possono ripetersi all’infinito: «A Cúcuta, le poche decine di militari che disertarono, lamentarono che Marco Rubio in persona avesse promesso loro 20.000 dollari a testa. Ovviamente mai visti». La realtà è che gli Usa non sono affatto onnipotenti, come spesso vengono rappresentati (da amici e nemici). Cose simili a quelle di Rubio le ha dette il “miles gloriosus” Mike Pompeo, «sempre con la mano alla pistola», e così John Bolton e lo stesso Elliott Abrams, «il più sinistro dei personaggi coinvolti, conclamato terrorista di Stato, massacratore delle guerre in Centroamerica, che ha sostenuto che i presunti militari golpisti avrebbero a un certo punto spento i cellulari».
Leopoldo LopezCertamente a Pompeo, Bolton e Abrams «la soluzione militare piace», ma – di fronte alla fallito golpe – non sanno più cosa tentare, sostiene Carotenuto, secondo cui si sta ripetendo la stessa situazione di Cúcuta, «altro stress test», quando si scomodò il vice del presidente brasiliano Jair Bolsonaro, il generale Hamilton Mourão, per chiarire oltre ogni ragionevole dubbio che il Brasile non accetta interventi esterni. Non saranno né statunitensi né colombiani a intervenire in quello che Brasilia considera il proprio spazio strategico amazzonico. «Diverso è solo il caso dei 5.000 mercenari che Blackwater avrebbe reclutato, pagati da prominenti multimilionari venezuelani, sui quali molto ha scritto la “Reuters”». I mercenari «potrebbero infiltrarsi in mille modi e commettere le più odiose delle azioni terroristiche, sabotaggi, assassinii». Aggiunge Carotenuto: «Se c’è qualche liberaldemocratico che, pur di liberarsi di Chávez, fa il tifo perfino per i tagliagole che già agirono in Iraq, alzo le mani». E’ grave che ora i disertori avessero alla loro testa Manuel Ricardo Figueroa, il capo del Sebin (i servizi venezuelani). Doveva essere un’azione suicida, oppure la partita è davvero sul terreno militare come in Cile nel 1973? Altra domanda: la liberazione di Leopoldo López è servita più che altro a tamponare il declino dell’insignificante leadership di Guaidó?
Carotenuto ricorda che, durante il fallito colpo di Stato del 2002, proprio López condusse l’assalto all’ambasciata di Cuba. «Da allora dosa il ruolo di oppositore tra violenza e politica, contando sulla connivenza dei media che continuano a rappresentarlo come una specie di John Kennedy caraibico e di perseguitato politico. Pensa di essere più utile dall’estero che ai domiciliari?». E Guaidó? Adesso chiama a uno sciopero generale, ma scaglionato: «Tutt’altro che la spallata finale a un regime descritto nuovamente sul predellino dell’aereo che deve portarlo in esilio». Può Maduro fare ancora finta di niente o si caricherà del costo politico di arrestarlo, con la grande stampa internazionale pronta a considerare Guaidó un martire? «In vent’anni di rivoluzione bolivariana, con una buona dozzina di crisi maggiori, abbiamo visto che sul breve termine l’opposizione ha grande capacità di convocazione, ma col passare delle settimane sono i chavisti quelli che restano in piazza a difendere quello che continuano a considerare il governo popolare e il mandato di quello che è stato il più popolare e amato leader latinoamericano degli ultimi decenni». Anche stvolta i chavisti stanno dimostrando compattezza, scendendo in piazza in numeri almeno comparabili a quelli dell’opposizione. «Il golpetto di Caracas lascia più domande che risposte – conclude Carotenuto – ma che i chavisti esistano e continuino e continueranno a resistere è una delle poche certezze che questi tre mesi ci hanno donato».

Preso da: http://www.libreidee.org/2019/05/prove-di-guerra-sventato-dalla-russia-il-golpe-in-venezuela/

La strategia del caos guidato

Come un rullo compressore, Stati Uniti e Nato estendono al mondo la strategia Rumsfeld/Cebrowski di demolizione delle strutture statali dei Paesi non integrati nella globalizzazione economica. Per farlo strumentalizzano gli europei, convincendoli dell’esistenza una presunta “minaccia russa” e rischiando di scatenare una guerra generale.

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Il presidente rumeno Klaus Iohannis dichiara aperte le manovre NATO “Scudo del mare 2019”.

Tutti contro tutti: è l’immagine mediatica del caos che si allarga a macchia l’olio sulla sponda sud del Mediterraneo, dalla Libia alla Siria. Una situazione di fronte alla quale perfino Washington sembra impotente. In realtà Washington non è l’apprendista stregone incapace di controllare le forze messe in moto. È il centro motore di una strategia – quella del caos – che, demolendo interi Stati, provoca una reazione a catena di conflitti da utilizzare secondo l’antico metodo del «divide et impera».
Usciti vincitori dalla guerra fredda nel 1991, gli Usa si sono autonominati «il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali», proponendosi di «impedire che qualsiasi potenza ostile domini una regione – l’Europa Occidentale, l’Asia Orientale, il territorio dell’ex Unione Sovietica e l’Asia Sud-Occidentale (il Medio Oriente) – le cui risorse sarebbero sufficienti a generare una potenza globale» [1]. Da allora gli Stati uniti l’Alleanza atlantica sotto loro comando hanno frammentato o demolito con la guerra, uno dopo l’altro, gli Stati ritenuti di ostacolo al piano di dominio globale – Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria e altri – mentre altri ancora (tra cui l’Iran e il Venezuela) sono nel mirino.
Nella stessa strategia rientra il colpo di stato in Ucraina sotto regia Usa/Nato, al fine di provocare in Europa una nuova guerra fredda per isolare la Russia e rafforzare l’influenza degli Stati uniti in Europa. Mentre si concentra l’attenzione politico-mediatica sul conflitto in Libia, si lascia in ombra lo scenario sempre più minaccioso della escalation Nato contro la Russia. Il meeting dei 29 ministri degli Esteri, convocato il 4 aprile a Washington per celebrare i 70 anni della Nato, ha ribadito, senza alcuna prova, che «la Russia viola il Trattato Inf schierando in Europa nuovi missili a capacità nucleare». Una settimana dopo, l’11 aprile, la Nato ha annunciato che questa estate sarà effettuato «l’aggiornamento» del sistema Usa Aegis di «difesa missilistica» schierato a Deveselu in Romania, assicurando che ciò «non fornirà alcuna capacità offensiva al sistema». Tale sistema, installato in Romania e Polonia, e a bordo di navi, può invece lanciare non solo missili intercettori ma anche missili nucleari.
Mosca ha avvertito che, se gli Usa schiereranno in Europa missili nucleari, la Russia schiererà sul proprio territorio analoghi missili puntati sulle basi europee. Aumenta di conseguenza la spesa Nato per la «difesa»: i bilanci militari degli alleati europei e del Canada cresceranno nel 2020 di 100 miliardi di dollari. I ministri degli Esteri Nato, riuniti a Washington il 4 aprile, si sono impegnati in particolare ad «affrontare le azioni aggressive della Russia nella regione del Mar Nero», stabilendo «nuove misure di appoggio ai nostri stretti partner, Georgia e Ucraina».
Il giorno dopo, decine di navi e cacciabombardieri di Stati uniti, Canada, Grecia, Olanda, Turchia, Romania e Bulgaria hanno iniziato nel Mar Nero una esercitazione Nato – tuttora in corso – di guerra aeronavale a ridosso delle acque territoriali russe, servendosi dei porti di Odessa (Ucraina) e Poti (Georgia).
Contemporaneamente oltre 50 cacciabombardieri di Stati uniti, Germania, Gran Bretagna, Francia e Olanda, decollando da un aeroporto olandese e riforniti in volo, si esercitavano a «missioni aeree offensive di attacco a obiettivi su terra o in mare». Cacciabombardieri Eurofighter italiani saranno invece inviati dalla Nato a pattugliare di nuovo la regione baltica contro la «minaccia» degli aerei russi.
La corda è sempre più tesa e può rompersi (o essere rotta) in qualsiasi momento, trascinandoci in un caos ben più pericoloso di quello libico.

Il Kosovo oggi, a 20 anni dall’aggressione NATO

di           Enrico Vigna, Belgrado  22 marzo 2019

Grazie e un grande complimento al Forum di Belgrado e alle altre organizzazioni serbe per questa Conferenza di altissimo valore politico e storic,o e per la possibilità di dare il mio modesto contributo a questo.

 

 

 

In questi 20 anni molto del mio impegno in Informazione e Solidarietà concreta (abbiamo attualmente 12 Progetti di solidarietà sul campo, come SOS Kosovo Metohija) è stato sul fronte del Kosmet, (oltre ai Progetti a Kragujevac, Nis, Novi Sad, Belgrado), con missioni nelle enclavi e a Mitrovica, sempre sotto scorta armata della KFOR. Quindi ho una osservazione della situazione diretta e concreta, non per opinioni varie o di Internet. Perché da lì, da quella terra martoriata,  SEMPRE la gente mi chiede di dar loro voce, di non lasciarli soli.
Loro … l’Associazione delle Madri dei Rapiti, delle Vedove di Guerra, i disoccupati nelle enclavi, gli studenti che vivono in Kosovo e a cui sosteniamo le spese di studio, gli insegnanti delle scuole, gli assistenti sociali delle strutture collettive, i Padri ortodossi con cui lavoriamo, ecc., che lì vivono e resistono.

Dopo 20 anni vorrei concentrare questo mio intervento su un elemento centrale: è necessario non dimenticare mai che il “casus belli”, la “giustificazione” di questa aggressione fu il Kosovo.
OGGI dopo 20 anni è sancito da atti, fatti, documentazione, indagini e riscontri, che il 24 marzo 1999 non fu una guerra “necessaria” per ragioni umanitarie!

Nel Kosovo Metohija non c’è stata nessuna “pulizia etnica”. Nessun “genocidio”.
Non era una guerra per la “democrazia” o per garantire più diritti, o per la liberazione dei popoli.
La verità storica, chiaramente verificabile nella realtà del “Kosmet oggi”, è sotto gli occhi di tutti (intellettualmente ed eticamente onesti, naturalmente!).
L’operazione “Guerra umanitaria” in Kosovo, chiamata “angelo misericordioso”, ha raggiunto solo obiettivi militari, geopolitici e geostrategici della NATO e della cosiddetta “comunità internazionale” (che naturalmente è occidentale!)
– È stata una guerra di aggressione per il rafforzamento e l’imposizione dell’ “Ordine Mondiale” guidato dagli Stati Uniti e garantito dal suo braccio armato: la NATO.
– È stata un’aggressione criminale programmata e preordinata in continuità con le guerre in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Donbass, Yemen e in questi mesi in Venezuela.

OGGI in Kosmet c’è una resistenza popolare, civile ma è una Resistenza e non dobbiamo lasciarli soli.
Penso che questa popolazione serba, risoluta e assediata da violenti e criminali, sia una speranza per tutto il  popolo serbo, ma anche un esempio di fermezza e tenacia per tutti i popoli che non intendono piegarsi ai diktat delle politiche criminali e oppressive degli USA, della NATO, del FMI e dei loro servili maggiordomi europei. Hanno devastato, impoverito, uranizzato la Serbia e un intero popolo, raccontando menzogne, distorcendo la realtà, abusando del dolore, della morte, della sofferenza della gente (anche albanese), per i loro interessi geopolitici, economici e di dominio.
DOPO 250.000 rifugiati di tutti i gruppi etnici, 3.000 rapiti, 4.000 uccisi, 12.000 feriti (due terzi civili), centinaia di migliaia di case distrutte e bruciate. 148 monasteri ortodossi e luoghi sacri attaccati o distrutti.
ORA che l’OSCE, la CIA, l’FBI, la KFOR, la NATO hanno ammesso che fino ad oggi sono stati trovati 2108 corpi di tutti i gruppi etnici, dopo che solo l’UE ha speso finora oltre 15 miliardi di euro per questa guerra …

COS’E’ OGGI, nel 2019, il KOSOVO METOHIJA:

– è un’area in cui esiste l’apartheid (nel XXI secolo), con enclavi isolate e con il rischio costante di violenze e attacchi. Solo nel 2018 ci sono state 51 aggressioni, ferimenti e omicidi…senza nessun colpevole.
– secondo la DEA (Agenzia Antidroga USA) è un narco stato nel cuore dell’Europa, crocevia di tutti i traffici di droga, armi, donne e traffico di organi. Anche Bujar Bukoshi, un ex premier albanese, ha dichiarato al giornale tedesco Der Spiegel, che il Kosovo è fondato e si basa su strutture mafiose.
–  è una base dello jihadismo, circa 1.000 albanesi sono partiti verso la Libia e la Siria (secondi in Europa), per combattere. Negli ultimi anni ci sono stati dozzine di arresti a Pristina e dintorni, di estremisti e kosovari radicalizzati

  • è il posto dove c’è CAMP BONDSTEEL. La più grande base statunitensi dalla guerra del Vietnam, con una capacità per 40.000 marines. Per cosa? Per la pace o come base strategica per la Russia e il Medio Oriente?
    –  È un territorio altamente uranizzato con migliaia di neonati e morti per tumori e linfonodi, che vengono tenuti nascosti
    – È un posto dove crimine, illegalità, violazione dei più elementari diritti civili, politici, religiosi, umani sono calpestati quotidianamente. Dove il razzismo è praticato ed esaltato.

Per tutto questo e altro, penso che sostenere la Resistenza popolare civile dei serbi in Kosovo Metohija abbia una valenza strategica che va oltre il problema della provincia serba.

Finché si riuscirà a impedire il riconoscimento dell’indipendenza e lottare in difesa della Risoluzione ONU 1244, sarà possibile fare di questo, un frammento, una parte, di una resistenza internazionale più globale contro un mondo unipolare, dominato dalla politica e dalle logiche di “guerre umanitarie e ingerenti “, di continui interventismi militari, che calpestano il Diritto internazionale e la carta delle Nazioni Unite.

(Nel mondo in questo momento ci sono 36 guerre e conflitti aperti).
È necessario lottare contro le interferenze occidentali nelle politiche nazionali dei paesi sovrani.
Proprio a Belgrado, il mese scorso il portale “Govori Srbija” ha documentato con foto e video, che gli organizzatori delle proteste settimanali contro l’attuale governo e il presidente Vucic: Jelena Ansovic, Sergej Trifunovic e Denis Ibisbegovic, hanno incontrato agenti statunitensi e funzionari dell’ambasciata USA a Belgrado.

Ancora un altro tentativo di “rivoluzione colorata”, un movimento usato e finanziato della cosiddetta “società civile” e delle solite conniventi ONG, strumenti sempre funzionali di destabilizzazione dei paesi, con la strategia dei “diritti umani” del burattinaio George Soros.
Ma la Serbia conosce molto bene questi agenti al servizio degli interessi stranieri: OTPOR nel 1999, oggi il suo nome è CANVAS, sono stati buoni insegnanti.
Dove sono questi paladini della Libertà, dei “Diritti Umani”, quando si tratta di Kosovo Metohija, Libia, Siria, Donbass, Yemen, Venezuela … ?! In queste guerre ci sono quasi un milione di morti, feriti, mutilati: donne, bambini, civili inclusi, e loro sono in silenzio!

Sostenere la resistenza in Kosovo significa essere parte della lotta internazionale contro l’espansione della NATO, l’esercito delle aggressioni e delle imposizioni imperialiste al servizio degli interessi egemonici di USA, UE, FMI, multinazionali, ecc. ecc.
–  Significa aiutare ad opporsi all’escalation militare e alla propagazione dei conflitti nel mondo e cercare di impedire lo spettro di uno scontro militare tra Occidente, Russia e Cina, che porterebbe l’umanità all’abisso. In queste settimane vi è stato il più grande schieramento in Europa di bombardieri B52, dai tempi della guerra in Iraq. E non dimentichiamo il più grande convoglio militare statunitense della seconda guerra mondiale, partito dal porto di Bremerhaven in Germania e diretto verso i confini della Russia nel 2017.
–  Questo significa sostenere le politiche di negoziazione e le posizioni di pace, sviluppo, anche di aspri confronti ma con  l’obiettivo di riconciliare i conflitti.

–  Dalla Libia alla Siria, al Donbass, allo Yemen e ora al Venezuela, è necessario trovare soluzioni negoziali.
–  In ogni paese è necessario sostenere forze, movimenti che lottano per la pace (tra uguali!) E contro le basi straniere nel proprio paese
–  È necessario sostenere i movimenti sociali e dei lavoratori, che lottano per migliori condizioni di vita o contro la miseria. Perché i lavoratori, i cittadini onesti di ogni paese sono quelli che hanno bisogno di politiche di pace, non di guerre.

 

Abbiamo un pianeta a rischio di una guerra che potrebbe essere l’ultima.
A noi il compito di lavorare per l’amicizia e la pace tra i popoli.
–  Di favorire prospettive per lo sviluppo economico e sociale come il Silk Road Project
–  Per relazioni tra i paesi fondate sul diritto inalienabile per ciascuno di indipendenza e sovranità nazionale, intese non come sciovinismo, ma come politiche di rispetto (anche culturale e di diverse origini), di cooperazione reciproca e di sicurezza.
–  Per sostenere progetti globali come la Belt Road, che propongono orizzonti di pace, sviluppo per popoli e paesi, con logiche di sviluppo inclusivo

 

In conclusione:
Io penso che il sostegno e la solidarietà di oggi con la resistenza serba in Kosovo e Metohija e a non lasciarli soli, è oggi un sostegno non solo a loro, ma anche ai popoli libico, siriano, del Donbass, dello Yemen e ora al popolo venezuelano.
Ognuno di loro ha la stessa controparte, ognuno di loro lotta semplicemente per non essere schiacciato, per essere libero di scegliere la propria strada, il proprio destino, il proprio futuro.
Questo significa stare dalla parte di un futuro libero e dignitoso per ogni popolo.
NON di “guerre umanitarie” o “responsabilità di proteggere” l’umanità ha bisogno, ma di solidarietà, pace, sviluppo per tutti, non solo per qualcuno!

Un vecchio proverbio slavo dice:

” Da un albero possono cadere i fiori

possono cadere le foglie
possono tagliare i rami, possono tagliare il tronco.
Importante: è che sopravvivano le radici!

Perché solo dalle radici, la vita può rinascere… “.
Così oggi il Kosovo Metohija rappresenta l’albero della storia serba, le radici serbe e IL FUTURO della Serbia e del suo popolo … e non solo!                      GRAZIE!

 

Enrico Vigna portavoce del Forum Belgrado Italia e

presidente di SOS Yugoslavia – SOS Kosovo Metohija Italia  – Belgrado 22 marzo 2019

 

Forum di Belgrado per un Mondo di Eguali – Italia/CIVG

 

S.O.S. Yugoslavia –  S.O.S. KOSOVO METOHIJA

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-Il_Kosovo_Oggi_A_20_Anni_Dall%E2%80%99aggressione_Nato/24790_28044/

Notizia del: 19/04/2019

I veri guerrafondai? I «liberal» di sinistra

7 aprile 2019.

Uno degli aspetti più bizzarri della politica odierna è l’assunto secondo il quale se sei contro la guerra sei di sinistra, e se sei un conservatore sei “pro-guerra”. Proprio come etichettare gli stati conservatori “rossi” e quelli liberali “blu”, è un’inversione di una pratica storica.
L’opposizione all’entrata in guerra dell’America in entrambe le guerre mondiale fu diretta principalmente dai conservatori. Il senatore Robert A. Taft, maggiore esponente del conservatorismo postbellico, si opponeva alla guerra tranne nel caso in cui gli Stati Uniti venissero attaccati. Perfino Bismarck, dopo avere combattuto e vinto le tre guerre che gli servirono per unificare la Germania, era principalmente anti-guerra. Una volta ha descritto la guerra preventiva, come quella che l’America ha lanciato contro l’Iraq, in questi termini: “è come suicidarsi per paura di essere uccisi”.
I veri guerrafondai? I «liberal» di sinistra

La diffidenza dei conservatori verso la guerra non ha origini “sentimentali” e pacifiste, ma deriva dalle radici stesse del conservatorismo, dai suoi obiettivi e dalle sue teorie fondamentali. Il conservatorismo cerca prima di tutto la continuità sociale e culturale, e niente le minaccia più della guerra.
Nel ventesimo secolo, la guerra ha condotto a rivoluzioni sociali e culturali negli Stati Uniti, incluso il movimento su larga scala delle donne fuori dalla casa e dentro i luoghi di lavoro. I riformatori del diciannovesimo secolo sono riusciti a rendere possibile per le donne (e per i bambini) lasciare gli infernali luoghi di lavoro e devolvere le loro vite alla casa e alla famiglia, supportati dal maschio che portava i soldi a casa. I vittoriani consideravano la casa più importante del luogo di lavoro. I compiti di un uomo nel mondo degli affari erano un fardello che lui doveva portarsi sulle spalle per la sua famiglia, non era una cosa che le donne avrebbero dovuto invidiare.
Questa situazione è stata ribaltata a seguito delle due guerre mondiali, in quanto gli uomini furono arruolati a milioni, mentre la richiesta di lavoro in fabbrica per supportare la produzione bellica saliva. E così, dietro i macchinari, ci sono tornate le donne. Il risultato è stato l’indebolimento della famiglia, l’istituzione maggiormente responsabile del passaggio della cultura da generazione a generazione.
La minaccia che la guerra pone ai costumi è esacerbata da una delle sue principali caratteristiche: i suoi risultati sono imprevedibili. Pochi paesi entrano in guerra con l’aspettativa di perdere, ma raramente le guerre vengono vinte da entrambi i lati. Gli effetti della sconfitta militare sull’ordine sociale possono essere rivoluzionari.
Il coinvolgimento russo nella prima guerra mondiale ci ha dato il bolscevismo. La sconfitta della Germania ha reso possibile Hitler. Come ha dimostrato la prima guerra mondiale, se un conflitto è troppo dispendioso, l’ordine sociale dei vincenti può essere stravolto al pari di quello degli sconfitti. Non solo l’Impero Britannico è morto nel fango delle Fiandre, ma l’Inghilterra postbellica era un posto molto diverso dall’Inghilterra edoardina.
E i conservatori detestano l’imprevedibilità. Essi sanno anche grandi spese statali e grandi indebitamenti pubblici possono destabilizzare una società, e nessuna attività statale è più dispendiosa della guerra. L’avventura americana in Iraq, guidata in gran parte dalla ricerca di petrolio – che ora, per buona parte, finirà in Cina – è già costata un triliardo di dollari, e un altro triliardo o due verranno spesi per l’assistenza ai veterani. Perfino il costo in tempo di pace di un grande esercito può devastare una società, come è accaduto per l’Unione Sovietica. I conservatori americani erano falchi del budget, non falchi della guerra.
Ma se guardiamo oltre i dollari, i franchi e i marchi, il costo della guerra cresce all’infinito. Dopo la prima guerra mondiale, non c’erano più giovani uomini per le strade di Parigi. Come ha notato un osservatore britannico, la lista dei morti nelle prime battaglie della guerra si leggeva come l’Almanach de Gotha, il libro che catalogava la nobiltà tedesca. Ancora più spaventoso per i conservatori, le guerre come la prima guerra mondiale possono distruggere la fede nella propria cultura. Probabilmente l’ultima speranza di sopravvivenza per la cultura europea sarebbe stata una vittoria tedesca nella battaglia delle Marne nel 1914.
Un guadagno della guerra, che disturba i conservatori, è l’ingrandimento del potere dello stato. L’argomento delle “necessità di guerra” passa sopra qualunque bilancio, qualunque libertà civile e qualunque tradizionale limitazione del governo. Nel ventesimo secolo, i progressisti americani sapevano che potevano creare un governo centralizzato e potente soltanto dichiarando guerra.
È stata la sinistra ad avere architettato l’entrata degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale. Quasi un secolo dopo, l’11 settembre ha dato ai centralizzatori dell’amministrazione Bush neoconservatrice la scusa per creare la legislazione del “Patriot Act”, una cosa che ai padri fondatori avrebbe fatto rivalutare in meglio Re Giorgio. Così come niente aumenta il debito di un paese come la guerra, niente aumenta di più il potere del governo. I conservatori rigettano entrambi.
Quando Edmund Burke, considerato il fondatore del conservatorismo del diciottesimo secolo, dovette affrontare in parlamento la proposta di entrare in guerra per assicurare che il fiume Scheldt nei Paesi Bassi rimanesse chiuso, così che Antwerp non entrasse in competizione con Londra, la sua risposta fu: “Una guerra per lo Scheldt? È una guerra per un vaso da notte!”. Una risposta genuinamente conservatrice.
I veri conservatori odiano la guerra. Se la cosa oggi sembra strana, come pensare al blu come il colore dei conservatori, possiamo ringraziare un pugno di (ex?) trozkisti che hanno rubato il nostro nome, e un complesso militare-industriale che si è comprato sia la destra che la sinistra. Se la storia è una maestra, e di solito lo è , il prezzo per l’amore militarista della destra nazionalista sarà più alto di quanto immaginiamo.

(da The American Conservative – traduzione di Federico Bezzi)

Preso da: https://oltrelalinea.news/2019/04/07/i-veri-guerrafondai-i-liberal-di-sinistra/

Così l’Occidente divora i propri figli

Secondo Thierry Meyssan, scendendo in piazza i francesi sono stati il primo popolo occidentale disposto a correre rischi personali per opporsi alla globalizzazione finanziaria. Benché non ne siano consapevoli e ancora pensino che i loro problemi siano prettamente nazionali, il loro nemico è lo stesso che ha annientato la regione africana dei Grandi Laghi e parte del Medio Oriente Allargato. Solamente i popoli che capiranno la logica che li sta distruggendo e la respingeranno potranno sopravvivere alla crisi esistenziale dell’Occidente.

| Damasco (Siria)

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Rivolta a Parigi (1° dicembre 2018)

La causa della recessione occidentale

Le relazioni internazionali hanno subito un profondo mutamento con la paralisi dell’Unione Sovietica del 1986, quando lo Stato non riuscì a controllare l’incidente nucleare civile di Tchernobyl [1]; poi con la ritrattazione del Patto di Varsavia del 1989, quando il Partito Comunista della Germania dell’Est [2] distrusse il Muro di Berlino; infine con il crollo dell’URSS del 1991.


In quell’anno il presidente degli Stati Uniti, George Bush senior, decise di smobilitare un milione di soldati e investire gli sforzi del Paese nella prosperità. Bush ambiva trasformare l’egemonia, esercitata dagli USA nella loro zona d’influenza, in leadership a livello mondiale, nonché in un ruolo di garante della stabilità del pianeta. Bush Sr. gettò le basi del “Nuovo Ordine Mondiale”, dapprima nel discorso pronunciato il 2 agosto 1990 all’Aspen Institute, a fianco del primo ministro britannico Margaret Thatcher, poi nel discorso al Congresso dell’11 settembre 1990, in cui annunciò l’operazione “Tempesta del deserto” [3].
Il mondo post-Unione Sovietica è il mondo della libera circolazione delle merci, nonché dei capitali mondiali, sottoposto a un unico controllo: quello degli Stati Uniti. Vale a dire è il passaggio dal capitalismo all’egemonia della finanza: non compimento del libero scambio, bensì forma esacerbata di sfruttamento coloniale, esteso al mondo nella sua interezza, incluso l’Occidente. In un quarto di secolo le grandi fortune USA si sono moltiplicate numerose volte e la ricchezza globale mondiale si è incrementa ragguardevolmente.
Lasciando libero corso al capitalismo, Bush Sr. auspicava l’estensione al mondo intero della prosperità. Ma il capitalismo non è un progetto politico, è unicamente una logica per conseguire profitto. Ebbene, per accrescere l’utile le multinazionali USA hanno subito approfittato dell’apertura del mercato cinese e delocalizzato la produzione nel Paese dove i salari erano i più bassi al mondo.
Ben pochi hanno saputo stimare il prezzo per l’Occidente di questa progressione. Certamente le classi medie cominciano ad affacciarsi anche nel terzo mondo – benché meno ricche di quelle occidentali – permettendo a nuovi Stati, soprattutto asiatici, di ritagliarsi un ruolo nella scena internazionale. Le classi medie occidentali cominciano però contestualmente a scomparire [4], rendendo impossibile la sopravvivenza delle istituzioni democratiche che loro stesse avevano forgiato.
Ma la catastrofe maggiore investe soprattutto popolazioni di intere regioni, a cominciare da quella dei Grandi Laghi africani, che vengono completamente annientate. Nell’incomprensione e indifferenza generali, questa prima guerra regionale provoca 6 milioni di morti in Angola, Burundi, Namibia, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Zimbabwe. L’obiettivo era continuare a depredare le risorse naturali di questi Paesi, pagandole però sempre meno, dunque scendendo a patti con gang invece che trattare con Stati che hanno il dovere di nutrire il proprio popolo.
La trasformazione sociologica del mondo intero è molto rapida e non ha precedenti. Attualmente non disponiamo di strumenti statistici adeguati per valutarla correttamente. Tuttavia, sono sotto gli occhi di tutti l’ascesa di potenze dell’Eurasia (non nel senso gollista «da Brest a Vladivostok», bensì di Russia e Asia, senza Europa occidentale e centrale) alla ricerca di libertà e prosperità e, per contro, la progressiva decadenza delle potenze occidentali, Stati Uniti compresi, che limitano le libertà individuali e sospingono metà della popolazione nella povertà.
Oggi il tasso di detenzione dei cinesi [il numero di detenuti in rapporto alla popolazione, ndt] è quattro volte inferiore a quello degli Stati Uniti; il loro potere d’acquisto è invece leggermente superiore. Obiettivamente, nonostante i difetti, la Cina è diventato un Paese più libero e prospero degli Stati Uniti.
Questo processo avrebbe potuto essere previsto sin dall’inizio. La sua messa in atto fu oggetto di lunghe discussioni. Basti ricordare che il 1° settembre 1987 un quarantenne statunitense fece pubblicare una pagina di pubblicità controcorrente su New York Times, Washington Post e Boston Globe, per mettere in guardia i concittadini sul ruolo di responsabili del “Nuovo Ordine Mondiale” in costruzione, che il presidente Bush padre voleva far assumere a loro spese agli Stati Uniti. L’iniziativa fece molto ridere. L’autore altri non era che il promotore immobiliare Donald Trump.

L’applicazione del modello economico alle relazioni internazionali

Un mese dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, il segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, mise l’amico Arthur Cebrowski a dirigere il nuovo Ufficio per la Trasformazione della Forza (Office of Force Transformation), con l’incarico di trasformare la mentalità di tutti i militari statunitensi e prepararli a un cambiamento radicale della loro missione.
Le forze armate USA non sarebbero più state utilizzate per difendere principi o interessi, bensì strumentalizzate per riorganizzare il mondo dividendolo in due: gli Stati integrati nell’economia globalizzata da una parte, gli Stati rimanenti dall’altra [5]. Il Pentagono non avrebbe più scatenato guerre per impadronirsi delle risorse naturali, ma per controllare l’accesso delle regioni globalizzate a tali risorse. Una divisione che s’ispirava direttamente al processo di globalizzazione, che già aveva spinto ai margini metà della popolazione occidentale. Questa volta sarebbe stata la metà della popolazione mondiale a essere esclusa [6].
La riorganizzazione del mondo iniziò nella zona politica chiamata Medio Oriente Allargato, che va dall’Afganistan al Marocco, con esclusione di Israele, Libano e Giordania. Ebbe così inizio quella che si pretende essere stata un’epidemia di guerre civili in Afganistan, Iraq, Sudan, Libia, Siria e Yemen, che ha già causato diversi milioni di morti [7].
Come un mostro che divora i propri figli, il sistema finanziario globale basato negli Stati Uniti conobbe una prima crisi nel 2008, con lo scoppio della bolla dei subprimes. Contrariamente a quanto comunemente si pensa, non si è trattato affatto di una crisi globale, bensì esclusivamente occidentale. Per la prima volta gli Stati della NATO subivano le conseguenze della loro stessa politica. Ciononostante, le classi dirigenti occidentali non cambiarono atteggiamento e, compassionevoli, assistettero al naufragio delle classi medie. L’unica modifica significativa fu l’adozione della “regola Volcker” [8], che vieta alle banche di sfruttare le informazioni ottenute dai clienti per speculare contro gli interessi di questi ultimi. Però, sebbene i conflitti d’interesse abbiano permesso a dei poco di buono di arricchirsi rapidamente, essi non sono l’origine del problema, che è molto più vasto.

La rivolta degli Occidentali

La rivolta delle classi medie e popolari occidentali contro la classe dirigente globalizzata è iniziata due anni fa.
Consapevoli della recessione dell’Occidente rispetto all’Asia, i britannici furono i primi a compiere un tentativo di salvaguardare il proprio livello di vita, decidendo di lasciare l’Unione Europea per volgersi verso la Cina e il Commonwealth (referendum del 23 giugno 2016) [9]. Sfortunatamente, la classe dirigente del Regno Unito non è riuscita a concludere l’accordo sperato con la Cina e sta incontrando grosse difficoltà a ripristinare i rapporti con il Commonwealth.
Al Regno Unito seguirono gli Stati Uniti dove, constatando l’affossamento dell’industria civile, l’8 novembre 2016 parte degli elettori ha votato per l’unico candidato contrario al Nuovo Ordine Mondiale, Donald Trump. Si trattava di tornare al “sogno americano”. Sfortunatamente per loro, Trump, benché abbia cominciato a rimettere in discussione le regole del commercio globalizzato, non ha una squadra che lo supporti all’infuori della famiglia. Trump riesce solo a modificare, ma non a cambiare, la strategia militare USA, i cui ufficiali generali hanno adottato, pressoché all’unisono, il pensiero di Rumsfeld-Cebrowski e non sanno immaginarsi in un ruolo diverso da quello di difensori della globalizzazione finanziaria.
Consapevoli della fine dell’industria nazionale e certi di essere stati traditi dalla classe dirigente, il 4 marzo 2018 gli italiani hanno votato per i partiti anti-sistema: la Lega e il Movimento 5 Stelle. Questi due partiti si sono alleati per attuare una politica sociale. Sfortunatamente per loro l’Unione Europea vi si oppone [10].
In Francia, mentre negli ultimi dieci anni decine di migliaia di PME [piccole e medie imprese, ndt] subappaltatrici dell’industria sono fallite, nello stesso periodo i prelevamenti obbligatori, già tra i più elevati al mondo, sono aumentati del 30%. Diverse centinaia di migliaia di francesi sono inaspettatamente scesi in strada per protestare contro una fiscalità eccessiva. Sfortunatamente per loro, la classe dirigente francese è stata contaminata dal discorso che gli statunitensi rifiutano. Il governo si sforza perciò di adattare le proprie scelte politiche alla rivolta popolare invece di cambiarne i fondamenti.
Se analizziamo in maniera distinta quel che accade in ognuno di questi quattro Paesi, troveremo spiegazioni differenti. Se invece lo analizziamo come fenomeno unitario, pur espresso da culture diverse, troveremo gli stessi meccanismi: in questi Paesi, consecutivamente alla fine del capitalismo, le classi medie spariscono più o meno velocemente e con esse il regime politico da loro incarnato: la democrazia.
O la classe dirigente occidentale abbandona il sistema finanziario che ha costruito e torna al capitalismo produttivo del tempo della guerra fredda, oppure deve inventare un’organizzazione differente, che però nessuno ha ancora pensato; in caso contrario l’Occidente, che ha governato il mondo per cinque secoli, sprofonderà in conflitti interni a lungo termine.
I siriani sono stati il primo popolo non globalizzato capace di sopravvivere e resistere alla distruzione dell’inframondo di Rumsfeld-Cebrowski. I francesi sono il primo popolo globalizzato a ribellarsi alla distruzione dell’Occidente, sebbene non siano consapevoli di lottare contro il nemico comune all’intera umanità. Il presidente Emmanuel Macron non è uomo che possa affrontare la situazione, non perché porti la responsabilità di quanto fatto dal sistema precedente, ma perché è puro prodotto di questo stesso sistema. Alle sommosse in Francia, Macron ha saputo soltanto rispondere dichiarando che, secondo lui, il G20 di Buenos Aires era stato un successo (fatto non vero) e che avrebbe proseguito con più efficacia nella direzione (cattiva) dei predecessori.

Come salvare i privilegi

Sembra che la classe dirigente britannica abbia una propria soluzione: se Londra, in particolare, e gli Occidentali, in generale, non sono più in grado di governare il mondo, conviene salvare il salvabile e dividere il pianeta in due zone ben distinte. È la politica messa in atto da Obama negli ultimi mesi di presidenza [11], poi da Theresa May, ora da Donald Trump, che si sono rifiutati di cooperare, riversando granitiche accuse prima contro la Russia, poi contro la Cina.
Sembra anche che Russia e Cina, malgrado la rivalità storica, siano coscienti di non potersi alleare con gli Occidentali che, dal loro canto, insistono a volerle smembrare. Da questa consapevolezza nasce il progetto «Partenariato dell’Eurasia Allargata»: se il mondo deve scindersi in due parti, che ciascuno organizzi la propria. In concreto significa che Pechino rinuncia a metà della “via della seta” e, insieme a Mosca, la riorganizza facendola passare solo nell’Eurasia Allargata.

Determinare la linea di demarcazione

Sia all’Occidente sia all’Eurasia Allargata converrebbe determinare al più presto la linea di demarcazione. Per esempio, da quale lato si collocherà l’Ucraina? La costruzione da parte della Russia del ponte di Kertch mirava a dividere l’Ucraina, assorbire il Donbass e il bacino del Mare d’Azov, nonché Odessa e la Transnistria. L’incidente di Kertch, organizzato dagli Occidentali, mirava invece a far entrare l’Ucraina nella NATO prima della frantumazione.
Poiché il bastimento della globalizzazione finanziaria sta colando a picco, molti cominciano a mettere in salvo i propri interessi, senza curarsi di alcuno. Da qui nasce, per esempio, la tensione tra Unione Europea e Stati Uniti. In questa gara, il movimento sionista ha come sempre una lunghezza di vantaggio: ha mutato rapidamente la strategia israeliana, lasciando la Siria alla Russia e volgendosi verso il Golfo e l’Africa orientale.

Prospettive

Tenuto conto di quanto c’è in gioco, è evidente che la rivolta in Francia non è che l’inizio di un processo molto più vasto che si allargherà ad altri Paesi occidentali.
È assurdo credere che nell’epoca della globalizzazione finanziaria un governo, qualunque esso sia, possa risolvere i problemi del proprio Paese senza rimettere in discussione le relazioni internazionali e ritrovare simultaneamente la propria capacità d’agire. Ma dopo il crollo dell’Unione Sovietica è proprio la politica estera a essere esclusa dall’ambito democratico. Conviene perciò ritirarsi con urgenza da pressoché tutti i trattati e gli impegni internazionali degli ultimi trent’anni.

[1] Secondo Michail Gorbaciov questo è l’avvenimento che ha portato alla dissoluzione del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica, poiché ha delegittimato lo Stato.
[2] Contrariamente a un’idea preconcetta diffusa in Occidente, sono stati i nazionalisti del Partito Comunista della Germania dell’Est (e le chiese luterane), non gli anti-comunisti (e i pro-USA) a far crollare il simbolo della dominazione sovietica, il Muro.
[3] Lo scopo principale dell’invasione dell’Iraq non era liberare il Kuwait, bensì strumentalizzare la vicenda per costituire una coalizione il più possibile estesa, che comprendesse anche l’Unione Sovietica, al comando degli Stati Uniti.
[4] Global Inequality. A new Approach for the Age of Globalization, Branco Milanovic, Harvard University Press, 22 agosto 2017.
[5] «Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 24 agosto 2017, traduzione di Rachele Marmetti.
[6] È evidente che le guerre di Bush Jr. e di Obama non hanno mai avuto lo scopo di propagare la democrazia. In primo luogo perché, per definizione, la democrazia non può che emanare dal popolo e non può dunque essere imposta con le bombe. In secondo luogo perché gli Stati Uniti erano già una plutocrazia.
[7] Ho conteggiato non solo il milione di morti causati direttamente dalle guerre, bensì anche le vittime dei disordini da esse ingenerati.
[8] L’ex presidente della Riserva Federale USA, Paul Volcker, è al contrario uno degli architetti della finanziarizzazione globale. È stato lui che, in nome dell’ONU, ha perseguito le persone e le istituzioni che avevano aiutato l’Iraq ad aggirare l’embargo delle Nazioni Unite (affare “petrolio in cambio di cibo”). Volcker è una delle personalità più di spicco della Pilgrim’s Society, il club transatlantico presieduto dalla regina Elisabetta II. A tale titolo divenne
[9] “La nuova politica estera britannica”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 4 luglio 2016.
[10] Il Mercato Comune Europeo, un sistema di cooperazione tra Stati, è stato sostituito dall’Unione Europea che, definita dal Trattato di Maastricht, è uno Stato sovranazionale sotto protezione militare della NATO. Ha perciò facoltà di mettere in scacco le decisioni nazionali.
[11] “Due mondi distinti”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 9 novembre 2016.