Morto esperto in virus Ebola sull’aereo Malaysian Airlines

Morto esperto in virus Ebola sull’aereo Malaysian Airlines – Riportiamo due notizie relative all’abbattimento del volo della Malaysian Airlines in Ucraina, fatto imputato alla Russia , e la morte di un passeggero particolarmente importante in quanto esperto in malattie infettive come AIDS e virus Ebola . Trattasi di coincidenze troppo evidenti per passare inosservate. Anche iltempo.it riporta questa notizia che non puo’ che lasciare interdetti e sospettosi .

Glenn Thomas, autorevole consulente dell’OMS a Ginevra, esperto in AIDS e, soprattutto, in Virus Ebola, era a bordo del Boeing 777 della Malaysia Airlines abbattuto ai confini tra l’Ucraina e la Russia.

Glenn Thomas era anche il coordinatore dei media ed era coinvolto nelle inchieste che stavano portando alla luce le controverse operazioni di sperimentazione di virus Ebola nel laboratorio di armi biologiche presso l’ospedale di Kenema. Ora che questo laboratorio è stato chiuso per volontà del Governo della Sierra Leone, emergono ulteriori particolari in merito agli interessi che nascosti dietro la sua gestione. idn poker

Bill e Melinda Gates hanno connessioni con i laboratori di armi biologiche situati a Kenema, epicentro dell’epidemia di Ebola sviluppatasi dall’ospedale dove erano in corso trial clinici sugli esseri umani per lo sviluppo del relativo vaccino, e ora, a seguito dell’avvio di un’indagine informale, emerge il nome di George Soros che, tramite la sua Fondazione, finanzia lo stesso laboratorio di armi biologiche.

Glenn Thomas era a conoscenza di prove concrete che dimostravano come il laboratorio aveva manipolato diagnosi positive per Ebola [per conto della Tulane University] al fine di giustificare un trattamento sanitario coercitivo alla popolazione e sottoporla al trattamento sperimentale del vaccino che, in realtà, trasmetteva loro Ebola. Glenn Thomas aveva rifiutano di andare avanti con il cover up, a differenza di taluni che lavorano al nostro Istituto Superiore di Sanità e sono adesso ben sono consapevoli che Glenn Thomas è stato assassinato.

Morto esperto in virus Ebola sull’aereo Malaysian Airlines

I canali ufficiali dei media non hanno mai riportato una sola notizia in merito alla presenza del laboratorio di armi biologiche a Kenema, men che meno la disposizione di chiusura, né l’ordine di interrompere la sperimentazione di Ebola da parte della Tulane University. Quindi, quali altri canali ci sono rimasti perché queste informazioni diventino di pubblico dominio, e siano diffuse attraverso le reti sociali, se anche l’OMS e le istituzioni sanitarie evitano di rilasciare informazioni e di agire?

Il miliardario George Soros, attraverso la Fondazione Soros Open Society, per molti anni ha attuato“investimenti significativi“ nel “triangolo della morte Ebola” della Sierra Leone, Liberia e Guinea. Pertanto,George Soros avevaun movente per uccidere il portavoce OMS Glenn Thomas per fermare la diffusione di notizie attraverso i canali ufficiali che l’epidemia di Ebola è stata orchestrata a tavolino in un laboratorio di armi biologiche

L’Olanda è un paese frastornato dalla rabbia e dall’impossibilità di spiegare le ragioni del disastro, a tal punto da avanzare una indagine per crimini di guerra. Ancor più disorientato è il suo Primo Ministro che, dopo aver chiesto di rimpatriare 40 corpi delle vittime MH17, afferma che “le rimanenti 200 vittime saranno rimpatriate in treno“. Ma se gli olandesi erano solo in 193, da dove saltano fuori tutti gli altri?

In merito al treno che trasporta i corpi delle rimanenti vittime, restano altrettante colossali incongruenze sui numeri riferiti dalle diverse fonti: gli esperti internazionali parlano di 282 corpi mentre Kiev riferisce che nei 5 vagoni refrigerati vi sono 252 corpi. Queste cifre fanno ulteriormente a cazzotti con la lista ufficiale dei 298 passeggeri.

In tutto questo marasma è particolarmente interessante il totale silenzio dei media ufficiali in merito alla notizia della chiusura del laboratorio di Kenema pubblicata sulla pagina Facebook del Ministero della Salute della Sierra Leone.

Notizia tratta dal Tempo.it

Esperimenti top secret. Un medico che sa troppo. Un aereo abbattuto per far tacere chi potrebbe avvertire i giornali. Un virus mutante sfuggito al controllo. C’è un «giallo» ricco di colpi di scena dietro l’epidemia di Ebola che ha infettato Sierra Leone, Liberia, Guinea e Nigeria e ora minaccia il mondo. Una lunga serie di strane coincidenze che partono da Kenema, il centro di ricerche dove lavorava Shiekh Humar Khan, il medico-eroe morto il 29 luglio scorso dopo essere stato contagiato dal virus. Khan dirigeva il laboratorio dove si effettuavano test sulla popolazione locale per scovare i nuovi casi. Laboratorio che ha una partnership con l’università Tulane di New Orleans, famosa per dipartimento di Malattie tropicali che effettua ricerche sull’Ebola.

L’ospedale di Kenema collabora anche con l’Us Army Medical Research Institute of Infectious Disease, il settore delle forze armate americane che si occupa delle malattie infettive. Test e sperimentazioni, stando ai comunicati ufficiali, per trovare vaccini su febbre gialla e febbre di Lassa per immunizzare i soldati. Sperimentazione di bio-armi, nuovi virus da utilizzare in guerra, secondo la popolazione locale che ha assaltato il centro di Kenema perché tutti coloro che vi si recavano per lo screening di Ebola ne uscivano ammalati. Tanto che il Ministero della Sanità della Sierra Leone il 23 luglio scorso ha chiuso laboratorio e ospedale, ha trasferito i pazienti nel centro di trattamento di Kailahun e ha ordinato all’università Tulane di «fermare i test su Ebola». Quali test? Non viene spiegato. Il dicastero ha ordinato inoltre al Cdc, Center for Disease Control statunitense, di «inviare ufficialmente le conclusioni e raccomandazioni della valutazione del laboratorio di Kenema». Riguardo cosa non è chiarito. Che cosa si stava sperimentado?

Su una ricerca pubblicata a luglio dal Cdc e firmata da Humar Khan, Randall Schoepp, Cynthia Rossi, Augustine Goba e Joseph Fair è riportato che «l’Ebola virus che ha infettato la Sierra Leone potrebbe essere il risultato di un Bundibugyo virus o una variante genetica di Ebola». Il 31 luglio il presidente del piccolo paese africano Ernest Bai Koroma ha dichiarato lo stato di emergenza parlando della ricerca del dottor Khan e chiedendosi se la virulenza di Ebola sia stata ottenuta con una mutazione genetica. Perché il virus che porta la febbre emorragica nell’Africa esiste (e uccide) da secoli mantenendosi entro certi confini. Il primo agosto anche il direttore generale dell’Oms Margaret Chan ha cominciato a chiedersi se ci sia una mutazione di Ebola oppure un adattamento naturale del virus. Parlando di «variante fatta dall’uomo».

Quattordici giorni prima di questa dichiarazione è morto Glenn Thomas, esperto di Ebola e Aids dell’Oms. Era a bordo del volo MH 17 di Malaysia Airlines abbattuto da un missile. Il 17 luglio s’era imbarcato ad Amsterdam per andare ad un convegno a Melbourne, in Australia, dove pare dovesse annunciato notizie importanti. E, visto che era pure il portavoce dell’organizzazione incaricato a parlare con giornali e televisioni, c’è chi vede nell’abbattimento del Boeing 777 la soluzione trovata per fermare eventuali sue rivelazioni riguardo le sperimentazioni ad insaputa degli africani per realizzare vaccini e guadagni milionari con il diffondersi dell’epidemia. Sacrificando comunque altre 297 vite. «Tesi accattivante ma lontana dalla scienza», secondo Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto per la malattie infettive «Lazzaro Spallanzani» di Roma.

«Le epidemie si verificano sistematicamente. Possono comparire quando meno ce lo aspettiamo». E per non essere colto di sorpresa il presidente degli Stati Uniti Barack Obama il 31 luglio ha cambiato con un ordine esecutivo l’elenco delle malattie per cui è necessaria la quarantena inserendo tutte quelle che si presentano con febbre e problemi respiratori e sono contagiose tanto da far rischiare la pandemia. Viene esclusa comunque l’influenza. Il virus mutante di Ebola sembra possa passare da uomo a uomo anche attraverso starnuti e non solo entrando in contatto con sangue, urine e fluidi corporei dei malati. Intanto la società californiana Mapp Biopharmaceuticals sta lavorando, insieme alla canadese Defyrur, allo ZMapp, cocktail di antibiotici per curare l’Ebola. Il 14 gennaio scorso Tekmira, che ha un contratto da 140 milioni di dollari con il Dipartimento Usa della Difesa, aveva annunciato la sperimentazione di vaccini sull’uomo.

Preso da: http://appuntiitaliani.com/morto-esperto-in-virus-ebola-sullaereo-malaysian-airlines/

Nella Libia del dopo Sarraj spunta Saif al Islam, il figlio di Gheddafi

19 settembre 2020.

Conseguenza delle dimissioni due giorni fa di Fayez Sarraj da premier del governo di Tripoli appare quella del momentaneo ritorno in auge di Khalifa Haftar a Bengasi. Ma l’ex «uomo forte» della Cirenaica è troppo debole per capitalizzare politicamente. I russi non lo sostengono più e paiono invece appoggiare discretamente Saif al Islam, il figlio più politico di Muammar Ghaddafi. Putin resta fortemente attratto dai vecchi ghaddafiani duri e puri, mentre è offeso da quelli che considera i voltafaccia altezzosi di Haftar. Fonti tripoline raccontano di un aereo russo che negli ultimi giorni avrebbe condotto Saif da Zintan a Mosca per colloqui riservati. Sono sviluppi caotici e carichi di colpi di scena in questa Libia frammentata, che dalla caduta di Gheddafi nel 2011 è sempre più vittima delle faide interne alimentate dalle ingerenze politiche e militari straniere. Soltanto un paio di settimane fa sembrava che la ripresa del dialogo tra Sarraj e i leader della Cirenaica in vista della creazione di un governo unitario potesse essere garantita dalla marginalizzazione di Haftar. Ma adesso di due governi nemici sono entrambi dimissionari e lacerati dalle lotte interne per la successione. L’Onu e l’Europa provano a ritessere le fila del dialogo con i prossimi incontri di Ginevra assieme al progetto tedesco di una conferenza internazionale virtuale sulla Libia il 5 ottobre. Ma intanto Putin ed Erdogan si parlano direttamente e sono loro a dettare le regole del gioco.

 

Preso da: https://www.msn.com/it-it/news/mondo/nella-libia-del-dopo-sarraj-spunta-saif-al-islam-il-figlio-di-gheddafi/ar-BB19avKO

QASEM SOLEIMANI MARTIRE DEL MONDO MULTIPOLARE E LA NUOVA GEOGRAFIA DELLA GRANDE GUERRA DEI CONTINENTI

14.01.2020

L’assassinio del generale Soleimani nel contesto dell’Apocalisse

L’assassinio del generale Qasem Soleimani, comandante delle forze speciali di Al-Quds del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche, avvenuto il 3 gennaio 2020 per mezzo di missili americani, rappresenta un momento decisivo che segna una situazione completamente nuova nell’allineamento delle forze in Medio Oriente.

Nella misura in cui il Medio Oriente è lo specchio dei mutamenti globali nel panorama geopolitico mondiale, questo evento assume una dimensione ancora più ampia che interessa l’ordine mondiale nel suo complesso. Non è un caso che molti osservatori abbiano interpretato la morte del generale Soleimani, eroe della lotta contro l’ISIL in Siria e in Iraq, come l’inizio di una terza guerra mondiale o quantomeno di una guerra degli Stati Uniti contro l’Iran. L’attacco missilistico iraniano a due basi militari americane in Iraq l’8 gennaio 2020 sembra confermare questa analisi: la morte di Soleimani è il punto di inizio della «battaglia finale». È esattamente in questo modo che tale evento è stato percepito nel mondo sciita, dove le aspettative sulla fine del mondo e sulla venuta del Mahdi, il Salvatore promesso alla fine dei tempi, sono così forti da influenzare non solo la loro visione religiosa del mondo, ma anche l’analisi degli eventi politici e internazionali di tutti i giorni. Gli sciiti vedono la fine del mondo come una «battaglia finale» tra i sostenitori del Mahdi e i suoi avversari, le forze di Dajjal.

I sostenitori del Mahdi si ritiene siano i musulmani (sia sciiti che sunniti, ma con l’eccezione di correnti come i wahhabiti e i salafiti, riconosciuti come estremisti, «eretici» e «takfiri»), mentre Dajjal, l’anticristo islamico, è costantemente associato all’Occidente, in primo luogo agli Stati Uniti d’America. La maggior parte delle profezie sostiene che la battaglia finale avrà luogo in Medio Oriente e che il Mahdi stesso apparirà a Damasco. La figura del Mahdi può essere individuata anche tra i sunniti, ma se gli sciiti ritengono che tale figura coincida con l’apparizione dell’«imam nascosto» che rimane vivo ma «occultato» a tutt’oggi, i sunniti interpretano il Mahdi come il leader del mondo islamico che apparirà alla fine dei tempi per intraprendere una battaglia decisiva contro Dajjal, in cui la maggioranza dei sunniti vede la civiltà materialista e atea dell’Occidente moderno e, di conseguenza, l’egemonia americana come l’avanguardia più aggressiva dell’Occidente.

Questa regione è anche direttamente legata ad altri racconti apocalittici specifici di altre religioni. I religiosi israeliani (Haredim), per esempio, si aspettano l’arrivo del Messia in Israele, con il quale sarà ricostruito il Tempio di Gerusalemme, il Terzo Tempio. La comparsa di quest’ultimo è ostacolata dalla Moschea al-Aqsa, situata a Gerusalemme nel luogo dove si trovava il Secondo Tempio. Sette ebraiche estremiste, come i «Fedeli del Monte del Tempio», hanno ripetutamente tentato di costruire tunnel sotto il Monte Santo per far saltare in aria al-Aqsa. Ciò naturalmente conferisce al conflitto arabo-israeliano una dimensione particolare. A quanto si apprende, il generale assassinato Soleimani era a capo della divisione del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche chiamato «Al-Quds», che significa «Gerusalemme» e il cui obiettivo principale è quello di impedire agli israeliani di iniziare a costruire il Terzo Tempio, e di liberare la Terra Santa dai sionisti. Questo, a sua volta, secondo le credenze dei musulmani, dovrebbe avvenire proprio alla vigilia della fine dei tempi.

Negli Stati Uniti, un’enorme influenza viene esercitata da sette evangeliche estremiste che, nello spirito del «sionismo cristiano», interpretano gli eventi della politica mediorientale come un preludio alla «Seconda venuta di Cristo», dove i «nemici di Cristo» sono considerati essere gli «eserciti del Re Gog» del «Paese del Nord», che gli evangelicalisti tradizionalmente associano alla Russia. La Russia, infatti, sta operando attivamente in Siria e sta rafforzando la sua influenza in tutta la regione.

Se mettiamo tutto questo insieme, il quadro che ne esce appare estremamente nefasto: l’assassinio di Soleimani ricade in un contesto di aspettative apocalittiche e viene interpretato da molti come il punto di partenza dell’Armageddon, o per lo meno come un analogo dell’assassinio dell’arciduca Ferdinando a Sarajevo che ha innescato la prima guerra mondiale.

Così, l’assassinio del generale Soleimani e gli attacchi di ritorsione dell’Iran contro le basi americane costituiscono eventi estremamente radicali, carichi di significati fondamentali e gravidi di conseguenze difficili da prevedere.

Multipolarismo contro Unipolarismo

Data l’ampiezza del significato degli eventi che si sono già verificati all’inizio del 2020, è importante iniziare la loro analisi tenendo presente il più ampio contesto generale. Tale contesto è definito dal passaggio del sistema mondiale dal mondo unipolare formatosi alla fine del XX secolo sotto il dominio inequivocabile dell’Occidente (nello specifico degli Stati Uniti) a quello multipolare, i cui contorni sono diventati sempre più chiari in relazione al ritorno sull’arena storica della Russia di Putin come potenza sovrana e indipendente e al deteriorarsi delle relazioni sino-americane fino alla guerra commerciale.

Nella sua campagna elettorale del 2016, lo stesso presidente Trump aveva promesso agli elettori che avrebbe rifiutato l’interventismo e avrebbe limitato le politiche neoimperialiste e globaliste, cosa che lo aveva reso un potenziale sostenitore della transizione pacifica verso il multipolarismo. Ma con la sua decisione di assassinare Soleimani, Trump ha completamente negato questa possibilità e ha confermato ancora una volta il posizionamento degli Stati Uniti nel campo di quelle forze che combatteranno disperatamente per preservare il mondo unipolare. In queste azioni, alle spalle di Trump, hanno fatto capolino i neoconservatori americani e i sionisti cristiani che conducono gli eventi verso la battaglia finale. Ma questa battaglia – che inizi ora o in un secondo momento – si svolgerà già in nuove condizioni: i successi della Russia nella politica internazionale, l’impressionante ascesa dell’economia cinese, così come il graduale riavvicinamento tra Mosca e Pechino hanno reso il mondo multipolare una realtà, presentando così a tutti gli altri Paesi e civiltà – compresi quelli grandi come l’India così come leader regionali quali l’Iran, la Turchia, il Pakistan, i Paesi del mondo arabo, ma anche l’America Latina e l’Africa – la possibilità di decidere la propria posizione in questa costruzione antagonista: o posizionarsi (rimanere) come satelliti dell’Occidente (cioè giurare fedeltà all’agonizzante unipolarità), o schierarsi dalla parte del mondo multipolare e cercare il proprio futuro in questo contesto.

Il suicidio di Donald Trump 

Una situazione fondamentalmente nuova si è venuta a creare intorno ai tragici eventi in Iraq del 3 gennaio 2020: il generale Soleimani, assassinato dagli americani, costituiva una componente organica del mondo multipolare e rappresentava in questo equilibrio di forze non solo la Guardia Rivoluzionaria Islamica o addirittura l’Iran nel suo complesso, ma tutti i sostenitori del multipolarismo. Al suo posto avrebbe potuto benissimo esserci un soldato russo accusato infondatamente dagli Stati Uniti di aver partecipato alla riunificazione con la Crimea o al conflitto nel Donbass, un generale turco che ha dato prova di sé nella lotta contro i terroristi curdi, o un banchiere cinese macchiatosi di gravi danni al sistema finanziario americano. Soleimani era una figura simbolica del multipolarismo, ucciso dai sostenitori dell’unipolarismo in spregio a qualsiasi norma del diritto internazionale.

Decidendo di liquidare Soleimani, Trump ha agito dalla posizione di forza puramente unipolare – «così ho deciso, così sarà» – senza tener conto delle conseguenze, del rischio di guerra, o delle proteste di tutte le altre controparti. Come i precedenti presidenti statunitensi, Trump ha agito secondo la seguente logica: esclusivamente gli Stati Uniti possono da soli etichettare i «cattivi» o i «buoni» e agire nei confronti dei «cattivi» come meglio credono. Teoricamente, Putin, Xi Jinping o Erdogan potrebbero benissimo essere considerati «cattivi», e allora l’unica domanda sarebbe se sono in grado di difendersi con i mezzi di difesa a loro disposizione, anche contro i colpi di stato (come quello che ha già affrontato Erdogan) o le «rivoluzioni colorate» (che l’Iran si trova costantemente a fronteggiare e che, con l’aiuto della «quinta colonna» dei liberali, l’Occidente cerca continuamente di incitare in Russia). Trump stesso aveva criticato in modo convinto e severo tali politiche da parte delle precedenti amministrazioni, sia repubblicane che democratiche, ma nel decidere di assassinare Soleimani, ha dimostrato di non essere diverso da loro.

Quello che stiamo vivendo è un momento molto importante nella transizione dall’unipolarismo al multipolarismo. Trump rappresentava la speranza che questa transizione potesse realizzarsi pacificamente, nel qual caso gli Stati Uniti non sarebbero stati il nemico di tale passaggio, ma un suo partecipante a pieno titolo, una posizione che avrebbe teoricamente permesso loro di rafforzare significativamente il proprio ruolo di forza di primo piano nel contesto della multipolarità e di assicurarsi un posto privilegiato nel club multipolare nel suo complesso. Queste speranze si sono frantumate il 3 gennaio 2020, dopo di che Trump è diventato un normale presidente americano come tutti gli altri – né peggiore, né migliore. Egli ha confermato lo status degli Stati Uniti di un agonizzante drago imperialista folle, malvagio e ancora pericoloso, ma che non ha alcuna possibilità di evitare la «battaglia finale». A seguito di ciò, Trump ha cancellato sia il suo futuro che quello degli Stati Uniti come polo nel mondo multipolare. Così facendo, ha firmato la condanna a morte dell’America nel futuro.

Per il mondo multipolare in via di consolidamento, gli Stati Uniti non sono più un soggetto del processo, ma un oggetto, proprio come Trump, assassinando Soleimani, ha trattato non solo Teheran ma anche Baghdad, Ankara, Mosca e Pechino come «oggetti» rappresentanti meri ostacoli al rafforzamento dell’egemonia americana. Questo significa guerra, dal momento che lo scontro tra unipolarismo e multipolarismo è una battaglia per lo status di soggetto. Oggi non possono esserci due soggetti di questo tipo; può essercene uno solo, come Trump ha cercato di ribadire, o più di due, il che è alla base delle strategie della Russia, della Cina, dell’Iran, della Turchia e di tutti gli altri attori che accettano il multipolarismo.

Il successo delle potenze multipolari e il nuovo equilibrio di forze: la fine dell’America

Questa analisi dell’equilibrio globale delle forze rende estremamente più nitida l’intera struttura della politica mondiale, perché riporta la situazione indietro alla politica nello spirito di George W. Bush, Obama o Hillary Clinton. Trump, che scherniva in modo così sarcastico Hillary, oggi è apparso nei panni nel ruolo di sanguinaria strega globalista. Ma gli eventi degli ultimi anni – il rafforzamento delle posizioni della Russia in Medio Oriente e i suoi successi particolarmente rilevanti in Siria, il riavvicinamento di Russia e Cina e la convergenza tra il progetto di integrazione One Belt One Roadcon la strategia eurasiatica di Putin, e persino i precedenti passi di Trump volti ad evitare uno scontro diretto che ha permesso il rafforzamento delle forze multipolari nel Mediterraneo (dove il ruolo più importante è stato giocato dal riavvicinamento delle posizioni tra Putin ed Erdogan) – hanno già cambiato in modo irreversibile l’equilibrio delle forze. In primo luogo, questo vale per il territorio strettamente adiacente al regno dell’Armageddon come unanimemente, seppur con segni diversi, viene riconosciuto da ogni tipo di apocalittismo politico.

Lo sviluppo degli eventi che inevitabilmente seguiranno all’assassinio del generale Soleimani vedrà la contrapposizione tra, da un lato, gli Stati Uniti e l’Occidente a fianco dei loro mandatari regionali come Israele, l’Arabia Saudita e alcuni Stati del Golfo, e dall’altro le potenze multipolari di Russia, Cina, Iran, Turchia e altri, portarsi ad un nuovo livello. Gli Stati Uniti stanno usando la politica delle sanzioni e della guerra commerciale contro i loro avversari in modo tale che una percentuale sempre maggiore dell’umanità sta finendo sotto le sanzioni americane, e non solo in Asia, ma anche in Europa, dove le aziende europee (soprattutto quelle tedesche) sono state sanzionate per la partecipazione al progetto Nord Stream. Questa è una manifestazione dell’arroganza dell’egemonia americana, che tratta i suoi «sostenitori» come lacchè e li gestisce mediante punizioni fisiche. Gli Stati Uniti non hanno amici, hanno solo schiavi e nemici. In questo stato, la «superpotenza solitaria» si sta dirigendo verso uno scontro, questa volta virtualmente con tutto il resto del mondo. Ad ogni occasione, gli «schiavi» di oggi cercheranno, indubbiamente, di sottrarsi all’inevitabile resa dei conti per il loro collaborazionismo unipolare.

Washington non ha imparato alcuna lezione dalla volontà del popolo americano che ha eletto Trump. Il popolo non ha votato a favore della continuazione delle politiche di Bush/Obama, ma contro di esse, per il loro radicale rifiuto. Le élite americane (e, più in generale, quelle globaliste) non ne hanno tenuto conto, liquidando invece il tutto come macchinazioni di «hacker russi» e «blogger». E ora, con Trump che ancora una volta tende parzialmente la mano verso l’aggressiva élite globalista che ha perso ogni senso di razionalità, alla «maggioranza silenziosa» americana non rimane che una opzione: voltare totalmente le spalle al governo americano. Se anche Trump ha finito per diventare un giocattolo nelle mani dei globalisti, allora questo significa che i metodi legali di lotta politica si sono esauriti. In una prospettiva di medio termine, l’assassinio del generale Soleimani si ripercuoterà nell’inizio di una vera e propria guerra civile negli stessi Stati Uniti. Se nessuno esprime la volontà della società, allora la società stessa entrerà in una speciale modalità di sabotaggio passivo. Se non Trump, se il popolo americano, nello spirito delle sue tradizioni culturali e politiche, sceglie il multipolarismo, allora esso non starà con lo Stato, ma contro lo Stato «dirottato» dall’élite globalista che nemmeno la prima persona della Casa Bianca è in grado di contrastare. L’assassinio di Soleimani significa la fine dell’America.

Il campo unipolare è in profonda crisi 

I partner europei degli Stati Uniti non sono affatto pronti a un brusco scontro con il club multipolare. Né la Merkel, che ha ricevuto un altro schiaffo per il Nord Stream, né Macron assediato dai Gilet Gialli e che ora capisce in un modo o nell’altro che il populismo dovrà essere affrontato (da qui la sua «posizione speciale» nei confronti della Russia e i progetti per la creazione di un esercito europeo), né Boris Johnson, che è appena riuscito a strappare la Gran Bretagna dalla palude soffocante dell’UE liberale (ed è difficile che possa scambiare così rapidamente la sua duramente conquistata, seppur relativa sovranità, con una nuova schiavitù in favore dei pazzi americani che hanno perso ogni senso di realismo), stanno bruciando dalla voglia di buttarsi nel fuoco di una terza guerra mondiale, alimentata da Washington, e di esservi inceneriti senza lasciare traccia. La Nato si sta sgretolando davanti ai nostri occhi attorno alla Turchia, che non sostiene più gli Stati Uniti in pressoché tutto il Medio Oriente o nel Mediterraneo orientale (che i turchi chiamano la «Patria blu», Mavi Vatan), ovvero la propria area di controllo sovrano. Altrettanto incondizionato e completamente irrazionale – o, si potrebbe dire, disperato e persino provocatorio – è il sostegno di Washington a Israele nel minare le relazioni con il mondo arabo e, più in generale, con il mondo islamico. Allo stesso tempo, Trump sta ridimensionando l’alleanza degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita ad un accordo finanziario, che non costituisce una base promettente per una vera e propria alleanza, per la quale gli Stati Uniti sono del geneticamente tutto incapaci.

Così, gli Stati Uniti stanno entrando in una terza guerra mondiale tra l’agonizzante unipolarismo e un multipolarismo in costante irrobustimento, in condizioni molto peggiori anche rispetto a quelle della precedente amministrazione. In queste circostanze, Trump deve ancora farsi rieleggere, mentre chi lo ha spinto a uccidere Soleimani cercherà ugualmente di farlo fuori per esserne stato responsabile. Dopo l’assassinio di Soleimani, sia la guerra che la pace non fanno che minare la posizione di Trump. L’assassinio di Soleimani è stata una decisione fatale che lo distruggerà. Anche le posizioni di quei populisti di destra europei che hanno sostenuto questo gesto suicida di Trump sono state sostanzialmente indebolite. Il punto non è nemmeno che hanno scelto di schierarsi dalla parte dell’America, ma che si sono schierati a favore del moribondo unipolarismo – e questo può rovinare chiunque.

Le nuove prospettive del mondo multipolare

In questo contesto, i Paesi che sono stati oggetto di sanzioni, in primo luogo la Russia, la Cina e lo stesso Iran, hanno già imparato a vivere in queste condizioni e hanno risposto con lo sviluppo delle proprie armi strategiche (Russia), della propria struttura economica (Cina, anche al di là del proprio territorio nel contesto dell’enorme spazio coinvolto nel progetto One Belt One Road), dell’energia indipendente (Iran) e della geopolitica regionale indipendente (Turchia). Ora non resta che ridistribuire le carte vincenti più forti tra i membri del club multipolare, e il multipolarismo diventerà un avversario veramente serio e relativamente invulnerabile. Più forte sarà questo avversario, maggiori saranno le possibilità di evitare una terza guerra mondiale nella sua fase calda e di aspettare il crollo dell’unipolarismo, che verrà inevitabilmente da sé.

Alcune delle conseguenze dell’assassinio del generale Soleimani sono già chiare. L’Iran ha dichiarato il Pentagono un’organizzazione terroristica alla stessa stregua dell’ISIL, e questo significa che ciò che è successo al generale Soleimani potrebbe accadere a qualsiasi soldato americano. Non essendoci stata risposta all’attacco missilistico contro le basi americane in Iraq, l’Iran avrà piena fiducia nella sua efficacia di combattimento e comincerà a sviluppare armi con rinnovato vigore, contando soprattutto sulla Russia. È importante che in queste circostanze l’Iran abbia già dichiarato il suo ritiro dal trattato sul suo sviluppo di armi nucleari – dopo tutto, non ha nulla da perdere. Un altro Stato islamico, il Pakistan, ha già armi nucleari. Così come le possiede un altro antagonista regionale dell’Iran: Israele. Teheran non ha più motivo di trattare ulteriormente con coloro che considera ufficialmente «terroristi».

Importante è anche la posizione dell’Iraq, dove gli sciiti costituiscono la maggioranza. Per tutto il mondo sciita, il generale Qasem Soleimani era un eroe indiscusso. Da qui la richiesta del parlamento iracheno di ritirare immediatamente tutte le truppe americane dal territorio del Paese. Naturalmente, una decisione parlamentare democratica non è assolutamente sufficiente per i cinici assassini americani – essi andranno ovunque lo riterranno necessario e ovunque avranno qualcosa da guadagnare. Ma questo significa l’inizio di una mobilitazione generale antiamericana della popolazione irachena – non solo degli sciiti, ma anche dei sunniti, che sono radicalmente antiamericani (da qui il motivo per cui molti sostenitori sunniti di Saddam Hussein si sono uniti all’ISIS, credendo di combattere contro gli americani con cui gli sciiti erano arrivati a stringere un accordo). Ora tutti, sia gli sciiti iracheni che i sunniti iracheni, chiedono il ritiro delle truppe americane, poiché ormai praticamente tutta la popolazione dell’Iraq, esclusi alcuni curdi che gli Usa hanno a loro volta di recente cinicamente tradito, è pronta a iniziare una lotta armata contro gli occupanti. Questo è già molto, ma l’Iraq potrebbe contare nella sua guerra antiamericana anche sulla Russia e in parte sulla Cina, che insieme rappresentano le colonne portanti del multipolarismo, oltre che sull’Iran e sulla Turchia.

In questa situazione, la posizione della Russia è fondamentale: da un lato, la Russia non è coinvolta in contrasti regionali tra Stati, etnie e correnti religiose, il che rende la sua posizione obiettiva e la sua aspirazione alla pace e al ripristino della sovranità dell’Iraq sincera e coerente; dall’altro, la Russia detiene un livello significativo di armamenti per sostenere la guerra per la libertà e l’indipendenza degli iracheni (come è stato fatto in Siria, dove la Russia ha dimostrato tutta la sua efficacia, o come sta accadendo ora in Libia). L’Iraq sta diventando la principale arena della politica mondiale, e ancora una volta abbiamo a che fare con una civiltà antichissima, con il cuore del Medio Oriente, con quella terra che, secondo la geografia biblica, un tempo era «il paradiso in terra» e oggi è stata trasformata nel suo opposto.

Ora, la cosa più importante in queste circostanze è approfittare di quello che, da un punto di vista globale, potrebbe essere considerato «l’errore fatale di Trump». L’assassinio del generale Soleimani non migliora la posizione degli Stati Uniti, ma esclude uno scenario pacifico di transizione verso la multipolarità e priva Trump di qualsiasi possibilità di successo per la riforma a lungo termine della politica americana. La situazione di Israele, tenuto in ostaggio da un odio totale verso tutti i popoli circostanti, sta diventando estremamente problematica. Nel momento in cui l’esistenza di Israele non dipende da un complesso equilibrio di forze, ma da un solo campo che sta rapidamente perdendo il suo predominio, la sua situazione diventa estremamente rischiosa. Israele, in quanto progetto troppo avventato e pseudo-messianico creato da nazionalisti filo-occidentali che hanno deciso di non aspettare il Messia ma di sostituire il suo arrivo con il loro volontarismo, rischia di cadere vittima della morte dell’ordine mondiale unipolare – e per questo deve «ringraziare» Trump e l’estrema destra israeliana che lo ha spinto verso tali passi suicidi.

La Russia è perseverante e vincente 

E la Russia? La Russia non aveva alcuna fretta di schierarsi inequivocabilmente dalla parte dell’Iran, mentre nello stesso Iran una parte dell’élite preferiva negoziare con gli Stati Uniti ed evitare il riavvicinamento a Mosca. In entrambe le potenze, Russia e Iran, la «sesta colonna» ha agito in tandem nel tentativo di rompere con ogni mezzo l’asse Mosca-Teheran e impedire una stretta alleanza russo-sciita che, nonostante tutto, ha preso forma in Siria, dove gli iraniani (sotto il generale Soleimani) e i russi hanno combattuto fianco a fianco contro estremisti che oggettivamente fanno il gioco del mondo unipolare. Tali tentativi continueranno sicuramente, e i globalisti cercheranno di usare la «quinta colonna» in Iran in una strategia di «rivoluzione colorata» volta a rovesciare i conservatori e a far sprofondare il Paese nel caos della guerra civile. L’Occidente è certamente pronto a scatenare lo stesso scenario anche in Russia, e questo sta diventando sempre più rilevante man mano che ci avviciniamo alla fine dell’ultimo mandato di Putin, il quale rappresenta la principale promessa di una politica sovrana e multipolare della Russia.

Il mondo unipolare è condannato, ma sarebbe sciocco sperare che esso si arrenda senza combattere. Inoltre, l’assassinio del generale Soleimani esclude uno scenario pacifico per il futuro, poiché non ci si può più aspettare che Trump e Washington acconsentano volontariamente a questo mutamento dell’ordine mondiale e, di conseguenza, accettino di riconoscere la soggettività di qualsiasi potenza al di fuori degli Stati Uniti.

L’unica cosa che resta alle potenze del mondo multipolare – Russia, Cina, Iran, Turchia, Iraq e tutti gli altri – è di spingere tutti coloro che si oppongono disperatamente al multipolarismo ad accettarlo. Dopo tutto, questo non significa costringere nessuno ad accettare la dominazione russa o cinese. È proprio questo che differenzia il multipolarismo dall’unipolarismo. Il mondo multipolare lascia a tutti il diritto di costruire la società che vogliono con i valori che scelgono. Qui non esistono criteri universali; nessuno deve niente a nessuno se non il rispetto del proprio diritto a consolidare la propria identità, a costruire la propria civiltà (che piaccia o meno a qualcuno) e a partecipare al proprio futuro (non a quello di qualcun altro). Le spinte verso la multipolarità sacrificano solo il mondo unipolare, l’egemonia americana, l’ideologia liberale totalitaria e il suo sistema capitalistico intesi come universali. L’Occidente può rimanere liberale e capitalista quanto vuole, ma i confini di questa ideologia e di questo sistema economico, così tossici per le altre culture, dovrebbero essere rigorosamente delimitati. Ecco a cosa è finalizzata la lotta in corso – la lotta in nome della quale il martire del mondo multipolare, l’eroe della Resistenza, il grande generale iraniano Qasem Soleimani, ha dato la vita.

Traduzione di Donato Mancuso

Preso da: https://www.geopolitica.ru/it/article/qasem-soleimani-martire-del-mondo-multipolare-e-la-nuova-geografia-della-grande-guerra-dei

La ricostituzione del Partito Coloniale francese

Eletto presidente per ripiego dopo l’arresto di Dominique Strauss-Khan, François Hollande ignorava le funzioni proprie del presidente della repubblica, sicché si affidò agli alti funzionari. Seguendo le loro istruzioni proseguì la politica del predecessore. In politica estera riprese i dossier in corso senza però tener conto della svolta di fine mandato di Nicolas Sarkozy. I fautori di una nuova epopea coloniale si compattarono al suo seguito.

| Damasco (Siria)

Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi.
Si veda l’indice.

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François Hollande pone il proprio quinquennato sotto gli auspici di Jules Ferry (1832-1893), il socialista teorico della colonizzazione francese.

FRANÇOIS HOLLANDE E IL RITORNO DEL PARTITO DELLA COLONIZZAZIONE

Ma Sarkozy perde le elezioni presidenziali. Quando lascia l’Eliseo, comincia a essere stipendiato dal Qatar con 3 milioni di euro l’anno e lo rappresenta, per esempio, nel consiglio di amministrazione del gruppo alberghiero Accor.

Benché sia stato eletto sotto l’egida del partito socialista, François Hollande governa a nome del “partito della colonizzazione” [1]. Dopo un anno e mezzo di mandato, annuncia ai suoi elettori – lasciandoli a bocca aperta – che non è un socialista, bensì un socialdemocratico. In realtà tutto è chiaro fin dal giorno in cui assume la carica: come i suoi predecessori, sceglie per la propria cerimonia d’investitura gli auspici di una personalità storica, nello specifico Jules Ferry (1832-1893). Certo, quest’ultimo aveva reso gratuita la scuola primaria, ma al tempo era estremamente impopolare ed era soprannominato “il Tonchinese”. Ferry difese infatti gli interessi dei grandi gruppi industriali in Tunisia, in Tonchino e in Congo, trascinando la Francia in avventure razziste e coloniali. Contrariamente all’opinione comune, il suo interesse per l’istruzione primaria non era rivolto all’educazione dei bambini, ma alla loro preparazione come soldati per la colonizzazione. È per questo che i suoi insegnanti erano definiti “hussard noirs”.

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Il socialista Jules Ferry (al centro, con i favoriti) ha teorizzato il diritto dei «popoli superiori» a «civilizzare» i «popoli inferiori». Ha capeggiato il “Partito coloniale”, lobby trasversale degli interessi coloniali. Ha istituito la scuola pubblica gratuita e obbligatoria per sottrarre i bambini all’influenza del clero e farne buoni soldati.

Può sembrare una forzatura parlare di “colonizzazione francese” a proposito di François Hollande, visto che l’espressione sembra ormai obsoleta. Spesso se ne fraintende il significato, perché viene erroneamente associata alla colonizzazione in senso stretto quando si tratta, in realtà, di un concetto anzitutto economico. Nel XIX secolo, mentre i contadini e gli operai resistevano, fino a morirne, ai padroni che li sfruttavano spudoratamente, alcuni di questi ebbero l’idea di occuparsi dei propri profitti a scapito di popoli meno organizzati. Per portare a termine il loro piano modificarono sia il mito nazionale, sia l’organizzazione laica dello Stato per strappare il popolo all’influenza delle chiese.

Giungendo all’Eliseo, Hollande sceglie come primo ministro Jean-Marc Ayrault, considerato un uomo assennato che però ha già perorato la causa della colonizzazione della Palestina. È presidente onorario del Cercle Léon Blum, un’associazione creata da Dominique Strauss-Kahn per raccogliere i sionisti nel partito socialista.

Nel 1936 il primo ministro Léon Blum promise al movimento sionista di creare lo Stato d’Israele nel Libano e nella Siria, allora sotto mandato francese [2].

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Già nel 1991, quando era primo ministro, Laurent Fabius non aveva manifestato particolare sollecitudine per la vita altrui.

Hollande nomina Laurent Fabius come ministro degli Esteri. In precedenza i due sono stati rivali, ma Fabius ha negoziato con l’emiro del Qatar e con Israele l’appoggio alla campagna elettorale [3]. È un uomo senza ideali, che cambia più volte opinione su questioni importanti quando se ne presenta l’opportunità. Nel 1984, durante la sua carica di premier, vengono infettati duemila emofiliaci – che poi moriranno – per tutelare gli interessi dell’Istituto Pasteur, il cui test sull’AIDS non è ancora pronto. Grazie all’intervento di François Mitterrand che modifica le regole procedurali, viene rilasciato dalla Corte di giustizia della Repubblica in quanto “responsabile ma non colpevole”. Al suo posto sarà condannato il ministro della Salute, Edmond Hervé.

Come ministro della Difesa, Hollande sceglie l’amico Jean-Yves Le Drian. Anni prima hanno sostenuto entrambi il presidente della Commissione europea, Jacques Delors, all’interno del partito socialista. Nel corso della campagna elettorale Le Drian, a nome di Hollande, è andato in visita a Washington, dove ha promesso fedeltà all’impero statunitense.

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Benché di estrema destra, il generale Benoît Puga esercita una forte influenza sul presidente socialista François Hollande.

Inoltre, con una decisione senza precedenti, il presidente Hollande lascia al suo posto il capo di Stato maggiore del suo predecessore, il generale Benoît Puga. L’ufficiale è più vecchio di lui e condivide gli ideali di estrema destra del padre del presidente. Ha il privilegio di poter entrare nel suo ufficio in qualsiasi momento e a lui lo unisce un rapporto quasi paterno.

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Il prefetto Édouard Lacroix (1936-2012) fu direttore generale della Polizia Nazionale (1993), in seguito direttore di gabinetto del ministro dell’Interno Charles Pasqua (1994-1995). Fu negoziatore tra Claude Guéant e Muammar Gheddafi, prima di essere assassinato su istruzione di François Hollande.

Per prima cosa François Hollande fa il punto sulla situazione della Libia. La Jamahiriya ha un tesoro stimato in 150 miliardi di dollari almeno, e ufficialmente la NATO ne ha bloccato circa un terzo. Che ne è del resto? I gheddafisti credono di poterli usare, nel lungo periodo, per finanziare la resistenza. Ma, ad aprile, il prefetto Édouard Lacroix – che ha avuto accesso a una parte di tali investimenti – muore improvvisamente di “cancro fulminante” [4], mentre l’ex ministro del petrolio Shukri Ghanem viene trovato annegato a Vienna. Verosimilmente, con la complicità passiva del ministro delle Finanze francese, Pierre Moscovici, del consigliere economico dell’Eliseo, Emmanuel Macron, e di una serie di banchieri, il Tesoro degli USA saccheggia il bottino. È il colpo del secolo: 100 miliardi di dollari [5].

All’inizio di giugno 2012 Francia e Regno Unito partecipano alla riunione del gruppo di lavoro per la ripresa economica e lo sviluppo degli “Amici della Siria”, tenutasi negli Emirati Arabi Uniti sotto la presidenza tedesca [6]. Si tratta di coinvolgere nella guerra gli Stati membri con la promessa di una contropartita. Diversi anni prima le società norvegesi InSeis Terra e Sagex si sono ufficialmente occupate della ricerca di idrocarburi in Siria. Anche se al tempo hanno sostenuto di aver rilevato 13 giacimenti di petrolio e di gas soltanto in due dimensioni, in realtà li hanno misurati in tre dimensioni e di conseguenza ne conoscono il valore. Quando Sagex viene acquisita da una società franco-statunitense quotata a Londra, Veritas SSGT, e successivamente accorpata al gruppo Schlumberger, sono tre gli Stati a entrare in possesso di quelle preziose informazioni, ma comunque non la Siria, che ne verrà a conoscenza solo nel 2013. Secondo queste ricerche, la Siria gode di un sottosuolo ricco almeno quanto quello del Qatar. Il Regno Unito fa entrare nel Consiglio nazionale siriano Usama al-Qadi, un dirigente di British Gas. Con il suo aiuto, Parigi e Londra concedono ai presenti il futuro sfruttamento di un paese che non hanno ancora conquistato.

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Il missile Bulava prende il nome da un’antica mazza d’arme slava che fungeva da bastone di maresciallo degli eserciti cosacchi.

L’Arabia Saudita si prepara a inviare un esercito a Damasco, mentre il Regno Unito prende il controllo dei media siriani. Il coordinamento delle forze è già stato testato in Giordania, in occasione dell’esercitazione Eager Lion 2012, sotto il comando degli Stati Uniti. I leader libanesi, dal canto loro, si sono impegnati a restare neutrali con la firma della Dichiarazione di Baabda [7]. La Siria, in una situazione come questa, avrebbe ceduto in fretta. Però la Russia lancia due missili intercontinentali, un Topol dalle rive del Mar Caspio e un Bulava da un sottomarino nel Mediterraneo. Il messaggio è chiaro: se l’Occidente non ha intenzione di rispettare i due veti russi e i due cinesi posti al Consiglio di sicurezza e attacca la Siria, si profila il rischio di una nuova guerra mondiale [8]. Scoppia dunque una polemica con Sergej Lavrov per capire chi si trovi “dalla parte giusta della storia” [9].

Il 30 giugno l’ex segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan – nominato dal suo successore Ban Ki-moon e dal segretario generale della Lega araba – presiede una conferenza internazionale a Ginevra sul futuro della Repubblica araba siriana. Non viene invitato alcun rappresentante siriano, né del governo né del Consiglio nazionale del paese. Gli USA e la Russia concordano sul fatto di non voler scatenare una guerra in Medio Oriente e decidono di creare un governo di unità nazionale, sotto la presidenza di Bashar al-Assad, includendo alcuni elementi del CNS. La guerra è ufficialmente finita, il mondo torna a essere “bipolare”, come durante la Guerra fredda [10].

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Pochi giorni dopo essere riuscito a trovare un accordo tra Stati Uniti e Cina sulla Siria, Kofi Annan deve fronteggiare l’arretramento degli Occidentali. Darà le dimissioni.

Solo che il segretario di Stato, Hillary Clinton, non ha alcuna intenzione di sottoscrivere la fine dell’influenza unipolare, né di rispettare la firma che, a detta sua, le è stata strappata con le minacce. In più, i ministri di Francia e Regno Unito nutrono alcune riserve sull’interpretazione del comunicato finale.

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Gli Amici della Siria credono di essersi accaparrati con Manaf Tlass un elemento di valore. Ma il giovanotto preferirà suonare il piano piuttosto che rovesciare l’amico d’infanzia Bashar al-Assad.

È a questo punto che la DGSE riesce a orchestrare la defezione del generale Manaf Tlass – amico d’infanzia del presidente al-Assad – portandolo a Parigi. Manaf viene presentato come una figura di spicco, ma in realtà è diventato generale seguendo le orme del padre, il generale Mustafa Tlass, ex ministro della Difesa. È solo un artista che non si è mai interessato alla politica. All’inizio della guerra ha negoziato un compromesso con i “rivoluzionari” per ristabilire la pace a Rastan, sua città natale, ma l’accordo è stato respinto dal presidente, cosa che lo ha enormemente infastidito. Manaf è un amico, mentre la stampa francese che – come i politici – vive solo di interessi, lo include erroneamente tra i finanziatori della Rete Voltaire [11]. A Parigi lo ricevono il padre, che vi si è trasferito al momento del suo pensionamento nel 2004; il fratello Firas, che dal Qatar dirige la costruzione dei tunnel dei jihadisti; e la sorella, molto intima con Roland Dumas e poi con il giornalista Franz-Olivier Giesbert, con il quale lavora ancora. Manaf però arriva troppo tardi per vedersi nominare presidente in esilio dalla conferenza degli “Amici della Siria”.

Intanto lo stratagemma architettato ad Abu Dhabi si rivela ben riuscito. Il 6 luglio 2012, a Parigi, 130 Stati e organizzazioni intergovernative si precipitano alla terza conferenza degli “Amici della Siria”, tutti ingolositi dall’odore del petrolio e del gas. Se una settimana prima Hillary Clinton e Sergej Lavrov hanno solennemente firmato la pace, nell’occasione una forte delegazione americana è pronta a rilanciare la guerra.

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Il criminale di guerra Abou Saleh (Brigata al-Farouk) era l’invitato speciale del presidente François Hollande (nella foto il giovane seduto di fronte a lato della tribuna, a destra).

François Hollande sale in cattedra e fa sedere al suo fianco Abu Salah, il giovane “giornalista” di France 24 fuggito con i francesi da Baba Amr. Alla fine dell’incontro, si dilunga nel congratularsi con il “rivoluzionario” davanti alle telecamere dell’Eliseo. Tuttavia, queste immagini vengono rimosse dal sito ufficiale quando faccio notare che Abu Salah è responsabile di crimini contro l’umanità, avendo preso parte al tribunale rivoluzionario dell’Emirato che ha condannato e ucciso 150 civili cristiani e alawiti.

Il discorso del presidente Hollande non è stato scritto dai suoi collaboratori, bensì in inglese a Washington, New York o Tel Aviv, e successivamente tradotto in francese [12]. Dopo aver lodato lo sforzo di Kofi Annan nell’intraprendere la giusta direzione, esclama: “Bashar al-Assad deve andarsene, bisogna formare un governo di transizione!”. Di fatto, in questo modo si modifica il significato della parola “transizione”, che nel Comunicato di Ginevra indica il passaggio dal periodo dei disordini alla pace. In questo modo si intende giustificare il passaggio dalla Siria di al-Assad e alcune istituzioni laiche d’ispirazione rivoluzionaria a un’altra Siria nelle mani dei Fratelli musulmani. L’espressione “transizione politica” sostituisce dunque quella di “cambio di regime”. Il CNS esulta e Hillary può tranquillamente esultare.

L’unanimità che caratterizza l’atteggiamento degli “Amici della Siria” è sicuramente dovuta alle speranze riguardo agli idrocarburi, ma esiste probabilmente anche un lato irrazionale. Mi torna in mente l’antico scontro tra l’Impero romano e la rete dei mercanti siriani, con la frase di Catone il Vecchio che mi risuona nelle orecchie: “Carthago delenda est” (Cartagine deve essere distrutta!).

Nei giorni successivi François Hollande, David Cameron e Hillary Clinton non cessano di ripetere, come un mantra: “Bashar deve andarsene!”. In tal modo fanno proprio lo slogan delle rivoluzioni colorate (“Basta Shevardnadze!” o “Ben Ali vattene!”). Da notare che, rivolgendosi ai propri omologhi come a una folla, adesso chiamano il presidente al-Assad soltanto per nome, “Bashar”. Ma questo metodo non li porterà a nient’altro se non a dimostrare la loro impotenza.

Il 12 luglio 2012 prende avvio l’operazione “Vulcano di Damasco e terremoto della Siria”. Oltre 40 mila mercenari – provenienti da tutti i paesi arabi, addestrati dalla CIA in Giordania, inquadrati da Francia e Regno Unito e pagati dall’Arabia Saudita – attraversano il confine e si precipitano a Damasco [13].

Il ritiro dei francesi durante la liberazione di Baba Amr e l’accordo di pace firmato due settimane prima a Ginevra non sono altro che ricordi ormai sbiaditi. È l’inizio di una nuova guerra contro la Siria, questa volta portata avanti con eserciti di mercenari. Sarà decisamente più letale della precedente.

(segue…)

Traduzione
Alice Zanzottera
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

La traduzione italiana del libro è disponibile in versione cartacea.

[1] « La France selon François Hollande », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 30 juillet 2012.

[2] Ricerca di Hassan Hamadé e documenti non ancora pubblicati.

[3] “Francois Hollande negozia con l’emiro del Qatar”, Rete Voltaire, 14 febbraio 2012.

[4] “I dettagli sulla lista dei terroristi francesi in Siria”, Traduzione Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 23 novembre 2015.

[5] “La rapina del secolo: l’assalto dei «volenterosi» ai fondi sovrani libici”; “Macron-Libia: la Rothschild Connection”, di Manlio Dinucci, Il Manifesto (Italia) , Rete Voltaire, 22 aprile 2011 & 1 agosto 2017.

[6] « Les “Amis de la Syrie” se partagent l’économie syrienne avant de l’avoir conquise », par German Foreign Policy, Horizons et débats (Suisse) , Réseau Voltaire, 14 juin 2012.

[7] « Déclaration de Baabda », Réseau Voltaire, 11 juin 2012.

[8] “Colpi di avvertimento russi”, di Thierry Meyssan, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 10 giugno 2012.

[9] « Du bon côté de l’Histoire », par Sergueï Lavrov; « Déclaration de Barack Obama à la 67e Assemblée générale de l’ONU », par Barack Obama, Réseau Voltaire, 17 juin 2012, 25 septembre 2012.

[10] « Communiqué final du Groupe d’action pour la Syrie », Réseau Voltaire, 30 juin 2012.

[11] «Le petit monde composite des soutiens au régime syrien», C. A., Le Monde, 5 juin 2012. «Syrie : quand le général dissident était l’ami de Dieudonné», Pierre Haski, Rue 89, 29 juillet 2012.

[12] « Discours de François Hollande à la 3ème réunion du Groupe des amis du peuple syrien », par François Hollande, Réseau Voltaire, 6 juillet 2012.

[13] “La battaglia di Damasco è iniziata”, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 20 luglio 2012.

Preso da: https://www.voltairenet.org/article208768.html?__cf_chl_jschl_tk__=43c3a239064621ec445b35bba3a0c312529fe5cd-1579185329-0-AeChxuMYmnh_Npzw6DXGK8roEX5xzDpilmdN208s9RpYLLRnrYlTY9EfYcIYjDGMEyaUicuG_Bv6MK72HGt860zt33OQZINv0NHRs82aJKh53vb-E4r2yEHJkt_Sc2JyvrFPeXydFeF0rvdoADvyXuS-IQguakRJnNkuymHNIbPd1A6qTxo6GilufCZTTu1drjib0zb6P6RxfxVcNaI-Nt1-UHm8GDZ-LX4a0n0unvsSYoUdEN1PzYqQ40EUqWsqfd75hZeClXCMemRtUdVW8-51O92m18ZHfimPW7DLv8Cd

A quando un risveglio fra popoli in Europa ?

11 dicembre 2019.
di Luciano Lago
Le manifestazioni di protesta in Francia e lo sciopero generale che sta paralizzando quasi del tutto il paese ci fanno accendere un barlume di speranza. La speranza che si vada avvicinando l’ora di un possibile risveglio dei popoli d’Europa che trasmettano un segnale forte alle elite finanziarie dominanti, un segnale di rivolta e di cambiamento.
Il risveglio di una Europa che possa rompere le sbarre invisibili della gabbia neoliberista, quella che ha avvolto ciascuno stato europeo affossando le possibilità di crescita, non può essere lontano ma, come avviene per molti cicli storici, bisogna arrivare al punto più basso della involuzione per poi afferrare la possibilità di un riscatto.
L’ispirazione per un riscatto e una rinascita di paesi europei non può che provenire da est dove già da tempo si è verificato il risveglio dei giganti asiatici, la Federazione Russa, la Cina, l’India, paesi che oggi dimostrano una vitalità ed una capacità di rompere l’ordine mondiale di marca anglo USA che avviluppava il mondo.
Nella fase attuale, dopo decenni di pratiche neoliberiste che hanno minato le capacità agroindustriali un tempo fiorenti di paesi come la Francia, l’Italia, la Spagna, sotto la gabbia dell’euro “postindustriale”, è diventato evidente che l’austerità e l’aumento delle tasse sono le uniche soluzioni che i tecnocrati dell’eurocrazia e i padroni della moneta, che si trovano nella Banca Centrale europea, potranno consentire . Questo perchè l’appartenenza all’euro proibisce a qualsiasi nazione di sforare il rapporto deficit /PIL al di sopra del 3%, mentre non esistono i mezzi finanziari per generare credito statale sufficiente per costruire progetti su larga scala necessari per una ripresa economica.
In altre parole, dal punto di vista delle regole del gioco imposte dalle elite finanziarie transatlantiche, la situazione è senza speranza.
Sul versante orientale dell’Eurasia si può constatare che la Russia e la Cina hanno trasformato con successo l’ordine internazionale utilizzando grandi risorse per investimenti in infrastrutture, fra queste la creazione della “Belt and Road” Initiative che può essere estesa a vari paesi europei. Diventa facile comprendere che, l’agganciarsi a questa iniziativa offre una opportunità unica per i paesi europei (almeno per quelli che desiderano mantenere la testa fuori di fronte all’imminente collasso economico).
Potrebbe essere questo l’unico mezzo praticabile per fornire lavoro, sicurezza e crescita economica a lungo termine alla loro gente poiché la Belt and Road, cocepita dagli strateghi cinesi, è radicata come un progetto di sistema aperto che non è collegato alla geopolitica del sistema chiuso atlantista di ispirazione hobbesiana.

Rivolta a Parigi dei gilet gialli

Per seguire questa strada è necessario contrastare i piani dei neoconservatori in Europa di ispirazione atlantista, fra i quali i partiti dei finti sovranisti, che vorrebbero ritornare ad un ordine atlantista chiuso che escluda la possibiltà per ogni stato di trattare e cooperare con i grandi paesi dell’est ed agganciarsi a questo sviluppo.
Non è un caso che il partito atlantista agiti lo spettro della minaccia russa e della minaccia cinese per impedire ai paesi europei di affrancarsi dalla dominazione americana sull’Europa che esiste dal 1945 e che oggi, superata da quasi 30 anni la politica dei blocchi contrapposti, non ha più alcun senso.
Piuttosto la elite di potere di Washington cerca con ogni mezzo, dalle sanzioni alle minacce ed ai ricatti, di imporre all’Europa una nuova politica dei blocchi anti Russia-Cina che impedirebbe all’Europa di affrancarsi dall’ipoteca della dominanzione americana sul continente.
La guerra commerciale lanciata dall’Amministrazione Trump contro la Cina e le continue provocazioni contro Pechino, con interferenze sui disordini a Hong Kong e divieto ai paesi alleati di utilizzare le reti 5 G, sono parte della strategia USA di impedire lo sviluppo di un progetto euroasiatico. Forma parte di questa strategia anche l’ostilità manifestata dagli USA al progetto energetico del nuovo gasdotto russo Nord Stream 2 che deve fornire gas alla Germania e all’Austria contro cui Washington, dopo aver inutilmente cercato di porre ostacoli, sta minacciando sanzioni.

Protesta contro il Dominio delle Banche in Europa

Non c’è però molto tempo a disposizione perchè il prossimo collasso economico dei paesi europei, stretti fra crisi economica, immigrazione incontrollata, disgregazione sociale, ipoteca finanziaria (vedi il MES) imposta dalle oligarchie di Bruxelles, non lascia molta scelta. I leader dei veri movimenti sovranisti hanno un margine di tempo ridotto per fare le scelte indispensabili: impugnare i trattati della gabbia eurocratica e neoliberista, essendo questi in contrasto con le costituzioni nazionali e con le necessità sociali delle popolazioni, e affrancarsi dai vincoli atlantisti prima di essere trascinati in nuovi conflitti bellici che il “Deep State” degli USA sta maturando in Medio Oriente e nelllo spazio indoasiatico.
La domanda è se esistano oggi questi leader consapevoli di quale sia la sfida oggi o se ci siano in giro solo delle controfigure che si agitano sulle piazze dei paesi eiropei lanciando slogans vuoti e contestando soltanto gli effetti delle politiche eurocratiche (austerità, immigrazione, precarietà e disoccupazione, ecc..) senza risalire alle cause primarie del disastro in corso d’opera.
La domanda attende ancora una risposta e il tempo stringe………

Preso da: https://www.controinformazione.info/a-quando-un-risveglio-fra-popoli-in-europa/

Gli USA hanno fallito la loro strategia per destabilizzare il Libano

Di Elijah J. Magnier 12 dicembre 2019.
https://www.controinformazione.info/wp-content/uploads/2019/11/Libano-protestas-2.jpg
Per diverse settimane, gran parte della popolazione libanese ha attaccato i leader politici tradizionali e messo in discussione il sistema politico corrotto del paese. Coloro che hanno gestito il paese per decenni hanno fatto poche riforme, non hanno mantenuto le infrastrutture e hanno fatto poco o nulla per creare posti di lavoro al di fuori della loro cerchia di sostegno.
I manifestanti sono stati anche spinti in piazza dalle misure statunitensi, che hanno strangolato l’economia libanese, inclusi ostacoli per la maggioranza dei 7-8 milioni di espatriati libanesi nel trasferire denaro ai loro cari nel loro paese d’origine. L’amministrazione americana ha preso queste misure per cercare, invano, di mettere in ginocchio l’Iran e i suoi alleati.
Gli Stati Uniti sembrano credere che seminando il caos nei paesi in cui opera l’Asse della Resistenza, possa costringere l’Iran a cadere tra le braccia dell’amministrazione statunitense. Gli Stati Uniti vogliono piegare l’Iran e i suoi alleati e imporre le loro condizioni e la loro egemonia in Medio Oriente.


In Libano, dall’inizio delle manifestazioni, il prezzo delle merci è salito alle stelle. Nel mercato mancano medicinali e beni di consumo e la sterlina libanese ha perso oltre il 40% del suo valore rispetto al dollaro USA. Molti libanesi hanno perso il lavoro o sono finiti con un taglio di metà stipendio. Il Libano si è avvicinato alla guerra civile quando i partiti politici filoamericani hanno chiuso le strade principali e hanno cercato di bloccare le linee di comunicazione dal sud sciita del Libano alla capitale e da Beirut alla valle della Bekaa.
La guerra è stata evitata perché Hezbollah ha emanato una direttiva che ordinava a tutti i suoi membri e sostenitori di tornare alle loro case. Le istruzioni erano chiare: “Se qualcuno ti schiaffeggia sulla guancia destra, presenta l’altra guancia.”
Hezbollah aveva capito cosa nascondevano i blocchi di Beirut: un invito a iniziare una guerra. Le prove: per più di un mese, l’esercito libanese ha rifiutato di riaprire le strade principali, lasciando non solo i legittimi manifestanti, ma anche i criminali a fare ciò che volevano.
La situazione è cambiata oggi: l’esercito ha revocato i blocchi e il presidente libanese usa la Costituzione a suo vantaggio, così come il primo ministro dimesso, che non ha una scadenza per formare un governo. Il presidente Michel Aoun ha restituito ai cristiani ciò che avevano perso dopo l’accordo di Taif: prima di chiedere a un membro del gabinetto candidato alla carica di primo ministro di formare un nuovo governo, vuole assicurarsi che sia efficace ed equilibrato, sostenuto per tutti i partiti politici e hanno un’alta probabilità di successo.
Aoun non offrirà il mandato al nuovo candidato, Samir al Jatib, perché il Primo Ministro sunnita Saad Hariri, che inizialmente ha nominato Jatib, gli ha chiesto all’ultimo momento di ritirarsi e ha chiesto all’ex Primo Ministro, l’autorità religiosa sunnita e ai partiti politici che lo sosterranno per il nuovo primo ministro saranno nominati da lui di persona e da nessun altro. È probabile che la nomina del primo ministro venga posticipata a una data sconosciuta e potrebbe persino essere lo stesso Hariri a ricoprire la carica.
Comunque sia, i manifestanti non hanno ottenuto molto perché i partiti politici tradizionali manterranno la loro influenza. Il nuovo governo, una volta formato, non sarà in grado di revocare le sanzioni statunitensi per facilitare l’economia nazionale. Al contrario, l’amministrazione americana intende reimpostare le sue sanzioni contro il Libano e imporne di nuove su altre personalità, come ha affermato il segretario di Stato Mike Pompeo alcuni mesi fa.
Oggi, nessun cittadino libanese può disporre dei propri risparmi o dei suoi beni nelle banche a causa delle restrizioni sui prelievi di denaro, un vero “controllo del capitale”. Puoi ottenere solo piccole quantità di denaro, da $ 150 a $ 300 a settimana, in un paese in cui paghi principalmente in contanti. Nessuno è autorizzato a trasferire denaro all’estero, ad eccezione delle tasse universitarie o di ordini speciali per beni essenziali.

Sostenitori di Hezbollah

Tuttavia, Hezbollah, il principale obiettivo dell’accordo tra Stati Uniti e Israele, non è stato direttamente interessato dalle sanzioni statunitensi o da nuove restrizioni finanziarie. I combattenti venivano pagati, come ogni mese, in dollari USA con un aumento del 40% (a causa della svalutazione della valuta locale).
Hezbollah non solo ha evitato la guerra civile, ma è riuscito anche a rafforzare la posizione dei suoi alleati. Il presidente Aoun e il leader della Free Patriotic Current (CPL), il ministro degli Esteri Gebran Bassil, erano in uno stato di confusione durante le prime settimane di proteste. Hezbollah è stato fedele ai suoi alleati e li ha supportati. Oggi la situazione è di nuovo sotto controllo e il presidente e il leader della CPL sono un passo avanti rispetto ai loro avversari politici.
Hezbollah farà parte del nuovo governo. L’Asse della Resistenza ha affermato che se la presenza di Hezbollah nel nuovo governo disturba l’amministrazione americana, questo non è un motivo per cui il partito dovrebbe piegarsi e andarsene. … Al contrario. Devi rimanere nel gabinetto o nominare ministri per tuo conto. Hezbollah ha il diritto legittimo di essere rappresentato nel governo perché, insieme al Movimento Amal, rappresenta più di un terzo della popolazione libanese e il governo è il risultato di una grande coalizione in Parlamento.
Chi impedirà agli Stati Uniti di approvare l’intenzione di Israele per annettere le acque marittime in disputa sul Libano? Chi farà una campagna per il ritorno dei rifugiati siriani nel loro paese di origine? Chi può impedire, come vogliono gli Stati Uniti, che le forze delle Nazioni Unite siano schierate ai confini tra Libano e Siria?
Hezbollah ha un ampio sostegno popolare e una base sociale che soffre, come tutti gli altri nel paese, della corruzione del sistema libanese. Nonostante ciò, le basi sociali di Hezbollah sono vicine all’Asse della Resistenza e ai suoi sforzi per neutralizzare le sanzioni statunitensi.
L’amministrazione americana non ha raggiunto il suo obiettivo, anche navigando nell’onda delle legittime richieste dei manifestanti. Né poteva spingere Hezbollah in una rissa di strada. Non sarà in grado di portare Hezbollah e i suoi alleati all’ostracismo, che sono determinati a far parte del nuovo governo. Gli Stati Uniti non sono riusciti a isolare Hezbollah, come ha fatto con Hamas, perché il Libano è aperto alla Siria e da lì all’Iraq e all’Iran. Il Libano è aperto anche al mondo esterno grazie alla sua costa mediterranea e può importare le merci necessarie. Nonostante tutto, l’Asse della Resistenza ha chiesto ai suoi amici e seguaci di coltivare la terra per limitare l’aumento dei prezzi del cibo.
L’Asse della Resistenza è aperto anche a Russia e Cina. Hezbollah continua a cercare di convincere i partiti politici a diversificare le relazioni e smettere di fare affidamento esclusivamente sugli Stati Uniti e sull’Europa. La Russia ha una comprovata esperienza nell’arena politica internazionale, anche se non ha ancora molta influenza in Libano e può far fronte all’egemonia americana.
L’Europa è anche felice di vedere Hezbollah e i suoi alleati al potere perché teme l’afflusso di milioni di rifugiati siriani e libanesi. La Cina è pronta ad aprire una banca in Libano, raccogliere e riciclare rifiuti, fornire acqua pulita e costruire generatori elettrici e anche investire circa 12.500 milioni in Libano, molto più degli 11.000 milioni offerti dalla Conferenza degli amici del Libano del CEDRE da Parigi,
Le porte del Libano sono aperte a un’alternativa agli Stati Uniti. Pertanto, più Washington cerca di sottomettere il governo libanese e i suoi abitanti, più si avvicineranno alla Russia e alla Cina.
I libanesi hanno perso molto dall’inizio delle manifestazioni. Ma tutto quello che Washington ha ottenuto è che la società libanese nel suo insieme ora vuole sfuggire alla sua egemonia, per non parlare del fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati non sono riusciti a isolare Hezbollah. Tuttavia, i manifestanti sono riusciti a dare l’allarme e avvertire i politici che la loro corruzione non può durare per sempre e che potrebbero finire in tribunale. Ancora una volta, gli agenti del caos hanno fallito e l’Asse della Resistenza ha ampliato la sua influenza in Libano.
Fonte: Global Research.ca

Traduzione: Luciano Lago

Preso da: https://www.controinformazione.info/gli-usa-hanno-fallito-la-loro-strategia-per-destabilizzare-il-libano/

Libia, nuove accuse di Haftar all’Italia: «Sostiene terroristi»

24 novembre 2019.
TRIPOLI – Nuove accuse all’Italia da parte delle autorità dell’Est della Libia, sotto il comando del generale Khalifa Haftar, dopo che un drone è precipitato nei giorni scorsi a Sud-Est di Tripoli. La Commissione Difesa della Camera dei rappresentanti di Tobruk ha infatti denunciato quello che definisce il sostegno italiano a «bande terroristiche ed estremiste in Libia attraverso il supporto logistico sul terreno e il volo di droni nello spazio aereo libico».
«Avvertiamo la Repubblica italiana che persistendo con questo approccio a sostegno delle milizie l’Italia non avrà alcuna opportunità di partecipare in futuro alla cooperazione con la Libia», si legge nel comunicato diffuso oggi dal sito Libyan Address Journal, vicino ad Haftar, che due giorni fa aveva già pubblicato il monito all’Italia del deputato di Tobruk, Ali al Saidi, molto vicino al generale, a «rispettare la sovranità della Libia».
Libia, nuove accuse di Haftar all'Italia: «Sostiene terroristi»

Haftar ha rivendicato l’abbattimento del drone il giorno stesso dell’incidente, il 20 novembre, chiedendo «una spiegazione ufficiale» all’Italia. Da parte sua, in una nota, lo Stato maggiore della Difesa ha fatto sapere di aver «perso il contatto con un velivolo a pilotaggio remoto dell’Aeronautica Militare, successivamente precipitato sul territorio libico».
«Il velivolo, che svolgeva una missione a supporto dell’operazione Mare Sicuro, seguiva un piano di volo preventivamente comunicato alle autorità libiche – si precisa nella nota – sono in corso approfondimenti per accertare le cause dell’evento».

Due droni caduti in una settimana: in azione jammer russi?

Se due droni stranieri cadono in una sola settimana nei pressi di Tripoli, dopo che per anni i velivoli senza piloti hanno vagato indisturbati per lo spazio aereo libico, «è probabile» che i mercenari russi del gruppo Wagner abbiano portato anche i jammer (disturbatori di frequenza, ndr)». E’ quanto scrive sul proprio account Twitter l’esperto di affari libici, Emadeddin Badi, partecipando al dibattito scatenato oggi sui social media dalla notizia di un drone americano di cui il comando Usa in Africa (Africom) «ha perso il contatto sopra Tripoli». Un drone americano di cui si sono perse le tracce solo tre giorni dopo che anche la Difesa italiana ha riferito di aver perso il contatto con «un velivolo a pilotaggio remoto, successivamente precipitato sul territorio libico».
Sia Africom che la Difesa italiana hanno riferito di indagini in corso sulle cause dell’incidente. E proprio riguardo alle cause, diversi commentatori di questioni libiche hanno evidenziato come «l’unico elemento di novità» rispetto alla situazione di stallo nei combattimenti in corso attorno alla capitale libica dallo scorso aprile «è la presenza dei mercenari russi del Gruppo Wagner sulle linee del fronte».

«Lo chef di Putin»

Nelle scorse settimane la stampa americana ha riferito dell’arrivo in Libia di centinaia di uomini del gruppo di sicurezza russo, guidato da Yevgeny Prigozhin, noto come «lo chef di Putin», per combattere al fianco del generale Khalifa Haftar intenzionato a prendere il controllo di Tripoli, dove oggi è insediato il governo di accordo nazionale guidato da Fayez al Sarraj, riconosciuto dalla comunità internazionale.
Una presenza che ha di fatto innescato un maggior attivismo da parte americana, in particolare del dipartimento di Stato Usa, che nei giorni scorsi ha accusato la Russia di «sfruttare il conflitto» e ha chiesto ad Haftar di fermare l’offensiva. Ancora ieri, «la presenza russa» in Libia è stata al centro del colloquio avuto a Washington dal segretario di stato Mike Pompeo con il suo omologo emiratino Abdullah bin Zayed. Gli Emirati Arabi Uniti sono i principali sostenitori di Haftar.
«I mercenari della Wagner hanno consentito alle forze di Haftar di registrare un leggero progresso sulla linea del fronte», a Sud della capitale, ha riconosciuto Badi. «Hanno esperienza, portano intelligence, strategia ed esperienza tecnica – ha aggiunto l’analista – e visto che due droni stranieri sono andati perduti in una settimana, è probabile che abbiamo portato anche i jammer (disturbatori di frequenza)».

Pompeo incontra Ministro Emirati: serve un cessate il fuoco

Il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha ricevuto il ministro degli Esteri degli Emirati arabi uniti, Abdullah bin Zayed, con cui ha discusso della crisi in Libia. Stando a quanto riferito dallo stesso Pompeo sul proprio account Twitter, nel corso dell’incontro è stata discussa «la presenza russa» e «l’urgente bisogno di una de-escalation, un cessate il fuoco e una soluzione politica» nel Paese del Nord Africa.
Nei giorni scorsi il dipartimento di Stato americano ha diffuso un comunicato in cui ha chiesto al generale Khalifa Haftar, sostenuto soprattutto dagli Emirati, di «mettere fine all’offensiva su Tripoli», in corso dall’inizio dello scorso aprile, accusando al contempo la Russia di «sfruttare il conflitto contro la volontà del popolo libico».
Nelle scorse settimane la stampa americana ha riferito dell’arrivo in Libia di centinaia di mercenari russi al fianco di Haftar, dopo che già nei mesi scorsi erano trapelate notizie sulla presenza di uomini del gruppo Wagner, una compagnia di sicurezza privata, nel Paese del Nord Africa.

Preso da: https://www.diariodelweb.it/esteri/articolo/?nid=20191124-544675

“Le guerre di Siria”: resistenza, istruzioni per l’uso

SIRIA, CURDI E TURCHIA: professionismo russo e dilettantismo tedesco

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La confusa situazione fra Siria , Turchia, USA e Curdi avvia ad una conclusione, o almeno questo sembra secondo gli ultimi accordi fra le parti intercorsi martedì scorso a Soci, nella Russia meridionale. Cerchiamo di riassumere il tutto in poche righe significative:

  • Il presidente turco Recep Erdogan e quello russo(Valdimir Putin hanno concordato nella definizione di un’area di sicurezza di 10 km al confine turco-siriano. Questa zona dovrà essere smilitarizzata e sarà pattugliata da unità miste Russo-turche;
  • non ci sarà nessuna spinta al separatismo dei curdi in Siria, che potrebbe influenzare ed accentuare quello dei curdi in Turchia. Ricordiamo che l’accordo fra Curdi e Siriani prevede una forma di autonomia del Kurdistan siriano, ma autonomia non è indipendenza.
  • comunque le forze curde, confluite nel SDF o quelle dell YPG non potranno trovarsi entro 30 km dal confine turco.

In questa situazione i turchi da un lato controllano ancora diverse sacche in Siria, come si può vedere  dalla seguente immagine:

Inizialmente Assad ha protestato affermando che questa soluzione era , per lui, una mezza truffa: alla fine una fetta di territorio rimaneva sotto controllo turco, anche se condiviso con in russi. D’altro canto però, per la prima volta, rientra in possesso della parte nord orientale del paese, sino al confine con l’Iraq, e disarma le milizie curde che, anzi, entrano a far parte, anche se indirettamente, del suo esercito,come 5 brigata assalto, sotto comando russo.
I turchi iniziano ad espellere i profughi siriani, rimandandoli indietro nella fascia occupata anche per costruire un cuscinetto con i curdi siriani. Non potevano avere di più senza entrare in uno scontro diretto con i russi. nello steso tempo le milizie filoturche hanno provveduto a massacrare un po’ di capi dei partiti curdi indipendentisti, il vero obiettivo di Ankara, che parla di alcune centinaia di “Terroristi” uccisi.
Nel frattempo fra i 100 ed i 500 militanti dell’ISIS  di origine straniera, moltoi europea (Francesi, Belgi, Tedeschi , Inglesi in testa) sono fuggiti dai capi di prigionia in cui li tenevano i curdi quando gli europei si sono rifiutati di riprenderseli indietro. Sul tema ci sono state forti dispute legali nel Regno Unito ed in  Germania.
I sconfitti sono i Curdi che, con l’accordo con Assad e con i russi sono riusciti , per lo meno, a limitare i danni. Incredibile come, nell’arco di pochi giorni, siano passati dalla protezione degli americani a quella dei russi, ma non avevano altra strada quando Trump ha deciso di non proteggere più la frontiera con la Turchia e di ritirarsi I leader non hanno potuto far altro che minimizzare i danni. Non arriveranno mai al grado di autonomia dei Curdi Iracheni, al limite dell’indipendenza perfino autodichiarata, ma almeno sopravviveranno. Gli americani attualmente tengono ancora alcune posizioni in Siria, ed anzi hanno rafforzato le proprie posizioni attorno ai pozzi petroliferi siriani, una mossa mirata più contro i russi che contro l’ISIS.
Nel dramma della situazione vi è anche qualcuno che riesce a porre un tocco di commedia. Il ministro della difesa e leader della CDU, Anne Kramp-Karrenbauer, è uscita con un’idea , che perfino sta cercando di portare avanti, e che sta mettendo la Germania in grande imbarazzo. La politica vorrebbe creare un’area do protezione  al confine fra Turchia e Siria sotto controllo di forze dell’ONU. Peccato che :

  • non abbia l’appoggio completo del proprio governo;
  • sia visto con estremo scetticismo dalla Turchia;
  • nessuno voglia realmente impegnarsi nell’operazione;
  • nessun paese europeo vuole seriamente mandare truppe nell’area in question

Un piano campato per aria che è diventato l’ennesimo boomerang politico per il governo tedesco e che rivela la superficialità con cui vengono affrontati certi temi in Germania. Qualsiasi altro governo, prima di uscire allo scoperto, avrebbe cercato di costruire un minimo di consenso internazionale, ma la AKK si è mossa come se fosse naturale che gli altri paesi volessero mandare truppe nel difficile settore siriano. In realtà a parte la Russia, che agisce in accordo con la Siria, la Turchia, che è confinante, e gli USA, che intendono proteggere i propri interessi diretti, nessuno vuole impantanarsi in quella difficile palude.

Preso da: https://scenarieconomici.it/siria-curdi-e-turchia-professionismo-russi-e-dilettantismo-tedesco/

Libia: Haftar e Serraj alla resa dei conti

Sono passati otto anni dall’intervento occidentale che ha spodestato il regime di Muammar Gheddafi. Oggi, con due Governi e centinaia di milizie armate che controllano il territorio, la Libia è uno Stato fallito, stremato da una guerra che sembra non finire più.   
 

1. LO SCONTRO TRA HAFTAR E SERRAJ: A CHE PUNTO SIAMO?

La caduta del colonnello Muammar Gheddafi nel 2011 ha portato la Libia nel caos. Dopo otto anni di sanguinosa guerra civile – in cui centinaia di milizie armate si sono contese l’effettivo controllo sul territorio a suon di attentati, rapimenti e gestione di vari traffici illeciti – l’esistenza di due Governi è la rappresentazione plastica dello smembramento dello Stato libico. Se in Tripolitania l’esecutivo riconosciuto dalla comunità internazionale (GNA) e presieduto da Fayez al-Serraj sembra reggersi su un fragile patto di potere stipulato con le milizie in suo supporto, nella parte orientale del Paese l’appoggio dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) ha permesso all’uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, di avanzare militarmente e di minacciare l’uso delle armi contro il GNA. Oggi il conflitto sembra essere arrivato a un punto morto. Da una parte i bombardamenti di Haftar sui sobborghi di Tripoli confermano l’intenzione di procedere con l’opzione militare per accrescere il proprio peso negoziale sui tavoli internazionali; dall’altro lato la discreta resistenza del GNA di al-Serraj ha riequilibrato i rapporti di forza tra i due leader, ridimensionando le aspirazioni del generale della Cirenaica. Il conflitto, quindi, è destinato a protrarsi, col rischio concreto che un’escalation possa impegnare maggiormente altri attori presenti nello scenario libico.

Fig.1 – Fayez Mustafa al-Sarraj alla 74° sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tenutasi il 25 settembre 2019

2. LE INTERFERENZE ESTERNE NEL CONFLITTO

Haftar e al-Serraj possono contare sull’appoggio politico, diplomatico e militare – diretto e indiretto – di vari attori regionali e internazionali. Lo scontro in atto, infatti, può essere ricondotto non soltanto alle schermaglie a sud di Tripoli tra l’esercito di Haftar e le innumerevoli milizie libiche fedeli al Governo sostenuto dalle Nazioni Unite. La partita è molto più complessa. Dietro ai due esecutivi libici si muovono anzitutto diversi sponsor regionali. Egitto ed Emirati Arabi Uniti supportano i 15mila uomini agli ordini del leader forte della Cirenaica, mentre Turchia e Qatar puntellano il Governo tripolino. Appoggio politico nei tavoli internazionali è stato fornito ad Haftar anche dalla Russia, la quale sembra condividere determinate scelte geopolitiche – anche se, a volte, un po’ contradditorie – dell’Amministrazione Trump sul dossier libico. Mosca ha difatti bloccato ad aprile una risoluzione ONU che chiedeva ad Haftar di fermare l’offensiva verso Tripoli e, tre giorni dopo, il generale della Cirenaica si è recato nella capitale russa per assicurarsi l’assistenza militare del Cremlino. D’altronde la compagnia militare privata russa Wagner è impegnata nell’est del Paese per rifornire il LNA con equipaggiamento militare e supporto logisitico: Bengasi pullula di mercenari alle dipendenze di Mosca anche per proteggere interessi strategici sul controllo dei flussi del petrolio. Ma è in Europa che c’è lo scontro diplomatico più acceso. Italia e Francia, infatti, sono Paesi portatori di interessi confliggenti in Libia: la prima è impegnata a favorire un processo di pace che abbia come attore principale il proprio interlocutore privilegiato, il Governo di al-Serraj; la seconda, pur riconoscendo formalmente Tripoli, è alleata di Haftar per controbilanciare l’influenza italiana.

Fig. 2 – Una manifestazione a supporto del Governo di Tripoli il 27 settembre 2019

3. IL RUOLO DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

Mentre sul campo tutti gli attori regionali e internazionali perseguono i propri interessi finanziando l’una o l’altra fazione e fornendo anche appoggio militare ai due Governi libici nonostante l’embargo sulle armi, nei palazzi delle Nazioni Unite si cerca di instaurare un dialogo che coinvolga tutte le parti interessate. Nel 2015 l’ONU – dopo che il suo inviato speciale, Bernardino Leòn, aveva condotto personalmente i negoziati per formare un nuovo Governo che superasse le divisioni dei due Parlamenti di Tripoli e Tobruk – ha riconosciuto formalmente Fayez al-Serraj come capo del Governo di Accordo Nazionale. Quello di al-Serraj avrebbe così dovuto essere considerato l’unico esecutivo legittimo in Libia.
Per quanto riguarda il riconoscimento de jure e de facto dei due Governi, Serraj gode appunto di una legittimazione esterna da parte delle Nazioni Unite, ma non ha un reale controllo sul territorio. In merito a Tobruk, questo è legittimato dal rapporto fiduciario con il Parlamento eletto nel 2014 e dispone di forze armate regolari che hanno dimostrato di avere un controllo effettivo sul territorio anche nelle zone adiacenti alla Tripolitania. La legittimazione de jure in questo caso è decisamente più debole, poiché fa riferimento a una interpretazione forzata delle vicende politiche interne, motivo per cui il Governo di Tobruk preme affinché si abbiano nuove elezioni. Di fatto, quindi, le due parti non possono coesistere poiché una è pienamente legittimata solo nel momento in cui l’altra non esiste.

Vittorio Maccarrone