RICORDARE LA JAMAHIRIYA LIBICA

DI ALEXANDER MEZYAEV
strategic-culture.org

La Libia uno stato autosufficiente e prospero è collassato due anni fa. Riporta alla memoria i drammatici eventi e ciò che hanno prodotto. Prima di tutto, è stato un nuovo tipo di guerra, una «rivoluzione virtuale» e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite erano basate su …la revisione delle sequenze di un film Tv.

Dopo l’adozione della risoluzione numero 1970 da parte del Consiglio di Sicurezza ONU, il Consiglio ONU per i diritti umani ha inviato in Libia la Commissione d’indagine indipendente. Il governo libico acconsentì alla visita di tutti i posti dove sarebbe stato aperto il fuoco su chi protestava pubblicamente. I membri della commissione furono autorizzati ad andare ovunque volessero recarsi e loro … in tutta fretta lasciarono il paese.

Gheddafi li invita per un incontro, ma essi nemmeno attesero fino ad allora! Non seguì alcun’altra indagine da parte della «comunità internazionale ». Vladimir Chamov, ex ambasciatore russo in Libia (2008-2011), scrisse, «la menzogna usata dalla NATO per giustificare la sua Guerra contro la Libia fece impallidire persino quella inventata come pretesto per invadere l’Iraq».

Egli sa di cosa parla, visto che è stato anche ambasciatore russo in Iraq. La risoluzione adottata dal Consiglio di sicurezza ONU prefigurava la possibilità di «qualsiasi azione» contro la Libia. Vi si dice che la Russia commise un grande errore astenendosi mentre il Consiglio di sicurezza votava per la risoluzione N 1973. E i diplomati russi, incluso Oleg Peresypkin, ex ambasciatore russo in Libia (1984-1986), dicono che era del tutto possible opporsi al testo prima della votazione. Infatti, per la prima volta nella storia del diritto internazionale qualsiasi stato poteva adottare qualsiasi misura contro la Libia. Le parole usate erano di sfida, necessitavano un lavoro di rifinitura , di precisazione, ma … ciò non è mai accaduto.

Per la prima volta nella storia, il caso di un paese fu sottoposto alla Corte penale internazionale, per quanto la Libia non vi avesse nemmeno aderito.

Dopo gli eventi in Libia, i risultati elettorali e la conformità al diritto interno hanno cessato di essere criteri per giudicare la legittimità del potere esercitato dallo Stato. Erano le dichiarazioni di capi di stato stranieri (il Presidente degli Stati Uniti, per esempio) che ora contavano.

Le cosiddette rivoluzioni arabe hanno arrecato parecchi danni agli interessi della Russia. Senza dubbio, la cooperazione col mondo arabo era benefica, ora invece sono andati perduti molteplici contatti. Pavel Akopov, presidente dell’Associazione dei diplomatici russi ed ex Ambasciatore russo in Libia, ricorda, «Gli economisti sovietici misero a punto un sistema di concessione di crediti per gli stati arabi. Un prestito decennale veniva concesso a un tasso di interesse del 2.5%. Era possibile pagare con i beni prodotti dall’industria del paese o dale imprese costruite con l’aiuto fornito dall’Unione sovietica a scapito dei prestiti. Questo era il modo in cui esportavamo prodotti dell’industria ingegneristica ». Il modello di sviluppo di relazioni bilaterali benefiche per ambo le parti si è rivelato così attraente da essere copiato in Occidente.

Per la Russia la Libia è stata la perdita più grande nel Medio Oriente.
L’ex ambasciatore russo in Libia (1991-1992) Veniamin Popov dice che attraverso il riscatto dei prestiti la Libia pagava alla Russia più di ogni altro paese nella storia della cooperazione economica tra l’ USSR ed altri stati. I libici pagavano sempre con denaro contante, altrimenti, esportavano riserve di petrolio. Il greggio libico è un prodotto di elevata qualità, essendo praticamente privo di zolfo.
Secondo Alexey Podzerob, ex Ambasciatore russo in Libia (1992-1996), persino estinguere parte del debito era conveniente visto che il denaro veniva usato per piazzare ordini per l’industria russa!

L’eliminazione della Libia è un crimine contro lo stato, ma anche un tentativo di decretare arbitrariamente un nuovo diritto internazionale. Gli eventi in Mali sono una diretta conseguenza di ciò che è successo in Libia. Il caso è stato già trasferito alla Corte penale internazionale, e ciò non appena il Presidente legalmente eletto è stato rovesciato. Il 19 febbbraio 2013 la Commissione internazionale indipendente d’indagine dell’ONU ha consegnato un rapporto al Consiglio di sicurezza ONU nel quale si raccomandava fortemente di sottomettere la situazione in Siria all’attenzione della stessa Corte. La Commissione ha riconosciuto che «I gruppi armati anti-governativi hanno commesso crimini di guerra, tra cui omicidio, tortura, sequestro di persona ed aggressione a cose oggetto di tutela. Continuano a mettere in pericolo la popolazione civile posizionando obiettivi militari all’interno di aree civili ». E ancora, secondo la Commissione «Le violazioni e gli abusi commessi dai gruppi armati anti-governativi non hanno comunque raggiunto l’intensità e la portata di quelli commessi dalle forze governative e dalle milizie affiliate ». (1) Peraltro, Carla Del Ponte, ex procuratore capo di due tribunali ONU di diritto penale internazionale, è un membro della Commissione. Considerando casi di guerra civile, ha reso una persecuzione unilaterale una norma di «giustizia» internazionale.

Le lezioni della Libia devono essere tratte per rettificare errori. Parlando in conferenza-stampa alla fine di dicembre 2012, il presidente Putin ha detto che la Russia non avrebbe ripetuto l’errore. Secondo lui, «Non appoggeremo alcun gruppo armato che cerchi di risolvere problemi interni con l’uso della forza ». Egli ha anche rilasciato una dichiarazione che non poteva passare inosservata. Parlando in conferenza-stampa a Copenhagen nel 2011 disse che nessuno aveva il diritto di interferire nei conflitti interni altrui. Oggi questa presa di posizione acquista un significato specifico. L’intervento internazionale in altri paesi non è più trattato alla stregua di un’interferenza in affari interni. La posizione resa pubblica da Putin richiede di lasciarsi alle spalle decisioni fittizie e arbitrarie presentate come atti legali e di tornare al vero diritto internazionale. È qualcosa che va ricordato da tutti i sostenitori di un «nuovo» sistema legale internazionale parallelo.

* * *

L’eliminazione della libica Jamahiriya del Grande Popolo Socialista è stata la fine di un progetto mondiale di ampia portata, un modello alternativo di società …

Ricordando la Jamahiriya libica non si dovrebbe dimenticare il fondatore del paese che ha sacrificato la propria vita per essa. Muammar Gheddafi è morto e lo ha fatto con dignità. Aveva riflettuto sulla morte a lungo. Quasi quaranta anni fa la sua famosa storia chiamata Morte vide la luce. In essa egli si interroga se la morte sia maschio o femmina. Dal punto di vista della filosofia di Gheddafi la differenza è significativa. Se la morte è maschio ad essa bisogna opporsi ad ogni costo, se è femmina– allora bisogna abbandonarsi ad essa. La storia dice che la morte può assumere qualsiasi forma ed è la forma che definisce le tue azioni. Il capo della Jamahiriya libica ha agito come avrebbe dovuto così come descritto nella sua toccante storia.

(1) Il testo completo del rapporto della Commissione d’indagine ONU è disponibile sul sito web dell’Alto Commissario ONU per i diritti umani: http://www.ohchr.org/ Documents/ HRBodies/ HRCouncil/CoISyria/A.HRC.22.59_en.pdf

Alexander Mezyaev
Fonte: http://www.strategic-culture.org
Link: http://www.strategic-culture.org/news/2013/03/04/remember-libyan-jamahiriya.html
4.03.2013

Traduzione per http://www.Comedonchisciotte.org a cura di ALE EL TANGUERO Fonte:http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11598

Anche su: http://marionessuno.blogspot.it/2013/03/ricordare-la-jamahiriya-libica.html

Geopolitica del caos

Pubblicato il: 13 dicembre, 2011
Esteri / Opinioni | Di Fabio Falchi

Geopolitica del caos

Quel che si temeva, allorché alcuni mesi fa s’iniziò la vergognosa aggressione alla Libia da parte della Nato e dei suoi tagliagole bengasini, purtroppo si sta verificando, grazie anche all’opera di mistificazione dei media mainstream occidentali, veri e propri portavoce di una macchina criminogena, che pretende di esportare i diritti umani in ogni angolo della terra, sebbene in Occidente generi miseria, disperazione e devianza(1). Ci riferiamo naturalmente a quanto sta accadendo in Siria. L’incendio che ha appena distrutto la Giamahiria, alimentato anche da vari gruppi e associazioni per i diritti umani e dai servizi di diversi paesi, si è rapidamente spostato dall’Africa Settentrionale verso il Vicino e Medio Oriente. Un “arco di fuoco” che si estende dalla Libia al Pakistan e che minaccia di mutare la mappa geopolitica di una regione che è tra le più importanti del pianeta. Di conseguenza, in Siria, si è venuta a creare una situazione così fluida che ogni analisi rischia di essere superata dal corso degli eventi, anche se è da immaginare che dietro le quinte siano in molti a tirare le fila di quelli che i pennivendoli italiani – che non hanno nemmeno più il senso del ridicolo – si ostinano a definire “attivisti” o “manifestanti”. In realtà, una delle poche certezze è che il Presidente Assad deve fronteggiare una insurrezione armata, il cui scopo consiste nel rovesciare, con l’aiuto di forze straniere, il legittimo governo siriano, che pure gode di un forte e vasto consenso popolare.

Tuttavia, la vera posta in gioco pare essere la distruzione dell’asse Iran-Hezbollah, come ha esplicitamente dichiarato il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak. Se così fosse si sarebbe in presenza non solo di una rivolta degli “islamisti” contro il regime di Assad, ma di una iniziativa strategica sionista e atlantista per “pilotare” la rivolta, offrendo alla Turchia la possibilità di svolgere un ruolo di potenza regionale. La cosiddetta “primavera araba” da potenziale pericolo per lo Stato sionista diventerebbe un inconsapevole strumento della politica israeliana, in quanto quella geopolitica del caos che permette agli Stati Uniti di evitare che si formi un’alternativa multipolare, verrebbe ad essere parte integrante della stessa strategia di Tel Aviv. D’altra parte è logico supporre che Israele non sia stato in questi ultimi mesi, solo ad osservare quel che accadeva nel mondo arabo (quasi che la Palestina fosse in Oceania…) e non si sia preoccupato, dopo il grave incidente della Navi Marmara, di ridefinire, tramite gli Stati Uniti, le proprie relazioni con la Turchia. Di fatto, tutto lascia pensare che tra israeliani ed americani si sia raggiunto un accordo (nonostante non sia un mistero che tra Washington e Tel Aviv vi sono divergenze non affatto marginali) per impedire la formazione di un “polo regionale”, costituito da Ankara, Tehran e Damasco, tanto più pericoloso dopo la caduta di Mubarak – una caduta che sembra anche favorire la nascita di un particolare “asse politico” tra Il Cairo ed Ankara. D’altronde, di deve riconoscere che, se gli Stati Uniti sono di vitale importanza per Israele, anche Washington difficilmente pare poter fare a meno dell’intelligence e dell’apparato bellico di Tel Aviv, se vuole continuare a perseguire il suo disegno di egemonia planetaria.
Comunque sia, è innegabile che si debba pure tener conto dell’incognita rappresentata dalla galassia “islamista”. Una galassia che potrebbe riservare brutte sorprese tanto ad Israele che agli Stati Uniti. Anche questo però sembra essere un “fattore” che i circoli atlantisti e sionisti possono controllare, in virtù di un’immensa superiorità in un settore decisivo, che viene invece trascurato da paesi del Terzo Mondo o in via di sviluppo (ma stranamente anche da molti europei). Vale a dire quel soft power che consente di condizionare lo stile di vita dei ceti medi e, in particolare, delle nuove generazioni, al punto tale che Zbigniew Brzezinski sostiene che l’american way of live sia ormai accettato non solo dalla quasi totalità degli “attori politici”, ma soprattutto da coloro che fanno professione di antiamericanismo. Peraltro – oltre al fatto che Hezbollah ed Hamas possono contare proprio sul sostegno dell’Iran e della Siria – non è una novità né il fatto che molti esponenti di movimenti “islamisti” (malgrado la retorica antisionista ed antiamericana) abbiano rapporti di ogni specie con i servizi israeliani ed anglo-americani, né il fatto che i musulmani sono talmente divisi tra di loro da lasciarsi accecare dall’odio, come dimostra l’ostilità dell’Iran nei confronti di Gheddafi, che non è venuta meno neanche quando i “cirenaici” si sono ribellati contro il governo di Tripoli, sebbene fossero evidenti tanto il loro ruolo di traditori disposti a vendere il proprio paese allo straniero, quanto il fatto che senza la potenza di fuoco occidentale sarebbero stati sconfitti rapidamente dalle forze governative del leader libico. Inoltre, è da rilevare il ruolo sempre maggiore delle monarchie petrolifere nella destabilizzazione del mondo arabo – come prova anche il loro ruolo nell’aggressione alla Libia ed ora contro la Siria – in modo del tutto funzionale agli interessi dell’oligarchia atlantista. In quest’ottica, acquisiscono un’importanza decisiva il comportamento della Russia e quello della Cina. Un altro “passo falso”, dopo l’annientamento della sovranità della Libia – che indirettamente ha “ridimensionato” il significato politico della presenza cinese nel continente africano e mostrato i gravi limiti del raggio di azione della potenza russa – comporterebbe un “arretramento” geopolitico di queste due potenze, tale da rendere meno credibile l’opposizione della Russia allo scudo antimissile americano nell’Europa orientale e, in ogni caso, tale da porre le premesse per un accerchiamento della massa eurasiatica da parte degli Stati Uniti che, avvalendosi dell’appoggio di nuovi partner geostrategici, potrebbero con più facilità superare gli ostacoli che incontrano nello svolgere il ruolo di gendarme del mondo. In sostanza, sembra che si stia passando dall’unipolarismo statunitense, che ha caratterizzato l’ultimo scorcio del Novecento e i primi dieci anni del Duemila, ad un modello internazionale contraddistinto da una geopolitica del caos che avvantaggia la potenza capitalistica occidentale dominante, ma solo in quanto si permette a determinati paesi o gruppi subdominanti di partecipare in misura maggiore alla “spartizione della torta”, anche ai danni di altri “alleati” più deboli.
Sotto questo profilo, si tratta di comprendere allora se vi sia un relazione tra la destabilizzazione dell’intera area mediterranea e medio-orientale e il terremoto finanziario che ha messo in ginocchio i paesi dell’Europa meridionale. Non perché si debba sospettare che vi sia “dietro” un unico disegno strategico, ma perché ci si deve domandare se vi sia una griglia strutturale in grado di spiegare diversi fenomeni come effetti di un unico processo di “occidentalizzazione” a guida statunitense. In tal caso, l’attenzione, per così dire, dovrebbe spostarsi dalla superficie al sottosuolo, onde rilevare il “soggetto impersonale” di tale processo, ovvero la funzione strategica che articola le diverse espressioni (politiche, militari, economiche, sociali e culturali) dell’Occidente, nell’attuale fase storica, che si suole definire come “postmoderna”.
Nondimeno, non v’è dubbio che, se le interpretazioni economicistiche sono del tutto obsolete e fuorvianti, anche un’analisi geopolitica (pur se necessaria, come del resto un’analisi di carattere socio-economico) sia insufficiente, se non si prendono parimenti in esame quei fattori geoculturali (soft-power incluso), indispensabili per capire i fenomeni politici. Perciò sembrerebbe che la cosiddetta “geopolitica del caos” sia da intendere anche nel significato di un “caos” che, in qualche modo, si organizza – che prova ad essere “soggetto” – posto che sia lecito ritenere che il termine “caos”, in un contesto geopolitico, denoti e connoti l’agire strategico e comunicativo che si può giustificare soltanto nella prospettiva ideologica del “politicamente corretto”. Al riguardo, Alain de Benoist osserva giustamente che «non può non essere motivo di preoccupazione il vedere che le società occidentali, pur facendo vistoso riferimento ai diritti dell’uomo, non cessano di mettere in opera procedure di controllo generalizzato e di sorveglianza totale che evidentemente ledono le libertà, grazie a tecniche sempre più sofisticate che i regimi totalitari del secolo scorso avrebbero potuto solo sognare»[2]. E non pare neanche un caso che l’affermazione di de Benoist (che indubbiamente presuppone la riflessione di Heidegger sulla tecnica nell’epoca del nichilismo) possa, in un certo senso, riferirsi alla politica sociale ed economica dell’Occidente, ma anche e soprattutto al modo in cui le forze occidentali agiscono sul piano internazionale, tanto che si è addirittura giunti a considerare l’alienazione dei propri diritti sociali e culturali come sinonimo di “libertà” ed una guerra d’aggressione come un intervento umanitario – a patto, ovviamente, che il fine sia quello di difendere la “libertà” di essere (come gli) occidentali. Peraltro, ci si può meravigliare del fatto che non solo ogni specie di contraffazione spirituale ma anche e soprattutto la stessa economia libidinale delle macchine desideranti e delle moltitudini deterritorializzate postmoderne sia necessariamente connessa con l’organizzazione totale della società e del mondo? E non si dovrebbe quindi vedere in tutti quei fenomeni che si contrappongono al “caos globale”, indipendentemente da ogni altra considerazione, l’azione di una diversa “ragione (meta)politica”, veramente capace di contrastare la barbarie occidentale?

Note:

1. Negli Stati Uniti, alla fine del 2005, circa sette milioni di persone si trovavano in carcere o erano libere sulla parola; nel 2010, i detenuti erano circa due milioni e mezzo; mentre i poveri o “quasi poveri” durante la presidenza di Obama hanno raggiunto la cifra di cento milioni. Vedi http://saluteinternazionale.info/2011/10/la-salute-in-carcere-problema-globale-e-italiano/;http://www.ilpost.it/2010/07/24/prigione-stati-uniti-economist/;http://www.liberoquotidiano.it/news/872944/In-America-100-milioni-di-poveri-Il-merito-Di-Obama.html.
2. Intervista ad Alain de Benoist e Danilo Zolo sui temi del libro di A. de Benoist “Oltre i diritti dell’uomo. Per difendere la libertà”. A cura di Maurizio Messina (http://www.movimentozero.org/index.phpoption=com_content&task=view&id=183&Itemid=53).
Fonte:http://www.statopotenza.eu/1039/geopolitica-del-caos

Disponibile anche su: http://marionessuno.blogspot.it/2013/03/geopolitica-del-caos.html

Intervista a Lizzie Phelan

Lizzie Phelan, londinese, 25 anni, è una giornalista inglese – anche se ci tiene a specificare le sue marcate origini irlandesi – divenuta nota al pubblico per le sue attività di corrispondente di guerra per i network internazionali Russia Today e Press TV, dal teatro di conflitto libico nei mesi della drammatica contrapposizione interna e dei bombardamenti della Nato sul Paese mediterraneo.
8 marzo 2012
Contestata da alcuni colleghi per aver riportato verità evidentemente non in linea con il quadro (poi effettivamente dimostratosi distorto e manipolato) degli eventi, fornito dai principali canali informativi occidentali, Lizzie Phelan è tutt’ora impegnata in prima linea per cercare di informarci sui fatti che stanno agitando la Siria. L’abbiamo contattata per alcune domande e per conoscerla meglio.
Lizzie Phelan

Andrea Fais: Durante i duri mesi della Guerra in Libia, sei stata accusata dai più famosi media occidentali di non essere obiettiva nei tuoi reportage e addirittura di essere una specie di attivista in favore della Jamahiriya di Gheddafi. Un trattamento simile è stato riservato ad altri giornalisti indipendenti come Mahdi Darius Nazemroaya o Thierry Meyssan. Cosa hai visto esattamente in quel teatro di guerra e, secondo te, perché i mezzi di comunicazione accusano tutti i giornalisti che provano a riportare un’altra versione dei fatti, diversa da quella dominante in Occidente?
Lizzie Phelan: Steve Biko disse una volta: “Il più grande mezzo nelle mani degli oppressori, è la mente degli oppressi”. Questa domanda riguarda l’imperialismo culturale che risulta incomprensibile senza fare riferimento al suo ruolo nella storia. Ciò che la Libia ha subito ad opera delle strumentazioni culturali dell’imperialismo non è differente da ciò che hanno subito le vittime delle aggressioni imperialiste, come per esempio i Celti sino a giungere all’Iran, la Russia e la Cina al giorno d’oggi, e continuerà ad essere così fin quando l’imperialismo continuerà a piegare l’umanità. L’imperialismo occidentale è un sistema che avvantaggia solo una piccola percentuale della popolazione mondiale e inoltre è un sistema di assoluta ingiustizia. E così, in modo che l’imperialismo allontani l’inevitabilità di una effettiva resistenza ad esso, è essenziale che esso taccia sui suoi crimini alle proprie popolazioni, che nella storia saranno a quel punto giudicate come complici. L’imperialismo raggiunge questo promuovendo il sostegno all’egemonia occidentale quasi completamente attraverso le sue risorse mediatiche, che nel contesto attuale avviene tramite il sistema educazionale e i mezzi di comunicazione (compresa la musica, il cinema, i giornali, le mode e le produzioni). E attraverso tali mezzi, storicamente la sua tattica più efficace è stata quella di creare divergenze reali e percepite, tra la maggioranza mondiale che opprime e controlla più brutalmente, come recita il famoso ordine del divide et impera. Una delle differenze più importanti nel contesto dell’imperialismo occidentale è quella della razza, che per semplificare posso definire come una nozione in base a cui vi sono differenze innate tra persone di diverso colore della pelle e per cui le maggiori differenze sono tra persone che hanno colori della pelle più dissimili. La gente oggi spesso giustifica la propria ignoranza razzista sostenendo che non esiste una cosa come il razzismo perché non esiste qualcosa come la razza. Dunque l’analisi della supremazia dei bianchi abbandona questo tipo di persone, perché questa gente mente a sé stessa sul fatto che la supremazia bianca sia confinata nella storia, quando può soltanto esserlo una volta che l’imperialismo occidentale lo sia. Questo avviene perché se è vero che le razze non esistono, esiste pur sempre una netta percezione delle razze e questo è il più efficace strumento per raccogliere la complicità popolare della minoranza nel controllo dell’elite globale occidentale sulla maggioranza non bianca.
Le radici del razzismo contro i popoli di colore sono remote, ma soprattutto durante il commercio schiavistico transatlantico, sul quale le moderne nazioni imperialiste – specialmente la Gran Bretagna e gli Stati Uniti – furono costruite, il modo più diretto per quelle elite nel Nord America di prevenire le rivolte nel proprio giardino di casa era quello di fornire qualche piccolo e miserevole privilegio alle popolazioni povere bianche rispetto alla minoranza degli schiavi di colore. Questo aveva l’effetto duplice di creare tra le classi bianche meno abbienti la percezione che sotto quel sistema essi erano superiori alla popolazione di colore così come il timore che avrebbero potuto peggiorare le loro condizioni rispetto a quel che già erano. L’elite vuole sempre tanto per se stessa, ma i privilegi pietosi che hanno dato ai bianchi erano un investimento per rafforzare la loro posizione dominante non solo per impedire che i poveri bianchi si coalizzassero con i poveri di colore per rovesciare il dominio dell’elite una volta per tutte, ma anche per garantirsi che agissero efficacemente con una propria forza di sicurezza informale per reprimere le rivolte delle popolazioni di colore. C’è una stretta analogia con ciò che dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’elite britannica fece per reprimere ogni effettiva resistenza del popolo britannico contro questa e i suoi crimini, persino più gravi contro le popolazioni del Sud del pianeta, introducendo il welfare state.
Questo fu rafforzato attraverso la propaganda che promuoveva la criminalizzazione e dunque la paura per la popolazione di colore – una psicologia sotterranea spiegata in profondità da Frantz Fanon. E ovviamente non sono soltanto i popoli bianchi ad essere bombardati con l’informazione manipolata dall’elite imperialista bianca, ma tutti i popoli e dunque la percezione della supremazia bianca è estesa a i popoli non-bianchi al punto che ha condotto a presumere il concetto che più attributi “bianchi” si hanno, maggiori sono i vantaggi. Questo ha creato divisioni non solo tra i bianchi e i non-bianchi, ma all’interno persino delle stesse popolazioni non-bianche che sono stato ugualmente plagiate nel pensare che le loro sofferenze non siano causate dall’elite imperialista ma da quelli che sono maggiormente schiacciati da quel sistema. L’imperialismo occidentale ha assicurato l’espansione di questa strategia in tutti gli angoli del mondo, con l’Africa e i suoi popoli che sono i più colpiti. È importante per questo comprendere ed essere in grado di spiegare perché la versione degli eventi in relazione alla Libia come riportata dai principali canali di comunicazione occidentali è opposta alla realtà. Muammar Gheddafi è stato il più bistrattato tra tutti i leader del Nord Africa, perché a differenza delle altre nazioni nord-africane giunte ad annoverare popolazioni a maggioranza nettamente araba, sotto la leadership di Gheddafi la Libia era più vicina al continente africano, e ricercava concretamente l’indipendenza dell’Africa dagli interessi dell’imperialismo occidentale. L’Africa è il granaio dell’imperialismo e i passi efficaci di Gheddafi per arrestare il neo-colonialismo sul continente costituivano il principale fattore che lo rendevano la pià grande minaccia per l’egemonia occidentale nel futuro prossimo. Lungo gli anni del potere di Gheddafi, la fraseologia spesso utilizzata per descriverlo tra i media imperialisti e addomesticati dall’elite occidentale, era tipica della terminologia razzista che è stata storicamente usata per descrivere i popoli d’Africa. Per esempio, Gheddafi qualora avesse indossato costumi tradizionali, parallelamente per descriverlo venivano usate espressioni come “eccentrico” o “cane matto”. Questo è solo un esempio di come la demonizzazione della Libia di Gheddafi è inziata prima che la Nato bombardasse a cominciare dal marzo dell’anno scorso.
Un tale ritratto era accompagnato da una totale assenza di documentazione delle realtà del Paese. La più importante era che nonostante i sofferti anni delle sanzioni occidentali, la Libia raggiunse il più alto livello nella classifica dello sviluppo umano in Africa, nell’educazione pubblica e nella sanità e bassissimi tassi di criminalità per citare solo alcuni obiettivi centrati. Finché la Nato non ha sostenuto il colpo di Sato dello scorso anno, la popolazione libica di colore si attestava a un terzo della popolazione complessiva e la maggioranza di essa sosteneva inevitabilmente Gheddafi. C’erano anche quasi un milione di lavoratori immigrati da altri Paesi africani che vivevano in Libia perché la Jamahiriyah (regime delle masse) garantiva a queste persone una vita migliore. Non è una coincidenza che i delegati a terra della Nato, i “ribelli”, fossero profondamente ispirati da sentimenti di odio razziale verso l’Africa nera, un fattore essenziale per l’Occidente in modo da distruggere tutte le conquiste che erano state costruire da Gheddafi per distruggere il nuovo colonialismo.
Questa strategia duale di divulgare bugie riguardo la Jamahiriyah – ad esempio che fosse una dittatura responsabile di sistematici crimini contro il suo popolo – e al contempo censurare ogni versione alternativa è diventata più violenta quando la crisi è esplosa nel Paese, e ormai non c’era alcuno spazio di diffusione per quest’ultima tra i media imperialisti.
Con davvero poche eccezioni, le sole persone nel mondo che hanno parlato riguardo simili risultati e la verità sulla crisi in Libia, sono state quelle legate ai movimenti rivoluzionari nel Sud del Mondo come quelli sud-africani, latino americani e afro-americani. Come per tutti coloro che si oppongo a chi resiste all’imperialismo, questi movimenti e i loro argomenti sono stati sempre trattati come nemici e demonizzati dai media imperialisti. Così la sola versione esposta alle masse è quella che promuove la supremazia occidentale e demonizza chiunque ad essa provi ad opporsi.
Uno degli esempi più limpidi di questo è la dottrina del “non ci sono alternative” promossa durante la premiership britannica di Margaret Tatcher. Non c’è alternativa al sistema occidentale di globalizzazione capitalista. Il musicista e scrittore Akala nel suo nuovo libro “Doublethoughts” elabora una analisi eccellente della nostra società ma meritoriamente presenta quella società, che lui colloca in un continente chiamato Ignorantia, come una finzione. Spiega in quale modo in Ignorantia, che è un sinonimo per indicare le nazioni imperialiste, la società sia completamente indottrinata per mantenere questa ignoranza, la violenza e il controllo come le tre maggiori virtù morali. Aggiunge che l’ignoranza è la punta della lancia di questo indottrinamento e che noi siamo educati dalla nascita a sottovalutare tutti i più oppressi dal sistema. Egli scrive: “[La] persistenza nel nostro sistema si basa sul fatto che noi accettiamo interamente, abbracciamo e incoraggiamo la sincera verità che l’uomo è ignorante, che tale ignoranza genera violenza e se non controllata quella violenza può seriamente essere usata e forse addirittura abusata [diretta verso un membro di una classe sociale inferiore ad esempio]”.
Nel caso della Libia, con l’ignoranza sul Paese diffusa con successo nella mente delle persone, gli imperialisti sono stati capaci di cavarsela con le masse che hanno accettato, ad esempio non resistendo, la loro versione per cui essi avrebbero monitorato tutto il territorio per proteggere la popolazione civile!
Il fatto che le masse non possano accorgersi di una simile follia, malgrado questa strategia sia vecchia di secoli, è un esempio piuttosto recente di quanto siamo ignoranti e quanto sia facile per gli imperialisti stabilire il controllo di chi si oppone all’agenda dell’egemonia occidentale o dell’unipolarismo. È come se i soli a cui viene mostrata la più devastante faccia dell’imperialismo possano vedere la verità, e quando ero in Libia e in Siria mi capitava spesso di sentire come in Occidente, quando parli della verità vieni trattato come un “cospirazionista”, mentre in quei luoghi la verità è la loro realtà e l’esistenza giornaliera.
Andrea Fais: Il tuo lavoro di corrispondente di guerra è molto complesso, e forse uno dei più pericolosi in generale. In un teatro di guerra, le regole della normale vita consuetudinaria spariscono e la realtà diventa completamente diversa dalla routine quotidiana: niente è sicuro e garantito, come era nel tuo Paese o nella vita di tutti i giorni di prima. E per una donna, tutto questo è forse anche più impegnativo che per un uomo. Perché hai scelto questo tipo di carriera?
Lizzie Phelan: In qualche modo, non ho scelto io questa carriera ma è lei ad aver scelto me. Vengo da una famiglia di sinistra che nelle sue origini è la mia famiglia irlandese, la quale fu attiva in prima fila nella estenuante e sanguinosa battaglia contro i britannici, e il nome “Phelan” è il nome originario della mia nonna irlandese, proveniente da una famiglia dei clan McAteer e Phelan, entrambi fortemente impegnati in quella battaglia. Suo padre, William Phelan, wea un membro dell’Esercito Civile Irlandese – uno dei reparti guida della Pasqua di sangue del 1916 contro il dominio di Londra. Fu imprigionato e torturato dai britannici nel 1920. Tra la famiglia McAteer, il mio parente Michael McAteer era nel secondo battaglione dell’IRA e fu coinvolto nell’assalto alle Quattro Corti che innescò la Battaglia di Dublino del 1922. Perciò, sono stata cresciuta con una consapevolezza su cosa sia l’imperialismo, perché sarà sempre contrastato con ogni mezzo possibile dai più oppressi e perché chiunque vi si opponga deve sostenere in maniera incondizionata coloro che combattono sulla linea del fronte.
Inoltre, prima io sono una giornalista, sono una sostenitrice della giustizia, e si può solo e veramente essere un tale sostenitore se ci si oppone al più iniquo sistema mai visto nella storia, l’imperialismo occidentale. Potrei essere accusata di abusare di questa citazione ma per me è molto importante. Malcolm X disse: “Se non state attenti i media vi faranno amare gli oppressori e odiare gli oppressi”. Questa è la verità e così io vedo il mio ruolo, in base ai mezzi che ho a disposizione per sfidare questa realtà, che è ciò per cui scelgo di raccontare gli eventi relativi ai fronti di guerra dai quali si resiste contro l’imperialismo e i suoi peggiori crimini. La sicurezza del mio Paese a cui fai riferimento non finisce quando lascio l’Inghilterra, bensì mi segue ovunque io vada. Questo non è per dire che sono assicurata dalla totale protezione, ovviamente potrei essere colpita dalle mitragliatrici o sfiorata dai proiettili, come qualsiasi altro civile. Ma a differenza di ogni altro civile, avendo un passaporto britannico, le probabilità di essere colpita penso siano davvero poche. È perché gli abusi contro un occidentale sono considerati con maggior gravità dai media imperialisti e dalle istituzioni politiche occidentali. Infatti, mentre ero in Libia durante l’invasione di Tripoli da parte dei ribelli sostenuta dalla Nato, un britannico che ho molta ragione di credere vicino ai soldati britannici, mi guardò e disse: “Quel passaporto britannico che tu odi è ciò che porterà in salvo la tua pelle”. Ovviamente aveva ragione, e fu quello a salvarmi. Se io fossi stata una giornalista libica, sarei stata subito uccisa o peggio quando i ribelli sarebbero entrati in città. Analogamente, i fatti che ho riportato riguardo la crisi libica non sono diversi da quello che le masse libiche stanno dicendo. Ma solo perché sono britannica, posso godere di una più grande “credibilità”. Questo rimanda chiaramente alla gerarchia dei privilegi stabilita dall’imperialismo, i maggiori di cui sono riservati a bianchi occidentali, come ti dicevo poc’anzi. Le persone che dispongono di tali privilegi, o negano di averli, sapendo di averli e non facendo niente per cambiare le cose, o usano l’accesso a questi privilegi come un viatico per sfidare il sistema che li ha creati. Come internazionalista, considero il mio ruolo orientato verso quest’ultima scelta. I potenziali sacrifici a cui questa scelta mi espone, sono nulla se paragonati ai sacrifici fatti da chi si trova sul fronte a difendere sé stesso e l’umanità dai brutali metodi imperialisti.
Andrea Fais: Un nuovo mondo sembra arrivare. L’ordine unipolare sorto nel 1991, dalle rovine della Guerra Fredda, giorno dopo giorno, sta scomparendo, lentamente sostituito da un nuovo ordine internazionale multipolare composto da nuove potenze emergenti come la Federazione Russa e la Cina, e nuove promettenti economie come l’India o il Brasile. Questo fenomeno ha dato a tali Paesi un impulso a formare nuove alleanze come il gruppo BRICS o l’Organizzazione per l Cooperazione di Shanghai. Quanto alto è il livello di allerta nelle stanze del Dipartimento americano alla Difesa?
Lizzie Phelan: Il nuovo mondo multipolare in arrivo è la continuazione delle grandi lotte secolari dei popoli del Sud del Mondo contro l’imperialismo ed è la prima fase della costruzione di un pianeta giusto che anziché incoraggiare l’autodistruzione, ponga le fondamenta per un progresso dell’umanità. Questo nuovo mondo verrà comunque, solo se le previsioni di Fidel Castro a proposito dei reali pericoli di una catastrofe ambientale o nucleare che distruggerebbe il mondo saranno neutralizzate. Il fallimento dell’unipolarismo dell’Occidente ha aumentato le possibilità di una catastrofe nucleare, e possiamo vedere che la recente intensificazione dell’aggressione militare cominciata con la distruzione atlantica della Libia è un segnale che l’Occidente è attanagliato dal panico nel tentativo di scatenarsi per recuperare la sua egemonia. Sia la Siria che la Libia sono importanti in quest’ottica per una serie di motivi. Anzitutto, ambedue gli Stati sono nell’area del Mediterraneo che l’Europa occidentale vede come il proprio cortile, e sia Muammar Gheddafi, sia Bashar al-Assad rifiutarono gli inviti della Francia a formare un’”Unione Mediterranea” che avrebbe incluso Israele. In un’epoca in cui l’Occidente sta innescando la competizione con Russia e Cina, è fondamentale che si assicuri in questa regione quella dominazione militare che ha, nel breve periodo, raggiunto già in Libia. Considerando la Siria parte dell’asse di resistenza ad Israele formato da Hezbollah, Siria e Iran, l’Occidente ritiene che è essenziale rovesciare la Siria di Assad, così che Hezbollah possa facilmente cadere e di conseguenza l’Iran possa essere facilmente aggredito. Questo lascerebbe inoltre sia la Russia, sia la Cina privi di alleati che potrebbero sfidare Israele.
Chiaramente questo è ciò che l’Occidente vorrebbe per tirarsi fuori ma un tentativo ancora più violento di distruggere la Siria, dacché il sistema dell’imperialismo stesso è irrazionale, potrebbe innescare una rappresaglia da parte dell’asse contro Israele, per ciò la mossa dell’Occidente è difficile da intuire. Questo avviene perché ci sono contraddizioni tra gli imperialisti, i liberali e i fanatici, che hanno stessi obiettivi, ma i primi hanno una più larga visione di lungo-termine che i secondi, rappresentati da figure come Netanyahu, non possiedono e sono dunque suicidi.
Credo sia inevitabile che una rappresaglia – che sarebbe una rappresaglia controproducente – arriverà molto presto da parte della resistenza all’imperialismo.
Ancora, citando Malcolm X: “Non ritengo che quando un uomo viene trattato in maniera criminale, quel criminale abbia il diritto di dire a quell’uomo che tattiche utilizzare per liberarsi del criminale. Quando un criminale comincia ad abusare di me, io userò tutto ciò che è necessario per liberarmene”.
Andrea Fais
Eurasia, 6 marzo, 2012.

Libia 2011: Vittime Nato e Libia nel caos

  • La Russia vuole che gli attacchi aerei della NATO sulla Libia vengano indagati

    [17.01.2012]   (trad. di Levred per GilGuySparks)

    Mosca: La Russia ha informazioni che suggeriscono che siano stati uccisi civili durante gli attacchi aerei della NATO sulla Libia, lo ha detto il vice ministro russo degli esteri Gennady Gatilov.
    Abbiamo appreso, incluso dai media, che ci son state delle vittime e che erano piuttosto gravi,”  ha detto in una conferenza stampa a Mosca martedì.

    Ciò che è accaduto in Libia deve essere seriamente studiato. Pensiamo che tale indagine sia necessaria“, ha detto Gatilov.
    Russia ha attirato l’attenzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU sugli attacchi aerei della NATO che ha portato a vittime tra i civili in Libia, ha aggiunto.
    Purtroppo, la leadership della NATO continua a sostenere che non ci sono state perdite civili,” ha detto Gatilov.


    http://www.interfax.com/newsinf.asp?pg=7&id=301911

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  • Russia Wants NATO’s Deadly Air Strikes In Libya InvestigatedInterfax
    January 17, 2012
     
    MOSCOW: Russia has information suggesting that civilians were killed during NATO’s air strikes on Libya, said Russian Deputy Foreign Minister Gennady Gatilov.
    “We have learned, including from the media, that fatalities did take place and that they were rather serious,” he said at a news conference in Moscow on Tuesday.
    “What happened in Libya must be seriously investigated. We think such an investigation is necessary,” Gatilov said.
    Russia has been drawing the attention of the UN Security Council to the aftermath of NATO air strikes that led to fatalities among civilians in Libya, he said.
    “Unfortunately, the NATO leadership keeps claiming there were no civilian losses,” Gatilov said.http://www.interfax.com/newsinf.asp?pg=7&id=301911

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  • Scontro di milizie per il terzo giorno nei pressi di una città libica

Reuters

[15.01.2012] By Mahmoud Habboush   (trad. di Levred per GilGuySparks)

GARIAN: Domenica milizie rivali si sono combattute per il terzo giorno vicino alla città libica di Garian, uccidendo una persona e ferendone sei, nonostante gli sforzi del governo provvisorio di mediare un cessate il fuoco.

Combattenti dalle vicine città libiche, che hanno rifiutato di abbandonare le armi cinque mesi dopo il rovesciamento di Gheddafi, hanno cominciato spararsi a vicenda con artiglieria e razzi venerdì. Il numero dei morti ha raggiunto i tre, con 42 feriti, secondo un medico dell’ospedale di Garian. Un giornalista della Reuters, a Garian, 80 chilometri a sud di Tripoli, ha detto che poteva sentire esplosioni regolari al di fuori della città […]

La battaglia ha avuto iniziò venerdì, quando combattenti da Assabia hanno fermato due civili, ne hanno denudato uno e sparato l’altro alla gamba, pugnalato secondo un membro del Consiglio comunale di Garian. Il Governo del CNT della Libia sta lottando per controllare disparati gruppi armati, molti dei quali hanno combattuto duramente nella campagna per rovesciare Gheddafi, ma ora si rifiutano di consegnare le armi, dicendo che sono sospettosi dei nuovi governanti del paese.

http://www.dailytimes.com.pk/default.asp?page=20121\16\story_16-1-2012_pg7_31

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  • Militias clash for third day near Libyan town

Reuters
[15.01.2012] By Mahmoud Habboush

GHARYAN: Rival militia groups battled for a third day near the Libyan town of Gharyan on Sunday, killing one person and injuring six, despite the efforts of the interim government to broker a ceasefire.

Fighters from neighbouring Libyan towns, who have refused to disarm five months after toppling Gaddafi, began blasting each other with artillery and rockets on Friday. The death toll has reached three, with 42 wounded, according to a doctor at Gharyan hospital. A Reuters journalist in Gharyan, 80 kilometres south of Tripoli, said he could hear regular explosions outside the town […]

The battle began on Friday when fighters from Assabia stopped two civilians, stripped one naked and stabbed the other in the leg, according to a Gharyan city council member. Libya’s NTC government is struggling to control disparate armed groups, many of which fought hard in the campaign to topple Gaddafi but are now refusing to hand in their weapons, saying they are suspicious of the country’s new rulers.

http://www.dailytimes.com.pk/default.asp?page=20121\16\story_16-1-2012_pg7_31

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2012/01/17/vittime-nato-e-libia-nel-caos/

Dal bombardamento alla vendita: La corsa per i contratti libici – Revisione di due contratti per la compagnia petrolifera italiana ENI

[29.12.2011] trad. di Levred per GilGuySparks

RT – Mentre la Libia sta attraversando un difficile periodo di sviluppo post-rivoluzionario, dopo che le sue infrastrutture sono state gravemente danneggiate, i paesi che per primi hanno bombardato le città libiche vanno all’incasso per la loro ricostruzione.

Possono aver contribuito a buttar giù case, ma stavano molto attenti a non bruciare ponti. La Libia risorge dalle ceneri di una guerra civile, i paesi che versarono olio sul fuoco sono ora in fila per incassare dalla ricostruzione del danno.

La convinzione che la Russia abbia beneficiato molto dal commercio con il regime di Gheddafi è molto diffusa a Tripoli, ma è semplicemente falsa. Nel 2010, Mosca era il numero 17 nella lista dei partner commerciali principali della Libia, che rappresenta appena lo 0,4 per cento del suo commercio internazionale.

I paesi che avevano i maggiori volumi di scambi commerciali con la Libia di Gheddafi sono proprio quelli che hanno guidato la campagna contro di lui – l’Unione europea, gli Stati Uniti e la Turchia. E tutti ora si spintonano per i contratti di ricostruzione della Libia.


Lo stile d’affari americano è ancora un po’ strano qui, ma sta già recuperando.
Il proprietario di una ditta di costruzione, Richard Peters, era arrivato a Tripoli, poco prima della rivolta per sigillare un contratto multimilionario con il governo di Gheddafi. La guerra e la conseguente carcerazione di Peters lo gettarono fuori pista, ma ora egli spera di recuperarlo.

Io non condanno nessuno perchè lavorava con Gheddafi, non avevi scelta“, ha detto a RT.

Per Peters, la cui azienda si occupa anche di ricostruire l’Iraq e l’Afghanistan dopo l’invasione guidata dagli USA, la Libia è un territorio familiare. Egli dice anche che il potenziale d’affari del paese può mettersi sotto i piedi tutte le altre aree di post-conflitto.

Non c’è nulla di cui non abbiano bisogno qui. Questa gente non ha avuto alcun intrattenimento per tutti questi anni. Si può immaginare di costruire qui un piccolo parco a tema o una Disneyland“, rimuginava Peters.


Gli americani non sono gli unici che lottano per conquistare un punto d’appoggio. La Turkish Airlines è stata la prima a riprendere i voli commerciali per Tripoli, e ora son pieni di uomini d’affari a caccia di opportunità.

Anche durante l’era di Gheddafi, alla Turchia era abbastanza comodo fare affari in Libia, ed era il quarto più grande partner commerciale di Tripoli l’anno scorso. Ma molti sperano ora in occasioni ancora migliori dopo il suo precoce riconoscimento delle autorità ribelli.

Sicuramente, se si hanno forti relazioni politiche va bene, saranno uno strumento per il business“, ha detto a RT Yusuf Yildiz, consigliere commerciale presso l’Ambasciata turca a Tripoli.

Gli unici che finora sono stati lenti nel rivendicare i loro interessi economici in Libia sono state Russia e Cina. Entrambi i paesi hanno espresso verbalmente la loro opposizione all’uso della forza in Libia – una posizione che ha già fallito.

Ma quelli che hanno perso di più sono gli stessi libici. Nel 2010, la loro economia era cresciuta di circa il 10 per cento. Raggiungere qualcosa di simile a quella crescita appare ora come un carico pesante, come ricostruire il paese partendo da zero.

http://rt.com/news/lybia-infrastructure-reconstruction-nato-873/

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  • From shelling to selling: The scramble for Libyan contracts

29 December, 2011

While Libya is going through a tough period of post-revolutionary development, after its infrastructure was badly damaged, countries which first bombed Libyan cities are cashing-in on rebuilding them.

They may have helped bring down the house, but they were very careful not to burn bridges. As Libya rises from the ashes of civil war, the countries that poured oil on to the fire are now lining up to cash in by undoing the damage.

The belief that Russia benefited a great deal from trading with the Gaddafi regime is very widespread in Tripoli, but it is simply false. In 2010, Moscow was number 17 on the list of Libya’s main trading partners, accounting for just 0.4 per cent of its international trade.

The countries that had the largest trade volumes with Gaddafi’s Libya are precisely the ones that spearheaded the campaign against him – the European Union, the United States and Turkey. And they all are now jostling for contracts to rebuild Libya.

American business style is still a bit of an oddity here, but is already catching up. Construction firm owner Richard Peters arrived in Tripoli just before the uprising to seal a multimillion dollar contract with Gaddafi’s government. The war and Peters’ subsequent incarceration threw him off track, but now he hopes to make up for it.

“I don’t condemn anyone for working with Gaddafi, you didn’t have a choice,” he told RT.

For Peters, whose company is also involved in rebuilding Iraq and Afghanistan after the US-led invasions, Libya is familiar turf. He even says the country’s business potential may trample all over other post-conflict areas.

“There is nothing they don’t need here. These people didn’t have any entertainment all these years. You can imagine building here a little theme park or a Disneyland,” mused Peters.

Americans are not the only ones jostling for a foothold. Turkish Airlines was the first to resume commercial flights to Tripoli, and they are now packed with businessmen scouting for opportunities.

Even during Gaddafi’s time, Turkey was pretty comfortable doing business in Libya, and was Tripoli’s fourth-largest trade partner last year. But many now hope for even better deals following its early recognition of the rebel authorities.

“Definitely, if you have strong political relations it’s good, it will be an instrument for the business,” Yusuf Yildiz, commercial councilor at the Turkish Embassy in Tripoli told RT.

The only ones who are so far slow on reclaiming their business interests in Libya are Russia and China. Both countries were vocal in their opposition to the use of force in Libya – a stance that has already backfired.

But the ones losing the most are the Libyans themselves. In 2010, their economy grew by about 10 per cent. Reaching anything like that growth now seems as heavy a load as rebuilding the country from scratch.

http://rt.com/news/lybia-infrastructure-reconstruction-nato-873/

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  • Libia – Revisione di due contratti per la compagnia petrolifera italiana ENI

[29.12.2011] trad. di Levred per GilGuySparks

ALGERIA ISP / Secondo Elhora (giornale Pro CNT) di Misurata, un portavoce della compagnia petrolifera italiana ENI ha detto che c’è una revisione di due contratti per iniziative sociali.

Questo comunicato stampa è venuto in risposta a quello fatto dal primo ministro [libico] Abdel RahimEl-Kib al direttore dell’Eni, Paolo Scaroni, che “ il suo governo avrebbe passato in rassegna i contratti dell’epoca di Gheddafi con l’ENI, prima di riprendere la sua attività in Libia“.

Un comunicato di El-Kib  affermava che “Il governo esaminerà gli accordi sottoscritti con ENI in conformità con gli interessi libici prima di riprenderne l’esecuzione“.

La dichiarazione diceva che “El-Kib aveva incontrato il direttore esecutivo del gruppo ENI, Paolo Scaroni che chiedeva il permesso di riprendere l’attività della società in Libia per finalizzare i progetti contenuti negli accordi firmati nel 2006 e nel 2010 “.

http://www.algeria-isp.com/actualites/politique-libye/201112-A7859/libye-revision-des-contrats-societe-petroliere-italienne-eni-decembre-2011.html

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  • Libye – Révision des 2 contrats de la société pétrolière Italienne ENI

Publié le 30/12/2011

ALGERIA ISP / Selon Misrata Elhora (Pro CNT), un porte-parole de la société pétrolière Italienne ENI a déclaré qu’il y a eu l’examen des 2 contrats concernant les initiatives sociales.

Ce communiqué est venu en réponse faite par le premier ministre Abdel RahimEl-Kib au directeur d’Eni, Paolo Skaroni, que “son gouvernement passera en revue les contrats signés avec ENI à l’ère de Kadhafi avant de reprendre son activité en Libye.

Un communique de El-Kib déclarant «Le gouvernement examinera les accords signés avec ENI conformément aux intérêts libyens avant de reprendre l’exécution ».

La déclaration dit que « El-Kib a rencontré le directeur exécutif de la groupe ENI Paolo Skaroni et ce dernier a demandé l’autorisation de la reprise de l’activité de la compagnie en Libye pour finaliser les projets contenus dans les accords signés en 2006 et 2010 »

http://www.algeria-isp.com/actualites/politique-libye/201112-A7859/libye-revision-des-contrats-societe-petroliere-italienne-eni-decembre-2011.html

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/12/30/dal-bombardamento-alla-vendita-la-corsa-per-i-contratti-libici-revisione-di-due-contratti-per-la-compagnia-petrolifera-italiana-eni/

Dietro le quinte del colpo di stato libico: l’aiuto russo alla Jamahiriya (II parte)


Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/10/07/dietro-le-quinte-del-colpo-di-stato-libico-l%e2%80%99aiuto-russo-alla-jamahiriya-ii-parte/

Dietro le quinte del colpo di stato libico: l’aiuto russo alla Jamahiriya (I parte)

  • Dietro le quinte del colpo di stato libico: l’aiuto russo alla Jamahiriya
    (I parte)
    [06.10.2011] di GilGuySparks

Ex maggiore delle forze speciali della Armata Rossa, Ilya Korenev, ufficiale dell’ex Unione Sovietica, divenuto tenente colonnello nella Russia odierna, ufficialmente in pensione, ha rilasciato nelle scorse settimane un’intervista preziosa pubblicata ieri dal sito Argumenti.ru, vicino ai servizi segreti russi.
Koronev ha trascorso quasi sei mesi accanto al colonnello Gheddafi e alla sua famiglia con il compito di supportare con la sua esperienza maturata tra Caucaso e Russia, le difese delle forze lealiste della Jamaijria libica.
Ilya Koronev è stato intervistato dopo aver passato una settimana in America Latina per le cure di ferite e contusioni procuratesi nel deserto libico, vicino al confine con l’Algeria.

Alla  domanda sul come sarebbe arrivato in Libia visto che la Russia non ha ufficialmente fornito assistenza a Gheddafi, il colonnello risponde senza giri di parole:

Il viaggio è stato svolto nella primavera di quest’anno in Algeria, come missione commerciale. Ma il problema principale era quello di farlo a Tripoli. Da concordare con l’ambasciata per il transito di una “carovana”. Sono andato al quartier generale di Muammar Gheddafi. Quasi subito abbiamo cominciato a preparare il personale della 32° brigata d’elite, che è stata ordinata e comandata da Khamis al-Gheddafi. Si è svolta la preparazione e l’addestramento per il combattimento in ambienti urbani. Il fatto che Tripoli non sarebbe stata in grado di resistere, è apparso chiaro circa a giugno o luglio. Quindi si cominciò a preparare il personale delle brigate a condurre addestramenti per gli scontri in piccoli gruppi autonomi nelle aree urbane, e al di fuori degli insediamenti. Ci siamo concentrati sulla formazione di commandos.
I soldati e gli ufficiali della 32° sono stati ben preparati. Alcuni si erano formati tra i corpi d’elite in Francia. Ma in Libia è molto rinomata la scuola militare russa.

Apprendiamo diversi dettagli inediti sulla guerra in Libia delle potenze colonialiste occidentali che erano rimasti coperti per tutto questo tempo. Determinante per la comprensione della preparazione delle difese della Libia lealista il racconto del colonnello Koronev che rivela come la preparazione dei corpi d’elite iniziò immediatamente durante la primavera con il contributo di personale russo:
Li abbiamo addestrati alle tattiche di combattimento in piccoli gruppi, istruendoli grazie all’esperienza dei guerriglieri nella Grande Guerra Patriottica e – in Cecenia. Piccoli gruppi di 20-30 elementi addestrati allo scopo di attaccare convogli militari e dopo il sabotaggio commesso, retrocedere in aree di sicurezza.

Proseguendo nel suo racconto sotto insistenza dell’intervistatore Alexander Grigoriev che sottolineando l’uso del termine “noi” in relazione al lavoro di preparazione del personale della 32° brigata d’elite di Khamis al-Gheddafi, chiedeva: “[…]sai di qualcun altro che era con te in Libia?” – il colonnello Ilya Korenev rispondeva:

Certo, non ero solo. Tutto quello che posso dire in questo momento, è che dei nostri ragazzi sono da Gheddafi. Dalla Russia, per lo più funzionari in pensione,che hanno terminato incarichi per l’esercito russo, così come specialisti delle ex repubbliche sovietiche.”

Koronev rivela quindi che un congruo staff di personale militare, ufficialmente non più in attività presso l’esercito russo, ha lavorato dall’inizio del conflitto in Libia con compiti di consulenza militare e di addestramento, nonostante il divieto delle autorità russe per i propri cittadini di recarsi nella Libia, dicendo:
Chi può negare ad un alto ufficiale di inviare un subordinato in Algeria per un viaggio d’affari? Per esempio, in cooperazione tecnico-militare?“.
Il supporto russo al di là di quello che è apparso sui media, c’è stato e come è in uso in questi casi l’operazione è stata condotta attraverso paesi terzi. Il ruolo della Russia all’interno della vicenda verrebbe così illuminata da una luce particolare che la porrebbe parte in causa e possibile prossimo obiettivo dell’espansionismo imperialistico delle potenze europee e degli USA:
I professionisti capiscono che l’attacco alla Libia – fa parte di azioni previste. Le prossime saranno: Siria, Algeria, Yemen, Arabia Saudita, Iran, Asia Centrale e Russia. Non importa in quale sequenza. Ma la Russia rischia di pagare un prezzo prima […] circondata da radar e basi militari ostili […] mentre cresce la corruzione e il dissenso all’interno del paese.

Riguardo alla caduta di Tripoli e alle responsabilità nella difesa della capitale, il colonnello chiarisce quello che alla fine di agosto andò storto e che portò all’impossibilità di mantenere il controllo della città più popolata della Libia:
Il fatto che mantenere Tripoli sarebbe stato impossibile, è diventato chiaro in giugno/luglio. Pertanto era necessario preparare personale brigata per l’impegno in piccoli gruppi autonomi sia in ambienti urbani, sia all’interno sia all’esterno degli insediamenti, concentrandosi sulla formazione per il sabotaggio.[…]
L’errore non è stato nella difesa, ma nella valutazione del conflitto. E’ avvenuto che Gheddafi viveva in due mondi paralleli. Non ha aderito ad una certa politica, come il leader della Corea del Nord. […] Gheddafi non credeva all’attacco contro il suo paese fino a poco tempo fa. Anche a metà agosto, quando sono stati condotti attacchi missilistici e bombardamenti su Tripoli, in altre città, ha parlato con Berlusconi e Sarkozy. Gli avevano assicurato che l’operazione di terra a Tripoli non ci sarebbe stata. Diversi anni fa, Gheddafi si era proposto di creare un potente sistema di difesa aerea nella sua interezza. Questo avrebbe potuto esser fatto attraverso alcuni dei paesi dell’ex Unione Sovietica. Ma credeva che queste azioni avrebbero solo teso i rapporti con gli Stati Uniti e l’Europa. Ripeteva che l’Italia e anche Francia e pure la Gran Bretagna gli avevano assicurato che la guerra di terra contro la Libia non ci sarebbe stata. Un errore, anche, è stato il lungo monitoraggio degli ufficiali libici corrotti. Sarebbe stato necessario arrestarli immediatamente, per non diffondere il contagio impunemente. Ma Gheddafi voleva far rivelare quanto più possibili traditori. L’indecisione di Gheddafi, in virtù del suo personale punto di vista sul conflitto, fu, per inciso, il fattore che persuase diversi alti ufficiali militari a prendere un paio di milioni di dollari e passare dalla parte dei ribelli. Immaginate, che ovunque vi sia una pioggia di pietre che cadono sulla testa, e voi dite mi piacerebbe tenere una festa. Molti si farebbero convincere ad andarvi secondo voi? Specialmente quelli che saranno obiettivi importanti e primari per il nemico.
Il fattore umano, anche in Africa, è il fattore umano
.

Durante gli ultimi anni erano stati compiuti molti sforzi da parte del colonnello Gheddafi e della sua famiglia di rompere l’isolamento che stringeva il paese; dopo la fine riservata a Saddam Hussein, il colonnello aveva cercato in tutti i modi di ricostruire un rapporto con Inglesi e Americani risarcendo le vittime dell’attentato di Lockerbie, anche se sussistevano seri dubbi sulla reale matrice libica dell’attentato. Ha instaurato un rischioso rapporto di collaborazione di intelligence con CIA e MI6 acconsentendo le illegal rendition di terroristi islamici; numerosissimi riscontri testimoniano che la città di Tripoli era divenuta una delle tappe di transito dei voli della CIA e dell’MI6 che trasportavano presunti terroristi islamici per provvedere ad interrogatori particolari con l’uso ampio di torture di ogni genere.

Saif al Islam era anche giunto ad affidare praticamente l’intero fondo sovrano della Libia alla Goldman Sacs (che era l’equivalente di dare in consegna eroina ad un tossico), infatti “all’inizio del 2008 il fondo sovrano libico, controllato dal colonnello Moammar Gheddafi, [aveva] affidato 1,3 miliardi di dollari al gruppo Goldman Sachs per investirlo in valute e in altri complicati strumenti finanziari. Gli investimenti hanno persero il 98% del loro valore, secondo i dati di un documento interno di Goldman.

Secondo un cablogramma dell’ambasciata americana a Tripoli del 15.01.2009 (The pro-U.S. group included Moammar Gadhafi id187231) sebbene molto sospettoso nei confronti degli americani, Gheddafi incoraggiava una collaborazione con gli USA che valutavano ambivalente la posizione del governo libico, spaccato al suo interno in due posizioni una filo USA ed una più cauta: “Elementi elevati del regime erano rimasti in conflitto sulla natura del rapporto che Libia ha voluto con gli Stati Uniti[..]. C’erano “due correnti” di pensiero all’interno del GOL(Governo libico) rispetto ai legami Usa-Libia: una pro-U.S. e un gruppo che è rimasto sospettoso sulle motivazioni degli Stati Uniti e fermamente contrario ad un impegno più ampio successivo. Il gruppo pro-U.S. comprendeva Muammar Gheddafi, il Presidente della Gheddafi Development Foundation Saif al-Islam al-Gheddafi, il Consigliere della Sicurezza Nazionale Muatassim Gheddafi, il direttore esterno dell’organizzazione della sicurezza il direttore Musa Kusa, un alto funzionario del regime Abdullah Sanussi, e membri chiave della Commissione Rivoluzionaria e della vecchia guardia Mustapha e Kharrubi al-Hweildi al-Hmeidi. […] Muammar al-Gheddafi in genere sosteneva l’incremento della cooperazione USA-Libia, ma con “riserve” nate da una preoccupazione costante che l’eventuale obiettivo del coinvolgimento degli Stati Uniti con la Libia fosse un cambio di regime.”
Le preoccupazione di Muammar Gheddafi erano tutt’altro che infondate, visto che gli Usa attraverso la loro ambasciata a Tripoli tessevano la trama della dissidenza e si informavano sugli equilibri nelle regioni orientali della Libia, dove il controllo degli apparati di sicurezza libici erano molto più vulnerabili. Alla luce dell’avvicinamento all’occidente di Gheddafi, andrebbe letto il punto di vista russo sulla questione libica; il colonnello Koronev non manca di sottolineare e lo fa in maniera chiara, alcuni degli errori di fondo dell’approccio di Gheddafi rispetto alla situazione che si era venuta a creare, in particolare la fiducia riposta fino all’ultimo nelle cancellerie europee di Francia, Inghilterra e Italia che escludevano, mentendo, l’uso di reparti militari di terra.

Il colonnello Iliya Koronev  non ha trascurato di soffermarsi sulla rocambolesca fuga da Tripoli dalla quale uscirono indenni con una fortuna alla quale anche lo stesso colonnello stentava a credere, dilungandosi in inediti dettagli della caduta di Tripoli:
Siamo messi sull’avviso da “Al Jazeera” e CNN. Abbiamo visto filmati della “vittoria” dei ribelli girati in Qatar. Era già noto dello scenario della piazza Verde a Tripoli, allestita nel deserto vicino a Doha. Sapevano ciò che erano [quelle immagini]. Quei filmati sono stati il segnale per l’attacco dei ribelli e dei sovversivi. Immediatamente dopo queste immagini in tutta la città “cellule dormienti” dei ribelli cominciarono a creare posti di blocco, tagliavano i centri di comando tra gli ufficiali di stanza che non avevano tradito Gheddafi. Nel porto è cominciato lo sbarco di truppe straniere. Uno dei fianchi ha smesso di rispondere. Il Generale Eshkal ha consegnato la posizione senza combattere. Gheddafi ha ordinato di non cessare il fuoco […] Per non trasformare in una bolgia Tripoli si è rettificato l’ordine alle unità dell’esercito e dei civili. Diverse centinaia di unità d’artiglieria hanno rifiutato di conformarsi al presente ordine e stavano combattendo nella città, nel tentativo di infliggere il massimo danno al nemico, per distoglierlo dal perseguire la leadership e il comando. Essi continuano a resistere. Da più di un mese a Tripoli, ci sono zone in cui anche gli islamisti non sono ben d’accordo. E’ una loro (dei lealisti) scelta, è la loro città, e io li capisco.
L’attacco ebbe inizio. Abbiamo lasciato la casa vicino alla base del Bab al-Aziz […]. Solo poche ore dopo con diverse vetture abbiamo lasciato la città e ci siamo trasferiti in un luogo sicuro. Si è scappati appena in tempo – prima che colpissero tre volte consecutive la casa – bombe anti bunker e bombe di profondità. Le macchine erano jeep comuni, non ci sono “Mercedes” appositamente costruite per Gheddafi. Perché attirare l’attenzione? Anche se non ho dubbi che gli americani spesso sanno dove è al-Gheddafi. Ma i razzi e le bombe sono ripresi dopo 5 minuti dopo la partenza. Sembrano averlo dimostrato che da un momento all’altro si potesse essere distrutti, ma finora, a quanto pare, c’è un divieto di distruzione. Nel conflitto libico hanno fatto molta attenzione anche agli attacchi psicologici di informazione.

[Continua]

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/10/06/dietro-le-quinte-del-colpo-di-stato-libico-laiuto-russo-i-parte/