Thomas Sankara: l’eroe che pagò con la vita lo smascheramento del debito

ilariabifarini
 

Sono passati 30 anni da quando il presidente del Burkina Faso, ribattezzato il “Che Guevara africano”, venne ucciso, secondo la ricostruzione ufficiale dal suo ex collaboratore nonché successore Blaise Campaorè, verosimilmente appoggiato dai francesi e da altre forze internazionali. Thomas Sankara era divenuto un personaggio scomodo, troppo scomodo, per il piano egemonico mondiale messo in atto dai poteri finanziari internazionali attraverso lo strumento del debito. Il suo discorso  tenuto  presso l’OUA (Organizzazione per l’Unità Africana), di una forza e di una chiarezza straordinarie, è un appello a tutti i rappresentanti internazionali a considerare le cause e la reale natura del debito, che non è altro che una nuova e ancora più pervasiva forma di schiavitù, quella  finanziaria.

Con una lucidità e una lungimiranza degne di un vero rivoluzionario, Sankara anticipa quanto solo ora alcuni economisti hanno trovato il coraggio di proporre: annullare il debito per permettere alla popolazione di continuare a vivere – “loro, i finanziatori non moriranno se non ripagheremo il debito, mentre il nostro popolo sì”- e incentivare la produzione e l’economia nazionale anziché le importazioni, portando lui stesso l’esempio del proprio abito tipico prodotto dalla gente burkinese.
La platea è sconcertata ma applaude, la forza trascinatrice è quella di un rivoluzionario, la lungimiranza di un visionario. Solo due mesi e mezzo a soli 37 anni Sankara verrà assassinato.

“È possibile che a causa degli interessi che minaccio, a causa di quelli che certi ambienti chiamano il mio cattivo esempio, con l’aiuto di altri dirigenti pronti a vendersi la rivoluzione, potrei essere ammazzato da un momento all’altro. Ma i semi che abbiamo seminato in Burkina e nel mondo sono qui. Nessuno potrà mai estirparli. Germoglieranno e daranno frutti. Se mi ammazzano arriveranno migliaia di nuovi Sankara!” aveva affermato.

Purtroppo la sua profezia si è avverata solo a metà e i nuovi Sankara verranno uccisi sul nascere.

Originale, con video: https://ilariabifarini.com/15-ottobre-1987-lassassinio-di-thomas-sankara/

Chi smaschera il debito ci rimette la vita: Sankara insegna

28/2/19.
Sono passati trent’anni anni da quando il presidente rivoluzionario del Burkina Faso, ribattezzato “il Che Guevara africano”, venne ucciso – secondo la ricostruzione ormai ufficiale – dal suo ex braccio destro nonché successore Blaise Campaorè, verosimilmente appoggiato dai francesi e da altre forze internazionali. Come ricorda Ilaria Bifarini nel suo blog, Sankara era divenuto un personaggio «troppo scomodo, per il piano egemonico mondiale messo in atto dai poteri finanziari internazionali attraverso lo strumento del debito». Studiosa di economia (“bocconiana redenta”), nonché autrice di saggi di successo – dalla crisi neoliberista dell’euro a quella dei migranti – Ilaria Bifarini rievoca il celebre “discorso sul debito” tenuto da Sankara nel 1987 ad Addis Abeba all’assemblea dell’Oua, l’Organizzazione per l’Unità Africana. Un’orazione memorabile, «di una forza e di una chiarezza straordinarie», che rappresenta «un appello a tutti i rappresentanti internazionali a considerare le cause e la reale natura del debito, che non è altro che una nuova e ancora più pervasiva forma di schiavitù, quella finanziaria». Lasciateci in pace, disse Sankara: non abbiamo bisogno degli aiuti della Banca Mondiale e del Fmi, di cui gli africani poi diventano prigionieri.
Thomas Sankara«Con una lucidità e una lungimiranza degne di un vero rivoluzionario – scrive Ilaria Bifarini – Sankara anticipa quanto solo ora alcuni economisti hanno trovato il coraggio di proporre». Ovvero: «Annullare il debito, per permettere alla popolazione di continuare a vivere». Disse Sankara: «Loro, i finanziatori, certo non moriranno se noi non ripagheremo il debito, mentre il nostro popolo sì». La soluzione? Incentivare l’economia nazionale fondata sulla produzione diretta di beni, limitando le importazioni. Lo stesso Sankara, ricorda Bifarini, si vantò dell’abito che indossava – una camicia di cotonella, prodotta dagli artigiani burkinabé. Riguardando il video di quello storico discorso, la Bifarini annota: «La platea è sconcertata ma applaude, la forza trascinatrice è quella di un rivoluzionario, la lungimiranza di un visionario». Solo due mesi e mezzo dopo, a soli 37 anni, Sankara verrà assassinato. Era perfettamente cosciente del rischio che correva: «È possibile – disse – che, a causa degli interessi che minaccio, a causa di quelli che certi ambienti chiamano “il mio cattivo esempio”, con l’aiuto di altri dirigenti pronti a vendersi la rivoluzione, potrei essere ammazzato da un momento all’altro. Ma i semi che abbiamo seminato in Burkina e nel mondo sono qui», aggiunse.
Ilaria BifariniQuei semi, sappiatelo, «nessuno potrà mai estirparli: germoglieranno e daranno frutti». Concluse: «Se mi ammazzano, arriveranno migliaia di nuovi Sankara». Purtroppo, osserva Ilaria Bifarini, la sua profezia «si è avverata solo a metà», e i nuovi Sankara «verranno uccisi sul nascere». Proprio a Sankara, il Movimento Roosevelt dedica un importante convegno, in programma il 3 maggio a Milano. Tema: il modello Sankara come antidoto alla crisi dei migranti. In altre parole: restituire piena sovranità all’Africa, in modo da fermare l’esodo dei profughi economici. Nel convegno, la figura di Sankara sarà equiparata a quelle di Carlo Rosselli, martire antifascista e fautore del socialismo liberale, e del premier svedese Olof Palme, assassinato a Stoccolma nel 1986 da un killer tuttora sconosciuto. Olof Palme aveva impegnato lo Stato nel supportare le aziende svedesi in difficoltà, imponendo l’azionariato diffuso tra gli stessi operai, e si era battuto per la libertà dell’Africa protestando – prima di chiunque altro – per la scandalosa detenzione di Nelson Mandela. Come Sankara, Palme sapeva bene a quali risultati avrebbe condotto il neoliberismo coloniale nel continente nero, che costò la vita al giovane presidente del Burkina Faso.
Temi di strettissima attualità, come sappiamo, che la stessa Ilaria Bifarini ha sviscerato nel saggio “I coloni dell’austerity”: è proprio l’imperialismo neoliberista a depredare l’Africa, spingendo verso l’Europa i “privilegiati” che possono pagarsi il viaggio della speranza sui barconi. Sono migranti attratti dal miraggio di un’Europa che in realtà non ha più intenzione di accoglierli, alle prese a sua volta con le contorsioni di una crisi più finanziaria che economica, innescata dall’ideologia neoliberista e privatizzatrice che ha inquinato la politica. In che modo? Mettendo fine al socialismo liberale ispirato da Rosselli, di cui proprio il carismatico Olof Palme era il leader più autorevole. Da allora, l’Europa ha cominciato a parlare una sola lingua: quella del Trattato di Maastricht, che ha impoverito gli europei e allineato il vecchio continente allo schema di dominio che – dopo la breve e illusoria parentesi della decolonizzazione – ha finito per schiavizzare l’Africa di Sankara.

Preso da: http://www.libreidee.org/2019/02/chi-smaschera-il-debito-ci-rimette-la-vita-sankara-insegna/

Sankara: basta rapinare l’Africa, col debito. E lo uccisero

10/9/2017.
Noi pensiamo che il debito si analizzi prima di tutto dalla sua origine. Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo. Quelli che ci hanno prestato denaro sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri Stati e le nostre economie. Sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa con i finanziatori internazionali, che erano i loro fratelli e cugini. Noi non c’entravamo niente con questo debito. Quindi non possiamo pagarlo. Il debito è ancora il neocolonialismo, con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici – anzi, dovremmo invece dire “assassini tecnici”. Sono loro che ci hanno proposto dei canali di finanziamento, dei “finanziatori”. Un termine che si usa ogni giorno, come se ci fossero degli uomini che solo “sbadigliando” possono creare lo sviluppo degli altri. Questi finanziatori ci sono stati consigliati, raccomandati. Ci hanno presentato dei dossier e dei movimenti finanziari allettanti. Noi ci siamo indebitati per cinquant’anni, sessant’anni e più. Cioè siamo stati portati a compromettere i nostri popoli per cinquant’anni e più.
Thomas SankaraIl debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee. In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo tout court, di quelli che hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso. Ci dicono di rimborsare il debito.
Non è un problema morale. Rimborsare o non rimborsare non è un problema di onore. Abbiamo prima ascoltato e applaudito il primo ministro della Norvegia, intervenuta qui. Ha detto, lei che è un’europea, che il debito non può essere rimborsato tutto. Il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché se noi non paghiamo, i nostri finanziatori non moriranno, siamone sicuri. Invece se paghiamo, saremo noi a morire, ne siamo ugualmente sicuri. Quelli che ci hanno condotti all’indebitamento hanno giocato come al casinò. Finché guadagnavano non c’era nessun problema; ora che perdono al gioco esigono il rimborso. E si parla di crisi. No, signor presidente. Hanno giocato, hanno perduto, è la regola del gioco. E la vita continua.
Migranti, bambini africani sbarcati in ItaliaNon possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito perché non siamo responsabili del debito. Non possiamo pagare il debito perché, al contrario, gli altri ci devono ciò che le più grandi ricchezze non potranno mai ripagare: il debito del sangue. E’ il nostro sangue che è stato versato. Si parla del Piano Marshall che ha rifatto l’Europa economica. Ma non si parla mai del Piano africano che ha permesso all’Europa di far fronte alle orde hitleriane quando la sua economia e la sua stabilità erano minacciate. Chi ha salvato l’Europa? E’ stata l’Africa. Se ne parla molto poco. Così poco che noi non possiamo essere complici di questo silenzio ingrato. Se gli altri non possono cantare le nostre lodi, noi abbiamo almeno il dovere di dire che i nostri padri furono coraggiosi e che i nostri combattenti hanno salvato l’Europa e alla fine hanno permesso al mondo di sbarazzarsi del nazismo.
Il debito è anche conseguenza degli scontri. Quando ci parlano di crisi economica, dimenticano di dirci che la crisi non è venuta all’improvviso. La crisi è sempre esistita e si aggraverà ogni volta che le masse popolari diventeranno più coscienti dei loro diritti di fronte allo sfruttatore. Oggi c’è crisi perché le masse rifiutano che le ricchezze siano concentrate nelle mani di pochi individi. C’è crisi perché pochi individui depositano nelle banche estere delle somme colossali che basterebbero a sviluppare l’Africa intera. C’è crisi perché di fronte a queste ricchezze individuali, che hanno nomi e cognomi, le masse popolari si rifiutano di vivere nei ghetti e nei bassifondi. C’è crisi perché i popoli rifiutano dappertutto di essere dentro una Soweto di fronte a Johannesburg. C’è quindi lotta, e l’esacerbazione di questa lotta preoccupa chi ha il potere finanziario.
Fidel CastroCi si chiede oggi di essere complici della ricerca di un equilibrio. Equilibrio a favore di chi ha il potere finanziario. Equilibrio a scapito delle nostre masse popolari. No! Non possiamo essere complici. Non possiamo accompagnare quelli che succhiano il sangue dei nostri popoli e vivono del sudore dei nostri popoli nelle loro azioni assassine. Signor presidente, sentiamo parlare di club – Club di Roma, Club di Parigi, Club di dappertutto. Sentiamo parlare del Gruppo dei Cinque, dei Sette, del Gruppo dei Dieci, forse del Gruppo dei Cento o che so io. E’ normale allora che anche noi creiamo il nostro club e il nostro gruppo. Facciamo in modo che a partire da oggi anche Addis Abeba diventi la sede, il centro da cui partirà il vento nuovo del Club di Addis Abeba. Abbiamo il dovere di creare oggi il fronte unito di Addis Abeba contro il debito. E’ solo così che potremo dire, oggi, che rifiutando di pagare non abbiamo intenzioni bellicose ma, al contrario, intenzioni fraterne.
Del resto, le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa. Abbiamo un nemico comune. Quindi il club di Addis Abeba dovrà dire agli uni e agli altri che il debito non sarà pagato. Quando diciamo che il debito non sarà pagato non vuol dire che siamo contro la morale, la dignità, il rispetto della parola. Noi pensiamo di non avere la stessa morale degli altri. Tra il ricco e il povero non c’è la stessa morale. La Bibbia, il Corano, non possono servire nello stesso modo chi sfrutta il popolo e chi è sfruttato. C’è bisogno che ci siano due edizioni della Bibbia e due edizioni del Corano. Non possiamo accettare che ci parlino di dignità. Non possiamo accettare che ci parlino di merito per quelli che pagano, e perdita di fiducia per quelli che non dovessero pagare. Noi dobbiamo dire, al contrario, che oggi è normale si preferisca riconoscere come i più grandi ladri siano i più ricchi.
L'ex premier norvegese Gro Harlem BrundtlandUn povero, quando ruba, non commette che un peccatucolo per sopravvivere e per necessità. I ricchi sono quelli che rubano al fisco, alle dogane. Sono quelli che sfruttano il popolo. Signor presidente, non è quindi provocazione o spettacolo. Dico solo ciò che ognuno di noi pensa e vorrebbe. Chi non vorrebbe, qui, che il debito fosse semplicemente cancellato? Quelli che non lo vogliono possono subito uscire, prendere il loro aereo e andare dritti alla Banca Mondiale a pagare! Non vorrei poi che si prendesse la proposta del Burkina Faso come fatta da “giovani”, senza maturità ed esperienza. Non vorrei neanche che si pensasse che solo i rivoluzionari parlano in questo modo. Vorrei semplicemente che si ammettesse che è una cosa oggettiva, un fatto dovuto. E posso citare, tra quelli che dicono di non pagare il debito, dei rivoluzionari e non, dei giovani e degli anziani. Per esempio Fidel Castro ha già detto di non pagare. Non ha la mia età, anche se è un rivoluzionario. Ma posso citare anche François Mitterrand, che ha detto che i paesi africani non possono pagare, i paesi poveri non possono pagare. Posso citare la signora primo ministro di Norvegia. Non conosco la sua età e mi dispiacerebbe chiederglielo, è solo un esempio.
Vorrei anche citare il presidente Félix Houphouët Boigny. Non ha la mia età, eppure ha dichiarato pubblicamente che, quanto al suo paese, la Costa d’Avorio, non può pagare. Ma la Costa d’Avorio è tra i paesi che stanno meglio in Africa, almeno nell’Africa francofona. E per questo, d’altronde, è normale che paghi un contributo maggiore, qui. Signor presidente, la mia non è quindi una provocazione. Vorrei che molto saggiamente lei ci offrisse delle soluzioni. Vorrei che la nostra conferenza adottasse la risoluzione di dire chiaramente che noi non possiamo pagare il debito. Non in uno spirito bellicoso, bellico. Questo per evitare di farci assassinare individualmente. Se il Burkina Faso da solo rifiuta di pagare il debito, io non sarò qui alla prossima conferenza! Invece, col sostegno di tutti, di cui ho molto bisogno, col sostegno di tutti potremo evitare di pagare. Ed evitando di pagare potremo consacrare le nostre magre risorse al nostro sviluppo.
SankaraE vorrei terminare dicendo che ogni volta che un paese africano compra un’arma, è contro un africano. Non contro un europeo, non contro un asiatico. E’ contro un africano. Perciò dobbiamo, anche sulla scia della risoluzione sul problema del debito, trovare una soluzione al problema delle armi. Sono militare e porto un’arma. Ma, signor presidente, vorrei che ci disarmassimo. Perché io porto l’unica arma che possiedo. Altri hanno nascosto le armi che pure portano. Allora, cari fratelli, col sostegno di tutti, potremo fare la pace a casa nostra. Potremo anche usare le sue immense potenzialità per sviluppare l’Africa, perché il nostro suolo e il nostro sottosuolo sono ricchi. Abbiamo abbastanza braccia e un mercato immenso, da Nord a Sud, da Est a Ovest. Abbiamo abbastanza capacità intellettuali per creare, o almeno prendere la tecnologia e la scienza in ogni luogo dove si trovano.
Signor presidente, facciamo in modo di realizzare questo fronte unito di Addis Abeba contro il debito. Facciamo in modo che, a partire da Addis Abeba, decidiamo di limitare la corsa agli armamenti tra paesi deboli e poveri. I manganelli e i machete che compriamo sono inutili. Facciamo in modo che il mercato africano sia il mercato degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa. Produciamo quello di cui abbiamo bisogno e consumiamo quello che produciamo, invece di importarlo. Il Burkina Faso è venuto a mostrare qui la cotonella, prodotta in Burkina Faso, tessuta in Burkina Faso, cucita in Burkina Faso per vestire i burkinabé. La mia delegazione e io stesso siamo vestiti dai nostri tessitori, dai nostri contadini. Non c’è un solo filo che venga d’Europa o d’America. Non faccio una sfilata di moda, ma vorrei semplicemente dire che dobbiamo accettare di vivere africano. E’ il solo modo di vivere liberi e degni.
(Thomas Sankara, estratto dal “discorso sul debito” pronunciato al vertice panafricano di Addis Abeba, Etiopia, il 29 luglio 1987. Un anno dopo, il 28 ottobre, Sankara verrà assassinato a Ouagadougu, capitale del Burkina Faso, che quattro anni prima aveva liberato, con la sua rivoluzione, dal colonialismo francese. Il presidente dell’Organizzazione per l’Unità Africana, cui Sankara si rivolge nel discorso, è il congolese Denis Sassou-Nguesso, mentre la citata premier norvegese è Gro Harlem Brundtland, progressista e ambientalista. Riletto oggi, il celebre discorso di Sankara – martire socialista della sovranità democratica dell’Africa – è particolarmente illuminante, di fronte alla tragedia quotidiana dell’esodo dei migranti africani).

Preso da: http://www.libreidee.org/2017/09/sankara-basta-rapinare-lafrica-col-debito-e-lo-uccisero/

AFRICA, CULLA DEL NEOLIBERISMO

di  Ilaria Bifarini

Ilaria Bifarini, blogger e autrice del libro “I coloni dell’austerity”, parla ai microfoni di Byoblu.com del legame fra neoliberismo, Africa e fenomeni migratori di massa: cosa possiamo imparare dall’esperienza africana? Chi sono i veri carnefici e le vere vittime della globalizzazione della povertà? Come possiamo distinguere le cause dagli effetti nelle politiche di austerity?


È attraverso la globalizzazione della povertà che questa economia, questo modello perverso  assolutamente autodistruttivo, oltre che antisociale, si sostiene.

Di nuovo con noi Ilaria Bifarini, buonasera e bentornata su Byoblu.com.
Grazie, grazie a voi e buonasera.
Dopo il grandissimo successo del primo video neoliberismo e manipolazione di massa, “I coloni dell’austerity” è il tuo nuovo libro, nel quale parli di Africa, migrazioni di massa e neoliberismo in un unico contenitore: vuoi spiegarci meglio? Come mai accosti questi tre fattori?
Perché le politiche di immigrazione di massa altro non sono che lo strumento che usa attualmente il neoliberismo per imporre la globalizzazione della povertà. Quello che è accaduto in Africa è quanto ora si sta riproponendo in Europa e in Occidente, attraverso le politiche neoliberiste dell’austerity.

Infatti la narrazione unica dominante attribuisce tutte le colpe del sottosviluppo endemico dell’Africa all’esperienza coloniale, creando una questione morale per cui l’accoglienza è un modo per sdebitarsi per quanto è accaduto in passato, come fosse una colpa da espiare. In realtà, a seguito della decolonizzazione (che nel mio libro indico come una falsa decolonizzazione), le politiche nazionaliste, che stavano prendendo piede attraverso, ad esempio, la sostituzione delle importazioni e dei tentativi di sviluppo dell’industria nascente locale e che avevano portato in Africa e in tutto il terzo mondo a una età d’oro (una crescita a livello locale e a livello di sviluppo socio-economico), vengono poi interrotte per l’irruzione delle politiche neoliberiste. Ciò accade attraverso uno strumento che hanno dato a tutti: è noto a noi in Occidente e soprattutto in Italia, ossia lo strumento del debito.
Dopo la crisi del debito infatti, avvenuta nel 1982 con il default dichiarato dello stato del Messico, vengono attuati e imposti da parte della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale i piani di aggiustamento strutturale, ossia dei piani che prevedono delle condizionalità per la concessione del debito. E’ esattamente quello che sta avvenendo ora in Europa: è di pochi giorni fa la notizia della revoca dei fondi a Stati come l’Ungheria, se non rispettano le condizioni che l’Europa vuole; scopriremo, attraverso lo studio e l’analisi della storia economica post coloniale, come sia stato proprio il terzo mondo, e in particolare l’Africa, la culla del neoliberismo.
Il mio libro non riguarda specificatamente l’Africa (perché non sono un’esperta di questo continente, sul quale esistono libri specifici dedicati alla materia), ma in realtà parla del neoliberismo, continuando lo studio che ho iniziato con il mio precedente libro “Neoliberismo e manipolazione di massa”. Questa volta mi concentro invece sul neoliberismo e le migrazioni di massa e studio il caso Africa, perché è proprio da quello che accade nel terzo mondo che possiamo valutare quale sarà il potenziale distruttivo delle politiche di austerity, sperimentate proprio lì in Africa che ora vengono attuate da noi in Occidente. Quindi l’Africa siamo noi: con 30 o 40 anni di ritardo sta succedendo esattamente quello che è già stato sperimentato nei Paesi del terzo mondo e che ne hanno impedito lo sviluppo economico; questa mancanza di avvio di uno sviluppo economico sta portando ai fenomeni migratori massivi, che esportano la povertà in occidente, attuando la globalizzazione della povertà, fine ultimo del neoliberismo, perché è il solo obiettivo e motivo di business economico e di speculazione.
Studiare quello che è accaduto in Africa e conoscere la sua storia può essere molto utile per evitare di incorrere nel disastro economico verso il quale ci siamo avviati con le attuali politiche neoliberiste e dell’austerity. Rilevo attraverso l’analisi dell’evoluzione del debito pubblico dei principali paesi di emigrazione, come la Nigeria e l’Etiopia, come le politiche di contenimento del debito pubblico degli ultimi decenni e in particolare se noi prendiamo il caso della Nigeria, uno dei principali Paesi di emigrazione, che presenta un debito pubblico del 15%, uno dei più bassi al mondo. Queste politiche di austerity sono la prova di come impoveriscano la popolazione e inibiscano definitivamnete lo sviluppo portino ad un aggravarsi delle disuguaglianze sociali ed economiche e per cui l’unica soluzione è quella dell’emigrazione e purtroppo è quanto accade anche da noi in Italia dove sempre più giovani sono costretti ad emigrare per cercare lavoro. Importiamo il frutto della disperazione del neoliberismo e allo stesso tempo ne siamo vittime: quindi l’Africa siamo noi e la globalizzazione della povertà è stata portata a compimento.
Quindi, secondo te, in Africa sono state sperimentate le tecniche neoliberiste, in parte, per poterle poi applicare qui e, in parte, per creare un fenomeno che crei ancora più difficoltà in Europa?
Addirittura c’è chi fa risalire la nascita del neoliberismo con il Washington Consensus, avvenuto nel 1989, con il quale vengono stabilite ed applicate le politiche neoliberiste nel terzo mondo e in Africa in particolare; il neoliberismo nasce come attuazione (non ideologicamente) nei Paesi del terzo mondo e in Africa ed è possibile anche risalire alla Shock Economy e al caso che ho già citato nel precedente video su Allende, il colpo di stato che porta Pinochet al potere e l’ascesa dei Chicago Boys.
In realtà attraverso queste politiche di privatizzazione e liberalizzazione incontrollata con un focus totale sull’ esportazione, tant’ è vero che in Africa si dice che la povertà, come affermano studiosi africani economisti del luogo, non è dovuta alla mancanza di risorse, ma alla sua esportazione: anziché consumare le risorse, vengono esportate e questo provoca fenomeni veramente paradossali.
Però le esportazioni, in un sistema equilibrato, creano ricchezza, se non ho capito male di tutto quello hanno detto fino ad oggi gli economisti, che abbiamo avuto con noi. Perché non sta succedendo questo?
In realtà non è così, perché un’economia che non tutela la propria industria locale e che non sviluppa innovazione e investimenti, ma si basa soltanto sulla esportazione di materie prime, come quello che accade alle ex colonie (basate su un tipo di modello che viene chiamato estrattivo), impedisce che ci sia una specializzazione del capitale umano, un’innovazione e un progresso; il Fondo Monetario Internazionale opera anche delle svalutazioni monetarie in questi Paesi, dove in buona parte dell’Africa esiste ancora una valuta coloniale, il Franco CFA, una delle forme più palesi dell’impero neocolonialista esercitata dalle attuali potenze finanziarie. Di recente c’è stato l’arresto dell’attivista panafricano Kemi Seba, che aveva osato strappare un Franco CFA, proprio per rivendicarne l’illegittimità.
Tutto questo ha impedito lo sviluppo economico dell’Africa, dove invece sono state sempre più poste come condizioni per ottenere prestiti, che servivano a ripagare il debito che, a sua volta, serviva per ripagare gli interessi sul debito; quindi l’Africa è finita sotto il tritacarne del debito e degli interessi sul debito, nel quale siamo poi finiti ora: per cui il caso Africa è un caso molto importante di studio economico per valutare quale sia il potenziale distruttivo della politica neoliberista, che stiamo attuando e subendo adesso, perché imposta dalla Troika. Qello che ha fatto il Fondo Monetario e la Banca Mondiale in Africa è ciò che ha fatto la Troika in Grecia: esiste un parallelismo evidente e davvero sconcertante.
Le migrazioni di massa come si inseriscono in questo contesto? Le migrazioni sono l’effetto della globalizzazione anche dei dei costumi; l’Africa sta vivendo una crescita demografica inarrestabile e, proprio per mancanza di politiche di sviluppo, non ha fatto quel percorso di transizione demografica che porta di solito i Paesi dallo stadio del sottosviluppo allo stadio dello sviluppo, per cui si prevede addirittura che entro il 2050 la popolazione africana raddoppierà, passando da 1,2 a 2,5 miliardi di individui: l’emigrazione viene vista come unica soluzione e possibilità, di fronte a una disuguaglianza sempre maggiore e a una povertà endemica, a cui non si non si pone fine. Questo porta a incentivare le speculazioni dietro alle ONG e ai traffici di migranti e addirittura il modello dell’emigrazione viene considerato un modello di sviluppo anche da molti economisti e studiosi mainstream.
In che senso viene considerato un modello di sviluppo?
E’ un modello di sviluppo nel senso che, emigrando e consentendo a un giovane della famiglia di emigrare, si fa si che, secondo questa teoria ipotetica, possa portare maggiori competenze nel proprio Paese, una volta tornato, attraverso un’integrazione lavorativa, che non ci sarà mai in Paesi come il nostro, dove il tasso di disoccupazione giovanile è ai massimi storici e tra i più alti in Europa.
Quindi in un sistema utopico il meccanismo dell’emigrazione da Paesi meno sviluppati a Paesi più sviluppati, dove non solo c’è piena occupazione, ma c’è anche bisogno di forza lavoro, diventa sostenibile?
Esatto, ma è sempre un modello irreale, ipotetico e fallace, proprio come quello su cui si basa il sistema neoliberista e che permetterebbe di portare a una crescita dell’economia locale dei Paesi di provenienza, attraverso le rimesse economiche, ossia i soldi che i giovani immigrati mandano alle famiglie di origine; tutto ciò porta invece a una grande speculazione dei servizi di trasferimento di denaro, perché le commissioni applicate sulle rimesse economiche africane verso l’Africa (10%) sono le più alte in assoluto: a monte c’è tutto un business, come quello dei prestiti per emigrare concessi da Brac (la più grande ONG al mondo), sui quali poi verranno applicati degli interessi e dei vincoli.
Le famiglie di origine accedono ai prestiti per poter espatriare e mandare all’estero i propri figli, imbarcarcandosi in questi viaggi della speranza per ritrovarsi di nuovo nella spirale del debito: ritorniamo ancora una volta all’essenza del neoliberismo, cioè tutto gira intorno al debito e alla speculazione, alla povertà e alla miseria, uniche fonti di guadagno di un’economia che ha perso il suo connotato di economia reale. Siamo di fronte all’economia della distruzione, della sofferenza e della povertà e, attraverso la globalizzazione della povertà, questo modello perverso e autodistruttivo, oltre che antisociale, si sostiene in questo modo: si impoveriscono di conseguenza i Paesi di accoglienza e si creano anche degli scontri sociali inevitabili là dove manca lo Stato Sociale per il nostro Paese, che è quello di maggiore approdo per le stesse politiche di austerity, che hanno già depredato l’Africa.
Lo Stato Sociale lascia i giovani senza una difesa, senza nessuna possibilità se non quella di emigrare e senza nessun supporto; al contrario Lo Stato Sociale, quindi l’assistenza, viene concesso a questi giovani immigrati, perché dietro c’è sempre il solito giro perverso di speculazione e questo non può che creare rabbia e frustrazione sociale di fronte a chi si trova in una situazione di sofferenza; ma questi scontri sociali sono scontri orizzontali intraclasse, che deviano il potenziale rivoluzionario e di ribellione, che sta dietro il malcontento della popolazione, verso un falso obiettivo, il famoso scontro tra poveri, per cui poi si ingenerano anche fenomeni di razzismo:  non dico che siano giustificabili, però sono comprensibili in uno scenario di questo tipo, dove il cittadino si sente discriminato rispetto all’immigrato e di conseguenza tende a colpevolizzare l’immigrato stesso, facendone un nemico. E questo è funzionale al sistema, perché permette la sopravvivenza di questa eterna speculazione sulla miseria e sul degrado sociale.
Ilaria, grazie mille per queste parole perché credo che ce ne sia molto bisogno: è molto difficile stare nel mezzo quando si parla di questo tema, perché o ti prendono per razzista o ti prendono per quello che vuole accogliere tutti; però in realtà non siamo neanche i primi a fare questi discorsi, partono proprio da lì questi ragionamenti e alcuni presidenti africani hanno fatto questi ragionamenti o sbaglio?
Esatto, prendo  le mosse da quello che è stato il primo presidente del Burkina Faso ex Alto Volta, il burkinese Thomas Isidore Noël Sankara (da molti considerato il Che Guevara africano), un vero eroe rivoluzionario dell’Africa, ma purtroppo viene poco conosciuto e viene poco divulgato dal mainstream. Thomas Sankara nel 1987, oltre 30 anni fa, davanti al organizzazione dell’Unione africana osò dire quello che economisti coraggiosi dicono soltanto oggi: “smaschererò l’inganno del debito … rimborsare o non rimborsare il debito non è una questione morale, non è una questione d’onore, perché se noi pagheremo probabilmente moriremo, se noi non pagheremo loro non moriranno, statene certi”.
Lui aveva previsto che queste sue parole così rivoluzionarie e provocatorie di fronte al mondo intero avrebbero avuto delle ripercussioni e aveva anche messo in conto di pagare con la morte il suo coraggio, tant’è vero che affermò: “probabilmente pagherò con la morte, ma dopo di me ci saranno altri, cento, mille Sankara”. Tre mesi dopo venne assassinato pare dal suo successore, Blaise Compaoré, appoggiato dai francesi e da forze internazionali, che portò avanti tutte le riforme neoliberiste a cui, coraggiosamente, Sankara si era sottratto, cercando in quel periodo e raggiungendo ottimi risultati per un Paese come il Burkina Faso, che è tra i più poveri al mondo, e cercando di portare e di far sviluppare un’economia nazionale e di produzione locale: era famosa la scena in cui mostrava il suo abito tradizionale cucito dalle donne burkinesi e tacciava invece di essere quasi ridicoli coloro che indossavano abiti americani di importazione; portò un grande contributo al sistema di infrastrutture e al sistema sanitario, facendo riuscire a vaccinare 3 milioni di bambini. Nonostante però abbia raggiunto ottimi risultati e fosse molto amato dal suo popolo, venne brutalmente stroncato.
E’ così che opera il neoliberismo e, ancora peggio, ad ammazzarlo doppiamente è stato il silenzio di un personaggio così importante e così eroico, che in pochi conoscono proprio, perché occultato da una narrazione dominante che preferisce addossare tutte le colpe della povertà e del sottosviluppo attuali e di questo continente così ricco di risorse al passato coloniale: dobbiamo sentirci in colpa noi stessi per quello che abbiamo fatto, dobbiamo colpevolizzare la vittima, così attraverso i nostri sensi di colpa possiamo accettare tutte le imposizioni da parte di queste forze, che operano in funzione del loro profitto attraverso l’imposizione delle politiche neoliberiste.
Visto che studi tanto questi argomenti, io spero che il prossimo libro sarà “La medicina al neoliberalismo” per capire quali siano le azioni che possiamo intraprendere per arginare questa questo scatafascio.
In realtà alla fine del libro offro anche delle soluzioni che sono sempre possibili, però dobbiamo innanzitutto prenderne consapevolezza, perché la conoscenza è fatta di interiorizzazione dei contenuti, non è fatta solo di informazione; una volta che noi prendiamo consapevolezza di come effettivamente il sistema operi e di come basterebbe poco per smascherarlo, allora possiamo anche pensare a delle soluzioni, però bisogna avere un quadro completo perché altrimenti si scambiano vittime con carnefici e cure con malattie, che quello che poi facciamo o con il fenomeno della migrazione di massa: dobbiamo accogliere perché loro non sono in grado di svilupparsi da soli o perché spesso c’è molto razzismo anche nei fanatici dell’accoglienza che quasi non vedono in questi giovani degli individui come loro, in grado di lavorare in grado di sviluppare una propria economia, una propria crescita e un proprio percorso di benessere.

Originale con video: https://www.byoblu.com/2018/05/10/africa-culla-del-neoliberismo-ilaria-bifarini/

Quel sogno chiamato Panafricanismo

 

11 gennaio 2017

“L’imperialismo è un sistema di sfruttamento che non si presenta solo nella forma brutale di coloro che con dei cannoni vengono ad occupare un territorio, ma più spesso si manifesta in forme più sottili, un prestito, un aiuto alimentare, un ricatto. Noi stiamo combattendo il sistema che consente ad un pugno di uomini sulla terra di dirigere tutta l’umanità.” Con queste semplici parole, il soldato rivoluzionario Thomas Sankara, parlò al popolo del Burkina Faso poche settimane prima di essere ucciso il 15 ottobre 1987, insieme a dodici suoi ufficiali, in un colpo di Stato organizzato dall’ex compagno d’armi Blaise Compaoré; un assassinio molto probabilmente – per non dire con assoluta certezza – commissionato dai francesi, dagli americani e da mercenari liberiani, contro un politico africano troppo lontano da quei vizi propri di quell’attuale classe dirigente burkinabè, ultra provincialista e completamente asservita al colonizzatore di sempre.

“Il continente non è in grado di esportare materie prime. Noi investiamo in modo che queste siano trasformate e commercializzate in Africa, dagli africani. Si tratta di creare posti di lavoro e mantenere il plusvalore in Africa. Da un lato gli europei ci incoraggiano, perché si prosciuga il flusso migratorio, dall’altro si oppongono perché dovrebbero abbandonare lo sfruttamento coloniale.” Attraverso queste altre parole invece, il colonnello libico Mu’ammar Gheddafi riferì al Fondo Sovrano Libico (LIA) l’intenzione di voler emancipare la Libia (e con sé gran parte dei paesi africani) verso un’Unione Bancaria Africana. Certamente un’idea molto pericolosa e in forte contrasto con le intenzioni dei paesi Occidentali in quel momento interessati ad investimenti (per non parlare di vere e proprie speculazioni) sul territorio libico: quali la Francia, gli Stati Uniti e – sotto diversi aspetti – l’Italia, quest’ultima poi successivamente scavalcata da diversi paesi nel ruolo di primo partner dello Stato libico dopo la caduta di Gheddafi, per l’incapacità e l’arrendevolezza del governo Berlusconi IV.
Ora, riportate (solo alcune) delle parole di due personaggi storici indiscutibilmente importanti per il continente africano, quali contributi ideali possiamo dunque fornire per una più corretta analisi dei fenomeni geopolitici dell’area africana in virtù del fatto che – beneficiando del senno di poi – abbiamo l’opportunità di revisionare quelle verità dei comodo vomitate dai nostri media nazionali in seguito al colpo di Stato libico del 2011, così come per quello avvenuto in Burkina Faso 24 anni prima? Come possiamo sensibilizzare l’uomo della strada, l’uomo comune, a rivalutare le figure di uomini e condottieri (almeno in Patria) quali il Colonnello Gheddafi e il Rivoluzionario Sankara? Certamente si tratta un tema assai complicato che merita di essere approfondito con le dovute accortezze, per cui non bastano solamente le poche parole contenute in un articolo di giornale, ma è un tema per il quale si deve avere il coraggio di rigurgitare le bugie sulla presunta “primavera araba” o sulle “vendette personali” tra tribù, ed avere uno sguardo più attento e il più possibile lontano dalle mere logiche nazionali, orientato al ruolo che hanno non solo le potenze occidentali ed i singoli stati che lo compongono, ma osservare attentamente anche il ruolo che le stesse multinazionali e gli istituti di credito svolgono con o contro quegli stessi Stati con cui fanno affari d’oro.
Perché non è un caso, non può esserlo, che ovunque ci siano stati uomini che abbiano alzato la testa contro le multinazionali o i sistemi bancari occidentali, proponendo soluzioni volte alla salvaguardia degli interessi nazionali (o in particolari casi continentali), ci sia sempre stata una reazione, magari armata e illegittima, da parte di coalizioni internazionali occidentali, troppo spesso a guida statunitense. “Ogni mattina, in Africa, un rivoluzionario burkinabè si sveglia. Sa che dovrà difendersi dal tradimento di compatrioti al soldo dell’Occidente, o verrà ucciso. Ogni mattina, in Africa, un colonnello libico si sveglia. Sa che dovrà difendersi dai tentativi di destabilizzazione occidentale, o verrà ucciso. Ogni mattina in Africa, non importa che tu sia un colonnello libico o un rivoluzionario burkinabè, l’importante è che cominci a COMBATTERE. Per la sovranità della tua terra, per l’indipendenza della tua nazione, per l’autarchia del tuo continente”.