CHI VOLEVA LA MORTE DI GHEDDAFI?

14/6/2013

Chi voleva Gheddafi morto? Noi, cioè la Nato, ovvero l’aggregazione dei Paesi democratici che esporta la libertà e la civiltà coi bombardamenti e le esecuzioni mirate. Portatori di droni di pace in ogni angolo del pianeta.
L’Italia, che fino al primo raid, in quel fatidico marzo del 2011, era stata amica e partner della Libia, in un interessante quadrangolare geopolitico nel mediterraneo, con Russia ed Algeria (e in un secondo momento anche la Turchia, interessata al progetto di gasdotto South Stream, di cui Roma era titolare con una partecipazione maggioritaria) si schierò con francesi, inglesi ed americani (in ordine inverso di aggressività) per eliminare il dittatore.
Perché lo fece avendo tutto da perdere e niente guadagnare?  Perché rimettere in discussione i profittevoli accordi e la strategia vincente, tanto commerciale che diplomatica, concordata col leader arabo-africano, peraltro, dopo aver ammesso le proprie responsabilità coloniali risarcendo i libici?

Il governo italiano, che inizialmente provò almeno a restare fuori dalla guerra, proprio per il rispetto dei patti stretti con Tripoli, all’improvvisò si schierò per l’intervento attivo. Berlusconi non era affatto contento ma i suoi ministri degli esteri e della difesa, dapprima dichiaratisi apertamente contro la soluzione militare perché loro stessi pienamente coinvolti nell’imbastitura di entente con Gheddafi, mutarono atteggiamento. A parere di Umberto Bossi, membro di quel gabinetto, fu il Presidente della Repubblica a fare pressione sugli uomini dell’esecutivo che parlarono, senza mettere B. al corrente, coi vertici della Nato. C’è da crederci se si pensa che oggi Franco Frattini è candidato alla segreteria dell’Organizzazione del trattato Nord Atlantico e che La Russa, dopo aver sostenuto il mero appoggio logistico alla coalizione, fece lanciare ordigni sul territorio libico (secondi solo alla Francia per quantità di missioni e di sganciamenti)  tentando di nasconderlo alla pubblica opinione.
Adesso, il Fatto quotidiano ritiene, avendone ricevuto da notizia da ambienti diplomatici e d’intelligence, che B. avesse chiesto ai servizi di uccidere Gheddafi per timore che questi rivelasse fatti compromettenti. In realtà, sempre a detta di Bossi, B. aveva paura che le barbe finte del colonnello si mettessero sulle sue tracce per l’infame voltafaccia. Ma con l’escalation del conflitto e le difficoltà del Rais, sempre più isolato internazionalmente, con Russia e Cina che non opposero il veto allo stabilimento della No Fly zone,  questa eventualità risultava piuttosto remota.
Più di chiunque altro, a voler Gheddafi fuori dai giochi, erano gli stessi che lo avevano sdoganato, molto prima dei governi italiani, e che si erano sentiti traditi per i business perduti, a favore di russi e connazionali. Fu George Bush ad abolire, nel 2003, alcune sanzioni decretate da Ronald Reagan, perché così vollero le multinazionali petrolifere americane. Qualche anno dopo, nel 2006, Tripoli sparì anche dalla black list dei rogue state. Nel 2009 la Gran Bretagna restituisce  Abdel Basset al-Megrahi, l’ “eroe” Lockerbie  a Gheddafi che reclamava un segno di amicizia per favorire gli appalti petroliferi della Bp, la quale si lamentava di essere stata danneggiata dalla concorrenza di altre società estere. Infine, il presidente francese Sarkozy, il vero “nanonapoleone” della campagna di Libia,  accreditatosi agli occhi del mondo come il nemico più acerrimo del satrapo della Jamaria. Costui era quello che più di tutti aveva qualcosa da far dimenticare, i finanziamenti del Colonnello alla sua corsa alla presidenza. Furono i rafale francesi ad intercettare il convoglio governativo che scappava attraverso il deserto e a colpirlo ripetutamente. Gheddafi fu preso dai mercenari ribelli che lo torturarono, poi una manina compassionevole, o, forse, fin troppo lesta ad eseguire gli ordini superiori (francesi) premette il grilletto in nome e per conto dell’inquilino dell’Eliseo.
Questi gli eventi. B. non ha mai controllato la Sicurezza nostrana per avanzare richieste così ardite, come l’annichilimento di un leader straniero, tanto che il suo sport più sgradito era farsi fotografare in tutte le pose, presso la sua villa in Sardegna, con gli 007 distratti dal mare e dal sole. Forse, ad un certo punto, anche lui si è augurato la morte di Gheddafi ma non ha mai voluto che il nostro paese s’infilasse in quel meschino conflitto nel quale danneggiavamo la quarta sponda del Belpaese. Questa resterà la macchia più grande sulla sua carriera politica, perché la Storia perdona le scappatelle ma non le fughe vigliacche di fronte alle responsabilità epocali.

Preso da: http://www.conflittiestrategie.it/chi-voleva-la-morte-di-gheddafi

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Ecco perchè i padroni del mondo hanno bisogno di una guerra per”resettarci”e dominarci

30 novembre 2016

L’elite finanziaria globalista ha bisogno di creare e finanziare guerre per affermare il proprio dominio globale, infatti l’ISIS (il califfato islamico) è stato creato e finanziato dai servizi segreti USA e isreaeliani, per poi poter adottare misure repressive e militari, per invadere paesi liberi e sovrani. Queste tecniche sono conosciute come problema-reazione-soluzione o tesi-antitesi-sintesi, usate da sempre dal potere elitario per sottomettere i popoli, sono sempre la stessa cricca ebrea, che tramite la finanza usuraia mondialista gestisce e crea guerre, finte rivoluzioni e ogni tipo di sovversioni contro gli stati presi di mira, perchè non allineati ai loro piani. Sempre gli stessi hanno creato la 1 e la 2 guerra mondiale, e ora gli serve la 3 guerra mondiale contro sicuramente contro la Cina e la Russia, affinche le nazioni si distruggano a vicenda, e poi stremate si sottomettano al nuovo ordine mondiale ebraico, come descritto nei protocolli dei savi di sion,una tirannia globale che portera l’umanità alla totale schiavitù.
(Fonte: canale you tube “white wolf revolution”).

….e c’è da capire la sudditanza dei nostri politici ad avvallare qualsiasi processo politico ed economico del nuovo ordine mondiale, sperando in un posto sull’arca. Dinamiche i cui sviluppi evolgono e deviano giorno per giorno, resta il fatto che esiste un programma di riduzione della popolazione mondiale, del quale le voci si fanno sempre più insistenti.

Fonte : http://www.lonesto.it/?p=9061

Originale con 2 video: http://www.complottisti.com/perche-padroni-del-mondo-bisogno-guerra-perresettarcie-dominar/

La guerra infinita del Medio Oriente. Il caos come ultimo ordine possibile

Il caos totale avanza in Medio Oriente. E sarà un caos stabile, con periodi di forte tensione seguiti da tempi di improvvisa traquillità. E’ questa l’unica pace possibile per quelle terre?

BAGHDAD – Il caos totale avanza in Medio Oriente. Sarà, però, un caos stabile, in cui a periodi di forte tensione bellica seguiranno improvvisi tempi di tranquillità, e poi ancora guerra e calma. Per un periodo molto lungo, probabilmente anni.
La battaglia di Mosul e il dopo che nessuno vuole governare
La caduta di Mosul, ormai prossima, potrebbe innescare una pesante crisi diplomatica, e non solo, tra l’Iraq e la Turchia. I guerriglieri dell’Isis stanno per capitolare, peraltro senza aver opposto una dura resistenza: situazione che mette in evidenza come in questi anni gli sia stato lasciato campo libero. Chi gli ha permesso di governare indisturbati, vista l’evidente incapacità militare che stanno dimostrando? Almeno questo è ciò che traspare in queste ore, che vedono un’evoluzione sul campo molto veloce. L’aviazione statunitense sta bombardando duramente la città – oltre tremila ordigni sono stati sganciati – e i miliziani indietreggiano sempre più, chiudendosi nel centro storico. Dove potrebbero alzare il livello dello scontro con tecniche di guerriglia, anche sporche. Scenario scontato, quasi da copione.

I dubbi sul futuro di Mosul
Intorno a Mosul, e intorno al suo futuro, rimangono invece molti dubbi. Perché non è chiaro quale ruolo la Turchia stia giocando in questa guerra, come non è chiaro cosa voglia e con chi si stia coordinando. Il presidente Erdgann, come noto, ha più volte sostenuto che Mosul è un territorio perduto dell’ex impero ottomano, facendo così intendere che sulla seconda città più importante dell’Iraq ha delle mire precise. Il suo scopo è quello di contenere la spinta indipendentista kurda e prendere possesso dei ricchi giacimenti petroliferi della zona. E così, più la guerra prosegue, più i piani turchi potrebbero concretizzarsi. Per questa ragione, probabilmente, l’avanzata verso il cuore della città, e la radicale bonifica dei jihadisti che in esso ancora si rifugiano, procedono molto più rapidi di quanto preventivato. Il governo iracheno, con il prezioso alleato peshmerga, non vuole lasciare alcuno spazio di manovra all’esercito turco che sta ammassano uomini e mezzi poco al di là del confine con la Siria. Ma paradossalmente – situazione non nuova in questi territori – i miliziani potrebbero essere sostenuti proprio dai turchi, interessati al perdurare della battaglia che potrebbe portarli a dire il fatidico «interveniamo anche noi per risolvere la situazione». Una condizione fantapolitica, ma il medio oriente, come affonda la sua storia nel doppio gioco dei suoi governanti.
Turchia mina vagante
Il ministro turco della difesa, Fikri Isik, ha detto chiaramente che Ankara mantiene a Bashiqa, 35 km da Mosul, un folto avamposto militare sempre pronto ad intervenire. Condizione che fa infuriare il governo di Baghdad, ma non fa indietreggiare di un passo le truppe turche. Oltre mille miliziani sunniti delle Forze di mobilitazione nazionale (Hashid al Watani) sono pronti per marciare su Mosul. La ragione ufficiale che verrebbe utilizzata è classica: proteggere i civili sunniti, nonché i turcomanni, da possibili aggressioni delle milizie sciite delle Unità di mobilitazione popolare. L’esercito iracheno oggi è composto prettamente da soldati di fede sciita, che hanno rimpiazzato i sunniti del tempo di Saddam Hussein. Senza dimenticare i peshmerga. Non solo: la Turchia sostiene che l’avanzata, coperta e integrata anche da truppe iraniane, potrebbe raggiungere la Siria e agganciare l’assedio di Aleppo. Alterando un equilibrio che deve rimanere tale ancora per molto tempo. Nonostante i buoni rapporti che intercorrono tra la Turchia e il governo autonomo del Kurdistan, dovuti alla comune visione anti Pkk, i kurdi iracheni rimangono sospettosi sulle reali intenzioni del presidente Erdgan.
Russia e Turchia, quale alleanza?
Il «problema» sul terreno rimane sempre la presenza della Russia di Putin. Alleata della Turchia e alleata della Siria. Ma il Paese di Erdogan un tempo nemmeno troppo lontano sosteneva l’Isis. Quanto è probabile che la Turchia stia facendo il doppio gioco? Probabilmente, al termine degli assedi di Mosul e Aleppo avanzerà sul Nord della Siria e la occuperà militarmente. Sarà la contropartita per aver cessato di rifornire l’Isis di dollari e armi, nonché per aver chiuso un patto di non aggressione con la Russia di Putin? La Russia lascerà fare, facendo pagare ad Assad questo prezzo? Sarebbe il primo passo verso la ricostruzione dell’Impero ottomano, crollato al termine della prima guerra mondiale. Ma se l’avanzata turca sul Nord della Siria può ottenere un temporaneo il via libera russo,  questo non sarà possibile da parte dell’Iran, che pretende la totale integrità siriana. Per ragioni energetiche, dato che l’oleodotto che proviene dalla Persia per giungere allo sbocco sul mar Mediterraneo necessita di integrità territoriale.
Si sta quindi costituendo il califfato degli sciiti?
Da sempre oppressi, oggetto di repressione, gli sciiti stanno costituendo un immenso Stato che va dal Golfo Persico al mar Mediterraneo? La Siria rappresenta un’eccezione, perché la popolazione è prevalentemente sunnita ma l’èlite e sciita. Si tratterebbe quindi di un territorio immenso, avente come capitale Teheran. Questa situazione non può avverarsi ovviamente. Significherebbe portare il petrolio dell’Iran, nonché dall’Iraq ad esso politicamente e culturalmente vicino, in Europa senza passare dal canale di Suez. Non solo: si tratterebbe di portare un esercito molto forte direttamente al confine con Israele. Condizione inaccettabile sia per lo Stato ebraico che per gli Stati Uniti e la comunità internazionale.
La guerra infinita è l’unica pace possibile?
Solo guardando in prospettiva si può capire perché la guerra in Medio Oriente non finirà nel breve tempo, e probabilmente nemmeno nel lungo periodo. Perché ogni scenario successivo è ben peggiore di quello attuale. Gli Stati Uniti, quando decisero di invadere l’Iraq probabilmente non immaginavano quale disastro stavano costruendo. Una guerra a bassa intensità, come quella attuale, ha molteplici «vantaggi»: rende ancora competitivo sul  mercato il petrolio saudita, mantiene il potere geopolitico dell’Egitto grazie al canale di Suez, per altro di fresco raddoppio, mantiene la sicurezza di Israele, mantiene impegnata le forze armate della Russia, contiene le mire espansionistiche turche. E’ la «guerra infinita» di cui parlava George Bush, probabilmente la locuzione più incompresa della storia.

Preso da: http://esteri.diariodelweb.it/esteri/articolo/?nid=20161103_395072

Onu, la grande ipocrisia: l’Arabia Saudita nel Consiglio dei Diritti Umani( nel 2016), la Russia esclusa

Se Mosca ha perso il suo seggio al Consiglio dei Diritti Umani Onu, chi non si scolla dalla poltrona è l’Arabia Saudita. Che nel 2015 ha battuto il record di esecuzioni, e continua a bombardare lo Yemen
Perché l'Arabia Saudita è nel Consiglio dei Diritti Umani Onu? (© )
Perché l’Arabia Saudita è nel Consiglio dei Diritti Umani Onu? (© )
NEW YORK – Che la storia delle Nazioni Unite sia costellata di ambiguità e decisioni controverse non è affatto una novità. Ma il culmine del paradosso lo si raggiunge dando uno sguardo alla composizione del Consiglio Onu per i Diritti Umani. Che il 28 ottobre scorso ha «rinnovato» il suo aspetto, assegnando i 147 seggi disponibili eletti a scrutinio segreto. Ebbene, oggi nel Consiglio vediamo seduti due Paesi come l’Arabia Saudita e l’Egitto. Grande esclusa, invece, la Russia, bersagliata da mesi per il suo controverso intervento in Siria a fianco di Bashar al Assad.

Arabia Saudita nel 2016 ai vertici del Consiglio
Quanto all’Egitto, la sua elezione nel Consiglio ha fatto parecchio scalpore, soprattutto nel Belpaese. Perché il caso Regeni, caso sul quale ancora non si è fatta luce a causa dell’omertà del Cairo, è vivido nella memoria degli italiani tutti. Se possibile ancora più stupefacente la presenza dell’Arabia Saudita, il cui ambasciatore, Faisal bin Hassan Trad, è stato addirittura nominato a capo dello stesso Consiglio per l’anno 2016. Una decisione, presa nel settembre 2015, molto criticata dagli attivisti, visto che era appena stato condannato a morte il 20enne Ali Mohammed Al Nimr, arrestato a soli 17 anni per aver partecipato a una manifestazione contro il regno saudita. Senza contare che Riad era ed è attualmente impegnata, nel silenzio della comunità internazionale, a bombardare lo Yemen, causando migliaia di vittime.
Il record delle esecuzioni nel mondo
Il curriculum dell’Arabia Saudita parla da solo. I sauditi detengono il triste record delle esecuzioni nel mondo: sono centinaia i condannati uccisi dalla spada dei boia di Riad negli ultimi dieci anni. Dal 2011 le esecuzioni sono tornate a registrare numeri intorno al centinaio ogni anno, trend che non accenna a invertirsi: e il 2015 è stato l’anno che ha fatto segnare il maggior numero di esecuzioni dal 1995. Tra agosto 2014 e giugno 2015 sono state messe a morte almeno 175 persone, una media di un’esecuzione ogni due giorni.
Alla faccia dei diritti umani
Lapidazione, impiccagione e, soprattutto, decapitazione in pubblico sono le tecniche di esecuzione previste dalle leggi saudite. E tra i reati punibili con la pena di morte ci sono, oltre all’omicidio, anche adulterio, sodomia e omosessualità. Un’altra categoria a rischio è quella dei lavoratori provenienti dai Paesi più poveri dell’Asia Centrale e del sud-est asiatico, ridotti in schiavitù, costretti a lavorare in condizioni inumane, senza diritti, garanzie, privati di cibo e acqua e vittime di violenze. Anche per le donne, il cui processo di emancipazione procede decisamente a rilento, le discriminazioni di genere rimangono molto forti: possono studiare e laurearsi, ma spesso l’ostacolo più grande si ha al momento dell’accesso al lavoro. Ci sono donne che ricoprono anche incarichi di alto livello all’interno delle aziende del Paese, ma generalmente appartengono a un élite sociale ed economica.
Amici dei terroristi
Senza contare il supporto operativo ed economico che le petromonarchie del Golfo Persico forniscono al terrorismo che distrugge il Medio Oriente e minaccia l’Occidente (ASCOLTA ANCHE «Terrorismo, ‘Occidente complice perché è migliore amico dei migliori amici dei terroristi’»). Nonostante tutto questo, Riad rimane uno dei «migliori amici» dell’Occidente nella regione, e continua a essere foraggiata di armi dalle civili democrazie dell’Ovest (tra cui anche dall’Italia: LEGGI ANCHE: «Quelle bombe italiane all’Arabia Saudita, su cui indaga la procura di Brescia»). E soprattutto, conserva il suo seggio dorato nel Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, uno Stato che viola sistematicamente i diritti umani in patria e all’estero.
L’appello di Amnesty e di Human Rights Watch
Proprio per questo motivo, lo scorso giugno Amnesty International e Human Rights Watch hanno chiesto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di sospendere l’Arabia Saudita dal Consiglio dei Diritti Umani «fino a quando non cesserà gli attacchi illegali condotti nello Yemen dalla coalizione di cui è alla guida e tali attacchi non saranno oggetto di indagini credibili e imparziali». Secondo le due organizzazioni, Riad, nello scenario yemenita, si è macchiata di orribili crimini di guerra. «Le ampie prove disponibili sui crimini di guerra commessi dalla coalizione a guida saudita nello Yemen avrebbero dovuto essere indagate dal Consiglio dei diritti umani. Invece, l’Arabia Saudita ha sfruttato cinicamente la sua posizione all’interno dell’organismo per impedire una risoluzione che avrebbe avviato un’indagine internazionale e per far approvare un’inutile risoluzione per l’istituzione di una commissione d’inchiesta yemenita: commissione che, nove mesi dopo, non ha fatto nulla per indagare sulle denunce di crimini di guerra e altre gravi volazioni dei diritti umani», ha sottolineato Richard Bennet, direttore dell’ufficio di Amnesty International presso le Nazioni Unite.
Le pressioni di Riad
Ma come ha potuto l’Arabia Saudita mantenere il proprio ruolo nel Consiglio nonostante le evidenti e macroscopiche violazioni degli standard sui diritti umani? Semplice: facendo pressioni. Perchè Riad ha più volte evitato di essere chiamata a rispondere del suo operato, premendo sulle Nazioni Unite affinché la coalizione a guida saudita impegnata nel conflitto dello Yemen venisse tolta dall’elenco degli Stati e dei gruppi armati che nel 2015 hanno violato i diritti dei bambini nei conflitti armati. Per ottenere questo risultato, l’Arabia Saudita ha minacciato di ritirarsi dalle Nazioni Unite, di cessare di finanziare i progetti umanitari e di portare su queste posizioni i Paesi amici. E nonostante le numerose prove a disposizione sui crimini di guerra, i principali alleati dell’Arabia Saudita, tra cui Stati Uniti, Regno Unito e Italia, non hanno smesso di inviare armi da usare nello Yemen.
Il metodo di assegnazione dei seggi: Riad non aveva competitor, la Russia sì
Chi invece al Consiglio dei Diritti Umani non conserva più il suo seggio è la Russia. Che l’Occidente – impassibile davanti alla condotta dell’Arabia Saudita – ha spesso accusato platealmente di crimini di guerra in Siria, accuse sempre respinte da Mosca. I media russi hanno molto criticato tale decisione, inquadrandola nella «mania antirussa» degli ultimi tempi. C’è da dire che la stessa modalità in cui vengono assegnati i seggi è piuttosto controversa, ed è una delle ragioni per cui Riad è riuscita ad ottenerne uno mentre Mosca no. Perché l’assegnazione viene gestita sulla base di cinque gruppi regionali. Quest’anno, per quello asiatico c’erano 4 candidati per i 4 posti disponibili, conquistati quindi a mani basse da Arabia Saudita, Cina, Giappone e Iraq. Quanto al gruppo dell’Est Europa, Croazia, Russia e Ungheria si sono contesi i due posti disponibili. La Russia è rimasta esclusa.
La grande ipocrisia
Ora, se a seguito dell’intervento siriano per qualcuno sarà anche comprensibile l’esclusione della Russia (ma tanto ci sarebbe da dire sulle stesse civili democrazie occidentali), la presenza dell’Arabia Saudita rimane ad ogni modo inconcepibile. E rende evidente come tale meccanismo di assegnazione concorra a creare storture e a minare l’integrità di un organismo come il Consiglio dei Diritti Umani, dove i seggi dovrebbero essere assegnati innanzitutto sulla base del comportamento dei singoli candidati. Invece, gli Stati che conquistano il proprio seggio senza competizione – come accaduto per Riad – finiscono per non essere scrutinati in base al proprio curriculum. Secondo Human Rights Watch, ogni candidato dovrebbe guadagnarsi il proprio posto, indipendentemente da accordi dietro le quinte e equilibri prettamente numerici. Perché il fatto che il grande amico dell’Occidente Riad sieda in un organismo preposto alla tutela dei diritti umani (e ne sia stata anche ai vertici) è una insostenibile e inaccettabile ipocrisia.

Preso da: http://esteri.diariodelweb.it/esteri/articolo/?nid=20161104_395177

Lo strano parco macchine dell’Isis

24 ottobre 2016

toyota788«Raid e bombe americane su Mosul». Così il titolo di un articolo di Alberto Stabile sulla Stampa del 24 ottobre fotografa l’avanzata della coalizione anti-Isis a Mosul. Nell’articolo, Stabile dettaglia che sono entrati in azione gli F 16 dell’U.s. Air force, i quali stanno bersagliando la zona d’attacco per aprire la strada alle truppe di terra.

Nello stesso articolo si ripete la nota quanto tragica situazione dei civili, che l’Isis tiene in ostaggio. Mentre in altro articolo, stavolta di Paolo Mieli sul Corriere della Sera dello stesso giorno, si riferisce dei festeggiamenti della popolazione civile perché finalmente, dopo due anni, qualcuno attacca i terroristi che li opprimono.

Le stesse cose avvengono in Aleppo: i siriani festeggiano quando dei quartieri sono strappati al Terrore, e salutano con sollievo l’offensiva del governo contro le zone ancora occupate. Non solo, anche in Aleppo Est i civili sono ostaggio delle milizie jihadiste guidate da al Nusra (al Qaeda), le quali controllano questa parte della città. Tanto che i corridoi umanitari lasciati aperti da Damasco per consentir loro di fuggire non hanno avuto alcun esito: nessuno li ha utilizzati. Gli jihadisti lo impediscono, come a Mosul.

Eppure i bombardamenti russi e siriani, a differenza di quelli americani, sono cattivi. Questa la narrazione ufficiale, alquanto bizzarra.
Non siamo fan delle bombe, né delle guerre. E sappiamo bene che questa guerra potrebbe finire senza altro spargimento di sangue: basterebbe lasciare gli jihadisti senza soldi, ché senza pecunia non si comprano armi e munizioni, né si pagano i tanti costosi mercenari assoldati dalle Agenzie del Terrore in tutto il mondo.

Tagliati i fondi, anche le varie Agenzie del Terrore sarebbero costrette a chiudere i battenti, a Mosul come ad Aleppo come nel resto del mondo.
Ma evidentemente è rimasto lettera morta il suggerimento di John Potesta all’allora Segretario di Stato (e sembra futuro presidente Usa) Hillary Clinton di far «pressioni sui governi di Qatar e Arabia Saudita, che stanno fornendo supporto finanziario e logistico clandestino all’ISIL [Isis ndr.] e ad altri gruppi sunniti radicali nella regione» (mail rivelata da wikileaks; sul punto vedi nota precedente).

Significativo anche l’accenno agli altri «gruppi radicali sunniti» della mail, che indica come gli stessi ambiti che sostengono l’Isis supportano, ovviamente allo stesso scopo, anche i miliziani di Aleppo Est, beneamini dell’Occidente.

Tale sostegno si realizza in tanti modi: a parte le armi e le munizioni, ci sono gli aiuti di natura umanitaria e sanitaria (i gruppi terroristi godono di servizi sanitari di altissimo livello, assicurati loro da diverse ong internazionali che operano sul loro territorio in cambio del placet all’assistenza dei civili). E altro.

Su un piccolo aspetto di tale ausilio ha fatto chiarezza la Toyota. Interpellata da russi e siriani sui veicoli forniti all’Isis, la casa automobilistica giapponese ha svolto una indagine interna i cui risultati sono poi stati comunicati agli interessati: in effetti «migliaia di veicoli Toyota» sono finiti nelle mani dell’Isis.

Giunti loro tramite queste vie: 22.500 veicoli sono stati acquistati da una società dell’Arabia Saudita; 32.000 sono stati acquistati dal Qatar; 4.500 sono pervenuti all’Isis tramite l’esercito della Giordania, al quale ha fatto da garante una banca dello stesso Paese.

Si tratta delle automobili immortalate nelle foto che pubblichiamo in questa pagina: veicoli nuovi fiammanti, scenografici con la loro bandiera nera che garrisce al vento quanto invisibili a droni e aerei della coalizione anti-Isis, nonostante il deserto iracheno offra invero poche opportunità mimetiche.

Val la pena accennare a questo proposito anche alle parole dell’ex ambasciatore americano alle Nazioni Unite Mark Wallace il quale ha definito la Toyota Hilux e la Toyota Land Cruiser un marchio di identificazione dell’Isis.

Non si tratta di criminalizzare la Toyota, che alla fine comunque ha risposto a una richiesta specifica sul tema, ma di notare come tale richiesta non sia mai stata avanzata prima dai volenterosi e coalizzati anti-Isis, nonostante fosse facile, come visto, porre domande e ottenere risposte.

Tale acquisto di automobili nuove peraltro è transitato tramite vie ufficiali. Si tratta di operazioni commerciali su larga scala: servono navi, banche, reti logistiche. Eppure l’intelligence occidentale non ha visto niente di niente…

Il parco macchine del Califfato è ovviamente solo una piccola parte dei tanti “aiutini” che giungono all’Agenzia del Terrore da ogni dove. Ma ha un suo significato e aiuta a intuire altro e ben più importante (qui i riferimenti, in arabo, sulla vicenda).

Preso da: http://piccolenote.ilgiornale.it/30043/lo-strano-parco-macchine-dellisis

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2 parole sull’ immigrazione, Salvini, Serraji e la situazione in Libia.

Visto che tutti parlano di immigrazione , Libia e problemi connessi come se avessero la soluzione pronta, come se fosse una questione su cui fare il tifo come allo stadio, ebbene 2 parole vorrei dirle anche io, tanto non le ascolterà nessuno, perchè io non rappresento nessuno, e non mi paga nessuno.
PREMETTO che Salvini ed il governo Lega/5s hanno fatto un lavoro straordinario in questi pochi giorni, cercando di rimediare agli “errori” dei sinistri sinistrati in anni di NON governo.
Perchè “errori” tra le virgolette?, Perchè la politica dei sinistri, ed anche degli altri partiti non presenta degli errori, ma segue una linea precisa, IMPOSTA dai loro padroni, Soros è quello che appare di più con la sua campagna “pro-immigrati” ma che in realtà li crea, gli immigrati, poi dietro ci sono i vari Rockefeller, Rotshild ecc.
Io credo che la scelta del governo italiano di appoggiare Serraji è sbagliata, certamente questo può aiutare a bloccare l’ immigrazione per un pò di tempo , ma fino a quando?
Serraji è teoricamente sostenuto dalla comunità internazionale, dico teoricamente perchè in realtà solo USA ed Italia lo sostengono apertamente, gli altri appoggiano sotto banco Haftar. Da qui la debolezza di serraji e degli accordi con lui.
Serraji è sostenuto solo da mercenari stranieri, ( per carità adesso li chiamano contractors), anche italiani, e da una accozzaglia di milizie tra le più diverse, ex membri di Al Qaeda, ISIS, LIFG, in una parola RATTI (jerdan), come li chiama il popolo Libico.
Noi italiani in pratica diamo soldi ad un”””governo””” di occupazione che a mala pena controlla Tripoli, infatti gli scontri tra milizie che sostengono Serraji sono quasi quotidiane, “il nostro eroe” gia alcune volte è stato costretto a rifugiarsi in Tunisia o su una nave al largo di Tripoli mentre i suoi mercenari combattevano tra loro, al prossimo scontro purtroppo l’ immigrazione riprenderà , chi vincerà pretenderà più soldi.
Haftar prima o poi caccerà Serraji, attualmente Haftar controlla buona parte della Libia, ha l’ appoggio di Francia, Russia ed Egitto, ed anche di parte del popolo Libico, (non perchè lui sia nel giusto, ma perchè allo stesso popolo viene fatto credere che non cè alternativa).
In queste condizioni per l’ Italia appoggiare Haftar non avrebbe senso , ( sarebbe un semplice accodarsi alla Francia, che poi ci ringrazierà mandandoci qualche migliaio di clandestini), appoggiare Serraji come ho detto prima è perdente.
La soluzione sarebbe , per una volta pensare al bene del popolo Libico, appoggiare chi è scelto dal popolo, noi NON dobbiamo sapere che un alternativa esiste, malgrado anni di occupazione la resistenza verde pro Gheddafi esiste, ogni tanto spuntano le bandiere verdi, le tribu Libiche oneste periodicamente si riuniscono, ribadiscono fedeltà all a  Jamahiriya ed al sul Leader, Muammar Gheddafi.
Se vogliamo fare un discorso “egoistico” per il bene dell’ Italia io dico che bisognerebbe appoggiare Saif Al Islam Gheddafi, che ha intenzione di presentarsi alle prossime elezioni, se i RATTI le fanno svolgere, e brogli permettendo.
Il popolo Libico eleggerà sicuramente Saif, la “comunità internazionale” per una volta , appoggiando Saif sarebbe dalla parte del giusto, ma ovviamente questo a loro non va bene.
Se i politici ascoltassero queste semplici idee non ci sarebbe tanto da studiare ed affannarsi, prima o poi i popoli avranno ragione, è importante stare dalla parte della Ragione, dalla parte del popolo, e ricordate il popolo Libico ha dato prova di poter vincere l’ aggressore straniero molte volte, nel 1911 all’ epoca del leone del deserto Omar al Moukhtar, e 100 anni dopo con Muammar Gheddafi nel 2011.
Da italiani per il bene del nostro paese dovremmo dire tutti convinti VIVA LA LIBIA LIBERA, VIVA LA JAMAHIRIYA.

Wall Street is War Street, il Governo Ombra degli USA

DI ROSANNA SPADINI
comedonchisciotte.org
Alla fine degli anni ’80 il disegno imperialista della triade USA, Vaticano e Israele, contribuì fortemente alla demolizione dell’URSS, non tanto per esportare la “libertà” come andavano blaterando, ma per catturare nuovi territori di conquista per gli oligarchi. Sotto l’ombrello del “neoliberismo armato” che abbiamo conosciuto bene, così come avevano fatto con Pinochet in Cile o Videla in Argentina e in tutta l’America Latina. Caduto quindi l’URSS, l’imperialismo americano si è scatenato prima contro la ex Jugoslavia, e poi contro l’Albania, il Medio Oriente (Iraq, Afganistan, Libia) per affermare così il proprio piano criminale.

Tuttavia, è senza dubbio vero che le spese per la corsa agli armamenti dell’URSS contribuirono al suo dissesto finanziario … ma il grande paradosso odierno è che questa volta la nuova corsa agli armamenti, per la rinascita della guerra fredda, potrebbe spezzare l’economia degli Stati Uniti, piuttosto che quella russa. Gli Stati Uniti infatti superano di gran lunga tutte le altre nazioni in spesa militare, tanto da rappresentare il 37% del totale della spesa mondiale. Il grafico seguente mostra come il Congresso abbia stanziato la cifra di 1.11 trilioni di dollari di spesa discrezionale per l’anno fiscale 2015, per un totale di $ 598.500.000.000 di spesa militare, pari al 54% del totale. La spesa militare comprende tutte le attività regolari del Dipartimento della Difesa: spese di guerra, armi nucleari, assistenza militare internazionale, e la spesa del Pentagono con altri correlati.

Se poi facciamo il confronto con la spesa militare del resto del mondo, ci rendiamo conto che il militarismo Usa supera di gran lunga quello degli altri paesi, tanto che gli Stati Uniti spendono circa tre volte più della Cina, e circa 10 volte di più della sola Russia. Il grafico però segnala anche la debolezza degli States, perché non vi è dubbio che, benché gli USA spendano nominalmente molto di più di Cina e Russia, sussiste anche una mera perdita di risorse che danneggia lo sviluppo della difesa. Per di più una parte enorme di spesa militare serve a mantenere le basi militari in tutto il mondo. Secondo alcune stime gli Stati Uniti hanno 800 basi nel mondo, e soprattutto militari e marines in 160 Paesi … nell’insieme mezzo milione di soldati con famiglia è all’estero. Russia e Cina non hanno alcun onere corrispondente per mantenere una forza imperiale così estesa e ramificata a livello globale.
Però il sistema della macchina da guerra permanente USA è talmente marcio che progetta spesso programmi di ricerca troppo costosi e farraginosi. Un esempio è dato dal fatto che le bombe di ferro “stupide” russe sembrano essere quasi altrettanto precise delle bombe “intelligenti” statunitensi se sganciate da 5000 metri. La Russia insomma sembra vincere anche per il suo sistema economico e politico più sano.
Che poi la Russia manchi di tecnologia per competere con l’Occidente nello sviluppo di armi è stato un tema costante dal 1930 ad oggi. In realtà la storia dimostra il contrario, e gli esempi sono innumerevoli:

– i tedeschi hanno sperimentato nel 1941 quanto i carri armati russi, come il KV1 e il T34, fossero più avanzati dei loro;
– gli Stati Uniti lo hanno sperimentato nel 1949, quando l’URSS ha fatto esplodere la prima bomba nucleare;
– l’aviazione degli Stati Uniti ha perso nel 1950, quando si è scontrata con il MiG-15 in Corea;
– nel 1957 l’URSS ha lanciato il primo satellite artificiale del mondo, dimostrando che aveva la capacità di colpire gli Stati Uniti con missili intercontinentali;
– nel 1960 l’aviazione statunitense scopre che l’aeronautica nordvietnamita dotata di combattenti addestrati dai russi era in grado di raggiungere una posizione aerea dominante sopra Hanoi;
– nel 1973 gli israeliani subirono molte perdite durante la guerra dello Yom Kippur contro i missili russi anticarro e antiaerei.
E poi la U.S. Air Force sembra essere talmente gelosa dei successi dell’Aviazione Russa che in Siria ha colorato dello stesso colore dei jet russi alcuni dei propri aerei … Qual è il senso? Semplice esercitazione di guerra o l’ennesima cospirazione dei russi?
Quindi fatte le dovute considerazioni, sembra che Russia e Cina, anche se non sono in testa alle spese militari, tuttavia trarrebbero vantaggio dall’efficienza della loro razionalizzazione dei progetti di difesa, e invece gli Stati Uniti sembra che stiano perdendo la nuova corsa agli armamenti per gli stessi motivi per cui l’URSS crollò a suo tempo, dato che possiedono oggi un sistema economico troppo monopolistico e poco competitivo, volto più a soddisfare le esigenze di una piccola élite corrotta, anziché le esigenze dell’intero corpo sociale.
Al contrario il sistema della Russia ad economia di mercato con significativa componente statale, soprattutto nel settore militare, sembra di gran lunga superiore al diabolico capitalismo monopolistico e oligarchico governato dal “Governo Ombra” degli USA. Lo dice Mike Lofgren, nel suo libro “Stato profondo: la caduta della Costituzione e l’ascesa del governo ombra”, cui si deve la lucida definizione di “Wall Street is War Street”. Mike Lofgren, un ex membro dello staff del Congresso, ha descritto alla perfezione come il governo ombra americano comporti un consenso trasversale su questioni politiche d’impatto nazionale.
Infatti un funesto contributo al bilancio della difesa USA deriva proprio dalla profonda simbiosi del complesso militare-industriale con la finanza, “Wall Street con War Street”. I principali appaltatori del complesso militare-industriale degli Stati Uniti sono tutti quotati in borsa e quindi i contratti della difesa risentono di enormi margini di profitto per soddisfare le esigenze del mercato azionario.
I contratti non sono aperti a qualsiasi tipo di gara, ma assegnati dalle macchinazioni dello Stato profondo, dunque è assai probabile che circa il 30% del bilancio militare degli Stati Uniti finisca in tali margini di profitto, poi riversati come dividendi, o peggio, pagamenti dei profitti di giochi azionari. Aspetto interessante e cruciale di questa condizione oligarchica sono i contributi elettorali che scendono dai fornitori della difesa ai membri del Congresso per mantenere in vita il giocattolo. Considerando tutto ciò, il denaro reale rimasto per lo sviluppo e la produzione militare è di gran lunga inferiore a quello che Cina e Russia destinano.
Uno studio condotto da ricercatori della Princeton University, ampiamente documentato “Testing Theories of American Politics: Elites, Interest Groups, and Average Citizens”, dimostra come gli Stati Uniti si stiano evolvendo da parecchio tempo in un’oligarchia, e rivela le “verità difficili ” del sistema politico: “Dietro un’apparente democrazia si nasconde il governo di pochi che se ne infischiano delle scelte della gente”. Il governo USA non rappresenta gli interessi dei cittadini, ma è governato dall’oligarchia dei potentati d’interesse.  I ricercatori Martin Gilens e Benjamin I. Page hanno condotto il loro studio analizzando i dati tratti da oltre 1.800 diverse iniziative politiche tra 1981 e il 2002, e deducendone che gli Stati Uniti sono nelle mani di lobby di potere che controllano anche il sistema economico ed orientano le direzioni del paese, indipendentemente o anche contro la volontà della maggioranza degli elettori.
In maniera anche molto significativa l’ex-presidente Jimmy Carter s’è espresso in tal senso contro un flagello di questo genere, durante un programma radiofonico a diffusione nazionale, dicendo chiaramente che gli Stati Uniti sono completamente sovvertiti dagli oligarchi, e sono diventati un Paese in cui una “corruzione politica illimitata” ha travolto la corretta conduzione del potere.
President Jimmy Carter: The United States is an Oligarchy…

Ecco perché la voracità del lobbismo americano incide negativamente sull’efficienza della produzione di armi, infatti se si confrontano i top-of-the-line caccia dei due Paesi, l’F-35 caccia-jet prodotto dalla società statunitense Lockheed Martin, contro il Su-35 fighter jet prodotto da parte del governo russo (Sukhoi Company è interamente controllata) … l’F-35 costa circa 100 milioni di dollari, il Su-35 costa circa 65 milioni di dollari.
Un episodio significativo che dimostra l’efficienza della produzione militare russa risale al 13 settembre 2014, ed è stato raccontato da Voltairenet, sulla base di un incidente in cui il cacciatorpediniere USS Donald Cook Aegis, entrato nel Mar Nero per minacciare la Russia, venne disattivato nei dispositivi elettrici da un Su-24 russo.

Sta di fatto che per l’industria bellica Usa la guerra è un affare molto redditizio, sancito chiaramente dalla legge, per la quale «la vendita di articoli da difesa e servizi a Stati stranieri viene finalizzata quando il presidente ritiene che serva a rafforzare la sicurezza dello Stato e a promuovere la pace globale», e garantito dal Secondo Emendamento della Costituzione « Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, non potrà essere infranto il diritto dei cittadini di detenere e portare armi. »
Ad esempio la lista dei contractor beneficiari per la guerra in Iraq è stata piuttosto lunga: la General Atomics per i droni Predator, la Northrop Grumman per i droni Global Hawk, la AeroVironment per i minuscoli droni di sorveglianza Nano Hummingbird, la DigitalGlobe per il satellite, la Lockhed Martin per i missili Hellfire, la Raytheon per i missili a lungo raggio Tomahawk. Dopo i primi raid contro postazioni islamiste in Iraq e le dichiarazioni del presidente di un conflitto a lungo termine, i prezzi delle armi delle compagnie private lievitarono, insieme alle quotazioni in borsa. (Chiara Cruciati, Il Manifesto)
A far lievitare i profitti c’è poi l’addestramento: sono le stesse compagnie private ad insegnare ai soldati americani e iracheni a utilizzare i nuovi sistemi. Un esempio: nel contratto per la vendita di carri armati, una clausola prevede che «5 rappresentati del governo Usa e 100 rappresentanti del contractor privato raggiungano l’Iraq per un periodo massimo di 5 mesi per consegnare il materiale, verificarne la funzionalità e addestrare».
L’assetto militare degli USA fu giustificato in chiave imperialistica perfino dallo stesso presidente Eisenhower nel suo discorso di congedo, rivolto alla Nazione, il 17 gennaio 1961, in cui veniva così sancita la nascita del più potente Stato del pianeta, che aveva la responsabilità di “difendere la civiltà” nel mondo. Ma il presidente Dwight Eisenhower avvertiva anche il popolo degli Stati Uniti riguardo al pericolo costituito dal “complesso militare-industriale”, che celava un manifesto intreccio di affarismo politico tra gruppi industriali, politici rappresentanti del Congresso, e direzione delle forze armate degli Stati Uniti d’America.
“Sono passati dieci anni dalla metà di quel secolo che è stato testimone di quattro principali guerre combattute tra Stati potenti. Tre di queste hanno coinvolto il nostro Paese. Nonostante questi olocausti l’America è oggi la nazione più forte, più influente e più produttiva del mondo. Comprensibilmente orgogliosi di tale supremazia, ci rendiamo conto che il nostro prestigio e la nostra leadership non dipendono solamente dal progresso materiale, dalle ricchezze e dall’impareggiabile forza militare, ma da come usiamo il potere nell’interesse della pace mondiale e del miglioramento dell’umanità … Fino all’ultimo conflitto mondiale gli Stati Uniti non disponevano di una industria degli armamenti. Per la difesa militare spendiamo ogni anno una cifra superiore alle entrate nette di tutte le corporazioni degli Stati Uniti messe insieme. Questo collegamento fra un’immensa struttura militare e una grande industria bellica è nuovo nel bagaglio di esperienze del nostro Paese, e ne avvertiamo l’influenza complessiva -economica, politica, perfino spirituale- in ogni città, in ogni sede dell’amministrazione, in ogni ufficio del governo federale.”
Insomma l’esistenza stessa dell’industria bellica USA esige una produzione continua di guerre, l’urgenza di portare avanti una politica aggressiva e di belligeranza persistente. L’industria bellica non rappresenta un corollario dell’economia statunitense, al contrario è diventata uno dei pilastri produttivi portanti del sistema economico USA. Per non parlare delle armi di distruzione di massa, a partire dal napalm usato in Vietnam, grandi quantità di defolianti per privare i guerriglieri vietcong della copertura naturale del terreno, per irrorare foreste di mangrovie e campi di riso, al fine di comprometterne le riserve di cibo. Si calcola che dal 1961 al 1971 siano stati utilizzati 72 milioni di litri di erbicidi e 400.000 bombe al napalm, le cui tossine hanno inquinato per decenni il suolo del Sud del paese … e poi le armi chimiche e batteriologiche fornite a Saddam per gasare i Kurdi, armi al fosforo bianco usate in Iraq.
Il governo degli USA ha assunto dunque il ruolo di gendarme del pianeta e contribuisce alla creazione di un’industria bellica dinamica e altamente produttiva, un’industria che trova la propria giustificazione nella difesa della pace nel mondo e nella diffusione della democrazia. E il frankenstein così prodotto vede la confluenza di più scambi: la permutazione di armi con il petrolio di contrabbando dell’Iraq, con i pani di oppio dell’Afghanistan e dell’America Latina, con l’oro della Liberia, con i brillanti grezzi della Costa d’Avorio. Secondo dati ufficiali del Pentagono fra il 1990 e il 1996 il commercio delle armi aveva dato un risultato attivo di bilancio di oltre 100 miliardi di dollari …” (dal 1997 i bilanci del Pentagono sono stati secretati per ragioni di sicurezza nazionale)
(V. Chalmers Johnson, Blowback: Costs and Consequences of American Empire, New York and London 2000) .

Rosanna Spadini
Fonte: http://www.comedonchisciotte.org
14.10.2016

Originale, con video: http://comedonchisciotte.org/wall-street-is-war-street-governo-ombra-degli-usa/

Clinton, Isis e sauditi: una rivelazione clamorosa

12 ottobre 2016

L’IPOCRISIA SVELATA
I governi di Qatar e Arabia Saudita stanno fornendo supporto finanziario e logistico clandestino all’Isis e ad altri gruppi sunniti radicali nella regione”.
A scriverlo è Hillary Clinton in una mail indirizzata nell’agosto del 2014 a John Podesta (da sempre uno dei più stretti collaboratori della famiglia Clinton ed oggi a capo della sua campagna elettorale).

La mail, rilasciata da Wikileaks, è clamorosa.
Se l’America fosse ancora una democrazia sana e non sottomessa ad un’élite tecnocratica e finanziaria che pilota crisi internazionali e guerre umanitarie (di cui la Clinton è la rappresentante), lo scandalo di questa mail costringerebbe la candidata Presidente al ritiro.
Il motivo è evidente: nonostante fosse a conoscenza dell’appoggio che i regimi del Golfo alleati degli Usa danno all’Isis, la Clinton ha continuato ad accettare milioni di dollari di finanziamento per la sua Fondazione proprio da questi regimi che lei stessa riconosce essere sponsor del terrorismo islamista.


Dell’imbarazzante finanziamento saudita alla signora abbiamo ampiamente parlato in questo articolo dell’agosto scorso che invito a rileggere per sopperire alle “distrazioni” del mainstream democratico.

UN LIBRO PAGA IMBARAZZANTE
In altre parole: la candidata alla Presidenza degli Stati Uniti riceve enormi quantità di denaro da  “stati canaglia” che lei stessa sa essere fiancheggiatori del terrorismo e ispiratori di coloro che poi in Usa e in Europa uccidono cittadini americani ed europei.
Basterebbe questo per capire l’ipocrisia che alimenta la retorica occidentale della “lotta al terrorismo” e della difesa delle democrazie dal pericolo di coloro che le vogliono distruggere. Difficile difendersi quando sei sul libro paga dall’amico del tuo nemico; e l’eventualità che su questo libro paga ci possa essere un futuro Presidente degli Stati Uniti rende oscuro il futuro  dell’America.
APOCALISSE CHIAMATA CLINTON
CtsLnJgXYAAVUKdIn questa campagna elettorale per le Presidenziali, Trump, il rivale della Clinton, è stato ripetutamente attaccato per il suo atteggiamento non ostile nei confronti della Russia di Putin; è stato dipinto come una sorta di Manchurian Candidate manipolabile da potenze straniere.
Nell’ultimo dibattito televisivo, la Clinton è arrivata ad affermare: “non è mai successo prima che un avversario (Putin) si adoperasse così tanto per influenzare il risultato delle elezioni”.
Ma Putin non finanzia la campagna elettorale di Trump; e la Russia è impegnata a combattere l’Isis e il terrorismo islamista sia in Siria che in Asia centrale.
Al contrario, i sauditi amici della Clinton finanziano la sua Fondazione di famiglia con la stessa mano con cui finanziano l’Isis, Al Qaeda e diffondono l’integralismo islamico in Europa.
Questo cinismo, questa spregiudicatezza nell’uso di un potere senza regole, nella manipolazione dei media sui quali non troverete queste notizia, sommati ad una visione (da lei incarnata quando è stata Segretario di Stato) del ruolo degli Stati Uniti come gendarmi del mondo ed autorizzati a scatenare guerre umanitarie dietro pretesti inventati (come nel caso della Libia), ad orchestrare crisi nazionali e “colpi di Stato democratici” (come nel caso dell’Ucraina), rendono la Clinton un pericolo reale per l’America e per il mondo.
Nel suo appello agli elettori, la Clinton ha ammonito con tono profetico: “io sono l’ultima cosa tra voi e l’Apocalisse”. Sarà, ma per ora lei è la prima cosa tra i tiranni sauditi e i tagliagole dell’Isis; questo dovrebbe preoccupare l’America.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

Preso da: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2016/10/12/clinton-isis-e-sauditi-una-rivelazione-clamorosa/

L’Italia al guinzaglio della NATO

12 settembre 2016

La NATO cerca in tutti i modi di dividere l’Europa dalla Russia e tiene l’Italia al guinzaglio, coinvolgendola suo malgrado in una guerra fredda sempre più calda. Costellata di basi americane, l’Italia si ritrova così alla mercé degli Stati Uniti.

La NATO fa veramente gli interessi dell’Europa? Le continue esercitazioni militari ai confini con la Russia, le costose missioni di guerra in giro per il mondo non daranno poi evidentemente tanta stabilità e sicurezza ai Paesi europei. Dal canto suo l’Italia, sotto il controllo militare a stelle e strisce del suo territorio, si ritrova, mani legate, ad agire anche contro i propri interessi, continuando a sottoscrivere le sanzioni alla Russia. “Siamo vittime di un’autocastrazione nei confronti dei nostri stessi interessi. L’Europa si sta pestando i piedi, si sta mutilando”, ha sottolineato in un’intervista a Sputnik Italia il giornalista e documentarista Fulvio Grimaldi. — Fulvio, secondo lei che cosa vuol ottenere la NATO con la sua espansione nell’Europa orientale ai confini con la Russia?

— È un fenomeno estremamente preoccupante anche perché sta per arrivare probabilmente alla presidenza degli Stati Uniti Hillary Clinton, una persona che si è sempre dimostrata radicale nei rapporti con gli altri Paesi e in particolare con la Russia. C’è da avere molta paura su quello che succederà, sulla base di quanto è stato preparato dal presidente Obama. Si tratta di un progressivo assedio nei confronti della Russia, che si vede praticamente circondata da tutte le parti possibili e immaginabili da strutture militari sempre più robuste degli Stati Uniti e della NATO.

È un fenomeno preoccupante che non trova alcuna giustificazione, perché nessuno nell’opinione pubblica e in generale percepisce una minaccia da quella parte, percepisce semmai il pericolo di un’accentuazione della tensione a livello mondiale che non può portare a nulla di buono. Lo ribadisco alla luce del fatto che probabilmente verrà alla presidenza degli Stati Uniti una persona che si è dimostrata molto incline alla violenza, all’aggressività e alla guerra. — Con una possibile vittoria della Clinton secondo lei la NATO diventerà ancora più aggressiva e muscolare? — Non è un rischio, ma una certezza. Hillary Clinton è sostenuta dal settore politico Neocon, quello che da 15 anni ha impostato una politica, prima con Bush poi con Obama, che preme verso un conflitto sempre più acuto e intenso nei confronti di chiunque si opponga al dominino e alla globalizzazione militare, politica, economica neoliberista degli Stati Uniti. Figuriamoci se questo personaggio non rappresenterà un’accentuazione di tensione. Hillary si oppone ad un altro candidato, Trump, il quale ha dato segni di avere qualche perplessità su questo tipo di politica aggressiva e ha preso le distanze dal potenziamento della NATO e dalla necessità di pretendere una difesa dei Paesi del Baltico. La Clinton rappresenta l’ascesa del complesso militare industriale securitario americano. — La Polonia, dove si sono svolte recentemente la maxi esercitazioni NATO “Anaconda”, ha acquistato dall’americana Raytheon batterie di “Patriot”, una spesa militare importante. Nei Paesi Baltici a rotazione sono stanziati 4 battaglioni dell’Alleanza Atlantica. Per non parlare degli scudi missilistici in Romania. Questa tensione giova all’Europa stessa?

— All’Europa nulla di tutto questo giova. L’Europa segue questo carro di violenza e guerra fredda degli Stati Uniti, ma che diventa sempre più calda, una guerra che interessa certi settori della produzione di armi impostati sul mondialismo e il dominio della potenza unica. Questo non conviene certamente all’Europa che ha per situazione geografica, geopolitica, culturale un partner naturale che è l’Est europeo e l’Asia. Il concetto dell’Eurasia è profondamente radicato nella storia e nelle necessità economiche.

Per seguire gli interessi esclusivi degli Stati Uniti siamo costretti ad imporre delle sanzioni che danneggiano probabilmente meno la Russia di quanto non danneggino i produttori e gli agricoltori europei. Siamo vittime di un’autocastrazione nei confronti dei nostri stessi interessi. L’Europa si sta pestando i piedi, si sta mutilando. L’aveva già fatto al tempo della guerra contro la Jugoslavia, quando si distruggeva un pezzo d’Europa per gli interessi degli Stati Uniti. Ora l’Europa continua su questa strada in virtù del fatto che ha una classe dirigente totalmente asservita agli interessi statunitensi e che non bada agli interessi delle proprie popolazioni. In Italia la situazione è gravissima da questo punto di vista. — Cioè? — Abbiamo un Paese che è militarizzato a forza di circa 90 basi americane, inoltre ci sono tutte la basi italiane che sono anche basi NATO a disposizione degli Stati Uniti. Siamo un Paese costellato di basi militari, il che non soltanto è un peso economico finanziario pesantissimo, ci costa l’ira di Dio a scapito di ospedali, scuole, modifiche del territorio. È un fenomeno inoltre che ci mette a rischio facendo di noi un possibile bersaglio di qualcuno che vuole effettuare rappresaglie contro l’aggressività della NATO, di cui noi siamo membri. In Sicilia abbiamo la situazione del M.u.o.s che è la nuova base satellitare statunitense da dove l’America comanderà le varie guerre in Africa e in Medio Oriente. Per la Sicilia è un gravame da un punto di vista aziendale e civile. Ma questa è davvero l’Italia? © Sputnik. Vitaly Podvitsky Ma questa è davvero l’Italia? Abbiamo la Sardegna che è costellata di basi NATO utilizzate dagli Stati Uniti, dove tutte le industrie militari del mondo collegate all’Alleanza Atlantica fanno le proprie esercitazioni e i propri esperimenti su nuove armi. Tutto ciò avvelenando il territorio e nuocendo alla salute della popolazione. Stiamo soffrendo molto per questa schiavitù essendo membri della NATO. — Questa schiavitù di cui parla si riflette sull’economia, ma anche sulla politica dell’Italia? — Il peso economico è enorme. Le missioni militari che la NATO ci impone in giro per il mondo, costano circa 55 milioni al giorno. Con il contributo di altri ministeri si sale a 80 milioni al giorno per l’impegno militare di un Paese che non ha nessun interesse a fare operazioni militari nei confronti di nessuno, perché non è minacciato da nessuno. Questo controllo militare capillare sul nostro territorio, che si combina al controllo politico che è storico e nasce dalla fine della II Guerra Mondiale, quando siamo entrati in un rapporto di subalternità con gli Stati Uniti, ci pone alla mercé. Questo ci priva di qualsiasi possibilità di autodeterminazione. — Un esempio di questi condizionamenti politici è anche l’allontanamento dell’Europa dalla Russia, per via delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti?

— È un’assoluta certezza. Si cerca in tutte le maniere, attraverso la militarizzazione dei confini e il controllo politico economico, di impedire che ci sia uno sviluppo naturale, fisiologico, storico e culturale di un rapporto benefico fra l’Europa e l’Est, quindi con la Russia. Si cerca di allontanare l’Europa e la Russia anche attraverso una propaganda russofoba intollerabile che sta assumendo dei toni incredibili contro una Russia, che dopotutto si pone in difesa del diritto internazionale e in difesa dei popoli aggrediti.

— Che scenari futuri si immagina personalmente in questo complesso scenario geopolitico? — Purtroppo non vedo elementi che giustifichino ottimismo. Vedo qualche speranza nel fatto che ci sono sempre più evidenti manifestazioni di volontà popolare che si oppongono a questa strategia di scontro e delle sanzioni. Anche attraverso nuove organizzazioni politiche in vari Paesi europei credo ci sia una presa di coscienza che questo tipo di strategia aggressiva ci porta alla rovina. Spero questo sviluppo possa fermare la mano ai politici e impostare un altro tipo di politica. Si deve sperare in questo.

I MEDIA MENTONO! ECCO COME FUNZIONA IL SISTEMA DELL’INFORMAZIONE

La maggior parte delle persone, a livello globale, danno per certo che le TV e i Giornali ci raccontino sempre verità certe. Si da per scontato che se lo dicono in TV è vero di sicuro..
Ma siamo così sicuri che quello che i media ci raccontano tutti i giorni sia vero?
Il Giornalista tedesco, Marko Josilo, in un intervista rivela quello che sto per scrivere.
Il Giornalista di guerra ci dice come i mezzi di comunicazione fanno la guerra. Le guerre in Iraq, Libia, Afghanistan, Siria, quelle guerre con un’infintà di morti..Ci dice che in realtà sono state guerre finanziate, internazionalmente gestite, che furono iniziate e legittimate grazie alla manipolazione dell’opinione pubblica ed al lavaggio del cervello attraverso i mezzi di comunicazione..
Dott. Udo Ulfkotte


Su questo argomento un altro Giornalista tedesco, il Dott. Udo Ulfkotte, ci spiega come i servizi segreti influenzano i giornalisti. Tutti i principali mezzi di comunicazione informano a favore degli USA e contro la Russia, dice Ulfkotte. Questo si vede sempre più chiaramente, basta guardare come i Russi vengono sempre evidenziati come i “cattivi”, gli USA sono i “buoni”, si vede chiaramente da che parte stanno i principali mezzi di comunicazione.
E perchè è così? C’è qualcuno con una mitraglia dietro nella Redazione e li obbliga a fare questo? No.
E’ molto semplice, i giornalisti più importanti, centinaia di loro, appartengono ad organizzazioni transatlantiche come il “German Marshall Fund of United States” al quale io stesso sono affiliato, continua il Giornalista, o l’Aspen Insitute, Atlantik-Brucke (Ponte Atlantico), potrei citarne molti altri.
Queste organizzazioni e molte altre sono state fondate dagli USA dopo la Seconda Guerra Mondiale nella Guerra Fredda, molte volte con l’appoggio del servizio di intelligence degli Stati Uniti.
Ed avevano, e hanno ancora, il compito di creare un ambiente favorevole agli USA, tra la popolazione tedesca, per esempio stanno per aiutare e preparare, guerre Nordamericane, guerre di risorse e per assecondarle ed accompagnarle nei mezzi di comunicazione.
E questo lo stanno facendo e non solo si vede nella crisi in Siria, questo si è visto in tutte le guerre per le risorse naturali in Africa, questo si vede nelle cosiddette rivoluzioni nel Vicino Oriente che, come dicono, portano la democrazia.
Possiamo vederlo dalla Libia fino all’Egitto dove non è cambiato niente dopo queste rivoluzioni ma i gli USA hanno ottenuto il loro scopo che è quello di rovesciare questi regimi.
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Come procedono queste organizzazioni?
Invitano i giornalisti a venire negli Stati Uniti e li , secondo il mio punto di vista, io stesso l’ho vissuto, continua Ulfkotte, gli fanno il lavaggio del cervello. Io stesso fui invitato dal German Marshall Fund of the United States.
Mi hanno pagato tutto, per ogni giorno ho ricevuto denaro in contanti, mi hanno dato le chiavi di una Limusine, potevo viaggiare in aereo dove volevo, potevo parlare con qualunque politico, impresario etc…potevo fare quello che volevo ed i servizi degli USA erano a mia disposizione.
Ed affinchè continuassi a seguire questo lavaggio del cervello mi hanno adulato con incredibili regali.
Quindi è chiaro che poi parli positivamente degli Stati Uniti perchè non si nota come uno sia corteggiato ed integrato in una rete, cioè uno si converte accuratamente in un NOC.
NOC significa “Non official Cover”(Copertura non ufficiale).
Cioè, se ad uno lo scoprono come NOC, gli USA possono sempre dire, questo non è dei nostri, non l’abbiamo contattato, l’ha fatto per suo conto…
Direi che con tutte queste rivelazioni è ovvio che qualcuno controlla i Media e quel qualcuno può dire le proprie menzogne e la sua propaganda come “informazione” alla popolazione.
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Continua il discorso anche Chris Hedges, Giornalista statunitense vincitore del premio Pulitzer, la cosa bella è che la stampa non ha ostacoli, non ha limiti, può dire quello che vuole, può dire la verità al potere..
In realtà, i limiti sono sommamente stretti, per esempio e specialmente in temi di sicurezza Nazionale. Lavorai per 15 anni nel New York Times ed il modello da seguire a livello non ufficiale è non offendere in modo significativo quelli dai quali dipendiamo finanziariamente, come gli inserzionisti o gli accessi, che hanno potere.
E’ incredibilmente facile manipolare il pubblico, attraverso forme di propaganda e dei mezzi di comunicazione.
Un esempio sarebbe l’ISIS.
Li attaccano militarmente con droni, con missili cruiser, con missili hellfire.
Queste persone sonio state abbrutite, centinaia di migliaia di morti, milioni di rifugiati.!
Noi abbiamo decapitato molte più persone, includendo bambini, che quelle che l’ISIS ha decapitato mai.
Ma non vediamo questo, non vediamo gli effetti della nostra brutalità e della nostra violenza. Vediamo la reazione a questa brutalità e violenza, per questo motivo non comprendiamo essenzialmente che l’abbrutito diventa il brutale.
Noi non comprendiamo che questi personaggi sono la nostra stessa creazione, e questo è pericoloso perchè è il fallimento della stampa una stampa che funzioni…
E comprendere non è giustificare, non lo giustifico, ma dobbiamo comprenderlo.
Dobbiamo comprendere quello che stiamo facendo e dobbiamo comprendere gli effetti di quello che stiamo facendo, conclude Hedges.
Letto queste interviste la mia domanda è d’obbligo, non è urgente mettere in discussione la fiducia verso i media e i giornalisti, per impedire questa manipolazione spudorata, e cercare altri media alternativi per conoscere la verità su quanto accade?
di Sergio T. – HTM
Fonte: hackthematrix

Preso da: https://ununiverso.it/2016/09/12/i-media-mentono-ecco-come-funziona-il-sistema-dellinformazione/