Così l’Occidente divora i propri figli

Secondo Thierry Meyssan, scendendo in piazza i francesi sono stati il primo popolo occidentale disposto a correre rischi personali per opporsi alla globalizzazione finanziaria. Benché non ne siano consapevoli e ancora pensino che i loro problemi siano prettamente nazionali, il loro nemico è lo stesso che ha annientato la regione africana dei Grandi Laghi e parte del Medio Oriente Allargato. Solamente i popoli che capiranno la logica che li sta distruggendo e la respingeranno potranno sopravvivere alla crisi esistenziale dell’Occidente.

| Damasco (Siria)

JPEG - 55.6 Kb
Rivolta a Parigi (1° dicembre 2018)

La causa della recessione occidentale

Le relazioni internazionali hanno subito un profondo mutamento con la paralisi dell’Unione Sovietica del 1986, quando lo Stato non riuscì a controllare l’incidente nucleare civile di Tchernobyl [1]; poi con la ritrattazione del Patto di Varsavia del 1989, quando il Partito Comunista della Germania dell’Est [2] distrusse il Muro di Berlino; infine con il crollo dell’URSS del 1991.


In quell’anno il presidente degli Stati Uniti, George Bush senior, decise di smobilitare un milione di soldati e investire gli sforzi del Paese nella prosperità. Bush ambiva trasformare l’egemonia, esercitata dagli USA nella loro zona d’influenza, in leadership a livello mondiale, nonché in un ruolo di garante della stabilità del pianeta. Bush Sr. gettò le basi del “Nuovo Ordine Mondiale”, dapprima nel discorso pronunciato il 2 agosto 1990 all’Aspen Institute, a fianco del primo ministro britannico Margaret Thatcher, poi nel discorso al Congresso dell’11 settembre 1990, in cui annunciò l’operazione “Tempesta del deserto” [3].
Il mondo post-Unione Sovietica è il mondo della libera circolazione delle merci, nonché dei capitali mondiali, sottoposto a un unico controllo: quello degli Stati Uniti. Vale a dire è il passaggio dal capitalismo all’egemonia della finanza: non compimento del libero scambio, bensì forma esacerbata di sfruttamento coloniale, esteso al mondo nella sua interezza, incluso l’Occidente. In un quarto di secolo le grandi fortune USA si sono moltiplicate numerose volte e la ricchezza globale mondiale si è incrementa ragguardevolmente.
Lasciando libero corso al capitalismo, Bush Sr. auspicava l’estensione al mondo intero della prosperità. Ma il capitalismo non è un progetto politico, è unicamente una logica per conseguire profitto. Ebbene, per accrescere l’utile le multinazionali USA hanno subito approfittato dell’apertura del mercato cinese e delocalizzato la produzione nel Paese dove i salari erano i più bassi al mondo.
Ben pochi hanno saputo stimare il prezzo per l’Occidente di questa progressione. Certamente le classi medie cominciano ad affacciarsi anche nel terzo mondo – benché meno ricche di quelle occidentali – permettendo a nuovi Stati, soprattutto asiatici, di ritagliarsi un ruolo nella scena internazionale. Le classi medie occidentali cominciano però contestualmente a scomparire [4], rendendo impossibile la sopravvivenza delle istituzioni democratiche che loro stesse avevano forgiato.
Ma la catastrofe maggiore investe soprattutto popolazioni di intere regioni, a cominciare da quella dei Grandi Laghi africani, che vengono completamente annientate. Nell’incomprensione e indifferenza generali, questa prima guerra regionale provoca 6 milioni di morti in Angola, Burundi, Namibia, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Zimbabwe. L’obiettivo era continuare a depredare le risorse naturali di questi Paesi, pagandole però sempre meno, dunque scendendo a patti con gang invece che trattare con Stati che hanno il dovere di nutrire il proprio popolo.
La trasformazione sociologica del mondo intero è molto rapida e non ha precedenti. Attualmente non disponiamo di strumenti statistici adeguati per valutarla correttamente. Tuttavia, sono sotto gli occhi di tutti l’ascesa di potenze dell’Eurasia (non nel senso gollista «da Brest a Vladivostok», bensì di Russia e Asia, senza Europa occidentale e centrale) alla ricerca di libertà e prosperità e, per contro, la progressiva decadenza delle potenze occidentali, Stati Uniti compresi, che limitano le libertà individuali e sospingono metà della popolazione nella povertà.
Oggi il tasso di detenzione dei cinesi [il numero di detenuti in rapporto alla popolazione, ndt] è quattro volte inferiore a quello degli Stati Uniti; il loro potere d’acquisto è invece leggermente superiore. Obiettivamente, nonostante i difetti, la Cina è diventato un Paese più libero e prospero degli Stati Uniti.
Questo processo avrebbe potuto essere previsto sin dall’inizio. La sua messa in atto fu oggetto di lunghe discussioni. Basti ricordare che il 1° settembre 1987 un quarantenne statunitense fece pubblicare una pagina di pubblicità controcorrente su New York Times, Washington Post e Boston Globe, per mettere in guardia i concittadini sul ruolo di responsabili del “Nuovo Ordine Mondiale” in costruzione, che il presidente Bush padre voleva far assumere a loro spese agli Stati Uniti. L’iniziativa fece molto ridere. L’autore altri non era che il promotore immobiliare Donald Trump.

L’applicazione del modello economico alle relazioni internazionali

Un mese dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, il segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, mise l’amico Arthur Cebrowski a dirigere il nuovo Ufficio per la Trasformazione della Forza (Office of Force Transformation), con l’incarico di trasformare la mentalità di tutti i militari statunitensi e prepararli a un cambiamento radicale della loro missione.
Le forze armate USA non sarebbero più state utilizzate per difendere principi o interessi, bensì strumentalizzate per riorganizzare il mondo dividendolo in due: gli Stati integrati nell’economia globalizzata da una parte, gli Stati rimanenti dall’altra [5]. Il Pentagono non avrebbe più scatenato guerre per impadronirsi delle risorse naturali, ma per controllare l’accesso delle regioni globalizzate a tali risorse. Una divisione che s’ispirava direttamente al processo di globalizzazione, che già aveva spinto ai margini metà della popolazione occidentale. Questa volta sarebbe stata la metà della popolazione mondiale a essere esclusa [6].
La riorganizzazione del mondo iniziò nella zona politica chiamata Medio Oriente Allargato, che va dall’Afganistan al Marocco, con esclusione di Israele, Libano e Giordania. Ebbe così inizio quella che si pretende essere stata un’epidemia di guerre civili in Afganistan, Iraq, Sudan, Libia, Siria e Yemen, che ha già causato diversi milioni di morti [7].
Come un mostro che divora i propri figli, il sistema finanziario globale basato negli Stati Uniti conobbe una prima crisi nel 2008, con lo scoppio della bolla dei subprimes. Contrariamente a quanto comunemente si pensa, non si è trattato affatto di una crisi globale, bensì esclusivamente occidentale. Per la prima volta gli Stati della NATO subivano le conseguenze della loro stessa politica. Ciononostante, le classi dirigenti occidentali non cambiarono atteggiamento e, compassionevoli, assistettero al naufragio delle classi medie. L’unica modifica significativa fu l’adozione della “regola Volcker” [8], che vieta alle banche di sfruttare le informazioni ottenute dai clienti per speculare contro gli interessi di questi ultimi. Però, sebbene i conflitti d’interesse abbiano permesso a dei poco di buono di arricchirsi rapidamente, essi non sono l’origine del problema, che è molto più vasto.

La rivolta degli Occidentali

La rivolta delle classi medie e popolari occidentali contro la classe dirigente globalizzata è iniziata due anni fa.
Consapevoli della recessione dell’Occidente rispetto all’Asia, i britannici furono i primi a compiere un tentativo di salvaguardare il proprio livello di vita, decidendo di lasciare l’Unione Europea per volgersi verso la Cina e il Commonwealth (referendum del 23 giugno 2016) [9]. Sfortunatamente, la classe dirigente del Regno Unito non è riuscita a concludere l’accordo sperato con la Cina e sta incontrando grosse difficoltà a ripristinare i rapporti con il Commonwealth.
Al Regno Unito seguirono gli Stati Uniti dove, constatando l’affossamento dell’industria civile, l’8 novembre 2016 parte degli elettori ha votato per l’unico candidato contrario al Nuovo Ordine Mondiale, Donald Trump. Si trattava di tornare al “sogno americano”. Sfortunatamente per loro, Trump, benché abbia cominciato a rimettere in discussione le regole del commercio globalizzato, non ha una squadra che lo supporti all’infuori della famiglia. Trump riesce solo a modificare, ma non a cambiare, la strategia militare USA, i cui ufficiali generali hanno adottato, pressoché all’unisono, il pensiero di Rumsfeld-Cebrowski e non sanno immaginarsi in un ruolo diverso da quello di difensori della globalizzazione finanziaria.
Consapevoli della fine dell’industria nazionale e certi di essere stati traditi dalla classe dirigente, il 4 marzo 2018 gli italiani hanno votato per i partiti anti-sistema: la Lega e il Movimento 5 Stelle. Questi due partiti si sono alleati per attuare una politica sociale. Sfortunatamente per loro l’Unione Europea vi si oppone [10].
In Francia, mentre negli ultimi dieci anni decine di migliaia di PME [piccole e medie imprese, ndt] subappaltatrici dell’industria sono fallite, nello stesso periodo i prelevamenti obbligatori, già tra i più elevati al mondo, sono aumentati del 30%. Diverse centinaia di migliaia di francesi sono inaspettatamente scesi in strada per protestare contro una fiscalità eccessiva. Sfortunatamente per loro, la classe dirigente francese è stata contaminata dal discorso che gli statunitensi rifiutano. Il governo si sforza perciò di adattare le proprie scelte politiche alla rivolta popolare invece di cambiarne i fondamenti.
Se analizziamo in maniera distinta quel che accade in ognuno di questi quattro Paesi, troveremo spiegazioni differenti. Se invece lo analizziamo come fenomeno unitario, pur espresso da culture diverse, troveremo gli stessi meccanismi: in questi Paesi, consecutivamente alla fine del capitalismo, le classi medie spariscono più o meno velocemente e con esse il regime politico da loro incarnato: la democrazia.
O la classe dirigente occidentale abbandona il sistema finanziario che ha costruito e torna al capitalismo produttivo del tempo della guerra fredda, oppure deve inventare un’organizzazione differente, che però nessuno ha ancora pensato; in caso contrario l’Occidente, che ha governato il mondo per cinque secoli, sprofonderà in conflitti interni a lungo termine.
I siriani sono stati il primo popolo non globalizzato capace di sopravvivere e resistere alla distruzione dell’inframondo di Rumsfeld-Cebrowski. I francesi sono il primo popolo globalizzato a ribellarsi alla distruzione dell’Occidente, sebbene non siano consapevoli di lottare contro il nemico comune all’intera umanità. Il presidente Emmanuel Macron non è uomo che possa affrontare la situazione, non perché porti la responsabilità di quanto fatto dal sistema precedente, ma perché è puro prodotto di questo stesso sistema. Alle sommosse in Francia, Macron ha saputo soltanto rispondere dichiarando che, secondo lui, il G20 di Buenos Aires era stato un successo (fatto non vero) e che avrebbe proseguito con più efficacia nella direzione (cattiva) dei predecessori.

Come salvare i privilegi

Sembra che la classe dirigente britannica abbia una propria soluzione: se Londra, in particolare, e gli Occidentali, in generale, non sono più in grado di governare il mondo, conviene salvare il salvabile e dividere il pianeta in due zone ben distinte. È la politica messa in atto da Obama negli ultimi mesi di presidenza [11], poi da Theresa May, ora da Donald Trump, che si sono rifiutati di cooperare, riversando granitiche accuse prima contro la Russia, poi contro la Cina.
Sembra anche che Russia e Cina, malgrado la rivalità storica, siano coscienti di non potersi alleare con gli Occidentali che, dal loro canto, insistono a volerle smembrare. Da questa consapevolezza nasce il progetto «Partenariato dell’Eurasia Allargata»: se il mondo deve scindersi in due parti, che ciascuno organizzi la propria. In concreto significa che Pechino rinuncia a metà della “via della seta” e, insieme a Mosca, la riorganizza facendola passare solo nell’Eurasia Allargata.

Determinare la linea di demarcazione

Sia all’Occidente sia all’Eurasia Allargata converrebbe determinare al più presto la linea di demarcazione. Per esempio, da quale lato si collocherà l’Ucraina? La costruzione da parte della Russia del ponte di Kertch mirava a dividere l’Ucraina, assorbire il Donbass e il bacino del Mare d’Azov, nonché Odessa e la Transnistria. L’incidente di Kertch, organizzato dagli Occidentali, mirava invece a far entrare l’Ucraina nella NATO prima della frantumazione.
Poiché il bastimento della globalizzazione finanziaria sta colando a picco, molti cominciano a mettere in salvo i propri interessi, senza curarsi di alcuno. Da qui nasce, per esempio, la tensione tra Unione Europea e Stati Uniti. In questa gara, il movimento sionista ha come sempre una lunghezza di vantaggio: ha mutato rapidamente la strategia israeliana, lasciando la Siria alla Russia e volgendosi verso il Golfo e l’Africa orientale.

Prospettive

Tenuto conto di quanto c’è in gioco, è evidente che la rivolta in Francia non è che l’inizio di un processo molto più vasto che si allargherà ad altri Paesi occidentali.
È assurdo credere che nell’epoca della globalizzazione finanziaria un governo, qualunque esso sia, possa risolvere i problemi del proprio Paese senza rimettere in discussione le relazioni internazionali e ritrovare simultaneamente la propria capacità d’agire. Ma dopo il crollo dell’Unione Sovietica è proprio la politica estera a essere esclusa dall’ambito democratico. Conviene perciò ritirarsi con urgenza da pressoché tutti i trattati e gli impegni internazionali degli ultimi trent’anni.

[1] Secondo Michail Gorbaciov questo è l’avvenimento che ha portato alla dissoluzione del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica, poiché ha delegittimato lo Stato.
[2] Contrariamente a un’idea preconcetta diffusa in Occidente, sono stati i nazionalisti del Partito Comunista della Germania dell’Est (e le chiese luterane), non gli anti-comunisti (e i pro-USA) a far crollare il simbolo della dominazione sovietica, il Muro.
[3] Lo scopo principale dell’invasione dell’Iraq non era liberare il Kuwait, bensì strumentalizzare la vicenda per costituire una coalizione il più possibile estesa, che comprendesse anche l’Unione Sovietica, al comando degli Stati Uniti.
[4] Global Inequality. A new Approach for the Age of Globalization, Branco Milanovic, Harvard University Press, 22 agosto 2017.
[5] «Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 24 agosto 2017, traduzione di Rachele Marmetti.
[6] È evidente che le guerre di Bush Jr. e di Obama non hanno mai avuto lo scopo di propagare la democrazia. In primo luogo perché, per definizione, la democrazia non può che emanare dal popolo e non può dunque essere imposta con le bombe. In secondo luogo perché gli Stati Uniti erano già una plutocrazia.
[7] Ho conteggiato non solo il milione di morti causati direttamente dalle guerre, bensì anche le vittime dei disordini da esse ingenerati.
[8] L’ex presidente della Riserva Federale USA, Paul Volcker, è al contrario uno degli architetti della finanziarizzazione globale. È stato lui che, in nome dell’ONU, ha perseguito le persone e le istituzioni che avevano aiutato l’Iraq ad aggirare l’embargo delle Nazioni Unite (affare “petrolio in cambio di cibo”). Volcker è una delle personalità più di spicco della Pilgrim’s Society, il club transatlantico presieduto dalla regina Elisabetta II. A tale titolo divenne
[9] “La nuova politica estera britannica”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 4 luglio 2016.
[10] Il Mercato Comune Europeo, un sistema di cooperazione tra Stati, è stato sostituito dall’Unione Europea che, definita dal Trattato di Maastricht, è uno Stato sovranazionale sotto protezione militare della NATO. Ha perciò facoltà di mettere in scacco le decisioni nazionali.
[11] “Due mondi distinti”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 9 novembre 2016.
Annunci

Quando si vogliono sanzionare Stati, li si definisce “terroristi”

Le nuove sanzioni unilaterali degli Stati Uniti contro Iran, Russia e Siria si sommano alle precedenti. L’insieme di queste misure costituisce l’embargo più duro della storia. Per di più, la maniera in cui sono state strutturate vìola la Carta delle Nazioni Unite: sono armi da guerra concepite per uccidere.

| Damasco (Siria)
Deutsch  ελληνικά  English  Español  français  Português  română  Türkçe  русский

JPEG - 36.9 Kb
Il segretario della Difesa, James Mattis, applaudito dal segretario del Tesoro, Steven Mnuchin.
La missione a Mosca dell’8 novembre dell’ambasciatore James Jeffrey era spiegare la preoccupazione degli Stati Uniti per il progressivo espandersi dell’influenza persiana nel mondo arabo (Arabia Saudita, Bahrein, Iraq, Libano, Siria, Yemen). Ora, proprio mentre Teheran sta organizzando la propria difesa attorno ad avamposti sciiti arabi, Washington pone il problema in termini geostrategici, invece che religiosi (sciiti/sunniti).


Mosca ha quindi creduto di poter negoziare l’allentamento delle sanzioni unilaterali USA contro l’Iran in cambio del ritiro militare di Teheran dalla Siria. Nell’incontro a Parigi dell’11 novembre, in occasione del centenario della fine della prima guerra mondiale, il presidente Vladimir Putin ha ribadito la proposta all’omologo USA, nonché al primo ministro israeliano.
Putin ha tentato di convincere gli Occidentali che sarebbe preferibile che in Siria rimanesse la Russia da sola invece del tandem Iran-Russia. Putin ha però precisato di non poter garantire di avere un’autorità sufficiente sullo Hezbollah per ordinargli il ritiro, come invece pretendono Washington e Tel Aviv.
La risposta di Washington è arrivata nove giorni dopo con l’annuncio dell’undicesima serie di sanzioni unilaterali contro la Russia da inizio agosto, accompagnato da un discorso ridicolo secondo cui Russia e Iran avrebbero congiuntamente messo in atto un vasto traffico per mantenere al potere il presidente Assad e allargare il dominio persiano nel mondo arabo.
Questa retorica, che si pensava desueta, paragona tre Stati (Federazione di Russia, Repubblica Araba Siriana e Repubblica Islamica d’Iran) a congegni al servizio di tre uomini, Bashar al-Assad, Ali Khamenei e Vladimir Putin, accomunati dall’odio per i rispettivi popoli, trascurando il fatto che i tre sono sostenuti da un massiccio appoggio popolare, mentre gli Stati Uniti sono profondamente dilaniati.
Sorvoliamo sull’affermazione stupida che la Russia aiuterebbe la Persia a conquistare il mondo arabo.
Secondo quanto affermato dal segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Steven Mnuchin, presentando il 20 novembre le sanzioni unilaterali, queste ritorsioni non costituiscono l’aspetto economico della guerra in corso, ma puniscono le «atrocità» di questi tre «regimi». Ebbene, con l’inverno alle porte, esse riguardano principalmente l’approvvigionamento di petrolio raffinato che serve al popolo siriano per illuminare e scaldarsi.
È superfluo rilevare che i tre Stati nel mirino negano le “atrocità” di cui sono accusati, mentre gli Stati Uniti pretendono di proseguire di fatto la guerra che hanno scatenato in Afganistan, Iraq, Libia e Siria.

JPEG - 73.4 Kb

Le sanzioni USA non sono state decise dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, bensì unilateralmente dagli Stati Uniti. Secondo il diritto internazionale non sono legali perché per renderle devastanti Washington cerca di costringere Stati terzi ad associarsi, il che costituisce una minaccia agli Stati bersaglio, dunque una violazione della Carta delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti hanno il diritto sovrano di rifiutarsi di commerciare con altri Stati, ma non di esercitare pressione su Stati terzi al fine di colpire i propri bersagli. Un tempo il Pentagono affermava che infliggere un trattamento punitivo a una particolare nazione avrebbe indotto la popolazione di quella nazione a rovesciare il governo. Questo ragionamento servì da giustificazione teorica al bombardamento di Dresda durante la seconda guerra mondiale e all’embargo infinito contro Cuba, iniziato con la guerra fredda. Ebbene, in 75 anni mai, assolutamente mai, questa teoria è stata confermata dai fatti. Ora invece il Pentagono considera i trattamenti punitivi contro un Paese armi al pari delle altre. Gli embargo sono voluti per uccidere i civili.
Il complesso delle ritorsioni contro Iran, Russia e Siria costituisce il più vasto sistema di assedio della storia [1]. Non si tratta di misure economiche, bensì, indubbiamente, di azioni militari in campo economico. Con il tempo dovrebbero condurre nuovamente a una divisione del mondo in due, come al tempo della rivalità USA-URSS.
Il segretario del Tesoro Mnuchin ha insistito a lungo sul fatto che le sanzioni mirano innanzitutto a interrompere la vendita di idrocarburi, ossia a privare questi Paesi, soprattutto esportatori, della loro principale risorsa finanziaria.
Il meccanismo descritto da Mnuchin è questo:
-  La Siria non può più raffinare petrolio da quando gli impianti sono stati distrutti da Daesh, nonché dai bombardamenti della Coalizione Internazionale contro Daesh.
-  Da quattro anni l’Iran fornisce petrolio raffinato alla Siria, in violazione di precedenti sanzioni unilaterali USA. Questo petrolio è trasportato da compagnie occidentali che operano per la società pubblica russa Promsyrioimport. Questa società è remunerata dalla compagnia privata siriana Global Vision Group, a sua volta sovvenzionata dalla società iraniana Tair Kish Medical and Pharmaceutical.
-  Infine, Global Vision Group versa parte di quanto riceve allo Hezbollah e a Hamas.
È una storia che non sta né in cielo né in terra:
-  L’obiettivo della Coalizione Internazionale è lottare contro Daesh. Negli ultimi quattro anni numerose testimonianze attestano che essa ha in modo alterno bombardato lo Stato Islamico quando debordava dalla zona assegnatagli dal Pentagono (piano Wright) e gli ha, al contrario, paracadutato armi per poter restare nella zona assegnata. Coalizione Internazionale e Daesh hanno lavorato di concerto per distruggere le raffinerie siriane.
-  Perché coinvolgere il governo russo in trasferimenti di petrolio dalle raffinerie iraniane verso i porti siriani?
-  Perché l’Iran all’improvviso avrebbe bisogno della Siria per far arrivare denaro allo Hezbollah e a Hamas?
-  Perché la Siria farebbe avere denaro ad Hamas quando l’organizzazione palestinese, i cui dirigenti sono membri della Confraternita dei Fratelli Mussulmani, le fa la guerra?
Mnuchin non si addentra in complicate spiegazioni. Il suo ragionamento è semplice: la Siria è un Paese criminale e la Russia è suo complice; Iran, Hezbollah e Hamas sono tutti quanti “terroristi”. “Terroristi” è la parola magica che taglia corto ed evita ogni ragionamento complesso.
Un proverbio francese dice che «Quando si vuole annegare il proprio cane, si dice che ha la rabbia». Non bisogna perciò sperare che la risposta del segretario Mnuchin alla proposta di mediazione di Putin sia conforme alla logica.
Gli Stati Uniti stanno gradualmente ritirando le truppe dai conflitti in cui le avevano impegnate, sostituendole con mercenari sul campo (gli jihadisti) e con sanzioni economiche, moderna versione dell’assedio medievale.

[1] Nel Medioevo la cristianità ammetteva guerre tra eserciti di sovrani cattolici, condannava però le azioni militari deliberate contro civili. Per questo motivo nel XIII secolo la Chiesa Cattolica condannò tutti gli assedi che riguardavano, oltre ai soldati, anche popolazioni. Questa è ancor oggi l’etica della Santa Sede. Per esempio, papa Giovanni Paolo II si oppose agli Stati Uniti che, al tempo di Saddam Hussein, adottarono sanzioni economiche contro gli iracheni. Il papa attuale, Francesco, sull’argomento tace.
Thierry Meyssan

Thierry Meyssan Consulente politico, presidente-fondatore della Rete Voltaire. Ultima opera in francese: Sous nos yeux – Du 11-Septembre à Donald Trump (“Sotto i nostri occhi. Dall’11 settembre a Donald Trump”).

Il Boom dei contractors in Africa

shutterstock_309952670

L’Africa ha sempre rappresentato un teatro d’operazioni e banco di prova per mercenari e Compagnie Militari e di Sicurezza Private (PMSC). Negli ultimi mesi ed anni, però le loro gesta sono trapelate da ogni angolo del continente, a ritmi sempre più incalzanti.
Si pensi alla Nigeria e alla guerra contro Boko Haram, alla Libia e confronto tra milizie locali, all’antiterrorismo nel Sahel, agli addestratori russi in Repubblica Centrafricana e Sudan, cinesi per la “One Belt One Road” (la via della Seta), ai  tedeschi in Ruanda ed ucraini un po’ dappertutto.
Per concludere: Erik Prince, presumibilmente al servizio di ENI ed Exxonmobil in Mozambico (che però hanno smentito categoricamente). Questi alcuni dei tasselli dell’attuale “Scramble for Africa” privato – o meglio, ibrido.

Il ritorno dei sudafricani: caccia a Boko Haram
 Qualche settimana fa il capo di stato maggiore dell’esercito nigeriano, tenente generale Tukur Burat ha dichiarato che “la guerra terrestre contro Boko Haram è stata vinta.
 Gli ha fatto eco il presidente Buhari ringraziando le forze armate per aver sconfitto i jihadisti. Nonostante il nord-est del Paese sia ancora teatro di scontri, tali affermazioni sono state possibili grazie a contractors stranieri che hanno ribaltato le sorti del conflitto.
B9CAO3tIYAMZcLP
Un gruppo di 100-300 tra sudafricani, britannici, indiani e di Paesi dell’Est – Georgia ed Ucraina –  inquadrati tra le fila della STTEP International Ltd di Eeben Barlow.
Ex ufficiale delle Forze Armate sudafricane Barlow è il fondatore di Executives Outcomes, una delle più famose compagnie militari privata di tutti i tempi.
Grazie alla loro consulenza, supporto e perfino intervento diretto l’Aeronautica nigeriana ha potuto martellare senza tregua il nemico. A terra, invece hanno operato convogli di una trentina di veicoli, in maniera indipendente dalle truppe di Abuja. E così, dopo continue débâcles governative, sono finalmente arrivati inaspettati e decisivi successi sul campo.

I russi: addestratori e pretoriani
 Particolarmente attivi in terra africana si sono rivelati i russi. Dai primi mesi dell’anno hanno preso possesso del palazzo di Berengo, Repubblica Centrafricana per addestrarvi gli effettivi del ricostituito esercito nazionale.
Il contingente russo sarebbe composto da 175 uomini di cui solo 5 membri delle forze armate. Gli altri apparterrebbero al Gruppo Wagner, PMC coinvolta nelle operazioni militari in Donbass e Siria ormai da anni.
B_ZeZbWWAAAIsza
Il proprietario ed il comandante della Wagner, rispettivamente Yevgeny Prigozhin – soprannominato lo “chef” di Putin per le società di catering e gli stretti rapporti con il Cremlino – e Dmitry Utkin, ex ufficiale del GRU – servizi segreti militari – si sarebbero aggiudicati il contratto. Alla Wagner sarebbe stata affidata anche la protezione del presidente della Repubblica Centrafricana, Faustin-Archange Touadéra. Egli è infatti apparso in pubblico con un seguito di “guardie bianche”, oltre alle solite ruandesi affidategli dall’ONU.
Un dispositivo di quaranta operatori delle forze speciali russe oppure private. Valery Zakharov, presumibilmente anch’egli dell’entourage di Prigozhin, è stato inoltre nominato consigliere per la sicurezza nazionale di Touadéra. Nello specifico soprassederà i negoziati coi vari gruppi armati, sia alla ricerca di una soluzione pacifica, sia a garanzia dello sfruttamento delle risorse naturali.
A riprova delle proprie attività nel Paese, Prigozhin vi avrebbe registrato due società nel 2017: Lobaye Invest, compagnia mineraria controllata dalla pietroburghese M Invest – anch’essa di sua proprietà – e la PSC Sewa Security Service. Grazie ai suoi uomini sono riprese le estrazioni di diamanti, oro ed uranio.
foto-02
Da gennaio la Wagner opererebbe anche in Sudan. Secondo Stratfor, infatti anche il presidente Omar al-Bashir le avrebbe  affidato la protezione di diverse miniere, nonché incarichi di consulenza ai vertici delle forze armate impegnate contro il Sudan del Sud.
Per quanto riguarda la Libia, il The Sun ha in questi giorni rivelato la presenza di due basi russe nei pressi di Tobruk e Bengazi, sotto stretta vigilanza della Wagner che, nel Paese, aveva da tempo stabilito delle teste di ponte a supporto delle forze del generale Khalifa Haftar.
Tra il 2016 ed il 2017, la Reuters aveva già parlato di operazioni della PSC russa RSB-group: un centinaio di uomini tra sminatori e relativa scorta al servizio di Khalifa Haftar a Bengazi. I contractors russi avrebbero addestrato anche gli uomini del generale nella base egiziana di Sidi Barrani, a ridosso della frontiera libica.

Gruppo Wagner: Parlarne nuoce gravemente alla salute
Reporters e giornalisti stanno imparando che occuparsi di PMC russe può risultare mortale! Il primo a farne le spese Maksim Borodin, impegnato ad indagare sugli uomini della Wagner in Siria. Egli sarebbe “caduto” dal balcone del proprio appartamento di Ekaterinburg, ad aprile.
La porta chiusa dall’interno ha spinto le autorità a propendere sbrigativamente per un incidente o suicidio. Tuttavia, un amico ha rivelato di aver ricevuto una sua telefonata, il giorno prima di morire, in cui raccontava di aver trovato un uomo armato sul balcone ed altri appostati sulle scale. Borodin aveva successivamente ritrattato dicendo di essersi sbagliato e che quegli uomini stavano partecipando ad un’esercitazione.
Slavonic_Corps_2-360x245
E’ stata poi la volta di Kirill Radchenko, Alexander Rastorguyev e Orkhan Dzemhal uccisi il 30 luglio nei pressi di Sibut, Repubblica Centrafricana. Un commando di 10 uomini armati, inturbantati e parlanti esclusivamente arabo li avrebbe catturati e giustiziati, risparmiando solo l’autista. Dipendenti dell’Investigations Management Centre (ICM) dell’oligarca russo in esilio Mikhail Khodorkovsky, i tre giornalisti sarebbero stati impegnati nella ricerca di materiale per un documentario sulla presenza russa e della PMC di bandiera nel Paese: il Gruppo Wagner.
Il giorno precedente avrebbero cercato, infatti di entrare in una base militare dove i contractors russi starebbero addestrando le truppe di Bangui. Mosca ha immediatamente parlato di loro incoscienza per esser entrati nel Paese con un semplice visto turistico, senza seguire i warnings emanati dalle rappresentanze diplomatiche.
3540
Secondo l’esperto militare ucraino, Oleksandr Kovalenko la morte dei giornalisti russi potrebbe esser ricondotta ad una guerra tra oligarchi russi per il controllo delle PMC e relativi lucrosi contratti. Da una parte Prigozhin che avrebbe mostrato interesse per una miniera d’oro nei pressi di Ndassima, nel sud della Republica Centrafricana; dall’altra i vertici della Difesa ancora infuriati per l’iniziativa del patron della Wagner di attaccare l’oleodotto “curdo-americano” in Siria, senza consultarli e rischiando una pericolosa escalation.
E così i giornalisti, che sarebbero stati al servizio del Ministero della Difesa, sarebbero stati in viaggio verso la miniera per indagare e screditare le attività della Wagner e del suo proprietario. Comunque, “lo chef di Putin” non cederà facilmente ed i cadaveri dei tre giornalisti potrebbero esserne la dimostrazione.
Esiste tuttavia una differente e più recente versione sull’assassinio dei tre cronisti. Essi infatti avrebbero indagato sull’afflusso di armi russe in Repubblica Centrafricana. Armi che, attraverso le PMC russe nel Paese, sarebbero poi state trasferite sia alle truppe regolari che agli oppositori. Questo sia per mettere pressione a Bangui che garantirsi dai ribelli zone ricche di risorse.

PMSC nel Sahel
Gruppi jihadisti nel Sahel vi hanno favorito lo sviluppo e presenza di società di sicurezza private. Alle spalle di ogni soldato delle varie forze internazionali presenti nella regione –  americani, francesi, tedeschi, (italiani?) –  troviamo infatti un operatore di sicurezza o un addetto alla logistica privato.
Berry_0
AFRICOM, il comando americano per l’Africa affida ai contractors operazioni d’intelligence e raccolta d’informazioni, trasporti tattici, MEDEVAC ed anche operazioni più da “dito sul grilletto.”
Durante l’imboscata di ottobre ai Berretti Verdi in Niger era presente anche un contractor che si occupava d’intelligence, così come le operazioni di soccorso ed evacuazione sono state compiute da velivoli della Erickson Inc. e Berry Aviation.
Basti pensare che, solo per AFRICOM, vi sono 21 società private americane fornitrici di servizi in Africa settentrionale e Sahel; ad esse si aggiungano dozzine di altre compagnie francesi, britanniche ed ucraine che partecipano alla “spartizione” di un budget annuale multimilionario.

Contractors “Made in China”
 Nell’ambito della “Nuova Via della Seta” e della sua protezione, l’Africa rappresenta un teatro fondamentale. Solo una ventina delle 5.000 società di sicurezza private presenti in Cina nel 2017 – con più di 4,3 milioni di operatori – è presente a livello internazionale, schierando 3.200 uomini.
China-Industry-Image-Credit-GrAl-Cover
Oltre a quelle che scortano le imbarcazioni di bandiera al largo della Somalia, ve ne sono altre sul continente a protezione di assets e personale di grandi gruppi industriali.
Una delle più attive è la DeWe Security Services Co., Ltd di Pechino assunta per proteggere la linea ferroviaria Nairobi-Mombasa da 3,2 miliardi di dollari e l’impianto di liquefazione del gas naturale della Poly-GCL Petroleum Group Holdings in Etiopia. Tale investimento da 4 miliardi di dollari è ritenuto il più grande incarico affidato ad una PSC cinese.
Più di recente la DeWe ha annunciato il progetto di costruzione di due campi base in Repubblica Centrafricana e Sudan del Sud. Ed è proprio in Sudan del Sud che la società ha dovuto affrontare uno dei suoi momenti più delicati. A partire dall’8 luglio 2016, per ben 50 ore ha dovuto gestire l’evacuazione di 300 dipendenti della China National Petroleum Corp, bloccati a Juba dagli scontri tra forze governative e ribelli.

Piloti ucraini per attacco e MEDEVAC
 Anche gli ucraini si stanno facendo largo nell’affollato mercato africano della sicurezza privata. Dopo l’indipendenza negli anni 90, grazie ai suoi porti sul Mar Nero, l’Ucraina è diventata un punto di transito conveniente per equipaggiamenti e personale di sicurezza. Da lì numerose società di sicurezza private hanno “preso il largo” alla volta di numerosi teatri operativi; l’Africa ne rappresenta un’opzione preferenziale. Nel Sahel numerose società ucraine sono direttamente impegnate a fianco di organizzazioni internazionali.
Si pensi agli elicotteri per il MEDEVAC in Mali, nell’ambito della missione MINUSMA. Oppure ad altre società operanti in Sudan, Congo e Costa d’Avorio. La Omega Consulting Group reclutava ad esempio operatori francofoni dalla consolidata esperienza di combattimento, attraverso la sua pagina Facebook.
Il dirigente, Andrei Kekbalo ha parlato di salari di 1700-4300 euro al mese. In Burkina Faso, invece fino a 12.000 per chi ha nel proprio cv operazioni in Irak, Jugoslavia od Afghanistan.
Un incarico particolarmente caro ai contractors di Kiev è quello del pilota d’elicottero; soprattutto d’attacco. Tra coloro che hanno addestrato i piloti nigeriani e colpito direttamente Boko Haram vi erano almeno tre ucraini. Uno di questi, il capitano Chup Vasyl, dopo tre mesi di raid è precipitato e morto.


PSC tedesche in Ruanda
 A fine maggio una delegazione di 12 PSC tedesche si è recata in Ruanda, manifestando l’intenzione d’investire nel Paese e collaborare con partners locali. La Rwanda Private Security Industry Association (RPSIA) sta infatti progettando la realizzazione di un centro d’addestramento congiunto, nel distretto di Gasabo, per elevare i propri standard qualitativi.
ISCO....
Quello della sicurezza privata ruandese è un settore promettente che è cresciuto del 1500% dal 1997: da una alle attuali sedici società registrate, con più di 14.000 operatori.
Nonostante ciò, come spesso accade nei Paesi in via di sviluppo, il boom della sicurezza privata è accompagnato dallo sfruttamento degli operatori e dalla concorrenza di organizzazioni senza licenza né principi etici o professionali.
Ogni dipendente frutta alla propria società 135 euro al mese, a fronte di uno stipendio mensile di 27 euro. Retribuzioni che, oltretutto, vengono corrisposte con ritardi fino a tre mesi e, in diversi casi, prevedono addirittura la decurtazione dei costi delle uniformi di servizio.
I turni sono di 12 ore, sette giorni alla settimana, senza il pagamento di straordinari. Il clima di terrore instaurato a suon di licenziamenti sommari ha fatto sì che solo due società consentano ai propri dipendenti di rivolgersi ai sindacati e che le donne siano vittime di soprusi/abusi da parte di colleghi e superiori maschi.


Prince a “pesca” in Mozambico?
Erik Prince, fondatore di Blackwater, ha recentemente fatto affari in Mozambico. La sua Frontier Services Group (FSG) ha rilevato a dicembre Ematum, impresa ittica in bancarotta, rinominandola Tunamar. Un’altra sua società – Lancaster Six Group (L6G) di Dubai – ha creato una joint venture con la Proindicus, anch’essa mozambicana ed in fallimento. L’obiettivo di Pro6 – così è stata chiamata – è quello di fornire servizi di sicurezza in una regione ricca di petrolio e gas.
20180811_mam991
Secondo Africa Monitor Intelligence (AMI), Pro6 avrebbe stipulato contratti con diverse società nel corso dell’anno; tra di esse ENI ed il gigante americano Exxonmobil. Tuttavia, l’agenzia di stampa Zitamar ha riportato le smentite di entrambe le società.
ENI aveva già smentito dichiarazioni simili nel 2016, quando l’allora presidente di Proindicus, Antonio do Rosario riferì alla commissione parlamentare d’inchiesta sui debiti occulti di Ematum, Proindicus e MAM (Mozambique Asset Management) di aver già ottenuto l’incarico di fornire sicurezza al consorzio a guida del gruppo italiano.
AMI ha riportato anche che Pro6 avrebbe assicurato alle autorità di Maputo di poter metter fine agli attacchi islamici a Cabo Delgado in 90 giorni.

Qualche considerazione
 Il Sudafrica ha una consolidata tradizione d’esportazione di combattenti a pagamento. Molti di essi appartengono ad una generazione di militari messa da parte con la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’Apartheid; quando insomma il fabbisogno militare sudafricano si è drasticamente ridotto.
Il loro impiego contro terroristi o guerriglieri sanguinari come Boko Haram ha concretizzato quello che molti, Erik Prince in primis, auspicavano mentre gli assassini dello Stato Islamico imperversavano indisturbati in Siria ed Iraq.
image5-500x300
Sebbene il loro ruolo tra il passivo – addestramento e logistica – e l’attivo – partecipazione diretta alle ostilità – possa apparire controverso, davanti all’immobilismo delle organizzazioni internazionali i contractors sono stati gli unici ansiosi d’intervenire.
Il loro operato ha puntualmente ripresentato l’annosa questione della definizione e differenze tra mercenari, PMC e PSC nonché il diverso trattamento legale che debba esser loro riservato.
Secondo Eeben Barlow, proprietario di STTEP, l’intervento della sua società non è stato di tipo mercenario, bensì un regolare rapporto di lavoro col Governo nigeriano. Di parere opposto i Ministri di Esteri e Difesa sudafricani che hanno deplorato vivamente l’azione, definendo i soggetti coinvolti “mercenari” e passibili di arresto una volta in patria.
I progressi dei nigeriani contro Boko Haram porteranno sicuramente alla fine dei contratti a tempo determinato – perché di questo si tratta – di numerosi contractors.
Molti di loro potrebbero quindi passare al servizio delle PMC russe in Africa. Già dall’intervento in Sierra Leone nel 1995, infatti si sono trovati ad operare con armi, equipaggiamenti e personale dell’Est Europa.
B9CAO7vIEAANQIk
Per quanto riguarda la Russia, rispetto al passato dove comunque realtà come RSB Group, Moran Security ed Antiterror-Oryol sono riuscite ad ottenere contratti, le PMSC russe non sono più abbandonate dalle proprie istituzioni. Anzi, da esse ricevono supporto nell’ottica di un nuovo modello d’interazione: Mosca garantisce sicurezza e stabilità, mentre i Paesi fruitori concessioni estrattive, commerciali ed il rafforzamento della propria influenza sulla regione.
Il tradizionale approccio adottato dal presidente Putin nelle relazioni internazionali è quindi evoluto, comprendendo sempre più le PMSC di bandiera. Tra le leve commerciali che hanno permesso loro di erodere quote di mercato alle concorrenti occidentali vi è l’economicità dei servizi offerti e, soprattutto, la mancanza di uno scomodo passato coloniale – come Francia e Gran Bretagna –  o di un presente neoimperialista – come Cina e Stati Uniti.
Condizioni tali da far ottenere a Mosca anche una legittimazione in sede ONU – vedasi l’emendamento all’embargo internazionale di armi imposto alla Repubblica Centrafricana – e da parte di altri Paesi africani.
1000w_q95-76
Inoltre, molti Paesi occidentali sono sempre più riluttanti ad intervenire in Stati fallitti – come la Repubblica Centrafricana – od oggetto di condanne e sanzioni internazionali – come il Sudan –  mentre la Russia di Putin vi si lancia a capofitto, con operazioni manifeste o coperte.
Da una parte le truppe regolari danno dimostrazioni di forza e capacità di proiettarla, dall’altra il basso profilo dei contractors consente  affari con scomodi interlocutori, nella più completa aderenza ai propri interessi.
In merito alla Cina, le PSC assumono preferibilmente ex agenti di polizia o militari. Tuttavia, ciò non costituisce necessariamente una garanzia di qualità. Le forze armate cinesi, infatti non hanno avuto esperienza di combattimento sostanzialmente dalla guerra con il Vietnam del 1979, così come lo schieramento di alcune società in Iraq, a protezione di pozzi petroliferi e gasiferi, è avvenuto in zone relativamente tranquille.
Le PSC cinesi e loro operatori, salvo alcune eccezioni, risultano pertanto poco esperti e preparati. Uno dei loro principali limiti è il divieto d’utilizzo di armi da fuoco. Pechino, fedele alla sua politica estera di non ingerenza e per evitare un “effetto Blackwater” che possa danneggiare le relazioni con altri Paesi è riluttante ad armare i propri contractors. Perciò, quando all’estero, non portano armi e sono principalmente impegnati in attività di consulenza.
guards
Data l’elevata pericolosità dei contesti in cui sono chiamati ad operare, l’utilizzo delle armi da fuoco risulta imprescindibile. In caso d’emergenza, si deve quindi contare su forze di sicurezza od operatori locali risaputamente inaffidabili, oppure procurarsi armi sul mercato nero e far da sé.
Oltre ai rischi per chi si trova sul campo, il divieto alle armi si traduce sempre più in un freno alla crescita delle PSC cinesi, regalando clienti, nonostante le barriere linguisticoculturali e di prezzo, a concorrenti stranieri…armati.
Se pensiamo infatti che un team di 12 contractors cinesi costa mediamente quanto un singolo operatore britannico o statunitense e che la Cina non si pone particolari problemi a servire Paesi sulle blacklists occidentali, le prospettive di crescita delle PSC sono enormi.
Sebbene sulla terra ferma l’impiego di armi sia argomento tabù, in ambito di antipirateria i contractors cinesi sono ben armati ed autorizzati all’uso della forza letale.
EMATUM-boats-in-port-702x336
Infine, sugli interessi di Erik Prince in Mozambico, due riflessioni sorgono spontanee. La prima: a meno che Prince non abbia deciso di buttarsi nel business della pesca al tonno, i 24 pescherecci della flotta di Ematum possono risultare molto utili e redditizi nel canale di Mozambico, sempre teatro di attacchi di pirati nonostante l’Operazione Copper della Marina sudafricana ed i nuovi mezzi navali donati dal Portogallo a Maputo. Non dimentichiamoci della McArthur, nave oceanografica acquistata dalla Blackwater ed allestita per supportare operazioni militari, di law enforcement ed antipirateria.
La seconda: come può la Proindicus, le cui principali risorse sono motoscafi, contrastare ed eventualmente porre fine ad un’insorgenza prevalentemente terrestre come quella di Cabo Delgado? E’ atteso qualche genere di rinforzo di terra o si tratta davvero di una notizia infondata?
Foto:  NEstudio/Shutterstock.com,  AFP, AP, GidiPost, TASS, Twitter, Shutterstock, Cyril Ndegeya,  KT Press, SOFX,  e Zitamar

Preso da: https://www.analisidifesa.it/2018/10/il-boom-dei-contractors-in-africa/

Libia: sette anni senza Gheddafi

24/10/2018
Il 23 ottobre è la data che è ufficialmente si considera come il giorno della fine della guerra civile in Libia nel 2011. Si trattava di un conflitto militare interno in cui è intervenuta la NATO, —- è meglio dire un atto coloniale preparato dalla NATO e spacciato per conflitto interno—- portando al collasso il regime di Muammar Gheddafi e al crollo di fatto dello Stato libico, ha detto Boris Dolgov in un’intervista con Sputnik.
“Come risultato la Libia è crollata come Stato, ora assistiamo alla lotta di varie forze politiche, inclusi gli islamisti, per il potere e il controllo su determinati territori in Libia”, ha affermato l’esperto.


Al momento ci sono due forze politiche principali che lottano per il potere (la Camera dei rappresentanti della Libia e il governo di unità nazionale), ma ci sono altre parti alla ricerca del potere. In Libia ci sono vari clan che nelle loro zone di influenza dispongono di gruppi armati. Alcuni gruppi professano l’Islam radicale.
La Russia, come altri membri della comunità internazionale, è coinvolta nei tentativi di risolvere la crisi libica, ma finora nessuno è riuscito ad ottenere alcun risultato tangibile nel processo.

In particolare Mosca lavora con le forze che hanno maggior influenza in Libia oggi, come le forze armate del feldmaresciallo Khalifa Haftar, quelle che combattono gli islamisti radicali e fissano l’obiettivo di ricostruire lo Stato libico.

La Russia compie i massimi sforzi per risolvere la crisi
La Russia sta lavorando insieme a varie forze in Libia per raggiungere un consenso politico tra di loro e rendere il processo politico prioritario e dominante. I rappresentanti e le delegazioni di varie forze politiche si sono recate in Russia per avere colloqui.
In futuro la Russia continuerà ad impegnarsi per risolvere la crisi.

“La Russia non ha ufficialmente dichiarato di inviare consiglieri militari o altre unità di militari russi in Libia, ma a mio avviso sarebbe possibile se pervenisse la richiesta dalla parte libica, ad esempio dalle forze come quelle guidate dal maresciallo Haftar”, ha spiegato Dolgov.

La Russia può contribuire a risolvere la crisi libica. Ad esempio, potrebbe contribuire a porre fine al conflitto locale. Ad esempio l’intervento potrebbe manifestarsi nella forma di consiglieri o istruttori militari russi che possono trasmettere la loro esperienza ai libici.
Khalifa Haftar è la forza militare più potente in Libia. Il maresciallo ha dichiarato di combattere contro i gruppi islamici radicali. Per la Russia è molto importante, perché questi gruppi rappresentano una minaccia non solo per la stessa Libia, ma anche per la regione nel suo complesso, e persino per la stessa Russia.
E’ noto che gli islamisti di Siria e Iraq sono giunti in Libia. Hanno perfino creato in una delle regioni del paese un’unità para-statale che giurava fedeltà allo Stato Islamico. Questo rappresenta una minaccia per la Russia perché i guerriglieri dell’ISIS ed altri gruppi affiliati hanno dichiarato che il loro obiettivo è promuovere la jihad nel territorio russo, vale a dire nel Caucaso e nel sud della Russia nel suo complesso.

“Pertanto le forze di Haftar contribuiscono ad eliminare questa minaccia, anche per la Russia. Così la volontà di Mosca di cooperare con queste forze diventa chiara”, ha spiegato l’esperto.

Quello che sta accadendo in Libia oggi è un processo molto complesso. Un conflitto armato può avere ricadute. Trovare un compromesso tra un numero di gruppi armati con idee diverse richiederà tempo. Ma forse le elezioni in Libia in qualche modo cementeranno la società.

La normalizzazione non avverrà domani o dopodomani, nemmeno tra un anno, ma almeno la strada è stata trovata e speriamo che la società libica segui questa via, ha concluso Dolgov.

“La Libia trasformata in un inferno”

“Si può affermare che da uno Stato sovrano, la Libia è stata disgregata tra varie forze, molte delle quali controllate da servizi segreti stranieri”, ha detto l’esperto di Spuntik sulla Libia Usef Shakir.

“La Libia era uno Stato stabile e sicuro, l’apparato statale funzionava bene, il Paese si sviluppava e cresceva costantemente, mentre da 8 anni regnano il caos e la paura”, ha aggiunto.

“L’economia della Libia è nulla: centinaia di miliardi di dollari sono arrivati per la vendita di petrolio, ma per 8 anni non è stato implementato un solo progetto strategico per lo sviluppo del Paese, vediamo il costante spreco di ricchezza nazionale e scontri sanguinosi. Sentiamo continuamente parlare di vittime e feriti, la Libia è diventata l’inferno”.

“Di chi è la colpa?” L’élite, che ha tradito tutti ed ha lasciato entrare la Nato nel Paese; il governo è stato rovesciato, ma alla fine non ne è uscito nulla di buono, assolutamente nulla. E’ legato al petrolio e alle altre risorse naturali: il Paese è frammentato, non c’è dialogo tra sud, nord, ovest ed est e nessuno contribuisce ad uscire dalla crisi.”

Preso da:https://it.sputniknews.com/politica/201810246676475-NATO-Occidente-caos-guerra-Gheddafi-risorse-petrolio-terrorismo-geopolitica-Russia-Mediterraneo/

In Italia la più grande polveriera Usa

Alla fine della seconda guerra mondiale le truppe alleate occuparono il continente europeo. Francia e Russia le hanno ritirate, Stati Uniti e Regno Unito invece continuano a mantenere parte delle loro forze armate in Europa. In previsione di una guerra mondiale contro Cina e Russia, il Pentagono utilizza da un anno le numerose basi statunitensi in Italia per incrementare in modo massiccio lo stoccaggio di armi in Europa, bombe atomiche incluse.

| Roma (Italia)
français  Português  Español  English  Türkçe  Deutsch

JPEG - 41.1 Kb
Lewis Eisenberg era il presidente del Porto di New York che vendette il World Trade Center appena prima degli attentati dell’11 Settembre per renderne possibile l’organizzazione. Eisenberg è oggi ambasciatore degli Stati Uniti a Roma e sta trasformando la penisola in un arsenale USA.
L’8 agosto ha fatto scalo nel porto di Livorno la Liberty Passion (Passione per la Libertà) e il 2 settembre la Liberty Promise (Promessa di Libertà), che saranno seguite il 9 ottobre dalla Liberty Pride (Orgoglio di Libertà). Le tre navi ritorneranno quindi a Livorno, in successione, il 10 novembre, il 15 dicembre e il 12 gennaio.


Sono enormi navi Ro/Ro, lunghe 200 metri e con 12 ponti, capaci ciascuna di trasportare 6500 automobili. Non trasportano però automobili, ma carrarmati. Fanno parte di una flotta statunitense di 63 navi appartenenti a compagnie private che, per conto del Pentagono, trasportano in continuazione armi in un circuito mondiale tra i porti statunitensi, mediterranei, mediorientali e asiatici.
Il principale scalo mediterraneo è Livorno, perché il suo porto è collegato alla limitrofa base statunitense di Camp Darby. Quale sia l’importanza della base lo ha ricordato il colonnello Erik Berdy, comandante della guarnigione in Italia dello Us Army, in una recente visita al quotidiano «La Nazione» di Firenze.
La base logistica, situata tra Pisa e Livorno, costituisce il più grande arsenale Usa fuori dalla madrepatria. Il colonnello non ha specificato quale sia il contenuto dei 125 bunker di Camp Darby. Esso può essere stimato in oltre un milione di proiettili di artiglieria, bombe per aerei e missili, cui si aggiungono migliaia di carrarmati, veicoli e altri materiali militari. Non si può escludere che nella base vi siano state, vi siano o possano esservi in futuro anche bombe nucleari.
Camp Darby — ha sottolineato il colonnello — svolge un ruolo chiave, rifornendo le forze terrestri e aree statunitensi in tempi molto più brevi di quanto occorrerebbe se venissero rifornite direttamente dagli Usa. La base ha fornito la maggior parte delle armi per le guerre contro l’Iraq, la Jugoslavia, la Libia e l’Afghanistan. Dal marzo 2017, con le grandi navi che mensilmente fanno scalo a Livorno, le armi di Camp Darby vengono trasportate in continuazione nei porti di Aqaba in Giordania, Gedda in Arabia Saudita e altri scali mediorientali per essere usate dalle forze statunitesi e alleate nelle guerre in Siria, Iraq e Yemen.
Nel suo viaggio inaugurale la Liberty Passion ha sbarcato ad Aqaba, nell’aprile 2017, 250 veicoli militari e altri materiali. Tra le armi che ogni mese vengono trasportate via mare da Camp Darby a Gedda, vi sono certamente anche bombe Usa per aereo che l’aviazione saudita impiega (come risulta da prove fotografiche) per fare strage di civili nello Yemen. Vi sono inoltre seri indizi che, nel collegamento mensile tra Livorno e Gedda, le grandi navi trasportino anche bombe per aereo fornite dalla Rwm Italia di Domusnovas (Sardegna) all’Arabia Saudita per la guerra nello Yemen.
In seguito all’accresciuto transito di armi da Camp Darby, non basta più il collegamento via canale e via strada della base col porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa. È stata quindi decisa una massiccia riorganizzazione delle infrastrutture (confermata dal colonnello Berdy), comprendente una nuova ferrovia. Il piano comporta l’abbattimento di 1000 alberi in un’area protetta, ma è già stato approvato dalle autorità italiane. Tutto questo non basta.
Il presidente del Consiglio regionale toscano Giani (Pd), ricevendo il colonnello Berdy, si è impegnato a promuovere «l’integrazione tra la base militare Usa di Camp Darby e la comunità circostante». Posizione sostanzialmente condivisa dal sindaco di Pisa Conti (Lega) e da quello di Livorno Nogarin (M5S). Quest’ultimo, ricevendo il colonnello Berdy e poi l’ambasciatore Usa Eisenberg, ha issato sul Comune la bandiera a stelle e strisce.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

Preso da: http://www.voltairenet.org/article202893.html

Così l’amministrazione dell’ONU organizza la guerra

Il documento interno delle Nazioni Unite che pubblichiamo dimostra come l’amministrazione dell’ONU agisca in contrasto con le finalità dell’Organizzazione. La gravità della situazione è tale da rendere necessaria una spiegazione del segretario generale, António Guterres; spiegazione che il ministro degli Esteri russo, Sergueï Lavrov, ha già chiesto nei giorni scorsi. Se questo chiarimento non arriverà, gli Stati membri potrebbero rimettere in discussione l’ONU.

| Damasco (Siria)
français  Español  Português  English  Türkçe  Deutsch

JPEG - 73.9 Kb
Nella foto, l’ex assistente di Hillary Clinton, Jeffrey Feltman, presta giuramento il 2 luglio 2012 sulla Carta delle Nazioni Unite, davanti al segretario generale, il corrottissimo Ban Ki-moon, e diventa il numero due dell’Organizzazione.
A ottobre 2017 il sottosegretario generale delle Nazioni Unite agli Affari Politici, Jeffrey Feltman, ha redatto in segreto un documento per istruire tutte le Agenzie dell’ONU sul comportamento da adottare rispetto al conflitto siriano.

Gli Stati membri dell’Organizzazione non ne sono mai stati informati, neppure quelli del Consiglio di Sicurezza, almeno fino a quando il ministro degli Esteri russo, Sergueï Lavrov, il 20 agosto scorso ne ha rivelato l’esistenza [1].
Ce ne siamo procurati una copia [2].

Il suo contenuto è un tradimento dello spirito della Carta delle Nazioni Unite [3], perché ne capovolge le priorità: per statuto, l’obiettivo fondamentale dell’ONU è «mantenere la pace e la sicurezza internazionale»; per contro, le istruzioni di Feltman gli antepongono il «rispetto dei diritti dell’uomo». Così la difesa dei diritti umani diviene strumento contro la pace.
L’espressione «diritti dell’uomo» esisteva molto prima della sua formulazione giuridica (ossia prima che tali diritti potessero essere fatti valere davanti a un giudice). Il ministero degli Esteri britannico ne fece ampio uso nel XIX secolo per giustificare alcune guerre del Regno Unito. Per esempio, assicurò che, in nome della difesa dei diritti umani, l’Inghilterra era pronta a combattere l’Impero Ottomano. Si trattava in realtà di uno scontro tra l’Impero britannico e la Sublime Porta. I popoli che Londra pretendeva aver liberato non furono certamente più felici ritrovandosi sottomessi al tiranno inglese piuttosto che ad altro tiranno. Nel XX secolo i «diritti dell’uomo» furono dapprima il marchio di fabbrica delle ONG «senza frontiere», poi lo slogan dei trotzkisti collegati alla CIA: i neoconservatori.
La Carta delle Nazioni Unite utilizza sei volte l’espressione «diritti dell’uomo», senza però farne un ideale in sé. Solo la pace può garantirne il rispetto. La guerra, è bene ricordarlo, è un periodo di sconvolgimenti in cui i diritti individuali sono messi da parte, è un contesto di ferocia dove può accadere che, per salvare un popolo, si sia costretti a scegliere di sacrificarne una parte.
Ed è per questo che si fa distinzione tra polizia ed esercito: la polizia protegge i diritti individuali, l’esercito quelli collettivi. La polizia deve rispettare i «diritti dell’uomo», l’esercito può essere costretto a ignorarli. Sembra che nell’epoca contemporanea gli individui, avvolti nel bozzolo della loro agiatezza, abbiano smarrito il senso di queste distinzioni elementari.
Se l’invocazione della difesa dei diritti umani è inizialmente servita da travestimento delle conquiste territoriali, ora, spinta all’estremo, è diventata l’ideologia per giustificare la distruzione delle strutture statali nazionali. Stanno tentando di convincerci che, affinché i nostri diritti vengano rispettati, dobbiamo essere «cittadini del mondo» e accettare una «società aperta», «senza frontiere», amministrata da un «governo mondiale».
Imporre a ognuno di questi «cittadini del mondo» quel che è bene per noi… e dunque per loro, significa disdegnare la storia e la loro cultura.
Nelle istruzioni alle agenzie ONU Feltman prende a pretesto per l’ennesima volta i «diritti dell’uomo». Proprio Feltman, personaggio che, in quanto membro dell’Autorità provvisoria della Coalizione — denominazione abusiva di una società privata, strutturata sul modello della Compagnia delle Indie —, ha governato l’Iraq [4] mostrando così poco rispetto per i diritti degli iracheni.
Ebbene, Feltman ha già esplicitato il suo reale obiettivo per la Siria in una serie di documenti, noti come Piano Feltman [5], ove si propone di abolire la sovranità del popolo siriano e di instaurare, come in Iraq, un’amministrazione straniera.
Nel documento alle Agenzie ONU Feltman, con sfacciataggine, scrive: «Il Piano di azione umanitaria deve continuare a essere umanitario per garantire all’ONU la possibilità di condurre in porto attività umanitarie essenziali per salvare vite e assicurare il soddisfacimento dei bisogni essenziali delle popolazioni. Attività di sviluppo e ricostruzione che vadano al di là dovranno essere trattate in ambiti diversi che, per natura, richiederanno negoziazioni di più lunga durata con i governi coinvolti. È essenziale, tenuto conto delle complesse questioni giuridiche e politiche in gioco». In altri termini, date da mangiare ai rifugiati, ma non combattete la carestia che li rode: si faccia in modo che la ragione del loro morir di fame rimanga uno strumento di cui disporre nei negoziati con il governo siriano.
Giordani, libanesi, turchi ed europei rimarranno sopresi leggendo: «L’ONU non favorirà il rientro dei rifugiati e dei profughi, sosterrà invece i rimpatriati per garantire loro un rientro e una reintegrazione sicuri, dignitosi, informati, volontari e duraturi, nonché il diritto dei siriani di chiedere asilo». Facendo propria la teoria del professor Kelly Greenhill [6], Feltman non vuole aiutare i siriani in esilio a ritornare nel loro Paese, ma intende utilizzare il loro esodo per indebolire la Siria.
«L’assistenza delle Nazioni Unite non deve aiutare chi ha commesso crimini di guerra o crimini contro l’umanità», precisa Feltman, vietando così a titolo cautelativo ogni aiuto a qualunque potere.
Feltman stabilisce anche che: «Solo dopo una transizione politica vera e inclusiva negoziata dalle parti l’ONU sarà disposto a favorire la ricostruzione». Siamo lontanissimi dall’ideale espresso dalla Carta delle Nazioni Unite.

[1] “Sergey Lavrov news conference with Gebran Bassil”, by Sergey Lavrov, Voltaire Network, 20 August 2018.
[2] “Parameters and Principles of UN assistance in Syria”, by Jeffrey D. Feltman, Voltaire Network, 3 September 2018.
[3] « Charte des Nations unies », Réseau Voltaire, 26 juin 1945.
[4] « Qui gouverne l’Irak ? », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 13 mai 2004.
[5] “Draft Geneva Communique Implementation Framework”, “Confidence Building Measures”, “Essential Principles”, “Representativness and Inclusivity”, “The Preparatory Phase”, “The Transitional Governing Body”, “The Joint Military Council and Ceasefire Bodies”, “The Invitation to the International Community to Help Combat Terrorist Organizations”, “The Syrian National Council and Legislative Powers during the Trasition”, “Transitional Justice”, “Local Governance”, “Preservation and Reform of State Institutions”, “Explanatory Memorandum”, “Key Principles revealed during Consultations with Syrian Stake-holders”, “Thematic Groups” (documents non publiés). “La Germania e l’ONU contro la Siria”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Al-Watan (Siria) , Rete Voltaire, 28 gennaio 2016.
[6] “Strategic Engineered Migration as a Weapon of War”, Kelly M. Greenhill, Civil War Journal, Volume 10, Issue 1, July 2008.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article202734.html

Hitler fu finanziato da Federal Reserve e Banca d’Inghilterra

1 giugno 2017

Hitler

Ru-polit Fort Russ 14 maggio 2016
Più di 70 anni fa iniziò il peggior massacro della storia. La recente risoluzione dell’Assemblea parlamentare dell’OSCE equipara il ruolo di Unione Sovietica e Germania nazista allo scoppio della Seconda guerra mondiale, salvo il fatto che abbia per scopo estorcere soldi dalla Russia per via di certe economie fallite, è volta a demonizzare la Russia successore dell’URSS e preparare il terreno giuridico per la privazione del diritto di pronunciarsi contro la revisione dei risultati della guerra. Ma se ci affidiamo al problema della responsabilità della guerra, va prima risposto alla domanda chiave: chi aiutò i nazisti ad andare al potere? Chi li spinse verso la catastrofe mondiale? La storia della Germania prima della guerra dimostra che politiche “necessarie” furono dettate dalle turbolenze finanziarie, in cui, all’epoca, il mondo era immerso.
Le istituzioni finanziarie centrali di Gran Bretagna e Stati Uniti, Banca d’Inghilterra e Sistema della riserva federale (FRS), e le organizzazioni finanziarie e industriali associate definirono le strutture fondamentali che decisero la strategia post-bellica dell’occidente.
Obiettivo era imporre il controllo assoluto sul sistema finanziario della Germania per controllare i processi politici dell’Europa centrale. Per attuare tale strategia è possibile tracciare le seguenti fasi:
1°: dal 1919 al 1924, preparare la base per un massiccio investimento finanziario statunitense nell’economia tedesca;
2°: dal 1924 al 1929, istituzione del controllo sul sistema finanziario della Germania e sostegno finanziario al nazionalsocialismo;
3°: dal 1929 al 1933 , provocare e scatenare una profonda crisi finanziaria ed economica e assicurarsi che i nazisti arrivassero al potere;
4°: dal 1933 al 1939, cooperazione finanziaria con il governo nazista e sostegno alla sua politica estera espansionista, volta a preparare e scatenare una nuova guerra mondiale.
Nella prima fase per la leva principale per assicurarsi la penetrazione della capitale statunitense in Europa iniziò coi debiti di guerra e il problema strettamente correlato delle riparazioni tedesche. Dopo l’ingresso formale degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale, diedero prestiti agli alleati (in primo luogo Regno Unito e Francia) per 8,8 miliardi di dollari. Il totale dei debiti di guerra, inclusi i prestiti concessi dagli Stati Uniti nel 1919-1921, fu oltre 11 miliardi di dollari. Per risolvere il problema, i Paesi debitori cercarono d’imporre una grande quantità di condizioni estremamente dure per il pagamento delle riparazioni alla Germania. Ciò causò la fuga di capitali tedeschi all’estero e il rifiuto di pagare le tasse comportando un deficit di bilancio dello Stato che poté essere colmato solo attraverso la stampa di marchi senza copertura.
Il risultato fu il crollo della valuta tedesca, la “grande inflazione” del 1923, pari al 512% quando un dollaro valeva 4,2 miliardi di marchi. Gli industriali tedeschi iniziarono a sabotare apertamente gli obblighi di riparazione, causando la celebre crisi della Ruhr, l’occupazione franco-belga della Ruhr nel gennaio 1923. Gli ambienti governativi anglo-statunitensi, per intraprendere la propria iniziativa, aspettarono che la Francia venisse coinvolta nell’avventura dimostrandosi incapace di risolvere il problema. Il segretario di Stato degli USA Hughes osservò: “È necessario attendere che l’Europa maturi per accettare la proposta statunitense“. Il nuovo piano fu sviluppato dalla “JP Morgan & Co.” su istruzione del capo della Banca d’Inghilterra Montagu Norman. Al centro dell’idea vi era il rappresentante della “Banca Dresdner” Hjalmar Schacht, che la formulò nel marzo 1922 su suggerimento di John Foster Dulles (futuro segretario di Stato del presidente Eisenhower) e consulente legale del presidente W. Wilson alla conferenza di pace di Parigi. Dulles diede questa nota al fiduciario principale della “JP Morgan & Co.” e poi JP Morgan lo raccomandò a H. Schacht, M. Norman e all’ultimo ai governanti di Weimar.

Nel dicembre 1923, H. Schacht divenne direttore della Reichsbank, permettendo di riunire i finanzieri anglostatunitensi e tedeschi. Nell’estate 1924, il progetto denominato “piano Dawes” (nominato dal presidente del comitato di esperti che lo creò, banchiere e direttore di una delle banche del gruppo Morgan), fu adottato alla conferenza di Londra. Chiedeva di dimezzare le riparazioni e di risolvere la questione delle fonti della loro copertura. Tuttavia, il compito principale era garantire condizioni favorevoli agli investimenti statunitensi, possibili solo stabilizzando il marco tedesco. A tal fine, il piano prestò alla Germania 200 milioni di dollari, di cui per metà della JP Morgan, nel mentre le banche anglostatunitensi acquisirono il controllo non solo del trasferimento dei pagamenti tedeschi, ma anche di bilancio, circolazione monetaria e in larga misura del credito del Paese. Nell’agosto 1924, il vecchio marco tedesco fu sostituito da una nuova nota finanziaria stabilizzata in Germania e, come scrisse il ricercatore GD Preparata, la Repubblica di Weimar fu pronta per “gli aiuti economici più pittoreschi della storia, seguiti dalla raccolta peggiore nella storia del mondo, un inondazione di sangue statunitense si riversò nelle vene finanziarie della Germania“. Le conseguenze di ciò non tardarono a comparire. Ciò fu dovuto principalmente al fatto che le riparazioni annuali dovevano coprire l’importo del debito pagato dagli alleati, formato dal cosiddetto “circolo assurdo di Weimar”.
L’oro con cui la Germania pagava le riparazioni di guerra, fu venduto, pignorato e scomparve negli Stati Uniti, dove ritornò in Germania sotto forma di piano di “aiuto” che poi consegnava a Regno Unito e Francia che lo giravano per pagare i debiti di guerra con gli Stati Uniti. Quindi sovraccaricato di interessi veniva rispedito in Germania. Alla fine, tutti in Germania vivevano con il debito e fu chiaro che se Wall Street avesse ritirato i prestiti, il Paese sarebbe fallito completamente.
In secondo luogo, anche se il credito formale fu aperto per garantire i pagamenti, fu speso effettivamente per ripristinare la potenza militare-industriale del Paese. Il fatto è che i tedeschi furono pagati in azioni di società coi prestiti, quindi il capitale statunitense s’integrò attivamente nell’economia tedesca. L’importo degli investimenti esteri nell’industria tedesca nel 1924-1929 ammontò a 63 miliardi di marchi d’oro (30 miliardi contabilizzati come prestiti) e il pagamento delle riparazioni a 10 miliardi di marchi. Il 70% dei ricavi fu fornito dalle banche degli Stati Uniti in maggioranza dalla JP Morgan. Di conseguenza, nel 1929, l’industria tedesca era al secondo posto nel mondo, ma era in gran parte nelle mani dei principali gruppi finanziari-industriali degli USA.
Le “Interessen-Gemeinschaft Farbenindustrie“, fornitore principale della macchina da guerra tedesca, finanziò il 45% della campagna elettorale di Hitler nel 1930, ed era sotto il controllo della “Standard Oil” di Rockefeller. Morgan, tramite la “General Electric“, controllava l’industria radioelettrica tedesca tramite AEG e Siemens (fino al 1933, il 30% delle azioni di AEG erano della “General Electric”) e attraverso la società ITT, il 40% della rete telefonica della Germania. Inoltre possedevano il 30% della società aeronautica “Focke-Wulf“. “General Motors“, della famiglia DuPont, controllava la “Opel“. Henry Ford controllava il 100% delle azioni della “Volkswagen“. Nel 1926, con la partecipazione della banca “Dillon, Reed & Co.” dei Rockefeller, il secondo maggiore monopolio industriale della Germania, dopo “IG Farben“, apparve; era il cartello metallurgico “Vereinigte Stahlwerke” (Unione delle acciaierie) tra Thyssen, Flick, Wolff, Feglera ecc.
La cooperazione statunitense con il complesso militare-industriale tedesco fu così intensa e pervasiva che nel 1933 i settori chiave dell’industria tedesca e delle grandi banche come Deutsche Bank, Dresdner Bank, Donat Bank ecc. erano controllati dal capitale finanziario statunitense. La forza politica che doveva svolgere un ruolo cruciale nei piani anglo-statunitensi fu preparata simultaneamente. Si trattò del finanziamento del partito nazista e di A. Hitler stesso. Come scrisse il cancelliere tedesco Brüning nelle sue memorie, dal 1923 Hitler riceveva grandi somme dall’estero. Da dove è ignoto, ma passarono da banche svizzere e svedesi. È anche noto che nel 1922 a Monaco di Baviera si ebbe una riunione tra A. Hitler e l’addetto militare degli Stati Uniti in Germania, capitano Truman Smith, che redasse una relazione dettagliata per i suoi superiori di Washington (dell’ufficio d’intelligence militare), in cui elogiava Hitler. Fu attraverso il giro di conoscenze di Smith, in primo luogo, che Hitler fu presentato a Ernst Franz Sedgwick Hanfstaengl (Putzie), laureato all’Harvard University, e che svolse un ruolo importante nella formazione politica di A. Hitler, dandogli un notevole sostegno finanziario e assicurandogli contatti con importante figure inglesi. Hitler era preparato in politica, tuttavia, mentre la Germania regnava in prosperità, il suo partito rimase periferico nella vita pubblica. La situazione cambiò drammaticamente con la crisi.
Dall’autunno 1929, dopo il crollo della borsa statunitense attivata dalla Federal Reserve, iniziò la terza tappa della strategia dei circoli finanziari anglo-statunitensi. Federal Reserve e JP Morgan decisero di smettere di prestare alla Germania, ispirati dalla crisi bancaria e depressione economica dell’Europa centrale. Nel settembre 1931 il Regno Unito abbandonò il gold standard, distruggendo deliberatamente il sistema internazionale dei pagamenti e togliendo l’ossigeno finanziario alla Repubblica di Weimar. Ma nel partito nazista si ebbe un miracolo finanziario: nel settembre 1930, a seguito di grandi donazioni da Thyssen e IG Farben, il partito di Kirdorf ebbe 6,4 milioni di voti e fu al secondo posto nel Reichstag, dopo di che ricevette ampi finanziamenti esteri.
Il legame principale tra i maggiori industriali tedeschi e i finanzieri esteri fu H. Schacht. Il 4 gennaio 1932 si ebbe una riunione tra il maggiore finanziatore inglese M. Norman, A. Hitler e von Papen, concludendo un accordo segreto sul finanziamento del NSDAP. In questa riunione furono inoltre presenti i politici statunitensi Dulles, cosa che i loro biografi non menzionano. Il 14 gennaio 1933 si ebbe un incontro tra Hitler, Schroder, Papen e Kepler, dove il programma di Hitler fu adottato. Fu qui che finalmente si decise il passaggio di potere ai nazisti, e il 30 gennaio Hitler divenne cancelliere. L’avvio della quarta fase della strategia così cominciò.

L’atteggiamento degli ambienti governativi anglo-statunitensi verso il nuovo governo fu di netta simpatia. Quando Hitler si rifiutò di pagare le riparazioni, naturalmente mettendo in discussione il pagamento dei debiti di guerra, né Gran Bretagna né Francia avanzarono pretese. Inoltre, dopo la visita negli Stati Uniti nel maggio 1933, Schacht fu posto nuovamente a capo della Reichsbank, e dopo l’incontro con il presidente e i più grandi banchieri di Wall Street, gli USA assegnarono alla Germania nuovi prestiti per un miliardo di dollari.
A giugno, durante un viaggio a Londra e l’incontro con M. Norman, Schacht cercò un prestito inglese di 2 miliardi di dollari e la riduzione o cessazione dei pagamenti dei vecchi prestiti. Così, i nazisti ebbero ciò che non poterono avere con il precedente governo. Nell’estate 1934 la Gran Bretagna firmò l’accordo di trasferimento anglo-tedesco, uno dei fondamenti della politica inglese verso il Terzo Reich e alla fine degli anni ’30 la Germania era il principale partner commerciale del Regno Unito. La Schroeder Bank fu l’agente principale della Germania nel Regno Unito e nel 1936 il suo ufficio a New York collaborò con i Rockefeller per creare la “Schroeder, Rockefeller & Co. Investment Bank”, che la rivista “Times” chiamò “l’asse propagandistico economico Berlino-Roma”. Come ammise Hitler, concepì il suo piano quadriennale sulla base dei prestiti finanziari esteri, quindi non creò il minimo allarme.
Nell’agosto 1934, la “Standard Oil” in Germania acquistò 730000 ettari di terreno e costruì grandi raffinerie di petrolio che fornirono la benzina ai nazisti. Allo stesso tempo, la Germania prese segretamente in consegna dagli Stati Uniti le attrezzature più moderne per le fabbriche di aeromobili, che iniziarono la produzione di aerei. La Germania ottenne numerosi brevetti militari dalle ditte statunitensi “Pratt e Whitney“, “Douglas“, “Curtis Wright” e con la tecnologia statunitense produsse lo “Junkers Ju-87”. Gli investimenti nell’economia della Germania ammontarono a 475 milioni di dollari. La “Standard Oil” investì 120 milioni di dollari, “General Motors” 35, ITT 30 e “Ford” 17,5. La stretta collaborazione finanziaria ed economica degli ambienti aziendali anglo-statunitensi e nazisti fece da sfondo, negli anni ’30, alla politica di appoggio che portò alla Seconda guerra mondiale.
Oggi, quando l’élite finanziaria mondiale iniziava ad attuare il piano “Grande depressione – 2”, con la successiva transizione al “nuovo ordine mondiale”, l’identificazione del ruolo chiave nell’organizzazione dei crimini contro l’umanità diventa una priorità.

Jurij Rubtsov è dottore in scienze storiche, accademico dell’Accademia delle scienze militari e membro dell’Associazione internazionale degli storici della Seconda guerra mondiale.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: http://www.cogitoergo.it/hitler-fu-finanziato-federal-reserve-banca-dinghilterra/

Degenerazione e fondamentalismo nel controllo dei media occidentali

Non c’è nulla di più triste e patetico di un famigerato bugiardo che urla, sputa saliva, insulta le persone normali a destra e sinistra, mentre terrorizza coloro che stanno dicendo la verità.
Ultimamente, l’Occidente è diventato chiaramente furioso. Più ha paura di perdere il controllo sul cervello di miliardi di persone in tutti gli angoli del mondo, più aggressivamente urla, prende a calci e si prende gioco di se stesso.
Il Nuovo Ordine Mondiale non nasconde nemmeno più le sue intenzioni. Le intenzioni sono chiare: distruggere tutti i suoi avversari, siano essi in Russia, Cina, Iran o in qualsiasi altro stato patriottico e indipendente. Silenziare tutti i media che stanno dicendo la verità; non è la verità così come è definita a Londra, Washington, Parigi o Berlino, ma la verità è percepita a Mosca, Pechino, Caracas o Teheran; la verità che serve semplicemente la gente, non la falsa, pseudo-verità inventata per sostenere la supremazia dell’Impero occidentale.

Sono stati ora stanziati enormi fondi per l’assalto mortale della propaganda, originatosi prevalentemente a Londra e Washington. Milioni di sterline e dollari sono stati assegnati e spesi, ufficialmente e apertamente, per “contrastare” le voci di russi, cinesi, arabi, iraniani e latinoamericani; voci che stanno finalmente raggiungendo gli “Altri” – gli abitanti desolati del “sud globale”, gli abitanti delle colonie e delle neo-colonie; gli schiavi moderni che vivono negli stati “client”.
La maschera sta cadendo e la faccia cancrena della propaganda occidentale viene esposta nella sua realtà. È terribile, spaventosa, ma almeno è quello che è, perché tutti possano vederla. Niente più suspense, niente sorprese. All’improvviso è tutto allo scoperto. È spaventoso ma onesto. Questo è il nostro mondo Questo è quanto è diminuita la nostra umanità. Questo è il cosiddetto ordine mondiale, o più precisamente neocolonialismo.
L’Occidente degli imperialisti anglo-USA sa come massacrare milioni e sa come manipolare le masse. La sua propaganda è sempre stata dura (e ripetuta mille volte, non diversamente dalle pubblicità aziendali o dalle campagne di indottrinamento fascista della Seconda Guerra Mondiale) quando è originaria degli Stati Uniti, o brillantemente machiavellica e letalmente efficace quando viene dal Regno Unito. Non dimentichiamolo mai: il Regno Unito ha assassinato e ridotto in schiavitù centinaia di milioni di esseri umani innocenti e molto più avanzati, per molti lunghi secoli e in tutto il mondo. A causa del suo talento nel lavaggio del cervello e nella manipolazione delle masse, la Gran Bretagna ha fatto innumerevoli genocidi,
Il regime occidentale sa mentire, spudoratamente ma professionalmente, e soprattutto, perpetuamente. Ci sono migliaia di menzogne ​​accatastate l’una sull’altra, con perfetti accenti “educati” di classe superiore: bugie su Salisbury, sul comunismo, la Russia, la Cina, l’Iran, il Venezuela, Cuba, la Corea del Nord, la Siria, la Jugoslavia, il Ruanda, Sud Africa, Libia, rifugiati. Ci sono bugie sul passato, sul presente e persino sul futuro.
Nessuno ride, vedendo questi teppisti imperialisti come il Regno Unito e la Francia che predicano, in tutto il mondo e con la faccia seria, sia sulla libertà che sui diritti umani. Non ridere, ancora. Ma molti si stanno lentamente indignando.
Le persone in Medio Oriente, Africa, Asia e America Latina cominciano a rendersi conto di essere state ingannate, ingannate, mentite; che la cosiddetta ‘educazione’ e ‘informazione’ proveniente dall’Occidente non erano altro che spudorate campagne di indottrinamento. Per anni ho lavorato in tutti i continenti, compilando storie e testimonianze sui crimini dell’imperialismo e sul risveglio del mondo, “riassunti” nel mio libro di 840 pagine: ” Exposing Lies Of The Empire “.
Milioni di persone che ora possono vedere, per la prima volta, che i media, come BBC, DW, CNN, Voice of America, Radio Free Europe / Radio Liberty, li hanno codificati senza pietà e per anni e anni. Reuters, AP, AFP e diverse altre agenzie di stampa occidentali (Repubblica, La Stampa, RAI, Sky News, ecc..) sono riuscite a creare una narrativa in uniforme per l’intero pianeta, con giornali locali in tutto il mondo che pubblicano ora manipolazioni identiche che provengono da Washington, Londra, Parigi e altre capitali occidentali. Immagini totalmente false su argomenti così importanti come l’Unione Sovietica, il Comunismo, la Cina, ma anche la libertà e la democrazia sono state incise in miliardi di cervelli umani.
La ragione principale dell’apertura degli occhi di persone del mondo che è ancora oppressa dall’imperialismo occidentale, è il lavoro inarrestabile dei media come il New Eastern Outlook (NEO), RT e Sputnik, con sede in Russia, come Cina- ha sede la CGTN, China Radio International e China Daily, TeleSur con sede in Venezuela, Libanese Al-Mayadeen e Iranian Press TV. Certo, ci sono molti altri mezzi di comunicazione anti-imperialisti orgogliosi e determinati in varie parti del mondo, ma quelli sopra citati sono i veicoli più importanti della contro-propaganda proveniente dai paesi che hanno combattuto per la loro libertà e semplicemente hanno rifiutato essere conquistato, colonizzato,
Una potente coalizione anti-imperialista di stati veramente indipendenti si è formata e si è solidificata. Ora sta ispirando miliardi di esseri umani oppressi ovunque sulla Terra, dando loro speranza, promettendo un futuro migliore, ottimista e giusto. Essere all’avanguardia di molti cambiamenti positivi e aspettative è il “nuovo media”.
E l’Occidente sta guardando, inorridito, disperato e sempre più al vetriolo. È disposto a distruggere, uccidere e schiacciare, solo per fermare questa ondata di “ottimismo pericoloso” e lottare per una vera indipendenza e libertà.

Asse della resistenza

Ora ci sono attacchi costanti contro i nuovi media del mondo libero. In Occidente, la RT è minacciata di espulsione, di nuovi e sempre più popolari New Eastern Outlook (NEO), giunta di recente sotto un malvagio attacco informatico da, probabilmente, hacker occidentali professionisti. TeleSur viene periodicamente paralizzato da sanzioni vergognosamente scatenate contro il Venezuela, e lo stesso banditismo si rivolge alla TV della stampa iraniana.
Vedete, l’Occidente può essere responsabile di miliardi di vite in rovina in tutto il mondo, ma non è ancora in grado di affrontare sanzioni, azioni punitive. Mentre paesi come Russia, Iran, Cina, Cuba, Corea del Nord o Venezuela devono “affrontare le conseguenze” principalmente sotto forma di embargo, sanzioni, propaganda, intimidazione diretta, persino bullismo militare, semplicemente per aver rifiutato di accettare la folle dittatura globale occidentale, e per aver scelto la propria forma del governo e del sistema politico oltre che economico.
L’Occidente semplicemente non sembra in grado di tollerare il dissenso. Richiede obbedienza piena e incondizionata al “Pensiero Unico”, ai suoi dogmi, una sottomissione assoluta. Agisce sia come fondamentalista religioso che come teppista globale. E per peggiorare le cose, i suoi cittadini sembrano essere così programmati o così indifferenti o entrambi, che non sono in grado di comprendere ciò che i loro paesi e la loro “cultura” stanno facendo al resto del mondo.
Quando sono intervistato, mi viene spesso chiesto: “il mondo sta affrontando il vero maggiore pericolo dalla Seconda Guerra Mondiale?”
Rispondo sempre “sì”. È perché sembra che sia il Nord America che l’Europa non siano in grado di smettere di costringere il mondo all’obbedienza e alla schiavitù virtuale. Sembrano non voler accettare alcun accordo razionale e democratico sul nostro Pianeta. Sacrificerebbero uno, decine o centinaia di milioni di esseri umani, solo per mantenere il controllo dell’universo? Sicuramente lo farebbero! Hanno già, in diverse occasioni, senza pensarci due volte, senza rimpianti e senza pietà.
La scommessa dei fondamentalisti occidentali, dell’ideologia neoliberista dominante è quella per cui il resto del mondo è molto più decente e molto meno brutale, che non potrebbe sopportare un’altra guerra, un’altra carneficina, un altro bagno di sangue; che piuttosto si arrende, piuttosto rinuncia a tutti i suoi sogni per un futuro migliore, invece di combattere e difendersi da ciò che appare sempre più come un inevitabile attacco militare occidentale.
Tali calcoli e “speranze” dei fanatici occidentali sono falsi. I paesi che ora vengono affrontati e intimiditi sono ben consapevoli di cosa aspettarsi se si arrendono e si arrendono alla pazzia occidentale e ai modelli imperialisti.
La gente sa, si ricorda cosa vuol dire essere schiavi.
La Russia sotto Yeltsin, crollata, saccheggiata dalle multinazionali occidentali, sputata in faccia dai governi europeo e nordamericano; la sua aspettativa di vita era scesa ai livelli dell’Africa sub-sahariana.
La Cina a sua volta sopravvisse a un’agonia inimmaginabile di “periodo di umiliazione”, saccheggiata, saccheggiata e divisa da invasori francesi, britannici e statunitensi.
L’Iran derubato del suo governo legittimo e socialista, dovendo vivere per anni sotto un maniaco sadico, il burattino occidentale, lo scià.
L’intera America “latina“, con le sue venature aperte, con la cultura in rovina, con la religione occidentale costretta a chiudergli la gola; con letteralmente tutti i governi e leader socialisti e comunisti democraticamente eletti o rovesciati, o direttamente assassinati, o quantomeno manipolati dal potere da Washington e dai suoi lacchè.
La Corea del Nord, sopravvissuta a un genocidio bestiale contro i suoi civili, commessa dagli Stati Uniti e dai suoi alleati nella cosiddetta guerra coreana.
Vietnam e Laos, violentati e umiliati dai francesi, e poi bombardati nelle epoche della pietra dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
Sud Africa … Timor Est … Cambogia …
Ci sono carceri viventi, relitti di decomposizione, abbandonati dopo gli attacchi mortali occidentali “liberatori”: Libia e Iraq, Afghanistan e Honduras, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo, solo per citarne alcuni. Questi servono come avvertimenti per coloro che hanno ancora delle illusioni sulla “buona volontà” occidentale e sullo spirito di giustizia!
Siria … Oh, Siria! Guarda cosa ha fatto l’Occidente in un paese orgoglioso e bello che si è rifiutato di cadere in ginocchio e leccare i piedi di Washington e di Londra. Ma anche, guarda quanto è forte, quanto determinati possono essere coloro che amano veramente il loro paese. Contro ogni previsione, la Siria si è levata in piedi, ha combattuto i terroristi assoldati dall’estero, assieme con gli stranieri e ha vinto, circondato e sostenuto dalla grande coalizione internazionalista! L’Occidente aveva pensato di poter scatenare un altro scenario libico, ma invece ha incontrato un pugno di ferro, i nervi d’acciaio, un’altra Stalingrado. l’imperialissmo occidentale è stato identificato, affrontato e fermato. Ad un costo enorme, ma fermato!
L’intero Medio Oriente sta guardando.
Il mondo intero sta guardando.
Le persone ora vedono e ricordano. Stanno cominciando a ricordare chiaramente cosa è successo a loro. Stanno iniziando a capire. Sono incoraggiati. Comprendono chiaramente che la schiavitù non è l’unico modo di vivere le loro vite.
La coalizione anti-occidentale o più precisamente l’Asse della Resistenza anti-imperialista ed antisionista è ora solido come l’acciaio. Perché è una grande coalizione di vittime, di persone che sanno cos’è lo stupro e cos’è il saccheggio, e quale distruzione completa è. Sanno esattamente cosa viene amministrato dai sostenitori autoproclamati della libertà e della democrazia – dal fondamentalismo culturale ed economico occidentale.
Questa coalizione di nazioni indipendenti e orgogliose è qui per proteggersi, proteggersi a vicenda, così come il resto del mondo.

Manifestazione contro l’imperialismo e per la sovranità dei popoli

Non arrendersi mai, mai tornare indietro. Perché le persone hanno parlato e stanno inviando messaggi chiari ai loro leader: “Mai più! Non capitolare. Non cedere alle intimidazioni occidentali. Combatteremo se attaccati. E noi resteremo, orgogliosamente, con le nostre gambe, qualunque cosa, non importa quale forza brutale dobbiamo affrontare. Mai in ginocchio, fratelli! Non cadremo mai più in ginocchio di fronte a coloro che diffondono il terrore! ”
E i media in questi meravigliosi paesi che resistono all’imperialismo e al terrore occidentali diffondono innumerevoli messaggi ottimistici e coraggiosi.
E l’establishment occidentale imperialista sta osservando, agitandosi e sporcandosi i pantaloni.
Loro, gli imperialisti, sanno che la fine del loro brutale dominio sul mondo si sta avvicinando. Sanno che quei giorni di impunità stanno finendo. Sanno che il mondo giudicherà presto gli anglo-USA ed i loro lacchè , per i secoli di crimini che ha commesso contro l’umanità.
Sanno che la guerra dei media sarà vinta da “noi”, non da “loro”.
Il campo di battaglia è in via di definizione. Con alcune brillanti eccezioni, gli occidentali e i loro media stanno chiudendo le fila, attenendosi ai loro padroni. Come molti altri scrittori, ero stato senza tante cerimonie cacciato da Counterpunch, una delle pubblicazioni sempre più anticomuniste, anti-russi, anti-siriane e anti-cinesi degli Stati Uniti. Dal loro punto di vista, stavo scrivendo per diverse pubblicazioni “sbagliate”. Sono davvero orgoglioso che abbiano smesso di pubblicarmi. Sto bene dove sono: di fronte a loro, mentre sto affrontando altri mezzi di comunicazione di massa in Occidente.
L’estensione del controllo ideologico occidentale del mondo è degenerata, veramente perversa. I suoi media e gli sbocchi “educativi” sono pienamente al servizio del regime.
Ma il mondo si sta svegliando e si confronta con questo fondamentalismo culturale e politico mortale.
È in corso una grande battaglia ideologica. Questi sono tempi eccitanti e luminosi. Niente potrebbe essere peggio della schiavitù. Le catene si stanno rompendo. D’ora in poi, non ci sarà impunità per coloro che hanno torturato il mondo per secoli.
Le loro bugie, così come le loro armature, saranno affrontate e fermate!
*Andre Vltchek è filosofo, romanziere, regista e giornalista investigativo. È un creatore di Vltchek’s World in Word and Images , uno scrittore del romanzo rivoluzionario Aurora e diversi altri libri . Scrive in particolare per la rivista online “New Eastern Outlook”.
Traduzione: Luciano Lago
=====
via Controinformazione

La guerra contro la memoria storica è una campagna a lungo termine della NATO

La NATO è un’alleanza presente da tempo immemorabile che ha liberato l’Europa dal nazismo e ci protegge dall’orso russo, che poi è quello che dovremmo credere. La verità storica è molto diversa, ma la NATO si sforza di revisionarla. Un compito a lungo termine con conseguenze oscure.

| Varsavia (Polonia)
English  русский  Deutsch  français  Türkçe  norsk  Español  Nederlands  عربي  Português

Aggiornamento: L’autore di questo articolo è stato arrestato e imprigionato, in data 18 maggio 2016.

JPEG - 47.1 Kb

Nei giorni 8 e 9 luglio, Varsavia ospiterà il prossimo vertice della NATO, la riunione dei capi degli Stati membri dell’Alleanza nel formato del Consiglio Nord Atlantico.
L’incontro di Varsavia sarà il 25° vertice nella storia della NATO e vi saranno sviluppati gli accordi raggiunti nel corso della precedente riunione dei capi di Stato dell’Alleanza tenutasi a Newport nel 2014.
In particolare, abbiamo a che fare con la creazione di una forza di reazione rapida sul territorio dei paesi dell’Europa orientale che sarebbe in grado di condurre operazioni di combattimento lungo il cosiddetto fianco orientale dell’Alleanza. Il Ministro degli Affari Esteri della Polonia, Witold Waszczykowski, ha sottolineato che la creazione di basi militari permanenti della NATO e, in particolare, statunitensi sul territorio della Polonia sarà annunciato durante il vertice.
È attesa la presenza di 2.500 partecipanti oltre a quella di 1.500 giornalisti stranieri. Per questo evento è stato affittato il moderno Stadio Nazionale al centro di Varsavia. Le misure di sicurezza sono state inasprite in relazione a possibili minacce terroristiche e alle proteste di organizzazioni pubbliche che hanno già dichiarato la loro intenzione di tenere una sorta di anti-summit nella capitale polacca.

In tandem con i preparativi per l’evento, è stata condotta un’intensa campagna di informazione, il cui compito principale consiste nel fomentare le paure legate ad azioni e piani presumibilmente aggressivi da parte della Russia. La guerra sulla memoria storica fa parte di questa campagna a lungo termine. Qui va riconosciuto che la rivalutazione dei fatti storici e la negazione del ruolo dell’Unione Sovietica nella Grande Vittoria del 1945 trovano un certo terreno storico e politico nei paesi baltici e in Romania, dove gli autori della narrazione commissionata dalla NATO si riferiscono spesso direttamente a movimenti collaborazionisti locali presentando le loro attività come esempi di “lotta per l’indipendenza” nei confronti dell’Unione Sovietica.
La situazione è vista in modo diverso in Polonia, dove è molto difficile trovare sostegni in favore della tesi che la liberazione non sia stata la salvezza del popolo polacco dal genocidio di Hitler. La riformattazione della storia moderna è stata coordinata da agenzie statali come l’Istituto Polacco per la Memoria Nazionale. Tutte queste attività sono finalizzate a evitare la dissonanza cognitiva in modo che la popolazione dell’Europa orientale non possa guardare ai monumenti e ricordare la propria liberazione dalla Germania nazista ad opera dell’Armata Rossa, qualcosa che metterebbe in dubbio che la Russia sia lo storico ed eterno nemico e aggressore.
La riformattazione delle percezioni dei fatti storici è parte di questo alquanto complesso progetto a lungo termine. È impossibile fare qualcosa del genere nel corso dei soli due mesi che precedono il vertice. Tuttavia, altri sforzi possono essere intrapresi.
Nel quadro della guerra dell’informazione, i media dell’Europa orientale pubblicano regolarmente dei materiali in merito al dispiegamento di testate nucleari nella regione di Kaliningrad. L’esistenza stessa di questa regione come soggetto della Federazione Russa viene esibita come una minaccia per l’esistenza di paesi vicini. Sul fianco sud, un ruolo analogo nel processo volto a far montare un crescente senso di pericolo è attribuito alla Transnistria. In questo modo, Kaliningrad spaventa i popoli baltici e i polacchi, mentre la Transnistria è usata per terrorizzare i romeni e, in misura minore, i bulgari.
La guerra dell’informazione viene condotta in modo sistematico e professionale. Il suo inizio era legato alla necessità di preparare l’opinione pubblica alla diffusione di sistemi di difesa missilistica in Europa orientale.
In connessione con il processo di normalizzazione delle relazioni tra l’Occidente e l’Iran, i gestori delle pubbliche relazioni della NATO sono stati costretti ad ammettere finalmente che i sistemi missilistici sono finalizzati esclusivamente all’immaginaria minaccia russa.
La Polonia sta cercando di svolgere un ruolo di primo piano nelle zone settentrionali e del Baltico nell’ambito della corsa agli armamenti in Europa orientale. A sua volta, la Romania sta cercando di prendere l’iniziativa nella regione del Mar Nero. Ma tutto da quelle parti risulta tanto più difficile in quanto la Turchia ha agito come il leader della coalizione anti-russa da oltre un anno e mezzo in qua. Quella stessa Turchia che ha mostrato certe ambizioni geopolitiche.
Tuttavia, Bucarest sta cercando di utilizzare la totale mancanza di fiducia di Washington nei confronti di Erdoğan per offrire al Pentagono dei servigi alternativi. L’iniziativa per la creazione di una flotta combinata della NATO del Mar Nero, partecipata anche da quei paesi che non sono ancora membri dell’alleanza, Ucraina e Georgia, come proposto dal ministro della Difesa romeno Mihnea Motoc, è un esempio di tale approccio.
La preparazione del vertice è stata attentamente monitorata dal Dipartimento di Stato americano. Il vice di John Kerry, Anthony Blinken, ha recentemente visitato diversi paesi dell’Europa orientale. I colloqui del funzionario americano con i suoi colleghi dell’Europa orientale si riducono in sostanza a una cosa: gli ex membri del blocco orientale devono sostenere senza riserve la posizione di Washington durante il vertice, soprattutto per quanto riguarda il rafforzamento militare della NATO lungo il cosiddetto fianco orientale, e dovrebbero sopportare le spese della difesa a carico dei loro bilanci statali.
Blinken ha sottolineato che la Russia intende provocare le forze della NATO in vista del vertice. A sostegno delle sue parole, Blinken si è riferito ai pattugliamenti delle forze aeree russe sul Mar Baltico. Tuttavia, ha dimenticato di dire che quel che ha causato la preoccupazione dell’aeronautica russa è stata la presenza di navi da guerra USA. Ma secondo i funzionari americani, questa è una quisquilia che non vale la pena menzionare quando è in corso la guerra dell’informazione.
Blinken ha fatto in modo che il presidente americano possà sentirsi a suo agio nella capitale polacca. Al fine di far svolgere il vertice in un buon ambiente, il governo di Varsavia, facendo riferimento a una minaccia terroristica, ha approvato una legge in base alla quale è vietato che si svolga qualsiasi raduno o peggio durante il periodo in cui si tiene un evento internazionale di così estrema importanza come il vertice.
Tutto questo è stato fatto preoccupandosi del benessere del boss della nuova Europa filoamericana, Barack Obama. Le spese ufficiali del Ministero della Difesa polacco per lo svolgimento della riunione dei capi di Stato dell’alleanza ammontano a 40 milioni di dollari. Da sola questa notizia può davvero causare qualche incomprensione e portare i cittadini della capitale polacca a fare dei picchetti durante le giornate estive del vertice NATO.

Traduzione
Matzu Yagi

L’Italia nel piano nucleare del Pentagono

| Roma (Italia)
français  Português  Español  Türkçe
JPEG - 17.7 Kb

Il Nuclear Posture Review 2018, il rapporto del Pentagono sulla strategia nucleare degli Stati uniti, è attualmente in fase di revisione alla Casa Bianca. In attesa che sia pubblicata la versione definitiva approvata dal presidente Trump, è filtrata (più propriamente è stata fatta filtrare dal Pentagono) la bozza del documento di 64 pagine [Documento scaricabile qui.].

Esso descrive un mondo in cui gli Stati uniti hanno di fronte «una gamma senza precedenti di minacce», provenienti da stati e soggetti non-statali. Mentre gli Usa hanno continuato a ridurre le loro forze nucleari — sostiene il Pentagono — Russia e Cina basano le loro strategie su forze nucleari dotate di nuove capacità e assumono «un comportamento sempre più aggressivo anche nello spazio esterno e nel cyberspazio». La Corea del Nord continua illecitamente a dotarsi di armi nucleari. L’Iran, nonostante abbia accettato il piano che gli impedisce di sviluppare un programma nucleare militare, mantiene «la capacità tecnologica di costruire un’arma nucleare nel giro di un anno».

Falsificando una serie di dati, il Pentagono cerca di dimostrare che le forze nucleari degli Stati uniti sono in gran parte obsolete e necessitano di una radicale ristrutturazione. Non dice che gli Usa hanno già avviato, nel 2014 con l’amministrazione Obama, il maggiore programma di riarmo nucleare dalla fine della guerra fredda dal costo di oltre 1000 miliardi di dollari. «Il programma di modernizzazione delle forze nucleari Usa — documenta Hans Kristensen della Federazione degli scienziati americani — ha già permesso di realizzare nuove tecnologie rivoluzionarie che triplicano la capacità distruttiva dei missili balistici Usa».
Scopo della progettata ristrutturazione è, in realtà, quello di acquisire «capacità nucleari flessibili», sviluppando «armi nucleari di bassa potenza» utilizzabili anche in conflitti regionali o per rispondere a un attacco (vero o presunto) di hacker ai sistemi informatici.
La principale arma di questo tipo è la bomba nucleare B61-12 che, conferma il rapporto, «sarà disponibile nel 2020». Le B61-12, che sostituiranno le attuali B-61 schierate dagli Usa in Italia, Germania, Belgio, Olanda e Turchia, rappresentano — nelle parole del Pentagono — «un chiaro segnale di deterrenza a qualsiasi potenziale avversario, che gli Stati uniti posseggono la capacità di rispondere da basi avanzate alla escalation».
Come documenta la Federazione degli scienziati americani, quella che il Pentagono schiererà nelle «basi avanzate» in Italia ed Europa non è solo una versione ammodernata della B61, ma una nuova arma con una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili, un sistema di guida che permette di sganciarla a distanza dall’obiettivo, la capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando.
Dal 2021 — specifica il Pentagono — le B61-12 saranno disponibili anche per i caccia degli alleati, tra cui i Tornado italiani PA-200 del 6° Stormo di Ghedi. Ma, per guidarle sull’obiettivo e sfruttarne le capacità anti-bunker, occorrono i caccia F-35A. «I caccia di nuova generazione F-35A — sottolinea il rapporto del Pentagono — manterranno la forza di deterrenza della Nato e la nostra capacità di schierare armi nucleari in posizioni avanzate, se necessario per la sicurezza».
Il Pentagono annuncia quindi il piano di schierare F-35A, armati di B61-12, a ridosso della Russia. Ovviamente per la «sicurezza» dell’Europa. Nel rapporto del Pentagono, che il senatore democratico Edward Markey definisce «roadmap per la guerra nucleare», c’è dunque in prima fila l’Italia. Interessa questo a qualche candidato alle nostre elezioni politiche?

Fonte
Il Manifesto (Italia)

Preso da: http://www.voltairenet.org/article199473.html