QASEM SOLEIMANI MARTIRE DEL MONDO MULTIPOLARE E LA NUOVA GEOGRAFIA DELLA GRANDE GUERRA DEI CONTINENTI

14.01.2020

L’assassinio del generale Soleimani nel contesto dell’Apocalisse

L’assassinio del generale Qasem Soleimani, comandante delle forze speciali di Al-Quds del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche, avvenuto il 3 gennaio 2020 per mezzo di missili americani, rappresenta un momento decisivo che segna una situazione completamente nuova nell’allineamento delle forze in Medio Oriente.

Nella misura in cui il Medio Oriente è lo specchio dei mutamenti globali nel panorama geopolitico mondiale, questo evento assume una dimensione ancora più ampia che interessa l’ordine mondiale nel suo complesso. Non è un caso che molti osservatori abbiano interpretato la morte del generale Soleimani, eroe della lotta contro l’ISIL in Siria e in Iraq, come l’inizio di una terza guerra mondiale o quantomeno di una guerra degli Stati Uniti contro l’Iran. L’attacco missilistico iraniano a due basi militari americane in Iraq l’8 gennaio 2020 sembra confermare questa analisi: la morte di Soleimani è il punto di inizio della «battaglia finale». È esattamente in questo modo che tale evento è stato percepito nel mondo sciita, dove le aspettative sulla fine del mondo e sulla venuta del Mahdi, il Salvatore promesso alla fine dei tempi, sono così forti da influenzare non solo la loro visione religiosa del mondo, ma anche l’analisi degli eventi politici e internazionali di tutti i giorni. Gli sciiti vedono la fine del mondo come una «battaglia finale» tra i sostenitori del Mahdi e i suoi avversari, le forze di Dajjal.

I sostenitori del Mahdi si ritiene siano i musulmani (sia sciiti che sunniti, ma con l’eccezione di correnti come i wahhabiti e i salafiti, riconosciuti come estremisti, «eretici» e «takfiri»), mentre Dajjal, l’anticristo islamico, è costantemente associato all’Occidente, in primo luogo agli Stati Uniti d’America. La maggior parte delle profezie sostiene che la battaglia finale avrà luogo in Medio Oriente e che il Mahdi stesso apparirà a Damasco. La figura del Mahdi può essere individuata anche tra i sunniti, ma se gli sciiti ritengono che tale figura coincida con l’apparizione dell’«imam nascosto» che rimane vivo ma «occultato» a tutt’oggi, i sunniti interpretano il Mahdi come il leader del mondo islamico che apparirà alla fine dei tempi per intraprendere una battaglia decisiva contro Dajjal, in cui la maggioranza dei sunniti vede la civiltà materialista e atea dell’Occidente moderno e, di conseguenza, l’egemonia americana come l’avanguardia più aggressiva dell’Occidente.

Questa regione è anche direttamente legata ad altri racconti apocalittici specifici di altre religioni. I religiosi israeliani (Haredim), per esempio, si aspettano l’arrivo del Messia in Israele, con il quale sarà ricostruito il Tempio di Gerusalemme, il Terzo Tempio. La comparsa di quest’ultimo è ostacolata dalla Moschea al-Aqsa, situata a Gerusalemme nel luogo dove si trovava il Secondo Tempio. Sette ebraiche estremiste, come i «Fedeli del Monte del Tempio», hanno ripetutamente tentato di costruire tunnel sotto il Monte Santo per far saltare in aria al-Aqsa. Ciò naturalmente conferisce al conflitto arabo-israeliano una dimensione particolare. A quanto si apprende, il generale assassinato Soleimani era a capo della divisione del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche chiamato «Al-Quds», che significa «Gerusalemme» e il cui obiettivo principale è quello di impedire agli israeliani di iniziare a costruire il Terzo Tempio, e di liberare la Terra Santa dai sionisti. Questo, a sua volta, secondo le credenze dei musulmani, dovrebbe avvenire proprio alla vigilia della fine dei tempi.

Negli Stati Uniti, un’enorme influenza viene esercitata da sette evangeliche estremiste che, nello spirito del «sionismo cristiano», interpretano gli eventi della politica mediorientale come un preludio alla «Seconda venuta di Cristo», dove i «nemici di Cristo» sono considerati essere gli «eserciti del Re Gog» del «Paese del Nord», che gli evangelicalisti tradizionalmente associano alla Russia. La Russia, infatti, sta operando attivamente in Siria e sta rafforzando la sua influenza in tutta la regione.

Se mettiamo tutto questo insieme, il quadro che ne esce appare estremamente nefasto: l’assassinio di Soleimani ricade in un contesto di aspettative apocalittiche e viene interpretato da molti come il punto di partenza dell’Armageddon, o per lo meno come un analogo dell’assassinio dell’arciduca Ferdinando a Sarajevo che ha innescato la prima guerra mondiale.

Così, l’assassinio del generale Soleimani e gli attacchi di ritorsione dell’Iran contro le basi americane costituiscono eventi estremamente radicali, carichi di significati fondamentali e gravidi di conseguenze difficili da prevedere.

Multipolarismo contro Unipolarismo

Data l’ampiezza del significato degli eventi che si sono già verificati all’inizio del 2020, è importante iniziare la loro analisi tenendo presente il più ampio contesto generale. Tale contesto è definito dal passaggio del sistema mondiale dal mondo unipolare formatosi alla fine del XX secolo sotto il dominio inequivocabile dell’Occidente (nello specifico degli Stati Uniti) a quello multipolare, i cui contorni sono diventati sempre più chiari in relazione al ritorno sull’arena storica della Russia di Putin come potenza sovrana e indipendente e al deteriorarsi delle relazioni sino-americane fino alla guerra commerciale.

Nella sua campagna elettorale del 2016, lo stesso presidente Trump aveva promesso agli elettori che avrebbe rifiutato l’interventismo e avrebbe limitato le politiche neoimperialiste e globaliste, cosa che lo aveva reso un potenziale sostenitore della transizione pacifica verso il multipolarismo. Ma con la sua decisione di assassinare Soleimani, Trump ha completamente negato questa possibilità e ha confermato ancora una volta il posizionamento degli Stati Uniti nel campo di quelle forze che combatteranno disperatamente per preservare il mondo unipolare. In queste azioni, alle spalle di Trump, hanno fatto capolino i neoconservatori americani e i sionisti cristiani che conducono gli eventi verso la battaglia finale. Ma questa battaglia – che inizi ora o in un secondo momento – si svolgerà già in nuove condizioni: i successi della Russia nella politica internazionale, l’impressionante ascesa dell’economia cinese, così come il graduale riavvicinamento tra Mosca e Pechino hanno reso il mondo multipolare una realtà, presentando così a tutti gli altri Paesi e civiltà – compresi quelli grandi come l’India così come leader regionali quali l’Iran, la Turchia, il Pakistan, i Paesi del mondo arabo, ma anche l’America Latina e l’Africa – la possibilità di decidere la propria posizione in questa costruzione antagonista: o posizionarsi (rimanere) come satelliti dell’Occidente (cioè giurare fedeltà all’agonizzante unipolarità), o schierarsi dalla parte del mondo multipolare e cercare il proprio futuro in questo contesto.

Il suicidio di Donald Trump 

Una situazione fondamentalmente nuova si è venuta a creare intorno ai tragici eventi in Iraq del 3 gennaio 2020: il generale Soleimani, assassinato dagli americani, costituiva una componente organica del mondo multipolare e rappresentava in questo equilibrio di forze non solo la Guardia Rivoluzionaria Islamica o addirittura l’Iran nel suo complesso, ma tutti i sostenitori del multipolarismo. Al suo posto avrebbe potuto benissimo esserci un soldato russo accusato infondatamente dagli Stati Uniti di aver partecipato alla riunificazione con la Crimea o al conflitto nel Donbass, un generale turco che ha dato prova di sé nella lotta contro i terroristi curdi, o un banchiere cinese macchiatosi di gravi danni al sistema finanziario americano. Soleimani era una figura simbolica del multipolarismo, ucciso dai sostenitori dell’unipolarismo in spregio a qualsiasi norma del diritto internazionale.

Decidendo di liquidare Soleimani, Trump ha agito dalla posizione di forza puramente unipolare – «così ho deciso, così sarà» – senza tener conto delle conseguenze, del rischio di guerra, o delle proteste di tutte le altre controparti. Come i precedenti presidenti statunitensi, Trump ha agito secondo la seguente logica: esclusivamente gli Stati Uniti possono da soli etichettare i «cattivi» o i «buoni» e agire nei confronti dei «cattivi» come meglio credono. Teoricamente, Putin, Xi Jinping o Erdogan potrebbero benissimo essere considerati «cattivi», e allora l’unica domanda sarebbe se sono in grado di difendersi con i mezzi di difesa a loro disposizione, anche contro i colpi di stato (come quello che ha già affrontato Erdogan) o le «rivoluzioni colorate» (che l’Iran si trova costantemente a fronteggiare e che, con l’aiuto della «quinta colonna» dei liberali, l’Occidente cerca continuamente di incitare in Russia). Trump stesso aveva criticato in modo convinto e severo tali politiche da parte delle precedenti amministrazioni, sia repubblicane che democratiche, ma nel decidere di assassinare Soleimani, ha dimostrato di non essere diverso da loro.

Quello che stiamo vivendo è un momento molto importante nella transizione dall’unipolarismo al multipolarismo. Trump rappresentava la speranza che questa transizione potesse realizzarsi pacificamente, nel qual caso gli Stati Uniti non sarebbero stati il nemico di tale passaggio, ma un suo partecipante a pieno titolo, una posizione che avrebbe teoricamente permesso loro di rafforzare significativamente il proprio ruolo di forza di primo piano nel contesto della multipolarità e di assicurarsi un posto privilegiato nel club multipolare nel suo complesso. Queste speranze si sono frantumate il 3 gennaio 2020, dopo di che Trump è diventato un normale presidente americano come tutti gli altri – né peggiore, né migliore. Egli ha confermato lo status degli Stati Uniti di un agonizzante drago imperialista folle, malvagio e ancora pericoloso, ma che non ha alcuna possibilità di evitare la «battaglia finale». A seguito di ciò, Trump ha cancellato sia il suo futuro che quello degli Stati Uniti come polo nel mondo multipolare. Così facendo, ha firmato la condanna a morte dell’America nel futuro.

Per il mondo multipolare in via di consolidamento, gli Stati Uniti non sono più un soggetto del processo, ma un oggetto, proprio come Trump, assassinando Soleimani, ha trattato non solo Teheran ma anche Baghdad, Ankara, Mosca e Pechino come «oggetti» rappresentanti meri ostacoli al rafforzamento dell’egemonia americana. Questo significa guerra, dal momento che lo scontro tra unipolarismo e multipolarismo è una battaglia per lo status di soggetto. Oggi non possono esserci due soggetti di questo tipo; può essercene uno solo, come Trump ha cercato di ribadire, o più di due, il che è alla base delle strategie della Russia, della Cina, dell’Iran, della Turchia e di tutti gli altri attori che accettano il multipolarismo.

Il successo delle potenze multipolari e il nuovo equilibrio di forze: la fine dell’America

Questa analisi dell’equilibrio globale delle forze rende estremamente più nitida l’intera struttura della politica mondiale, perché riporta la situazione indietro alla politica nello spirito di George W. Bush, Obama o Hillary Clinton. Trump, che scherniva in modo così sarcastico Hillary, oggi è apparso nei panni nel ruolo di sanguinaria strega globalista. Ma gli eventi degli ultimi anni – il rafforzamento delle posizioni della Russia in Medio Oriente e i suoi successi particolarmente rilevanti in Siria, il riavvicinamento di Russia e Cina e la convergenza tra il progetto di integrazione One Belt One Roadcon la strategia eurasiatica di Putin, e persino i precedenti passi di Trump volti ad evitare uno scontro diretto che ha permesso il rafforzamento delle forze multipolari nel Mediterraneo (dove il ruolo più importante è stato giocato dal riavvicinamento delle posizioni tra Putin ed Erdogan) – hanno già cambiato in modo irreversibile l’equilibrio delle forze. In primo luogo, questo vale per il territorio strettamente adiacente al regno dell’Armageddon come unanimemente, seppur con segni diversi, viene riconosciuto da ogni tipo di apocalittismo politico.

Lo sviluppo degli eventi che inevitabilmente seguiranno all’assassinio del generale Soleimani vedrà la contrapposizione tra, da un lato, gli Stati Uniti e l’Occidente a fianco dei loro mandatari regionali come Israele, l’Arabia Saudita e alcuni Stati del Golfo, e dall’altro le potenze multipolari di Russia, Cina, Iran, Turchia e altri, portarsi ad un nuovo livello. Gli Stati Uniti stanno usando la politica delle sanzioni e della guerra commerciale contro i loro avversari in modo tale che una percentuale sempre maggiore dell’umanità sta finendo sotto le sanzioni americane, e non solo in Asia, ma anche in Europa, dove le aziende europee (soprattutto quelle tedesche) sono state sanzionate per la partecipazione al progetto Nord Stream. Questa è una manifestazione dell’arroganza dell’egemonia americana, che tratta i suoi «sostenitori» come lacchè e li gestisce mediante punizioni fisiche. Gli Stati Uniti non hanno amici, hanno solo schiavi e nemici. In questo stato, la «superpotenza solitaria» si sta dirigendo verso uno scontro, questa volta virtualmente con tutto il resto del mondo. Ad ogni occasione, gli «schiavi» di oggi cercheranno, indubbiamente, di sottrarsi all’inevitabile resa dei conti per il loro collaborazionismo unipolare.

Washington non ha imparato alcuna lezione dalla volontà del popolo americano che ha eletto Trump. Il popolo non ha votato a favore della continuazione delle politiche di Bush/Obama, ma contro di esse, per il loro radicale rifiuto. Le élite americane (e, più in generale, quelle globaliste) non ne hanno tenuto conto, liquidando invece il tutto come macchinazioni di «hacker russi» e «blogger». E ora, con Trump che ancora una volta tende parzialmente la mano verso l’aggressiva élite globalista che ha perso ogni senso di razionalità, alla «maggioranza silenziosa» americana non rimane che una opzione: voltare totalmente le spalle al governo americano. Se anche Trump ha finito per diventare un giocattolo nelle mani dei globalisti, allora questo significa che i metodi legali di lotta politica si sono esauriti. In una prospettiva di medio termine, l’assassinio del generale Soleimani si ripercuoterà nell’inizio di una vera e propria guerra civile negli stessi Stati Uniti. Se nessuno esprime la volontà della società, allora la società stessa entrerà in una speciale modalità di sabotaggio passivo. Se non Trump, se il popolo americano, nello spirito delle sue tradizioni culturali e politiche, sceglie il multipolarismo, allora esso non starà con lo Stato, ma contro lo Stato «dirottato» dall’élite globalista che nemmeno la prima persona della Casa Bianca è in grado di contrastare. L’assassinio di Soleimani significa la fine dell’America.

Il campo unipolare è in profonda crisi 

I partner europei degli Stati Uniti non sono affatto pronti a un brusco scontro con il club multipolare. Né la Merkel, che ha ricevuto un altro schiaffo per il Nord Stream, né Macron assediato dai Gilet Gialli e che ora capisce in un modo o nell’altro che il populismo dovrà essere affrontato (da qui la sua «posizione speciale» nei confronti della Russia e i progetti per la creazione di un esercito europeo), né Boris Johnson, che è appena riuscito a strappare la Gran Bretagna dalla palude soffocante dell’UE liberale (ed è difficile che possa scambiare così rapidamente la sua duramente conquistata, seppur relativa sovranità, con una nuova schiavitù in favore dei pazzi americani che hanno perso ogni senso di realismo), stanno bruciando dalla voglia di buttarsi nel fuoco di una terza guerra mondiale, alimentata da Washington, e di esservi inceneriti senza lasciare traccia. La Nato si sta sgretolando davanti ai nostri occhi attorno alla Turchia, che non sostiene più gli Stati Uniti in pressoché tutto il Medio Oriente o nel Mediterraneo orientale (che i turchi chiamano la «Patria blu», Mavi Vatan), ovvero la propria area di controllo sovrano. Altrettanto incondizionato e completamente irrazionale – o, si potrebbe dire, disperato e persino provocatorio – è il sostegno di Washington a Israele nel minare le relazioni con il mondo arabo e, più in generale, con il mondo islamico. Allo stesso tempo, Trump sta ridimensionando l’alleanza degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita ad un accordo finanziario, che non costituisce una base promettente per una vera e propria alleanza, per la quale gli Stati Uniti sono del geneticamente tutto incapaci.

Così, gli Stati Uniti stanno entrando in una terza guerra mondiale tra l’agonizzante unipolarismo e un multipolarismo in costante irrobustimento, in condizioni molto peggiori anche rispetto a quelle della precedente amministrazione. In queste circostanze, Trump deve ancora farsi rieleggere, mentre chi lo ha spinto a uccidere Soleimani cercherà ugualmente di farlo fuori per esserne stato responsabile. Dopo l’assassinio di Soleimani, sia la guerra che la pace non fanno che minare la posizione di Trump. L’assassinio di Soleimani è stata una decisione fatale che lo distruggerà. Anche le posizioni di quei populisti di destra europei che hanno sostenuto questo gesto suicida di Trump sono state sostanzialmente indebolite. Il punto non è nemmeno che hanno scelto di schierarsi dalla parte dell’America, ma che si sono schierati a favore del moribondo unipolarismo – e questo può rovinare chiunque.

Le nuove prospettive del mondo multipolare

In questo contesto, i Paesi che sono stati oggetto di sanzioni, in primo luogo la Russia, la Cina e lo stesso Iran, hanno già imparato a vivere in queste condizioni e hanno risposto con lo sviluppo delle proprie armi strategiche (Russia), della propria struttura economica (Cina, anche al di là del proprio territorio nel contesto dell’enorme spazio coinvolto nel progetto One Belt One Road), dell’energia indipendente (Iran) e della geopolitica regionale indipendente (Turchia). Ora non resta che ridistribuire le carte vincenti più forti tra i membri del club multipolare, e il multipolarismo diventerà un avversario veramente serio e relativamente invulnerabile. Più forte sarà questo avversario, maggiori saranno le possibilità di evitare una terza guerra mondiale nella sua fase calda e di aspettare il crollo dell’unipolarismo, che verrà inevitabilmente da sé.

Alcune delle conseguenze dell’assassinio del generale Soleimani sono già chiare. L’Iran ha dichiarato il Pentagono un’organizzazione terroristica alla stessa stregua dell’ISIL, e questo significa che ciò che è successo al generale Soleimani potrebbe accadere a qualsiasi soldato americano. Non essendoci stata risposta all’attacco missilistico contro le basi americane in Iraq, l’Iran avrà piena fiducia nella sua efficacia di combattimento e comincerà a sviluppare armi con rinnovato vigore, contando soprattutto sulla Russia. È importante che in queste circostanze l’Iran abbia già dichiarato il suo ritiro dal trattato sul suo sviluppo di armi nucleari – dopo tutto, non ha nulla da perdere. Un altro Stato islamico, il Pakistan, ha già armi nucleari. Così come le possiede un altro antagonista regionale dell’Iran: Israele. Teheran non ha più motivo di trattare ulteriormente con coloro che considera ufficialmente «terroristi».

Importante è anche la posizione dell’Iraq, dove gli sciiti costituiscono la maggioranza. Per tutto il mondo sciita, il generale Qasem Soleimani era un eroe indiscusso. Da qui la richiesta del parlamento iracheno di ritirare immediatamente tutte le truppe americane dal territorio del Paese. Naturalmente, una decisione parlamentare democratica non è assolutamente sufficiente per i cinici assassini americani – essi andranno ovunque lo riterranno necessario e ovunque avranno qualcosa da guadagnare. Ma questo significa l’inizio di una mobilitazione generale antiamericana della popolazione irachena – non solo degli sciiti, ma anche dei sunniti, che sono radicalmente antiamericani (da qui il motivo per cui molti sostenitori sunniti di Saddam Hussein si sono uniti all’ISIS, credendo di combattere contro gli americani con cui gli sciiti erano arrivati a stringere un accordo). Ora tutti, sia gli sciiti iracheni che i sunniti iracheni, chiedono il ritiro delle truppe americane, poiché ormai praticamente tutta la popolazione dell’Iraq, esclusi alcuni curdi che gli Usa hanno a loro volta di recente cinicamente tradito, è pronta a iniziare una lotta armata contro gli occupanti. Questo è già molto, ma l’Iraq potrebbe contare nella sua guerra antiamericana anche sulla Russia e in parte sulla Cina, che insieme rappresentano le colonne portanti del multipolarismo, oltre che sull’Iran e sulla Turchia.

In questa situazione, la posizione della Russia è fondamentale: da un lato, la Russia non è coinvolta in contrasti regionali tra Stati, etnie e correnti religiose, il che rende la sua posizione obiettiva e la sua aspirazione alla pace e al ripristino della sovranità dell’Iraq sincera e coerente; dall’altro, la Russia detiene un livello significativo di armamenti per sostenere la guerra per la libertà e l’indipendenza degli iracheni (come è stato fatto in Siria, dove la Russia ha dimostrato tutta la sua efficacia, o come sta accadendo ora in Libia). L’Iraq sta diventando la principale arena della politica mondiale, e ancora una volta abbiamo a che fare con una civiltà antichissima, con il cuore del Medio Oriente, con quella terra che, secondo la geografia biblica, un tempo era «il paradiso in terra» e oggi è stata trasformata nel suo opposto.

Ora, la cosa più importante in queste circostanze è approfittare di quello che, da un punto di vista globale, potrebbe essere considerato «l’errore fatale di Trump». L’assassinio del generale Soleimani non migliora la posizione degli Stati Uniti, ma esclude uno scenario pacifico di transizione verso la multipolarità e priva Trump di qualsiasi possibilità di successo per la riforma a lungo termine della politica americana. La situazione di Israele, tenuto in ostaggio da un odio totale verso tutti i popoli circostanti, sta diventando estremamente problematica. Nel momento in cui l’esistenza di Israele non dipende da un complesso equilibrio di forze, ma da un solo campo che sta rapidamente perdendo il suo predominio, la sua situazione diventa estremamente rischiosa. Israele, in quanto progetto troppo avventato e pseudo-messianico creato da nazionalisti filo-occidentali che hanno deciso di non aspettare il Messia ma di sostituire il suo arrivo con il loro volontarismo, rischia di cadere vittima della morte dell’ordine mondiale unipolare – e per questo deve «ringraziare» Trump e l’estrema destra israeliana che lo ha spinto verso tali passi suicidi.

La Russia è perseverante e vincente 

E la Russia? La Russia non aveva alcuna fretta di schierarsi inequivocabilmente dalla parte dell’Iran, mentre nello stesso Iran una parte dell’élite preferiva negoziare con gli Stati Uniti ed evitare il riavvicinamento a Mosca. In entrambe le potenze, Russia e Iran, la «sesta colonna» ha agito in tandem nel tentativo di rompere con ogni mezzo l’asse Mosca-Teheran e impedire una stretta alleanza russo-sciita che, nonostante tutto, ha preso forma in Siria, dove gli iraniani (sotto il generale Soleimani) e i russi hanno combattuto fianco a fianco contro estremisti che oggettivamente fanno il gioco del mondo unipolare. Tali tentativi continueranno sicuramente, e i globalisti cercheranno di usare la «quinta colonna» in Iran in una strategia di «rivoluzione colorata» volta a rovesciare i conservatori e a far sprofondare il Paese nel caos della guerra civile. L’Occidente è certamente pronto a scatenare lo stesso scenario anche in Russia, e questo sta diventando sempre più rilevante man mano che ci avviciniamo alla fine dell’ultimo mandato di Putin, il quale rappresenta la principale promessa di una politica sovrana e multipolare della Russia.

Il mondo unipolare è condannato, ma sarebbe sciocco sperare che esso si arrenda senza combattere. Inoltre, l’assassinio del generale Soleimani esclude uno scenario pacifico per il futuro, poiché non ci si può più aspettare che Trump e Washington acconsentano volontariamente a questo mutamento dell’ordine mondiale e, di conseguenza, accettino di riconoscere la soggettività di qualsiasi potenza al di fuori degli Stati Uniti.

L’unica cosa che resta alle potenze del mondo multipolare – Russia, Cina, Iran, Turchia, Iraq e tutti gli altri – è di spingere tutti coloro che si oppongono disperatamente al multipolarismo ad accettarlo. Dopo tutto, questo non significa costringere nessuno ad accettare la dominazione russa o cinese. È proprio questo che differenzia il multipolarismo dall’unipolarismo. Il mondo multipolare lascia a tutti il diritto di costruire la società che vogliono con i valori che scelgono. Qui non esistono criteri universali; nessuno deve niente a nessuno se non il rispetto del proprio diritto a consolidare la propria identità, a costruire la propria civiltà (che piaccia o meno a qualcuno) e a partecipare al proprio futuro (non a quello di qualcun altro). Le spinte verso la multipolarità sacrificano solo il mondo unipolare, l’egemonia americana, l’ideologia liberale totalitaria e il suo sistema capitalistico intesi come universali. L’Occidente può rimanere liberale e capitalista quanto vuole, ma i confini di questa ideologia e di questo sistema economico, così tossici per le altre culture, dovrebbero essere rigorosamente delimitati. Ecco a cosa è finalizzata la lotta in corso – la lotta in nome della quale il martire del mondo multipolare, l’eroe della Resistenza, il grande generale iraniano Qasem Soleimani, ha dato la vita.

Traduzione di Donato Mancuso

Preso da: https://www.geopolitica.ru/it/article/qasem-soleimani-martire-del-mondo-multipolare-e-la-nuova-geografia-della-grande-guerra-dei

La ricostituzione del Partito Coloniale francese

Eletto presidente per ripiego dopo l’arresto di Dominique Strauss-Khan, François Hollande ignorava le funzioni proprie del presidente della repubblica, sicché si affidò agli alti funzionari. Seguendo le loro istruzioni proseguì la politica del predecessore. In politica estera riprese i dossier in corso senza però tener conto della svolta di fine mandato di Nicolas Sarkozy. I fautori di una nuova epopea coloniale si compattarono al suo seguito.

| Damasco (Siria)

Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi.
Si veda l’indice.

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François Hollande pone il proprio quinquennato sotto gli auspici di Jules Ferry (1832-1893), il socialista teorico della colonizzazione francese.

FRANÇOIS HOLLANDE E IL RITORNO DEL PARTITO DELLA COLONIZZAZIONE

Ma Sarkozy perde le elezioni presidenziali. Quando lascia l’Eliseo, comincia a essere stipendiato dal Qatar con 3 milioni di euro l’anno e lo rappresenta, per esempio, nel consiglio di amministrazione del gruppo alberghiero Accor.

Benché sia stato eletto sotto l’egida del partito socialista, François Hollande governa a nome del “partito della colonizzazione” [1]. Dopo un anno e mezzo di mandato, annuncia ai suoi elettori – lasciandoli a bocca aperta – che non è un socialista, bensì un socialdemocratico. In realtà tutto è chiaro fin dal giorno in cui assume la carica: come i suoi predecessori, sceglie per la propria cerimonia d’investitura gli auspici di una personalità storica, nello specifico Jules Ferry (1832-1893). Certo, quest’ultimo aveva reso gratuita la scuola primaria, ma al tempo era estremamente impopolare ed era soprannominato “il Tonchinese”. Ferry difese infatti gli interessi dei grandi gruppi industriali in Tunisia, in Tonchino e in Congo, trascinando la Francia in avventure razziste e coloniali. Contrariamente all’opinione comune, il suo interesse per l’istruzione primaria non era rivolto all’educazione dei bambini, ma alla loro preparazione come soldati per la colonizzazione. È per questo che i suoi insegnanti erano definiti “hussard noirs”.

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Il socialista Jules Ferry (al centro, con i favoriti) ha teorizzato il diritto dei «popoli superiori» a «civilizzare» i «popoli inferiori». Ha capeggiato il “Partito coloniale”, lobby trasversale degli interessi coloniali. Ha istituito la scuola pubblica gratuita e obbligatoria per sottrarre i bambini all’influenza del clero e farne buoni soldati.

Può sembrare una forzatura parlare di “colonizzazione francese” a proposito di François Hollande, visto che l’espressione sembra ormai obsoleta. Spesso se ne fraintende il significato, perché viene erroneamente associata alla colonizzazione in senso stretto quando si tratta, in realtà, di un concetto anzitutto economico. Nel XIX secolo, mentre i contadini e gli operai resistevano, fino a morirne, ai padroni che li sfruttavano spudoratamente, alcuni di questi ebbero l’idea di occuparsi dei propri profitti a scapito di popoli meno organizzati. Per portare a termine il loro piano modificarono sia il mito nazionale, sia l’organizzazione laica dello Stato per strappare il popolo all’influenza delle chiese.

Giungendo all’Eliseo, Hollande sceglie come primo ministro Jean-Marc Ayrault, considerato un uomo assennato che però ha già perorato la causa della colonizzazione della Palestina. È presidente onorario del Cercle Léon Blum, un’associazione creata da Dominique Strauss-Kahn per raccogliere i sionisti nel partito socialista.

Nel 1936 il primo ministro Léon Blum promise al movimento sionista di creare lo Stato d’Israele nel Libano e nella Siria, allora sotto mandato francese [2].

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Già nel 1991, quando era primo ministro, Laurent Fabius non aveva manifestato particolare sollecitudine per la vita altrui.

Hollande nomina Laurent Fabius come ministro degli Esteri. In precedenza i due sono stati rivali, ma Fabius ha negoziato con l’emiro del Qatar e con Israele l’appoggio alla campagna elettorale [3]. È un uomo senza ideali, che cambia più volte opinione su questioni importanti quando se ne presenta l’opportunità. Nel 1984, durante la sua carica di premier, vengono infettati duemila emofiliaci – che poi moriranno – per tutelare gli interessi dell’Istituto Pasteur, il cui test sull’AIDS non è ancora pronto. Grazie all’intervento di François Mitterrand che modifica le regole procedurali, viene rilasciato dalla Corte di giustizia della Repubblica in quanto “responsabile ma non colpevole”. Al suo posto sarà condannato il ministro della Salute, Edmond Hervé.

Come ministro della Difesa, Hollande sceglie l’amico Jean-Yves Le Drian. Anni prima hanno sostenuto entrambi il presidente della Commissione europea, Jacques Delors, all’interno del partito socialista. Nel corso della campagna elettorale Le Drian, a nome di Hollande, è andato in visita a Washington, dove ha promesso fedeltà all’impero statunitense.

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Benché di estrema destra, il generale Benoît Puga esercita una forte influenza sul presidente socialista François Hollande.

Inoltre, con una decisione senza precedenti, il presidente Hollande lascia al suo posto il capo di Stato maggiore del suo predecessore, il generale Benoît Puga. L’ufficiale è più vecchio di lui e condivide gli ideali di estrema destra del padre del presidente. Ha il privilegio di poter entrare nel suo ufficio in qualsiasi momento e a lui lo unisce un rapporto quasi paterno.

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Il prefetto Édouard Lacroix (1936-2012) fu direttore generale della Polizia Nazionale (1993), in seguito direttore di gabinetto del ministro dell’Interno Charles Pasqua (1994-1995). Fu negoziatore tra Claude Guéant e Muammar Gheddafi, prima di essere assassinato su istruzione di François Hollande.

Per prima cosa François Hollande fa il punto sulla situazione della Libia. La Jamahiriya ha un tesoro stimato in 150 miliardi di dollari almeno, e ufficialmente la NATO ne ha bloccato circa un terzo. Che ne è del resto? I gheddafisti credono di poterli usare, nel lungo periodo, per finanziare la resistenza. Ma, ad aprile, il prefetto Édouard Lacroix – che ha avuto accesso a una parte di tali investimenti – muore improvvisamente di “cancro fulminante” [4], mentre l’ex ministro del petrolio Shukri Ghanem viene trovato annegato a Vienna. Verosimilmente, con la complicità passiva del ministro delle Finanze francese, Pierre Moscovici, del consigliere economico dell’Eliseo, Emmanuel Macron, e di una serie di banchieri, il Tesoro degli USA saccheggia il bottino. È il colpo del secolo: 100 miliardi di dollari [5].

All’inizio di giugno 2012 Francia e Regno Unito partecipano alla riunione del gruppo di lavoro per la ripresa economica e lo sviluppo degli “Amici della Siria”, tenutasi negli Emirati Arabi Uniti sotto la presidenza tedesca [6]. Si tratta di coinvolgere nella guerra gli Stati membri con la promessa di una contropartita. Diversi anni prima le società norvegesi InSeis Terra e Sagex si sono ufficialmente occupate della ricerca di idrocarburi in Siria. Anche se al tempo hanno sostenuto di aver rilevato 13 giacimenti di petrolio e di gas soltanto in due dimensioni, in realtà li hanno misurati in tre dimensioni e di conseguenza ne conoscono il valore. Quando Sagex viene acquisita da una società franco-statunitense quotata a Londra, Veritas SSGT, e successivamente accorpata al gruppo Schlumberger, sono tre gli Stati a entrare in possesso di quelle preziose informazioni, ma comunque non la Siria, che ne verrà a conoscenza solo nel 2013. Secondo queste ricerche, la Siria gode di un sottosuolo ricco almeno quanto quello del Qatar. Il Regno Unito fa entrare nel Consiglio nazionale siriano Usama al-Qadi, un dirigente di British Gas. Con il suo aiuto, Parigi e Londra concedono ai presenti il futuro sfruttamento di un paese che non hanno ancora conquistato.

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Il missile Bulava prende il nome da un’antica mazza d’arme slava che fungeva da bastone di maresciallo degli eserciti cosacchi.

L’Arabia Saudita si prepara a inviare un esercito a Damasco, mentre il Regno Unito prende il controllo dei media siriani. Il coordinamento delle forze è già stato testato in Giordania, in occasione dell’esercitazione Eager Lion 2012, sotto il comando degli Stati Uniti. I leader libanesi, dal canto loro, si sono impegnati a restare neutrali con la firma della Dichiarazione di Baabda [7]. La Siria, in una situazione come questa, avrebbe ceduto in fretta. Però la Russia lancia due missili intercontinentali, un Topol dalle rive del Mar Caspio e un Bulava da un sottomarino nel Mediterraneo. Il messaggio è chiaro: se l’Occidente non ha intenzione di rispettare i due veti russi e i due cinesi posti al Consiglio di sicurezza e attacca la Siria, si profila il rischio di una nuova guerra mondiale [8]. Scoppia dunque una polemica con Sergej Lavrov per capire chi si trovi “dalla parte giusta della storia” [9].

Il 30 giugno l’ex segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan – nominato dal suo successore Ban Ki-moon e dal segretario generale della Lega araba – presiede una conferenza internazionale a Ginevra sul futuro della Repubblica araba siriana. Non viene invitato alcun rappresentante siriano, né del governo né del Consiglio nazionale del paese. Gli USA e la Russia concordano sul fatto di non voler scatenare una guerra in Medio Oriente e decidono di creare un governo di unità nazionale, sotto la presidenza di Bashar al-Assad, includendo alcuni elementi del CNS. La guerra è ufficialmente finita, il mondo torna a essere “bipolare”, come durante la Guerra fredda [10].

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Pochi giorni dopo essere riuscito a trovare un accordo tra Stati Uniti e Cina sulla Siria, Kofi Annan deve fronteggiare l’arretramento degli Occidentali. Darà le dimissioni.

Solo che il segretario di Stato, Hillary Clinton, non ha alcuna intenzione di sottoscrivere la fine dell’influenza unipolare, né di rispettare la firma che, a detta sua, le è stata strappata con le minacce. In più, i ministri di Francia e Regno Unito nutrono alcune riserve sull’interpretazione del comunicato finale.

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Gli Amici della Siria credono di essersi accaparrati con Manaf Tlass un elemento di valore. Ma il giovanotto preferirà suonare il piano piuttosto che rovesciare l’amico d’infanzia Bashar al-Assad.

È a questo punto che la DGSE riesce a orchestrare la defezione del generale Manaf Tlass – amico d’infanzia del presidente al-Assad – portandolo a Parigi. Manaf viene presentato come una figura di spicco, ma in realtà è diventato generale seguendo le orme del padre, il generale Mustafa Tlass, ex ministro della Difesa. È solo un artista che non si è mai interessato alla politica. All’inizio della guerra ha negoziato un compromesso con i “rivoluzionari” per ristabilire la pace a Rastan, sua città natale, ma l’accordo è stato respinto dal presidente, cosa che lo ha enormemente infastidito. Manaf è un amico, mentre la stampa francese che – come i politici – vive solo di interessi, lo include erroneamente tra i finanziatori della Rete Voltaire [11]. A Parigi lo ricevono il padre, che vi si è trasferito al momento del suo pensionamento nel 2004; il fratello Firas, che dal Qatar dirige la costruzione dei tunnel dei jihadisti; e la sorella, molto intima con Roland Dumas e poi con il giornalista Franz-Olivier Giesbert, con il quale lavora ancora. Manaf però arriva troppo tardi per vedersi nominare presidente in esilio dalla conferenza degli “Amici della Siria”.

Intanto lo stratagemma architettato ad Abu Dhabi si rivela ben riuscito. Il 6 luglio 2012, a Parigi, 130 Stati e organizzazioni intergovernative si precipitano alla terza conferenza degli “Amici della Siria”, tutti ingolositi dall’odore del petrolio e del gas. Se una settimana prima Hillary Clinton e Sergej Lavrov hanno solennemente firmato la pace, nell’occasione una forte delegazione americana è pronta a rilanciare la guerra.

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Il criminale di guerra Abou Saleh (Brigata al-Farouk) era l’invitato speciale del presidente François Hollande (nella foto il giovane seduto di fronte a lato della tribuna, a destra).

François Hollande sale in cattedra e fa sedere al suo fianco Abu Salah, il giovane “giornalista” di France 24 fuggito con i francesi da Baba Amr. Alla fine dell’incontro, si dilunga nel congratularsi con il “rivoluzionario” davanti alle telecamere dell’Eliseo. Tuttavia, queste immagini vengono rimosse dal sito ufficiale quando faccio notare che Abu Salah è responsabile di crimini contro l’umanità, avendo preso parte al tribunale rivoluzionario dell’Emirato che ha condannato e ucciso 150 civili cristiani e alawiti.

Il discorso del presidente Hollande non è stato scritto dai suoi collaboratori, bensì in inglese a Washington, New York o Tel Aviv, e successivamente tradotto in francese [12]. Dopo aver lodato lo sforzo di Kofi Annan nell’intraprendere la giusta direzione, esclama: “Bashar al-Assad deve andarsene, bisogna formare un governo di transizione!”. Di fatto, in questo modo si modifica il significato della parola “transizione”, che nel Comunicato di Ginevra indica il passaggio dal periodo dei disordini alla pace. In questo modo si intende giustificare il passaggio dalla Siria di al-Assad e alcune istituzioni laiche d’ispirazione rivoluzionaria a un’altra Siria nelle mani dei Fratelli musulmani. L’espressione “transizione politica” sostituisce dunque quella di “cambio di regime”. Il CNS esulta e Hillary può tranquillamente esultare.

L’unanimità che caratterizza l’atteggiamento degli “Amici della Siria” è sicuramente dovuta alle speranze riguardo agli idrocarburi, ma esiste probabilmente anche un lato irrazionale. Mi torna in mente l’antico scontro tra l’Impero romano e la rete dei mercanti siriani, con la frase di Catone il Vecchio che mi risuona nelle orecchie: “Carthago delenda est” (Cartagine deve essere distrutta!).

Nei giorni successivi François Hollande, David Cameron e Hillary Clinton non cessano di ripetere, come un mantra: “Bashar deve andarsene!”. In tal modo fanno proprio lo slogan delle rivoluzioni colorate (“Basta Shevardnadze!” o “Ben Ali vattene!”). Da notare che, rivolgendosi ai propri omologhi come a una folla, adesso chiamano il presidente al-Assad soltanto per nome, “Bashar”. Ma questo metodo non li porterà a nient’altro se non a dimostrare la loro impotenza.

Il 12 luglio 2012 prende avvio l’operazione “Vulcano di Damasco e terremoto della Siria”. Oltre 40 mila mercenari – provenienti da tutti i paesi arabi, addestrati dalla CIA in Giordania, inquadrati da Francia e Regno Unito e pagati dall’Arabia Saudita – attraversano il confine e si precipitano a Damasco [13].

Il ritiro dei francesi durante la liberazione di Baba Amr e l’accordo di pace firmato due settimane prima a Ginevra non sono altro che ricordi ormai sbiaditi. È l’inizio di una nuova guerra contro la Siria, questa volta portata avanti con eserciti di mercenari. Sarà decisamente più letale della precedente.

(segue…)

Traduzione
Alice Zanzottera
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

La traduzione italiana del libro è disponibile in versione cartacea.

[1] « La France selon François Hollande », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 30 juillet 2012.

[2] Ricerca di Hassan Hamadé e documenti non ancora pubblicati.

[3] “Francois Hollande negozia con l’emiro del Qatar”, Rete Voltaire, 14 febbraio 2012.

[4] “I dettagli sulla lista dei terroristi francesi in Siria”, Traduzione Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 23 novembre 2015.

[5] “La rapina del secolo: l’assalto dei «volenterosi» ai fondi sovrani libici”; “Macron-Libia: la Rothschild Connection”, di Manlio Dinucci, Il Manifesto (Italia) , Rete Voltaire, 22 aprile 2011 & 1 agosto 2017.

[6] « Les “Amis de la Syrie” se partagent l’économie syrienne avant de l’avoir conquise », par German Foreign Policy, Horizons et débats (Suisse) , Réseau Voltaire, 14 juin 2012.

[7] « Déclaration de Baabda », Réseau Voltaire, 11 juin 2012.

[8] “Colpi di avvertimento russi”, di Thierry Meyssan, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 10 giugno 2012.

[9] « Du bon côté de l’Histoire », par Sergueï Lavrov; « Déclaration de Barack Obama à la 67e Assemblée générale de l’ONU », par Barack Obama, Réseau Voltaire, 17 juin 2012, 25 septembre 2012.

[10] « Communiqué final du Groupe d’action pour la Syrie », Réseau Voltaire, 30 juin 2012.

[11] «Le petit monde composite des soutiens au régime syrien», C. A., Le Monde, 5 juin 2012. «Syrie : quand le général dissident était l’ami de Dieudonné», Pierre Haski, Rue 89, 29 juillet 2012.

[12] « Discours de François Hollande à la 3ème réunion du Groupe des amis du peuple syrien », par François Hollande, Réseau Voltaire, 6 juillet 2012.

[13] “La battaglia di Damasco è iniziata”, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 20 luglio 2012.

Preso da: https://www.voltairenet.org/article208768.html?__cf_chl_jschl_tk__=43c3a239064621ec445b35bba3a0c312529fe5cd-1579185329-0-AeChxuMYmnh_Npzw6DXGK8roEX5xzDpilmdN208s9RpYLLRnrYlTY9EfYcIYjDGMEyaUicuG_Bv6MK72HGt860zt33OQZINv0NHRs82aJKh53vb-E4r2yEHJkt_Sc2JyvrFPeXydFeF0rvdoADvyXuS-IQguakRJnNkuymHNIbPd1A6qTxo6GilufCZTTu1drjib0zb6P6RxfxVcNaI-Nt1-UHm8GDZ-LX4a0n0unvsSYoUdEN1PzYqQ40EUqWsqfd75hZeClXCMemRtUdVW8-51O92m18ZHfimPW7DLv8Cd

A quando un risveglio fra popoli in Europa ?

11 dicembre 2019.
di Luciano Lago
Le manifestazioni di protesta in Francia e lo sciopero generale che sta paralizzando quasi del tutto il paese ci fanno accendere un barlume di speranza. La speranza che si vada avvicinando l’ora di un possibile risveglio dei popoli d’Europa che trasmettano un segnale forte alle elite finanziarie dominanti, un segnale di rivolta e di cambiamento.
Il risveglio di una Europa che possa rompere le sbarre invisibili della gabbia neoliberista, quella che ha avvolto ciascuno stato europeo affossando le possibilità di crescita, non può essere lontano ma, come avviene per molti cicli storici, bisogna arrivare al punto più basso della involuzione per poi afferrare la possibilità di un riscatto.
L’ispirazione per un riscatto e una rinascita di paesi europei non può che provenire da est dove già da tempo si è verificato il risveglio dei giganti asiatici, la Federazione Russa, la Cina, l’India, paesi che oggi dimostrano una vitalità ed una capacità di rompere l’ordine mondiale di marca anglo USA che avviluppava il mondo.
Nella fase attuale, dopo decenni di pratiche neoliberiste che hanno minato le capacità agroindustriali un tempo fiorenti di paesi come la Francia, l’Italia, la Spagna, sotto la gabbia dell’euro “postindustriale”, è diventato evidente che l’austerità e l’aumento delle tasse sono le uniche soluzioni che i tecnocrati dell’eurocrazia e i padroni della moneta, che si trovano nella Banca Centrale europea, potranno consentire . Questo perchè l’appartenenza all’euro proibisce a qualsiasi nazione di sforare il rapporto deficit /PIL al di sopra del 3%, mentre non esistono i mezzi finanziari per generare credito statale sufficiente per costruire progetti su larga scala necessari per una ripresa economica.
In altre parole, dal punto di vista delle regole del gioco imposte dalle elite finanziarie transatlantiche, la situazione è senza speranza.
Sul versante orientale dell’Eurasia si può constatare che la Russia e la Cina hanno trasformato con successo l’ordine internazionale utilizzando grandi risorse per investimenti in infrastrutture, fra queste la creazione della “Belt and Road” Initiative che può essere estesa a vari paesi europei. Diventa facile comprendere che, l’agganciarsi a questa iniziativa offre una opportunità unica per i paesi europei (almeno per quelli che desiderano mantenere la testa fuori di fronte all’imminente collasso economico).
Potrebbe essere questo l’unico mezzo praticabile per fornire lavoro, sicurezza e crescita economica a lungo termine alla loro gente poiché la Belt and Road, cocepita dagli strateghi cinesi, è radicata come un progetto di sistema aperto che non è collegato alla geopolitica del sistema chiuso atlantista di ispirazione hobbesiana.

Rivolta a Parigi dei gilet gialli

Per seguire questa strada è necessario contrastare i piani dei neoconservatori in Europa di ispirazione atlantista, fra i quali i partiti dei finti sovranisti, che vorrebbero ritornare ad un ordine atlantista chiuso che escluda la possibiltà per ogni stato di trattare e cooperare con i grandi paesi dell’est ed agganciarsi a questo sviluppo.
Non è un caso che il partito atlantista agiti lo spettro della minaccia russa e della minaccia cinese per impedire ai paesi europei di affrancarsi dalla dominazione americana sull’Europa che esiste dal 1945 e che oggi, superata da quasi 30 anni la politica dei blocchi contrapposti, non ha più alcun senso.
Piuttosto la elite di potere di Washington cerca con ogni mezzo, dalle sanzioni alle minacce ed ai ricatti, di imporre all’Europa una nuova politica dei blocchi anti Russia-Cina che impedirebbe all’Europa di affrancarsi dall’ipoteca della dominanzione americana sul continente.
La guerra commerciale lanciata dall’Amministrazione Trump contro la Cina e le continue provocazioni contro Pechino, con interferenze sui disordini a Hong Kong e divieto ai paesi alleati di utilizzare le reti 5 G, sono parte della strategia USA di impedire lo sviluppo di un progetto euroasiatico. Forma parte di questa strategia anche l’ostilità manifestata dagli USA al progetto energetico del nuovo gasdotto russo Nord Stream 2 che deve fornire gas alla Germania e all’Austria contro cui Washington, dopo aver inutilmente cercato di porre ostacoli, sta minacciando sanzioni.

Protesta contro il Dominio delle Banche in Europa

Non c’è però molto tempo a disposizione perchè il prossimo collasso economico dei paesi europei, stretti fra crisi economica, immigrazione incontrollata, disgregazione sociale, ipoteca finanziaria (vedi il MES) imposta dalle oligarchie di Bruxelles, non lascia molta scelta. I leader dei veri movimenti sovranisti hanno un margine di tempo ridotto per fare le scelte indispensabili: impugnare i trattati della gabbia eurocratica e neoliberista, essendo questi in contrasto con le costituzioni nazionali e con le necessità sociali delle popolazioni, e affrancarsi dai vincoli atlantisti prima di essere trascinati in nuovi conflitti bellici che il “Deep State” degli USA sta maturando in Medio Oriente e nelllo spazio indoasiatico.
La domanda è se esistano oggi questi leader consapevoli di quale sia la sfida oggi o se ci siano in giro solo delle controfigure che si agitano sulle piazze dei paesi eiropei lanciando slogans vuoti e contestando soltanto gli effetti delle politiche eurocratiche (austerità, immigrazione, precarietà e disoccupazione, ecc..) senza risalire alle cause primarie del disastro in corso d’opera.
La domanda attende ancora una risposta e il tempo stringe………

Preso da: https://www.controinformazione.info/a-quando-un-risveglio-fra-popoli-in-europa/

Gli USA hanno fallito la loro strategia per destabilizzare il Libano

Di Elijah J. Magnier 12 dicembre 2019.
https://www.controinformazione.info/wp-content/uploads/2019/11/Libano-protestas-2.jpg
Per diverse settimane, gran parte della popolazione libanese ha attaccato i leader politici tradizionali e messo in discussione il sistema politico corrotto del paese. Coloro che hanno gestito il paese per decenni hanno fatto poche riforme, non hanno mantenuto le infrastrutture e hanno fatto poco o nulla per creare posti di lavoro al di fuori della loro cerchia di sostegno.
I manifestanti sono stati anche spinti in piazza dalle misure statunitensi, che hanno strangolato l’economia libanese, inclusi ostacoli per la maggioranza dei 7-8 milioni di espatriati libanesi nel trasferire denaro ai loro cari nel loro paese d’origine. L’amministrazione americana ha preso queste misure per cercare, invano, di mettere in ginocchio l’Iran e i suoi alleati.
Gli Stati Uniti sembrano credere che seminando il caos nei paesi in cui opera l’Asse della Resistenza, possa costringere l’Iran a cadere tra le braccia dell’amministrazione statunitense. Gli Stati Uniti vogliono piegare l’Iran e i suoi alleati e imporre le loro condizioni e la loro egemonia in Medio Oriente.


In Libano, dall’inizio delle manifestazioni, il prezzo delle merci è salito alle stelle. Nel mercato mancano medicinali e beni di consumo e la sterlina libanese ha perso oltre il 40% del suo valore rispetto al dollaro USA. Molti libanesi hanno perso il lavoro o sono finiti con un taglio di metà stipendio. Il Libano si è avvicinato alla guerra civile quando i partiti politici filoamericani hanno chiuso le strade principali e hanno cercato di bloccare le linee di comunicazione dal sud sciita del Libano alla capitale e da Beirut alla valle della Bekaa.
La guerra è stata evitata perché Hezbollah ha emanato una direttiva che ordinava a tutti i suoi membri e sostenitori di tornare alle loro case. Le istruzioni erano chiare: “Se qualcuno ti schiaffeggia sulla guancia destra, presenta l’altra guancia.”
Hezbollah aveva capito cosa nascondevano i blocchi di Beirut: un invito a iniziare una guerra. Le prove: per più di un mese, l’esercito libanese ha rifiutato di riaprire le strade principali, lasciando non solo i legittimi manifestanti, ma anche i criminali a fare ciò che volevano.
La situazione è cambiata oggi: l’esercito ha revocato i blocchi e il presidente libanese usa la Costituzione a suo vantaggio, così come il primo ministro dimesso, che non ha una scadenza per formare un governo. Il presidente Michel Aoun ha restituito ai cristiani ciò che avevano perso dopo l’accordo di Taif: prima di chiedere a un membro del gabinetto candidato alla carica di primo ministro di formare un nuovo governo, vuole assicurarsi che sia efficace ed equilibrato, sostenuto per tutti i partiti politici e hanno un’alta probabilità di successo.
Aoun non offrirà il mandato al nuovo candidato, Samir al Jatib, perché il Primo Ministro sunnita Saad Hariri, che inizialmente ha nominato Jatib, gli ha chiesto all’ultimo momento di ritirarsi e ha chiesto all’ex Primo Ministro, l’autorità religiosa sunnita e ai partiti politici che lo sosterranno per il nuovo primo ministro saranno nominati da lui di persona e da nessun altro. È probabile che la nomina del primo ministro venga posticipata a una data sconosciuta e potrebbe persino essere lo stesso Hariri a ricoprire la carica.
Comunque sia, i manifestanti non hanno ottenuto molto perché i partiti politici tradizionali manterranno la loro influenza. Il nuovo governo, una volta formato, non sarà in grado di revocare le sanzioni statunitensi per facilitare l’economia nazionale. Al contrario, l’amministrazione americana intende reimpostare le sue sanzioni contro il Libano e imporne di nuove su altre personalità, come ha affermato il segretario di Stato Mike Pompeo alcuni mesi fa.
Oggi, nessun cittadino libanese può disporre dei propri risparmi o dei suoi beni nelle banche a causa delle restrizioni sui prelievi di denaro, un vero “controllo del capitale”. Puoi ottenere solo piccole quantità di denaro, da $ 150 a $ 300 a settimana, in un paese in cui paghi principalmente in contanti. Nessuno è autorizzato a trasferire denaro all’estero, ad eccezione delle tasse universitarie o di ordini speciali per beni essenziali.

Sostenitori di Hezbollah

Tuttavia, Hezbollah, il principale obiettivo dell’accordo tra Stati Uniti e Israele, non è stato direttamente interessato dalle sanzioni statunitensi o da nuove restrizioni finanziarie. I combattenti venivano pagati, come ogni mese, in dollari USA con un aumento del 40% (a causa della svalutazione della valuta locale).
Hezbollah non solo ha evitato la guerra civile, ma è riuscito anche a rafforzare la posizione dei suoi alleati. Il presidente Aoun e il leader della Free Patriotic Current (CPL), il ministro degli Esteri Gebran Bassil, erano in uno stato di confusione durante le prime settimane di proteste. Hezbollah è stato fedele ai suoi alleati e li ha supportati. Oggi la situazione è di nuovo sotto controllo e il presidente e il leader della CPL sono un passo avanti rispetto ai loro avversari politici.
Hezbollah farà parte del nuovo governo. L’Asse della Resistenza ha affermato che se la presenza di Hezbollah nel nuovo governo disturba l’amministrazione americana, questo non è un motivo per cui il partito dovrebbe piegarsi e andarsene. … Al contrario. Devi rimanere nel gabinetto o nominare ministri per tuo conto. Hezbollah ha il diritto legittimo di essere rappresentato nel governo perché, insieme al Movimento Amal, rappresenta più di un terzo della popolazione libanese e il governo è il risultato di una grande coalizione in Parlamento.
Chi impedirà agli Stati Uniti di approvare l’intenzione di Israele per annettere le acque marittime in disputa sul Libano? Chi farà una campagna per il ritorno dei rifugiati siriani nel loro paese di origine? Chi può impedire, come vogliono gli Stati Uniti, che le forze delle Nazioni Unite siano schierate ai confini tra Libano e Siria?
Hezbollah ha un ampio sostegno popolare e una base sociale che soffre, come tutti gli altri nel paese, della corruzione del sistema libanese. Nonostante ciò, le basi sociali di Hezbollah sono vicine all’Asse della Resistenza e ai suoi sforzi per neutralizzare le sanzioni statunitensi.
L’amministrazione americana non ha raggiunto il suo obiettivo, anche navigando nell’onda delle legittime richieste dei manifestanti. Né poteva spingere Hezbollah in una rissa di strada. Non sarà in grado di portare Hezbollah e i suoi alleati all’ostracismo, che sono determinati a far parte del nuovo governo. Gli Stati Uniti non sono riusciti a isolare Hezbollah, come ha fatto con Hamas, perché il Libano è aperto alla Siria e da lì all’Iraq e all’Iran. Il Libano è aperto anche al mondo esterno grazie alla sua costa mediterranea e può importare le merci necessarie. Nonostante tutto, l’Asse della Resistenza ha chiesto ai suoi amici e seguaci di coltivare la terra per limitare l’aumento dei prezzi del cibo.
L’Asse della Resistenza è aperto anche a Russia e Cina. Hezbollah continua a cercare di convincere i partiti politici a diversificare le relazioni e smettere di fare affidamento esclusivamente sugli Stati Uniti e sull’Europa. La Russia ha una comprovata esperienza nell’arena politica internazionale, anche se non ha ancora molta influenza in Libano e può far fronte all’egemonia americana.
L’Europa è anche felice di vedere Hezbollah e i suoi alleati al potere perché teme l’afflusso di milioni di rifugiati siriani e libanesi. La Cina è pronta ad aprire una banca in Libano, raccogliere e riciclare rifiuti, fornire acqua pulita e costruire generatori elettrici e anche investire circa 12.500 milioni in Libano, molto più degli 11.000 milioni offerti dalla Conferenza degli amici del Libano del CEDRE da Parigi,
Le porte del Libano sono aperte a un’alternativa agli Stati Uniti. Pertanto, più Washington cerca di sottomettere il governo libanese e i suoi abitanti, più si avvicineranno alla Russia e alla Cina.
I libanesi hanno perso molto dall’inizio delle manifestazioni. Ma tutto quello che Washington ha ottenuto è che la società libanese nel suo insieme ora vuole sfuggire alla sua egemonia, per non parlare del fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati non sono riusciti a isolare Hezbollah. Tuttavia, i manifestanti sono riusciti a dare l’allarme e avvertire i politici che la loro corruzione non può durare per sempre e che potrebbero finire in tribunale. Ancora una volta, gli agenti del caos hanno fallito e l’Asse della Resistenza ha ampliato la sua influenza in Libano.
Fonte: Global Research.ca

Traduzione: Luciano Lago

Preso da: https://www.controinformazione.info/gli-usa-hanno-fallito-la-loro-strategia-per-destabilizzare-il-libano/

Libia, nuove accuse di Haftar all’Italia: «Sostiene terroristi»

24 novembre 2019.
TRIPOLI – Nuove accuse all’Italia da parte delle autorità dell’Est della Libia, sotto il comando del generale Khalifa Haftar, dopo che un drone è precipitato nei giorni scorsi a Sud-Est di Tripoli. La Commissione Difesa della Camera dei rappresentanti di Tobruk ha infatti denunciato quello che definisce il sostegno italiano a «bande terroristiche ed estremiste in Libia attraverso il supporto logistico sul terreno e il volo di droni nello spazio aereo libico».
«Avvertiamo la Repubblica italiana che persistendo con questo approccio a sostegno delle milizie l’Italia non avrà alcuna opportunità di partecipare in futuro alla cooperazione con la Libia», si legge nel comunicato diffuso oggi dal sito Libyan Address Journal, vicino ad Haftar, che due giorni fa aveva già pubblicato il monito all’Italia del deputato di Tobruk, Ali al Saidi, molto vicino al generale, a «rispettare la sovranità della Libia».
Libia, nuove accuse di Haftar all'Italia: «Sostiene terroristi»

Haftar ha rivendicato l’abbattimento del drone il giorno stesso dell’incidente, il 20 novembre, chiedendo «una spiegazione ufficiale» all’Italia. Da parte sua, in una nota, lo Stato maggiore della Difesa ha fatto sapere di aver «perso il contatto con un velivolo a pilotaggio remoto dell’Aeronautica Militare, successivamente precipitato sul territorio libico».
«Il velivolo, che svolgeva una missione a supporto dell’operazione Mare Sicuro, seguiva un piano di volo preventivamente comunicato alle autorità libiche – si precisa nella nota – sono in corso approfondimenti per accertare le cause dell’evento».

Due droni caduti in una settimana: in azione jammer russi?

Se due droni stranieri cadono in una sola settimana nei pressi di Tripoli, dopo che per anni i velivoli senza piloti hanno vagato indisturbati per lo spazio aereo libico, «è probabile» che i mercenari russi del gruppo Wagner abbiano portato anche i jammer (disturbatori di frequenza, ndr)». E’ quanto scrive sul proprio account Twitter l’esperto di affari libici, Emadeddin Badi, partecipando al dibattito scatenato oggi sui social media dalla notizia di un drone americano di cui il comando Usa in Africa (Africom) «ha perso il contatto sopra Tripoli». Un drone americano di cui si sono perse le tracce solo tre giorni dopo che anche la Difesa italiana ha riferito di aver perso il contatto con «un velivolo a pilotaggio remoto, successivamente precipitato sul territorio libico».
Sia Africom che la Difesa italiana hanno riferito di indagini in corso sulle cause dell’incidente. E proprio riguardo alle cause, diversi commentatori di questioni libiche hanno evidenziato come «l’unico elemento di novità» rispetto alla situazione di stallo nei combattimenti in corso attorno alla capitale libica dallo scorso aprile «è la presenza dei mercenari russi del Gruppo Wagner sulle linee del fronte».

«Lo chef di Putin»

Nelle scorse settimane la stampa americana ha riferito dell’arrivo in Libia di centinaia di uomini del gruppo di sicurezza russo, guidato da Yevgeny Prigozhin, noto come «lo chef di Putin», per combattere al fianco del generale Khalifa Haftar intenzionato a prendere il controllo di Tripoli, dove oggi è insediato il governo di accordo nazionale guidato da Fayez al Sarraj, riconosciuto dalla comunità internazionale.
Una presenza che ha di fatto innescato un maggior attivismo da parte americana, in particolare del dipartimento di Stato Usa, che nei giorni scorsi ha accusato la Russia di «sfruttare il conflitto» e ha chiesto ad Haftar di fermare l’offensiva. Ancora ieri, «la presenza russa» in Libia è stata al centro del colloquio avuto a Washington dal segretario di stato Mike Pompeo con il suo omologo emiratino Abdullah bin Zayed. Gli Emirati Arabi Uniti sono i principali sostenitori di Haftar.
«I mercenari della Wagner hanno consentito alle forze di Haftar di registrare un leggero progresso sulla linea del fronte», a Sud della capitale, ha riconosciuto Badi. «Hanno esperienza, portano intelligence, strategia ed esperienza tecnica – ha aggiunto l’analista – e visto che due droni stranieri sono andati perduti in una settimana, è probabile che abbiamo portato anche i jammer (disturbatori di frequenza)».

Pompeo incontra Ministro Emirati: serve un cessate il fuoco

Il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha ricevuto il ministro degli Esteri degli Emirati arabi uniti, Abdullah bin Zayed, con cui ha discusso della crisi in Libia. Stando a quanto riferito dallo stesso Pompeo sul proprio account Twitter, nel corso dell’incontro è stata discussa «la presenza russa» e «l’urgente bisogno di una de-escalation, un cessate il fuoco e una soluzione politica» nel Paese del Nord Africa.
Nei giorni scorsi il dipartimento di Stato americano ha diffuso un comunicato in cui ha chiesto al generale Khalifa Haftar, sostenuto soprattutto dagli Emirati, di «mettere fine all’offensiva su Tripoli», in corso dall’inizio dello scorso aprile, accusando al contempo la Russia di «sfruttare il conflitto contro la volontà del popolo libico».
Nelle scorse settimane la stampa americana ha riferito dell’arrivo in Libia di centinaia di mercenari russi al fianco di Haftar, dopo che già nei mesi scorsi erano trapelate notizie sulla presenza di uomini del gruppo Wagner, una compagnia di sicurezza privata, nel Paese del Nord Africa.

Preso da: https://www.diariodelweb.it/esteri/articolo/?nid=20191124-544675

“Le guerre di Siria”: resistenza, istruzioni per l’uso

SIRIA, CURDI E TURCHIA: professionismo russo e dilettantismo tedesco

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La confusa situazione fra Siria , Turchia, USA e Curdi avvia ad una conclusione, o almeno questo sembra secondo gli ultimi accordi fra le parti intercorsi martedì scorso a Soci, nella Russia meridionale. Cerchiamo di riassumere il tutto in poche righe significative:

  • Il presidente turco Recep Erdogan e quello russo(Valdimir Putin hanno concordato nella definizione di un’area di sicurezza di 10 km al confine turco-siriano. Questa zona dovrà essere smilitarizzata e sarà pattugliata da unità miste Russo-turche;
  • non ci sarà nessuna spinta al separatismo dei curdi in Siria, che potrebbe influenzare ed accentuare quello dei curdi in Turchia. Ricordiamo che l’accordo fra Curdi e Siriani prevede una forma di autonomia del Kurdistan siriano, ma autonomia non è indipendenza.
  • comunque le forze curde, confluite nel SDF o quelle dell YPG non potranno trovarsi entro 30 km dal confine turco.

In questa situazione i turchi da un lato controllano ancora diverse sacche in Siria, come si può vedere  dalla seguente immagine:

Inizialmente Assad ha protestato affermando che questa soluzione era , per lui, una mezza truffa: alla fine una fetta di territorio rimaneva sotto controllo turco, anche se condiviso con in russi. D’altro canto però, per la prima volta, rientra in possesso della parte nord orientale del paese, sino al confine con l’Iraq, e disarma le milizie curde che, anzi, entrano a far parte, anche se indirettamente, del suo esercito,come 5 brigata assalto, sotto comando russo.
I turchi iniziano ad espellere i profughi siriani, rimandandoli indietro nella fascia occupata anche per costruire un cuscinetto con i curdi siriani. Non potevano avere di più senza entrare in uno scontro diretto con i russi. nello steso tempo le milizie filoturche hanno provveduto a massacrare un po’ di capi dei partiti curdi indipendentisti, il vero obiettivo di Ankara, che parla di alcune centinaia di “Terroristi” uccisi.
Nel frattempo fra i 100 ed i 500 militanti dell’ISIS  di origine straniera, moltoi europea (Francesi, Belgi, Tedeschi , Inglesi in testa) sono fuggiti dai capi di prigionia in cui li tenevano i curdi quando gli europei si sono rifiutati di riprenderseli indietro. Sul tema ci sono state forti dispute legali nel Regno Unito ed in  Germania.
I sconfitti sono i Curdi che, con l’accordo con Assad e con i russi sono riusciti , per lo meno, a limitare i danni. Incredibile come, nell’arco di pochi giorni, siano passati dalla protezione degli americani a quella dei russi, ma non avevano altra strada quando Trump ha deciso di non proteggere più la frontiera con la Turchia e di ritirarsi I leader non hanno potuto far altro che minimizzare i danni. Non arriveranno mai al grado di autonomia dei Curdi Iracheni, al limite dell’indipendenza perfino autodichiarata, ma almeno sopravviveranno. Gli americani attualmente tengono ancora alcune posizioni in Siria, ed anzi hanno rafforzato le proprie posizioni attorno ai pozzi petroliferi siriani, una mossa mirata più contro i russi che contro l’ISIS.
Nel dramma della situazione vi è anche qualcuno che riesce a porre un tocco di commedia. Il ministro della difesa e leader della CDU, Anne Kramp-Karrenbauer, è uscita con un’idea , che perfino sta cercando di portare avanti, e che sta mettendo la Germania in grande imbarazzo. La politica vorrebbe creare un’area do protezione  al confine fra Turchia e Siria sotto controllo di forze dell’ONU. Peccato che :

  • non abbia l’appoggio completo del proprio governo;
  • sia visto con estremo scetticismo dalla Turchia;
  • nessuno voglia realmente impegnarsi nell’operazione;
  • nessun paese europeo vuole seriamente mandare truppe nell’area in question

Un piano campato per aria che è diventato l’ennesimo boomerang politico per il governo tedesco e che rivela la superficialità con cui vengono affrontati certi temi in Germania. Qualsiasi altro governo, prima di uscire allo scoperto, avrebbe cercato di costruire un minimo di consenso internazionale, ma la AKK si è mossa come se fosse naturale che gli altri paesi volessero mandare truppe nel difficile settore siriano. In realtà a parte la Russia, che agisce in accordo con la Siria, la Turchia, che è confinante, e gli USA, che intendono proteggere i propri interessi diretti, nessuno vuole impantanarsi in quella difficile palude.

Preso da: https://scenarieconomici.it/siria-curdi-e-turchia-professionismo-russi-e-dilettantismo-tedesco/

Libia: Haftar e Serraj alla resa dei conti

Sono passati otto anni dall’intervento occidentale che ha spodestato il regime di Muammar Gheddafi. Oggi, con due Governi e centinaia di milizie armate che controllano il territorio, la Libia è uno Stato fallito, stremato da una guerra che sembra non finire più.   
 

1. LO SCONTRO TRA HAFTAR E SERRAJ: A CHE PUNTO SIAMO?

La caduta del colonnello Muammar Gheddafi nel 2011 ha portato la Libia nel caos. Dopo otto anni di sanguinosa guerra civile – in cui centinaia di milizie armate si sono contese l’effettivo controllo sul territorio a suon di attentati, rapimenti e gestione di vari traffici illeciti – l’esistenza di due Governi è la rappresentazione plastica dello smembramento dello Stato libico. Se in Tripolitania l’esecutivo riconosciuto dalla comunità internazionale (GNA) e presieduto da Fayez al-Serraj sembra reggersi su un fragile patto di potere stipulato con le milizie in suo supporto, nella parte orientale del Paese l’appoggio dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) ha permesso all’uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, di avanzare militarmente e di minacciare l’uso delle armi contro il GNA. Oggi il conflitto sembra essere arrivato a un punto morto. Da una parte i bombardamenti di Haftar sui sobborghi di Tripoli confermano l’intenzione di procedere con l’opzione militare per accrescere il proprio peso negoziale sui tavoli internazionali; dall’altro lato la discreta resistenza del GNA di al-Serraj ha riequilibrato i rapporti di forza tra i due leader, ridimensionando le aspirazioni del generale della Cirenaica. Il conflitto, quindi, è destinato a protrarsi, col rischio concreto che un’escalation possa impegnare maggiormente altri attori presenti nello scenario libico.

Fig.1 – Fayez Mustafa al-Sarraj alla 74° sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tenutasi il 25 settembre 2019

2. LE INTERFERENZE ESTERNE NEL CONFLITTO

Haftar e al-Serraj possono contare sull’appoggio politico, diplomatico e militare – diretto e indiretto – di vari attori regionali e internazionali. Lo scontro in atto, infatti, può essere ricondotto non soltanto alle schermaglie a sud di Tripoli tra l’esercito di Haftar e le innumerevoli milizie libiche fedeli al Governo sostenuto dalle Nazioni Unite. La partita è molto più complessa. Dietro ai due esecutivi libici si muovono anzitutto diversi sponsor regionali. Egitto ed Emirati Arabi Uniti supportano i 15mila uomini agli ordini del leader forte della Cirenaica, mentre Turchia e Qatar puntellano il Governo tripolino. Appoggio politico nei tavoli internazionali è stato fornito ad Haftar anche dalla Russia, la quale sembra condividere determinate scelte geopolitiche – anche se, a volte, un po’ contradditorie – dell’Amministrazione Trump sul dossier libico. Mosca ha difatti bloccato ad aprile una risoluzione ONU che chiedeva ad Haftar di fermare l’offensiva verso Tripoli e, tre giorni dopo, il generale della Cirenaica si è recato nella capitale russa per assicurarsi l’assistenza militare del Cremlino. D’altronde la compagnia militare privata russa Wagner è impegnata nell’est del Paese per rifornire il LNA con equipaggiamento militare e supporto logisitico: Bengasi pullula di mercenari alle dipendenze di Mosca anche per proteggere interessi strategici sul controllo dei flussi del petrolio. Ma è in Europa che c’è lo scontro diplomatico più acceso. Italia e Francia, infatti, sono Paesi portatori di interessi confliggenti in Libia: la prima è impegnata a favorire un processo di pace che abbia come attore principale il proprio interlocutore privilegiato, il Governo di al-Serraj; la seconda, pur riconoscendo formalmente Tripoli, è alleata di Haftar per controbilanciare l’influenza italiana.

Fig. 2 – Una manifestazione a supporto del Governo di Tripoli il 27 settembre 2019

3. IL RUOLO DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

Mentre sul campo tutti gli attori regionali e internazionali perseguono i propri interessi finanziando l’una o l’altra fazione e fornendo anche appoggio militare ai due Governi libici nonostante l’embargo sulle armi, nei palazzi delle Nazioni Unite si cerca di instaurare un dialogo che coinvolga tutte le parti interessate. Nel 2015 l’ONU – dopo che il suo inviato speciale, Bernardino Leòn, aveva condotto personalmente i negoziati per formare un nuovo Governo che superasse le divisioni dei due Parlamenti di Tripoli e Tobruk – ha riconosciuto formalmente Fayez al-Serraj come capo del Governo di Accordo Nazionale. Quello di al-Serraj avrebbe così dovuto essere considerato l’unico esecutivo legittimo in Libia.
Per quanto riguarda il riconoscimento de jure e de facto dei due Governi, Serraj gode appunto di una legittimazione esterna da parte delle Nazioni Unite, ma non ha un reale controllo sul territorio. In merito a Tobruk, questo è legittimato dal rapporto fiduciario con il Parlamento eletto nel 2014 e dispone di forze armate regolari che hanno dimostrato di avere un controllo effettivo sul territorio anche nelle zone adiacenti alla Tripolitania. La legittimazione de jure in questo caso è decisamente più debole, poiché fa riferimento a una interpretazione forzata delle vicende politiche interne, motivo per cui il Governo di Tobruk preme affinché si abbiano nuove elezioni. Di fatto, quindi, le due parti non possono coesistere poiché una è pienamente legittimata solo nel momento in cui l’altra non esiste.

Vittorio Maccarrone 

Chernobyl. Eroi dimenticati e traditi, o una nuova campagna antirussa e antisovietica?

Scritto da Enrico Vigna

agosto 2019

 

Improvvisamente, al di là di righe commemorative o occasionali, negli ultimi mesi su tutti i media occidentali è dilagata una marea di servizi, articoli, analisi, denunce degli errori della dirigenza dell’ex URSS ( che ci sono stati sicuramente), della “vergogna” per aver dimenticato e abbandonato i sopravvissuti, in particolare gli eroi, i “liquidatori”. Come sempre ondate di falsità e menzogne, alcune, come sempre, persino banali e surreali.

Sicuramente un ruolo propulsore l’ha avuto la miniserie televisiva “Chernobyl” di Craig Mazin, la quale come tutte le produzioni televisive o cinematografiche, trasmettono forti emozioni ai telespettatori, soprattutto se fatte bene dal punto di vista artistico. E questa di Mazin era ben fatta, toccante e struggente, peccato però che il contesto storico e il punto di vista che viene trasmesso e indotto, ha finalità che vanno molto al di là della miniserie. Infatti a partire da essa, giornalisti, esperti, studiosi e politicanti di varie tendenze, si sono buttati a capofitto per fomentare sottili odi e sentimenti anti sovietici, pochi sono stati quelli che hanno cercato letture e riflessioni circa questa tragedia, approfondendo magari la questione del “nucleare”, criticamente o favorevolmente, ma almeno in profondità e scientificamente sul controverso e delicato tema. Leggendo o ascoltando gli interventi di questi mesi, alla fine un osservatore ne esce con sentimenti minimo di avversione al sistema sovietico, se non di disprezzo alla società sovietica nel suo insieme, arrivando poi ovviamente all’oggi, attaccando la Russia attuale e il suo presidente Putin, cinici e responsabili di aver dimenticato e tradito coloro che hanno perso la vita sul momento o dopo lunghe malattie, lasciandoli soli e ai margini della società.

 

Si può capire che la reazione di una persona normale e non informata, non possa che essere di disprezzo e  sdegno verso una società di questo tipo e i suoi dirigenti. Questo io penso, sentendo reazioni intorno a me, è stato il risultato, che era anche, a mio parere, il vero obbiettivo politico.

Sarebbe bene che tutti questi scribacchini senza morale e etica, con le loro lauree e professionalità scellerate, e le loro agiate vite piatte e comode, cercassero di capire l’orrore di questa tragedia e scrivessero e operassero per impedire le continue nuove guerre innescate nel mondo, dimenticando che ci sono centinaia di tali centrali nucleari in tutto il mondo, e soprattutto centinaia di BASI MILITARI con armi nucleari, compresa l’Italia e una Terza Guerra Mondiale sarebbe l’ultima per tutta l’umanità. Le loro lauree e professionalità avrebbero così un senso per l’umanità…ma è difficile rinunciare a lauti stipendi e comode vite, occorrerebbe una coscienza etica e sociale.

Spero che questo mio lavoro di ricerca e documentale possa aiutare a conoscere la realtà dei fatti, ma soprattutto la situazione nella società russa di coloro che, per dovere o volontariamente, sono stati gli “EROI” della tragedia di Chernobyl. Non eroi in senso mitologico, ma semplici uomini che per senso del dovere etico e sociale, hanno donato o usato le proprie vite per “GLI ALTRI” loro concittadini. Capisco quanto sia difficile, se non impossibile, citare questo valore e sentimento nel nostro mondo occidentale. Ma continuo a credere che solo sulla base di alcuni valori di fondo sociali, etici, di fratellanza e politici, le nuove generazioni potranno cercare di cambiare lo stato attuale di questo insano mondo.

Immagine correlata

Trentatre anni fa, il 26 aprile 1986, si verificò un drammatico incidente nella centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina, vicino alla cittadina di Pripyat, abitata da circa quarantamila persone, perlopiù dalle famiglie dei lavoratori della centrale, divenuta poi una “città fantasma”.

Nella quarta unità si verificò un’esplosione. Il reattore andò completamente distrutto, la spaventosa nube radioattiva copriva un vasto territorio di Ucraina, Bielorussia, Russia, oltre 200 mila chilometri quadrati. L’incidente fu considerato il più grande del suo genere nella storia dell’energia nucleare, anche se molti incidenti nucleari del secolo scorso avvenuti in paesi occidentali, sono spesso stati minimizzati nella loro reale portata distruttiva dai governi e dai media, ma certamente Chernobyl è stata una tragedia di dimensioni immani nella storia dell’umanità e del nostro pianeta.

Per dovere di cronaca riporto che nell’ex URSS non furono poche le voci, con relative indagini, che denunciavano addirittura un sabotaggio,pianificato per minare e destabilizzare l’Unione Sovietica. Ma non furono mai trovate prove sufficienti e tutto andò nell’oblio.

Ancora oggi i calcoli relativi alle vittime, non sono  definitivi, tuttavia il numero totale dei morti secondo le stime più ufficiali è di 600 mila persone, di cui 4mila persone morte per cancro o malattie del sangue immediatamente dopo l’incidente. Vi sono poi le persone decedute di cancro nei paesi limitrofi, i bambini nati nel 1986 da genitori esposti alle radiazioni che hanno ereditato il cancro. Per questo, il numero totale di decessi dopo l’incidente è incalcolabile.

Una fatto spesso tralasciato, che può dare idea della portata di questo incidente, è l’atto eroico di tre subacquei sovietici, uno ucraino Alexei Ananenko e due russi Valery Bespalov e Boris Baranov, che molto probabilmente hanno salvato una grande parte dell’umanità

 

Questi tre eroi che volontariamente, a costo della propria vita, si avventurarono a scendere nelle camere allagate del quarto reattore per evitare una seconda esplosione e salvare un’altra grande parte di umanità. Secondo molti esperti, la forza distruttiva della seconda esplosione avrebbe superato la prima esplosione di dieci volte. Nel 2009, la Scuola di Studi Russi e Asiatici fornì una stima delle conseguenze approssimative di ciò che sarebbe accaduto se non fosse stata impedita la seconda esplosione: “se il nucleo di fusione del reattore avesse raggiunto l’acqua, l’esplosione avrebbe distrutto metà Europa e reso Europa, Ucraina e alcuni altri paesi, oltre la Russia disabitati per migliaia anni… “.

Sotto le 185 tonnellate di materiale nucleare fuso c’era un serbatoio con cinque milioni di litri d’acqua.

Gli ingegneri sovietici consci della spaventosità della situazione, svilupparono immediatamente un piano: fu deciso che, attraverso le camere allagate del quarto reattore, dovessero andare tre sommozzatori e quando avessero raggiunto il refrigerante, dovevano aprire un paio di valvole di intercettazione per scaricare completamente l’acqua affinché il nucleo del reattore non la toccasse.
Era l’unico piano corretto, rimaneva solo di trovare tre “volontari suicidi”. Tutti avevano capito che chiunque andasse in quella miscela radioattiva avrebbe avuto una vita molto breve: poteva essere di alcune ore o alcuni giorni.
Tre uomini si offrirono volontari. Questi erano l’ingegnere anziano Alexey Ananenko, l’ingegnere di livello medio Valery Bespalov e il supervisore del turno Boris Baranov. Dovevano essere tre perché uno doveva tenere la lampada subacquea, gli altri due aprire rapidamente le valvole.
Quando il giorno successivo i sommozzatori si immersero nella pozza mortale, la piscina era completamente buia e la luce della lanterna impermeabile del supervisore del turno veniva periodicamente spenta, funzionando con discontinuità per non consumarne le scorte. Dopo qualche tempo, individuarono le valvole di drenaggio. Non senza difficoltà, nel buio pesto, quando la lanterna era già esaurita, i sommozzatori aprirono le due valvole e l’acqua si riversò e la piscina cominciò a svuotarsi rapidamente.
Quando i tre coraggiosi uomini tornarono in superficie, furono accolti come eroi.
Grazie al loro coraggio e sacrificio si riuscì a evitare la seconda esplosione e salvare le vite di milioni di persone sul pianeta.
Durante i giorni seguenti, gli eroi iniziarono a mostrare sintomi inevitabili e inconfondibili della malattia da radiazioni e dopo poche settimane, tutti e tre morirono.
Furono sepolti in bare di piombo con coperchi sigillati. I loro corpi privi di vita erano intrisi di radiazioni.

Infatti l’acqua era usata nella centrale elettrica come un vettore di calore e l’unica cosa che separava il nucleo del reattore di fusione dall’acqua era una spessa lastra di cemento. Il nucleo fuso bruciando lentamente attaccava questa lastra, andando verso l’acqua in un flusso incandescente di metallo radioattivo fuso. Se fosse passato, il nucleo di fusione del reattore avrebbe toccato l’acqua causando una ulteriore massiccia esplosione di vapore portatore di contaminazione radioattiva. Il risultato di questa esplosione termonucleare avrebbe potuto essere la radiocontaminazione di quasi tutta l’Europa

L’incidente di Chernobyl è stato un disastro indescrivibile, ma senza gli sforzi e le vittime dei tre coraggiosi, poi decorati come Eroi dell’Unione Sovietica, si sarebbe trasformato in un disastro davvero inimmaginabile.

L’operatore video della TV sovietica, che riprendeva le operazione dei tre sub, successivamente morì.

Secondo le versioni ufficiali, le cause della tragedia di Chernobyl sono state delle prove da parte di tecnici per nuovi sistemi, a seguito delle quali si sono verificati un’esplosione e un incendio in uno dei quattro reattori nucleari. A quel punto il reattore cominciò a sciogliersi e il conseguente disastro fu quello di diventare il più grande incidente nella storia dell’umanità nella storia dell’energia atomica, sia in termini di danni economici che di numero di vittime. Cinque giorni dopo l’esplosione, il 1° maggio 1986, gli esperti fecero una terribile scoperta: la zona attiva del reattore esploso di Chernobyl si stava ancora sciogliendo. Il nucleo conteneva 185 tonnellate di combustibile nucleare e la reazione nucleare continuava a velocità terrificante.

 

 

Chi sono i “Liquidatori” . Gli Eroi di Chernobyl

Una definizione che indica partecipanti e volontari preposti specificatamente alla rimozione e eliminazione delle conseguenze di incidenti di gravità massificate. Relativamente alla tragedia di Chernobyl, si è calcolato che hanno preso parte alla “liquidazione” tra le 600.000 e 900.000 persone, coinvolte nei lavori in una zona di 30 chilometri e per moltissimi di loro la salute è rimasta minata per effetto delle radiazioni.

Il simbolo dei liquidatori è l’alfa (α), beta (β) e raggio gamma (γ) passanti attraverso una goccia di sangue

A causa del crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 ci sono stati innumerevoli problemi relativi a dati relativi all’incidente, al trattamento economico e sociale delle famiglie delle vittime, delle cure sanitarie per i partecipanti, dei riconoscimenti, siccome provenienti da diversi paesi, per lo più da Ucraina, Bielorussia, Russia e Kazakistan, ma anche dalle altre ex repubbliche sovietiche. Per questo un numero definito delle vittime, non è mai stato certificato. Secondo alcuni fisici bielorussi che avevano lavorato sul reattore numero 4, “circa 100.000 liquidatori sono ormai morti” tra il milione di partecipanti. Cifra che concorda all’incirca con quella data da Vyacheslav Grishin, un rappresentante dell’Unione Chernobyl (un’organizzazione che unisce i liquidatori provenienti da tutto la CSI e gli Stati baltici). Oltre ai liquidatori sopravissuti colpiti dalle radiazioni e sottoposti a cure sanitarie e controlli periodici, calcolati in centinaia di migliaia.

L’assistenza statale sovietica fino al 1991, ai sopravvissuti e alle famiglie dei morti, ma ancora oggi mantenuta e spesso accresciuta in Russia come negli paesi ex sovietici, è consistita al di là delle decorazioni (che significano comunque anche un riconoscimento economico perenne per gli insigniti), in compensazioni economiche e una accurata e gratuita assistenza sanitaria e sociale ad essi come a tutta la popolazione dell’area in questione. Riconoscimento di pensioni e facilitazioni economiche, precedenza del diritto alla casa, dell’istruzione per i figli, di canali preferenziali per il lavoro, così come lavori adeguati alle condizioni di salute di ciascun liquidatore. Riconoscimento a periodi di ristabilimento in sanatori. Tutti aspetti tuttora in vigore in Russia come in quasi tutte le altre ex Repubbliche sovietiche, dalla Bielorussia alla Moldavia, dal Kazakistan all’Armenia e altre. Per quanto riguarda l’Ucraina la situazione è più complessa e deficitaria, seppure i liquidatori e gli abitanti ucraini, hanno sempre goduto di riconoscimenti anche superiori, per alcuni versi alle altre Repubbliche per ovvi motivi oggettivi, In questi anni seguenti al golpe di EuroMaidan, e di “ritrovate democrazia e libertà”, le cose sono decisamente peggiorate e lo stato ucraino, spesso non adempie alle convenzioni relative alle vittime e ai liquidatori di Chernobyl. Lo attesta per esempio il fatto che l’Associazione vittime di Chernobyl  è continuamente in piazza, al fianco di tutte le proteste antigovernative a Kiev come nelle altre città ucraine per rivendicare e difendere i propri diritti. Gravi problematiche vi sono soprattutto nei Paesi baltici, in particolare in Estonia, dove 200 liquidatori, che lì vivono, da anni lottano per ottenere quei riconoscimenti a loro riconosciuti fino al 1991 dall’ex URSS , oggi negati perché nella nuova legislazione estone “democratizzata”, la Costituzione dell’Estonia, si afferma che lo Stato può solo fornire assistenza ai cittadini che sono “discendenti legali” di cittadini estoni residenti sul suo territorio nell’intervallo tra gli anni  1918-1940, in quanto non viene riconosciuta l’esistenza dell’Unione Sovietica e le sue leggi….

 Riconoscimenti ai liquidatoripartecipanti dell’incidente di Chernobyl

I primi riconoscimenti andarono ai dipendenti della stazione dell’incidente dell’unità di emergenza della centrale, civili e militari. Essi immediatamente furono impegnati nel scollegare apparecchi, nelle analisi dei detriti, nella rimozione di incendi di attrezzature e altri lavori svolti direttamente nella sala del reattore, nella sala turbine e in altri locali una. Il numero delle vittime dirette al momento dell’incidente fu di 31 persone, uno dei quali ucciso subito nell’esplosione, uno è morto subito dopo l’incidente per lesioni multiple, gli altri morti entro poche settimane dopo l’incidente da ustioni, radiazioni e malattie da radiazioni acute.

Tra i liquidatori un ruolo preponderante con costi altissimi lo ebbero soldati e ufficiali dell’Armata Rossa, così come 300 agenti della polizia di Kiev, tra i primi a giungere sui luoghi contaminati, oltre ai militari del presidio a guardia della zona intorno a Chernobyl; al personale medico e sanitario da tutta l’URSS; una immensa forza lavoro proveniente da tutte le Repubbliche sovietiche (compresi militari), che fu destinata alla decontaminazione e pulizia della zona prima della costruzione del sarcofago; lavoratori edili e il personale delle unità speciali militari-costruzione del Ministero, impiegati nella costruzione del sarcofago di cemento Shelter che ricoprì e blindò l’unità distrutta, un muro di protezione profondo 30 metri e una diga sul fiume Pripyat, oltre agli edifici abitativi dei liquidatori e dell’esercito. Minatori  che scavarono un tunnel di 136 metri sotto il reattore. Tra essi vi erano camionisti, esperti scientifici sovietici e personale del governo e dei Ministeri dell’Energia e della Salute in particolare.

In particolare i Vigili del fuoco sovietici pagarono un tributo di vite altissimo, oltre a distinguersi in atti eroici per arginare gli effetti della sciagura.

I primi 5 Eroi di Chernobyl che dettero la vita. Nella loro storia, al loro nome siano onorati e identificati  TUTTI gli eroi di Chernobyl!

Questi cinque liquidatori furono i primi a combattere l’incendio nella centrale nucleare, ricevettero  postumi la decorazione di “Eroe dell’Ucraina” e dell’”URSS”.

Nikolay Vashchuk, comandante dei Vigili del fuoco. Il suo reparto posò quantità di  manichette antincendio sul tetto della centrale nucleare. Operò ad alta quota in condizioni di altissimi livelli di radiazioni, temperatura e fumo. Grazie alla sua determinazione e del suo reparto, la diffusione del fuoco verso la terza unità di potenza fu rallentata e poi interrotta.

Vasily Ignatenko , anch’egli comandante. Fu tra i primi a scalare il tetto di un reattore in fiamme. Affrontò gli incendi in alta quota da 27 a 71,5 mt. Vasily fu portato fuori dal fuoco dai suoi compagni Nikolai Vashchuk, Nikolai Titenko e Vladimir Tishuru, dopo che perse conoscenza.

Alexander Lelechenko, vice capo del dipartimento elettrico della centrale nucleare. Dopo l’esplosione, proteggendo i più giovani elettricisti, egli stesso andò nella sala dell’elettrolisi tre volte. Se non avesse spento l’attrezzatura, la stazione sarebbe esplosa come una bomba all’idrogeno. Dopo aver ricevuto assistenza medica, corse nuovamente verso l’unità di potenza

Nikolay Titenok, pompiere. Non avendo idea di cosa lo aspettasse, arrivò, come i suoi compagni, in camicia, senza alcuna protezione dalle radiazioni. Pezzi di grafite radioattiva furono gettati via con semplici stivali e guanti di tela. A causa dell’alta temperatura, furono costretti anche a levarsi le maschere antigas già nei primi 10 minuti. Senza tale dedizione, l’emissione di radiazioni sarebbe molto più grande. Morì sul posto.

Vladimir Tishura, vigile del fuoco anziano. Era tra coloro che operarono nella sala del reattore dove c’era il livello massimo di radiazioni. Mezz’ora dopo, i primi vigili del fuoco furono colpiti. Cominciarono a mostrare vomito, “abbronzatura nucleare”, la pelle fu rimossa dalle mani. Ricevettero dosi di circa 1000-2000 μR / ora e più (la norma è fino a 25 μR).

 

 

I VIGILI del FUOCO sovietici…

Monumento ai Vigili del fuoco di Chernobyl. “A coloro che hanno salvato il mondo!”

Questo monumento si trova vicino alla caserma dei pompieri di Chernobyl, dalla quale, nella notte del 26 aprile 1986 partirono i primi Vigili del fuoco. Il monumento è molto modesto, realizzato e finanziato dai liquidatori stessi e con lo stesso calcestruzzo da cui è stato costruito il Sarcofago Shelter. Orgogliosa la dedica  “A coloro che hanno salvato il mondo“. Qualcuno ha scritto che è un po’ troppo enfatico, ma sono quelli che non sanno o non hanno sentito, che non sono stati toccati dalla tragedia del più terribile incidente causato dall’uomo sul pianeta…

Alcune righe specifiche devono essere dedicate al valore e alla eroica dedizione altruista dimostrate da questi uomini.

Esattamente sette minuti dopo l’allarme, i Vigili del fuoco sovietici dell’unità locale, arrivarono sul luogo dell’esplosione della centrale nucleare ed iniziarono la loro lotta mortale contro il fuoco. Il dipartimento locale ha immediatamente iniziato a posare manichette antincendio sul tetto della centrale nucleare, lavorando ad alta quota e sul fronte diretto dell’incendio, esponendosi così ai più alti livelli di radiazioni, temperatura e fumo. Fu solo grazie alla determinazione ed al coraggio dei vigili del fuoco che la diffusione del fuoco verso la terza unità di potenza fu limitata e poi impedita Erano comandati dal Maggiore del servizio interno Leonid Petrovich Telyatnikov. Accanto a lui, nella prima fila dei vigili del fuoco, c’erano i comandanti delle guardie dei vigili del fuoco e 23 luogotenenti del servizio interno della centrale, da veri comandanti dettero ordini chiari e risoluti, andando personalmente nei punti più pericolosi. Quei pochi uomini in attesa delle altre forze in arrivo, fecero una vera impresa, al prezzo della loro vita, rallentando il divampare del fuoco e salvando migliaia di altre vite umane. Ma la dose delle radiazioni ricevute fu molto alta. Quattro di essi morirono sul posto, mentre ai Luogotenenti Viktor Kibenk e Vladimir Pravik fu assegnato postumo al titolo di Eroi dell’Unione Sovietica.

Le loro azioni furono poi subito coordinate dal Tenente colonnello e capo del dipartimento operativo-tattico del Ministero degli Affari interni dell’URSS Vladimir Maksimchuk, giunto immediatamente da Mosca.

Dopo aver valutato la situazione, Maksimchuk scelse l’unico metodo corretto e possibile per affrontare il fuoco in quella situazione e i vigili del fuoco entrarono nella zona di pericolo in gruppi  di cinque persone, lavorando lì per non più di 10 minuti, e poi immediatamente rimpiazzati da un altro gruppo. Vladimir Mikhailovich stesso prese parte personalmente alla ricognizione sul luogo del fuoco, poi per quasi 12 ore non lasciò la prima linea del fuoco e, rinunciando alle sue ultime forze, essendosi esposto alle radiazioni, calcolò quale attacco di schiuma era necessario per spegnere le restanti sacche di fuoco. Le abili azioni di Maksimchuk salvarono più di trecento persone. Le tattiche da lui adottate in quel drammatico frangente per estinguere gli incendi negli impianti nucleari non erano mai state adottate in precedenza e in seguito divennero proprietà della comunità mondiale dei vigili del fuoco. Ma in quelle ore in prima linea con i suoi uomini, sprezzante della propria incolumità e vita, da vero comandante, Maximchuk ricevette una dose enorme di radiazioni, circa 700 roentgens. Con gravi ustioni da radiazioni sulle gambe e nel tratto respiratorio, fu portato all’ospedale dell’Esercito sovietico a Kiev, dove gli furono diagnosticati pochi anni di vita, subì diverse operazioni difficili, ma continuò a dirigere grandi operazioni di estinzione di grandi incendi in Russia. Nel 1989 fu colpito da un cancro alla tiroide e allo stomaco. Nel 1990, Vladimir Maksimchuk ottenne il titolo di “Maggiore Generale del Servizio Interno”, e nello stesso anno fu nominato Primo Vice Capo del Corpo dei vigili del fuoco del Ministero degli affari interni dell’URSS. Il 22 maggio 1993 morì.

Nel 2003, il decreto del Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha insignito Vladimir Mikhailovich Maksimchuk del titolo postumo di Eroe della Russia

Nel 1986, Leonid Telyatnikov lavorava come capo dei vigili del fuoco sovietici presso la centrale nucleare di Chernobyl. Nel giro di pochi minuti dopo l’esplosione, lui, insieme a una squadra di 29 vigili del fuoco, si precipitò sul luogo dell’esplosione. “…quando arrivammo sul posto, vidi le rovine, coperte da lampi di luci, che ricordavano i Bengala. Poi notammo un bagliore bluastro sulle rovine del quarto reattore e macchie di fuoco sugli edifici circostanti. Quel silenzio e le luci tremolanti provocarono in noi sensazioni terribili…” ha raccontato. Pur comprendendo tutto il pericolo, Telyatnikov e i suoi uomini si arrampicarono due volte sul tetto della sala macchine e il compartimento del reattore per estinguere l’incendio. Era il punto più alto e più pericoloso. Grazie a questa azione – il fuoco non si diffuse ai blocchi vicini e fu poi vinto. Leonid ricevette una dose di radiazioni di 520 rem, quasi mortale, ma sopravvisse. Nel settembre del 1986, il 37enne Telyatnikov ottenne il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica e fu insignito dell’Ordine di Lenin. Fu anche decorato con la Stella d’oro dell’eroe sovietico. Dopo i trattamento sanitari, continuò il suo servizio e divenne generale. Ma la malattia non si fermò. Morì nel dicembre 2004.

 

Putin: il messaggio di ringraziamento agli Eroi “liquidatori” di Chernobyl

https://www.notizienazionali.it/archivi/immagini/2016/C/Chernobyl-liquidator-Putin.jpg

Senza il loro lavoro ed eroismo le conseguenze dell’esplosione sarebbero state molto più dannose

Nella cerimonia in occasione dei trent’anni della tragedia di Chernobyl, il presidente russo ha ricordato e ringraziato coloro che intervennero e operarono subito dopo l’incidente nucleare.

“ Trent’anni fa, il 26 aprile 1986, la centrale nucleare di Chernobyl subì una dei  peggiori e più drammatici incidenti tecnologici della storia.
Chernobyl ha insegnato una lezione importante per il genere umano, con le sue ripercussioni e conseguenze che ancora si fanno aspramente sentire e che colpiscono la natura, l’ambiente e la salute umana. 
                      

Tuttavia, la portata di quella tragedia avrebbe potuto essere incommensurabilmente più grande, se non fosse stato per il coraggio e la dedizione senza precedenti dei Vigili del Fuoco, del personale militare, degli esperti e gli operatori sanitari e tutti coloro che hanno eseguito il loro dovere professionale e civico, con onore di cittadini.

Molti di loro hanno sacrificato la propria vita per salvare gli altri.

Per diritto conquistato sul campo della loro vita, consideriamo i soccorritori che hanno partecipato nell’intervento in questa terribile catastrofe, veri eroi e rendiamo omaggio  e onore alla sacra memoria di coloro che sono morti. Di fronte a coloro che hanno partecipato alla liquidazione e sono morti a causa dell’incidente, dobbiamo chinare il capo per onorare la loro memoria cara…

Dobbiamo apprezzare profondamente gli sforzi compiuti dai superstiti per sostenere le famiglie dei loro colleghi e compagni caduti e le loro attività pubbliche per non far cadere nell’oblio il loro sacrificio….

Essi hanno lottato coraggiosamente contro questo disastro, in eccezionali condizioni di difficoltà e rischi immensi per la loro propria via- Molti di loro l’hanno persa e oggi noi riconosciamo che ciò che voi avete fatto, i rischi che avete corso, le conseguenze patite per il vostro lavoro non sono ancora pienamente conosciute…

Io ho appena visto il documentario su questa tragedia dell’Accademico Legasov, che mi ha aiutato a capire cosa è realmente accaduto lì e così ho semplicemente capito che coloro che intervenivano lì non pensavano a sé stessi ma soltanto che il disastro doveva essere fermato a qualsiasi costo…e in quella estrema situazione il loro immenso senso di responsabilità ha salvato un gran numero di vite…Oggi ho l’onore di consegnarvi queste decorazioni di stato. Esse sono consegnate a voi come riconoscimento del vostro servizio all’umanità e ve le consegno con un grande senso di rispetto e gratitudine. Grazie e complimenti!”  –   V. Putin, 26 aprile 2016

Eroi di Chernobyl, onorati o dimenticati?

In queste foto e immagini ciascuno dotato di proprio intelletto e pensiero può rispondere da sé a questo interrogativo, subdolamente fatto filtrare da media “mainstream” occidentali.

 

In queste foto invece come si rappresenta la memoria storica perenne  per le nuove generazioni

 

Dopo Chernobyl, per i lavoratori, gli abitanti locali evacuati, i liquidatori e le loro famiglie fu fondata la nuova città di Slavutich.

L’audacia e il valore degli eroi, semplici uomini sovietici a Chernobyl, sarà per sempre, insieme ai pompieri sovietici, come esempio eterno di coraggio, professionalità e lealtà al loro dovere e al  proprio popolo.

A cura di Enrico Vigna, CIVG – agosto 2019

Preso da:  http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1583:chernobyl-eroi-dimenticati-e-traditi-o-una-nuova-campagna-antirussa-e-antisovietica2&catid=2:non-categorizzato

Quella nuova base degli Usa per sfidare la Russia nell’Artico

L’Artico ha rappresentato, durante la Guerra fredda, una lunghissima regione di confine tra due blocchi contrapposti, così come lo è stata l’Europa attraversata dalla Cortina di Ferro; a differenza di quest’ultima, però, la regione artica, col suo clima estremo, è sempre stata più una zona di passaggio: passaggio per i sottomarini atomici che potevano navigare agevolmente sotto la calotta polare, e passaggio per i bombardieri strategici e per i missili balistici intercontinentali.
Per questo durante tutto l’arco della contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, tra Nato e Patto di Varsavia, la regione artica, o meglio la sua periferia composta dalle terre emerse che vi rientrano, ha visto la nascita di basi per la sorveglianza radar – la famosa catena Dew Line americana ad esempio – e di altre installazioni militari come porti e aeroporti.
Questo confine, questo limes non meglio definito tra i più sorvegliati al mondo, fu gradatamente abbandonato a partire dal 1990 con il collasso del sistema sovietico: non essendoci più “un nemico” la sorveglianza fu ridotta al minimo, e da parte russa possiamo dire che fu praticamente abbandonata.

La riscoperta dell’Artico: tra rotte commerciali e sfruttamento minerario

Il riscaldamento globale che sta caratterizzando il clima terrestre ha portato ad una graduale riduzione della copertura dei ghiacci nell’Artico: il mare è il termometro principale che misura “la febbre” della Terra, ed il raffronto dei dati degli ultimi 40 anni ci dice che l’estensione stagionale del pack è arrivata ad un punto tale da permettere la navigazione marittima anche durante i mesi invernali attreverso quello che viene comunemente chiamato “Passaggio a Nord Est”, una rotta, ricercata sin dall’1700, che mette in comunicazione l’Atlantico col Pacifico passando per il Mar Glaciale Artico antistante la Siberia.
Non è questa la sede per discutere quanto di questo riscaldamento sia imputabile all’attività antropica: una parte della comunità scientifica, anche italiana, è fortemente dubbiosa in merito come riportato da Roberto Vivaldelli in un recente articolo. Quello che è certo, il dato di fatto, è che il pianeta si è riscaldato e che porzioni di mare (o di terra) un tempo inaccessibili perché perennemente ricoperte dai ghiacci ora non lo sono più, aprendo la strada al loro possibile sfruttamento economico, minerario, militare.
La Russia da questo punto di vista parte sicuramente in vantaggio: il suo confine nord, lungo più di 11mila chilometri, si affaccia proprio sulla regione artica, anzi ne fa parte quasi interamente, pertanto la maggiore accessibilità ai mari e a quei territori un tempo perennemente ghiacciato ha liberato non solo una nuova arteria per il commercio marittimo, il “Passaggio a Nord Est” già citato e noto come “Rotta Nord” in Russia, ma anche un immenso serbatoio di risorse minerarie da sfruttare.
Non è infatti un caso che, da più di un decennio, siano cominciate le diatribe sulla sovranità della piattaforma continentale artica che vedono coinvolti, oltre alla Russia, Stati Uniti, Canada, Norvegia, Danimarca, Islanda. Nella piattaforma continentale artica, ovvero la porzione di crosta terrestre sommersa e che poi si inabissa precipitando verso i più alti fondali oceanici delle piane abissali, sono custodite immense risorse minerarie: non solo idrocarburi, ma anche noduli di manganese e altri metalli preziosi.
Mosca pertanto da qualche anno ha iniziato a “riaprire” le sue vecchie basi artiche e a costruirne di nuove tornando a rimilitarizzare l’area per avere un controllo strategico sia sulle risorse minerarie – e sulle rivendicazioni territoriali – sia sulle rotte est-ovest che passano dall’ormai (quasi sempre) navigabile Mar Glaciale Artico.

Mosca blinda l’Artico

90 miliardi di barili di petrolio, 44 miliardi di barili di condensati e la cifra astronomica di 47mila miliardi di metri cubi di gas naturale. Queste sono le stime fornite dall’Usgs, il servizio geologico degli Stati Uniti, nel lontano 2008, delle riserve di idrocarburi in tutta la regione; una regione enorme, il cui offshore,, calcolato sino alla profondità massima dei 200 metri, misura 1.191.000 km quadrati, quasi 4 volte la superficie totale dell’Italia per intenderci.
La Russia pertanto, in forza della sua nuova dottrina militare strategica, sta letteralmente blindando l’Artico per poter proteggere queste enormi riserve minerarie.
La “Nuova Dottrina Navale della Federazione Russa”, risalente al 2010 ma aggiornata nel 2015, ha previsto infatti la creazione di un comando interforze per l’Artico: al momento questo comando dispone di due brigate motorizzate (la 200esima e la 80esima dislocate a Pechenga e Alakurtii) che sono adibite al supporto delle attività di ricerca che i russi stanno effettuando nell’area. A queste due brigate di fanteria, i cui elementi però provengono dagli Specnaz, si aggiungono varie unità aeree e sistemi di difesa antiaerei basati a terra che, unitamente alle unità navali della Flotta del Nord, attivano una bolla A2/AD quasi pari a quelle viste in Siria, Crimea o Kaliningrad. Oltre a questo, ovviamente, c’è stata una implementazione dei sistemi di sorveglianza, monitoraggio, tracciamento dei bersagli a medio, lungo e lunghissimo raggio. Tutte queste unità sono poste sotto il nuovo comando interforze creato a Severomorsk che ha assorbito interamente le funzioni di comando della Flotta del Nord e della Prima Divisione Difesa Aerea.
Da questo comando dipende quindi il totale controllo delle attività militari e di ricerca nella zona dell’Artico. In dettaglio dispone di: 120 velivoli tra ala fissa e rotante suddivisi in 6 reggimenti e uno squadrone (dotati di Su-33, Su-25, Mig-29K, Mig-31, Su-24, Tu-22M più vari elicotteri e aerei da trasporto), 4 reggimenti missilistici antiaerei (tutti dotati dei moderni sistemi S-400 Triumf), 4 reggimenti EW/SIGINT, la totalità del naviglio in forza alla Flotta del Nord, la più importante della Russia (41 sommergibili e due divisioni di navi di superficie con comando a Poljarniy).
Ovviamente questo nuovo dispiegamento di forze ha creato investimenti in infrastrutture. La Russia. infatti. negli ultimi quattro anni ha svolto enormi interventi per la creazione di nuove strutture e per il ripristino di quelle vecchie. Oltre alla riattivazione di 13 piste che sono diventate operative nel 2018, sono state costruite nuove infrastrutture per permettere la presenza costante, a rotazione, delle truppe della Task Force Artica divisa tra il Mar di Barents, quello di Kara e di Laptev, oltre a tutta una serie di installazioni minori che corrono da Murmansk sino alle Curili.
I centri nevralgici però sono siti nelle isole della Novaya ZemljaKotelny e Zemlja Aleksandry dove è stato costruito il nuovo complesso chiamato “Trifoglio Artico” in grado di accogliere 150 uomini in modo permanente e con una nuovissima pista di atterraggio già divenuta operativa che vedrà anche arrivare il sistema S-300 a integrazione del già presente sistema a corto raggio Pantsir-S1. Sull’isola di Kotelny invece è sito il complesso “Severny Klever” in grado di ospitare 250 uomini e sede dalla Task Force Artica, anche questo dotato di pista di atterraggio e sistemi di difesa antiaerea come quelli presenti a Zemlja Aleksandry. Le due brigate artiche ( forti di 9mila uomini) hanno in dotazione, oltre a vari mezzi cingolati tipo MT-LB/B, un totale di 71 carri tra T-72B3 e T-80 oltre a vari veicoli su ruota tipo BTR-80 e, ovviamente, agli eccellenti sistemi antiaerei tipo ZSU-23.

La risposta Usa: polar pivot?

Washington, sebbene molto di recente – e capiremo perché più avanti – sembra essersi decisa a rispondere a questo spiegamento di forze dettato dalla volontà di Mosca di sfruttare la regione Artica a proprio vantaggio facendone una sorta di “giardino di casa”.
Il 2020 National Defense Authorization Act che è emerso dalla recente commissione senatoriale sui servizi armati, ha dato indicazioni al Segretario della Difesa di costituire una “task force” col il Capo di Stato Maggiore, il Genio dell’Esercito e la Guardia Costiera che individui dei potenziali siti per la costruzione di almeno un porto militare nella zona dell’Artico di competenza americana.
Il Congresso Usa, infatti, come riporta Defense News, sembra molto preoccupato per lo scioglimento dei ghiacci del Polo Nord e la conseguente fervente attività militare e commerciale che abbiamo già evidenziato. In particolare si lamenta la carenza non solo di infrastrutture atte a sostenere logisticamente il naviglio militare Usa, ma anche la stessa carenza di mezzi speciali come le navi rompighiaccio: gli Stati Uniti ne dispongono solo due, di cui una usata praticamente per fornire pezzi di ricambio, a fronte della dozzina – di cui alcuni a propulsione atomica – posseduti dalla Russia.
L’opinione degli esperti americani, ancora una volta, è divisa non solo sulla possibile localizzazione del nuovo porto militare – alcuni lo vorrebbero a Nome, altri più a nord nella baia di Prudhoe, ma anche sulla reale necessità di contrastare la presenza russa nell’Artico con nuove infrastrutture.
Per alcuni impegnare le risorse per costruire una base ex novo nel Grande Nord sarebbe uno spreco di soldi: la base sarebbe poco sfruttabile a causa delle condizioni meteo avverse e per lo scioglimento del permafrost durante la stagione estiva, che trasforma il terreno in un pantano, pertanto consigliano, semmai, l’adeguamento delle infrastrutture di Nome, un piccolo insediamento nel Mare di Bering non lontano dalle coste della Russia.
Secondariamente la stessa geografia, diversa tra Russia e Usa, della regione Artica impone una riflessione più accurata: al contrario della Russia, che come abbiamo visto ha più di 11 mila chilometri di costa continua sul Mar Glaciale Artico, gli Stati Uniti ne condividono solo una piccola frazione, in quanto la maggior parte appartiene al Canada, pertanto militarizzare l’Artico così come stanno facendo i russi sarebbe solo uno spreco di soldi e di risorse: la vulnerabilità di quella frontiera, per gli Stati Uniti, sarebbe un “non problema” al contrario di quanto pensano a Mosca.
Altri invece ritengono che una politica di militarizzazione spinta dell’Artico americano costringa la Russia in uno scenario “da Guerra Fredda” ovvero incastrandola in un meccanismo di simmetria della minaccia: investire risorse in un fronte, se pur secondario, come l’Artico, costringerebbe Mosca a impegnarne di più per mantenere il predominio, distogliendo così soldi, uomini e mezzi da altri fronti importanti, come quello europeo o mediorientale. Una sorta di strategia delle “Guerre Stellari” degli anni ’80 rivisitata e corretta per adattarsi al quadro tattico attuale; strategia che, allora, fu una concausa del collasso del sistema sovietico.
Una base di certo non significa una corsa all’Artico, almeno non allo stesso livello di quella russa, ma il solo fatto che il Congresso si stia finalmente chiedendo come fare per arginare la presenza di Mosca in quel fondamentale scacchiere globale lascia presagire che il Pentagono potrebbe richiedere all’esecutivo maggiori fondi da destinare al pattugliamento e al rinforzo della, se pur piccola in confronto a quella russa, frontiera nord statunitense.

Preso da: https://it.insideover.com/guerra/quella-nuova-base-degli-usa-per-sfidare-la-russia-nellartico.html