A quando un risveglio fra popoli in Europa ?

11 dicembre 2019.
di Luciano Lago
Le manifestazioni di protesta in Francia e lo sciopero generale che sta paralizzando quasi del tutto il paese ci fanno accendere un barlume di speranza. La speranza che si vada avvicinando l’ora di un possibile risveglio dei popoli d’Europa che trasmettano un segnale forte alle elite finanziarie dominanti, un segnale di rivolta e di cambiamento.
Il risveglio di una Europa che possa rompere le sbarre invisibili della gabbia neoliberista, quella che ha avvolto ciascuno stato europeo affossando le possibilità di crescita, non può essere lontano ma, come avviene per molti cicli storici, bisogna arrivare al punto più basso della involuzione per poi afferrare la possibilità di un riscatto.
L’ispirazione per un riscatto e una rinascita di paesi europei non può che provenire da est dove già da tempo si è verificato il risveglio dei giganti asiatici, la Federazione Russa, la Cina, l’India, paesi che oggi dimostrano una vitalità ed una capacità di rompere l’ordine mondiale di marca anglo USA che avviluppava il mondo.
Nella fase attuale, dopo decenni di pratiche neoliberiste che hanno minato le capacità agroindustriali un tempo fiorenti di paesi come la Francia, l’Italia, la Spagna, sotto la gabbia dell’euro “postindustriale”, è diventato evidente che l’austerità e l’aumento delle tasse sono le uniche soluzioni che i tecnocrati dell’eurocrazia e i padroni della moneta, che si trovano nella Banca Centrale europea, potranno consentire . Questo perchè l’appartenenza all’euro proibisce a qualsiasi nazione di sforare il rapporto deficit /PIL al di sopra del 3%, mentre non esistono i mezzi finanziari per generare credito statale sufficiente per costruire progetti su larga scala necessari per una ripresa economica.
In altre parole, dal punto di vista delle regole del gioco imposte dalle elite finanziarie transatlantiche, la situazione è senza speranza.
Sul versante orientale dell’Eurasia si può constatare che la Russia e la Cina hanno trasformato con successo l’ordine internazionale utilizzando grandi risorse per investimenti in infrastrutture, fra queste la creazione della “Belt and Road” Initiative che può essere estesa a vari paesi europei. Diventa facile comprendere che, l’agganciarsi a questa iniziativa offre una opportunità unica per i paesi europei (almeno per quelli che desiderano mantenere la testa fuori di fronte all’imminente collasso economico).
Potrebbe essere questo l’unico mezzo praticabile per fornire lavoro, sicurezza e crescita economica a lungo termine alla loro gente poiché la Belt and Road, cocepita dagli strateghi cinesi, è radicata come un progetto di sistema aperto che non è collegato alla geopolitica del sistema chiuso atlantista di ispirazione hobbesiana.

Rivolta a Parigi dei gilet gialli

Per seguire questa strada è necessario contrastare i piani dei neoconservatori in Europa di ispirazione atlantista, fra i quali i partiti dei finti sovranisti, che vorrebbero ritornare ad un ordine atlantista chiuso che escluda la possibiltà per ogni stato di trattare e cooperare con i grandi paesi dell’est ed agganciarsi a questo sviluppo.
Non è un caso che il partito atlantista agiti lo spettro della minaccia russa e della minaccia cinese per impedire ai paesi europei di affrancarsi dalla dominazione americana sull’Europa che esiste dal 1945 e che oggi, superata da quasi 30 anni la politica dei blocchi contrapposti, non ha più alcun senso.
Piuttosto la elite di potere di Washington cerca con ogni mezzo, dalle sanzioni alle minacce ed ai ricatti, di imporre all’Europa una nuova politica dei blocchi anti Russia-Cina che impedirebbe all’Europa di affrancarsi dall’ipoteca della dominanzione americana sul continente.
La guerra commerciale lanciata dall’Amministrazione Trump contro la Cina e le continue provocazioni contro Pechino, con interferenze sui disordini a Hong Kong e divieto ai paesi alleati di utilizzare le reti 5 G, sono parte della strategia USA di impedire lo sviluppo di un progetto euroasiatico. Forma parte di questa strategia anche l’ostilità manifestata dagli USA al progetto energetico del nuovo gasdotto russo Nord Stream 2 che deve fornire gas alla Germania e all’Austria contro cui Washington, dopo aver inutilmente cercato di porre ostacoli, sta minacciando sanzioni.

Protesta contro il Dominio delle Banche in Europa

Non c’è però molto tempo a disposizione perchè il prossimo collasso economico dei paesi europei, stretti fra crisi economica, immigrazione incontrollata, disgregazione sociale, ipoteca finanziaria (vedi il MES) imposta dalle oligarchie di Bruxelles, non lascia molta scelta. I leader dei veri movimenti sovranisti hanno un margine di tempo ridotto per fare le scelte indispensabili: impugnare i trattati della gabbia eurocratica e neoliberista, essendo questi in contrasto con le costituzioni nazionali e con le necessità sociali delle popolazioni, e affrancarsi dai vincoli atlantisti prima di essere trascinati in nuovi conflitti bellici che il “Deep State” degli USA sta maturando in Medio Oriente e nelllo spazio indoasiatico.
La domanda è se esistano oggi questi leader consapevoli di quale sia la sfida oggi o se ci siano in giro solo delle controfigure che si agitano sulle piazze dei paesi eiropei lanciando slogans vuoti e contestando soltanto gli effetti delle politiche eurocratiche (austerità, immigrazione, precarietà e disoccupazione, ecc..) senza risalire alle cause primarie del disastro in corso d’opera.
La domanda attende ancora una risposta e il tempo stringe………

Preso da: https://www.controinformazione.info/a-quando-un-risveglio-fra-popoli-in-europa/

Gli USA hanno fallito la loro strategia per destabilizzare il Libano

Di Elijah J. Magnier 12 dicembre 2019.
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Per diverse settimane, gran parte della popolazione libanese ha attaccato i leader politici tradizionali e messo in discussione il sistema politico corrotto del paese. Coloro che hanno gestito il paese per decenni hanno fatto poche riforme, non hanno mantenuto le infrastrutture e hanno fatto poco o nulla per creare posti di lavoro al di fuori della loro cerchia di sostegno.
I manifestanti sono stati anche spinti in piazza dalle misure statunitensi, che hanno strangolato l’economia libanese, inclusi ostacoli per la maggioranza dei 7-8 milioni di espatriati libanesi nel trasferire denaro ai loro cari nel loro paese d’origine. L’amministrazione americana ha preso queste misure per cercare, invano, di mettere in ginocchio l’Iran e i suoi alleati.
Gli Stati Uniti sembrano credere che seminando il caos nei paesi in cui opera l’Asse della Resistenza, possa costringere l’Iran a cadere tra le braccia dell’amministrazione statunitense. Gli Stati Uniti vogliono piegare l’Iran e i suoi alleati e imporre le loro condizioni e la loro egemonia in Medio Oriente.


In Libano, dall’inizio delle manifestazioni, il prezzo delle merci è salito alle stelle. Nel mercato mancano medicinali e beni di consumo e la sterlina libanese ha perso oltre il 40% del suo valore rispetto al dollaro USA. Molti libanesi hanno perso il lavoro o sono finiti con un taglio di metà stipendio. Il Libano si è avvicinato alla guerra civile quando i partiti politici filoamericani hanno chiuso le strade principali e hanno cercato di bloccare le linee di comunicazione dal sud sciita del Libano alla capitale e da Beirut alla valle della Bekaa.
La guerra è stata evitata perché Hezbollah ha emanato una direttiva che ordinava a tutti i suoi membri e sostenitori di tornare alle loro case. Le istruzioni erano chiare: “Se qualcuno ti schiaffeggia sulla guancia destra, presenta l’altra guancia.”
Hezbollah aveva capito cosa nascondevano i blocchi di Beirut: un invito a iniziare una guerra. Le prove: per più di un mese, l’esercito libanese ha rifiutato di riaprire le strade principali, lasciando non solo i legittimi manifestanti, ma anche i criminali a fare ciò che volevano.
La situazione è cambiata oggi: l’esercito ha revocato i blocchi e il presidente libanese usa la Costituzione a suo vantaggio, così come il primo ministro dimesso, che non ha una scadenza per formare un governo. Il presidente Michel Aoun ha restituito ai cristiani ciò che avevano perso dopo l’accordo di Taif: prima di chiedere a un membro del gabinetto candidato alla carica di primo ministro di formare un nuovo governo, vuole assicurarsi che sia efficace ed equilibrato, sostenuto per tutti i partiti politici e hanno un’alta probabilità di successo.
Aoun non offrirà il mandato al nuovo candidato, Samir al Jatib, perché il Primo Ministro sunnita Saad Hariri, che inizialmente ha nominato Jatib, gli ha chiesto all’ultimo momento di ritirarsi e ha chiesto all’ex Primo Ministro, l’autorità religiosa sunnita e ai partiti politici che lo sosterranno per il nuovo primo ministro saranno nominati da lui di persona e da nessun altro. È probabile che la nomina del primo ministro venga posticipata a una data sconosciuta e potrebbe persino essere lo stesso Hariri a ricoprire la carica.
Comunque sia, i manifestanti non hanno ottenuto molto perché i partiti politici tradizionali manterranno la loro influenza. Il nuovo governo, una volta formato, non sarà in grado di revocare le sanzioni statunitensi per facilitare l’economia nazionale. Al contrario, l’amministrazione americana intende reimpostare le sue sanzioni contro il Libano e imporne di nuove su altre personalità, come ha affermato il segretario di Stato Mike Pompeo alcuni mesi fa.
Oggi, nessun cittadino libanese può disporre dei propri risparmi o dei suoi beni nelle banche a causa delle restrizioni sui prelievi di denaro, un vero “controllo del capitale”. Puoi ottenere solo piccole quantità di denaro, da $ 150 a $ 300 a settimana, in un paese in cui paghi principalmente in contanti. Nessuno è autorizzato a trasferire denaro all’estero, ad eccezione delle tasse universitarie o di ordini speciali per beni essenziali.

Sostenitori di Hezbollah

Tuttavia, Hezbollah, il principale obiettivo dell’accordo tra Stati Uniti e Israele, non è stato direttamente interessato dalle sanzioni statunitensi o da nuove restrizioni finanziarie. I combattenti venivano pagati, come ogni mese, in dollari USA con un aumento del 40% (a causa della svalutazione della valuta locale).
Hezbollah non solo ha evitato la guerra civile, ma è riuscito anche a rafforzare la posizione dei suoi alleati. Il presidente Aoun e il leader della Free Patriotic Current (CPL), il ministro degli Esteri Gebran Bassil, erano in uno stato di confusione durante le prime settimane di proteste. Hezbollah è stato fedele ai suoi alleati e li ha supportati. Oggi la situazione è di nuovo sotto controllo e il presidente e il leader della CPL sono un passo avanti rispetto ai loro avversari politici.
Hezbollah farà parte del nuovo governo. L’Asse della Resistenza ha affermato che se la presenza di Hezbollah nel nuovo governo disturba l’amministrazione americana, questo non è un motivo per cui il partito dovrebbe piegarsi e andarsene. … Al contrario. Devi rimanere nel gabinetto o nominare ministri per tuo conto. Hezbollah ha il diritto legittimo di essere rappresentato nel governo perché, insieme al Movimento Amal, rappresenta più di un terzo della popolazione libanese e il governo è il risultato di una grande coalizione in Parlamento.
Chi impedirà agli Stati Uniti di approvare l’intenzione di Israele per annettere le acque marittime in disputa sul Libano? Chi farà una campagna per il ritorno dei rifugiati siriani nel loro paese di origine? Chi può impedire, come vogliono gli Stati Uniti, che le forze delle Nazioni Unite siano schierate ai confini tra Libano e Siria?
Hezbollah ha un ampio sostegno popolare e una base sociale che soffre, come tutti gli altri nel paese, della corruzione del sistema libanese. Nonostante ciò, le basi sociali di Hezbollah sono vicine all’Asse della Resistenza e ai suoi sforzi per neutralizzare le sanzioni statunitensi.
L’amministrazione americana non ha raggiunto il suo obiettivo, anche navigando nell’onda delle legittime richieste dei manifestanti. Né poteva spingere Hezbollah in una rissa di strada. Non sarà in grado di portare Hezbollah e i suoi alleati all’ostracismo, che sono determinati a far parte del nuovo governo. Gli Stati Uniti non sono riusciti a isolare Hezbollah, come ha fatto con Hamas, perché il Libano è aperto alla Siria e da lì all’Iraq e all’Iran. Il Libano è aperto anche al mondo esterno grazie alla sua costa mediterranea e può importare le merci necessarie. Nonostante tutto, l’Asse della Resistenza ha chiesto ai suoi amici e seguaci di coltivare la terra per limitare l’aumento dei prezzi del cibo.
L’Asse della Resistenza è aperto anche a Russia e Cina. Hezbollah continua a cercare di convincere i partiti politici a diversificare le relazioni e smettere di fare affidamento esclusivamente sugli Stati Uniti e sull’Europa. La Russia ha una comprovata esperienza nell’arena politica internazionale, anche se non ha ancora molta influenza in Libano e può far fronte all’egemonia americana.
L’Europa è anche felice di vedere Hezbollah e i suoi alleati al potere perché teme l’afflusso di milioni di rifugiati siriani e libanesi. La Cina è pronta ad aprire una banca in Libano, raccogliere e riciclare rifiuti, fornire acqua pulita e costruire generatori elettrici e anche investire circa 12.500 milioni in Libano, molto più degli 11.000 milioni offerti dalla Conferenza degli amici del Libano del CEDRE da Parigi,
Le porte del Libano sono aperte a un’alternativa agli Stati Uniti. Pertanto, più Washington cerca di sottomettere il governo libanese e i suoi abitanti, più si avvicineranno alla Russia e alla Cina.
I libanesi hanno perso molto dall’inizio delle manifestazioni. Ma tutto quello che Washington ha ottenuto è che la società libanese nel suo insieme ora vuole sfuggire alla sua egemonia, per non parlare del fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati non sono riusciti a isolare Hezbollah. Tuttavia, i manifestanti sono riusciti a dare l’allarme e avvertire i politici che la loro corruzione non può durare per sempre e che potrebbero finire in tribunale. Ancora una volta, gli agenti del caos hanno fallito e l’Asse della Resistenza ha ampliato la sua influenza in Libano.
Fonte: Global Research.ca

Traduzione: Luciano Lago

Preso da: https://www.controinformazione.info/gli-usa-hanno-fallito-la-loro-strategia-per-destabilizzare-il-libano/

Libia, nuove accuse di Haftar all’Italia: «Sostiene terroristi»

24 novembre 2019.
TRIPOLI – Nuove accuse all’Italia da parte delle autorità dell’Est della Libia, sotto il comando del generale Khalifa Haftar, dopo che un drone è precipitato nei giorni scorsi a Sud-Est di Tripoli. La Commissione Difesa della Camera dei rappresentanti di Tobruk ha infatti denunciato quello che definisce il sostegno italiano a «bande terroristiche ed estremiste in Libia attraverso il supporto logistico sul terreno e il volo di droni nello spazio aereo libico».
«Avvertiamo la Repubblica italiana che persistendo con questo approccio a sostegno delle milizie l’Italia non avrà alcuna opportunità di partecipare in futuro alla cooperazione con la Libia», si legge nel comunicato diffuso oggi dal sito Libyan Address Journal, vicino ad Haftar, che due giorni fa aveva già pubblicato il monito all’Italia del deputato di Tobruk, Ali al Saidi, molto vicino al generale, a «rispettare la sovranità della Libia».
Libia, nuove accuse di Haftar all'Italia: «Sostiene terroristi»

Haftar ha rivendicato l’abbattimento del drone il giorno stesso dell’incidente, il 20 novembre, chiedendo «una spiegazione ufficiale» all’Italia. Da parte sua, in una nota, lo Stato maggiore della Difesa ha fatto sapere di aver «perso il contatto con un velivolo a pilotaggio remoto dell’Aeronautica Militare, successivamente precipitato sul territorio libico».
«Il velivolo, che svolgeva una missione a supporto dell’operazione Mare Sicuro, seguiva un piano di volo preventivamente comunicato alle autorità libiche – si precisa nella nota – sono in corso approfondimenti per accertare le cause dell’evento».

Due droni caduti in una settimana: in azione jammer russi?

Se due droni stranieri cadono in una sola settimana nei pressi di Tripoli, dopo che per anni i velivoli senza piloti hanno vagato indisturbati per lo spazio aereo libico, «è probabile» che i mercenari russi del gruppo Wagner abbiano portato anche i jammer (disturbatori di frequenza, ndr)». E’ quanto scrive sul proprio account Twitter l’esperto di affari libici, Emadeddin Badi, partecipando al dibattito scatenato oggi sui social media dalla notizia di un drone americano di cui il comando Usa in Africa (Africom) «ha perso il contatto sopra Tripoli». Un drone americano di cui si sono perse le tracce solo tre giorni dopo che anche la Difesa italiana ha riferito di aver perso il contatto con «un velivolo a pilotaggio remoto, successivamente precipitato sul territorio libico».
Sia Africom che la Difesa italiana hanno riferito di indagini in corso sulle cause dell’incidente. E proprio riguardo alle cause, diversi commentatori di questioni libiche hanno evidenziato come «l’unico elemento di novità» rispetto alla situazione di stallo nei combattimenti in corso attorno alla capitale libica dallo scorso aprile «è la presenza dei mercenari russi del Gruppo Wagner sulle linee del fronte».

«Lo chef di Putin»

Nelle scorse settimane la stampa americana ha riferito dell’arrivo in Libia di centinaia di uomini del gruppo di sicurezza russo, guidato da Yevgeny Prigozhin, noto come «lo chef di Putin», per combattere al fianco del generale Khalifa Haftar intenzionato a prendere il controllo di Tripoli, dove oggi è insediato il governo di accordo nazionale guidato da Fayez al Sarraj, riconosciuto dalla comunità internazionale.
Una presenza che ha di fatto innescato un maggior attivismo da parte americana, in particolare del dipartimento di Stato Usa, che nei giorni scorsi ha accusato la Russia di «sfruttare il conflitto» e ha chiesto ad Haftar di fermare l’offensiva. Ancora ieri, «la presenza russa» in Libia è stata al centro del colloquio avuto a Washington dal segretario di stato Mike Pompeo con il suo omologo emiratino Abdullah bin Zayed. Gli Emirati Arabi Uniti sono i principali sostenitori di Haftar.
«I mercenari della Wagner hanno consentito alle forze di Haftar di registrare un leggero progresso sulla linea del fronte», a Sud della capitale, ha riconosciuto Badi. «Hanno esperienza, portano intelligence, strategia ed esperienza tecnica – ha aggiunto l’analista – e visto che due droni stranieri sono andati perduti in una settimana, è probabile che abbiamo portato anche i jammer (disturbatori di frequenza)».

Pompeo incontra Ministro Emirati: serve un cessate il fuoco

Il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha ricevuto il ministro degli Esteri degli Emirati arabi uniti, Abdullah bin Zayed, con cui ha discusso della crisi in Libia. Stando a quanto riferito dallo stesso Pompeo sul proprio account Twitter, nel corso dell’incontro è stata discussa «la presenza russa» e «l’urgente bisogno di una de-escalation, un cessate il fuoco e una soluzione politica» nel Paese del Nord Africa.
Nei giorni scorsi il dipartimento di Stato americano ha diffuso un comunicato in cui ha chiesto al generale Khalifa Haftar, sostenuto soprattutto dagli Emirati, di «mettere fine all’offensiva su Tripoli», in corso dall’inizio dello scorso aprile, accusando al contempo la Russia di «sfruttare il conflitto contro la volontà del popolo libico».
Nelle scorse settimane la stampa americana ha riferito dell’arrivo in Libia di centinaia di mercenari russi al fianco di Haftar, dopo che già nei mesi scorsi erano trapelate notizie sulla presenza di uomini del gruppo Wagner, una compagnia di sicurezza privata, nel Paese del Nord Africa.

Preso da: https://www.diariodelweb.it/esteri/articolo/?nid=20191124-544675

“Le guerre di Siria”: resistenza, istruzioni per l’uso

SIRIA, CURDI E TURCHIA: professionismo russo e dilettantismo tedesco

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La confusa situazione fra Siria , Turchia, USA e Curdi avvia ad una conclusione, o almeno questo sembra secondo gli ultimi accordi fra le parti intercorsi martedì scorso a Soci, nella Russia meridionale. Cerchiamo di riassumere il tutto in poche righe significative:

  • Il presidente turco Recep Erdogan e quello russo(Valdimir Putin hanno concordato nella definizione di un’area di sicurezza di 10 km al confine turco-siriano. Questa zona dovrà essere smilitarizzata e sarà pattugliata da unità miste Russo-turche;
  • non ci sarà nessuna spinta al separatismo dei curdi in Siria, che potrebbe influenzare ed accentuare quello dei curdi in Turchia. Ricordiamo che l’accordo fra Curdi e Siriani prevede una forma di autonomia del Kurdistan siriano, ma autonomia non è indipendenza.
  • comunque le forze curde, confluite nel SDF o quelle dell YPG non potranno trovarsi entro 30 km dal confine turco.

In questa situazione i turchi da un lato controllano ancora diverse sacche in Siria, come si può vedere  dalla seguente immagine:

Inizialmente Assad ha protestato affermando che questa soluzione era , per lui, una mezza truffa: alla fine una fetta di territorio rimaneva sotto controllo turco, anche se condiviso con in russi. D’altro canto però, per la prima volta, rientra in possesso della parte nord orientale del paese, sino al confine con l’Iraq, e disarma le milizie curde che, anzi, entrano a far parte, anche se indirettamente, del suo esercito,come 5 brigata assalto, sotto comando russo.
I turchi iniziano ad espellere i profughi siriani, rimandandoli indietro nella fascia occupata anche per costruire un cuscinetto con i curdi siriani. Non potevano avere di più senza entrare in uno scontro diretto con i russi. nello steso tempo le milizie filoturche hanno provveduto a massacrare un po’ di capi dei partiti curdi indipendentisti, il vero obiettivo di Ankara, che parla di alcune centinaia di “Terroristi” uccisi.
Nel frattempo fra i 100 ed i 500 militanti dell’ISIS  di origine straniera, moltoi europea (Francesi, Belgi, Tedeschi , Inglesi in testa) sono fuggiti dai capi di prigionia in cui li tenevano i curdi quando gli europei si sono rifiutati di riprenderseli indietro. Sul tema ci sono state forti dispute legali nel Regno Unito ed in  Germania.
I sconfitti sono i Curdi che, con l’accordo con Assad e con i russi sono riusciti , per lo meno, a limitare i danni. Incredibile come, nell’arco di pochi giorni, siano passati dalla protezione degli americani a quella dei russi, ma non avevano altra strada quando Trump ha deciso di non proteggere più la frontiera con la Turchia e di ritirarsi I leader non hanno potuto far altro che minimizzare i danni. Non arriveranno mai al grado di autonomia dei Curdi Iracheni, al limite dell’indipendenza perfino autodichiarata, ma almeno sopravviveranno. Gli americani attualmente tengono ancora alcune posizioni in Siria, ed anzi hanno rafforzato le proprie posizioni attorno ai pozzi petroliferi siriani, una mossa mirata più contro i russi che contro l’ISIS.
Nel dramma della situazione vi è anche qualcuno che riesce a porre un tocco di commedia. Il ministro della difesa e leader della CDU, Anne Kramp-Karrenbauer, è uscita con un’idea , che perfino sta cercando di portare avanti, e che sta mettendo la Germania in grande imbarazzo. La politica vorrebbe creare un’area do protezione  al confine fra Turchia e Siria sotto controllo di forze dell’ONU. Peccato che :

  • non abbia l’appoggio completo del proprio governo;
  • sia visto con estremo scetticismo dalla Turchia;
  • nessuno voglia realmente impegnarsi nell’operazione;
  • nessun paese europeo vuole seriamente mandare truppe nell’area in question

Un piano campato per aria che è diventato l’ennesimo boomerang politico per il governo tedesco e che rivela la superficialità con cui vengono affrontati certi temi in Germania. Qualsiasi altro governo, prima di uscire allo scoperto, avrebbe cercato di costruire un minimo di consenso internazionale, ma la AKK si è mossa come se fosse naturale che gli altri paesi volessero mandare truppe nel difficile settore siriano. In realtà a parte la Russia, che agisce in accordo con la Siria, la Turchia, che è confinante, e gli USA, che intendono proteggere i propri interessi diretti, nessuno vuole impantanarsi in quella difficile palude.

Preso da: https://scenarieconomici.it/siria-curdi-e-turchia-professionismo-russi-e-dilettantismo-tedesco/

Libia: Haftar e Serraj alla resa dei conti

Sono passati otto anni dall’intervento occidentale che ha spodestato il regime di Muammar Gheddafi. Oggi, con due Governi e centinaia di milizie armate che controllano il territorio, la Libia è uno Stato fallito, stremato da una guerra che sembra non finire più.   
 

1. LO SCONTRO TRA HAFTAR E SERRAJ: A CHE PUNTO SIAMO?

La caduta del colonnello Muammar Gheddafi nel 2011 ha portato la Libia nel caos. Dopo otto anni di sanguinosa guerra civile – in cui centinaia di milizie armate si sono contese l’effettivo controllo sul territorio a suon di attentati, rapimenti e gestione di vari traffici illeciti – l’esistenza di due Governi è la rappresentazione plastica dello smembramento dello Stato libico. Se in Tripolitania l’esecutivo riconosciuto dalla comunità internazionale (GNA) e presieduto da Fayez al-Serraj sembra reggersi su un fragile patto di potere stipulato con le milizie in suo supporto, nella parte orientale del Paese l’appoggio dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) ha permesso all’uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, di avanzare militarmente e di minacciare l’uso delle armi contro il GNA. Oggi il conflitto sembra essere arrivato a un punto morto. Da una parte i bombardamenti di Haftar sui sobborghi di Tripoli confermano l’intenzione di procedere con l’opzione militare per accrescere il proprio peso negoziale sui tavoli internazionali; dall’altro lato la discreta resistenza del GNA di al-Serraj ha riequilibrato i rapporti di forza tra i due leader, ridimensionando le aspirazioni del generale della Cirenaica. Il conflitto, quindi, è destinato a protrarsi, col rischio concreto che un’escalation possa impegnare maggiormente altri attori presenti nello scenario libico.

Fig.1 – Fayez Mustafa al-Sarraj alla 74° sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tenutasi il 25 settembre 2019

2. LE INTERFERENZE ESTERNE NEL CONFLITTO

Haftar e al-Serraj possono contare sull’appoggio politico, diplomatico e militare – diretto e indiretto – di vari attori regionali e internazionali. Lo scontro in atto, infatti, può essere ricondotto non soltanto alle schermaglie a sud di Tripoli tra l’esercito di Haftar e le innumerevoli milizie libiche fedeli al Governo sostenuto dalle Nazioni Unite. La partita è molto più complessa. Dietro ai due esecutivi libici si muovono anzitutto diversi sponsor regionali. Egitto ed Emirati Arabi Uniti supportano i 15mila uomini agli ordini del leader forte della Cirenaica, mentre Turchia e Qatar puntellano il Governo tripolino. Appoggio politico nei tavoli internazionali è stato fornito ad Haftar anche dalla Russia, la quale sembra condividere determinate scelte geopolitiche – anche se, a volte, un po’ contradditorie – dell’Amministrazione Trump sul dossier libico. Mosca ha difatti bloccato ad aprile una risoluzione ONU che chiedeva ad Haftar di fermare l’offensiva verso Tripoli e, tre giorni dopo, il generale della Cirenaica si è recato nella capitale russa per assicurarsi l’assistenza militare del Cremlino. D’altronde la compagnia militare privata russa Wagner è impegnata nell’est del Paese per rifornire il LNA con equipaggiamento militare e supporto logisitico: Bengasi pullula di mercenari alle dipendenze di Mosca anche per proteggere interessi strategici sul controllo dei flussi del petrolio. Ma è in Europa che c’è lo scontro diplomatico più acceso. Italia e Francia, infatti, sono Paesi portatori di interessi confliggenti in Libia: la prima è impegnata a favorire un processo di pace che abbia come attore principale il proprio interlocutore privilegiato, il Governo di al-Serraj; la seconda, pur riconoscendo formalmente Tripoli, è alleata di Haftar per controbilanciare l’influenza italiana.

Fig. 2 – Una manifestazione a supporto del Governo di Tripoli il 27 settembre 2019

3. IL RUOLO DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

Mentre sul campo tutti gli attori regionali e internazionali perseguono i propri interessi finanziando l’una o l’altra fazione e fornendo anche appoggio militare ai due Governi libici nonostante l’embargo sulle armi, nei palazzi delle Nazioni Unite si cerca di instaurare un dialogo che coinvolga tutte le parti interessate. Nel 2015 l’ONU – dopo che il suo inviato speciale, Bernardino Leòn, aveva condotto personalmente i negoziati per formare un nuovo Governo che superasse le divisioni dei due Parlamenti di Tripoli e Tobruk – ha riconosciuto formalmente Fayez al-Serraj come capo del Governo di Accordo Nazionale. Quello di al-Serraj avrebbe così dovuto essere considerato l’unico esecutivo legittimo in Libia.
Per quanto riguarda il riconoscimento de jure e de facto dei due Governi, Serraj gode appunto di una legittimazione esterna da parte delle Nazioni Unite, ma non ha un reale controllo sul territorio. In merito a Tobruk, questo è legittimato dal rapporto fiduciario con il Parlamento eletto nel 2014 e dispone di forze armate regolari che hanno dimostrato di avere un controllo effettivo sul territorio anche nelle zone adiacenti alla Tripolitania. La legittimazione de jure in questo caso è decisamente più debole, poiché fa riferimento a una interpretazione forzata delle vicende politiche interne, motivo per cui il Governo di Tobruk preme affinché si abbiano nuove elezioni. Di fatto, quindi, le due parti non possono coesistere poiché una è pienamente legittimata solo nel momento in cui l’altra non esiste.

Vittorio Maccarrone 

Chernobyl. Eroi dimenticati e traditi, o una nuova campagna antirussa e antisovietica?

Scritto da Enrico Vigna

agosto 2019

 

Improvvisamente, al di là di righe commemorative o occasionali, negli ultimi mesi su tutti i media occidentali è dilagata una marea di servizi, articoli, analisi, denunce degli errori della dirigenza dell’ex URSS ( che ci sono stati sicuramente), della “vergogna” per aver dimenticato e abbandonato i sopravvissuti, in particolare gli eroi, i “liquidatori”. Come sempre ondate di falsità e menzogne, alcune, come sempre, persino banali e surreali.

Sicuramente un ruolo propulsore l’ha avuto la miniserie televisiva “Chernobyl” di Craig Mazin, la quale come tutte le produzioni televisive o cinematografiche, trasmettono forti emozioni ai telespettatori, soprattutto se fatte bene dal punto di vista artistico. E questa di Mazin era ben fatta, toccante e struggente, peccato però che il contesto storico e il punto di vista che viene trasmesso e indotto, ha finalità che vanno molto al di là della miniserie. Infatti a partire da essa, giornalisti, esperti, studiosi e politicanti di varie tendenze, si sono buttati a capofitto per fomentare sottili odi e sentimenti anti sovietici, pochi sono stati quelli che hanno cercato letture e riflessioni circa questa tragedia, approfondendo magari la questione del “nucleare”, criticamente o favorevolmente, ma almeno in profondità e scientificamente sul controverso e delicato tema. Leggendo o ascoltando gli interventi di questi mesi, alla fine un osservatore ne esce con sentimenti minimo di avversione al sistema sovietico, se non di disprezzo alla società sovietica nel suo insieme, arrivando poi ovviamente all’oggi, attaccando la Russia attuale e il suo presidente Putin, cinici e responsabili di aver dimenticato e tradito coloro che hanno perso la vita sul momento o dopo lunghe malattie, lasciandoli soli e ai margini della società.

 

Si può capire che la reazione di una persona normale e non informata, non possa che essere di disprezzo e  sdegno verso una società di questo tipo e i suoi dirigenti. Questo io penso, sentendo reazioni intorno a me, è stato il risultato, che era anche, a mio parere, il vero obbiettivo politico.

Sarebbe bene che tutti questi scribacchini senza morale e etica, con le loro lauree e professionalità scellerate, e le loro agiate vite piatte e comode, cercassero di capire l’orrore di questa tragedia e scrivessero e operassero per impedire le continue nuove guerre innescate nel mondo, dimenticando che ci sono centinaia di tali centrali nucleari in tutto il mondo, e soprattutto centinaia di BASI MILITARI con armi nucleari, compresa l’Italia e una Terza Guerra Mondiale sarebbe l’ultima per tutta l’umanità. Le loro lauree e professionalità avrebbero così un senso per l’umanità…ma è difficile rinunciare a lauti stipendi e comode vite, occorrerebbe una coscienza etica e sociale.

Spero che questo mio lavoro di ricerca e documentale possa aiutare a conoscere la realtà dei fatti, ma soprattutto la situazione nella società russa di coloro che, per dovere o volontariamente, sono stati gli “EROI” della tragedia di Chernobyl. Non eroi in senso mitologico, ma semplici uomini che per senso del dovere etico e sociale, hanno donato o usato le proprie vite per “GLI ALTRI” loro concittadini. Capisco quanto sia difficile, se non impossibile, citare questo valore e sentimento nel nostro mondo occidentale. Ma continuo a credere che solo sulla base di alcuni valori di fondo sociali, etici, di fratellanza e politici, le nuove generazioni potranno cercare di cambiare lo stato attuale di questo insano mondo.

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Trentatre anni fa, il 26 aprile 1986, si verificò un drammatico incidente nella centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina, vicino alla cittadina di Pripyat, abitata da circa quarantamila persone, perlopiù dalle famiglie dei lavoratori della centrale, divenuta poi una “città fantasma”.

Nella quarta unità si verificò un’esplosione. Il reattore andò completamente distrutto, la spaventosa nube radioattiva copriva un vasto territorio di Ucraina, Bielorussia, Russia, oltre 200 mila chilometri quadrati. L’incidente fu considerato il più grande del suo genere nella storia dell’energia nucleare, anche se molti incidenti nucleari del secolo scorso avvenuti in paesi occidentali, sono spesso stati minimizzati nella loro reale portata distruttiva dai governi e dai media, ma certamente Chernobyl è stata una tragedia di dimensioni immani nella storia dell’umanità e del nostro pianeta.

Per dovere di cronaca riporto che nell’ex URSS non furono poche le voci, con relative indagini, che denunciavano addirittura un sabotaggio,pianificato per minare e destabilizzare l’Unione Sovietica. Ma non furono mai trovate prove sufficienti e tutto andò nell’oblio.

Ancora oggi i calcoli relativi alle vittime, non sono  definitivi, tuttavia il numero totale dei morti secondo le stime più ufficiali è di 600 mila persone, di cui 4mila persone morte per cancro o malattie del sangue immediatamente dopo l’incidente. Vi sono poi le persone decedute di cancro nei paesi limitrofi, i bambini nati nel 1986 da genitori esposti alle radiazioni che hanno ereditato il cancro. Per questo, il numero totale di decessi dopo l’incidente è incalcolabile.

Una fatto spesso tralasciato, che può dare idea della portata di questo incidente, è l’atto eroico di tre subacquei sovietici, uno ucraino Alexei Ananenko e due russi Valery Bespalov e Boris Baranov, che molto probabilmente hanno salvato una grande parte dell’umanità

 

Questi tre eroi che volontariamente, a costo della propria vita, si avventurarono a scendere nelle camere allagate del quarto reattore per evitare una seconda esplosione e salvare un’altra grande parte di umanità. Secondo molti esperti, la forza distruttiva della seconda esplosione avrebbe superato la prima esplosione di dieci volte. Nel 2009, la Scuola di Studi Russi e Asiatici fornì una stima delle conseguenze approssimative di ciò che sarebbe accaduto se non fosse stata impedita la seconda esplosione: “se il nucleo di fusione del reattore avesse raggiunto l’acqua, l’esplosione avrebbe distrutto metà Europa e reso Europa, Ucraina e alcuni altri paesi, oltre la Russia disabitati per migliaia anni… “.

Sotto le 185 tonnellate di materiale nucleare fuso c’era un serbatoio con cinque milioni di litri d’acqua.

Gli ingegneri sovietici consci della spaventosità della situazione, svilupparono immediatamente un piano: fu deciso che, attraverso le camere allagate del quarto reattore, dovessero andare tre sommozzatori e quando avessero raggiunto il refrigerante, dovevano aprire un paio di valvole di intercettazione per scaricare completamente l’acqua affinché il nucleo del reattore non la toccasse.
Era l’unico piano corretto, rimaneva solo di trovare tre “volontari suicidi”. Tutti avevano capito che chiunque andasse in quella miscela radioattiva avrebbe avuto una vita molto breve: poteva essere di alcune ore o alcuni giorni.
Tre uomini si offrirono volontari. Questi erano l’ingegnere anziano Alexey Ananenko, l’ingegnere di livello medio Valery Bespalov e il supervisore del turno Boris Baranov. Dovevano essere tre perché uno doveva tenere la lampada subacquea, gli altri due aprire rapidamente le valvole.
Quando il giorno successivo i sommozzatori si immersero nella pozza mortale, la piscina era completamente buia e la luce della lanterna impermeabile del supervisore del turno veniva periodicamente spenta, funzionando con discontinuità per non consumarne le scorte. Dopo qualche tempo, individuarono le valvole di drenaggio. Non senza difficoltà, nel buio pesto, quando la lanterna era già esaurita, i sommozzatori aprirono le due valvole e l’acqua si riversò e la piscina cominciò a svuotarsi rapidamente.
Quando i tre coraggiosi uomini tornarono in superficie, furono accolti come eroi.
Grazie al loro coraggio e sacrificio si riuscì a evitare la seconda esplosione e salvare le vite di milioni di persone sul pianeta.
Durante i giorni seguenti, gli eroi iniziarono a mostrare sintomi inevitabili e inconfondibili della malattia da radiazioni e dopo poche settimane, tutti e tre morirono.
Furono sepolti in bare di piombo con coperchi sigillati. I loro corpi privi di vita erano intrisi di radiazioni.

Infatti l’acqua era usata nella centrale elettrica come un vettore di calore e l’unica cosa che separava il nucleo del reattore di fusione dall’acqua era una spessa lastra di cemento. Il nucleo fuso bruciando lentamente attaccava questa lastra, andando verso l’acqua in un flusso incandescente di metallo radioattivo fuso. Se fosse passato, il nucleo di fusione del reattore avrebbe toccato l’acqua causando una ulteriore massiccia esplosione di vapore portatore di contaminazione radioattiva. Il risultato di questa esplosione termonucleare avrebbe potuto essere la radiocontaminazione di quasi tutta l’Europa

L’incidente di Chernobyl è stato un disastro indescrivibile, ma senza gli sforzi e le vittime dei tre coraggiosi, poi decorati come Eroi dell’Unione Sovietica, si sarebbe trasformato in un disastro davvero inimmaginabile.

L’operatore video della TV sovietica, che riprendeva le operazione dei tre sub, successivamente morì.

Secondo le versioni ufficiali, le cause della tragedia di Chernobyl sono state delle prove da parte di tecnici per nuovi sistemi, a seguito delle quali si sono verificati un’esplosione e un incendio in uno dei quattro reattori nucleari. A quel punto il reattore cominciò a sciogliersi e il conseguente disastro fu quello di diventare il più grande incidente nella storia dell’umanità nella storia dell’energia atomica, sia in termini di danni economici che di numero di vittime. Cinque giorni dopo l’esplosione, il 1° maggio 1986, gli esperti fecero una terribile scoperta: la zona attiva del reattore esploso di Chernobyl si stava ancora sciogliendo. Il nucleo conteneva 185 tonnellate di combustibile nucleare e la reazione nucleare continuava a velocità terrificante.

 

 

Chi sono i “Liquidatori” . Gli Eroi di Chernobyl

Una definizione che indica partecipanti e volontari preposti specificatamente alla rimozione e eliminazione delle conseguenze di incidenti di gravità massificate. Relativamente alla tragedia di Chernobyl, si è calcolato che hanno preso parte alla “liquidazione” tra le 600.000 e 900.000 persone, coinvolte nei lavori in una zona di 30 chilometri e per moltissimi di loro la salute è rimasta minata per effetto delle radiazioni.

Il simbolo dei liquidatori è l’alfa (α), beta (β) e raggio gamma (γ) passanti attraverso una goccia di sangue

A causa del crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 ci sono stati innumerevoli problemi relativi a dati relativi all’incidente, al trattamento economico e sociale delle famiglie delle vittime, delle cure sanitarie per i partecipanti, dei riconoscimenti, siccome provenienti da diversi paesi, per lo più da Ucraina, Bielorussia, Russia e Kazakistan, ma anche dalle altre ex repubbliche sovietiche. Per questo un numero definito delle vittime, non è mai stato certificato. Secondo alcuni fisici bielorussi che avevano lavorato sul reattore numero 4, “circa 100.000 liquidatori sono ormai morti” tra il milione di partecipanti. Cifra che concorda all’incirca con quella data da Vyacheslav Grishin, un rappresentante dell’Unione Chernobyl (un’organizzazione che unisce i liquidatori provenienti da tutto la CSI e gli Stati baltici). Oltre ai liquidatori sopravissuti colpiti dalle radiazioni e sottoposti a cure sanitarie e controlli periodici, calcolati in centinaia di migliaia.

L’assistenza statale sovietica fino al 1991, ai sopravvissuti e alle famiglie dei morti, ma ancora oggi mantenuta e spesso accresciuta in Russia come negli paesi ex sovietici, è consistita al di là delle decorazioni (che significano comunque anche un riconoscimento economico perenne per gli insigniti), in compensazioni economiche e una accurata e gratuita assistenza sanitaria e sociale ad essi come a tutta la popolazione dell’area in questione. Riconoscimento di pensioni e facilitazioni economiche, precedenza del diritto alla casa, dell’istruzione per i figli, di canali preferenziali per il lavoro, così come lavori adeguati alle condizioni di salute di ciascun liquidatore. Riconoscimento a periodi di ristabilimento in sanatori. Tutti aspetti tuttora in vigore in Russia come in quasi tutte le altre ex Repubbliche sovietiche, dalla Bielorussia alla Moldavia, dal Kazakistan all’Armenia e altre. Per quanto riguarda l’Ucraina la situazione è più complessa e deficitaria, seppure i liquidatori e gli abitanti ucraini, hanno sempre goduto di riconoscimenti anche superiori, per alcuni versi alle altre Repubbliche per ovvi motivi oggettivi, In questi anni seguenti al golpe di EuroMaidan, e di “ritrovate democrazia e libertà”, le cose sono decisamente peggiorate e lo stato ucraino, spesso non adempie alle convenzioni relative alle vittime e ai liquidatori di Chernobyl. Lo attesta per esempio il fatto che l’Associazione vittime di Chernobyl  è continuamente in piazza, al fianco di tutte le proteste antigovernative a Kiev come nelle altre città ucraine per rivendicare e difendere i propri diritti. Gravi problematiche vi sono soprattutto nei Paesi baltici, in particolare in Estonia, dove 200 liquidatori, che lì vivono, da anni lottano per ottenere quei riconoscimenti a loro riconosciuti fino al 1991 dall’ex URSS , oggi negati perché nella nuova legislazione estone “democratizzata”, la Costituzione dell’Estonia, si afferma che lo Stato può solo fornire assistenza ai cittadini che sono “discendenti legali” di cittadini estoni residenti sul suo territorio nell’intervallo tra gli anni  1918-1940, in quanto non viene riconosciuta l’esistenza dell’Unione Sovietica e le sue leggi….

 Riconoscimenti ai liquidatoripartecipanti dell’incidente di Chernobyl

I primi riconoscimenti andarono ai dipendenti della stazione dell’incidente dell’unità di emergenza della centrale, civili e militari. Essi immediatamente furono impegnati nel scollegare apparecchi, nelle analisi dei detriti, nella rimozione di incendi di attrezzature e altri lavori svolti direttamente nella sala del reattore, nella sala turbine e in altri locali una. Il numero delle vittime dirette al momento dell’incidente fu di 31 persone, uno dei quali ucciso subito nell’esplosione, uno è morto subito dopo l’incidente per lesioni multiple, gli altri morti entro poche settimane dopo l’incidente da ustioni, radiazioni e malattie da radiazioni acute.

Tra i liquidatori un ruolo preponderante con costi altissimi lo ebbero soldati e ufficiali dell’Armata Rossa, così come 300 agenti della polizia di Kiev, tra i primi a giungere sui luoghi contaminati, oltre ai militari del presidio a guardia della zona intorno a Chernobyl; al personale medico e sanitario da tutta l’URSS; una immensa forza lavoro proveniente da tutte le Repubbliche sovietiche (compresi militari), che fu destinata alla decontaminazione e pulizia della zona prima della costruzione del sarcofago; lavoratori edili e il personale delle unità speciali militari-costruzione del Ministero, impiegati nella costruzione del sarcofago di cemento Shelter che ricoprì e blindò l’unità distrutta, un muro di protezione profondo 30 metri e una diga sul fiume Pripyat, oltre agli edifici abitativi dei liquidatori e dell’esercito. Minatori  che scavarono un tunnel di 136 metri sotto il reattore. Tra essi vi erano camionisti, esperti scientifici sovietici e personale del governo e dei Ministeri dell’Energia e della Salute in particolare.

In particolare i Vigili del fuoco sovietici pagarono un tributo di vite altissimo, oltre a distinguersi in atti eroici per arginare gli effetti della sciagura.

I primi 5 Eroi di Chernobyl che dettero la vita. Nella loro storia, al loro nome siano onorati e identificati  TUTTI gli eroi di Chernobyl!

Questi cinque liquidatori furono i primi a combattere l’incendio nella centrale nucleare, ricevettero  postumi la decorazione di “Eroe dell’Ucraina” e dell’”URSS”.

Nikolay Vashchuk, comandante dei Vigili del fuoco. Il suo reparto posò quantità di  manichette antincendio sul tetto della centrale nucleare. Operò ad alta quota in condizioni di altissimi livelli di radiazioni, temperatura e fumo. Grazie alla sua determinazione e del suo reparto, la diffusione del fuoco verso la terza unità di potenza fu rallentata e poi interrotta.

Vasily Ignatenko , anch’egli comandante. Fu tra i primi a scalare il tetto di un reattore in fiamme. Affrontò gli incendi in alta quota da 27 a 71,5 mt. Vasily fu portato fuori dal fuoco dai suoi compagni Nikolai Vashchuk, Nikolai Titenko e Vladimir Tishuru, dopo che perse conoscenza.

Alexander Lelechenko, vice capo del dipartimento elettrico della centrale nucleare. Dopo l’esplosione, proteggendo i più giovani elettricisti, egli stesso andò nella sala dell’elettrolisi tre volte. Se non avesse spento l’attrezzatura, la stazione sarebbe esplosa come una bomba all’idrogeno. Dopo aver ricevuto assistenza medica, corse nuovamente verso l’unità di potenza

Nikolay Titenok, pompiere. Non avendo idea di cosa lo aspettasse, arrivò, come i suoi compagni, in camicia, senza alcuna protezione dalle radiazioni. Pezzi di grafite radioattiva furono gettati via con semplici stivali e guanti di tela. A causa dell’alta temperatura, furono costretti anche a levarsi le maschere antigas già nei primi 10 minuti. Senza tale dedizione, l’emissione di radiazioni sarebbe molto più grande. Morì sul posto.

Vladimir Tishura, vigile del fuoco anziano. Era tra coloro che operarono nella sala del reattore dove c’era il livello massimo di radiazioni. Mezz’ora dopo, i primi vigili del fuoco furono colpiti. Cominciarono a mostrare vomito, “abbronzatura nucleare”, la pelle fu rimossa dalle mani. Ricevettero dosi di circa 1000-2000 μR / ora e più (la norma è fino a 25 μR).

 

 

I VIGILI del FUOCO sovietici…

Monumento ai Vigili del fuoco di Chernobyl. “A coloro che hanno salvato il mondo!”

Questo monumento si trova vicino alla caserma dei pompieri di Chernobyl, dalla quale, nella notte del 26 aprile 1986 partirono i primi Vigili del fuoco. Il monumento è molto modesto, realizzato e finanziato dai liquidatori stessi e con lo stesso calcestruzzo da cui è stato costruito il Sarcofago Shelter. Orgogliosa la dedica  “A coloro che hanno salvato il mondo“. Qualcuno ha scritto che è un po’ troppo enfatico, ma sono quelli che non sanno o non hanno sentito, che non sono stati toccati dalla tragedia del più terribile incidente causato dall’uomo sul pianeta…

Alcune righe specifiche devono essere dedicate al valore e alla eroica dedizione altruista dimostrate da questi uomini.

Esattamente sette minuti dopo l’allarme, i Vigili del fuoco sovietici dell’unità locale, arrivarono sul luogo dell’esplosione della centrale nucleare ed iniziarono la loro lotta mortale contro il fuoco. Il dipartimento locale ha immediatamente iniziato a posare manichette antincendio sul tetto della centrale nucleare, lavorando ad alta quota e sul fronte diretto dell’incendio, esponendosi così ai più alti livelli di radiazioni, temperatura e fumo. Fu solo grazie alla determinazione ed al coraggio dei vigili del fuoco che la diffusione del fuoco verso la terza unità di potenza fu limitata e poi impedita Erano comandati dal Maggiore del servizio interno Leonid Petrovich Telyatnikov. Accanto a lui, nella prima fila dei vigili del fuoco, c’erano i comandanti delle guardie dei vigili del fuoco e 23 luogotenenti del servizio interno della centrale, da veri comandanti dettero ordini chiari e risoluti, andando personalmente nei punti più pericolosi. Quei pochi uomini in attesa delle altre forze in arrivo, fecero una vera impresa, al prezzo della loro vita, rallentando il divampare del fuoco e salvando migliaia di altre vite umane. Ma la dose delle radiazioni ricevute fu molto alta. Quattro di essi morirono sul posto, mentre ai Luogotenenti Viktor Kibenk e Vladimir Pravik fu assegnato postumo al titolo di Eroi dell’Unione Sovietica.

Le loro azioni furono poi subito coordinate dal Tenente colonnello e capo del dipartimento operativo-tattico del Ministero degli Affari interni dell’URSS Vladimir Maksimchuk, giunto immediatamente da Mosca.

Dopo aver valutato la situazione, Maksimchuk scelse l’unico metodo corretto e possibile per affrontare il fuoco in quella situazione e i vigili del fuoco entrarono nella zona di pericolo in gruppi  di cinque persone, lavorando lì per non più di 10 minuti, e poi immediatamente rimpiazzati da un altro gruppo. Vladimir Mikhailovich stesso prese parte personalmente alla ricognizione sul luogo del fuoco, poi per quasi 12 ore non lasciò la prima linea del fuoco e, rinunciando alle sue ultime forze, essendosi esposto alle radiazioni, calcolò quale attacco di schiuma era necessario per spegnere le restanti sacche di fuoco. Le abili azioni di Maksimchuk salvarono più di trecento persone. Le tattiche da lui adottate in quel drammatico frangente per estinguere gli incendi negli impianti nucleari non erano mai state adottate in precedenza e in seguito divennero proprietà della comunità mondiale dei vigili del fuoco. Ma in quelle ore in prima linea con i suoi uomini, sprezzante della propria incolumità e vita, da vero comandante, Maximchuk ricevette una dose enorme di radiazioni, circa 700 roentgens. Con gravi ustioni da radiazioni sulle gambe e nel tratto respiratorio, fu portato all’ospedale dell’Esercito sovietico a Kiev, dove gli furono diagnosticati pochi anni di vita, subì diverse operazioni difficili, ma continuò a dirigere grandi operazioni di estinzione di grandi incendi in Russia. Nel 1989 fu colpito da un cancro alla tiroide e allo stomaco. Nel 1990, Vladimir Maksimchuk ottenne il titolo di “Maggiore Generale del Servizio Interno”, e nello stesso anno fu nominato Primo Vice Capo del Corpo dei vigili del fuoco del Ministero degli affari interni dell’URSS. Il 22 maggio 1993 morì.

Nel 2003, il decreto del Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha insignito Vladimir Mikhailovich Maksimchuk del titolo postumo di Eroe della Russia

Nel 1986, Leonid Telyatnikov lavorava come capo dei vigili del fuoco sovietici presso la centrale nucleare di Chernobyl. Nel giro di pochi minuti dopo l’esplosione, lui, insieme a una squadra di 29 vigili del fuoco, si precipitò sul luogo dell’esplosione. “…quando arrivammo sul posto, vidi le rovine, coperte da lampi di luci, che ricordavano i Bengala. Poi notammo un bagliore bluastro sulle rovine del quarto reattore e macchie di fuoco sugli edifici circostanti. Quel silenzio e le luci tremolanti provocarono in noi sensazioni terribili…” ha raccontato. Pur comprendendo tutto il pericolo, Telyatnikov e i suoi uomini si arrampicarono due volte sul tetto della sala macchine e il compartimento del reattore per estinguere l’incendio. Era il punto più alto e più pericoloso. Grazie a questa azione – il fuoco non si diffuse ai blocchi vicini e fu poi vinto. Leonid ricevette una dose di radiazioni di 520 rem, quasi mortale, ma sopravvisse. Nel settembre del 1986, il 37enne Telyatnikov ottenne il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica e fu insignito dell’Ordine di Lenin. Fu anche decorato con la Stella d’oro dell’eroe sovietico. Dopo i trattamento sanitari, continuò il suo servizio e divenne generale. Ma la malattia non si fermò. Morì nel dicembre 2004.

 

Putin: il messaggio di ringraziamento agli Eroi “liquidatori” di Chernobyl

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Senza il loro lavoro ed eroismo le conseguenze dell’esplosione sarebbero state molto più dannose

Nella cerimonia in occasione dei trent’anni della tragedia di Chernobyl, il presidente russo ha ricordato e ringraziato coloro che intervennero e operarono subito dopo l’incidente nucleare.

“ Trent’anni fa, il 26 aprile 1986, la centrale nucleare di Chernobyl subì una dei  peggiori e più drammatici incidenti tecnologici della storia.
Chernobyl ha insegnato una lezione importante per il genere umano, con le sue ripercussioni e conseguenze che ancora si fanno aspramente sentire e che colpiscono la natura, l’ambiente e la salute umana. 
                      

Tuttavia, la portata di quella tragedia avrebbe potuto essere incommensurabilmente più grande, se non fosse stato per il coraggio e la dedizione senza precedenti dei Vigili del Fuoco, del personale militare, degli esperti e gli operatori sanitari e tutti coloro che hanno eseguito il loro dovere professionale e civico, con onore di cittadini.

Molti di loro hanno sacrificato la propria vita per salvare gli altri.

Per diritto conquistato sul campo della loro vita, consideriamo i soccorritori che hanno partecipato nell’intervento in questa terribile catastrofe, veri eroi e rendiamo omaggio  e onore alla sacra memoria di coloro che sono morti. Di fronte a coloro che hanno partecipato alla liquidazione e sono morti a causa dell’incidente, dobbiamo chinare il capo per onorare la loro memoria cara…

Dobbiamo apprezzare profondamente gli sforzi compiuti dai superstiti per sostenere le famiglie dei loro colleghi e compagni caduti e le loro attività pubbliche per non far cadere nell’oblio il loro sacrificio….

Essi hanno lottato coraggiosamente contro questo disastro, in eccezionali condizioni di difficoltà e rischi immensi per la loro propria via- Molti di loro l’hanno persa e oggi noi riconosciamo che ciò che voi avete fatto, i rischi che avete corso, le conseguenze patite per il vostro lavoro non sono ancora pienamente conosciute…

Io ho appena visto il documentario su questa tragedia dell’Accademico Legasov, che mi ha aiutato a capire cosa è realmente accaduto lì e così ho semplicemente capito che coloro che intervenivano lì non pensavano a sé stessi ma soltanto che il disastro doveva essere fermato a qualsiasi costo…e in quella estrema situazione il loro immenso senso di responsabilità ha salvato un gran numero di vite…Oggi ho l’onore di consegnarvi queste decorazioni di stato. Esse sono consegnate a voi come riconoscimento del vostro servizio all’umanità e ve le consegno con un grande senso di rispetto e gratitudine. Grazie e complimenti!”  –   V. Putin, 26 aprile 2016

Eroi di Chernobyl, onorati o dimenticati?

In queste foto e immagini ciascuno dotato di proprio intelletto e pensiero può rispondere da sé a questo interrogativo, subdolamente fatto filtrare da media “mainstream” occidentali.

 

In queste foto invece come si rappresenta la memoria storica perenne  per le nuove generazioni

 

Dopo Chernobyl, per i lavoratori, gli abitanti locali evacuati, i liquidatori e le loro famiglie fu fondata la nuova città di Slavutich.

L’audacia e il valore degli eroi, semplici uomini sovietici a Chernobyl, sarà per sempre, insieme ai pompieri sovietici, come esempio eterno di coraggio, professionalità e lealtà al loro dovere e al  proprio popolo.

A cura di Enrico Vigna, CIVG – agosto 2019

Preso da:  http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1583:chernobyl-eroi-dimenticati-e-traditi-o-una-nuova-campagna-antirussa-e-antisovietica2&catid=2:non-categorizzato

Quella nuova base degli Usa per sfidare la Russia nell’Artico

L’Artico ha rappresentato, durante la Guerra fredda, una lunghissima regione di confine tra due blocchi contrapposti, così come lo è stata l’Europa attraversata dalla Cortina di Ferro; a differenza di quest’ultima, però, la regione artica, col suo clima estremo, è sempre stata più una zona di passaggio: passaggio per i sottomarini atomici che potevano navigare agevolmente sotto la calotta polare, e passaggio per i bombardieri strategici e per i missili balistici intercontinentali.
Per questo durante tutto l’arco della contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, tra Nato e Patto di Varsavia, la regione artica, o meglio la sua periferia composta dalle terre emerse che vi rientrano, ha visto la nascita di basi per la sorveglianza radar – la famosa catena Dew Line americana ad esempio – e di altre installazioni militari come porti e aeroporti.
Questo confine, questo limes non meglio definito tra i più sorvegliati al mondo, fu gradatamente abbandonato a partire dal 1990 con il collasso del sistema sovietico: non essendoci più “un nemico” la sorveglianza fu ridotta al minimo, e da parte russa possiamo dire che fu praticamente abbandonata.

La riscoperta dell’Artico: tra rotte commerciali e sfruttamento minerario

Il riscaldamento globale che sta caratterizzando il clima terrestre ha portato ad una graduale riduzione della copertura dei ghiacci nell’Artico: il mare è il termometro principale che misura “la febbre” della Terra, ed il raffronto dei dati degli ultimi 40 anni ci dice che l’estensione stagionale del pack è arrivata ad un punto tale da permettere la navigazione marittima anche durante i mesi invernali attreverso quello che viene comunemente chiamato “Passaggio a Nord Est”, una rotta, ricercata sin dall’1700, che mette in comunicazione l’Atlantico col Pacifico passando per il Mar Glaciale Artico antistante la Siberia.
Non è questa la sede per discutere quanto di questo riscaldamento sia imputabile all’attività antropica: una parte della comunità scientifica, anche italiana, è fortemente dubbiosa in merito come riportato da Roberto Vivaldelli in un recente articolo. Quello che è certo, il dato di fatto, è che il pianeta si è riscaldato e che porzioni di mare (o di terra) un tempo inaccessibili perché perennemente ricoperte dai ghiacci ora non lo sono più, aprendo la strada al loro possibile sfruttamento economico, minerario, militare.
La Russia da questo punto di vista parte sicuramente in vantaggio: il suo confine nord, lungo più di 11mila chilometri, si affaccia proprio sulla regione artica, anzi ne fa parte quasi interamente, pertanto la maggiore accessibilità ai mari e a quei territori un tempo perennemente ghiacciato ha liberato non solo una nuova arteria per il commercio marittimo, il “Passaggio a Nord Est” già citato e noto come “Rotta Nord” in Russia, ma anche un immenso serbatoio di risorse minerarie da sfruttare.
Non è infatti un caso che, da più di un decennio, siano cominciate le diatribe sulla sovranità della piattaforma continentale artica che vedono coinvolti, oltre alla Russia, Stati Uniti, Canada, Norvegia, Danimarca, Islanda. Nella piattaforma continentale artica, ovvero la porzione di crosta terrestre sommersa e che poi si inabissa precipitando verso i più alti fondali oceanici delle piane abissali, sono custodite immense risorse minerarie: non solo idrocarburi, ma anche noduli di manganese e altri metalli preziosi.
Mosca pertanto da qualche anno ha iniziato a “riaprire” le sue vecchie basi artiche e a costruirne di nuove tornando a rimilitarizzare l’area per avere un controllo strategico sia sulle risorse minerarie – e sulle rivendicazioni territoriali – sia sulle rotte est-ovest che passano dall’ormai (quasi sempre) navigabile Mar Glaciale Artico.

Mosca blinda l’Artico

90 miliardi di barili di petrolio, 44 miliardi di barili di condensati e la cifra astronomica di 47mila miliardi di metri cubi di gas naturale. Queste sono le stime fornite dall’Usgs, il servizio geologico degli Stati Uniti, nel lontano 2008, delle riserve di idrocarburi in tutta la regione; una regione enorme, il cui offshore,, calcolato sino alla profondità massima dei 200 metri, misura 1.191.000 km quadrati, quasi 4 volte la superficie totale dell’Italia per intenderci.
La Russia pertanto, in forza della sua nuova dottrina militare strategica, sta letteralmente blindando l’Artico per poter proteggere queste enormi riserve minerarie.
La “Nuova Dottrina Navale della Federazione Russa”, risalente al 2010 ma aggiornata nel 2015, ha previsto infatti la creazione di un comando interforze per l’Artico: al momento questo comando dispone di due brigate motorizzate (la 200esima e la 80esima dislocate a Pechenga e Alakurtii) che sono adibite al supporto delle attività di ricerca che i russi stanno effettuando nell’area. A queste due brigate di fanteria, i cui elementi però provengono dagli Specnaz, si aggiungono varie unità aeree e sistemi di difesa antiaerei basati a terra che, unitamente alle unità navali della Flotta del Nord, attivano una bolla A2/AD quasi pari a quelle viste in Siria, Crimea o Kaliningrad. Oltre a questo, ovviamente, c’è stata una implementazione dei sistemi di sorveglianza, monitoraggio, tracciamento dei bersagli a medio, lungo e lunghissimo raggio. Tutte queste unità sono poste sotto il nuovo comando interforze creato a Severomorsk che ha assorbito interamente le funzioni di comando della Flotta del Nord e della Prima Divisione Difesa Aerea.
Da questo comando dipende quindi il totale controllo delle attività militari e di ricerca nella zona dell’Artico. In dettaglio dispone di: 120 velivoli tra ala fissa e rotante suddivisi in 6 reggimenti e uno squadrone (dotati di Su-33, Su-25, Mig-29K, Mig-31, Su-24, Tu-22M più vari elicotteri e aerei da trasporto), 4 reggimenti missilistici antiaerei (tutti dotati dei moderni sistemi S-400 Triumf), 4 reggimenti EW/SIGINT, la totalità del naviglio in forza alla Flotta del Nord, la più importante della Russia (41 sommergibili e due divisioni di navi di superficie con comando a Poljarniy).
Ovviamente questo nuovo dispiegamento di forze ha creato investimenti in infrastrutture. La Russia. infatti. negli ultimi quattro anni ha svolto enormi interventi per la creazione di nuove strutture e per il ripristino di quelle vecchie. Oltre alla riattivazione di 13 piste che sono diventate operative nel 2018, sono state costruite nuove infrastrutture per permettere la presenza costante, a rotazione, delle truppe della Task Force Artica divisa tra il Mar di Barents, quello di Kara e di Laptev, oltre a tutta una serie di installazioni minori che corrono da Murmansk sino alle Curili.
I centri nevralgici però sono siti nelle isole della Novaya ZemljaKotelny e Zemlja Aleksandry dove è stato costruito il nuovo complesso chiamato “Trifoglio Artico” in grado di accogliere 150 uomini in modo permanente e con una nuovissima pista di atterraggio già divenuta operativa che vedrà anche arrivare il sistema S-300 a integrazione del già presente sistema a corto raggio Pantsir-S1. Sull’isola di Kotelny invece è sito il complesso “Severny Klever” in grado di ospitare 250 uomini e sede dalla Task Force Artica, anche questo dotato di pista di atterraggio e sistemi di difesa antiaerea come quelli presenti a Zemlja Aleksandry. Le due brigate artiche ( forti di 9mila uomini) hanno in dotazione, oltre a vari mezzi cingolati tipo MT-LB/B, un totale di 71 carri tra T-72B3 e T-80 oltre a vari veicoli su ruota tipo BTR-80 e, ovviamente, agli eccellenti sistemi antiaerei tipo ZSU-23.

La risposta Usa: polar pivot?

Washington, sebbene molto di recente – e capiremo perché più avanti – sembra essersi decisa a rispondere a questo spiegamento di forze dettato dalla volontà di Mosca di sfruttare la regione Artica a proprio vantaggio facendone una sorta di “giardino di casa”.
Il 2020 National Defense Authorization Act che è emerso dalla recente commissione senatoriale sui servizi armati, ha dato indicazioni al Segretario della Difesa di costituire una “task force” col il Capo di Stato Maggiore, il Genio dell’Esercito e la Guardia Costiera che individui dei potenziali siti per la costruzione di almeno un porto militare nella zona dell’Artico di competenza americana.
Il Congresso Usa, infatti, come riporta Defense News, sembra molto preoccupato per lo scioglimento dei ghiacci del Polo Nord e la conseguente fervente attività militare e commerciale che abbiamo già evidenziato. In particolare si lamenta la carenza non solo di infrastrutture atte a sostenere logisticamente il naviglio militare Usa, ma anche la stessa carenza di mezzi speciali come le navi rompighiaccio: gli Stati Uniti ne dispongono solo due, di cui una usata praticamente per fornire pezzi di ricambio, a fronte della dozzina – di cui alcuni a propulsione atomica – posseduti dalla Russia.
L’opinione degli esperti americani, ancora una volta, è divisa non solo sulla possibile localizzazione del nuovo porto militare – alcuni lo vorrebbero a Nome, altri più a nord nella baia di Prudhoe, ma anche sulla reale necessità di contrastare la presenza russa nell’Artico con nuove infrastrutture.
Per alcuni impegnare le risorse per costruire una base ex novo nel Grande Nord sarebbe uno spreco di soldi: la base sarebbe poco sfruttabile a causa delle condizioni meteo avverse e per lo scioglimento del permafrost durante la stagione estiva, che trasforma il terreno in un pantano, pertanto consigliano, semmai, l’adeguamento delle infrastrutture di Nome, un piccolo insediamento nel Mare di Bering non lontano dalle coste della Russia.
Secondariamente la stessa geografia, diversa tra Russia e Usa, della regione Artica impone una riflessione più accurata: al contrario della Russia, che come abbiamo visto ha più di 11 mila chilometri di costa continua sul Mar Glaciale Artico, gli Stati Uniti ne condividono solo una piccola frazione, in quanto la maggior parte appartiene al Canada, pertanto militarizzare l’Artico così come stanno facendo i russi sarebbe solo uno spreco di soldi e di risorse: la vulnerabilità di quella frontiera, per gli Stati Uniti, sarebbe un “non problema” al contrario di quanto pensano a Mosca.
Altri invece ritengono che una politica di militarizzazione spinta dell’Artico americano costringa la Russia in uno scenario “da Guerra Fredda” ovvero incastrandola in un meccanismo di simmetria della minaccia: investire risorse in un fronte, se pur secondario, come l’Artico, costringerebbe Mosca a impegnarne di più per mantenere il predominio, distogliendo così soldi, uomini e mezzi da altri fronti importanti, come quello europeo o mediorientale. Una sorta di strategia delle “Guerre Stellari” degli anni ’80 rivisitata e corretta per adattarsi al quadro tattico attuale; strategia che, allora, fu una concausa del collasso del sistema sovietico.
Una base di certo non significa una corsa all’Artico, almeno non allo stesso livello di quella russa, ma il solo fatto che il Congresso si stia finalmente chiedendo come fare per arginare la presenza di Mosca in quel fondamentale scacchiere globale lascia presagire che il Pentagono potrebbe richiedere all’esecutivo maggiori fondi da destinare al pattugliamento e al rinforzo della, se pur piccola in confronto a quella russa, frontiera nord statunitense.

Preso da: https://it.insideover.com/guerra/quella-nuova-base-degli-usa-per-sfidare-la-russia-nellartico.html

Siamo tutti bugiardi

Thierry Meyssan replica alle commemorazioni dello sbarco in Normandia e del massacro di Tienanmen, nonché alla propaganda elettorale per le recenti elezioni del parlamento europeo, mettendo l’accento sul fatto che continuiamo a mentire, persino rallegrandocene. Soltanto la verità può però renderci liberi.

| Damasco (Siria)

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La propaganda è un mezzo per diffondere idee, siano esse vere o false. Ma mentire a sé stessi significa non assumersi la responsabilità dei propri errori, convincersi di essere perfetti e passare oltre.

La Turchia è esempio estremo di questo atteggiamento. Insiste a negare di aver cercato di liberarsi delle minoranze non mussulmane, tentando di farle sparire a ondate per un’intera generazione, dal 1894 al 1923. Anche gli israeliani non se la cavano male: pretendono di aver creato il loro Stato allo scopo di offrire vita degna agli ebrei sopravvissuti allo sterminio nazista, quando invece già nel 1917 Woodrow Wilson si era impegnato a fondarlo, e nonostante oggi in Israele oltre 50.000 sopravvissuti ai campi della morte vivano in miseria, al di sotto della soglia di povertà. Ma gli occidentali provvedono da sé a costruire il consenso attorno alle proprie menzogne e le professano come fossero verità rivelate.

Lo sbarco in Normandia

Si festeggia il 75° anniversario dello sbarco in Normandia. Quasi unanimemente i media affermano che con questa operazione gli Alleati diedero inizio alla liberazione dell’Europa dal giogo nazista.
Ebbene, sappiamo tutti che è una menzogna.
-  Lo sbarco non fu opera degli Alleati, ma quasi esclusivamente dell’Impero britannico e del corpo di spedizione statunitense.
-  Non ebbe lo scopo di “liberare l’Europa”, bensì di precipitarsi su Berlino per strappare i brandelli del Terzo Reich alla vittoriosa armata sovietica.
-  I francesi non accolsero lo sbarco con gioia, ma con orrore: Robert Jospin, padre dell’ex primo ministro Lionel, sul suo giornale denunciava in prima pagina che gli anglosassoni avevano importato la guerra in Francia. I francesi seppellirono le 20 mila vittime dei bombardamenti anglosassoni unicamente per creare un diversivo. A Lione, un’immensa manifestazione si raccolse attorno al “capo dello Stato”, l’ex maresciallo Philippe Pétain, per respingere la dominazione anglosassone. E mai, assolutamente mai, il capo della Francia libera, il generale Charles De Gaulle, accettò di partecipare alla benché minima commemorazione di questo nefasto sbarco.
La storia è più complicata dei film western. Non ci sono “buoni” e “cattivi”, soltanto uomini che cercano di salvare parenti e amici con più o meno umanità. Almeno si sono evitate le stupidaggini di Tony Blair che, durante le commemorazioni del 60° anniversario dello sbarco, fece insorgere la stampa affermando nel suo discorso che il Regno Unito entrò in guerra per salvare gli ebrei dalla “shoah” ¬– non però i gitani vittime dello stesso massacro. Ebbene, la persecuzione degli ebrei d’Europa iniziò soltanto nel 1942, dopo la Conferenza di Wansee.

Il massacro di Tienanmen

Si celebra anche il triste anniversario del massacro di Tienanmen. Ovunque si legge che il crudele regime imperiale cinese massacrò migliaia di concittadini, pacificamente radunati nella principale piazza di Beijing, che chiedevano soltanto un po’ di libertà.
Ebbene, tutti sappiamo che è falso.
-  Il sit-in in piazza Tienanmen non fu un semplice raduno genuino di cittadini cinesi, bensì un tentativo di colpo di Stato da parte di partigiani dell’ex primo ministro Zhao Ziyang.
-  In piazza Tienanmen, “pacifici manifestanti” linciarono o bruciarono vivi soldati a decine e distrussero centinaia di veicoli militari, prima che intervenissero gli uomini di Deng Xiaoping a fermarli.
-  A organizzare gli uomini di Zhao Ziyang, sul posto c’erano gli specialisti USA delle “rivoluzioni colorate”, tra cui Gene Sharp.

L’Unione Europea

Abbiamo appena votato per eleggere i rappresentanti al parlamento europeo. Per settimane siamo stati abbeverati di slogan che ci garantivano che «l’Europa è la pace e la prosperità» e che l’Unione Europea è il compimento del sogno europeo.
Ebbene, tutti sappiamo che è falso.
-  L’Europa è insieme un continente – «da Brest a Vladivostok», secondo la definizione di De Gaulle – e una cultura di apertura e cooperazione; l’Unione Europea invece non è altro che un’amministrazione anti-Russia, in continuità con la corsa verso Berlino dello sbarco in Normandia.
-  L’Unione Europea non è pace: a Cipro è vigliaccheria di fronte all’occupazione militare turca. Non è prosperità, ma stagnazione economica quando il resto del mondo si sviluppa a gran velocità.
-  L’Unione Europea non è in rapporto alcuno con il sogno europeo del primo dopoguerra. L’ambizione dei nostri antenati era unificare i regimi politici nell’interesse generale – le Repubbliche, nel senso etimologico del termine – conformemente alla cultura europea, si trovassero o meno nel continente. Aristide Briand propugnava che l’Argentina, Paese di cultura europea dell’America Latina, facesse parte dell’Europa, ma non il Regno Unito, società di classe.
E così via…

Andiamo avanti come ciechi

Dobbiamo saper distinguere il vero dal falso. Possiamo rallegrarci della caduta del nazismo, senza tuttavia convincerci che gli anglosassoni ci hanno salvati. Possiamo denunciare la brutalità di Deng Xiaoping, senza tuttavia negare che ha salvato la Cina da un nuovo colonialismo. Possiamo essere contenti di non essere stati dominati dall’Unione Sovietica, senza tuttavia inorgoglirci di essere i lacchè degli anglosassoni.
Continuiamo a mentire a noi stessi per nascondere le nostre vigliaccherie e i nostri crimini. Ciononostante, ci meravigliamo di non riuscire a risolvere alcuno dei problemi dell’umanità.

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo  

 

Ma in Libia poi com’è finita?

Nonostante sia sparita dalle prime pagine dei giornali, la battaglia per il controllo di Tripoli sta continuando e sembra lontana dalla fine

Miliziani di Misurata a Tripoli, 9 aprile 2019 (Stringer/picture-alliance/dpa/AP Images) 

11 giugno 2019
Anche se la notizia è sparita dalle prime pagine dei giornali italiani, in Libia la battaglia per il controllo della capitale Tripoli, iniziata lo scorso aprile, non è finita. Le milizie che si stanno affrontando, riunite grossomodo attorno a due schieramenti principali, non riescono a imporsi le une sulle altre e da settimane c’è una specie di situazione di stallo che non sembra potersi sbloccare nel breve periodo. La battaglia a Tripoli non è il primo conflitto armato in Libia dalla fine del regime di Muammar Gheddafi, nel 2011, ma è di certo uno dei più rilevanti, che ha già provocato centinaia di morti e migliaia di sfollati, e che ha fatto parlare analisti ed esperti di una “nuova guerra civile“.
**IN realtà in Libia non cè una guerra civile, ma un popolo che combatte contro bande di terroristi pagati dall’ occidente, che sostengono Serraji **

Le violenze erano iniziate lo scorso aprile, in maniera piuttosto improvvisa. Il maresciallo Khalifa Haftar, il leader di fatto della Libia orientale e da qualche mese anche di quella meridionale, aveva attaccato Tripoli da sud, pochi giorni prima di un’importante conferenza internazionale di pace organizzata dall’ONU. L’obiettivo di Haftar era conquistare la capitale, sottraendola al controllo del governo guidato dal primo ministro Fayez al Serraj, riconosciuto dall’ONU come unico governo legittimo della Libia. Haftar, ha scritto tra gli altri Arturo Varvelli dell’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale), sperava di sfruttare il malcontento della popolazione verso le numerose e potenti milizie armate che operano nella capitale, e l’opposizione delle stesse milizie a un più ampio piano di riforme avviato dal governo di Serraj e finalizzato a ridurre la loro influenza in diversi ministeri del governo. Le cose però sono andate diversamente: le milizie e il governo di Tripoli si sono uniti contro il nemico comune, mettendo da parte almeno temporaneamente le loro differenze.

Le milizie fedeli ad Haftar non sono riuscite finora a imporsi su quelle schierate dalla parte di Serraj: sono rimaste bloccate nel sud di Tripoli e non sono mai riuscite ad arrivare a meno di dieci chilometri di distanza dal centro della capitale, dove sono concentrati tutti i ministeri e gli altri centri del potere.
Per il momento non sembra esserci una soluzione alla crisi libica, e in particolare alla battaglia di Tripoli, anche a causa delle influenze dei paesi stranieri che appoggiano l’una o l’altra parte. L’Italia è sempre stata apertamente schierata dalla parte di Serraj, che però nel corso degli ultimi anni non è riuscito a prendere il controllo di tutta la Libia e ha visto il suo ruolo indebolirsi sempre di più. Negli ultimi mesi anche il governo guidato da Giuseppe Conte sembra avere preso un po’ le distanze da Serraj, allineandosi a una politica meno schierata, come quella adottata dagli Stati Uniti di Donald Trump: questo non significa però che Serraj sia rimasto senza appoggi internazionali. Haftar ha potuto contare fin da subito sull’appoggio di Egitto ed Emirati Arabi Uniti, due paesi che sono schierati dalla stessa parte in diverse crisi del Medio Oriente (per esempio sul tema dell’embargo sul Qatar), e poi con il sostegno di Russia e Francia. Secondo alcuni analisti, la situazione a Tripoli potrebbe sbloccarsi solo con l’intervento e la mediazione di qualche potenza straniera in grado di influenzare le decisioni di Haftar, anche se non sarà facile: rinunciare all’operazione contro Tripoli significherebbe per il maresciallo una sconfitta politica enorme.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nei primi mesi della battaglia per il controllo di Tripoli sono state uccise più di 500 persone e 75mila sono state costrette a lasciare le proprie case. I feriti sono circa 2.500.

Preso da: https://www.ilpost.it/2019/06/11/guerra-libia-tripoli-haftar/